Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

MALAGIUSTIZIOPOLI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

MALAGIUSTIZIOPOLI

L’ITALIA DELLA MALAGIUSTIZIA

SECONDA PARTE

OSSIA, LA LEGGE DEL PIU’ FORTE,

NON LA FORZA DELLA LEGGE

DISFUNZIONI DEL SISTEMA

CHE COLPISCONO LA COLLETTIVITA’

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

 

 

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli.

Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."

di Antonio Giangrande

*****

 

 

MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

La MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

Dell’ingiustizia si parla in un’inchiesta ed in un libro a parte. Dei legulei, ossia degli operatori della giustizia, si parla dettagliatamente anche di loro in altra inchiesta ed in altro libro.

 

LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!

 

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."

di Antonio Giangrande

 

 

MALAGIUSTIZIOPOLI

MALAGIUSTIZIA CHE COLPISCE LA COMUNITA'

 

SOMMARIO PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA LEGISLAZIONE GIURISPRUDENZIALE. LA GIURISPRUDENZA DI SCOPO E IL CONCORSO ESTERNO.

PATTEGGIAMENTO: DA ECONOMIA PROCESSUALE AD AMMISSIONE DI COLPA INDISCUTIBILE.

IL 41 BIS "SPECIALE".

IL PROCESSO SPERIMENTALE...

ASTE GIUDIZIARIE TRUCCATE: LINFA PER LA MAFIA.

GIP E GIORNALISTI COPIA-INCOLLA: PASSACARTE DEI PM.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

LA SCHIAVITU' DEI MAGISTRATI.

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

POLIZIA, POLIZIA PENITENZIARIA E CARABINIERI: ABBIAMO UN PROBLEMA?

LA RETORICA COLPEVOLISTA DELLA GIUSTIZIA MEDIATICA.

ASSOLTI. PERO’…

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

CORRUZIONE A PALAZZO DI GIUSTIZIA. LA CRIMINALITA' DEL GIUDIZIARIO.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

IL SUD TARTASSATO.  

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

RESPONSABILITA' ED IRRESPONSABILITA'.

LA IRRESPONSABILITA' DEI CITTADINI.

LA IRRESPONSABILITA' DELLE ISTITUZIONI.

LA IRRESPONSABILITA' DEGLI AVVOCATI.

LA IRRESPONSABILITA' DEI BUROCRATI.

RESPONSABILITA' ED INSICUREZZA PUBBLICA.

LA CORTE DI CASSAZIONE O DI SCASSAZIONE? ANNULLAMENTI PIU' CHE CONFERME (SOLO IL 14,7%). MAGISTRATI SOTTOSTANTI INCAPACI?

LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI. CORTE DI CASSAZIONE INCOERENTE: NON VA D'ACCORDO NEMMENO CON SE STESSA!

CARCERE DURO E' TORTURA, MA NON SI DICE.

RESPONSABILITA', ABUSI DI POTERE E TORTURA DI STATO.

RESPONSABILITA' E TRIBUNALI INSICURI. SPARI IN AULA, FASCICOLI CHE SPARISCONO E TRIBUNALI COLABRODO.

GIARDIELLO, IL KILLER DI MILANO, CRIMINALE O EROE?

MAGISTRATI SENZA VERGOGNA.

PARLIAMO DEI TRIBUNALI DEI MINORI.

G8 E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLO STATO.

AMANDA KNOX, RAFFAELE SOLLECITO E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLA GIUSTIZIA.

DETENUTO SUICIDA IN CARCERE? UNO DI MENO!!!

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: FACCIAMO CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

IMPUNITA’ ED IMMUNITA’. LA LEGGE NON VALE PER I COLLETTI BIANCHI ED I MAGISTRATI.

SPECULAZIONI: LA LISTA FALCIANI.

GIUDICI SENZA CONDIZIONAMENTI?

A PROPOSITO DI RIMESSIONE DEL PROCESSO ILVA. ISTANZA RESPINTA: DOVE STA LA NOTIZIA?

CALABRIA: LUCI ED OMBRE. COME E' E COME VOGLIONO CHE SIA. "NDRANGHETISTI A 14 ANNI  E PER SEMPRE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO.

I TRIBUNALI PROPRIETA' DEI GIUDICI.

GIUSTIZIA E VELENI. LA GUERRA TRA MAGISTRATI.

BERLUSCONI ASSOLTO? COLPA DEL GIUDICE!

FASCICOLI CHE SPARISCONO. UFFICIO GIUDIZIARIO: NON C'E' POSTA PER TE!

I GRANDI PROCESSI DEL 2014 ED I GRANDI DUBBI: A PERUGIA, KERCHER; A TARANTO, SCAZZI; A TORINO, ETERNIT; A MILANO, STASI; SENZA DIMENTICARE CUCCHI A ROMA.

SLIDING DOORS A MILANO: CRISAFULLI E BARILLA'. LA VITA CAMBIATA SENZA SAPERE UN CAZZO.

CASO MARO’. ITALIANI POPOLO DI MALEDUCATI, BUGIARDI ED INCOERENTI. DICONO UNA COSA, NE FANNO UN’ALTRA.

 

SOMMARIO SECONDA PARTE

 

CHI NON VUOLE LA PRESCRIZIONE?

LA GIUSTIZIA IN MANO ALLA POLIZIA.

L’IMPATTO DEI MEDIA SUL PROCESSO PENALE.                 

GIORNALI E PROCURE.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.                                                        

GIUSTIZIA CAROGNA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

CODICE ANTIMAFIA E MISURE DI PREVENZIONE. PADRI E PADRINI.

L’AQUILA NERA E L’ARMATA BRANCALEONE.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

I FORCAIOLI SI DELEGITTIMANO DA SOLI.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA...

CHE AFFARONE I SEQUESTRI E LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. L’OMERTA’ DELL’ANTIMAFIA.

LO STATO STA CON I LADRI. OVVIO SONO COLLEGHI!

SACRA ROTA. LA SPELONCA DELLA CORRUZIONE. PROVE FALSE O INVENTATE PER ANNULLARE I MATRIMONI.

LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA?

LA METASTASI DELLA GIUSTIZIA. IL PROCESSO INDIZIARIO. IL PROCESSO DEL NULLA. UOMO INDIZIATO: UOMO CONDANNATO.

IL CARCERE E LA GUERRA DELLE BOTTE. 

IMPRENDITORIA CRIMINOGENA. SEQUESTRI ED AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. A CHI CONVIENE?

LA TORTURA DI STATO, L'INTERVENTO DEL PAPA E L'INFERNO DEI RISARCIMENTI.

TI INGINOCCHI AL PM E COLLABORI? SEI PREMIATO!

PROCESSO CRIMINOGENO E CRIMINALITA’ DEL GIUDIZIARIO.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

CARCERI A SORPRESA. LE CELLE LISCE E LE ISPEZIONI SENZA PREAVVISO.

INCHIESTA. IL CARCERE, I CARCERATI, I PARENTI DEI CARCERATI ED I RADICALI…….

L’ITALIA COME LA CONCORDIA. LA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

LO STRAPOTERE DEI MAGISTRATI E LA VICINANZA DEI GIUDICI AI PM.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

LA SINISTRA E LE TOGHE D’ASSALTO

IL BERLUSCONI INVISO DA TUTTI. I GIORNALISTI DI SINISTRA: VOCE DELLA VERITA’? L’ESPRESSO E L’OSSESSIONE PER SILVIO BERLUSCONI.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: ELEZIONI CON ARRESTO.

BARONATO. EXPO LA NUOVA TANGENTOPOLI. E LA GUERRA TRA TOGHE.

LA COERENZA ED IL BUON ESEMPIO DEI FORCAIOLI.

ISTITUZIONI CONTRO. LA CASSAZIONE ACCUSA LA CORTE COSTITUZIONALE DI INSABBIARE.

ANCHE IL CSM INSABBIA.

I MAGISTRATI FANNO IMPUNEMENTE QUEL CHE CAZZO VOGLIONO!

LATINA OGGI, UCCISO DALLA MALAGIUSTIZIA.

I PALADINI DELL’ANTIMAFIA. SE LI CONOSCI LI EVITI. 

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

I MAGISTRATI E LA SINDROME DELLA MENZOGNA.

LECCE E CAGLIARI: AVVOCATI CON LE PALLE.

GIUSTIZIA ALTERNATA. GIUDICI SENZA PALLE.

GIUSTIZIA A NUMERO CHIUSO.

AVVOCATI CONTRO MAGISTRATI.

CARCERI. LA CELLA ZERO E LE SQUADRETTE.

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

LE TOGHE IGNORANTI.

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI. DISCUTIAMO DELLA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MANETTE FACILI ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

MARIO MORI E LA MAGISTRATURA.

ED IL CITTADINO COME SI DIFENDE? CON I REFERENDUM INUTILI ED INAPPLICATI.

LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO E LA DINASTIA DEGLI ESPOSITO.

CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

MAGISTRATI: IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

IN ITALIA, VINCENZO MACCARONE E' INNOCENTE.

TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

ANTONIO ESPOSITO COME MARIANO MAFFEI.

GIUDICE ANTONIO ESPOSITO: IMPARZIALE?

IL PDL LICENZIO' SUO FRATELLO.

PROCESSO MEDIASET. LA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

BERLUSCONI: CONFLITTO INTERESSI; INELEGGIBILITA’; ABITUALITA’ A DELINQUERE. MA IN CHE ITALIA VIVIAMO?

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

CORRUZIONE: MANETTE A GIUDICI ED AVVOCATI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SE SCRIVI DI LORO TE LA FANNO PAGARE.

GLI ABUSI DEI GENERALI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

PROPOSTA DI LEGGE: L’ISTITUZIONE DEL DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO.

L’ITALIA DELLE DENUNCE CRETINE.

OBBLIGATORIETA' DELL'AZIONE PENALE: UNA BUFALA. L’ITALIA DELLE DENUNCE INSABBIATE.

LA CASTA PERSEGUITATA ED INETTA. SE SUCCEDE A LORO…FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI.

CONFLITTI INVESTIGATIVI OCCULTI. LE INDAGINI IN MANO A CHI?

ITALIA, CULLA DEL DIRITTO NEGATO. STORIE DI FALLIMENTI.

MEZZO SECOLO DI GIUSTIZIA ITALIANA A STRASBURGO: UN’ECATOMBE.

LO STATO DELLA GIUSTIZIA VISTO DA UN MAGISTRATO.

LA MALAGIUSTIZIA E L’ODIO POLITICO. LA VICENDA DI GIULIO ANDREOTTI.

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SE QUESTA E’ GIUSTIZIA.

SEI IN CARCERE? CREPA!

GIUSTIZIA ADDIO.

LEGGE INGANNO. LEGGE PINTO SUI PROCESSI LUMACA. CORNUTI E MAZZIATI.

RIFORMA FORENSE. AVVOCATURA: ROBA LORO IN PARLAMENTO.

LA MAGISTRATURA E’ FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI.

PARLIAMO DELL’INTIMIDAZIONE DEI MAGISTRATI CHE CAUSA CENSURA ED OMERTA’

PARLIAMO DELLA MAFIA DEGLI AUSILIARI GIUDIZIARI

PARLIAMO DELL’IMMANE NUMERO DI LEGGI

PARLIAMO DELLE SENTENZE STRAVAGANTI

PARLIAMO DEI GIUDICI ONORARI. TANTI ONERI, POCO ONORE. GIUDICI A BASSO ONORARIO.

PARLIAMO DELLA PRESCRIZIONE CAUSATA DAI FANNULLONI

PARLIAMO DELLA MEDIAZIONE IN MANO AGLI AVVOCATI

PARLIAMO DELLE GALERE DA TERZO MONDO

PARLIAMO DELL’IMPUNITA’ DEI POTENTI

PARLIAMO DELLA PRESUNZIONE D’INNOCENZA

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI

PARLIAMO DEI TEMPI BIBLICI

PARLIAMO DI SPRECHI, TEMPI E COSTI

PARLIAMO DELLA STRAVAGANZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

PARLIAMO DI GIUSTIZIA NEGATA. NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE

PARLIAMO DI «PROCESSO INGIUSTO: TEMPI LUNGHI, ERRORI GIUDIZIARI E INGIUSTE DETENZIONI»

PARLIAMO DI «CREDIBILITÀ DEI MAGISTRATI AI MINIMI TERMINI»

PARLIAMO DI «TROPPE INTERCETTAZIONI, MISURE CAUTELARI, CENSURE E FUGHE DI NOTIZIE IMPUNITE»

PARLIAMO DELL’ALTO NUMERO DI REATI E DELLA LORO IMPUNITA’

PARLIAMO DI RAPPORTO EURISPES: 7 PROCESSI PENALI SU 10 SONO RINVIATI

PARLIAMO DI DURATA: 4-8 ANNI PER IL CIVILE; 4-6 ANNI PER IL PENALE

PARLIAMO DI DATI MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, DIPARTIMENTO PENITENZIARIO. CARCERE: ICONA DELL'INGIUSTIZIA

PARLIAMO DI ABUSI E VIOLENZE SUI DETENUTI, UN DOSSIER INFINITO…….. PARLIAMO DEL RAPPORTO EURISPES. AD OGGI 5 MILIONI CIRCA DI ERRORI GIUDIZIARI E IL 50% DEI RECLUSI VITTIME DI DETENZIONI INGIUSTE

PARLIAMO DI FALSE TESTIMONIANZE

PARLIAMO DI PERIZIE INFONDATE. PARLIAMO DI CTU CIVILE (CONSULENTE TECNICO D’UFFICIO) E DI PERITO PENALE

PARLIAMO DELLA GIUSTIZIA: UNA PIOVRA

PARLIAMO DELL’INETTITUDINE DELLO STATO, CHE CAUSA MORTI INNOCENTI

PARLIAMO DI OTTO ANNI PER SCRIVERE UNA SENTENZA: BOSS MAFIOSI LIBERI

PARLIAMO DI DENUNCE PENALI MAI ISCRITTE NEL REGISTRO GENERALE

PARLIAMO DI MILANO: IL TRIBUNALE CONVOCA TOPOLINO E PAPERINA

PARLIAMO DEI FASCICOLI CHE SPARISCONO

PARLIAMO DEL MINISTERO CHE RISARCISCE GLI AVVOCATI, “STRESS DA MALAGIUSTIZIA”

PARLIAMO DELLA MALAGIUSTIZIA OCCULTA: DI CUI NESSUNO PARLA

PARLIAMO DELLO SFRUTTAMENTO E LAVORO NERO NEI TRIBUNALI

PARLIAMO DELL’USURA E DEI FALLIMENTI TRUCCATI

 

 

 

 

 

 

 

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

*****

 

MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

La MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

Dell’ingiustizia si parla in un’inchiesta ed in un libro a parte. Dei legulei, ossia degli operatori della giustizia, si parla dettagliatamente anche di loro in altra inchiesta ed in altro libro.

 

 

 

 

 

 

 

SECONDA PARTE

 

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

CHI NON VUOLE LA PRESCRIZIONE?

Non si vuole curare il male, ma vogliono eliminare il rimedio di tutela.

Prescrizione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La prescrizione è un istituto giuridico che concerne gli effetti giuridici del trascorrere del tempo. Ha valenza in campo sia civile sia penale. Nel diritto civile indica quel fenomeno che porta all'estinzione di un diritto soggettivo non esercitato dal titolare per un periodo di tempo indicato dalla legge. La ratio della norma è individuabile nell'esigenza di certezza dei rapporti giuridici. In diritto penale determina l'estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La ratio della norma è che, a distanza di molto tempo dal fatto, viene meno sia l'interesse dello Stato a punire la relativa condotta, sia la necessità di un processo di reinserimento sociale del reo. La prescrizione è motivata dal diritto dell'imputato a un giusto processo in tempi ragionevoli (superati i quali il reato si estingue), dal fattore tempo che rende oggettivamente più difficile (ad esempio per l'inquinamento delle prove, la scomparsa o minore memoria e attendibilità dei testimoni) sia l'efficacia dell'azione penale sia l'esercizio del diritto di difesa, quanto più le indagini e il processo avvengono anni dopo il fatto oggetto di reato. Altra considerazione è il contrasto di un termine di prescrizione dei reati col principio della certezza del diritto e della pena, che si realizza in primo luogo con la certezza prima che con l'intensità e l'estensione temporale (la durata e la "durezza") delle misure detentive. La certezza viene a mancare quando il reato non può più essere perseguito con una sentenza di condanna perché i termini di prescrizione scadono mentre i processi sono ancora in corso. Questo accade ad esempio se la legge fissa i termini per la prescrizione di un reato inferiori alla durata media dei procedimenti per quel tipo di procedimento, tenendo conto solamente della possibilità di esercitare efficacemente il diritto difesa dopo un certo tempo dai fatti e del diritto dell'imputato a un giusto processo in tempi ragionevoli, e non anche dei tempi effettivi di funzionamento della giustizia penale.

La prescrizione nei vari ordinamenti. L'istituto in oggetto presenta sensibili differenze da un ordinamento all'altro e fra ordinamenti nazionali differenti, per un approfondimento specifico si vedano le voci di seguito riportate. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti la prescrizione dei reati è prevista senza un termine massimo inderogabile: se ci sono sufficienti evidenze di prova, il reato può essere sempre perseguito. I tempi della giustizia civile e penale sono resi ragionevoli e cogenti da altre norme, senza la prescrizione dei reati. Il termine di prescrizione è perentorio. Ciò comporta che il ricorso nei gradi di giudizio successivi al primo (appello, Corte Suprema) non sospendono i termini di prescrizione, e che la sentenza definitiva deve arrivare prima di questo termine. Se invece questo viene raggiunto mentre le indagini o il processo sono ancora in corso, il processo si interrompe senza arrivare a una sentenza di assoluzione o condanna, e l'eventuale condanna in primo grado non può essere eseguita: se l'imputato già si trova in carcere deve essere rimesso in libertà, senza ulteriori possibilità di opposizione o di azione penale, poiché nessuno può essere processato due volte per il medesimo fatto, anche nel caso-limite in cui dopo la prescrizione l'imputato confessi la sua colpevolezza. Un rischio implicito della prescrizione dei reati è quello che la condotta della difesa più che orientata a dimostrare l'innocenza dell'imputato e a farlo in tempi celeri, e quindi all'accertamento della verità nel contraddittorio tra accusa e difesa, sia tesa ad applicare ogni possibile forma di garanzia, dubbio interpretativo e procedura prevista dalla legge per prolungare il più possibile la durata del processo fino a far scadere i termini di prescrizione, che di fatto con minore impegno e rischio producono a favore dell'imputato effetti "migliori" di un'assoluzione con formula piena (per la quale la pubblica accusa può ricorrere in appello e, se la prescrizione cade durante il processo di 2º grado, esistono casi determinati di ricorso alla Corte Suprema). Deterrente a questo rischio è l'esecuzione della misura detentiva subito dopo la condanna in primo grado, ovvero un equivalente uso-abuso della carcerazione preventiva e cautelare, in modo che tanto più si tende a ritardare la sentenza e ad allungare i tempi del processo fino alla prescrizione, quanto più a lungo l'imputato permane in carcere.

Nell'Atene classica esisteva un termine di prescrizione di 5 anni per tutti reati, ad eccezione dell'omicidio e dei reati contro le norme costituzionali, che non avevano termine di prescrizione. Demostene scrisse che questo termine fu introdotto per controllare l'attività dei sicofanti.

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. CAPITOLO XXX PROCESSI E PRESCRIZIONE. Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo cosí breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de’ principali freni de’ delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione. Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sí alla difesa del reo che alle prove de’ delitti, e il giudice diverrebbe legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare un delitto. Parimente quei delitti atroci, dei quali lunga resta la memoria negli uomini, quando sieno provati, non meritano alcuna prescrizione in favore del reo che si è sottratto colla fuga; ma i delitti minori ed oscuri devono togliere colla prescrizione l’incertezza della sorte di un cittadino, perché l’oscurità in cui sono stati involti per lungo tempo i delitti toglie l’esempio della impunità, rimane intanto il potere al reo di divenir migliore. Mi basta accennar questi principii, perché non può fissarsi un limite preciso che per una data legislazione e nelle date circostanze di una società; aggiungerò solamente che, provata l’utilità delle pene moderate in una nazione, le leggi che in proporzione dei delitti scemano o accrescono il tempo della prescrizione, o il tempo delle prove, formando cosí della carcere medesima o del volontario esilio una parte di pena, somministreranno una facile divisione di poche pene dolci per un gran numero di delitti. Ma questi tempi non cresceranno nell’esatta proporzione dell’atrocità de’ delitti, poiché la probabilità dei delitti è in ragione inversa della loro atrocità. Dovrà dunque scemarsi il tempo dell’esame e crescere quello della prescrizione, il che parrebbe una contradizione di quanto dissi, cioè che possono darsi pene eguali a delitti diseguali, valutando il tempo della carcere o della prescrizione, precedenti la sentenza, come una pena. Per ispiegare al lettore la mia idea, distinguo due classi di delitti: la prima è quella dei delitti atroci, e questa comincia dall’omicidio, e comprende tutte le ulteriori sceleraggini; la seconda è quella dei delitti minori. Questa distinzione ha il suo fondamento nella natura umana. La sicurezza della propria vita è un diritto di natura, la sicurezza dei beni è un diritto di società. Il numero de’ motivi che spingon gli uomini oltre il naturale sentimento di pietà è di gran lunga minore al numero de’ motivi che per la naturale avidità di esser felici gli spingono a violare un diritto, che non trovano ne’ loro cuori ma nelle convenzioni della società. La massima differenza di probabilità di queste due classi esige che si regolino con diversi principii: nei delitti piú atroci, perché piú rari, deve sminuirsi il tempo dell’esame per l’accrescimento della probabilità dell’innocenza del reo, e deve crescere il tempo della prescrizione, perché dalla definitiva sentenza della innocenza o reità di un uomo dipende il togliere la lusinga della impunità, di cui il danno cresce coll’atrocità del delitto. Ma nei delitti minori scemandosi la probabilità dell’innocenza del reo, deve crescere il tempo dell’esame e, scemandosi il danno dell’impunità, deve diminuirsi il tempo della prescrizione. Una tal distinzione di delitti in due classi non dovrebbe ammettersi, se altrettanto scemasse il danno dell’impunità quanto cresce la probabilità del delitto. Riflettasi che un accusato, di cui non consti né l’innocenza né la reità, benché liberato per mancanza di prove, può soggiacere per il medesimo delitto a nuova cattura e a nuovi esami, se emanano nuovi indizi indicati dalla legge, finché non passi il tempo della prescrizione fissata al suo delitto. Tale è almeno il temperamento che sembrami opportuno per difendere e la sicurezza e la libertà de’ sudditi, essendo troppo facile che l’una non sia favorita a spese dell’altra, cosicché questi due beni, che formano l’inalienabile ed ugual patrimonio di ogni cittadino, non siano protetti e custoditi l’uno dall’aperto o mascherato dispotismo, l’altro dalla turbolenta popolare anarchia.

Prescrizione: cosa prevedono Costituzione e Codice penale, scrive Agorà24 l'1 novembre 2018. L’emendamento presentato dai relatori al ddl anticorruzione sui termini della prescrizione va a modificare gli articoli 158, 159 e 160 del codice penale. Disciplina la durata dei processi anche l’articolo 111 della Costituzione.

– ART.111 COSTITUZIONE: ai primi due commi: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.

– ARTICOLO 158 CODICE PENALE: L’articolo disciplina la decorrenza del termine della prescrizione, e recita: “Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente, dal giorno in cui è cessata la permanenza. Quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata. Nondimeno, nei reati punibili a querela, istanza o richiesta, il termine della prescrizione decorre dal giorno del commesso reato. Per i reati previsti dall’articolo 392, comma 1-bis, del codice di procedura penale, se commessi nei confronti di minore, il termine della prescrizione decorre dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa, salvo che l’azione penale sia stata esercitata precedentemente. In quest’ultimo caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato”. Quest’ultimo comma era stato aggiunto dalla riforma del 2017, approvata nella scorsa legislatura.

– ARTICOLO 159 CODICE PENALE: l’articolo disciplina la sospensione del corso della prescrizione, e recita: “Il corso della prescrizione rimane sospeso in ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo penale o dei termini di custodia cautelare è imposta da una particolare disposizione di legge, oltre che nei casi di: 1) autorizzazione a procedere, dalla data del provvedimento con cui il pubblico ministero presenta la richiesta sino al giorno in cui l’autorità competente la accoglie; 2) deferimento della questione ad altro giudizio, sino al giorno in cui viene decisa la questione; 3) sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore. In caso di sospensione del processo per impedimento delle parti o dei difensori, l’udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento, dovendosi avere riguardo in caso contrario al tempo dell’impedimento aumentato di sessanta giorni. Sono fatte salve le facoltà previste dall’articolo 71, commi 1 e 5, del codice di procedura penale; 3-bis) sospensione del procedimento penale ai sensi dell’articolo 420-quater del codice di procedura penale; 3-ter) rogatorie all’estero, dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l’autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria. Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso nei seguenti casi: 1) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi; 2) dal termine previsto dall’articolo 544 del codice di procedura penale per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, anche se emessa in sede di rinvio, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi. I periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l’imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale. Se durante i termini di sospensione di cui al secondo comma si verifica un’ulteriore causa di sospensione di cui al primo comma, i termini sono prolungati per il periodo corrispondente. Nel caso di autorizzazione a procedere, la sospensione del corso della prescrizione si verifica dal momento in cui il pubblico ministero presenta la richiesta e il corso della prescrizione riprende dal giorno in cui l’autorità competente accoglie la richiesta. La prescrizione riprende il suo corso dal giorno in cui è cessata la causa della sospensione. Nel caso di sospensione del procedimento ai sensi dell’articolo 420-quater del codice di procedura penale, la durata della sospensione della prescrizione del reato non può superare i termini previsti dal secondo comma dell’articolo 161 del presente codice”.

 – ARTICOLO 160 CODICE PENALE: il primo comma dell’articolo recita: “Il corso della prescrizione è interrotto dalla sentenza di condanna o dal decreto di condanna”.

– EMENDAMENTO RELATORI: L’emendamento va a modificare gli articoli 158, 159 e 160 del codice penale. Recita il testo dell’emendamento: “Il termine della prescrizione decorre per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione” (in sostanza, l’emendamento ripropone la formulazione dell’articolo prima della modifica intervenuta con la cosiddetta Legge ex Cirielli nel 2005, che aveva eliminato dal dispositivo della norma il riferimento alla parola “o continuato” nel punto in cui statuiva che il termine di prescrizione decorre per il reato permanente “o continuato” dal giorno in cui è cessata la permanenza “o la continuazione”). L’emendamento dei relatori dispone inoltre: “il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o dal decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della irrevocabilità del decreto di condanna”. L’emendamento poi abroga il primo comma dell’articolo 160 del codice penale, che recita: “Il corso della prescrizione è interrotto dalla sentenza di condanna o dal decreto di condanna”.

Prescrizione: chi paga le spese processuali? Scrive il 31 ottobre 2018 Mariano Acquaviva su La Legge per tutti. Cos’è e come funziona la prescrizione? In caso di prescrizione chi deve pagare le spese di giustizia? E le spese legali? Tutto finisce. Non si tratta di un’asserzione filosofica, fatta per impressionare gli altri con la propria triste visione nichilista, ma di un dato di fatto inconfutabile. Nell’universo giuridico, la fine è rappresentata dalla prescrizione: istituto giuridico a volte fin troppo criticato, esso comporta l’estinzione di un diritto e, se parliamo di processo penale, l’estinzione di un reato. Se una persona ti deve dei soldi, allora temi la prescrizione come il tuo peggior nemico; se, al contrario, ti trovi dall’altra parte (sei un debitore, quindi), oppure sei imputato di un reato, allora aspetti la prescrizione come la tua salvezza. In un modo o nell’altro, è da quando esiste il diritto che esiste anche la prescrizione e, perciò, è inutile strumentalizzare questo istituto durante le campagne politiche: è bene che ci rassegniamo al fatto che, nel mondo del diritto (così come in quello reale), ogni cosa ha un termine. Fin qui, tutto chiaro. I problemi sorgono in sede processuale: se nel frattempo matura la prescrizione, chi paga le spese di giustizia? È chiaro che ci riferiamo al processo penale, durante il quale ben spesso accade che il reato venga prescritto; in realtà, anche nel processo civile il giudice potrebbe dichiarare prescritto un diritto, se la prescrizione è eccepita dalla controparte. Se questo argomento ti incuriosisce oppure ti interessa perché anche tu sei finito nelle spire di un processo, allora prosegui nella lettura: ti spiegherò chi paga le spese processuali in caso di prescrizione.

Cos’è la prescrizione? Prima di affrontare il tema inerente al pagamento delle spese processuali, ti dirò brevemente in cosa consiste la prescrizione. La prescrizione è una causa di estinzione dei diritti, se parliamo di diritto civile, oppure del reato o della pena, se parliamo di diritto penale. In entrambi i casi, comunque, si tratta di un evento giuridico che pone fine ad una situazione giuridicamente rilevante. Sia la prescrizione penale che quella civile poggia su un elemento fondamentale: il decorso del tempo. Nel caso della prescrizione civile, il diritto si prescrive, di norma, dopo dieci anni di assoluta inattività del suo titolare; nella prescrizione penale, invece, occorre che trascorra un lasso di tempo diverso a seconda del crimine commesso. In entrambe le branche, poi, vi sono casi di imprescrittibilità: nel campo civilistico, i diritti indisponibili, nonché tutti quelli specificamente individuati dalla legge, non si estinguono mai per prescrizione; nel settore penalistico, invece, i reati punibili con l’ergastolo non cadono mai in prescrizione.

Come funziona la prescrizione? La prescrizione estingue il reato decorso un determinato lasso di tempo. Per il diritto civile, la prescrizione ordinaria è di dieci anni che cominciano dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Presupposto fondamentale è che, per tutto il tempo previsto affinché maturi la prescrizione, il titolare del diritto non faccia nulla per esercitarlo. Esempio: se hai prestato dei soldi a un tuo amico e dopo undici anni ti fai vivo per chiedergli la restituzione, non ti spetterà più nulla perché il tuo diritto nel frattempo è andato prescritto. Se, al contrario, pur non avendo ricevuto i soldi hai tentato di riaverli, ad esempio scrivendo al tuo “amico” di restituirteli, allora il tuo diritto non si è prescritto, perché la lettera che gli hai inviato è sufficiente a far cominciare da capo i dieci anni necessari affinché maturi la prescrizione. Nel diritto penale, invece, la prescrizione comincia a decorrere automaticamente dal giorno in cui il crimine è stato commesso, a prescindere dal fatto che un procedimento sia stato intrapreso nei confronti del reo. La prescrizione penale estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo mai inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, anche se puniti con la sola pena pecuniaria. In poche parole, per capire quando un reato si prescriverà, sarà necessario far riferimento alla pena massima prevista dalla legge per il reato stesso. Ti faccio un esempio: il peculato è punito con la pena da quattro a dieci anni e mezzo di reclusione: questo vuol dire che il delitto di peculato si prescriverà decorsi dieci anni e mezzo dal fatto. La concussione, invece, è punita con la reclusione da sei a dodici anni: si prescriverà, quindi, in dodici anni. I delitti che sono puniti con una pena inferiore ai sei anni, invece, si prescriveranno sempre in sei anni: è questa la soglia minima posta dalla legge. Così, ad esempio, il furto semplice, pur essendo punito al massimo con tre anni di reclusione, si prescriverà comunque in sei anni. Per le contravvenzioni, invece, il termine di prescrizione non è mai inferiore a quattro anni.

Cosa sono le spese processuali? Non posso spiegarti il problema del pagamento delle spese processuali in caso di prescrizione se non ti dico prima in cosa consistono le spese processuali. Ebbene, per spese processuali (o spese di giustizia) si intendono tutte quelle che riguardano l’attivazione della giustizia. La macchina processuale italiana, oltre che essere molto lenta, è anche assai costosa: per potervi accedere occorre sostenere delle spese che, in alcuni settori (penso a quello dell’esecuzione nel diritto processuale civile) sono davvero ingenti. Il procedimento penale, per le parti che vi accedono, è in realtà meno oneroso, in quanto è lo Stato ad intraprendere, normalmente di propria iniziativa, l’azione nei confronti dell’autore del crimine. Non che la giustizia penale non abbia un costo: è ovvio che anche il processo penale necessita di mezzi, per via di tutte le persone e i macchinari che devono essere coinvolti (si pensi a periti, consulenti, ecc.). Ora, molto spesso accade che, nel bel mezzo di un processo, intervenga la prescrizione. Nel processo civile, la prescrizione di un diritto può essere dichiarata dal giudice solo nel caso in cui la controparte, cioè colei che resiste alle pretese di chi ha adito per prima il tribunale, la eccepisca, cioè la faccia presente al magistrato. Nel diritto penale, invece, la prescrizione può maturare anche nel corso del processo, perfino in appello o in Cassazione, poiché l’azione penale esercitata dal pubblico ministero non blocca il decorso del tempo utile a maturare la prescrizione (salvo casi di interruzione e di sospensione, per i quali si rimanda all’articolo: Prescrizione reati: come si calcola?).

In entrambi i casi, comunque, qualcuno dovrà pagare le spese processuali; ma chi? In caso di prescrizione, chi è tenuto al pagamento? Te lo dirò nel prossimo paragrafo.

Spese processuali in caso di prescrizione: chi paga? In caso di prescrizione, chi paga le spese processuali? Bisogna distinguere a seconda che si tratti di processo civile o di processo penale. Nel primo caso, non ci sono particolari dubbi: le spese processuali sono poste a carico della parte che ha inutilmente adito il giudice poiché il suo diritto era già prescritto. Faccio un esempio: se citi in tribunale il tuo debitore dopo oltre dieci anni dal prestito che gli avevi fatto e lui, costituitosi in giudizio, eccepisce la prescrizione del tuo diritto, il giudice, nel dargli ragione, ti condannerà al pagamento di tutte le spese processuali, comprese quelle legali che ha dovuto sostenere il tuo debitore (in pratica, gli dovrai pagare l’avvocato). Nel processo penale le cose sono diverse: qui, infatti, vi è una parte pubblica (rappresentata dal pubblico ministero) la cui funzione è quella di svolgere le indagini relativamente alla commissione di reati e di esercitare (se vi sono i presupposti) l’azione penale nei confronti dell’imputato. Il processo penale, quindi, non si avvia per volontà delle parti private (attore o ricorrente), come accade nel processo civile, ma per volontà di una parte pubblica che praticamente costringe l’imputato a subire il processo. Da tanto deriva una conseguenza molto semplice: se, nelle more del procedimento, il reato andrà prescritto, le spese processuali resteranno a carico dello Stato, in quanto la prescrizione non è una colpa addebitabile all’imputato. In parole povere, l’imputato prosciolto per prescrizione non dovrà pagare le spese processuali. È lo stesso codice di procedura a stabilirlo: solo la sentenza di condanna può porre a carico del condannato il pagamento delle spese processuale. Stesso discorso vale nel caso in cui la persona danneggiata si sia costituita parte civile per chiedere il risarcimento del danno: anche in questa ipotesi, la sopravvenuta prescrizione del reato impedisce al giudice di poter condannare l’imputato non solo alle spese processuali, ma anche a quelle legali sostenute dalla vittima.

Antonio Racanelli (M.I.) «Giusto fermare la prescrizione». Intervista al procuratore aggiunto di Roma e segretario generale di Magistratura indipendente Antonello Racanelli, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 2 Novembre 2018 su "Il Dubbio". «Premesso che non è possibile attendere decenni per avere una sentenza, la proposta del ministro della Giustizia di voler interrompere il decorso della prescrizione dopo il primo grado di giudizio mi vede favorevole», dichiara il procuratore aggiunto di Roma e segretario generale di Magistratura indipendente Antonello Racanelli. La riforma – un emendamento al ddl “spazzacorrotti” in discussione alla Commissione giustizia di Montecitorio voluta da Alfonso Bonafede sta suscitando in queste ore innumerevoli polemiche. Le opposizioni, Forza Italia e Partito democratico, prevedono effetti devastanti per il sistema giudiziario in caso la norma dovesse essere approvata. E anche la Lega ha già manifestato “perplessità”.

Procuratore, lei è da sempre favorevole allo “stop” della prescrizione. Non teme il rischio del “fine processo mai”?

«Io non sono per il processo “infinito”. Ricordo che viviamo in un Paese dove i tempi della giustizia sono totalmente irragionevoli. I processi devono essere celebrati rapidamente. Detto questo, bisogna evitare che la prescrizione vanifichi il lavoro svolto».

Ma con la riforma Bonafede i processi che già sono lenti non diventeranno lentissimi? Qualche magistrato potrebbe cominciare a pensare: ‘ Va bene, c’è tempo prima che si prescriva’. Condivide?

«Non c’è nessun giudice che voglia tenere fermo un processo. Mi rifiuto di pensare che qualcuno voglia farli durare trent’anni».

Una volta che si interrompe la prescrizione, però, non c’è più la corsa a fare il processo ed il rischio che i processi si trascinino anni è concreto.

«Questa è la patologia del sistema. Noi dobbiamo parlare del normale andamento del processo. Di fronte a rallentamenti anomali da parte di qualche magistrato si deve intervenire disciplinarmente».

Ma è sufficiente bloccare la prescrizione per risolvere i problemi del processo penale in Italia?

«No. A questa riforma si devono accompagnare in parallelo interventi sulle strutture del sistema giustizia. Penso al personale amministrativo e alle dotazioni tecnologiche».

In quanto tempo dovrebbe concludersi un processo?

«Due o tre anni. Bisogna comprendere sia le ragioni dell’imputato ad avere una sentenza in tempi rapidi e sia quelle delle vittime del reato ad avere un adeguato ristoro».

Il presidente della Commissione giustizia di Palazzo Madama, il senatore leghista Andrea Ostellari, dice che la prescrizione si può evitare se gli uffici funzionano bene.

«Certo. Con maggiore personale amministrativo, ripeto, si potrebbe ad esempio iniziare a fare udienze tutto il giorno. Mattina e pomeriggio. Spero che anche l’avvocatura sia aperta ad un dialogo in questa direzione».

I processi si prescrivono nella fase delle indagini preliminari. Le tabelle del Ministero della giustizia parlano di un 70 per cento.

«E’ un dato che va valutato con attenzione. Solo formalmente è così. La Procura di Roma dove lavoro ha attualmente 40.000 processi in attesa dell’udienza. Ne abbiamo chiesto la fissazione al presidente del Tribunale che però non ci ha ancora trasmesso le date in quanto il ruolo è saturo. Si può attendere anche due anni prima che questa fissazione avvenga. A quel punto il reato si è però prescritto ed al Tribunale non resta che mandare indietro il fascicolo con il risultato statistico che la prescrizione è avvenuta durante le indagini preliminari».

L’incidenza della prescrizione tra i diversi uffici giudiziari varia da distretto a distretto, ed è in più delle volte indipendente dalle scoperture degli organici o dalle condizioni socio economiche dei territori interessati. Concorda?

«Sì. Anche l’organizzazione individuata dai singoli capi ufficio incide. Ci sono poi best practice al riguardo da diffondere sul territorio nazionale. Il Csm ha sempre fatto sul punto un grande lavoro».

Una depenalizzazione aiuterebbe?

«Sì. Abbiamo troppi reati».

Codice riformato e depenalizzazioni. Che ne dice il Fatto? Note a margine dell'articolo di Peter Gomez sulla prescrizione di Massimo Bordin del 3 Novembre 2018 su "Il Foglio. Ieri sulla prescrizione il Fatto ha pubblicato due articoli uno dei quali merita un approfondimento. Peter Gomez ha intelligentemente evitato di compiacere un sentire diffuso fra i lettori del suo giornale e non ha imputato il fenomeno, che è comunque meno esteso di quanto chi legge i giornali sia indotto a credere, alle attività dilatorie dei difensori degli imputati. Peraltro la melina difensiva con le leggi attuali è praticamente impossibile. Gomez addebita il problema al numero spropositato dei processi che si celebrano e alla riforma che ha modificato il rito processuale da inquisitorio ad accusatorio. La relazione fra le due questioni non è banale e offre lo spunto per un dibattito razionale e non urlato. Troppi processi? Giusto, anzi sacrosanto. Si tratta di un fenomeno che alcuni giuristi e molti sociologi chiamano da qualche decennio pan-penalizzazione. In parole povere molte controversie che potrebbero essere risolte in altre sedi intasano le cancellerie dei tribunali penali. La soluzione dovrebbe essere un’ondata di depenalizzazioni. Difficile credere che al Fatto approverebbero. Quanto al codice riformato, Gomez nota che se la prova deve formarsi in dibattimento, il lavoro di indagine dei pm si duplica e questo allunga i tempi, pur migliorando le garanzie. Verissimo, ma va pure notato che se il 70 per cento delle prescrizioni matura nella fase delle indagini quando la duplicazione non si è ancora verificata, è difficile definirla la causa principale. Il tema però è importante perché un bilancio della riforma andrebbe fatto, considerato che risale al 1987 ma pur essendo passati trent’anni se ne discute ancora come se l’avessero approvata l’anno scorso.

I penalisti contro la riforma della prescrizione: «é una norma autoritaria che viola la Costituzione». I penalisti contro l’emendamento che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Ma i 5Stelle tirano dritto, scrive il 3 Novembre 2018 "Il Dubbio". “La norma-manifesto che il Ministro della Giustizia aveva preannunciato e che gli Onorevoli Businarolo e Forciniti del Movimento 5 Stelle hanno tradotto in un emendamento al DDL anticorruzione, è espressione di una concezione autoritaria del diritto penale e del processo». Non usa mezzi termini la Giunta delle Camere penali e boccia senza appello l’emendamento voluto da guardasigilli che sospende la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. «La prescrizione nel nostro ordinamento – spiegano le Camere penali – ha un preciso significato ed è a pieno titolo uno degli elementi del patto sociale. L’istituto della prescrizione ha origini antiche e chi oggi ipotizza la sua sostanziale abolizione è disposto a cancellare conquiste della civiltà giuridica pur di ottenere risposte di vendetta sociale in nome di una efficienza che lo Stato non sa altrimenti garantire». I penalisti poi confermano lo stato di agitazione, in difesa dell’articolo 111 della Costituzione che garantisce la ragionevole durata del processo. Ma i 5Stelle sembrano tirare dritto e sulle presunte incomprensioni con la Lega, che a quanto pare ha molti dubbi sulla prescrizione immaginata dal ministro Bonafede – Di Maio risponde: «Lo stop alla prescrizione è entrata nel contratto di governo» prevedendo «che la decorrenza dei termini si ferma dopo il primo grado di giudizio». La riforma della prescrizione dunque «si farà, magari ci sono dei problemi interni alla Lega, non lo so e non mi interessa», scrive il vicepremier su Facebook, sottolineando: «Questo è il governo del cambiamento, non difende i furbi ma gli onesti». E poi: «Per quanto mi riguarda lo stop alla prescrizione deve entrare nella legge spazza- corrotti perché la prescrizione oggi è la legge dei furbi», continua il vepremier Di Maio: «In questo paese, i più grandi furbetti del quartierino si sono salvati dai processi grazie alla prescrizione. Con la prescrizione si sono salvati grandi personaggi tra cui Licio Gelli. Bisogna arrivare a processo».

La prescrizione non si tocca, lo ha ribadito la Cassazione. Rigettato il ricorso del procuratore generale di Belluno per un procedimento per frode fiscale, scrive Damiano Aliprandi il 27 Ottobre 2018 su "Il Dubbio". Salvaguardata, ancora una volta, la prescrizione e il diritto alla determinatezza del nostro ordinamento giudiziario grazie a una sentenza della Cassazione (n. 4709/18 depositata il 18 ottobre). Sono ancora gli effetti della sentenza della Corte europea dei diritti umani “Taricco” e l’altra “Taricco bis” che riaffermò il “primato del diritto dell’Unione” quale dato acquisito nella giurisprudenza costituzionale, ai sensi dell’art. 11 della Costituzione, condizionato all’osservanza dei “principi supremi dell’ordine costituzionale italiano e dei diritti inalienabili della persona”. Il problema si è riproposto quando il Tribunale di Belluno, nel 2016, aveva dichiarato di non doversi procedere nei confronti di due imputati per evasione fiscale in quanto i reati dovevano considerati estinti per prescrizione. Il procuratore presso la Corte di appello di Venezia, però, ha impugnato il provvedimento in Cassazione ritenendo che fosse stato disatteso il principio affermato dalla Corte di giustizia Ue (causa dell’ 8 settembre 2015) che porterebbe alla disapplicazione degli articoli 160 e 161 codice penale sulla prescrizione delle frodi gravi in materia di Iva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso sulla scorta della successiva sentenza “Taricco bis”, intervenuta in seguito alla questione pregiudiziale sollevata dalla Corte Costituzionale che aveva rilevato un’ipotesi di incompatibilità, perché riteneva che la decisione (“Taricco”) fosse non conforme ai principi di determinatezza delle norme di diritto penale sostanziale, oltre che a quello di impedire l’arbitrio applicativo del giudice. Per questo la Consulta chiedeva ai giudici europei un’interpretazione “correttiva”. E così fu: infatti con la sentenza “Taricco bis”, la Cedu cercò una mediazione tra i principi della sua precedente decisione e le esigenze di tutela dei principi costituzionali interni. Anche la Cassazione quindi con questa pronuncia di rigetto sembra accogliere e fare proprio quello che la Cedu aveva statuito nel tentativo di andare incontro alle esigenze di costituzionalità del diritto nazionale in tema di principio di legalità. “I giudici nazionali competenti, quando devono decidere, nei procedimenti pendenti, di disapplicare le disposizioni del codice penale in questione, sono tenuti ad assicurarsi che i diritti fondamentali delle persone accusate di avere commesso un reato siano rispettati”, questo scrisse la Cedu per non dimenticare il principio di legalità in termini di determinatezza del diritto e l’irretroattività della legge penale. È la stessa Consulta che prende atto di questo tentativo di mediazione e, con sentenza ( 115/ 2018), a seguito della “Taricco bis” si pronuncia confermando che è demandato alle autorità giudiziarie nazionali “il compito di saggiare la compatibilità della “regola Taricco” con il principio di determinatezza in materia penale”; in più la Consulta aggiunge che, in tale evenienza, per giungere a disappliessere care la normativa nazionale in tema di prescrizione, è necessario che il giudice nazionale “effettui uno scrutinio favorevole quanto alla compatibilità della “regola Taricco” con il principio di determinatezza, che è sia principio supremo dell’ordine costituzionale italiano, sia cardine del diritto dell’Unione, in base all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Il procuratore generale aveva richiamato la “Taricco” e la successiva sentenza della Corte di Cassazione del 17.9.2015, ma la Corte di Cassazione non accogliendo le sue argomentazioni, ha ritenuto di obiettare i principi “correttivi” inseriti nella cd “Taricco bis”, riconoscendo al giudice nazionale di aver salvaguardato le norme interne rispetto alle statuizioni della “Taricco” che era in contrasto con la determinatezza del diritto applicabile interno.

Prescrizione: tu quoque, Lilli Gruber…, scrive Piero Sansonetti il 31 Agosto 2018 su "Il Dubbio". La polemica. Persino Lilli Gruber, che pure è una giornalista molto esperta, intelligente e di ottima cultura, ieri non ha resistito alla tentazione di gettarsi, lancia in resta, contro la prescrizione. Indicandola come il simbolo e il cuore dei problemi della giustizia italiana. Lo ha fatto scrivendo sul “7” (il settimanale del Corriere della Sera), in risposta alla lettera di un lettore. Tu quoque, Lilli Gruber, appoggi la campagna contro la prescrizione? Questo lettore (Mauro Chiostri), dopo una serie di osservazioni molto serie e garbate sui politici che hanno usato il disastro di Genova come ottima occasione per fare propaganda, tocca, con una certa indignazione, il tema della prescrizione, sostenendo che probabilmente salverà tutti i colpevoli. Lilli Gruber gli risponde dandogli ragione, e raccontando di come, all’inizio degli anni settanta, per poche settimane la prescrizione non salvò alcuni dei responsabili del disastro del Vajont. E infine esprimendo l’augurio che il nuovo governo sia in grado, su questo terreno, di dimostrare le proprie capacità riformatrici. Intendendo dire immagino – che il governo- Conte potrebbe dar prova delle sue capacità attuando il programma dei 5 Stelle e abolendo, o almeno allungando molto, i termini di prescrizione. Del disastro del Vajont abbiamo già parlato nei giorni scorsi. E’ stato una delle più grandi tragedie nazionali del dopoguerra. Quasi duemila morti travolti da una inondazione gigantesca e violentissima che ridusse in sassi e polvere un intero paese, Longarone, in provincia di Belluno. L’inondazione fu provocata da un pezzo del monte Toc, che si staccò e piombò nel bacino della diga, appunto la diga del Vajont (che è ancora lì, forte e maestosa) che era una costruzione recente e realizzata ad opera d’arte in tutto e per tutto tranne che per un particolare: il rischio di frana del Monte Toc, che i geologi conoscevano e che alcuni giornalisti coraggiosi avevano denunciato, prendendosi improperi e sberleffi da imprenditori, politici e dai mostri sacri del giornalismo italiano.

Eravamo nel novembre del 1963. Il processo si concluse otto anni dopo. Effettivamente alla vigilia della prescrizione. Allora c’era un altro codice di procedura penale, un’altra magistratura, un’altra stampa. Anche il codice penale era diverso, molto meno attento ai reati ambientali. Le imputazioni contro i responsabili furono abbastanza leggere, e questo accorciò i termini di prescrizione. I due imputati maggiori furono condannati a sei e a quattro anni e mezzo di prigione.

Oggi, per Genova, c’è il rischio della prescrizione? Naturalmente, essendo passati pochi giorni dalla tragedia del ponte crollato, è difficile immaginare se ci saranno imputati, per quali reati, e in che tempi. E’ un’indagine molto complessa, e individuare le responsabilità non sarà facile. La frase del premier Conte (“non possiamo aspettare i tempi della giustizia”) è stata infelice, una vera e propria gaffe, fortunatamente criticata un po’ da tutti. Quello che sappiamo è che i rischi di prescrizione, se saranno individuati gli imputati, sono molto bassi. Proviamo a immaginare i reati. Disastro colposo e/ o omicidio plurimo colposo. Nel primo caso credo che la prescrizione potrebbe scattare dopo 12 anni, nel secondo caso (abbastanza probabile perché ci sono 43 morti) credo che la prescrizione scatti dopo 30 anni.

Basteranno? Ammettiamo anche – per assurdo – che non bastino, e che nell’agosto del 2048 il processo sia ancora in corso. Sarebbe in quel caso giusto o no cercare di andare avanti per condannare magari nel 2040 o nel 2045 eventuali imputati rimasti in vita e ragionevolmente ultraottantenni? Vedi, amica Gruber, il problema è questo: nel “senso comune” ormai è affermatissima l’idea che il male della giustizia sia la prescrizione, e che la prescrizione sia una norma salva- manigoldi, abilmente usata dagli avvocati, e voluta sostanzialmente da Berlusconi per coprire i suoi magheggi. Beh: è una fake news. Esattamente come tante altre fake news che avvelenano il nostro dibattito politico, a partire da quelle su l’invasione dei migranti, sull’aumento degli sbarchi, sull’impennarsi della criminalità, e sull’aumento esponenziale della corruzione politica. La prescrizione non è affatto il male della nostra giustizia, non è affatto un marchingegno degli avvocati, non è affatto un’invenzione di Berlusconi: è semplicemente una misura che in parte – solo in parte – attenua gli effetti deleteri di una giustizia lentissima e che funziona male. E’ chiaro che uno dei nostri problemi è la lentezza della giustizia. I tribunali sono intasati. Non si risolve sicuramente questo problema concedendo ai magistrati il diritto al processo infinito. Il processo infinito è peggio del processo lunghissimo. E ha tra i suoi effetti quello di rendere ancora più lunga la giustizia. Il processo sul Vajont, nelle sue ultime fasi, fu affrettato proprio per evitare la prescrizione. Altrimenti sarebbe durato anni ancora. La prescrizione è una misura che serve a garantire un minimo di giustizia. Il diritto a un processo giusto e rapido, affermato nell’articolo 111 della Costituzione, riguarda sicuramente le vittime dei reati, ma anche gli imputati. I quali, per altro, come si sa, non sempre sono colpevoli. La lunghezza del processo è già una condanna insopportabile e sommamente ingiusta per un imputato innocente. Ma è una ingiustizia anche una condanna che arriva venti o trenta anni dopo il reato, quando l’imputato è una persona molto diversa da quella che aveva commesso il delitto. Poi c’è un’altra cosa da dire, così, solo perché si sappia: non è vero che sono gli avvocati quelli che lavorano per giungere alla prescrizione. Nel 70 per cento dei casi la prescrizione scatta prima che il processo cominci, e dunque prima che l’avvocato possa neppure iniziare a muoversi. Vedi, Gruber, quanti luoghi comuni? Sono molto pericolosi perché spingono l’opinione pubblica a scagliarsi contro il diritto alla difesa e al giusto processo. Specie in coincidenza con le grandi emozioni nazionali, prodotte da sciagure come quella di Genova. Ma allora come si può fare per sveltire la giustizia? Bisognerebbe investire un po’ di soldi, per rafforzare le strutture e aumentare il personale. Questo è essenziale. E poi si potrebbero fare alcune piccole riforme a costo zero. Per esempio: abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, rinuncia all’appello da parte dell’accusa (come in molti paesi occidentali), responsabilità civile dei magistrati. Poi io penso che si potrebbe prendere un’altra misura molto utile (richiesta da anni dagli amici radicali: una robusta amnistia. Piccole cose? No, probabilmente dimezzerebbero i tempi della giustizia, senza offendere lo stato di diritto. Il problema è che non piacciono a una parte della magistratura. Che è sempre riuscita a bloccarle.

In cella 7 anni dopo il reato: la prescrizione è davvero inutile? Il caso di uno chef e di una accusa controversa di violenza sessuale, con la condanna definitiva l’uomo ha perso tutto, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 Agosto 2018 su "Il Dubbio". La certezza della pena: la storia di S. B. dovrebbe far riflettere tutti quelli che la invocano come panacea dei mali che affliggono il sistema giudiziario italiano. S. B è uno chef che ha appena compiuto 50 anni. Nato a Venezia, fin da giovane ha avuto una grande passione per la cucina, e ha lavorato in molti ristoranti in Italia e all’estero. Trasferitosi a Parma agli inizi del 2000, decide di fare il grande passo e di mettersi in proprio aprendo un ristorante di pesce nella patria del prosciutto e del parmigiano. Il successo è immediato. Nonostante il locale sempre pieno, come tutti gli chef, anche S. B. dopo qualche tempo sente il bisogno di rimettersi in gioco e di tentare l’avventura altrove. Nella primavera del 2011 la scelta dunque di vendere il locale di Parma per aprirne uno alle Cinque Terre. La trattativa si rivela alquanto complicata. L’acquirente, una donna della città emiliana, tergiversa, tratta sul prezzo, allunga i tempi. S. B ha invece fretta, avendo già versato un importante acconto per il nuovo ristorante in Liguria. Quei soldi sono quindi indispensabili. Una sera di giugno di quell’anno, quando sembra che finalmente tutto si è sistemato, la donna ci ripensa e si presenta nel ristorante per comunicarglielo. La discussione è molto accesa. Volano parole grosse. S. B. alza anche le mani. La donna esce dal locale e corre subito dai carabinieri. «S. B. l’ha violentata», scrivono i militari, allegando il referto del pronto soccorso che parla di «abrasione ad un braccio». Passano solo pochi giorni e S. B. si ritrova nel carcere di massima sicurezza di Parma. «Tentata violenza sessuale», l’accusa riportata sull’ordine di custodia cautelare. Inutili i tentativi di difendersi. La parola della donna contro quella di S. B. E poi quel referto medico. Dopo alcuni mesi trascorsi in carcere, i domiciliari. Poi l’obbligo di dimora. Finché agli inizi del 2012 S. B. è completamente libero. Il progetto di trasferirsi alle Cinque Terre è rimasto nella testa di S. B. ed è difficile rimanere a Parma dopo quanto successo. Il sogno di avere un locale nel frattempo è sfumato e i soldi dell’anticipo definitivamente persi. Arriva l’estate e S. B. riparte dalla cucina di un ristorante vicino al porto di La Spezia come aiuto cuoco con un contratto a chiamata. Le indagini si chiudono nel 2014. Il processo inizia l’anno dopo. Arriva la condanna in primo ed in secondo grado: 4 anni e mezzo. Nel frattempo S. B. si è sposato, ha comprato casa con un mutuo, ed è tornato a fare lo chef in un importante ristorante delle Cinque Terre. Ma agli inizi di quest’estate la Cassazione conferma la sentenza di condanna. Nonostante il “presofferto”, S. B. deve andare in carcere: i reati di violenza sessuale non ammettono la sospensione dell’ordine di esecuzione. I carabinieri lo vengono a prendere all’alba della scorsa settimana. Secondo la legge deve effettuare un percorso di rieducazione, dietro le sbarre. Anche se S. B. il percorso di rieducazione in questi anni l’ha già fatto da solo: si è sposato, ha rifatto la gavetta fino a guadagnarsi un lavoro a tempo indeterminato (un miraggio di questi tempi), ha comprato casa. Ieri S. B. è stato licenziato: la moglie, a carico, sta cercando urgentemente lavoro. La richiesta alla banca di sospensione del mutuo verrà presentata oggi. Ultima nota. Il ristorante in cui S. B. lavorava è rimasto senza chef proprio nel periodo clou della stagione. La certezza della pena.

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

Giustizia, 13 anni per arrivare in appello. Ex procuratore capo, cancelliere e altri 9 imputati prescritti. Gli imputati erano accusati del saccheggio del Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata: 20 milioni di euro depredati, attraverso un gioco di falsi mandati di pagamento di rimborsi e consulenze di giustizia, orchestrato da un cancelliere con la responsabilità del procuratore capo, Alfredo Ormani, scrive Vincenzo Iurillo il 6 maggio 2016 su “Il Fatto Quotidiano”. Ci volevano 13 anni per far estinguere i reati di cui erano accusati i principali imputati del saccheggio del Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata: 20 milioni di euro depredati, secondo l’accusa, attraverso un gioco di falsi mandati di pagamento di rimborsi e consulenze di giustizia, orchestrato da un cancelliere con la responsabilità del procuratore capo. Ci volevano 13 anni eppure è successo: il colpo di spugna della prescrizione ha cancellato in appello le condanne a sei e cinque anni in primo grado dell’ex capo della Procura di Torre Annunziata Alfredo Ormanni e dell’ex supercancelliere Domenico Vernola. Entrambi erano alla sbarra a Roma – competente quando è implicato un magistrato del napoletano – in un processo con 21 imputati per reati che spaziavano dall’associazione a delinquere al peculato, falso e riciclaggio. La Corte d’Appello ha sentenziato 11 prescrizioni, 8 condanne per riciclaggio e 2 assoluzioni nel merito. Colpa dei tempi biblici di un processo di primo grado durante il quale il collegio giudicante è cambiato dieci volte. Spiega un avvocato: “Anche le accuse di riciclaggio aggravato dovrebbero prescriversi tra un mese, non faranno nemmeno in tempo a depositare le motivazioni: i giudici si sono presi 90 giorni di tempo per redigerle”. Basterà presentare un ricorso in Cassazione, e la prescrizione scatterà anche per molti dei condannati in appello. E così tanti saluti alle responsabilità penali di uno dei più colossali scandali della provincia napoletana del decennio scorso. Esplose violentissimo nel 2004, al termine di una ispezione ministeriale, che contestò a Vernola un giro fraudolento di rimborsi per spese di giustizia. Il cancelliere fu sospeso e allontanato, si aprì una indagine che coinvolse il procuratore Ormanni, firmatario di centinaia di mandati di pagamenti ritenuti fasulli, e i parenti di Vernola, sospettati di essersi fatti girare i soldi raccolti dal cancelliere tramite finti ‘mandati a se stesso’ per trasformarli in auto, case e beni di lusso. Nel mirino le spese di giustizia di alcune importanti indagini di Torre Annunziata: così finiscono sotto inchiesta a Roma anche alcuni esponenti delle forze di polizia giudiziaria che materialmente le condussero, presentando note spese ritenute anch’esse finte o gonfiate. Il Gup decreta il rinvio a giudizio il 25 maggio 2006. Ma il processo parte al rallentatore perché il collegio giudicante cambia in continuazione. Ed ogni volta si riparte da capo. Udienze celebrate solo per fissare rinvii. Senza istruttorie. Senza testimonianze. Un processo fermo. Partito in pratica solo nel 2012, quando finalmente il collegio si stabilizza. Quindi due anni di udienze per la sentenza di primo grado. E due per la fissazione dell’appello. Tempi normali, sui quali però ha pesato il lungo stop iniziale. Allora si stagliano come due eroi gli unici imputati che hanno rinunciato alla prescrizione per ottenere un’assoluzione piena. Si chiamano Emilia Salomone e Sergio Profeta, rispettivamente cancelliere a Torre Annunziata ed ispettore di polizia del commissariato di Sorrento. Assistiti dagli avvocati Francesco Matrone e Giuseppe Ferraro, il cancelliere e il poliziotto erano stati condannati in primo grado e licenziati in tronco. Ora avranno diritto al reintegro e alle spettanze perse. Gli anni smarriti nel lungo tunnel della giustizia, quelli no: sono persi per sempre.

Appello contro i Giustizialisti Giacobini (e invito alla sollevazione contro il Klan delle tre G). Come si sa, i Giustizialisti Giacobini dormono, la notte, adagiati fra le teste mozzate dei nemici uccisi. Di essi hanno bevuto il sangue. Delle loro carni si sono saziati. Non c’è nulla di più detestabile di un Giustizialista Giacobino. In lui infatti convergono, tautologicamente, due orribili vizi: l’essere giustizialista, e l’essere giacobino. E’, come si sa, una combinazione devastante ed esiziale. Da essa proviene ogni male della terra. Si pensa che anche Eva, quella di Adamo, fosse malata di questa malattia. Non parliamo di Giuda. Si nutrono cauti sospetti anche su Robespierre. Data la gravità dei loro crimini, siamo tutti in grado di riconoscere i Giustizialisti Giacobini, tutti conosciamo le loro malefatte. Appare dunque superfluo definirli. Si sa quello che sono. Nomina sunt consequentia rerum. Dunque parliamo di fatti e bando alle ciance:

1) Il Giustizialista Giacobino è colui che non evoca la giustizia come risoluzione di alcuni problemi giudiziari, ma vorrebbe perversamente che essa li risolvesse tutti. Tutti ovviamente vogliamo la giustizia e tutti, socraticamente, sappiamo che la “giustizia è giusta”. Quello che è ingiusto ovviamente è l’uso giacobino e giustizialista della giustizia. Tale uso si caratterizza per la pretesa, assolutamente ignobile, di processare coloro che sono indiziati, e di condannare coloro che sono risultati colpevoli dagli atti processuali, quando quei reati ci riguardano e riguardano i nostri interessi. I Giudici Giustizialisti e Giacobini (l’orribile Klan delle Tre G) se ne fregano della micro o macro criminalità quotidiana e di strada. Come se un criminale abituale e seriale, ad esempio il ladruncolo di strada extra comunitario, fosse ladro tanto quanto (forse meno!) di finanzieri e politici corrotti e corruttori, di falsificatori di bilanci e dispensatori di mazzette, di evasori fiscali. Come se il gioielliere che spara al ladro che l’ha privato di tutti i suoi averi, fosse colpevole come il ladro stesso!

2) Si dirà che tale idea della differenziazione della giustizia ha un che di antiquato, di classista, distingue ricchi da poveri, privilegiati e non, potenti e miserabili. Ma questa, ovviamente, è la tipica obiezione del Giustizialista Giacobino. Questa ignobile creatura sa infatti molto bene, ma finge di non sapere, che se la giustizia è sempre giusta non sempre lo sono i giudici. Essi si dividono in Giudici Giustizialisti Giacobini e Giudici Non Giustizialisti e Non Giacobini. I primi condannano per scopi politici, per rancori personali, per invidia sociale. I secondi sono animati da giustizia, saggezza e santità. Per riconoscere una sentenza come Giustizialista basta individuare chi è stato colpito da essa. Se è qualcuno che ha sparato a zero sul Giustizialismo Giacobino, potete stare certi che la sentenza sarà il prodotto del medesimo. E’ un circolo da cui non si sfugge.  Ne consegue che, chi denuncia il Giustizialismo Giacobino, verrà preferibilmente condannato dai Giudici Giustizialisti. La denuncia del Giustizialismo causa la vendetta dei Giustizialisti. Qualcuno forse obietterà che spesso i giudici vengono definiti Giustizialisti Giacobini a sentenza di condanna avvenuta. Ma a questo è facile rispondere che, fino ad allora, l’imputato ingiustamente condannato non si era reso conto di quando il suo giudice fosse Giustizialista e Giacobino. Certo i cittadini sono troppo onesti e hanno un troppo elevato senso della giustizia per concepire che un giudice possa essere così perverso. E quando lo scoprono sulla loro pelle, perché vengono condannati, sentono il dovere morale di denunciarlo.

3) Altra cosa del Giustizialismo Giacobino è invocare una giustizia rapida, inflessibile, con inasprimento delle pene e accelerazione dell’iter processuale, incarcerazione preventiva prolungata e cancellazione delle attenuanti e dell’habeas corpus per i reati commessi dai nemici giurati della comunità civica e dunque della giustizia giusta. Neri, maghrebini, rumeni ed albanesi, frange estremiste e disperate, vagabondi che insozzano le nostre strade, devastatori e disturbatori dell’ordine pubblico di qualsiasi etnia, debbono patire la giustizia giusta, severa e spietata, e questo ovviamente non è Giustizialismo. Il Giustizialismo Giacobino è infatti l’uso politico, ingiusto ed abusivo della giustizia. In questo caso si tratta invece di eque pene (anche troppo morbide, diciamola tutta) che dimostrano che lo Stato ha forte e coerente il senso della giustizia giusta.

Riassumiamo dunque. La giustizia è sempre giusta, ma i giudici possono essere giusti ed ingiusti. I giudici ingiusti sono i Giustizialisti Giacobini, che condannano animati da sete di vendetta politica. Il cittadino che denuncia un giudice come Giustizialista Giacobino lo fa perché capisce, presto o tardi e sulla sua pelle, che tale giudice lo odia e vuole condannarlo. Su di lui piove crudele la vendetta dei Giustizialisti. Pertanto, alla fine della sua giornata, il Giudice Giustizialista può aver condannato anche moltissimi innocenti. E’ dunque opportuno costituire un Partito degli Innocenti (P.d.I.) che ribatta colpo su colpo all’offensiva dei Giudici Giustizialisti e Giacobini. Il Klan delle tre Gdeve essere colpito e affondato. Trattiamo finalmente da esuli i latitanti e da innocenti i colpevoli. Distinguiamo fra colpevoli-colpevoli, innocenti-innocenti, innocenti-colpevoli e colpevoli-innocenti. Rendiamo un utile servizio all’umanità e al nostro paese. Diciamo basta al Giustizialismo Giacobino e ai giudici che perversamente lo praticano! Viva la libertà! Viva la giustizia giusta! Abbasso la giustizia ingiusta! Prescrizione per tutti!

Glossario (nel caso ci fosse ancora qualcuno che non sappia del Klan delle Tre G)

Giudici: Strane creature, in genere provenienti dai reparti neuropsichiatrici, la cui sindrome si manifesta attraverso la pretesa di giudicare altri esseri umani, in genere mentalmente molto più stabili di loro, mediante uno strano sistema di norme, astratte e sconclusionate, chiamate leggi. Si tratta di un comportamento evidentemente insolito, assurdo, e chiaramente inficiato da delirio paranoico e di onnipotenza. Si guardassero a casa loro e nel loro orto, invece di cercare la trave del vicino nel primo cammello che capita a tiro (forse non è così, non mi ricordo bene...). Questo non vuol dire che alcuni di questi strani individui non si comportino egregiamente e tendano ad assolvere le persone che noi vogliamo che assolvano (compresi noi stessi). Ma gli altri sono inguaribili strafottenti, che esercitano la giustizia come se brandissero una clava.

Giustizialismo: Il temine in sé è neutrale e vorrebbe indicare, immaginiamo, l’esercizio della giustizia tramite la condanna dei colpevoli. In realtà il termine tende ad evidenziare il comportamento della maggior parte dei giudici, che condannano tutti quelli che ritengono colpevoli e non solo quelli che noi onesti cittadini vorremmo che fossero giudicati tali. Il Giustizialismo è quindi definibile come l’attitudine ad esercitare la giustizia in modo abusivo. Questo ovviamente comporta il problema di chi possa giudicare i giudici riguardo a tali abusi. La risposta è quanto mai ovvia e scontata: coloro che si oppongono al giustizialismo!

Giacobini: Esseri dalle apparenti sembianze umane (o che assumono ingannevoli sembianze umane), ma probabilmente provenienti da altri pianeti e comunque non dalle comunità occidentali progredite del nostro pianeta. Coloro i quali affermano che i giacobini nascano in Occidente, e affondino le loro radici culturali nella tradizione occidentale, sono probabilmente giacobini essi stessi. I giacobini sono esseri talmente crudeli che spesso si divorano tra di loro. Sono dotati di una doppia fila di zanne e secernono liquidi urticanti dai pori delle loro pelle squamosa. Quando sorridono, si vede che non lo sanno fare. Né si divertono mai, perché passano il loro tempo a tramare contro l’umanità. Si riuniscono in luoghi oscuri e fangosi dove praticano l’accoppiamento fra coppie non sposate (e spesso dello stesso sesso) e il sacrificio umano (bambini soprattutto). Quando si travestono da uomini e popolano le nostre città, vivono spesso anche nei quartieri alti. In tal caso si riuniscono in salotti bene e firmano petizioni allo scopo di epurare l’umanità dai suoi elementi migliori. Tendono naturalmente a diventare giudici (per natura e per attitudine, data la loro devastata biologia e la loro perversione innata) o a influenzare i giudici, probabilmente per mezzo di facoltà telepatiche e di controllo della mente.

“I grillini confermano la loro imbarazzante inclinazione al becero giustizialismo e nel presentare il loro programma di governo si affrettano a sottolineare che tra i primi punti ci sarebbe l’abolizione della prescrizione. Prescrizione che, tra l’altro, è stata allungata nei tempi dal Governo Renzi. Anziché voler lavorare per una giustizia vera e per garantire tempi certi nei processi ai cittadini, così come sancito dalla nostra Costituzione, i grillini optano per procedimenti giudiziari infiniti che paralizzerebbero la vita delle persone, anche di quelle innocenti. Se malauguratamente diventassero forza di governo ci sarebbe davvero di che preoccuparsi”. Così Gabriella Giammanco, parlamentare di Forza Italia. 18 ottobre 2015.

Quali saranno i primi punti di un governo a 5 Stelle? “La prima cosa da fare è eliminare la corruzione con l’onesta, mettere mano alla giustizia, eliminare la prescrizione, mettere persone oneste nelle amministrazioni”. Lo sostiene Gianroberto Casaleggio, che ha risposto così ai giornalisti che, a Italia 5 Stelle, gli chiedevano i primi punti del programma.  Il primo criterio sarà “la fedina penale”, i sospettabili non sarà possibile sceglierli. La piattaforma è in grado di accogliere i contenuti, che possono essere tanti e diversi, il problema sarà fare una sintesi. “Fra i primi punti del programma dell’ipotetico governo del Movimento 5 stelle c’è l’abolizione della prescrizione, il che vuol dire la possibilità di tenere sotto processo un innocente per tutta la vita. I grillini si dimostrano sempre più funzionali alla retorica giustizialista che tanti danni ha provocato in questi anni, non avendo mai nascosto del resto la loro avversione verso il Parlamento e le Istituzioni rappresentative”. Lo afferma Deborah Bergamini, responsabile Comunicazione di Forza Italia.  18 ottobre 2015

LA PRESCRIZIONE. Dissertazione di Giovanni Ciri, sabato 18 maggio 2013. "Detesto il fanatismo, la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero". La Prescrizione. E' l'istituto più odiato dai giustizialisti, sto parlando della prescrizione del reato. Vorrebbero tempi di prescrizione lunghissimi, praticamente infiniti. Non conta quando hai commesso un reato, dicono, conta se lo hai commesso, e se lo hai commesso devi essere punito, punto e basta. E non va loro giù che la prescrizione intervenga dopo che il processo ha avuto inizio. Citano addirittura gli Stati Uniti d'America, dove i termini di prescrizione si interrompono appena è stata emessa la sentenza di rinvio a giudizio. Si, è proprio così, negli Usa la prescrizione si interrompe dal momento in cui il sospettato è rinviato a giudizio, ma, quali sono i termini di prescrizione negli Stati uniti d'America? Un delitto che comporta la pena dell'ergastolo è sempre perseguibile. Ogni altro delitto grave (rapine, furti, stupri, sequestri di persona) è perseguibile entro CINQUE ANNI. I delitti meno gravi sono perseguibili entro DUE ANNI, quelli minimi entro UN ANNO. Esclusi i delitti gravissimi, sempre perseguibili, negli Usa ogni crimine deve essere perseguito entro termini temporali abbastanza ristretti. Nel momento in cui inizia il processo però i termini di prescrizione si interrompono, e si evitano in questo modo eventuali manovre dilatorie. Questo non fa sì che l'imputato debba passare lunghi periodi nella “zona di nessuno” in cui necessariamente vive chi è sottoposto a procedimento penale. Negli Usa infatti i processi sono piuttosto rapidi. Le udienze sono quotidiane, i giurati vivono praticamente da reclusi, impossibilitati addirittura a leggere i giornali o a guardare la TV, questo perché chi è chiamato a giudicare della vita di un essere umano deve formarsi la propria convinzione in base a ciò che emerge dal dibattimento, non dai talk show televisivi o dai predicozzi di giornalisti alla Travaglio. La differenza con quanto avviene in Italia è lampante. Un giudice popolare italiano ascolta oggi un teste, fra due mesi un altro, fra sei mesi la requisitoria del PM e fra otto l'arringa del difensore. Se tutto va bene fra un anno entrerà in camera di consiglio (fanno eccezione i processi a carico di Berlusconi che sono di solito rapidissimi). E' difficile pensare che in questo modo il giudice popolare italiano possa maturare una convinzione ponderata sulla base di quanto emerge dal dibattimento. Si aggiunga che negli Usa il pubblico accusatore non è, come in Italia, un collega del giudice, che la difesa contribuisce alla selezione della corte giudicante, che i giurati devono decidere alla unanimità e ci si renderà conto che in quel paese il processo penale, anche se esclude i tre gradi di giudizio automatici, è molto più garantista che nel nostro. E' interessante mettere in evidenza una cosa: se nel nostro paese fosse in vigore la normativa americana molti procedimenti a carico di Berlusconi non avrebbero neppure potuto iniziare. Come hanno agito infatti i magistrati col cavaliere? Non appena è entrato in politica hanno iniziato inchieste riguardanti vecchie storie sulle quali sino a quel momento nessuno aveva indagato o, se indagini c'erano state le loro risultanze giacevano da tempo sotto montagne di pratiche inevase. Nel processo All Iberian il cavaliere è stato rinviato a giudizio nel 1996 per finanziamento illecito ai partiti, reato che è avvenuto (se è avvenuto) fra il 1991 ed il 1992, e di certo non è un reato grave (negli Usa non è neppure previsto come reato). La prima inchiesta a carico di Berlusconi, quella per le famose tangenti alla guardia di finanza, riguarda diverse tangenti, corrisposte a diversi soggetti, la prima della quali risalente al 1989, l'ultima al 1994. Il rinvio a giudizio è del 1995, quanto meno le prime tangenti non avrebbero quindi dovuto rientrare nel procedimento che, come si sa, si concluse con la piena assoluzione dell'imputato. Una indagine a carico di Berlusconi per traffico di droga si è conclusa nel 1991 con una archiviazione, i fatti risalgono al 1983. Non voglio continuare perché non sono e non mi interessa essere uno specialista in Belusconismo giudiziario (ho preso i dati dalla rete). Mi va solo di sottolineare che i termini americani di perseguibilità avrebbero reso assai più difficile il lavoro di magistrati assolutamente imparziali e privi di pregiudizi come Antonio Di Pietro o Ilda Boccassini. Ma, a parte ogni tecnicismo, quale è la filosofia che sta dietro l'istituto della prescrizione, che i forcaioli di ogni tipo odiano? La risposta è semplicissima, la si può riassumere in una sola parola: garantismo. Garantismo che vale a tre livelli. In primo luogo, una persona non può essere indagata a vita. Se sei indagato vivi in una situazione di estrema provvisorietà. Se cerchi lavoro tutto diventa più difficile se è in corso un procedimento giudiziario a tuo carico, se il lavoro lo hai già le prospettive di carriera si complicano terribilmente. Chi è indagato ha diritto che in tempi ragionevolmente brevi il suo caso si chiuda. Ha diritto a questo anche chi è stato offeso dall'eventuale azione criminosa dell'indagato. Insomma, una giustizia rapida è nell'interesse di tutti, meno che dei criminali e dei calunniatori di professione. In secondo luogo, a meno che non si tratti di reati gravissimi, nessuno può essere chiamato a rispondere di cose avvenute molto tempo prima, con tutte le difficoltà di ricordare eventi, nomi, situazioni. Infine, ed è la cosa più importante di tutte, i termini di perseguibilità tendono ad impedire che qualche solerte magistrato possa perseguitare un cittadino andando a spulciare nella sua vita passata in cerca di qualche reato. Questa in particolare è la filosofia che sta dietro alla normativa americana. Tizio può essere indagato solo se esiste una specifica ipotesi di reato a suo carico e se c'è il ragionevole sospetto che possa essere implicato in quel reato. I magistrati insomma devono indagare su reati accertati, non andare alla ricerca di reati, meno che mai lo devono fare concentrandosi su una persona, ancora meno andando a spulciare tutta la sua esistenza per appurare se per caso ci sia in essa qualcosa di poco regolare. L'istituto della prescrizione è inoltre collegato teoricamente con il principio della presunzione di innocenza. Non è vero che la assoluzione per prescrizione equivale ad una condanna. I termini di prescrizione fissano dei limiti alla azione del magistrato: questi deve riuscire a far condannare il sospettato da lui ritenuto colpevole entro quei limiti, se non ci riesce il sospettato è innocente perché nei paesi civili la innocenza è presunta. Da quanto si è detto emerge che non è affatto un caso che i giustizialisti forcaioli di tutte le risme abbiano profondamente in odio la prescrizione. Il loro ideale è una società in cui tutti si sia indagati, tutti si viva sempre sotto sorveglianza. Un “magistrato” come Ingroia è arrivato addirittura a proporre, in campagna elettorale, la inversione dell'onere della prova nei processi per reati finanziari: se Tizio è sospettato di evasione gli si confischino i beni, ha detto, poi lui avrà sei mesi di tempo per dimostrare la sua innocenza... magnifico! A Tizio sono concessi sei mesi per provare la sua innocenza, ma dieci anni per prescrivere un reato sono pochi, per il dottor Ingroia! E ora questo signore è di nuovo magistrato, non invidio valdostani. La cosa grave è che simili idee forcaiole sono molto diffuse nel paese. Molta, troppa gente è convinta che il garantismo sia quasi un lusso, che tutto sia lecito pur di mettere dentro un presunto corrotto. Non si capisce che ogni arbitrio è possibile se vengono meno le fondamentali garanzie a tutela della libertà dei singoli, ogni arbitrio ed anche ogni corruzione.

Se La Repubblica vuole ancora più processi, scrive Giovanni Torelli su “L’Intraprendente” il 15 febbraio 2016. No, alla sinistra non basta la quantità abnorme di processi penali che si celebrano ogni anno in Italia e di quelli ancora pendenti (sono circa 3 milioni e mezzo). Ne vuole ancora di più, perché desidera un sacco alimentare sia la macchina della Burocrazia che quella del Giustizialismo. E così, in un dossier pubblicato lo scorso sabato, la Repubblica lamenta il fatto che, per colpa della prescrizione troppo breve voluta dalla legge ex Cirielli del 2005, nel nostro Paese vengano cancellati ogni anno circa 130mila reati. E che quindi altrettanti presunti colpevoli restino inevitabilmente impuniti…Insomma, alla macchina già ingolfata della giustizia italiana (la cui inefficacia non è certo colpa della prescrizione troppo breve, semmai della lentezza di certi magistrati) la Repubblica vorrebbe aggiungere un ulteriore carico, appoggiando l’ipotesi di riforma voluta dal ministro della Giustizia Orlando, che intende allungare di tre anni per tutti i processi penali i tempi della prescrizione. Il sovraccarico potrebbe essere facilmente calcolabile: “riabilitando” 130mila processi annui è verosimile che in un decennio i processi ancora pendenti in Italia diventino circa 5 milioni. Che dire, un’ideona…E vabbè, uno dirà, non è giusto che 80mila fascicoli non arrivino neppure in sede di dibattimento ma vengano bloccati dalla scure della prescrizione già in fase di indagini preliminari; ed è ingiusto che la giustizia non faccia il suo pieno corso, “costringendo” oltre 23mila processi a fermarsi in primo grado per raggiunti limiti di tempo e altri 24mila a bloccarsi in Appello per la stessa ragione. La giustizia piena vuole che siano affrontati tutti i tre gradi di giudizio, dicono loro. È una forma di garanzia verso l’imputato ma anche di sicurezza che il colpevole ottenga la giusta pena, dicono loro. Il punto vero però è che molte di quelle indagini preliminari muoiono ancor prima di addivenire a giudizio perché vengono aperte in ritardo rispetto al reato, sono fondate su prove inconsistenti, non hanno riscontri concreti e tergiversano fino a concludersi in un nulla di fatto: altroché prescrizione, molte di quelle indagini non dovevano neppure essere aperte. Se poi in fase di dibattimento quei processi si arenano fino a interrompersi, la colpa spesso è oltre che dell’oggettiva lentezza della giustizia italiana (che ha scambiato il garantismo con una dilazione immotivata di tutti i passaggi processuali) anche di una mancata operosità di chi dovrebbe invece favorire l’accelerazione di quei processi. Il fardello pendente dei processi mai portati a compimento, per capirci, grava non solo sulle spalle dell’imputato, ma soprattutto sulle coscienze di dipendenti (non sempre efficienti) dello Stato che si chiamano magistrati. E non vorremmo che la riforma della prescrizione voluta da Orlando e difesa da la Repubblica diventi una scusa per prolungare ulteriormente i tempi di lavoro dei giudici. Avranno pure le ferie più corte, adesso, ma hanno anche tre anni in più per trastullarsi con le carte di un processo…

"Troppo potere mediatico ai pm. La giustizia italiana è una follia". Piero Sansonetti, direttore del nuovo quotidiano "il Dubbio", in edicola da martedì: "Le toghe fanno politica, riforma necessaria", scrive Anna Maria Greco, Giovedì 07/04/2016, su "Il Giornale". Si chiama il Dubbio, esce in edicola martedì e per 5 giorni la settimana, ha 16 pagine, full color, una redazione di 13 professionisti: è il nuovo quotidiano diretto da Piero Sansonetti. Che ha come editore la Fondazione del Consiglio nazionale forense.

Insomma, sarà il giornale degli avvocati. Con quale obiettivo?

«La linea politico-editoriale sarà quella dell'avvocatura, che si riassume così: i diritti avanti a tutto. Si propone di spezzare il predominio di un pezzo della magistratura sul mondo dell'informazione italiana e così anche la supremazia del potere giudiziario su quello politico».

E questo nome, Il dubbio?

«Fa riferimento al ragionevole dubbio verso ogni accusato. Ai diritti della difesa, che sono il fondamento dello stato di diritto. Da noi gran parte della stampa è giustizialista, amplifica le accuse, gli avvisi di garanzia, gli arresti e quando poi gran parte dei processi finisce con l'assoluzione, si scrive che è stata negata la giustizia e non c'è un colpevole. Se si sostengono le ragioni della difesa si passa per complici, così spesso vengono considerati gli avvocati di un accusato. Questa etica della colpevolezza va contrastata».

Sarà un nuovo Garantista?

«Sarà un quotidiano apertissimo, in cui parleranno tutti. Non sarà né con il governo né con l'opposizione, né di destra né di sinistra, né con Renzi né con Berlusconi. Aperto al dialogo, su tutto e con tutti».

Però, diciamolo, sarà un giornale contro le toghe.

«No, perché ce ne sono di ottime e noi vogliamo fare un giornalismo senza risse e insulti, beneducato. Contro il giustizialismo, sì. Contro quella parte forcaiola dei magistrati e della stampa, sì. Contro quel potere politico in ginocchio davanti alla magistratura, sì».

Che ne dici dell'uscita critica di Renzi sulle lentezze dei magistrati, dopo il caso Guidi, cui ha replicato l'Anm Basilicata?

«Un'uscita coraggiosa, perché è raro che un politico osi sfidare le toghe. È vero che si comincia con le accuse e non si arriva mai ai processi. Non hanno interesse a celebrarli i magistrati stessi. Altro che accuse agli avvocati sulla prescrizione: nel 70 per cento dei casi interviene in fase di indagini preliminari, quando la difesa non ha certo potuto ritardare l'iter. I guai dipendono dai tempi lunghi della giustizia. Ma quando Renzi l'ha detto, immediatamente l'Anm ha reagito. Perché è una forza politica, polemizza col governo, interviene sulle leggi da fare e come, mette in discussione continuamente l'equilibrio tra i poteri. È impressionante. In questo scambio di battute c'è il riassunto della follia che è oggi la giustizia».

Serve la famosa riforma.

«Non la fa nessuno. Non l'ha fatta Berlusconi, non la fa Renzi. E l'opinione pubblica viene spinta dal sistema dell'informazione sempre dalla parte della pena e della forca. Così, anche i diritti alla privacy scompaiono».

In prima pagina ci sono Panama papers e intercettazioni dello scandalo petrolio.

«E qualcuno si chiede se la fuga di notizie sui conti off-shore sia legale? Nessuno. O se lo siano le intercettazioni della Guidi (che ha fatto benissimo a dimettersi, beninteso) e degli altri? Nessuno. Chi si pone la questione che in Italia ci siano mille volte più intercettazioni che in Gran Bretagna? Il rispetto delle regole, il diritto alla difesa, non interessa nessuno».

L'ITALIA DEI PROCESSI INFINITI DAI COSTI INCALCOLABILI.

L'Italia dei processi infiniti dai costi incalcolabili. Se il processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito è stato l'oggetto di un ping pong giudiziario quasi interminabile, la colpa è dei meccanismi stessi del processo penale, scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. Non è stato il primo, e sicuramente non sarà l'ultimo: se il processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito è stato l'oggetto di un ping pong giudiziario quasi interminabile, la colpa è dei meccanismi stessi del processo penale. Il codice non prevede un tie break, un momento in cui si debba per forza tirare le fila, facendo pendere la bilancia da una parte o dall'altra. L'andirivieni tra Corti d'appello e Cassazione può andare avanti in teoria all'infinito: specie per i processi per omicidio, che non possono essere inghiottiti dalla prescrizione. Certo, i costi per la collettività sono incalcolabili, e pesanti anche i costi materiali e psicologici per vittime e imputati. Ma di una norma che metta fine al rimpallo non si è mai parlato. E così non è affatto da escludere che lo stesso esito del processo per il delitto di Perugia possa averlo a breve quello per il delitto di Garlasco, visto che la Cassazione dopo avere annullato la assoluzione di Alberto Stasi potrebbe tranquillamente annullare anche la sua condanna. Come capostipite dei processi interminabili viene indicato abitualmente quello per la strage di piazza Fontana: che però ebbe un percorso accidentato ma tutto sommato lineare, anche se molti anni dopo la stessa Cassazione scrisse che la Cassazione si era sbagliata ad assolvere i neofascisti Freda e Ventura. Ben più surreale fu invece l'andirivieni di un altro processo degli anni di piombo, quello per l'omicidio del commissario Calabresi: Adriano Sofri venne condannato in primo e secondo grado, la Cassazione annullò la condanna, nel nuovo processo d'appello Sofri venne assolto ma la Cassazione annullò anche questa sentenza, e ci vollero un terzo processo d'appello e una nuova condanna, stavolta confermata dalla Cassazione, per chiudere la vicenda. In tempi più recenti, quasi impossibile da spiegare ai non addetti ai lavori è stato l'iter del processo per il rapimento dell'imam terrorista Abu Omar: gli 007 del Sismi vennero assolti in primo e secondo grado, la Cassazione annullò le assoluzioni, a quel punto l'appello bis si concluse con la condanna di tutti gli imputati, ma la Cassazione annullò (fortunatamente senza rinvio, altrimenti si sarebbe andati avanti chissà quanto) anche la sentenza di condanna. Per i reati non puniti dall'ergastolo, a dare un taglio alla faccenda arriva prima o poi la prescrizione, ma l'effetto è ugualmente straniante: la Procura di Milano non ha mai rinunciato a considerare Antonio Fazio, ex governatore della Banca d'Italia, colpevole del caso Unipol, ma si è dovuta arrendere - a causa del tempo trascorso - di fronte alla sentenza di assoluzione dell'appello-bis, dopo che la Cassazione aveva annullato le prime assoluzioni. E nel vuoto rischia di svanire anche il triste caso di Matilda Borin, la bambina uccisa nel 2005 vicino Vercelli. Prima fu assolto l'amante della madre, poi anche la madre; altri non potevano essere stati; la Cassazione ha riaperto il caso, ma - trattandosi di omicidio preterintenzionale - la prescrizione potrebbe arrivare prima di qualunque condanna.

In Italia potente è uguale a impunito. Solo undici persone sono in carcere per corruzione. Perché le inchieste vengono cancellate in massa dalla prescrizione. E così i colletti bianchi non pagano mai per i reati che commettono, scrivono Lirio Abbate e Paolo Biondani su “L’Espresso”. Gong, tempo scaduto: il reato c’è, l’imputato lo ha commesso, ma il processo è durato troppo, per cui il colpevole ha diritto di restare impunito. Nel gergo dei tribunali si chiama prescrizione. È il termine massimo concesso dalla legge per condannare chi ha commesso un reato. In teoria è una nobile garanzia: serve a evitare che uno Stato autoritario possa riesumare accuse del lontano passato e perseguitare i cittadini con processi infiniti. Il guaio è che in tutti i Paesi civili la prescrizione è un evento eccezionale, mentre in Italia è diventata la regola per intere categorie di reati. Una scappatoia legale che premia soprattutto gli imputati eccellenti e la criminalità dei colletti bianchi. E nega giustizia al popolo delle vittime dei reati. E provoca pure danni alle casse dello Stato: le somme, in molti casi si parla di decine di milioni di euro, sequestrati agli imputati in fase di indagine perché ritenute provento della corruzione o concussione, una volta dichiarato prescritto il reato devono essere restituite agli “illegittimi” proprietari. E così, grazie alle leggi-vergogna sulla prescrizione, le tante caste, cricche, logge o lobby della politica e dell’economia possono continuare a rubare. Mentre restano senza giustizia i cittadini danneggiati da truffe, raggiri finanziari, evasioni fiscali o previdenziali, corruzioni, appalti truccati, scandali sanitari, omicidi colposi, traffici di rifiuti pericolosi, disastri ambientali, morti sul lavoro, violenze in famiglia, perfino abusi sui bambini. «L’Italia è l’unico Paese del mondo in cui la prescrizione continua a decorrere per tutti e tre i gradi di giudizio», è la diagnosi tecnica di Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani Pulite che oggi è giudice di Cassazione: «All’estero di regola il conteggio si ferma con il rinvio a giudizio o al massimo con la sentenza di primo grado, dopo di che non si prescrive più niente. Da noi invece il colpevole può farla franca anche se è già stato condannato in primo e secondo grado e perfino se è l’unico a fare ricorso, quindi è proprio lui ad allungare la durata del processo. Quando proviamo a spiegarlo ai magistrati stranieri, non riescono a capacitarsene: “Che senso ha?”». Il senso di questa anomalia italiana è una massiccia impunità: solo nell’ultimo anno giudiziario, come ha detto il primo presidente della Cassazione invocando una «riforma delle riforme», sono stati annientati dalla prescrizione ben 128 mila processi penali. Come dire che in Italia, ogni giorno, evitano la condanna almeno 350 colpevoli di altrettanti reati. La prescrizione facile è da decenni un vizio nazionale: basti pensare che i processi di Mani Pulite, nati dalle storiche indagini milanesi del 1992-1994, si erano chiusi con un bilancio finale di 1.233 condanne, 429 assoluzioni e ben 423 prescrizioni. Già ai tempi di Tangentopoli, insomma, il 20 per cento dei colpevoli riusciva a beffare la giustizia. Invece di risolvere il problema, le cosiddette riforme dell’ultimo ventennio lo hanno aggravato. Il tasso di impunità è salito alle stelle, in particolare, con la legge ex Cirielli, approvata nel 2005 dal centrodestra berlusconiano, che ha reso ancora più breve la via della prescrizione: termini dimezzati, applicazione automatica, obbligo per i giudici di concederla per ogni singolo reato, anche se il colpevole ha continuato a commetterne altri. E così, mentre la crisi economica spinge molti Stati occidentali a punire severamente i reati finanziari e il malaffare politico, in Italia i più ricchi e potenti riescono quasi sempre a sfuggire alla condanna. A documentarlo sono i dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (aggiornati al novembre 2013), raccolti in esclusiva da “l’Espresso”: sugli oltre 60 mila detenuti si contano soltanto 11 accusati per corruzione, 26 per concussione, 46 per peculato (cioè per furto di denaro pubblico), 27 per abuso d’ufficio aggravato. In Germania per reati economici finanziari vi sono in cella 8.600 detenuti. Di fronte all’enormità di un’evasione stimata nel nostro Paese di 180 miliardi di euro all’anno, in cella per frode fiscale ci sono soltanto 168 persone e appena tre arrestati per reati societari o falso in bilancio. La prescrizione all’italiana ha salvato centinaia di imputati eccellenti. L’elenco è interminabile, ma il re delle prescrizioni è sicuramente Silvio Berlusconi, che i giudici hanno dovuto dichiarare «non più punibile» prima per le tangenti a Bettino Craxi, per la corruzione giudiziaria della Mondadori (danni accertati per 494 milioni di euro) e per i colossali falsi in bilancio della Fininvest (caso All Iberian, fondi neri per 1.550 miliardi di lire) e poi, proprio grazie alla legge ex Cirielli approvata dalla sua maggioranza, per le mazzette da 600 mila dollari versate al testimone inglese David Mills, in cambio del silenzio sui conti offshore del Cavaliere. Che ora attende che si prescriva in appello anche la condanna per il caso dell’intercettazione trafugata nel dicembre 2005 per screditare il suo avversario politico Piero Fassino. Persino la prima condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale, quella che gli è costata il seggio in parlamento, è stata ridimensionata dalla prescrizione: le sentenze considerano pienamente provata un’evasione da 368 milioni di dollari, ma la ex Cirielli ha lasciato sopravvivere solo l’ultimo pezzetto di reato, per cui l’ex premier ora deve versare all’Agenzia delle Entrate solo dieci milioni. A sinistra, il miracolato più in vista è Filippo Penati, ex capo della segreteria del Pd: accusato di aver intascato tangenti per oltre due milioni di euro, aveva detto di voler rinunciare alla prescrizione, ma poi non l’ha fatto, e ora resta sotto processo solo per le accuse più recenti e difficili da dimostrare. Tra i big della finanza, autostrade e costruzioni, spicca il caso di Fabrizio Palenzona, che si è visto annullare l’accusa di aver intascato almeno un milione di euro su una rete di conti di famiglia tra Svizzera e Montecarlo, mai dichiarati al fisco e scoperti grazie alle indagini sulle scalate bancarie del 2005. Nel mondo della sanità, la sparizione dei primi reati, provocata dalla solita ex Cirielli, ha fatto tornare in libertà perfino il chirurgo della “clinica degli orrori” Pierpaolo Brega Massone, nonostante la condanna a 15 anni e mezzo. Nel pianeta giustizia, la prescrizione ha salvato l’ex giudice romano arrestato per tangenti Renato Squillante e altri magistrati con i conti all’estero. Tra i casi più recenti c’è la prescrizione ottenuta dal costruttore della “cricca” Diego Anemone per i famosi finanziamenti illeciti versati all’insaputa dell’ex ministro Claudio Scajola, che a sua volta è stato assolto nonostante siano stati usati per l’acquisto della sua casa romana. Mentre l’ex governatore del Molise, Michele Iorio, si è visto cancellare solo in Cassazione la condanna a 18 mesi per abuso d’ufficio e ora può tornare a fare politica nella sua regione. Verso la prescrizione si avviano molti altri scandali come le frodi milionarie di “Lady Asl” alla sanità laziale, le grandi truffe sui farmaci, i danni subiti da migliaia di risparmiatori con i famigerati bond-spazzatura della Cirio. La prescrizione facile, in sostanza, costringe la giustizia italiana, già rallentata da mille cavilli e inefficienze, a una corsa contro il tempo che per molti reati è perduta in partenza. E a truccare l’orologio a favore dei colpevoli sono proprio leggi come la ex Cirielli. Per capire quanto siano ingiusti e spesso drammatici gli effetti della prescrizione all’italiana, basterebbe che i politici legislatori non ascoltassero solo gli avvocati-deputati degli inquisiti, ma anche le vittime dei reati. «Mi chiamo Roberto Bicego, ho 66 anni, sono il primo paziente veneto a cui il luminare della cardiochirurgia Dino Casarotto aveva impiantato, nel novembre del 2000, una valvola-killer brasiliana, così chiamata perché scoppiava nel cuore dei pazienti. Quando si è saputo che aveva preso le tangenti dalle aziende fornitrici, il professore è stato arrestato e condannato in primo grado, ma non ha mai confessato niente, non ha chiesto scusa a noi malati, non ha risarcito nulla e in appello ha ottenuto la prescrizione. Io ho perso il lavoro, la salute, la tranquillità, ancora oggi ho dolori al torace. Il tribunale aveva accolto le richieste dei nostri legali, Giovanni e Jacopo Barcati, e ci aveva concesso un risarcimento provvisorio di 50 mila euro. Ma dopo la sentenza d’appello la direzione dell’ospedale di Padova ci ha intimato di restituirli con gli interessi. Adesso siamo noi a dover pagare i danni: roba da matti». «Sono Giovanni Tomasi, figlio di Clara Agusti, che ha 74 anni e non può muoversi da casa. I medici dicono che mia madre ha subito troppe operazioni, per cui non può più sostituire le sue due valvole cardiache, anche se una è difettosa. Facendosi corrompere, è come se il chirurgo l’avesse condannata a morte. Eppure anche lei ha ricevuto questo decreto ingiuntivo che le impone di risarcire l’ospedale. Ma che giustizia è questa?». Condanna a morte non è un modo di dire: dei 29 malati di cuore che si erano costituiti parte civile nel processo di Padova, solo uno aveva rifiutato di rioperarsi: «È morto durante il processo, il giorno dopo una visita di controllo. Gli hanno trovato pezzi della valvola-killer in tutto il corpo». «Sono Emanuela Varini, la moglie di Annuario Santi, che era un po’ il simbolo delle tante vittime di quelle valvole perché era rimasto paralizzato e seguiva tutte le udienze in carrozzella. Mio marito è morto nel 2008, non ha fatto in tempo a vedere che è finito tutto in prescrizione. Anche a Torino erano stati corrotti due chirurghi, ma hanno confessato e sono stati condannati: il professor Di Summa, quando ha visto mio marito in tribunale, è scoppiato a piangere e gli ha chiesto perdono. Il chirurgo di Padova invece non ha risarcito nessuno e dopo la prescrizione siamo ancora in causa con l’ospedale». A Roma sono cadute in prescrizione tutte le appropriazioni indebite che hanno svuotato le casse di 29 cooperative edilizie che hanno lasciato senza casa circa 2.500 famiglie. L’ex dominus del “Consorzio Casa Lazio” e i suoi presunti complici restano sotto accusa soltanto per bancarotta, ma il processo, lungo e complicato come per tutti i fallimenti a catena, è ancora in primo grado e i risarcimenti restano un sogno. «Le vittime sono migliaia di poveracci che hanno pagato gli anticipi e sono rimasti senza casa», spiega un avvocato di parte civile, Fabio Belloni: «Ci sono molte giovani coppie che avevano impegnato la liquidazione dei genitori, operai e impiegati che hanno perso tutti i risparmi: il Comune ha dovuto aiutare gli sfrattati che erano finiti a dormire per strada. Centinaia di famiglie, dopo aver versato più di centomila euro ciascuna, ora hanno solo la proprietà di un prato in periferia, neppure edificabile». A Milano è ancora fermo in appello, dopo le prime condanne e molte prescrizioni, il processo per le massicce attività di spionaggio illegale compiute dalla divisione sicurezza del gruppo Pirelli-Telecom tra il 2001 e il 2007, con la complicità di ufficiali corrotti anche dei servizi segreti: almeno 550 operazioni di dossieraggio che hanno colpito 4200 persone e decine di società private o enti pubblici. Lo scandalo aveva spinto il Parlamento a imporre per legge la distruzione dei dossier ricattatori: obiettivo raggiunto per i politici spiati, ma non per la massa di lavoratori e cittadini che avevano già subito i danni. E così, la prima vittima conclamata della banda dei super-spioni, il signor D.T., ex dirigente licenziato ingiustamente dalla filiale italiana di una multinazionale americana, non ha mai avuto giustizia, anche se l’intera maxi-inchiesta era partita proprio dal suo caso: «Sono stato spiato per mesi da una squadra di poliziotti corrotti, che per screditarmi non hanno esitato a inventarsi una falsa inchiesta per pedofilia», ricorda D.T. con voce disperata. «Sono stato mobbizzato, perseguitato per due lunghissimi anni: il manager che aveva pagato quel dossier 65 mila euro, ha diffuso quelle calunnie in tutta l’azienda, quindi i colleghi che mi erano amici hanno cominciato a chiamarmi “anormale”, a farmi passare per folle... È stato un inferno, ho avuto un gravissimo esaurimento nervoso, da allora non ho più una vita normale. Ho saputo di essere stato spiato illegalmente solo quando il pm Fabio Napoleone ha trovato la mia pratica: ero il dossier numero 323. Dopo l’arresto, le spie hanno confessato tutto, ma i poliziotti corrotti non sono stati nemmeno processati: era tutto prescritto già all’udienza preliminare. Ho perso il lavoro, la fiducia in me stesso, la serenità familiare e nessuno mi ha risarcito». La legge ex Cirielli favorisce anche i colpevoli di reati odiosi come le violenze contro i bambini. A Roma sono già caduti in prescrizione tre dei quattro processi aperti contro R.P., un padre degenere accusato di aver maltrattato e picchiato la moglie, arrivando a cacciarla da casa di notte con una  neonata, in un drammatico quadro di abusi sessuali sulla figlia minorenne che lei aveva avuto nel precedente matrimonio. Condannato per tre volte in primo grado, l’uomo ha sempre ottenuto la prescrizione in appello. Nel quarto processo, il più grave, ora è imputato di violenza sessuale sulla ragazzina, nonché di averla sequestrata, alla vigilia della deposizione, per costringerla a ritrattare: tribunale e corte d’appello lo hanno condannato a quattro anni e otto mesi, ma l’udienza finale in Cassazione è stata rinviata per un difetto di notifica al prossimo marzo, quando rischia di essere tutto prescritto. «Al di là dei risarcimenti, le vittime dei reati hanno soprattutto un desiderio di giustizia che si vedono negare», spiega l’avvocata Cristina Michetelli. La ex Cirielli sta cancellando anche reati ambientali che minacciano intere comunità e compromettono la filiera alimentare. Della prescrizione facile hanno potuto beneficiare, tra gli altri, i diciannove inquisiti nella maxi-inchiesta sulle campagne avvelenate in Toscana e Lazio: sono imprenditori dello smaltimento, procacciatori d’affari e autotrasportatori che raccoglievano masse di rifiuti pericolosi, truccavano le carte, li riversavano negli impianti di compostaggio (rovinandoli) e poi li rivendevano come concimi da spargere nei terreni agricoli, che ora sono contaminati. In primo grado avevano subito condanne fino a quattro anni, con interdizione dalla professione, ma in appello la prescrizione ha cancellato anche i reati superstiti: ora sono tutti liberi e risultano incensurati, per cui possono tornare a fare il loro lavoro nel ciclo dei rifiuti. A completare il quadro dell’impunità, oltre alla prescrizione facile, sono le lacune normative che impongono di assolvere l’imputato che abbia commesso fatti considerati illeciti dai trattati internazionali, ma non dalle leggi in vigore in Italia. Un esempio per tutti: Francesco Corallo, il re delle slot machine del gruppo B-Plus-Atlantis, è riuscito a far cadere l’accusa, che lo aveva costretto alla latitanza, di aver pagato tangenti a un banchiere, Massimo Ponzellini, in cambio di prestiti per 148 milioni di euro: la Popolare di Milano infatti ha ritirato la querela, rendendo così impossibile processare entrambi per quella «corruzione privata». Anche i grandi evasori che nascondono montagne di soldi all’estero non vengono quasi mai perseguiti dall’Agenzia delle Entrate, perché le prove raccolte con le indagini penali fuori dai confini nazionali non possono essere utilizzate dal fisco italiano: tra i beneficiari di questo divieto, spiccano l’ex ministro Cesare Previti e i suoi colleghi avvocati condannati per corruzione di giudici. E fino a quando non diventerà reato l’auto-riciclaggio, non sarà possibile punire neppure i boss mafiosi che hanno nascosto o reinvestito le ricchezze ricavate con il racket delle estorsioni o i traffici di droga: il codice attuale infatti permette di incriminare solo eventuali complici esterni, ma non direttamente i padroni dei tesori criminali. Benvenuti in Italia, il Paese dell’impunità per i ricchi e potenti.

C'è l'Italia a 5 stelle. Casaleggio vuole processi infiniti per tutti. Casaleggio: le prime tre cose che faremo al governo. «Via prescrizione» Grillo: «Come? Ho 40 processi aperti». Botta e risposta (a distanza) tra il guru e il comico. Tra i primi punti: “Per la pubblica amministrazione sceglieremo sulla base della fedina penale", scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 18 ottobre 2015. Inizia con Casaleggio che fa un giro per gli stand della piazza grillina di Imola. Pochissime parole, circondato da un servizio d’ordine severissimo, il guru del Movimento ha aggiunto qualche elemento in più rispetto a quanto detto dal palco di sabato sera, quando ha spiegato che la squadra di governo dei 5 stelle sarà scelta dagli iscritti. «Tra i primi punti del nostro programma (che sarà anch’esso votato dalla base come annunciato sabato sera, ndr), c’è eliminare la corruzione con gli onesti». Un refrain del Movimento dunque. Ma poi Casaleggio, dopo aver dribblato le domande sull’abolizione del nome di Grillo dal logo, va oltre con un annuncio più sostanzioso «Metteremo mano alla giustizia abolendo la prescrizione», dice a voce bassissima. Una notizia che però non piace troppo a Grillo. Ai microfoni di CorriereTv, il comico (anzi, l’Elevato come ha chiesto di essere chiamato ieri) sbotta: «Come abolire la prescrizione? Io c’ho 40 processi». Poi scherza e, a un cronista che gli chiede delle unioni civili, dice: «1,2,3 al mio tre ti dimenticherai le domanda». Il tutto mentre una signora tenta di baciarlo e la sicurezza la respinge in malo modo. È ancora Casaleggio a dare le risposte più politiche, ossia «mettere persone oneste nelle amministrazioni». E Il primo criterio sarà «la fedina penale», i sospettabili non sarà possibile sceglierli. A scegliere persone e proposte, ancora una volta saranno gli attivisti, attraverso la piattaforma «che è in grado di accogliere i contenuti, che possono essere tanti e diversi». Il problema sarà piuttosto fare una sintesi, è l’ammissione del guru che annuncia anche dei miglioramenti sulla piattaforma. Sui tempi Casaleggio non si sbottona. Ma assicura che lo stesso sistema sarà applicato anche per scegliere i candidati sindaco. Insomma, si preannuncia vivace la seconda e ultima giornata della kermesse grillina. E c’è anche una piccola contestazione, «chiedetegli ai grillini quanto hanno pagato per l’affitto dell’autodromo!», dice un ragazzo in rollerblade e poi scappa via. Mentre la piazza aspetta il gran finale di stasera con Alessandro Di Battista. All’ora di pranzo, Grillo torna sul palco e grida: «Non siamo un movimento siamo una finanziaria della Madonna». E poi ripete: «Siamo l’arca di Noè, siamo la salvezza. E pensate quando la moglie di Noè gli diceva che cazzo stai facendo?», scherza. Poi cita Bob Kennedy (il Pil non è indicatore di benessere). Ma anche Willy il Coyote (“che corre anche quando non c’ha il terreno sotto i piedi”) ma anche le amebe osservate da uno studioso giapponese che ad un certo punto hanno iniziato a muoversi («Sono come me e Casaleggio»). E il filo rosso della kermesse di Imola rimane l’utopia: «Non abbiamo bisogno di leader e di guru. E nemmeno di Elevati. Abbiamo bisogno di un paese in cui i nostri figli vogliano rimanere».

M5S, Casaleggio: "Se andiamo al governo eliminiamo la prescrizione", scrive “Libero Quotidiano”. "La prima cosa da fare è eliminare la corruzione con l'onestà, mettere mano alla giustizia ed eliminare la prescrizione". Lo ha detto Gianroberto Casaleggio rispondendo dalla festa dei 5 Stelle a Imola ai giornalisti che gli chiedevano le prime tre cose da fare se il Movimento 5 Stelle andasse al governo. Poi, ha proseguito Casaleggio, "bisogna mettere persone oneste nelle amministrazioni scelte in base alla fedina penale. I sospettabili - ha sottolineato - non sarà possibile sceglierli". "Casaleggio? Pura follia" - "La proposta di Casaleggio è pura follia. Con la lentezza dei processi in Italia e con l'uso politico che si fa della giustizia nel nostro Paese, eliminare la prescrizione vorrebbe dire tenere ogni singolo cittadino in ostaggio per tutta la vita", è il commento di Elvira Savino, deputata di Forza Italia. "Le parole dello stratega della comunicazione di Grillo - aggiunge Savino - dimostrano tutta la pericolosità del Movimento 5 stelle, profondamente illiberale e fondato sul giustizialismo. Il grillismo è un riadattamento ai tempi moderni di quel dipietrismo che è già fallito e che tanti danni ha prodotto al nostro Paese". «I grillini confermano la loro imbarazzante inclinazione al becero giustizialismo» aggiunge la collega di partito Gabriella Giammanco.

Processo dura 20 anni, lo stupro è prescritto. Il giudice: "Chiedo scusa alla vittima". Cade l'accusa per l'uomo che abusò della figlia della convivente. In Appello tutto si è arenato. Il ministro Orlando manda gli ispettori: "è un fatto che ribollire il sangue", scrive Sarah Martinenghi il 21 febbraio 2017 su "La Repubblica". "Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano". Con queste parole, la giudice della Corte d'Appello Paola Dezani, ieri mattina, ha emesso la sentenza più difficile da pronunciare. Ha dovuto prosciogliere il violentatore di una bambina, condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, perché è trascorso troppo tempo dai fatti contestati: vent'anni. Tutto prescritto. La bambina di allora oggi ha 27 anni. All'epoca dei fatti ne aveva sette. Dall'aula l'hanno chiamata per chiederle se volesse presentarsi al processo, iniziato nel 1997, in cui era parte offesa. Ma lei si è rifiutata: "Voglio solo dimenticare". Il procedimento è rimasto per nove anni appeso nelle maglie di una giustizia troppo lenta. Lo ammette senza mezzi termini il presidente della corte d'Appello Arturo Soprano: "Si deve avere il coraggio di elogiarsi, ma anche quello di ammettere gli errori. Questa è un'ingiustizia per tutti, in cui la vittima è stata violentata due volte, la prima dal suo orco, la seconda dal sistema". In aula, a sostenere l'accusa della procura generale, è sceso l'avvocato generale Giorgio Vitari. "Ha espresso lui per primo il rammarico della procura generale per i lunghi tempi trascorsi - spiega il procuratore generale, Francesco Saluzzo - Questo procedimento è ora oggetto della valutazione mia e del presidente della Corte d'Appello. È durato troppo in primo grado, dal 1997 al 2007. Poi ha atteso per nove anni di essere fissato in secondo". La storia riguarda una bambina violentata ripetutamente dal convivente della madre. La piccola, trovata per strada in condizioni precarie, era stata portata in ospedale, dove le avevano riscontrato traumi da abusi e addirittura infezioni sessualmente trasmesse. La madre si allontanava da casa per andare a lavorare e l'affidava alle cure del compagno. Il procedimento alla procura di Alessandria parte con l'accusa di maltrattamenti e violenza sessuale. In udienza preliminare viene però chiesta l'archiviazione per parte delle accuse e l'uomo riceve una prima condanna, ma solo per maltrattamenti. Contemporaneamente, il giudice dispone il rinvio degli atti in procura perché si proceda anche per violenza sessuale. Nel frattempo, però, sono già trascorsi anni. L'inchiesta torna in primo grado e, dopo un anno, viene emessa la condanna nei confronti dell'orco: 12 anni di carcere. Da Alessandria gli atti rimbalzano a Torino per il secondo grado. Ma incredibilmente il procedimento resta fermo per nove anni in attesa di essere fissato. Finché, nel 2016, il presidente della corte d'Appello Arturo Soprano, allarmato per l'eccessiva lentezza di troppi procedimenti, decide di fare un cambiamento nell'assegnazione dei fascicoli. "Ho tolto dalla seconda sezione della corte d'Appello circa mille processi, tra cui questo, e li ho ridistribuiti su altre tre sezioni. Ognuna ha avuto circa 300 processi tutti del 2006, 2007 e del 2011. Rappresentavano il cronico arretrato che si era accumulato", spiega. La prima sezione ha avuto tra le mani per un anno il caso iniziato nel 1997. E l'udienza si è svolta solo ieri. "Ormai, però, era intervenuta la prescrizione". Un altro errore si è aggiunto alla catena di intoppi giudiziari: per sbaglio è stata contestata all'imputato una recidiva che non esisteva, il che avrebbe accorciato ulteriormente la sopravvivenza della condanna. I giudici, ascoltate le scuse della procura generale, si sono chiusi a lungo in camera di consiglio. Forse nella speranza di trovare un'ancora di salvezza. Alla fine, però, ha vinto il tempo. Sulla vicenda è anche intervenuto il ministro della giustizia Andrea Orlando che ha deciso di mandare gli ispettori di via Arenula per svolgere accertamenti preliminari in merito al processo, caduto in prescrizione.

Reato prescritto, pedofilo libero: il giudice chiede scusa, scrive di Roberta Catania il 22 febbraio 2017 su “Libero Quotidiano”. «Abbiamo chiesto scusa alla vittima perché siamo stati costretti a chiedere il proscioglimento dell'imputato, nonostante non volessimo. È intervenuta la prescrizione». Ecco la giustificazione del procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, dopo che si è concluso, senza alcuna condanna, il processo a carico di un uomo che violentò la figlia della sua compagna dell'epoca, una bimba di sette anni. Per carità, sentire un giudice chiedere scusa è un evento di tale rarità che non si può non darne atto. Però rimane un fatto gravissimo che un caso così delicato sia rimbalzato per vent' anni da una scrivania all' altra senza trovare una giusta collocazione e dare un giusto processo alla vittima e al suo aguzzino. L'altro ieri la vittima di quelle violenze sessuali - che il compagno della madre le infieriva mentre la donna era al lavoro - non si è presentata in aula al Palagiustizia di Torino. Lei oggi ha 27 anni, vuole solo dimenticare e andare avanti. Un reset che sarebbe stato giusto offrirle molti anni fa, con tempi della giustizia più rapidi, condannando il suo stupratore ai giusti anni di prigione, invece di rammaricarsi oggi dichiarando «la prescrizione». Anche il presidente della corte d' Appello ha chiesto perdono alla donna e «al popolo italiano» per l'esito di una vicenda «su cui giustizia non c' è stata, perché non è stato possibile farla». Ma la colpa di chi è? Di quella ragazza che forse non aveva il denaro per pagare un brillante avvocato che incalzasse le udienze o di quei giudici che oggi chiedono perdono? Forse non loro direttamente, visti gli intoppi in cui è inciampato il caso, ma comunque qualcuno dovrebbe pagare un risarcimento o i danni morali. Il primo passo di questo processo è datato 1997. Il fascicolo arriva al tribunale di Alessandria, dove avviene il primo inciampo della giustizia. In udienza preliminare, il gup della provincia piemontese non aveva riconosciuto l'accusa di violenza sessuale ma soltanto quella di maltrattamenti. Accusa contestata successivamente dal giudice, che riesce a far riconoscere lo stupro, ma intanto altri anni erano andati persi. Il processo di primo grado dura tantissimo: dieci anni. E non per colpa di centinaia di testimoni da sentire o migliaia di perizie da esaminare, ma perché tra un'udienza e l'altra trascorrevano tempi inspiegabilmente biblici. Come se non fosse bastato un primo grado durato dieci anni, ce ne sono voluti altri nove prima che venisse fissato l'Appello. Diciannove anni, quindi, perché il caso arrivasse al tribunale di Torino per discutere il secondo grado di giudizio. E quando il fascicolo è stato preso in mano dai togati, oplà, era già tutto scaduto. Dopo molte ore di camera di consiglio, due giorni fa la giudice della Corte d' Appello Paola Dezani che ha dichiarato «prosciolto lo stupratore». Lo ha fatto con imbarazzo, dicono. Anche lei mortificata per una lentezza della giustizia che non ha lasciato impunito un abuso edilizio, ma che ha condonato le ripetute violenze sessuali su una bambina di sette anni. Adesso, in Piemonte arriveranno gli ispettori del ministero della Giustizia. Adesso, i giudici chiedono scusa. Adesso, la notizia rimbalza su tutti i giornali. Ma per venti anni nessuno ha preso a cuore la giustizia che meritava quella bambina e domani nessuno pagherà per qualcosa che tornerà ad essere catalogato come ordinaria lentezza della giustizia italiana. 

Reato di stupro prescritto: ma chi paga? Le parole non restituiranno sollievo alla 27enne che 20 anni fa fu abusata, ma la sanzione dei responsabili. Di chi ha omesso, ignorato, e non ha vigilato, scrive il 22 febbraio 2017 Marco Ventura su Panorama. Per la giustizia negata non c’è altra soluzione che accelerare i processi e far valere il principio che chi sbaglia paga. Anche il magistrato negligente o lavativo. Tutto il resto è retorica: proposte di grande riforma del sistema giudiziario, ipotesi illiberali come quella di rendere infinito il tempo della prescrizione, scuse pubbliche prive di conseguenze concrete che servono soltanto a lavare le coscienze. Ben venga la prescrizione per l’uomo condannato in primo grado a 12 anni per aver abusato della figlia (che di anni ne aveva 7) della convivente; ben venga la notizia dei 20 anni di processo che non sono bastati a restituire, se non la serenità, almeno la giustizia a una donna che oggi ha 27 anni e dice di voler “solo dimenticare”; ben venga il proscioglimento del (dobbiamo dire presunto?) violentatore, se questa ennesima sconfitta della giustizia italiana servirà a qualcosa. Per esempio, a evitare in futuro nuove sentenze di prescrizione di reati che se non puniti “fanno ribollire il sangue”, come ha sollecitamente dichiarato con espressione suggestiva il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, annunciando l’invio di ispettori. E ben vengano le scuse agli italiani del giudice della Corte d’Appello di Torino, Paola Dezani, che ha dovuto emettere “in nome della legge” la sentenza, prendendo atto che il reato era prescritto: troppi dieci anni per il processo di primo grado (1997-2007) più altri nove per fissare l’udienza in appello. Ben venga la denuncia del presidente della Corte d’Appello, Arturo Soprano, che parla di “ingiustizia per tutti” e vittima “violentata due volte, la prima dall’orco, la seconda dal sistema”. Eppure. Il Sistema ha un volto. Un nome. Altrimenti sono tutti colpevoli e nessuno è colpevole. E anche questo è il Sistema. Che si difende auto-accusandosi. Il dubbio che qualcosa cambi davvero è forte. Perché in Italia manca del tutto il concetto di responsabilità, che è sempre personale ed è quella per la quale meriti e demeriti producono premi o sanzioni. Succede invece che il buon giudice continui a svolgere il proprio lavoro in silenzio, smazzando sentenze e trattando equamente le cause che trova sul tavolo, sforzandosi di leggere le carte prima di prendere decisioni. E capita poi che vengano emesse sentenze prima ancora di ascoltare le parti in udienza: la condanna pre-confezionata e “per errore” firmata e controfirmata. Per dire quanto la giustizia possa essere veloce: la sentenza precede l’udienza. Svista che smaschera anch’essa un Sistema. C’è una lacuna nello scandalo dello stupro pedofilo impunito. Un difetto, forse, nella comunicazione dei magistrati. Un dubbio, un rovello anzi, che deve assillare chiunque non si accontenti di denunciare le imperfezioni del Sistema. Il dubbio è che la vittima di 7 anni che oggi ne ha 27 e vuole solo dimenticare abbia tragicamente ragione. Primo, perché se anche la giustizia fosse arrivata in tempo (nei termini) sarebbe stata comunque tardiva. È ragionevole che si debbano aspettare 17-18 anni per vedere condannato il proprio violentatore o perché un uomo accusato di violenza venga processato? Siamo un Paese incivile. È di ieri la notizia che a Rio de Janeiro sono stati condannati a 15 anni di carcere due autori della violenza di gruppo su una sedicenne commessa lo scorso maggio. E parliamo di Brasile e favelas. Non di Alessandria o Torino. Secondo, perché il moltiplicarsi di scuse dei magistrati (pur benvenute e doverose) e dichiarazioni di quanti hanno la responsabilità della “giustizia” nascondono una diffusa ipocrisia. Qui non sono le parole a poter restituire uno straccio di riparazione alla 27enne che vent’anni fa fu abusata, ma la sanzione dei responsabili. Di chi ha omesso, ignorato, sottovalutato. Di chi ha lavorato male e provocato un danno con la sua negligenza. Di chi non ha vigilato. La sanzione può anche essere semplicemente un fermo alla carriera, un trasferimento, una censura. La magistratura gode di benefici economici (e non solo) in ragione della sua autorevolezza. Che oggi è ai minimi nell’opinione pubblica. E la sua autonomia, invece, rischia di esser vista come arroccamento corporativo e difesa dei privilegi. Se nessuno, alla fine e dopo tante belle parole, non pagherà per la denegata giustizia o per l’errore giudiziario (le carceri ne sono piene), avrà sempre ragione il presidente della Corte d’Appello di Torino, che ha scelto male le parole quando ha detto che la 27enne che vuole solo dimenticare è vittima due volte: dell’orco e del sistema. E la vittima rischia così di essere vittima non due ma tre volte, vittima dell’ipocrisia di quelli che puntano l’indice contro un ente inafferrabile e irresponsabile (il Sistema) invece di volgere lo sguardo al proprio fianco, nell’ufficio accanto, tra i colleghi, e additare i colpevoli, i veri ir-responsabili, con nome e cognome.

Se il processo dura 20 anni non c’entra la legge ma i magistrati, scrive Piero Sansonetti il 22 Febbraio 2017, su "Il Dubbio". Lo scandalo non sta nel fatto che è scattata la prescrizione, dopo 20 anni dal reato e 20 anni dall’inizio del procedimento penale. Lo scandalo sta nel fatto che non sono bastati 20 anni alla magistratura per concludere l’iter processuale. Se un processo per lo stupro di una bambina dura vent’anni e poi l’accusa cade in prescrizione, la colpa di chi è? È successo in Piemonte. Ieri la notizia ha conquistato le home page di tutti i siti, e l’hanno data le Tv. Un po’ ovunque è sembrato sentire un atto di accusa vibrante contro la prescrizione, cioè quel meccanismo satanico e da azzeccagarbugli che permette agli imputati di farla franca. Il procuratore generale di Torino ha dichiarato ai giornali che occorre una profondissima riforma, e che il compito tocca al legislatore. È il ritornello di sempre, ripetuto incoro da giornali e procure: le colpe per la malagiustizia comunque sono del potere politico e delle norme troppo garantiste. Mentre i magistrati, di solito, si comportano in modo egregio e infatti, come è noto, combattono contro la prescrizione. Se il potere politico non si opponesse alle giuste battaglie dei magistrati e facesse le cose a modino, come i magistrati chiedono, ecco che questo scandalo del presunto pedofilo che la fa franca non sarebbe avvenuto…Davvero è così? Non solo non è così ma è esattamente il contrario.  La prescrizione è una misura estrema che serve solo a mettere un argine alla violazione di un principio costituzionale che è quello della “ragionevole durata del processo” (art 111 della Costituzione). E nessuno può avere dubbi sul fatto che 18 o 19 anni devono essere più che sufficienti per concludere un processo nel quale un uomo è accusato di avere esercitato violenza sessuale su una bambina di 7 anni. Noi, né nessun altro giornalista, non siamo assolutamente in grado di sapere se a carico dell’imputato ci fossero o no prove sufficienti. Essere accusati d i pedofilia, insegnano casi giudiziari anche molto recenti, non vuole assolutamente dire essere colpevoli. Spesso le accuse per pedofilia cadono, risultano infondate (pensate solo alla vicenda assurda di quei poveretti accusati di “pedofilia” di massa in una scuola di Rignano, in provincia di Roma, e poi risultati tutti completamente innocenti, dopo mesi di carcere e anni di infamie). Ma qui la questione non è certo quella di stabilire se l’imputato fosse o no colpevole. Si tratta semplicemente di capire perché il processo è andato in appello dopo 20 anni, quando ormai l’accusato era diventato vecchio, e la bambina era diventata una signora (la quale, tra l’altro, ha fatto sapere che di questa storia non vuole sapere più niente). Allora, proviamo a vedere come stanno le cose. Le Procure e le Corti d’appello, sicuramente, sono intasate da migliaia di procedimenti giudiziari che non riescono a smaltire. Questo vuol dire che tutti i provvedimenti giudiziari durano 20 anni? No. E sarebbe logico che i processi per i reati più gravi andassero più spediti. Non sempre è così. Per esempio gli avvocati di tal Silvio Berlusconi ci dicono che dal 1995 a oggi il suddetto Silvio Berlusconi ha subito 70 processi. Naturalmente nei processi a Berlusconi, la procura di Alessandria e la corte d’appello di Torino (cioè le due istituzioni che non sono riuscite a processare il sospetto pedofilo) non c’entrano niente. Berlusconi è stato processato soprattutto dalla Procura di Milano. Però il paragone, dal punto di vista politico, regge eccome. Le procure hanno trovato tutto il tempo necessario per processare 70 volte Berlusconi, mentre altre procure non riuscivano a fare un solo processo a quel signore accusato di aver violentato una bambina. Come è possibile questo? Forse c’è una sola spiegazione: processare un tipo come Berlusconi è attività assai più attraente che processare un sospetto pedofilo sconosciuto. Produce uno spettacolo molto maggiore, titoli sui giornali in grande rilievo, tv, fama. Un procedimento giudiziario che garantisca un alto tasso di spettacolarità e che magari abbia la possibilità di avere un peso significativo sulla vicenda politica italiana, procede spedito. Nell’unica condanna subita da Berlusconi (quella per una evasione fiscale commessa da Mediaset) tra la conclusione dell’appello e la sentenza della Cassazione (assegnata a una sezione presieduta da un giudice che poi è andato in pensione e ora fa il commentatore sul “Fatto Quotidiano”) passarono addirittura pochi mesi. Fu un caso esemplare di giustizia speedy gonzales. Dunque è del tutto evidente che non è l’istituto della prescrizione il colpevole, ma il colpevole va cercato nel funzionamento di alcuni settori della magistratura. Ha fatto molto bene la giudice Paola Dezani, pronunciando la sentenza che prendeva atto dell’avvenuta prescrizione, a chiedere scusa agli italiani a nome della magistratura. Però ora sarebbe anche il caso di chiedersi di chi sia la colpa del sovraffollamento di procedimenti penali. Forse, per esempio, è colpa dell’obbligatorietà dell’azione penale, norma difesa col coltello tra i denti dall’Associazione magistrati, e che ormai è diventata insensata? E magari è colpa anche dell’ostinazione con la quale molti Pm ricorrono in appello di fronte a una sentenza di assoluzione in primo grado (che pure dovrebbe far scattare, a lume di logica, il ragionevole dubbio previsto dal codice penale come condizione di non condanna)? È chiaro che una riforma della giustizia è assolutamente necessaria. Da anni molti governi di centrodestra e di centrosinistra tentano di realizzarla, ma nessuno ci riesce proprio per la tenace e potente resistenza dell’Anm.

Giustizia carogna, scrive Fabrizio Boschi il 31 gennaio 2017 su "Il Giornale”. Nel febbraio 2012 ci provò un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: presentò una proposta di legge per obbligare lo Stato a rifondere le spese legali del cittadino che viene imputato in un processo penale e ne esce assolto con formula piena. Non venne mai nemmeno discussa. Eppure affrontava una delle peggiori ingiustizie italiane. Il corto circuito che ne viene fuori è poi un altro: chi è sotto la soglia di povertà, ovvero meno di 16mila euro all’anno, può ottenere l’avvocato pagato dallo Stato, ovvero il gratuito patrocinio. Chi usufruisce di questo favore pagato da noi cittadini sono di solito, delinquenti, evasori seriali, ed extracomunitari. Pochissimi gli italiani. Doppia beffa. Davanti al Tar poi la cosa si fa ancora più triste: le cause contro lo Stato vengono pagate dallo Stato stesso. Ogni anno in questo paese si aprono 1,2 milioni di procedimenti penali, più alcune centinaia di migliaia di processi tributari. Gli assolti, alla fine, sono la maggioranza: secondo alcune stime sono quasi i due terzi del totale. Moltissimi sono quelli che escono dalle aule di giustizia assolti con una “formula piena”, come si dice, e cioè perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto. Costoro, però, devono comunque pagare di tasca propria l’avvocato e i professionisti di parte: periti, tecnici, consulenti. Si tratta di cifre a volte molto importanti. La famiglia di Raffaele Sollecito, processato per otto anni come imputato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, ha dovuto pagare 1,3 milioni di euro al suo avvocato Giulia Bongiorno. Elvo Zornitta, accusato ingiustamente di essere “Unabomber”, il terrorista del Nord-Est, dovrebbe pagarne 150mila al suo avvocato. Giuseppe Gulotta, vittima del peggiore errore giudiziario nella storia d’Italia (22 anni di carcere da innocente) dovrebbe affrontare una spesa da 600mila euro. Ci sono poi tantissimi casi nei quali anche parcelle da alcune decine di migliaia di euro rappresentano la rovina economica per qualcuno. Oppure casi in cui per non sentir più parlare di quel caso, il cliente soccombe a questa ingiustizia, si china e paga. Quando poi il querelante decide di rimettere la querela, perché magari ha obbligato,  tramite il proprio avvocato, ad un accordo segreto il querelato, che decide di pagare (in nero) pur di veder finito il suo calvario (un ricatto in piena regola insomma: io rimetto la querela se tu mi dai tot altrimenti vado avanti con la causa), allora dopo alcuni anni il querelato si vede pure arrivare a casa una bella cartella di Equitalia, riguardo alle spese originate dalla remissione di querela, come prevede la legge: è la norma processuale, infatti, che fissa a carico del querelato la refusione delle spese del procedimento. Altra follia pura. Insomma, lo Stato ti obbliga a pagare le spese legali anche se vinci le cause, ma non ha remore nel pagare il difensore all’extracomunitario che non ha nulla ed è in Italia illegalmente. Anche importanti giuristi e magistrati concordano col fatto che far pagare le spese legali a chi ha vinto la causa o è innocente sia una pura follia. Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, si dice convinto che sia «una fondamentale questione di giustizia: con il discutibile principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, lo Stato stabilisce il dovere d’indagare dei pubblici ministeri; ma ha anche l’obbligo di risarcire l’avvocato all’innocente che senza alcun motivo ha dovuto affrontare spese legali, spesso elevate». Giorgio Spangher, docente di procedura penale alla Sapienza di Roma, ipotizza un fondo «che provveda almeno in parte a indennizzare le spese sostenute», come già avviene per l’ingiusta detenzione. Certo, il problema (come sempre in questi casi) sono le casse dello Stato: con la legge di Stabilità per il 2016 il governo ha appena dimezzato e reso praticamente inaccessibili le disponibilità previste per la legge Pinto, la norma che dal 2001 indennizzava gli imputati vittime della lunghezza dei processi a un ritmo di circa 500 milioni l’anno. Sarà forse difficile, pertanto, che si possa mettere in atto qualcosa di valido sul rimborso delle spese legali. Ma non può essere questa la scusa per distogliere lo sguardo da questa vera ingiustizia. Se sei stato accusato di un reato o querelato ingiustamente e poi al termine di un processo una sentenza sancisce la tua innocenza o estraneità ai fatti o il fatto non sussiste, o il fatto non costituisce reato, non è giusto che sia tu a pagare l’avvocato: deve farlo lo Stato. Che invece paga il patrocinio ai delinquenti. 

Sorpresa: la prescrizione la decide quasi sempre il pm, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 4 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Lo studio dell'associazione "Fino a prova contraria". Annalisa Chirico, giornalista e fondatrice del movimento "Fino a prova contraria", ha pubblicato ieri sul Foglio un interessante studio dei dati relativi alla prescrizione dei procedimenti penali in Italia. Studio che merita di essere approfondito e commentato, visto che cristallizza in maniera inconfutabile alcune verità che non faranno certamente piacere ai giustizialisti in servizio permanente effettivo. Partendo dalle rilevazioni statistiche del Ministero della Giustizia, raccolte in un documento dello scorso maggio, la giornalista ha potuto constatare che circa il 60% delle prescrizioni avvengono nella fase delle indagini preliminari. Quindi nella fase in cui il pubblico ministero è dominus assoluto del procedimento e dove la difesa, usando una metafora calcistica, "non tocca palla". Il dato smentisce una volta per tutte la vulgata che vedrebbe l'indagato ed il suo difensore porre in essere condotte dilatorie per sottrarsi al giudizio. Quella che viene comunemente chiamata "fuga dal processo". Di contro, certifica l'assoluta discrezionalità dell'ufficio del pubblico ministero nella gestione del procedimento. Com'è noto, attualmente, nessuna sanzione è prevista per il Pm che ritarda la definizione di un suo fascicolo oltre il termine delle indagini preliminari. Anzi, la proposta di prevedere l'avocazione del procedimento da parte della Procura generale trascorsi 3 mesi dalla scadenza del termine massimo di durata delle indagini, ha scatenato la rivolta dei pubblici ministeri. L'analisi riserva, poi, altre sorprese. Ad esempio una gestione degli affari penali a "macchia di leopardo". Se esistono uffici virtuosi, in cui la prescrizione è praticamente inesistente e tutti i procedimenti vengono definiti in tempo, di contro in molti tribunali tale istituto raggiunge percentuali veramente sorprendenti. Anche in questo caso, dunque, è molto difficile "scaricare" la responsabilità sull'indagato e sul suo difensore. Piuttosto è un problema di organizzazione dell'ufficio. E non di aree geografiche. Visto che si prescrivono, per fare un esempio, più reati a Parma che a Palmi. In conclusione, il danneggiato è sempre il cittadino che, purtroppo, paga sulla sua pelle le inefficienze del sistema.

La prescrizione è garanzia di giustizia, i pm la trasformano in un mostro giuridico. L’analisi statistica licenziata dal ministero di via Arenula e il rischio di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile che grava sul cittadino, scrive Annalisa Chirico il 3 Novembre 2016 su “Il Foglio". Tribunale che vai, giustizia che trovi. L’incidenza della prescrizione nella fase predibattimentale, prima del processo, passa dal 40 percento di Torino allo 0,1 di Pordenone, dal 13,7 di Milano al 3,6 di Firenze, dall’8,5 di Bari al 9,9 di Barcellona Pozzo di Gotto (40 mila abitanti nel messinese…). Non va meglio a processo avviato: il divario di efficienza si contrae ed espande come una fisarmonica, dal 51 percento del tribunale di Tempio Pausania allo 0,2 di Aosta, dal 33,1 di Spoleto al 2 di Milano, con Salerno, Venezia e Palermo che oscillano tra i 13 e 14 punti percentuali. Sul territorio nazionale lo stato fornisce un servizio “a macchia di leopardo”, con differenze vistose e stridenti da ufficio a ufficio, a parità di norme e, in molti casi, di risorse. Sul sito web del movimento “Fino a prova contraria”, compare l’analisi statistica licenziata dal ministero di via Arenula lo scorso maggio. Grafici e tabelle fotografano lo stato della prescrizione in Italia, un’autopsia fortemente voluta dal capogabinetto del ministero, il magistrato Giovanni Melillo. Notoriamente parco di esternazioni mediatiche, Melillo si lascia andare a un fugace commento: “Non contano le norme ma gli uomini”. E’ l’elemento umano, le “guarnigioni” di Karl Popper, a decretare lo iato di efficienza tra situazioni pure assimilabili per dotazione di organico e normativa vigente. Forse per questa franchezza assai poco corporativa dalle parti del Csm, che già una volta gli ha sbarrato la strada nella corsa a procuratore capo di Milano, il dottor Melillo non è amatissimo, additato piuttosto come archetipo della toga “collaborazionista”, sedotta dal potere politico. Dai dati ministeriali riaffiora l’eterno grattacapo: è giusto rimediare alla lentezza dei processi con l’allungamento ipertrofico della prescrizione? Il rischio di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile grava sul cittadino. E, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, la prescrizione è “un istituto di garanzia per il sistema. Ha senso condannare oggi per una corruzione commessa vent’anni fa?”. I tempi ragionevoli, questi sì che sarebbero una conquista di civiltà per innocenti e colpevoli. Secondo l’analisi ministeriale, negli ultimi dieci anni le prescrizioni si sono ridotte del 40 percento, passando dagli oltre 213 mila procedimenti estinti nel 2004 a circa 132 mila nel 2014. Il 58 percento delle estinzioni per prescrizione avviene nella fase preliminare del giudizio, un ulteriore 4 percento delle sentenze dichiaranti l’avvenuta prescrizione sono emesse da gip e gup. Vi è poi un 19 percento di casi in primo grado, 18 percento in Corte d’appello mentre solo una volta su cento la prescrizione matura in Cassazione. En d’autres mots, nel 62 percento dei casi la prescrizione incombe prima del processo, nella fase delle indagini preliminari, quando il pm è dominus e l’avvocato è spettatore inerme. Il 62 percento è la riprova che l’obbligatorietà dell’azione penale resta una chimera: il pm decide discrezionalmente quali fascicoli far avanzare e quali abbandonare lungo il sentiero dell’estinzione per decorrenza dei termini. L’appello rappresenta la fase con l’incidenza più elevata, tra il 2014 e il 2015 si è registrato un consistente calo delle prescrizioni in Cassazione. Quanto alle categorie di reato, nel 2014 quelli legati alla circolazione stradale presentano il maggior tasso d’incidenza, lo scorso anno invece primeggiano i reati legati al traffico e consumo di stupefacenti, seguiti da quelli contro il patrimonio. L’incidenza della prescrizione sui definiti si attesta all’1,3 per i reati di violenza sessuale, al 5,6 per i reati ambientali, al 5,9 per lesioni e omicidi colposi, al 9,1 per i reati di truffa, al 12,5 per i reati contro la Pubblica amministrazione. Su base geografica l’incidenza della prescrizione sulle definizioni nelle corti d’appello spazia dal 48 percento di Venezia al 12 percento di Milano. Napoli, Reggio Calabria e Caserta si stagliano al di sopra della media nazionale. Sassari, Catanzaro, Potenza e Messina viaggiano al di sotto. Nel penale, su cento procedimenti 9,5 si prescrivono, tra questi 5,7 nella fase delle indagini preliminari, 3,8 nel corso dei tre gradi di giudizio. Tribunale che vai, giustizia che trovi. Nella speranza che giustizia sia.

Davigo: non ho mai incontrato Grillo né tramato contro Berlusconi. Il magistrato: la prescrizione? Per i politici ha un peso diverso rispetto agli altri, scrive Giovanni Bianconi il 5 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. «Già domenica mattina ho mandato una e-mail al mio avvocato per dirgli di predisporre una querela contro Il Giornale». Quel giorno campeggiava un titolo in prima pagina: «Trame a 5 stelle - Ecco chi è il mandante dell’agguato a Berlusconi - Vertici segreti tra Grillo e Davigo dietro la legge per fare fuori il cavaliere dalla vita politica».

Che cosa c’era di sbagliato, dottor Davigo?

«Tutto. Non ho mai incontrato Grillo in vita mia, se non quarant’anni fa, lui sul palco e io spettatore di un suo spettacolo. Né ho mai partecipato all’ideazione o alla stesura di qualsivoglia emendamento alla legge elettorale che punti a estromettere Berlusconi dalla vita politica».

E dopo domenica che cosa è successo?

«Lunedì ho telefonato allo stesso avvocato per raccomandargli di sbrigarsi a presentare la denuncia, senza aspettare come suo solito la scadenza dei novanta giorni di tempo, perché tra tante diffamazioni questa mi dà molto fastidio».

Risultato?

«Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò nel suo studio a firmare la querela. E mi pare che questa cronologia contenga in sé la smentita attesa dal collega Galoppi».

Claudio Galoppi è il componente del Consiglio superiore della magistratura che ieri, in un’intervista a Il Foglio intitolata «Bordata dal Csm contro Davigo», ha detto, a proposito delle notizie riportate da Il Giornale: «Mi auguro che arrivi presto una smentita; se Davigo non smentirà, non potranno non esserci conseguenze». Galoppi è un rappresentante di Magistratura indipendente, la corrente considerata più a destra nella classificazione politico-culturale delle toghe, da cui Piercamillo Davigo è uscito due anni fa insieme a un consistente numero di colleghi, fondando il gruppo chiamato Autonomia e indipendenza. Tra i motivi della scissione da Mi c’era anche il dissenso con la posizione del leader Cosimo Ferri, che da quattro anni e mezzo occupa la poltrona di sottosegretario al ministero della Giustizia, inizialmente come tecnico in quota Forza Italia e poi, dopo l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza del governo Letta, come tecnico e basta.

Nella sua intervista Galoppi s’è detto allibito se davvero lei avesse affermato che chi non rifiuta la prescrizione dovrebbe vergognarsi, perché “non spetta a un magistrato esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali”.

Che cosa replica?

«Che io non stavo parlando della prescrizioni in generale né delle scelte processuali di un cittadino comune, ma del caso specifico dell’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, cioè di una persona che ha svolto ruoli amministrativi. E non ho fatto valutazioni morali, bensì ho citato e interpretato l’articolo 54 della Costituzione, secondo il quale “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Non mi pare che chi evita una condanna grazie alla prescrizione possa rivendicare di aver svolto il suo compito con onore».

Dunque secondo lei un uomo politico deve sempre rinunciare alla prescrizione?

«Può fare quello che vuole, ma la Costituzione pone una netta distinzione tra i cittadini che esercitano funzioni pubbliche e tutti gli altri. Non sono uguali, perché chi amministra ha doveri e obblighi in più, tra cui quello di adempiere al proprio ruolo con onore. Mi sembra strano che debba ricordare queste cose a un magistrato che siede al Csm».

L’altra sera in tv le hanno chiesto chi risarcisce le persone che escono innocenti dai processi, e lei s’è alterato. Perché?

«Perché nell’elenco avevano inserito Penati, che per un reato ha usufruito della prescrizione pur avendo dichiarato in passato che vi avrebbe rinunciato, e dunque non mi pare che ci sia nulla da risarcire. Io come magistrato svolgo funzioni pubbliche, e se in un procedimento penale vengo accusato di reati poi dichiarati prescritti, per quei fatti scatta l’azione disciplinare. Altro che risarcimento».

Dietro il dibattito che a intermittenza si riaccende sulle sue dichiarazioni c’è sempre il retropensiero che un giorno lei possa scendere in politica, e assumere una carica di governo.

«Sono 25 anni che rispondo che non mi interessa, e che non farò mai politica. E lo ribadisco, di più non posso fare».

Il prossimo anno si voterà per il Parlamento ma anche per il rinnovo del Csm. Lei si candiderà al Csm?

«A questa domanda non rispondo».

Questo significa che potrebbe farlo.

«Significa che non rispondo».

"Frasi gravi e imbarazzanti". Ora il Csm striglia Davigo. Galoppi bacchetta il collega: "Mi auguro smentisca gli incontri con il M5S per suggerire la norma anti Cav", scrive Anna Maria Greco, Venerdì 6/10/2017, su "Il Giornale". Se parlate con magistrati di destra, sinistra, centro, corrente A o corrente B, è un coro di proteste contro le uscite di Piercamillo Davigo. L'ex presidente dell'Anm, già star del pool Mani pulite, con i suoi comizi politici di taglio giustizialista in programmi tv, feste pubbliche e convegni di partito, mette in imbarazzo per primi i suoi colleghi in toga. C'è grande malumore all'Anm e a Palazzo de' Marescialli. Alla prima commissione del Csm e al Procuratore generale della Cassazione (titolare dell'azione disciplinare e membro di diritto del consiglio), arriverà l'esposto del Movimento Fino a Prova Contraria di Annalisa Chirico, che chiede di «fare chiarezza sul rapporto talvolta patologico tra magistrati e mass media», sulla sovraesposizione di toghe come Davigo che, con interventi «apertamente politici», danneggiano l'immagine della categoria. L'ultima che ha sparato martedì dal salotto di Floris su La7 è che «l'imputato che non rifiuta la prescrizione deve vergognarsi», perde «l'onore». E intanto non ha smentito la notizia pubblicata 5 giorni fa dal Giornale di 3 incontri con esponenti del M5S per scrivere l'emendamento anti-Berlusconi al Rosatellum 2.0, sotto esame alla Camera. In sua vece è intervenuto il paladino Marco Travaglio su Il Fatto, appoggiando la posizione sulla prescrizione, scagliandosi contro Il Giornale e il direttore Alessandro Sallusti, assicurando che «Davigo e Grillo non si sono mai incontrati». Ma chi ha parlato di Grillo, in persona? Semmai, di deputati Cinque Stelle. Quasi un'ammissione, insomma. Anche su questo punto il movimento fondato dalla giornalista Annalisa Chirico chiede a Pg e Csm di intervenire. In sostanza, si sollecita un procedimento disciplinare su Davigo o, almeno, una pratica in prima commissione sull'incompatibilità con il suo ruolo di magistrato di Cassazione. «Non spetta a un magistrato - sostiene su Il Foglio Claudio Galoppi, togato al Csm di Magistratura Indipendente e presidente della VII commissione - esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali. La prescrizione è un diritto riconosciuto al cittadino, non un salvacondotto per disonesti. Non esiste alcuna equiparazione tra prescrizione e colpevolezza». Per Galoppi, Davigo dovrebbe anche smentire la notizia degli incontri con i grillini sull'emendamento alla legge elettorale. Altrimenti, «non potranno non esserci conseguenze». Perché «si tratterebbe di una condotta gravissima», dice. Gli amici più vicini a Davigo ora fanno pressione sul leader della corrente Autonomia & Indipendenza (nata da una scissione di MI) perché neghi la collaborazione col M5S. Per mesi si è parlato di un rapporto stretto del magistrato con il movimento, anche di una sua candidatura se non a premier almeno a ministro di un possibile governo. Lui ha ripetuto che i magistrati non devono fare politica (perché «non sanno farla») e ha continuato a passare da un convegno del M5S alla Festa del Fatto, dai talk show de La 7 a quelli della Rai. Anche ieri, da Agorà su Rai3, diceva che «la Corte dei conti che si occupa di uscite dello Stato, dovrebbe occuparsi anche delle entrate». Quanto all'eventuale azione disciplinare Galoppi spiega che a promuoverla possono essere solo Pg o ministro della Giustizia, mentre il Csm potrebbe muoversi dopo un esposto, per valutare una «condotta incolpevole ed è arduo sostenere che un magistrato che siede in uno studio tv agisca in assenza di colpa». Pochi giorni fa il Guardasigilli Andrea Orlando commentava: «Mi pare che Davigo faccia anche un po' di politica e sia portatore di idee distanti da questo governo. Ma è anche fisiologico». Fisiologico?

Legnini: "Solo in Italia le toghe passano dai talk show alle aule". Il vicepresidente del Csm: "Non ci sono norme che arginino il fenomeno che porta dalle prime pagine dei giornali a ruoli di rilievo". Sulle carriere di giudici e pm: "Sempre più distinte", scrive il 6 ottobre 2017 "Il Foglio". "In nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show o dalle prime pagine dei giornali a funzioni requirenti e giudicanti, fino alla presidenza di collegi di merito o della Cassazione", ha detto il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, al congresso dei penalisti. Legnini non ha fatto riferimenti diretti a Piercamillo Davigo, sottolineando che "non ci sono norme per arginare questo fenomeno". "Risolvere questo problema - ha spiegato - è un dovere che spetta a tutti i protagonisti che tengono al rispetto, sacrosanto, dell'indipendenza della magistratura che anche i cittadini devono percepire. Non è in discussione la libertà d'espressione, ma - ha chiarito il vicepresidente del Csm - c'è bisogno di recuperare senso di responsabilità e un esercizio equilibrato delle funzioni". Legnini si è poi espresso sul Codice Antimafia, augurandosi che "possa essere interpretato e applicato in modo che le misure di prevenzione siano adottate nel rispetto dei diritti e delle garanzie fondamentali di ciascuno". In merito alla divisione delle carriere di giudici e pm il vicepresidente del Csm ha ribadito di rispettare l'iniziativa dell'Unione delle Camere penali, che sta raccogliendo le firme per chiedere la separazione delle carriere dei magistrati. Una mossa, secondo Legnini, non necessaria: "Nei dieci anni di attuazione della riforma nell'ordinamento giudiziario il principio della distinzione delle funzioni è andato via via consolidandosi e i percorsi professionali di giudici e pm stanno andando sempre più distinguendosi. La vostra associazione - ha poi sottolineato - sta conducendo una battaglia molto forte, sforzandosi di rifuggire da un'impostazione ideologica. Non so come andrà a finire, ma so che si tratta di un tema divisivo".

I giudizi morali del pm e i danni di immagine per l’ordine giudiziario. Parla Galoppi. Intervista di Annalisa Chirico del 5 Ottobre 2017 su "Il Foglio".

Dottor Galoppi, su La7 il presidente Davigo ha detto che chi non rifiuta la prescrizione deve vergognarsi.

“Sta scherzando, vero?”.

Sulle prime Claudio Galoppi stenta a crederci. In magistratura dal 1997, Galoppi è stato sostituto procuratore a Como, poi giudice a Milano. Oggi presiede la settima commissione del Csm.

“Se il presidente Davigo ha detto così, resto allibito. Non spetta a un magistrato esprimere valutazioni morali sulle scelte processuali. La prescrizione è un diritto riconosciuto al cittadino dall’ordinamento. Un uomo di legge non può far passare l’idea che si tratti di un salvacondotto per disonesti. Il nostro dovere è applicare la legge vigente. La legge la detta il legislatore”.

A sentire Davigo, “non c’è onore nel prendere la prescrizione”.

“E’ un istituto legale con una precisa ratio: decorso un certo lasso di tempo dalla commissione del fatto, viene meno l’interesse dello stato a esercitare la pretesa punitiva. L’imputato che non rinuncia alla prescrizione agisce nel rispetto della legge”.

L’imputato prescritto non merita le stimmate del colpevole?

“Non esiste alcuna equazione tra prescrizione e colpevolezza. La seconda attiene a un giudizio di merito. Nel caso di estinzione per intervenuta prescrizione, tale giudizio non c’è”.

“So distinguere i ladri dai non ladri”, ha tuonato l’ex presidente dell’Anm. Pure lei, dottore, si ritiene dotato di questa capacità discernitiva?

“Senta, io diffido dei magistrati moralizzatori. Le generalizzazioni sono nemiche della verità. Il nostro compito è accertare responsabilità individuali in casi specifici attraverso una rigorosa ricostruzione dei fatti. Certe espressioni ultimative e assolutizzanti sono fuorvianti”. “Capisco che le pronunci un politico, non un magistrato”, continua Galoppi, giudice e membro del Csm. “Mi auguro che lei stia scherzando…”.

Io sono serissima.

“Da magistrato provo un sincero imbarazzo nel dover commentare simili sortite. In primo luogo, un giudice in servizio non partecipa a talk-show politici lanciando giudizi morali e lasciandosi andare a commenti di natura politica. Forse io vivo su Marte…”.

Davigo è tornato in Cassazione, ribadisce in ogni occasione che i magistrati non sanno fare politica, eppure corre da un convegno all’altro, partecipa alla festa del Fatto quotidiano, non sembra disdegnare il corteggiamento pentastellato.

“Osservo con enorme circospezione i casi di vera o presunta contiguità con la politica”.

Siamo tornati alla stagione degli Ingroia?

“Il danno d’immagine per l’ordine giudiziario è il medesimo. Mi ha colpito una notizia di alcuni giorni fa secondo la quale si sarebbero tenuti tre incontri tra Davigo e i vertici del M5s per mettere a punto un emendamento volto a impedire la candidatura di un noto esponente politico”.

Si riferisce alla norma ammazza-Berlusconi? Non ci sono conferme di quegli incontri.

“Io mi auguro che arrivi presto una smentita. Se Davigo non smentirà, non potranno non esserci conseguenze”.

Il modello del magistrato che parla attraverso le sentenze è passato di moda?

“Un giudice, anche in virtù delle competenze tecniche di cui è depositario, può essere interpellato riguardo a procedimenti normativi che incidono, per esempio, sul sistema processuale. Esistono tuttavia severe limitazioni volte a tutelare l’immagine di terzietà, indipendenza e imparzialità che dobbiamo preservare per essere credibili di fronte ai cittadini”.

A compulsare le cause di illecito disciplinare, si scopre che sui magistrati grava non solo l’obbligo di riserbo sui procedimenti in corso ma anche il dovere di astenersi dal “rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e misura”. Il Csm ha le armi spuntate?

“Non abbiamo poteri diretti di censura, possiamo valutare le ipotesi di incompatibilità soltanto in relazione a condotte incolpevoli. E’ arduo sostenere che un magistrato che siede in uno studio televisivo agisca in assenza di colpa…”.

Il ministro della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione sono titolari dell’azione disciplinare.

“Le ripeto: la notizia di un incontro politico per perfezionare un emendamento alla legge elettorale richiede una smentita. Si tratterebbe di una condotta gravissima”.

Esiste un primato morale del magistrato?

“Siamo uomini e donne in carne e ossa, tra noi ci sono professionisti e cialtroni, onesti e corrotti, come in ogni categoria. Anche noi commettiamo errori, per questo esistono le impugnazioni. Mi dispiace che certe uscite pubbliche gettino discredito sull’intera magistratura. Prestiamo un giuramento di fedeltà alla Repubblica. Forse io sono un romantico idealista ma la toga, mi lasci dire, va indossata con lealtà e rispetto”.

Bonafede annuncia: il blocco della prescrizione va nello “spazzacorrotti”. La clamorosa modifica in arrivo prevederà che i termini di estinzione di tutti i reati vengano bloccati “dopo la sentenza di primo grado, a prescindere che sia di assoluzione o condanna”, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 31 Ottobre 2018 su "Il Dubbio". Sono già moltissimi gli emendamenti al disegno di legge “Spazzacorrotti”, il provvedimento che nelle intenzioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dovrebbe assestare un colpo mortale ai tangentisti, ponendo l’Italia fra i Paesi maggiormente all’avanguardia nel contrasto alla corruzione. Ma un emendamento sarà sponsorizzato dallo stesso Guardasigilli, ed è quello che riguarda la prescrizione che, «per tutti i reati verrà interrotta dopo la sentenza di primo grado, a prescindere che sia di assoluzione o di condanna». Da quanto si è potuto apprendere, la maggior parte delle proposte di modifica sono state presentate, oltreché da Forza Italia, dalla Lega. Ciò confermerebbe le “perplessità” che fin dall’inizio l’alleato di governo aveva manifestato su questo testo. Fra i punti principali del ddl, il “daspo” per i corrotti e la possibilità di utilizzare anche per i reati contro la PA l’agente sotto copertura. Il daspo, una delle misure- bandiera del M5s, prevede il divieto di parteci- pare ad appalti con la PA per chi abbia riportato una condanna per reati di corruzione superiore a due anni: il daspo va da un minimo di 5 anni fino all’interdizione perpetua, non revocabile per almeno 12 anni neppure in caso di riabilitazione. Nel caso di condanne inferiori ai due anni, invece, la durata del daspo va da 5 a 7 anni. Non è previsto nessuno sconto per chi patteggia o ottiene la sospensione condizionale della pena. Più difficile sarà anche l’accesso ai benefici penitenziari, in quanto i reati contro la PA saranno equiparati ai reati di mafia. Previsto, poi, un generale innalzamento delle pene e la confisca dei beni anche nel caso di amnistia o prescrizione intervenuta in gradi successivi al primo. Fra i favorevoli al provvedimento, durante le audizioni in Commissione, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, le forze di polizia. Fra i contrari, il Consiglio nazionale forense, Confindustria, il mondo universitario. In particolare, tutti i professori di diritto e procedura penale consultati hanno evidenziato che molte delle proposte di riforma, a partire dal daspo, presenterebbero profili di manifesta incostituzionalità. «L’idea secondo cui chi sbaglia una volta debba pagare per sempre è figlia di un Paese illiberale», ha dichiarato l’onorevole di Forza Italia Giusi Bartolozzi, segretaria della Commissione giustizia della Camera. «Questo provvedimento – prosegue – rappresenta l’ennesimo spot elettorale dei 5s. Sono norme inutilmente repressive ed orientate a snaturare i rapporti interpersonali, per il “sospetto continuo” che ingenera tra dipendenti pubblici e tra cittadini e la PA». «L’intenzione da parte di Bonafede di presentare un emendamento per bloccare la prescrizione dopo il primo grado rappresenta poi la violazione degli elementari diritti di difesa dei cittadini che saranno costretti a subire il processo eterno», ha poi aggiunto la parlamentare azzurra. «La proposta di Bonafede di bloccare la prescrizione dopo il primo grado renderà eterni i processi. Non ci sarà più nessuna fretta di celebrare il giudizio di appello, in cui peraltro il 48% delle sentenze di primo grado viene riformato», rincara Enrico Costa, deputato di Forza Italia.

L’ARTICOLO 111 PARLA DI RAGIONEVOLE DURATA DEL PROCESSO: UNA DURATA CHE PUÒ ESSERE INFINITA È RAGIONEVOLE?»

De Luca: “Bonafede e blocco prescrizione? E’ notte fonda nella giustizia. Da oggi lui si chiamerà ministro Bonanotte”, scrive Gisella Ruccia il 2 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". “Giustizia? E’ notte fonda, è buio pesto. Una mattina si è svegliato il ministro Bonafede, che da oggi in poi si chiamerà “il ministro Bonanotte”, e propone di eliminare dopo il primo grado di giudizio i termini delle prescrizioni”. Così, su Lira Tv, il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca commenta l’emendamento al ddl Anticorruzione, annunciato dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. E aggiunge: “Secondo il ministro, i processi possono durare in eterno, così le persone perbene e quelle innocenti avranno la vita rovinata, perché non puoi vivere per decenni con problemi irrisolti. Si avrà anche un ulteriore aggravio del sistema giudiziario e violeremo un principio costituzionale che obbliga l’Italia a garantire un processo in tempi ragionevoli. Tu non puoi sospendere la vita di una persona perché non hai un sistema giudiziario efficiente. Questo” – continua – “sarebbe un altro passo gigantesco verso la barbarie, verso la cancellazione dello Stato di diritto, che già in buona parte è stata acquisita nel nostro Paese. L’Italia, che era il Paese del diritto, approva norme che calpestano lo Stato di diritto, a cominciare da alcune norme previste dalla legge Severino”. De Luca sottolinea: “Mi auguro che non si vada avanti in maniera scapigliata, come vorrebbe il ministro ‘Buonanotte’. Le opposizioni faranno la battaglia che riterranno di fare. Ma l’opposizione, a cominciare dal Pd, deve anche fare qualche autocritica. Sui temi della civiltà del diritto e dello Stato di diritto anche il Pd ha avuto cedimenti drammatici e irresponsabili negli anni passati. Speriamo che almeno adesso si redimano”.

Fine-processo mai: e la Costituzione? Intervista a Padovani. «Hanno inventato la categoria del processo eterno». A dirlo, con amara ironia, è Tullio Padovani, uno dei maestri del Diritto penale in Italia, scrive Errico Novi l'1 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Ride. Non riesce a trattenersi. «Sa, io da un po’ sono stato accolto nell’Accademia dei Lincei. Forse sbagliano. L’Accademia è per gente che studia, pondera e riflette bene prima di esprimersi. Io sono uno che mena le mani». E invece qui il professor Tullio Padovani, maestro del diritto penale, avvocato e studioso che continua a formare schiere di giuristi alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, ride proprio perché ha capito benissimo. Ha colto la gigantesca irrazionalità dell’ultima “riforma” sulla prescrizione. «La fanno per usarla come slogan. Avrà i suoi effetti non prima di 4 o 5 anni, perché la prescrizione è principio di diritto sostanziale e le novità non potrebbero applicarsi a un reato commesso prima della loro entrata in vigore. Poi la modifica sarà dichiarata incostituzionale, mi pare evidente. Ma intanto si fa baccano. E si allungano i processi in corso».

Perché, professore?

«Semplice: ci sarà un’ubriacatura generale. Intanto il magistrato saprà che gli basta chiudere il primo grado un minuto prima che scatti la prescrizione. Poi le fasi successive del processo potranno durare anche in eterno. Hanno inventato la categoria del processo eterno. Non posso trattenere il riso perché in questo emendamento c’è anche un aspetto comico. Ma poi certo, ci si rende conto di quanto siano difficili e pericolosi i tempi in cui ci tocca di vivere».

Partiamo dall’aspetto comico.

«Nell’emendamento è scritto che la prescrizione è sospesa. Fino a quando? Scrivono: fino al giudicato. O alla irrevocabilità del decreto di condanna. C’è un dettaglio: a quel punto la prescrizione non può più decorrere. Non c’è più tempo. Che senso ha usare la parola “sospensione”? La sospensione è una parentesi. Qui la parentesi non si chiude. È uno strafalcione che rivela l’atteggiamento davvero approssimativo con cui è stato formulato l’emendamento. Dopodiché mi pare chiaro che sia incostituzionale».

Ci spieghi esattamente anche la ragione dell’incostituzionalità.

«La prescrizione da noi ha due anime. Una obbedisce al principio per cui su un determinato reato, dopo che è trascorso tanto tempo, viene meno l’interesse sociale a realizzare la prevenzione che la legge penale assicura. Si impone il trionfo dell’oblio. L’altra anima è nella necessità di dare seguito a quanto previsto dall’articolo 111: la legge assicura la ragionevole durata del processo. Così il processo invece diventa potenzialmente eterno. Durata eterna vuol dire durata ragionevole? Non credo».

Il ministro della Giustizia ha risposto in via preventiva: abbiamo stanziato 500 milioni per assumere magistrati e personale in modo da fronteggiare il maggior carico processuale che deriverà dalla “nuova” prescrizione.

«Dimentica che ogni legislatura ha la sua disgrazia e che in quella precedente si è materializzata con la riforma Orlando. Lì si è già introdotta una bella franchigia rispetto al bilanciamento fra il trionfo dell’oblio e il cosiddetto rito della memoria che si rinnova negli atti qualificanti del processo. Con quella modifica si è regalato un bonus complessivo di tre anni rispetto al naturale decorso della prescrizione, due anni in particolare previsti per l’appello. Le assunzioni servirebbero per rimediare a tale già criticabile novità. Adesso invece si altera del tutto il sistema».

L’allungamento dei tempi sarà inevitabile?

«Nei processi senza detenuti non c’è la sollecitazione dei termini di custodia cautelare, che si rinnovano fase per fase e mettono fretta: laddove viene meno il timore di finire sui giornali per un imputato di mafia rimesso in libertà, è la prescrizione a sollecitare il ritmo del processo. Ma con l’abolizione dopo il primo grado, l’appello si potrà fare dopo quattro o cinque anni, la Cassazione quando parrà più comodo. Certo, è insensato pensare che la modifica appena presentata passi il vaglio di costituzionalità. Ma intanto l’ubriacatura generale raddoppierà la durata dei procedimenti per i reati successivi all’entrata in vigore della norma».

Con un bel po’ di indagati ricattati dall’incubo di restare a vita nelle mani del pm: la prescrizione verrebbe bloccata persino se assolti in primo grado.

«Certo. Ho sostenuto a suo tempo che il pm non può presentare appello contro sentenze di non colpevolezza. Il povero Pecorella ne trasse spunto per la sua famosa legge, la Consulta presieduta ne dichiarò l’incostituzionalità con una pronuncia molto criticabile. Fatto sta che se un giudice ti riconosce innocente, a seguito di un rito regolare, fuori dai casi di nullità dovuta per esempio a prove assunte in modo illegittimo, nessun altro giudice potrà mai riformare quel giudizio e condannarti oltre ogni ragionevole dubbio. Tanto è vero che nei Paesi civili, e non barbarici, l’appello del pm in caso di assoluzione non esiste. Anziché procedere in quella direzione ne scegliamo una diametralmente opposta ai princìpi di uno Stato liberale di diritto».

Si cancella anche la norma della ex Cirielli che non consentiva di far decorrere la prescrizione dal reato più recente di una serie continuata di delitti.

«Quella riforma fu necessaria dopo che con Vassalli si erano allargate le maglie in modo da poter scorgere la continuazione tra reati anche molto diversi. Quella di Vassalli fu una scelta deflattiva che impose la modifica introdotta con la ex Cirielli. Se con l’emendamento Bonafede tale modifica va a farsi benedire, si consegna al giudice il potere di stabilire se c’è un unico disegno criminoso e quindi se un reato altrimenti già prescritto può ancora essere perseguito. In eterno. Viene di nuovo da ridere. Ma è anche una scorciatoia per non cedere allo spavento».

Giustizia alla frutta. Spesi 84 milioni per i fascicoli "scaduti". Secondo “Il Giornale”: Migliaia di casi l’anno in prescrizione, ma lo Stato paga lo stesso. E per recuperare un credito servono 1.200 giorni. Spendiamo tanto. Troppo. E abbiamo sempre l’acqua alla gola. La giustizia tricolore è una macchina scassata. Non funziona quella penale, va male quella civile, le aule sono intasate da milioni di procedimenti e i giudici assomigliano a quel bambino che voleva svuotare il mare con un secchiello. I dati - le analisi di Confindustria, Confartigianato, Banca d’Italia e Banca Mondiale - sono impietosi: basti dire che il 42 per cento dei detenuti è in custodia cautelare. In poche parole, stanno in cella ma l’iter giudiziario è ancora in corso e potrebbero essere assolti. Anzi, per dirla con il paradosso formulato da Carlo Nordio, si entra in cella da innocenti e si esce colpevoli. Il governo Monti ha varato una norma per alleggerire la pressione nei penitenziari, ma si torna all’oceano di prima. Forse, e anche senza forse, si dovrebbe avere il coraggio di rivedere e limitare la mitica obbligatorietà dell’azione penale, intoccabile più dell’articolo 18.

Altro rimedio è intaccare la impunità e la irresponsabilità dei giudici. In questo modo starebbero più attenti a non sbagliare. Intanto i codici si gonfiano con reati nuovi di zecca, le Commissioni - Grosso, Nordio, Pisapia - sfornano poderosi tomi che predicano nel deserto la depenalizzazione e poi vengono sigillati in un cassetto. Risultato: si aspetta alla lotteria per vedere come va a finire questo o quel procedimento; ogni anno 165mila fascicoli vanno in prescrizione, insomma la ruota gira a vuoto, con uno spreco per lo Stato di 84 milioni l’anno, calcolando prudenzialmente 521 euro a processo. Quando preture e tribunali furono unificati, nel ’96, il procuratore di Napoli Agostino Cordova trovò migliaia e migliaia di faldoni abbandonati, come merce deperita, in qualche scantinato. «La spada della giustizia - spiegò amareggiato - è fatta di latta». Il tempo non ha lenito le ferite. Anzi. Nel 2008 qualcosa di analogo è accaduto a Bologna: sono saltati fuori 3.300 fascicoli di indagini in corso, chiusi a chiave in un armadietto e dimenticati. Ovviamente molti di quei reati, furti e ricettazioni, sono caduti in prescrizione.

Basta. Tempo scaduto. Non c’è più sabbia nella clessidra della giustizia. Si viaggia a velocità ridotta, a passo d’uomo. Eppure l’andatura rilassata non elimina gli errori, o, forse, fa venire ai giudici, che esaminano e riesaminano le pratiche, dubbi su dubbi fino a capovolgere i verdetti. Dalla colpevolezza all’innocenza, qualche volta, raramente, sul cammino inverso. Così ogni 12 mesi si affrontano nelle aule oltre 2mila procedimenti per ingiusta detenzione, o addirittura, per errore giudiziario. Quello che non dovrebbe mai accadere, perché viene scoperto a tempo scaduto, quando la sentenza era divenuta, come si dice, irrevocabile. Con il timbro della Cassazione. E invece capita che debba essere revocata, con tante scuse e con un assegno sostanzioso per gli anni passati dal malcapitato di turno in qualche carcere. È quel che si sta delineando per un manipolo di disgraziati, ingiustamente spediti all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, in cui morì Paolo Borsellino con la scorta. Nel solo 2011, secondo il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia, lo Stato ha erogato risarcimenti per 46 milioni di euro. Sul fronte del civile, l’ultimo governo Berlusconi e poi l’esecutivo Monti hanno alzato il muro della mediazione obbligatoria, per fermare alla partenza i troppi fascicoli che smaniano per entrare nelle aule. Ma questo fa pensare: tra mediazione obbligatoria ed ausilio dei Giudici di Pace e dei Giudici del Tribunale onorari e dei sostituti procuratori onorari (tutti avvocati), ai togati cosa resta di fare. Forse solo politica!

È ancora presto per tentare bilanci, intanto ci teniamo i cinque milioni e mezzo di fascicoli pendenti. Molte imprese straniere girano alla larga dal nostro Paese perché considerano i nostri tribunali come sabbie mobili in cui svaniscono gli investimenti. Il governatore della Bce Mario Draghi, più sobrio, ha spiegato che una riforma seria del civile vale un punto secco del Pil. Del resto per recuperare un credito ci vogliono 1.210 giorni in Italia contro i 515 della Spagna, i 399 dell’Inghilterra, i 331 della Francia e i 300 degli Usa.

Dovunque ci si sposti si rischia di cadere male: ci vogliono dieci anni, di media, per chiudere un fallimento e nove anni per una causa davanti alla giustizia tributaria. Il sistema è tarato male da tutti i lati: gli avvocati italiani sono 240mila. Una cifra monstre. Quelli della provincia di Milano equivalgono a quelli dell’intera Francia. E Piercamillo Davigo, il dottor sottile del Pool, sottolineava che in Francia per ogni giudice operano 7,1 avvocati, da noi 26,4. Un rapporto malato. E lo Stato, in versione Pantalone, spende molto e male: 7,5 miliardi e mezzo per procure e tribunali. Più cara di noi c’è solo la Germania che però sventola una bandiera a noi sconosciuta: quella dell’efficienza.

Secondo Stefano Zurlo su “Il Giornale” "La prescrizione quotidiana" conta 466 processi. A testimoniare l’urgenza di una riforma ci sono le cifre impressionanti fornite dall'ex ministro Alfano. Per la scadenza dei termini negli ultimi dieci anni sono andati in fumo 2 milioni di procedimenti. È una strage silenziosa che si consuma giorno per giorno nelle aule dei tribunali. I procedimenti muoiono prima di arrivare alla sentenza e i giudici si trasformano in medici che ne certificano la morte. Uno spettacolo avvilente che colpisce migliaia di notizie di reato. L'ex ministro Angelino Alfano dà due numeri che rendono l’idea di quel che avviene: ogni 24 ore vengono cancellati in Italia 466 procedimenti, circa 170mila ogni anno. Centosettantamila su 3 milioni e 300mila fascicoli pendenti. Più del 5 per cento del totale. Dati impressionanti che diventano ancora più clamorosi se li si considera in fila: nell’arco di dieci anni sono spariti circa 2 milioni di processi. Una situazione che è figlia di un sistema che persegue troppi reati. E non funziona bene. Risultato: molti fascicoli vengono aperti dal gip, ancora in sede di udienza preliminare, quando è troppo tardi. Gli uffici dei gip archiviano, perché il tempo è scaduto, ben 117.463 procedimenti ogni 12 mesi. In pratica è nella stanza del gip il grande imbuto che porta via molte notizie di reato. Il 71,6 per cento del totale, secondo i dati aggiornati al settembre 2010. Le cifre, si sa, sono noiose, ma i magistrati non riescono a tenere il passo e sono costretti a selezionare: l’obbligatorietà dell’azione penale viene formalmente rispettata, ma di fatto si fanno delle scelte. Scelte che l’allora procuratore di Torino Marcello Maddalena aveva messo nero su bianco indicando in una famosa circolare del 10 gennaio 2007 le priorità. E di fatto condannando a morte i fascicoli più vecchi. «Ho preso atto dell’impossibilità di celebrare tutti i processi - aveva spiegato Maddalena in un’intervista al Giornale - è come con le tasse. Si devono pagare. Ma se uno non ha i soldi non le paga. Non c’è niente da fare».

Appunto. Cadono in prescrizione molti illeciti commessi dai colletti bianchi, cadono in prescrizione molti reati colposi. Quelli di cui non parla nessuno, ma che non sono meno devastanti, anzi umilianti, per chi li vive. Per esempio, le morti sul lavoro: per tanti incidenti non paga nessuno. Ci sono casi dolorosi come spilli che scompaiono dalle pagine di cronaca con due righe. Come, per citarne uno, il dramma di Niccolò Galli, giovane e promettente calciatore del Bologna, il figlio di Giovanni, per molti anni portiere del Milan. Niccolò muore il 9 febbraio 2001 a 17 anni andando a sbattere con il ciclomotore contro un pezzo del guard-rail rovinato.

Anzi, rotto, con uno spuntone che esce pericolosamente e si conficca nella pancia dello sfortunatissimo giovane. In primo grado, nel 2007, tre tecnici del Comune di Bologna e delle coop, che avevano partecipato ai lavori di manutenzione, vengono condannati per omicidio colposo. In appello, l’inevitabile prescrizione. La storia finisce in niente. La macchina giudiziaria ha girato a vuoto, ma quel che lascia sgomenti è l’atteggiamento che la giustizia ha tenuto nei confronti di una famiglia già provata dalla terribile tragedia: nessun rispetto per il dolore. La sofferenza entra nel circuito della burocrazia e non conta più nulla. Dieci anni non sono stati sufficienti. Del resto, il nostro Paese deve fare i conti con una disciplina particolare: l’archeologia giudiziaria. Si celebrano processi per reati gravissimi avvenuti venti, venticinque, trent’anni prima. Reati che non sono prescritti ma appaiono lontanissimi.

Pensiamo alla strage di Piazza della Loggia a Brescia avvenuta il 28 maggio 1974: il dibattimento di primo grado si è chiuso il 16 novembre 2010, con una raffica di assoluzioni. Per piazza Fontana è andata pure peggio: tutti assolti nel processo contro i veneti di Ordine Nuovo. Tutti assolti meno il pentito Carlo Digilio: per lui sono scattate le attenuanti e, incredibile per un fatto che è ormai nei libri di storia, è arrivata proprio la prescrizione.

Toghe, ecco le vere cifre sui fannulloni. Secondo Stefano Zurlo su “Il Giornale”: La maglia nera spetta ai gip di Catanzaro. Secondo il sistema di rilevazione voluto dall’ex Guardasigilli Castelli, nel 2008 i giudici di Bari hanno chiuso 367 processi. In Calabria? Solamente 37. Anche il Csm deve ammettere: "Un giudice su tre lavora poco". Semaforo verde a Bari, semaforo rosso a Catanzaro. L’enigma Italia raccontato attraverso i numeri della giustizia di due città vicine geograficamente, ma lontanissime quanto a efficienza. Bari è largamente in «attivo». Nel 2008 sono arrivati 25.453 fascicoli e ne sono stati smaltiti molti di più: 43.812. L’indice di ricambio che misura il rapporto fra procedimenti sopravvenuti e procedimenti definiti, è il più verde d’Italia, e si attesta al 172,13 per cento; a Catanzaro le cifre precipitano: l’indice è del 62,89 per cento, ovvero per 7.470 fascicoli nuovi ne sono stati smaltiti 4.698. È profondo rosso. Perché capita questo? È su questa pista che si era spinta negli anni scorsi la Global Brain, chiamata al capezzale della giustizia dall’allora Guardasigilli Roberto Castelli. La Global Brain non ha avuto il tempo per approfondire le cifre, ma certo se si segue la catena di montaggio dei fascicoli si scoprono altri dati sorprendenti. Se paragoniamo gli uffici del gip-gup delle due città troviamo altre incongruenze e anomalie. L’indice di ricambio a Bari è del 108,67 per cento, a Catanzaro sprofondano, ancora una volta, al 71,64 per cento. L’ufficio del gip-gup è l’imbuto in cui finiscono le inchieste della Procura. Come mai questo ritardo? Allarghiamo ancora il dettaglio: ogni gip-gup di Bari ha definito in un anno 367 procedimenti, a Catanzaro solo 37. Trecentosessantasette contro trentasette. Numeri che stridono. E che autorizzano qualche domanda impertinente sulla produttività dei singoli. E qualche proiezione ulteriore; il team di Castelli aveva calcolato la durata in prospettiva dei processi, scoprendo ancora una volta le diverse velocità: a Bari 1,23 anni, a Catanzaro 1,72. Certo, si possono sollevare altre questioni, critiche e obiezioni; si può discutere sul fatto che un procedimento non sarà mai uguale ad un altro e su mille altri punti, anche sofisticati, ma non si può sfuggire al ragionamento complessivo: si può e si deve trovare un modo per far funzionare meglio la macchina. Castelli nel 2001 aveva trovato un varco e aveva chiamato la Global Brain di Alberto Uva. Uva ha lavorato quattro anni coltivando un progetto ambizioso: sottoporre ad uno scrupoloso check up la giustizia italiana. Malandata per definizione. Una scommessa che però è stata persa: «Ci hanno attaccato in tutti i modi - racconta Uva - si è messa di traverso la corporazione dei giudici, si sono messi di mezzo alcuni burocrati del ministero, infine il colpo di grazia ce l’ha dato l’inchiesta della Corte dei conti». È la storia che il Giornale ha raccontato: il cruscotto che doveva illuminare la giustizia italiana è rimasto spento. Ma il progetto, per quanto mai decollato, era e resta valido e qualche coraggioso dirigente di via Arenula l’ha perfezionato. I dati, relativi al 2008, sono disponibili e danno un’indicazione di quel che va e soprattutto di quel che non va nel nostro apparato giudiziario. Il problema fondamentale, quello da cui era partito Castelli, è la lunghezza interminabile dei processi penali e civili. Dunque, il primo passaggio è conoscere la situazione, ufficio per ufficio, distretto per distretto, volendo giudice per giudice. Il sistema elaborato dalla Global Brain è assai semplice e suggestivo: i pallini verdi indicano quelle realtà che marciano positivamente perché il numero dei processi definiti è superiore a quello dei processi sopravvenuti.

Insomma, quelle scrivanie non producono altro debito giudiziario, ma per il loro comportamento virtuoso o, più banalmente perché hanno risorse sufficienti a disposizione, ogni anno sfoltiscono l’arretrato e dunque danno qualche certezza ai cittadini. I pallini gialli indicano quelle situazioni in stallo, né buone né cattive per usare un linguaggio un po’ forte e semplificato: qui le nuove cause equivalgono a quelle risolte. Infine, eccoci così al terzo capitolo, il più corposo, quello dell’Italia da terzo mondo: le drammatiche, talvolta scandalose situazioni di procure e tribunali che sono letteralmente sommersi da migliaia di pratiche che non riescono assolutamente ad eliminare. In queste realtà, la macchina è in grave ritardo, i procedimenti si accumulano, le cause si allungano come elastici nel tempo. È l’Italia che manda in prescrizione migliaia di fascicoli penali, è l’Italia che per una bega condominiale resta in lite dieci, quindici, anche vent’anni. «Il passo successivo - spiega Uva - sarebbe stato interfacciare questi numeri con le piante organiche degli uffici per valutare sul campo, caso per caso, le diverse situazioni». Un tribunale può essere in affanno perché le forze in campo sono insufficienti, ma naturalmente la ragione può essere anche un’altra: le energie sono dislocate male, i vertici dell’ufficio hanno organizzato le risorse in modo confuso e irrazionale. L’Italia a tre colori, dunque, a seconda delle percentuali dell’indice di ricambio, l’unità di misura studiata da Castelli e Uva per rifondare la giustizia. Una rifondazione strozzata nella culla.

Prepotenti e impuniti di Stefano Zurlo (Piemme). Ci sono i vicini di casa che per anni continuano a utilizzare il giardino dei dirimpettai come discarica abusiva e non si trova un giudice in grado di impedirglielo. C'è un professionista che ha aperto un passaggio abusivo fra la casa e lo studio e non si trova un giudice in grado di impedirglielo. Ci sono i genitori separati che, sulla strada della riconciliazione, vorrebbero ricontrattare tempi e modi dell'affido congiunto dei figli, ma un giudice sedicente esperto in materia non vuoi cedere sulle restrizioni concordate anni prima, quando tra i coniugi era "guerra aperta". C'è poi il caso del dj licenziato dalla discoteca che lo aveva assunto facendogli firmare un contratto per l'intera stagione e che, per recuperare il compenso dovuto e non corrisposto, attende oltre dodici anni, durante i quali le lire fanno in tempo a diventare euro e le spese legali sostenute superano gli stipendi recuperati.  C'è perfino una causa da 35,00 euro e un giudice che autorizza un tizio a portare la pistola in aula. E poi ci sono le sentenze mai depositate, i ritardi smisurati e le assenze ingiustificate di giudici e magistrati... Insomma, la giustizia civile in Italia proprio non funziona. Tanto che nel Belpaese i processi civili pendenti, come dicono gli addetti ai lavori, sono più di 5 milioni e mezzo: un numero impressionante di eredità, fallimenti, divorzi, liti di ogni genere congelati per anni e anni dentro il grande freezer della giustizia. Speranze, attese, rancori, soldi, interessi economici, business: c’è tutto un mondo che si muove a singhiozzo, permettendo ai soliti furbi di farla franca, spesso con la complicità di avvocati, giudici e magistrati poco solerti che, muovendosi in una selva di leggi e leggine, fanno della malagiustizia italiana la garanzia dell’impunità per i più prepotenti, a scapito degli onesti cittadini. Avvocati che ora diventano mediatori e conciliatori o impresari di mediazione: giusto per reiterare la malagiustizia se a promuovere le mediazioni sono i loro colleghi che sanno dove andare...

LA GIUSTIZIA IN MANO ALLA POLIZIA.

Pignatone non molla: «Scafarto voleva arrestare Renzi senior e truccò le carte», scrive Francesco De Felice il 14 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Caso Consip, la procura di Roma in Cassazione contro il reintegro di “capitan riscrivo”. La vicenda Consip si arricchisce di un altro capitolo che vede protagonista la Procura di Roma e il maggiore dei carabinieri Gianpaolo Scafarto. Il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi si sono rivolti alla Cassazione per impugnare la decisione del Riesame che di fatto ha riabilitato l’ex capitano del Noe, indagato nel caso Consip per alcune ipotesi di falso in atto pubblico, per un episodio di rivelazione del segreto d’ufficio e per uno di depistaggio. I pm affermano che Scafarto abbia agito con dolo e puntava a ‘”inchiodare Tiziano Renzi alle sue responsabilità” anche attraverso un “travisamento dei fatti e violazione delle regole giuridiche di governo della prova indiziaria” I magistrati romani, in quindici pagine di ricorso, scrivono che “l’impugnata ordinanza, che trasforma orrori di sicuro rilievo penali in errori, qualificati come involontari’ con evidente ridondanza linguistica”, rappresenta un provvedimento “che si contrappone alle regole del diritto sostanziale e processuale, della logica e del buonsenso”. La Procura di Roma nel provvedimento con cui ha impugnato l’ordinanza del tribunale del Riesame ribadisce che l’intenzione di Scafarto di voler “inchiodare Renzi senior “oltre che essere assolutamente aderente alla realtà del quadro probatorio all’epoca esistente, era esattamente ciò che l’indagato si rappresentava, così come si deduce non solo dai messaggi whatsapp e dalle conclusioni cui si giunge nell’informativa del 9 gennaio 2017. Ma anche dall’informativa del 3 febbraio successivo, laddove è declinato con solare evidenza a commento delle dichiarazioni di Alfredo Mazzei (il commercialista napoletano di area Pd che parlò di un incontro tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi in una bettola, ndr): “... le dichiarazioni di Mazzei sono di straordinaria valenza – così scrisse l’ufficiale dell’Arma – in quanto consentono di chiudere il cerchio su Renzi e su Carlo Russo (imprenditore di Scandicci, amico del padre dell’ex premier, ndr), nel senso che consentono di affermare che Russo non sia un millantatore ma al contrario egli avesse la possibilità di affrontare ed influire nell’assegnazione dei lotti Consip e soprattutto che egli agisca in nome di Tiziano Renzi, la cui compartecipazione in tutte le dinamiche prospettate da Romeo, a questo punto, appare oltre che scontata imprescindibile… ’’. Se per il Riesame Scafarto nella sua attività di investigatore ha commesso errori “involontari che l’esperienza giudiziaria permette di riscontrare quotidianamente nelle informative di pg”, per la Procura “la prova nei confronti di Renzi senior aveva e ha natura indiziaria, sì che è del tutto evidente che moltiplicare gli indizi sarebbe stato un ulteriore elemento a sostegno dell’accusa”. “Nell’ordinanza del Riesame – spiegano infine i pm – si afferma anche che non è dimostrato il presupposto da cui muove l’accusa per reggere l’elemento soggettivo del reato: la volontà dell’indagato di coinvolgere Matteo Renzi nella vicenda Consip. L’assunto – precisano i magistrati della Procura di Roma – è privo di fondamento storico: in nessun atto di indagine è declinato tale postulato, in nessuna memoria, in nessuna richiesta, in nessuna espressione di pensiero, verbale o scritta".

E Scafarto svelò: la giustizia è tutta in mano alla polizia. L’intervista al presunto manipolatore conferma la “diversità” di obiettivi tra il Noe e Woodcock, scrive Errico Novi il 19 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Ma allora in nome di chi, con quale obiettivo, si è mosso Gianpaolo Scafarto, il capitano oggi maggiore dei carabinieri che avrebbe manipolato gli atti per incastrare Tiziano Renzi? L’intervista al militare del Noe pubblicata da Annalisa Chirico sul Foglio di ieri, rafforza l’impressione acquisita già un anno fa, dopo che la Procura di Roma fece emergere le prime anomalie dell’ormai celebre informativa su Consip, predisposta proprio da Scafarto. Già allora si era avuto il sentore di un’alacrità non del tutto riconducibile alle sollecitazioni dei pm napoletani inizialmente titolari dell’indagine, Woodcock e Carrano. Si era intuito come la mobilitazione di quel reparto potesse essere ricondotta a tensioni tutte interne all’Arma, e che quasi i bersagli grossi, Tiziano Renzi ma anche Matteo, fossero semplicemente finiti sulla traiettoria che puntava ad altri obiettivi, posti ai vertici dell’Arma stessa. Adesso, a leggere Scafarto e le sue rimostranze su Woodcock che «non sento da un anno», si rafforza l’idea di quella divaricazione: da una parte i carabinieri, dall’altra la Procura di Napoli. Sia chiaro: lo stesso maggiore, appena reintegrato in servizio dal Riesame e subito intercettato da Annalisa Chirico, in attesa che la Cassazione decida sul ricorso dei pm romani, ricorda che l’informativa gli era stata commissionata proprio da Woodcock. E che però neppure quest’ultimo si fosse accorto della sua presunta, più grave manipolazione (Alfredo Romeo che dice di aver incontrato Renzi laddove nel nastro originario è Italo Bocchino a parlare). «Mi sono rotto le palle di questi pm che ti scaricano tutto addosso». Cioè anche di Woodcock, che pure in questa telenovela è spesso passato per un magistrato inquirente legato al Noe da un rapporto di collaborazione troppo esclusivo. Sono segnali: possono spiegarsi col fatto che, come ricorda la giornalista del Foglio, l’accusa di falso è stata archiviata per Woodcock ed è invece tutt’ora in piedi sia per Scafarto che per il suo vicecomandante Alessandro Sessa. Eppure resta l’impressione di una diversità di obiettivi esistita fin dall’inizio: i carabinieri determinati nello svelare presunte responsabilità dei loro vertici, i pm napoletani concentrati su quelli che per i militari costituivano solo passaggi intermedi, ovvero i politici. A chiarire l’intrigo sarà l’indagine del procuratore Giuseppe Pignatone e dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi. O meglio, dovranno farlo il processo e i giudici che in quel processo valuteranno le accuse avanzate sulla base dell’indagine. Ma dalla lunga e straordinaria conversazione di Scafarto col Foglio si traggono conferme su ben altro. Su dati di fatto gravissimi, sconvolgenti per la giustizia, per le condizioni in cui versa il sistema penale. Non tanto perché non fossero noti, ma perché fa impressione sentirli denunciare proprio da quella polizia giudiziaria che quelle preoccupazioni suscita. Due aspetti colpiscono: i pm che «ti scaricano tutto addosso», dunque la giustizia che è davvero nelle mani della polizia giudiziaria, non dei magistrati come vorrebbe la Costituzione; e l’allarme lanciato sulle intercettazioni, in particolare sul decreto che ne riforma la disciplina, lo stesso allarme emerso da un convegno delle Camere penali a cui hanno partecipato i capi delle più importanti Procure d’Italia. La frase chiave: «Ho lavorato con pm che ti facevano fare le inchieste intercettive, e io dicevo: dotto’, è meglio che la leggete pure voi. Ma no, siete bravi, rispondevano loro». Confermato il vizio fatale, denunciato dagli avvocati: i pm non sentono i nastri, non verificano il lavoro della polizia, non sapranno mai se sono stati scartati elementi che potevano servire alla difesa, tanto per cominciare. Non tutti i pm fanno così. Ma nel campione acquisito da Scafarto con la sua sola personale esperienza, la percentuale dei pm che lasciano le bobine nelle mani degli ufficiali pare rilevantissima. E infine: «Se tu confronti un’informativa di polizia giudiziaria con la richiesta di misura di custodia firmata dal pm e con l’ordinanza del gip, ti rendi conto che i testi sono identici per il sessanta per cento. Insomma, si passano i file per fare prima». Lo aveva scritto sul Dubbio Nicola Quatrano, da poco passato dalla magistratura alla professione forense: «Le informative dei carabinieri diventano sentenze di Cassazione». Scafarto lo conferma. Forse è il caso di scagionarlo per il solo fatto di aver compiuto un’operazione verità da brividi, ma che rende, alla giustizia di questo Paese, un servizio assolutamente incalcolabile.

Estratto dell’articolo di Annalisa Chirico per Il Foglio. Nel primo giorno di rientro in servizio, Gianpaolo Scafarto incontra il Foglio nella saletta riservata di un caffè romano, a pochi passi dalla Camera dei deputati. Camicia bianca e jeans, zainetto in spalla, l’ex capitano del Noe è un uomo di bell’aspetto, atletico e ruspante. "Prima d’incontrare Sergio De Caprio, facevo nuoto cinque giorni a settimana. Nel 2013 ho cominciato a lavorare con il colonnello, e ho smesso di vivere". Scafarto, 45enne da Castellamare di Stabia, è assurto agli onori della cronaca nelle vesti, poco encomiabili, di Grande Manipolatore. Secondo la procura capitolina, Scafarto avrebbe manomesso atti investigativi compiendo “orrori di sicuro rilievo penale” – qualificati invece dal tribunale del Riesame come “errori involontari” – con il deliberato obiettivo di incastrare Tiziano Renzi, padre dell’allora presidente del Consiglio. Finito sotto indagine per falso materiale e ideologico, depistaggio e rivelazione del segreto d’ufficio, l’ufficiale viene sospeso dal servizio per decisione di un gip, poi riabilitato dalla decisione del Riesame avverso la quale, pochi giorni or sono, la procura di Roma è ricorsa in Cassazione. Per piazzale Clodio, il provvedimento di reintegro “si contrappone alle regole del diritto sostanziale e processuale, della logica e del buonsenso”.  Parole pesanti.

“I pm di Roma la mettono sul personale, e quando fai così perdi lucidità”, replica il diretto interessato. “Ho redatto in diciassette giorni un’informativa delicata che richiedeva almeno due mesi di lavoro. È comprensibile che io abbia potuto commettere qualche errore”.

“Che ci fossero gravi indizi di colpevolezza a carico di Tiziano Renzi, l’ho messo nero su bianco, e non cambio idea. Il ricorso dei pm romani è carico di livore e rabbia nei miei confronti, per il sol fatto che mi sono permesso di sostenere che Tiziano Renzi, Carlo Russo e pure Luigi Marroni (ex ad Consip, nda) andavano indagati per corruzione e turbata libertà dell’incanto. Se uno analizza i singoli episodi di falso, si rende conto che non ho agito con dolo”. Scafarto chiede che quel file audio con l’intercettazione gli venga inviato ma di fatto lo ignora perché nel testo finale attribuisce a Romeo le parole di Bocchino, avvalorando la tesi di un presunto incontro tra l’imprenditore casertano e il padre dell’ex premier. 

“L’ho spiegato nel primo interrogatorio ai pm romani”.

Per la verità, quella volta lei si è avvalso della facoltà di non rispondere.

“È il mio unico vero rimpianto. Ho assecondato la richiesta del mio avvocato, e ho sbagliato. Woodcock mi diceva l’opposto, avrei dovuto seguire il suo consiglio”.

Perché ha cambiato quel nome: Romeo al posto di Bocchino?

“In quel periodo facevo la spola tra Castellamare e Roma, mi capitava di aprire e chiudere il pc in treno. Dopo la verifica dei miei, sulle prime recepisco la modifica, apporto la variazione di attribuzione della frase, scrivo Bocchino e poi chiudo l’apparecchio. Nel trasbordo, incidentalmente, il computer si spegne e quando lo riaccendo mi compare sul monitor la schermata per scegliere quale versione aprire.  A quel punto sbaglio, seleziono la meno aggiornata, priva della modifica. Continuo a lavorare sullo stesso file senza accorgermi della svista. Il 7 gennaio trasmetto il file ai ragazzi che per due giorni non fanno altro che leggere l’informativa. Nessuno si accorge dell’errore, neanche Remo Reale. Nessuno”.

È difficile dare credito alle sue parole.

“Per quanto incredibile, è la verità. Il 21 dicembre 2016 Woodcock mi incarica di redigere l’informativa e di depositarla entro e non oltre il 9 gennaio. La procura di Roma va messa a conoscenza dell’intero quadro probatorio, è urgente. Io glielo dico al dottore: non ce la farò mai, dottò, c’è Natale, Santo Stefano, Capodanno…Dovendo far tutto in diciassette giorni, mi fate lascia’ con mia moglie. Lui mi rassicura: non ti preoccupare, devi considerarla un’informativa interlocutoria, non definitiva, serve ai colleghi romani per avviare la loro inchiesta”. 

Woodcock è stato indagato a Roma per falso e violazione del segreto, poi rapidamente archiviato. Invece lei e il colonnello Alessandro Sessa, all’epoca vicecomandante del reparto, siete tuttora sotto inchiesta per gli stessi reati e depistaggio.

“Io e Sessa siamo gli sfigati della compagnia. Non sento Woodcock da un anno, è giusto così”.

L’eventuale manipolazione sarebbe stata attribuita a un terzo, esattamente come nello scambio di nome tra Marco Canale e Marco Carrai […]

“Sono stato io a rilevare l’errore. Se non me ne fossi accorto, avremmo messo sotto intercettazione la persona sbagliata. Si rende conto dei guai che avremmo passato, essendo Carrai una persona vicina a Matteuccio?”.

Veniamo al capitolo inventato sul coinvolgimento dei servizi segreti: notate un Suv, fate gli accertamenti, scoprite che il proprietario è un cittadino sudamericano, impiegato dell’Opera pia, tuttavia decidete che sia uno 007 ingaggiato da Palazzo Chigi per depistare le vostre indagini.

“Sono stato io a verificare immediatamente l’identità di quell’uomo. Il suv, in effetti, somigliava a una macchina tecnica, di quelle che noi usiamo per i pedinamenti”.

Perché lei ha redatto ugualmente quel capitolo?

“Woodcock mi ha detto espressamente di compilare una sezione apposita, io ho eseguito”.

Sentito dai pm romani lo scorso luglio, il pm partenopeo ha definito tale circostanza ‘totalmente falsa’ e ha dichiarato di ritenersi vittima di un “inganno”. Insomma il pm l’ha scaricato.

“Io non mi sposto di un centimetro”.

La sua tesi, maggiore, è che Roma insabbi per proteggere il fronte politico dell’inchiesta mentre voi da Napoli vi battete, con sprezzo del pericolo, contro i corrotti.

“Non uso la parola insabbiare, preferisco toni più garbati. Diciamo che sin dal principio non abbiamo condiviso tante scelte, nel modo più assoluto. I fatti parlano da sé”.

Anche i “fatti alternativi”, se è per questo. Senza l’intervento della procura di Roma i cittadini avrebbero creduto a una fake inchiesta basata su prove false e con effetti politici destabilizzanti o, se vuole, eversivi.

“Certe vicende ti provano, cambiano la prospettiva di come intendi servire le istituzioni. Io e Sessa siamo stati intercettati e perquisiti, un trattamento che non è toccato né all’ex comandante della legione Toscana Emanuele Saltalamacchia né all’ex comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette. Woodcock non è stato perquisito, lo stesso Marroni, a mio giudizio, andava perquisito e indagato. Alla vigilia dell’arresto di Romeo il primo marzo 2017, ho rappresentato ai pm romani la necessità di eseguire una serie di perquisizioni, non se n’è fatto nulla. Tiziano Renzi e Carlo Russo sono entrambi indagati per traffico di influenze illecite, eppure uno viene perquisito e intercettato, l'altro no”.

Renzi senior è stato intercettato, gli avete piazzato le cimici pure nel giardino di casa a Rignano.

“Lo abbiamo intercettato con l’autorizzazione della procura napoletana, Roma invece si è ben guardata. Peraltro, quelle cimici nella villetta non hanno captato alcunché, abbiamo fatto male le installazioni, mancava il segnale…”.

Non ho ancora capito se lei sia più maldestro o spregiudicato.

“Io non sono un bravo investigatore”.

Ce ne siamo accorti. La procura di Pignatone è critica sull’operato dei colleghi napoletani, i presunti “errori” hanno inquinato la genuinità della prova, è un fatto.

“Perché sono solo i carabinieri del Noe o la Guardia di finanza, nella sezione specializzata della pubblica amministrazione, a condurre indagini così delicate? Perché la polizia si tiene a distanza? Col senno di poi, le dirò che hanno ragione loro, si evitano fastidi e intoppi.  Se non disturbi il potere politico, fai carriera”.

Lavorando a stretto contatto con Woodcock e De Caprio, lei ha curato indagini sensibili, da Finmeccanica a Consip, passando per Cpl Concordia. Lei faceva parte del Nucleo operativo ecologico, sezione specializzata in reati ambientali. Perché in questi anni vi siete occupati di appalti e corruzione?

“E’ un’anomalia, non mi nascondo dietro un dito. Anche se una matrice ambientale la si trova sempre”.

Veniamo ai suoi rapporti con De Caprio, alias capitano Ultimo, punta di diamante del nostro apparato investigativo. Lei è diventato il suo pupillo, ufficiale di collegamento tra il militare che arrestò Totò Riina e il pm Woodcock.

“Quelli della mia generazione sono cresciuti con il mito di De Caprio. Agli inizi degli anni Novanta ero maresciallo a Palermo, e conoscevo il colonnello solo di nome. Quando nel 2013, appena quarantenne, sono arrivato al reparto tutela ambientale, ero emozionato all’idea di incontrarlo. De Caprio ha atteso due settimane prima di darmi un appuntamento, mi vedeva come l’intruso spedito lì dal generale Gallitelli chissà per quale ragione. Tre anni di lavoro al suo fianco mi sono valsi come venti. Ho imparato un metodo il cui primo comandamento impone la dedizione assoluta nella lotta contro il crimine: briefing quotidiani all’alba (in senso letterale), riservatezza, studio del nemico, come dice lui. Woodcock l’ho conosciuto successivamente”.

Qualcuno accusa De Caprio di aver costituito una cerchia ristretta di ufficiali fedeli soltanto a lui.

“Il colonnello è una persona carismatica, ha un che di mistico, professa i valori della fratellanza e della lotta contro il male. Ma nel suo approccio non c’è settarismo, prevale piuttosto la logica della condivisione assoluta”.

Tra i file che lei ha trasmesso a capitano Ultimo, già insediato all’Aise, ve n’è uno, spedito a Forte Braschi via email, dal nome “Mancini.docx” che riporta informazioni relative ai rapporti tra un pezzo grosso del Dis, Marco Mancini, e Italo Bocchino. La domanda è: perché?

“Non lo so. Glielo giuro, non me lo ricordo. Forse devo averglieli consegnati brevi manu nei mesi precedenti, lui se li sarà persi, come spesso gli capitava, e io glieli avrò rimandati. Ma non c’è reato, esiste una consolidata giurisprudenza in merito”.

Perché un file su Mancini?

“All’Aise De Caprio ricopriva un incarico strategico di controllo sull’operato dei militari. Quel file apre uno spaccato sulle modalità operative dei nostri agenti all’estero, si tratta di informazioni trasmesse de relato, per bocca di Bocchino. Non posso dire di più”.

In base a quanto risulta al Foglio, Del Sette e il capo di stato maggiore Gaetano Maruccia si oppongono al suo trasferimento all’Aise.

“Ho sempre sognato di approdare ai servizi. Come le dicevo, io non sono bravo nella polizia giudiziaria, mentre sono abbastanza bravo nella raccolta e nell’analisi informativa. L’opposizione dei vertici al mio trasferimento non mi sorprende. All’epoca Maruccia è al corrente delle indagini in corso, e ci ostacola. Ci toglie oltre venti unità e le spedisce all’Aise; poi ci manda in sostituzione una serie di rimpiazzi scarsi in numero e in qualità, persone mai viste prima”.

Dalle indagini curate dai pm romani, emerge che a un certo punto lei mira a mettere sotto intercettazione sia Del Sette che Maruccia. In un messaggio inviato a Sessa il 9 agosto 2016, lei gli confida di ‘pensare continuamente a queste intercettazioni e alla difficoltà di portare avanti questa indagine’; gli rappresenta inoltre che “è stato un errore parlare direttamente di tutto con il capo attuale”.  

“Io l’avevo detto a Sessa: se questi vengono a conoscenza dell’inchiesta, ci fanno passare un brutto quarto d’ora”.

È stato profetico?

“Sfigato, non profetico. De Caprio è allontanato dall’Arma perché si rifiuta di riferire alla scala gerarchica. Woodcock ci mette in guardia: tenete la bocca chiusa perché c’è di mezzo il padre del premier in carica”.

Secondo lei, chi ha spifferato per primo la notizia dell’inchiesta?

“Maruccia è un vero carrierista. Io credo che, al rientro dalle ferie, abbia informato subito Del Sette.  Alla fine di settembre Tiziano Renzi sapeva di essere intercettato”.

L’interrogatorio di Marroni, risalente al 20 dicembre 2016, viene squadernato sui giornali a distanza di due giorni.

“Ricordo bene quella mattina. Io e Woodcock ci incrociamo in stazione, scambiamo qualche parola ma non commentiamo lo scoop del Fatto. Ricordo che il dottore ha un po’ di febbre e nella fretta sale sul treno sbagliato, diretto a Firenze”.  

È lei a informare il cronista del Fatto?

“Se fossi stato io, avrei atteso che il fascicolo passasse prima a Roma e non avrei contattato il giornalista nel medesimo giorno dell’interrogatorio”.

Woodcock e Federica Sciarelli sono stati indagati per questo episodio, infine archiviati.

“Credo che un giornalista avveduto sia disposto a pubblicare una notizia così delicata solo se ha un rapporto fiduciario, radicato nel tempo, con la sua fonte. Io quel cronista neanche lo conoscevo”.

Sempre lui pubblica la telefonata riservata tra Matteo Renzi e il padre risalente al 2 marzo 2017.  Secondo lei la fonte è romana?

“Direi di no”.

Partenopea?

“Direi di sì”.

Lei, maggiore, ha combinato un gran casino.

“Gliel’ho detto: non sono un bravo investigatore”.

Dopo questa vicenda gli 007 li potrà vedere nei film.

“Oggi non so più se m’interessa continuare a fare il carabiniere. Io non mi sono mai innamorato di un procedimento, neanche di quello contro Tiziano Renzi. Mi sono incazzato perché mettiamo un telefono sotto controllo e dopo 24 ore nessuno parla. Mettiamo le ambientali negli uffici di Romeo e dopo due settimane cominciano ad abbassare la voce, iniziano a scrivere pizzini, accendono il televisore, infine comprano il tritacarte. Allora ti fermi e pensi: sorella cara, mi state pigliando per il culo! Con De Caprio e Woodcock ho seguito indagini ai massimi livelli. Ora non potrei più indagare su uno spaccetto o su un furtarello, mi annoierei a morte. Non mi dispiacerebbe andare via dall’Arma, reinventarmi altrove. Ma non so dove”.

Ora che è rientrato in servizio al reparto comando della legione Campania, avrà più tempo libero rispetto alle full immersion con capitano Ultimo.

“In effetti, sì. Tornerò a frequentare la palestra, andrò dal barbiere tutti i giorni. Per il resto, tiro avanti come posso. Mi dedico al giardinaggio, mi diletto in cucina, sono diventato sommelier”.

Lei ha quattro figli a cui badare.

“Il più grande ha ventitré anni, il più piccolo ne ha soltanto uno. Non è stato facile spiegare loro quel che è accaduto. In una parola, arranco. Il maggiore guadagnava da cameriere a San Francisco 4500 dollari al mese, vitto e alloggio inclusi. Ha mollato e si è voluto arruolare nell’esercito da soldato semplice, dice che vuole restare in Italia. Per fortuna porta il cognome della madre, così sta a posto”.

La lotta tra carabinieri dietro la fuga di notizie. Inchiesta Consip, il trasferimento non gradito del mitico “capitano Ultimo” ha generato la faida all’interno dell’Arma che si è consumata a colpi di “indiscrezioni”, scrive Errico Novi il 7 Marzo 2017 su "Il Dubbio". Inimicizia tra magistrati? Diffidenza della Procura di Roma nei confronti dell’imprevedibile Henry John Woodcock? Non è detto, anzi pare proprio che non sia il presunto conflitto tra pm a poter spiegare la revoca del mandato al Noe per le indagini Consip. Dietro la clamorosa decisione del procuratore Giuseppe Pignatone ci sarebbe invece un fortissima tensione nella catena di comando dell’Arma. Attriti e dissensi che nascono dal trasferimento dell’ormai ex vicecomandante operativo dello stesso Noe, il mitico Sergio De Caprio alias Capitano Ultimo. Una situazione non del tutto serena che però non può essere automaticamente messa in rapporto con le fughe di notizie. Su un simile nesso, al limite, dovrebbe far luce l’indagine aperta dalla stessa Procura capitolina. Ma certo il terremoto al vertice del Nucleo operativo ecologico, reparto d’eccellenza dell’Arma, offre una serie di elementi che vale la pena di riassumere. Comprenderli significa anche rispondere a un interrogativo che il profano si pone già di fronte all’acronimo: perché un reparto denominato Nucleo operativo ecologico, istituito per perseguire i reati ambientali, è impiegato in indagini sulla corruzione? Il merito è anche di carabinieri del valore e dell’intraprendenza dello stesso De Caprio. Lui, insieme con altri ufficiali, si è trovato una quindicina di anni fa in una complicata situazione: era al Ros, il reparto guidato in passato da Mario Mori e che in seguito alle disavventure giudiziarie di quest’ultimo aveva perso parte dell’antico prestigio. È per questo che all’inizio degli anni Duemila De Caprio ed altri chiedono di essere trasferiti al Noe, reparto dedito appunto alla tutela dell’ambiente ma che godeva già di alcune prerogative importanti, a cominciare dalla possibilità di operare sotto copertura. Proprio la presenza di militari del valore di Ultimo ha fatto sì che il Noe acquisisse mandati investigativi che altrimenti non gli sarebbero stati assegnati. Comprese indagini contro la pubblica amministrazione. Nel Noe, De Caprio assume qualche anno fa il ruolo di vicecomandante operativo. Il massimo grado a cui potesse aspirare con il suo grado, che non era e non è ancora quello di generale. Nell’estate del 2015 il primo duro colpo: il comandante generale Tullio Del Sette riorganizza il Noe e sottrae al vicecomandante De Caprio le funzioni di polizia giudiziaria. Ma dal suo ufficio nel quartiere Aurelio a Roma, Ultimo continua a esercitare una forte influenza sui militari abituati ormai a considerarlo un punto di riferimento. Gode di eccellenti rapporti con gran parte della magistratura inquirente. Non fa eccezione la Procura di Napoli e in particolare il pm Woodcock. Nei mesi scorsi si sviluppa l’indagine sul caso Consip, di cui in questi giorni si è saputo praticamente tutto. Il lavoro investigativo è condotto appunto dal Noe, istruito da Woodcock e dalla sua collega Celeste Carrano. L’incrinatura fatale arriva a fine 2016, quando Del Sette decide di assegnare De Caprio a un nuovo incarico. Non più al Noe ma al “reparto Interno” dell’Aise, il servizio segreto sull’estero. Un secondo schiaffo, almeno così lo vive De Caprio. E pure i suoi uomini: la seconda linea di comando, i tanti marescialli che lavoravano con Ultimo al Noe, sono agitatissimi. Pare che a Del Sette e al direttore dell’Aise Alberto Manenti esprima un forte dissenso lo stesso Woodcock. Arriva un nuovo vicecomandante operativo, ma è come se i vertici del Noe continuassero a riconoscersi nella leadership virtuale di De Caprio, e in ogni caso lavorano con la stessa determinazione di sempre sull’inchiesta Consip. Nell’ambito dell’indagine, nello stesso periodo, finisce indagato anche il comandante Del Sette. Le fibrillazioni a quel punto, com’è immaginabile, diventano fortissime. È in questo clima che si verificano le ripetute sconcertanti «rivelazioni di notizie coperte da segreto», come le definisce propriamente la Procura di Roma nel comunicato diffuso sabato scorso. Risentimento? Rancore? E con quali conseguenze? De Caprio potrebbe avere le sue ragioni per nutrire tali sentimenti. Si è visto trasferito e nello stesso tempo mortificato nell’aspirazione di acquisire il grado di generale. Si è reso conto di non essere tra le figure dell’Arma in stretta relazione di fiducia con l’esecutivo. Guarda a Emanuele Saltalamacchia, destino opposto al suo: comandante provinciale a Firenze, diventa generale senza neppure essere costretto a trasferirsi, perché gli viene assegnato come nuovo incarico il comando regionale sulla Toscana. Saltalamacchia, per inciso è a sua volta indagato per gli stessi reati contestati a Del Sette e Lotti: rivelazione di segreto e favoreggiamento. Tutto filtrato, come per gli altri due, dalle carte dei pm alla stampa. È un reato. Ad accertare chi l’ha commesso saranno altri carabinieri, del Nucleo investigativo di Roma. A cui ora la Procura capitolina ha deciso di affidarsi, forse anche per evitare che un fascicolo già caldissimo si arroventi ancor di più per le tensioni tra il Noe e il vertice dell’Arma.

L’IMPATTO DEI MEDIA SUL PROCESSO PENALE.

Scrive l'Avv. Teresa Rullo su "Salvis Juribus". Negli ultimi giorni i mass media non fanno altro che parlare di Stefano Bossetti. Anche se non dicessi che si tratta della persona condannata pure in appello per il delitto di Yara Gambirasio, chiunque capirebbe. Perché da sei anni e mezzo, ormai, non si fa altro che parlare di lui e tutti sono diventati tecnici del diritto, esperti biologi, criminologi, e chi più ne ha ne metta. Un processo mediatico, dunque, nel quale tutti possono avere un ruolo, formulare giudizi, concorrere a creare, peggiorare o migliorare la figura del colpevole, che da eventuale autore del delitto, si trasforma quasi in protagonista di un reality, sempre tenuto sotto controllo da importanti ma altrettanto pericolosi mezzi di comunicazione. La TV diventa un salotto di parti processuali, in cui si cerca o si delinea la figura del colpevole, il che potrebbe sembrare pure utile a prima vista, se non fosse che così facendo si rischia di svilire quelle garanzie costituzionali e processuali a tutela di un giusto ed equo processo. Non è la prima volta, certo. Lo stesso è accaduto con il delitto di Cogne, con la giovane studentessa inglese in erasmus a Perugia (Meredith Kercher) e quindi Raffaele Sollecito e Amanda Knox, e poi il delitto di Garlasco (Chiara Poggi), Sarah Scazzi, ecc…Ci troviamo di fronte ad una vera strumentalizzazione dei reati. E bisognerebbe riflettere su questo. Distogliamo l’attenzione da argomenti rilevanti (politica, economia, lavoro) per occuparci del potenziale assassino, come se fosse una delle tante serie tv americane. Ognuno cerca di dire la sua, indipendentemente dalle reali competenze. In prima linea criminologi e psicologi attraverso pareri e analisi spesso superficiali e scontati che rischiano di focalizzarsi più sulla colpevolezza di un individuo che sull’efficacia delle indagini in corso o sulle specifiche competenze criminologiche. Quasi un ritorno a Lombroso l’inventore dell’antropologia criminale che, dagli occhi o dai lineamenti, riusciva a comprendere gli indici criminogeni della persona. Oggi si fa, in tv, un esame molto simile strumentalizzando qualche gesto o e risalendo all’assassino attraverso le parole o semplicemente la grafia. Questa continua attenzione mediatica, certamente, ha una influenza su chi poi si trova a dover giudicare realmente, su chi deve emettere la sentenza di condanna e, ancor prima, su chi segue le indagini. Certo, nel nostro sistema sono comunque presenti delle norme a garanzia di un sano processo, si pensi all’art. 114 c.p.p. che al comma 2 sancisce il divieto di pubblicazione degli atti non coperti dal segreto, fino a quando non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare, e all’art. 329, comma 1 c.p.p. che stabilisce che gli atti di indagine compiuti dal PM. o dalla P.G. sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza, e comunque non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Con tali norme si cerca all’interno della giurisdizione penale di contemperare esigenze contrapposte, quali il diritto di cronaca, di critica e di informazione (art. 21 Cost.) e il diritto ad un giusto processo, svolto nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale (art. 111 Cost.). Questo impianto normativo fa però fatica ad opporsi alle incursioni dei mezzi di comunicazione moderna, che sono sempre più invasivi. La pressante attenzione dedicata dai media alle vicende giudiziarie, determina frequentemente una disapplicazione delle norme poste a tutela del segreto (artt. 114 e 329 c.p.p.), assumendo per così dire la parvenza di una consuetudine abrogatrice. Ne consegue perciò non più un bilanciamento di interessi tra esigenze contrapposte, ma uno spostamento a favore del diritto di cronaca a svantaggio delle esigenze di giustizia e dei diritti degli imputati. Si realizza una palese violazione del giusto processo, a discapito/ vantaggio del reo o potenziale reo di turno. Parlo di vantaggio, sì. Perché talvolta il processo si conclude con l’assoluzione. Ed è anche accaduto in uno dei famosi delitti degli ultimi anni. Il dominus delle indagini potrebbe concludere in fretta ed anche superficialmente perché pressato dall’opinione pubblica che vuole una sentenza subito. Di conseguenza, il giudicante potrebbe giungere all’assoluzione per carenza di prove a carico dell’imputato. Perché, non si dimentichi, l’art. 533 c.p.p. sancisce che “il giudice pronuncia sentenza di condanna al di là di ogni ragionevole dubbio”. Della pressione mediatica si è occupata anche la Corte di Cassazione (sentenza del 1 febbraio 2011 n. 3674), definendo con cristallina chiarezza il differente ruolo che i diversi attori del processo mediatico devono svolgere: “A ciascuno il suo, agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare la collettività”. Alla fine, in questo marasma di esperti e giudicanti, ritengo che il ruolo più complesso resta quello di chi deve realmente giudicare. La filosofa e scrittrice Hanna Arendt sosteneva che: “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali”.

Massimo Bossetti, la fisica quantistica e l'impossibile difesa, scrive mercoledì 26 luglio 2017 "Taranto Buonasera". Una camera di consiglio fiume. Una storica maratona tv con inviati stremati dalla fatica e ospiti in studio costretti a commentare per ore l’assenza di notizie. Si parte in prime time e di rinvio in rinvio si supera la mezzanotte, appesi ai commenti da bar 2.0 sputati su Twitter e ai video pseudo amatoriali. La corte non si pronuncia? Nell’attesa tutti insieme a guardare la moglie dell’imputato, Marita Comi, che, a sua volta, segue la trasmissione via tablet da un ristorante vicino al tribunale, in un delirio autoreferenziale che svuota di senso la cronaca giudiziaria. Tra battibecchi a base di dna e commenti gossippari sulle “donne di Bossetti” (lo stile Marita batte ai punti la suocera e la cognata) il processo del secolo, alias il caso di Yara, tocca una nuova tappa cruciale con la conferma della condanna di Massimo Bossetti in secondo grado e il compimento del suo destino di imputato mediatico. La Corte d’Assise d’appello tiene sul filo la giuria popolare assiepata dietro gli schermi di tv e smartphone. “Se ci mettono tanto a decidere, c’è una spaccatura e se c’è una spaccatura le cose si mettono bene per l’imputato”. Questa la vulgata che aizza fino all’ultimo secondo lo scontro tra audience innocentista e colpevolista, provando che anche in tempi ipertecnologici format classici come La parola alla giuria di Sidney Lumet funzionano alla grande. La presunta doccia fredda, l’ergastolo, non placa gli animi. Nella rituale attesa delle motivazioni dei giudici il partito pro Bossetti e quello contro non deporranno le armi. C’è ancora la Cassazione e, in extrema ratio, l’istanza di revisione. Il processo a puntate non si ferma, ed è già questa una sentenza di fine pena mai. Qualunque sia il suo destino processuale, l’intreccio tra la giustizia istituzionale e mediatica trasforma l’imputato Bossetti in un precedente vivente. Dopo di lui nulla sarà come prima. E non solo perché il processo per l’omicidio di Yara Gambirasio è un processo al dna come “prova regina”. Massimo Bossetti mette a nudo un paradosso del sistema che in molti tentano di ignorare. Per raccontarlo può essere utile il celebre gatto nella scatola di Schrödinger. Il matematico austriaco lo usa nel 1935 per dimostrare i limiti dell’interpretazione classica della fisica quantistica, basata sull’idea che due sistemi interagenti siano da considerare come un sistema unico. Schrödinger immagina di porre in una scatola un gatto e una piccola quantità di sostanza radioattiva (come un atomo di uranio), con un contatore Geiger che ne misura il decadimento collegato a un martello in grado di schiacciare una fiala di veleno. Se la sostanza tossica decade, il martello si attiva, distrugge la fiala e causa la morte del gatto. Poiché la fisica quantistica non è in grado di stabilire quando ciò avverrà, senza aprire la scatola non si potrà stabilire se il gatto è vivo o no. Con la logica conseguenza di doverlo di considerare allo stesso tempo vivo e morto. Nel caso di Bossetti i sistemi interagenti sono la narrazione mediatica e quella giudiziaria. La prima funziona come un sistema quantistico: ogni elemento influenza gli altri, ma i suoi effetti non possono essere previsti con certezza. Un atomo di uranio emette radiazioni, ma non è dato sapere il momento esatto in cui lo farà e quindi anticiparne le conseguenze. Ne è un esempio l’uso giornalistico del dna del killer: in teoria avrebbe dovuto azzerare la credibilità di Bossetti, nella realtà ha fatto da moltiplicatore della platea a suo favore. La narrazione giudiziaria, invece, è un macrosistema basato sulla certezza: conosciuti alcuni dati si può prevedere esattamente a cosa porteranno. Ovvero testimonianze a carico, prove, indizi, rilievi scientifici creano i presupposti per una condanna di colpevolezza, stabilendo se un omicidio è stato colposo, volontario, premeditato e comminando una pena commisurata. I due sistemi dovrebbero essere nettamente separati, ma, proprio come nell’esperimento di Schrödinger, risultano intrecciati in maniera inestricabile. Quando i cronisti rilasciano l’equivalente giornalistico dell’atomo di uranio, cioè i frame della narrazione tossica, questi innescano uno sdoppiamento. Alla verità giudiziaria, basata su riscontri oggettivi e ricostruzioni certe, si sovrappone quella mediatica, fondata su suggestioni e valutazioni “di pancia”, moltiplicando gli scenari all’infinito. Un condannato in via definitiva può essere percepito come la vittima di un errore giudiziario e un imputato non andato a processo diventa colpevole ancora prima di varcare il tribunale. In aula accusa e difesa portano ricostruzioni inconciliabili, una col gatto morto, l’altra col gatto vivo e vegeto. Per uscire dall’incertezza si impone l’apertura della scatola, l’osservazione oggettiva che porta alla cosiddetta verità dei fatti. Il paradosso di Bossetti si consuma nel rifiuto di aprire la scatola, accettando che gli scenari ipotetici siano smentibili dalla realtà. La sovrapposizione dei sistemi, a parole vituperata con l’anatema sulle “pressioni mediatiche”, fa comodo a entrambe le parti in gioco, che trasformano la ricostruzione dibattimentale in un viaggio attraverso mondi paralleli degno del Doctor Who. Tutto consumato sulla pelle dell’imputato. Esperti qualificati (ma anche sulle qualifiche, che battaglia!) dichiarano il dna repertato sui vestiti della vittima allo stesso tempo riconducibile a Bossetti al cento per cento e non risolutivo.

La difesa avanza dei dubbi sull’analisi del solo profilo mitocondriale, chiedendo una nuova perizia, cioè che si apra la scatola ad armi pari guardando dentro tutti insieme. Del resto l’imputato avrebbe avuto il diritto a test indipendenti sulla traccia biologica attribuita a Ignoto 1. Ma, come entrambe le parti ben sanno, il test, a causa della scarsità del materiale, non è ripetibile. Il che è funzionale all’accusa per dichiararlo inutile e alla difesa a invocare il ragionevole dubbio. Nella Scatola c’è un Ignoto 1 con il volto di Massimo Bossetti e un Ignoto 1 con la maschera. Nell’altalena tra i due va perso il punto cruciale: la presenza di una traccia biologica dell’imputato, in assenza di altri elementi, non può materializzare una ricostruzione dei fatti attendibile. Anche dando per certo che sia di Bossetti non prova la sua condotta omicidiaria. Tornando all’esempio del felino, dell’atomo e del martello, il gatto non è coinvolto nella reazione, inutile chiedergli cosa sia successo. Senza contare che, come ha scritto Natale Fusaro, docente di Criminologia alla Sapienza di Roma, «la prova si forma nel contraddittorio, ma l’esame del dna è avvenuto prima che Bossetti fosse indagato». Che equivale a infilare il gatto in una scatola aperta e mal richiusa. Che in un caso si trasforma in un vero e proprio “pacco”. Per ancorare Bossetti alla scena del crimine aldilà del dna si ricorre a prove fotografiche e informatiche. Rientra nel primo gruppo il video che immortala il furgone di Bossetti mentre gira ripetutamente intorno alla palestra dove Yara è stata vista viva per l’ultima volta. Rilasciato dal Ris alla stampa innesca racconti fantasiosi, con l’imputato paragonato a una bestia feroce che bracca la vittima del suo insano appetito sessuale. A smontarlo un consulente della difesa, dimostrando che è frutto di un collage di immagini non riconducibili con certezza al furgone dell’imputato, anzi, riferibili a veicoli diversi. Una bufala, un atomo di uranio pronto ad azionare il martello, che solo per una variazione casuale viene disinnescato, ma senza essere mai entrato nel dibattimento. Non resta che la prova informatica: per l’accusa il cellulare di Bossetti e quello di Yara hanno agganciato la cella di Brembate nello stesso momento, perciò erano insieme, presumibilmente negli istanti immediatamente prima, durante e dopo il delitto. In realtà l’aggancio non è simultaneo (Bossetti entra un’ora prima della vittima) e in ogni caso avviene a una cella che è comune alla zona di residenza e frequentazione di entrambi. In ultimo il movente: Bossetti è un maniaco sessuale, come provano le verifiche fatte sul suo computer e le lettere hard inviate dal carcere a una donna detenuta. Atomi particolarmente tossici. Per anni i media parlano delle ricerche fatte con la chiave “sesso + tredicenni” e di materiale pedopornografico visionato dall’imputato. I riscontri, però, mancano. Nel computer di Bossetti, sostiene la difesa in appello, zero foto di minori, anzi «neanche una donna nuda» e non c’è prova che le ricerche siano state fatte da lui, in quanto il pc era a disposizione anche di altri componenti della famiglia. Per quanto riguarda le lettere osé scambiate con una detenuta e indicate dalla stampa come prova di perversione, il solo fatto che siano state acquisite agli atti processuali dalla Corte d’Assise di Bergamo costituisce una frattura dei diritti dell’imputato, violato nella privacy, (le preferenze sessuali sono dati sensibili) e nel divieto di essere sottoposto a una valutazione di personalità e a una stigmatizzazione in merito a comportamenti che non hanno nessuna rilevanza processuale. Le abitudini d’alcova del gatto non offrono indicazioni sul suo destino nella scatola. Che resta sigillata mentre, al suo interno, Bossetti non ha reale possibilità di difendersi, perché non ha prove costituite in dibattimento da poter confutare. 

Non può rifare il test del dna.

Non può contraddire una traccia biologica che lo accusa senza attribuirgli una condotta specifica.

Non può difendersi da giudizi morali sul suo modo di essere.

Riguardo al suo coinvolgimento nel delitto Gambirasio passeremo anni a dividerci tra colpevolismo e innocentismo, categorie tossiche per definizione, perché ci siamo allontanati senza rimedio dal terreno dell’accertamento della realtà dei fatti. Non è successo in un giorno. Ci sono state infinite scatole nel mezzo.

A partire dalla prima, con il muratore di Mapello braccato in cantiere, ammanettato in ginocchio a favore di telecamere. “Tentava di scappare” dicono i colpevolisti; “era chiaramente atterrito e incredulo” rispondono gli innocentisti. Nessuno si chiede come sia finito nella scatola. E chi abbia chiuso per sempre il coperchio.

16 giugno del 2014. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano dichiara: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasaio (…) È una persona del luogo. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l’impegno massimo, l’alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che non è più senza volto». Se la sentenza precede il processo, come in un tribunale mediatico qualsiasi, nessuna difesa è possibile e “colpevole” e “innocente” diventano significanti vuoti, interscambiabili. E che il gatto sia vivo o morto la giustizia non se la passa bene.

YARA, MEREDITH E LE ALTRE. Il caso della giovane Gambirasio non è l'unico che ha avuto una forte attenzione mediatica negli ultimi anni. Ce ne sono stati molti, alcuni dei quali risolti grazie all'uso dell'analisi del Dna, scrive " Lettera Donna". Tra i casi di cronaca nera, il delitto di Yara Gambirasio è stato uno dei più seguiti negli ultimi anni. I motivi sono tanti: la giovane età della vittima, la difficoltà di individuare l’assassino e il ritrovamento del corpo. Insomma, si è trattato di un procedimento molto complesso che non è ancora finito. La prima parte si è conclusa il primo luglio 2016 con la condanna in primo grado per Massimo Giuseppe Bossetti, riconosciuto come unico colpevole. E la Corte d’appello, con una sentenza arrivata poco dopo le 00.30 del 18 luglio 2017, ha confermato quanto stabilito in primo grado: Bossetti è colpevole; la pena è l’ergastolo. Ma il caso di Yara non è l’unico: ce ne sono altri che hanno appassionato l’Italia intera. Hanno tenuto con il fiato sospeso il pubblico, incollato davanti allo schermo della tivù per seguire gli speciali e i continui aggiornamenti. E in tutti c’è una cosa in comune: la vittima è sempre una giovane donna.

IL DELITTO DI AVETRANA. La sentenza definitiva più recente è quella del Delitto di Avetrana, città in provincia di Taranto, dove il 26 agosto del 2010 è stata uccisa Sarah Scazzi. Inizialmente, la ragazza era stata data per scomparsa ma, dopo il ritrovamento del suo cellulare, le indagini hanno preso una direzione diversa. Il primo personaggio a emergere è lo zio Michele Misseri che il 6 ottobre dello stesso anno confessò l’omicidio della nipote, dopo un lungo interrogatorio con le forze dell’ordine. Ma non finisce qui: indicò anche il luogo dove era seppellito il cadavere: il cimitero comunale. Una versione che non convinse gli inquirenti, anche perché venne ritrattata più volte. Il secondo personaggio del caso è la cugina Sabrina Misseri, arrestata poco tempo dopo per concorso in omicidio. Secondo l’inchiesta, il motivo era la presunta gelosia per un ragazzo che entrambe avevano conosciuto nel 2009: Ivano Russo. In seguito ad un’altra confessione dello zio, la cugina fu accusata di omicidio. Ma c’entra anche un’altra persona, sempre della famiglia: la zia Cosima Serrano, madre di Sabrina e moglie di Michele. Il 26 maggio 2011 fu arrestata per concorso in omicidio e sequestro di persona dopo l’analisi dei tabulati telefonici. Le varie versioni furono cambiate più volte, poi, il 10 gennaio 2012, è iniziato il processo. La sentenza di primo grado ha condannato Sabrina e Cosima all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi e Michele a 8 anni per concorso in soppressione di cadavere. Le stesse pene sono state confermate in appello, così come in Cassazione.

IL CASO PAROLISI. C’è solo un protagonista nel delitto di Melania Rea, ragazza di 29 anni, uccisa con 35 coltellate sul Colle San Marco di Ascoli Piceno il 18 aprile 2011. È il marito Salvatore Parolisi, militare, che fu condannato all’ergastolo in primo grado, a 30 anni in secondo e in terzo grado. Secondo quanto è emerso dalle indagini, avrebbe ucciso la moglie a causa di una relazione con un’altra donna: la soldatessa Ludovica Perrone.

L’OMICIDIO DI MEREDITH KERCHER. Una dinamica completamente diversa nel caso di Meredith Kercher, studentessa inglese uccisa a Perugia il primo novembre del 2007, durante l’Erasmus. La ragazza fu trovata con la gola tagliata nella propria camera da letto nella casa che condivideva con altri studenti. Anche qua ci sono tre protagonisti: Raffaele Sollecito, Amanda Knoxe Rudy Guede. Il processo è stato molto lungo e complesso e ha avuto non soltanto l’attenzione dei media italiani ma anche di quelli anglosassoni. Alla fine, la Cassazione assolse Sollecito e Knox per non aver commesso il fatto, vista la mancanza di prove certe e i numerosi errori nelle indagini. L’unico colpevole fu Guede, cittadino ivoriano, condannato a 16 anni di reclusione.

IL DELITTO DELL’OLGIATA. Molto simile al caso di Yara c’è il Delitto dell’Olgiata. Entrambi sono stati definiti ‘a pista fredda’ e in entrambi si è fatto uso delle analisi scientifiche per individuare il Dna dei sospettati. La vittima fu la contessa Alberica Filo della Torre, 42 anni, uccisa il 10 luglio del 1991. Ci sono voluti 21 anni per sapere il nome del presunto colpevole: Manuel Winston, cameriere filippino, ex-dipendente della famiglia. Il suo Dna è stato trovato sul Rolex che indossava la nobildonna il giorno del delitto e sul lenzuolo che avvolgeva il cadavere della signora.

IL CASO CLAPS. Un caso simile ai precedenti è stato quello di Erica Claps, scomparsa a Potenza il 12 settembre del 1993 ma il suo cadavere è stato ritrovato soltanto nel 2010, nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità della città. Dopo 17 anni senza una risposta, grazie all’analisi del Dna si è trovato il colpevole: Danilo Restivo, condannato a 30 anni in via definitiva.

GIORNALI E PROCURE.

Giornalista horizontal…, scrive Piero Sansonetti il 5 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Panegirici per Davigo, interviste senza domande, anche il bravo Massimo Gramellini si piega alla cupola del giustizialismo. Bisogna sparare a zero sui politici, ma l’ossequio al giudice è un atto dovuto. Sul “Corriere della Sera” è apparso un articolo di Massimo Gramellini intitolato “Davigo vertical”. È una tipica espressione spagnola, l’hombre vertical, molto lusinghiera, che indica l’uomo tutto d’un pezzo, coerente, serio, incorruttibile. Mi è venuto da chiedermi cosa sarebbe successo se sul “Corriere della Sera” fosse apparso un articolo altrettanto adorante, e firmato da una delle firme più prestigiose del giornale, rivolto all’esaltazione di qualche leader politico. Renzi, magari, o Berlusconi, o Alfano, o Salvini o – al limite – Grillo. Oppure se un panegirico di stile gramelliniano fosse stato pronunciato in Tv, dedicato a un uomo di governo. Sarebbe successa l’iradiddio e il malcapitato adoratore avrebbe capito in un batter d’occhio di essere giunto a fine carriera. Giornalismo horizontal. L’ossequio al giudice è sempre ammesso. Gramellini invece è solo all’inizio di una carriera che sarà – ve lo garantisco – di grande, grande successo. Qual è la differenza tra Davigo e – poniamo – Gentiloni? Come mai se osanni Gentiloni sei degno di disprezzo e se osanni Davigo sei un giornalista coraggioso? A occhio non c’è nessuna differenza tra i due: Davigo e Gentiloni sono rappresentanti del potere, e dunque – vorrebbe una versione forse un po’ antica della deontologia professionale giornalistica – dovrebbero sempre essere osservati con occhio critico dai giornalisti, tenuti a distanza, non celebrati. In realtà uno dei due è molto più potente dell’altro. Davigo ha assunto un ruolo di comando nella magistratura, fino al vertice dell’associazione magistrati, è un giudice di Cassazione, ha un ascolto altissimo nei giornali e nelle Tv, ha a disposizione persino un partito politico, e cioè i 5 Stelle, cosa che – paradossalmente – Gentiloni neanche si sogna. Davigo decide sulla politica della giustizia molto più di Gentiloni, è in grado di guidare campagne di opinione che possono bloccare qualunque provvedimento del governo. E infatti ha bloccato la riforma- Orlando. Del resto lo ha detto lui stesso, proprio l’altro giorno, all’assemblea del suo partito di riferimento (i 5 Stelle): «Non entro in politica perché ho molta più forza se resto fuori». Davigo orienta la magistratura e anche la politica, e se lui chiede più carcere ottiene più carcere. Influenza le sentenze dei suoi colleghi e frena i provvedimenti di clemenza. Intimidisce i tribunali di sorveglianza. Probabilmente Gentiloni sarebbe favorevole all’amnistia o a una riforma garantista del codice penale. Non può, ha le mani legate da un potere molto più grande del suo. La risposta alla domanda sul “diritto di ossequio” è esattamente questa. L’ossequio andrebbe evitato, ma se proprio va reso allora conviene renderlo al più forte. Il potere politico da anni è in verticale caduta, e non è strettamente necessario rendergli omaggio. Il potere di un pezzo di magistratura è in esponenziale crescita, sta allargandosi attraverso una nuova ferrea alleanza con la stampa e pezzi della Tv, ed è molto pericoloso opporsi. Un tipo come Davigo – dicono che sia anche permaloso – va tenuto nel giusto conto. Talvolta, non c’è niente di male: anche i giornalisti possono accettare di diventare hombre orizontal. Il bello è che ci sono alcuni giornali che ogni tanto pubblicano le classifiche dei giornalisti subalterni. Il Fatto Quotidiano, per esempio, li chiama i “lecca lecca”. State pure certi che non metterà Gramellini nell’elenco. Né metterà lo stesso Travaglio, che l’altro giorno, intervistando il Pm palermitano Di Matteo, è riuscito a fare una sola domanda, formulata più o meno così: “Lei ha già risposto a tutte le domande che avrei voluto farle, prima ancora che io gliele facessi…”. Esempio sfrontato di giornalista guascone che non guarda in faccia all’intervistato. Del resto poco prima dell’intervista a Di Matteo, e nella stessa sede (gli stati generali sulla giustizia tenuti mercoledì scorso a Roma dal movimento 5 Stelle) una giornalista di Repubblica aveva dichiarato candidamente: «Non posso non unirmi, anche se non dovrei, all’ovazione per Davigo». Almeno lei ha aggiunto, sottovoce, quelle quattro paroline: «anche se non dovrei…». Naturalmente non ha nessun senso parlare di giornalismo di regime. Come non aveva senso farlo qualche anno fa, quando imperava Berlusconi, non lo ha neppure ora che impera Grillo. Però per chi fa il giornalista è giusto fare qualche attenzione al fenomeno. Il giornalismo italiano si sta piegando sempre di più alla cupola del giustizialismo. Gli spazi per i liberali e i garantisti sono diventati stretti stretti. Non è il caso di piangersi addosso, però non c’è ragione per nasconderlo.

A Otto e mezzo uno show giustizialista. Dodici domande a Lilli Gruber, scrive Piero Sansonetti il 18 Aprile 2017 su "Il Dubbio". Marco Travaglio, Nicola Gratteri e Beppe Severgnini ospiti di La7 in un dibattito su politica e giustizia pieno di false informazioni e privo di contraddittorio. Ma questo è buon giornalismo? Indiscutibilmente Lilli Gruber è una delle giornaliste più prestigiose della televisione italiana. È preparata, ha carisma. Però ogni tanto sbaglia anche lei. Spesso sbaglia l’assortimento degli ospiti. E se commette questo errore senza conoscere troppo bene l’argomento del quale si parla, e dunque senza poter esercitare lei stessa l’obbligo della critica, finisce per fornire ai lettori un cattivo servizio, e per confondere le idee un po’ a tutti. Così è stato venerdì scorso, durante la puntata di “Otto e Mezzo”. Tema, la Giustizia. Ospiti: Nicola Gratteri (da Gruber definito Pm e saggista) Marco Travaglio e Beppe Severgnini. Dov’era l’errore nell’assortimento? I tre, sui temi in discussione, avevano idee perfettamente collimanti. E così non solo nessuno dissentiva, ma venivano lasciate passar per buone (cioè per vere) affermazioni del tutto infondate, o false, o quantomeno discutibilissime. Uno degli ospiti parlava, e gli altri due (ma anche Lilli Gruber, talvolta) annuivano, con la testa o coi sorrisi, in un clima sicuramente idilliaco ma che aveva a che fare poco poco sia col giornalismo, o con l’informazione, sia, ovviamente, col dibattito politico. Qui riassumo – senza commentare, o quasi… – in dodici punti solo le principali affermazioni non vere (o contestabilissime) che mi sono segnato su un taccuino. E provo a smentirle, sulla base dei fatti, e dei codici, e delle leggi. O anche del buonsenso.

Il processo a distanza. Il dottor Gratteri ha spiegato tutti i vantaggi del processo a distanza. Che funziona così: l’imputato non è presente in aula ma sta in carcere ed è collegato per via telematica in video e in audio. Dunque non ha il suo avvocato al fianco, non può consultarsi con lui in tempo reale, non è di fronte ai testimoni di accusa, né al pubblico ministero, non può intervenire, non può vedere documenti che eventualmente l’accusa esibisce, eccetera eccetera. Gratteri però questi inconvenienti non li ha elencati. Ha solo detto che comunque l’imputato può eventualmente consultarsi con l’avvocato via cellulare. E poi ha spiegato che in questo modo si risparmiano 70 milioni all’anno, facendoci capire che più che dello Stato di diritto è bene occuparsi del bilancio. Ha ragione Gratteri? No, ha torto. Il processo a distanza indubbiamente danneggia l’imputato e le sue possibilità di difesa. E lo costringe (se ha i soldi per pagarseli) ad avere due avvocati, uno in aula e uno accanto a lui in carcere. Ma se è povero, niente da fare. E soprattutto Gratteri ha torto perché esiste l’articolo 111 della Costituzione che dice così: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato (…) abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico (…)». In coscienza, qualcuno può ritenere che il processo a distanza, nel quale l’imputato, ad esempio, non può mai trovarsi faccia a faccia davanti al testimone d’accusa, e neppure davanti al giudice, è compatibile con questa norma della Costituzione? L’altro giorno persino il nuovo presidente dell’Anm (associazione nazionale magistrati) ha detto che il processo a distanza non sta in piedi. In trasmissione non si è neppure fatto cenno a questa circostanza.

«Gli avvocati difendono lo status quo». Questa è stata la motivazione fornita da Beppe Severgnini (editorialista del “Corriere della Sera” e direttore del settimanale “Sette”) per spiegare l’opposizione degli avvocati al processo a distanza. Eppure gli avvocati da molti e molti anni chiedono profondissime riforme della giustizia: la separazione delle carriere, per esempio, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, la riforma della carcerazione preventiva, la regolamentazione delle intercettazioni e tante altre. A opporsi a queste riforme è stata una parte della magistratura, mai gli avvocati. Cosa c’entra lo Status quo? Il problema è la difesa dello Stato di diritto. Che alcuni considerano un orpello, una cosa antimoderna, incompatibile con una giustizia severa ed economica, e che gli avvocati invece difendono coi denti.

Carceri affollate per mancanza di personale. Gratteri ha sostenuto che non esisterebbe il sovraffollamento delle carceri se ci fosse il personale sufficiente per usare tutte le celle a disposizione. Ma siccome il personale è usato per i trasferimenti dei detenuti (che potrebbero essere aboliti col processo a distanza) le celle restano vuote. Non è vero. Le carceri sono sovraffollate semplicemente perché la massima capienza (e cioè 45 mila posti letto) è inferiore al numero dei detenuti (55 mila).

Detenuti stranieri. Gratteri ha fatto notare che in Africa il costo della vita è molto basso. E dunque ha auspicato che i detenuti in Italia, di nazionalità africana, siano rispediti nei paesi d’origine, con accordi che prevedano che l’Italia paghi loro il vitto. In questo modo – ha spiegato – svuoteremmo le carceri e risparmieremmo un sacco di soldi, perché il vitto africano costa poco. Applausi di Severgnini. Purtroppo nessuno ha fatto notare a Gratteri che in alcune carceri africane (per esempio in Libia) spesso si applica la tortura, e gli standard umani sono inferiori a qualunque principio costituzionale italiano.

Carcere duro. Gratteri – in contrasto con il linguaggio usato solitamente in magistratura – ha affermato che il famoso articolo 41 bis consiste nel carcere duro. Probabilmente è stata una disattenzione. I magistrati hanno sempre sostenuto che è solo una forma di maggiore vigilanza sull’attività del detenuti. Se il 41 bis è carcere duro come dice Gratteri (e su questo, probabilmente, ha ragione) è una forma incostituzionale e illegale di detenzione che va immediatamente abolita.

Prescrizione. Sempre Gratteri ha sostenuto che non va allungata la prescrizione ma ne vanno abolite le cause. E le cause sono la lunghezza dei processi. Anche qui: d’accordo. E qual è la causa principale della lunghezza dei processi? Dice Gratteri: il mancato processo a distanza. E se invece – chiediamo – si abolisse l’obbligatorietà dell’azione penale, come in tanti paesi occidentali, e si dimezzasse, o più, il numero dei processi? E se si abolisse il diritto dell’accusa di fare appello dopo una assoluzione in primo grado, dal momento che una sentenza di assoluzione in primo grado è di per se un “ragionevole dubbio” sulla possibile colpevolezza?

Tasso di impunità / 1. Marco Travaglio ha sostenuto che il provvedimento cosiddetto “svuota- carceri” ha disposto che sia impossibile, anche dopo la sentenza definitiva, mettere in prigione qualcuno se è stato condannato a meno di 4 anni. Prima – ha detto Travaglio – il limite era tre anni, ora l’hanno aumentato. Non è vero. Travaglio probabilmente ha fatto parecchia confusione. Esistono vari provvedimenti e non si capisce bene a quale lui si riferisca. Uno è la riforma carceraria di trent’anni fa, quella firmata dal parlamentare cattolico di sinistra Mario Gozzini, e approvata all’unanimità (tranne i neofascisti), che prevedeva la possibilità di varie misure alternative alla detenzione per i detenuti considerati non pericolosi. Tra queste misure c’era la possibilità di scontare la pena, o una parte della pena, in forme diverse dalla detenzione in cella. Il giudice di sorveglianza ha la possibilità di sospendere la pena per un certo numero di mesi, in caso di condanna a meno di tre anni, per dare il tempo dal condannato di chiedere le misure alternative. Ha la facoltà – attenzione – non l’obbligo. La decisione spetta solo a lui, non al parlamento. L’idea di portare dai tre ai quattro anni il tetto per ottenere queste misure, non è stata ancora realizzata. E’ una legge delega che aspetta i decreti attuativi. Non riguarda tutti i carcerati ma solo le donne incinta, i padri con bambini sotto dieci anni, i malati, gli anziani e i ragazzi sotto i 21 anni. Io non dico che tutti debbano conoscere per filo e per segno le leggi, ma insomma è proprio necessario parlare in tv, con prosa apodittica, di cose che non si conoscono? (Scusate il commento, mi è scappato…)

Tasso di impunità / 2. Travaglio sostiene che in questi ultimi anni le carceri si sono svuotate e i tassi di impunità aumentano, perché i politici fanno leggi per non andare loro in galera, e, con effetto- domino, finisce che aiutano anche i delinquenti di strada. E così il crimine aumenta. I delinquenti restano a piede libero, e la gente si spaventa e si arma. È giusta questa analisi? No, è sbagliata. Le carceri, in questi anni, non si sono svuotate ma riempite. E i delitti – viceversa – non sono aumentati ma diminuiti. Per l’esattezza, nel 1970 i detenuti erano circa 25.000. Nel 1990 erano circa 30 mila. Ora sono 55 mila. Negli anni 70 il tasso di delinquenza era circa il doppio, rispetto ad oggi. Gli omicidi circa 4 volte di più. Diciamo che viviamo in una società molto più sicura, molto più legale e anche molto più repressiva rispetto a quella di 30 o 40 anni fa.

Reati dei colletti bianchi. Beppe Severgnini ha sostenuto che in Italia esistono solo 230 colletti bianchi messi in prigione per reati finanziari. In Germania – ha detto – sono 18 volte di più. Ignoro l’origine di questi dati. Ho dato un’occhiata al foglio ufficiale del Dap (il dipartimento penitenziario). Prendo qualche numero a caso. Detenuti per bancarotta l’ultimo giorno dello scorso anno: 517. Per appropriazione indebita: 342. Per insolvenza fraudolenta: 726. Peculato: 341. Omissione d’atti d’ufficio: 401. Non voglio conteggiare truffa (1505) o altri reati simili, perché riguardano sia i colletti bianchi che la povera gente. Ho citato solo alcuni reati a caso. Ne mancano moltissimi altri, fra i reati dei colletti bianchi. Solo con questi che ho citato (e senza conteggiare le truffe) siamo oltre i 2400 detenuti. Da dove esce quel dato di 240? Nelle prigioni italiane ci sono un senatore in carica (Antonio Caridi) e due parlamentari della scorsa legislatura (Dell’Utri e Cosentino) più alcuni che sono ai domiciliari. Non sono sicurissimo che esistano molti altri paesi europei con dei parlamentari in prigione.

Carcerazione preventiva. Marco Travaglio ha spiegato che in Italia è difficile ottenere la carcerazione preventiva, perché per ottenerla bisogna beccare il reo mentre sta tenendo un testimone col coltello alla gola. Cioè bisogna dimostrare che sta cercando di fuggire, o di inquinare le prove, o di reiterare il reato.

Non è vero. E’ sufficiente il rischio. Il Pm e il Gip, a loro discrezione, decidono se esiste o no il rischio di inquinamento fuga o reiterazione. L’Italia infatti è il paese occidentale con la percentuale più alta di carcerazione preventiva. Circa il 33 per cento. Cioè più di 15 mila persone. Dei quali almeno la metà risulterà innocente. Negli ultimi 10 anni le ingiuste detenzioni accertate sono state 7000 all’anno. Cioè, più o meno, venti al giorno. Non bastano ancora?

Il capitan “Riscrivo” (Consip). Travaglio ha difeso il capitano dei carabinieri (capo del Noe) accusato dalla Procura di Roma di falso per aver consegnato una “informativa” nella quale si sosteneva che l’imprenditore Romeo era stato intercettato mentre diceva di avere incontrato Tiziano Renzi. L’informativa – sulla quale si è costruito un clamoroso scandalo sui giornali – era sbagliata, perché non era Romeo ma era l’ex parlamentare Italo Bocchino quello che diceva di avere incontrato Renzi, e si riferiva non a Tiziano ma a Matteo, che Bocchino, in quanto ex parlamentare, incontra spesso nei corridoi di Montecitorio. Travaglio ha detto che il capitano probabilmente ha solo commesso un errore “di svista”, perché ha sbagliato nell’informativa ma non nella trascrizione dell’intercettazione che invece riporta giustamente il nome di Bocchino. Già, ma Travaglio non ha detto che la trascrizione non l’ha eseguita il capitano, l’hanno eseguita un brigadiere e un maresciallo, i quali l’hanno consegnata al capitano, correttamente, e il capitano ha poi compilato l’informativa, e l’ha consegnata alla magistratura, invertendo i nomi. Che forse il capitan Riscrivo sia innocente, e abbia solo commesso un errore involontario, è possibilissimo. Solo stupisce l’eccesso di garantismo di Travaglio, abbastanza insolito, e qualche omissione nel riferire i fatti. Forse anche perché il Noe del capitan “Riscrivo” (come è stato scherzosamente ribattezzato) tempo fa aveva fornito presumibilmente al “Fatto” una intercettazione di Renzi che parlava male di Enrico Letta col comandante della Gdf (intercettazione priva di rilievo penale e che quindi andava distrutta e non passata i giornali).

Intercettazioni. Il dottor Gratteri ha sostenuto che la giustizia italiana vive di intercettazioni – a differenza degli altri paesi occidentali – perché sono economiche. Dice che altri metodi d’indagine, più concreti – accertamenti, pedinamenti, riscontri, testimonianze, eccetera – costano troppo. Severgnini a questo punto lo ha proposto come ministro della Giustizia. A me sembrerebbe più adatto a fare il ministro dell’economia.

Mi fermo qui. Non è successo niente di grave, naturalmente. Tutti errori veniali. Ma il numero di informazioni inesatte fornite ai telespettatori in 38 minuti di trasmissione è stato davvero altissimo. Io dico solo, sommessamente, che questo non è buon giornalismo. Può succedere. E’ che sui temi della giustizia succede spesso. Magari sarebbe opportuno, talvolta, quando si parla di giustizia, invitare non solo fans del “Fatto”, ma anche qualche esperto, qualche avvocato, qualcuno che conosce bene le cose e le ha studiate un po’. Voi direte: ma Gratteri le conosce bene! Non mi pare, francamente.

Ma il partito dei Pm esiste e ha molti appoggi, scrive Piero Sansonetti il 6 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Carissimo Morosini, sul Dubbio di ieri noi abbiamo riportato le sue dichiarazioni virgolettate ed esatte, e poi abbiamo pubblicato un commento. Come usano gli inglesi. Naturalmente i commenti appartengono a chi li scrive e basta. Le sue opinioni però mi hanno dato lo spunto per provare ad aprire una discussione con la magistratura Ma il partito dei Pm esiste e ha alleati nei partiti e nei giornali. Carissimo Morosini, sul Dubbio di ieri noi abbiamo riportato le sue dichiarazioni virgolettate ed esatte, e poi abbiamo pubblicato un commento. Come usano gli inglesi: i fatti separati dalle opinioni (in Italia, è vero, si usa pochissimo questo metodo). Naturalmente i commenti appartengono a chi li scrive e non certo a chi ne è “l’oggetto”. Ovvio che le mie considerazioni non coincidono con le sue opinioni. Né tantomeno con le cose che lei dichiara ufficialmente, soppesando bene le parole, come è giusto che sia visto il suo ruolo istituzionale, la sua lunga carriera in magistratura e la sua presenza attiva nelle associazioni dei magistrati. Le sue opinioni però – interessanti e non frequenti tra i magistrati – mi hanno dato lo spunto per andare oltre e provare a rivolgermi a quella parte della magistratura più moderna e meno reazionaria (della quale lei sicuramente fa parte), per chiedere di venire allo scoperto, di partecipare o addirittura pro- muovere un dibattito di idee che è necessario per fare uscire la giustizia italiana dalla crisi profonda nella quale si trova. Quanto alle osservazioni espresse nella sua lettera, mi permetto di fare a mia volta qualche altra considerazione.

A) Lei dice che per sostenere che esistono casi di magistrati che usano la giustizia per fare lotta politica bisogna fare nomi e cognomi. Specie se, come nel suo caso, si ricopre un ruolo istituzionale. Potrei fare diversi nomi e cognomi, visto che, ad esempio, come lei sa bene, il parlamento è pieno di magistrati, i vertici delle regioni sono pieni di magistrati, lo sono molte giunte comunali, diversi magistrati hanno partecipato anche ai governi della Repubblica, altri sono stati proposti per ruoli rilevantissimi, compreso quello di ministro della Giustizia. Oppure potrei citarle, tra i tanti, il caso di quell’ex deputato del Pd ( che mi pare si chiami Nicola Sinisi, peraltro ottima persona e onestissimo) che dopo anni di battaglie contro Augusto Minzolini, giornalista schierato a destra e poi senatore di Forza Italia, si trovò a giudicarlo (e Minzolini finì condannato, credo ingiustamente); o ancora le potrei parlare di un certo Bernini, assessore in Emilia di centrodestra, che finì indagato per collusioni con la ‘ ndrangheta ( restò nel limbo per anni, fu rovinato, e poi ne uscì pienamente assolto) da un magistrato di centrosinistra che era stato il capoufficio in un ministero del governo Prodi. Non sono belle cose, so che lei è d’accordo con me. Non succede in nessuna altra professione. Dopodiché è chiaro che in genere sono i partiti, e non direttamente la magistratura, ad utilizzare le inchieste a fini di lotta politica. Basta pensare alle liste di proscrizione stilate alla vigilia delle elezioni dalla Commissione antimafia, o al caso del povero sindaco di Roma Marino, del quale, giustamente, ha parlato anche lei, un po’ indignato, nell’intervista al quotidiano siciliano.

B) Lei giustamente sottolinea la necessità di regole certe per i magistrati, in tema di segretezza e la necessità “di sanzioni per chi non le rispetta”. Ha ragione. Però le regole ci sono, quasi nessuno le rispetta, e di sanzioni, fin qui, nemmeno l’ombra… O mi sbaglio?

C) Lei dice che condotte penalmente irrilevanti possono appannare la credibilità di un politico, e dunque ben vengano i codici etici. Forse ha ragione. Io però penso che a giudicare le condotte penalmente irrilevanti sarebbe giusto che se fossero gli elettori. Dovranno pure avere un potere questi elettori, o no? Oppure devono solo ratificare le scelte compiute a monte o dalla magistratura o dagli Stati maggiori dei partiti, o – nel caso in cui si parla tanto in questi giorni – da Grillo in persona?

D) Sul partito dei Pm possiamo discutere per ore e ore. Però, francamente, dottor Morosini, sostenere che non esiste è arduo. Ha una sua struttura (si chiama Anm), un capo (si chiama Davigo), una linea politica (attualmente, purtroppo, è il davighismo), moltissimi referenti esterni e moltissimi alleati, tra i quali un partito politico vero e proprio, i 5 Stelle, e un gran numero di testate giornalistiche. Altra cosa è dire che non è monolitico. Anch’io credo che non lo sia. E del resto la sua intervista al Giornale di Sicilia lo conferma. Il problema – che cercavo di sollevare nell’editoriale di ieri – è proprio questo: il silenzio di un pezzo importantissimo di magistratura che non è d’accordo con la linea davighiana eppure non esce allo scoperto. Le ultime righe della sua lettera mi incoraggiano: mi fanno capire che forse c’è la volontà di riaprire una discussione chiusa da troppo tempo. La domanda che le faccio è questa: esiste un pezzo di magistratura ha l’interesse e la forza e il coraggio per mettere tutto in discussione (in discussione vuol dire che si esaminano i pro e i contro e poi si decide): dalla separazione delle carriere, alla responsabilità civile, alle manette facili, al 41 bis, eccetera eccetera eccetera? Finché questa discussione non si apre, in modo moderno e leale, è difficile pensare a qualcosa di buono per la giustizia italiana.

Procura e redazioni: quando il copia-incolla diventa uno scoop! Scrive Paolo Delgado il 2 Aprile 2017 su "Il Dubbio". Spesso dietro le notizie ci sono i magistrati, così finisce che a dettare la linea e il senso comune siano, appunto, quegli stessi magistrati. Intercettato in carcere Massimo Carminati, che secondo la procura di Roma è la versione romanesca di Totò Riina, si lascia andare a una confidenza sbalorditiva: «La vera Cupola a Roma sono i costruttori». Sull’Espresso, uno dei giornalisti più addentro nelle cose della Cosa nostra capitolina commenta: «La bomba er Cecato la sgancia così. Senza aggiungere nulla. Senza dare una spiegazione all’interlocutore che però comprende il messaggio». Però se le parole del temibile sono una bomba conviene evitare i bar della Capitale, pena il ritrovarsi nell’inferno di Mosul: che a Roma i padroni siano i palazzinari lo sanno e lo ripetono proprio tutti. Da decine d’anni. L’articolo in questione, uscito nel settembre scorso ma del tutto omogeneo a un migliaio d’altri usciti su quasi tutte le testate italiane, è un florilegio. Carminati è in cella con altre tre detenuti e stando in regime di 41bis non vede nessun altro. Sempre in virtù del medesimo 41bis, l’articolo che dispensa il carcere duro per i mafiosi, capita che in cella il Pirata si ritrovi appunto con mafiosi, tra cui Giulio Caporrimo, considerato intimo del super latitante Matteo Messina Danaro. Capita anche, per quanto incredibile sembri, che ci parli. Commento del settimanale: «Ecco come la mafia siciliana ritorna prepotente e silenziosa in questa storia». Di perle del genere, a spulciare i media italiani se ne rintracciano senza sforzo a tonnellate. Fanno notizia, anche quando la notizia latita o si riduce a un’opinione. Fanno cultura di massa, mentalità diffusa, e siccome 99 volte su 100 dietro quelle notizie ci sono le procure finisce che a dettare il senso comune sono appunto le procure. Fanno anche carriera: per essere promossi a principi del giornalismo niente, neppure una bella sparata contro i politici magnaccioni, vale una minaccia mafiosa, un sguardo di sbieco del boss di turno. Se resuscitasse, Leonardo Sciascia volgerebbe oggi i suoi strali non più contro i palazzi di giustizia ma contro le redazioni, che del resto ne sono spesso pure dependences. Roberto Saviano ha aperto la strada e indicato la rotta. In mezzo allo stuolo di principi e duchesse è senza discussioni il sovrano. Cosa abbia scritto nel celebre Gomorra che non fosse già noto è un mistero. L’apporto creativo e fantasioso in quello storico titolo è conclamato: si chiama romanzo proprio perché non perde tempo a separare i fatti dall’immaginazione. Ma se ai boss non è piaciuto deve per forza trattarsi di capolavoro: tanto che qualche anno fa di Saviano, con all’attivo due titoli, è uscita l’edizione di lusso delle opere complete. Come usa Con Tolstoj o Gadda. Il secondo titolo in questione, al quale si è aggiunto nel frattempo un terzo e bisognerà sfornare al più presto l’edizione aggiornata dell’opera omnia era un’inchiesta sullo spaccio di cocaina, “ZeroZeroZero”: basta spulciare i ringraziamenti finali per scoprire che le fonti dell’inchiesta sono essenzialmente le inchieste della magistratura. Del resto anche in quel caso si trattava di un romanzo…L’esempio più lampante ed eloquente resta tuttavia ancora quello dell’inchiesta Mafia capitale. La procura ipotizza l’associazione mafiosa, ma è ben consapevole di muoversi su un terreno friabile, tanto che nelle ordinanze pagine e pagine sono devolute a giustificare la pesante accusa a carico di un gruppo che non ammazza, non ferisce, non picchia ed è discutibile persino che minacci. A giudicare a fondatezza del capo d’accusa saranno ovviamente i tre gradi giudizio, ma il dubbio è lecito e dovrebbe anzi essere obbligato. Qualche giornalista infatti dubita, ma il circolo è ristretto e sembra essere precluso, con pochissime eccezioni, ai cronisti di giudiziaria. I quali si sono invece procurati in massa il crampo dello scrivano per spiegare senza pensarci su due volte che il capo d’accusa è in realtà solare e solidamente giustificato. Neppure quando una sentenza ha stabilito che nell’unico municipio di Roma sciolto per mafia, quello di Ostia, la mafia non c’era. Non è solo questione di opportunismo e asservimento alle procure. Quando si parla di mafia e affini entra in ballo l’impegno civile. Revocare in dubbio le conclusioni dei pm che indagano sulla criminalità organizzata significa farsene complici, e chi mai potrebbe guardarsi nello specchio sapendo di aver dato una mano a Matteo Messina Denaro o Massimo Carminati? Non è forse l’etica civile a imporre per prima di prendere per oro colato qualsiasi cosa i guerrieri dell’antimafia partoriscano, scemenze incluse? Il rovello non si pone solo nei casi clamorosi, come il processone romano. La logica discende sino a quelli microscopici.

Ilaria Capua: «Io, vittima delle calunnie dell’Espresso», scrive Valentina Stella l'1 Aprile 2017 su "Il Dubbio". L’amarezza di Ilaria Capua, prosciolta completamente dopo due anni di indagini, che ha dovuto subire una gogna giudiziaria e mediatica. Ilaria Capua, virologa e ricercatrice di fama mondiale, la prima ad aver caratterizzato il ceppo africano H5N1 dell’influenza aviaria, ha rischiato addirittura l’ergastolo perché nel 2014 il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo l’ha accusata – insieme ad altre 15 persone – di essere una criminale senza scrupoli, il vertice di una associazione a delinquere che contrabbandava virus e procurava epidemie in cambio di soldi, in accordo con alcune multinazionali dei vaccini. Ne veniva fuori l’immagine di una donna che lucrava e metteva in pericolo la salute dei cittadini, ma che stranamente il magistrato Capaldo decise di mantenere a piede libero per oltre sette anni prima di accusarla formalmente. L’indagine della procura di Roma ha prodotto 17.000 pagine di documentazione, tra cui moltissime intercettazioni della scienziata che – coerentemente col vizietto italiano di fare della stampa il megafono delle Procure sono finite sui giornali prima ancora che le venisse notificata la chiusura delle indagini a suo carico. Stiamo parlando della famosa copertina dell’Espresso intitolata “Trafficanti di virus” e della inchiesta a firma del giornalista Lirio Abbate. Dopo due anni, e il trasferimento del processo a Verona, per undici dei dodici capi di accusa, tra cui quelli riguardanti la diffusione di epidemie nell’uomo e negli animali, associazione per delinquere, falso ideologico, concussione e abuso d’ufficio, è stata prosciolta “perché il fatto non sussiste”. Il proscioglimento nel merito, più favorevole all’imputato, ha prevalso rispetto alla dichiarazioni di estinzione del reato, ossia la prescrizione, anche per tutte – tranne una – le accuse prescritte. Gogna giudiziaria e mediatica hanno portato tuttavia la Capua a dimettersi da parlamentare di Scelta civica e a trasferirsi negli Stati Uniti dove attualmente dirige un centro di ricerca d’eccellenza dell’Università della Florida, e dove vive con suo marito Richard John Currie e sua figlia Mia. Oggi si racconta in un libro, edito da Rizzoli, Io, trafficante di virus. Una storia di scienza e di amara giustizia scritto con il giornalista scientifico Daniele Mont D’Arpizio.

Professoressa Capua, lei è rimasta “impiccata” ed è stata lasciata penzolare per più di due anni al cappio di accuse infamanti che, come descrive nel suo libro, l’hanno resa in quel momento “una donna finita, disidratata per quanto ho pianto, disperata. Violentata, sì”. Come ci si riesce a rialzare in queste situazioni?

«Conservando la lucidità, mantenendo la barra dritta, sapendo che l’esito della vicenda dipende solo da te».

Lei al termine del libro scrive: “Quello che è successo a me accade troppo spesso in Italia, e potrebbe succedere a chiunque. In occasione di questo momento voglio dar voce a tutte le persone innocenti accusate ingiustamente”.

«Vorrei che questa mia storia servisse a tante persone, che sono coinvolte in vicende come la mia, a farsi forza ed andare avanti. Io ho voluto dare voce anche a queste persone. Se con il mio libro riuscissi a evitare che anche un solo scienziato o una persona onesta venissero accusati ingiustamente e svergognati sui giornali avrei vinto la mia battaglia».

Qual è il virus che attanaglia la nostra giustizia e quali potrebbero essere gli anticorpi affinché casi simili non avvengano più?

«La giustizia ma anche l’opinione pubblica sono segnate dalla rassegnazione. Una delle cose che mi son sentita dire più volte è “ma in Italia si sa che è così”. E questo non va bene, non è accettabile che le vite delle persone vengano stravolte da meccanismi troppo lenti e soprattutto dalla mancanza di risposte certe. Quando ponevo domande circa i tempi e l’iter processuale, la risposta più frequente era “dipende dal giudice, dal pubblico ministero, da quanto hanno da fare”. Il mio non lo ritengo un caso di malagiustizia ma di amara giustizia: alla fine giustizia è stata fatta ma ci è voluto tempo, c’è stata la messa in discussione della mia vita e lo sradicamento di una famiglia dall’Italia, il trasferimento dall’altra parte del mondo. Mi sento come se fossi stata ostaggio della giustizia».

Passiamo al linciaggio mediatico. Lei racconta di pubblicazione di intercettazioni del tutto decontestualizzate, un tentativo – poi mal riuscito – di “svergognare e denudare le persone”. Dopo il proscioglimento si sarebbe aspettata una copertina opposta dall’Espresso e le scuse del giornalista Lirio Abbate?

«No, perché mi è stato subito detto che nessuno avrebbe scritto una riga. Addirittura Abbate in una intervista ha sostenuto che io non l’avessi querelato per diffamazione. Invece l’ho fatto immediatamente perché sapevo di essere innocente, e lo ha capito anche la giustizia: ho querelato lui e l’Espresso e li ho citati anche per danni. Mi è dispiaciuto il fatto che, al di là del male che questa persona ha fatto a me e alla mia famiglia, ho dovuto sentire anche ulteriori menzogne. Lui non ha voluto realmente approfondire e scoprire la verità, mi ha fatto tre domande secche, come scrivo nel libro, ma ho avuto l’impressione che lui non volesse onestamente capire. Si è trovato in mano le carte sulla mia indagine e ha deciso di prendere una certa posizione. Detto ciò, esiste però il fair play, quindi secondo me non è giusto e non è corretto che il giorno stesso del mio proscioglimento lui firmi un altro articolo in cui scrive, tirando fuori altre intercettazioni, che i magistrati di fatto hanno scoperto il business tra aziende e comparto pubblico».

Cosa si sente di dire a qualsiasi giornalista che desidera fare in modo professionale cronaca giudiziaria?

«Un giornalista che vuole fare giornalismo di inchiesta deve lavorare in buona fede dando al malcapitato il beneficio del dubbio. Se una persona si dichiara innocente e gode anche di una certa credibilità in ambito scientifico e reputazione internazionale, bisognerebbe avere almeno la mente sufficientemente aperta per valutare le varie versioni».

Lei si chiede ad un certo punto nel libro: “Ma un pm è obbligato a conoscere la scienza? Un giudice, un carabiniere? Un giornalista?”. Che risposta si è data?

«Non è un obbligo che conoscano determinate dinamiche e ramificazioni del mondo scientifico perché io da 25 anni faccio il virologo e garantisco che i virus sono una realtà molto complicata. Però prima di accusare delle persone e sbatterle in prima pagina e trasformarle in mostri criminali occorrerebbe far vedere la documentazione a un paio di persone esperte. Come ricordo nel libro, nelle pagine della mia inchiesta, finite sui giornali, avevano confuso i virus: è come se avessero detto che Paolo Rossi e Michele Rossi sono la stessa persona. Vi erano degli errori proprio grossolani. È forse anche vero che i lettori non hanno gli strumenti per districarsi in certi argomenti e prendono per oro colato quello che viene pubblicato. Non si può incolpare il lettore perché il giornalista serve anche per selezionare e tradurre le informazioni. Io non me la sento di dire al cittadino o al lettore dell’Espresso che deve conoscere la nomenclatura dei virus influenzali».

Appena scoppiato lo scandalo, il deputato Gianluca Vacca del Movimento 5 Stelle chiese le sue dimissioni da vicepresidente della commissione Cultura alla Camera ove fosse stata iscritta nel registro degli indagati. Due mesi fa invece i pentastellati virano verso un moderato garantismo qualora qualcuno di loro riceva avvisi di garanzia. Come commenta?

«Io in quel momento non avevo ricevuto alcun avviso di garanzia, ma mi ero trovata sbattuta sulla copertina dell’Espresso accusata di reati gravissimi. Trovo che l’onorevole Vacca come altri esponenti del Movimento 5 Stelle abbiano peccato e continuino a peccare di inesperienza e di mancanza di conoscenza della complessità di alcuni problemi e di come alcune situazioni vengano strumentalizzate dalla stampa e non solo. La loro svolta garantista mi lascia un po’ perplessa perché loro stessi dicono “decideremo caso per caso”: questo mi sembra davvero un abuso di responsabilità. Sulla base di cosa un laureato, per esempio in ingegneria, si mette a discutere o a decidere – Grillo non so nemmeno se sia laureato – se determinate accuse sul traffico di vaccini stanno in piedi o no? Siamo arrivati alla giustizia sommaria?»

Suo padre voleva farle studiare legge ma lei rispose: “Papà, ma io voglio fare ricerca nel pubblico, perché la scienza è di tutti”. Oggi però in Italia si investe pubblicamente pochissimo in ricerca. Come mai secondo lei?

«Manca la cultura della ricerca, quella che collega la ricerca alla competitività, che produce posti di lavoro e punta al benessere della società. E poi la ricerca è la Cenerentola dell’agenda politica, quando si devono fare dei tagli la ricerca ne soffre sempre. Alla base manca la meritocrazia».

Il sistema scienza in Italia è ancora quindi troppo intriso di nepotismo per mettersi davvero in competizione con la realtà internazionale? E come si può ovviare?

«Basta copiare quello che fanno nelle altre parti del mondo, come in Olanda, in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti: basta fare dei bandi che siano realmente competitivi e valorizzare le persone e i loro meriti, senza cercare di proteggere dei feudi e delle aree di potere».

Parlando della sua esperienza parlamentare lei scrive: “A volte in questo Paese sembra che di scienza non importi niente a nessuno”. Filosofi della scienza e bioeticisti invece sostengono che il metodo scientifico dovrebbe essere il prototipo della democrazia. Perché in Italia la politica è indifferente alla scienza se non per vietare, e come dovrebbe migliorare il rapporto tra scienza e politica?

Io speravo di riuscire a migliorare questo rapporto con la mia presenza in Parlamento: mi sono impegnata, ho cercato di dialogare, cercando una maggiore apertura e comprensione da parte dei miei colleghi alla Camera verso il mondo scientifico, ma poi è successo quello che racconto nel libro e che mi ha costretto a lasciare lo scranno di Montecitorio. Purtroppo manca apertura mentale e disponibilità a capire determinati aspetti».

Scrivendo del periodo di campagna elettorale con Monti racconta di quando venne ripresa dagli attivisti per alcune affermazioni pubbliche, espressioni del suo pensiero laico. Quanto pesa ancora la presenza del Vaticano nelle decisioni politiche, ad esempio in materia di inizio e fine vita?

«Moltissimo, la nostra radice cattolica è determinante. Penso a come l’establishment religioso abbia preso posizione nel caso di Dj Fabo e della sua richiesta di suicidio assistito, e anche sul voto sul testamento biologico».

Lei ha voluto fare ricerca per decenni in Italia, rifiutando prestigiosi incarichi all’estero, perché ha sempre voluto scommettere sul nostro Paese. Oggi però le strutture di ricerca italiane non sono considerate “appealing”, i giovani preferiscono portare le loro borse di studio all’estero. Cosa direbbe a un cervello in fuga per farlo rimanere?

«Io avevo predisposto una proposta di legge proprio per i ragazzi che partecipano ai bandi europei per permettere loro di spendere questi soldi in Italia. Inoltre sono contraria allo stereotipo del cervello in fuga, perché ritengo che i cervelli debbano muoversi, ci deve essere una circolazione di cervelli. E così come l’Italia esporta cervelli, sarebbe opportuno che ci fosse un saldo positivo, ossia che il nostro Paese importasse un numero pari o superiore dei cervelli che esporta. In Italia ora si fanno meno figli e spesso si è costretti a scegliere tra lavoro e maternità».

Lei però con la sua storia vuole anche “dare l’esempio, dimostrare che la conciliazione mamma- dottoressa è possibile”. Questo è davvero auspicabile in Italia o lei ha rappresentato una eccezione?

«Davvero è possibile per alcune persone che hanno determinate capacità organizzative e che hanno la fortuna di intraprendere dei percorsi giusti come è successo a me. Io negli Stati Uniti ho iniziato un lavoro di mentorship sulla leadership al femminile, sulla conciliazione tra la perpetuazione della specie, affidata alle donne, e la gratificazione professionale».

Cosa pensa di una legge sulla obbligatorietà dei vaccini in Italia?

«Mi spiace che si debba arrivare a una legge, però a mali estremi, estremi rimedi; in particolare quando si tratta delle vaccinazioni infantili, perché alcuni genitori, rifiutando di vaccinare, si prendono la responsabilità nei confronti dei loro figli e di quelli degli altri che non dovrebbero prendere. Nel momento in cui la percentuale della copertura vaccinale scende sotto determinati livelli come sta avvenendo in Italia io sono d’accordo che si imponga la vaccinazione ai bambini che frequentano la scuola e vivono in comunità».

«Manette e gogna mediatica: così mi hanno annientata», scrive Valentina Stella il 19 Aprile 2017, su "Il Dubbio". Parla Maria Grazia Modena, la cardiologa fatta arrestare dai giudici dell’inchiesta “Camici sporchi”, condannata e linciata da televisioni e giornali, poi assolta in tribunale. Una mattina come un’altra, cinque anni fa, i carabinieri hanno bussato alla sua porta, le hanno messo le manette e l’hanno portata via. È iniziato l’inferno. Titoli feroci suoi giornali, detenzione, gogna, grida in Tv, poi una condanna in primo grado, infine la liberazione con l’assoluzione piena in appello. Non ha commesso il fatto, il fatto non sussiste. Si chiama Maria Grazia Modena, è una cardiologa molto famosa in tutto il mondo. È professoressa all’Università di Modena e Reggio Emilia, è stata Presidente della Società Italiana di Cardiologia e primario al Policlinico modenese. In quel mattino del 2012, insieme a lei furono arrestati altri 8 medici. Era l’operazione “Camici sporchi”. L’accusa: associazione a delinquere finalizzata a sperimentazioni cliniche non autorizzate L’inchiesta è finita in una bolla di spone. Lei però ha avuto la vita distrutta. E’ un caso come quello di Ilaria Capua. La vicenda di Ilaria Capua non è la sola a vedere una delle eccellenze della scienza italiana stritolata dalla macchina difettosa della giustizia e dall’accanimento mediatico. Oggi vi raccontiamo la storia di Maria Grazia Modena, professoressa di Cardiologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, già Presidente della Società Italiana di Cardiologia – la prima donna a ricoprire tale ruolo -, ed ex primario della Cardiologia del Policlinico modenese. Il suo nome balza agli onori della cronaca, prima nazionale e poi internazionale – Forbes ad esempio -, nel 2012: all’alba del 9 novembre, i carabinieri suonano il campanello della sua casa e le mettono le manette, mentre elicotteri dell’Arma sorvolano su di loro. Insieme a lei vengono arrestati altri 8 medici, vengono effettuate 33 perquisizioni, nonché imposto il divieto a dodici aziende che producono attrezzature cardiologiche di contrattare con la Pubblica amministrazione. L’ operazione “Camici sporchi” impegnò oltre 150 militari dei Nas, coordinati dalla Procura di Modena e individuava una associazione a delinquere finalizzata a sperimentazioni cliniche non autorizzate, all’ installazione di apparecchiature mediche, alcune delle quali difettose, su pazienti ignari e alla creazione di false cartelle cliniche. Il ruolo apicale, secondo il pm Marco Niccolini e l’allora procuratore capo Vito Zincani, all’interno della presunta associazione, era svolto proprio dalla professoressa Modena, che secondo gli accusatori "promuoveva e tollerava lo svolgimento delle sperimentazioni illegittime presso il reparto da lei diretto, al fine di trarne beneficio in termini di carriera essendo indicata quale autrice di numerose pubblicazioni ed abstract".

Dal giorno dell’arresto la sua faccia è stata sbattuta sulle prime pagine dei giornali e nei tg che avevano già decretato la sua colpevolezza. Rimase ai domiciliari per 40 giorni, poi, avendo spedito delle email affinché dei colleghi la sostituissero ad alcuni lezioni ai suoi studenti, fu costretta dalle autorità a risiedere per due mesi al di fuori della provincia di Modena, poiché ritenuta pericolosa e con tendenza a reiterare i suoi crimini. Tornata a Modena ebbe l’obbligo di firma. In primo grado, con rito abbreviato, è stata condannata dal Gup del tribunale di Modena ad una pena di 4 anni e mezzo. Ma nel dicembre dello scorso anno la corte d’Appello di Bologna ha annullato quasi totalmente la sentenza emessa. L’ex Direttrice del reparto di Cardiologia è stata difatti assolta dai reati più gravi con formula piena per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste: associazione a delinquere, corruzione, truffa ai danni dell’ospedale e abuso d’ufficio. Rimane in piedi solo la condanna a otto mesi (pena sospesa) per falso, per la quale gli avvocati Iovino e Stortoni ricorreranno in Cassazione, in merito a due lettere firmate da lei ma che riportavano dati errati su alcune sperimentazioni. Annullata anche l’interdizione dai pubblici uffici. Ieri la Procura Generale ha deciso di ricorrere in Cassazione contro l’assoluzione. Intanto la professoressa Modena si racconta nel suo secondo libro Il Caso cardiologia… la Verità, che segue Il Caso cardiologia. La mia vita, la mia verità, entrambi Edizioni il Fiorino.

Si aspettava il ricorso in Cassazione?

«Era scontato, contro di me c’è un vero accanimento. La Procura di Modena ha investito troppo in questa inchiesta e non è pronta ad ammettere di aver sbagliato nei miei confronti».

Cosa ha provato nel momento dell’assoluzione, giunta a dicembre in appello?

«Ho provato la consapevolezza di quanto sia importante essere dichiarata innocente per una innocente».

Chi era la professoressa Modena prima di quel 9 novembre 2012?

«Una persona rispettata, stimata, conosciuta, consapevole di avere ricevuto tanto, anche sotto il profilo cristiano di “talenti”, ma inconsapevole che la vita può cambiare in un attimo dalla sera alla mattina, come quella mattina dell’arresto».

Come ha vissuto il periodo ai domiciliari?

«In una specie di limbo, senza mai perdere fiducia in me stessa (non nella magistratura, come usano dire tutti…), con serenità e speranza per tre motivi: la vicinanza di mio marito, la certezza di avere dei grandi avvocati e di vivere un enorme errore giudiziario, che si sarebbe presto chiarito. E invece è diventato un incubo, ma me sono resa conto solo a posteriori».

Quello che ha colpito lei, ha anche distrutto l’intera reputazione del reparto di cardiologia e la fiducia dei pazienti. Quando riprenderà il Suo posto al Policlinico?

«Non lo so, mi si dice da cinque mesi che ci sono tanti interlocutori che si stanno confrontando su di me e sul come reintegrarmi: il Rettore, il Preside, il Direttore Generale del Policlinico, l’Assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, manca solo la Ministra Lorenzin. Credo che il problema sia da ascrivere al fatto che il professor Giuseppe Boriani, peraltro segnalato anche da me quando fui sospesa, ha preso il mio posto e che tutti i sopracitati attori siano stati spiazzati da un’assoluzione così rapida e imprevista».

Lei sintetizza la sua vicenda così: la mia convinzione è che siamo in un Paese dal sistema giudiziario tutt’altro che garantista che tratta gli “innocenti fino a prova contraria” come “colpevoli fino a prova contraria”. Secondo lei cosa non hanno capito i Pm e i giudici di primo grado?

«Forse che il merito e il prestigio in ambiente universitario non sono sinonimi di cupidigia, ma sono parte del mondo accademico. Le ricordo che io sono stata condannata per corruzione ascrivibile all’ambizione di veder aumentare le mie pubblicazioni, non per denaro. La mia non era ambizione personale, ma il desiderio di veder crescere un reparto, quello che nel mio primo libro chiamai ‘ la mitica cardiologia del policlinico” e tale è stata fino alla sua distruzione motivata dall’invidia: questo è un vizio capitale, non l’ambizione».

Lei scrive anche: la poca preparazione – da parte dei Nas in una branca della medicina altamente specialistica e la “scarsa” conoscenza della lingua inglese, soprattutto tecnica, hanno originato errori grossolani che sono emersi durante le udienze. Può spiegarci meglio?

«L’inchiesta della Procura di Modena partì da esposti anonimi su elenchi di pazienti deceduti o con complicanze dopo interventi “subìti” presso la cardiologia del Policlinico, poi continuò su elenchi – sempre preparati da anonimi – di sperimentazioni clandestine su pazienti ignari. Morti e feriti però non risultavano da nessuna parte, né risultava un solo caso di malasanità, e allora tutto si concentrò sulle sperimentazioni (quelle incriminate non erano tali, bensì normali interventi di angioplastiche con raccolta di dati). Ritengo che per indagare su materiali di uso in emodinamica, come cateteri, stent, protocolli, registri, linee guida spesso in lingua inglese, si sarebbe dovuto ricorrere a personale competente in materia o, per lo meno, ricorrere a periti, non a dei Carabinieri».

Sostiene di aver subìto un processo per direttissima, con annessa condanna, attraverso i mezzi di comunicazione. Racconta di essere stata descritta come la “vergogna dei cardiologi senza cuore", “mela marcia” in una puntata di Quinta Colonna, “mercante di stent” in una puntata di Report, annoverata fra le “dame nere della sanità’ sul Corriere della Sera. Cosa le ha fatto più male leggere?

«Mi ha fatto male tutto e nulla, sono arrivata a un punto da sentirmi ferita, ma inossidabile, tranne per due aspetti: il dolore che provava, più di me, la mia famiglia e il panico che si era creato nei pazienti, panico che nessuna Istituzione ha saputo, o voluto, governare».

Lei ipotizza un disegno programmato di chirurgia politico- sanitaria, una trama fra Regione e politica sanitaria locale per colpire lei e il suo operato. Da cosa deduce questo, e secondo lei quale sarebbe stato il motivo?

«Modena è una piccola città con da sempre una competizione fra troppi ospedali e soprattutto fra Università e Ospedale. Io ero allora direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza e del Reparto di Cardiologia del Policlinico e in un tavolo di confronto per ridurre le spese, proposi, tra l’altro, l’unione delle varie Cardiologie in unico Dipartimento: mi fu detto di no, anzi fu proprio quello il momento in cui mi scavai la fossa, era il 2011. Ora però stanno attuando il mio progetto, perché la crisi finanziaria è insostenibile. Ero una donna di grande visibilità e a capo di un reparto di eccellenza. Non ti perdonano il successo e di voler competere addirittura con Bologna».

Come ha reagito alla vicenda l’allora presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani?

«Mi ha apparentemente ignorata. E quando si arrivò, su pressione, credo, dell’Associazione Amici del Cuore (da cui poi è partita l’inchiesta), a dovermi confermare nella Direzione della Cardiologia, spinse il Direttore Generale a licenziarmi e questi si oppose. Pagai lo scandalo con la mancata conferma a Direttore della Cardiologia. Non so ancora perché, ma fu allora che cominciò il mio calvario. Certamente il tritacarne mediatico spinse tutti ad abbandonarmi, e il primo fu il Rettore di allora, che avrebbe dovuto per lo meno tutelarmi in attesa di giudizio. Era il mio legittimo capo».

Tra i suoi grandi accusatori c’era il dottor Daniele Giovanardi, fratello del senatore. Lei gli dedica il capitolo L’ingloriosa fine del “castigatore di costumi”. Perché?

«Da apparente amico (era allora il mio vice Direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza) diventò, perché vicino al presidente degli Amici del Cuore, uno dei miei più grandi accusatori, presente quasi quotidianamente sui giornali locali, per il suo cognome, ad accusarmi di corruzione, di “sottrarre letti agli infartuati per destinarli alle sperimentazioni”. Poi al processo ordinario l’anno scorso smentì tutto, dicendo che erano voci di corridoio».

Chi tra i suoi colleghi l’ha delusa di più e da chi invece ha ricevuto solidarietà?

«Quasi tutti, quando sei in disgrazia, ti abbandonano, ti evitano, ti ignorano. Solidarietà dai pazienti, dai miei ex collaboratori per bene che hanno pagato quanto me, dagli infermieri, dalla gente comune.

Dalle strade di Modena però le hanno gridato “troia” e “assassina”. Oggi com’è il suo rapporto con la città?

Non amo più questa città, che mi diede tanto; ora mi abbracciano e si congratulano con me per l’assoluzione, ma quando scoppiò lo scandalo mi trattarono come una appestata. Sono nata in un paesino di provincia, che invece non mi ha mai voltato le spalle».

Quando nacque la santa alleanza tra media e procure, scrive Paolo Delgado il 9 giugno 2016 su "Il Dubbio". Il caso Tortora fu anche il vero esperimento pilota di una pratica diventata poi merce comune. I giornali bombardarono quotidianamente i lettori con verbali di interrogatorio, notizie riservate e annunci di nuove presunte scoperte a carico dell'imputato. «La vera separazione delle carriere dovrebbe essere quella tra magistrati e giornalisti»: la battuta sarebbe stata folgorante e puntuale comunque. Essendo stata pronunciata da uno che se ne intende, Luciano Violante, diventa proverbiale. Il caso italiano si presenta in effetti come una variante probabilmente unica di degenerazione nel corretto rapporto tra i poteri dello Stato in una società democratica. Se praticamente tutti gli studi moderni accostano ai tre poteri codificati da Montesquieu quello dell’informazione, e non per esempio quello economico, è perché all’informazione spetta, nei sistemi democratici, il compito di sorvegliare sia sull’operato dei singoli poteri sia sulle eventuali invasioni di campo. L’Italia della seconda repubblica è stata segnata, da un lato, da un conflitto inaudito per profondità, dimensione e durata tra il potere politico e quello giudiziario, dall’altro da un massiccio schieramento combattente dell’informazione a sostegno del secondo e contro il primo. Almeno fino al 2011, cioè sino alle dimissioni dell’ultimo governo regolarmente eletto, i media hanno sorvegliato sull’operato pubblico e privato dell’esecutivo e in particolare del suo capo con una attenzione ossessiva e maniacale, non priva di aspetti propriamente persecutori. Ogni tentativo da parte dell’esecutivo o del legislativo di impicciarsi negli affari del potere giudiziario, a volte con intenti invasivi ma in altre occasioni al puro fine di colmare lo squilibrio prodottosi, è stato denunciato, stigmatizzato, ostacolato e in buona parte proprio grazie allo schieramento militante dell’informazione alla fine e debellato. I media hanno invece serrato con altrettante costanza e determinazione occhi e orecchie su qualsiasi sconfinamento del potere giudiziario dai propri limiti istituzionali e dai vincoli di un corretto operare. Il sodalizio dura da tanto che viene quasi spontaneo immaginare che sia così da sempre. Invece no. Per tutta la fase fiorente della prima Repubblica il sistema dell’informazione ha assolto, nel complesso, alla propria funzione di controllo, sorveglianza. C’è un evento preciso che segna la fine della relativa "neutralità" dell’informazione, a metà di quel triennio di solidarietà nazionale che è all’origine di quasi tutti i guasti dei decenni successivi: il sequestro di Aldo Moro. Nel corso dei 55 giorni, per la prima volta, l’informazione scelse in modo quasi unanime non di stare dalla parte dello Stato contro il partito armato, come era ovvio e sacrosanto che fosse, ma di impegnarsi nello scontro anche a costo di violare sistematicamente le proprie stesse regole. Nei giorni del sequestro, l’intero apparato mediatico, con le sole eccezioni del Manifesto, Lotta continua e Radio Radicale, negò l’autenticità delle lettere dal carcere del sequestrato. Non che non fossero di suo pugno, questo era pacifico. Solo che il poveretto era di fatto «impazzito» e nulla di quel che scriveva andava pertanto riconosciuto come realmente frutto del suo pensiero. Non meritava pertanto neppure di essere discusso o preso in considerazione. Da quel momento l’escalation fu rapidissima e impressionante. L’anno dopo, nel quadro dell’inchiesta 7 aprile, furono arrestati, come ideatori del sequestro Moro, i principali leader dell’Autonomia operaia e con loro anche il giornalista dell’Espresso Pino Nicotri, che collaborava anche con Repubblica. Quando le accuse caddero gli inquirenti si limitano a modificarle, ripetendo il gioco a più riprese. La libera stampa non trovò nulla da ridire sull’operazione e restò incrollabilmente a sostegno dell’inchiesta. Nicotri invece, a cui L’Espresso aveva garantito un’ottima difesa, fu invece scarcerato dopo tre mesi. Ad attenderlo fuori dal carcere il giornalista trovò una macchina che, senza neppure passare da casa, lo portò da Eugenio Scalfari. Il direttore lo invitò caldamente a non prendere le difese dei coimputati perché «questa storia del 7 aprile sta molto al di sopra delle nostre teste». Nicotri rifiutò e il suo rapporto con il quotidiano liberal terminò lì una volta per tutte. Un anno dopo, nel dicembre 1980, la preoccupazione di non fare il gioco dei terroristi convincerà i direttori di quasi tutti i giornali a non pubblicare l’appello la cui diffusione era il prezzo chiesto dalle Br per liberare il magistrato rapito Giovanni D’Urso. Lo salveranno i radicali, mettendo a disposizione il loro spazio elettorale in tv per leggere il documento brigatista. Sono solo esempi tra innumerevoli altri. Entrambi i passaggi fondamentali destinati a incidere per decenni sul percorso della storia italiana si compiono negli anni dell’emergenza e in nome dell’emergenza. La magistratura si incarica, con il beneplacito della politica, di supplire al vuoto della politica stessa e di gestire su ogni fronte, incluso quello legislativo, la lotta al terrorismo. L’informazione sigla un patto di ferro con la magistratura inquirente, venendo meno a tutte le sue regole essenziali pur di sostenerla in quella lotta. Una volta finita l’emergenza e uscito di scena il terrorismo, però, sarebbe stato possibile invertire la direzione e indirizzarsi verso un ritorno alla normalità, sia sul fronte dell’equilibrio istituzionale sia su quello di un’informazione meno parziale. Solo che, all’uscita dagli anni di piombo, il potere politico era ancora più debole di quanto non fosse stato negli anni 70 e quello giudiziario, sia pur scontando divisioni al proprio interno, non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla postazione conquistata. Al bivio, la flotta dell’informazione ebbe pochi dubbi e scelse di mantenere intatto lasse con i pm, in nome di una emergenza diventata infinita, nella quale cambiavano solo i connotati del pericolo mortale di turno. È probabile che quella scelta di campo definitiva sia stata fortemente condizionata dal legame che si era creato tra pm e cronisti negli anni roventi del terrorismo, quando i medesimi inquirenti si erano imposti come fonte principale, dunque dotata di un fortissimo potere di ricatto, a cui i giornalisti attingevano e quando si era stabilito un legame tra magistrati e professionisti dell’informazione molto vicino a quel che i togati amano definire sodalizio. Il percorso si delinea con chiarezza nel caso giudiziario più esemplare del decennio 80: l’arresto per camorra del popolarissimo presentatore Enzo Tortora nel 1983. I media, con rarissime eccezioni fecero a gara nell’esaltare gli inquirenti: «Scrupolosi, seri, prudenti e stimati» per Il Giorno, addirittura «esemplari per zelo e disprezzo del rischio» secondo il Corriere della Sera. Per il presentatore, invece, il massacro di immediato. Secondo Il Tempo, «rivela una calma addirittura sospetta al momento dell’arresto», per Il Messaggero «desta qualche sospetto quando fa di tutto per nascondere la sua vita privata». La star Camilla Cederna era convinta della colpevolezza soprattutto perché le trasmissioni di Tortora non le erano mai piaciute, e poi perché «se un uomo viene catturato in piena notte è segno che qualcosa di grave ha commesso». Il caso Tortora fu anche il vero esperimento pilota di una pratica diventata poi merce comune. I giornali bombardarono quotidianamente i lettori con verbali di interrogatorio, notizie riservate e annunci di nuove presunte scoperte a carico dell’imputato. Ma se l’esercito dei cronisti, da Novella 2000 al Corrierone suonava la stessa musica, tra i commentatori il quadro era più equilibrato. Cerano parecchie autorevoli penne che avanzavano dubbi sempre più forti sui metodi adottati dai pm: Enzo Biagi, Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Rossana Rossanda, Walter Vecellio. Non è una circostanza casuale: è proprio in quegli anni 80 che i cronisti iniziano a dipendere sempre più dalle notizie passate dagli stessi inquirenti, dai verbali, dagli interrogatori, dalle intercettazioni. Tra i magistrati inquirenti e i cronisti si cementa così una reciproca dipendenza che sconfina nella complicità. La crepa nella compattezza dello schieramento dell’informazione a sostegno delle toghe si chiuderà solo con tangentopoli. Non solo si ripeterà lì, in forma macroscopica, la stessa campagna di sostegno già dispiegata nel caso Tortora. I media faranno direttamente scudo alla magistratura ogni volta che, nei due anni dell’inchiesta, la politica tenterà di frenarne l’impeto. Dal decreto Conso, fatto ritirare nel marzo 1993 proprio dalla reazione violentissima (e concordata dai principali direttori) delle testate, alla levata di scudi contro il cosiddetto decreto salva-ladri varato dal governo Berlusconi nel luglio 1994, giornalisti e magistrati formarono negli anni di Mani pulite un fronte unico. Tanto da giustificare la decisione dei principali giornali di pubblicare nello stesso giorno editoriali molto simili e palesemente concordati che alludono tutti a una rivoluzione italiana fatta proprio da magistrati e giornalisti. In parte a spiegare la scelta dell’informazione valgono le considerazioni precedenti sulla dipendenza dei giornalisti dalle informazioni concesse dalle toghe, tanto più importante dato l’immenso rilievo mediatico dell’inchiesta. Ma entrarono allora in campo altre considerazioni. L’inchiesta, come ha poi confermato lo stesso Di Pietro, «colpiva duro i politici ma salvava gli imprenditori, considerandoli vittime» invece che co-responsabili a pieno titolo del sistema delle tangenti. Gli editori, che erano poi quegli stessi industriali, avevano tutto l’interesse a difendere un accordo che li metteva al riparo. I direttori e gli editorialisti, pur avendo sempre difeso il sistema dei partiti, speravano che l’inchiesta rendesse il sistema più efficiente, assolvendo le imprese dall’obbligo di trattare con la politica, e di pagarla. La rivoluzione, come è noto, ebbe esito imprevisto, ma il modello definito una volta per tutte allora, poi rinsaldato dall’ascesa di un Berlusconi che i giornalisti e i loro editori hanno sempre tollerato di mala voglia, non è più stato scalfito. Giornalisti e magistrati? Due corporazioni, una sola carriera.

«Noi avvocati di Romeo trattati da camorristi sui giornali dei pm», scrive Errico Novi il 20 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Esposto di tre legali napoletani a Cnf e Camere Penali. Le intercettazioni selvagge e la frenesia del Fatto Quotidiano. I difensori di Alfredo Romeo quell’espressione l’avevano usata: “Cavallo di Troia”. E per questo “siamo stati chiamati mafiosi”, denunciano ora in un esposto a Consiglio nazionale forense e Unione Camere penali. La nota diffusa lo scorso 5 gennaio dai legali napoletani Francesco Carotenuto, Alfredo Sorge e Giovanbattista Vignola e definita “inquietante” dal Fatto quotidiano finisce dunque all’attenzione dei massimi organismi dell’avvocatura. Chiamati dai tre professionisti a intervenire sia contro “gli attacchi” di stampa, sia per la “fuga di notizie” sull’inchiesta che vede indagati anche il ministro dello Sport Luca Lotti e il comandante dei carabinieri Tullio Del Sette. L’assistito in questione, l’imprenditore casertano che gestisce servizi e manutenzione presso “almeno 200 amministrazioni pubbliche” era stato – avevano sostenuto i tre difensori nella nota del 5 gennaio – “usato strumentalmente per indagare sulla Consip e sulle alte cariche dello Stato”. Volevano spiegare che nell’inchiesta sui servizi di pulizia all’ospedale Cardarelli di Napoli, l’uso delle intercettazioni (fatte anche attraverso i “trojan horse”), era forzato, indebito. A loro giudizio le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa che giustificavano le captazioni erano “insussistenti”. Volevano insomma dire che se i pm della Procura di Napoli non avessero ipotizzato l’accusa di concorso esterno nei confronti di Romeo, non avrebbero intanto potuto intercettare lui, e successivamente neppure gli altri soggetti coinvolti, ministro e comandante compresi. E che, in ultima analisi, il vero “cavallo di Troia” è proprio quel “doppio binario investigativo” che prevede di usare le intercettazioni contro mafiosi e terroristi, ma che, con una semplice esagerazione nell’ipotesi di accusa, consente di fatto alle Procure di intercettare chiunque. Anche “le alte cariche dello Stato”. Gli avvocati volevano dire questo. Inoppugnabile. La loro nota è stata additata come un “pizzino”. E loro dunque come la versione avvocatesca di Binu “U tratturi” Provenzano. Nella frenesia con cui nei primi giorni dell’anno il Fatto quotidiano prima e altri media poi hanno dato notizia dell’indagine su Romeo, Lotti e Del Sette, questa pazzesca accusa agli avvocati si era, per così dire, persa nel mucchio. Ora i tre professionisti dell’Ordine di Napoli la denunciano nell’esposto a Cnf e Ucpi, indirizzato anche al Consiglio dell’Ordine e alla Camera penale partenopee. Il documento, inviato due giorni fa, chiede di intervenire su due fronti. Innanzitutto sugli “attacchi” comparsi nei loro confronti sui giornali. A cominciare dall’aggettivo “inquietante” con cui il Fatto quotidiano ha definito la loro “nota tecnica” e da quel titolo sull’imprenditore che, attraverso i suoi tre legali, “lancia messaggi a Renzi e Lotti”. Interpretazione già terribile trasfigurata poi su Dagospia in un titolo peggiore: “I legali dell’imprenditore mandano un pizzino agli amici degli amici”. Sintesi, che “accusa ancora più chiaramente i sottoscritti avvocati di essere ‘ messaggeri della camorra’ usati per intimidire alte cariche dello Stato”. Inoppugnabile anche questo. L’altro fronte sul quale gli Carotenuto, Sorge e Vignola invocano l’intervento degli organismi forensi è la “fuga di notizie che riguarda questa indagine”. Perché come l’avvocato Sorge ricorda al Dubbio, “la quasi totalità degli atti finiti sui giornali non erano ancora conoscibili per noi difensori, dunque ancora segreti”. Sulla violazione, l’esposto chiede di “sollecitare indagini”. Che magari arriveranno pure. Ma considerate le pene edittali previste, faranno al massimo un po’ di solletico.

Il linciaggio di Virginia Raggi, scrive Piero Sansonetti il 28 gennaio 2017 su "Il Dubbio". L’assalto a Virginia Raggi è vicino al diapason. Nel senso che è diventato una polemica politico- giornalistica “purissima”, molto elevata, priva di argomenti concreti ma condotta con tecniche avanzate. L’assalto a Virginia Raggi è vicino al diapason. Nel senso che è diventato una polemica politico- giornalistica “purissima”, molto elevata, priva di argomenti concreti ma condotta con tecniche avanzate. Dico “purissima” proprio per questo: perché non è inquinata da fatti reali (dei quali nessuno si occupa: tipo le strade a pezzi, i tram che non funzionano, il traffico, i migranti…) ma si fonda semplicemente sulla dilatazione di una iniziativa giudiziaria. Che tristezza questo linciaggio di Virginia Raggi. Da giorni e giorni Tv e giornali dedicano pagine e pagine ( compresa la prima) a spiegarci come e perché in modo truffaldino la sindaca Raggi ha messo un suo uomo ( cioè una persona sulla quale, a occhio, riponeva la sua fiducia) a capo del dipartimento turismo; e poi altre pagine per esaltare l’azione rigorosa della magistratura, che ora vorrebbe o una confessione piena, da parte della Raggi, con accluso atto di pentimento e richiesta di perdono, oppure un processo immediato che – dicono – potrebbe portare anche ad una pena superiore ai tre anni di galera, e dunque senza condizionale. Nel secondo caso la Raggi, se condannata, sarebbe comunque rimossa immediatamente dal suo incarico sulla base della legge Severino (una legga che sospende i diritti costituzionali, precisamente l’articolo 27 sulla presunzione di innocenza, per alcune categorie di cittadini, tra le quali i sindaci e in genere i famigerati “politici”). Nel primo caso (confessione piena e pentimento, come fece anche Bucharin, nel 1930 di fronte al giudice Viscinski) la Raggi si salverebbe dalla legge dello Stato ma non dal codice di Grillo che non ammette dichiarazioni mendaci. Un bell’incastro. Siccome da un paio d’anni Roma si ritrova costretta a rinunciare ai sindaci che ha eletto, per via di iniziative giornalistico- giudiziarie, cerchiamo di capire cosa è successo. La sindaca, eletta con un plebiscito pochi mesi fa, ha nominato il fratello di Marra (quello arrestato perché accusato di corruzione) a occuparsi di turismo, e gli ha concesso, visto l’importanza del nuovo incarico, un aumento di stipendio di circa 800 euro al mese. Quando la Raggi ha nominato il fratello di Marra, il Marra principale non era ancora indiziato di nulla, e lei non è in nessun modo coinvolta con il caso di presunta corruzione di Marra. Quindi, qual è la sua colpa? Quella di essersi scelta un collaboratore. E la sua sfortuna, invece, è quella di essere resa invisa a tutti i grandi giornali, escluso “Il Fatto”, il quale in questa vicenda ha paradossalmente assunto il compito di unico tra i grandi giornali su posizioni garantiste (quant’è crudele e spiritosa, talvolta, la sorte!). C’è però qualche altra considerazione da fare su questo caso. La Raggi – come dicevamo – non è la prima sindaca a rischiare di essere liquidata su ordine della stampa. Al suo predecessore, Ignazio Marino, successe esattamente la stessa cosa. Lo accusarono di avere usato la carta di credito del Comune per andare a pranzo con la moglie. Appostamenti, interviste a vari osti, denunce “coraggiose”. Alla fine Marino fu cacciato via con ignominia. Anche perché si scoprì che talvolta parcheggiava la sua automobile, una vecchia Panda, in divieto di sosta o senza pagare il parcheggio. Si scatenò il putiferio, e persino il partito di Marino capì che quel sindaco era indifendibile. La magistratura, chiamata in causa dai giornali, e poi dai politici che si erano accodati ai giornali, fu costretta a intervenire. Recentemente Ignazio Marino è stato assolto da tutte le accuse, ma ormai non è più sindaco, la sua carriera è stata rovinata, Roma è passata prima nelle mani di un commissario e poi della sindaca Raggi. Diciamo la verità: il linciaggio di Marino e poi della Raggi è una ignominia. Peraltro realizzata da soggetti in parte diversi: i grillintravagli che guidarono la decapitazione di Marino mo’ si trovano a difendere la Raggi in contrasto aperto con i loro alleati di allora 8 e anche, un po’, con i loro principi). Come si spiega questa ignominia? Ci sono due spiegazioni possibili: una triste e una tristissima. La prima è che i giornali agiscano per proprio conto, usando in modo molto allegro il proprio potere, facendosi forti della storica alleanza col partito dei Pm, e senza uno scopo preciso tranne quello di dare soddisfazione all’irresistibile impulso al linciaggio. Questa è l’ipotesi triste. La seconda ipotesi è quella tristissima. Marino e la Raggi hanno qualcosa in comune: piacciono assai pochi ad alcune categorie di imprenditori romani, specialmente gli imprenditori edili, ma non solo loro, che da alcuni decenni (o forse secoli) hanno un enorme potere sulla città e anche sulle giunte che l’hanno governata. Questi imprenditori, da sempre, hanno anche una grande influenza sulla stampa. Magari sono loro ad aver voluto cacciare Marino, e ora la Raggi, nella speranza di ottenere un sindaco più amico? P. S. Dopodiché bisogna dire che la Raggi aiuta molto i suoi nemici. In due modi: generalmente evitando qualunque iniziativa amministrativa, nonostante l’urgenza dei problemi. Ogni tanto prendendo invece delle iniziative che lasciano, quantomeno, stupiti. Ieri ha annunciato con gran fanfara di aver deciso di esentare tutti i reduci dei campi di sterminio che risiedono a Roma dal pagamento del biglietto dell’autobus. Noi non sappiamo quanti siano. Da una stima attendibile non meno di due e non più di otto. Tutti ultranovantenni: sicuri che prendano l’autobus?

Fuga di notizie su Lotti, indagato da pm e Fatto per fuga di notizie, scrive Davide Varì il 24 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". Il reato contestato al ministro è grosso modo lo stesso che la redazione del giornale di Travaglio potrebbe aver commesso nel rivelare la notizia. Il nuovo ministro dello Sport e renziano di ferro Luca Lotti sarebbe indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento. Lo ha rivelato – senza che il ministro sapesse ancora nulla, e forse a indagini ancora in corso – il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Insomma, il reato contestato al ministro è grosso modo lo stesso che la redazione del Fatto potrebbe aver commesso nel rivelare la notizia. Cosa piuttosto comune nelle redazioni italiane. Ma andiamo ai fatti. Fatti che, per forza di cose, muovono dall’istruttoria messa in piedi dai cronisti del giornale di Travaglio. Al centro dell’affaire Lotti ci sarebbe la Consip, una Spa del ministero dell’Economia che si occupa di “attività di consulenza, assistenza e supporto nell’ambito degli acquisti di beni e servizi nelle amministrazioni pubbliche”. Tradotto: per Consip passano i bandi più importanti della pubblica amministrazione. Dai servizi di pulizia degli ospedali alle penne delle cancellerie. Un giro d’affari di vari miliardi di euro. Ecco, secondo il Fatto i nomi di Lotti, del comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette e quello di Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana dell’Arma, sarebbero rimasti impigliati in una partita di 2,7 miliardi di euro messi a bando proprio da Consip. A tirare in ballo il ministro del “giglio magico” sarebbe stato Luigi Marroni, nominato amministratore delegato di Consip dal governo Renzi. Marroni avrebbe deciso di “cantare” dopo il blitz in Consip da parte dei carabinieri del Noe e della polizia tributaria. E a quanto pare l’ingegnere se l’è cantata subito, come direbbe il Fatto. In meno di 24 ore avrebbe infatti “rivelato” nomi e cognomi dei presunti coinvolti eccellenti. Per farlo cedere sarebbero bastate le allusioni di Henry John Woodcock (pm titolare dell’indagine e noto per l’inchiesta “Vipgate” finita con decine di assoluzioni e archiviazioni) su presunte intercettazioni e foto di pedinamenti che lo riguarderebbero. Le parole di Marroni sono immediatamente arrivate fin sui tavoli della redazione de Il Fatto che ha pubblicato tutto spiegando che il ruolo del ministro Lotti e del generale Saltalamacchia sarebbe stato quello di mettere in guardia il presidente e l’Ad di Consip dalle indagini sul bando milionario. E nel calderone politico- giudiziario è finito magicamente dentro anche Tiziano Renzi. Secondo il Fatto Renzi senior avrebbe una relazione sospetta con un certo signor Carlo Russo, titolare della società che avrebbe bonificato gli uffici di Consip – zeppi di microspie – dopo e grazie alla “presunta” soffiata di Lotti e del generale Saltalamacchia. Insomma, una situazione contorta e basata su indizi e intuizioni tutte da verificare. Da parte sua il ministro Lotti, colui che sapeva tutto dell’indagine su Consip ma che era all’oscuro di quella che lo riguardava, si è precipitato immediatamente a Roma: «Noi non scappiamo dalle indagini: siamo a totale disposizione di ogni chiarimento da parte dell’autorità giudiziaria. La verità è più forte di qualsiasi polemica mediatica e non vedo l’ora di dimostrarlo», ha dichiarato. In attesa di nuove scottanti rivelazioni del Fatto, la palla è passata nelle mani della repubblica di Roma che ha ereditato l’inchiesta per competenza territoriale.

Giornalismo d’inchiesta o giornalismo illegale? Scrive Piero Sansonetti il 13 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Lo “scoop” del Fatto Quotidiano su Luca Lotti: Il quotidiano dice vi aver visionato i verbali, eppure esiste un articolo del codice di procedura penale che proibisce la pubblicazione degli atti almeno fino alla chiusura delle indagini. Ieri il “Fatto Quotidiano” ha realizzato uno scoop. Con il quale ha aperto la prima pagina del giornale. È entrato in possesso dei verbali dell’interrogatorio del ministro Luca Lotti, ascoltato il 27 dicembre da un sostituto procuratore di Roma a proposito del cosiddetto scandalo Consip. E li ha pubblicati. Tra poche righe proviamo a riassumere lo scandalo Consip, intanto poniamo una domanda semplice semplice: cosa vuol dire “entrato in possesso? ”. I verbali della deposizione di Lotti fanno parte di un’inchiesta che è ancora nella sua fase preliminare. Come tutti gli atti di questa inchiesta, i verbali sono sottoposti al segreto d’ufficio. Il “Fatto” ci dice che ha potuto visionare i verbali, e li ha visionati abbastanza bene perché ne ha trascritti interi brani, con frasi testuali. Esiste un articolo del codice di procedura penale (il 114) che proibisce la divulgazione e la pubblicazione degli atti delle inchieste giudiziarie almeno fino alla conclusione delle indagini preliminari. E un articolo del codice penale (il 326) che punisce la violazione del segreto addirittura con il carcere da sei mesi a tre anni. Lo scoop del “Fatto” è la prova provata che questo articolo 114 è stato violato. Al momento non sappiamo da chi, in che modo, in quali circostanze, ma la violazione c’è. Il “Fatto”, nell’articolo che rende conto dello scoop, spiega che l’interrogatorio non è stato secretato, e dunque è pubblico. Non è così. L’interrogatorio non è stato secretato (e qui si parla del segreto investigativo, e cioè all’articolo 329 del codice di procedura) ma il segreto d’ufficio resta comunque, fino alla fine delle indagini preliminari. Ammenoché il Pm (ma non ci sono precedenti significativi) non decida di sospenderlo, con un decreto motivato, per particolari esigenze delle indagini. Circostanza, francamente, da escludere nel caso della deposizione di Lotti. Segreto investigativo e segreto d’ufficio non sono la stessa cosa. Pubblicare il verbale della deposizione di Lotti era e resta una violazione del diritto e della riservatezza e della Costituzione. La seconda serie di domande che vorremmo porre è questa: fare uno scoop di questo genere è giornalismo investigativo, giornalismo d’inchiesta, o è semplicemente giornalismo corsaro? E il giornalismo corsaro è la forma moderna del giornalismo d’inchiesta, o più spesso è semplicemente un metodo di lotta politica, esercitato talvolta per conto proprio talvolta per conto terzi? E se è esercitato per conto terzi, di solito, chi sono questi terzi? Prima di provare a rispondere, forniamo in sintesi la sostanza dello scoop. La procura di Napoli e la Procura di Roma stanno indagando sulla possibilità che alcuni alti ufficiali delle forze armate e alti funzionari dello Stato e lo stesso ministro Lotti abbiano commesso il reato di violazione del segreto d’ufficio, fornendo ad alcuni dirigenti della Consip la notizia che si stava indagando su di loro per il sospetto di un giro di tangenti (La Consip è una società di proprietà del ministero dell’Economia che si occupa di appalti e di spesa pubblica). Il “Fatto Quotidiano” ha ricevuto alla fine di dicembre da ignoti la noti- zia di questa indagine e ha pubblicato i nomi degli indagati. A questo punto al primo reato di fuga di notizie si è aggiunto un secondo reato identico: la fuga di notizie sulla fuga di notizie. Stavolta a mezzo stampa. Il ministro Lotti ha giurato di non sapere niente di tutta questa storia e ha chiesto di essere ascoltato. Un sostituto procuratore di Roma lo ha ascoltato e poi i verbali sono finiti sulle pagine del “Fatto” (e a questo punto i reati sono tre, ai primi due si aggiunge il reato di fuga di notizie su fuga di notizie). Nei prossimi giorni, giurateci, le “fughe” aumenteranno. Non è la prima volta che succede. E certamente non è solo “Il Fatto” ad essere strumento di questi reati (quante volte grandi giornali, come Il “Corriere della Sera” o “Repubblica” hanno pubblicato, ad esempio, fiumi di intercettazioni segrete?). E di sicuro non è l’ultima volta che di fronte all’evidenza di questi reati nessuno indaga. Eppure è certo che qualcuno ha violato il segreto. Chi? E’ così difficile scoprirlo? Va applicato o no l’articolo 326 del codice penale? A queste ultime domande la risposta è semplice: non è difficile scoprirlo ma nessuno indagherà, nessuno lo scoprirà, nessuno sarà sanzionato. Riprendiamo invece le domande di fondo che abbiamo posto un paio di capoversi più sopra e che riguardano il profilo del moderno giornalismo in Italia. Io credo che il giornalismo corsaro basato sulla violazione dei segreti – e dello Stato di diritto – da parte delle autorità che invece hanno il compito di tutelare quei segreti, non sia giornalismo moderno, tantomeno d’inchiesta né investigativo. Sia semplice sottomissione del giornalismo alle Procure, talvolta per guadagnarne i favori, talvolta per interessi commerciali (vendere qualche copia di più). E che il prezzo di questo tipo di giornalismo (e anche di questo modo di svolgere le inchieste con un occhio sempre fisso allo spettacolo e all’informazione) crei dei danni gravissimi al Diritto. Può darsi che io sbagli, ma francamente non riesco a capire dove. Nessuno è mai riuscito a spiegarmi perché violare la legalità con lo scopo di danneggiare degli imputati, e violare quindi i diritti degli imputati, sia un atto di libertà e di democrazia. E non mi pare che da parte del giornalismo italiano ci sia la volontà di discutere queste cose. P. S. L’altro giorno è morta Clare Hollingworth. Aveva 105 anni. Il 29 agosto del 1939 si appostò al confine tra Polonia e Germania e si accorse che i carrarmati tedeschi stavano per invadere e dare il via alla seconda guerra mondiale. Diede la notizia in esclusiva al suo giornale, il Daily Telegraph. Ecco, quello era uno scoop, credo. Senza veline, senza verbali copiati. Voi dite che semplicemente io sono un nostalgico? Forse avete ragione.

Chi calunnia ha sempre ragione, scrive Piero Sansonetti il 14 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Magari vi annoio un po’, però vorrei trascrivere tre o quattro titoloni che qualche mese fa campeggiavano a tutta pagina, in prima, sui principali giornali italiani. Eccoli qui. «La ministra garantiva gli affari del suo uomo». Titolo del Giornale, gigantesco e per di più in caratteri tutti maiuscoli. Chi calunnia un ministro comunque ha ragione…Poi: «Scandalo petroli: via la Guidi per la norma ad fidanzatum», sempre in prima sotto la testata, “Il Fatto Quotidiano”. Simile il titolo di “Libero” e sempre a tutta prima pagina: «Il regalo del governo al fidanzato del ministro». E ancora: «Petrolio e appalti, Guidi si dimette tradita dalle telefonate al fidanzato», questa è “Repubblica”. Il “Corriere” e “La Stampa” molto più sobri, ma comunque col titolo a tutta pagina. L’inchiesta nella quale fu coinvolta la ex ministra era la cosiddetta “Tempa Rossa”. Fu indagato il fidanzato della Guidi, non lei. Ma i magistrati – non vedo chi altro – passarono le carte ai giornali, con tutte le intercettazioni, che non avevano in se nessun elemento contro la Guidi, ma mostravano un quadro dei rapporti tra la ministra e il fidanzato, tesi come spesso sono i rapporti tra fidanzati. Fece epoca la frase, ripresa e amplificata da tutti i giornali, attribuita alla stessa Guidi: “Tu mi tratti come una sguattera guatemalteca”. La Guidi fu costretta alle dimissioni. Non la difese nessuno, nemmeno nel suo partito. La sua carriera politica finì lì. Ora sapete che non solo la Guidi, ma anche il suo fidanzato, sono usciti completamente dalla vicenda. Il Pm ha chiesto l’archiviazione perché non ha trovato traccia di reati: l’uomo descritto come un lestofante (il fidanzato) era una brava persona, la Guidi una bravissima persona e forse era anche brava a fare la ministra. In tutta la vicenda, di reati ce n’era uno solo: la violazione del segreto d’ufficio commessa dai magistrati che passarono le carte ai giornalisti e dai giornalisti che le pubblicarono. Il codice, per questo reato, prevede da sei mesi a tre anni. In questi giorni alcuni giornali hanno pubblicato la notizia dell’archiviazione, poche righe. Nessuno scandalo. Se non fosse stato per un articolo di una certa visibilità pubblicato ieri dal “Corriere della Sera”, la notizia sarebbe del tutto sparita. E comunque, se andate per strada e chiudete a qualcuno della Guidi, ci sono 95 probabilità per cento che non sappia nulla dell’archiviazione e sappia invece della campagna che fu condotta contro di lei. E che alla vostra domanda, risponda: «Una politicante che usava il ministero per far fare affari al suo fidanzato…». I giornali invece credo che non abbiano mai riportato neppure una riga sull’archiviazione delle imputazioni a carico di un certo dottor Incalza, ex altissimo dirigente del ministero delle infrastrutture, e di un certo signor Perotti, imprenditore. Erano stati accusati di varie malversazioni, e i giornali chiesero perciò le dimissioni del ministro Lupi, che non aveva vigilato su Incalza, anche perché pare che Perotti era un amico di famiglia del ministro e pare che avesse regalato un orologio al figlio di Lupi (che a sua volta fu messo in croce). Lupi fu costretto a dimettersi. Perotti e Incalza sono stati del tutto scagionati. Silenzio. Si era dimessa da ministro qualche mese prima, ai tempi del governo Letta, Nunzia De Girolamo. Grillini e giornali fecero i diavoli a quattro per mandarla a casa con ignominia, perché aveva ricevuto un avviso di garanzia. Colpevole! Colpevole! Era ministra dell’agricoltura e la sua carriera era in grande ascesa. La carriera ha preso la discesa. L’archiviazione e il suo pieno proscioglimento sono arrivati l’altro ieri. Nel disinteresse generale. Tre ministri maciullati con le calunnie a voi sembrano una piccola cosa? Non vi pare che si sia ormai consolidato un metodo che di fatto produce la totale delegittimazione della politica, e concede ai Pm e ai giornali il diritto di “asfaltare” chi vogliono (o in malafede o, più spesso, in buonafede) senza nessuna possibilità di difesa per il malcapitato? E dal punto di vista della correttezza dell’informazione, qualcuno saprebbe spiegarmi perché è giornalismo “coraggioso e a schiena dritta” quello che sommerge di contumelie e di pettegolezzi volgari la ministra Guidi, e ritiene di star compiendo la altissima missione di controllare il potere politico; e invece non è giornalismo affatto ( nel senso che non se ne vede l’ombra) quello che, accertata la “bufala”, non solo si applica per riabilitare la vittima, ma chiede conto a chi l’ha linciata dell’ingiusto linciaggio? Ve lo dico io perché: perché i giornali, per comportarsi così, dovrebbero accusare se stessi. E non possono farlo. Trovano molto più comodo fingere che il “Palazzo” da controllare sia quello della Guidi o di Lupi o della de Girolamo, e in questo modo può accucciarsi con la coscienza tranquilla ai piedi dei Pm e del giornalismo forcaiolo. Cioè del Potere, del potere vero.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

I fatti non contano più: è l’epoca della “post verità”. L’Oxford Dictionary ha eletto parola dell’anno “post truth”. La gente è più influenzabile dalle emozioni che dalla realtà. Anche la battaglia tra Trump e Clinton ha vissuto di «post truth», scrive il 17/11/2016 Gianni Riotta su “La Stampa”. Una delle più struggenti storie della storica campagna elettorale americana del 2016 resta la profezia del musicista Kurt Cobain, nel 1993, un anno prima di suicidarsi: «Alla fine la mia generazione sorprenderà tutti. Sappiamo che i due partiti giocano insieme al centro e, quando matureremo, eleggeremo finalmente un uomo libero. Non sarei per nulla sorpreso se fosse un uomo d’affari, incorruttibile, che si dia davvero da fare per la gente. Un tipo alla Donald Trump, e non datemi del pazzo…». Peccato che la citazione del leader dei Nirvana, che ha fatto il giro dei social media, Twitter, Facebook, Google, sia inventata, forse in Russia, forse in America, da trolls che inquinano di menzogne i paesi democratici. Bene ha fatto dunque ieri l’Oxford Dictionary a dichiarare «Parola dell’anno 2016», «Post truth» la post verità, diffidenza per le opinioni diffuse e credulità per bugie condivise da siti a noi cari. La battaglia Trump-Clinton ha vissuto di post verità, dall’attore Denzel Washington paladino di Trump, alla bambina di 12 anni che accusa il neo presidente di stupro. Falsità che milioni di cittadini amano tuttavia credere. Aristotele aveva legato «verità» e «realtà», facendo dire secoli dopo al logico Alfred Tarski che «La frase “La neve è bianca” è vera se, e solo se, la neve è bianca». Questa è nozione di verità che impariamo da bambini, ma la crisi dell’autorità nel secondo Novecento, mettendo in discussione politica, famiglia, tradizioni, cultura, religione, ha frantumato la fede nel nesso Verità-Realtà, dapprima con un salutare moto critico, poi sprofondando nel nichilismo. Il filosofo Carlo Sini sintetizza la sindrome con una battuta macabra «La verità è la tomba dei filosofi…la Signora è decisamente invecchiata». Quando l’insegnamento del filosofo Derrida si diffonde ovunque, la «signora Verità» si consuma in bolsa «narrativa», che ciascuno piega a suo gusto. Ma i filosofi, non è purtroppo la prima volta, non avevano previsto che quando la mattanza della verità lascia le sofisticate torri accademiche per investire il web, le «menzogne», o false notizie, avrebbero impestato, come un’epidemia, il dibattito. Già nel 2014 il World Economic Forum denunciava i falsi online «uno dei pericoli del nostro tempo», studiosi come Farida Vis e Walter Quattrociocchi catalogavano casi gravi di menzogne diventate «vere», ma intanto il virus della bugia veniva militarizzato da stati e nuclei terroristici. Oggi il presidente cinese Xi Jinping, in un messaggio alla Conferenza internazionale sul web di Wuzhen, ricorda la necessità del controllo statale sulla rete, contro i falsi: medicina drastica da società autoritarie, non da democrazia. Così da Mosca Putin scatena seminatori di zizzania digitale, da un laboratorio di San Pietroburgo, 50 di via Savushkina, e giovani macedoni spacciano falsi online in America, mano d’opera a basso costo. Secondo le rivelazioni su «La Stampa» di ieri, a firma Jacopo Iacoboni, metodi di post verità politica sarebbero in uso anche tra i 5 Stelle, e del resto al fondatore Casaleggio veniva fatto dire «Ciò che è virale è vero», massima forse apocrifa ma calzante. Ciascuno di noi crede ai propri «fatti», su vaccini, calcio, clima, politica, e l’algoritmo dei social ci respinge tra i nostri simili. Ora il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, cerca di difendersi assicurando che «il 99% di quello che gira da noi è vero, il falso solo l’1%» e dichiara di non volersi fare lui «arbitro del vero». Purtroppo l’ex collaboratore Garcia Martinez lo smentisce dicendo che i funzionari provano a vendere pubblicità politica agendo giusto da «arbitri del vero». Quel 99 a 1 che a Zuckerberg sembra innocuo è letale, perché non sappiamo «dove» si nasconda, e quindi finiamo con il dubitare dell’insieme. «Ex falso sequitur quodlibet», dal falso deriva ogni cosa in modo indifferente: la massima medievale anticipa l’era della post verità, un solo 1% di falso basta a rendere incredibile il 99% di vero. 

Grillo: "Vero o falso? Un tribunale del popolo per giudicare Tg e giornali". Il leader del Movimento 5 Stelle auspica una giuria scelta a sorte che decida se le notizie date sono false o vere. I colpevoli "a capo chino", scrive il 3 gennaio 2017 Panorama. Altro che post-verità. Non c'è pace nemmeno per la verità. Perlomeno quella nella quale dovremmo essere "giustificati" a credere. Ovviamente non si tratta, del tormento filosofico. È Beppe Grillo che tuona e vorrebbe un tribunale del popolo per smascherare i giornalisti che a suo dire scrivono e dicono frottole. Nei giorni scorsi aveva tuonato contro l'idea di autorità terze cui appellarsi per provare, a pubblicazione avvenuta, che una certa notizia o ricostruzione di evento fossero palesemente false, come aveva proposto il presidente dell'Antitrust italiana, Giovanni Pitruzzella. Martedì invece è passato all'attacco alzo zero contro i suoi principali nemici, i giornalisti. Scrive Grillo sul suo blog - in un post dal titolo decisamente facile da capire: "Una giuria popolare per le balle dei media": "I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa." Ovviamente sono arrivate numerose risposte a questa singolare proposta del comico/politico.

Enrico Mentana querela Beppe Grillo: "Il mio Tg non fabbrica notizie false. Ne risponderà in sede civile e penale".

L'Ordine nazionale dei giornalisti ha scritto che, "Beppe Grillo dalle colonne del suo blog ha sferrato l'ennesimo attacco alla libertà di stampa avanzando una proposta grave e sconcertante". L'Ordine ricorda che "esiste già un ordinamento che tutela chi si ritiene danneggiato dagli organi di informazione". Infatti, dice ancora l'OdG che "giace in quarta lettura dal 23 giugno 2015 in Senato la nuova legge sulla diffamazione. Sarebbe molto più costruttivo se Beppe Grillo esortasse i propri parlamentari a far sì che questa legge venisse approvata in tempi brevi abrogando il carcere per i giornalisti e ponendo un freno alle cosiddette querele temerarie. L'unico Tribunale riconosciuto dall'OdG è quello dell'ordinamento giudiziario ferma restando la singola responsabilità dei giornalisti che non rispettano le regole deontologiche e che vengono sanzionati dai Consigli di Disciplina. Tali strumenti sono di per sé idonei ad assicurare il diritto dei cittadini a essere informati correttamente". L'Ordine invita il leader dell'M5S "a riflettere sul clima e sulle conseguenze che le sue parole possono determinare e sottolinea l'invito rivolto agli italiani nel discorso di fine anno dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Secondo il Capo dello Stato l'odio come strumento di lotta politica è nemico della convivenza e crea «una società divisa, rissosa e in preda al risentimento» che «smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza»".

Filippo Facci il 5 gennaio 2017 su “Libero Quotidiano”: le post querele. Fate disinformazione; vi querelo; no, ma parlavamo degli altri; non vi querelo più. Alzi la mano chi non ha trovato imbarazzante tutto il teatrino tra Grillo e Mentana: il primo che spara le solite cazzate sui giornalisti e usa come sfondo un collage di testate rubato a tv.blog, il secondo che allora fa un casino in diretta perché nel collage c' è anche lui (La7) e annuncia querela; il primo che allora fa una rettifica penosa e dice che Mentana (solo lui) è diverso e fa informazione rispettosa della verità, il secondo che allora ritira la querela e scrive un papiro su Facebook perché si è accorto che intanto gli webeti grillini lo stanno infamando lo stesso. Siamo al post-nulla a somma zero, ne sentivamo tutti un drammatico bisogno: Mentana ha la sindrome da primo della classe e lo sapevamo, ma Grillo ha la dignità di un coniglio e state certi che se a querelarlo fossero stati in due anche le rettifiche sarebbero state due. Grillo ha paura delle querele? Probabile: perché è tirchio e perché ha già beccato delle condanne. Mentana teme di perdere pubblico grillino? Improbabile: chi disprezza compra, e comunque il suo tg resta il migliore. Per i feticisti: nel collage di testate utilizzato da Grillo manca Il Messaggero (un caso) e il Fatto Quotidiano (meno un caso). Però tra i disinformatori compare TuttoSport: serve una giuria popolare per la Juve.

Colleghi giornalisti, siamo vittime o carnefici? Scrive Tiziana Maiolo il 5 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Ora non facciamo le verginelle, noi giornalisti, per favore. Gestiamo un potere di vita e di morte sui cittadini, secondo solo a quello dei magistrati. I quali peraltro sono più che soddisfatti quando hanno la nostra complicità ma anche il nostro incitamento, come sta accadendo in questi giorni con l’istigazione palese a che qualcuno si sbrighi a inviare un’informazione di garanzia al sindaco di Roma Virginia Raggi. Non possiamo dirci vittime, neppure quando capita, come in questi giorni, che un importante leader politico quale Beppe Grillo, ci accusi di essere manipolatori e dispensatori di notizie false. Non è forse vero? Non interessa il fatto che lui stesso con questa dichiarazione cerchi a sua volta di manipolare l’opinione pubblica (e ci riuscirà, perché la nostra categoria non è molto amata), quel che conta è avere il coraggio di superare la debolezza del corporativismo per ritrovare la forza di guardarci allo specchio e fronteggiare ad armi pari l’interlocutore politico. Né vittime né carnefici. Cerchiamo prima di tutto di non trasformare in vittima il “carnefice” Grillo, come fu fatto con Berlusconi per il reato di “editto”, mentre fu salvato Renzi, che pure cacciò dalla direzione del Tg3 una brava giornalista come Bianca Berlinguer, la “strega” che non gli baciava l’anello. Cerchiamo di guardare con occhio autocritico tutti i nostri editti e le nostre manipolazioni. Piero Sansonetti ha spiegato molto bene quel che succedeva nelle redazioni dei tre principali quotidiani italiani e in quello che era organo del Pci nei primi anni novanta quando, in piena Tangentopoli, gli imprenditori (compresi quelli che erano anche editori) cercavano in ogni modo di evitare la galera e i quattro direttori concordavano l’uscita collettiva del giorno dopo. E intanto, mentre Romiti e De Benedetti salvavano i polsi dalla seccatura delle manette, cadeva la Prima Repubblica. Siamo così sicuri che a vent’anni di distanza, noi siamo diventati più virtuosi? Sappiamo bene che quando inizia una campagna stampa nei confronti di qualcuno, quel qualcuno finirà, volente o nolente, per doversi dimettere. L’abbiamo visto accadere a Roma nei confronti dell’ex sindaco Marino, crocifisso per una questione di scontrini, e contro l’ex ministro Lupi (mai colpito da alcun provvedimento giudiziario) per un orologio regalato al figlio da un amico di famiglia. Questo significa una cosa sola: non solo che la stampa italiana è libera, ma anche che è in grado di modificare la realtà, quindi che è potente. E allora non si può prima dire che occorre colpire le bufale dei social (la violenza verbale sì, invece) e poi offendersi se Grillo ci dice che anche noi ogni tanto le spariamo grosse, e che vuol fare il “tribunale del popolo” neanche fosse il capo delle Brigate rosse. Impariamo prima noi a rispettare gli altri, tutti. Beppe Giulietti, presidente della Federazione della stampa, nell’intervista al nostro giornale invita Grillo a sollecitare i suoi parlamentari perché facciano approvare due proposte di legge giacenti in Parlamento: una contro il carcere per i giornalisti, l’altra contro la “querela temeraria”, cioè pretestuosa e finalizzata a tappare la bocca al giornalista scomodo. Bene, questa seconda è argomento molto scivoloso e Giulietti, che è stato in Parlamento quindi è anche un politico di professione, sa bene che quando un quotidiano (o anche un singolo giornalista) ti prende di mira, ne puoi uscire solo attraverso la querela, l’unica forma di autodifesa possibile. Enrico Mentana, direttore del TgLa7, con un’accorata pubblica dichiarazione di difesa della propria correttezza professionale, ha annunciato di querelarsi nei confronti di Beppe Grillo. Poi pare abbia cambiato idea. Ma è proprio sicuro di essere lui, in rappresentanza della categoria, la vera vittima e non, talvolta il “carnefice”? 

Siti responsabili per commenti degli utenti, lo dice la Cassazione, scrive il 3 gennaio 2017 "Adnkronos.com". Chi gestisce un sito web è responsabile dei commenti di utenti e lettori, anche quelli che postano in forma anonima. Lo stabilisce la sentenza 54946 della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dal gestore del sito agenziacalcio.it. Sulla community del sito, un utente ha pubblicato un commento relativo al presidente della Figc, Carlo Tavecchio: il numero 1 della federcalcio è stato definito nella circostanza “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”. Al commento, come si legge nella sentenza, “l’utente allegava il certificato penale”. Il gestore del sito è assolto in primo grado e condannato in secondo. La Cassazione ha confermato la sentenza che prevede il pagamento di 60mila euro al presidente della Figc, per “concorso in diffamazione”. 

Altro che giuria popolare M5S. La Cassazione inguaia i siti. Nubi sempre più nere si affollano sulla libertà di espressione nel nostro Paese, scrive Daniela Missaglia, Venerdì 06/01/2017, su "Il Giornale". Nubi sempre più nere si affollano sulla libertà di espressione nel nostro Paese. Il 2016 si chiude infatti con una discutibilissima sentenza della Corte di Cassazione che, contravvenendo ogni principio di logica e diritto, persino quelli stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, introduce una responsabilità in concorso del gestore di siti internet nei quali un forumer non anonimo iscriva commenti ritenuti diffamatori. Questo è quello che la Suprema Corte ci sta dicendo: se sul sito di questo giornale o in qualsiasi altro sito aperto ai commenti, un lettore (pur identificato con nome e cognome e regolare registrazione) dovesse esprimere feroci censure ad una notizia di cronaca politica, dipingendo come un farabutto questo o quell'onorevole, la responsabilità penale non sarebbe solo quella personale del commentatore fumino, ma anche del gestore o amministratore del sito che si buscherebbe un bel concorso in diffamazione. È bastato che un lettore chiamasse «farabutto emerito» e «pregiudicato doc» il presidente della Figc ad oscurare il sito su cui il post incriminato era stato vergato elettronicamente, con avvio dell'azione penale verso i gestori (e 60mila euro di condanna risarcitoria). Fermo il rispetto a Giancarlo Tavecchio ed al suo sacrosanto diritto di difendere la propria onorabilità nei confronti di chi lo diffami, con questa logica perversa (non a caso esclusa dal Tribunale di prime cure) stiamo condannando alla chiusura forum, chat pubbliche, piattaforme e siti che ammettono il coinvolgimento degli utenti attraverso i commenti. Pensare che la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva bacchettato, nel febbraio 2016, gli Stati dell'Unione che condannavano i gestori dei siti per effetto di commenti di utenti anonimi o non identificabili: questo perché, spiegavano i magistrati di Strasburgo, così si finiva per ledere la libertà d'espressione che è un diritto fondamentale dell'umanità. Chi, dopo la sentenza in commento del supremo organo giurisdizionale nostrano, avrà il coraggio di gestire un sito e ammettere i commenti dei lettori? Si fa un gran parlare di post-verità, di Beppe Grillo e giurie popolari per smascherare i media, dell'ira del divin Mentana contro il leader pentastellato e poi questa sentenza scivola in un trafiletto delle pagine interne. A questa stregua Laura Boldrini o Matteo Renzi potrebbero, da soli, far chiudere l'80% dei siti italiani ma bisognerebbe costruire un super-carcere apposito per ospitare tutti gli amministratori. Per non parlare di quanto è stato scritto negli anni su Silvio Berlusconi e qualsiasi altro personaggio della politica, sport, finanza, tv o carta stampata che, per la sua visibilità e notorietà, automaticamente ha risentito di critiche, anche ben oltre il lecito. Siamo ad un bivio: la Cassazione dipinge lo scenario futuristico di un mondo di repressione verbale, la Corte europea fornisce invece una visione più garantista e rassicurante, identificando come personale la responsabilità penale, a tutela di un diritto fondamentale, il diritto alla libertà d'espressione. Questa volta mi sento di propendere per la visione europea, una volta tanto più avveduta dei manicheismi patri.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto in questi giorni si è discusso del ruolo di Facebook e di Twitter nella campagna elettorale che ha visto trionfare il candidato repubblicano Donald Trump, accusato di aver adottato una strategia in rete particolarmente aggressiva. Sul banco degli imputati, in queste ore, soprattutto, gli hoax, le bufale, e le notizie false, messe in circolazione ad arte per influenzare l’opinione pubblica e orientare il dibattito. Un esempio di questa strategia manipolatoria— che i colossi della Silicon Valley stanno tentando di contrastare — è un post diffuso nei giorni scorsi che ha per oggetto Denzel Washington. Come riferisce la Bbc, l’attore americano è stato trasformato, suo malgrado, in un supporter del presidente eletto Trump. «Lo ringrazio, abbiamo bisogno di più posti di lavoro. E lui è uno che assunto più impiegati di chiunque altro nel mondo», sono le parole attribuite al protagonista di «Philadelphia», di «Malcom X» e di tanti altri film, bandiera dell’America liberale e democratica. A diffondere su Facebook questa notizia falsa è stata American news, sito specializzato in propaganda di destra che ha più di 5 milioni di fan su Facebook. Impossibile capire chi ci sia dietro, in quanto gli articoli non sono firmati e non esiste un colophon della redazione. Ma la tecnica è quella usata da molti movimenti populisti in tutto il mondo (Movimento Cinque Stelle compreso): si tratta di clickbaiting (condivisione di contenuti spazzatura con espressioni del tipo: «non avete idea di quello che ha detto tizio e caio» per invogliare a cliccare il link) mischiato a temi che generalmente colpiscono l’opinione pubblica e gli spettatori (le tasse, i soldi, i divi di Hollywood, le soubrette, ecc). Il risultato è propaganda veicolata sulle piattaforme più utilizzate (Facebook conta 1,7 miliardi di utenti) a costo praticamente zero per chi la produce. Tornando al caso specifico, Denzel Washington ha negato categoricamente di aver in alcun modo espresso il proprio sostegno al presidente eletto. «Si tratta di una notizia totalmente falsa», ha spiegato l’agente di Washington alla Bbc. Ma American News è andata avanti imperterrita. «Mentre il resto della Hollywood liberale demonizza Trump, Denzel Washington ha parlato in favore del presidente eletto. Ecco come», hanno ribadito su Facebook riproponendo il link all’articolo. Il post è stato successivamente rimosso. Ma prima di finire nel cestino della spazzatura di Menlo Park, come dimostra lo screenshot della Bbc, è stato condiviso ben 22 mila volte. In tanti, dunque, hanno creduto alla bufala, come dimostrano i commenti postati sotto l’articolo. «È sempre stato il mio attore preferito, ora lo è ancora di più grazie Denzel!», ha scritto un utente. «Dobbiamo rimanere uniti, le sue parole sono un bell’esempio», ha sottolineato qualcun altro. E così via. Alla faccia della verità.

Denzel Washington contro i giornalisti, attacca l’informazione di massa moderna. What is the long-term effect of too much information? One of the effects is the need to be first, not even to be true anymore. So what a responsibility you all [in the media] have… to tell the truth, not just to be first, but to tell the truth. We live in a society now where it’s just first. “Who cares?” [the media seems to say,] “Get it out there. We don’t care who it hurts. We don’t care who we destroy. We don’t care if it’s true. Just say it, sell it.”

Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.

Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni!

I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

Vietato criticare Woodcock: il pm cita in giudizio la Chirico. La giornalista ed editorialista del «Giornale» Annalisa Chirico (nella foto), che per un'intervista e un libro sull'abuso della custodia cautelare in Italia («Condannati preventivi», ed. Rubbettino) finisce davanti al giudice, scrive "Il Giornale" Venerdì 6/01/2017. Blin-blin? Suonano alla porta, è l'appuntato dei Carabinieri che deve procedere col «rito della consegna» (della citazione in giudizio). Il pericoloso soggetto destinatario del provvedimento è la giornalista ed editorialista del «Giornale» Annalisa Chirico (nella foto), che per un'intervista e un libro sull'abuso della custodia cautelare in Italia («Condannati preventivi», ed. Rubbettino) finisce davanti al giudice. Il presunto reato? Aver procurato «una grande sofferenza morale» e «gravissime ricadute nella sfera personale, famigliare e professionale», quantificabili in 180mila euro di risarcimento, al pm della Procura di Napoli, Henry John Woodcock, titolare di celeberrime inchieste sul malaffare politico, non tutte impeccabili. Il pamphlet della Chirico si permette di criticare un'inchiesta di Woodcock, il risultato è che il libro «finisce all'indice in tre fascicoli: Napoli, Roma (giudizio civile) e Lamezia Terme (penale per diffamazione). Bingo» racconta la giornalista sul «Foglio» ricostruendo il caso. La libertà di stampa in Italia c'è, «ma ci sono tante cose di cui non si può parlare, se sfidi il divieto diventi un bersaglio». La magistratura italiana è una di queste, certe Procure più suscettibili di altre. Il rischio è l'autocensura, per timore di rappresaglie. Come capita alla Chirico dovendo scrivere del carcere per sbaglio di Vittorio Emanuele di Savoia, inchiesta Woodcock. Ma poi: «Chissenefrega, scrivo, sono libera».

Giornalisti in carcere: i precedenti. Da Guareschi a Surace, da Sparagno a Venezia, passando per Guarino e per Jannuzzi (che finì solo ai domiciliari). Ecco i precedenti, scrive Luca Romano, Mercoledì 26/09/2012, su "Il Giornale". Di casi di giornalisti in carcere per diffamazione ce ne sono stati davvero pochi. C'è quello famoso di Giovannino Guareschi, che scontò 409 giorni dietro le sbarre dopo essere stato condannato nel 1954 a un anno di carcere per aver diffamato a mezzo stampa sul settimanale Candido Alcide De Gasperi (a ciò si aggiunsero gli otto mesi che il tribunale gli aveva comminato nel 1951, sempre per lo stesso reato, per aver pubblicato sul Candido, di cui era direttore responsabile, una vignetta di Carlo Manzoni che prendeva bonariamente in giro il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi). Dopo Guareschi, c'è stato il caso di Lino Jannuzzi che però finì agli arresti domiciliari prima di ricevere la grazia dal capo dello Stato. Tra gli altri colleghi dietro le sbarre ci sono poi Stefano Surace (direttore della rivista "Le Ore" e di "Az", inviato speciale di "Abc), che finì dentro all'età di 70 anni dopo aver subito due condanne inflitte in contumacia perché lui si trovava in Francia, e Gianluigi Guarino (direttore del Corriere di Caserta) arrestato per un cumulo di pene riguardanti l'omesso controllo di alcuni articoli ritenuti diffamatori e condannato alla pena complessiva di tre anni e un mese di reclusione (pena ridotta a un anno e due mesi). Infine ci sono i casi di Vincenzo Sparagna e Calogero Venezia della rivista satirica del Male e condannati e finiti in carcere per delle vignette. 

Ordine italiano dei giornalisti. Riprendono, stavolta contro Feltri, i "safari al giornalista scomodo", scrive "Abcnews.free.fr". Dopo l'esemplare lezione ricevuta ad opera di Stefano Surace e della magistratura superiore (Corte di appello di Napoli e Corte di Cassazione) certi superstiti personaggi dell'Ordine ci riprovano, stavolta con Vittorio Feltri. Non poco scalpore ha suscitato il fatto che l'Ordine dei giornalisti di Milano abbia emesso un provvedimento "disciplinare" di radiazione nei confronti di Vittorio Feltri, direttore del quotidiano "Libero" e già direttore di varie importanti testate... Nonché giornalista non poco "scomodo" per per la sua "ingovernabilità", che fra l'altro lo aveva fatto passare da una direzione di giornale all'altra ogni volta che la sua indipendenza di giudizio gli sembrasse in qualche modo limitata, o che la linea editoriale fosse cambiata. A seguito di questa radiazione Feltri si trova, di punto in bianco, a non poter fare il giornalista. Né più né meno...Motivo ufficiale addotto dall'Ordine della Lombardia, presieduto da Franco Abruzzo: la pubblicazione su "Libero", nel quadro dello scandalo dei pedofili, di alcune foto "proibite" tratte da materiale che era già stato diffuso dalla televisione di Stato. Solo che il responsabile di quella diffusione televisiva, Lener, non è stato radiato, mentre Feltri sì...Benché fosse infinitamente più grave far apparire quel materiale alla televisione - che entra tranquillamente in tutte le case, alla portata dei minori - che pubblicarne delle foto su un quotidiano letto praticamente solo da adulti. Vero che Lener è ben lontano dall'essere "scomodo" come Feltri...Di quì la sensazione, subito diffusasi, che quelle foto su "Libero" c'entrino come i cavoli a merenda, e siano state solo la sospirata occasione per colpire un giornalista che dà "fastidio". Eppure dopo la dura sentenza emessa a carico dell'Ordine dei giornalisti dalla magistratura superiore (Corte d'Appello di Napoli e poi Corte di Cassazione) a seguito dell'ormai celebre ricorso di Stefano Surace, sembrava che certi personaggi fossero stati da tempo allontanati dai suoi vertici. Quei personaggi, per intenderci, che agivano in singolare assonanza coi "safari al giornalista scomodo" che periodicamente venivano lanciati da certi ambienti. Come si ricorderà infatti l'Ordine aveva avuto la buona idea di radiare Surace - l'intellettuale italo-francese e maestro di arti marziali che più scomodo non si può con quelle sue inchieste, polemiche e campagne di stampa che durano da cinquant'anni - non solo non dandogli alcuna possibilità di difesa ma, come risultò, senza neanche dirne le ragioni (era difficile trovarne). Fra l'altro quella radiazione ebbe affetti micidiali sulla libertà di stampa in Italia: da quel momento i giornalisti italiani si sentirono sotto la minaccia costante di essere radiati dall'Ordine di punto in bianco, senza potersi praticamente difendere, se andavano a ficcare il naso negli affari non troppo confessabili di certi ambienti politici ed economici. Se era stato possibile radiare in quel modo un tipo agguerrito come Surace, figurarsi per gli altri...Fu così che quella di giornalista divenne di colpo, in Italia, la professione meno garantita del mondo. Mentre avrebbe dovuto godere di particolari garanzie, essendo uno degli elementi fondamentali per un corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Con una tale spada di Damocle sulla testa, i giornalisti non trovarono di meglio che attendere tempi migliori per occuparsi di certi argomenti... Sicché gli abusi e gli intrallazzi di quegli ambienti, senza più un valido controllo da parte della stampa, poterono finalmente dilagare indisturbati. Per rendersi conto di a che punto era giunta la situazione, basti pensare che due giudici di Treviso, Labozzetta e Napolitano, avevano incriminato ufficialmente parecchi personaggi molto "in alto", fra cui il comandante in capo della guardia di finanza e il suo braccio destro, nel quadro di quello che poi divenne il famoso "scandalo dei petroli in Italia". Ebbene, i corrispondenti da quella città delle agenzie e di diversi quotidiani avevano inviato regolarmente, alle loro redazioni centrali, numerosi articoli sull'argomento. Ne avevano inviati per un anno, ma nessuno era stato pubblicato... Così, se l'opinione pubblica poté apprendere la faccenda fu proprio grazie al solito Surace, che nel frattempo si era spostato a Parigi. Da lì in effetti accusò certi magistrati di Monza di coprire quel traffico, dopodiché costoro (il presidente di quel tribunale, il procuratore capo e un suo sostituto) furono incriminati dalla stessa magistratura, e lo scandalo scoppiò col clamore che si sa. Per di più, in seguito la Corte d'Appello di Napoli (presieduta da un insigne magistrato, Vincenzo Schiano di Colella Lavina, con relatore Carlo Aponte, consigliere Francesco d'Alessandro; integrata - come prevede la legge in questi casi - da due giornalisti, Lino Zaccaria e Francesco Maria Cervelli) stabilì che la radiazione del Surace era stata non solo errata, ma addirittura illecita (per cui l'Ordine deve anche risarcirlo) e l'annullò d'autorità, evocando fra l'altro "gli obiettivi altamente sociali perseguiti dal Surace nella sua attività, le sue campagne di stampa, i riconoscimenti ottenuti". Inoltre, accertò che era stata decisa senza dare all'accusato alcuna possibilità di difesa e costatò (riportiamo testualmente dalla sentenza) "la mancanza di qualsiasi specificazione dei fatti che si imputavano al Surace". Surace era stato dunque radiato dall'Ordine senza che neanche si dicesse perchè...Questa "storica" decisione della Corte d'Appello (poi confermata dalla Cassazione) fece sensazione nell'ambiente giornalistico italiano ed europeo. Il presidente dell'Ordine all'epoca, Saverio Barbati, non si vide rinnovato l'incarico che ricopriva da anni. Surace l'aveva poco prima esortato, in un'intervista, "a darsi alla pastorizia, che ha molto bisogno di braccia". I membri del Consiglio dell'Ordine che avevano deciso quella radiazione si videro bollati sulla stampa come "sicari sfortunati", mentre Surace veniva definito fra l'altro "un grande eroe civile, un maître à penser, e à agir, non violento ma micidiale quando si tratta di difendere la verità, la giustizia e i diritti umani". Si verificarono perfino fenomeni di rigetto come l'iniziativa, in sede politica, di promuovere un referendum per l'abolizione dell'Ordine, visto ormai da molti come una minaccia per la libertà di stampa e dunque per una corretta democrazia. E in ogni caso nella categoria dei giornalisti sorse una larga esigenza di riforma profonda di questo organismo. L'Associazione napoletana della stampa si congratulò con Surace con lettera ufficiale. Nei vertici dell'Ordine si fece una buona pulizia di quei personaggi che ne avevano tanto malmenato l'immagine, con la loro bella idea di andare a prendersela con Surace...A questo punto i giornalisti italiani - sentendosi finalmente liberati dalla spada di Damocle della sospensione e della radiazione dalla professione senza potersi difendere che avevano sentito pendere costantemente sulle loro teste dopo la radiazione di Surace - si affrettarono a recuperare normalmente la propria funzione, così essenziale in democrazia. E gli effetti non tardarono a farsi sentire. Certi magistrati della Procura di Milano, indagando su un certo Chiesa per una faccenda abbastanza banale di distrazione di fondi, si trovarono davanti un uomo che, sentendosi abbandonato dagli "amici" vuotò il sacco rivelando una serie di intrallazzi ben più pesanti. Quei magistrati si trovarono così in mano una serie di quegli abusi che avevano potuto prosperare e proliferare indisturbati grazie anche alla specie di terrorismo cui erano sentiti sottoposti i giornalisti italiani. E si misero a indagare anche su queste storie. Se ciò si fosse verificato durante il precedente periodo di bavaglio alla stampa, quei magistrati avrebbero trovato ostacoli pressoché insormontabili alla loro azione, come accaduto tante altre volte. In questo nuovo clima invece gli articoli inviati sull'argomento dai vari corrispondenti da Milano alle loro sedi centrali furono pubblicati, e come. L'intera stampa italiana, ben lieta di rifarsi degli anni di bavaglio, si occupò massicciamente dell'azione di quei magistrati, che battezzò "operazione mani pulite" contro "Tangentopoli" trascinando il pubblico che si schierò dunque nettamente anch'esso a favore del "pool di mani pulite". Cosicché buona parte della classe politica italiana, diventata ormai corrotta fino alle midolla, si trovò spazzata via da un momento all'altro. L'azione di quei magistrati ebbe vasta risonanza in tutto il mondo, tanto che le giustizie di vari paesi ne seguirono l'esempio. Fra l'altro in Francia certi magistrati se ne ispirarono, e venne fuori che una serie di personaggi che ricoprivano le più alte cariche dello Stato (compreso l'ex presidente della repubblica François Mitterrand) erano immersi fino al collo in scandali semplicemente colossali... Con grande stupore dell'opinione pubblica francese che, non avendo l'abitudine a cose del genere, aveva tranquillamente avuto fiducia in quegli uomini e nelle istituzioni che rappresentavano. Certo, nella sua azione il "pool" di Milano fece anche degli errori, tuttavia abbastanza comprensibili: con la valanga di casi che erano venuti fuori, non era sempre facile distinguere subito il grano dal loglio. Ci furono poi anche, puntualmente, strumentalizzazioni politiche. C'è sempre chi è pronto ad approfittare di certi eventi per trarne vantaggi. Vennero così a trovarsi paradossalmente l'uno contro l'altro personaggi di rilievo che in realtà avevano lo stesso scopo: far sì che lo Stato italiano diventasse un pò più pulito e giusto. Comunque, sembrava che la minaccia che certi personaggi dell'Ordine avevano fatto pendere sui giornalisti italiani appartenesse ormai a un deplorevole passato. Invece, in realtà, non tutti quei personaggi erano stati eliminati dai vertici: alcuni superstiti, che a suo tempo avevano avuto cura di tirare il sasso ma nascondere la mano, erano ancora lì. Ed ecco che ci hanno riprovato. Stavolta con Feltri. Che è comunque ricorso all'Ordine nazionale dove dovrebbe respirarsi, oggi, aria migliore che in passato. Affare da seguire.

Com'è stato "ucciso" Craxi, scrive "Abcnews.free.fr" (Da "Sicilia Sera"). La morte di Bettino Craxi ha messo in luce alcune gravi aberrazioni del sistema giuridico italiano (condannate costantemente già da tempi dalla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo) che hanno permesso e permettono abusi in serie. Calpestati sistematicamente principi fondamentali del diritto. Una dichiarazione illuminante del Procuratore della Repubblica di Milano, Gerardo D'Ambrosio. A seguito della morte di Bettino Craxi, il "pool" milanese detto di "mani pulite" è stato letteralmente sommerso da accuse per non aver permesso a Craxi di rientrare in Italia da libero per consentirgli di curarsi adeguatamente in una clinica milanese che dava ogni garanzia operatoria e post-operatoria, invece che in una struttura tunisina assai meno adeguata. Ciò avrebbe permesso a Craxi di essere curato seriamente, ed oggi sarebbe probabilmente ancora in vita. Per difendersi da queste critiche, il Procuratore di Milano Gerardo D'Ambrosio ha dichiarato a "Repubblica" che non era possibile far rientrare Craxi in Italia da libero, poiché c'erano ormai a suo carico condanne definitive. Ebbene, con questa dichiarazione, il D'Ambrosio non ha fatto che dare - certo involontariamente - la misura di quanto aberrante sia l'attuale sistema giuridico italiano. In qualunque altro paese civile infatti una condanna non può mai diventare definitiva se emessa in un processo in cui l'accusato, per una ragione o l'altra, non è stato presente. Anche nel caso che, come Craxi, vi si sta sottratto volontariamente "con la fuga", come suol dirsi. Nessuno in effetti è tenuto ad andare volontariamente contro se stesso presentandosi al carnefice, o comunque ad un tribunale che potrebbe attribuirgli una pesante condanna. Per esempio in Francia (la cui magistratura è notoriamente fra le più rispettate del mondo) se un tribunale condanna qualcuno non presente al processo (cioè, come suol dirsi, "contumace" o "latitante") la condanna non può diventare definitiva. Se in seguito il condannato si presenta volontariamente, oppure è catturato, il processo viene rifatto in sua presenza. Un processo è infatti costituito da tre elementi indispensabili: l'accusatore, l'accusato e il giudice. Se ne manca uno - per esempio l'accusato - non può considerarsi un vero processo. Si tratta di un principio fondamentale, inderogabile del diritto, mirante ad evitare che si possa condannare qualcuno senza che si difenda. Anche in Italia "culla del diritto"(ma divenutane la tomba) vigeva naturalmente questo principio fondamentale. Finchè prima della seconda guerra mondiale, negli anni 30, il regime di allora, per mettere facilmente i suoi oppositori nell'impossibilità di nuocere, trovò comodo sostituirlo con il criterio antigiuridico che una condanna "contumaciale" poteva diventare definitiva ed esecutiva. Questo "criterio" mostrò largamente la sua efficacia con accusati che si chiamavano, per esempio, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Luigi Sturzo, Giorgio Amendola. Grazie ad esso, alcuni di costoro si trovarono in galera senza essersi potuti difendere, in seguito a condanne che si facevano risultare "definitive ed esecutive" senza che al processo si fossero mai visti gli accusati; ed altri, per non subire la stessa sorte, dovettero riparare all'estero, Francia e Stati Uniti soprattutto. Finita la guerra e caduto il regime di allora, molte cose cambiarono in Italia, ed anche si ribaltarono. Saragat e Pertini, i condannato rifugiatisi in Francia, divennero perfino Presidenti della repubblica italiana. Ma, stranamente, quel criterio antigiuridico che era stato loro applicato non fu eliminato dal nuovo regime repubblicano...Ed è così che lo si è potuto applicare ora anche a Bettino Craxi ... fino alla sua morte. Il più strano è che nessun media ha rilevato quanto elemento di importanza capitale. Eppure, a causa di questo criterio antigiuridico, l'Italia ha già subito innumerevoli condanne dalla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo che le ha ingiunto, come in suo potere, di rientrare nella legalità rispettando quel principio fondamentale. Ma l'Italia non ha ancora ottemperato, restando così in piena illegalità. Identico sistema era stato a suo tempo usato contro un giornalista e scrittore le cui famose inchieste e campagne di stampa negli anni 60 e 70 rendevano particolarmente "scomodo" per certi ambienti e personaggi politici ed economici italiani molto "in alto, dalle attività non precisamente confessabili. Stiamo parlando di Stefano Surace. Non riuscendo a farlo condannare normalmente, poiché le sue inchieste erano ben documentate, gli si lanciarono contro degli ordini di cattura per pretesti reati a mezzo stampa, sicché fu costretto a riparare all'estero (come farà appunto Craxi). Dopodiché gli si lanciò, in sua assenza, una vera raffica di condanne per pretesi reati a mezzo stampa, per un assurdo totale di ... diciotto anni di galera (neanche per un assassinio efferato); che, come per Craxi, furono fatte diventare subito definitive ed esecutive grazie a quel criterio antigiuridico. Ma per Surace le cose andarono un po' diversamente che per Craxi. La magistratura francese (ripetiamo, fra le più stimate del mondo) ha considerato "inesistenti giuridicamente" tutte (diciamo tutte) quelle condanne attribuitegli in Italia, constatando che erano state emesse in violazione di principi fondamentali del diritto; fra cui quello, appunto, che una condanna contumaciale non può essere dichiarata definitiva. Per di più il Presidente della repubblica francese, Jacques Chirac, decorò Surace della medaglia d'oro, sulla quale è inciso "Parigi a Stefano Surace"...Lezione esemplare per quei magistrati italiani che pretendevano di fargli fare diciotto anni di galera! Surace è stato letteralmente coperto di onori anche in Spagna, in Gran Bretagna e perfino in Giappone. Lo stesso governo italiano, rendendosi conto di quanto l'"affaire Surace" danneggiasse anche all'estero l'immagine della Penisola - e non sapendo cos'altro fare poiché il giornalista-scrittore rifiutava ogni ipotesi di grazia che non comportasse una esplicita sconfessione ufficiale di quelle condanne - rinunciò a qualsiasi tentativo di estradizione (d'altronde senza speranza) vietando agli organi competenti qualsiasi procedura in tal senso nei suoi riguardi. Da aggiungere che, allorché Surace dovette espatriare in Francia, certi personaggi dell'Ordine dei giornalisti, invece di mobilitarsi in sua difesa come loro dovere, tentarono di pugnalarlo alle spalle, radiandolo. Ma in seguito la Corte di Appello di Napoli e la Corte di Cassazione hanno dichiarato illegittima questa radiazione e l'Ordine ha dovuto reiscriverlo. Ed ora i legali del Surace hanno citato l'Ordine per 19 miliardi di lire, a titolo di risarcimento dei danni materiali e morali cagionati da quella radiazione indebita. Ma questo contro Surace non era stato che l'ultimo episodio di una lunga serie di autentici "safari" contro personaggi scomodi. Per esempio quello contro un altro grande giornalista, Gaetano Baldacci. Fondatore de "Il Giorno" (quotidiano che in qualche mese di vita, con lui direttore, aveva quasi superato il "Corriere della Sera") in seguito aveva lasciato "Il Giorno" fondando il celebre settimanale "ABC" (di cui era direttore ed editore) concentrandovi quasi tutti i giornalisti italiani "troppo vivaci". Ma non si tardò a lanciargli un ordine di cattura con un'accusa fasulla, tanto che dovette rifugiarsi in Libano e poi in Canada. Parecchi anni dopo si riconobbe che l'accusa era fasulla, ma intanto era stato distrutto: tornato in Italia, dopo pochi mesi morì di crepacuore. Mino Pecorelli, giornalista molto deprecato in certi ambienti anche per la straordinaria esattezza delle sue notizie, commentò ad un certo punto sul suo settimanale "OP" ("Osservatorio Politico"): "Una giustizia che realizzi simili exploits perde ogni residua credibilità non solo all'interno del Paese, ma anche a livello internazionale. Non si tratta difatti di semplici errori come possono sempre capitarne, ma di una serie lunghissima di fatti aberranti". Ebbene, pochi giorni dopo aver scritto queste righe, Pecorelli fu ucciso da un killer. Si cercò di addossare la colpa del delitto ad Andreotti, chiudendo sistematicamente gli occhi su altre piste, indicate proprio da Stefano Surace in alcuni suoi libri e interviste alla stampa e alla televisione. Piste che conducevano diritto ad ambienti vicini a certi magistrati di Monza, che Pecorelli aveva additato alla pubblica attenzione per certo loro operato a favore di petrolieri evasori e di loro complici "ad alto livello", nel quadro del famoso scandalo dei petroli. Dopo anni, le accuse contro Andreotti sono cadute clamorosamente, ma - poiché le altre piste erano state ignorate con cura - i responsabili di quel delitto restano tuttora "ignoti"...Intanto un gruppo di intellettuali (l'italiano Federico Navarro, il francese Daniel Mercier e l'italo-francese Angelo Zambon) hanno promosso una petizione indirizzata alle autorità politiche, in cui si sottolineano fra l'altro "i casi gravissimi che sono stati resi possibili dal fatto che in Italia è ancora in vigore un tipo di processo penale contumaciale che viola gravemente il diritto, consentendo fra l'altro di dichiarare definitive ed esecutive condanne emesse in assenza dell'accusato; come costantemente ribadito anche dalla Corte europea pei diritti dell'uomo, che per questa ragione ha condannato ormai innumerevoli volte l'Italia". Affare da seguire...

Milano, è in carcere da mesi per pubblicazione oscena e diffamazione. I radicali sono in sciopero della fame per fargli avere la grazia. Surace, settantenne in prigione per due articoli degli anni '60. Il Quirinale non è contrario alla grazia, manca il parere di Castelli, scrive Fabrizio Ravelli l'8 agosto 2002 su “La Repubblica". Cella numero 1, quarto piano, galleria 3, carcere milanese di Opera. Reparto "anziani definitivi". Ieri pomeriggio, quando ha ricevuto visite, Stefano Surace è apparso "provato, ma non accasciato, consapevole dell'ingiustizia che sta subendo, combattivo". Così riferiscono i radicali Daniele Capezzone e Rita Bernardini, che ieri sera hanno cominciato uno sciopero della fame "per aiutare il ministro della Giustizia a esprimere un parere sulla domanda di grazia". Aggiungono che Surace - barba lunga, jeans neri e maglietta blu - era sepolto in un mare di carte. L'hanno appena "tradotto" da Poggioreale, una settimana fa era comparso in manette davanti ai giudici del tribunale di Napoli. Stefano Surace ha settant'anni suonati. Non è un vecchietto indifeso: l'unica foto in circolazione lo ritrae in kimono bianco, è un maestro di Ju Jitsu (decimo dan Menkyo Kaiden, il grado più elevato al mondo). Viveva da più di trent'anni a Parigi. Jacques Chirac l'ha decorato per i suoi meriti di educatore e creatore di campioni. Questa era la sua vita fino alla vigilia di Natale dell'anno scorso, quando è tornato in Italia per visitare un fratello gravemente malato a Napoli. Da quel giorno, Stefano Surace si è trasformato nella testimonianza vivente - si fa per dire, visto che sta in galera e non è in buona salute - di come la giustizia italiana possa avere, a sproposito, una memoria infallibile, un'efficienza asburgica, una durezza spietata. Anche quando - e questo è il caso di Surace - quasi nessuno ricorda più o è in grado di ricostruire con precisione le colpe del condannato. Lui stesso pare faccia una certa fatica a ricordare. Sta in carcere da sette mesi. Deve scontare 2 anni, 6 mesi e 12 giorni. Residuo di pena, per tre condanne che risalgono a trent'anni fa. Due per diffamazione a mezzo stampa, una per pubblicazione oscena. Condanne inflitte in contumacia. Lui non c'era, era già in Francia. Allora - trent'anni fa, nell'Italia che usciva dal boom - Surace era un giornalista. È stato direttore della rivista "Le Ore" e di "Az", inviato speciale di "Abc", ha fondato un'agenzia che si chiamava "Inchiesta", ha pubblicato un libro sul delitto Pecorelli. Qualcuno, fra i lettori più anzianotti, si ricorderà "Le Ore" e "Abc". La prima era una rivista semi-porno, ma di un porno che adesso non stuzzicherebbe un ragazzino delle elementari. La seconda mescolava giornalismo d'inchiesta aggressivo - molto, per quei tempi - a un po' di sesso e di anticonformismo. Dopo che l'hanno sbattuto in galera, i legali di Surace hanno provato a capire di che cosa trattassero i processi in questione. Lui stesso ricorda vagamente: "In un articolo denunciavo un abuso commesso da un colonnello dei carabinieri", ha scritto a un quotidiano. In un altro (era il 30 dicembre del 1966) segnalava i pasticci di bilancio di una cooperativa dei paesi vesuviani. Quando alla pubblicazione oscena, chissà qual era. Non se la ricorda nemmeno Nicola Cerrato, che oggi è un alto dirigente del ministero di Grazia e Giustizia. Allora era uno dei magistrati anti-pornografia, anzi uno dei più famosi d'Italia: "Ricordo vagamente il nome di Surace. Quelle pubblicazioni avevano direttori che cambiavano in continuazione". Per evitare la galera, cosa che a Surace non riusciva nemmeno allora. Solo che lui, a quei tempi, sfruttò qualche breve periodo in cella per fare inchieste sulla condizione carceraria. Visitò nove galere italiane: da San Vittore a Poggioreale, fino a Monza, Arezzo, Voghera, Legnano. I suoi reportages fecero scandalo. Lo chiamarono "inviato speciale nel continente carceri". Lui fondò l'Aided ("Associazione italiana cittadini detenuti, ex-detenuti e loro familiari"), il primo "sindacato dei detenuti". Fu fra i protagonisti, a San Vittore, della "rivolta bianca": uno sciopero della fame a singhiozzo, a gruppi di seicento detenuti per volta. Insomma, sarà anche stato un pornografo, ma viveva per il giornalismo vero. Anche adesso, nella sua cella di Opera piena di carte, forse progetta di scrivere un altro capitolo. Ma prima deve uscire di galera. Formalmente, dicono i difensori, la sua detenzione non fa una grinza. Hanno chiesto l'affidamento ai servizi sociali, il tribunale si è riservato di decidere. Franco Corbelli, del Movimento per i diritti civili, da due mesi si batte per fargli ottenere la grazia. Daniele Capezzone, segretario dei radicali, dice: "Risulta che il presidente Ciampi non è contrario al provvedimento, manca però un parere del ministro della Giustizia Castelli. Ci auguriamo che entrambi facciano al più presto quello che è necessario e possibile. Perché siamo di fronte a un caso di giustizia assassina". È intervenuto anche Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione della Stampa: "La vicenda di Stefano Surace sta diventando una vera persecuzione nei confronti del giornalista e della famiglia. Non sollevo la questione soltanto perché si tratta di un giornalista ma in quanto questa è l'ordinaria odissea di un cittadino qualunque che non può non suscitare la pena e la rabbia dell'intera collettività".

Intervista a Stefano Surace di Antonella Ricciardi del 2-3 luglio 2006. Stefano Surace, giornalista, scrittore, maestro dell'arte marziale di origine giapponese Ju-Jitsu, in questa intervista parla di alcuni nodi cruciali per la cultura non solo italiana. Esprimendovi anche la sua visione del giornalismo, molto diversa da quella, per esempio, dei colleghi Indro Montanelli ed Enzo Biagi. E come maestro di arti marziali ha tenuto ad evidenziare lo spirito più autentico del Ju-Jitsu. Fra l’altro si è molto occupato del tema della giustizia, che lo vede artefice da decenni di inchieste molto approfondite. Negli anni 70, per esempio gli riuscì l’exploit di farsi incarcerare volontariamente ben 19 volte, per brevi periodi, in 8 diverse carceri, per poter constatare di persona le condizioni delle prigioni italiane (tra queste anche l'Opg di Aversa). Famoso il mezzo che usò per riuscire in questa impresa ritenuta “impossibile”: assunse la carica di direttore responsabile del settimanale Le Ore e di altre pubblicazioni di un erotismo assai blando (come sottolineato anche dal quotidiano francese Le Monde) ma che all’epoca induceva varie Procure ad emettere ordini di cattura che Surace utilizzava puntualmente per entrare quando voleva per pochi giorni nelle carceri che gli interessavano. In quelle sue inchieste svelava fra l’altro gli abusi di vari personaggi e oligarchie ai danni dei cittadini, e diversi retroscena come quelli relativi al caso Andreotti, di cui aveva sostenuto fin dall’inizio in un suo libro, contro l’opinione generale, l’estraneità al delitto Pecorelli, poi confermata dalla magistratura. Questa sua attività suscitò nella magistratura una specie di dicotomia, nei suoi riguardi. Mentre alcuni magistrati non nascondevano la loro ammirazione per le sue attività che definivano “di alto valore civile e sociale”, anche nelle sentenze che lo riguardavano, altri invece non sembravano che sognare di metterlo in galera fino alla fine dei suoi giorni...Così quando, seguendo la sua carriera di giornalista e di sportivo si trasferì a Parigi, certi tribunali italiani credettero bene di lanciargli, in sua assenza, una serie di condanne per presunti reati a mezzo stampa per un totale di oltre... 18 anni di galera, definitive ed esecutive, facendogli conseguire il record mondiale (almeno del mondo occidentale) per condanne ricevute per quel tipo di reati. Quando tuttavia se ne chiese alla Francia l’estradizione, l’Italia ricevette un netto rifiuto, le autorità d’Oltralpe avendo ritenuto quelle condanne tutte inattendibili, ed anzi coprendo Surace di onori: fra l’altro Chirac lo decorò “per i suoi meriti di giornalista, scrittore, maestro di arti marziali di rinomanza internazionale, formatore dei giovani e creatore di campioni”. Comunque in seguito anche in Italia quelle condanne furono spazzate via da altri magistrati. Surace viveva dunque ormai a Parigi da quasi trent’anni, circondato dalla generale stima, quando, nel 2001, si recò in Italia poiché la madre 92enne, che abitava a Napoli, gli chiedeva di occuparsi di alcune pratiche che ella, data l’età, non era più in grado di seguire. Ma a Napoli venne arrestato in esecuzione di una condanna per traffico di droga che tuttavia, in realtà, non era mai stata emessa... Venuto fuori l’ “errore”, si cercò di trattenerlo comunque in carcere adducendo condanne per suoi articoli pubblicati circa 40 anni prima…Ma tutto ciò suscitò la reazione massiccia della stampa italiana e internazionale, fra cui i quotidiani francesi “Le Monde” (in prima pagina) e “Le Figaro”, il britannico “Guardian” (che definì “kafkiano” il suo caso, nonché come un “affare Dreyfus all’italiana”) dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, della Federazione della stampa, del movimento per i diritti civili di Corbelli, di deputati e senatori dei più diversi partiti - dall’estrema destra all’estrema sinistra - di intellettuali di ogni orientamento politico. Il Presidente della repubblica Ciampi si dichiarò pronto ad emettere un provvedimento di grazia e il capo del Governo Berlusconi sollecitò il ministro della giustizia a promuoverne l’iter ma Surace rifiutò gentilmente, non essendo grazie che preferiva, ma giustizia. E così, sull’onda di questa mobilitazione a suo favore si dovette farlo uscire dal carcere. Siccome però si era creduto bene di sostituire la galera con una specie di detenzione domiciliare che riteneva del tutto al di fuori da qualsiasi criterio giuridico, dapprima pubblicò una serie di articoli su vari quotidiani e rilasciò diverse interviste, dopodiché eluse ogni “strettissima sorveglianza” e se ne partì tranquillamente per Parigi dove ancora una volta le autorità francesi respinsero ogni richiesta di estradizione. In una conferenza stampa organizzata al suo arrivo in suo onore da Reporters sans Frontières Surace illustrò, dinanzi ai rappresentanti della stampa mondiale, lo stato della giustizia e della libertà di stampa in Italia. Sicchè certa magistratura italiana si trovò coperta di discredito di fronte all’opinione pubblica internazionale, discredito di cui subisce ancora le pesanti conseguenze. Una settimana dopo questa conferenza di Surace, «Reporters sans Frontières» classificò, quanto a libertà di stampa, l’Italia – fino a quel momento ritenuta un Paese dalle istituzioni correttamente democratiche - al 40° posto nel mondo dietro Benin, Bulgaria ed Ecuador, basandosi esplicitamente su quanto da lui rivelato. E l’anno dopo, al 53° posto dietro Ghana, Bosnia-Erzegovina e Bolivia. Attualmente Surace, anche come presidente dell’”Observatoire Européen pour la Justice et la liberté de presse”, segue con interesse l’evoluzione di certe situazioni in Italia.

D.) Nel corso della sua lunga carriera giornalistica lei ha spesso assunto posizioni fuori dal coro, non di rado divenute poi condivise da ampie maggioranze. In diverse occasioni in particolare ha criticato l'operato dei famosi colleghi Enzo Biagi ed Indro Montanelli, di solito incensati dai mass media: può spiegare i motivi che l'hanno spinta ad arrivare a queste conclusioni su quei giornalisti?

R.) Mi limiterò a rispondere con poche parole: come Eduardo Scarfoglio fu definito a suo tempo “una penna d'oro intinta nel fango”, così Montanelli lo definirei una penna magari non proprio d'oro, diciamo d'argento, intinta nella manipolazione. Il suo criterio, come del resto quello di Enzo Biagi, era di apparire come qualcuno che critica i potenti, mentre in realtà ne faceva gli interessi. Il che aveva per lui un doppio vantaggio, e di peso: da un lato gli faceva evitare la sorte di altri giornalisti che invece certi poteri li avevano combattuti davvero... Basti pensare a Gaetano Baldacci, a Giovanni Guareschi e ai pesanti inconvenienti che gliene derivarono. E d’altro canto ciò gli assicurava una carriera piena di onori, anche se al prezzo di venir meno al dovere fondamentale del giornalista, che giustifica la libertà di stampa: quello di informare correttamente i cittadini su ogni questione d’interesse pubblico. D’altronde sembrava che l’impulso a manipolare le situazioni fosse proprio più forte di lui, quasi che provasse una gratificazione speciale nel riuscire a far credere alla gente il contrario di come stavano le cose... Doveva sentirsene molto valorizzato, come del resto Biagi. Questa sua tendenza irresistibile alla manipolazione la si nota anche nei suoi libri su soggetti storici, di cui mi è capitato di leggerne un paio. A conferma dei suoi ottimi rapporti con il potere, ogni tanto a Montanelli sfuggiva qualche frase rivelatrice: come quando scrisse che le estati le passava sempre invitato negli yacht di grossi personaggi... Uno che attaccava davvero i poteri non sarebbe stato invitato così facilmente e costantemente negli yacht...Montanelli insomma si appoggiava a tutti i potentati del momento: quando un potentato non era più tale, passava al potentato di turno. Per esempio, si atteggiava ad anticomunista ma a un certo punto...

D.) Già, dopo ci fu un'aspra rottura con Berlusconi, che l’aveva finanziato per anni: in che modo se la spiega?

R.) Col fatto che a un certo punto ebbe la sensazione che il potere reale in Italia si fosse esteso in buona parte ai postcomunisti grazie ad una specie di alleanza che si era consolidata tra certi industriali ed una parte della sinistra in funzione anti-Berlusconi. Nelle previsioni di Montanelli, grazie a quell’alleanza Berlusconi era già cotto. Solo che in realtà ad essere cotto prima fu lui, col fallimento del nuovo quotidiano che aveva messo in piedi.

D.) Lei è noto, tra l'altro, anche per avere spiegato in un libro le ragioni dell'innocenza di Andreotti riguardo al delitto Pecorelli, poi confermata dalla magistratura: può illustrare il perchè di quella sua posizione già all'epoca?

R.) Io sapevo per certo che per il delitto Pecorelli tutti gli elementi portavano in una direzione ben diversa da Andreotti. Pecorelli infatti mi aveva contattato quando ero già in Francia, sul fatto che all’epoca approfittando della mia assenza dall’Italia, certi magistrati avevano avuto la buona idea di lanciarmi condanne per pretesi reati a mezzo stampa per la bellezza di 19 anni di galera...Dopodiché avevano chiesto la mia estradizione in Italia alle autorità francesi che però respinsero la richiesta, anche abbastanza rudemente, senza darmi nessuna noia, senza neppure invitarmi a comparire per interrogarmi, niente...Avevano infatti subito ritenuto inattendibili quelle condanne. Fu un vero smacco a livello internazionale per quelle “autorità” italiane... e purtroppo anche per l’Italia.

D.) Anche perchè quelle condanne erano state emesse in contumacia?

R.) Certo, e per il fatto che, nonostante ciò, erano state dichiarate in Italia definitive ed esecutive. Cosa che per il diritto, ed in particolare per il diritto francese, non è ammissibile. Se si emette una condanna in assenza dell'imputato, nel caso che poi costui si presenti spontaneamente o sia catturato, si deve rifare il processo in sua presenza: si tratta di un principio fondamentale del diritto, valido in tutti i Paesi occidentali... ma non in Italia. E non a caso, trattandosi di un mezzo particolarmente agevole per realizzare abusi colossali. Basti dire che nelle carceri italiane ci sono oltre 5000 persone che vi sono tenute abusivamente a seguito di condanne “definitive ed esecutive” senza che mai abbiano visto i giudici che li hanno « condannati »...Ciò contro ogni principio del diritto, e malgrado il biasimo e il disprezzo manifestato costantemente dalle magistrature di tutti i paesi occidentali nei confronti della « giustizia » italiana a causa di questo fenomeno, e le continue condanne all’Italia emesse al riguardo della Corte europea dei diritti dell’uomo. E il bello è che la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione italiane hanno sancito nel 1993, con sentenze molto chiare, che la Convenzione europea dei diritti dell'uomo deve considerarsi integralmente legge italiana, che per di più prevale su qualsiasi altra norma italiana che ne sia in contrasto, anche se emessa successivamente. E inoltre che i tribunali italiani, nell’applicarla, devono attenersi alle interpretazioni che ne dà la Corte europea di Strasburgo. Ebbene, malgrado ciò, si assiste al fenomeno che i tribunali italiani se ne infischiano totalmente del dettato di quelle Corti Supreme, continuando tranquillamente a dichiarare «definitive ed esecutive» condanne emesse in contumacia.

D.) Dunque Pecorelli la contattò. E che successe?

R.) Siccome il mio caso confermava che qualcosa non andava nella giustizia italiana, mi domandò dunque se avevo altri elementi su questo problema. Gli mandai allora del materiale che dimostrava come certi magistrati di Monza (il procuratore capo, il suo vice, e il presidente del tribunale) favorivano dei giri illeciti su larga scala come la pornografia “hard” e certi petrolieri grossi evasori fiscali. E Pecorelli preparò, in base al mio materiale, una campagna su come funziona certa giustizia nel Bel Paese. Partiva appunto dal mio caso, che era lampante, con un articolo di ben 8 pagine sul suo settimanale OP intitolato esplicitamente "Scandalo a Palazzo di Giustizia" in cui accusava fra l’altro quei magistrati di Monza di favorire il giro della pornografia hard.

D.) Si trattava di un giro di pornografia pesante, di tipo malavitoso?

R.) Malavitoso o no, era comunque illegale, e la posizione di quei magistrati si trovava fortemente compromessa. Pecorelli tuttavia non sapeva che proprio il suo distributore, la Dipress di Milano (con cui aveva preso accordi solo da qualche settimana avendo rotto col precedente, Parrini di Roma) era proprio uno dei boss della pornografia hard....Così, quando gli mandò quel numero con l’articolo “Scandalo a Palazzo di Giustizia”, il distributore rifiutò di distribuirlo, ponendo come condizione a Pecorelli per distribuire quel numero, che lo ristampasse togliendo quell'articolo. Pecorelli “obtorto collo”, non avendo altra scelta sul momento, stette in apparenza al gioco, ristampando senza l’articolo il numero, che così venne distribuito. Intanto però si accordò con un altro distributore, e inserì l'articolo “Scandalo a Palazzo di giustizia” nel primo numero che doveva essere diffuso da questo. Ma quel nuovo numero con l’articolo che “non s’aveva a pubblicare” non venne mai distribuito, per la semplice ragione che Pecorelli fu tempestivamente ucciso da un killer.

D.) Quindi per lei ci fu una istantanea reazione di causa-effetto, in quel marzo 1979?

R.) Sono i fatti che lo dicono... Così rilasciai subito delle dichiarazioni in tal senso al Corriere della Sera indicando quella traccia precisa. Che tuttavia ci si guardò bene dal seguire, dirigendo invece tutto su Andreotti.

D.) Ma lei ha idea di chi potesse essere interessato a colpire Andreotti?

R.) Beh chi indirizzò tutto l’affare su Andreotti fu, com’è noto, quel magistrato poi divenuto deputato, Luciano Violante, che in tal modo otteneva due scopi: coprire i suoi colleghi di Monza evitando un grosso scandalo alla magistratura, e nello stesso tempo colpire un nemico politico. Quei magistrati di Monza comunque non poterono evitare noie per altre ragioni, sempre a seguito di una mia inchiesta, in cui misi in luce che avevano appunto favorito dei petrolieri grossi evasori fiscali. Dei carabinieri di Monza avevano infatti trovato dei documenti provanti che quei petrolieri riuscivano ad eludere il fisco con la complicità di alcuni grossi capi della Guardia di Finanza, facendo figurare falsamente il gasolio per carburante come gasolio per uso domestico, molto meno tassato, realizzando così evasioni miliardarie. Avevano allora passato quei documenti alla Procura di Monza, competente per territorio, che a sua volta avrebbe dovuto incriminare questi petrolieri e chi li favoriva. Ma quei magistrati li avevano scagionati, facendoli passare addirittura per vittime…Io feci allora un'inchiesta su questa faccenda, e la Procura di Milano intervenne incriminando quei giudici di Monza per favoreggiamento di questi petrolieri. Scoppiò così il famoso scandalo dei petroli che fece molto scalpore anche perché vi furono processarti e condannati il capo supremo della Guardia di Finanza, il suo braccio destro e l'ex braccio destro di Moro. Quanto a quei magistrati di Monza, ci fu una lunga e tormentata istruttoria a loro carico che passò dapprima a Torino e poi a Brescia, competente per i reati dei giudici operanti nella circoscrizione di Milano, che comprendeva anche Monza. Ebbene i magistrati di Brescia accertarono che i loro colleghi di Monza avevano effettivamente commesso i fatti di erano accusati, ma ebbero l’amabilità di scagionali affermando che li avevano commessi, sì, ma per... “mera sprovvedutezza” (testuale). Così poterono cavarsela, col solo danno di dover rinunciare a ogni ambizione di carriera, e si evitò che anche la magistratura risultasse coinvolta in quel clamoroso scandalo.

D.) Signor Surace, un suo interesse costante è stato quello della salvaguardia dei diritti umani, anche nelle carceri. Ultimamente ha dichiarato che ci sono ragioni per cui un'amnistia in Italia sarebbe non una concessione ma un atto dovuto: può spiegare le motivazioni di questa sua posizione?

R.) Il fatto è che l’Italia si trova in una situazione di assoluta illegalità nei riguardi dei detenuti. Certo i detenuti si trovano in carcere perchè si ritiene che abbiano violato la legge, ma il paradosso è che innanzitutto a violare la legge e la Costituzione è proprio lo Stato italiano, visto che sottopone i cittadini che si trovano nelle carceri a pene in realtà ben più pesanti di quelle permesse dalla legge e dalla Costituzione. Queste infatti impongono che le pene devono essere eseguite in condizioni tali da favorire il reinserimento del detenuto nella società, e che dunque innanzitutto non calpestino la dignità umana. Sicché si potrebbe dire che scontare una pena nelle condizioni attuali è in realtà come scontarne illegalmente il doppio. Per cui abbreviarla non è un concessione ma un dovere di giustizia, di equità. E l'unico modo per abbreviarla nelle condizioni attuali è appunto l’amnistia, visto che è evidentemente impossibile adeguare in tempi brevi le condizioni nelle carceri. A causa della suddetta situazione, lo Stato italiano è esposto ad essere accusato davanti ad un Tribunale Internazionale, ma paradossalmente nessuno lo faceva. Erano in tanti a parlare di amnistia, di “battersi per carceri umane”, ma non toccavano questo punto. L’ho allora toccato io con vari articoli e dichiarazioni alla stampa, e ho visto che in seguito se ne è fatto eco due o tre volte Pannella il quale, mettendo da parte il suo solito, confuso, bla bla, è stato per una volta chiaro, affermando che (cito testualmente) «il comportamento criminale dello Stato italiano diventa da tribunale penale internazionale e l’Italia resta in una situazione di flagrante criminalità. C’è un dovere, un obbligo di interrompere questo reato». Solo che ha subito dopo dimenticato di passare dalle parole ai fatti, e cioè denunciare certe “autorità” italiane davanti a un tribunale internazionale. Vero che fra il dire e il fare...In seguito perfino il cardinale Martino, che presiede il Consiglio vaticano di giustizia e pace, ha dichiarato a proposito dell’amnistia, su incarico del Papa (cito ancora testualmente): «Una cosa è la pena secondo giustizia, e un’altra è una pena che viola i diritti. La pena è privazione della libertà e dal legislatore è concepita come riabilitativa. Ma se è scontata in condizioni disumane, come avviene in Italia, alla privazione della libertà si accompagna ogni possibile vessazione. Invece di fare riabilitazione si scatena la ferocia». Più chiaro di così... Eppur nessun si muove.

D.) Ma, allo stato, quali reali possibilità potranno esserci per una eventuale emissione di un tale provvedimento?

R.) Bah, temo che prima si dovrebbe tornare al criterio del 50 per cento più uno dei voti parlamentari per approvarla, in luogo dello sciagurato 75 per cento che lo ha reso quasi impossibile, poiché ha messo il provvedimento dell’amnistia nelle mani di una minoranza di personaggi forcaioli (nei confronti degli altri) che hanno tutti i requisiti per andare essi in galera, come complici di una situazione giudiziario-carceraria pesantemente illecita che costituisce semplicemente un crimine contro l’umanità. Un'azione penale davanti ad un Tribunale internazionale era una cosa che bisognava fare da tempo. Vero che se ne comincia a parlare, tuttavia non ci si decide ancora a farlo...

D.) Ultimamente, mentre era ancora al governo la CdL, un progetto era stato bloccato in particolare dall'opposizione di Gianfranco Fini e della Lega Nord... Che ne pensa?

R.) Già, ma anche da parte di una componente della sinistra, basti pensare ad Anna Finocchiaro... Componente che è stata determinante visto che lo scorso gennaio l’amnistia non è stata approvata per soli quattro voti.

D.) Lei dirige anche una reputata scuola dell'arte marziale Ju-Jitsu, per cui è famoso anche in quanto sportivo... il Ju-Jitsu non è solo una pratica atletica, ma ha dietro di sè anche una antica sua filosofia di vita: può illustrare in cosa consistano i suoi tratti essenziali, compresa l'origine dello stesso Ju-Jitsu?

R.) Il Ju-Jitsu non è un'attività sportiva, è una disciplina marziale, bisogna fare differenza. Ha infatti lo scopo di mettere in grado una persona di difendersi da attacchi fisici anche da parte di una o più persone che non pongano limiti alla propria violenza, ed usa quindi delle tecniche molto sofisticate che vengono dal Giappone feudale, ma sono di stretta attualità anche per le esigenze del mondo moderno. Bisogna comunque fare attenzione, perchè purtroppo si sono diffuse, sotto il nome di Ju-Jitsu, delle pratiche in realtà sportive, con regolamenti, proibizioni... Per cui il termine Ju-Jitsu è utilizzato, a volte, non correttamente.

D.) E' allora una vera e propria tecnica di combattimento?

R.) Sì, di combattimento reale. Evidentemente, ad un certo livello, il Ju-Jitsu non solo permette di difendersi, ma di farlo senza ferire gravemente l'avversario.

D.) Cioè bloccare la persona senza ucciderla, senza danneggiarla in modo grave, giusto?

R.) Sì, e questo è anche molto pratico nel mondo d’oggi, perchè evita fra l’altro la possibilità di conseguenze giudiziarie. Se infatti uno ferisce gravemente o al limite uccide, dovrà poi risponderne in giustizia, e non sempre è facile dimostrare che ci si era in uno stato di legittima difesa, poiché o non c’erano testimoni, o i testimoni si sono “squagliati” o peggio sono legati all’aggressore oppure disonesti... In ogni caso si è in balìa di testimoni non sempre affidabili. Per cui essere in grado di bloccare senza ferire mette al riparo anche da queste spiacevoli eventualità. Certo questo criterio di neutralizzare, senza causargli danni seri, anche un aggressore che abbia intenzione di uccidere, è già in sé un concetto filosofico profondo che va ben al di là dello stesso criterio giuridico di legittima difesa. Le arti marziali giapponesi a un certo livello hanno infatti un codice, il “bushido” le cui principali regole sono amore della verità, coraggio fino in fondo e benevolenza verso l'umanità. Certo bisogna avere i mezzi per poterlo applicare, e il ju-jitsu autentico ne dà di particolarmente efficaci...

D). Pensa che questo codice etico abbia potuto influenzare anche la sua vita, viste pure le battaglie particolarmente rischiose che lei ha continuamente affrontato?

R.) Beh, quando uno è stato formato fin dall’infanzia a certi concetti, non può non esserne influenzato anche per il resto della propria vita...

D.) C'è una sorta di compassione di fondo, quindi, in questa pratica?

R.) Si tratta di benevolenza, di un atteggiamento a priori non ostile anche verso un avversario accanito, che comunque è sempre un essere umano. Naturalmente finchè ciò è possibile. Poichè se ci si trova per esempio aggrediti da più energumeni armati di coltelli o cose del genere, non si potrà fare a meno di usare altri criteri, non esitando ad agire, per esempio, con tecniche agenti sui loro punti vitali.

D.) Si sa che lei si trova molto bene a Parigi. Ma non vi si sente un po’ in esilio?

Esilio? Niente affatto. A Parigi ci venni a suo tempo volontariamente, e ci sono come a casa mia. Anzi, se permette, infinitamente meglio che in quella che dovrebbe essere casa mia, cioè l’Italia. A Parigi mi hanno colmato di onori proprio quando in Italia si faceva di tutto per... “catturarmi”. Comunque non ho dimenticato l’Italia e le infinite battaglie che vi ho fatto per migliorarne certi aspetti degradanti per un popolo di altissima civiltà quale è l’italiano. Naturalmente ci vado quando voglio, non riconoscendo a nessuno il diritto di impedirmi arbitrariamente di metter piede nella terra in cui sono nato, e per la quale mi sono tanto battuto per decenni. Per esempio nel 1994, quando c’erano ancora in piedi quelle volenterose condanne abusive per 18 anni di galera, ho arbitrato per due giorni interi, al Palasport di Rimini, le semifinali e la finale della Coppa del mondo WBI di Ju-Jitsu, davanti a 10.000 spettatori e alle telecamere. Vero che c’erano con me i miei fedeli assistenti francesi e italiani, tutti campioni di Ju Jitsu, e che quei diecimila spettatori erano tutti praticanti di arti marziali...Sicché se si fosse provato ad arrestarmi non sarebbe bastato un battaglione di poliziotti. Tanto più che i poliziotti e i carabinieri sono essi stessi in buona parte praticanti di arti marziali, e non sarebbe stato facile spingerli a tentare di arrestare un maestro modestamente stimato e benvoluto nel mondo intero. Comunque se in uno dei miei soggiorni in Italia ci si prova a ricadere nel vizietto di arrestarmi, tanto peggio per chi ci prova. Si è già visto cosa è successo quando ci si è provato. [Questo articolo è stato pubblicato sui giornali Deasport, Corriere di Aversa e Giugliano, Caserta24ore, L'Altra Voce, e sull'agenzia giornalistica Abc-Flash Paris] Antonella Ricciardi, 2-3 luglio 2006

Scandalo a Palazzo di giustizia. I sette exploits del giudice Cataldi, scrive "Abcnews.free.fr". L'Ordine dei giornalisti aveva radiato illecitamente dall'albo professionale un asso del giornalismo, il celebre intellettuale, scrittore e gran maestro di arti marziali italo-francese Stefano Surace; le cui battaglie civili (inchieste, polemiche e campagne di stampa) sono da quasi mezzo secolo uno straordinario esempio del giornalismo migliore, ed hanno stimolato decisive riforme in vari settori e paesi. Ma la magistratura (Corte di Appello di Napoli e Corte di Cassazione) è intervenuta stabilendo, con sentenza definitiva, che la radiazione era stata illecita, sicchè l'Ordine ha dovuto reintegrarlo. La "storica" decisione della Corte d'Appello - che ha definito con precisione per la prima volta le garanzie a cui l'Ordine è tenuto ad attenersi allorché promuove un procedimento disciplinare, e ha fatto dunque giurisprudenza - fece sensazione nell'ambiente giornalistico italiano ed europeo. Essa ha avuto difatti una importanza fondamentale per il corretto esercizio della libertà di stampa nel nostro paese. Grazie ad essa, in effetti, i giornalisti italiani si sentirono liberati dalla spada di Damocle della sospensione e della radiazione dalla professione senza potersi difendere - se "davano fastidio" a certi ambienti - che avevano sentito pendere costantemente sulla loro testa dopo la radiazione di Surace (la Corte ha stabilito fra l'altro che l'Ordine aveva radiato Surace senza neppure dire il perché, quindi in modo del tutto arbitrario). Quella minaccia aveva paralizzato per anni la stampa italiana su certi argomenti, sicché le attività inconfessabili di certi ambienti, senza più un valido controllo da parte della stampa, poterono dilagare indisturbate fino a straripare in modo intollerabile. Al punto che un gruppo di magistrati dovette ricorrere, per cercare in qualche modo di porvi un argine, alla famosa - anche se discussa per alcuni errori probabilmente difficili da evitare, data la situazione di assoluta emergenza - operazione "mani pulite" contro "Tangentopoli". Insomma, grazie a quella decisione della Corte d'appello, i giornalisti recuperarono di colpo la possibilità di esercitare degnamente la propria funzione, fondamentale per un corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. In seguito i legali del Surace hanno logicamente citato l'Ordine per il risarcimento dei danni cagionati al giornalista da quella radiazione, che si era protratta per oltre 18 anni. Il processo per il risarcimento, affidato dapprima al giudice Milena Balsamo (Tribunale di Napoli, 4a sezione civile) venne poi passato a un altro, Giulio Cataldi, che ha emesso una singolare sentenza che, secondo autorevoli giuristi, è caratterizzata da ben 7 gravi violazioni di legge in sole quattro paginette. In essa, pur confermando l'illiceità del comportamento dell'Ordine, il Cataldi sostiene che Surace non avrebbe il diritto ad essere risarcito poichè l'azione sarebbe prescritta, ed anzi è lui a dover pagare all'Ordine oltre 50 milioni di lire per spese ed onorari! Nelle singolari intenzioni di quel giudice si dovrebbe quindi premiare il colpevole riconosciuto (l'Ordine) e punire proprio il danneggiato, ribaltando ogni criterio di giustizia e raggiungendo straordinari vertici di iniquità. Fra l'altro, per cercare di fondare in qualche modo la sua affermazione, il Cataldi giunge nella sentenza ad attribuire ad una norma di legge un testo in realtà inesistente! Ci si potrebbe chiedere fino a qual punto l'autore di una sentenza con sette gravi errori di diritto in quattro paginette, e che per affermare una tesi assurda si dà ad inventare addirittura il testo di una norma, sia in grado di rivestire una funzione delicata come quella di giudice senza pericolo per i cittadini e per la dignità della giustizia italiana anche a livello internazionale. Il Surace ha dunque impugnato la sentenza dinanzi alla Corte d'appello di Napoli, assistito da un collegio di giuristi coordinato dall' avv. Vincenzo Vano del foro di Milano, con studio a Milano e Napoli, ed espresso l'intenzione di inviare un esposto al Consiglio superiore della magistratura sull'operato del Cataldi. Un "affaire" particolarmente inquietante che ha suscitato viva sensazione, specie negli ambienti giudiziari e giornalistici, per le sue pesanti implicazioni sulle garanzie di equità dei processi in Italia, e sulla libertà di stampa. "Italia 2" ha dunque ritenuto di effettuare un'inchiesta approfondita in merito.

(Infos-Inter) - Questo affare riguarda un asso del giornalismo: il celebre intellettuale, scrittore e gran maestro di arti marziali italo-francese Stefano Surace, le cui battaglie civili (inchieste, polemiche e campagne di stampa) sono da quasi mezzo secolo uno straordinario esempio del migliore giornalismo, oltre ad aver stimolato decisive riforme in vari settori e paesi. Sua linea professionale costante, l'approfondimento e la denuncia giornalistica di gravi problemi di interesse pubblico, compresi i comportamenti devianti di chi riveste incarichi pubblici, elettivi e no. Il che è del resto la funzione fondamentale del giornalismo, quella stessa che legittima la libertà di stampa in un paese democratico. Memorabili le sue campagne su grossi scandali politico-economici, finanziari, immobiliari, sui rackets della droga, del gioco d'azzardo, dell'usura, sul celebre scandalo dei petroli, sugli abusi psichiatrici, sulle carceri, alcune delle quali furono determinanti per riforme in vari settori. Da ricordare anche la sua funzione di "garante" della stampa erotica italiana negli anni dal 1970 al 1974, attribuitagli per la sua solida reputazione di integrità morale non ancorata tuttavia a concetti arcaici in materia. Funzione assai delicata e anche rischiosa, per la quale aveva poteri legali che neanche i magistrati possedevano. Poté così bloccare per anni, talora con polso di ferro, quei personaggi (certi distributori ed editori) che per sete di guadagno intendevano far superare certi limiti alle loro pubblicazioni benchè vendute nelle edicole alla portata dei minori. Surace pilotò così, con prudenza e saggezza, quell'autentica svolta culturale che fu la graduale liberalizzazione della stampa erotica in Italia. Surace insomma faceva parte di quei giornalisti italiani che avevano la capacità e la volontà di informare il pubblico su come realmente andavano certe cose. E contro i quali fu lanciata, a un certo punto, una serie di "safari al giornalista scomodo"...Si cominciò con un altro grande giornalista, Gaetano Baldacci, il maestro appunto di Surace. Fondatore e direttore del quotidiano "Il Giorno", in sei mesi lo aveva portato a una tiratura quasi uguale a quella del "Corriere della Sera" che aveva messo quasi un secolo per raggiungerla (coi successivi direttori invece le vendite de "Il Giorno" calarono vertiginosamente). In seguito Baldacci fondò e diresse il settimanale "ABC", in cui tenne a concentrare buona parte dei giornalisti italiani "troppo vivaci". Ne fece in breve un settimanale che tutta la stampa europea ci invidiava come una referenza di giornalismo coraggioso e qualificato. Ebbene, a un certo punto contro Baldacci fu lanciata una incriminazione con ordine di cattura, e per non ritrovarsi in carcere dovette rifugiarsi in Libano e poi in Canada, che non avevano accordi di estradizione con l'Italia. Dopo qualche anno venne fuori che l'accusa era fasulla, la sua piena innocenza fu riconosciuta, poté tornare in Italia ma, ormai distrutto, dopo pochi mesi decedette. Anche l'editore che aveva ripreso "ABC" al suo espatrio, Enzo Sabàto, subì analoghe persecuzioni. Depredato della proprietà del settimanale in circostanze ributtanti e tenuto sempre sotto la minaccia di "fargli fare la fine di Baldacci", morì di crepacuore. Quanto a Surace, fu subissato addirittura di condanne per ... 18 anni di galera. Una pena da assassinio efferato per accuse di reati a mezzo stampa, singolare ricompensa per le battaglie civili che per tanti anni aveva sostenuto per il suo Paese con rischi non lievi. Surace conseguiva così il record mondiale assoluto del giornalista più condannato del mondo per accuse di reati a mezzo stampa, e l'Italia quello delle pene attribuite con questo tipo di accusa...Non si riuscì tuttavia a far fare a Surace la stessa fine di Baldacci e Sabàto. Espatriato oltralpe, la magistratura francese - notoriamente una delle più reputate del mondo - considerò tutte quelle condanne "giuridicamente inesistenti" in quanto emesse con modalità gravemente in contrasto coi principi fondamentali del diritto. Surace poté così stabilirsi a Parigi, al Quartiere Latino e le autorità, gli intellettuali, gli ambienti sportivi francesi, britannici, spagnoli e perfino giapponesi tennero a manifestargli la loro più viva stima e ammirazione. Sarebbe lungo elencare tutte le onorificenze, gli attestati di stima e simpatia di cui Surace è stato fatto segno in Francia e altrove anche dalle più alte autorità. Ci limiteremo a citare la prestigiosa medaglia della Città di Parigi attribuitagli da Jacques Chirac, attuale presidente della repubblica francese, decorazione molto raramente concessa a stranieri. Vi è inciso "Parigi a Stefano Surace", cioè che Parigi si onora ufficialmente di averlo come suo ospite privilegiato. Bel contrasto col grottesco atteggiamento di certe nostre "autorità" che si coprivano di ridicolo nella vana pretesa di fargli fare quei 18 anni di galera...La TV giapponese (canale "Fuji", il principale in quel paese) diffuse delle emissioni particolarmente elogiative su di lui. Un film, "Ju Jitsu Butokukai", venne girato in Francia sulle sue attività. Una serie di organismi di vari paesi (citeremo il World Butokukai Institute, la Federation Française de Ju Jitsu Butokukai e disciplines associées) lo hanno voluto loro presidente. Ed altri (la "British Martial Art Association", la spagnola "Kaizem Ryu") lo hanno accolto come membro d'onore a vita. Anche in Italia quelle singolari condanne a Surace suscitarono indignazione negli ambienti al corrente di come stavano realmente le cose. Nei corridoi del Tribunale e della Procura di Milano circolavano fra magistrati visibilmente compiaciuti battute come: "Surace volevano mandarlo a San Vittore, e invece se n'è andato a Saint Tropez ..." Una giuria di giornalisti, presieduta dal noto critico Mario Tilgher, premiò nell'82 il suo libro "Caro Pertini" come "miglior libro dell'anno". Giulia Borgese sul "Corriere della Sera" scrisse in terza pagina sulle sue attività di "inviato d'assalto" del settimanale ABC, e sui suoi "scandali nazionali di livello sociale e politico"". Sempre sul "Corriere della Sera" Glauco Licata lo descrisse "dinamico giornalista dal solidi principi etici" cui era stata attribuita "una condanna che neanche ad Al Capone... Ed ora aspetta a Cap d'Antibes che scoppi in Italia... un Wateragate". Scoppierà, invece, Tangentopoli, di cui in Francia è considerato il precursore. Il settimanale "Giorni-Vie Nuove" diretto all'epoca da Davide Laiolo, pubblicò un servizio su 10 pagine a firma Guido Cappato (numero del 16 maggio 1977). Dopo aver passato in rassegna una serie di celebri inchieste di Surace commentava: "Come si potrà notare, Surace appartiene alla categoria degli uomini scomodi". Naturalmente c'era da attendersi che l'Ordine dei giornalisti italiano reagisse anch'esso decisamente, come suo dovere istituzionale, contro quei 18 anni di galera lanciati contro un giornalista con accuse di reati a mezzo stampa, trattandosi di un attentato particolarmente grave alla libertà di stampa. Invece l'Ordine si scagliò stranamente proprio contro Surace, facendolo segno ad una misura di sospensione dalla professione che aveva l'effetto di bloccare istantaneamente la sua attività giornalistica. E poi addirittura lo radiò, senza mai dire di cosa lo accusasse. Surace potè così vivere all'estero per vari anni solo grazie ai risparmi di due decenni di intenso lavoro. E in seguito poté continuare grazie alla sua competenza ad altissimo livello in certe Arti Marziali, che gli permise di raggiungere in breve una nuova posizione di rilievo, sia pure in un campo apparentemente così diverso dal giornalismo. Intanto però, a seguito di quella radiazione, i giornalisti italiani si sentirono sotto la minaccia costante di essere "sospesi" e poi radiati dall'Ordine se "davano fastidio" a un certi ambienti politici ed economici dall'operato non precisamente confessabile. Se era stato così facile radiare Surace, il più agguerrito fra loro, sarebbe stato ancor più facile per gli altri. Quella di giornalista divenne di colpo, in Italia, la professione meno garantita del mondo. Le attività inconfessabili di quegli ambienti, senza più un valido controllo da parte della stampa, poterono così dilagare indisturbate. Basti dire che allorchè due giudici di Treviso avevano incriminato ufficialmente parecchi personaggi molto "in alto", fra cui il comandante in capo della guardia di Finanza e il suo braccio destro, nel quadro di quello che poi divenne il famoso "scandalo dei petroli in Italia", i corrispondenti da quella città dell'agenzia ANSA e di diversi quotidiani avevano inviato regolarmente, alle loro redazioni centrali, numerosi articoli sull'argomento. Ne avevano inviati per un anno, ma nessuno era stato pubblicato...Ad un certo punto tutto ciò divenne intollerabile, tanto che un gruppo di magistrati tentò di opporvisi con la famosa operazione "mani pulite" contro "Tangentopoli". Intanto la magistratura italiana interveniva anch'essa, come già quella francese, nella vicenda Surace. La Corte d'Appello di Napoli (presieduta da un insigne magistrato, Vincenzo Schiano di Colella Lavina, con relatore Carlo Aponte, consigliere Francesco d'Alessandro; integrata - come prevede la legge in questi casi - da due giornalisti, Lino Zaccaria e Francesco Maria Cervelli) stabilì che la radiazione del Surace era stata illecita e l'annullò d'autorità, evocando fra l'altro "gli obiettivi altamente sociali perseguiti nella sua attività, le sue campagne di stampa, i riconoscimenti ottenuti". E riscontrando nel provvedimento di radiazione "la mancanza di qualsiasi specificazione dei fatti che si imputavano al Surace". Surace era stato dunque radiato dall'Ordine senza che neanche si dicesse perchè... La "storica" decisione della Corte d'Appello fece sensazione nell'ambiente giornalistico italiano ed europeo. I giornalisti italiani si sentirono liberati dalla spada di Damocle della sospensione e della radiazione dalla professione senza potersi difendere che avevano sentito pendere costantemente sulla loro testa dopo la radiazione di Surace. Di colpo, recuperarono la possibilità di esercitare degnamente la propria funzione, fondamentale per un corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. L'Associazione napoletana della stampa si congratulò con Surace con lettera ufficiale. Il presidente dell'Ordine all'epoca, Saverio Barbati, non si vide rinnovato l'incarico che ricopriva da anni. Surace l'aveva poco prima esortato, in un'intervista "a darsi alla pastorizia, che ha molto bisogno di braccia". I membri del Consiglio dell'Ordine che avevano deciso quella radiazione si videro definiti sulla stampa "sicari sfortunati", mentre di Surace si scriveva come di "un grande eroe civile, un "maître à penser", e "à agir", non violento ma micidiale quando si tratta di difendere la verità, la giustizia e i diritti umani". Si verificarono perfino fenomeni di rigetto come l'iniziativa, in sede politica, di promuovere un referendum per l'abolizione dell'Ordine, visto ormai da molti come una minaccia per la libertà di stampa e dunque per una corretta democrazia. E in ogni caso nella categoria dei giornalisti sorse una larga esigenza di riforma profonda di questo organismo. Successivamente si sono avuti per Surace altri interventi della magistratura italiana, stavolta di Milano, che hanno spazzato via tutte le condanne che gli erano state volenterosamente attribuite. Surace è potuto quindi rientrare felicemente in Italia, anche se la sua principale residenza resta Parigi. La Corte d'appello avendo dunque annullato la radiazione, questa era da considerarsi come mai esistita. E siccome la sentenza era immediatamente esecutiva, l'Ordine regionale (della Campania) era tenuto a reintegrare senza ritardo Surace nell'Albo. Ma l'Ordine regionale cercò non di ottemperare a tale obbligo. Presentò un ricorso per Cassazione nell'intento evidente di tentare di giustificare il suo comportamento. Il ricorso tuttavia non toglieva nulla all'illegittimità dell'omissione, la sentenza della Corte d'Appello essendo già esecutiva. Per di più risultava talmente infondato ictu oculi che perfino l'Ordine nazionale si rifiutò di sottoscriverlo. E la Cassazione lo rigettò in data 8/11/91, l'Ordine regionale vedendosi anche condannato alle spese di giudizio. Visto che non si era ancora provveduto alla reiscrizione, il legale del Surace ingiunse all'Ordine, con lettera 16/11/93, di ottemperare alla decisione della Corte d'Appello (confermata per di più nel frattempo dalla Cassazione) reiscrivendo Surace all'Albo professionale entro 15 giorni. In mancanza, avrebbe provveduto come per legge. La lettera esprimeva anche la volontà di richiedere il risarcimento del danno. Poichè, malgrado la lettera, l'Ordine continuava a non ottemperare, ne inviò un'altra, datata 24/1/94, in cui ripeteva l'ingiunzione dando un termine stavolta di 10 giorni e specificando che in mancanza avrebbe intrapreso "un'azione giudiziaria in via esecutiva, con nomina di un commissario ad acta". A questo punto l'Ordine dovette provvedere, "obtorto collo", a registrare la reintegrazione del Surace a tambur battente, prima della scadenza dei dieci giorni (precisamente dopo 6 giorni, il 30/1/94); e dovette rilasciargli un tesserino professionale attestante che era "iscritto all'Ordine dal 1958" (ininterrottamente, essendo appunto scomparsa la radiazione). Il danno al Surace si era dunque esteso dal 28/5/75 (data della sospensione) al 30/1/94 (data della reintegrazione) cioè per oltre 18 anni. Ed era stato cagionato da una serie di atti illeciti commessi dall'Ordine e di atti dovuti invece omessi, sempre illecitamente. Vediamoli: 

- Prima azione illecita commessa: emissione del provvedimento di sospensione.

- Seconda azione illecita commessa: apertura del procedimento disciplinare che causava già, di per sè, il prolungamento degli effetti della sospensione.

- Terza azione illecita commessa: emissione del provvedimento illecito di radiazione.

- Quarto illecito, stavolta omissivo: Mancato ottemperamento alla decisione esecutiva della Corte d'Appello che annullava la radiazione con conseguente obbligo per l'Ordine di reiscrivere senza ritardo Surace. Omissione di rilevanza anche penale che da sola ha prodotto un prolungamento del danno di ben 7 anni (dal 24/5/86 al 30/1/94).

Ciò che ha causato il danno al Surace è stato dunque un illecito prolungato, reiterato, palesemente permanente che ha messo arbitrariamente Surace nell'impossibilità di continuare la sua attività professionale, benemerita per il suo valore civico e sociale ma scomoda per certi ambienti potenti e senza scrupoli dagli interessi non precisamente confessabili, con i quali l'operato dell'Ordine è apparso, in questa vicenda, in perfetta assonanza. Stando così le cose, i legali di Surace hanno citato l'Ordine dei giornalisti dinanzi al tribunale di Napoli, perché risponda dei danni morali e materiali cagionati da quella serie di provvedimenti illeciti. Danni particolarmente rilevanti se si pensa che al momento della sospensione Surace era, secondo ricerche bancarie e previdenziali effettuate da un istituto specializzato neutrale, il giornalista di gran lunga meglio retribuito in Italia, se non d'Europa. E che il blocco indebito della sua attività giornalistica era durato oltre 18 anni. La sua successiva attività di maestro di arti marziali era certo particolarmente prestigiosa, ma i proventi economici che gli procurava non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli della sua precedente attività giornalistica in Italia.

I legali del Surace hanno anche depositato un dossier in cui fra l'altro sottolineano come "i membri del consiglio dell'Ordine, col loro comportamento nei confronti di Stefano Surace, messo in luce dalla magistratura superiore con sentenza definitiva, hanno compromesso non solo la dignità, ma l'onore della categoria dei giornalisti; coprendo di vergogna se stessi, l'Ordine, e di conseguenza il giornalismo italiano che appariva rappresentato da simili personaggi". Vi pongono inoltre una serie di inquietanti interrogativi:

Com'è che l'Ordine ha avuto la possibilità di radiare per "indegnità". Uno dei giornalisti più degni che il paese abbia mai avuto?

"Ma allora i giornalisti italiani lavorano sotto la minaccia costante di essere "sospesi" e poi essere radiati dall'Ordine senza che neanche si dica il perché?

"Qual è dunque la funzione dell'Ordine dei giornalisti, di tutelare la categoria e i suoi membri, o di imbavagliarli?"

"E' per questo che i giornalisti italiani, anche i più quotati, sono apparsi per vari anni così silenziosi e "disciplinati" su certi argomenti di particolare gravità?"

"Si può, in queste condizioni, affermare che in Italia ci sia ancora libertà di stampa?"

"E' questa una delle cause del profondo deterioramento, cui abbiamo assistito in questi anni, della vita democratica nella Penisola, visto che in assenza di libertà di stampa qualsiasi democrazia non può che degenerare in tempi brevi".

"Oppure la radiazione di Surace è stato solo un episodio circoscritto, di cui si erano resi protagonisti certi personaggi "devianti", nel frattempo in gran parte allontanati dai vertici dell'Ordine dei giornalisti?"

Il testo del dossier è stato riportato integralmente in un libro di Walter Minardi edito a Parigi in francese, inglese e italiano dal titolo "Stefano Surace e i sicari sfortunati...". Si trattava ora, per il Tribunale civile di Napoli, di completare l'azione di ristabilimento della giustizia intrapresa dalla magistratura parigina e in seguito dalla Corte d'Appello di Napoli, dalla Corte di Cassazione e dai magistrati milanesi, attribuendo il giusto risarcimento a questo straordinario giornalista che ha sempre fatto onore al nostro Paese. Senonchè, le cose presero una piega piuttosto singolare...Il processo per il risarcimento fu in effetti affidato al giudice Milena Balsamo del tribunale di Napoli, IV sezione civile.

Poco dopo però la Balsamo fu trasferita a un'altra sezione dello stesso Tribunale (l'ottava), e al suo posto fu istallato un altro giudice, certo Giulio Cataldi. Dopo questa inusuale staffetta, il processo ha assunto aspetti decisamente surreali. Il Cataldi in effetti ha emesso una sentenza in cui non ha potuto negare che la radiazione del Surace era stata illecita, dato che era stato sancito dalla Corte d'Appello e dalla Cassazione in via definitiva. Ma vi sostiene che il diritto al risarcimento sarebbe ormai prescritto, poichè la citazione sarebbe stata presentata in ritardo. Cosicchè, anche se l'Ordine è colpevole della radiazione indebita, non si potrebbe procedere nei suoi confronti. E aggiunge che in realtà è Surace a dover dare dei soldi all'Ordine: oltre una cinquantina di milioni, a titolo di spese e onorari! Con ciò si premierebbe dunque il colpevole riconosciuto (l'Ordine) e si punirebbe proprio il danneggiato, ribaltando ogni criterio di giustizia e raggiungendo straordinari vertici di iniquità. È tuttavia risultato, ad un esame di autorevoli giuristi ed alla luce dell'orientamento costante della Suprema Corte, Sezioni Unite, che quella sentenza è basata interamente su 7 gravi errori di diritto, contenuti in quattro paginette... E che addirittura il Cataldi, in mancanza di meglio per puntellare la sua tesi, era giunto ad inventare nella sentenza, per una norma di legge, un testo in realtà inesistente... Un exploit, quello del Cataldi, che contrasta in modo stridente con l'azione intrapresa da alcuni anni da una lunga serie di magistrati degni italiani e francesi, a tutti i livelli compresi i più elevati, per ristabilire la giustizia per Surace e rimediare per quanto possibile al discredito per la nostra magistratura che è derivata internazionalmente dal suo caso emblematico. Qualcuno si è chiesto fino a qual punto l'autore di una sentenza con ben sette gravi violazioni di legge in qualche paginetta, e che altera addirittura in sentenza il testo di una norma, possa esser lasciato in una funzione delicata come quella di giudice senza pericolo per i cittadini, e per la dignità della giustizia italiana anche a livello internazionale. Il Surace ci ha dunque impugnato la strana sentenza dinanzi alla Corte d'appello di Napoli assistito da un collegio di giuristi coordinato dall' avv. Vincenzo Vano del foro di Milano, con studio a Milano e Napoli, e un esposto al Consiglio superiore della magistratura. Intanto ha appena terminato un libro che è la continuazione di "Caro Pertini" dal titolo "Cercate Surace..." di cui alcuni capitoli sono dedicati a questo " affaire ". Vediamole ora più da vicino, le sette violazioni del Cataldi.

Prima violazione di legge. Il danno al Surace, esteso per oltre 18 anni, era stato cagionato, come abbiamo visto, da un illecito permanente dell'Ordine, caratterizzato da una serie di atti illeciti commessi e di atti dovuti che invece erano stati omessi illecitamente. Precisamente:

- Prima azione illecita commessa: emissione del provvedimento di sospensione.

- Seconda azione illecita commessa: apertura del procedimento disciplinare che causava già, di per sè, il prolungamento degli effetti della sospensione.

- Terza azione illecita commessa: emissione del provvedimento illecito di radiazione.

- Quarto illecito, stavolta omissivo: Mancato ottemperamento alla decisione esecutiva della Corte d'Appello che annullava la radiazione con conseguente obbligo per l'Ordine di reiscrivere senza ritardo Surace. Omissione di rilevanza anche penale che da sola ha prodotto un prolungamento del danno di ben 7 anni (dal 24/5/86 al 30/1/94).

Ciò che ha causato il danno al Surace è stato dunque un illecito prolungato, reiterato, palesemente permanente che ha messo arbitrariamente Surace nell'impossibilità di continuare la sua attività professionale, benemerita per il suo valore civico e sociale ma scomoda per certi ambienti dagli interessi non precisamente confessabili.

Ora, per un illecito di tipo permanente la legge prevede che il danneggiato ha diritto a richiedere il risarcimento entro 5 anni dalla cessazione del danno. Al di là, si ha prescrizione. In questo caso dunque, poichè il danno era cessato il 30/1/94 (data della reiscrizione) c'era tempo fino al 30/1/99 per presentare tale richiesta. I legali del Surace la presentarono in effetti in data 20/2/98 (largamente dunque nei termini, 10 mesi prima della scadenza). Ebbene il Cataldi nella sua sentenza, pur ammettendo che la radiazione nei confronti del Surace era stata illecita vi sostiene tuttavia, contro ogni evidenza, che l'illecito dell'Ordine non era stato permanente ma... istantaneo, sia pure con effetti permanenti. Per cui Surace avrebbe dovuto presentare la sua domanda di risarcimento entro 5 anni non dalla cessazione del danno, ma dalla sentenza 24/5/86 della Corte d'appello; e cioè entro il 24/5/91. Siccome l'aveva invece presentata dopo tale termine (il 20/2/98) c'era prescrizione e non si poteva procedere contro l'Ordine. Si trattava di un ragionamento del tutto privo di fondamento, poichè l'illecito, come abbiamo visto, era stato macroscopicamente permanente. Con ciò il Cataldi commetteva la prima violazione di legge.

Seconda violazione di legge. In ogni caso il ragionamento del Cataldi non era valido neppure se l'illecito fosse stato davvero istantaneo. In effetti, per tale caso la legge stabilisce che la prescrizione va calcolata a partire non dalla data della sentenza della Corte d'appello, come affermava il Cataldi, ma dalla dichiarata definitività della decisione della magistratura (e cioè dalla sentenza 8/11/91 della Cassazione, che l'aveva sancita) come confermato costantemente dalla Cassazione stessa, Sezioni Unite. Con ciò il Cataldi commetteva una seconda violazione di legge.

Terza violazione di legge. In ogni caso, anche nell'ipotesi che l'illecito fosse stato istantaneo, la prescrizione era stata interrotta dalla lettera 16/11/93 in cui il difensore aveva espresso la volontà di richiedere il risarcimento del danno. Andava dunque calcolata a partire da tale data, sicchè il termine di 5 anni veniva a cadere il 16/11/98, ben dopo la data della presentazione della domanda (20/2/98) che restava così valida. Con ciò il Cataldi realizzava una terza violazione di legge.

Quarta violazione di legge. Il Cataldi affermava che, a seguito della sentenza della Corte d'appello, l'Ordine non era tenuto a reiscrivere senza ritardo Surace, poichè detta Corte aveva sì annullato la radiazione, ma non aveva ordinato esplicitamente all'Ordine di reiscriverlo. Per ottenere dunque la reiscrizione, Surace avrebbe dovuto presentare una domanda specifica, dopodichè l'Ordine aveva la facoltà di decidere se reiscriverlo o meno. E siccome Surace aveva presentato domanda in tal senso solo con una lettera 16/11/93, l'Ordine non aveva potuto reiscriverlo che poco dopo, in data 30/1/94. Ma si trattava di un'altra affermazione priva di fondamento. Poichè la Corte d'appello aveva annullato la radiazione, questa era da considerarsi come mai avvenuta. E siccome la sentenza era immediatamente esecutiva, l'Ordine regionale, a cui essa era stata regolarmente notificata, era tenuto a provvedere senza ritardo alla pedissequa registrazione della reintegrazione del Surace, senza alcuna facoltà di decidere il contrario. Doveva eseguire e basta. Inoltre, la lettera 16/11/93 non era stata affatto una "domanda di reiscrizione" ma un richiamo perentorio a reiscrivere Surace all'Albo professionale entro 15 giorni. A seguito del quale, e della successiva analoga lettera 24/1/94, l'Ordine dovette provvedere, "obtorto collo" come abbiamo visto, a registrare la reintegrazione del Surace a tambur battente (precisamente, dopo 6 giorni, il 30/1/94). Con ciò il Cataldi ha commesso una quarta violazione di legge.

Quinta e sesta violazione di legge. Per sostenere che l'Ordine aveva bisogno di una domanda del Surace per poterlo reintegrare, dopodichè aveva la facoltà di decidere se reiscriverlo o no, il Cataldi afferma di rifarsi agli artt. 46 e 55 della legge sull'ordinamento della professione di giornalista (legge 3/2/63 n. 69). Ma, al solito, del tutto infondatamente poichè questi articoli si riferiscono a casi ben diversi, quelli di giornalisti che siano stati radiati ma la cui radiazione non sia stata poi annullata dalla magistratura. Per di più, per cercare puntellare la sua tesi, il Cataldi attribuiva a detto art. 55 un testo in realtà inesistente...Con ciò, il Cataldi commetteva una quinta e una sesta violazione di legge.

Settima violazione di legge. Il Cataldi ha condannato Surace a pagare all'Ordine oltre una cinquantina di milioni a titolo di spese e onorari mentre, anche se ci fosse stata davvero prescrizione, l'equo criterio era di compensare le spese fra le parti. Commetteva con ciò una settima violazione di legge. Mica male come record...Ad maiora!

Stefano Surace: Saviano? un goffo traditore della propria terra..., scrive il 3 gennaio 2017 “Affari Italiani”. Saviano? Un goffo traditore della propria terra... che con le sue panzane sistematiche contro Napoli e il Sud fa il gioco di certi ambienti polentoni che l'hanno creato appositamente dal nulla. Dopo che l'altro manutengolo che avevano creato a quello scopo prima di lui, Pino Aprile, era stato ormai smascherato, con una piccola mano di ABCnews. E così - ha ora dichiarato ad ABCnews Stefano Surace, l'asso del giornalismo d'inchiesta e maestro di arti marziali di rinomanza mondiale - quei polentoni hanno ritenuto di rimediare creando questo Saviano e pubblicizzando urbi et orbi le sue fandonie fino a farle diventare il best seller mondiale della menzogna sistematica. Ed ora il Saviano ha provato a prendersela con Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli... E ciò non a caso, visto che il De Magistris è diventato una specie di punta di diamante dei meridionali determinati a reagire alla depredazione e distruzione sistematica della propria terra e della propria gente da parte di quegli ambienti "padani". Ma a De Magistris, per smascherare il Saviano, sono bastate tre parole: "Non conosce Napoli" Sette guardie del corpo...!!! Ma il più bello è che al questo Saviano è stata attribuita una scorta di ben... 7 guardie del corpo, sostenendo che sarebbe sotto tiro mortale della camorra...Mentre la camorra è ben contenta che resti vivo e vegeto, poiché in realtà costui le fa una bella pubblicità facendola apparire mondialmente come praticamente invincibile...E addirittura, con le trasposizioni televisive, la mitizza agli occhi dei giovani e adolescenti, spingendoli magari a farne parte, o quanto meno ad emularla in gruppetti di minorenni aggressivi. Vedere al riguardo quel suo recente libercolo "La paranza dei bambini", che sarebbe meglio intitolare "Le spaparanzate del Saviano contaballe". In effetti costui sa bene che dalla camorra non corre alcun rischio visto che, invece di attenersi alle normali cautele usate da chi è sotto scorta, non fa che passare da un intervento pubblico all'altro, perfino dando lezioni in assemblee di studenti in certe università, e da un'allocuzione televisiva all'altra. Il che non gli sarebbe certo possibile se fosse davvero sotto tiro della camorra la quale, con quei comportamenti di costui, se volesse non ci metterebbe niente a farlo fuori, scorta o non scorta. Ma vediamo qualche dettaglio...Quegli ambienti polentoni hanno dunque preso una perfetta nullità (Saviano andava presentandosi come giornalista pur non essendo neanche iscritto all'albo) e l'hanno montato a tutto spiano, facendolo passare per un vero napoletano che conosce a fondo Napoli, i suoi abitanti, i suoi vari aspetti e quartieri... In realtà costui è nato effettivamente a Napoli, ma in una clinica dove sua madre si era recata apposta per partorirlo, ritornandosene subito dopo alla sua Caserta, località ben diversa da Napoli. Per cui questo Saviano non ha mai conosciuto praticamente nulla direttamente di questa complessa, affascinante e invidiatissima Napoli, unica al mondo, avendovi soggiornato e solo saltuariamente allorché vi aveva poi frequentato bene o male l'università. Tuttavia, in esecuzione di quella "missione" da manutengolo anti-Napoli e anti-Sud per la quale è stato creato appunto dal nulla, si è dato a lanciare una valanga di panzane l'una più grottesca dell'altra, attribuendo a Napoli e al Sud una generale criminalità che affermava falsamente aver constatato direttamente di persona. Omettendo scrupolosamente di precisare che, nella travagliata Penisola, il criminale che vi impera in realtà è proprio lo stato cosiddetto italiano. Stato raffazzonato un secolo e mezzo fa (1861) da un fecciume piemontese-lombardo, accozzaglia di gente primitiva e abbondantemente tarata, calata da quelle loro zone retrograde ed affamate per depredare e distruggere un Sud prospero e civile, rendendosi autori di un sistematico crimine contro l'umanità. Degni discendenti diretti di unni, ostrogoti, visigoti e simili, col loro odio viscerale verso i popoli civili che hanno in quel caso espresso contro una gente da millenni fonte primaria di cultura e civiltà per il mondo intero: bruciando villaggi, uccidendo e seviziando in massa uomini, donne, preti, bambini, distruggendo i raccolti agricoli, incendiando foreste compresi i villaggi e gli abitanti che vi si trovavano. Praticando metodicamente il terrore, il saccheggio, la tortura e sevizie inaudite contro inermi cittadini, gesta al cui confronto quelle famigerate delle SS naziste appaiono cosette da asilo infantile. Tutto ciò reso possibile dal fatto che, col decesso prematuro dell'efficiente Ferdinando II di Borbone, si era trovato proiettato sul trono delle Due Sicilie, a Napoli, Francesco II detto “Franceschiello”, giovane lontano anni-luce dall'efficacia dei suoi predecessori, essendo affetto da tare genetiche tipicamente piemontesi ereditate dalla madre, una Savoia. Sicché, grazie alla serie-record di idiozie commesse da questo Franceschiello - dettagliate da ABCnews in precedenti servizi - poté verificarsi il fatto fino allora inconcepibile che un Piemonte, zona fra le più sottosviluppate e malandate d’Europa - la cui popolazione, come quella della Lombardia, era fra l'altro ritenuta scientificamente campione mondiale di cretinismo clinico genetico - poté invadere un regno prospero, prestigioso e infinitamente più potente anche militarmente come quello delle Due Sicilie, annetterselo, depredarlo delle sue ingenti ricchezze e raffazzonare disastrosamente uno Stato cosiddetto italiano. Con effetti particolarmente distruttivi per le popolazioni meridionali, che da 154 anni si prolungano tuttora - basti pensare alla cosiddetta "terra dei fuochi - e che, essendo ormai del tutto insostenibili, rendono indispensabile un'urgente secessione del Sud da questo stato criminale fin da quando è nato. Da notare che nel Sud certi fenomeni fuori-legge come la camorra - in realtà ben poca cosa rispetto alla colossale criminalità dello stato - sono stati creati proprio da questo, che se ne serve per i propri fini, fra cui scaricare su di essi le proprie malefatte... Stato che contrasta questi fuori-legge solo se entrano in concorrenza coi propri misfatti o interessi, o magari (succede anche questo) cercano di opporsi a certi suoi abusi contro la popolazione. 9 volte più ricco dell'intera padania. Orbene, contro questa aberrante situazione la gente meridionale e vari suoi rappresentanti - Luigi De Magistris sindaco di Napoli, Vincenzo De Luca, Michele Emiliano, Marcello Pittella, Mario Oliveiro rispettivamente governatori di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria - stanno ormai reagendo con un sincronismo che esprime bene lo slancio ormai generale della gente del Sud. Si tratta di un fenomeno di importanza capitale. Basti considerare che finora ogni iniziativa di qualsiasi dirigente meridionale valido veniva puntualmente bloccata in un modo o nell'altro, attraverso Roma, da quegli ambienti del nord che da 155 anni depredandolo il Sud. Si eliminava insomma a Sud sistematicamente ogni dirigente valido, risparmiando solo quelli disposti a fare i manutengoli di quegli ambienti. Si assiste ora invece al fenomeno di dirigenti meridionali che, benché siano state perpetrate cose incredibili per bloccarli, reagiscono decisamente ed efficacemente, appoggiati dalla popolazione. Il che terrorizza i suddetti ambienti polentoni, poiché il 60% delle loro risorse proviene tuttora dal Sud, sicché se questo si distacca rischiano di tornare alla loro atavica miseria. Basti dire che all'atto della cosiddetta "unità" il Sud era semplicemente 9 volte più ricco dell'intera polentonia: Due Sicilie 443,2 milioni di lire-oro, polentonia tutta intera (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Parma, Piacenza, Modena tutte insieme) 49,7 milioni di lire-oro. Insomma erano proprio dei poveracci questi polentoni, prima della cosiddetta "unità"...Situazione miseranda da cui sono poi potuti uscire solo grazie all’arrivo massiccio, in Lombardia e Piemonte, dei meridionali che, in linea con la loro tradizione di civilizzatori, hanno spinto quelle regioni al progresso. E così lombardi e piemontesi, dalla loro polenta fonte di pellagra e conseguente dilagante idiozia (che si aggiungeva al loro diffuso cretinismo clinico genetico scientificamente accertato) erano potuti passare ai salutari napoletanissimi spaghetti...Tuttavia i meridionali poterono far evolvere piemontesi e lombardi solo superficialmente, le tare di quella gente essendo appunto genetiche e quindi praticamente inestirpabili. Renzi vattene a casa... Non c'è dunque da sorprendersi se ora Saviano il manutengolo sia stato lanciato contro De Magistris, il quale parlando di "Sud ribelle", "Napoli capitale", "Renzi vattene a casa" tra la folla in delirio è diventato una sorta di punta di diamante dei meridionali determinati a reagire. Additando, in piena assonanza con lo spirito ormai generale dei meridionali, quegli ambienti "padani" come i peggiori nemici di Napoli e del Sud, e indirizzando a Renzi, capo del governo cosiddetto italiano, un bel "ti devi cagare sotto". Espressione ben adeguata rispetto agli insulti rabbiosi e le insolenze deliranti usati massicciamente contro Napoli e il Sud da quei polentoni per distogliere l'attenzione dalle loro malefatte, e dalle loro tare genetiche. Esemplare il caso di Donatella Galli, consigliere provinciale di Monza e Brianza in quota Lega Nord, che si era data a lanciare, come tanti suoi simili, contro i meridionali espressioni tipo "Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili (i tre principali vulcani del meridione, compreso quello sottomarino...) distruggili". Sennonché questa tizia e suoi simili devono portare davvero iella alla loro parte, poiché i disastri tellurici si sono poi purtroppo effettivamente verificati, e particolarmente gravi, tuttavia non certo a Napoli e nel Sud ma proprio a nord (Emilia) e al centro fra Umbria e Marche (Norcia, Amatrice, Accumoli, Preci, ecc.). Comunque sia il Renzi che gli ambienti da lui rappresentati già si "cagavano sotto" abbondantemente, terrorizzati dall'idea che il Sud li molli, riappropriandosi della propria indipendenza, delle proprie risorse, riprendendo il proprio congeniale cammino di efficace progresso economico e culturale sconvolto da quella crimine cosiddetta “unità”, nel qual caso appunto le zone padaniche rischierebbero di ripiombare nella loro tradizionale miseria...Ed ora il De Magistris, dopo aver smascherato il Saviano semplicemente con quelle tre parole ("non conosce Napoli") è possibile che lo tratti ancora peggio di come ha trattato vittoriosamente il Renzi. Visto che il Saviano non solo è un nemico accanito di Napoli e del Sud, ma è ancor più spregevole del Renzi poiché è nato, bene o male, proprio nel Sud ed è dunque indiscutibilmente un turpe traditore della propria terra. C'è chi afferma che comunque in fondo questo Saviano un certo talento a scrivere ce l'ha... Ma ciò, date le circostanze, lo rende ancor più indegno, poiché invece di usarlo fra l'altro ad onore e difesa della propria terra, l'ha utilizzato a sua bugiarda denigrazione mercenaria. Da aggiungere che Stefano Surace, il giornalista e scrittore specializzato in inchieste di cui alcune hanno prodotto profonde riforme non solo in Italia, appare deciso ad aggiungere alla lunga serie di sue battaglie “impossibili” ma sempre vittoriose, quella per far recuperare l’indipendenza a questa sua amata terra delle Due Sicilie in cui è nato e si è formato, e di cui non tollera l’attuale drammatica situazione. E - grazie al suo carisma di combattente vittorioso e senza paura acquistato in vari decenni di battaglie di forte interesse pubblico non solo in Italia - è diventato per coloro che intendono difendere realmente gli interessi morali e materiali del Sud Italia un punto di riferimento, una fonte di ispirazione e suggerimenti anche strategici (frutto della sua straordinaria esperienza in conflitti particolarmente duri ma appunto sempre vittoriosi) per azioni da effettuare soprattutto in piena concordia fra i vari esponenti meridionali, mettendo da parte ogni deleteria rivalità. Indirizzando così la propria combattività tutti insieme contro il nemico comune, cioè i suddetti ambienti polentoni parassiti. Da ABCnews Europa (agence européenne de presse)

Dopo Salvini si scatena la Meloni: Saviano umiliato con tre parole, scrive “Libero Quotidiano" il 5 gennaio 2017. Esilarante sfottò di Giorgia Meloni su Twitter. La leader di Fratelli d'Italia prende in giro Roberto Saviano che dice di "sognare dei sindaci africani per salvare il mio Sud martoriato". "Vada a vivere in Africa allora", cinguetta la Meloni: "Così esaudisce il suo sogno e quello di diversi italiani". Ma la risposta dell'autore di Gomorra non si è fatta attendere, così sempre su Twitter, ribatte: "In Africa con Salvini a recuperare i fondi pubblici della Lega finiti in Tanzania e con Meloni a scusarsi per le atrocità nelle ex colonie". A Giorgia l'ultima parola: "Saviano purtroppo quando non copi cose scritte da altri, spari idiozie ciclopiche. Non hai un amico che possa aiutarti coi social?".

Giorgia Meloni. "Saviano dice che sogna sindaci africani. Vada a vivere in Africa allora. Così esaudisce il suo sogno e quello di diversi italiani".

"Saviano? Uno speculatore che fa soldi sulla camorra". L'affondo del sindaco di Napoli De Magistris contro lo scrittore di Gomorra, scrive Luisa De Montis, Venerdì 6/01/2017 su "Il Giornale". Non è nuova la divergenza di opinioni e la conseguente polemica fra lo scrittore Roberto Saviano e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Ma dopo le ultime prese di posizione di Saviano che nel commentare il ferimento di una bambina in una sparatoria ha parlato di una città in cui non c'è cambiamento, l'affondo dell'ex pm è duro, e arriva via Facebook. Il primo cittadino partenopeo mette nero su bianco che Saviano si arricchisce sulla pelle della città, e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando. "Mi occupo di mafie, criminalità organizzata e corruzione da circa 25 anni, inizialmente come pubblico ministero in prima linea, oggi da sindaco di Napoli. Ed ho pagato prezzi alti, altissimi", premette de Magistris, che prosegue: "Non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco. Caro Saviano, ogni volta che a Napoli succede un fatto di cronaca nera, più o meno grave, arriva, come un orologio, il tuo verbo, il tuo pensiero, la tua invettiva: a Napoli nulla cambia, sempre inferno e nulla più, più si spara, più cresce la tua impresa. Opinioni legittime, ma non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra. Se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l'invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari". Il sindaco ammette che "a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli" e che lo scrittore sia "ignorante" per "mancata conoscenza dei fatti. Saviano - scrive de Magistris - non puoi non sapere. Non è credibile che tu non abbia avuto contezza del cambiamento. La verità è che non vuoi raccontarlo - prosegue il sindaco - Saviano è in malafede? È un avversario politico? Non ci credo, non ci voglio credere, non ne vedrei un motivo plausibile. Ed allora, caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione". E se Napoli e i napoletani "cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico. Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l'hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami. La giudichi, la detesti tanto, ma davvero non la conosci. Un intellettuale vero ed onesto conosce, apprende, studia, prima di parlare e di scrivere. Ed allora, caro Saviano, vivila una volta per tutte Napoli, non avere paura". "Più racconti che la camorra è invincibile e che Napoli senza speranza e più hai successo e acquisisci ricchezza. Caro Saviano ti devi rassegnare: Napoli è cambiata, non speculare più sulla nostra pelle". In ogni caso, "senza rancore", "pensala come vuoi - conclude il sindaco - le tue idee contrarie saranno sempre legittime e le racconteremo, ma per noi non sei il depositario della verità".

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

Rai3 diventa garantista e manda in soffitta la gogna mediatica. Dopo anni di processi in tv, la malagiustizia sbarca in prima serata. "Basta colpevolismo", scrive Lodovica Bulian, Lunedì 9/01/2017 su "Il Giornale". «Ho baciato la terra e ho ringraziato Dio. Dicevo a mio figlio, in macchina, ma quanto corri?. Papà sono a 50 km all'ora. Un anno di carcere ti fa perdere le misure, il profumo dell'autunno. Là questo non c'è». «Là» è la cella dove Diego Olivieri, imprenditore vicentino, ha vissuto 365 giorni da innocente. E le parole con cui ricorda la fine di quell'incubo hanno aperto la prima puntata della nuova trasmissione su Rai Tre, che manda in soffitta un ventennio di giustizialismo in prima serata. Il format condotto dal giornalista e volto del Tg1, Alberto Matano, per la prima volta accende le telecamere sul rovescio della medaglia. Quello che dà voce, con ricostruzioni, immagini e documenti, all'inferno di chi finisce nel vortice della malagiustizia, un girone da 24mila dannati in 24 anni. E che sul terzo canale - dopo la parentesi di «Presunto colpevole», seconda serata su Rai due nel 2012 - porta le «storie di uomini, donne, che sin da primo momento hanno gridato una cosa sola: sono innocente», proprio come il titolo del programma. Sotto i riflettori dell'inedita prima serata non ci sono più i processi giudiziari e mediatici che per 35 anni hanno fatto il successo di programmi come Un giorno in pretura, che hanno gonfiato lo share viaggiando sul confine sottile tra informazione e morbosità, offrendo in pasto al pubblico atti, testimonianze, alimentando spesso dibattiti autoreferenziali. E che hanno trascinato le aule di giustizia nei tribunali televisivi. Nel richiamo dell'Agcom a Michele Santoro per una puntata di Annozero nel 2008, l'Authority spiegava che «il processo, lo pseudo processo o la mimesi del processo non si possono fare. L'informazione non può diventare gogna mediatica né spettacolarizzazione ispirata più all'amore per l'audience che all'amore per la verità». Ora tocca alle storture del sistema, agli ingranaggi che si inceppano e inghiottono esistenze che passavano di là per caso. In studio con Matano ci sono non solo i protagonisti, ma anche i loro familiari, gli avvocati che hanno lavorato per smontare accuse piovute come massi da faldoni di ordinanze di custodia cautelare. In una corsa contro il tempo per dimostrare la verità. La stessa che può venire oscurata, travisata da un'intercettazione, da una parola che genera equivoci, da una dichiarazione di un pentito. Come quella per cui Olivieri è stato accusato per 5 anni ingiustamente di riciclaggio, associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti, prima di essere assolto perché «il fatto non sussiste». O da un maledetto scambio di persona, all'origine dell'altro caso raccontato nella puntata di sabato sera, per cui una studentessa, Maria Andò, nel 2008 finì in carcere per 9 giorni, indagata per rapina e tentato omicidio, salvo poi, dopo un anno, essere assolta con tante scuse: «Il maresciallo era convinto che fossi io il colpevole, che il caso fosse chiuso». La madre Giusi si sentì dire che «sua figlia stasera dormirà in carcere», al Pagliarelli di Palermo. «Vivere l'esperienza del carcere può cambiare la vita - ha esordito Matano presentando la prima serata - Soprattutto se non si è colpevoli. Non vogliamo fare il processo al processo, né cercare una nuova e diversa verità giudiziaria, semplicemente vogliamo raccontare delle storie». Anche perché «davanti a certi casi serve più prudenza e meno fretta di sbattere il mostro in prima pagina: soprattutto negli ultimi anni in Italia si abusa di colpevolismo». Forse è la fine di un'era. Almeno di un'era televisiva.

«Sono innocente»: la tv civile è una garanzia per gli ascolti. Il nuovo programma di Rai3 è dedicato alle storie di persone comuni che per errori giudiziari o indagini mal direzionate sono finite in carcere pur essendo innocenti, scrive Aldo Grasso l'8 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". «Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». Non ci sono parole più pertinenti o più angoscianti per raccontare «Sono innocente», il nuovo programma di Rai3 dedicato alle storie di persone comuni che per errori giudiziari o indagini mal direzionate sono finite in carcere pur essendo completamente innocenti (sabato, 21.10). È una sensazione kafkiana d’impotenza mista a paura: è noto che in Italia finire in carcere può essere un’esperienza terrorizzante, che lascia dei segni indelebili su chi l’ha provata. Il tema della responsabilità civile dei magistrati (sempre impuniti) e quello della situazione delle carceri meritano un ragionamento serio ed è giusto che i riflettori rimangano accesi anche con programmi intensi come questo. Per le false rivelazioni di un collaboratore di giustizia, l’imprenditore Diego Olivieri viene sospettato di avere delle connessioni con un boss mafioso e da lì inizia la sua odissea giudiziaria: un anno in carcere per reati gravi, mai commessi. Maria Andò viene collegata a una rapina con tentato omicidio per una fotografia in cui somigliava alla vera colpevole. Le tracce sono labili, ma a 21 anni finisce in prigione, per poi venire liberata con tante scuse. Da un punto di vista tecnico, «Sono innocente» (firmato da Rai3 e Nonpanic) segue un filone internazionale consolidato, quello del true crime: casi giudiziari reali che vengono raccontati dai veri protagonisti, con il supporto di ricostruzioni interpretate da attori e interviste in studio condotte dal giornalista del Tg1 Alberto Matano. I linguaggi sono moderni ma il mito è classico, quello della tv civile di Angelo Guglielmi che rivive, con nuove premesse, nella nuova Rai3, in cui i programmi di questo tipo (vedi soprattutto «Chi l’ha visto») sono anche garanzia per gli ascolti.

Sono Innocente, un cazzotto allo stomaco attutito dall'emotaiment all'italiana: scelta o necessità? Scrive Giorgia Iovane sabato 7 gennaio 2017 su Tv Blog. Sono Innocente, Alberto Matano racconta le storie di vittime della malagiustizia. La prima puntata live su Blogo. Vedi Sono Innocente e ti ritrovi di fronte a Detenuto in attesa di giudizio (Nanni Loy, 1971) distillato in un classico docureality all'americana, ma con inserti da info-emo-tainment del daytime. Un cazzotto allo stomaco del telespettatore ma attutito da un cuscino che cerca di smussare la crudezza dell'errore giudiziario per non affrontarlo direttamente. Il titolo, infatti, sembra voler mascherare il vero succo del racconto, la malagiustizia. Il nome "Sono Innocente", invece, aiuta a puntare il riflettore sulle vittime - e magari a distogliere da pressioni extratelevisive e interrogazioni parlamentari - ma il nodo narrativo è tutto nei paradossi investigativi e giudiziari che hanno reso degli innocenti i protagonisti di un'esperienza umana (e disumana) che segna per sempre anche chi li circonda. Le storie di Diego Olivieri, costretto a un anno di carcere per una malevola interpretazione del gergo dei pellai, e di Maria Andò, incarcerata per rapina e tentato omicidio in una città che non aveva mai visitato, sono esempi di una dinamica inquirente perversa, più diffusa di quanto si pensi. E il pensiero corre subito a quel numero di telefono appuntato su un'agendina, usato per corroborare le parole di un pentito contro Enzo Tortora, e mai composto per appurare a chi appartenesse.

Sono innocente, su Rai Tre il caso di Maria Andò. In cella per errore, un inferno «dal quale non esci più», scrive Stefania Brusca il 7 gennaio 2017. Parla la donna vittima di un errore giudiziario, arrestata nel 2008 e portata in carcere con l'accusa di rapina e tentato omicidio a causa di uno scambio di persona. «Una ferita che non si sana, una sensazione amplificata dal fatto che adesso sono mamma, con la consapevolezza che quello che è successo a me, può succedere a chiunque». «Prima di realizzare cosa è successo sono passate almeno 24 ore. Non si dorme, non si riesce a credere di trovarsi davvero in quella situazione e quelle poche volte che riesci a prendere sonno il risveglio è terribile: ti rendi conto che non è un incubo. Sei davvero in carcere». Mentre l’ascolti, non sembra una storia vera. La mente non riesce a credere che sia un fatto reale, qualcosa che possa accadere davvero a qualcuno. Eppure Maria Andò, palermitana, ad appena 22 anni, un giorno ha sentito suonare il citofono, mentre era a casa, «un suono familiare, normale», ma questa volta dietro la porta non c’era un amico, il fidanzato o un parente ma i carabinieri con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per rapina e tentato omicidio. Era un mercoledì come tanti, il 13 febbraio del 2008. Dai libri - studiava giurisprudenza - a una cella del carcere Pagliarelli. Nove giorni di inferno. Un errore giudiziario, è stato accertato poi. Ma una parte di lei, Maria, l’ha lasciata lì: «Una volta che sei entrata in contatto con quel mondo non ne esci più». La sua storia l’ha raccontata diverse volte, ma continua a farlo quando le si presenta l’occasione, anche se le procura dolore: «Perché quello che è successo a me non capiti ad altri. Per invitare i magistrati a fare più attenzione, a leggere attentamente le carte prima di firmare provvedimenti come quello che ha riguardato me». Ne ha parlato ancora una volta a Sono Innocente, la nuova trasmissione in onda su Rai Tre. Un arresto avvenuto nei confronti di un’incensurata. «Il reato è stato commesso a fine agosto 2007. Mi hanno arrestata dopo sei mesi, se avessi voluto reiterare il reato l'avrei potuto fare, se avessi voluto scappare all'estero l'avrei potuto fare e se avessi voluto inquinare le prove l'avrei potuto fare. Quindi non si è capito perché questa misura cautelare», afferma. Tra l’altro l’aggressione della quale era accusata era avvenuta a Catania, un posto dove «non ero mai stata», eppure è finita in manette. Un uomo, un tassista, era stato derubato e picchiato da una coppia di giovani - poi identificati come due clochard - e lasciato in fin di vita. L’uomo avrebbe poi riferito che si trattava di due ragazzi che aveva preso a cuore, a cui dava da mangiare. Una sim card regalata dalla sorella di Maria Andò, Federica, al suo fidanzato - oggi marito - che faceva il militare a Catania, sarebbe stata il collegamento che ha portato Maria dietro le sbarre. Uno scambio di persona. «Hanno scritto che la ragazza autrice dell’aggressione mi somigliava: l’unica cosa che avevamo in comune era che nella foto del documento di identità avevo i capelli lisci come lei». «In carcere c’è solidarietà tra le detenute - ripercorre - la prima sera la mia compagna di cella mi ha fatto il letto ‘perché qui si usa così’ e mi ha detto anche come funzionavano le cose». Ad uno ad uno sfilano i ricordi di quei giorni: il rifiuto di fare l’unica doccia, il rifiuto dell’ora d’aria al mattino: «Avevo paura di tutto». Le visite dei familiari che rinunciano a vederla per dare priorità all'incontro con gli avvocati, l’ora d’aria pomeridiana: carte e ping pong. Lei sempre in cella. La solitudine e il timore che qualcosa di brutto possa succedere all'improvviso. Una sensazione che Maria si porterà dietro per molti anni. Il nono giorno la scarcerazione. «La secondina arrivò per dirmi di prendere le mie cose, perché sarei uscita da lì. Non sono riuscita a fermare le lacrime. Un fiume in piena». Le foto della festa dei quarantanni dello zio alla quale si trovava la sera in cui a Catania il tassista veniva aggredito e la testimonianza di una collega universitaria e di sua madre, dalla quale lei si trovava il pomeriggio di quel giorno oltre che, l'arresto di uno dei due autori del reato, hanno permesso a Maria di ritornare alla sua vita, anche se da quel momento nulla è stato come prima. Oltre ad aver dovuto «spendere soldi che non hai, e quindi subire un danno economico non indifferente, ti resta dentro una ferita che non si sana. Quello che ho vissuto lo rivivo con le stesse sensazioni ogni volta che racconto quello che è successo. Tutto amplificato dal fatto che adesso sono mamma, e ho la consapevolezza che quello che è accaduto a me, può capitare a chiunque».

In onda questa sera, 14 gennaio 2017, la seconda delle dieci puntate di “Io sono innocente”, il programma di Rai 3 che dà spazio a quanti sono stati accusati ingiustamente dalla giustizia, scrive Valentina Addesso su "Italia post" il 14 gennaio 2017. Nella puntata di questa sera, presentata come sempre dal giornalista Alberto Matano, si parlerà ancora una volta dei tanti casi, dei drammi e del riscatto, di tutte quelle persone che si sono ritrovate in carcere accusate ingiustamente. L’esperienza del carcere, a volte vissuta per anni, a volte solo per pochi giorni, è sempre un’esperienza che cambia la vita e segna profondamente ogni persona. Nella puntata di questa sera, Alberto Matano incontrerà Giuseppe Gulotta e Vittorio Raffaele Gallo. Gulotta, accusato di aver ucciso due carabinieri della caserma di Alcamo, fu condannato all’ergastolo, e soltanto dopo 9 processi e 22 anni di carcere, è stato assolto. Giuseppe ripercorrerà il racconto della vicenda che ha cambiato per sempre la sua vita, e che gli è costato 22 anni di carcere che non meritava. Vittorio Raffaele Gallo, impiegato delle Poste, fu invece erroneamente considerato il basista di una rapina avvenuta a Roma, allo sportello dove prestava servizio. Condannato nel 1997 e scagionato nel 2011, racconterà la sua esperienza di custodia cautelare in carcere e poi domiciliari.

Due nuove storie per Alberto Matano, scrive Fausto Egidio Piu il 13.1.2017. Ha ottenuto dallo Stato un risarcimento di 6,5 milioni di euro. Giuseppe Gulotta sarà protagonista della seconda puntata di "Sono innocente", il nuovo programma di Rai 3 in onda domani sera alle 21:10 con la conduzione di Alberto Matano, giornalista e conduttore del Tg1. Gulotta era stato condannato all'ergastolo con l'accusa di aver ucciso due carabinieri nella caserma di Alcamo, in provincia di Trapani. Ma dopo nove processi e 22 anni di carcere è stato assolto. Le indagini hanno accertato infatti che la sua confessione era stata estorta con la tortura. «Per trentasei anni sono stato un assassino», aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta. «Mi avevano costretto a firmare una confessione con le botte - continuò il muratore di Certaldo, paese a pochi chilometri da Firenze - puntandomi una pistola in faccia e torturandomi per una notte intera. Alla fine mi ero autoaccusato: l'unico modo per farli smettere». Proprio per questo, dopo tanti anni passati in galera da innocente, la Corte d'Appello di Reggio Calabria ha stabilito nei suoi confronti un risarcimento milionario. Quell'omicidio non era stato compiuto da Gulotta e, nonostante l'assoluzione, l'uomo non è riuscito a cancellare dalla sua memoria la dura esperienza carceraria. Cinque mesi di carcere e sette mesi di arresti domiciliari con l'accusa di aver fatto da basista in due rapine avvenute presso l'ufficio postale in cui lavorava. È la seconda storia che sarà affrontata nel corso del programma. Anche Vittorio Raffaele Gallo, ex impiegato delle Poste nel quartiere Portuense di Roma, si è visto stravolgere la propria esistenza da una ingiusta condanna. È stato licenziato e ha dovuto fare i conti con problemi familiari ed economici. La moglie ha cambiato la serratura di casa e lui è stato costretto a rivolgersi alla Caritas per avere cibo e vestiti, ha avuto problemi di salute ed è stato costretto a vivere con una piccola pensione sociale, essendo invalido al 100%. Storie di uomini e donne che da una vita normale e tranquilla si ritrovano ad affrontare un vero e proprio incubo, l'esperienza del carcere. È la mission di "Sono innocente", programma di servizio pubblico che cerca di portare alla luce gli errori e le contraddizioni della giustizia italiana.

Sono innocente, la lezione eretica di Matano, scrive Andrea Camaiora, Spin doctor, esperto in Litigation communication, su "L'Huffingtonpost.it" il 12/01/2017. Ci voleva RaiTre per affrontare culturalmente quello che è diventato ormai un vero tabù: gli errori giudiziari e le traversie delle persone che vengono toccate anche solo marginalmente da quella colossale macchina "tritapersone" che è il sistema giudiziario italiano. "Sono innocente", il programma condotto con umanità da Alberto Matano, rompe appunto il tabù e contribuirà, specialmente se farà da apripista, a esperienze simili nel mondo dell'informazione. Si tratta di una trasmissione di fatto eretica se si considera il coro giustizialista pressoché unanime che occupa media e istituzioni. La verità, molto semplice, è che gli uomini sbagliano e possono commettere errori anche clamorosi come quelli illustrati dal programma della terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo. Ciò che però sfugge al grande pubblico - che pure a giudicare dai social è stato molto colpito dal programma - è che le vicende che vengono raccontate nella trasmissione di Matano sono tutt'altro che "storie limite". Anzi. Chi opera a vario titolo nel sistema mediatico giudiziario sa bene che errori, imprecisioni, falsità, ribaltamenti della realtà, rappresentazioni fuorvianti di fatti e circostanze sono all'ordine del giorno. Le vicende affrontate da RaiTre sono tanto più significative perché riguardano gente comune. Le persone - al caldo della propria casa, seduti a tavola o sdraiate sul divano - sono facilmente inclini ad attribuire a questo o quell'indagato o imputato (meglio se uomo politico o persona celebre) un inappellabile giudizio di colpevolezza, quando invece le accuse - è così nello stato di diritto - sono sempre tutte da dimostrare. Noi viviamo invece in una società impazzita nella quale ormai è l'innocenza da dimostrare e non la colpevolezza. Le storie di Kafka e Solženicyn sembrano raccontare la nostra quotidianità in un mondo che mastica sempre più velocemente i procedimenti giudiziari di Tizio o Caio e senza che si dica una parola, alla fine, se l'imputato anziché essere dichiarato colpevole sia ritenuto innocente oppure se un indagato sia prosciolto, magari per iniziativa dello stesso pubblico ministero che lo ha iscritto nel registro degli indagati. Alla fine, possiamo dirlo, alle battute iniziali di questo nuovo anno, basterebbe operare la rivoluzione del buonsenso. Meno clamore per gli avvisi di garanzia, meno aderenza supina e servile della maggior parte degli organi di informazione nei confronti dell'attività degli inquirenti e il recupero di una nobile e qualificatissima branca giornalistica, quella della cronaca giudiziaria. Tv e giornali ritornino a occuparsi delle vicende giudiziarie raccontando con equilibrio cosa accade nelle aule di tribunale, dove compaiono i testimoni, si formano le prove di fronte al giudice, emergono le verità e si chiariscono anche alcuni errori, umani, talvolta piccoli, talvolta come racconta il programma di Matano grandi, che vengono compiuti dagli inquirenti. Al di là di ogni questione di merito, infine, è lecito domandarsi perché, dopo tante chiacchiere vuote sul garantismo, una trasmissione del genere non sia stata partorita da Mediaset. In attesa di una risposta, viva RaiTre. 

Terzo appuntamento con il nuovo programma di Rai 3 “Sono innocente” condotto dal giornalista Alberto Matano. Vediamo le anticipazioni e le storie che verranno presentate questa sera 21 gennaio 2017, alle 21:15, scrive Valentina Addesso il 21 gennaio 2017 su "Italiapost”. Le storie di uomini e di donne che, dalla normalità della loro vita, si trovano catapultate in un vero e proprio incubo. Persone innocenti che, per errori della giustizia, si ritrovano a scontare pene per colpe che non hanno commesso. Per tutti loro, l’esperienza in carcere, che sia stata di un giorno o di interi anni, ha segnato per sempre la vita, come un marchio indelebile sulla pelle e nell’anima. Le testimonianze che verranno raccontate questa sera, saranno quelle di Lucia Fiumberti e Giovanni De Luise. Lucia Fiumberti, di Lodi, ha passato 22 giorni in carcere accusata ingiustamente di aver falsificato una firma per un’autorizzazione in cambio di soldi. In realtà i suoi dirigenti avevano fatto ricadere le colpe su di lei, pur essendo i veri responsabili. Ancora più forte la storia di Giovanni De Luise, il giovane che nel 2004, a soli 22 anni, fu condannato in via definitiva a 22 anni di prigione come killer di Massimo Marino. Ad accusarlo fu la sorella della vittima. Soltanto dopo diverso tempo Giovanni venne scagionato grazie alle parole di un pentito che si prese tutta la responsabilità dell’omicidio.

Sono innocente: quando la Rai fa servizio pubblico. Alberto Matano conduce Sono innocente, programma che racconta le storie di persone ingiustamente finite dietro le sbarre, scrive Cecilia Primerano su "it.blastingnews.com" il 22 gennaio 2017. Ieri, 21 gennaio, è andato in onda in prima serata su Rai 3 il terzo appuntamento con il programma condotto da Alberto Matano, Sono innocente. Un contenitore televisivo che dà voce alle vittime di errori giudiziari che hanno vissuto l'esperienza terrificante del carcere. Un programma strutturato in maniera simile ad 'Amore criminale', infatti, in ogni appuntamento vengono raccontate due storie attraverso la voce dei protagonisti reali e con ricostruzioni che mostrano ai telespettatori i momenti salienti delle vicende narrate. Dall'arresto, all'ingresso in carcere, fino alla gogna mediatica e giornalistica, viene mostrato l'iter che porta inesorabilmente all'inferno persone ritenute erroneamente colpevoli, talvolta, anche di efferati delitti. Nella puntata di ieri, Alberto ha raccontato le storie di Flavia e Giovanni, detenuti in carcere ingiustamente per ventidue giorni e per nove anni. Soprattutto, la storia del ragazzo napoletano colpisce perché, dopo quasi dieci anni passati in carcere, è ancora in attesa del processo di revisione, fondamentale per il risarcimento danni e per ripulire la sua fedina penale. Sono innocente è davvero uno dei programmi più interessanti e ben fatti della televisione italiana, seppur nella struttura non sia originale. Molti sono gli aspetti positivi, uno su tutti: al cento vengono poste le vittime. I protagonisti sono uomini e donne che sono finiti ingiustamente dietro le sbarre. Persone che, nonostante abbiano gridato sin da subito la loro innocenza, si sono ritrovate a vivere, per un arco di tempo più o meno variabile, nella cella di una casa circondariale. Dunque, in un panorama televisivo in cui sempre più spesso sono i carnefici a polarizzare l'attenzione, è un atto di doverosa giustizia dare voce a queste persone. Sono innocente è un programma ben fatto perché non cerca la polemica e lo sterile sensazionalismo. Alberto Matano racconta, infatti, le storie ponendo al centro la vita dei suoi protagonisti, narrando il dramma vissuto da queste persone e dalle loro famiglie. Dunque, un programma che fa servizio pubblico, offrendo la possibilità a tutte queste persone di ribadire, con fierezza e orgoglio, la loro innocenza. Molto apprezzabile è anche lo stile del giornalista che riesce con delicatezza ed empatia a entrare nel dramma umano di questi individui, senza scadere nella retorica o nella banalità. Per chiosare, è inutile nasconderlo, Sono innocente pone in essere una profonda riflessione sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla lentezza atavica dei tempi della giustizia italiana.  

Un nuovo appuntamento questa sera con la trasmissione “Sono Innocente”, condotta da Alberto Matano, scrive Valentina Addesso il 28 gennaio 2017. Anche questa sera verranno raccontate le esperienze di alcune persone che hanno vissuto il dramma della carcerazione pur essendo innocenti. Vediamo le anticipazioni e le storie che verranno raccontate stasera su Rai 3. Tantissime sono le testimonianze di quanti, per errori della Giustizia, si sono ritrovati a passare diverso tempo in carcere da innocenti. Che siano stati pochi giorni, o addirittura diversi anni, quella del carcere è un esperienza che segna nel profondo chiunque. Le incertezze, le paure, il distacco dagli affetti, tutto questo pur sapendosi innocenti. Questa sera verranno raccontate e ascoltate le esperienze di Fabrizio Bottaro e Corrado Di Giovanni. Il primo è stato vittima di un furto di identità che lo portò ad essere condannato per una rapina che non aveva commesso. Il 47enne romano, che stasera racconterà la sua storia in trasmissione, ha passato alcuni anni in carcere e alcuni ai domiciliari. Corrado di Giovani, invece, fu accusato di essere la talpa di una banda di criminali che rapinavano le ville degli imprenditori. Il 57 enne di Pordenone ha trascorso più di un anno in carcere e diversi mesi di domiciliari pur essendo totalmente innocente. Questa sera, le storie di Fabrizio e Corrado verranno raccontate e analizzate nella trasmissione.

Sono Innocente, le storie di Corrado Di Giovanni e Fabrizio Bottaro sabato 28 gennaio, scrive Luca Fusco il 28 gennaio 2017. Stasera in tv su Rai 3 quarta puntata di Sono Innocente, programma di Alberto Matano sulle vittime di ingiustizie, Corrado Di Giovanni e Fabrizio Bottaro. Corrado Di Giovanni e Fabrizio Bottaro. Le loro storie, i loro casi di ingiustizia saranno sotto la lente di ingrandimento con analisi e ricostruzioni della quarta puntata di Sono Innocente stasera in tv, sabato 28 gennaio con Alberto Matano. La puntata può essere vista anche in streaming, da pc, tablet e cellulari su Rai 3 Play mentre on demand dopo la mezzanotte su Rai Repley.

Corrado Di Giovanni, 57 anni, di Pordenone, viene accusato di essere la talpa di una banda sospettata di avere compiuto rapine nelle ville di imprenditori di Pramaggiore, Pasiano e Mansuè; quattordici mesi di carcere cautelare e uno ai domiciliari. Al processo di primo grado viene assolto. Sentenza confermata in appello. Oggi, colui che fatturava 8 milioni di euro l’anno è senza lavoro.

Il calvario di Fabrizio Bottaro, quarantenne designer di moda romano, ha origine per un errore purtroppo frequente: il classico “furto d’identità”, per il quale viene arrestato e messo in carcere. Quindi ai domiciliari. E poi ancora dietro le sbarre. E processato. Per una rapina che non aveva commesso.

Vivere l’esperienza del carcere può cambiare la vita. Soprattutto se non si è colpevoli. In studio Alberto Matano ricostruirà le singole vicende e introdurrà filmati, composti da fiction, interviste e materiali di repertorio, che accompagneranno lo sviluppo della narrazione. Il racconto attraverserà tre fasi della vita dei protagonisti chiaramente distinte: il periodo che precede lo sconvolgente episodio dell’arresto, la detenzione e l’iter giudiziario e la scarcerazione per riconosciuta innocenza. Al temine di questo percorso interverrà in studio il protagonista, che aggiungerà alla narrazione elementi sulla vita presente, sui problemi che si affrontano dopo un’ingiusta condanna e detenzione e sulla risposta personale ed esistenziale che segue, in modo soggettivo, ad un’esperienza così drammatica e dolorosa.

Filippo Facci su “Libero Quotidiano” il 28 gennaio 2017: Danno giudiziario. Due esempi di come certa magistratura sia fuori dal mondo. Primo esempio: l'Anm (sindacato che difende i privilegi delle toghe) ora protesta perché vuole che il pensionamento sia esteso oltre i 70 anni, mentre tutti gli italiani, che alla pensione faticano ad arrivarci, ambiscono al contrario. Intanto straparla di «autonomia e indipendenza della magistratura». E da qui il secondo esempio, che ci ha raccontato l'avvocato Giuseppe Lipera. Nel 2012 un maresciallo dei Carabinieri di Enna viene arrestato da altri carabinieri di Enna. L' accusa non è leggerina: ricettazione, detenzione di armi e droga e legami mafiosi. Finisce nel carcere militare e si va a processo, e neanche quello è una cacchiata: quattro anni e mezzo di dibattimento dopo il quale il Tribunale di Enna accoglie le richieste del pm e lo assolve con formula piena. Il maresciallo viene riammesso in servizio. Non solo: anche la Direzione Distrettuale Antimafia, che frattanto aveva indagato per anni, decide di archiviare ogni accusa pendente contro il maresciallo. Tutti felici? Manco per idea: la giustizia ha fatto ampiamente il suo corso (carabinieri contro un carabiniere, processo, indagini della Dda) ma arriva la procura generale di Caltanissetta che propone appello, cioè vuole che il processo venga rifatto. In sintesi: una procura chiede e ottiene l'assoluzione di un imputato in primo grado e un' altra procura si batte per farlo condannare in secondo grado. Ecco, questa «autonomia» e «indipendenza» esiste solo da noi.

Storia kafkiana di un condannato che non è stato mai imputato, scrive Paolo Delgado il 17 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Era un operaio della coop di Buzzi, lo hanno rovinato senza un processo e gli hanno tolto il lavoro. Franco La Maestra è un ex brigatista che avendo rifiutato sia il pentimento che la dissociazione, ha scontato per intero la sua condanna. Una volta libero diventa socio della Cooperativa 29 giugno fondata da Salvatore Buzzi. La Maestra non è uno dei capi della cooperativa: fa l’operaio addetto al recupero rifiuti. Ma il giorno in cui Buzzi finisce in manette, 2 dicembre 2014, La Maestra è nella sede della cooperativa e sulla porta incrocia Buzzi. Il presidente della cooperativa gli rivolge qualche parola che poi, debitamente intercettata, assume una valenza poco proporzionata. Da quel momento, almeno secondo l’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale, La Maestra diventa il braccio destro di Buzzi. L’uomo non verrà mai inquisito né indagato, eppure il Tribunale dispone la sua sospensione dal servizio «per motivi di ordine pubblico». Per valutare l’inchiesta che ha fatto tremare Roma sin dalle fondamenta bisognerà aspettare la sentenza di primo grado e forse non basterà neppure quella. Ma che la corte d’assise accetti o meno l’azzardato impianto accusatorio del processo Mafia Capitale, quello che ha trasformato in storia di criminalità organizzata quella che all’apparenza sembrerebbe una vicenda di ‘ normale’ corruzione, non sarà indifferente, anche se solo dopo il terzo grado di giudizio si potrà definitivamente avvalorare quell’impianto che in quel caso finirebbe senza dubbio per fare scuola. Però non c’è bisogno di aspettare la sentenza per rendersi conto che quel capo d’imputazione incandescente ha prodotto alcuni esiti nefasti, dei quali bisognerebbe tenere conto, per evitarli in circostanze simili, indipendentemente dal fatto che la corte accetti o meno l’impostazione della procura di Roma. Un caso esemplare è quello di Franco La Maestra, ex brigatista rosso che avendo rifiutato sia il pentimento che la dissociazione, ha scontato per intero e sino all’ultimo giorno la sua condanna a 14 anni e mezzo di carcere. Una volta libero, la maestra diventa socio della cooperativa 29 giugno fondata da Salvatore Buzzi, il perno stesso dell’inchiesta Mafia Capitale. La Maestra non è uno dei capi della cooperativa. Fa l’operaio addetto al recupero rifiuti. In un’intercettazione si sentono lui e un compagno di lavoro lamentarsi senza mezzi termini perché «ci trattano come bestie da soma». Il giorno in cui Buzzi finisce in manette, 2 dicembre 2014, La Maestra è nella sede della cooperativa per una vertenza sindacale di quelle dure, con tanto di scioperi, e sulla porta incrocia Buzzi in manette. Il presidente della cooperativa gli rivolge qualche parola che poi, debitamente intercettata, assume una valenza poco proporzionata. Buzzi invita a «non litigare» e ordina di tenere lontano Giovanni Campennì, indicato dagli inquirenti come uomo della ‘ ndrangheta e elemento di raccordo tra il clan Mancuso e la super cooperativa di Buzzi: «Non lo voglio tra i piedi». Buzzi aggiunge alla raccomandazione di non litigare una frase, «Adesso il capo sei tu», che secondo l’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma sarebbe rivolta proprio a La Maestra e che secondo quest’ultimo era invece indirizzata al gestore del servizio. Essendo poco credibile il salto repentino da operaio semplice addetto alla raccolta differenziata dei rifiuti a ‘capo’ è probabile che La Maestra dica la verità. Anche perché, capo o non capo, è un fatto che Franco La Maestra non solo non verrà mai inquisito per i fatti di Mafia Capitale ma neppure indagato. Ciò nonostante quasi un anno più tardi, il 30 ottobre 2015, la sezione Misure di Prevenzione dispone la sua sospensione dal servizio e dalla retribuzione «per motivi di ordine pubblico», che diventa operativa il giorno seguente. Da questo momento si configura una di quelle situazioni proverbialmente definite ‘kafkiane’. La Maestra, pur non essendo oggetto di alcun provvedimento penale, è indicato come persona che mantiene «rapporti con la ‘ ndrangheta» e svolge un «ruolo di primo piano nella gestione criminale della cooperativa». Dovrebbe difendersi, ma non essendo né inquisito né indagato mica è facile. Non può accedere al fascicolo, non può spiegare e chiarire durante un interrogatorio, non sa a chi rivolgersi. In compenso è privo di stipendio, non gode di alcun ammortizzatore sociale e a rigore non è neppure un disoccupato, essendo stato solo «sospeso» e non licenziato. Potrebbe licenziarsi da solo, ma sospetta che con sulle spalle una sospensione spiegata con quelle motivazioni trovare un nuovo lavoro non gli sarebbe facile. Quindi prova a impugnare la sospensione. Solo che in questi casi a decidere sull’impugnazione è il presidente della stessa sezione Misure di Prevenzione che ha disposto l’ordinanza, e ci mancherebbe solo che non si desse ragione da solo. Quindi respinge, è la motivazione rende ancora più surreale il quadro: «Si deve rilevare che i provvedimenti del giudice delegato in un procedimento di prevenzione sono provvedimenti sostanzialmente amministrativi / autorizzativi / dispositivi emessi per la gestione dei beni sequestrati nell’ambito del procedimento di prevenzione e non rientrano tra i provvedimenti di prevenzione espressamente previsti dal Dlvo 159/ 2011… Si tratta, dunque, di atti liberi, che non sono e non possono essere inquadrati in ipotesi tipizzate come misure di prevenzione». In questo modo, per il soggetto in questione, il non essere indagato diventa per magia giuridica un punto di massima debolezza invece che un sostegno. Non essendo indagato e non essendo quindi sottoposto ai «provvedimenti di prevenzione espressamente previsti» non può fare altro che sperare in qualche miracolo, nel frattempo cercando di cavarsela senza reddito di sorta.

«Sta morendo, scarceratelo». Udienza rinviata e lui muore, scrive Damiano Aliprandi il 25 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Stefano Crescenzi, 36 anni, era intubato. Ma per i giudici «poteva fuggire». L’avvocato aveva presentato richiesta di scarcerazione e cura in un luogo più idoneo. I magistrati non l’hanno scarcerato nonostante i medici avessero certificato che fosse in pericolo di vita. Avevano fissato per il 25 gennaio l’udienza del Riesame per discutere l’istanza di scarcerazione, ma Stefano Crescenzi è morto il 23. L’uomo, 36 anni, era un detenuto in attesa di giudizio e in fin di vita in ospedale. L’avvocato aveva presentato l’istanza di scarcerazione e cura in un luogo più idoneo. La Corte d’Assise aveva rigettato l’istanza, perché, secondo i magistrati, permanevano le condizioni per l’esigenza di cautela processuale. Le sue condizioni poi sono peggiorate sempre di più, tanto che gli avvocati difensori hanno tentato di ottenere un’altra istanza di scarcerazione. L’urgentissima richiesta formulata dagli avvocati – con la certificazione sanitaria dell’11 gennaio dell’ospedale Don Bosco di Napoli che attestava l’imminente pericolo di vita – ancora non ha ricevuto risposta. In attesa dell’udienza definitiva, la revoca non è arrivata e Stefano Crescenzi è morto. Era in custodia cautelare dopo la condanna di primo grado, alla pena di anni 23 di reclusione, Corte di Assise di Roma per l’omicidio di Giuseppe Cordaro avvenuto a Roma in via Aquaroni. A causa delle sue gravissime condizioni di salute, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva ritenuto che Crescenzi non potesse rimanere in un istituto penitenziario ordinario e ha deciso il suo trasferimento dalla casa circondariale di Livorno al centro clinico della casa circondariale di Napoli – Secondigliano. Il peggioramento, però, proseguiva. Infatti, subito, i sanitari del centro clinico della struttura penitenziaria napoletana si erano resi conto che non avrebbero potuto assicurare le cure necessarie al detenuto, le cui condizioni diventavano incontrollabili. Così, la direzione sanitaria del penitenziario partenopeo aveva deciso il trasferimento all’ospedale Cardarelli di Napoli, e, di lì, ancora, infine, in condizioni a dir poco preoccupanti, all’ospedale don Bosco di Napoli. Ma il quadro clinico di Stefano Crescenzi non è mai migliorato e, secondo l’avvocato, la struttura non era idonea per la cura della patologia dell’uomo. Della vicenda se ne era occupato già Il Dubbio. Ad ottobre dello scorso anno, l’avvocato aveva presentato istanza di scarcerazione e cura in un luogo più idoneo, ma dopo quattro giorni l’istanza era stata rigettata. Secondo la Corte d’Assise rimaneva il pericolo sia di fuga che di recidiva. Un rigetto che lasciò di stucco l’avvocato difensore Dario Vannetiello del Foro di Napoli. Raggiunto da Il Dubbio, l’avvocato Vannetiello spiegò di aver inoltrato alla Corte la richiesta di «poter adottare con la massima urgenza tutte le iniziative opportune per salvare la vita del detenuto e, comunque, revocare la misura in atto o sostituire la stessa disponendo gli arresti domiciliari, anche sotto controllo del braccialetto elettronico, per curarlo presso un centro altamente specializzato per le cure della patologia da cui risulta affetto». L’avvocato, partendo dai presupposti di custodia cautelare: rischio di inquinamento prove, pericolo di fuga e rischio di reiterazione del reato sottolineò: «Per l’inquinamento di prove il rischio è superato avendo già la condanna di primo grado, per le altre due esigenze è impossibile che ci sia il rischio visto che attualmente è in coma con tanto di ventilazione e alimentazione artificiale». Ma la Corte decise che sussistevano le esigenze di custodia cautelare e che il detenuto doveva rimanere nell’ospedale dov’era in cura visto che, per le sue gravissime condizioni cliniche, era assolutamente impossibile il suo trasferimento. Siccome le condizioni di Stefano Crescenzi continuavano a peggiorare, il 19 gennaio i difensori hanno depositato un’altra istanza, stavolta alla Corte d’assise d’appello. Richiesta, quest’ultima, corredata della certificazione sanitaria dell’ospedale «attestante che il detenuto era in imminente pericolo di vita». Nel frattempo, il 13 gennaio, c’era stata un’udienza davanti al Riesame, ma i giudici, riferiscono gli avvocati, anche se «avevano già ricevuto l’allarmante comunicazione dei sanitari del San Giovanni Bosco circa il rischio di morte del Crescenzi, hanno deciso di conferire un incarico peritale rinviando all’udienza del 25 gennaio». Data a cui il 36enne non è arrivato vivo.

La bambina ha un anno, è malata ma per i giudici deve restare in carcere, scrive Damiano Aliprandi il 26 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Il caso nel penitenziario di Cagliari. La madre è una rom condannata per piccoli reati e la piccola ha bisogno di cure. È una storia incredibile. Incredibile ma verissima: C’è una bambina piccola piccola, che ha appena 14 mesi e ha subito da poco un’operazione chirurgica abbastanza complicata alla bocca e al palato. Ha bisogno di cure continue. Non può averle. Perché? Perché vive in prigione. Sì: in cella, a Cagliari, con la sua mamma, una giovane donna rom che ha subito varie piccole condanne, ma che sommate l’una all’altra le costano otto anni. Il caso, che francamente è clamoroso, è stato denunciato da Maria Grazia Caligaris, presidente dell’Associazione “Socialismo Diritti Riforme” che si occupa dei diritti dei detenuti nelle carceri sarde. Una bambina di 14 mesi ha bisogno di cure perché ha subito un intervento chirurgico piuttosto delicato alla bocca e al palato. Ma è in carcere con la madre e queste cure non può riceverle. La donna – che è una rom – ha subìto una serie di condanne definitive per reati minori, ma le condanne si sono accumulate fino ad arrivare a otto anni di reclusione. A denunciare la vicenda è Maria Grazia Caligaris, presidente dell’Associazione “Socialismo Diritti Riforme” che si occupa dei diritti dei detenuti nelle carceri sarde. «Da una settimana, la bambina è rinchiusa con la giovane madre nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari- Uta – dice Caligaris -, la piccola, che ha subito di recente un intervento chirurgico di labiopalatoschisi, necessita di particolari condizioni igienico- sanitarie e nutrizionali. La sua permanenza in carcere, nonostante l’impegno delle agenti, dei medici e degli infermieri, risulta inaccettabile. Le Istituzioni devono farsi carico di trovare una sistemazione alternativa alla donna e alla bambina». Sottolinea sempre la presidente di Sdr: «Madre e figlia sono assistite con professionalità e tenerezza, ma la situazione è tuttavia molto delicata perché la bimba deve essere costantemente monitorata e le visite pediatriche in ospedale possono avvenire solo con la scorta in un momento in cui peraltro il numero del personale penitenziario è ridotto all’osso. Per quanto possano esservi esigenze cautelari gravi una madre con una creatura di 14 mesi, e altri due bambini in tenera età, non può stare in carcere e le istituzioni devono farsi carico di trovare delle strutture a custodia attenuata». Ci sarebbe l’Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri) ma è dislocato purtroppo in una località periferica e richiede la presenza costante di agenti della polizia penitenziaria. E allora. Dice la Calligaris: «Esistono alternative alla detenzione carceraria che non possono essere ignorate». Nonostante gli sforzi del ministro della Giustizia per risolvere la questione dei bambini dietro le sbarre, i numeri ancora risultano alti. Secondo l’ultima proiezione messa a disposizione dal ministero della Giustizia, al 31 dicembre del 2016 all’interno delle carceri italiani sono detenuti 37 bambini. Sempre dalla stessa statistica risulta che ad oggi gli Icam attualmente sono a Torino ‘Lorusso e Cutugno’, Milano ‘ San Vittore’, Venezia ‘ Giudecca’ e a Cagliari. Quest’ultimo, come ha denunciato la presidente di Sdr, si trova in una località periferica e quindi presenta delle criticità logistiche. Quella di portare i figli in carcere è una possibilità prevista dalla legge 354 del 1975, per le madri di bambini da 0 a tre anni. Il senso è quello di evitare il distacco o, per lo meno, di ritardarlo. Ma gli effetti su chi trascorre i suoi primi anni di vita in cella sono devastanti e permanenti. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva affrontato il problema dei bambini in carcere avviando a Milano la sperimentazione di un tipo di istituto a custodia attenuata per madri. Tale modello è stato realizzato in una sede esterna agli istituti penitenziari, dotata di sistemi di sicurezza non riconoscibili dai bambini. Ad oggi il governo ancora non ha adeguatamente investito in tali strutture esterne al carcere e quindi decine di bambini sono costretti a vivere dentro le patrie galere. L’altro problema è quello della troppo ampia discrezionalità dei magistrati di sorveglianza. Nonostante la legge contempli anche la detenzione domiciliare per le detenute madri, non sempre il magistrato la concede. Uno dei motivi principali è anche la residenza inesistente oppure inadatta, e colpisce soprattutto le detenute straniere e rom come nel caso denunciato da Caligaris. Per sanare questo problema, la legge contempla anche la realizzazione delle case famiglia protette. Ad oggi ne è stata realizzata solo una grazie al finanziamento di 150 mila euro da parte della fondazione Poste insieme onlus. Si chiama “Casa di Leda “ed è un edificio confiscato alla mafia nel quartiere romano dell’Eur. Ancora non è operativa, ma il comune di Roma ha promesso che lo sarà al più presto.

Se il bullo lo trovi in tribunale, scrive Piero Sansonetti il 24 gennaio 2017 su "Il Dubbio". La storia, raccontata sulla terza rete, di una donna sbattuta in cella e poi presa in giro dal pm: «Il carcere è una bella esperienza». Vietato far nomi. Il Pm che l’aveva fatta arrestare senza avere in mano neppure lo straccio di un indizio sulla sua colpevolezza, non ha pensato di chiedere scusa per la propria leggerezza: gli è sembrato più ragionevole rivendicare il proprio atteggiamento e suggerire alla vittima, alla quale aveva rovinato la vita, di ringraziare per il trattamento ricevuto. La vittima, ingrata, non ha ringraziato sua eccellenza. L’altro giorno Selvaggia Lucarelli ha scritto un articolo molto bello sul “Fatto quotidiano” (beh, per una volta anche noi parliamo bene del “Fatto”…) nel quale racconta un episodio tremendo di bullismo tra i bambini del collegio – prestigiosissimo – San Carlo di Milano, e se la prende con le autorità scolastiche e coi giornali che invece di parlare di bullismo parlano di “situazioni di emergenza educativa”. La Lucarelli osserva, con tristezza, che bulli sono solo i teppisti di periferia, se invece sei di buona famiglia e fai il gradasso violento, è meglio trovare un altro termine per parlare di te. Già. Se poi non solo sei di buona famiglia, ma sei un magistrato, meglio non parlarne affatto…Per fortuna è venuta la terza rete della Rai a raccontarci questo episodio, che davvero è sconvolgente. E però anche la terza rete della Rai ha voluto tenere un velo, un piccolo velo. Come si chiama questo pubblico ministero? Non si sa. Perché se un medico sbaglia un’operazione finisce subito sul giornale, con nome, cognome, fotografia, nomi dei parenti… perché se un professore sbaglia a comportarsi con gli allievi, o un ingegnere a fare dei calcoli, o un giornalista scrive una notizia non vera, il professore e l’ingegnere e il giornalista vengono processati in pubblico, e se invece un magistrato rovina la vita a un poveretto, o a una poveretta, ha diritto non solo a non risponderne davanti alla legge ( perché la responsabilità civile, nonostante leggi varie e riforme varie delle leggi, praticamente non esiste) ma neppure dinnanzi all’opinione pubblica? Sarebbe logico il contrario. Che su chi detiene un potere più grande ricada una responsabilità più grande. Invece, se sei un furbetto del cartellino a 1300 euro al mese, e ti beccano, puoi essere crocifisso, mostrato in Tv, seguìto per strada dalle telecamere dei giornalisti di assalto. Se sei un magistrato hai diritto alla privacy. La storia di questo Pm e questa signora di Lodi è stata raccontata molto bene, sabato sera, dalla trasmissione “Io sono innocente” sul terzo canale della Rai. E commentata in modo saggio e adeguato da Alberto Matano, che conduce in studio. Dico subito che questa trasmissione, che va in onda il sabato sera, è assai bella, avvincente e merita applausi (ma anche qualche critica, come quella che è stata rivolta su queste colone, lunedì scorso, da Francesco Petrelli, e che qui ribadiamo: la malagiustizia non cade dal cielo ma ha dei colpevoli con nome e cognome). Succede che in un ente pubblico viene firmata una autorizzazione che non dovrebbe essere autorizzata. Il responsabile sostiene che la firma non è sua ma è stata falsificata ed è stata falsificata da una dipendente, che sarebbe, appunto, quella giovane signora di cui parlavamo all’inizio dell’articolo. Il Pm ci crede e manda i carabinieri, in piena notte, ad arrestare questa signora, ignara e incensurata. La quale senza neanche capire cosa sta succedendo viene sbattuta in cella. Indicata al paese intero come truffatrice. Moralmente linciata. Costretta a dimettersi dal posto di lavoro. Terrorizzata. E poi, dopo 22 giorni, sottoposta alla perizia calligrafica e del tutto prosciolta. E finalmente scarcerata. Non si poteva fare prima la perizia? C’era bisogno di arrestare una ragazza incensurata perché accusata da un suo superiore di aver falsificato una firma? Non bastava, eventualmente, un avviso di garanzia? Perché sono stati necessari 22 giorni di cella per accertare una verità evidentissima sin dall’inizio? E come può permettersi un Pm che ha tenuto per tre settimane un’innocente in cella, di prenderla pure in giro con quella affermazione sull’esperienza formativa del E’ del tutto evidente che questo caso non è indicativo del comportamento della magistratura. Sono sicuro che parecchi magistrati l’altra sera hanno visto la trasmissione di Rai tre e si sono indignati esattamente quanto me, per il comportamento del loro collega. Però la questione resta aperta: dal momento che la magistratura (e spesso il singolo Pm) ha un potere enorme sulle nostre vite (come ha detto giorni fa alla Camera il ministro Orlando), ha anche il potere di ferirle in modo permanente e irreparabile, è giusto che i magistrati esercitino il loro potere in assoluta discrezionalità e senza temere che un loro errore possa minimamente danneggiarli né scalfire la loro immagine? E’ utile che una società sia organizzata in modo che tutti sono uguali, tutti devono rispondere di ciò che fanno, tranne una piccola categoria di persone che invece gode del privilegio di poter svolgere il proprio lavoro senza che nessuna entità “esterna” possa giudicarlo? Tutto ciò non introduce nella comunità in cui viviamo un elemento di evidente autoritarismo, che riduce considerevolmente lo stato di diritto? Molto recentemente è stato proprio il numero 1 della magistratura italiana, Giovanni Canzio, a lamentarsi con il Csm perché quando da un giudizio su un magistrato, nel 99,9 per cento dei casi da un giudizio positivo. Cioè a lamentarsi per lo stato di “non controllo” nel quale i magistrati svolgono i loro compiti. Ha perfettamente ragione, Canzio. Ed è molto importante che questa osservazione giunga dall’interno della magistratura. Forse però anche noi dovremmo scrollarci di dosso tante paure, non farci più intimidire. Dico noi giornalisti, noi cittadini, noi avvocati. La signora di Lodi è stata linciata per giorni e giorni dai mezzi di informazione. Nessuno invece, a partire dalla Tv, ha messo in pubblico il nome del magistrato, che è proibito chiamare “Bullo” come i bambini del San Carlo in stato di disagio educativo (per il Pm potremmo parlare di disagio giudiziario…). P. S. Il secondo caso trattato nella trasmissione di Rai- tre sabato sera riguardava un ragazzo di 22 anni arrestato il giorno del funerale di suo fratello (ucciso dalla camorra) e accusato di avere ucciso a sua volta l’assassino di suo fratello. Non era vero. Si è fatto nove anni di prigione. Nessuno sa come mai non sia impazzito. Dopo nove anni il vero killer ha confessato e fornito i riscontri, e lui è stato scarcerato. Non ha ancora ricevuto il risarcimento.

Quinto appuntamento con il programma televisivo che dà voce a quanti hanno vissuto l'esperienza traumatica del carcere da innocenti. I casi di stasera, scrive Valentina Addesso su "Italia Post" il 4 febbraio 2017. Un nuovo appuntamento su Rai3, con la trasmissione che dà spazio a quanti sono stati in carcere senza aver commesso nessun reato. Errori della giustizia pagati a caro prezzo. Vediamo insieme le anticipazioni dei casi che verranno trattati questa sera nella quinta puntata di “Sono Innocente”. Persone normali, che vivono la loro vita come ognuno di noi, che si ritrovano in carcere per reati che non hanno mai commesso. Sono queste le storie e le testimonianze che vengono raccontate dai protagonisti della trasmissione “Sono Innocente”. Questa sera, con la conduzione di Alberto Matano, conosceremo due importanti casi, quello di Anna Maria Manna e quello di Antonio Lattanzi.

Il primo caso vede come protagonista una donna, all’epoca dei fatti 30enne, che alcuni anni fa fu coinvolta nelle indagini di pedofilia a danno di bambini delle scuole elementari. Il fatto accadde a Palagiano, un paesino pugliese in provincia di Taranto. Alcuni bambini raccontarono alle maestre di festini a sfondo sessuale con alcuni adulti. Erroneamente tra le persone coinvolte venne additata anche Anna Maria Manna, che trascorse 15 giorni in carcere, prima a Torino e poi a Taranto. Un’esperienza molto dolorosa per la donna, che fu accusata di pedofilia, minacciata ed emarginata, fino a quando non fu richiesto l’incidente probatorio, da parte del pubblico ministero, che la scagionò da ogni accusa. 

Il secondo caso che verrà trattato durante la serata, è quello di Antonio Lattanzi, nel 2002 assessore comunale de L’Aquila, che fu accusato di tentata concussione dalla Procura de L’Aquila e successivamente arrestato. Dopo esser stato scagionato dal Tribunale del Riesame, il Gip emise altre tre ordinanze e lo ripotò in galera. Arrestato quattro volte, Antonio Lattanzi ha passato circa tre mesi in carcere per reati mai commessi.

Martinsicuro, la storia di Toni Lattanzi a “Sono innocente”, su Rai3, scrive Lino Nazionale il 4 febbraio 2017 su "City Rumors". Oltre 80 giorni trascorsi in carcere, da innocente. La storia di Toni Lattanzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune di Martinsicuro questa sera alle 21,10 su Rai3 nella trasmissione “Sono Innocente”, condotta da Alberto Matano. Sarà ricostruita la terribile vicenda di Lattanzi che nel 2002 venne arrestato con pesanti accuse come la tentata concussione. Una vicenda giudiziaria carica di errori, complice anche false testimonianze che miravano a mettere nei guai Toni Lattanzi, oggi responsabile provinciale del movimento politico Noi con Salvini. 83 giorni trascorsi in carcere, durante i quali l’ex assessore ha covato anche propositi per farla finita. Ma ha combattuto la sua battaglia, lo ha fatto fino in fondo sino a quando la giustizia, seppur pachidermica e bradipa nel suo percorso, alla fine è riuscita ad accertare la verità. E così la vicenda di Toni Lattanzi, che ha fatto scalpore in Italia, torna nuovamente in Tv nel programma di successo “Sono Innocente” che tratta casi giudiziari e storie umane di persone che hanno dovuto trascorrere parte della loro vita dietro le sbarre. Oggi Toni Lattanzi è tornato ad essere un uomo attivo politicamente e conduce le sue battaglie a favore delle fasce più deboli. E soprattutto combatte per un giustizia vera.

La storia di Antonio Lattanzi e Anna Maria Manna. Due ennesimi casi di malagiustizia, scrive "Il Corriere del Giorno" il 5 febbraio 2017. Due incredibili vergognosi storie di errori giudiziari che hanno visto Anna Maria Manna e Toni Lattanzi “vittime” di due dei tanti casi di malagiustizia italiana. Una vera e propria odissea per Lattanzi durata dieci anni, con 4 arresti consecutivi, trascorrendo 83 giorni di ingiusta carcerazione, mentre alla Manna per la sua vicenda inesistente toccarono solo 15 giorni di carcere. Dopo aver seguito l’ultima puntata odierna del programma “Sono innocente” (RAI 3) condotto dal giornalista Alberto Matano, che si è occupata ieri di  Antonio Lattanzi, l’ex-assessore ai lavori pubblici di Martinsicuro (Teramo) , il quale ha raccontato il suo personale “folle” caso di persecuzione giudiziaria, Una vera e propria odissea durata  dieci anni, con 4 arresti consecutivi, trascorrendo 83 giorni di ingiusta carcerazione, vittima di atti giudiziari (o meglio di ripicca) conseguenziali alle altrettante decisioni del Tribunale del Riesame che annullava le folli teorie del solito pubblico ministero a caccia di protagonismo, con chi un magistrato ha manifestato in realtà  la propria incapacità investigativa. L’incredibile vergognosa storia giudiziaria che ha visto Toni Lattanzi “vittima” di uno dei tanti casi di malagiustizia italiana, è stata trattata anche dal docufilm “Non guardarmi indietro” realizzato dal regista Francesco Del Grosso, era stata seguita dal programma televisivo “Le Iene” (Italia1), ora si appresta a diventare un libro. “Non auguro a nessuno – dice Lattanzi al quotidiano Il Messaggero – quello che ho passato io. E non smetterò mai di ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini in questi lunghi anni, in primis la mia famiglia, e tutte quelle persone che continuano a tenere alta l’attenzione, come l’associazione ErroriGiudiziari.com “. “Quando mi chiamano a partecipare a queste trasmissioni – continua Lattanzi – lo faccio sempre volentieri perchè spero sempre con tutto il cuore che questi errori (o abusi? n.d.r.)  non si ripetano più in futuro . Credo poi che sia doveroso lanciare un messaggio di speranza a chi dovesse trovarsi in questa drammatica situazione. Vi assicuro che è dura, anche dopo l’assoluzione piena, dover combattere lo stesso contro i sommari giudizi della gente, ci vuole una grande forza d’animo per uscirne e tornare a vivere”.

Un altro caso trattato è stato quello di Anna Maria Manna avvenuto in Puglia. Nel 1999 il paese di Palagiano (Taranto) venne sconvolto da un’inchiesta giudiziaria: dei bambini di una scuola elementare confessarono alle proprie maestre di aver partecipato a dei festini a sfondo sessuale con degli adulti. Nell’inchiesta venne coinvolta anche Anna Maria Manna, una giovane trentenne, perché, sebbene confusamente, viene riconosciuta tra le foto mostrate dagli investigatori. La Manna passò 15 giorni in carcere, prima a Torino, dove si trovava per un concorso pubblico proprio in uno dei giorni in cui era svolto uno dei “festini”, poi trasferita a Taranto. Viene additata come una pedofila, emarginata e minacciata. “Non so assolutamente perchè sono finita nell’inchiesta ha dichiarato la Manna. Il suo legale Antonio Orlando ha evidenziato gli errori “In un passaggio viene chiesto ad un bambino se avesse toccato la donna e dove. Il bambino risponde: sul naso”. Ma nelle trascrizioni compare ben altro: “davanti”. Il difensore della Manna ha trovato molte altre incongruenze con le trascrizioni. Solo un bambino sostiene di aver visto la Manna fare l’amore con un uomo. “Mi accusarono di essere in una di queste feste. Mentre io ero a Torino. Ma questo non bastò agli inquirenti. Grazie all’incidente probatorio, richiesto dal suo legale, si riuscì a provare la sua innocenza.  Infatti i bambini non la riconoscono. E’ la fine di un incubo. Ma chi ha pagato per questo errore giudiziario? Solo la povera Anna Maria. Che è stata risarcita dallo Stato con 63mila euro. La sua storia venne trattata anche in un precedente programma della RAI “Presunto colpevole”. Guardando gli abusi e follie giudiziarie del magistrato che ha ordinato per ben 4 volte la carcerazione del povero Lattanzi, abbiamo pensato alla richiesta di arresti del nostro Direttore formulata da due pubblici ministeri  dalla Procura di Taranto sulla base del nulla (rigettata dal Gip del Tribunale ), entrambe evidentemente a caccia di protagonismo mediatico (soltanto ?)  , le quali adesso dovranno rispondere del loro operato  dinnanzi alle Magistrature ed Autorità competenti, ci viene spontaneo chiedersi: ma è questa la “giustizia” di cui parla l’ ANM – Associazione Nazionale Magistrati ? Quando avremo anche in Italia una “giustizia giusta”, e soprattutto quando i magistrati saranno chiamati a rispondere dei loro abusi, omissioni e soprusi. Nei Paesi civili tutto questo non accade…

Sono Innocente, i casi di Giuseppe Giuliana e di Sandra Maltini, scrive Luca Fusco il 18 febbraio 2017. Torna Sono Innocente con la sesta puntata, Alberto Matano parla delle ingiustizie subite da Giuseppe Giuliana e Sandra Maltini. Giuseppe Giuliana e Sandra Maltini sono i protagonisti che hanno subito quelle che Alberto Matano ci racconta come storie di “giustizia ingiusta” nelle analisi e ricostruzioni della sesta puntata di Sono Innocente che torna in onda stasera in tv sabato 18 febbraio dopo la sosta della scorsa settimana per il Festival di Sanremo. 

Sandra Maltinti, architetto di 61 anni, è stata arrestata nel 2004 per una storia di tangenti sull’isola d’Elba. Sconta 72 giorni di carcere e 15 ai domiciliari prima che il suo caso venga di nuovo sottoposto a giudizio. L’indagine che la vede coinvolta si riferisce al comune di Portoferraio dove, secondo l’accusa, si era creato un comitato d’affari che, con la complicità di alcuni imprenditori, gestiva il potere e che vedeva coinvolti il sindaco, gli esponenti della sua amministrazione e il capo dell’ufficio tecnico, Sandra Maltinti, appunto. Viene trasferita nel carcere di Sollicciano con l’accusa di aver favorito degli imprenditori con concessioni edilizie e svendite di terreni in cambio di sostegno elettorale. Solo l’8 luglio 2008 arriva la sentenza di assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Ha scritto un libro nel quale affronta la vita in cella, le compagne, gli hobby che servono per sopravvivere e il malessere per la libertà persa ingiustamente.

Cinque anni di carcere più 2 anni e 5 mesi con l’obbligo di dimora e divieto di espatrio per un omicidio mai commesso. Un errore giudiziario per il quale Giuseppe Giuliana, bracciante agricolo di 50 anni originario di Canicattì (Agrigento), ha chiesto e ottenuto un risarcimento dallo Stato di 500.000 euro. Riconosciuto colpevole in primo grado dalla Corte di Assise il 4 luglio 1997, la sentenza venne confermata anche dalla Corte di Appello: condanna a 19 anni di reclusione per omicidio, detenzione e porto d’armi da fuoco, rapina aggravata. Giuseppe Giuliana ha continuato a proclamarsi innocente tanto da riuscire a far riaprire il caso… che si è concluso con una sentenza di assoluzione da parte della Corte d’Assise d’Appello di Catania il 6 dicembre 2014. Ora si sta lentamente ricostruendo una vita.

Sono Innocente, quando la giustizia diventa ingiustizia. Vivere l’esperienza del carcere può cambiare la vita. Soprattutto se non si è colpevoli. In studio Alberto Matano ricostruirà le singole vicende e introdurrà filmati, composti da fiction, interviste e materiali di repertorio, che accompagneranno lo sviluppo della narrazione. Il racconto attraverserà tre fasi della vita dei protagonisti chiaramente distinte: il periodo che precede lo sconvolgente episodio dell’arresto, la detenzione e l’iter giudiziario e la scarcerazione per riconosciuta innocenza. Al temine di questo percorso interverrà in studio il protagonista, che aggiungerà alla narrazione elementi sulla vita presente, sui problemi che si affrontano dopo un’ingiusta condanna e detenzione e sulla risposta personale ed esistenziale che segue, in modo soggettivo, ad un’esperienza così drammatica e dolorosa.

Settimo appuntamento con il programma “Sono Innocente” in onda su Rai 3 che racconta, con la conduzione di Alberto Matano, tutte quelle storie di cattiva giustizia che hanno costretto uomini e donne innocenti a scontare la pena del carcere, scrive Valentina Addesso il 25 febbraio 2017 su "Italia Post". Che sia di pochi giorni o lunga diversi anni, l’esperienza del carcere segna sempre in modo negativo e totale la vita di una persona. I casi che verranno raccontati questa sera sono due, quello di Gerardo De Sapio e quello di Vittorio Luigi Colitti.

Brigadiere dei Carabinieri di Avellino, Gerardo De Sapio, nel 2008 venne accusato di per favoreggiamento al clan mafioso dei Genovese. Lui, da trent’anni impegnato a combattere la criminalità organizzata, venner arrestato dai suoi colleghe per volere del Dda di Napoli. Gerardo trascorrerà 19 lunghi giorni nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. L’incubo finirà, con la restituzione dell’onore della carriera, soltanto nel 2009, quando il Tribunale di Napoli lo dicharerà assolto per non aver commesso il fatto.

Vittorio Luigi ha trascorso ben quattordici mesi presso l’istituto penale minorile di Bari quando, ancora minorenne, venne accusato di omicidio (in concorso con suo nonno Vittorio) di Giuseppe Basile, consigliere dell’Italia dei Valori, assassinato davanti alla sua abitazione in provincia di Lecce. Il ragazzo, scagionato e riteuto innocente, soffrea ancora oggi di stress post traumatico di grado severo e di attacchi di panico, sengno lasciato dalla brutta esperienza del penitenziario in una fase molto delicata ed importante della vita come quella dell’adolescenza.

Sono Innocente, i casi di Gerardo De Sapio e di Vittorio Luigi Colitti stasera su Rai 3, scrive Luca Fusco il 25 febbraio 2017. Settima puntata di Sono Innocente questa sera sabato 25 febbraio su Rai 3 con Alberto Matano le ingiustizie su Gerardo De Sapio e di Vittorio Luigi Colitti. Gerardo De Sapio e Vittorio Luigi Colitti sono i protagonisti, a malincuore, stasera in tv sabato 25 febbraio di quelle ingiustizie che Alberto Matano ci racconta come storie nelle analisi e ricostruzioni della settima puntata di Sono Innocente che torna in onda su Rai 3 dopo le 21 in prima serata. La puntata può essere vista anche in streaming, da pc, tablet e cellulari su Rai 3 Play mentre on demand dopo la mezzanotte su Rai Repley.

Vittorio Luigi Colitti ha trascorso oltre quattordici mesi presso l’istituto penale minorile di Bari per un omicidio che non ha mai commesso. Infatti, ancora minorenne, è stato accusato (in concorso con il nonno Vittorio) dell’omicidio di Giuseppe Basile, consigliere dell’Italia dei Valori, assassinato davanti alla sua abitazione a Ugento – in provincia di Lecce – la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Il giovane è stato assolto per ben due volte. La sentenza è diventata definitiva e irrevocabile il 28 maggio 2013. Una vicenda che ha segnato per sempre la vita del giovane e della sua famiglia. Vittorio, un ragazzo come tanti, ha visto sgretolarsi nei mesi i suoi affetti, gli studi, il lavoro e i legami più cari. Ha sviluppato, come accertato dai consulenti, “un disturbo post traumatico da stress di grado severo, attualmente in fase cronica, e con sopraggiunti attacchi di panico, con un danno biologico residuo pari al 35%”.

L’otto marzo 2008 è un giorno che Gerardo De Sapio non dimenticherà mai. E’ l’inizio di un incubo per il brigadiere dei Carabinieri di Avellino, trent’anni in prima linea contro la criminalità organizzata, che viene arrestato dai suoi colleghi, su disposizione della Dda di Napoli, per favoreggiamento al clan Genovese. Avrebbe passato informazioni di natura mafiosa. De Sapio trascorrerà diciannove lunghi giorni di carcere, quello militare di Santa Maria Capua Vetere, dove il sottufficiale conoscerà anche Bruno Contrada. L’onore di una carriera, vissuta in zone calde della Campania da sottufficiale, sarà restituito solo nell’aprile del 2009, quando il Gip del Tribunale di Napoli lo dichiarerà assolto per «non aver commesso il fatto». Per il brigadiere è la fine di un incubo.

Brigadiere arrestato ingiustamente chiede un milione di risarcimento Monteforte, scrive il 05/05/2013 Attilio Ronga su "Corriere Irpinia". L'otto marzo 2008 è un giorno che Gerardo De Sapio non dimenticherà mai. E' l'inizio di un incubo per il brigadiere dei Carabinieri di Avellino, trent'anni in prima linea contro la criminalità organizzata, che viene arrestato dai suoi colleghi su disposizione della Dda di Napoli per favoreggiamento al clan Genovese. «Incastrato», come si scrisse all'epoca, dalle indagini coordinate dalla pm Maria Antonietta Troncone. Per lui, diciannove lunghi giorni di carcere, quello militare di Santa Maria Capua Vetere, dove il sottufficiale conoscerà anche Bruno Contrada. Poi arriva il primo verdetto su quella misura cautelare. Quello dei magistrati del Riesame di Napoli, che annullano la misura cautelare firmata dal Gip Fallarino. L'onore di una carriera vissuta in zone calde della Campania dal sottufficiale, come Castello di Cisterna, sarà restituito comunque solo nell'aprile del 2009. Quando il Gip del Tribunale di Napoli Nicola Miraglia del Giudice lo manderà assolto per «non aver commesso il fatto». Così come aveva chiesto non solo il suo difensore, il penalista Gaetano Aufiero, ma anche lo stesso pm impegnato nel procedimento, il magistrato antimafia Carmine Esposito. E' la fine di un incubo per il brigadiere. Quello scatenato a causa di un'intercettazione in carcere. Quel nome, Gerardo. Quelle informazioni che sarebbero passate ai vertici del clan Genovese. Tutto falso, dirà il Gup Miraglia del Giudice. Ora De Sapio presenta il «conto». Se si può dire così per tutto quello che il sottufficiale ha subìto anche durante la sua detenzione. Un milione di euro. La richiesta di risarcimento danni che i suoi legali si preparano a formalizzare nelle prossime ore. Una battaglia che dovrebbe restituire in minima parte quanto sofferto da De Sapio. Che in questi anni si è comunque battuto, e lo sta facendo ancora, affinché i responsabili del suo arresto pagassero per gli errori compiuti nel corso delle indagini. Denunce, ma anche proteste come quella che il sottufficiale portò finanche all’attenzione dell’allora Procuratore della Repubblica Angelo Di Popolo, nell’ottobre del 2010. Per lui ora inizia la battaglia più importante. Il riconoscimento che qualcuno sbagliò, quando quella mattina del 2008 bussò all’abitazione di De Sapio per compiere quello che si è rilevato un arresto ingiusto. Saranno altri magistrati ora a decidere se questa maxirichiesta di indennizzo da parte del sottufficiale possa essere valida o meno. Lui, De Sapio, sicuramente non demorde. Tanto che cartello alla mano, ha già girato l’Italia per protestare contro una giustizia che nel suo caso è stata abbastanza «cieca».

"Sono innocente", su Rai 3 la storia di Vittorio Colitti e del nonno, accusati dell'omicidio Basile, scrive domenica 26 febbraio 2017 "Lecce sette”. Durante la puntata di eri il racconto dell'arresto, della detenzione e infine dell'assoluzione dei due ugentini accusati di aver ucciso il consigliere dell'Italia dei Valori. La storia dei due Colitti, Vittorio Luigi e del nonno Vittorio, accusati dell'omicidio di Peppino Basile, è stata raccontata ieri in prima serata su Rai 3 nel corso della trasmissione “Sono Innocente”. Nonno e nipote, assolti dall'accusa, hanno ripercorso tra le lacrime le tappe dell'arresto, la detenzione in carcere e il ritorno alla libertà. Una storia triste che ha segnato la famiglia Colitti, la comunità di Ugento e soprattutto la vita del giovane Vittorio che al momento dell'arresto aveva solo 17 anni. Sullo sfondo la consapevolezza che un delitto efferato come quello del consigliere dell'Italia dei Valori è tuttora senza colpevoli.

Ugento: Vittorio Luigi Colitti, minorenne accusato e in carcere per un omicidio mai commesso. L'assassinio di Giuseppe Basile, a metà giugno 2008. Se ne parla a "Sono innocente", scrive il 25 febbraio 2017 "Noi Notizie". La puntata di stasera del programma “Sono innocente” (Raitre) descrive due casi. Quello di Gerardo De Sapio, ad esempio: avellinese investigatore integerrimo, si fece un anno di carcere perché sospettato di legami con la camorra. Nel 2009 venne completamente riabilitato. C’è poi un caso pugliese, quello di Vittorio Luigi Colitti: in galera a diciotto anni per un omicidio mai commesso. Dopo la vicenda di Angelo Massaro di Fragagnano, alla ribalta in questi giorni (21 anni di carcere per un clamorosissimo quanto gravissimo errore giudiziario) ecco un altro caso sbagliato dall’amministrazione della giustizia. Di seguito il comunicato dello Sportello dei diritti: Vittorio Luigi Colitti ha trascorso oltre quattordici mesi presso l’istituto penale minorile di Bari per un omicidio che non ha mai commesso. Infatti, ancora minorenne, è stato accusato (in concorso con il nonno Vittorio) dell’omicidio di Giuseppe Basile, consigliere dell’Italia dei Valori, assassinato davanti alla sua abitazione a Ugento – in provincia di Lecce – la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Il giovane è stato assolto per ben due volte. La sentenza è diventata definitiva e irrevocabile il 28 maggio 2013. Una vicenda che ha segnato per sempre la vita del giovane e della sua famiglia. Vittorio, un ragazzo come tanti, ha visto sgretolarsi nei mesi i suoi affetti, gli studi, il lavoro e i legami più cari. Ha sviluppato, come accertato dai consulenti, “un disturbo post traumatico da stress di grado severo, attualmente in fase cronica, e con sopraggiunti attacchi di panico, con un danno biologico residuo pari al 35%”.

Torna questa sera sabato 4 marzo, a partire dalle 21.10 su Rai 3, l’appuntamento settimanale con il programma di approfondimento giornalistico “Sono innocente” condotto da Alberto Matano, giunto alla sua ottava puntata di questa prima stagione, scrive Nico Donvito. Di seguito tutte le anticipazioni sui casi che verranno trattati nel corso della trasmissione. La trasmissione si occupa del raccontare le storie di uomini e donne protagoniste loro malgrado di errori giudiziari, che si sono ritrovati a scontare delle pene per reati mai commessi, catapultati in un vero e proprio incubo, con una realtà spietata come quella del carcere. I due casi che verranno esposti nel corso di questa serata, riguardano Roberto Giannoni e di Gigliola Di Michele.

Roberto è un direttore di banca livornese, che fu arrestato il nel 1992 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, estorsioni, riciclaggio, traffico di stupefacenti e armi. Stando alle prime indagini, era stato considerato dagli inquirenti il braccio destro finanziario della mafia in Toscana, avvalorate da alcune dichiarazioni spontanee rilasciate da due collaboratori di giustizia. Ha trascorso un anno in carcere in regime di 41 bis, ma con gli anni è riuscito a dimostrare la sua totale estraneità ai fatti. La storia di Gigliola, invece, risale al 2009, quando assieme al suo datore di lavoro viene arrestata per sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento. Una fatto che la segnerà moralmente per sempre, ma anche lei riuscirà a dimostrare la sua innocenza.

Altri casi di errori giudiziari, che si aggiungono a quelli raccontati con professionalità dall’emittente pubblica, nelle sette puntate precedenti. Appuntamento, dunque, per questa sera sabato 4 marzo, alle 21.10 in prima serata su Rai 3. Sono Innocente, i casi di Roberto Giannoni e Gigliola Di Michele stasera su Rai 3, scrive Luca Fusco. Ottava puntata di Sono Innocente stasera sabato 4 marzo su Rai 3 con Alberto Matano le storie tristi di Roberto Giannoni e Gigliola Di Michele. Roberto Giannoni e Gigliola Di Michele sono stati e saranno i protagonisti, loro malgrado, delle storie di “ingiusta giustizia” che Alberto Matano ci racconta stasera in tv sabato 4 marzo nella ottava puntata di Sono Innocente che torna in onda su Rai 3 dopo le 21 in prima serata. La puntata può essere vista anche in streaming, da pc, tablet e cellulari su Rai 3 Play mentre on demand dopo la mezzanotte su Rai Repley.

Coniugata con un agente di polizia municipale e mamma di una figlia adolescente, Gigliola Di Michele lavora mezza giornata come badante e l’altra metà come segretaria presso un’agenzia immobiliare di Silvi (Teramo). La mattina del 5 marzo 2009 i carabinieri suonano alla sua porta e la prelevano dall’abitazione, ammanettandola. Il proprietario dell’agenzia dove lavora è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento. Passerà un giorno in carcere e 28 giorni ai domiciliari. Le modalità dell’arresto e il rilievo che la notizia ha avuto sui giornali locali l’hanno distrutta psicologicamente. Tutta la famiglia ne ha risentito: il marito e soprattutto la giovane figlia adolescente che, a scuola, ha subito parecchie discriminazioni tanto da essere bocciata e perdere tutte le amicizie.

Direttore di banca a Livorno, Roberto Giannoni fu arrestato il 10 giugno del 1992 con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, estorsioni, riciclaggio, traffico di stupefacenti e armi. Era ritenuto la mente finanziaria della mafia in Toscana: tutto si reggeva sulle dichiarazioni rilasciate da due collaboratori di giustizia. È stato assolto al termine di un processo durato quasi quattro anni, con oltre 450 testi portati dall’accusa. È stato detenuto per 12 mesi, i primi due in “alta sorveglianza”, il resto in regime di 41 bis. Oggi è un uomo libero che ha reagito positivamente a questa esperienza drammatica e va in carcere ad assistere, volontario, i detenuti di Porto Azzurro.

Vivere l’esperienza del carcere può cambiare la vita. Soprattutto se non si è colpevoli. In studio Alberto Matano ricostruirà le singole vicende e introdurrà filmati, composti da fiction, interviste e materiali di repertorio, che accompagneranno lo sviluppo della narrazione. Il racconto attraverserà tre fasi della vita dei protagonisti chiaramente distinte: il periodo che precede lo sconvolgente episodio dell’arresto, la detenzione e l’iter giudiziario e la scarcerazione per riconosciuta innocenza. Al temine di questo percorso interverrà in studio il protagonista, che aggiungerà alla narrazione elementi sulla vita presente, sui problemi che si affrontano dopo un’ingiusta condanna e detenzione e sulla risposta personale ed esistenziale che segue, in modo soggettivo, ad un’esperienza così drammatica e dolorosa.

Roberto Giannoni, in tv a “Sono innocente”. La vicenda di un bancario che ha passato un anno in carcere, ingiustamente accusato di essere «la mente finanziaria della mafia in Toscana». E che ha deciso di tornare in galera, da volontario, scrive Eugenio Arcidiacono su "Famiglia Cristiana" il 14/03/2017. Appena entrati nella sua casa, Roberto Giannoni mostra una piastrella: «Qui c’era mio padre in mutande quando i poliziotti sono entrati in casa. Erano le 4 e un quarto del mattino. Hanno perquisito tutto e mi hanno detto di chiamare il mio avvocato. Quando è arrivato ha letto i fogli dove erano indicati i capi di imputazione: droga, prostituzione, traffico d’armi, usura, associazione a delinquere di stampo mafioso... Mio padre ha trovato la forza solo per dirmi: “Ma che hai combinato”?». Sono passati quasi 25 anni da quel 10 giugno del 1992, quando la vita di un tranquillo direttore di banca è stata sconvolta per sempre. Ma lui ricorda ogni particolare: «Vede questa tovaglia? L’ha ricamata per me un mafioso come regalo quando sono uscito di prigione». Perché sono i dettagli che restituiscono il senso più profondo di questa storia che sarà raccontata su Rai 3 nella puntata del 4 marzo di Sono innocente, il programma di Alberto Matano che ricostruisce le vicende di persone vittime di errori giudiziari. Torniamo allora a quella notte e alla casa di Campiglia Marittima, nel Livornese, dove Giannoni vive ancora: «Dopo aver finito la perquisizione, i poliziotti mi hanno messo le manette. Prima siamo passati dalla mia banca e dopo ci siamo diretti in Questura dove insieme alla nostra arrivavano altre volanti: seppi poi che quella notte avevano arrestato 46 persone». All’ingresso è pieno di fotografi e giornalisti: «Un agente mi disse: “Si metta il giubbotto in testa e si copra il viso con il giornale. Proprio come in un film». Dalla Questura, nel pomeriggio il trasferimento alla Procura di Firenze, dove viene interrogato da tre magistrati: «Io raccontavo della mia vita e del mio lavoro e loro mi parlavano di rapine e di tangenti». Finché, quando è ormai mezzanotte, si decide di fare una pausa: «Un poliziotto iniziò a urlare: “Non hai detto nulla! Guarda che non esci più”. A quel punto scoppiai a piangere come un bambino. Mi riportarono dentro per interrogarmi fino alle due di notte. Poi un magistrato mi disse: “Ora la trasferiamo in carcere. Così con calma le tornano in mente le cose. Poi lei ce le racconta e se ne torna a casa”». Così il bancario varca per la prima volta le porte del carcere di Sollicciano. «Quando hanno aperto la cella e hanno acceso la luce ho visto solo facce di uomini neri. Mi sono messo a piangere di nuovo e a implorare: “Non voglio entrare!”. “Fate tutti così. Dovevi pensarci prima”, replica un secondino». Alla fine Giannoni viene sistemato in una cella di soli italiani, ma le cose per lui non si mettono bene, anzi. Dopo qualche giorno arriva la notizia del trasferimento sotto il regime del 41 bis, il carcere duro riservato ai mafiosi. «In realtà è stata la mia salvezza: non avrei mai resistito tra detenuti comuni. Invece il mio primo compagno di cella, il vecchio boss Silvio Mazziotti, dopo aver ascoltato la mia storia emise la sua sentenza: “Voi non mi sembrate un mafioso, mi sembrate piuttosto un bischero”. Usò una parola più colorita, ma il senso era quello». Da quel momento l’ex bancario (la banca lo licenziò due giorni dopo l’arresto) fu adottato da compagni che avevano decine di omicidi sulla coscienza come una mascotte: «Preparavo il caffè e scrivevo lettere per loro. Un altro boss, Giuseppe Misso detto “’o nasone”, mi ripeteva sempre: “Direttore, voi andrete via presto”». L’altro incontro cruciale in quei mesi fu con il cappellano, don Danilo Cubattoli, per tutti don Cuba. «Siccome a noi del 41 bis non era consentito di partecipare alla Messa in cappella, ci diedero il permesso di celebrarla durante l’ora d’aria. Così allestii l’altare su un tavolo da ping pong e da quel giorno divenni il chierichetto di don Cuba. Siamo diventati amici, fino alla sua morte nel 2006». Dopo un anno, Giannoni viene finalmente scarcerato per la scadenza dei termini della carcerazione preventiva. La sua seconda vita però è durissima: «Avevo perso totalmente il senso della distanza. Abituato a camminare al massimo per 25 metri, la lunghezza dello spazio dell’ora d’aria, dopo mi sembrava di precipitare nel vuoto. Non sapevo mai quando era il momento giusto per attraversare la strada e quando ho riprovato a guidare, alla prima curva sono finito fuori». In più, in attesa del processo, per tutti Giannoni è “La mente finanziaria della mafia in Toscana”, come titolò un giornale dopo il suo arresto. «La gente mi evitava e, se proprio non poteva farne a meno, scambiava due parole di circostanza e se ne andava». Ma lui ha bisogno di lavorare, anche perché la banca si è ripresa anche la casa e non vuole continuare a vivere con i genitori. «Passarono due anni prima che un mio amico tipografo mi offrisse di lavorare per lui come ragioniere». E solo un mese prima dell’inizio del processo, tre anni dopo l’arresto, Giannoni conosce su cosa si basano le accuse: le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: «Erano due clienti della mia banca, un uomo e una donna. Mi avevano messo in mezzo perché era stato detto loro che più nomi facevano e più la loro posizione si sarebbe alleggerita. Subito dopo averlo saputo, mio padre è morto d’infarto». In aula, l’uomo ritratta subito le accuse. La donna le ribadisce, ma è lo stesso pubblico ministero a smontarle. «In pratica, il Pm ha fatto quei semplicissimi riscontri che durante le indagini nessuno fece». Il 16 dicembre 1998 arriva la sentenza di assoluzione: «Erano passati 6 anni, 6 mesi e 6 giorni dal mio arresto. Tre mesi dopo, è morta anche mia madre». Come risarcimento per tutto questo, Giannoni ha ottenuto 200 milioni di lire. «Anzi, 199. Perché ho fatto ricorso in Cassazione, l’ho perso e quindi ho dovuto pagare le spese legali». E qui arriva la parte più incredibile di questa storia: dopo quello che ha passato, Giannoni decide di tornare in carcere, questa volta come volontario per la San Vincenzo de’ Paoli, perché «voglio restituire ai detenuti un po’ dell’umanità che loro hanno donato a me». È convinto che quanto è accaduto a lui possa ripetersi anche adesso, a causa «del protagonismo di certi magistrati, della smania di finire sui giornali. Oggi ho letto di un blitz in cui sono state arrestate 50 persone. Ma quante di queste alla fine saranno colpevoli? Nel mio caso, oltre a me, è finito in galera un ristoratore poi risultato totalmente estraneo a tutto». Agli inquirenti che hanno disposto il suo arresto, chiede solo una cosa: «Andate sulla tomba dei miei genitori e dite per loro una preghiera».

Sono Innocente stasera in tv su Rai 3: storie di Claudio Ribelli e di Michele Tedesco, scrive Luca Fusco l'11 marzo 2017. Claudio Ribelli e Michele Tedesco sono i protagonisti malgrado loro delle storie di “ingiusta giustizia” che Alberto Matano ci racconta stasera in tv sabato 11 marzo nella nona e penultima puntata di Sono Innocente che torna in onda su Rai 3 nel nuovo orario delle 22. La puntata può essere vista anche in streaming, da pc, tablet e cellulari su Rai 3 Play mentre on demand dopo la mezzanotte su Rai Repley.

Michele Tedesco, imprenditore che ha perso tutto a causa di false accuse di pentiti e oggi continua a lottare per riprendersi ciò che un arresto ingiusto gli ha portato via.

Sei mesi in carcere più altri sei ai domiciliari: un anno di detenzione per un reato mai commesso. È la storia dell’operaio Claudio Ribelli, di Sinnai (Cagliari), accusato di aver rapinato una donna puntando il coltello alla gola del suo bambino. Dopo alcune incertezze iniziali, la donna lo aveva indicato come esecutore della rapina. “Prima dell’arresto avevo supplicato le forze dell’ordine di confrontare le mie impronte digitali con quelle trovate sul posto. Mi risposero che non erano tenuti a farlo. Ho poi scoperto di essere finito in prigione soltanto perché quella mattina al bar avevo offerto un caffè alla persona che ha confessato il reato”. Ribelli era stato accusato di aver rapinato una donna e di aver puntato un coltello alla gola del suo bambino. Chiamato in causa dai carabinieri del suo paese, Claudio dopo alcune titubanze da parte della donna era stato indicato come esecutore della rapina. «Prima dell’arresto avevo chiesto alle forze dell’ordine di confrontare le mie impronte digitali con quelle trovate sul posto. Mi ero reso disponibile a qualsiasi tipo di controllo, anche a quello del Dna. Mi risposero che non erano tenuti a farlo. Ho poi scoperto di essere finito in prigione soltanto perché quella mattina al bar avevo offerto un caffè alla persona che ha confessato il reato, mentre facevo una serie di commissioni tra l’orto di casa e il paese».  Il 19 ottobre 2010 due uomini erano entrati a casa della donna fingendosi tecnici comunali per rapinarla. Uno di questi, Pierpaolo Atzeni, aveva confessato il reato. Ma il complice non era Ribelli, come dimostra un video ripreso da una telecamera di una stazione di servizio, nel quale si distingue Atzeni in auto, pochi secondi dopo la rapina, con un ragazzo che non è certo l’operaio di Sinnai. Trascorrere sei mesi in carcere da innocente gli ha causato pesanti ripercussioni sulla vita che richiedono terapie adeguate e un’invalidità del 30%. Ma la vita va avanti, e a inizio ottobre Claudio si è sposato.

Nono appuntamento con il nuovo programma di Rai3 Sono Innocente, condotto dal giornalista Alberto Matano, scrive Salvatore Cau. Il dramma e il riscatto di uomini e donne accusati ingiustamente, le storie di persone che da una vita normale e tranquilla si trovano catapultate in un vero e proprio incubo, la realtà cruda e difficile del carcere. I casi raccontati questa settimana sono quelli di Claudio Ribelli e di Michele Tedesco. Sei mesi in carcere più altri sei ai domiciliari: un anno di detenzione per un reato mai commesso. È la storia dell’operaio Claudio Ribelli, di Sinnai (Cagliari), accusato di aver rapinato una donna puntando il coltello alla gola del suo bambino. Dopo alcune incertezze iniziali, la donna lo aveva indicato come esecutore della rapina. “Prima dell’arresto avevo supplicato le forze dell’ordine di confrontare le mie impronte digitali con quelle trovate sul posto. Mi risposero che non erano tenuti a farlo. Ho poi scoperto di essere finito in prigione soltanto perché quella mattina al bar avevo offerto un caffè alla persona che ha confessato il reato”. Il 19 ottobre 2010 due uomini erano entrati a casa della donna fingendosi tecnici comunali per rapinarla. Uno di questi, Pierpaolo Atzeni, aveva confessato il reato. Ma il complice non era Ribelli, come dimostra un video ripreso da una telecamera di una stazione di servizio, nel quale si distingue Atzeni in auto, pochi secondi dopo la rapina, con un ragazzo che non è certo l’operaio di Sinnai.

Decimo e ultimo appuntamento sabato 18 marzo 2017 alle 21.10 con il programma di Rai3 “Sono Innocente”, condotto dal giornalista Alberto Matano, scrive L’Ufficio Stampa della Rai. Il dramma e il riscatto di uomini e donne accusati ingiustamente, le storie di persone che da una vita normale e tranquilla si trovano catapultate in un vero e proprio incubo, la realtà cruda e difficile del carcere. I casi raccontati questa settimana sono quelli di Francesco Raiola e di Joan Hardugaci.

Francesco Raiola ha 30 anni quando accadono i fatti. E’ un militare di valore: due missioni in Kosovo, una in Afghanistan. Un uomo forte e integro. Nel 2011 viene accusato di traffico e ricettazione di stupefacenti. Solo nel 2015 viene prosciolto ma, nel frattempo, Raiola ha perduto per decaduti diritti morali il suo posto nell'Esercito italiano. Ha vissuto oltre 4 mesi agli arresti domiciliari e ha scontato 21 giorni di carcere, di cui quattro in cella di isolamento nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Sono due telefonate travisate a costargli la libertà. In una si parla di televisori, nell’altra di mozzarelle. Ma i carabinieri pensano che Francesco parli di carichi di droga. E che faccia da intermediario con i trafficanti campani finiti nell'inchiesta per portare grosse quantità di stupefacenti in Puglia, dove svolge l'attività di militare. Il 21 settembre del 2011 avviene così l'arresto per spaccio insieme a 70 presunti trafficanti di droga tra le province di Napoli e Salerno. Un dramma che colpisce anche la moglie, in quel periodo in attesa del primo figlio. Francesco dovrà attendere il 25 febbraio del 2015 per essere dichiarato innocente.

Nessuno sembrava voler credere che Joan Hardugaci non fosse l’autore di una rapina brutale nei confronti di un’anziana signora di Montelupo, in provincia di Empoli. E così, il romeno era finito in carcere per un reato mai commesso. Vittima di un errore giudiziario causato da un clamoroso scambio di persona. Un mese in cella, poi altre tre settimane con obbligo di firma in caserma. Ma non c’era lui quel giorno di novembre del 2009 con altri due connazionali durante la rapina ai danni della donna 77enne, legata mani e piedi con delle stringhe e messa a tacere con un cuscino sulla bocca. Le indagini si concentrarono subito sulle frequentazioni di una ex badante dell’anziana, identificando presto uno dei responsabili. Lo catturarono in un ristorante, mentre era a cena con altri connazionali. Per una coincidenza, in quello stesso locale c’era anche, ma con un amico inglese, Hardugaci. Nonostante il vero autore del colpo sostenne che Joan con la rapina non c’entrava nulla, ci sono voluti ben tre gradi di giudizio per accertare la sua innocenza. 

Il “mostro” da sbattere in prima pagina stavolta è un chirurgo, scrive Piero Sansonetti il 25 Marzo 2017 su "Il Dubbio".  Ieri quasi tutti i giornali italiani hanno piazzato in prima pagina, con gran rilievo, la fotografia di un medico milanese, considerato nel suo ambiente un luminare dell’ortopedia, accompagnata dalla scritta: «spezzafemori». Molti hanno anche messo nel titolo, tra virgolette, una frase che in realtà il medico non ha mai pronunciato: «Le ho spaccato il femore per allenarmi». Sbatti il mostro in prima pagina Stavolta il mostro è un chirurgo. Nessun giornale ha neppure preso lontanamente in considerazione l’ipotesi che questo dottore, che si chiama Norberto Confalonieri, possa essere innocente o comunque possa non essere un tipo che per ragioni tutte sue danneggia i malati, e li ferisce, e magari li azzoppa per sempre. Del resto, lasciare qualche spazio alla difesa, ormai, è considerata azione sovversiva e prova di correità. In realtà il Gip – cioè il giudice delle indagini preliminari – che ha concesso l’arresto (ai domiciliari) di Confalonieri, sospettato di avere favorito alcune aziende che producono protesi ortopediche, ha negato l’arresto per il reato di lesioni. Che era stato chiesto dal Pm. Perché – ha detto – non ci sono indizi. Cioè il magistrato ha esaminato le carte, che poi sono state fornite a tutti i giornalisti, e ha stabilito che non c’è niente che faccia pensare che «Spezzafemori» davvero spezzasse i femori. Si direbbe che l’unico ad avere dubbi sulla colpevolezza, paradossal- mente, è il giudice. Del resto trovare dei giornalisti che hanno dubbi sulla colpevolezza di qualcuno, sta diventando uno sport estremo.

Le cose stanno così: insieme alla notizia dell’arresto del professor Confalonieri, sono state fornite ai giornalisti le trascrizioni di un certo numero di intercettazioni. In queste intercettazioni il medico parla del suo lavoro, ovviamente con linguaggio non professionale. Come spesso capita, in tutte le professioni (compresa quella di noi giornalisti), linguaggio non professionale vuol dire linguaggio goliardico. Ad esempio invece di dire: «Ieri ho operato una anziana signora», Confalonieri ha detto: «Ieri ho fatto una vecchietta». Non ha mai detto, nelle intercettazioni fornite ai giornali: «Le ho rotto un femore per allenarmi», quindi volontariamente. C’è una intercettazione dalla quale sembra capire che Confalonieri ha sbagliato un intervento chirurgico e che dovrà rifarlo. Ma in quella intercettazione il medico appare molto preoccupato, e non scherza, né si vanta. Sembra che Confalonieri esegua circa 400 interventi al femore ogni anno. È statisticamente certo che almeno uno o due interventi all’anno li sbaglia. I giornali hanno fatto un’opera di montaggio tra l’intercettazione sulla vecchietta e quella sull’intervento sbagliato e hanno costruito la frase: «Le ho rotto un femore per allenarmi».

Naturalmente noi non siamo assolutamente in grado di giudicare sulla colpevolezza o sull’innocenza di Confalonieri. Semplicemente abbiamo come tutti letto le intercettazioni e ne abbiamo tratto la netta impressione – come pare sia capitato anche al Gip – che nulla lascia credere che il medico facesse operazioni inutili, o rompesse le ossa dei pazienti per esercitarsi o per sperimentare. Non sappiamo invece se abbia o no un fondamento l’ipotesi che prendesse delle tangenti per favorire certe imprese rispetto ad altre. Anche se le cifre che abbiamo letto lasciano qualche dubbio: si parla mazzette per circa 16 mila euro: a occhio la cifra che il professore guadagnava eseguendo privatamente due o tre interventi chirurgici. Diciamo il lavoro di una mattinata. Non crediamo, francamente, che Confalonieri sia un tipo povero. Davvero si vendeva per una cifra che in nessun modo cambiava il tenore della sua vita? Può darsi. E se esistono degli indizi i magistrati hanno fatto benissimo a indagare, e ora dovranno interrogare il professore – che si dichiara innocente su tutto – e svolgere nuovi accertamenti, e poi, eventualmente, andare a processo e confrontarsi, sullo stesso piano, con la difesa. Poi una giuria deciderà.

Invece è successo che – dal punto di vista, diciamo così, morale – una giuria ha già deciso e ha deciso che il professor Confalonieri è un mostro che prendeva tangenti e spaccava le ossa ai suoi pazienti per guadagnare qualche soldo in più. Questa giuria, molto larga, è composta dalla quasi totalità dei giornali quotidiani e delle Tv. Con rarissime, ma proprio rarissime eccezioni. I giornali hanno accertato che il professore è un mostro e lo hanno – come si fa coi mostri “sbattuto in prima pagina. «Sbatti il mostro in prima pagina» è proprio il titolo di un film che ebbe un notevole successo nel 1972, diretto e pensato dal giovane Marco Bellocchio e interpretato dal grande Gian Maria Volontè. Era un film “di sinistra”, perché Bellochio e Volonté erano due icone della sinistra. Dovete sapere – i più giovani non ci crederanno mai – che allora la sinistra era garantista. E questo film racconta la storia di una montatura giornalistica, che in quel caso era voluta e aveva fini elettorali. Ora le montature giornalistiche non sono più neanche volute. Spesso non hanno fini. Il mostro va in prima pagina solo perché la cultura largamente prevalente è quella là. Se c’è un sospetto di colpevolezza c’è la certezza della colpevolezza. E se una persona è colpevole è meglio esagerare il più possibile la sua malvagità e l’enormità morale dei suoi atti. Qualche anno fa un altro medico, anche lui di gran nome, incappato nella “garrota” della campagna mediatica, si dimise, perse il lavoro, poi s’uccise. Si chiamava Carlo Marcelletti era il numero 1 della cardiochirurgia infantile.

«Confalonieri è innocente non uno spezzafemori…», scrive Simona Musco il 25 Marzo 2017 su "Il Dubbio". Parla l’avvocata Ivana Anomali, legale del primario ortopedico dell’ospedale Pini, Norberto Confalonieri, accusato di corruzione e turbativa d’asta. «È un uomo distrutto, avvilito. Non ha fatto nulla di tutto ciò di cui è stato accusato». Ivana Anomali, difensore del primario ortopedico dell’ospedale Pini, Norberto Confalonieri, all’indomani dell’inchiesta che ha fatto finire ai domiciliari il professionista smentisce categoricamente che quanto contestato dai magistrati sia vero. Non entra nel merito delle accuse – «Chiariremo tutto dopo l’interrogatorio di lunedì, per rispetto della magistratura» – ma chiarisce il punto che più sta a cuore al suo assistito: le lesioni volontarie ai pazienti, quelli che lo hanno fatto finire sulle prime pagine dei giornali con l’appellativo “lo spaccafemori”. Oltre alle accuse di corruzione e turbativa d’asta, infatti, la Procura gli contesta anche lesioni sui pazienti. Sono 62 i casi che per i magistrati sono «sospetti» e sui quali il gip vuole fare maggiore chiarezza. Pioniere degli interventi con tecnica computer assistita, ‘ super- interventista’ con centinaia di interventi l’anno, il primario è stato denunciato dai colleghi. Ed è per questo che pri- ma di chiarire quelli che sono i suoi sospetti sulla violenta tempesta giudiziaria che si è abbattuta su di lui vuole farsi sentire dal gip. «Ci sarà modo di spiegare – afferma l’avvocato Anomali – Ha una sua idea ed è documentata». Le accuse. Secondo la Procura, Confalonieri, in cambio di favori e regali, contratti di consulenza occulti, viaggi e comparsate tv, consentiva alle multinazionali Johnson & Johnson e B. Braun di piazzare le loro protesi in ospedale. Ma l’accusa più pesante, sebbene finora più difficile da dimostrare, è quella relativa ai presunti danni fisici riportati da alcuni pazienti. «Ho rotto un femore a una vecchietta per allenarmi» è la frase che tutti i giornali hanno riportato ieri. «Frasi decontestualizzate e travisate», spiega invece la Anomali. «Tutte le intercettazioni messe sui giornali – ha spiegato il legale al Dubbio – hanno sicuramente una chiave di lettura alternativa che non è stata presa in considerazione. Confalonieri continua a ribadire la propria innocenza: non aveva bisogno di fare allenamento, d’altronde, facendo centinaia di interventi l’anno». Il suo curriculum parla chiaro: esegue interventi ogni giorno, per una produzione di circa 2000 prestazioni l’anno e, in prima persona, una media di 500 interventi chirurgici in 12 mesi. Tanto che gli stessi colleghi affermavano: «Non gli rimane che operare le renne». Nelle carte dell’inchiesta si parla infatti di una vera e propria «tendenza all’intervento chirurgico mediante impianto di protesi a massa». Il gip Teresa De Pascale, su richiesta dei pm Fusco e Mantella, ha fatto eseguire anche cinque misure interdittive nei confronti del responsabile acquisti e forniture dell’ospedale di Sesto San Giovanni, e di quattro dipendenti di Johnson & Johnson e B. Braun. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2012 e il 2015, quando il Cto in cui presta servizio il chirurgo da circa 40 anni non era ancora fuso con l’ortopedico Pini. Sarebbero almeno tre i pazienti che, secondo l’accusa, sarebbero stati operati con la tecnica della “navigazione chirurgica computerizzata” nella clinica privata San Camillo di Milano, dove Confalonieri operava in regime privato. Alcuni di loro, a seguito di complicazioni, sarebbero poi stati operati nuovamente al Pini in regime pubblico. Secondo l’accusa, Confalonieri avrebbe incentivato gli interventi anche quando non era necessario impiantare le protesi. Il gip ha così disposto il sequestro di 62 cartelle cliniche «per verificare se sono state impiantate protesi senza alcuna necessità clinica e per accertare la gravità delle lesioni cagionate». Le intercettazioni. «Eh l’ho rotto, è andato (…) per allenarmi su quella che dovevo fare privatamente», si sente dire a Confalonieri mentre parla di una paziente 78enne. «Ho spaccato il femore anche qua… è un periodo di m…». Oppure: «se va in mano a un altro collega sono finito», nel caso di una 40enne uscita con un femore rotto dall’operazione in clinica e da rioperare nell’ospedale pubblico. «La signora anziana aveva già un’altra patologia – spiega il legale - non è stato un errore volontario: il femore si è frantumato, sono i rischi di operazioni così delicate. Ne parlava con i colleghi con uno slang loro proprio ma non si riferiva a danneggiamenti voluti». Il termine “allenamento”, spiega l’avvocato Anomali, si riferisce anche alla tecnica utilizzata – la cosiddetta “tecnica d’accesso bikini” – relativamente nuova. «L’utilizzo di questo termine dipende dal fatto che proprio per sistemare un femore ha fatto ricorso a questo particolare tipo di intervento – ha aggiunto -. Ma di certo non ha bisogno di allenarsi: è conosciuto in tutto il mondo, uno che tutte le mattine si alza alle 5 per andare a lavoro e torna a casa alle 22. Non può accettare queste accuse e spiegherà anche perché non sono vere». Spiegazioni che il gip ascolterà lunedì prossimo, nel corso dell’interrogatorio di garanzia.

«Non sono un mostro, vivo per curare la gente», scrive Norberto Confalonieri il 28 Marzo 2017 su "Il Dubbio". Pubblichiamo il memoriale di Norberto Confalonieri, il primario di ortopedia e traumatologia al Cto Gaetano Pini di Milano, già condannato dai media come lo “spezzafemori”. Ieri si è svolto l’interrogatorio di garanzia di Norberto Confalonieri, il primario di ortopedia accusato di corruzione e turbativa d’asta e indagato per lesioni sui pazienti. La gran parte dei media non ha dubbi: il dottor Confalonieri, detto “spezzafemori”, è sicuramente colpevole. Di seguito pubblichiamo il suo memoriale:

1) Non sono un mostro, né un money maker, come sono stato descritto. Da sempre, ho aperto un ambualtorio al CTO con il servizio sanitario nazionale per i pazienti meno abbienti e visito circa 30 persone alla settimana. Cosa rara per un Primario. Collaboro con Mondo x di Padre Eligio e visito e curo tutti i loro assistiti in ospedale. Sono un rotariano dal ’ 92, organizzo manifestazioni di beneficenza ogni anno, distribuendo fondi a tutte le associazioni più importanti (lega del filod’oro, vidas, dino ferrari, ecc.), ho fondato una cooperativa per il recupero al lavoro dei disabili mentali, curo tutti, ed i parenti di tutti, gratis.

2) Sono Primario dal 1999, opero circa 300 pazienti l’anno e, per ora, non ho contenziosi aperti con loro, dopo questa gogna mediatica, sicuramente. Entro in ospedale prima delle 7, tutti i giorni e, a volte, anche il sabato e la domenica, la vigilia di natale, per interventi urgenti e, in agosto, è capitato di rientrare dalle ferie, per interventi in ospedale.

3) Ho un contratto extramoenia, cioè sono un libero professionista, ho una partita iva. I compensi ricevuti non sono tangenti in nero, ma rimborsi per prestazioni scientifiche di divulgazione e aggiornamento. Tutti i compensi sono rintracciabili – non c’è occulto.

4) Sono solo un primario, sopra di me c’è un capo dipartimento, un direttore sanitario, un responsabile approvvigionamento ed un direttore generale.

5) Al tempo dei fatti, quando dovevo fare un intervento, comunicavo il tipo di protesi, tramite segretaria. Era un desiderio, non un ordine, basato sulla mia preparazione scientifica, la migliore protesi con il miglior strumentario per il paziente. Infatti, qualora ci fossero stati degli ostacoli o impedimenti, venivano comunicati, dagli uffici preposti, per risolvere il problema con altro materiale o rimandando l’intervento a soluzione avvenuta.

6) Non ho mai fatto ordini alle ditte né chiesto reintegro. C’erano gli uffici preposti. Se non potevo mettere un impianto, questi non ordinavano il materiale o lo ritiravano o non facevano il reintegro.

7) Attività scientifica: rendo noto, che è prassi comune a tutti i miei colleghi che vengano sponsorizzate le spese per i congressi, anche a quelli che non insegnano, ma ascoltano ed imparano. L’attività scientifica di promozione, aggiornamento e divulgazione è sostenuta, in Italia, dalle ditte private che pagano le spese dei chirurghi per recarsi ai congressi. E’ quindi il contrario di quello che si possa pensare. Tutto sempre nell’ambito della divulgazione scientifica e non per utilità personali del medico interessato.

8) In più, per i chirurghi docenti, quando vengono coinvolti in attività più impegnative, come la consulenza per un prodotto, la ricerca per una tecnologia, l’insegnamento sul cadavere o ai dipendenti dell’Azienda, dove il chirurgo discetta e porta la sua esperienza con la tecnologia del prodotto, vengono posti in essere dei con- tratti di consulenza o testimoniali.

9) Anche qui, è usanza comune di tutte le ditte con i loro chirurghi referenti. Stiamo parlando di qualche migliaio, solo in Italia. All’estero anche di più. E’ un modo per finanziare la ricerca e l’innovazione tecnologica, con fondi privati. Non corruzione o truffa ma rimborsi a prestazione. Tutto in trasparenza, non si tratta di tangenti o corruzione ma rimborsi per il lavoro prestato extramoenia, fuori orario di servizio, extraospedale tracciabile e fatturato con iva. Se il mio comportamento risulta disdicevole, allora tutto il sistema di divulgazione e aggiornamento scientifico, è coinvolto!

10) Tra l’altro stiamo parlando di poche migliaia di euro l’anno (circa 3.000 euro).

11) i bonifici citati nell’ordinanza, versati sul conto di mio figlio, sono pagamenti per prestazioni professionali. Lui fa l’art director ed il web designer, dovendo produrre materiale per la divulgazione scientifica, video, foto, ecc., chi meglio di lui per questo? Tutto fatturato.

12) Televisione e giornali: non pubblicità per mettere più protesi JJ o BBRAUN, ma divulgazione scientifica di tecnologie innovative mininvasive, al pubblico. Come farle conoscere altrimenti?

13) Anche qui, è prassi comune, centinaia di miei colleghi utilizzano questa forma di divulgazione avvalendosi della varie società di promozione sul mercato. Divulgazione scientifica, non pubblicità a fine reconditi!

14) Pazienti: Ho operato, nei miei 35 anni di attività, circa 8/ 9.000 pazienti. Non ho contenziosi aperti con loro. Da me arrivano pazienti molto complessi, in virtù della mia esperienza. Nel nostro lavoro ci sono complicanze ed insuccessi. Il compito del medico è quello di curare, a volte non riesce a guarire. Essendo il nostro lavoro un’obbligazione di mezzi e non di risultato. La frase incriminata dell’intercettazione è mal interpretata, non ho rotto il femore apposta per allenarmi ma si è rotto nell’impiantare la protesi, probabilmente in maniera lieve, tanto da non richiedere una sintesi dell’osso, ma solo riposo per un breve periodo. Allenarmi è un vocabolo goliardico, non professionale, da intercettazione, in realtà stavo perfezionando la tecnica operatoria sulla via d’accesso, per poter operare al meglio le pazienti, previa valutazione sulle indicazioni corrette.

15) De Monti e Albuge: due casi complessi e problematici, con complicanze risolte e guarigione, anche se problematica ma con quadro clinico migliore. La loro trattazione richiede una preparazione specifica.

16) La paziente disabile, citata da Rizzo. Altro caso difficile e umano. Era una paziente complicata, disabile mentale, ex leucemica, giunta da Sud nel mio ambulatorio della mutua al CTO, con la speranza dei famigliari di poter farla camminare, non parlava, mi guardava supplicante, non dimenticherò mai i suoi occhi. Aveva due ginocchia completamente flesse con decubiti cutanei. Ho fatto solo una tenotomia dei flessori del ginocchio per raddrizzarglieli (20 minuti d’intervento). Purtroppo per complicanze respiratorie è deceduta, ma l’intervento fu quasi incruento, del tutto estraneo alla causa di morte. L’intervento rivestiva i caratteri dell’urgenza per i decubiti dietro il ginocchio e la sofferenza di vedere una ragazza così in carrozzina. Già coinvolti per il contenzioso con la corte dei conti, a causa del risarcimento, siamo stati tutti prosciolti.

17) Accuse di aumentare la lista d’attesa, di nuovo chiacchiere da bar, goliardiche e mi scuso. Consigli senza costrutto alcuno. Altre volte ho detto non fare come me, nessuno dirà mai grazie, anzi…..buon profeta. Infatti, sono il chirurgo che opera di più al CTO, non ho bisogno di gonfiare la lista d’attesa, perché l’ho già. Le mie liste operatorie al CTO sono sempre piene. E, con la mia attività, in tutti questi anni ho portato il CTO all’attenzione del panorama scientifico internazionale.

18) Interventista: non sono interventista, al contrario, ho pazienti basiti perché non li ho voluti operare, nonostante il parere di qualche mio collega. Alcuni vogliono testimoniare. Tutti con la possibilità di essere operati privatamente, io mi sono rifiutato e li ho guariti senza intervento.

Grazie dell’ascolto – Spero mi si conceda la possibilità di poter lavorare ancora, per chi crede in me (ho un memory book delle testimonianze di gratitudine dei miei pazienti, spesso 5 cm). E’ la mia vita e non ho altri sostentamenti per la mia famiglia e sto operando per il bene dei pazienti e della società. Avete davanti a voi uno dei maggiori esperti mondiali di chirurgia mininvasiva computer o robot assistita. Le nuove tecnologie computerizzate portano un miglioramento della tecnica chirurgica. Rendono il chirurgo meno artista e più scolastico. Impongono di seguire i campi obbligatori del computer e controllare la bontà dei tagli ossei, con un numero e non una sensazione. Standardizzano le procedure e migliorano le performances. Tutto per una maggior durata degli impianti, una diminuzione delle revisioni a distanza e un benessere duraturo per i pazienti. Una vita spesa per gli altri e per la scienza. Ora, vi dico che, nonostante il trattamento ricevuto, da delinquente, e la gogna mediatica che ha distrutto la mia persona, ho fiducia nella magistratura. Sono sicuro in un giudizio sereno e ponderato alla gravità degli atti che mi vengono contestati. Grazie ancora.

Il taglia e cuci dei giudici che sta rovinando il chirurgo Confalonieri. Il legale del medico alla gogna come spaccaossa denuncia: «Le intercettazioni vanno lette tutte», scrive Luca Fazzo, Venerdì 31/03/2017, su "Il Giornale". Taglia qua, cuci là: tecnica ben più antica delle intercettazioni, ma che nell'utilizzo giudiziario della loquacità degli indagati ha raggiunto in passato vette eccelse. «Non bisogna fermarsi alle tre righe evidenziate dalla Procura in neretto, ma bisognerebbe leggere tutta la conversazione», dice adesso l'avvocato Valentina Anomali, difensore del primario milanese Norberto Achille, quello sbattuto in prima pagina perché «per allenarsi spaccava le gambe alle vecchiette». In effetti leggendo per intero le frasi pronunciate da Confalonieri il senso appare diverso - e in alcuni casi addirittura opposto - da quello che viene attribuito riportando singoli spezzoni. La brutalità di alcune battute resta, e l'ortopedico nel suo memoriale se ne scusa. Ma il rilievo penale delle frasi esce a volte decisamente ridimensionato. Il passaggio dove l'opera di selezione è quasi plateale è a pagina 86 dell'ordinanza di custodia. Il primario parla con una amica che gli chiede delle protesi americane non previste dagli accordi regionali e da lui ampiamente utilizzate, per le quali è accusato di corruzione: «Ma tu, onestamente perché continuavi a mettere queste Johnson & Johnson? Tu prendi qualche royalty da questi?». Nell'ordinanza, Confalonieri risponde: «Sono consulente, sì, sono consulente io». Ma la risposta integrale è: «Perché sono le migliori e perchè ho fatto il software con loro, usavo il mio software (... ) son consulente , si, sono consulente io, beh, ma metto anche le altre, sono consulente globale». Cambia tutto. «Erano in sala operatoria e le utilizzavo. Io richiesta specifica di Johnson & Johnson non ne ho mai fatte»: ma anche questa frase finisce in corpo minuscolo, nei brogliacci della Finanza. E via di questo passo. Una frase di Confalonieri per il giudice conferma «in maniera cristallina» la sua colpevolezza: peccato che dai brogliacci si scopra che subito dopo il medico si mette a ridere, ma il giudice non lo scrive. Per i viaggi che avrebbe scroccato alla società B.Braun in cambio dei trattamenti di favore ai suoi prodotti, spiega che in realtà la società non tirava fuori un euro: anche questo sparisce dalle carte. La lettura integrale dell'intercettazione che ha fatto il giro del web, frettolosamente spacciata per «ho spaccato una gamba per allenarmi» racconta chiaramente che in realtà «per allenarsi» all'utilizzo di una tecnica, l'accesso «Bikini» il medico aveva operato pochi giorni prima una anziana, e che la rottura del femore era stata un incidente. Nella parte di intercettazione che compare solo nei brogliacci Confaloneri rivendica la correttezza della tecnica: «È questo che si fa». E le intercettazioni successive all'altro intervento analogo che finisce anch'esso con la rottura del femore, lette integralmente mostrano un medico assai meno cinico di quanto il provvedimento giudiziario racconta. Sull'architrave dell'inchiesta, l'utilizzo per arricchirsi delle protesi Johnson & Johnson, in una intercettazione il primario è netto: «Finché nessuno mi dice niente io continuo ad usarla se è il prodotto che ritengo più idoneo alla mia attività», ma anche questa frase rimane confinata ai brogliacci. «Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare», diceva Richelieu. A volte bastano sei parole.

Se il mostro non fosse il dottore. Il caso del femore rotto. Il medico arrestato: "Io un pioniere, non un mostro". Ecco cosa c'è davvero agli atti dell'inchiesta, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 30/03/2017, su "Il Giornale". Una premessa d'obbligo. Non conosco Norberto Confalonieri, primario di ortopedia dell'ospedale Gaetano Pini di Milano arrestato la scorsa settimana con accuse gravi e infamanti. È che nella sua vicenda, riportata anche da noi con una certa rilevanza, c'è qualche cosa che non torna. Tutto il Paese si è giustamente indignato leggendo un'intercettazione telefonica scioccante che lo riguardava: «Ho rotto un femore a un'anziana per allenarmi». Oggi mi chiedo: davvero può essere che in uno dei più prestigiosi ospedali d'Italia si «rompa un femore» per allenamento? La cosa in effetti non risulta agli atti. C'è, sì, un'intercettazione nella quale, parlando con un'amica, Confalonieri dice: «Eh l'ho rotto... è come è andato... l'ho lasciato lì così perché... gli ho fatto la via d'accesso bikini... per allenarmi...». È evidente che la parola «allenamento» non è riferita a rompere femori ma a una tecnica («bikini»). Dai documenti risulta peraltro che il problema c'è stato, ma di una lievità tale che la paziente se l'è cavata con qualche giorno di riposo. Può un professionista essere fatto passare per mostro e arrestato solo perché al telefono, dopo una giornata passata in camera operatoria, usa parlando con amici una parola, «allenamento», inadeguata al tema? Se la risposta fosse «sì», saremmo in presenza di un nuovo reato, quello di «parola inadeguata o sconveniente», dal quale in pochi ci salveremmo. Non certo noi giornalisti (basterebbe intercettare una riunione di redazione), non certo i magistrati (basti ricordare il «io quello lo sfascio» pronunciato da Di Pietro pm nei confronti di Berlusconi). E allora mi chiedo: che bisogno c'era di divulgare un'intercettazione infamante facendo credere l'esistenza di un reato preciso (spezzare i femori) senza averne controllato prima la fondatezza? Non risulta neppure che il pm abbia chiesto consulenze scientifiche sulla «tecnica bikini» e sulle sue percentuali di successo. Ci sono insomma i presupposti per temere che ci si trovi di fronte all'ennesima inchiesta mediatica, questa volta nel campo della sanità. A tal proposito, consiglio il libro Io, trafficante di virus, una storia di scienza e di amara giustizia (editore Rizzoli). È scritto da Ilaria Capua, ricercatrice indagata per associazione a delinquere e poi completamente assolta. Invece che in galera, dove qualche pm voleva finisse, oggi dirige un centro di eccellenza in Florida. Come dire, a volte i cervelli fanno bene a fuggire.

Costa Concordia, Schettino si difende: "Non ho abbandonato la nave, non potevo risalire". L'ex capitano della Costa Concordia Francesco Schettino condannato a 16 anni per il nubifragio della nave si difende in un video pubblicato su Youtube, scrive Enrica Iacono, Domenica 12/03/2017, su "Il Giornale". Torna a parlare l'ex comandante della Costa Concordia Francesco Schettino condannato a 16 anni per il nubifragio della nave da crociera avvenuto nel gennaio 2012. Questa volta lo fa attraverso un video di 17 minuti postato su Youtube chiamato "L'onore del marinaio" in cui Schettino è pronto a dimostrare la sua innocenza: "È falso che io abbia abbandonato la nave. Posso dimostrarlo. Sono saltato sull'ultima scialuppa poco prima che la nave si abbattesse e la trascinasse sul fondo insieme a tutte le persone che erano a bordo", ha dichiarato Schettino. Il comandante dice di essere sceso per disincagliare l'ultima scialuppa su cui la nave stava per rovesciarsi e di aver coordinato i soccorsi dalla scogliera secondo le indicazioni del comando generale. Nel video si fa riferimento anche alla telefonata con Gregorio De Falco, capitano di fregata della capitaneria di porto che ordinò a Schettino di risalire immediatamente a bordo della nave attraverso la biscaggina: "Quando all'1.46 mi chiese di risalire a bordo - spiega Schettino - De Falco ignorava tutte le informazioni ricevute da me, dal comando generale delle Capitanerie di Roma e dalla motovedetta coordinatrice dei soccorsi sul campo. Non sapeva che la nave si era abbattuta sul fondo e, soprattutto, che la biscaggina da lui indicata era ormai sott'acqua". In più nel video c'è anche l'audio di una telefonata con il tenente di vascello Vincenzo manna del comando delle capitanerie a Roma che disse al comandante di restare sulla scogliera perché "ero il loro punto di riferimento visivo e mi disse di conservare la batteria del cellulare".

Assolto dopo 17 anni dall’accusa ingiusta di aver abusato dei figli, scrive Damiano Aliprandi il 22 Aprile 2017 su "Il Dubbio".  Era stato condannato ma i figli hanno ritrattato, confessando di essere stati costretti dalla madre ad accusare il padre. L’incubo di Saverio De Sario è durato diciassette anni, durante i quali si è sempre proclamato innocente per quell’accusa infamante di aver abusato dei suoi due figli. De Sario era stato condannato in via definitiva a 11 anni di carcere per abusi sessuali sui figli che però, a distanza di anni, hanno ritrattato la loro versione spiegando di essere stati costretti dalla madre, dalla quale De Sario si era separato, a mentire. Ieri la decisione della Corte di appello di Perugia, al termine del processo di revisione, lo ha assolto e i ragazzi, che oggi hanno 24 e 27 anni hanno potuto riabbracciare il padre. L’incubo per Saverio De Sario è finito ieri pomeriggio davanti al carcere di Terni. La Corte di appello di Perugia lo ha assolto al termine del processo di revisione dopo che era stato condannato in via definitiva a 11 anni di reclusione per abusi sessuali sui figli. C’erano proprio i figli, che hanno 27 e 24 anni, ad aspettare il padre fuori dal carcere, insieme alla zia Rita e a un cugino, oltre ad altri parenti e all’avvocato Massimiliano Battagliola. A De Sario gli abusi sui figli erano stati contestati tra la Sardegna, sua terra d’origine, e Brescia, dove la famiglia ha vissuto per anni prima della separazione tra marito e moglie. Alla revisione del processo a Perugia l’avvocato di De Sario, Massimiliano Battagliola, era arrivato dopo una prima richiesta rigettata dalla Corte d’appello. Nel primo processo i figli di De Sario, che all’epoca dei fatti avevano 7 e 10 anni, dichiararono di essere stati abusati dal padre. Ma due anni fa avevano ritrattato, sostenendo di aver fornito quella versione per assecondare la madre. La prima versione, resa 15 anni prima durante il processo in tribunale a Oristano, portò il padre alla condanna a 10 anni di carcere, diventata definitiva nel 2015. Agli atti del nuovo processo, oltre alla ritrattazione, anche un memoriale che Gabriele De Sario, il figlio maggiore, ha scritto durante la sua permanenza in una comunità a Brescia, nel quale il ragazzo racconta quella che a suo dire è la verità. Quel testo però non venne mai preso in considerazione dagli educatori della struttura. "Non ci speravamo più, dopo 17 anni siamo riusciti a far emergere la verità", ha commentato il figlio Gabriele dopo la lettura della sentenza che ha assolto il padre.

Le 23 volte di Francesca: ruba perché sa vivere solo in carcere, scrive Vincenzo Imperitura il 20 Aprile 2017 su "Il Dubbio". La storia incredibile di una quarantenne romana che compie piccoli reati per farsi arrestare. Una vita difficile ai margini della città tra piccoli furti, droga e povertà. «Ma che devo fare per andare in galera» ? Francesca, poco più che quaranta anni, se lo lascia sfuggire durante l’ennesima udienza di convalida all’ennesimo arresto. Quasi un’invocazione, un appello, che rimbalza nell’aula affollata delle udienze “direttissime”. Con quello della settimana scorsa – accusata di tentato furto aggravato per avere portato via da un’autorimessa una manciata di chiavi e il frontalino di una radio – fanno 23 procedimenti penali pendenti, alcuni in fase di indagine, altri definiti in primo e in secondo grado, negli ultimi due anni. Un vero e proprio tour de force giudiziario per una figura che sfugge alle consuete classificazioni sociali. Cresciuta nella capitale, Francesca vive una vita quasi normale: il lavoro, almeno quando c’è, il matrimonio. Poi il baratro della droga che le costa una condanna definitiva per aver venduto una dose poi risultata fatale. Anche il suo compagno muore a causa di un’overdose, e Francesca resta vedova, con una pensioncina di reversibilità che le arriva per il lavoro del marito defunto. Una vita difficile, vissuta ai margini della città, tra gli ultimi. Tanto carcere, poi accampata dove capita: in una tenda arrangiata sul Tevere, o dentro i padiglioni dismessi del Forlanini, la donna viene inserita anche in un percorso di reinserimento attraverso una comunità terapeutica in Veneto, ma dura poco. Francesca scappa da Vicenza e torna a Roma. Non sta bene. Ormai anche gli ultimi amici, che ostinatamente avevano tentato di aiutarla, rinunciano. La donna inizia così la sua personale odissea giudiziaria: tra il 2015 e il 2017 si rende protagonista di piccoli furti (alcuni commessi a distanza di poche ore l’uno dall’altro) e non rispetta gli obblighi che le impone il tribuna- le in conseguenza agli stessi reati. Finisce così con l’entrare e uscire dalle aule di piazzale Clodio per una ventina di volte, l’ultima delle quali, appunto, la settimana scorsa, quando era stata sorpresa dopo avere tentato di sottrarre alcune chiavi e poco altro da un garage a Monteverde. Davanti al giudice che deve convalidare il suo arresto, la Procura – visto anche il curriculum giudiziario dell’indagata – chiede la custodia cautelare in carcere, ma la richiesta viene respinta dal tribunale che, salomonicamente, assegna alla donna l’obbligo di firma in questura, ignorando contestualmente anche la richiesta del suo legale. L’avvocato Dario Candeloro infatti, cercando di evitare l’ennesima carcerazione inutile ai suoi danni, aveva richiesto per Francesca l’applicazione della custodia cautelare presso una struttura di cura. Una tesi che si sosteneva anche sulla perizia psichiatrica che aveva riconosciuto Francesca come solo parzialmente in grado di intendere. Una soluzione prevista dal codice di procedura penale e che avrebbe certamente aiutato una donna che, appare evidente, continua a chiedere aiuto. La richiesta però è stata respinta e il “problema” Francesca così, rimandato al prossimo furtarello. «La mia assistita versa in una situazione assolutamente disperata, ai limiti del surreale, come d’altronde rappresentato all’autorità giudiziaria. Sotto il profilo prettamente giuridico – racconta l’avvocato Candeloro, che può consolarsi di avere almeno evitato il carcere per la propria assistita – si è ottenuto certamente il miglior risultato auspicabile; tuttavia sarebbe opportuno un incisivo intervento, da parte degli enti competenti, al fine di favorire il sostegno che necessita una persona che versa in queste condizioni, ed evitare il verificarsi di paradossali situazioni analoghe». Ora Francesca deve recarsi due volte la settimana in questura per la firma. Almeno fino a quando non tenterà di rubare qualche altra sciocchezza.

Sono innocente. Angelo Massaro. Taranto. Il Foro dell’ingiustizia. Angelo Massaro, 20 anni di carcere da innocente in folta compagnia. Non erano colpevoli, chiedono 12 mln di euro. Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento. Domenico Morrone, 15 anni di carcere da innocente, risarcito con 4,5 milioni di euro. E poi ci sono le condanne dubbie in presenza di confessioni verificate, e ciononostante non credute: Faiuolo, Orlandi, Nardelli, Tinelli, Montemurro, Donvito per i delitti di Sebai, il killer delle vecchiette. Cosima Serrano e Sabrina Misseri per il delitto di Michele Misseri, il killer di Avetrana.

La storia di Angelo Massaro, che ha passato 20 anni in prigione per una parola fraintesa. L’incredibile odissea dell’uomo di 51 anni che è stato condannato a 30 anni per un delitto mai commesso. È stato scarcerato con revisione del processo, scrive Carlo Vulpio il 24 febbraio 2017 su "Il Corriere della Sera". Sua moglie Patrizia festeggia oggi (ieri, ndr) il compleanno, 43 anni, ventuno dei quali trascorsi ad aspettarlo, a crescere i loro due figli, Raffaele e Antonio, e a peregrinare da un carcere all’altro: Foggia, Carinola, Rossano Calabro, Melfi e infine Catanzaro. Lui, Angelo Massaro, 51 anni, di Fragagnano, Taranto, è appena uscito dal carcere di via Tre Fontane e ha trovato lì Patrizia, che lo ha abbracciato e in silenzio lo ha aiutato a caricare le sue poche cose su una station wagon molto usata. È già sera, ci allontaniamo da quei muri ostili, scegliamo un posto più defilato per parlare e finalmente lo troviamo nella sala del biliardo di un bar della frazione di Santa Maria, a Catanzaro Lido. Sappiamo, lo ha scritto il Quotidiano di Lecce, che Angelo Massaro, condannato ingiustamente per un omicidio mai commesso, quello di Lorenzo Fersurella, ammazzato a San Giorgio Jonico il 10 ottobre 1995, dopo ventuno anni di galera è stato riconosciuto innocente grazie alla revisione del processo, in cui hanno fermamente creduto i suoi avvocati, Salvatore Maggio e Salvatore Staiano. Ma non sappiamo che già un’altra volta Massaro è stato vittima di un altro clamoroso errore giudiziario, perché ritenuto l’autore di un altro omicidio, quello di Fernando Panico, avvenuto a Taranto nel 1991. Anche allora, Massaro fu arrestato, condannato a 21 anni, incarcerato per un anno e poi giudicato definitivamente innocente e risarcito dallo Stato con 10 milioni di lire. «Non pensavo che quattro anni dopo avrei vissuto lo stesso incubo — dice Angelo Massaro — per una intercettazione telefonica in cui dicevo a mia moglie, in dialetto, “tengo stu muert”, cioè “ho questo morto, questo peso morto”, un Bobcat che trasportavo nel carrello agganciato all’auto e che dovevo lasciare prima di andare a prendere mio figlio per accompagnarlo a scuola». Massaro era intercettato per fatti di droga — che lo stavano rovinando, perché la assumeva e poi l’ha anche spacciata —, ma paradossalmente proprio questa vicenda, conclusasi con la sua condanna definitiva a 10 anni, lo ha salvato dalla seconda ingiusta condanna per omicidio. «Ho sbagliato ed era giusto che pagassi, ma se non ci fosse stato il processo per spaccio di droga, dal quale abbiamo tratto gli elementi che mi hanno scagionato dall’accusa di omicidio, oggi per tutti io sarei un assassino». Certo, adesso Massaro chiederà il risarcimento per ingiusta detenzione, come fece undici anni fa, sempre a Taranto, Domenico Morrone, 15 anni di galera per un duplice omicidio mai commesso e poi riconosciuto innocente e risarcito con 4,5 milioni di euro, forse la cifra record per questo tipo di performance della giustizia italiana. «Ma nessun risarcimento mi ridarà i miei anni perduti — dice lui — e mi consolerà delle afflizioni patite. Non ho visto i miei figli per sette anni consecutivi, dal 2008 al 2015. Ho condiviso celle minuscole con detenuti ammalati di Aids, tubercolosi, epatite C, senza che nessuno mi avesse avvertito. Mi sono stati negati i permessi più semplici, come quelli per il battesimo e la prima comunione dei miei bambini. E ora anche la beffa finale. Appena avremo finito di parlare, devo presentarmi in Questura perché mi hanno anche imposto la sorveglianza speciale. È questo il carcere che rieduca? Dalla galera, esce carico di odio anche un cagnolino docile». Massaro in carcere si è diplomato da geometra e si è poi iscritto a Giurisprudenza, facoltà in cui ha già superato cinque esami con voti alti. «Studiare mi è servito tanto — dice —, ma sono stati lo yoga, la meditazione e lo sport a non farmi impazzire, a farmi chiudere un capitolo della mia vita sbagliata e a sopravvivere alla persecuzione giudiziaria, che non auguro a nessuno».

La storia di Pio Del Gaudio, ex sindaco di Caserta, è andata in onda sul Tg1 del 6 febbraio 2017. Arrestato a luglio 2015 e prosciolto un anno e mezzo dopo dalle accuse di corruzione e finanziamento illecito. "sono entrato in carcere da camorrista ma adesso sono rinato", dice al Tg1. Emma D'Aquino.

Il Gip di Napoli Egle Pilla ha poi prosciolto dall'accusa di corruzione e finanziamento illecito ai partiti, con l'aggravante mafiosa, l'ex sindaco di Caserta Pio Del Gaudio (Fi), arrestato nel luglio del 2015 nell'ambito dell'indagine della Dda partenopea "Medea", sulle infiltrazioni e i condizionamenti del clan Zagaria negli appalti concessi da amministrazioni pubbliche, scrive il 27 gennaio 2017 "L'Eco di Caserta". Del Gaudio, accusato di aver intascato prima delle elezioni comunali del 2011, poi vinte, 30mila euro dall'imprenditore Pino Fontana, ritenuto vicino al clan Zagaria, restò in carcere per 14 giorni. Allora fece scalpore il fatto che per arrestare Del Gaudio, che in quel momento non occupava più da un mese la carica di sindaco, fosse stato utilizzato dai carabinieri un elicottero con cui sorvolare la sua abitazione. Nelle scorse settimane, la Dda di Napoli - sostituti Alessandro D'Alessio e Maurizio Giordano, -aveva notificato a Del Gaudio l'avviso di conclusione indagini, ma poi in seguito agli elementi a discarico presentati dal legale dell'ex sindaco, Dezio Ferraro, ha deciso di richiedere l'archiviazione, accolta oggi dal Gip. "È finito un incubo", dice sollevato Del Gaudio. "La mia fortuna - prosegue - è che nel mio caso i magistrati sono stati molto veloci, decidendo in un anno e mezzo, ma penso alle tante persone accusate ingiustamente, specie a quelle che sono in carcere, ma che non hanno la possibilità di difendersi. Voglio battermi per loro. Non ce l'ho con i magistrati, fanno il loro lavoro, ma dico che prima di arrestare qualcuno bisogna pensarci molto bene. Questa indagine ha rovinato la mia vita personale e professionale; faccio il commercialista e il mio studio, dopo il mio arresto, ha avuto un crollo. La cosa positiva è che quasi tutta la città già mi aveva assolto. Per ora non penso però a tornare in politica, e soprattutto non in questa politica dove non contano il merito e la competenza", conclude Del Gaudio.

«Io, ex sindaco finito in carcere da innocente: la mia vita distrutta», scrive Marilù Musto su “Il Mattino” il 27 gennaio 2017. «Io rispondo alla mia coscienza». Inizia così il lungo sfogo dell'ex sindaco della città di Caserta, Pio Del Gaudio, eletto nel 2011 e arrestato il 14 luglio del 2015 nell'operazione della Dda di Napoli «Medea». Ieri, dopo un anno e mezzo di indagini sul suo conto, il gip di Napoli ha deciso di archiviare il caso. Pesanti le accuse contestate e poi ritirate dalla Procura: corruzione e finanziamento illecito ai partiti in campagna elettorale con l'aggravante di aver agevolato il clan dei Casalesi negli appalti. Accuse cadute prima al Riesame e poi in Cassazione, dove i giudici hanno demolito la prima ordinanza emessa a luglio del 2015. «Sapevo di non aver fatto nulla - dice ancora Del Gaudio - mi ha fatto male vedere mio figlio scegliere di partecipare alla selezione universitaria per Medicina solo al Nord, che ha poi superato. Ho pianto da solo a casa, senza farmi vedere da nessuno in questi anni, nemmeno da mia moglie. Ho perso un mio amico e collega che un giorno mi disse: scusami, ma tu sei seguito dai carabinieri, noi non possiamo camminare insieme. Alcune deleghe mi sono state ritirate. In carcere però ho scoperto la solidarietà umana, la vicinanza del mio amico di cella, Mirko, e degli altri detenuti che mi dicevano: ma tu cosa ci fai qui? Ora ringrazio i miei avvocati, Dezio Ferraro e Giuseppe Stellato». «È finito un incubo», dice ancora sollevato Del Gaudio. «La mia fortuna - conclude - è che nel mio caso i magistrati sono stati molto veloci, decidendo in un anno e mezzo, ma penso alle tante persone accusate ingiustamente, specie a quelle che sono in carcere, ma che non hanno la possibilità di difendersi. Voglio battermi per loro. Non ce l’ho con i magistrati, fanno il loro lavoro, ma dico che prima di arrestare qualcuno bisogna pensarci molto bene. Questa indagine ha rovinato la mia vita personale e professionale; faccio il commercialista e il mio studio, dopo il mio arresto, ha avuto un crollo. La cosa positiva è che quasi tutta la città già mi aveva assolto. Per ora non penso però a tornare in politica, e soprattutto non in questa politica dove non contano il merito e la competenza».

L'odissea assurda di Incalza, mister sedici assoluzioni. Per anni è stato dipinto come il perno di un sistema corrotto. Invece non è mai arrivato neanche a processo, scrive Stefano Zurlo, Venerdì 17/02/2017, su "Il Giornale". Due anni fa, quando lo arrestarono, il suo nome veniva associato in automatico alla parola sistema: si, il sistema Incalza. Diventò un mantra sui giornali e in tv: Ercole Incalza era ovunque e tutti lo descrivevano come un boiardo di Stato, un tecnico abilissimo che nelle pieghe della legge coltivava i propri interessi. Il signore del malaffare all'ombra di accordi indicibili, relazioni altolocate, tavoli fra potenti. Oggi le carte della magistratura, sentenze e decreti, ci restituiscono un'altra storia: meno affascinante, forse, ma ugualmente inquietante. Il manager settantaduenne è finito sul binario morto dell'archiviazione. Zero elementi, non si andrà neppure in aula perchè non ne vale la pena. Non ci sono prove, il procedimento finisce qua, anche se un troncone superstite, un relitto delle prime, devastanti accuse, è ancora in giro, disperso fra Firenze e altre città dove dovrebbe approdare. Lui riassume in poche battute una storia drammatica che dovrebbe far riflettere, sia detto senza proclami, proprio nel giorno in cui si celebrano i 25 anni di Mani pulite: «Sono stato arrestato nel marzo 2015 con una sfilza di accuse, dalla corruzione alla turbativa d'asta fino all'associazione a delinquere. Il mio nome era sulla bocca di tutti, come l'esempio eclatante del marcio che c'è nel nostro Paese. Bene, sono stato 19 giorni in carcere e 71 ai domiciliari, tutte le mie attività sono state spazzate via. Adesso il gip mette la parola fine su richiesta del pm». Ma c'è di più, a completare la parabola del mandarino che stava ai vertici del Ministero delle infrastrutture: «Questa è la sedicesima volta che vengo inquisito e la sedicesima che vengo scagionato, senza mai e sottolineo mai, dovermi difendere in aula». Perchè i capi d'imputazione, clamorosi o eclatanti che fossero, sono caduti prima. Come foglie al vento. C'è da stropicciarsi gli occhi. Perchè solo quest'ultimo capitolo fiorentino è una collezione di titoloni e di servizi da copertina: la controversa galleria dell'Alta velocità a Firenze, l'hub portuale di Trieste, le grandi opere che si portavano dietro, secondo la vulgata universalmente accettata, fiumi di tangenti, sprechi faraonici, scempi ambientali. Scandali, si diceva, provocati da network sotterranei di grand commis, politici senza scrupoli, funzionari compiacenti. Sarà pure vero, almeno in parte, ma fa una certa impressione leggere che il chilometrico atto d'accusa si accartoccia cosi, in poche, meste righe: «Rilevato che all'esito delle indagini svolte non sono stati acquisiti elementi di prova adeguati per sostenere fondatamente l'accusa in giudizio». Per questo tutta quella fragorosissima telenovela giudiziaria finisce nel cestino. A parte quel moncone ancora in viaggio, non si sa bene per quale procura. L' opinione pubblica scommetteva sulla colpevolezza, rilanciata da talk e reportage, il ministro Maurizio Lupi veniva messo alla gogna e si dimetteva dopo aver ricevuto l'ultima razione di insulti in una livida mattina alla Fiera di Rho. L'indagine, invece, ha smentito il teorema e le manette. Una storia che si ripete se si torna al procedimento numero quindici: qui Incalza, difeso dall'avvocato Titta Madia, era nel mirino, tanto per cambiare, per associazione a delinquere, sempre a Firenze e sempre per opere legate all'Alta velocità. Per la Procura Incalza e l'architetto Giuseppe Mele avrebbero portato un «rilevante contributo agli obiettivi dell'Associazione in quanto dirigenti dell'Unità di missione del ministero delle infrastrutture a cui faceva riferimento l'appalto Tav di Firenze». In soldoni, l'onnipresente manager avrebbe brigato per superare lo scoglio della valutazione paesaggistica: un passaggio necessario per far marciare i lavori. «Ma la vicenda - scrive il gip di Firenze - appare pregiudicata perchè l'autorizzazione non era scaduta». Tanto rumore per nulla. Come nel '98, quando Incalza, amministratore delegato della Tav nell'era Necci, fini ai domiciliari per 36 giorni. Pure allora, naturalmente, Incalza se la cavò. Cosi per una vita, su e giù sulle montagne russe della giustizia italiana.

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

Confessione falsa estorta. Quando l’interrogato è costretto a confessare.

Quando la verità su cosa ci circonda ci è suggerita dalla fiction straniera.

Centinaia di migliaia di errori giudiziari, in minima parte riconosciuti. E grazie ad Alberto Matano alcuni dei quali portati alla conoscenza del grande pubblico, con il suo programma “Sono Innocente” su Rai tre.

L’inchiesta del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul delitto di Sarah Scazzi ha scritto un libro, così come ha scritto su tutti i principali delitti andati agli onori delle cronache, specialmente a Taranto. Saggi inseriti in un contesto di malagiustizia dove ci sono inseriti esempi di confessioni estorte e di cui si può parlare senza subire ritorsioni. Uno tra tutti: Giuseppe Gullotta. Questi libri fanno parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” che si compone di decine di opere: saggi periodici di aggiornamento temporale; saggi tematici e saggi territoriali. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. “L’Italia del Trucco, l’Italia che Siamo”. Collana editoriale di decine di saggi autoprodotta da Antonio Giangrande su Amazon, Create Space, Lulu, Google Libri. ecc.

Quasi nessuno sa, ed i media colpevolisti hanno interesse a non farlo sapere, che vi è una vera e propria strategia per chiudere in fretta i casi illuminati dalle telecamere delle tv. Strategia, oggetto di studio americana, ignorata da molti avvocati nostrani e non accessibile alla totalità degli studiosi della materia.

Tecniche di interrogatorio consapevolmente torturanti. Manipolare, distorcere le parole, convincere che la confessione è una liberazione. Spingere un uomo a confessare il falso.

Come estorcere una confessione. HOW TO FORCE A CONFESSION:

Sfinimento psicologico per rendere vulnerabile il soggetto. MENTAL EXHAUSTION. La stanchezza. Molte ore di interrogatorio con la reiterata accusa di colpevolezza.

La promessa di una via d’uscita. THE PROMISE OF ESCAPE. Farlo sentire in trappola quando è stanco, esausto, in disagio, claustrofobia.

Offrire una ricompensa. OFFER A REWARD. Lo stato di disagio psicologico o bisogno fisico (fame, sete, freddo, caldo, andare al bagno) o per salvare una persona amata da un imminente pericolo di coinvolgimento o con la concessione a questa di uno sconto di pena.

Suggerire le parole per la confessione. FORCING LANGUAGE

Studio tratto da Bull. Stagione 1. Episodio 5: Vero o falso? Mandato in onda da Rai 2 Domenica 5 marzo 2017 ore 21,00.

Bull e la sua squadra prendono le difese del giovane Richard Fleer che ha confessato di avere ucciso la sua ricca fidanzata, messo sotto pressione dall'interrogatorio della Polizia...

Estorcere le informazioni: interrogatori e torture, scrive Roberto Colella, Giornalista di Guerra e Ricercatore presso l'Isag, su "L'huffingtonpost.it" l'11/12/2014. Nel marzo 2002 veniva catturato Abu Zubeydah, nato in Arabia Saudita da genitori palestinesi. L'arresto di Abu Zubeydah era legato all'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre. Drogato dall'Fbi, rivelò le connessioni segrete tra i vertici di Al Qaeda, alcuni principi reali sauditi ed alti ufficiali pakistani, dei quali fornì i telefoni personali sperando di essere liberato. Da allora Abu Zubeydah venne preso in carico dalla Cia e trasportato in una base segreta in Thailandia per poi essere trasferito a Guantanamo solo nell'estate del 2006. Quella di sottoporre i terroristi a droghe allucinogene è soltanto una delle tecniche adottate per torturare i prigionieri. Oggi fanno rabbrividire i dati inerenti il "Rapporto sulla Tortura" preparato dalla Commissione intelligence del Senato Usa. Cinque prigionieri islamici sono stati soggetti ad alimentazione rettale, tra cui il cospiratore della Uss Cole, Abd al-Rahim al-Nashir, così come Majid Khan, amico e consigliere di uno dei responsabili dell'11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed. Il prigioniero Majid Khan ha ricevuto per via rettale il suo pasto: un purè di humus, pasta al sugo, noci e uvetta. Khalid Mohammed è stato invece sottoposto al processo di "reidratazione, senza che ve ne fosse una reale necessità". Già in precedenza molti dei terroristi detenuti a Guantanamo avevano subito una delle torture più dure ed espressamente vietata dalla Cia nel 2006: il waterboarding. Tra questi lo stesso Abu Zubaydah, che ha subito la pratica almeno 83 volte e Khalid Sheikh Mohammed, che l'ha provata per ben 183 volte. Gli effetti fisici di un waterboarding possono comprendere sofferenza e danno polmonare, danno neurologico causato dalla mancanza di ossigeno e, in alcuni casi, fratture causate delle cinghie utilizzate per immobilizzare la vittima. Gli effetti psicologici possono durare a lungo. Un uso prolungato del waterboarding può condurre anche alla morte. La tecnica prevede che la persona sia legata ad un'asse inclinata, con i piedi in alto e la testa in basso. Coloro che svolgono l'interrogatorio bloccano le braccia e le gambe alla persona in modo che non possa assolutamente muoversi, e le coprono la faccia. In alcune descrizioni, la persona è imbavagliata e qualche tipo di tessuto ne copre il naso e la bocca; in altre, la faccia è avvolta nel cellophane. A questo punto, colui che svolge l'interrogatorio a più riprese vuota dell'acqua sulla faccia della persona. A seconda del tipo di preparazione, l'acqua può entrare effettivamente nelle vie aeree oppure no; l'esperienza fisica di trovarsi sotto un'onda d'acqua sembra essere secondaria rispetto all'effetto psicologico. La mente crede di stare per affogare. Eppure nelle scuole americane dell'Fbi si prediligono e si insegnano altre tecniche di interrogatorio sui prigionieri, soprattutto basate su metodi non coercitivi e sul tranello psicologico. Tra queste il Knowelwdge bluff: chi interroga comunica dettagli con il finto atteggiamento di saperne molto di più, facendo credere all'interrogato di avere delle notizie, da altre fonti, che in realtà non si hanno. Fidex line-up: indicazione del sospettato come colpevole da parte di finti testimoni. Riverse line-up: l'interrogato viene falsamente accusato da parte di simulati testimoni di un reato molto più grave di quello di cui è sospettato. Bluff on a split pair: mettere in mano all'indagato una finta confessione dattiloscritta del complice, che lo accusa della responsabilità del reato commesso. Infine il famoso dilemma del prigioniero: se gli imputati sono due, metterli uno contro l'altro, facendo credere a ciascuno che l'altro ha confessato, accusandolo di correità, e sfruttando quindi la reciproca mancanza di fiducia. Il punto è che l'interesse degli organi militari americani è incentrato sull'informazione da estorcere piuttosto che sul rispetto dei diritti umani. Chi è sotto tortura spesso si limita a dire ciò che l'interrogatore si aspetta per porre fine alla sua sofferenza. L'interrogatore spesso è un militare che non ha conoscenze appropriate. Il ricorso alla tortura è spesso improduttivo e inaffidabile, ma ciò nonostante l'esercito continua ad utilizzarla. A molti sembra che la tortura sia un insieme di tecniche relegate ad un lontano passato. Ottenere una confessione senza i metodi di indagine moderni, come DNA, poligrafo e analisi della scena di un delitto ha contribuito a realizzare macchinosi e dolorosi metodi di tortura in passato, creando anche un'immagine del genere umano che nulla ha di edificante. Al giorno d'oggi sembra che il mondo civilizzato non abbia più bisogno di metodi così crudeli. La scienza è un fondamentale supporto per le indagini: abbiamo satelliti in grado di spiare le mosse del nemico, analisi chimiche che ci forniscono l'esatta identità di un criminale, tecniche sofisticate per ottenere una confessione veritiera senza sottoporre l'indagato ad una serie di pratiche che ben poco hanno di umano. Tuttavia la tortura è ancora oggi largamente impiegata, soprattutto in ambito militare. Quando sentiamo parlare di "waterboarding" o di "bombardamento sensoriale" sui prigionieri di guerra non stiamo facendo altro che dare nomi sofisticati a metodologie che non sono per nulla umane, ma rappresentano in tutto e per tutto tecniche di tortura. Durante il SERE, acronimo che sta per "Survival, Evasion, Resistance and Escape", i soldati americani ed inglesi vengono addestrati a ricorrere a "pratiche non ortodosse" per ottenere delle confessioni dai prigionieri. Le tecniche insegnate al SERE per molti sono soltanto un insieme di metodi per estorcere confessioni; il fine giustifica i mezzi. Per altri invece violano in tutto e per tutto la Convenzione di Ginevra, rendendole a tutti gli effetti metodi di tortura.

Una guida pratica ai metodi di tortura è codificata nel KUBARK (KUBARK Counterintelligence Interrogation), un manuale sulle tecniche di interrogatorio utilizzato dalla CIA. Tenuto segreto dal 1963 fino al 1997, la NSA lo ha reso di pubblico dominio dopo il Freedom of Information act, assieme ad un altro manuale, lo Human Resource Exploitation Manual, basato sul KUBARK.

Quali sono questi metodi? I più comuni sono i seguenti:

ISOLAMENTO. L'isolamento si è dimostrato un ottimo metodo di tortura per "spezzare" un essere umano. Sperimentato in molte carceri, l'isolamento si rivela spesso un'ottima arma per ridurre all'impotenza individui sociali, lasciandoli soli con loro stessi per periodi di tempo più o meno lunghi. Il KUBARK riporta l'esperienza di molti esploratori polari, i quali hanno riportato come l'isolamento sia un fattore di estremo stress per l'individuo, e che in molti casi sia stato la causa scatenante di attacchi di panico e di fobie. I sintomi primari dell'isolamento sono la superstizione, l'amore estremo per altri esseri viventi, percepire oggetti inanimati come vivi, e allucinazioni.

DOLORE. Il dolore è la più antica forma di tortura conosciuta. Molte persone sottovalutano la soglia del dolore che sono in grado di sostenere, ed una volta giunti al punto di rottura faranno di tutto per terminare l'agonia. La soglia del dolore può innalzarsi per motivi psicologici, come forti motivazioni, ma è pressochè identica per tutti gli esseri umani. Il KUBARK tuttavia specifica come il dolore non sia uno dei metodi di tortura migliori: proprio le motivazioni psicologiche dell'individuo sarebbero il punto debole di questa tecnica. Può inoltre fornire false confessioni nel caso il dolore fosse troppo intenso o prolungato nel tempo.

DEPRIVAZIONE DEL SONNO. Ci sono una marea di studi scientifici sulla deprivazione del sonno e sugli espetti devastanti che può avere sulla psiche umana. Il sonno è un elemento che contribuisce alla nostra stabilità mentale, e privare un individuo del riposo non fa altro che portarlo al punto di rottura, indurre allucinazioni multi-sensoriali e psicosi di diversa natura. Il KUBARK prevede che, dopo un periodo di tortura attraverso la deprivazione del sonno, il prigioniero venga fatto riposare, per poi procedere con l'interrogatorio. Il solo timore di poter tornare in uno stato di deprivazione del sonno è sufficiente a far parlare quasi chiunque. Menachem Begin, ex Primo Ministro israeliano, è stato prigioniero del KGB, ed ha subito questo genere di tortura. Parlando della sua esperienza riferisce: "Nella mente del prigioniero interrogato, inizia ad esserci confusione. Il suo spirito è stanco morto, le gambe sono instabili, ed ha un solo desiderio: dormire...Chiunque abbia sperimentato questa tortura sa che nemmeno la fame e la sete sono paragonabili a questo". Per fornire un esempio chiarificatore di cosa possa comportare la deprivazione del sonno, la Graduate Medical School di Singapore ha condotto un esperimento per verificare come la precezione visiva di un soggetto deprivato di sonno possa alterarsi. Il cervello viene alterato nella sua capacità di dare un senso a ciò che viene percepito attraverso la vista, può addirittura creare false memorie frutto di esperienze allucinatorie o di errate percezioni sensoriali, fino a condurre alla pazzia.

DEPRIVAZIONE SENSORIALE. La deprivazione sensoriale consiste nel privare un prigioniero di ogni stimolo proveniente dai sensi principali, isolandolo completamente dal mondo esterno. Come già scritto in un altro post riguardo alla deprivazione sensoriale, sono necessari solo 15 minuti per iniziare a sperimentare allucinazioni, attacchi di panico, paranoia. Poche ore di deprivazione sensoriale equivalgono a mesi di prigionia in una cella ordinaria...Alla Mcgill University, nel National Institute of Mental Health, sono stati condotti alcuni esperimenti sulla deprivazione sensoriale, dimostrando come questa tecnica di tortura possa alterare in brevissimo tempo la psiche di un individuo rendendolo estremamente più malleabile.

UMILIAZIONE SESSUALE. L'umiliazione sessuale si basa sulle credenze ed i punti di vista del prigioniero, e varia in base al sesso. Per esempio, una persona cattolica potrebbe essere un forte oppositore dell'omosessualità, per cui si punta a renderlo vittima di abusi orientati verso quel tipo di sfera sessuale. Il prigioniero può essere costretto ad indossare biancheria femminile, a travestirsi da donna, o fare lap dance di fronte all' interrogatore, in una serie di abusi psicologici, e talvolta fisici, che lo portano al punto di rottura. Un esempio classico di umiliazione sessuale è quello di Fahim Ansari, accusato della strage di Mumbai, che ha subito torture a sfondo sessuale da un agente donna dell'FBI riportando lesioni sui genitali e su altre parti del corpo. Altri casi di umiliazione sessuale sono avvenuti nel carcere di Abu Ghraib, con stupri, scariche elettriche ed sevizie a sfondo sessuale di ogni tipo.

FREDDO ESTREMO. Metodo di tortura che pare essere il preferito dal governo cinese, e sul quale ci sono numerose sperimentazioni passate su cavie umane compiute da menti malate come Shiro Ishii o Mengele. Il prigioniero viene bagnato con acqua fredda e lasciato all'esterno, o in una cella non riscaldata priva di vetri sulle finestre. Altri sono costretti a correre nella neve indossando soltanto la biancheria; altri ancora invece devono dormire per terra in celle non riscaldate, in pieno inverno. Lascio a voi immaginare se il metodo funziona o meno.

FOBIE E MINACCE. Il primo metodo di tortura sfrutta le fobie del prigioniero per spezzarne l'animo. C'è chi ad esempio ha la fobia per i ragni: in questo caso, può venir lasciato per ore in una stanza piena di ragni, per poi essere interrogato. Il timore di tornare in quella cella farà in modo che il prigioniero sia più calmo e risponda a tutte le domande che gli verranno poste. Ci sono inoltre le minacce: in individui con una bassa soglia del dolore, la minaccia di provocare dolore è insopportabile, a volte meno tollerabile ed efficace del dolore stesso. Per una strategia di tortura efficace, il KUBARK suggerisce di approfondire la psiche del prigioniero per fare leva efficacemente sulle sue paure più profonde, e per scoprire la soglia del dolore oltre la quale non possa più resistere.

WATER BOARDING. Il governo americano di recente ha confermato l'utilizzo del water boarding come strumento per ottenere delle confessioni. Sostanzialmente si tratta di un "affogamento controllato": si prende il prigioniero, e gli si versa acqua sul viso, simulando un annegamento. Alcuni agenti della CIA si sono sottoposti volontariamente al water boarding per provare l'esperienza, non riuscendo a resistere per più di 14 secondi.

La giornalista Julia Leyton ha descritto nei dettagli il metodo: "Il water boarding viene eseguito ponendo una persona su un tavolo inclinato, con la testa nel punto più basso ed i piedi in cima. L'interrogatore lega le braccia e le gambe del prigioniero in modo che non possa muoversi, e gli copre la faccia, alcune volte con del tessuto, altre con del cellophane. Poi si comincia a far cadere acqua sul viso del prigioniero; indipendentemente dal metodo, l'acqua entra o non entra nel naso e nella bocca del prigioniero. Ma l'esperienza fisica di essere sotto ondate di acqua sembra essere secondaria a quella psicologica. La mente del prigioniero crede che di essere realmente sul punto di affogare".

La “scienza dell’interrogatorio”. A volte l’interrogatorio è più devastante per chi lo effettua che per chi lo subisce. La notte del 22 dicembre 1961 il capo della stazione CIA a Helsinki, Franz Friberg, sentì suonare il campanello di casa. Insonnolito, andò ad aprire e si trovò di fronte uno sconosciuto; un uomo basso e massiccio, che in un inglese marcato da un vistoso accento russo gli disse di essere il maggiore Anatoly Klimov, dell’Ufficio Archivi del KGB: chiedeva asilo politico, in cambio avrebbe rivelato segreti della massima importanza. Inizialmente Friberg, come dichiarerà più tardi ad una commissione del Senato americano, pensò di avere a che fare con un pazzo o un provocatore e fu tentato di sbattergli la porta in faccia; invece, dopo avergli posto qualche domanda lo fece trasferire in una base americana nei pressi di Francoforte; lì, acclarata la sua identità, fu immediatamente trasportato negli Stati Uniti per essere interrogato dai migliori cervelli della CIA. Fu l’inizio della fine. Le circostanziate dichiarazioni di Klimov, infatti, permisero, sì, di smantellare quattro reti spionistiche che i sovietici avevano installato negli Stati Uniti e nei paesi della NATO ma delineavano un quadro agghiacciante: alcuni alti dirigenti dei servizi segreti occidentali, della stessa CIA, erano, in realtà “talpe”, agenti segreti dei sovietici. Chi erano? Klimov dichiarava di non saperlo; l’unica cosa che aveva appreso, spulciando frettolosamente qualche pratica segretissima finita negli archivi del KGB, era che i russi avevano favorito le loro carriere, ad esempio, consegnando ad essi alcune spie sovietiche. Un atroce dubbio si insinuò allora nella CIA: Klimov era veramente sincero o era una “polpetta avvelenata” lanciata dal KGB per distruggere la coesione dei servizi segreti occidentali? Per ben tre mesi il militare russo fu sottoposto alle più svariate tecniche di interrogatorio per acclarare questo enigma che, comunque, è rimasto tale; intanto l’ombra di un paranoico sospetto – che trasformava rivalità burocratiche in insinuazioni o, addirittura, in accuse di tradimento – paralizzava le attività della CIA e di altri servizi segreti occidentali. Stimati funzionari con anni di servizio alle spalle furono costretti al licenziamento e qualcuno tra questi andò a lamentarsi con i giornalisti. Lo scandalo partorì una commissione parlamentare di inchiesta che, se non è riuscita ad appurare la verità sul “caso Klimov”, (solo nel 1993 si è scoperto che Aldrich Ames, il dirigente della CIA che soprintendeva agli interrogatori di Klimov, era al soldo del KGB), almeno ha fatto conoscere all’opinione pubblica la, fino ad allora segreta, “scienza dell’interrogatorio”, codificata in un documento della CIA recentemente declassificato: il Kubark Counterintelligence Interrogation. I tentativi di trovare un modo “scientifico” per ottenere una piena confessione, comunque, risalgono, almeno al 1840 quando un clinico francese, Moreau de Tours, riferì che, durante il dormiveglia provocato da alcune sostanze, il paziente parla in modo, più o meno, incontrolla­to e può rivelare così i suoi altrimenti inconfessabili segreti. Questa considerazione determinò l’uso del protossido di azoto, del cloroformio, e dell’hashish, negli interrogatori che venivano condotti da poliziotti alla Sûreté di Parigi e da “alienisti” (antesignani dei moderni psichiatri) quali Magnan e Babinski. Nel 1931 Henry House battezza come “siero della verità” la scopolamina, una sostanza contenuta in alcuni vegetali, (quali la nostrana Mandragora Mandragora autumnalis o, ancora di più, in un arbusto, lo Hyoscyamus niger); analogo titolo si conquistano altre sostanze quali la mescalina, (prodotta dal fungo Peyotl cactacea), e barbiturici di sintesi quali Amital, Pentothal, Nembu­thal, Evipan… Negli anni “60 l’LSD (dietilammide dell’acido lisergico) suscita gli entusiasmi di alcuni ricercatori; primo tra tutti il dottor Donald Ewen Cameron, consulente della CIA e direttore del tenebroso “Progetto Mkultra” finalizzato a scoprire infallibili metodi per ottenere una completa confessione e le tecniche di “lavaggio del cervello” che si ipotizzava fossero state impiegate da farmacologi e psichiatri dell’Est per trasformare, ad esempio, ex prigionieri americani della guerra di Corea rientrati in patria in risoluti pacifisti. Dopo dieci anni di fallimentari esperimenti, il Progetto Mkultra fu chiuso. L’unico risultato sono state cinquanta persone con il sistema nervoso gravemente compromesso dalle altissime dosi di LSD somministrate da Cameron; nel 1988, dopo un processo durato quindici anni, sono state risarcite dal governo americano con 750.000 dollari a testa. Messo da parte l’inaffidabile LSD, alla metà degli anni 80 le speranze di ottenere il “siero della verità” si appuntano su alcune sostanze ottenute dalla metilendiossimetamfetamina (MDMA) che, a sua volta, discende da una molecola, l’MDA, brevettata in Germania nel 1914 e destinata come “droga di battaglia” per le truppe del Kaiser. Fino al 1990 l’MDMA, ideata dal neurochimico Alexander Shulgin, veniva impiegata in psichiatria nel tentativo di indurre maggiore capacità di autoanalisi poi il suo uso è stato proibito e da allora, questa droga, prodotta clandestinamente in innumerevoli laboratori e unita a intrugli vari, viene spacciata come “Ecstasy” tra il “popolo delle discoteche”. Ma “funzionano” davvero i sieri della verità? Secondo due psicologi americani, David Orne e James Gottschelck, il loro effetto, al di là dell’abbassamento della soglia di vigilanza, è sostanzialmente psicologico in quanto inducono nel soggetto che le ingerisce, e che si trova sotto stress per l’interrogatorio, una sorta di “alibi” per cedere. Esperimenti effettuati con placebo (una innocua pillola zuccherata spacciata per un potentissimo siero della verità) hanno, infatti, in molti casi indotto il soggetto a credere di essere stato drogato e a raccontare tutto senza alcun rimorso o paura di biasimo. Ma se la “verità” non la si può estorcere, perché non tentare, almeno, di segnalare le bugie? Già nel 1895 Cesare Lombroso per scoprire nelle “palpitazioni” la “prova” delle menzogne dell’interrogato usava un apparecchio di sua invenzione, l’idrosismografo, nel quale la mano dell’interrogato, immersa in un recipiente pieno di acqua, trasmetteva il ritmo del polso e le variazioni della pressione sanguigna ad un tubo di gomma e, quindi, ad un ago ricoperto di nerofumo che tracciava una striscia di carta. Negli anni seguenti si scoprì che in una persona sottoposta ad uno stress, come quello che si determinerebbe quando dice una bugia, si verifica quello che allora era chiamato “riflesso psico-galvanico” (e cioè, una variazione nella resistenza della pelle al passaggio di elettricità) e una variazione del ritmo respiratorio. L’americano Leonard Keeler costruì, quindi, nel 1939, un dispositivo che registrava simultaneamente la cadenza del polso, la pressione sanguigna, il ritmo respiratorio e il riflesso psico-galvanico, battezzandolo poligrafo o “Lie Detector” (rivelatore di bugie). In realtà il responso del poligrafo, che si limita a registrare improvvisi “turbamenti”, dipende dalla scelta e dall’opportuna distribuzione delle domande e dalla interpretazione che si da del tracciato. Per di più, l’interrogato durante la prova, può ingannare la macchina, ad esempio infliggendosi dolore, controllando la respirazione, contraendo impercettibilmente i muscoli delle braccia e delle gambe…Per vanificare quest’ultimo espediente Walter Reid negli anni “80 accessoriò il poligrafo con due cuscini pneumatici sistemati sotto gli avambracci e sotto le cosce dell’interrogato che registrano le pur minime contrazioni muscolari. È solo uno dei tanti stratagemmi messi a punto dai tecnici del Lie Detector che oggi si avvale di innumerevoli sensori collegati a potenti computer. Nonostante ciò, nel febbraio di quest’anno, la Corte Federale degli Stati Uniti ha stabilito che questa macchina non può essere impiegata in un procedimento penale, nemmeno come ultima carta in mano all’imputato per dimostrare la propria innocenza. Ovviamente, la decisione ha scatenato un mare di polemiche anche perché proprio in quei giorni un ministro israeliano è stato costretto alle dimissioni dalle accuse di molestie sessuali, accertate dal Lie Detector, di una sua segretaria. Intanto un’altra “macchina della verità” si affaccia sulla scena; il FACS (Facial Action Coding System) che analizza la contrazione dei muscoli facciali coinvolti nell’espressione delle differenti emozioni. Gli ideatori della macchina, Paul Ekman e Vincent Friesen, dopo aver esaminato quasi cinquemila videoregistrazioni di diverse espressioni, hanno costruito un data base che contempla ogni contrazione muscolare della faccia, la sua durata, l’intensità… Nascerebbe da qui la capacità della macchina di distinguere la “sincerità” di una persona. L’ “autentico” sorriso, ad esempio, prevede la contrazione dei muscoli gran zigomatici, che fanno sollevare gli angoli della bocca, e dei muscoli orbicolari che fanno restringere le orbite oculari. Se il sorriso non è autentico, invece, si avrebbe una differente contrazione dei muscoli e, quindi, una asimmetria tra la parte sinistra e destra del volto. Va da sé che anche il FACS può essere ingannato da un soggetto che si “immedesima” perfettamente nella parte che sta recitando o da fattori culturali, sociali ed emozionali ancora oggi impossibili da valutare automaticamente. Nonostante ciò, il FACS sta acquistando una crescente popolarità e uno dei suoi principali sostenitori, Paul Ekman, docente di psicologia alla University of California, promette che l’applicazione di nuovi microprocessori e software porteranno l’affidabilità del FACS al 99 per cento tra appena cinque anni. Prospettive meno esaltanti, invece, per il PSE Psycological Stress Evaluation, una altra “macchina della verità” che secondo i suoi ideatori – Allan Bell, Charles McQuinston, Bill Ford – sarebbe in grado di evidenziare i livelli – emozionale, cognitivo e fisiologico – della voce umana analizzando i differenti valori di modulazione di frequenza determinati dalla variazione dell’afflusso sanguigno alle corde vocali. Nasce da qui un software, venduto anche in Italia, che promette di distinguere tra affermazioni “vere”, “false” o “manipolate”. Questo fino al maggio 1999, fin a quando, cioè, l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato non ha condannato la società produttrice del software per pubblicità ingannevole. Messi da parte sieri e macchine, per ottenere la verità si può tentare con, l’ipnosi che effettivamente, se il soggetto collabora, riesce a fare emergere qualcosa dal buio della mente. Il caso più famoso è certamente l’interrogatorio sotto ipnosi di Trevor Rees-Jones, – unico superstite nell’incidente automobilistico nel quale, il 31 agosto 1977, morì la principessa Diana – dal quale, comunque, non si è appreso nulla di rilevante ai fini dell’indagine. Non così per un analogo interrogatorio al quale è stato sottoposto nel 1998 un cittadino di Gerusalemme che, sopravvissuto ad una autobomba, è riuscito sotto ipnosi a ricordare il viso di uno degli attentatori. Ma, al di là di sieri, macchine, ipnosi. Quali sono le tecniche per spingere una persona a confessare? Intanto la tortura che, ancora oggi, viene, più o meno istituzionalmente, praticata nella maggior parte dei paesi. Infliggere dolore per ottenere una confessione è una pratica antichissima che ha avuto una vertiginosa escalation quando, agli inizi del secolo, si è scoperto che l’applicazione di elettrodi in alcune zone del corpo rendeva rapido e meno stressante il lavoro per il carnefice. Si è passati poi alla somministrazione di anfetamine per rendere l’interrogato più sensibile alla tortura e all’ “assistenza” di un medico per valutare (ad esempio misurando il rilascio nell’organismo dell’oppiode endogeno ß-endorfina o di dopamina) il livello di dolore raggiunto dall’interrogato e la ulteriore “soglia” di sofferenza raggiungibile. Comunque ancora oggi, poco si sa di questi studi e non a caso nel manuale della CIA “Kubark Counterintelligence Interrogation” numerosi paragrafi dedicati alle tecniche di “interrogatorio coercitivo di fonti resistenti” sono stati censurati nella versione resa pubblica. Ma occupiamoci ora di tecniche di interrogatorio meno efferate. Un metodo antichissimo e che, in America negli anni “20, è stato battezzato come tecnica “Mutt­ and Jeff”, consiste nell’alternare un interrogante brutale, rabbioso, dominatore, in visibile contrasto con un interrogante cordiale e calmo al quale l’interrogato finirà per affidarsi e confidarsi. Ma questi sono sistemi “artigianali”. La vera “scienza dell’interrogatorio” nasce in Occidente negli anni 50 con il rientro negli Stati Uniti di prigionieri di guerra sottoposti ad interrogatori dai nord coreani. Da una ricerca su 759 militari, condotta dallo psicologo, Howard Hinkle, la CIA ricavò una serie di direttive che codificheranno gli interrogatori degli innumerevoli profughi riversatisi in Occidente, soprattutto a seguito delle repressioni susseguitesi alla rivolta di Budapest, nel 1956 e alla “primavera di Praga” nel 1968. Secondo queste direttive l’interrogatorio deve essere preceduto da uno screening effettuato da un intervistatore, eventualmente coadiuvato da un Lie Detector, finalizzato ad acquisire informazioni sulla vita familiare e quindi sulla personalità del soggetto che saranno poi utilizzate dall’interrogatore. Il lavoro di quest’ultimo comincia predisponendo la stanza dell’interrogatorio. Secondo le disposizioni della CIA, questa non dovrebbe avere elementi di distrazione come un telefono che può squillare, quadri o pareti dipinte con colori vivaci; la presenza o meno di una scrivania deve dipendere non dalla comodità dell’interrogante ma, piuttosto, dalla prevista reazione del soggetto ad apparenze di superiorità e ufficialità. Se si prevede un “interrogatorio di tipo non coercitivo con una fonte cooperativa” l’interrogato dovrà avere a disposizione una poltrona imbottita; se si tratta, invece, di una “fonte resistente” una luce puntata sulla sua faccia può risultare utile. In quest’ultimo caso l’interrogato dovrebbe avere già subito un trattamento finalizzato a porlo in condizioni di assoluta dipendenza dall’onnipotente interrogante che potrà avergli concesso o meno il diritto di dormire, mangiare, lavarsi, cambiarsi d’abito; e questo per provocare nell’interrogato una regressione allo stato infantile. A questo punto comincia l’interrogatorio vero e proprio che dovrà essere calibrato sul “tipo” di soggetto precedentemente classificato dall’intervistatore. A tal proposito la CIA ha classificato nove “tipi psicoemozionali” il loro presumibile “stato infantile” e le metodologie per interrogarli. Addentriamoci brevemente in qualcuno di questi “tipi”:

l. Il tipo ordinato‑ostinato. Sobrio, ordinato, freddo, spesso molto intellettuale, si considera superiore agli altri. Di solito è stato un “ribelle” durante la fanciullezza, facendo l’esatto contrario di ciò che gli veniva ordinato dai genitori; da adul­to odia ogni autorità anche se, spesso riesce a mascherare la sua indole. Può confessare facilmente e rapida­mente sotto interrogatorio anche atti che non ha commesso, per distogliere l’interrogante dallo scoprire qualcosa di si­gnificativo. L’interrogante non dovrà apparire come un’autorità utilizzando, ad esempio, minacce o pugni sul tavolo ma dovrà essere cordiale, ad esempio interessandosi ad eventuali hobby coltivati da questo tipo (solitamente colleziona monete o altri oggetti). È utile che l’interrogante e la stanza del­l’interrogatorio appaiano straordinariamente lindi.

2. Il tipo ottimista. Di solito, è stato il membro più giovane di una famiglia numerosa o è nato da una donna di mezza età. Questo tipo reagisce ad una sfida rifugiandosi nella convinzione che “tutto andrà bene”, convinto di dipende­re non già dalle sue azioni ma da un destino propizio. Tende a cercare promesse mettendo l’in­terrogante nel ruolo di protettore e di solutore di problemi. Sotto interrogatorio, solitamente, si confida davanti ad un approccio gentile, paterno. Se resi­ste, deve essere trattato con la tecnica “Mutt­ and Jeff”.

3. Il tipo avido, esigente. Ha spesso sofferto di una precoce privazione di affetto o di sicurezza che lo porta, da adulto, a cercare un sostituto dei genitori. La sua devozione si trasferisce facilmente quando sente che lo sponsor che ha scelto lo ha abbandonato. Può essere soggetto a gravi e improvvise depressioni e rivolgere verso se stesso il suo desiderio di ven­detta arrivando fino al suicidio. L’interrogante che tratta con questo tipo deve fare atten­zione a non respingerlo e tener conto che le sue richieste, spesso esorbitanti, non esprimono tanto una necessità specifica quanto il bisogno di sicurezza.

4. Il tipo ansioso, egocentrico. Timoroso, nonostante faccia di tutto per nasconderlo, spesso è un te­merario per vanità e portato a vantarsi; quasi sempre, mente per sete di complimenti e lodi. L’interrogante, dovrà assecondare la sua esigenza di fare buona impressione e non dovrà mai ignorare o ridicolizzare le sue vanterie, o tagliar corto sulle sue divagazioni. Gli interrogati ansiosi ed egocentrici che nascondono dei fatti significativi, come contatti con servizi nemici, possono divulgarli se indotti a ritenere che la verità non sarà usata per danneggiarli e se l’interrogante sottolinea la stupidità dell’avversario nell’in­viare una persona cosi intrepida in una missione così mal preparata.

5. Il tipo con complesso di colpa o incapace di successo. Apparten­gono a questa categoria i giocatori “coatti” che trovano sostanzialmente piacere nel perdere, masochisti che con­fessano crimini non commessi o che commettono davvero crimini per poi poterli con­fessare ed essere puniti È difficile interrogare questo tipo di persona in quanto egli può “confessare”, ad esempio, un’attività clandestina ostile nella quale non è mai stato coinvolto oppure può restare ostinatamente silenzioso o provocare l’interrogante per “godersi” poi la punizione. In alcuni casi, se punite in qualche modo, le persone con forti comples­si di colpa possono smettere di resistere e cooperare, grazie al senso di gratificazione indotto dalla punizione. Articolo di Francesco Santoianni. La “scienza dell’interrogatorio”. Pubblicato su Newton luglio 2000.

L’interrogatorio e l’intervista giudiziaria. Il 29 gennaio 2016, nell'ambito del Master in Analisi Comportamentale e Scienze Applicate alle Investigazioni, all'Intelligence e all'Homeland Security (ACSAII-HS) che si tiene a Roma presso l'Università degli studi Link Campus University, diretto dalla Dottoressa Paola Giannetakis, ha avuto luogo un interessante incontro con il Professor Ray Bull in tema di comportamento e interrogatorio. Aspetti di particolare interesse per l'acquisizione di informazioni attendibili sia in ambito investigativo che di intelligence operativa. Nel percorso del Master infatti si esplorano ed acquisiscono in maniera pratica e operativa competenze spendibili utili agli operatori delle Forze dell'ordine, agli operatori di intelligence e ad altre figure professionali che necessitano dei corretti approcci allo studio del comportamento per ottenere i migliori risultati. Ray Bull è professore di Criminologia Investigativa presso la University of Derby e professore Emerito di Psicologia Forense presso la University of Leicester, in Inghilterra. Il docente ha nell'occasione illustrato agli studenti in aula gli studi effettuati e gli approfondimenti esperiti sui processi psicologici di una persona che viene sottoposta ad interrogatorio, proponendo quindi le linee guida per una corretta conduzione dell'intervista giudiziaria. Nel gennaio del 1998 la Corte Suprema di Londra aveva assegnato 200 mila sterline ad un uomo come risarcimento per aver patito, nel 1987, arresto, interrogatorio e successivi anni di prigione. Secondo il giornale Daily "un uomo innocente aveva trascorso cinque anni infernali in prigione dopo essere stato percosso da un detective ed obbligato a firmare una confessione". Si era trattato di una 'vetusta modalità' di conduzione di interrogatori, fondata su 'oppressione, intimidazione e coercizione' e giustificata dall'erroneo convincimento che 'un sospettato generalmente non confessa sua sponte, ma a seguito di pressione fisica e psicologica da parte della polizia giudiziaria. I primi cambiamenti, ha spiegato il prof. Ray Bull, si sono avvertiti nel Regno Unito verso la metà degli anni '80, dopo che la Corte d'Appello di Londra aveva dichiarato non attendibili le confessioni estorte con atteggiamenti coercitivi degli operatori di polizia. Le prime ricerche al riguardo sono state pubblicate nel 1992, grazie allo studio commissionato a Baldwin dall'Ufficio Centrale di Inghilterra e del Galles. Baldwin analizzò i contenuti di interviste giudiziarie registrate dopo il 1986 scoprendo che 1/3 dei sospettati aveva ammesso di essere colpevole all'inizio del colloquio, forse a causa della strategia dei detective di rivelare al sospettato quanto la polizia aveva già acquisito contro di lui. Nuovi approfondimenti evidenziarono come solo 20 su 600 sospettati aveva modificato la propria posizione durante l'interrogatorio, mentre la maggior parte degli intervistati aveva confermato la propria iniziale versione indifferentemente dal modo in cui era stato condotto il colloquio. Ulteriori studi effettuati da Moston, Stephenson e Williamson riferirono che nella maggior parte delle interviste giudiziarie gli investigatori non si erano adoperati per ottenere più informazioni possibili dai sospettati. Il Governo si rese conto che la Polizia non era abile nel condurre un interrogatorio e decise di preparare i detective con corsi di formazione diretti a fornire loro una migliore preparazione. Nuove tecniche furono sviluppate da 12 esperti detective con il contributo di psicologi (tra questi il Prof. Ray Bull) e su queste basi nacque il modello PEACE, acronimo (dall'inglese) di Planning and Preparation, Engage and Explain, Account, Clarify and Closure, Evaluation. La collaborazione tra detective e psicologi sviluppatasi nel 1992 consentì di delineare i principi fondamentali dell'intervista giudiziaria: obiettivo dell'interrogatorio non è la ricerca della confessione, ma la ricerca della verità, intesa come la reale versione dei fatti; l'interrogatorio deve essere condotto da personale con una mente aperta; le informazioni ottenute dal sospettato devono essere sempre riscontrate con le informazioni acquisite precedentemente dalla Polizia.

Il modello PEACE prevede un contesto rilassato e sereno, caratterizzato da un reciproco rispetto tra le parti, distante dagli ambienti rigidi ed intimidatori del passato. Le analisi svolte nel 2005 da O'Connor e Carson, entrambi detective esperti, rivelarono che negli Stati Uniti d'America ciò che in particolare porta ad una confessione è il rispetto mostrato dagli intervistatori nei confronti degli intervistati, ipotesi confermata dalle ricerche svolte in Australia e in Svezia. La relazione che si instaura tra le parti durante l'interrogatorio produce reazioni che possono portare l'indagato ad ammettere o negare il reato. Nel 2010 Bull e Walsh, analizzando 142 interviste giudiziarie registrate, si resero conto che il sospettato aveva fornito maggiori informazioni nelle fasi in cui il detective aveva utilizzato il metodo PEACE. Gli studiosi individuarono le qualità che un buon investigatore deve possedere e valorizzare nella fase di acquisizione delle informazioni: capacità di incoraggiare il sospettato a fornire informazioni, capacità di sviluppare argomenti, capacità di porre domande appropriate ed aperte, mente aperta, capacità di ascoltare in modo attivo. L'interrogatorio produce ottimi riscontri se il rapporto tra le parti continua ad essere sereno e, nel caso in cui il risultato tardasse ad arrivare, l'investigatore deve tollerare il silenzio e mostrarsi preoccupato per la posizione del sospettato. Alison e colleghi esaminarono 288 ore di interviste registrate in Inghilterra con 29 sospettati, allo scopo di sperimentare il metodo PEACE negli interrogatori di terroristi o presunti tali. Questo modello di interviste giudiziarie prevede nuove abilità, tra le quali una buona capacità comunicativa, empatia, flessibilità, apertura di mente. Il colloquio, definito 'motivazionale', è caratterizzato da un rapporto collaborativo tra le parti, durante il quale è fondamentale per il detective mantenere un comportamento coerente. Goodman e colleghi, analizzando gli interrogatori di persone sospettate di avere informazioni relative a fatti terroristici, scoprirono che i detenuti erano stati più inclini a fornire informazioni utili in risposta a strategie psicologiche più sofisticate che la coercizione e che le confessioni erano risultate più complete in risposta a strategie non coercitive. Di fronte a gravi crimini, fondamentale era stata l'empatia, intesa come capacità di porsi nella situazione di un'altra persona e di comprendere le sue intenzioni e i suoi pensieri. Laddove l'empatia non significa comprensione, ma strumento strategico di lettura del pensiero e capacità di pianificare le azioni successive. Ed allora come è possibile comprendere se il sospettato mente? Secondo le linee guida descritte da diversi studi pubblicati, chi mente è solito alterare la propria espressione facciale, non comunica con l'interlocutore guardandolo negli occhi, muove in maniera costante mani e piedi, gesticola continuamente e tende a cambiare spesso posizione del corpo. Tale comportamento, in realtà, sebbene indichi nervosismo, non indica menzogna in maniera evidente, poichè il medesimo stato emotivo può caratterizzare persone innocenti e farle sembrare colpevoli, mentre, viceversa, una persona colpevole può mostrarsi serena e dare l'impressione di essere innocente. Sembra allora difficile capire se un sospettato mente, bisogna studiare il comportamento. Dalla confluenza di questa analisi, così come dalla capacità di interpretare i segnali multi fattoriali, si ottiene un tracciamento preciso di come procedere per ottenere le informazioni di cui si ha bisogno. Questo è uno dei training specifici che si fa nell'ambito di questo Master. Di Giulia Vasale Scientific Crime Analysis working group. Il contenuto è stato pubblicato da Link Campus University in data 12 febbraio 2016. La fonte è unica responsabile dei contenuti. Distribuito da Public, inalterato e non modificato, in data 12 febbraio 2016. 

"Io torturato per confessare ma ero innocente". Pasquale Virgilio fu accusato di omicidio, a salvarlo una lettera del papà dell'ex sindaco Pisapia, scrive Luca Fazzo, Venerdì 26/05/2017, su "Il Giornale". Doveva essere una rievocazione - a metà tra la fiction e la didattica, dedicata ai giovani avvocati milanesi - di uno dei processi che hanno fatto la storia della giustizia sotto la Madonnina. Invece mercoledì, la serata organizzata dalla Camera penale cittadina è iniziata da poco, si alza dalla platea un signore smilzo con la camicia rosa e dice: «Buonasera, sono Pasquale Virgilio». Fu lui, cinquant'anni fa, il protagonista di quel caso. Fa irruzione in carne, ossa, ricordi e rabbia - una rabbia lucida ed indomita - nel convegno. Ed è uno choc. Perché non si limita a raccontare di come venne accusato ingiustamente. Racconta, nei dettagli e con crudezza, come venne torturato. Non nello scantinato di una caserma di periferia ma all'interno del tribunale di Milano, il tempio laico al cui ingresso sta scritto Iustitia. Di Giandomenico Pisapia, il grande professore che col suo intervento lo salvò dall'ergastolo, parla con freddezza: «Perché hanno creduto a lui e non a me? E gli altri, quelli che non hanno un Pisapia a salvarli, come fanno?». Nel suo racconto, la giustizia di quegli anni è un tunnel degli orrori. Orrori che si compiono a pochi metri dagli uffici dei giudici; davanti alle loro conseguenze, i giudici chiudono gli occhi. «I carabinieri - racconta Virgilio - mi vennero a prendere a casa e mi portarono a palazzo di giustizia. Prima sotto, poi sopra»: cioè negli uffici del quarto piano, che ora sono occupati dalla Procura della Repubblica. Virgilio era in divisa, perché stava facendo la naja. «Mi fecero sdraiare sui tavoli, mi tolsero gli anfibi e i calzettoni, poi presero le scope e iniziarono a colpirmi sotto le piante dei piedi. Picchiavano così forte che anche in carcere per molto tempo non riuscivo a camminare». Le botte avevano un obiettivo: farlo «cantare», confessare di essere lui l'assassino del benzinaio di piazzale Lotto. Ma Virgilio, che non era una mammola («vivevo di espedienti», definisce laconicamente la sua vita di allora) non confessa, per il semplice motivo che è innocente. Allora arriva il grado successivo: «I flash delle macchine fotografiche erano grandi e grossi, si ricaricavano con le batterie. Allora prendono i fili e me li legano, diciamo, nelle parti delicate». E iniziano le scosse. Virgilio avrà urlato. Ma nessuno, a Palazzo di giustizia, sembra sentire le sue urla. Però non confessa. E alla corrente si aggiungono i sacchetti con cui viene colpito ripetutamente. «Stavano attenti a colpire nei posti giusti». Poi forse sbagliano, e gli spaccano le gengive e i denti. E lui niente. Alla fine gli fanno firmare il verbale di interrogatorio. In seguito, tra il testo e la sua firma, aggiungono due righe con la confessione. Quando il pm Pasquale Carcasio, qualche giorno dopo, lo interroga, i segni delle botte sono inequivocabili. «Ma lui mi disse: eh, sarà caduto dalle scale....». Il trattamento riservato a Virgilio risale ad un'altra epoca, in cui i primi interrogatori potevano svolgersi senza avvocato: ma il suo racconto arriva nel pieno dell'iter parlamentare, segnato da rigidità ed estremismi contrapposti, della legge sulla tortura; e costringe a fare domande - che restano senza risposta - su quali coperture fossero necessarie perché violenze del genere accadessero impunemente. Tanto che se si chiede a Virgilio perché non sporse denuncia, alza il sopracciglio brizzolato: «Sì, così mi prendevo anche una condanna per calunnia».

Le confessioni di rei ritenuti innocenti. Cosima Serrano ha sempre sostenuto la sua estraneità all’omicidio ed al fantomatico rapimento onirico. Oltre modo nessuno mai l'ha tirata in ballo. Nessun testimone, nè il marito loquace. Anche per mancanza di tempo, ribadita da un testimone, perchè rientrata alle 13.30 circa dal lavoro in campagna. Sabrina Misseri ha sempre negato il suo coinvolgimento al delitto, confermate dagli sms alle Spagnoletti, e la sua gelosia per Ivano, confermando il suo affetto per Sarah. Michele Misseri ha confessato il delitto, con riscontro di fatti, facendo trovare prima il cellulare, poi il corpo e palesando la sua colpa nella prima telefonata genuina intercettata tra lui e la figlia Sabrina durante il suo arresto nella caserma di Taranto, in seguito del quale ha fatto ritrovare il corpo. Ha deviato sulla sua versione solo quando non era presente coscientemente a causa dei psicofarmaci somministrati ed indotto dal carabiniere presente all’audizione, ovvero quando è stato indotto dal suo avvocato difensore, Daniele Galoppa, consigliato a Michele dal pubblico ministero Pietro Argentino, componente dell’accusa, ed indotto dalla consulente Roberta Bruzzone. Così come dichiarato dallo stesso Misseri. Bruzzone che nel processo ha rivestito le vesti di consulente di Michele Misseri, testimone dell’accusa e persona offesa (logicamente astiosa) nei confronti di Michele.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

Morire di carcere. Il sovraffollamento non fa che aumentare, mentre calano le forze di polizia penitenziaria. Una bomba a orologeria, come documentato da "L'Espresso", sempre sul punto di esplodere.

Anno 2000, 61 suicidi su 165 morti. 2001, 69 su 177. 2002, 52 su 160. 2003, 57 su 157. 2004, 52 su 156. 2005, 57 su 172. 2006, 50 su 134. 2007, 45 su 123. 2008, 46 su 142. 2009, 72 su 177. 2010, 66 su 184. 2011, 66 su 186. 2012, 60 su 154. 2013, 49 su 153. 2014, 44 su 132. 2015, 43 su 122. 2016, 45 su 115. 2017, 19 su 39. Totale 952 su 2.660.

Aggiornamento al 18 maggio 2017. Fonte: Centro Studi di Ristretti Orizzonti. Sul sito web dell'associazione i dati aggiornati giorno per giorno

Meno delitti, più detenuti: il paradosso della sicurezza, scrive Damiano Aliprandi il 26 Maggio 2017 su "Il Dubbio". Calano furti, rapine e omicidi, ma le carceri sono piene. Il 13esimo rapporto dell’Associazione Antigone sullo stato delle nostre prigioni è un grido d’allarme: dal sovraffollamento cronico all’abuso della custodia cautelare. Il carcere ritorna protagonista: aumenta il numero dei detenuti, nonostante la diminuzione dei reati. È quello che emerge dal tredicesimo rapporto dell’associazione Antigone intitolato “Torna il carcere”. I numeri sono chiari: negli ultimi 6 mesi si è passati da 54.912 presenze a 56.436. Il rapporto dell’associazione Antigone, presieduta da Patrizio Gonnella e dalla coordinatrice Susanna Marietti, sulle condizioni di detenzione è stato presentato ieri mattina a Roma con il Capo del Dap, Santi Consolo, e il Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat, infatti, si registra il 10,6% in meno di rapine (cioè furti aggravati dalla violenza o dalla minaccia), quasi il 7% in meno dei furti, il 15% in meno di omicidi volontari e tentati omicidi, il 6% in meno di violenze sessuali il 7,4% in meno di usura). Ci si era illusi che, dopo la condanna per trattamenti inumani e degradanti della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (sentenza Torreggiani, 2013), il carcere potesse tornare a perseguire gli obiettivi dettati dalla Costituzione. I provvedimenti che incentivavano l’utilizzo delle misure alternative, le proposte degli Stati Generali dell’Esecuzione penale, l’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà aveva reso fiducioso Antigone per un positivo cambio di clima politico. E invece numeri e politiche ben fotografate dal rapporto, curato da Alessio Scandurra, Gennaro Santoro e Daniela Ronco, evidenziano passi indietro: 56.436 è il numero di persone detenute duemila persone in più in soli quattro mesi -; sono stati 45 i suicidi in carcere nel corso del 2016 – spesso avvenuti dopo la detenzione in celle di isolamento – e con 19 suicidi dall’inizio del nuovo anno; la riforma dell’ordinamento penitenziario è ferma al palo; la legge sul reato di tortura resa “monca” per le varie modifiche. E il populismo penale rischia di essere l’unica risposta all’insicurezza dei cittadini.

SOVRAFFOLLAMENTO. Nel rapporto di Antigone viene spiegato che negli ultimi 6 mesi si è passati dalle 54.912 presenze del 31 ottobre del 2016 alle 56.436 del 30 aprile 2017, con una crescita di 1.524 detenuti in un semestre. Alessio Scandurra scrive nel rapporto che si tratta di un aumento tutt’altro che trascurabile: non solo conferma una tendenza all’aumento già registrato nei mesi precedenti, ma soprattutto perché questa tendenza viene consolidata e appare in progressiva accelerazione. Nel semestre precedente, dal 30 aprile al 31 ottobre del 2016, la crescita era stata infatti di 1.187 detenuti. «Se i prossimi anni dovessero vedere una crescita della popolazione detenuta pari a quella registrata negli ultimi sei mesi – spiega Scandurra -, alla fine del 2020 saremmo già oltre i 67.000».

CUSTODIA CAUTELARE. L’Italia è il quinto paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare, scrive Gennaro Santoro nel rapporto, con una percentuale di detenuti non definitivi, al 31 dicembre 2016, pari al 34,6% rispetto ad una media europea pari al 22%. Tra le varie cause che provocano l’elevato numero di ristretti non definitivi viene identificata l’eccessiva durata del procedimento penale e la scarsa applicazione di misure meno afflittive, quale ad esempio gli arresti domiciliari (con o senza l’utilizzo del braccialetto elettronico). Tale dato, inevitabilmente comporta che la custodia cautelare rappresenti anche una anticipazione (o, spesso, una sostituzione) della pena finale. “Ciò comporta – si legge sempre nel rapporto – che la custodia cautelare svolga una funzione in parte contraria alla legge, perché si pone in contrasto con il principio di presunzione di innocenza sopra menzionato: la funzione della custodia cautelare dovrebbe infatti risiedere esclusivamente nel rispondere alle esigenze cautelari”. Antigone denuncia le conseguenze drammatiche di tale situazione che si riversano sui detenuti stessi che, in quanto non definitivi, sono destinatari di norme e prassi carcerarie deteriori rispetto a quelle dedicate ai definitivi (ad esempio, per l’accesso al lavoro), nonostante possano trascorrere in carcere numerosi anni.

STRANIERI IN CARCERE. Secondo Antigone ci crea un effetto “criminalizzazione dello straniero”, con un aumento dal 33,2% del 2015 al 34,1% di oggi. Sono, poi, 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. 11 sono i minori detenuti con l’accusa di essere scafisti. Ma, secondo Antigone, vi è il “forte rischio” che tra loro ci siano ragazzi indicati come tali dai veri scafisti, solo perché dovevano reggere il timone o svolgere altre piccole mansioni a bordo.

MISURE ALTERNATIVE. “Sarebbe importante monitorare scrive Daniela Ronco nel rapporto di Antigone – in maniera sistematica e accurata i dati sulla recidiva nel nostro paese: le ricerche condotte, a livello nazionale o locale, dimostrano l’idea della funzione di riduzione della recidiva in caso di condanna scontata in misura alternativa anziché in carcere”. L’Ordinamento Penitenziario individua tre tipi di misure alternative: l’affidamento in prova al servizio sociale, la semi- libertà, la detenzione domiciliare. La misura più utilizzata resta l’affidamento in prova al servizio sociale, ossia quella sanzione penale che consente al condannato di espiare la pena detentiva inflitta o residua in regime di libertà assistita e controllata, sulla base di un programma di trattamento.

Quasi il 35% dei detenuti è straniero, scrive Damiano Aliprandi il 10 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Secondo i dati del Dap, 6mila sono islamici. Il mondo politico e dell’associazionismo è diviso sulla proposta del ministro dell’interno Marco Minniti di rilanciare i Centri di identificazione ed espulsione. A proposito degli immigrati, Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) dice: «Spero e mi auguro che le dichiarazioni di intenti del Viminale sulla annunciata stretta dei migranti irregolari in Italia trovi concretezza anche per quanto concerne le ricadute sul sistema penitenziario, dove oggi abbiamo presenti oltre 18.700 detenuti stranieri». Per il Sappe, «fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d’origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia». Però i dati sugli stranieri in carcere risultano un po’ più complessi. Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella ha più volte spiegato che la presenza degli stranieri in carcere è dovuta al fatto che «subiscono maggiormente i provvedimenti cautelari detentivi rispetto ai cosiddetti detenuti nazionali». Nei confronti di un immigrato irregolare è certamente più difficile trovare soluzioni cautelari diverse dalla carcerazione. Sempre Gonnella ha spiegato il motivo: «I giudici di sovente motivano i provvedimenti di carcerazione sostenendo la tesi che gli immigrati privi di permesso di soggiorno non hanno un domicilio stabile ove poter andare agli arresti domiciliari. In realtà molto spesso gli irregolari una casa o una stanza dove vivere ce l’hanno ma non possono essere indicate quale domicilio regolare essendo loro stessi in una generale condizione di irregolarità». In sostanza l’immigrato non regolare finirà più facilmente in carcere in custodia cautelare rispetto allo straniero regolare. Quindi i tassi di detenzione sono legati alla Bossi Fini, messa molto spesso in discussione da associazioni, movimenti politici e personalità che studiano il fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. Secondo le più recenti stime della Fondazione Ismu (Iniziativa e studi sulla multietnicità), gli stranieri residenti in Italia che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (oltre 1,6 milioni), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione). Passando alle religiose minori, i buddisti stranieri sono stimati in 182.000, i cristiani evangelisti in 121.000, gli induisti in 72.000, i sikh in 17.000, i cristiano- copti sono circa 19.000. L’indagine dell’Ismu evidenzia come il panorama delle religioni professate dagli stranieri è molto variegato e sfata il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’islam. Per quanto riguarda le incidenze percentuali i musulmani sono il 2,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), i cristiano- ortodossi il 2,6%, i cattolici l’1,7%. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424.000), seguito dall’Albania (214.000), dal Bangladesh (100.000), dal Pakistan (94.000), dalla Tunisia, (94.000) e dall’Egitto (93.000). In Lombardia vivono più immigrati cattolici è la Lombardia, con 277.000 presenze, seguita dal Lazio (152.000) e dall’Emilia Romagna (95.000). Per quanto riguarda la religione degli stranieri in carcere, la situazione rispecchia quella generale. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal Dap, i detenuti presenti al 31 dicembre 2016 erano 54.653, di questi 18.958 stranieri. Coloro che si sono dichiarati di religione islamica sono circa 6000. Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella spiega che «la radicalizzazione nei reparti dove sono reclusi detenuti sospettati di terrorismo ed appartenenze di matrice islamica, nessun operatore parla e legge l’arabo, vivendo così nell’impossibilità di capire e dialogare con queste persone. Inoltre, salvo rarissime circostanze, gli Imam non sono abilitati ad entrare negli istituti di pena italiani. Questo porta i detenuti stessi a scegliere tra loro chi debba guidare la preghiera, senza alcuna garanzia rispetto a quanto viene professato. La presenza del ministro di culto darebbe invece la possibilità di portare nel carcere un Islam aperto e democratico». Per questo motivo apprezza la decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di affidare al vicepresidente dell’Ucoii dei corsi per il personale di polizia penitenziaria. Sempre Gonnella ricorda che «la Camera ha già approvato il ddl di riforma dell’ordinamento penitenziario dove si riconosce uno spazio ad hoc per la libertà di culto e vengono previsti una serie di diritti per i detenuti stranieri. Disegno di legge attualmente al Senato che, più volte, abbiamo sollecitato per un’immediata approvazione». Il presidente di Antigone infine conclude con un auspicio: «Va evitata la segregazione che crea il rafforzamento della radicalizzazione. Va evitata la sindrome della vittimizzazione. Va evitata la stigmatizzazione degli islamici che produce violenza e ulteriore radicalizzazione. Va evitato un sistema penitenziario affidato solo ai servizi di sicurezza. Vanno previsti programmi sociali di deradicalizzazione».

Prigionieri e suicidi: così il carcere uccide. Celle sature, carenza di medici, l’aumento di casi di malasanità e l’abuso di psicofarmaci in meno di cinque mesi si sono già registrati 31 decessi. La polizia penitenziaria non riesce a impedire queste morti. E la Procura di Roma indaga per istigazione al suicidio, scrive Arianna Giunti il 24 maggio 2017 su "L'Espresso". Carmelo Mortari aveva 58 anni. Lo hanno trovato in una pozza di sangue nella sua cella di Rebibbia, reparto G9, lo scorso 25 marzo. Si è tagliato la gola ed è morto lentamente, dissanguato. Soffriva di depressione, ma nessuno se n’era accorto. Il giorno dopo a qualche chilometro di distanza Vehbija Hrustic, 30 anni, si è impiccato alla grata del bagno di Regina Coeli, dilaniato dal dolore. Gli avevano appena detto che sua figlia era morta. Sapevano che era sconvolto, ma non sono riusciti a fermarlo. Michele Daniele di anni ne aveva 41 ed era “dipendente dall’alcol”, come recita la sua cartella clinica. Secondo lo psichiatra che lo ha visitato, però, “non correva rischi suicidari”. Una settimana dopo si è ucciso nel bagno della sua cella di San Vittore impiccandosi con la cintura dell’accappatoio. In meno di cinque mesi, dall’inizio dell’anno a oggi, nelle carceri italiane sono già registrati 31 decessi fra cui 24 suicidi. Una media di cinque morti al mese. A febbraio, in particolare, si sono contati quattro suicidi in un solo giorno. Nell’anno 2016, in totale, erano centoquindici. Una strage inarrestabile e silenziosa che sembra essere la diretta conseguenza dello stato in cui versano le nostre prigioni, riprecipitate in un baratro allarmante. Il decreto “svuota carceri” voluto nel 2014 dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, infatti, ha avuto un effetto positivo ma molto breve: oggi le celle sono tornate a riempirsi a ritmo vertiginoso e contano un totale di 56.289 detenuti per 50.211 posti a disposizione, secondo gli ultimi dati disponibili del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Tanto che di recente l’Italia - ancora una volta – è stata bacchettata dal Consiglio d’Europa.  Un’emergenza fotografata anche dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone sullo stato di detenzione in Italia, che fa luce soprattutto sull’inquietante ritorno del sovraffollamento: secondo l’osservatorio, la popolazione carceraria è aumentata di 2mila unità soltanto negli ultimi quattro mesi. Però, oltre le celle sature, sono molte tante le piaghe che non accennano a guarire: la carenza di medici dietro le sbarre, l’aumento di casi di malasanità e l’abuso di psicofarmaci. Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) - le strutture che dovrebbero accogliere i detenuti con problemi psichiatrici – sono troppo poche e troppo piene. Quindi i detenuti con patologie psichiche sono “curati” nelle celle ricorrendo a un massiccio uso di sedativi con conseguenze a volte letali. Mentre i poliziotti incaricati di sorvegliarli fanno quello che possono, ma sono troppo pochi. Capita che per un intero piano ci sia un solo agente. E’ così diventa una corsa contro il tempo. Che spesso si perde.

Sono bastati 45 minuti perché Vehbija Hrustic, detenuto di 30 anni, si infilasse al collo un cappio ricavato da un lenzuolo e si appendesse alle grate del bagno, a Regina Coeli. Era in carcere dallo scorso agosto in attesa di giudizio, ed era incensurato. Aveva una figlia, Iana, un anno appena, che soffriva di una grave patologia cardiaca congenita. Il giorno in cui sua figlia è morta all’ospedale Bambin Gesù, il 14 marzo scorso, Vehbja Hrustic lo ha saputo dallo psicologo del carcere. Raccontano che si è piegato in due dal dolore. Gli hanno permesso di andare al funerale, e da allora non ha più parlato. Si è chiuso in un silenzio ostinato e premonitore. Sapevano della sua condizione gli agenti della penitenziaria, la direzione carceraria, i magistrati di sorveglianza. Eppure nonostante l’altissimo rischio suicidario Hrustic non era sottoposto a un controllo di sorveglianza a vista. “Il detenuto è totalmente abbandonato a se stesso, demotivato dalla prematura scomparsa della figlia: tale drammatico evento potrebbe portarlo a commettere un gesto estremo”, si legge nell’istanza di scarcerazione datata 17 marzo che il legale del 30enne, Michela Renzi, aveva presentato ai giudici per chiedere che gli fossero concessi quantomeno i domiciliari. Per quindici giorni il legale si è presentata davanti al magistrato del Tribunale di sorveglianza per avvertire che la situazione stava precipitando. Una corsa contro il tempo, rimasta inascoltata. Perché il carcere, irremovibile, continuava a sostenere la sua versione: “La terapia farmacologica sta funzionando”. Gli psicofarmaci che gli facevano ingoiare più volte al giorno però non sono evidentemente serviti a nulla. “Me ne vado dalla piccola Iana”, è stata l’ultima frase che l’avvocato Renzi gli ha sentito sussurrare. E così Vehbja aspettato che calasse la notte e si è ammazzato. Oggi sul suo decesso è stata aperta un’inchiesta coordinata dal pubblico ministero romano Laura Condemi. L’accusa è pesantissima: istigazione al suicidio. “Non doveva trovarsi un carcere – spiega l’avvocato Renzi – avrebbe dovuto essere seguito in un percorso psicologico costante che potesse permettergli di superare un momento così tragico, che avrebbe annientato qualsiasi essere umano. A maggior ragione un detenuto costretto a vivere dietro le sbarre”. “Si trattava di un uomo fortemente a rischio – le fa eco il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia – sia perché incensurato, e dunque non abituato alla vita nel carcere, sia perché prostrato da un lutto devastante, come può essere la morte di una figlia”. Ma il dato di fatto è che in carcere mancano operatori sanitari specializzati: psichiatri, psicologi e tecnici della riabilitazione psichiatrica. Secondo quanto prevede l’ordinamento giudiziario, in ogni regione devono essere garantiti appositi servizi di assistenza, attraverso l’attivazione di reparti di “Osservazione psichiatrica” per la cura dei detenuti affetti da specifiche patologie e stabilire la loro compatibilità con il regime carcerario. Il più delle volte però – come confermano i sopralluoghi dei vari garanti dei diritti delle persone private della libertà – questo si traduce in “celle lisce”, prive di qualsiasi tipo di mobilio, dove sono presenti letti di contenzione con lacci di cuoio e dove vengono immobilizzati i detenuti in preda a crisi psichiatriche. A San Vittore – nonostante l’annunciata chiusura - è ancora presente la cella numero 5, utilizzata come cella di contenzione per detenuti definiti “problematici”.

Problematico era anche Valerio Guerrieri, 22 anni, affetto da “personalità borderline” e dichiarato da una perizia psichiatrica “incline al suicidio”. Arrestato lo scorso gennaio per resistenza a pubblico ufficiale e reati minori, era stato portato alla Rems di Ceccano, nel Frusinate, per ben due volte. Ma per ben due volte si era allontanato. A febbraio lo avevano trasferito quindi a Regina Coeli, terzo piano, seconda sezione. I giudici avevano già stabilito la sua incompatibilità con il carcere, per via del suo disagio psichico, e ne avevano predisposto il trasferimento alla Rems di Subiaco, ritenuta più idonea ad accoglierlo. La struttura però era piena e così Lorenzo è rimasto in carcere in attesa che si liberasse un posto. Nessuno – a parte la sua famiglia - si era evidentemente reso conto dell’abisso di disperazione nel quale il 22enne stava precipitando giorno dopo giorno. Il pomeriggio del 24 febbraio Valerio aspetta che il suo compagno di cella si addormenti. Quindi va in bagno, fabbrica una sorta di cappio con un lenzuolo e si impicca alle grate. E’ lo stesso bagno dove ha trovato la morte Vehbja Hrustic, nello stesso identico modo. “Non doveva trovarsi in carcere, quel suicidio si poteva evitare”, dicono oggi dall’Osservatorio Antigone. “Si tratta di una sezione che conta 170 detenuti e un solo agente incaricato di sorvegliarli su quattro piani”, si sono difesi i sindacati di polizia penitenziaria. Una tragica vicenda, questa, che accende l’attenzione sulla situazione dei Rems, le strutture che dopo la chiusura degli Opg dovrebbero accogliere i detenuti afflitti da gravi patologie psichiatriche e socialmente pericolosi e indirizzarli verso percorsi riabilitativi. In tutta Italia sono attualmente 28 per un totale di 624 posti disponibili. E sono quasi sempre piene. Sul caso di Valerio Guerrieri la Procura di Roma ha ora aperto un’inchiesta per omicidio colposo. “Lo hanno imbottito di psicofarmaci”, denuncia oggi la madre attraverso il suo legale Claudia Serafini. L’abuso di psicofarmaci in carcere, infatti, come evidenziato anche da un’inchiesta dell’Espresso, è un problema che sta sfuggendo al controllo dei operatori giudiziari e dei medici che prestano servizio negli istituti di pena.  Secondo recenti stime delle associazioni a tutela dei detenuti, quasi il 50% dei detenuti fa uso di psicofarmaci o potenti sedativi che inibiscono il normale funzionamento psichico. Sono farmaci che provocano sbalzi di umore difficili da gestire, soprattutto nelle persone che hanno un passato di tossicodipendenza. Senza contare il fatto che le benzodiazepine – i sedativi più comunemente usati anche da detenuti perfettamente sani e non affetti da patologie mentali – provocano astinenza già dopo 15 giorni di assunzione. Gli psicofarmaci diventano infatti l’unica “anestesia” a disposizione dei prigionieri per riuscire a sopportare condizioni disumane e carcerazioni preventive. E così lo spaccio di medicinali nelle celle e l’uso smodato di sedativi continuano a moltiplicarsi. Con conseguenze spesso tragiche, come dimostrano recentissimi fatti di cronaca. Nel carcere di Perugia lo scorso novembre uno “speedball” di cocaina, ammoniaca e medicinali ha quasi ucciso un detenuto magrebino. Mentre lo scorso 4 aprile un potente mix di psicofarmaci e droga è stato fatale a un detenuto 33enne rinchiuso nel penitenziario di Rimini.

E poi c’è la vicenda di Andrea Cesar, 36 anni, detenuto in attesa di giudizio, trovato cadavere nella sua cella al secondo piano del carcere di Trieste la notte nel 27 aprile. Secondo gli inquirenti che stanno ancora indagando, Cesar sarebbe stato stroncato da un massiccio cocktail di psicofarmaci. Parallelamente all’inchiesta aperta in Procura, la direzione dell’istituto di pena ha aperto un’indagine interna. “Lo scambio di farmaci all’interno del penitenziario non è controllabile – ha ammesso il direttore del carcere triestino Silvia Della Bella – può capitare che qualche recluso riesca ad occultare i farmaci eludendo la sorveglianza per poi assumerli quando e come vogliono”. La notte in cui è morto il 36enne – ha spiegato il segretario provinciale della Uil Penitenziari Alessandro Penna – c’erano di turno soltanto due agenti. Uno dei due era stato mandato in ospedale per piantonare un detenuto. L’altro era rimasto a controllare un intero carcere. Da solo.

Psicofarmaci dietro le sbarre: così si annullano gli esseri umani. Mancano gli psicologi, così nelle carceri italiane il 50 per cento dei detenuti ne abusa. Con conseguenze spesso tragiche: dall'alterazione mentale al suicidio, scrive Arianna Giunti l'1 febbraio 2016. In carcere lo chiamano “il carrello della felicità”. Passa fra le celle tutte le sere distribuendo compresse colorate, gocce, flaconi e pillole. Farmaci che calmano l’ansia e procurano benessere chimico. Nelle prigioni italiane esiste un problema sotterraneo: l’abuso di psicofarmaci. Dati ufficiali però non esistono, perché la mancanza di cartelle cliniche informatizzate non permette, nel nostro Paese, di avere un quadro completo di quello che avviene nelle infermerie dei 206 istituti penitenziari. Ma si tratta di un’emergenza concreta. Come fanno emergere i sopralluoghi appena portati a termine dai Radicali nelle carceri della penisola, soprattutto del Sud Italia. E come confermano, puntuali, le associazioni a tutela dei carcerati (Osservatorio Antigone, Ristretti Orizzonti e Detenuto Ignoto) dalle quali arrivano dati poco rassicuranti: secondo le loro stime quasi il 50% delle persone dietro le sbarre – su un totale di 52.164 detenuti in base agli ultimi dati disponibili del Ministero della Giustizia - sarebbe sotto terapia da psicofarmaco. Mentre il 75% ricorrerebbe a quella che viene definita “terapia serale”: sedativi per dormire. L’abuso di psicofarmaci sarebbe l’effetto diretto di un’altra falla ormai cronicizza all’interno delle nostre prigioni: la carenza di psicologi. In poche parole, in assenza di specialisti che dovrebbero curare lo stato mentale dei detenuti con la psicoterapia, si fa uso di potenti medicinali. Con un risvolto non indifferente anche in termini di costi per il Sistema Sanitario Nazionale. E con conseguenze spesso tragiche: solo nelle ultime settimane si sono registrate due sospette overdose da farmaci. Spesso – va detto - si tratta di cure indispensabili per far fronte a disagi psichici altrimenti ingestibili. Altre volte, invece, è un abuso di terapia che annienta i prigionieri. Un “contenimento di Stato”, come lo definiscono i sindacati di polizia penitenziaria e gli operatori volontari. Che avrebbe come scopo quello di evitare situazioni esplosive: solo con l’aiuto di massicce dosi di farmaci a effetto calmante i detenuti riescono a sopportare i trattamenti degradanti negli istituti di pena in stato di fatiscenza e i lunghi periodi di carcerazione preventiva in attesa del processo. A volte le pillole vengono assunte in maniera passiva, soprattutto dagli stranieri, che non sanno neanche cosa stanno ingoiando. Più spesso invece sono loro stessi a chiederle, per anestetizzare angoscia e dolore. Però gli effetti di questa sedazione di massa, come ha accertato l’Espresso attraverso le testimonianze di medici, volontari, guardie carcerarie, detenuti ed ex detenuti, possono essere disastrosi. Gli strascichi si manifestano per anni, a volte per sempre, anche dopo essere usciti dal carcere. Rendendo il ritorno in società ancora più difficile. E poi creano più dipendenza dell’eroina. Così una volta tornati liberi spesso l’astinenza viene colmata con l’uso di droghe pesanti. Fra gli ex detenuti c’è chi racconta di aver avuto perdite di memoria - al punto di non ricordarsi più il nome del proprio figlio – e chi una volta tornato in libertà ha accusato crisi di panico e impotenza. Annullandosi come essere umano.

FELICITA’ CHIMICA. Nelle infermerie dei penitenziari è facile trovare sedativi perfettamente legali distribuiti su ricetta anche in farmacia. Ai prigionieri vengono somministrati soprattutto nei primi giorni di carcere per far fronte a quegli stati d’animo che, nel linguaggio medico della sanità penitenziaria, vengono definiti “disturbi nevrotici e reazioni di adattamento”. La disperazione è ancora più forte nei “nuovi giunti”, detenuti in attesa di giudizio che sanno o che credono di essere innocenti. E che non riescono a sopportare l’idea di subire un’ingiustizia. “I nervi spesso cedono dopo la prima notte in cella”, spiegano dall’associazione Ristretti Orizzonti, una delle più attive nel denunciare l’abisso delle carceri. Poi ci sono gli antidepressivi, come il Prozac: provocano un rapido effetto di torpore e benessere. Un’altra categoria sono gli antipsicotici e gli stabilizzatori dell’umore, come il litio. Quelli più diffusi, però, sono le benzodiazepine: farmaci utilizzati per combattere l’insonnia, l’ansia e le convulsioni. Ma che creano assuefazione dopo pochissimo tempo. Conferma a l’Espresso Matteo Papoff, psichiatra per lungo tempo in servizio al carcere Buoncammino di Cagliari e oggi al penitenziario di Uta: “La dipendenza comincia a manifestarsi già dopo 12 settimane di assunzione. Non solo nei tossicodipendenti, ma anche nelle persone perfettamente sane. Ecco perché l’uso prolungato va assolutamente evitato”. “Da un punto di vista fisico queste terapie sconvolgono i detenuti – spiega Francesco Ceraudo, per 40 anni direttore del centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa – Quando li vedi sono inconfondibili: non riescono a mantenere la posizione eretta, trascinano i piedi, gli occhi sono persi nel vuoto, il viso diventa simile a un teschio. Risulta perso ogni sussulto di vita”. “Le carceri sono diventate fabbriche di zombie. Ed è una situazione drammatica che si vuole tacere, perché fa comodo a tutti”, è l’amara conclusione di Ceraudo.

LE SEDUTE CON LO PSICOLOGO? UN MIRAGGIO. Ma come avviene, esattamente, la somministrazione dei farmaci? Formalmente solo sotto consenso di un medico, attraverso un’autorizzazione firmata. Però uno psichiatra fisso nelle carceri non sempre è disponibile. Soprattutto di notte. La copertura medica dello specialista dovrebbe essere garantita per 38 ore a settimana in ogni struttura. Ma dopo una prima visita obbligatoria spesso gli incontri si riducono a colloqui lampo di una manciata di minuti per ogni carcerato. “Troppo poco perché possa essere diagnosticato un problema e prescritta una terapia adatta - sostiene Alessandra Naldi, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Milano – mentre allo stesso tempo in infermeria vengono distribuiti sedativi con grande disinvoltura. Basti sapere che a San Vittore, mentre il 30% dei detenuti assume regolarmente psicofarmaci, il 90% di loro è sottoposto a quello che viene chiamato ‘terapia serale’”. Ansiolitici per dormire. E così si arriva al paradosso che nelle carceri è più facile trovare un sedativo che un’aspirina. Come racconta a l’Espresso Giancarlo F., ex detenuto, che negli ultimi cinque anni ha girato altrettanti penitenziari del Nord Italia: “Soffro di “cefalea a grappolo”, attacchi di mal di testa che provocano dolori lancinanti. Per curarla ho bisogno di un farmaco specifico. In carcere dovevo compilare dozzine di moduli per poterlo ordinare: una burocrazia lentissima e complicata. Quasi mai riuscivo ad averlo. Mentre gli psicofarmaci erano sempre lì, pronti e disponibili”. A focalizzare uno dei nodi cruciali è Fabio Gui, del Direttivo Forum Nazionale per il diritto alla salute dei detenuti della Regione Lazio: “Nella maggior parte degli istituti manca un monitoraggio centrale e cartelle cliniche informatizzate, quindi è impossibile calcolare quanti siano gli assuntori di farmaci e, più in generale, i malati. Soprattutto, manca una cabina di regia a livello nazionale che permetta di avere un quadro completo della situazione”. La sanità nelle carceri, infatti, dal 2008 non è più competenza dell’amministrazione penitenziaria ma a carico del Servizio Sanitario Nazionale e quindi gestita a livello regionale. Fra i pochissimi censimenti a disposizione – contenuti in uno studio multicentrico sulla salute dei detenuti in Italia dell’Agenzia Regionale della Sanità della Toscana - ci sono quelli del Lazio (3.576 detenuti su un totale di 4.992 assuntori di ansiolitici, antipsicotici, ipnotici-sedativi e antidepressivi), Veneto (1.284 su 1.460), Liguria (1.366 su 1.776), Umbria (659 su 800) e la città di Salerno (52 su 90). Mentre fino a oggi le regioni virtuose che hanno introdotto la cartella clinica digitale sono solo l’Emilia Romagna (in ciascun carcere già dall’estate 2014) e la Lombardia (San Vittore, Opera, Varese, Bergamo, Sondrio, Vigevano, Busto Arsizio). Niente invece in Calabria, Basilicata, Lazio, Liguria e Marche. E pochissimi istituti a norma in Sicilia (solo Messina) e in Campania (Carinola). “I fascicoli cartacei usati attualmente dalla medicina penitenziaria sembrano risalire a un’altra era: faldoni enormi pieni di foglietti stratificati scritti con grafie spesso incomprensibili – si legge nell’ultima relazione dell’Osservatorio Antigone – che non garantiscono continuità terapeutica e che rischiano di essere fatali in situazioni critiche dove è essenziale ricostruire la storia clinica del paziente”. Significativi, poi, i report prodotti in queste settimane dai Radicali, che sottolineano una carenza cronica soprattutto di specialisti psicologi. “A livello nazionale – fanno sapere dalla Società Italiana Psicologia Penitenziaria – il monte ore per gli psicologi esterni autorizzati a prestare servizio in carcere è di 105.751 ore. Tenuto conto che i detenuti oggi sfiorano quota 51mila, il tempo annuo per ogni detenuto è di 127 minuti”. A conti fatti, 2 minuti e mezzo a settimana per ogni paziente. Tempo che ovviamente si riduce se gli ingressi di prigionieri aumentano. E così si ricorre direttamente alla terapia d’urto: medicinali.

SPACCIO IN CELLA. I numeri di chi assume abitualmente psicofarmaci, comunque, sono calcolati per difetto. Perché quando i sedativi non vengono somministrati legalmente molti detenuti riescono a procurarseli di contrabbando e li assumono in dosi raddoppiate per ottenere un effetto più potente, simile a quello dell’eroina. “In carcere esiste persino un borsino del baratto - conferma Leo Beneduci del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Osapp – e può accadere che nei cortili durante l’ora d’aria mezza capsula di Subtex sia ceduta per due pacchetti di sigarette, mentre il Rivotril o il Tranquirit per cinque. O che si spacci il metadone”. Per evitare il traffico di farmaci gli infermieri preferiscono somministrare le sostanze in gocce o aspettano che il detenuto deglutisca la pastiglia. Ma a volte queste precauzioni non bastano: alcuni fingono di ingoiare le pillole, poi le sputano e le rivendono. Anche gli operatori fanno quello che possono per arginare il problema. Racconta un volontario di San Vittore: “Le benzodiazepine vengono consumate a ettolitri. Il sesto raggio, in particolare, è un girone infernale”.  “L’orario della terapia è un incubo – si sfoga un paramedico in servizio a Poggioreale - ogni sera è una lotta per cercare di dare meno psicofarmaci possibili e spesso finiamo per essere presi a calci perché ci rifiutiamo di somministrare quello che ci chiedono per stordirsi”. Da Sud a Nord la situazione è sempre la stessa.  Nel carcere di Bolzano lo scorso 6 gennaio è scattato l’allarme per furti di psicofarmaci trafugati dall’infermeria, che verrebbero poi ceduti a pagamento ad altri detenuti. Poche settimane prima la Procura aveva aperto un’indagine su un detenuto colto in flagrante mentre rubava compresse di Rivotril, che serve a curare gli attacchi di panico ma viene utilizzato dai tossicodipendenti come surrogato dell’eroina. Alcuni mesi fa, sempre a Bolzano, un detenuto aveva rischiato la vita dopo un’overdose di benzodiazepine.

SUICIDI E BLACKOUT. Oltre ai malesseri fisici e allo stato di narcolessia, assumere i farmaci in maniera incontrollata ha un’altra conseguenza pericolosissima: l’alterazione mentale. I detenuti passano da uno stato di euforia alla più buia depressione, con tendenze auto lesioniste. Negli ultimi cinque anni nelle carceri italiane si sono contati 747 decessi, molti dei questi per cause non chiare. I suicidi, solo dal 2011 a oggi, sono arrivati a 261. Mentre solo nel 2014 sono stati 6.919 gli atti di autolesionismo. L’ultimo suicidio risale al 23 dicembre scorso: un ex impiegato di 64 anni si è tolto la vita al Pagliarelli di Palermo, dove non esiste un reparto psichiatrico. Mentre il 5 gennaio al Marassi di Genova un detenuto di 45 anni, Giovanni C., è stato trovato agonizzante nel suo letto ed è morto poco dopo l’intervento dei sanitari. La Procura di Genova ha aperto un’inchiesta: sospetta che sia stato vittima di un’overdose da sostanze stupefacenti o psicofarmaci, ceduti da altri detenuti. A raccontare l’abuso di sedativi sono anche gli stessi carcerati. Gli effetti collaterali – spiegano - si manifestano lentamente. Fra questi ci sono le amnesie. “Un bel giorno cominci a dimenticarti cosa hai mangiato la sera prima”, racconta Gabriele F., “poi è come se il cervello avesse dei blackout sempre più frequenti. E finisce che non ti ricordi neanche più il nome di tuo figlio”. Le conseguenze degli abusi di psicofarmaci e sedativi, poi, si pagano per molto tempo. Come conferma chi ormai ha finito di scontare la propria pena e che fuori dalla galera si è trovato ad affrontare nuovi incubi: malesseri, depressione, fobie. Paura degli spazi aperti o, semplicemente, di attraversare la strada. “Prima sono iniziati i tremori alle mani, tanto che non riuscivo neppure a guidare”, racconta a l’Espresso Salvatore B., 45 anni, ex detenuto, “poi ho cominciato ad avere le allucinazioni, la tachicardia. Mentre a volte di punto in bianco mi addormentavo. Ovunque. Riprendere la vita quotidiana, affrontare colloqui di lavoro o anche solo ritornare ad avere un’intimità con mia moglie è stato impossibile”.

SOLUZIONI: PSICOTERAPIA E LAVORO. Non tutti i penitenziari, però, vivono questa realtà nera. Alcune regioni come Umbria e Sardegna si sono sforzate di migliorare la situazione carceraria attraverso dipartimenti di salute mentale con medici attivi 24 ore al giorno e gruppi sperimentali di psicoterapia. Mentre nelle carceri di Bollate e Rebibbia già da anni si pratica la “Mindfulness”, una pratica di meditazione molto diffusa anche all’estero. E i risultati sono stati ottimi. “Costa molto meno dei farmaci e non ha effetti collaterali”, conferma Gherardo Amadei, psichiatra e docente all’Università Bicocca di Milano. Un’altra soluzione pratica arriva dalle cooperative: il lavoro in carcere. Se, infatti, l’uso di psicofarmaci è altissimo nelle case circondariali, che ospitano chi è in attesa di giudizio o chi ha una condanna breve da scontare, si abbassa notevolmente nelle case di reclusione dove sono accolti i carcerati condannati in via definitiva. E che – come prevede l’ordinamento giudiziario – lavorano. “Tenere occupate le mani e la testa, sentirsi utili, è fondamentale per non impazzire - spiegano ancora da Ristretti Orizzonti - il lavoro dovrebbe essere concesso da subito”. A confermarne l’effetto benefico sono le storie dei detenuti. Come quella di Giacomo, milanese, 35 anni, una vita trascorsa a entrare e a uscire dalla cella dall’età di 14 anni. Ex tossicodipendente, era arrivato ad assumere benzodiazepine tre volte al giorno e pesava 40 chili. Oggi è uno dei giardinieri della cooperativa sociale carceraria di Bollate. E’ tornato ad avere un peso normale, sta studiando per il diploma di ragioneria e gioca a calcio. I sedativi sono soltanto un ricordo.

"In carcere psicofarmaci a pioggia: per riprendermi ci ho messo 3 anni". «E sono stato fortunato. Molti altri miei amici non ce l’hanno fatta». La denuncia di un ex detenuto, scrive Arianna Giunti l'1 gennaio 2016 su "L'Espresso". “Gli psicofarmaci, in cella, venivano somministrati a pioggia. Tre volte al giorno: mattina presto, pomeriggio e la sera prima di andare a letto. E così vedevi gente che stava anche per 24 ore sdraiata per terra. Narcotizzata. Io ci ho impiegato tre anni, una volta uscito dal carcere, per riprendermi da quella roba. E mi è andata bene. Perché ho visto gente morire”. Fabio M., 53 anni, ex detenuto romagnolo, di penitenziari ne ha visitati tre. Tutti nel centro Italia, dopo aver scontato una condanna di cinque anni. Oggi è un uomo pienamente recuperato, anche grazie all’associazione Papillon di Rimini, che da anni si dedica al difficile compito di reinserimento sociale degli ex carcerati. I ricordi di Fabio su quello che accadeva in carcere, però, sono ancora molto nitidi. In particolare quella “sedazione di Stato” di cui parlano anche medici, volontari e agenti della polizia penitenziaria. Psicofarmaci che sarebbero somministrati in dosi massicce per contenere i detenuti. Come racconta lui stesso a l’Espresso in questa intervista.

Com’è la vita in carcere?

«Dobbiamo fare prima di tutto una premessa. Chi finisce dietro le sbarre reagisce in tre modi diversi: c’è chi la prende con filosofia e inganna il tempo giocando a carte, c’è chi per sfogare la rabbia fa attività fisica fino all’esasperazione. Poi ci sono quelli che si chiudono in se stessi. Di solito si tratta di persone che entrano in carcere per la prima volta, magari in attesa di giudizio. Non mangiano, non parlano. Si imbottiscono di farmaci e passano le giornate stesi sulle barelle in infermerie sotterranee, sporche e senza luce. Simili a tombe. Noi detenuti le chiamano le buche”».

Come funziona la somministrazione di psicofarmaci in carcere?

«Per quello che ho potuto vedere con i miei occhi c’è una somministrazione a pioggia. Per molto tempo li ho assunti pure io, poi ho deciso di smettere. L’idea che mi sono fatto è che vengano dati con così tanta facilità per contenere, per tenere calmi i detenuti. Vista anche la situazione di perenne sovraffollamento: in una sola cella si potevano trovare anche undici persone».

Che tipo di farmaci vi venivano somministrati?

«Soprattutto psicofarmaci, ansiolitici e benzodiazepine».

Vi era stato detto che questi farmaci – in particolare le benzodiazepine - provocano astinenza già dopo poche settimane?

«Io ho deciso di smettere proprio per questo. Mi facevano vivere in uno stato di perenne angoscia. Mi sentivo malissimo. Appena riacquisti un momento di lucidità ti senti inadeguato, ti senti una nullità».

Ha mai assistito a spaccio di droga o di farmaci, in carcere?

«Questo è un altro problema serio. Molti detenuti si fanno consegnare le pastiglie, poi però non le assumono e le scambiano con le sigarette o con altri favori. Per evitare che avvenga questo spaccio gli operatori più scrupolosi somministrano solo farmaci liquidi in gocce e aspettano che il detenuto li deglutisca. Perché la realtà è proprio questa: i farmaci in carcere vanno a sostituire le droghe. E così diventa una sorta di “spaccio di Stato”. In carcere si crea uno stato di promiscuità tale che poi porta a far saltare tutti i valori».

In quale carcere, fra quelli che ha girato, ha assistito in particolare a questi episodi?

«Nel carcere di Rimini. Lì il problema dello spaccio era veramente forte. Per fortuna c’è un’equipe medica molto seria e attenta che cerca di arginare queste situazioni».

Lei ha mai avuto problemi di salute dopo la somministrazione di questi psicofarmaci?

«Io ci ho messo tre anni per riprendermi dall’uso di questi farmaci. E sono stato fortunato. Molti altri miei amici non ce l’hanno fatta. Molti sono morti nel sonno, in cella. Perché quei sedativi provocano le overdose, proprio come le droghe».

I problemi di salute, quindi, saltano fuori soprattutto dopo la scarcerazione. Quando i detenuti si ritrovano a interrompere la terapia…

«Esattamente. E’ uno stato di felicità chimica, sono farmaci che vanno a riempire dei vuoti che i detenuti in carcere non riescono a colmare in un’altra maniera. Però sono medicine pericolosissime. Danneggiano il corpo e la mente, e uno se ne rende conto solo una volta uscito dal carcere. La pena detentiva dovrebbe avere il fine della rieducazione. E invece è una condizione che ti porta al limite della sopportazione umana. Come una tortura»

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

Crocetta nella palude degli scandali. È la fine di un moralizzatore, scrive Accursio Sabella sabato 3 giugno 2017 su "Live Sicilia". Dalle fragorose denunce alla clamorosa indagine che lo vede coinvolto. La parabola del governatore. Morale della favola: se fai la morale, rischi di finire moralizzato. È successo persino a Rosario Crocetta, il governatore siciliano giunto a Palazzo d'Orleans indossando i pennacchi dell'antimafia militante e seguito da una fanfara della legalità spesso fuori tempo. È toccato anche a lui, finito dentro una inchiesta che ancora promette di riservare sorprese, con una accusa che somiglia ai titoli di coda di un pessimo film: concorso in corruzione. È la fine di un moralizzatore. Perché al di là di quanto verrà accertato dalle indagini e dal processo che ne seguirà, passano agli archivi della cronaca e degli atti giudiziari, opere e omissioni, debolezze e vanità. Un canovaccio di protagonisti e comparse, di figuranti e presunti potenti, che raccontano, ciascuno a suo modo, la storia di una Regione corrotta, nel senso più ampio del termine. E in questa storia, c’è anche il personaggio che non ti aspetti. Le macchie che spuntano sugli abiti candidi dell'eroe. La denuncia che si rivolta contro, come l’inaspettato rinculo di uno sparo a salve. La difesa, imposta negli ultimi anni a malcapitati delinquenti o – molto più spesso – a ladri di polli e furbastri di provincia, diventare una necessità per allontanare da sé le ombre. Quando all'improvviso si spengono le musiche e si sgonfia il tendone del circo. Quando viene svelata l'illusione ottica in questo teatro nero della corruzione e si scopre che il trapezista, in realtà, aveva finora volteggiato a dieci centimetri dal pavimento e che la tigre altro non era che un docile gattino. La nebbia dell'impostura, insomma, che svanisce. La facciata che crolla. Liberando finalmente lo scheletro a tanti noto: quella che in Sicilia in questi quattro anni e mezzo hanno chiamato “moralizzazione” altro non era che una trovata politica. Messa drammaticamente a nudo dall'inchiesta della Procura di Palermo che ha coinvolto anche il presidente Crocetta. Del resto, senza andare a scomodare Nenni e i più puri che epurano i già puri, quello del moralista che affonda nella sua stessa retorica è un finale dal quale spesso non si scappa e che non subisce l’influenza di latitudini e palazzi, anagrafe e geografia. Dall’estremo Nord al profondo Sud, la storia è sempre quella. Prendi Gianfranco Fini: era lui, o almeno doveva essere, la versione più composta, più ordinata di quel centrodestra che vestiva le paillettes alla “Drive in” del berlusconismo folgorante e le sbracate camicie verdi della Lega. Eccolo, il moralizzatore politico finire dentro le inchieste per la nota vicenda riguardante la casa di Montecarlo, l’uso dei fondi del suo partito, il rapporto con i Tulliani, suoi nuovi familiari. Metti su casa, e va giù il partito. Insieme alla carriera politica. Perché ti sposti un po’, e scorgi un’altra tipologia di moralizzatore. Quello che urlava contro “Roma ladrona” è finito a processo con l’accusa di appropriazione indebita dei fondi della Lega Nord. Soldi che secondo l'accusa sarebbero serviti anche per ristrutturare la villa di Gemonio del Sanatùr. Per Umberto Bossi che nel frattempo si è fatto “scippare” il partito da Matteo Salvini, e il figlio Renzo, i pm milanesi già due mesi fa hanno chiesto una pesante condanna. Altro che casa, dolce casa. Ne sa qualcosa anche un moralizzatore istituzionale come fu Antonio Di Pietro. La sua leadership in Italia dei valori (un nome che contiene in sé una 'morale') e lo stesso partito finirono per sgonfiarsi repentinamente di fronte alle inchieste che allungavano ombre sui fondi di Idv e sul patrimonio immobiliare dell'ex pm-star di Mani pulite che ha provato recentemente e senza successo a rilanciarsi in occasione delle ultime amministrative di Milano. In quei giorni, nella Capitale d'Italia arrivavano invece i web-moralizzatori. Al grido di “Onestà, onestà” i grillini prendevano Roma. Ma nemmeno in quel caso l’autoproclamazione rendeva immuni da scivoloni e grane giudiziarie. La stessa Virginia Raggi è indagata, il suo (ex) braccio destro Raffaele Marra è finito ai domiciliari, un altro assessore (Paola Muraro) è finita nel registro degli indagati prima di dimettersi, mentre la Procura e l’Anticorruzione hanno bacchettato il primo cittadino su incarichi e promozioni. La stessa Anac che in Sicilia non molto tempo fa puntava il dito contro un moralizzatore “di professione”. Antonio Ingroia era stato appena inviato dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta a capo della Provincia di Trapani anche con l’obiettivo di “contribuire alle ricerche del latitante Matteo Messina Denaro”, ma ha finito per scomodare Raffaele Cantone che ha dovuto dire “alt” a quell’incarico: l’ex pm aveva superato il limite massimo di poltrone consentite dalla legge. Ma sulla toga che aspirò a fare il premier è pure piombata una inchiesta della Procura della Corte dei conti, ancora in corso, sulle assunzioni in un carrozzone regionale. Da inquisitore a “inquisito”. Che è come dire, in fondo, da moralizzatore a moralizzato. E così, per non andare troppo lontano da Ingroia, il caso più clamoroso è tutto siciliano. Giusto il tempo di consentire a Massimo Giletti di chiudere la stagione dell’Arena, da dove l’ospite fisso e quasi mai contraddetto Rosario Crocetta recitava il domenicale Angelus dello scandalicchio vero o presunto, ed ecco che proprio il governatore della rivoluzione finiva dentro un’inchiesta ampia su un presunto caso di corruzione in Sicilia. Persino lui, il moralizzatore antimafia, il presidente – per usare sue parole – dal fiuto sbirresco, l’aglio per i vampiri della manciugghia (che sarebbe poi, fuor di vernacolo, lo spreco, lo sperpero). L’inchiesta che sta estendendosi non solo alle diverse Procure siciliane, ma anche verso qualche tribunale “continentale”, a cominciare da quello di Perugia, sta cercando di far luce sulle relazioni tra la politica siciliana e alcuni imprenditori padroni degli aliscafi con i quali vengono assicurati i collegamenti tra la Sicilia e le Isole minori. Sono già finiti ai domiciliari l'attivo consigliere regionale e attuale candidato a sindaco di Trapani Girolamo Fazio, il potente armatore Ettore Morace e Giuseppe Montalto uno dei collaboratori più stretti dell’assessore regionale alle Infrastrutture Giovanni Pistorio. Come detto, tra gli indagati altri nomi “eccellenti”, tra cui il Sottosegretario alle Infrastrutture Simona Vicari che si è dimessa a causa di un rolex, un po’ come avvenne per il ministro allo stesso ramo Maurizio Lupi (anche lui esponente alfaniano). “Le indagini fin dall’origine – hanno scritto del resto gli inquirenti in una ponderosa ordinanza - hanno evidenziato i rapporti talvolta assai confidenziali tra gli armatori e diversi esponenti delle amministrazioni pubbliche sia a livello politico che dirigenziale”. E quando si parla di politica, appunto, si fa esplicito riferimento anche al governatore. Il vertice delle istituzioni siciliane. Per il quale la Procura ha disposto persino controlli e pedinamenti, sulle assolate stradine di Filicudi, isola delle Eolie. Un’isola per la quale, stando alle intercettazioni, il presidente nutrirebbe una grande, irrefrenabile passione. Al punto da chiedere ai suoi burocrati e allo stesso assessore ai Trasporti, di creare una “corsa” attiva tutto l’anno. Un aliscafo pronto a salpare da Palermo anche nelle stagioni rigide, su quel mare d’inverno che persino Loredana Bertè tanti anni fa definì un “concetto che il pensiero non considera”. Non per il presidente che si sarebbe innamorato, stando alle conversazioni tra assessori e armatori, tra sindaci e burocrati, non solo delle bellezze naturalistiche dell’isolotto. E così, la patina dei discorsi da bar, la marmellata delle facili ironie, delle battute da caserma, si stende su un’amicizia tra il governatore e il gestore di un hotel a Filicudi che potrebbe avere però dei risvolti giudiziari, al di là del canovaccio da softcore, da sboccacciato filmetto anni ottanta. “Non sono un novello Formigoni”, si è sfogato subito Crocetta, prima di presentarsi all’opinione pubblica come un governatore francescano: “Quando ero a Filicudi, - ha raccontato - rifiutavo i giri in barca perché sapevo che me li avrebbero fatto fare gratis. Non andavo nei lidi perché temevo non mi facessero pagare. Così me ne andavo tra gli scogli, tra le pietre, senza nemmeno un ombrellone". Roba da rimanere scottati. Ma nelle carte degli inquirenti c’è il sospetto, e più di quello, che il governatore potesse utilizzare la Regione, le sue casse, per un “capriccio” come lo ha definito il suo stesso assessore. Un guaio che si aggiunge ad altre contestazioni della Procura, che ha deciso di recapitare al presidente un avviso di comparizione. L’accusa, in quel caso, è relativa a uno strano bonifico che l’armatore Morace avrebbe fatto giungere al nuovo movimento politico di Crocetta, “Riparte Sicilia”. “Sono così cretino da farmi corrompere con un bonifico? Se fosse così – ha spiegato Crocetta - dovrei autoproclamarmi primo presidente coglione della Regione". Al di là della consistenza delle accuse a Crocetta, però, e delle personalissime presunte responsabilità del governatore, c’è un dato che è emerso dall’inchiesta con una evidenza inaffondabile: la Regione degli scandali è sempre lì, tale e quale, così come in passato. Gli sprechi non sono stati debellati, e gli assessorati sono permeabili, gli uffici corruttibili, ora come allora. E come poche settimane fa, quando gli scandali venivano serviti al pubblico della domenica, insieme ad abbondanti dosi di populismo, di numeri strampalati, di manicheismo da fumetto. Scandali dai quali, però, il governatore si era sempre ovviamente tirato fuori. Stavolta non è così. E del resto, le incrinature sul paravento legalitario di Crocetta erano apparse già da tempo. E l’inchiesta sui rapporti tra politica e imprenditori privati non pare poi così dissimile da un’altra indagine che investì la Sicilia degli scandali mai estirpati. Un contesto fatto di amicizie e pubbliche relazioni, una Sicilia degli interessi pubblici piegati alle consuetudini dei caminetti, dei rapporti più o meno personali. È l'indagine che un paio di anni fa coinvolse alcuni medici e manager della Sanità siciliana. Anche in quel caso le intercettazioni svelarono la filigrana di una Regione ripulita solo in apparenza, le trame fittissime che legavano il pubblico e il privato. Gli ospedali siciliani e le amicizie. Inchieste che coinvolsero Giacomo Sampieri, commissario di un grosso ospedale palermitano, il “Villa Sofia-Cervello”, e in ottimi e frequenti rapporti col presidente della Regione. Il primario Matteo Tutino, invece, finito ai domiciliari, la mattina dell'arresto, all'arrivo delle forze dell'ordine chiamò proprio Rosario Crocetta. Che liquidò quei rapporti con un semplice: “E' solo un medico da cui mi sono fatto curare qualche volta”. Fatto sta che già mesi addietro, proprio da quella Sanità malata e dalla giunta di Crocetta era fuggita, sbattendo la porta, addirittura Lucia Borsellino, figlia del magistrato Paolo, che parlerà di dimissioni dovute a “ragioni di ordine etico e morale”. Un concetto che sarà ribadito in maniera drammatica dal figlio di Paolo, Manfredi, di fronte al presidente della Repubblica Mattarella: “Lucia ha portato la croce perché voleva una sanità libera e felice”. Tutto dimenticato. Troppo presto, forse. Sepolto dalle successive sparate del governatore sulle magnifiche azioni di pulizia in una Regione rimasta identica a prima. E non è un caso che alla fine del 2016 la Sicilia risultasse tra le Regioni più corrotte d'Italia, dietro solo a Campania e Lombardia. Non esattamente un successo, per il governo che avrebbe dovuto portare, anche nella pubblica amministrazione, il vento fresco della legalità. E che invece è impegnato, in questi mesi, nell’occupazione militare di ogni poltrona pubblica. Crocetta ha piazzato fedelissimi ovunque, a volte persino eludendo le norme pur di nominare un amico. È successo in un grosso ente pubblico che si occupa di finanziamenti alle cooperative siciliane, dove Crocetta ha fatto di tutto per designare un proprio consulente di origine tunisina. Nel cda di un istituto di credito regionale ha invece inviato il proprio Segretario generale e il proprio capo di gabinetto. Rantoli di un’agonia politica, spesso finiti, anche questi, sui tavoli delle Procure. Nell'ultima indagine, ad esempio, quella sulla presunta corruzione per favorire gli armatori Morace, è stato il turno di Massimo Finocchiaro, che Crocetta ha voluto a capo di una mega-azienda che si occupa del trasporto pubblico. Il funzionario è un amico personale, un militante del Megafono dalla prima ora, un attivo sostenitore di Crocetta fin dalla campagna elettorale del 2012. Ma non è l'unico caso. Della Sanità, così come dell'inchiesta contabile su Antonio Ingroia abbiamo già detto, ma lo stesso si può dire per esponenti della burocrazia regionale, per amministratori di alcune società partecipate, per giungere fino al suo vero braccio destro: il Segretario generale della Regione siciliana Patrizia Monterosso, fedelissima di un governatore che ricambia con almeno altrettanta fiducia, è già stata condannata dalla Corte dei conti per un danno all'erario da oltre un milione di euro ed è anche finita sotto processo per un presunto peculato. Che ha fatto il moralizzatore che diffondeva dai microfoni delle conferenze stampa e dal tubo catodico il Verbo della legalità? Prima le ha rinnovato l’incarico, poi ha anche deciso, nonostante un parere di segno opposto dell'Avvocatura dello Stato, che la Regione siciliana non dovrà costituirsi parte civile contro la dirigente. A differenza di quanto fatto in tante occasioni analoghe nel corso di questi quattro anni e mezzo di legislatura. Perché in fondo, la morale della favola è anche questa: il moralista, presto moralizzato, ha sempre con sé una morale di scorta.

Di Matteo studia da Guardasigilli per mollare il processo flop. La scalata ai 5 stelle del pm della trattativa Stato-mafia, scrive Mariateresa Conti, Venerdì 02/06/2017, su "Il Giornale". Sarà un misterioso virus sprigionato dal processo sulla trattativa Stato-mafia. Una sorta di effetto collaterale di quello che si annunciava come il processo dei processi e che ora si avvia all'epilogo, a fine anno, dopo avere incassato qua e là più di una bocciatura e con tutte le caratteristiche del flop. Ad Antonio Ingroia, il papà di quel processo, il passaggio alla politica è andato malissimo. Ma al pm Nino Di Matteo, il pm antimafia che quel processo ha ereditato, potrebbe andare meglio. Già solo per il fatto che, contrariamente al collega, lui non sembra intenzionato a crearsi un partito tutto suo, ma sarebbe piuttosto pronto ad accomodarsi in casa M5s, movimento del quale ha benedetto il codice etico, e del quale - è questo il sogno - in un ipotetico governo potrebbe diventare Guardasigilli. Cinquantasei anni, palermitano, vita blindata dal 1993, il pm più minacciato da Cosa nostra deve la sua carriera alle stragi. È con le indagini su quegli eccidi, soprattutto su quello di Borsellino in via D'Amelio, che il giovane sostituto Nino Di Matteo approdato a Caltanissetta nel 1991 diventa l'eroe che i grillini oggi sperano di avere al proprio fianco. Oddio, le indagini su Borsellino non è che alla distanza si siano rivelate un successone, anche per Di Matteo, che era uno dei pm. Il nuovo processo Borsellino nato dalla revisione, scoperti falsi pentiti e depistaggi precedenti, si è appena chiuso. E ha confermato il grande flop della prima indagine. Da Caltanissetta a Palermo, le stragi restano il filo conduttore dell'attività di Di Matteo. Che diventa l'erede naturale di Ingroia. C'è anche lui tra i pm della prova generale del processo sulla trattativa, quello contro il prefetto Mario Mori e l'ex colonnello Mauro Obinu, conclusosi in primo grado e in appello con l'assoluzione. E c'è lui soprattutto nella cabina di regia del processo su cui la procura di Palermo si gioca la faccia, quello sulla trattativa tra i boss e Cosa nostra. Un processo partito tra rulli di tamburo e che a Di Matteo ha già procurato più di qualche grattacapo. A cominciare dal procedimento davanti al Csm (poi archiviato) per avere indirettamente rivelato a Repubblica, confermandone l'esistenza, che le intercettazioni dell'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano al telefono con Nicola Mancino non erano agli atti perché non rilevanti. Non è il solo dispiacere che il processo trattativa gli ha causato. L'ex ministro Calogero Mannino, processato con rito abbreviato, in primo grado è stato assolto. E l'ex caposcorta di Di Matteo, chiamato al processo come teste, andrà a giudizio per calunnia. Sempre in guerra, Di Matteo. Non solo contro la mafia. Anche con il Csm ha avuto le sue battaglie. Come quella per la promozione alla Direzione nazionale antimafia. Negata regnante Napolitano al Quirinale, l'ha ottenuta a marzo. «Sono stato costretto - ha esultato - a conciliare la delicatezza di certi impegni con la necessità di occuparmi di una massa di procedimenti su piccoli furti, truffe e reati comuni». Il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi non ha gradito. E gli ha risposto, con una lettera indirizzata a tutti i suoi pm: «La notorietà è un valore effimero». Però nel frattempo, per sei mesi, lo ha trattenuto a Palermo. Ad occuparsi del processo trattativa ma pure dei disprezzati furtarelli.

Woodcock, nemico di politici e vip che colleziona solo flop. E sognava di fare lo stilista..., scrive il 13 Aprile 2017 Filippo Facci su "Libero Quotidiano”. Nota preliminare: non è che possono dirmi «occhio alle querele» e poi chiedermi il ritratto di uno come Henry John Woodcock: significa che non hanno capito. Le querele basta farle, e lui le fa. Se un magistrato arresta mille persone per genocidio ma poi ne condannano una sola per divieto di sosta - è solo uno stupido esempio - ufficialmente la sua inchiesta non è stata un flop. Non puoi scriverlo, o meglio: puoi, ma rischi.

Comunque: Woodcock ha fatto un sacco di flop (lo scrivo, amen) e per il resto è la vanità fatta persona. Tralasciamo i cenni biografici soliti (nato a, figlio di) e diciamo solo che è un napoletano di crescita. La prima volta che lo vidi era al ristorante del lido di Macchiatonda, a Capalbio, alle 13.30 di una domenica del 2007: giubbotto rosso, cappellino da baseball, lo sguardo autoriflesso di chi si sentiva al centro dell’inquadratura. La stampa italiana, che tende a far schifo, aveva appena dedicato ampi servizi alla sua moto, al suo cane e alla bistecca di vitella tagliata grossa, che gli piaceva tanto e che comprava da un certo macellaio di Potenza. A un cronista di Vanity Fair, testata dal nome azzeccatissimo, era bastato chiedere per ottenere, dal riservato Woodcock, immagini posatissime. Sulla copertina di Dipiù comparivano Woodcock e signora (discreto magistrato anche lei) e all’interno eccoti Woodcock in barca, in jeans, in cravatta, in toga, con la mamma, ancora con il cane, col padre, senza padre, sulla slitta. Tutte foto private e il titolo «Woodcock, la carriera e l’inchiesta dell’uomo che sta affascinando l’Italia». Su Panorama lo si vedeva poppante e poi quattordicenne in Croazia, poi ancora col cane.

La stampa italiana è qualcosa che nel 2007 ti faceva sapere che Woodcock mangiava formaggini, arance, banane e soprattutto antipasto con ricotta, salame, mozzarella e caciocavallo. Però secondo Panorama - viva il pluralismo - preferiva fagioli e cozze, mentre Vanity Fair insisteva sugli strascinati e aggiungeva pasta e ceci. A Studio Aperto, su Italia Uno, nell’aprile 2007, Woodcock confessò che da giovane voleva fare lo stilista. Beh, a suo modo ce l’aveva fatta: era indubbiamente uno stilista del diritto come già gli avevano riconosciuto molti tribunali giudicanti. Le sue inchieste più note erano già state state una collezione di incompetenze territoriali, nomi altisonanti assolti, ministri prosciolti, richieste d’arresto ingiustificate, e poi archiviazioni, bocciature per il 70 per cento dei suoi ricorsi, più 6 milioni e 400mila euro spesi per tre anni di intercettazioni a Potenza. E dire che da scriverne seriamente non mancava: il primo flop risaliva al 2000, quando Woodcock imbastì un’inchiesta sulla Banca Mediterranea che diede un nulla di fatto. Poi il più noto “Vipgate” (2003) che coinvolgeva 78 persone e tra queste Franco Marini, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, il diplomatico Umberto Vattani, il cantante Tony Renis e la conduttrice tv Anna La Rosa. Accuse di ogni tipo (associazione per delinquere, corruzione, estorsione) ma poi l’inchiesta approderà a Roma e finirà archiviata. Poi l’inchiesta “Iene 2” (2004) su presunte connessioni tra politici lucani e mafia (51 arresti respinti) con tanto di ispezione mandata dal guardasigilli Roberto Castelli: fecero flop entrambe, l’inchiesta e l’ispezione.

Ed eccoci al mitico “Savoiagate”, quello che prese di mira Vittorio Emanuele di Savoia il quale tutto meritava, fuorché uno come Woodcock: finirà in nulla anche questa, e il reale verrà assolto con molti altri imputati. All’ex sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi, arrestato e costretto alle dimissioni, fu riconosciuto un risarcimento di 11mila euro, mentre a Vittorio Emanuele, 40mila. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano giunse a chiedere al Csm notizie di questo Woodcock. Uh, abbiamo dimenticato l’inchiesta sull’Inail: furono prosciolti tutti i parlamentari che aveva inquisito e rispediti al mittente una sessantina di arresti, compresi due deputati e il presidente della Camera penale della Basilicata, poi scagionato e uscito di galera in tempo per diventare difensore di Vittorio Emanuele. Là è tutto un po’ aggrovigliato.

Forse è per questo che, più di queste cose, nel 2007, la stampa italiana spiegava che quando c’era Montalbano in tv, la sera, Woodcock usciva anzitempo dall’ufficio. Spiegava che gli piaceva anche Distretto di Polizia. Che sul suo comodino c’erano libri di Salinger, Pasolini ed Erri de Luca. Che il rapporto tra Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli (con la quale fu immortalato in varie situazioni) era solamente di tipo professionale. Notizie importanti. E le ispezioni ministeriali, spedite a Potenza dall’allora guardasigilli Clemente Mastella, in fondo, di notizie non ne trovarono molte di più. I giornali invece sì, anche perché la nuova inchiesta glamour “Vallettopoli” era fantastica: la soubrette Elisabetta Gregoraci, il portavoce di Gianfranco Fini Salvatore Sottile, e Lele Mora, Fabrizio Corona, l’allora ministro Alfredo Pecoraro Scanio, poi vabbeh, l’inchiesta approdò a Roma per legittima competenza e videro che non c’era nulla: però c’eravamo divertiti, no? Morto un processo nel silenzio, tanto, i giornali già si lanciavano su sempre nuove inchieste: allora come oggi. Woodcock fece anche un’inchiesta sulla massoneria (mancava) ma per una volta fu lui stesso a fare marcia indietro per inconsistenza dell’accusa. Miracolo. Sta di fatto che Woodcock aveva raggiunto la quota di 210 innocenti accusati senza fondamento - fu calcolato - con una media di 15 all’anno a partire dal 1996.

Poi si trasferì a Napoli (2009) e con lui il suo metodo. Nel 2011, quando uscì il primo numero del Fatto Quotidiano, il primo titolo di prima pagina fu: «Indagato Gianni Letta»: e naturalmente era innocente. Indovinate di chi era l’inchiesta. Fecero rumore, dunque, le intercettazioni dell’indagine cosiddetta P4, un «sistema informativo parallelo» allestito dal mediatore Luigi Bisignani. Alfonso Papa (Pdl) fu clamorosamente svenduto dal Parlamento e divenne il primo parlamentare italiano a finire in carcere per dei reati non violenti: anche se, dopo 157 giorni di galera, fu scarcerato dal Tribunale del Riesame e poi anche dalla Cassazione, che di passaggio sancì che l’associazione P4 non esisteva.

Poi? Poi è finito lo spazio - qui - ma non i flop - ovunque. Ci sarebbe da dire anche sull’inchiesta sulla Guardia di Finanza avviata da Woodcock nel 2014: limitiamoci al destino del generale Vito Bardi, già indagato da Woodcock nell’inchiesta “P4” (innocente) e nuovamente archiviato il 4 aprile scorso per «insussistenza di ogni ipotesi di illecito». Bardi non era neppure stato mai ascoltato né aveva avuto la possibilità di conoscere i suoi accusatori. Carriera distrutta lo stesso: diversamente da quella del magistrato che l’aveva accusato due volte. In tribunale, comunque, Woodcock ha ottenuto anche delle vittorie: per le querele che ha sporto. Eccoci candidati a suoi nuovi mirabolanti successi. Filippo Facci

È caccia al pm Woodcock su falsi e fughe di notizie. Procura di Napoli e toga finiscono ancora sotto accusa Alta tensione tra tribunali, possibile fascicolo del Csm, scrive Anna Maria Greco, Giovedì 18/05/2017, su "Il Giornale". Negano che ci sia una guerra tra procure di Roma e Napoli nei palazzi di giustizia, eppure sul caso Consip ogni scandalo accentua le differenze tra due metodi investigativi. E nel mirino c'è ancora una volta lui, il pm anglopartenopeo Henry John Woodcock, titolare dell'inchiesta prima che passasse nella Capitale il filone principale. Sul sostituto procuratore pesa l'istruttoria disciplinare avviata dal Procuratore generale della Cassazione e, dopo l'ultima intercettazione tra Matteo e Tiziano Renzi finita nel libro del giornalista Marco Lillo, con la grancassa del Fatto quotidiano, anche il Guardasigilli Andrea Orlando ha disposto un'ispezione. La vicenda è sotto osservazione anche del Csm, che un mese fa ha negato l'apertura di una pratica in prima commissione chiesta dal laico di Fi Pierantonio Zanettin, ma ora potrebbe ripensarci. In un'intervista a Radio radicale Zanettin è tornato alla carica, dichiarandosi «allibito» per il fatto che il vertice di Palazzo de' Marescialli non voglia approfondire «fatti così inquietanti», che rappresentano un «inquinamento del processo democratico». Pesa sulla vicenda una frase a Radio 24 di Nicola Gratteri, stimatissimo procuratore di Catanzaro che ha appena scoperchiato i traffici nel più grande centro calabrese per profughi: «Quando la polizia giudiziaria fa la fuga di notizie, c'è quanto meno una sorta di silenzio-assenso da parte della Procura. Sennò le notizie non escono». Il pm ha alle spalle un'esperienza di 30 anni di intercettazioni e insiste sulla «tracciabilità» degli interventi sui file audio (la conversazione non era stata trascritta). «Il procuratore - spiega - è il responsabile della sala di registrazione... Se io vado, vedo esattamente chi ha scaricato il file. L'ufficiale di polizia giudiziaria dirà me l'ha chiesto il procuratore. Ma se non ha una ricevuta, risponde lui». E anche da Roma arriva una nota polemica che tra le righe punta verso Napoli. La dirama il procuratore capo Giuseppe Pignatone per smentire la distruzione di una delle intercettazioni: «Peraltro - aggiunge in modo significativo il magistrato - l'eventuale distruzione poteva essere disposta solo dall'Ufficio che l'aveva disposta». È a Napoli che a marzo si è deciso di riprendere a spiare le conversazioni di Renzi senior, interrotte a dicembre. Si è fatto contro il parere di Roma, visto che il padre dell'ex premier è indagato per un reato che non giustifica le intercettazioni: traffico d'influenze illecite. È a Napoli che il lavoro di ascolto è ancora affidato al Noe dei carabinieri, cui i pm della capitale hanno revocato l'incarico dopo le prime fughe di notizie e gli errori o falsificazioni nelle trascrizioni che hanno fatto finire sotto inchiesta il capitano Gianpaolo Scafarto, che peraltro afferma di essere stato sempre diretto da Woodcock. Ora, l'ennesima violazione del segreto investigativo e Renzi che dice: «Le intercettazioni sono illegittime. Voglio sapere chi ha violato la legge». Come sono finite in pasto ai media le sue chiacchiere con il babbo, non penalmente rilevanti, ma politicamente sensibili? Il presidente del Pd Matteo Orfini parla di «attacco alla democrazia», Vito Crimi del M5S di «piccola recita» tra l'ex premier «che sa di esser intercettato» e il padre «che sa che è sotto indagine» e Daniela Santanchè di Fi dice che ora il Pd si rende conto del prezzo della gogna mediatica.

Ieri al Csm la questione non è stata affrontata in plenum, ma si è riunito a lungo il Comitato di presidenza, che decide sull'apertura delle pratiche ed era stata preannunciata una comunicazione. Alla fine tutto è stato rinviato ad oggi, quando proseguirà l'incontro tra vicepresidente Legnini, primo presidente Canzio e Pg della Cassazione Ciccolo, che secondo i rumors sarebbe stato pieno di tensione.

Giustizialisti. Così la politica lega le mani alla magistratura. Libro di Piercamillo Davigo, Sebastiano Ardita. Descrizione: «Noi con le nostre forze di Polizia li abbiamo arrestati. I giudici li hanno liberati. L'opinione pubblica deciderà». Così l'ex ministro dell'Interno Angelino Alfano all'indomani dei disordini degli antagonisti avvenuti a Bologna nel novembre del 2015. Come se i giudici avessero deciso liberamente, senza applicare le leggi in materia che il Parlamento aveva varato in precedenza. Alfano, ma non solo, sa che un magistrato spesso ha l'obbligo di scarcerare qualcuno, pur riconoscendo che la norma impone una scelta che egli stesso ritiene sbagliata. Lasciandolo in galera, infatti, incorrerebbe in una severa misura disciplinare. Questo, al contrario, non vale per i politici che se votano una legge iniqua o ad personam sono indenni da rischi perché agiscono nell'«esercizio dell'attività parlamentare». Un libro duro, sull'eterno scontro tra magistratura e politica. Un viaggio nelle aule dei tribunali, nelle Procure e nelle carceri dove i paradossi della legislazione nostrana implicano decisioni al limite della decenza e dove la giustizia diventa spesso ingiustizia.

L’ANTEPRIMA – GIUSTIZIALISTI, IL ROMANZO SOGNATO DA MONTANELLI. DAVIGO E ARDITA CI SPIEGANO COME LA POLITICA LEGA LE MANI ALLA MAGISTRATURA. Scrive il 30 marzo 2017 "Stampalibera.it". Un libro duro, sull’eterno scontro tra magistratura e politica. Un viaggio nelle aule dei tribunali, nelle Procure e nelle carceri dove i paradossi della legislazione nostrana implicano decisioni al limite della decenza e dove la giustizia diventa spesso ingiustizia. Noi di stampalibera abbiamo deciso di pubblicare la prefazione di Marco Travaglio che ci anticipa, come solo lui sa fare, i contenuti di un libro che con chiarezza spiega a tutti i non addetti ai lavori perché la giustizia italiana è allo sfascio. Verso la fine della sua lunghissima e bellissima vita, Indro Montanelli mi commissionò un libro: «Marco, tu devi scrivere il Codice penale tradotto in italiano. Te lo chiedo perché sarei il tuo primo lettore. Ho una vecchia laurea in Giurisprudenza, presa ancora ai tempi del codice Zanardelli, ma non mi è mai servita a niente: io nei meandri, nei meccanismi e nei linguaggi del processo penale mi perdo. E vorrei capirci qualcosa, anche perché ormai tutto passa di lì: è impossibile distinguere la cronaca politica da quella giudiziaria». Ci ho provato diverse volte, a scrivere quel libro, ma né prima né dopo la morte di Montanelli ci sono riuscito: c’era sempre qualche argomento più attuale, più urgente che prendeva il sopravvento. Poi, per fortuna, senza che ci parlassimo, la stessa idea è venuta a Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, due magistrati valorosi e benemeriti. Non solo per le indagini e i processi che hanno condotto. Ma anche e soprattutto per un’altra virtù, tanto rara quanto preziosa: quella di parlare e scrivere in italiano chiaro, diretto e comprensibile, al contrario di tanti loro colleghi che si esprimono nel sanscrito del giuridichese e impiegano un quarto d’ora solo per dire «buongiorno». Giustizialisti è proprio quel Codice penale (e anche di procedura penale) tradotto in italiano che sognava Montanelli e che io non sono riuscito a scrivere: un libro semplice e stuzzicante, provocatorio al punto giusto, che spiega a tutti i non addetti ai lavori i perché e i percome della giustizia italiana allo sfascio. Una giustizia-paradosso che macina montagne di processi e partorisce solo topolini. Una giustizia-spaventapasseri che, vista da lontano, fa paura a tutti e, da vicino, fa ridere anche i polli. Una giustizia accusata di non funzionare per colpa dei giudici e invece programmata dagli altri poteri apposta per non funzionare. Parlando e scrivendo come mangiano, Ardita e Davigo illuminano questioni che a noi comuni mortali risultano inintelligibili e invece hanno tutte una spiegazione semplice, spesso banale. Fanno parlare i dati, le cifre, le norme, gli episodi di vita vissuta sviscerando le questioni di più bruciante attualità e lumeggiandone le cause e le possibili soluzioni. E, al contempo, smontano a uno a uno gli slogan, le dicerie, i luoghi comuni e le menzogne diffusi a piene mani dall’eterno Partito dell’Impunità che in Italia si ammanta ipocritamente di alti principi e sacri valori come il “garantismo”, la “presunzione di innocenza”, la “separazione dei poteri”, il “primato della politica”. Tutte imposture divenute il rifugio dei peggiori mascalzoni in guanti gialli.

Il Paese dell’impunità. Si sente sproloquiare di sovraffollamento delle carceri, poi si scopre che ogni anno entrano nelle patrie galere 90 mila persone e ne escono 80 mila, con una permanenza media in cella di appena 90 giorni. Si sente cianciare di abusi della custodia cautelare, poi si scopre che è quasi impossibile arrestare un incensurato, salvo che si metta a sparare (e spesso neppure questo basta): così si crea la figura unica al mondo dell’“incensurato a vita” che delinque serialmente. Si sente vaneggiare di colletti bianchi perseguitati dalla giustizia, poi si scopre che solo lo 0,3% dei detenuti in espiazione della pena appartengono alla categoria Vip, mentre tutti gli altri sono condannati per reati di strada, di solito infinitamente meno gravi e socialmente meno dannosi di quelli commessi dai ricchi e dai potenti (in controtendenza con Paesi portati a esempio di virtù dai nostri “garantisti”, come gli Stati Uniti, dove la giustizia non ha alcun riguardo per i ricchi e i potenti, come dimostrano i casi di Dominique Strauss-Kahn, Paris Hilton, Mel Gibson, Hugh Grant, Bernie Madoff e così via). Anche fra i reati di strada, poi, le infinite scappatoie infilate nei Codici da una classe dirigente col culo sporco hanno creato un sistema demenziale che punisce più severamente condotte più lievi rispetto a quelle più pericolose: un condannato per rapina a mano armata trascorre in prigione una media di 635 giorni, contro i 761 di uno spacciatore di droga. In compenso, chi ha sottratto alla collettività decine o centinaia di milioni con una bancarotta fraudolenta non supera di solito i 190 giorni effettivi di detenzione (poi ottiene una pena alternativa, cioè torna in libertà con qualche ridicola restrizione), mentre chi è stato condannato per furto di soldi o beni di valore infinitamente più lievi, le pene alternative se le scorda e sconta in cella almeno 256 giorni. Il che basta e avanza per spiegare come mai l’Italia esporta cervelli in fuga e importa criminali da tutto il mondo. Fantastico il racconto della riunione al ministero della Giustizia fra le delegazioni del governo italiano e di quello romeno per il rimpatrio di cittadini della Romania condannati per delitti commessi nel nostro Paese. Gli italiani rinfacciano ai romeni gli altissimi tassi di devianza criminale dei loro concittadini, i romeni rispondono che i due Paesi hanno più o meno la stessa percentuale di delinquenti, senonché quelli romeni preferiscono delinquere in Italia perché da loro chi sbaglia paga e da noi no. Si sente delirare sulle ragioni della lunghezza dei processi, salvo poi scoprire – nel libro di Ardita e Davigo – che siamo l’unico Paese al mondo con la prescrizione eterna, che continua a decorrere anche dopo due condanne in primo e secondo grado; con i tre gradi di giudizio automatici, sempre sotto forma di dibattimento (nei Paesi anglosassoni i processi come li conosciamo noi sono una rarissima eccezione, perché il rischio di condanna per i colpevoli è talmente alto da indurli quasi tutti a confessare e a patteggiare la pena, cosa che in Italia non fa nessuno poiché il colpevole ha tutto l’interesse a tirarla in lungo in attesa della prescrizione); con il divieto per il giudice d’Appello di aumentare la pena inflitta da quello di primo grado (il che rende i ricorsi – anche se infondati e pretestuosi, cioè destinati alla bocciatura – comodi, gratuiti, a rischio zero e a vantaggio mille). Per questo in Italia delinquere conviene: prevale, nel legislatore, l’interesse a una giustizia che non funzioni, cioè l’interesse opposto a quello dei cittadini perbene, che i reati non li commettono ma spesso li subiscono.

«Siamo giustizialisti». Senza anticipare tutti i contenuti del libro, che si legge come un romanzo (ma noir, a tratti horror), trovo particolarmente preziosi alcuni capitoli. Quello sulla demenziale riforma Renzi sulla responsabilità (in)civile dei giudici, che ha reso la magistratura italiana ancor meno libera, indipendente dal potere (non solo politico, ma anche e soprattutto economico che, quando delinque e viene scoperto, ricatta la società con le conseguenze sociali, occupazionali e finanziarie dei processi). Quello sulle politiche dell’immigrazione, che tentano ridicolmente di affidare alla macchina già inceppata della nostra giustizia la soluzione delle conseguenze bibliche delle guerre e delle carestie e delle dittature di tutto il mondo: vedi il reato di clandestinità, che non ha mai prodotto una sola condanna davvero espiata e al contempo ha distrutto i processi agli scafisti e agli schiavisti (l’immigrato viene indagato appena sbarca e dunque non può essere sentito come testimone con l’obbligo di rispondere e di dire la verità su chi l’ha trasportato e sfruttato, magari gettando a mare decine o centinaia di esseri umani). Quello sulle tante balle che si raccontano, nei Palazzi del potere, contro lo strumento principe per la scoperta della verità: le intercettazioni telefoniche ambientali, che sarebbero sempre troppe e troppo costose rispetto agli altri Paesi (che invece ne fanno molte di più e senza alcun controllo, vedi anche gli ultimissimi casi dello spionaggio mondiale targato Stati Uniti e svelati da Wikileaks). Quello sulla voglia crescente di giustizia privata, sparando od organizzando “ronde” con l’appoggio di partiti politici che, nel frattempo, hanno fatto di tutto per distruggere la repressione e la prevenzione delle autorità pubbliche. E, infine, quello sul rapporto fra magistratura e politica (anche con forti accenti autocritici sulla “correntocrazia” del Csm e sulle indulgenze della magistratura progressista sulle controriforme dei governi di centrosinistra), sempre gabellato dal Partito Trasversale dell’Impunità per uno “scontro” o per una “guerra”: anche qui, dati e cifre alla mano, gli autori dimostra- no come la magistratura italiana, pur con tutti i suoi difetti, riesca a fare pulizia al proprio interno molto più e meglio di quanto non facciano le classi politica e imprenditoriale. Il titolo Giustizialisti è una risposta ironica alle accuse che pioveranno sul capo di Ardita e Davigo all’uscita del libro. Ma        a me piace intenderlo anche come una rivendicazione orgogliosa del principio costituzionale secondo cui la legge è uguale per tutti, anzi meglio: «Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge» (articolo 3 della Costituzione). Se il “garantismo” – strappato abusivamente dalle nobili pagine di Cesare Beccaria – è diventato il gargarismo dei peggiori farabutti per negare e rifiutare pro domo sua i principi di eguaglianza, di legalità e di responsabilità, e se il suo contrario è il “giustizialismo” (che un tempo definiva i seguaci di Juan Domingo Perón in Argentina, senz’alcuna attinenza con i temi giudiziari), è venuto il momento di dichiarare con orgoglio da che parte stiamo: ebbene sì, siamo giustizialisti. E allora?

La fine di Gianfranco Fini. L'accusa di riciclaggio nell'ambito dell'inchiesta sulla casa di Montecarlo potrebbe porre fine alla sua carriera politica, scrive Francesco Curridori, Lunedì 29/05/2017, su "Il Giornale". L’accusa di riciclaggio e il sequestro di un milione di euro pone fine a una vicenda, quella della casa di Montecarlo, che ha segnato la carriera politica di Gianfranco Fini.

Gli inizi della carriera politica. Carriera iniziata nel lontano 1968 quando, all’età di 16 anni, il futuro fondatore di Alleanza Nazionale, rimane coinvolto negli scontri con un gruppo di estrema sinistra che, all’uscita di un cinema di Bologna, contestava la proiezione del film sulla guerra in Vietnam, Berretti verdi. “Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui. Arrivato al cinema, beccai spintoni, sputi, calci, strilli perché gli estremisti rossi non volevano farci entrare. E così per reagire a tanta arroganza andai a curiosare nella sede cittadina della Giovane Italia”, racconterà molti anni più tardi a un quotidiano. Agli inizi degli anni ’70 si trasferisce a Roma ed entra nel Fronte della Gioventù, la formazione giovanile dell’MSI che aveva preso il posto della Giovane Italia. Il 7 gennaio 1978, giorno della strage di Acca Larentia, Fini, che nel frattempo era diventato presidente nazionale del Fronte, venne ferito da un candelotto lanciato dalla polizia per fermare i disordini.

Fini segretario dell'Msi. Ma l’anno che cambia la storia politica di Fini è il 1987 quando si svolge il Congresso del Movimento Sociale di Sorrento che segna l’uscita di scena di Giorgio Almirante. Fini, che ne è il delfino e l’erede designato, ne prende il posto alla segreteria battendo lo sfidante Pino Rauti propugnando per l'imminente futuro una nuova visione politica: "il fascismo del 2000". Alle elezioni Politiche dello stesso il Msi raggiunge il 5,5% dei voti in una campagna elettorale segnata dalla contiguità politica con il Front National di Jean-Marie Le Pen sul tema dell'immigrazione. A seguito del deludente risultato elettorale alle Europee del 1989, Rauti soffia la poltrona di segretario a Fini che la riconquisterà nel 1991. Siamo alla vigilia dell'inchiesta Tangentopoli che travolgerà il governo del pentapartito e aprirà le porte alla Seconda Repubblica. In questo contesto Fini, alle elezioni comunali del 1993, raccoglie i frutti di una campagna elettorale basata sulla lotta alla corruzione. Il passaggio al secondo turno nella sfida romana contro Francesco Rutelli segna il definitivo sdoganamento della destra italiana e l'imminente passaggio da Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale. L'alleanza con Berlusconi e la vittoria alle Politiche del 1994 portano la destra a compiere la "svolta di Fiuggi". L'esperienza della destra al governo dura solo sei mesi ma passano due anni e Fini ottiene la sua vittoria più grande: An raggiunge il 15,5% incentrando la sua campagna elettorale sulla riforma presidenzialista dello Stato. Da lì in poi ha inizio il lento e inesorabile declino che si intravede nel 1999 con il sostegno a Mario Segni sul referendum per l'abolizione della quota proporzionale del Mattarellum, perso per un soffio, e con il flop alle Europee. La lista dell'elefantino, creata insieme ai pattisti di Segni, non sfonda ma si ferma al 10%. La carriera politica di Fini si risolleva con le Politiche del 2001 che riportano il centrodestra al governo per il quale ricopre l'incarico di vicepremier e di ministro degli Esteri. Il rapporto con Berlusconi va avanti, tra alti e bassi, fino al 2007 quando il Cavaliere annuncia dal predellino la nascita del partito unico del centrodestra.

La rottura con Berlusconi. "Voglio che sia chiaro a tutti che, almeno per quel che riguarda il presidente di An non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi", disse all'epoca, a poche dall'annuncio sentenziando: "Berlusconi con me ha chiuso". Questa è la prima di una lunga sfilza di bugie che Fini propinerà ai suoi elettori. Per le Politiche del 2008 nasce la lista Popolo della Libertà che, nel marzo dello stesso anno, diventerà partito. Fini, da presidente della Camera, inizia un’opposizione interna al premier Berlusconi che si fa sempre più incalzante fino alla rottura definitiva con quel “Che fai? Mi cacci?” pronunciato durante la direzione nazionale del 2010 che decretò la sua espulsione dal Pdl.

La fine della carriera politica e la vicenda della casa di Montecarlo. Di lì a poco nascerà Fli, Futuro e Libertà per l’Italia, che, un anno dopo, appoggerà il governo tecnico di Mario Monti. Un partito “nato morto” che nel 2013 raccoglie solo un disastroso 0,4% complice la svolta centrista e l’alleanza con Scelta Civica di Monti e l’Udc di Casini. Ma a travolgere Fini non è soltanto l'uscita dal Parlamento dopo 30 anni ma è soprattutto la vicenda della casa di Montecarlo, venuta fuori nell’estate 2010. Il presidente della Camera, in un intervento video, professa la sua estraneità ai fatti contestati al cognato, Giancarlo Tulliani, reo di aver acquistato a un prezzo di favore una casa di proprietà del partito. “Se dovesse emergere che l'appartamento di Montecarlo appartiene a Giancarlo Tulliani lascerò la presidenza della Camera”, disse all’epoca Fini. Nel 2015, però, la casa fu poi rivenduta a un imprenditore svizzero a ben 1,3 milioni di euro, con un plusvalore di oltre 1,2 milioni di euro, e, a dicembre 2016, la procura di Roma richiede la custodia cautelare per Francesco Corallo. Fini, a pochi giorni di distanza, al Fatto Quotidiano, ammette: “Sono stato un coglione, corrotto mai”. Ora spetterà alla magistratura stabilire quale sia la verità.

Perché la finanza ha sequestrato polizze da un milione di euro a Gianfranco Fini. Da alcuni mesi l'ex presidente della Camera è indagato per complicità in riciclaggio. E quello di oggi è l'ultimo atto di una vicenda che inizia con la casa di Montecarlo e passa dal re delle slot Francesco Corallo, scrivono Paolo Biondani e Giovanni Tizian il 29 maggio 2017 su "L'Espresso". Mazzetta nera, sarai romana e per bandiera ti darem quella italiana... Bisogna rassegnarsi a parafrasare l'inno mussoliniano per raccontare la caccia al presunto bottino che segna l'ultimo sviluppo della pesante inchiesta che ha coinvolto l'ex presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini: un leader politico che ha avuto il merito storico di trasformare la destra post-fascista in un partito di governo con Berlusconi e Bossi. Per ordine dei magistrati di Roma, questa mattina i militari dello Scico (il reparto antimafia della Guardia di Finanza) hanno sequestrato all'ex presidente della Camera due polizze vita del valore di un milione di euro. Da alcuni mesi, come rivelò per primo l'Espresso, Fini è indagato con l'accusa di complicità nel riciclaggio di un tesoro intestato a tre suoi congiunti: circa 6 milioni di euro versati segretamente, attraverso anonime società offshore, dal re delle slot machine Francesco Corallo, che dal dicembre scorso è in stato d'arresto alle Antille Olandesi. Corallo, titolare del gruppo Global Starnet (già denominato Atlantis e poi Bplus), è l'imprenditore catanese che nel 2004 ha ottenuto, benché figlio di un pericoloso pregiudicato, la concessione statale a gestire il business miliardario delle macchinette mangiasoldi (new slot e vlt) che a partire da quell'anno hanno invaso l'Italia. Il re del gioco d'azzardo è stato arrestato con i più stretti collaboratori nella sua base ai Caraibi, con l'accusa di aver sottratto all'Italia oltre 250 milioni di euro: profitti incamerati con le macchinette mangiasoldi, trasferiti all'estero e occultati in anonime società offshore. L'indagine internazionale ha accertato che dalle casseforti segrete di Corallo è uscito un fiume di denaro che ha premiato anche tre familiari di Fini: la consorte Elisabetta Tulliani, suo fratello Giancarlo e il loro padre Sergio, che in totale si sono divisi, a partire dal 2008, quasi sette milioni di dollari. Interrogato dai magistrati di Roma dopo l'avviso di garanzia, Fini ha giurato di non aver mai saputo nulla dei fondi neri intascati dai suoi congiunti. E ha definito false le dichiarazioni accusatorie dell'ex parlamentare Amedeo Laboccetta, inquisito e poi scarcerato, che aveva accusato Fini, tra l'altro, di aver incontrato personalmente Corallo sia in Italia che ai Caraibi. Ma ora nelle motivazioni del sequestro patrimoniale, chiesto dal pm Barbara Sargenti con l'aggiunto Michele Prestipino e il procuratore capo Giuseppe Pignatone, il giudice delle indagini preliminari, Simonetta D’Alessandro, definisce «del tutto inverosimile» la versione di Fini secondo cui i Tulliani si sarebbero arricchiti a sua insaputa. ll provvedimento, al contrario, elenca una lunga serie di documenti, testimonianze e altri indizi concatenati che, secondo l'accusa, proverebbero la «piena consapevolezza» di Fini. In questo capitolo dell'inchiesta rientra anche lo scandalo politico dell'appartamento di Montecarlo: una casa di proprietà di Alleanza nazionale che nel 2008, con l'autorizzazione dell'allora presidente Fini, fu venduta a due società offshore, dietro le quali si nascondevano proprio Giancarlo ed Elisabetta Tulliani. L'inchiesta ha documentato che i due fratelli, a conti fatti, non spesero un soldo: il prezzo fu pagato interamente delle offshore di Corallo; e i Tulliani hanno poi rivenduto l'appartamento guadagnandoci un altro milione di euro. Elisabetta, in particolare, ha intascato personalmente un bonifico di 739 mila euro netti. In questi mesi la procura di Roma ha già ottenuto il sequestro di una dozzina di appartamenti e box nella zona di Roma, che risultano acquistati con un'altra parte del presunto bottino. Si tratta dei 3 milioni e 599 mila dollari versati nel 2009 dalle solite offshore Corallo su un conto estero intestato a Sergio Tulliani, che questi ha poi girato ai figli Giancarlo ed Elisabetta, per essere reimpiegati, appunto, negli investimenti immobiliari che hanno fatto scattare anche la nuova accusa di «auto-riciclaggio». Gli avvocati Michele Sarno e Francesco Caroleo Grimaldi, che assistono Fini, ora annunciano un ricorso al tribunale del riesame e ribadiscono «l'assoluta estraneità» dell'ex leader di An. Secondo i legali, inoltre, le polizze sono state sequestrate «per equivalente», per cui non sarebbero state create con soldi sporchi versati da Corallo ai Tulliani: sarebbero invece risparmi personali dell'ex leader di An, investiti da tempo in polizze intestate ai figli minorenni.

Il giustizialista Fini andrà da indagato al congresso Fli. Il gip rinvia al 2 marzo la decisione sull’archiviazione del caso Montecarlo nel quale il leader è imputato di truffa. Nuove rivelazioni dal Principato sullo scandalo del quartierino, scrive Gian Marco Chiocci, Giovedì 03/02/2011, su "Il Giornale". Ha sbagliato i calcoli un’altra volta. Travolto dallo scandalo della casa di Montecarlo (di proprietà del cognato Giancarlo Tulliani) il presidente della Camera era certo di presentarsi al congresso fondativo del Fli dell’11 febbraio libero dalla pendenza giudiziaria che lo vede a tutt’oggi sott’inchiesta per truffa. E invece, purtroppo per lui, l’indagato neo-giustizialista Gianfranco Fini, quello che dispensa consigli all’indagato Berlusconi, arriverà all’appuntamento con quest’onta poiché il gip Figliolia ha preferito rimandare al 2 marzo la decisione sull’archiviazione richiesta da una procura sin qui molto attenta a non esporre alla gogna mediatica e giudiziaria l’ex delfino di Giorgio Almirante. Sarà dunque curioso vedere come si comporterà il Grande Moralizzatore di fronte ai suoi fedelissimi, lui che da un po’ di tempo ha scoperto una vena giustizialista «che - per dirla con Storace - porta a chiedere le dimissioni di chiunque sia sotto indagine. Se crede nelle parole che pronuncia, questo è il momento di far seguire i fatti». Ieri mattina bastava mettere a confronto le facce degli autori dell’esposto de la Destra (Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte) con quella, attonita, dell’avvocato-deputato finiano Giuseppe Consolo, per capire come la decisione del gip abbia scombussolato i piani del massimo inquilino di Montecitorio che dal 28 luglio, giorno dello scoop del Giornale sull’appartamento monegasco, si è espresso in ogni sede possibile, per 48 volte, a favore della magistratura. Il giudice ha accolto l’istanza presentata dall’avvocatessa Mara Ebano per conto dei denuncianti de La Destra per vagliare la documentazione proveniente da Santa Lucia che i solerti pubblici ministeri avevano invece bollato come «irrilevante». Ora non sappiamo se corrisponda al vero quel che minaccia Storace («in questo mese sarà possibile produrre ulteriore documentazione e Fini resterà indagato») ma è sicuro che da Montecarlo rischiano di uscire, a brevissimo, ulteriori rivelazioni sull’affaire immobiliare del Principato. Se saranno rilevanti per la decisione del gip è presto per dirlo. Di sicuro potrebbero avere una certa attinenza col filmato del Tg1 - preannunciato ieri dai ricorrenti contro la richiesta d’archiviazione - nel quale l’imprenditore italomonegasco Garzelli riferisce di aver ricevuto mandato direttamente dal principe Alberto di mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nell’intervista alla tv di Stato Garzelli parla dei suoi rapporti con Tulliani e con la sorella Elisabetta per la sistemazione dell’alloggio al 14 di rue Boulevard Charlotte, e rileva che in una telefonata il cognato più famoso d’Italia gli disse che il giorno prima Fini e la compagna erano stati a Montecarlo e si erano lamentati per aver trovato la casa non abitabile. Se le cose stanno come le racconta Garzelli, siamo di fronte a un altro testimone che smentisce Fini sulla sua presenza a Montecarlo.

Da Mani pulite alla galera per gli indagati. Quando invocava la forca giustizialista. La nemesi dell'ex Msi che tuonava contro i ladroni e faceva il moralizzatore, scrive Domenico Ferrara, Mercoledì 31/05/2017, su "Il Giornale". C'era un tempo in cui Gianfranco Fini sventolava le manette e faceva della moralizzazione politica il suo cavallo di battaglia. Erano gli anni di Mani Pulite. All'allora segretario del Msi bastava ascoltare la parola tangente o leggere di un avviso di garanzia per alzare l'indice e invocare le dimissioni, se non la galera. Qualche esempio? Quando il deputato repubblicano Antonio Del Pennino ricevette nel maggio del '92 un avviso di garanzia, Fini tuonò: «Il partito degli onesti perde colpi. Da oggi in poi, i repubblicani faranno bene a tacere sulla questione morale. Deve finire questa moda dell'autocensura di chi è accusato. Troppo spesso diventa un alibi per sfuggire all'autocritica. È molto meglio l'auto-arresto». Insomma, Fini era più dipietrista di Di Pietro, tanto da chiedere le elezioni amministrative anticipate per dar vita proprio a una «lista Di Pietro» formata «con chi non vuol pagare le tangenti» e da sfilare in piazza imbracciando cartelloni contro i partiti finiti sotto accusa. All'epoca non c'era nessun «coglione», erano tutti ladri e corrotti. «Occorre mandare a casa il governissimo dei ladroni, il ladronissimo Dc-Psi-Pds che ha inquinato la pubblica amministrazione milanese», chiosava Fini. E quando Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool, avanzò la proposta di condono per chi fosse coinvolto nelle inchieste sulle tangenti, Fini intervenne dimostrandosi ancora più severo della toga aggiungendo una conditio sine qua non: «Le sanzioni pecuniarie devono riguardare anche i partiti e non i loro singoli esponenti coinvolti». È lo stesso Fini che predicava la forca giustizialista basandosi sui condizionali. Come fece con l'allora sindaco di Palermo Aldo Rizzo: «Ha predicato contro la mafia ma pare che facesse affari con personaggi al di sotto di ogni sospetto. L'Europeo documenta eloquentemente le compromissioni di Rizzo con mafiosi di sicura fede. Se non ci sono reati, emerge sicuramente un quadro di intrecci censurabile politicamente». O, giusto per fare un altro esempio, è lo stesso Fini che nel 1993, dopo il coinvolgimento nell'inchiesta tangenti del presidente dell'Olivetti, Carlo De Benedetti, chiese le dimissioni del direttore Eugenio Scalfari in quanto: «Come si fa a dirigere un quotidiano, tanto più moralista e moralizzatore come il suo, quando l'editore è implicato in prima persona nella questione morale, al pari di personaggi come Ligresti o altri?». Col passare del tempo la musica non è poi così cambiata. Fini ha continuato a sostenere che i politici dovessero dare il buon esempio; che bisognasse disprezzare chi rubava senza scadere però nell'antipolitica; che la lotta alla corruzione non dovesse essere a intermittenza e che non si dovessero candidare i condannati in primo grado. Al grido di «chi è indagato lasci gli incarichi di partito», Fini è stato giustizialista pure nella storia recente. Solo per citare alcuni dei casi più simbolici, ha chiesto le dimissioni di Denis Verdini dal partito quando era soltanto indagato. Lo stesso ha fatto con Nicola Cosentino, pretendendone le dimissioni anche da coordinatore campano del Pdl. Poi, sul caso di Alfonso Papa, quando Fini era presidente della Camera, fu accusato di essere un «cinico burocrate che cerca di ribaltare la maggioranza con espedienti infimi» per aver conteggiato Papa ai fini del numero legale nonostante fosse in carcere. Il moralizzatore adesso però è finito nello stesso tritacarne politico-giudiziario che invocava per gli altri. Una nemesi storica travestita da paradosso.

Da Napolitano a Saviano tutti i "complici" di Fini. Travaglio, Saviano, politici e industriali. Quelli che nel 2010 difesero Fini accusandoci di essere una "macchina del fango", ora chiedano scusa, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 31/05/2017, su "Il Giornale". Concorso esterno in riciclaggio, depistaggio, falso in scrittura pubblica e privata e calunnia, dovrebbero essere i reati morali e professionali da contestare ai non pochi colleghi e ai tanti politici ed esponenti delle istituzioni che in quella estate del 2010 e nei mesi successivi garantirono a priori sulla moralità di Gianfranco Fini e si scagliarono con violenza contro noi de il Giornale, inventori a loro dire di una macchinazione, la famigerata «macchina del fango», che attentava all'onorabilità dell'allora presidente della Camera su ordine di Silvio Berlusconi. La «casa di Montecarlo» non è solo una truffa di Fini e dei suoi amici mafiosi, come oggi appare in modo incontestabile dalle carte giudiziarie, ma è stata, cosa assai più grave, una gigantesca operazione di occultamento e mistificazione della verità a cui si sono prestati in tanti che oggi fanno finta di nulla. In primis i giornali. La Repubblica schierò il suo primo trombone (parlandone da vivo) Giuseppe D'Avanzo, che garantì su Fini e bollò noi come «assassini politici», che se oggi fosse vivo dovrebbe nascondersi; sul Fatto Quotidiano Travaglio scrisse tra le tante - un'articolessa dissacratoria del nostro lavoro intitolata «Il pistolino fumante» che a noi parve idiota allora ma che riletta oggi risulta invece tragica e dovrebbe portarlo a dimettersi dalla professione per manifesta incapacità. Non mancarono intellettuali e scrittori, che quando si tratta di sparare a vanvera abbondano. Saviano, sulla «macchina del fango» fece uno dei suoi monologhi moralisti al Festival internazionale di giornalismo di Perugia (sic), bissato in diretta tv dal suo amico Fabio Fazio a «Vieni via con me», che se ha usato la stessa arguzia e faciloneria nel giudicare noi e nello scrivere Gomorra è anche possibile che un giorno si scopra che la camorra non esiste. E poi i politici di ogni genere (ci furono molte incertezze anche nelle file del centrodestra), magistrati compiacenti che in poche settimane scagionarono Fini e istituzioni omertose, a partire dal presidente Napolitano che difese Fini e dopo pochi mesi scoprimmo il perché, con il primo tentativo di disarcionare Berlusconi per mano proprio dell'allora presidente della Camera. Non furono mesi facili. Fini era diventato una star. Non solo Santoro e compagnia lo elevarono da fascista a statista, ma persino un uomo libero come Enrico Mentana gli concesse la vetrina di un suo TgLa7 senza contraddittorio. Lui era lui, noi eravamo servi, killer, «macchina del fango» appunto. In tv era un inferno. Più che in uno studio televisivo era come salire su un ring, dove conduttori compiacenti davano libertà di menarti a gente come Italo Bocchino e Fabio Granata, gli onorevoli picchiatori di Fini finiti chi in storie di corruzione chi non si sa dove. Tra di loro ce n'era uno particolarmente attivo e viscido: Benedetto Della Vedova, uomo per tutte le stagioni (è passato con disinvoltura dai radicali ai fascisti, da Monti a Renzi) che da buon trasformista è tra i pochi di quella stagione ancora oggi in attività, addirittura sottosegretario del governo Gentiloni. Nessuno aveva stima di Fini, ma tutti sapevano che si era reso disponibile a tradire Berlusconi e a far cadere il governo di centrodestra. E allora addosso a noi, che svelando il caso di quella maledetta casa (innescato da una intuizione di Livio Caputo, collega di lungo corso al di sopra di ogni sospetto) avevamo senza ancora saperlo messo una zeppa nel diabolico piano. Per fermarci arruolarono, penso a sua insaputa, persino la presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, donna capace ma, almeno in quella occasione, un po' isterica. Le fecero credere riferendole una battuta scherzosa - che la «macchina del fango» del Giornale stesse puntando su di lei. Così una mattina all'alba io e il vicedirettore Nicola Porro ci ritrovammo in casa i carabinieri mandati dall'immancabile pm Woodcock: se non ci hanno arrestati c'è mancato un pelo. Gianfranco Fini chiamò subito donna Emma e per esprimerle tutta la sua solidarietà in quanto anche lei vittima de il Giornale e si premurò di farlo sapere. Il sapientone Travaglio subito spiegò in un lungo articolo che la Marcegaglia era stata critica con Berlusconi e per questo il Giornale si apprestava a punirla. Sentenza, la sua, disattesa da quella della magistratura ordinaria, che ci ha poi scagionato senza ombra di dubbio da qualsiasi sospetto. Sarà un caso, ma in quei giorni subii due intrusioni in casa da parte di ladri che non rubarono nulla. «Servizi segreti», mi suggerì un amico esperto del settore. Fermare il Giornale attraverso la calunnia era diventata una vera ossessione dell'articolato sistema politico-mediatico che aveva trovato il pollo antiberlusconiano e non voleva che nessuno lo spennasse prima del tempo. Cercarono, Fini e soci, di intimidirci con querele a raffica (una, storica, di Bocchino denunciava per stalking tutti i miei colleghi che lo avevano anche solo citato) e richieste di risarcimenti milionari. Ricordo che in quelle settimane Silvio Berlusconi mi disse, scherzando ma non troppo: state facendo un gran casino, il mio governo rischia di cadere più per colpa vostra che per mano di Fini. Perché ricordiamo tutto questo? Perché di Fini oggi a noi interessa poco. Ha pagato politicamente e pagherà il suo conto con la giustizia. Ha detto, per sviare e minimizzare: «Scusate, sono stato un coglione». Non ci basta per chiudere questa storia di cui siamo stati vittime. «Sono stato un coglione» lo dovrebbero dire a La Repubblica per conto di D'Avanzo, Travaglio, Saviano, Della Vedova e soci, Napolitano, la Marcegaglia e Woodcock, Santoro e Mentana, e tutti quelli che all'epoca indicarono noi come criminali. Perché i casi sono solo due: o coglione o complice. Terzo non dato.

La memoria sporca di Calabresi. Il direttore di "Repubblica" non ha preso bene che gli abbiamo ricordato la cantonata presa dal suo giornale su Fini, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 2/06/2017, su "Il Giornale". Mario Calabresi, direttore di La Repubblica, non ha preso bene che gli abbiamo ricordato la cantonata, per la penna di Giuseppe D'Avanzo, presa dal suo giornale ai tempi dello scandalo della casa di Montecarlo. Tra la nostra documentata inchiesta e le bugie di Fini, La Repubblica e D'Avanzo infangarono la prima e spacciarono per buone le seconde. Incapaci, complici, in malafede, ossessionati? Chi può dirlo. Ma la verità spesso irrita Calabresi, che ieri ha scritto un isterico corsivetto a difesa del suo eroe D'Avanzo (pace all'anima sua) rinnovando a me l'accusa di essere il capo della «macchina del fango». Si legga le carte dell'inchiesta su Fini - altro che fango - e si rassegni: D'Avanzo, e altri con lui, scrissero un mare di castronerie, cosa che peraltro non ci sorprese conoscendo i soggetti. E dire che Calabresi di fango dovrebbe intendersi, dirigendo un giornale di un gruppo che sul fango ha costruito la sua fortuna. Fin dall'inizio, con la famosa inchiesta-campagna stampa de L'Espresso che costrinse l'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone a dimettersi e che si rivelò poi la più grande bufala nella storia del giornalismo italiano. E che dire del fondatore di La Repubblica, Eugenio Scalfari, firmatario insieme a diversi colleghi del quotidiano stesso di un manifesto che infangò l'onorabilità di un commissario di polizia, tale Luigi Calabresi (storia che il direttore dovrebbe ben conoscere essendo il di lui figlio) al punto da provocarne l'assassinio? E che dire, in tempi più recenti, del fango con cui La Repubblica ha sommerso Silvio Berlusconi per un reato - il caso Ruby - che i tribunali hanno poi dichiarato «non sussistere» in maniera inequivocabile? Siccome Calabresi è circondato dal fango, immagina che ogni giornale sia così. E invece non è così: qui al Giornale non abbiamo mandanti morali o politici di assassinii, noi su Fini avevamo scritto il giusto (per difetto) così come sul caso Boffo non abbiamo ricevuto neppure una querela. Perché noi quando commettiamo anche un solo piccolo errore anche se non inficia la sostanza lo ammettiamo e chiediamo scusa. Siamo fatti così, e al mattino non abbiamo problemi a guardarci allo specchio. Noi.

Caro Scalfari, non puoi dare lezioni a nessuno, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 21/05/2017, su "Il Giornale". Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, ieri sul suo giornale ha scritto un lungo (e noioso come sempre) articolo zeppo di insulti contro Vittorio Feltri e chi, come noi, sostiene che lui e tanti altri intellettuali e giornalisti furono, nel 1971, i mandanti morali e politici dell'omicidio del commissario Calabresi di cui in questi giorni cade l'anniversario. Firmarono un appello, questi fenomeni, che sapeva di condanna a morte, che infatti poco dopo fu eseguita dai compagni di Lotta continua. Oggi, a distanza di quarantacinque anni, Scalfari scrive che noi siamo «ciarpame» e svela di avere recentemente chiesto personalmente scusa alla vedova Calabresi per quella sciagurata firma sull'appello del 1971. Questo mascalzone pensa insomma che l'omicidio Calabresi sia stato, e sia ancora oggi, un fatto privato tra lui e i familiari della vittima, come fanno i banditi comuni pentiti - spesso per convenienza processuale - dei loro «raptus». No Scalfari, quell'appello non fu un «raptus» ma la libera scelta di stare dalla parte sbagliata - come poi si è dimostrato - della storia e per di più in modo criminale. Che oggi diventa furbo, perché non vuole ammetterlo né pagare pegno. Per Scalfari il «ciarpame» siamo noi, che Calabresi lo avremmo difeso fisicamente se ne avessimo solo avuto la possibilità, non lui e i suoi amici killer. È incredibile come in questo Paese ci sia gente in galera per «concorso esterno in associazione mafiosa» e quelli che fecero «concorso esterno in associazione terroristica» l'abbiano sfangata e ancora oggi si permettano di pontificare e giudicare. Essere di sinistra è stato per troppo tempo un salvacondotto che ha fatto più danni che se lo avessimo concesso a Vallanzasca.

Ma adesso basta, Scalfari. Gente così dovrebbe togliersi di mezzo, ha perso su tutti i fronti. Questo giornale, per il coraggio e la visione, è stato fin dall'inizio dalla parte che la storia ha dimostrato essere quella corretta, non la Repubblica e l'utopia socialista che tanti danni ha fatto e continua a fare. Purtroppo sotto la regia di un direttore che porta lo stesso cognome del commissario Calabresi.

Prima lo ammazzano poi lo fanno santo al Corriere della Sera e dintorni, scrive Vittorio Feltri il 19 maggio 2017 su "Libro Quotidiano".  Di certo da quel mazzo furono pescati tutti gli assi che parteciparono alla fondazione della Repubblica. Oscuri professorini, da quella firma cavarono un balzo nella carriera accademica. Alla cerimonia non è venuto alcuno di costoro. Battendosi non dico il petto, ma almeno il doppiopetto. La vedova Gemma ha offerto il «perdono trovato grazie alla fede»: non c'era nessuno lì a cui darlo. In via Fatebenefratelli l'altro ieri si è così esaltata la persona della vittima, com'è buono e giusto. Le autorità e la famiglia erano commosse. C'è la proposta di fare Luigi beato. Auguri, ma di questo non intendo occuparmi. Temo anzi che l'esaltazione dell'eroe a martire cattolico sia persino un modo comodo per avvolgere di mistica religiosa un fatto atroce e barbarico, trasferendolo così quasi sul piano della mitologia salvifica, una specie di male necessario e in fondo benedetto da Dio (oltre che da Marx). Forse Calabresi sarà innalzato agli altari. In realtà qualcuno tra i suoi pugnalatori è già diventato beato, di più, è stato consacrato divo immortale delle arti e della cultura, grazie alla meticolosa dimenticanza della realtà storica in cui maturò quell'assassinio. La smemoratezza dei mandanti morali di quel delitto è diventata omertà, e lega con fili sottili e indicibili la classe intellettuale che ha ancora il possesso delle sorgenti della conoscenza storica e del giudizio politico sui fatti passati e recenti di questo Paese. Lo s'è visto molto bene alla morte di Umberto Eco, nume tutelare, con Eugenio Scalfari, della brigata di diffamatori del commissario Calabresi. Stetti zitto allora per non passare per un perturbatore di funerali, ma a cerimonia fresca pro­Calabresi ho una voglia esagerata di turbare questi santoni che s'innalzano a vicenda, da vivi e da morti. Erano stati, se ho contato bene, 757 coloro che con nome e cognome si misero in fila per sottoscrivere le tesi della sciùra più popolare dei salotti progressisti di Milano, la Camilla Cederna. 757 più un nome collettivo che ha aderito senza se e senza ma: il «Movimento nazionale dei giornalisti democratici» che prese in mano attraverso sue propaggini l'Ordine dei giornalisti e il sindacato con la corrente Rinnovamento, cui si oppose Walter Tobagi, fatto fuori pure lui. Erano tanti, dunque. Di essi pochissimi hanno chiesto pubblicamente scusa, dichiarando di vergognarsene. Che io sappia, sono Paolo Mieli e Carlo Ripa di Meana. Se ce n'è altri, sarò lieto di pubblicare nomi e fotografia. Torno a Eco. La morte di Eco è avvenuta nella serata dello scorso venerdì 19 febbraio. La domenica un supplemento speciale lo ha commemorato su Repubblica. L'articolo decisivo è stato quello di Eugenio Scalfari. Vi ha rievocato l'allegra baldoria notturna che caratterizzava quel gruppo di autentici capataz della cultura italiana: «Per qualche tempo fu perfino un rapporto di baldoria; quando lui veniva a Roma da Milano dove abitava o da Bologna dove insegnava, la sera ci trovavamo al piano bar di Amerigo dove dopo le dieci della sera c'era tutta l'intellighenzia della nostra sinistra, della quale Umberto faceva parte. E lì si chiacchierava, si beveva, si cantavano canzoni e si ballava fino alle due del mattino». Domanda: è in una di queste simpatiche serate che si stabilì che Calabresi andava additato come un torturatore e lasciato in mano alla giustizia popolare? È antipatico fare i nomi dei pezzi grossi della simpatica masnada. Si fa prima a dire chi non c'era. Indro Montanelli ed Enzo Biagi. Neppure Giampaolo Pansa firmò. Il resto aderì. Mario Soldati, Dario Fo (ovvio), Federico Fellini, Gae Aulenti, Norberto Bobbio, Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta. Sono morti, e non hanno fatto a tempo a chiedere ­ che io sappia ­ scusa pubblica come pubblica fu l'accusa infame. Forza Scalfari, leader dei sopravvissuti, scrivi un manifesto da proporre ai firmatari di allora di sottoscrivere una semplice frase: abbiamo sbagliato, domandiamo perdono. Senza una rivisitazione critica e onesta di quel periodo terrificante, durante il quale furono seminati terrorismo e discriminazione ideologica, questa Italia resterà un povero Paese. Dunque, rassegniamoci, lo resterà per saecula saeculorum.

Il commissario Calabresi e quella firma del 1971. Era un periodo molto agitato della vita italiana, politica, economica e sociale: l’inizio di queste tristi e lunghe vicende cominciò con la strage di piazza Fontana a Milano, scrive Eugenio Scalfari il 20 maggio 2017 su "La Repubblica". Agli attacchi che da qualche tempo si moltiplicano nei miei confronti da parte di Vittorio Feltri sul suo giornale che si chiama " Libero" non ho mai risposto. Si tratta di puro teppismo giornalistico che non merita né querele per diffamazione né calunnie; forse ci sarebbero gli estremi ma è tempo perso per la magistratura e per l'offeso di rivalersi contro questo ciarpame. Nessuna somiglianza con il "Foglio" di Claudio Cerasa: sarebbe come mettere sullo stesso piano un buon giornalismo polemico con il teppismo e quindi due cose del tutto differenti. Ieri però mi ha chiamato in causa, a due giorni dal 45esimo anniversario della morte del commissario Calabresi, ricordando il manifesto pubblicato dall'Espresso nel 1971. Nel caso in questione sento il dovere di ricordare il tema e di aggiungere qualcosa che fino ad oggi era rimasto un fatto privato, non per rispondere a lui ma per chiarire una vicenda che coinvolse in qualche modo l'Italia democratica (e anche quella antidemocratica). Era un periodo molto agitato della vita italiana. Quella politica, quella economica, quella sociale. Eravamo nella seconda metà degli anni Sessanta e quell'agitazione, cambiando spesso segno e misura, durò fino alla metà degli anni Ottanta, culminando con il rapimento e poi l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nel 1978. L'inizio di queste tristi e lunghe vicende cominciò con la strage di piazza Fontana a Milano, quando una bomba piazzata all'interno della Banca dell'Agricoltura uccise 17 persone e provocò il ferimento di molte decine di impiegati e di clienti. Era il 12 dicembre del 1969. La magistratura aprì immediatamente un'inchiesta e un'analoga indagine fu portata avanti dalla polizia. Tra gli investigatori c'era il commissario Luigi Calabresi, noto per la sua efficienza nel mantenimento dell'ordine pubblico e per la sua attenzione a non turbare ed anzi possibilmente a tranquillizzare i vari ceti che operavano nella città: il proletariato delle fabbriche, la borghesia delle professioni, degli affari, delle banche, e infine l'immigrazione dalle campagne meridionali che in quegli anni ancora continuava creando frizioni evidenti. Calabresi era molto attento a gestire un ordine pubblico che fosse in qualche modo al servizio dei vari ceti, distribuiti anche territorialmente in zone diverse. Quando si aprì il problema della strage in piazza Fontana Calabresi tentò in tutti i modi e avvalendosi anche dei vari "confidenti" della polizia di trovare una traccia criminale, gli autori di quell'accaduto che non aveva precedenti. Questa indagine dette pochissimi frutti, anzi quasi nessuno, tant'è che polizia e magistratura si orientarono in un certo senso ideologicamente: da un lato aprirono indagini verso gruppi ben noti di neofascisti, ma dall'altro puntarono sugli anarchici di cui c'era abbondanza anche perché si distinguevano nettamente in due parti non contrapposte ma profondamente diverse: una che non disdegnava di praticare violenza e l'altra che si limitava a predicare le tesi politiche dell'anarchia. Tuttavia la parte violenta degli anarchici non aveva mai infierito contro la popolazione anonima, com'era accaduto alla Banca dell'Agricoltura. I suoi obiettivi semmai erano persone molto potenti. Così agivano certi anarchici non solo in Italia ma anche in Europa e in altri paesi: il regicidio. E così era stato ucciso Umberto I re d'Italia e qualche anno dopo a Sarajevo uno dei nipoti dell'imperatore d'Austria scatenando in quel caso addirittura la prima guerra mondiale 1914-18. Niente di simile a piazza Fontana. Lì si era colpita proprio la popolazione civile il che dimostrava un puro desiderio di spargere sangue per aumentare la tensione sociale. Furono arrestati parecchi anarchici tra i quali un ferroviere che si chiamava Giuseppe Pinelli. Lui la violenza non l'aveva mai praticata ed anzi l'aveva esclusa dalle sue idee. Predicava l'anarchia e la predicava con grande efficacia tanto che era diventato uno dei dirigenti o per lo meno una personalità a cui tutti gli altri guardavano, anche molti che anarchici non erano ma facevano parte di schieramenti politici di sinistra. L'arresto era comprensibile ma non dette alcun risultato, anzi ne dette uno sommamente tragico per le persone coinvolte a cominciare dallo stesso Pinelli. Era stato fermato e trattenuto per tre giorni nella Questura che aveva la sua sede in via Fatebenefratelli. L'interrogatorio al quale era presente anche Calabresi fu molto duro anche se nelle testimonianze emerse che il commissario non praticò mai la violenza. Non si arrivava però ad alcun risultato perché Pinelli negava di aver commesso o organizzato o comunque simpatizzato verso le bombe di piazza Fontana; al contrario condannava quel tipo di azione che aveva privato della vita molte persone, appunto impiegati o clienti, di cui si ignoravano le idee politiche e persino lo stato sociale. L'interrogatorio comunque continuava perché in questi casi uno degli elementi che può cogliere qualche notizia dall'interrogato si sposa con la stanchezza e mentre i poliziotti si avvicendavano ed erano quindi freschi e riposati Pinelli era ormai straziato da ore e ore di interrogatorio. Ad un certo punto Calabresi fu chiamato dal Questore il quale aveva urgente bisogno di parlargli e lo aspettava nel suo studio. Il commissario andò nella stanza del Questore mentre l'interrogatorio continuò senza di lui. Ad un certo punto Pinelli cadde dalla finestra della stanza situata al quarto piano e morì prima di arrivare in ospedale. La Polizia parlò di suicidio, la piazza di omicidio, la magistratura stabilì che era caduto per un malore. Naturalmente l'effetto sulla cittadinanza di quanto era accaduto fu enorme e ancora più enorme fu quello esercitato sulla politica e in particolare su quella di sinistra: i comunisti, i socialisti, il partito d'azione, i repubblicani, insomma la sinistra e il centro sinistra. Venne l'idea di fare una grande manifestazione popolare per le strade della città, ma le strade erano state ovviamente tutte bloccate e impedite dalla polizia e quindi una manifestazione del genere era improponibile. Si passò allora all'idea di stilare un documento di denuncia e di farlo circolare su tutti i giornali e le agenzie di informazione. Più avanti, era ormai il 1971 e si stava tenendo il processo per la morte di Pinelli, fu stilato un testo, fu discusso da un gruppo del quale anch'io facevo parte (ero deputato alla Camera dal 1968 e lo rimasi fino al '72) e nel finale di quel documento c'era scritto che in attesa della fine del lavoro della magistratura, il primo atto di riparazione morale avrebbe dovuto essere l'allontanamento del commissario Calabresi dalla sua sede di lavoro. Non ricordo più tutte le firme ma ricordo che erano alcune centinaia di persone tra le quali Rossana Rossanda, Umberto Eco, e gli esponenti intellettuali di tutti quei settori che ho sopra ricordato. Passarono alcune settimane. Calabresi non fu trasferito né lo voleva e cominciò una campagna sempre più violenta contro di lui, che culminò con il suo omicidio. In quel periodo cercai un colloquio con Calabresi, ma non riuscii a parlargli. Era stremato dalla situazione e non sovrapponeva al suo lavoro altri incontri inutili. Cercandolo ebbi modo di parlare brevemente con la moglie, molto più giovane di lui, la signora Gemma, la quale mi colpì per la sua gentilezza. Il commissario fu ucciso l'anno dopo, il 17 maggio del 1972, a soli 35 anni. Ma la storia non finisce qui. Esattamente dieci anni fa, era il 16 maggio del 2007, ho rivisto la signora Gemma. L'allora sindaco di Roma Walter Veltroni aveva deciso di intitolare una via all'interno di Villa Torlonia a Luigi Calabresi. Decisi di partecipare e solo quando la cerimonia si fu conclusa la avvicinai, le chiesi se potevo abbracciarla e lei accettò, poi le dissi che ero andato lì per fare pace con la storia. Allora parlammo brevemente dei fatti del passato, del manifesto e delle firme, le dissi che quella firma era stata un errore. Lei accettò le mie scuse e si commosse. Per il resto parlammo del lavoro del figlio Mario che allora era corrispondente di Repubblica da New York e che ora, da oltre un anno, dirige questo giornale.

L’assalto dei nani contro Eugenio Scalfari, scrive Piero Sansonetti il 23 Maggio 2017, su "Il Dubbio". Perché il fondatore di Repubblica, un uomo che ha discusso di politica e di economia con Togliatti ed Einaudi, con Fanfani e Moro e Berlinguer, con Nenni, La Malfa, Craxi e Riccardo Lombardi deve essere costretto a subire gli attacchi volgari di giornalisti come Feltri e Travaglio? Non ho mai avuto simpatia per Eugenio Scalfari. Un po’ perché la sua è un figura altezzosa. Un po’ perché, politicamente, è sempre stato espressione di un pezzo di sinistra abbastanza lontana dalla sinistra che piaceva a me. Una volta – quando ero giovane, una trentina di anni fa – rifiutai persino una sua proposta di andare a lavorare a Repubblica. Perché mi sentivo lontano dal suo modo di pensare, di essere borghese. Trovo francamente fuori da ogni misura della realtà, e anche volgari, gli attacchi che sempre più spesso gli vengono rivolti da giornalisti molto più giovani e molto molto meno dotati e meno autorevoli di lui. Lo accusano di oscillazioni politiche, oppure lo accusano di essere renziano, oppure gli rinfacciano di aver fatto parte della intellettualità progressista degli anni sessanta. Alcuni di loro, per esempio Travaglio, evidentemente lo fanno non conoscendo bene la sua storia, per colpa delle loro giovane età e per lacune di studio. Altri, per esempio Vittorio Feltri, lo fanno fingendo di non conoscerla. E bastonano, bastonano. Bastonano il vecchio intellettuale liberale – per fortuna solo virtualmente – un po’ come i fascisti facevano – realmente – con Amendola, o con Gobetti, o con Rosselli. Mi chiedo come si fa ad accusare di renzismo (seppure questo fosse un reato) un signore che da circa 70 anni è al vertice del giornalismo italiano, che ha interpretato ai massimi livelli il pensiero laico e liberale, che ha discusso di politica e di economia con Togliatti ed Einaudi, con Fanfani e Moro e Berlinguer, con Nenni, La Malfa, Craxi e Riccardo Lombardi. E che ha diretto e fondato il più importante e anticonformista settimanale italiano e il più innovativo e prestigioso quotidiano del dopoguerra. Eugenio Scalfari, nella sua vita, e anche nella sua lunga carriera di osservatore politico – certo – ha commesso un numero notevole di errori. La sua continua ricerca di una sponda riformista nel mondo politico ha dato quasi sempre pessimi risultati, per colpa sua o per colpa della sponda. De Mita, Occhetto, Prodi. Ma non credo che nessuno possa negare che egli sia un colosso del giornalismo italiano. Nel dopoguerra non mi pare che esista no altre figure della sua statura, a parte, forse (ripeto: forse), quella di Indro Montanelli. L’ultimo attacco gli è venuto da Vittorio Feltri, il quale lo ha accusato di essere stato tra coloro che sottoposero a linciaggio morale il commissario di polizia Luigi Calabresi, nel 1971, e quindi di portare sulle proprie spalle la responsabilità morale per la sua uccisione (avvenuta nel maggio dell’anno successivo). E gli ha ingiunto di chiedere scusa pubblicamente. Scalfari ha già risposto, su Repubblica, con un articolo per niente reticente, molto sereno e anche dolce (dote inconsueta per lui) che smonta l’assalto di Feltri. Non c’è molto altro da aggiungere a questa polemica. Però forse c’è da fare qualche riflessione ulteriore per cercare di capire perché Eugenio Scalfari è diventato il bersaglio preferito dei giornali della destra e non solo della destra (compreso Il Fatto). Sento in questa aggressione tutta la forza e lo spirito di sopraffazione del moderno giornalismo, che si è sostituito al vecchio giornalismo, e lo disprezza, e vuole cancellarlo, e per cancellarlo tende a demolire i pochi simboli che sono rimasti. Il nuovo giornalismo – quello inventato da Vittorio Feltri un quarto di secolo fa, e che poi ha avuto molti seguaci, tra i quali il più noto è sicuramente Travaglio – è fondato non sulle idee, né tantomeno sulla ricerca dell’informazione, della descrizione, del racconto. Non tiene in nessuna considerazione l’aspirazione alla verità. Considera l’oggettività una dote degli imbelli, dei paurosi. E fonda se stesso solo sulla ricerca ossessiva di un avversario, della colpa dell’avversario, della maledizione dell’avversario, della punizione, della demolizione, dell’umiliazione. Perché immagina – forse con qualche ragione – che questa sia l’unica via per conquistare il favore del lettore, per prendere possesso dei suoi sentimenti – accarezzandoli, blandendoli, oppure incattivendoli – e quindi per assicurare una platea a una attività che altrimenti rischia l’isolamento e la sconfitta. Il nuovo giornalismo ha escluso la possibilità di ricostruire una informazione di qualità. Dove le diverse posizioni si confrontino e lottino tra loro, e non si scontrino in una battaglia giudiziaria e di mostrificazione. Ha escluso il valore della verità. Ha abolito strumenti – una volta essenziali – come la verifica della notizia, il ragionamento sulla notizia, l’inchiesta, la ricerca, l’anticonformismo. Tutti elementi che ormai vengono considerati come impicci pericolosi. In parte anche per ragioni economiche. Verificare, studiare, indagare: costa. Richiede risorse umane molto grandi. Gli editori non vogliono. Vogliono la notizia subito, a due lire. Se c’è qualcuno, per esempio un po’ di Pm, disposto a fornirla, evviva i Pm. Succede così che una volta avevamo Scalfari, e Montanelli, e Pintor, e Reichlin, e Biagi, e Valli, e Mo, Colombo, Levi, Casalegno, Tobagi, Pansa, Bocca: ora ci restano solo il ghigno avvelenato di Travaglio e le frecce di Feltri. Una volta c’era l’inviato che passava un mese ai cancelli della Fiat, o a Gibellina, e poi scriveva un’inchiesta in tre puntate. Ora c’è Marco Lillo che passa un paio d’ore davanti alla porta di un carabiniere o di un Pm, e poi consegna al suo direttore quattro presunti scoop già pronti. Una volta un buon giornalista doveva saper scrivere. Ora deve sapere trascrivere. Mi ricordo che una trentina d’anni fa il giornale per il quale lavoravo, l’Unità, prese una gran cantonata: diede retta a un documento falso, che gli fu consegnato da un confidente della polizia o forse dei servizi segreti, e lo pubblicò. In questo documento c’era scritto che il ministro Scotti era stato in carcere a trattare con Raffaele Cutolo, boss della camorra, la liberazione di un assessore democristiano che si chiamava Ciro Cirillo e che era stato rapito dalle Brigate Rosse. Ci volle poco, nei giorni successivi, dopo le proteste indignate di Scotti e della Dc, per capire che il documento era falso. Si dimisero il direttore dell’Unità, il vicedirettore e il redattore- capo. E si dimise anche il vicesegretario – di fatto – del Pci, che era solo il partito editore. Il capo dei deputati comunisti si alzò nell’aula di Montecitorio e prese la parola per chiedere scusa. Si chiamava Giorgio Napolitano. Dare una notizia falsa, allora, era una cosa gravissima, quasi una vergogna per un giornalista. Di solito rovinava una carriera. Ora, tra le altre varie bufale, ci troviamo di fronte a giornali che hanno condotto una campagna di giorni e giorni sulla base di un documento falso, prodotto da un carabiniere ora inquisito, che accusava il padre del premier dell’epoca – e cioè Renzi – di avere incontrato l’ex parlamentare Bocchino per conto dell’imprenditore Romeo. Si suppone, a fini di corruzione. Quando si è scoperto che era una balla confezionata apposta o per errore, non solo non si è dimesso nessuno, ma si è moltiplicata la campagna, si è dato fondo alle intercettazioni illegali, si è giunti fino all’abominio – per qualunque liberale, anche leggermente liberale… – di pubblicare le intercettazioni del colloquio tra un avvocato e il suo assistito. È questo il nuovo giornalismo? A questo dobbiamo adeguarci? Bisogna chinare il capo perché è la modernità? Se proprio devo chinare il capo, preferisco farlo per dare omaggio al vecchio, indomito, saccente e insopportabile Eugenio Scalfari.

Vittorio Feltri il 21 Maggio 2017 su "Libero Quotidiano" risponde a Scalfari sul manifesto contro Luigi Calabresi: "Sarò teppista, ma so ancora distinguere gli errori e i crimini". Sarò un teppista, come mi definisce Eugenio Scalfari, ma mi sono preso la soddisfazione di svegliare l'elefante. Negli ultimi anni, nella sua omelia domenicale, aveva tenuto una corrispondenza solo con il Papa, con barriti flautati e grati, dato che il collega di prediche pare gli avesse garantito che non esiste il peccato. Mi sono permesso di sventolargliene uno sopra la proboscide, antico ma rinfrescato da recentissime cerimonie, e il pachiderma si è imbufalito (non so se si possa dire così, ma rende l'idea). Lascio perdere le villanie e le sgrammaticature, che scuso per l'età e perché la questione non è personale, e vado al sodo. A cosa debbo l'onore della barbuta reprimenda? A un articolo che qui, facendo crescere la barba anche a voi, sintetizzo. La cerimonia del 45° anniversario dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi ha rilanciato l'idea di promuoverne la beatificazione. Tutti d' accordo: è stato un martire. Lo sostengono anche quelli che gli hanno confezionato, mentre era vivo, la bara. Dal gregge di pecore (ma cachemire, beninteso) che isolò Calabresi e lo gettò in pasto al commando di Lotta Continua non si è levato non dico un grido, ma neanche un belato traducibile in mea culpa. Siccome sono uno che fa nomi, li ho fatti. Nessun lavorio dietro le quinte, nessun verbale coperto da segreto: carta pubblica, stampata, a gran tiratura. Nel 1971 uscì non una sola volta ma per alcune settimane il manifesto dell'Espresso firmato da 800 personaggi della crème di sinistra, e i cui capi intoccabili erano Umberto Eco ed Eugenio Scalfari. Sotto il titolo "Colpi di karatè" si indicava nel "commissario torturatore" il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, un anarchico in stato di fermo dopo la strage di Piazza Fontana. Ho anche citato due signori che hanno avuto il coraggio di battersi il petto davanti a tutti per quel mandato morale di omicidio, Paolo Mieli e Carlo Ripa di Meana. E ho concluso che l'Italia sarà un povero Paese finché non si avrà il coraggio della verità. Di quegli 800 nessuno ha pagato alcun prezzo di carriera o di immagine. Ci sia un gesto, un piccolo gesto, che costa pochissimo, ma vale moltissimo per dare magari persino un insegnamento alle giovani generazioni, ma anche a quelle anziane e ancora silenti. Forza Eugenio. Questo ho scritto più o meno, con altre parole per non farmi pagare due volte lo stesso articolo. Dinanzi a questa richiesta scritta persino in italiano corrente, Scalfari ha emesso una gigantesca pomposa pernacchia. Ma la dirige contro se stesso. Mostra infatti di avere ottima memoria e conferma di essere stato allora e di essere oggi un uomo di potere, tale e quale. Egli ricostruisce il momento in cui stese quel manifesto anti-Calabresi insieme ai pezzi grossi della cultura italiana. Sostiene che era un suo dovere, ci era tenuto in quanto a quel tempo era deputato socialista. La piazza fremeva, i "ceti" (scrive così) si ribellavano. E loro diedero indirizzo all' ira, quello di Calabresi. Ma non volevano fosse ammazzato, bensì semplicemente trasferito. Se è per questo ci riuscirono, fu spedito all' altro mondo. L' accusa dei colpi di karatè, quella di essere un torturatore? Scalfari non lo dice, se l'è scordato. Fu quasi un modo per proteggerlo, lascia capire, dalla giusta furia del proletariato. Scalfari rivela che nel 2007, cioè 36 anni dopo, abbracciò la vedova Gemma Calabresi partecipando con Walter Veltroni alla intestazione di una strada di Roma al commissario. Alla signora «dissi che quella firma era stata un errore». Del resto il figlio Mario - ricorda - era corrispondente da New York della "sua" Repubblica, e oggi ne è il direttore. Insomma. Ha aspettato qualche decina d' anni per confessare in privato un "errore", un onesto errore; ma ha dato lavoro al figlio, il quale ha fatto carriera, che si vuole di più da lui? Grande è il potere della menzogna. A questo punto mi consenta Scalfari di rubargli l'arte delle citazioni specialmente francesi. Questa frase è di Joseph Fouché, ministro di polizia di Napoleone durante il primo impero, commentando la fucilazione del duca di Enghien: «È peggio di un crimine, è un errore». Per Scalfari, che vede la storia dal suo balcone, dove laggiù sullo squallido suolo le formichine uccidono e muoiono, è stato un errore. Per noi, che siamo gente volgare, siamo teppisti, è peggio il crimine. E quel manifesto fu un crimine. Di Vittorio Feltri

Tutte le ultime baruffe di carta fra Scalfari, de Bortoli, Feltri e Cerasa, scrive Francesco Damato su "Formiche.net" il 20 maggio 2017. Il Foglio è notoriamente un giornale che supplisce alle poche copie vendute con la fantasia del fondatore Giuliano Ferrara, fra le altre cose ex ministro per i rapporti col Parlamento, nella ormai lontana stagione dell’esordio politico dell’amico Silvio Berlusconi. Una fantasia, quella di Ferrara, brillante, prolifera e mai inosservata perché il suo giornale, oltre ad arrivare nelle edicole, con le incognite e gli inconvenienti di un mercato un po’ avaro con tutti i quotidiani, è diffuso con le rassegne stampa negli ambienti che contano, fra quelli che l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, di cui tornerò a scrivere, chiama “i poteri forti, o quasi”. Poteri, per esempio, come quelli di Carlo De Benedetti e di Eugenio Scalfari, rispettivamente editore e fondatore di Repubblica. Si sa quanto sia difficile di gusti Scalfari, intervenuto pochi giorni fa a bacchettare e un po’ a dileggiare Claudio Cerasa, subentrato da qualche tempo a Giulianone nella direzione del giornale e azzardatosi a strappare a Matteo Renzi la prima intervista come risegretario del Pd, precedendo Repubblica. Ma per una questione personale, di cui vi dirò più avanti, il buon Scalfari ne ha appena tessuto gli elogi confrontandolo col “teppista” Vittorio Feltri, di Libero. Da qualche tempo tuttavia Il Foglio non è più soltanto un giornale. Sembra diventato una specie di sala parto di quel grande ospedale dove è ricoverata la politica italiana. In questa sala parto si cerca affannosamente, ogni volta che la politica offre un emergente, quello che Ferrara anni fa chiamò “royal baby”, inteso come erede del suo già ricordato amico Berlusconi. Dei cui anni che passano lo stesso Berlusconi non si accorge, ma Ferrara sì. Il primo royal baby del Foglio è stato notoriamente Matteo Renzi, con tanto di libro scritto dallo stesso Ferrara e più fortunato del suo quotidiano nelle vendite. Ma Renzi, per quanto risorto come segretario del suo partito dopo la mazzata invernale del referendum costituzionale, non ha più la brillantezza di una volta. Pertanto al Foglio hanno cominciato a cercare qualche altro baby da promuovere a royal. E Cerasa ha dato la sensazione di averlo trovato o intravisto in un sessantenne vigoroso e promettente, paragonandolo proprio a Berlusconi, di cui fu peraltro collaboratore da giovanissimo e potrebbe ripetere il percorso politico, se solo lo volesse. E’ Urbano Cairo, proprietario di una squadra di calcio, che il vecchio Berlusconi ora non ha più; di un giornale – addirittura il Corriere della Sera – altro che quello diretto da Alessandro Sallusti; e di una televisione. Che è la 7 e, pur non avendo gli ascolti delle tre reti del Biscione, fa più politica di tutte quelle messe insieme. E la fa in un modo che all’ex royal baby Renzi deve piacere sempre meno.

Ferruccio de Bortoli – vi ricordate? Vi avevo promesso che sarei tornato ad occuparmene ed eccomi qua – pubblica un libro che, volente o nolente, crea un bel po’ di problemi a Renzi, fra banche, massoneria e altro? E qual è la televisione che lo invita per prima a parlarne, avendo peraltro come spalla un Massimo Cacciari in grandissima forma? La 7 naturalmente, nello studio di Lilli Gruber, dove l’ex direttore del Corriere raccoglie e rilancia la minaccia della renziana sottosegretaria ed ex ministra Maria Elena Boschi, sfidandola a querelarlo davvero per averne rivelato un incontro politicamente galeotto con Federico Ghizzoni, quando questi era amministratore delegato di Unicredit e la Banca Etruria vice presieduta del papà della stessa Boschi ambiva ad essere acquistata, e salvata, proprio da Unicredit. Romano Prodi si fa intervistare da Repubblica mostrandosi assai scettico, se non contrario all’ipotesi che Renzi riconquisti la guida del governo, oltre alla segreteria del partito, e quale televisione lo chiama subito ad approfondire il tema cogliendo l’occasione anche per lanciarne un libro fresco di stampa? La 7, sempre nello studio di Lilli Gruber, che affonda continuamente il coltello nella piaga di Renzi possibile premier, contando sempre sul sorriso complice dell’ospite. La sera dopo quella birichina sempre o simil giovane Lilli, coetanea comunque del suo editore, chiama nel suo salotto un altro ex illustre: Walter Veltroni. Di cui la conduttrice deve presentare non un libro ma un film, dedicato ad un tema allettante come quello della felicità. Ma il tema principale della conversazione finisce -guarda caso- per diventare quello di Renzi e della sua ambizione, vera o presunta, a tornare anche a Palazzo Chigi, dopo essere rimasto al Nazareno. Il povero Walter, che peraltro ammette di avere votato alle primarie per Renzi, pur essendo quel giorno in viaggio -se non ho capito male- in Sudamerica, cerca più volte di sottrarsi all’assedio ma la Lilli non molla, anche a rischio di dimenticarsi del film. Che alla fine però arriva al pettine lo stesso, anche con la visione di qualche scena. Sbaglierò, ma l’impressione che ho ricavato è che la Gruber valuti personalmente l’ipotesi di Renzi di nuovo a Palazzo Chigi come Prodi, cioè male.

Vi avevo promesso che sarei tornato a scrivervi di Scalfari, che ha dato del “teppista” a Vittorio Feltri. Egli ha così reagito al rimprovero fattogli su Libero, in occasione del 45.mo anniversario – ahimè – dell’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi, vicino ora alla Beatificazione di Santa Romana Chiesa, di avere firmato l’anno prima del delitto un manifesto destinato ad eccitare ancora di più i malintenzionati di Lotta Continua. Dove accusavano il povero Calabresi, contro le stesse risultanze giudiziarie, di avere quanto meno contribuito nel 1969 alla mortale caduta da una finestra della Questura di Milano dell’anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per la strage di Piazza Fontana. A parte l’insulto a Feltri, che un po’ – bisogna riconoscerlo – se la va a cercare con quel modo troppo urticante di scrivere e di titolare, Scalfari ha finalmente colto l’occasione per sciogliere un dubbio manifestato anche da me qui, su Formiche.net, quando egli non gradì quanto meno le modalità della nomina del figlio di Calabresi, Mario, a direttore della “sua” Repubblica. Dove peraltro Mario, prima di assumere la guida della Stampa, aveva lavorato con ruoli di rilievo, compreso quello di redattore capo. Scalfari ci ha ora rivelato di essersi pentito subito, sia pure solo in privato, della firma a quel manifesto, vista la strumentalizzazione cui si era prestato. Di avere inutilmente cercato di chiarirsi con lo stesso commissario, con cui tuttavia non riuscì a parlare, riuscendo invece con la moglie Gemma. Che incontrò personalmente nel 2007 nella via di Villa Torlonia appena dedicata alla memoria di suo marito, presente l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni, rinnovando le sue scuse e abbracciandola, entrambi commossi. Un abbraccio col quale Scalfari ha forse un po’ troppo enfaticamente scritto di avere ritenuto di “fare pace con la storia”. Ma se tutto questo lo avesse raccontato in occasione della nomina di Mario Calabresi a direttore della “sua” - ripeto – Repubblica, Scalfari non avrebbe fatto male. Nè avrebbe sbagliato ritirando quella maledetta firma pubblicamente, visto che il manifesto contro Calabresi fu a lungo riproposto dall’Espresso, e non solo, in ogni avversario della morte di Pinelli.

I due piombi di Calabresi, scrive Marcello Veneziani. Quest’anno il commissario Luigi Calabresi avrebbe compiuto ottant’anni. E invece all’età giovane di 35 anni, in un giorno di maggio, fu ucciso da un commando di Lotta Continua. È una ferita ancora aperta nella storia del nostro Paese anche perché vi fu una rete di complicità morali e intellettuali intorno a quell’assassinio che ancora scotta. Come ha dimostrato in questi giorni la polemica rovente tra Eugenio Scalfari, uno dei firmatari del manifesto contro Calabresi, e Vittorio Feltri, che glielo ricordava senza giri di parole. Quando ripenso ai primi anni settanta, ne ho un’immagine in bianco e nero come la tv del tempo; i maglioni dolcevita, le basette lunghe, la 500, le spranghe e le catene, i poliziotti, il sessantotto inacidito in terrorismo, la lotta politica che degradava nella lotta armata, le stragi. Quelle immagini, lievi e cruente, si compendiano tutte nel ritratto di Luigi Calabresi, commissario e martire negli anni di piombo. Ove per piombo s’intende non solo quello delle armi ma anche quello sotto le rotative. E che condannò Calabresi con una fatwa micidiale. Lo ricordo in bianco e nero, il commissario, con un dolcevita, le basette lunghe, lo sguardo fiero e mediterraneo, la sua cinquecento, tra i poliziotti; e poi le violenze di quegli anni, i cortei, gli insulti, il linciaggio a mezzo stampa, l’omicidio. Calabresi aveva il senso dello Stato, credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, aveva la responsabilità di uomo d’ordine. Un’espressione antica, terribilmente demodé, le compendiava tutte: Servitore dello Stato. Così si definiva Luigi Calabresi. E a chi fa una smorfia d’insofferenza per un’espressione antiquata e retorica, ripensi con rispetto che a quella definizione Calabresi restò fedele fino alla morte. Inclusa. Tutto per 270 mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi, che a Milano con famiglia a carico non consentiva una vita molto agiata. Un minimo decoro, però senza scialare. Ad aggravare il suo ritratto di uomo d’onore, vi era in Calabresi anche un fervente senso religioso. “Sono nelle mani di Dio” diceva. Anche per questo fu avviato il suo processo di beatificazione e fu proclamato servo di Dio. In un suo scritto, Calabresi criticava il degrado del senso civico e la riduzione delle aspettative di vita al successo, al sesso e al denaro. Era l’affiorare della società dei consumi; oggi dovremmo dire che Calabresi aveva visto sul nascere la barbarie benestante del nostro tempo, privo di valori. La borghesia cinica e miscredente muoveva allora i suoi primi passi. Sarà quella borghesia “illuminata” a partorire i radical chic e i salotti nemici di Calabresi. A lui fu data dal presidente Ciampi, con 32 anni di ritardo, la medaglia d’oro al valore civile. Un riconoscimento postumo, assai postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per concedere la grazia a Sofri e Bompressi. Nell’immaginario collettivo dei media, i martiri erano diventati loro, non Calabresi. Il caso Calabresi resta una ferita profonda nella storia civile e culturale d’Italia. Non possiamo dimenticare che si mobilitarono contro di lui, in un famigerato manifesto, i tre quarti della cultura e dell’intellighentia italiana. Ottocento firmatari, l’intero establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, ancora in auge, si schierò contro di lui, lo squalificò, lo delegittimò. Gettarono le basi per il suo assassinio, o perlomeno crearono un clima di ostilità favorevole alla “giustizia proletaria”. Non è il caso di rivangare con rancore quegli anni e quegli errori che mutarono in orrori. Ma quando si tratta di far la storia di quegli anni bisogna pur dirla la verità, bisogna pur ricordare la mobilitazione che collegò il partito armato al partito degli intellettuali, tramite l’estremismo politico e la sinistra intellettual-militante, in un girotondo nazionale da cui scappò più di un morto. Non capiremmo neanche la lobby continua in favore della scarcerazione di Bompressi e Sofri se non ricordassimo quelle ottocento firme. E se non ricordassimo la carriera folgorante di quel ceto di sessantottini arrabbiati che si raccolsero intorno a Lotta Continua. Belle intelligenze, ma all’epoca anche spietati radicali, feroci nel linguaggio e duri nei servizi d’ordine, teorici convinti che “uccidere un fascista (o un poliziotto) non è reato”; poi si disseminarono nella tv e nel giornalismo, nella sinistra ma anche nel centro-destra. Magari non capiremmo neanche la direzione de la Repubblica – covo di firmatari del manifesto anti-Calabresi – al figlio dello stesso Calabresi. Non è mai troppo tardi per ammettere: si, ci eravamo sbagliati, Calabresi era un galantuomo. Il furore di quegli anni ha oscurato la mente e inferocito gli animi, ma Calabresi fu uno dei pochi che lasciò a noi ragazzi degli anni settanta la residua speranza nello Stato, nell’amor patrio, la fedeltà alla propria missione. Quando sento parlare oggi di fedeltà alla Costituzione, vorrei ricordare che altri, come Calabresi, scontarono sulla propria pelle la fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro. Di lui mi resta viva un’immagine raccontata da Luciano Garibaldi: quella del Commissario Calabresi che passando con suo figlio ancora bambino, davanti alle scritte minacciose e infamanti contro di lui, “Calabresi assassino”, ha un sussulto di tragico e grottesco ottimismo, dicendo: meno male che lui non sa ancora leggere…Ma dopo, quando suo figlio ha capito chi era suo padre e chi erano i suoi nemici che lo volevano ammazzare, quando ha saputo leggere a rovescio quella scritta, non “Calabresi assassino” ma “assassino Calabresi”, mutando un sostantivo e un’accusa infami in un verbo e in una tragica minaccia, avrà ripensato a chi lo portava per mano per le vie di Milano e si sarà detto con commosso orgoglio: sì, quello era mio padre. Ma la storia di poi, come sapete, non andò proprio così…Il Tempo 26 maggio 2017.

Tutti gli strepitii giustizialisti contro Augusto Minzolini, scrive Francesco Damato su “Formiche.net” il 17 marzo 2017. Prima sono arrivati i 161 voti, per appello nominale, contro la sfiducia “individuale” reclamata dai senatori grillini per il ministro dello sport Luca Lotti, renziano di strettissima osservanza, indagato per violazione del segreto d’ufficio o istruttorio, da lui negato agli inquirenti, nell’inchiesta giudiziaria sugli appalti della Consip per gli acquisti miliardari della pubblica amministrazione. Poi, a distanza di meno di ventiquattro ore, sempre nell’aula del Senato, sono arrivati i 137 voti, anch’essi palesi, a favore del forzista Augusto Minzolini, sottratto alla decadenza da parlamentare proposta dalla competente giunta in applicazione della cosiddetta legge Severino, essendo stato condannato sette mesi fa in via definitiva a più di due anni -due anni e sei mesi- per peculato, anche su denuncia di Antonio Di Pietro. E di chi sennò? Peculato ai danni della Rai, dalla quale Minzolini dipendeva come direttore del Tg1 usando una carta di credito aziendale diventata poi oggetto di una lunga e contorta controversia amministrativa e infine giudiziaria, con verdetti opposti in primo e secondo grado. Un secondo grado, però, per quanto confermato dalla Cassazione, dove il giornalista e senatore si era imbattuto in un avversario politico, appena tornato a fare il giudice dopo una ventina d’anni di attività parlamentare, e anche di governo, tutti a sinistra. Mi pare di avervi raccontato tutto, sia pure per sommi capi: più comunque di quanto non abbia fatto con i suoi lettori, a grandissima sorpresa, Il Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa. Sulla cui prima pagina ho trovato solo sei righette di corpo millesimale sulla vicenda Minzolini nella rubrica La Giornata. Ma i colleghi avranno tempo, se vorranno, per recuperare, non foss’altro a causa delle scomposte, a dir poco, reazioni dei grillini e affini, convinti che non ci sarebbe da stupirsi se i loro elettori, simpatizzanti e quant’altri assaltassero i palazzi del potere per protesta contro il Senato e mettessero a ferro e a fuoco le piazze d’Italia. Dove -ahimè- può accadere anche questo senza che nessuno ne possa o debba poi rispondere, come dimostra la guerriglia appena praticata a Napoli contro l’ospite indesiderato Matteo Salvini, deriso dal sindaco della città Luigi de Magistris. Vi raccomando il de minuscolo perché spetta anagraficamente all’ex magistrato.

A guidare sul fronte mediatico la rivolta alla quale i grillini hanno garantito quanto meno la loro comprensione è naturalmente il direttore e co-fondatore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che non si dà pace delle delusioni procurategli dal Senato elettivo della Repubblica. Di cui lui nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale targata Renzi ha pur difeso strenuamente la sopravvivenza, accusando l’allora presidente del Consiglio di volerlo ridurre ad un dopolavoro dei troppo sputtanati - scusatemi la parolaccia - Consigli Regionali, dove non si riesce neppure più a contare i condannati e inquisiti per peculati, sperperi e varie. A fare saltare i sismografi degli umori nella redazione del Fatto Quotidiano e dintorni è stata anche la paura che, rotto col caso Minzolini l’incantesimo della legge Severino, e della sua applicazione curiosamente retroattiva, ne possa trarre presto beneficio anche Silvio Berlusconi, che di quella legge nell’autunno del 2013 rimase vittima con una votazione che lo espulse dal Senato. Il ricorso dell’ex presidente del Consiglio pendente da tempo davanti ad una Corte internazionale potrebbe ricevere una spinta decisiva proprio dal diverso verdetto, questa volta, dei senatori. Non si dà proprio pace, il povero Travaglio, del fatto che Minzolini non sia già decaduto automaticamente da senatore, che abbia invece continuato a riscuotere la sua indennità e a maturare la sua pensione, o come diavolo si chiama, per sette mesi dopo la sentenza definitiva di condanna, e possa continuare adesso, anche dimettendosi, come Augusto ha annunciato orgogliosamente di voler fare perché convinto di avere sostenuto una causa di principio, non di interesse. Travaglio si è fatto rapidamente i conti e si è accorto che nei nove o dieci mesi che mancano alla fine ordinaria di questa diciassettesima legislatura i senatori non avranno il tempo di accettare le dimissioni del loro collega con un voto a scrutinio, questa volta, rigorosamente segreto, e con la consuetudine maledettamente consolidata di respingerle la prima volta. Ah, sono proprio sfortunati questi afflitti da anticastite, nel senso di casta, fatta salva naturalmente la propria, perché di caste nel nostro Paese ce ne sono tantissime, al coperto di ordini, associazioni e quant’altro.

Se ne avesse avuto il tempo e lo spazio, forse Travaglio avrebbe completato con le loro fotine l’elenco pubblicato in prima pagina - tipo i manifesti dei ricercati nel far west- dei reprobi del gruppo Pd del Senato che hanno consentito a Minzolini di scampare alla decadenza. Un elenco però comprensivo sia dei 19 che hanno votato a favore del “pregiudicato”, avvalendosi della “libertà di coscienza” concessa dal capogruppo Luigi Zanda, sia dei 14 che si sono astenuti ma che di fatto, in base al regolamento di Palazzo Madama, si sono sostanzialmente aggiunti ai 35 che hanno votato contro. Neppure il modo di opporsi astenendosi, quindi, va bene ai grandi depositari della illibatezza morale e politica. Se la situazione non fosse drammaticamente seria, ci sarebbe da ridere. Ma a pochi giorni dal cambio naturale di stagione voglio sperare di festeggiare anche un cambio politico di stagione. Una rondine, si sa, non fa primavera. Ma due rondini, a distanza di poche ore l’una dall’altra, come sono stati i 161 voti a favore di Lotti e i 137 a favore di Minzolini, possono forse fare davvero primavera: quella del garantismo. E ciò alla faccia dei grillini, dei loro estimatori e persino del loro governo, che a Repubblica si sono appena avventurati a immaginare prevedendo il vice presidente della Camera Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, il suo amico-competitore Alessandro Di Battista, il Chè Guevara di Trastevere, al Viminale e l’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto in Lombardia, alla Farnesina grazie al tirocinio in affari internazionali, diciamo così, fattosi in quattro anni frequentando la Commissione Esteri della Camera.

Pagina Facebook di Servizio Pubblico, 9 febbraio 2017 alle ore 19:59. Lettera aperta di Michele Santoro a Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it. "Caro Peter Gomez, Vedo che hai sentito la necessità di correggere il tiro ma voglio lo stesso rivolgermi a te pubblicamente. Nella top ten delle frasi celebri penso che resti al primo posto quella di Stefano Ricucci, che bollava quelli che amano “fare i froci col culo degli altri”. Mi sembra che tu ora ne abbia varato una versione più casta: “Fare i moralisti col culo degli altri”. L’operazione della Stampa nei miei confronti (ma sarebbe più corretto dire, come si vedrà, nei confronti miei e de “Il Fatto”) è semplicemente vergognosa e rappresenta un insulto al giornalismo. Ma tu l’hai ripresa come se si trattasse di un personalissimo affare e non di un contratto con la Rai che porta la firma del tuo amministratore delegato, all’epoca anche amministratore della Zerostudio’s, e che riguarda non me come persona ma una società di cui il tuo giornale è socio al 48 percento. Ho sempre pensato che tu sia un giornalista vero e non uno Tze-Tze allenato a far girare la merda col ventilatore; perciò mi dedicherò all’impresa, temo inutile, di fornirti elementi seri per un giudizio. Prima di tutto occorre dire che la somma ormai famosa dei due milioni e settecentomila euro non è stata intascata ancora per intero da nessuno, come invece hai lasciato intendere nel tuo sito. Il pagamento avviene, infatti, a distanza di mesi dalla messa in onda, e la società deve anticipare tutti i pagamenti per il personale, le diarie e i servizi impiegati. Si riferisce a sei dirette di prima serata, a sei puntate di un reportage di Giulia Innocenzi e ad una serie di Sciuscià da rieditare, che comportano ulteriori turni di montaggio, mie presentazioni in studio, sonorizzazioni e missaggi. Tutto ciò è distribuito in un arco temporale molto vasto. Le puntate delle dirette sono molto distanti fra loro e dunque comportano costi raddoppiati, perché occorre ogni volta montare e smontare scenografie e luci. Anche i contratti dei redattori sono più lunghi di quelli che sarebbero necessari in una serie di trasmissioni programmate con cadenza settimanale. Non si tratta di un appalto ma di una fornitura “chiavi in mano”: la nostra società (e sottolineo nostra) deve provvedere a tutto ciò che è necessario alla messa in onda del programma, redazione, personale amministrativo, studio di registrazione, satelliti, regia; e siamo noi a farci carico delle spese legali che derivano dalla messa in onda dei nostri contenuti, con ulteriori costi. La Rai deve limitarsi a controllarne la qualità e ad autorizzare che si spinga un bottone per offrirli alla visione del pubblico. Posso garantirti che, prendendo come riferimento prodotti dello stesso tipo e applicando le stesse identiche valutazioni, si scoprirebbe che il costo di questi programmi è assolutamente in linea con il costo medio dei programmi simili del servizio pubblico. Usare l’espressione “compensi di Santoro” per definire questo tipo di contratto o addirittura quella di stipendio, come ha fatto la Stampa, è una corbelleria di cui un giornalista serio si dovrebbe semplicemente vergognare. La conclusione provvisoria è che non c’è nessuno scandalo; ma se uno scandalo esiste riguarda me quanto il tuo giornale, e se ci sono stati “compensi” sono stati anche per la società che edita il tuo giornale. Ma purtroppo per “Il Fatto”, per te e anche per me, nessuno di noi ha tratto guadagni dalle trasmissioni della Rai. Siamo stati così onesti da realizzare le quattro serate in perdita, e sottolineo in perdita, come chiunque potrà facilmente controllare scorrendo la nostra contabilità che, al contrario di certi spettacoli, fattura ogni cosa meticolosamente. Tempo fa ho chiesto a Grillo di mandare il suo fidato commercialista a fare un controllo. Non lo ha fatto perché è più comodo infangare senza fact checking, evitando di prendere atto di come stanno veramente le cose. I miei compensi non esistono. Da quasi due anni lavoro per tenere in piedi un gruppo che doveva servire a un progetto comune con “Il Fatto”, con regolari quanto rari contratti giornalistici. Ho accettato di fare queste trasmissioni prima di tutto per ricostruire un rapporto con la Rai, alla quale tengo molto e che continuo a considerare un bene essenziale per il Paese, ma anche perché erano compatibili con questo progetto. Ora tutti possono comprenderne il motivo. Ma di questi 2 milioni e settecentomila euro non ho preso e non prenderò per me un solo euro. Grillo non ha voluto verificare questa mia affermazione, ho chiesto al Direttore della Stampa di farlo, lo chiedo anche a te. C’è però Cinzia Monteverdi che è ancora presidente della Zerostudio’s e amministratore delegato de “Il Fatto”. Le chiederò di controllare i conti col microscopio e di pubblicare sul tuo sito un comunicato ufficiale in proposito. Anche se la inoppugnabile verità è questa: 1) Michele Santoro non ha percepito compensi né in forma diretta né in forma indiretta, né dalla Rai né da Zerostudio’s. 2) Zerostudio’s ha realizzato in perdita i programmi della Rai. Per il resto, lasciami concludere che una visione del mondo che non riconosce il valore degli altri, perfino quando le loro storie sono così intrecciate alla nostra da non poter emettere giudizi senza sentirci umanamente e moralmente coinvolti, non mi appartiene. Vedo che tu non hai paura di assomigliare a “Libero” e a “Il Giornale” che scrivono su di me quello che già scrivevano ai tempi di Berlusconi, ma se preferisci la loro compagnia alla mia dovresti almeno sentire la necessità di distinguerci separando definitivamente i nostri conti correnti. Almeno per evitare di cadere nel ridicolo. Michele Santoro".

IL PARTITO DELLE MANETTE SI SPACCA SUL BOTTINO. Giorgio Arnaboldi per "La Verità" l'11 febbraio 2017. Potremmo chiamarlo un regolamento di conti. Nel senso che il sasso che rotola dalla montagna con il compenso di Carlo Conti per condurre il festival di Sanremo ha provocato la valanga: altre rivelazioni, altri soldi a pioggia a firma Antonio Campo Dall' Orto e polemiche che con si fermano più alla sola Rai. Non è facile metabolizzare neppure i 2,7 milioni iscritti a bilancio alla voce Michele Santoro per 12 puntate di tre programmi giornalistici. Un rientro in Rai impalpabile nella memoria del telespettatore ma pesante per le casse dell'azienda pubblica, che ha fatto saltare sulla sedia anche i cronisti del Fatto Quotidiano, il suo giornale di riferimento, i quali, per nulla intimoriti dal suo ruolo di ispiratore, padre nobile e soprattutto azionista (lui possiede il 7% dell'editoriale e Il Fatto ha il 46,4% della sua società Zerostudio' s) hanno pubblicato la notizia sul sito. Per un sincero democratico rispettoso del ruolo della libera informazione come Santoro (in teoria), tutto ciò dovrebbe essere normale. Invece per un abile cesellatore di coscienze come Santoro (in pratica), tutto ciò normale non è. Infatti si è indignato per lesa maestà. Lo immaginiamo mentre si stupiva («Come osano?»), compreso nella parte come Eleonora Duse aggrappata alle tende, e si apprestava a scrivere l'estenuante post su Face book con il quale ha provato a inchiodare il direttore del sito del Fatto, Peter Gomez, alle sue responsabilità. Così si è scatenata una battaglia tutta interna alla sinistra legalitaria del giornalismo italiano, per una volta non tenuta insieme dal collante Berlusconi o dal bostik Renzi, ma libera di prendersi a schiaffi e specchio della sinistra italiana in politica, dove bastano tre per fare una scissione. Con una lecita forzatura da titolo potremmo dire che il partito delle manette litiga sui soldi. Sulla sua pagina dal nome Servizio pubblico, Santoro è andato giù pesante. «Nella top ten delle frasi celebri penso che resti al primo posto quella di Stefano Ricucci, che bollava quelli che amano "fare i froci col culo degli altri". Mi sembra che tu ora (si riferisce a Gomez, ndr) ne abbia varato una versione più casta: "Fare i moralisti col culo degli altri". L' operazione della Stampa (il giornale che per primo aveva rivelato i compensi Rai, ndr) nei miei confronti (ma sarebbe più corretto dire nei confronti miei e de Il Fatto) è semplicemente vergognosa e rappresenta un insulto al giornalismo. Ma tu l'hai ripresa come se si trattasse di un personalissimo affare e non di un contratto con la Rai che porta la firma del tuo amministratore delegato, all' epoca anche amministratore della Zerostudio' s, e che riguarda non me come persona ma una società di cui il tuo giornale è socio al 48%». Si intuisce un Santoro furibondo, del tutto sorpreso da quella che per il mondo è una notizia e per lui una pugnalata. Il che dimostra quanto sia facile fare i moralisti con i privilegi degli altri (anche questo ha qualcosa a che vedere con il filosofo situazionista Ricucci). Un Santoro che nel prosieguo del post spiega che i 2,7 milioni non li ha ancora incassati per intero, li ha dovuti anticipare a un nutrito staff per un lavoro in un arco temporale molto ampio, riguardano programmi «chiavi in mano» che hanno un costo in linea con altri simili. Quindi niente scandalo. Ma Michele è troppo arrabbiato per tirare il freno, così va lungo. «Se uno scandalo esiste riguarda me quanto il tuo giornale, e se ci sono stati "compensi" sono stati anche per la società che edita il tuo giornale. Ma purtroppo per Il Fatto, per te e anche per me, nessuno di noi ha tratto guadagni dalle trasmissioni della Rai. Siamo stati così onesti da realizzare le quattro serate in perdita, e sottolineo in perdita, come chiunque potrà facilmente controllare scorrendo la nostra contabilità che, al contrario di certi spettacoli, fattura ogni cosa meticolosamente». Travolto dalla disperazione, Michele Santoro fa sapere che la Rai non lo ha pagato, che i programmi erano in perdita e che 2,7 milioni di euro sono comunque evaporati dalle casse. Bel servizio pubblico. La risposta di Peter Gomez è fredda e lapidaria. «Caro Michele, in uno dei tanti turni della mattinata abbiamo ripreso le notizie sui compensi Rai. Nel tuo caso specificando non con sufficiente chiarezza che si trattava del compenso per Zerostudio (comunque citato). Appena ce ne siamo resi conto ci siamo doverosamente corretti. Sarebbe bastato un tuo sms per informarmi». Come dire che si può sbagliare in buona fede e che non è necessario suonare le trombe di Gerico al primo sussurro. Dopo una vita trascorsa col ditino alzato, Michele Santoro ha scoperto che c' è qualcuno più puro di lui. È il destino di chi sta sempre seduto dalla parte della ragione e non riesce a entrare in nulla tranne che nei propri comodi panni. Il rapporto fra lui e la squadra del Fatto Quotidiano vive un momento delicato, perché la polemica sul compenso va a sommarsi al diverbio sul referendum costituzionale. Santoro, sponsor di Renzi, non ebbe remore nel criticare Travaglio (paladino del No) tacciandolo di deriva grillina. «Trovo imbarazzante che tutto il Fatto Quotidiano, fin dentro ai necrologi, sia schierato per il No. È ridicolo. Trovo imbarazzante possedere delle quote di un giornale senza sfumature, che non ha dubbi». Mentre loro litigano, Berlusconi spolvera ridendo tutte le sedie della villa di Arcore.

GIUSTIZIA CAROGNA.

Io che mi occupo della prassi, ben conoscendo anche la legge e la sua personalistica applicazione corporativa (dei magistrati) e lobbistica (degli avvocati), posso dire che ci sono verità indicibili. Mai si dirà in convegni giudiziari o forensi che da un lato ci sono le misure di prevenzione (inefficienti ed inique perché mai al passo con i tempi ragionevoli del processo e spesso incongruenti con le risultanze processuali di assoluzione, vedi i Cavallotti) e dall’altra le confische (conseguenti a processi dubbi, vedi Francesco Cavallari, mafioso per associazione, ma senza sodali) ed i procedimenti fallimentari con le aste truccate. L’arbitrio dei magistrati sia in fase di misure cautelari e di prevenzione, sia in fase di confisca o di gestione e vendita dei beni confiscati o sequestrati (anche in sede civilistica con i fallimenti), non sono altro che strumenti di espropriazione illegale di aziende, spesso sane, per mantenere in modo vampiresco un sistema di potere, di cui i magistrati sono solo strumento, ma non beneficiari come lo sono il monopolio associativo di una certa antimafia o il sistema di gestione che è prevalentemente forense. Questo sistema è coperto dalla disinformazione dei media genuflessi a chi, dando vita alle liturgie antimafia, usufruisce dei vantaggi politici per generare ulteriore potere di restaurazione. Se a qualcuno interessa ho scritto un libro, “la mafia dell’antimafia”, sui benefici che si producono per fare antimafia. In più ho scritto “Usuropoli e Fallimentopoli. Usura e fallimenti truccati”, che parla di usurpazione di beni privati a vantaggio di un sistema di potere insito nei palazzi di giustizia. Insomma: si toglie ai poveri per dare ai ricchi. E se qualcuno parla (come Pino Maniaci che “Muto deve stare”), scatta la ritorsione. Si badi bene: nessuno mi chiamerà per parlare di questo fenomeno, che è nazionale, in convegni organizzati nei fori giudiziari, né nessuna vittima pavida di questo fenomeno si prenderà la briga di divulgare queste verità, attraverso i miei saggi. Ecco perché si parlerà sempre di aria fritta e non ci sarà mai una rivoluzione che miri a ribaltare la prassi, più che a cambiare le norme.

Dodici anni al 41 bis per una bufala del pentito, scrive Paolo Delgado il 23 luglio 2017 su "Il Dubbio". Poco prima della sentenza di Mafia capitale, erano state annullate le condanne per 9 persone tirate in ballo da Scarantino. Massimo Carminati è da 31 mesi in regime di carcere duro, il famoso art. 41bis al quale possono essere sottoposti non solo i condannati ma anche i sospettati di mafiosità, cioè i detenuti in attesa di giudizio. Dati i capi d’accusa era inevitabile che per il cecato scattasse quell’articolo: non si trattava infatti, secondo l’accusa, di un qualsiasi soldato di mafia ma di un boss a pieno titolo e di prima grandezza: come don Totò Riina o "Sandokan", per intendersi. La sentenza di Roma smantella quell’accusa da ogni punto di vista. Non solo, infatti, Carminati non è stato condannato ai sensi dell’art. 416 bis, quello che riguarda l’associazione mafiosa, ma non è stata riconosciuta neppure l’aggravante del ‘ metodo mafioso’. Per quanto riguarda l’imputato numero 1 del processone è un passaggio cruciale: in assenza di atti di violenza e di conclamate violenza il ‘ metodo mafioso’, nell’impianto accusatorio, era costituito dalla semplice presenza di Massimo Carminati, che comportava di per sé una ‘ riserva di violenza’ tale da giustificare la richiesta di aggravante. Infine è caduto, secondo i giudici della X Sezione del Tribunale di Roma, il nesso materiale con le mafie propriamente dette. I due imputati calabresi accusati di costituire il tramite con le ‘ndrine, Rocco Rotolo e salvatore Ruggiero, sono infatti stati assolti e già scarcerati. In sostanza la sentenza sgombra il campo da ogni accusa di mafia per quanto riguarda sia Carminati che Salvatore Buzzi, anche lui a lungo in regime di 41bis ma passato alcuni mesi alla detenzione normale. Gli avvocati di Carminati hanno già chiesto che venga eliminato il regime di carcere duro ed è probabile, che se non certo, che otterranno il passaggio alla detenzione comune. Del resto l’ex Nar ha seguito tutto da lontano, in videoconferenza. «Era convinto che sarebbe andata male. Temeva che tutte le pressioni mediatiche avrebbero portato a un responso negativo per lui. Mi ha anche detto che adesso lo devo togliere dal 41 bis, questo è il suo primo pensiero e la sua prima preoccupazione», ha spiegato l’avvocato Ippolita Naso al termine del colloquio telefonico con lui. La sentenza ha dunque certificato l’esistenza di un grande sistema corruttivo ma nulla a che vedere con la pesantezza delle accuse mosse dalla Procura. La vera domanda a questo punto è però se fosse davvero necessario tenere per 31 mesi in condizioni che il Comitato prevenzione tortura del Consiglio d’Europa assimila alla tortura un detenuto in attesa di giudizio, per il quale dovrebbe cioè valere la presunzione d’innocenza sancita dalla Costituzione. Nel caso di Carminati, essendo fuori discussione il rischio di mantenere contatti con un’organizzazione ormai sgominata così come l’eventualità di un pentimento in- dotto dal carcere duro prima del giudizio, la decisione di mantenerlo in regime di 41bis sembra dipendere essenzialmente dalla necessità di confermare quella ‘ straordinaria caratura criminale’ che era in realtà la pietra angolare dell’impianto accusatorio. Di fatto Carminati è stato tenuto per 31 mesi in un regime che il Consiglio d’Europa assimila alla tortura soprattutto per confermare che era davvero quel pericolosissimo boss mafioso di cui parlava l’accusa. Per sinistra coincidenza, pochi giorni prima, senza che se ne accorgesse nessuno salvo Adriano Sofri e pochissimi altri, il tribunale di Catania aveva annullato le condanne per nove persone già condannate all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, sulla base delle denunce del falso pentito Scarantino. Erano fuori di galera dal 2008, da quando cioè il vero pentito Spatuzza li aveva scagionati, ma solo con la formula interlocutoria della ‘ sospensione della pena’. Prima di quella data, però, avevano passato ben 12 anni nelle condizioni, allora molto più dure di quelle attuali, dettate dal 41bis. E’ opportuno ricordare che le "rivelazioni" di Scarantino, dettategli stando alle sue parole dall’allora capo ella Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi distintosi alla Diaz nella mattanza di Genova e scomparso nel 2002, erano state subito considerate fortemente dubbie, come hanno ricordato sia Ilda Boccassini che Antonio Ingroia. I casi in questione sono particolarmente vistosi, anche se il particolare del 41bis indebito quasi non è citato nei commenti sulla sentenza di Roma e lo scempio siciliano è stato di fatto dimenticato nonostante la sentenza di Catania. Ma di certo non sono casi unici. La decisione di comminare il carcere duro anche ai presunti innocenti rende inevitabili casi come quello di Massimo Carminati. L’eventualità di errori giudiziari, soprattutto in processi che dipendono in buona misura dalle parole dei pentiti, è inevitabile. Ce ne sarebbe a sufficienza per decidersi a riaprire il capitolo 41bis una volta per tutte.

Franco Coppi: “Siamo ancora nel rito inquisitorio E i pm dominano”, Intervista il 22 luglio 2017 de "Il Dubbio". Il professore Franco Coppi non ha dubbi: «Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio per superare il codice Rocco e arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che il rito che è rimasto inquisitorio». Il professore Franco Coppi, 78 anni ben portati, è sicuramente uno degli avvocati penalisti più famosi d’Italia. Nato a Tripoli in Libia, da oltre 50 anni è protagonista di molti dei processi più importanti del Paese. Storico difensore di Giulio Andreotti, è stato il legale di Silvio Berlusconi nei processi Mediaset e Ruby. Attualmente assiste il ministro dello Sport Luca Lotti accusato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito dell’indagine Consip. Ma oltre ai processi “politici”, Coppi ha curato la difesa di Vittorio Emanuele di Savoia, di Francesco Totti, del direttore del Sismi Niccolò Pollari per il sequestro dell’imam Abu Omar e del governatore di Bankitalia Antonio Fazio nel processo Antonveneta. E’ stato anche il legale di Sabrina Misseri nel delitto di Avetrana. «Una tragedia che mi angoscia disse all’indomani della conferma dell’ergastolo per la cugina di Sara Scazzi – sono ossessionato dall’idea di non essere riuscito a dimostrare l’innocenza di quella sventurata». Attualmente il suo nome è in predicato per la Corte Costituzionale. Incarico prestigioso che ha, però, declinato. Come dice chi lo conosce bene, Coppi ha sempre fatto l’avvocato e non ha intenzione adesso di diventare giudice.

Professor Coppi, com’è lo stato della giustizia in Italia?

«La situazione è ormai tragica. Un disastro che riguarda sia il settore penale che quello civile».

Ci parli del penale.

«Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio. L’idea di fondo era quella di superare il codice Rocco e di arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che questa riforma del processo penale è stata fatta “all’italiana” e adesso abbiamo un rito che sostanzialmente è rimasto inquisitorio, solo con i tempi molto più lunghi».

Può farci un esempio?

«Certo. Nel rito inquisitorio il processo si celebrava sulla base degli elementi raccolti dal pubblico ministero. Con l’attuale rito la prova deve formarsi in dibattimento attraverso il contraddittorio fra accusa e difesa. Bene, con il meccanismo delle contestazioni, ovvero il dare lettura da parte del pm dei verbali delle dichiarazioni rese nelle fase delle indagini preliminari dalla persona che viene sentita nel corso del processo, entra nel fascicolo del dibattimento ciò che ha fatto il pm prima e a prescindere da qualsiasi attività difensiva: materiale che quindi sarà utilizzato dal giudice per la sua decisione pur se la difesa non aveva alcun ruolo in quella fase».

Le contestazioni da parte del pm possono essere fra le cause dell’allungamento dei tempi del processo?

«Le cause sono molteplici. Oggi, ad esempio, si fanno troppi processi. Però, restando alle contestazioni, se prima i processi si celebravano con una o due udienze, adesso ne servono come minimo dieci. Udienze che poi sono diventate lunghissime, proprio perché il pm è solito rileggere tutti i verbali».

Non mi sembra un bel risultato.

«Si. E sul punto è necessario un intervento drastico da parte del legislatore. Che non può pensare di risolvere il problema dello sfascio del sistema giudiziario solo allungando la prescrizione di processi che già adesso durano una vita. Il processo penale deve essere rivisto totalmente».

Normalmente viene data la colpa della lunghezza dei processi agli avvocati….

«Guardi, ho assisto una persona accusata di spaccio di sostanze stupefacenti. I fatti risalgono al 2002. La sentenza, di condanna, di primo grado è del 2009. Nel 2017 è stato fissato l’appello. I giudici, penso provando un senso di vergogna per un processo che si trascinava da 15 anni, riqualificando il fatto, hanno disposto la prescrizione “per la tenuità del fatto”. Un modo elegante per chiudere questo lungo processo».

Parliamo dei giudici e della qualità delle sentenze.

«In cinquanta anni di attività professionale non ho notato grandi differenze. Tranne sull’uso della lingua italiana. Ma quello è un problema complessivo che riguardo la scuola e l’università. Ad esempio è sparito l’uso del pronome. La società è cambiata e, conseguentemente, anche i magistrati sono figli di questo cambiamento. L’altro giorno ero in Cassazione. In un’aula c’erano dei giovani magistrati neo vincitori di concorso in tirocinio. Mentre parlava il procuratore generale, alcuni masticavano le gomme, gesticolando e confabulando fra di loro, altri poi erano completamenti distratti. Non è stato un bel vedere».

Tornado alla sentenza, il Csm sta lavorando a delle linee guida che si fondano sulla sinteticità e completezza dell’atto. Può essere d’aiuto?

«Io sul punto sono alquanto perplesso. Capisco l’esigenza di smaltire l’arretrato ma non credo sia possibile stabilire a priori un numero di pagine per la sentenza. Io ho un profondo amore per la motivazione perché permette di capire il ragionamento fatto dal giudice. Non è possibile, a priori, dare una misura della motivazione che valga per qualunque tipo di processo. Ogni caso richiede, come il sale nelle ricette, un “quanto basta” di motivazione».

La sintesi però è importante.

«Guardi, abbiamo bisogno di giudici “normali”, che focalizzino l’attenzione sul fatto e chi siano calati nelle realtà quotidiana. Contesto, poi, la relazione più volte citata che collega l’inefficienza della giustizia al previo filtro di inammissibilità. La declaratoria di inammissibilità non la migliore la risposta di giustizia per la parte. Dietro quel ricorso c’è una storia, una persona che non capirebbe perché sia stata respinta la sua istanza per un vizio di forma».

«Non rispondete al pm». E lui indaga gli avvocati, scrive Simona Musco il 22 luglio 2017 su "Il Dubbio". Indagati per aver suggerito al proprio assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere. L’incredibile storia ha come protagonisti due avvocati di Udine, che il 23 giugno hanno visto perquisire i propri studi e le abitazioni perché accusati di infedele patrocinio. Indagati per aver suggerito al proprio assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere. L’incredibile storia ha come protagonisti due avvocati di Udine, che il 23 giugno hanno visto perquisire i propri studi e le abitazioni perché accusati di infedele patrocinio. Secondo il pm che ha ottenuto la perquisizione e il sequestro, uno dei due avvocati avrebbe violato la legge suggerendo ad una cliente, accusata di favoreggiamento, di rimanere in silenzio durante un interrogatorio. Un’accusa, secondo il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Udine, «strana e incongrua», dato che quel suggerimento è un diritto previsto dal nostro ordinamento. Ma non solo: l’indagata avrebbe commesso il reato di favoreggiamento a vantaggio del marito, quando il codice penale prevede il vincolo matrimoniale «quale causa di non punibilità». L’altro legale, invece, difensore del marito, è stato tirato in ballo per un altro strano reato: la sua colpa è quella di essersi scambiato informazioni con il collega, comportamento, evidenzia il Coa, previsto dal codice deontologico. Ma ad indignare è stata anche la rilevanza data sulla stampa alla notizia, che sebbene non riportasse i nomi dei due avvocati ha provocato «pregiudizio e nocumento dell’intera categoria professionale». Rilievo che, invece, non è stato dato alla decisione del Riesame, che il 13 luglio ha annullato il provvedimento restituendo il materiale sequestrato, «non essendo ravvisabile il fumus del reato di patrocinio infedele». La linea difensiva seguita non può essere censurata, dice il Tribunale, in quanto «diritto espressamente riconosciuto». Un atto di prepotenza, dunque, anche per quanto riguarda lo scambio di informazioni tra i due avvocati. La vicenda, per il Coa, rappresenta «un concreto pregiudizio all’indipendenza del difensore» e al principio «dell’inviolabilità del diritto alla difesa». Un’interferenza nel rapporto tra difensore e difeso, motivata, forse, dal fatto che la linea della difesa non era evidentemente «suscettibile di condurre all’acquisizione di elementi di prova a sostegno della tesi accusatoria», denuncia il Coa. Che vede nell’atteggiamento della Procura una forma di condizionamento degli avvocati che, non volendo essere incriminati, cambierebbero strategia. Ma il Coa alza la voce: «non fatevi intimorire».

I giudici non siano torri d’avorio. Il diritto ha bisogno di armonia. L’importante memorandum siglato il 15 maggio scorso dalle massime cariche della giustizia, promosso dall’Associazione Italiadecide diretta da Luciano Violante, scrive Sabino Cassese il 19 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Un gruppo di lavoro promosso da Italiadecide, l’Associazione per la qualità delle politiche pubbliche diretta da Luciano Violante, ha concluso i suoi lavori ponendo le basi per un accordo tra le corti supreme italiane, la Corte di cassazione, il Consiglio di Stato e la Corte dei conti, e i procuratori generali presso la prima e la terza corte, accordo che è stato poi firmato dai presidenti e dai procuratori generali il 15 maggio scorso. Questo accordo costituisce una pietra miliare nella storia della giustizia italiana. Provo a spiegare perché. Partiamo da lontano. Lo Stato contemporaneo, quello italiano in particolare, non è solo lo Stato hobbesiano che assicura sicurezza e pace all’interno, ma è — come dicono i tedeschi — Jurisdiktionsstaat: in esso i giudici sono onnipresenti, non c’è area immune dalla giurisdizione. Basti pensare alla enorme crescita del numero di sentenze rispetto alla crescita della popolazione, e — procedendo a ritroso — alla quantità di conflitti che finiscono davanti ai giudici, conflitti dovuti anche all’aumento delle aree regolate da leggi. Con la moltiplicazione dei giudizi e delle sentenze, aumenta il pericolo che ogni giudice vada per conto suo, lasciando il cittadino senza quella sicura guida sulla interpretazione e applicazione del diritto che l’ordinamento giuridico dovrebbe garantire. Questo problema è accentuato dalla penetrazione nell’ordine giuridico nazionale di almeno altri due nuovi produttori di norme e di sentenze, l’Unione Europea con la Corte di giustizia europea e il Consiglio d’Europa con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Occorre, allora, armonizzare l’operato delle corti, specialmente quelle supreme, stabilire canali di dialogo istituzionalizzato, garantire cooperazione, specialmente tra i giudici che sono al vertice, i tre che ho menzionato all’inizio, che sono i giudici legittimati a eleggere propri componenti nella Corte costituzionale. Ecco, quindi, l’idea del «memorandum», l’accordo firmato il 15 maggio scorso, tra i vertici giudiziari. Un accordo difficile, che ha pochi pre