Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

 

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

GOVERNOPOLI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’ITALIA DEL MALGOVERNO,

OSSIA, LA POLITICA COME ESEMPIO DI MORALITA’

 

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

   

"Art. 1 della Costituzione: L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (I limiti stabiliti al potere popolare indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata).

Un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.

l'Italia sia una repubblica democratica e federale fondata sulla Libertà e la Giustizia. I cittadini siano tutti uguali e solidali.

I rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato siano regolati da un numero ragionevole di leggi, chiare e coercitive.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari.

Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni.

Lo Stato assicuri ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa.

Ai disabili sia garantita l'accessibilità, l'adattabilità e la visibilità dei luoghi di transito o stazionamento.

Il lavoro subordinato pubblico e privato sia remunerato secondo efficienza e competenza.

Lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori siano confiscati tutti i beni. Lo Stato assicuri a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.

Sia libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d'informare e di essere informati, così come sia libero l'esercizio della stampa da vincoli di Albi, Ordini e collegi.

I senatori e i deputati, il capo del governo, i magistrati, i difensori civici siano eletti dai cittadini con vincolo di mandato. Essi rappresentino, amministrino, giudichino e difendano secondo imparzialità, legalità ed efficienza in nome, per conto e nell'interesse dei cittadini. Essi siano responsabili delle loro azioni e giudicati e condannati. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico.

Il Parlamento voti e promulghi le leggi propositive e abrogative proposte dal Governo, da uno o più parlamentari, da una Regione, da un comitato di cittadini".  

di Antonio Giangrande

 

  

 

 

SOMMARIO I PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande).

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

ITALIA. DEMOCRAZIA COL BROGLIO.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

LA LUNGA STORIA DEI POPULISMI.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA DESTRA.

C’ERANO UNA VOLTA I LIBERALI.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DA TENCO A PASOLINI, DA TOTO’ A BONCOMPAGNI.

MAI NULLA CAMBIA. 1968: TRAGICA ILLUSIONE.

1977: LA RIVOLUZIONE ANTICOMUNISTA.

FASCISTI-COMUNISTI PER SEMPRE.

L'ITALIA ANTIFASCISTA. 

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

IL COMUNISMO, IL FASCISMO ED I 5 STELLE: LA POLITICA COL VINCOLO DI MANDATO.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

LE DONNE (DI IERI E DI OGGI) PIÙ IMPORTANTI E BELLE DELLA POLITICA ITALIANA.

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

STORIA DELL’AMNISTIA.

I TRADITORI, OSSIA I FRANCHI TIRATORI.

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

LA DEMERITOCRAZIA.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

CHI FA LE LEGGI? 

I PEONES DEL PARLAMENTO. 

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

MAFIA, PALAZZI E POTERE.

MAFIA DEMOCRATICA.

BUROCRAZIA. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

LO STATO STA CON I LADRI. OVVIO SONO COLLEGHI!

LA LIBERTA'.

LA DEMOCRAZIA E' PASSATA DI MODA?

A PROPOSITO DI TIRANNIDE. COME E QUANDO E' MORTO HITLER?

L'ANTIPOLITICA E L'ASTENSIONISMO.

L’ANTIPOLITICA E LE SUE VITTIME. IL PACIFISMO.

IL PARTITO INVISIBILE. ASTENSIONISMO, VOTO MIGRANTE E VOTO DI PROTESTA: I MOTIVI DI UNA DEMOCRAZIA INESISTENTE.

E’ STATO LA MAFIA!

ITALIA MAFIOSA. IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA SE AMMINISTRATI DALL’OPPOSIZIONE DI GOVERNO.

LEZIONE DI MAFIA.

DEMOCRAZIA A SINISTRA. VOTI TRUCCATI, ELEZIONI TAROCCATE.

I DEBITI SI PAGANO, ANCHE IN GRECIA !!!

POLITICA E SPETTACOLO: DIETRO LA MASCHERA C'E' IL NULLA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

IL MONDO SEGRETO DEGLI ITALIOTI.

IL MONDO SEGRETO DELLE CASTE E DELLE LOBBIES.

IL MONDO DEI TRASFORMISTI.

IL MONDO DELLE CRICCHE.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

LA VERA MAFIA: LO STATO ESTORTORE E CORROTTO.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

MAFIA E TERRORISMO DA QUALE PULPITO VIEN LA PREDICA. L’ITALIA CODARDA ED IL PATTO CON IL DIAVOLO. MEGLIO PAGARE IL PIZZO.

 

SOMMARIO II PARTE

 

PROFESSIONE PORTAVOCE E PORTABORSE: CHE DOLORI...

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

GLI INFLUENCER.

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

TANGENTI: CORRUZIONE E COLLUSIONI. LA STORIA SCRITTA DAI VINCITORI.

CORRUZIONE A NORMA DI LEGGE.                                   

IL SUD TARTASSATO.  

DISSERVIZI A PAGAMENTO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA PATRIA DELLA CORRUZIONE.

LE BUGIE DEI POLITICANTI CHE SCHIAVIZZANO I NOSTRI GIOVANI.

MINISTRI. UNA IMPUNITA' TUTTA PER LORO.

PER GLI ONOREVOLI...NON C'E' FRETTA.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA.

CITTADINI. MANIFESTARE E DEVASTARE. IMPUNITA’ CERTA.

LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

L’ISLAM, LA SINISTRA E LA SOTTOMISSIONE.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI.

COME SIAMO O COME CI HANNO FATTI DIVENTARE.

MILANO: DA CAPITALE MORALE A CAPITALE DEL CAZO.

IL DUALISMO MILANO ROMA. LA RIVALITA' TRA DUE METROPOLI IN SOSTANZA UGUALI NEL DELINQUERE.

L’INTELLIGENZA E’ DI SINISTRA?

L'UGUAGLIANZA E L’INVIDIA SOCIALE.

GLI INTOCCABILI E LA SOCIETA’ DELLE CASTE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

COME TI GABBO IL POPOLINO. RIFORMA FARLOCCA DELLA DISCIPLINA SULLA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI.

POTENTE UGUALE IMPUNITO.

AMMINISTRATORI SOTTO ATTACCO.

DETENUTO SUICIDA IN CARCERE? UNO DI MENO!!!

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: FACCIAMO CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO.

COSI' HANNO TRUFFATO DI BELLA.

GIUDICI SENZA CONDIZIONAMENTI?

A PROPOSITO DI RIMESSIONE DEL PROCESSO ILVA. ISTANZA RESPINTA: DOVE STA LA NOTIZIA?

CALABRIA: LUCI ED OMBRE. COME E' E COME VOGLIONO CHE SIA. "NDRANGHETISTI A 14 ANNI  E PER SEMPRE.

I TRIBUNALI PROPRIETA' DEI GIUDICI.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

QUANTI GUAI CON LA GIUSTIZIA PER GLI EX AN.

IL PARLAMENTO DEI PRIVILEGI E DEI POMPINI AI COMMESSI. 

A PROPOSITO DI COMMESSI PARLAMENTARI E DEI LORO STIPENDI.

L’ITALIA COME LA CONCORDIA. LA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

LA CASTA VIEN DA LONTANO.

ITALIA. NAZIONE DI LADRI E DI IMBROGLIONI.

PARLAMENTARI SENZA ARTE NE' PARTE. COME DA POVERI SI DIVENTA MILIONARI.

LA POLEMICA SULLA NOMINA DEI PRESIDENTI DI SEGGIO E DEGLI SCRUTATORI.

LA VITTORIA CENSURATA DEL PARTITO DEL NON VOTO.

IL BERLUSCONI INVISO DA TUTTI.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: ELEZIONI CON ARRESTO.

L’ITALIA DEI PAZZI. UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SULLA BUROCRAZIA. CANCELLATE 10 LEGGI, NE NASCONO 12.

GIUSTIZIA E POLITICA MADE IN SUD.

BUROCRAZIA E DISSERVIZI. IL SUPPLIZIO DEGLI ITALIANI.

LO STATO DELLA CASTA: COME EVADE LE TASSE E COME TRUFFALDINAMENTE SI FINANZIA.

LO SPRECO DELLA CARTA PARLAMENTARE.

IL PAESE DELLE STAZIONI FANTASMA.

IL PARLAMENTO DEI POMPINI E DELLE BOTTE DA ORBI.

MAI DIRE MAFIA: IL CALVARIO DI ANTONIO GIANGRANDE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO. 

TUTTO IL POTERE A TOGA ROSSA.

GIUDICI IMPUNITI.

PERCHE’ I REFERENDUM ABROGATIVI SONO UNA STRONZATA.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MAGISTRATI? SI', COL TRUCCO!!

MANETTE FACILI, IDEOLOGIA ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

LA VERITA’ NON E’ UGUALE PER TUTTI.

PARLIAMO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESCO COSSIGA: TRA GLI ITALIOTI UOMO SOLO CONTRO LO STRAPOTERE DELLA MAGISTRATURA.

MENZOGNE DI STATO. DOVE VANNO A FINIRE I NOSTRI SOLDI?

LA TRUFFA DEI CONCORSI PUBBLICI E DELLA STABILIZZAZIONE DEI PRECARI.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GLI INNI DEI PARTITI ED I PENTITI DEL PENTAGRAMMA.

ED I 5 STELLE...STORIE DI IGNORANZA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

LA CASTA CORROTTA E SFRUTTATRICE.

LA CASTA ASSENTEISTA.

LA CASTA PERSEGUITATA ED INETTA. SE SUCCEDE A LORO…FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI.

CASTA SENZA VERGOGNA.

CASTA ANTICASTA.

BEPPE GRILLO ANTI CASTA ED ANTI LOBBY? MA MI FACCIA IL PIACERE!!!!

PAGARE LE TASSE: SI’, MA PERCHE’?

PARLIAMO DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA.

ISTITUZIONI, LEGALITA' E MORALITA'

PARLIAMO DI VOTO DI SCAMBIO IN PARLAMENTO: NATURALMENTE IMPUNITO!

PARLIAMO DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO.

LA CASTA DEI TESORIERI DI PARTITO.

IL PARLAMENTO DEGLI INQUISITI.

GLI IMPRESENTABILI, SE LI CONOSCI, LI EVITI: IN TUTTI I PARTITI.

RISSE PARLAMENTARI.

VOTI NOSTRI.

ROBA NOSTRA.

NOMINATI ED ASSENTI. IL PARLAMENTARE NON RISPONDE ALLE E-MAIL.

SCRANNI  VUOTI, PIANISTI, RISSE. ECCO L’ESERCITO DEGLI ASSENTEISTI.

CASA NOSTRA.

PAPPONI DI STATO.

PRIVILEGI E BENEFITS.

ENNESIMO RICORSO AL GOVERNO CONTRO I CONCORSI FORENSI TRUCCATI, INVIATO PER CONOSCENZA AI 630 DEPUTATI, AI 320 SENATORI, AI 72 PARLAMENTARI EUROPEI. RISULTATO: LETTERA MORTA.

RICORSO ALLE ISTITUZIONI CONTRO GLI INSABBIAMENTI.

RICORSO MINISTERIALE CONTRO GLI INSABBIAMENTI.

DENUNCIA PENALE AL CSM CONTRO GLI INSABBIAMENTI.

ESPOSTO ALLE ISTITUZIONI CONTRO GLI INSABBIAMENTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

  

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti. 

Cosa vorrei? Vorrei una Costituzione, architrave di poche leggi essenziali, civili e penali, che come fondamento costitutivo avesse il principio assoluto ed imprescindibile della Libertà e come obiettivo per i suoi cittadini avesse il raggiungimento di felicità e contentezza. Vivere come in una favola: liberi, felici e contenti. Insomma, permettere ai propri cittadini di fare quel che cazzo gli pare sulla propria persona e sulla propria proprietà, senza, però, dare fastidio agli altri, di cui si risponderebbe con pene certe. E per il bene comune vorrei da cittadino poter nominare direttamente governanti, amministratori e giudici, i quali, per il loro operato, rispondano per se stessi e per i propri collaboratori, da loro stessi nominati. Niente più concorsi truccati…, insomma, ma merito! E per il bene comune sarei contento di contribuire con prelievo diretto dal mio conto, secondo quanto stabilito in modo proporzionale dal mio reddito conosciuto al Fisco e da questi rendicontatomi il suo impiego.

Invece...

L'influsso (negativo) di chi vuole dominare l'altro. Ci sono persone che sembrano dare energia. Altre, invece, sembra che la tolgano, scrive Francesco Alberoni, Domenica 01/07/2018, su "Il Giornale".

Ci sono persone che sembrano darti energia, che ti arricchiscono.

Altre, invece, sembra che te la prendano, te la succhino come dei vampiri. Dopo un colloquio con loro ti senti svuotato, affaticato, insoddisfatto. Che cosa fanno per produrre su di noi un tale effetto? Alcune ci parlano dei loro malanni, dei loro bisogni e lo fanno in modo tale che tu ti senti ingiustamente privilegiato ed è come se avessi un debito verso di loro.

C'è un secondo tipo di persone che ti sfibra, perché trasforma ogni incontro in un duello. Non appena aprite bocca sostengono la tesi contraria, vi sfidano, vi provocano. Lo fanno perché vogliono mostrare la loro capacità dialettica ma soprattutto per mettersi in evidenza davanti agli altri. Se gli date retta, vi logorano discutendo su cose che non vi interessano.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per farvi sentire ignoranti. Qualunque tesi voi sosteniate, anche l'idea più brillante e ragionevole ecco costoro che arrivano citando una ricerca americana che dice il contrario. Magari qualcosa che hanno letto in un rotocalco, ma tanto basta per rovinare il vostro discorso. Ricordo invece il caso di un mio collega che, per abitudine, nella conversazione, faceva solo domande. All'inizio gli raccontavo le mie ricerche, gli fornivo i dati, gli mostravo i grafici, le tabelle, mi sgolavo e lui, dopo avere ascoltato, faceva subito un'altra domanda su un particolare secondario. E io giù a spiegare di nuovo e lui, alla fine, un'altra domanda...

Abbiamo poi quelli che, quando vi incontrano, vi riferiscono sempre qualche cosa di spiacevole che la gente ha detto su di voi: mai un elogio, mai un apprezzamento, solo critiche, solo pettegolezzi negativi. E, infine, i pessimisti che quando esponete loro un progetto a cui tenete molto, vi mostrano i punti deboli, vi fanno ogni sorta di obiezioni, vi fanno capire che sarà un fallimento. Voi lo difendete ma loro insistono e, alla fine, restate sempre con dei dubbi. Un istante prima eravate pieno di slancio, ottimista, entusiasta e ora siete come un cane bastonato. Cosa hanno in comune tutti questi tipi umani? La volontà di competere, di affermarsi, di dominare, di opprimere.

Le leggi della politica secondo Montanelli. Esce la versione illustrata del classico dell'Indro storico. Dalla fondazione alla caduta dell'Urbe c'è molto da imparare, scrive Alessandro Gnocchi, Domenica 04/11/2018 su "Il Giornale".  «Mai città al mondo ebbe più meravigliosa avventura. La sua storia è talmente grande da far sembrare piccolissimi anche i giganteschi delitti di cui è disseminata. Forse uno dei guai dell'Italia è proprio questo: di avere per capitale una città sproporzionata, come nome e passato, alla modestia di un popolo che, quando grida Forza Roma!, allude soltanto a una squadra di calcio». Un giudizio durissimo che potrebbe stare in calce a un articolo scritto ieri. Invece è la frase finale della Storia di Roma (Rizzoli, pagg. 544, euro 26) di Indro Montanelli, che torna in versione illustrata. Un libro geniale, per numerosi motivi. Per la prima volta la Storia diventava grande divulgazione a opera di una delle migliori penne del XX secolo. Era il 1957 e il calcio d'inizio della Storia d'Italia scritta insieme con Roberto Gervaso e Mario Cervi. Un successo colossale e non solo per il taglio felicemente discorsivo. Ad esempio fu la Storia d'Italia a spezzare un tabù e definire, in anticipo rispetto agli (...) (...) accademici, il conflitto tra Repubblica di Salò e partigiani col suo nome: guerra civile. Torniamo a Roma. Il racconto di Montanelli è due volte avvincente. Non c'è solo la «meravigliosa avventura» di un rozzo villaggio divenuto Capitale del mondo. Ci sono anche le leggi eterne della politica che Montanelli individua nel cuore degli avvenimenti. In questo appartiene a una tradizione tutta italiana. Per citare modelli illustri, Machiavelli scelse la Storia di Roma per scrivere il suo capolavoro, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio perché nella storia di Roma c'è tutto quello che sarebbe accaduto dopo. L'Urbe fu il laboratorio della Repubblica e dell'Impero. Fu il laboratorio della «lotta di classe» e di una cultura capace di integrare senza farsi sopraffare. Almeno fino a un certo punto. Quali sono dunque le leggi della politica che si possono desumere dalla Storia di Roma? Quando spiega l'aggressività militare della Roma di Tarquinio il Superbo, che si era fatto strada a colpi di pugnale, Montanelli chiosa: «I successi esterni servono molte volte a mascherare la debolezza interna d'un regime». Avete mai pensato che gli eroi esemplari abbondano soprattutto tra i perdenti? Le sconfitte subite a opera dell'etrusco Porsenna furono nascoste da una serie di imprese leggendarie di uomini straordinari come Muzio Scevola e Orazio Coclite: «La loro esaltazione costituisce uno dei primi esempi di propaganda di guerra. Quando un paese subisce una disfatta, inventa o esagera dei gloriosi episodi su cui richiamare l'attenzione dei contemporanei e dei posteri». Dall'alleanza di Roma con la Lega latina, del 493 avanti Cristo, terminata con la distruzione di Veio, si trae invece questa lezione: «Da allora le alleanze fra gli Stati si son continuate a stipulare col proposito di farle durare finché la posizione del cielo e della terra rimanga la stessa». A distanza di pochi anni, uno dei contraenti fa una brutta fine per colpa dell'ex alleato: «Ma, impassibili, i diplomatici insistono a usare quella formula, o altra equivalente, e i popoli a crederci». Quando fu instaurata la Repubblica, cambiarono gli schieramenti interni. Gli aristocratici si schierarono con «quei ricconi che in fondo, come tutti i borghesi di tutti i tempi, non domandavano di meglio che di entrare a far parte dell'aristocrazia, cioè del Senato». L'espansione romana è dovuta alla stabilità politica delle classi alte, conservatrici ma dotate di sale in zucca: «Non si vergognavano di difendere apertamente i propri interessi di casta e non fingevano d'amoreggiare con le sinistre come hanno fatto tanti principi e industriali». Inoltre anteponevano il bene della patria ai propri privilegi. Roma «portò alla più alta espressione il concetto di Stato, di cui fu praticamente l'inventrice, e lo poggiò su cinque pilastri che tuttora lo reggono: il Prefetto, il Giudice, il Gendarme, il Codice e l'Agente delle tasse». Con le Dodici Tavole dei decemviri, i romani separarono «il diritto civile da quello divino» e addio teocrazia. La decadenza è messa in relazione con il boom economico dovuto all'allargamento dei mercati: «Si cominciò a formare una nuova borghesia di trafficanti e di appaltatori. I costumi si addolcirono e ammollirono. Sorse quella che oggi si chiamerebbe una social life con salotti intellettuali e progressisti. La fede negli dei si indebolì come quella nella democrazia». Fu da quei salotti che si prepararono le rivoluzioni che affliggeranno Roma. La rivoluzione «contrariamente a quel che si crede, non nasce mai nelle classi proletarie, che poi le prestano la mano d'opera; ma in quelle alte, aristocratiche e borghesi, che poi ne fanno le spese. Essa è sempre, più o meno, una forma di suicidio». Trattando le vicende dei Gracchi, Montanelli scrive che i «progressisti, di alta estrazione, nobile o borghese che fosse, non sapevano sfuggire, allora come ora, a una contraddizione fra abitudini di vita raffinate e sofisticate e atteggiamenti politici populisti e piazzaioli». Potremmo proseguire. Ma finiremmo col riscrivere il libro e privare il lettore del piacere di scoprire le perle di Indro. Ecco le sue parole sulla caduta di Roma: «L'Urbe fu caput mundi, capitale del mondo, finché i suoi abitanti seppero poche cose e furono abbastanza ingenui da credere in quelle, leggendarie, che avevano loro insegnato i babbi e i magistri; finché furono convinti di essere i discendenti di Enea, di avere nelle loro vene sangue divino e di essere unti del Signore anche se a quei tempi si chiamava Giove. Fu quando cominciarono a dubitarne che il loro Impero andò in frantumi e il caput mundi divenne una colonia». Con una piccola parafrasi questa analisi potrebbe diventare anche l'epitaffio dell'Europa decadente di oggi, in piena crisi d'identità.

Chi sono il deputato leghista e la collega grillina beccati a fare sesso nei bagni di Montecitorio? (Fosca Bincher – il Tempo 6 dicembre 2018) – La bomba era stata tirata qualche giorno fa nella sua rubrica di gossip da Romana Liuzzo, l’affascinante nipote di Guido Carli: “alla toilette si rinsalda il rapporto tra Lega e M5s”. E via a raccontare l’indiscrezione di un momento di passione pizzicato per caso in toilette che vedeva protagonisti un deputato della Lega e una collega dei 5 stelle. Notizia confortante per lo stato di salute del governo gialloverde, anche se un pizzico imbarazzante peri diretti interessati. Poteva finire lì. Invece fra uno sbuffo e l’altro per la snervante attesa della legge di bilancio che tardava ad arrivare (ancora ieri sera durante la seduta notturna che ne inaugurava la discussione generale il testo non c’era), la caccia ai due amanti focosi del palazzo è diventata il principale sport praticato dai loro colleghi. E si è trasformata in una vicenda seria, serissima. Tanto è che il capogruppo del M5s, il giovane siciliano Francesco D’ Uva, ha inviato un sms ai suoi dai toni imperiosi, vietando a chiunque di parlare con i giornalisti della vicenda. Ma ha sbagliato mira, perché non era la stampa ad andare a caccia della notizia che ormai era divenuta pubblica, e non importa chi e come. Ieri all’ora di pranzo sui vari divani di Montecitorio erano i colleghi a non parlare di altro. Tutti conoscevano i nomi della coppia, e ognuno dava giudizi un po’ a casaccio fornendo i particolari dell’incontro: «Due bei ragazzi entrambi, mori, alti. Travolti da una insolita passione, tanto da non potere tergiversare rifugiandosi in un bagno del quarto piano, dove il rischio è altissimo perché c’ è il continuo viavai delle commissioni…». A rivelare l’identità degli innamorati erano soprattutto i parlamentari del Pd che non vedono l’ora di occuparsi di qualcosa di un pizzico più eccitante delle disavventure del partito. «Chiedete ad Alessia Morani», suggerivano i suoi colleghi, «lei sa ogni particolare». Qualcuno mi dice che il primo a cui lei l’ha confidato è stato il collega siciliano Fausto Raciti, che però è timido e assai riservato: «Vi diffido anche solo ad accostare il mio nome a questo gossip», minacciava ieri lui, «mi occupo di cose più serie e non di affari privati di questo genere». Ne sorrideva invece il vicepresidente della Camera dello stesso partito, Ettore Rosato: «Finalmente un buon modo di esponenti della maggioranza per utilizzare il tempo qui dentro. Ce ne fossero tanti così, farebbero meno guai». Cascava dal pero pur sorridendo alle indiscrezioni il grillino atipico Emilio Carelli che almeno come ex giornalista un po’ di curiosità l’aveva: «Sono sempre l’ultimo ad accorgermi di queste cose. Sto ore in commissione a lavorare e non vedo e non sento nulla anche se avviene a pochi metri da me…». C’ è chi rivendica la privacy come è giusto, ma ci si rende conto che il luogo dove la passione ha travolto i due giovani alleati era in qualche modo pubblico. Altri invece vengono fuori da una settimana difficile. Un giovane deputato leghista di primo pelo piuttosto belloccio ed esuberante confida: «Sono venuti in tanti a chiedermi: sei tu? E qualche problema questi sospetti me lo stanno creando. Ho una fidanzata nel collegio dove sono stato eletto. Poi non nego che da quando sono qui qualche occasione è capitata e può essere che non mi sia tirato indietro. Però un po’ di sale in zucca ce l’ho: mica qui dentro è capitato, fuori. Ho un posto dove dormo non lontano da qui, e in ogni caso uno anche non l’avesse ha a disposizione decine di alberghi o bed and breakfast entro poche decine o centinaia di metri da Montecitorio… Si può resistere senza finire in una situazione così imbarazzante. Dicono pure che chi li ha pizzicati in bagno avrebbe girato un filmato con un telefonino nascosto dentro la toilette: i due non l’avevano notato…». Se non è lui, dove puntano i sospetti? «Il nome poi me lo ha fatto una collega di altro gruppo. E in effetti ho notato che l’indiziato da giorni è nervoso, intrattabile. Non si ferma alle riunioni, parla sempre freneticamente al telefonino con qualcuno, e preferisce stare solo come prima non accadeva». Il palazzo vive di questi episodi. Ce ne fu più di uno nella scorsa legislatura nel gruppo Pd, si vede che stare in maggioranza aiuta gli ardori. Ma anche la storia di quelle mura ne è piena. Perfino quella dei bagni non è una novità assoluta, e aveva fatto il giro del palazzo qualche incontro ravvicinato dei deputati con dipendenti della Camera. Tanto che poi è stato inserita nel regolamento una norma che individua nella relazione affettiva di un dipendente con un parlamentare la giusta causa per il licenziamento…

La Camera si occupa di gossip (ma prima dov'erano le grilline?) In aula dibattito surreale sulla rubrica del "Giornale", scrive Paolo Bracalini, Domenica 09/12/2018, su "Il Giornale". Più ancora che a trovare le coperture della manovra, l'aula della Camera in questi giorni è impegnata a scoprire chi siano i due deputati, una grillina e un leghista, beccati a fare sesso nella toilette di Montecitorio. Grande agitazione tra le onorevoli M5s, scosse da una seconda indiscrezione raccontata sempre da Romana Liuzzo sul Giornale: un'altra eletta Cinque stelle colta in tenere effusioni stavolta con un collega di Forza Italia. È noto che i grillini non tollerino neanche le minime critiche dalla stampa, ma che persino gli aggettivi «vivaci» ed «esuberanti» diventino per loro insopportabili insulti sessisti è una novità. Tanto più che per imboscarsi in un bagno o scambiarsi effusioni bisogna essere in due, quindi a rigor di logica il gossip riguarderebbe anche i deputati, non solo le deputate. Ma niente. La grillina Maria Edera Spadoni ha preso la parola per denunciare vivacemente (con rispetto parlando) al Parlamento il vile attacco in corso e chiedere l'intervento urgente del presidente della Camera Roberto Fico, riedizione grillina della Boldrini. I dialoghi che riportiamo sono tratti dallo stenografico della seduta di ieri, a testimonianza che per davvero la Camera dei deputati italiana si è occupata di scappatelle e flirt con la gravità che spetterebbe ad altre questioni. Il fatto, come ha spiegato la Spadoni, è che non si tratta di un innocuo gossip di Palazzo, macché, qui «ci ritroviamo di fronte all'ennesimo commento sessista» e lei non ci sta a farsi «dare della vivace e della esuberante da una giornalista, perché questa non è informazione, questo è semplicemente sessismo», e insomma se vogliamo «tutelare le donne e l'onorabilità di questa istituzione» bisogna darci tutta una regolata, specie i giornalisti, ha tuonato la Spadoni indignata. La Carfagna le ha ricordato, giusto per la cronaca, gli attacchi subiti dalle donne di centrodestra - i più recenti, proprio dai militanti M5s - che però non hanno mai destato allarmi, men che meno dal M5s, sull'onorabilità delle istituzioni minacciate dal sessismo. Ma poi ha chiesto di parlare il deputato Fiano, del Pd, ed eccolo: «Prendo spunto dalle parole della collega Spadoni per unirmi alla solidarietà per le colleghe del M5s raggiunte da offese o da aggettivi o da accuse di tipo sessista», bisogna aggiungere «un sentimento di grande amarezza» perché «evidentemente la cultura del sessismo è penetrata anche qua dentro. Uniamoci tutti, per favore, perché perlomeno in quest'aula sia fatta barriera a questo modo di considerare il giudizio sulle donne in particolare» (applausi dal gruppo Pd). Il tutto, ricordiamolo, solo perchè in una rubrica del Giornale è stato scritto che due deputati si sono dati appuntamento in bagno e altri due si scambiano «dolci effusioni». Un dibattito surreale, chiuso da par suo da Fico con un impegno solenne: «Questi articoli sono chiaramente sessisti e questa Presidenza ed io assolutamente non li tollero e insieme lavoreremo affinché ci sia un modo per uscirne e cercare di creare una cultura molto più avanzata». Applausi.

Il rapporto hot di due deputati nei bagni della Camera, il gossip non si ferma, scrive il 09/12/2018 Giornalettismo. Il gossip in Parlamento non si ferma, dopo le voci su un rapporto hot di due deputati nei bagni della Camera. Le onorevoli chiedono: «Basta pettegolezzi». Ma spunta un'altra storia. Quando il gossip non si ferma intervengono anche le più alte cariche dello Stato. Dopo il susseguirsi di voci su un rapporto sessuale consumato da due deputati nei bagni della Camera, è stato costretto ad intervenire perfino il presidente dell’Assemblea di Montecitorio. Ieri Roberto Fico ha sbottato affermando «Non sopporto gossip sessisti, qui dentro» in risposta alla vicepresidente di turno, Maria Elena Spadoni, che ha denunciato pubblicamente il fatto offrendo ai pettegolezzi, come raramente avviene, una dignità pubblica. Ne parla oggi il Quotidiano Nazionale (articolo di Ettore Maria Colombo) ricostruendo la vicenda e le prevedibili reazioni di questi giorni. La vicenda è partita da una rubrica di gossip del quotidiano Il Giornale e poi esplosa con un articolo pubblicato su Il Tempo. Come spiega Qn, in Transatlantico non si parla d’altro. Ne conoscono qualche dettaglio parlamentari, giornalisti, funzionari e commessi. Ad essere sorpresi sono stati un deputato della Lega e una collega del Movimento 5 Stelle: avrebbero consumato gli ‘atti erotici’ mentre era in corso in Commissione Giustizia l’esame del ddl corruzione, nei bagni poco distanti dall’aula della riunione. I nomi sarebbero sulla bocca di tutti, ma nessuno li pronunzia pubblicamente per evitare ai due protagonisti della vicenda dei guai familiari, o per evitare querele. E da ieri, fa sapere il Quotidiano Nazionale, si aggiunge una nuova storia. Stavolta sarebbero coinvolti un deputato di Forza Italia e una collega della Lega: una storia alla voce "amori impossibili". Poi l’intervento in aula, con Spadoni contro «gli articoli in cui si descrive l’aria frizzante della Camera e si fa riferimento alle nostre parlamentari, una vergogna». «Questo non è giornalismo, ma sessismo», ha tuonato. La replica della forzista Mara Carfagna: «Mi auguro che d’ora in poi voi 5 Stelle condanniate tutte le volgarità, anche le vostre».

Sesso di cittadinanza, scrive il 10 dicembre 2018 Mauro Mellini su La Valle dei Templi. Scandalo a Montecitorio. Scandalo? Fino a un certo punto. La notizia passata anche sui giornali, che una Deputata P.D. ha sorpreso in un gabinetto del quarto piano della Camera un aitante Deputato della Lega “in freganti grimini” (come diceva G.G. Belli) o, come si dice oggi “a fare sesso” con una altrettanto aitante collega del Movimento 5 Stelle, ha suscitato più compiaciuta ilarità che scandalo. Il fatto che i nomi dei due focosi giovani non siano stati fatti è la prova della verità, del doversi escludere che si tratti di un pettegolezzo, di uno sgambetto alla alleanza giallo-verde. Pettegolezzi, insinuazioni, racconti fantasiosi sono costruiti in genere sui nomi delle persone tirate in ballo. Dei due protagonisti, invece, si dice solo che i nomi si conoscono. E che si tratta di due giovani avvenenti. Come se ciò fosse una mezza giustificazione della scelta del luogo per dar sfogo ai loro ardori. Leggendo quanto ne scrivono i giornali mi è tornato alla mente il titolo (e non solo il titolo) del mio libro uscito in questi giorni: “C’era una volta Montecitorio”. Una volta un fatto simile avrebbe scatenato il finimondo. Ai tempi cui si riferisce il mio scritto si “mormorava”, al più era per qualche scappatella attribuita a poco coerenti Onorevoli, consumata chi sa dove. Ora siamo agli amori consumati nelle latrine. Un contributo notevole alla demolizione del mito della vita da nababbi che i Parlamentari avrebbero sempre goduto a spese di Pantalone. Visto che si parla ogni tanto di “rimpasto”, i due rappresentanti emblematici dello stretto legame tra Lega e Cinquestelle dovrebbero essere chiamati a far parte del Governo. E’ sperabile che qualche tanghero togato non venga fuori a trasformare lo sgomento per la mancanza di rispetto per l’Istituzione, il suo Palazzo, le loro stesse funzioni e la mancanza di buon gusto in un capo di imputazione per atti osceni in luogo pubblico, con l’aggravante etc. etc. e con chi sa quali argomentazioni per dimostrare, intanto, che i due non hanno, nel caso, agito nella qualità di rappresentanti dell’intera Nazione e che non si tratta di “voti dati ed opinioni espressi nell’esercizio del mandato”. La questione andrebbe invece valutata dai sostenitori di questa fase del “nuovo”, come l’espressione della concezione populista che tende a sostituire il culto delle Istituzioni con l’adeguamento di quanto attiene alla vita dei loro rappresentanti, ai costumi e al comportamento del popolo. Non è da escludere che dal mezzo scandalo delle latrine di Montecitorio nasca una battaglia per assicurare un minimo di sesso ed una opportuna disponibilità di luoghi per praticarlo ad ogni cittadino. Può darsi che se non si placherà subito il chiacchiericcio sui due giovani parlamentari, venga fuori, con tanto di dichiarazione di sostegno via internet, di una “aggiunta al contratto di Governo” di qualcosa come il “sesso di cittadinanza”. Che di “copertura” pare non abbia troppo bisogno. Staremo a vedere. Salti chi può. Mauro Mellini

Vittorio Sgarbi vuota il sacco, roba da censura in Parlamento: "Dove e come lo ho fatto", scrive il 10 Dicembre 2018 "Libero Quotidiano". Prima la grillina con un esponente di spicco della Lega. Poi (ancora) una grillina con un deputato di Forza Italia. Le cronache di gossip politico della scorsa settimana hanno raccontato delle "imprese" a luci rosse tra onorevoli di opposte fazioni. E chi se non un libertino godereccio come Vittorio Sgarbi potrebbe svelare la mappa del sesso di Montecitorio? A chiedergliela è stata la trasmissione L'Italia s'è desta su Radio Cusano Campus. "Dovrò indagare" ha detto il critico d'arte e deputato del gruppo Misto (ma eletto lo scorso 4 marzo con Forza Italia) relativamente ai recenti episodi. "Io e altri ne abbiamo fatte tante alla Camera quando eravamo ragazzi, era tutto un fare sesso, lo facevamo in maniera più abile. Non si può andare in Commissione Giustizia, ti sanzionano pure magari per sco*** con associazione a delinquere. Per stare tranquillo devi andare dove ci sono le commissioni disperate, quelle abbandonate tipo la Commissione Agricoltura o Turismo così non ti becca nessuno”.

"Ex presidente della Camera beccato a fare sesso orale". Il vignettista Vincino: "Fu sorpreso con un commesso nell'ascensore di Montecitorio...". Ma non fa il nome dell'ex presidente della Camera coinvolto, scrive Luisa De Montis, Sabato 26/07/2014, su "Il Giornale". "Mi piace andare nei luoghi dove le cose accadono". Vincino, all’anagrafe Vincenzo Gallo, fa il vignettista. E da sempre racconta i palazzi del potere romano. Eppure, in una intervista di Giancarlo Dotto per Diva e Donna, tira fuori dal cassetto dei ricordi un aneddoto che ai più è sconosciuto. Al centro del pettegolezzo c'è un presidente della Camera. Non si sa il nome. Ma si sa molto bene cosa ha fatto: sesso orale. Presentando a Dotto l'ultimo libro appena pubblicato, La cavalcata di Renzi, il 68enne palermitano racconta un retroscena a luci rosse che si è consumato tra le mura del Palazzo. "A Montecitorio un ex presidente della Camera fu beccato mentre praticava sesso orale con un commesso". Vincino non fa il nome dell'ex presidente, ma la sua rivelazioni è abbastanza forte da gettare un'ombra di scandalo su Montecitorio. Tanto che molti hanno iniziato a interrogarsi su quali e quante pratiche sessuali spinte vengano quotidianamente praticate alla Camera.

Anna Falchi, il raptus dell'onorevole: "Cosa mi ha fatto sotto il tavolo il ministro di sinistra", scrive il 7 Dicembre 2018 Libero Quotidiano. Anna Falchi scatenata a Un giorno da pecora. E' vero che una volta un ministro di sinistra le fece delle avances molto esplicite? “Mi diede quello che io chiamo il morso del cavallo", risponde l'attrice, "un pizzicotto sotto al tavolo, sulla coscia”. Quando accadde? “Una decina di anni fa. Io misi le gambe dalla parte opposta per non dargli la possibilità di nuovi 'pizzicotti'. Poi mi alzai, andai in toilette preoccupata dal dover tornare lì. Quando uscì mi trovai di fronte un giornalista, che era al tavolo con noi, il quale mi rassicurò dicendomi: non ti preoccupare, siediti vicino a me, ci penso io a proteggerti”. Parliamo del suo fidanzato Andrea Ruggieri, nipote di Bruno Vespa: ha già comprato il suo ultimo libro? “Me lo ha regalato facendo anche una dedica: 'ad Anna e i suoi fornelli', riferendosi alla trasmissione che conduco in tv”. E lo ha letto? “Io leggo molto ma quello è un po' pesante. Come fermaporte è fantastico!”, ha scherzato la Falchi a Radio1.

«Palpeggiate dai politici», scandalo sessuale anche al Parlamento europeo, scrive martedì 24 ottobre 2017 Secolo D’Italia. Dopo il clamore suscitato dal CASO WEINSTEIN e la conseguente ondata di denunce di molestie, l’ombra degli scandali sessuali potrebbe allungarsi, anche alle istituzioni europee. Un’inchiesta pubblicata domenica scorsa dal Sunday Times punta il dito contro il Parlamento europeo accusandolo di essere un “focolaio di molestie sessuali”. Secondo quanto riferito dal giornale, che pubblica le testimonianze di diverse assistenti, più di una dozzina di donne che hanno lavorato all’Europarlamento avrebbero accusato i politici di averle palpeggiate, molestate e trattate come “pezzi di carne”. Il Sunday Times mantiene anonime le vittime dei presunti reati in quanto nessuna di loro ha denunciato gli abusi alla polizia. Al Parlamento europeo, riporta la Bbc, ci sarà mercoledì un dibattito sul tema delle molestie sessuali nelle istituzioni Ue e voterà una mozione a riguardo. Lunedì, commentando le notizie apparse sulla stampa, il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani ha dichiarato: «È con choc e indignazione che ho appreso delle recenti accuse di molestie sessuali al Parlamento europeo. Tuttavia, lo choc non può essere la risposta», anche se sono «già stati intrapresi passi avanti», ora «è necessario aumentare ulteriormente la conoscenza delle soluzioni già disponibili».

 DALEMA QUERELA IL GIORNALE...(AGI 25 giugno 2009) - Il presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D'Alema, ha dato mandato ai propri legali di querelare per diffamazione 'Il Giornale' per quanto pubblicato oggi. E' quanto si legge in una nota.

2 - DIREZIONE "IL GIORNALE" SU QUERELA D'ALEMA... (AGI 25 Giugno 2009) - La direzione de "Il Giornale" replica sulla querela annunciata da Massimo D'Alema contro il quotidiano: "Saremo ben lieti - si afferma in una nota - di discutere in un'aula di tribunale con l'onorevole Massimo D'Alema i contenuti dell'articolo pubblicato oggi dal Giornale, dal momento che tutto ciò che è scritto fa parte di un'inchiesta che noi abbiamo riportato fedelmente. All'onorevole Zanda che parla di 'violenza vuota' consigliamo, se non altro, almeno la lettura dei servizi prima di sbilanciarsi in dichiarazioni. Certo stupisce che i parlamentari più impegnati a difendere la libera stampa in questi giorni diventino all'improvviso così nemici della libera stampa, tanto da ricorrere subito ai giudici e agli insulti volgari nei confronti di un quotidiano colpevole di raccontare alcuni episodi (accertati) e di porre alcune domande". 

L'ARTICOLO DE "IL GIORNALE" CHE HA FATTO INFURIARE D'ALEMA, di Gian Marco Chiocci per il Giornale del 25 giugno 2009. C'è un'inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c'è un'altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l'entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d'alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un'inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l'accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere. Sono svariati i nomi eccellenti che tornano nei verbali d'interrogatorio e nelle intercettazioni disposte a seguito dei pedinamenti fin sull'uscio di Montecitorio da parte degli agenti della Squadra mobile: si va da Francesco «Franco» Mariani, un tempo responsabile dei trasporti del Pci-Pds e ora presidente dell'autorità portuale di Bari (revocato dal ministro Matteoli e reinsediato dal Tar) ai due ex soci del leader Massimo nella compravendita della barca Ikarus: innanzitutto, Roberto De Santis, pugliese ed eminenza grigia del leader Ds, già vicepresidente della finanziaria London Court, quindi nel cda della Spa portuale «Marina Blu» e poi in quello della società d'energia «Avelar Energy»; dopodiché Vincenzo Morichini, ex amministratore delegato del consorzio Ina-Assitalia, fondatore dell'Assonautica romana, da sempre vicinissimo a D'Alema. Nei brogliacci delle telefonate sbobinate a piazzale Clodio si fa anche esplicito riferimento ad alcuni episodi dove viene citato l'allora «segretario particolare di D'Alema», ovvero Nicola Latorre, oggi parlamentare del Pd. Nelle informative c'è spazio infine per i ruoli ricoperti dall'ex deputato Ds, Michele Giardiello e da un paio di funzionari ancor oggi nel partito di Franceschini. Le persone di fiducia di D'Alema finite agli atti del procedimento numero 10498/99, a eccezione di Latorre, sono state prese a verbale come persone informate dei fatti direttamente negli uffici della Settima sezione della questura di Roma. Obiettivo degli inquirenti era infatti quello di capire se effettivamente la maîtresse facesse ricorso a ragazze a pagamento per «convincere» persone importanti a dare una mano alla sua agenzia di pubblicità nella gestione di eventi, convegni (la donna ne ha organizzato un paio per la Camera dei deputati) appalti e pubblicazioni per strutture come Alitalia, Banca di Roma, Enel, Eurostar, Ina-Assitalia, Acea, Inpdap, eccetera. Se l'allora dirigente della Mobile, Nicolò D'Angelo, era pressoché convinto dell'andazzo corruttivo («la donna che inequivocabilmente procura ragazze a molte persone organizzando incontri sessuali - scriveva in una informativa - utilizza tale "chiave di accesso" per ottenere dai destinatari di queste "attenzioni" che sembrano essere tutti ai vertici di strutture pubbliche o private, favori e indebite pressioni al fine di ottenere benefici economici nella forma di ghiotti appalti o incarichi ben remunerati») il pm Marinelli rimarcava: «Dalla lettura dei verbali emerge che R.F. utilizza le ragazze per organizzare incontri di carattere chiaramente sessuale con personaggi, di cui alcuni facenti parte del mondo politico, o aventi cariche in enti pubblici». L'indagine, come tante nel sottobosco della prostituzione, nacque un po' per caso. Solita routine: una soffiata, un accertamento, un'arida informativa. Poi arrivarono i pedinamenti, i telefoni sotto controllo, i riscontri su un'organizzazione di via Veneto diretta dall'austriaca Angelica W. e un centro massaggi dell'Eur dove venivano reclutate ragazze per i festini. E quel che sembrava un «normale» giro di squillo della Roma-bene, s'è rivelato presto un «problema» politico per tutti coloro che s'erano ritrovati tra le mani quel materiale scottante. In procura si accavallarono le riunioni. In questura gli accertamenti rallentarono bruscamente. L'ipotesi iniziale della corruzione venne presto derubricata in sfruttamento della prostituzione finalizzata a portare a casa contratti importanti con aziende private e istituzioni pubbliche. I controlli sui telefoni dell'indagata vennero interrotti, la richiesta di rinvio a giudizio fu recapitata all'interessata, si arrivò al processo senza dare alcuna pubblicità all'esito finale. Con la maîtresse condannata, in tanti tirarono un sospiro di sollievo. Nessuno, nemmeno il preveggente D'Alema, poteva immaginare che a dieci anni di distanza potesse arrivare una simile «scossa». I primi sentori di un giro di «escort» intorno ai palazzi del potere romani vengono messi nero su bianco da un ispettore della Squadra mobile romana nel giugno del '99. Nell'appunto si fa riferimento a una maîtresse, R. F., titolare di un'agenzia di pubblicità, che secondo una fonte qualificata starebbe reclutando ragazze per «farle prostituire con facoltosi clienti». La polizia riferisce dell'attività di R. F. che avrebbe assoldato una certa Marina «per un incontro a sfondo sessuale con un personaggio molto importante» retribuito con 800mila lire. «Dopo essersi accordate sulla cifra - prosegue la relazione - uscivano entrambe raggiungendo da una via laterale l'entrata della Camera dei deputati. Dopo aver varcato il portone d'ingresso, si fermavano davanti a un commesso preposto alla consegna dei "pass", il quale, senza alcuna richiesta, con atteggiamento molto confidenziale, consegnava a R. F. due pass senza ricevere in cambio alcun documento. Dopo aver passato il varco d'ingresso si dirigevano nell'ufficio di un personaggio, a dire della ragazza molto importante, che le faceva accomodare entrambe». «Lo stesso, dopo aver visionato la ragazza e averci dialogato, durante la conversazione chiedeva alla stessa se era disponibile a viaggiare in qualità di "accompagnatrice" di personaggi molto influenti, prospettandole in cambio la possibilità di guadagnare molto denaro (...). R. F. diceva alla ragazza che dopo poco sarebbe entrato un uomo e con lui doveva congiungersi carnalmente. Infatti dopo poco giungeva un uomo e all'interno dell'ufficio la ragazza aveva un rapporto sessuale. Al termine quest'ultimo riferiva di essere rimasto molto soddisfatto e che tramite il suo segretario, se lei era disponibile, si sarebbero nuovamente incontrati per seguirlo in uno dei suoi spostamenti all'estero (...). Si rappresenta inoltre che la ragazza, anche se raccontava nei particolari alla fonte l'incontro avuto all'interno della Camera dei deputati, evitava di dire le generalità del personaggio molto influente» per paura di ritorsioni. La successiva nota inviata in procura dall'ex dirigente della Mobile, Nicolò D'Angelo, dava il senso delle indagini fin lì svolte. «Dal tenore delle conversazioni si è avuto modo di constatare che le utenze vengono utilizzate da R. F. e dalla sua segreteria per contattare noti personaggi del mondo politico e di enti pubblici, servendosi della loro conoscenza al fine di ottenere appalti o erogazioni in denaro (...). È emerso in modo palese che la R. F., al fine di mantenere e in seguito sfruttare tali conoscenze, organizza con gli stessi incontri a sfondo sessuale». Francesco Mariani sfila negli uffici della settima sezione della questura il 10 dicembre '99. Le sue prime risposte vertono in merito a un suo presunto interessamento per aiutare R. F. in alcuni progetti con Alitalia: «Ho conosciuto R. F. nel maggio '99 in quanto durante una cena da me organizzata fu portata dal Morichini, presentandola quale sua amica, il quale qualche giorno dopo mi chiamò sapendo della mia conoscenza con Zanichelli (ex relazioni esterne Alitalia, ndr). R. F. mi disse che trovava ostacoli di comunicazione con Alitalia in quanto a suo dire amica di Morichini era vicina all'area di sinistra». Mariani spiega di essere andato da Zanichelli, di avergli chiesto di prendere in considerazione il progetto della donna di rilanciare la rivista Freccia Alata. «Zanichelli mi disse che oltre alla mia, aveva ricevuto diverse segnalazioni per R. F. provenienti da diverse aree politiche (...). Dissi a R. F. che avevo sollecitato Zanichelli, poi la invitai a cena a casa dove, dopo cena, avemmo un rapporto sessuale (...)». «Confermo che nell'arco della mia conoscenza ho avuto diversi incontri a sfondo sessuale con R. F. In queste occasioni più volte la stessa si presentava anche con sue amiche (ne cita tre, di cui una brasiliana, ndr) e in queste occasioni avemmo dei rapporti sessuali. Rappresento comunque che oltre a me vi erano a volte anche Morichini Vincenzo, De Santis Roberto e Lazzarini Franco, con i quali le ragazze si univano carnalmente (...). Per quanto riguarda questi incontri rappresento che si svolgevano sempre presso la mia abitazione (...). Rappresento che se ho avuto qualche dubbio sulla libertà sessuale delle ragazze portate alle mie cene da R. F. non ho mai chiesto nulla in quanto in una occasione R. F. mi disse che lavoravano per lei e le utilizzava quando organizzava convegni (...). Preciso che le segnalazioni effettuate nei confronti di R. F. sono avvenute con lo Zanichelli e basate su nostri lontani rapporti di amicizia, senza che venisse fatta da me alcuna intimidazione né tantomeno venissero fatte alcune pressioni politiche». Preso a verbale il 13 dicembre '99, Morichini conferma la versione fornita da Mariani, confessa d'aver segnalato la donna al responsabile servizio marketing di Ina-Assitalia, dice che la donna le venne presentata dal «mio amico Proietti» e aggiunge: «Venni invitato a una cena da Mariani che mi disse di portare alcune amiche. Nel contesto invitai R. F. che si presentò con tre sue amiche, alla cena c'erano anche De Santis e Lazzarini. Chiesi a Mariani se poteva aiutarla in Alitalia in quanto lui, essendo stato segretario nazionale dei trasporti, aveva conoscenze influenti. Dopo la cena ognuno si appartò con una ragazza in una stanza. So che Mariani si è interessato con Zanichelli per farla lavorare. A casa del Mariani abbiamo organizzato almeno altre due cene che alla fine terminavano con incontri a sfondo sessuale, in queste occasioni le ragazze erano portate da R. F. che durante i nostri rapporti mi chiedeva in continuazione di aiutarla servendomi delle mie conoscenze (...)». «Per quanto riguarda la frase da me detta durante la telefonata da voi intercettata riguardo "Ti ho risolto i problemi con Banca di Roma e Alitalia" tale frase sta a significare che avevo fatto telefonate a tali enti segnalandola». E ancora: «Sì, ho saputo del vostro intervento (della polizia, ndr) nei confronti di R. F. che un giorno mi chiamò dicendomi che mi doveva parlare di persona. Prendemmo appuntamento da Doney in via Veneto e nell'occasione mi disse che era soggetta a indagine di polizia, che erano state fatte foto all'interno del suo ufficio ed erano state registrate telefonate e conversazioni. Quindi mi invitava a servirmi delle mie conoscenze per arrestare tale indagini, sennò, sentendosi persa, avrebbe raccontato dei nostri incontri. Rendendomi conto del velato ricatto a cui ero soggetto, le dissi che non mi interessava nulla e che non volevo avere più rapporti con lei (...). Sì, effettivamente ho fatto delle segnalazioni nei confronti di R. F. con vari enti ma specifico che non sono a conoscenza se ha fruito di tali raccomandazioni con contratti di lavoro». Concludendo: «Sì, effettivamente conosco sia il presidente del Consiglio che il suo segretario particolare da lunga data ma rappresento che tutto quello che ha detto R. F. su questi personaggi è solamente frutto della sua immaginazione, in quanto non sono mai state organizzate cene né tantomeno l'ho segnalata servendomi di tali amicizie influenti (...)». Sul «segretario di D'Alema» (Nicola Latorre) citato il 5 ottobre da R. F. in due telefonate, la polizia si limita a riportare solo la frase: «giovedì saranno a cena con lui e il segretario di D'Alema». Latorre, contattato dal Giornale, esclude categoricamente qualsiasi coinvolgimento nell'inchiesta: «Non sono mai stato interrogato e non so nulla di questa vicenda». Il 16 dicembre '99, tocca a Roberto De Santis rendere la sua versione sui fatti contestati. «Ho conosciuto per la prima volta la signora R. F. in quanto era presente a una cena in cui ero stato invitato da Morichini. Oltre a noi erano presenti tale Checchino e tre amiche di Rita. Dopo la cena ci recammo su invito di R. F. nel suo ufficio dove loro si appartarono con le ragazze e io rimasi con una giovane brasiliana senza consumare alcun rapporto sessuale (...). La seconda volta è stata nell'abitazione di Mariani dove oltre a me erano presenti Morichini, Lazzarini e due ragazze brasiliane. Dopo cena mi appartai con una di loro ed ebbi un rapporto sessuale». De Santis riferisce di altri due incontri, finiti sempre allo stesso modo. «Voglio precisare che non ho mai dato denaro né ho mai fatto regali alle ragazze intervenute, i miei incontri con R. F. sono stati solo di carattere sessuale e mai si è parlato di lavoro (...). L'ultima volta che l'ho vista è stato ai primi di novembre dopo il vostro intervento all'Alitalia, la incontrai casualmente in un bar del centro ed era agitata. Mi disse che dovevo sollecitare un intervento del Mariani e del Morichini affinché l'aiutassero a trovare un nuovo lavoro, poiché a seguito dell'indagine lei aveva avuto dei problemi, sostenendo tra l'altro che l'indagine in corso lei la stava subendo per colpa del Morichini e del Mariani in quanto volevano colpire la sinistra».

Lazzarini, il re delle assicurazioni che ospitava l'ex ministro Burlando...Genovese come Mariani, Franco Lazzarini, 59 anni, è il broker assicurativo (executive chairman di Ital Brokers, che gestisce un portafogli di oltre 750 milioni di euro) che nel 2007 è finito al centro delle cronache per aver condiviso casa, auto e passatempi con il governatore della Liguria, Claudio Burlando, accusato di averlo favorito in appalti pubblici. «Sospetti assurdi. Io, poi, sono socialista» replicò lui. Manager dal passato come calciatore professionista (negli anni Settanta, nelle fila della Sampdoria) e un presente fatto di buone amicizie politiche. Oltre a Burlando, soprattutto l'ex presidente dei Ds Massimo D'Alema. Centocinquanta dipendenti, sede in una splendida villa genovese in uno dei quartieri più eleganti della città, Albaro, uffici sparsi in tutta Italia, la Ital Brokers dall'81 ha via via scalato il vertice del business assicurativo, conquistando clienti come Alitalia, Finmeccanica e anche la Camera dei Deputati.

De Santis, l'azionista delle sale Bingo al timone della barca di Massimo...Leccese, 53 anni. Negli anni '80 ha militato nel Pci leccese, ma balza agli onori delle cronache nel 1997 quando assieme a Vincenzo Morichini risulta tra i comproprietari di Ikarus, il baltic viareggino che sarà acquistato dall'appassionato di vela Massimo D'Alema alla fine di quell'anno. Nel 2000 De Santis ritorna sotto i riflettori come socio della London Court una merchant bank che insieme con la Chance Mode di Luciano Consoli è azionista di Formula Bingo, la società che in quell'anno voleva partecipare alla gara per la gestione delle sale dedicate alla tombola inglese. Dopo le dimissioni di D'Alema da premier di De Santis si perdono un po' le tracce anche se ha fatto parte di vari consigli di amministrazione. Come quello della fallita Festival Crociere, di Marina Blu, società che gestisce la darsena di Rimini, e di Avelar Energy, la società per le fonti alternative del magnate russo Vekselberg, titolare del gruppo Renova che due anni fa ha acquistato Marina Blu.

Mariani, il comunista della Liguria sempre al vertice dei porti «rossi»...Dirigente del Pci ligure negli anni '80, nella seconda metà degli anni '90 è stato responsabile trasporti del Pds-Ds, poi nel 2000 è stato collaboratore del ministro dei Trasporti Pier Luigi Bersani. Ha in seguito assunto la direzione nazionale dell'Ancip, l'associazione delle compagnie portuali. Nella sua casa genovese ha ospitato un ricevimento per i candidati del centrosinistra alle amministrative 2002. È stato presidente di Intempo, società di lavoro interinale al servizio dei principali porti italiani. Alla fine del 2005 è stato nominato commissario dell'Autorità portuale di Bari, dal 2006 ne è presidente. Ha assunto per qualche tempo pure la presidenza di Bari Porto Mediterraneo (Bpm), la società che gestisce il terminal passeggeri. L'apertura di un'inchiesta della procura di Bari sulla natura dei rapporti tra Autorità e Bpm lo ha indotto a rescindere il contratto tra i due enti. Il ministro Matteoli ha commissariato l'Autorità portuale, ma il Tar ha accolto il ricorso di Mariani.

Morichini, agente di professione fondatore dell'Assonautica romana...Folignate. Titolare di un'agenzia assicurativa. Come De Santis balza anche lui alle cronache per la nota cessione di Ikarus. Ma il suo ramo è quello assicurativo: agente, nel 1994 viene nominato dal presidente Ina Lorenzo Pallesi amministratore del consorzio delle agenzie Ina-Assitalia di Roma. In un periodo di sostanziale vuoto di potere politico la gestione del gigante assicurativo vicino alla Dc viene spostata un po' più a sinistra: tra i soci di un'agenzia romana entra anche l'imprenditore di area dalemiana Pino Marzo. Nel 1998 Morichini termina il proprio incarico e diventa titolare di una nuova agenzia Ina-Assitalia, l'Agf di Fiumicino che dirige ancor oggi e che fornisce servizi a buona parte del litorale e della periferia ovest della Capitale. La passione per le barche non è morta. A fine 2007 Morichini con la sua agenzia è tra i fondatori dell'Assonautica romana, associazione per lo sviluppo della nautica collegata alla Camera di Commercio di Roma.

Lucio Barani: "Tanti senatori sniffano cocaina", scrive il 28 Marzo 2015 Barbara Romano su Libero Quotidiano. Lucio Barani da Aulla, classe 1953, senatore iscritto al gruppo delle Grandi autonomie e libertà. Socialista più craxiano di Craxi, come certificano i suoi continui pellegrinaggi ad Hammamet («la terra santa degli orfani di Bettino») e il garofano che ammicca dal taschino. Ha appena messo a segno un record: è il primo parlamentare della Repubblica che prenderebbe a sberle la seconda carica dello Stato. Prova a smussare: «No, io non ho detto questo. Ho detto che sono pronto a dare quattro ceffoni a chiunque cita a sproposito Calamandrei e i padri costituenti che ci hanno dato questa Costituzione garantista». Resoconto stenografico dell’Aula, seduta del 26 marzo. Il senatore Barani rivolto al presidente Grasso: «Credo che anche i suoi genitori le abbiano dato ceffoni, e forse, se gliene avessero dati di più l’avrebbero educata meglio». «Gli ho detto che avremmo dovuto avere un’educazione riformista dai nostri genitori, che avrebbero dovuto darci qualche scappellotto in più. A tutti noi, compreso Grasso. A scopo educativo».

Grasso è maleducato?

«No, ma non è adatto alla politica. Ha fatto il magistrato, quindi è abituato solo a emettere sentenze. E non è in grado di capire quali sono i mali del Paese, la diagnosi e la cura. Il suo ddl anticorruzione aumenta le pene e non risolve niente. È come se dinanzi a un tumore, se non funziona la chemioterapia, il medico dicesse: “Ok, aumentiamo la dose”». 

C’è chi lo fa.

«Da medico le assicuro che così il malato muore. Lo stesso vale per la corruzione: l’aumento sic et simpliciter della pena non guarisce il reato, anzi. Portare la prescrizione a 30 anni ammazza il paziente».

Secondo la sua metafora Grasso è un assassino.

«No, però ragiona da pm. Lui e la politica sono agli antipodi. È come se dicesse: “Siccome ho fatto il capo dell’Antimafia, mi metto a pilotare un aereo”. Un disastro».

Da capo dell’Antimafia qualche competenza in materia Grasso l’avrà pure ottenuta.

«Secondo me lo ha fatto con dubbi risultati. La mafia non l’ha sradicata, anzi è più viva che mai. Di sicuro combina disastri ogni volta che presiede l’aula, perché gli mancano le basi politiche. Non ci si improvvisa legislatori da un giorno all’altro. Lui è un magistrato».

È il fatto che sia un magistrato il motivo per cui le sta tanto sulle scatole?

«Ma no, a pelle mi sta pure simpatico. È un bambinone».

E allora perché lo attacca in modo così duro?

«Perché è un dilettante allo sbaraglio, non è in grado di affrontare nessuna questione politica. S’intende solo di pene, giustizia e repressione. E perché è totalmente asservito alla maggioranza. È un militante del Pd, nelle cui file è stato eletto. Se lui continua a fare come gli pare in aula, chiederò d'istituire una commissione d'inchiesta sui presidenti della Repubblica e su quelli del Senato che, come Grasso, hanno svolto il loro ruolo in modo fazioso, non garantendo le minoranze e i regolamenti».

Lei ha presentato emendamento che propone la fucilazione per i rei di corruzione. 

«Proprio perché sono un garantista, nel secondo comma ho scritto: “La pena non può comportare la morte del reo”. Ovvio che la mia era una provocazione, una boutade. Io parlo per parabole, come nostro Signore».

Barani come Gesù.

«Se la corruzione è di così grave allarme sociale fuciliamo tutti i corrotti, no? Come si faceva con i briganti, torniamo indietro di 150 anni. La mia era una presa in giro per dire che i processi dobbiamo farli subito, su-bi-to! Non possiamo lasciare uno venti anni a bagnomaria, scherziamo? È anticostituzionale».

Craxi, il suo mentore, fu condannato per corruzione. Lo vuole vendicare? 

«Craxi era innocente per davvero. Mentre i magistrati sono gli unici in Italia che non pagano mai per i loro errori. Hanno in mano la vita delle persone, io li sottoporrei a visite psicoattitudinali. Per estirpare la corruzione ci vorrebbero degli statisti, non degli ubriaconi. È come dare l’Avis in gestione a Dracula. Non abbiamo messo Poletti, il capo delle coop rosse, al ministero del Lavoro? Lo stesso vale per Grasso».

Che c’entra adesso Poletti?

«Poletti al Welfare ovviamente farà gli interessi delle coop. E se metti il capo dell’Antimafia alla presidenza del Senato, cosa farà? Vorrà inquisire tutti, no?».

Lei in Senato ha anche detto: «In quest’Aula c’è chi si droga». A chi si riferiva?

«C’è gente che soffre di cretinismo politico, poi tira di coca e viene in Aula a blaterare».

Ci sono senatori che pippano cocaina?

«Certo. Ce ne sono tanti. Io sono medico, ho fatto diagnosi per molti anni. Basta che li guardi negli occhi, so riconoscere le pupille di chi sniffa. Poi chiedono la parola e parlano a sproposito».

In quali partiti sniffano di più?

«In quelli di nuova formazione, dove dilaga il cretinismo politico. La colpa non è solo della impreparazione, ma anche dell’assunzione di sostanze stupefacenti». Di Barbara Romano

Droga in Parlamento: trovate tracce di cocaina nei bagni della Camera. Il test eseguito da un cronista su alcuni residui rinvenuti nei servizi maschili prima di un voto, scrive Sabato 06/05/2017 "Il Giornale". Tracce di cocaina nei bagni di Montecitorio. Il Fatto Quotidiano sceglie uno scoop stupefacente per lanciare il suo nuovo inserto mensile, Millennium, diretto da Peter Gomez, mandando un suo giornalista, Thomas Mackinson, armato di telecamera e salviette impregnate di reagente capace di rilevare tracce di cocaina. Mackinson è entrato nei bagni dell'atrio della Camera dei Deputati (comunque non riservati all'uso esclusivo dei parlamentari) lo scorso 29 marzo, giorno di votazioni, ha controllato un po' di mensole a inizio giornata senza rilevare nulla e poi è tornato qualche ora dopo, immortalando con la telecamera le salviette che si tingevano di blu, ossia reagivano positivamente. Scoop stupefacente, appunto, ma che non deve stupire. L'accostamento tra droghe e Palazzo non è certo una novità. Successe in Gran Bretagna, alla Camera dei Comuni, con il Sunday Times a fare i test che imbarazzarono i parlamentari britannici poco prima del nuovo millennio. Poi arrivò il bis in Germania, al Bundestag, dove i cronisti di una tv trovarono 22 bagni su 28 positivi alla cocaina. In Italia tra i primi a lanciare l'allarme fu Ramon Mantovani nel 2001: l'allora responsabile esteri di Rifondazione denunciò l'uso di spinelli e cocaina da parte dei suoi colleghi. Il botto arrivò un lustro più tardi quando - era il 2006 - le Iene tirarono un brutto scherzo a decine di parlamentari, intervistati e «tamponati» da una truccatrice che, in realtà, prelevava campioni dalla fronte degli ignari onorevoli. Su cinquanta, ben 16 risultarono positivi, dodici alla cannabis e quattro alla cocaina. Il parlamento si divise tra scandalizzati per il risultato (come Alessandra Mussolini che chiese al programma di Italia1 di rivelare i nomi dei positivi) e irritati dal test galeotto, come Luigi Lusi, Pierferdinando Casini e Italo Bocchino, che annunciò querela e chiese il sequestro immediato dei campioni raccolti «illegalmente».

Poi arrivò il test volontario promosso nel novembre 2009 da Carlo Giovanardi, sottosegretario alle politiche antidroga. Lo fecero in 232, molti preferirono restare anonimi. E tra questi, anche il parlamentare che risultò positivo alla cocaina. «Non so chi sia. Non ho la più pallida idea, se è senatore o deputato, se è uomo o donna. Il risultato del test è segreto», sospirò Giovanardi. Per non saper né leggere né scrivere, quando il M5s propose di fare verifiche antidroga sui parlamentari, nell'agosto 2015, i deputati bocciarono l'ordine del giorno. Che prevedeva «controlli ambientali periodici» in diversi luoghi, tra cui i bagni di Montecitorio, ora di nuovo accusati dal Fatto di essere covi di onorevoli fattoni. Ma anche su Palazzo Madama ci sono sospetti. Nel 2015 Lucio Barani di Ala, intervistato da Libero, sui senatori che «pippavano» disse: «Ce ne sono tanti. Riconosco le pupille di chi sniffa».

Cocaina in Parlamento, la Camera precisa e MillenniuM risponde. I politici? Molti si difendono, pochi accusano. Il portavoce della Boldrini scrive una lettera al Direttore del mensile: "In quei bagni accedono anche esterni autorizzati, commessi, la tesi che sia stato un parlamentare è infondata". La replica: "Lo abbiamo scritto e per questo abbiamo concentrato le prove nelle ore di minima presenza di esterni e massima di deputati". Prime reazioni politiche tra difese d'ufficio e accuse, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 maggio 2017. La Camera precisa, la polemica continua ma i politici si difendono. “Caro Gomez, l’articolo del vostro magazine Millennium intitolato "La Camera se la tira. Tracce di cocaina nel bagno dei deputati" merita una precisazione”. Inizia così la lettera di Stefano Menichini, capo ufficio stampa della Camera dei Deputati, che risponde al servizio di MillenniuM che ha rilevato la presenza di cocaina nei bagni di Montecitorio. “A prescindere dal tono dell’articolo, denigratorio verso l’istituzione, e dalla veridicità e attendibilità dell’analisi effettuata, la cosa che va precisata è che i servizi igienici in questione non sono affatto “dei deputati” e tanto meno “inaccessibili agli esterni”, come scrive il giornalista che evidentemente della Camera conosce poco. All’opposto, chi conosce Montecitorio sa che quei bagni sono frequentati, oltre che dai deputati, dai giornalisti, dai dipendenti, dagli addetti dei servizi esterni e da qualsiasi cittadino sia ammesso, a qualsiasi titolo, all’interno del palazzo. La tesi esposta dall’articolo appare perciò quanto meno infondata”. Poche righe cui l’autore del pezzo Thomas Mackinson risponde: “Caro Stefano, sono molto sicuro di quello che ho visto, scritto e documentato. Proprio perché ai servizi igienici appena fuori dall’aula possono accedere anche commessi e persone esterne autorizzate abbiamo concentrato le verifiche quando il tasso di esterni era prossimo allo zero e quello dei deputati più elevato. L’Italia intera è sollevata di sapere, nonostante i precedenti non depongano a favore, che l’Ufficio Stampa della Camera è poco allarmato della cocaina in Parlamento e molto che si possa pensare che a usarla siano i deputati. In effetti potrebbe farlo anche un ospite-pusher che accede liberamente all’istituzione senza controlli, un commesso che la serve con particolare gaiezza o magari – perché no – un bimbo di una scolaresca in visita, che alle otto di sera non avevano di meglio da fare”.

Le reazioni: dalla M5S Ciprini a Giovanardi. Mentre in rete la notizia, ripresa anche da altri giornali, continua a tenere banco, tra sdegno e ilarità sono arrivate le prime reazioni politiche. “Ora mi spiego perché per due volte l’aula ha bocciato gli ordini del giorno con i quali chiedevo di sottoporre a controlli antidroga i parlamentari, così come viene imposto ad altre categorie di cittadini”, dice Tiziana Ciprini dei Cinque Stelle. “Il ritrovamento di tracce di cocaina nel bagno maschile dei deputati, appena fuori dall’aula di Montecitorio, rivelato dal FQ MillenniuM, è un fatto di una gravità inaudita”, scrive in una nota l’onorevole di Forza Italia, Fabrizio Di Stefano. “Non solo si potrebbero ravvisare dei comportamenti illeciti da parte del consumatore ma si tratta di una palese violazione di un inderogabile dovere civico e morale dei parlamentari: dare il buon esempio. E comunque, sapere che qualcuno possa legiferare non in piena lucidità fisica e mentale rappresenta un alto fattore di rischio per la qualità legislativa. Quando negli anni scorsi scoppiò una polemica simile mi sottoposi senza indugio all’esame tossicologico, sono disponibile a ripetere la prova e invito tutti i miei colleghi a farlo. È in gioco la dignità dell’Istituzione”. Pippo Civati se la ride. L’estate scorsa, quando la Camera decise di non liberalizzare la cannabis, consegnò a Twitter la frase più corrosiva, che ora il segretario di Possibile non può farsi scappare: “630 cocainomani bocciano la cannabis”. E oggi al Giornale precisa: “Chiedere la legalizzazione della cannabis non significa certo tirare di coca. Io non l’ho mai fatto, a una canna preferisco un boccale di birra. Hanno trovato tracce di cocaina nel bagno della Camera? Non mi sorprende, ma il dato rilevante è che ancora una volta di più questo episodio sottolinea l’ipocrisia di alcuni esponenti politici. Abbiamo sempre sostenuto che al lavoro uno non può andare sballato; ovviamente il discorso vale per chi guida un bus e per chi siede a Montecitorio o Palazzo Madama”. Carlo Giovanardi prende la cosa con uno spirito diverso. Il senatore sempre in prima fila nella lotta contro le droghe attacca: “Ora sto al Senato, va bene, ma sono stato vicepresidente della Camera, conosco bene quell’Aula e anche quei bagni. Forse non è stato scritto che in quei bagni può entrare un po’ chiunque”. 

Cinquanta onorevoli sono stati sottoposti, a loro insaputa, al "drug wipe". Quattro positivi alla cocaina, 12 alla cannabis. Dubbi sulla veridicità dei risultati. Le Iene: "Un deputato su 3 usa droghe". Bocchino querela: "Sequestro subito" Capezzone: "Lo dico da sempre...". Casini: "Pessima trovata pubblicitaria". Mussolini: "Adesso dicano se c'è il parlamentare pusher", scrive "La Repubblica" il 9 ottobre 2006. Droga in parlamento? Il test sui deputati effettuato, con uno stratagemma, dalle Iene, innesca una miccia politica. Con il radicale Daniele Capezzone che commenta caustico: "Io l'ho sempre detto...", Alessandra Mussolini che pretende i nomi dei consumatori. E Italo Bocchino, deputato di Alleanza nazionale, che - attraverso un legale - chiede il sequestro immediato del campione raccolto illegalmente e la distruzione dello stesso in sede processuale. In serata arriva lo strale di Pierferdinando Casini (Udc) che liquida lo scoop come una "pessima trovata pubblicitaria". Piero Fassino invece la butta sull'ironia: "Può darsi - dice il segretario Ds - che così si faccia più in fretta a cambiare la legge Fini sulle tossicodipendenze". Il test, eseguito su 50 deputati a loro insaputa e i cui risultati verranno presentati nella prima puntata della nuova serie del programma (domani sera alle 21 su Italia 1), potrebbe creare non poco imbarazzo nei palazzi della politica: un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis, ma anche cocaina. Questo il dato: il 32% degli intervistati è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina. L'esame è il drug wipe, un tampone frontale che, spiega Davide Parenti, capo autore delle Iene, "ha una percentuale di infallibilità del 100%". In realtà il tossicologo Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanità, definisce il drug wipe un test "serio e scientificamente valido, ma non sufficiente da solo a confermare la positività all'uso di droghe. Normalmente se il drug-wipe è negativo il risultato è confermato come tale, ma se è invece positivo è necessaria la conferma ulteriore di laboratorio, dal momento che possono verificarsi dei falsi positivi". I deputati sono stati avvicinati con la scusa di un'intervista. Poi, una finta truccatrice, si accorgeva che la fronte dell'intervistato era "troppo lucida" e tamponava. In realtà l'ignaro si era sottoposto, senza saperlo, al test che svela se si è fatto uso di stupefacenti nelle ultime 36 ore. "Il test - spiega sempre Parenti - è infallibile al 100% se si sono assunte sostanze stupefacenti nelle ultime 36 ore. Il che vuole dire che basta averne fatto uso più di due giorni prima per risultare negativi. L'errore, piuttosto, può essere fatto per difetto: può succedere che il test non rilevi chi ha fatto uso di cannabis coca o altro ma non che risulti positivo se qualcuno è pulito". Nel servizio-inchiesta non si riconosceranno i deputati sottoposti al test: "Noi stessi non sappiamo chi, dei 50 testati, sono i 'positivi'. Per noi la parte interessante non è la violazione, ma il dato percentuale". Ed è proprio sull'anonimato che punta il dito la battagliera Mussolini: "Vogliamo sapere chi tra i rappresentanti del popolo usa droga, come e da chi la compra ma soprattutto se la vende: ci manca solo l'onorevole 'pusher'". E tanto per far capire che non scherza la leader di Azione Sociale ha già attivato una petizione online sul sito del partito da presentare ai presidenti delle Camere. Su posizioni totalmente opposte Luigi Lusi, della Margherita, che chiede alla Iene di ripensarci e non mandare in onda "un'inchiesta 'alterata', perchè, stando alle anticipazioni, si baserebbe non solo su metodi da verificare, ma farebbe acqua da tutte le parti sia dal punto di vista dei diritti, sia della privacy e non ultimo dell'attendibilità medica, dando un messaggio distorto e falsato ai giovani che rappresentano proprio il pubblico principale di questa trasmissione". Anche Lusi, come Mussolini, chiede a Bertinotti e Marini un intervento, ma di segno inverso, ovvero a tutela dei parlamentari. Sullo scoop delle Iene interviene anche il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero che non si stupisce di fronte a "quella che è una voce popolare sul consumo delle sostanze da parte di molti parlamentari". Ferrero chiede quindi "al mondo politico di riflettere in modo più laico sulla materia". Ospiti di Porta a Porta Casini e Fassino se la giocano in modo diverso. Durissimo il leader dell'Udc: "Questa cosa mi sembra una pessima trovata pubblicitaria. L'attendibilità di questo specie di esperimento pseudo-scientifico è equivalente allo zero". Fassino invece spiega ironicamente che, magari, la trasmissione aiuterà il Parlamento a fare una nuova legge sulla droga. Tranchant il giudizio del verde Paolo Cento che se la prende con i moralisti: "Non sorprende affatto l'ipocrisia di una parte del mondo politico che vota leggi liberticide, e poi sniffa cocaina". Più scanzonato Capezzone: "Leggo dello stratagemma usato da 'Le Iene', cui vanno i miei complimenti. Dal canto mio, ho sempre detto che, se un cane poliziotto entrasse in alcuni luoghi della 'politica ufficiale', prima gli andrebbe in tilt il naso e poi si arrenderebbe...". E Carlo Giovanardi, l'ex ministro "padre" della recente legge sulla droga, chiede ironicamente che l'esame sia esteso anche al Senato: "Se le Iene vogliono dire che anche in Parlamento c'è chi consuma cocaina - afferma Giovanardi - scoprono l'acqua calda". Per concludere, con una pesante allusione: "Basta andare a vedere tra i senatori a vita...". Intanto Italo Bocchino ha dato mandato all'avvocato Leone Zettieri di adire alle vie legali nei confronti della trasmissione 'Le Iene': "Pur non avendo nulla da nascondere - spiega - ed essendo tra i deputati risultati negativi alla prova tossicologica, ritengo gravissimo dal punto di vista penale l'invadenza di chi pur di fare audience è oggi illegittimamente in possesso del Dna di 50 parlamentari". Anche Tommaso Pellegrino, dei Verdi, ammette di essere "tra i parlamentari che si sono sottoposti al test delle 'Iene'", ma di "non fare uso di droga e quindi di essere disponibile a sottopormi anche ad altri test". Ciò detto spera che "l'inchiesta promossa dal programma possa rappresentare un'occasione di dibattito, anche parlamentare, contro l'ipocrisia del proibizionismo, che ha prodotto solo danni". 

Alle Iene droga tra i parlamentari. Il garante blocca il servizio, scrive il 10 ottobre 2006 "La Repubblica". Il garante per la Privacy ferma le Iene. L'Authority blocca il contestato servizio del programma di Italia 1 sul test antidroga a 50 deputati, che sarebbe dovuto andare in onda questa sera. In base alle indiscrezioni fatte trapelare dagli autori della trasmissione, il test, eseguito all'insaputa dei parlamentari, avrebbe dato esiti clamorosi, con ben 16 casi di positività all'uso di stupefacenti. Lo stop del Garante è legato alla "raccolta illecita di dati di natura sensibile in quanto attinenti allo stato di salute" che sarebbe stata effettuata nel servizio. Il provvedimento cautelativo dispone, con effetto immediato, "il blocco dell'ulteriore trattamento, in qualunque forma, di ogni dato di natura personale raccolto e trattato nel caso in esame, consistente in informazioni, immagini e risultanze di test". Nel caso poi le Iene non cambiassero la programmazione il Garante partirà con le sanzioni. Di fronte allo stop, le Iene cedono. Il contestato servizio non va in onda. Al suo posto, un altro reportage, che racconta come si svolge il test e cosa avrebbe detto il filmato bloccato. "Tutti i parlamentari sarebbero apparsi irriconoscibili, perfino alle loro famiglie - spiegano i conduttori, Luca e Paolo - da anni realizziamo servizi in cui tuteliamo la privacy di tutti, anche dei ladri di motorino. Avremmo fatto lo stesso per i nostri politici". Diversa l'opinione del Garante. "Non è possibile - spiega Mauro Paissan, componente dell'Authority - travolgere le persone in nome del diritto di cronaca. Il nostro ruolo è quello di trovare il punto di equilibrio fra libertà di stampa, di satira in questo caso, e il diritto del singolo cittadino ad essere tutelato nei suoi valori fondamentali come la propria dignità, la propria riservatezza e la propria identità". Le Iene, comunque, non si arrendono. E a riprova dell'importanza dell'argomento, mandano in onda anche un altro servizio sui test antidroga: compiuti, questa volta, sui frequentatori di una discoteca, con identiche garanzie - rispetto al filmato censurato - per coprire l'identità delle persone sottoposte ad esame. Risultato: il 50 per cemtp dei 40 sottoposti all'analisi è risultato positivo alla cocaina. "La prossima settimana faremo il possibile per farvi vedere anche i nostri parlamentari", dicono subito dopo, da studio, Paolo e Luca. L'annuncio del servizio delle Iene, fatto alla vigilia della prima puntata della nuova serie del programma, aveva subito scatenato polemiche fortissime. L'esame condotto è il cosiddetto drug wipe, un tampone frontale che secondo Davide Parenti, capo autore delle Iene, "ha una percentuale di infallibilità del 100%". I deputati sono stati avvicinati con la scusa di un'intervista. Poi una finta truccatrice si accorgeva che la fronte dell'intervistato era "troppo lucida" e tamponava. In realtà, l'ignaro si sottoponeva, senza saperlo, al test che svela se si è fatto uso di stupefacenti nelle ultime 36 ore. Drastica la reazione del leghista Roberto Calderoli che chiede di sospendere i senatori "che assumono sostanze stupefacenti o abusano dell'alcol". Per il Codacons, invece, "l'indagine viola i più sacri principi della privacy. Chi assicura infatti che le prove, raccolte in modo illegale e con un furbo espediente, siano state distrutte e che quindi sia impossibile risalire ai singoli soggetti risultati positivi al test?". Ironico il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi: "Alle Iene sono imbroglioni, ma se i miei colleghi non facessero uso di droghe, non si vedrebbe". Mentre il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone chiede di "dissequestrare le Iene. La privacy vale, ma la libertà di informazione vale anche di più. Dico no alla censura". Mentre Ignazio La Russa di an lancia una proposta ai colleghi parlamentari: "Invito i 50 'tamponati a firmare la liberatoria per far sapere se è vero che hanno assunto sostanze stupefacenti, Abbiamo il coraggio delle loro azioni". 

Droga in Parlamento: le Iene condannate anche in Cassazione, scrive Fabio Mascagna giovedì 12 giugno 2008 su Blogo (Il Messaggero). Alla fine "Le Iene" sono state definitivamente condannate anche in Cassazione per aver danneggiato "l'immagine pubblica e l'onorabilità" di deputati e senatori dato che "tutti i parlamentari potevano essere indiscriminatamente sospettati di assumere stupefacenti". Il che significa: potete tranquillamente denunciare fatti e comportamenti di chiunque, ma non toccate il palazzo. Il famoso servizio, che vi riproponiamo nel video qui sopra, mirava a rendere noto verso i cittadini il comportamento dei nostri parlamentari in tema di droga: su 50 deputati e 16 senatori sottoposti al "test-tampone" ben 16 erano risultati positivi a cannabis e cocaina. La Camera dei deputati è composta di 630 membri, mentre il Senato di 315. Fatevi due conti insomma. Secondo la Cassazione i campioni biologici "sono stati carpiti con un comportamento ingannevole e fraudolento". Come se un deputato cocainomane potesse mai dare un qualche tipo di assenso o autorizzazione. Gli autori de "Le Iene" - Davide Parenti e Matteo Viviani - erano stati condannati il 16 ottobre del 2007 dal gip del Tribunale di Roma per il reato previsto dall'art. 167 d.lvo 196/2003 (Codice della Privacy - Trattamento illecito di dati) a 5 mesi e 10 giorni di reclusione (convertiti poi in pena pecuniaria) nonostante avessero assicurato il totale anonimato sui campioni organici prelevati. Adesso invece arriva la conferma della condanna da parte della Corte Suprema della Cassazione, III sezione penale con la sentenza 23086. L’informazione evidenziata che taluno, entro una circoscritta e determinabile cerchia di persone, faceva indebito uso di droghe [...] in tale situazione, tutti i parlamentari potevano essere indiscriminatamente insospettati di assumere stupefacenti con la conseguenza che ogni membro del Senato o della Camera, nonché l'istituzione parlamentare, ha subito un nocumento alla sua immagine pubblica e onorabilità. Un interessante stralcio della sentenza: secondo questa sentenza è stato il servizio de "Le Iene" a portare nocumento all'immagine pubblica dell'istituzione parlamentare e non invece il fatto che gran parte di loro faccia uso di sostanze stupefacenti.

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

Ma Cambridge Analytica e Facebook non hanno eletto Trump. Le manipolazioni e l'uso dei dati del social non è detto siano così efficaci politicamente. E non dovrebbero diventare un alibi per le difficoltà elettorali del liberalismo e dei difensori delle società aperte, scrive Luigi Gavazzi il 21 marzo 2018 su "Panorama". È il caso di ribadirlo. Donald Trump e la Brexit non dovrebbero essere spiegati solo con la manipolazione dei dati sottratti a Facebookda Cambridge Analytica (CA). L'azione di quest'ultima, sicuramente preoccupante per la democrazia e le libertà individuali, compreso l'incubo per l'abuso dei dati conferiti a Facebook dagli utenti, difficilmente è stata davvero efficace come sostengono sia i dirigenti di CA, sia Christopher Wylie, il whistleblower che ha rivelato all'Observer e al New York Times il lavoro fatto per Steve Bannon - stratega della campagna elettorale 2016 di Donald Trump - e per il Leave in Gran Bretagna. Indagare e scoprire violazioni di legge e pericoli politici di questa attività è doveroso. Sarebbe meglio però non venisse usata da partiti, gruppi sociali e culturali sconfitti da Trump e dalla Brexit come alibi per ignorare le proprie debolezze e l'inefficacia degli argomentiusati a favore della società aperta e del liberalismo. Insomma, evitiamo di rispondere alle minacce e alle sfide del populismo parlando solo di social network.

Se Cambridge Analytica fosse inefficiente e avesse venduto fumo. I signori di CA da anni - come ricorda David Graham su The Atlantic - cercavano di piazzare i propri servizi, dicendo che avrebbero fatto cose miracolose. Nel 2015 Sasha Issenberg di Bloomberg scrisse di CA e delle promesse della loro profilazione “psicografica”, oggi alla ribalta, con una certo scetticismo, per esempio perché il profilo ricavato dal test sullo stesso Issenberg era risultato molto diverso da quello prodotto dal Psychometrics Centre dell’Università di Cambridge (il test originale sul quale si basava l'app di usata da Aleksandr Kogan per raccogliere i dati per Ca). Del resto, Cambridge Analytica, era stata ingaggiata nel 2015 sia da Ted Cruz che da Ben Carson, due candidati repubblicani alla nomination per le elezioni presidenziali. Ebbene, il contributo di CA è risultato nullo, e le campagne hanno avuto esiti disastrosi. Le persone che dirigevano quella di Cruz hanno ben presto deciso di lasciar perdere il contributo di CA, perché irrilevante. Nel comunicare la decisione si lamentarono del fatto che stessero pagando un servizio che non esisteva neppure. C’è poi il fatto che dietro CA ci fosse, come investitore, Robert Mercer e la sua famiglia, fra i principali sostenitori e finanziatori dei repubblicani. Per Cruz era importante avere i soldi di Mercer, a costo di ingaggiare la creatura CA che Mercer finanziava.  

Mercer, come noto, passò poi a Trump, convinto anche da Bannon e da Breitbart. La cosa interessante è che, d’altra parte, la stessa campagna di Trump, dopo aver abbracciato CA, l’ha successivamente abbandonata. A sostegno della tesi di Cambridge Analytica come un bluff che ha venduto più che altro fumo, ci sarebbe anche il video registrato dai reporter di Channel 4, presentati sotto la falsa identità di politici dello Sri Lanka interessati a comprare i servizi dell'azienda. Ebbene, se questi servizi fossero così efficaci come i manager di CA sostengono, che bisogno ci sarebbe stato, per venderli ai politici interessati, di proporre anche manovre per intrappolare gli avversari di questi ultimi, screditandoli con possibili scandali sessuali, sospetti di corruzione e cose del genere? Più in generale, gli osservatori citati da Graham sono da tempo assai dubbiosi dell’efficacia di queste tecniche “psicometriche”, fino a qualche anno fa chiamate di “microtargeting”.

La democrazia liberale deve comunicare meglio i pregi della società aperta. Detto questo, i democratici negli Stati Uniti, chi voleva che il Regno Unito restasse nell'Unione Europea, i partiti sconfitti dall'onda populista in Italia, chi teme l'autoritarismo sovranista e illiberale di Ungheria e Polonia, dunque, tutti coloro ai quali sta a cuore la democrazia liberale e la società aperta dovrebbero concentrarsi più sugli argomenti politici, i linguaggi, le proposte, la comunicazione per convincere gli elettori. In questo modo sarebbe più facile e probabile rendere innocuo chi cerca di manipolare le opinioni pubbliche in questi paesi, siano manovratori nell'ombra, gli hacker di Putin o di chi altro (che, vale la pena ricordarlo, sono comunque preoccupanti per la democrazia).

Facebook, ecco come Obama violò la privacy degli americani, scrive il 22 marzo 2018 Giampaolo Rossi su "Gli Occhi della Guerra" su "Il Giornale". Carol Davidsen è stata il capo Dipartimento “Media Targeting” dello staff di Obama nelle elezioni del 2012 ed è considerata un’esperta di campagne elettorali online in America. In una conferenza pubblica, tre anni dopo l’elezione di Obama, rivelò qualcosa che allora passò sotto silenzio ma che oggi è dirompente alla luce dello scandalo Cambridge Analityca: “Noi siamo stati capaci di ingerire l’intero social network degli Stati Uniti su Facebook”. Nello stesso intervento affermò che i democratici acquisirono arbitrariamente i dati dei cittadini americani a cui i Repubblicani non avevano accesso; e questo avvenne con la complicità dell’azienda americana che lo consentì tanto che la Davidsen è costretta ad ammettere che “ci fu uno squilibrio di acquisizione informazioni ingiusto” (nel video dal minuto 19:48). Nei giorni scorsi su Twitter, la Davidsen è tornata sulla questione confermando che a Facebook furono sorpresi quando si accorsero che lo staff di Obama aveva “succhiato l’intero social graph” (vale a dire il sistema di connessioni tra gli utenti) “ma non ce lo impedirono una volta capito cosa stavamo facendo”. In altre parole Facebook consentì ad Obama di rubare i dati dei cittadini americani e di utilizzarli per la sua campagna presidenziale, in quanto azienda schierata dalla parte dei democratici. D’altro canto già nel 2012, sul Time, un lungo articolo di Michael Scherer spiegava come Obama si era impossessato dei dati degli americani su Facebook con lo scopo d’intercettare l’elettorato giovanile. Esattamente nello stesso modo in cui lo ha fatto Cambrdige Analytica per la campagna di Trump: attraverso un app che carpì i dati non solo di chi aveva autorizzato, ma anche della rete di amicizie su Facebook ignare di avere la propria privacy violata. Solo che allora la cosa fu salutata come uno dei nuovi orizzonti delle politica online e descritta da Teddy Goff, il capo digital della campagna di Obama, “il più innovativo strumento tecnologico” della nuove campagne elettorali.

Zuckerberg e democratici. La stretta connessione tra Facebook e il Partito Democratico Usa è continuata anche nelle ultime elezioni come rivelano in maniera implacabile le mail di John Podesta, il potente capo della campagna elettorale di Hillary Clinton, pubblicate da Wikileaks. È il 2 gennaio del 2016, quando Sheryl Sandberg, Direttore esecutivo di Facebook e di fatto numero due dell’Azienda, scrive a Podesta una mail di augurio di Buon Anno, affermando: “Sono elettrizzata dai progressi che sta facendo Hillary”. È il periodo in cui si stanno completando i preparativi per la designazione alla primarie del Partito democratico che partiranno a febbraio; e la risposta del Capo Staff di Hillary non lascia adito a dubbi: “Non vedo l’ora di lavorare con te per eleggere la prima donna presidente degli Stati Uniti”.

Sheryl Sandberg (oggi una delle dirigenti Facebook al centro dello scandalo) è la donna che Zuckerberg volle fortemente nella sua azienda strappandola nel 2008 al diretto concorrente Google. La manager, da sempre democratica, aveva lavorato nell’amministrazione di Bill Clinton come capo staff di Larry Summers il Segretario del Tesoro, voluto proprio dal marito di Hillary. Il rapporto tra Podesta e la Sandberg è di vecchia data. Nell’agosto del 2015 lei scrive a lui per chiedergli se fosse disposto ad incontrare direttamente Mark Zuckerberg. Il grande capo di Facebook è interessato ad incontrare persone che “lo aiutino a capire come fare la differenza sulle questioni di politica a cui lui tiene maggiormente” e “comprendere le operazioni politiche efficaci per far avanzare gli obiettivi” tematici a cui lui tiene, come “immigrazione, istruzione e ricerca scientifica”. E chi avrebbe potuto farlo meglio del guru della campagna elettorale di colei che erano tutti convinti, sarebbe diventata il successivo presidente degli Stati Uniti?

Conclusione. Lo scandalo Cambridge Analytica che doveva essere l’ennesimo attacco contro Trump e la sua elezione si sta trasformando in un boomerang per Democratici e sopratutto per Facebook; l’azienda è oggi al centro del mirino delle polemiche per un modello di business che si fonda proprio sull’accaparramento e la cessione dei nostri dati di privacy che possiede nel momento in cui noi inseriamo la nostra vita, le nostre immagini, le amicizie e la nostra identità all’interno del social media. Ma la questione è sopratutto politica: quello che oggi è scandalo perché fatto per la campagna elettorale di Trump, fu ritenuta una grande innovazione quando lo fece Obama. Con in più un particolare di non poco conto: che nel caso di Obama, Facebook ne era a conoscenza e consentì la depredazione dei dati degli americani. Forse, all’interno del suo “mea culpa”, è di questo che Zuckerberg e i vertici di Facebook dovrebbero rispondere all’opinione pubblica.

Cambridge Analytica gate: il dito e la luna, scrive Guido Scorza il 21 marzo 2018 su "L'Espresso". Se esisteva ancora qualcuno al mondo che non conosceva Facebook ora lo conosce certamente. Lo scandalo che ha travolto il più popolare social network della storia dell’umanità è, da giorni, sulle prime pagine dei media di tutto il mondo. Il “diavolo” è nudo. Se non è già avvenuto, presto qualcuno titolerà così uno dei tanti feroci j’accuse all’indirizzo di Zuckerberg. Ma si commetterebbe uno dei tanti errori dei quali la narrazione mediatica globale – in alcuni Paesi tra i quali il nostro più che in altri – è piena zeppa. Vale la pena, quindi, di mettere nero su bianco qualche punto fermo in questa vicenda e provare anche a trarne qualche insegnamento senza rischiare di perder tempo a fissare il dito, lasciando correre via la luna. La prima necessaria considerazione è che nessuno ha rubato né a Facebook, né a nessun altro i dati personali dei famosi 50 milioni di utenti. Non in questa vicenda. Quei dati – stando a quanto sin qui noto – sono stati acquisiti direttamente da 270 mila utenti che hanno deliberatamente – per quanto, naturalmente, si possa discutere del livello di reale consapevolezza – scelto di renderli disponibile al produttore di una delle centinaia di migliaia di app che ciclicamente ci offrono la possibilità di velocizzare il processo di attivazione e autenticazione a fronte del nostro “ok” a che utilizzino a tal fine i dati da noi caricati su Facebook e a che – già che ci sono – si “aspirino” una quantità più o meno importante di altri dati dalla nostra vita su Facebook. Basta andare su Facebook, cliccare su “impostazioni” – in alto a destra – e, quindi, su “app” per rendersi conto di quanto ampio, variegato e affollato sia il club dei gestori di app ai quali, dalle origini del nostro ingresso sul social network a oggi abbiamo dato un permesso, probabilmente, in tutto e per tutto analogo se non identico a quello che i 270 mila ignari protagonisti della vicenda hanno, a suo tempo, dato al gestore dell’app “This is Your Digital Life”. E basta cliccare sull’icona di una qualsiasi delle app in questione per avere un elenco, più o meno lungo, delle categorie di dati che, a suo tempo, abbiamo accettato di condividere con il suo fornitore. E’ tutto li, a portata di click, anche se per aver voglia di arrivare a sfogliare le pagine in questione, forse, è stato necessario che scoppiasse uno scandalo planetario perché, altrimenti, nel quotidiano la nostra navigazione su Facebook sarebbe proseguita si altri lidi, come accaduto sino a ieri e, probabilmente, come succederà nelle prossime settimane. La seconda considerazione – direttamente correlata alla prima – è che Facebook non è stata vittima di nessun breach, nessuna violazione dell’apparato di sicurezza che protegge i propri sistemi, nessun attacco informatico di nessun genere. Non in questa vicenda, almeno. Sin qui, quindi, tanto per correggere il tiro rispetto a quello che si legge sulle prime di centinaia di giornali, nessun furto, nessuno scasso, nessun furto con scasso.

E allora? Come ci è finito Facebook sul banco degli imputati del maxi processo più imponente e severo della sua storia?

La risposta è di disarmante semplicità anche se difficile da conciliare con quanto letto e sentito sin qui decine di volte. Facebook viene portato alla sbarra proprio perché non ha subito nessun furto scasso e questa vicenda ha semplicemente confermato – non certo per la prima volta – che la sua attività – che è la stessa di milioni di altre imprese di minor successo in tutto il mondo – è pericolosa ed espone ad un naturale e ineliminabile rischio alcuni tra i diritti più fondamentali degli uomini e dei cittadini. Attenzione, però: espone a un rischio tali diritti ma non li viola. Al massimo, come accaduto nel Cambridge Analytica gate, facilita l’azione di chi tali diritti voglia consapevolmente violare. Ed è esattamente questo che accaduto nella vicenda in questione: una banda di sicari delle libertà – perché ogni definizione diversa non renderebbe giustizia al profilo dei veri protagonisti negativi della vicenda – assoldati da mandanti nemici dell’A,B,C della democrazia ha furbescamente approfittato della debolezza del sistema Facebook a proprio profitto e in danno della privacy e, forse, della libertà di coscienza di milioni di persone.

E’ la debolezza del suo ecosistema la principale colpa di Facebook. L’aver reso possibile una tragedia democratica che – ammesso che le ipotesi possano trovare una conferma scientifica – ha condizionato l’esito delle elezioni negli Stati Uniti d’America e il referendum che ha portata l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea. E guai a dimenticare che sono queste ipotetiche conseguenze ad aver reso una vicenda che in realtà non fa altro che confermare che un uovo sodo ammaccato a una delle due estremità può stare in piedi da solo. Il famoso uovo di Colombo. Perché se la stessa tecnica – egualmente fraudolenta ed egualmente figlia dell’intrinseca debolezza dell’ecosistema Facebook – fosse stata utilizzata, come sarà stata utilizzata milioni di volte, per vendere qualche milione di aspirapolveri, oggi, evidentemente, non saremmo qui a parlarne e non sarebbe accaduto che le Autorità di mezzo mondo si siano messe in fila davanti alla porta di Menlo Park, bussando per chiedere audizioni e ispezioni, rappresentando possibili sanzioni e conseguenze salate. Guai a dire tanto rumore per nulla. E guai anche a suggerire l’assoluzione di Facebook che, tra le sue colpe, ha – ed è forse la più grave – quella di esser stato a conoscenza da anni dei rischi che 50 milioni di propri utenti stavano correndo ma di aver scelto di non informarli. Ma, ad un tempo, se si vuole evitare di lasciarsi trascinare e travolgere dall’onda lunga della sassaiola mediatica val la pena di trovare il coraggio di fissare in mente questa manciata di considerazioni di buon senso prima che di diritto. Anche perché, a condizione di trovare la necessaria serenità di giudizio e una buona dose di obiettività, da questa vicenda c’è, comunque, molto da imparare. Bisogna, però, esser pronti a non far sconti a nessuno, a mettersi in discussione in prima persona e resistere alla tentazione di dare addosso a Facebook con l’approssimazione emotiva che connota la più parte degli attacchi che si leggono in queste ore. In questa prospettiva sul banco degli imputati, accanto a Facebook, dovrebbe salirci un sistema di regole che, evidentemente, ha fallito, ha mancato l’obiettivo e si è rivelato inefficace: è quello a tutela dei consumatori, degli interessati, degli utenti basato sugli obblighi di informazione e sulle dozzine di flag, checkbox e tasti negoziali. Le lenzuolate di informazioni che Facebook – e naturalmente non solo Facebook – da, per legge, ai suoi miliardi di utenti non servono a nulla o, almeno, non sono abbastanza perché questa vicenda dimostra plasticamente che gli utenti cliccano “ok” e tappano flag senza acquisire alcuna consapevolezza sulla portata e sulle conseguenze delle loro scelte. Anzi, a volercela dire tutta, questo arcaico e primitivo sistema regolamentare produce un risultato diametralmente opposto a quello che vorrebbe produrre: anziché tutelare la parte debole del rapporto finisce con il garantire alla parte forte una prova forte e inoppugnabile di aver agito dopo aver informato a norma di legge la parte debole ed aver raccolto il suo consenso.

Così non funziona. E’ urgente cambiare rotta. Basta obblighi di informativa chilometrici e doppi, tripli e quadrupli flag su improbabili check box apposti quasi alla cieca, su schermi sempre più piccoli e mossi, esclusivamente, dalla ferma di volontà di iniziare a usare il prima possibile il servizio di turno. Servono soluzioni più di sostanza. Servono meno parole e più disegni. Servono meno codici e più codice ovvero informazioni capaci di esser lette direttamente dai nostri smartphone e magari tradotte visivamente in indici di rischiosità, attenzione e cautela.

La vicenda in questione è una storia di hackeraggio negoziale. Se si vuole per davvero evitare il rischio che si ripeta è in questa prospettiva che occorre leggerla. E sul banco degli imputati assieme a Facebook dovrebbe, egualmente, salire chi, sin qui, ha sistematicamente e scientificamente ridimensionato il diritto alla privacy fino a bollarlo come un inutile adempimento formale, un ostacolo al business o un freno al progresso. Perché non ci si può ricordare che la privacy è pietra angolare delle nostre democrazie solo quando, violandola, qualcuno – a prescindere dal fatto che riesca o fallisca nell’impresa – si mette in testa di condizionare delle consultazioni elettorali o referendarie. In caso contrario le conseguenze sono quelle che oggi sono sotto gli occhi di tutti: utenti che considerano la loro privacy tanto poco da fare il permesso a chicchessia di fare carne da macello dei propri dati personali, disponendone con una leggerezza con la quale non disporrebbero delle chiavi del loro motorino, della loro auto o del loro portafogli e Autorità di protezione dei dati personali con le armi spuntate e costrette a registrare episodi di questo genere leggendo i giornali quando non i buoi ma i dati personali di decine di milioni di utenti sono ormai lontani dai recinti.

Anche qui bisogna cambiare strada e cambiarla in fretta. E’ urgente tracciare una linea di confine netta, profonda invalicabile tra una porzione del diritto alla protezione dei dati personali che è giusto e indispensabile che resti appannaggio del mercato e una porzione che, invece, meriterebbe di entrare a far parte dei diritti indisponibili dell’uomo come lo sono le parti del corpo umano, sottratta, per legge, al commercio, agli scambi e al mercato a prescindere dalla volontà dei singoli utenti. Ed è urgente investire sulle nostre Autorità di protezione dei dati personali perché non si può, al tempo stesso, scandalizzarsi di episodi come quello della Cambridge Analytica e pretendere che un’Autorità di poche decine di professionisti e finanziata con una percentuale infinitesimale del bilancio dei nostri Stati garantisca protezione, regolamentazione e vigilanza su quello che è ormai diventato il più grande, proficuo e per questo attaccabile mercato globale. Facciamo tesoro di quello che è accaduto. Leggiamo i fatti con obiettività e, soprattutto, facciamo quanto possibile per cambiare rotta perché il problema non è Facebook e, in assenza di correttivi importanti, se anche domani la borsa condannasse Facebook all’estinzione, non avremmo affatto risolto il problema.

Dal Lago: «La disinformazione è diventata un’arma per vincere in politica», scrive Giulia Merlo il 22 Marzo 2018 su "Il Dubbio". «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». Per Alessandro Dal Lago, sociologo e studioso dei fenomeni del web, lo scandalo che ha investito Facebook ha fatto venire alla luce lo sfruttamento illegale di informazioni che, però, già da tempo sono diventate uno strumento politico.

L’inchiesta contro Cambridge Analytica ha aperto il vaso di Pandora del lato oscuro dei social?

«Ha rivelato che i nostri dati, sia pubblici che privati come le reti di amicizia su Facebook, possono essere usate per campagne di profilazione e per la creazione di modelli di utenza. In seguito, questa mole di informazioni può essere usata per campagne di marketing e di propaganda politica. Così, il cittadino della lower class americana esasperato dalla mancanza di lavoro e che odia i vicini di casa neri diventa personaggio medio, utilizzabile come modello per studiare una propaganda mirata. Considerando che i dati analizzati hanno permesso alla Cambridge Analytica di profilare 50 milioni di utenti, si capisce la portata del fenomeno».

E questo quali problemi solleva?

«Da una parte c’è il tema della tutela della privacy e le ipotesi sono due: o Facebook sapeva dell’indebita profilazione e dunque è connivente, oppure non sapeva e questo significa che il sistema è penetrabile. Tutto sommato, questa seconda prospettiva mi sembra la più grave».

I dati sono stati usati per fare campagne politiche.

«Il rilievo politico della vicenda porta in primo piano l’esistenza di società di big data, che puntano a controllare l’opinione pubblica e che fanno parte di un mondo pressochè sconosciuto alla collettività. Basti pensare che, prima di qualche giorno fa, nessuno conosceva Cambridge Analytica, e come questa esistono altre centinaia di società analoghe. Senza complottismi, è evidente come esistano ambienti che, attraverso la consulenza strategica, sono interessati a orientale la politica globale. Altro dato, la presenza nell’inchiesta di Steve Bannon – noto suprematista bianco e stratega di Trump – mostra come la capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione dei dati sul web è più forte nella destra globale che non nella sinistra».

Davvero un post pubblicitario su Facebook è in grado di condizionare l’elettorato fino a questo punto?

«E’ più che normale che sia in grado di farlo. La comunicazione si è evoluta: partiamo dal manifesto elettorale, e penso alla geniale trovata di propaganda anticomunista della Dc del 1948, con il manifesto dei cosacchi che si abbeverano a una fontana davanti a una chiesa. Poi sono arrivati i media generalisti come la televisione e la stampa, in cui la propaganda si faceva attraverso i modelli culturali. Penso alla Rai, in cui si propagandava un modello familiare che indirettamente finiva per legittimare la Dc. Oggi la propaganda è molto cambiata: il web e i social creano un pubblico universale, che accede alla stessa sfera comunicativa. Questo permette ai manipolatori intelligenti di arrivare istantaneamente a un pubblico enorme, influenzandoli a un livello impensabile solo fino a qualche anno fa».

In Italia esistono fenomeni simili di sfruttamento del web?

«La Casaleggio Associati è un esempio di questo. La società gestisce un’enorme rete di pagine Facebook e siti collegati al blog delle Stelle e indirettamente a quello di Beppe Grillo».

E come funziona, praticamente, il meccanismo?

«Le faccio un esempio. Esiste una pagina appartenente a questa galassia che si chiama “Alessandro Di Battista presidente del consiglio”, che contiene messaggi di propaganda in stile mussoliniano del tenore di: «Ringraziamo il guerriero Di Battista, eroe nazionale». Ora, si puo dire che queste parole suonino ridicole, ma bisogna leggerle in chiave social e in base al target degli elettori che si vogliono calamitare: giovani elettori del sud Italia, con una scolarità medio bassa. A questi soggetti si propone una propaganda che da una parte martella sull’odio per la casta e dall’altra propone un eroe nazionale. Considerando che pagine come queste hanno centinaia di migliaia di follower, è facile immaginare gli effetti».

Nulla di tutto questo, però, è illegale.

«Certo che no, però esiste un problema di profonda manipolazione della realtà contro la quale non esistono strumenti di difesa adeguati. Le fake news, infatti, non sono solo le notizie inventate ma per la maggior parte si tratta di manipolazioni di notizie verosimili, che vengono caricate di retorica per diventare virali e, nello stesso tempo, nessuno verifica che si tratta di falsi».

Si può parlare di un modello politico?

«E’ certamente un modello. Politicamente, io credo sia inquietante che i parlamentari del Movimento 5 Stelle abbiano sottoscritto un contratto ridicolo nel quale tuttavia si impegnano a versare 300 euro al mese alla Casaleggio Associati, che non è un partito ma un’azienda privata di comunicazione».

Si può dire che, oggi, vince le elezioni chi sa usare meglio questi strumenti del web?

«Diciamo che i social non sono lo strumento esclusivo, ma sono diventati quello decisivo. Difficile dire quanti milioni di voti abbia spostato la campagna di Cambridge Analytica però, se si pensa alle elezioni americane, anche un milione di voti in più o in meno può garantire l’elezione alla Casa Bianca. Insomma, la propaganda sul web è in grado di spostare le decisioni».

Il web, quindi, condiziona la realtà?

«Il web ne condiziona la percezione, e questo è decisivo. La realtà e i conflitti continuano ad esistere, ma il modo in cui vengono percepiti e il luogo in cui si propongono le soluzioni è deciso dalla propaganda sul web. In questo modo la sfera di comunicazione virtuale decide l’orientamento dei settori critici dell’elettorato. Tornando ai 5 Stelle: il loro sistema di comunicazione prevede di generare un cortocircuito tra l’abile uso delle news sul web e la sistematica disinformazione».

Che ipocrisia indignarsi se le nostre vite sono in vendita, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 22/03/2018, su "Il Giornale". Ma siamo sicuri che quello di Cambridge Analytica sia uno scandalo con la esse maiuscola? È davvero una notizia sconvolgente o è una notizia di dieci anni fa? Ricapitoliamo: molti di noi, dal 2007, quotidianamente passano ore a caricare foto, scrivere post, fare giochi, installare app e seminare like su Facebook. Cosa stiamo facendo in quel determinato momento? Stiamo perdendo tempo, dice qualcuno. Ci stiamo divertendo e stiamo socializzando, dice qualcun altro. Stiamo cedendo una mole incredibile di dati sulla nostra vita, dice Mark Zuckerberg. E lo dice chiaramente. Perché vendere, ovviamente in modo anonimo, le nostre informazioni - che poi sono i nostri gusti, i nostri hobby, i luoghi che amiamo o la marca del nostro dentifricio preferito - è la ragione sociale di Facebook. È il suo business, il suo mestiere. Cadere dalle nuvole è surreale, è come stupirsi che un calzolaio lustri le scarpe. Vi siete mai chiesti come ha fatto una matricola di Harvard a racimolare un patrimonio da 70 miliardi di euro? Coi vostri status, le foto dei vostri gatti e i vostri «mi piace». E noi tutti, iscrivendoci al social network, abbiamo accettato, più o meno consapevolmente, questo mercimonio. Ti diamo un po' di noi in cambio di quindici like di notorietà, abbiamo barattato la nostra privacy con una vetrina dalla quale poterci esporre al mondo virtuale. Dunque qual è il problema? Il problema è che in questo caso un'azienda terza ha utilizzato le «nostre» informazioni all'insaputa di Facebook. Grave, certo. Ma nulla di particolarmente sconvolgente. Un traffico che, abbiamo ragione di immaginare, accade molto spesso per scopi commerciali. Il problema è che l'opinione pubblica è disposta ad accettare di vedere comparire sulla propria bacheca la pubblicità della propria maionese preferita, ma se entra in ballo la politica la questione cambia. Se poi, come in questo caso, entrano in ballo la Brexit e gli impresentabili Trump e Bannon allora la faccenda precipita. Possibile che le anime belle della Silicon valley, quelli che per mesi ci hanno detto che Trump era un pazzo scatenato, lo abbiano lasciato giocherellare coi nostri dati? Sì, perché pecunia non olet. Nemmeno per i nerd di San Francisco. E, per loro, la nostra opinione politica è un dato come un altro, masticato e sputato dagli algoritmi per poi essere rivenduto. È l'era dei big data e della data economy. Che prima piacevano tanto agli intelligentoni à la page, ma che ora, sembra andargli di traverso. Ma è anche l'era della data politics. E, al netto delle ripercussioni giudiziarie che ci saranno su questo caso, le campagne elettorali si sposteranno sempre di più sulla profilazione degli utenti del web e sulla psicometria. Così sui nostri social, accanto alla pubblicità delle nostre cravatte preferite, compariranno anche informazioni e annunci politici. È manipolazione? No, è solo un'altra forma di marketing. Elettore avvisato...

Come si manipola l’informazione: il libro che ti farà capire tutto, scrive Marcello Foa il 17 marzo 2018 su "Il Giornale". Ci siamo: il mio saggio “Gli stregoni della notizia. Atto secondo”, pubblicato da Guerini e Associati, è in libreria da quattro giorni e i riscontri sono davvero incoraggianti, sia sui media (ne hanno parlato con ampio risalto il Corriere del Ticino, La Verità, il Giornale, Libero, Dagospia), sia da parte dei lettori. Alcuni mi hanno scritto: ma cosa c’è di nuovo rispetto alla prima edizione del 2006? C’è molto: le tecniche usate dai governi per orientare e manipolare i media, che descrissi 12 anni fa, sono valide ancora oggi e vengono applicate ancor più intensamente, per questo le ripropongo anche in questo secondo atto ma attualizzate, ampliate e, nella seconda parte del libro, arricchite da capitoli completamente nuovi, che permetteranno al lettore di entrare in una nuova dimensione: quella, sofisticatissima ma indispensabile per capire le dinamiche odierne, dell’informazione quale strumento essenziale delle cosiddette guerre asimmetriche, che vengono combattute senza il ricorso agli eserciti ma i cui effetti sono altrettanto poderosi e che raramente vengono spiegate dai media. Attenzione: non riguardano solo il Vicino Oriente o l’Ucraina, ma anche le nostre democrazie, molto più esposte di quanto si immagini. Non mi dilungo, ovviamente.   Sappiate che in questo saggio approfondisco l’uso (e l’abuso) del concetto di frame dimostrando come sia stato impiegato per “vendere” al popolo l’euro e impedire per anni un dibattito oggettivo sugli effetti della moneta unica o per costruire il mito del salvataggio della Grecia e quello dell’autorazzismo nei confronti della Germania. Ne “Gli stregoni della notizia. Atto secondo” riprendo alcuni documenti governativi, noti solo agli specialisti, sull’impressionante influenza del Pentagono su film e produzioni di  Hollywood, spiego il ruolo opaco degli spin doctor e delle società di PR negli allarmi sanitari (dalla Mucca Pazza all’influenza suina, da Ebola a Zika) e quale ruolo hanno avuto le Ong e le loro sorelle maggiori (le quango ovvero le Ong quasi autonome, sconosciute ai più) nelle rivoluzioni colorate e nelle operazioni di destabilizzazione di Paesi, che un tempo erano opera  esclusiva dei servizi segreti. Accendo un faro sugli aspetti poco noti dell’ascesa di Macron, sull’altro volto di Obama, dedico molte pagine all’Italia, in particolare spiegando le tecniche di spin che sono state decisive nell’ascesa e nella caduta di Matteo Renzi e denuncio le ipocrisie sulle fake news, dimostrando come servano a rendere l’informazione non più trasparente ma più docile e, possibilmente, sottoposte a censura. E’ un libro che ho scritto a cuore aperto, documentatissimo, rivolto a lettori che hanno voglia di capire e di scavare oltre le apparenze, come Giorgio Gandola, che lo ha recensito su La verità, ha capito perfettamente. Spero, di cuore, che vi piaccia. Ne parlo anche nella bella intervista che mi ha fatto Claudio Messora per Byoblu e che trovate qui sotto. Vi lascio ricordandovi la presentazione che si svolgerà lunedì 19 a Milano, alla libreria Hoepli, ore 17.30 con Nicola Porro e lo stesso Gandola. Altre seguiranno in diverse città italiane. Grazie a tutti voi e, naturalmente, buona lettura!

Ecco come lavorano i persuasori (non) occulti al servizio dei governi. Gli spin doctor sfruttano le convinzioni diffuse fra il pubblico. E agitano lo spettro complottista, scrive Marcello Foa, Giovedì 15/03/2018, su "Il Giornale". Le insidie che avevo individuato nel 2006, preconizzandone le derive si sono, purtroppo, puntualmente verificate. Allora scrivevo che il fatto che i giornalisti non conoscessero le tecniche per orientare e all'occorrenza manipolare i media, avrebbe non solo reso molto più fragili le nostre democrazie, generando un sentimento di crescente sfiducia verso la classe politica, ma anche danneggiato la credibilità dell'informazione. È il mondo in cui viviamo oggi. Quelle tecniche, come allora, restano ampiamente sconosciute ai media e, naturalmente, al grande pubblico. Eppure comprenderle è indispensabile se si vuole cercare di decodificare l'attualità senza limitarsi all'apparenza, come dovrebbe fare ogni giornalista e come dovrebbe esigere ogni lettore. Certo, il mondo mediatico nel frattempo è cambiato. Un tempo la cosiddetta grande stampa aveva il monopolio dell'informazione, oggi non più e subisce la concorrenza, a mio giudizio salutare, dei siti e dei blog di informazione alternativi. Oggi il mass media è sostituito dal personal media che ognuno si costruisce attraverso la propria rete sui social. Oggi si guarda meno la tv e si passa molto più tempo a «chattare» su Whatsapp, a pubblicare foto e a tessere relazioni su Instagram. Oggi, naturalmente, la diffusione di notizie false è ancora più facile benché, come vedremo, non sia affatto una prerogativa della nostra epoca. Ma gli spin doctor sono ancora tra noi, più influenti, più informati, più pervasivi che mai. E non hanno modificato il loro obiettivo, che resta quello di condizionare noi giornalisti e, in fondo, te, caro lettore; con la decisiva complicità del mondo politico. Lo spin doctor non ha bisogno di contare sul controllo dei media, perché sa che per orientare i giornalisti è sufficiente conoscere le loro logiche. E da buon persuasore è convinto che la propaganda sia davvero efficace solo quando non è facilmente riconoscibile. Infatti opera avvalendosi di:

- una comprensione perfetta dei meccanismi che regolano il ciclo delle informazioni;

- il ricorso a sofisticate tecniche psicologiche, che gli consentono di condizionare le masse.

Tra queste ultime il concetto più importante in assoluto è quello del frame, che è stato elaborato dal linguista americano George Lakoff, il quale sostiene che ognuno di noi ragiona per cornici di riferimento costituite da una serie di immagini o di giudizi o di conoscenze di altro tipo (culturali, identitarie). Ogni giorno noi elaboriamo continuamente, senza esserne consapevoli, dei frame valoriali, che possono essere effimeri o profondi se associati, su temi importanti, a una forte emozione e ai nostri valori più radicati. La nostra visione della realtà e il nostro modo di pensare ne risultano condizionati, perché una volta impressa una larga, solida cornice, il nostro cervello tenderà a giudicare la realtà attraverso questi parametri. Tutte le notizie coerenti con il frame saranno recepite ed enfatizzate facilmente dalla nostra mente, rinforzando la nostra convinzione. Al contrario, tutte quelle distoniche tenderanno a essere relativizzate o scartate come assurde e, nei casi più estremi, irrazionali, folli o stupide. Alla nostra mente non piacciono le contraddizioni e questo spiega perché per un militante di destra gli scandali che colpiscono politici di sinistra sono percepiti come gravissimi e veritieri, mentre quelli che colpiscono la propria parte derubricati come delegittimati, irrisori o faziosi. E naturalmente viceversa. Un abile spin doctor riesce, calibrando le parole, a indirizzare l'opinione pubblica nella direzione voluta. La tecnica del frame viene usata non solo per forgiare un giudizio su notizie contingenti, ma anche per stabilire nell'opinione pubblica dei valori di fondo e dunque il confine tra politicamente corretto e politicamente scorretto; tra ciò che è conveniente o non conveniente dire su un argomento; tra ciò che l'opinione pubblica «moderata» deve considerare ragionevole o deve respingere come scandaloso, ponendo di fatto le premesse per screditare le opinioni che travalicano quel confine invisibile e che possono pertanto, all'occorrenza, essere etichettate come estremiste, complottiste o fasciste.

A proposito di cospirazionismo, sapevate che il termine fu inventato dalla Cia ai tempi dell'omicidio Kennedy per screditare le tesi di coloro che contestavano la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren? Lo spiega il professor Lance Dehaven-Smith, osservando come gli effetti di quell'operazione, circostanziati nel dispaccio 1035-960, sorpresero persino i vertici di Langley. Da allora è diventato un metodo: quando vuoi screditare qualcuno lo accusi di essere complottista. Facendo così ottieni due scopi: screditi le sue tesi agli occhi della massa e lo costringi ad assumere un atteggiamento difensivo, ovvero a dimostrare di non essere cospirazionista e dunque, sovente, a moderare i toni delle sue denunce, pena l'autoghettizzazione. Che poi le sue accuse siano plausibili o fondate diventa inevitabilmente secondario; anzi, colpendo l'autorevolezza di chi critica, delegittimi in toto le sue idee. E se costui persiste lo fai apparire sacrilego. Impedisci che anche sulle critiche fondate si apra una vera riflessione pubblica. Una volta stabilito, il frame resiste nel tempo e può essere scacciato solo da un altro equivalente che abbia pari o superiore legittimità. Un esempio? La fine politica di Antonio Di Pietro. Come ricorderete a screditarlo fu un'inchiesta di «Report» sul suo (presunto) impero immobiliare, accumulato approfittando anche dei fondi del partito. Quelle accuse non erano nuove, poiché erano già state formulate da alcuni giornali come il Giornale e Libero, ma non avevano scalfito l'immagine dell'ex pm rispetto al suo elettorato, perché ritenute faziose e dunque almeno parzialmente false. Quando però sono state avanzate da Milena Gabanelli, dunque da una fonte autorevole e super partes, il leader dell'Italia dei Valori è stato travolto. Ovvero il frame Gabanelli ha scacciato il frame Di Pietro sul terreno su cui entrambi si erano costruiti la reputazione, quello dell'onestà.

Politici e giornalisti: storia di schiaffoni insulti e picconi… Dai “pennivendoli” di La Malfa alle “puttante” per le “iene dattilografe” di D’Alema, scrive Francesco Damato il 15 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Non per difendere i grillini, per carità, ma solo per sbertucciare la loro presunta rivoluzione anche nei rapporti con i giornalisti e, più in generale, col mondo dell’informazione, vorrei ricordare che a darci dei “pennivendoli”, senza aspettare il loro arrivo, che certamente non poteva neppure immaginare, fu Ugo La Malfa dal palco di un congresso del suo partito: il Pri. Che fu per molti anni, a dispetto della sua consistenza elettorale, l’ago della bilancia di governi e maggioranze. «Pennivendoli e anche miserabbili», con la doppia b, ci gridò addosso il segretario del Pri reagendo agli attacchi, ma anche alle ironie, che si era guadagnato destituendo in tronco il collegio dei probiviri della formazione dell’edera presieduto da Pasquale Curatola. Esso aveva predisposto un documento critico sugli esponenti siciliani di cui più si fidava il sicilianissimo La Malfa, a cominciare da Aristide Gunnella. Poco mancò che lo stesso La Malfa nel 1975, vice presidente del Consiglio in un bicolore Dc-Pri guidato da Aldo Moro, non mi schiaffeggiasse nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio per avere rivelato sul Giornale diretto dal comune amico Indro Montanelli un suo incontro riservato con i corrispondenti dei giornali esteri a Roma. In quella occasione egli aveva espresso la convinzione che fosse «ineluttabile» il cosiddetto compromesso storico fra democristiani e comunisti, poi realizzatosi nella versione ridotta di un monocolore scudocrociato sostenuto esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer. Nella foga della protesta La Malfa arrivò a minacciare un intervento su Montanelli perché fossi licenziato, e «in tronco». A Montanelli invece egli telefonò il giorno dopo per scusarsi dello scontro avuto con me. Altri anni, altri uomini. Di schiaffi invece ne sono volati davvero nella buvette e nei corridoi di Montecitorio fra deputati e giornalisti. Memorabili, a loro modo, furono quelli scambiati fra il braccio destro di Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, e Guido Quaranta, ora fra i più anziani dell’associazione della stampa parlamentare. Lui stesso li ha evocati in una delle quindici interviste di testimonianza degli ultimi settant’anni e più di politica raccolte da Giorgio Giovannetti per i Passi perduti- Storie dal Transatlantico, freschi di stampa per i Quaderni delle Istituzioni della Repubblica, editi da G. Giappichelli. È un libro decisamente e meritoriamente controcorrente rispetto alla rottamazione del Parlamento prevista, o auspicata, dai grillini a vantaggio della democrazia “digitale”. Grazie alla quale Montecitorio e Palazzo Madama potrebbero diventare musei o alberghi, secondo i gusti o le convenienze, potendo i cittadini provvedere da casa, usando il computer, a fare leggi e a far nascere e morire i governi. Di quegli schiaffi a Quaranta, chiamato per la sua impertinenza “la supposta” da Alfredo Covelli, penso che Evangelisti fosse stato poi costretto a scusarsi con Andreotti. Al quale il mio amico Guido stava simpatico per quell’abitudine che aveva di tallonare i politici con un blocchetto di carta in mano. «Che fai? Mi vuoi multare?», gli chiedeva sornione proprio Andreotti nei suoi panni di turno di ministro, o capogruppo democristiano della Camera, o presidente del Consiglio. Non ebbe il tempo invece di reagire ad uno schiaffo di Luigi Barzini, fresco di elezione a deputato liberale, il vecchio giornalista della Stampa Vittorio Statera, rimasto basito per l’affronto e costretto a raccogliere davanti alla porta dei gabinetti gli occhiali saltatigli dal naso. Erano stati decisamente migliori i metodi usati contro lo stesso Statera da Alcide De Gasperi. Che, infastidito pure lui per l’insistenza con la quale il giornalista del quotidiano torinese cercava di sondarne progetti e opinioni, gli chiese una volta, davanti alla porta del suo ufficio di presidente del Consiglio, allora al Viminale: «Ma perché mi interroga sempre come un commissario di Polizia?». E l’indimenticabile Aniello Coppola, dell’Unità, profittò subito della circostanza per chiedere a De Gasperi, che aveva appena scaricato i comunisti dal governo: «E’ una critica alla Polizia?». Sempre per La Stampa, toccò nel 1971 a Vittorio Gorresio scontrarsi, o subire l’assalto del presidente del Senato Amintore Fanfani. Che, non avendo gradito le cronache e i commenti del giornale torinese alla sua corsa al Quirinale, sviluppatasi in una serie di votazioni infruttuose per l’ostinazione di una parte dei deputati del suo partito, la Dc, a contrastarne la candidatura, apostrofò il pur anziano e autorevole giornalista nella buvette dandogli praticamente del servo di Gianni Agnelli. Che lesse dell’incidente sulla Stampa il giorno dopo, avendo Gorresio riferito puntualmente dell’accaduto. Ciò forse contribuì a suo modo al naufragio della già compromessa avventura dell’aretino. Nella votazione successiva a quell’episodio uno dei “franchi tiratori” della Dc si divertì a scrivere sulla scheda, dichiarata nulla sul banco della presidenza di Montecitorio da Sandro Pertini che l’aveva appena letta in silenzio: «Nano maledetto, non sarai mai eletto». Celebre è rimasto nella storia settantennale del Parlamento repubblicano anche lo schiaffo del solitamente impeccabile Alfredo Pazzaglia al giovane cronista politico del Giornale Antonio Tajani – sì, proprio lui, l’attuale presidente del Parlamento Europeoche ne aveva scritto come di un pericolante capogruppo missino della Camera. E, ciò nonostante, impegnato dietro le quinte a fare le scarpe al segretario del partito Giorgio Almirante. Dal quale Pazzaglia aveva peraltro appena ricevuto una telefonata di amichevole solidarietà, apprendendo così dell’articolo che non aveva ancora visto. «Mi è sfuggita la mano sinistra», si scusò poi Pazzaglia col vice presidente della Camera Alfredo Biondi, liberale, accorso in transatlantico per difendere Tajani e precedere le prevedibili proteste dell’associazione della stampa parlamentare. Cui seguì la deplorazione della severa presidente dell’assemblea Nilde Iotti. Che veniva da noi chiamata, con spirito più deferente che critico, “la zarina di Montecitorio”, e della quale è in alcuni tratti davvero toccante il racconto, anzi il ritratto umano, oltre che politico, fattone nei “Passi perduti” di Giorgio Giovannetti dal più stretto e fidato dei suoi collaboratori: Giorgio Frasca Polara. Anche al solitamente pacioso Paolo Cirino Pomicino, al netto della simpatica vivacità napoletana, toccò una volta di derogare dalla linea prudente del suo amico e capocorrente Andreotti in tema di rapporti con i giornali. Gli capitò da ministro del Bilancio di precedere di parecchi anni la rivolta dei grillini contro gli editori “impuri”, che usano i giornali di loro proprietà per difendere attività di tutt’altro segno. In particolare, Pomicino disse che i giornali italiani erano in mano a «poche famiglie» e che «prima o poi bisognerà occuparsene»: cosa, appunto, che si è appena proposto di fare il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per vendicare l’appena assolta sindaca di Roma Virginia Raggi dall’accusa di falso. Come se fossero stati i giornalisti a rinviarla a giudizio soccombendo col risultato di primo grado. Così Di Maio, iscritto peraltro all’Ordine dei Giornalisti della Campania nell’elenco dei pubblicisti, ha tenuto il passo con l’amico e concorrente Alessandro Di Battista, stanco di viaggiare alla Che Guevara e smanioso di buttarsi nella mischia in Italia sotto le cinque stelle. È suo, dal lontano Nicaragua, il paragone fra giornalisti e «puttane», con tanto di scuse a quest’ultime. Non parliamo, tornando indietro con gli anni, delle picconate della buonanima di Francesco Cossiga, quando era presidente della Repubblica, contro l’omonima Repubblica di carta e il suo editore Carlo De Benedetti, da lui trattato peggio che da Bettino Craxi. I cui rapporti con i giornalisti e gli intellettuali dei «miei stivali», come scappò una volta di dire al leader socialista, raggiunsero picchi memorabili, fra le proteste di Sandro Pertini al Quirinale. Che con i giornali e i giornalisti aveva rapporti eccellenti, anche se ogni tanto, in verità, strapazzava gli uni e gli altri con telefonate di protesta per qualche torto che riteneva di avere ricevuto. Che dire poi delle «iene dattilografe» gridate da Massimo D’Alema contro i colleghi giornalisti che non ne apprezzavano doti e sarcasmo? O del sospetto una volta espresso dal mitico direttore del Tg 3 Alessandro Curzi che il compagno di partito Claudio Petruccioli volesse fargli la festa alla Rai? Ebbene, pur in presenza di reazioni a dir poco vivaci, nessuno fu davvero colto in quei tempi e frangenti da preoccupazioni vere per le sorti della libertà di stampa, presidio di una vera democrazia, come ha appena ricordato o ammonito Sergio Mattarella, evidentemente colpito pure lui dalla veemenza e dalla frequenza degli attacchi dei grillini a giornali e giornalisti non allineati, o non sufficientemente allineati, tanto da potersi risparmiare il rimprovero appena rivolto in una intervista al Foglio dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli a quanti cedono il microfono al grillino di turno senza mai interromperlo con una domanda scomoda. O si mettono disciplinatamente in coda nella fila della lottizzazione di turno. De Bortoli perse peraltro la direzione del Corriere dando del «maleducato di talento» all’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.

Evidentemente ora il clima politico, e sociale, è davvero cambiato. E si ha paura di quello che era impensabile pur dietro o davanti agli schiaffi e quant’altro, dopo l’avventura irripetibile di un giornalista – Benito Mussolini- che aveva eliminato la libertà di stampa in Italia. 

"Pertini il più irascibile, ma Craxi e D'Alema..." I big della nostra politica visti da Quaranta. Da Moro a Leone, mezzo secolo passato a descrivere i leader della Repubblica. Parla Guido Quaranta, giornalista inventore del retroscena e ora novantenne. Che sui nomi di oggi chiosa: «Di Maio? Figurino da Rinascente. Renzi spietato e Meloni una Le Pen Cacio e Pepe», scrive Marco Damilano il 19 giugno 2017 su "L'Espresso". In un’epoca di giornalismo paludato si è inventato un genere che non esisteva prima: il retroscena della politica, il dietro le quinte di quel palcoscenico su cui si recita la comédie della politica tra primattori, spalle, comparse, guitti, il fattore umano. I potenti in mutande («Accompagnai Cossiga dal fisioterapista») raccontati con perfidia e con comprensione per debolezze, vanità, cadute. Guido Quaranta ha compiuto novant’anni il 18 giugno e cura “Banana Republic”, la sua rubrica per L’Espresso. È uno dei maestri del mestiere, ma meglio non dirglielo. «Va bene, chiacchieriamo, ma a una condizione: non mi chiedere analisi; mai fatta una in vita mia. Non mi sono mai sentito un grande giornalista, ho sempre fatto il cronista...».

Rinuncio a definirti, allora. Pensaci tu.

«Resocontista parlamentare, con Paese Sera, dal 1959, per dieci anni. Poi informatore dal Palazzo, con Panorama e dal 1978 con L’Espresso. Qualcuno diceva: spione. Il monarchico Alfredo Covelli mi chiamava “la supposta”. Sono stato ministro: ho firmato per qualche mese una rubrica con lo pseudonimo Minister. Organizzatore di eventi: ho fatto cantare gli onorevoli davanti alle telecamere e ho convinto Vittorio Sgarbi a denudarsi per una copertina. Candidato alla presidenza della Repubblica. Stefano Rodotà che presiedeva lesse per due volte il mio nome nell’aula di Montecitorio durante le votazioni del 1992. La prima volta ci fu un brusio generale, la seconda una risata».

Ora te li ritrovi anche in casa di giorno e di notte, ma all’epoca i politici erano inavvicinabili.

«Io li andavo a cercare fuori dal Palazzo. Aspettavo Giulio Andreotti alle 6 e 30 del mattino al portone del suo studio, davanti a Montecitorio, con il taccuino in mano. “Che fai, sembri un pizzardone: mi vuoi fare la contravvenzione?”, mi prese in giro la prima volta. Mi raccontò che non era vero che fosse così imperturbabile. “Anch’io ogni tanto perdo qualche colpo”, mi disse. “Al Senato durante un dibattito le sinistre lanciavano contro i banchi del governo libri, carte, aste dei microfoni. Io vidi un cestino di vimini per i rifiuti e per proteggermi me lo misi in testa”. Il massimo della scompostezza, per lui».

A differenza di un altro capo della Dc, Amintore Fanfani.

«Avevo scritto di un suo giro in Italia, definendolo misterioso. E mi presentai al Senato per strappargli qualche notizia. Quando mi vide restò pietrificato, poi cominciò a urlare: “Lei osa venire qui, al mio cospetto?”. Mi disse di seguirlo in ascensore. Nella sua stanza da presidente del Senato mi fece una sfuriata: “Io la mando in galera!”. Aveva la bava alla bocca. All’improvviso si calmò e mi spiegò il motivo del viaggio. Gli feci una domanda, poi un’altra ancora e mi misi a scrivere. Alla fine mi chiese: “Lei ha mai visto un mio quadro?”. E ordinò a un commesso di portarne uno: una barchetta verde, con la vela gialla, in mezzo al mare blu. Io dissi che era bellissimo, con toni un po’ eccessivi, e lui lo fece incartare. L’ho portato nella casa in campagna, nella camera da letto».

Con Aldo Moro hai fatto una storica intervista.

«In Transatlantico non parlava con nessuno. Scoprii la chiesa dove andava ogni mattina e gli chiesi un’intervista. Mi promise un appuntamento e qualche tempo dopo mi disse di andarlo a trovare a Terracina, sul litorale laziale. Camminava vestito in giacca, cravatta e soprabito sotto braccio tra i passanti in costume; mi raccontò che faceva pochi bagni e che durante le vacanze aveva visto al cinema due volte “Un uomo da marciapiede”. Poi rispose alle mie domande. Mi voleva bene. Una mattina due carabinieri bussarono alla porta di casa chiedendo le mie generalità. Temevo che volessero arrestarmi. Invece mi consegnarono la nomina a commendatore della Repubblica firmata da Moro».

I più irascibili?

«Sandro Pertini. Scrissi che aspirava a essere rieletto al Quirinale e mi gridò tre volte: “serva!” davanti a tutti, alla Camera. Bettino Craxi: “Devi ringraziare il cielo che non sono diventato presidente del Consiglio”, mi disse minaccioso nel 1979, dopo aver rinunciato all’incarico. Quando riuscì ad arrivare a Palazzo Chigi per L’Espresso gli strappai un colloquio dove attaccava i giornalisti e la stampa a suo dire ostile: “Sto per rompermi i coglioni”. Scrissi tutto e successe un putiferio. Massimo D’Alema si offese perché avevo scritto del suo carattere difficile e mi rivolse una cattiva espressione che non ricordo».

I più permalosi?

«Il presidente Giovanni Leone. Lo seguii nelle sue visite all’estero e scrissi delle sue gaffe. A Tbilisi, in Georgia, si mise a dirigere un coro che in suo onore aveva intonato “Funiculì Funiculà”. In Iran, a Persepoli, di fronte alla tomba di Ciro il Grande, esclamò: “Anche a Napoli abbiamo il nostro Ciro, Ciro a Mergellina”. Quando mi incontrò mi disse: “Ecco l’ambasciatore delle male parole”. Franco Evangelisti, il braccio destro di Andreotti, sottosegretario e ministro. Mi affrontò alla buvette: “Mi hai chiamato Tigellino e hai scritto che ghigno” e mi diede tre schiaffi. Io lo aspettai di fuori, nell’androne della Camera. Lui mi venne incontro, forse voleva scusarsi, ma non gli diedi il tempo perché gli restituii i ceffoni. Ci fu un parapiglia, ci divise Carlo Donat Cattin, per mettere pace intervenne il presidente della Camera».

Una volta hai catalogato i giornalisti che scrivono di politica.

«Li ho divisi in tonni, quelli che si muovono in branco e sono innocui. I pesci azzurri, gli squaletti da passeggio che si limitano a qualche morso indolore. E gli squali, che addentano senza timore. I tonni sono sempre stati numerosi. Oggi forse più di ieri».

Come sono cambiati i rapporti tra giornalisti e politici?

«Allora c’era un’informazione molto paludata. Veline e comunicati ufficiali. I retroscena non esistevano, i politici si infuriavano perché non erano abituati a veder pubblicato ciò che doveva restare riservato. Non mi hanno mai chiamato bugiardo; si arrabbiavano perché scrivevo cose che non dovevano uscire, ma mai cose false. Oggi invece mi sembra che i retroscena siano dettati dai politici, sui giornali finiscono le frasi che loro hanno interesse a far uscire, per scambiarsi qualche messaggio in codice».

Oggi si sa tutto, c’è la trasparenza, le riunioni si fanno in streaming.

«Non è vero, non è cambiato nulla. Mi è capitato di travestirmi per captare qualche riunione segreta. Una volta chiusero un armadio in cui mi ero infilato per ascoltare un vertice del Psiup e rischiai di morire soffocato. A una riunione della Dc alla Camera io e Augusto Minzolini ci infilammo il grembiule nero degli inservienti e ci mettemmo a pulire le finestre. Dopo un po’ fummo individuati e buttati fuori».

È cambiato, forse, che la politica si fa in tv.

«Nel 1983 Enzo Tortora mi chiese di arruolare i politici per il suo nuovo programma, “Cipria”. Dovevo convincerli a cantare davanti alle telecamere per la rubrica “L’ugola del Palazzo”. In molti mi dissero di no: Alessandro Natta si offese, Craxi mi buttò giù il telefono, Andreotti mi disse che aveva la raucedine. Altri abboccarono: il segretario del Pri Oddo Biasini cantò “Signorinella”; il dc Claudio Vitalone “Tu non mi lascerai mai” sul balcone di casa, mano nella mano con la moglie; il missino Tommaso Staiti di Cuddia intonò “Nel blu dipinto di blu” gettandosi con un paracadute da un bimotore. Il meglio lo diede il dc Calogero Mannino, che si esibì sulla “Turandot” e steccò sul “Vincerò”. Per la messa in onda aveva invitato a casa sua parenti e autorità e ci restò male».

Che tenerezza! Dopo abbiamo visto di tutto: chi cucina il risotto, chi gioca a ping pong, chi si butta in testa un secchio di acqua gelida...

«In tv i politici si considerano indispensabili e parlano di tutto. Maurizio Gasparri e Andrea Romano entrano negli studi tv fin dal mattino presto, con la donna delle pulizie, e parlano di Trump e delle buche di Roma con uguale autorevolezza. Una compagnia di giro».

Li racconti per L’Espresso nella rubrica "Banana Republic". Che ti sembrano i nuovi leader?

«Renzi è politicamente spietato: un uomo indifferente, basta vedere come stringe sbadatamente le mani. Di Maio? Un figurino della Rinascente. Salvini ha la faccia familiare di un commensale del vagone ristorante. Bersani sembra lo zio di un film di Pupi Avati. Giorgia Meloni è una Le Pen a cacio e pepe...».

Non salvi nessuno?

«Mi piace Mario Monti: una persona seria che ha salvato l’Italia. E uno come Mario Draghi. Quelli che non ti prendono in giro».

Tra i tuoi direttori chi ricordi con piacere?

«Livio Zanetti. Che mi assunse all’Espresso. E Claudio Rinaldi: nessuno sapeva annusare i pezzi come lui. Nel 1993 vide una foto di Luciano Benetton nudo per una pubblicità e decise di ripetere la copertina con un politico. Mi urlò: “Portami Sgarbi!”. Alla fine Vittorio accettò, interamente nudo fronte e retro, con lo slogan. “Meglio di tanti altri ben vestiti ma scandalosi”. Era l’anno di Tangentopoli. Ci costò quindici milioni di lire».

Oggi la politica si è rivestita? O è ancora nuda?

«La politica è sempre la stessa: insulti, baruffe, riappacificazioni finte. Di nuovo ci sono i trolley che scorrono sui pavimenti di marmo di Montecitorio, quando i deputati tornano a casa».

Quando Enrico Berlinguer sorrideva alla Camera: il racconto di un grande cronista. L’aplomb di Togliatti. Gli zoccoli della Bonino. I congiuntivi di Bossi. Le stagioni di Montecitorio viste da un giornalista in prima fila. «Ricordo l’abilità dialettica di Saragat e quella calma di Moro, che ti parlava come a un paziente. A porre fine all’era dell’abito scuro fu Oscar Mammì, con un maglioncino.  Poi arrivarono i jeans. E infine Cicciolina», scrive Guido Quaranta il 09 novembre 2018 su "L'Espresso". Quando, un pomeriggio della primavera del 1959, mi sporsi per la prima volta dal parapetto della tribuna della stampa, affacciata sull’aula affollata della Camera dei deputati, mi colpì soprattutto l’immagine di due personaggi. La prima era quella di un signore tozzo, dalle tempie imbiancate, le orecchie a sventola e un naso a becco così prominente da sembrare posticcio. Appollaiato lassù, su quell’alto scranno, in un ampio salone illuminato a giorno, assistito da commessi in divisa e al cospetto di centinaia di persone sedute nei loro banchi disposti ad anfiteatro, pareva quasi una divinità: era il presidente Giovanni Leone, un notabile democristiano di lungo corso e di mezza età. L’altro personaggio era una signora dai capelli grigi e l’aria un po’ arcigna, in piedi nel settore di sinistra: era la famosa deputata socialista Lina Merlin, di cui allora si parlava molto perché, l’anno prima, era riuscita a imporre la chiusura delle case di tolleranza nel Paese. Da quel pomeriggio della primavera del ’59 sono stati molti i primattori, le primedonne, i comprimari e le comparse della politica che ho potuto vedere da vicino e che ho ascoltato da quella privilegiata veranda di Montecitorio riservata ai cronisti come me e che ho frequentato per parecchi anni della prima Repubblica. Eh sì, da Almirante a Berlusconi, passando per Nilde Iotti, sono stati proprio tanti. Ricordo che Palmiro Togliatti, il capo del Pci, aveva uno sguardo severo e l’oratoria elegante: di solito compariva nell’emiciclo quando era prevista una votazione delicata e importante o se doveva pronunciare un discorso. Il segretario socialista Pietro Nenni, il volto solcato da mille rughe sottili, era un parlatore impetuoso: con la sua foga tribunizia trascinava sempre l’assemblea. Il leader dei liberali, Giovanni Malagodi, perennemente in doppiopetto blu, aveva, invece, il tono secco e uniforme dell’amministratore delegato che illustra la relazione di bilancio ai soci: quando interveniva non faceva quasi mai una pausa. E il repubblicano Ugo La Malfa, infine, era talmente preso dal suo amour fou per la politica che, quando ne discuteva nei dibattiti, si scuoteva tutto, agitando testa, torso, spalle, braccia e gambe. Non dimenticherò l’aspetto massiccio e incombente del socialista Riccardo Lombardi che improvvisava i suoi aspri, frequenti, astrusi e torrenziali discorsi lì per lì, senza badare al foglietto di appunti che lasciava regolarmente riposto sulla tavoletta del suo seggio; come rammento, altrettanto nitidamente, gli interventi asciutti, rari e meditati dello scrittore Leonardo Sciascia, un deputato molto riservato del partito radicale: una volta, durante un’ accesa ed estenuante discussione sul terrorismo, si limitò a parlare soltanto per nove minuti. Diversi onorevoli erano colti e preparati. Uno di loro, per esempio, era Giuseppe Saragat, leader dei socialdemocratici, che entrava nell’aula della Camera sempre con il Times e il Figaro sotto il braccio: più che un grande tribuno, era un abile argomentatore. Un altro è stato il segretario comunista Enrico Berlinguer: aveva un sorriso luminoso e triste, la voce assai pacata e lievemente rauca per le molte sigarette che fumava; e pure lui giungeva reggendo, sotto il braccio, un voluminoso fascio di giornali. E poi c’era il leader democristiano Aldo Moro, con quella sua frezza bianca sulla fronte, la voce calma, distaccata, distante e quell’eloquio da soave anestesista. Molti, invece, erano alquanto diversi. Alcuni usavano un linguaggio ampolloso, infarcito di “altresì”, “pertanto” e “qualsivoglia”. Altri tendevano alla retorica, con polverose citazioni in latino. Altri ancora si esprimevano con il gergo oscuro, involuto, allusivo, il cosiddetto politichese, in uso soprattutto nelle stanze dei partiti della sinistra. Certuni, poi, cedevano al tono professorale, scantinavano nel dottrinario, se ne uscivano con espressioni care agli avvocati di pretura, tipo “Bene ha fatto!” o “Come non ricordare?”. Parecchi, infine, discettavano sul nulla: un giorno gli onorevoli battibeccarono sull’eventualità di abbassare l’Iva sul basilico, la salvia, il rosmarino, lasciandola però intatta sul prezzemolo. C’era chi offendeva la sintassi o non rispettava la grammatica e, se graziava l’una era difficile che avesse pietà dell’altra. Rammento il capo della Lega Nord, Umberto Bossi, camicia verde, modi bruschi e, soprattutto, lessico sgangherato. Una volta, mentre pronunciava un suo colorito discorso, il presidente di turno, Alfredo Biondi, lo interruppe bruscamente e gli disse: «Onorevole, largheggi pure quanto vuole con gli aggettivi ma, per favore, sui congiuntivi, si controlli!». E c’era persino chi sembrava ignorare il significato delle parole. Un giorno, per esempio, un sottosegretario all’Interno, il socialista Aldo Venturini, chiamato a rispondere in Parlamento delle violente cariche della polizia durante una manifestazione studentesca a Roma, lesse un rapporto compilato dai funzionari del suo Ministero e concluse con tono rassicurante: «Onorevoli colleghi, posso, comunque, garantire la Camera che tutti i feriti sono stati portati al Politecnico». Mi hanno raccontato che un leghista del Trentino, Rolando Fontan, distratto dall’incessante chiacchiericcio dei colleghi seduti alle sue spalle, osservò, irritato, che non poteva continuare il suo intervento con quel “ronzino” sulla testa. Quante ne hanno sentite, poveretti, i due stenografi che, ogni cinque minuti, si davano il cambio a un tavolino posto al centro dell’emiciclo, fornito di un altoparlante, appuntavano tutti gli interventi alla velocità di 160 parole al minuto. Mi piace anche ricordare che, qualche anno prima del’59, era d’obbligo, per i deputati, accedere all’aula in abito scuro ed era assolutamente vietato entrarvi senza la cravatta. Ma, a poco a poco, quelle severe regole sull’abbigliamento sono state trasgredite e l’avvio lo diede un ministro, il repubblicano, Oscar Mammì che, tra le occhiate sgomente dei commessi e la sconcertata sorpresa dei colleghi, un bel giorno comparve con una maglietta dolcevita. Poi è stata la volta di un deputato comunista, Antonello Trombadori: reduce da un viaggio a Canton, sfoggiò una giubba di panno blu come quelle dei militari della Repubblica popolare cinese. Quindi fu il turno di un suo collega piacentino, irriducibilmente fascista, Carlo Tassi, che riesumò trionfante la camicia nera. E, infine, un giovane e belloccio democratico di sinistra, il padovano Pietro Folena, si esibì con pantaloni color vinaccia e, addirittura, con un paio di scarpe da tennis ai piedi: quasi un indossatore di Dolce & Gabbana. A quel punto, anche diverse onorevoli si affrettarono a imitare i colleghi. La radicale Emma Bonino comparve calzando audacemente gli zoccoli, divisa d’ordinanza delle prime femministe. Alessandra Mussolini, di Alleanza nazionale, optò per i blue-jeans. L’onorevole Cicciolina inaugurò un abito di lamé aderentissimo. E la berlusconiana Mariella Scirea si mostrò con i guanti di pizzo bianco lunghi sino al gomito come quelli che, ai suoi tempi, la soubrette Wanda Osiris metteva andando in scena. L’unica penalizzata dal nuovo corso, ormai accettato da tutti, fu Anna Maria Ciai, comunista, il giorno in cui mise, la prima volta, i pantaloni: erano così attillati che, in aula, al momento di sedersi, si squarciarono. Imbarazzata, raggiunse l’uscita camminando prudentemente all’indietro, un commesso le fece galantemente da scudo e, procedendo passo passo alle sue spalle, la scortò sino al laboratorio della sartoria della Camera per la riparazione. Non ho assistito ai frequenti tumulti che, soprattutto nei primi anni Cinquanta, hanno infuocato l’aula: con le parlamentari comuniste che colpivano i deputati democristiani sotto la cintura e con i loro compagni di partito che lanciavano penne, libri, scartoffie e le tavolette scardinate dei seggi contro il banco del governo occupato dai ministri. Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, mi ha raccontato: «Una volta mi riparai in extremis da quel terribile diluvio di oggetti con un cestino di vimini: stava, per fortuna, sotto il mio banco accanto ai piedi, lo afferrai di colpo e me lo misi in testa». Finita la storica stagione degli scontri fisici, la contestazione parlamentare ha perduto la spettacolarità di un tempo e spesso si è ridotta a qualche carnevalata: come quando il leghista Luca Leoni Orsenigo, all’epoca buia di Tangentopoli, sventolò dal suo seggio un cappio da forca per indicare la sorte che, secondo lui, meritavano i corrotti. E un altro leghista, il torinese Mario Borghezio, scalmanato sostenitore dell’avvento della Padania indipendente, pronunciò un discorso in dialetto piemontese esordendo così: «Monsù President, colega parlamentar, ancheuj…». Proseguì affermando che l’italiano era ormai una “lingua da colonia”. E questo è quanto.

Il Pantheon dei capri espiatori. La storia politica dell’Italia repubblicana raccontata attraverso l’odio per il singolo, scrive Francesco Damato il 17 Aprile 2018 su "Il Dubbio". L’articolo di Angela Azzaro in difesa del Pd, e del suo ex segretario, diventato la sentina di tutti i mali della politica e persino della società italiana dopo i risultati elettorali del 4 marzo, mi ha fatto tornare alla mente un po’ di capri espiatori nella storia più che settantennale ormai della Repubblica. Tutto sommato, Matteo Renzi può sentirsi in buona compagnia, pur con tutti gli errori che ha sicuramente compiuti, compreso quello che personalmente gli ho più volte rimproverato di avere negato il Pantheon della sinistra riformista italiana a Bettino Craxi. Di cui pure, volente o nolente, lui ha ripercorso alcune tappe nell’azione di partito e di governo, persino quelle delle reazioni più scomposte e indegne dei suoi avversari, che ne hanno sognato l’arresto, sprovvisto com’era prima dell’elezione a senatore di Scandicci, di quel poco che è rimasto della vecchia immunità parlamentare. O lo hanno più semplicemente scambiato per un aspirante tiranno, come fece appunto con Craxi nel 1983 l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che pure Renzi è tornato anche di recente a preferire al leader socialista nella galleria della sinistra.

Nel 1953 il ruolo del capro espiatorio toccò addirittura al protagonista della ricostruzione post- bellica del Paese: Alcide De Gasperi. Al quale non fu rimproverata, per quanto neppure scattata nelle elezioni di quell’anno, una legge chiamata “truffa” perché contemplava un premio di maggioranza in Parlamento per chi avesse raccolto il 50 per cento più uno dei voti. Roba da ridere rispetto ai premi adottati o tentati durante la cosiddetta seconda Repubblica. Il povero De Gasperi subì l’onta della sfiducia parlamentare ad un governo appena formato, l’ottavo della sua storia personale, e si ritirò fra le montagne del suo Trentino per morirvi praticamente di crepacuore. E ciò mentre il suo successore alla guida della Dc, l’allora giovane Amintore Fanfani, si vantava di essere stato da lui stesso aiutato a subentrargli. «Una fantasia», soleva commentare a labbra strette Giulio Andreotti, che di De Gasperi era stato il braccio destro.

Toccò poi al medesimo Fanfani diventare il capro espiatorio di una rivolta di partito che lo estromise contemporaneamente da segretario, da presidente del Consiglio e da ministro degli Esteri. Furono utilizzati contro di lui persino alcuni incidenti ferroviari per dargli del menagramo. E appendergli in fotografia al collo un corno, come fece in una copertina un settimanale allora in voga – Il Borghese – fondato da Leo Longanesi.

Aldo Moro, succeduto a Fanfani come segretario della Dc nel 1959 e poi anche come presidente del Consiglio alla testa, nel 1963, del primo governo “organico” di centrosinistra, con tanto di trattino, divenne nel 1968 il capro espiatorio del mancato successo elettorale dell’unificazione socialista. Che pure lui aveva cercato di favorire, fra le proteste della maggiore corrente della Dc, quella dei “dorotei”, sponsorizzando nel 1964 l’elezione del suo ministro degli Esteri Giuseppe Saragat al Quirinale. Dove peraltro qualche mese prima il democristiano Antonio Segni era stato colto da ictus in un alterco proprio con Saragat. Fu proprio la mancanza dell’appoggio di Saragat, nell’estate del 1968, a determinare l’allontanamento di Moro da Palazzo Chigi. «Non lasciatemi morire con Moro», si lasciò supplicare quell’estate Pietro Nenni, che ne era stato il vice al vertice del governo. Estromesso dalla presidenza del Consiglio per convergenza di interessi e risentimenti democristiani e socialisti, Moro divenne il bersaglio persino del coltissimo ed ecumenico Giovanni Spadolini. Che da direttore del Corriere della Sera ne contestò in un fondo domenicale il voto espresso nella competente commissione della Camera a favore di un emendamento comunista alla riforma degli esami di Stato, approvato per garantire la promozione dello studente in caso di parità di giudizi. In quel voto Spadolini vide addirittura tracce o indizi della Repubblica conciliare, anticipatrice di quello che sarebbe poi diventato con Berlinguer il progetto del “compromesso storico”. Ricordo ancora lo sconforto confidatomi da Moro per essere stato frainteso da un professore universitario dimentico – mi disse l’ex presidente del Consiglio – che anche un imputato va assolto a parità di voti. Debbo dire che poi Moro, quando gli capitò da presidente del Consiglio, in un bicolore Dc- Pri con Ugo La Malfa, di far nominare Spadolini ministro gli ‘ regalò’ – mi disse – il Ministero dei Beni Culturali fornendogli con un decreto legge il portafogli di cui quel dicastero non disponeva ancora. Dopo tre anni Moro, nel frattempo detronizzato di nuovo da Palazzo Chigi, sarebbe stato sequestrato e ucciso dalle brigate rosse. Il capro espiatorio anche di quella vicenda, e non solo di un presunto deterioramento dei rapporti fra società civile e politica avvertito dal Pci nei risultati stentati di un referendum contro la legge che disciplinava il finanziamento pubblico dei partiti, fu Giovanni Leone. Il quale fu costretto dalla mattina alla sera a dimettersi da presidente della Repubblica, quando mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato quirinalizio.

Così il povero Leone pagò pure, o soprattutto, la colpa di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo di fronte al sequestro del presidente della Dc. Di cui invece il capo dello Stato aveva voluto tentare uno scambio predisponendo la grazia per Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti che i terroristi avevano chiesto di liberare per restituire vivo l’ostaggio.

Il turno successivo di capro espiatorio toccò ad Arnaldo Forlani, dimessosi da presidente del Consiglio nel 1981 per le liste della loggia massonica P2 di Licio Gelli, in cui c’era anche il nome di un prefetto che era il suo capo di Gabinetto. Poi Forlani dovette difendersi in una causa alla Corte dei Conti per i danni subiti dai massoni, e risarcibili dallo Stato, a causa della diffusione delle liste, per quanto avvenuta d’intesa tra il governo e la competente autorità giudiziaria. Una vicenda tutta italiana per confusione, caccia alle streghe e quant’altro.

Decisamente più drammatica fu, come capro espiatorio, la sorte di Bettino Craxi, perseguito con «una durezza senza uguali», certificata dopo anni con lettera dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano alla vedova, per il finanziamento illegale della politica, e reati connessi. Come se Craxi non avesse ereditato ma inventato lui quel fenomeno, per giunta coperto nel 1989 con un’amnistia che aveva consentito a un bel po’ di politici di farla franca.

Giulio Andreotti divenne invece negli stessi anni il capro espiatorio delle carenze nella lotta alla mafia, per quanto il suo ultimo governo avesse trattenuto con un decreto legge di controversa costituzionalità un bel po’ di mafiosi che avevano maturato il diritto di uscire dal carcere. E avesse arruolato al Ministero della Giustizia, proprio per la lotta alla mafia, un campione come il giudice Giovanni Falcone, eliminato per questo dai criminali con la strage di Capaci. Processato, in sovrappiù, ed assolto anche per il delitto Peccorelli, il sette volte presidente del Consiglio, nonché senatore a vita di nomina quirinalizia avendo «illustrato la Patria – secondo la formula dell’articolo 59 della Costituzione – per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario», si è portata nella tomba l’onta, ancora rimproveratagli ogni volta che gli capita dal pubblico accusatore Gian Carlo Caselli, di una prescrizione del reato di associazione a delinquere, prima che diventasse concorso esterno in associazione mafiosa. Da cui in ogni modo Andreotti fu assolto, per ammissione anche di Caselli.

Passati dalla prima alla seconda Repubblica, ci siamo dovuti accontentare, sempre nel campo politico, di capri espiatori, diciamo così, più alla buona. Come il povero Achille Occhetto, sostanzialmente deposto nel 1994 da Massimo D’Alema al vertice dell’ex Pci per la sorprendente e strepitosa vittoria elettorale conseguita sulla sinistra dall’esordiente Silvio Berlusconi. E poi lo stesso Berlusconi per le sue abitudini di vita non da seminario, o per i suoi affari, analoghi a quelli di tutti gli altri imprenditori della sua stazza finanziaria, o persino per le speculazioni subite dai titoli del debito pubblico italiano nell’estate del 2011, quando irruppe sulla scena il loden austero di Mario Monti.

Il ruolo di capro espiatorio è inoltre toccato a D’Alema per essere subentrato nel 1998 a Romano Prodi senza passare per gli elettori con le elezioni anticipate, e per una certa spocchia rimproveratagli a volte a ragione ma a volte anche a torto.

Il povero Fausto Bertinotti, a dispetto delle buone maniere che tutti gli riconoscono, è stato buttato dal mio amico Giampaolo Pansa tra le fiamme come ‘ il parolaio rosso’ per non aver voluto a suo tempo sostenere i governi Prodi oltre le loro materiali capacità di resistenza politica.

Walter Veltroni divenne nel 2009 il capro espiatorio di alcuni rovesci locali del Pd da lui stesso fondato due anni prima, scampando al torto più consistente e per lui dannoso di essersi apparentato a livello nazionale nelle elezioni del 2008 con Antonio Di Pietro, subendone la linea. Matteo Renzi chiude, per ora, la lista per le rottamazioni sbagliate, o per quelle incompiute. E per sopravvivere fisicamente alle sue dimissioni da segretario del Pd dopo la sconfitta del 4 marzo. Già, perché la sua stessa presenza fisica sembra infastidire i vecchi e nuovi avversari politici. E’ incredibile ma vero in questo Paese che continua a chiamarsi Italia.

E la chiamano democrazia. Abbiamo dei Parlamentari votati dal 51% degli Italiani. Abbiamo un Governo votato dal 51% dei Parlamentari. Ergo: siamo governati da una minoranza, ossia il 25% della volontà popolare.  E poi dire governati è una parola grossa.

«Non tengo più i miei». Storia della frase che unisce le tre Repubbliche. Luigi Di Maio l’ha usata per chiedere a Salvini più prudenza. Non sa che la usarono Rumor, Piccoli, Berlinguer, Bossi, Bertinotti e Berlusconi, scrive Francesco Damato l'11 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Per quanto smentito da Matteo Salvini, che ha raccontato di averne parlato prima solo col presidente del Consiglio Giuseppe Conte raccogliendone peraltro solo la solidarietà o comprensione, è stato largamente pubblicato sui giornali il monito che il grillino Luigi Di Maio avrebbe rivolto al collega leghista di governo per strappargli una frenata, una retromarcia o quant’altro nello scontro con i magistrati: “Così i mei non li tengo più”. Che, guarda caso, conferma un certo stile o modo di ragionare. E’ la stessa frase attribuita a Di Maio, sempre a colloquio con Salvini, dopo l’insediamento delle Camere elette il 4 marzo scorso, per spiegargli il rifiuto di incontrare Silvio Berlusconi, o solo di raccoglierne una telefonata, per l’assegnazione delle presidenze parlamentari e poi per le trattative di governo fra grillini e leghisti. Quei “miei non li tengo più” o loro varianti, come al plurale “i nostri non li teniamo più”, non sono soltanto il ritorno alla “seconda Repubblica”, alla sintonia di governo fra i leghisti e Silvio Berlusconi evocata con pubbliche dichiarazioni dal guardasigilli Alfonso Bonafede dopo il facebook in diretta di Matteo Salvini venerdì sera, nel suo ufficio al Viminale. Dove gli avevano appena notificato l’avviso della Procura di Palermo per il sequestro plurimo e aggravato di persona contestatogli con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri a proposito della vicenda degli immigrati sulla nave Diciotti. Nato solo nel 1976, beato lui, Bonafede non può sapere – e temo che nessuno glielo abbia raccontato – che a non tenere più i loro furono ricorrentemente i grandi partiti – grandi davvero – della cosiddetta e più lontana prima Repubblica, mai in grado o disposti – anche quando ne ebbero i numeri, come capitò alla Dc dopo le elezioni del 18 aprile 1948 – a governare da soli, e sempre protesi invece a governare con altri, direttamente o con il loro appoggio. Ricordo ancora il racconto, anche mimico, che Aldo Moro mi fece una volta delle telefonate e visite dei dirigenti della Dc Mariano Rumor e Flaminio Piccoli, insieme o separatamente, l’uno segretario e l’altro vice segretario del partito, nei quasi cinque anni da lui trascorsi ininterrottamente a Palazzo Chigi alla guida dei primi governi “organici” di centro- sinistra, fra il 1963 e il 1968. “I nostri così non riusciamo più a tenerli”, dicevano i due a Moro rimproverandogli la “troppa pazienza” o “il troppo spago” che lui concedeva ai socialisti. Moro si sfogò con me, imitando – ripeto – con voce e smorfie i colleghi di partito, quando gli andai a fare gli auguri natalizi del 1968. Egli aveva perduto da mesi Palazzo Chigi, per quanto la Dc fosse uscita dalle urne con più voti e più parlamentari di prima, e i socialisti unificati con molti meno voti di quanti non ne avessero preso separatamente cinque anni prima come Psi e Psdi. E al posto di Moro, dopo la solita pausa balneare di Giovanni Leone, si era insediato a Palazzo Chigi Mariano Rumor guidando un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro- sinistra, senza più la “delimitazione della maggioranza a sinistra”, quindi più aperto all’opposizione comunista, e con la concessione di un’inchiesta parlamentare sui servizi segreti, negata in precedenza ai socialisti da Moro. Che pure nel 1964 aveva già rischiato di perdere il governo per manovre attribuite, a torto o a ragione, ai servizi segreti e tradotti dall’allora vice presidente socialista del Consiglio Pietro Nenni in “rumori di sciabole” scrivendone nei suoi diari. Nel parlare dei “nostri che non riusciamo più a tenere” Rumor e Piccoli, insieme o separatamente, non alludevano solo agli elettori della Dc ma anche, o più in particolare, alla corrente dello scudo crociato – quella dei cosiddetti “dorotei” che condividevano con Moro. E dalla quale egli uscì dopo lo sfratto da Palazzo Chigi guidando per un po’ l’opposizione interna democristiana, sino a superare a sinistra i dorotei con la famosa “strategia dell’attenzione al Pci”, scavalcato anch’esso, in verità, dall’ormai ex presidente del Consiglio nella lettura della storica contestazione sessantottina, ancora oggi di controversa interpretazione. Tre anni dopo, alla fine del 1971, i “dorotei” tornarono a farsi vivi con Moro, in delegazione guidata da Rumor, per spiegargli come e perché, caduta la candidatura di Amintore Fanfani al Quirinale per succedere al socialdemocratico Giuseppe Saragat, essi non fossero “in grado” di designare lui, nel frattempo diventato ministro degli Esteri e sostenuto dal segretario del partito Arnaldo Forlani. “Passeresti agli occhi dei nostri come il candidato del Pci”, dissero Rumor e Piccoli a Moro. Che si limitò a rispondere: “Mi avete confezionato un abito su misura che pure non mi appartiene”. Giorgio Amendola contemporaneamente raccontava ai giornalisti nel “transatlantico” di Montecitorio degli inutili tentativi compiuti “da varie parti” sul Pci per far votare Fanfani e concludeva: “L’unico che non ci ha chiesto i voti è stato Moro”. Troppo orgoglioso forse per farlo, almeno senza una preventiva investitura del suo partito, che perciò non gliela concesse in una votazione a scrutinio segreto nei gruppi parlamentari, a favore invece di Giovanni Leone. Il calendario si sposta di altri quattro anni e ci porta alla fine del 1975. Moro era di nuovo a Palazzo Chigi, a guidare col vice presidente Ugo La Malfa un governo Dc- Pri appoggiato esternamente dai socialisti. Il cui segretario Francesco De Martino gli telefonò per fargli gli auguri di fine anno…. e di fine governo, raccontandogli di non riuscire più a tenere il suo partito nella maggioranza senza la partecipazione anche dei comunisti. Seguirono le elezioni politiche anticipate del 1976, dalle quali la Dc e il Pci uscirono distanziati di soli quattro punti, ma incapaci per ragioni numeriche in Parlamento di governare l’una contro o senza l’altro. Toccò a Moro, ormai soltanto presidente dello scudocrociato ma in realtà il vero regolo della Dc, di sbloccare la situazione con la formula dei “due vincitori” costretti per la loro stessa natura a garantire il sistema con la formazione di una maggiorana transitoria di “solidarietà nazionale”. Il Pci di Enrico Berlinguer – già sottrattosi alla vecchia prospettiva dell’alternativa di sinistra adottando quella del “compromesso storico” con la Dc e chiunque altro disposto ad evitare svolte reazionarie come quella avvenuta nel pur lontano Cile – rispose all’appello con la formula della “non sfiducia” a un governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti. Ma alla fine del 1977, in una situazione politica e sociale efficacemente rappresentata su Repubblica da Giorgio Forattini con una vignetta dove Enrico Berlinguer faceva colazione in vestaglia con i capelli dritti procuratigli dai fischi dei metalmeccanici che sfilavano sotto la finestra contro la politica del governo, il segretario del Pci comunicò a Moro di non “riuscire più a tenere” i suoi elettori e militanti su una posizione defilata come l’astensione. Occorreva un passo politico in avanti: un programma ben concordato e magari anche la partecipazione del Pci al governo tramite qualcuno degli indipendenti di sinistra eletti al Parlamento nelle sue liste. Moro, per quanto Andreotti a Palazzo Chigi e Benigno Zaccagnini alla segreteria del Dc fossero disposti ad andare anche oltre, convenne sulla richiesta del programma ma non sul resto per ragioni di politica internazionale, pensando ai sospetti degli americani. Si passò così a marzo del 1978 dall’astensione al voto di fiducia, che significava la partecipazione del Pci a pieno titolo alla maggioranza parlamentare. Purtroppo il tragico sequestro terroristico di Moro traumatizzò il nuovo corso politico, sino a troncarlo con una crisi che riportò nel 1979 spontaneamente il Pci all’opposizione. Ma già all’indomani immediato della morte di Moro, e ancora nel pieno delle polemiche sulla gestione della linea della fermezza adottata contro le brigate rosse, Berlinguer aveva dovuto chiedere e ottenere dalla Dc il sacrificio delle dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica per fronteggiare una crisi nei rapporti fra società civile e società politica avvertita dal segretario del Pci nello stentato salvataggio del finanziamento pubblico dei partiti dall’abrogazione referendaria chiesta dai radicali. E la testa del capo dello Stato, reclamata da Berlinguer perché non riusciva più a trattenere i suoi, rotolò politicamente, anche a costo di accreditare una campagna contro il povero Leone destinata a risolversi giudiziariamente dopo qualche anno a suo favore. O, peggio ancora, a costo di dare l’impressione che il presidente avesse odiosamente pagato l’imprudenza di essersi messo di traverso alla linea della fermezza durante il sequestro di Moro, sino a predisporre la grazia per una detenuta, Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici “prigionieri” indicati dalle brigate rosse per uno scambio col presidente della Dc. Anche formule di governo successive alla tragedia Moro, come le edizioni del pentapartito a guida prima socialista e poi democristiana, sino alla fine della cosiddetta prima Repubblica per lo tsumani di Tangentopoli, finirono per la incapacità manifestata dalla Dc e dal Psi, a seconda dei casi, di riuscire a tenere i loro elettori e militanti di fronte ai costi politici della loro difficile alleanza di governo. Ma non mancarono crisi da mancata tenuta di questo o quel partito di governo neppure durante la cosiddetta seconda Repubblica, sia nel centrodestra con la caduta, per esempio, del primo governo di Silvio Berlusconi per mano della Lega di Umberto Bossi, sia nel centrosinistra con la caduta prematura sia del primo sia del secondo e ultimo governo di Romano Prodi per l’insofferenza della sinistra radicale. E infine del governo tecnico di Mario Monti, arrivato si al termine ordinario della sedicesima legislatura ma perdendo per strada l’appoggio di Berlusconi, pure lui convintosi di non riuscire a tenere i suoi elettori continuando a subire l’impopolarità dei provvedimenti del governo tecnico succedutogli nell’autunno di due anni prima. E quella dissociazione per poco non fruttò al Cavaliere una clamorosa vittoria elettorale nel 2013. I grillini, quindi, a dispetto della rivoluzione o del solo “cambiamento” decantato col “contratto” stipulato con i legisti, non stanno scoprendo o vivendo nulla di nuovo nel loro rapporto di governo con Salvini. E neppure quest’ultimo, se e quando deciderà di staccare lui la spina della difficile alleanza col movimento delle 5 stelle sui temi della giustizia o altro. E’ la politica, bellezza.

Il patto "pacifista" di Monaco regalò a Hitler metà Europa. L'accordo disastroso firmato da Chamberlain prova che (a volte) la guerra è l'unica opzione, scrive Fiamma Nirenstein, Giovedì 13/09/2018, su "Il Giornale".  Esattamente ottant'anni fa a Monaco, il 30 settembre 1938, Neville Chamberlain, primo ministro inglese, firmando l'accordo con Hitler, compì il gesto per cui Winston Churchill pronunciò la proverbiale frase «Hai avuto una scelta fra la guerra e il disonore. Hai scelto il disonore e hai avuto la guerra». L'accordo trasferì alla Germania i Sudeti, la regione della Cecoslovacchia abitata della minoranza tedesca. Fu un puro tradimento nei confronti di un alleato e un gesto di prepotenza verso uno Stato inerme che veniva, con l'accordo, messo alla mercé di Hitler. L'Europa tutta si trovò in breve tempo invasa dalle armate tedesche. La transazione di Francia e Gran Bretagna con Hitler impose limitate «concessioni territoriali» per pacificare la Germania nazista, ma l'aggressore, immediatamente, proprio come prevedevano i suoi piani relativi al Lebensbraum - lo «spazio vitale» bramato dopo l'umiliazione del trattato di Versailles - violò l'accordo e inghiottì tutto lo Stato della Cecoslovacchia, nel marzo del '39. La Francia, che aveva un trattato di alleanza con la Cecoslovacchia, si era associata all'appeasement senza vergogna. Nessun rappresentante della Cecoslovacchia era presente alla conferenza che si concluse con lo smembramento del suo territorio e la deprivò del 70% degli impianti elettrici, delle fabbriche di ferro e acciaio, di tutti gli impianti chimici e della sua robusta difesa sotterranea. I tedeschi nel frattempo si erano già in parte riarmati infischiandosi delle dure imposizioni del trattato di Versailles. La teoria di conquista per stadi dell'Europa era spiattellata nel Mein Kampf, mentre già le leggi razziali entravano in vigore: la «Notte dei cristalli» aveva già mostrato il disegno di sterminio degli ebrei, e il patto Molotov-Ribbentrop sarebbe arrivato da lì a poco. Ma Chamberlain guardava dall'altra parte. Gli inglesi e i francesi cedevano un piccolo stato indifeso che era anche un alleato, un tradimento da cui Hitler rafforzato trasse la determinazione a invadere la Polonia il primo settembre 1939. Il sacrificio della Cecoslovacchia nella mente di Chamberlain significava, come egli disse - facendo la «V» di Vittoria accolto a casa da folle festanti che credettero di essere state liberate dal lutto patito con la prima guerra mondiale - «Pace nel nostro tempo, pace con onore». Questa immagine, col suo ombrello nero a ciondoloni, è stata immortalata nella coscienza pubblica come il simbolo del tradimento e della stupidità. Ma allora, egli fu ricevuto come un eroe. Nelle ore successive all'accordo ricevette 20mila messaggi di congratulazione. Di lui lo storico sir Lewis Namier disse: «Sventolava l'accordo con Hitler come un cacciatore di autografi felice: Ecco una carta con la sua firma... era furbo, ignorante, presuntuoso, capace di ingannare sé stesso quanto lo richiedeva il suo più profondo istinto e il suo scopo, e anche di ingannare quelli che lo desideravano». Monaco apri le porte a Hitler, alla sua sanguinosa marcia sull'Europa fino alla sconfitta, alla Shoah, agli eccidi di massa, all'inedita ferocia che il nazismo ha tributato alla storia universale. Monaco è così rimasta nella storia del mondo come la capitale dell'appeasement, la scelta di fare la pace a tutti i costi, non importa a che prezzo, per paura, opportunismo, calcolo politico, per poi pagarne un prezzo iperbolico, sanguinante, di certo anche infamante per chi firmò. Crudelmente, la storia l'ha voluta di nuovo sul proscenio con l'eccidio degli atleti israeliani alle Olimpiadi del 1972. Alfred Leslie Rowse, uno storico britannico membro dell'All Souls College di Oxford, vicino all'élite e alla classe politica del suo Paese e agli avvocati intellettuali dell'appeasement, nel 1961 pubblicò il volume: Appeasement: uno studio sul declino politico 1933-1939. All'inizio del suo libro si faceva le stesse domande che oggi ognuno ancora fa a sé stesso: «... questa gente ha preferito affidarsi alla versione dei fatti e agli argomenti preparati dalla propaganda nazista, lasciarsi andare fino al punto che al momento non capì gli schemi di Ribbentrop, goffi, infantili, ovvi. Che cosa li possedeva? Come spiegare la loro cecità? Questo è il problema. Oggi non ci può essere dubbio sul fatto che avessero torto. Ma com'è possibile aver torto fino a questo punto contro ogni prova. PERCHÉ giunsero a tanto... Qui sta il problema. Ed è un problema formidabile...». La risposta ancora oggi è viva, perché la risposta non è solo storica, è morale, è contemporanea, mette sotto il riflettore la proibizione basilare contenuta nella fondazione stessa della società moderna che dice «No alla guerra!» a qualunque costo e che manifesta questa volontà in mille occasioni: quando rifiuta di mettere a fuoco l'autentico scontro di religioni e civiltà da cui si genera il terrorismo islamico, quando mette tutta se stessa nell'accordo del P5 +1 con l'Iran mentre gli Ayatollah si ingegnano a conservare il loro disegno atomico e proseguono la guerra imperialista della shia; quando l'accordo di Oslo e lo sgombero di Gaza hanno luogo contro ogni prova del ripetuto rifiuto del mondo arabo verso la nazione ebraica, che si esprime nella guerra terrorista. Ogni giorno, a ogni latitudine si configura una nuova Monaco, cui la risposta di Chamberlain non è così estranea. Il rifiuto della guerra ebbe un ruolo importante nelle scelte britanniche: la Prima guerra mondiale aveva avuto un enorme impatto come «la guerra che deve porre fine a tutte le guerre», il pubblico rifiutava l'uso della forza che gli aveva portato tanti lutti e miseria; ogni città e villaggio, come accade in tutta Europa, mostrava sui monumenti la lista enorme dei giovani caduti. Quella guerra, cominciata per l'assassinio di un arciduca a Sarajevo, risultava per gli inglesi punteggiata di errori e pessime ragioni. Ricordiamo anche che in Inghilterra era diffusa la convinzione che il trattato di Versailles avesse punito la Germania con misure eccessive e senza criterio; John Mainard Keynes aveva scritto un libro prevedendo che la richiesta di 6 milioni e mezzo di miliardi in riparazioni avrebbe causato caos in tutta Europa, e fu facile collegare queste previsioni alla Grande depressione in Inghilterra. Inoltre c'era una tale ostilità verso l'Unione Sovietica, Stalin, le sue purghe, che il comunismo veniva visto fra gli Inglesi come un pericolo molto maggiore del nazismo. Ultima, ma non minore delle ragioni che portarono all'appeasement, la dimensione imperiale britannica, allora in crisi, che spingeva a una politica estera che lasciasse le mani libere per combattere per l'Impero. Dunque l'appeasement era inevitabile? No. Basta la figura di Churchill, i suoi scritti e la sua definita repulsione per l'atteggiamento di Chamberlain, a portarci a conclusioni diverse. Nel dibattito storiografico, in cui sono coinvolti grandi nomi, come Allan Bullock, Hugh Trevor-Roper, Andreas Hillgruber e poi tutti i cosiddetti storici revisionisti (ma non nel senso popolare della revisione della Shoah!) come A.J.P. Taylor e infine una corrente giustificazionista, tutti si chiedono in definitiva quanto pianificatore e manipolatore sia stato Hitler e quanto ingenuo sia stato il suo interlocutore, o se la Storia non abbia messo un suo tocco di estemporaneità nella malvagia trama dell'uno e nella evidente viltà dell'altro; quanto colpevole sia stato Chamberlain, quanto egoista e immorale, e dall'altra parte quanto invece (e ormai molto storici lo sostengono), seguendo un strada inevitabile, abbia tentato di tenere il suo Paese impoverito e stanco fuori dal gioco, e abbia spinto Hitler in maniera abile e sofisticata a uno scontro definitivo con l'Unione Sovietica. Alla fine, la verità è che il coraggio morale di Winston Churchill, assieme all'unità del popolo inglese in guerra («Sulle spiagge, sulle landing grounds, nei campi, sui monti...»), l'aiuto della democrazia americana e il sacrificio delle rivolte antifasciste, ha fatto fuori la «pestilenza della tirannia nazista». Combattere era indispensabile. Oggi sappiamo, senza dubbio, che l'appeasement fu una fatale resa, che arrendersi fu una pessima idea, e quali che siano i motivi che l'hanno indotta; oggi sappiamo che la prevenzione e la dissuasione devono essere attuati anche a caro prezzo. La guerra è meglio che arrendersi, sperando nella pace, a chi vuole la guerra a tutti i costi e la farà, senza chiederci il permesso per quanto pacifisti ci dimostriamo.

8 settembre: fu il grande giorno dei vigliacchi e degli eroi. 75 anni fa l’annuncio dell’armistizio e la fuga del re, scrive Lanfranco Caminiti l'8 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Mi chiedo talvolta dove sarei andato a finire l’ 8 settembre. Cosa avrei fatto? Ho così tanto rispetto per i partigiani, tutti, “azzurri”, azionisti e comunisti, che neppure riesco a ipotizzare se avrei preso la strada della montagna o della lotta clandestina, se avrei “resistito”. Forse avrei provato a tornare a casa o sarei rimasto dove mi trovavo, incerto, sbandato, imbucato o schierato magari per caso, improvvisamente orfano. Orfano di schieramenti. Orfano di Stato. Orfano di patria. Della Patria maiuscola e muscolare, di quella in divisa e berretto, di quella dove c’è chi comanda e chi ubbidisce, chi va al macello e chi prepara i piani per il macello. Quel giorno, Benedetto Croce nel suo diario scrisse: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente» . Più o meno nelle stesse ore, Luigi Biraghi, classe 1914, tenente del 9° alpini, e che fu poi internato nei campi di concentramento tedeschi per non aver accettato di collaborare con i nazisti, scriveva nel suo diario: «Al mattino del 9 un sottufficiale e alcuni soldati tedeschi vengono all’accampamento e ci danno ordine di non uscire. Il Comandante del Battaglione non si oppone e ci invita ad attendere obbedendo. Più tardi il Colonnello Elefante ci ordina di deporre le armi. Obbediamo, ma poi, mentre siamo radunati in sede di Compagnia, non rendendoci conto della necessità di tale ordine, ci rechiamo al Comando di Battaglione per chiedere spiegazioni. La scena che costì ci si presenta agli occhi è quanto di più tragico e di più grottesco si possa immaginare. Giuseppe Elefante, in goffi abiti civili, pallido e tremante, tenta inutilmente di mettersi in testa un cappello basco per poi partire sulla motocicletta che lo attende e mettersi in salvo». Che due eserciti stranieri si siano combattuti su terre italiane portando strazi e lutti, mentre intanto ci si schierava di qua e di là, dividendosi per faglie che nessuna razionalità storica riesce a ricostruire – come poi forse accade sempre quando gli eventi precipitano in una guerra che diventa per forza di cose fratricida e perciò passionale – non è certo solo eredità dell’8 settembre. La guerra del Vespro, fra Angioini e Aragonesi, per dirne una, durò vent’anni, e sconvolse l’area del Mediterraneo tutto, oltre che i territori nostri. Mai però la frattura fra classi dirigenti – il cui unico obiettivo dopo l’armistizio era salvare la ghirba a qualunque costo – e popolo fu così evidente. Il popolo si divise, si frantumò, andò alla deriva, si arrese, lottò, salì in montagna, fu massacrato di terra, di cielo e di mare, reagì, si diede a ogni nefandezza, insomma visse e subì la guerra. Certo, non tutte le scelte furono uguali e non si possono sovrapporre o paragonare. I ceti dirigenti scapparono. Non era mai successo nelle innumerevoli guerre che si erano combattute sul nostro suolo: ogni ceto emergente si poneva alla testa d’una fazione contro un’altra; ogni principe, ogni barone, ogni prete, ogni chierico, radunava le sue forze, cercava alleanze e si lanciava contro il nemico, vero o supposto: si immolava, spesso, veniva martirizzato, spesso, o, altrettanto spesso, cambiava alleanze, e combatteva quella parte con cui prima aveva pattuito. Sempre esponendosi. L’otto settembre ci fu la fuga. La dismissione generale dei ceti dirigenti italiani. Della catena di comando, delle gerarchie, delle responsabilità, dei compiti istituzionali. Fu il presidente Ciampi – dopo le iniziative per i caduti di Cefalonia e altro – a spendersi tanto per stabilire l’immagine di un esercito che, nello sconquasso generale dopo l’annuncio dell’armistizio, mantenne o scoprì l’onore della Patria, salvandolo dalla vergogna. Un commendevole impegno. Allora, corroborato da un proliferare di trasmissioni televisive e pagine di quotidiani sulla stessa falsariga. Io non vorrei però che le buone intenzioni la scippassero a tutti, questa data, per consegnarla, trasfigurata e imbalsamata, “costituzionale”, alla Storia. Perché, è vero, andrebbe istituito, l’8 settembre, come festa nazionale. Ma a fianco di san Francesco e santa Caterina, san Gennaro e santa Chiara. Come queste, dovrebbe essere una data protettrice popolare, un sant’otto settembre, una ricorrenza in cui chiedere grazie e miracoli, portare a spalla una qualche “macchina”, appendere ex voto, fare pellegrinaggi e comitive. Non si scherza coi santi e in questo caso non si scherzerebbe neanche coi fanti. Perché l’8 settembre è la data dei chiunque, è la data di “quelli in basso” lasciati allo sbando e alla mercé degli eventi, mentre la “classe dirigente” fugge o decide di farsi proteggere da un qualche straniero. Così, all’inizio dell’estate, non appena gli Alleati cominciano a sbarcare e le bombe americane – che sono liberatrici, e non doveva essere facile capirlo lì per lì – cadono copiose il 19 luglio sul quartiere di san Lorenzo a Roma, devastandolo, sovrani e corte, governo, generali e burocrati “di rango” scappano portandosi dietro l’argenteria di famiglia o quanto hanno arraffato nel tempo e che riescono a stipare in fretta e furia tra i bagagli; mentre il lupo nazista, che non ha mai smesso di arrotare i denti, comincia a guardarci come il pranzo che ha ingrassato con lo sguardo e finalmente è da sbranare. Affonderà i denti, il 16 ottobre, nel ghetto. E poi ancora alle Fosse Ardeatine. E ovunque in Italia sarà l’orrore. Nel miserabile corteo di automobili che il 9 settembre portava i Savoia e la loro corte da Villa Ada verso Pescara non c’era neppure l’ambigua disperazione della fuga interrotta a Varennes di Luigi XVI e Maria Antonietta – l’evidenza del crollo d’un mondo millenario di certezze e un ultimo tentativo di preservarle, salvando la propria regale testa. Perché questo è in definitiva l’8 settembre: la vera metafora collettiva, il vero paradigma di questo paese, la vera festa nazionale, dove, quando c’è una emergenza, “in alto” ci si preoccupa del proprio culo e si arraffa e stipa in fretta e furia quanto si può e “in basso” si comincia a pregare e arrangiare senza sapere a che santo votarsi. Quando c’è una emergenza, una catastrofe, un fuggi fuggi. Ma in questo paese il fuggi fuggi, l’emergenza, la catastrofe è pane quotidiano. Ossessiva ricorrenza. Porta Pia, il Piave, Vittorio Veneto, quelle sono le date buone da mandare a memoria da ragazzini, quelle “patrie” dove aleggia una qualche Vittoria, una breccia da sfondare, una trincea tenuta sino allo spasimo, una linea nemica conquistata. Ma l’8 settembre, no, questa lasciatecela: quella è l’Italia della “fuga”, della rotta, del tutti a casa. La Caporetto della Politica, dello Stato, del Governo. Delle politiche, degli stati, dei governi. Un evento tanto italiano. Degli italiani “di rango”, però. Una tenue, e anche un po’ invereconda, giustificazione “storica” della fuga dei Savoia starebbe nella paura della ritorsione dei tedeschi verso la Real Casa dopo la dichiarazione dell’armistizio: salvando se stessi salvavano lo Stato, la possibilità dello Stato. Ma in realtà è agli italiani che sottrassero i loro corpi. E che i corpi degli italiani tutti diventassero carne da macello non li trattenne minimamente. Avessero preso sputi e pernacchie, i fuggiaschi, molte cose forse sarebbero cambiate, chissà. Tornarono, dopo il 25 aprile, quegli stessi che erano scappati e finirono alla testa delle istituzioni incertamente ricostruite (molti non si peritarono di chiedere gli stipendi arretrati). E anche tutto questo è tanto italiano. I costituzionalisti ci spiegano che la “sovranità” si fonda sui “due corpi del re”, uno è quello trasfigurato, sacrale, istituzionale, che incarna l’autorità e tiene insieme il popolo, e l’altro è quello carnale, reale, che si vede, pure da lontano ma che si sa presente. Quando muore, per preservarne la dignitas, si prepara un doppio cereo. Dev’essere una teoria universale, se Kurosawa ci ha fatto un film straordinario, Kagemusha, raccontando la storia del sosia d’un re che interpretò talmente bene la sostituzione di un corpo da convincersi di incarnare anche l’altro. Forse, i brigatisti che rapirono Moro dovevano pensarla così, ma si trovarono fra le mani il corpo d’un uomo ostinatamente umano, mentre il corpo dello Stato si ritrovava altrove e in fretta rinnegava pure quell’altro, dandogli del matto. I “corpi reali” sen fuggirono, senza lasciarci neppure un sosia. Senza dignitas. Noi non abbiamo mai avuto una patria, per secoli. Per secoli, abbiamo avuto monarchie territoriali, feudi e baronie, ducee e contee, ma mai una patria, mai una nazione. Almeno, non nel senso in cui la descrisse Ernest Renan, nella celebre conferenza, Che cos’è una nazione?, tenuta alla Sorbona l’ 11 marzo 1882: «La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni». Ve lo immaginate un plebiscito, nel 1882, da tenere da Pinerolo a Partinico, da Alghero a Santa Maria di Leuca sulla unità della nazione italiana appena costituita e ancora fragile? L’otto settembre finisce l’Italia costruita nel Risorgimento. Forse a quell’Italia – «tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito» – pensava Croce. Quell’Italia ancora fortemente improntata di intenzioni, volontà, visioni di ceti dirigenti, ma che era riuscita a intercettare secoli di desideri sociali. Il fascismo però – benché avesse voluto pretenziosamente richiamarsi a quella, intestandosi radici e filiazioni che nulla c’entravano – l’aveva già fatta a pezzi, l’Italia del Risorgimento, col suo impero del piffero, le sue leggi razziali, l’asservimento al tedesco. L’otto settembre in realtà chiude la parabola di Caporetto. Che era stato il primo segnale forte di un fallimento di classe dirigente – sarà solo un destino della Storia, che Badoglio fosse l’uomo di Caporetto e anche quello dell’8 settembre – e dello scollamento dei ceti popolari. A Caporetto furono i soldati a fuggire – stanchi dell’insipienza dei comandi, della follia dei loro ordini, dei massacri che continuavano senza senso. Solo le fucilazioni di massa dei carabinieri riporteranno l’ordine. Solo la violenza fascista riporterà l’ordine. L’otto settembre saranno “i comandi” a fuggire. Ma nessun carabiniere sparerà contro di loro.

L’Italia commissariata da Bruxelles vuole al governo PD con 5Stelle, scrive Ruggiero Capone il 14 Marzo 2018 su "ilpensieroforte.it". Il nemico si chiama Valdis Dombrovskis, è lui che parlottando con l’eurodeputata Barbara Spinelli avrebbe accennato all’ipotesi che l’Ue potrebbe mandare un paio di tedeschi (insieme ad un danese ed un olandese) “per gestire l’Italia”. Manovra che non escluderebbe l’entrata dei nuovi parlamentari nelle aule, ma solo per lavorare ad una nuova legge elettorale. “Riconosciamo che un eventuale governo ad interim potrebbe non avere la piena autorità di bilancio”, ha affermato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, durante la conferenza stampa di presentazione dei rapporti sulle raccomandazioni specifiche per Paese nell’ambito del semestre europeo. Intanto l'Europa, influenzata dai democratici tedeschi, dice anche all’Italia di non fidarsi d’un governo senza Pd. E chiede che a governare l’Italia sia il Partito democratico d’appoggio al “5 Stelle”. La notizia ha raggiunto lo Stivale nel giorno della direzione del Pd, mentre venivano annunciate le dimissioni di Matteo Renzi da segretario. Di fatto qualcuno o qualcosa si muove a Bruxelles per agevolare i “tecnici” nella scalata del Pd. Perché ai tecnocrati Ue piacerebbe che a governare l’Italia ci sia un Luigi Di Maio manovrato dai tecnici democratici.  Soprattutto l’Ue intende ostacolare qualsivoglia esecutivo a trazione Lega o ad egemonia berlusconiana. Dietro queste manovre, che mirano ad etero dirigere l’Italia da Bruxelles, c’è il vicepresidente del Verdi (il francese Pascal Durand) da sempre estimatore del “commissariamento totale dell’Italia”, e con la regia di Barbara Spinelli (gruppo Gue, Sinistra unitaria europea). Quello dell'europarlamentare italiana è un volto molto noto in Europa: Barbara Spinelli è la figlia di Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell'Unione europea. Stando ai rumors, appoggiano in Ue l’eventuale governo Pd-5 Stelle-LEU non solo esponenti dei Verdi e di Gue, ma anche i Socialisti e gli europarlamentari del gruppo Alde. Questi ultimi garantiscono che in un simile esecutivo entrerebbe dalla porta principale anche la Bonino col suo “Più Europa”. Questo gruppo di pressione europeo conta di raccogliere un numero elevato di adesioni, ed alla luce del voto che ha visto eleggere il grillino Fabio Massimo Castaldo alla vicepresidenza del Parlamento Europeo: e per poi  fare pressione su un Pd (derenzizzato e tecnocratizzato a sinistra) per indurlo a riflettere sulla possibilità di un governo a guida M5S. Nel caso in cui la strada risultasse percorribile, la Commissione europea aprirebbe all’ipotesi di concedere più tempo all’Italia sulle misure di correzione agli squilibri, sia macroeconomici che dei conti. Dall’Ue non escludono nemmeno l’ipotesi d’ un governo ad interim per l’Italia. Tutta questa storia torna a dimostrarci quanto poco conti il volere degli italiani rispetto alle manovre dell’Ue. Così l’elettorato ha bocciato il Partito democratico, ma a Bruxelles c’è chi lo ha gradito “derenzizzato”, più “tecnocratizzato” ed alleato di Leu e Bonino, soprattutto buono per ammansire Di Maio e compari. In parole povere, in Ue gradiscono solo un governo di sinistra che tenga a stecchetto l’Italia. Una sinistra che sappia arginare sia l’antieuropeismo marxista che quello di matrice nazionalista. Insomma un governo che pratichi povertà diffusa e sostenibile, millantando crescita ed integrazione.

Matteo Salvini: "Basta andare a Bruxelles col cappello in mano", scrive il 25 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". A mettere il sigillo su una giornata di tensione altissima sulla formazione del governo, poco prima delle 21 il leader della Lega Matteo Salvini ha postato un messaggio su Facebook stringatissimo. Tre parole: "Sono molto arrabbiato". Lo sfogo riguarda le resistenze del Quirinale (istigato dall'Europa) circa la nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia. Mezz'ora dopo, Luigi Di Maio ha messo un "like" al post dell'alleato, confermando così che l'intesa tra i due rimane forte (e che lo sfogo salviniano non era rivolto contro i grillini). Il messaggio del leader del carroccio era stato preceduto da una nota del partito che faceva il punto in modo inequivocabile sulla sua posizione nella contesa per la lista dei ministri: "La Lega non prende in giro gli italiani. Durante la campagna elettorale il Carroccio ha preso impegni precisi su tasse, Europa, giustizia e pensioni e non andrà a Bruxelles col cappello in mano". L'atteggiamento della Lega resterebbe comunque "costruttivo e responsabile". 

Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio: "I mercati insegneranno agli italiani come si vota", scrive il 29 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Tedesco, iscritto al partito della Merkel e commissario Ue al Bilancio. Gunther Oettinger è come Babbo Natale per Lega e Movimento 5 Stelle. Il 55enne crucco oggi, nel corso di una intervista a una tv tedesca ha detto che "i mercati insegneranno all'Italia come si vota". Poi, non contento, ha anche retwittato la sua dichiarazione, che a quel punto ha varcato i confini della Germania ed è piovuta sul nostro Paese. Suscitando un'ondata di indignazione che ha riunito magicamente l'intero arco parlamentare Italiano, visto che il presidente del Pd Matteo Orfini ha dichiarato a caldo "dichiarazioni di Oettinger, stupide, ottuse e pericolose". E il reggente Maurizio Martina: " “Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia”. Matteo Salvini su Twitter: "PAZZESCO, a Bruxelles sono senza vergogna. Il Commissario Europeo al Bilancio, il tedesco #Oettinger, dichiara “i mercati insegneranno agli italiani a votare per la cosa giusta”. Se non è una minaccia questa...Io non ho paura, #primagliitaliani!,". I 5 Stelle, da parte, loro, hanno chiesto l'intervento del presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker: “Chiediamo al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di smentire immediatamente il Commissario Oettinger. Le sue parole sono di una gravità inaudita e sono la prova delle evidenti manipolazioni che la democrazia italiana ha subito negli ultimi giorni. Oettinger ha gettato la maschera e deve dimettersi!” scrive in una nota la capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo Laura Agea. “Gli europarlamentari del Pd e Forza Italia, per caso, condividono le parole di Oettinger? Il loro silenzio è imbarazzante e dimostra quanto poco sia a cuore l’Italia a questi due partiti”, conclude Agea. “Le parole del Commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger – i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto – sono assurde e inaccettabili. I nostri cittadini sono in grado di decidere autonomamente come scegliere i propri rappresentanti, senza bisogno di suggerimenti. Le affermazioni del Commissario Ue rischiano di alimentare ulteriormente l’anti-europeismo. Non ne avevamo proprio bisogno”. Così in una nota Mariastella Gelmini di Forza Italia. Giusto qualche giorno fa, il quasi-ministro all'Economia Paolo Savona aveva paragonato la ricetta economico-politica della Germania al progetto del ministro dell'Economia del Terzo Reich. Parlando ad Agorà su La7, Savona aveva detto che "il modello di economia e di società dove l'economia determina la politica continua ad essere applicato. Il nazismo proponeva la Germania come paese d'ordine e proponeva che tutte le monete si dovessero comportare come il marco. Il resto dei paesi, Italia compresa, non doveva dedicarsi all'industria ma all'agricoltura, al turismo e al benessere anche dei tedeschi". Savona affermava che la differenza sta nel fatto che prima la Germania voleva imporsi "manu militari. Oggi hanno inventato un meccanismo che si chiama Europa unita e che porta gli stessi effetti. Un meccanismo nel quale i tedeschi hanno una posizione ideologica dominante".

"Dai mercati segnale agli italiani". È bufera sul commissario Ue. Tensioni in Borsa per l'incertezza politica. Lo spread sfonda i 320 punti. E il commissario tedesco minaccia gli italiani. Salvini: "Io non ho paura". E la Meloni: "Lo spazzeremo via chi vuole l'Italia in ginocchio", scrive Andrea Indini, Martedì 29/05/2018, su "Il Giornale". Ieri Piazza Affari ha bruciato tutti i guadagni accumulati nel 2018. Oggi, invece, abbiamo assistito all'irrefrenabile galoppare dello spread. Un'avanzata inesorabile che è arrivata a sfondare anche la soglia psicologica dei 300 punti base. A pesare è l'incertezza politica. In questo clima infuocato, a peggiorare la situazione ci ha pensato il commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger. Che parlando col giornalista Bernd Thomas Riegert, che lo ha intervistato a Strasburgo per l'emittente DwNews, si è messo a bacchettare gli italiani dicendo che i mercati e lo spread gli avrebbe spinti a non votare più i populisti. L'incertezza politica comincia a pesare sulle aste di titoli di Stato, con il Tesoro costretto a pagare molto di più in un collocamento di Ctz e Btp indicizzati all'inflazione rispetto a un mese fa. Il differenziale sfiora livelli che non si vedevano dal novembre del 2013. E sale anche la febbre dei titoli biennali del Belpaese, che sul mercato secondario esplodono toccando picchi che si allineano a quando il presidente della Bce, Mario Draghi, si vide costretto a intervenire per dichiarare di essere pronto a fare tutto il necessario per difendere la moneta unica. Quei tempi sembrano ancora lontani, anche perché Francoforte contiene i danni con gli acquisti del quantitative easing, ma i mercati non escludono ipotesi di contagio europeo se la situazione dovesse peggiorare. "Nel caso in cui lo spread si posizionasse in modo convincente sopra quota 200 - si legge in un report di Goldman Sachs - allora i rischi sistemici sugli asset dell'Unione monetaria europea e anche al di là di essa, probabilmente, aumenterebbero". In questo clima difficile, è entrato a gamba tesa il tedesco Oettineger che ha bacchettato gli elettori italiani. Ad anticiparne i contenuti è stato il corrispondente di DwNews con un tweet: "I mercati e un outlook negativo insegneranno agli elettori italiani a non votare per i partiti populisti alle prossime elezioni. Questo avrà un ruolo nella campagna elettorale". Dopo qualche ora, però, Riegert si è "scusato" per aver "citato il commissario in modo errato". E nel farlo ha pubblicato le frasi integrali di Oettinger (leggile qui). Non c'è il verbo "insegnare", ma c'è "indurre". Cambia la forma, ma non la sostanza. Dichiarazioni comunque inaudite che hanno immediatamente scatenato una selva di polemiche da Bruxelles a Roma (guarda il video). Mentre il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha chiesto rispetto per gli elettori italiani, il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani ha ricordato che "l'Italia non è una democrazia a sovranità limitata. Non sono i mercati a decidere il destino della Repubblica - ha, poi, sottolineato - ma i cittadini con il loro libero voto e le istituzioni che li rappresentano". "Non ne avevamo proprio bisogno", ha commentato Mariastella Gelmini accusando Oettinger di "alimentare ulteriormente l'anti-europeismo". In Italia il fronte si è dimostrato compatto, da destra a sinistra. "Ci trattano come una colonia estiva dove fare le vacanze", ha tuonato Luigi Di Maio. Tra i grillini c'è chi, come Andrea Colletti, che ha promesso di "fare di tutto per cacciare a calci nel sedere qualche commissario europeo. Da queste cose si vede chi è italiano e chi è anti-italiano". "Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna!", ha fatto eco Matteo Salvini su Twitter. "Se non è una minaccia questa... io non ho paura". Giorgia Meloni, poi, ha promesso "ai tecnocrati di Bruxelles e ai signori dello spread" che gli italiani "che cosa è la democrazia. L'Italia è una Nazione sovrana: spazzeremo via chi ci vorrebbe in ginocchio". Anche il presidente del Pd Matteo Orfini ha bollato l'intervista come "offensiva, irricevibile e stupida". E sono già in molti a chiederne le dimissioni (guarda il video).

Oettinger, il kaiser delle gaffe che attacca l'Italia. Nel 2003 definì l'Italia ingovernabile. Poi attaccò il governo Berlusconi. Fu accusato di filonazismo, omofobia e razzismo. E non solo, scrive Domenico Ferrara, Martedì 29/05/2018, su "Il Giornale". Guenther Oettinger è il kaiser delle gaffe, delle polemiche e delle uscite a gamba tesa. La dichiarazione sui "mercati che insegneranno agli italiani come votare" è solo l'ultima di una serie di boutade o di frasi che hanno scatenato la bufera. Nel 2003 definì Bulgaria, Romania e Italia "intrinsecamente ingovernabili".

Nel 2007, quando era presidente del governo regionale in Baden Wuerttemberg, Oettinger venne accusato di filonazismo perché durante l'orazione funebre per Hans Filbinger, che fu giudice militare durante il Reich, non ricordò in alcun modo la attività da questi avuta sotto il regime di Hitler. Si mosse persino la Merkel che biasimò il suo collega di partito costringendolo alle scuse. Nel 2010 Oettinger finì poi sotto accusa a Bruxelles per la sua partecipazione a un think tank noto per posizioni antisemite. Nel 2011 disse alla Bild che le bandiere dei paesi sotto procedura per deficit eccessivo, tra cui l'Italia, avrebbero dovuto essere esposte a mezz'asta davanti alle sedi delle istituzioni europee. "Questa sarebbe certamente una misura simbolica, ma avrebbe un effetto dissuasivo'', affermò il tedesco, proponendo inoltre che questi paesi rinunciassero temporaneamente alla loro sovranità in materia di bilancio per trasferirla all'Unione europea. "La misura sarebbe una vera provocazione per ciascuno di questi governi e frenerebbe tutti i paesi che si indebitano troppo'', motivò il commissario Ue. Una sorta di gogna insomma, che scatenò un putiferio generale e che terminò con una telefonata di fuoco di Jean Claude Juncker e con le scuse di Oettinger. Nello stesso anno, Oettinger criticò duramente il governo italiano per come aveva gestito la crisi del debito nazionale. ''L'Italia ha reagito miseramente alla crisi", aveva detto Oettinger. Che poi aveva aggiunto: "Approvando e poi modificando la manovra aggiuntiva, dopo le proteste, il governo Berlusconi ha agito in maniera irresponsabile". Le ingerenze nei confronti di altri paesi hanno preso di mira anche la Grecia e persino la Francia. "L'Euro adesso è ancora più a rischio. Il premier Giorgos Papandreou ha messo la moneta unica in una situazione di pericolo ancora più grande. Se i greci voteranno no le conseguenze saranno imprevedibili. I membri più deboli dell'Unione europea sono tenuti alla chiarezza e fiducia", disse nel 2011. Nel 2014 invece attaccò la Francia accusandola di essere "un paese recidivo" sul deficit, un paese che andrebbe trattato "con rigore". Due anni dopo scoppiò la bufera con Varsavia. L'allora commissario Ue al digitale Oettinger annunciò di voler proporre alla Commissione europea di mettere la Polonia "sotto sorveglianza" dopo la nuova legge approvata a fine 2015 dal parlamento che dava il controllo al governo delle stazioni radiotelevisive pubbliche. Un altro caos avvenne a causa delle dichiarazioni sulla Vallonia, definita "una minuscola regione governata da un pugno di comunisti che blocca l'Europa", sui membri della delegazione cinese in visita alle istituzioni Ue, apostrofati come "quelli con gli occhi a mandorla" e sulle nozze tra omosessuali. Nel novero delle polemiche poi va inserita anche quella per aver usato l'aereo privato dell'uomo d'affari tedesco Klaus Mangold per volare da Bruxelles a Budapest, dove era atteso per cena dal premier ungherese Viktor Orban; quella di essere finito tra le carte di una inchiesta contro la mafia perché conosceva uno degli arrestati nell'ambito dell'Operazione Stige e infine quella di aver avuto la patente di guida ritirata nel 1991, quando aveva 38 anni, dopo essere stato trovato al volante con più alcol nel sangue di quanto permettono le leggi tedesche.

Cosa è successo con la frase del commissario Ue Oettinger che sta scatenando le polemiche. «I mercati insegneranno agli italiani a votare» è un'affermazione che l'esponente europeo non ha mai pronunciato. Si tratta di una errata sintesi del giornalista tedesco che lo ha ascoltato. Ma nel frattempo la bagarre tra chi condanna è già partita, scrive Mauro Munafò il 29 maggio 2018 su "L'Espresso". Il commissario Ue Günther Oettinger non ha mai detto che "i mercati insegneranno all'Italia a votare". Questa frase, che sta scatenando le polemiche e le reazioni di tutti gli schieramenti politici italiani con tanto di richieste di dimissioni, è in realtà solo la sintesi del giornalista che lo ha intervistato e che ha riportato questa frase su Twitter. Il corrispondente dal Belgio Bernd Thomas Riegert, dell'emittente tedesca Dw, ha infatti in un primo tweet scritto in inglese che l'esponente europeo in un'intervista che sarebbe andata in onda qualche ora dopo, gli aveva detto, con tanto di virgolette, che "i mercati avrebbero insegnato a votare agli italiani". Un'affermazione pesantissima che ha subito scatenato le reazioni indignate di tutti gli schieramenti politici italiani e non solo. Qualche minuto dopo però il giornalista ha cancellato il tweet per riportarne uno quasi identico da cui erano però sparite le virgolette: nel gergo giornalistico significa che quella frase è in realtà una sintesi del giornalista stesso. Una volta esplosa la polemica, l'emittente ha messo online i dieci minuti di intervista, da cui si possono estrapolare le frasi corrette, poi twittate dallo stesso Riegert anche in inglese. La frase davvero pronunciata da Oettinger è infatti la seguente, di sicuro meno forte rispetto a quella riportata inizialmente: «La mia preoccupazione e aspettativa è che gli sviluppi dei mercati, delle obbligazioni e dell'economia italiana delle prossime settimane saranno così ampie che potrebbero diventare un segnale che indichi agli elettori, dopotutto, di non votare per i populisti a destra e sinistra» a cui ha poi aggiunto: «Posso solo sperare che questo elemento possa avere un ruolo nella campagna elettorale e inviare un segnale per non consegnare la responsabilità di governare ai populisti di destra e sinistra». Un'affermazione in ogni caso discutibile, che ha infatti portato nella sera ha portato il Commissario a scusarsi con gli elettori italiani.

«Se la persona sbagliata dice la cosa giusta»: lo Spiegel difende la frase di Oettinger. Il settimanale tedesco ammette il passato da gaffeur del commissario Ue al Bilancio, ma ne giustifica le affermazioni sull'Italia. Intanto su alcuni giornali internazionali si ragiona sui rischi di nuove elezioni nel nostro Paese, scrive Nicolò Canonico il 30 maggio 2018 su "L'Espresso". Critiche sempre più forti. Lo stato di incertezza che regna in questo momento nella politica italiana sta provocando malumori anche tra i principali giornali internazionali. In particolare il settimanale tedesco Der Spiegel, già durissimo nei giorni scorsi nei confronti del nostro Paese, rincara la dose: «Se la persona sbagliata dice la cosa giusta» è il titolo dell'editoriale del corrispondente da Bruxelles Markus Becker. L'uomo sbagliato è Günther Oettinger, il commissario europeo al Bilancio; la cosa giusta è la frase che ha pronunciato ieri durante un'intervista (riassunta in modo sbagliato dal giornalista della Deutsche Welle), che ha scatenato un putiferio in Italia. Salvini e Di Maio hanno risposto offesi: «Pazzesco, a Bruxelles non conoscono vergogna!» aveva twittato il segretario della Lega. «Questa gente tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire in vacanza» gli aveva fatto eco il leader pentastellato. Ma allo Spiegel non ci stanno e rispondono per le rime: «Pazzesco? Vergogna? Colonia estiva? Questa è la tattica che i populisti amano usare: trasformare la verità nel suo opposto». E ancora, sulla frase incriminata: «Niente di quello che Oettinger ha detto è sbagliato. Né che i mercati potrebbero reagire infelicemente alla politica fiscale ed economica irresponsabile, né che si dovrebbe sperare in una certa comprensione degli elettori di quanto sta avvenendo». Per Becker c'è un solo problema: la frase l'ha pronunciata un noto gaffeur e questo non farà altro che «aiutare i nemici della verità». Voci perplesse iniziano a farsi sentire anche oltreoceano. In un'editoriale comparso sul sito del New York Times, la scelta di Mattarella di bloccare il governo Lega-5 Stelle è una «scommessa audace», che però non ha calmato gli investitori internazionali: «I rendimenti delle obbligazioni bancarie italiane sono saliti bruscamente per i timori di un'altra elezione, che potrebbe potenzialmente dare una maggiore forza ai partiti populisti e costituire una nuova minaccia di abbandono dell'euro da parte dell'Italia». A New York si augurano che un eventuale ritorno alle urne possa trasformarsi invece in un'occasione: «La scelta del presidente Mattarella, almeno, offre agli elettori italiani una seconda possibilità di valutare le loro opzioni dopo aver intravisto cosa potrebbero significare le loro precedenti scelte». Una posizione, quella del quotidiano newyorkese, che assomiglia vagamente alla frase di Oettinger. Il Guardian si chiede se l'Italia, il nuovo laboratorio politico d'Europa, sia «un Paese dove la democrazia liberale cambia tonalità e sprofonda sotto l'orizzonte». Questo perché «hanno vinto non uno, ma due populismi diversi» che sono stati in grado di «colpire duramente i poteri costituzionali del presidente Mattarella e questo mostra quanto siano determinati a rovesciare l'assetto istituzionale del Paese».

«Europea e anti populista» Le Monde fa lo spot a Milano. Il settimanale francese loda la «capitale economica» Gli assessori rilanciano la pagina ma il web si divide, scrive Chiara Campo, Giovedì 31/05/2018, su "Il Giornale". Vignette e affondi internazionali. L'Italia che dal 4 marzo viaggia sulle montagne russe per la formazione di un governo a lungo o brevissimo periodo è presa di mira dalla stampa estera. «Sprofonda nel caos politico» secondo il francese Le Monde, vive «i tempi più drammatici degli ultimi trent'anni» per la Sueddutsche Zeitung, fino al tedesco Der Spiegel che giorni fa ha definito gli italiani «scrocconi aggressivi» («i barboni almeno dicono grazie quando gli si dà qualcosa» ha scritto) sollevando una forte reazione polemica. In controtendenza ieri sempre il settimanale francese Le Monde ha dedicato un'intera pagina a quella che sembra ormai una «città-Stato» che poco c'entra col Belpaese. Titolo: «Milano città aperta». Sottotitolo: «La capitale economica italiana resiste all'ascesa del populismo». L'immagine plastica della «Milano europea» è il quartiere degli affari a Porta Nuova, con i grattacieli che la avvicinano alla Potsdamer Platz di Berlino con un mix di tecnologia, terrazze, locali. Le Monde dedica ampio spazio all'Università Bocconi, «simbolo dell'apertura milanese» dove si formano 14mila studenti in economia, finanza o scienze politiche e dove sta crescendo il grande campus «all'americana» che avrà anche un centro sportivo con piscina olimpionica. Sottolinea che la Bocconi è «presieduta da Mario Monti», che è stato «membro della Commissione Europea» e presidente del Consiglio tra 2011 e 2013 dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. E tra i bocconiani illustri cita «il sindaco Beppe Sala che è stato anche commissario Expo 2015». Cita i «corsi in inglese per attirare studenti stranieri, già il 20% degli iscritti» e i professori che «arrivano da ogni Paese». Se l'attuale crisi politica inquieta i suoi professori, «perchè temono un'ondata di speculazione sul debito, l'istituzione mostra ottimismo». Il Gianmario Verona ammette che «la situazione politica è confusa» ma «Milano è sempre stata un città un pò più dinamica, rivolta al futuro, e noi pure». Gli assessori comunali rilanciano su Facebook lo «spot» francese: «Martedì gli 8 sindaci di Milano in vita, da Tognoli a Sala, hanno firmato un appello sul ruolo di Milano a fianco delle istituzioni repubblicane e dell'Europa. Oggi questo ruolo di Milano città aperta, europea, che resiste ai populismi viene riconosciuto da una grande paginata de Le Monde» commenta il Pd Pierfrancesco Maran, rilanciato dal collega Pierfrancesco Majorino. Ma il popolo del web si divide: «Attenti perchè già 5 municipi su 9 sono passati al centrodestra e al prossimo giro non basterà più vincere all'interno della Cerchia per farsi riconfermare. E vedendo come vengono trattate certe questioni in periferia, cosa di cui Le Monde ovviamente non si occupa, non sarei così sicuro del fatto che un Sala-bis sia così scontato. Purtroppo (per gli amministratori) non esiste solo la città-vetrina, ma anche la città abitata» scrive Andrea. E per Lorenzo «se Milano non sta molto, ma molto più attenta ad essere aperta al prossimo giro di elezioni diventerà, come viene detto in modo dispregiativo, stra-populista».

Ora è chiaro: l’Europa vuole massacrare l’Italia per annientare Lega e 5 Stelle, scrive il 29 maggio 2018 Marcello Foa su "Il Giornale". A questo punto il disegno è chiaro: l’establishment europeo ha deciso di impedire ad ogni costo la nascita di un governo formato da Lega e 5 Stelle. E ha scelto la strada dell’oppressione. Riepiloghiamo: Mattarella nega al governo Conte il diritto di presentarsi alle Camere sebbene abbia la maggioranza, per le ragioni che ben conosciamo. Ufficialmente perché la persona di Savona non è gradita, in realtà, come spiega l’ex ministro delle Finanze Padoan, “il problema non è Savona, ma le idee di Lega e M5s sull’Europa”. Quella di Mattarella sembra una scelta azzardata, perché, come osservano in molti e come confermato dai sondaggi, alle prossime elezioni Salvini e Di Maio potrebbero ottenere ognuno il 30% dei consensi e dunque ripresentarsi al Quirinale molto più forti di oggi. Davvero strana è anche la nomina di Cottarelli: perché varare un governo tecnico che non ha una maggioranza? Non sarebbe stato più logico confermare Gentiloni per il disbrigo degli affari correnti? Ora, invece, appare tutto terribilmente chiaro e a svelare il gioco è il commissario europeo al Bilancio Oettinger, che, come capita a molti tedeschi di potere, non riesce a trattenere la propria arroganza, e dichiara pubblicamente: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. E allora tutto diventa chiaro: l’establishment europeista ha deciso di spezzare le reni all’Italia, come ha già fatto con la Grecia. Lo scenario che si profila è il seguente: scatenare una crisi paurosa del debito pubblico italiano, spingendo lo spread a livelli mai visti, provocare il panico, fino al momento in cui l’Italia verrà commissariata e Mattarella invocherà per il bene supremo del Paese la fiducia a Cottarelli (già in carica) e/o l’introduzione di misure straordinarie, come il rinvio sine die delle elezioni e la conseguente distruzione della reputazione e della popolarità di Salvini e di Di Maio, che verranno indicati come i responsabili di questa crisi. Se il piano avrà successo, servirà da monito a tutti i Paesi europei dove i movimenti “populisti” sono in ascesa e comporterà la definitiva sottomissione dei popoli europei alle oligarchie europee. Come dire: colpirne uno per educarne cento. Perché queste sono le logiche, indegne e autoritarie. Opporsi è un dovere civico e morale. Il piano deve fallire.

Germania, lo schifo contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio: come insultano loro e l'Italia, scrive il 25 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Tedeschi padroni d'Italia. Torna l'antipatica abitudine di Berlino di impartirci lezioni infarcite di insulti. Dopo Silvio Berlusconi, nel mirino ci finiscono Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il settimanale Der Spiegel in un editoriale a firma di Jan Fleischhauer accusa il nostro Paese di voler "scroccare" dal resto dei partner dell'Unione europea. "Come si dovrebbe definire il comportamento di un Paese che prima chiede qualcosa per lasciarsi finanziare il suo proverbiale dolce far niente, e poi minaccia coloro che dovrebbero pagare se questi insistono sul regolamento dei debiti? Chiedere l'elemosina sarebbe un concetto sbagliato. I mendicanti almeno dicono grazie, quando gli si dà qualcosa". E la colpa sarebbe anche di Mario Draghi, presidente della Bce che "ridicolizzava i timori dei tedeschi mentre svalutava le loro assicurazioni sulla vita e i loro risparmi". Anche il settimanale della Frankfurter Allgemeine schiaffa in copertina la vignetta di un'Ape-car italiana (marchiata M5s-Lega) lanciata a rotta di collo giù da un burrone. Alla guida un uomo fa il gesto dell'ombrello. Titolo? "Mamma mia!". E Conte? Viene ritratto come Arlecchino, "servitore di due padroni". Di Maio e Salvini, ovviamente. E c'è anche un'altra emozionante vignetta: Di Maio e Salvini dottori. Nomi? Peste e colera.

Il New York Times all'attacco: "In Italia governo schifoso". Ancora un attacco dalla stampa estera a M5s e Lega: "Sono un branco di miserabili sollevati dalla marea antiliberale", scrive Luca Romano, Martedì 05/06/2018, su "Il Giornale". Il New York Times torna a mettere nel mirino il governo italiano. Questa volta uno degli editorialisti del quotidiano statunitense di fatto va oltre la normale critica e dialettica che può riguardare il dibattito politico. Si passa direttamente agli insulti. Si può pensare bene o male di questo governo gialloverde che ha preso il via qualche giorno fa, ma di certo gli elettori vanno rispettati e soprattutto va rispettato un Paese democratico qual è fino a prova contraria l'Italia. Ma Roger Cohen bolla il nostro esecutivo come "terribile, schifoso". Parole che pesano. Poi aggiunge: "Lega e Movimento Cinque Stelle mettono insieme bigottismo e incompetenza a un livello inusitato. Sono un branco di miserabili sollevati dalla marea antiliberale" (leggi qui l'articolo del New York Times). Insomma nel quadro internazionale non c'è ancora tregua. Dopo l'ondata di insulti arrivati dalla Germania adesso arrivano anche quelli dagli Stati Uniti. Infine Cohen esprime un giudizio forte anche sul modo di fare politica di M5s e Lega: l'uso dei social. "Non vedo niente nella Lega o nel Movimento 5 stelle diffuso via Internet che non mi disgusti". Opinione rispettabile. Ma di certo nessuno in Italia si sogna di definire "schifoso" un governo di un Paese sovrano.

Maledetti italiani! Scrive Giampaolo Rossi il 22 maggio 2018 su "Il Giornale".

I MAESTRINI. Niente da fare è più forte di loro. Non riescono proprio a togliersi quel misto di vanità e arroganza con cui sono soliti occuparsi degli affari degli altri. Quando si tratta dell’Italia poi, il narcisismo ed il senso di superiorità dei governanti francesi e tedeschi travalica le Alpi e dilaga nella nostra politica come un’orda di Galli e di Ostrogoti in preda a frenesia predatoria. È come se l’Italia fosse roba loro; o comunque una provincia, una terra politicamente da saccheggiare o peggio ancora da “educare”, perché il loro modo di rapportarsi a noi ha sempre qualcosa di pedagogico; come i maestrini che devono richiamare all’ordine i loro alunni somari. Simbolo iconico di questa arroganza fu lo scambio di sorrisetti tra Sarkozy e la Merkel contro Berlusconi nel 2011; un’ironia beffarda, oltraggiosa nei confronti non solo di un Primo Ministro che cercava di difendere gli interessi del suo Paese, ma nei confronti di un’intera nazione che quel Premier rappresentava. Quei sorrisetti furono una sorta di segnale convenuto con il quale aprire la campagna d’Italia per lo screditamento del legittimo governo italiano eletto democraticamente ma ostile alle politiche di austerity che Parigi e Berlino volevano imporre; e con la complicità della tecno-finanza europea, dei media e di una banda di sicari italiani guidati da Giorgio Napolitano riuscirono ad imporre Mario Monti, il tecnocrate perfetto, l’uomo che avrebbe ammansito le velleità sovrane dell’Italia. Ora che il nostro Paese torna ad esprimere un Governo almeno apparentemente non espressione dell’élite eurocratica, ecco che rispunta il vizietto franco-tedesco d’interferire nelle nostre scelte; addirittura prima ancora che questo Governo si formi e si insedi. La recente dichiarazione del Ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, non è solo un’analisi preoccupata sul futuro dell’eurozona a causa del nuovo governo Lega/M5S (cosa che dal suo punto di vista di europeista compulsivo è legittima); ma è un vero e proprio pizzino indirizzato alla nostra sovranità: “Tutti devono capire in Italia che il futuro dell’Italia è in Europa e da nessun’altra parte, e perché questo futuro sia in Europa ci sono regole da rispettare”. Praticamente un ministro francese ci viene a dire cosa dobbiamo capire noi. Dando per scontato che lui abbia capito tutto. Ora che in Italia torna un Governo apparentemente non espressione dell’élite eurocratica, rispunta il vizietto franco-tedesco d’interferire nelle nostre scelte. Il messaggio è chiaro: cari italiani scordatevi qualsiasi retorica sulla sovranità; non avete scampo, o vi sottomettete a queste regole che poi sono quelle imposte da noi e dalla Germania, oppure la pagherete. Al francese ha fatto eco il tedesco. In assenza del simpaticone di Schulz, il “Kapo” socialista che per anni ha dato lezioni non richieste all’Italia (salvo poi scomparire dalla scena politica), è arrivato tale Weber, il Kapetto popolare (cioè del PPE) ad ammonirci: “State giocando col fuoco”. E giù la solita retorica sulle regole che devono essere rispettate, che non possono essere cambiate perché altrimenti crolla l’eurozona e con essa l’Europa e con essa il mondo e persino il Sistema solare potrebbe uscirne danneggiato. Poco importa se queste regole spesso valgono per qualcuno e non per altri.

FURBETTI FRANCESI. Nel gennaio scorso il francese Pierre Moscovici, Commissario Ue agli Affari economici, è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale italiana attaccando l’ipotesi di ridiscutere il tetto del 3% nel rapporto Deficit/Pil ipotizzata dai 5Stelle e dai partiti sovranisti (Lega e Fdi) orientati a rivedere il Trattato di Maastricht: “un controsenso assoluto” l’ha definito il custode dell’ortodossia europeista. In realtà un controsenso relativo, perché se gli italiani lo ipotizzano sono colpevoli di leso-europeismo, se i francesi lo applicano nessuno dice niente. Dal 2011 al 2016 la Francia ha sistematicamente violato il tetto del 3% nel rapporto Deficit/Pil; l’Italia, dal 2012 lo ha sempre rispettato. Ed anche se nel 2017 il governo di Parigi ha annunciato trionfalmente la discesa sotto il limite consentito (più per trovate contabili che per altro), secondo le stime quinquennali del FMI, il dato è destinato ad aumentare fino al 2022. Inoltre, come ha ricordato Alberto Bagnai, economista ed oggi parlamentare della Lega, al pari dell’Italia anche la Francia ha aumentato il debito pubblico infrangendo un’altra regola di Maastricht secondo cui lo sforamento del rapporto Debito/Pil poteva essere tollerato solo a fronte ad un abbassamento del debito pubblico. Se si guarda il Debito aggregato (Stato ma anche imprese e famiglie), l’Italia è tra le nazioni virtuose, meglio della Francia. D’altronde anche quella del Debito è una narrazione da cambiare. Come ha segnalato sul Sole 24Ore Vito Lops, uno dei più seri giornalisti economici italiani, se si guarda il Debito Pubblico l’Italia è il Paese più a rischio dell’eurozona dopo la Grecia. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero non solo quello dello Stato ma quello di tutti gli attori economici (anche imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela “un Paese nella media, senza grossi problemi di debito”. Ed indovinate un po’ quale diventa il Paese più esposto finanziariamente? La Francia appunto, che sommando esposizione di società, banche e famiglie “viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati” a fronte del 350% dell’Italia e del 270% della Germania.

DINAMITARDI TEDESCHI. D’altronde quanto sia necessario rivedere Maastricht e i criteri di valutazione delle economie lo dimostra un altro dato inquietante che riguarda la Germania e i paesi apparentemente più virtuosi: le cosiddette “contingent liabilities”, cioè le passività potenziali che i governi accumulano sotto forma di garanzie poste sui debiti contratti da organismi controllati, istituzioni pubbliche o finanziarie. Vere e proprie “bombe ad orologeria” di indebitamenti che però non vengono calcolati nei bilanci ufficiali degli Stati ma che, qualora le cose andassero male, si scaricherebbero sui cittadini. Cosa succederebbe se l’Italia, paese fondatore dell’Ue e terza economia dell’euro zona decidesse di non abbassare più la testa ai diktat di Berlino, Parigi e Bruxelles? Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2016, le garanzie prestate dalla Germania ammontano a quasi 450 miliardi di euro, oltre il 14% del Pil; la Francia ha garanzie per 116 miliardi (5,2% del Pil) e l’Italia solo per 41 miliardi (2,4% del Pil). In altre parole noi italiani mostriamo una maggiore oculatezza nella gestione del debito. La cosa incredibile è che se si sommasse il Debito ufficiale con questo Debito fuori bilancio (ma reale) si scoprirebbe che la tanto criticata Italia ha un debito complessivo di poco superiore a quello tedesco e l’obbligo di riduzione imposto alla nostra economia scenderebbe di oltre il 60%.

COSA SPAVENTA DELL’ITALIA? In realtà la paura che ora aleggia nei circoli europei non è legata all’azione di un Esecutivo italiano che ancora deve iniziare a governare (perché i governi si giudicano dal loro operato); ma dal timore che l’Italia inizi a non rispondere più agli ordini dei suoi padroni. In questi anni, l’operazione svuotamento della sovranità ha garantito all’Europa un’Italia docile e remissiva, con governi sottomessi ai placet dell’eurocrazia: Presidenti del Consiglio (da Monti a Renzi fino a Gentiloni) e leadership italiane composte da servizievoli esecutori di decisioni altrui; Presidenti della Repubblica (da Napolitano all’attuale Mattarella) sfacciatamente orientati a rifiutare quel principio di sovranità nazionale fondamento della nostra Costituzione che loro dovrebbero difendere. Che cosa potrebbe succedere se ad un certo punto l’Italia, paese fondatore dell’UE e terza economia dell’eurozona, dovesse decidere di non abbassare più la testa ai diktat di Berlino, Parigi, Francoforte o Bruxelles? Cosa accadrebbe se un nuovo governo a Roma dovesse iniziare a battere i pugni sul tavolo e a reclamare pezzi di sovranità; a chiedere di ridiscutere regole e trattati, a rivendicare ruolo internazionale e ad imporre il proprio interesse nazionale prioritario rispetto alle astratte leggi comunitarie che penalizzano i suoi cittadini e la sua economia? Ecco, è questo il vero pericolo di un governo sovranista e populista. Ed ecco perché siamo tornati ad essere i “Maledetti italiani!”

Italian connections, scrive Sebastiano Caputo il 22 maggio 2018 su "Il Giornale". E’ quasi fatta, Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero finalmente raggiungere l’accordo di governo nei prossimi giorni. Non poteva andare meglio per il popolo italiano che il 4 marzo aveva espresso senza mezzi termini – e lo dimostrano il consenso ricevuto dai loro rispettivi elettori nelle votazioni del programma e i risultati in Valle d’Aosta – la volontà di affossare il sistema della continuità. Si è conclusa una prima fase – quella del riavvicinamento, impensabile per gli addetti ai lavori molto poco attenti alle meccaniche della metapolitica, tra i due partiti anti-establishment –  e ora inizia la seconda, molto più delicata, perché deve fare i conti con le geometrie internazionali. Siamo un Paese a sovranità limitata e come tale dobbiamo muoverci in funzione degli umori della power elite. Occorre innanzitutto ricordare che l’attuale contesto geopolitico e strategico globale vede l’amministrazione Usa dichiarare una guerra economica e commerciale all’Unione Europa (dazi su alluminio e acciaio, sanzioni alla Russia e rottura dell’accordo sul nucleare con l’Iran) per far girare l’economia americana e addomesticare la Germania, unica profittatrice del sistema eurocentrico, che più di tutti intrattiene rapporti decisivi e costruttivi con Mosca e Teheran tanto che Angela Merkel, accolta pochi giorni fa con un mazzo di fiori a Sochi dal presidente Vladimir Putin, ha detto che sulle questioni internazionali le loro posizioni coincidono e che il Nord Stream 2, il gasdotto che passa  sotto il baltico, si farà. E non è un caso infatti che proprio Donald Trump abbia lavorato negli ultimi mesi sul presidente francese Emmanuel Macron in chiave anti-tedesca dopo che Berlino aveva persino annunciato che non si sarebbe allineata ai bombardamenti in Siria. Chi infatti oggi si oppone al governo Lega-M5S sono tutti i mezzi di informazione occidentale che durante la campagna elettorale statunitense tifavano per Hillary Clinton – dal Financial Times al Washington Post, passando per il New York Times che ora attacca Giuseppe Conte – e ovviamente i mercati europei, terrorizzati dalle spinte sovraniste degli economisti italiani. Fino a qui tutto da copione, potremmo dire persino “di buon auspicio”, il problema però è che dietro le preoccupazioni dell’Unione Europea non ci sono Luigi di Maio e Matteo Salvini ma gli americani che ora vogliono addomesticare la coalizione giallo-verde favorendo personalità che gli forniscono tutta una serie di “garanzie atlantiche”  (vedi l’idea di Giampiero Massolo agli Esteri e di Giancarlo Giorgetti come Sottosegretario alla presidenza del Consiglio) fino a concedere un critico dell’Euro come Paolo Savona all’Economia proprio per mettere sotto pressione la Germania (se consideriamo che la moneta unica è sempre stata un marco tedesco travestito). La visita prevista la prossima settimana in Italia di Steve Bannon – dopo aver convinto Matteo Salvini ad abbandonare Silvio Berlusconi nel nome del popolo contro l’élite sembra esserci la volontà di testare per conto dei think tank statunitensi i movimenti populisti al governo – potrebbe ora invitare il leader della Lega a mettere l’anti-europeismo in cima alla lista delle priorità così da calmare il desiderio di riavvicinamento con la Russia. L’Italia si ritrova dunque stretta nella morsa di una Germania che pur ricollocandosi nel mappamondo euroasiatico e mediterraneo persegue la crescita economica sulla pelle degli altri Stati dell’Unione, e gli Stati Uniti che invece vogliono utilizzare la coalizione Lega-M5S in funzione anti-tedesca e pro-mercato americano. C’è solo un modo per uscirne: sfruttare il conflitto di interessi tra Usa e Ue, insieme alle concessioni che gli uni e gli altri lasciano in questo preciso momento storico, per sganciare progressivamente l’Italia dall’alleanza atlantica e ripensare allora stesso tempo la moneta unica. Facile a dirsi, direte voi, e avete ragione, intanto è bene iniziare a pensarlo.

Governo, nuovo attacco tedesco: "Ecco lo scenario dell'orrore". I timori dei quotidiani tedeschi sul governo Conte: "L'Italia può cambiare l'intera Ue". Poi l'affondo al "pericolo italiano": "Porterà a euro debole e minore crescita", scrive Giuseppe De Lorenzo, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale".  Non c'è due senza tre. In Germania media e opinionisti sono sinceramente preoccupati da Roma. E i timori sono tali da trascinarli in una sorta di gara a dire la propria al Belpaese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi: si va dagli italiani "scrocconi", fino a Conte "burattino", passando per Salvini e Di Maio paragonati alla peste. L'ultimo affondo, in ordine di tempo, arriva (di nuovo) dal Frankfurter Algemeine Zeitung. Il più importante quotidiano tedesco, che due giorni fa aveva rappresentato con una copertina al vetriolo la situazione politica nostrana, oggi apre la sua edizione online con un'analisi altrettanto dura. Il titolo è eloquente: il pericolo italiano. I due autori, Ralph Bollmann e Dyrk Scherff, delineano due ipotesi nel caso in cui Mattarella dovesse capitolare a dare il via libera a Conte: parlano di un possibile "scenario dell'orrore" e di una più mite, ma comunque "pericolosa", prospettiva di instabilità europea provocata dall'Italia. Ad andare di traverso alla Faz sono le proposte scritte nel contratto firmato da Di Maio e Salvini: dal reddito di cittadinanza all'addio alla Fornero, passando dalla paventata "drastica" riduzione delle tasse. L'Italia, scrive il quotidiano, "pensa addirittura all'introduzione di una valuta parallela. Se tutto ciò fosse vero, il debito annuale del paese raddoppierà o triplicherà. L'Italia romperebbe tutti gli accordi europei e porterebbe l'unione monetaria in una nuova crisi". Per non parlare dell'idea di piazzare un ministro anti euro, Paolo Savona, all'Economia. "Lo scenario dell'orrore - si legge nell'articolo della Faz - è qualcosa di simile: il presidente Sergio Mattarella conferma la prossima settimana il governo, che poi ottiene il voto di fiducia in entrambe le camere del Parlamento" e inizia a lavorare. Così "le leggi sulla spesa eccessiva e sul deficit saranno superate rapidamente. Il deficit nel bilancio dello stato aumenterà, i criteri di stabilità europei e il limite di indebitamento verranno infranti. Gli investitori si spaventeranno e i tassi di interesse sui titoli di stato italiani torneranno ad aumentare. Alla fine - concludono i due autori - l'Italia non potrà più permettersi di finanziarsi e dopo anni di gestione della crisi l'euro potrà di nuovo spezzarsi". Dopo l'Economist ("un bizzarro governo"), lo Spiegel ("italiani scrocconi") e la Suddeutsche Zeitung, la Fez torna quindi ad attaccare Roma. Certo, gli autori riconoscono che la situazione è ben diversa rispetto alla crisi del 2012 e che i mercati per il momento non hanno reagito al contratto con eccessivo nervosismo perché "nessuno sa quanto tempo" Lega e M5S continueranno ad essere alleati. E soprattutto perché per ora si tratta solo di idee. Tra il dire è il fare - è il ragionamento - c'è di mezzo Sergio Mattarella. È proprio al Colle che i tedeschi guardano nella speranza presti "molta attenzione al rispetto delle regole". Senza contare che a garantire la tenuta dell'Italia "anche qualora realizzassero tutte le loro ambiziose proposte", ci sarebbero comunque due fattori: il quantitative easing di Mario Draghi e il fatto che gran parte del debito nostrano è detenuto da investitori privati o istituzionali italiani. Quindi creditori "leali" e poco propensi ad abbandonare la nave. "Nel breve periodo - scrivono dunque i due autori - l'Italia e l'eurozona sono probabilmente in grado di far fronte al crescente nervosismo sui mercati finanziari". I problemi arriveranno, dicono, nel lungo periodo. Tanto che "anche se la crisi del debito può essere prevenuta con l'aiuto della BCE, l'Italia potrebbe cambiare l'intera unione monetaria in modo permanente" (e negativo). Questo potrebbe avvenire "se la Commissione europea non sanzionerà le prevedibili violazioni del stabilità dell'UE", portando così altri Paesi a seguire l'esempio del Belpaese e producendo un calo del "desiderio di riforme economiche". Un incubo per i tedeschi. O meglio, per dirla con Bollmann e Scherff, "non è una buona prospettiva per l'Europa e per gli investitori".

«Spiegel disgustoso, Ecofin ridicolo» Per Fitoussi l’Italia deve «mostrare i muscoli». L’economista francese: «L’arrivo al potere dei populisti in Italia dovevamo aspettarcelo», scrive Gianluca Mercuri il 27 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". La nuova stretta sul capitale delle banche decisa dall’Ecofin «fa ridere». L’arrivo al potere dei populisti in Italia è «un incidente previsto da tempo, c’erano state molte avvisaglie, dovevamo aspettarcelo» a causa di «politiche europee sbagliate». Ma la situazione può peggiorare «con insulti politici fra l’Italia e i partner europei, penso all’articolo disgustoso dello Spiegel» e può farsi «pericolosa», con rischi di stagnazione per l’Italia e l’Europa. L’analisi di Jean-Paul Fitoussi, in questa intervista all’Ansa, non è consolante e non risparmia critiche alle istituzioni europee. I requisiti più severi richiesti alle banche, proprio mentre gli Stati Uniti fanno il contrario, secondo l’economista francese «affrontano il problema alla rovescia» e rischiano di strozzare il credito all’economia. Le raccomandazioni dell’Ecofin dovranno essere approvate dal Consiglio europeo di giugno, ma arrivando mentre tra Roma e Bruxelles pare iniziare un braccio di ferro danno l’idea di una persistente sordità delle istituzioni comunitarie a chi, come il docente di Luiss e Sciences Po, vede l’unico faro nella Bce: lo spread oltre i 200 punti per lui è «un po’ inferiore a quanto avrebbe potuto essere perché tutti sanno che c’è Draghi: gli speculatori sono più attenti». Fitoussi sembra suggerire all’Italia la linea dura: «Un negoziato con l’Europa ci vuole, e quando c’è un negoziato in vista bisogna mostrare i muscoli, non le debolezze».

Caos politico in Italia, mercati in fibrillazione. L'euro si rafforza, lo spread in netto calo. Milano positiva con le banche. Il differenziale di rendimento giù da 205 a 190 punti. Secondo gli analisti, nel brevissimo periodo lo stop (per ora) al governo euroscettico è un beneficio per i Btp. Ripercussioni positive sui titoli delle banche. Ma resta una fase improntata alla turbolenza, scrive Raffaele Ricciardi il 28 Maggio 2018 su "La Repubblica". Ore 9:40. Il "caos" politico (Bloomberg) italiano, la "confusione" (Wsj) e la "crisi istituzionale" (Ft) che si profila con lo scontro tra Quirinale e Lega-M5s dominano la scena anche sui mercati finanziari internazionali. Quelli richiamati dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel motivare la scelta di rifiutare il professor Savona al Ministero delle Finanze e - vista la posizione assunta dai partiti di maggioranza - decretando così la fine del tentativo di Giuseppe Conte di dar vita a un governo. Le reazioni degli investitori al momento inedito per la Repubblica sono improntate al nervosismo, ma nelle prime battute domina l'effetto distensivo dato dal fatto che - per ora - si smonta la concreta ipotesi di un governo Lega-M5s, col carico di incertezze sul programma economico-finanziario che si portava dietro. Infatti l'euro si rafforza e per alcuni osservatori ciò si deve allo sbarramento della strada nei confronti di un esecutivo scettico verso la costruzione della moneta unica. La divisa unica apre in rialzo - dopo aver chiuso ai minimi da novembre, venerdì scorso - e passa di mano a 1,1726 dollari e 128,36 yen. Discorso simile per lo spread tra Btp e Bund tedeschi, che secondo la piattaforma Bloomberg crolla in apertura di giornata a 190 punti base (dai quasi 205 di venerdì sera). Il decennale italiano rende il 2,36%. Il calo del differenziale spinge i titoli delle banche, che a loro volta trascinano Piazza Affari: Milano tratta in rialzo grazie alla spinta dei titoli del credito e dopo aver chiuso la scorsa settimana da peggiore in Europa con un calo superiore al 4%. Dopo aver sfiorato il +2% nei primi minuti, però, il Ftse Mib ritraccia al +0,65%. Gli analisti ritengono che questo momento possa esser positivo nell'immediato per il Btp italiano, dopo giorni di passione. Nelle ultime sedute si è infatti visto il processo di "appiattimento della curva" dei rendimenti dei titoli di Stato: i rendimenti sulle scadenze più brevi sono saliti più di quelli a lungo termine, con l'effetto di assottigliare le differenze tra gli uni e gli altri. Un procedimento che in genere accompagna aspettative di tensione nell'immediato. Sensazioni acuite dall'alert lanciato da Moody's sul Paese, con la minaccia di una bocciatura sul rating. Una evenienza che è per il momento rimandata, visto che si poggiava sui dubbi dell'agenzia circa il budget che avrebbero potuto firmare insieme Lega e M5s. Documento per il quale servirà un po' più di tempo. "Entriamo in un periodo di grande incertezza, andando verso le elezioni anticipate - posto che è lì che finiremo - ma non è quello su cui i mercati si concentrano oggi", ha commentato Ray Attrill, strategist della National Australia Bank di Sydney. "Prevale la rassicurazione che l'Italia non avrà, almeno per ora, un ministro delle Finanze dichiaratamente euroscettico". Con l'ipotesi di nuove elezioni alle porte e un esito ancora più incerto - condito da sondaggi che danno la Lega in forte crescita e possibile beneficiaria massima della confusione attuale - l'impressione raccolta dall'agenzia finanziaria Usa è che le turbolenze saranno il pane quotidiano per i prossimi tempi. La tensione sull'Italia si è percepita chiaramente dalla crescita del costo di una assicurazione per proteggersi dal rischio di default tricolore, che si misura guardando al mercato dei cds (credit default swap). Nel caso del contratto sui cinque anni, la scorsa settimana si è vista una crescita di 40 punti base che ha proiettato il costo di assicurarsi dal "rischio Italia" ai massimi dal 2012. Detto dell'Italia, sui mercati internazionali i fattori di riferimento sono le questioni geopolitiche, in primis l'evolversi della situazione tra Corea del Nord e Stati Uniti, e il calo del prezzo del petrolio. Le quotazioni del greggio subiscono le valutazioni fatte dai paesi Opec e dagli altri produttori di petrolio sul successo dei tagli alla produzione stabiliti per eliminare il surplus mondiale di petrolio. I contratti sul greggio Wti con scadenza a luglio cedono il 2,40% a 66,25 dollari al barile. Il Brent cede l'1,65% a 75,12 dollari. La debolezza dell'oro nero ha condizionato gli scambi in Asia, anche se alla fine della giornata la Borsa di Tokyo è riuscita a spuntare un rialzo dello 0,13%. I listini americani restano chiusi per celebrare il Memorial day: Wall Street è reduce da una seduta mista con il Dow che ha perso lo 0,2% e il Nasdaq positivo dello 0,13%. Anche Londra fa festa, e questo potrebbe incidere sul volume di scambi globale. In cauto rialzo gli altri listini Europei: Parigi sale dello 0,5%, Francoforte dello 0,6%. Quotazioni dell'oro in calo sui mercati asiatici: il lingotto con consegna immediata passa di mano a 1.297 dollari l'oncia (-0,29%).

Spread BTP-BUND: i numeri della morte, scrive il 29 maggio 2018 Emilio Tomasini su "Il Giornale". Spread BTP BUND: i giornalisti economici non ci capiscono una beata mazza e ne parlano come se fosse un totem. E ogni giorno leggiamo i giornali come bollettini di guerra con indicazioni di dove sia arrivato lo spread. Terrore dei terrori. In realtà quello che conta non è sapere che oggi lo spread ha chiuso a 230 quello che importa è sapere dove sono le resistenze che lo trasformano in una arma di distruzione di massa. Innanzi tutto lo spread è una differenza di tassi per cui si può ampliare o accorciare per movimento autonomo di uno di entrambi gli elementi, ripeto di uno di entrambi gli elementi. Non ci sono magie e non ci sono riti esoterici. Dire che si amplia lo spread senza specificare se sale il rendimento del BTP o se scende quello del BUND non ha senso perché vedi i sintomi della malattia e non ne vedi le cause e non necessariamente se sale il rendimento del BTP cala quello del BUND. In secundis quello che conta sono come in un qualsiasi grafico di Borsa i massimi e i minimi relativi: nella fattispecie odierna abbiamo un massimo a 212 circa segnato nell’aprile del 2017 e quindi se e solo se questo venerdì avremo uno spread ben ampiamente sopra quel livello potremo iniziare a preoccuparci di una possibile discesa nell’inferno. Il fatto che oggi per un attimo la resistenza sia stata rotta potrebbe essere un peccato veniale. Stiamo a vedere, sicuramente con il cuore in gola, ma non certamente con il panico addosso perché in Borsa non tutti i prezzi sono uguali, ci sono quelli che contano e ci sono altri prezzi che non contano nulla.

Il grande complotto dello spread, Italia rovinata. Gli indizi terrificanti: ecco chi ci comanda davvero, scrive il 30 Maggio 2018 Giuliano Zulin su “Libero Quotidiano”. Ogni giorno uno strazio. La Borsa cede il 2,65% e lo spread, ovvero la differenza di rendimento tra Btp italiani e Bund tedeschi, supera quota 303. Segno che gli investitori vendono a tutta velocità titoli italiani, come non succedeva dal 2013. Perché? Perché non si sa chi comanda in Italia. Come ha titolato in prima pagina Libero ieri siamo in presenza di un «casino mai visto». E allora i gestori dei fondi (gente che prova a far guadagnare i propri clienti) pensano: meglio non rischiare, portiamo via un po' di quattrini e vediamo se, dopo le elezioni, ci sarà una maggioranza certa e meno confusione istituzionale. Lo spread in realtà può salire dove vuole, è solo una speculazione, un termometro della fiducia nei confronti di un Paese. Per inficiare realmente i costi dello Stato nel rifinanziamento continuo del proprio debito (ogni anno vanno in asta circa 400 miliardi titoli pubblici) servono oltre 6 anni. Cioè per mandare in rovina l’Italia veramente bisogna aspettare 6 anni. Certo non è piacevole essere nel mirino dei mercati mondiali. Il problema è solo politico però, perché i fondamentali italiani sono ultra positivi. A parte il Pil che ormai cresce, poco, ma cresce, va considerato che pure le famiglie italiane sono pur sempre fra le più ricche del Vecchio Continente, la proprietà immobiliare è diffusa nell' 80% degli inquilini, l'export galoppa, la manifattura made in Italy è tornata a ruggire in tutto il mondo. Le banche... a fine anno dovrebbero chiudere i bilanci con oltre 10 miliardi di utili. Insomma, non c' è un motivo per speculare sul Belpaese. Se non perché chi dovrebbe amministrare la settima potenza mondiale sta inanellando una serie di errori. A cominciare dal presidente Mattarella.

Stallo al Quirinale - L' economista Mohamed El-Erian, un guru globale nel mercato dei titoli di Stato, parlando ai microfoni di Cnbc ha sostenuto che da parte del Quirinale c' è stata «una incomprensione del movimento anti establishment e dei mercati». Secondo El-Erian, attualmente capo consigliere economico di Allianz ed ex numero uno del fondo americano Pimco, il capo dello Stato «avrebbe dovuto rispettare l'esito delle elezioni e dare al nuovo governo una chance. Nel bloccare la nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, per via delle sue posizioni anti-euro, Mattarella ha detto che voleva evitare una crisi sui mercati. Ma non ha capito che i mercati si sarebbero chiesti "Cosa succederà?". E quando i mercati si domandano "cosa succederà", si ha tensione nei mercati stessi». Errori sono stati commessi, sempre secondo El-Erian, da tutti i politici italiani nel «confondere la coincidenza di una ripresa della crescita nel mondo con qualcosa che ha le gambe» per correre. La ripartenza del Pil, per lui, è solo una pura «coincidenza fortunata». Ora «la gente sta capendo che la sola economia con le gambe era quella Usa... L' Europa era solo in un processo neutrale di guarigione». Ecco il punto: l'Italia ha tante rogne, ma la Ue di più. Le manovre espansive di Mario Draghi che hanno portato alla creazione di 2mila miliardi di euro dal nulla, alla fine hanno solamente drogato, anestetizzato l'Unione.

Depositi a rischio - Le incomprensioni e i buchi istituzionali restano. A causa dei tanti veti tedeschi. Per dire: non esiste ancora un meccanismo di protezione dei depositi bancari in caso di crac, men che meno si è accennato alla creazione di eurobond, ovvero titoli pubblici continentali, in modo da condividere onori e oneri. Anche a Berlino ammettono che i guai veri - che si trasferiscono subito nell' andamento dell'euro, ormai sceso a 1,15 sul dollaro - sono europei. L' analista di Commerzbank, Ulrich Leuchtmann, infatti ammette: «Il problema non è l'Italia ma lo stato di salute della zona euro, un esperimento politico che, privo di un'unione fiscale, potrebbe fallire se non si raggiungeranno livelli adeguati di crescita e ricchezza». Va bene tutto, ma se Cottarelli non fa il premier, si vota in estate e vince, per dire, il fronte anti-Ue... come sarà lo spread a Ferragosto? Intanto fra due settimane potrebbe chiudersi l'ombrello protettivo di Draghi. E poi dipende dalla stabilità politica dell'Italia: con un governo certo e forte, lo spread magari sarà alto, ma fuori di bolla. Ne risponderà insomma l'esecutivo con i suoi atti. E se diventasse insostenibile? La Bce, ha fatto sapere ieri, ha un programma salva-spread: si chiama Omt, acronimo di Outright Monetary Transactions. In pratica la Banca centrale compra Btp per abbassare la febbre, in cambio chiede riforme ferree. Di fatto un commissariamento.

Psicologia e comportamento di un Presidente, scrive il 29/05/2018 Susy De Martini su "Il Giornale”. Il Presidente della Repubblica, rigettando la proposta di Governo 5 Stelle e Lega, ha manifestato una palese dimenticanza, più o meno inconscia, della volontà degli elettori, così calpestata e tradita. Frotte di Costituzionalisti seri e di personaggi più o meno opportunisti, si sono precipitati a dire che è giusto e che va benissimo così. Da un punto di vista psicodinamico però la storia è un’altra. Il compito centrale della psicologia, si sa, è la comprensione del comportamento umano che, come ben sappiamo, è estremamente complesso. In genere, la psicologia moderna ha tentato di analizzarlo compiutamente, scomponendolo in campi di studio relativamente separati, fra i quali l’apprendimento, il linguaggio, le varie fasi della vita, la famiglia, il lavoro e così via. Ma della psicologia dell’elettore o del politico, è mai importato qualcosa a qualcuno, al di là della contingenza dell’elezione di turno? Erich Fromm, nel saggio Psicanalisi della società contemporanea, dedica un intero capitolo proprio al tema della politica e delle libere elezioni. E’ interessante la premessa, che riporto integralmente: “se per democrazia si intende la possibilità dell’individuo di esprimere la sua convinzione e di affermare la sua volontà, si presume che egli abbia una convinzione e abbia una volontà”. Ne consegue che se noi elettori fossimo più informati e responsabili nelle nostre scelte politiche e più determinati a farci rispettare, allora forse gli eletti e le cariche istituzionali, risponderebbero meglio alle nostre esigenze. Sembra invece che noi cittadini, influenzati dai mass media che agiscono come potenti persuasori, anche se di colori diversi, siamo in grado di sviluppare soltanto opinioni e pregiudizi ma non convinzioni. Sicuramente simpatie e antipatie ma non siamo in grado, se non raramente, di attuare la nostra precisa volontà, perché in realtà non siamo in grado di riconoscerla più. Viviamo quindi condizionati dalla pubblicità in ogni sua forma e questo ci separa, ovvero ci aliena, da ciò che veramente sarebbe la nostra libera scelta, che non sappiamo neanche più quale potrebbe essere! Votiamo quindi male informati, benché leggiamo regolarmente il giornale e guardiamo la TV, apprendendo di milioni di euro spesi, o persi, di milioni di persone uccise, di spread che salgono o scendono, cifre e astrazioni che non ci danno alcuna interpretazione concreta di quanto sta succedendo, in quanto tutto assume una dimensione irreale e impersonale. E così sta avvenendo anche adesso, dopo la decisone del Presidente di non rispettare la volontà popolare: vediamo solo elenchi o sigle che sono richiami per la memoria, come un gioco di indovinelli e non persone dalle quali dipenderanno la nostra vita e quella dei nostri figli. In realtà non dovremmo dimenticare che proprio l’idea del voto di maggioranza è soggetta al processo di alienazione, in altre parole di delega: in questo caso del proprio potere ad un altro. Ma se il votante esprime soltanto la preferenza fra due candidati che si contendono il suo voto, la responsabilità dell’eletto è molto più grande. E maggiore ancora è la responsabilità del Garante. Ho ascoltato le parole di Di Maio e Salvini, che non fanno una piega da questo punto, invece il Garante dal punto di vista psicologico non ha sicuramente ben interpretato la maggioranza dei votanti Italiani. Un vero tradimento, psicologico, non Costituzionale.

Un Re si sarebbe comportato diversamente, scrive il 28 maggio 2018 Paolo Gambi su "Il Giornale". Cosa sarebbe successo se invece del presidente Mattarella ci fosse stato il Re? Che è un po’ come chiedersi cosa sarebbe successo se la nuova Italia del Dopoguerra non fosse nata repubblicana grazie a strane macchinazioni e probabili brogli, ma fosse rimasta monarchica. Intanto il Re non avrebbe vissuto nessun complesso di inferiorità nei confronti dell’Unione Europea, considerando che ben 7 Paesi dell’attuale Unione Europea – tra i più importanti – hanno un Monarca: Gran Bretagna, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Spagna. E non se la passano così male. A questi si devono aggiungere anche Norvegia, Principato di Monaco, Andorra, Liechtenstein. E pure il Vaticano. E tramite intrecci matrimoniali vari i Monarchi hanno sempre saputo tessere tele di straordinaria efficacia. Poi di certo il Re non avrebbe avuto nessuno a cui render conto. Un Re non è eletto, né ricandidabile, non ha partito politico d’origine né di riferimento. Un Re avrebbe sostenuto sempre e comunque gli interessi della Nazione ed avrebbe difeso e sostenuto la sua Democrazia. Un Re (magari non fosse stato un Savoia) avrebbe ascoltato quelli che parlano italiano, non quelli che gridano in tedesco. Ma in Italia ce ne freghiamo dei brogli, del vantaggio della Nazione e pure della Democrazia. Per cui ci teniamo al Quirinale un presidente che fa ciò che Mattarella ha appena fatto. E che per fare ciò ci costa circa 240 di milioni di euro all’anno. Quando la Regina d’Inghilterra pesa sulle casse dello Stato appena 80 milioni di sterline. E le restituisce ampiamente in pubblicità al primo Royal wedding. Chissà, magari Di Maio e Salvini se ne renderanno conto e invece di invocare l’impeachment abrogheranno l’articolo 139 della Costituzione.

Anche Mattarella ha dimostrato di essere schiavo delle lobby europee, ora tocca a noi cittadini difendere la nostra sovranità e il Tricolore, scrive il 29 maggio 2018 Andrea Pasini su "Il Giornale". Cari amici, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha messo in atto quello, che senza mezzi termini, possiamo definire un colpo di Stato. No a Paolo Savona, sì a Mario Draghi, sì al FMI, sì alla BCE, sì ad Angela Merkel. Le istituzioni hanno calpestato la Sovranità del popolo Italiano. Lo hanno fatto voltando la schiena alle urne, al volere degli elettori. Mattarella si è macchiato del reato di alto tradimento, deve essere messo in stato d’accusa e rassegnare le dimissioni. Per questo motivo lancio un appello alla mobilitazione di tutti quei cittadini che amano, più di ogni altra cosa, il tricolore, a prescindere dall’appartenenza politica. Dobbiamo difendere la legalità costituzionale. Di fronte a questo crimine epocale stare zitti o limitarsi ad un lamento si traduce nella nostra resa. Gli euroinomani, i banchieri ed i burocrati non ci avranno mai. Il fatto che Mattarella abbia bocciato il Governo proposto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, mettendo il veto alla nomina di Savona al Ministero dell’Economia, è una violenza perorata contro il popolo. La colpa? Una lettera scritta dall’economista tre anni fa. Missiva in cui redarguiva il Presidente della Repubblica per la sua, troppa, confidenza con i mercati internazionali. La NATO&co. hanno posto il veto, uscire dalla gabbia dell’Euro non si può. Tutti in castigo. L’articolo 87 della Costituzione però parla chiaro e l’articolo 92 segna il carico da novanta: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. In aggiunta il veto a Savona, motivato dalle conseguenze apocalittiche che si verificherebbero qualora l’Italia uscisse dall’Euro, costituisce una indebita interferenza nelle scelte politiche di un Governo che gode del consenso della maggioranza degli italiani. Quindi la nostra Nazione cola a picco. Un incerto futuro, con elezioni che devono arrivare imminenti, ma che imminenti non saranno. Con Cottarelli dietro l’angolo e l’alito dei mercati che spira sul nostro collo. Sembriamo piegati ad un destino nefasto, senza possibilità di rivalsa. All’orizzonte si stagliava un esecutivo gialloverde per certi versi rivoluzionario, espressione del malcontento popolare, capace di far schizzare verso il cielo il fantomatico Spread, specchietto per le allodole europeista. Ora tocca a noi, alzare la voce per denunciare questa situazione vergognosa. Non possiamo permettere che il tricolore venga insudiciato dalle logiche dell’UE. Siamo pronti a tutto, proprio come recita l’Inno di Mameli, per questo lembo di terra. Per questa Italia, patria dell’ingegno, patria del futuro dei nostri figli. Saremo senza tregua ad inseguire i traditori del popolo. Saremo in prima fila a chiedere le dimissioni del Presidente Mattarella. Eccoci, sguardo fiero pronto a dipingere nei nostri avversari un presagio di terrore.

The Mattarella Horror Picture Show, scrive il 28 maggio 2018 Giampaolo Rossi su "Il Giornale".

UN DISASTRO ISTITUZIONALE. Pensavamo che dopo Giorgio Napolitano la storia ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un altro Presidente della Repubblica opposto alla volontà popolare. Con Mattarella siamo arrivati ad uno stadio di evoluzione successivo della fine della nostra sovranità: Napolitano aveva abbattuto un governo legittimo; Mattarella ha impedito che nascesse. Nel 2011 il complotto di Napolitano, orchestrato con la collaborazione della tecno-finanza europea e la volontà di Berlino e Parigi di eliminare un Premier scomodo ed eletto dai cittadini (Silvio Berlusconi), consumò un oltraggio che ha segnato nel profondo la nostra democrazia; ciò che allora, uno dei maggiori analisti britannici di questioni europee, Ambrose Evans-Pritchard, definì “un colpo di Stato sicuramente nello spirito se non anche nel diritto costituzionale”. Oggi Mattarella liquida una maggioranza parlamentare ed un governo legittimo con un atto di prevaricazione costituzionale che trasforma le “prerogative del Quirinale” in un’autoritaria intromissione nelle scelte del governo e nelle sue linee politiche; cosa che un Presidente della Repubblica non può fare!!! Come ricorda uno dei nostri costituzionalisti più prestigiosi, Valerio Onida: “il Quirinale non ha potere di indirizzo politico che spetta al Governo sorretto da una maggioranza parlamentare (…) può svolgere funzione di persuasione e influenza ma non ha potere di decisione definitiva”. Lo ribadisce un altro costituzionalista, Mario Esposito: riguardo i ministri “il Presidente della Repubblica può svolgere uno scrutinio sul possesso di requisiti costituzionalmente richiesti, mentre sul piano dell’opportunità può soltanto esercitare moral suasion (…) Altrimenti si rischia di determinare un’ingerenza del Capo dello Stato nell’indirizzo politico di maggioranza, che esula dalle sue attribuzioni”. Una prevaricazione che trasforma le “prerogative del Quirinale” in un’autoritaria intromissione nella linea politica di un Governo.

L’IMBROGLIO SUI “PRECEDENTI”. Quando vi raccontano i precedenti di Pertini, Ciampi o Scalfaro, si dimenticano di spiegarvi le ragioni per cui quei Presidenti della Repubblica convinsero (non imposero) i rispettivi Premier a modificare la scelta su un ministro. In tutti casi vi erano ragioni che attenevano ad opportunità legittime ma che mai si basavano sulla linea politica o sulle loro convinzioni. È il caso di Cesare Previti durante il primo Governo Berlusconi nel 1994, che Scalfaro sconsigliò di inserire al Ministero della Giustizia perché avvocato personale del Premier, quindi per un chiaro problema di conflitto d’interessi; infatti Previti fu nominato alla Difesa. O il caso di Roberto Maroni che nel 2001 Ciampi non volle al Ministero della Giustizia, ma solo perché era stato condannato due anni prima per oltraggio a pubblico ufficiale dopo gli scontri con la polizia davanti alla sede della Lega di via Bellerio a Milano; ma non ci fu un veto su Maroni, tanto che il leghista (allora addirittura ancora secessionista) fu spostato al Ministero del Welfare. Quello che ha fatto Mattarella non ha precedenti! Mattarella ha trasformato una Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale senza alcuna riforma della Costituzione.

I TRE “ERRORI” VOLUTI. In realtà tutto l’operato di Mattarella, durante questa crisi, è stato finalizzato ad impedire che un governo legittimo potesse operare con sovranità piena nel nostro Paese. Tre sono gli “errori” che il Presidente della Repubblica ha compiuto nell’atto delle sue funzioni; le firme lasciate in calce al certificato di morte della sovranità italiana:

1) LEGGE ELETTORALE. L’approvazione senza colpo ferire una legge elettorale voluta dal Pd (ormai minoritario nel Paese) per bloccare un futuro governo, e votata anche dal centrodestra (escluso Fratelli d’Italia) per poter tornare il prima possibile al voto; una legge elettorale studiata apposta affinché l’Italia non potesse avere un governo con maggioranza solida e sicura. In questo caso Mattarella è stato un perfetto “parlamentarista” di un Parlamento a maggioranza Pd. Una legge che lui ha firmato senza neanche sentire il bisogno d’inserire una lettera di raccomandazione sul suo uso, come spesso hanno fatto i Presidenti della Repubblica.

2) NO CENTRODESTRA. Il rifiuto ostinato di dare l’incarico di governo (anche solo di tipo esplorativo) a Matteo Salvini, leader della coalizione che aveva vinto le elezioni. Un atto di incomprensibile chiusura che ha mostrato la preclusione di tipo ideologico e politico verso la parte maggioritaria in Italia.

3) CASO SAVONA. Un arroccamento incomprensibile contro uno degli economisti più prestigiosi del nostro Paese; un uomo che già era stato ministro nel 1993 durante il governo Ciampi, ma che Mattarella ha respinto solo perché “sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro” come lo stesso Presidente ha dichiarato; affermazione gravissima perché non tiene conto che la linea politica di un governo è collegiale e non la decide un ministro. E sopratutto perché non è compito di un Presidente ma del Parlamento giudicare l’esecutività di un ministro. In altre parole Mattarella ha trasformato una Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale senza alcuna riforma della Costituzione. Un atto che se non è un colpo di Stato, è sicuramente una violazione spaventosa.

BYE BYE SOVRANITÀ. Mattarella con il suo gesto ha reso esplicita anche un’altra cosa: che in questo Paese è possibile mettere in dubbio tutto, persino la Costituzione, ma non si può mettere in dubbio l’Euro, pena l’esclusione dal consesso democratico. Questa è una porta aperta alla fine della democrazia, un attacco al pluralismo delle idee, un affronto alla libertà di pensiero e al rispetto delle volontà popolari. La decisione di Mattarella è venuta dopo che per giorni le Cancellerie europee e i circoli finanziari hanno svolto una pressione costante contro la nascita di questo Esecutivo. Il modo in cui oggi i giornali tedeschi hanno trionfalmente accolto lo scampato pericolo di un Governo non allineato ai dettami dell’Ue, e l’elogio di Macron al “coraggio di Mattarella” confermano a chi ha fatto comodo questo disastro istituzionale dell’Italia. Oggi è più che mai chiaro che il nostro è un Paese a sovranità limitata. La democrazia rappresentativa e parlamentare si scontra con gli interessi dell’elite e con il tentativo di svuotare ogni diritto di un popolo di scegliersi da chi farsi governare. Lo spirito dei Padri fondatori dell’Europa oggi non è minacciato dai cattivi populisti ma da chi sta liquidando la democrazia.

Emergenza democratica, scrive il 28 maggio 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Da molti anni vediamo aleggiare l’espressione “emergenza democratica”. Se ne parlò e se ne scrisse tanto sulla Rai, su Micromega e Repubblica nei 1.287 giorni del Berlusconi IV, e ancora, un po’ ovunque, con l’arrivo di Grillo e dei 5Stelle, quindi con l’avanzare del nuovo “Lepenismo” e del “Salvinismo”. Ora, che viviamo un’emergenza democratica autentica, diviene evidente la dissimulata ambivalenza sintattica che ne ha sempre definito la natura. Scendere i gradini dell’ordinamento grammaticale fino ai più elementari momenti di analisi logica non è pedanteria; piuttosto necessario esercizio di disinganno. In questo acquisito sintagma, “democratica” non è, come abbiamo sempre ritenuto, un complemento di specificazione attributiva o più correttamente un complemento di svantaggio. Non equivale a “emergenza della democrazia” / “emergenza per la democrazia”. Siamo invece sempre stati di fronte a un predicato nominale: la democrazia (soggetto) è (copula) un’emergenza (parte nominale). E per quali entità la democrazia sarebbe ormai un’emergenza, un accidente, una difficoltà, un imprevisto, un problema? Precisamente per i democratici soi-disant. In Italia, in Europa, negli Stati Uniti. L’Unione Europea, dai Principii di Barcellona in avanti, si è sempre affermata come promotrice della democrazia, sia nella propria politica economica, esercitata a favore della prosperità degli Stati membri, sia in quella estera. Ebbene, credo sia venuto il momento di tirare le somme. A tal proposito, pur non essendo un grande tifoso dell’autocitazione, trovo che uno dei pochi vantaggi dell’informazione digitale sia che gli articoli di ieri non vanno ad avvolgere i branzini di domani. Così, basta un click per ritrovare ciò che veniva scritto; e che può essere giovevolmente aggiornato a mesi di distanza. Il 6 febbraio scorso in Ignominia Eurocratica mettevo di colore su bianco: Siete voi, burocrati UE, un attacco premeditato ai nostri valori fondamentali! Voi… xenofobi delle idee. Livellatori delle specificità nazionali. Ignobili funzionari dallo sdegno premeditato; voi… che usate le utili tragedie per fare i gargarismi di propaganda e scaracchiate quelle che potrebbero otturarvi il gozzo. Voi… che condannate dal pulpito del vuoto democratico da voi edificato e che ora troneggia nell’abisso come ultima istituzione rimasta a unirci. Voi siete il campo di concentramento delle identità, l’olocausto della memoria collettiva, la negazione del gusto. Con quelle facce macilente, che trasudano povertà di letture, povertà di spirito; con quegli abiti dozzinali, volgari prodotti mass-market della vostra stessa politica. Voi avete annullato il libero dialogo fra singolarità culturali nel tetro monologo della moneta, del soldo, del danaro, che ha reso tutti più poveri. E ora spacciate per ideale comunitario l’avidità impiegatizia della vostra speculazione. Voi avete reciso le trame di senso che ci affratellavano come compatrioti, aperti ad altre patrie nella reciproca legittimazione. Siete voi l’ignobile prassi che vorrebbe mangiare viva l’umana differenza e sostituirla con l’inumano indifferenziato. Infami, laidi, vigliacchi, ma con l’ardire di pontificare su un’integrazione che comandate e non esercitate. Accoglienti nella nazione degli altri. Umanitari nella patria degli altri. Moralisti e schiavisti a distanza. Voi siete la violenza sterminatrice che disintegra le comunità con l’integrazione forzata, che depreda, imbastardisce la cittadinanza. Officianti di un sacerdozio pagano, ciarlatani di una stregoneria senza incanto, senza magia, larga di mezzi e miserrima di suggestioni. Negromanti che evocano gli spiritelli del razzismo, del fascismo, del populismo, dello spread, che difendono la “stabilità” agitando l’esalazione dei risparmi per far chiudere gli occhi dalla paura agli animi semplici e nascondere loro il dispotismo monetario e il permanente saccheggio di cui sono sinistri gerarchi. Dispotismo che rende vano anche il voto, quando non allineato al dogma mercantile. Parla di comunità, l’ignavo Mattarella: «Senza senso della comunità arriva la violenza». E così è. Perché voi ne avete strappato le viscere come un mostruoso selvaggio farebbe con quelle di una ragazzina appena assassinata. Voi nascondete i resti delle sovranità che avete fatto a pezzi in un trolley da Erasmus come un mostruoso selvaggio farebbe con le membra di una ragazzina appena macellata. Vittima vostra. E nostro dovere è condannare questa violenza e l’ignobile ideologia che ne è alla base. Oggi non ho molto altro da aggiungere.

Tutti contro Savona ma porte spalancate a parvenu e “no Tav”, scrive il 25 maggio 2018 Cristiano Puglisi su "Il Giornale". “Le infrastrutture sono da fare e non da smontare”. Le dichiarazioni di Matteo Salvini al termine dell’incontro di ieri con il premier incaricato, Giuseppe Conte, sono state, per fortuna, chiare e precise in merito a cosa il Governo “ircocervo” dovrà evitare. Ossia la cancellazione di opere strategiche per il Paese e per il nord Italia, che metterebbe in serie difficoltà il rapporto con gli alleati di centrodestra. Eppure il complesso mediatico-istituzionale italiano è sembrato ben più preoccupato, rispetto al pericolo di vedere insediati in dicasteri strategici dei parvenu senza pregresse esperienze lavorative o addirittura esagitati attivisti “no Tav”, dal professor Paolo Savona, il possibile ministro dell’Economia cui nelle ultime 48 ore sono state dedicate ore di allarmata discussione nei principali salotti politici televisivi. 82 anni, già ministro dell’Industria nella troppo vituperata (e infinitamente più seria della “Terza”) Prima Repubblica, accademico di lungo corso, consulente di fondi di investimento internazionali, Savona paga lo scotto della posizione euroscettica, che, secondo trasmissioni televisive e importanti quotidiani, lo renderebbe inviso addirittura al Quirinale. Ora, pur con tutte le cautele del caso verso il futuro esecutivo gialloverde, figurarsi un docente universitario che ben conosce le regole d’ingaggio dei tavoli dell’alta politica e dell’alta finanza come un pericoloso e sovversivo lepenista che potrebbe decretare motu proprio l’uscita dell’Italia dall’eurozona fa abbastanza sorridere. Meno comica e ben più tragica sarebbe invece la prospettiva di ritrovarsi la pasionaria pentastellata contraria all’alta velocità Torino-Lione Laura Castelli, 31 anni e una laurea triennale, quale titolare del Ministero delle Infrastrutture. O lo stesso leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, stessa età, non laureato ed ex webmaster e steward allo stadio San Paolo di Napoli, come titolare di deleghe fondamentali quali Sviluppo Economico e Lavoro. Eppure su di loro neanche una riga, nemmeno un allarme, così come nessuno avrebbe, a quanto si ha modo di capire, nulla da eccepire sulla sostituzione di Savona con altri esponenti leghisti, che pure non nascondono la loro piena contrarietà alla moneta unica. Una situazione strana, che, per quanto concerne i rapporti con l’UE, sembra dimostrare come, per un certo establishment tecnocratico, il pericolo non sia rappresentato tanto dalle posizioni del futuro Governo, o meglio dalle posizioni della Lega, ma dall’autorevolezza di chi potrebbe sostenere la causa dell’Italia sui tavoli che contano. Così come, tornando agli impresentabili aspiranti ministri pentastellati, è palese il disimpegno del medesimo establishment dalla tutela dell’interesse strategico nazionale, che fa da contraltare a una palpabile necessità di garantire lo status quo sul fronte del posizionamento internazionale, da cui le pressioni del Colle, oltre che per l’Economia anche per gli Esteri. Ciò che inoltre traspare con una certa limpidezza è ancora una volta la resistenza del “sistema” più verso la Lega che verso i grillini, cui tutto pare consentito. Una dimostrazione ulteriore dell’inaffidabilità dei nuovi alleati di Salvini che, privo della copertura degli alleati del centrodestra e del loro profilo istituzionale, dovrà essere bravo a gestire i rapporti con un esecutivo di cui è, suo malgrado, socio di minoranza.

Le pressioni dei banchieri Draghi e Visco dietro il veto del Colle sull'economista. La confidenza di Renzi: "Vedono Savona come il fumo negli occhi". Il leghista Borghi: "Mattarella come Napolitano contro Berlusconi", scrive Augusto Minzolini, Lunedì 28/05/2018, su "Il Giornale". Al mattino a un amico che partecipava a uno dei tanti convegni del week-end milanese, Giancarlo Giorgetti, il consigliere principe di Matteo Salvini, ha confidato al telefono tutta la nevrosi accumulata per una estenuante trattativa finita male. «Anche Matteo ha spiegato è altalenante: una volta dice che vuole usare la candidatura del prof. Savona come un piede di porco per far saltare tutto; un altro momento ci ripensa. Sono stressato, spero che al più presto si arrivi a una decisione. Qualunque essa sia». Passa qualche ora e si capisce che sul nome del professor Savona, il vecchio samurai diventato il pomo della discordia, sarebbe fallito il tentativo di Giuseppe Conte. «Anche l'incontro di questa sera tra Mattarella e Conte non servirà a niente-, predice Giorgetti a un amico alle 17 -. Tutti sono rimasti sulle loro posizioni». In realtà a quell'ora si era già capito che le missioni del pomeriggio al Quirinale del leader della Lega, Salvini, prima, e, poi, del capo dei 5stelle, Luigi Di Maio, terrorizzato dal rischio di andare nuovamente alle urne, si erano risolte in un fallimento. «Se su Savona ha tagliato corto Salvini c'è il no di Berlino e dei poteri forti, significa che è il ministro giusto. Se non lo vogliono si torna a votare». «Qui ha confidato Di Maio, di ritorno dal Colle, ai suoi finisce male. La posizione di Mattarella è incomprensibile». Mentre al Quirinale un Capo dello Stato, fuori di sé, non risparmiava nulla ai suoi interlocutori: «Dovranno spiegare agli italiani, quello che succederà da domani in poi sui mercati». La verità è che il «caso Savona» è diventato alla fine l'elemento catalizzatore del «non detto» di queste settimane: c'è stato un problema istituzionale che ha tirato in ballo le prerogative del Capo dello Stato; c'è stato un problema economico che ha riguardato i rapporti con l'Unione Europea; c'è stato un problema finanziario che ha investito anche le relazioni con Bankitalia e con la Bce; ed ancora, ci sono state tutte le contraddizioni, che, piano piano, sono venute in luce nel contratto di governo. E la montagna di parole con cui i mediatori hanno tentato di coprire tutto questo negli ultimi giorni, quello spesso manto di ipocrisia, non è bastata per raggiungere un compromesso. Sicuramente non è bastata la dichiarazione di Savona. Anzi, la sortita del professore ha spostato l'attenzione sul «contratto» di governo, su quelle domande che ieri Mattarella stesso ha rivolto nell'incontro al Quirinale al premier incaricato: esiste un piano «B» per uscire dall'euro o è solo una fantasia? Che tipo di rapporto questo governo vuole instaurare con la Germania? Insomma, con le parole si è tentato di individuare una mediazione impossibile: il lessico di mille dichiarazioni e un intero vocabolario di aggettivi rassicuranti, non avrebbero potuto, infatti, sminuire il significato e i modi della possibile nomina di un personaggio come Savona con il suo profilo, la sua personalità, la sua storia al ministero dell'Economia. Delle due l'una: la nomina di Savona al ministero dei via Venti Settembre avrebbe avuto il significato di un cedimento di Mattarella, per cui l'influenza che il Quirinale via via è venuto ad assumere nei settennati di Scalfaro, Ciampi e, soprattutto, Napolitano, sarebbe diventata un pallido ricordo; se, invece, Salvini avesse accettato l'esclusione del Professore, avremmo avuto il paradosso che il primo governo «sovranista» di questo Paese, sarebbe stato il primo a essere condizionato platealmente dalla Ue e dalla Germania, nella scelta del ministro dell'Economia. Da qui non si scappa. Ci sarebbe stato un vincitore e un perdente. E nessuno era nelle condizioni di poter accettare una sconfitta. Nessuno dei due veri duellanti, Mattarella e Salvini, ha voluto fare un passo indietro, consapevoli della posta in gioco. «Non mi arrendo», ha ripetuto per tutto il giorno Salvini. Un'espressione che il fido Claudio Borghi ha tradotto in questo modo lanciando segnali di nuovo a Berlusconi, dopo il «freddo» di queste settimane, per la prossima campagna elettorale: «Mattarella e compagni non sono lucidi. Stanno facendo a Salvini il favore che l'establishment americano ha fatto a Trump. Le hanno provate tutte. Anche di dividere il ministero dell'Economia in due, per impedire a Savona di partecipare ai vertici europei. La verità è che questa crisi pone non solo il problema del nostro rapporto con l'Europa, ma anche di quanto è avvenuto nel 2011: la domanda da porsi è se l'Italia è un Paese a sovranità limitata o no? È una questione che non nasce ora. Lo sa benissimo Berlusconi che ha l'occasione di vendicarsi per tutto quello che gli hanno fatto. Ieri c'è stato un Capo dello Stato che su ordine della Ue ha fatto fuori un premier. Oggi c'è un Capo dello Stato che ha posto un veto sulla nomina di un ministro, sempre su ordine di Bruxelles. Tutti i nodi sono venuti al pettine». E già, sul nome di Savona è andato in scena lo scontro tra due mondi. Uno scontro che non riguarda solo il tema europeo, ma anche questioni spinose come la politica del credito, delle banche che riaprono vecchie ferite e suscitano nuovi rancori nel nostro establishment. «Mi dicono ha confidato Matteo Renzi ai suoi, per spiegare l'avvitarsi della situazione che Mattarella in questi giorni ha ascoltato molto Draghi e Visco, che vedono Savona come fumo negli occhi. Tra l'altro quello che dice Savona sugli errori fatti da Bankitalia nel trattare i problemi delle piccole banche o il bail-in, io lo firmerei». Quindi, con Bruxelles, Berlino, Draghi, Visco che premevano, Mattarella non ha potuto non mettere quel «veto» su Savona. E ha dovuto accettare un grande rischio, quello su cui D'Alema giorni fa lo ha messo in guardia: «Se il Presidente dice no a Savona, rischia di ritrovarsi di nuovo di fronte lo stesso problema dopo le elezioni. Con Salvini che, però, gli metterà sul tavolo una maggioranza dell'80%». Già, con quel «no» ora Mattarella rischia di diventare l'obiettivo di una campagna elettorale, di essere sfiduciato dal Paese. Ecco perché forse farebbe bene a non tirarsi addosso nuove critiche e polemiche, varando un governo di «tecnici» per portare il Paese al voto (per questa mattina ha convocato al Quirinale il professor Cottarelli, l'uomo che mise in piedi un piano per la spending review). Sarebbe stato più prudente per lui rifugiarsi dietro a qualche precedente, mettere in piedi un governo istituzionale, guidato da uno dei due presidenti delle Camere, come fece Francesco Cossiga nell'87. Come dice il proverbio: «chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova».

Sergio Mattarella, la rabbia contro Luigi Di Maio e Matteo Salvini: "Fuori faccia feroce, ma con me...", scrive il 28 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". "Nessun veto, capite?". Sergio Mattarella ha spiegato così a Luigi Di Maio e Matteo Salvini la decisione di opporsi a Paolo Savona ministro dell'Economia. Un paradosso, oggettivamente, a cui il Quirinale oppone la contro-offerta del leghista Giancarlo Giorgetti o un interim del premier Giuseppe Conte come alternative all'evidentemente "impresentabile" (per Bruxelles, Berlino e Francoforte) 82enne Savona. "Capiamo tutto, presidente, ma per come si è messa la cosa non possiamo togliere quel nome dalla casella dell'Economia", è stata la replica dei leader di M5s e Lega. Fin qui, uno scontro istituzionale mantenuto nei limiti. Ma pochi minuti dopo, quando la rottura diventa pubblica, si scatena l'inferno con Di Maio e Salvini che parlano davanti ai loro elettori di "democrazia a rischio" e addirittura, dalla piazza grillina, sale l'urlo "impeachment". Roba senza precedenti. E qui, secondo il Corriere della Sera, il presidente Mattarella ha avuto un sbotto rabbioso: "Sono stati degli agnellini davanti a lui, ma fuori hanno fatto la faccia feroce", scrive il quirinalista del Corsera Marzio Breda, che riporta fedelmente il Mattarella-pensiero. Anche da questi dettagli si capisce come la situazione sia tesa come forse mai è successo prima.

E Mattarella chiese a Salvini e Di Maio: «Perché non volete Giorgetti?». Il presidente e il tentativo di mediare sull’Economia, con il leghista di peso. Poi lo stop: il Colle non avrebbe potuto lasciare l’istituzione presidenza della Repubblica colpita e, anzi, lesionata, nelle prerogative fissate dalla Carta costituzionale, scrive Marzio Breda il 27 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". «Non l’ho fatto a cuor leggero», dice Mattarella, e quell’espressione semplice, pronunciata con voce appannata ma ferma, riassume l’assillo che lo ha tormentato queste settimane d’impazzimento generale, prima di giungere alla scelta più drastica. Cade l’ipotesi del governo Lega-5 Stelle e si materializza un incarico per Carlo Cottarelli, convocato per stamane al Quirinale. Non era lui il candidato «coperto» al quale il capo dello Stato qualche settimana fa pensava di affidare un esecutivo «di garanzia e servizio», se il patto gialloverde fosse fallito. Questo nome si è imposto adesso per tamponare in corsa i conti pubblici, dopo che l’Italia è stata messa sotto attacco dagli speculatori finanziari. Ora che tutto è andato in tilt potremo verificare, e lui per primo, quale grado di responsabilità saprà mostrare il Parlamento davanti a una crisi tanto grave quanto senza precedenti. Comunque non c’era altra opzione, per Mattarella. Che non avrebbe potuto lasciare l’istituzione presidenza della Repubblica colpita e, anzi, lesionata, nelle prerogative fissate dalla Carta costituzionale. Un’osservazione che fino all’ultimo ha girato, argomentandola, anche ai due partner dell’ormai disciolta maggioranza, che sono stati degli agnellini davanti a lui. Nessun veto, capite? Piuttosto perché irrigidirsi su Paolo Savona quando al suo posto vi ho proposto un interim a Conte o l’incarico pieno a un leghista di peso come Giorgetti? «Capiamo tutto, presidente, ma per come si è messa la cosa non possiamo togliere quel nome dalla casella dell’Economia», gli hanno risposto. Con garbo. Salvo fare, subito dopo esser usciti dal Palazzo, «la faccia feroce», come dicono a Napoli, mentre si esibivano in piazze e tv fino a vagheggiare l’impeachment. E qui sta il mistero della giornata. Del quale Salvini, e pure Di Maio (che si era difeso dando la colpa al «socio» di governo), dovranno rispondere al loro popolo. L’intera domenica si era consumata in estremi tentativi di mediazione tra i due partiti e il candidato premier, con il coinvolgimento dell’economista controverso, sondato a distanza per un’eventuale disponibilità ad accettare un altro ministero. Una corsa contro il tempo come raramente se ne vedono nella Roma dai tortuosi ritmi bizantini, specie nei negoziati politici. Una guerra di nervi. Con l’incubo dell’irremovibilità dei due leader, ancorati all’ultimatum «o Savona o il voto», che poteva far saltare tutto. Come poi è accaduto. La trattativa a un certo punto si era spostata al Quirinale, dove Salvini e Di Maio erano saliti. Incontri i cui contenuti avrebbero dovuto restare riservati e che sono invece stati subito pubblicamente raccontati (cosa mai vista), confermando che la campagna elettorale più lunga della nostra storia si era riaccesa. Un modo per mettere fin d’ora Mattarella nel mirino, con una speculazione ultrapopulista sui suoi poteri. Insomma: a nessuno dei due interessavano le controindicazioni costituzionali che inducevano l’inquilino del Colle a dire no alla candidatura di Savona all’Economia, quanto cercare il casus belli. Per cavalcarlo. Un momento spartiacque si era avuto all’ora di pranzo, quando il professore cagliaritano aveva fatto diffondere un chiarimento su quella che aveva definito «una scomposta polemica sulle mie idee». Documento ambiguo. Perché si riparava dietro il «contratto» di Lega e 5 Stelle, senza entrare nei nodi di un programma economico insostenibile sul piano della disciplina di bilancio, attraverso investimenti extradeficit. E soprattutto reticente sul «piano» per far uscire l’Italia dall’euro predicato con insistenza da Savona.

Matteo Salvini, il veto di Mattarella che ha fatto saltare tutto: "Io non chino la testa", scrive il 27 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Fino all'ultimo colloquio di questo pomeriggio con Matteo Salvini, Sergio Mattarella ha confermato il veto sul nome di Paolo Savona come ministro dell'Economia. Una posizione che ha fatto letteralmente saltare i nervi al leader leghista che, dal comizio a Terni per le amministrative, ha denunciato: "Mi sto convincendo che non siamo un paese libero. Siamo un paese a sovranità limitata. Per noi - ha aggiunto Salvini - un principio viene prima di tutto: per l’Italia decidono solo gli italiani. Per il governo decidono i cittadini italiani, se siamo in democrazia". Le possibilità che il governo M5s-Lega vada in porto sembrano ormai svanite, lo stesso Salvini ne parla con un tono vagamente nostalgico: "Se avessi dovuto seguire la convenienza mia e del partito avrei detto, non ci provo neanche. Ce l’abbiam messa tutta - aggiunge - se qualcuno si prenderà la responsabilità di non far nascere un governo, lo vada a spiegare a sessanta milioni di italiani. Il sospetto di Salvini è dietro la contrarietà del Quirinale sul nome di Savona ci siano le pressioni di Bruxelles e Francoforte, considerando le posizioni anti-euro dell'economista: "Se un ministro dà fastidio a certi poteri forti che ci hanno massacrato vuol dire che quello è il ministro giusto. Non chinerò mai la testa davanti alle richieste di chi non risponde al bene dei cittadini italiani". 

Paolo Savona, Paolo Becchi a valanga sul Quirinale: "Perché il colpo di mano di Sergio Mattarella non ha precedenti", scrivono Paolo Becchi e Giuseppe Palma il 27 Maggio 2018 su "Libero Quotidiano". Sono da poco trascorse le 21 che sulla pagina Facebook di Salvini appaiono poche parole che non lasciano presagire nulla di buono: «Sono davvero arrabbiato». Il messaggio in breve tempo diventa virale. Chiaro il riferimento al colloquio informale avvenuto tra Giuseppe Conte - presidente del Consiglio incaricato - e il Capo dello Stato. Mattarella sembrerebbe aver fatto capire a Conte di non volere Paolo Savona al ministero dell'Economia. Il sospetto viene presto confermato da YouTrend, che in un tweet scrive: «Mattarella avrebbe comunicato a Conte la contrarietà del Quirinale alla nomina di Savona all' Economia. Torna così in bilico la possibilità di chiudere un accordo di governo». Ormai la politica si fa (anche) coi social, così ieri sera un nostro pezzo - non apparso sul cartaceo di questo giornale ma solo nella edizione online - ha fatto letteralmente esplodere la rete, perché di fatto anticipava quelle che sarebbero state le mosse di Mattarella. Cosa sta succedendo? Siamo di fronte ad un vero e proprio colpo di mano da parte del presidente della Repubblica, che varca i limiti delineati dalla Costituzione e quelle che sono le sue prerogative nella nomina dei ministri, mutando di fatto la forma di governo da parlamentare a presidenziale. Vediamo perché. Colpo di mano - Il Capo dello Stato, che per l'articolo 92 della Costituzione nomina i ministri su «proposta» del presidente del Consiglio, non ha alcuna discrezionalità nella scelta dei titolari dei dicasteri. Il motivo è semplicissimo: è il presidente del Consiglio, e non il Capo dello Stato, ad assumersi la responsabilità politica del governo davanti alle Camere, alle quali chiede il voto di fiducia ai sensi dell'art. 94. La responsabilità assunta davanti al Parlamento da parte del presidente del Consiglio è dunque sull' intera politica generale del Governo (art. 95), compresa quella economica. Non può essere dunque il Capo dello Stato a scegliere il ministro dell'Economia (e nessun altro ministro), anche perché di quella scelta non si assumerebbe alcuna responsabilità politica, che ricadrebbe soltanto sul presidente del Consiglio. E allora per quale strano motivo Conte dovrebbe assumersi la responsabilità della politica economica del suo governo in base ad un ministro non scelto da lui, né dai partiti che gli votano la fiducia in Parlamento, ma dal Capo dello Stato che è estraneo al rapporto di fiducia Camere-governo? Il motivo non è sotto gli occhi di tutti. Aver perso la sovranità monetaria ci mette nelle condizioni di subordinare la democrazia ai voleri della Ue, che hanno preso il posto della sovranità del popolo. Se i partiti che hanno vinto le elezioni non hanno neppure la facoltà, insieme al presidente del Consiglio, di determinare la politica economica del governo, viene meno la forma di governo parlamentare. A cosa servono le elezioni, in un sistema parlamentare, se poi chi vince non può neppure scegliersi il ministro dell'Economia? Cos'ha che non va Savona? È "euroscettico" e quindi non è gradito all' establishment. Molti rievocano il caso-Previti per giustificare il veto su Savona. L' esempio non calza. Scalfaro si rifiutò di nominare Previti alla Giustizia solo perché era stato l'avvocato di fiducia del presidente del Consiglio - Berlusconi - che ne aveva avanzata la proposta. Ma Scalfaro fu comunque "costretto", per evitare lo strappo, a nominare Previti alla Difesa. La situazione attuale è molto più complessa. Vediamo cosa può succedere. Gli scenari - Primo scenario: Mattarella potrebbe cercare di dividere Salvini da Di Maio per far saltare il governo, oppure per far cedere Salvini su Savona, ma stavolta Matteo non mollerà di un centimetro. Di Maio lo sta appoggiando. L' intesa tra i due resta forte. Non solo, il braccio di ferro sta dando risultati opposti a quelli sperati e mentre Berlusconi pare eclissato, Meloni, pur restando all' opposizione, ha manifestato il suo sostegno a Salvini su Savona. Secondo scenario: il Colle potrebbe indurre Savona a fare un passo indietro, ma Savona è uomo di carattere non lo farà. È diventato per gli italiani il simbolo del cambiamento. Terzo scenario: Conte sale al Quirinale con la lista dei ministri e propone Savona all' Economia, facendo presente che esiste un'irrinunciabile linea politica da parte sua e della maggioranza. A quel punto, per evitare una crisi istituzionale, Mattarella dovrebbe firmare la nomina di Savona. È probabile che lo faccia. In caso contrario, Conte dovrebbe annunciare che Mattarella si è rifiutato di nominare Savona all' Economia, e che quindi lui ha sciolto la riserva rinunciando all' incarico. Ciò farebbe ricadere la responsabilità della crisi sul presidente della Repubblica. E si dovrebbe andare al voto nel più breve tempo possibile.

La condanna di Savona alla Germania: "Il piano tedesco è quello dei nazisti". Nel 2012 Savona pubblicava un libro sull'egemonia tedesca in Europa: "Se non volete che finisca ancora una volta male, non resta che ridiscutere i patti Ue", scrive Sergio Rame, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale". "Ci ritroviamo con l'irreversibilità dell'euro - ovviamente di questo euro e non di quello che avremmo desiderato che fosse - nelle forme che impediscono il realizzarsi delle speranze che ne avevano suggerito la nascita: uno strumento per la crescita e la diffusione della pace e del benessere per tutti". È il Tempo a tirare fuori un estratto del libro Lettera agli amici tedeschi e italiani pubblicato da Paolo Savona nel 2012. Già allora l'economista, che Matteo Salvini vorrebbe portare al ministero dell'Economia e che Sergio Mattarella vorrebbe fuori dalla squadra di governo, intravedeva "la competizione conflittuale" tra la Germania e l'Italia. Il muro contro muro tra Salvini e Mattarella rischia seriamente di travolgere gli accordi di maggioranza con il Movimento 5 Stelle, trascinando con sé non solo il famoso "contratto", ma tutto il governo. A pesare sulla decisione del Colle sono le posizioni euroscettiche di Savona. Posizioni che trapelano molto chiaramente negli ampi stralci pubblicati oggi dal Tempo. Già nel 2012 l'economista, che aveva seguito l'allora premier Carlo Azeglio Ciampi nell'ingresso dell'Italia nell'Unione europea, aveva già visto le influenze negative di Berlino e aveva denunciato "il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra e aveva imposto una forte volontà di pace e guidato, sia pure tra sussulti, il processo di unificazione europea". Parlando ai tedeschi, nel suo libro, Savona aveva sollevato il sospetto che stia "scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile". Con l'euro, secondo Savona, la Germania ha obbligato le monete nazionali a confluire "nell'area del marco". Non solo. Facendo leva sulla moneta unica e sul mercato comune è riuscita ad appropriarsi dello sviluppo industriale, lasciando spazio solo all'alleato "storico", la Francia. A tutti gli altri Paesi europei avrebbe, invece, lasciato l'agricoltura e i servizi turistici. "Sono dalla parte di chi è convinto che la leadership di qualcuno o di qualche paese sia indispensabile non solo per la stabilità geopolitica, ma anche per il sano principio meritocratico che, per il bene di tutti, deve vincere il migliore - chiosava, quindi, Savona - ma la leadership, soprattutto se praticata a livello sovranazionale comporta dei doveri in materia di sicurezza e di benessere, che (ad esempio) gli Stati Uniti hanno assolto egregiamente nel Dopoguerra". Secondo Savona, in Europa non avrebbe potuto fare quanto avviato in passato dagli Stati Uniti. "L'organismo biogiuridico dell'euro e quello delle politiche fiscali europee presentano un tipo di funzionamento che rivitalizza la sostanza del Piano Funk", scriveva l'economista che, pur ribadendo la necessità di un'Europa unita e accettando il ruolo della Germania come "il Paese che pone ordine in Europa", chiedeva "un contenuto diverso". A partire, appunto, dalla moneta unica. "In assenza di sufficienti politiche compensative degli shock asimmetrici e di una vera libera circolazione degli input e degli output - spiegava - il cambio dell'euro resterebbe per voi sottovalutato e per altri sopravvalutato e tenderebbe a inglobare nella vostra economia i flussi di capitali internazionali e la crescita industriale". Una deriva che verrebbe accelerata dalle politiche fiscali europee. "Se non volete - concludeva Savona - che finisca ancora una volta male nelle relazioni tra i nostri popoli, non resta che ridiscutere seriamente quali debbano essere le correzioni da apportare ai patti che reggono l'Unione europea".

“Ecco la mia Europa…”. Ora parla il professor Savona, scrive il 27 maggio 2018 "Il Dubbio". La replica dell’uomo al centro dello scontro tra Salvini e il presidente Mattarella: “Voglio un’Ue più forte ma più equa”. “Sintetizzo dicendo: voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa”. Si chiude così il comunicato con cui il professor Paolo Savona, l’uomo al centro dello scontro tra Matteo Salvini e il presidente Mattarella, chiarisce la sua posizione rispetto alla Ue. Ecco cosa diceva Savona nel 2014: Nel documento pubblicato oggi sul sito scenarieconomici.it, Savona spiega: “Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea e, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente:

Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica;

assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale;

attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale;

conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona;

nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi”.

E ancora: “Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo – prosegue Savona – non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo” alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni”;

queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati”.

Secondo Savona “anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo e il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “l’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. “Spero di aver contribuito a chiarire – conclude Savona – quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese. Sintetizzo dicendo: Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa”. Insomma, il professor Savona non solo non fa alcun passo indietro – l’insistenza sul suo nome sta infatti portando a una situazione di stallo politico e istituzionale – ma rilancia il suo programma sull' “altra Europa”.

Ed alla fine il prof. Savona parlò…dimenticando un passato scomodo, scrive "Il Corriere del Giorno" il 27 maggio 2018. Il prof. Savona affida al sito Scenari Economici la sua prima dichiarazione che lo riguarda, in merito alle sue posizioni sulle politiche economiche europee e prova a difendersi dalle accuse di antieuropeismo. Dice di credere all’unione politica. Valorizza il ruolo dell’Europarlamento. Giro di telefonate in corso per evitare la rottura. Il premier incaricato potrebbe andare al Colle entro stasera per un colloquio informale. Comunicato Prof. Paolo Savona 27 maggio 2018 h. 13.20 “Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea ed, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente”:

– Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica…

– Assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale…

– Attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale…

– Conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona…

– Nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi.

Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo “alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni“; queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati. Anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo è il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni.” Spero di aver contribuito a chiarire quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese. Sintetizzo dicendo: Voglio un’Europa diversa, più forte, ma più equa. Paolo Savona

Quello che non tutti raccontano…e qualcuno dimentica! Quello che il prof. Savona ha dimenticato di raccontare è una sua vecchia vicenda penale, quando il giudice per l’ udienza preliminare di Milano, Marco Maria Alma, emise ordinanza di rinvio a giudizio nei confronti di Piergiorgio Romiti, Paolo Savona  all’ epoca dei fatti rispettivamente amministratore delegato e presidente di Impregilo ed un revisore dei conti, Maurizio Serafini, indagati nel procedimento Imprepar-Impregilo relativo ai presunti reati di “aggiotaggio” e “falso in comunicazioni sociali” commessi da Impregilo. La procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio per falso in bilancio e aggiotaggio n in relazione ai bilanci 20022003. La richiesta di processo inoltrata dal pubblico ministero, Eugenio Fusco, arrivava dopo che il giudice per le indagini preliminari, Caterina Interlandi, aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. Il processo a Milano che vedeva imputato per aggiotaggio Paolo Savona venne dichiarato “chiuso per prescrizione” del reato, proprio quella prescrizione che Lega e M5S vorrebbero debellare! Secondo l’accusa, Savona e Romiti avrebbero comunicato false informazioni al mercato per alterare il valore delle azioni nelle sedute di borsa del 25 febbraio, del 10 marzo e del 30 dicembre 2003. In aula successivamente nel corso del dibattimento processuale il pm Eugenio Fusco venne costretto dalle norme di legge vigenti, a chiedere l’applicazione della prescrizione. Le difese chiaramente non si opposero ed il prof. Savona si guardò bene dal rinunciare alla prescrizione e quindi e il Tribunale di Milano dovette dichiarare l’intervenuta prescrizione in base alla legge Cirielli, che aveva ridotto i tempi. E tutti si salvarono felici e contenti…

Salvini non molla su Savona: "No a ministro per i tedeschi". Il leader della Lega difende il prof euroscettico: "Non sceglieremo un nome che piace alla Germania", scrive Luca Romano, Sabato 26/05/2018, su "Il Giornale". Matteo Salvini non chiude la partita con il Quirinale sul nome di Savona per l'Economia. Il leader del Carroccio ha le idee chiare e nella squadra di governo vuole il prof anti-euro che è già stato ministro con il governo Ciampi. Dopo lo scontro di ieri con Mattarella e quello sfogo su Facebook ("Sono molto arrabbiato"), oggi arrivano nuove parole dure e pesanti sempre sui social. Il leader del Carroccio commenta le ingerenze della stampa estera che di fatto ha messo nel mirino il nostro Paese dopo il preicarico affidato a Giuseppe Conte. Insulti e vignette che dipingono gli italiani come "scrocconi" e il Paese sull'orlo del baratro con M5s e Lega. Salvini commentando queste reazioni manda un altro messaggio chiaro al Colle e all'Europa: "Giornali e politici tedeschi insultano: italiani mendicanti, fannulloni, evasori fiscali, scrocconi e ingrati. E noi dovremmo scegliere un ministro dell'Economia che vada bene a loro? No, grazie! #primagliitaliani". Parole chiare che accendono ancora di più il braccio di ferro. Sul nome di Savona potrebbe cadere già il fragile governo che Conte sta cercando di mettere in piedi. La Lega potrebbe anche arrivare allo strappo definitivo. In quel caso lo scenario possibile è uno solo: voto anticipato. E questa ipotesi che negli ultimi giorni pareva abbastanza lontana, adesso torna prepotentemente di attualità.

Salvini e Di Maio all’attacco del Colle: non ci vuole al Governo, scrive V. Nuti il 27 maggio 2018 su "Il Sole 24 ore".  «Mi piacerebbe che l'Italia tornasse a essere un paese libero e non un paese a sovranità limitata». Reduce da un lungo (e segreto fino a cose fatte) colloquio pomeridiano al Quirinale, il leader della Lega in trasferta a Terni lancia un duro affondo politico proprio mentre sul Colle è in corso il faccia a faccia tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e il premier incaricato Giuseppe Conte. Nelle sue parole molti riferimenti diretti al “caso Savona”, il ministro dell’Economia in pectore che ha portato al lo scontro con la presidenza della Repubblica. «Se il professor Savona non può fare il ministro perché ha il difetto di difendere i cittadini italiani mettendo in discussione le regole europee, allora io se vado al governo ci porto il professor Savona», ha spiegato ai simpatizzanti del Carroccio sottolineando «Mai servi di nessuno, mai».

«In Italia Se hai criticato l'Europa non puoi neanche fare il ministro». Si può parlare di strappo, almeno sotto il profilo del bon ton istituzionale, anche per la reazione a caldo del leader del M5S, Luigi Di Maio, che decide di lanciare una diretta Facebook per commentare il naufragio del governo giallo verde proprio mentre sul Colle i giornalisti assistono alle dichiarazioni del presidente Mattarella. Anche nel suo caso, parole di fuoco contro l’inquilino del Quirinale. «In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi essere Alfano, puoi avere fatto reati contro la pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare ma se hai criticato l'Europa non puoi permetterti neanche di fare il ministro dell'Economia in Italia. Ma non finisce qui», ha minacciato parlando ai suoi follower. «Per noi l'Italia è sovrana: se si vuole impedire un governo del cambiamento allora ce lo devono dire chiaramente. Sono molto arrabbiato»., ha poi aggiunto ricordando gli sforzi recenti per uscire dallo stallo politico: «Stiamo lavorando da decine e decine di giorni, dalla mattina alla sera, per assicurare un governo a questo Paese: ma la verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5s al governo di questo paese».

Di Maio: inutile votare, i governi li decidono sempre gli stessi. La scelta di Mattarella «è incomprensibile, allora inutile votare, governi li decidono sempre gli stessi», si è sfogato ancora Di Maio, poco prima di rivelare la composizione del quasi governo M5S-Lega che avrebbe visto lui e Salvini vicepresidenti del Consiglio dei ministri con rispettivamente l'incarico allo Sviluppo economico e agli Interni. Paolo Savona sarebbe andato all'economia. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sarebbe stato il leghista Giancarlo Giorgetti.

Salvini: «Se condizionato dall'Europa il governo con Lega non parte». A Terni, prima di concedersi un bagno di folla con una lunga passeggiata tra i militanti della Lega, Salvini ha poi insistito nella difesa della sua scelta del professor Savona per il dicastero di via XX settembre dalle ingerenze degli altri paesi Ue, la Germania in particolare. «Per il governo che ha in mano il futuro dell'Italia decidono gli italiani, se siamo in democrazia. Se siamo in un recinto dove possiamo muoverci ma abbiamo la catena perché non si può mettere un ministro che non sta simpatico a Berlino, vuol dire che quello è ministro giusto e vuol dire che se ci sono ministri che si impegnano ad andare ai tavoli europei» a difendere gli interessi italiani «parte il governo, se il governo deve partire condizionato dalle minacce dell'Europa il governo con la Lega non parte».

Salvini: Savona autorevole, sarebbe un vanto per governo e Paese. «Chi non vuole Governo lo spieghi a 60 milioni di italiani». «Se un ministro dà fastidio a certi poteri che ci hanno massacrato questo vuol dire che è il ministro giusto», ha proseguito rivolgendosi alla piazza che lo applaude: «Vuol dire che se ci sono ministri che si impegnano ad andare ai tavoli europei a difendere i diritti, il lavoro e la salute dei cittadini italiani parte il Governo, se invece deve partire dalle imposizioni e dalle minacce dell'Europa il Governo con la Lega non parte». Poi un monito esplicito indirizzato al Quirinale: «Noi ce l'abbiamo messa tutta, se qualcuno si prenderà la responsabilità di non far nascere un governo pronto domani mattina, lo vada a spiegare a 60 milioni di italiani».

Renzi: indegno minacciare Mattarella, sulle istituzioni non si scherza. In serata le parole di Salvini provocano la reazione indignata dell’ex premier Matteo Renzi, che affida il suo pensiero ad un tweet schierato apertamente a difesa del Quirinale: «Salvini non voleva governare: ha fatto promesse irrealizzabili, ha paura delle sue bugie, altro che Flat Tax e Fornero. E quindi ha usato l'alibi di un ministro per far saltare tutto: vecchio stile leghista. Ma minacciare #Mattarella è indegno. Sulle Istituzioni non si scherza».

Di Maio: "C'è un problema di democrazia", scrive il 27 maggio 2018 AdnKronos. "Abbiamo un grande problema in Italia che si chiama democrazia. Questa non è una democrazia libera se stiamo in queste condizioni". Così Luigi Di Maio, leader M5S, nel corso di una diretta Facebook. "Sono stato un profondo estimatore del Presidente della Repubblica Mattarella ma questa scelta per me è incomprensibile perché ce l'abbiamo messa tutta" e nel contratto di governo "non c'era l'uscita dall'euro" ma "la rivisitazione di alcune regole europee".

INUTILE ANDARE A VOTARE - "Diciamocelo chiaramente che è inutile andare a votare - attacca Di Maio -, tanto i governi li decidono le agenzie di rating e le lobby finanziarie e bancarie". Se si vuole impedire un governo del M5S e della Lega ce lo devono dire chiaramente perché oggi ce l'hanno dimostrato. Io sono molto arrabbiato... ci abbiamo messo oltre 80 giorni. La verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5S al governo del Paese". "Non so nei prossimi mesi cosa succederà, noi ci siamo, il M5S ci sarà sempre ma con una consapevolezza differente".

DI MAIO, ECCO I NOMI CHE ABBIAMO FATTO - Di Maio ha letto la lista dei potenziali ministri, sottoposta oggi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal premier incaricato Giuseppe Conte. Di Maio e Salvini sarebbero dovuti diventare entrambi vicepresidenti del Consiglio, il primo destinato a ricoprire l'incarico di ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e il secondo dell'Interno. La lista prevedeva: Riccardo Fraccaro ai Rapporti col Parlamento e alla democrazia diretta; Giulia Bongiorno alla Pa; Enrica Stefani agli Affari Regionali e alle Autonomie; Barbara Lezzi al Ministero per il Sud; Lorenzo Fontana al Ministero per la Disabilità; Luca Giansanti agli Esteri; Alfonso Bonafede alla Giustizia; Elisabetta Trenta alla Difesa. E ancora: Paolo Savona all'Economia; Gian Marco Centinaio alle Politiche agricole; Mauro Coltorti alle Infrastrutture e ai Trasporti; Marco Bussetti all'Istruzione; Alberto Bonisoli al Mibact; Giulia Grillo alla Salute; Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. "Questa - ha detto il leader M5S - era la squadra di governo che lunedì mattina poteva giurare al Quirinale".

L'ATTACCO AD ALFANO E LA REPLICA - "In questo Paese puoi essere un criminale, condannato per frode fiscale, puoi essere Angelino Alfano - dice Di Maio -, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare, ma se hai criticato l'euro e l'Europa non puoi permetterti neanche di fare ministro dell'Economia. Ma non finisce qui". Pochi minuti dopo la replica di Angelino Alfano. ''Di Maio: niente laurea nella vita universitaria, niente professione nella vita civile, niente governo nella vita politica. Di Maio sei uguale a niente. Sciacquati la bocca prima di parlare di me. In tribunale risponderai di ciò che hai detto''.

Di Maio e Di Battista chiedono l'impeachment per Mattarella. E a Salvini: "Non si tiri indietro". Il leader della Lega per ora glissa. Berlusconi: "5 stelle irresponsabili". Renzi: "Indegno minacciare Mattarella", scrive Gabriella Cerami su "L'huffingtonpost.it" il 27 maggio 2018. I vertici del M5s chiedono l'impeachment di Sergio Mattarella. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista vogliono lo stato d'accusa per il presidente della Repubblica. "Bisogna parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione", ha detto Di Maio telefonando a Che tempo che fa di Fabio Fazio. "Non lo facciamo a cuor leggero", ha ribadito Alessandro, insieme a Di Maio su un palco per un comizio a Fiumicino. Non solo. Sull'attacco al Colle i pentastellati chiedono l'unità dell'asse giallo-verde. "La Lega non può tirarsi indietro, sennò dimostra di non voler andare fino in fondo", ha continuato Di Maio. Ma Salvini - pur criticando fortemente l'operato del Colle - per ora non vuole sentirne parlare. "Mattarella non mi rappresenta ma all'impeachment e cavilli penserò domani. Ora devo sbollire la rabbia", ha detto il leader leghista su fb. Il ribaltamento della strategia grillina è plateale. In questi tre mesi Luigi Di Maio, molto più di Matteo Salvini, aveva curato i rapporti con il Quirinale abbandonando i vecchi toni M5s talvolta scomposti. Nel giro di poche ore il format è stato totalmente rovesciato. Di Maio viene convocato da Mattarella, davanti al quale il capo grillino alza un muro, tiene fede all'accordo con i leghisti: "O Savona al ministero dell'Economia o morte". I pentastellati tornano sulle barricate. Il big M5s va via dal Quirinale da un'uscita secondaria, è scuro in volto, parla a telefono. Come ai tempi di Giorgio Napolitano, M5s è tornato a scontrarsi con il Quirinale. I tempi dicono tutto. Di Maio non aspetta neanche di ascoltare cosa Mattarella ha da dire. Il presidente della Repubblica parlava in diretta su tutti i tg e il capo politico 5Stelle nello stesso tempo era in diretta Facebook per annunciare "un conflitto tra le istituzioni che non si era mai visto prima". Nel Movimento ora si invoca quindi l'impeachment facendo riferimento all'art. 90 della Costituzione secondo il quale "Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri". In sostanza, spiegano i 5Stelle, si accusa il Capo dello Stato di aver impedito la nascita del nuovo governo mettendo quello che viene definito "un veto" sul ministro dell'Economia Paolo Savona e violando la legge nell'esercizio delle sue funzioni. Nei fatti Di Maio inizia la campagna elettorale consapevole che non potrà farsi oscurare da Salvini, cosa successa negli ultimi giorni quando per esempio venerdì scorso ha solo messo un "like" al post al segretario leghista che si diceva "davvero arrabbiato". Ora il capo grillino, che deve stare attento anche a non rimanere schiacciato dal ritorno in campo di Di Battista che per primo ha invocato la piazza contro le decisioni del Colle, ha deciso di mettere nel mirino in Quirinale. Duro anche Carlo Sibilia, più da opposizione che da governo: "Non esiste mandare nel caos il paese per fini ideologici. Credo sia arrivato il momento per impeachment a Mattarella. È una strada obbligata e coerente". Ha invocato l'impeachment anche Giorgia Meloni che a nome di Fratelli d'Italia "chiederà al Parlamento italiano la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento a norma dell'articolo 90 della Costituzione perché di gente che fa gli interessi delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa". Allineati in difesa del capo dello Stato ci sono invece Partito democratico e Forza Italia. "Il movimento Cinque stelle che parla di impeachment è come sempre irresponsabile", dichiara Silvio Berlusconi. E poi scrive Matteo Renzi su twitter: "Salvini non voleva governare. Ha fatto promesse irrealizzabili, ha paura delle sue bugie, altro che flat tax e Fornero. E quindi ha usato l'alibi di un ministro per far saltare tutto: vecchio stile leghista. Ma minacciare Mattarella è indegno. Sulle istituzioni non si scherza". Adesso si attende Salvini che per ora su questo argomento non si esprime: "Impeachment? Di questo non parlo. Sono profondamente incazzato che dopo settimane di lavoro, in mezz'ora ci hanno detto che questo governo non doveva nascere". Lo scontro tra istituzioni è solo all'inizio. Così come la campagna elettorale.

Di Maio e Salvini hanno già vinto (e chi li voleva fermare ha sbagliato tutto). Il veto su Paolo Savona squarcia il velo d’ipocrisia sulle condizioni dell'Italia e porta dritti alla battaglia finale tra europeisti e sovranisti. Una partita a cui Lega e Cinque Stelle arrivano nelle migliori condizioni possibili. Era davvero necessario, che finisse così, caro Presidente? Scrive Francesco Cancellato il 28 Maggio 2018 su "L'Inkiesta". Ieri hanno vinto loro, Di Maio e Salvini. Lo diciamo a malincuore, noi che mai abbiamo avallato la tesi di un Paese a sovranità limitata, di un’Europa fonte di tutti i mali dell’Italia, di una dialettica tra popolo e Palazzo, tra cambiamento e status quo. Hanno vinto loro, perché queste tesi, da oggi, sarà molto difficile negarle. Molto semplicemente, perché Sergio Mattarella, con una scelta e un discorso tanto onesti quanto pericolosi, ha di fatto dato a Lega e Cinque Stelle tutti gli argomenti possibili per giocare la prossima campagna elettorale secondo questo schema. Sarà molto difficile negare, ad esempio, che il nome di Paolo Savona come ministro dell'economia non abbia ricevuto un veto da soggetti che non dovrebbero intervenire nel gioco democratico di questo Paese, siano essi le cancellerie di Germania e Francia o la Banca Centrale Europea, il nostro primo creditore. Sarà difficile perché è stato lo stesso Mattarella a dirlo, affermando che il ministro dell’economia è «un messaggio immediato per gli operatori economici e finanziari» e che non ha accettato il nome di Savona proprio perché sarebbe stato visto come sostenitore di linee che avrebbero potuto «provocare la fuoriuscita dell'Italia dall’euro». Tradotto dalla lingua del Quirinale: se avessi avallato la scelta di Paolo Savona, domani sarebbe iniziata una tempesta perfetta sui titoli di Stato italiani. Vero? Falso? Non lo sapremo mai. Ma, ancora, da domani sarà difficile, se non impossibile, negare che l’Italia sia un Paese a sovranità limitata. Spiacenti, anime belle: siamo l’unico Paese d’Europa, l’unico insieme alla Grecia, che non può permettersi di scegliersi in santa pace i suoi ministri. E il motivo è piuttosto semplice: se hai un debito pubblico di 2.300 miliardi, pari al 131% del prodotto interno lordo, e se le agenzie di rating hanno valutato i tuoi titoli di Stato BBB, a due soli gradini dalla nomea di “junk bond”, titoli spazzatura, che vorrebbe dire fine degli acquisti da parte della banca centrale europea, il tuo creditore, chi ti presta i soldi per sopravvivere, ha voce in capitolo sulle tue scelte. Tanto quanto il popolo, forse più del popolo. E allora è vero pure questo: che il prossimo voto sarà una sfida al calor bianco tra chi vuole riaffermare qui e ora la piena sovranità dell’Italia, anche a costo di saltare per aria, e chi ritiene che questa sovranità la si riconquisti giorno dopo giorno, attraverso la progressiva riduzione della dipendenza dai soldi altrui, anche a costo di sacrifici e scelte dolorose. Tra chi ritiene che l’Euro sia parte del problema, giogo che ci condiziona a essere come gli altri vorrebbero che fossimo, o soluzione, in quanto veicolo di un processo di normalizzazione delle nostre anomalie. Tra chi vuole che l’Italia sia parte degli Stati Uniti d’Europa, prima o poi, e chi ritiene che l’Italia debba essere l’Italia, e basta. Un frame politico che combacia alla perfezione con la narrazione di Matteo Salvini e della Lega, il vero vincitore di questa serata, ben più di Di Maio, tanto da far venire il dubbio che in qualche modo questa crisi sia stata pilotata ad arte per arrivare allo showdown di queste ore. Il bivio a cui ci troviamo oggi è esattamente quello cui Lega e Cinque Stelle volevano arrivare. Perché i difensori della volontà del popolo, della sovranità piena e illimitata, della democrazia che prevale sulle relazioni internazionali, sempre e comunque sono loro. Laddove gli altri si ergono a difesa di un palazzo, il Quirinale, di una moneta, l’Euro, di un’istituzione, l’Unione Europea. Se queste sono le premesse, dicevamo, la sfida che attende il fronte che si erge a difesa del Quirinale e dell’Europa è più che improba. Perché il bivio a cui ci troviamo oggi è esattamente quello cui Lega e Cinque Stelle volevano arrivare. Perché i difensori della volontà del popolo, della sovranità piena e illimitata, della democrazia che prevale sulle relazioni internazionali, sempre e comunque sono loro, laddove gli altri si ergono a difesa di un palazzo, il Quirinale, di una moneta, l’Euro, di un’istituzione, l’Unione Europea. Perché sono riusciti ad arrivare allo scontro finale contro avversari, il Pd e Forza Italia, più che in crisi nera, dilaniati di lotte interne e in crisi verticale di consenso. E allora, forse, quello di Mattarella, seppur ineccepibile nei contenuti e nella forma, è stato un enorme azzardo, che rischiamo di pagare a caro prezzo, molto più della nomina di Paolo Savona. L’avesse avallata, oggi ci troveremmo con un ministro dell’economia scomodo, sotto i riflettori, ma sotto la tutela di un programma che di uscita dall’Euro non parlava, di un presidente del consiglio incaricato che aveva fatto professione di fede europeista e, pur con tutte le ambiguità e gli omissis, pure di un messaggio di Savona stesso, arrivato a poche ore dall’Apocalisse, che a quello stesso programma e a quella stessa professione di fede faceva riferimento, per disinnescare le perplessità sulla sua figura. E con un governo, finalmente, dopo quasi novanta giorni, nel pieno esercizio delle sue funzioni, compresa quella di disinnescare l’aumento dell’Iva e di contribuire al futuro dell’Unione, a partire dal prossimo Consiglio Europeo. Ci ritroviamo, invece, con un governo che aveva i numeri respinto sull’uscio, con un nuovo presidente incaricato, Carlo Cottarelli, cui con ogni probabilità, verrà negata la fiducia dal Parlamento, con la messa in stato d’accusa del presidente della repubblica per alto tradimento, richiesta che avrebbe i numeri per essere approvata dal Parlamento, e che solo Matteo Salvini, uno che fino a qualche mese fa indicava Ciampi e Napolitano come traditori della patria, avrebbe il potere di disinnescare e con una campagna elettorale durissima che è già iniziata e che minaccia di alzare il livello dello scontro sociale a livelli da 1948, se non peggio. Tutto, per Paolo Savona, che per assurdo tra qualche mese potrebbe addirittura essere indicato come presidente del consiglio da Lega e Cinque Stelle, dovessero stravincere come ha preconizzato Massimo D’Alema in fuori onda di qualche giorno fa. Fare peggio, francamente, era davvero difficile.

In principio fu Sandro Pertini. Così cambiò il ruolo del Quirinale. La svolta nello stile comunicativo e istituzionale. Due volumi sui presidenti della Repubblica curati da Sabino Cassese, Giuseppe Galasso e Alberto Melloni (il Mulino), scrive Giovanni Belardelli il 30 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". «I presidenti della Repubblica» (il Mulino, pagine 1269, euro 120, in libreria dal 21 giugno). Per una singolare coincidenza, il Mulino ha dato alle stampe due corposi volumi sui presidenti della Repubblica (in uscita il 21 giugno) proprio quando la crisi politica seguita alle elezioni del 4 marzo ha riportato all’attenzione l’importanza che la prima carica dello Stato riveste nel nostro ordinamento. Con una trentina di autori e oltre 1200 pagine, l’opera è destinata a rappresentare un riferimento imprescindibile. Concorrono a ciò l’autorevolezza dei curatori: Sabino Cassese, Alberto Melloni e Giuseppe Galasso (il cui saggio introduttivo si legge con una certa emozione, essendo l’ultima cosa da lui scritta prima della scomparsa nello scorso febbraio); ma soprattutto vi concorre l’ampiezza degli argomenti presi in esame: dalle biografie di ciascuno degli inquilini del Quirinale alla struttura della presidenza, dal linguaggio utilizzato dai vari capi dello Stato alla loro presenza sulla scena internazionale. Come più volte è stato ricordato, l’Assemblea costituente, volendo marcare una netta cesura rispetto a ogni idea di «uomo forte», aveva finito col fare del capo dello Stato una figura non ben definita, dalle attribuzioni vaghe ed elastiche. Di qui una presidenza della Repubblica dai poteri «a fisarmonica», secondo un’immagine spesso utilizzata, che si estendono o riducono in relazione alla forza o debolezza del governo e delle forze politiche. In una situazione di crisi — ha notato Leopoldo Elia — si ampliano quei poteri presidenziali «di indirizzo e di impulso che nei periodi normali rimarrebbero silenti». Proprio la storia degli ultimi decenni sembra indicare però che i poteri del presidente, soprattutto quelli meno evidenti e formali, possono crescere anche in relazione a un altro fattore: la personalità e le inclinazioni più o meno «interventiste» del capo dello Stato. Nella Repubblica federale tedesca sia Konrad Adenauer sia Ludwig Erhard rifiutarono la candidatura alla presidenza della Repubblica, nota Sabino Cassese. Nulla di simile è mai accaduto in Italia, dove anzi molti leader politici hanno aspirato al Quirinale, così da confermare come i poteri del nostro capo dello Stato siano superiori a quelli del suo omologo tedesco. Secondo il giudice costituzionale (ed ex azionista) Mario Bracci, che lo scriveva nel 1958 all’allora presidente Giovanni Gronchi, la lettera e lo spirito della Costituzione renderebbero addirittura possibile muoversi verso un «tipo originale di Repubblica presidenziale». Nessun presidente della Repubblica ha mai esplicitamente battuto questa via; ma proprio dai due corposi volumi appena usciti si ricava come, sia pure con eccezioni e battute d’arresto, è nella direzione di un semipresidenzialismo di fatto, come a volte lo si è definito, che si è mossa la Costituzione materiale del Paese. Si pensi allo stesso Luigi Einaudi, che nella prima parte del mandato era sembrato voler incarnare il modello del presidente-notaio e aveva poi assunto una fisionomia alquanto diversa: nel 1953, senza procedere a consultazioni, diede l’incarico a Giuseppe Pella, che formò il primo di quelli che sarebbero poi stati definiti «governi del presidente». Il suo successore Giovanni Gronchi fu un capo dello Stato decisamente interventista, sia in politica interna che estera. Fu lui il primo a cercare un dialogo diretto con i cittadini, che cozzava però — nota nel suo saggio Michele Cortelazzo — contro le barriere linguistiche ancora forti nel Paese. E cozzava pure con la tradizione di un’oratoria spesso involuta: il discorso di fine anno del 1961 conteneva una frase di ben 118 parole. Forme e sostanza della comunicazione presidenziale sarebbero cambiate definitivamente con Sandro Pertini, in particolare a partire dal discorso da lui pronunciato alla televisione il 26 novembre 1980, tre giorni dopo il terremoto dell’Irpinia, nel quale criticava severamente il governo per la lentezza dei soccorsi. Al presidente della Repubblica spettano poteri fondamentali come quello di sciogliere le Camere o assegnare l’incarico di formare un nuovo governo (potere, per inciso, particolarmente significativo in un Paese che in settant’anni ha avuto 64 governi). Anche questi poteri hanno avuto un’evoluzione nel tempo: Pertini, ad esempio, fu il primo a non seguire la prassi di assegnare l’incarico di formare il governo a un esponente del partito di maggioranza relativa. Ma ciò che è soprattutto significativo è l’espansione che ha interessato i poteri informali del presidente, analizzati nel volume da Marina Giannetto (oltre che dalle varie ricostruzioni biografiche dei singoli capi dello Stato); si tratta essenzialmente di poteri interdittivi, che gli consentono di «interporsi nella produzione legislativa». In concreto, è il presidente che, come stabilisce la Costituzione, autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa, promulga le leggi, emana decreti legge. In questi casi al presidente spetta una facoltà di diniego della propria firma, ma dunque anche la possibilità di intervenire in anticipo persuadendo il governo a mutare una certa legge o un certo decreto per evitare che egli si trovi poi a esercitare il proprio potere interdittivo. Il capo dello Stato finisce così per condividere nei fatti una porzione del potere legislativo ed esecutivo. Direi che proprio l’aver illustrato questo con molta chiarezza, cioè il posto che il capo dello Stato occupa nella Costituzione scritta ma anche in quella materiale, rappresenta uno dei pregi maggiori di quest’opera. Sabino Cassese e Alberto Melloni si sono recati 30 maggio al Quirinale per presentare al capo dello Stato Sergio Mattarella l’opera in due volumi I presidenti della Repubblica, edita dal Mulino e curata da loro stessi insieme a Giuseppe Galasso, scomparso nello scorso febbraio. Si tratta di un lavoro a più voci nato da un progetto della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII con il contributo di Intesa Sanpaolo. Il presidente Mattarella ha ricevuto i due studiosi insieme al segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti e al consigliere per l’informazione Gianfranco Astori. Dopo aver manifestato il suo apprezzamento per l’opera, disponibile in libreria dal 21 giugno, il capo dello Stato ha assicurato la sua presenza a un prossimo incontro volto a esporne e discuterne i contenuti.

Da Scalfaro a Napolitano: quando l’uomo del Colle ha detto no…Le liste dei ministri sbianchettate all’ultimo secondo: così saltarono Cesare Previti e Nicola Gratteri, scrive Paolo Delgado il 27 Maggio 2018 su "Il Dubbio".  «Il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri». E’ intorno a questo articoletto della Costituzione, il 92, che si svilupperà nei prossimi giorni il percorso della crisi. E’ dal braccio di ferro che si sta svolgendo intorno al medesimo articolo che dipenderà la nascita o meno del governo gialloverde. Il caso Conte, con i suoi un po’ grotteschi curricula gonfiati, maschera infatti il vero oggetto del contendere che è il ministero chiave dell’Economia. Il solenne art. 92, per la verità, è stato per lunghi decenni oggetto di ricerche nei “Chi l’ha visto?” dell’epoca. La Repubblica dei partiti semplicemente lo ignorava. A decidere tutto erano i capipartito, trattando tutt’al più con il presidente del consiglio incaricato, ammesso che questi avesse qualche forza di suo. Il notaio del Colle si limitava a eseguire. In un paio d’occasioni la poco commendevole abitudine varcò i confini della commediaccia all’italiana, più Pierino che Monicelli. Successe quando nel 1972, in occasione della nascita del secondo Governo Andreotti, con maggioranza Dc- Psdi-Pli, Carlo Donat- Cattin, insoddisfatto del ministero assegnatogli, non si presentò al giuramento sostituendo l’alto impegno con una visitina dal barbiere di Montecitorio. Rientrò giusto un anno dopo, con un nuovo governo e occupando il posto a cui teneva. Oppure quando, dopo la famigerata ‘ lite tra comari’ sull’Economia, quella tra il ministro del tesoro Andreatta e quello delle Finanze Formica, cadde nell’agosto 1982 il governo Spadolini, in carica da poco più di un anno. Gli equilibri tra i partiti erano così delicati che il primo premier non democristiano della Repubblica nel formare il suo secondo governo, dovette confermare tutta la squadra con una sola variazione. Fu necessario cambiare almeno il sottosegretario alla presidenza, essendo il predecessore, Francesco Compagna, trapassato. Il presidente Pertini non proferì verbo. Il ‘ governo- fotocopia’, come fu prontamente ribattezzato diventò bersaglio di pesantissime ironie, contribuì a squalificare la Repubblica dei partiti e durò pochissimo appena cento giorni. Ma il vento stava cambiando. Pochi anni più tardi, nel 1987, il presidente Cossiga entrò per la prima volta in campo d’impeto per sbloccare una crisi che pareva irresolubile, data l’opposizione del Psi all’incarico per il segretario della Dc De Mita. L’inquilino del Quirinale scelse un premier, il più giovane mai entrato a palazzo Chigi nella storia repubblica, Giovanni Goria, ex ministro del Tesoro, 44 anni, nessun potere reale nella Dc. La lista dei ministri che presentò al Quirinale fu riscritta dal presidente quasi per intero ed non era mai successo prima. La svolta arrivò con Oscar Scalfaro, l’apripista dei presidenti monarchi. Dipese dalle circostanze più che dalla volontà dell’uomo. Appena insediato, la tempesta di tangentopoli e del referendum travolse la prima Repubblica. In quella fase di travagliata transizione, la sovranità scivolò in larga misura nelle mani del capo dello Stato. Fu lui a scegliere il governatore di Bankitalia Ciampi, nel 1993, come premier del governo che avrebbe dovuto gestire il Paese mentre il parlamento cercava l’accordo su una nuova legge elettorale. Fu lui a scegliere, con Ciampi e con i leader del Pds Occhetto e dell’agonizzante Dc Martinazzoli i ministri di quel governo. Quando, dopo la vittoria alle elezioni del 1994, il Polo guidato da Berlusconi vinse le elezioni impedì la nomina a ministro della Giustizia di Cesare Previti, chiacchieratissimo avvocato del premier. Dopo la caduta di quel governo, nel giro di pochi mesi, Scalfaro compilò di nuovo la lista dei ministri con il premier, indicato e poi rinnegato dal disarcionato Berlusconi, Lamberto Dini. Il caso Scalfaro poteva essere una sorta di parentesi emergenziale e in effetti il successore, Carlo Azeglio Ciampi, tornò a un minor protagonismo. Ma nella formazione del secondo governo Berlusconi, nel 2001, mise bocca anche lui. Il Cavaliere era ancora circondato da sospetti in Europa. Serviva un garante e Ciampi indicò Renato Ruggiero, diplomatico di serie a, più volte ministro, direttore generale del WTO: l’uomo dei salotti buoni. Fu un disastro. Tra Berlusconi e Ruggiero non scattò alcun feeling, quando il ministro parlava, raccontò più tardi lui stesso, il premier lavorava sotto il tavolo di piedino per ammonirlo con eloquenti calcetti. Con i leghisti andò anche peggio. Pochi mesi e il garante indicato dal capo dello Stato era già fuori dal governo. Quanto a protagonismo, si sa, Napolitano non è stato secondo a nessuno. Il confine tra presidenza della Repubblica e sovranità piena lo ha varcato più volte e in piena consapevolezza. Sui ministri il suo semaforo rosso è scattato in alcuni casi di fondamentale importanza, al momento della formazione del governo Renzi, nel 2014. Renzi si era presentato con la casella del ministero della Giustizia occupata da un magistrato d’assalto, certamente tra i più efficienti ma anche tra i meno attenti alle garanzie, Nicola Gratteri. E’ probabile che quel nome per Napolitano, che ha sempre guardato con poca benevolenza il giustizialismo, non piacesse per una lista di ragioni lunga quanto un elenco del telefono. Ma per bloccarlo mise in campo un’argomentazione di carattere generale: l’inopportunità di affidare il ministero di via Arenula a un magistrato. Alla fine a essere nominato fu uno degli esponenti del Pd più vicini al presidente: Andrea Orlando. Pochi mesi dopo il problema si ripropose quando la ministra degli Esteri, Federica Mogherini, passò alla Commissione europea. Convinto che il Brand del suo governo fosse la linea generazionale, Renzi propose di sostituirla con Lia Quartapelle, 32 anni, esperienza sia politica che diplomatica pari a zero. Napolitano nemmeno prese in considerazione la surreale idea, cancellò il nome suggerito e al suo posto vergò quello del più scafato Gentiloni. Ma ciascuno di questi presidenti, persino Scalfaro e Ciampi alle prese con Berlusconi, erano alle prese con leader per cui i buoni rapporti con i vertici istituzionali, quelli romani quanto quelli allocati a Bruxelles, erano desiderati e ricercati al punto di sacrificare molto per conquistarli. Mattarella si trova in una situazione diversa e molto più scomoda. Vedremo nel giro di pochi giorni se riuscirà nonostante tutto a incidere o se, dopo il colpo a vuoto del governo del presidente, dovrà registrare sulla nomina dei ministri un nuovo scacco.

Meloni e M5S vogliono mettere in stato d’accusa Mattarella, scrive "Next quotidiano" il 27 maggio 2018. Giorgia Meloni in una nota annuncia di voler chiedere con Fratelli d’Italia la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il veto su Savona che ha fatto fallire il governo di Giuseppe Conte: “Si dice che il Presidente della Repubblica abbia messo il veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, se questa notizia fosse confermata avrebbe dell’incredibile. E se questo veto fosse confermato sarebbe drammaticamente evidente che il presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque Fdi nel caso in cui questo veto impedisca la formazione del nuovo Governo chiederà al Parlamento la messa in stato d’Accusa del Presidente per alto tradimento”.  Della stessa idea, dice l’ANSA, è il MoVimento 5 Stelle.

Come funziona la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. È la complicata procedura annunciata da Di Maio contro Mattarella, ma non sembrano esserci le basi per parlarne seriamente, scrive il 28 maggio 2018 “Il Post”. Dopo la crisi istituzionale cominciata ieri sera con la rinuncia all’incarico di presidente del Consiglio di Giuseppe Conte, dovuta all’opposizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia, Luigi Di Maio ha detto che chiederà la “messa in stato d’accusa” di Mattarella. Il leader della Lega Matteo Salvini, che insieme al M5S aveva coordinato la formazione del governo Conte, fin qui non ha seguito Di Maio su questa strada: forse perché estrema e senza precedenti, e forse perché, per come stanno le cose, sarebbe molto improbabile avesse successo. L’accusa a Mattarella – che è anche un ex giudice della Corte Costituzionale – sarebbe, in breve, di aver abusato dei suoi poteri opponendosi al nome scelto per un ministero da due partiti che rappresentano la maggioranza del Parlamento, pur non essendosi presentati alle elezioni come alleati. In realtà l’opinione più condivisa dai costituzionalisti di ogni orientamento è che Mattarella abbia agito entro i limiti delle sue prerogative costituzionali, che prevedono che sia il presidente della Repubblica a nominare i ministri su proposta del presidente del Consiglio. Lo ha ribadito oggi al Corriere della Sera Massimo Luciani, costituzionalista e presidente dell’Associazione costituzionalisti italiani, che ha aggiunto che Mattarella «ha ritenuto che la scelta di un certo ministro per una posizione chiave del governo mettesse a rischio gli interessi del nostro paese. Questa è una valutazione istituzionale». Il comportamento di Mattarella può essere criticato per la sua opportunità politica ma non per la sua costituzionalità, anche perché ci sono stati almeno tre precedenti analoghi negli ultimi 25 anni, con protagonisti tre presidenti diversi: nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro con Cesare Previti alla Giustizia; nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi con Roberto Maroni alla Giustizia; e nel 2014 Giorgio Napolitano con Nicola Gratteri, sempre alla Giustizia. Ciononostante, Di Maio ha annunciato la volontà di mettere in stato d’accusa Mattarella, e lo stesso aveva fatto poco prima la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri. È interessante ricordare che già nel 2013 il M5S aveva a lungo parlato della stessa cosa, ma riguardo Napolitano: allora il leader del partito era ancora Beppe Grillo, e l’accusa era di aver abusato dei suoi poteri nominando il governo Letta (peraltro in circostanze simili a quelle del governo Conte: un’alleanza parlamentare tra partiti che erano avversari in campagna elettorale). Anche in quel caso non c’era nessuna base costituzionale all’accusa, di cui infatti non si fece niente. Nel 2013 si parlava di questa possibilità con il termine “impeachment”, la parola inglese che fa riferimento a un concetto giuridico esistente negli Stati Uniti (storicamente associato ai presidenti Richard Nixon e Bill Clinton). Nel linguaggio giornalistico italiano, però, è usata per definire una procedura prevista dalla Costituzione con la quale il Parlamento può mettere il presidente della Repubblica in stato d’accusa, ma solo in alcuni rarissimi casi. L’articolo 90 della Costituzione dice infatti che «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Sono quindi soltanto questi i reati imputabili al capo dello Stato che ne prevedono le dimissioni forzate. Di Maio, domenica sera, ha parlato del primo: un reato di cui è difficile dare interpretazioni precise, visto che non è mai stato applicato al presidente della Repubblica, ma che prevede un qualche tipo di comportamento doloso che pregiudichi gli interessi nazionali, che rappresenti una violazione del dovere di fedeltà ai cittadini, o che sovverta l’ordine dello Stato. Cesare Pinelli, ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, ha detto all’AGI che parlare di questi reati in riferimento alle decisioni di Mattarella «non sta né in cielo né in terra». Perché inizi quello che sarebbe un processo al presidente della Repubblica, la procedura è molto complessa e prevede diversi passaggi. Innanzitutto deve essere presentata formalmente una richiesta di messa in stato d’accusa al presidente della Camera, corredata da tutto il materiale probatorio che la sostenga. Il presidente della Camera trasmette poi il materiale a un apposito comitato, formato dai componenti della giunta del Senato e da quelli della giunta della Camera competenti per le autorizzazioni a procedere (i cui membri sono nominati dai presidenti delle Camere, e devono rappresentare tutte le forze politiche). Il comitato è presieduto dal presidente della giunta del Senato o da quello della Camera, una legislatura a testa, e può anche promuovere d’ufficio un’indagine sul presidente della Repubblica, di sua iniziativa. Il comitato valuta la legittimità dell’accusa e dopo aver raggiunto un verdetto – votato a maggioranza – presenta una relazione al Parlamento riunito in seduta comune. Oltre ai relatori scelti dal comitato, il regolamento concede ad altri membri del comitato di presentare relazioni di minoranza. Il rapporto esposto al Parlamento contiene le decisioni del comitato, che può scegliere di archiviare il caso se ritiene che le accuse siano infondate o non corrispondano a quelle stabilite dall’art. 90, oppure di avviare la votazione in aula della messa in stato d’accusa. In entrambi i casi il presidente della Camera riunisce nuovamente il Parlamento in seduta comune, che questa volta dovrà esprimersi sull’autorizzazione a procedere. Se il comitato ha deliberato di archiviare il caso, la decisione viene approvata senza il passaggio del voto. Se invece la relazione propone la messa in stato d’accusa, il Parlamento la vota a scrutinio segreto, e la approva se raggiunge la maggioranza assoluta a favore. Con l’autorizzazione a procedere del Parlamento, la questione passa alla Corte Costituzionale, alla quale per questa particolare circostanza vengono affiancati 16 membri aggregati, estratti a sorte da un elenco di persone aventi i requisiti per fare i senatori, e che viene compilato dal Parlamento ogni nove anni. Il Parlamento elegge anche dei rappresentanti dell’accusa, che in pratica faranno da pubblici ministeri durante le sedute della Corte. È quindi la Corte costituzionale così composta che infine decide se applicare la sentenza rendendola inappellabile. È una procedura lunga e complicata e perché arrivi alla conclusione è necessario che un’ampia maggioranza delle forze politiche la sostenga. Per questo in Italia non si è mai proceduto effettivamente con una messa sotto accusa del capo dello Stato. Spesso, però, i partiti hanno usato questa minaccia per obiettivi politici intermedi o per cercare di ottenere le dimissioni spontanee del presidente. Il PCI minacciò la messa in stato d’accusa del presidente Giovanni Leone, da tempo accusato di presunta complicità nello scandalo Lockheed, per cui poi dovette dimettersi. Nel 1991, invece, fu il PDS (assieme ad altri partiti di opposizione) a chiedere che il presidente Francesco Cossiga fosse messo sotto accusa. Le motivazioni erano molto simili a quelle che il M5S aveva mosso a suo tempo contro Napolitano: Cossiga, secondo i firmatari della richiesta, aveva superato i limiti del suo ruolo per «modificare la forma di governo», aveva avviato «l’esercizio di una propria funzione governante» e assunto comportamenti da «capo di un partito».

Breve storia triste dell'impeachment all'italiana. Mentre il M5s valuta la messa in stato di accusa di Mattarella (che è tecnicamente irrealizzabile, almeno per ora), ecco una carrellata dei precedenti italiani, da Segni a Napolitano, scrive Maurizio Stefanini il 28 Maggio 2018 su “Il Foglio”. Luigi Di Maio e Giorgia Meloni lo chiedono, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi lo escludono, Matteo Salvini dice che ci deve pensare. Ma in realtà in questo momento l'impeachment all'italiana nei confronti del presidente Sergio Mattarella sarebbe tecnicamente impossibile. Secondo l'articolo 90 della Costituzione, “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri”. La decisione spetta poi alla Corte Costituzionale, e l'articolo 135 spiega che “nei giudizi d'accusa contro il Presidente della Repubblica intervengono, oltre ai giudici ordinari della Corte” – che sono quindici – anche “sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari”. Solo che per far votare il Parlamento ci vorrebbe prima l'istruttoria disposta dal comitato parlamentare per i procedimenti di accusa. Un comitato che però non può essere costituito senza che ci sia un governo nel pieno delle sue funzioni, in grado di stabilire chi è maggioranza e chi è opposizione. E la lista dei 45 cittadini è scaduta da tempo. Questa procedura fu applicata una sola volta, ma non contro un presidente. In origine gli articoli 90 e 96 della Costituzione prevedevano la messa in stato di accusa rispettivamente per il presidente della Repubblica e per il presidente del Consiglio e i ministri per reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni. L'impeachment scattò nel 1977 per il processo sullo scandalo Lockheed contro gli ex ministri della Difesa Luigi Gui, che fu assolto, e Mario Tanassi, che fu invece condannato. Ma nel 1987 un referendum abolì quella Commissione inquirente e, con la riforma costituzionale del 1989, l'equivalente nostrano dell'impeachment restò in vigore per il solo capo dello stato. Un vero impeachment presidenziale in Italia non c'è dunque mai stato. Eppure ben tre presidenti della Repubblica hanno concluso anticipatamente il loro mandato dietro minacce di ricorrere alla messa in stato d'accusa. Primo fra tutti fu Antonio Segni, che il 7 agosto 1964 ebbe un incontro con Giuseppe Saragat e con il presidente del Consiglio Aldo Moro, nel corso del quale il leader socialdemocratico accusò Segni di aver progettato un colpo di stato assieme al generale De Lorenzo, e minacciò di attivare l'articolo 90. Segni fu colto all'istante da un ictus che lo obbligò alle dimissioni. Dopo i sette anni di Saragat fu la volta di Giovanni Leone che, sul finire del suo mandato, fu coinvolto dallo scandalo Lockheed. Accusato di essere il destinatario di mazzette, Leone comparve sulle copertine dei giornali con le corna in testa, mentre Camilla Cederna lo attaccava in un pamphlet violentissimo. Così Dc e Pci lo costrinsero alle dimissioni con sei mesi di anticipo. Il terzo caso fu quello di Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il 6 dicembre 1991 il Pci assieme ad altre forze d'opposizione presentò in Parlamento una richiesta di messa in stato d'accusa con ben 29 capi di imputazione. Il Comitato parlamentare si oppose e la procura di Roma, il 3 febbraio del 1992, dispose l'archiviazione. Ad ogni modo, il 28 aprile Cossiga annunciò le sue dimissioni, con due mesi di anticipo rispetto alla fine del suo mandato. Infine, in un paio di casi più recenti, la minaccia di ricorrere alla messa in stato di accusa non ha portato nemmeno alle dimissioni del capo dello stato. E' successo con Oscar Luigi Scalfaro, dopo che aveva obbligato Berlusconi a spostare Cesare Previti dal ministero della Giustizia a quello della Difesa avvallando il “ribaltone” di Lamberto Dini. Forza Italia alzò i toni, Scalfaro rispose in tv con la celebre frase “Io non ci sto”. Ma il presidente della Repubblica concluse comunque il suo mandato. La stessa cosa si è ripetuta nel 2010 con Giorgio Napolitano, quando il deputato del Pdl Maurizio Bianconi accusò il presidente della Repubblica di “tradire la Costituzione”. Napolitano lo sfidò a chiedere l'applicazione dell'articolo 90, senza esito. Fu invece il Movimento cinque stelle, il 30 gennaio del 2014, a depositare contro di lui una richiesta di messa in stato di accusa per attentato contro la Costituzione, in particolare sulla trattativa stato-mafia. Ma l'11 febbraio successivo il Comitato parlamentare archiviò l'istanza come “manifestamente infondata”.

L’aspetto formale e l’aspetto sostanziale. Perché il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sbagliato. E perché chi lo difende è ignorante o in mala fede. La lezione di chi, il dr Antonio Giangrande, non è titolato, se poi i titoli (accademici) si danno per cooptazione e conformità ed omologazione.

Le Disposizioni sulla Legge in generale, dette anche preleggi o disciplina preliminare al codice civile, sono un insieme di articoli (in origine erano 31, poi dopo l'abrogazione delle corporazioni sono diventati in tutto 16) emanati con Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 262 con cui fu anche approvato il codice civile italiano nel 1942. Si tratta di legge ordinaria di livello paracostituzionale, quindi le disposizioni contenute in tali leggi si collocano subito al di sotto del livello costituzionale e poiché statuiscono disposizioni generali si pongono, come la Costituzione Italiana, al di sopra delle altre leggi, comprese le leggi speciali.

Il primo capo (art. 1-9) delinea le fonti del diritto. Il secondo riguarda l'applicazione della legge in generale.

La gerarchia delle fonti (art. 1) ha subìto nel tempo una modifica in senso testuale, a seguito della soppressione dell'ordinamento corporativo. Al contempo ha subito un'estensione interpretativa, in quanto, con l'entrata in vigore della Costituzione e a seguito dell'adesione dell'Italia all'Unione europea, vige il principio cosiddetto della preferenza comunitaria, per cui le leggi e i regolamenti come fonte del diritto devono essere applicati solo ove non contrastanti con le norme di diritto comunitario.

Art. 1 Indicazione delle fonti. Sono fonti del diritto:

1) le leggi;

2) i regolamenti;

3) (Le norme corporative, abrogato);

4) gli usi (consuetudini).

Art. 2 Leggi: La formazione delle leggi e l'emanazione degli atti del Governo aventi forza di legge sono disciplinate da leggi di carattere costituzionale.

La riserva di legge, inserita nella Costituzione in varie norme: relativa (23, 97 comma2), assoluta (13 comma2), rinforzata (16), formale (72 comma4, 76, 77, 81), ecc., prevede che la disciplina di una determinata materia sia regolata soltanto dalla legge primaria e non da fonti di tipo secondario. La riserva di legge ha una funzione di garanzia in quanto vuole assicurare che in materie particolarmente delicate, come nel caso dei diritti fondamentali del cittadino, le decisioni vengano prese dall'organo più rappresentativo del potere sovrano ovvero dal parlamento come previsto dall'articolo 70.

Fonti costituzionali. Al primo livello della gerarchia delle fonti, si pongono la Costituzione, le leggi costituzionali e gli statuti regionali (delle regioni a statuto speciale), i trattati europei. La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, è composta da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali: essa detta i principi fondamentali dell'ordinamento (artt. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti (artt. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana viene anche definita lunga e rigida: "lunga" perché non si limita "a disciplinare le regole generali dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi", riguardando anche altre materie, "rigida" in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 Cost.). Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale.

All’interno Art. 139 si legge che “. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.”

In questo caso, nella gerarchia delle fonti i Principi generali, quale è la democrazia, primeggiano sulle restanti disposizioni.

L’articolo 90 della Costituzione dice infatti che «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Spieghiamo perché è responsabile. Partiamo proprio dalla base della Costituzione italiana.

PRINCIPI FONDAMENTALI. "Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (non sulla libertà). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

Qui si enuncia il principio fondamentale che incarnano forma e sostanza. La sostanza ci dice che in Italia c’è la democrazia parlamentare (indiretta) come forma di governo e quindi ci dice che la maggioranza dei votanti (non dei cittadini che non votano più, sfiduciati dalla vecchia politica) elegge i suoi legislatori e, tramite loro, i suoi governanti (stranamente mancano i magistrati). L’esercizio del potere popolare prende forma, non sostanza, attraverso l’enunciazione di articoli costituzionali che mai possono violare il principio fondamentale. E non a caso proprio il primo articolo prende in considerazione l’aspetto democratico della vita dello Stato italiano.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA "Art. 83. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato. L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta".

Qui si richiama forma e sostanza dell’art. 1. La sovranità popolare esprime, attraverso i suoi rappresentanti, la scelta del Presidente della Repubblica.

"Art. 88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse". "Il Consiglio dei Ministri. Art. 92. Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri".

L’art. 88 e 92 sono articoli formali. Norme che delegano al Presidente della Repubblica, con il ruolo di notaio, la verifica di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta per esercitare la sovranità popolare di cui all’articolo 1: Se c'è una maggioranza si forma un Governo sostenuto da essa; se non c'è una maggioranza, non c'è Governo e quindi si va a votare per trovarne una nuova.

Si va contro l’articolo 1 (non a caso primo articolo dei principi generali) e quindi contro la Costituzione se alla volontà popolare che esprime un Governo che mira alla tutela degli interessi nazionali si impone la volontà di un singolo (il Presidente della Repubblica) che antepone qualsiasi altra ragione tra cui i principi dell’art. 10. "L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute", e dell’art. art. 11. "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo". O dell’Articolo 47. “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese".

In conclusione si chiude il parere, affermando che si è concordi con l’iniziativa della messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, anche se il procedimento è complicato e farraginoso, pensato proprio a non dare esiti positivi, in ossequio ad uno Stato di impuniti. Si è concordi perché l’Italia è una Repubblica Democratica Parlamentare; non è una Repubblica Presidenziale.

Il Quirinale ingrato coi suoi grandi elettori. La storia dei presidenti della Repubblica è stata spesso caratterizzata da rapporti conflittuali con gli inquilini di Palazzo Chigi e i segretari dei partiti, scrive Francesco Damato l'8 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". La storia dei Presidenti della Repubblica è stata spesso caratterizzata da rapporti conflittuali con gli inquilini di Palazzo Chigi e i segretari dei partiti che li avevano fatti eleggere. Il Colle quasi sempre ingrato con i suoi grandi elettori. Lo scontro, o la tensione, fra Sergio Mattarella e Matteo Renzi è probabilmente meno forte della rappresentazione fattane sui giornali dai retroscenisti, ma le resistenze opposte dal presidente della Repubblica alla fretta attribuita, a torto o a ragione, al presidente del Consiglio di andare alle elezioni anticipate dopo la dura sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale confermano una costante dei rapporti fra il capo dello Stato e chi ne ha maggiormente voluto l’elezione. Ogni inquilino del Quirinale, prima o dopo, ha procurato delusioni o problemi a chi più si è prodigato a mandarvelo. L’unica eccezione è stata quella di Carlo Azeglio Ciampi, mai, ma proprio mai entrato in collisione col suo grandissimo elettore, che fu l’allora segretario dei Ds Walter Veltroni. Mai, però, forse perché, una volta fattolo eleggere, il 13 maggio 1999, alla prima e unica votazione, Veltroni non ebbe materialmente occasione di avere problemi con lui nei sette anni del mandato. Al mio amico Walter non capitò di guidare alcun governo o di gestire in quel periodo passaggi politici particolarmente difficili. Già nel 2001 egli si ritirò, diciamo così, sul Campidoglio per fare semplicemente il sindaco di Roma e ne scese, per l’avventura del Pd, dopo sette anni, quando già era finita l’esperienza di Ciampi al Quirinale. Le altre storie presidenziali sono state tutte di segno diverso.

Di Enrico De Nicola, il primo della lista dei presidenti, neppure affacciatosi peraltro al Quirinale, vi ho già ricordato di recente le dimissioni che minacciava di continuo. E che misero a dura prova i nervi pur saldissimi di un ancora giovanissimo Giulio Andreotti, il braccio destro del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Di Luigi Einaudi, anche lui eletto capo dello Stato con la spinta democristiana, vi ho raccontato la sorpresa fatta alla Dc nominando nel 1953 il governo di Giuseppe Pella, così poco gradito al segretario scudocrociato Amintore Fanfani da essere definito freddamente amico e da durare poco più di quattro mesi.

Giovanni Gronchi fu eletto nel 1955 con un’operazione parlamentare a sorpresa su cui scommisero anche le sinistre per superare il centrismo, ma nel 1960 nominò un governo, quello di Fernando Tambroni, che anziché l’interesse dei socialisti si guadagnò i voti dei missini. Scoppiò il finimondo sulle piazze, con morti e feriti, come vi ha raccontato di recente con la sua solita precisione il buon Giuseppe Loteta, testimone di quei drammatici fatti.

Antonio Segni, succeduto nel 1962 a Gronchi per volontà dell’allora segretario della Dc Aldo Moro allo scopo di bilanciare politicamente sul versante moderato la svolta del centro- sinistra, per poco non troncò la collaborazione di governo con i socialisti nella crisi dell’estate del 1964. Allora, confortato dalle assicurazioni del generale Giovanni De Lorenzo di un saldo controllo delle piazze, egli tentò il ritorno al centrismo offrendo la presidenza del Consiglio a Mario Scelba. Che ha raccontato nella sua autobiografia di avere rifiutato, suggerendo di lasciare Moro al suo posto, quando sentì da Segni che c’era di mezzo proprio quel generale, già capo del servizio segreto. Che fu poi accusato di avere predisposto un colpo di Stato, o qualcosa che gli somigliasse.

Interrotto per un grave malore proprio quell’anno il mandato presidenziale di Segni, al Quirinale fu eletto Giuseppe Saragat per impulso sempre di Moro, interessato alla stabilizzazione del centro- sinistra. Ciò avvenne fra le proteste e i mugugni della maggiore corrente del partito dello stesso Moro: quella dei ‘ dorotei’, che lo accusavano di essere troppo indulgente con gli alleati, peraltro avviati verso un tentativo di rafforzamento con l’unificazione socialista. Dopo le elezioni politiche del 1968, quando fu defenestrato proprio dai dorotei, che lo scavalcarono a sinistra realizzando con i socialisti una edizione ‘ più coraggiosa e incisiva’ del centrosinistra, Moro si aspettò inutilmente un aiuto da Saragat. Che non ci pensò proprio di dargli una mano. Anzi, dopo qualche anno, in occasione di una crisi, egli gli tolse malamente un mandato di governo conferitogli su proposta della Dc formalmente perché tardava a chiudere le trattative, in realtà perché sospettava che Moro volesse privilegiare i rapporti con i socialisti a svantaggio dei socialdemocratici, tornati nel frattempo a separarsi dai fratelli o cugini di area.

A Saragat subentrò al Quirinale alla fine del 1971 Giovanni Leone. Che, pur eletto da una maggioranza di centrodestra dopo il fallimento delle candidature di Amintore Fanfani e di Moro, che non era riuscito neppure ad avere la designazione del suo partito, Leone fu un presidente davvero notarile. Egli si limitò a certificare le maggioranze via via prodotte dai risultati elettorali e dai rapporti fra i partiti, nominando il governo Andreotti della centralità con i liberali di Giovanni Malagodi, poi i governi di centro- sinistra di Mariano Rumor e, nuovamente, di Moro, infine i governi monocolori di Andreotti sostenuti in modo decisivo dai comunisti con la formula della cosiddetta solidarietà nazionale.

Subentrato però nel 1978 il tragico sequestro di Moro ad opera delle brigate rosse, Leone non condivise la linea della fermezza adottata dal governo. E, spiazzando i vertici della Dc e del Pci, assecondò la linea ‘ umanitaria’ dei socialisti, condivisa all’ultimo momento nello scudo crociato solo dall’allora presidente del Senato Fanfani.

In particolare, Leone predispose la grazia per Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti per reati di terrorismo con cui i brigatisti rossi pretendevano di scambiare l’ostaggio. Purtroppo i terroristi precedettero il presidente della Repubblica uccidendo Moro prima che la Besuschio fosse graziata. E Leone, sia pure contestato formalmente per altri motivi, bersagliato da una campagna scandalistica condotta sulle tracce di un libro scritto da Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, fu costretto a dimettersi sei mesi prima che scadesse il proprio mandato. Avrebbe ricevuto solo dopo una ventina d’anni le scuse di chi ne aveva voluto la rinuncia: radicali, comunisti e democristiani. Tardi, certo, ma fortunatamente in tempo perché lui si potesse togliere la soddisfazione di ringraziare di persona, essendo ancora vivo.

Dopo Leone arrivò al Quirinale Sandro Pertini, per il quale fu decisivo l’appoggio dei comunisti, che lo preferirono agli altri socialisti proposti dal segretario del partito Bettino Craxi. Ma bastò poco più di un anno al nuovo presidente per sorprendere i vertici sia del Pci sia della Dc conferendo nell’estate del 1979 l’incarico di presidente del Consiglio a Craxi. Che non riuscì a fare il governo per l’indisponibilità della Dc, ma vi riuscì dopo quattro anni rimanendo a Palazzo Chigi sino al 1987. Il danno politico per il Pci fu enorme, per quanto mitigato nel 1992 e nel 1993 dalle disgrazie giudiziarie e politiche dell’avversario, o concorrente. A Pertini nel 1985 subentrò Francesco Cossiga con un’operazione politica condotta personalmente dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che però nell’ultimo anno del mandato presidenziale dell’amico e collega di partito lo liquidò pubblicamente definendo il suo caso ‘ clinico’. Erano i tempi del Cossiga ‘ picconatore’, che ogni sera, o quasi, ci faceva rifare all’ultimo momento le prime pagine dei giornali per le sue veementi dichiarazioni contro tutti e tutto.

Il successore di Cossiga fu nel 1992, in un clima di emergenza creato dall’attentato mafioso di Capaci al magistrato Giovanni Falcone, il presidente della Camera appena eletto Oscar Luigi Scalfaro. Al quale, per quanto spinto alla fine dall’emozione per la strage mafiosa, aveva preparato il terreno come solo lui sapeva fare Marco Pannella. Che lo considerava come l’uomo più onesto della Dc. Ma, come era già accaduto a De Mita con Cossiga, il leader radicale ripudiò praticamente il suo idolo non perdonandogli la fretta di sciogliere anticipatamente le Camere elette meno di due anni prima, ma soprattutto il giustizialismo esploso in lui con la vicenda di Tangentopoli.

Con Scalfaro, proveniente d’altronde dalla loro professione, i magistrati conquistarono anche la condizione di autorevoli interlocutori del capo dello Stato nella pratica delle consultazioni al Quirinale per la soluzione delle crisi di governo. Toccò, in particolare, al capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli di essere chiamato al Quirinale per un’udienza che servì al presidente della Repubblica per decidere che Craxi, benché designato dalla Dc, non potesse ricevere l’incarico di presidente del Consigliere, per quanto non coinvolto ‘ al momento’ nelle indagini Mani pulite sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che spesso ne conseguiva. ‘ Al momento’, fu evidentemente spiegato a Scalfaro, significava che potesse esserlo in seguito, come accadde dopo qualche mese. Ai sette anni di Scalfaro, che peraltro Craxi aveva contribuito a fare eleggere al Quirinale preferendolo all’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, in corsa dopo la strage di Capaci come una delle due soluzioni ‘ istituzionali’ della successione a Cossiga, seguirono i sette di Ciampi, di cui ho già scritto parlando del ruolo di regista svolto da Veltroni.

Dopo Ciampi fu la volta di Giorgio Napolitano, dal quale il partito d’origine non ebbe certamente sconti, da lui incalzato più volte sulla strada delle riforme e infine fermato nel 2011, esaurita l’esperienza dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, al palo del Gabinetto tecnico di Mario Monti. Che il capo dello Stato preferì alle elezioni anticipate, pur sapendo che avrebbe potuto vincerle quasi come in una passeggiata il Pd guidato da Pier Luigi Bersani.

Adesso è la volta di Mattarella. Che, portato praticamente al Quirinale meno di due anni fa da Matteo Renzi, anche a costo di rompere il cosiddetto Patto del Nazareno con Berlusconi, con tutte le complicazioni che sono derivate sul percorso parlamentare e infine referendario della riforma costituzionale, si è messo di traverso sulla strada di un rapido ricorso alle elezioni anticipate preferita dal presidente uscente del Consiglio come alternativa a un improbabile governo di larghissime intese e di ‘ responsabilità nazionale’. Che sarebbe l’unico, secondo Renzi, a potersi realisticamente porre l’obbiettivo preferito da Mattarella di portare la legislatura alla sua conclusione ordinaria, cioè sino ai primi mesi del 2018. Renzi probabilmente non confesserà mai dubbi o pentimenti sulla scelta compiuta a favore di Mattarella quasi due anni fa, ma qualche amico sta già borbottando e condividendo l’opinione andreottiana che in politica la gratitudine sia il sentimento del giorno prima, non del giorno dopo.

Quando Napolitano esibiva i suoi scatoloni. I traslochi dei politici dal Quirinale e dal palazzo Chigi, scrive Francesco Damato il 13 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". Nel 2013 fecero notizia gli scatoloni di Giorgio Napolitano, che li ostentava orgogliosamente, ma ancora di più la moglie, agli amici che andavano a trovarlo al Quirinale per esortarlo a lasciarsi ricandidare alla fine del suo mandato. Lui, già infastidito da quel "Re Giorgio" che gli davano più o meno affettuosamente i giornali italiani e stranieri, aveva diffuso note e lettere per spiegare come ritenesse anche troppi i sette anni del mandato prescritti dalla Costituzione. E la moglie aggiungeva, di suo, che anche dell’età e della salute del marito bisognasse avere rispetto. Quando qualcuno osava insistere, il presidente lo accompagnava in un ambiente vicino allo studio per mostrare altri scatoloni ancora e dimostrare così come ormai fosse materialmente impossibile ripensarci. Alcuni scatoloni peraltro erano già stati mandati a Palazzo Giustiniani, dove i suoi collaboratori, ma pare anche lui stesso, avevano già preso visione degli uffici destinatagli come senatore di diritto e a vita. Ad un certo punto non s’impantanò, dopo le elezioni politiche e l’avvio della diciassettesima legislatura – il cui numero già aveva messo in ansia l’inquilino del Quirinale da buon napoletano soltanto la crisi di governo. Che quel capoccione di Pier Luigi Bersani si ostinava a voler far chiudere con una soluzione minoritaria, appesa agli umori, cioè ai malumori, di Beppe Grillo. Cosa che toglieva letteralmente il sonno a Napolitano, costretto ad un certo punto a congelare la crisi per affidarne la prosecuzione al successore. Quel capoccione, sempre lui, di Bersani non riuscì come segretario del maggiore partito rappresentato in Parlamento neppure a fare eleggere i due candidati messi in campo per la successione a Napolitano: prima lo stesso presidente del Pd, ed ex presidente del Senato Franco Marini, e poi Romano Prodi, rimasto prudentemente all’estero per risparmiarsi un’arrabbiatura delle sue a casa. Per "Re Giorgio" non ci fu allora scampo. Dovette arrendersi alla processione dei segretari di partito, governatori regionali, sindaci, amici veri o presunti, ed accettare di farsi rieleggere. Egli dovette personalmente rimettere mano in almeno alcuni degli scatoloni del trasloco per disfarli. Altri addirittura dovettero essere riportati da casa al Quirinale. In questa crisi, per fortuna tutta politica e per niente istituzionale, essendo Sergio Mattarella solo al secondo dei suoi sette anni di mandato, gli scatoloni che hanno fatto notizia sono quelli di Matteo Renzi: una quindicina di varia grandezza, mormorano i commessi di Palazzo Chigi. Scatoloni che Renzi in persona ha in gran parte riempito quasi con voluttà, immaginando di deporre ogni cosa quasi avvolta in un manifesto di Beppe Grillo, come per fargli vedere di che pasta fosse davvero l’uomo che lui aveva mandato a quel posto, con disprezzo, in tante piazze d’Italia. Di quegli scatoloni, una volta svuotati nella sua villetta di Pontassieve, chissà cosa deciderà di fare l’immaginifico ‘ taverniere di Predappio’ come Renzi è stato addirittura sentito definire a Montecitorio prima e durante la campagna referendaria da un fedele, anzi da un devoto amico di Massimo D’Alema. Gli scatoloni di Renzi hanno resistito nei pochi giorni trascorsi fra l’annuncio delle dimissioni, quando ancora i risultati del referendum costituzionale e le dimensioni precise della sconfitta non erano ancora definitivi, e l’incarico a Paolo Gentiloni, ad ogni tipo di pressione. A cominciare da quella di Mattarella, spesosi sino all’ultimo perché il dimissionario accettasse un reincarico, rinunciando a inseguire Grillo sulla strada delle teste da far rotolare, anche quando questa diventa la propria. È un inseguimento, questo di Grillo, che anche Napolitano, a dire il vero, ha rimproverato a Renzi durante la campagna referendaria, quando si è pubblicamente doluto che la riforma costituzionale fosse sostenuta più per la riduzione dei senatori e i risparmi, piccoli o piccolissimi che fossero, che per la semplificazione che poteva introdurre nella produzione delle leggi e la maggiore efficienza che poteva garantire al sistema. Corre voce che, sconsolato per non essere riuscito a smuoverlo lui, Mattarella abbia chiesto una mano al comune e autorevole amico Eugenio Scalfari. Che il suo contributo, per quanto inutile, lo ha dato con l’articolo domenicale su Repubblica. In cui, non so se dopo avergli parlato, fra una telefonata e l’altra a Papa Francesco, Barpapà ha dissentito dagli scatoloni e dal trasloco e ha rimandato Renzi a scuola per studiare meglio Cavour e Garibaldi, imparando dall’uno l’arte del governo e dall’altro quella della rivoluzione. Ma temo che Renzi non troverà il tempo per tornare a studiare, avendo deciso di avventurarsi sulla strada non priva di coraggio, ma neppure di rischi, del congresso anticipato del partito, a ridosso delle elezioni anch’esse anticipate, cui egli spera di arrivare entro giugno con l’aiuto combinato di Gentiloni e di Mattarella, alla ricerca di una rapida ‘ armonizzazione’ delle regole, come l’ha chiamata lo stesso presidente della Repubblica. Vasto programma, avrebbe detto il generale De Gaulle.

Poi arrivò Pertini…La svolta al Quirinale in un torrido 8 luglio di 40 anni fa, scrive Francesco Damato l'8 luglio 2018 su "Il Dubbio". In occasione del quarantesimo anniversario dell’elezione dell’indimenticabile Sandro Pertini al Quirinale, che ricorrerà domenica 8 luglio, si sono naturalmente inseguite iniziative, commemorazioni e ricerche d’archivio. Delle quali ha fatto purtroppo le spese il suo diretto predecessore alla Presidenza della Repubblica, Giovanni Leone, già costretto alle dimissioni sei mesi prima della scadenza del mandato sotto l’onda di una campagna denigratoria demolita poi nei tribunali, ma sfruttata politicamente dai due maggiori partiti di allora, il Pci e la sua Dc. Che, dicendo di voler mandare un segnale all’opinione pubblica tanto delusa dai partiti da averne salvato a stento in un referendum il finanziamento pubblico, in realtà non gli vollero perdonare di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo della cosiddetta solidarietà nazionale nella gestione del drammatico sequestro di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse. Succedutogli dopo quasi un mese, al termine di una lunga serie di votazioni parlamentari da cui era uscito e rientrato grazie ad un’avveduta rinuncia che aveva spiazzato i settori democristiani originariamente ostili, Pertini lanciò il 9 luglio nel discorso di giuramento un segnale di indubbia amicizia a chi lo aveva preceduto. Dopo avere reso omaggio a tutti gli ex presidenti della Repubblica «per l’opera svolta nel supremo interesse del Paese», egli mandò un particolare «saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine». Fu proprio quel saluto amichevole che Pertini più di sei anni dopo, il 31 ottobre del 1984, rinfacciò a Leone in una dura lettera, rimasta inedita sino a lu- nedì scorso, quando l’ha pubblicata il Corriere della Sera. «Ti ho sempre difeso, sempre, da accuse infamanti, da maldicenze che toccavano anche i tuoi familiari. Nel mio discorso di insediamento con parole umane, fraterne, ti ho inviato la mia solidarietà. E tu invece, non fai che della maldicenza idiota nei miei confronti. Questa maldicenza gli scrisse Pertini – degrada te, non tocca me. Sputi su un’amicizia ch’era sincera. Non la meriti, come non meriti più da parte mia alcuna umana considerazione. Da oggi non ti difenderò più ma ti abbandonerò “ad bestias”. Questo e solo questo meriti». Nella lettera – di cui è stata trovata una minuta dattiloscritta, firmata da Pertini a mano col suo solo cognome, tra le carte della Fondazione Turati– Centro Studi Sandro Pertini di Firenze presieduta dal professor Maurizio Degli Innocenti e diretta dallo storico Stefano Carretti, come ha riferito Marzio Breda sul Corriere – seguono due P. S., cioè post scriptum, e una nota che aiutano a capire le circostanze in cui maturò l’arrabbiatura di Pertini. Un giornale aveva riferito di un “analfabeta” che Leone avrebbe dato a Pertini in una conversazione con Franco Evangelisti, uomo di fiducia di Giulio Andreotti. Le smentite opposte dagli stessi Leone ed Evangelisti non avevano evidentemente convinto Pertini. Che nel secondo P. S. scrisse a Leone: «Se tu avessi letto solo una parte di quello che ho letto io per vincere la solitudine del carcere e il peso del confino (14 anni!) ti sentiresti una biblioteca ambulante. Quattordici anni di detenzione, sopportati anche per la tua libertà di dire e fare sciocchezze degradanti. Allora tu marciavi fieramente in orbace e se i tuoi allievi non si presentavano in camicia nera, rifiutavi di esaminarli! Meschino opportunismo che ti dovrebbe rendere più umile e più rispettoso di chi ha sacrificato la sua giovinezza anche perché tu ti sentissi libero, ma non per diffamare e dire sciocchezze, bensì per sentirti più uomo, in piedi, e non in ginocchio». Leone doveva essersi lamentato con Evangelisti anche della mancata risposta di Pertini a un suo telegramma di auguri per il compleanno se il presidente nel primo P. S. gliene contestò il contenuto. Che era questo: «Auguri anche miei Leoni». «Come potevo pensare – gli scrisse Pertini – che fosse tuo un telegramma stilato da un quasi analfabeta? Ho pensato che fosse di un mio compagno romano, al quale ho risposto. Questo ti dico per chiarire un equivoco, di cui tu hai fatto un dramma. E adesso vai per la tua strada, che è opposta alla mia, con il tuo animo meschino, con i tuoi rancori stolti, con la tua pochezza. Io vado per la mia, su cui incontro spesso gente che mi ama, mi stima e mi ammira». L’aggiunta finale – quella peraltro sotto la quale c’è la firma a penna – contesta a Leone di avere lamentato le esternazioni pertiniane rispondendo ad una domanda sulla sua presidenza, peraltro elogiata dal settimanale britannico «e oggi anche dal Time». Eppure – lamenta sempre la minuta, ripeto, della lettera pubblicata anche in foto a pagina 31 del Corriere della Sera di lunedì scorso, 2 luglio – «al Congresso dei Giuristi svoltosi di recente a Taormina tutti gli oratori, tutti, hanno elogiato il comportamento da me tenuto nei quasi sette anni di mia presidenza. E i tuoi anni di “presidenza” sono stati elogiati o biasimati?» chiede retoricamente Pertini: retoricamente, perché erano stati forse ignorati, perdurando quell’anno la dannatio memoriae dell’ex presidente. Le scuse a Leone dai suoi critici, che ne vollero e ottennero le dimissioni, sarebbero arrivate solo nel 1998, vent’anni dopo lo scempio che si era fatto di lui. La famiglia di Leone, composta dalla moglie Vittoria e dai figli Mauro, Paolo e Giancarlo, ha scritto al Corriere per manifestare la sua incredulità, non avendo trovato quella lettera nell’archivio del congiunto depositato al Senato. Marzio Breda ha avuto facile gioco nella risposta citando un passo della biografia di Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale ai tempi di Pertini, in cui si racconta dell’intemerata privata e incontenibile del presidente contro il suo predecessore segnalatagli dalla segretaria, senza che lui potesse intervenire per impedirla, come invece avrebbe voluto. Egli era convinto che il capo dello Stato, pur essendo il più popolare fra tutti quelli avvicendatisi nella storia della Repubblica, dovesse essere «protetto dal suo carattere». Potrebbe pertanto essere accaduto che, ricevutala, Leone avesse cestinato quella lettera perché “indigeribile” anche al suo archivio, come ha scritto Breda. Indigeribile, appunto, fu anche per le mie carte una laconica sfuriata epistolare fattami da Pertini nel 1979, dopo una colazione offertami una domenica nella tenuta presidenziale di Castel Porziano. Si era appena consumata una faticosa crisi politica in cui Pertini aveva spiazzato democristiani e comunisti conferendo l’incarico di presidente del Consiglio al collega di partito Bettino Craxi, costretto poi a rinunciarvi e a passare la mano, dopo un passaggio inutile di Filippo Maria Pandolfi, a Francesco Cossiga. Che realizzò un governo di chiusura della stagione della “solidarietà nazionale”, col Pci tornato all’opposizione e il Psi nella maggioranza. Pertini, che aveva con i comunisti un buon rapporto, tanto da essere arrivato al Quirinale l’anno prima soprattutto grazie a loro, che lo preferirono agli altri socialisti proposti da Craxi, prima Antonio Giolitti e poi Giuliano Vassalli, mi disse di essere rimasto sorpreso della loro “ingenuità”. Che era consistita nella speranza di riprendere il rapporto con la Dc dopo le elezioni anticipate di quell’anno, peraltro provocate proprio dalla loro decisione di ritirare l’appoggio al governo Andreotti formato pochi giorni prima del sequestro di Moro. Tornato nella redazione romana del Giornale, riferii della chiacchierata al direttore Indro Montanelli. E concordammo di farne un pezzo che conciliasse il carattere amichevole dell’incontro, con la riservatezza che poteva derivarne, e il dovere d’informare i lettori delle ragioni per le quali il capo dello Stato aveva consentito l’epilogo della stagione della collaborazione parlamentare fra la Dc e il Pci cominciata dopo le elezioni, anch’esse anticipate, del 1976: quelle in cui – aveva detto Moro– c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci, obbligati proprio per questo ad accordarsi per garantire la governabilità del Paese, non disponendo né l’uno né l’altro in Parlamento dei numeri necessari per fare da soli, o l’una contro l’altro con alleati insufficienti. Pur nella sua prudenza, senza ricorso alle virgolette, e ribadendo tutto il rispetto politico e gli antichi rapporti fra Pertini e comunisti, con alcuni dei quali egli aveva condiviso il carcere e il confino durante il fascismo, il presidente non gradì l’articolo. Prima egli tentò un po’ maldestramente, in verità, di bloccare il pezzo in tipografia, anticipato alle agenzie, con una telefonata in cui il suo capo ufficio stampa, e mio amico Antonio Ghirelli, minacciò addirittura le sue dimissioni, sentendosi responsabile dell’invito a colazione. Poi fece diffondere una nota di smentita a un’intervista che non era stata pubblicata come tale. Dati i nostri consolidati rapporti di amicizia, cominciati nei corridoi della Camera quando egli era un vice del presidente Giovanni Leone, gli scrissi una lettera rispettosamente amareggiata, ricordandogli ch’egli stesso mi aveva sempre detto, rammaricandosi delle ricorrenti smentite dei politici, che quando si parla con un giornalista, quale peraltro anche lui era avendo diretto giornali, per quanto di partito, non bisogna mai dimenticarne la professione, e i conseguenti obblighi verso i lettori. Anziché chiarire il caso, lo aggravai con quella lettera. Che il giorno dopo Pertini mi rimandò indietro, tramite un Carabiniere motociclista del Quirinale con tanto di stivaloni e casco, scrivendo di suo pugno sulla busta: «Respinto al mittente con invito a non importunare più il destinatario». Nascosi il fatto a Montanelli per evitare che ne facesse il motivo di uno dei suoi pungenti corsivi di prima pagina, con i quali egli aveva già punzecchiato Pertini, che pure gli era simpatico, ma di cui non apprezzava le troppo frequenti dichiarazioni. Passarono quasi due anni e una mattina una telefonata dal centralino del Quirinale mi buttò giù dal letto. Mi passarono Pertini. Che, dimentico di tutto, voleva sfogarsi con me della «nostra colpa», al plurale, per la tragica fine di Alfedrino Rampi, il bambino caduto in un pozzo nelle campagne romane di Vermicino e morto praticamente in diretta televisiva, col presidente della Repubblica sul posto, avendo voluto seguire personalmente i disperati tentativi di soccorso. Mi assunsi, per ritrovata amicizia, tutte le corresponsabilità attribuite da Pertini all’informazione, che avrebbe finito per complicare gli interventi dei vigili del fuoco e di volontari offertisi a raggiungere il bambino rimasto prigioniero nella caduta. Due anni dopo, nel 1983, sempre lui, Pertini, mi ributtò giù dal letto per un’intemerata contro Montanelli, che mi aveva lasciato andar via dal Giornale per un editoriale non pubblicato in difesa di Craxi, di cui il presidente mi chiese perentoriamente una copia, stimando Bettino pure lui, tanto da dargli dopo qualche mese di nuovo l’incarico, questa volta riuscito, di presidente del Consiglio. Allora egli rimproverava al segretario socialista solo di avere cambiato il simbolo del suo Psi con qualcosa che, secondo lui, assomigliava «più a un pennello da barba che a un garofano». Le sfuriate di Pertini erano tanto incontenibili quanto reversibili. Non escludo pertanto che anche al povero Leone egli avesse poi fatto una telefonata amichevole dopo quella pesantissima lettera di rimprovero. Al povero Antonio Ghirelli capitò nel 1980 di essere licenziato in tronco durante una visita di Stato a Madrid per avere diffuso l’opinione critica di Pertini sulla vicenda esplosa a Roma di Cossiga, accusato in Parlamento, su atti trasmessi dalla magistratura piemontese, di avere rivelato da Palazzo Chigi al suo amico e collega di partito Carlo Donat–Cattin un ordine di arresto spiccato contro il figlio Marco per terrorismo. Il giudizio di Pertini sulla opportunità delle dimissioni di Cossiga, poi salvatosi in Parlamento, fu duramente contestato dall’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli, al quale venne praticamente offerto come capro espiatorio il portavoce del Quirinale. Che tre anni dopo però sarebbe diventato con Craxi capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. «Non potevo rifiutare a Sandro questo piacere», mi confidò Bettino, che per quell’incarico aveva altri per la testa. E avrebbe poi avuto il suo daffare per coordinare il vulcanico e laicissimo Ghirelli col curiale capo della sua segreteria, che era Gennaro Acquaviva. Amici, per carità, ma a modo loro.

70 anni di elezioni, 18 legislature, 64 governi: tutti i volti della Repubblica, scrive il 27 febbraio 2018 "Il Corriere della Sera". Sono passati 70 anni dalle prime elezioni politiche dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana. In attesa della 18a legislatura, facciamo un passo indietro e vediamo tutte le campagne elettorali precedenti incominciando da quell'aprile del '48, dominato da una corsa al voto feroce, infuocato dalla contrapposizione tra due blocchi politici. Democrazia Cristiana da una parte e Partito Comunista e Partito Socialista dall’altra duellarono per conquistare ogni singolo cittadino, e l’alzata di scudi contro il mostro comunista consegnò la vittoria elettorale nelle mani della DC capeggiata da Alcide De Gasperi. Il decreto delle urne non aveva lasciato speranze al Fronte Democratico guidato da Palmiro Togliatti: gli italiani avevano accordato allo «scudo crociato» il 48,5% delle preferenze.

In un’Europa spaccata a metà la corsa al voto del ‘48 assume i toni di uno scontro aperto, e mentre il Vaticano chiama alla mobilitazione ogni singola parrocchia nella lotta contro la minaccia di una rivoluzione comunista, il Pci di Togliatti paventa un futuro di sottomissione alle politiche americane. Dalle urne esce un’Italia profondamente divisa: mentre la DC trionfa conquistando il 48,5% delle preferenze, il «Blocco del popolo» ottiene il 31% dei voti alla Camera e un altrettanto magro 30,76% al Senato della Repubblica, e i più radicali chiedono la messa al bando del Partito Comunista. Passate le elezioni la tensione sociale non accenna a placarsi e diventa esplosiva quando il 14 luglio lo studente Antonio Pallante spara a Palmiro Togliatti ferendolo gravemente. È lo stesso segretario del Pci dal letto d’ospedale a evitare la guerra civile, e il giorno successivo la maglia gialla conquistata da Gino Bartali al Tour de France aiuterà a riportare la calma nel Paese. La prima legislatura della Repubblica Italiana, coi suoi 1875 giorni di durata, dall’8 maggio 1948 al 24 giugno 1953, risulterà la più lunga della storia repubblicana.

Nel 1953 il ritorno alle urne è segnato dallo scontro sulla nuova legge elettorale: la famigerata «legge truffa», voluta fortemente da De Gasperi, scatena una rivolta della sinistra in Parlamento e nelle piazze. La riforma viene approvata tra violenti incidenti, nonostante l’ostruzionismo delle sinistre, che arrivano ad abbandonare Camera e Senato. Il 7 giugno 1953 gli italiani premiano il Pci, il Psi e l’estrema destra, mentre il blocco moderato perde consensi senza riuscire a raggiungere il quorum per l'agognato premio di maggioranza promesso dalla nuova legge per soli 57mila voti. La doccia fredda travolge la Democrazia Cristiana e il suo segretario Alcide De Gasperi, che è costretto a lasciare il testimone del governo allo storico rivale Giuseppe Pella.

Le elezioni del 1958 vedono confermati gli equilibri tra gli schieramenti politici, il gabinetto viene affidato ad Amintore Fanfani che inaugura la cosiddetta stagione del «centro-sinistra». Ma non durerà molto e l’incarico di Primo Ministro viene affidato prima ad Antonio Segni, poi a Tambroni, per tornare infine a Fanfani che con il suo quarto governo darà il via a riforme importanti, dalle pensioni alla scuola, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. «Apertura a sinistra» è il titolo della copertina della Domenica del Corriere firmata Walter Molino nel 1962.

Gli italiani tornano a votare il 28 e 29 aprile 1963, e i risultati portano alla nascita di un governo formato da DC, socialdemocratici, repubblicani e – per la prima volta – dal Partito Socialista Italiano. Dopo anni di tensioni il palcoscenico politico internazionale è dominato dal disgelo tra gli Stati Uniti di John F. Kennedy e l’URSS di Nikita Kruscev, che nel luglio del ’63 firmano il «Trattato sulla messa al bando parziale dei test nucleari». E in Italia dalle consultazioni elettorali emergono nuovi equilibri con la DC per la prima volta sotto il 40% dei consensi e il Pci che consolida il suo ruolo di forza d’opposizione. Sempre nel 1963 la televisione gioca un ruolo importante nella corsa al Parlamento, inaugurando il programma «Tribuna Elettorale». Protagonista della IV legislatura è Aldo Moro - nella foto - che guida tre governi dal 5 dicembre 1963 al 24 giugno 1968, sempre composti da DC, PSI, PSDI, PRI. 

Il ‘68 con il suo vento rivoluzionario sfiora solo la campagna elettorale, ma arriverà a coinvolgere tutta la V legislatura con importanti ripercussioni sullo scenario politico del Paese. Dallo spoglio delle schede emerge una Dc stabile, un Pci in crescita, capace di sopravvivere alla perdita del suo leader Palmiro Togliatti, scomparso nel 1964, rastrellando anche i voti dei delusi del Psu. Il simbolo unitario con cui si erano presentati il Psi di Nenni e il Partito Socialista Democratico Italiano di Giuseppe Saragat - nella foto con Paolo VI e Aldo Moro - alla tornata elettorale subisce infatti una dura sconfitta registrando la perdita di un milione di voti. I governi della quinta legislatura si trovano a fronteggiare una tensione sociale senza precedenti: il baricentro della protesta si sposta dalle università alle fabbriche e l’attentato di Piazza Fontana del 1969 apre la tragica epoca del terrorismo. Durante i governi guidati dai democristiani Mariano Rumor ed Emilio Colombo verrà approvato lo «Statuto dei lavoratori», istituito il referendum, e il divorzio diventerà legge dello Stato. Nel 1969, mentre la Democrazia Cristiana è attraversata da una lotta interna tra le diverse correnti e cambia segretario tre volte, l’Italia vive la stagione del cosiddetto «autunno caldo» con serrate, imponenti scioperi e gravi incidenti. La mediazione del ministro del lavoro Carlo Donat Cattin porterà una relativa stabilità nel Paese. Nel 1972 il primo Governo guidato da Giulio Andreotti, non ottiene la fiducia del Parlamento provocando le prime elezioni anticipate della Repubblica.

Le urne nel 1972 rivelano l’avanzata della destra - Movimento Sociale e Monarchici, uniti raccolgono più dell’8% delle preferenze - la sostanziale stabilità della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista che si presenta guidato dal suo nuovo segretario Enrico Berlinguer, mentre il Psi e il Psdi, in caduta libera, racimolano pochi seggi. Mentre le stragi del 1974 di piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus e le azioni armate delle Brigate Rosse segnano la drammatica epoca degli «anni di piombo», l’Italia rivela un volto laico del tutto inaspettato con il trionfo del «No» al referendum abrogativo della legge sul divorzio. A farne le spese sarà soprattutto Amintore Fanfani, strenuo sostenitore del «Sì» che lascerà la segreteria del partito a Benigno Zaccagnini.

Nel 1976 il Paese torna alle consultazioni politiche in un clima esacerbato dal terrorismo, e il Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer, sembra sul punto di affermarsi come primo partito del Paese dopo aver incassato un risultato inaspettato alle Regionali. Il «sorpasso» sulla DC sembra a portata di mano e inevitabile scatta l'alzata di scudi. Indro Montanelli dalle colonne del suo «Giornale» si schiera invitando gli italiani a «turarsi il naso e votare Democrazia Cristiana». La conta delle schede conferma l’avanzata del PCI, che conquista il 34,4 percento delle preferenze e arriva a pochissimi punti di distanza dalla Democrazia Cristiana, mentre il Psi scende sotto il dieci percento segnando la fine della segreteria De Martino e il passaggio del testimone a Bettino Craxi. Nasce un Governo di solidarietà nazionale, affidato a Giulio Andreotti, e Tina Anselmi - prima donna della storia del Paese - è nominata Ministro del Lavoro. La VII legislatura è segnata dall’escalation sempre più sanguinosa del terrorismo che nel 1978 arriva rapire e uccidere Aldo Moro, mettendo fine a quell’epoca del «compromesso storico» lanciato da Enrico Berlinguer.

Nel giugno del 1979 cade il quinto Governo Andreotti, rimasto in carica solo 11 giorni, e il Paese è costretto ad andare a elezioni anticipate. Il risultato delle urne incorona ancora una volta la Democrazia Cristiana e il Governo viene affidato a Francesco Cossiga, che rimane in carica sette mesi. Ai due governi Cossiga si avvicenderanno i gabinetti di Arnaldo Forlani, Giovanni Spadolini - primo non democristiano a guidare un governo - e Amintore Fanfani, sostenuti da una larga maggioranza che inaugura la stagione storica del cosiddetto «Pentapartito», costituito dall'alleanza DC, PSI, PSDI, PRI, PLI. Nella foto Spadolini, Fanfani e La Malfa.

Le elezioni del 1983, vedono il trionfo politico di Bettino Craxi che con poco più dell’11% dei voti diventa il secondo presidente del Consiglio non democristiano. Durante il suo mandato viene firmata la revisione del Concordato con il Vaticano e inoltre Nilde Iotti, storica esponente del Partito Comunista, viene eletta Presidente della Camera.

Alla successiva tornata elettorale del 1987, che consegna il Paese saldamente nelle mani della DC - premier Giovanni Goria - per la prima volta si presenta la Lista dei Verdi - che conquista 13 seggi alla Camera e 2 al Senato - e la Lega Lombarda, che porta in Parlamento Giuseppe Leoni alla Camera e Umberto Bossi al Senato. Nella foto Ilona Staller eletta tra le fila dei Radicali. In un quadro internazionale profondamente mutato dopo la caduta del comunismo nei Paesi dell’Est, il Pci guidato da Achille Occhetto vive una profonda discussione interna che porterà alla nascita nel 1991 del Partito Democratico della Sinistra e del Partito della Rifondazione Comunista, che si presentano separati agli elettori.

L’XI legislatura viene inaugurata il 23 aprile 1992 - siamo all’alba del terremoto Tangentopoli che travolgerà la politica italiana - e rimane in carica fino al 14 aprile 1994, per un totale di 722 giorni, di fatto la più breve della storia della Repubblica Italiana nonché l'ultima della cosiddetta «Prima Repubblica». Le urne premiano la Lega Nord di Umberto Bossi - nella foto -, che da 2 rappresentati passa a 80, e La Rete di Leoluca Orlando che ottiene 15 seggi parlamentari. Mentre le inchieste rivelano una classe politica corrotta e una rete di tangenti estesa oltre ogni immaginazione, politici e imprenditori di primissimo piano vengono inquisiti e travolti da una pioggia di avvisi di garanzia. Nel febbraio del 1993 Bettino Craxi si dimette da segretario del Psi. Il grave scandalo spinge il governo Amato a chiedere le dimissioni di ogni suo componente raggiunto da un avviso di garanzia.

La campagna elettorale per la XII legislatura, la prima con la nuova legge elettorale firmata da Mattarella, è segnata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, che con Forza Italia il 27 e il 28 marzo 1994, raccoglie più del 21 percento delle preferenze affermandosi come nuovo partito di maggioranza.  Il tornado di Tangentopoli ribalta il quadro politico italiano e Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia Cristiana, traghetta l’eredità centrista nel Partito Popolare, mentre a destra Gianfranco Fini, segretario del MSI dà vita alla formazione elettorale Alleanza Nazionale. Silvio Berlusconi riceve l’incarico di formare il Governo e per la prima volta nella storia della Repubblica il Movimento Sociale Italiano entra nella squadra di gabinetto. Dopo 8 mesi la Lega Nord ritirerà il suo appoggio facendo cadere il primo governo Berlusconi, che sarà seguito dal governo tecnico guidato da Lamberto Dini. Nella foto con Gianni Letta, Giuseppe Tatarella del Movimento Sociale italiano, che nel 1994 è vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro delle poste e delle telecomunicazioni.

Nel 1996 si torna nuovamente a votare e il responso delle urne assegna la vittoria all’Ulivo, la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi con il Pds primo partito. Il primo governo Prodi rimarrà in carica per oltre 2 anni, salvo dover poi assegnare le dimissioni per il voto contrario del partito Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti, che passa all’opposizione e manda in minoranza il governo. Nonostante lo scossone del partito di Bertinotti, la maggioranza regge e la “campanella” del premier, passa da Prodi a Massimo D’Alema - due volte presidente del Consiglio - e poi a Giuliano Amato.

Le elezioni del 2001 sanciscono la vittoria della coalizione di centrodestra che ottiene oltre il 58 % dei parlamentari. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi assegna l’incarico di formare il governo a Silvio Berlusconi, che nonostante una piccola crisi e il varo del terzo governo Berlusconi, rimarrà in carica per tutta la legislatura. Nella foto Berlusconi durante la campagna elettorale mostra il «Contratto con gli italiani» alla trasmissione Porta a porta.

Alle elezioni del 2006 la Casa delle Libertà e L’Unione si contendono fino all’ultima scheda. Con uno scarto di poche migliaia di voti (24mila su 38 milioni) la vittoria va al centrosinistra guidato da Romano Prodi, ne facevano parte anche Antonio Di Pietro, Clemente Mastella, Lamberto Dini, Oliviero Diliberto, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Fausto Bertinotti. Romano Prodi rimarrà in carica 732 giorni - la seconda legislatura più breve della storia -; rassegnerà le dimissioni infatti il 24 gennaio 2008 dopo essere stato messo in minoranza dall’uscita dall'esecutivo dell'Udeur di Clemente Mastella, che voterà poi contro il governo.

Nel 2008 il ritorno alle urne premia il centrodestra di Silvio Berlusconi che vince con un ampio margine. La sorpresa della tornata elettorale è la scomparsa dal panorama politico parlamentare di diversi partiti che non raggiungono la soglia d’accesso al Senato e alla Camera. A farne le spese soprattutto è la Sinistra Arcobaleno - che raccoglieva sotto il suo ombrello Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, la Federazione dei Verdi e Sinistra Democratica - che rimarrà senza neanche un rappresentate in Parlamento. Ma il Berlusconi IV: durato sino al 16 novembre 2011 - secondo governo più lungo di sempre - si chiude traumaticamente, con le dimissioni del premier. Tocca al governo tecnico di Mario Monti, traghettare l’Italia fino alle nuove elezioni. Nella foto una manifestazione contro il governo Monti.

Le elezioni del febbraio 2013 segnano l’ingresso in Parlamento del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, e consegnano anche un panorama politico profondamente modificato: nessuna coalizione si aggiudica una vittoria netta. Dopo il tentativo fallito di Bersani, l’incarico di formare il nuovo governo viene affidato a Enrico Letta, che ottiene un’ampia fiducia alle Camere grazie all’appoggio bipartisan di centrodestra e centrosinistra. Il 22 febbraio 2014 cade il governo Letta, ma non si va a elezioni anticipate: il testimone passa a Matteo Renzi, segretario del Pd, che vara il governo numero 63 grazie al «patto del Nazareno» stipulato con Berlusconi. Il nuovo esecutivo rimane in carica per oltre mille giorni realizzando una serie di riforme dal jobs act, alle unioni civili, alla riforma della scuola, ma s’infrange contro il muro del referendum popolare sulla riforma della Costituzione che viene bocciata dagli italiani con un secco 60 percento di voti contrari. Paolo Gentiloni il 12 dicembre 2016 accetta di portare a termine la XVII legislatura. L’anno successivo - 28 dicembre 2017 - il presidente Mattarella firma lo scioglimento delle Camere mettendo fine al ciclo quinquennale iniziato con le elezioni del 2013.  

Storia e foto delle elezioni politiche dal 1948 a oggi. In sintesi: i protagonisti, il clima politico, i risultati e le conseguenze del voto nella storia dell'Italia repubblicana, scrive Edoardo Frittoli il 27 febbraio 2018 su "Panorama". In vista delle elezioni politiche fissate per il 4 marzo 2018, ripercorriamo sinteticamente la storia delle 17 tornate elettorali della storia italiana, dal 1948 al 2013. Da De Gasperi a Renzi. 

18 APRILE 1948. Furono le prime politiche dell'Italia repubblicana dopo l'entrata in vigore della Costituzione. A soli tre anni dalla fine della guerra, il Paese vive un clima di fortissima contrapposizione ideologica, specchio della divisione mondiale nei due blocchi protagonisti della Guerra Fredda appena iniziata. I Comunisti erano già stati estromessi dalla compagine di governo e si era già consumata la crisi di uno dei partiti chiave della Resistenza: il Partito d'Azione. Il Presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, gettava le basi della futura egemonia del partito di maggioranza con un viaggio negli Stati Uniti compiuto nel 1947, dove era tornato con le prospettive del Piano Marshall e la rassicurazione degli aiuti americani nella ricostruzione italiana, garantiti dall'incontro con Harry Truman. A rafforzare in maniera determinante la propaganda democristiana contribuì il Vaticano di Pio XII anche per voce dei Comitati Civici di Luigi Gedda, che indussero i fedeli a considerare il voto per i comunisti come un peccato degno di scomunica. Alle elezioni i partiti si presentarono divisi in due grandi blocchi: da una parte la DC e il mondo cattolico; dall'altra il Fronte Democratico Popolare composto da PCI e PSI. Una terza forza minoritaria si presentò unita nel Blocco Nazionale (PLI e Partito dell'Uomo Qualunque). Da soli correranno i Monarchici e il Movimento Sociale Italiano. La vittoria alle urne della Democrazia Cristiana fu netta, con punte da plebiscito nel Triveneto. I Partiti del Fronte Popolare registrarono un forte arretramento, mentre fu sorprendente il 5% del MSI al Sud. Le elezioni del 1948 segneranno l'ingresso dell'Italia nella fase del cosiddetto "centrismo", caratterizzato dall'egemonia politica dei governi democristiani degli anni '50. (3 governi De Gasperi fino al 1953 durante i quali l'Italia entrerà definitivamente a far parte dell'alleanza Atlantica (NATO).

7 GIUGNO 1953. Il paese arrivava alle urne a fine legislatura con una serie di riforme chiave varate dai governi DC, le più importanti delle quali furono quelle uscite dai dicasteri guidati da Amintore Fanfani: la legge agraria e la legge sull'edilizia popolare, che porta anche il nome del politico DC. Dal momento che la tensione dovuta alla situazione internazionale e sugli esiti delle riforme pareva favorire una ripresa della divisione politica e un rinvigorimento del PCI e del PSI, il Governo varò una assai discussa riforma della legge elettorale, che esacerbò ulteriormente gli animi dell'opposizione. I comunisti e i socialisti paventarono infatti un "ritorno al fascismo" poiché la riforma, nota in seguito come "Legge Truffa", assegnava un enorme premio di maggioranza (65% dei seggi) alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Alle urne questo obbiettivo fu mancato dalla Dc e dagli alleati per un soffio, in quanto la coalizione di centro arrivò al 49,2%. Nonostante la conferma dell'egemonia democristiana negli ultimi mesi di vita di De Gasperi, il partito vide un sensibile calo a favore della destra monarchica e dell'MSI soprattutto nelle regioni meridionali. La scomparsa di De Gasperi porterà negli anni a venire ad una marcata fase di instabilità nei governi democristiani, guidati in brevi dicasteri da Pella, Fanfani, Scelba, Segni, Zoli.

25 MAGGIO 1958. La campagna elettorale fu specchio del clima di incertezza creato dal susseguirsi di brevi governi DC, nell'anno comunemente individuato come il punto di partenza del "boom" economico. L'esito dei voti vede un lieve incremento della DC e del PSI, le cui premesse di avvicinamento saranno fortemente osteggiate dalla corrente più a destra della Democrazia Cristiana. Dal voto nasceranno due tra i più osteggiati governi del dopoguerra, quelli di Antonio Segni e di Cesare Tambroni che si resse addirittura sull'appoggi esterno del MSI. Il rifiuto dell'opinione pubblica nell'accettare qualunque ruolo degli eredi del fascismo assieme alla crescita della corrente di partito legata ad Aldo Moro porranno le basi per i primi esperimenti agli albori dell'epoca dei governi di centro-sinistra.

28-29 APRILE 1963. Furono le elezioni politiche che segnarono la fine definitiva del centrismo a 10 anni dalla morte di Alcide De Gasperi. Il clima politico fu segnato dalle questioni che fecero seguito alla nazionalizzazione dell'ENEL e soprattutto alle questioni legate alla liquidazione delle ex Società elettriche precedenti alla riforma attuata nel 1962 dal governo Fanfani. L'esito del voto rispecchiò la consunzione della vecchia formula, con la DC che perse terreno a favore dei Socialisti. La stabilità del PCI, l'arretramento del MSI e la quasi completa sparizione dei Monarchici lasciarono spazio al partito di Nenni, che acquisterà sempre più peso per tutti gli anni '60.

19-20 MAGGIO 1968. L'Italia arrivava alle elezioni dopo i tre governi di centro-sinistra guidati da Aldo Moro, noti anche come i governi del quadripartito (DC-PSI-PSDI-PRI). Pesava la battuta d'arresto della lunga crescita economica, che aumentò la conflittualità nel mondo del lavoro contemporaneamente allo scoppio della contestazione studentesca. Mentre languiva la riforma dell'Università si consuma anche la rottura interna ai socialisti con la scissione a sinistra che diede vita allo PSIUP. La crescita più consistente è a favore del PCI, mentre la destra cala. A partire dal governo Rumor nato dopo le elezioni e allo scoppio dell'autunno caldo del 1969 l'ultima propaggine dell'esperienza dei governi di centro-sinistra porterà ad importanti riforme come la legge sul divorzio, Statuto dei Lavoratori e la nascita delle Regioni nel 1970.

7-8 MAGGIO 1972. Sono le prime elezioni anticipate della storia dell'Italia repubblicana in quanto il Presidente della Repubblica Giovanni Leone decise lo scioglimento delle Camere per la crisi generata dall'uscita dei Socialisti dal governo Colombo. Le urne rivelarono una sostanziale conferma dei risultati precedenti per i 4 partiti di governo, mentre i risultati inquietarono il Paese per la forte crescita del MSI nel mezzo degli anni drammatici della strategia della tensione. Gli effetti della altissima conflittualità degli anni precedenti e l'opposizione della "maggioranza silenziosa" scrissero la parola fine sugli anni del centro-sinistra. Il 26 giugno 1972 fu varato un dicastero di centro-destra noto come governo Andreotti-Malagodi con l'ingresso dei Liberali, mentre l'Italia si trova ad affrontare una grave situazione economica culminata con la crisi del petrolio del 1973 e i drammatici anni di piombo.

20-21 GIUGNO 1976. Per la prima volta andarono a votare i diciottenni, per gli effetti della riforma della maggiore età. Le elezioni saranno ricordate come quelle del trionfo del PCI, che si conferma come principale partito in grado di mettere in discussione un trentennio di egemonia democristiana. Questo risultato elettorale avrà anche l'effetto di aumentare l'importanza del PSI nel creare un argine all'avanzata del partito di Enrico Berlinguer. Sono le basi degli anni a seguire, dove i Socialisti guidati da Craxi dopo la "svolta del Midas" dello stesso 1976 avranno sempre più influenza come "ago della bilancia" politica. Dalle urne uscirà anche l'idea del "compromesso storico", interrotto tragicamente dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro due anni più tardi. Dalle urne del 1976 nascerà un governo Andreotti retto dall'appoggio esterno dei Comunisti, che otterranno anche la Presidenza della Camera con l'elezione di Pietro Ingrao.

3-4 GIUGNO 1979. Proprio lo choc mondiale che seguì il ritrovamento del corpo di Aldo Moro un anno prima, indusse il neo Presidente Sandro Pertini a sciogliere in anticipo le Camere per le tensioni altissime tra i partiti dei governi di unità nazionale guidati da Giulio Andreotti esplose durante i giorni del rapimento dello statista DC. Per il PCI le elezioni segneranno una sconfitta epocale, mentre la DC avrà sempre maggiore bisogno del sostegno dei Socialisti per poter rimanere in sella. Sono le basi dei futuri governi del pentapartito degli anni '80. Marco Pannella e i Radicali emergono dalle urne come forza politica alternativa e consolidata.

26-27 GIUGNO 1983. Furono le elezioni che consacrarono il lungo periodo dell'egemonia dei Socialisti di Bettino Craxi. Le urne indicarono un'erosione dei consensi alla DC, che fu alla base dell'allargamento al pentapartito dell'area di governo. Dopo le elezioni del 1983 nascerà il primo governo guidato da un Socialista dopo quasi 40 anni di esecutivi DC. Sono i primi anni '80 e gli anni della lotta operaia e sindacale sono alle spalle dopo la sconfitta dei metalmeccanici a Torino di tre anni prima e alla crescita del settore terziario e della piccola e media impresa scarsamente sindacalizzate.

14-15 GIUGNO 1987. Nonostante gli effetti del primo scandalo che investì il PSI, ricordato come il "patto della staffetta"(un accordo tra Craxi e De Mita sull'alternanza alla guida di Palazzo Chigi), in partiti di maggioranza tennero. Anzi, la Democrazia Cristiana centrerà il miglior risultato dal 1958. La novità fu rappresentata dal grande successo dei Verdi, che presero oltre 1,6 milioni di voti e dalla candidatura nelle liste del Partito Radicale di Ilona Staller, la pornostar meglio nota come "Cicciolina". Dalle elezioni nascerà il dicastero guidato da Giovanni Goria.

5-6 APRILE 1992. Furono le ultime elezioni della Prima Repubblica e della Democrazia Cristiana prima della bufera di Tangentopoli. Ed anche le prime a svolgersi dopo la riforma elettorale che prevedeva un sistema proporzionale con preferenze. I Comunisti si presentarono già divisi in seguito alla svolta della "Bolognina", con le due liste del PDS e di Rifondazione Comunista. Il quadro politico fu caratterizzato dalle esternazioni (note come "picconate") del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e dalla crisi di governo dovuta all'uscita del PRI in seguito ai primi passi del pool di Mani Pulite. Alle elezioni partecipa la Lega Nord di Umberto Bossi ottenendo un risultato incoraggiante (8,65%) ed il neonato movimento fondato da Leoluca Orlando e Nando Dalla Chiesa, La Rete. L'astensionismo seguito agli scandali fu elevato e poco dopo fu eletto al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, che affiderà a Giuliano Amato la guida del Governo. La bufera giudiziaria investirà indirettamente anche quest'ultimo, data la carriera politica a fianco di Craxi. L'esecutivo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi succeduto al Governo Amato dovrà affrontare una delle più gravi crisi economiche dal dopoguerra.

27-28 MARZO 1994. Per gli effetti travolgenti di Tangentopoli e la crisi profonda dei partiti della Prima Repubblica, le Camere vengono sciolte appena due anni dopo. Anche il sistema elettorale è differente da quello di due anni prima: si vota con un sistema misto (maggioritario-proporzionale) noto come "sistema Mattarella". La grande novità della prime elezioni della Seconda Repubblica fu certamente la "discesa in campo" dell'imprenditore Silvio Berlusconi alla guida di Forza Italia, con l'obiettivo di porre un argine all'avanzata dei postcomunisti dopo la morte dei partiti storici. Oltre ai postcomunisti si presentano coalizzati con FI gli ex-missini raccolti in Alleanza Nazionale dopo la "svolta di Fiuggi". Per la prima volta si delinea uno scenario bipolarità, con un terzo soggetto minoritario costituito dalla lista Patto per L'Italia di Mario Segni. La netta vittoria del Polo del Buon Governo porterà alla nascita del primo Governo Berlusconi. La sua vita sarà breve a causa delle tensioni con la Lega Nord che porteranno alla sua caduta dopo 7 mesi, sostituito dal governo tecnico di Lamberto Dini.

21 APRILE 1996. Ancora una volta, dopo la parentesi dei governi tecnici e la profonda crisi della politica, le Camere sono sciolte in anticipo. Sono le elezioni della coalizione "L'Ulivo" capeggiata da Romano Prodi, comprendente PDS-PPI-PRI-Lista Dini-Verdi con appoggio esterno di Rifondazione. Il Centrodestra si presenta unito nel Polo della Libertà (FI-AN-CCD-CDU) con la Lega Nord da sola e la nuova lista Pannella-Sgarbi. Poco prima della data fissata per il voto, Berlusconi e D'Alema fallirono un tentativo di accordo. L'esito degli scrutini vide un sostanziale pareggio, con uno scarto esiguo a favore dell'Ulivo. Vi furono rivendicazioni da parte del Centrodestra e fu chiesto alla Suprema Corte di Cassazione il nuovo spoglio, che vide confermato il minimo vantaggio del Centrosinistra che ottenne la vittoria e il successivo governo Prodi, che dovette tuttavia dipendere dall'appoggio esterno di Rifondazione Comunista. Proprio l'abbandono da parte di Fausto Bertinotti generò la crisi che porterà alla caduta dell'esecutivo nell'ottobre 1998.

13 MAGGIO 2001. Si arrivò al voto dopo la fine del governo di Massimo D'Alema e alla parentesi del governo tecnico di Giuliano Amato. L'elezione fu ricordata come quella delle "liste civetta", mentre la partita fu combattuta tra il Polo di Silvio Berlusconi (dove era rientrata la Lega Nord) e l'Ulivo guidato da Francesco Rutelli. All'esterno delle due coalizioni si presentarono L'Italia dei Valori dell'ex protagonista di Mani Pulite Antonio Di Pietro e la Lista di Emma Bonino. La campagna elettorale fu una delle più dure, specie in televisione dove si susseguirono le accuse al leader del Centrodestra Silvio Berlusconi. Proprio durante la partecipazione al talk show "Porta a Porta" Berlusconi firmerà il famoso "contratto con gli Italiani". Fu netta la vittoria del Polo, dando vita ad un secondo Governo Berlusconi caratterizzato da una maggioranza netta alla Camera e al Senato, che garantirà all'esecutivo una lunga vita (fino al 2005).

9-10 APRILE 2006. Le elezioni furono indette alla fine naturale della legislatura. Al posto dell'Ulivo si presentava per il Centrosinistra il nuovo soggetto di Romano Prodi, L'Unione. Anche la coalizione di Centrodestra aveva cambiato denominazione divenendo La Casa delle Libertà. Dal momento che la nuova legge elettorale obbligava le coalizioni ad esprimere il candidato premier, vi furono tensioni tra gli alleati ed in particolar modo nel Centrodestra dove Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini avanzarono le loro candidature nel caso i loro partiti avessero raggiunto la maggioranza di voti all'interno della coalizione. Romano Prodi vince ancora al fotofinish, generando di nuovo profondi malumori negli avversari per il ruolo determinante del voto degli Italiani all'estero e dei Senatori a Vita.

13-14 APRILE 2008. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scioglie anticipatamente le Camere in seguito alla vicenda giudiziaria di Clemente Mastella, indagato per abuso d'ufficio mentre ricopre l'incarico di Ministro della Giustizia. Il governo Prodi II era caduto per il mancato appoggio esterno Udeur, inizialmente assicurato dallo stesso Mastella e poi ritirato. La campagna elettorale fu caratterizzata dalla presenza di un nuovo codice di autoregolamentazione per le vicende legate ai candidati indagati. Il periodo pre-elettorale fu incentrato sulla questione del salvataggio della compagnia di bandiera Alitalia, per la quale Silvio Berlusconi auspicava una cordata di imprenditori italiani mentre il Centrosinistra guidato da Walter Veltroni si era espresso a favore del mercato. Il successo di Berlusconi fu ancora una volta nettissimo e dalle urne uscirà rafforzata anche la Lega Nord, che vedrà i propri voti pressoché raddoppiati.

24-25 FEBBRAIO 2013. L'Italia andò a votare pesantemente provata dagli effetti della crisi economica mondiale che aveva colpito a partire dalla fine del 2008. Fu proprio in seguito alla crisi del debito sovrano in Europa che il Governo Berlusconi IV entrò in crisi, seguito dall'esecutivo tecnico di Mario Monti. Questo dicastero sarà caratterizzato dalla politica dell'"austerità" e dei suoi effetti negativi sulla fiducia degli italiani nel Governo e sui partiti che lo sostenevano. Il termine del sostegno all'esecutivo Monti da parte del Popolo della Libertà ne causò la crisi quasi al termine naturale della Legislatura. Le elezioni 2013 furono il banco di prova per il terzo soggetto politico, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e caratterizzate dalla permanenza del premio di maggioranza stabilito dalla Legge Calderoli (il cosiddetto "porcellum"). Gli schieramenti videro la coalizione di Centrosinistra (Italia Bene Comune) guidata da Pierluigi Bersani, il vincitore delle primarie. Comprendeva la sinistra di Vendola (SEL). Il Centrodestra con Silvio Berlusconi candidato vide la scissione dal PDL e la nascita a destra di Fratelli d'Italia. I risultati elettorali presentarono un quadro in cui le tre principali forze politiche non erano in grado di esprimere una maggioranza di governo. Seguì uno stallo politico che durò ben 2 mesi, durante i quali Napolitano, rieletto al Quirinale, chiamò a sè una consulta di "10 saggi" di tutte le formazioni politiche per cercare di superare l'impasse. Al termine delle consultazioni l'incarico fu dato a Gianni Letta perché guidasse un esecutivo di grande coalizione, che rimarrà in carica fino al 13 febbraio 2014 dopo l'uscita di FI in seguito alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore. Letta lascerà le redini del governo al vincitore delle primarie PD, Matteo Renzi.

Tutti i Presidenti della Camera e del Senato dal 1948 al 2018. Da Giovanni Gronchi a Laura Boldrini, da Ivanoe Bonomi a Pietro Grasso. Sette di loro sono stati poi eletti Presidenti della Repubblica. Tre donne alla camera, nessuna al Senato, scrive Edoardo Frittoli il 22 marzo 2018 su "Panorama".

Presidenti della Camera dei Deputati. Sono stati 14 i Presidenti della Camera dei Deputati dal 1948 al 2018. Tre sono state le donne: Nilde Iotti (dal 1979 al 1992 con tre mandati consecutivi), Irene Pivetti (dal 1994 al 1996) e Laura Boldrini (dal 2013 al 2018).

Di questi 14 Presidenti, ben 5 sono stati eletti Presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano. La permanenza più lunga alla Presidenza della Camera è stata quella di Nilde Iotti (13 anni), mentre la più breve è quella di Oscar Luigi Scalfaro (un solo mese dal 24 aprile 1992 al 25 maggio 1992 quando fu eletto Presidente della Repubblica. Irene Pivetti (Lega Nord) è stata la più giovane Presidente della Camera. Quando fu eletta aveva soltanto 31 anni. Il più anziano Oscar Luigi Scalfaro che ne aveva 74.

Presidenti della Camera dei Deputati (Montecitorio):

Giovanni Gronchi (1887-1978). Dall'8 maggio 1948 al 29 aprile 1955;

Giovanni Leone. (1908-2001). Dal 10 maggio 1955 al 21 giugno 1963;

Brunetto Bucciarelli-Ducci (1914-1994) Dal 26 giugno 1963 al 14 maggio 1968;

Sandro Pertini (1896-1990). Dal 5 giugno 1968 al 4 luglio 1976;

Pietro Ingrao (1915-2015). Dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979;

Nilde Iotti (1920-1999). Dal 20 giugno 1979 al 22 aprile 1992;

Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012). Dal 24 aprile al 25 maggio 1992;

Giorgio Napolitano (1925). Dal 3 giugno 1992 al 14 aprile 1994;

Irene Pivetti (1963). Dal 16 aprile 1994 all'8 maggio 1996;

Luciano Violante (1941). Dal 10 maggio 1996 al 29 maggio 2001;

Pier Ferdinando Casini (1955). Dal 31 maggio 2001 al 27 aprile 2006;

Fausto Bertinotti (1940) dal 29 aprile 2006 al 28 aprile 2008;

Gianfranco Fini (1952). Dal 30 aprile 2008 al 14 marzo 2013;

Laura Boldrini (1961). Dal 16 marzo 2013 al 23 marzo 2018.

Presidenti del Senato della Repubblica. Sono stati 21 i Presidenti del Senato dal 1948 al 2018. La carica non è mai stata ricoperta da una donna fino ad oggi. Tra i Presidenti del Senato eletti dopo l'entrata in vigore della Costituzione, solamente due diventeranno Presidenti della Repubblica: Enrico De Nicola e Francesco Cossiga. Il più anziano Presidente del Senato è stato il liberale Giovanni Malagodi (eletto il 22 aprile 1987 all'età di 83 anni). Il più giovane invece Carlo Scognamiglio, eletto il 16 aprile 1994 all età di 50 anni. La permanenza più lunga in carica è stata quella di Cesare Merzagora, durata dal 25 giugno 1953 al 7 novembre 1967. La più breve quella del democristiano Vittorino Colombo, durata dal 12 maggio all'11 luglio 1983.

Presidenti del Senato della Repubblica (Palazzo Madama):

Ivanoe Bonomi (1873-1951). Dall'8 maggio 1948 al 20 aprile 1951;

Enrico De Nicola (1877-1959). Dal 28 aprile 1951 al 24 giugno 1952;

Meuccio Ruini (1877-1970). Dal 25 marzo 1953 al 25 giugno 1953;

Cesare Merzagora (1898-1991). Dal 25 giugno 1953 al 7 novembre 1967;

Ennio Zelioli-Lanzini (1899-1976). Dall'8 novembre 1967 al 4 giugno 1968;

Amintore Fanfani (1908-1999). Dal 5 giugno 1968 al 23 giugno 1973;

Giovanni Spagnolli (1907-1984). Dal 25 giugno 1973 al 4 luglio 1976;

Amintore Fanfani (1908-1999). Dal 5 luglio 1976 al 1 dicembre 1982;

Tommaso Morlino (1925-1983). Dal 9 dicembre 1982 al 6 maggio 1983;

Vittorino Colombo (1925-1996). Dal 12 maggio all'11 luglio 1983;

Francesco Cossiga (1928-2010). Dal 12 luglio 1983 al 24 giugno 1985;

Amintore Fanfani (1908-1999). Dal 9 luglio 1985 al 17 aprile 1987;

Giovanni Malagodi (1904-1991). Dal 22 aprile al 1 luglio 1987;

Giovanni Spadolini (1925-1994). Dal 2 luglio 1987 al 14 aprile 1994;

Carlo Scognamiglio (1944). Dal 16 aprile 1994 all'8 maggio 1996;

Nicola Mancino (1931). Dal 9 maggio 1996 al 29 maggio 2001;

Marcello Pera (1943). Dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006;

Franco Marini (1933). Dal 29 aprile 2006 al 28 aprile 2008;

Renato Schifani (1950). Dal 29 aprile 2008 al 14 marzo 2013;

Pietro Grasso (1945). Dal 16 marzo 2013 al 23 marzo 2018.

1976: così l’Italia si turò il naso e fermò il sorpasso, scrive Paolo Delgado il 27 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". L’inflazione e l’austerity spaventavano più del terrorismo. La parola chiave era “sorpasso”. Se lo aspettavano in molti, chi pieno di speranza, chi di paura. Mai, prima di quel fatale 1976, la possibilità che il Pci superasse nei consensi era sembrata altrettanto concreta. Mai più lo sarebbe apparsa in seguito. Appena un anno prima, nelle elezioni regionali, il partito di Berlinguer aveva guadagnato 5,60 punti percentuali arrivando a meno di due punti dalla Dc, che aveva invece subito un salasso del 2,46%. Il Pci aveva conquistato Roma e Napoli, a Milano si era insediata per la prima volta una giunta di sinistra: l’onda berlingueriana pareva inarrestabile. All’origine della slavina c’erano, intrecciate, una crisi economica di proporzioni sino a quel momento inaudite e una crisi di credibilità etica della Dc, anch’essa, nelle dimensioni che aveva raggiunto, senza precedenti. L’inflazione era arrivata all’ 11% e di conseguenza le banche avevano sostituito le monete con “miniassegni” che bastavano da soli a diffondere un minaccioso senso di precarietà. Dalle precedenti elezioni politiche, quelle del 1972, il mondo era cambiato. Era successo alla fine del 1973, con lo shock petrolifero provocato dal brusco rialzo deciso dai paesi produttori di petrolio, e per la prima volta una crisi aveva cambiato le abitudini di vita degli italiani con le misure di risparmio energetico della cosiddetta austerity. Il Pil italiano era in caduta libera, nel ‘ 75 era diminuito del 2,1%. Quelle furono le prime elezioni dominate dalla coscienza che il boom era finito e non sarebbe più tornato. Era alle spalle già del 1972, ma almeno nella consapevolezza diffusa del popolo votante non era affatto chiaro che un intero ciclo era cambiato e non si trattava di una parentesi, come nel caso della “congiuntura” del 1964. In quell’anno infatti era stata la violenza politica e la reazione spaurita di una parte considerevole dell’elettorato a tenere banco, e il risultato era stata una vittoria secca del Msi, nonostante una crescita anche del Pci che era arrivato oltre il 27%. Nel 1976, nonostante la violenza politica fosse ormai armata, l’argomento fu meno centrale di quanto non si immagini oggi. Proprio una settimana prima del voto, l’8 giugno, le Brigate rosse spararono per la prima volta per uccidere. Sino a quel momento gli omicidi non erano stati decisi: erano “capitati” come conseguenze di scontri a fuoco oppure erano stati “incidenti sul lavoro”, come le stesse Br avevano definito l’uccisione di due militanti del Psi a Padova, nel corso di un’irruzione che non avrebbe dovuto provocare vittime in una sezione del Msi nel 1974. Nessun incidente invece nell’attacco che costò la vita al procuratore di Genova Francesco Coco, il magistrato che aveva bloccato in extremis la liberazione dei prigionieri in cambio della vita del pm sequestrato dalle Br Mario Sossi, e dei due poliziotti che gli facevano da scorta. Le Br, ormai guidate da Mario Moretti dopo gli arresti di Curcio e Franceschini e dopo l’uccisione di Mara Cagol, avevano scelto di alzare il tiro e non lo avrebbero mai più abbassato. Tuttavia la crisi economica mordeva molto più a fondo di quanto non facesse la sicurezza, accompagnato da una diffusa sfiducia nella capacità di fronteggiarlo da parte della Dc. Lacerata dalle divisioni interne della sinistra di Moro, che guardava alla collaborazione con il Pci in buona misura proprio per fronteggiare la crisi economica, e una destra che al congresso aveva perso di strettissima misura ed era agguerritissima, fiaccata soprattutto dal presunto coinvolgimento ( rivelatosi poi inesistente) del capo dello Stato Giovanni Leone in una storiaccia di tangenti sborsate dalla Lockheed, la balena bianca sembrava ormai a molti troppo corrotta, troppo corrosa dalla clientela e dal peso delle correnti interne, per reagire alla tempesta con la dovuta solidità. Berlinguer giocava consapevolmente su questo intreccio tra paura per lo stato dell’economia e sfiducia nei confronti della Dc. Voleva che il Pci non fosse più solo il partito del movimento operaio e degli intellettuali ma che diventasse il punto di riferimento anche della parte più moderna dell’azienda, del ceto medio- alto, della borghesia. Il Pci chiedeva voti in nome della propria “serietà”, opposta al malcostume democristiano. Si offriva come alfiere di un “rigore” necessario a risollevare le sorti sia etiche che economiche della Repubblica. L’Unità era ormai affiancata dalla neonata Repubblica di Eugenio Scalfari, compiuta espressione di quel progetto politico che mirava apertamente non a sostituire la Dc con il Pci ma ad affiancare i due partiti. Il Pci prometteva di portare in dote, in nome appunto della “serietà” e del “rigore”, quel controllo sull’insubordinazione operaia necessario per varare le politiche anti- crisi. La campagna elettorale fu una lunga attesa del momento della verità. Una tensione crescente alla quale diede voce Indro Montanelli con un’espressione passata alla storia e che ancora risuona: «Bisogna turarsi il naso e votare Dc». Gli elettori centristi seguirono il consiglio, obbedirono, votarono per la Dc svuotando i forzieri elettorali dei partiti minori che della Dc erano alleati. Il Pci arrivò davvero al suo massimo storico, 34,37%, ma la Dc tenne, perdendo meno di mezzo punto rispetto al 1972 e confermando, con il 38,71% un considerevole vantaggio. La delusione non solo tra gli elettori del Pci ma anche tra quelli della sinistra radicale quella notte era su tutte le facce. Per la sinistra, che si era presentata con il cartello Democrazia proletaria, il colpo fu durissimo. In nome di un “voto utile” ante litteram anche una parte della base della sinistra sino a quel momento extraparlamentare votò Pci. Un’altra parte scelse i radicali, considerandoli comunque ottimi “guastatori”. Il cartello si fermò all’ 1,52% e per i partitini della sinistra, che erano stati grandi come strutture di movimento ma erano superflui come forze parlamentari, fu la pietra tombale. La notte del 15 giugno le frase più ripetuta all’arrivo dei risultati, nelle piazze piene e deluse della sinistra, fu «Non cambia niente». Invece quel voto cambiò tutto. «Ci sono stati due vincitori», proclamò Moro, spianando così la strada al governo di unità nazionale e alla sconfitta sociale e politica di tutte le sinistre in campo.

1994, arriva il Cav: sinistre ko, scrive Carlo Fusi l'1 Marzo 2018 su "Il Dubbio". La campagna elettorale è da subito completamente diversa dalle precedenti. Silvio è l’Alieno venuto a colonizzare i campi desertificati da Tangentopoli. Eppure era tutto così chiaro. Bastava guardare la platea accorsa in quel 6 febbraio 1994, e la geometrica potenza che ne sprigionava, per capire come sarebbe finita. Quel pezzo di popolo raccolto nel catino del Palasport di Roma, che Eugenio Scalfari pensando alla campagna elettorale in corso e a chi, nel centrodestra, se ne era assunta la titolarità, avrebbe pochi giorni dopo e con disprezzo sussiegoso bollato come «i clowns che si sono esibiti con i loro volti ricoperti di biacca e di cerone, e così gli acrobati, i comici, le donne- cannone, i giocolieri, i musici e i pulcinella». Invece in quei mesi che segnarono il passaggio dall’inverno della prima Repubblica alla primavera, almeno elettorale, della Seconda, c’era un pezzo d’Italia che non chiedeva altro che ascoltare il suo nuovo Vate, l’imprenditore venuto su dal nulla ( ma no, ma no: dietro e di fianco a lui c’è Craxi, ci sono i vecchi maneggioni, i corrotti e i riciclati, magari perfino la mafia strillavano i suoi avversari: inutilmente), l’uomo del fare pronto a ridare speranze e velleità ai tanti che nei baffetti di Achille Occhetto e Massimo D’Alema vedevano nient’altro che la mal riuscita imitazione dei terribili mustacchi di Stalin, e nella gioiosa macchina da guerra del cartello dei Progressisti ( Pds, Rifondazione Comunista, Socialisti italiani, Rinascita socialista, Verdi, la Rete, Cristiano-sociali e Alleanza democratica) la trasposizione dei cavalli di Koba (l’Indomabile) Iosif Džugašvili stavolta sul serio ad un passo dall’abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro. E infatti eccolo lì, Silvio Berlusconi, “l’uomo col sole in tasca”, pronto a battezzare la sua scesa in campo in politica per salvaguardare dalle orde di sinistra «il Paese che amo e che alla fine dei conti è tutto quel che ho, tutto quel che abbiamo». «Siamo per le libertà, tutte le libertà», gridava dal palco. A partire da quella televisiva, il poker d’assi del Caimano che lo aveva reso noto e fatto viaggiare sul carro dorato fin nell’empireo della Politica, addirittura a palazzo Chigi. Era stata una campagna elettorale completamente diversa dalle precedenti, e Silvio era l’Alieno venuto a colonizzare i campi desertificati da Tangentopoli. Linguaggio rivoluzionario, occhieggiante e suadente. Televisioni usate a tutto spiano, col risultato di provocare gli stranguglioni ai cronisti incaricati di seguire il Signore di Arcore: mentre loro gironzolavano nel Transatlantico o bivaccavano davanti alle sedi dei partiti, Silvio mandava cassette registrate con i suoi appelli, e i suoi più stretti collaboratori, da Giuliano Urbani a Cesare Previti, stazionavano sul piccolo schermo offrendo a getto continuo materiale per i titoli dei Tg e dei quotidiani. Già, le tv. Il pallino di sempre di Berlusconi, l’intuizione che l’avrebbe fatto diventare il tycoon italiano e uno degli uomini più ricchi del pianeta. Con fiuto che lo contraddistingue aveva capito fin da subito la potenzialità del nuovo mezzo. Da quando nel 1978 aveva rilevato da Giacomo Properzj TeleMilanocavo, una tv privata attiva dal ‘ 74 e destinata ai frequentatori di Milano 2, centro urbano corpo e anima dell’altro amore di Silvio: l’edilizia. Due anni dopo l’emittente era diventata TeleMilano e subito dopo TeleMilano58: progenitrice di Canale 5, varata nel 1980. E mica è finita qui. Tra l’82 e l’84 Berlusconi aveva comprato da Edilio Rusconi e Mario Formenton Italia1 e Rete4: l’impero era pronto a colpire. Ma il linguaggio, la calza davanti alla telecamera per garantire l’effetto “caldo” del messaggio, le posture, gli ammiccamenti, le barzellette spinte non erano sufficienti ad assicurare il pieno successo alla cavalcata berlusconiana. Ci voleva lo strumento politico. Anche quello Silvio l’aveva intuito. Aveva capito che era lì, a portata di mano, il mezzo che l’avrebbe fatto non vincere bensì stravincere: l’addio al proporzionale, stilema obbligato dello scontro politico dal dopoguerra, e l’arrivo del maggioritario. O di qua o di là, che tradotto nel berlusconese voleva dire o con me o contro di me. Addio al Centro, addio alla Dc, addio al pentapartito e addio soprattutto ai riti bizantini e alle liturgie della mediazione: tutti inglobati meglio: fagocitati – dal “nuovo che avanza”, che non può aspettare nessuno perché ha troppa fretta di insediarsi. Se Mani Pulite aveva distrutto i partiti storici, la legge elettorale stilata da Sergio Mattarella aveva sparso il diserbante per non farli più ricrescere. E aveva funzionato da propellente per qualcosa che a Berlusconi si adattava come un guanto: il personalismo, la leadership politica unica e indiscussa, il partito- azienda dove il Capo comanda e gli altri ne riconoscono la supremazia e ubbidiscono. Insomma aveva capito che il mondo era cambiato prima e meglio di chiunque, e che l’Italia non aspettava che il suo profeta. «Entro nell’agone politico – spiegherà in una intervista a Panorama – ma non mi faccio prigioniero della politica. Faccio sul serio e constato che gli avversari del momento se ne sono accorti con quel piccolo ritardo che mi fa piacere. Perché renderà meno difficile combatterli». “Piccolo ritardo”? Un abisso altrochè. Uno iato culturale, si dovrebbe perfino dire. E una capacità tutta imprenditoriale di capire qual è il segmento di mercato giusto dove piazzarsi per fare affari e aumentare il capitale. Altrimenti come altro giudicare l’endorsement nei riguardi di Gianfranco Fini, segretario del Msi, partito reietto e ai margini del gioco: qualunque gioco? Fuori dell’arco costituzionale, perciò inutilizzabile. Invece quel mattino del 23 novembre 1993 a Casalecchio sul Reno, non a una riunione di partito (e quale: Publitalia?) e neppure in un talk show o un in comizio ma al contrario inaugurando l’Euromercato di sua proprietà, Berlusconi non ebbe esitazioni. A Roma si votava per il sindaco e a fronteggiarsi c’erano da un lato Francesco Rutelli e dall’altro proprio il leader missino: «Se fossi elettore nella Capitale? Voterei per Fini, sicuro». In tanti giudicarono quel gesto lo sdoganamento politico dei post- fascisti. Errore. La verità è che Berlusconi aveva assimilato alla perfezione la logica del maggioritario e la stava semplicemente esercitando. Come sempre, aveva visto prima e meglio di tutti. Tutti? Ma tutti chi? Già, perché in quella campagna elettorale c’erano anche gli altri, seppur oscurati. A cominciare dagli alleati di Re Silvio. Geografica- mente divisi: al Nord la Lega di Bossi; da Roma in giù i missini di Gianfranco. Nel mezzo, appunto, Berlusconi perchè quegli altri due non si parlavano. Anzi: si insultavano. «Porcilaia fascista» era il delicato epiteto del Senatur. «Con quelli neanche un caffè», replicava l’ex delfino di Almirante. Era soprattutto Bossi a mordere il freno. L’inchiesta di Antonio Di Pietro aveva spazzato via i partiti storici e l’Umberto s’era intestato il copyright della secessione nordista. E invece si ritrova all’improvviso sorpassato da un Tir in doppiopetto, guidato da un amico di Bettino e con un compagno di cabina come Gianni Letta, quintessenza dell’abilità manovriera profumata di Biancofiore. Bossi è furbo, capisce che senza Berlusconi rimane un prodotto delle valli e non Braveheart. Però trama anche lui. Nei suoi resoconti, Claudio Petruccioli, braccio destro di Occhetto, racconta di un incontro alla vigilia del voto con Roberto Maroni in un hotel di Bologna: «Mi disse che avrebbero vinto le elezioni. E mi chiese se, nel caso la Lega si fosse sganciata subito dopo, avrebbe potuto contare sul sostegno del Pds». Come andò a finire lo sanno tutti: per dettagli chiedere a Lamberto Dini, ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi e suo successore a palazzo Chigi. Poi c’era, come detto, Gianfranco Fini. Che incubava Alleanza nazionale «pronta ad abbandonare la casa del padre», e nel frattempo ricordava ad Alberto Statera de La Stampa che Mussolini era stato «il più grande statista del Novecento», mentre irrideva agli anatemi della sinistra prontissima ai parallelismi con il neo- premier: «Berlusconi? Non è certo il Duce. Direi piuttosto un grande piazzista». E poi c’erano quelli a sinistra, i comunisti ridotti ai minimi termini o addirittura spariti dalla geografia politica del Vecchio Continente dopo la caduta del Muro di Berlino e invece continuamente evocati come avversari subdoli e sventolati ad ogni occasione da Berlusconi. Occhetto vestiva di grigio, parlava di «nuovo inizio» e «atto fecondo» cominciato alla Bolognina con l’addio al Pci e l’approdo alla Quercia, e per quanto si sforzasse (poco, in verità: era sicuro di maramaldeggiare) non riusciva proprio a capire come avrebbe potuto perdere le elezioni dopo la splendida avanzata alle amministrative di pochi mesi prima e l’inconsistenza politica del suo competitor. Quando si aprirono le urne e risultò che Forza Italia aveva raggiunto il 21 per cento surclassando di oltre 300 mila voti il Pds, entrò in confusione. Senza più uscirne. Ma a ben vedere gli avversari più ostici e determinati di Berlusconi furono i magistrati di Milano. Le inchieste a suo carico si moltiplicavano, l’avviso di garanzia speditogli mentre presiedeva come capo del governo un convegno internazionale sulla criminalità segnerà uno spartiacque nel conflitto tra politica e toghe, aprendo una ferita non ancora del tutto suturata. Resta tuttavia che quel 27 marzo del 1994, data della valanga vittoriosa del Polo delle Libertà, rimarrà nella storia: e non solo italiana. Il primo esperimento di governo berlusconiano durerà appena otto mesi, complice il ribaltone del Carroccio e il no a nuove elezioni statuito da Oscar Luigi Scalfaro. Per tornare a recitare da presidente del Consiglio Berlusconi dovrà aspettare ben sette anni: un’infinita traversata nel deserto. Tuttavia da quella data di 24 anni fa tutto è cambiato: in tanti giurano in peggio, però convengono sul fatto che indietro non è possibile tornare. Il più convinto di tutti, naturalmente, è proprio Berlusconi che da quella marcia trionfale ha patito vicissitudini di tutti i tipi – politiche, giudiziarie, personali – che avrebbero stroncato un elefante e che invece l’hanno solo scalfito. Al punto che il Signore di Arcore è tuttora in pista, convinto di poter ancora una volta primeggiare nelle urne e nei cuori degli italiani. Il suo avversario adesso non sono più i comunisti, non è più la sinistra che anzi adesso elogia nella persona di Matteo Renzi, con il quale coltiva sintonie non trascurabili. Perfino i giudici azzannano meno: c’è stato Cesano Boscone. Ora gli avversari sono di altro tipo: interni al centrodestra come Matteo Salvini, e fuori dal circuito politico tradizionale come i Cinquestelle. Il perchè, al di là delle fumisterie della propaganda, è chiaro. «Quello in cui milito non è, non vuole essere e non sarà un partito tradizionale. È un Movimento per cittadini che nascono ora alla politica ma non la intendono come un mestiere a vita»: è così che Silvio presentò Forza Italia. Ora quelle parole e quei concetti li spargono i grillini e Berlusconi li combatte strenuamente sapendo che sono suoi cloni. La storia, ancora una volta, si è ripetuta: però rovesciandosi. L’Unto del Signore può, entro certi limiti of course, anche accettare di perdere. Non però di vedersi sfilato il segno del comando. Comprese le parole per dirlo. 

#90secondi, Pietro Senaldi il 28 Dicembre 2017 su "Libero Quotidiano": "Auguri alla Costituzione: se siamo messi male è anche colpa sua". Lo scorso 27 dicembre c'è chi ha festeggiato il settantesimo anniversario della Costituzione italiana. Un testo fondamentale, quando è nato, ma che oggi ha bisogno di una radicale svecchiata, se vogliamo salvare l'Italia.

Contro gli "eletti illegittimi" in difesa della Costituzione. Il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Parola di Zagrebelsky e di Montanari, scrive Massimo Bordin il 29 Dicembre 2017 su "Il Foglio".  Gli eletti illegittimi non cambino la Carta. A leggere ieri questo titolo, nella pagina dei commenti del Fatto, veniva da chiedersi se il giornalaio si fosse confuso ritirando fuori una vecchia copia del quotidiano ai tempi della riforma costituzionale. Effettivamente una polemica del genere ci fu all’epoca del voto del Parlamento, poi contraddetto dal referendum, ma non c’è stato nessun errore e nessuna ristampa. L’articolo intendeva riferirsi alla stretta attualità e non agli eletti del Parlamento ormai al capolinea ma a quelli ancora da eleggere. Tomaso Montanari ha inteso mettersi avanti col lavoro, intimando ai candidati di impegnarsi solennemente almeno a non modificare la Costituzione, considerato che la loro elezione avverrà attraverso una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Qui il ragionamento, per così dire, di Montanari ha un’impennata, necessaria per superare un ostacolo. Il professore non può non convenire sul fatto che la Corte costituzionale non si sia neppure sognata di pronunciarsi in quei termini sulla nuova legge elettorale, ma non è questo il punto. Quello che conta, scrive il professore, è che molti insigni costituzionalisti l’abbiano fatto e che fra essi in particolare spicchi il parere, per di più espresso sulle pagine del Fatto, di Gustavo Zagrebelsky. Tanto deve bastare a decretare l’illegittimità preventiva degli eletti. Per fermare un Parlamento una volta era necessario un monarca, oggi può bastare un principe ucraino.

Costituzione inefficiente, Paese ingestibile. Se la sera del 4 marzo prossimo non sapremo chi avrà vinto le elezioni. Non sarà colpa della legge elettorale, ma della Carta, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". La nostra Costituzione in queste ore compie settant'anni e fioccano le celebrazioni. Non ci uniamo alla retorica, ma a scanso di equivoci diciamo che anche noi vogliamo bene alla Carta repubblicana che ha permesso all'Italia di archiviare una guerra civile e mettersi alle spalle la disfatta militare e morale della Seconda guerra mondiale. Tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali sono vecchie, alcune ben più della nostra, ma non tutte sono nate vecchie come la nostra. In quel dicembre del 1947 l'ossessione dei padri costituenti fu di fare in modo che in Italia nessuno potesse comandare senza il consenso e il permesso di tutti, o quasi tutti, gli altri partiti politici, poteri dello Stato e forze sociali. In questi settant'anni abbiamo cioè vissuto in una finta iper democrazia che - amputata volontariamente dell'efficienza - è diventata un carrozzone ingestibile. Questa Costituzione ha prodotto leggi elettorali cervellotiche con le quali nessuno dei vincitori (neppure la Democrazia cristiana) è mai riuscito a governare come promesso agli elettori; abbiamo un presidente del Consiglio attorno al quale ruota l'azione di governo che in realtà non ha poteri; abbiamo un presidente della Repubblica non eletto dai cittadini che apparentemente non conta nulla ma che esercita, lui sì, enormi poteri; abbiamo un Parlamento di transfughi che si vendono al migliore offerente, sindacati con il potere di veto sul legislatore e una magistratura che ha confuso l'autonomia professionale con la libertà di ingerenza e l'impunità. Questa Costituzione ha generato i Tar, tribunali amministrativi di secondo livello, che contano più del Parlamento e del governo. E questa Costituzione agevola e protegge la burocrazia, i fannulloni, a volte anche i ladri. Se la sera del 4 marzo prossimo non sapremo chi avrà vinto le elezioni e se nessuno dei blocchi in lizza potrà governare, non sarà colpa di una legge elettorale così così o della voglia di inciucio di qualcuno. Sarà colpa della Costituzione, che permette che ciò accada impedendo di fatto soluzioni diverse e chiare. Soluzioni che nel '47 potevano anche essere rischiose, ma che certamente oggi non lo sarebbero per nessun motivo. Renzi ci ha provato a cambiare qualcosa con l'abolizione del Senato, ma era una farsa, la gente l'ha capito e lo ha punito. Che sia, la prossima legislatura, la volta buona per portare il Paese nella modernità con una riforma costituzionale, mi auguro in senso presidenziale, che chiuda un'epoca di innaturale consociativismo tra vinti e vincitori, tra controllori e controllati.

L'Italia della disperanza, scrive il 26 novembre 2017 Massimo Giannini su “La Repubblica”. L'ottava Leopolda renziana a Firenze, l'ottantesimo predellino berlusconiano a Milano, l'incubo grillino al Teatro Flaiano di Roma. Le solite riscosse annunciate a sinistra, le solite promesse spudorate a destra, le solite percosse pentastellate al "sistema". Nella campagna elettorale già si colgono i segni di un'inquietante stanchezza democratica. Tanti anni fa Josè Donoso scrisse un magnifico romanzo sul suo Cile: La disperanza. Credo che questo sia ...

Sgravi e contributi, le solite promesse del vecchio Cavaliere, scrive il 28 dicembre 2017 Filippo Ceccarelli su “La Repubblica”. I cavalli di battaglia del leader di Forza Italia per la nuova campagna elettorale sono quelli che ripropone da sempre. Nel paese di Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, Silvio Berlusconi è un generatore automatico di promesse. Si perdoni il tono risoluto del giudizio, ma sono ormai 24 anni di campagne elettorali, per cui l'ultimissimo scampolo dei suoi impegni - sgravi totali per i giovani, aumento pensioni minime, reddito "di dignità" e flat tax al 23 con automatico calo al 13 per cento - finisce per aggrovigliarsi nella memoria con il penultimo....

Elezioni 2013: campagna elettorale con le solite promesse (mai mantenute). Meno tasse e lavoro, scrive "Finanza Utile" il 14/01/2013. Pagina aggiornata il 2017-12-14. Parole, parole, parole. E’ iniziata la campagna elettorale che ci porterà alle elezioni politiche del prossimo 24 febbraio. E come per “magia” i leader politici che si contendono palazzo Chigi hanno iniziato a fare le solite promesse ai cittadini: meno tasse e più lavoro. Peccato però, che negli ultimi anni (almeno un decennio) queste promesse non sono mai state mantenute.

LE PROMESSE 2013.

Ovviamente la promessa più “roboante” è il calo delle tasse, a cominciare dal balzello più odiato dagli italiani, l'Imu sulla prima casa. Vediamo cosa promettono i tre principali contendenti alla guida del governo: Pier Luigi Bersani, Mario Monti e Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere promette, in caso di vittoria, di abolirla, ma non per le abitazioni di lusso.

Bersani propone di affiancare all'Imu, per alleggerirla, un'imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari. Per rendere meno pesante il carico fiscale sulle prime case con rendite più modeste, con una soglia di esenzione fino ai 500 euro.

Monti e i suoi alleati centristi centristi promettono agli elettori una modifica che vada nel senso di una maggiore equità. E c'è disponibilità anche per le richieste Ue in tema di riforma del catasto per avvicinarne maggiormente le rendite al valore di mercato.

IL LAVORO.

Altro tema caldo è il lavoro con il conseguente rilancio dell'economia. Anche in questo caso i tre maggiori contendenti hanno idee diverse.

Berlusconi lancia l'idea di esentare le imprese che assumono sia i contributi previdenziali, sia le tasse, per un periodo da 3 a 5 anni. In più, l'ex premier propone di rendere più facile avviare un'impresa, «togliendo tutte le autorizzazioni chesi devono chiedere per aprire un negozio, dare il via ad un cantiere», trasformando queste autorizzazioni in «controlli successivi». Tre le riforme promesse dal leader del Pdl: «un piano per il nuovo apprendistato, la liberalizzazione del collocamento e un fondo per i giovani che vogliono fare gli imprenditori che non pagheranno tasse per i primi tre anni e successivamente pagheranno solo il 5% per altri due anni».

La ricetta di Monti è «più concorrenza e meno favori per tutelare i giovani» e la loro possibilità di avere un futuro nel mondo del lavoro, e contro l'evasione fiscale, il premier si dice pronto a «continuare la battaglia di civiltà». Monti si dice ottimista: tagliare di punto l'Irpef e non alzare di un punto l'Iva.

Per Bersani il tema centrale è alleggerire il peso del fisco sul lavoro e sull'impresa, lottando contro l'evasione e spostando il peso del fisco sulla rendita e sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari.

Dieci anni dal predellino. Ma l’Italia continua a parlare di Berlusconi. Il 18 novembre 2007 lo storico discorso di San Babila e la nascita del Pdl. Ennesima intuizione di un leader che non riesce a uscire di scena. Ora il Cav punta alle settime elezioni Politiche della carriera, nonostante la condanna. Lui sembra sempre uguale, ma il mondo che gli sta attorno è cambiato, scrivono Marco Sarti e Alessandro Franzi il 3 Novembre 2017 su “L’Inkiesta”. Milano, domenica 18 novembre 2007. Sono le sei di sera quando Silvio Berlusconi sale sul predellino della sua auto nella centralissima piazza San Babila. Il leader di Forza Italia guida ormai da un anno e mezzo l’opposizione al governo Prodi. Criticato da alleati e avversari, sta vivendo uno dei rari momenti di vera difficoltà della sua carriera. Eppure, nell’improvvisato discorso alla folla di sostenitori, attorniato da un muro di microfoni e telecamere, quella sera di ormai dieci anni fa Berlusconi prende tutti in contropiede. Annuncia lo scioglimento del partito fondato nel 1994 e la nascita di una nuova formazione di centrodestra per unire tutte le anime della coalizione (tranne la Lega). Un azzardo, di cui gli alleati sono all’oscuro. Con il Popolo della Libertà, acronimo Pdl, Berlusconi vincerà di nuovo le elezioni Politiche, nell’aprile successivo. Da quella serata milanese sembra trascorso un secolo. Ma Berlusconi, a suo modo, è ancora in scena. La prossima primavera affronterà le elezioni Politiche per la settima volta, a 81 anni, malgrado una condanna definitiva per frode fiscale che gli impedisce di candidarsi in prima persona. È innanzitutto il panorama attorno a lui, a essere cambiato. All’epoca del discorso del predellino, Walter Veltroni guidava il neonato Partito Democratico, mentre a Palazzo Chigi c’era ancora Romano Prodi, con un elenco di ministri che comprendeva personalità del calibro di Mastella, Amato, Di Pietro. Matteo Renzi faceva ancora il presidente della Provincia di Firenze, praticamente sconosciuto fuori da lì. E il Movimento Cinque Stelle neppure esisteva, sebbene qualche settimana prima si fosse levato il boato del primo Vaffa Day di Beppe Grillo. Tutto era diverso, tranne lui. Oggi, dieci anni dopo, Berlusconi fa ancora Berlusconi. O almeno ci prova. Si veste e si trucca come allora, promette la rivoluzione liberale, entra ed esce da una nota beauty farm di Merano per mettersi in forma in vista dell’ennesima campagna elettorale. Continua a considerarsi il garante del cosiddetto popolo dei moderati.

Dopo 14 anni da "La finestra di fronte”, Ozpetek torna a dirigere Giovanna Mezzogiorno in un thriller ricco di mistero, ragione, follia e sensualità. Milano, domenica 18 novembre 2007. Sono le sei di sera quando Silvio Berlusconi sale sul predellino della sua auto nella centralissima piazza San Babila. Il leader di Forza Italia sta vivendo uno dei rari momenti di vera difficoltà della sua carriera. Eppure, nell’improvvisato discorso alla folla di sostenitori, attorniato da un muro di microfoni e telecamere, prende tutti in contropiede. È il segno evidente di una longevità politica rara e, forse, di un Paese che non sa cambiare. «Non c’è solo il predellino, Berlusconi è protagonista della scena dal 1994» sottolinea Altero Matteoli, senatore berlusconiano e più volte ministro dei governi di centrodestra. «Anzitutto ha una capacità di lavoro impressionante, non ho mai visto nessuno lavorare tante ore come lui. E poi il Cavaliere ha una forte personalità. Ha attraversato una serie di vicissitudini personali che avrebbero ucciso un toro. Lui, invece, è rimasto sempre al suo posto». Ai tempi del predellino, Matteoli era un dirigente di primo piano di Alleanza nazionale, allora saldamente nelle mani di Gianfranco Fini. Che pur non condividendo da subito l’idea del Pdl, alla fine la accettò, confidando anni dopo di aver commesso il suo più grande errore politico. «Quello del partito unico - insiste Matteoli - fu un passaggio fondamentale. Non è un caso se ancora oggi molti rimpiangono il Pdl, e io sono tra loro. Era un partito che metteva insieme tante anime e diverse esperienze». Non durò moltissimo, per la verità. Il Pdl è finito durante la crisi dell’ultimo governo guidato dal Cav, mentre si consumava una drammatica scissione proprio con Fini. Nel 2013, un altro gruppo di ex An si sarebbe presentato alle elezioni con un nuovo soggetto politico: Fratelli d’Italia. E così qualche mese più tardi, dopo la condanna che lo ha estromesso dal Senato, Berlusconi è tornato al vecchio amore: Forza Italia. Sancendo la rottura con l’ex delfino Angelino Alfano, allora vicepremier del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. In quei mesi, Piero Ignazi, politologo dell’Università di Bologna, scriveva un libro dal titolo esplicito: Vent’anni dopo. Berlusconi, comunque la si veda, aveva profondamente segnato un ventennio della politica italiana, più di qualsiasi altro leader del dopoguerra: «Una presenza dominante e continua, un’impronta che non si limita al piano specificamente politico, ma investe gli atteggiamenti e i valori, la comunicazione e lo stile di leadership, la cultura politica in senso lato». Il politologo oggi vede in tutte queste caratteristiche anche il limite che non ha permesso a Berlusconi di trovare un erede: «Non lo ha voluto, tutti i leader con il suo profilo - risponde - non lo vogliono mai. E poi oggettivamente Berlusconi ha i soldi, le televisioni… Come si fa a trovare un vero successore con gli stessi strumenti?».

Per fare una sintesi: Il modello berlusconiano di uomo di successo con il sorriso in tasca ha incarnato nell’immaginario italiano tutto e il contrario di tutto. Il populismo di governo, che ha anticipato molti fenomeni internazionali, qualcuno dice anche Donald Trump. E ha stuzzicato la natura profonda del Paese: un’italianità che sfocia nella contrapposizione allo Stato e al politicamente corretto, ma senza eccessi. Amato e odiato nella stessa misura, anche per questo Berlusconi è sempre rimasto protagonista. Persino sul fronte delle grane giudiziarie: appena l’altro giorno si è saputo di una nuova indagine sulle stragi di mafia del 1993. «Ma le doti comunicative da sole non bastano - sostiene Matteoli -. Anche Matteo Renzi è un grande comunicatore, eppure la sua stagione politica è durata al massimo un paio di anni». Il paragone non è casuale. Sono stati in molti ad aver accostato il segretario del Pd al Cavaliere. Stesso approccio alla politica, uguale ingresso dirompente sulla scena. «Lasciamo stare - sbotta l’ex ministro - Quella è tutta un’altra storia, Berlusconi è di un altro spessore». Semmai Renzi potrebbe presto entrare nel lungo elenco degli avversari sconfitti. E in buona parte scomparsi dalla scena. Da Prodi a Rutelli allo stesso Veltroni, che comunque resta uno dei pochi padri nobili del centrosinistra a sognare un ritorno sulla ribalta. Berlusconi è sopravvissuto a Mario Monti, che nel 2011 prese il suo posto a Palazzo Chigi nel mezzo di una tempesta finanziaria che avrebbe dovuto seppellire definitivamente il ventennio. Pierluigi Bersani, che nella campagna elettorale del 2013 aveva promesso di “smacchiare il giaguaro”, ormai è fuori dal Pd. E poi c'è la lista degli eredi mai cresciuti e alla fine ripudiati: Fini, Fitto, Alfano. Persino nella Lega l’alleato di ferro Umberto Bossi - «lascerò la politica quando la lascerà Silvio» - non conta più nulla. ll modello berlusconiano di uomo di successo con il sorriso in tasca ha incarnato nell’immaginario comune tutto e il contrario di tutto. È stato il populismo di governo, ha stuzzicato la natura profonda del Paese. Amato e odiato nella stessa misura, anche per questo il Cavaliere è sempre rimasto protagonista. Ma Berlusconi, alla fine, è davvero sempre al centro della scena? È lui che può dare le carte, che può decidere gli equilibri del prossimo Parlamento? O è solo una suggestione giornalistica? Per il professor Ignazi il mito Berlusconi ormai sopravvive alle stesse fortune del Cavaliere. Una bulimia mediatica che sopravvaluta le reali forze in campo. «Oggi la Lega raccoglie più consensi di Forza Italia, c’è voluto un esterno come Salvini - sostiene il politologo - per emarginare Berlusconi. Nei confronti di quest’ultimo c’è una specie di coazione a ripetere che non rispecchia la realtà. Forza Italia non ha più l’egemonia, al massimo ci sarà un grosso equilibrio con la Lega che sarà gestito attraverso una contrattazione fra le parti». Nemmeno la leadership carismatica di Berlusconi è rimasta centrale? «No, fa parte di un passato lontano, la crisi - risponde Ignazi - ha travolto l’immagine di successo di Berlusconi. Che semmai cercherà di far dimenticare le malefatte del passato, e il suo successo dipenderà solo dalla capacità di mistificazione che metterà in campo». I suoi sostenitori la vedono ovviamente in modo diverso. Almeno in pubblico, dove i dubbi sulla stanchezza di un leader dalle mille vite vengono mantenuti nascosti. Per Matteoli, il Cavaliere è quello di sempre: «Fateci caso - confida - se Berlusconi parla, tutti i giornali ne scrivono. Se non parla, tutti i giornali cercano di interpretare i suoi silenzi. Lui è così: si può odiare o amare - è vero, c'è persino chi lo ama - gli si può essere amici o avversari, ma tutti concordano su un dato: il protagonista è sempre Berlusconi. La stampa e le tv non possono fare a meno di parlarne. In un mondo dove non ci sono più leader, è una verità indiscussa».

È finita la legislatura degli hashtag, per fortuna. Gli spot, i bonus, le "renzate", i tweet al limite del ridicolo hanno caratterizzato la politica degli ultimi cinque anni. Ora c'è bisogno di calma, scrive il 29 dicembre 2017 Sara Dellabella su Panorama. Tronfio, divisivo, ambizioso, sprezzante dell’opinione altrui. Esageratamente leader. Una parabola quella di Matteo Renzi passato dalle scalate alle ritirate in appena tre anni. Si è chiusa così una legislatura che grazie al leader del PD ha avuto tre governi. Il primo quello di Enrico Letta che è stato disarcionato appena dopo 10 mesi di governo, poi vennero i mille giorni di Renzi che si conclusero con il più grosso tonfo della storia repubblicana degli ultimi anni ed infine l’anno calmo del supplente Paolo Gentiloni, messo lì per tappare un buco e che alla fine si è rivelato un politico affidabile e ben apprezzato dalla gente. Sono passati cinque anni, ma i problemi della politica sono ancora tutti lì e in alcuni casi hanno cambiato casacca anche loro. Dopo il voto del Parlamento, sembrava finita l’era di Berlusconi e invece eccolo risorto come guida del centrodestra, anche se non potrà candidarsi. Tuttavia non è stato risolto il problema della leadership: dopo Berlusconi chi potrà avere un ruolo di federatore carismatico?

Il disastro del Pd. Nel Pd, l’astro nascente di Renzi si è oscurato, il partito è ai minimi storici e con le casse in profondo rosso. Il segretario non rinuncia esplicitamente ad avvalersi a quella regola dello statuto che lo vuole candidato premier, ma i sondaggi non lo premiano e c’è chi continua a credere che dovrebbe allontanarsi per un po’ dalla scena pubblica. Anche perché se l’operato del mite Gentiloni oggi è lodato da tutti, sarebbe giusto dire che non si allontana molto dall’impronta del governo di Enrico Letta prima di essere messo alla porta da uno scalpitante e irrequieto Matteo Renzi che il giorno del discorso di fiducia al Senato, disse “vorrei essere l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula”, così sicuro che gli italiani gli avrebbero dato ragione ed invece…Lui che nel suo libro “Avanti” si è paragonato a Wanna Marchi per come ha presentato la misura degli 80 euro e che in più occasioni per semplificare il linguaggio delle cose complesse ha inseguito i populisti. 

La politica degli spot. Ma gli spot, i bonus, le renzate, gli hashtag al limite del ridicolo, alcuni commenti affidati ai social hanno caratterizzato non solo la politica renziana ma la politica degli ultimi cinque anni, tanto che a volte si faceva fatica a distinguere i fake account dai profili originali. Paradossale e a tratti parossistica. Come l'immagine di quel parlamento in seduta comune che ha salutato ogni passaggio del discorso dell’insediamento Napolitano bis con fragorosi applausi. Quella che ad ascoltarla bene è stata la più grande "strigliata" presidenziale a un Parlamento che non era stato capace di trovargli un successore. A riavvolgere il nastro di questo Parlamento, sembra sia andato in scena un lungo film e così assurdo che non bisognerebbe poi tanto sconvolgersi se a 66 giorni dalle elezioni l’unico partito in crescita sia quello degli astenuti. È stata senz’altro la legislatura del cortocircuito, quella in cui il Patto del Nazareno ha spaccato la sinistra e ricompattato il centrodestra. Così oggi, il rottamatore si trova completamente isolato al centro, mentre Liberi e Uguali continua a erodere consensi a sinistra. Il Movimento 5 stelle che oggi è il primo partito rischia di rimanere con il cerino in mano. Ancora non c’è un programma, ancora non si capisce con chi e se si alleerà. Ancora non si sa cosa vogliono fare concretamente per il Paese, proprio come quando sono entrati in Parlamento. 

Aggrapparsi alla calma. In questo caos, gli unici appigli sono Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quelli che parlano meno di tutti, che appaiono poco e che silenziosamente svolgono la loro funzione con la dovizia dei funzionari pubblici. Traghettatori della Repubblica, esecutori materiali di regole e procedure già scritte che vanno solo attuate. Sono loro l’ultimo appiglio in un agone dove tutti si agitano, dove in questi anni si è giocato a chi la “sparava più grossa”, manco fossimo allo stadio. “Non è tempo di rottamazioni, slogan e leadership solitarie” così anche Carlo Calenda ha messo nero su bianco il suo pensiero circa una nuova scalata di Renzi a Palazzo Chigi. È il tempo della calma che sopravvive al caos, almeno fino al prossimo governo.

2018, si porta molto il pacatismo, scrive Alessandro Gilioli il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso". A leggere l'intervista che Berlusconi ha dato al Corriere di oggi, sembra di avere davanti un autorevole e moderato statista di centrodestra: di Gentiloni dice che è stato «insufficiente» ma ne elogia «la cortesia», su Grasso si limita all'aggettivo «inelegante», poi cita John Kennedy, ipotizza uno Ius soli seppur più temperato di quello appena cestinato e infine invita «al buonsenso». Pacatissimo, insomma. E nulla a che vedere con il Cavaliere caimano, spaventoso e a tratti sedizioso che è stato per anni, dal '94 al predellino e oltre. Non molto dissimili erano i toni dell'intervista che Luigi Di Maio ha dato ieri al Fatto: «Voglio dare stabilità al Paese», «confido che il referendum sull'euro non si debba fare perché l’Europa è molto cambiata e per l’Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire», «creeremo una Banca pubblica per gli investimenti sul modello francese». Approccio istituzionale, nessun aggettivo fuori posto, moderazione verbale e programmatica. E nulla a che vedere con anni e anni di blog e comizi di Grillo, non privi di insulti sprezzanti. Di Gentiloni - "l'impopulista", non c'è neppure bisogno che vi dica: la sua conferenza di fine anno è stata una dose di benzodiazepina, tutta tesa a rassicurare, acquietare, confortare, rasserenare. E nulla a che vedere con la baldanza nuovista e un po' isterica del suo predecessore, schiantatosi un anno fa come un motociclista cocainato sulla tangenziale. È curioso come questo Paese sia passato in pochissimo tempo da un estremo al suo opposto. Solo ieri la politica italiana era fatta di tweet deflagranti, accuse violente, promesse di rovesciamenti mirabolanti, il tutto trasmesso con toni urlati, eccitati, demagogici, elettrizzati, talvolta ribellistici se non eversivi, comunque indirizzati alla pancia, finalizzati a provocare sdegno o creare chimere di cambiamenti rivoluzionari. Con tutti e tre i maggiori leader - Berlusconi, Grillo e Renzi - impegnati in questa assordante gara. Adesso siamo alla democristianizzazione comportamentale multipartisan, con il Di Maio statista, il Gentiloni camomilla e la versione mansueta di Berlusconi. E pure quella che un tempo si chiamava "sinistra radicale" si è scelta un leader che non viene dalla piazza, ma dagli stucchi dorati e silenti di Palazzo Madama. Insomma, sembra che la politica non voglia più eccitare, ma sedare. Con poche eccezioni, come Salvini (che però da mesi perde consensi nei sondaggi) e qualche ultrà renziano che non ha ancora capito che è cambiato il vento. Che nove italiani su dieci non si divertono più davanti a pollai urlanti dei talk show, ma cambiano canale appena le voci accalorate si accavallano. Perfino sui social sembra che ci sia meno gente che si accanisce nei flame, avendone ormai constatato l'inutilità totale dello scambio di insulti. È il pacatismo, chissà se una svolta o solo una fase di down dopo la sovreccitazione trasversale recente. Intendiamoci: questa mutazione è avvenuta, con ogni probabilità, più per stanchezza che per saggezza, più per distacco che per maturazione, più per disinteresse che per educazione. Ma intanto è avvenuta. Con tutti suoi lati positivi - evidenti - ma anche quelli negativi, cioè i rovesci della medaglia, essendo un altro estremo opposto: ad esempio il rischio che il confronto perda passione, che la moderazione si tramuti in pigra difesa del presente. Che anche nelle cose da fare - e da cambiare - tutte le vacche diventino nere. E neppure questo farebbe bene, in un Paese sempre più declinante e diseguale, che bisogno tanto di educata razionalità quanto di trasformazioni sociali radicali.

Addio diciassettesima, con te se ne va la Seconda Repubblica, scrive Francesco Damato il 29 Dicembre 2017 su "Il Dubbio".  Cinque anni tra renzismo e grillismo. Già con quel numero d’ordine – 17- assegnatole dal calendario parlamentare della Repubblica, la legislatura uscita dalle urne il 25 febbraio del 2013 sembrava inevitabilmente sfortunata, da scongiuri più che da auguri. I risultati elettorali non furono da meno. Il bipolarismo orgogliosamente rivendicato dal centrodestra e dal centrosinistra dal 1994 in poi, come bandiera della cosiddetta seconda Repubblica, risultò superato da un tripolarismo paralizzante, che neppure il premio di maggioranza assicurato dalla legge elettorale infelicemente nota come Porcellum riuscì a correggere. O vi riuscì solo alla Camera, non anche al Senato, dalla cui fiducia nessun governo poteva e può tuttora prescindere. La quasi contemporanea scadenza del settennato presidenziale di Giorgio Napolitano, al Quirinale, rendeva costituzionalmente impraticabile ogni tentazione di elezioni antici- pate, se mai qualcuno le avesse volute davvero, e non solo a parole, come reclamavano i grillini da una parte, col proposito di compiere lo sfondamento mancato al primo colpo, e i leghisti dall’altra. Pier Luigi Bersani come segretario del maggiore partito – se non in termini di voti, viste le contestazioni grilline, sicuramente in termini di seggi parlamentari fra Camera e Senato, ma specie alla Camera – ottenne dal presidente della Repubblica un prudente incarico di formare il nuovo governo. Tanto prudente che, quando Napolitano glielo ritirò negandogli il percorso di un governo curiosamente di «minoranza e di combattimento», appeso agli umori di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari, si scoprì che era stato solo un “pre- incarico”. L’insuccesso politico di Bersani crebbe ulteriormente dopo che il segretario del Pd non riuscì a venire a capo neppure dell’elezione di un successore a Napolitano, nel frattempo arrivato al termine ultimo del suo mandato. I due candidati messi in pista da Bersani per il Pd nella corsa al Quirinale – il presidente del partito Franco Marini prima e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi poi – furono abbattuti dai franchi tiratori. E Bersani per primo fu costretto a salire quaresimalmente al Colle, seguito da quasi tutti gli altri leader di partito, per chiedere a Napolitano la grazia di lasciarsi ricandidare e rieleggere, alla bella età di 88 anni quasi compiuti che “Re Giorgio” già aveva. Quasi tutti, perché i grillini opposero il rifiuto anche a questo passaggio, candidando sulle piazze e in Parlamento Stefano Rodotà, prima di scomunicarlo per avere osato dolersi, dopo qualche tempo, delle loro improvvisazioni, pure nella gestione del movimento che si era proposto di aprire le istituzioni come scatole di tonno. Da Napolitano rieletto alla Presidenza della Repubblica le Camere accolsero con spirito che qualcuno, non solo fra i grillini, definì masochistico i rimproveri per le riforme boicottate dalla precedente edidagli zione del Parlamento e per la diffusa diffidenza mostrata anche nella nuova legislatura verso larghe intese, se necessarie – come lui riteneva – per il governo del Paese. E l’opinione del capo dello Stato non poteva essere liquidata come un capriccio senile perché toccava pur sempre a lui nominare i governi, anche se i cultori del sistema maggioritario avevano dato agli elettori l’illusione che potessero eleggere nelle urne pure il governo, e non solo il Parlamento. Nacquero così le larghe intese governative concordate attorno ad Enrico Letta, mentre Bersani si ritirava in buon ordine, fra il Pd e Silvio Berlusconi, con un programma ambizioso di riforme. Con questa scelta il Pd si allontanò ulteriormente dagli ex alleati elettorali di sinistra e Berlusconi dai leghisti e dalla destra postmissina, ora anche post- finiana. Questo già faticoso avvio della diciassettesima legislatura fece i conti in agosto con una improvvisata sezione feriale della Corte di Cassazione. Che, praticamente diffidata da un fax della Procura di Milano dal lasciar cadere in prescrizione un vecchio processo a carico di Berlusconi per frode fiscale, sia pure di una misura risibile rispetto al peso complessivo delle tasse pagate dall’imputato e dalle sue aziende, condannò in via definitiva l’ex presidente del Consiglio. Sotto i piedi del quale si aprì la botola giudiziaria della cosiddetta legge Severino per farlo decadere anche da senatore con inedita votazione, nell’aula di Palazzo Madama, a scrutinio palese. Le cose si svolsero in modo tale, con forzature difficilmente negabili, visto che anche dall’interno del Pd si erano levate inutilmente voci – per esempio, quella dell’ex presidente della Camera Luciano Violante – a favore di un rinvio di ogni decisione per lasciare alla Corte Costituzionale la possibilità di pronunciarsi sulla controversa legge Severino, che Berlusconi ritirò il suo partito dalla maggioranza. La quale sopravvisse ugualmente, ma di stenti, per il rifiuto del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma anche degli altri ministri dell’allora Pdl, di adeguarsi alle direttive berlusconiane. Nacquero così i “diversamente berlusconiani” del “Nuovo centrodestra”. I loro ormai ex colleghi di partito reagirono tornando orgogliosamente al nome originario di Forza Italia, indossando gli elmetti dell’opposizione e riavvicinandosi ai leghisti. Come una pera dall’albero, cadde dopo poco più di un mese Enrico Letta dalla guida del governo, sotto l’effetto combinato di una più forte opposizione a destra, oltre a quella grillina, e di un cambiamento radicale al vertice del Pd. Dove arrivò impetuosamente Matteo Renzi. Che, senza badare molto alle forme, si spazientì dei metodi e tempi morotei del collega di partito Enrico Letta, che pure non lo aveva per niente ostacolato nella corsa congressuale alla segreteria, e ne prese il posto in poche settimane: giusto il tempo per attenuare l’opposizione di Berlusconi offrendogli una sostanziale riabilitazione politica con un patto, che prese il nome dalla sede del Pd, il Nazareno, sulle riforme. Al plurale, perché oltre a quella della Costituzione c’era da accelerare quella elettorale, avendo la Corte Costituzionale appena bocciato il malfamato e già ricordato Porcellum. Il pronunciamento della Consulta finì per aumentare le difficoltà della legislatura, di cui i grillini si affrettarono a denunciare la delegittimazione, essendo nata con regole risultate appunto illegittime. La Corte, peraltro dirimpettaia al Quirinale, la mise nella incubatrice di una sentenza nella quale si salvavano esplicitamente gli effetti delle elezioni svoltesi col Porcellum. Altro francamente non si poteva fare, perché sennò si sarebbero dovuti demolire anche gli effetti delle elezioni del 2006 e del 2008, svoltesi con le stesse norme. Lì per lì sembrò che i cerotti della Corte Costituzionale tenessero. Nelle elezioni europee di maggio del 2014 Renzi portò il Pd ad oltre il 40 per cento dei voti, come riusciva a fare la Dc nei tempi migliori: forse troppo, però, per i gusti e le abitudini dei compagni e amici di partito del segretario e presidente del Consiglio. Forse anche per Berlusconi, che vide rappresentare il giovane Renzi come il suo erede. “Royal baby”, lo definì Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo del Cavaliere. Ma forse fu troppo per lo stesso Renzi, che sopravvalutò la sua forza d’urto. O sottovalutò, come preferite, vecchi e nuovi timori di concorrenti ed avversari, esterni e anche interni al suo partito. La baldanza di Renzi, da quel che riuscii a sapere, se non al Quirinale, nei suoi dintorni ambientali e umani, cominciò ad impensierire anche Napolitano. Che, già stanco di suo, con quel bastone che sempre più lo accompagnava nei corridoi del Quirinale, decise proprio alla fine di quell’anno di accelerare con le dimissioni la fine di quella fase eccezionale che sin dal primo momento aveva ritenuto il suo secondo mandato. E si arrivò così a fine gennaio del 2015 all’elezione del suo successore. Nella soluzione del problema riapertosi al Quirinale Renzi sembrò, a torto o a ragione, condizionato più dai problemi interni di partito che dal collegamento con Berlusconi. Che, anche lui a torto o a ragione, riteneva che del Patto del Nazareno sulle riforme facesse parte anche la ricerca comune del nuovo presidente della Repubblica. L’elezione di Sergio Mattarella finì pertanto per tradursi, malgrado lo stesso Mattarella, nella rottura fra Renzi e Berlusconi, con tutto quello che ne conseguì: anche l’approvazione accindentata della riforma costituzionale e della legge elettorale chiamata Italicum, nonché il sorprendente allineamento nella campagna referendaria sul superamento del bicameralismo e il resto fra l’opposizione berlusconiana, quella dei grillini e la dissidenza della minoranza del Pd. Era una combinazione già micidiale di suo, cui Renzi aggiunse improvvidamente, come lui stesso poi riconobbe, la personalizzazione della partita con l’incauto impegno al ritiro – ma completo- in caso di sconfitta. Che arrivò puntualmente, e smaccatamente. Lo sconfitto rinunciò solo a Palazzo Chigi, trattenendo la segreteria del partito, da cui però sarebbe uscito il grosso delle minoranze. Considerate le condizioni politiche nelle quali si era aperta e si è sviluppata, l’ondata populistica che l’ha accompagnata dal primo momento, e che ha portato i grillini a mantenere intatta la loro presa elettorale, a dispetto delle defezioni e degli incidenti subiti a livello centrale e locale, i cambiamenti intervenuti persino nella geografia dei partiti, con oltre cinquecento passaggi di parlamentari di ogni area da una combinazione all’altra, compresi i presidenti di entrambe le Camere, può ben essere considerato un miracolo che questa legislatura sia arrivata alla sua scadenza ordinaria. E, oltre a consegnarci con Paolo Gentiloni un presidente del Consiglio ancora in partita, abbia potuto annoverare non solo riforme bocciate o mancate, ma anche leggi approvate come quelle che hanno garantito nuovi diritti civili, dalle unioni di fatto al biotestamento, una nuova legge elettorale non derivata dalle forbici della Corte Costituzionale e persino un miglioramento della situazione economica, col passaggio dal meno al più, a dispetto di terremoti, crisi bancarie e altri accidenti. Poteva francamente andare anche peggio, visto com’era cominciata.

Contro gli "eletti illegittimi" in difesa della Costituzione. Il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Parola di Zagrebelsky e di Montanari, scrive Massimo Bordin il 29 Dicembre 2017 su "Il Foglio".  Gli eletti illegittimi non cambino la Carta. A leggere ieri questo titolo, nella pagina dei commenti del Fatto, veniva da chiedersi se il giornalaio si fosse confuso ritirando fuori una vecchia copia del quotidiano ai tempi della riforma costituzionale. Effettivamente una polemica del genere ci fu all’epoca del voto del Parlamento, poi contraddetto dal referendum, ma non c’è stato nessun errore e nessuna ristampa. L’articolo intendeva riferirsi alla stretta attualità e non agli eletti del Parlamento ormai al capolinea ma a quelli ancora da eleggere. Tomaso Montanari ha inteso mettersi avanti col lavoro, intimando ai candidati di impegnarsi solennemente almeno a non modificare la Costituzione, considerato che la loro elezione avverrà attraverso una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Qui il ragionamento, per così dire, di Montanari ha un’impennata, necessaria per superare un ostacolo. Il professore non può non convenire sul fatto che la Corte costituzionale non si sia neppure sognata di pronunciarsi in quei termini sulla nuova legge elettorale, ma non è questo il punto. Quello che conta, scrive il professore, è che molti insigni costituzionalisti l’abbiano fatto e che fra essi in particolare spicchi il parere, per di più espresso sulle pagine del Fatto, di Gustavo Zagrebelsky. Tanto deve bastare a decretare l’illegittimità preventiva degli eletti. Per fermare un Parlamento una volta era necessario un monarca, oggi può bastare un principe ucraino.

Vittorio Feltri, 27 Dicembre 2017 su “Libero Quotidiano”: è finita la legislatura peggiore di sempre. C' è chi esulta perché domani il presidente Mattarella scioglierà le Camere mandando a casa tutti i parlamentari, tra i peggiori della storia repubblicana. L' evento non dispiace neppure a noi, ma saremmo più contenti se sapessimo o sperassimo che dal prossimo giro elettorale uscisse un ceto politico più decente di quello che ci accingiamo ad archiviare. Non è così. Leggi anche: "Casini, vai in mona". Vittorio Feltri lo riduce a brandelli. Banche rotte, il terribile sospetto del direttore sui "ladri". Dalle urne sortiranno soltanto problemi e nessuna soluzione, a meno che Berlusconi, Salvini e Meloni saranno in grado di essere finalmente se stessi, cioè persone di destra come Trump, il quale dopo aver promesso di abbassare le tasse le ha abbassate sul serio. Il nodo centrale infatti è quello fiscale. L' unico modo per rilanciare l'economia e aumentare i consumi, e quindi l'occupazione, è quello di comprimere le imposte. Più soldi nelle tasche degli imprenditori e dei loro dipendenti significa creare posti di lavoro e incentivare gli acquisti. Lo Stato deve fare un passo indietro, comprimere la spesa pubblica, abbassare i costi del welfare, smettere di pagare la sanità ai ricchi e cessare di sprecare denaro per regalare esami di laboratorio a chi non ne ha bisogno. Il reddito di inclusione o di cittadinanza ai nullafacenti è un lusso che non ci possiamo permettere. Occorre che la gente vada a sgobbare, è inammissibile si faccia mantenere dalla pubblica amministrazione. Inoltre è necessario sospendere il finanziamento degli immigrati, evitare di ospitarli gratis in mancanza delle risorse che ci consentano di farlo. Impariamo dall' Austria a regolarci in proposito. Vengano qui soltanto gli stranieri che abbiano l'opportunità di guadagnarsi da vivere. È inammissibile sia l'Europa a decidere ciò che debba avvenire nei singoli Paesi. I quali hanno il diritto di agire secondo la loro convenienza. Purtroppo la nostra sinistra non è capace di amministrare l'Italia cum grano salis ed è per questo che ci troviamo in una situazione drammatica. Non sa che fare e quel poco che fa è sbagliato: vuole aiutare tutti e non aiuta nessuno, spreca soldi per assistere chi non merita di essere assistito, pensa allo ius soli (cittadinanza a chiunque) per ottenere consensi, dice che la priorità è il lavoro e, in realtà, combatte coloro - gli industriali - che avrebbero i mezzi per darne ai disoccupati. I progressisti sono una autentica iattura, odiano il capitale e lo spremono senza spingerlo a progredire. Hanno un solo obiettivo: ammazzare i cittadini di tributi, ma l'unico risultato che raggiungono è l'esplosione della evasione. Sono asini patentati. Hanno costruito negli anni un mastodonte burocratico inefficiente e costoso. Non li sopportiamo più. Agli ex comunisti si sono poi aggiunti i fessi del Movimento 5 Stelle che predicano male e si comportano malissimo, basta vedere come agiscono nelle città che governano con il posteriore. Il mix grillino e democratico produce una miscela di imbecillità che minaccia di sfasciare il Paese. Ci auguriamo che gli italiani non siano tanto stolti da affidarsi alla feccia rampante e tornino a votare con l'intento di non suicidarsi. Vittorio Feltri

Dalla Kyenge alla Boldrini fino al “grigio” Mattarella: 10 cose orribili di questa legislatura, scrive Adriano Scianca il 28 dicembre 2017 su “Primato Nazionale”. Cala il sipario sulla XVII legislatura, quella che qualcuno ha definito la peggiore di sempre. Di sicuro in questi cinque anni ne abbiamo viste delle belle (e soprattutto delle brutte). Ecco le 10 cose orribili viste in politica dal 2013 a oggi.

1 – Sarà banale, sarà diventato ormai uno stereotipo, ma servirà un po’ di tempo prima di riuscire a comprendere il significato politico e metapolitico di un personaggio come Laura Boldrini. Raramente un simile concentrato di spirito anti-italiano era riuscito a insediarsi in una posizione istituzionale di simile prestigio. Ora la Laurona (anti)nazionale ha annunciato che farà politica con “Liberi e uguali”: peggio per loro. Gli italiani, dal canto loro, sperano solo di dimenticarsene.

2 - Letta, Renzi, Gentiloni: una legislatura, tre governi, nessun mandato popolare. D’accordo, d’accordo, l’Italia non è una repubblica presidenziale, i semicolti ce l’hanno spiegato in continuazione. Ma va ricordato come il Porcellum, legge elettorale con cui è stato eletto il parlamento appena sciolto, prevedesse l’indicazione obbligatoria del “capo della coalizione”, che per il centrosinistra era Pier Luigi Bersani, uscito vincitore da primarie che, nel linguaggio corrente e nella percezione comune, servivano proprio a designare il candidato premier. Chi tiene tanto alla letteralità costituzionale dovrebbe avere il coraggio oggi di andare in campagna elettorale dicendo che non propone alcun candidato premier e che sarà il Parlamento a decidere, come accadeva nella prima repubblica. Che è passata da un pezzo, anche se i semicolti non se ne sono accorti.

3 – I pasdaran della Costituzione ricordano anche che nella Carta è espressamente vietato il mandato imperativo: una volta eletto, il parlamentare rappresenta la nazione intera e non una parte, quindi può fare ciò che vuole. Bene, ma senza esagerare. La legislatura appena finita ha visto infatti il record dei cambi casacca (546) e il record di voltagabbana (345). Una transumanza continua, al ritmo di 9,5 al mese. Alla Camera un deputato su tre ha cambiato gruppo. Al Senato quasi uno su due.

4 – La XVII legislatura è stata anche quella dei renziani, questa bizzarra popolazione parlamentare composta da un terzo di berlusconismo, un terzo di banalità liberal e un terzo di legami con le banche. Maniche di camicia arrotolate e “ciaone” sparati come se piovesse, li abbiamo visti colonizzare il Pd con l’arrivismo arrogante degli homines novi, salvo poi implodere per via di un costante disastro comunicativo e politico.

5 – Peggio dei renziani, tuttavia, ci sono solo gli antirenziani di sinistra, questo concentrato di sfiga e rancore ben rappresentato dai capelli di Fassina e dalle occhiaie di Civati. Vorrebbero rappresentare la sinistra che non cede sui valori e sono finiti sul carrozzone di D’Alema, che è un po’ come voler rifondare il Partito fascista partendo da Gianfranco Fini. Su tutto ciò che conta, gli antirenziani sono come i renziani, solo che scopano un po’ meno.

6 – Tra le cose a cui non avremmo mai voluto assistere e invece abbiamo dovuto vedere ci sono sicuramente i grillini, sbarcati in Parlamento nel 2013 con una folla spropositata di eletti, si sono distinti per gaffe improbabili, italiano stentato, proposte surreali. Ideologicamente organici alla sinistra, hanno finito per farne qualcuna giusta solo perché Grillo li ha tenuti a freno e per il loro tabù sul voto in comune col Pd, che spesso li ha fatti astenere in alcuni passaggi cruciali.

7 – Tra gli incubi politici degli ultimi anni, non scordiamoci Valeria Fedeli, il primo ministro dell’istruzione della storia politica occidentale a non aver dato neanche l’esame di maturità. Un esempio di protervia e arroganza del potere, che pretende di poter mettere chiunque dovunque, a prescindere non solo dai meriti, ma anche dalla decenza. Una nomina esclusivamente ideologica, che se fosse venuta da destra avrebbe scomodato fior di editorialisti per spiegare le ragioni dell’ignoranza congenita in quella parte politica e che invece è stata accolta con vergognosa accondiscendenza.

8 – E Cecile Kyenge? Ce la vogliamo dimenticare? Il primo ministro per esclusivi meriti epidermici, di cui nessuno aveva sentito parlare prima e nessuno ha sentito parlare dopo, tanta era la statura politica del personaggio. Una mascotte antirazzista e nulla più, una nomina che ha offeso gli italiani, ma che avrebbe dovuto offendere anche gli immigrati, che di sicuro avranno esponenti più preparati e presentabili da proporre, se proprio di questa proposta si avverte il bisogno.

9 – In questi cinque anni abbiamo visto anche la staffetta al Quirinale: via Giorgio Napolitano, su cui ogni parola sarebbe superflua, dentro Sergio Mattarella. Ovvero, il nulla. Un presidente il cui grigiore ben rappresenta il Parlamento che lo ha eletto.

10 – La legislatura appena finita è stata anche quella che ha visto Silvio Berlusconi, eletto senatore nel 2013, decadere da parlamentare in seguito alla condanna definitiva nel processo Mediaset. Ovviamente il leader di Forza Italia non è certo scomparso dalla politica, ma ha continuato a essere presente a esclusiva tutela dei propri interessi. In quest’ottica vanno visti tanto il patto del Nazareno quanto la sua funzione di “tappo” a ogni autentica tentazione sovranista nel centrodestra italiano. Un finale di carriera politica da pompiere e da inciucista, per un politico che nel bene o nel male aveva voluto invece essere un uomo di rottura. Ce lo saremmo risparmiati volentieri. Adriano Scianca

Questa è la peggior legislatura di sempre? Non avete ancora visto la prossima. Nel 2013 c’erano tre poli, ora ce ne sono cinque. Non c’era una legge elettorale, non ci sarà nemmeno ora. Almeno però Renzi aveva una strategia, allora, ora non c’è nemmeno quella. Il peggio deve ancora venire? Probabilmente sì, scrive Francesco Cancellato su “L’Inkiesta" 12 Maggio 2017.  Se vi piacciono le metafore calcistiche, questa legislatura sembra il campionato del Milan o dell’Inter. Iniziata sotto pessimi auspici, proseguita con sorprendenti refoli di speranza - nonostante lo scarso materiale tecnico - grazie alle doti di un bravo timoniere, terminata peggio di com’era iniziata, tra continue sconfitte, scandali e senza alcuna apparente prospettiva che domani possa in qualche modo andare meglio. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. Non avevamo una legge elettorale, all’indomani del pronunciamento della Consulta del 4 dicembre 2013 che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum. Non siamo riuscita a darcene una nuova, tre anni esatti dopo, bocciando la riforma costituzionale su cui poggiava l’Italicum, comunque incostituzionale pure quello. Difficilmente riusciremo a darcene una prima che scada il tempo - sia essa il Mattarellum annacquato, il Tedesco corretto, l'Italicum consultellato - poiché a nessuna forza politica conviene. Renzi vuole mostrare al mondo che senza di lui è il diluvio, i Cinque Stelle che la politica fallisce un’altra volta, mentre a Berlusconi e ai piccoli partiti servono proporzionale, capilista bloccati, sbarramenti più bassi possibili e premi di maggioranza impossibili da raggiungere, per evitare la tentazione del voto utile e continuare a contare qualcosa. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. In questo marasma tattico, la strategia va a farsi benedire. Allo stato attuale sappiamo solo che Matteo Renzi, rieletto segretario, sarà il candidato premier del Partito Democratico, ma non sappiamo cosa voglia fare, visto che ha passato gli ultimi mesi a cercare di sopravvivere, più che a immaginare il futuro. Prova ne è una sintesi congressuale di tre parole - lavoro, casa, mamma - che nemmeno nei peggiori incubi di chi lo sostenne nel 2012, quando ancora si parlava di Europa, di merito e di futuro. Sintesi che peraltro è stata travolta dall’ennesimo scandalo bancario, vera e propria croce del renzismo, almeno in questa sua prima era. Il resto è commedia dell’assurdo: nella Lega si è aperta la frattura, da tempo sotto la cenere, tra nordisti e nazionalisti, coi primi - guidati dal governatore lombardo Maroni - che promuovono i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, per costruire l’Europa delle Regioni e i secondi che vogliono l’Italia fuori dall’Euro. Poco più in là, Berlusconi aspetta la sentenza della Corte Europea di Strasburgo che dovrebbe riabilitarlo e traccheggia, incerto e malandato, alla guida di un partito in bancarotta. A sinistra non si capisce nemmeno chi stia con chi, figurarsi se esiste un programma o un leader. Ciò che sarà dei Cinque Stelle, in spregio alla democrazia diretta, è ancora nella testa di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Qualunque esito daranno le urne, in ogni caso, non sarà possibile governare. In un contesto tripolare lo sarebbe stato, forse. Se non altro perché il centrodestra a trazione berlusconiana e il centrosinistra a trazione Renzi non sono due entità inconciliabili. La mela è divisa in cinque, però: nessuna accoppiata è in grado di ricomporla per metà. E nessuna alleanza a tre è realisticamente possibile. Il tutto, proprio mentre il Quantitative Easing arriva alle ultime curve, mentre l’Europa sembra avere ripreso la sua marcia verso un percorso di ricostruzione, mentre una nuova rivoluzione tecnologica alle porte. Che sì, la diciassettesima legislatura è stata un disastro. Ma solo perché non abbiamo ancora visto la diciottesima.

La politica italiana? Tutta chiacchiere e distintivo…Stemmi, coccarde pins, badge, spillette, l’irresistibile fascino dei simboli: dai fasci littori, alle falci e martello, dal tricolore di Forza Italia, allo spadone di Alberto da Giussano. E intanto spuntano le stelle dei nuovi sceriffi, scrive Fulvio Abbate l'1 luglio 2018 su "Il Dubbio. Implacabili, i distintivi, sono riapparsi nelle asole delle giacche di alcuni compunti politici. Segnatamente leghisti o anche membri di Forza Italia, Berlusconi a fare da esempio. A proposito di quest’ultimo, forse, rammenterete l’esemplare che, magico, luccicava a favore di telecamera durante un suo messaggio registrato alla Nazione, al «Paese che amo», forse il distintivo più ipnotico degli ultimi decenni, Silvio come Mandrake. Personalmente, perdonate la presunzione, conosco l’argomento, anzi, è il collezionista di questo genere di accessori politici che riflette ad alta voce, consapevole del valore simbolico da dare a questa noticina che fa proprio caso al ritorno trionfale del distintivo da occhiello: segno, appunto, identitario, di appartenenza, supplemento di orgoglio e talvolta perfino di velata minaccia. Nella storia nazionale, il periodo che più ha dato fulgore ai distintivi, lo si sappia, combacia con il “ventennio”. Durante il fascismo, non c’era infatti organizzazione legata più o meno formalmente al regime che non ne mostrasse almeno uno, ufficiale, a corredo ulteriore dell’abbigliamento, iniziando dalla proverbiale “cimice” del PNF, il Partito Nazionale Fascista. Così continuando con la ginnica GIL ( Gioventù Italiana del Littorio), la ricreativa OND ( Opera Nazionale Dopolavoro), la fanciullesca ONB ( Opera nazionale Balilla), compreso perfino ogni singolo evento civico, sportivo o di semplice beneficenza, Littoriale, inaugurazione di Fiera campionaria o Giornata delle Due Croci, cioè campagna antitubercolare, distintivi sempre lì, ora con fascio tradizionale o talvolta stilizzato con modalità perfino cubo- futurista, opportunamente bene in pubblica vista tra tukul, elmetti, pugnali, teschi e gladio, obelischi di Axum, Arco dei Fileni, ecc…Con l’avvento della Repubblica e delle conseguenti istituzioni democratiche, le ditte produttrici – Lorioli e Johnson, in testa hanno comunque, almeno inizialmente, resistito; nell’immediato secondo dopoguerra ogni partito risorto dalla clandestinità ne forniva ai propri tesserati o semplici simpatizzanti, così la falce e martello dei comunisti di Togliatti, idem i socialisti di Nenni con incluso libro e sole dell’avvenire, i liberali, i repubblicani con l’Edera, fino al “torchietto” del Fronte dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, ufficioso progenitore dei 5 stelle di Grillo, con l’omino schiacciato dalla burocrazia statale ‘ infame”… Senza dimenticare lo Scudocrociato di De Gasperi e Scelba. Tornando al fascismo, durante i giorni delle “sanzioni”, 1935, si riuscì perfino a coniarne un modello che innalzava una frase- monito del giornalista Mario Appellius: «Dio stramaledica gli inglesi». E ancora, in ambito assai più prosaico, altri, temendo l’introduzione di una multa per gli scapoli, soprattutto in tempo di campa-gna demografica, ne realizzarono una serie sul cui smalto figurava: “Meglio la tassa che la suocera”. Restando in tema, aggiungo ancora che le madri prolifiche ottenevano addirittura una decorazione con fiocchi di alluminio apposti sul nastrino a indicare il numero di figli “generosamente offerti alla Patria” così come l’oro delle vere nuziali. Intendiamoci, anche i paesi del socialismo reale, cominciando dall’Urss, non si sono mai fatti mancare nulla in quest’ambito propagandistico, e forse, cosmonauti a parte, l’acme della produzione risale al 1970, centenario della nascita di Lenin. Culturalmente ragionando, il distintivo serve a mostrare appartenenza, un’orgogliosa indicazione del proprio status politico: noi siamo questo, chiaro? Dimenticavo, nei giorni del Littorio il distintivo era comunque un obbligo, sono giunte fino a noi fotografie dove perfino Luigi Pirandello mostra la “cimice” sull’abito antracite. Si racconta ancora che il giorno stesso della Liberazione molti cittadini se ne disfecero nei tombini, lo sanno bene gli addetti alla pulitura di questi, periodicamente svuotando le fogne, ancora adesso, c’è modo di rinvenire pezzi, compresi quelli dell’Asse Roma-Tokio- Berlino, della Milizia o perfino i teschi delle Brigate nere o dei “Moschettieri del Duce” (sic). Se nel caso della bandiera di Forza Italia di Berlusconi, stesso stilema iconico del trascorso simbolo del Partito comunista italiano, il distintivo corrisponde a un segno, non sembri un bisticcio di parole, di distinzione “borghese”, come nel caso di coloro che appartengono alle organizzazioni para- massoniche quali Rotary e Lions, l’esempio dei leghisti suona quasi come segno di riconoscimento militare, razziale, superiore, di una superiorità tuttavia regionale, circoscrizionale, da ronda di quartiere, da alto portierato, guardiania, quasi che Salvini ne abbia raccomandato implicitamente, perfino a dispetto del ruolo istituzionale, l’uso quotidiano a tutti i suoi, Alberto da Giussano a campeggiare come un Belfagor, spadone ammonitore. Non c’è leghista maschio che partecipi a talkshow che non lo mostri; estremizzando, torna il ricordo dei deputati nazisti sugli scranni del Reichstag tutti rigorosamente in divisa.

È vero, e lo sappiamo, sempre ragionando di distintivi, e ancora di “pins” e di “spillette” come succedanei nel tempo, si può fare altrettanto ritorno al Club di Topolino con i suoi “ispettori” o “governatori generali” a due o tre stellette, o magari alla “girandola” del Club del Corriere dei Piccoli e perfino alla “G” di “Giovani”, il rotocalco beat della fine degli anni Sessanta celebre per i suoi “manifesti”, e tuttavia, nonostante queste altre piccole gemme inoffensive della nostra memoria bambina, ciò che infine resta, sembra raccontare invece una sorta di militarizzazione civile, roba angusta e piccina per un Paese che volesse prendere il volo definitivo dalla subcultura rionale del «… lei non sa chi sono io!». Chiacchiere e distintivo, diceva quell’altro, quasi a ventilare il passo successivo al segno intimidatorio corrispondente alla vista della stella di sceriffo, una parola ancora ed ecco sbucare anche il furgone- cellulare sia della squadra politica sia della “buon costume”. Per non parlare dei contrassegni di riconoscimento che i nazisti formalizzarono ora per gli ebrei ora per i politici ora per gli “antisociali”, e non occorre una laurea in semiologia per capire il nostro semplice ragionamento, o forse, sì, assodato il disprezzo per la complessità culturale che certi signori al governo oggi mostrano come ennesima patente di orgoglio piccolo- borghese.

La maledizione dei presidenti della Camera. Da Casini a Fico, passando per Bertinotti, Fini e la Boldrini. A partire dai primi anni 2000 tutti i presidenti della Camera non hanno mai svolto il proprio ruolo in modo imparziale ma hanno sempre deciso le sorti del governo, scrive Francesco Curridori, Lunedì 02/07/2018, su "Il Giornale". Da Casini a Fico, passando per Bertinotti, Fini e la Boldrini. La chiamano “la maledizione dei Presidenti” e, a partire dai primi anni 2000, ha colpito tutti gli inquilini di Palazzo Montecitorio. La terza carica dello Stato, dalla Seconda Repubblica in poi, fatta eccezione per Luciano Violante, è stata destinata al leader di uno dei partiti minori che componevano la maggioranza di governo. Il Presidente della Camera, poi, è un ruolo istituzionale e chi lo ricopre, solitamente abbandona gli incarichi di partito per assumere, appunto, un aplomb istituzionale, al di sopra delle parti. Ed è così, nel 2001, dopo la vittoria del centrodestra che riporta Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, Pier Ferdinando Casini lascia la guida del suo partito per accasarsi a Montecitorio. Marco Follini diventa prima segretario dell’Udc e, poi, dal 2004 vicepremier. Da quel momento Casini e Follini giocheranno in tandem per “puntellare”, o meglio martellare il governo. "L'Udc sta facendo molti errori. Casini? Non sa dove andare, si trova in mezzo al guado", dirà Berlusconi sempre più infastidito dai continui distinguo dell’allora presidente della Camera. Si arriva alle Regionali del 2005 che decretano una sconfitta per Berlusconi che viene costretto a dar vita a un nuovo esecutivo. Follini ne resta fuori per dedicarsi al partito e nel 2005 si dimette da segretario e di lì a poco passa col centrosinistra. Casini, qualche anno dopo, seguirà la sua stessa strada e la carriera politica di entrambi ne risentirà in maniera decisiva. Fare i “grilli parlanti” della propria maggioranza di governo, non paga. Lo sa bene Fausto Bertinotti che diventa presidente della Camera grazie al 5,8% ottenuto da Rifondazione Comunista alle Politiche del 2006. A distanza di 10 anni, la sinistra litiga ancora su chi sia il responsabile della caduta del secondo governo Prodi: se Clemente Mastella che gli tolse la fiducia o, pur usare le parole del ‘Professore’, “chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...”, ossia Bertinotti che lo aveva paragonato al “più grande poeta morente”. Non solo. L’allora presidente della Camera aveva definito il suo governo “un brodino caldo”. Espressione che gli si rivolterà contro dopo il voto delle Politiche del 2008, quando la sinistra radicale, per la prima volta, non entra in Parlamento. Prodi si vendicherà dicendo: “A Bertinotti consiglio di rinfrancarsi con un brodino riscaldato”. Una sorte migliore non è certo toccata a Gianfranco Fini che, dopo aver cavalcato l’onda del giustizialismo e aver fatto cadere il quarto governo Berlusconi nel 2011, è finito egli stesso nel tritacarne dei processi per colpa della famosa ‘casa di Montecarlo’. Resterà indelebile nella memoria della cronaca politica la direzione del Pdl dell’aprile 2010 in cui Fini viene ripudiato come presidente della Camera e come alleato di governo. “Se vuole fare delle dichiarazioni politiche, prima si dimetta dalla presidenza della Camera", sentenzierà Berlusconi. Una frase a cui Fini replicherà con l’ormai notissimo: “Che fai? Mi cacci?”. Il resto è storia. Una storia che si conclude con una cifra che sarà la pietra tombale su Fini come uomo politico: quello 0,4% ottenuto da Fli alle Politiche del 2013. È certamente prematuro ipotizzare che Roberto Fico diventi l’ispiratore/promotore della caduta del governo "gialloverde" e tantomeno che abbia in mente di fondare un partito tutto suo ma i continui distinguo in materia di immigrazione sembrano il remake di un film già visto. Ora non ci è dato sapere nemmeno se questo film sia la "riedizione" di quelli appena descritti oppure se Fico aspiri semplicemente a diventare il ‘paladino dei migranti’ così come lo è stata Laura Boldrini nella passata legislatura. Solo il tempo saprà dare risposta a questi quesiti ma il futuro si preannuncia timidamente burrascoso per il governo Conte.

T-shirt e pugno chiuso: Fico ormai è il leader dell'estrema sinistra. Dal look informale a Pozzallo ai gesti ideologici Così il grillino si smarca da Salvini e Di Maio, scrive Stefano Zurlo, Lunedì 02/07/2018, su "Il Giornale". Una maglietta che viene da lontano. Dagli anni Settanta, dalla cultura antagonista dei movimenti a sinistra del Pci, dalla rottura del protocollo, strappato dai leader di quei movimenti. Il presidente della Camera Roberto Fico in visita all'hotspot di Pozzallo ha esibito quel look ultrainformale, completato con un inelegante gilet da simil-pescatore, e cosi, forse senza nemmeno volerlo, ha messo in chiaro il proprio albero genealogico. Quella maglietta è a modo suo un'icona, come lo è il pugno chiuso, in occasione della parata del 2 giugno, e come lo sono le mani in tasca, mentre veniva intonato l'inno di Mameli, sottile momento di disagio se non di contestazione di un'idea patriottica di Paese che non gli appartiene. Sì, si può dire che Fico sia figlio di quella linea minoritaria ma mai debole che ha sempre riempito le piazze e fatto flop nelle urne: quella dell'ultrasinistra o sinistra radicale che dir si voglia. Naturalmente aggiornata ai tempi di oggi: la sua barba ricorda quelle guerrigliere e operaie di tanti protagonisti della nostra storia recente, dall'immancabile Che a Lula, e la sua formazione ha rimandi semantici sorprendenti a una gauche ora vintage ma cui fino a ieri eravamo abituati. Ecco che la sua tesi di laurea ha un titolo che sembra una scheggia di quel mondo pensoso e strutturato che si è sfaldato da ultimo insieme al suo popolo: «Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana». E già ti pare di leggere uno di quei saggi con mal di testa incorporato che tenevano insieme le categorie economiche e gli ideali della solidarietà. Ma Fico, classe 1974, è troppo giovane per essere letto con i sacri crismi di quella stagione. E la sua biografia è un'immersione nella società liquida, frammentata e spezzettata di oggi che ha perso per strada gli operai, le sezioni del Pci e pure le pulsioni di quell'area un tempo scoppiettante e oggi sbiadita nelle facce anonime di Pietro Grasso e dintorni. Dunque, Fico ha recitato più parti in commedia: impiegato in un call center, manager in un hotel, importatore di tessuti dal Marocco, con in più la versatilità e l'inquietudine che sono nel suo Dna napoletano. Poi nel 2005 la fondazione di uno dei primi meetup e l'adesione al verbo grillino, incrociando i temi della giustizia sociale, della difesa dell'ambiente, vedi il referendum sull'acqua nel 2011, e l'eterno ribollire del Sud. Che a Napoli ha avuto un interprete istrionico come Luigi de Magistris, ultima variante del tribuno alla Masaniello. Spinte. Controspinte. Sussulti. E la scoperta che questo ragazzo descamisado, che va a Montecitorio prendendo l'autobus di linea della disastrata Atac, è l'ultimo leader di una sinistra altrimenti irrimediabilmente evaporata. I dissidi con il pragmatico e carrierista Di Maio e la decisione di non salire sul palco di Rimini. L'orgoglio di un'appartenenza, ribadita con parole definitive: «Non saremo mai la Lega del Sud». Ora quella frase eretica in un'Italia sempre più al passo marziale di Salvini: «Io i porti li aprirei». Forse una citazione vintage o forse una consacrazione in un Paese in cui anche il pensiero è sempre più flat.

Ecco il «giglio rosso» grillino che sussurra le leggi a Di Maio. Dall'ex assessore di Vendola al comunista Alleva, chi sono gli esperti di sinistra che affiancano il ministro, scrive Lodovica Bulian, Domenica 1/07/2018 su "Il Giornale". Sembrava una priorità della sinistra. Oggi invece la stretta sui contratti a termine è diventata uno dei punti forti del cosiddetto decreto dignità che Luigi Di Maio promette di portare in consiglio dei ministri domani, al massimo martedì. Resteranno fuori invece voucher e contratti di somministrazione, rinviati al «dibattito in Parlamento». «Il tema della somministrazione - ha chiarito ieri Di Maio - in molti casi si presta a delle disfunzioni però dev'essere oggetto del dibattito parlamentare, non si può intervenire con un decreto. Come per i voucher». Intanto però la lista degli annunci di Di Maio mira a compensare la linea «a destra» dettata dal suo alleato al Viminale. Va ricordato infatti che la scure sui contratti a tempo determinato da un massimo di 5 a 4 rinnovi, che tanto ha fatto infuriare le imprese in questi giorni, era anche una condizione richiesta dagli arancioni di Giuliano Pisapia per convergere col Pd alla vigilia delle ultime elezioni. Quel provvedimento che allora non ci fu facendo saltare l'intesa, rientra oggi dalla porta principale di Palazzo Chigi sotto il vessillo pentastellato. Ma la direzione imboccata nel tentativo di coprire le voragini di consenso lasciate sul terreno dai democratici, non stupisce se si guarda a chi circonda il ministro grillino nei due dicasteri del Lavoro e dello Sviluppo economico. Il giglio di «consulenti» a titolo gratuito scelti dal vicepremier è composto da personalità provenienti dall'area rossa ed ex comunista. Ne fanno parte Piergiovanni Alleva, 71 anni, giuslavorista, una gioventù in Lotta continua, un passato nella consulta giuridica della Cgil, un presente da consigliere regionale in Emilia Romagna con la lista «L'altra Europa con Tsipras», e da membro del comitato del Partito Comunista italiano. Nel 2013 anche candidato al Senato con Rivoluzione civile dell'ex pm Antonio Ingroia. Già ordinario di diritto del lavoro a Bologna, Alleva è il teorico del «lavorare meno, lavorare tutti». Nella cerchia dei «consulenti» gratuiti c'è anche Pasquale Tridico, il già candidato ministro dei Cinque Stelle, quello che ora avrebbe dovuto occupare il posto di Di Maio. «Da uomo di sinistra dico che questa alleanza è un problema»: così dopo aver rinunciato a incarichi per manifesta distanza rispetto alle intese con la Lega, Tridico, professore di economia del lavoro a Roma Tre, ha comunque accettato di aiutare il vicepremier. «È necessario recuperare i diritti e la dignità del lavoro - sosteneva da candidato - reintrodurre l'articolo 18, eliminare il Jobs Act, contrastare la liberalizzazione dei contratti a termine». Proprio il punto del decreto dignità. Infine tra i contatti di Di Maio ci sarebbe anche Marco Barbieri, dirigente di Leu, dal 2005 al 2009 assessore regionale al Lavoro in Puglia nella giunta di Nichi Vendola, e oggi ordinario di diritto del Lavoro all'Università di Foggia. All'indomani delle elezioni del 4 marzo, ammettendo l'irrilevanza della formazione politica fondata da Grasso, dei pentastellati diceva che «promettono in forma vaga ed ondivaga alcune cose che noi caldamente vorremmo. Dobbiamo avere un atteggiamento costruttivo nei loro confronti, di incoraggiamento delle misure giuste». Su Facebook qualcuno gli fa i complimenti per il «nuovo incarico», ma lui precisa di non avere alcuna consulenza ufficiale: «Non c'è nessun incarico». Allora qualcun altro gli fa una battuta sul lavoro a titolo gratuito. Il prof risponde con uno smile.

SCONTRO DI INCIVILTÀ. «Crepa, bastardo!»: quando a incitare all'odio sono politici e giornalisti. Auspici di morte, irrisioni e ingiurie sessuali. Dalla "patata bollente" della Raggi agli insulti antisemiti a Fiano, passando per tweet e prime pagine scandalose: non c'è solo il web a fomentare rancore e violenza, scrive Susanna Turco il 26 dicembre 2017 su "L'Espresso". Testate, aggressioni, insulti, finte decapitazioni, bavagli e fotomontaggi. Violenze, non solo verbali. E meno remore. Pillole incivili dall’Italia che ci avviluppa, con l’orizzonte aspro della campagna elettorale. Antologia di piccoli orrori in crescendo: eccoli.

TESTE. «Le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione». Lo scrive su Facebook a luglio il deputato di Direzione Italia Massimo Corsaro, sopra una foto del dem Emanuele Fiano, firmatario e relatore del ddl sull’apologia del fascismo. Sommerso di critiche, si difende così: «Nessuna volontà di antisemitismo, ho piuttosto inteso dargli del testa di cazzo».

MALARIA. «Morire di malaria non è normale. La infezione viene da lontano, dall’Africa nera. Basta accoglienza». (Tweet di Vittorio Feltri).

BAVAGLI. «Incredibile. Questa è vera violenza. Non mi fanno paura, mi danno ancora più forza: andiamo a governare!». Così il segretario della Lega Matteo Salvini, dopo aver postato una foto che lo ritraeva imbavagliato, alla Moro, davanti al simbolo delle Brigate rosse con il commento «ho un sogno». La minaccia era stata pubblicata sulla pagina facebook “Vento ribelle”: gruppo seguito da 113 mila persone che si definisce antifascista, antirazzista, anticapitalista, antimilitarista, anticolonialista e anti imperialista, il cui sottotitolo è: «Disprezzo assoluto al sistema e al suo governo, né omertà né padroni su questa terra». Tra i membri, un Davide Codenotti che espone nel suo profilo il simbolo del Movimento 5 Stelle. Il giorno dopo, come “provocazione” per la scarsa solidarietà offerta a Salvini, il Tempo pubblica lo stesso fotomontaggio ma con la presidente della Camera Laura Boldrini al posto di Salvini. Vittorio Feltri si complimenta caldamente col direttore Gian Marco Chiocci per l’iniziativa.

FACCE. «Non abbiamo paura di sparire, noi! Ma di avere un parlamento con le solite facce di cazzo!» (il senatore Sergio Puglia, segretario di gruppo dei M5S, in Aula al Senato).

MAIALI. In estate la pagina Facebook Club Luigi Di Maio pubblica una foto di Emanuele Fiano accanto all’immagine di un suino. Di Maio si dissocia subito. Dei 72 mila del club, scrive la Stampa, fa parte almeno un suo amico di sempre: Dario De Falco, già compagno di liceo e di università, oggi nel comitato elettorale ristretto che si occuperà di raccogliere i fondi per la corsa dei Cinque stelle verso le politiche.

ASSASSINI. «Il treno di Renzi non ha ucciso nessuno perché Renzi non ha un treno. La macchina di Grillo invece una famiglia l’ha davvero sterminata». Così recita una card postata dalla pagina facebook Per Matteo Renzi insieme, pro-Pd ma (come per i Cinque stelle) non ufficialmente collegata alla comunicazione dem. Il riferimento è all’incidente che a fine novembre aveva coinvolto una quarantatreenne di Civita Castellana, investita dal treno noleggiato per la campagna elettorale di Renzi, contrapposto all’incidente stradale per il quale il fondatore del M5S è stato condannato per omicidio colposo in Cassazione.

VOLONTÀ PORCA. «Criminali dalla volontà porca, direi genetica, figli del Porcellum. Vi riproducete con le porcate, fate ammucchiate elettorali per grufolare voti. Ma se vi ripugna il parallelo, torno a chiamarvi cri-mi-na-li» (il senatore M5S Sergio Endrizzi, in aula al senato).

VIVI. «Rosato facciamo un patto, se questa legge sarà cassata dalla Consulta, noi ti bruceremo vivo, ok?». (Tweet contro il Pd, Ettore Rosato, scritto da Angelo Parisi, M5S).

DECAPITATI. A settembre, Torino, i manifestanti anti G7 decapitano due fantocci: uno col volto di Matteo Renzi, l’altro con quello del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Sempre a Torino, ma a maggio, durante la Cannabis Parade, si esibiscono manichini di poliziotti investiti da un furgone. A Rho, fine ottobre, il fantoccio del ministro dell’Interno Marco Minniti, in giacca e cravatta, gli abiti riempiti come quelli di uno spaventapasseri, sul volto la sua foto, e quello del leader della Lega Matteo Salvini, in felpa verde e pantaloni di una tuta, vengono trovati davanti le sedi di Pd e Lega accanto a un cartello firmato “Brigate moleste”. Accanto al fantoccio del titolare del Viminale la scritta in stampatello «Minniti fascista- Fate leggi contro il fascismo, ma avete il Duce come ministro degli interni».

CAPOCCIATE. In piena campagna elettorale a Ostia Roberto Spada, incensurato dell’omonimo clan, in favore di telecamera spacca con una testata il setto nasale al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi.

Daniele Piervincenzi, inviato del programma di Rai2 Nemo, è stato colpito al volto con una violenta testata da Roberto Spada, titolare di una palestra e fratello del boss Carmine, condannato a 10 anni di carcere. Piervincenzi, che stava incalzando Spada sul suo "endorsement" per il candidato di Casapound Luca Marsella, ha riportato la frattura del setto nasale ed è stato sottoposto a un intervento d'urgenza. Durante l'aggressione, Spada ha utilizzato anche una mazza con la quale ha colpito anche l'operatore della troupe. Sul suo profilo Facebook, Spada ha poi riportato la sua versione dei fattiVideo da Nemo - Rai2.

VOMITARE. «Questo è sequestro di persona, io vi mangerei soltanto per il gusto di vomitarvi, voi siete i principi del pettegolezzo, quindi non mi coinvolgerete più». Lo afferma, uscendo dall’hotel Forum, Beppe Grillo rivolgendosi ai cronisti che lo attendevano. «Un minimo di vergogna voi la percepite per il mestiere di che fate, sì o no?». (Ansa 19 settembre 2017).

MATTONI. Quattro aggressioni in venti giorni per l’inviato di Striscia la notizia Vittorio Brumotti e la sua troupe, nel corso di servizi sullo spaccio di droga. Il 15 novembre li avevano puntati alcuni pusher stranieri nel parco bolognese della Montagola. Quindici giorni dopo nello stesso parco nuova aggressione. Il 22 novembre, l’inviato di Striscia ed i suoi operatori erano stati aggrediti a Padova, vicino alla stazione. L’ultima, il 2 dicembre nel popolare quartiere romano di San Basilio, una delle piazze dello spaccio della Capitale: Brumotti tentava di fare interviste, un uomo incappucciato si è messo a lanciare mattoni, insulti dai palazzi adiacenti, due spari, aperta un’inchiesta.

OMINO. «Taci omino da quattro soldi, le ore son contate», «Ottimo messaggio», «muori». Sono alcuni degli insulti ricevuti via Facebook a inizio dicembre dal sindaco di Pesaro Matteo Ricci, colpevole di aver negato una sala del comune a Casa Pound per la presentazione del libro di un disabile. Ora è sotto scorta.

FAKE. Tra tante, due recenti. Su Facebook un utente che ha come foto profilo un simbolo pro M5S, condivide una foto che ritrae Boldrini, Boschi e altri esponenti dem a un funerale, con il commento: «Guardate chi c’era a dare l’ultimo saluto a Totò Riina». Mille condivisioni in poche ore, per una cosa mai avvenuta. Il funerale in realtà era quello di Emmanuel, il nigeriano massacrato di botte a Fermo un anno e mezzo fa, per aver provato a difendere la moglie dai razzisti. L’altra: il 29 ottobre la pagina Facebook “Fiamma Nazionale” condivide una vecchia bufala pubblicata nel 2016 nel sito Adessobasta.org, secondo la quale Cecile Kyenge avrebbe detto no ai mercatini di natale, offendono le altre religioni. Il commento più leggero: «Vattene a casa tua».

PIAZZA FORCONA. Alessandro Di Battista sommerso di fischi e insulti dopo essersi presentato a piazza Montecitorio per arringare una piazza che credeva grillina, e invece era dei forconi: «Vattene via, servo di Goldman Sachs», l’offesa più bruciante. Il giorno appresso Vittorio Di Battista, Dibba padre, ha tentato di picchiare il generale dei forconi Antonio Pappalardo: schiaffo mancato. Alessandro Di Battista, convinto di rivolgersi ai militanti pentastellati che protestano in piazza Montecitorio dalla mattina, arringa la folla che manifesta davanti alla Camera. Invece dei sostenitori del Movimento 5 stelle, però, si trova davanti i simpatizzanti del Movimento di Liberazione Italia guidato dall'ex generale Antonio Pappalardo. Di Battista viene accolto con fischi e contestazioni. I seguaci di Pappalardo infatti considerano le posizioni del M5s troppo morbide. Per loro tutti i parlamentari sono abusivi a seguito della sentenza che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum che ha portato alla loro elezione.

PIAZZA DIVISA. Dieci dicembre, piazza Santi Apostoli, due manifestazioni in contemporanea. Da un lato il popolo della Lega contro lo Ius soli davanti alla Basilica, dove da quattro mesi vivono accampate nell’atrio 60 famiglie sgomberate a Cinecittà. Dall’altro lato i movimenti per il diritto alla casa e i migranti manifestano (non autorizzati) a sostegno degli sfollati e contro la Lega: «Salvini Roma non ti vuole» e «Odio la lega», tra gli slogan. In mezzo, un blindato della polizia.

ORTICA. Cavalcavia Buccari, al quartiere Ortica, dove studenti, abitanti e gli artisti di zona avevano scritto a grandi lettere: “Bella Ciao Milano”, per festeggiare i 70 anni della resistenza. In una notte di dicembre, qualcuno ha cambiato il murale in un inno fascista: «Duce a noi».

PATATE. Alcuni titoli recenti da Libero, che ne ha fatto un genere. «Dopo la miseria portano le malattie»; «Bastardi islamici», all’indomani delle stragi di Parigi; «Italia 1 - Germania 0», dopo l’uccisione dell’attentatore tunisino al mercatino di Natale di Berlino. Per il filone donne, dopo «Veronica Velina ingrata», «La patata bollente, vita agrodolce della Raggi». «Provocazione per l’otto marzo. Più patate, meno mimose»; «Dal burqua alla museruola».

BANDIERE. In mezzo a tante fake news autentiche, l’esposizione alla caserma Baldissera di Firenze della bandiera del secondo Reich e il tentativo di farla passare come una gaffe storica o addirittura una bufala. La ministra della Difesa, Roberta Pinotti: “Ho condannato con nettezza l’esposizione della bandiera neonazista, da quel momento sono stata ricoperta da insulti e minacce di ogni tipo da parte di chi vorrebbe far credere che in realtà quella bandiera sia semplicemente una vessillo della Marina imperiale tedesca”.

TERRORISTI. “Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione” (Alessandro di Battista, sul blog di Grillo, 2014).

STUPRI. «Confessione. Ho fatto fatica a scopare quelle che la davano volentieri, come potrei stuprare una che non ci sta? Superiore alle mie forze» (tweet di Vittorio Feltri per sminuire la campagna #metoo. Ottiene subito 175 retweet e 773 “mi piace”).

VIOLENZE. «Quando una prima acconsente e poi se ne pente, toglie credibilità alle storie delle donne che veramente vengono violentate» (Vladimir Luxuria a Carta Bianca, per sminuire la denuncia delle molestie subite da Asia Argento da parte di Weinstein).

ARRESTIAMOLI TUTTI. «Questi parlamentari, usurpatori di potere politico li arresteremo noi, perché noi siamo dalla parte della legge. Questi sono golpisti, gentaglia, delinquenti che stanno rubando i soldi del nostro paese e stanno affamando il popolo italiano». Il generale dei Forconi Antonio Pappalardo, capo del Movimento per la liberazione dell’Italia, nel videomessaggio sul proprio sito.

LA REPUBBLICA DEGLI INSULTI.

Insultario della Terza Repubblica. Gli scambi proibiti tra alleati e politici, scrive Alessandro Gnocchi, Venerdì 29/06/2018, su "Il Giornale".  L'economia sarà un po' ferma, ai Mondiali non partecipiamo, però tutto sommato c'è un settore che non smette mai di produrre perle: quello degli insulti politici. Ecco quindi un piccolo «insultario», dalle baruffe della Terza Repubblica. Senza pretese di completezza, con qualche licenza cronologica e ricordando l'insuperabile Insultario pubblico di Claudio Quarantotto.

EICHMANN «Salvini è l'Eichmann italiano» (Furio Colombo).

HITLER «Berlusconi come Mubarak e Gheddafi? No, intellettualmente parlando il paragone potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni» (Umberto Eco).

IGNORANZA «Di Maio è di una pochezza e d'una ignoranza difficilmente eguagliabili» (Matteo Salvini).

CURRICULUM «Gli insulti di Salvini? Li metto nel curriculum» (Luigi Di Maio).

XENOFOBO «Salvini è xenofobo» (Luigi De Magistris).

RAZZISTA «Salvini è razzista, voglio andarmene dall'Italia» (Gino Strada).

SOVRANISTA «I sovranisti Trump e Salvini fanno a gara per vincere il primato della disumanità allo scopo di sviare l'opinione pubblica dalle inchieste scottanti che li riguardano» (Laura Boldrini).

PIDIOTI I seguaci del Pd secondo i Grullini.

GRULLINI I seguaci dei 5 stelle, secondo i Pidioti.

VOMITO «Vi mangio e poi vi vomito» (Beppe Grillo sui giornalisti).

VOMITEVOLE «Italia vomitevole sui migranti» (Emmanuel Macron).

POPULISTA «I populisti sono come la lebbra» (Macron). Infatti l'insulto, di moda da qualche tempo, ha infettato l'intero arco costituzionale. Matteo Salvini è un populista di destra. Matteo Renzi è un populista di sinistra. Giorgia Meloni è populista per tradizione. Silvio Berlusconi è spesso ritratto come il padre nobile del populismo italiano ma ha denunciato i rischi di una deriva populista. Beppe Grillo ha scritto sul blog di essere «fieramente populista». Poi ci ha ripensato: populisti sono tutti gli altri. E la Chiesa? Il segretario della Cei, Nunzio Galantino, ha sintetizzato così il rischio che corre l'Italia: «Combattere il populismo col populismo».

IPOCRITA «La vera lebbra è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale» (Luigi Di Maio).

PIPPE «Abbiamo visto emergere un trio, il Di Battista, il Luigino Di Maio e il Fico oggi si rivelano nelle vesti proprie tre mezze pippe, dei miracolati» (Vincenzo De Luca).

VAFFA Beppe Grillo ha sdoganato l'insulto politico. Il Vaffa è stato a lungo l'unico punto del programma 5 stelle. Interminabile l'elenco degli insulti di Grillo. Bersani: «Un morto che parla», Berlusconi: «Psiconano», Brunetta: «Brunettolo», Lupi: «La figlia di Fantozzi», Monti: «Un mendicante», Prodi: «Alzheimer», Veltroni: «Topo Gigio», Napolitano: «salma», Matteo Renzi: «schiocchino», «pupazzo», «falso bambinone», «bamboccio», «l'ebetino di Firenze», «scrofa ferita», «serial killer»; il Pd in crisi: «diarrea nauseante».

CULO La minoranza Pd «fa ridere» perché «hanno leccato il culo per cinque anni al capo approvando ogni porcheria solo per avere una poltrona e ora gridano allo scandalo perché sono stati fatti fuori» (Alessandro di Battista)

CALCI «Se mai la Fornero passerà da Pontida mi auguro che la prendiate a calci nel culo per 10 chilometri» (Matteo Salvini a Pontida)

CACCA «Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire» (Paola Taverna ai deputati Pd)

CESSO «I Cinque Stelle sono gente buona a nulla: a Mediaset li prenderei per pulire i cessi» (Silvio Berlusconi).

FOGNE «La destra torni nelle fogne invece di dare lezioni di democrazia» (Ignazio Marino).

SPAZZATURA «L'Alto-Adige non è una discarica di rifiuti politici» (Alessandro di Battista «allude» a Maria Elena Boschi, candidata a Bolzano)

PARANOICO «Salvini è solo un paranoico, la mia riforma non si può cambiare» (Elsa Fornero)

PREGIUDICATO Grillo è «un pregiudicato che dà ordini da un villaggio turistico alla moda sul mare africano» (Matteo Renzi).

MILIONARIO Grillo è «un milionario in pantofole che istiga all'odio» (Francesco Boccia).

CROCE ROSSA «Non vorrei più parlare di Renzi, sembro uno che spara sulla Croce Rossa» (Michele Emiliano).

POVERINA «È una poverina, mi fa pena e tenerezza. Spero sia presidente della Camera ancora per poco, verrà sommersa da 100 mila persone che protesteranno a Milano per fermare Mare Nostrum». (Matteo Salvini su Laura Boldrini)

FASCISTA «Frasi del tipo: siete dei cadaveri ambulanti, vi seppelliremo vivi e così via, sono le frasi di un linguaggio fascista, così come lo abbiamo conosciuto in Italia». (Pier Luigi Bersani sul Movimento 5 stelle)

BELLEZZA «Signora Bindi, devo dirle che mi fa piacere parlare con lei. È più bella che intelligente» (Silvio Berlusconi).

LUMACHE Gli eredi della Democrazia Cristiana sono «lumaconi bavosi e schifosi» (Umberto Bossi).

VERME «Un presidente del consiglio che usa un bambino per la sua campagna elettorale è un verme» (Matteo Salvini su Matteo Renzi)

SCIACALLO «Santoro e Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così alimenta odio e merita solo disprezzo» (Maurizio Gasparri).

CAPRA «Capra! Capra! Capra!» (Vittorio Sgarbi contro tutti)

CAPRETTA «Domani sarò a Laterina (il paese di Boschi, ndr) ma non la troverò lì, l'hanno spedita a Bolzano vestita da Heidi per fare ciao alle caprette» (Alessandro di Battista)

MAIALE «Maiale, vattene» (Francesco Storace a Gianfranco Fini)

QUOTE DE ROSA «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i p....ni» (il grillino Felice De Rosa alle deputate del Pd).

ASOR ROSA «Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale stato d'emergenza, si avvale, più che di manifestanti generosi, dei carabinieri e della polizia di stato congela le camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'italia alla sua più profonda vocazione democratica». (Alberto Asor Rosa invoca il golpe)

MARIA ETRURIA BOSCHI «Il Pd è una banca, e come alcune banche gestisce in modo torbido i nostri soldi e piazza prodotti tossici come il Jobs Act e queste riforme costituzionali» (Alessandro di Battista)

COMPARSE «Il Pd è morto. Ad ucciderlo non sono stati i Franceschini, le Boschi, i Renzi o i Gentiloni. Costoro sono comparse già finite nell'oblio» (Alessandro di Battista).

BUFFONE «Buffone ... Sono felice di essere sommato tra gli ultimi che odia e su cui fa propaganda politica. Teatro, senza dare alcuna vera risposta. Salvini oggi è definibile ministro della malavita» (Roberto Saviano su Matteo Salvini).

ATTICO «Sentire le omelie di Saviano dal suo patrizio attico di New York fa un effetto spaesante da un certo di punto di vista, perché rivela la distanza abissale che si è prodotta fra gli intellettuali della sinistra e le masse popolari dei lavoratori» (Diego Fusaro su Roberto Saviano).

VALORI «Non sto accusando Napolitano di essere un uomo senza princìpi purtroppo li ha» (Renato Brunetta su Giorgio Napolitano)

PUPAZZO «Conte non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti» (Graziano Delrio)

L'Italia è un Paese fondato sull'insulto: da noi il dibattito online più violento d'Europa. I risultati di una ricerca esclusiva che ha coinvolto 4 paesi sui commenti nei profili dei politici. Da cui emerge quanto siano tossiche le conversazioni in Rete. Soprattutto grazie a leader come Salvini che aizzano i follower, scrivono Mauro Munafò e Francesca Sironi il 29 maggio 2018 su "L'Espresso".

Matteo Salvini è il politico europeo che riceve più commenti online. La nuova democrazia degli sciami ha preso casa. Le due forze politiche che hanno provato a formare in questi giorni un governo comune hanno già molto in comune, e da tempo, sul web. Nella realtà ormai concreta della Polis digitale e dei suoi sciami d’opinione, d’odio e d’amore via internet, Lega e 5 Stelle non rappresentano un’avanguardia solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono infatti i politici più attivi sui social network, quelli che pubblicano con maggiore frequenza, che ricevono più risposte e condivisioni, i candidati che avevano già sancito per successo di clic il loro exploit alle urne. Nel nostro paese, certo. Ma hanno un primato anche rispetto ai loro omologhi tedeschi, francesi e svizzeri, in quanto ad attivismo digital. Il “Ruspa” può vantare poi un altro record nel continente. La coalizione di centrodestra con cui è stato eletto batte infatti tutti gli avversari in quanto a tossicità delle conversazioni: il 9,2 per cento dei commenti condivisi sui profili dell’ormai ex asse elettorale è un insulto o un’offesa nei confronti di altri, degli «invasori mercenari di Soros» dei «clandestini che distruggono Firenze» di «quella mucca con i capelli viola» (una signora che contestava il sindacato di polizia), dello «strozzinaggio e potere bancario». I messaggi sulle loro pagine sfrigolano disprezzo, avversioni e fantasmi in misura maggiore di quanto accada, per dire, sui social del gruppo parlamentare del Front National, in Francia. Se in tutta Europa la voce dell’estrema destra sembra così più propensa ad aggregare e sparpagliare veleno web rispetto alle altre formazioni, in Italia questo accade con particolare intensità. Sono alcuni dei risultati di una ricerca esclusiva condotta dall’Espresso insieme a un team di giornalisti internazionali. Partendo da un campione randomizzato, statisticamente significativo, di 320 politici, uomini e donne, in Italia, Francia, Germania e Svizzera, sono stati raccolti in maniera casuale i commenti che hanno ricevuto i deputati sui propri profili pubblici Twitter e Facebook per quattro settimane, dal 21 febbraio al 21 marzo 2018. A questo nucleo sono state aggiunte le conversazioni di 10 leader di partito in ogni paese. Sono stati così esaminati oltre 40 mila messaggi per valutarne l’aggressività, sulla base di una scala elaborata da “Articolo 19”, un’organizzazione che lavora sulla libertà d’espressione in Rete. Ogni insulto è stato quindi indicizzato sulla base di alcune categorie, dall’antisemitismo all’omofobia al sessismo. Fra le prime conclusioni di questo lavoro di analisi c’è una sorpresa positiva: i commenti tossici sono meno del sei per cento del totale. In Italia e Francia la conversazione digitale è più inquinata che negli altri due paesi. Ma resta comunque sotto controllo. Mediamente la conversazione online, sulle pagine dei politici, è insomma abbastanza serena o moderata. Scorre quieta fra il sostegno e la chiacchiera, fra l’indifferenza e il «vergogna» di passaggio. L’aggressività non è trasversale, non è un dato comune e costante del rapporto fra il “popolo del web” e i propri eletti. Piuttosto: si concentra. Si coagula su target o argomenti ben precisi, contro cui lo sciame si rafforza e si amplifica.

No Vax, no casta, no donne. Un esempio è quanto accaduto a Beatrice Lorenzin. Il 22,7 per cento delle parole che le sono state rivolte sui social nel mese del monitoraggio svolto dall’Espresso insieme ai colleghi europei suonavano al tono di «Bastarda bastarda bastarda» o del più grave «Ti maledirò finché avrò un alito di respiro» per la legge sui vaccini. Decine e decine di frecce. Sulla scia della stessa avversione, spesso pronta a virare in vere e proprie minacce di morte, è finito anche un suo compagno di partito: Paolo Alli. Contro di lui le frange anti-vaccini sono arrivate a scrivere post quali: «Lorenzin e Alli. Per avere tradito l’Italia e gli italiani una sola soluzione: fucilazione». Ci sono spigoli del dibattito che più di altri forgiano parole ostili. In Germania il risentimento è dominato dallo spettro anti-immigrati. In Francia le offese aumentano con il sessismo. In Italia sono vere entrambe. Nei confronti di Maria Elena Boschi ad esempio abbondano le reazioni pubbliche che vanno dal «sei bellissima!» al «Sei solo gnocca», a «Perizoma please!!» fino al «La aspetto sempre tra sei mesi sulla statale...». Nel campione della ricerca non sono state trovate differenze sostanziali per quanto riguarda il numero di offese personali rivolte alle donne rispetto a quelle inviate agli uomini. Ma quando si guarda alle deputate con maggiore visibilità l’aumento è rilevante sia in Italia che in Francia. Le donne politiche più in vista ricevono cioè molti più insulti dei loro pari maschi. È molto più facile trovare così attacchi come «Vergognosa PARASSITA radical chic!» o: «Vada a fare la casalinga che è più consono alla sua natura» sotto una riflessione di Anna Finocchiaro, di quanto accada per un suo collega di partito.

Le voci dei capi. Se il sessismo è una sponda facile da cui salire all’attacco, ancora più semplice è attorcigliare la lingua quando il tema batte sulla consueta divisione noi-e-loro. «Pure l’immigrante climatico vogliono portare!», lamenta un seguace di Salvini su Twitter; «Ha la pistola… doveva sparargli», si augura un altro rispondendo al leader che commentava: «Prima in galera, poi espulso nel suo Paese. Basta!!!» in calce a un episodio di molestie di cui era stata vittima una carabiniera di Milano. Il catalogo è scadente e arcinoto. E si inzeppa di «piani Kalergi», «bombe nucleari sulla Libia», «No niente galera solo tante legnate» sempre in risposta a un commento del capo che recitava: «Prima galera, poi castrazione chimica, poi espulsione!». È un cupo gioco al rialzo: «La tossicità arriva spesso dall’alto, dagli stessi leader e partiti politici», ricorda Leonardo Bianchi, autore del saggio “La Gente” pubblicato da minimum fax: «Sui social le persone si sentono legittimate a esprimersi in un certo modo», seguendo le orme dell’intolleranza. «Purtroppo bisogna riconoscere che quel linguaggio ha pagato», riflette Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia, autore di uno dei post più divisivi tracciati dalla ricerca: un semplice manifesto elettorale accompagnato da un incoraggiamento. «Era la prima volta che pubblicizzavo un post su Facebook, e sono rimasto sconvolto dagli insulti che ho letto», racconta, contro Giorgia Meloni - «Vai a fare la mamma», «fotoshopp... leccaculo di Berlusconi...» - e contro di lui. «Sono persone frustrate», dice. Il cui linguaggio è però avallato spesso dall’alto. Ma quando la guida del suo partito parla di “feccia umana” rispetto a due stranieri, per Cirielli, «si tratta solo di una valutazione politica». Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, parlando del suo libro “L’odio online” in un intervento su DoppioZero, ricordava chiaramente: «Il politico che parla, per la sua posizione, dovrebbe avere una maggiore responsabilità: il suo potere diffusivo di pregiudizi nei confronti, ad esempio, di un gruppo preso di mira è assai ampio grazie alla camera di risonanza fornita dai mass media di cui può, in ogni momento, usufruire». Ma l’esercizio di quella responsabilità sconta il successo del suo esatto contrario.

Social Fascismo. Gli “immigrati”, i vaccini, le donne. E poi gli sciami si scagliano di volta in volta contro banche, complotti, finanziamenti occulti, o genericamente contro i politici. In un ricco intervento su Nuova Rivista Letteraria ripreso da “Giap”, Alberto Prunetti definiva il linguaggio di questi sciami un «trogolo, dove sono miscelati pastoni e retoriche un tempo considerate altamente tossiche, oggi sdoganate», da un «fascismo del senso comune» che alimenta raid virtuali contro i nemici del momento. Sandra è una 49enne di Milano che a Emanuele Fiano ha scritto frasi come «Sputatevi in faccia speriamo che i vs fratelli africani vengano cercarvi (sic) presto per farvi stessa festa subita dalla povera Pamela Mastropietro allora sì che gli italiani perbene festeggeranno davvero», tutto in stampatello. Oggi risponde cortese alle nostre domande. «Sono una persona tranquilla», dice: «Ma dal 2011 la mia vita professionale è andata peggiorando». È da lì, sostiene, che le è salito l’odio per «questi politicanti di sinistra che tutto facevano tranne tutelare i cittadini italiani. Quando lei sente un politico che inventa problemi come il fascismo che non esistono per distogliere la gente da quelli veri, una qualunque persona di buon senso non può che arrabbiarsi». Che il fascismo sia però tutt’altro che una malattia immaginaria lo racconta la filigrana molto più esplicita politicamente di un altro degli sciami intercettati dalla ricerca. Davide Mattiello a febbraio è un parlamentare uscente e candidato Pd a Torino. «Questa mattina ho presentato un esposto in Procura nei confronti delle organizzazioni politiche Forza Nuova e Casa Pound», scrive il 22 sui social network: «Perché credo che le suddette organizzazioni integrino la fattispecie di reato contenuta nella legge Scelba». Basta a spalancare lo Stige. «Fanculo w il DUCE» è una delle reazioni più caute, le altre scadono nell’omofobia più greve o nei «comunista di merda» fino ai «Perché non ti impicchi?». «Non mi sono mai preoccupato per questi commenti», racconta ora lui: «Fa parte del mio dovere politico, credo, manifestare il mio pensiero nelle piazze dove si trova la gente. E oggi queste sono i social network. Io ci sto con la consapevolezza della loro conflittualità». Ma sono piazze dove le voci che si fanno sentire alla gran cassa sono però monocordi. Dove l’intolleranza, gli “a Noi!” e le paranoie securitarie vanno per la maggiore. «È una tendenza che riguarda tutte le democrazie liberali in Occidente», ragiona Leonardo Bianchi: «Nessuno sa come proporre contronarrazioni all’egemonia di discorsi che trattano l’immigrazione ad esempio attraverso le stesse immagini di “barconi” o “invasioni” da trent’anni. E con il crollo dei partiti social democratici il vuoto viene riempito da chi ha le idee più chiare o dice di averle». Così le conversazioni in rete si fanno prima terra di conquista. Praterie intere di propaganda dove sciamare.

Oasi grillina. Al riparo da questi stormi ostili sta il movimento che al web è legato dalla culla. Solo lo 0,5 per cento dei commenti scritti sulle pagine dei politici del Movimento 5 Stelle è offensivo personalmente nei loro confronti, il 3,3 nei confronti d’altri. È direttamente sulle pagine dei politici avversari che si va magari a pubblicare una fila di stelle come segno di riconoscimento, allora, oppure a indicare, condannare, offendere. Sotto i flussi dei “propri” rappresentanti eletti prevale invece l’appartenenza, l’entusiasmo, la comunità. E pochi si insinuano in quelle oasi per svuotare reciproci sacchi di fiele. Con chi si interfacciano allora, i politici in rete? Solo con chi li blandisce o li vitupera? Le eccezioni esistono. Nel campione analizzato dalla ricerca un esempio è quello di Stefano Quintarelli. Un esperto informatico, imprenditore, ex deputato, che alimenta lunghe conversazioni anche su temi ostici come l’identità digitale. Dove non si registrano risse. Ma sono una rarità. Per il resto i thread sembrano un fiorire di cuori e entusiasmo, di conferme quindi, in gran parte. Oppure di insulti, in quel sei per cento di sciami all’attacco dai pulpiti rumorosi delle nuove piazze digitali dove, come diceva Danny Wallace in un’intervista a “D di Repubblica”: «O attacchi, o sei attaccato, o taci».

La ricerca è stata realizzata dall’Espresso insieme a Rania Wazir; Vincent Coquaz; Alexander Fanta, Marie Bröckling, Julian Pütz e Leo Thüer per netzpolitik.org; Alison Langley per Deutsche Welle. 

Nota: Sono stati analizzati oltre 40mila messaggi randomizzati ricevuti da 360 politici di Italia, Germania, Francia e Svizzera. I post sono stati valutati su una scala che va dai commenti neutrali (0), a quelli molto scortesi (1), alle offese esplicite (2) fino al discorso d'odio (3).

Il Diffamatore e l'Assassino. La gang degli anti-Berlusconi pensa che l'Italia debba essere il Paese dei (loro) balocchi. Sono solo degli illusi, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 29/04/2018, su "Il Giornale". Avete presente quelli che fanno una battuta e la ripetono all'infinito sperando faccia sempre più ridere e non si accorgono che dopo un po' la gente ride sì, ma di loro? Ecco, il Fatto Quotidiano e Marco Travaglio sono su questa china dell'informazione-barzelletta che fa ridere solo loro. Hanno scoperto che in una sentenza un giudice esprime, al riparo dell'immunità professionale, un proprio parere su Silvio Berlusconi, definendo il Cavaliere un «delinquente». Bene, da allora ogni due per tre piazzano la parola «Delinquente», con la «D» maiuscola perché la classe non è acqua, al posto di «Berlusconi» nel titolo di prima pagina. Lo hanno fatto anche ieri, con «Il Pd preferisce il Delinquente», immaginiamo rispetto a quell'«assassino» di Beppe Grillo nella trattativa per formare il nuovo governo. Con la differenza che mentre «delinquente» è l'opinione non richiesta di un magistrato, «assassino» è un fatto accaduto, confermato con sentenza definitiva dalla Corte di cassazione. Ma andiamo oltre. Se una persona può essere denigrata in base al contenuto di una sentenza, allora posso sostenere che Marco Travaglio non è un giornalista ma un «diffamatore», avendo lui perso tante cause per diffamazione, soprattutto una in cui aveva dato del mafioso a Cesare Previti e di conseguenza a Berlusconi. Il Diffamatore (D maiuscola per par condicio) secondo una sentenza della Corte europea (a cui fece ricorso sperando di sfangarla), aveva manomesso degli atti giudiziari pubblicando solo la parte che a lui faceva comodo, un po' come il suo amico carabiniere di Napoli che voleva incastrare il papà di Renzi con intercettazioni taroccate. Il Diffamatore T. dice anche che bene fa Di Maio a voler mettere le mani su Mediaset, perché è assurdo che un leader politico possegga mezzi di informazione. Nella sua foga accusatrice, il Diffamatore T. scorda che il suo amico Assassino G. (Beppe Grillo, per chi si fosse perso, ndr) e il di lui socio Casaleggio jr sono contemporaneamente proprietari di un partito (i Cinquestelle) e di due siti di informazione (mascherati da blog) tra i più seguiti in Italia. Ovviamente non penso che il Diffamatore T. ritenga questo un pericoloso conflitto di interessi su cui «mettere mano». Perché il Diffamatore T. e l'Assassino G. pensano di essere i più furbi di tutti, tipo il Gatto e la Volpe di Pinocchio. E che l'Italia debba essere il Paese dei (loro) balocchi. Illusi.

La repubblica degli insulti. I due politici alla fine di una dura campagna elettorale si strinsero la mano. Era il ‘76: Dc e Pci se le dettero di santa ragione. Poi Moro e Berlinguer sedettero allo stesso tavolo, scrive Aldo Varano il 28 Aprile 2018 su "Il Dubbio". È un argomento inedito quel che furoreggia sui social, ma anche nelle dichiarazioni di stimati esponenti e vecchi marpioni della politica italiana. Si sostiene: non si può fare alcun accordo con chi in passato ti ha insultato dicendo di te peste e corna. E ancora: quale credibilità ci sarebbe tra alleati di governo dopo valanghe di accuse e insulti che ci si è rovesciati addosso? Lo gridano pezzi del Pd e del M5s (e anche della Lega e del centro destra) con una furia senza precedenti. Eppure è quasi impossibile trovare tra gli accordi politici dei decenni scorsi qualche accordo che non sia stato preceduto da segni di disistima, polemiche roventi, insulti feroci. Nella politica italiana, fin qui, il “Non possumus” è scattato solo per radicali divergenze ideali e culturali (fascismo-antifascismo; comunismo- anticomunismo), diversità nette sulla collocazione internazionale del paese (Nato- Fuori dalla Nato) o insuperabili diversità programmatiche. Su tutto il resto, insulti compresi, è stata sufficiente sempre un’alzata di spalle. Io me la ricordo la campagna elettorale del 1976, e anche la sua conclusione fissata dalla foto in bianco e nero di un Enrico Berlinguer, fisicamente sempre più striminzito, e un Aldo Moro, con la penna bianca in testa sempre più larga, che si stringono la mano separati dal tavolo. Erano i leader dei principali schieramenti, entrambi convinti da tempo che sarebbe stata necessaria una mediazione e una qualche forma d’accordo tra Pci e Dc per impedire l’implosione del paese. Berlinguer, dopo che Pinochet ha affogato nel sangue la democrazia cilena, è convinto che il Pci non riuscirebbe a governare neanche col 51%. Moro è leader di un partito considerato in declino dopo il disastro delle elezioni comunali dell’anno prima quando i comunisti hanno registrato un picco vertiginoso che sembra annunciare il realizzarsi dell’incubo dell’intera politica italiana: il “sorpasso” dei comunisti sui democristiani. Moro deve poi fare i conti con un’agguerrita opposizione contraria a rapporti col Pci che comprende anche Andreotti, già capo del governo che ha tentato il rilancio del Centrismo. In un clima di crescenti tensioni scandite dal sangue dei terrorismi rosso e nero, dal dilagare di omicidi, scandali e stragi di Stato (vere o presunte), Moro e Berlinguer misurano gesti e parole. Ma i rispettivi eserciti, nel 1976, non ne vogliono sapere. Lo scontro con l’avvicinarsi delle elezioni diventerà cattivo e feroce. L’ultimo governo del paese, diretto da Moro, è durato solo 70 giorni per lo sgambetto degli avversari Dc di Moro di ripristinare l’aborto come reato. Il 30 aprile il governo cade. Il 2 maggio, tre giorni dopo, Giovanni Leone, presidente della repubblica, scioglie le Camere e fissa le elezioni per il 20 e 21 giugno. La data viene vissuta dagli eserciti della Dc e del Pci come la battaglia finale per vincere la guerra che dura da trent’anni. Truppe e soldati mirano al cuore del nemico con una radicalità nuova e mai tanto intensa dal 1948. I democristiani sono i ladri e si stanno mangiando il paese. Lo scandalo della Lockeed, una fabbrica americana che vende aerei accusata di aver distribuito mazzette ai più potenti esponenti della Dc, non lascia dubbi. I giornali sono pieni di dettagli. La Dc è vecchia e corrotta. Il Pci lo ripete in tutti gli angoli delle strade. Nel giorno delle elezioni Scalfari, che proprio nel ’ 76 ha lanciato Repubblica, cavalca il (presunto) sentire del paese: la Dc «è quella che è e come tale va giudicata. Non è più la Dc il pilastro della democrazia italiana; anzi rischia di esserne il becchino». Il caso Lockeed coinvolge il ministro della difesa il Dc Luigi Gui, ma anche altri potentissimi Dc. Paolo Guzzanti tuona: «Si fanno i nomi di Moro Leone e Rumor». Aggiunge: «Nessuno crede all’ipotesi di Moro…» ma si capisce che gli altri sono “Antilope” lo pseudonimo dei corrotti secondo le voci che arrivano dall’America. Se i Dc vengono accusati nei comizi, nei caseggiati (l’andare di casa in casa per chiedere il voto agli elettori) di essere ladri e corrotti, dal dc vicino di casa al Presidente della Repubblica (che sull’onda dello scandalo poi si dimetterà), la Dc non è da meno ad insulti. Il Pci mette a rischio la libertà e la democrazia del paese. Montanelli riconosce che certo la Dc è quella che è, ma bisogna turarsi il naso e votarla ugualmente. Quelle del 20 giugno infatti non sono normali elezioni, si tratta di decidere – rispetto all’assalto comunista che vuole affossare la democrazia – se continuare a garantire la libertà in Italia o accettare un regime. Si deve scegliere tra i corrotti e i nemici della libertà. E’ questo il groviglio di accuse che avvolge il paese. Nessuno rinuncia a far male agli altri: più e peggio degli insulti. Poi il voto. Il Pci volò altissimo: 34,4% il miglior risultato della sua storia alle politiche. La Dc, smentendo le previsioni schizzò al 38,7. Furono le elezioni dei “due vincitori” che si scontravano nel paese dalla fondazione della Repubblica. Il 31 luglio, 40 giorni dopo, Giulio Andreotti forma il governo. I ministri sono tutti Dc e il governo ha l’appoggio del Pci di Berlinguer. Tra le due date la stretta di mano tra i due leader dei partiti che non si erano mai tanto insultati.

Scontro di inciviltà: ecco la politica dell'odio. Insulti, violenze, minacce.  E intolleranza verso le idee dell’avversario. Che diventa un nemico da distruggere. Così l’Italia va al voto nel modo peggiore, scrive Marco Damilano il 15 dicembre 2017 su "L'Espresso". C’è un bene più prezioso della stabilità di un governo e anche, per fortuna, di una campagna elettorale vinta o persa che in democrazia dovrebbe essere la routine e non un giudizio di Dio? Sì, c’è, è la qualità del dibattito pubblico. La possibilità di riconoscere l’altro: un avversario da battere nelle urne, non un nemico da eliminare. Quando se ne parla appare una questione di educazione, di bon ton, di galateo, una roba da parrucconi, da bigotti custodi delle regole di buon comportamento. Ma non è così, non di mala educación qui si parla, e neppure soltanto dell’avvicinarsi della campagna elettorale. Perché c’è qualcosa di più inquietante e di più profondo. Un’intolleranza al pensiero altrui. Un’ostilità nei confronti di chi non fa parte della tua stretta cerchia dei veri credenti. Una sotterranea volontà di annientare il diverso, come dimostra anche il tentativo di assalto alle redazioni di Espresso e Repubblica del 6 dicembre ad opera di manifestanti del gruppo neo-fascista di Forza Nuova. Un gruppo di militanti mascherati di Forza Nuova hanno fatto irruzione nel cortile di via Cristofotro Colombo, sede dell'Espresso e di Repubblica. Nel video si vede chiaramente uno di questi figuri che lancia un fumogeno contro una delle finestre della redazione. Non preoccupano solo l’attacco, le maschere sul volto come gli attivisti di Anonymous, il megafono che fa subito anni Settanta, gli striscioni e i fumogeni, il vero simbolo di questa stagione perché tutto copre, confonde, occulta in una nuvola di confusione, ma soprattutto le parole spese nel comunicato pubblicato su facebook con gli insulti («infami, pennivendoli, diffusori del verbo immigrazionista») e le minacce: «Roma e l’Italia si difendono con l’azione, spalla a spalla, se necessario a calci e pugni...». Propositi ribaditi l’11 dicembre, in occasione del presidio delle associazioni sotto la sede dei nostri giornali: «Le guardie dell’antifascismo di regime, nemici della patria e traditori, si sono date appuntamento... preferiamo prendervi a schiaffi nelle piazze piuttosto che doverci difendere dalle vostre calunnie». L’annuncio di azioni violente sulla pagina fb di un’organizzazione che si definisce partito politico e che intende candidarsi alle elezioni. La campagna elettorale inizia nel peggiore clima di tensione, tra aggressioni verbali e minacce, segno di una stagione in cui non si vuole più il dialogo con l'altro. Poi sul giornale l'inchiesta sugli affari di Roberto Fiore, leader dei neofascisti Forza Nuova; l'intervista al ministro Carlo Calenda, uno dei personaggi politici del momento; il ritratto di Federico Ghizzoni, ex amministratore di Unicredit e test chiave della Commissione banche; il nuovo divismo della società contemporanea e le sue strategie. Si può tentare in modo rassicurante di isolare il fenomeno e di ridurlo a un gruppo di ragazzotti, al balzo sulla scena mediatica di un ormai attempato capo fascista, quel Roberto Fiore che nel 2006 aveva provato a entrare in Parlamento grazie all’accordo tra Alessandra Mussolini e Silvio Berlusconi, bloccato dalla reazione degli alleati del Cavaliere (Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini). E poi si può allargare la condanna al gruppo rivale di Forza Nuova, l’altra scheggia di estrema destra Casa Pound, il cui leader Simone Di Stefano meno di tre anni fa, il 28 febbraio 2015, salì sul palco di piazza del Popolo accanto a Matteo Salvini (oggi il leader leghista candidato premier lo dimentica e fa lo schizzinoso: «Io certi voti non li prendo»). Inchiesta della magistratura dopo l'azione intimidatoria di dodici camerati. E sui social network tanta solidarietà alla redazione dell'Espresso. Ma non si fermano i vergognosi attacchi. Intanto Fiore scrive a Minniti: «Perché si dà la colpa a me?» Ma sarebbe un errore circoscrivere. Perché insulti, aggressioni, minacce, gli attacchi squadristi che escono dal virtuale e si fanno reali si muovono in un contesto accogliente per le loro scorribande, amichevole, friendly. Da mesi si rincorrono sul web e nei talk televisivi inviti ad asfaltare, cancellare, polverizzare, bruciare vivi gli esponenti di un altro partito. Si invoca la fine di Aldo Moro, rapito e assassinato nel bagagliaio di un’auto quarant’anni fa, ora per Matteo Salvini ora per Laura Boldrini, sul web o sulla prima pagina di una gloriosa testata, il Tempo di Roma, che un tempo fu soavemente diretta da Gianni Letta. Le testate reali contro un cronista delle Iene davanti alle telecamere del familiare di un clan mafioso a Ostia e gli inviti virtuali a masticarli e vomitarli da parte del fondatore del più votato partito politico italiano (stando ai sondaggi), Beppe Grillo e M5S. Non è finita, perché la delegittimazione reciproca rimbalza dalle piazze virtuali alle aule parlamentari, dalla base al vertice, dal basso - per così dire - verso l’alto, con la legislatura che si conclude nel peggiore dei modi, con lo spettacolo della commissione di inchiesta sulle banche che inghiotte e divora quel che resta della credibilità della Banca d’Italia, di un pezzo di magistratura (ad esempio la procura di Arezzo) e i partiti in campo interessati a distruggere ognuno per parte sua un pezzetto di istituzione pur di portare a casa un brandello di vittoria. E poi l’inchiesta sui carabinieri infedeli che truccano le carte sull’inchiesta Consip per incastrare Matteo Renzi. E quel magistrato consigliere di Stato che usa e abusa della sua posizione per organizzare corsi di formazione che con la scienza e il diritto hanno poco a che fare e che si sente come Albert Einstein, un genio incompreso. «Non si può essere violenti con chi pensa cose diverse da noi. Passato questo limite non si torna più indietro». Il ministro critica duramente il blitz di Forza Nuova nel corso di un lungo colloquio con Marco Damilano. E sullo Ius Soli: «È fondamentale per il futuro del paese» Sono situazioni lontane tra loro, a ciascuno il suo. A metterle insieme si rischia il generico, il mischione, il sospiro perbenista e snob per i brutti, sporchi e cattivi, il signora mia, in un annoiato tintinnar di posate. Ma nell’insieme ognuno di questi casi uniti dalle cronache e dai retroscena politici rappresenta un pezzo di fiducia che se ne va. E qualcosa di profondo che viene corroso. «Sento un rumore di denti di talpe che rodono incessanti le radici di molti alberi», mi ha scritto qualche giorno fa uno degli osservatori più intelligenti e disinteressati che in passato ha ricoperto rilevanti incarichi governativi. Questo dovrebbe interessare tutti: le radici corrose. L’Italia ha vissuto albe elettorali molto più pericolose di questa. Nell’anno che viene, per dirne una, sarà ricordato il 18 aprile 1948, settant’anni fa. Uno scontro di civiltà vero, tra l’Occidente e il socialcomunismo, tra Dio e Stalin, il bene contro il male. Da un lato Togliatti, Nenni, Garibaldi, il vento del Nord, l’Armata rossa. Dall’altro gli americani, Pio XII, le madonnine in lacrime, De Gasperi, il manifesto dello scudocrociato della Dc ponte levatoio che si abbatte sulla masnada rossa: «Non si passa». Walter Lippmann, il guru dei politologi americani, scrisse sul “New York Herald Tribune”: «Se l’Italia sarà il primo paese a diventare comunista, significherà una serie di lotte senza fine, irresolvibili dalla diplomazia». Come dire che dal voto degli italiani dipendeva la pace nel mondo. La classe dirigente dell’epoca, però, provava a tenere lo scontro nei binari della civiltà. Era riluttante a delegittimare il partito politico avverso, nonostante l’asprezza e la violenza della battaglia politica in un paese di frontiera nel tempo della guerra fredda, perché il processo di apprendistato democratico prevedeva esattamente il percorso opposto. Educarsi tutti insieme a convivere nella casa comune dello Stato democratico: cattolici e laici, liberali e comunisti. Oggi viviamo in un’epoca di debolezza della struttura statale e di dissolvenza dei partiti e degli altri canali di rappresentanza. E quelli che resistono non hanno alle spalle ideologie, progetti, identità, una visione delle cose, un’idea di politica. Preferiscono in gran parte carezzare l’elettorato per il verso del pelo, l’Italia del rancore di cui ha parlato l’ultimo rapporto Censis. Il rancore è la nuova ideologia. L’inciviltà non è l’incapacità di rispettare l’etichetta, ma il rifiuto dell’altro, per di più in nome di simboli posticci, di appartenenze virtuali. Il fumogeno da stadio è uno dei simboli di questa epoca perché disvela un dibattito collettivo ridotto a stadio, a curva degli ultras. Si va verso una campagna elettorale di ultras, in cui prevale l’odio per l’avversario piuttosto che l’amore per la propria squadra. E il frastuono dei cori assordante che copre le voci critiche o semplicemente disponibili a comprendere le ragioni degli altri. Un clima rafforzato dal virus proporzionalistico che trasforma il partito più vicino in nemico assoluto, che frantuma gli schieramenti, che esalta l’autoreferenzialità di un leader come Matteo Renzi, contento di essere rimasto quasi da solo, senza coalizione, e la sindrome di autosufficienza del partito in testa nei sondaggi, il Movimento 5 Stelle, orgoglioso di dichiararsi indisponibile a ogni alleanza, considerando tutte le altre forze politiche in blocco una malattia da estirpare. Si possono inseguire le centrali straniere delle fake news, i punti che irradiano sulla rete la falsificazione e la mistificazione, la sfera di influenza di Putin che sostituisce quella antica sovietica. Denunciato ogni tentativo di manipolazione, chi fa politica, cultura, giornalismo ha poi però l’obbligo di seguire i fili, cercare di risalire alle radici dell’odio, comprendere perché intolleranza e violenza hanno ripreso diritto di cittadinanza in un paese democratico, perché l’inciviltà sembra prevalere sulla civiltà e contagiare tutto. Non basta condannare, indignarsi, organizzare manifestazioni e raduni antifascisti. Quando si sarà spenta quella che si annuncia come una delle più brutte e inutili campagne elettorali della storia repubblicana, destinata a non produrre alcun risultato, bisognerà riandare alle radici dello scontro di inciviltà. Per comprendere e raccontare cosa si muove nelle periferie e nelle frontiere del nostro Paese. Diradare i fumogeni.

Fascisti su Facebook, a gestire i gruppi neri ci sono anche i poliziotti. Odio, razzismo e fake news. Questi gli ingredienti delle pagine dell'estrema destra sui social network. Sono create da avvocati, impiegati, commercianti. Ma anche da esponenti delle forze dell'ordine. Ora alzano il tiro: dopo tante parole vogliono passare ai fatti, scrive Arianna Giunti il 27 dicembre 2017 su "L'Espresso". I neofascisti alzano il tiro. E ora - nella galassia nera del web dove si incita all'odio e si reclutano militanti - si è passati alla fase due: la "mobilitazione". Odio che promette di diventare non più virtuale ma reale, di oltrepassare i monitor e le tastiere per raggiungere le strade e compiere azioni dimostrative che servano a far capire che «la rivoluzione nera sta arrivando». Come documentano alcune conversazioni all'interno dei gruppi segreti su Facebook tra i nuovi fascisti, che L'Espresso ha avuto modo di vedere. C'è un'indagine complessa, portata avanti dalla Polizia postale e coordinata dalle Procure di Roma, Milano e Torino, che sta monitorando una settantina di persone appartenenti a una rete virtuale attiva in tutta Italia, che incita all'odio e alla violenza. I suoi canali di diffusione sono, appunto, i gruppi segreti sui social che inneggiano al fascismo e i finti siti di informazione che inondano il web di bufale e fake news per condizionare l'opinione pubblica e fare proselitismo. Stanze virtuali create e frequentate da molti sostenitori e attivisti di CasaPound e Forza Nuova, che vanno a caccia di consensi per conto dei due movimenti di estrema destra. Reclutatori che trovano terreno fertile fra personaggi borderline e che vantano precedenti penali per apologia del fascismo. Ma anche fra gente comune: avvocati, impiegati, commercianti, taxisti. E pure qualche insospettabile: alcune di queste pagine sono gestite da appartenenti alle forze dell'ordine.

L'EX MARESCIALLO E LE BUFALE RAZZISTE. All'attenzione degli inquirenti c'è in particolare la pagina web Avanguardia Nera, che vanta quasi 20 mila iscritti. È lì che sono state pubblicate per la prima volta bufale “storiche” di contenuto razzista - come la vicenda degli immigrati musulmani che distruggono un albero di Natale - e fotomontaggi poi diventati virali. Come quello che ritrae un'attrice americana spacciata per la sorella della Presidente della Camera Laura Boldrini, colpevole - secondo chi ha orchestrato la bufala - di aver messo in piedi una serie di cooperative che lucrano sulla pelle dei profughi. Fra i siti amici di Avanguardia Nera, figura un’altra pagina “clickbait” che fa affari d'oro grazie ai milioni di contatti giornalieri: si tratta di Vox News, il cui cavallo di battaglia sono i crimini degli immigrati. Tutti rigorosamente inventati. Però la rete ha i suoi anticorpi, e così nel web sono nati spontaneamente gruppi di cittadini che operano contro la diffusione delle bufale, come l'attivissimo comitato virtuale “Contro la diffusione della xenofobia e dell'ignoranza”. Avanguardia Nera - più volte segnalata alla Polizia postale e agli organismi di controllo di Facebook per istigazione all'odio razziale - è stata cosl finalmente chiusa lo scorso febbraio. Per poi rinascere però, qualche giorno dopo, con un nuovo nome di chiara ispirazione fascista: “Avanguardia Italia Nera, a Noi!”. Fra gli amministratori, risulta esserci anche un maresciallo dell'esercito italiano (ora in pensione) il cui profilo Facebook è all’esame degli uomini della polizia postale.

UOMINI IN DIVISA NEL “REGIO ESERCITO”. Ma l'ex maresciallo è in buona compagnia. I gruppi di ispirazione fascista nel web continuano a nascere quotidianamente, e alcuni di loro sono frequentati da forze dell'ordine. Ad amministrare il gruppo Facebook "Regio Esercito Fascista" - quasi 1.400 iscritti - c'è per esempio un giovane poliziotto in forza alla Questura di Padova, che risulta aver creato la comunità virtuale nove anni fa. Non si tratta di un gruppo considerato borderline. Al suo interno, va detto, non si leggono frasi di odio razziale o di incitamento alla violenza, ma vengono pubblicate immagini di combattimenti dell'esercito italiano risalenti alla Seconda guerra mondiale, che sottolineano «l'eroismo dei soldati italiani». Però compaiono anche foto storiche del Ventennio e del Duce. Mentre qualche membro pubblica i propri autoscatti mentre si cimenta nel saluto romano. Fra gli iscritti figurano diversi militari. E del resto i precedenti di "poliziotti neri” sono tanti: un anno fa i due agenti scelti Cristian Movio e Luca Scatà dovettero rinunciare alla medaglia d'onore dopo aver catturato e ucciso il terrorista islamico Anis Amri per essersi fatti immortalare, nei loro profili social, mentre facevano il saluto romano e inneggiavano a Benito Mussolini. Alcuni anni fa, fece scalpore la fotografia scattata da un passante che immortalava una bandiera con la croce celtica issata sul muro del Commissariato Città Studi di Milano.

IL CAPO ORDINOVISTA: "IMPICCARE BOLDRINI”. Il timore degli inquirenti che monitorano l'attività web dei gruppi neofascisti non è un mistero: le forze dell’ordine infiltrate vigilano affinché gli sproloqui e l'incitamento alla violenza nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni non si tramutino in qualcosa di reale. Ma il lavoro di indagine è lungo e faticoso. Gli istigatori all'odio solitamente utilizzano nickname difficili da identificare, e la collaborazione del colosso americano Facebook all'identificazione dei profili sconosciuti a volte manca completamente o è troppo lenta. Perché in pochi di loro agiscono io modo scoperto. Fra i nomi degli hater più monitorati dagli inquirenti c'è per esempio il cosentino Vittorio Boschelli, finito nel mirino della Postale per essersi scagliato con violenza contro la Presidente della Camera Laura Boldrini arrivando a scrivere che avrebbe voluto «impiccarla in piazza». Il nome di Boschelli, fondatore del Movimento politico fronte popolare e molto attivo nel web con post che incitano al razzismo non è nuovo agli inquirenti. L'aspirante politico figura infatti fra gli ideologi del partito Identità Nazionale, Il gruppo a cui, secondo il gip dell'Aquila Giuseppe Romano Gargarella, faceva riferimento il gruppo di neofascisti clandestino Avanguardia Ordinovista, decapitato nel 2014 nell'ambito dell'operazione Aquila Nera. Quattordici arresti e decine di indagati che portarono alla luce una rete eversiva di estrema destra diffusa in tutta Italia che pianificava attentati dinamitardi contro Equitalia e nelle stazioni ferroviarie e che progettava l'omicidio di magistrati e politici senza scorta. Anche allora, i neofascisti che volevano resuscitare Ordine Nuovo incitavano all'odio razziale attraverso apposite pagine web e facevano proselitismo arruolando i propri “soldati” utilizzando il più veloce e impermeabile dei social network: Facebook, appunto. Una storia già vista.       

Ius soli, da Boldrini a Kyenge: adesso è caccia ai sabotatori. Dopo la mancanza del numero legale in Senato scoppia la bufera sugli assenti. Lite M5s-Pd. Boldrini: "Gravi responsabilità", scrive Nico Di Giuseppe, Domenica 24/12/2017 su "Il Giornale". Da ultimo, mancato, impegno di questa legislatura a primo terreno di scontro per la campagna elettorale che si aprirà tra pochi giorni. Se, infatti, ieri il Senato ha fatto mancare il numero legale condannando la legge sullo ius soli, tra i partiti non si placano le polemiche. "Promessa mancata e occasione persa per rendere più coesa nostra società. 800.000 ragazze e ragazzi, che di fatto già lo sono, attendevano con fiducia di diventare cittadini italiani. Assenti in #Senato e chi ha fatto mancare sostegno si sono assunti grave responsabilità #IusSoli", scrive su Twitter la presidente della Camera Laura Boldrini, che da venerdì è scesa in campo con Liberi e uguali e ha fatto di diritti e uguaglianza una delle sue principali battaglie anche in questi cinque anni di legislatura. Anche la Chiesa e il mondo della solidarietà non usano mezzi termini per raccontare il nulla di fatto. "Non hanno nemmeno fatto lo sforzo di schierarsi e votare a viso aperto per dire sì o no allo ius culturae e allo ius soli temperato. Hanno fatto mancare il numero legale in aula: appena 116 senatori presenti - attacca il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio - Far mancare il numero legale è scelta da politica in fuga. Ieri in fuga dall'ultima responsabilità di legislatura. Una mossa da ignavi". A farsi sentire anche Marco Cappato, leader dell'associazione Coscioni, che chiama in causa anche il Capo dello Stato: "Non mi è chiara la fretta del Presidente Mattarella di sciogliere le Camere, senza regole decenti per la raccolta firme e con provvedimenti importanti come lo ius culturae che potrebbero essere approvati - scrive su Twitter - Non vede l'ora che il nuovo caos prenda il posto del vecchio caos?". Intanto tra i partiti continua il rimpallo delle responsabilità. Colpa del Pd per i 29 senatori dem assenti? "In Senato non abbiamo i numeri - insiste Ivan Scalfarotto - Se il M5S avesse risposto positivamente a questo appello e si fosse raggiunto un accordo politico per approvare la legge, in aula ci sarebbero stati tutti: loro e noi. Ma questo accordo era risaputo che non c'era, perché M5S è un partito di destra e lo ius soli non lo vuole, e dunque era chiaro che il numero legale non sarebbe stato raggiunto in qualsiasi caso". La risposta dei pentastellati non si è fatta attendere: "Abbiamo deciso insieme di non rispondere all'appello perché era una gigantesca ipocrisia. Era una presa in giro demagogica. Una follia, una farsa, una barzelletta. Con la gente già con il trolley nelle mani". "Siamo arrivati troppo tardi a porre" lo Ius soli "come centrale in questa legislatura. Ma è una riforma necessaria, che deve restare all'ordine del giorno del Paese", ha ammesso Minniti. "Abbiamo tradito una promessa. Un impegno preso con quasi un milione di ragazze e ragazzi, bambine e bambini. La promessa di un Paese che riconosceva i propri figli come legittimi", ha dichiarato Cècile Kyenge. Che poi ha aggiunto: "Abbiamo trascinato per anni questi giovani, bambini e bambine, in un dibattito feroce, umiliante e misero. Così come è stato miserevole il siparietto andato in scena ieri al Senato. Una responsabilità che peserà sulle coscienze e sulla credibilità di tutti coloro che hanno contribuito a far saltare il numero legale in aula: il M5S, Gal, Ala, Lega e Forza Italia. La stessa responsabilità peserà anche sui 29 senatori del mio Partito e i 3 di Mdp. Il Gruppo Pd, anche se la presenza dei suoi senatori non avrebbe influito sul risultato finale, aveva l'opportunità di mostrare un'immagine compatta al fianco di chi si è speso per anni in favore di questa battaglia, un battaglia di valore, europea e globale. Un'occasione mancata, che da oggi però avrà un volto e un nome da mostrare in campagna elettorale. Dal canto mio la battaglia continua, perchè, lo ripeto, il punto non è se concedere o meno la cittadinanza a questi bambini, ma come concederla, a conclusione di un percorso di integrazione o al termine di un'iter burocratico pieno di ostacoli? Un giorno, ne sono convinta, questa riforma sarà fatta".

Gli attivisti pro-ius soli pubblicano i nomi dei senatori “disertori”. Gli attivisti pro-ius soli non riescono proprio a digerire la mancata approvazione della legge, scrive Giovanni Giacalone, Martedì 26/12/2017, su "Il Giornale".  Gli attivisti pro-ius soli non riescono proprio a digerire la mancata approvazione della legge al punto da arrivare a chiedere al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il rinvio dello scioglimento delle Camere in modo da poterla approvare. La conclusione della lettera inviata dal movimento “Ragazzi senza Cittadinanza” è più che eloquente: “Talvolta le autorità di un Paese democratico sono chiamate dalla Storia a promuovere leggi che possono apparire divisive ma che in realtà sono necessarie a potenziare gli anticorpi e a creare argini contro la deriva di forze antidemocratiche e destabilizzanti. Non lasciateci soli ancora una volta". Una possibile interpretazione? Anche se moltissimi italiani sono contrari allo ius soli, la legge va approvata perché chi è contro è un anti-democratico e un destabilizzatore. Così, in un momento estremamente delicato, con l’emergenza immigrati, il rischio terrorismo e un’instabilità politica che necessita elezioni al più presto c’è chi non soltanto chiede di posticipare lo scioglimento delle Camere ma punta il dito contro chi la pensa diversamente sull’approvazione dello ius soli. Intanto però sulla pagina Facebook “La Rete G2-Seconde Generazioni” tale Mohamed Abdallah Tailmoun pubblica un post con scritto: “Ma si sanno i nomi dei senatori Pd e Mdp assenti in aula al Senato il 22 dicembre”? Poco dopo al post risponde tale Said Lahaine che pubblica una lista di una trentina di nominativi di senatori non presenti in aula durante il tentativo per far passare lo ius soli, tra cui il Ministro degli Interni, Marco Minniti. Tra i commenti degli utenti si legge: “che schifo”, “tutti a casa” e “i nomi sono pubblicabili? Ce ne sono altri?”. Un episodio che desta preoccupazione perché potrebbe anche far pensare a una “caccia alle streghe” con ricerca dei presunti “responsabili” della mancata approvazione. Tutto ciò quando pochi giorni prima Unicef Italia si era esposta su Twitter con un post che accusava di “idiozia” e “fascismo” chi è contro lo Ius Soli. Insomma, forse è il caso di valutare bene chi sono gli anti-democratici e i destabilizzatori che utilizzano metodi reazionari.

I razzisti dello ius soli: "Fascista chi è contrario". Un tweet dell'Unicef bolla chi dice no al testo: "Idioti". Liste di proscrizione sui social contro i dem assenti, scrive Fausto Biloslavo, Mercoledì 27/12/2017, su "Il Giornale". Un tweet di Unicef Italia che bolla come «idiota» e «fascista» chi è contro la legge sullo ius soli. E la caccia alle streghe che sta nascendo in rete sui senatori assenti, che hanno affondato la norma sulla cittadinanza in questa legislatura. Un circuito collegato ai firmatari della lettera aperta al capo dello Stato per rimandare lo scioglimento delle Camere, che dimostra tutto l'estremismo di chi si pone come paladino buonista contro razzismo e xenofobia. La vigilia di Natale sul sito ufficiale di Unicef Italia appare un tweet, che assomiglia di più a quello di una fazione che all'agenzia dell'Onu in difesa dei bambini. In riposta a delle critiche pesanti contro lo ius soli gli umanitari rispondono: «Ah sei di quelli che usano nomi stranieri e bio in inglese ma non tollerano che ragazzini nati in Italia che parlano italiano siano considerati italiani» con aggiunti gli hashtag «idiot» e «fascist». In rete si scatena una valanga di polemiche. Il portavoce dell'agenzia dell'Onu è Andrea Iacomini, che faceva lo stesso lavoro ad un assessorato della seconda giunta capitolina del sindaco Walter Veltroni. Per 20 anni impegnato in politica era diventato segretario giovanile del Partito popolare. Candidato per l'Ulivo, in quota Margherita, nelle elezioni comunali di Roma del 2006 non è stato eletto per un soffio. Lo scorso anno non escludeva in un'intervista di rituffarsi in politica. Nel frattempo fa il portavoce di Unicef, sempre molto schierato pro ius soli, che dovrebbe avere anche la responsabilità delle uscite su twitter dell'agenzia dell'Onu. Secondo Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato di Forza Italia, «Iacomini insulta il Parlamento perché non ha varato la legge sullo ius soli. Chieda scusa». Massimiliano Fedriga, capogruppo della Lega alla Camera, sottolinea: «Si dimetta. Siamo stanchi di subire la retorica antifascista da chi si comporta da fascista». Dopo una giornata di polemiche Unicef ritwitta ammettendo in parte la gaffe: «Un troll ha usato l'epiteto idiota contro di noi fino a quando, vistoselo restituire (caduta di stile, lo ammettiamo) è corso dal giornalista amico. () #Stoppiagnisteo». Unicef e Iacomini, esperto blogger, sanno bene che si possono bloccare i troll e chi insulta sui social. E in ogni caso la mezza marcia indietro conferma che i critici dello ius soli sono «#fascist». Stessa linea imbarazzante adottata nella lettera degli «Italiani senza cittadinanza» al presidente Sergio Mattarella per non sciogliere le Camere prima di avere approvato lo ius soli. «Talvolta le autorità di un Paese democratico sono chiamate dalla Storia a promuovere leggi che possono apparire divisive - scrivono - ma che in realtà sono necessarie a potenziare gli anticorpi e a creare argini contro la deriva di forze antidemocratiche e destabilizzanti. Non lasciateci soli ancora una volta». In pratica i rappresentanti degli italiani in Parlamento l'hanno affossata, ma la norma va approvata lo stesso perché i contrari rappresentano un pericolo antidemocratico e destabilizzante. Ovvero sono «fascisti» come scrive l'Unicef. Curioso che una lista dal sapore della proscrizione sia finita sul gruppo Facebook «la rete G2-Seconde generazioni», attivisti pro ius soli collegati proprio agli «Italiani senza cittadinanza». Ieri Mohamed Abdallah Tailmoun si chiedeva in un post: «Ma si sanno i nomi dei senatori Pd e Mdp assenti in aula al Senato il 22 dicembre?», che hanno provocato l'affossamento della legge. Poco dopo Said Lahaine, profilo falso, pubblicava la lista «nera» dei 29 senatori Pd, 3 di Articolo 1 e Corradino Mineo del Gruppo misto. I più noti sono il ministro dell'Interno Marco Minniti, della Difesa Roberta Pinotti, ma pure Sergio Zavoli, Nicola Latorre e Felice Casson. E giù commenti da caccia alle streghe dei democratici buonisti dello ius soli: «Che schifo», «Lol» e «tutti a casa» e «ce ne sono altri?», riferendosi ai 5 stelle.

Idiota e Fascista: così Unicef definisce chi è contro lo ius soli. Sei contro lo Ius Soli? Allora sei un “Idiota” e un “Fascista”; parola di Unicef Italia. Anzi lo sei in inglese, “Idiot” e “Fascist”, scrive Giampaolo Rossi, Domenica 24/12/2017, su "Il Giornale". Sei contro lo ius soli? Allora sei un “Idiota” e un “Fascista”; parola di Unicef Italia. Anzi lo sei in inglese, “Idiot” e “Fascist”. È quello che scrive ufficialmente su Twitter, la sezione italiana dell’Organizzazione Internazionale. Tutto nasce da una polemica con un utente che aveva criticato la presa di posizione del portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini, dopo il “naufragio” ieri del ddl sullo ius soli. Iacomini aveva definito una “pagina triste della storia repubblicana” il mancato raggiungimento del numero legale al Senato sul disegno di legge che prevede la concessione della cittadinanza ai nati nel nostro territorio; il presidente del Senato, Grasso, è stato costretto a rimandare la discussione al 9 gennaio quando le Camere saranno presumibilmente sciolte, decretando l’impossibilità dell’approvazione della legge almeno per questa legislatura. Già le dichiarazioni di Iacomini hanno scatenato alcune reazioni: a che titolo il portavoce di un’Organizzazione Internazionale si permette di giudicare in maniera così polemica con le dinamiche parlamentari di uno Stato sovrano? La questione si è poi trasferita sui social e la tenuta nervosa dei responsabili Unicef non ha retto a tal punto da definire “Fascista e Idiota” un utente che aveva criticato lo ius soli. Apriti cielo! I responsabili di Unicef hanno risposto al malcapitato critico con un tweet offensivo e indegno di un’Organizzazione Internazionale e, ironizzando sul suo account straniero, l’hanno attaccato: “Ah sei di quelli che usano nomi stranieri e bio in inglese ma non tollerano che ragazzini nati in Italia che parlano italiano siano considerati italiani. #idiot & #Fascist”. Una rissa indecente a cui hanno fatto seguito commenti di protesta da parte di molti altri utenti di Twitter, indignati dal fatto che l’Unicef si permettesse di offendere e denigrare chi aveva idee diverse dalle loro. D’altro canto gli stessi responsabili Unicef Italia hanno provato a giustificarsi affermando che l’Organizzazione è composta da “cittadini italiani con pieno diritto di esprimersi su qualsiasi vicenda riguardi i diritti dei bambini in Italia”, smentendo così il carattere super partes di una struttura che è “parte integrante di Unicef, organo sussidiario dell’ONU”, come si legge dal sito La rabbia per il fallimento dello ius soli, battaglia voluta fortemente dalla sinistra italiana, ha generato profonda frustrazione nella élite mondialista che lavora nelle Organizzazioni Internazionali e nei centri del potere tecnocratico per favorire processi migratori e di abbattimento delle identità nazionali (processi di cui lo Ius Soli fa parte). L’umanitarista di professione ha spesso un volto intollerante e livoroso. E Unicef Italia lo ha mostrato in tutta la sua arroganza.

Odio ad personam, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 2/11/2017, su "Il Giornale". Caccia all'uomo. Il nemico che i grillini vogliono abbattere è prima di tutti uno: Silvio Berlusconi. L'antiberlusconismo ossessivo non è una meteora, nel firmamento dei Cinque Stelle. L'odio per il leader di Forza Italia è una delle prime ragioni sociali del Movimento. E ora, alla vigilia delle elezioni siciliane e all'antivigilia di quelle politiche, con un Cavaliere sempre più forte, tirano fuori le loro vecchie cartucce. Ma la polvere da sparo ormai è bagnata. Tutto è iniziato a metà degli anni Novanta, Berlusconi non aveva fatto in tempo a mettere un piede nell'arena politica che Grillo lo aveva già messo nel mirino. Prima lo faceva dai palchi dei propri show portando a casa una lauta ricompensa. Poi ha deciso di passare all'incasso elettorale. Lo ha dipinto come un imprenditore sull'orlo del crac finanziario (ma l'unica cosa che è fallita è stata la sua previsione), un capitalista senza scrupoli e un mafioso. Ma era solo l'inizio di una campagna contra personam che sarebbe proseguita per anni, passando dalle minacce agli insulti fisici, dagli auguri di sventure ai nomignoli dispregiativi. Un odio viscerale che dal copione del comico sarebbe poi entrato anche nei programmi del politico. Gli attacchi si fanno sempre più personali, morbosi e violenti. Grillo è sempre in prima linea contro il leader di Forza Italia: nel 2002 porta in giro uno spettacolo di 150 minuti monopolizzato dalla figura del Cavaliere, nel 2003 aderisce a un'azione di boicottaggio contro i prodotti che fanno pubblicità sulle reti Mediaset. Lo scopo? «Difendere la libertà di informazione». Danneggiando un'azienda che offre occupazione a migliaia di persone. Ma era l'Italia dell'antiberlusconismo con la bava alla bocca, del nemico da abbattere a tutti i costi. Quando può, Grillo si accoda a tutte le manifestazioni anti Cav da piazza Navona al Popolo viola, e se ha bisogno di una platea maggiore va in tv, dal suo amico Santoro. Il giorno in cui il Cavaliere viene condannato in via definitiva il leader dei Cinque Stelle brinda «a un evento storico come la caduta del muro di Berlino». Si sa, lui ama sconfiggere i nemici per via giudiziaria più che elettorale. È un'ossessione ai limiti dello stalking. Grillo odia Berlusconi e tutto quello che fa riferimento a lui. A partire da Fininvest: nel 2004 scrive su Internazionale che il colosso di Cologno Monzese ha accelerato il declino del Paese. Non si sa su quali basi. Ma non c'è da stupirsi: Grillo è anche quello che diceva che l'Aids non esiste e che i vaccini sono inutili. Nel 2012 viene condannato per diffamazione a risarcire 50mila euro al Biscione. Ma la persecuzione verso il patrimonio della famiglia Berlusconi (e non solo, nel sedicente francescanesimo grillino i ricchi sono tutti dei pericolosi nemici) arriva anche nella prima bozza del programma dei pentastellati sull'informazione, nel quale è scritto nero su bianco che con un loro ipotetico governo non potrà esistere nessun canale televisivo nazionale posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato con più del 10 per cento. Vi viene in mente qualcuno in particolare? Ecco, appunto. Praticamente un esproprio di Stato. Una misura sartoriale fatta per spegnere Mediaset. E poi - insulto dopo minaccia - arriviamo fino agli ultimi mesi, con il tentativo di far fuori Berlusconi dalla vita politica con un emendamento ad hoc da infilare nel Rosatellum. Per chiudere con la ridicola indagine, aperta a Firenze, sulle stragi di mafia, che ricalca uno dei refrain grillini e porta in calce la firma di Nino Di Matteo, amico e grande ispiratore del Movimento 5 Stelle. E siamo solo all'inizio di una lunga campagna elettorale.

Beppe Grillo e il fascismo sessantottino, scrive di Fabio Cammalleri su "Lavocedinewyork.com" il 28 Febbraio 2014. Qualsiasi espressione di dispotismo evoca Mussolini, ma nel caso del Movimento Cinque Stelle bisogna guardare agli anni ’70. Il popolo grillino sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica. Ma la memoria a breve termine è troppo scomoda. È comprensibile che generalmente si tenti di spiegare il Movimento 5 Stelle senza il Movimento 5 Stelle. Perché l’Italia è un Paese antico e perciò i paralleli, le analogie, le suggestioni rampollano dal suo vastissimo passato con naturale facilità. E, nonostante non manchi mai il dubbio “sull’utilità e il danno della storia per la vita”, resta questa facilità di evocazione e di confronto. Meno comprensibile che l’indagine nel tempo susciti risonanze obbligate. Se Grillo si muove in modo dispotico e plebiscitario, a chi si pensa? Al fascismo, naturalmente, sia pure al fascismo in statu nascendi. È una suggestione. Ma se anche non fosse, è l’unico paragone possibile? Forse no. Forse se ne può svolgere un altro più stringente, più comprensibile. Per farlo, però, bisogna uscire da quelle risonanze obbligate. Proviamo. Secondo lo storico Arthur Schlesinger Jr., che fu anche consigliere di John Kennedy, per comprendere i caratteri e le aspirazioni di una realtà politica, sia essa una singola personalità o un gruppo, bisogna considerare gli anni della sua giovinezza, quelli in cui coloro che gli diedero anima e sangue si affacciarono al mondo: gli anni dell’università o del primo lavoro. Espose questa teoria in un saggio, significativamente intitolato: I cicli della storia americana. I giovani di Roosevelt sarebbero stati la società adulta di JFK, la Nuova Frontiera, figlia del New Deal; e il ritenuto conservatorismo degli anni di Reagan, sarebbe derivato da quello degli anni di Ike, della Guerra Fredda entrata a regime. E così via. S’intende che è uno schema molto generale, ed anche generico, ma rende l’idea. Seguendo questa traccia, per capire Grillo non ci serve Mussolini, ci serve l’Italia repubblicana, ci servono gli anni ’70. Si potrebbe obiettare che molti dei “cittadini” non hanno vissuto quel periodo, e non ne potrebbero avere ereditato i caratteri. Se è per questo, non hanno vissuto neanche il fascismo, come nessuno di noi. E poi, essendo il Movimento smaccatamente personalistico, è sulla persona del Capo che occorre soffermarsi, proprio e mentre più protesta la sua fungibilità, la sua non indispensabilità. Perciò, il criterio gioventù-maturità, stretto all’arco della “generazione”, appare quanto mai appropriato. Giacché costringe a soffermarsi sulle persone in carne ed ossa, senza cedere alle comode vie di fuga di un’astrazione che, di fronte ad un quadro, guarda solo alla figura e mai all’autore. Così, il popolo casaleggesco del web, sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica in sedicesimo che di “adunate oceaniche”; più di una compulsione petulante e narcisistica, solo preoccupata di sé e col solo problema di lasciare il segno della parola più forte, della frase più figa, che di uno stazionamento attonito e ammutolito sotto un balcone oracolante; emana un monadismo delle coscienze chiuso nella mera contiguità, sazia e galleggiante, di abitudini inerti e modaiole, più che la tragica comunione di un’autentica povertà che, sperando di superarsi, si inabissa. E non è un caso che il paradigma-Mussolini sia così ampiamente sponsorizzato. Ora che Occupy-Parlamento mima indimenticate occupazioni universitarie e di fabbrica; ora che le espulsioni on line tradiscono il lezzo settario dei “venduti” e “servi del sistema”; ora che la violenza verbale tende sempre più frequentemente a concretarsi, come accadde con l’affabulazione esaltata della “controinformazione”, fattasi poi “lotta continua”, quindi “salto di qualità nella lotta”, e infine “lotta armata” e tutto il resto; ora che i “Poteri Forti” sembrano assolvere alla stessa funzione già attribuita al “terrorismo di stato” e all’ “imperialismo capitalistico”, l’infame funzione di cui ogni deliquio massificato, facinoroso e irresponsabile ha sempre bisogno, la funzione di autogiustificarsi; ora che siamo a questo, che c’entra Mussolini? C’entra, secondo quelle risonanze obbligate. Infatti, per parlare di un secolo fa, per la memoria a lungo termine, c’è sempre spazio. Ma il rispecchiamento imbarazzante, quello che si potrebbe subire appena passando da una stanza all’altra, estraendo il cassetto del comodino e avendo il coraggio di sfogliare il diario del liceo, no; la memoria a breve termine, mai. Meglio la luna. Perché lì, così vicino, c’è tutta la violenza, tutta la viltà, tutta la rozzezza, tutta la miseria, tutto il trasformismo che si attribuiscono all’Orco fascista. Solo che l’Orco fascista, dopo il liturgico richiamo di giornata, sfuma inevitabilmente in una rarefazione fiabesca, in una comoda inattualità. Mentre quel sordo rancore, quella truce disposizione d’animo, possono riprendere a gonfiarsi, ad agire, ad offendere dicendosi offesi, a colpire dicendosi colpiti. E ad inseguire palingenesi e carriere.

Sotto le 5 stelle il rosso: sono uguali ai comunisti. Traditi dal programma di sinistra, dall'odio per i capitalisti al pauperismo, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 11/11/2017, su "Il Giornale". Cinque stelle rosse si agitano nel cielo della politica italiana. E non serviva un meteorologo di grande esperienza per prevederlo. Era naturale. Perché la congiunzione astrale tra i grillini e i compagni erranti (nel senso che vagano senza meta, ma pure che sbagliano) che hanno imboccato la strada alla sinistra del Pd era logica e naturale. Non tanto per una questione umana - Bersani e soci nell'immaginario pentastellato sono pur sempre parte della casta - quanto per una questione ideologica e programmatica. Chiunque si sia avventurato nella soporifera lettura del programma dei grillini non ha dubbi: sono di sinistra. E hanno tutti i tic politici e intellettuali di quei cespugli della sinistra radicale che ora non sanno dove attecchire. Volete qualche esempio? La loro storia politica è chiarissima, il loro programma ancor di più. Il movimento muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta. Sono quelli che ancora oggi si divertono a decapitare i fantocci di Renzi e lanciare sassate alla polizia, con lo scudo dei politici grillini che ne chiedono subito la scarcerazione (vedi G7 di Venaria). Dietro il completo blu di Di Maio si nascondono eskimo e kefiah. Il programma gestato e partorito in rete è ancora più chiaro e sembra la versione 2.0 di un vecchio manifesto marxista. Le multinazionali? Delle macchine di morte da imbrigliare e sconfiggere a ogni costo, poco importa che diano lavoro a migliaia di persone. Gli Stati Uniti? Il burattinaio cattivo che gestisce di nascosto i destini universali. Il liberismo? Beh, l'ossessione dei Cinque Stelle per il liberismo è quasi patologica. Ogni stortura, ogni giustizia, ogni cosa che non va al mondo - fosse la lampadina bruciata di una periferia di Roma o la crisi idrica in Burkina - è sempre colpa del neoliberismo, madre e padre di tutti i mali. Ne consegue che la ricchezza è una colpa, un difetto di fabbrica, un peccato originale. Emendabile solo con un bel bagno (di sangue) nel lavacro fiscale. Magari con una patrimoniale. Ma i destini di grillini e sinistra radicale si incontrano più di una volta: dal giustizialismo estremo all'ecologismo più spinto, dal mito del pauperismo e della decrescita felice all'odio per il mondo della finanza, senza alcuna distinzione. Esattamente come gli ex Pci preferiscono lo Stato al singolo cittadino, il pubblico al privato. E poi il pacifismo «onirico», quello che, senza fare i conti con la geopolitica, immagina un mondo nel quale le relazioni diplomatiche si possano fare solo con pacche sulle spalle e buffetti. E forse il punto di saldatura più evidente tra grillismo e comunismo è proprio questo: il fondamentalismo ideologico, l'idea che si possa far aderire la realtà ai propri ideali; il desiderio di cambiare e non la società in cui vive. Un delirio messianico che ha seminato solo danni. D'altronde Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo visionario libro Veni Vidi Web, profetizzava un mondo di downshifter (persone che decidono volontariamente di guadagnare di meno per vivere meglio), senza Tv che distrae e costa troppo, senza centri commerciali, con una proprietà privata limitata e le grandi aziende smantellate. Questo è il mondo che sognava il fondatore dei Cinque Stelle. A lui sembrava un paradiso, ma ha più i tratti un inferno sovietico. A lui pareva una nuova ricetta per cambiare il mondo, a noi sembra la solita brodaglia rancida in salsa marxista. È il comunismo digitale.

L'ODIO PER RENZI E IL LUTTO DELLA SINISTRA, scrive Massimo Recalcati il 17 luglio 2017 su "La Repubblica". QUALE è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l'indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l'odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l'odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L'accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra. Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po' sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l'accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro. Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell'odio. L'odio investe l'altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la "sinistra sinistra" è l'incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un'altra cultura, un'altra sensibilità, ma anche un'altra generazione. Il fatto che questo "eterogeneo inassimilabile" sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente — se non drammaticamente compulsivo — l'invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario — non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico —, ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria… La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce — come spesso accade — imputare all'eterogeno la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell'Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell'elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra. Renzi sciamano? L'odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l'interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l'identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l'inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.

Viviamo nell’età dell’invidia. Viviamo tempi di sentimenti estremi, dice il pensatore Gunnar Hindrichs. Divisi su tutto. E uniti solo dalla paura e dalla rabbia verso gli altri. Così oggi sono livore e tristezza ad alimentare i populismi, scrive Stefano Vastano il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso". Viviamo incollati a i telefonini e alla Rete. Pratichiamo sport estremi, siamo ossessionati da cibi e diete sempre più radicali. E non crediamo a nessun ideale, non investiamo in associazioni né in partiti, corrotti per definizione. Quello che ci unisce è, da una parte, la livida, schiumante rabbia e l’acido dell’invidia verso tutti i potenti del pianeta, politici, manager o artisti che siano. Dall’altra, il panico per il prossimo attacco terroristico, strage di kamikaze solitari o sedicenti fanatici religiosi. «Siamo nell’era degli estremismi diffusi, nel regno dell’assoluta immanenza», esordisce Gunnar Hindrichs, accogliendoci nel suo studio a Basilea. Nel suo ultimo saggio, “Philosophie der Revolution” (“Filosofia della rivoluzione”, edito da Suhrkamp Verlag Ag., e non ancora tradotto in italiano), il giovane filosofo tedesco ha analizzato i motivi che nell’era moderna, dal 1789 al 1917, hanno spinto l’Occidente alle rivoluzioni. Per concludere che «oggi non c’è più alcuna rivoluzione all’orizzonte e manca ogni senso per la trascendenza. Per questo siamo in preda a una confusa spirale di diversi estremismi».

Per lo storico Eric Hobsbawm il ventesimo secolo è stato il Secolo degli Estremi, cioè delle ideologie radicali. Il ventunesimo sarà dunque quello degli Estremismi?

«L’idea di “estremismo” è difficile da definire, ma il ventunesimo secolo si annuncia come un pullulare di tendenze estremistiche che non seguono più, come è accaduto nelle rivoluzioni della modernità, progetti utopici o trascendenti, ma restano legate al piano della realtà immanente. L’era dell’Estremismo è una inversione rispetto a quella delle Rivoluzioni. Sì, viviamo in un diffuso neo-romanticismo, immersi in una pluralità di trend estremi e soggettivi: non a caso Camus, nell’“Uomo in rivolta”, definì i terroristi “i cuori estremi”».

Per Hegel il terrore giacobino era la furia della sparizione: il terrore non segue opere politiche, dice, solo un fare negativo. Il terrorismo islamico si basa sullo stesso nichilistico cupio dissolvi?

«Nella furia della Rivoluzione i giacobini praticano una doppia “sparizione”, sia delle istituzioni e norme che dell’individuo, ghigliottinato senza pietà. Hegel criticava nel Terrore l’idea soltanto negativa della libertà, ma nel terrorismo islamico non vediamo nessuna idea di libertà, né negativa né universale».

Il Rivoluzionario, scrive nel suo libro, non è guidato, come il Conte di Montecristo, da vendette personali: da Robespierre a Lenin al Che, qual è allora l’idea di fondo della rivoluzione?

«Dopo gli attentati dell’11 settembre, il filosofo Sloterdijk ha visto nel terrorista “una malignità senza scopi”, cioè una strumentalità perversa e fine a se stessa. La forza della rivoluzione sta nel creare invece non solo discontinuità rispetto alle norme tradizionali della politica, ma nel rifondare regole nuove per un nuovo contesto sociale. Rivoluzione è la magia dell’inizio e di una nuova praxis dell’agire sociale, così come abbiamo visto all’inizio della rivoluzione russa con i Consigli dei Soviet».

Insieme all’incubo del terrorismo, altro fortissimo estremismo è il potere di Internet nella nostra vita. L’avvento del regno virtuale ha spento l’ardore per una politica rivoluzionaria?

«Non sopravvalutiamo il potere di Internet. Come la stampa nell’era di Gutenberg anche il web sta modificando le nostre vite, ma computer e tastiere non sono certo l’avvio di una vera rivoluzione. Ha ragione Hannah Arendt che nella rivoluzione vedeva all’opera appunto la creazione di nuove regole, come dicevo, per una nuova praxis sociale. E non mi pare che l’uso dei computer produca creatività e trascendenza».

In Rete circolano intanto, ed è un’altra forma di estremismo, moltissime astruse teorie, complotti e congiure, ondate di fake news da far pensare a un nuovo oscurantismo…

«La sociologia americana ha coniato al riguardo l’espressione “Lunatic fringe”, una follia che parte dai margini del sapere e si espande verso il senso comune. Oggi queste zone oscure sono entrate con Donald Trump nel cuore della Casa Bianca e nel centro della società digitale e dell’informazione, cambiando il senso dell’opinione pubblica. L’estremismo oscurantista delle fake news e congiure, travestendosi da “fatti alternativi”, stravolge il pubblico discorso. E di questo trend sono gli estremisti della politica, i populisti, ad approfittarne».

In che modo?

«I nuovi movimenti populisti non sono solo un concentrato di antipolitica, ma “maligni” nel loro attaccare senza posa e vergogna i più deboli, i profughi e le altre minoranze. Il sentimento-guida che spinge oggi i populismi in Europa non è tanto la paura dello straniero o dei profughi e nemmeno l’acido del risentimento di cui parlava Nietzsche, ma l’occhio velenoso dell’invidia».

Può spiegare meglio questo punto?

«Nella grande tradizione di Tommaso d’Aquino l’invidia è la tristezza per l’essere. Da una triste radice velenosa sprizza l’invidia per la vita e per le risorse altrui. I populisti soffiano sull’invidia quando dicono che quelli al potere - la casta - fanno ciò che vogliono o i migranti incassano i nostri soldi. Nell’era degli estremismi il linguaggio della politica e dell’opinione pubblica è pervaso da tristezza e rabbia viscerali, l’opposto del “gaudium entis”, cioè della felicità per l’essere e per la vita propria e altrui».

Siamo diventati dei mesti Paperino nell’era dell’Estremismo, schiumanti di rabbia per le gioie altrui?

«L’invidioso confronta di continuo il suo essere con quello altrui, per questo la propria vita gli appare misera. È da questo humus accidioso che i populismi oggi traggono la loro forza. I movimenti rivoluzionari e operai erano spinti da una forte carica utopica e da una lucida prospettiva nel futuro, mentre la cupa tristezza è il marchio d’identità nell’era degli Estremismi».

«La nostra è un’epoca di estremismi», scriveva anche Susan Sontag: «Viviamo sotto la minaccia di due prospettive spaventose: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile»...

«Un’analisi perfetta questa della Sontag perché combina, nella loro immanenza, terrore e banalità, e ci consente di superare il luogo comune che nel terrorismo vede una forma, ancorché violenta, di trascendenza. No, l’estremismo terrorista è il gemello della più cruda banalità, l’apoteosi dell’arbitrarietà e della contingenza».

L’Estremismo è un ingrediente anche delle nostre abitudini alimentari: a tavola siamo tutti ossessionati da trend vegani o da diete sempre più spartane.

«Di recente sono stato invitato ad una conferenza per i 100 anni di “Stato e rivoluzione” di Lenin. A cena i più giovani sostenevano la tesi che con la rivoluzione non solo il menù, ma anche il nostro rapporto con gli animali, la carne e il cibo dovrebbe cambiare».

Hanno ragione questi ultra-rivoluzionari?

«No, credo che vi siano degli standard della società borghese dietro i quali non si possa regredire. Lo storico Karl Schlögel ci assicura che anche dopo la rivoluzione del 1917 nei ristoranti di San Pietroburgo menù e camerieri non erano affatto cambiati. Oggi persino tra giovani leninisti colpisce un certo estremismo dell’immanenza».

Una dose di estremismo fa parte della giovinezza: quando pensavano alla Rivoluzione francese i giovani Schelling, Hegel e Hölderlin osannavano una “Kunstreligion”, una Religione dell’arte in grado di spargere armonia nella società. Oggi l’industria della cultura ha riempito ogni città di musei, gallerie e biennali.

«Il mio maestro Rüdiger Bubner coniò la formula di “estetizzazione delle forme di vita” per caratterizzare la massima espansione di arte ed estetica nella nostra vita post-moderna. Anche le forme della protesta, sia nell’estrema destra che sinistra, hanno assunto ora la forma di pseudo feste rivoluzionarie o eventi estetici, come ad esempio al recente G-20 ad Amburgo. I giovani Hegel, Schelling ed Hölderlin sognavano una mitologia della Ragione, ma oggi del sogno rivoluzionario ci è rimasto solo un vago Estremismo estetico, come Negri e Hardt immaginavano nel loro “Impero”».

Ejzenstejn, invece, rivoluzionò il cinema e il montaggio. Majakowski e i poeti russi hanno ricostruito un linguaggio poetico…

«I futuristi russi si sentivano avanguardia di una nuova Bellezza che spingesse verso nuove forme di vita. Non è un caso se nel mio libro non parlo di Stalin: ho scritto un libro sulla filosofia della rivoluzione, non sul suo fallimento».

Anche Gramsci, nei “Quaderni del carcere”, sognava una politica oltre le paludi del senso comune, che spingesse verso il cosiddetto “Buon senso”.

«Il pensiero di Gramsci è essenziale per chiunque voglia articolare una filosofia della rivoluzione. Il “senso comune” a cui Gramsci si riferiva è il dominio dell’immanenza nelle forme estreme che abbiamo analizzato. Contro il quale si erge una prassi utopica, il “buon senso” di Gramsci appunto, che progetta nuove norme della prassi sociale. Oggi non vediamo da nessuna parte una esigenza rivoluzionaria di nuove forme di trascendenza».

A proposito di trascendenza, Robespierre inventò un culto dell’Essere Supremo. Ma il Dio del Rivoluzionario qual è?

«Il Dio della rivoluzione è quello che nella Bibbia (Esodo 3, 14) si presenta in latino come: “Ego sum qui sum”, e nella versione ebraica come “Ehye asher ehye”, e cioè “sarò colui che sarò”. È nella dimensione escatologica della Bibbia e del Dio d’Israele, come ha visto Michael Walzer, la matrice di ogni prassi rivoluzionaria».

L’era degli Estremismi segna il ritorno ad arcaici politeismi?

«I filosofi del postmoderno sentono il politeismo come più scettico, tollerante e pacifista del monoteismo. Ma più che scegliere tra politeismo o monoteismo, la questione è se l’era degli Estremismi abbia davvero un Dio o no».

E lei cosa dice?

«Che il Dio degli Estremismi è una variabile del tutto immanente e dai tratti antropomorfici: un Dio che non è un vero Dio, senza teologia né trascendenza, percepito come mera religione umana. Ma, come diceva Karl Barth, “la religione non è fede”».

Non per niente l’unico feticcio nell’era dell’Estremismo è il Nazionalismo, l’American First di Trump.

«La casa editrice della Nuova Destra tedesca si chiama “Antaios”, da Anteo, il gigante che come ogni nazionalismo trae la sua forza dalla madre Terra, dalle presunte radici o dai confini tellurici della società. Ma persino il cosiddetto “Movimento Identitario’”, la destra radicale, ha nelle sue bandiere una Lambda greca ispirata a un film sugli spartani di Hollywood, l’industria culturale più globale della storia. Un ennesimo segno dell’estremo mix di rabbia, invidia, tristezza e banalità quotidiana in cui siamo totalmente immersi».

L’analisi più suggestiva di Marx è “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, la storia di una rivoluzione fallita, nel ’48, e della deriva autoritaria in Francia. Gli estremismi che circolano oggi in mezza Europa puntano verso nuovi Bonapartismi?

«Quel saggio di Marx è senza dubbio la chiave per capire gli Estremismi del presente. Bonapartismo è l’ambigua unione dei poteri forti con dubbiosi faccendieri e avventurieri, terroristi e criminali. Oggi persino la Faz, il quotidiano dei conservatori, scrive articoli a favore del movimento xenofobo di Pegida, e Afd fa proseliti tra i professori. Ai tempi di Marx la Repubblica francese implodeva nella forma totalitaria del bonapartismo, ed oggi populisti e l’estrema destra osannano Putin, il nuovo “Uomo forte”. A differenza dei tempi di Marx, però, non c’è più alcuna minaccia rivoluzionaria, ma i populisti rileggono il motto di Cicerone “res publica, res populi” in senso illiberale: nel loro estremismo, la Repubblica è proprietà del popolo e non delle sue libere norme ed istituzioni».

We are under a Mediaset. Generation Attack! Scrive Giuseppe Giusva Ricci venerdì 07 luglio 2017 su Next Quotidiano. La tragedia della situazione politica contemporanea (che travalica e fa apparire obsoleti i concetti di destra e sinistra) risiede nel fatto che individui appartenenti alla MediasetGeneration sono approdati a cariche istituzionali in modo naturale per scadenza biologica dei predecessori. Mezzi-adulti educati e cresciuti nel contesto culturale del berlusconismo carico di molteplici retaggi, di varie diramazioni, e di infiniti caratteri seduttivi, questi perenni adolescenti senza passato vivono secondo una coscienza deforme mossa da arrivismo, egoismo, edonismo, cialtronismo e disincanto nei confronti del Sociale, la dimensione imprescindibile del Bene Comune che una volta si poteva definire Società. In un paese culturalmente devastato dall’ognun-per-sé, dove la lotta di classe si è trasformata in invidia di classe – e che Pierpaolo Capovilla compendia così “Dai, vai, uno su mille ce la fa, stai a vedere, che sei proprio tu … sono accadute tante cose ma non è successo niente, che m’importa a me, che t’importa a te, che c’importa a noi … se tuo fratello resta al palo, mandalo affanculo, non aver pietà o rispetto per nessuno, parola d’ordine nutrire l’avvoltoio è dentro di te”** – data la loro formazione diretta o sublimata e la loro appartenenza a questa condizione ormai cristallizzata, gli attuali giovani leader non possono che essere intimamente e forse inconsapevolmente dediti a ways of life pop-nichilisti nei quali l’ambizione determina scelte e posizioni. È plausibile che siano la vanità e l’arrivismo a muoverli e a farli soccombere alle sirene del benessere privato, ossia quei valori che hanno vinto definitivamente con la resa di gran parte della precedente generazione politica contaminata dal berlusconismo perché già segnata irreparabilmente dalla caduta delle Idee e dal trionfo del privilegio e del profitto privato. Le dinamiche delle rottamazioni (in tutti gli apparati) evidentemente fallite, vista la riesumazione di figure quali Berlusconi e Prodi, furono prefigurate da Antonio Gramsci in Quaderni dal carcere [Vol. 4, 1929-1935] con queste parole: “Fare il deserto per emergere e distinguersi […] Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro, ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.”  Con l’impostura del giovanilismo usato come paradigma di rinnovamento e basato sul concetto mistificatorio che approssima il vecchio al superato e allo sbagliato, all’interno degli apparati si sono attuate pseudo-rivoluzioni che hanno instaurato un regime della mediocrità. Questo regime supera l’appartenenza alle tradizioni e ai pensieri forti che non solo hanno mosso il Novecento, ma che paiono imprescindibili visto l’andazzo delle disparità economiche che investono oggi, come già prima delle lotte per i diritti, tutti gli ambiti della società reale. Da quando la principale agenzia di educazione-formazione è diventata la TV con le sue divizzazioni di giovani individui qualunque (o con l’enfatizzazione del ruolo dei professionisti dell’intrattenimento), le gioventù hanno assimilato la mistificazione del nuovo secolo, quella che ripone e misura il significato dell’esistenza quasi esclusivamente sulla base del successo pubblico e del relativo denaro ottenibile, sull’arrivismo e sull’individualismo. Nell’introduzione al suo Atlante illustrato della TV (2011), Massimo Coppola, senza definirla, la spiega così: “La generazione formata in quegli anni – quelli dell’affermazione della tv commerciale – non può che essere formata da anime scisse, indecise, forse incapaci di provare davvero piacere […] gente priva di uno straccio di passato cui attaccarsi senza provare rimorso, rabbia, sottile vergogna”. Questa dinamica nel tempo ha formato la MediasetGeneration, che per forza di cose sarebbe approdata, in parte, anche ai gruppi sociali dirigenti composti dagli attuali trentenni/quarantenni:

–Alessandro Di Battista, classe 1978, a 35 anni deputato e leader di Movimento, a 20-22 anni partecipò a provini per Amici di Maria De Filippi spinto da vocazione attoriale.

–Rocco Casalino, classe 1972, a 42 anni responsabile della comunicazione del M5S, a 28 anni partecipò alla prima edizione del Grande Fratello (poi ospite e opinionista di altre trasmissioni Mediaset: Buona Domenica, ecc.).

– Luigi Di Maio, classe 1986, a 27 anni Vicepresidente della Camera e leader di Movimento, con l’avvento della triade Mediaset del 1984 potrebbe avere assistito all’operazione culturale berlusconiana già dalla culla.

– Matteo Salvini, classe 1973, già a 36 anni europarlamentare, oggi leader della Lega, ancora giovanissimo partecipò a telequiz trasmessi dalle reti berlusconiane – nel 1985 (a dodici anni) a Doppio Slalom; nel 1993 (a vent’anni) a Il pranzo è servito.

– Matteo Renzi, classe 1975, a 29 anni Presidente della Provincia di Firenze, a 34 Sindaco di Firenze, a 38 segretario del PD, a 39 Presidente del Consiglio, nel 1994, diciannovenne, partecipò al telequiz di Canale5 La ruota della fortuna.

[A proposito: Hitler: a 36 anni leader del Partito Nazionalsocialista, a 44 Cancelliere del Reich. Stalin: a 43 anni Segretario Generale del Comitato Centrale, a 47 Capo dell’Urss. Mussolini: a 36 Capo del Partito Fascista, a 39 anni Presidente del Consiglio].

Ancora, il 18 ottobre 1975, dalle colonne del Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini scriveva: “Se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? È stata la televisione che ha praticamente concluso l’era della Pietà, e iniziato quella dell’Edonè. Era in cui dei giovani presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro, tendono inarrestabilmente a essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità”.

Gli esemplari umani recentemente consacrati mediaticamente come personaggi istituzionali e politici (Renzi, Boschi, Serracchiani, Salvini, Di Maio, Di Battista, Meloni, ecc.) sono, prima di tutto, leader mediatici abili nella spettacolarizzazione di se stessi, sono l’incarnazione dell’affermazione dell’Immagine sulla “Statura”, dello Spettacolo sulla Politica, del marketing sull’esperienza. Questi “giovani politici” sono stati graziati dalla logica da Grande Fratello della “nomination”, hanno partecipato al talent show della non-Politica moderna, e hanno vinto (forse). Se siano stati scelti e nominati da chissà quali alte sfere del Dominio, “cupole” anche diverse tra loro, non è dato sapere con certezza, ma i segnali che siano figure compiacenti e collaborative ci sono…

L’appartenenza alla MediasetGeneration in parte li scagiona, perché è mutazione genetica, poiché essi possono essere ritenuti innocenti delle strutture mentali alle quali obbediscono; ambizione e successo. Ma possono essere ritenuti inconsapevoli dell’arroganza generazionale, del modernismo scalpitante, e del superomismo che li descrive nel loro carrierismo data l’appartenenza alla società dell’opulenza?

Fascisti su Facebook, ecco i gruppi segreti con cui la galassia nera fa proseliti sul web. Si moltiplicano le pagine dove si incita all’odio e alla violenza in nome dell’ideologia, scrive Arianna Giunti il 6 dicembre 2017 su "L'Espresso". Dio, patria e famiglia. E poi valanghe di sterco che si riversano sui "negri", sugli "zingari", sulle "zecche rosse” e sugli "ebrei maiali". Odio feroce alimentato da tonnellate di fake news, notizie false proprio come i siti che le ospitano. Saluti romani che partono dalle braccia di chiunque: video amatoriali che immortalano ignari bambini che eseguono inconsapevolmente il saluto fascista sotto la guida di papà e anziani spinti dai nipoti a scimmiottare l’antico gesto che rimanda al ventennio di morte e persecuzione. E c’è persino un uomo che indossa un saio da frate francescano, che intona Faccetta Nera e che conclude la sua performance con il braccio teso rivolto alla videocamera che lo sta riprendendo. Il fascismo non muore mai. E proprio quando si crede di averlo sconfitto rinasce ancora più forte e più isterico nel web, terreno fertile per estremismi di ogni sorta e impermeabile ai controlli. Hanno nomi evocativi: “A noi”, “Semper Fidelis”, “Fascisti del Terzo Millennio”, “Benito Mussolini ha fatto grande l’Italia”, “Io non ho tradito”, “Fieri di essere fascisti”, “Rivoluzione fascista”. Su Facebook vantano decine di migliaia di iscritti. Alcuni di loro si professano antirazzisti, ma sanno scrivere solo frasi di incitazione all’odio e alla violenza. Altri non perdono neppure tempo a nasconderlo: predicano la difesa della razza. Sono i gruppi segreti dove si inneggia al fascismo. Crescono alla velocità della luce. Lì dentro si pubblicano fotografie di armi e munizioni che gli utenti custodiscono nelle loro case “per difendersi dagli immigrati” e per “preparare la rivoluzione”. Si comprano gadget e bandiere. Si fa propaganda, si augura la morte ai politici e si invita a profanare le tombe dei loro familiari. Si diffondono notizie false e si incita alla violenza. I neofascisti non aprono la porta a chiunque: per essere accettati bisogna saper rispondere alle loro domande e dimostrare di condividere, con la comunità virtuale, ideali e valori ispirati al Ventennio. E così l’Espresso ha provato a verificare di persona. Il risultato è stato agghiacciante.

LA BANDIERA DEL REICH. Le bandiere con il fascio littorio e la croce celtica sono di casa. E anche il vessillo della Marina prussiana, lo stesso stendardo al centro delle polemiche che un giovane carabiniere ha appeso nel suo alloggio all’interno della caserma Baldissera del Battaglione dei Carabinieri Toscana. Una bandiera che effettivamente da un punto di vista storico nulla ha a che vedere con il Terzo Reich, ma che viene abitualmente sventolata dai neonazisti durante le manifestazioni pubbliche. “Onore al Carabiniere camerata!” scrive poche ore fa uno degli amministratori del gruppo “Fascisti del Terzo Millennio” pubblicando una gigantografia della bandiera incriminata. “Uno dei nostri, ti siamo vicini”, “Seigh heil camerata!”, rispondono all’unisono gli altri utenti. Poi però ai neofascisti la situazione scappa la mano. Fino al punto da strumentalizzare le divise dell’Arma pubblicando una foto di repertorio di carabinieri mentre fanno il saluto militare accompagnata alla frase “Siamo pronti per la marcia su Roma”. La galassia nera delle comunità web fascista è vastissima. Molti dei gruppi sono collegati fra di loro. A fare da ponte sono gli utenti più fedeli, che segnalano gli “infiltrati” e le persone che secondo loro sono sospette, quelle che loro chiamano le “zecche rosse”. Per chi veste la divisa, poi, la situazione è delicatissima. Perché fra i frequentatori di queste stanze virtuali ci sono anche alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Ogni volta che inneggiano al fascismo macchiano l’uniforme che indossano, sporcando e trascinando nel fango anche l’istituzione che rappresentano. Come succede nella pagina “Sostenitori delle Elite Forze Armate” - frequentato assiduamente da militari - dove ogni 25 aprile si rinnega la festa della Liberazione.

BAMBINI, PRETI E ANZIANI. Fra le mura virtuali del gruppo “A noi!” gli utenti pubblicano in maniera compulsiva fotografie di se stessi mentre fanno il saluto romano, nell’intimità delle loro case. Qualcuno, per ottenere consenso dalla comunità virtuale, mostra video di bambini - i propri figli - ai quali viene fatto tendere i braccio in un grottesco saluto romano, accompagnato dalla didascalia “piccolo Balilla”. E c’è anche chi nelle usanze neofasciste coinvolge pure la nonna ultra novantenne, immortalata in un video in cui con il braccio teso dice “Eia eia alalà” sotto la guida del nipote. Alcuni utenti, in casa, hanno imbastito altarini alla memoria del Duce, adornati con fiori e lumini. Altri, pubblicano fotografie di pellegrinaggi a Predappio e si fanno vedere impegnati nella manutenzione di quella che sembra una cappella intitolata a Benito Mussolini. E la galleria non è finita. Compare persino il video di un uomo vestito con un saio, che a prima vista sembrerebbe un frate francescano, mentre intona l’inno fascista “Faccetta Nera” e poi tende il braccio. Del resto, per la maggiore vanno anche le video-omelie di padre Giulio Tam, il prete neofascista vicino a Forza Nuova - già scomunicato dal Vaticano - inneggianti al dittatore che trascinò l’Italia nel pantano della Seconda Guerra Mondiale e che firmò le leggi razziali mandando a morire migliaia di ebrei. 

"MAIALI EBREI". Perché non c’è solo il razzismo alimentato da tragicomiche fake news a tenere uniti i membri di queste galassie neofasciste. I bersagli sono soprattutto i politici. Il firmatario del disegno di legge che mira a introdurre il reato di propaganda nazista e fascista, Emanuele Fiano, è in cima alla lista. Nelle immagini dei gruppi neofascisti viene spesso raffigurato come una caricatura oscena e ritratto a testa all’ingiù. Nel gruppo “Non ho tradito!” gli utenti sono scatenati. Pubblicano una foto di Fiano - il cui padre Nedo fu deportato ad Auschwitz - e poi incitano i membri del gruppo a latrare come cani inferociti. “Faccia da ebreo”, “muori”, “distruggiamo le tombe della sua famiglia!”, "cominciamo dalla tomba di sua madre", sono solo alcuni dei commenti che i frequentatori dei gruppi vomitano nel muro virtuale. L'odio é rivolto non solo verso il politico di origini ebraiche, ma nei confronti dell'intera "razza infame". "Giudei", urla un ragazzo che avrà sì e no 30 anni, "maiali, quelli non sono italiani". Alla presidente della Camera Laura Bordini non va meglio. Gli utenti la buttano sulle offese a sfondo sessuale, augurandole di subire stupri e violenze di ogni sorta. Nel gruppo “Fascisti del Terzo Millennio” viene spesso ritratta con un fotomontaggio dove un bambino con la divisa dei Balilla le urina addosso.

PROSELITISMO SUL WEB. Il tema su cui i gruppi che inneggiano al fascismo batto il ferro, caldissimo, è quello della sicurezza. Gli utenti pubblicano continuamente fotografie di armi e di munizioni che custodiscono i casa e incitano anche gli altri a farsi giustizia da sé. “Negro, se vieni in casa mia ti aspetta un bel regalo”, scrive uno dei membri del gruppo “A noi!” pubblicando la foto di un cestino pieno di proiettili ancora incartati. “Lo Stato se ne frega di noi”, ribatte un altro ospite, mostrando l’immagine di una pistola semiautomatica a suo dire “ritoccata”. Ma lo scopo di questi gruppi Facebook è soprattutto il proselitismo, che attraverso il web corre alla velocità della luce. Alcuni di loro sono sostenitori dei movimenti Casa Pound e Forza Nuova. Si approfittano dello stato di indigenza e di insoddisfazione che ha travolto molti giovanissimi, e la povertà diventa l’humus ideale per far crescere l’odio e dare vita a una fantomatica “rivoluzione”. E così organizzano raccolte di viveri che poi distribuiscono nei quartieri più problematici, da Milano a Palermo. Mostrano le foto dei pacchi di pasta e dei generi alimentari che i “bravi fascisti” consegnano solo, rigorosamente, agli italiani. Atti di generosità, si suppone, che verranno ricambiati in cabina elettorale. 

Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura. Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra, scrive Federico Marconi il 28 luglio 2017 su "L'Espresso". Pestaggi, blitz, aggressioni. La violenza è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi mesi. E la matrice è, spesso, la stessa: l’estrema destra, che sta tornando più prepotente che mai. In alcuni casi i responsabili sono ancora ignoti, ma i bersagli no: sono gli stessi contro cui si scagliano i neofascisti. 6 dicembre 2016. San Basilio, quartiere della periferia est della capitale, si rivolta contro una famiglia marocchina. «Un episodio di profondo degrado morale e civile» commentano dal Campidoglio. Una trentina di residenti ha aggredito la famiglia, legittima assegnataria della casa popolare, in difesa degli occupanti abusivi dell’alloggio: «Non vogliamo i negri, andate via con i barconi». A supportare i riottosi Forza Nuova: «Sosterremo con forza la rivolta popolare per la difesa di Roma contro chi vuole farci diventare minoranza a casa nostra». L'inchiesta di copertina sull'estrema destra che conquista nuovi consensi soffiando sul fuoco della crisi economica e dei flussi migratori: un viaggio nelle istituzioni in cui entrano partiti neofascisti e nel mondo criminale in cui i "neri" la fanno da padrone (e non vengono mai puniti). Con l'anno nuovo, si ricomincia. 21 gennaio 2017, Noi con Salvini e Fratelli d’Italia manifestano contro l’ordinanza con cui la sindaca Raggi destina il Ferrhotel, albergo in disuso vicino la stazione Tiburtina, all’accoglienza dei migranti. Tra i partecipanti la deputata della Lega Nord Barbara Saltamartini.  Al termine della manifestazione Forza Nuova e Roma ai Romani occupano la struttura: «Contro i migranti siamo pronti alle barricate». Passano tre giorni. 24 gennaio: Forza Nuova, CasaPound e Roma ai Romani impediscono a una famiglia di egiziani di prendere possesso di una casa popolare dopo lo sgombero degli occupanti, ancora una volta italiani e abusivi: «Non molleremo un centimetro» dichiara Giuliano Castellino, portavoce di Roma ai Romani. Il primo pestaggio il 2 febbraio, a Ostia. «Mi hanno accerchiato, gettato in terra e preso a calci, i passanti non hanno fatto nulla per fermarli». Fuori dal palazzo municipale viene aggredito un attivista di una Onlus che si occupa di migranti. Poco distante un sit-in di CasaPound, Fratelli d’Italia e Noi con Salvini. I partecipanti alla manifestazione negano tutto, ma la Polizia cerca tra loro i responsabili dell’accaduto. Neanche dieci giorni dopo una nuova vittima. Nel viterbese alcuni militanti di CasaPound effettuano una “spedizione punitiva” contro Paolo, ragazzo ventiquattrenne colpevole di aver condiviso su Facebook una vignetta satirica che recitava «Chi mette il parmigiano sulla pasta col tonno non merita rispetto». «Fatti i cazzi tuoi, non prendere in giro CasaPound» gli urlano tra un pugno e una cinghiata. Tra i responsabili c’è Jacopo Polidori, dirigente della sezione viterbese del movimento di estrema destra. Il 20 ottobre inizierà il processo a suo carico. Non solo Roma, la violenza arriva anche a Milano. Nel pomeriggio del 1 aprile, militanti di Forza Nuova effettuano un blitz “con mazze e caschi” al centro sociale Gta. In serata venticinque militanti di CasaPound aggrediscono un componente della Rete degli studenti. Il ragazzo viene inseguito, spintonato e gettato nel Naviglio tra insulti e sputi. Saluti romani e croci celtiche il 25 aprile al cimitero Maggiore di Milano: l’ultradestra commemora i caduti della Repubblica di Salò, beffando la Prefettura che aveva proibito la manifestazione. I mille fascisti presenti al cimitero raddoppiano nel pomeriggio, al raduno sotto la chiesa dei Santi Nereo e Achille. È presente tutto il gotha dell’estrema destra italiana: non solo Forza Nuova, CasaPound e Lealtà Azione, ma anche Zeta Zero Alfa e Hammerskin. Momenti di tensione al Campo 10 del cimitero Maggiore di Milano: alcuni antifascisti, dopo la commemorazione ai partigiani caduti durante la Liberazione, sono stati verbalmente attaccati da militanti di estrema destra arrivati al Campo per rendere omaggio ai loro morti. Al termine del diverbio, uno di loro ha alzato il braccio per il saluto romano e ha urlato "fascisti sempre". Come prevedeva il divieto della Prefettura, non si è svolta una cerimonia ufficiale per i caduti dell'Rsi, ma ognuno di loro ha portato un saluto in forma privata (di Giulia Costetti). A maggio continuano i blitz. Giovedì 4 Forza Nuova effettua una “irruzione pacifica” nella sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni a Roma. “La prossima volta potremmo non essere altrettanto teneri” afferma il portavoce Alessio Costantini. Il 6 maggio un nuovo blitz, questa volta a Prato. Al grido di “Ong scafiste” un gruppo di militanti di Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria fa irruzione al Festival Mediterraneo Downtown organizzato dalla Ong Cospe. L’estate scalda gli animi dell'estrema destra. Il 15 giugno Forza Nuova protesta sotto Palazzo Madama contro lo Ius Soli: «Ormai è guerra aperta. In questo momento un manipolo di guerrieri sono schierati qui in piazza. La legge non passerà, o sarà battaglia in tutta Italia» è scritto in un post su Facebook del movimento neofascista. La polizia utilizza gli idranti per respingere la manifestazione non autorizzata: a fine giornata sono 64 i forzanovisti identificati e denunciati. Protesta contro lo Ius soli e saluto fascista: così l'estrema destra decide di manifestare il proprio dissenso alla legge in discussione al Senato. Dopo il sit in a Palazzo Madama con CasaPound, Forza Nuova sceglie di marciare per la città invocando il Duce. Tra i blindati della polizia, braccia tese intorno a piazza Cavour, sulle note di "Camicia nera la trionferà". Al termine del corteo 50 persone sono state denunciate per manifestazione non autorizzata, violenza e resistenza a Pubblico Ufficiale e apologia di fascismo. Di Giulia Torlone. Appena cinque giorni dopo, il 20 giugno, un diciottenne romano viene aggredito con un tubo di metallo perché “zecca comunista”: è colpevole di indossare una maglietta del Cinema America occupato. Il giorno dopo, fuori da un circolo Arci di Pescara, due ragazzi vengono aggrediti da una coppia di uomini, che alle forze dell’ordine dichiarano di essere “fascisti e razzisti”. Il 28 giugno a Perignano, paesino in provincia di Pisa, Forza Nuova fa un blitz contro il prete che ha ospitato la festa di fine Ramadan nei locali della Chiesa. Il giorno dopo, a Milano, caos a Palazzo Marino, sede del Comune: prima CasaPound irrompe a braccia tese in aula consiliare per chiedere le dimissioni del sindaco Sala, poi sfiora la rissa con alcuni gruppi dei centri sociali fuori dal palazzo del Comune. Irruzione di un gruppo di militanti di CasaPound in Consiglio comunale a Milano, con tanto di saluti romani e la richiesta gridata di dimissioni rivolta al sindaco, Beppe Sala, dopo il suo coinvolgimento nell'inchiesta sugli appalti Expo. "Ferma condanna rispetto ad azioni sqaudriste, che dimostrano come questi signori non conoscano altro che la violenza. Nelle istituzioni democratiche, nella città Medaglia d'oro della Resistenza, non c'è spazio per questi disgustosi rigurgiti fascisti" è il commento del segretario metropolitano del Pd, Pietro Bussolati. E l'assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino sul suo profilo Facebook ha scritto: "Già Beppe mi piaceva come sindaco. Da oggi che lo hanno contestato quattro pirla di CasaPound mi piace ancora di più" (video dalla pagina Facebook di Casa Pound). Il 30 giugno, mentre il neosindaco di Genova Marco Bucci dichiarava «Casapound ha diritto ad aprire una sede», a Roma accadeva di tutto. A Tor Bella Monaca un 52enne bengalese veniva picchiato da quattro ragazzi italiani perché destinatario di una casa popolare. Nel frattempo CasaPound manifestava fuori dal centro di accoglienza della Croce Rossa di via del Frantoio. Chissà se qualcuno di loro ha presenziato la sera alla Festa del Sole, organizzata dal gruppo di ultradestra Lealtà Azione. La formazione nata nel 2011, oggi egemone nel panorama dell’estrema destra lombarda, ha tra i fondatori l’assessore allo Sport di Monza Andrea Arbizzoni, eletto tra le fila di Fratelli d’Italia. Il “senatore” Arbizzoni, come viene chiamato a Monza, è già stato assessore nella precedente giunta leghista. Alla due giorni di incontri e conferenze quest’anno ha partecipato Alfredo Mantica, già senatore nelle fila di An e Pdl e sottosegretario agli Esteri nel II e III governo Berlusconi. La destra moderata ha sempre partecipato alla manifestazione, non perdendo l'occasione di dialogare con i neonazisti. Nel 2015, oltre al vicepresidente di CasaPound Simone Di Stefano, parteciparono Carlo Fidanza, allora membro dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia, Giulio Gallera, consigliere regionale lombardo di Forza Italia, fra i fondatori del partito nel 1994, e Igor Iezzi, segretario della Lega Nord nella provincia di Milano.Festa del Sole 2017L’onda nera arriva anche in Calabria. Il 1 luglio a Riace, la città calabrese considerata nel mondo un’eccellenza nell’accoglienza ai migranti, ha luogo una manifestazione delle destre contro la politica d’accoglienza del sindaco Mimmo Lucano. Per contrastare l’accoglienza dalle parole si passa ai fatti: il 4 luglio a Vobarno, in provincia di Brescia, una molotov viene lanciata contro un hotel che si preparava ad ospitare dei migranti. In quella stessa notte Casapound affiggeva lo striscione “Profughi finti, soldi veri”. Con il caldo le strade non bastano più. E Casapound, il 9 luglio, va in spiaggia a Ostia per "cacciare" i venditori ambulanti abusivi che «fanno concorrenza sleale ai concessionari degli stabilimenti». «Sono atti di forza che non possono essere tollerati» ha dichiarato il commissario di Ostia Domenico Vulpiani dopo il blitz in spiaggia di CasaPound. Ronde in spiaggia a caccia di ambulanti abusivi stranieri. A organizzarle, due giorni fa, sono stati i militanti di CasaPound di Ostia che, vestiti con pettorine rosse, sono scesi sull’arenile di ponente contro "i venditori abusivi che – spiega nel video Luca Marsella, responsabile di Cpi sul lido di Roma – oltre a cianfrusaglie di dubbia provenienza, vendono anche bibite facendo concorrenza sleale ai legittimi concessionari delle strutture che invece sono sovente tartassati da controlli di vigili". Un classico argomento della propaganda dell’estrema destra, secondo cui gli stranieri sono favoriti rispetto agli italiani. Il blitz si inserisce anche nella campagna elettorale che "i fascisti del terzo millennio" hanno iniziato in vista del voto, a novembre, al Municipio di Ostia, commissariato per infiltrazioni mafiose da quasi due anni. Nel giorno del 25° anniversario della strage di via D'Amelio, l'estrema destra protesta a Latina contro la decisione del sindaco di cambiare il nome del Parco "Arnaldo Mussolini", fratello del Duce, in "Falcone e Borsellino". Il 19 luglio, alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini, un folto numero di militanti di CasaPound, Forza Nuova e Fratelli d'Italia è sceso in piazza contro la nuova intitolazione. Tra fischi e braccia tese. È solo l'ultima manifestazione di un'estrema destra che sta tornando e promette «non sarà più tenera».Si è tenuta a Latina la cerimonia di intitolazione del Parco Comunale a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati uccisi dalla mafia venticinque anni fa. Alla cerimonia nella città laziale voluta da Mussolini dopo la bonifica nell'agropontino hanno partecipato molte persone, ma anche decine di contestatori che hanno intonato slogan fascisti indirizzati alla Presidente della Camera. Boldrini è ritornata sulla polemiche che la accusavano di voler abbattere i monumenti dell'epoca fascista: ''Non ho mai detto quelle parole, chi dice il contrario dice menzogne'' servizio di Fabio Butera.

Un anno di violenza fascista. Nel 2017 l'estrema destra ha rialzato la testa. Dai piccoli paesini di provincia alle grandi città. E sempre più spesso blitz, aggressioni e pestaggi hanno fatto da contraltare a propaganda, manifestazioni e cortei. A dimostrazione di come oggi questi gruppi, movimenti e partitini si sentano in grado di poter dire e fare di tutto, scrive Federico Marconi il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso". Pestaggi, blitz, aggressioni. La violenza è aumentata in maniera esponenziale nell’ultimo anno. E la matrice è sempre la stessa: l’estrema destra, che è tornata più prepotente che mai. In alcuni casi i responsabili sono ancora ignoti, ma i bersagli no: “sporchi negri”, “zecche” e “froci”. Pugni e cinghiate, insulti e intimidazioni. Dall’inizio dell’anno le azioni “dimostrative” di gruppi neonazisti e neofascisti sono cresciute in maniera esponenziale. E hanno avuto luogo in tutta Italia, dalle grandi città come Roma e Milano, alle più piccole, come Vignanello in provincia di Viterbo. Una spirale di violenza che è stata più volte denunciata sulle pagine dell'Espresso. E che dimostra come oggi questi gruppi, movimenti e partitini, si sentano in grado di poter dire e fare tutto. In un clima in cui, sempre più spesso, queste azioni vengono considerate solamente note di colore. 2017: UN ANNO NERO.

8 dicembre. "Questa va trovata". "Dobbiamo darle una lezione". "Zoccola comunista". La giornalista Arianna Giunti è stata pesantemente insultata e minacciata dopo la pubblicazione di un'inchiesta sui gruppi segreti dei fascisti su Facebook. Pagine in cui si incita all'odio e alla violenza in nome di "Dio, patria e famiglia" .

6 dicembre. Una squadraccia composta da una dozzina di persone sotto la redazione dell'Espresso e di Repubblica. Mascherate, con fumogeni e bandiere nere. Un blitz con cui il partito neofascista Forza Nuova prova a intimidire la nostra testata "colpevole" di dedicare troppa attenzione agli affari della galassia nera italiana e alla storia del segretario di Fn Roberto Fiore. In un comunicato pubblicato su Facebook dopo il raid, i neofascisti non abbassano il tiro: «Oggi è stato solo il "primo attacco" contro chi diffonde il verbo immigrazionista, serve gli interessi di Ong, coop e mafie varie. Questi infami sappiano che non gli daremo tregua, li contesteremo ovunque». E le minacce sul web sono continuate anche nei giorni successivi: «Basta! Oggi boicottaggio, domani esecuzione!» . Una dozzina di persone mascherate, con fumogeni e bandiere, sotto la redazione de l'Espresso e di Repubblica. È l'azione intimidatoria messa in piedi dal partito neofascista di Forza Nuova all'interno della sua campagna di boicottaggio alle testate del nostro gruppo editoriale che nelle ultime settimane hanno dedicato un'ampia serie di inchieste agli affari e agli uomini dell'estrema destra italiana. Il gruppetto è stato accolto dai fischi dei giornalisti.

28 novembre. A Como quindici naziskin del Veneto Fronte Skinhead effettuano un blitz durante una riunione di un’associazione pro migranti. Leggono un comunicato che denuncia la "deriva immigrazionista" in corso in Italia davanti agli aggrediti che non rispondono alla provocazione. Non è l'unico caso. Durante la riunione di Como Senza Frontiere, una rete che unisce decine di associazioni a sostegno dei migranti - al Chiostrino di Santa Eufemia - un gruppo di 15 militanti del VFS, associazione culturale Veneto fronte Skinheads, è entrato nella sala e ha imposto la lettura di un "proclama" che si concludeva con lo slogan "basta invasione". Le decine di partecipanti alla riunione - esterrefatti – non hanno reagito alla provocazione. Il blitz segue le iniziative di tre giorni fa, sempre a opera del VFS, sempre a Como: sagome di migranti dipinte a terra di fronte alle sedi Caritas.

25 novembre. A Medole, sedici naziskin del Vfs hanno fatto irruzione in un dibattito a cui partecipavano la giovane scrittrice Chaimaa Fatihi e il sindaco Ruzzenenti. «Siamo contro questo ennesimo e solito teatrino dei burattini e si oppone allo sdoganamento di una politica sempre più immigrazionista che non perde occasione per ricamare le solite propagande pro-ius soli» dichiara un esponente del gruppo.

7 novembre. A Ostia Daniele Piervincenzi, inviato della trasmissione di Rai2 Nemo, e l’operatore Edoardo Anselmi sono state vittime di una aggressione a Ostia. Uno degli episodi che più hanno indignato l’opinione pubblica. Il protagonista è Roberto Spada, appartenente all’omonimo clan di Ostia e fratello di Carmine, condannato a 10 anni per estorsione con aggravante del metodo mafioso. Piervincenzi e Anselmi stavano chiedendo a Spada dei suoi rapporti con CasaPound – in particolare con Luca Marsella e Carlotta Chiaraluce - e dell’appoggio dato al movimento neofascista nel corso della campagna elettorale. Spada, indispettito dalle domande, sferra una testata al giornalista e poi aggredisce l’operatore con una spranga. Piervincenzi ha riportato la frattura del setto nasale. Daniele Piervincenzi, inviato del programma di Rai2 Nemo, è stato colpito al volto con una violenta testata da Roberto Spada, titolare di una palestra e fratello del boss Carmine, condannato a 10 anni di carcere. Piervincenzi, che stava incalzando Spada sul suo "endorsement" per il candidato di Casapound Luca Marsella, ha riportato la frattura del setto nasale ed è stato sottoposto a un intervento d'urgenza. Durante l'aggressione, Spada ha utilizzato anche una mazza con la quale ha colpito anche l'operatore della troupe. Sul suo profilo Facebook, Spada ha poi riportato la sua versione dei fatti.

29 ottobre. A Roma, nella centralissima Piazza Cairoli, Kortik Chondro è stato aggredito. La sua colpa? Quella di essere uno «sporco negro». È questo che gli urlano i cinque giovanissimi aggressori – hanno tutti tra i 17 e i 19 anni - mentre lo riempiono di calci e pugni. Uno di loro, alla fine del pestaggio, torna indietro per sferrare un calcio in faccia all’ormai inerme Chondro, 27 enne originario del Bangladesh. Tutti i componenti del branco sono stati fermati dalla polizia un’ora dopo il pestaggio e accusati di lesioni gravissime. Alessio Manzo, il ragazzo che ha colpito il bengalese al volto, è accusato anche di tentato omicidio. Manzo è legato alla galassia dell’estrema destra romana: Forza Nuova, Roma ai Romani, Lotta Studentesca. Con il gruppo di Giuliano Castellino ha partecipato alle manifestazione dello scorso 29 settembre al Trullo.

22 ottobre. Razzismo e fascismo si riaffacciano allo stadio. All’Olimpico, durante Lazio-Cagliari sono stati attaccati in Curva Sud degli adesivi che ritraggono Anna Frank con la maglia giallorossa. E non solo, il settore è stato riempito di sticker che recitano "Romanista frocio", "Romanista ebreo", "Romanista Aronne Piperno". Un vergognoso episodio antisemita di alcuni tifosi biancocelesti.

28 settembre. Al Corviale, periferia sud della Capitale, Forza Nuova e Roma ai Romani si sono uniti ai residenti per opporsi allo sgombero di una famiglia italiana che occupava abusivamente un alloggio popolare. I manifestanti hanno poi voluto impedire l’ingresso dei nuovi legittimi assegnatari, una famiglia italo-eritrea. Sono intervenute le forze dell’ordine, a cui i neofascisti hanno risposto con una sassaiola. Tre agenti sono rimasti feriti, e tre persone sono state fermate. Tra queste Giuliano Castellino, leader del movimento Roma ai Romani, considerato da Forza Nuova come un “prigioniero politico”.

5 agosto. Le squadracce non si sono prese neanche qualche giorno di vacanza. Nel pieno centro di Mantova, un gruppo di cinque ragazzi e ragazze, noti per la loro appartenenza a gruppi di estrema destra, hanno effettuato una spedizione punitiva nei confronti di Lorenzo. È “colpevole” di simpatizzare per la sinistra.

19 luglio. Nel giorno del 25° anniversario della strage di via D'Amelio, l'estrema destra protesta a Latina contro la decisione del sindaco di cambiare il nome del Parco "Arnaldo Mussolini", fratello del Duce, in "Falcone e Borsellino". Tra fischi e braccia tese, un folto numero di militanti di CasaPound, Forza Nuova e Fratelli d'Italia è sceso in piazza contro la nuova intitolazione.

9 luglio. Con il caldo le strade non bastano più. E Casapound allora va in spiaggia a Ostia per "cacciare" i venditori ambulanti abusivi che «fanno concorrenza sleale ai concessionari degli stabilimenti». «Sono atti di forza che non possono essere tollerati» ha dichiarato il commissario di Ostia Domenico Vulpiani dopo il blitz in spiaggia di CasaPound. Ronde in spiaggia a caccia di ambulanti abusivi stranieri. A organizzarle, due giorni fa, sono stati i militanti di CasaPound di Ostia che, vestiti con pettorine rosse, sono scesi sull’arenile di ponente contro "i venditori abusivi che – spiega nel video Luca Marsella, responsabile di Cpi sul lido di Roma – oltre a cianfrusaglie di dubbia provenienza, vendono anche bibite facendo concorrenza sleale ai legittimi concessionari delle strutture che invece sono sovente tartassati da controlli di vigili". Un classico argomento della propaganda dell’estrema destra, secondo cui gli stranieri sono favoriti rispetto agli italiani. Il blitz si inserisce anche nella campagna elettorale che "i fascisti del terzo millennio" hanno iniziato in vista del voto, a novembre, al Municipio di Ostia, commissariato per infiltrazioni mafiose da quasi due anni.

4 luglio. A Vobarno, in provincia di Brescia, una molotov viene lanciata contro un hotel che si preparava ad ospitare dei migranti. In quella stessa notte Casapound affiggeva lo striscione “Profughi finti, soldi veri”.

1 luglio. L’onda nera arriva anche in Calabria. A Riace, la città calabrese considerata nel mondo un’eccellenza nell’accoglienza ai migranti, ha luogo una manifestazione delle destre contro la politica d’accoglienza del sindaco Mimmo Lucano.

30 giugno. A Tor Bella Monaca un 52enne bengalese veniva picchiato da quattro ragazzi italiani perché destinatario di una casa popolare. Nel frattempo CasaPound manifestava fuori dal centro di accoglienza della Croce Rossa di via del Frantoio. "Vattene via, questa casa non è per te": un bengalese è stato aggredito da quattro ragazzi, che lo hanno insultato, scacciato a calci e pugni, mentre era andato a vedere la casa popolare che gli era stata assegnata dal Comune di Roma a largo Ferruccio Mengaroni, nel quartiere di Tor Bella Monaca. È accaduto lunedì scorso e la vittima, Howlader Dulal, 52 anni, cittadino italiano di orgine bengalese, ha denunciato l'aggressione agli agenti del commissariato Casilino, che hanno avviato le indagini. Al vaglio le telecamere della zona ed eventuali testimonianze.

29 giugno. Caos a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano: prima CasaPound irrompe a braccia tese in aula consiliare per chiedere le dimissioni del sindaco Sala, poi sfiora la rissa con alcuni gruppi dei centri sociali fuori dal palazzo. Scontri davanti al Comune di Milano, tra militanti di sinistra - appartenenti al movimento ''Nessuno è illegale'' e un gruppo di attivisti di CasaPound. La delegazione dell'associazione, legata ai centri sociali, era stata invitata dal Capo di Gabinetto del sindaco di Milano, mentre i manifestanti di CasaPound avevano organizzato un blitz per chiedere le dimissioni di Sala. L'incontro tra i due gruppi è degenerato in scontri sia all'interno che all'esterno di Palazzo Marino, dove è intervenuta la polizia. Il video è stato pubblicato sulla pagina Facebook dell'organizzazione.

28 giugno. A Perignano, paesino in provincia di Pisa, Forza Nuova fa un blitz contro il prete che ha ospitato la festa di fine Ramadan nei locali della Chiesa.

21 giugno. Fuori da un circolo Arci di Pescara, due ragazzi vengono aggrediti da una coppia di uomini, che alle forze dell’ordine dichiarano di essere “fascisti e razzisti”.

20 giugno. Un diciottenne viene aggredito a Roma con un tubo di metallo perché “zecca comunista”: è colpevole di indossare una maglietta del Cinema America occupato.

15 giugno. Forza Nuova protesta sotto Palazzo Madama contro lo Ius Soli: «Ormai è guerra aperta. In questo momento un manipolo di guerrieri sono schierati qui in piazza. La legge non passerà, o sarà battaglia in tutta Italia» è scritto in un post su Facebook del movimento neofascista. La polizia utilizza gli idranti per respingere la manifestazione non autorizzata: a fine giornata sono 64 i forzanovisti identificati e denunciati. Protesta contro lo Ius soli e saluto fascista: così l'estrema destra decide di manifestare il proprio dissenso alla legge in discussione al Senato. Dopo il sit in a Palazzo Madama con CasaPound, Forza Nuova sceglie di marciare per la città invocando il Duce. Tra i blindati della polizia, braccia tese intorno a piazza Cavour, sulle note di "Camicia nera la trionferà". Al termine del corteo 50 persone sono state denunciate per manifestazione non autorizzata, violenza e resistenza a Pubblico Ufficiale e apologia di fascismo. Di Giulia Torlone.

6 maggio. Al grido di “Ong scafiste” un gruppo di militanti di Movimento Nazionale e Gioventù Identitaria fa irruzione al Festival Mediterraneo Downtown organizzato dalla Ong Cospe a Prato.

4 maggio. Forza Nuova effettua una “irruzione pacifica” nella sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni a Roma. “La prossima volta potremmo non essere altrettanto teneri” afferma il portavoce Alessio Costantini.

25 aprile. Saluti romani e croci celtiche al cimitero Maggiore di Milano: l’ultradestra commemora i caduti della Repubblica di Salò, beffando la Prefettura che aveva proibito la manifestazione. I mille fascisti presenti al cimitero raddoppiano nel pomeriggio, al raduno sotto la chiesa dei Santi Nereo e Achille. È presente tutto il gotha dell’estrema destra italiana: non solo Forza Nuova, CasaPound e Lealtà Azione, ma anche Zeta Zero Alfa e Hammerskin. Momenti di tensione al Campo 10 del cimitero Maggiore di Milano: alcuni antifascisti, dopo la commemorazione ai partigiani caduti durante la Liberazione, sono stati verbalmente attaccati da militanti di estrema destra arrivati al Campo per rendere omaggio ai loro morti. Al termine del diverbio, uno di loro ha alzato il braccio per il saluto romano e ha urlato "fascisti sempre". Come prevedeva il divieto della Prefettura, non si è svolta una cerimonia ufficiale per i caduti dell'Rsi, ma ognuno di loro ha portato un saluto in forma privata. Di Giulia Costetti. 1 aprile. Militanti di Forza Nuova effettuano un blitz “con mazze e caschi” al centro sociale Gta di Milano. In serata venticinque militanti di CasaPound aggrediscono un componente della Rete degli studenti. Il ragazzo viene inseguito, spintonato e gettato nel Naviglio tra insulti e sputi.

11 febbraio. Nel viterbese, alcuni militanti di CasaPound effettuano una “spedizione punitiva” contro Paolo, ragazzo ventiquattrenne colpevole di aver condiviso su Facebook una vignetta satirica che recitava: «Chi mette il parmigiano sulla pasta col tonno non merita rispetto». «Fatti i cazzi tuoi, non prendere in giro CasaPound» gli urlano tra un pugno e una cinghiata. A inizio ottobre il Tribunale di Viterbo ha condannato a 2 anni e 8 mesi il presidente di CasaPound Cimini, il trentenne Jacopo Polidori, e Michele Santini, militante poco più che diciottenne del partito neofascista.

2 febbraio. «Mi hanno accerchiato, gettato in terra e preso a calci, i passanti non hanno fatto nulla per fermarli». Accade a Ostia, fuori dal palazzo municipale. La vittima è un attivista di una Onlus che si occupa di migranti. Poco distante un sit-in di CasaPound, Fratelli d’Italia e Noi con Salvini. I partecipanti alla manifestazione negano tutto, ma la Polizia cerca tra loro i responsabili dell’accaduto.

24 gennaio. Forza Nuova, CasaPound e Roma ai Romani impediscono a una famiglia di egiziani di prendere possesso di una casa popolare dopo lo sgombero degli occupanti, ancora una volta italiani e abusivi: «Non molleremo un centimetro» dichiara Giuliano Castellino, portavoce di Roma ai Romani.

21 gennaio. Noi con Salvini e Fratelli d’Italia manifestano contro l’ordinanza con cui la sindaca Raggi destina il Ferrhotel, albergo in disuso vicino la stazione Tiburtina di Roma, all’accoglienza dei migranti. Tra i partecipanti la deputata della Lega Nord Barbara Saltamartini.  Al termine della manifestazione Forza Nuova e Roma ai Romani occupano la struttura: «Contro i migranti siamo pronti alle barricate».

Così Casapound prende soldi con il 5 per mille. Il partito neofascista attraverso una cooperativa riceve i fondi della quota Irpef. Forza Nuova e Fiamma tricolore invece incassano fondi da quell'Europa che criticano continuamente. Ecco come, scrivono Andrea Palladino, Giovanni Tizian e Stefano Vergine l'8 novembre 2017 su "L'Espresso". Mamma Europa aiutaci tu. La richiesta è legittima e la avanzano tutti i partiti. Tuttavia è curioso che la richiesta di sostegno economico arrivi dal partito-movimento Apf. Il nome, Alleanza per la pace e la libertà, non tragga in inganno. Non si tratta di un’associazione di pacifisti. L’acronimo Apf è la casa europea dei neofascisti. A guidarla è Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova. Lui è il presidente e fondatore di Apf. Del partito-movimento fanno parte nazionalisti britannici, spagnoli, belgi, slovacchi, svedesi. Conta tre rappresentanti, che eletti con i rispettivi partiti nazionali hanno, poi, aderito al progetto di Fiore. Tra i quadri dirigenti di Apf c’è, per esempio, l’amico di una vita, l’inglese Nick Griffin. Ammirano Putin, parteggiano per Assad, sognano l’Euro-exit. Tuttavia nonostante lo scetticismo radicale verso le istituzioni di Bruxelles, il 19 aprile dell’anno scorso hanno aperto una sede nella cittadella europea a soli 4 minuti dal tanto vituperato palazzo del Parlamento. E da due anni li troviamo in coda, come tutti gli altri odiati partiti del “sistema”, a chiedere le sovvenzioni allo stesso Parlamento. Finanziamenti, cioè, che l’istituzione concede da ormai 13 anni ai partiti politici europei e alle fondazione collegate.

Negli ultimi due anni l’ufficio che si occupa di stanziare il denaro ha riconosciuto ai neofascisti 819 mila euro. Le sovvenzioni, dai documenti ufficiali dell’Europarlamento, risultano “Concesse”. Tuttavia sul loro sito i leader di Apf hanno lanciato in questi giorni una campagna di raccolta fondi. Nel comunicato attaccano l’Unione europea colpevole di avergli congelato i soldi assegnati nell’anno in corso. La galassia neofascista di Fiore drena risorse anche tramite fondazioni “amiche”. Negli ultimi due anni, quelle vicine a Apf, “Europa terra nostra” e “Pegasus” (sponsorizzata da Coalition pour la vie et la famille, movimento in cui ha avuto un ruolo Stefano Pistilli legato a Fiore) hanno ottenuto 649 mila euro. Dunque, sommando le varie cifre i neofascisti di Apf, e quindi Fiore e Forza Nuova, potrebbero incassare potenzialmente più di 1 milione e 200 mila euro. Non sono tuttavia gli unici nazionalfascisti a chiedere soldi all’Unione europea. A seguire, infatti, troviamo l’Alleanza europea dei movimenti delle nazioni (Aemn). I leader sono gli ungheresi di Jobbik. Ma del gruppo fa parte anche Fiamma Tricolore, con Valerio Cignetti (ex Msi) che ricopre il ruolo di segretario generale. Tra il 2012 e il 2015 l’Aemn ha già incassato dall’Europa poco meno di 1 milione e 200 mila euro, mentre è in attesa di riceverne altri 700 mila già concessi per i successivi anni. Discorso diverso per CasaPound. Se Fiamma Tricolore e Forza Nuova, infatti, succhiano risorse a Bruxelles, il movimento di Iannone ha trovato una soluzione alternativa. Lo fa chiedendo ai contribuenti un aiutino attraverso il 5 per mille. Il codice fiscale da inserire nella dichiarazione dei redditi non è, però, quello di CasaPound, bensì della cooperativa l’Isola delle Tartarughe. La tartaruga è il simbolo dell’organizzazione neofascista guidata da Gianluca Iannone e Simone Di Stefano. Solo che CasaPound è ormai a tutti gli effetti un partito, perciò gli spetterebbe il 2 per mille e non il 5. Gli ultimi dati ufficiali disponibili riguardano il 2015, anno che segna il record di incasso: 41.036 mila euro. A partire dal 2007 è stato un continuo crescendo. E il confronto con i 4 mila e pochi spiccioli di dieci anni fa fotografa la crescita degli eredi di Marinetti e Mussolini. Sommando sei anni contributivi, a partire dal 2010, si sfonda quota 200 mila. Tesoretto che fa sempre comodo, utile per finanziare feste, banchetti, iniziative, manifesti. A queste entrate vanno aggiunte le contribuzioni libere, i tesseramenti (aumentati di molto), le attività sul territorio. Non c’è che dire, è decisamente cresciuto questo movimento. Un’onda nera di seimila tesserati, con un centinaio di sedi sparse per l’Italia, una web radio, associazioni di vario genere, librerie, società editrici. E con azienda e cooperative di riferimento, come ogni partito che si rispetti.

Tutti i soldi e le società di CasaPound e Forza Nuova: così si finanziano i partiti neofascisti. I gruppi di estrema destra puntano a entrare in Parlamento. Grazie ai fondi di società e privati in Italia e all’estero. Ecco quali sono, tra esercizi commerciali e misteriosi trust, scrivono Andrea Palladino, Giovanni Tizian e Stefano Vergine l' 08 novembre 2017 su "L'Espresso". Dio, patria e famiglia. Ma anche ristoranti, catene di abbigliamento, gioiellerie, barberie, franchising di poste private, scuole di lingua, startup di comunicazione, imprese immobiliari, misteriosi trust e qualche strana società offshore. Dietro la facciata ufficiale dei fascisti del terzo millennio si nasconde una galassia imprenditoriale che dall’Italia si allarga a Francia e Regno Unito. Passando per Cipro e arrivando fino alla Russia di Vladimir Putin. Una multinazionale nera dove gli ideali di purezza del ventennio si intrecciano alle più attuali esigenze dell’economia di mercato. Con imbarazzanti corollari. Alla vigilia delle prossime elezioni politiche, L’Espresso ha indagato sugli affari dell’estrema destra italiana. Ha cercato di ricostruire nei dettagli la rete imprenditoriale creata negli anni da Forza Nuova e CasaPound, i due principali partiti d’ispirazione fascista. Movimenti che dopo aver conquistato spazio in Europa e aver ottenuto seggi nei consigli comunali di mezza Italia, ora puntano al grande passo: entrare in Parlamento. Missione non impossibile, visto che la nuova legge elettorale ha fissato l’asticella a un abbordabile 3 per cento, che se superato permetterà alle piccole formazioni nostalgiche di avere un inedito potere negoziale nello scenario delle grandi coalizioni necessarie per governare.

Latitanze dorate. Forza Nuova e CasaPound, per quanto diverse tra loro, sono unite da una radice comune. Si chiama Terza Posizione, è un movimento neofascista nato nel 1978 e morto ufficialmente quattro anni dopo. Tra i suoi fondatori, all’epoca poco più che ventenni, c’erano Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. Inseguiti dalle indagini giudiziarie sul terrorismo di destra, fra cui l’attentato alla stazione di Bologna, Fiore e Adinolfi scapparono dall’Italia rifugiandosi in Inghilterra, il primo, e in Francia, il secondo. Quarant’anni dopo, con alle spalle processi e condanne, i due ragazzi sono tornati. Fiore è diventato il segretario nazionale di Forza Nuova, Adinolfi l’intellettuale di CasaPound. Le radici con il passato non si sono però mai interrotte. Almeno quelle degli affari.

L’Inghilterra è da sempre la base principale del business di Forza Nuova, la fonte originaria dei guadagni. Il legame finanziario tra CasaPound e la Francia si è invece manifestato più di recente, ma è cresciuto in fretta da quando il Front National di Marine Le Pen ha scelto di investire sui camerati italiani.

Roberto Fiore. Fiore segreto. Londra, 1980. Per capire l’oggi è necessario tornare ancora agli anni di piombo, subito dopo la bomba che uccise 85 persone a Bologna. Quando Fiore arriva in gran segreto nella Londra di Margaret Thatcher insieme a Massimo Morsello e ad altri militanti di Terza Posizione, ad aiutarli - si legge in un rapporto sull’eversione nera firmato dai servizi segreti italiani (Sisde) del 1982 - è la League of Saint George, snodo internazionale della destra europea, di cui fa parte tra gli altri anche l’ex presidente del British National Party Nick Griffin. Anni nebulosi, punto di partenza della carriera imprenditoriale del giovane neofascista italiano. Con un’ombra mai chiarita: «Era un agente dei servizi segreti britannici (MI6) fin dai primi anni Ottanta», scriverà in un documento del 1991 letto da L’Espresso la commissione d’inchiesta sul razzismo e la xenofobia del Parlamento europeo, gettando un’ombra inquietante sul legame tra Fiore e il Regno Unito. Di certo, per quasi 20 anni ricercato dall’Italia, il politico romano ha creato solide attività economiche in Inghilterra. A lui e ai suoi uomini più fidati fanno infatti capo diversi marchi specializzati in viaggi-studio Oltremanica, tra cui London Orange e Easy London. Come ha dichiarato alla stampa lo stesso Fiore, forse esagerando un po’, «è la più importante struttura di riferimento per il turismo giovanile europeo».

LA RETE DELLE SOCIETA' NERE. Quello che non era però mai emerso finora è che al leader di Forza Nuova fanno riferimento anche tre trust di diritto britannico. In due di questi, chiamati Saint Michael the Archangel e Saint George Educational, almeno dalla metà degli anni ’90 sono transitate centinaia di migliaia di sterline. Soldi entrati come donazioni anonime e finiti spesso, sotto forma di finanziamenti caritatevoli, a società italiane possedute dalla famiglia del segretario di Forza Nuova o da suoi soci. Per dire: solo negli ultimi quattro anni, il trust dedicato all’arcangelo Michele, fra i cui gestori c’è Beniamino Iannace, già candidato per Forza Nuova alle europee 2009, ha incassato 475 mila euro da elargizioni liberali in Gran Bretagna. Soldi finiti quasi completamente in Italia, con donazioni indirizzate ad almeno tre aziende private che appartengono alla famiglia Fiore: Rapida Vis, Futura Vis e Comeritresa, tutte partecipate dalle figlie del segretario di Forza Nuova. Motivazione ufficiale dei pagamenti? Finanziare la realizzazione di pubblicazioni sulla Chiesa Cattolica. Peccato che di questi soldi non si trovi traccia nei bilanci delle società italiane. Nel 1999 i trust furono messi sotto inchiesta dagli organismi di controllo amministrativo inglesi. Un paio di anni prima il quotidiano The Guardian aveva raccontato che queste due fondazioni stavano finanziando un villaggio nazista in Spagna, Los Pedriches, «occupato da Terza posizione internazionale per creare una comunità nazionalista bianca e addestrare soldati volontari», scriveva il giornale inglese. Le carte dell’indagine, chiusa nel 2005, documentarono legami di affari tra le fondazioni e una società di Fiore e Morsello: «I pagamenti», si legge nel rapporto dell’organo di controllo inglese, «erano stati effettuati a favore della Meeting Point (oggi Easy London, ndr) business privato di Fiore». Il fondatore di Forza Nuova ammise le contestazioni, spiegando che i versamenti servivano per pagare l’affitto di un “charity shop” a Shirland Road, a pochi passi dalle sedi legali delle sue tante società specializzate nell’organizzazione di viaggi di italiani a Londra.

CasaPound e Forza Nuova: la mappa delle società estere dei partiti neofascisti. FN ha la sua ricchezza a Londra, mentre la tartaruga frecciata ha puntato tutto sui francesi del Front National pagati da Putin. Ecco come si articola la galassia societaria nera. I documenti ottenuti ora da L’Espresso indicano che l’attività dei trust è proseguita anche dopo la chiusura dell’indagine inglese. E che le donazioni anonime in alcuni casi sono finite ancora a società private di Fiore. Nel frattempo è nato anche un altro trust, il Saint Mark the Evangelist. Non ci sono bilanci disponibili per capire qual è stata l’attività svolta finora, ma tra i gestori compaiono due nomi molto vicini al politico romano: Maria Beatriz Fiore Burgos, sua figlia, e l’imprenditore Stefano Pistilli, in passato in affari con personaggi dell’estrema destra italiana e oggi gestore di altre tre imprese in Inghilterra, una dal nome particolarmente evocativo: Gladio Consulting, ufficialmente specializzata in consulenza manageriale, ricerche di mercato e sondaggi.

Sognando Putin. Se Londra è stata sempre il centro dei contatti internazionali di Forza Nuova, da qualche anno l’attenzione dei neofascisti si è spostata su Mosca. Fiore non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per Putin. Dichiarazioni encomiastiche verso il numero uno del Cremlino e visite in Russia - diverse, negli ultimi anni, fra cui quella al Forum Conservatore tenutosi a San Pietroburgo due anni fa, alla presenza di quasi tutti i leader del neofascismo europeo - dimostrano che fra i due non manca certo la sintonia politica su temi come l’immigrazione, i gay e la famiglia tradizionale. Secondo la nostra intelligence, però, in cambio dell’appoggio alla causa russa in Europa i movimenti estremisti avrebbero «ricevuto sostegno economico». Anche Forza Nuova? Impossibile saperlo. Le informazioni raccolte da L’Espresso permettono tuttavia di descrivere alcuni legami economici che uniscono Fiore alla Russia.

I fascisti italiani fanno i mercenari per Putin. Partono per combattere in Ucraina al soldo dello "zar" russo. Neonazisti e armati, vengono arruolati nelle nostre città per essere spediti al fronte. Il neofascista italiano non si è infatti limitato a sostenere l’annessione della Crimea: ha anche portato nella penisola affacciata sul Mar Nero un gruppo di imprenditori nostrani. Con effetti quantomeno contraddittori rispetto allo sbandierato patriottismo economico di Forza Nuova, sempre pronta a difendere le produzioni italiane. Dopo i viaggi organizzati, alcuni di questi impresari hanno infatti deciso di delocalizzare in Crimea. Il rapporto economico tra Fiore e la Russia inizia ufficialmente nel 2012. A Nizhny Novgorod, 400 chilometri a est di Mosca, si tiene una due giorni di incontri dal titolo “Dialogo commerciale russo-italiano”. Il programma del summit descrive Fiore come capo dell’associazione italo-russa Alexandrite. Due anni dopo si torna a organizzare missioni imprenditoriali, ma questa volta gli imprenditori vengono portati in Crimea, frattanto passata sotto il controllo russo, e il nome di Fiore non viene più accostato a quello di Alexandrite. Chi a quegli incontri ha partecipato dice però che a organizzare tutto dall’Italia è stato proprio il segretario di Forza Nuova.

"Sporchi negri", "zecche", "froci": tutte le vittime di un anno di violenza fascista. Nella notte del 29 ottobre un bengalese è stato preso a calci in faccia nel pieno centro di Roma. I responsabili? Un gruppo di ragazzi vicini al mondo dell'estrema destra capitolina. Il linciaggio va ad ingrossare l'elenco delle aggressioni nere di quest'anno, l'anno delle squadracce 2.0. «L’associazione mi è stata presentata da un amico e sapevo che Fiore era il presidente», racconta Diego Ebau, piccolo imprenditore sardo che ha preso parte a quei viaggi: «L’obiettivo mio e delle altre decine di imprese presenti non era politico, volevamo capire i vantaggi della Crimea». L’impresario spiega che oggi chi investe almeno 50mila euro nella penisola non deve pagare tasse per cinque anni, e in seguito l’aliquota si ferma a un massimo del 6 per cento. Un paradiso fiscale, insomma, collegato a Mosca tramite il ponte sullo stretto di Kerch voluto da Putin. Niente di più invitante per chi si sente schiacciato in patria da tasse e recessione. Ecco perché alcune delle aziende che hanno partecipato ai viaggi organizzati da Fiore puntano a chiudere la fabbrica in Italia e a riaprirla in Crimea. «Io dopo due viaggi sono uscito dall’associazione Alexandrite perché preferivo fare da solo», dice Ebau, «ma so che un’azienda pugliese del settore tessile dovrebbe aver già spostato lì la produzione. E a dire la verità anche io mi sto organizzando: insieme a un altro imprenditore sardo voglio aprire lì un’azienda per la lavorazione del marmo».

Mistero a Cipro. Non solo delocalizzazione. C’è qualcos’altro che Roberto Fiore non ha mai raccontato pubblicamente. Il politico più patriottico d’Italia per oltre cinque anni è stato proprietario di una società basata a Cipro, isola europea prediletta dai russi, che grazie al segreto bancario è da anni uno dei posti più in voga per chi vuole tenere riservati i propri affari. Nell’ottobre del 2010 Fiore ha infatti aperto sull’isola la Vis Ecologia Ltd, società che si occupa ufficialmente di «riciclo di materiali», ma che ha caratteristiche insolite per un’azienda operativa: nessun dipendente, niente sito internet, la sede registrata presso gli uffici di uno studio di commercialisti. Le visure camerali dicono che l’impresa è stata registrata a Cipro «per scopi fiscali», ma è impossibile sapere se sui conti siano girati soldi dato che l’impresa non ha mai depositato un bilancio. Contattato da L’Espresso, il segretario di Forza Nuova non ha risposto alle richieste di chiarimento sull’attività della sua società cipriota. Di sicuro il leader fascista non era l’unico proprietario dell’impresa basata a Cipro. Il restante 50 per cento delle quote era infatti intestato a Beniamino Iannace, lo stesso giovane che gestisce il trust inglese dedicato a San Michele, in passato candidato alle elezioni per Forza Nuova. Anche lui presente all’incontro organizzato dall’associazione Alexandrite in Russia nel 2012, Iannace è oggi un rampante imprenditore nostrano nel settore delle poste private. Alle domande de L’Espresso si è limitato a rispondere precisando che la Vis Ecologia, la società basata a Cipro, «non è mai stata operativa, non ha mai avuto clienti e per questo non ha mai depositato un bilancio». Di certo mentre era proprietario della scatola offshore, il 36enne campano ha fondato il Gruppo Italiana Servizi Postali. Un franchising che conta oggi 64 filiali sparse per l’Italia. E in cui il nome di Fiore ritorna nuovamente. Non quello di Roberto, ma del primogenito Alessandro. Nel 2013, quando viene costituito il gruppo, il figlio è infatti tra gli azionisti insieme a Iannace e a Fabio Infante, anche lui candidato in passato con Forza Nuova alla Camera.

Così Lucca è diventata la nuova roccaforte dei neofascisti di CasaPound. Viaggio nella città toscana dove la lista della tartaruga frecciata ha conquistato l'8 per cento, portando un suo rappresentante in consiglio comunale. Riempiendo i vuoti lasciati dai partiti tradizionali. Qualche anno dopo Fiore junior vende le sue quote a Iannace, che diventa così azionista di maggioranza del gruppo postale, il cui business non sembra molto redditizio (l’ultimo bilancio disponibile, del 2015, segna un fatturato di 105 mila euro e una leggera perdita) ma offre opportunità interessanti. Perché distribuire multe, atti giudiziari e raccomandate dà accesso potenzialmente a dati personali e indirizzi di milioni di persone: materiale strategicamente importante per un partito politico che vuole farsi conoscere. Un accostamento che Iannace respinge con forza, garantendo che la sua società «non ha mai avuto e mai avrà alcuna colorazione, connotazione o collocazione politica che dir si voglia». Resta da notare solo una contraddizione tra il passato politico di Iannace e la sua attuale attività imprenditoriale. Il punto numero tre del programma storico di Forza Nuova prevede infatti il «blocco dell’immigrazione». Eppure il Gruppo Italiana Servizi Postali ha come partner Western Union, il più famoso servizio di trasferimento denaro utilizzato dagli immigrati di tutto il mondo. Insomma, Iannace e Infante cercano di fare affari con gli stranieri che dall’Italia mandano a casa soldi. Una pratica non proprio in linea con le direttive ufficiali del partito. Ma d’altronde, si sa, business is business.

Francia connection. Se dal punto di vista ideologico Forza Nuova è la truppa neofascista più tradizionale, i cugini di CasaPound rappresentano l’evoluzione moderna del cameratismo. Benché i contenuti della propaganda politica siano identici, a mutare sono i metodi. Così mentre Fiore e soci puntano soprattutto ad ampliare la rete dei contatti internazionali (Forza Nuova ha aperto da pochi anni una filiale negli Usa), i leader di CasaPound hanno lanciato l’assalto al cielo dei consensi in patria. E nel giro di pochi anni hanno raggiunto risultati importanti. Ronde nelle periferie, centinaia di migliaia di seguaci sui social network, spazio nel dibattito pubblico. Ma soprattutto seggi nei consigli comunali. Tanti. Da Bolzano a Lucca, da Arezzo a Grosseto. E il 5 novembre puntano a un risultato a due cifre nel municipio di Ostia, prova generale delle prossime politiche. Dietro la propaganda anti immigrati, cavallo di battaglia dell’organizzazione neofascista che ha il suo quartier generale in un edificio pubblico occupato nel centro di Roma, c’è però una fitta rete di imprese commerciali. Un network politico-affaristico esploso in concomitanza all’arrivo in Italia di alcuni francesi. Tutti vicini al Front National, il partito guidato da Marine Le Pen, decisamente più ricco dei cugini di CasaPound anche grazie a un finanziamento da 11 milioni di euro ricevuto negli ultimi anni dalla Russia, come ha rivelato su Mediapart la giornalista Marine Turchi. Che il Cremlino sia favorevole all’ascesa di partiti euroscettici, xenofobi e filorussi non è d’altronde un mistero. Per questo Putin non dovrebbe essere ignaro delle tante società aperte in Italia dai seguaci della Le Pen. La più famosa si chiama Carré Français, una specie di Eataly in versione transalpina: champagne di tutti i generi, ostriche e formaggi. Un locale elegante nel cuore di Roma, che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) ha fatturato quasi mezzo milione di euro. A controllare il ristorante-concept store è Jildaz Mahé, in gioventù membro del movimento studentesco neofascista francese Gud, lo stesso in cui militavano molti dei francesi che ultimamente hanno aperto società in Italia insieme ad esponenti di CasaPound. C’è ad esempio la catena di trattorie “Angelino dal 1889” - con ristoranti a Roma, Milano, Malaga, pure a Lima - tra i cui proprietari troviamo Maria Bambina Crognale, moglie del leader di CasaPound Gianluca Iannone, e Pierre Simonneau, militante della destra francese. E c’è il Carré Monti, locale a metà tra il bistrot e il pub, fra i cui soci spicca ancora il francese Simonneau insieme all’avvocato di CasaPound Domenico Di Tullio e a Chiara Del Fiacco, candidata alla Camera nel 2013. Il Carré Monti è il luogo di ritrovo abituale, dove spesso organizzano i compleanni dei camerati. Certamente più informale e meno chic del ristorante di Mahé. Chiara Del Fiacco è un donna sulla quarantina, capelli biondi e tatuaggi. Rappresenta il punto di contatto diretto fra i camerati nostrani e quelli d’Oltralpe. Il suo compagno è infatti Sébastien de Boëldieu, considerato il ministro degli esteri di CasaPound, amico di vecchia data di un pezzo da novanta del Front National. Frédéric Chatillon, 49 anni, è infatti l’uomo che ha curato la comunicazione nelle ultime campagne elettorali della Le Pen. Comprese quelle del 2012, 2014 e 2015, finite al centro di alcune inchieste della magistratura francese con accuse che vanno dalla frode all’abuso di beni sociali. Nonostante le incriminazioni Chatillon - il cui nome è emerso anche dai Panama Papers in relazione ad alcune società offshore - non si è perso d’animo. D’altra parte lui è un uomo d’azione, e non si spaventa certo per un’inchiesta. Lo ha dimostrato qualche anno fa, quando emerse che la Riwal aveva lavorato per la Siria di Bashar al Assad prendendo tra i centomila e i centocinquantamila euro l’anno dall’ambasciata siriana a Parigi, aveva scritto sempre Mediapart. Anche in quel caso la magistratura francese si era interessata alla questione, senza alla fine rilevare nulla di penalmente rilevante. Questa volta Chatillon ha però deciso di cambiare aria. Puntando dritto sull’Italia, forte dell’amicizia da lui vantata con esponenti di Alleanza nazionale, Forza Italia, Fratelli d’Italia oltre che con il dirigente di CasaPound Sébastien de Boëldieu.

Così Casapound prende soldi con il 5 per mille. Il partito neofascista attraverso una cooperativa riceve i fondi della quota Irpef. Forza Nuova e Fiamma tricolore invece incassano fondi da quell'Europa che criticano continuamente. Due anni fa lo stratega mediatico della Le Pen ha aperto la Riwal Italia, sede in uno splendido palazzo nobiliare nel centro della capitale. A chi sta offrendo i suoi servizi la società di comunicazione? Alle domande de L’Espresso Chatillon si è limitato a negare rapporti commerciali con CasaPound e Fratelli d’Italia, aggiungendo di non aver mai lavorato «neppure per aziende, associazioni e/o fondazioni politiche». Non resta dunque che affidarsi ai pochi documenti ufficiali disponibili, come il bilancio del 2015 che segna un fatturato di 135mila euro, la cui origine resta dunque inspiegata. Così come non trova conferme ufficiali il ruolo dell’uomo della Le Pen nel Carré Français: sebbene Chatillon non abbia ruoli ufficiali nella società, in un post pubblicato su Tripadvisor a fine 2015 lui stesso si presentava come direttore generale della cosiddetta ambasciata culinaria francese a Roma. Con la stessa discrezione altri francesi hanno intanto avviato business a sud delle Alpi. Mahé, già proprietario del Carré Français, ha costituito quest’anno un’altra società che si occupa di ristorazione.

Frédéric Chatillon e Sébastien de Boëldieu alla festa del marchio di abbigliamento Pivert. Si chiama La Romanée ed è partecipata da due sue connazionali: Simone Rosso e Audrey Orcel. Mediapart, che ha collaborato con L’Espresso a questa parte dell’inchiesta, non ha ottenuto risposta dalle due donne sui motivi del loro investimento in Italia. Risultati simili con Alexandre-Paul Martin, 27 anni, astro nascente del Front National e considerato il delfino di Chatillon, tanto da aver rimpiazzato in patria la Riwal con la sua agenzia di comunicazione, la e-Politic. Anche Martin, che secondo l’account Facebook di Chatillon è appena stato in Siria insieme al suo mentore per visitare le città liberate dall’esercito di Assad con l’aiuto della Russia, ha deciso di investire sull’Italia quest’anno. Ha aperto una società chiamata Squadra digitale, impegnata ufficialmente nel business della comunicazione e registrata a un indirizzo importante: via della Scrofa 39, Roma, storica sede del Msi che oggi ospita la fondazione Alleanza Nazionale e la redazione del Secolo D’Italia. Alle domande inviate da L’Espresso, il giovane imprenditore francese ha riposto con poche righe. Ha escluso qualsiasi rapporto commerciale con forze politiche italiane e con i connazionali del Carré Français, tagliando corto sull’obiettivo della sua nuova società. L’ho fondata, ha risposto, «perché mi interessa sviluppare la mia attività in Italia». Punto. Insomma, nessuno sembra voler svelare il motivo che li ha spinti a investire nella Capitale. C’è anche un filo che collega indirettamente i nazionalisti francesi ad ambienti manageriali italiani, seppure in società che non hanno a che fare con i movimenti di estrema destra. Il presidente del consiglio d’amministrazione di Stroili Oro, brand internazionale dei gioielli (370 negozi, 1.800 dipendenti) con sede in Friuli, è Romain Peninque. Lo è dal 2016, da quando cioè la cordata francese Thom Europe, holding della prima catena di gioiellerie transalpine Histoire d’Or, ha comprato l’italiana Stroili. Romain è il figlio di Philippe Peninque, avvocato, consulente fiscale, già militante nel Gud. Uomo potente, descritto da diversi media transalpini come l’eminenza grigia della Le Pen. Di certo il fatto che il figlio, Romain, sia oggi a capo di Stroili Oro - nel consiglio d’amministrazione siede anche Eric Belmonte, amico e in passato socio d’affari di Peninque - è un paradosso per i francesi dell’estrema destra, accusati di essere piegati ai voleri di Putin. Sì, perché il gruppo Thom Europe in realtà è stato capace di superare nell’offerta di acquisto della catena italiana persino il fondo d’investimento russo Vtb, partecipato al 60 per cento dal Cremlino. «Putin a un passo da Stroili oro», titolavano infatti i quotidiani locali nel 2014. Due anni dopo lo scenario è cambiato: ci sono le sanzioni contro la Federazione russa, rea di aver invaso la Crimea, e il fondo di Putin si ritira lasciando campo libero al gruppo Thom che porterà Peninque in Italia.

Avanguardia fashion. I pacchi alimentari, i picchetti, le occupazioni. Prima gli italiani. L’azione trascina le masse esauste del degrado delle periferie. Ma c’è un livello di interlocuzione che CasaPound ritiene indispensabile: gli intellettuali. Per fare cultura le tartarughe di Iannone non badano a spese. L’ultima sfida è l’informazione. Da tempo è online il quotidiano “Il primato nazionale”, recentemente affiancato dal mensile cartaceo. Periodico sovranista, si definisce. Nel numero d’esordio il direttore Adriano Scianca, responsabile cultura di CasaPound, ha scelto il faccione del deputato Pd Emanuele Fiano da mettere in copertina con il titolo “Il Talebano”, riferimento alla legge da lui promossa che proibisce di fare propaganda attraverso simboli e gesti fascisti. La società editrice de Il Primato nazionale è la Sca 2080 e ha un capitale sociale di 100 mila euro. La prima tiratura del mensile è stata di 20 mila copie. Sui social d’area è un tripudio di complimenti: «Era ora, un giornale libero». La prima inchiesta proposta riguarda i “rossi”: la violenza è da sempre nel Dna dell’antifascismo. Chi ha interesse a investire nell’house organ dei nuovi neri? I soci sono Francesco Polacchi, storico attivista di CasaPound, e uno studio di commercialisti romani intestato a Mauro Polacchi, azionista della casa editrice neofascista attraverso la Holding Minerva. Un’impresa, la Minerva, con varie partecipazioni, persino una nella Eized, dove tra i soci troviamo Lorenza Lei, prima donna a ricoprire il ruolo di direttore generale in Rai. La società editrice del Primato gestisce anche il sito web Mma Europa, dedicato agli amanti delle arti marziali miste. Il culto del corpo resta d’altronde un valore, come ai tempi di Mussolini. CasaPound ha infatti un suo circolo di combattenti. Con atleti-militanti che fanno competizioni internazionali. È lo stesso movimento che a volte organizza incontri in giro per le palestre d’Italia. Altri incassi, insomma. Virilità, vigore, bellezza. E cura dei dettagli estetici, fondamentali per attirare consensi. Sarà per questo che tra gli investimenti della galassia CasaPound troviamo persino la catena di negozi Pivert. Un marchio di abbigliamento casual, affatto etichettabile come fascista, lanciato dagli stessi soci del Primato Nazionale, i Polacchi. Negli anni Pivert ha aperto varie sedi. A Roma, stesso indirizzo della redazione, e a Milano. Ma ha anche rivenditori all’estero. «Sono fiera di sposare questo progetto basato sul made in Italy. Quindi, cari maschietti, un’occhiata dategliela, anche perché noi donne ci stiamo organizzando per non darla più a chi indossa made in China»: musica per le orecchie degli Iannone Boys, specie se a scriverle è showgirl Nina Moric, che ha offerto così la promozione gratuita del brand. Ufficializzandosi come vip organica al movimento neofascista. Non solo Moric, però. Tra i fan del brand troviamo parecchi calciatori, rugbisti, pugili. E all’appuntamento mondano non poteva mancare qualche lepenista. A una delle presentazioni della collezione 2015 erano presenti, infatti, anche i francesi Chatillon e De Boëldieu. Proprio i due nomi che legano CasaPound al Front National.

The Italian far-right money. On the eve of the general elections, an investigation on the financing and the businesses of Forza Nuova and CasaPound, the main Italian neofascist parties. Mentre Forza Nuova non si sforza di aumentare il proprio appeal elettorale e tende a circoscrivere sempre di più la propria nicchia di consensi, i leader di CasaPound si presentano sempre più insistentemente come politici inclusivi. Lo fanno invitando alle loro conferenze giornalisti noti con idee molto distanti dalle loro. Cercano, insomma, di legittimarsi attraverso il confronto pubblico. Senza dimenticare l’estetica. I neofascisti romani hanno un loro barbiere di fiducia, situato a pochi passi dalla sede dell’Esquilino. Si chiama Bullfrog, la rana-toro: marchio famoso, presente in tutta Italia, stile hipster. Una catena di barberie creata da Romano Brida, il cui socio di maggioranza è oggi Antonio Percassi, presidente dell’Atalanta e imprenditore di successo. Il barbiere frequentato dai neofascisti romani (la società che lo controlla si chiama BF Roma) è solo un affiliato al marchio Bullfrog, nessun legame diretto con Percassi. Tuttavia i titolari del negozio in franchising gravitano attorno al movimento. E hanno creato un legame imprenditoriale con un altro volto noto di CasaPound. Nella società Red Hook, di cui i proprietari della barberia romana sono azionisti, uno dei membri del consiglio d’amministrazione è infatti Marco Clemente. Romano di nascita, milanese d’adozione, Clemente è stato candidato al consiglio comunale nelle liste del Pdl a sostegno di Letizia Moratti sindaco, poi è finito al centro delle polemiche per un’intercettazione shock con un uomo della ’ndrangheta. Successivamente si è avvicinato a CasaPound Milano, diventandone un leader. E affiancando, all’attività politica, quella affaristica: come dimostra il suo ruolo da amministratore nella società Prince, tra i cui azionisti c’è la moglie di Gianluca Iannone. Insomma, un altro esempio di cameratismo in doppio petto. Celtiche e soldi. Saluti romani e fiuto per gli affari. Da Roma a Milano, passando per Parigi, Londra, Cipro e la Crimea. Con la benedizione dei nazionalisti russi.

Aggiornamento dell'8 novembre 2017. Repliche a Cassa Pound. Il mio assistito Jildaz Mahe O’ Chinal - il quale mi ha conferito incarico, anche nell’interesse delle società che rappresenta citate nell’articolo “Cassa Pound” (L’Espresso n. 45) - contesta la ricostruzione dell’infografica (“Da Parigi a Mosca, la rete dei soldi ai neri”) in cui si mette in relazione il mio rappresentato con un ipotetico finanziamento della Russia al Front National, da questo alla società rappresentata dal Sig. Mahe e da quest’ultima a CasaPound. Il Sig. Mahe contesta, altresì, in particolare l’accostamento a “Francia Connection”. Il mio assistito è estraneo a detta ricostruzione, lesiva per la sua immagine e per l’attività che svolge. Il Sig. Mahe è un imprenditore nel settore gastronomico, in cui promuove la cucina francese. Il mio rappresentato non è impegnato nella politica italiana, non finanzia gruppi o partiti tantomeno “neofascisti”. Avv. Massimiliano Cesali

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Il Sig. Frédéric Chatillon mi ha conferito incarico, anche nella qualità di legale rappresentante della Riwal Italia srl, di rettificare l’articolo “Cassa Pound” (L’Espresso n. 45) e contestare la ricostruzione contenuta nella infografica (pag. 42 e 43) in cui si mette in relazione il mio rappresentato con un ipotetico finanziamento della Russia al Front National, da questo alla società rappresentata dal Sig. Chatillon e da quest’ultima a “CasaPound”; il sig. Chatillon contesta, altresì, in particolare l’accostamento a “Francia Connection”. Il mio assistito è estraneo a detta ricostruzione, lesiva per la sua immagine e per l’attività che svolge. Il sig. Chatillon evidenzia di apprezzare la qualità della vita in Italia, di non essere impegnato nella politica italiana e di non avere rapporti economici con i gruppi e/o partiti politici italiani e in particolare con CasaPound. Avv. Paola Cittadini

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Il Sig. Paul Alexandre Martin mi ha conferito incarico, anche nella qualità di legale rappresentante della Squadra Digitale srl, di rettificare l’articolo “Cassa Pound” (L’Espresso n. 45) e contestare la ricostruzione contenuta nella infografica (pag. 42 e 43) in cui si mette in relazione il mio rappresentato con un ipotetico finanziamento della Russia al Front National, da questo alla società rappresentata dal Sig. Martin e da quest’ultima a “CasaPound”; il sig. Martin contesta, altresì, in particolare l’accostamento a “Francia Connection”. Il mio assistito è estraneo a detta ricostruzione, lesiva per la sua immagine e per l’attività che svolge. Il sig. Martin è un imprenditore non interessato alla politica italiana, non finanzia gruppi politici, in particolare Casa Pound. Avv. Luca Ciaglia

La nostra risposta. Il finanziamento erogato dalla banca russa First Czech Russian Bank al Front National non è ipotetico: è stato confermato dallo stesso Front National. L’infografica contestata non mette in relazione né il Sig. Mahé, né il Sig. Chatillon, né il Sig. Martin ai finanziamenti russi ma elenca - attraverso gli strumenti grafici - le società basate in Italia e possedute parzialmente o totalmente da cittadini francesi vicini a movimenti di destra. Tra questi ci sono, appunto, il Carré Français del Sig. Mahé e la Riwal Italia del Sig. Chatillon, che come spiegato nell’articolo sono entrambi ex militanti del Gud, e la Squadra Digitale del Sig. Martin, il quale lavora per il Front National in Francia in qualità di amministratore della società E-Politic. Va inoltre notato, come segnalato sempre nell’articolo, che il Sig. Chatillon, ex responsabile della comunicazione elettorale del Front National, si è autodefinito direttore generale del Carré Français. E che il Sig. Mahé ha presenziato in qualità di procuratore speciale all’atto di costituzione della società italiana posseduta dal Sig. Chatillon, la Riwal Italia, filiale dell’omonima società francese che ha lavorato per il Front National. Nell’articolo non esistono riferimenti a ipotetici finanziamenti di Mahé a gruppi o partiti politici italiani. Lo stesso vale per il Sig. Martin, di cui abbiamo riportato le brevi risposte forniteci. Infine, nell’articolo non c’è alcun passaggio in cui sosteniamo che Riwal abbia lavorato per CasaPound o altri partiti. Scriviamo solo che nel bilancio è indicato un fatturato la cui origine, a questo punto, resta inspiegata visto che il sig. Chatillon nelle risposte inviate al giornale - da noi inserite nell’articolo - esclude che la società Riwal abbia lavorato per «aziende, associazioni e/o fondazioni politiche».

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Rettifica ulteriore di Jildaz Mahé. La vostra precisazione tenta invano di sminuire: il contenuto dell'infografica, la infondata ricostruzione ed i danni provocati, alle persone e alle aziende citate. Si precisa che il Sig. Mahé, per la buona conoscenza della lingua italiana, si è spesso prestato, a titolo gratuito, a dare assistenza a cittadini francesi, amici o conoscenti, che non conoscono la lingua italiana.

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Rettifica Front National. Il Front National precisa di non avere alcun legame economico con società di diritto privato stabilite in Italia – in particolare con quelle indicate nell'infografica – e non avere nessun legame politico ed economico con Forza Nuova o CasaPound.

La nostra risposta. Prendiamo atto della precisazione inviataci dal Front National, ricordando però che nell'articolo L'Espresso si è limitato a riportare fatti documentati, tra cui l'apertura di società in Italia da parte di cittadini francesi – come il Sig Chatillon e il Sig. Martin - che hanno lavorato per il Front National con ruoli rilevanti.

I segreti di Roberto Fiore, il fascista a capo di Forza Nuova. Terrorista nero. Condannato per eversione. Scappato all'estero. Dove ha trovato la protezione dei servizi segreti britannici. Oggi guida il partito di estrema destra. Che in cinque anni è stato denunciato per violenza 240 volte, scrivono Paoloo Biondani, Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 20 dicembre 2017 su "L'Espresso". Ventuno aprile 1999, mancano quattro giorni alla festa della Liberazione. Mentre l’Italia democratica si prepara a ricordare la storica sconfitta del nazi-fascismo, all’aeroporto di Fiumicino si materializza un neofascista conclamato. Un terrorista nero che è riuscito a restare impunito. Si chiama Roberto Fiore, è stato condannato per banda armata e associazione sovversiva come capo di Terza posizione, l’organizzazione che alla fine degli anni Settanta ha riunito alcuni dei criminali più violenti della destra eversiva. Dai ranghi di Terza Posizione è uscita una generazione di stragisti, assassini, rapinatori, sequestratori. Dichiarato colpevole in tutti i gradi di giudizio, Fiore avrebbe dovuto scontare almeno cinque anni e mezzo di reclusione. Invece è scappato all’estero. E a Londra ha fatto molti soldi con appoggi sospetti. Quando rientra in Italia, a quattro giorni dal 25 aprile 1999, è un uomo libero. Ricco. Pronto a guidare un nuovo movimento politico. Neofascista, razzista, pieno di criminali violenti. Come il precedente, ma con una sigla diversa: Forza Nuova. La prima fucina della delinquenza politica di oggi. Per capire gli attacchi di questi giorni, le minacce ai giornalisti di Repubblica e del nostro settimanale rivendicate da Fiore in persona come «il primo atto di una guerra politica contro il gruppo Espresso», si può partire da quel ritorno. Che unisce passato e presente nel segno dell’impunità. Il passato è la verità storica e giudiziaria che l’attuale leader di Forza Nuova ha potuto ignorare dopo 19 anni di latitanza all’estero. Perché in Italia cadono in prescrizione perfino le condanne definitive: giuste, meritatissime, ma non eseguibili per scadenza dei termini. Fiore scappa all’estero nel 1980, a 21 anni, prima di poter essere colpito dalla retata che decapita Terza Posizione, il gruppo armato che ha allevato una legione di terroristi neri poi confluiti nei Nar. Quando i suoi ex camerati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini eseguono la strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 vittime), lui è già in Inghilterra. Al sicuro, con altri complici neri. Nel 1982 un giudice britannico respinge la richiesta italiana di estradizione. Fiore e l’altro leader di Terza posizione, Massimo Morsello, restano liberi anche dopo essere stati condannati in tutti i tre gradi di giudizio. In Italia intanto Fioravanti e la Mambro, nel tentativo di sottrarsi all’accusa per la strage, inventano un falso alibi, costruito proprio attorno a Fiore e a un altro fondatore di Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, ora ideologo di Casapound. L’intreccio tra le due organizzazioni romane del terrorismo nero è spaventoso. Un esempio tra i tanti: Fioravanti e Mambro vengono condannati anche per l’omicidio di Francesco Mangiameli, ex dirigente siciliano di Terza posizione, ammazzato il 9 settembre 1980 perché era uno dei pochi a conoscere la verità su Bologna. E ne aveva parlato con un ex colonnello dei servizi, Amos Spiazzi, che decise di lanciare l’allarme con una famosa intervista a L’Espresso. La Cassazione, nella sentenza definitiva (a sezioni unite) sulla strage di Bologna, spiega che Fiore e altri ex di Terza Posizione sono scappati proprio per non fare la stessa fine di Mangiameli. Eppure in tutti questi anni non hanno mai rivelato e tantomeno confessato nulla. Silenzio totale, perfino sui responsabili della carneficina nera alla stazione di Bologna. A Londra, nei quasi vent’anni di latitanza, Fiore e Morsello ottengono appoggi importanti e misteriosi. La stampa inglese li accusa più volte di aver collaborato con i servizi segreti (MI6). Fiore ha sempre respinto questo sospetto, che però è confermato, nero su bianco, da un rapporto firmato nel 1991 dalla prima commissione d’inchiesta del parlamento europeo su razzismo e xenofobia. Accuse poi rilanciate in Italia, in particolare, da due importanti esponenti di Alleanza nazionale, Enzo Fragalà e Alfredo Mantica. Nel dossier presentato alla commissione stragi, i due parlamentari ricordano la fortissima amicizia tra Fiore e il leader dell’estrema destra britannica Nick Griffin. Il presidente della commissione stragi, nell’audizione del 2000, mette a verbale una domanda esplicita: «Ritiene che Fiore e Morsello fossero agenti del servizio inglese?». E Fragalà risponde: «Non ritengo, c’è scritto, è un dato obiettivo, mai smentito da nessuno... D’altro canto, altrimenti come si fa a immaginare che due latitanti italiani, segnalati come pericolosi, possano costruire lì in Inghilterra un impero economico con 1.300 appartamenti?». Oggi l’avvocato Fragalà non può più cercare la verità su Fiore: è stato ucciso nel 2010 a Palermo. Per i pm Fragalà è stato ucciso da Cosa nostra perché aveva convinto alcuni clienti a collaborare. La mafia aveva progettato un raid punitivo per dare una lezione a tutta la categoria, ma l’aggressione fu talmente violenta che portò alla morte del legale. Dunque Fiore, quando rientra a Roma, è un ricco neofascista in doppiopetto, che non ha mai dovuto pentirsi del suo curriculum di terrorista e, nella lunga latitanza, ha stretto rapporti con leader razzisti e neonazisti, servizi segreti e finanziatori rimasti nell’ombra. Ai giovani italiani si presenta come un fervente cattolico, fedele ai valori della tradizione, perseguitato da imprecisati poteri forti. Nato a Roma in una famiglia borghese e fascista, è sposato con la spagnola Esmeralda Burgos, padre di undici figli, contrarissimo all’aborto e all’omosessualità. Nel 2000, pochi mesi prima della morte di Morsello, pubblica un libro con Gabriele Adinolfi (“Noi, Terza Posizione”) dove rivela che suo padre, Amedeo Fiore, combattente per Mussolini a Salò, si sarebbe «offerto volontario per il progetto, poi non realizzato, dei kamikaze italiani». Il suo nuovo movimento, Forza Nuova, lo fonda nel 1997, quando ancora è a Londra. Lo struttura come un partito nazionale, aprendo le prime 50 sedi provinciali. Ma già alla fine del 1999 il capo dell’antiterrorismo, Ansoino Andreassi, sentito dal Parlamento, lo accusa di far parte di una rete internazionale di finanziatori di naziskin. Fiore smentisce e querela, ma non intimidisce il prefetto. Un poliziotto molto esperto, il primo a capire la nuova strategia del terrorista mai pentito: non sporcarsi le mani, non farsi invischiare nelle azioni violente dei giovani di Forza Nuova. Da allora, il leader è un intoccabile: molte indagini, qualche processo, ma nessuna nuova condanna. A gestire la violenza politica sono i singoli esponenti del movimento, senza legami documentabili con il vertice, che però li difende. La strategia del doppio binario porta Fiore a presentarsi come leader ufficiale di un partito che partecipa alle elezioni. Alle comunali di Roma, nel 2001, il primo candidato è un nipote di Benito Mussolini. Negli anni d’oro di Berlusconi, Forza Nuova tratta alleanze elettorali con il centro-destra, con esiti alterni. Nel 2008 Fiore entra nel parlamento europeo, occupando il seggio lasciato da Alessandra Mussolini. E fuori dai palazzi, intanto, la base di Forza Nuova scatena un’escalation di violenze. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre ha schedato una serie di reati impressionanti. Nell’aprile 1999, a Roma, vengono rinviati a giudizio 25 naziskin per violenze, minacce e istigazione all’odio razziale. Il gruppo fa parte della rete internazionale degli “hammerskin”: il presunto capo-cellula è il responsabile di Forza Nuova a Milano. Lo stesso Fiore viene inquisito come finanziatore dei neonazisti. Ma tutte le accuse restano poi coperte dalla prescrizione. Nel dicembre 2000, un anno dopo l’allarme di Andreassi, il neofascista Andrea Insabato resta ferito mentre fa esplodere una bomba all’ingresso del Manifesto, lo storico quotidiano comunista. Insabato era stato il capo di Terza Posizione nei quartieri romani della Balduina e Monte Mario. «Sono un suo amico», è costretto a dichiarare Fiore a caldo, «ma con Forza Nuova non c’entra nulla». Già nel precedente processo per un raid antisemita, a difendere Insabato era stato il fratello avvocato di Fiore. Negli stessi mesi, a Padova, un gruppo di neofascisti finisce in cella dopo un grosso sequestro di armi ed esplosivi: tra gli arrestati c’è un candidato di Forza Nuova alle comunali. Nel gennaio 2003 una squadraccia di affiliati irrompe in una tv di Verona e si esibisce in un pestaggio in diretta di Adel Smith, un musulmano che contestava i crocefissi nei luoghi pubblici. Nell’aprile 2004, a Bari, 15 forzanovisti vengono arrestati per una serie di raid con mazze, bastoni e catene. Nel marzo 2005 il candidato di Forza Nuova a Siracusa viene accusato di aver organizzato attentati contro la Cgil e un ospedale. Nell’aprile 2005 Andrea Rufino e Giovanni Marion, due soci fondatori di Easy London, la succursale italiana delle imprese di Fiore, vengono arrestati per l’arsenale di armi ed esplosivi (con fucili militari e bombe a mano) scoperto in via Nomentana a Roma. Nel settembre 2007 tredici neofascisti, capeggiati dal responsabile provinciale di Forza nuova, vengono fermati a Rimini mentre cercano di raggiungere un centro sociale con spranghe e taniche di benzina. Nel 2008 il leader dei giovani di Forza nuova a Bologna viene condannato a tre anni per aver spaccato la faccia a due ragazzi di sinistra (con naso e mascella fratturati). Negli ultimi anni crescono soprattutto le violenze contro gli immigrati. Un esempio recente è l’inchiesta del Ros denominata “Banglatour”, avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati. Secondo l’accusa i raid partivano da due sedi di Forza Nuova a Roma. Dove i minorenni venivano «addestrati a usare coltelli e spranghe in una palestra di odio e violenza». Secondo l’Osservatorio, le vittime sono stranieri poveri, giovani di sinistra, gay e medici: in un assalto in Puglia i forzanovisti gridavano «assassine, criminali» contro le donne ricoverate in attesa di abortire. Le uniche cifre ufficiali su Forza Nuova nel suo insieme sono state fornite due anni fa dal ministero dell’Interno: in 65 mesi, tra il 2011 e il 2016, ben 240 denunce e dieci arresti. Quattro raid al mese. Un attacco neofascista alla settimana. Fiore si è sempre proclamato estraneo a tutti i reati. Rivendica le azioni politiche, anche se apertamente razziste. Nel 2013, ad esempio, la sezione di Macerata attacca con manifesti xenofobi la ministra Kyenge. E lui li difende: «La Kyenge dovrebbe tornare in Congo, non capisco come abbia ottenuto la cittadinanza». Tra un’inchiesta e l’altra, Fiore ha fatto strada anche nel mondo degli affari. I soldi, per lui, sembrano contare almeno quanto la politica. Ma sul tema economico mostra molto meno patriottismo. In Italia risulta infatti intestatario solo di una piccola società, la Immobiliare Brighton. Per il resto la visura camerale mostra una sfilza di cambiali e assegni non pagati. Strano, per un imprenditore che dice di sé: «Sono 40 anni che faccio attività economica e non mi è stato mai trovato un singolo errore». Ad alcuni uomini vicini a Forza Nuova qualche macchia deve averla però trovata la guardia di finanza. C’è infatti un filone tutto economico e ancora riservato nell’inchiesta sui pestaggi ai bengalesi. Nel mirino degli investigatori ci sono cinque imprenditori forzanovisti sospettati di evasione fiscale e false fatturazioni. Gli affari ufficiali di Fiore, dicevamo, sono invece quasi tutti all’estero. Si concentrano in Inghilterra, soprattutto, dove il leader di Forza Nuova è riuscito nell’ardua impresa di creare un impero finanziario mentre era latitante. «Abbiamo cominciato lavando piatti nei ristoranti e facendo gli autisti di taxi. Poi abbiamo avviato una piccola agenzia. Ma il genio degli italiani, si sa, porta oltre». Così lo stesso Fiore ha spiegato l’origine delle sue ricchezze: una rete di società specializzata in viaggi-studio a Londra, forte di proprietà immobiliari e di due marchi noti nel settore, London Orange e Easy London. Al presunto genio italico, però, si aggiunge una massiccia dose di opacità finanziaria. Fanno infatti riferimento a Fiore e ai suoi sodali tre strutture britanniche di trust (società fiduciarie, dove i titolari possono restare anonimi) nelle cui casse sono affluite centinaia di migliaia di sterline. Soldi entrati per anni come donazioni anonime. E poi finiti a società possedute direttamente dalla famiglia del leader di Forza Nuova. Solo negli ultimi quattro anni, per citare un caso, un trust intitolato all’Arcangelo Michele ha incassato 475 mila euro da elargizioni liberali in Gran Bretagna. Chi ha mostrato tanta generosità nei confronti del leader neofascista? Mistero. Di certo buona parte di questi soldi è stata poi girata a Rapida Vis, Futura Vis e Comeritresa, tutte aziende controllate dalla famiglia Fiore. L’attività economica del leader di Forza Nuova non è però circoscritta al solo Regno Unito. Il patriota Fiore ha fatto rotta anche su Cipro, uno dei più rinomati paradisi fiscali europei. Per cinque anni, fino al gennaio del 2016, Fiore è stato infatti azionista della Vis Ecologia, società che si occupa ufficialmente di «riciclo di materiali», ma che ha tutte le caratteristiche della scatola vuota: zero dipendenti, niente sito internet, sede negli uffici di uno studio di commercialisti locali. Le visure camerali dicono che l’impresa è stata registrata a Cipro «per scopi fiscali»: risparmiare sulle tasse. Ma è impossibile sapere quanti soldi abbia gestito: la società non ha mai depositato un bilancio. E Fiore non ha voluto rispondere alle domande de L’Espresso. D’altronde questa non è la sua unica ambiguità. Attraverso l’associazione Alexandrite, il neofascista romano ha di recente organizzato viaggi in Crimea di alcune imprese italiane che hanno poi deciso di trasferire lì la produzione. Non proprio il massimo per chi definisce la globalizzazione «un evento nefasto della storia». Come l’Unione europea, di cui però Fiore ha fatto parte dal 2008 al 2009 come parlamentare, con tanto di finanziamento pubblico da 600 mila euro incassato dalla Apf, la coalizione di estrema destra presieduta dal politico romano. E nefasta come gli stranieri, che a parole Forza Nuova vuole bloccare, ma con i quali intanto fa affari attraverso la società Gruppo Italiana Servizi Postali, un’azienda privata di spedizioni che ha come partner tecnologico Western Union, il servizio di money transfer prediletto dagli immigrati. Eppure proprio Gruppo Italiana Servizi Postali è una delle società più importanti della galassia neofascista: tra i fondatori c’è il figlio di Fiore, Alessandro, mentre l’attuale azionista di maggioranza è l’ex candidato Beniamino Iannace, socio del leader nero in vari altri business in giro per il mondo. Affari e proclami. Slogan per la patria e soldi all’estero. Con altri intrecci, ancora da esplorare: tifo e periferie. Perchè molti dei giovanissimi soldati di Roberto Fiore oggi vengono arruolati tra i giovani dei quartieri di Roma Nord, San Giovanni, Appio, ma anche nelle borgate dimenticate dalla politica. E sugli spalti dell’Olimpico. Nella curva nord della Lazio, in particolare. E da qualche tempo anche tra gli ultras della Roma. La ragazza che ha partecipato al blitz sotto le redazioni di Espresso e Repubblica, per esempio, fa parte degli Irriducibili della Lazio. Una fetta di tifoseria che si è fatta conoscere per le posizione violente, razziste, antisemite, xenofobe. In una parola, neofascisti.

Marco Tarchi: «L'estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti». «Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L'estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti», scrive Federico Marconi il 27 luglio 2017 su "L'Espresso". «La società è attraversata da un profondo senso di disagio. I partiti tradizionali e i nuovi populismi non danno risposte convincenti. Per questo le persone decidono di affidarsi a portatori di ipotesi più radicali». E così l'estrema destra torna alla ribalta. A parlare è Marco Tarchi, uno che la destra ce l'ha nel sangue: lo zio Angelo è stato ministro della Repubblica di Salò, lui sin da giovanissimo ha militato nel Msi. Ne è stato cacciato nel 1981 per le sue posizioni in contrasto con la linea di Almirante. Poi si dedica alla ricerca: professore di scienza politica a Firenze e studioso del fenomeno del populismo. Dal 1994 non si considera più di destra.

Professore, l'estrema destra ha una proposta politica nuova? O adotta nostalgicamente ricette del passato?

«Ognuno di questi movimenti rivendica una serie di caratteri di novità e si difende dall’accusa di replicare sistematicamente i modelli del passato. Gli sforzi per distinguersi sono notevoli e continui. Basti pensare al “mutuo sociale” o alla prassi delle occupazioni di palazzi sfitti per darli in uso a canoni molto bassi a famiglie autoctone. Per questo non possiamo parlare di “fascismo del terzo millennio”: è una contraddizione in termini».

Alcune posizioni sembrano simili a quelle dei movimenti populisti...

«Credo sia opportuno dire che l'estrema destra ha ben poco da spartire con il populismo. Sebbene molti insistano nel confonderli, i due soggetti sono strutturalmente ben distinti: non interpretano nello stesso modo i concetti-base a cui si richiamano, non hanno la stessa visione del mondo e della società, non hanno la stessa considerazione degli strumenti che impiegano in politica. Tanto per dirne una: se per i populisti la democrazia è il regime ideale, che andrebbe realizzato integralmente tramite il ricorso a canali di espressione diretta, senza mediazioni istituzionali, per gli estremisti di destra, invece, è un regime criticabile, perché rovescia il principio di autorità ed è soggetto alla volubilità delle masse. E ancora: i partiti populisti credono che le elezioni svolgano una funzione essenziale non solo per raggiungere il potere ma anche per mantenerlo ed esercitarlo, mentre per l’estrema destra le urne sono solo un’obbligata scorciatoia per raggiungere lo scopo, se non se ne possono trovare altre».

Perché questo estremismo sta tornando prepotentemente alla ribalta?

«Perché esistono problemi gravi la cui influenza sulla mentalità e sulle condizioni di vita dei cittadini sta crescendo e a cui le altre componenti della classe politica non sanno o non vogliono dare risposte convincenti. Il caso dei fenomeni migratori di massa è il più evidente, anche se non il solo. Oggi ampie fasce della popolazione sentono minacciati due aspetti cruciali del loro patrimonio socioculturale: il loro livello e modo di vita, per le ricadute negative della globalizzazione e per il contatto forzato con estranei, sempre più numerosi. I partiti maggiori pensano di arginare queste pulsioni insistendo a divulgare una sorta di catechismo del politicamente corretto da recitare quotidianamente, secondo cui gli immigrati sono una risorsa, la loro presenza arricchisce la società sotto ogni punto di vista, non si può far niente per farne cessare l’arrivo, e così via. Questa ricetta non funziona, o quantomeno funziona solo sui già convinti. E crea spazi potenziali per la crescita dei movimenti di estrema destra».

Questo nuovo protagonismo non è un fenomeno solamente italiano, bensì europeo.

«Esattamente, e corrisponde a problemi di portata continentale, se non mondiale. È uno dei “frutti avvelenati” della globalizzazione. Chi pensava che dalle trasformazioni indotte da questo sconvolgimento si sarebbero potute trarre solo conseguente positive, è stato pienamente smentito. E poiché l’estrema sinistra non è riuscita a dare risposte adeguate, il campo è stato lasciato libero all’estrema destra».

Quali responsabilità hanno i partiti tradizionali?

«I partiti maggiori pensano di arginare queste pulsioni divulgando un catechismo del politicamente corretto da recitare quotidianamente: “gli immigrati sono una risorsa”, “la loro presenza arricchisce la società”, “non si può far niente per farne cessare l’arrivo”, e così via. Questa ricetta non funziona, o quantomeno funziona solo sui già convinti. E crea spazi potenziali per la crescita dei movimenti di estrema destra».

Alla propaganda 2.0 attraverso i social network questi gruppi coniugano un forte radicamento sul territorio: è questa la loro forza?

«Non c’è dubbio che internet abbia offerto a questi movimenti di nicchia un canale di espressione in grado di moltiplicare il pubblico di riferimento. Tuttavia tra il raccogliere “mi piace” e il riuscire a mobilitare fisicamente i propri sostenitori, il fossato è ampio. Quindi il lavoro sul territorio rimane cruciale per ottenere visibilità e raggiungere nuovi consensi. Che in qualche caso – molto pochi, per la verità, almeno per il momento – possono tradursi in voti per liste presentate alle elezioni in sede locale, là dove le situazioni di disagio sono più sentite. Ma è improbabile che questi gruppi possano trovare alleati per le elezioni politiche: finirebbero col rovinarsi la fama di “duri e puri”, a cui tengono molto, con il rischio di nuove scissioni».

Alle ultime elezioni amministrative le liste di estrema destra hanno ottenuto moltissimi voti. Ritiene che nelle prossime elezioni politiche usi possano ripetere i risultati ottenuti a livello locale? Quali potrebbero essere le possibili alleanze?

«Moltissimi, non direi: sono cifre sotto il (o attorno) 10%, che fanno impressione per l’immagine di estremismo delle liste. Condensano gli umori di cui dicevo prima. Che questi gruppi possano trovare alleati mi pare molto improbabile; e se ne avessero, finirebbero col rovinarsi la fama di “duri e puri”, a cui tengono molto, con il rischio di nuove scissioni. Comunque, i loro eventuali successi locali dipenderanno dalla (in)capacità dei concorrenti di dare risposte ai problemi che li alimentano».

La Lega Nord di Salvini sembra stia flirtando con politici e gruppi di estrema destra. Da attento studioso del partito sin dai suoi albori, come se lo spiega?

«Nella strategia di allargamento ad altre zone del paese, la Lega aveva bisogno di militanti in grado di preparare e non far fallire alcune manifestazioni tenute nel centro-sud, a partire da Roma. Per questo, e non per altro, ha accettato di fare da punto di riferimento a CasaPound. Ma l’idillio è durato lo spazio di un mattino. Certo, a Salvini non dispiacerebbe intercettare i consensi di quella fetta di elettorato che vede nell’opposizione radicale all’immigrazione il motivo essenziale per decidere per chi votare, e che potrebbe altrimenti confluire su liste gruppuscolari o preferirle Fratelli d’Italia. Si spiega così la solidarietà al bagnino nostalgico di Chioggia».

Il numero di azioni violente da parte di militanti di estrema destra è fortemente cresciuto negli ultimi anni. Perché questo ricorso alla violenza fisica?

«Molte di queste azioni vanno ricondotte allo scontro con gruppi di estrema sinistra, e rimandano al problema dei comportamenti legati alla psicologia dell’estremismo. Estrema destra ed estrema sinistra hanno un fisiologico bisogno di costruirsi e coltivare un nemico principale contro il quale dirigere la propria ostilità. A volte danno l’impressione di non riuscire a sentirsi vive se non si motivano tramite questo procedimento di identificazione in negativo. Certo, entrambe hanno altri obiettivi polemici, ed anzi spesso, per cercare di rimediare alla sensazione di inferiorità psicologica in cui vive, l’estrema destra proclama di non riconoscersi più nella dialettica oppositiva sinistra/destra, ma sul piano della violenza questo resta il terreno principale di scontro. Poi ci sono altri bersagli contro cui l’estrema destra si scaglia, ed è ben noto che gli immigrati – e non i grandi capitalisti, i finanzieri o gli “eurocrati” di Bruxelles, che pure a parole sono oggetto di critiche non meno feroci – sono i più frequenti. In questo influisce senz’altro quel complesso bellicistico che si ricollega all’esaltazione del “guerriero” come figura esemplare, di cui ho già fatto cenno. Questo tratto è uno dei tanti che fa da spartiacque nei confronti dei populisti, che esaltano invece il pacifico uomo qualunque, vessato dai potenti e minacciato dagli estranei, e che non mostrano mai un particolare fervore per militari e guerre, di cui anzi in genere diffidano».

La destra (peggiore) può tornare a vincere. Sovranisti, populisti, anti-parlamentaristi, nazionalisti, no tax, no migranti, fascisti... Si era mimetizzata ma dopo il voto nelle città ha rialzato la testa. E rischia di dominare nelle prossime elezioni. Sotto il comando di Berlusconi, scrive Marco Damilano il 04 luglio 2017 su "L'Espresso". «Non c’è una sufficiente consapevolezza di un pericolo a destra nella vita politica italiana», ad avvertirlo, sembra preistoria, era stato Aldo Moro, in un consiglio nazionale della Dc nel 1961, all’indomani della fallita svolta autoritaria del governo Tambroni. Viene la vertigine, perché da allora sono passati decenni, repubbliche, riforme costituzionali, partiti secolari sono tramontati, leadership scintillanti sono appassite, ma resta l’errore di avversari e analisti: la sottovalutazione, la mancanza di consapevolezza, l’incapacità di vedere cosa si muove nel profondo, nel sotterraneo della società. E come un fantasma, un fiume carsico che riaffiora appena trovi lo sbocco, in questa estate 2017 di deserto della politica, di piazze vuote e urne prosciugate, rispunta la Destra. Si era quasi dimenticata di esistere, come soggetto politico unitario. Si era camuffata, nascosta, mimetizzata, in una legislatura che l’ha vista divisa in mille rivoli: un frammento attorno a Angelino Alfano a puntellare i governi guidati dagli uomini del Pd (Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni) in cambio di poltrone di lusso, un drappello di leghisti e di fratelli d’Italia di discendenza più mussoliniana che garibaldina, il corpaccione berlusconiano in apparenza dormiente, assente, in coincidenza con l’impeachment del suo Capo cacciato dal Parlamento e ridotto ai servizi sociali dopo la condanna in Cassazione del 2013. E poi l’indecifrabile esercito del Movimento 5 Stelle che ostentava equidistanza, né di destra né di sinistra, incolore come uno schermo trasparente o come il camaleonte, che assume di volta in volta i colori degli avversari. Invece, al momento giusto, nella fase finale della legislatura, quando al voto politico mancano pochi mesi, eccola ritornare, la Destra italiana, con le sue molteplici facce. Sovranista, nazionalista, populista, no tax, no migranti, anti-parlamentarista. E fascista. Dopo il ballottaggio delle elezioni amministrative di giugno è il centrodestra «l’attore dominante», si legge nel report post-voto dell’Istituto Cattaneo, che vince in un comune su due, conquista stabilmente le regioni del Nord, mette radici sempre più stabili in Emilia e in Toscana, l’ex cuore rosso del Paese, e nel Centro Italia dove Lazio e Abruzzo, regioni amministrate dal centrosinistra, tornano in bilico. Il Sud si astiene o resta a guardare (con l’eccezione della Puglia di Michele Emiliano) e si conferma un terreno dello scontro che verrà nel 2018, diviso tra ribellismo e rassegnazione, ma non governativo e non rappresentato dalle leadership regionali, tutte in mano al Pd. Se dalla fredda analisi dei dati quantitativi si passa alle ragioni della valanga neroazzurra, ai temi utilizzati in campagna elettorale e ai suoi uomini più rappresentativi cadono molte raffigurazioni circolate a livello nazionale. Ad esempio quella di un centrodestra di «chiaro profilo liberale, moderato, basato su radici cristiane, vincente in tutta Europa e oggi anche in Italia», come recita il burocratico comunicato di Berlusconi all’indomani del voto, emesso da Arcore. È il ritratto di un centrodestra simile ai democristiani di Angela Merkel, il Ppe, il partito popolare europeo che ha portato alla presidenza del Parlamento di Strasburgo l’italiano e forzista Antonio Tajani. Piacerebbe molto a Gianni Letta e a un pezzo di Forza Italia che non vuole finire egemonizzato da Salvini. Peccato a che a Monza, 11,6 chilometri e 26 minuti di macchina da Arcore, la coalizione berlusconiana abbia riconquistato il comune presentandosi con un volto decisamente diverso. Tra i più votati della coalizione del sindaco berlusconiano Dario Allevi c’è Andrea Arbizzoni di Fratelli d’Italia, quarto consigliere più votato in assoluto per numero di preferenze con lo slogan “Difendi Monza”, una campagna tutta su immigrati, topi, strade sicure, presidio alla stazione, difesa della gente «che non si sente sicura a prendere il treno o un caffè». Tra i sostenitori c’è Lealtà Azione che si rifà a Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, non esattamente campioni di moderatismo e liberalismo, per l’associazione di estrema destra il sindaco sconfitto di centrosinistra Roberto Scanagatti aveva chiesto il divieto di manifestare per commemorare la Repubblica di Salò il 25 aprile. «Non ci voleva dare gli spazi e ora andiamo direttamente in Comune», esulta su Facebook Stefano Di Miglio, presidente di Lealtà Azione. La lista Fasci italiani del Lavoro, che a Sermide nel mantovano ha preso il 10 per cento e ha portato Fiamma Negrini in consiglio comunale, non è un caso isolato. A Lucca la lista di CasaPound ha conquistato il 7,8 per cento, più del Movimento 5 Stelle, con Fabio Barsanti, capo ultras della Lucchese. A Todi, nella rossa Umbria, CasaPound ha eletto un consigliere comunale e si è apparentata con il centrodestra che ha strappato il comune al Pd, senza troppi problemi degli altri partner della coalizione (quelli che Berlusconi vorrebbe moderati, liberali, europei eccetera). Protesta contro lo Ius soli e saluto fascista: così l'estrema destra decide di manifestare il proprio dissendo alla legge in discussione al Senato. Dopo il sit in a Palazzo Madama con CasaPound, Forza Nuova sceglie di marciare per la città invocando il Duce. Tra i blindati della polizia, braccia tese intorno a piazza Cavour, sulle note di "Camicia nera la trionferà". Al termine del corteo 50 persone sono state denunciate per manifestazione non autorizzata, violenza e resistenza a Pubblico Ufficiale e apologia di fascismo. Di Giulia Torlone. Manifestazioni di CasaPound si sono viste a La Spezia e a L’Aquila, comuni strappati alla sinistra, il neo-sindaco del capoluogo abruzzese è anche un ex militante, anche se, garantisce il leader di CasaPound Simone Di Stefano, sono solo convergenze locali, a livello nazionale le distanze restano enormi, ci mancherebbe. Ma intanto con questi risultati diventa concreta la possibilità che liste di estrema destra si candidino in Parlamento per superare lo soglia del tre per cento alla Camera, con l’attuale legge elettorale. Sarebbe la nascita, in Italia, di qualcosa di simile ad Alba Dorata in Grecia. E, dopo tanto parlare di nuovo in politica, in Parlamento tornerebbero i saluti romani. Solo estremisti, certo. Ma temi, battaglie, parole d’ordine, fanno scuola anche nel cuore del centrodestra vincente. Immigrazione. Frontiere chiuse. No allo ius soli, che il centrosinistra ha portato in aula alla vigilia del voto, dopo anni di paralisi. Il sindaco eletto di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano, Forza Italia, ha strappato alla sinistra la sua Stalingrado dopo settant’anni sventolando la bandiera del no alla moschea. A Budrio, alle porte di Bologna, la sinistra è passata all’opposizione, nella cittadina sconvolta dal delitto di Igor il russo, ancora latitante. E Salvini ha percorso in lungo e in largo i paesini liguri, emiliani, toscani. «Buongiorno da Marliana, qui suonano le campane e girano le palle!», ha salutato il leader della Lega in diretta Facebook dalla cittadina di 3200 abitanti in provincia di Pistoia dove erano arrivati 48 profughi. La sinistra litiga sulla rete e organizza gli apericena, la destra assalta il territorio più remoto e le sue paure. La Lega non fa sparire del tutto ma mette in dissolvenza il no all’euro, in Francia non ha portato grandi consensi a Marine Le Pen e sembra un tema spuntato, mentre immigrazione, Islam, sicurezza sono vita quotidiana. E a differenza del Front national in Francia o del partito per la Libertà di Geert Wilders in Olanda, gli sconfitti delle elezioni 2017, la Lega amministra da decenni comuni e le regioni più ricche e europee d’Italia. Per l’autunno i presidenti di Lombardia e Veneto Roberto Maroni e Luca Zaia preparano un referendum consultivo per ottenere maggiore autonomia per l’ente da loro governato. Un voto più simbolico che altro, eppure si trasformerà in un nuovo successo per la Lega, con Berlusconi costretto a inseguire. Immigrazione e sicurezza sono il campo elettromagnetico che attrae l’elettorato che vota centrodestra. Compreso quello che, nel primo turno delle elezioni amministrative, ha votato per il Movimento 5 Stelle. Le ricerche dell’Istituto Cattaneo dimostrano che per M5S si è chiusa la prima fase “movimentista”, quella dei meetup, tendenzialmente di nuova sinistra, ambiente e consumi, e la seconda “identitaria”, quando bisognava trasformare il movimento in un soggetto strutturato. In questa fase “tattica” gli elettori si mescolano più facilmente con il centrodestra per due motivi: perché anti-renziani, e dunque votano tutto quello che si oppone al Pd, e per una vicinanza ad alcuni temi della destra. Per citare le ultime settimane: la polemica contro le Ong che fanno salvataggio in mare per i migranti, la svolta securitaria a Roma di Virginia Raggi contro i rom e l’accoglienza dei profughi, l’astensione al Senato sullo ius soli (che vale voto contrario), l’inserimento tra nel pantheon del leader del Msi e capo gabinetto della Repubblica di Salò Giorgio Almirante da parte di Luigi Di Maio, e sì che nel 2014 Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio si erano contesi con Renzi l’eredità di Enrico Berlinguer. Una sovrapposizione di elettorati che preoccupa Renzi. Il segretario del Pd era il campione della nuova politica post-ideologica, tutta modernità e comunicazione, doveva essere il primo leader che alla guida di un partito di sinistra riusciva a penetrare nell’elettorato moderato, berlusconiano, di destra. E invece l’operazione sfondamento appare fallita: ai ballottaggi il centrosinistra si blocca, non prende i voti del fronte avversario o degli esclusi dal secondo turno, anzi, perde per strada i suoi elettori. Renzi non è amato a sinistra, e si sapeva, ma non recupera a destra. Si è ripetuto alle amministrative il fenomeno del 4 dicembre, quando sul no al referendum costituzionale si sono saldati il centrodestra al completo, da Forza Italia alla Lega a Fratelli d’Italia, il Movimento 5 Stelle e un pezzo di sinistra, compresa quella di Pier Luigi Bersani che allora era ancora dentro il Pd. «Il Pd mostra una crescente difficoltà a vincere nel turno elettorale decisivo», scrive il Cattaneo. Una conclusione che avvicina Renzi a certi campioni di calcio del passato, a volerlo nobilitare un Michel Platini: estroso e carismatico, ma perdeva tutte le finali. E ora appare isolato nel suo partito, attaccato dal fondatore Romano Prodi e da tutti gli ex segretari, da Walter Veltroni a Dario Franceschini. Si è rialzato il muro della Destra, e adesso a sgretolarlo non sarà Renzi, per paradosso l’unico a poterlo fare è l’uomo che lo ha costruito nel 1994, Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore è dilaniato tra un doppio destino che gli sembra ugualmente infelice. Diventare il padre nobile del listone di centrodestra, la fusione o la federazione Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia, che finirebbe presto egemonizzato da Salvini e da Giorgia Meloni, come ha capito il presidente della Liguria Giovanni Toti, vincitore a Genova e a La Spezia, pronto a mollare Berlusconi per la nuova alleanza. Oppure prepararsi a fare da stampella a una leadership traballante come quella di Renzi. Tutto dipenderà dalla legge elettorale, ma non è detto che basti. Anche perché, per sfuggire al triste dilemma dei due Mattei, Berlusconi sta coltivando i due schemi contemporaneamente. Un piano A e un piano B, saranno le circostanze a stabilire quale sia quello prioritario. E sta preparando, di conseguenza, una doppia leadership futura. Il piano A prevede di andare da soli alle elezioni con Forza Italia, con il volto rassicurante, popolare, merkeliano e europeo, il capofila in quel caso sarà il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, già portavoce di Berlusconi a Palazzo Chigi nel 1994, forzista della primissima ora ma inserito stabilmente nell’establishment del Ppe europeo, in ottimi rapporti con i democristiani tedeschi che spingono su Berlusconi perché scelga lui. Se la Merkel, come sembra, dovesse vincere le elezioni di settembre in Germania, Tajani potrebbe fare nel 2018 come il suo predecessore Martin Schulz, lasciare la presidenza dell’europarlamento per correre alle elezioni nazionali come candidato premier di Forza Italia. In rottura con Salvini e Meloni e possibile alleato di Renzi dopo il voto. Anche nel piano B, il listone unico Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia, Berlusconi non ha nessuna intenzione di affidare la guida a un leghista. Ed è già stato testato in questa campagna amministrativa, senza dichiararlo, l’appeal elettorale di un altro forzista della prima ora, ma di segno opposto rispetto a Tajani, il giornalista televisivo Paolo Del Debbio. Conteso dai candidati nelle città come un talismano, un portafortuna. Sul palco a Genova, facendo finta di zoppicare, «colpa delle buche», nella sua Lucca con Salvini e Toti, in apertura e chiusura di campagna, a Como con Maria Stella Gelmini, a Sesto San Giovanni, a Monza dove il filosofo si è lasciato andare: «Sono comuni di merda quelli che obbligano i cittadini a rivolgersi alla televisione per risolvere i loro problemi!». Acclamato ovunque come si addice a un leader in rampa di lancio. Tajani e Del Debbio sono due volti di un identico berlusconismo. Ritorna la Destra ed è sfaccettata, come sempre è stata la destra italiana, multiforme, ideologicamente inconsistente, e c’era il fascismo di destra e il fascismo di sinistra, e c’era il liberale conservatore e il rautiano sociale, e c’era la destra confindustriale che si opponeva alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e quella militare tentata dal golpe e quella clericale legata al Vaticano. Eppure la destra è solidissima nel suo radicamento, nella difesa spietata dei suoi interessi, nel suo blocco sociale di riferimento, quello che manca alla sinistra in tutte le sue sfumature, dalla leggerezza di Renzi al rancore di D’Alema, è questa la mucca nel corridoio di cui vagheggia Bersani. Questa Destra così disunita e così minacciosa ha ancora bisogno di Berlusconi per mettersi insieme. E solo lui la può far saltare: conclusione amara dopo anni di rottamazioni annunciate, partiti della Nazione che perdono nei paesi, leadership innovative più nella presunzione che nella realtà. Per parafrasare Heidegger, solo un Berlusconi ci può salvare. Altrimenti, rivincono loro.

Noi italiani nati con la camicia (nera), scrive Tommaso Cerno il 12 luglio 2017 su "L'Espresso". La voglia di fascismo? È indole italica, ci conosciamo: tanti, piccoli capetti. Sta dilagando e non ci cambierà una legge. Allarme (non più All’armi) siam fascisti! Come può essere capitato? A noi (pardon), noi italiani democratici che abbiamo scritto la Costituzione vietando al partito che fu di Mussolini di rinascere. “L’Espresso” ci fece una copertina qualche settimana fa. C’erano Grillo, Salvini e Berlusconi con fez e manganello. Tempesta di critiche. E avevano ragione (a propria insaputa) i lettori (di destra) che ci hanno ricoperti di insulti. Non dovevamo disegnare solo loro, ma gli italiani: il popolo nato con la camicia (nera) convinto di avere fatto i conti con la propria indole, prima ancora che con la storia, a suon di leggi e divieti. Voilà, tutti antifascisti mimetizzati nella democrazia, senza risolvere mai quel problemuccio: ci conosciamo, siamo piccoli capetti che danno ragione al capetto più in alto. A casa, in Parlamento, al bar, su Twitter. Ed è questa normalità, mescolata a nostalgia della nazione e maschilismo diffuso, l’arma segreta del fascismo, la sua intima natura. Si chiama conformismo, fino a quando di mezzo non ci sono guerra, galera o esilio. Ma è lo stesso vizio di obbedire che fa ripetere in televisione a tutti le cose che dice il capo. Lo stesso vizio che ci fa parlare del fascismo per non parlare dei migranti. Qualche giorno fa, un signore per strada mi dice: «Troppi immigrati, non possiamo mica...». Io rispondo: «Ha ragione, spariamo ai barconi con donne e bambini, così la smettono». Lui alza la testa e fa: «Ma che dice, è scemo?». Io: «Allora rimandiamoli in Libia. Donne stuprate, bambini torturati». E lui: «Stuprate? Ma allora come si fa?». Ho pensato che questo tipo di dialogo, ai tempi della politica, spettava ai cosiddetti corpi intermedi. Quelli che nel fascismo non c’erano ed erano nati con la Repubblica. Quelli che stiamo eliminando per spending review. Demolendo con l’insulto, nel nome dello spreco, assieme alla base stessa di una democrazia raziocinante. Gli immigrati diventati un problema sono la vera emergenza, dentro cui come un fungo velenoso riemerge il fascismo, non certo i busti del duce o le iscrizioni dell’Eur. La retorica antifascista che ci ha protetti finora, ci ha dato solo l’impressione dello scampato pericolo. Ha commemorato, non ha ricordato. Memoria significa fare i conti con il fascismo interiore. Noi non l’abbiamo fatto, né prima processando il regime, a differenza dei tedeschi, quando mezzo Paese transitava dalla dittatura alla Repubblica, né dopo. Gli unici conti sono stati fatti a piazzale Loreto, epilogo interiorizzato solo nella letteratura. Penso a Levi, Fenoglio, Pavese. E alla guerra civile di Claudio Pavone. Paradossalmente il “dovere antifascista” della prima Repubblica è ciò che ha permesso di non indagare davvero sul fascismo e che ci riporta a Chioggia, decenni dopo, a rivendicare il “diritto fascista”. La colpa è nostra, non di quei loschi figuri. Abbiamo fatto una “defascistazia” lessicale. E come il politicamente corretto non cancella il razzismo, né ridà la vista a un cieco chiamandolo “non vedente”, professare l’antifascismo per legge ci ha portati a una ipnosi, alla rimozione della pregiudiziale storica che credevamo eterna. Pregiudiziale che ormai cade dappertutto. Nel giugno 1945, l’Onu non nasce come parlamento delle nazioni, ma come organizzazione delle nazioni che hanno combattuto l’Asse, con i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza usciti vincitori dal conflitto. Quel mondo sta andando a pezzi. Trump non sa che farsene (è il primo presidente Usa che a Varsavia non visita il monumento degli insorti nel ghetto e ci manda l’ebrea Ivanka), non perché sia fascista, ma perché - a differenza di Bush - è espressione di un mondo che ha perso i legami con la sua storia. Con Norimberga e l’atomica, ma perfino con la Guerra fredda. Cina e India? Per loro l’antifascismo non ha significato storico né culturale. Putin? Per i sovietici la conquista di Berlino fu per decenni il certificato di appartenenza al mondo civile, mentre oggi il presidente russo interpreta la vittoria sul nazismo con una semantica neo-zarista. Perfino Netanyahu ha fatto fare dietrofront all’ambasciatore israeliano a Budapest dopo la protesta contro i manifesti anti-Soros (di sapore antisemita) voluti da Orbán. E via elencando. A questo punto una domanda: siamo sicuri che serva una legge per fermare questo e salvare la democrazia? O forse il problema sta in chi ci rappresenta? Scrisse Bauman: viviamo l’era del divorzio tra potere e politica. La democrazia non è più considerata “valore in sé” da milioni di persone, non perché manchino leggi antifasciste, ma perché i politici possono solo promettere, senza poi attuare tali promesse. E allora che senso ha criticare? Che senso ha votare?

Il pericolo farsista, scrive Marcello Veneziani. MV, Il Tempo 3 dicembre 2017. Siamo alla paranoia ideologica virale. Una bandiera del Secondo Reich, che era una monarchia costituzionale ottocentesca, tenuta in caserma da un ragazzo carabiniere di vent’anni, diventa il pretesto del giorno per gridare al Nazismo risorgente, che non c’entra un tubo con la bandiera e con la storia del secondo Reich. L’uso fake della storia sconfina nel delirio persecutorio. Ma non basta. In pieno autunno del 2017, un benemerito compagno ha scoperto una cosa tremenda: il 20 maggio del 1924, la città di Crema conferì su proposta della giunta locale la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. L’orrenda scoperta ha subito compattato il valoroso popolo de sinistra – enti, associazioni, partiti e sindaca, oltre l’ineffabile Anpi – che ha intimato di provvedere subito a ritirare l’atto osceno in luogo pubblico. Togliendo la cittadinanza onoraria di Crema a Mussolini avremo finalmente un Duce scremato. Tempestivo, non c’è che dire, se ne sentiva l’urgenza, 93 anni dopo. Ma come dice un proverbio politicamente corretto, Chi va piano va Fiano e va lontano. E’ tutta una gara in Italia per scoprire e revocare la cittadinanza onoraria al Duce in un sacco di comuni. Pensavo a questo eroico atto di ribellione al fascismo da parte della città cremosa mentre leggevo per il terzo giorno consecutivo commenti, anatemi e mobilitazioni contro il pericolo fascista dopo la sconcertante “azione squadrista” compiuta a pochi chilometri da Crema, a Como. La Repubblica, per esempio, ha schierato il suo episcopato per condannare il fascismo risorgente e chiamare a raccolta l’antifascismo eterno. Sui tg c’è stato un tripudio di demenza militante a reti unificate. Non avevo intenzione di scriverne, mi pareva immeritevole d’attenzione, ma la paranoia mediatico-politica non accenna a scemare.

1) Ora, per cominciare, quell’irruzione in un’assemblea pro-migranti non è di stampo squadrista semmai di stampo sessantottino. Gli squadristi, come i loro dirimpettai rossi, non irrompevano per leggere comunicati e andarsene senza sfiorare nessuno. L’abitudine di interrompere lezioni, assemblee, lavori è invece tipicamente sessantottina e poi entrò negli usi degli anarco-situazionisti, della sinistra rivoluzionaria, dei centri sociali, ecc. Gli “skin” in questione ne sono la copia tardiva, l’imitazione grottesca.

2) Secondo, i comunicati. Trovate pure demente e mal recitato, quel comunicato che gli impavidi neofascisti hanno letto interrompendo la riunione filo-migranti. A me fa sorridere, se penso ai comunicati degli anni di piombo. Vi ricordate? Davano notizie o annunci di assassini, accompagnavano attentati ed erano a firma Br, Primalinea e gruppi affini. Quando penso a quei comunicati, deliranti ma corrispondenti ad azioni deliranti e sanguinose, trovo farsesco il remake a viso aperto di quattro fasci e l’allarme mediatico che ne è seguito.

3) Terzo, la violenza di irrompere e interrompere. Succede ancora, nelle università, in luoghi pubblici, verso chi non piace ai movimenti di sinistra radicale, lgbt, centri sociali o affini. È capitato anche a me, girando l’Italia, di trovare aule universitarie e luoghi pubblici in cui non riesci a parlare o parli sotto scorta, tra interruzioni, proclami e incursioni. Di questo teppismo i giornali e i tg non ne parlano mai. E nessuna di queste anime belle che gridano indignate al pericolo fascista, ha mai espresso una parola di solidarietà e di condanna. Lo dico anche al pinocchietto fiorentino che esorta la comunità nazionale a indignarsi tutta e non solo la sua parte politica, per l’episodio di Como, anzi per la strage virtuale: lui non ha mai speso una parola per stigmatizzare episodi di segno opposto, assai più numerosi e più violenti e pretende che l’Italia insorga compatta per una robetta del genere? Diamine, ci sono ogni giorno storie di violenza e di morti, aggressioni in casa, e la comunità nazionale intera deve mobilitarsi unita di fronte a un episodio verbale così irrilevante? In realtà, voi informazione pubblica, voi governativi, voi giornaloni e associati, siete i primi spacciatori di bufale o fake news. Perché prendete una minchiata qualsiasi e la fate diventare La Notizia della Settimana, ci imbastite teoremi, prediche, rieducazioni ideologiche, campagne e mobilitazioni antifasciste. Se il pericolo che corrono le nostre istituzioni ha tratti così farseschi, allora il primo pericolo è la ridicolizzazione della storia e della democrazia da voi operata quando sostenete che sono messe a repentaglio da episodi così fatui e marginali. Non sapete distinguere tra una bomba e una pernacchia. E finirete spernacchiati.

Fascismo e antifascismo tra retorica e opportunismo, scrive Leonardo Agate l'8/12/2017 su "TP24". Francamente mi comincia a stare sulle scatole tutta questa retorica antifascista che riempie i mezzi di comunicazione di massa ogni giorno. Sia chiaro che non sono un fascista, e per questo sono antifascista, ma non mi sento di identificarmi con l’antifascismo di maniera, che è quello che non sopporto. Come, per altro aspetto, sono per la lotta alla mafia ma non faccio professione di antimafia. Il fascismo e l’antifascismo, come li abbiamo conosciuti in Italia dopo il crollo del fascismo, sono le due facce della stessa medaglia. Nel passaggio dal Regno alla Repubblica ci fu una corsa sfrenata per salire sul carro del vincitore. Il popolo fu, per fede, per opportunità o per quieto vivere, quasi interamente fascista finché il fascismo rappresentò sviluppo economico e sociale. Il limitato antifascismo crebbe con la creazione dell’asse politico Roma – Berlino, con le leggi razziali e con l’ingresso del nostro Paese nella Seconda Guerra Mondiale. A parte la limitata opposizione al fascismo, proveniente soprattutto dalla sinistra socialista e comunista, fino al 1936 il nostro Paese era massicciamente fascista. Era un regime totalitario, e fece le sue vittime fra gli oppositori, ma nulla a paragone di quello che avveniva in altre regimi totalitari come in Germania o in Russia. Si deve distinguere tra il popolo che inneggiò a Mussolini fino alla creazione dell’Impero, e il limitato antifascismo che il regime perseguì e fece soffrire. Quando il corso della Storia cominciò a cambiare, con l’avvicinamento dell’Italia alla Germania, il nascosto movimento antifascista si ingrossò, fino a sfociare nella Resistenza quando le truppe alleate cominciarono a risalire per lo Stivale. Il crollo definitivo del Regno e del regime fascista con la vittoria degli alleati diede la stura alla più veloce trasformazione degli italiani da fascisti ad antifascisti. Come se nessun consenso il regime mussoliniano avesse avuto fino al 1936, ed anche oltre, gli italiani si scoprirono in massa antifascisti. L’antifascismo che sostituì il fascismo portava nel suo DNA il virus fascista che lo aveva accompagnato per circa un ventennio. Cosicché si poteva dire che in Italia ci sono stati due tipi di fascisti: i fascisti veri e propri e gli antifascisti che li hanno sostituiti. La retorica degli uni è simile, anche se opposta, a quella degli altri. Lo abbiamo visto e sentito in ogni ricorrenza del 25 aprile. L’antifascismo di professione è quello che in queste ultime settimane vuol farci credere che ci sia un pericolo fascista da prendere in seria considerazione, solo perché un gruppo di stupidi estremisti di destra, della sigla “Veneto fronte skinhead”, ha interrotto l’assemblea della rete di associazioni pro migranti “Como senza frontiere”, per leggere un proclama contro l'invasione dei migranti. L’estate scorsa uno stabilimento balneare della riviera toscana è stato per settimane agli onori della cronaca perché il suo titolare esponeva simboli del ventennio fascista e faceva discorsi contro gli immigrati. A Predappio, dove Mussolini aveva la casa, si vendono ricordini del Ventennio, e se ne fa una questione di alta politica. Il deputato Fiano, Pd, ha presentato una proposta di legge per perseguire in modo più radicale i simboli e i comportamenti ritenuti fascisti, come se le norme della Costituzione e quelle della legge Scelba e della legge Mancino non fossero sufficienti ai giudici per perseguire e condannare i colpevoli di reati legati al possibile risorgere di movimenti fascisti. Il fatto è che l’antifascismo è una professione indolore e redditizia per chi gli si dedica: esclude una seria ricostruzione storica del periodo prima fascista e poi repubblicano; è una nuova patacca da mettersi al petto; si tratta ormai di un classico di moda, che dura ininterrottamente da oltre 70 anni. E’ stata un’autoassoluzione che ha sostituito l’orbace con la camicia bianca, mantenendo dentro il petto il pressapochismo e l’opportunismo di sempre.

“Blitz a Repubblica più grave di bomba a carabinieri”. La frase shock di Gabrielli scrive Davide Romano l'8 dicembre 2017 su "Primato nazionale". L’emergenza democratica causata dall' “onda nera” ricorda un po’ il caso Weinstein. Ovvero dopo la prima denuncia di molestie contro il produttore hollywoodiano, qualsiasi cosa, anche una semplice avances o uno sguardo equivoco, veniva innalzato al grado di “molestia sessuale” dall’ultima “vittima” in cerca di notorietà. L’antifascismo ai tempi della propaganda di Repubblica è al pari di una giornata mondiale contro la violenza di genere o ad un hashtag come #metoo. Non serve più nessun aggancio alla realtà per indignarsi o lanciare “l’allarme”. Basta la lettura di un volantino, una bandiera appesa in una caserma e un blitz di 8 persone con 4 fumogeni sotto un giornale per gridare ai quattro venti che “la democrazia è in pericolo”. E il vero pericolo è che a questo tipo di montatura diano fiato e corda il ministro della Giustizia e quello dell’Interno, oltre ad altri esponenti di peso nelle istituzioni. L’ultimo è il capo della Polizia Franco Gabrielli, un tempo noto, oltre che per l’assenza di scrupoli, anche per un certo pragmatismo. Per questo le sue ultime dichiarazioni rispetto alla dimostrazione di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica e l’Espresso lasciano di stucco. Commentando l’ordigno esploso davanti ad una caserma dei carabinieri nel quartiere San Giovanni di Roma ha dichiarato: “È un fatto grave ma non dobbiamo amplificarlo oltremodo. Questi episodi sono avvenuti anche in passato. Vorrei quindi dare un messaggio di rassicurazione. Per certi aspetti ritengo molto più grave la piazzata che è stata fatta ieri nei pressi della redazione di un gruppo editoriale importante”. Un ordigno esploso davanti ad una caserma dei carabinieri con tanto di rivendicazione anarchica, è meno grave di una piazzata. Il primo va minimizzato, il secondo amplificato. Questo ci sta dicendo il capo della Polizia, senza tanti giri di parole. Se un tempo la prassi era la distorsione della realtà da parte dei media, ormai siamo arrivati alla sostituzione della realtà, ovvero ciò che è reale lo decide Repubblica e le istituzioni seguono. In questo modo “vale tutto”, eliminato il reale dall’informazione, dalla politica, dalle istituzioni e dal diritto, qualsiasi provvedimento, anche il più illiberale e ingiusto, può essere giustificato. Mala tempora currunt.

Il petardo neofascista contro “Repubblica” e i veri pericoli. L’indignazione per la dimostrazione di Forza Nuova? Ennesimo esempio di un’ansia comprensibile ma non giustificabile, scrive l'8 dicembre 2017 Corrado Poli su "Vvox" (Primaonline.it). Quattro disadattati fanno esplodere un petardo davanti alla sede di Repubblica e immediatamente non par vero che si possa sollevare un’indignazione antifascista fuori misura. Come se migliaia di drappelli marciassero su Roma per occupare le “aule sorde e grigie” del Parlamento. Basta il poco fumo di un petardo di Capodanno per ravvivare la nostalgia della ormai usurata contrapposizione tra fascisti e antifascisti e confondere ancor più le idee. Ci si domanda se si tratti di un fenomeno di ansia patologica o di strumentalizzazione di fatti quasi irrilevanti. L’ansia è comprensibile. Il fascismo rievoca le grandi tragedie del Novecento e sul linguaggio antifascista è cresciuta la riconquistata democrazia e la sua successiva retorica. Il tempo passa e la democrazia è invecchiata; fascismo e guerra li conosciamo solo per sentito dire. L’ansia invece è una patologia e va curata altrimenti ci si concentra su pericoli immaginari e ci si distrae dalle questioni reali. I veri pericoli in Europa vengono dallo s-fascismo delle destre demagogiche di oggi con il solo programma della conquista del potere; e dalluogocomunismo delle sinistre che, essendo state progressiste oltre mezzo secolo, oggi ripetono insignificanti lotte, vecchi slogan e narrazioni nostalgiche. Così ci battiamo contro un inesistente neoliberismo che è invece un corporativismo travestito come nel progetto degli autentici fascisti; ed è allo stesso tempo uno statalismo simile al comunismo sovietico. Entrambi pervadono le soi disantes democrazie liberali occidentali. Di liberista non c’è nulla in Europa se non le piccole imprese, i lavoratori a contratto e i professionisti – quelli che ho definito i prof-letari. Sono cittadini politicamente non rappresentati e quindi davvero potenzialmente rivoluzionari sebbene non violenti. In assenza di un’ideologia solida, a stento si accorgono della loro condizione e il loro voto vaga a casaccio tra l’astensionismo, la destra demagogica e la sinistra luogocomunista. In Italia si avvicina in parte crescente ai Cinque Stelle, l’unico partito europeo alternativo ma “di centro” che prescinde da vecchi modelli politici (anzi politologici). Un Movimento che però non ha ancora elaborato un sistema di pensiero il cui consolidamento ne faciliterebbe la comprensione da parte di un più ampio e stabile elettorato potenziale. Così succede che l’ansia e i vecchi linguaggi portino a confondere un petardo con il pericolo fascista e i ripetitivi congressi delle plurisinistre luogocomuniste con un partito che crede di essere progressista mentre in realtà insegue i fantasmi del futuro di ieri. Purtroppo il progetto economico e sociale comunista e fascista ha già sconfitto le liberal-democrazie che per fortuna conservano ancora il pluralismo politico. Oggi, secondo il progetto economico totalitario fascio-comunista – che potremmo definire di modernizzazione integrale, un obiettivo quasi generale degli anni trenta del novecento – s’è affermato lo strapotere delle grandi imprese, di immense banche, quello delle corporazioni sindacali e di categoria, delle mastodontiche burocrazie autoreferenziali e infine degli eserciti che per ora – non si sa per quanto – stanno tranquilli (ma Berlusconi ha già fatto il nome di un generale come capo del governo)! Lasciamo perdere Forza Nuova e i quattro violenti di sinistra: se delinquono, se ne occupi la polizia e la politica li ignori. I veri pericoli sono da una parte lo sfascismo che induce al totalitarismo di destra; dall’altra una bieca conservazione luogocomunista che vuole trasformare l’Italia in una casa di riposo. Le forze vitali del Paese e dell’Europa sono da una parte il conservatorismo decente delle grandi coalizioni che consente la stabilità. Dall’altra la formazione di movimenti autenticamente progressisti con al centro dei loro programmi una politica federale e comunitaria solidale che ponga al centro la questione ambientale e avvicini al cittadino semplici e legittime istituzioni. Costoro, sia che vadano al governo (contenuti dall’opposizione e dalle strutture burocratiche) sia che restino all’opposizione (incalzando la conservazione) possono svolgere un ruolo fondamentale di progresso civile, intellettuale e in definitiva riformare una democrazia e un’economia sempre più scandenti. Senza lasciarci distrarre da infantili petardi e molotov che svegliano solo i nonni sordi.

L’ossessione per il fascismo del gruppo L’Espresso ora è preoccupante, scrive Giorgio Nigra il 28 luglio 2017 su "Il Primato Nazionale". Appena qualche settimana fa, l’Espresso se ne usciva con una copertina eloquente: il disegno di Grillo, Salvini e Berlusconi vestiti da squadristi, che avanzano minacciosi, manganelli in mano, in un vicolo buio. Titolo: “Ci rifanno neri”. Ecco il livello dell’argomentazione: il consenso dei grillini? La popolarità mediatica di Salvini? L’eterno galleggiamento di Berlusconi? Non servono analisi politologiche, studi sui cambiamenti avvenuti nella nostra società e magari autocritiche sull’incapacità della sinistra di saper comprendere le priorità e le sofferenze del popolo italiano. È solo l’eterno fascismo che rialza la testa. Per sconfiggerlo, quindi, basta il solito richiamo alla “Costituzione nata dalla resistenza” e l’appello a tutti i “sinceri democratici” affinché si uniscano contro la marea nera montante. Non contenti di aver fornito tali indispensabili chiavi al dibattito della società civile, domani quei simpaticoni dell’Espresso se ne usciranno con un numero la cui copertina è tutta un programma: “Nazitalia”, scritto in caratteri gotici. Il tutto in campo rosso, con al centro un cerchio bianco dentro cui campeggiano due Italie sovrapposte nere a formare una rudimentale svastica. L’Italia del 2017, insomma, vive molto semplicemente sotto il nazismo. Non sappiamo cosa ci sia dentro, ma possiamo immaginarlo: il solito dossier con i soliti numeri sparati a caso, le solite interviste all’Osservatorio democratico contro le nuove destre. Insomma, un eterno dejà vu. Come quello che si ha leggendo l’ennesima inchiesta su Repubblica di Paolo Berizzi (un giornalista già autore di gaffe e falsificazioni tali che, in un Paese normale, farebbe da tempo il correttore di bozze nel giornalino della parrocchia). Quale notizia inedita ha generato questo articolo, rispetto all’ultimo, esattamente identico, di poche settimane fa? La foto, postata sui social, di una cena di alcuni esponenti di CasaPound con altri di Lealtà Azione. Caspita, stupisce che il New York Times non vi abbia dedicato una copertina dal titolo “Anche i fascisti cenano”. Si tratta, peraltro, di una foto liberamente diffusa dai diretti interessati. Nulla di nascosto, nulla di segreto, nulla di misterioso. Ma, all’occhio vigile del giornalista democratico, una cena fra amici si rivela per ciò che essa segretamente è: un patto di sangue, un segnale para-mafioso, un messaggio in codice, il simbolo dell’ora delle decisioni irrevocabili finalmente giunta per portare l’eversione in Italia. Qual è il senso di questa cosa? Qual è il valore euristico, anche per chi è di sinistra, di servizi come questi? Quanto fanno avanzare la coscienza democratica del Paese? Si tratta, come è ovvio, di puro scandalismo, di qualunquismo a buon mercato. Spararla grossa per solleticare il pubblico, esattamente come altre testate fanno su altri argomenti. Fa tutto parte di questa estate pazza, in cui per giorni la prima notizia dei giornali è stata la “spiaggia fascista” di Chioggia. E poi l’exploit elettorale dei Fasci italiani del lavoro in un paese di 7000 abitanti, la prof che inneggia al Duce su facebook, l’assurda “pista nera” per i delitti del Mostro di Firenze, le campagne di Fiano e Boldrini contro i monumenti fascisti, i saluti fascisti, gli accendini fascisti. Tutto concorre strumentalmente a rendere l’idea di una emergenza, di una situazione da sanare. Come? Ma è ovvio con una bella legge speciale, con una bella norma liberticida. È tutto così dannatamente chiaro…

Laura Boldrini ossessionata dal fascismo, scrive il 27/09/2017 Emma Moriconi su "Il Giornale d’Italia". Nuovo attacco alle pagine di facebook, paternali infinite e coccole ai partigiani: ecco le pene della presidente della Camera dei Deputati. Laura Boldrini non trova pace, la sua "crociata", la sua "guerra santa" contro il Fascismo sembra un'ossessione, non passa giorno che non ne dica una delle sue. Ieri in occasione dell’incontro con una delegazione di sindaci e delle associazioni partigiane nel 73° anniversario dell’eccidio del Grappa, dopo aver salutato "i sindaci e le sindache" (insistendo sulla femminizzazione esasperata di ogni cosa), ha dichiarato che i cittadini di quelle terre, "insieme ai cittadini di Marzabotto, di Sant'Anna di Stazzema, ai romani che ricordano le Fosse Ardeatine" hanno "la responsabilità di ricordare cosa è stato il nazifascismo, la brutalità con la quale i nazisti trattarono i nostri giovani, la brutalità con la quale tenevano sotto scacco il nostro Paese, il loro disprezzo nei confronti degli italiani". Poi si è lanciata in una disquisizione linguistica (lei, si) sui termini "patriottismo" e "nazionalismo". Lei, Laura Boldrini. Che però Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema e le Fosse Ardeatine furono scientemente provocate proprio dai partigiani non lo ha detto. Peccato. Non contenta, non paga, sempre nella giornata di ieri ha voluto precisare: "Abbiamo già rivolto ad aprile a Zuckerberg, accogliendo l'invito dell'Anpi, la richiesta di bloccare le molte pagine Facebook apologetiche del fascismo. Sono almeno 300, a dimostrazione che non si tratta di un fenomeno locale. In Italia l'apologia e' reato, quindi anche su Facebook dovrebbe esserlo. Dobbiamo insistere con facebook- ha detto ancora - che non può continuare a dire che non si occupa di fenomeni locali. Il nazifascismo è un fenomeno mondiale e bisogna dunque evitare di fomentare razzismo e xenofobia. Ispirarsi a questi principi è una minaccia all'assetto democratico". Questi i pensieri che assillano quotidianamente l'animo della "presidenta" della Camera Laura Boldrini, ogni giorno ha un pensiero da dedicare a questo argomento, del resto in effetti in Italia di problemi ve ne sono pochi, c'è giusto il tempo e l'opportunità di dedicarsi a un po' di sana demagogia. L'ossessione, poi, si intensifica sempre di più ogni giorno che passa, quello che vive l'omonima di Bulow è un vero e proprio incubo, un chiodo fisso dal quale non riesce proprio ad affrancarsi. Non riesce, la seconda carica dello Stato, a identificare con esattezza le epoche storiche, vive il Fascismo come se fosse ancora in atto, non le riesce di canalizzarlo nella storia di questa Nazione (Nazione, Patria, Paese, potremmo fare una lunga dissertazione linguistica pure noi, a dire il vero). Sorge il sospetto che questo tormentone antifascista sorga dalla consapevolezza che il suo mandato sta per giungere al termine, e siccome per l'Italia questa signora non ha fatto nulla di buono se non difendere i partigiani, questi siano diventati ormai il solo zoccolo duro che le resta nel Paese (o Patria, o Nazione, faccia lei). Un corpo elettorale assottigliato, però. E pure un po' muffito. 

"Il fascismo è l'ossessione di chi non sa vivere senza nemici e rancore". L'intellettuale: "Si appigliano a leggende metropolitane per rianimare la mobilitazione", scrive Davide Brullo, Mercoledì 12/07/2017, su "Il Giornale". Sul grottesco parapiglia in cui si è arenata la discussione parlamentare sul reato di apologia di fascismo abbiamo chiesto un parere a Marcello Veneziani, un intellettuale abituato a pensare oltre i meri spot ornamentali, elettorali. La proposta di legge di Fiano e del suo partito di mandare al carcere chi vende gadget fascisti o divulga in rete immagini del Duce nasconde una insana nostalgia verso le ideologie. Nelle pagine di Storia non ci sono innocenti e non si possono eleggere «giusti» per legge. Lei come la pensa?

«C'è innanzitutto qualcosa di sproporzionato, di mostruoso, nel demonizzare per 72 anni (e non è finita) un'esperienza che è durata poco più di venti. C'è poi una ricerca ossessiva di rassicurazioni identitarie per rianimare la sinistra dispersa: l'antifascismo funziona in questo senso da sala rianimazione, restituisce un nemico assoluto a un'area che non sa vivere senza un rancore verso qualcuno (Berlusconi, la destra, il populismo) e appena ne declina uno, bisogna rimettere in piedi l'Eterno Fascismo (Ur-fascismo diceva Eco). E non si distingue più tra il neofascismo politico di una volta e il folclore, il vintage, la civetteria di esibire cimeli fascisti che non hanno alcuna ricaduta politica, ma solo sentimentale e commerciale. Cominciai a seguire la politica nei primi anni Settanta. Da allora ciclicamente ma ininterrottamente, sento parlare di un imminente pericolo fascista che serpeggia nella società. Una leggenda metropolitana che serve per rianimare la mobilitazione antifascista».

Perché fa così paura il Ventennio? Perché non studiamo a dovere cosa è stato il fascismo? A proposito, cosa è stato?

«Il fascismo non si può ridurre solo a qualcosa di criminale. Non lo farei neanche per il comunismo che per estensione, durata, vicinanza temporale, numero di vittime (in tempo di pace, si badi bene) ha prodotto crimini inarrivabili. C'è poi da chiedersi perché ancora tanta gente ha un giudizio positivo del fascismo. Non si può ricordare del fascismo la violenza, la guerra, la persecuzione razziale (che riguarda il nazismo e solo di riflesso, in modo infame e caricaturale l'ultima fase del fascismo) dimenticando le opere realizzate, la tutela sociale, l'integrazione nazionale, i passi da gigante compiuti dall'Italia nel segno della modernizzazione, la forte passione ideale e civile, il consenso... Durante il fascismo gli italiani ebbero in assoluto il maggior attaccamento allo Stato e maggior fiducia nelle istituzioni, e potrei continuare. Il fascismo fu una rivoluzione conservatrice che modernizzò il paese nel nome di valori e primati tradizionali, cercando di accordare l'avvenire del socialismo con l'eredità della nazione».

Perché, poi, simili posizioni non si esprimono nei riguardi dell'apologia del comunismo o dell'islamismo, a questo punto?

«Il paradosso è che questa ennesima ondata contro il fascismo sorge nell'anno in cui ricorrono i cent'anni dalla Rivoluzione bolscevica. Sul piano storico, è il comunismo il tema di quest'anno, la sua parabola, i suoi orrori, la stretta linea di continuità tra Lenin e Stalin, il fallimento di ogni comunismo in ogni paese e in ogni tempo, i residui tossici che sono rimasti, il passaggio dal Pc al Pd, nel senso del politically correct, il comunismo dei nostri anni. Invece il comunismo è totalmente rimosso, confinato in una dimenticata antichità, salvo qualche reperto mitico, come il Che o da noi come Gramsci e Berlinguer. Gli unici miti spendibili perché sono due comunisti che (per fortuna) non andarono al potere. Come diceva Gomez Davila, gli unici comunisti da rispettare sono quelli che non sono andati al potere».

Le manganellate contro l'apologia di fascismo ricordano simili punizioni inflitte a personaggi ritenuti scomodi. La cultura è ancora strumentalizzata per puri fini di partito ed elettorali?

«La cultura strumentalizzata rientrava ancora in una fase eroica in cui si riteneva che annettersi un autore o condannarne un altro avesse un'incidenza effettiva, e un significato. Oggi la cultura è considerata una zavorra molesta e obsoleta, irrilevante. E nei confronti degli intellettuali non riconducibili alla dominazione corrente non si pratica più la denuncia e la demonizzazione ma, peggio, il silenzio, la finzione d'inesistenza, la non considerazione come autori e scrittori. Non potendo più eliminare fisicamente il dissidente o il nemico, come accadeva ai tempi di Florenskij e di Gentile, lo si elimina moralmente, si certifica con il silenzio la sua morte civile...».

La Boldrini ha dichiarato che i monumenti fascisti urtano la sensibilità dei partigiani. Non ci resta che distruggere i monumenti e l'arte fascista, giusto?

«Se dovessimo realizzare il proposito della Boldrini dovremmo dichiarare inagibili quasi tutte le città italiane. Ovunque c'è l'impronta del fascismo e persino nelle zone rase al suolo dal sisma hanno resistito solo gli edifici fascisti. Se non c'è riuscito un terremoto ad abbatterli, figuriamoci se ci riesce un coccodè, sia pure isterico».

EMANUELE FIANO IL "DEMOLITORE". Scrive il 17 Settembre 2017 Claudio Scaccianoce su “L’Inkiesta". Premessa. Io non sono leghista, piddino, forzista, penta stellato, centrista, radicale, verde, giallo o blù… (rossonero si!). Non sono assolutamente un qualunquista ma cerco di non farmi influenzare dalle mie opinioni quando scrivo. Nessuna sponsorizzazione occulta quindi in questo mio scritto. Guardate, vi prego, alla luna e non al dito che la indica. Dito che in questo frangente è la mia tastiera. Emanuele Fiano è un parlamentare del PD. Uno che pesa alla Camera dei Deputati. Non è uno dei cosiddetti peones, ma è un esponente di primo piano nella compagine renziana. Ha la personalità giusta per fare il frontman quando si devono affrontare con fermezza i temi più delicati, quelli che spaccano, quelli che scatenano azioni e reazioni anche borderline. Non me vorrà Fiano, ma non posso non notare che ha anche un’altra caratteristica. Riesce a risultare a pelle antipatico a moltissime persone che lo vedono per la prima volta, sui social oppure in televisione. Ed infatti è uno dei bersagli preferiti degli haters da tastiera e dei militanti di base delle opposte parti politiche. Probabilmente lo è perché parla con pochi ammortizzatori verbali e punta sempre al cuore del problema. Atteggiamento onesto ma pruriginoso. E poi, in video sorride troppo poco alle telecamere. Lo conosco un cicinin essendo di Milano e rossonero come me ed avendolo intervistato (per i non milanesi un cicinin significa … un pochino) e posso dire che invece è un uomo cordiale anche se non particolarmente espansivo, ed è un uomo decisamente ironico.

Allora, come dicevamo, Fiano è per moltissime persone uno dei più illustri iscritti - suo malgrado - al club “i più odiati dagli italiani”, insieme alla Boldrini, alla Fornero etc etc. Ultimamente si è fatto promotore di una legge che rende illegale la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli fascisti etc etc. Facciamo così. Riportiamo integralmente il testo della proposta di legge, così non lasciamo adito ad interpretazioni sul testo stesso: "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri dell'ideologia del Partito fascista e del Partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero fa chiaramente propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da 6 mesi a un anno. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici.”

Non l’avesse mai fatto. Il web, i giornali, i social si sono riempiti di commenti ironici, di commenti crudi, di attacchi politici e personali. I meme sono fioriti come primule a primavera. Se ascoltiamo queste voci Fiano vorrebbe demolire gli obelischi del ventennio. Abbattere il quartiere Eur, demolire la Stazione Centrale di Milano. Radere al suolo Latina (ex Littoria), Sabaudia, Pomezia e Guidonia. E si dice, vietare per legge il colore nero per vetture motocicli. E meno male che gli italiani disegnano male, altrimenti avremmo il web pieno anche di novelli Vauro o Krancic (che però deo gratias oltre ad una bella mano hanno anche un bel cervello ed un senso della satira molto sviluppato). Ovviamente ai più queste sparate del web sono subito apparse affidabili quanto le migliori fake news, ma purtroppo qualche benpensante se ne è servito per fare battaglia d’opinione. Era già da qualche giorno che pensavo di contattare Emanuele Fiano per sentire e riportare un suo commento diretto. Ma due ore fa ha pubblicato direttamente lui una nota a margine su FB. Bene mi ha risparmiato una telefonata, nel giorno che abitualmente amo dedicare alla famiglia ed al mio Milan. Riporto le sue parole.

"Questo è il testo della mia Legge, parliamo di questo, non di altre interpretazioni. In questo testo di Legge approvato alla Camera non c'è nessun riferimento alla libera espressione di un opinione, giustamente difeso dall'Art. 21 della Costituzione. Se uno oggi in Italia o domani qualora fosse approvata questa Legge, si dichiarasse fascista, non infrangerebbe nessuna legge, starebbe esprimendo la sua opinione, sarebbe all'interno di uno dei cardini della Democrazia. Se domani qualcuno comprasse o vendesse, francobolli dell'epoca o bottiglie o busti, ma per scopo personale, non starebbe facendo propaganda, non ricadrebbe in questa Legge. In questo testo di Legge, non c'è nessun riferimento a beni culturali o architettonici, di qualsiasi tipo, né alla cancellazione di scritte o altro. Non propongo e non voglio cancellare niente. Non è il mio pensiero. Mi interessa la propaganda fascista non altro. In questo nostro tempo in cui un contesto sociale fragile e disagiato, con tanti problemi irrisolti, produce rabbia e protesta, io voglio impedire che antiche cattive lezioni propongano ancora le loro terribili soluzioni. Per quanto riguarda chi mi dice che ci sono altre priorità, rispondo che nel corso di questa legislatura sono stato relatore della Legge sulla riforma del PA, sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sulla riforma costituzionale, sulla Legge elettorale, sul riordino delle carriere delle FFOO, dei VVFF, ho seguito la Legge antiterrorismo, la legge per il contrasto alla radicalizzazione islamica, la Legge sulla Sicurezza Urbana, la Legge sull'immigrazione Minniti-Orlando, la legge sul conflitto d'interessi, la Legge sui Partiti. Due anni fa ho presentato questa Legge. Dirmi che non mi occupo d'altro è folle. Detto questo, il compito di contrastare la propaganda di valori legati a quelle ideologie, che la nostra costituzione contrasta, può essere assolto unicamente con dei divieti? Certo che no. Sono la cultura, la formazione e la capacità politica di soluzione dei problemi che devono offrire l'antidoto più determinante in questo campo. Questo vuol dire che allora non c'è bisogno di alcun divieto? Non è la mia opinione. In 72 anni in Germania è rinata una delle nazioni più forti del mondo, la Democrazia tedesca prima nella parte Ovest, con la sua classe dirigente socialdemocratica, ha associato dall'inizio del dopoguerra in poi, una grande capacità di investimento culturale e politico sulla Democrazia ad alcuni ferrei limiti al propagarsi della cultura neonazista. Nessuno ha mai pensato che ciò fosse lesivo della Libertà o della Democrazia. A chi mi risponde che questo divieto già esisteva rispondo che non è così. La Legge Scelba punisce l'apologia di fascismo ma solo nel caso si riferisca ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. Oggi il nostro paese conta troppi episodi di propaganda fascista di persone che non hanno nessuna intenzione di organizzare un Partito, e allora? Gliela lasciamo fare? Io non sono ossessionato dal fascismo. Anzi vorrei personalmente uscire dalla dinamica di contrapposizione permanente tra parti. Lo auspico, ma questo può avvenire solo con un lavoro culturale e pubblico di grande profondità, onesto, che faccia quello che in Germania hanno fatto sul Nazismo. La capacità autentica da parte di tutti di guardare alla Storia con onestà. In Italia la conclusione del fascismo e del coinvolgimento degli apparati dello Stato si celebrò con una famosa amnistia. Una cancellazione. È invece un discorso su questo paese e la sua storia che sarebbe più utile, invece che qualsiasi cancellazione. La Libertà di espressione di ognuno di noi non si tocca certo, ma va appunto difesa dalla propaganda di quelle ideologie che vorrebbero negarla, giacché noi rimaniamo figli della definizione di Matteotti, che li fascismo non fu un'idea, ma un crimine. Difendiamo la libertà, difendiamoci dai crimini."

SIC ET SIMPLICITER. Io non aggiungo alcun commento, positivo o critico. Il suo pensiero si può condividere, si può criticare, si può osteggiare con ogni mezzo democratico, si può rilanciare cum laude. Ho deciso di riportarlo solo perché da cronista odio senza mezze misure le fake news e le pseudo testate che distribuiscono spazzatura, animate da falsi giornalisti che pensano che il termine deontologia professionale rappresenti un ingrediente per lo sformato di vitello alla bulgara. Buona domenica.

Vittorio Sgarbi e il fascismo, disintegra Fiano e Laura Boldrini: "Pensate ai comunisti", scrive il 27 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Un Vittorio Sgarbi "a braccio teso" contro la Legge Fiano, Laura Boldrini e chi vive ogni giorno con l'ossessione per il Fascismo di 80 anni fa. Nella sua rubrica quotidiana sul Quotidiano nazionale, "Sgarbi vs Capre", il critico più famoso d'Italia non va per il sottile e svela tutte le ipocrisie della "inutile legge sulla propaganda fascista che ricalca la legge Scelba". Perché, invece, suggerisce, non "perseguire gli imperterriti difensori del comunismo reale"? La proposta del professore è semplice ed efficace: "Richiamare gli ambasciatori italiani da Cuba e Pechino, gli atti di queste dittature sono oggettivamente identici alle violenze contro i diritti umani perpetrate dal fascismo". E anche le ingerenze in Italia sono insopportabili: ad esempio, quando Milano ha ricevuto il Dalai Lama tra le minacce e le intimidazioni del governo cinese. "Ma Fiano - ironizza Sgarbi - si preoccupa delle scritte fasciste sulla spiaggia di Chioggia".

Sala lancia l'allarme nazi. E scorda i centri sociali. Sindaco: "I neofascisti a Milano si rafforzano". Il centrodestra: "No global liberi di occupare", scrive Chiara Campo, Domenica 03/12/2017, su "Il Giornale". «Senza drammatizzare, ma la situazione credo che sia grave. Anche a Milano ci sono segni che il mondo neonazista e neofascista si sta rafforzando e sta entrando nelle fasce più deboli». Il sindaco Beppe Sala lancia l'allarme naziskin. Parteciperà «senz'altro» se potrà alla manifestazione organizzata dal Pd a Como il 9 dicembre dopo il blitz di un gruppo di ultradestra veneto nella sede di un'associazione pro migranti e ha già appoggiato la mozione che approderà domani in Consiglio (primo firmatario David Gentili di Insieme x Milano) che chiede alla giunta di non concedere spazi e patrocini a chi non sottoscrive una carta dei valori antifascisti. Il Comune non potrà vietare le piazze perchè è competenza della questura e Sala si adegua, «solleciterò alla massima attenzione. É chiaro che non possiamo pensare a una città militarizzata ma serve grande vigilanza perchè questi movimenti non prendano piede». Incalza «tutti i partiti, dalla Lega a M5S» sulle liste, «siccome siamo vicini alle elezione dico che queste persone non vanno fatte entrare, da una parte e dall'altra». E ricorda la polemica che scoppiò intorno al nome di Stefano Pavesi, consigliere vicino a Lealta è Azione eletto con la Lega nel Municipio 7. «Leggo anche sui quotidiani che lo hanno trovato a fare il bagarino. Siede ancora in consiglio, continua a chiedermi di dimettermi, ma si dimetta lui». Si riferisce al Daspo inflitto una decina di giorni fa a Pavesi dai vigili, lo avrebbero colto a vendere biglietti per una partita di hockey sul ghiaccio in via Piranesi. Se la propaganda antifascista di Sala scalda la platea della sinistra riunita alla «leopoldina» promossa ieri in zona Certosa dal candidato Pd in Regione Giorgio Gori, il centrodestra richiama invece a concentrarsi sulle priorità e ad accorgersi anche di quei movimenti no global cari alla sinistra che occupano indisturbati palazzi e capannoni. Il capogruppo della Lega Alessandro Morelli intanto difende Pavesi con «le stesse parole che usò Sala quando fu pizzicato sulle varie amnesie nella dichiarazione dei redditi, se ci sarà una multa da pagare la pagherò, Pavesi farà lo stesso anche se mi pare che abbia fatto ricorso contro il Daspo. E mi sembra singolare che il sindaco invochi il garantismo nei propri confronti e non lo pratichi sugli altri». Invece «di demonizzare alcuni ambienti su cui la questura non ha mai ritenuto di intervenire - avverte -, il sindaco e la sinistra pensino piuttosto a sgomberare il centro sociale Cantiere che occupa da anni una sede del Comune e ha pure un ristorante completamente abusivo. L'Annonaria stranamente non se ne è accorta nonostante le numerose denunce. O sgomberi Cascina Ronchetto, la Lega ha depositato anche un esposto in Procura». Il Carroccio boccerà la mozione antifascista perchè «esiste già una legge nazionale e non spetta certo al commissario Gentili il compito di dare in maniera discrezionale la bolla di fascista o oltranzista ai vari gruppi». Il capogruppo Fdi in Regione Riccardo De Corato richiama il sindaco: «La città è ostaggio dei clandestini, i centri sociali fanno il bello e il cattivo tempo, siamo in fondo alle classifiche della sicurezza nelle città e l'unica fissazione di Sala è imbavagliare l'estrema destra».

Skinhead a Como, Meloni: «Intimidazione, ma la violenza è dei centri sociali», scrive Mariano Folgori giovedì 30 novembre 2017 su "Il Secolo D’Italia". «Secondo me quello è un atto di intimidazione e per me l’intimidazione è inaccettabile. Mi consenta però di dire che trovo abbastanza ridicolo l’appello di Matteo Renzi, perché la violenza non è oggettivamente quello che ieri si è visto a Como: è un atto di intimidazione ma non è un atto di violenza». Giorgia Meloni invita a vedere nella giusta dimensione, senza strumentalizzazioni politiche e forzature ideologiche, l’irruzione di un gruppo di naziskin venetia Como in un centro pro migranti. «La violenza – afferma la Meloni a L’Aria che tira – noi l’abbiamo invece vista un sacco di volte dai compagni dei centri sociali, quelli che distruggono intere città e bruciano le macchine degli italiani, e nessuno ha mai fatto gli appelli per la condanna delle violenze dei centri sociali. Quello si può fare. Perché è gente di sinistra e le città si possono distruggere, si può dare fuoco alle macchine della gente, si può dare fuoco alle edicole».  La leader di FdI risponde a Renzi che ha tentato di rilanciare l’ennesima mobilitazione antifascista. «Qualsiasi gesto di violenza – ha detto il leader del Pd va condannato senza se e senza ma. Intimidazioni e provocazioni di segno fascistoide vanno respinti non solo dalla sinistra ma da tutta la comunità politica nazionale, senza eccezione alcuna. Su questi temi non si scherza». Salvini: «Il problema è Renzi non i presunti fascisti». Sulla la stessa linea della Meloni è Matteo Salvini: «Il problema dell’Italia è solo Renzi, non i presunti fascisti. Lui – dice Salvini – si occupa di fake news e del ritorno del fascismo che non esiste». «Certo che entrare in casa di altri non invitati non è elegante – ma il tema dell’invasione dei migranti sottolineato dai skinheads è evidente».

Appello Renzi, Meloni: e Centri sociali? Scrive il 30 novembre 2017 "Rai News". "Secondo me è un atto di intimidazione e per me l'intimidazione è inaccettabile. Ma trovo abbastanza ridicolo l'appello di Renzi, perchè la violenza non è oggettivamente quello che ieri si è visto a Como". Così la leader di FdI. Il blitz dei naziskin in un circolo Pd di sostegno ai migranti "è un atto di intimidazione, non di violenza. La violenza noi invece l'abbiamo vista un sacco di volte dai compagni dei Centri sociali che distruggono intere città e bruciano le macchine degli italiani e nessuno ha mai fatto appelli...".

Bologna, raid dei centri sociali: uova e minacce su sede di destra. Il blitz dei centri sociali del Collettivo Polvere Rossa contro la sede di Azione Universitaria a Bologna, scrive Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 01/12/2017, su "Il Giornale". Un raid notturno dei centri sociali. Mentre a sinistra si sgolano per "l'irruzione" di Veneto Fronte Skinheads all’assemblea di Como Senza Frontiere, nella rossa Bologna la sede di Azione Universitaria in via Turati viene presa d'assalto dal Collettivo Polvere Rossa. Questa mattina i militanti dell'associazione universitaria di destra si sono ritrovati la porta imbrattata dalle uova con annesso volantino minaccioso, già rimosso dalla Digos. "Non è che un pretesto per concedervi dieci minuti di riflessione - si legge nel proclama - Perché mentre pulirete questa vetrina, anche solo per dieci secondi, vi sentirete disprezzati e non tollerati, proprio nello stesso modo in cui voi fate sentire chi diverge dalla vostra idiozia. Non ci aspettiamo che voi capiate e tantomeno che cambiate. Ci basta lasciarvi questo messaggio con la coscienza di chi anche di giorno vi affronta a viso aperto, con il divertimento di chi vi mette alla berlina in una fredda notte d'autunno. Italiano è chi ha fede nella Costituzione. Italiano è che ha memoria degli ideali della Resistenza. Italiano è chi lotta per il progresso della Patria. Fuori i fascisti da Bologna". La sede di via Turati 25 a Bologna è un luogo storico di aggregazione della destra. Soprattutto in ambito universitario. Dibattiti, discussioni politiche, volantini da stampare, colla e bandiere. Poi la foto di Almirante rivolta verso i presenti e la scritta: "Noi possiamo guardarti negli occhi". Niente di pericoloso insomma, chi scrive lo sa per esperienza. Nessun "rigurgito fascista", onde nere, nazismi alle porte. Anzi: tutto democratico, visto che AU da anni partecipa alle elezioni studentesche, eleggendo pure propri rappresentanti. "Due mesi fa abbiamo subìto un'intimidazione ad un nostro convegno sulla Siria e nessuno è stato punito - racconta Dalila Ansalone, Responsabile Azione Universitaria Bologna - A quanto ci risulta, nessuna Istituzione ha preso provvedimenti seri nei confronti di questi soggetti che vivono nell'illegalità permanente. Visto che nessuno gli si oppone, si sentono onnipotenti e tranquilli nel compiere atti di violenza senza subire alcun tipo di sanzione". Il timore è che le azioni degli antagonisti possano degenerare. "Se non la pensi come loro, usano la violenza - attacca Stefano Cavedagna, Dirigente Nazionale Azione Universitaria - Esattamente come facevano i partigiani in queste zone rosse dopo la guerra. Se non eri con loro, facevi una brutta fine. Non abbiamo timore, rimaniamo solo molto tristi nel vedere fino a dove si possono spingere certi soggetti che fanno della libertà di pensiero il loro mantra, ma poi con la violenza cercano di reprimere idee differenti dalle loro". E mentre sugli skinhead i quotidiani discettano da giorni e Matteo Renzi chiede addirittura "condanna unanime" del gesto, difficilmente il raid degli antagonisti scatenerà pari indignazione e preoccupazione. Si sa: alcune uova e minacce risultano meno aggressive di altre. Sono politicamente corrette. "La Repubblica dice che con acqua e sapone si rimedia, come se il gesto intimidatorio non esistesse e non ci fosse nulla da condannare - attacca Galeazzo Bignami, capogruppo in Regione di Forza Italia - Chissà cosa sarebbe successo se degli estremisti di Destra avessero lanciato delle uova marce contro Repubblica. Avremmo già i manifesti firmati dagli intellettuali radical chic, girotondi arcobaleno, manifestazioni antifasciste e così via". Per la senatrice Anna Maria Bernini (FI) si tratta di "un grave atto intimidatorio, che meriterebbe un'indignazione profonda" e invece "viene curiosamente minimizzato, declinato ad 'una ragazzata'". Solito doppiopesismo della sinistra. "Le forme di intimidazione e violenza - dice infatti Maurizio Gasparri - vanno condannate in egual misura dalle istituzioni e da tutti coloro che credono nei valori della democrazia e della legalità". Duro anche il deputato di Forza Italia Elio Massimo Palmizio, che definisce il raid degli antagonisti "inaccettabile" tanto da costituire "una grave compressione della liberta' di espressione individuale e collettiva garantita dalla nostra Costituzione".

EIA EIA, MA VA' LA. Il Duce unisce più di Renzi: bastano quattro cretini per fare gridare la sinistra al nuovo Ventennio. Ma è silenzio sulle violenze dei centri sociali, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 01/12/2017, su "Il Giornale". Ogni tanto, ma sempre più spesso, scatta l'allarme dell'«all'armi son fascisti». Questa estate la goliardia canaglia di un bagnino di Chioggia che aveva tappezzato il suo lido con frasi mussoliniane era stata spacciata come l'inizio di un nuovo Ventennio. Il malcapitato ha perso il lavoro e si è riciclato come opinionista di avanspettacolo destrorso nelle radio e tv venete dopo essere stato completamente scagionato dai magistrati che avevano aperto un'inchiesta. Nessun tentativo di ricostituire il Partito fascista - hanno concluso i saggi pm - ma solo una gigantesca burla. Adesso ci risiamo con la storia dei quattro ragazzotti di destra che hanno fatto irruzione in un circolo pacifista di Como per leggere ai presenti un comunicato sulla «patria minacciata dagli immigrati». Deplorevole (la violazione di domicilio privato), ridicolo (il gesto), a tratti delirante (il testo), ma comunque fatto anche questo ascrivibile più all'idiozia giovanile che alla fascistizzazione dell'Italia. Il codice penale attuale mi sembra attrezzato a punire eventuali reati che questi ragazzotti possano avere commesso, con i fatti e con le parole, e la cosa dovrebbe finire lì. E invece no, puntuale come la morte arriva da Repubblica il grido di allarme sul pericolo destre. E la panna monta, manco stessimo parlando di un attentato dell'Isis. Facendo una ricerca con Google si scopre che dall'inizio dell'anno i giornali del gruppo Espresso hanno fatto scattare «l'allarme fascismo» 492 volte. Siamo cioè all'antifascismo militante che amplifica ed esalta stupidi episodi e persone ignoranti che sono numericamente, politicamente e socialmente più che marginali. Certamente meno significativi dell'allarme che dovrebbero destare le occupazioni, gli abusi e a volte le devastazioni urbane di quei simpatici ragazzi dei centri sociali; sicuramente meno preoccupanti delle milizie di estrema sinistra che impediscono con la forza la presentazione dei libri di Giampaolo Pansa sul revisionismo della Resistenza, di Magdi Allam sull'islam o una conferenza di Angelo Panebianco all'università di Bologna perché «professore non abbastanza pacifista». Più stupidi dei neofascistelli ci sono solo i tromboni dell'antifascismo a tempo pieno, i quali non si indignano che il leader della Lega Matteo Salvini - democraticamente eletto - possa apparire in pubblico solo se scortato, a volte blindato. A questi tromboni andrebbe ricordato - ironia della sorte - che ancora oggi il nostro codice penale a pagina uno porta in grassetto la firma di chi l'ha promulgato, cioè «Sua Eccellenza Benito Mussolini», come ben sanno studenti di giurisprudenza e addetti ai lavori. Che facciamo, chiudiamo i tribunali, mettiamo al rogo in piazza la tavola delle leggi e proclamiamo la mobilitazione generale? La verità è che il Duce riesce dove ha fallito Matteo Renzi. Cioè unire la sinistra, che - non avendo né presente né futuro - per dare l'impressione di esistere deve per forza attaccarsi ai fantasmi del passato. Diciamolo, i veri nostalgici sono proprio loro.

Assalti, censure e violenze in università. I blitz dei centri sociali non scandalizzano. Da Pansa zittito a Panebianco contestato, le vittime dell'intolleranza rossa, scrive Paolo Bracalini, Venerdì 1/12/2017, su "Il Giornale".  Clima da Repubblica di Weimar, nazismo alle porte, l'ombra nera sull'Italia. Il blitz degli skinhead ha svariati precedenti, ma a sinistra. La sinistra unita solo con la caccia al fascista. Aggressioni, minacce, lanci di uova, però più politicamente corretti rispetto a quattro teste rasate, e quindi non meritevoli di allarme per la democrazia in pericolo. Eppure a lungo, per un giornalista come Giampaolo Pansa colpevole di aver messo in discussione la vulgata partigiana sulla guerra civile italiana dopo l'8 settembre, è stato quasi impossibile presentare un semplice libro, considerato negazionista dall'estremismo rosso che accoglieva le presentazioni con insulti, minacce, propaganda a pugni chiusi. Qualche cenno di solidarietà in privato dai leader di sinistra, ma mai pubblico, perché Pansa è un diffamatore della Resistenza, un nemico del popolo. Identica sorte toccata ad Angelo Panebianco, editorialista del Corriere e docente all'Università di Bologna: «Fuori i baroni dalla guerra», gli hanno urlato i collettivi lo scorso febbraio, durante la sua lezione. «Panebianco cuore nero», la scritta lasciata dai centri sociali sulla porta del suo ufficio anni fa. Imbarazzo, silenzio e poco altro anche per Salvini, nel mirino dei centri sociali, più violenti degli skin head, ma col lasciapassare politico. Il leader della Lega è stato aggredito più di una volta, a Bologna gli hanno sfasciato il vetro dell'auto, in Umbria gli antagonisti lo hanno accolto a sputi e cori «stronzo», a Napoli hanno scatenato una guerriglia con sassi e molotov, violenze annunciate con la massima tranquillità alla vigilia («Non assicuriamo un corteo pacifico») senza creare indignazione, anzi (il sindaco de Magistris è con i centri sociali). A Milano sempre i centri sociali hanno distrutto un gazebo della Lega e malmenato due militanti. Scene che si ripetono, senza che mai si parli di un «allarme centri sociali», mentre quattro skin bastano per mobilitare le massime istituzioni. A Daniela Santanchè, donna di destra quindi meno rispettabile, ha raccontato in diretta, mentre discuteva di ius soli con Fiano del Pd (il deputato che vuol mettere in carcere chi ha una immagine di Mussolini in casa) di aver ricevuto un tremendo insulto più minaccia di morte come se niente fosse («Mi è appena arrivato su Twitter Sei una put... da uccidere»). Ancora a Napoli l'ex candidato sindaco di centrodestra, Gianni Lettieri, denunciò un'aggressione per strada da parte degli attivisti di una casa occupata. Ne sanno qualcosa gli ex ministri Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, bersaglio prediletto degli attivisti e centri sociali per le battaglie sui furbetti della pubblica amministrazione e sulla scuola, feudo della contestazione di sinistra. Brunetta, durante un convegno, fu vittima di un blitz della «Rete dei precari» fischi, insulti, striscioni a cui replicò definendoli «l'Italia peggiore». Non l'avesse mai fatto: «Diecimila post di insulti, minacce, addirittura pallottole, sul mio profilo Facebook. Molti legati anche alla mia statura fisica» calcolò l'allora ministro, sempre preciso anche nella contabilità degli insulti ricevuti. Per la Gelmini, si inventò persino un No Gelmini Day, con i collettivi studenteschi in piazza, al grido «Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli», ma pure senza un chiaro nesso logico «Siamo tutti antirazzisti e antifascisti». Coi fumogeni e i lanci di uova. Tanto i fascisti sono solo a destra.

Ecco il dossier "centri sociali": quelli pericolosi sono 200. Dal Veneto alla Sicilia la mappa delle occupazioni pubbliche e private. E i delinquenti napoletani fermati dopo gli scontri sono già liberi, scrive Luca Rocca su "Il Tempo” il 14 Marzo 2017. Anacronistici ma violenti. Devastano le città, le vetrine dei negozi e quelle delle banche. Picchiano duro, infieriscono sui "nemici", impediscono di parlare. Scendono in piazza rabbiosi, lanciano molotov e bombe-carta. Imbracciano mazze e danno fuoco alle auto. Picchiano i poliziotti nascondendo il volto dietro il passamontagna. Finiscono spesso sotto processo, ma non mollano. Riscendendo per le vie con la loro brutalità. Sono i "centri sociali" più pericolosi sparsi in tutta Italia che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di inaudite violenze. Circa 200 strutture autogestite, quelle monitorate dall’Antiterrorismo. Ma sono migliaia i luoghi dove nasce l’odio e cresce la violenza. Negli ultimi tempi a far parlare prepotentemente di sé sono stati quelli di Milano (Conchetta, Cantiere, Soy Mendel, Mandragola), Cremona (Dordoni), Napoli (Insurgencia, Ex Opg Occupato-Je so pazzo), Roma (Macchia Rossa innanzitutto, ma nella Capitale ce ne sono 65, 27 dei quali controllati più da vicino da polizia e carabinieri), Torino (Askatasuna), Palermo (Spazio Anomalia-Ex Karcere), Padova (Pedro), Rimini (Casa Madiba), Brescia (Magazzino 47) e molti altri ancora sparsi in tutta la Penisola. Sono dappertutto e vogliono comandare. Al di là della legge, al di là delle regole. Dei 200 della black list l’Antiterrorismo evidenzia 11 centri in Lombardia, 7 in Piemonte, 4 nelle Marche, 12 in Veneto e altrettanti in Emilia, 10 in Toscana, 4 in Puglia, 8 in Liguria, 4 in Trentino, oltre 20 in Campania, 6 in Calabria e 3 in Sicilia.

CENTRI (POCO) SOCIALI. Solo rifacendoci agli ultimi due anni e mezzo, ad esempio, gli "antagonisti" si sono resi protagonisti di scorribande devastanti. Due anni fa a Cremona gli appartenenti al centro sociale "Dordoni" si scontrano con quelli di CasaPound. Molti sono i feriti. Gravissimo un antagonista, Emilio Visigalli (che poi verrà arrestato poco prima della sua rappresaglia). Otto persone finiscono indagate (e un militante bresciano del collettivo "Magazzino 47" arrestato). Pochi giorni dopo oltre 2mila persone, in testa i "black bloc", scendono in strada per solidarizzare coi loro "compagni", lanciando pietre, bottiglie e bombe-carta contro le forze dell’ordine. Nelle stesse settimane, stavolta a Padova, alcuni componenti del centro sociale «Pedro», nell’ambito di un’inchiesta sull’aggressione a un dirigente della Squadra Mobile, subiscono l’obbligo di dimora (uno finisce ai domiciliari). Nel corso delle perquisizioni nelle loro abitazioni la polizia trova fumogeni, una maglia metallica anti-coltello, fionde e un’arma giapponese usata nelle arti marziali. Stesso dicasi per l’operazioni nei confronti di 17 componenti del movimento antagonista "Spazio Anomalia/Ex Karcere" che ricevono l’obbligo di firma (poi annullata dal giudice) per aver devastato alcuni esercizi commerciali a Palermo (ferendo alcuni poliziotti). I reati contestati: associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie di delitti contro l’ordine pubblico, violenza, minaccia, lesioni personali.

VIOLENZA "ANTAGONISTA". Nello stesso periodo otto componenti del centro sociale "Cantiere" di Milano vengono condannati per gli scontri scoppiati nel dicembre del 2010 durante una manifestazione in occasione della "prima" della Scala, mentre alcuni esponenti milanesi di Forza Italia subiscono delle intimidazioni subito dopo lo sgombero del "Soy Mendel". A rendersi protagonista, per anni, di scontri violentissimi, è il centro sociale di Torino "Askatasuna", che nell’ultimo biennio non ha cambiato abitudini. Sempre in prima linea nei cortei No-Tav, uno dei suoi militanti, nel dicembre scorso, finisce in carcere per aver violato i domiciliari ottenuti per gli scontri con la polizia in Val di Susa. Pochi mesi prima sette manifestanti legati alla sinistra antagonista No-Tav vengono identificati durante una protesta e fra essi ancora militanti di Askatasuna. Che di violenti ne sforna a iosa, tanto da subire arresti, fermi, indagini, condanne. Quando poi il leader della Lega Nord Matteo Salvini si reca a Macerata per una visita elettorale, gli appartenenti al centro sociale "Sisma" lo accolgono com’è loro tradizione. Lo scontro con la polizia è inevitabile. Il maggio 2015 è segnato dalle manifestazioni No-Expo alle quali partecipano i membri del "Mandragola". Bastoni in mano, passamontagna in testa e la devastazione di Milano è assicurata.

RABBIA "COLLETTIVA". Nell’agosto del 2015 la Digos di Bologna notifica un divieto di dimora per Gianmarco De Pieri, leader del centro sociale "Tpo", che nel corso degli scontri con le forze dell’ordine, avvenuti in seguito allo sgombero di una villa occupata, aveva aggredito un sostituto commissario e lanciato una grossa trave contro un agente. Poche settimane dopo cinque giovani di Askatasuna vengono raggiunti da misure cautelari per le violenze messe in atto durante un comizio di Salvini a Torino, mentre la procura di Bologna punterà i fari su15 appartenenti al centro sociale "Tpo", protagonisti di violenze scatenate durante la manifestazione degli "Indignati". Passa poco tempo e sono ancora i militanti di "Askatasuna" a mettere in atto scontri violentissimi nell’Università di Torino. Di sé fa parlare anche l’"Ex Opg Occupato-Je so pazzo" di Napoli (fra i movimenti antagonisti anti-Salvini dei giorni scorsi), che mesi fa ha portato in piazza i "suoi" per lanciare uova e pietre verso la Mostra d’Oltremare dove l’allora premier Matteo Renzi stava per recarsi. Gli stessi militanti si sono scontrati e pestati con quelli di CasaPound. Rissa violenta, anche quella scatenata, nell’aprile scorso, dai membri del centro sociale "Casa Madiba" di Rimini contro gli esponenti di Forza Nuova.

"MACCHIA" FURIOSA. E proteste rabbiose anche da parte degli appartenenti a "Insurgencia" di Napoli e dei membri di "Macchia Rossa" a Roma, che nel novembre scorso, armati di mazze, spranghe e bombe-carta, si sono scontrati con quelli di Forza Nuova. Nel gennaio tati condannati due appartenenti al centro sociale "Kavarna" di Cremona. A febbraio scorso, infine, i militanti del centro sociale "Zam" e "Cantiere" di Milano si sono azzuffati con la polizia all’esterno del Municipio 4, dove era in corso un incontro sul Giorno del ricordo delle Foibe. Stesso episodio, ma con protagonisti da una parte CasaPound e dall’altra militanti del centro sociale "Bruno", anche a Trento. Ancora una volta per infangare i morti delle Foibe.

Centri sociali: sono legali? Scrive Mariano Acquaviva il 7 dicembre 2017. Breve analisi di un fenomeno controverso: i centri sociali sono legali? Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di centri sociali, soprattutto in riferimento ad episodi di violenza e vandalismo. Cosa sono i centri sociali? In senso generico, si tratta di associazioni che intendono fornire alla collettività alcuni servizi socialmente utili, come ad esempio attività ricreative, culturali o sportive. Nella pratica, però, non è sempre così. In Italia, i centri sociali nascono quale centro di aggregazione politica extraistituzionale, cioè con sede diversa da quella parlamentare. Lo spirito che li agita è sicuramente di protesta ma, come vedremo, bisogna distinguere la protesta pacifica da quella illegale. In realtà, i centri sociali individuano anche un altro fenomeno: quello di un movimento indipendente, di ribellione all’ordine costituito, che si concretizza in atti ai limiti della legalità, quali occupazioni di spazi pubblici o privati, manifestazioni non autorizzate e contestazioni varie. Purtroppo è proprio l’aspetto più riprovevole dei centri sociali ad essere messo in risalto dai mass media, a causa della spirale di violenza che innescano. Analizziamo meglio il fenomeno e spieghiamo se i centri sociali sono legali.

Centri sociali e diritto ad associarsi. Secondo la Costituzione italiana, i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono però proibite tutte le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. La Costituzione è chiara: tutti hanno il diritto di associarsi liberamente, senza seguire nessuna procedura particolare (salva quella prevista dal codice civile e dalle leggi speciali per ottenere la personalità giuridica), purché l’associazione non persegua scopi penalmente illeciti. Il codice penale, infatti, punisce l’associazione che abbia quale scopo quello di commettere delitti. Perciò, fino a quando i centri sociali assumono la forma di associazione o, comunque, di libera aggregazione per finalità culturali, sportive o, in senso più ampio, pacifiche, la loro esistenza sarà perfettamente legale. Diversamente accade se i centri sociali nascono per perseguire scopi sovversivi o violenti: in questo caso l’associazione sarebbe illegale e perseguibile secondo le norme penali. In Italia, molti centri sociali sono stati legalizzati pur avendo origini tutt’altro che lecite: si pensi a quei centri che si sono visti assegnare le strutture che, in precedenza, avevano abusivamente occupato.

Il problema è che difficilmente un centro sociale sarà costituito con lo scopo dichiarato di compiere reati; normalmente, la nascita di questi organismi avverrà per perseguire finalità perfettamente lecite. Si ricordi, poi, che la contestazione pacifica è sempre ammessa, in quanto rientra tra le espressioni del principio di libera manifestazione del proprio pensiero. Pertanto, un movimento di opposizione alla maggioranza politica, ad esempio, non sarà sicuramente perseguibile dalla legge.

Centri sociali e diritto di riunirsi. La Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi, purché pacificamente e senza armi. Per le riunioni non è richiesto preavviso, salvo per quelle organizzate in luogo pubblico: in questo caso, le autorità possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Anche in questo caso, i cortei e gli assembramenti, quando pacifici, sono assolutamente legali; l’unico limite è quello dell’evento organizzato in luogo pubblico, per il quale la legge chiede sia dato un preavviso di almeno tre giorni alla questura competente. Ma quando una manifestazione può diventare sediziosa e, perciò, illegale? Secondo la legge, quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico o aperto al pubblico, avvengono manifestazioni o grida rivoltose o lesive del prestigio dell’autorità, o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando nelle riunioni o nei cortei predetti sono commessi delitti, le riunioni e gli assembramenti possono essere disciolti. È sempre considerata manifestazione sediziosa l’esposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità. È manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose. Per la giurisprudenza, è sedizioso quell’atteggiamento che implica ribellione, ostilità, eccitazione al sovvertimento delle pubbliche istituzioni, ovvero che esprime ribellione, sfida e insofferenza verso i pubblici poteri e verso gli organi dello Stato a cui è demandato il compito di esercitarli.

Centri sociali: sono legali? Da quanto detto finora si evince che i centri sociali sono legali se perseguono le loro attività conformandosi ai basilari principi di non violenza del nostro ordinamento. In caso contrario, essi devono ritenersi assolutamente illegali e, pertanto, non hanno diritto di esistere. La questione è che, molte volte, lo Stato tollera il modo di agire dei centri sociali, tanto che, come sopra detto, è successo più volte che i beni abusivamente invasi fossero poi assegnati agli occupanti stessi. Alcune di queste aggregazioni, poi, sono diventate dei movimenti politici a tutti gli effetti. Il vero problema, allora, è la risposta che lo Stato intende dare al fenomeno in questione.

La sindrome del compagno che sbaglia. L'indignazione non si registra mai quando i No Tav aggrediscono le forze dell'ordine, quando i "ragazzi" dei centri sociali devastano le città, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 9/12/2017, su "Il Giornale". Ci sono cretini e cretini. Alla macabra borsa dei crimini, secondo Repubblica, un fumogeno lanciato da quattro cretini contro la propria sede vale molto di più di una bomba fatta esplodere da altri loro colleghi cretini contro i carabinieri. Perché, dicevamo, ci sono cretini e cretini e i cretini fascisti - chissà come mai! - sono sempre più pericolosi di quelli anarchici o di quelli comunisti. Così ieri il quotidiano di Mario Calabresi ha dedicato 3 pagine 3 al ritorno dell'«onda nera», grande battaglia mediatica che vede Repubblica impegnata nel tentativo di riportare il calendario del Paese agli Anni Venti. Invece le bombe contro i carabinieri di giovedì a Roma, rivendicate dagli anarchici come un atto «di guerra contro lo Sato» sono scivolate in un misero articolo a pagina 26. Tra i fattacci di cronaca nera. Come se l'eversione anarchica o rossa, quella che piazza l'esplosivo e prende a sassate i poliziotti, non fosse un problema politico, ma una bagattella, lo sfogo di quattro teste calde. Ognuno, legittimamente, ha la propria gerarchia di notizie, la propria scala di valori, ma è bene sapere che, dunque, un braccio teso mette a rischio la democrazia più di una bomba potenzialmente letale. Il giornale fondato da Scalfari è dalla scorsa primavera impegnato nella creazione di una grande fake news: il ritorno del fascismo. Tutto ebbe inizio con l'emergenza democratica dello stabilimento balneare di Chioggia, il lido fascista che per settimane ha tenuto banco come se fosse il trailer dell'arrivo delle squadracce nere pronte a marciare sulla capitale. Un allarme talmente infondato che persino la procura ha archiviato il caso come folklore. E da lì in poi un crescendo quotidiano di allarmi per la tenuta democratica del Paese: dalla vendita di gadget del Ventennio all'irruzione a Como. Atto idiota e deprecabile ma - non prendiamoci in giro - non certo il preludio di un ritorno delle camicie nere. E, a forza di insistere, la fake news si è auto avverata e quattro cretini in maschera si sono presentati sotto la sede di Repubblica per leggere i loro proclami deliranti. Solidarietà e indignazione generale. Giustamente. Peccato che questa indignazione non si registri mai quando i No Tav aggrediscono le forze dell'ordine, quando i «ragazzi» dei centri sociali devastano le città distruggendo auto e vetrine di incolpevoli cittadini e quando gli anarchici mettono le bombe per diffondere le loro idee criminali. Perché quelli, alla fine, sono sempre compagni che sbagliano e comunque sbagliano sempre meno dei camerati. Ma sottovalutare il pericolo dei cretini è proprio da cretini.

Salvini: "No ai naziskin, ma i volontari non fanno un buon servizio".  Matteo Salvini a "Otto e Mezzo" parla degli ultimi episodi che hanno visto protagonisti i naziskin e nega che oggi esista un pericolo fascismo, scrive M. Ribechini su "Blastingnews.com". In occasione della puntata di questo giovedì 7 dicembre di "Otto e Mezzo" su La7 è intervenuto Matteo Salvini, leader della #Lega Nord. Vediamo le parti salienti di quello che ha dichiarato. Salvini si sente più vicino ai naziskin oppure ai volontari dei centri di accoglienza? "Né agli uni, né agli altri". A una specifica domanda di Lilli Gruber sul fatto che la Lega chiede o meno il voto ai neofascisti, Salvini ha risposto: "Io chiedo il voto a sessanta milioni di Italiani, non mi interessa il voto dei #naziskin, non chiedo il loro voto. La gente voterà per noi perché siamo l'unico argine all'#immigrazione clandestina, ma lo facciamo senza far casino andando in giro coi fumogeni a interrompere le riunioni o minacciare i giornalisti: noi lo facciamo coi Sindaci e con i Governatori. Noi portiamo avanti il "prima gli italiani" democraticamente. Penso ai terremotati e ai disabili, non mi interessano le pagliacciate: le violenze vanno condannate da qualsiasi parte arrivino. Che ci sia un problema sull'immigrazione clandestina è un problema evidente". Mentre alla domanda della conduttrice, se si senta più vicino ai naziskin che hanno fatto irruzione a Como oppure ai volontari dei centri di accoglienza, Salvini ha risposto: "Né agli uni, né agli altri. Perché non si interrompono le riunioni altrui e non si entra in casa altrui senza essere invitati, così come non stanno facendo un buon servizio agli italiani e agli immigrati perbene tutte quelle associazioni e cooperative che dicono 'avanti tutti'. Io non ho la testa rasata e non entro in casa altrui, il fascismo e il comunismo sono morti e condannati della storia. Vanno condannati tutti quelli che usano violenza, come gli anarchici che oggi hanno lanciato una bomba davanti a una stazione dei carabinieri". Riguardo all'avvicinamento alla destra più radicale verso le prossime elezioni, Salvini ha detto: "Ma davvero si pensa che ci sia il pericolo del fascismo e del nazismo in Italia? Si pensa che nel 2018 ci sia l'invasione dei fascisti, degli alieni o dei russi? Io non credo. Io escludo che ci sia il pericolo del fascismo, del nazismo e del comunismo in Italia. Punto a capo. Anzi ritengo che qualcuno usi questi argomenti per non parlare di altri problemi: tasse, mutui, lavoro e pensioni. Comunque mi ha fatto specie anche il sindaco di Milano che si è fatto il selfie col pugno chiuso: il comunismo ha fatto centinaia di milioni di morti. Lasciamo stare fascismo e comunismo, torniamo alla vita vera".

Fascisti e comunisti sono tornati (e se li ghettizzate gli fate un favore). Anche in Italia, così come in tutta Europa, le ideologie simbolo del Novecento, che credevamo sepolte dalla Storia, stanno tornando. Chi pensa basti ignorare o reprimere, però, commette un grave errore. Farci i conti vuol dire innanzitutto ragionare sulle cause che le hanno rigenerate, scrive Francesco Cancellato su “L’Inkiesta” il 5 Dicembre 2017. «Il problema vero non sono quattro ragazzi, ma l'immigrazione fuori controllo». Così Matteo Salvini ha commentato l’irruzione compiuta qualche giorno fa dai militanti del Veneto Fronte Skinhead a Como, durante una riunione della rete di associazioni impegnata nell’assistenza ai migranti. Un’affermazione sgradevole, non c’è dubbio. Strumentale, sicuramente. Ma con un fondo di verità che faremmo bene a non sottovalutare e, anzi, a piantarci bene in testa. Che anziché scandalizzarci degli effetti, dovremmo occuparci delle cause che scatenano fenomeni politici nuovi. Ecco, per l’appunto: l’ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe a discapito delle destre liberali è un fenomeno politico nuovo. Così come lo è, del resto, pure l’ascesa delle sinistre radicali e anti-sistema. Così come lo è, pure, la nuova improvvisa popolarità di istanze autonomiste e indipendentiste come quelle scozzesi, catalane, corse, lombardo-venete. Fate pure finta di non vederle, ma questo è quel che sta accadendo. Chiamatelo come volete, destra e sinistra, fascismo e socialismo, coscienza di luogo e coscienza di classe, ciò che credevamo irrimediabilmente novecentesco e sepolto dalla Storia sta tornando. A destra, con Orban e Jobbik in Ungheria, Duda in Polonia, Alba Dorata in Grecia, Marine Le Pen in Francia, Alternative fur Deutschland in Germania. E a sinistra, con Tsipras e Varoufakis in Grecia, Pablo Iglesias e Podemos in Spagna, Antonio Costa in Portogallo, Jean Luc Melenchon in Francia. Ognuno di loro non è che un frammento - grande o piccolo, giovane o vecchio, con molteplici gradazioni di estremismo - di un medesimo fenomeno continentale. Figlio a scoppio ritardato dello scongelamento dell’Europa a seguito della caduta del muro di Berlino, e poi della globalizzazione e dalla doppia recessione del 2008 e del 2011: l’allargamento dello spettro politico oltre i confini della liberaldemocrazia e della socialdemocrazia e delle loro ormai endemiche grandi coalizioni. È un problema? Sì, lo è. Perché queste due ideologie - e lo sappiamo bene, l’abbiamo vissuto – portano fisiologicamente con loro lo scontro sociale, azione e reazione, tra popoli o tra classi, tra cittadini e stranieri, tra poveri e ricchi, giusti o sbagliati che siano. E a noi europei occidentali che abbiamo vissuto cinquanta e rotti anni di pace – anni di piombo esclusi, Jugoslavia esclusa - e che pensavamo di perpetrare questa condizione sine die grazie alla chimera dell’Europa Unita, ci ritroviamo al punto di partenza, spaventati e inorriditi dall’inevitabile ciclicità della Storia, maestra di vita fino a un certo punto. Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio, se l’economia gira, se non c’è mai stato tanto lavoro, se tutto sommato si tiene botta con l’assistenza sociale più generosa del pianeta e una speranza di vita che tira verso i cento anni, inimmaginabile solo poche decine di anni fa. È il come che non funziona e ci destabilizza. Perché siamo inermi di fronte a processi più grandi di noi – la libera circolazione dei soldi, delle merci, delle persone, delle fabbriche – e perché affrontiamo tutto questo da soli, incapaci di trovare una rappresentazione collettiva in cui rifugiarci. Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio. Ed ecco allora che tutto torna: le vecchie bandiere, i vecchi slogan, le vecchie ideologie. Non solo a destra, peraltro: dal nuovo, vecchio Labour di Jeremy Corbyn che anche nella sua iconografia riprende i temi e le immagini delle antiche lotte sindacali degli anni ’70 e ’80, prima che Blair rompesse con le Trade Union, sino alla testuggine di Casa Pound, le bandiere prussiane che sventolano nei cortei tedeschi e troneggiano appese nelle caserme fiorentine, la bandiera verde della falange nazional radicale polacca degli anni ’30, dalle forti connotazioni antisemite, sventolata nel maxi corteo di Varsavia contro l’invasione straniera – in un Paese che ha meno del 2% di stranieri residenti – dello scorso 11 novembre. Spoiler, parte seconda: l’approdo alla nostra età adulta, l’esito della nostra perturbante adolescenza, dipende da come sapremo reagire a questi sommovimenti. Di fronte abbiamo due strade, nessuna delle quali è esente da rischi. Se li ghettizzeremo come scarti del passato, se ne negheremo la cittadinanza politica fino a escluderli da ogni rappresentazione politica e mediatica, se rifiuteremo di misurarci con loro, daremo loro un formidabile strumento di legittimazione tra le masse impaurite, rancorose e rabbiose. Se invece daremo loro piena legittimità a esistere, accettando il confronto con le loro idee e con le loro ricette estreme dovremo essere capaci, da liberaldemocratici e socialdemocratici, di essere all’altezza del dibattito. Altrimenti, senza scomodare il passato, rischiamo di finire come l’Ungheria e la Polonia. Non è una scelta semplice, ma la risposta giusta esiste ed è la seconda. Perché ci impone di agire sulle cause dello stato in cui siamo, anziché semplicemente biasimarne gli effetti. Intendiamoci: agire sulle cause non vuol dire non reprimere chi predica o pratica la violenza e l’intolleranza verso le idee altrui. Nè vuole dire, banalmente, buttare a mare la globalizzazione e il libero mercato. Né chiudere le frontiere e rispedire tutti i migranti a casa loro. Al contrario, consiste nel guardare in faccia alla realtà, nell’accettare il fatto che qualcosa non abbia funzionato, che la Storia non è finita, che il malessere ha più di qualche fondamento. E avere il coraggio di correggere quel qualcosa che non va, anche a costo di generare nuovi squilibri, anche a costo di buttare a mare qualche dogma e qualche certezza. Ad esempio, far pagare le tasse ad Apple e Amazon è una buona idea, tanto per cominciare. E organizzare un sistema di accoglienza dei richiedenti asilo come si deve, s