Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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LA MAFIA

 

DELL’ANTIMAFIA

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

 

PRESENTAZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA MAFIA FIGLIA DEL PROIBIZIONISMO E DELLA BUROCRAZIA.

LA MAFIA DEL COPYRIGHT.

IL METODO MAFIOSO.

IL DIO DEI MAFIOSI E DEGLI ANTIMAFIOSI.

L'ANTIMAFIA DELLE POLTRONE.

LA CONFISCA DI PREVENZIONE “ANTIMAFIA” ALLARGATA O PER SPROPORZIONE: PER PERICOLOSITA' SOCIALE.

A PROPOSITO DI INTERDITTIVE ANTIMAFIA E SEQUESTRI PREVENTIVI GIUDIZIARI.

L'OBLIO MAFIOSO DEI DEPOSITI GIUDIZIARI: SPRECO E SPECULAZIONE.

LA MAFIA DELLE MAFIE.

ITALIA MAFIOSA. IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA SE AMMINISTRATI DALL’OPPOSIZIONE DI GOVERNO.

LA DEMOCRAZIA SCIOLTA PER MAFIA. DANNI E SVANTAGGI DEI COMMISSARIAMENTI DEI COMUNI.

SCATENATI CONTRO CATENO...

MISTERI E DEPISTAGGI DI STATO.

IL PAESE DELLA MAFIA SECONDO ME O DELLA MAFIA FAI DA TE.

MAFIOSI? NOI NO!!!

DA MAFIA CAPITALE A MAZZETTA CAPITALE.

CODICE ANTIMAFIA E MISURE DI PREVENZIONE. PADRI E PADRINI.

NEL LABIRINTO DELLE STRAGI. TALPE, SPIE, TRADITORI.

LA MAFIA DENTRO LO STATO.

COMMEMORAZIONI ANTIMAFIA. RETORICA ED IPOCRISIA.

ANTIMAFIA CONNECTION. L'IPOCRISIA DELLE RICORRENZE.

MAFIA ONLUS.

PIOGGIA DI MILIONI SULL’ANTIMAFIA (FAI E LIBERA). PON SICUREZZA, GESTIONE DEI BENI CONFISCATI, FINANZIAMENTI ALLE COOP.

IL BUSINESS DELLE COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE E LE DENUNCE INVENTATE.

IL POZZO SENZA FONDO DEL 5XMILLE ALLE ONLUS AMICHE.

ANTIMAFIA. COME SPENDE I SOLDI E COME CERCA DI FARE AFFARI...

LE TRATTATIVE DEGLI ANTIMAFIOSI.

LA MAFIA, LE SCORTE ED I DIFFAMATORI.

I DIECI COMANDAMENTI DELL’ANTIMAFIA.

MAFIA. CACCIA ALLE STREGHE? NO! CACCIA ALLE ZEBRE...

LEONARDO SCIASCIA E LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA.

I GENDARMI DELL’ANTIMAFIA.

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA.

GLI EDITTI MEDIATICI DELL’ANTIMAFIA.

LE LISTE DI PROSCRIZIONE.

LA SOCIETA’ FOGGIANA. LA MAFIA INNOMINABILE.

LE MAFIE SCONOSCIUTE: LA STIDDA SICILIANA ED I BASILISCHI LUCANI.

QUELLA MAFIA CHE SI FA FINTA DI NON VEDERE. LA MAFIA NIGERIANA.

IL TERRORISMO ISLAMICO E LE MAFIE ITALIANE SONO IN AFFARI?

IL CIRCO DELL’ANTIMAFIA. RETORICA E ILLEGALITA’.

LE PRIMEDONNE DELL’ANTIMAFIA.

I PALADINI DELL’ANTIMAFIA. SE LI CONOSCI LI EVITI.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

TUTTE LE MAFIE CHE SPECULANO SULLA SALUTE.

LA CRICCA DEI GIORNALISTI ANTIMAFIA.

ALTRO CHE STATO-MAFIA. MAFIA-APPALTI. QUELL'INCHIESTA NON S'HA DA FARE.

VOTO DI SCAMBIO E LE IMPUNITA’ DELLE PROMESSE ELETTORALI.

ANTIMAFIA RAZZISTA E CENSORIA. PERCHE’ CE L’HANNO CONTRO I MERIDIONALI?

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

IL SUD TARTASSATO.  

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

ITALIANI. MAFIOSI PER SEMPRE.    

LA MAFIA SIAMO NOI!

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

COMMISSIONE BICAMERALE ANTIMAFIA? MA MI SI FACCIA IL PIACERE…..

LA COMMISSIONE ANTIMAFIA LOTTIZZATA DAI PARTITI.

ALL'ESTERO. LA MAFIA C'E', MA SI TACE.

COME PARLANO LE MAFIE.

GLI SPADA AD OSTIA. NON MAFIA CAPITALE, MA MAFIA LITORALE.

LA MAFIA CINESE.

LA MAFIA DELLE ASTE GIUDIZIARIE.

MAI DIRE ANTIMAFIA. QUELLI CHE SONO ANTIMAFIOSI. QUELLI CHE SONO PER LA LEGALITA'.

MAFIA COMUNISTA. IL RACKET DELLE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI IMMOBILI.

IL RACKET DEI TURISTI NORDISTI.

IL RACKET DEGLI APPALTI.

L'ANTIMAFIA E' MORTA. VIVA L'OLTREMAFIA.

LA MAFIA, L’ANTIMAFIA, L’OLTREMAFIA: CHI POTREGGE MATTEO MESSINA DENARO?

NDRANGHETA, COSA NOSTRA, MASSONERIA DEVIATA E STATO: TUTTI INSIEME APPASIONATAMENTE…

GIOVANNI AIELLO. FACCIA DA MOSTRO E LE MORTI PROVVIDENZIALI.

L’ANTIMAFIA IMPLACABILE.

LE VITTIME DELL’ANTIMAFIA ED IL REATO CHE NON C’E’: IL CONCORSO ESTERNO.

PENTITI E PENTITISMO. LA LINGUA BIFORCUTA.

PINO MANIACI E LA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

QUALE VERITA' SU SALVATORE GIULIANO?

MAFIA. PRESTANOMI E RICICLAGGIO. L'ONESTA' DELLA SOCIETA' CIVILE.

LA VERA MAFIA: LO STATO ESTORTORE E CORROTTO.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

SONO PROCURE O NIDI DI VIPERE?

IL CAPITANO ULTIMO AVVERTE: STATE ATTENTI DA UNA CERTA ANTIMAFIA.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

PARLANO ANTONIO IOVINE E CARMINE SCHIAVONE. STATO CORROTTO E POLITICI TUTTI UGUALI.

COSE NOSTRE. C'era una volta l'antimafia.

CIANCIMINO ED IL TESORO RUMENO: QUELLO CHE LA STAMPA ITALIANA NON DICE.

I BENI CONFISCATI? “ROBA NOSTRA”.

CHE AFFARONE I SEQUESTRI E LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. L’OMERTA’ DELL’ANTIMAFIA.

LE OMBRE DEL CASO SAGUTO: “CHE FINE HANNO FATTO LIBERA, ADDIOPIZZO E TUTTI QUELLI CHE PER MOLTO MENO SCENDONO IN PIAZZA?”

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

L'ANTIMAFIA SPA E PARTIGIANA.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA...

LIBERA DI DON CIOTTI: “PARTITO MAFIOSO, CRIMINALE E PERICOLOSO”.

L’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE. DON CIOTTI. IL FUSTIGATORE ANTIMAFIA.

E POI…ROBERTO SAVIANO.

GIANCARLO CASELLI: LUCI ED OMBRE.

LE CAROVANE ANTIMAFIA.

LOTTA ALLA MAFIA: IPOCRISIA E DISINFORMAZIONE, OSSIA LOTTA DI PARTE O DI FACCIATA.

A PROPOSITO DI ANTIMAFIA MILITANTE.

 

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

PRESENTAZIONE.

Ognuno di noi, italiani, siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. In famiglia, a scuola, in chiesa, sui media, ci hanno deturpato l’anima e la mente, inquinando la nostra conoscenza. Noi non sappiamo, ma crediamo di sapere…

La legalità è il comportamento conforme al dettato delle centinaia di migliaia di leggi…sempre che esse siano conosciute e che ci sia qualcuno, in ogni momento, che ce li faccia rispettare!

L’onestà è il riuscire a rimanere fuori dalle beghe giudiziarie…quando si ha la fortuna di farla franca o si ha il potere dell'impunità o dell'immunità che impedisce il fatto di non rimaner invischiato in indagini farlocche, anche da innocente.

Parlare di legalità o definirsi onesto non è e non può essere peculiarità di chi è di sinistra o di chi ha vinto un concorso truccato, né di chi si ritiene di essere un cittadino da 5 stelle, pur essendo un cittadino da 5 stalle.

Questo perché: chi si loda, si sbroda!

La definizione di mafie del dr Antonio Giangrande è: «Sono sodalizi mafiosi tutte le organizzazioni formate da più di due persone specializzati nella produzione di beni e servizi illeciti e nel commercio di tali beni. Sono altresì mafiosi i gruppi di più di due persone che aspirano a governare territori e mercati e che, facendo leva sulla reputazione e sulla violenza, conservano e proteggono il loro status quo». In questo modo si combattono le mafie nere (manovalanza), le mafie bianche (colletti bianchi, lobbies e caste), le mafie neutre (massonerie e consorterie deviate).

La legge anti-caporalato? La fece il fascismo nel 1926. E la abolì Badoglio, scrive Antonio Pannullo, mercoledì 8 agosto 2018, su "Il Secolo d’Italia". Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.

Il caporalato era completamente scomparso. In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attraverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

Caporali e Operai. La legge fascista anti caporalato valida in Italia e nell’Africa Orientale, scrive Alberto Alpozzi il 18 luglio 2017 su Italiacoloniale.com. (Di Maria Giovanna Depalma). Il Caporale è una figura storica che da sempre si occupa sia di intermediazione tra proprietà agricola e manodopera – rigorosamente poco specializzata – che di reclutamento, organizzazione del lavoro, gestione delle paghe. Un sodalizio che spesso unisce la criminalità organizzata e lo sfruttamento dei lavoratori. Un giro d’affari da 17 miliardi di euro che oggi coinvolge 400 mila braccianti in tutto il territorio nazionale, pagati in media 3 euro per ogni occasione. A seguito di diverse denunce che hanno confermato una larga diffusione del fenomeno, nell’ottobre del 2016, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la legge anti-capolarato che prevede la descrizione del comportamento punibile e l’inasprimento delle pene già previste dall’articolo 603-bis (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). C’è da dire, però, che questa pratica criminale è una vecchia piaga del sistema liberale, già conosciuta e combattuta dal Governo italiano a partire dal 1926 grazie alla legge n. 563 ovvero la “Legge Sindacale”. Attraverso l’attuazione dell’Art. 16 della predetta legge e di una serie di norme giuridiche varate tra il 1926 e il 1938 atte a “Contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione” venne attuata una vera e propria rivoluzione sia in campo economico che sociale. Ovviamente queste leggi -previste dal Codice Corporativo e del Lavoro – valevano sia nella Madre Patria che nelle Colonie, sia per i lavoratori coloni che per gli autoctoni, abolendo così anche forme di schiavitù o servitù della gleba nell’Africa Orientale Italiana. Furono due, in particolare, i provvedimenti più incisivi in termini di organizzazione del lavoro e tutela dei lavoratori (non contemplati nel sistema liberale vigente in precedenza): i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Gli elementi essenziali di questi contratti stabilivano: il periodo di prova del lavoratore, la misura e le modalità di pagamento della retribuzione, l’orario di lavoro, il riposo settimanale, il periodo annuo di riposo feriale retribuito, i rapporti disciplinari, la cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza colpa, il trattamento dei lavoratori in caso di malattia o richiamo alle armi (Legge n.1130/1926). Invece per combattere il fenomeno del caporalato, seguendo i principi sanciti dalle dichiarazioni XXII e XXX della “Carta del Lavoro”, si utilizzarono gli uffici di collocamento (Legge n. 1103 del 28 marzo 1928). Questi enti funzionavano a 360 gradi: servivano sia a controllare il fenomeno dell’occupazione e della disoccupazione (indice complessivo della produzione e del lavoro) che a tutelare gli operai dai caporali. L’imprenditore, infatti, poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi. In tal modo l’imprenditore non poteva più assumere gli operai attraverso dei mediatori privati, che lucrando sui bisogni dei lavoratori, esercitavano una vera e propria funzione di parassiti. Per di più, con la “Riforma del Collocamento” attuata con il decreto-legge n. 1934 del 21 dicembre 1934, gli uffici assunsero anche la funzione pubblica di controllo: attraverso gli organi territoriali preposti, accertavano che l’obbligo di avviamento al lavoro per il tramite degli uffici di collocamento fosse rispettato da tutti i lavoratori. Solo in casi di urgente necessità (allo scopo di evitare danni alle persone alle materie prime, o agli impianti) fu data facoltà ai datori di lavoro di assumere direttamente la mano d’opera con l’obbligo, però, di darne comunicazione entro tre giorni all’ufficio di collocamento competente. Successivamente, nel 1935, il Governo sancì un’ulteriore regola per gli imprenditori: la richiesta di manodopera non doveva essere più nominativa ma numerica, indispensabile ai fini di un’equa distribuzione del lavoro tra gli operai ed evitare qualsiasi rapporto di clientelismo. Per i datori di lavoro, tra l’altro, vigeva l’obbligo di denunciare entro 5 giorni, sempre presso gli uffici competenti per territorio e per categoria, i lavoratori che per qualsiasi motivo cessavano il rapporto di lavoro. Anche in questo caso l’azione dello Stato fu lungimirante: se il lavoratore veniva licenziato ingiustamente aveva facoltà di ricorrere presso la “Magistratura del Lavoro”, organo competente nella risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e operai. Tutto questo cessò di esistere il 14 settembre 1944 quando il Governo Badoglio con il decreto n. 287 abolì tutte le leggi (comprese quelle anti-capolarato) che avevano preso forma nella Carta del Lavoro attuando la rivalsa del sistema liberale nei confronti di quello corporativo e ripristinando quel principio economico basato sull’espansione del singolo individuo – senza limitazioni di sorta pur di accrescere la propria ricchezza – anche a scapito della collettività e della giustizia sociale. Di Maria Giovanna Depalma.

In una circolare fascista la tutela dei lavoratori somali che i sindacati di oggi dovrebbero leggere, scrive Alberto Alpozzi il 29 maggio 2017 su Italiacoloniale.com. A Genale, poco a sud di Mogadiscio, quando la Somalia era chiamata italiana, vi era la sede dell’Azienda Agricola Sperimentale. Qui, negli ’20 e ’30 del ‘900, si trovava una vasta zona di concessioni agricole, sorrette dal Governo italiano. Le concessioni si estendevano su 30.000 ettari per la coltura del cotone, resa possibile dalla grande diga di sbarramento dell’Uebi Scebeli e dalle numerose canalizzazioni che il Regno d’Italia aveva realizzato. Vi si coltivavano, oltre al cotone, anche la canna da zucchero, il sesamo, il ricino, il granoturco, la palma, il capok e soprattutto le banane. La prima azienda sperimentale a Genale venne creata nel 1912 da Romolo Onor che vi condusse i primi studi tecnici ed economici sull’agricoltura in Somalia. Nel 1918, alla sua morte l’Azienda cadde in disgrazia e quasi abbandonata. Fu il primo Governatore fascista, il Quadrumviro della marcia su Roma, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che ne intuì l’importanza e la risollevò, facendone un grosso centro di colonizzazione unico nel suo genere. Fu infatti il primo esperimento di colonizzazione sorretto totalmente dallo Stato, assegnando i terreni a coloni italiani. L’Ufficio Agrario e l’ufficio di Colonizzazione ordinavano e disciplinavano le concessioni e curavano e distribuivano l’acqua per l’irrigazione. Il Governatore de Vecchi fece studiare anche un nuovo sistema di irrigazione in derivazione del fiume Uebi Scebeli per distribuire omogeneamente l’acqua in tutto il comprensorio, facendo realizzare una nuova diga, lunga 90 metri, in sostituzione di quella vecchia ormai fatiscente. Insieme alla diga, inaugurata il 27 Ottobre 1926, vennero realizzati un nuovo canale principale di 7 chilometri e cinque secondari, creando complessivamente una rete di 55 chilometri di nuove canalizzazioni, insieme a 200 chilometri di strade camionabili terminate poi nel 1928. Parallelamente alle opere per l’irrigazione l’intero comprensorio, circa 18 mila ettari, venne indemaniato, inquadrato e colonizzato, suddividendolo in 83 concessioni divise in cinque zone. Ma come funzionava la manodopera nelle concessioni e quali erano le direttive del governatore fascista per gestire il comprensorio?

Così scriveva il de Vecchi in una CIRCOLARE del 14 GIUGNO 1926 (vedi “Orizzonti d’Impero”, Mondadori 1935, pagg. 320-327)indirizzata al Residente di Merca: “Le popolazioni indigene hanno risposto allo sforzo dello Stato con una ubbidienza, una disciplina ed uno slancio, di cui non si può a meno di tenere conto oggi ed in avvenire, quando si ricordi che appena poco più di due anni addietro il Governo stentava a mettere assieme in questa regione duecento uomini per il lavoro dei bianchi, che si rassegnavano a lasciar perire ogni impresa per la deficienza della mano d’opera, mentre oggi abbiamo al lavoro nella zona circa settemila persone, senza che mai avvenga il benché minimo incidente da parte delle masse lavoratrici, buone, serie e fedeli; si deve avere ragione di profondo compiacimento, sia per i risultati della politica compiuta, sia per il giudizio sulle popolazioni.” […] Molti dei concessionari, invece di comprendere tutto ciò e di sforzarsi di rimanere nella loro funzione, materialmente la più proficua senza dubbio, di parti di una grande macchina, sono portati da un male inteso individualismo, dominato da un egoismo gretto e da non poca protervia, a credersi ciascuno creatore, operatore e centro della risoluzione di un problema che invero è stato risolto soltanto dal dono fondamentale dell’acqua, della terra e della organizzazione delle braccia che la lavorano, e cioè della Stato per tutti. […] Il Governo ed il Governatore hanno un solo interesse: quello del popolo italiano e cioè quello di tutti. Ogni singolo è parte dello Stato. […] Ho riservata da ultima la questione delle mano d’opera. Ho detto più sopra che il Governo della Colonia ha creduto opportuno di organizzare e guidare questo servizio, ottenendo così quello che può essere ritenuto un miracolo in confronto ai convincimenti prima radicatasi in Colonia ed in Patria nella materia. La soluzione, così pronta e così ferma, del problema ha indotto la massima parte dei concessionari ad attendersi tutto dal Governo ed a credersi in diritto di pretendere che quegli vi provveda ora e sempre, secondo aliquote fisse o variabili createsi nella fantasia degli interessati. Avviene assai spesso di sentir parlare di “proprio spettanza”, di “propria mano d’opera”, di “assegnazione ordinaria o straordinaria”, di “gente che scappa”, di “forza presente”, come se ciascun bianco che arriva qui dall’Italia, per la semplice ragione di aver fatto un viaggio per mare e di aver ottenuto in uso un pezzo di terreno, avesse pieno diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di trattarlo… come purtroppo è avvenuto. Non mi fermo sulla questione del trattamento limitandomi a ricordare che in Somalia vige per legge il Codice penale italiano per bianchi e neri; che il Giudice della Colonia conosce molto bene il suo dovere e che io sono fermamente deciso a non ammettere da chicchessia la benché minima violazione della legge. Ma la precisa informazione che qui intendo dare perché tutti la conoscano, si è che non tarderanno molto tempo ad essere emanate altre chiare disposizioni di legge protettive del lavoro e quindi della mano d’opera anche agricola nella intera Colonia, e che la organizzazione e l’impiego dell’ascendente enorme del Governo e del Governatore sugli indigeni hanno lo scopo umanitario, disciplinare e fascista di un graduale avviamento al lavoro di queste popolazioni, e non mai di qualsiasi coazione che crei larvate schiavitù o servitù della gleba, e meno che mai a semplice uso od abuso e servizio di privati.” Singolare come nessun libro di storia coloniale abbia mai ripreso questa circolare fascista, fascistissima, del 1926 del Governatore de Vecchi a tutela dei lavoratori somali, affinché non venissero sfruttati e maltrattati, che non si creasse una qualsivoglia forma di sfruttamento o di caporalato e che sottolineava come in Colonia vigesse il Codice Penale italiano e che era valido per bianchi e neri.

LE DONNE IMMIGRATE PER I GIORNALISTI? MEGLIO SCHIAVE CHE PUTTANE.

Processo alla stampa. Un nuovo capitolo riempie il saggio “MEDIOPOLI. DISINFORMAZIONE. CENSURA ED OMERTA’”. Il libro di Antonio Giangrande.

La cronaca è fatta di paradossi. Noi avulsi dalla realtà, manipolati dalla tv e dai giornali, non ce ne accorgiamo. I paradossi sono la mia fonte di ispirazione e di questo voglio rendere conto.

In Italia dove tutto è meretricio, qualche ipocrita fa finta di scandalizzarsi sull’esercizio della professione più antica del mondo. L’unica dove non si ha bisogno di abilitazione con esame di Stato per render tutti uniformi. In quell’ambito la differenza paga.

Si parla di sfruttamento della prostituzione per chi, spesso, anziché favorire, aiuta le prostitute a dare quel che dagli albori del tempo le donne danno: amore. Si tace invece della riduzione in schiavitù delle badanti immigrate rinchiuse in molte case italiane. Case che, più che focolare domestico, sono un vero e proprio inferno ad uso e consumo di familiari indegni che abbandonano all’ingrato destino degli immigrati i loro cari incapaci di intendere, volere od agire.

Di questo come di tante altre manchevolezze dei media petulanti e permalosi si parla nel saggio “Mediopoli. Disinformazione. Censura ed omertà”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.

Un esempio. Una domenica mattina di luglio, dopo una gara podistica a Galatone in provincia di Lecce, nel ritorno in auto lungo la strada Avetrana-Nardò insieme a mio figlio ed un altro amico intravediamo sedute sotto il solleone su quelle sedie in plastica sul ciglio della strada due figure familiari: le nostre vicine di casa. Non ci abbiamo mai parlato, se non quando alla consuetudinaria passeggiata serale di uno dei miei cani una di loro disse: che bello è un chow chow! Ciò me li rese simpatiche, perché chi ama gli animali sono miei amici.

Poi poverette sono diventate oggetto di cronaca. I loro nomi non c’erano. Ma sapevo trattarsi di loro.

“I carabinieri di Avetrana hanno denunciato un 31enne incensurato poiché sorpreso mentre prelevava due giovani rumene dal loro domicilio di Avetrana per condurle a bordo della sua autovettura, nella vicina località balneare di Torre Lapillo del comune di Porto Cesareo (Le), dove le donne esercitavano la prostituzione - scrivevano il 22 agosto 2014 “La Voce di Manduria” e “Manduria Oggi” - I militari, che da diversi giorni monitoravano gli spostamenti dell’uomo, ieri mattina, dopo aver pedinato a bordo di auto civetta, lungo tutto l’itinerario che dal comune di Avetrana conduce alla località balneare salentina, decidevano di intervenire bloccando l’autovettura con a bordo le due giovani ragazze ed il loro presunto protettore, proprio nel punto in cui le donne quotidianamente esercitavano il meretricio. Accompagnati in caserma, le rumene di 22 anni sono state solo identificare mentre l’uomo è stato denunciato in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Taranto, con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Lo stesso è stato inoltre destinatario del foglio di via obbligatorio dal comune di Avetrana per la durata di tre anni.”

Tutto a caratteri cubitali, come se fosse scoppiato il mondo. E’ normale che succeda questo in una Italia bigotta e ipocrita, se addirittura i tassisti sono condannati per aver accompagnato le lucciole sul loro posto di lavoro e ciò diventa notizia da pubblicare. Le stesse ragazze erano state oggetto di cronaca anche precedentemente con un altro accompagnatore.

“Ai domiciliari un 50enne di Gallipoli per favoreggiamento della prostituzione. Le prostitute, che vivono ad Avetrana, venivano accompagnati lungo la strada per Nardò,” scriveva ancora il 18 luglio 2014 “Manduria Oggi”.

“Accompagnava le prostitute sulla Nardò-Avetrana in cambio di denaro. Ai domiciliari 50enne gallipolino”, scriveva il 17 luglio 2014 il “Paese Nuovo”.

“I militari della Stazione di Nardò hanno oggi tratto in arresto, in flagranza di reato, MEGA Giuseppe, 50enne di Gallipoli, per il reato di favoreggiamento della prostituzione. Nell’ambito dei controlli alle ragazze che prestano attività di meretricio lungo la provinciale che collega Nardò ad Avetrana, i Carabinieri di Nardò, alcune settimane orsono, avevano notato degli strani movimenti di una Opel Corsa di colore grigio. Pensando potesse trattarsi non di un cliente ma di uno sfruttatore o comunque di un soggetto che favorisse la prostituzione, i militari hanno iniziato una serie di servizi di osservazione che hanno permesso di appurare che il MEGA, con la propria autovettura, accompagnava sul luogo del meretricio diverse ragazze, perlopiù di etnia bulgara e rumena. I servizi svolti dai militari di Nardò hanno permesso di appurare che quotidianamente il MEGA, partendo da Gallipoli, si recava in Avetrana, dove le prostitute vivevano e ne accompagnava alcune presso la provinciale Nardò – Avetrana, lasciandole lì a svolgere il loro “lavoro” non prima però di aver offerto loro la colazione in un bar situato lungo la strada. Per cui, avendo cristallizzato questa situazione di palese favoreggiamento dell’attività di prostituzione, nella mattinata odierna i militari di Nardò, dopo aver seguito il MEGA dalla sua abitazione e averlo visto prendere le due prostitute, lo hanno fermato nell’atto di lasciarle lungo la strada e lo hanno portato in caserma assieme alle due ragazze risultate essere di nazionalità rumena. Queste ultime hanno confermato di svolgere l’attività di prostituzione e di pagare il MEGA per i “passaggi” che offre loro. Viste le risultanze investigative, il MEGA è stato tratto in arresto per favoreggiamento della prostituzione e, su disposizione del P.M. di turno, dott. Massimiliano CARDUCCI, è stato posto ai domiciliari presso la sua abitazione”.

Come si evince dal tono e dalla esposizione dei fatti, trattasi palesemente di una velina dei carabinieri, riportata pari pari e ristampata dai giornali. Non ci meravigliamo del fatto che in Italia i giornalisti scodinzolino ai magistrati ed alle forze dell’ordine. E’ un do ut des, sennò come fanno i cronisti ad avere le veline o le notizie riservate e segrete.

Fatto sta che le povere ragazze appiedate, (senza auto e/o patente) proprio affianco al dr Antonio Giangrande dovevano abitare? Parafrasi prestata da “Zio Michele” in relazione al ritrovamento del telefonino: (proprio lo zio lo doveva trovare….). Antonio Giangrande personaggio noto ai naviganti web perché non si fa mai “i cazzi suoi”. E proprio a me medesimo chiedo con domanda retorica: perché in Italia i solerti informatori delegati non fanno menzione dei proprietari delle abitazioni affittate alle meretrici? Anche lì si trae vantaggio. I soldi dell’affitto non sono frutto delle marchette? Silenzio anche sui vegliardi, beati fruitori delle grazie delle fanciulle, così come il coinvolgimento degli autisti degli autobus di linea usati dalle ragazze quando i gentili accompagnatori non sono disponibili.

Un fatto è certo: le ragazze all’istante sono state sbattute fuori di casa dal padrone intimorito.

Che fossero prostitute non si poteva intuire, tenuto conto che il disinibito abbigliamento era identico a quello portato dalle loro italiche coetanee. Lo stesso disinibito uso del sesso è identico a quello delle loro italiche coetanee. Forse anche più riservato rispetto all’uso che molte italiane ne fanno. Le cronache spesso parlano di spudorate kermesse sessuali in spiaggia o nelle piazze o vie di paesi o città. Ma questo non fa scandalo. Come non fa scandalo il meretricio esercitato dalle nostre casalinghe in tempo di crisi. Si sa, lo fanno in casa loro e nessuno li può cacciare, nè si fanno accompagnare. Oltre tutto il loro mestiere era usato dalle ragazze rumene per mangiare, a differenza di altre angeliche creature che quel mestiere lo usano per far carriere nelle più disparate professioni. In modo innocente è la giustifica per gli ipocriti. Giusto per saltar la fila dei meritevoli, come si fa alla posta. E magari le furbe arrampicatrici sociali sono poi quelle che decidono chi è puttana e chi no!

Questa mia dissertazione non è l’apologia del reato della prostituzione, ma è l’intento di dimostrare sociologicamente come la stampa tratta alcuni atteggiamenti illegali in modo diseguale, ignorandoli, e di fatto facendoli passare per regolari.

Quando il diavolo ci mette la coda. Fatto sta che dirimpettai a casa non ne ho. C’è la scuola elementare. Ma dall’altro lato della mia abitazione c’è un vecchio che non ci sta più con la testa. Lo dimostrano le aggressioni gratuite a me ed alla mia famiglia ogni volta che metto fuori il naso dalla mia porta e le querele senza esito che ne sono conseguite. Però ad Avetrana il TSO è riservato solo per “Zio Michele Misseri”, sia mai che venga creduto sulla innocenza di Cosima e Sabrina. Dicevo. Queste aggressioni sono situazione che hanno generato una forte situazione di stalking che limita i nostri movimenti. Bene. Il signore in questione (dico quello, ma intendo la maggior parte dei nostri genitori ormai inutili alla bisogna tanto da non meritare più la nostra amorevole assistenza) ha da sempre delle badanti rumene, che bontà loro cercano quanto prima di scappare. Delle badanti immigrate nessuno mai ne parla, né tanto meno le forze dell’ordine hanno operato le opportune verifiche, nonostante siano intervenuti per le mie chiamate ed abbiano verificato che quel vecchietto le poverette le menava, così come spesso tentava degli approcci sessuali.

Rumene anche loro, come le meretrici. Ma poverette non sono puttane e di loro nessuno ne parla. In tutta Italia queste schiave del terzo millennio sono pagate 500 o 600 euro al mese a nero e per 24 ore continuative, tenuto conto del fatto che sono badanti di gente incapace di intendere, volere od agire. Sono 17 euro al giorno. 70 centesimi di euro all’ora.  Altro che caporalato. A queste condizioni non mi meraviglio nel vedere loro rovistare nei bidoni dell’immondizia. A dormire, poi, non se ne parla, in quanto il signore, di giorno dorme e di notte si lamenta ad alta voce, per mantenere sveglia la badante e tutto il vicinato. Il paradosso è che il signore e la sua famiglia sono comunisti sfegatati da sempre, pronti, a loro dire, nel difendere i diritti del proletariato ed ad espropriare la proprietà altrui. Inoltre non amano gli animali. Ed è tutto dire.

Le badanti, purtroppo non sono puttane, ma semplici schiave del terzo millennio, e quindi non meritevoli di attenzione mediatica.

Delle schiave nelle italiche case nessuno ne parla. Perché gli ipocriti italiani son fatti così. Invece dalle alle meretrici. Zoccole sì, ma persone libere e dispensatrici di benessere. Se poi puttane non lo sono affatto, le donne lo diventano con l’attacco mediatico e gossipparo.

La leggenda della nascita della 'ndrangheta. Per l'origine mitica della 'ndrangheta viene fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani per vendicare l'onore della sorella uccidono un uomo e per questo vengono condannati a 29 anni, 11 mesi e 29 giorni di carcere nell'Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturarono quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice della "società" e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la 'ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

Miti e “tradizioni” della mafie di casa nostra, scrive il 25 giugno 2018 su "La Repubblica". Arcangelo Badolati - Giornalista e docente. C’è una donna misteriosa e geniale che aleggia sul mito fondativo delle organizzazioni criminali del meridione d’Italia. È tedesca e nobile, cresciuta in uno splendido palazzo che guarda austero l’Havel scorrere dall’altra parte della strada. Ama Miguel de Cervantes, lo scrittore spagnolo finito per un periodo schiavo dei saraceni e adora, ancor di più, l’Andalusia, la Castiglia e La Camancha. Le guerre contro gli arabi, l’eroismo dei condottieri iberici, la grandezza dei possedimenti situati al di là degli oceani la affascinano fino al punto di voler visitare, travestita da uomo, Madrid, Toledo e Siviglia espressione d’un mondo che l’ha completamente conquistata. Lei, figlia di una contessa legata alle famiglie imperiali germaniche e d’un alto ufficiale di cavalleria prussiano di origini altrettanto antiche e nobili, ha nel sangue il gusto per l’avventura e il fuoco per la conoscenza. La donna, luterana e anticlericale, coltiva anche un desiderio di giustizia e di equità sociale: è stanca delle comodità e dei benefici di cui godono quelli del suo ceto. Inorridisce di fronte ai soprusi subiti dalla povera gente in fila per ottenere un tozzo di pane, costretta a vivere in stanze umide e fredde d’inverno e bollenti d’estate, oppure in baracche o case cadenti sparse in giro per una città resa celebre dalla dissolutezza dei suoi Principi e dalla corruzione delle loro corti. Dalla finestra del suo balcone guarda l’acqua dell’Havel scorrere perpetua e immutabile come quel mondo di ipocrisie e adulazioni che la circonda. Immagina altro e la sua fantasia cresce e spazia man mano che affonda gli occhi e la mente negli scritti di quello straordinario inventore di personaggi come don Chisciotte: Cervantes è stato militare, poeta, romanziere e drammaturgo. È pensando a lui, alle storie che ha costruito, che decide di dar corpo e struttura compiuta ad una setta, come quelle davvero esistite in Spagna dal 1400 in avanti, composta da uomini capaci di andare a braccetto con la morte. Uomini uniti da un comune giuramento, una medesima religiosità, un uguale coraggio ed una sottile astuzia che consentono, a ciascuno di loro, d’essere potere e contropotere. Sono vincolati al silenzio e ossequiosi delle interne gerarchie, tramano nell’ombra e colpiscono duramente i nemici con la stessa ferocia con la quale trafiggono i traditori. Una setta pronta ad intervenire quando si tratta di punire i prepotenti e proteggere gli indigenti, alimentata da un cultura di segretezza e da una cassa comune rifornita dai capitali sottratti attraverso mirate azioni criminose. Una setta con un principio fondativo inviolabile sintetizzato in quattro piccole affermazioni indicative: “Buen ojo, buen oido, buenas piernas y poca lingua” (buon occhio, buon udito, buone gambe e poca lingua)…

Le origini condivise. Le mafie calabrese, napoletana e siciliana hanno un’origine comune che allunga le radici nel dominio esercitato in meridione dagli spagnoli. Un dominio cominciato con gli aragonesi e proseguito, seppur in maniera discontinua, sino all’Unità d’Italia. Non è casuale infatti che la leggenda tramandata oralmente per decenni da boss e picciotti della ’ndrangheta faccia risalire la nascita dell’associazione alle vicende biografiche di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, cavalieri iberici originari di Toledo, che fuggirono dalla Spagna dopo aver ucciso l’uomo che aveva “disonorato” una loro sorella. I tre uomini vissero per ventinove anni nell’isola di Favignana, dopodiché Osso decise di restare in Sicilia e fondò la mafia, Mastrosso andò in Campania e creò la camorra mentre Carcagnosso si trasferì in Calabria dove diede vita alla ’ndrangheta. I cavalieri uniscono nella fantasia popolar-criminale le tre organizzazioni delinquenziali più potenti del sud Italia e le rimandano a una matrice straniera che potrebbe non aver un reale significato oltre quello leggendario e fiabesco, se non si tenesse conto di un inoppugnabile dato: l’area meridionale della nostra penisola è stata per più di due secoli sotto il controllo dei regnanti spagnoli. E allora, legando all’invenzione di Irene de Suberwik ed a Toledo, città della Castiglia, dove la scrittrice collocò la fondazione, nel 1417, della Garduña, si giunge con facilità a comprendere l’origine del mito fondativo delle mafie. La strutturazione interna ed i rituali della setta immaginata dalla berlinese sono stati mutuati dalle organizzazioni criminali meridionali, Non esistono peraltro processi che attestino giudiziariamente l’esistenza della setta di cui si parla invece per la prima volta, con dovizia di particolari, proprio nel vecchio testo del 1844 – Misterios de la Inquisicion Española y otras Sociedades Secretas – pubblicato a Parigi e scritto da Victor de Fereal, nome dietro cui si cela appunto la de Suberwick. Un documentatissimo volume del 2006 di due importanti storici iberici, Leon Arsenal e Hipolito Sanchiz, dal titolo Una historia de las sociedades secretas españolas, confuta in toto e in via definitiva l’esistenza dell’antica consorteria criminale.

Il tema del libro della de Suberwick. L’intuizione letteraria della scrittrice tedesca, che usa un nome maschile iberico e scrive in spagnolo in ossequio all’amore culturale provato per de Cervantes, è legata proprio a Rinconete y Cortadillo, novella del grande autore castigliano in cui è narrata la storia di due ladri apprendisti ammessi alla feroce confraternita di Monopodio attiva a Siviglia. Una confraternita nella quale i componenti si spartivano i profitti, corrompevano la polizia e il clero per guadagnarsi l’impunità e utilizzavano un preciso codice linguistico e gergale per comunicare. Cervantes racconta che i novizi erano chiamati “fratelli minori”, mentre i più attempati e abili compagni di malefatte “fratelli maggiori”. La setta era insomma strutturata in due nuclei, proprio come ieri lo era la Garduña secondo la scrittrice e come lo sono oggi le cosche della ’ndrangheta, i cui “locali” sono costituiti dalla “società minore” e dalla “società maggiore”. Della prima fanno parte picciotti e “sgarristi”, dell’altra i quadri dirigenti dell’associazione mafiosa. Le analogie tra la setta sivigliana, la fantomatica Garduña e la ’ndrangheta sono diventate, dal Novecento in avanti, sempre più evidenti. Se dunque la Garduña non è davvero mai esistita ed è frutto solo di una “invenzione”, essa è stata evidentemente assunta, come abbiamo detto, alla stregua di un lontano ed efficace mito fondativo evocato attraverso l’utilizzo dell’immagine metaforica e suggestiva dei “tre cavalieri”. Ad una nobile e curiosa intellettuale germanica che fingeva d’essere uno scrittore iberico si deve, dunque, la nascita della “tradizione” delle mafie italiane. Un paradosso storico e culturale se consideriamo quanto l’«ominità» abbia caratterizzato e caratterizzi organizzazioni criminali come la ’ndrangheta. Il libro: “Santisti & ’Ndrine. Narcos, massoni deviati e killer a contratto”, Pellegrini Editore

Il “caso Moro”, Sciascia, Mattarella e la Sicilia, scrive il 22 giugno 2018 su "La Repubblica" Simona Zecchi, Giornalista e scrittrice. Scriveva Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera nel 1982: «Si è parlato - e molti che non ne hanno parlato ci hanno creduto - della 'geometrica' perfezione di certe operazioni delle Brigate Rosse: e si è poi visto di che pasta sono fatti i brigatisti e come la loro efficienza venisse dall'altrui inefficienza. Arriveremo alla stessa constatazione - almeno lo spero - anche con la mafia». Già altrove lo scrittore siciliano era ricorso a rappresentare le due forze - terrorismo e mafia -  come motrici entrambe degli omicidi Mattarella (Piersanti, ammazzato il 6 gennaio 1980) e Reina (Michele, ammazzato il 9 marzo 1979). Scriveva in particolare il 7 gennaio del 1980 sempre sul Corriere: «Io sono stato tra i pochissimi a credere che Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, fosse stato assassinato da terroristi. Terroristi magari un pò sui generis, come qui ogni cosa; ma terroristi. [...] Oggi di fronte all'assassinio del presidente della Regione Mattarella, quella mia ipotesi, che quasi mi ero convinto ad abbandonare, mi pare che torni a essere valida.» Giovanni Falcone, infatti, titolare della prima istruttoria sull'omicidio di Piersanti Mattarella aveva sin da subito indirizzato le indagini verso una pista nera per ciò che riguardava gli assassini materiali di cui chiese l'arresto nel 1986. Quella istruttoria culminò in una requisitoria depositata nel 1991 che poi non ebbe conferme giudiziarie ma che proprio recentemente ha di nuovo fatto capolino. Mattarella ha rappresentato in terra siciliana, per ciò che riguarda il compromesso storico fra PCI e DC, quello che Aldo Moro (con un percorso iniziato nel 1969 attraverso una sua "strategia dell'attenzione" verso il partito comunista italiano) è stato a livello nazionale, con tutte le specificità e le differenze che certo li caratterizzavano e che caratterizzavano le "due terre": la Sicilia spesso per anni un mondo a parte, e il resto d'Italia. Una differenza che anche si inserisce nella questione del compromesso in sé a livello nazionale. Chi si è opposto a logiche criminali come Mattarella e Reina si era anche opposto a un sistema di potere più complesso e ampio. Nel caso di Mattarella parliamo -secondo quanto emerse allora e permane come sospetto per il momento oggi - di terrorismo nero oltre all'intervento di Cosa Nostra. Per quanto riguarda il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro - strage degli agenti annessa-, l'evento spartiacque per gli equilibri nazionali indicativi per Moro di un cambiamento nel Paese al quale dare inizio, si è trattato di terrorismo rosso. Il colore politico, è ormai giunto il momento di dichiararlo con coraggio, cambia soltanto in funzione di dinamiche ma non di resa, di risultati. Cambiare approccio per ricostruire i cinquantacinque giorni del Caso Moro nella inchiesta da me condotta e culminata nel libro, "La Criminalità servente nel Caso Moro" ha significato certo attraversare quaranta anni di storia politico-criminale e di contesti politici nazionali e internazionali, ma non da ultimo ha inoltre significato raccogliere i fatti che conducevano verso quel filone, esaminarli in controluce ed esporli tutti in fila come se posti su un tavolo immaginario (anche se in realtà fisicamente è avvenuto proprio così), certo verificandoli. Lavorare su temi così complessi non può prescindere dall'analisi dei fatti e dei contesti insieme. Concentrarsi soltanto su uno dei due fattori rende il quadro intero sbilanciato nelle sue tinte. Così, la tavolozza che mano a mano ne è emersa non lasciava scampo: i vertici della criminalità organizzata e delle consorterie che la costituivano in quegli anni (attenzione non pedine o anche soltanto boss qualunque seppure di rilievo) hanno influito e operato nel Caso Moro, moltissimo. Non soltanto per ciò che riguarda le presenze di uomini della 'ndrangheta accertate o ancora da accertare sul luogo della strage, Via Fani, dove alle 9.02 del mattino la raffica di fuoco incrociato è partita, ma anche per quanto riguarda la gestione del sequestro fino alla consegna di Moro morto in Via Caetani, riverso nell'abitacolo di una Renault 4 rossa, e per le connivenze tra frange della lotta armata allineate alle BR e la criminalità organizzata e comune. A parte, poi, va considerato l'aspetto forse più noto al grande pubblico: il ruolo di alcune organizzazioni criminali nel tentativo di liberazione dell'onorevole Moro. Aspetto questo che ricostruito da me interamente dall'inizio, compiendo tabula rasa su quanto scritto e raccolto sino a quale momento da altri, ha anche fatto emergere dettagli e aneddoti rilevanti e nuovi per la comprensione dell'Affaire tutto. L'insieme di questa distesa di elementi conducevano tutti in Calabria: la 'ndrangheta, cresciuta nel corso degli anni all'ombra dei riflettori di una Cosa Nostra più 'spettacolare', infatti, rappresenta secondo quanto da me ricostruito la costante del Caso Moro e insieme la costante di altri eventi tragici che, come le ultime inchieste della Procura di Reggio Calabria certificano, ha attraversato questo Paese. Una costante operante quasi sempre con Cosa Nostra ma non necessariamente. Durante il corso delle indagini che la Commissione Parlamentare d'inchiesta sul caso stava svolgendo, ho seguito dunque un mio percorso investigativo parallelo supportato ovviamente dalla ricerca incessante e dallo studio degli atti passati e nuovi che come già svolto per un'altra inchiesta, quella sulla morte di Pier Paolo Pasolini, mi ha poi portato a sviscerare elementi inediti e anche alla ricostruzione di un contesto mai considerato prima in modo unitario. Fino a giungere agli anni della trattativa Stato-mafia così come la conosciamo, quella il cui processo di Palermo è da poco culminato a un primo grado di condanne e ad alcune assoluzioni (parziali o totali). Il cuore di questo libro-inchiesta è costituito da due punti principali: da un lato la spiegazione del "mistero" del falso comunicato del lago della Duchessa, legato alla scoperta del covo di Via Gradoli il 18 aprile del 1978 nel bel mezzo del sequestro, e l'emersione di una nuova prigione in cui Aldo Moro è stato di passaggio durante la sua prigionia: un covo non lontano dal lago stesso nella Sabina fra il Lazio e l'Umbria, luogo legato a sua volta sia a elementi della lotta armata sia alla criminalità; dall'altro, lo sviluppo delle inchieste del generale Dalla Chiesa e il giudice Vittorio Occorsio sulle morti dei quali pesa l'ombra sia della mafia sia del terrorismo: entrambi, infatti, stavano indagando su una struttura riservata composta da parti della massoneria, della criminalità organizzata, consorterie politiche e della magistratura, e di elementi del terrorismo di destra e di sinistra. Nel libro, tra le altre cose inedite, viene per la prima volta pubblicato l'estratto di un verbale sconosciuto alle cronache e alle ricostruzioni sin qui svolte, un verbale che porta proprio la firma del Generale. Intorno a questi due punti cardinali della inchiesta vengono da me sviluppati ulteriori fatti e risvolti a essi collegati. La "geometrica potenza" invocata da Sciascia, espressione usata in un articolo sequestrato a Franco Piperno leader di Potere Operaio, e operativo presso l'Università della Calabria, si dispiega tutta qui. Attraverso un metodo giornalistico che definisco "della piramide rovesciata" arrivo dunque al cuore del Caso Moro cercando di consegnare un pezzo di verità mancante di questo segreto usurato della Repubblica. Con le "prove" che un giornalista umilmente può portare. Il libro: “La criminalità servente nel Caso Moro”, La Nave di Teseo

Lo Stato nemico dei briganti e amico dei mafiosi, scrive il 20 giugno 2018 su "La Repubblica" Enzo Ciconte, Storico. Perché il Regno d’Italia, nato a seguito dell’impresa di Garibaldi e dei suoi Mille, sin dall’inizio sceglie il quieto vivere, la convivenza, la coabitazione con camorra e mafia – che altro non sono che gruppi di uomini che si organizzano e decidono di agire contro le leggi usando la violenza per ottenere potere e ricchezza – mentre invece combatte i briganti fino alla loro sconfitta finale? È una scelta precisa: lo Stato combatte i briganti fino alla loro distruzione mentre per il fenomeno mafioso imbocca la strada opposta della tolleranza e della convivenza i cui effetti si prolungheranno fino ai nostri giorni. La scelta è fatta per assecondare i desideri della grande proprietà terriera meridionale che non accetta di venire incontro alle richieste dei contadini di avere almeno uno spicchio di terra delle immense distese di terreni demaniali usurpati con l’inganno dai galantuomini. Queste erano le terre richieste, mentre non c’erano rivendicazioni su quelle dell’aristocrazia il cui possesso legittimo non era posto in discussione. Ma la grande paura avvinse gli uni e gli altri preoccupati del fatto che, intaccate le proprietà degli usurpatori, si finisse col prendere di mira anche le altre proprietà. La conseguenza fu che tutte le richieste contadine furono respinte. E ciò alimentò il grande brigantaggio sociale che spinse alla macchia gran parte dei contadini che avendo occupato le terre temevano di finire in prigione. Nel fenomeno del brigantaggio, oltre ai criminali, ci furono anche coloro che sognavano il ritorno al potere della dinastia dei Borbone. Ma il brigantaggio di marca borbonica e clericale è durato un paio d’anni; s’è spento ben presto nell’illusione di far risorgere due regni – quello dei Borbone e quello del papa – che non sarebbero più tornati. Persino il generale Govone, uno degli ufficiali più noti di quel periodo, ha colto la radice sociale del fenomeno scrivendo che il brigantaggio era “una vendetta sociale la quale talora si applica con qualche giustizia”. I proprietari si sentirono minacciati dai briganti e protetti dai militari mentre i mafiosi erano visti, dagli stessi proprietari, come persone con le quali si poteva trattare e raggiungere un accordo. La lotta al brigantaggio è affidata con ampia delega ai militari che mostrano la loro inadeguatezza ad affrontare un nemico che usa i metodi della guerriglia invece che quelli insegnati nelle accademie militari più prestigiose e moderne. La carica in terreno aperto era un sogno irrealizzabile e le bande brigantesche erano favorite perché conoscevano i posti, i boschi e gli anfratti delle montagne. Il potere affidato ai militari ha determinato nei fatti la supremazia sulle autorità civili, prefetti e magistratura compresa. Hanno origine ben presto conflitti tra apparati dello Stato che si manifestano nei primi anni del nuovo Regno e che prelude ad altri, più impegnativi, conflitti. Durante il primo decennio della destra storica si sospendono le garanzie costituzionali per ragioni d’ordine pubblico. Non tutti erano d’accordo, ci furono discussioni e fondati dubbi sulla legalità dei provvedimenti che non vengono bloccati perché riguardano il Mezzogiorno; circostanza, questa, che rese la prima sperimentazione, che è una soluzione di forza, accettabile, o quasi. Eppure, nonostante un dispiegamento impressionante di militari, gli stati d’assedio e l’adozione di leggi eccezionali come la legge Pica, cresce e si rafforza la convinzione nei vertici militari – con l’avallo tacito o esplicito dei ministri e di qualche presidente del Consiglio – che per sconfiggere i briganti ci sia bisogno del terrore e di oltrepassare la stretta legalità adottando misure non consentite dalle leggi ordinarie. Nasce da questa convinzione l’idea che occorra dare mano libera ai militari che fucilano un numero enorme di persone, molte delle quali catturate senza armi in mano, arrestano i parenti dei briganti senza consegnarli alla magistratura, oppure uccidono i briganti mentre sono portati da un luogo ad un altro. Ci sono, inoltre, stragi e incendi dei paesi da parte delle truppe. S’introduce nella cultura dei militari – gran parte dei quali sono i parlamentari del nuovo Regno d’Italia – l’idea che i predecessori francesi e borbonici avevano messo in pratica: bisogna dare l’esempio e terrorizzare le popolazioni, fare stragi, bruciare paesi o case, arrestare tutti i parenti dei briganti per il solo fatto di essere parenti. Emergono una concezione e una cultura che s’impadroniscono della concreta azione dei militari, i quali non trovano ostacoli nel governo se non quando non se ne può proprio fare a meno. Questa è la ragione che spiega il fatto che nessuno degli ufficiali superiori, responsabili di stragi, di assassinii, di violazioni della legalità verrà mai punito. I vertici militari e i vertici governativi copriranno sempre chi ha commesso le violazioni. Dunque, nella lotta ai cafoni meridionali emergono i tratti illiberali e la mentalità coloniale di gruppi dirigenti che si definiscono liberali e che nella pratica sconfessano questa loro appartenenza. Un fatto è certo: la lotta, anzi la guerra vera e propria, intrapresa dai poteri costituiti contro banditi e briganti ha riguardato quasi sempre le classi subalterne, infime come vengono definite in alcuni documenti, i contadini affamati e senza terra, i poveri e i poverissimi, i braccianti senza lavoro, i soggetti più deboli. Per queste ragioni ci furono più guerre oltre a quella militare: una guerra civile che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud, una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre. Il brigantaggio è stato un fenomeno sociale e di classe che fu trasformato in un problema criminale. È stato un errore tragico che ha segnato la stessa formazione delle classi dirigenti meridionali ed italiane. In quegli anni di sfiducia profonda e di disprezzo verso i meridionali, sentimenti che aveva una parte della classe dirigente nazionale, si inviarono nel Mezzogiorno, oltre ai quadri dell’esercito e dei carabinieri, anche prefetti, questori, magistrati, personale amministrativo d’origine settentrionale perché solo loro avrebbero potuto risolvere i problemi della realtà meridionale, peraltro del tutto sconosciuta ai nuovi arrivati. Ma fu un’illusione che si rivelò sbagliata e dannosa. Il libro: “La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio”, Laterza

Quando la "cosa” non aveva ancora un nome, scrive Bianca Stancanelli l'1 gennaio 2018 su "La Repubblica". Bianca Stancanelli - Giornalista e scrittrice. Mafia deriva dall’arabo mahias, che indica le cave, oppure dal piemontese mafio, che più o meno significa villano, o dal toscano maffia, miseria - secondo il Tommaseo? Sull’origine del nome, ancora oggi, mistero fitto. Ma ben prima della parola, esisteva la cosa. E se il termine mafiusi debuttò a teatro nel 1863, con la commedia "I mafiusi de la Vicaria”, e il termine “maffia” apparve ufficialmente nel 1865 in un rapporto dell’allora prefetto di Palermo, criminali in tutto e per tutto identici ai mafiosi comparvero sulla scena siciliana molto prima. Basta leggere, per esempio, il racconto di viaggio dello scozzese Patrick Brydone, che visitò la Sicilia dalla primavera all’estate del 1770. Sbarcato a Messina col proposito di proseguire verso l’Etna e Catania, spaventato dalle notizie sugli agguati di banditi lungo il cammino, il viaggiatore si vide assegnare come scorta dal governatore della città, il principe di Villafranca, due «dei più arditi e incalliti furfanti che esistano sulla faccia della terra». E annotò sul suo diario: «In un altro paese sarebbero già stati messi al supplizio della ruota o appesi in catene; qui invece sono pubblicamente protetti e universalmente temuti e rispettati». Col procedere del viaggio, anche lo scandalizzato Brydone cominciò ad apprezzare i vantaggi della compagnia dei due furfanti: «… ci dimostrano il massimo rispetto, e fanno tutto quanto possono perché non ci venga fatta soverchieria alcuna. In verità sono loro a sopraffare tutti (tranne che noi): riducono i conti come a loro par meglio, tanto che non ne ho mai pagati di così poco salati… Se anche queste due guardie ci costano molto caro (un’oncia al giorno per ciascuno), sono persuaso che ci fanno risparmiare sui conti almeno la metà della loro paga. Ci raccontarono alcune delle loro imprese, senza farsi scrupolo di ammettere che avevano ucciso varie persone, e aggiungevano: “Ma tutti, tutti onorevolmente”. Vale a dire che non lo avevano fatto in modo vile, né senza essere stati provocati». Anni dopo, con identica arroganza, gli assassini si sarebbero presentati come uomini d’onore. E il prezzo per la loro protezione, quell’oncia che al viaggiatore sembrava così ben spesa, sarebbe stato chiamato pizzo. Cambiano le parole, resta la cosa.

La storia di una lunga battaglia, scrive il 15 maggio 2018 su "La Repubblica". Gioacchino Natoli - Giudice istruttore del pool antimafia agli inizi degli Anni Ottanta, è stato Presidente della Corte di Appello di Palermo e membro del Csm. Nella  vita giudiziaria della Palermo dell’inizio degli Anni Ottanta, il modulo del cosiddetto “lavoro in pool” per i processi di mafia è stato una vera necessità per fronteggiare non più sostenibili carenze culturali ed organizzative circa l’essenza del fenomeno mafioso, nel momento in cui venivano uccisi – uno dietro l’altro (a parte esponenti mafiosi, quali Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo nel 1981) – uomini politici e rappresentanti dello Stato come Michele Reina (9.3.1979), Boris Giuliano (21.7.1979), Cesare Terranova (25.9.1979), Piersanti Mattarella (6.1.1980), Gaetano Costa (6.8.1980), Pio La Torre (30.4.1982) e Carlo Alberto dalla Chiesa (3.9.1982).

Ma, per giustificare questa affermazione, che potrebbe apparire perentoria, appare utile un flash-back sule vicende degli Anni Sessanta e Settanta nonché sull’iter dei pochissimi processi di mafia (quattro-cinque) celebrati in quegli anni. Del tutto falliti anche per l’assoluta inadeguatezza del metodo di lavoro utilizzato per indagare sul “fenomeno Cosa Nostra”, che non è semplice criminalità ma espressione di un pezzo del “sistema di potere”. In tal modo, si vedrà che il “metodo di lavoro” non è affatto “neutro” rispetto al risultato che si vuole ottenere, e che lo sviluppo storico degli avvenimenti è stato molto più lineare di quanto si possa a prima vista immaginare. Ma, soprattutto, tale analisi dimostrerà che nelle dinamiche di Cosa Nostra la “chiave di lettura” è molto spesso riposta in un passato, che per statuto epistemologico dovrebbe essere sempre tenuto sempre presente da chi svolge indagini per avere un corretto approccio interpretativo con i problemi dell’attualità.

TUTTO QUEL POCO (E NIENTE) CHE ERA AVVENUTO PRIMA. Il 30 giugno 1963 (alle ore 11.30) in un fondo agricolo di Ciaculli (al confine tra Palermo e Villabate) saltava in aria una “Giulietta”, imbottita di tritolo, e morivano sette uomini dello Stato, tra carabinieri, poliziotti ed artificieri. Erano i tempi della cosiddetta “prima guerra di mafia”. In effetti, per limitarci a pochissimi cenni, di auto imbottite di esplosivo ve ne erano state molte in quei mesi, giacché: il 12 febbraio 1963 una Fiat 1100 era scoppiata, a Ciaculli, dinanzi alla casa di Totò Greco “Cicchiteddu” (senza fare morti); il 26 aprile 1963 una “Giulietta” era scoppiata a Cinisi, uccidendo il famoso “don” Cesare Manzella ed un suo fattore; e quella stessa mattina del 30 giugno 1963 (all’alba) un’altra “Giulietta” era esplosa a Villabate, dinanzi al garage di Giovanni Di Peri, uccidendo il custode ed un passante. Il Di Peri sarebbe poi trucidato nella cd. strage di Bagheria del Natale 1981. Nonostante il gravissimo sconcerto destato nell’Italia intera dalle vicende del 30 giugno 1963 (invero, due automobili saltate in aria nel giro di sole quattro ore non erano facilmente “digeribili” neppure a quel tempo), il cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, appena pochi giorni dopo – nello scrivere al Segretario di Stato vaticano Cardinal Cicognani – affermava che “la mafia era un’invenzione dei comunisti per colpire la Democrazia Cristiana e  le  moltitudini di siciliani che la votavano”. E, nel mese di luglio del 1963, all’Assemblea Regionale Siciliana, l’onorevole Dino Canzoneri (DC) ebbe la tracotanza di affermare che Luciano Leggio era un galantuomo, calunniato dai comunisti sol perché “era un coerente e deciso avversario politico”. Lo Stato reagì (almeno formalmente) alla strage di Ciaculli, facendo finalmente partire la prima Commissione parlamentare antimafia, che era stata frettolosamente costituita nel febbraio 1963 (Presidente Paolo Rossi), ma che non aveva potuto riunirsi neppure una volta a causa della fine della legislatura. Quella Commissione, peraltro, era “dovuta” nascere (nonostante i tentativi politici di minimizzare i fatti) anche a seguito della “guerra di mafia”, che stava insanguinando Palermo e che aveva indotto il “Giornale di Sicilia” ad aprire l’edizione del 20 aprile 1963 con il titolo “Palermo come Chicago” per una cruenta sparatoria (in pieno giorno) avvenuta nella pescheria “Impero” della centrale via Empedocle Restivo. Il 6 luglio 1963, pertanto, conclusesi le elezioni politiche nazionali, il nuovo Parlamento aveva ricostituito subito una Commissione antimafia e ne aveva affidato la guida ad un vecchio giudice meridionale, proveniente dalla Cassazione (Donato Pafundi), che non si era mai distinto né per conoscenze del fenomeno né per attività giudiziaria in processi di mafia. Giova ricordare, per incidens, che della Commissione era divenuto vice-presidente il siciliano Nino Gullotti, preferito al giovane e meno “governabile” Oscar Luigi Scalfaro. C’era in quel momento storico (come spesso accaduto in Italia) l'assoluta necessità di dare una risposta “straordinaria” ad un evento, che non consentiva più di “nascondere la polvere sotto il tappeto”. Pertanto, in ispecie dopo la prima legge antimafia (n° 575/1965), proposta dalla Commissione, si incrementarono notevolmente le proposte per misure di prevenzione, così esportando l’attività mafiosa (come avrebbero riferito 30 anni dopo i collaboratori di giustizia), al nord del Paese soprattutto nel settore dei sequestri di persona. I vari ministri dell’Interno diedero incarico ai Questori di presentare alla magistratura rapporti di denuncia (quasi sempre “vuoti”), con elenchi di presunti mafiosi, che erano spesso frutto delle confidenze di informatori prezzolati (o altrimenti interessati). Per quanto riguardò Palermo, i risultati giudiziari furono oltremodo modesti, per non dire fallimentari, anche se i processi – per “legittima suspicione” – vennero celebrati fuori dalla Sicilia (o, forse, proprio per questa ragione).

LE CORTI DEI MIRACOLI. Si arrivò, così alle “storiche” sentenze di Catanzaro (22.12.1968) e di Bari (10.6.1969), che sancirono la bancarotta dell’impegno giudiziario e repressivo degli Anni Sessanta. Le liste degli imputati erano sostanzialmente due, ed in particolare: la prima con coloro che provenivano da Corleone (processo c/Leggio Luciano + 63, istruito da Cesare Terranova); e la seconda concernente i mafiosi di origine palermitana (La Barbera Angelo +116). Il risultato, come si anticipava, fu di assoluzione per tutte le imputazioni di omicidio e con poche condanne per il reato di associazione per delinquere semplice (non c’era ancora il 416 bis). La pena media delle condanne fu di circa quattro anni di reclusione, con altre assoluzioni e pene ancora più basse in grado di Appello. Proprio nel processo di Bari (10 giugno 1969) fu assolto e scarcerato Totò Riina, che si diede subito ad una latitanza, che sarebbe finita solo 24 anni dopo (15 gennaio 1993). Bernardo Provenzano, invece, che si era già sottratto ad un mandato di cattura nel maggio 1964, avrebbe continuato a godere di una sua “splendida latitanza” fino al 7 aprile 2006. Il principale protagonista di quella stagione giudiziaria fu, senza dubbio il giudice istruttore Cesare Terranova, che curò un imponente processo su una decina di omicidi, avvenuti nel corleonese dal 1958 al 1963. Era il metodo di lavoro, però, nonostante l’impegno straordinario di quel giudice, ad essere inadeguato all’importanza del cimento per l’assenza (quasi) totale di prove idonee a resistere alle intimidazioni “ambientali” che si scatenarono nel dibattimento e per il fatto che la filosofia giudiziaria dell’epoca faceva dipendere integralmente sia i PM sia i Giudici istruttori dai soli “rapportoni” delle Forze dell’ordine, che erano basati esclusivamente su mere confidenze e su ricostruzioni dei fatti molto spesso semplificatrici (se non “romanzate”). Inoltre, il lavoro dei magistrati era assolutamente “individuale” e non collegato neppure a livello dell’Ufficio Istruzione, ove all’epoca – di norma – venivano assegnati giudici che i Presidenti del Tribunale non ritenevano particolarmente idonei (per vari motivi) ai collegi giudicanti penali e civili. Però, l’impegno non comune del giudice Terranova non sfuggì a Cosa nostra, che, il 26 settembre 1979, lo avrebbe ucciso (“in segno di riconoscenza”) non appena era rientrato in magistratura dopo due legislature trascorse in Parlamento, e si profilava per lui la possibilità che divenisse il nuovo capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. In particolare, gli era rimasto personalmente grato Luciano Leggio, che gli addebitava un impegno ai suoi occhi ingiustificato e “causa prima” dell’ergastolo da lui subito in Appello a Bari, nel 1970, mentre tutti gli altri imputati venivano assolti. Nel 1963, infatti (come si sarebbe appreso in seguito dai collaboratori), Cosa nostra di Palermo aveva deciso di sciogliersi (almeno ufficialmente), in modo da far mancare alla neonata Commissione antimafia l’oggetto stesso dell’indagine.

Tuttavia, le “famiglie” più avvedute (in particolare quelle di Corleone, di Santa Maria di Gesù e di Cinisi) avevano tenuto in vita le strutture essenziali, mentre l’organizzazione continuava a vivere nelle province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Catania ed Enna, rimaste di fatto non toccate dalle indagini. Quando, dopo le elezioni politiche del 1968 e la fine dei due processi sopra ricordati, Cosa Nostra palermitana capì che il “bau bau” dello Stato era scaduto nella routine di sempre (non era stata presentata, invero, neppure una relazione “preliminare” sui lavori svolti dall’Antimafia), l’organizzazione nel 1970 si ricostituì, affidandosi al famoso triumvirato di Leggio-Badalamenti-Bontate. Tra l’altro, il processo di Catanzaro (22.12.1968) aveva partorito un “topolino”, se si pensa che imputati del livello di Badalamenti, Leggio, Coppola, Matranga, Panno ed Antonino Salamone erano stati addirittura assolti dallo stesso reato associativo. Ancora peggiore era stato l’esito della sentenza della Corte di Assise di Bari (10.6.1969), giacché tutti gli imputati “corleonesi” furono assolti sia dalle numerose imputazioni per omicidi commessi nel periodo 1958/63 sia dal reato associativo: fu condannato il solo Riina – ad anno 1 mesi 6 di reclusione – per una falsa patente trovatagli in occasione di un precedente arresto (15.12.1963). Sarebbe stata poi la Corte di Assise di Appello di Bari (23.12.1970), in riforma della precedente sentenza che aveva destato sconcerto nell’opinione pubblica, a condannare Luciano Leggio all’ergastolo per l’omicidio (2 agosto 1958) del famigerato capo-famiglia di Corleone, dott. Michele Navarra.

COSA NOSTRA RIALZA LA TESTA. Ma, proprio per dare un segnale tangibile alla cittadinanza palermitana della “ripresa ufficiale” dell’attività, Cosa Nostra eseguì la “strage di via Lazio” del 10 dicembre 1969 e, un anno dopo (notte del 31 dicembre 1970), fece esplodere le cd. “bombe di Capodanno” dinanzi a tre edifici pubblici palermitani, dandone incarico all’emergente Francesco Madonia da Resuttana ed al suo giovanissimo figlio Antonino. Madonia senior venne processato per detenzione illegale delle armi e degli esplosivi rinvenuti nel suo fondo Patti a Pallavicino, e condannato qualche anno appresso ad una irrisoria pena di soli 2 anni di reclusione. Nessun inquirente, però, aveva capito il significato di quelle tre esplosioni contemporanee (palazzo Ente Minerario Siciliano, Assessorato. Agricoltura e Anagrafe di via Lazio): sarebbero stati poi i collaboratori, nel 1987, a spiegarlo ai magistrati, facendo loro mettere insieme i pezzi di un puzzle, che erano rimasti per quasi vent’anni separati e non compresi dalla polizia giudiziaria. Intanto, nella notte sull’8 dicembre 1970, a Roma (ma anche a Palermo) vi era stato il tentativo di golpe del “principe nero della X MAS” Junio Valerio Borghese. Per Cosa Nostra – già in grado da subito di riprendere tutte le sue importanti “relazioni politiche esterne” – avevano preso parte alla trattativa con i golpisti i più autorevoli esponenti di vertice palermitani e catanesi, chiedendo in cambio dell’aiuto fornito l’impegno per la futura revisione del processo (allora in corso a Bari) a carico del latitante Leggio per l’omicidio del dott. Navarra, in cui il PM aveva chiesto proprio in quelle settimane l’ergastolo. Chiesero anche ai golpisti l’“aggiustamento” del processo di Perugia, che (nel 1969) aveva visto condannati all’ergastolo Vincenzo e Filippo Rimi (cognato e nipote di Badalamenti) per l’omicidio del giovane Toti Lupo Leale, a seguito delle accuse della coraggiosa madre Serafina Battaglia. Il golpe Borghese, come sappiamo, fu improvvisamente bloccato mentre era in corso di svolgimento, ma comunque dopo che un manipolo di ardimentosi era già entrato nell’armeria del Viminale, rubando dei mitra MAB (ritrovati, qualche anno dopo, nella disponibilità di terroristi “neri” a Roma) e dopo che un reggimento del Corpo Forestale aveva sfilato, in armi, per i Fori imperiali. A Palermo, secondo quanto dichiarò ai giudici istruttori nel 1987 uno strano personaggio dell’eversione di destra (tale prof. Alberto Volo), era già stata occupata la sede RAI di via Cerda (ad opera dello stesso Volo e di altri) ed era stata sul punto di essere invasa la Prefettura, ove il capitano dei carabinieri Giuseppe Russo (poi ucciso a Ficuzza da Leoluca Bagarella nell’agosto 1977) avrebbe dovuto prendere in consegna il Prefetto e sostituirlo personalmente nella funzione. Cosa Nostra, dunque, riprese “alla grande” all’inizio degli anni Settanta la propria attività, uccidendo il Procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione (5.5.1971), e sequestrando (8.6.1971) Pino Vassallo (figlio del noto costruttore Ciccio Vassallo) nonché (il 16.8.1972) nel cuore di via Principe di Belmonte, alle ore 13.30, l’ing. Luciano Cassina, giovane figlio dell’influente conte Arturo, uomo dell’establishment politico-imprenditoriale, legato al potentissimo Vito Ciancimino (il sequestro durò sette mesi e si concluse nel febbraio 1973). In questo contesto, il 30 marzo 1973 si era presentato alla Squadra Mobile di Palermo tale Leonardo Vitale (“Leuccio”), che confessò di appartenere alla famiglia di Altarello di Baida e svelò (ben 11 anni prima di Buscetta) la struttura e le regole di Cosa Nostra, il ruolo di Riina e di Calò, ed indicò anche il nome di alcuni consiglieri comunali di Palermo, appartenenti a famiglie mafiose. Da questa temperie scaturì il cosiddetto “processo dei 114” (c/Albanese Giuseppe+74), avente per oggetto la sola imputazione di associazione per delinquere semplice (art. 416 c.p.). La sentenza di 1° grado (Presidente. Stefano Gallo), resa il 29.7.1974, vide condannare solo 34 imputati (tra cui, Badalamenti, il catanese Pippo Calderone, Buscetta, Coppola, Leggio, Gerlando Alberti, Bontate e Riina). Le pene, però, furono risibili (ad es.: Buscetta a 2 anni 11 mesi; Bontate a 3 anni; Riina a 2 anni e 6 mesi), tranne che per Badalamenti, Calderone, Leggio ed Alberti. In Appello (prima sezione, presidente Michelangelo Gristina), in data 22.12.1976, le condanne riguardarono solo 16 imputati e la stessa significativa conferma della condanna di Badalamenti ne ridusse però la pena ad anni 2 e giorni 15 di reclusione (sentenza definitiva, poi, il 28.11.1979). Del pari, il processo scaturito direttamente dalle dichiarazioni del Vitale (ritenuto affetto da “struttura schizoide”, e perciò semi-infermo di mente) si concluse il 14.7.1977 (4) davanti alla 2^ Corte di Assise (pres. Carlo Aiello) con la condanna a 25 anni di reclusione del Vitale per gli omicidi confessati, ma con l’assoluzione dalle stesse imputazioni di tutti quelli che egli aveva chiamato in correità (a cominciare da Pippo Calò). Le condanne per il reato associativo (art. 416 c.p.) riguardarono solo 9 imputati (tra cui i latitanti Calò e Nino Rotolo, puniti con 7 e con 5 anni e 6 mesi di reclusione, che sarebbero poi stati catturati a Roma, per altri reati, il 29.3.1985). Nessun cenno, nella scarna motivazione di appena 65 pagine, all’esistenza di Cosa Nostra ed alle sue strutture. In Appello (29.10.1980, Presidente.Faraci), però, quasi tutti i condannati vennero assolti per insufficienza di prove e Leuccio Vitale fu inviato in un manicomio giudiziario per 5 anni. Il Vitale, però, venne ucciso da uomini di Cosa Nostra l’11.12.1984, appena ritornato in libertà dal manicomio di Barcellona.

LA MAFIA COME "FENOMENO DI CLASSI DIRIGENTI”. Intanto, il 31.3.1972, la Commissione antimafia istituita dalla originaria L. n. 1720 del 20.12.1962 (pres. Francesco Cattanei) depositava finalmente una sua prima relazione (dopo ben 9 anni), il cui unico merito fu quello di dire – pur tra molte interessate reticenze – che la mafia si distingue dalle altre organizzazioni similari “in quanto si è continuamente riproposta come esercizio di autonomo potere extra-legale e come ricerca di uno stretto collegamento con tutte le forme di potere pubblico, per affiancarsi ad esso, strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi nelle sue stesse strutture”. L’importanza di questa affermazione da anni, ormai, non sfugge più ad alcuno. Nel 1972, però, passò quasi inosservato il fatto che quella frase voleva segnalare un vero e proprio salto di qualità: il passaggio dalla concezione culturale – fino ad allora imperante – della “mafia come anti-stato” al paradigma della mafia come “parte del sistema di potere”. La Relazione “conclusiva” di minoranza del 4.2.1976 (7) – a firma di Pio La Torre, di Cesare Terranova e di altri cinque componenti – non solo approfondiva questa importante acquisizione, ma la arricchiva di alcuni nomi “pesanti” (a cominciare da quelli di Salvo Lima e Vito Ciancimino), giungendo ad affermare per la prima volta che:

“La mafia è un fenomeno di classi dirigenti”. “Non è costituita solo da soprastanti, campieri e gabelloti”. Tuttavia, sul fronte giudiziario, l’episodio più emblematico dell’assoluta inadeguatezza del metodo fino ad allora usato – frutto avvelenato dell’ “individualismo” dei giudici di quel tempo – è quello delle dichiarazioni confidenziali  al Capitano dei carabinieri Alfio Pettinato dell’importante esponente mafioso di Riesi “Peppe” Di Cristina, che vennero rassegnate in ritardo (con il cosiddetto “rapporto rosso” del 23.8.1978) al giudice istruttore di Palermo, che si stava occupando dell’istruttoria formale per l’omicidio (17.8.1977) del colonnello Giuseppe Russo, per il quale erano in carcere tre pastori corleonesi che la storia futura avrebbe dimostrato del tutto estranei ai fatti (come, invero, la tipologia stessa dell’omicidio avrebbe dovuto fare intuire). In detto “rapporto rosso” (dal colore della copertina), il capo-mandamento di Riesi – sentendosi prossimo alla vendetta degli avversari (che lo raggiunse, a Palermo ove tentava di nascondersi, il 30.5.1978) – aveva anticipato (more solito, come “confidenze”) la trasformazione che la Cosa nostra stava subendo ad opera dei “corleonesi” di Totò Riina e le linee future della cd. “seconda guerra di mafia”: anche se, per verità, in forma auto-assolutoria non solo per sé ma anche per la fazione dei suoi stretti sodali Stefano Bontate e Tano Badalamenti). Ma ciò che mi pare rilevante è il fatto che l’importanza di quelle notizie (anche se da sviluppare) sarebbe emersa solo nel 1984 (con Tommaso Buscetta), dopo che la “seconda guerra di mafia” aveva già mietuto circa 700 omicidi (comprese le “lupare bianche”). Era il metodo, infatti, ad essere del tutto errato, giacché fatti complessi e vicende intimamente legate fra loro (come quelli di Cosa nostra) venivano assegnati sia ai pubblici ministeri che ai giudici istruttori con criteri burocratici e di assoluta casualità, facendo sì che a distanza di una sola porta episodi connessi facessero parte di processi differenti e prendessero strade autonome. Non può non segnalarsi poi, a mo’ di esempio, la inquietante circostanza che nei rapporti delle Forze di polizia degli Anni Settanta era letteralmente scomparso ogni cenno alla parola “Commissione”, nonostante che in un capo di imputazione (formulato nel lontano 1965) del cosiddetto “processo di Catanzaro” si fosse contestato espressamente ad alcuni imputati: “… di aver formato una commissione di mafia, che decideva le sorti dei mafiosi”. Si intende dire che il grave insuccesso riportato da quei pochi (ma significativi) processi o aveva fatto sparire negli organi di polizia la stessa nozione dell’organismo centrale ed essenziale della struttura di Cosa Nostra (termine, quest’ultimo, mai usato in alcun atto giudiziario prima della collaborazione di Tommaso Buscetta) oppure, in alternativa, che vi era stata una tale auto-censura da parte della p.g. da indurla a non dovervi più fare cenno. La conseguenza diretta di tale degradato stato di cose fu – come osserverà amaramente anni dopo Giovanni Falcone in uno dei suoi scritti – che: “I problemi sono aggravati da inadeguate conoscenze del fenomeno mafioso da parte della magistratura e così, di fronte ad una organizzazione come la mafia, che si avvia a diventare sempre più monolitica ed a struttura verticistica e centralizzata, vi sono ancora pronunce di giudici che fanno riferimento ad una sorta di <<germinazione spontanea>> del fenomeno mafioso, ipotizzando l’esistenza contemporanea di associazioni distinte“. Ed ancora, in un altro suo scritto: “Io ricordo il periodo in cui, dopo la repressione giudiziaria della mafia avvenuta nei primi Anni Settanta (allora non si parlava di maxi-processi e non destava scandalo la instaurazione di processi contro numerosi imputati), si è operato in Sicilia come se la mafia non esistesse, tanto che per lunghi anni nessuno veniva denunziato per associazione per delinquere. Ebbene, quando nei primi Anni Ottanta il fenomeno è esploso in fatti di violenza inaudita, e quando tanti magistrati e pubblici funzionari sono caduti, con ritmo incalzante, sotto il piombo mafioso, le conoscenze del fenomeno erano ormai assolutamente inadeguate”.

LA “RIVOLUZIONE”. La nomina di Rocco Chinnici a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo (28.1.1980) cominciò ad invertire la tendenza di quella disastrata realtà giudiziaria, giacché la sua non comune capacità di lettura del problema-mafia e la sua forza di carattere fecero sì che egli cominciasse ad innovare il metodo di lavoro, assumendo su di sé la gran parte delle principali istruttorie sugli omicidi, in un tentativo (che si sarebbe perfezionato inseguito) di visione strategica del fenomeno e di coinvolgimento più diretto di alcuni magistrati di quell’Ufficio, a cominciare da Falcone, Borsellino e Di Lello, cui assegnò complessi processi di mafia riguardanti, in particolare, “fatti ed aree di indagine” omogenei. L’ottica, però, rimaneva quella di singole assegnazioni a singoli giudici istruttori, essendo lo stesso Chinnici ancora condizionato da una lettura delle norme del cpp e dell’ordinamento giudiziario, che volevano il giudice istruttore come “giudice monocratico” per eccellenza (subito dopo il Pretore). Sarebbe stato invero il suo successore, Antonino Caponnetto, a perfezionare nel novembre 1983 quella prima intuizione di Chinnici, prospettando una nuova interpretazione dell’art. 17 delle Disp. Reg. del cpp, che gli permise di assegnare “formalmente a se stesso” circa 200 istruttorie di mafia, ma di delegare contestualmente l’esecuzione di singoli atti di indagine ad altri giudici dell’Ufficio, in tal modo realizzando il primo, vero, lavoro in pool. In ciò, invero, il Consigliere Caponnetto sfruttò al meglio l’esperienza maturata negli Uffici del nord da altri colleghi nei processi di terrorismo, in cui quella “modalità organizzativa” era già stata sperimentata senza provocare eccezioni di nullità. Ad ogni modo, era stato l’arrivo di Falcone all’ufficio Istruzione (inizio 1980) e, soprattutto, la felice intuizione di Chinnici di assegnargli il processo c/Rosario Spatola + 75 a realizzare una svolta decisiva nella storia giudiziaria di Palermo (e dell’Italia). Infatti, la sua determinata convinzione che bisognasse strategicamente accompagnare ogni istruttoria di mafia con indagini bancarie e societarie, avrebbe fatto toccare con mano a tutti l’impossibilità di gestire processi di quelle dimensioni da parte di un singolo magistrato. Falcone vi riuscì mirabilmente con il “processo Spatola” (riguardante 76 imputati e 90 capi di imputazione), ma probabilmente non sarebbe stato in grado – da solo – di mettere in piedi e di gestire il cd. maxi-processo. L’occasione di quella straordinaria indagine bancario-societaria su Spatola & C. gli era stata offerta da un altro paradosso, verificatosi nel periodo precedente. Era avvenuto, infatti, che sul cadavere di “quel” Giuseppe Di Cristina da Riesi (ucciso, come detto, il 30.5.1978) fossero stati rinvenuti ben 300 milioni di lire in assegni circolari di piccolo taglio, intestati a decine di nominativi diversi (quasi tutti mafiosi). Orbene, il sistema di assegnazione “non strategico” dei processi aveva fatto sì che il giudice istruttore incaricato di occuparsi della vicenda, accertando che gli stessi erano stati emessi a Napoli, ne disponesse lo stralcio e l’invio per competenza a quell’autorità giudiziaria senza neppure pensare all’utilità di estrarne una fotocopia, da allegare agli atti del processo per l’omicidio Di Cristina, che rimaneva comunque in carico a lui. Giovanni Falcone, intercettando casualmente qualcuno di quegli assegni circolari nell’istruttoria Spatola, era riuscito faticosamente a recuperare tutti i titoli bancari ed a scoprire, con meraviglia, che si trattava della redistribuzione degli utili di un importantissimo traffico di sigarette e di stupefacenti. La “santa barbara” così innescata da Falcone, soprattutto sul versante dei rapporti societari che erano venuti alla luce, fece comprendere che quelle indagini – oltre ad essere auto-alimentanti (nel senso che ognuna ne faceva aprire molte altre) – dovevano avere carattere “sistemico” e dovevano essere organizzate con filosofia tutt’affatto diversa. Falcone, però, al di là di tutto, aveva posto il vero problema dei processi di mafia: ovvero, che il metodo di lavoro scelto e realizzato non è affatto “neutro” rispetto all’obbiettivo che si vuole raggiungere, di talché la stessa scelta organizzativa contiene, già in sé, una opzione di risultato. Aspetto, questo, che soprattutto le vicende degli anni successivi avrebbero dimostrato essere il vero cuore di una “guerra mai finita”. Le vicende tragiche di quel periodo, in particolare gli omicidi eccellenti del 1980/82 nonché la sconvolgente uccisione con auto-bomba di Rocco Chinnici (29.7.1983), fecero accendere una nuova attenzione nazionale su Palermo e sui suoi uffici giudiziari. L’arrivo del consigliere istruttore Caponnetto, nel novembre 1983, portò alla fondamentale svolta organizzativa cui si è fatto innanzi cenno. In particolare, cambiò a Palermo radicalmente il modo di interpretare il lavoro quotidiano, sulla scorta delle pregevoli e proficue esperienze sempre più divulgate dai colleghi che si occupavano di terrorismo, i quali avevano addirittura creato un network di scambio di informazioni e di atti, che li vedeva incontrarsi periodicamente in varie città italiane per scambiarsi opinioni ed ipotesi investigative. Il metodo di lavoro in pool comportò, all’ufficio Istruzione di Palermo, che nulla più potesse essere acquisito in indagini di mafia senza che gli originari quattro colleghi del pool non ne fossero informati in tempo reale. Era l’ “uovo di Colombo”, ma a Palermo le cose più ragionevoli sono le più difficili da realizzare. L’abnegazione ed il carattere dolce (ma allo stesso tempo tenace) di Nino Caponnetto fece il resto. Nessun giudice istruttore, ancorché non facente parte del pool, poteva più ignorare che non doveva più essere una monade isolata, ma la tessera di un unico mosaico. La stessa Procura di Palermo, in previsione dell’apprestamento di requisitorie scritte sempre più impegnative, dovette strutturarsi in modo tale da avere dei sostituti, che seguissero a tempo pieno l’andamento dei processi che erano stati “formalizzati”. Questo modello di lavoro “in pool” contro la criminalità mafiosa si calava nel più vasto dibattito giudiziario sull’organizzazione degli Uffici. E, a tal riguardo, basti ricordare che lo stesso CSM si rese conto dell’importanza della rivoluzione di Falcone, dedicandovi un apposito incontro di studi (Fiuggi, luglio 1985), nel quale l’allora consigliere superiore Franco Ippolito riconobbe ufficialmente che “l’organizzazione degli uffici e la gestione dei processi di mafia ponevano questioni importanti per l’assetto ed il ruolo della magistratura” e che “il nuovo percorso era iniziato proprio nel 1982, segnando una svolta per la magistratura e per il CSM”. Tuttavia, questa ricostruzione sarebbe incompleta, se non si facesse cenno all’opera – ora strisciante ora più visibile – di quanti opposero a tale nuovo metodo il richiamo strenuo alla vecchia filosofia, che voleva il giudice istruttore una monade isolata, che, nella sua “turris eburnea”, partoriva le indagini. In particolare, ciò che veniva contestato – in modo sempre più virulento – era l’interpretazione di Falcone (e del pool), secondo cui al giudice istruttore (ai sensi dell’art. 299 cpp del 1930) incombesse l’obbligo di indagare autonomamente, pur in assenza di un’attività efficace da parte del pm e della polizia giudiziaria: “Il giudice istruttore ha l’obbligo di compiere prontamente tutti gli atti che appaiono necessari per l’accertamento della verità”. Questo punto – ancora oggi – va messo nel necessario rilievo, perché sono stati “ciclici” i tentativi anche recenti di sottrarre al pm (giacché ormai la figura del giudice istruttore è scomparsa) il potere di iniziativa nella ricerca della notitia criminis. Dunque, da quel novembre 1983, l’organizzazione del lavoro giudiziario di indagine a Palermo fu imperniata su una “vera specializzazione” e, soprattutto, su un continuo ed approfondito scambio di informazioni fra i giudici istruttori, facendo nascere il cosiddetto “metodo-Falcone”. Tra l’altro, si instaurò un sistema di confronto costante (con riunioni collegiali) in modo da permettere l’aggiornamento, in “tempo reale”, delle conoscenze di tutto il pool sulle dinamiche di Cosa nostra e sugli sviluppi investigativi. In questo clima, e solo con questa organizzazione, potè vedere la luce l’ordinanza di rinvio a giudizio dei 474 imputati del primo maxi-processo, in data 8.11.1985, e partì il 10 febbraio 1986 quel dibattimento, che sarebbe arrivato a sentenza (in tempo-record) il 16 dicembre 1987.

IL "METODO FALCONE” E TUTTI I SUOI NEMICI. Tuttavia, la rivoluzione copernicana del “metodo-Falcone” fu immediatamente oggetto di una sorda e sotterranea azione di logoramento, che, in certi momenti, divenne una vera e propria “guerra”. Sono a tutti noti, ormai, gli attacchi (di qualsiasi natura) portati al pool (frattanto giunto a sei unità e mutato in alcuni dei suoi componenti), che culminarono nello “contestato” episodio della mancata nomina di Giovanni Falcone a consigliere Istruttore di Palermo (19 gennaio 1988). Non si trattò, infatti, soltanto di una fiera opposizione all’uomo ed al magistrato Falcone, ma della punta più avanzata ed arrogante dell’attacco al “suo metodo di lavoro”: ancor più significativo, perché avvenuta nel momento in cui migliori e storici sembravano essere i risultati ottenuti (la sentenza del maxi-processo era stata pronunciata appena un mese prima, con risultati mai conosciuti nella storia giudiziaria precedente: oltre 2.600 anni di reclusione e ben 19 ergastoli). Il CSM, con quella scelta del gennaio 1988, consegnò se stesso ad una memoria collettiva non commendevole, come in plenum ebbero a dire chiaramente taluni dei 10 consiglieri superiori, che votarono per Falcone. Si trattò, invero, non della discussione per la nomina ad un incarico direttivo, ma soprattutto di una chiarissima “scelta di campo”, avente per obbiettivo la “filosofia organizzativa” che lo Stato-giurisdizione si voleva dare nel condurre indagini sulla mafia: indagini che non dovevano più seguire il metodo-Falcone. Il nuovo “sistema” votato dal CSM (che appare corretto definire “metodo-Meli”) mostrò subito di essere il ritorno ad una sorta di Medioevo organizzativo ed investigativo, con lo smantellamento del pool e con la festosa révanche di quei magistrati palermitani (e non solo), che mai avevano sopportato il “sistema-Falcone” e che avevano sempre osteggiato l’uso dei collaboratori di giustizia (spregiativamente chiamati pentiti). Le sponde istituzionali e mediatiche, in quegli anni difficili, furono numerose in ogni momento, tanto che il pool dell’ufficio istruzione, dal marzo 1988 in poi, fu di fatto distrutto. Giovanni Falcone, ad ogni modo, forte delle sue convinzioni (a maggior ragione dopo gli esiti favorevoli del maxi-processo) tentò inutilmente, con il sopraggiungere del nuovo Codice di procedura penale, di esportare quel metodo organizzativo nella procura della Repubblica di Palermo: ma sappiamo tutti cosa accadde. L’azione oppositiva più velenosa fu sempre “carsica” e “burocraticamente ineccepibile”, ancorché egualmente corrosiva, vischiosa e quotidianamente defatigante. Per dirla con le parole di un magistrato, testimone attento e diretto di quella stagione, si ebbe cura di usare sempre il “sistema delle carte a posto”. Ma Falcone, nonostante la sua indomita tempra di combattente, uscì sfibrato da quella “guerra”, iniziata contro di lui sin dalla fine del “processo Spatola” (1981), e – per evitare un invischiamento quotidiano in quel “tritacarne” mediatico – decise di accettare l’invito del Ministro della Giustizia, Claudio Martelli, per andare a capo della Direzione generale degli Affari penali. A partire dal marzo del 1991, però, da quella innovativa postazione strategica (cosa che nessuno allora comprese), egli continuò con la sua rivoluzionaria “idea organizzativa” sulle indagini di mafia fino a farla divenire legge dello Stato attraverso il D.L. n° 367 del 20 novembre 1991, che istituì le Direzioni Distrettuali Antimafia nelle Procure. Nella formulazione legislativa delle DDA egli riversò non solo il suo “metodo” ma tutta la sua esperienza giudiziaria, aggiungendovi anche i “prevedibili rimedi” alle infinite trappole, che gli erano state tese nel decennio precedente. Ecco il perché della sua attenzione spasmodica alla formulazione minuziosa dell’art. 70-bis cpp, sia con il forte riferimento alle “attitudini ed alle esperienze specifiche” per potere far parte della DDA (e non già alla mera anzianità) sia – e soprattutto – con l’uso delle seguenti, meditate, parole: “Il procuratore distrettuale cura, in particolare, che i magistrati addetti ottemperino all’obbligo di assicurare la completezza e la tempestività della reciproca informazione sull’andamento delle indagini”. Ognuno di quei lemmi era il “distillato” dell’esperienza (spesso negativa) maturata da Falcone nel corso della sua vita professionale, e verrebbe da ipotizzare che dietro a ciascuna parola vi era un volto oppure il ricordo di una nota burocratica o, ancora, di un ostacolo frapposto da qualcuno per impedire o ritardare un’indagine. In altri termini, Falcone aveva ritenuto – con il suo innato “ottimismo della volontà” – di avere preservato (al massimo livello possibile) quel “metodo di lavoro” dal pericolo di una possibile futura cancellazione, avendolo consegnato alla forza vincolante di una legge dello Stato. Quella “cancellazione” che egli aveva dovuto sperimentare sulla propria pelle ai tempi del consigliere Meli, allorché dovette assistere impotente (ottobre 1988) allo smembramento – con un freddo ordine di servizio – di importanti filoni di indagine che, con fatica inimmaginabile, egli aveva riunito negli anni precedenti per costruire un efficace mosaico investigativo (ad esempio, quello degli “omicidi politici”, dei Cuntrera e Caruana, degli “omicidi strategici” della seconda guerra di mafia, degli appalti pubblici mafiosi). Era la prima volta, comunque, che in Italia un “metodo di organizzazione” del lavoro giudiziario veniva stabilito attraverso una legge. Ma, ucciso Falcone nel maggio 1992, quel “metodo”, pur trasfuso nelle Direzione distrettuale antimafia, trovò egualmente degli ostacoli inattesi. Si vuole fare riferimento ad una circolare del CSM del febbraio 1993, con cui (in modo improvvido) si posero dei limiti temporali (6 anni) alla permanenza dei sostituti procuratori nelle DDA. Ciò contrastava frontalmente non solo con la convinta idea di Falcone che le indagini antimafia dovessero essere condotte da magistrati sempre più specializzati, ma soprattutto con la lettera della legge istitutiva delle DDA, che aveva previsto un tetto massimo (8 anni) solo per la funzione apicale del Procuratore nazionale. Ma in quella circolare del CSM vi era, anche, qualcosa di più, giacché si diceva testualmente: “Appare, infatti, necessario evitare sia la creazione di veri e propri centri di potere … sia una eccessiva personalizzazione di funzioni così delicate”. Ritornava così, inaspettatamente dopo le stragi del 1992, il réfrain tante volte utilizzato negli Anni Ottanta contro Falcone, secondo cui “fare antimafia” determinava l’accumulazione di “potere” da parte dei “professionisti dell’antimafia”.  Ma “potere” verso chi, verso che cosa? La domanda è sempre rimasta priva di risposta, tuttavia l’accaduto è stato un chiaro indice del fatto che un (apparentemente) “semplice metodo organizzativo” di indagini sulla mafia era interpretato da qualcuno nel Paese (anche a livello di CSM) come un “problema di potere”! I tentativi degli anni successivi di modificare, su questo punto così qualificante, la circolare sulle DDA sono, purtroppo, andati a vuoto. Ed inoltre, il tetto temporale dei 6 anni (del tutto incoerente con le ragioni della legge istitutiva del 1991) ha raggiunto la dimostrazione massima della sua incongruenza quando dalle DDA sono dovuti andar via (per tale motivo) proprio i magistrati più esperti e specializzati, per cui questa struttura – che avrebbe dovuto essere strategica nelle indagini di mafia – ha finito oggettivamente non solo col  “burocratizzarsi”, ma (cosa più grave) ha perso quello slancio vitale che il pensiero di Falcone aveva pensato di attribuirle. E così, ancora una volta, la realtà storica ha dimostrato che la scelta del “modello organizzativo” per le indagini nei processi di mafia non è affatto neutro, e non è forse immune da “interferenze esterne” allo stesso ambito giudiziario.

La crisi che fa cambiare lingua a Cosa Nostra, scrive il 31 dicembre 2017 su "La Repubblica" Vincenzo Vasile - Giornalista. Il ritornello suppergiù è: “la mafia fa schifo”. E fa impressione ascoltare le parole di apparente disprezzo che alcuni boss come Francolino Spadaro o certi super-favoreggiatori come Totò Cuffaro hanno dedicato alla mafia. La mafia ha cambiato strategia di comunicazione, dai tempi della “mafia non esiste”? Nella mia memoria c’è ‘u ‘zu Tano di un quartiere di Palermo di piccola e media borghesia che trovavi sempre pronto a intervenire per qualunque dissidio, e sapevi che era lui l’uomo giusto per recuperare una refurtiva, ottenere un certificato, chiamare gli spazzini, dilazionare un debito o un affitto. Nessuno conobbe il timbro della voce o l’inflessione della parlata di questo mafioso, capozona della “Vaselli” (l’impresa di un aristocratico romano amico di Vito Ciancimino che ebbe per decenni la concessione del servizio dei rifiuti ripartito per mandamenti come Cosa Nostra), finché zio Tano non apparve nella “gabbia” di uno dei processi quando ero ai miei primi passi di cronista giudiziario. E lì scoprimmo che dietro i sorrisi gli ammiccamenti e i loquaci silenzi c’erano un’impressionante balbuzie e una voce in falsetto non consona con gli stereotipi “machisti” e il rango mafioso dell’imputazione. Ma a parte qualche correzione di tono, frutto delle batoste giudiziarie, delle carcerazioni e dell’impopolarità crescente che almeno dalle stragi del 1992 ha assediato l’organizzazione criminale che deteneva il record del radicamento sociale e politico, non mi sembra che si possa parlare di una vera svolta nel linguaggio e nella comunicazione di Cosa Nostra. O meglio: non sono così sicuro che la rottura del silenzio e della negazione dell’esistenza stessa della mafia si tratti di una sofisticata strategia, quanto piuttosto dei segni e dell’effetto di una crisi strutturale, di valori, e quindi di linguaggio. Chi trionfava nei giorni pari della mafia si adatta ai giorni dispari: il sindaco democristiano di Corleone negli Anni Settanta diceva ad Alfonso Madeo (giornalista prima del "Corriere" e poi direttore dell'Ora) che la mafia non esiste, mentre il suo mafioso di riferimento, Luciano Liggio, che amava parlare con la stampa, ormai in catene, dieci anni dopo concesse a Enzo Biagi che “se esiste l’antimafia vorrà dire che anche la mafia esiste”. Ci sono poi altre mafie, e altri mafiosi. E dagli atti giudiziari come dalle interviste ricavo la convinzione che rispetto al passato, proprio per via della crisi e dei rovesci giudiziari, la legge del silenzio o quanto meno della riservatezza sia stata a volte contraddetta, e sia divenuto più frequente l’uso della comunicazione come strumento criminale, che era caratteristica ben più tipica della camorra, sin dal secolo scorso. Ricordo a Napoli negli Anni Ottanta a una conferenza stampa indetta nel salone di un grand hotel a Santa Lucia da Pupetta Maresca leader della Nuova Famiglia, e si poteva interloquire spesso dentro ad aule di giustizia assai meno controllate di adesso o per via epistolare con Raffaele Cutolo: lì l’uso anche smodato e logorroico della parola era una regola, ciò che a Palermo era un’eccezione. Da tempo anche i boss siciliani sono diventati abbastanza loquaci, i “pentiti” come gli “irriducibili”, contraddicendo la vecchia solfa della “meglio parola” che nella cultura popolare è (o era?) “quella che non si dice”. Affermare che “la mafia fa schifo” in fondo non costa niente, se invece intanto va in porto la ricostruzione del tessuto organizzativo, il ricompattamento di Cosa Nostra. Il brand “Cosa Nostra” è in declino, anzi non sappiamo bene se i commissari liquidatori abbiano mantenuto i diritti su quel marchio. Del resto, non è chiaro se la mafia siciliana mantenga ancora quel nome: i diversi tentativi via via abortiti di ricostruire la struttura unitaria dell’organizzazione, la Commissione e la stessa leadership, hanno forse consigliato qualche rinnovo di codici interni, qualche rispolveratura di vecchi linguaggi, incrostazioni e comportamenti. Più interessante sarebbe capire come nel Terzo Millennio i mafiosi parlino tra loro di se stessi e della mafia, della loro “cultura”, e dei loro “valori”, come ne percepiscano la crisi. Il codice destinato all’esterno, quanto differisce dalle comunicazioni interne? Il più recente spiraglio è aperto dal caso del capomafia di Bagheria, Pino Scaduto, membro della residua Commissione: “Tua sorella s’è fatta sbirra”, dice al figlio, informandolo di una vietatissima relazione sentimentale della donna con un carabiniere. E in una lettera indirizzata a una parente: “Questo regalo quando è il momento glielo farò – scrive - tempo a tempo che tutto arriva”. La traduzione di “regalo” è: “morte”. Il mandato di uccidere non va in porto perché il figlio si rifiuta, ma è importante leggere con quali parole. Dalla trascrizione di una conversazione di Scaduto jr. con un amico (approfittiamone finché il decreto Orlando non toglierà l’accesso ai virgolettati): “Io non lo faccio, il padre sei tu e lo fai tu... io non faccio niente... mi devo consumare io? Consumati tu, io ho trent'anni, non mi consumo”. Sicché il valore dell’ “onore” mafioso sbandierato dal mafioso più anziano, non riesce a prevalere sull’argomento più concreto e prosaico della pellaccia: “consumarsi” in siciliano, significa “rovinarsi”. E onore famiglia religione sono parole che acquistano significati sorprendenti, come sappiamo, ben prima di Buscetta, nella cultura e nello slang dei mafiosi. Sul finire del 2000 uno dei tentativi di rifondazione di Cosa Nostra attorno al superlatitante Salvatore Lo Piccolo di San Lorenzo prevedeva il ripristino di un vecchio decalogo con terminologia immutata e condita degli stessi strafalcioni: "Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro - se non è un terzo a farlo". "Non si guardano mogli di amici nostri". "Non si fanno comparati con gli sbirri". "Non si frequentano né taverne e né circoli". "Si è il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a Cosa Nostra. Anche se c'è la moglie che sta per partorire". "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti". "Si ci deve portare rispetto alla moglie". "Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità". "Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie". "Chi non può entrare a far parte di cosa nostra: chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine, chi ha tradimenti sentimentali in famiglia, chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali". Ma oggi, nel 2017 il codice linguistico associato al decalogo mafioso richiama ancora ambiguamente il rispetto dei “valori morali” da parte di un’accolita di pluriassassini? Se davvero sono tornati più o meno in sella, i trecento ex detenuti della nuova rifondazione mafiosa riusciranno a risorgere e a comunicare con i linguaggi di quelli che hanno tenuto loro il posto? Tutto dipende dalla loro energia e dalle loro risorse, oltre che da una cosa che non sappiamo prevedere: se quelli di fuori hanno mantenuto l’imprinting di quelli che stavano dentro, come la figlia di Totò Riina che s’affaccia alla tribuna di Facebook per pubblicare il selfie con il dito sulle labbra in segno di invito al silenzio e al “rispetto”, l’operazione potrebbe rivelarsi meno complicata di quanto possiamo immaginare.

Il nuovo dizionario dei boss, scrive il 30 dicembre 2017 su "La Repubblica" Salvatore Cusimano - Giornalista. Prima scena. E’ il 2005. Appaiono grandi manifesti in tutta la Sicilia. Una scritta a caratteri cubitali su sfondo colorato: “La mafia fa schifo”. Una campagna di comunicazione della Regione Siciliana. Lo scalpore dura ben poco. Lo scetticismo di questa terra archivia in pochi giorni la faccenda. Pochi anni dopo Salvatore Cuffaro detto Totò, il presidente-governatore della Sicilia, alla guida della giunta di governo dell’isola, fautore di quella campagna, nel 2008, due anni dopo la sua rielezione plebiscitaria, viene accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Per questo reato Cuffaro viene condannato con sentenza definitiva. Pena scontata con i benefici di legge. Siamo ora nel 2009. Cambiamo scenario. Siamo a un paio di migliaia di chilometri da Palermo nel circolo Arci di Paderno Dugnano, a nord di Milano. Il circolo è intitolato a Falcone e Borsellino. Una foto dei due magistrati è sulla parete a memoria perenne del sacrificio di due uomini giusti che hanno speso la loro vita per il nostro Paese. Le microspie delle forze dell’ordine registrano un incontro” straordinario”. Sotto quella immagine fortemente simbolica non sono seduti i pensionati e i giovani aderenti alla più grande associazione italiana di promozione sociale, dichiaratamente di sinistra, ma un drappello di ‘ndraghetisti, trenta in tutto, riuniti in un summit per eleggere il referente delle cosche calabresi per il Nord Italia. Una location perfetta per apparire insospettabili. Ultima scena. Villabate. Un paesone alle porte di Palermo. Sempre 2005. Il comune è impegnato in campagne di sensibilizzazione sul tema della mafia nei territori. Sostiene iniziative in memoria delle vittime delle stragi del ’92 e del tributo di sangue versato in Sicilia da rappresentanti delle istituzioni, alla presenza di star del cinema, testimonial d’eccezione. Poco tempo dopo l’amministrazione viene sciolta per mafia, il presidente del consiglio comunale dell’epoca Francesco Campanella, promotore di tante di quelle iniziative antimafia, si rivelerà essere non solo un mafioso, ma presto tradirà i suoi accoliti e il suo capo mandamento Nino Mandalà e volterà le spalle anche al suo partito l’Udeur, una delle formazioni nate dalla diaspora democristiana. In comune questi episodi, ma se ne potrebbero citare decine di altri, hanno lo scarto fra la vita vera e la sua rappresentazione. In terra di Sicilia lo scostamento (sui quali riflettono anche gli psicologi) è tanto più grave perché non cela solo un astioso opportunismo ma sembra rivelare un’incarnazione di disvalori che ha radici ben più profonde di quanto ci si immagini, a fronte della cui conservazione val bene anche una manifestazione di facciata che inneggi al vento antimafioso di cui tutti, a parole, si fanno paladini. Accodarsi al mainstream, se possibile addirittura capeggiarlo. Militare fra le file dei banditi intestandosi pubblicamente i valori delle guardie. Forse mai come oggi è necessaria la riscrittura di un dizionario civile, che scavi nel lessico alla ricerca dell’autenticità delle azioni, mascherate da frasi di maniera e da comportamenti contraddittori. Parole troppo usurate e gridate per essere vere e credibili. Amaramente bisogna riconoscere (e non è la prima volta che questo blog lo sottolinea) che sotto l’ombrello dell’antimafia è germogliato di tutto: tante associazioni dignitose, interessati al bene comune e alla crescita della consapevolezza civile, ma anche parassiti e approfittatori, distribuiti fra tutte le categorie e professioni compresa quella giornalistica. Avere la patente di chi si schiera contro le cosche, è utile ribadirlo, serve ad aprire molte porte, anche quelle che l’ascensore sociale di una comunità in declino non assicura più. Una milizia che serve anche a tenere a riparo le attività sotterranee della “terra di mezzo” da indagini e inchieste giudiziarie. Uno stratagemma in qualche caso risultato efficace, soprattutto nella fase di avvio dell’attività illegale. Oggi chi indaga sa che non ci sono terre franche e anzi bisogna scavare dietro gli slogan abusati per trovare molti cervelli e molte braccia della criminalità che cambiano sempre volto (vestendo anche quello della migliore società impegnata, riconosciuta e apprezzata nei saloni e nei palazzi che contano) per sopravvivere e rinviare il conto finale con la giustizia.

Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Libertà di informazione sempre più a rischio in Italia. I casi sono andati aumentando e nell'anno che si chiude Ossigeno per l'informazione (l'osservatorio promosso dalla Fnsi e dall'Ordine presso l'Associazione stampa romana) ha accertato gravi violazioni: intimidazioni, minacce, ritorsioni e abusi nei confronti di 423 giornalisti, blogger, fotoreporter, video operatori. Quest'anno i cronisti colpiti sono undici più del 2016, e per il 25% donne. Ossigeno ha pubblicato i nomi di ciascuno degli operatori dell'informazione colpiti e ha descritto gli attacchi ingiustificabili che hanno subito. Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento). Altre tipologie prevalenti sono state le aggressioni fisiche (20 per cento), le azioni per ostacolare la libertà di informazione con modalità non perseguibili per legge (7 per cento) e i danneggiamenti di beni personali o aziendali (4 per cento). La regione italiana più colpita è stata il Lazio, dove sono state accertate più intimidazioni e ritorsioni. Solo a Roma e nei dintorni sono stati colpiti 141 giornalisti e blogger, il 33 per cento dei 423 casi riscontrati nell'intero territorio nazionale. Nel Lazio c'è stato un incremento di otto punti percentuali rispetto al 2016. Questa concentrazione delle intimidazioni e delle minacce nella Capitale e nei centri circostanti è stata segnalata da Ossigeno ripetutamente da maggio in poi e rappresentata in un dossier intitolato "Allarme Lazio". E' il primo anno, dal 2013, che la percentuale degli avvertimenti supera quella delle azioni legali pretestuose. Le cifre di Ossigeno rispecchiano l'andamento delle intimidazioni e delle minacce attuate in Italia contro i giornalisti e descrivono in dettaglio il 6 per cento del fenomeno. Per avere una stima attendibile del numero di cronisti colpiti effettivamente da queste violazioni durante l'anno bisogna dunque moltiplicare per quindici il numero dei casi accertati. Moltiplicando 423 per 15 si ottiene 6.435. Nel 2017, Ossigeno è stato in grado di verificare con cura 216 differenti episodi (14 meno del 2016). Il numero dei minacciati è quasi il doppio degli episodi esaminati perché in 87 di questi casi sono state prese di mira più persone.

Giovanni Tizian, la mia storia, scrive il 16 dicembre 2017 su "La Repubblica" Attilio Bolzoni. Conosco la strada maledetta che da Bovalino porta a Locri e conosco anche la Calabria mafiosa che da Reggio sale verso l’Aspromonte. Ma non riesco neanche ad immaginare cosa poteva essere quella strada e cosa poteva essere quella Calabria di quasi trent’anni fa, quando uccisero in una sera d’autunno un uomo che si chiamava Peppe Tizian. Un nome come tanti ingoiato dall’indifferenza e dalla paura, un morto dimenticato come tanti se non ci fosse stato un figlio che in nome del padre ha voluto ricordare a se stesso e all’Italia cos’è dignità e cos’è giustizia.

Giovanni Tizian è un mio collega, un giovane giornalista che scrive per L’“Espresso”. L’ho visto arrivare a Roma qualche anno fa. Se n’era dovuto andare da Modena - dove lavorava per la “Gazzetta” - perché qualcuno gli voleva «sparare in bocca» per un paio di articoli contro un signorotto del crimine. Tanto tempo prima Giovanni ancora bambino se n’era dovuto andare anche dalla Calabria, portato via dalla madre e dalla zia per farlo crescere lontano da un ambiente infame dopo l’uccisione del papà. Destini che si incrociano intorno a una famiglia che aveva soltanto il desiderio di una normale esistenza, che s'inseguono dalla Locride alla pianura padana. Con quei "calabresi" che sono sempre lì, a minacciare le vite degli altri. Canaglie che il più delle volte sono rimaste impunite, padrone di decidere chi deve morire o chi deve mettere la testa sotto i loro piedi. Dedichiamo questa serie del blog alla storia di Giovanni Tizian che è sì la storia di Giovanni ma è anche quella di migliaia di uomini e di donne senza volto, voci soffocate, silenziate dall'ignavia di chi sta intorno a loro, da interessi meschini, da piccole e grandi complicità. Poi c'è lo Stato, lo Stato che non fa sempre quello che deve fare. Due anni ci sono voluti ai familiari per visionare gli atti dell'inchiesta sull'uccisione di Peppe Tizian, ne sono passati altri ventotto e nulla si sa ancora sui mandanti e gli esecutori di quel delitto nella Locride. Niente di niente. Frammenti di verità che Giovanni ricerca con la passione e il dolore ma anche con gli strumenti del suo mestiere, l'indagine e le connessioni, il contesto, le testimonianze, il racconto. Da acerbo cronista Giovanni è diventato anno dopo anno giornalista di robusta struttura mantenendo - nonostante la vita blindata e una notorietà improvvisa arrivata con le gravi intimidazioni ricevute da un boss della 'Ndrangheta - un profilo di sobrietà e di "educazione” per nulla comuni, un pudore molto meridionale che nasconde un privilegio: l'essere considerato per quello che è e non solo per quello che di tanto drammatico è accaduto intorno a lui e alla sua famiglia. Qualche riga la vorrei dedicare infine al boss che l'ha minacciato, Nicola "Rocco" Femia, un imprenditore del gioco d'azzardo legato ai clan di Gioiosa Ionica. Arrestato, processato, condannato (e poi pentito), ha sempre indicato Giovanni Tizian come il "colpevole" delle sue disgrazie giudiziarie per quegli articoli. Una "moda" mafiosa che ha preso piede in tanti altri luoghi d'Italia, quella di accusare alcuni giornalisti. Vuol dire che fanno bene il loro mestiere e le loro notizie fanno danno.

Una lontana estate di fuochi, scrive il 20 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Il capannone avvolto dalle fiamme. Un rogo spaventoso che in quella notte di luglio del 1988 illuminava tutta la contrada Sandrechi, sulla strada che collega Bovalino a Platì. Il mobilificio di mio nonno bruciava così, mentre noi lo guardavamo attoniti. Gli anni Ottanta e Novanta furono anni di piombo per la Calabria e per il paese nel quale sono nato. L'Aspromonte e le famiglie di ‘Ndrangheta, le loro regole, l'Anonima sequestri, i lobi delle orecchie mozzati e inviati ai familiari per convincerli a pagare i miliardi richiesti. Ma i clamorosi sequestri di persona, gli ostaggi nascosti nelle grotte di quei monti impenetrabili erano solo la vetta visibile, quella che più catturava l’attenzione dei media e dell’Italia tutta. Il resto però, quello che non veniva raccontato, ha ferito a morte la mia terra e tantissimi cittadini onesti che hanno pagato con la vita il prezzo della loro dignità. La ‘Ndrangheta stava completando la sua evoluzione iniziata con la costituzione de “La Santa”, struttura nata a metà degli Anni Settanta per consentire ai più importanti capi di conferire con massoneria, forze dell’Ordine e uomini politici. Serviva a gestire meglio gli affari illeciti e avere accesso al potere. Erano gli anni della seconda guerra di mafia a Reggio Calabria. Quasi mille morti. Mafiosi contro mafiosi. E poi il massacro degli innocenti. Gente onesta ammazzata senza scrupolo per affermare il loro potere criminale. Questo era lo scenario della mia infanzia nella Locride. Terra antica, con le impronte della gloriosa Magna Grecia ancora visibili in alcuni luoghi, saccheggiata da uomini che si definiscono d'onore: gli 'ndranghetisti. All'epoca la mafia calabrese era considerata un gruppo disordinato di pastori feroci, sanguinari e ignoranti. Per l'Italia, la Calabria era una regione periferica e pericolosa da cui stare lontani. Anche per i politici. Salvo le doverose e fruttuose processioni pre-elettorali. Così nessuno capì il dramma che si stava consumando nella punta dello stivale. E che stava già guastando tutta la nazione. Oggi paghiamo le conseguenze di quella cecità. Il mobilificio di mio nonno Ciccio moriva quella notte di luglio. E con esso la speranza di riscatto. Avevano resistito alle estorsioni, ai camion fatti saltare durante la notte. Ci avevano creduto. I miei familiari e i quindici operai che lavoravano in quel capannone non vollero arrendersi. Continuarono. Follemente, senza alcuna certezza, forse per disperazione, non fermarono l’attività. Nei garage di ognuno di loro si tagliava, s’incollava, si assemblava. Ma quell’incendio anonimo aveva bruciato il futuro. E non era che l'inizio della guerra.

Quella sera che uccisero mio padre, scrive il 17 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Il giorno è il 23 ottobre, l'anno il 1989. Il sole era tramontato da un pezzo. Ero un po’ cupo, davanti alla tivù, in attesa dei cartoni animati della sera, mentre pensavo a quel nuovo maestro che non mi piaceva affatto. Aveva modi bruschi e sguardo duro e non riuscivo a farmelo andare giù. Che sarà mai? cercava di sdrammatizzare nonna Amelia. E già, che sarà mai? L'orologio della cucina segnava intanto le 19 e la casa profumava di salsiccia e broccoli. La cena era quasi pronta, ma aspettavamo che arrivassero i miei zii e mio padre. Peppe Tizian. Ultimamente si tratteneva più a lungo negli uffici del Monte dei Paschi di Siena, a Locri, dove lavorava. Mia madre si era lavata i capelli e li aveva avvolti in un asciugamano a mo’ di turbante. Nel frattempo raccoglieva il disordine di un’intera giornata e sistemava la mia cartella per il mattino dopo. Era un lunedì sera freddo, strano per il periodo. Il camino era acceso e le castagne lì vicino aspettavano di essere abbrustolite. Un insolito squillo di campanello, ripetuto e lungo, mi distrasse per un attimo dai cartoni serali. I passi affrettati di mia madre per raggiungere il citofono, non trattennero però i miei pensieri. E nemmeno la sua corsa per le scale. Continuai a guardare la tv, mentre al portone di casa mia due poliziotti, un maschio e una donna, ci comunicavano che papà era morto. Ammazzato lungo la strada che da Locri porta a Bovalino. Vittima di un agguato mafioso davanti al museo della antica Locri Epizefiri. L’ennesima vittima di una logica criminale che stava risucchiando la Calabria in un buco nero di violenza e ingiustizie. Nell’ottobre in cui fu assassinato mio padre il nome di Bovalino risuonava quotidianamente nei telegiornali nazionali. Le telecamere della Rai e i fari sempre accesi sulla piazza principale narravano solo una parte della storia. Tra i fitti boschi dell’Aspromonte, nelle grotte fredde e profonde, ancora erano tenuti prigionieri Casella e Celadon. E l’Italia tutta aspettava una risposta dallo Stato. Una presa di posizione forte che mettesse fine alla stagione terribile dei sequestri di persona. Mia madre mi abbracciò forte prima di correre verso il luogo dell’omicidio. Mi rassicurò: sarebbero tornati presto, sia lei, sia mio padre. Molto tempo dopo mi raccontò tra le lacrime che sotto il capo reclinato di mio padre, sul sedile del viaggiatore, c’erano due libri di fiabe per me.

Peppe Tizian, un delitto senza colpevoli, scrive il 18 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Il dolore per quel lutto incomprensibile lo raccontavo solo a una stella, scelta insieme a mia madre la sera nella quale mi disse che Peppe non c’era più. Tre giorni dopo l’omicidio. Neanche con i miei familiari parlai più di mio padre. Tutti gli interrogativi li lasciai a loro. Domande che anteponevano la giustizia e la dignità alla rassegnazione di fronte a tanto strazio che non aveva né un motivo né uno scopo. Bussarono alle porte della Procura, della Questura, alle porte del buon senso. Nessuna risposta. Né per l’incendio e tantomeno per l’assassinio. Sembrava che tutto quello che era successo fosse dovuto a inevitabili cause naturali. Da accettare senz’altro pretendere. E non, invece, alla mano di uomini spietati che perseguivano il proprio potere seminando terrore e morte. L’unica sconfortante risposta che arrivò furono le parole del pubblico ministero che seguiva il caso: nella vita di Peppe Tizian non c’erano ombre, e questo non aiutava gli investigatori che annaspavano in un mare di possibili, fantasiosi moventi. E poi l’archiviazione, neanche un anno dopo. Oggi mi chiedo come mai non furono seguiti gli indizi evidenti: la banca che inevitabilmente - visto che nessuna legge antiriciclaggio esisteva ancora- era lavatrice di tutti i soldi dei sequestri e della droga che ormai scorreva a fiumi, l’incendio del mobilificio e i tentativi di continuare a lavorare nonostante tutto. Tracce che per buon senso ognuno leggerebbe come un’ottima base di partenza. Come mai non si diede seguito alle indagini nonostante si fosse a pochi passi dall’individuazione della matricola abrasa dell’arma del delitto. Il caos giudiziario nella Locride, in quegli anni, era pari solo a quello dell’informazione nazionale. Alle forze dell’ordine e ai sempre più esigui magistrati veniva richiesto impegno estremo sui sequestri di persona degli imprenditori del Nord. L’esercito schierato nelle cittadine spaventava noi bambini, ma non certo gli uomini della ‘Ndrangheta. Non c’era tempo né forze per rispondere ai cittadini locali, piegati dalla forza mafiosa. Restava il dolore, la paura e piano piano anche la vergogna di dover giustificare il fallimento della fabbrica e un morto ammazzato. Quando la giustizia non dà risposte, le vittime restano in un limbo, a metà strada tra il torto e la ragione.

Lontano dalla Calabria dei carnefici, scrive il 19 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Il paese era chiuso a riccio sulle proprie sventure. Piegati dal non vedere via d'uscita, si sopravviveva adeguandosi alle leggi dei carnefici. La 'Ndrangheta veniva ridotta dai media e dai politici a banditismo primitivo. Mentre già all'epoca era radicata in cinque Continenti. Aveva cellule nel Nord del Paese. Incassava tanti denari e non solo dai sequestri. Mentre ancora tutti puntavano il dito verso l’Aspromonte, le 'ndrine si espandevano altrove, alla ricerca di eldoradi dove arricchirsi ancora di più. I pastori dai modi bruschi e primitivi indossavano l'abito manageriale e gestivano appalti milionari e trattavano enormi partite di cocaina coi narcos. E nessuno li riconosceva. A Milano gli stessi imprenditori atterriti dalla possibilità di finire ostaggio dell'"Anonima sequestri” non avevano timore a sedersi al tavolo con spregiudicati titolari di aziende in odore di 'Ndrangheta. Il motivo? Semplice: di quelle famiglie temevano il volto feroce, non la loro capacità finanziaria. I soldi anestetizzano le paure e fanno sparire il puzzo di capra. Trasformano l'omertà in convenienza. A casa loro intanto, i boss continuavano a comportarsi come le bestie. Perché quel pezzo di terra era loro. Comandavano loro. Il resto della mia famiglia però non era disposta a sottomettersi. Niente giustizia né verità, ma sulla dignità, sulla lealtà verso i propri ideali non erano disposti a cedere. Così decisero di lasciare il paese dove eravamo nati, bagnato da un mare incantevole ma anche da tante lacrime. Anche noi non avevamo una visione reale delle dimensioni del fenomeno mafioso calabrese. Scegliemmo una regione, l’Emilia Romagna, che credevamo incarnasse i valori che per la mia famiglia erano un faro: libertà, equità, giustizia, solidarietà. Io avevo ormai terminato le scuole elementari, a Salice, una piccola scuola di campagna, che mi accolse quando dopo la morte di mio padre, l’antipatia che nutrivo per quel maestro si era trasformata in panico vero e proprio. Lo strappo più doloroso fu quello nel lasciare i miei amici, uno in particolare. Per il resto, nonostante quel fondo di tristezza che mi accompagnava sempre, trovavo eccitante l’idea di andare a vivere in una città viva, dove forse avrei visto anche la neve.

Una nuova vita “tranquilla”, scrive il 20 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Prima di partire mia nonna volle farci un regalo. Per sollevare l'umore di tutti. Per offrirci ancora visioni di bellezza. Organizzò un viaggio alle isole Eolie. Lo fece nonostante le critiche condizioni economiche, e devo dire che diede ai suoi figli e a lei stessa grande energia e speranza. Anch’io ero molto felice. Soprattutto durante un giro in barca che mi ha fatto ricordare quando Peppe mi caricava sulla deriva a vela e sentivamo il vento, e mi diceva che del vento non bisogna aver paura: bisogna capirlo e poi ti diventa amico. Ma questo non lo dissi a nessuno. Di Peppe Tizian io non parlavo. Ascoltavo i discorsi di mia madre e mia nonna, di mia zia e di qualche amico carissimo. Assorbivo la loro forza nel tenere vivo il ricordo e la speranza. Lo depositavo in qualche parte profonda del cervello. Lo lasciavo lì, così il cuore non avvertiva la sofferenza. La sentiva però la mia pancia di bambino, che mi faceva male così all’improvviso e niente serviva a calmare il dolore. Come un buco nero che si contraeva violentemente per poi finalmente, piano piano tornare a rilassarsi. Lentamente anche questo segnale scomparve. La nuova vita a Modena era piena di distrazioni e attività. Una tra tutte mi prendeva tempo e passione: il basket. E poi c’erano i cinema, quasi sotto casa, negozi e amici nuovi. Non mi accorgevo neanche dei sacrifici che mia nonna e mia madre facevano per consentirmi quella normalità. Certo la nuova casa non aveva né le dimensioni, né le comodità e nemmeno la vivacità della grande casa di Bovalino. Mi mancava la grande terrazza dove scorrazzavo con una piccola jeep elettrica. Mi mancava il caminetto davanti al quale mio nonno e mio padre si concentravano in lunghissime partite a scacchi, nelle sere d’inverno, e io a cavallo sul bracciolo della poltrona su cui sedeva l’uno o l’altro mi divertivo ad aspettare con pazienza le mosse della regina. Anche gli uomini della ‘Ndrangheta però, a nostra insaputa, stavano da tempo giocando la loro partita a scacchi con Modena e tutta l’Emilia Romagna. Quando noi arrivammo, già loro erano lì da tempo. Invisibili e modesti nei comportamenti, a Reggio Emilia in particolare, stavano conquistando posizioni economiche con le loro ditte edili, ma miravano alle menti. L’obiettivo delle ‘ndrine in quel pezzo di Padania era creare una ragnatela mortale nella quale attirare imprenditori, politica e professionisti.

Lacrime di Natale a Bovalino, scrive il 21 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Crescevo, ma quel buco nero nello stomaco restava lì. Non si contraeva più, ne sentivo però la pesantezza, l’ingombro. Vissi una difficile adolescenza, colma d’affetto per fortuna, ma carica di fantasmi e di paure che non riconoscevo e non sapevo chiamare. La giustizia mi sembrava un valore finto, pura retorica per mantenere un ordine che conveniva solo a pochi. Avrei voluto risposte, ma non facevo neanche domande. Cominciai a evitare anche di tornare in Calabria. Non aspettavo più con ansia che si avvicinassero le vacanze per tornare a Bovalino, dai miei amici, nella mia casa. Quando i miei familiari partivano per trascorrere qualche tempo lì, io trovavo mille scuse per non andarci, neanche per un giorno. Arrivai a odiare quei luoghi, senza consapevolezza del perché. Non pensavo al passato, non parlavo di mio padre, mi sembrava che neanche mi mancasse. Non mi piaceva la scuola che frequentavo, non mi piaceva il modo di vivere degli adulti. Frequentavo tanta gente ma stavo bene solo con i miei pochi amici. Tornai a Bovalino, costretto, mi dicevo, da mia madre, che voleva che trascorressimo il Natale tutti insieme nella vecchia casa di famiglia. Era il 2002 e avevo 20 anni. Oggi credo che in fondo se ci sono tornato era perché sentivo che dovevo farlo. Che era arrivato il momento di crescere e leggere tra le pieghe del mio disagio di vivere. E fu proprio su una di quelle poltrone sulle quali sedevano mio nonno o mio padre, col coraggio che viene da un bicchiere di troppo, davanti alle braci del caminetto che stavano finendo di consumarsi lentamente, che sopraggiunsero le lacrime. Fuori i boss, dalle terrazze delle loro case pacchiane e sontuose, salutavano la nascita di Gesù Bambino con colpi di pistola verso il cielo. Per ricordare a tutti che erano loro i padroni. Loro erano Dio. La mezzanotte era passata da un bel po’. Mi raggiunse mia madre.

Alla ricerca di una verità e di giustizia, scrive il 22 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Da quella notte ho cominciato a fare pace con il mio passato. Il buco nero che avvertivo in fondo allo stomaco cominciò ad abbandonarmi via via che il ricordo di mio padre tornava nella sua pienezza, non più ostacolato dalle mie paure e dai miei sensi di colpa. Sentivo di dovere qualcosa a quell’uomo di appena 36 anni, quasi gli anni che oggi ho io, generoso e sorridente, che aveva pagato con la vita il suo voler restare libero e onesto. Erano passati dodici anni. Tredici dall’incendio della fabbrica di mio nonno. Ormai sembravano fatti lontani. C’era ancora tanto da fare invece. Intanto ripartire da dove i miei familiari si erano dovuti fermare. Da quella memoria che non era mai stato possibile condividere. Da quella giustizia che non aveva ancora dato risposte. Da quella nebbia che avvolgeva tutte le responsabilità. Mi muovevo con passi incerti, da principiante. Solido però dei rituali e dei racconti che in famiglia tenevano vivo il ricordo e la speranza. Ero da poco iscritto all’ Università e per la prima volta cominciavo a vedere ben chiara la strada davanti a me e sentivo che era in continuità con il mio passato. Davanti il futuro che volevo costruire, dietro tutto quello che era accaduto. E le due dimensioni vivevano della stessa linfa, come le radici e le foglie di un albero. Cominciai a cercare nei libri di chi aveva scritto di ‘Ndrangheta risposte a domande che mi tenevano sveglio la notte. Studiai quelle pagine, le date, i nomi, i movimenti, i segreti dell’associazione mafiosa più potente del mondo, la più impenetrabile. Anche Modena e l’Emilia non erano immuni da presenze legate alle ‘ndrine. Prima di partire per le vacanze estive dissi a mia madre che, una volta in Calabria, intendevo recuperare il fascicolo della pratica giudiziaria riguardante l’omicidio di mio padre. Fece un lungo sospiro, non so se liberatorio o di apprensione, e mi disse che mi sarebbe stata a fianco, come sempre.

I miei primi articoli sulla 'Ndrangheta al Nord, scrive il 24 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Le mie lunghe letture e la documentazione raccolta in quegli anni sulla 'Ndrangheta, infine, erano confluite in gran parte nella mia tesi di laurea. Sentivo però che il moto interiore privato aveva sollecitato un’altra passione. Quella per il mestiere di giornalista. Provai così a inviare qualche articolo a un giornale on line e fu pubblicato. Era alle porte la primavera del 2005 e una mattina, tornando dalla nottata di lavoro, decisi di passare dalla Gazzetta di Modena. Non sapevo come funzionasse. Ma ci volevo provare. Entrai e chiesi con chi potevo parlare per offrire la mia collaborazione. Mi dissero di aspettare e dopo poco mi raggiunse Giovanni, il caporedattore. Mi fece accomodare nel suo studio e cominciò a domandarmi come mai fossi interessato a quel mestiere. Non sapevo cosa rispondere. Non intendevo raccontargli tutta la mia storia. Così gli dissi semplicemente che era il mestiere che avrei voluto fare. “E di cosa ti piacerebbe scrivere?” mi chiese.  “Di mafie” risposi. A Modena, fino ad allora, di mafie non si parlava e non si scriveva. A che scopo scrivere su un giornale locale di fatti che non riguardavano quel territorio?  Se rimase stupito non lo mostrò. Dopo un po’ di tempo però Giovanni sorrideva e batteva la testa nel ricordare il nostro primo incontro. Cominciai a lavorare per la Gazzetta di Modena quasi gratis. Avevo tanto materiale e quando arrivò un nuovo direttore mi azzardai a proporre un’inchiesta su fatti di mafia lì, in Emilia. Comparve la parola ‘Ndrangheta. Gli emiliani, e non solo, non riuscivano neanche a pronunciarla, non sapevano come scriverla quando il termine era preceduto dall’articolo. Questo mi diede la dimensione della voragine storica tra il Sud nel quale ero nato e il Nord dove ero cresciuto. A stento e solo pochi ricordavano la temuta "Anonima sequestri”, ma nessuno la metteva in relazione con la ‘Ndrangheta, ritenuta un fenomeno di criminalità locale e primitiva. In pratica, roba per cultori del genere.

Quando ho cominciato a capire quella Calabria, scrive il 25 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. La mattina che andammo con mia madre al tribunale di Locri, a presentare la domanda per avere il fascicolo giudiziario dell’omicidio di Peppe Tizian, eravamo spaesati, emozionati ma risoluti. Iniziava per noi un cammino difficile e pieno di insidie, ciò nonostante era come se ci fossimo ripresi in mano la vita. Ce lo consegnarono poco meno di due anni dopo. Un tempo lunghissimo per chi ha già aspettato tanto. Nel frattempo io instancabile cercavo altre risposte. Lunghe notti di veglia nella casa d’accoglienza per minori, dove lavoravo, e poi al mattino a studiare vecchi e nuovi articoli di giornale e il materiale giudiziario che trovavo su internet. Ero assillato dalla ricerca di uno straccio di verità. La dovevo a mio padre, a chi era sopravvissuto, al mio presente e al mio futuro. Fu così che riuscii a capire qualcosa d’importante sulle possibili cause che stavano dietro l’incendio della fabbrica di mio nonno. O quantomeno a individuare chi avrebbe avuto interesse a mettere le mani su quel terreno e sul capannone. Così molti anni dopo provai a dare io una risposta a mia madre, a mia zia e ai miei zii, a mia nonna. A loro che avevano sacrificato i loro anni migliori per quel mobilificio. Gli dovevo tanto. Dopo essermi procurato un'aggiornata visura camerale e catastale del fabbricato, mi parve di leggere chiaramente quello che in più di 20 anni nessuno aveva voluto comprendere. L'area qualche anno dopo il nostro fallimento era stata acquistata da un clan di Platì: i Barbaro. L’avevano trasformata in una fabbrica di parquet. Ma nessuno ci andava a comprare. Al Nord come al Sud. Fagocitano nelle maniere più svariate attività economiche pulite e le svuotano da dentro lasciando solo il guscio. Oppure ne fanno terra bruciata, solo perché il posto è strategico per i loro loschi affari. Il controllo assoluto del territorio. Nella Locride succede anche questo. Gli inquirenti però non se ne erano accorti. O forse non c’era tempo. Se da una parte il mio interesse diventava sempre più professionale, dall’altra cresceva l’impegno civico. Conobbi don Ciotti e Libera e attraverso loro gli amici dell’associazione "daSud". Con Libera e "daSud" ho percorso il Sentiero della Memoria in Aspromonte e per la prima volta lì, tra quelle montagne colpevoli di troppi segreti, ho raccontato la storia della mia famiglia, l’omicidio di mio padre, il silenzio che da troppo tempo opprimeva le nostre vite e il desiderio di riscattare quel nome, Peppe Tizian, dalla dimenticanza istituzionale e dall’incuria della società addormentata. A Milano, durante la Giornata di Libera, dedicata alle vittime delle mafie, venne letto il nome di mio padre. Eravamo in tanti, io e mia madre defilati dallo spazio dei familiari, nascosti tra la folla, tremammo dall’emozione.

La privacy di Sua Eccellenza Rocco Femia, scrive il 25 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. C'era un ambito ancora poco indagato dai media che attirò la mia attenzione: il prosperare in Emilia delle sale di video slot e gli interessi mafiosi collegati a quell’attività. I Casalesi sembravano farla da padroni. Ormai allenato, però, nel fare collegamenti tra fatti e nomi che sembravano non c’entrare nulla l’uno con l’altro, non rimango indifferente quando tra le carte giudiziarie a mia disposizione spunta un nome: Nicola "Rocco” Femia, e un luogo: la provincia di Ravenna. Un imprenditore del gioco originario di Gioiosa Ionica e residente a Conselice, legato ai Valle-Lampada e al boss Mazzaferro. Femia da trafficante di cocaina era diventato un punto di riferimento nel settore del gioco d’azzardo. Tanto da essere interpellato come consulente dal casalese Nicola Schiavone, figlio di Sandokan. La mia prima inchiesta su Femia e il suo giro d’affari fu pubblicata sulla "Gazzetta di Modena” nel 2010. Emergevano insolite alleanze tra Casalesi, criminali appartenenti alla mafia calabrese e faccendieri di Cosa Nostra. Nel dicembre del 2011 scrivo ancora di Femia. E la cosa al boss-imprenditore non piace. Per nulla. Si sente stanato, disturbato nella sua privacy. E reagisce. Chiama Torello, suo faccendiere piemontese, uomo di potenti relazioni pubbliche e gli dice che sulla Gazzetta di Modena c’è un giornalista che per la seconda volta osa fare il suo nome, indicandolo come uomo di ‘Ndrangheta. E Torello lo rassicura: «O la smette o gli spareremo in bocca». Stia pur tranquillo Sua Eccellenza Rocco. Quel giornalista ero io, ovviamente, che ignaro di tutto continuavo a fare la mia vita di sempre. Femia, mentre si lamentava con Torello della mia insistente attenzione nei suoi confronti non sapeva di essere intercettato dalla procura di Bologna dopo la denuncia di un operaio marocchino vittima di un pestaggio da parte dei suoi scagnozzi. Chi ascolta le intercettazioni rimane impressionato dalla violenza verbale dei due e passa subito al procuratore di Bologna - allora era Roberto Alfonso - la registrazione della telefonata.

La mia vita blindata per un nome di troppo, scrive il 26 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Ero fuori città quando mi chiamarono dalla Questura di Modena. Mi trovavo a Catania con la mia ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. All’ora di pranzo del 21 dicembre del 2011, tra un boccone ancora non ingoiato e lo sguardo interrogativo di Laura, sopraffatto dall’incredulità, imparai che la mia vita era in pericolo perché avevo pronunciato e scritto un nome finora sconosciuto. La libertà d’informazione aveva disturbato il lupo nella tana. Mi assegnarono una scorta armata e feci ritorno a Modena. Il resto della mia famiglia era lì, mi aspettava preoccupata e attonita, ma sempre al mio fianco. Ancora nessuno, se non chi indagava, conosceva i motivi per i quali ero sotto protezione. La minacciosa intercettazione sarà resa pubblica solo la mattina in cui Femia e i suoi saranno arrestati. Più di un anno dopo. Non ho mai parlato volentieri della mia condizione di scortato. Mi sembra che abbia catalizzato troppe morbosità. Le persone comuni mi hanno spesso immaginato chi come un eroe, chi come un parassita che sfrutta la scorta per un piccolo spazio di notorietà. Alcuni studenti, quando andavo a parlare di mafie nelle scuole, sembravano interessati maggiormente all’aspetto balistico, alla potenza di fuoco, al numero degli agenti che mi seguiva, che non al racconto della portata criminale delle organizzazioni mafiose. Ho raccolto tanta solidarietà, ma anche critiche feroci e spesso ingiuste che mi hanno ferito e mi fanno male tuttora. Mi sono dovuto difendere non solo dai mafiosi ma anche da chi, per diversi motivi, era disturbato da questa mia condizione. Qualcuno mi ha definito un privilegiato. Io ho dovuto crearmi una corazza per fronteggiare l’innegabile paura di rimanere vittima di un agguato e per non cadere nella trappola del protagonismo. Sono sempre rimasto quello che ero, come avevo promesso a mia madre, pur nell’inevitabile e affrettata crescita che la situazione mi richiedeva. Cambiò però la mia situazione lavorativa. Il giornale non mi ha abbandonato, anzi. E anche per tutelare la mia persona fui mandato a Roma, collaboratore dell’Espresso. Gran salto, ma anche una grande responsabilità nei confronti di chi ha creduto in me e dei lettori. Oggi giro ancora con la scorta, non è sempre semplice, ma cerco di vivere come se lo fosse. La vita è tutta una questione d’abitudine, diceva nonna Amelia.

La scoperta della mafia sulla via Emilia, scrive il 27 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Rocco Femia, i suoi figli e i sodali furono arrestati nel gennaio del 2013. Stanati nella loro lussuosa villa con piscina nel Ravennate. Ghiacciato da ricordi di violenza e sofferenza che venivano dal passato, non provai quasi nulla. Mi concentrai sugli aspetti informativi e giudiziari della vicenda. A breve sarebbe cominciato il processo e bisognava decidere cosa fare. Costituirsi parte civile? Proseguire questa battaglia di libertà o riprendermi l’autonomia della mia vita quotidiana? Lessi le intercettazioni contenute nelle carte delle indagini e mi resi conto che la telefonata di minacce tra Torello e Femia è stata solo l’inizio di una serie di azioni più velate di tentativi di fermarmi. Oscuri intrallazzi con segretari di politici modenesi, tentativi di influenzare la “Gazzetta di Modena” tramite acquisti di grandi spazi pubblicitari, progetti di querele temerarie. Insomma una guerra dichiarata alla libertà d’informazione e alla democrazia, prima ancora che a me personalmente. Decisi quindi di costituirmi parte civile e con me tanti altri, tra cui l’Ordine dei giornalisti e associazioni come Libera, istituzioni locali e nazionali.  Si aprì in questo modo a Bologna il primo grande processo per ‘Ndrangheta in Emilia Romagna: Black monkey, dal nome di una delle schede truccate trovate durante le perquisizioni nei locali della famiglia Femia. Lunghe udienze che seguivo da lontano per evitare di far diventare il processo un problema personale tra me e il boss Nicola "Rocco” Femia. Il giorno in cui la corte mi interrogò guardai per la prima volta negli occhi l’uomo che mi voleva morto, lo ascoltai esprimersi nel suo italiano stentato, mentre mi indicava ancora una volta come causa dei suoi problemi giudiziari. Risposi alle domande della corte pacatamente per timore di sbagliare o di essere poco chiaro. Me ne andai senza ricambiare gli sguardi di sfida con i quali i Femia mi accompagnavano verso la porta. Black monkey era ancora lontano dal concludersi che si aprì l’altro fronte con Aemilia, processo alla ‘Ndrangheta emiliana dei Grande Aracri di Brescello, nel quale sono emersi numerosi contatti e relazioni tra i boss di Cutro e Femia. In Emilia la mafia non c’era fino a quando qualcuno non è andato a cercarla. E l’hanno trovata, o meglio sono emersi i livelli in superfice. Ma tanto ancora resta da conoscere.

Un attacco contro tutti i giornalisti, scrive il 28 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Il processo di primo grado al clan Femia si è concluso il 22 febbraio del 2017. Pesanti condanne hanno stordito avvocati difensori e imputati. Riconosciuta l’associazione mafiosa. Pietra miliare, la sentenza, per l’antimafia giudiziaria del Nord. Mentre il giudice leggeva le condanne quasi non respiravo. Poi solo pena. Nicola Femia mi aveva additato per tutto il processo come l’unico responsabile dei suoi guai giudiziari. Anzi io e la Guardia di Finanza. Le frequenti dichiarazioni spontanee di Femia sono interessanti per comprendere l’altra faccia dell’intimidazione. «Ho avuto la custodia in carcere per un giornalista, non c'è una denuncia, non c'è un capo di imputazione». «Un giornalista che organizza un processo», per colpa del quale «io rispondo di un'ordinanza di custodia cautelare», che «deve girare con la scorta, ma dove sono le minacce? Non ho questo capo di imputazione. Mi devo difendere. Chiedo che venga fatta una diffida al giornalista che scrive cose false». «Se ho commesso un reato è giusto che paghi. Chi sbaglia deve pagare – e poi aggiunge - Sbaglia Femia? Deve pagare Femia. Sbaglia il giornalista? Deve pagare il giornalista». Così si rivolge ai giudici, il boss delle slot: il suo nemico sono io. Ma parla ad altri. Il messaggio deve arrivare fuori e indica un bersaglio ben preciso: Giovanni Tizian. Non gli hanno creduto i giudici, che nelle motivazioni della condanna, nel capitolo riguardante le minacce da me ricevute scrivono: Giovanni Tizian «ha dovuto blindare la propria esistenza, compromettere la propria libertà di movimento con limitazione anche della propria attività professionale, oltre che subire un grave pregiudizio di ordine psicologico, per sé e per i propri familiari. Il danno che ha subito, quindi, è estremo». E ancora: «Il disegno di uccidere il giornalista Giovanni Tizian, colpevole di aver denunciato sulla stampa l’attività criminale dei Femia, è il tratto più inquietante e sinistro dei fatti venuti alla luce» e precisano che non si tratta solo di un attacco personale ma «di un aspetto addirittura eversivo, un attentato alla Costituzione la quale, all’articolo 21, stabilisce che la stampa non può essere soggetta a censure. In ciò si manifesta in modo ancora più drastico la pericolosità della mafia quale contropotere che tende ad avere il controllo sociale, a tacitare l’informazione e, lentamente ma progressivamente, a inserirsi nelle istituzioni fino a sostituirsi ad esse». Queste lapidarie parole descrivono la potenza eversiva delle mafie e dicono che la mia storia non è più qualcosa di personale ma riguarda tutti.

Lo Stato, la giustizia, la mia famiglia, scrive il 29 dicembre 2017 su "La Repubblica" Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. Ancora prima che in aula si leggesse la pesante condanna Nicola "Rocco" Femia aveva già deciso di collaborare con la giustizia. Le sue parole ora ricostruiscono scenari che vedremo se si confermeranno veri. A proposito del periodo dei sequestri dichiara che c’erano accordi tra servizi segreti e sequestratori, tra carabinieri e ‘ndranghetisti. Che chi avrebbe dovuto difenderci ci ha guadagnato, porgendo il fianco ai criminali. Mafiosi che avrebbero pagato il pizzo a uomini dello Stato. In quel contesto s’incastonano sia l’incendio della Fonti Cucine, la fabbrica di mio nonno, per la quale ancora i miei familiari stanno pagando debiti a uno Stato che continua a vessarli senza tuttavia avergli mai dato quella giustizia che gli spettava per diritto, sia l’omicidio di Peppe Tizian, un uomo di 36 anni che tornava dal lavoro per raggiungere suo figlio e per la morte del quale nessun colpevole è stato individuato, nessun indizio è sembrato sufficiente, nessuna sentenza è stata mai pronunciata. In entrambi i casi la giustizia ha proclamato tutta la sua incapacità. Anche questi fatti avrebbe dovuto riguardare tutti. Il mio paese, Bovalino, e l’Italia. Così non è stato. E credo che il Paese abbia perso un’occasione importante per far luce su uno dei mali che lo sta divorando. Se il dito di un piede va in cancrena, il ginocchio non può stare tranquillo. Invece tra gli Anni Settanta e gli Anni Novanta, il resto dell’Italia ha fatto finta che il problema delle mafie non lo riguardasse. Intano lì, nella Locride, tra l’Aspromonte e il mar Ionio si stava giocando una partita tra la democrazia e la tirannia. Tra libertà e asservimento. E riguardava tutti gli italiani. Quando ripenso alla mia infanzia in Calabria e la rileggo alla luce di quanto è emerso negli anni successivi, credo che quelle partite di calcio in piazza, circondati dai soldati dell’esercito in mimetica e armati fino ai denti, quegli elicotteri che ci svegliavano di notte, quella paura di non vedere tornare a casa qualcuno di caro, quelle fiamme, quel sangue, quelle televisioni sempre puntate su di noi, siano state una violenza inaudita per i bambini che hanno vissuto tutto questo. Una striscia di Gaza nella punta della penisola italiana. Una ferita che non si può perdonare e per la quale mai nessuno ha chiesto scusa. Ancora spero però, che verrà un giorno in cui per quegli uomini e quelle donne macellati, per le speranze rubate, per la dignità cancellata, qualcuno paghi o almeno emergano le responsabilità. In modo tale da poterla raccontare tutta quella storia.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti. 

Magistrati capopopolo. Ora tocca a Grasso, scrive Piero Sansonetti il 28 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il primo a inventare la figura del magistrato sceriffo, del Pm combattente, l’eroe che sbaraglia il male, i malvagi e i corrotti fu Tonino Pietro. Fu anche il primo a entrare in politica…

In principio fu Di Pietro. Sì, fu lui a inventare la figura del magistrato sceriffo, del Pm combattente, l’eroe che sbaraglia il male, i malvagi, i corrotti. La cui immagine campeggia sui giornali e in Tv. E che poi si autonomina capopopolo e entra in politica con fare da Peròn. Prima di Di Pietro questo personaggio non esisteva.

Poi vennero i tanti figliocci di Di Pietro. Ma nessuno col suo carisma, col suo piglio. Per esempio De Magistris, per esempio Ingroia, per esempio Emiliano. E ora, ultimo della serie, Piero Grasso. I magnifici cinque. Non tutti uguali. Non tutti con la stessa carriera e robustezza professionale. Tutti però con la medesima idea in testa. Che il consenso – ingrediente fondamentale della politica, e quindi del potere – non si conquista con un programma, con una strategia, con un sistema di idee, ma si conquista con la spettacolarizzazione della propria figura; e una interpretazione populista del ruolo del magistrato può aiutare moltissimo.

Per ora sono cinque, ma piccoli Di Pietro crescono. In fila ci sono molti aspiranti. Per esempio Di Matteo, per esempio Davigo. Di Pietro irrompe sulla ribalta della grande politica subito dopo la più importante inchiesta politico- giudiziaria di tutti i tempi. “Mani Pulite”. Che porta il suo marchio ed è frutto del suo ingegno. Anche altri magistrati collaborarono con lui (come Borrelli, come Davigo) ma senza Di Pietro e le sue straordinarie capacità di inquisizione e di dominio della scena, “Mani pulite” si sarebbe fermata prima di cominciare. Come era successo con decine di altre inchieste, che sfioravano il potere politico, affossate nei decenni precedenti. Di Pietro prima di tutto rase al suolo il palazzo, minacciando persino i templi della grande economia e della Finanza. Poi decise di lasciare la magistratura, dopo aver ferito a morte Craxi, Forlani, Martelli, La Malfa, De Mita, e un altro centinaio di dirigenti politici medi o alti. A quel punto si mosse con circospezione, respingendo una proposta della destra, accettandone una della sinistra e alla fine mettendosi in proprio e creando un partito che ebbe un ruolo decisivo negli equilibri del centrosinistra fino al giorno che un nemico imprevisto (Milena Gabanelli) decise di eliminarlo usando uno strumento che di Pietro conosceva bene: la Tv. E in una trasmissione Tv lo accusò di disporre di troppe case (anche se non era vero) e in pochi giorni fece in modo che i sondaggi, che ormai lo davano al 10 per cento, scendessero al 2, spalancando la porta a Beppe Grillo.

De Magistris seguì una strada diversa. Non disponeva certo delle stesse capacità investigative di Di Pietro, si lanciò lo stesso in una grande inchiesta che catturò l’attenzione dei mass media. Mise sotto accusa mezza Calabria e un po’ di Campania e Basilicata, con l’inchiesta Why Not. Titoli in prima pagina centinaia, condanne zero. Ma non era quello che contava, e quando si presentò candidato per fare il sindaco di Napoli, stravinse nel tripudio popolare.

Di Ingroia si sa. Cercò di mettere a frutto le inchieste antimafia di Palermo, e soprattutto il processo per la famosa trattativa stato-mafia. Ma gli andò male. Mise insieme un partitino che doveva riportare in vita il vecchio partito di Di Pietro più Rifondazione e altri. Restò sotto la soglia del 3 per cento alle elezioni del 2013, e niente Parlamento.

Infine Emiliano, ma la sua vicenda è ancora in viaggio. Anche lui faceva il magistrato in Puglia, ed era molto popolare. Diventò famoso e così riuscì a farsi eleggere prima sindaco di Bari e poi presidente della Regione. Ora punta in alto, probabilmente non ha rinunciato a succedere a Renzi alla direzione del Pd. Però l’operazione è ancora in alto mare.

Ed ecco, infine Grasso. Che sembra senza molti dubbi il nuovo leader della nuova formazione di sinistra nata in opposizione a Renzi. All’inizio si pensava che il leader di questa formazione potesse essere Giuliano Pisapia, ma Piero Grasso sembra avergli soffiato il posto. Sarà un caso, naturalmente, ma forse no: Pisapia è un celebre avvocato garantista, Grasso invece è un magistrato. E normale che le cose vadano così? E’ un’inventariabile conseguenza del nuovo corso della democrazia populista, che sta dilagando in Italia e non solo? La fusione tra populismo giudiziario e populismo politico è il destino immodificabile? E per la magistratura è un bene, o è una perdita di funzione e di autorevolezza? Le lascio lì, queste domande. Ricordandomi però, forse perché sono vecchio, che una volta il rapporto tra magistratura e politica era diverso. Anche allora, ogni tanto, i magistrati entravano in politica, ma con intenzioni diverse e diverse ambizioni. Non dovete pensare che i magistrati siano solo persone in cerca di potere. Molti di loro non lo sono affatto. Voglio raccontarvi una storia di una quarantina di anni fa. C’era un magistrato palermitano molto impegnato nelle indagini sulla mafia. Aveva fatto condannare all’ergastolo Luciano Liggio, uno tra più celebri e spietati capi della cupola. Lui si chiamava Cesare Terranova. Nel 1972 accettò di candidarsi al Parlamento per il Pci ed entrò in commissione antimafia. In quegli anni non esistevano i professionisti dell’antimafia. Non avevi nessun vantaggio a strepitare contro le cosche, anche perché né la politica né i giornali ammettevano l’esistenza di Cosa Nostra. Facevano finta che fosse una leggenda. Terranova decise di andare in Parlamento per denunciare. Non cercò mai di fare una carriera politica. Ancora in quegli anni, una volta, si rifiutò di pubblicare le liste di “proscrizione”, alla vigilia delle elezioni, anche se al suo partito sarebbe convenuto. Perché – disse – il compito della commissione antimafia non era quello. Nel 1979 rinunciò alla candidatura e tornò a fare il magistrato. Forse sbagliando. La mafia non gli perdonò il suo impegno. Ha la memoria lunga Cosa Nostra. Il 25 settembre, un paio di mesi dopo aver abbandonato Montecitorio, stava guidando la macchina nel centro di Palermo, con a fianco la guardia del corpo, Lenin Mancuso. Gli sbarrarono la strada e iniziarono a sparare, coi fucili e conle rivoltelle. Lui cercò di fare marcia indietro ma gli furono addosso. Gli diedero il colpo di grazia alla nuca. Mancuso morì il giorno dopo.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva. Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

ASSENTE AI PROCESSI SI DIFENDE SU PANORAMA. Saguto: “Io vittima di un errore giudiziario. Sul mio conto ho 18 euro”, scrive "Il Sicilia l'8 marzo 2018. Mentre il processo sullo scandalo beni confiscati entra nel vivo, la giudice Silvana Saguto è la grande assente nell’aula del processo di Caltanissetta. Preferisce difendersi dalle pagine del settimanale Panorama. Ecco un estratto della lunga intervista in edicola oggi. Intercettazioni Saguto vs figli di Borsellino [La Repubblica, 21.10.2015]. “Sono la sola donna che ha avuto il coraggio di zittire Totò Riina e che gli ha inflitto, insieme alla Corte d’Assise, 13 ergastoli. Ho organizzato i confronti tra quest’ultimo e collaboratori di giustizia come Buscetta, Mutolo e Marchese. Mi sono formata e cresciuta accanto a uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, tengo a ricordare, mi voleva un bene incredibile”. Sui figli di Borsellino, nelle intercettazioni, diceva: «Lucia è una cretina» e Manfredi «uno squilibrato». “È una frase estrapolata dal contesto. Tagliando e cucendo brandelli di intercettazioni si può fare dire a un uomo ciò che si vuole. Se sono riusciti a ricostruirli ad arte come nel mio caso, non oso immaginare cosa siano stati capaci di fare in altri. La verità è che hanno provato a farmi saltare in aria con questa inchiesta. Massimo Ciancimino, come risulta dalle intercettazioni, ha detto: «Dobbiamo toglierla dalle misure di prevenzione». Ho deciso di parlare perché sono certa di potermi discolpare. Sono stata indicata come il giudice più corrotto d’Italia e ho subito un processo mediatico su fatti che sono stati solo asseriti e mai dimostrati. Il procuratore generale non si rende conto della nullità delle accuse”. Non è vero che ho detto «Sono Dio onnipotente». È stato sicuramente omesso un «non». Sono oltretutto una donna cattolica. Praticante. Non mi paragonerei mai a Dio. L’accusa di tesi copiata? La famosa tesi di mio figlio sa su cosa è stata fatta? Sulle misure di prevenzione. Sa di chi sono i tre casi analizzati in questa famosa tesi? Tre miei decreti. È come accusare Fidel Castro di aver rubato un sigaro che lui stesso produceva. Di che cosa stiamo parlando? Non troveranno nulla. Ho solo due mutui e una casa ipotecata. Sul mio conto corrente ho 18 euro. Il mio mutuo si trova presso Banca Nuova. La mia difesa è cambiata con la scelta degli avvocati Ninni Reina e Giulia Bongiorno che di fronte al Csm, alla prima udienza, ha dichiarato: «Per me è un onore difendere la dottoressa Saguto». Ho paura di essere vittima di un errore giudiziario. Ma non accadrà.

"Cene, regali, viaggi e negozi di lusso". L'agente di scorta svela la bella vita della Saguto. Al processo, l'audizione del poliziotto che seguì la giudice per 12 anni. E intanto lei attacca su Panorama: "Tanti figli di magistrati nella mia sezione", scrive Salvo Palazzolo il 7 marzo 2018 su "La Repubblica". «Ogni settimana, andava nei ristoranti più costosi della città e della provincia, ma anche oltre, nel Messinese. E poi in negozi esclusivi: Hermes, Gucci, Louis Vuitton». L’agente di scorta Achille De Martino racconta la bella villa della giudice Silvana Saguto, accusata di aver gestito in maniera allegra i beni sequestrati alla mafia e di aver intascato delle mazzette dal “re” degli amministratori giudiziari, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara. «Quando scoppiò il caso con le perquisizioni, nel settembre 2015, io non ci credevo - premette l’assistente capo della polizia che ha scortato la giudice Saguto dal 2004 al 2016, rispondendo alle domande del pm Maurizio Bonaccorso - per me era una giudice integerrima. Ma poi anche io ho iniziato ad avere dei sospetti». E giù con una lista di spese “esorbitanti”: «Molte erano per i figli», spiega il poliziotto nell’aula del tribunale di Caltanissetta. «Il figlio Elio si era inizialmente iscritto alla facoltà di Medicina di Varese, poi passò a Roma dove andò ad abitare in un costoso residence con piscina e campo da tennis. E quando tornò a Palermo, prese in affitto la casa del figlio del dottore Natoli, in un altro residence di Mondello pure questo con piscina e campo da tennis». Dopo l'avviso di garanzia per la madre, il figlio tornò a casa dei genitori. E anche la giudice iniziò a ridimensionare le spese: «Ad esempio, non andava più nel parrucchiere più costoso, ma in un centro commerciale. E non comprava più dolci da Costa se andava a cena da amici, ma faceva la torta in casa». Intanto, mentre il processo entra nel vivo, la giudice resta la grande assente nell'aula del processo di Caltanissetta. Preferisce difendersi dalle pagine del settimanale Panorama. In un'intervista che uscirà sul prossimo numero passa al contrattacco. Dice: "C'erano i figli di tanti giudici a lavorare in quella sezione". La sua sezione. "La legge dice che gli amministratori giudiziari devono essere persone di fiducia, chi meglio dei parenti di un magistrato?". Silvana Saguto va anche oltre. Gli insulti ai figli di Borsellino, registrati nel corso delle intercettazioni? "Non ho apprezzato il loro atteggiamento". Gli agenti mandati a ritirare le scarpe? "Era una questione di sicurezza". La spesa di 15 mila euro mai saldata al supermercato? "Un debito. E comunque della spesa si occupava mio marito". E si autoassolve: "Ho paura di essere vittima di un errore giudiziario. Ma non accadrà".

Silvana Saguto: "Non ci sto a pagare per tutti". L'ex presidente della sezione misure di prevenzione a Palermo accusata di aver fatto business sui beni sequestrati alla mafia rompe il silenzio su Panorama e coinvolge i colleghi, scrive Panorama il 7 marzo 2018. Così facevan tutti. Silvana Saguto - magistrato ex responsabile della gestione dei beni sequestrati alla mafia a Palermo - rompe il silenzio e racconta a Panorama, nel numero in edicola da giovedì 8 marzo, la sua verità. Dopo l’inizio del processo che la vede sul banco degli imputati per aver gestito quei beni con familiari e amici, mentre il Csm ne ha chiesto la radiazione, Saguto decide di coinvolgere i suoi colleghi con nomi e cognomi. "C’erano i figli di tanti giudici a lavorare in quella sezione" assicura Saguto, il cui marito ha ottenuto 800 incarichi da Procura e Tribunale, giustificando se stessa e i suoi colleghi con questa motivazione: "La legge dice che gli amministratori giudiziari devono essere persone di fiducia, chi meglio dei parenti di un magistrato?". Ma Saguto va oltre. Gli insulti ai figli di Borsellino? "Non ho apprezzato il loro atteggiamento". Gli agenti mandati a ritirare le scarpe? "Era una questione di sicurezza". La spesa di 15 mila euro mai saldata al supermercato? "Un debito. E comunque della spesa si occupava mio marito". Che effetto le fa essere sul banco degli imputati? "Ho paura di essere vittima di un errore giudiziario. Ma non accadrà".

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa”. 

Gli "attori" dell'aula bunker di Palermo, scrive Marco Tranchina il 24 agosto 2017 su “La Repubblica”. Tesi di Marco Tranchina - Università di Palermo, Relatrice professoressa Alessandra Dino. Secondo il sociologo canadese Erving Goffman, l’essere umano è un “attore sociale” che agisce in base alla situazione in cui si trova, “recitando la parte” più conveniente che si addice a quella circostanza, in un determinato ambiente che lo studioso chiama “Teatro della vita quotidiana”. Utilizzando questa prospettiva teorica, ho voluto analizzare il particolare comportamento messo in scena dai criminali associati a Cosa Nostra, dimostrando che gli attori sociali mafiosi non smettono mai di recitare la parte di “uomini d’onore” (per come è inteso all’interno di Cosa Nostra) nemmeno in “teatri” fortemente sconvenienti come, per esempio, l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, durante il maxiprocesso del 1986. Tommaso Buscetta, primo collaboratore di giustizia della storia di Cosa Nostra, protagonista dell’intero maxiprocesso, è un modello perfetto per comprendere la particolare comunicazione mafiosa messa in scena durante quello storico evento giudiziario. La sua straordinaria intuizione fu quella di accusare i suoi ex compagni di avere tradito il senso di Cosa Nostra, riuscendo in questo modo a schivare l’etichetta di pentito (che nell’ambiente mafioso è la più grave offesa). Nella sua prima apparizione in aula durante il primo grado del maxiprocesso, Buscetta spiegò di essere entrato a far parte di Cosa Nostra perché ne condivideva gli ideali di base e per questo motivo decise di uscirne quando la fazione corleonese conquistò il pieno potere, “cominciando con delle cose – racconta Buscetta – che non erano più consoni all’ideale della Cosa Nostra, con delle violenze, che non appartenevo più a quegli ideali”. E continuava così: “Io non condivido più quella struttura a cui appartenevo. Quindi non sono un pentito”.  Con questa dichiarazione, satura di impliciti, malintesi e omissioni, il collaboratore di giustizia riuscì a mantenere la figura di uomo d’onore, affibbiando al contempo quella di pentiti ai corleonesi. Se don Masino recitò bene il ruolo di uomo d’onore, Michele Greco non fu da meno. Soprannominato “il Papa”, antagonista di Buscetta, indicato da tutti i collaboratori di giustizia come il più alto boss di Cosa Nostra (seppur assoggettato a qualsiasi decisione dei “corleonesi”), Greco calò il sipario del primo grado del maxiprocesso con un messaggio in codice che gli consentì di continuare ad indossare la maschera dell’uomo d’onore che mai comunica in modo esplicito: “Io vi auguro la pace, signor Presidente, a tutti voi io auguro la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, e per il compito che vi aspetta la serenità è la base fondamentale per giudicare. Vi auguro ancora, signor presidente, che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita, oltre a questa occasione”. Alla luce delle caratteristiche del mafioso fin qui osservate e considerando il contesto entro cui si svolse l’evento comunicativo, Michele Greco non avrebbe potuto essere esplicito nell’avvertire la Corte di essere prudente durante la fase di giudizio. Sembrerebbe, infatti, che quell’ambigua propalazione andasse oltre il suo significato apparente, velando una minaccia che aveva lo scopo di intimidire i magistrati. Tanti altri esempi possono essere riscontrati, studiati e quindi approfonditi nelle varie fasi del maxiprocesso (e non solo). Tutti portano alla conclusione che gli associati a Cosa Nostra non cessano mai di essere “uomini d’onore”, nemmeno in ambienti estremamente ostili, come l’aula di un tribunale. Questo comportamento, come si è visto, implica una comunicazione fortemente ermetica e piena di messaggi da decifrare. Proprio come disse Tommaso Buscetta: “Cosa Nostra è il regno dei discorsi incompleti”.

Ma attori sono anche gli antimafiosi.

Ingroia, Di Matteo e la verità. La Trattativa sopra tutto, scrive Riccardo Lo Verso il 30 marzo 2017 su "Live Sicilia". Tutte le strade portano, sempre e comunque, alla Trattativa fra lo Stato e la mafia. Secondo Antonio Ingroia, anche la morte dell'urologo Attilio Manca rientra nel contenitore del presunto e scellerato patto fra boss e rappresentanti delle istituzioni. È il processo che Ingroia ha istruito quando era procuratore aggiunto a Palermo e da cui è uscito per tentare, senza successo, la carriera politica. Ed è ad Antonino Di Matteo, uno dei suoi ex colleghi rimasti a rappresentare la pubblica accusa nel dibattimento in corso davanti alla Corte d'assise, che Ingroia si affida per ristabilire la verità. Non importa che al momento la sua verità non coincida con quella della magistratura. Ingroia, che assieme all'avvocato Fabio Repici assiste i familiari di Manca, infatti, ha la certezza che l'unica "verità vera" sia quella da lui rappresentata, raccogliendo anche alcune testimonianze di pentiti. Ieri il giudice di Viterbo ha condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione, oltre a 18 mila euro di multa, la sola Monica Mileti, la donna accusata di aver ceduto la dose di eroina che, nel 2004, avrebbe provocato a Viterbo il decesso per overdose dell'urologo di Barcellona Pozzo di Gotto. Una verità che non convince i familiari della vittima secondo cui, fu un omicidio di mafia. “Si tratta di una sentenza abnorme e profondamente ingiusta in un caso paradossale, in cui la verità processuale è il rovescio della verità reale. Purtroppo i giudici di Viterbo - ha scritto in una nota Ingroia - a causa dell'estromissione delle parti civili, non hanno potuto valutare tutti i fatti e tutte le prove, tra cui quelle da noi ritenute decisive, non hanno potuto considerare evidenze fondamentali, e non hanno neppure ascoltato la verità dei familiari di Attilio Manca. Attilio Manca - ha aggiunto - è stato ucciso per aver operato Provenzano a Marsiglia con il benestare di pezzi dello Stato ai più alti livelli: era diventato un testimone troppo scomodo, il suo è un delitto di Stato che si inserisce nel quadro di quella scellerata trattativa che uomini delle Istituzioni strinsero con i boss mafiosi, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. Ma non si è voluto che si arrivasse alla verità, che fosse fatta giustizia. E da quel processo è stata estromessa la parte civile e la sua verità. Noi però non ci arrendiamo. A Viterbo non si è fatta giustizia”. I familiari di Manca non si sono potuti costituire parte civile perché non erano stati considerati parte offesa del reato. Non era contestato l'omicidio, ma la cessione di droga. Dunque, secondo il giudice, i parenti non erano più legittimati a chiedere i danni all'imputata. La procura di Viterbo ha escluso il collegamento con Provenzano, sostenendo che gli accertamenti tecnici hanno stabilito che il decesso avvenne per un'overdose di eroina. Ingroia non ci sta e attacca i magistrati di Viterbo: “Confidiamo in un’altra magistratura, confidiamo nei due esposti presentati alla Procura distrettuale antimafia di Roma, che ha avuto già l’effetto di far aprire un fascicolo per omicidio di mafia, e alla Procura nazionale antimafia”. Ed è qui che si inserisce l'auspicio di potere tornare a lavorare fianco a fianco con Di Matteo. Lui come parte civile, il pm di Palermo come nuovo sostituto della Dna “dove ci auguriamo prenda il posto che merita il più rapidamente possibile Nino Di Matteo. Con la sua grande esperienza in indagini di alta mafia un magistrato come Di Matteo potrà infatti sicuramente contribuire a ristabilire la verità e a fare giustizia. Lo dobbiamo ad Attilio, lo dobbiamo alla sua famiglia”. Il “rapidamente” potrebbe scontarsi con la richiesta del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi che chiede al ministero di fare restare Di Matteo per altri sei mesi a Palermo in modo che possa occuparsi delle inchieste e dei processi in corso, compreso quello sulla Trattativa.

Di Matteo, Ingroia e i fissati della trattativa Stato-mafia, scrive Michele Magno il 30 luglio 2017 su "Formiche.net". La trattativa Stato-mafia si estende in Calabria. Lo ha annunciato il procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo. Nonostante la dimostrazione della sua esistenza si sia fin qui scontrata con un lungo elenco di assoluzioni nella realtà processuale, c’è un gruppo di accaniti assertori della trattativa che non demorde. Oggi il suo esponente di spicco è il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo (ministro degli Interni in pectore del M5S?). Ieri era Antonio Ingroia, l’ex star della magistratura siciliana che aveva elevato -insieme a Marco Travaglio- Ciancimino jr a “icona dell’antimafia”, nonché ex leader di una lista intitolata “Rivoluzione civile” (un clamoroso flop elettorale), poi messo a capo dal governatore Rosario Crocetta di “Sicilia e-Servizi” (con esiti certo non esaltanti per il funzionamento del web della Regione). La sua parabola è emblematica. Basta dare solo un’occhiata alla storia nazionale per accorgersi che gli italiani fanno presto ad invaghirsi del Girolamo Savonarola di turno, e fanno anche presto a disfarsene. Alla fine del Quattrocento il frate domenicano si presentò al popolo fiorentino come il moralizzatore di una Chiesa simoniaca e corrotta e di una società lasciva e viziosa, per fondare una “Nuova Gerusalemme” mondata dal vizio e dal peccato. Conosciamo l’infausto destino a cui andò incontro il “profeta disarmato”, come lo definì Niccolò Machiavelli. Gli odierni “Piagnoni”, come si chiamavano i seguaci di questo tragico personaggio, con le loro intemerate contro la “casta” tendono ora a rinverdirne le gesta. In che modo?  Non è difficile capirlo: confondendo etica pubblica e morale privata. In altre parole, escludendo che il politicamente utile possa essere moralmente giusto se misurato con il metro di quell’etica pubblica che riguarda, appunto, la salus rei publicae, l’interesse generale contrapposto agli interessi particolaristici (beninteso, la “salute della patria” ha contenuti storicamente mutevoli, che danno sempre luogo a conflitti e interpretazioni divergenti). Da noi, infatti, l’appello all’etica continua ad essere usata come una clava per abbattere nemici e avversari, per trasformare i rei in peccatori e i peccatori in rei, per sublimare ogni ladro di galline in un incallito mafioso (ogni riferimento al fu Mafia Capitale non è puramente fortuito). Eppure Max Weberci ha insegnato che la politica non è nata ad Assisi. Ma a Luigi Di Maio e ad Alessandro Di Battista che gliene importa? Per loro è nata sulla Rete di Gianroberto Casaleggio, quando Beppe Grillo nei suoi spettacoli teatrali entrava ancora in scena indossando la tunica di Savonarola e spaccando un computer sul palcoscenico.

Pur avendo una certa dimestichezza con le tortuosità della sinistra italiana, confesso che senza i preziosissimi portolani di Formiche non capirei un fico secco di quel cafarnao che è oggi il dibattito interno al Pd sulla questione delle alleanze (pre o post elettorali). Certe volte ricorda Hellzapoppin, il film diretto nel 1941 da Henry C. Potter, pietra miliare della commedia dell’assurdo e del surreale. Purtroppo, osservando le rotte di navigazione di Matteo Renzi, “Non è pileggio [traversata audace] da picciola barca/ Quel, che fendendo va l’ardita prora,/ Né da da nocchier ch’a se medesmo parca [ si risparmia per paura]” (Dante, Paradiso, Canto XXIII).

Pecca fortiter, sed fortius crede (“Pecca anche molto, ma credi ancora di più”): con questo motto Lutero esprimeva il primato della fede sulle opere buone ai fini della salvezza dell’anima. Papa Francesco recentemente ha affermato il contrario: all’Inferno ci andranno non coloro che credono poco o non credono, ma gli iniqui, i corrotti, i bancarottieri, chi vive solo per fare soldi. A occhio e croce, almeno stando alle cronache di questi mesi, sarà pieno di italiani.

“Siate morbidi sulla morale ma tenete duro sul dogma”, diceva il gesuita di André Gide. A me il gesuita Bergoglio piace anche perché sostiene, in fondo, esattamente il contrario.

I piani del pm Di Matteo dopo la "Trattativa". La questione che qui si solleva è marginale, è un dettaglio, ma indicativo come solo i dettagli sanno essere, scrive Massimo Bordin il 13 Luglio 2017 su "Il Foglio". Di come stia evolvendo, secondo copione, la marcia di allontanamento dal processo “trattativa” del dottore Antonino Di Matteo, leggerete sicuramente in queste pagine meglio di quanto si possa scrivere qui, dove ci si si limita a constatare che, più che una candidatura a semplice parlamentare Di Matteo gradirebbe direttamente una nomina a ministro. In proposito è comunque disponibile a lasciare una opzione al futuro presidente del Consiglio che potrà scegliere se utilizzarlo a via Arenula o al Viminale. La questione che qui si solleva è marginale, è un dettaglio, ma indicativo come solo i dettagli sanno essere. Nei suoi interrogatori in aula Di Matteo ha sollevato il tema processuale della nomina di Mancino a ministro degli Interni. La tesi accusatoria è che Mancino fosse stato scelto perché più disponibile ad assecondare la famosa trattativa del suo predecessore Enzo Scotti. L’argomento usato dal pm Di Matteo, nelle sue domande a esponenti politici della Prima repubblica, per avvalorare la tesi dell’accusa su come quella nomina fosse sospetta, consisteva nel far notare che Mancino, prima di allora non fosse mai stato ministro. Naturalmente si trattava di un avvicendamento all’Interno della stessa maggioranza e, anche se l’argomentazione resta vagamente surreale, non si attaglia a un governo di una forza che non ha mai governato. Dunque Di Matteo, per non destare sospetti, farebbe il ministro solo con il M5s. Almeno questo è logico ma rende inquietante il concetto che il pm ha espresso ieri in un’intervista: si tratterebbe di “continuare il lavoro fatto con la toga”. In termini di metodo, oltre che di merito, quello che inquieta non è tanto la continuazione ma l’antefatto.

«Oltre la trattativa»: il coraggio di anticipare una sentenza. Un viaggio attraverso venticinque anni d'inchieste, processi, clamorosi colpi di scena e mistificazioni giudiziarie dopo la stagione delle stragi. Un viaggio che si legge come un romanzo ma che ha l'accuratezza e la precisione di un reportage giornalistico per scandagliare le piste alternative alla (assai) presunta trattativa che sono state troppo presto abbandonate dagli investigatori. Perché fu ucciso Paolo Borsellino? Che cosa c'entra l'esplosiva indagine su mafia e appalti su cui stavano lavorando in gran segreto prima Giovanni Falcone e poi il giudice ammazzato in via D'Amelio, e che fu poi insabbiata? Perché il Ros del generale Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, oggi sotto processo a Palermo, incontrò Vito Ciancimino? Questa è la storia degli eroi che volevano arrestare i sanguinari boss corleonesi Riina e Provenzano durante le pagine più buie della nostra Repubblica.

In libreria un testo che riscrive la storia giudiziaria della Sicilia e (forse) dell'Italia intera per dimostrare che il processo di Palermo a Mancino, Mori & co. è solo un gigantesco errore investigativo. L'autore? E' un carabiniere che ha scritto un libro partendo da un fascicolo segreto finito nelle mani di Falcone e Borsellino, scrive Federica Giorgio il 21 agosto 2017 su "TGNews 24". «Oltre la trattativa» c’è la scommessa dell’autore: scrivere un libro per suggerire, ben prima dell’uscita della sentenza, che il processo al presunto accordo tra politica, carabinieri e Cosa nostra è, in realtà, un processo inutile. Oltreché dannoso perché ha allontanato gli investigatori dalla vera pista che Vincenzo Zurlo, carabiniere a sua volta, indica con nome e cognome. E che noi tacciamo per invitare alla lettura di un libro che, al netto di qualche incertezza nello sviluppo logico della narrazione, è scorrevole e ben scritto. Un piccolo aiutino però possiamo darlo a quanti sono appassionati al tema: prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino hanno avuto tra le mani un esplosivo dossier, confezionato dal Ros di Mario Mori e del capitano Ultimo, che i mafiosi seguaci di Binu Provenzano e Sasà Riina temevano più di tutti. Un dossier che consentiva allo Stato (la parte buona, verrebbe da dire) di mettere le mani nelle tasche dei mafiosi per «alleggerirli» dei tesori e della potenza economica che, in trent’anni di silenzio, erano riusciti ad accumulare. È questo il dossier, archiviato peraltro pochi giorni dopo l’attentato di Via D’Amelio, che Zurlo mette nel mirino incrociando, da investigatore qual è, informazioni frammentate e raccolte in centinaia di faldoni di atti processuali collegati.

Il libro “Oltre la trattativa” di Vincenzo Zurlo. Un libro coraggioso non tanto e non solo per il contenuto quanto per la tempistica: se il processo sulla Trattativa reggesse alla prova del giudice, questo libro perderebbe di efficacia. Se invece andasse come scritto nel testo, allora bisognerebbe togliersi il cappello davanti all’autore e all’editore, la Iuppiter di Napoli.

"Oltre la trattativa". Le verità nascoste sull'assassinio del Giudice Borsellino, scrive "5 righe". Una pista alternativa per spiegare la stagione delle stragi del 1992, quando l’Italia e il mondo intero hanno conosciuto l’orrore e la follia assassina dei bombaroli di Cosa Nostra.  “Oltre la trattativa-Le verità nascoste sulla morte di Paolo Borsellino tra depistaggi e bugie” scritto daVincenzo Zurlo per i tipi di Iuppiter Edizioni, con la prefazione del direttore di Panorama Giorgio Mulè, racconta quella che potrebbe essere la verità alternativa al processo che si sta celebrando a Palermo, che vede imputati il gotha della mafia corleonese e gli uomini delle istituzioni che lo hanno sgominato, a cominciare dal generale Mario Mori, ex comandante del ROS ed ex direttore del Sisde. Un testo che unisce all’agilità della narrazione l’accuratezza e la ricercatezza del dettaglio dell’indagine giornalistica. Una ricerca che va oltre le ipotesi, assai fragili, del teorema della trattativa tra Stato e mafia, per spiegare quello che potrebbe essere il vero movente, secondo l’autore dell’omicidio di Paolo Borsellino. Se c’è una traccia da seguire, per Zurlo, e che è stata colpevolmente abbandonata per inseguire i fantasmi di un ipotetico accordo tra carabinieri e mafiosi, questa traccia va nella direzione della informativa su mafia e appalti. Un verminaio dove hanno stretto sì accordi uomini d’onore - o meglio del disonore - ma con politica e imprenditori più o meno collusi.  Uno scenario investigativo a cui lavoravano prima Falcone e poi Borsellino, ma che non è mai stato realmente approfondito e sviluppato per il suo esplosivo potenziale giudiziario. L’interrogativo principale che si prospetta per il lettore, messo puntualmente al corrente dei fatti dall’autore è: quanto è credibile un’inchiesta, come quella sulla trattativa, che viene smentita, in altri atti, proprio da quelli che sono i testimoni eccellenti del tempo? E come mai la pubblica accusa, pur al corrente dei fatti, ignorerà questi importanti e pratici indizi per seguire delle affascinanti chimere? Oltre la trattativa è una controinchiesta che ha il merito di ricostruire quanto fatto nelle sedi giudiziarie, continentali e non, in cui si sono dibattute vicende di mafia dell’ultimo quarto di secolo. Nasce quindi dallo studio di migliaia di atti processuali, che al pari di un mosaico denso di dettagli consegna uno spaccato inquietante anche -e soprattutto- del mondo di quella magistratura ostile agli eroi Falcone e Borsellino.

Vincenzo Zurlo è laureato in giurisprudenza e specializzato in criminologia forense. E’ un sottufficiale dei carabinieri che ha fatto parte del ROS, il gruppo che arrestò Totò Riina e gli altri capi della cupola corleonese. Nel 2013 ha fondato l’associazione LegalmenteItalia, che porta nelle scuole progetti legati alla cultura della legalità e al rispetto delle regole.

“Oltre la trattativa” di Vincenzo Zurlo: le verità nascoste sulla morte di Paolo Borsellino tra depistaggi e bugie, scrive Massimo Martini su "Magazine sicurezza" il 23/08/2017. “Quello che leggerete nelle prossime pagine è molto più di un libro: è un’opera di verità. Un’opera coraggiosa perché si incarica di risalire controcorrente un fiume dove sono passati e continuano a scorrere, perché con la forza dei fatti supera le rapide insidiose dell’omologazione, perché con il rigore della ricostruzione storica non teme di infrangersi nelle rocce a pelo d’acqua della delegittimazione”. Così si apre la prefazione di Giorgio Mulè, direttore di Panorama, al libro di Vincenzo Zurlo “Oltre la trattativa -Le verità nascoste sulla morte di Paolo Borsellino tra depistaggi e bugie”. Come un attento timoniere, in rotta verso la verità in un mare di atti giudiziari, Zurlo, come sottolinea Mulè riesce a non essere “risucchiato dai mulinelli più pericolosi intorno ai fatti di mafia e dell’antimafia: la distorsione della realtà”. Sì, perché da quel lontano 1992, che strappò alla vita e alla lotta contro il Male nazionale, la mafia, prima Falcone e poi Borsellino, le acque hanno fatto in tempo a intorbidirsi, la verità a esser contesa tra i venti di una narrazione più necessaria che aderente alla realtà dei fatti. “E’ alla fine degli anni ’80 che bisogna iniziare il viaggio” scrive ancora Mulè “per comprendere quello che accadrà nell’estate del 1992. E’ necessario iniziare da giovedì 21 settembre 1989 quando Giovanni Falcone interroga l’ex sindaco di Baucina, un piccolo paese in provincia di Palermo. Si chiama Giuseppe Giaccone, uno stimato professore universitario di algologia con un passato da sacerdote: è un democristiano e quando si presenta a Falcone è un uomo terrorizzato.” Cosa teme l’ex sindaco Giaccone? Perché si reca risoluto dai carabinieri di Palermo della Caserma Carini, lì dove gestisce le operazioni un “signor” colonnello Mario Mori? Le sue rivelazioni, “l’alpha della tangentopoli italiana”: i meccanismi opachi che costeggiano l’aggiudicazione degli appalti pubblici, daranno vita a uno straordinario lavoro, condotto da Giovanni Falcone con il contributo di Mori e De Donno. Da quel fascicolo ripartirà, dopo la strage di Capaci, Borsellino, trovando a sua volta la morte. Mulè, cronista di “nera” del giornale di Sicilia ai tempi delle stragi di Capaci e via D’Amelio, ricorda come l’informativa mafia-appalti, redatta da Mori e De Donno, venne colpevolmente tralasciata sin dall’inizio, par far strada alla presunta trattativa stato-mafia, al centro del “processo del secolo”, in corso a Palermo. Il direttore di Panorama non esita a definirlo, con Zurlo: una farsa, concludendo con logica disarmante e fiducia nel futuro: “L’autore non ha la necessità di assumere l’onere della difesa, paradossalmente è l’accusa la sua migliore arma: perché non solo è contraddittoria e illogica, ma surreale. La storia dirà che il processo show e il processo “farsa” si riveleranno per quel che sono: un’impostura. E insieme il più grande affronto agli eroi dell’antimafia, a coloro che sono stati uccisi e a quelli sopravvissuti ai quali però è toccato vivere il tempo lurido dell’infamia”.

Quella zona grigia dove lo Stato scarica i suoi eroi. Da Mori a Ganzer, da Ultimo a Pollari: gli uomini dello Stato nell'ora del bisogno abbandonati al loro destino, scrive Stefano Zurlo, Mercoledì 29/10/2014, su "Il Giornale". È la frontiera più difficile. Perché chi la supera lo fa a suo rischio e pericolo. In modo clandestino. E però è proprio lì, spesso solo lì, in quella zona grigia, una terra fangosa per definizione, che lo Stato, anche il nostro sgangherato Stato, tenta di tenere a bada i suoi nemici più pericolosi: la mafia, anzi le mafie, perché in Italia c'è anche il federalismo criminale, il terrorismo. Anzi, pure qui, a grappolo, i terroristi: una volta le Brigate rosse, oggi i tagliagole nati dal big bang di al Qaida. Chi si avventura in quel paese finisce inevitabilmente con lo sporcarsi le mani. Anzi, il rischio è quello di sprofondare letteralmente nella palta. Accordi indicibili. Informazioni ottenute a caro, carissimo prezzo. Violazione delle norme. Il catalogo degli strumenti utilizzati per sconfiggere o almeno rallentare quelle trame assassine è lungo e poco elegante. Ma si sa, la guerra si fa come si può, specialmente se hai davanti boss o kamikaze che non controllano Stati, non sventolano bandiere ma drogano l'economia, sciolgono i corpi nell'acido, tagliano le teste, minacciano la nostra civiltà. Chi oltrepassa quella linea invisibile si ritrova ricoperto di guano, ma al ritorno a casa, magari dopo aver centrato l'obiettivo, deve poi giustificare quello che giustificare si può, ma fino a un certo punto. Siamo un Paese strano. In bilico fra eroismo e tradimento, fra orgoglio e vergogna. Anzi, diciamola tutta: i nostri agenti segreti, i nostri poliziotti, i nostri militari partiti per quelle lande oblique rientrano spesso fra polemiche, processi, avvisi di garanzia. Con risultati paradossali: la magistratura che indaga sui servizi che indagano sugli estremisti della jihad; i carabinieri che hanno catturato Totò Riina inquisiti per non averlo catturato prima. E poi tutto un saliscendi di sospetti, misteri, dietrologie. Sembra una filastrocca maligna. Un gioco del domino sfasciatutto. Gli italiani in prima linea, anzi oltre la prima linea, non ricevono medaglie e se cadono sul campo non vengono sepolti in un cimitero degli eroi che da noi, del resto, non c'è. Chi va, chi va oltre non viene coperto, non viene tutelato, al momento del bisogno viene abbandonato come un furfante al suo destino. Deve districarsi da solo fra avvocati, carte bollate, interrogatori umilianti. Non vogliamo difendere dietro uno scudo paratutto tutto quello che è accaduto nella storia patria, ci mancherebbe. C'è stata una stagione, per fortuna superata, quella delle bombe, delle complicità o delle connivenze fra Stato e antistato che richiama dolorosamente una memoria di sangue. Piazza Fontana. Piazza della Loggia. La mattanza della stazione di Bologna. E non vogliamo neanche semplificare e cancellare con un tratto di penna partite complicate, multistrato, con tanti attori in campo, come la trattativa, ma sarebbe più corretto dire le trattative fra Stato e Cosa nostra. Ma uno Stato, anche il nostro, dovrebbe fissare principi chiari e semplici e dovrebbe difendere i servitori che l'hanno servito, per finalità Superiori, con la S maiuscola, oltre le leggi, oltre i codici, oltre le nostre certezze quotidiane. C'è una terra, quella terra, in cui il galateo è un libro sconosciuto. Laggiù, lontano ma a volte molto più vicino di quanto possiamo pensare, si tratta solo alzando la voce, riempiendo zaini di banconote, a volte mostrando le armi. Non c'è niente, o quasi, mettiamola così, che non si possa fare se lo Stato abbia pesato i pro e i contro. E stabilito che quella è l'unica via per scongiurare rischi tremendi, pericoli immani, scenari apocalittici. Inutile nascondersi come lo struzzo sotto la sabbia dell'ipocrisia. L'importante è non procedere in modo cialtrone, all'italiana, con una mano che finge di non conoscere l'altra. Decisivo è che chi riceve un mandato lo esegua anteponendo il bene comune, quello della collettività, al tornaconto personale, o peggio al salto dall'altra parte della barricata. È, dovrebbe essere, questo il criterio, la bussola, la stella polare pur nella notte e nelle tenebre della realtà contemporanea. Poi si possono fare scelte di un tipo o dell'altro. L'America, per intenderci, non paga un dollaro bucato ai fanatici dell'Isis e lascia morire, fra indicibili orrori, gli ostaggi; ma poi il presidente Obama in persona autorizza il lancio di droni che fanno a pezzi i soldati del califfo e lo stesso Obama ha seguito in diretta dalla situation room l'eliminazione di Bin Laden. Da noi probabilmente l'avrebbero indagato. Così mandiamo i nostri alfieri negli avamposti più lontani, poi magari li condanniamo in Corte d'assise. Per salvare la faccia, la perdiamo definitivamente.

La mafia è cosa seria: non lasciamola all’antimafia…,scrive Piero Sansonetti il 22 luglio 2017 su "Il Dubbio". Diceva Georges Clemenceau, statista francese di inizio novecento: «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari». Già, aveva ragione. Con la mafia – anzi, con la lotta alla mafia – più o meno è la stessa cosa. È roba troppo seria per lasciarla all’antimafia. La mafia è una organizzazione criminale potente e strutturata che ha dominato – nelle sue varie espressioni l’economia, e in parte anche la politica, nel Mezzogiorno d’Italia, per almeno per un secolo. Negli anni ottanta fu combattuta a fondo da un gruppo coraggiosissimo di magistrati e da settori onesti e seri della politica, e subì una sconfitta dalla quale non si è ripresa. Oggi la mafia non è più la feroce e potente organizzazione che era trent’anni fa, tuttavia esiste ancora e controlla la parte maggiore dell’attività criminale in quasi tutte le regioni del Sud. Ha perso molto del suo potere militare e della sua egemonia culturale, gode di protezioni assai più limitate di un tempo, ha difficoltà a permeare la società civile. La mafia è una cosa seria, non lasciamola all’antimafia. Però è viva, è pericolosa, funziona ancora molto bene e ancora dispone di legami sociali forti e anche di agganci politici. Sarebbe una follia smettere di combatterla. Sul piano giudiziario e sul piano politico. È possibile oggi combattere la mafia, così come negli anni ottanta la combatterono Falcone e Borsellino? È possibile, ma c’è un ostacolo nuovo: l’antimafia. Capisco che è un paradosso, ma è così. Esiste un settore molto largo dell’intellighenzia, dell’informazione, della politica, della magistratura, della Chiesa, e anche della società civile, che da una ventina d’anni ha messo in piedi un apparato ramificato di organizzazioni antimafia, le quali hanno trasformato in un grande affare il lavoro di quelli che trent’anni fa erano in prima linea. Oppure lo hanno trasformato in ideologia, o in un’occasione di lotta politica. Questa antimafia, che pure trae origine dalla lotte aspre e coraggiose combattute tanti anni fa, è diventata il primo ostacolo alla lotta alla mafia, perché ha smesso di occuparsi della mafia come fenomeno sociale e criminale, e l’ha trasformata in “bersaglio ideologico”, da usare per finalità del tutto diverse dalla lotta per ristabilire la legalità. La stessa legalità è diventata una specie di feticcio, oppure di clava, che si adopera per lo svolgimento di battaglie politiche puramente di potere. Il primo a denunciare questo fenomeno, in tempi non sospetti, e molto prima che il fenomeno assumesse le dimensioni larghissime e di massa che ha oggi, fu Leonardo Sciascia. E Leonardo Sciascia era stato precedentemente l’intellettuale italiano che aveva lanciato nel deserto, nel silenzio generale, i primi anatemi contro Cosa Nostra. «Il Giorno della civetta» è un romanzo che Sciascia scrisse nel 1961. In quel periodo i giornali non parlavano mai di mafia. Molti negavano che esistesse. Molti politici e molti magistrati avevano la stessa posizione: la mafia è un’invenzione della letteratura. Leonardo Sciascia, che la Sicilia la conosceva bene, sosteneva il contrario e, come sempre nella sua vita, era ascoltato quasi da nessuno. Il suo libro diventò un film solo sette anni dopo la sua pubblicazione, per merito di un regista come Damiano Damiani. Il film ebbe successo, ma come film di avventura non come film di denuncia. Beh, è stato proprio Sciascia, quasi trent’anni più tardi, a indicare il fenomeno emergente dei professionisti dell’antimafia. E, quando lo fece, rimase di nuovo isolato.

Oggi esistono due modi sbagliati per fare antimafia. Il primo è politico, il secondo è giudiziario.

L’antimafia politica è quella della retorica e della criminalizzazione. Ci sono dei gruppi che si autoproclamano sacerdoti del tempio, e dispensano condanne e assoluzioni. Pretendono l’esclusiva dell’autografo antimafia. Se ne infischiano della necessità di colpire l’organizzazione mafiosa e usano la lotta alla mafia per ottener vantaggi politici, per colpire gli avversari, per scomunicare, per guadagnare potere. Qualche esempio? Basta seguire l’attività dell’antimafia della Bindi, che non ha niente a che fare con una commissione d’inchiesta parlamentare e appare sempre di più un gruppo politico d’assalto, molto spregiudicato. Com’era l’Inquisizione.

L’antimafia giudiziaria è quella di chi usa la “mafiosità” come reato politico per dare peso e spettacolarità alle indagini, oppure, semplicemente, per renderle più facili. Il caso più clamoroso, naturalmente, è quello dell’eterno processo di Palermo alla cosiddetta trattativa stato- mafia. Un processo che sul piano giudiziario non sta in piedi neppure con il vinavil, ma che ha reso celebri i Pm che ne sono stati protagonisti e ne ha irrobustito le carriere. Il processo sulla trattativa inesistente, per anni, fino ad oggi, ha preso il posto alle grandi e vere inchieste antimafia. Che sono scomparse. Se pensate alle inchieste di Falcone e Borsellino, costruite sul lavoro duro, e che portarono alla condanna di tutto il gotha di Cosa Nostra, e le confrontate con la messa in scena dello Stato- Mafia, capite bene quale è la differenza tra un’inchiesta giudiziaria e la giustizia- spettacolo. E qual è la differenza tra la lotta alla mafia e l’antimafia- Barnum. Poi c’è un secondo modo sbagliato di usare l’antimafia. Certo più sostanzioso, meno vanesio, ma anche questo scorretto. È l’abitudine di usare comunque l’aggravante mafiosa, anche in processi alla delinquenza comune, per la semplice ragione che così si possono applicare norme e leggi speciali che altrimenti sarebbero inutilizzabili. È la famosa questione del doppio binario della giustizia. L’abbiamo vista bene anche in occasione del processo di Roma (mafia capitale), quello che si è concluso l’altroieri con molte condanne ma con la proclamazione che la mafia non c’entra. Il fine giustifica i mezzi? No, almeno nel campo del diritto, il fine non giustifica i mezzi. Se non ci convinciamo della necessità di farla finita con l’antimafia professionale, non riusciremo mai più a riprendere in mano la lotta alla mafia. Cioè alle cosche reali. Quelle che esistono, che operano, che si organizzano, che inquinano l’economia e la vita civile. Per riprendere questa battaglia bisogna avere il coraggio di dire apertamente che l’antimafia professionale va spazzata via – nelle Procure, nei partiti e soprattutto nel giornalismo – e che l’uso dell’antimafia come strumento per lotte politiche di potere è un atteggiamento devastante per la società, più o meno come lo è l’atteggiamento della mafia. A chi tocca aprire questa battaglia? Alla politica. Toccherebbe alla politica e all’intellettualità. Voi vedete in giro qualche esponente politico che abbia il coraggio di avviare una battaglia di questo genere? O qualche intellettuale?

La mafia, raccontata così, ci rende nervosi. Ecco perché. Intervista a Isidoro Meli, autore del romanzo "La mafia mi rende nervoso" (Edizioni Frassinelli), scrive Joseph M. Benoit il 16 Luglio 2016 su "La Voce di New York". Meli: "Mi dà molto fastidio la narrazione sulla mafia... gli eroi dell'antimafia, trattati alla stregua di santi, e la mafia descritta come la piena incarnazione del male. E' una rappresentazione ipocrita della realtà, che allontana dalle responsabilità collettive sulla mafia stessa. Provenzano? I capi in Italia non comandano, mediano". Il romanzo di Isidoro Meli, giovane palermitano, colpisce il lettore già dalla copertina. La combinazione di un telecomando della playstation e il tema della mafia fa sperare che scriva ai giovani in un modo che parte dalle loro sensibilità. Seguendo quella tradizione sana che va da Sciascia a PIF, Meli reagisce contro la confusione creata dalla rappresentazione commerciale e la bigotteria culturale nella quale il tema mafia è stato spesso avvolto. Al dubbio tremendo che non si muova mai niente e non si cambi mai nessuno, Meli risponde con cosa ne possa pensare oggi un giovane che è stato cresciuto con quell’inutile e dannosa agiografia. Vittorio Mazzola, voce narrante di questo romanzo, racconta la storia di Tommaso Traina, il figlio muto di un mafioso ucciso dai compari, i quali per compensare la famiglia della perdita, lo assumono come portapizzini. L’ennesimo libro arriva con un tema sovraesposto? No, La mafia mi rende nervoso (edizioni Frassinelli, 2016) non è sulla mafia. Questo libro è contro la rappresentazione della mafia fornita dai mass media da mezzo secolo. L’autore è cresciuto in quell’atmosfera. Lui preferisce uno stile un po’ fumetto e brioso che fa ridere. Finisce con un pensiero toccante per la sua auto-consapevolezza. Questo è il regalo ideale per quei giovani lettori rimasti.

C‘è stata una causa particolare che l’ha spinta inizialmente a ideare questa storia?

“Avevo letto un libro sulla mafia, non ricordo più il titolo, e credo abbia poca importanza: era l’ennesimo libro sulla mafia pieno di stereotipi e retorica. Ricordo che insisteva molto sul profondo valore arcaico dell’uso dei pizzini e al contempo sulla sua efficacia. Io ho sempre trovato l’uso dei pizzini antiquato, inutile e ridicolo. Così ho pensato di scrivere una storia, che all’inizio doveva essere una rappresentazione teatrale sullo stile della classica commedia degli equivoci alla Plauto, su un tizio che scambiava i pizzini: li faceva arrivare ai destinatari sbagliati o ne cambiava direttamente il testo, generando appunto una serie di equivoci e situazioni esilaranti. Poi, non avendo esperienza di scrittura teatrale, ho preferito scrivere un romanzo”.

Il libro colpisce a vista. Infatti, i tema del romanzo sono tutt’altro che della solita stoffa sul discorso. E’ giusto dire che le dispiace l’odierno trattamento pubblico del discorso almeno quanto il fenomeno stesso?

“No, è eccessivo. La narrazione sulla mafia mi dà molto fastidio, ma non quanto la mafia stessa. Mi dà fastidio l’eccesso di retorica, il continuo appoggiarsi a dicotomie – gli eroi dell’antimafia, trattati alla stregua di santi, e la mafia descritta come la piena incarnazione del male. E’ una rappresentazione ipocrita della realtà, che allontana dalle responsabilità collettive sulla mafia stessa. Pif spiega molto bene il concetto nella puntata de ‘Il Testimone’ dedicata a Roberto Saviano: rappresentare gli uomini e le donne che lottano contro la mafia come eroi senza macchia o santi, è un modo per deresponsabilizzarci tutti: per affrontare la mafia devi essere una persona speciale. Invece no, sono persone come noi, con pregi e difetti, vizi e virtù. Sono persone normali che si assumono le loro responsabilità. La rappresentazione di questi soggetti come eroi, come speciali, ha anche un’altra funzione: nel momento in cui viene fuori un loro tratto umano – un difetto, un vizio, una colpa, un errore, in parole povere una ‘macchia’, è possibile distruggerli interamente, cancellando anche quanto di buono hanno fatto, nei loro limiti. La vicenda recente di Pino Maniaci è un esempio perfetto. Ma anche il clima che si è creato intorno a Saviano: come se determinati atteggiamenti che assume (il ruolo di pulpito, alcune forme di egocentrismo) possano cancellare l’importanza e il valore del suo primo romanzo”.

In un esempio di rappresentazione v. la realtà, Leonardo Sciascia; il suo pensiero, il suo messaggio, la sua reputazione, sono stati spesso strumentalizzati e stravolti dall’episodio dei professionisti dell’antimafia. Cosa ne pensa di quella storia che investì in modo particolare il giudice Borsellino?

“E’ un discorso molto complesso. Sciascia in quell’articolo criticava le modalità con cui Borsellino era stato nominato procuratore della repubblica di Marsala al posto di un altro giudice – il dott. Alcamo – che lo precedeva in graduatoria. La nomina faceva riferimento a competenze ‘particolarissime’ che inducevano in via eccezionale a preferire Borsellino. Sciascia vedeva in questa eccezione il rischio di una concessione enorme e non controllata di potere e, soprattutto, la creazione di un pericoloso precedente. E nell’articolo faceva riferimento a come, negli anni ’20, la categoria antimafia fosse stata utilizzata da una parte del partito fascista – la più conservatrice – per rimuovere la fazione avversa, di origine socialista. Che dire? La vicenda di Borsellino dimostra che le competenze particolarissime evidentemente sussistevano, e che la sua nomina era funzionale alla lotta contro la mafia, e da questo punto di vista l’articolo di Sciascia sarebbe da considerare come un rigurgito reazionario. Diverse vicende successive, di abusi di potere da parte dell’antimafia, dimostrano come i timori di Sciascia fossero fondati. Non credo sia necessario schierarsi da una parte o da un’altra anzi, credo sia proprio deleterio perché superficiale. Credo sia fondamentale conoscere, approfondire, capire le ragioni che giustificano le singole posizioni e scelte.

Nella sfera umana della Sua vita privata, ha avuto delle esperienze notevoli con la dinamica della rappresentazione contro la realtà del fenomeno mafioso.

“Sì. Ho avuto cognizione di situazioni in cui ciò che era rappresentato non corrispondeva al vero.  L’esempio più semplice che mi viene in mente è il modo in cui è cambiata radicalmente la rappresentazione del rapporto tra la città di Palermo e Falcone e Borsellino dopo le stragi, come provo a spiegare alla fine del libro. E’ facile accusare la mafia di avere diffuso ad arte maldicenze e calunnie su di loro. Ma è una mezza verità. La mafia avrà anche gettato i semi, ma ha trovato terreno fertile. Palermo non ama chi prova a cambiare le cose. E’ un difetto grave della mia città. Tutti i luoghi e le comunità hanno difetti, e non c’è niente di male. Basterebbe ammetterlo, riconoscere i propri errori e provare a migliorarsi, poco a poco. La beatificazione di Falcone e Borsellino che viviamo da 25 anni non serve a questo, serve più che altro ad ignorare il problema. I miti servono sempre a falsificare la realtà. C’è ovviamente del buono, venuto fuori dopo le stragi, una presa di coscienza del problema da parte di frange della popolazione, e anche una sua esternazione (che prima era del tutto assente). Ma è ancora poco. Meno di quanto non sembri”.

Altro esempio di rappresentazione v. la realtà, secondo Lei, Provenzano è morto con segreti gravissimi che non ha rivelato, oppure lui forse non era quel capo di tutti i capi sbandierato dai più, dato che quei segreti non sono riusciti a salvarlo dalla morte in galera, che di solito non avviene mai per i veri boss (vedi Lucky Luciano, Carlos Marcello, ecc.).

“Questa domanda presuppone un approccio diffuso e secondo me errato, che ho notato anche in questi giorni, soprattutto su Facebook, in relazione alla morte di Provenzano: presuppone che la mafia sia la roba un po’ da fumetto che ci hanno raccontato, una ditta individuale in cui il capo comanda e ha dei sottoposti che eseguono, come una specie di banda bassotti in grande. Ma io non credo funzioni così. Io credo che la mafia sia un organismo basato sulle relazioni. I presunti vertici di turno sono quelli in un determinato momento più abili a gestire quelle relazioni. Ma l’organismo, la mafia, non dipende da quel vertice, e le decisioni non le prende il vertice. La cosa che ho notato di più in questi giorni, su Facebook, sono i post in cui si legge una reazione emotiva forte contro Provenzano. Lui, mandante di stragi di stato, di omicidi efferati e bimbi squagliati nell’acido. Finalmente è morto, finalmente arriva l’inferno per lui. Lo capisco. E’ normale. Quelle decisioni, lui, ce le ha nel sangue. Ma prendersela con Provenzano è come prendersela con l’AD di Shell per i massacri perpetuati in Nigeria. Li ha fatti Shell, non il suo AD. Il sistema non è fatto in modo tale da mettere ai vertici persone con idee difformi da quelle che alimentano il sistema. Non ci fosse stato Provenzano, ma un altro, sarebbe andata allo stesso modo. Si porta dei segreti nella tomba? Certo. Tutti noi ce ne portiamo. Non era in realtà il capo? Boh, c’è un capo? C’era forse, in parte, nella mafia americana. Ma l’America è un paese in cui la democrazia funziona, si gioca abbastanza allo scoperto. E allora escono i Lucky Luciano e i Gambino. Ci si sfida apertamente, chi vince comanda. E’ una democrazia basata sulle regole. L’Italia è una democrazia basata sulle eccezioni, in cui non vince chi ha più voti/potere, vince chi li usa meglio. Voglio dire, vale anche nel calcio. L’Italia non è mai più forte. E’ più sveglia. I capi in Italia non sono i più bravi a comandare, ma i più bravi a mediare”.

Le scelte tecniche della struttura del racconto ci sembrano del tutto originali in confronto alla marea di materia in tema. Queste scelte le sono venute spontanee o sono state piuttosto travagliate?

“Abbastanza spontanee. La prima stesura conteneva già gran parte di quello che è stato pubblicato. Gli interventi successivi sono serviti a bilanciare maggiormente gli ingredienti – il peso della voce narrante, o della figura del poliziotto. L’unica scelta che ha richiesto riflessione e un certo travaglio personale è proprio l’intervento, estremamente autobiografico, sulla morte dei due giudici, perché è – con tutti i limiti dettati dalle circostanze – un ammissione di colpa. E una richiesta di scuse. Cose che senza un travaglio interiore a monte, non valgono niente”.

Falcone e quella storia che non sarà ricordata. Quella volta che incontrai Giovanni Falcone dopo che la mafia uccise tre donne, scrive Sciascianamente Valter Vecellio il 27 Aprile 2017 su "La Voce di New York". Il 23 maggio saranno venticinque anni che Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta venivano uccisi dal tritolo della mafia all’altezza di Capaci. Lo celebreranno, Falcone. Fiumi di parole, discorsi, dichiarazioni. Nessuno parlerà di come lo trattarono quando era in vita Falcone. Palazzo di Giustizia di Palermo era – come è – quel grande edificio di stile razionalista, progettato dagli architetti Ernesto e Gaetano Rapisardi negli anni Trenta del Novecento, nel solco e nella tradizione della corrente tipica del regime fascista. L’appuntamento è per la tarda mattinata, mezzogiorno. All’entrata un usciere mi indica un corridoio sulla destra. Alla fine del corridoio una stanza, un tavolo, un poliziotto che da ore non deve aver chiuso occhio e ora, crollato, dorme. Sonno profondo, tutto il mio tossicchiare è vano. Mi siedo in un angolo, attendo. Penso: potrei metterci una bomba, mettermi a sparare, portare via qualcosa, indisturbato. Passano i minuti, il poliziotto torna in sé. “Lei che cosa fa qui?”, domanda ancora assonnato. “Ho un appuntamento con il dottore”.

“Il dottore”, fa il poliziotto, “è dovuto andare di corsa, c’è stato un delitto; farà tardi…”.

“Non importa. Se posso lo attendo…”.

“Faccia pure”. Il poliziotto non mi degna di uno sguardo. Non mi chiede documenti, non si preoccupa di quello che posso avere con me; neppure chiede perché voglio vedere e parlare con il “dottore”.

Devo avere un aspetto molto rassicurante, penso. Oppure… Un paio d’ore dopo, il “dottore” arriva. Chiede scusa per il ritardo, non c’è stato un delitto, c’è stata una strage, hanno fatto fuori tre donne, Leonarda, Vincenza e Lucia, la madre, la sorella e la zia di Francesco Marino Mannoia, il “chimico” di Cosa Nostra capace di trasformare quintali di morfina base in miliardi. Qualcuno ha saputo che aveva cominciato a “cantare”, e uccidendo le tre donne ha provato a farlo tacere.

Il “dottore” è stanco, sono ore che è sotto pressione. “Se vuole, rimandiamo”, propongo. “No, cinque minuti per un caffè e parliamo”.

E’ Giovanni Falcone, il “dottore”, e quella è la prima volta che lo incontro, che gli stringo la mano. Mi concede il pomeriggio, per parlare di mafia, e per spiegare quello che per lui è chiarissimo e a me risulta oscuro. Lo incontrerò poi altre volte; una volta al Consiglio Superiore della Magistratura; altre volte in scali d’aeroporto: a Zurigo, a Sofia, a Parigi. Lui era già all’Ufficio Affari penali, portatovi dal ministro della Giustizia Claudio Martelli, dopo che a Palermo per Falcone l’aria si era fatta irrespirabile: per colpa dei mafiosi, ma anche a causa del lavoro ai fianchi di tanti colleghi magistrati che lo vedevano come polvere negli occhi. Ogni volta la promessa di vederci con calma, per sapere qualcosa di più di una famiglia mafiosa che da sempre mi intriga, il clan dei Caruana-Cuntrera, partiti da Siculiana e ora sparsi in mezzo mondo, droga e ogni sorta di “affari” purché procurino denaro. Perché questi ricordi? Tra qualche giorno saranno venticinque anni che Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, tre uomini della scorta (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani), venivano uccisi dal tritolo mafioso fatto esplodere all’altezza di Capaci. Lo celebreranno, Falcone. Fiumi di parole, discorsi, dichiarazioni. Avesse la possibilità di vedere quello che accadrà, ne sorriderebbe: quel suo sorriso ironico, accompagnato magari da una scrollata di spalle. Un anno indimenticabile, il 1992: ad Agrigento la mafia ha già ucciso Giuliano Guazzelli, detto il “mastino”; e poi l’esecuzione del discusso parlamentare democristiano Salvo Lima; e altre volte toccherà andare: per la strage di via D’Amelio, dove è il fraterno amico di Falcone Paolo Borsellino, ad essere ammazzato; e poi l’intoccabile Ignazio Salvo…  Un altro poliziotto di valore, Rino Germanà, si salva miracolosamente a settembre, dai colpi di kalashnikov esplosi da Leoluca Bagarella… Una interminabile stagione di sangue e di piombo, come se qualcuno, d’un tratto volesse liberarsi di “amici” ormai diventati ingombranti, pericolosi; e di avversari che coniugavano sapere, capacità di capire, irriducibile impegno perché legge e diritto non siano parole prive di senso. Con l’avvicinarsi al 23 maggio sarà un crescente coro di “bravo”, “sagace”, “unico”. Falcone, beninteso, era davvero bravo, sagace; purtroppo unico: siciliano di quella Sicilia dolente e consapevole che conosce il sugo del sale, a cui tutti devono gratitudine; ha onorato il nostro paese nel mondo, e il mondo ci ha invidiato. Si leggeranno e si ascolteranno tante cose di e su Falcone. Molto si preferirà tacerlo, dimenticare, omettere. Non per caso. Un passo indietro: 21 giugno 1989. Sugli scogli davanti a una villa sull’Addaura, affittata per trascorrere qualche giorno di vacanza in pace, si scopre una borsa imbottita di candelotti di tritolo. Falcone è assieme a due colleghi svizzeri; l’attentato è fissato per il giorno prima, ma Falcone improvvisamente cambia programma. Lo sanno pochissime persone. Un attentato, dice Falcone, concepito da menti raffinatissime. Ma c’è chi giunge a insinuare che l’attentato lo ha organizzato lo stesso Falcone, per farsi pubblicità. Tommaso Buscetta, quando decide di “pentirsi” e raccontare le sue verità, a Falcone dice: “Dottore, l’avverto: cercheranno di distruggerla, fisicamente e professionalmente. Il conto che apre con Cosa Nostra non si chiuderà mai”. Cosa Nostra, paziente, aspetta. Aspetta e uccide: fa il vuoto attorno a Falcone. Cade Beppe Montana, capo della sezione latitanti; cade Ninni Cassarà vice-dirigente della squadra mobile… Per paura di nuovi attentati Falcone, Borsellino e le loro famiglie vengono trasferiti all’Asinara; lì come carcerati, unico svago qualche bagno di sole, concludono l’istruttoria del maxiprocesso. Alla fine lo Stato presenta il conto: 415mila 800 lire a testa per il pernottamento, 12.600 lire al giorno. Il maxiprocesso si conclude con 360 condanne. Quando il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Antonino Caponnetto considera finita la sua missione e va in pensione, sembra naturale che al suo posto sia nominato Falcone. La maggioranza del Consiglio Superiore della Magistratura fa valere il criterio dell’anzianità e non della competenza, e nomina Antonino Meli, magistrato con scarsissima esperienza di mafia. A favore di Meli e contro Falcone, votano anche due dei tre componenti del CSM eletti nelle liste di “Magistratura Democratica”. Uno dei due, Elena Paciotti, poi viene candidata ed eletta dal PCI al Parlamento Europeo. Meli, appena insediato, smantella il pool, teorizza che tutti devono fare di tutto. Falcone si deve occupare di indagini su scippi, borseggi, assegni a vuoto. Borsellino, l’amico fraterno, si ribella, rilascia interviste con accuse di fuoco. Finisce a sua volta sul banco degli accusati, costretto a doversi difendere al CSM. Falcone è sempre più solo. Si candida ad Alto Commissario per la lotta antimafia; lo bocciano. Si candida al CSM, i suoi stessi colleghi non lo votano. E’ la stagione delle lettere anonime del “corvo”: è accusato di gestione discutibile e disinvolta del “pentito” Salvatore Contorno. Il culmine si raggiunge quando Leoluca Orlando e altri leader della Rete, lo accusano di tenere nei cassetti la verità sui delitti eccellenti. E’ costretto a una umiliante difesa al CSM. Alla fine accetta la proposta del ministro della Giustizia Claudio Martelli di dirigere gli Affari penali a Roma. Lo accusano di diserzione. Sono in pochi a difenderlo: Martelli e i socialisti; Marco Pannella e i radicali…

Infine la procura nazionale antimafia: nasce da un’idea dello stesso Falcone, un organismo con il compito di coordinare le inchieste contro Cosa Nostra. Lui è il naturale candidato, il CSM lo boccia ancora una volta. Gli viene preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi, uno di quei magistrati che aveva firmato un documento, assieme ad altri decine di colleghi, in cui si individua la Procura Antimafia come un pericolo per l’operato e l’indipendenza dei magistrati. Alessandro Pizzorusso, componente “laico” del CSM designato dall’allora PCI, firma sull’“Unità” un articolo che grida vendetta: in pratica si dice che Falcone non è affidabile, sarebbe “governativo”, avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Quando, il 23 maggio viene ucciso, anche Borsellino, l’amico di sempre capisce che anche per lui il tempo è scaduto. Il 13 luglio rivela: “So che è arrivato il tritolo per me”. A due colleghi magistrati confida, in lacrime: “Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire”. Il 19 luglio, due minuti prima delle 17 un’autobomba lo uccide a via D’Amelio assieme ai cinque uomini della scorta. Andava a trovare la madre.

Diceva Falcone: “Abbiamo poco tempo per sfruttare le conoscenze acquisite; poco tempo per riprendere il lavoro di gruppo, poco tempo per riaffermare la nostra professionalità. Dopodichè tutto verrà dimenticato. Di nuovo scenderà la nebbia. Perché le informazioni invecchiano e i metodi devono essere continuamente aggiornati”. Palermo è davvero la città irredimibile di cui parlano Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino? C’è una frase di Falcone che invita ciascuno a fare il proprio dovere, la prima resistenza contro il potere e la violenza mafiosa. Sciascia con largo anticipo comprende come stanno le cose, e indica una strada. Eppure per qualcuno lo scrittore coltiva l’idea che la mafia non sia “quell’organizzazione pericolosa che Falcone aveva scoperto”. Davvero? Proprio Falcone non era d’accordo: intervistato da Mario Pirani per “La Repubblica” nell’ottobre del 1991, il magistrato dice di aver sempre considerato Sciascia un grande siciliano, profondamente onesto. In altre occasioni sostiene di essersi formato anche attraverso i suoi libri. Quel Falcone che una volta morto tutti celebrano, e che quand’era vivo veniva accusato di aver “disertato”, di aver lasciato il palazzo di Giustizia di Palermo per un “comodo” posto di Direttore agli Affari Penali a Roma, di essersi venduto ai socialisti. Istruttiva la lettura di un brano del libro “I disarmati” di Luca Rossi. Riporta una cruda “riflessione” ad alta voce di Falcone: “…Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini; e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera; poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio. Se lavorassero, sarebbe molto meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello lì che è passato al PCI, e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…”. Tutto questo difficilmente sarà ricordato e raccontato.

La Mafia e i suoi boss raccontati da chi ci ha vissuto accanto. Intervista del 22 ottobre 2016 di Stefano Vaccara su "La Voce di New York" con Serge Ferrand, giornalista francese autore del libro "Parla il numero uno di Cosa Nostra". Bonfirraro editore pubblica il libro di un giornalista-scrittore francese che afferma di aver vissuto per anni in Sicilia da contadino lavorando la terra del "lupo": il capo di tutti i capi della mafia che gli avrebbe fatto rivelazioni esplosive - Andreotti e Craxi capi di Cosa Nostra? Armi biologiche? - Ma chi è Serge Ferrand d'Ingraodo? Lo abbiamo intervistato. Avvertiamo subito il lettore che si accinge a leggere questa intervista di tenersi forte. Forse quello che Serge Ferrand, scrittore e giornalista francese, ci racconta sulla mafia è troppo per essere ritenuto credibile. Forse Serge è un impostore. Forse l’editore Bonfirraro ha rischiato troppo a pubblicare il suo Parla il numero uno di Cosa Nostra e noi, dopo averlo letto in anteprima, a procedere con questa intervista. Forse… Eppure potrebbe essere anche vero il racconto di un giornalista in carriera in Francia che oltre trent’anni fa abbandona tutto per trasferirsi in Sicilia. Nell’isola dove era arrivato la prima volta da inviato de Le Figaro Magazine per scrivere sull’omicidio eccellente del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre 1982. Abbagliato dai misteri della Sicilia, Ferrand prende la decisione di rimanerci, per sempre. Ecco noi abbiamo deciso, come l’editore Bonfirraro, di andare avanti e ascoltare la storia che racconta Serge Ferrand. Il dubbio resta, ma pensiamo sia doveroso raccontarvela e se continuerete a leggere, allora tenetevi forte. Prima di tutto le credenziali: Ferrand non è un giornalista “normale”. Negli anni Settanta e Ottanta in Francia conduceva inchieste diventando coloro che erano il focus dello studio. I suoi sono libri di cruda realtà vissuta, Ferrand si mimetizza con coloro di cui scrive, per raccontarli scava nell’anima dei suoi soggetti vivendogli accanto. Come accade con la vita dei canzonieri di strada a Parigi nel suo libro d’esordio Le Busker, o a contatto degli agenti dei servizi di sicurezza nel libro in cui si annuncia la guerra che verrà per le strade di Parigi, 25 anni prima degli attacchi dell’ISIS.  Ma lasciamo che lui si presenti ai lettori de La Voce di New York: “Sono conosciuto in Francia per avere scritto quattro libri, Le Busker (Laffont 1979), Les Hommes de main (Michel, 1981), Aux order du S.A.C., con Gilbert Lecavelier  (Michel 1982) e Demain la guerre civile? (1991), con Charles Pellegrini, ex capo dell’Antigang. Sono stato anche grand reporter del Figaro Magazine, giornalista a Minute, e direttore del L’Officiel Protezione/Sicurezza. Prima avevo studiato con il sociologo Lucien Goldmann (che non mi piaceva) e soprattutto un po’ più di tre anni con il filosofo Emil Cioran (che mi piaceva molto). Nella realtà, ho studiato più di nove anni. Chiaro, non sono un scemo francese un po’ suonato (ding-dong, ding-dong!) venuto in Sicilia a inventare cose impensabili per un pubblico italiano completamente idiota. Capito?”

Ferrand è nato in Algeria, 71 anni fa, in famiglia una bisnonna siciliana vissuta abbastanza a lungo per affollare i ricordi del fanciullo Serge. “Mafiusu mi chiamava la mia bisnonna siciliana in Algeria. Io non comprendevo perché. Poi ho capito che nel dialetto siciliano, mafiusu e mafia non sono la stessa cosa…”. Quindi l’attrazione fatale, irresistibile per la Sicilia, un richiamo di sangue che gli fa lasciare tutto, anche una bellissima innamorata che aveva a Parigi, che durante parte dell’intervista condotta via skype, ci mostra in fotografia. Nell’isola l’unico lavoro che trova è quello del contadino. Lui, un giornalista e scrittore affermato, a spaccarsi la schiena per la terra d’altri. Già, strano, ma forse è un lavoro cercato, voluto… Perché poi si capisce che la zappa Ferrand la usa per coltivare la terra ma anche i rapporti con colui di cui poi scriverà, anni dopo, di essere il capo della mafia. Prima di inviargli delle domande via e-email e avergli chiesto dei chiarimenti via skype, abbiamo letto il libro. Un saggio durissimo, non solo provocatorio, avvolte offensivo nei toni come nello stile. In cui Ferrand proclama una sua versione di storia della Sicilia e di averne compreso l’animo del popolo siciliano. Dove Ferrand racconta del lascito delle dominazioni del passato e di quelle presenti, usando termini che in certi tratti sembrano razzisti, xenofobi. “Non sono di sinistra e non uso il politically correct” e aggiunge: “Ma non sono razzista o anti semita. Ero di destra sì, ma adesso queste categorie non valgono più”. Al lettore con la tentazione di voler leggere il suo libro, avvertiamo che il linguaggio di Ferrand è crudo, violento e dissacrante. Ma cosa c’è di strano, un libro sulla mafia non tratta di violenza, sopraffazione, morte? Sì ma Ferrand quel linguaggio lo riserva spesso anche per i nemici della mafia, organizzazione segreta che seppur spietata e capace di lastricare le strade siciliane di migliaia di vittime (Ce lo ripeterà spesso: “i morti ammazzati dalla mafia sono molti di più di quelli che si pensa”) alla fine dal suo scritto appare come se fosse un “male necessario”, un potere occulto che deve agire, che nella penna dell’autore francese appare giustificato nelle sue terribili azioni. Questa la nostra sensazione leggendolo il libro e di questo avvertiamo il lettore. Serge adesso dice di essere in pensione. Vive in una barca a vela di dieci metri, nel porto di Sciacca, provincia di Agrigento. Ma non ha vissuto sempre così. Fino a qualche anno fa viveva in un altra provincia, quella di Palermo, nella zona di Aspra. Dice che andava spesso nelle campagne attorno a Corleone. Che ha vissuto anche a Bagheria. E che quello che ha scritto nel libro, l’intervista che ha avuto con quello che lui chiama “il lupo”, ha inizio 15 anni fa. “Sono diventato amico e uomo di fiducia di colui che era il mio datore di lavoro. Lui sapeva che ero un giornalista-scrittore e ha cominciato a raccontare. Lui ora è il capo della mafia, ma prima lo era Bernardo Provenzano che ho conosciuto perché lo vedevo spesso con ‘il lupo’. Mi hanno parlato anche insieme, hanno raccontato molte cose. Ma allora non era il momento per scriverne…”. Prima di rispondere alle nostre domande, Serge Ferrand ci invia questa ulteriore prefazione. Come se volesse ancora indicarci cosa è la mafia. “Caro Stefano, innanzitutto una piccola, banalissima evidenza: cosa siamo? Degli uomini, certo, cioè persone che devono mangiare, bere, cagare, pisciare, fornicare e pagare le bollette. Soprattutto pagare le bollette… È un po’ quello che il "lupo" – così nominato non da lui stesso ma da Riina – ha avuto l’intelligenza di suggerire attraverso il suo discorso sulla merda (si trova in uno dei primi capitoli del libro, ndr). Anche tu devi pagare le bollette, e per questo c’è il bisogno per te di ‘adattarti; all’ambiente. Cioè – per il buono giornalista che sei – la necessità di essere (un po’ o molto) conosciuto senza mai scrivere cose sgradevoli a questo ambiente di uomini, donne e gente conosciuta e potente. Per questo motivo fai dell’antimafia il tuo modo di vivere; l’assegno della fine del mese e la tua carriera dipendono di questo piccolo, diciamo, dettaglio. So che hai capito di che sto parlando…” Forse abbiamo capito. Ferrand continua così. “Dunque la mafia, cosa è per te, per il mio editore e per tantissime persone in Italia, negli Usa e nel mondo? Un mondo criminale, costituito da micro-gangster incapaci di pensare minimamente, degli analfabeti senza cuore né sentimenti. Anche se ho trovato – strano che nessuno giornalista lo abbia notato! – delle ‘antiche’ frasi pronunciate da siciliani importanti che difendono i mafiosi e anche Sciascia ne ha scritte alcune; ma lui aveva già costruito la sua fama. Contro la mafia, evidentemente. Sì Stefano, così va il mondo, ti prego di non negarlo (questo mi farebbe ridere!). Ora risponderò alle tue domande”. Avete capito da che parte sta l’autore del libro? Per Serge Ferrand, che dice di aver vissuto al fianco dei mafiosi per anni, la mafia serve come per chi deve andare in bagno. Una necessità. Ecco la nostra prima domanda.

Dunque prima di tutto la domanda ovvia, sulla credibilità: perché dovremmo credere che questo vero capo di tutti i capi delle mafia, “il lupo”, esista veramente e che proprio tu abbia potuto fargli quelle domande e ricevere quelle risposte?

“Su quello che chiami credibilità… Sei un siciliano, mi hai detto, ma non so se hai veramente vissuto in Sicilia. Uno che direbbe – come l’ho fatto – che ha intervistato il capo di Cosa Nostra sarebbe morto da molto tempo se non fosse vero: questo è sicurissimo. Perché il ‘lupo’ mi ha fatto queste rivelazioni? Non lo so, ma penso che il fatto di avere lavorato la terra con lui per dodici anni mi ha (molto) aiutato. A proposito, è Riina che lo ha soprannominato ‘il lupo’”.

Dopo aver risposto a questa domanda con un “non lo so”, in una conversazione via skype, Ferrand aggiungerà: “Probabilmente per come stanno andando le cose nel mondo, per i disastri che si annunciano, la mafia ha deciso che valeva la pena farsi conoscere meglio. Ci sarà ancora bisogno del suo lavoro…”.

Apologia della mafia: alla fine della lettura del libro questa è l’impressione che resta, come se la mafia fosse necessaria e non solo all’Italia ma al mondo. È veramente questa la tua opinione?

“Apologia della mafia? Non veramente e ho spiegato perché: la mafia è una cosa, Cosa Nostra un’altra, anche se tutti fanno confusione, come me trent’anni fa. Ne parlerò nel mio prossimo libro. Un’altra cosa, sulla mia credibilità: quando usciranno le foto di me davanti a una decina di scheletri trovati in uno dei tanti buchi della montagna, questa credibilità sarà un fatto, non la fantasia malsana di un mitomane. Che la mafia sia una cosa necessaria? Penso di sì; è un modo di pensare e reagire molto siciliano. Cosa Nostra necessaria? Non lo penso, anche se penso che senza i suoi traffici illeciti, l’Italia del sud (ma anche quella del nord, con i suoi investimenti nelle grande imprese) sarebbe un entità direi, scheletrica”.

Nel libro si parla di terza guerra mondiale in arrivo: sarebbe questo il motivo per cui il “lupo” avrebbe deciso di raccontare alcuni “segreti”, come per avvertire di ciò che sta arrivando? E perché? Che ci guadagna la mafia ad avvertire che il mondo sta crollando?

“La guerra mondiale? Ma ci sono tanti libri che parlano di questa cosa (necessità?); se non li hai letti, che ci posso fare? Consigliarti di leggerli? Laurent Artur du Plessis e tanti altri. Perché il ‘lupo’ ne ha parlato? Non lo so, ma penso che sia una cosa importante, come le armi biologiche che possiedono in Germania e i miliardi di euro che ho visto in (soltanto) tre dei loro conti in Svizzera. E no, la mafia non ci guadagna niente, in questa guerra. Subirà, come te, come me, e milioni di altri”.

L’immagine della strage mafiosa del 29 luglio, 1983 a Palermo che uccise il giudice Rocco Chinnici (nella foto piccola)

Nel libro “il lupo” è un killer che in più di 40 anni uccide migliaia di persone. Da sconosciuti, ai grandi delitti eccellenti di mafia, da Mattarella a Chinnici, da La Torre a Dalla Chiesa, da Falcone a Borsellino. Insomma sempre la sua mano su tutto: possibile che su tutti i delitti ci sia sempre l’impronta di un unico killer, “il lupo”, ora a capo della mafia?

“Sì, il lupo uccide da tanto tempo (non era neanche adolescente quando ha iniziato); era la sua funzione in Cosa Nostra. Il suo bisnonno era il capo di Cosa Nostra nel mondo. Perché non si sa? Cosa Nostra è un organizzazione segretissima, amico mio, segretissima. Composta di strati impermeabili”.

Di tanti delitti il mandante finora era stato indicato Totò Riina, invece dal libro emerge un altro capo mafia responsabile di tutto. Don Saruzzo Di Maio prima e Bernardo Provenzano poi: il “lupo” sarebbe il loro killer fino a quando poi diventerà lui il boss. Riina sarebbe solo il capo di una fazione, violenta ma isolata… E neanche Matteo Messina Denaro, ritenuto da magistratura e media il capo ora latitante di Cosa Nostra, avrebbe un ruolo di protagonista… Se questo fosse tutto vero, chi ha interesse a diffondere che il boss sia stato Riina e che ora sia Messina Denaro? E perché la vera mafia non li sconfessa? Insomma potresti spiegare meglio questa faccenda della leadership…

“Sì, per tutti il capo si chiamava Salvatore Riina, ma il vero Capo era Sarridu di Maio, non Saruzzo, come dici. Cosa Nostra non si immischia mai nelle storie fantasmagoriche inventate dalla stampa, mai, assolutamente mai. Il nuovo capo si chiamerebbe Matteo Messina Denaro? Chi l’ha detto o scritto? I magistrati? La stampa? Allora è vero, confesso, è vero! Scherzo, naturalmente. Ho incontrato una decina di grandi capi dell’organizzazione quando Bernardo Provenzano ha nominato il ‘lupo’, e tutti – me lo ha spiegato quest’ultimo – erano incensurati. E non conosciuti come ‘mafiosi’ o legati alla mafia. La sua forza viene anche da questo minuscolo dettaglio”.

Nel libro è forte e presente un’opinione anti immigrati, anti musulmana, e spesso si sfiora il vero e proprio razzismo…. Non si capisce bene quando queste sono le posizioni del “lupo” e quando invece questi atteggiamenti ricalcano le convinzioni dell’autore. Insomma sembra che il pensiero qui coincida. Mi sbaglio forse? Vuoi spiegare meglio quando il pensiero del lupo coincide col tuo pensiero? Appare spesso, non solo sul problema immigrati…

“No, la mafia non è ‘razzista’, come dici. È un po’ come me, lei pensa che mescolarsi non sia una cosa tanto buona (un po’ quello che vediamo ogni giorno, ma che facciamo finto di non vedere). Né antisemita; molti ebrei sono ‘politicamente corretti’, ma alcuni politicamente scorretti, come Edward Luttwak in America e Eric Zemmour in Francia”.

Mafia siciliana e mafia americana: si parla nel libro del delitto di Enrico Matteie si accenna anche a quello dei Kennedy… Però, almeno sui Kennedy, sembra che il lupo abbia le idee confuse, parla di un delitto prima di JFK del “parente stretto” ma chi sarebbe?

“Mattei? Mi ha raccontato quello che ha fatto, niente altro. All’epoca, era un semplice soldato. JFK? Suo padre aveva fatto un patto con Cosa Nostra, per la vendita d’alcool, durante il proibizionismo, prima di investire in imprese legali. Il resto è nel libro, non so niente di più, visto che non conosco Cosa Nostra americana”.

Capi di governo come Fanfani, Andreotti, Craxi, nel tuo libro diventano capi di Cosa Nostra (che secondo il racconto sarebbe il braccio finanziario della Mafia). Invece che premier, il lupo li chiama capi di stato… Ma se fosse veramente stato così, come ti racconta il lupo, come mai uno come Craxi finisce per morire in esilio in Tunisia? Perché la mafia non lo protegge?

“Fanfani e gli altri? L’ho detto, punto e basta. Puoi credere quello che vuoi, ma è così. Craxi è morto solo? Scherzi, probabilmente. Ma era caduto, peccato per lui. Potrei darti altri nomi, ma non lo farò”.

Potresti rivelare qui qualcosa altro, che non c’è nel libro e magari lo renderebbe più credibile?

“No, non aggiungerò niente altro per il momento. Credibilità o non…”.

Poi Serge ci manda un ulteriore messaggio: “Quello che è vero è che i contadini hanno vinto la battaglia contro i ‘borghesi’ di Cosa Nostra. Te l’ho già spiegato: Cosa Nostra è composta di strati impermeabili. C’è – grosso modo – lo strato contadino, lo strato borghese, e lo strato finanziario, che si conoscono ma non si frequentano. Che cosa ha da fare un contadino con un uomo della finanza? A priori, niente, salvo che oggi, sono degli ex contadini, con la mentalità e la spietatezza di contadini, che comandano e fanno (o piuttosto fanno fare a chi lavora nella finanza, abbastanza terrorizzati) tanti affari nel mondo, al posto dei borghesi, troppo molli. Una vera rivoluzione, che è costata decine di migliaia di morti in Sicilia. Tutto qua, questa è la realtà. Sono partito per vivere tredici anni in montagna perché sapevo tutto questo, e il libro si è fatto poco a poco. L’ho fatto pubblicare oggi perché attualmente il mondo è molto più malato che venti anni fa”.

A proposito di mondo malato: il lupo chi spera che vinca le elezioni in America?

“Per chi voterà Cosa Nostra versione americana? Non lo so, ma la mafia siciliana voterà mentalmente per Donald Trump, che non sarà probabilmente eletto (con tutto l’establishment, le multinazionali e questa stampa contro di lui). Sarà presidente – penso con tristezza – Hillary Clinton, che porterà tutti ‘all’apocalisse’, come dice lei, con una guerra (già in preparazione negli Usa e in Russia) contro Vladimir Putin. A proposito, sai che la Clinton è una lesbica rifatta dalle testa ai piedi con la chirurgia estetica, tinta in biondo e anche ebrea? Voi una prova? Te la manderò… Ah, non accusarmi di essere antisemita; sarebbe un errore”.

Serge Ferrand continua a dirci che ha tanti altri segreti, che per ora non può rivelare. “Ma sto scrivendo un altro libro. Sarà sotto forma di romanzo, sarà tutto vero e non solo sulla mafia. Penso un ottimo copione per il cinema americano”.

Chi è veramente Serge Ferrand d’Ingrado, giornalista francese sparito dalla Francia e riapparso in Sicilia? Cosa ha fatto nell’isola per oltre trent’anni? Perché l’editore Bonfirraro gli ha dato fiducia e quindi credibilità?

Noi abbiamo cercato di risolvere il mistero ponendogli delle domande. A questo punto, spetterà ad altri verificare ulteriormente il suo racconto.

Quando Riina non riuscì a far fuori “u Commissario”. Il mio collega Rino Germanà, che a Mazara del Vallo fece il suo dovere di poliziotto e riuscì a non morire, scrive Pippo Giordano il 31 Maggio 2016 su "La Voce di New York". Ho partecipato ad una trasmissione tv insieme a Rino Germanà, che un quarto di secolo fa scampò ad un agguato mafioso nel trapanese rispondendo al fuoco e buttandosi a mare. Il boss di Cosa Nostra Totò Riina lo voleva morto quel poliziotto che non poteva comprare e che stava svelando gli intrecci mafia-massoneria. In occasione del 24esimo anniversario della strage di Capaci, io e Rino Germanà, già questore della Polizia di Stato, siamo stati ospitati dall’emittente televisiva Teleromagna per parlare di mafia. Perché due poliziotti siciliani con un passato di lotta alla mafia, non più in servizio, si mettono in gioco parlando del loro vissuto, della propria esperienza investigativa? Si potrebbe, parimenti, fare un’altra domanda: perché il più alto tributo di sangue nel condurre la lotta a Cosa nostra è stato versato dai figli della Sicilia? Le risposte stanno nel DNA dei Siciliani. Popolo abituato a soffrire, un Popolo svegliatosi dal letargo dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. E quando analizzi la vicenda di Rino Germanà, ti rendi conto che il male può essere sconfitto. Conoscendolo e frequentandolo capisci quanto amore traspare per la sua Terra, la Sicilia. In una terra come quella di Mazara del Vallo, non era facile fare “u Commissario” di Polizia e non era facile farlo conservando l’integrità morale e senso del dovere. Anche un altro giovanissimo commissario fu allontanato da Trapani perché aveva osato toccare i “pezzi da novanta”. Quel giovane, il 6 agosto del 1985, fu ucciso a Palermo. Si chiamava Ninni Cassarà ed era il mio dirigente. Quindi, per aver innescato le ire di Totò Riina, significava, che Rino Germanà non era in vendita né disposto a tradire lo Stato. La lealtà, così come l’onestà, non l’acquisti al supermercato, ma esse sono il paradigma dell’essere poliziotto in generale, ma in particolare in terra di mafia. Guai a non capire l’esigenza d’essere onesti, altrimenti c’è il baratro. Gli ideali di giustizia sono l’architrave dell’essere uomo e poliziotto. E tutto questo ha dato fastidio, tanto fastidio a Totò Riina, che “u Commissario” ficcasse il naso su Cosa Nostra trapanese. Germanà, aveva “arruspigghiato” (svegliato) un territorio mafioso lasciato da tanto tempo al controllo dei boss. In sostanza, aveva rotto non solo gli equilibri, ma anche quei meccanismi che regolavano e assicuravano la pace sul territorio con beneplacito della massoneria. Del resto Mazara del Vallo rientrava a pieno titolo nell’influenza egemonica di Totò Riina. Quest’ultimo, risentito dal comportamento di Germanà, che non perdeva occasione per riaffermare la supremazia dello Stato sul territorio, ne decise la morte. E non diede l’incarico a un killer qualsiasi, ma affidò la spedizione di morte alla crema di Cosa Nostra, ovvero suo cognato Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Rino Germanà, come racconta egli stesso, pur attinto da colpi di arma da fuoco, ingaggiò un conflitto a fuoco, salvandosi. La vicenda drammatica di Rino Germanà, conclusasi felicemente anche se rimasto ferito, fa parte di un copione di violenza, che la Terra siciliana ha dovuto subire per tanti anni. Quanti uomini, magistrati, poliziotti e carabinieri ammazzati da Cosa nostra. Troppi! E ogni qualvolta che uno di “Noi” veniva ucciso, eravamo li pronti a riprendere l’impari lotta. Sovente la morte si è aggirata in lungo e largo tra le nostre piccole stanze della Mobile palermitana e solo quando vedevi il corpo di un collega trafitto dai proiettili, realizzavi di essere stato lasciato solo dallo Stato. Dieci morti ammazzati, solo nella Squadra mobile di Palermo. La solitudine prendeva il sopravvento ed ognuno di noi, nel proprio intimo portava i segni drammatici per aver perso un amico, un collega. Tuttavia, tutti e dico tutti, eravamo consapevoli di essere nel mirino dei mafiosi. Eravamo diversamente folli di giustizia, di verità e che nemmeno la paura riuscì a scalfire le nostre corazze. Eravamo un avamposto di pochi uomini, e ciononostante riuscimmo a sbeffeggiare un esercito di 5000/6000 mafiosi. La sproporzione era abissale. Poi, ti rincuora e ti rende felice l’apprendere, che il 14 settembre 1992 uno di “Noi”, Rino Germanà è rimasto vivo. Lo stesso Totò Riina, intercettato dalla DIA il 16 novembre 2014, mentre parla con un altro mafioso nel carcere di Opera a Milano, cita appunto l’attentato di Rino Germanà: evidentemente ancora oggi nutre rancore e astio verso Germanà, ma noi, io e Germanà, continueremo a combattere la mafia, senza pistole: solo con la parola.

Il popolo malato di mafia che ha bisogno di una legge per ricordare, scrive il 2 marzo 2017 Marilù Mastrogiovanni su "Articolo 21". Il Parlamento ha approvato la legge che istituisce il 21 marzo come giornata nazionale della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Certo è importante, che in una legge si cristallizzi l’obbligo, per tutte le tutte le cittadine e i cittadini, di “ricordare” e dunque di “impegnarsi” contro le mafie, anche in “nome” delle vittime che le mafie hanno mietuto. Serve sempre, la legge. Ma serviva, una legge? Se non altro, serviva, per togliere da ogni imbarazzo chi accetta di aderire alla giornata contro le mafie, ma con dei distinguo. Distinguo sui nomi, da ricordare, distinguo sui fatti, da denunciare, distinguo sui modi, con cui aderire, se e in che modo e a patto che. La mia è una terra che vive di distinguo. Per esempio, c’è il distinguo di chi è contro la mafia, purché i discorsi rimangano sulle linee generali. Chi è contro la mafia, purché i nomi non si facciano e i fatti non si spieghino poi bene bene bene. Nella mia terra, il Salento, persone così, hanno provato imbarazzo per almeno 30 anni a fare il nome di Renata Fonte, la consigliera comunale di Nardò uccisa perché si opponeva ad una grossa speculazione edilizia sulla costa ionica, a due passi da Gallipoli, a porto Selvaggio, oggi parco regionale che NON porta il suo nome. Dove il suo nome è ricordato da una targa, che viene periodicamente buttata giù. Renata era una giovane maestra, mamma di due bambine ed era spinta da passione civile e per questo impegnata in politica. Era una cittadina che voleva fare fino in fondo il suo dovere. Come Antonio Montinaro, capo della scorta di Falcone. Come Peppino Basile, consigliere comunale di Ugento (Lecce) e provinciale: lui era un rompiscatole e fu ucciso con 24 coltellate davanti alla porta di casa sua, come Renata Fonte, che fu sparata mentre rientrava dall’assise comunale. Due rompiscatole che dicevano “no”: di entrambi sono sconosciuti e impuniti i mandanti dell’omicidio. Di Peppino, sono sconosciuti anche gli esecutori materiali: quelli che la Procura ha tenuto in prigione per oltre un anno, erano due innocenti. Peppino Basile è una vittima innocente di mafia, non riconosciuta ancora come tale. Perché in una terra dove viene assolto dall’imputazione per mafia chi minaccia, picchia, utilizza la sua parentela con i boss ergastolani della sacra corona unita per infettare l’economia e il mercato, come si fa poi, a riconoscere lo status di vittima di mafia a chi, sull’altare della legalità, ha sacrificato la sua vita? Bene ha fatto Salvatore Capone, deputato salentino (Pd) ad inserire nel suo comunicato di plauso per l’approvazione della legge sulla giornata della memoria e dell’impegno, un passaggio sulla mia povera città, Casarano, ricordando anche chi, “ogni giorno, e non mancano episodi recentissimi, è impegnato sul fronte del contrasto al crimine organizzato e alle infiltrazione mafiose nei terreni sani dell’economia e della società civile”. Per una frase così, pronunciata in un dibattito pubblico alla presenza dell’attuale viceministra Teresa Bellanova, l’ex sindaco Remigio Venuti s’è visto distruggere il piano terra della propria casa con una bomba. Perché aveva detto che a Casarano l’infiltrazione della criminalità organizzata era andata nel profondo del tessuto sociale. Come giornaliste e giornalisti, abbiamo il dovere della memoria e abbiamo l’obbligo di mettere in fila i fatti, perché qui la mafia è impercettibile anche leggendo i giornali. Si riduce ogni fenomeno allo stesso titolo: “Ennesimo episodio incendiario”. E giorno dopo giorno, nella cronaca che parcellizza, nel quotidiano, i grandi fenomeni, facendo perdere lo sguardo d’insieme, nel dovere della cronaca senza mai esercitare quello di critica, troppo “giornalismo” alimenta l’oblìo. La mia è una terra dove non si riesce a condannare i mafiosi – a meno che non abbiano la lupara e lo stigma di mafioso – e dunque non si riconoscono le vittime della mafia. Né quelle vive, né quelle morte. Qui non si riconosce la mafia della porta accanto. La mia è una terra dove ancora si aspetta che la mafia uccida con 18 colpi di kalashnikov per capire che quella “è gente cattiva”. Qui, si risolve tutto con una confessione: ci si cosparge il capo di cenere e la finiamo lì. Qui, dove si muore di fame e di caporalato, la mafia dà lavoro, dà concessioni edilizie, dà le case popolari, ti toglie i rifiuti davanti alla porta di casa e te li nasconde sotto il tappeto, perché tu non li veda. Qui, dove si muove di tumore, di fame e di fatica, si va avanti a tirare la carretta, fino a tirare le cuoia. Qui, sì che serve una legge per ricordarci che le vittime innocenti di mafia sono morte anche per noi. Ma tanto, la legge, qui, ce la facciamo da soli. E dunque, a che serve ricordare?

La giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

A proposito delle vittime della mafia e la solita liturgia antimafia che nasconde il malaffare.

In virtù degli scandali gli Italiani dalla memoria corta periodicamente scoprono che sui bisogni della gente e dietro ad ogni piaga sociale (mafia, povertà ed immigrazione, randagismo, ecc.) ci sono sempre associazioni e cooperative di volontariato che vi lucrano. Un sistema politico sostenuto da una certa stampa e foraggiato dallo Stato. Stato citato dalle grida sediziose dei ragazzotti che gridano alle manifestazioni organizzate dal solito sistema mafioso antimafioso. Cortei che servono solo a marinare la scuola ma in cui si grida: “Fuori la mafia dallo Stato”. Poveri sciocchi, se sapessero la verità, capirebbero che nessuno rimarrebbe dentro a quello Stato, compresi, per primi, coloro che sono a capo di quei cortei inneggianti.

La scusa delle piaghe sociali non è che serve ad una certa sinistra per espropriare la proprietà dei ricchi o percepire finanziamenti dallo Stato al fine di ridistribuire la ricchezza, senza che si vada a lavorare?

La Mafia Com'è? Insopportabilmente illiberale, scrive Sergio Scandura - Giornalista di Radio Radicale. Val la pena riprendere una sentenza dimenticata, se non omessa, della Cassazione che sembra mettere un punto più che offrire uno spunto.

«La forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo dalla quale derivano assoggettamento ed omertà può essere diretta tanto a minacciare la vita o l'incolumità personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti. Ferma restando una riserva di violenza nel patrimonio associativo, tale forza intimidatrice può venire acquisita con la creazione di una struttura organizzativa che, in virtù di contiguità politiche ed elettorali, con l'uso di prevaricazioni e con una sistematica attività corruttiva, esercita condizionamenti diffusi nell'assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende parimenti pubbliche, (nell'abilitare in specifiche professioni o assegnare incarichi con esami di Stato o concorsi pubblici truccati ndr), tanto da determinare un sostanziale annullamento della concorrenza o di nuove iniziative da parte di chi non aderisca o non sia contiguo al sodalizio».

Questa sentenza, del 9 giugno 2015, non è stata mica scritta da un collegio qualsiasi ma dalla sesta sezione della Cassazione, proprio quella ritenuta persino più "pelosa" per dottrina e garanzie, dunque non certo distratta ad argomentazioni in punto di diritto. Forse dovremmo giusto partire da questo cruciale passaggio che, fatta la tara di alcune foglianti caricature, non riguarda solo il nulla osta dei giudici della Suprema Corte al procuratore capo della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone per il 416 bis al processo Mafia Capitale. In quel "sostanziale annullamento della concorrenza" c'è una conclusione non di poco conto che ora abita nelle più autorevoli librerie di giurisprudenza. Non se ne annulla solo il vincolo dialettale di una consorteria come requisito per certificarne lo stato di "famiglia" ma si dà ragione a chi, come Giovanni Fiandaca, da un paio di anni a questa parte ritiene necessario un "update" al 416 bis, eliminandone cliché sociologici, coppole e "punciutine". In una parola sola, questa sentenza di Cassazione ci dice che la Mafia è illiberale. Insopportabilmente illiberale. Cominciamo a individuarla da qui?

Tangenti con le “stelle”. Dopo le indagini ed arresti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, la Procura come sempre si prende il palcoscenico…Cosa aspettavano dopo la prima inchiesta dei Carabinieri i “signori” dello Stato Maggiore della Marina Militare ad introdurre delle nuove procedure di controllo contro la corruzione? O forse erano troppo impegnati ad accontentare i desideri e le spese milionarie dell’Ammiraglio Di Giorgi per il rifacimento degli interni delle nuove navi della Marina Militare, per occuparsi di qualche “bustarella” tarantina? Di Antonello de Gennaro, 11 marzo 2017, "Corriere del Giorno". L’inchiesta sulle tangenti a Maricommi, il Commissariato della Marina Militare nella base navale di Chiapparo a Taranto, ha origine nel marzo 2013 a seguito di indagini effettuate dai Carabinieri che portarono all’arresto di cinque ufficiali della Marina Militare cui due in servizio allo Stato maggiore a Roma, un sottufficiale e un dipendente civile. L’ampiezza dello scandalo e il fatto che alcuni imprenditori di Taranto, in rapporti di lavoro con le strutture della Marina Militare, fossero costretti a pagare tangenti per aggiudicarsi le commesse sono emerse nel 2013, a seguito dell’arresto in flagranza di reato del capitano di fregata della Marina Militare Roberto Di Gioia direttore di Maricommi Taranto, e subito dopo del suo “vice” Giuseppe Coroneo anch’egli capitano di “fregata”. Dopo l’arresto, i Carabinieri di Taranto perquisirono gli uffici di quattro imprese locali i cui titolari, sarebbero stati costretti a sottostare alle pretese del direttore di Maricommi. A fare luce nell’inchiesta condotta dagli investigatori dell’Arma dei Carabinieri, furono alcuni file sequestrati al Di Gioia nel corso dell’arresto.

LA 1A INDAGINE: I CARABINIERI. Il capitano di fregata La Gioia, venne incastrato e bloccato dai Carabinieri nel suo ufficio della base della Marina di Taranto., grazie alle rivelazioni di imprenditore che aveva raccontato agli investigatori dell’ Arma di essere stato costretto a versare 150.000 euro al Direttore di Maricommi per garantirsi il regolare pagamento delle fatture emesse dalla sua impresa, titolare dell’appalto per il ritiro e il trattamento delle acque di sentina dalle navi ormeggiate a Taranto e Brindisi dove la Marina Militare ha un’altra base. L’imprenditore aveva anche rivelato il tentativo di coinvolgerlo nelle manovre degli ufficiali corrotti della Marina Militare per pilotare una gara d’appalto, per la quale finì sul registro degli indagati un altro imprenditore con l’accusa di “tentativo di turbativa d’asta”. A seguito della sua denuncia, l’imprenditore ha collaborato con i Carabinieri permettendo loro di svelare il “sistema” di tangenti. Il 12 marzo 2013, infatti, l’imprenditore si recò nell’ufficio del capitano di fregata Di Gioia per consegnargli una tangente da duemila euro ma quando uscì dalla stanza, entrarono i Carabinieri che arrestarono l’ufficiale della Marina. Subito dopo, i Carabinieri perquisirono l’appartamento del Di Gioia trovando 36.000 euro in contanti mentre altri 8.000 euro sono stati rinvenuti nella cassaforte del suo ufficio oltre alle famose pen drive contenenti la contabilità occulta che il comandante di Maricommi Taranto custodiva in una valigetta. Nella memoria delle “pennette” venne trovata la contabilità “nera” delle tangenti pagate da un elenco di imprese, accanto ad ognuna delle quali, era riportato il valore dell’appalto che si era aggiudicato e il pagamento di tangenti, equivalenti al 10% dell’importo della commessa aggiudicata.  A finire sotto processo insieme ai militari della Marina Militare anche ed un gruppetto di faccendieri ed imprenditori composto da Alessandro Dore, Giovanni Cusmano, Giovanni Cusmano, Attilio Vecchi, Marco Boccadamo, Riccardo Di Donna, Fabrizio Germani, un sottufficiale della Marina, Antonio Summa ed il funzionario Leandro De Benedictis. L’Ammiraglio De Giorgi (oggi ex) Capo di Stato Maggiore della Marina Militare a seguito dello scandalo inviò presso la base navale tarantina un nuovo ufficiale di sua “fiducia”, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo, per “fare pulizia”. Mai scelta (?) più infelice, infatti il nuovo ufficiale appena insediatosi, fece circolare delle ridicole circolari sulla moralizzazione degli uffici. Ma in realtà continuò ad alimentare il sistema delle tangenti sugli appalti, che rispetto al passato aumentarono! E tutto questo badate senza che i precedenti investigatori dell’Arma ed il magistrato inquirente si accorgessero di nulla.

LA 2A INDAGINE: LA GUARDIA DI FINANZA. Successivamente lo scorso anno gli uomini della  Guardia di Finanza  hanno avviato delle proprie  autonome indagini effettuando degli accertamenti grazie ai quali hanno  scoperto (senza alcun tangestista reo-confesso) che il precedente giro di tangenti non solo non era mai finito, ma anzi era aumentato, e che l’organizzazione si avvaleva persino della collaborazione  del sottufficiale infedele dei Carabinieri Paolo Cesari (il quale aveva partecipato alla prima indagine), che si faceva pagare per dare informazioni riservate sull’inchiesta e depistare i successivi  accertamenti ed indagini nel (vano) tentativo di proteggere il giro di affari illeciti che imperversavano nella base navale tarantina di Maricommi. A tenere buona compagnia al Cesari, applicando la “par condicio” fra le Forze dell’ordine, è comparso anche l’ispettore della Polizia di Stato Fabio Giunta il quale ha cercato di danneggiare l’indagine della Guardia di Finanza, venendo però scoperto ed indagato per “rivelazione del segreto d’ufficio”, per aver riferito al nuovo Comandante di Maricommi Di Guardo che un’auto appostata fuori dalla sua villa era appunto della Guardia di Finanza. E’ stato quindi alla preziosa attività investigativa della Guardia di Finanza che è stato possibile scoprire ed accertare che a Taranto avevano messo in piedi un vero e proprio “cartello” di società collegate tra di loro  allo scopo di orientare e controllare  l’assegnazione in loro favore di oltre 200 appalti e affidamenti,  gestiti dalla direzione Maricommi di Taranto, estromettendo i concorrenti in maniera tale da potersi garantire l’assegnazione di appalti e dei conseguenti profitti di ingente quantità in maniera illecita per un ammontare complessivo accertato di 5 milioni e 460 mila euro. E tutto ciò che ha consentito alla Procura di Taranto di poter mandare a processo gli imputati Giovanni Di Guardo, ex comandante della base di Maricommi; la sua compagna rumena Elena Corina Boicea; il tenente della Marina militare Francesca Mola, e gli ufficiali Massimo Conversano(ex capo dell’ufficio viveri, vestiario e casermaggio della Marina militare) e Gerardo Grisi (all’epoca dei fatti in servizio presso il comando logistico di Napoli) ed il dipendente civile Marcello Martire, insieme agli imprenditori-faccendieri-tangentisti  Vincenzo Pastore, Paolo Bisceglia, Giuseppe Muschiaccio, Giuseppe Calabrese, Gaetano Abbate, Vitantonio Bruno, Giovanni Perrone, Valeriano Agliata e Pietro Mirinao, e l’ispettore di polizia Fabio Giunta insieme al luogotenente dei Carabinieri Paolo Cesari.

Nel corso della conferenza stampa voluta e convocata dal Procuratore Capo di Taranto (affiancato in seconda fila dal suo “aggiunto ” prossimo a lasciare il suo incarico semi-direttivo alla fine del prossimo maggio) dell’ Ammiraglio Edoardo Serra, comandante del Comando Marittimo Sud della Marina Militare, dal sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, dal comandante provinciale di Taranto della Guardia di Finanza Col. Gianfranco Lucignano e dal comandante del Nucleo di Polizia tributaria Ten. Col. Renato Turco.

Come avevamo annunciato nei giorni scorsi il CORRIERE DEL GIORNO ha deciso di non citare più i nomi dei magistrati della Procura di Taranto in segno di protesta per le continue fughe di notizie lasciate impunite sui soliti organi di stampa “amici” e ventriloqui dell’attività della magistratura tarantina, alla faccia della millantata legalità… Fermo restando il massimo rispetto per quei magistrati seri (e ce ne sono ! ) in servizio a Taranto che fanno con abnegazione il proprio lavoro, senza ambire a foto, nome e titoli sui giornali. Come spiegheranno (presto) questi magistrati al Csm tutte queste fughe notizie lasciate impunite?

Come non definire quindi imbarazzanti le dichiarazioni dell’ammiraglio Eduardo Serra, al comando della flotta Sud della Marina militare? “Non sospettavamo di Di Guardo – ha detto – il suo curriculum era pulito. Le mele marce vanno identificate e allontanate. Per il futuro rivedremo le procedure di controllo per evitare episodi di corruzione”. Ma come sarebbe a dire? !!! Forse all’ Ammiraglio Serra deve essere sfuggito qualcosa… e cioè che nel corso delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Taranto, tre imprenditori hanno ammesso di aver conosciuto Di Guardo, allora capitano di fregata proprio quando era in servizio come capo ufficio amministrativo al Centro gestione scorte navali della Marina Militare a La Spezia, e di avere iniziato a versargli tangenti sin dal 2010-2011!

Lo scenario di corruzione che è venuto fuori sugli appalti controllati e “vivisezionati” dai finanzieri nel corso delle indagini è a dir poco incredibile, e riguarderebbero ogni genere di materiali, da quelli più avanzati dal punto di vista tecnologico ai capi di vestiario per i militari. Ed infatti gli investigatori della Guardia di Finanza in servizio in Liguria, sono all’opera anche per verificare se anche le altre aste siano state “truccate” ed accertare che i prezzi pagati dalla Marina Militare siano stati realmente congrui. Nel 2011 Di Guardo quando era ancora a La Spezia firmò una gara d’appalto per la fornitura di “21 salvagenti tipo 8+4” per un valore di circa 160 mila euro. Secondo esperti del settore i “salvagenti tipo 8+4” sono dei battelli autogonfiabili capaci di ospitare 8 persone più eventuali altre 4″.  Ma è emerso un piccolo particolare: la marina mercantile li paga “un decimo della cifra sborsata dal Ministero della Difesa”.

Cosa aspettavano quindi dopo la prima inchiesta ed arresti dei Carabinieri i “signori” vertici dello Stato Maggiore della Marina Militare ad introdurre immediatamente delle nuove procedure di controllo contro la corruzione? O forse erano troppo impegnati ad accontentare i desideri e le spese milionarie dell’Ammiraglio Di Giorgi per il rifacimento degli interni delle nuove navi della Marina Militare, per occuparsi di qualche “bustarella” tarantina? E’ semplicemente imbarazzante se non ridicolo dichiarare oggi dopo 4 anni dal primo arresto: “per il futuro rivedremo le procedure di controllo”! Aspettano forse il prossimo “ufficiale -tangetista”?  Un vecchio proverbio non caso dice: “Non c’è due senza tre”.

Tra i reati contestati dalla Procura di Taranto ai 17 imputati ,  vi è anche  l’associazione per delinquere, che vede coinvolti il capitano di vascello Giovanni Di Guardo, l’ex comandante di Maricommi, che fu mandato a dirigere il reparto proprio per fare pulizia dopo la prima ondata di arresti che aveva travolto il Commissariato della Marina militare (inchiesta già approdata all’udienza preliminare per altri 11 imputati, tre dei quali hanno chiesto il rito abbreviato); la tenente di vascello Francesca Mola, i capitani di vascello Massimo Conversano e Gerardo Grisi, e Marcello Martireun  dipendente civile della Marina militare , il sottufficiale dei carabinieri Paolo Cesari e l’ispettore di Polizia Fabio Giunta , nonchè la compagna rumena del Di Guardo, Elena Corina Boicea, e gli (im)prenditori Valeriano Agliata, Paolo Bisceglia, Vitantonio Bruno, Vincenzo Calabrese,  Pietro Mirimao,  Giuseppe Musciacchio, Vincenzo Pastore, Giovanni Perrone,   ed  il commerciante Gaetano Abbate. A Taranto purtroppo non è arrivato un Procuratore Capo del livello di Giuseppe Pignatone (Roma)  o  di Armando Spataro (Torino), ma è arrivato da quasi un anno un procuratore capo proveniente dalla Procura di Trani dove i fatti dicono non essersi mai accorto di quello che succedeva in quegli uffici giudiziari, circostanze a dir poco gravi che  a seguito dei numerosi esposti  hanno comportato l’  intervento del  Csm cioè del Consiglio Superiore della magistratura nella gestione della procura tranese rimuovendo e trasferendo dei magistrati in servizio in quegli uffici giudiziari giudiziari (e di cui ci siamo abbondantemente occupati, come sempre documentalmente) . Ecco spiegato il perchè nei corridoi degli uffici giudiziari di Taranto sono sempre più numerosi gli investigatori delle varie forze dell’ordine a sostenere che “sono cambiati gli uffici” “è cambiato qualche nome” ma di fatto “non è mai cambiato nulla”! Come dargli torto?

Il ciclone Pignatone fa infuriare i giornalisti, scrive Piero Sansonetti su "Il Dubbio". Il procuratore di Roma interrompe la continuità delle carriere tra magistratura inquirente e giornalismo giudiziario. Rovesciando una tradizione che aveva permesso a un drappello di Pm di lavorare spalla a spalla con i redattori di cronache giudiziarie dei principali giornali italiani. Quelle che nessun’altra Procura ha sinora avuto il coraggio di fare. Un ciclone si è abbattuto sul giornalismo italiano. Si chiama Pignatone. Nelle redazioni dei giornali regna il panico. I grandi giornalisti d’inchiesta sono sgomenti, atterriti. Il ciclone è arrivato senza alcuna avvisaglia, imprevedibile. Pignatone – che per la precisione è il dottor Pignatone Giuseppe, classe 1948, Procuratore di Roma – ha deciso di interrompere la continuità delle carriere tra magistratura inquirente e giornalismo giudiziario, e ha stabilito che l’articolo del codice penale che impone il segreto d’ufficio sulle indagini preliminari va rispettato. Rovesciando una tradizione almeno quarantennale e ininterrotta che aveva permesso a un drappello abbastanza cospicuo di Pm di lavorare spalla a spalla non solo coi carabinieri e con la polizia, ma soprattutto coi redattori di cronache giudiziarie dei principali giornali italiani. I quali venivano stabilmente riforniti di notizie segrete – in modo assolutamente illegale ma altrettanto assolutamente tollerato – e di queste notizie facevano la parte essenziale del proprio lavoro, e anche del lavoro di intere redazioni e di molti direttori. L’altro giorno, con un gesto clamoroso, il dottor Pignatone – verso il quale, in passato, questo giornale ha spesso e volentieri rivolto svariate critiche e poche lodi – ha firmato un atto rivoluzionario, togliendo al nucleo dei carabinieri che si chiama “Noe” la titolarità delle indagini sul caso Consip e affidandola al nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma. Motivando la sua scelta in modo esplicito con la necessità di fermare la fuga di notizie e di far rispettare il codice penale costantemente violato da investigatori, Pm e giornalisti.

La rabbia dei giornalisti. E ora? La decisione di Pignatone ha creato sconcerto e rabbia. Il direttore del Fatto Quotidiano, si è scagliato contro di lui facendo con ironia notare che invece di prendersela con gli imputati, Pignatone se l’è presa con gli investigatori che indagano sugli imputati. Non è esattamente così: le indagini su chi è indiziato proseguono, solo che si interrompe il reato commesso per giorni e giorni da giornalisti e inquirenti che facevano trapelare notizie ad hoc, danneggiando ovviamente le indagini e danneggiando, ancor più ovvia- mente, gli indiziati (e il loro parenti…). Sebbene il ragionamento di Travaglio non regga, si capisce perfettamente però la sua furia. Il giornale che lui dirige, più di altri, si fonda programmaticamente sulla fuga delle notizie giudiziarie e sulla violazione del segreto ottenuta unificando le carriere di alcuni giornalisti (appunto: quelli detti di inchiesta) e di alcuni investigatori. Se Pignatone rompe questo gioco, per alcuni il danno è enorme.

«Compratemi, ho una fuga di notizie». Il giorno prima della mazzata di Pignatone, un giornalista del “Fatto”, ospite da Mentana, alla Sette, aveva invitato i telespettatori a comprare il suo giornale il giorno successivo, per leggere una “fuga di notizie” clamorosa. Voi direte: beh, ingenuo questo ragazzo a parlar così! No, non era ingenuità, era solo un modo di parlare del tutto conseguente con il senso comune che dilaga nel giornalismo italiano. I giornalisti che fanno dipendere il loro lavoro dai carabinieri, o dai Pm, o da altri funzionari dello Stato o dei servizi segreti, non trovano che ci sia niente di male in questo loro modo di comportarsi: sono stati educati così, sono nati nel dopo– Tangentopoli, non hanno mai saputo che una volta il giornalismo di inchiesta era ricerca della notizia e non affiliazione a una banda politico– giudiziaria. Il giornalismo per bande è diventato negli ultimi anni una realtà accettata da tutti, considerata un fatto ordinario, legale, apprezzabile, persino ad alto contenuto etico. E i giornali si accorgono che nascono pochi bambini Così è successo che chi ieri abbia dato un’occhiata ai giornali online, sia rimasto un po’ stupito. C’è stato il ritorno in grande stilo della politica estera, sebbene non ci fossero molte notizie, o di temi non proprio nuovissimi come il calo delle nascite. La notizia che vengono al mondo meno bambini di un tempo, sebbene vecchia più o meno di 27 anni, ha conquistato tutte le home page. E il caso Consip è scivolato un po’ giù. Se i Carabinieri non danno più notizie, vince l’ufficio stampa dell’Istat: meno bambini, ridotta la produzione industriale, inflazione bassa, e persino Gentiloni da Pippo Baudo! Roba fresca.

Il misterioso signor Bill. Oppure la storia del misterioso Bill. Chi è Bill? Oddio Bill è sempre stato il nome di un personaggio misterioso nella storia recente italiana. Una volta, mi ricordo, era il nome di battaglia di un certo Urbano Lazzaro, partigiano controcorrente che diceva di essere stato lui ad arrestare Mussolini, a Dongo, e che a fucilarlo non fu il colonnello Valerio, come dice la storia ufficiale, ma nientedimenoché Luigi Longo in persona, cioè il luogotenente di Togliatti, forse per ordine degli inglesi che volevano fare dispetto agli americani o qualcosa del genere. Ora il misterioso Bill è invece solo l’autista di un camper che qualche anno fa scorrazzò Matteo Renzi nella campagna per le primarie. Il suo vero nome è Roberto Bargilli e in gennaio pare che abbia mandato un sms a quel Russo che dovrebbe essere uno degli uomini chiavi dell’affare Consip, per dirgli: “La pianti di telefonare a papà Renzi? ”. Vi pare poco? Non è forse questo sms una prova quasi certa della colpevolezza diretta del presidente del consiglio? Beh, certo, non è chiarissimo quale sia il reato, ma non è molto importante. In realtà in tutto il caso Consip non è chiarissimo quali siano i reati principali. Dicono i giornali che si tratta di un clamoroso caso di corruzione per strappare un appalto miliardario. Benissimo: ma qualcuno ha preso il soldi per farsi corrompere? Qualcuno li ha dati? Qualcuno ha assegnato l’appalto?. No, questo, no, dicono i giornali, però…

Indizi e reati. Ecco il problema è tutto qui: non c’è niente di male se gli inquirenti decidono di approfondire delle vicende che non appaiono loro chiare e che potrebbero nascondere fatti di corruzione e reati. E si adoperano per scoprire i reati, o impedirli, o punirli. E’ il loro lavoro. Il problema è che per un inquirente serio un indizio è un indizio, e cioè qualcosa che serve a cercare eventuali colpe, o viceversa a escluderle, e non è di per se una prova, né tantomeno è esso stesso il reato. Invece per i giornali, qualunque ipotetico indizio è il reato. Papà Renzi è andato a Fiumicino in auto e poi non ha preso l’aereo? Beh, è chiaro che è colpevole? Colpevole di che? Vedremo, vedremo, ma è colpevole…

Il giornalismo di inchiesta. Il moderno giornalismo di inchiesta funziona così. Non fa inchieste, non cerca notizie. Riceve informazioni dagli apparati o da qualche altra figura istituzionale e decide non di informare ma di eseguire la pena. La frustata di Pignatone potrebbe avere effetti davvero imprevisti. Se la degenerazione del giornalismo italiano si dovesse trovare senza più ossigeno, magari anche dentro la nostra categoria si muove qualcosa. E a qualcuno viene in mente che lo Stato di diritto non necessariamente è il nemico dell’informazione.

La lotta tra carabinieri dietro la fuga di notizie, scrive Errico Novi il 7 Marzo 2017 su "Il Dubbio".  Inchiesta Consip, il trasferimento non gradito del mitico “capitano Ultimo” ha generato la faida all’interno dell’Arma che si è consumata a colpi di “indiscrezioni”. Inimicizia tra magistrati? Diffidenza della Procura di Roma nei confronti dell’imprevedibile Henry John Woodcock? Non è detto, anzi pare proprio che non sia il presunto conflitto tra pm a poter spiegare la revoca del mandato al Noe per le indagini Consip. Dietro la clamorosa decisione del procuratore Giuseppe Pignatone ci sarebbe invece un fortissima tensione nella catena di comando dell’Arma. Attriti e dissensi che nascono dal trasferimento dell’ormai ex vicecomandante operativo dello stesso Noe, il mitico Sergio De Caprio alias Capitano Ultimo. Una situazione non del tutto serena che però non può essere automaticamente messa in rapporto con le fughe di notizie. Su un simile nesso, al limite, dovrebbe far luce l’indagine aperta dalla stessa Procura capitolina. Ma certo il terremoto al vertice del Nucleo operativo ecologico, reparto d’eccellenza dell’Arma, offre una serie di elementi che vale la pena di riassumere. Comprenderli significa anche rispondere a un interrogativo che il profano si pone già di fronte all’acronimo: perché un reparto denominato Nucleo operativo ecologico, istituito per perseguire i reati ambientali, è impiegato in indagini sulla corruzione? Il merito è anche di carabinieri del valore e dell’intraprendenza dello stesso De Caprio. Lui, insieme con altri ufficiali, si è trovato una quindicina di anni fa in una complicata situazione: era al Ros, il reparto guidato in passato da Mario Mori e che in seguito alle disavventure giudiziarie di quest’ultimo aveva perso parte dell’antico prestigio. È per questo che all’inizio degli anni Duemila De Caprio ed altri chiedono di essere trasferiti al Noe, reparto dedito appunto alla tutela dell’ambiente ma che godeva già di alcune prerogative importanti, a cominciare dalla possibilità di operare sotto copertura. Proprio la presenza di militari del valore di Ultimo ha fatto sì che il Noe acquisisse mandati investigativi che altrimenti non gli sarebbero stati assegnati. Comprese indagini contro la pubblica amministrazione. Nel Noe, De Caprio assume qualche anno fa il ruolo di vicecomandante operativo. Il massimo grado a cui potesse aspirare con il suo grado, che non era e non è ancora quello di generale. Nell’estate del 2015 il primo duro colpo: il comandante generale Tullio Del Sette riorganizza il Noe e sottrae al vicecomandante De Caprio le funzioni di polizia giudiziaria. Ma dal suo ufficio nel quartiere Aurelio a Roma, Ultimo continua a esercitare una forte influenza sui militari abituati ormai a considerarlo un punto di riferimento. Gode di eccellenti rapporti con gran parte della magistratura inquirente. Non fa eccezione la Procura di Napoli e in particolare il pm Woodcock. Nei mesi scorsi si sviluppa l’indagine sul caso Consip, di cui in questi giorni si è saputo praticamente tutto. Il lavoro investigativo è condotto appunto dal Noe, istruito da Woodcock e dalla sua collega Celeste Carrano. L’incrinatura fatale arriva a fine 2016, quando Del Sette decide di assegnare De Caprio a un nuovo incarico. Non più al Noe ma al “reparto Interno” dell’Aise, il servizio segreto sull’estero. Un secondo schiaffo, almeno così lo vive De Caprio. E pure i suoi uomini: la seconda linea di comando, i tanti marescialli che lavoravano con Ultimo al Noe, sono agitatissimi. Pare che a Del Sette e al direttore dell’Aise Alberto Manenti esprima un forte dissenso lo stesso Woodcock. Arriva un nuovo vicecomandante operativo, ma è come se i vertici del Noe continuassero a riconoscersi nella leadership virtuale di De Caprio, e in ogni caso lavorano con la stessa determinazione di sempre sull’inchiesta Consip. Nell’ambito dell’indagine, nello stesso periodo, finisce indagato anche il comandante Del Sette. Le fibrillazioni a quel punto, com’è immaginabile, diventano fortissime. È in questo clima che si verificano le ripetute sconcertanti «rivelazioni di notizie coperte da segreto», come le definisce propriamente la Procura di Roma nel comunicato diffuso sabato scorso. Risentimento? Rancore? E con quali conseguenze? De Caprio potrebbe avere le sue ragioni per nutrire tali sentimenti. Si è visto trasferito e nello stesso tempo mortificato nell’aspirazione di acquisire il grado di generale. Si è reso conto di non essere tra le figure dell’Arma in stretta relazione di fiducia con l’esecutivo. Guarda a Emanuele Saltalamacchia, destino opposto al suo: comandante provinciale a Firenze, diventa generale senza neppure essere costretto a trasferirsi, perché gli viene assegnato come nuovo incarico il comando regionale sulla Toscana. Saltalamacchia, per inciso è a sua volta indagato per gli stessi reati contestati a Del Sette e Lotti: rivelazione di segreto e favoreggiamento. Tutto filtrato, come per gli altri due, dalle carte dei pm alla stampa. È un reato. Ad accertare chi l’ha commesso saranno altri carabinieri, del Nucleo investigativo di Roma. A cui ora la Procura capitolina ha deciso di affidarsi, forse anche per evitare che un fascicolo già caldissimo si arroventi ancor di più per le tensioni tra il Noe e il vertice dell’Arma.

Ci sono quelli che hanno il vizio di scrivere e danno notizie che fanno male, scrive Attilio Bolzoni su "Mafie.Blogautore. Repubblica". Ma ci sono anche gli altri, quelli che stanno sempre in silenzio stampa, pure quando il collega della scrivania accanto è perseguitato dagli scagnozzi di un boss o la porta di casa sua sta bruciando per un attentato. Fanno finta di niente. A volte per indifferenza, a volte per paura. Muto tu e muto io. Sono le due facce del giornalismo in terre di mafia. Non c'è solo la Sicilia e non ci sono solo la Calabria o la Campania. Li vogliono con la bocca chiusa anche in Emilia, in Lombardia, in Veneto, a Roma, a Fondi e a Latina. Diffondono informazione scomoda dappertutto, in cambio ricevono insulti o minacce o pallottole in redazione. E citazioni per milioni di euro. Un articolo di troppo può mandare all'aria un affare, certi nomi è sempre meglio non farli. Chi tace, di sicuro ci guadagna. Soli, sperduti nelle province italiane più lontane, ci sono decine di giornalisti e blogger che sono diventati corrispondenti di guerra a casa loro. Irriverenti e coraggiosi, con la passione del raccontare si sono sostituiti come antenne sul territorio alle tradizionali associazioni antimafia sempre più ossequiose e ammanigliate con i poteri locali che le foraggiano di consulenze e incarichi. Andare oltre, il confine è impercettibile. Bastano trenta righe in cronaca e ti stampano addosso il marchio di sconsiderato o anche di spione. Poi il silenzio degli altri che isola, tutti sempre un passo indietro o al servizio del signorotto che paga di più o al momento più potente. “Comprati e venduti”, è il titolo dell'ultimo libro di Claudio Fava, storie di giornalisti ma anche di editori, padrini e padroni. La palude di quarant'anni fa e quella di oggi, un racconto ricavato dagli atti dal primo rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia su mafie e informazione. Complicità e atti di ribellione, omertà e violenze contro chi oltrepassa una linea invisibile. E poi i morti. Non c'è luogo in Europa dove siano stati uccisi tanti giornalisti come in Sicilia: otto in poco meno di vent'anni, tutti per mano mafiosa. Una mattanza dimenticata. Ma oggi non basta più ricordare e onorare solo i giornalisti morti. Bisogna avere più rispetto per quelli vivi. Anche quando sono nei paraggi, quando controcorrente scoperchiano vergogne o denunciano opacità negli ambienti apparentemente più insospettabili. Si fa un gran parlare di giornalismo di qualità e si straparla di giornalismo d'inchiesta. Tutti lo invocano, tutti lo vogliono. Ma a una condizione: che si occupi sempre degli altri. Il giornalismo d'inchiesta piace solo quando è lontano da casa propria.

Un articolo pagato a caro prezzo, scrive Claudio Riolo - Docente di Analisi delle Politiche pubbliche dell'Università di Palermo. Nel novembre 1994 la rivista Narcomafie mi chiese, nella mia veste di politologo, un commento critico alla decisione di Francesco Musotto, allora Presidente della Provincia di Palermo oltre che avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre la stessa Provincia si costituiva parte civile. Scrissi l’articolo, ironicamente intitolato “Lo strano caso dell’avvocato Musotto e di Mister Hyde”, senza immaginare che le conseguenze mi avrebbero accompagnato per circa vent’anni della mia vita. Dopo cinque mesi Musotto avviò solo nei miei confronti, senza tirare in ballo la direzione della rivista, un procedimento civile per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, chiedendomi 700 milioni di vecchie lire. Fu subito evidente il significato intimidatorio e simbolico di quell’iniziativa: “Colpirne uno per educarne cento”. Così la risposta immediata fu corale. L’articolo venne ripubblicato nel maggio 1995 su Narcomafie e sul quotidiano il manifesto, aggiungendo alla mia firma quella di 28 noti esponenti del mondo politico e culturale, che se ne assunsero la responsabilità “condividendone in pieno i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell’esercizio della libertà di stampa, di opinione e di critica politica”. Ma Musotto non accettò la sfida e, nonostante minacciasse di querelare tutti, si guardò bene dal procedere contro gli altri firmatari o le testate giornalistiche. Inaspettatamente nel 2001, dopo quasi sei anni di lungaggini giudiziarie, sono stato condannato in primo grado a pagare 140 milioni di lire per danni morali, e ho cominciato a subire il pignoramento di un quinto dello stipendio. Nel frattempo numerose associazioni del fronte antimafia lanciarono una “campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia” per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul crescente uso strumentale dei procedimenti civili a scopo intimidatorio, in particolare per limitare la libertà d’informazione, di critica e di ricerca sul fenomeno delle contiguità tra politica e mafia. Fu raccolto anche un fondo di solidarietà, di cui ho usufruito per pagare le spese legali. Nel 2003 la condanna è stata confermata in Appello e nel 2007 la Cassazione ha respinto il mio ricorso, rendendola definitiva. Ero ormai rassegnato a continuare a subire il pignoramento dello stipendio, che in effetti è durato tredici anni e si è concluso nel 2014. Ma la consapevolezza della posta in gioco riguardo all’esercizio di diritti fondamentali m’indusse a presentare un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che in meno di un anno ha emesso una sentenza di condanna dell’Italia per violazione dell’art.10 (libertà di espressione) della Convenzione. La Corte ha ritenuto che il mio articolo, pur contenendo una certa dose di provocazione, non era diffamatorio ma fondato su fatti veri e legittima espressione di “un’opinione che non supera i limiti della libertà d’espressione in una società democratica”. Lo Stato italiano è stato condannato a risarcirmi con una cifra sostanzialmente equivalente a quella che mi è stata sottratta, e che Musotto ha incassato senza doverla restituire. Sarebbe ora che il Parlamento italiano, che ne discute da almeno cinque legislature, modificasse in modo non peggiorativo la normativa sulla diffamazione, per depenalizzarla e ad un tempo per impedire l’uso strumentale del procedimento civile a scopo intimidatorio o speculativo. Bisognerebbe invertire la tendenza alla “monetizzazione del danno morale” in direzione di una terza via “extragiudiziale” (giurì d’onore, rettifica, diritto di replica) in grado di tutelare più efficacemente la reputazione personale senza mettere a repentaglio la libertà d’informazione, di critica e di ricerca.

La nostra battaglia in nome di Pippo, scrive Ivana Sciacca - giornalista de I giovani Siciliani. «Se un giornale non è capace di verità si fa carico di vite umane», così scriveva il direttore Pippo Fava trentadue anni fa. Vale ancora. Svelare l’inghippo delle istituzioni che continuano a fare affari con imprenditori in odor di mafia e quindi con i clan mafiosi rimane una battaglia aperta, a Catania e non solo. Le conseguenze di questo intreccio tra poteri legali e illegali le tocchiamo con mano nelle vite delle persone: vittime di violenza, vittime di ignoranza, vittime di privazioni. I poteri forti continuano a trovare nel monopolio dell’informazione gli alleati per impedire che gli eventi diventino notizie: un edificio che crolla, un minorenne che spara, un porto da cementificare anche se le ditte appaltatrici sono indagate per infiltrazioni mafiose, promesse di assegnazioni di case a famiglie che aspettano da anni, discoteche mafiose inaugurate a braccetto con chi governa che però giura “Niente sapevo!”.

Pino Maniaci, i buoni e i cattivi, scrive Pietro Suber - Giornalista. L’attacco del servizio della Cnn sembra tratto dallo soap stelle e strisce “Sopranos”. Sotto il titolo (“He goes after the mob; now is the target” - Ha dato la caccia alla mafia, ora ne è diventato il bersaglio) si vedono i folti baffoni di Pino Maniaci, noto soprattutto per le sue denunce antimafia, spesso pittoresche, impegnato a lanciare freccette contro un muro. Sul bersaglio appeso alla parete le facce dei boss di Cosa Nostra, quelli in carcere o passati a miglior vita fino all’ultimo super-latitante, Matteo Messina Denaro. «Tutti pezzi di merda siciliani», commenta sprezzante il protagonista. Il network televisivo americano ha voluto incoronare il volto della battagliera tv Telejato di Partinico finito di recente in una brutta storia di estorsioni. Il giornalista, secondo la Procura di Palermo, avrebbe estorto ad alcuni amministratori locali denari e favori, tra cui un contratto a termine per l’amante, minacciando di scatenare contro di loro delle campagne di stampa dagli schermi televisivi. Ma nel servizio della tv americana le accuse restano a margine. Maniaci viene descritto come una star dell’antimafia, l’unico giornalista libero in grado di dare la caccia ai mafiosi (“The mafia hunter”). Per questo il “sistema” se la prende con lui costruendo accuse infondate su cui Maniaci - spiega il suo avvocato, l’ex magistrato Antonio Ingroia - «ha fornito ampia e puntuale spiegazione». Che la vicenda sia complessa, dai contorni nebulosi, nessuno obietta, come la personalità del protagonista, dalla mille sfaccettature. Da una parte il racconto surreale del network statunitense che cerca di esaltare a tutti costi l’eroe, infiorettando la sua biografia, senza farsi troppe domande sul perché di recente Reporter sans Frontieres abbia deciso di togliere a Maniaci il roboante titolo di “Information Hero”. Dall’altra c’è la difficoltà oggettiva di raccontare la realtà siciliana in bianco e nero, da un parte i buoni dall’altra i cattivi. Mettendo per esempio a confronto il diabolico Maniaci e il suo opposto, Riccardo Orioles, tra i fondatori (insieme a Giuseppe Fava ucciso dai clan catanesi) della rivista I siciliani. Orioles, giornalista scomodo e politicamente scorretto, si trova da tempo in difficoltà economiche e con gravi problemi di salute.  Tanto che alcuni colleghi, con una petizione diretta al Presidente Mattarella, hanno chiesto che Orioles abbia accesso al sostegno della legge Bacchelli. Buoni e cattivi a confronto: «L’unico problema – è lo stesso Orioles a sottolinearlo – è che la maggior parte degli opinionisti si è dimenticata di dire che il sottoscritto è anche il direttore responsabile di Telejato, quindi direttore del cattivissimo Maniaci, di cui evidentemente condivide i contenuti essenziali». Mafia e antimafia, tutto e il contrario di tutto. In nessun luogo come in Sicilia, spiega il Gattopardo, la verità ha vita breve.

La mafia e il branco degli indifferenti, scrive Giovanni Tizian - Giornalista de L'Espresso. La minaccia peggiore per un cronista è l'isolamento. Quel doversi confrontare con l'indifferenza di chi, invece, dovrebbe non solo indignarsi ma anche agire di conseguenza dopo che un sistema è stato smascherato. Troppe volte, tuttavia, il giornalista che si occupa di mafie resta solo, con i suoi guai, le sue querele, le sue paure di fronte a segnali inequivocabili spediti dai clan. In un Paese in cui le cosche imprenditrici non creano allarme, anzi fanno proseliti, la reazione spontanea è minimizzare la questione mafiosa, ridurla a una storiaccia di ordine pubblico. Perciò in assenza di morti ammazzati e ferocia gratuita, la maggioranza è convinta che i padrini non siano poi così malvagi. E che peraltro contribuiscono alla crescita del Pil nazionale, all'occupazione e a far girare l'economia. Il riciclaggio, in fondo, non è una bomba di tritolo piazzata sotto un'autostrada. Ripulire denaro sporco, corrompere funzionari pubblici e spartirsi appalti con le cricche imprenditoriali, è cosa diversa dal radere al suolo un negozio per punire il titolare che non paga il pizzo. La mafia non esiste, fine della storia. I cronisti che quotidianamente si ritrovano a raccontare il nuovo volto del crimine organizzato avvertono, eccome, questa ostilità sociale. Più il livello di complicità si alza, più lo scherno nei loro confronti si fa duro. «Questo signore vede la mafia ovunque...», «È alla ricerca di visibilità, poverino», «Infanga per quattro lire l'immagine della nostra regione». Il teorema dei negazionisti di professione è un virus. Prima o poi rischia di infettare tutti. Finché cittadini, politici, imprenditori, professionisti, non capiranno che i quattrini delle mafie sono mortali per l'economia sarà difficile cambiare rotta. Il giornalista sarà sempre quello che vede fantasmi dappertutto. La mafia uccide anche con il denaro, cioè uccide il mercato, lo orienta a favore dei farabutti. In questo senso continua a essere una mafia sanguinaria. E finché non coglieremo tale distorsione non sposteremo di una virgola l'orientamento negazionista che rafforza, al pari dell'omertà, i nuovi protagonisti del crimine. Omicidio dell'economia, esatto. Provate a chiederlo a quegli imprenditori onesti tagliati fuori dai giochi dei grandi appalti cosa pensano del riciclaggio e della corruzione. La stessa domanda ponetela, poi, a quei figli che hanno assistito al suicidio del padre, spolpato dall'usura dei clan che gli hanno sottratto l'azienda in un solo mese. Oppure fatevi un giro nelle periferie italiane, chiedete dei morti di eroina. Chi pensate che sia il grande regista occulto, la mano invisibile che sta dietro a questi traffici? Ecco, immaginate un ragazzo, riverso a terra, con un filo di vomito che gli cola dalla bocca e una siringa nel braccio. Ucciso da un'overdose. Da questa morte i clan hanno tratto profitto. Denari che ritornano nelle nostre comunità ripuliti in locali alla moda, ristoranti, discoteche, società di costruzioni, imprese del gioco d'azzardo legale. Pensate a quante vite sono state necessarie per creare imperi economici rispettati e apparentemente puliti. Pensate a questo quando un cronista prova a raccontare il potere politico e finanziario delle mafie contemporanee. Almeno provateci, prima di isolarlo e prenderlo per pazzo.

Scrivere di morti in fondo all'Italia, scrive Carmelo Sardo - Giornalista. Il mio primo morto ammazzato l'ho raccontato che non avevo ancora ventidue anni, in una striscia di terra dove si faceva fatica solo a pronunciarla la parola <mafia>. Era il 1983. Acerbo cronista di nera, non avevo mai visto un corpo imbottito di piombo, coperto da un lenzuolo bianco, e il sangue e i parenti che urlavano per il dolore e i carabinieri che provavano a tenerci a distanza. Lavoravo a Teleacras e, quella mattina, il cameramen non era ancora arrivato: dovetti precipitarmi con la telecamera a documentare l'agguato. Pensavo e speravo che fosse un caso isolato. Era invece solo l'inizio di una cruenta guerra di mafia che da Palermo si era allargata anche nella <mia> provincia, Agrigento. Da quel giorno mi toccò correre da un morto all'altro con una frequenza impressionante. Fu per me uno svezzamento umano, prima ancora che professionale, carico di comprensibile angoscia. Non era facile <leggere> quel che stava accadendo. Senza la tecnologia di oggi, a quel tempo per documentarsi bisognava farlo sul campo questo lavoro. Incontrare gli investigatori, andare a bussare a casa dei parenti delle vittime. Non era facile.  Ricordo le case-fortino dei Malacarne di Palma di Montechiaro, costruite nel delirio cementizio di quegli anni, occhi spettrali che curiosavano dalle feritoie di porte d'acciaio dove inutilmente andavo a bussare. La mafia irruppe furiosa con omicidi <eccellenti> di capi e di sottocapi, in una mattanza che scombussolò la mia giovinezza e mi fece crescere troppo in fretta. Dovevi stare attento pure ad andare al cinema, perché rischiavi di ritrovarti coinvolto in una strage, come successe la sera del 21 settembre 1986 a Porto Empedocle quando davanti al bar Albanese alcuni sicari di Cosa Nostra uccisero la famiglia Grassonelli. Io ero arrivato lì due minuti dopo, il cinema da una parte e i morti dall'altra. Il primo processo dell'era moderna di mafia venne celebrato con grave ritardo ad Agrigento 42 anni dopo un dibattimento in era fascista. Alla prima udienza mi è gelato il sangue quando dal gabbione mi sentii chiamare da uno di loro. Mi fece cenno di avvicinarmi. Dietro a un sorriso il boss mi disse che i miei servizi in tv <erano molto chiari, ma dovevano essere più prudenti>. L'esperienza più dolorosa l'ho vissuta la mattina del 21 settembre del 1990 davanti al cadavere del giudice Rosario Livatino.  Poi li presero, gli assassini che avevano ammazzato il giudice. Un quarto di secolo dopo sono andato a incontrarli in carcere. Sono miei coetanei. Loro uccidevano, io raccontavo come uccidevano.

Scoop e complotti, scrive Mirko Macaro - Giornalista. Cronista alle prime armi, mi ritrovai catapultato in prima linea a scrivere di mafia poco più che ventenne e da precario. In una terra di confine che, di mafia, proprio non voleva sentirne parlare.  Con uno sparuto gruppo di giornalisti (loro sì) vissi la particolare stagione che squassò le certezze della mia sonnolenta Fondi e, di riflesso, dell’intera provincia di Latina. La stagione dei cicloni, avviata nel 2008 con l’esordio della Commissione d’accesso in Comune, la prima a certe latitudini. Seppi del suo insediamento alle porte del Municipio. Scoop con una gola profonda atipica. Un pensionato che, fisso a guardare il Comune anziché un cantiere, si era imbattuto in “gente curiosa”. Fu l’inizio di un effetto domino clamoroso. Arrivarono gli arresti nell’inchiesta antimafia Damasco, arrivò anche la richiesta di scioglimento del consiglio per infiltrazioni della criminalità organizzata, tenuta in un limbo dal Consiglio dei Ministri fino al colpo di teatro seguente. L’autoliquidazione dell’amministrazione: dimissioni al fotofinish, la mattina in cui da Palazzo Chigi era attesa la decisione definitiva. Una sequela corredata da guerre politiche intestine ai massimi livelli. E da atti intimidatori a raffica. Roghi, pistolettate. Non mancarono un paio di bombe.  Strani giorni dalla profonda provincia. Arrivavo a raccontarli per primo spesso e volentieri. Inanellando una sequela vertiginosa, da strappare il respiro. Lavoravo in un quotidiano da neanche due anni. Un corrispondente da un microcosmo incappato in qualcosa che appariva gigantesco. Troppo grande per l’aspirante giornalista di periferia. Troppo grande per l’incolpevole e laboriosa Fondi, ferita al cuore e dall’immagine scalfita. Molti gridarono al complotto, parte della stampa si sentì accerchiata. Nel 2014 la Cassazione, esprimendosi sulle condanne ad alcuni dei principali imputati dell'inchiesta Damasco, ha parlato piuttosto chiaramente: la mafia c’era. Condizionava diverse attività comunali. E anche uno dei primi mercati ortofrutticoli d’Europa.

La verità che fa male, scrive Graziella Di Mambro - Giornalista di Latina Oggi. Descrivere la periferia turistica di Roma come un luogo gravemente intaccato dalla presenza di clan di camorra e ‘ndrangheta è stato considerato un vile attacco all’immagine delle dune di Sabaudia, del promontorio del Circeo e complessivamente del ritratto da cartolina che la provincia di Latina ha avuto fino al 2008. Anno in cui è cominciato l’accertamento giudiziario e amministrativo delle infiltrazioni mafiose nella politica e in alcuni enti, per primo il Comune di Fondi e il suo Mercato Ortofrutticolo. Verifiche poi sfociate nella richiesta di scioglimento di quel Consiglio e in due processi. Il negazionismo è stato un “avversario” della cronaca e della trasparenza forse anche peggiore dell’omertà e del ritardo nelle indagini importanti. Emblematica la reazione del Comune di San Felice Circeo al titolo più azzeccato sulla presenza mafiosa nell’agro pontino, “Circeo Connection”, richiamo di copertina dell’Espresso nell’agosto di quell’anno. Era un reportage che riprendeva e ampliava le inchieste di Latina Oggi cominciate nel 2006 sul “caso Mof”. Tre mesi e molte polemiche dopo seguì un comunicato ufficiale del Comune di San Felice Circeo che affermava, tra l’altro, “l’assise civica verrà chiamata ad approvare una delibera in cui si dà mandato al sindaco e alla giunta di intraprendere tutte le attività utili a contrastare quei fenomeni giornalistici che producono grave nocumento all'immagine e all'economia del paese”. Giusto per la cronaca, il principale processo per la presenza della mafia a Fondi, ossia Damasco, prende il nome da un siriano, Bouzan Hassan, che faceva il buttafuori nelle discoteche di San Felice. Quasi dieci anni dopo quel titolo sono emersi non solo la dimensione reale del fenomeno e una mappa aggiornata dei clan ma è chiaro che c’è ancora tanto da raccontare, anche al fine di salvare ciò che resta del turismo sulle dune amate da Alberto Moravia e Anna Magnani.

Come schivare trappole e polpette avvelenate, scrive Alessia Candito - Giornalista del Corriere della Calabria e corrispondente di Repubblica. Valutare con attenzione, soppesare le informazioni, sezionarle ai raggi X. E poi osservare ancora. Scovare e pubblicare notizie giù al Sud, è lavoro delicato. E non perché scrivere di questo o quel fattaccio potrebbe diventare pericoloso per la propria incolumità. Questo è un rischio che alla fine si impara a mettere in conto. Se vivi nella città che le ‘ndrine chiamano “mamma” e che di tanto in tanto le istituzioni centrali si ricordano di riconoscere come “capitale della mafia più potente del mondo”, lo spauracchio è un altro. In Calabria, nulla è come sembra. E la ‘ndrangheta è una holding criminale ramificata, che per anni è stata in grado di farsi beffe di tutti. Si è mostrata agreste e tribale, ma fin dai primi del ‘900 ha vissuto in simbiosi con la classe dirigente (locale e non solo). Si è raccontata stracciona, ma ha percorso da pioniera le vie della finanza internazionale. Si è fatta conoscere per storie di faide e di sangue, ma ha messo insieme partiti politici ed ha deciso governi. In gergo mafioso si chiama “falsa politica” e storicamente è stata per i clan il passaporto per l’anonimato. Allora il rischio, giù al Sud, è di cantare canzoni che altri hanno deciso di farti cantare. Come? I metodi potenzialmente sono tanti. Ci sono le “polpette avvelenate” con cui astute manine svelano indagini in corso o infangano chi le inchieste le fa. Ci sono le “trappole” in cui insospettabili fonti attirano il cronista, allettato da un possibile scoop, con il solo risultato di screditarlo e vanificarne anche il precedente lavoro. E poi ci sono le gigantesche messe in scena, come quelle che per anni hanno permesso ai clan di regolare propri conti interni con soffiate e conseguenti arresti, troppo spesso frettolosamente strombazzati dalla stampa come l’ennesimo “definitivo colpo al cuore dei clan”. Scrivere al Sud significa camminare su un filo teso sul baratro della colossale cantonata. Ecco perché bisogna valutare con attenzione, soppesare le informazioni, sezionarle ai raggi X. E poi osservare ancora, sempre.

Fonti e giuste distanze, scrive Alberto Stabile - Giornalista di Repubblica. A quel tempo si viaggiava a una media di settanta, ottanta omicidi l'anno tra Palermo e provincia, che dal punto di vista della distribuzione territoriale del potere delle cosche erano considerate un tutt'uno, il grande feudo da arare e seminare, la torta da spartire. Era una fase particolare degli anni 70, tra i delitti cosiddetti “eccellenti” (Scaglione, De Mauro, la strage di via Lazio) e la guerra di mafia degli anni 80. Ed era considerato un “periodo di tregua”. Ho avuto la fortuna di lavorare con molti colleghi bravissimi ma uno di loro resta per me fondamentale, Nino Sofia. Quando penso a Nino, non penso a scoop o a scoperte clamorose, ma all'atteggiamento che bisogna avere davanti ai fatti e nei rapporti con le fonti. Penso, cioè, a quell'abitudine ormai decaduta di mantenere una distanza verso l'oggetto del nostro lavoro e, a proposito delle fonti, di non rinunciare mai ad adoperare nei loro confronti quello che veniva definito un “filtro critico”. In questo, Nino, è stato un maestro. E' così che il nostro lavoro dovette anche contemplare lunghissime analisi. Avevamo a che fare con casi molto complessi e non c'erano neanche i “pentiti” ad arricchire il grande libro delle rivelazioni, anche se le “fonti anonime” cui polizia e carabinieri abbondantemente attingevano nei loro rapporti ne costituivano una forma ante litteram. Era il “ragionamento” ad appassionarci nei pomeriggi in cui non c'era da correre appresso a un'emergenza. E spesso quel gioco di ipotesi che s'addentrava sulla scena oscura degli intrecci tra mafia e politica ci spingeva a formulare scenari che allora credevamo estremi, paradossali: “Ti immagini se di questo passo dovessero prendere di mira il capo della Dc...il Presidente della Regione...l'Alto Commissario...il giudice...” Così ho imparato che Palermo è il luogo dove le previsioni peggiori sono destinate ad avverarsi.

Contro la solitudine del cronista, scrive Elisa Marincola - Giornalista, portavoce di Articolo21. Il mestiere del giornalista risponde a dinamiche contraddittorie, in cui la riservatezza su fonti e ricerche fa i conti con un’aspra competizione, tra testate e individui, e con il fastidio crescente da parte di chiunque sia oggetto della notizia. Un fastidio espresso con il metodo mafioso, con minacce, danneggiamenti, violenze fisiche, ma anche - secondo una mentalità almeno omertosa - attraverso querele per diffamazione o, peggio, liti temerarie, con assurde richieste di risarcimento. Nella diversità dell’attacco, il reporter, di un grande editore o di un blog di provincia, è solo. Spesso è un freelance a pochi euro al pezzo, vive questa condizione di obiettivo del tiro al piattello in assoluto isolamento, dai cittadini destinatari delle notizie, e dai rappresentanti della sua stessa categoria, distratta e infastidita, quasi che essere cronista sotto attacco sia una forma di protagonismo e che avere la scorta sia un privilegio e non una pesante riduzione di libertà. Una solitudine che pesa nelle aule dei tribunali, dove rischia di trasformare il o la giornalista, vittima di violenze o testimone di reati, nel vero imputato del dibattimento. Come Articolo21, da sempre richiamiamo tutti a schierarsi al loro fianco. E lo facciamo rilanciando le loro inchieste, continuando a scavare nelle oscurità da loro svelate, ma anche chiedendo in tutte le sedi, associative e istituzionali, strumenti di sostegno. Un richiamo che ora la Federazione Nazionale della Stampa, con il segretario generale Raffaele Lorusso e il presidente Giuseppe Giulietti, ha fatto proprio, istituendo la costituzione di parte civile in loro difesa. Lo ha già fatto con Paolo Borrometi, giovane cronista picchiato e minacciato per aver denunciato la mafia a Scicli. Lo ha già fatto con Federica Angeli, giornalista di Repubblica, testimone di un omicidio a Ostia. E ora è con Lilli Mandara, pluriquerelata dal governatore dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso. Ma non basta garantire un avvocato. Per rompere il muro dell’isolamento bisogna stare fisicamente al loro fianco davanti ai giudici, anche per evitare che quelle aule siano chiuse ai cronisti, come richiesto per il processo Aemilia a Bologna. Articolo21, come in passato, sarà insieme alla Fnsi con Federica, Paolo, Lilli e tutti coloro che dovranno testimoniare o difendersi per aver svolto il proprio dovere. Quello di dare a tutti noi le notizie che ci consentono di essere cittadini consapevoli.

Scusate il ritardo, scrive Pierluigi Senatore - Giornalista di Radio Bruno di Carpi. Se in Sicilia la mafia uccide solo d’estate, in Emilia Romagna fino a qualche tempo fa avrebbe potuto ammazzare in ogni stagione e nessuno avrebbe mai collegato il fatto alla mafia. La mafia era il “solito” fenomeno che non ci riguardava e comunque “noi” avevamo gli anticorpi. Anche i giornalisti si sono cullati e beati di questa favola. Non avevamo gli strumenti per capire cos’era la mafia e, di certo, non aiutavano i vertici delle forze dell’ordine o i rappresentanti locali della politica. Tutti, per anni e anni, sempre a minimizzare il fenomeno. Nonostante l’aumento di arresti o reati legati, ad esempio, allo spaccio di stupefacenti. Non ci si chiedeva da dove arrivava la droga, perché si continuava a costruire case e ancora case che poi rimanevano vuote. Non ci si chiedeva perché aprivano in continuazione i “compra oro” e le sale giochi. Le domande sono aumentate solo quando alcuni magistrati hanno iniziato a lanciare l’allarme, così anche in Emilia si è cominciato a fare “giornalismo antimafia”. Un tipo d'informazione che dai più, però, è considerata una perdita di tempo. Poi è arrivata l’inchiesta Aemilia, nel gennaio del 2015, che ha scoperto a quali profondità si era infiltrata la criminalità organizzata in tutta la regione. Duecentotrentanove indagati e centoquarantasette rinviati a giudizio. Una lista che comprende imprenditori, commercialisti, politici, rappresentanti delle forze dell’ordine. E anche giornalisti. La cosiddetta “società civile”, da queste parti, è sempre stata convinta di avere gli anticorpi necessari per combattere le mafie. E' stato molto brusco il risveglio dopo gli arresti in massa di due anni fa. E abbiamo scoperto che, in realtà, quegli anticorpi noi non li abbiamo mai avuti. Giornalisti compresi.

Le mafie sotto casa, scrive Gaetano Alessi - Attivista antimafia. «La 'ndrangheta si è infiltrata in Emilia-Romagna senza colpo ferire, ricorrendo alla forza solo quando la corruzione non funzionava, ma purtroppo funzionava quasi sempre». Basterebbe questa semplice considerazione di Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, per spiegare la presenza in terra emiliana di oltre 50 cosche di mafia italiana ('ndrangheta, camorra, sacra corona unita e cosa nostra) ed almeno 7 mafie straniere. Uno tsunami mafioso che ha potuto contare sul silenzio della società civile, la collusione della grande economia ed una classe di professionisti che ha visto nei soldi delle mafie non un pericolo, ma un'opportunità. In decenni di perfetta simbiosi mutualistica si sono creati veri e propri imperi come, ad esempio, quello dei Grandi Aracri, provenienti da Cutro (Crotone) ed adottati dal paese di Brescello (Reggio Emilia), comune che - non a caso – nell'aprile del 2016 si è conquistato il primato del primo scioglimento per infiltrazione mafiosa in Emilia-Romagna. L’impero dei Grande Aracri è stato ora smantellato dalla magistratura, che nel gennaio del 2015 ha dato vita alla maxi operazione “Aemilia”, poi sfociata nel più grande processo alle mafie che il Nord Italia ha finora conosciuto: 238 imputati, 189 capi di imputazione, oltre 100 milioni di euro sequestrati e già 300 anni di carcere inflitti con le condanne del rito abbreviato. E tutto ciò riguarda una sola delle oltre cinquanta cosche presenti in regione. Nonostante questi numeri ancora in molti pensano che in fondo le mafie in Emilia-Romagna non esistono, che al massimo sono un caso isolato, che di certo stanno nella provincia a fianco e che comunque chi continua a parlarne è un agitatore sociale.

Le notizie che non ho mai trovato, scrive Salvo Palazzolo - Giornalista di Repubblica. Ho cominciato nel peggiore dei modi il mestiere di cronista a Palermo, non capendo cosa accadeva attorno a me. Il 19 luglio 1992, aspirante collaboratore di Tele Scirocco, rimasi per tre ore a vagare in via d’Amelio, fra brandelli di cadaveri, sangue, auto in fiamme e palazzi sventrati. Non riuscì a prendere un solo appunto, non capivo da che parte iniziare a guardare, a cercare, a raccontare. Lo conservo ancora quel taccuino rimasto vuoto. Perché altre volte in questi anni ho sentito forte la stessa sensazione di angoscia, di rabbia, per non aver capito in tempo. O anche in ritardo. Non ho capito, e basta. Sono passato accanto a uomini e donne che avevano da raccontare una storia, un brandello di verità, un indizio, un segreto, un desiderio di cambiare vita. Sono passato vicinissimo, e non me ne sono accorto, o l’ho capito quando ormai quei testimoni non c’erano più. A volte penso che bisognerebbe fare una lista delle cose che non si capiscono ancora sul fenomeno mafia, bisognerebbe mettere insieme tutte le domande dei magistrati, dei poliziotti, dei giornalisti, dei sindacalisti, dei sacerdoti, dei ragazzi delle scuole, di tutti quelli che cercano di capire per davvero cosa è diventata oggi la mafia e quali segreti ancora custodisce. La scandalosa latitanza di Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, è la domanda che più mi inquieta, domanda ancora senza risposta, che le racchiude tutte. C’è una mafia che non comprendiamo, che non vediamo, che non raccontiamo. Tutto questo c’è nell’assenza dell’ex giovanotto di Castelvetrano che conosce i segreti della stagione delle stragi mafiose del 1992-1993. Vorrei provare a fare una lista delle notizie che ho perso per le strade di Palermo, chissà quante sono. Ci penso da tempo, per adesso ho cominciato a fare la lista delle prove rubate e di quelle inquinate, la lista dei depistatori e dei testimoni, la lista degli uomini delle istituzioni che potrebbero sapere e per qualche ragione non parlano. E ancora, la lista dei morti senza giustizia, la lista dei morti senza un corpo, e la lista dei morti per suicidio che suicidi non sono stati. Bisognerebbe tornare a raccontare le mafie a partire dalle tante, troppe cose che ancora non sappiamo.

Quelli che morivano e quelli che tacevano, scrive Alessandra Ziniti - Giornalista di Repubblica. «Lo ricordo bene Mario Francese, con quel suo fare ironico si intratteneva da me in procura cercando invano di carpire informazioni e raccontando quel che sentiva per le strade di Palermo». Quello del Presidente del Senato Pietro Grasso è un ricordo che va a ritroso di quarant'anni, quando lui era un giovane pubblico ministero a Palermo e Mario Francese era un cronista che seguiva il fiuto senza paura, ficcando il naso negli affari di quei corleonesi sanguinari che non erano ancora “scesi dalle montagne” alla conquista della città. Ma che certo non avevano alcuna intenzione di farsi mettere il bastone tra i piedi da un giornalista, incurante di quella “regola” che negli anni 70-80 almeno in Sicilia era la norma: raccontare solo quello che non si poteva fare a meno di raccontare, non dare fastidio alla mafia e soprattutto ai loro amici tenutari dei meglio salotti e del potere palermitano. Funzionava così e basta, come dimostra il doppio tributo che il giornalismo palermitano ha pagato con il sangue, prima con Mauro De Mauro e poi con Mario Francese. Anche perché a Palermo non è che il panorama giornalistico di quegli anni fosse troppo variegato: il giornale L’Ora era l’unica altra voce, ma era dei “comunisti” e quindi ci stava pure. E il Giornale di Sicilia non aveva nessuna remora a tacere quello che si doveva tacere. Persino il giorno dell'inizio di un'indagine sugli esattori mafiosi Nino e Ignazio Salvo (era il 1984), la notizia che giornalisticamente valeva l’apertura del quotidiano fu relegata in un trafiletto di poche righe in una pagina interna. Così come quell’indimenticabile titolo di prima pagina “Silenzio, entra la Corte”, il primo giorno del maxiprocesso e l’affannoso rincorrersi di interventi e interviste a fare da controcanto alle clamorose rivelazioni dei pentiti di mafia e alla forza scardinante del maxiprocesso. Fu proprio in quegli anni, quando il maxiprocesso e don Masino Buscetta aprirono le porte della Sicilia alla stampa nazionale e internazionale, che il giornalismo anche a Palermo riuscì a liberarsi dalla melma della palude. Trent’anni di pagine di archivio raccontano un’altra storia, diversa da quella degli anni bui, ma diversa anche da quella di oggi dove in Sicilia, come nelle regioni ancora condizionate dalle mafia, il giornalismo ha davanti una sfida che è sicuramente meno cruenta ma altrettanto infida: quella con l’antimafia da strapazzo, con quei “testimonial” che per anni hanno ingannato tutto e tutti monetizzando ruoli istituzionali o di primo piano, e che – con colpi bassi, minacce più o meno velate e con la nuova arma delle querele temerarie delle richieste di risarcimento danni in sede civile - provano ancora oggi a decidere cosa deve andare sui giornali e che cosa no.

Cosa Vostra e quei soldi nel Nord-Est, scrive Francesco Trotta - Blogger, scrittore e coordinatore dell'associazione Cosa Vostra. Nel Nord-Est da più di anno è nata "Cosa Vostra". Siamo un gruppo di ragazzi che vede le mafie dove gli altri non le vedono. Perché, qui in Veneto, abbiamo capito che l'importante è fare sempre e a qualsiasi costo. Perché, si dice, «no stemo mai coe man in man». L'importante era ed è fare schei. Soldi. Poi la crisi, che ha messo in ginocchio tante aziende, ha mostrato altro: il problema mafia riguarda anche le terre dei Dogi. Mentre l'ultimo ex governatore - Galan - minimizzava, la storia e le inchieste giudiziarie tracciavano le linee che collegano la classe imprenditoriale e dirigente alla mafia. Già negli Anni Ottanta mafiosi e trafficanti di droga riciclavano il denaro acquistando immobili. Addirittura c'era chi, come Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana, costruiva abusivamente un albergo. Oggi, invece, nel Nord-Est che produce c'è posto anche per le aziende mafiose, in tutti i campi. Dai rifiuti all'edilizia, dalla ristorazione alle scommesse. Gli appalti pubblici, indubbiamente, sono l'oggetto dell'interesse criminale. Dalle grandi alle piccole opere: a Padova si è fermata un'azienda impegnata nella costruzione di un asilo nido. Il colmo a Dueville (Vicenza) dove l'appalto per costruire la Caserma dei Carabinieri viene vinto da una ditta in odore di mafia. Non sono singoli episodi né fenomeni circoscritti. L'ultima operazione contro la cosca Piromalli ha svelato nel Nord-Est una filiera agroalimentare compromessa fino alla grande distribuzione. Le implicazioni con la società civile non mancano. Il sedicente commercialista della 'Ndrangheta, Paolo Signifredi, coinvolto già nell'inchiesta Aemilia, "liquidava" le aziende, d'accordo con i titolari. Non parliamo di mafiosi o di uomini del Sud. Ma di veneti "doc". Difficile dire poi: «Non sapevo chi fosse». Ad Albignasego (Padova) l'imprenditore edile Giuseppe Faro, legato a Cosa Nostra catanese, riusciva a far approvare dal Comune una variante urbanistica. Pecunia non olet, quindi. Lo sa bene Sandro Rossato, imprenditore veneto del settore rifiuti, ritenuto dalla magistratura legato alla famiglia 'ndranghetista Alampi, con cui aveva scelto di allearsi per espandere la propria attività. La comunione di intenti illeciti è spiegata da un camorrista, Mario Crisci, capace di far cadere nella rete dell'usura cento imprenditori: «Siamo venuti qui perchè il tessuto economico non è onesto». Se in certi casi alcuni imprenditori risultano vittime, ma ben pochi poi sono disposti a denunciare (omertà?), in altri casi si tratta di collusione. Oggi gli schei e i metodi delle mafie fanno gola anche al Nord-Est.

Se restiamo cronisti facciamo più paura, scrive Giuseppe Baldessarro - Giornalista di Repubblica. Ogni volta che si inizia a parlare di un giornalista per le minacce che ha subito, si smette di parlare delle notizie che scrive. E’ automatico. Quando nasce un personaggio muore il cronista che è in lui. Lo sanno bene anche i mafiosi, ed è per questo che non sperano altro ogni volta che inviano una lettera minatoria, danno fuoco all’auto di un corrispondente, o sparano alla sua porta a scopo intimidatorio. Per questo è importante saper reagire evitando di cadere nella trappola. Ovviamente questo non significa che quando la serenità di un cronista, o peggio la sua incolumità, vengono messi in discussione non si debba denunciare pubblicamente o non sia necessario che tutti ci si stringa attorno al collega creando un cordone di solidarietà a sua protezione. Tuttavia bisogna poi essere altrettanto pronti a gestire la fase immediatamente successiva, evitando ogni personalizzazione dell’evento in quanto tale. E' chiaro che la diffusione di notizie che riguardano i cronisti mettono in moto una serie di meccanismi difficili da controllare. E’ successo ad ognuno di noi. Con le minacce, non sembri un paradosso, arrivano anche gli inviti ad eventi pubblici, le interviste, persino i premi. La società, per fortuna, si mobilità in nome della libertà di stampa. Detto questo la nostra vera sfida è quella di tornare a scrivere le notizie per come ognuno di noi sa e deve fare, nel silenzio delle redazioni, restando concentrati sul nostro lavoro. Negli anni ho imparato che i premi più gratificanti sono quelli che arrivano dalla quotidianità di un mestiere che è straordinario, da fare sempre e avendone cura in ogni istante. La “popolarità”, mi sia consentito il termine, a lungo andare non paga. Le minacce sono incidenti di percorso, pericolose e fastidiose rogne da mettersi alle spalle prima possibile per ripartire esattamente da dove si era rimasti. Alle mafie, al malaffare, ai corrotti e ai corruttori non fanno paura i personaggi. Sono invece terrorizzati dai cronisti. Contro le minacce dobbiamo restare cronisti.

Tiro al bersaglio, scrive Alberto Spampinato - Giornalista, fondatore e direttore di Ossigeno per l'Informazione. Sono oltre 410 i giornalisti che nel 2016 hanno subito intimidazioni e querele strumentali. Il fuoco divampa, limita il diritto di cronaca, ma nessuno corre a spegnerlo, cambia le leggi e le procedure che lo consentono. Manca la volontà politica. C’è poco da stare allegri. Ma qualcosa si muove. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, considera “prioritario porre un freno alle querele temerarie” e ha fatto un nuovo appello a provvedere. Inoltre è arrivata una forte e inequivoca richiesta della Federazione nazionale della Stampa al Governo e al Parlamento affinché sblocchino il disegno di legge sulla diffamazione a mezzo stampa all'esame del Parlamento, da tre anni e mezzo, insabbiato al Senato, modificandolo ancora prima di approvarlo, per abrogare la pena detentiva per questo reato, ma aggiungendovi una norma (che non c’è nel testo attuale) in grado scoraggiare l'abuso a scopo strumentale delle querele, che ormai ne fa un vero e proprio strumento di intimidazione preventiva contro i cronisti che indagano su mafia, malaffare e corruzione. E’ una richiesta pienamente condivisa da Ossigeno per l’Informazione, che ne ha motivato l’urgenza con i dati resi noti il 24 ottobre scorso con il dossier “Taci o ti querelo!”, che cita dati ufficiali del Ministero della Giustizia. Questi dati sono impressionanti. Dicono che i procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa sono una marea, stanno dilagando di anno in anno, intasando la macchina della giustizia. Durano anni e oltre il 90 per cento si conclude con il proscioglimento dell’accusato. Ma ogni anno ci sono anche centinaia di giornalisti condannanti a pene sproporzionate, con pene detentive che ogni anno superano il secolo di carcere. Questa situazione è indegna di uno Stato di diritto e toglie ogni alibi ai temporeggiatori e ai minimizzatori.

La stampa con il silenziatore, scrive Paolo Borrometi - Giornalista, direttore della testata LaSpia.it e collaboratore dell'agenzia Agi. Nella Sicilia orientale, più a sud di Tunisi, c'è un luogo dove ancora la “mafia non esiste”. E' una provincia lontana, fra le più ricche dell’isola, dove si sono sempre mischiati interessi mafiosi, economici, massonici e -negli Anni Settanta - anche eversivi. Ma qui a Ragusa, in alcuni drammatici casi, la stampa usa ancora il silenziatore. Non vuole il rumore, non cerca la verità. Oggi esattamente come ieri, quando quella verità la inseguiva uno dei nostri colleghi che non c'è più, forse il meno citato e ricordato di tutti, Giovanni Spampinato, ucciso la sera del 27 ottobre del 1972 con sei pistolettate. Non era un eroe, era un giornalista. Ma stava però sempre un passo davanti agli altri, solo, esposto ai venti. La pagò cara. La pagò cara anche per colpa dei silenzi dei suoi colleghi. Eppure ancora dopo tanto tempo, a distanza di quarantaquattro anni dalla sua morte, si parla poco di lui, del suo omicidio, dei mandanti che hanno deciso di spegnere la vita di un giornalista. E' dimenticato. Ragusa, la sua città, non lo ricorda mai. Come se quel delitto non fosse mai avvenuto. Troppo scabrosa la sua vicenda, troppo misteriosa. Anche dopo tutti questi anni meglio non parlarne. Far finta di niente. Ancora oggi a Ragusa c'è chi sostiene che, in fondo, «Giovanni se l'è andata a cercare», che «Giovanni non si è voluto fare gli affari suoi», che l'assassino, «poverino», era rimasto vittima delle circostanze. Il carnefice che diventa vittima, il mondo capovolto. L'assassino che era poi il figlio del presidente del Tribunale di Ragusa, sullo sfondo personaggi della destra più pericolosa, contatti con i “neri” che in quegli anni mettevano bombe in giro per l'Italia. Un silenzio infinito. Che ancora resiste. E non solo per Giovanni Spampinato, non solo intorno alla sua storia rimossa dalla città. A Ragusa nel 2017 non si può, non si deve parlare di mafia.

La "guerra" di Ester, scrive Ester Castano - Giornalista. La mia storia di cronista alle prime armi è legata a Sedriano, 11 mila abitanti nell'hinterland milanese, primo comune della Lombardia sciolto per mafia. E' difficile fare la giornalista in un luogo dove tutti negano l'esistenza della mafia e del malaffare, dove tutti magari parlano di mafia e di malaffare ma sostengono che sono faccende che non riguardano - nemmeno sfiorano - la loro comunità. Questa mia storia comincia con un incontro con Alfredo Celeste, sindaco di Sedriano arrestato nell'ottobre del 2012 per corruzione - la procura gli contestava aiuti e raccomandazioni in cambio di voti raccolti nelle elezioni comunali precedenti - e appena qualche giorno fa assolto da ogni accusa dai giudici di Milano. La vicenda giudiziaria si è chiusa in primo grado, ma vorrei raccontare qualcosa che va al di là delle inchieste e delle sentenze. Vorrei raccontare cosa è capitato a me, che avevo vent'anni e stavo iniziando a fare la giornalista. E' l'ottobre del 2011 e il sindaco Celeste - che è un professore di religione - non celebra matrimoni civili perché contrastano con la sua coscienza cristiana ma intanto invita Nicole Minetti in pieno 'Ruby-gate' come madrina di un concorso di creatività femminile. Il sindaco teme contestazioni e, per affrontarle, chiede aiuto al padre di una sua consigliera comunale. Si chiama Eugenio Costantino, l'8 febbraio scorso è stato condannato a 16 anni di reclusione per 'Ndrangheta. Una suora e una maestra elementare intanto protestano indignate per quella manifestazione, Celeste annuncia querela contro di loro. La vicenda mi incuriosisce, decido di approfondirla. Incontro il sindaco. Gli chiedo se è vero che se l'è presa con la suora e con la maestra, parto dalla Minetti ma arrivo subito alla 'Ndrangheta. Alla presenza di alcuni imprenditori calabresi trapiantati in Lombardia, ai loro rapporti con la politica locale. Poi un anno di articoli, interviste, carte studiate. E una sfilza di querele nei miei confronti, sempre archiviate. E insulti, scherni, sberleffi ricevuti anche da colleghi di giornali locali. Poi ancora la minaccia del sindaco Celeste: «La Castano è persona violenta e aggressiva, se mi avvicina di nuovo o se anche solo telefona scatta immediatamente una denuncia per molestie». La diffida mi viene puntualmente notificata in una caserma dei carabinieri. Subito dopo il sindaco sarà arrestato (e ripetiamo, in questo febbraio del 2017 assolto in primo grado) e dopo qualche mese il comune di Sedriano sciolto per mafia dal ministero dell'Interno.

In mezzo una raffica di richieste danni da decine di migliaia di euro a una ragazza poco più che ventenne (io), più le umiliazioni per un precariato vissuto pericolosamente con articoli retribuiti 5 euro lordi. Sono andata avanti, siamo andati avanti con il mio direttore dell'”Altomilanese” Ersilio Mattioni. Senza timore. E ficcando il naso dove c'era bisogno di ficcare il naso. Anche se in molti volevano farci sentire in colpa, perché raccontavamo le collusioni della 'Ndrangheta in un piccolo comune della Lombardia. Noi non scriviamo sentenze, noi non siamo giudici. Siamo giornalisti, diamo notizie, cerchiamo di descrivere la realtà che abbiamo intorno. Ed è quello che abbiamo fatto. Raccontando le relazioni di amministratori con esponenti dell'associazione criminale che poi sono stati condannati. Di sicuro, fin dall'inizio in molti volevano farci stare zitti.

La mia versione sulla "guerra" di Ester, scrive Alfredo Celeste - Ex sindaco di Sedriano, primo comune della Lombardia sciolto per 'Ndrangheta. Rettifica. Leggo l’articolo “La guerra di Ester” del 21 febbraio scorso pubblicato su “mafie.blogautore.repubblica.it” nella rubrica “Mafie a cura di Attilio Bolzoni”. Comprendo perfettamente che con la mia assoluzione con formula piena, decretata l’8 febbraio u.s dal Tribunale di Milano sez. 8, la signora Ester Castano, autrice dell’articolo di cui sopra, senta crollare la sua credibilità di “giornalista d’inchiesta” e che tenti affannosamente di rilanciare la menzogna. Per questo, da quanto emerso nel dibattimento del mio processo, quanto scritto nella “Guerra di Ester” (ma contro chi?) non corrisponde a verità e in particolare: L’incontro con la Minetti è del maggio 2011: chiesi a Costantino, padre di un consigliere comunale, come a centinaia di altre persone, di partecipare alla serata che sarebbe stata contestata dalla sinistra. La signora Castano non era presente. La stessa, però, si  presentò nel mio ufficio cinque mesi dopo nell’ottobre 2011, perché è solo il 14 dello stesso mese che nasce il settimanale “Altomilanese”, e chiede spiegazioni della querela contro ignoti, che l’amministrazione comunale aveva presentato per i fatti succeduti durante la manifestazione stessa (una suora  ugandese, che accompagnava una delle 80 partecipanti al concorso “creatività della donna” viene “invitata”, con modi incivili, a non entrare nell’auditorium, ma senza esito). La religiosa non è mai stata destinataria della querela, e non avrebbe avuto senso in quanto vittima, così come descritto nelle parole della signora Castano. Nel nostro primo incontro in Comune, io e la signora parliamo di tutto e di più, fuorché di ‘ndrangheta e similari. La stessa scrittrice, nei suoi successivi e numerosi articoli che hanno descritto il nostro primo incontro nel palazzo municipale, lo conferma smentendo le sue attuali parole. Tutti gli articoli della signora di un anno prima del mio arresto, sono riferiti per diffamare unicamente la mia attività amministrativa e la mia vita privata e la mia professione di insegnante di religione, per una chiara strategia di lotta politica dell’editore dell’epoca, mio acerrimo avversario.  Niente a che vedere con la criminalità organizzata. Ho presentato per questo un’unica, ripeto, un’unica querela per diffamazione aggravata per la quale il Gup di Biella ha sentenziato di non doversi procedere perché in presenza di “esercizio del diritto di critica politica, pur accesa. Il rispetto della verità del fatto, in riferimento all’esercizio di critica politica, assume un limitato rilievo… “.  Compensate le spese: “...perché la querela, trattandosi di questione che ben poteva essere sottoposta all’attenzione di un giudice…”, e quindi  nessuna  pretestuosità o azione intimidatoria. La sentenza dell’8 febbraio del Tribunale di Milano, che mi scagiona completamente dalle accuse, perché il fatto non sussiste, ha escluso collusioni con la ‘ndrangheta, come del resto le aveva escluse ben chiaramente il pubblico ministero, titolare dell’indagine, sin dal capo d’imputazione iniziale. Si chiede ai sensi della vigente legge sulla stampa la rettifica di quanto sopra, con riserva di ogni altra azione.

La mafia dal balcone di casa mia, scrive Federica Angeli - Giornalista di Repubblica. “Mamma, ma perché vengono sotto il nostro balcone a gridare “Infame, gli infami muoiono? Ma chi sono, cosa vogliono?”. Difficile spiegare la mafia a tre bambini. Una mamma ha il dovere di far sognare i proprio figli il più a lungo possibile. Ma la scelta di combattere la malavita in un quartiere di Roma, Ostia - dove per anni il buio e il disinteresse delle istituzioni hanno permesso ai clan di diventare potenti e di ribaltare le regole del vivere civile e l'esistenza di una cittadina - ormai è stata presa. Ed è impossibile, quando si vive con quattro carabinieri armati al tuo fianco dalla mattina alla sera, nascondere ai propri figli le conseguenze di quella scelta. E soffocare anche quelle grida sotto il nostro balcone quasi ogni sera, da mesi ormai. Grida che dicono che prima o poi la pagherò. E' questo è il mostro che stiamo combattendo. A Ostia e dentro la mia famiglia. Una favola. Ecco come raccontarlo ai figli, con una favola. «C’era una volta una mamma, la principessa Penna, che ha deciso di dire basta al Male. Mister Mafia era il signore che governava una piccola città sul mare, Ostia, e tutti dovevano fare quello che voleva lui. I negozianti dovevano pagare a lui soldi ogni mese altrimenti la bottega andava a fuoco. Se Mister Mafia sceglieva di avere uno stabilimento balneare, lui doveva averlo. Chiunque tentasse di fermarlo la pagava cara: anche con la vita. Un bel giorno la principessa Penna decise di raccontare a tutti quello che Mister Mafia e i suoi amici facevano e, da quel momento, per loro sono iniziati un po’ di guai. I magistrati hanno cominciato a indagare su di loro e a farli arrestare, in giro si parlava solo di loro e non c’era più un affare che potessero portare a dama senza finire sul giornale. La principessa Penna venne affidata alla cura di quattro Cavalieri con la pistola, per tenere al sicuro lei e i suoi tre bambini. Nessuno poteva farle più del male, il prezzo da pagare era "solo" quello di non avere più libertà e qualche dispettuccio la notte, come gli insulti sotto il balcone o la benzina sulla porta di casa». “Ma la favola come finisce mamma? Chi vince alla fine?”. La fine della nostra favola la scriveremo insieme, nel frattempo continuiamo a lottare.

Controinformazione di un terremoto, scrive Angelo Venti - Giornalista, fondatore e direttore di Site.it. Aprile 2009, L’Aquila: il “Modello Bagdad dell’informazione” applicato per la prima volta in Italia. Enti locali esautorati dei loro poteri, 35 mila sfollati chiusi in 171 tendopoli e altrettanti trasferiti sulla costa, territorio militarizzato, decine le “zone rosse”, forti le limitazioni per i giornalisti, con tv e inviati che si muovono solo al seguito delle truppe del Dipartimento di protezione civile. E’ in questo scenario – e per dare voce ai terremotati e informarli di quanto sta succedendo - che site.it apre una sua redazione all’interno del cratere e dà vita al foglio “Sollevati Abruzzo”. Un pugno di giornalisti, alcuni con esperienze di zone di crisi o di guerra ma tutti con una conoscenza diretta di quel territorio, che si ritrovano loro malgrado ad applicare una tattica da “guerriglia informativa”: a disposizione solo fotocamere, computer, chiavette wifi, un gruppo elettrogeno e ciclostile. Si dorme all’addiaccio e si stampa praticamente alla macchia, con gli amici che assicurano rifornimenti di cibo, generi di prima necessità, benzina, carta, inchiostro. La rete per diffondere i ciclostilati – la cui distribuzione viene impedita nelle tendopoli - è anche strumento di raccolta delle informazioni a cui si sommano ricognizioni continue, verifiche, visure camerali, studio di decreti e ordinanze del Dipartimento. Oltre che sul ciclostilato, le notizie sono pubblicate su rete internet e, pur di farle circolare, la redazione le gira anche ai colleghi disposti a rilanciarle. Un singolare modello di lavoro che porta comunque risultati. Il caso delle macerie triturate a Piazza d’armi, lo scandalo dei bagni chimici, le ditte in odor di mafia nel Progetto Case, le denunce sugli abusi del potere di ordinanza, sugli effetti devastanti delle deroghe alle leggi, sull’allentamento dei controlli, sulla corruzione, sulle infiltrazioni, sullo sperpero di risorse pubbliche. Un lungo lavoro riassunto nel “Dossier Abruzzo, la fine dell’isola felice” e che sfocierà, nel 2010, nell’assegnazione del Premiolino con la seguente motivazione: «Attraverso site.it ha diffuso documentatissime inchieste sugli appalti nella ricostruzione del post terremoto, sui lati oscuri, gli abusi di potere e le infiltrazioni delle mafie in terra d’Abruzzo, diventando un punto di riferimento per gli inviati di giornali e tv».

Cortocircuito in Val Padana, scrive Elia Minari - Coordinatore dell'Associazione culturale antimafia "Cortocircuito" di Reggio Emilia. La nostra avventura nasce nel 2009 con “Cortocircuito”, giornalino studentesco di alcuni licei della città di Reggio Emilia, nel ventre della pianura padana. Da otto anni cerchiamo di approfondire, con video-inchieste e reportage, la penetrazione delle mafie nel Nord Italia. Indaghiamo su questo tema, da studenti, ponendo delle domande e collegando tra di loro vari documenti: visure delle camere di commercio, delibere comunali, visure catastali e interdittive antimafia. Andando oltre la superficie dei pregiudizi e dei luoghi comuni, ci siamo resi conto che molte delle figure chiave delle quali ci stavamo occupando avevano cognomi nordici. Quando abbiamo iniziato non immaginavamo di vedere una nostra video-inchiesta proiettata in Tribunale dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna. Negli anni precedenti abbiamo realizzato approfondimenti sui cantieri della linea Tav tra Milano e Bologna, sulla costruzione di alcune scuole, sugli affari di due discoteche emiliane e sui subappalti dello smaltimento dei rifiuti. Su diverse di queste vicende, ambientate tutte nel Nord Italia, dopo la pubblicazione delle nostre inchieste la magistratura ha aperto fascicoli d’indagine. Un altro reportage realizzato ha costretto alle dimissioni il sindaco di Brescello, il paese emiliano noto per i film su “Peppone e Don Camillo”. A seguito della nostra inchiesta, i carabinieri hanno avviato un’indagine che nel 2016 ha portato allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Nella relazione allegata al decreto di scioglimento, firmato dal presidente della Repubblica, viene citato esplicitamente il nostro video-documentario. Nel caso di Brescello abbiamo mostrato come la ‘ndrangheta nel Nord Italia cerchi non solo il contatto con il mondo imprenditoriale e politico, ma miri anche al consenso della cittadinanza, attraverso sponsorizzazioni e finanziamenti a sagre ed eventi sportivi. Dalle nostre inchieste emerge il volto inedito di una criminalità interessata all'informazione: uomini della ‘ndrangheta impegnati a redigere comunicati, convocare conferenze stampa, pilotare interviste su giornali locali.

Per i beni mafiosi, è l'anno della svolta, scrive Umberto Postiglione - Prefetto, Direttore dell'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Poco dopo aver assunto la direzione dell’Agenzia Nazionale, a metà del 2014 mi resi conto che era necessario dare una forte spinta all’attività della struttura. Quello che oggi considero un miracolo dovuto essenzialmente alla passione e all’impegno di dirigenti e funzionari, si è materializzato. Diventando, prima l’Agenzia dei record nel numero dei beni restituiti alle istituzioni e alla società civile (circa 5.500 fra il 2015 ed il 2016) e poi l’Agenzia capace di organizzarsi, a normativa invariata, potenziando le proprie capacità attraverso iniziative costruite a partire dal 2015. Il primo sforzo è stato diretto verso l'individuazione di percorsi capaci di coniugare i beni confiscati con l’unica risorsa a disposizione nel panorama pubblico, i fondi europei. Grazie alla collaborazione con la Presidenza del Consiglio-Dipartimento per le Politiche di Coesione e con l’Agenzia per la Coesione Territoriale, è stato promosso un piano di interventi che, al momento, sta vedendo le regioni italiane, nei cui territori è concentrato il 93% dei beni confiscati, impegnate ad elaborare con i comuni programmi per il recupero dei beni confiscati a funzioni di crescita sociale e civile, con il sostegno dei fondi Pon e Por. Per migliorare l’efficienza del lavoro dell’Agenzia, è stato creato un nuovo sistema operativo, “Open Regio”, che consente a tutti i possibili destinatari di accedere alle immagini, alla localizzazione ed a tutta la documentazione relativa ai beni che sono in fase di destinazione nei territori. Tale sistema è fondamentale per la realizzazione del programma di consegna dei beni attraverso lo strumento della conferenza dei servizi informatica. Tutti gli aventi titolo all’assegnazione, mediante password appositamente rilasciata, possono entrare in “Open Regio” per verificare se vi siano beni di interesse e chiederne l’assegnazione. Le procedure svolte attraverso tale sistema hanno ridotto in maniera straordinaria i tempi della gestione da parte dell’Agenzia. Nei primi esperimenti svoltisi a Reggio Calabria e Trapani, i beni sono rimasti nella disponibilità dell’Agenzia per soli 3 mesi dalla loro confisca definitiva e sono già in via di consegna agli assegnatari. L’evoluzione positiva dell’Agenzia troverà ulteriore spinta dal progetto denominato “Intervento di sviluppo delle competenze organizzative e gestionali dell’ANBSC”. Si tratta di un importante programma di potenziamento quantitativo e qualitativo delle risorse umane, sostenuto dal Pon Governance, che nel corso del biennio 2017-2018, doterà l’Agenzia di risorse umane su 3 livelli: 50 risorse aggiuntive distribuite fra le sedi sul territorio e distinte fra operatori data entry, professionisti dei rami legale, aziendale, tecnico ed altissime professionalità in grado di fornire servizi di due-diligence aziendale per i casi di elevata complessità. Se a tutto ciò si aggiungerà quanto previsto dalle modifiche al Codice Antimafia ancora all’esame del Senato, allora potremo essere certi che a fianco della magistratura e delle forze dell’ordine, nel contrasto all’accumulo di patrimoni mafiosi, ci sarà una macchina nuova e straordinariamente efficiente.

Un patrimonio di tutti nelle mani di pochi, scrive Nando Benigno - Coordinatore nazionale Scuola di formazione Antonino Caponnetto. La rivoluzione è arrivata con l'associazione Libera nel 1995 e con quel milione di firme chieste per una legge che permettesse un riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Il mafioso, sul proprio territorio, poteva essere non solo arrestato, processato e condannato ma perdeva tutto ciò che aveva illegalmente accumulato. E non solo. Quei beni - terreni case, ville, appartamenti, officine, pizzerie, ristoranti, complessi residenziali, catene di discount, agenzie viaggi, complessi sportivi - potevano essere restituiti ai cittadini per un uso sociale. Adesso, dopo più di vent'anni, sono decine di migliaia. Come si fa a gestire un patrimonio così gigantesco? Le prefetture sono adeguatamente attrezzate per svolgere il compito di valutazione dei soggetti interessati alla gestione dei beni da assegnare? I Comuni e le Regioni, hanno le risorse finanziarie per aiutare gli assegnatari dei beni confiscati a superare le iniziali difficoltà di avvio della gestione sociale dei beni confiscati? E, soprattutto, la loro gestione è veramente sociale? Oppure gli assegnatari, una volta ottenuto il bene, lo sentono come loro e solo loro? E gli amministratori dei grandi patrimoni sottratti alle mafie chi sono e chi li designa? Visto che il bene confiscato è considerato un bene comune, perché assegnatari ed amministratori non provano a spiegare alla cittadinanza del luogo dove è stato confiscato e cosa realmente ne fanno? Quotidianamente si annunciano notizie anche di sequestri di contanti e di conti correnti, ossia denaro liquido. Dove vanno a finire tutti questi soldi? Perché non restano a disposizione del territorio dov'è avvenuto il sequestro per aiutare le attività produttive degli stessi beni confiscati? Il territorio deve essere più coinvolto, il territorio deve sapere il destino di queste sue ricchezze. Altrimenti c'è il rischio che queste diventino ricchezze soltanto di pochi.

Beni confiscati e "raccomandati", scrive la Redazione catanese de "I Siciliani giovani". «Per farcelo affidare c’è voluto l’aiuto politico!». A Catania sono diversi gli assegnatari che hanno ammesso che i beni confiscati li hanno ottenuti così. Almeno sino al 2010, anno in cui è stata istituita l’Agenzia nazionale dei beni confiscati, nata per velocizzare i tempi di assegnazione, ma incapace persino di aggiornare la lista che riporta solo trentadue beni in una città come Catania. Città, dove un giorno sì e l’altro pure, per anni si sono sempre confiscati tesori mafiosi. Nel 2013 con l’elezione del sindaco Enzo Bianco le cose sarebbero dovute cambiare, e i beni confiscati sarebbero dovuti diventare “una priorità”. Ma così non è stato. Anche l’approvazione del regolamento comunale, ottenuto nel 2014 con le unghie e con i denti grazie alla pressione di diverse associazioni antimafia, rimane un miraggio: dopo tre anni non è stato mai applicato. «Ma di bandi ne abbiamo fatti uscire già due”, dicono i fedelissimi del sindaco, “e tanti altri ancora ne pubblicheremo!». Due bandi: il primo ritirato subito perché nessuna associazione no profit avrebbe potuto spendere milioni di euro in assicurazioni e ristrutturazioni - Catania è stata l’unica provincia della Sicilia a non fare mai richiesta dei Fondi europei per la ristrutturazione dei beni confiscati – e il secondo bloccato nell’attesa che venga convocata una commissione che selezioni i partecipanti e assegni quindi il bene. Riassumendo: abbiamo dei beni sottratti ai mafiosi che potrebbero essere utilizzati, l’Europa è disposta pure a darci dei soldi, ma nessuno può usufruirne perché non c’è un ufficio che se ne occupi. Intanto il Comune, al tracollo finanziario, continua a pagare affitti a privati per uffici pubblici, chiude scuole inagibili in attesa di ristrutturarle e migliaia di famiglie sono senza un tetto. Beni confiscati? Come se non ci fossero.

Sicilia, nessuna confisca dopo lo scandalo, scrive Salvatore Cusimano - Giornalista. E se per trovare la mafia dovessimo cercare l’antimafia? Ovviamente è una provocazione. Ma lo slittamento di un pezzo del fronte antimafioso verso l’uso clientelare e familistico della gestione del patrimonio accumulato col crimine, secondo i metodi della più becera politica meridionale e siciliana, autorizza l’iperbole. Lo scandalo Saguto, che porta il nome dell’ex presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo, sospesa da funzioni e stipendio dal Consiglio Superiore della Magistratura, ha prodotto un impatto notevole nell’amministrazione dell’imponente mole di terreni, case, pacchetti azionari, aziende gestiti dallo stato attraverso elefantiaci studi legali e voraci custodi giudiziari e nella stessa attività dei tribunali siciliani. I dati dell’ANBSC (Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) aggiornati a dicembre del 2016 non lasciano dubbi. Le confische in Sicilia sono passate da 49 del 2014 a 15 del 2015. Per il 2016 non si registra nessun provvedimento né di primo né di secondo grado e tanto meno definitivo. Anzi, molti dei sequestri attuati si sono risolti in una revoca. Un crollo verticale senza precedenti. La legislazione sui patrimoni illeciti sembra aver perso la sua forza propulsiva per il vizio italiano di costruire apparati burocratici sovradimensionati e inefficaci e normative farraginose. Solo da pochi giorni, a 35 anni di distanza dall’introduzione della legge, per esempio il Ministero dell’Economia ha sciolto la riserva sulla vendita delle aziende confiscate. L’ANBSC sarà affiancata dalla CONSAP, Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici, al 100% del Ministero per lo Sviluppo Economico. Tuttavia molte delle imprese mafiose, una volta confiscate, sembrano essere destinate fatalmente al fallimento perché non possono più contare su clienti “scelti e convinti” con la forza di persuasione che solo i clan riescono a esercitare. Così ditte edili, di trasporti, di intermediazione sono costantemente in bilico fra bilanci in rosso e chiusura. Altre (supermercati, alberghi, ristoranti, cliniche) possono farcela e alcune, anche dopo il sequestro, godono di ottima salute. Oltre 6000 fra terreni e edifici sono stati assegnati. Altri 6800 sono in attesa del bando pubblico. Sulla base di questi elementi un ripensamento si impone recuperando il senso più profondo di una legislazione che, nelle intenzioni di chi ha pagato con la vita la sua intuizione, doveva essere non solo all’avanguardia nel mondo ma anche l’arma definitiva per abbattere il sistema mafioso e la sua rete di complicità nella politica e nella società.

Latifondi e Tribunali, scrive Giacomo Di Girolamo - Giornalista e scrittore. I più grandi possidenti agricoli in Sicilia erano, trent'anni fa, gli esattori Nino e Ignazio Salvo. Erano tempi di mafia, quelli. I più grandi possidenti agricoli oggi, in Sicilia, sono i tribunali. Sono tempi di antimafia, questi. E non sono comunque tempi facili. Perché al di là della retorica sui beni sequestrati, c’è una grande confusione oggi, sulla loro gestione. Giudici costretti a fare da manager, agronomi che mettono su cooperative, commercialisti che diventano imprenditori, amministratori che fanno i signorotti. Più un popolo di partite iva, intermediari che diventano campieri, e sembra di essere all’origine della mafia, quando oggi, come un secolo fa, queste figure che sfruttano la manodopera e ingannano il padrone. Ieri lo facevano in nome della mafia, oggi lo fanno in nome dell’antimafia. La vicenda che ha coinvolto Silvana Saguto, è indicativa di un andazzo che in molti avevano già tentato di denunciare. Inascoltati, perché tutto puoi criticare, ma mai un amministratore giudiziario o il dirigente di qualche associazione o cooperativa antimafia. Il problema oggi è non solo cosa fare con tutti questi beni. Il vero problema è il “come” gestirli. Cioè: il modello. O, in altri termini: la partecipazione. Il coinvolgimento, cioè, nella gestione, non solo delle istituzioni e delle primedonne dell’antimafia, ma anche della comunità in cui il bene ricade. Spesso certa ideologia antimafia equipara la proprietà mafiosa di un’azienda con chi ci lavora: se è mafioso il proprietario lo sono i suoi dipendenti.  Mi è capitato di assistere al fallimento di aziende sequestrate gestite da amministratori più dediti a collezionare gettoni di presenza che fare profitti. I lavoratori vedevano, avrebbero voluto parlare, ma la risposta era: zitti. Magari, se queste persone, fossero state ascoltate, si sarebbe evitata la chiusura. Bisognerebbe introdurre, nella gestione delle aziende sequestrate, la buona pratica dell’ascolto.

Caso Maresca - Don Ciotti: la verità detta e ancora da dire. Il "don" di Libera ha querelato il magistrato e Panorama. Poi le scuse di Maresca e la querela (contro di lui) cancellata. Ora deve arrivare la verità, scrive l'11 marzo 2017 Giorgio Mulè su "Panorama". Questo articolo comincia dalla fine della storia, ma il colpo di scena arriverà comunque nel finale. Il primo marzo, il magistrato Catello Maresca, impegnato a Napoli contro la Camorra, rende pubblica una lettera che inizia così: "Caro don Luigi e cari amici di Libera". Il "caro don Luigi" è don Luigi Ciotti e Libera è l'associazione da lui fondata che raccoglie tra l'altro circa 1.600 cooperative, alle quali sono stati assegnati immobili e aziende confiscate (oltre 1.400 ettari di terreni) alle mafie. Nella lettera, Maresca - che può vantare tra l'altro di aver sgominato il clan dei casalesi, arrestato il superboss Michele Zagaria e di aver dato l'impulso per la confisca di beni per milioni di euro - affronta il contenuto di una sua intervista pubblicata da Panorama nel gennaio del 2016. È passato cioè oltre un anno. Oggi dice: "Mi dispiace tantissimo per lo spiacevole equivoco che è nato a seguito della mia intervista...". E inizia un'interminabile sequela di scuse e precisazioni dopo aver sostenuto che il giornalista ha male sintetizzato le sue parole o che ha liberamente interpretato il suo pensiero. Maresca si "dispiace perché mai ho voluto neanche lontanamente mettere in dubbio la storia e il valore inestimabile della storia di Libera" ma si "dispiace" anche perché alcune considerazioni "sono state strumentalizzate e utilizzate in una ingiusta e scorretta campagna di delegittimazione di Libera e del lavoro di molti volontari". Il molto dispiaciuto dottor Maresca difende di quell'intervista un concetto che è "pronto a dimostrare con decine di esempi".

Vediamo il concetto: "In certi territori è chiara la percezione che solo chi sia legato al mondo di Libera offra le garanzie di affidabilità necessarie per gestire beni confiscati. Viene, quindi, naturale che anche soggetti - per così dire - poco interessati alla causa volontaristica antimafia, cerchino di avvicinarsi a Libera al solo scopo di trarne vantaggi personali e utili propri".

Il 13 gennaio 2016, dopo che erano circolate le anticipazioni della sua intervista, il magistrato aveva detto all'Ansa che "bisogna constatare che purtroppo, con il tempo, allo spirito iniziale (di Libera, ndr) esclusivamente volontaristico si sia affiancata un'altra componente, che potremmo definire pseudo imprenditoriale. Questo ha comportato in alcune zone del Paese, come la Sicilia, che persone lontane dai valori iniziali, abbiano potuto approfittare della fama di Libera per cercare di curare i loro interessi. Questo ha fatto sì che si snaturasse, in certi luoghi, il reale valore dell'intervento di Libera per fare posto a soggetti non sempre affidabili. Questa pseudo antimafia è incompatibile con lo spirito iniziale".

Intervista e successivi interventi di Maresca scatenarono le ire di don Ciotti che davanti alla commissione Antimafia ne parlò etichettando sempre il magistrato come "questo signore", definì le affermazioni "sconcertanti" e annunciò una denuncia perché "il fango fa il gioco dei mafiosi".

Maresca rispose a stretto giro, scrisse un articolo sul Mattino il 15 gennaio nel quale bollò come "scomposta" la reazione di don Ciotti e invitò il sacerdote a non rivolgersi a lui con l'appellativo "questo signore". E quanto "addirittura" alla minaccia di querela rivendicò "la legittima espressione di opinione sul sistema di gestione dei beni confiscati e sulle sue criticità".

Soprattutto ribadì il nocciolo della questione e scrisse di suo pugno: "Resto personalmente convinto che esista l'alto rischio che sigle che hanno guadagnato sul campo stima ed onorabilità sul fronte antimafia possano essere vittime, anche inconsapevoli, di strumentalizzazioni da parte di soggetti interessati ad altro".

Due mesi dopo, a marzo 2016, don Ciotti annunciò di aver querelato Maresca e Panorama dal momento che il magistrato non aveva fatto alcuna marcia indietro.

E adesso, prima di andare avanti, riepiloghiamo: il pm antimafia Maresca rilascia un'intervista a Panorama con riferimenti problematici su Libera e la gestione dei beni confiscati; dopo la pubblicazione non invia alcuna smentita o precisazione a Panorama; ribadisce i concetti dell'intervista con altre e successive dichiarazioni; risponde per le rime a don Ciotti con un articolo sul Mattino; incassa in silenzio la querela di Libera; a distanza di oltre un anno scrive una lettera aperta a Libera per scusarsi.

Don Ciotti lo accoglie come il figliol prodigo perché "fa onore a tutti prendere coscienza che si può aver sbagliato", allarga le braccia sul perché Maresca abbia deciso di tornare sui suoi passi dopo oltre un anno e annuncia soprattutto che ritirerà la denuncia contro il magistrato mentre proseguirà "contro il settimanale Panorama".

E adesso veniamo al non-noto di questa storia. Il dottor Maresca sa perfettamente che non c'era nulla da smentire di quell'intervista come testimoniano vari sms che inviò all'autore, il giornalista Carmelo Caruso, e al sottoscritto.

Ma c'è molto di più. Il 22 gennaio dopo che il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti tornò sulla vicenda Maresca-Libera (Roberti dichiarò: "Nessuno si deve offendere se qualcuno avverte su un possibile rischio di infiltrazione"), Maresca mi inviò un messaggio che recitava così: "Anche questa è una soddisfazione".

Il 10 marzo, a seguito dell'annuncio della querela di don Ciotti, mi scrisse questo messaggio in risposta alle affermazioni del sacerdote: "Ciao Giorgio, che vuoi fare? Questi hanno davvero perso il contatto con la realtà. Vuol dire che dovrò fare l'anti-antimafia. Ora taccio ma ti assicuro che ci sarà da divertirsi a svelare nel possibile processo tutte le belle cose su Libera".

Il 26 marzo segnalò al giornalista che lo aveva intervistato un articolo il cui titolo recitava "Non lavoro più in nero per te" - Don Ciotti lo prende a ceffoni" accompagnato da questo messaggio: "Questa storia la conosceva?".

E subito dopo: "Qui da noi non hanno perso il vizio di tenere lavoratori a nero". E ancora: "Vedi pure i soldi per la manifestazione di Messina da dove li hanno presi. E i soldi delle coop che fine fanno. Auguri".

Già, dottor Maresca, molti auguri. Ci vediamo in tribunale: Panorama sarà sul banco degli imputati, ma lei sarà chiamato a testimoniare con l'obbligo di dire la verità per onorare la promessa di indossare i panni dell'anti-antimafia e spiegare perché "ci sarà da divertirsi a svelare tutte le belle cose su Libera".

Nel frattempo, dopo essersi cosparso il capo di cenere con don Ciotti ed essere stato graziato dal fastidio di un processo in qualità di imputato, ha annunciato che il 21 marzo sarà a braccetto con il ritrovato amico in occasione della giornata della memoria per le vittime della mafia. A proposito di memoria, di vittime e di mafia mi rimbomba una frase di Giovanni Falcone: "Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola".

Associazione Contro Tutte le Mafie (Taranto), Associazione Caponnetto (Latina), Casa della Legalità (Genova), Antiracket Capitano Ultimo (Foggia), Associazione Terra dei Fuochi, (Napoli): docent!

«Lotta alla mafia? Non spetta alle toghe, loro devono far rispettare la legge». La lezione di Macaluso, scrive Davide Varì il 4 Marzo 2017, su "Il Dubbio". In un appassionante intervento alla Scuola superiore della magistratura, lo storico dirigente e intellettuale comunista illustra le trasformazione delle cosche e spiega: «Le cose sono cambiate, i mafiosi non hanno più il potere e il ruolo del passato». «Ho 92 anni suonati e nella mia vita ho visto di tutto. Eppure, parlare a dei giovani magistrati mi emoziona, mi commuove». Se qualcuno avesse detto a Emanuele Macaluso che un giorno sarebbe stato invitato dalla Scuola superiore della magistratura per tenere una lezione sulla mafia, la politica e la giustizia, lui, vecchio comunista siciliano, lo avrebbe fulminato con una “taliata”, magari facendo spallucce e voltandosi dall’altra parte. E invece è accaduto. E così il grande suggeritore di Giorgio Napolitano, si dice infatti che i suoi saggi consigli abbiano accompagnato il settennato e mezzo del presidente più “politico” degli ultimi anni, si è ritrovato, emozionato come un ragazzino alla prime armi, a dover spiegare a un nugolo di imberbi magistrati il complicatissimo rapporto tra politica e magistratura italiana. E allora conviene partire dalla fine, dalle parole con cui Macaluso ha chiuso il suo lungo e suggestivo intervento: «Eravamo all’inizio degli anni 80. Achille Occhetto era il segretario regionale del Pci siciliano e nel corso del suo intervento per l’inaugurazione dell’anno giudiziario invitò tutti, magistrati compresi, a combattere contro la mafia. Poi prese la parola il presidente della Corte d’Appello di Palermo che con grande serenità e chiarezza spiegò al giovane Occhetto e a noi tutti, che la magistratura non doveva fare nessunissima lotta, neanche contro la mafia: “La magistratura deve applicare le leggi e basta”, disse». Ma questa è solo la conclusione dell’intervento di Macaluso. Per più di un’ora il vecchio comunista ha raccontato episodi chiave della storia della Sicilia e del nostro Paese. A cominciare dal fascismo e da Mussolini che «quando presentò il Listone in Sicilia si affacciò con i mafiosi sui balconi delle piazze, salvo poi inviare il prefetto Mori che perseguitò figli, moglie e genitori dei latitanti o presunti tali». E poi la liberazione e lo sbarco alleato, che divenne il momento in cui si saldò l’alleanza tra Stato, Chiesa, latifondo e Cosa nostra. E l’avvento della Dc col ricordo di Giuseppe Alessi: «Grande avvocato antifascista e primo presidente della regione Siciliana, che rifiutò di iscrivere i mafiosi nella Dc e per questo fu “minacciato” dal vescovo in persona». Poi Alessi si dimise, o fu fatto dimettere, e arrivò Arcangelo Cammarata che con i mafiosi era decisamente più disponibile e malleabile. E quel blocco di potere tra Chiesa, Stato, latifondo e mafia si rafforzò con le grandi lotte contadine. E a quel punto Macaluso ha spiegato ai giovani magistrati chi era Placido Rizzotto: «Un combattente che io conobbi e che fu ucciso dalla mafia perché lottava al fianco dei contadini». E se è vero che Rizzotto fu ucciso dalla mafia, è soprattutto vero che a tradirlo furono gli uomini dello Stato. A cominciare da un giovane ufficiale di nome Carlo Alberto Dalla Chiesa, il futuro generale Dalla Chiesa, il quale al processo sulla morte di Rizzotto dichiarò che quel delitto non aveva nulla a che vedere con la politica e con la mafia. «Ma io capisco quella sua posizione, allora c’era un unico grande nemico: il comunismo». Ma anche i giudici ebbero un ruolo in quel sistema. Anche pezzi di magistratura fecero parte di quel blocco di potere. «Il giudice Guido Lo Schiavo teorizzò in un libro quel legame: “Dire che la mafia disprezza la polizia e la magistratura è un’inesattezza – scrisse Lo Schiavo -, la mafia ha sempre rispettato la giustizia e la magistratura, si è inchinata alle sue sentenza collaborando anche alla cattura dei banditi”». Ma qualcosa iniziava a cambiare, tanto che nel ‘ 78 la procura di Palermo fu affidata a Gaetano Costa: «Un uomo rigoroso, colto, onestissimo. Un amico che pur avendo le sue idee non si iscrisse mai a Magistratura democratica per mantenere la sua indipendenza. Ma Costa fu isolato – ha raccontato Macaluso – tanto che quando preparava mandati di arresto per i mafiosi nessun aggiunto li firmava con lui. E questa fu la sua condanna». Poi arrivò la generazione che si era laureata nel ‘ 68 e allora la magistratura cambiò davvero e quel patto osceno venne meno: «E fu proprio la fine di quell’alleanza che determinò l’inizio del terrorismo mafioso che raggiunse il culmine negli anni ‘ 90». Ma di lì in poi Cosa nostra inizia a perdere. «Io credo che la mafia siciliana abbia perso – ha infatti ribadito alla platea di giovani magistrati Macaluso-. Questo non vuol dire che la mafia non c’è più. Io ritengo che le cose siano cambiate, che i mafiosi non hanno più il potere e il ruolo che hanno avuto in passato». Poi la frase finale, il congedo da quella platea così particolare: «I giudici non fanno battaglie, i giudici devono far rispettare la legge. Non lasciate che la politica scarichi su di voi questa responsabilità». E chissà se qualcuno ascolterà le parole di un vecchio comunista.

Sciascia e il florido mercato dell’antimafia, scrive Alberto Cisterna l'11 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Trenta anni sono molti. Ma per la lenta clessidra che misura il tempo della lotta alla Mafia sembra il moto di pochi giri. E ancora oggi va chiarito il senso delle parole dello scrittore. Come Sciascia aveva immaginato, è stata la società civile a rivelarsi troppe volte un bluff in Sicilia, in Calabria come altrove. Un mix di manifestazioni, premi, riconoscimenti, targhe, commemorazioni, pubblicazioni, articoli, libri, serie televisive e via seguitando che ha creato un imprevisto quanto florido mercato dell’antimafia. Come tutti i mercati anche questo ha le sue leggi, i suoi padroni, le sue regole di ingaggio e quelle di uscita. Trenta anni sono molti. Ma per la lenta clessidra che misura il tempo della lotta alla mafia sembra il moto di pochi giri. Tra le parole che Sciascia adoperò nel suo celebre articolo sui “Professionisti dell’antimafia” sarebbe difficile trovare (ancora oggi) un punto di equilibrio condiviso, una convergenza che vada oltre l’immensa stima verso l’intellettuale e il sommesso tributo a chi parve la vittima più immediata di quelle parole, ossia Paolo Borsellino. La morte sua e di Falcone, di fatto, sono suonate come un sigillo sul “torto” di Sciascia, sull’errore tante volte rinfacciatogli per quella posizione. La falce mafiosa ha giocato uno scherzo terribile al genio di Racalmuto, facendolo apparire un antagonista di colui che, invece, lo amava profondamente (Falcone) e, addirittura, lo annoverava tra i suoi maestri (Borsellino). In questi giorni Felice Cavallaro e altri hanno ricostruito con chiarezza il clima di 30 anni or sono. Le scuse, le incomprensioni, i riavvicinamenti tra i protagonisti della querelle sono stati rievocati con precisione, ma quelle parole restano un materiale incandescente, difficile da manipolare. Sciascia evocava il rischio che, in nome di una professionalità così difficile da misurare e valutare, si consumassero ingiustizie, si aprisse la strada alla discrezionalità più sfrenata. In un settore, come quello della lotta alla mafia, in cui peraltro era e resta decisivo l’approccio dei media, la mediazione tra carte processuali e pagine dei giornali. Una cristalleria, fragile e incline alle crisi di nervi ancora oggi. C’è da chiedersi per quale ragione. La prima, sopra ogni altra, è che le mafie dopo trent’anni non sono state ancora battute. Sono all’angolo, in enorme difficoltà, sbrindellate in molte articolazioni, ma non sono ancora state sconfitte. Abbiamo la legislazione più severa del mondo, la migliore polizia giudiziaria, una parte importante della magistratura interamente votata a questa battaglia eppure non se ne viene a capo. La cosa più sconfortante è, soprattutto, che nessuno si senta in dovere di fornire un’indicazione, di dare una scadenza, di indicare un evento che possa servire da punto di verifica. Si combatte e basta in un’emergenza senza fine. Una gigantesca guerra di trincea in cui si lotta per vette, per colli o per radure che, una volta prese, non hanno alcun significato decisivo. Sono ormai centinaia le conferenze stampa in cui si annunciano sequestri, catture di boss e arresti salutati con toni roboanti e che, poi, si rivelano solo l’ennesima tappa di un’Anabasi infinita e sconsolata. La seconda, di ragione, che rende ancora scivolose le parole di Sciascia e arduo un ragionamento pacato, riposa nel mondo in cui la politica si è organizzata per combattere la mafia. Centrale in questa visione era il mito della società civile che doveva sostenere la prima linea delle toghe e delle polizie con la forza della propria innocente purezza. Un mito che Sciascia aveva spezzato con le sue parole, suonate come un j’accuse lanciato proprio contro chi doveva essere solo sostenuto e tutelato. Però, come l’intellettuale siciliano aveva immaginato, è stata la società civile – quella cioè che le mafie tiene in vita con la sua domanda di illegalità – a rivelarsi troppe volte un bluff in Sicilia, in Calabria come altrove. Un mix di manifestazioni, premi, riconoscimenti, targhe, commemorazioni, pubblicazioni, articoli, libri, serie televisive e via seguitando che ha creato un imprevisto quanto florido mercato dell’antimafia. Come tutti i mercati anche questo ha le sue leggi, i suoi padroni, le sue regole di ingaggio e quelle di uscita. Se le parole di Sciascia fossero oggi messe al centro di una discussione serena, si capirebbe che i «professionisti dell’antimafia» di cui occuparsi non sono (i pochissimi) magistrati o poliziotti che fanno carriera solo per la professionalità e l’impegno profuso sul fronte delle cosche. Lo sguardo dovrebbe volgersi a quel mondo in cui (esclusa Libera e pochi altri) vivono e operano gruppi della società civile con lo sguardo volto alle cordate di “combattenti” da promuovere mediaticamente e la mano tesa alle casse pubbliche di una politica che considera l’obolo all’antimafia sostanzialmente alla stessa stregua di una mazzetta alla mafia.

Il mercato dell’antimafia? Ne fanno parte anche i magistrati, scrive Tiziana Maiolo il 13 gennaio 2017. Che esista, e non da oggi, un “florido mercato dell’antimafia”, come scrive il dottor Alberto Cisterna, è indubbio. Ma di questo mercato fanno parte a pieno titolo anche (alcuni) magistrati. E l’associazione Libera, che anche il dottor Cisterna pare apprezzare, voleva aprire una pizzeria “antimafia”. Le geniali intuizioni di Sciascia e quelle carriere dei pm “anti”. Che esista, e non da oggi, un “florido mercato dell’antimafia”, come scrive il dottor Alberto Cisterna, è indubbio. E l’aveva previsto trenta anni fa, senza mai sbagliare un colpo, la genialità di Leonardo Sciascia. Ma di questo mercato fanno parte a pieno titolo anche (alcuni) magistrati. Basterebbe il fatto che si pensano, si esibiscono (e ci costruiscono carriere) come “antimafia”. Non è solo un fatto linguistico. Nessun Pubblico ministero né alcun giudice può mai definirsi “anti” qualcosa o qualcuno, soprattutto ergersi a combattente nei confronti di un fenomeno, neppure il più criminoso e sanguinario quale è per l’appunto la mafia. Essendo la lotta alla criminalità organizzata compito dello Stato e delle forze dell’ordine, solo in un caso i Pubblici Ministeri (e mai i giudici) potrebbero gettarsi nella mischia dell’” antimafia”, se fossero sganciati dall’Ordine giudiziario e sottoposti all’esecutivo. Ma così non è e difficilmente sarà. Questa definizione solo apparentemente lessicale è importante proprio per quel che diceva Leonardo Sciascia, cioè che attraverso questa sorta di “professionismo” e di costruzione di carriere si sarebbe arrivati a una crisi profonda dello Stato di diritto e a un’amministrazione della giustizia strabica e, alla fine, ingiusta. È vero, non solo i magistrati si sono macchiati del “reato” di professionismo. Ci sono state scalate politiche nate sulle lenzuola bianche alle finestre, e florilegi di convegnistica e produzioni per così dire letterarie a fare da contorno all’attività della giustizia con il piglio dell’inevitabile, quasi tutto fosse concesso in nome di una battaglia di religione. Pure si sarebbe potuto fare diversamente. E diversamente si è fatto in tante parti d’Italia, senza protagonismi né luci della ribalta. Un piccolo esempio di un episodio cui ho partecipato personalmente. Quando ero assessore alla sicurezza a Buccinasco (cittadina attaccata a Milano e ingiustamente chiamata la “Platì del nord”), abbiamo aperto un asilo in una villetta confiscata. L’associazione Libera, che anche il dottor Cisterna pare apprezzare, voleva aprire una pizzeria “antimafia”. Qui sta la differenza tra il fare e l’apparire. L’asilo non era “anti” niente, ma forse era utile. E ancora non ho capito che sapore abbia la pizza mafiosa rispetto a quella dei ragazzi di Libera. La magistratura ha enormi responsabilità in tutto ciò. Non può chiamarsi fuori. Neanche Falcone. La polemica di Leonardo Sciascia sul maxiprocesso non fu questione di facciata né di personale inimicizia. Fu allarme e avvertimento: non combattete i fenomeni, non innamoratevi di un’ipotesi, non lasciatevi lusingare dalle sirene che agiscono per interesse. Era appena entrato in vigore il nuovo codice di procedura, almeno “tendenzialmente” accusatorio e ne fu fatta carne di porco. Venne incenerito il giudice Carnevale (vogliamo ricordare i sondaggi di Martelli-Falcone sulla sua giurisprudenza, senza risultato?) perché troppo pignolo e si portò a casa il risultato politico. Sì, politico. Con conseguenze tragiche. Ma quel che di politico successe dopo le stragi fu ancora peggio. Leggi speciali (l’ergastolo ostativo esiste ancora oggi) e gestione sciagurata dei “pentiti” (con un vero mercato della calunnia affidato alle mani di delinquenti assassini) servirono a distruggere lo Stato di diritto e a costruire brillanti carriere ad alcuni Pubblici Ministeri. Non c’è bisogno di fare nomi e cognomi, li troviamo ogni giorno sui giornali, qualcuno ai vertici massimi dello Stato. E qualcuno vuole ancora mettere in discussione la genialità di quell’intuizione di Leonardo Sciascia?

Le aziende messe ko dallo Stato in nome dell'antimafia. In fumo 72mila posti di lavoro. Non è mai stato creato un albo degli amministratori giudiziari e neppure una tabella dei compensi. E i furbetti fanno affari e disastri, scrive Luca Fazzo, Lunedì 05/01/2015, su "Il Giornale". Serrande abbassate sul Café de Paris, nel cuore di via Veneto, a Roma. Trentadue operai al posto di 2.500 alla Colocoop di Milano. Un buco di due milioni e mezzo alla Calf di Catania, che prima macinava utili. Cos'hanno in comune un bar nella Capitale, una cooperativa di lavori stradali, una società di servizi portuali in Sicilia? Sono passate nel tritacarne della legge antimafia, quella che prevede misure draconiane per colpire gli interessi economici della criminalità. Legge sacrosanta nei princìpi. Ma che si risolve in una Caporetto quando, dopo che aziende grandi e piccole sono finite nel mirino della giustizia, accusate a ragione o a torto di essere la longa manus delle cosche, a prenderle in mano è lo Stato. Dovrebbe essere lo Stato a incarnare l'economia buona che prende il posto di quella cattiva, mandando avanti secondo legalità ciò che prima viveva nell'orbita del crimine. Risultato: un disastro. L'ultimo rapporto di Srm, l'osservatorio sull'economia meridionale di Intesa San Paolo, parla di settantaduemila posti di lavoro (diecimila più dell'intera Fiat!) persi nel passaggio delle imprese dalle mani del crimine a quelle dello Stato. Di oltre millesettecento aziende sequestrate, ne sono ancora vive trentotto. Trentotto. E va bene che la catastrofe può avere più di una spiegazione nobile: l'azienda mafiosa sta a galla più facilmente, perché non rispetta le regole, paga in nero, intimidisce i concorrenti, soggioga i clienti. Tutte armi che lo Stato non ha. Ma gli addetti ai lavori sanno bene che dietro alla catastrofe dei beni c'è anche un colossale problema di inefficienza dello Stato, che si è assunto un dovere che non è in grado di compiere. A partire dai livelli più alti. Il Codice antimafia varato nel 2011 prevedeva che venisse creato un albo nazionale degli amministratori giudiziari, i professionisti incaricati di gestire le aziende confiscate: sono passati più di tre anni, e l'albo ancora non c'è. A febbraio dello scorso anno, il governo ha promesso il varo di una tabella nazionale dei compensi da pagare agli amministratori: non si è vista neppure questa, col risultato che ogni tribunale si regola a modo suo, e a mandare avanti (e più spesso ad affossare) le aziende sono commercialisti pagati a volte cifre spropositate. Anche sui criteri di scelta ci sarebbe da discutere: nell'inchiesta su Mafia Capitale compare il nome di Luigi Lausi, uno dei professionisti cui il tribunale romano ha affidato una lunga serie di aziende confiscate, di cui Salvatore Buzzi dice «Lausi è mio». E a volte, come nel caso della Piredil di Milano, si scopre che gli amministratori inviati dal tribunale continuavano a trescare con i vecchi proprietari. Ci sono tre modi in cui lo Stato interviene per colpire gli interessi economici del crimine. Il primo, il più semplice, è l'interdittiva antimafia spiccata dalle prefetture, che non decapita le aziende ma si limita a bloccare i loro appalti pubblici: spesso è più che sufficiente per affossarle. Sacrosanto quando dietro ci sono davvero i clan; meno quando, come nel caso della Colocoop, nel frattempo i manager sospettati di essere collegati ai clan sono stati assolti. Poi c'è il sequestro disposto dai pm durante le inchieste. Infine, ed è lo strumento più usato, il provvedimento delle cosiddette «misure di prevenzione», che può scattare a prescindere dall'esistenza di un'inchiesta penale, sulla base di un semplice sospetto, o anche se il processo penale è finito in nulla. Il provvedimento ha una durata massima di diciotto mesi, quanto basta per disintegrare qualunque azienda, ed è inappellabile. Il caso più eclatante da questo punto di vista è probabilmente quello di Italgas, l'azienda di distribuzione gas di Snam, tremila addetti, messa sotto amministrazione giudiziaria dal tribunale di Palermo il 9 luglio 2014 sulla base di remoti contatti di un manager locale con una ditta in odore di mafia. Il manager non è mai stato neanche indagato, la ditta è stata assolta con formula piena, ma Italgas rimane commissariata. Per giovedì prossimo era fissata un'udienza, ma a fine dicembre i pm hanno chiesto e ottenuto il rinnovo del commissariamento per altri sei mesi; nel frattempo, secondo alcuni calcoli, gli amministratori nominati dal tribunale hanno già presentato parcelle per diversi milioni di euro. Nel corso dell'audizione davanti alla commissione Antimafia, il deputato di Scelta civica Andrea Vecchio ha motivato così il trattamento riservato all'azienda: «Mi sono arrivate chiacchiere da bar secondo le quali, in passato, la quasi totalità delle imprese che hanno messo i tubi per la Snam, da nord a sud, erano mafiose». Così, tra inchieste serie e chiacchiere da bar, l'elenco delle aziende inghiottite e distrutte in nome dell'antimafia cresce giorno per giorno. Fare i conti di questo disastroso business è quasi impossibile. Secondo le stime più caute, il valore totale dei beni confiscati è intorno ai dieci miliardi di euro, ma la commissione Antimafia parla di un totale superiore ai trenta miliardi. Una parte di questo colossale patrimonio è costituito da beni immobili, che hanno il pregio di essere poco deperibili, e di poter essere dati in affido a associazioni antimafia come Libera di don Ciotti, o usate - è uno degli ultimi casi - per alloggiare i carabinieri della compagnia di Partinico. Ma la fetta più grossa è quella delle attività imprenditoriali, ed è qui che lo Stato-manager fa i danni peggiori. Dal momento della confisca di primo grado, i beni vengono presi in mano dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati, guidata da un prefetto. In teoria, dovrebbe esserci anche un consiglio direttivo, ma è vacante da tempo, compresi i due «qualificati esperti in materia di gestioni aziendali e patrimoniali», che dovrebbero cercare di evitare la dissipazione dei beni sequestrati. Così, nel frattempo, la distruzione va avanti. Gli amministratori giudiziari vengono pagati profumatamente, qualunque siano i danni che producono. «La verità - dice un addetto ai lavori - è che oggi fare l'amministratore dei beni confiscati è un business ambito. Si fanno un sacco di amicizie, non si rischia niente, si guadagna bene».

Antimafia, la profezia di Sciascia. È evidente che il malaffare siciliano ha adottato il codice di camuffarsi dietro le insegne dell’antimafia. Non si tratta di accuse generiche, si possono fare nomi e cognomi, scrive Paolo Mieli il 6 aprile 2016 su "Il Corriere della Sera". Adesso dovremmo tutti riconoscere che il pericolo era stato ben intravisto trent’anni fa da Leonardo Sciascia per quanto è ormai evidente che il malaffare siciliano ha adottato il codice di camuffarsi dietro le insegne dell’antimafia. E, se il presidente di Confindustria in uscita, Giorgio Squinzi, volesse fare un gesto di cortesia nei confronti del suo successore, Vincenzo Boccia, utilizzerebbe gli ultimi giorni del suo mandato per convincere il suo proconsole in Sicilia Antonello Montante — grande sostenitore della lotta a Cosa Nostra ma da oltre un anno indagato per concorso esterno in associazione mafiosa — a farsi da parte. E, nel contempo, ad abbandonare l’ingombrante incarico di delegato «per la legalità» di tutti gli industriali italiani. Non sono del tutto chiare le vere ragioni che hanno indotto Squinzi fin qui (ancora domenica sera, intervistato da Milena Gabanelli) a non esortare Montante ad affrontare la sua vicenda giudiziaria senza coinvolgere l’organizzazione che rappresenta. Ma sarebbe nobile da parte sua lasciare al presidente che verrà dopo di lui una Confindustria simile a quella di dieci anni fa quando Ivan Lo Bello, proprio in Sicilia, avviò una campagna di pulizia che ebbe un’eco di approvazione in tutto il Paese. Eviteremmo così grandi imbarazzi come quello in cui si sarebbe potuto trovare domattina il capo dello Stato, Sergio Mattarella, il quale, in visita ufficiale a Noto per rendere onore allo straordinario restauro della Cattedrale, dovrà affidarsi a un rigidissimo protocollo che — salutati il governatore della Regione Rosario Crocetta e il sindaco Corrado Bonfanti — gli eviti di stringere le mani di qualche rappresentante della politica o dell’imprenditoria siciliana. Personaggi «a rischio» anche (e forse soprattutto) nel caso si presentino avvolti nelle bandiere della lotta ai padrini. Cosa sta succedendo in Sicilia? I campioni dell’antimafia «non servono più», lo ha detto persino Leoluca Orlando: «Chi si ostina a voler rimanere tale, spesso si rivela poi un impresentabile o un corrotto». Stiamo parlando di un fenomeno gustosamente descritto da Nando Dalla Chiesa: «A un convegno si presenta il tale magistrato che fu “impegnato nella trincea di Palermo ai tempi di Giovanni Falcone”. Seguono applausi… che cos’abbia fatto non si sa, magari complottava contro Falcone. Il tal’altro è invece un freelance minacciato dalla mafia e dunque censurato (magari ha solo fatto un dvd o un libro fallimentare): subito invitato nelle scuole, anche a pagamento. Un nullasapiente gioca a spararla più grossa di tutti, delirando di trame e di complotti? È l’unico che ha il coraggio di dire le cose come stanno, meno male che c’è lui. E poi il commerciante che pretende di essere in pericolo di vita e se la prende con gli “antimafiosi da tastiera” che non solidarizzano abbastanza, salvo scoprire che paga un delinquente per sparargli contro il chiosco». Giancarlo Caselli, a proposito della legge per la gestione dei beni confiscati ai mafiosi, ha constatato che «è venuta delineandosi anche un’antimafia degli affari e delle partite Iva, un mestiere, un sistema di relazioni opache». Raffaele Cantone si dice preoccupato per alcuni «fatti oggettivi»: il «coinvolgimento in indagini giudiziarie di soggetti considerati icone dell’antimafia»; le «vicende che hanno sfiorato magistrati di primissimo livello per i quali si credeva che il contrasto alle mafie fosse un valore»; la «questione dei beni confiscati e il fatto che sia stata messa in discussione persino Libera», l’associazione di don Luigi Ciotti. Tutti coloro che si occupano di mafia da vicino sanno che le cose da tempo stanno proprio così: Rosy Bindi ha messo questo tema all’ordine del giorno della Commissione da lei presieduta; lo storico Salvatore Lupo (assieme a Giovanni Fiandaca) ne ha cominciato a scrivere con coraggio. E già si pubblicano libri che denunciano questi camuffamenti: «Contro l’Antimafia» di Giacomo Di Girolamo; «Antimafia Spa» di Giovanni Tizian e Nello Trocchia; «Le trappole dell’Antimafia» di Enrico del Mercato ed Emanuele Lauria. Lo studioso Rocco Sciarrone (in «Alleanze nell’ombra») dimostra, dati alla mano, che tutte ma proprio tutte le imprese della connection mafiosa in provincia di Palermo si erano «travestite» con una pronta adesione ad associazioni antiracket. Accuse generiche? No. Si possono fare nomi e cognomi. Vincenzo Artale titolare di un’azienda di calcestruzzo che da dieci anni era salito alla ribalta come grande accusatore di mafiosi e, un anno fa, era stato eletto in un ruolo dirigente dell’associazione antiracket del suo paese, è stato arrestato in provincia di Trapani per tentata estorsione «aggravata dal favoreggiamento alla mafia» (quella di Mazara del Vallo). I costruttori Virga di Marineo, a dispetto del loro sostegno alle associazioni nemiche di coppola e lupara e dei riconoscimenti ottenuti da associazioni del calibro di «Addio pizzo», di «Libero futuro» e financo dal Fai, sono stati accusati di essersi arricchiti con il sostegno del mandamento di Corleone. Mimmo Costanzo anche lui grande paladino antimafioso, è stato arrestato nell’inchiesta sulla corruzione Anas ed è al centro di indagini per i suoi rapporti con la cosca catanese. Idem Concetto Bosco Lo Giudice finito, con lo stesso genere di imputazioni, ai domiciliari. E se non è mafia, sono comunque storie di natura consimile. Carmelo Misseri imprenditore di Florida in provincia di Siracusa («ribellarsi è giusto», ripeteva in pubblico) pagava tangenti alla Dama Nera dell’Anas, Antonella Accroglianò. E, a proposito di Siracusa, c’è l’imbarazzante caso di una Confindustria locale guidata dapprima da Francesco Siracusano (dimissionato per affari sospetti), poi commissariata con Ivo Blandina (rinviato a giudizio per un’allegra gestione di fondi con i quali aveva acquistato uno yacht) e infine con Gianluca Gemelli ( il «marito» di Federica Guidi travolto, assieme alla compagna ministra, dalla vicenda Total). Il presidente della Camera di Commercio di Palermo Roberto Helg anche lui proclamatosi grande combattente contro «la piaga delle estorsioni», è stato condannato a quattro anni e otto mesi dopo che era stato filmato mentre intascava una tangente di centomila euro da un poveretto che voleva aprire una pasticceria all’aeroporto del capoluogo siciliano. E tramite il «caso Helg» si scopre una parentela tra le vicende siciliane di Confindustria e quelle di Unioncamere, altra associazione in cui si notano sintomi di diffusione dell’infestazione qui descritta. Per non farsi mancare nulla, Montante è anche presidente Unioncamere Sicilia e della Camera di Commercio di Caltanissetta. Se Squinzi volesse favorire il debutto del suo successore, potrebbe trovare l’occasione (che so?) di pronunciare a freddo un «elogio di Sciascia». Montante capirebbe l’antifona e ne trarrebbe le conseguenze. Forse.

Giuseppe Costanza ha deciso di parlare perché a suo parere troppi lo fanno a sproposito. C' è un uomo che più di altri avrebbe titolo a dire qualcosa sull'apparizione di Riina junior in Rai e sulla lotta alla mafia in generale. È Giuseppe Costanza, l'autista di Giovanni Falcone negli ultimi otto anni di vita del magistrato, dal 1984 fino al 23 maggio 1992. Costanza era a Capaci, scrive Alessandro Milan per “Libero Quotidiano” il 18 aprile 2016. Di più, Costanza era a bordo della macchina guidata da Falcone e saltata in aria sul tritolo azionato da Giovanni Brusca. Eppure in pochi lo sanno. Perché per quei paradossi tutti italiani, e siciliani in particolare, da quel giorno Costanza è stato emarginato. Non è invitato alle commemorazioni, pochi lo ricordano tra le vittime. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di essere suo ospite a cena in Sicilia e ho ricavato la sensazione di trovarmi di fronte a qualcuno che è stato più del semplice autista di Giovanni Falcone: forse un confidente, un custode di ricordi e, chissà, uno scrigno di segreti. Che però Costanza dispensa col contagocce: «Perché un conto è ciò che penso, un altro è ciò che posso provare». Un particolare mi colpisce del suo rapporto con Falcone: «Il dottore - Costanza lo chiama così - aveva diritto a essere accompagnato in macchina, oltre che da me, dal capo scorta. Ma pretendeva che ci fossi solo io».

Perché non si fidava di nessun altro?

«Quale altro motivo ci sarebbe?».

Cominciamo da Riina a "Porta a Porta"?

«Mi sono rifiutato di vederlo. Solo a sapere che questo soggetto era stato invitato da Bruno Vespa mi ha dato il voltastomaco. Vespa qualche anno fa ha invitato pure me, mi ha messo nel pubblico e non mi ha rivolto una sola domanda. Ora parla con il figlio di colui che ha cercato di uccidermi. I vertici della Rai dormono?».

Cosa proponi?

«Lo Stato dovrebbe requisire i beni che provengono dalla vendita del libro di Riina. Questo si arricchisce sulla mia pelle».

Lo ha proposto la presidente Rai Monica Maggioni.

«Meno male. Ma tanto non succederà nulla. D'altronde sono passati 24 anni da Capaci senza passi avanti».

Su che fronte?

«Hanno arrestato la manovalanza di quella strage. Ma i mandanti? Io un'idea ce l'ho».

Avanti.

«Presumo che l'attentato sia dovuto al nuovo incarico che Falcone stava per ottenere, quello di Procuratore nazionale antimafia».

Ne sei convinto?

«Una settimana prima di Capaci il dottore mi disse: "È fatta. Sarò il procuratore nazionale antimafia"».

Questa è una notizia.

«Ma non se ne parla».

Vai avanti.

«Se lui avesse avuto quell'incarico ci sarebbe stata una rivoluzione. Sempre Falcone mi disse che all' Antimafia avrebbe avuto il potere, in caso di conflitti tra Procure, di avocare a sé i fascicoli. Chiediti quali poteri ha avuto il Procuratore antimafia in questi anni. E pensa quali sarebbero stati se invece fosse stato Falcone».

Chi non lo voleva all'Antimafia?

«Forse politici o faccendieri. Gente collusa. Ma queste piste non le sento nominare».

Torniamo ai mandanti.

«L'attentato a Palermo è un depistaggio, per dire che è stata la mafia palermitana. Sì, la manovalanza è quella. Ma gli ordini da dove venivano? Ti racconto un altro particolare. Io personalmente, su richiesta di Falcone, gli avevo preparato una Fiat Uno da portare a Roma. E lui nella capitale si muoveva liberamente, senza scorta. Se volevano colpirlo potevano farlo lì, senza tutta la sceneggiata di Capaci. Ricorda l'Addaura».

21 giugno 1989, il fallito attentato all'Addaura. Viene trovato dell'esplosivo vicino alla villa affittata da Falcone.

«Io c'ero».

All'Addaura?

«Sì, ero lì quando è intervenuto l'artificiere, un carabiniere. Eravamo io e lui. Lui ha fatto brillare il lucchetto della cassetta contenente l'esplosivo con una destrezza eccezionale. Poi ha dichiarato in tribunale che il timer è andato distrutto. Ha mentito. Io ho testimoniato la verità a Caltanissetta e lui è stato condannato».

Invece come è andata?

«L'esplosivo era intatto. Lo avrà consegnato a qualcuno, non chiedermi a chi. Evidentemente lo ha fatto dietro chissà quali pressioni».

Falcone aveva sospetti dopo l'Addaura?

«Parlò di menti raffinatissime. Io posso avere idee, ma non mi va di fare nomi senza prove. Attenzione, io non generalizzo quando parlo dello Stato. Ma ci sono uomini che si annidano nello Stato e fanno i mafiosi, quelli bisogna individuarli».

23 maggio 1992: eri a Capaci.

«Ma questo agli italiani, incredibilmente, non viene detto. Quella mattina Falcone mi chiamò a casa, alle 7, comunicandomi l'orario di arrivo. Io allertai la scorta. Solo io e la scorta in teoria sapevamo del suo arrivo».

Cosa ricordi?

«Falcone, sceso dall'aereo, mi chiese di guidare, era davanti con la moglie mentre io ero dietro. All'altezza di Capaci gli dissi che una volta arrivati mi doveva lasciare le chiavi della macchina. Lui istintivamente le sfilò dal cruscotto, facendoci rallentare. Lo richiamai: "Dottore, che fa, così ci andiamo ad ammazzare". Lui rispose: "Scusi, scusi" e reinserì le chiavi. In quel momento, l'esplosione. Non ricordo altro».

Perché la gente non sa che eri su quella macchina?

«Mi hanno emarginato».

Chi?

«Le istituzioni. Ti sembra giusto che la Fondazione Falcone non mi abbia considerato per tanti anni?».

La Fondazione Falcone significa Maria Falcone, la sorella di Giovanni.

«Io non la conoscevo».

In che senso?

«Negli ultimi otto anni di vita di Giovanni Falcone sono stato la sua ombra. Ebbene, non ho mai accompagnato il dottore una sola volta a casa della sorella. Andavamo spesso a casa della moglie, a trovare il fratello di Francesca, Alfredo. Ma mai dalla sorella».

Poi?

«Lei è spuntata dopo Capaci. Ha creato la Fondazione Falcone e fin dal primo anno, alle commemorazioni, non mi ha invitato».

Ma come, tu che eri l'unico sopravvissuto, non eri alle celebrazioni del 23 maggio 1993?

«Non avevo l'invito, mi sono presentato lo stesso. Mi hanno allontanato».

È incredibile.

«Per anni non hanno nemmeno fatto il mio nome. Poi due anni fa ricevo una telefonata. "Buongiorno, sono Maria Falcone". Mi ha chiesto di incontrarla e mi ha detto: "Io pensavo che ognuno di noi avesse preso la propria strada". Ma vedi un po' che razza di risposta».

E le hai chiesto perché non eri mai stato invitato prima?

«Come no. E lei: "Era un periodo un po' così. È il passato". Ventitre anni e non mi ha mai cercato. Poi quando ho iniziato a denunciare il tutto pubblicamente mi invita, guarda caso. Comunque, due anni fa vado alle celebrazioni, arrivo nell'aula bunker e scopro che manca solo la sedia con il mio nome. Mi rimediano una seggiola posticcia. Mi aspettavo che Maria Falcone dicesse anche solo: "È presente con noi Giuseppe Costanza". Niente, ancora una volta: come se non esistessi».

L' emarginazione c'è sempre stata?

«Un anno dopo la strage di Capaci sono rientrato in servizio alla Procura di Palermo ma non sapevano che cavolo farsene di un sopravvissuto. Così mi hanno retrocesso a commesso, poi dopo le mie proteste mi hanno ridato il quarto livello, ma ero nullafacente».

Per l'ennesima volta: perché?

«Ho avuto la sfortuna di sopravvivere».

Come sfortuna?

«Credimi, era meglio morire. Avrei fatto parte delle vittime che vengono giustamente ricordate ma che purtroppo non possono parlare. Io invece posso farlo e sono scomodo. Diciamola tutta, questi presunti "amici di Falcone" dove cavolo erano allora? Ma chi li conosce? Io so chi erano i suoi amici».

Chi erano?

«Lo staff del pool antimafia. Per il resto attorno a lui c'era una marea di colleghi invidiosi. Attorno a lui era tutto un sibilìo».

Tu vai nelle scuole e parli ai ragazzi: cosa racconti di Falcone?

«Che era un motore trainante. Ti racconto un episodio: lui viveva in ufficio, più che altro, e quando il personale aveva finito il turno girava con il carrellino per prelevare i fascicoli e studiarli. Questo era Falcone».

È vero che amava scherzare?

«A volte raccontava barzellette, scendeva al nostro livello, come dico io. Però sapeva anche mantenere le distanze».

Tu hai servito lo Stato o Giovanni Falcone?

«Bella domanda. Io mi sentivo di servire lo Stato, che però si è dimenticato di me. E allora io mi dimentico dello Stato. L'ho fatto per quell' uomo, dico oggi. Perché lo meritava. È una persona alla quale è stato giusto dare tutto, perché lui ha dato tutto. Non a me, alla collettività».

Il presidente Mattarella non ti dà speranza?

«Io spero che il presidente della Repubblica mi conceda di incontrarlo. Quando i miei nipoti mi dicono: "Nonno, stanno parlando della strage di Capaci, ma perché non ti nominano?", per me è una mortificazione. Io chiederei al presidente della Repubblica: "Cosa devo rispondere ai miei nipoti?"».

Questo silenzio attorno a te è un atteggiamento molto siciliano?

«Ritengo di sì. Fuori dalla Sicilia la mentalità è diversa. Devo dire anche una cosa sul presidente del Senato, Piero Grasso».

Prego.

«Di recente, a Ballarò, presentando un magistrato, un certo Sabella, come colui che ha emanato il mandato di cattura per Totò Riina, mi indicava come "l'autista di Falcone".

Ma come si permette questo tizio? Io sono Giuseppe Costanza, medaglia d'oro al valor civile con un contributo di sangue versato per lo Stato e questo mi emargina così? "L'autista" mi ha chiamato. Cosa gli costava nominarmi?».

Costanza, credi nell' Antimafia?

«Non più. Inizialmente dopo le stragi c'è stata una reazione popolare sincera, vera. Poi sono subentrati troppi interessi economici, è tutto un parlare e basta. Noi sopravvissuti siamo pochi: penso a me, a Giovanni Paparcuri, autista scampato all' attentato a Rocco Chinnici, penso ad Antonino Vullo, unico superstite della scorta di Paolo Borsellino. Nessuno parla di noi».

Il 23 maggio che fai?

«Mi chiudo in casa e non voglio saperne niente. Vedo personaggi che non c'entrano nulla e parlano, mentre io che ero a Capaci non vengo nemmeno considerato. Questa è la vergogna dell'Italia».

C'è un problema se la Commissione antimafia si occupa di Massoneria. Lo sconfinamento della commissione parlamentare dai suoi compiti è però forse dovuto ad obiettivi meno ambiziosi e più contingenti, scrive Massimo Bordin il 3 Marzo 2017 su “Il Foglio”. Il sequestro degli elenchi degli iscritti alla massoneria non è una novità assoluta. E’ evidente che un provvedimento del genere presta il fianco a critiche dal punto di vista della libertà di associazione e della riservatezza e anche questo dibattito è qualcosa di già visto. Il Gran Maestro in carica parla di un atto intimidatorio, un deputato del Partito democratico membro della commissione Antimafia pone la questione del giuramento di fedeltà “all’Istituzione” – come i massoni chiamano la loro associazione – che vede in contrasto con la fedeltà alle istituzioni repubblicane. In buona sostanza il deputato Davide Mattiello chiede che i massoni siano allontanati dagli “incarichi pubblici apicali”, così si esprime. A parte il merito della proposta, c’è comunque il dubbio che possa essere la commissione antimafia a occuparsi di un argomento del genere, a meno di equiparare tout-court la massoneria alla mafia. Lo sconfinamento della commissione parlamentare dai suoi compiti è però forse dovuto ad obiettivi, diciamo così, meno ambiziosi e più contingenti. A offrire un indizio di dove voglia andare a parare l’antimafia, guidata dalla “cattolica adulta” Rosy Bindi, è il pentastellato Michele Giarrusso, l’unico avvocato favorevole alla pena di morte, che insiste sulla necessità di acquisire gli elenchi massonici non solo di Calabria e Sicilia ma anche e soprattutto della Toscana. Quel tizio, con la barbetta bianca e il borsalino, andrà pure a Medjugorje ma la commissione ha un sospetto. O una speranza.

Quando i magistrati prendevano ordini dalla P2…, scrive Ilario Ammendolia su “Il Garantista”. Non so se in Italia vi sia più corruzione rispetto al passato ma certamente lo scandalo “mafia capitale” non è lontanamente comparabile con quello della Banca di Roma. Carminati non è Giolitti e Buzzi non è Crispi. L’effetto però è stato completamente diverso. In quel caso dinanzi alle accuse del presidente del Banco di Roma Tanlongo che dal carcere aveva fatto i nomi di Giolitti e Crispi, una classe politica, certamente conservatrice, ma dotata di quello che la borghesia ha chiamato per decenni “senso dello Stato” non indietreggiò ma si assunse tutte le responsabilità. Il primo ministro di Rudinì si presentò in parlamento arginando chi avrebbe voluto travolgere la classe politica per prenderne il posto e lo fece con fermezza in nome dei «supremi interessi del Paese e della Patria». Non si comportò diversamente Aldo Moro che, durante lo scandalo Lockheed, dinanzi al Parlamento riunito in seduta congiunta, invitò i parlamentari a guardare alla giustizia «non in senso tecnico-giuridico, ma politico, consapevoli che la valutazione dei fatti.. non riguarda una dichiarazione astratta di giustizia ma un’attuazione concreta di essa». Moro concluse il suo intervento con queste parole «…ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare». Flaminio Piccoli da presidente del consiglio dei ministri, dinanzi all’arbitrario debordare di alcuni magistrati, non esitò ad ammonire «…l’Italia non si farà governare dai pretori». Era un corrotto Aldo Moro? Molti dicono sia stato l’unico statista del dopoguerra a parte De Gasperi. Certamente la statura dello statista la ebbe Antonio Giolitti mentre nessuno dubita dell’onestà di Flaminio Piccoli. C’è un antico detto che predice che il giorno in cui il leone si metterà a belare, gli sciacalli prenderanno il suo posto. Quando si pretende di avere un ruolo dirigente senza essere eletti dal popolo, la democrazia reclina il capo, aprendo le porte all’avventura. Basterebbe riflettere sugli scandali falsi costruiti con la complicità di alcuni magistrati per capire cosa diventerebbe l’Italia qualora non si mettesse un argine alla deriva giustizialista. Cito solo due esempi: Felice Ippolito era uno scienziato autorevole quanto onesto ma venne arrestato con grande clamore sui giornali ed in televisione. Era completamente innocente. Lo scandalo è stato ordito dai petrolieri, per impedire l’uso, su vasta scala, dell’energia nucleare in Italia. La procura fu l’arma per fermarlo. Si può discutere nel merito dell’uso dell’energia nucleare, ma certamente quell’arresto è la dimostrazione di cosa sarebbe l’Italia «governata dai pretori». Non meno grave è il falso scandalo della Banca d’Italia che coinvolse il governatore Baffi ed il suo vice Sarcinelli. A Baffi venne risparmiato l’onta della galera per l’età avanzata mentre Mario Sarcinelli, studioso di chiara fama, venne arrestato e tenuto in carcere. Si scoprì in seguito che la magistratura romana aveva concepito gli arresti su stimoli della P2 indispettita dai controlli che la Banca d’Italia aveva operato su alcuni istituti di credito. Potremmo continuare per così tante pagine da fare un enciclopedia! Ovviamente, non accuso i magistrati in quanto tali proprio perché sono assolutamente consapevole che non sono né peggiori, né migliori degli altri cittadini. Dinanzi alla corruzione, che deve essere combattuta e sconfitta, una Politica degna di questo nome non balbetta, non piagnucola, non impreca e soprattutto non tenta di gabbare i gonzi, elevando le pene. Con queste misure la corruzione non diminuirà di un solo milionesimo. Conoscete meglio di me le inutili “grida” contro i bravi di cui Manzoni parla nei Promessi Sposi. La corruzione è figlia di questo sistema ammalato dove il 5% della popolazione possiede il 50% della ricchezza. Un sistema in cui il privilegio e le caste calpestano quotidianamente il bisogno. Combattere la corruzione significa mettere in campo un grande progetto politico capace di riaccendere passioni e speranze collettive. Non ha senso essere complici di chi trova comodo mettere l’aureola sulla testa di singoli personaggi filtrati dai media e farne dei numi tutelari e per eludere i problemi reali da cui scaturisce la corruzione. Il caso dell’ex pm Antonio Di Pietro è da manuale ma non è il solo. Il dottor Nicola Gratteri è arrivato a due passi dalla nomina a ministro della Giustizia, l’onorevole Nitto Palma ha tagliato il traguardo, mentre il dottor Pietro Grasso, con un solo salto, è stato “eletto” alla seconda carica dello Stato. Un magistrato al pari di tutti i cittadini può essere eletto a qualsiasi incarico politico senza però, saltare a piè pari la fatica, le umiliazioni, le ansie di chi ha fatto politica tra la gente, si è nutrito delle loro speranze, ha respirato le loro frustrazioni ed i loro bisogni. Le scorciatoie stanno portando verso avventure autoritarie e contro queste occorre resistere con coraggio qualsiasi sarà il prezzo da pagare.

La parola antimafia, crea molti imbarazzi ultimamente. Ma è necessaria questa etichetta per dimostrarsi ostili all’azione mafiosa?

«L’antimafia c’è sempre stata anche quando non si chiamava antimafia. L’antimafia moderna nasce subito dopo il delitto Dalla Chiesa e si è allargata estesa e diffusa dopo le stragi del 92. Io credo che abbia avuto una funzione veramente importante l’antimafia sociale in Italia fino a qualche anno fa ma poi, c’è stata una degenerazione dello spirito originario. Bisogna fare una distinzione tra la mafia che si traveste da antimafia, tra dei sistemi imprenditoriali mafiosi che occupano potere e l’antimafia che è degenerata. E’ vero che ci sono dei cerchi che mettono in relazioni queste tre realtà, però bisogna distinguerle. C’è l’antimafia dei finanziamenti pubblici da centinaia di migliaia di euro e l’antimafia dei funzionari delle grandi associazioni che provengono da un sottobosco politico. Bisognerebbe fare un esperimento: togliere per u paio d’anni un bel po di finanziamenti alle associazioni antimafia e assisteremmo ad un fuggi fuggi generale. In alcuni casi, c’è la complicità del ministero degli Interni che concede finanziamenti esorbitanti per dei progetti che, vien da chiedersi, saranno andati a buon fine con tutti i milioni stanziati? Ho conosciuto un signore di Avviso Pubblico, che gira l’Italia battendo cassa alle amministrazioni per organizzare convegni con partecipanti zero. Sono personaggi improbabili che si improvvisano esperti di mafia, che parlano di legalità e che vanno in giro per l’Italia a proporre pittoreschi kit per la legalità. Ma intorno alla maggior parte di queste realtà c’è solo un obiettivo, rastrellare denaro pubblico. Bisogna chiudere i cordoni della borsa. Poi c’è un’antimafia sociale che è ostile ad ogni dialogo, alcune realtà sembrano sette, appena uno le critica viene accusato di essere mafioso. Io non ne posso più di questi predicatori della legalità, imbonitori e saltimbanchi. Hanno messo su un circo. E a proposito dei predicatori della legalità, è molto grande la distanza tra quello che urlano nelle piazze e quello che in realtà fanno. Un altro tema interessante è quello delle costituzioni di parti civile: quando un’associazione accompagna un commerciante, un imprenditore che denuncia la mafia lungo tutto il percorso – lo porta dalla polizia, dal magistrato, lo convince a collaborare – è giustissimo che si costituisca parte civile perché ha partecipato al percorso che porta al processo. Ma questo baraccone delle parti civili che c’è oggi in Italia è scandaloso. Mi viene in mente un’associazione a Marsala che si chiama Paolo Borsellino, è formata da un solo avvocato che non fa nulla tutto l’anno, ma ha pensato bene di costituirsi parte civile al processo Aemilia e per questo ha ricevuto un risarcimento. C’è poi il caso di un comune sciolto per mafia – come quello di Brescello – che ha perfino ricevuto un indennizzo dopo la costituzione di parte civile al processo Aemilia. A questo punto credo che bisogna ridimensionare i finanziamenti alle associazioni antimafia perché sono emerse troppo vergogne».

Un sentito grazie a Sabrina D’Elpidio e Annalisa Insardà per aver contribuito alla realizzazione di questa intervista.

La giustizia è Cosa Nostra. Edito da Mondadori, 1995, di Attilio Bolzoni, Giuseppe D'Avanzo. E' un libro che si legge tutto d'un fiato. Racconta di giudici e di boss, di avvocati e di politici, di processi di mafia pilotati e di inchieste insabbiate, di Palazzi di Giustizia condizionati dal volere degli uomini d'onore. E ripercorre alcuni scabrosi episodi che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sono diventati clamorosi "casi giudiziari". E' scritto a quattro mani da Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, due tra i più bravi cronisti italiani di storie di mafia. 

Lo stato nascosto. Le trattative che portarono alla pax mafiosa. Libro di Antonio M. Moccia, Rosalia Monica Capodici. Questo è un libro diverso, particolare, una riflessione, che gronda in ogni sua pagina della passione civile degli autori, sugli aspetti più delicati dell'intero sistema criminale mafioso. Quelli che hanno condizionato, e continuano a condizionare, la nostra democrazia ed un quadro politico istituzionale sempre più esposto alla erosione del cancro mafioso. Si parla, e lo si fa con cognizione di causa e grande onestà intellettuale, dei nodi essenziali del sistema di potere mafioso: il rapporto con la politica, i tanti compromessi, la mediazione, i sotterranei "dialoghi pericolosi" tra lo Stato e la mafia, l'isolamento e la delegittimazione di tanti uomini delle istituzioni che, sull'altare della convenienza o dell'opportunità politica, sono stati traditi dallo Stato prima di essere uccisi dal tritolo o dal piombo dei mafiosi.

Recensione Libro: Lo stato nascosto. Per il politico, stringere il patto con l’organizzazione mafiosa significa insomma effettuare una precisa scelta di campo. Significa impegnare, da subito, i propri futuri comportamenti, anche sul piano istituzionale, in una logica di servizio a beneficio degli interessi dell’organizzazione. Di cosa parla Lo stato nascosto di Rosalia Monica Capodici e Antonio Michele Moccia. Ci sono argomenti come quello trattato nel libro Lo stato nascosto – le trattative che portarono alla pax mafiosa di Rosalia Monica Capodici e Antonio Michele Moccia che non solo devono essere discussi ma anche approfonditi per ricordare che bisogna lottare contro i poteri violenti e che per quanti anni siano passati dalle stragi di Falcone e Borsellino non è cambiato poi molto. Da questo libro degno di attenzione – già solo per la sfida lanciata dai due scrittori di portare alla luce fatti ai più celati che riguardano la gestione dello Stato da parte della mafia, – Capodici e Moccia sono riusciti a dare una visione globale del potere nascosto utilizzando i fatti e non le teorie. Nel libro Lo stato nascosto, infatti, si utilizzano le sentenze, i risultati dei processi, ma non quelli conosciuti ai più, al contrario si porta alla luce tutto ciò che i giornalisti hanno trascurato, non sappiamo ovviamente se la distrazione da parte della stampa è stata voluta o meno. Quel che conta adesso è sapere. Tutto ciò che viene raccontato in questo libro ci riguarda da vicino, fa parte della nostra quotidianità senza che in alcuni casi ce ne rendiamo conto ed è per questo che è fondamentale aprire gli occhi sulla verità e scoprire chi gestisce la maggior parte della nostra ricchezza, delle nostre stanze di potere, dei traffici e di parte della società. La presenza della mafia si è diffusa a qualsiasi livello e settore: che si tratti di istituzioni o quartieri non c’è distinzione, perché le organizzazioni criminali sono ormai ovunque. Le conseguenze che portano questo sistema criminale possiamo prevederlo e osservarlo continuamente, basta guardare il telegiornale, ma la mafia condiziona la democrazia anche quando non ce ne rendiamo conto, è questo che tendono a sottolineare con il loro libro Capodici e Moccia. Ciò che viene portato sotto i riflettori, e quindi alla portata di tutti i lettori, è il rapporto che intercorre tra Stato e mafia, i compromessi a cui vanno incontro chi gestisce la politica, ma nel libro Lo stato nascosto c’è anche spazio per gli eroi che hanno combattuto e purtroppo sono caduti per tradimento o isolamento sotto il nemico. Lo stato nascosto di Rosalia Monica Capodici e Antonio Michele Moccia, pubblicato dalla casa editrice Salvatore Insenga Editore va letto e discusso senza ombra di dubbio. Vorrei concludere citando una frase di Paolo Borsellino che potete leggere nella prefazione di Nino Di Matteo: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

La vera ‘ndrangheta e quei «quattro storti» che ci credono ancora, scrive Felice Manti il 19 luglio 2016 su “Il Giornale”. È stata una settimana horribilis per la ’ndrangheta. Altri 100 arresti tra la provincia di Cosenza e la Liguria, con le famiglie «in trasferta» che facevano affari sulle opere pubbliche grazie a una coop con interessi in settori diversissimi come movimento terra, import-export di prodotti alimentari, sale giochi e piattaforme di scommesse online, lavorazione dei marmi, autotrasporti e rifiuti speciali, produzione e commercializzazione di lampade a led. Due parlamentari come Antonio Caridi di Gal e Pino Galati di Ala considerati al servizio delle famiglie di ’ndrangheta anche a causa di un paio di intercettazioni telefoniche che non lasciano spazio a troppi dubbi. Funzionari delle Agenzie delle Entrate che trescavano con la ’ndrangheta. Il boss del pesce Franco Muto che con il suo clan controllava «ogni respiro» tra Cetraro e Scalea (in provincia di Cosenza) da 30 anni, e prima ancora una Spectre politico-affaristico-massonica guidata dall’ex deputato Psdi Paolo Romeo, già noto alle forze dell’ordine sin dall’operazione Olimpia – che sta alla ’ndrangheta come il cosiddetto maxiprocesso di Falcone e Borsellino sta alla mafia – come referente della mafia calabrese che avrebbe deciso a tavolino tutte le elezioni degli ultimi 15 anni (a volte puntando però su qualche candidato sbagliato ma tant’è) coinvolto anche nelle recentissime inchieste Fata Morgana e Reghion sul condizionamento della criminalità al Comune di Reggio, sciolto per contiguità con la ‘ndrangheta. È la prova dell’esistenza dei cosiddetti Invisibili cui dà la caccia il pm Giuseppe Lombardo, una sorta di ’ndrangheta superiore che comanda sulla fazione criminale ma di cui la stragrande maggioranza degli affiliati non conosce l’esistenza, come dimostrerebbe l’inchiesta Mammasantissima, e che avrebbe agevolato la latitanza di personaggi che fanno comodo alle cosche (vedi l’inchiesta Breakfast), da Amedeo Matacena al capo della mafia Matteo Messina Denaro, con in mezzo un peso decisivo nell’inchiesta Mafia Capitale. Allora c’è qualcosa che non torna. Facciamo un salto di sei anni. Alla fine del 2010, nel libro Madundrina scritto con Antonio Monteleone, scrivevamo: «Forze occulte, servizi deviati, poteri forti e massoneria. Come si combatte un nemico invisibile? Ma, soprattutto, come si dimostra la sua esistenza? Gli inquirenti devono dare una risposta anche a questo quesito». E già allora riportavamo una frase captata durante una delle oltre 500mila intercettazioni, contenuta nelle 52 inchieste passate al setaccio dagli inquirenti, in cui a parlare era un sindacalista, e qui riprendo da Madundrina «che viene descritto dai magistrati come “anello di congiunzione tra esponenti di spicco della locale criminalità organizzata e appartenenti al settore politico-amministrativo della fascia jonico-reggina” e promotore di “una sorta di cupola” (…) perché parte del contesto criminale (…) definito degli “invisibili”. Si chiama Sebastiano Altomonte. Intercettato al telefono con la moglie, a margine di una conversazione su alcuni dissidi locali parla anche della ’ndrangheta invisibile. “Effettivamente gli invisibili siamo cinque (…), lo sanno solo nel provinciale (…)”. Chi sono questi cinque? Che cosa vogliono? Per chi lavorano? Come fanno a sapere tutto? E quanto vale, nell’economia della ’ndrangheta, un’operazione mostruosa come quella congiunta di Milano e Reggio Calabria (parlavamo di Crimine e Infinito, nda), se i boss sapevano tutto (grazie alle rivelazioni di Giovanni Zumbo, legato ai servizi segreti, nda)? Chi comanda veramente?». Chi legge questo blog sa cosa penso delle operazioni di ’ndrangheta del 2010 che hanno ispirato il libro, recentemente definite dalla Cassazione come «sentenze storiche» perché definiscono per la prima volta l’unitarietà della ’ndrangheta. Delle due l’una. Perché o ha ragione il procuratore antimafia Ilda Boccassini quando dice che con Infinito si è smantellata la ’ndrangheta in Calabria, quella comandata dal boss scissionista Carmelo Novella, ammazzato come un cane (ma il mandante è ancora oscuro…) perché voleva sganciarsi dalla Calabria, quella del summit al centro Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano, quella zeppa di gente senza precedenti penali e senza reati fine oggi in carcere con l’accusa di associazione mafiosa che non hanno neanche mai sparato un colpo di pistola per sbaglio. E che la ‘ndrangheta calabrese fosse comandata da Domenico Oppedisano, che prima di diventare famoso come capo della ’ndrangheta vendeva piantine vicino allo svincolo di Rosarno, talmente pericoloso che di recente è uscito dal regime di carcere duro, il famigerato 41bis. Un esperto in affiliazioni, vero, uno che mangiava pane e ’ndrangheta certamente, ma non un capo. E d’altronde anche il procuratore antimafia Nicola Gratteri lo sostiene con forza. D’altronde, dell’esistenza della maxi inchiesta erano al corrente molti boss, come è emerso dalle intercettazioni. Oppure la ’ndrangheta che conta quella vera, è altro. È difficile pensare che i boss arrestati fossero veramente a capo della ’ndrangheta milanese mentre facevano il bello e il cattivo tempo altri boss del calibro di Paolo Martino, killer dormiente imparentato con il potentissimo clan dei De Stefano e considerato il vero tesoriere della ’ndrangheta a Milano (solo per fare un esempio). Oggi sappiamo con certezza che una Spectre aveva in mano i destini della politica e trescava facendo affari con parlamentari e coop, anche alle spalle dei picciotti. E se avesse ragione il boss della ’ndrangheta Pantaleone Mancuso, che intercettato dice testuale: «(Ci sono) quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta… hanno fatto la massoneria… il mondo cambia…»? E se la Boccassini avesse arrestato proprio quei quattro storti, gente che non ha mai tenuto una pistola in mano?

Crocetta e i gran maestri della massoneria convocati in commissione nazionale antimafia. Il prossimo 2 agosto a Palazzo San Macuto a Roma verrà sentito il presidente della Regione, scrive Rino Giacalone il 30/07/2016 su “La Stampa”. La commissione nazionale antimafia all’indomani delle audizioni in Sicilia, ha convocato il presidente della Regione Crocetta e i gran maestri degli ordini massonici per approfondire i temi emersi nel corso della missione a Palermo e Trapani, dove tanto si è parlato di indagini giudiziarie che riguardano i contatti diventati stretti tra mafia e massoneria. Un fronte che non serve solo, hanno detto in audizione i magistrati di Trapani e Palermo, a coprire la latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro, ma rappresenta la nuova stagione criminale di Cosa nostra che se non spara più, grazie al sostegno della massoneria, «ha migliori capacità di inquinare i settori della vita politica, sociale ed economica del territorio» ha tra l’altro affermato la presidente della commissione Rosy Bindi.  Il prossimo 2 agosto a Palazzo San Macuto a Roma verrà sentito il presidente della Regione Rosario Crocetta. Certamente tra le domande che attendono il governatore siciliano quelle relative a Patrizia Monterosso segretario generale di Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione Sicilia. Il nome della Monterosso nel corso del processo a Catania contro l’ex governatore Raffaele Lombardo, è stato fatto dal pentito agrigentino Giuseppe Tuzzolino. Tuzzolino ha affermato che la Monterosso farebbe parte di una loggia massonica di Castelvetrano, dove avrebbe fatto da garante ad una serie di affari sugli impianti eolici. La Monterosso ha già smentito la circostanza: «Non appartengo alla massoneria, le uniche volte in cui mi sono imbattuta in cose che riguardano questo tipo di associazione sono state delle mail ricevute all’indirizzo istituzionale della segreteria generale, nel luglio 2015 ho ricevuto due messaggi da una loggia di Catania, c’era una lista di 17 nomi, forse si trattava di iscritti, ma io ho subito denunciato alla Polizia Postale di Catania, a novembre 2014 nella casella di posta è arrivata una email del Grande Oriente d’Italia, direttamente da Palazzo Giustiniani. Anche in questo caso ho denunciato».  In commissione nazionale antimafia però la circostanza ha suscitato attenzione. Critico è stato il leghista “siciliano” Angelo Attaguile: «Come siciliano - ha detto - sono preoccupato, i politici passano i burocrati restano, da siciliano mi preoccupo che al Governo regionale ci siano funzionari e burocrati che non dovrebbero stare al loro posto».  Mantenendo poi fede a quanto annunciato in Commissione nazionale antimafia sono stati convocati gran maestri degli ordini massonici, il prossimo 3 agosto verrà sentito in gran maestro del Grande Oriente Stefano Bisi. La presidente Bindi ha spiegato a Trapani il perché di queste convocazioni, «intendiamo sapere se siano a conoscenza di logge segrete nel trapanese, della cui esistenza abbiamo appreso dai magistrati e soprattutto come intendano comportarsi». 

Il caso Trapani: una saldatura tra mafia e massoneria. La visita della Commissione in Sicilia. Bindi: “Sui beni confiscati abbiamo dato troppa voce in capitolo all’agenzia regionale”, scrive Rino Giacalone il 21/07/2016 su “La Stampa”. La commissione nazionale antimafia è pronta ad aprire un caso Trapani e denuncia: «la latitanza di Matteo Messina Denaro è coperta da intrecci tra mafia e massoneria altolocata». Massoneria che oggi starebbe cavalcando un forte attacco contro la magistratura trapanese: «certe indagini stanno dando fastidio». Forti i toni usati dalla presidente Rosy Bindi, ma anche dal suo vice Claudio Fava, dai commissari Davide Mattiello (Pd), dai 5 Stelle Mario Giarrusso e Francesco Dell’Uva e dal leghista siciliano Angelo Attaguille. «Abbiamo sconfitto la mafia contro la quale combatterono Falcone e Borsellino, oggi - dice la presidente Bindi - abbiamo innanzi una mafia che è mutata, una mafia che uccide di meno ma incide di più nella vita sociale, politica ed economica del Paese».  Se volete venire a conoscere cos’è la nuova mafia, che c’entra tanto con le stragi del 1992, bisogna venire in provincia di Trapani. E la commissione antimafia su questo ha raccolto tanto ascoltando magistrati, giudici, investigatori. Claudio Fava: «Esiste una nuova cupola fatta di mafia e massoneria ed è strano che esista un concentrato di logge segrete a Castelvetrano, la terra del boss latitante Matteo Messina Denaro e del suo sistema di potere». «In questa provincia - dice il deputato Davide Mattiello - bisogna ricercare quell’accordo forte denunciato ieri a Palermo dal procuratore generale Scarpinato sull’esistenza di un fronte “masso-mafia” che a Messina Denaro ha garantito coperture altolocate per la sua ventennale latitanza».  I magistrati trapanesi ascoltati, a cominciare dal procuratore Viola, hanno confermato indagini aperte sul fronte della massoneria ma hanno consegnato precisi elementi dei contrasti che la magistratura trapanese subisce. «Ci siamo trovati a fare un viaggio nel tempo - racconta il senatore Mario Giarrusso - abbiamo sentito parlare nel 2016 magistrati con le stesse parole che altri giudici usavano a Trapani negli anni ’80, quando si scopriva la loggia segreta Iside 2. Abbiamo sentito i magistrati inquirenti che si sono detti non al sicuro nelle proprie stanze, che non lasciano documenti in ufficio». «C’è una Procura sotto tiro - dice il vice presidente Fava - sotto le reazioni illecite di chi con fastidio giudica il lavoro della Procura, attenzioni che arrivano da parte di ambienti inquietanti».  La presidente Bindi ha annunciato che verranno convocati i vertici degli ordini massonici, i Gran Maestri saranno convocati in commissione: «Chiederemo loro se sanno di logge segrete e se sanno perché non hanno denunciato, se invece non sanno chiederemo che agiscano per espellere questi corpi fornendo collaborazione all’autorità giudiziaria». Tanti i temi toccati, con l’annuncio, dopo avere ascoltato in giudici della Corte di Assise, Pellino e Corso, che verrà aperto un approfondito esame sui depistaggi emersi durante il processo per il delitto di Mauro Rostagno. Affrontato anche il tema della gestione dei beni confiscati, partendo dall’assedio che oggi continua a subire la Calcestruzzi Ericina, l’impresa confiscata al boss di Trapani Vincenzo Virga. C’è un progetto che prevede di mettere in rete la Calcestruzzi Ericina e tutte le imprese del settore che producono calcestruzzo, oggi sequestrate e confiscate.  Ma il progetto registra forti ritardi nell’attuazione e i ritardi stanno tutti dentro l’agenzia nazionale dei beni confiscati. La commissione ha puntato attenzione sulla sede regionale dell’agenzia e la Bindi ha chiosato: «Credo che sia stata lasciata all’agenzia regionale troppa voce in capitolo». Infine è stato affrontato il caso Castelvetrano, dove il Consiglio dopo un tira e molla si è sciolto per non far restare consigliere quel Lillo Giambalvo intercettato a esaltare la figura del latitante Matteo Messina Denaro. A Castelvetrano la commissione ha registrato attraverso le audizioni un maxi concentrato di logge, troppe per il territorio che protegge la latitanza di Matteo Messina Denaro.  La commissione ha sentito il sindaco di Castelvetrano Felice Errante e l’ex capogruppo del Pd Pasquale Calamia. «Ci saremmo aspettati una presa di distanza del sindaco di Castelvetrano che non c’è stata» ha detto la presidente Bindi e il vice presidente Fava continua: «Se Castelvetrano fosse in Baviera non ci porremmo il problema di una Giunta dove siedono tre assessori appartenenti alla massoneria, ma si tratta della città di Messina Denaro». E sul boss, latitante dal 93, la presidente Bindi aggiunge: «Aspettiamo anche noi la buona notizia della cattura».  

"Nel Trapanese una nuova cupola fatta di mafia e massoneria", scrive Rino Giacalone il su "Live Sicilia" il 20 luglio 2016. "Abbiamo sconfitto la mafia contro la quale combatterono Falcone e Borsellino, oggi abbiamo innanzi una mafia che è mutata, una mafia che uccide di meno ma incide di più nella vita sociale, politica ed economica del Paese". Sono le parole della presidente della commissione parlamentare antimafia, on. Rosy Bindi, espresse a conclusione della tre giorni siciliana, una missione durante la quale numerose sono state le audizioni ma c'è stata anche la significativa presenza alle manifestazioni a ricordo dei 24 anni dalla strage di via d'Amelio. "Abbiamo ritardi anche politici da scontare - ha detto ancora l'on. Bindi -. Falcone e Borsellino non sono stati mai ascoltati da una commissione antimafia, a 24 anni dalla strage di via d'Amelio abbiamo ascoltato Lucia Borsellino, figlia del procuratore aggiunto paolo ucciso con la sua scorta il 19 luglio del 1992, a lei abbiamo promesso il nostro impegno, ma dobbiamo anche dire che si tratta di restituire non solo a lei e alla famiglia Borsellino, e ancora alla famiglia Falcone, alle famiglie dei poliziotti uccisi, dobbiamo restituire al paese segmenti di verità che appartengono al Paese". Commissione antimafia che ha raccolto tanto sulla mafia in provincia di Trapani, ascoltando magistrati, giudici, investigatori. "Esiste una nuova cupola fatta di mafia e massoneria, anomalo che un concentrato di logge segrete esiste a Castelvetrano, la terra - ha detto il vice presidente della commissione antimafia Claudio Fava - dove il boss latitante Matteo Messina Denaro ha costruito il proprio sistema di potere". "Lavoreremo per capire meglio - ha aggiunto il deputato Pd Davide Mattiello - ma abbiamo la forte impressione che qui bisogna cercare quell'accordo forte denunciato ieri a Palermo dal procuratore generale Scarpinato sull'esistenza di un fronte “masso-mafia” che a Messina Denaro ha garantito altolocate coperture per la sua ventennale e perdurante latitanza". "Ci siamo trovati a fare un viaggio nel tempo - ha detto il senatore Mario Giarrusso di 5 Stelle -, non è possibile sentire parlare nel 2016 magistrati con le stesse parole di altri magistrati, quando a Trapani negli anni '80 si scopriva la famosa loggia segreta Iside 2". E un quadro pesante a proposito degli uffici giudiziari trapanesi emerge al termine delle audizioni fatte a Trapani dalla commissione parlamentare antimafia. Situazione che ha spinto la presidente Rosy Bindi a ipotizzare la possibilità che a parte la relazione finale prevista a fine legislatura su tutte le missioni svolte nel corso del mandato parlamentare, su Trapani potrebbe esserci una specifica relazione. Sullo scenario già descritto delle connessioni tra mafia e massoneria, si è sviluppata una attenzione che poteri occulti dedicano proprio alla Procura di Trapani, "nel 2016 - ha detto il senatore 5 Stelle Giarrusso - sentiamo magistrati inquirenti che non dicono non sentirsi al sicuro nelle proprie stanze, che non lasciano documenti in ufficio, un clima assurdo che rimanda ad altri tempi ed altre vicende". Sulle parole di Giarrusso si sono ritrovati altri commissari come Fava, vice presidente della Commissione antimafia: "Siamo preoccupati del clima pesante che riscontriamo nei confronti degli uffici giudiziari, abbiamo l'esatta percezione che c'è una Procura sotto tiro, con intrusioni e pedinamenti, sono le reazioni illecite di chi con fastidio giudica il lavoro della Procura, attenzioni che arrivano da parte di ambienti inquietanti, la Commissione avrà scrupolo e attenzione". Su questi temi sono stati sentiti dalla commissione antimafia in prefettura a Trapani il procuratore della Repubblica Marcello Viola ed i pm Marco Verzera e Andrea Tarondo, e le dichiarazioni rese dai magistrati sono state secretate. In particolare la commissione antimafia ha ascoltato i giudici della Corte di Assise che hanno processato e condannato due boss mafiosi all'ergastolo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, risalente al 1988. "Abbiamo apposta voluto ascoltare i giudici Angelo Pellino e Samuele Corso, presidente e giudice a latere della Corte - ha detto il presidente Bindi - perché interessati al processo e interessati a conoscere la fase dei depistaggi". "Non escludo - ha aggiunto il vice presidente Claudio Fava - che per questo delitto si faccia ciò che è stato fatto per altri analoghi delitti". Chiaro il riferimento alla costituzione di una commissione che come è stato fatto per il delitto di Peppino Impastato, si occupi anche del delitto Rostagno.

Un'analisi organica dei rapporti fra massoneria deviata e cosche mafiose è contenuta nella relazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, scriveva già a suo tempo Salvo Palazzolo. "Il terreno fondamentale sul quale si costituiscono e si rafforzano i rapporti di Cosa nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche. Il vincolo della solidarietà massonica serve a stabilire rapporti organici e continuativi". Questo il punto di partenza dell'analisi proposta. "L'ingresso nelle logge di esponenti di Cosa nostra, anche di alto livello, non è un fatto episodico ed occasionale ma corrisponde ad una scelta strategica - spiega la Commissione antimafia - Il giuramento di fedeltà a Cosa nostra resta l'impegno centrale al quale gli uomini d'onore sono prioritariamente tenuti. Ma le affiliazioni massoniche offrono all'organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere, per ottenere favori e privilegi in ogni campo; sia per conclusione di grandi affari sia per "l'aggiustamento" dei processi, come hanno rivelato numerosi collaboratori di giustizia. Tanto più che gli uomini d'onore nascondono l'identità dei "fratelli" massonici ma questi ultimi possono anche non conoscere la qualità di mafioso del nuovo entrato" (punto 57 della citata Relazione). Rapporti fra Cosa nostra e massoneria sono comunque emersi anche nell'ambito dei lavori di altre due Commissioni parlamentari d'inchiesta: quella sul caso Sindona e quella sulla loggia massonica P2, che già avevano approfondito la vicenda del finto rapimento del finanziere e della sua permanenza in Sicilia dal 10 agosto al 10 ottobre 1979. Agli atti, le indagini della magistratura milanese e di quella palermitana, che avevano svelato i collegamenti di Sindona con esponenti mafiosi e con appartenenti alla massoneria. Il finanziere era stato aiutato da Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade, capomafia della famiglia palermitana di Santa Maria di Gesù e da Joseph Miceli Crimi: entrambi aderenti ad una comunione di Piazza del Gesù, "Camea" (Centro attività massoniche esoteriche accettate). Nel gennaio 1986 la magistratura palermitana dispone una perquisizione e un sequestro presso la sede palermitana del Centro sociologico italiano, in via Roma 391. Vengono sequestrati gli elenchi degli iscritti alle logge siciliane della Gran Loggia d'Italia di Piazza del Gesù. Fra gli iscritti figurano i nomi dei mafiosi Salvatore Greco e Giacomo Vitale. Nel mese di gennaio dello stesso anno, la magistratura trapanese dispone il sequestro di molti documenti presso la sede del locale Centro studi Scontrino. Il centro, presieduto da Giovanni Grimaudo, era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d'Alcamo, Cafiero, Hiram. L'esistenza di un'altra loggia segreta trova poi una prima conferma nell'agenda sequestrata a Grimaudo, dove era contenuto un elenco di nominativi annotati sotto la dicitura "loggia C". Tra questi, quello di Natale L'Ala, capomafia di Campobello di Mazara. Nella loggia Ciullo d'Alcamo risultano essere affiliati: Pietro Fundarò, che operava in stretti rapporti con il boss Natale Rimi; Giovanni Pioggia, della famiglia mafiosa di Alcamo; Mariano Asaro. Nel processo, vari testimoni hanno concordato nel sostenere l'appartenenza alla massoneria di Mariano Agate, capomafia di Mazara del Vallo. Alle sei logge trapanesi e alla loggia "C" erano affiliati imprenditori, banchieri, commercialisti, amministratori pubblici, pubblici dipendenti, uomini politici (la Commissione antimafia, nella citata relazione, ricorda come l'onorevole democristiano Canino, nell'estate del '98 arrestato per collusioni con Cosa nostra, abbia ammesso l'appartenenza a quella loggia, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati). Già nel processo di Trapani e poi successivamente in quello celebrato nel '95 a Palermo contro Giuseppe Mandalari (accusato di essere il commercialista del capo della mafia, Totò Riina) sono emersi contatti fra le consorterie mafiose e massoniche di Palermo e Trapani. Mandalari, "Gran maestro dell'Ordine e Gran sovrano del rito scozzese antico e accettato" avrebbe concesso il riconocimento "ufficiale" alle logge trapanesi che facevano capo a Grimaudo. Le indagini sui rapporti mafia-massoneria continuano. Seppur fra tante difficoltà. L'unica condanna al riguardo, ottenuta dai pm palermitani Maurizio De Lucia e Nino Napoli, riguarda proprio Pino Mandalari, il commercialista di Riina attivo gran maestro. Solo nel febbraio del 2002, è stata sancita in una sentenza la pesante influenza dei "fratelli" delle logge sui giudici popolari di un processo di mafia: la Corte d'assise stava seguendo il caso dell'avvocato palermitano Gaetano Zarcone, accusato di avere introdotto in carcere la fiala di veleno che doveva uccidere il padrino della vecchia mafia Gerlando Alberti. Non è stata facile la ricostruzione del pm Salvatore De Luca e del gip Mirella Agliastro, che poi ha emesso sette condanne: non c'erano mai minacce esplicite, solo garbati consigli a un "atteggiamento umanitario". Questo il volto delle intimidazioni tante volte denunciate. Il caso più inquietante di cui si sono occupate le indagini è quello di una misteriosa fratellanza, la Loggia dei Trecento, anche detta Loggia dei Normanni. Il pentito Angelo Siino ha fugato ogni dubbio: il divieto per gli aderenti a Cosa nostra di fare parte della massoneria restò sempre sulla carta. "Le regole erano un po' elastiche - spiega - come la regola che non si devono avere relazioni extraconiugali". Erano soprattutto i boss della vecchia mafia, Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ad avere intuito l'utilità di aderire alle logge. Rosario Spatola seppe da Federico e Saro Caro che Bontade "stava cercando di modernizzare Cosa nostra. Vedeva più in là, vedeva la potenza della massoneria, e magari riteneva di potere usare Cosa nostra in subordine, come una sorta di manovalanza". Per questo aveva creato una sua loggia. Era appunto la Loggia dei Trecento. Anche Siino riferisce di "averne sentito parlare: si diceva che ne facevano parte parecchi personaggi quali i cugini Salvo, Totò Greco "il senatore" e uomini delle istituzioni. La loggia non era ufficiale e non aderiva a nessuna delle due confessioni, né a quella di Piazza del Gesù né a quella di Palazzo Giustiniani". Correvano a Palermo i ruggenti anni Settanta. Il pentito Spatola conferma il ruolo di Bontade come gran maestro della Loggia dei Trecento. E spiega: "Ne facevano parte soggetti appartenenti alle categorie più disparate, e per questo era molto potente. E troppa potenza si era creata anche attorno a Stefano Bontade, per questo andava eliminato lui ma anche la loggia". Il 23 aprile 1981, Bontade fu ucciso dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ha svelato Spatola che fu proprio Provenzano, attuale capo dell'organizzazione mafiosa, a prendere l'iniziativa di sciogliere la Loggia dei Trecento. Particolare davvero inedito e curioso. Quale autorità aveva mai don Bernardo per intervenire d'autorità su una fratellanza tanto riservata? Forse era massone anche lui? Forse, già allora, aveva ben presenti rapporti e complicità eccellenti che da lì a poco avrebbero fatto a gara per riposizionarsi e ingraziarsi i nuovi potenti?

LE RIVELAZIONI DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA

Tommaso Buscetta. Nel 1984 parla per la prima volta del rapporto fra mafia e massoneria nel contesto del tentativo golpista di Junio Valerio Borghese del dicembre 1970. Il collegamento tra Cosa nostra e gli ambienti che avevano progettato il colpo era stato stabilito attraverso il fratello massone di Carlo Morana, uomo d'onore. La contropartita offerta a Cosa nostra consisteva nella revisione di alcuni processi.

Leonardo Messina. Sostiene che il vertice di Cosa nostra sia affiliato alla massoneria: Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate, Angelo Siino (oggi collaboratore di giustizia pure lui). Ritiene che spetti alla Commissione provinciale di Cosa nostra decidere l'ingresso in massoneria di un certo numero di rappresentanti per ciascuna famiglia.

Gaspare Mutolo. Conferma che alcuni uomini d'onore possono essere stati autorizzati ad entrare in massoneria per "avere strade aperte ad un certo livello" e per ottenere informazioni preziose ma esclude che la massoneria possa essere informata delle vicende interne di Cosa nostra. Gli risulta che iscritti alla massoneria sono stati utilizzati per "aggiustare" processi attraverso contatti con giudici massoni. 

Le conclusioni della Commissione antimafia presieduta da Luciano Violante. "Il complesso delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia appare essere concordante su tre punti:

- intorno agli anni 1977-1979 la massoneria chiese alla commissione di Cosa nostra di consentire l'affiliazione di rappresentanti delle varie famiglie mafiose; non tutti i membri della commissione accolsero positivamente l'offerta; malgrado ciò alcuni di loro ed altri uomini d'onore di spicco decisero per motivi di convenienza di optare per la doppia appartenenza, ferma restando la indiscussa fedeltà ed esclusiva dipendenza da Cosa nostra;

- nell'ambito di alcuni episodi che hanno segnato la strategia della tensione nel nostro paese, vale a dire i tentativi eversivi del 1970 e del 1974, esponenti della massoneria chiesero la collaborazione della mafia;

- all'interno di Cosa nostra era diffuso il convincimento che l'adesione alla massoneria potesse risultare utile per stabilire contatti con persone appartenenti ai più svariati ambienti che potevano favorire gli uomini d'onore". Salvo Palazzolo

Ecco a voi il "nano" e il circo dell'antimafia, scrive Simona Musco il 10 ago 2016 su “Il Dubbio”. Nino Lo Giudice, il più controverso dei collaboratori di giustizia della Procura di Reggio Calabria, accusa il poliziotto Giovanni Aiello, "Faccia di mostro", di essere l'autore della strage di via D'Amelio. «È stato il poliziotto Giovanni Aiello, alias "Faccia da mostro", a far saltare in aria Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Fu lui a schiacciare il pulsante in via D'Amelio. Me lo confidò Pietro Scotto quando eravamo in carcere all'Asinara. E anni dopo me lo confermò Aiello in persona. Aggiunse che a Palermo aveva fatto anche altre cose, fra cui l'omicidio Agostino. Ma quando ho raccontato tutto sono stato minacciato dai servizi». Sono parole forti quelle riportate da Il Fatto Quotidiano, parole che portano la firma di Nino Lo Giudice, alias "il nano" il più controverso dei collaboratori di giustizia della Procura di Reggio Calabria. Parole che il due volte pentito, ex boss dell'omonimo clan, mette a verbale tra Reggio e Catanzaro e che arrivano in Sicilia, dove si indaga sulle stragi in cui hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino. In quei verbali, Lo Giudice spiega i motivi della sua fuga e le sue paure. «Ho iniziato a ricevere strane visite a Macerata, la località segreta in cui vivevo. Un giorno, due mesi dopo l'incontro con Donadio (Gianfranco, ex procuratore aggiunto della Dna, ndr) mi vennero a trovare due uomini in borghese che si qualificarono come carabinieri. Pensai subito che fossero dei servizi. Mi fecero salire su una Punto e notai che erano armati di Beretta. Mi portarono fuori città. La Punto si fermò vicino a una Bravo marrone e mi fecero salire a bordo. C'erano altri due uomini ad aspettarmi. A parlarmi fu uno, testa rasata e accento laziale. Sapeva che avevo parlato di Aiello e mi disse di stare attento a toccare certi argomenti, soprattutto in futuro». Chi è "faccia da mostro" - Il nome di Aiello, 69 anni, originario di Montauro, in Calabria, in servizio al ministero degli Interni fino al 1977, finisce in diverse inchieste. Da quella sul tentativo di uccidere Giovanni Falcone all'Addaura fino alla strage di via D'Amelio, passando per il delitto del commissario Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. Lo chiamano "faccia da mostro" per una ferita sul volto che lo rende inconfondibile. Dopo il congedo si rifugia in Calabria, dove ufficialmente fa il pescatore. Per lunghi periodi di lui si perdono le tracce. Il suo nome, però, viene tirato in ballo più volte da diversi pentiti. Tra questi anche Consolato Villani, ex braccio destro del "nano" e autore degli attentati contro i carabinieri compiuti a Reggio Calabria tra il '93 e il 94. «Nino Lo Giudice mi parlò di ex esponenti delle forze dell'ordine, appartenenti ai servizi segreti deviati, che un uomo deformato in volto, insieme a una donna avevano avuto un ruolo nelle stragi di Falcone e Borsellino dice in udienza a novembre 2014 -. Mi disse che questi personaggi erano vicini alla cosca Laudani ed alla cosca catanese di Cosa nostra». Il pentito controverso. Ma il "nano" può ritenersi davvero credibile? Le sue parole stanno ancora confluendo nelle indagini della Dda reggina. L'ultima, in ordine di tempo, è quella che ha messo in luce l'esistenza della cupola di invisibili che governerebbe Reggio Calabria. Per il pm Giuseppe Lombardo, che ha seguito l'indagine "Mamma santissima", le parole di Lo Giudice sono attendibili. Così come lo sono quelle di Villani. Ma sul suo curriculum di pentito pesano la fuga, dopo due anni e mezzo di collaborazione, e due memoriali in cui smentisce le precedenti dichiarazioni e per i quali è indagato a Catanzaro. Il suo nome è al centro di una stagione infuocata di veleni tra toghe. Appena inizia a cantare, svela al magistrato Giuseppe Pignatone di essere l'autore degli attentati in procura del 2010. Ma il "nano" va oltre e insinua che tra il fratello Luciano ed alcuni magistrati, ci sia un rapporto "speciale". Si tratta dell'allora numero due della Dna, Alberto Cisterna, e l'attuale procuratore generale della corte d'appello di Roma, Francesco Mollace. In un vortice di dichiarazioni contrastanti, Lo Giudice arriva a dire che per far scarcerare suo fratello Maurizio, Luciano avrebbe sborsato «molti soldi» a Cisterna. Che finisce indagato, vedendo la sua carriera andare in pezzi: da vice di Pietro Grasso finisce a fare il giudice a Tivoli. Poi, però, la sua posizione viene archiviata. Mollace, dall'altro lato, finisce pure davanti ai giudici a Catanzaro, con l'accusa di aver omesso di svolgere indagini sulla cosca in cambio di favori. Anche lui, però, viene assolto perché il fatto non sussiste. Nel mezzo ci stanno i memoriali ritrovati dopo la fuga. In quelli Lo Giudice nega di essere l'autore degli attentati e le accuse alle toghe e parla di un vero e proprio complotto. «A Reggio c'erano due tronconi di magistrati che si lottavano tra di loro facendo scempio degli amici di una delle due parti». Una cricca, diceva, composta da «Di Landro, Pignatone, Prestipino, Ronchi e il dirigente della Mobile Renato Cortese». Dopo essere stato riacciuffato, si è chiuso in un lungo silenzio. Poi, alla fine dello scorso anno, ha ripreso a parlare.

Lo Giudice: ''Faccia da mostro dietro via d'Amelio''. Il pentito calabrese: "Fu lui a premere il pulsante per la strage", scrive “Antimafia Duemila” il 09 Agosto 2016. Un altro pentito torna a parlare di "faccia da mostro", l'uomo dei servizi che secondo alcuni collaboratori di giustizia (tra cui i siciliani Vito Galatolo e Vito Lo Forte, e il calabrese Consolato Villani) avrebbe preso parte a molte stragi ed omicidi eccellenti. È Nino "il nano" Lo Giudice, scrive di Walter Molino il 9 agosto 2016 su Il Fatto Quotidiano, a parlare nuovamente di quel personaggio che sarebbe stato riconosciuto nell'ex poliziotto Giovanni Aiello. “È stato il poliziotto Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro”, a far saltare in aria Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta" ha detto il pentito calabrese, aggiungendo che "fu lui a schiacciare il pulsante in via d’Amelio" e a confidarglielo è stato, ha precisato, "Pietro Scotto quando eravamo in carcere all’Asinara. E anni dopo me lo confermò Aiello in persona" ma "quando ho raccontato tutto sono stato minacciato dai servizi”. Scotto, condannato in primo grado ma poi assolto in appello per aver intercettato i telefoni di casa Borsellino, è fratello di Gaetano, imputato per l’omicidio dell'agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi da Cosa nostra nel 1989, oggi in libertà. La storia della collaborazione di Lo Giudice è tra le più travagliate: tre giorni prima dell'udienza, nel giugno 2013, nella quale il pentito doveva comparire a deporre al processo "Archi-Astrea" a Reggio Calabria, l'ex mafioso si era allontanato dalla località protetta senza lasciare alcuna traccia, tranne un memoriale nel quale ritrattava le sue deposizioni sostenendo che era stato costretto e “spronato da più parti”. E una pen drive con delle immagini dove il collaboratore diceva “non mi cercate, tanto non mi troverete mai”. Poi però era stato arrestato, a novembre, in un appartamento alla periferia della città. Ora che è tornato a collaborare le sue dichiarazioni sono state verbalizzate dalle procure di Reggio Calabria e Catanzaro, oltre ad essere condivise con quelle oltre lo Stretto in Sicilia. Sulle sue dichiarazioni poggiava il lavoro del sostituto Gianfranco Donadio, allora incaricato dal presidente del Senato Piero Grasso di fare luce sulle indagini riferite alle stragi del '92 e '93, in particolare sul ruolo che avrebbero ricoperto elementi riconducibili ai servizi segreti e ad ambienti “deviati” dello Stato. Lo Giudice, nel memoriale, aveva accusato proprio Donadio di averlo costretto a fare nomi di persone a lui sconosciute, tra cui anche quello di “faccia di mostro”. Il superprocuratore Franco Roberti, il 6 settembre 2013, aveva avocato su di sé le indagini. Poi ci fu una misteriosa fuga di notizie sulle colonne de Il Sole 24 ore e L’Ora della Calabria in merito al resoconto di due riunioni nel quale il pm aveva esposto gli sviluppi di un’indagine. Sarà solo a settembre 2014 che il pentito 'ndranghetista chiarirà il perchè del suo agire, spiegando ai pm di aver "iniziato a ricevere strane visite a Macerata, la località segreta in cui vivevo. Un giorno, due mesi dopo l’incontro con Donadio, mi vennero a trovare due uomini in borghese che si qualificarono come carabinieri. Pensai subito che fossero dei servizi". In seguito, proseguiva Lo Giudice, "mi portarono fuori città" dove "c’erano altri due uomini ad aspettarmi. A parlarmi fu uno, testa rasata e accento laziale. Sapeva che avevo parlato di Aiello e mi disse di stare attento a toccare certi argomenti, soprattutto in futuro. Io risposi che avevo una registrazione in cui smentivo tutto. Loro vennero a casa e gliele consegnai”. Ora il collaboratore confermerebbe di aver riferito a Donadio solo circostanze veritiere, aggiungendo poi altri dettagli su "faccia da mostro": "Pietro Scotto mi parlò di Aiello come di un calabrese con la faccia bruciata, coinvolto nella strage di via d’Amelio. Disse che era stato mandato dai servizi deviati per far saltare Borsellino. Anche Scotto e suo fratello avevano partecipato alla strage ma il pulsante, a suo dire, venne premuto da Aiello. Io lo conobbi personalmente anni dopo. Mi fu presentato dal capitano Saverio Spadaro Tracuzzi (condannato in appello a 10 di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa,ndr) che ne parlava come di un collega. Mi disse che era uno dei servizi, che si erano conosciuti in Sicilia perché Aiello aveva contatti con Cosa nostra. Io, pensando al racconto di Pietro Scotto, lo riconobbi dalla faccia bruciata”. “La seconda volta - continuava - Aiello venne a trovarmi nel 2007. Era insieme a una donna bionda, con accento calabrese, che mi presentò come Antonella” e in seguito “Aiello mi confermò quello che avevo saputo su di lui all’Asinara. Disse che a Palermo aveva fatto anche altre cose, fra cui aver ucciso l’agente Agostino”. Anche per queste dichiarazioni Lo Giudice è stato recentemente sentito dal pm di Palermo Nino Di Matteo. Ed è proprio per l'omicidio Agostino che oggi lo stesso Aiello è indagato a Palermo assieme ai boss Gaetano Scotto e Antonino Madonia. Vincenzo, padre di Nino Agostino, pochi mesi ha riconosciuto "faccia da mostro" in Aiello, durante un confronto all'americana nel quale ha confermato che si tratta dello stesso personaggio presentatosi a casa sua pochi giorni prima dell'omicidio chiedendo del figlio. Lo Giudice nelle sue dichiarazioni parla di Aiello anche in riferimento all'assassinio del commissario Ninni Cassarà, datato 6 agosto 1985, alla barbara uccisione del piccolo Claudio Domino (colpito da proiettili a 11 anni), al fallito attentato all'Addaura e alla strage di Capaci, entrambi contro il giudice Giovanni Falcone. "Il nano", tra l'altro, è il solo a dichiarare di aver ricevuto "di prima mano" le parole confidenziali di Aiello. Ma altri ex mafiosi di Cosa nostra parlano di "faccia da mostro" dichiarando che “frequentava Fondo Pipitone” a Palermo (feudo della famiglia mafiosa dei Galatolo, ndr) e che era “a disposizione della mafia anche per compiere omicidi”.

«Io prete, vi ricordo mio padre: giudice ucciso da Riina e dimenticato da tutti». Padre Giuseppe, prete a Imola, è il figlio di Alberto Giacomelli, giudice ucciso a Trapani il 14 settembre del 1988 su ordine di Totò Riina: «Mio padre non ha nulla di meno di altri magistrati uccisi dalla mafia», scrive Nino Luca l'11 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". «Il coraggio di una firma». Questo potrebbe essere il titolo di un libro dedicato al magistrato Alberto Giacomelli. Ma quel libro non è stato mai scritto. Nessuno l’ha potuto leggere. Nessuno ci ha pensato. Anche per questo il vile omicidio di Alberto Giacomelli è caduto nell’oblio, in mezzo ai tanti morti negli anni di fuoco della lotta tra Stato e Cosa nostra. Trovare una foto di Alberto Giacomelli su internet è una impresa. Un solo video, di un vecchio Tg Rai, racconta la sua morte. Una mattina come tante, quella del 14 settembre 1988. Alberto Giacomelli, magistrato, a sua volta figlio di un giudice, è in pensione da quindici mesi. Alle 8 del mattino, saluta la moglie ed esce dalla sua casa padronale immersa tra le palme e i gerani, nelle campagne di Trapani, frazione Locogrande. A bordo della sua Fiat Panda, percorre la strada sterrata, poi svolta a sinistra per immettersi sulla provinciale che conduce in città. Gli assassini, probabilmente due, a bordo di una vespa rally 200, lo attendono nascosti tra gli uliveti. Lo costringono a fermarsi e a scendere dall’auto, poi gli sparano tre colpi con una Taurus, calibro 38, con matricola abrasa, di fabbricazione brasiliana: alla testa, al cuore e all’addome. Quando muore Alberto Giacomelli ha 69 anni. Nessuna targa in queste strade polverose ne ricorda il sacrificio. Nel 1985 Giacomelli, presidente della sezione del tribunale di Trapani «Misure di prevenzione», aveva disposto il sequestro di una villetta e dei relativi terreni a Mazara del Vallo. Beni riconducibili a Gaetano Riina, fratello del capomafia corleonese Salvatore Riina. La sua firma doverosa sul documento di confisca derivava da una delle prime sentenze di applicazione della legge «Rognoni -La Torre». Giacomelli aveva compiuto il suo dovere di giudice. Due anni dopo i Riina impugnarono il sequestro. Gaetano, fratello per più famoso capo dei capi, cercò di mantenere il possesso della casa facendosi nominare «affidatario». Ma un’altra sentenza, di altri giudici, confermò la confisca decisa da Giacomelli. L’anno dopo la «vendetta» fu consumata. «Giacomelli - svelò il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori - fu ammazzato per “una questione di famiglia”. Non famiglia “Cosa nostra” ma “famiglia di sangue”». Dopo 14 anni di depistaggi, il 28 marzo 2002, Totò Riina viene condannato all’ergastolo per esserne stato il mandante. La sentenza definitiva il 12 marzo 2003.Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani è stato assolto. I killer non sono stati mai individuati con certezza. Quello di Alberto Giacomelli resta l’unico caso di omicidio di un magistrato in pensione nella storia d’Italia. La sua firma di servitore dello Stato, lo condannò a morte. A distanza di 28 anni, il figlio Giuseppe, sacerdote a Imola, ha voglia di raccontare la storia del padre. Innanzitutto perché la sua figura rischia di essere dimenticata dallo Stato e dall’opinione pubblica. Poi, per ristabilire la verità, quella verità troppe volte «mascariata» (macchiata) da falsi pentiti: «Giocava alle corse clandestine di cavalli organizzate a Locogrande», si disse. Oppure: «Bisogna indagare nelle sue proprietà terriere...». Tutto falso. Un anno prima, sconosciuti avevano bruciato la villa dei Giacomelli a Custonaci: «La casa si riempì di fumo - racconta padre Giuseppe - ma allora non abbiamo dato peso eccessivo all’episodio. Mio padre riceveva qualche telefonata di minacce... ma lui riattaccava senza raccontare nulla». Oggi padre Giuseppe reclama per la propria famiglia il riconoscimento di vittima della mafia. «Il rammarico più grande - afferma dalla sacrestia della chiesa del Pio Suffragio di Imola - è l’oblio in cui è caduto l’omicidio, quasi ci fossero vittime eccellenti ed altre meno. Non c’è una gerarchia delle vittime della mafia. Lui si sentiva in missione, mandato dallo Stato per applicare la giustizia. Ed è morto da servitore dello Stato. Di fronte ad un uomo così, perché questo silenzio?».

Altre ombre sulla mancata cattura di Provenzano e Messina Denaro, scrive “Articolo 3”. Dalle dichiarazioni del generale Nicolò Gebbia, oggi in quiescenza, che dice di essersi accorto di essere stato “preso in giro e condotto per il naso verso direzioni che non erano quelle che avrebbero potuto assicurare alla giustizia i principali latitanti di mafia”, alle dichiarazioni di una decina di ufficiali e sottufficiali dei carabinieri che hanno parlato di una serie di fatti che hanno impedito di svolgere adeguate indagini. Elementi che si aggiungono alle denunce dei due sottufficiali, Saverio Masi, oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo, e Salvatore Fiducia (indagati a loro volta per calunnia), nei confronti di cinque ufficiali accusati di avere ostacolato la cattura di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro negli anni che vanno dal 2001 al 2008. A riportare la notizia è oggi il Fatto Quotidiano che evidenzia come per tutti, “denuncianti e denunciati, la procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione, ritenendo non riscontrati i fatti perché avvenuti alla sola presenza dei protagonisti”. Eppure all’interno del fascicolo si parlerebbe di intercettazioni improvvisamente interrotte, pedinamenti negati, e risulterebbe anche una sparizione di un file con notizie sui latitanti nei computer investigativi (sparizione denunciata alla polizia postale e archiviata perché ritenuta uno scherzo). Inoltre si parlerebbe persino diuna microspia trovata dentro una gazzella. Tutti episodi che sarebbero avvenuti nel periodo in cui il reparto di investigatori della Carini era guidato dal colonnello Gianmarco Sottili. Secondo quanto riportato dal quotidiano vi sarebbero anche riscontri come nel caso del mancato sequestro di un computer a casa dell’ex consigliere provinciale Udc, Giovanni Tomasino, che il capitano Vincenzo Nicoletti ritenne di non sequestrare. Sarebbe stato quest’ultimo a rivolgersi a Masi facendo intendere che Provenzano non si doveva catturare (“Noi non abbiamo al- cuna intenzione di prendere Provenzano. Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo…”).

Il maresciallo Saverio Masi: "Ho visto Matteo Messina Denaro". L'attuale capo scorta di Di Matteo ai pm: "La caccia a Provenzano? È stata ostacolata", scrive “Live Sicilia” l’8 settembre 2016.  La pagina controversa delle indagini per la cattura di Bernardo Provenzano è stata rivisitata al processo per la trattativa Stato-mafia attraverso l'audizione del maresciallo Saverio Masi, attualmente capo della scorta del pm Nino Di Matteo. Masi, che è stato condannato recentemente per falso ideologico a sei mesi di reclusione, ha parlato soprattutto degli ostacoli creati, a suo dire, da alcuni ufficiali del gruppo dei carabinieri di Palermo rispetto alle sue iniziative investigative nella caccia a Provenzano e a Matteo Messina Denaro. Masi, che all'epoca dei fatti era in servizio alla sezione antirapine, ha ripetuto fatti già raccontati in altri processi. Ha quindi riferito che le sue iniziative non incontravano il sostegno della "scala gerarchica" soprattutto nella fase culminante degli appostamenti nelle campagne di Mezzojuso in cui si pensava che si trovasse il covo di Provenzano. A Masi sarebbero state create difficoltà e gli sarebbe stato impedito con un pretesto di piazzare una telecamera per tenere costantemente sotto controllo il casolare. Alla fine l'operazione venne abbandonata. Un ufficiale gli avrebbe detto: "Non abbiamo intenzione di catturare Provenzano. Non rompere più i c...". Oltre alla mancata cattura di Provenzano, Masi si è a lungo soffermato sui contrasti tra ufficiali del gruppo di Palermo, tra cui i colonnelli Giammarco Sottili e Antonello Angeli. Le divergenze, che sarebbero state non solo verbali ma anche "fisiche", covavano in silenzio ma sarebbero esplose in occasione di una perquisizione in casa di Massimo Ciancimino. Il colonnello Angeli avrebbe trovato copia del "papello" con le richieste della mafia per fermare le stragi. Ma il documento non sarebbe stato sequestrato. Al telefono Sottili avrebbe detto che non era necessario acquisirlo "perché già lo abbiamo". Masi ha riferito che Angeli aveva intenzione di sollevare il caso con una campagna di stampa. Ne parlarono in due incontri "all'oscuro dei superiori" ma poi la campagna non partì perché il giornalista contattato non diede la sua disponibilità. Da quel momento, ha detto Masi, Angeli cambiò atteggiamento. Non si fece neppure rintracciare. Masi è stato sentito come imputato di reato connesso su denuncia degli ufficiali chiamati in causa ma una settimana fa, ha precisato il pm Vittorio Teresi, la Procura ha chiesto l'archiviazione del procedimento. "Lo guardai in faccia e lo riconobbi". Era il 2004 quando il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi avrebbe incontrato in una strada di Bagheria (Palermo) l'ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Di quell'incontro - di cui informò i superiori solo dopo alcuni giorni - Masi conserva un nitido ricordo e ne ha parlato al processo per la trattativa Stato-mafia, ribadendo quanto già dichiarato in passato. In auto, fuori servizio, Masi incrociò un'altra vettura ferma davanti a una villa con il proprietario che stava aprendo il cancello. Nel superarlo, dopo una piccola manovra, Masi guardò il conducente. "Era identico - ha detto - al fotofit di Messina Denaro pubblicato in quei giorni dai giornali". Non avvertì i suoi superiori con i quali era in cattivi rapporti ma una persona che non trovò più l'auto segnalata. Masi non si fermò. Avrebbe fatto indagini in prima persona: piazzò una telecamera davanti alla villa e identificò il proprietario originario di Castelvetrano, il paese di Messina Denaro. Avrebbe pure fermato l'attenzione su un giro persone riconducibili al boss più ricercato d'Italia. Solo dopo alcuni giorni Masi presentò una relazione di servizio che, in alcune parti, alcuni ufficiali gli avrebbero chiesto di purgare. E solo nel 2010, quando i contrasti con i superiori erano esplosi con uno scambio di denunce, Masi ha tirato fuori la relazione originale che oggi è stata prodotta in udienza dal pm Vittorio Teresi.

Mafia: Saverio Masi, ostacolato per cattura Provenzano e Messina Denaro, scrive l'8 settembre 2016 “Il Foglio”. (AdnKronos). Nel periodo precedente all'arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano "fui ostacolato nella ricerca a la cattura di boss latitanti come Provenzano e Matteo Messina Denaro". E' la denuncia del maresciallo dei Carabinieri, Saverio Masi, capo scorta del pm Antonino Di Matteo, nel corso della sua deposizione al processo sulla trattativa tra Stato e mafia all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Il sottufficiale dell'Arma, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, racconta di "problemi avuti con i superiori sulla cattura di Provenzano". Aveva così chiesto "prima dell'arresto di Provenzano" un incontro con l'allora capitano dei Carabinieri Antonello Angeli "perché avevo saputo che anche lui aveva avuto un trattamento simile". In particolare, critica gli ex vertici del Nucleo operativo di Palermo, Giammarco Sottili e Francesco Gosciu. "Angeli aveva avuto dei problemi a causa di una indagine che riguardava le vicende investigative di Massimo Ciancimino, soprattutto una vicenda che riguardava una perquisizione a casa di Ciancimino". Tutto ruota attorno alla perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005, quando l'allora capitano Angeli avrebbe rinvenuto "in soffitta" il cosiddetto 'papello' di Totò Riina contenente le dodici richieste del boss allo Stato. "Quando informò i suoi superiori questi gli ordinarono di 'non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano'", dice. "C'erano specifiche richieste in relazione a una trattativa tra Stato e mafia - dice ancora Masi - Sottili disse ad Angeli di lasciarlo lì perché già lo avevano. Ma Angeli mi disse che non ce l'avevano il papello. Mi disse anche che rimase esterrefatto dalla risposta di Sottili. Si aspettò la immediata presenza di Sottili. Invece, niente. Così, per salvaguardare la sua persona aveva fatto fotocopiare la documentazione che Sottili non voleva venisse spostata. Mandò uno dei suoi carabinieri di fare le fotocopie di nascosto degli altri suoi colleghi del Reparto operativo". "Ci siamo incontrati con Angeli di nascosto dai nostri superiori a Palermo, dopo che lui era stato trasferito a Roma - dice - Mi disse che era preoccupato perché volevano avviare una pratica sulla sua salute mentale, e avviarlo a visita psichiatrica, e lui dopo un incontro con Sottili capì che era meglio lasciare perdere e chiese il trasferimento a Roma". E continua a raccontare: "Io ero stato allontanato dalle attività investigative di un altro latitante, Matteo Messina Denaro - spiega - non fidandomi della mia scala gerarchica mi auguravo che ci fosse un ricambio, mi avevano fatto mobbing senza darmi la possibilità di cercare latitanti". Successivamente Masi e Angeli provarono "a fare pubblicare le nostre vicende da un giornale nazionale, in modo che l'autorità giudiziaria ci potesse chiamare per confermare le nostre vicende". "Cercammo un giornalista che avesse credibilità superiore e con un certa caratura. Concordammo quindi sul nome di Saverio lodato dell'Unità". Ma non se ne fece niente. "Io dopo continuai a cercare Angeli ma non si fece più trovare". Il maresciallo Saverio Masi, di recente condannato a sei mesi di reclusione per falso ideologico, racconta poi delle difficoltà che avrebbe incontrato negli appostamenti di un casolare per la ricerca del boss Provenzano. I suoi superiori gli avrebbero impedito di piazzare delle telecamere nel casolare che, ad avviso di Masi, avrebbe potuto essere il covo dell'allora latitante Provenzano. Alla fine l'operazione non si fece più. Masi viene sentito come indagato di reato connesso perché indagato per calunnia nei confronti di Sottili e altri ufficiali dei carabinieri. Ma all'inizio di settembre la Procura ha chiesto l'archiviazione.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

Se questa è democrazia… 

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti.

I liberali sono una parte politica atea e senza ideologia. Credono solo nella libertà, il loro principio fondante ed unico, che vieta il necessario e permette tutto a tutti, consentendo ai poveri, se capaci, di diventare ricchi. Io sono un liberale ed i liberali, sin dall’avvento del socialismo, sono mal tollerati perché contro lobbies e caste di incapaci. Con loro si avrebbe la meritocrazia, ma sono osteggiati dai giornalisti che ne inibiscono la visibilità.

I popolari (o populisti) sono la maggiore forza politica fondata sull’ipocrisia e sulle confessioni religiose. Vietano tutto, ma, allo stesso tempo, perdonano tutto, permettendo, di fatto, tutto a tutti. Sono l’emblema del gattopardismo. Con loro non cambia mai niente. Loro sono l’emblema del familismo, della raccomandazione e della corruzione, forte merce di scambio alle elezioni. Si infiltrano spesso in altre fazioni politiche impedendone le loro peculiari politiche ed agevolano il voltagabbanesimo.

I socialisti (fascisti e derivati; comunisti e derivati) sono una forza politica ideologica e confessionale di natura scissionista e frammentista e falsamente moralista, a carattere demagogico ed ipocrita. Cattivi, invidiosi e vendicativi. La loro confessione, più che ideologia, si fonda sul lavoro, sulle tasse e sul fisco. Rappresenterebbe la classe sociale meno abbiente. Illude i poveri di volerli aiutare, carpendone i voti fiduciari, ma, di fatto, impedisce loro la scalata sociale, livellando in basso la società civile, verso un progressivo decadimento, in quanto vieta tutto a tutti, condanna tutto e tutti, tranne a se stessi. Si caratterizzano dalla abnorme produzione normativa di divieti e sanzioni, allargando in modo spropositato il tema della legalità, e dal monopolio culturale. Con loro cambierebbe in peggio, in quanto inibiscono ogni iniziativa economica e culturale, perché, senza volerlo si vivrebbe nell’illegalità, ignorando, senza colpa, un loro dettato legislativo, incorrendo in inevitabili sanzioni, poste a sostentare il parassitismo statale con la prolificazione di enti e organi di controllo e con l’allargamento dell’apparato amministrativo pubblico. L’idea socialista ha infestato le politiche comunitarie europee.

Per il poltronificio l’ortodossia ideologica ha ceduto alla promiscuità ed ha partorito un sistema spurio e depravato, producendo immobilismo, oppressione fiscale, corruzione e raccomandazione, giustizialismo ed odio/razzismo territoriale.

La gente non va a votare perché il giornalismo prezzolato e raccomandato propaganda i vecchi tromboni e la vecchia politica, impedendo la visibilità alle nuove idee progressiste. La Stampa e la tv nasconde l’odio della gente verso questi politici. Propagandano come democratica l’elezione di un Parlamento votato dalla metà degli elettori Ed un terzo di questo Parlamento è formato da un movimento di protesta. Quindi avremo un Governo di amministratori (e non di governanti) che rappresenta solo la promiscuità, e la loro riconoscente parte amicale, ed estremamente minoritaria. 

Se questa è democraziaQuesto non lo dico io…Giorgio Gaber: In un tempo senza ideali nè utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...Testo Destra-Sinistra - 1995/1996

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

quasi tutte le canzoni son di destra

se annoiano son di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po’ di destra

ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate

è da scemi più che di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po’ di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La patata per natura è di sinistra

spappolata nel purè è di destra

la pisciata in compagnia é di sinistra

il cesso é sempre in fondo a destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po’ di destra

mentre i fiumi tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione l’ossessione della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera é di destra

la nutella é ancora di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La tangente per natura è di destra

col consenso di chi sta a sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po’ degli anni '20 un po’ romano

è da stronzi oltre che di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia 

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c’è

se c'é chissà dov'è se c'é chissà dov'é.

Canticchiar con la chitarra è di sinistra

con il karaoke è di destra

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze é più che mai di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

Son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è a destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po’ più di destra

ma un figone resta sempre un’attrazione

che va bene per sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa é nostra

é evidente che la gente é poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra 

Destra sinistra

Basta!

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero.

E comunque non siamo i soli a dirlo…Rino Gaetano Nuntereggae più, 1978.

Nuntereggae più

Abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè con le canzoni

senza fatti e soluzioni

la castità (NUNTEREGGAEPIU')

la verginità (NUNTEREGGAEPIU')

la sposa in bianco, il maschio forte

i ministri puliti, i buffoni di corte

ladri di polli

super pensioni (NUNTEREGGAEPIU')

ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori

diete politicizzate

evasori legalizzati (NUNTEREGGAEPIU')

auto blu

sangue blu

cieli blu

amore blu

rock and blues

NUNTEREGGAEPIU'

Eja alalà (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi (NUNTEREGGAEPIU')

dc dc (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi pli pri

dc dc dc dc

Cazzaniga (NUNTEREGGAEPIU')

Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli

Susanna Agnelli, Monti, Pirelli

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli (NUNTEREGGAEPIU')

Gianni Brera (NUNTEREGGAEPIU')

Bearzot (NUNTEREGGAEPIU')

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno

Villaggio, Raffa, Guccini

onorevole eccellenza, cavaliere senatore

nobildonna, eminenza, monsignore

vossia, cherie, mon amour

NUNTEREGGAEPIU'

Immunità parlamentare (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè

il numero 5 sta in panchina

s'è alzato male stamattina

mi sia consentito dire (NUNTEREGGAEPIU')

il nostro è un partito serio

disponibile al confronto

nella misura in cui

alternativo

aliena ogni compromess

ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

ci sarà la ress

se quest'estate andremo al mare

solo i soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia

dove sei tu? non m'ami più?

dove sei tu? io voglio tu

soltanto tu dove sei tu?

NUNTEREGGAEPIU'

Uè paisà (NUNTEREGGAEPIU')

il bricolage (NUNTEREGGAEPIU')

il quindici-diciotto

il prosciutto cotto

il quarantotto

il sessantotto

le pitrentotto

sulla spiaggia di Capocotta

(Cartier Cardin Gucci)

Portobello e illusioni

lotteria trecento milioni

mentre il popolo si gratta

a dama c'è chi fa la patta

a settemezzo c'ho la matta

mentre vedo tanta gente

che non c'ha l'acqua corrente

non c'ha niente

ma chi me sente

ma chi me sente

e allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

ci giurerei

sei meglio tu

che bella sei

che bella sei

NUNTEREGGAEPIU'

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad arrivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Caso Bellomo, le forti parole di Filippo Facci dopo le testimonianze delle allieve, scrive robertogp il 28/12/2017 su "NewNotizie.it". Come redazione di ‘NewNotizie.it‘ abbiamo preferito non parlare della pietosa vicenda riguardante il consigliere di Stato Francesco Bellomo, il quale si trova adesso indagato dalla procura di Bari, Milano e Piacenza per estorsione, atti persecutori e lesioni gravi. In breve, Francesco Bellomo, consigliere di Stato nonché magistrato, conduceva dei corsi volti ad affrontare al meglio l’esame di accesso alla magistratura; l’accusa rivoltagli negli ultimi giorni si precisa in diverse testimonianze di allieve o ex allieve che accusano l’uomo di alcune clausole molto particolari presenti nel contratto d’iscrizione ai suoi corsi. Veniva ad esempio richiesto alle studentesse di recarsi al corso truccate, con tacchi alti, minigonna e altre peculiarità espresse nel dettaglio all’interno del contratto. Altre bizzarre clausole erano presenti nel foglio da firmare, quali ad esempio che il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo o addirittura la revoca della borsa di studio in caso di matrimonio. Filippo Facci, giornalista di ‘Libero Quotidiano‘ ha espresso il suo parere riguardo la vicenda sostenendo che le allieve che hanno sporto denuncia abbiano “una fisiologica propensione a essere zoccole (auguri per qualsiasi carriera) oppure siano troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato”. Seppur i toni siano decisamente sopra le righe, Facci spiega con tre motivazioni il perché di una frase così forte: “Il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l’ esame per magistrato; i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi e infine, alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso”. Facci ricorda infine che “l’ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali”. Mario Barba

Filippo Facci per Libero Quotidiano il 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

La precarietà dei giornalisti invisibili, scrive il 16 dicembre 2017 Valentina Tatti Tonni su "Articolo 21". Al pari degli altri danno senso alla verità, ma non sono retribuiti e il loro lavoro non è riconosciuto. In Italia c’è un sistema, perlopiù marcio che le cronache ben conoscono. In Italia per conoscere e volendo tutelare l’esercizio di una professione, c’è bisogno di un Ordine di categoria che come una grande impresa regoli gli iscritti con un badge (tessera di riconoscimento) e un’imposta annuale. Potranno lavorare in modo “regolare” solo i soci onorari dell’impresa. Tutti gli altri si sentiranno o saranno, poco labile la differenza, cittadini fuorilegge che svolgono una professione che non gli compete. C’è una diffusa credenza, falsa per il resto del mondo nel quale non esiste alcun Ordine perentorio e nel quale si è quello che si fa, che si diventi professionista solo entrando in possesso di questo magico libretto, lungi la riconoscenza che avrebbe potuto avere Joseph Pulitzer in assenza. Giornalista ed editore puro americano, di certo non si sarebbe sentito meno rispetto a un qualunque collega italiano. L’Italia dunque è una Repubblica fondata sul lavoro circoscritto a pochi eletti. I restanti fuori da questa ristretta cerchia, passano l’esistenza tra un contratto e un lavoro in nero. Nero come la borsa in tempo di guerra. Con un fazzoletto di volontà ben ripiegato nella tasca della giacca, nella loro mente sanno di essere buoni giornalisti ma si potrebbe affermare in loro l’idea di non essere considerati uguali dagli altri colleghi, non tanto per la giacca quanto per i diritti che si nascondono sotto. “Come hai fatto ad accettare un lavoro nero e sporcare così la professione?” si sentirà chiedere con astio, con tutte le colpe rovesciate in capo. E’ vero, avrebbe potuto non accettare e non avere alcuna visibilità, smettere di cercare l’opportunità giusta anche se spesso questo significherà ripiegare la passione e l’istinto. Avrebbe potuto vendere il suo ideale e il suo buon cuore al miglior offerente, barattare il pensiero prima che potesse giurare la sua lealtà alla Costituzione e alla deontologia. Avrebbe persino potuto evitare qualunque interferenza con la parola, sì, ma cosa sarebbe diventato senza la sua identità a contatto con la pelle? Non è giusto fare generalizzazioni. Esistono persone che sono riuscite nel loro intento, pur non avendo parenti o amici pronti a soccorrerli e indirizzarli. Sono riusciti a imboccare una strada e arrivare fino al traguardo senza scuole di giornalismo né aiuti di sorta. Tuttavia ogni persona ha una sua storia, ed è per questo presumo che il legislatore abbia voluto una legge costruita per assistere la professione, che prevedesse le sue problematiche e tentasse di risolverle. La precarietà in questo senso duplice è una di queste problematiche. E’ precario il lavoratore con un contratto provvisorio di cui si ci si attenda un cambiamento e dunque alla quotidianità vi si leghi un’aspettativa e un’ansia maggiore, ma è precario anche quel lavoratore d’altro canto minacciato per il suo operato o in alternativa imputato dinnanzi a una Corte composta di suoi pari che lo giudicheranno “colpevole di Giornalismo”. La condanna è la derisione ma non è possibile schierarsi per ricevere una miglior difesa, poiché da tale imputazione non ci si macchia per assenso generale ma per comportamento. Queste leggi approvate per rendere la precarietà meno illegale di fatto favoriscono l’incongruenza della disparità, non rendendo alcun merito a chi di questo lavoro ha fatto il suo mantra e la sua missione. Accedere a questo lavoro dovrebbe essere una possibilità, non un privilegio. E invece, le possibilità per accedervi sono ad oggi esclusive: frequentazione di una scuola biennale, il praticantato o la pubblicazione di un numero di articoli firmati e stipendiati in modo continuativo, queste le alternative per accedere alla professione. Il problema però è che a dispetto di dieci anni fa, la continuità è una chimera, così come il contratto, il pagamento, il praticantato, per una grande fetta di imprese editoriali presenti sul territorio non è neanche un’opzione. Va da sé che, esclusa la parentela e una dose di fortuna, il giornalismo resti un mondo a sé stante dove non tutti quelli che vogliono entrarvi a far parte ci riescono e, sia detto che, spesso, non è per mancanza di volontà ma a causa della privazione di tutta una serie di cose, come il fatto che sembra non esista più il mentore che ti dica: “Questo pezzo fa schifo, riscrivilo” e da queste sole piccole parole ti trasmetta il suo sapere e mantenga in te il coraggio di tentare. No, oggi il sapere è inserito dentro un cassetto elettronico, sterile e senza spessore umano. Così quella che si gioca è una corsa a ostacoli per vincere la penna d’oro, una corsa nella quale la competitività va a braccetto con la desolante paura di non essere abbastanza. Essendo l’Ordine un ente pubblico che gestisce l’albo associativo dei giornalisti italiani, dal 1963 anno della sua fondazione obbliga chiunque voglia intraprendere la professione a iscriversi e rispettare le sue leggi. Chiunque altro operi da freelance, non iscritto ad alcun registro, pur rispettando le leggi dell’albo cui vorrebbe appartenere per una forma di dipendenza, istiga tutti alla verità ma è un fuorilegge a tutti gli effetti. Se scrive o filma con cognizione lo può fare solo con le dovute precauzioni da cittadino, allargando così sotto di sé la piaga della casta. Può paragonarsi a un abile narratore, ma se vuole sfruttare la pazienza e l’insegnamento di un giornalista la cui realtà si misura con il badge di inserimento deve rischiare un ruolo che si sente addosso ma che non ha. Appartengono a questa fascia di professionisti, i giornalisti invisibili che vivono anni in un limbo fatto di sacrifici. Se lavorano in nero non è per compiacenza ma per necessità, e anzi, sapendo che prima o poi qualcuno potrebbe accorgersi del loro “stato temporaneo”, quasi in attesa trepidante di un visto speciale, sfoderano dalla penna o dalla telecamera un rigoroso senso morale e critico per ovviare al senso di manifesta inadeguatezza nella quale l’Ordine ci colloca. Se è lecito che non tutti si improvvisino del mestiere, che allo stesso modo verrebbe il dubbio del buon operato se un calzolaio si mettesse di punto in bianco a vendere viaggi, diverso sarebbe il caso di un calzolaio che in seguito a dovuti studi e approfondimenti abbia scoperto che è la pianificazione e la vendita del viaggio per conto terzi a rendere la sua vita migliore, sarebbe allora questo il modo per riconoscergli la possibilità di cambiare. Il giornalista invisibile, ugualmente, non può invece essere riconosciuto per l’inosservanza di un iter burocratico e la sua vita dovrà essere vincolata, senza per questo smettere di dare un senso alla verità rischiando tutto quello che gli basterebbe oltrepassare il confine per essere.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Paradosso sanità: il Sud paga più tasse perché i pazienti devono andare al Nord per curarsi. La mobilità sanitaria passiva ha un impatto enorme sui bilanci delle strutture meridionali. E le Regioni così devono aumentare le aliquote e chiudere strutture, scrive Gloria Riva il 18 gennaio 2018 su "L'Espresso". La distanza fra Catanzaro e Milano la si può calcolare in chilometri, sono 1.159, o in anni di vita in meno, che sono quattro. E in generale la prospettiva di vita in Calabria è molto più simile a quella di Romania o Bulgaria, mentre al Nord si sta come in Svezia. Tutto questo nonostante i cittadini del settentrione spendano in media 1.961 euro a testa per la sanità pubblica, quelli del Sud 1.799 e quelli del Centro 1.928 euro. Insomma, i quattrini da sborsare sono più o meno gli stessi, ma c'è un divario di assistenza sanitaria. Torniamo in Calabria: qui ogni cittadino sborsa 1.875 euro l'anno per la sanità pubblica, di cui 126 euro se ne vanno per pagare il conto presentato da altre Regioni, spesso del Nord, dove i compaesani calabresi sono andati a curarsi. Già, perché nel 2016 il 40,7 per cento dei malati di cancro della Calabria ha scelto l'ospedale di un'altra regione per curarsi. Dall'altro lato la Lombardia ha visto arrivare da fuori regione quasi 17 mila malati oncologici nei propri ospedali. Quell'immigrazione sanitaria consente ai lombardi di spendere “solo” 1.877 euro per una sanità d'eccellenza, risparmiandone 54, pagati appunti dai migranti in cerca di cure. Francesco Masotti è un dirigente sanitario dell'azienda sanitaria provinciale di Cosenza ed è anche segretario della Cgil Medici, a L'Espresso racconta la storia del commissariamento della sanità calabrese, iniziato nel 2010 e mai terminato: «Siamo al terzo piano di rientro e pare che i conti siano in peggioramento di oltre 30 milioni di euro», tutta colpa di inaspettate poste in bilancio che il commissario Massimo Scura si trova a dover contabilizzare per via di dimenticati debiti pregressi, contenziosi finanziari risalenti a 10 anni fa, recuperi di tariffe mai ritoccate ed esplose in questi ultimi anni, e poi saldi per la mobilità passiva. Rieccola, la mobilità passiva, il grande buco che attanaglia la sanità calabrese e non solo, che da sola si mangia il 65 per cento delle finanze locali. Secondo il rapporto Cergas Bocconi sullo stato di salute del Sistema Sanitario Nazionale, la Calabria da sola genera l'otto per cento dei viaggi sanitari verso altre regioni e un paziente su sei si ricovera fuori regione generando un debito per le tasche dei calabresi di 304 milioni. Una voragine. Succede perché il conto delle cure negli ospedali del Nord viene presentato alla regione Calabria. E visto che l'Italia da 17 anni si è dotata di un sistema federale per la sanità, ogni Regione, attraverso l'Irpef e l'Irap, cioè le tasse pagate dai lavoratori e dalle aziende, deve riuscire a coprire le spese per curare i propri cittadini. Ma non tutte ce la fanno. Va da sé che le Regioni con meno occupazione e povere di industria sono entrate subito in affanno e i sistemi sanitari locali sono stati ben presto commissariati. Per rimettersi in sesto, s'è provveduto a chiudere gli ospedali, ridurre i posti letto e bloccare l'assunzione di nuovi medici e infermieri, al punto che in queste regioni il personale è crollato del 15 per cento. Lo stesso è successo per i livelli essenziali di assistenza: «Il dato della Campania è davvero allarmante perché, rispetto al 2014 le performance si sono ridotte di oltre 30 punti. Ma ci sono peggioramenti anche in Puglia, Molise e Sicilia», si legge nell'indagine Cergas Bocconi, che continua spiegando come il piano di risanamento dei conti della sanità sia ancora in atto in cinque Regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e il Lazio che dovrebbe presto uscirne dopo un decennio lacrime e sangue. Mentre la Calabria sembra lontanissima dal traguardo e «ci apprestiamo a entrare nel quarto programma di rientro. Il che significa altri tagli per il sistema sanitario calabrese, già ridotto all'osso. Ne usciremo mai?», si domanda Masotti, che spiega come il disavanzo venga pagato con un aumento delle tasse, dell'Irap e dell'Irpef. Arrivando a situazioni assurde, per cui un operaio di Varese versa l'1,58 di aliquota Irpef per la sanità, il suo collega di Gioia Tauro paga di più, l'1,73, ma poi «va in Lombardia a curarsi». Anche perché in Campania negli 10 anni sono andati in pensione 4.500 operatori - medici e infermieri - mai sostituiti. Ed è stata predisposta la chiusura di una miriade di piccoli ospedali, «a cui nessuno si è opposto, perché tutti ritenevamo fossero pericolosi per il cittadino e per gli operatori sanitari», dice il medico, che aggiunge: «Quei luoghi di cura non sono mai stati riconvertiti in presidi per il territorio». Insomma, la Calabria si trova nel limbo e secondo Masotti «poco o nulla è stato fatto, nonostante un progetto già finanziato dalla comunità e partito sei anni fa, per la costruzione di 20 Case della salute. Solo una è stata realizzata», afferma Masotti. Dunque, se prima del commissariamento la sanità calabrese era costosa perché vaporizzata in una miriade di piccoli ospedali poco efficienti, dopo la stretta economica è andata anche peggio, perché all'inefficienza si è aggiunta la penuria di strutture e di personale. Così i cittadini hanno perso qualsiasi fiducia nell'assistenza locale, hanno fatto le valigie e scelto di andarsi a curare altrove. Il paradosso è che tutto questo ha un costo altissimo per le aziende del territorio, «che per coprire i conti in rosso della sanità devono pagare più tasse che altrove». Infatti in Calabria, ma anche in altre Regioni come Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Sicilia le aziende pagano più del 3,9 per cento di Irap. E anche il bollo auto, in molte di queste zone, costa più che al Nord. Insomma, più tasse e meno servizi. Il tipico cane che si morde la coda.

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

“La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

Intervista al sociologo storico Antonio Giangrande, autore di un centinaio di saggi che parlano di questa Italia contemporanea, analizzandone tutte le tematiche, divise per argomenti e per territorio.

Dr Antonio Giangrande di cosa si occupa con i suoi saggi e con la sua web tv?

«Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché dice che “La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

«Libri, 6 italiani su dieci non leggono. In Italia poi si legge sempre meno. Siamo tornati ai livelli del 2001. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". La gente usa esclusivamente i social network per informarsi tramite lo smartphone od il cellulare. Non usa il personal computer perchè non ha la fibra in casa che ti permette di ampliare più comodamente e velocemente la ricerca e l'informazione. La gente, comunque, non va oltre alla lettura di un tweet o di un breve post, molto spesso un fake nato dall'odio o dall'invidia, e lo condivide con i suoi amici. Non verifica o approfondisce la notizia. Non siamo nell'era dell'informazione globale, ma del "passa parola" totale. Di maggiore impatto numerico, invece, è la ricerca sui motori di ricerca, non di un tema o di un argomento di cultura o di interesse generale, ma del proprio nome. Si digita il proprio nome e cognome, racchiuso tra virgolette, per protagonismo e voglia di notorietà e dalla ricerca risulta quanti siti web lo citano. Non si aprono quei siti web per verificare il contenuto. Si fermano sulla prima frase che appare sulla home page di Google o altri motori similari, estrapolata da un contesto complesso ed articolato.  Senza sapere se la citazione è diffamatoria o meritoria o riconducibile all'autore da lì partono querele, richieste di rimozione per diritto all’oblio o addirittura indifferenza».

Ha un esempio da fare sull’impedimento ad informare?

«Esemplari sono le querele e le richieste di rimozione. Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento)».

E sull’indifferenza…

«Le faccio leggere un dialogo tra me e un tizio che mi ha contattato. Uno dei tanti italiani che non si informa, ma usa internet in modo distorto. Uno di quel popolo di cercatori del proprio nome sui motori di ricerca e che vive di tweet e post. Un giorno questo tizio mi chiede “Lei ha scritto quel libro?”

E' un saggio - rispondo io. - L'ho scritto e pubblicato io e lo aggiorno periodicamente. A tal proposito mi sono occupato di lei e di quello che ingiustamente le è capitato, parlandone pubblicamente, come ristoro delle sofferenze subite, pubblicando l'articolo del giornale in cui è stato pubblicato il pezzo. Inserendolo tra le altre testimonianze. Comunque ho scritto anche un libro sul territorio di riferimento. Come posso esserle utile?

“Volevo giusto capire, io mi sono imbattuto per caso nell'articolo, cercando il mio nome... E sotto l'articolo ho visto un link che mi collegava al suo saggio...Capire più che altro perché prendere articoli di giornale su altra gente e farne un saggio... Sono solo curiosità”.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte - spiego io. - I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale. In generale. Dico, in generale: io non esprimo mie opinioni. Prendo gli articoli dei giornali, citando doverosamente la fonte, affinchè non vi sia contestazione da parte dei coglioni citati, che siano essi vittime, o che siano essi carnefici. Perchè deve sapere che i primi a lamentarsi sono proprio le vittime che io difendo attraverso i miei saggi, raccontando tutto quello che si tace.

"Siccome io le ho detto mi sono solo imbattuto per "caso"... Io ho visto questa cosa e sinceramente l'ho letta perché ho visto il mio nome, ma se dovessi prendere il suo saggio e leggerlo non lo farei mai. Perché: Cerco di lavorare ogni giorno con le mie forze. I miei aggiornamenti sono tutt'altro. Faccio tutto il possibile per offrirmi un futuro migliore. Sono sempre impegnato e non riuscirei a fermarmi due minuti per leggere".

Rispetto la sua opinione - rispondo. - Era la mia fino ai trent'anni. Dopo ho deciso che è meglio sapere ed essere che avere. Quando sai, nessuno ti prende per il culo...

"Ma per le cose che mi possono interessare per il mio lavoro e il mio futuro nessuno mi può prendere per il culo ... Poi è normale che in ogni campo ci sia l'esperto…"»

Come commenta...

«Confermo che quando sai, nessuno ti prende per il culo. Quando sai, riconosci chi ti prende per il culo, compreso l’esperto che non sa che a sua volta è stato preso per il culo nella sua preparazione e, di conseguenza sai che l’esperto, consapevole o meno, ti potrà prendere per il culo».

Comunque rimane la soddisfazione di quei quattro italiani su dieci che leggono.

«Sì, ma leggono cosa? I più grandi gruppi editoriali generalisti, sovvenzionati da politica ed economia, non sono credibili, dato la loro partigianeria e faziosità. Basta confrontare i loro articoli antitetici su uno stesso fatto accaduto. Addirittura, spesso si assiste, sulle loro pagine, alla scomparsa dei fatti. Di contro troviamo le piccole testate nel mare del web, con giornalisti coraggiosi, ma che hanno una flebile voce, che nessuno può ascoltare. Ed allora, in queste condizioni, è come se non si avesse letto nulla».

Concludendo?

«La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla...e vota. Nel paese degli Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, i nostri politici sono generatori automatici di promesse (non mantenute), osannati da giornalisti partigiani. Questa gente che non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla, voterà senza sapere che è stata presa per il culo, affidandosi ai cosiddetti esperti. I nostri politici gattopardi sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti»

L'informazione sulla politica? In Italia è troppo di parte (per 6 lettori su 10). I risultati di una ricerca del Pew Research Center di Washington in 38 Paesi: l'Italia è tra gli Stati dove la fiducia nell'imparzialità dell'informazione politica è più bassa. Per sette giovani su 10 è la Rete il luogo principale dove trovare notizie, scrive Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, il 11 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Solo il 36% degli italiani pensa che giornali, televisioni e siti web riportino in modo accurato le diverse posizioni politiche. Tra i Paesi occidentali solo gli spagnoli, con il 33%, e i greci, con il 18%, sono più critici. (In fondo all'articolo, la classifica completa). È uno dei risultati emersi dallo studio del Pew Research Center di Washington, appena pubblicato. Una ricerca di grande impegno, condotta dal 16 febbraio al 8 maggio 2017, raccogliendo 41.953 risposte in 38 Paesi.

Precisione e attendibilità. In tempi di «fake news» (qui la guida di Milena Gabanelli e Martina Pennisi), gli analisti del Pew Center hanno chiesto quanto siano considerati precisi, attendibili i media sui temi della politica. Tra gli Stati occidentali spiccano le percentuali di chi approva il lavoro di stampa e tv nei Paesi Bassi (74%), in Canada (73%) e in Germania (72%). Segue il gruppo intermedio con Svezia (66%) Regno Unito (52%), Francia (47%). Italia, Spagna e Grecia sono in coda. Negli Stati Uniti, già provati da un anno di presidenza di Donald Trump, il 47% degli interpellati apprezza il modo in cui vengono trattate le notizie politiche.

Meglio sugli Esteri. I numeri cambiano, anche sensibilmente, su altri quesiti. In Italia, per esempio, il 46% considera accurata l’informazione che riguarda l’azione di governo; il 60% quella sui principali eventi mondiali. In generale, considerando tutti i Paesi, il 75% del campione non considera accettabile un’informazione apertamente schierata su una posizione politica e il 52% promuove i media.

Per 7 giovani su 10 l'informazione è in Rete. Interessante anche il capitolo sulle news online. Si parte da un esito scontato, (i giovani si informano su Internet), per arrivare a compilare una classifica sul gap tra le diverse fasce di età tra gli utenti del web. Al primo posto il Vietnam, dove l’84% dei giovani tra i 18 e i 29 anni consulta la rete almeno una volta al giorno, contro solo il 10% degli ultra cinquantenni (gap pari al 74%). L’Italia è al terzo posto: 70% di giovani e 25% di navigatori oltre i cinquant’anni (gap del 45%). Gli Stati Uniti sono il Paese dove le distanze generazionali sono più ridotte: il 48% del pubblico più anziano consulta Internet, contro il 69% dei più giovani.

DUE PESI E DUE MISURE. Nicola Porro: "Fake news? No: se le scrive Repubblica, il giornale progressista", scrive il 28 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". "Le fake news sono tali solo se non riguardano un tema politicamente corretto e non sono scritte a titoli cubitali...", scrive Nicola Porro sul suo profilo Twitter. Repubblica, sottolinea il vicedirettore de Il Giornale, "a pagina 4 sparava con grande evidenza un numero impressionante: 6.788.000. E la didascalia recitava: Italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza pari al 31,6%". Peccato che questa notizia sia assolutamente "falsa, doppia come un gettone. Il tutto a corredo di un pezzo che chiede maggiori risorse contro il femminicidio: cioè maggiori tasse per far sì che una donna su tre (così spiega la didascalia) non debba più subire ignobili violenze". Quel numero, continua Porro, "è un macigno" e "il giornale antibufale per eccellenza, e cioè Repubblica", non ci dice "da dove esce". Bene, continua Porro, "nasce da un rapporto Istat del 2015 su dati del 2014", e "non si tratta di un dato puntuale, ma di un sondaggio. Cioè non ci sono 6,7 milioni di donne che hanno denunciato o lamentato o raccontato una violenza. C’è un sondaggio su un campione di 24.761 donne". Proprio così. Non solo, "si dice che il 31,6% delle donne italiane subisce violenza". Ma la maggior parte di loro subisce quella psicologica: il 22% della popolazione nazionale secondo l'Istat, e cioè 4,4 milioni su 6,7 milioni delle loro stime, si lamenta solo della violenza psicologica e non già di quella fisica. Grave comunque, ma ci sarà una differenza tra l’una e l’altra".

Firenze, le fake news dei giornali sugli stupri inventati. Diversi quotidiani nazionali hanno pubblicato la notizia: A Firenze nel 2016 false 90% delle denunce per violenza sessuale. Il questore smentisce, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca l'11 settembre su "it.blastingnews.com". “Tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a #Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. È questo il passaggio incriminato, privo di virgolette nella versione originale, di un articolo apparso il 9 settembre scorso sui quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, a margine di una intervista al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sui fatti legati all’ancora presunto stupro di Firenze. Anche altre testate, tra cui Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino (o, almeno, questa la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto Quotidiano Luisiana Gaita) hanno poi rilanciato la notizia che, però, si è rivelata essere una #Fake News, una bufala insomma. A smentire i Media ci ha pensato il questore di Firenze Alberto Intini: “Secondo la banca dati della polizia solo 51 denunce per#violenza sessuale nel 2016 e, nei primi 9 mesi del 2017, solo 3 da parte di ragazze americane”. Di fronte alla presunta fake news smascherata, Stampa e Secolo decidono di non mollare, virgolettano la frase da loro pubblicata e la attribuiscono a una non meglio precisata “fonte istituzionale attendibile”, anche se coperta dal segreto professionale. Dunque, a Firenze, nel 2016, ci sono state tra le 150 e le 200 denunce per violenza sessuale (reato che va dal palpeggiamento al vero e proprio stupro), oppure solo 51?. E poi, è vero che le denunce presentate dalle donne americane sarebbero false per il 90%? Sostenitori della prima tesi sono, come detto, le redazioni di Stampa e Secolo le quali, nella nota apparsa successivamente in calce al pezzo contestato, spiegano che “i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat”. Una pezza di appoggio abbastanza fumosa che, infatti, il procuratore di Firenze Intini contraddice fornendo i numeri provenienti dalla banca dati della polizia. Per non parlare dell’altra fake news che tutte le studentesse Usa in Italia sarebbero assicurate contro lo stupro Infatti, come ha spiegato anche Gabriele Zanobini, avvocato delle due ragazze protagoniste della vicenda, l’assicurazione stipulata dalle donne americane che si recano in Italia è generica e comprende ogni tipo di incidente o aggressione in cui si può incorrere.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.  Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni! I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

FAKE NEWS, GIORNALI E MORALISMI SENZA PIÙ NOTIZIE, scrive Alessandro Calvi il 22 dicembre 2017 su "Stati Generali". Certo, il problema sono le fake news; eppure, si dovrebbe dire anche dell’informazione di carta, di certe sue degenerazioni; o forse oramai è tardi, forse l’informazione è già morta e quello pubblicato dalla Stampa mercoledì 22 novembre – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – ne è il perfetto necrologio. Quella frase l’ha scritta Mattia Feltri dopo aver chiesto scusa ai lettori per aver costruito un pezzo su una notizia poi rivelatasi falsa; e però quella chiusa – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – sembra dirci che i giornali oramai ritengono di poter fare a meno di fatti e notizie, accontentandosi delle opinioni, anche di quelle costruite su notizie false; il necrologio del giornalismo, appunto. La storia è piuttosto semplice. Feltri aveva dedicato una puntata della sua rubrica «Buongiorno» alla notizia secondo cui una bimba di 9 anni sarebbe andata in sposa a un uomo di 45 anni e poi da questo sarebbe stata violentata; tutto si sarebbe svolto nella comunità musulmana di Padova. Ebbene, dopo aver spiegato che di questo genere di storie si conosce poco o nulla poiché «avvengono dentro comunità chiuse, regolate dalla connivenza, persuase di essere nel giusto per volere divino», Feltri ricordava la «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta, un po’ genericamente recriminatoria» contro «i Weinstein e i Brizzi di tutto il mondo» e concludeva: «Tanta agitazione per ragazze indotte o costrette a concedersi in cambio di una carriera nel cinema è comprensibile e condivisibile, ma tanto silenzio per donne e bambine sequestrate a vita, in cambio di niente, è spaventoso». Ecco: peccato che alla fine sia uscito fuori che la storia della sposa bambina era falsa. A Feltri non è restato che ammettere l’errore e chiedere scusa, non rinunciando però ad affermare che, sebbene la notizia fosse falsa, «la riflessione sopravvive». E invece no: ché, anzi, a sopravvivere è semmai tutto quell’apparato fatto di notazioni e coloriture – «tanta agitazione» o «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta» – il quale, al venir meno dei fatti, si rivela per quello che è: una semplice impalcatura ideologica, forse persino un po’ infastidita da quella «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta». Tuttavia, il problema non è certo Feltri al quale piuttosto si dovrebbe riconoscere d’essere un gran signore avendo fatto ciò che pochi fanno: ammettere l’errore e chiedere scusa. D’altra parte, capita a tutti di sbagliare, soprattutto se ogni giorno – ogni giorno! – si è costretti a trarre una morale dalle notizie, con metodo oramai quasi industriale; è capitato anche al più inossidabile, al più inarrestabile, tra i dispensatori di morali e opinioni, Massimo Gramellini; la ricostruzione che fornì Alessandro Gilioli sull’Espresso di uno di questi errori – e di mezzo c’è sempre una fake news presa per buona – vale la lettura. Ma, appunto, il problema non è l’errore in sé, poiché l’errore può capitare. Il problema, sta invece nell’essere oramai diventata accettabile – tanto che non s’è visto alzarsi neppure un sopracciglio – un’affermazione come quella secondo cui «la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive». Il problema riguarda una idea di giornalismo che sembra prescindere dai fatti, per cui le opinioni oramai precedono la cronaca la quale spesso trova spazio soltanto se è in grado di confermare le opinioni, altrimenti se ne fa a meno, poiché comunque «la riflessione sopravvive». Il problema sta insomma nel fatto che l’informazione è stata da tempo ridotta a mero dispensario di opinioni, anche senza più fatti a sostegno. Di recente, sugli Stati Generali, è stato pubblicato un intervento – «Se noi giornalisti siamo sempre meno credibili, ci sarà un perché» – di Fabio Martini, anch’egli giornalista del quotidiano La Stampa, col quale non si può che concordare. E, peraltro, da queste parti si è ragionato spesso sulla crisi del giornalismo, e in particolare sulle conseguenze della marginalizzazione della cronaca. Lo si era fatto ad esempio prendendo spunto da fatti drammatici, come le stragi delle quali i quotidiani quasi non danno più notizia, e si era fatto lo stesso anche a partire da vicende più vicine, come il mancato racconto dell’agonia del lago di Bracciano. Di recente lo si è fatto a proposito di come l’informazione ha trattato le vicende di Ostia e del Virgilio. Comunque sia, il tema è sempre lo stesso: dai primi anni Novanta la cronaca inizia a essere massicciamente sostituita da altro, in particolare dai retroscena; e questo cambia tutto: cambia l’informazione e cambia anche il rapporto tra giornali e potere. «Sulle pagine dei giornali – si perdonerà l’autocitazione da quell’articolo che prendeva a pretesto la vicenda di Ostia per parlare di giornalismo – si affacciano sempre più massicciamente spifferi di Palazzo, brogliacci, verbali. Sembra che il lettore, attraverso la lettura di un verbale riportato pedissequamente dai giornali, possa essere immerso dentro la notizia senza più filtri né mediazioni. Sembra una rivoluzione. È invece l’esatto opposto. Per farsene una idea, basterebbe chiedersi chi dirige il traffico, chi sceglie quali verbali far uscire e quali spifferi lasciar trapelare. Ecco: per lo più, sono le fonti a stabilirlo, se non altro perché sono le fonti che conoscono a fondo il contesto. Insomma, sostituendo lo spazio della cronaca con il retroscena e rarefacendo sempre più il tradizionale lavoro di inchiesta giornalistica, i giornali si sono disarmati e consegnati alle fonti, quindi al potere». Il passaggio dalla cronaca al retroscena, e l’affermarsi progressivo delle opinioni sui fatti, finisce per trasformare anche la scrittura dei giornali. Il linguaggio della cronaca diventa sempre più simile a quello degli editoriali, intessuto di pedagogismi e di toni moralisticheggianti che non dovrebbero trovare spazio nel resoconto di un fatto. Anche questo contribuisce ad allentare il rapporto con la realtà, finendo per trasformare la cronaca – quando ancora trova spazio in pagina – in un racconto di maniera che non dice più molto del mondo. E non è ancora tutto. In questi giorni sono usciti in libreria due libri – non uno, due! – che Michele Serra ha dedicato alla rubrica che da anni cura per Repubblica, «L’amaca». In quello dei due che costituisce l’esegesi dell’altro, Serra scrive che gli anni nei quali iniziò a scrivere corsivi – «gli anni della post-ideologia», afferma – non erano più quelli di Fortebraccio e della sua ferrea faziosità. In realtà, rispetto all’epoca di Fortebraccio stava cambiando soprattutto il contenitore nel quale il corsivo veniva collocato: stavano cambiando i giornali e stava cambiando persino il giornalismo. Prima, informazione era per lo più il resoconto di un fatto e quindi aveva un senso l’esistenza di editoriali e corsivi; poi, con la marginalizzazione della cronaca e l’editorializzazione dell’intero giornale, i corsivi finiscono annegati in un mare di opinioni senza più cronaca, poiché, come s’è appena visto, la cronaca ha lasciato il posto al retroscena il quale ha a sua volta contribuito all’avvicinamento della informazione al potere attraverso il disarmo nei confronti delle fonti. In questo contesto, anche la funzione dei corsivi finisce per essere stravolta rispetto all’epoca di Fortebraccio: e il rischio permanente è che si passi dal graffio contro il potere al moralismo che accarezza lo stato delle cose e che massaggia il potere o la pancia dei lettori. Imboccata questa strada – sostituita la cronaca con il retroscena, scollegata l’informazione dai fatti, ridottala a ragionamento che può essere persino basato su una notizia falsa, stravolta infine la funzione dei corsivi – i giornali si sono ridotti a raccontare sempre meno le cose del mondo e per questo hanno sempre meno lettori e sono sempre più in crisi. A sentire chi i giornali li fa, però, il problema sarebbe soprattutto quello delle fake news o della rete che ruba lettori. E quindi si finisce per ritenere che la soluzione per recuperare lettori e credibilità sia quella di differenziarsi dalla rete, lasciando alla stessa rete il notiziario e concentrandosi ancor di più sulle opinioni. Lo ha spiegato piuttosto chiaramente il direttore di Repubblica Mario Calabresi presentando la nuova veste del giornale, scrivendo di aver addirittura «raddoppiato lo spazio per le analisi e i commenti». Bene. Ma davvero abbiamo bisogno di tutte queste opinioni? Possibile che si abbia tutta questa sfiducia nella capacità dei lettori – sempre che ai lettori si raccontino anche i fatti – di formarsi da sé una opinione? Non sarà, infine, che a forza d’andar dietro alle opinioni si stia rischiando di rendere ancor più flebile il rapporto tra giornali e fatti, oltre a quello oramai quasi evanescente tra giornali e lettori? Lo dirà il tempo. Tuttavia, proprio nel giorno in cui Calabresi annunciava il raddoppio delle analisi e dei commenti, la nuova Repubblica esordiva in edicola con una grande intervista al premier spagnolo Rajoy firmata dallo stesso Calabresi e posta in apertura di edizione. Quello stesso giorno, gli altri giornali raccontavano come Amsterdam avesse sfilato a Milano l’Agenzia europea del farmaco anche per il mancato accordo tra governo italiano e governo spagnolo. Ebbene, nella intervista uscita su Repubblica al capo di quel governo non c’era neppure una domanda su quel fatto. Sarà stata un scelta di opportunità, sarà stato perché l’intervista era stata chiusa prima, comunque si è rimasti con la sensazione che mancasse qualcosa. Quella scelta è stata legittima, certo; difficile però poi lamentarsi se i lettori quel qualcosa non lo cerchino più nei giornali.

Una Costituzione troppo elogiata. Commenti positivi si arrestano sistematicamente alla prima parte del testo, mentre la seconda è ampiamente discutibile e discussa, scrive Ernesto Galli della Loggia il 12 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Non si può proprio dire che abbia destato un grande interesse il settantesimo anniversario appena trascorso dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica. Alla fine dell’anno passato, l’evento è stato naturalmente e doverosamente commemorato da tutte le autorità del caso ma nella più completa distrazione della gente immersa nelle festività natalizie. E altrettanto doverosamente esso ha innescato l’ormai consueto ciclo di celebrazioni ufficiali. Che stavolta ha preso la forma di un «viaggio della Costituzione» – organizzato dalla Presidenza del Consiglio - attraverso dodici città italiane ognuna destinata a essere sede di una lezione su un tema centrale della Carta (tra i quali temi fanno bella mostra di sé Democrazia e Decentramento, Stato e Chiesa e Diritto d’asilo, Solidarietà e Lavoro, mentre manca, assai significativamente, il tema della Libertà). Come di prammatica è stata organizzata anche una mostra itinerante, ovviamente multimediale, nella quale ciascuno dei dodici articoli principali è commentato dalla voce di Roberto Benigni, confermato anche in questa occasione nel suo ruolo ormai ufficiale di aedo della Repubblica. Paradossalmente, tuttavia, proprio l’assenza d’interesse da parte del pubblico unita alla piattezza celebrativa condita dei soliti discorsi esaltanti il «testo vivo» della Carta, la sua «sintesi mirabile» e così via magnificando, sono serviti a sottolineare per contrasto qualcosa che è assolutamente peculiare della nostra scena pubblica. Vale a dire la centralità che in essa ha la Costituzione. Una centralità beninteso tutta verbale, fatta per l’appunto di un continuo discorrere sulla Costituzione in ogni circostanza plausibile e implausibile, di una sua incessante evocazione ed esaltazione, di una profusione di elogi per ogni suo aspetto: per la sua saggezza, per la sua lungimiranza, completezza, incisività, bellezza stilistica, e chi più ne ha più ne metta. Credo che in tutta Europa non esista una Carta costituzionale fatta oggetto di un altrettanto inarrestabile fiume di parole laudative, così come credo che non esista un’altra classe politica (ma ci si aggiungono volentieri anche preti e vescovi) che se ne riempia tanto la bocca come quella italiana. A cominciare da coloro che rappresentano le istituzioni, il cui discorso, appunto, è, per la massima parte e in qualsivoglia circostanza più o meno «nobile», una trama di richiami di volta in volta ammonitori o storico-encomiastici alla Costituzione. È una caratteristica così tipicamente italiana da richiedere una spiegazione. La quale credo stia nel fatto che l’ufficialità italiana, non riuscendo a immaginarsi depositaria di un qualunque destino collettivo né investita di una qualunque prospettiva nazionale, non considerandosi attrice credibile e tanto meno portavoce di un qualunque futuro significativo del Paese, sa di non poter fare altro che richiamarsi al passato. Quando in una qualunque circostanza celebrativa la suddetta ufficialità è chiamata a dire di sé e di ciò che rappresenta in modo «alto», essa sa di non essere in grado di spingere lo sguardo avanti, di non avere la statura per dar voce a un progetto o a un destino, e quindi è costretta inevitabilmente a volgere lo sguardo all’indietro, solo all’indietro: cioè per l’appunto alla Costituzione. Naturalmente uno sguardo essenzialmente contemplativo: infatti, lungi dall’essere una retorica in vista dell’azione, la retorica ufficiale della Repubblica è vocazionalmente una retorica della memoria. La dimensione dei foscoliani «Sepolcri», insomma, è ancora e sempre la nostra: anche se oggi priva degli «auspici» che a suo tempo secondo il poeta da essi avremmo dovuto trarre. C’è ancora una considerazione da fare circa il discorso sulla Costituzione tipico della ufficialità italiana. Ed è che esso, nella sua abituale, pomposa, glorificazione del testo, tende sistematicamente a nascondere due verità. La prima è che forse quel testo medesimo così compiuto e perfetto non è, visto che fino a oggi sono almeno 16 (per un totale di oltre venti articoli) le modificazioni che è stato ritenuto utile o necessario apportarvi: e quasi sempre su aspetti per nulla secondari. La seconda verità nascosta dalla magniloquenza celebrativa quando nei suoi elogi si arresta, come fa sistematicamente, alla prima parte della Carta, riguarda la natura viceversa ampiamente discutibile e discussa della seconda parte, quella che tratta dei modi in cui il Paese è quotidianamente e concretamente governato e amministrato. Non a caso il modo come in Italia funzionano l’esecutivo, la giustizia, le Regioni o la burocrazia, non è mai fatto oggetto di attenzione e tanto meno di elogi dal discorso sulla Costituzione. Accortamente i ditirambi sono riservati solo ai massimi principi: alla solidarietà, al ripudio della guerra o al diritto allo studio e via dicendo. Sul resto, silenzio. Con il risultato che modificare ciò che pure a giudizio di moltissimi andrebbe modificato di questa seconda parte si rivela da sempre di una difficoltà titanica, dal momento che la cosa può facilmente essere fatta passare per un subdolo attacco ai principi suddetti. Ma se la Costituzione è così massicciamente presente nel discorso pubblico italiano questo avviene per un’ultima ragione, pure questa patologica. E cioè perché essa viene continuamente adoperata come arma contundente nella lotta politica quotidiana, piegata a suo uso e consumo. In realtà è la Costituzione stessa che si presta a esser adoperata in tal modo. Infatti, il lungo elenco di articoli dal 29 al 47 — articoli astrattamente prescri