Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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LA MAFIA

 

IN ITALIA

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

INTRODUZIONE. MAFIOSI PER SEMPRE.

LA MAFIA CONVIENE. MA NON ESISTE.

“PERCHE’ AVETE ARCHIVIATO MAFIA-APPALTI?”

I DEPISTAGGI.

LE ORIGINI DELLA MAFIA.

RITUALI D’INIZIAZIONE. I GIURAMENTI DELLE MAFIE.

LA 'NDRANGHETA. LA MAFIA CALABRESE.

LA COSA NOSTRA. LA PRIMA MAFIA SICILIANA.

LA STIDDA. LA SECONDA MAFIA SICILIANA.

LA SACRA CORONA UNITA. LA PRIMA MAFIA PUGLIESE.

LA SOCIETA' FOGGIANA. LA SECONDA MAFIA PUGLIESE. LA QUARTA MAFIA.

I BASILISCHI. LA MAFIA LUCANA.

LA CAMORRA. LA MAFIA CAMPANA.

LATINA. LA QUINTA MAFIA.

LE MAFIE LAZIALI. MAFIA CAPITALE.

LE MAFIE LAZIALI. LA BANDA DELLA MAGLIANA.

LE MAFIE LAZIALI. I CASAMONICA E GLI SPADA.

LA MAFIA VENETA. LA MALA DEL BRENTA.

LA MAFIA LOMBARDA.

LE ALTRE MAFIE.

NARCOS.

LA MAFIA MESSICANA. LOS ZETAS.

LA MAFIA MESSICANA. EL CHAPO ED IL CARTELLO DI SINALOA.

LA MAFIA COLOMBIANA. IL CARTELLO DI CALI’.

LA MAFIA COLOMBIANA. PABLO ESCOBAR ED IL CARTELLO DI MEDELLIN.

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato ed istruito, giudicato da “coglioni”.

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. Citazioni di Bertolt Brecht.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

In un mondo dove sono tutti ciottiani per convenienza, pronti a spartirsi il ricavato, mi onoro di essere il solo ad essere sciasciano e come lui processato dai gendarmi dell'antimafiosità.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

A proposito delle vittime della mafia e la solita liturgia antimafia che nasconde il malaffare. In virtù degli scandali, gli Italiani dalla memoria corta, periodicamente scoprono che sui bisogni della gente e dietro ad ogni piaga sociale (mafia, povertà ed immigrazione, randagismo, ecc.) ci sono sempre associazioni e cooperative di volontariato che vi lucrano. Un sistema politico sostenuto da una certa stampa e foraggiato dallo Stato. Stato citato dalle grida sediziose dei ragazzotti che gridano alle manifestazioni organizzate dal solito sistema mafioso antimafioso. Cortei che servono solo a marinare la scuola ma in cui si grida: “Fuori la mafia dallo Stato”. Poveri sciocchi, se sapessero la verità, capirebbero che, se ottenessero quello che chiedono, nessuno rimarrebbe dentro a quello Stato, compresi, per primi, coloro che sono a capo di quei cortei inneggianti. La scusa delle piaghe sociali non è che serve ad una certa sinistra comunista per espropriare la proprietà dei ricchi o percepire finanziamenti dallo Stato al fine di ridistribuire la ricchezza, senza che si vada a lavorare e queste manifestazioni pseudo antimafia, non è che sono propaganda per non far cessare il sostentamento?

INTRODUZIONE. MAFIOSI PER SEMPRE.

La rivolta dei sindaci dei comuni sciolti per mafia. La lettera-appello di 51 amministratori locali calabresi al ministro Minniti: “Troppo potere alle prefetture”, scrive Simona Musco il 9 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Qualcuno li chiama già «sindaci ribelli», fasce tricolori che si oppongono allo Stato anziché alla ‘ ndrangheta. E ad uno sguardo superficiale, forse, potrebbe apparire così. Ma i 51 sindaci calabresi che hanno scritto al ministro dell’Interno Marco Minniti, chiedendo un incontro per discutere degli scioglimenti delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose, puntano solo a ricreare «un clima di serenità e fiducia», per non smettere di credere nella democrazia e nella funzione dello Stato. Uno Stato che ormai sempre più frequentemente, di fronte al sospetto della contaminazione mafiosa, decide di radere al suolo le amministrazioni anziché aiutarle. La lettera parte dal Comune di Roghudi, in provincia di Reggio Calabria, dalla mail del sindaco Pierpaolo Zavettieri. È lui a spiegare, al termine di un incontro con il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, lo scopo suo e dei colleghi: un incontro «politico» con Minniti per poter rivedere quelle norme «che in qualche modo occludono ogni spazio democratico», ha dichiarato in un’intervista a Newz. it. La legge, ha sottolineato, s’inceppa quando consente agli organi di prefettura di intervenire senza nessuna forma di contraddittorio, «senza nessuna possibilità che vengano comprovati gli elementi posti a carico degli amministratori e attraverso i quali vengono poi applicati gli scioglimenti per i consigli comunali, così come le interdittive alle imprese». La richiesta non è quella di abrogare la norma, anzi, precisa Zavettieri, «chiediamo che avvengano sempre questi processi a favore della legalità», ma che gli stessi consentano ad amministratori e imprenditori colpiti da interdittiva «di dimostrare», l’eventuale insussistenza degli indizi posti alla base dello scioglimento. Assieme a ciò, i sindaci chiedono anche eventuali interventi sul sistema burocratico: non allo scopo di scaricare le responsabilità politiche, aggiunge Zavettieri, ma per affiancare i funzionari, azione «che non penalizzerebbe la democrazia». Gli organi politici sono infatti espressione del popolo, al contrario degli uffici, che hanno tempi di rinnovamento molto più lenti. Un intervento, dunque, non altererebbe i principi democratici, «cosa che avviene se si rimuove l’amministrazione comunale e si insedia una commissione». Un principio che qualche giorno fa anche il nuovo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha in qualche modo condiviso, spiegando la necessità di pensare «a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Nella lettera i sindaci evidenziano le «condizioni ed i contesti» in cui si trovano ad operare le amministrazioni locali, «un pezzo di Stato, sia pure periferico che non sempre si sente tale anche perché misconosciuto dagli altri organi dello Stato presenti sul territorio». E alla collaborazione, negli ultimi anni – basti pensare che dal 2012 ben 43 amministrazioni sciolte su 81 si trovano in Calabria – si è sostituita «la cultura del sospetto» e lo Stato, anziché stare a fianco dei Comuni, è diventato «ostile». E in questo clima, aggiungono, «nessun obiettivo di crescita sociale e civile e nessuna azione efficace di contrasto alla criminalità organizzata può avere successo». Lo scioglimento è passato da strumento eccezionale a strumento ordinario, spingendo sempre più gli amministratori a cedere alla tentazione di mollare l’impegno pubblico.

I 51 Comuni sciolti per mafia che si ribellano ai commissari. «Il marcio sta nella burocrazia». I sindaci dei centri infiltrati dalle cosche scrivono al governo. «Così state uccidendo la democrazia!» Scrive Goffredo Buccini il 6 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Qualcuno cita addirittura la buonanima del Che, giurando di «sentire sulla propria pelle l’ingiustizia...». Qualcun altro denuncia immancabili complotti dei «poteri forti». Molti stiracchiano il sacrosanto «primato della politica» fino a coprire consigliere comunali fidanzate di presunti padrini, membri di maggioranza in manette, impiegati municipali asserviti alle cosche, atti amministrativi triturati dalle inchieste dei Ros. E tutti insieme, minacciando di riconsegnare a Roma le fasce tricolori, tuonano: «Così state uccidendo la democrazia!». In questa Italia che non tiene più insieme i suoi pezzi, i sindaci dei Comuni calabresi sciolti per mafia (o in odore di scioglimento) non si rivoltano contro la ‘ndrangheta ma contro lo Stato. Su 290 consigli comunali rimandati a casa dall’entrata in vigore della legge 221 del 22 luglio 1991 poi variamente modificata (nel primo blocco c’era Casal di Principe, patria della camorra), quelli calabresi sono stati 98, tre meno della Campania.

Nuovi interesse dei clan. Ma negli ultimi cinque anni la Calabria ha subìto 43 scioglimenti sugli 81 totali contro i 18 della Campania: un segno chiaro di dove si siano orientati ora gli interessi delle cosche. L’ultimo decreto s’è abbattuto un paio di settimane fa su una città importante come Lamezia Terme e su altri quattro centri calabresi minori tra cui Isola di Capo Rizzuto, nota per un’inchiesta antimafia che ha mostrato come persino il Centro d’accoglienza degli immigrati fosse finito sotto il tallone del clan Arena. Un altro colpo pare in arrivo, dato che le commissioni d’accesso agli atti sono in questo momento al lavoro a Siderno, Limbadi, Villa San Giovanni e Scilla. Questa raffica di provvedimenti è stata la scintilla della ribellione. Cinquantuno Comuni reggini hanno scritto e chiesto un incontro a Minniti, invocando una riforma «garantista» della legge. L’altro ieri sono stati ricevuti dal prefetto Michele di Bari, che ha invitato anche il presidente dell’Anci calabrese, Giuseppe Callipo, e non solo per ragioni di galateo istituzionale. Callipo, dal 2012 sindaco pd di Pizzo, è un moderato dal notevole buonsenso: «Rivolta? Metta la parola molto tra virgolette, la prego. Questa legge era e resta uno strumento fondamentale per la lotta alla ‘ndrangheta e noi su questo terreno non dobbiamo fare passi indietro ma passi avanti». Dunque? «Dunque stiamo mettendo in piedi una commissione di studio e chiediamo di rivedere la normativa in due punti: la possibilità che i sindaci abbiano garanzia di contraddittorio prima dello scioglimento e un intervento più forte sulla burocrazia; molte volte è lì che s’annida il problema e non negli organi politici che vengono sciolti». E questo è vero. Come hanno potuto sperimentare le sindache calabresi della tristemente archiviata stagione antimafia (Carmela Lanzetta in testa), la quinta colonna dei clan può stare negli uffici comunali così da assicurare il rapporto con i mafiosi chiunque vinca le elezioni. «I sindaci si sentono soli un po’ ovunque», sostiene Callipo. Vero anche questo. Federico Cafiero de Raho, per anni procuratore di Reggio e da poco capo della Procura nazionale antimafia, ha spiegato tempo fa da Lucia Annunziata le ragioni di una riforma, anche se in senso forse diverso da quello desiderato dai “ribelli”: «Bisogna andare oltre lo scioglimento, non possono bastare due anni col commissario ma nemmeno si può sospendere la democrazia. Dobbiamo pensare a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Il nuovo sindaco dovrebbe trovarsi accanto, da alleato, un inviato di Roma.

Nessuna lista per anni. Prospettiva non semplice in posti dove, contro lo Stato, per anni non si sono più presentate liste e i cittadini hanno smesso di votare. Nel 2007 Pietro Grasso, da procuratore antimafia, lo sintetizzò in una battuta amara: «In certi paesi come Africo, San Luca o Platì, è lo Stato che deve cercare di infiltrarsi». A Platì, dove infine si è tornati alle urne, si sono sfidati un parente del clan Barbaro e la figlia dell’ultimo sindaco «sciolto per mafia», la quale rivendicava a sua volta il diritto a non controllare parentele imbarazzanti in lista: «Discendo da un brigante, io!». Callipo sa bene che certe ventate «garantiste» possono gonfiare vele sbagliate: «Ma sbatteranno contro un muro. L’Anci Calabria e la maggioranza dei suoi sindaci sono contro la ‘ndrangheta». La Calabria è il luogo dove nulla è come appare, si sa. Infligge sorprese amare: come lo scioglimento di Marina di Gioiosa Ionica, retta da un sindaco vicino a “Libera”. E regala consolazioni perfino ingenue, come i reggini in fila in prefettura a firmare il «registro di cittadinanza consapevole contro la ‘ndrangheta»: proprio mentre la rivolta dei sindaci montava al piano di sopra.

Anci Calabria si unisce al coro di critiche contro lo strumento dello scioglimento dei comuni per mafia. Callipo annuncia l’istituzione di una commissione che elabori proposte di modifica della normativa e sottolinea la necessità di intervenire anche sul livello burocratico, scrive lunedì 4 dicembre 2017 "Lacnews24". Assume proporzioni sempre maggiori la sollevazione contro lo strumento dello scioglimento dei Comuni a causa di presunte infiltrazioni mafiose. Dopo la lettera inviata da 51 sindaci della Città metropolitana di Reggio Calabria al ministro Marco Minniti, per sollecitare un incontro sul tema, al coro di critiche si aggiunge ora il presidente di Anci Calabria, Gianluca Callipo, che annuncia l’istituzione di una commissione di studio, presieduta dal sindaco di Rende Marcello Manna, che possa elaborare e proporre modifiche alla normativa in vigore.

«La normativa che regola lo scioglimento dei Comuni per presunte infiltrazioni mafiose continua a mostrare enormi limiti – scrive Callipo in una nota -, con conseguenze così dirompenti sull’autonomia dei territori, che non possono essere più accettate come inevitabili effetti collaterali di uno strumento che oggi appare spesso incapace di perseguire gli scopi per i quali è stato pensato». 

Il numero uno dell’associazione dei Comuni calabresi si riferisce soprattutto a quelle amministrazioni sciolte più volte nel corso degli anni.

«Governo e Legislatore devono prendere atto che il meccanismo non funziona - continua -. Non si spiegherebbero altrimenti i ripetuti scioglimenti che in alcuni casi colpiscono lo stesso Comune due o tre volte consecutivamente, vanificando la partecipazione democratica dei cittadini alla vita delle proprie comunità. La semplice decisione di istituire una commissione di accesso agli atti diventa automaticamente una sentenza di condanna che porta immancabilmente allo scioglimento, come se tra le due cose ci fosse esclusivamente un nesso temporale, per il quale l’una segue l’altra sempre e comunque. A che serve, dunque, accedere agli atti, leggere le carte, indagare i meccanismi amministrativi, se poi l’esito è scontato sin dall’inizio?».

Callipo, inoltre, dice esplicitamente che puntare esclusivamente sulla politica non serva a molto: «Probabilmente eventuali infiltrazioni non si annidano esclusivamente nel livello politico, ma anche e soprattutto in quello burocratico. Ecco perché la normativa va cambiata, affinché diventi davvero efficace e costruttiva».

Per il presidente dell’Anci regionale, un altro elemento che deve indurre a un profondo ripensamento dell’impianto normativo è il fatto che spesso vegano colpiti dai decreti di scioglimento anche quei Comuni che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia, con sindaci che si sono esposti in prima persona in questa difficile battaglia. «Sindaci che il giorno prima vengono elevati ad esempio da seguire - afferma Callipo -, il giorno dopo possono essere mandati a casa con infamanti sospetti alieni alla loro storia personale e politica. Ovvio che il buon nome di qualcuno non possa essere garanzia assoluta di legalità, ma non può nemmeno essere calpestato alla prima occasione senza la cautela che alcune situazioni imporrebbero, quantomeno per non generare nei cittadini la falsa convinzione che della politica, tutta la politica, non ci si possa mai fidare».

Infine, il presidente di Anci Calabria richiama proprio la lettera inviata dalla maggioranza dei sindaci reggini al ministro Minniti.

«Condivido l’iniziativa – conclude Callipo -. L’Anci è al loro fianco nel sostenere una revisione della normativa che fughi tutti i dubbi e gli equivoci che oggi dominano questa delicatissima materia».

Chiusi per mafia, scrivono G. Baldessarro e A. Bolzoni il 27 settembre 2018 su "La Repubblica". Ce ne sono alcuni che sono stati "chiusi” due e anche tre volte, in altri non si presentano più neppure le liste per scegliere un sindaco. E' la democrazia sconfitta dalle mafie. Da quando si è fatta la legge per fronteggiare l'“emergenza” dei Comuni infiltrati dal crimine - era il 1991 - in Italia sono stati inviati commissari prefettizi in 289 città e paesi. Al Sud ma da qualche tempo anche in un Nord che ha dovuto fare i conti con l'infezione, in capitali di 'Ndrangheta come Reggio Calabria e in sterminati quartieri di Roma come Ostia, a Brescello in Emilia e a Sedriano in Lombardia, nei territori dell'Aspromonte, in Puglia, in Campania e naturalmente in Sicilia. Cadono giunte di tutti i colori, destra e di sinistra, circoscrizioni, aziende sanitarie. Dove c'è invasione di boss e "condizionamenti”, il governo centrale da quasi trent'anni ha questo potere: “sciogliere”. Tenere in pugno un Comune per le mafie non è solo una questione economica, ma molto di più. E' distribuire lavoro, mantenere il consenso sociale, controllare il territorio. Affermare sovranità. La legge sullo scioglimento degli enti locali ha provato - almeno sulla carta - a rimettere le cose a posto. E, per un bel po', ha svolto efficacemente il suo compito. Però sono passati tanti anni e anche questa legge mostra oggi le sue crepe, soprattutto perché quando si cacciano sindaci e consiglieri in quegli stessi Comuni resta sempre a "comandare” una burocrazia che di solito non è meno influenzabile (e intossicata) della classe politica. A volte poi, c'è stato l'odioso sospetto che la "chiusura” sia stata determinata da scelte politiche più che criminali. Serve una revisione della legge? Bisogna cambiare qualcosa? Il dibattito sulla sua incisività e sulla sua resistenza al tempo è aperto. Con la “serie” del blog che inizia questa mattina abbiamo voluto mettere sul tavolo della discussione i contributi di studiosi ed esperti come Claudio Cavaliere e Vittorio Mete, Vittorio Martone, Doris Lo Moro, Marco Magri. C'è anche la testimonianza di Maria Cacciola, Rosanna Mallemi e Giovanna Termini, le tre funzionarie nominate in quel Comune che fu reame di Totò Riina, Corleone. E poi tanti nostri amici giornalisti che ci hanno consegnato le loro cronache dai territori. Come quella che ha ricordato il primo “quasi sindaco” mandato via con decreto presidenziale - Capo dello Stato era allora Sandro Pertini - quando ancora la legge sullo scioglimento dei Comuni non esisteva. Era il 1983. E in un paesino della Calabria, Limbadi, il più votato di tutti risultò Ciccio Mancuso, il boss dei boss della zona. Ma al di là del provvedimento del Presidente Pertini, sarebbe stato molto difficile per don Ciccio amministrare Limbadi. Era una condizione molto particolare, la sua: don Ciccio era latitante.

La democrazia battuta e mortificata per 289 volte, scrive Claudio Cavaliere - Sociologo e giornalista - il 27 settembre 2018 su "La Repubblica". Ci sono voluti quarantacinque anni di storia repubblicana per dotarsi di uno strumento di difesa contro l’invadenza della criminalità organizzata nella democrazia locale. Quasi mezzo secolo di sdegnoso disinteresse ha prodotto quella storia mancata che costringe oggi a sciogliere per mafia pezzi dello Stato, il cuore politico del rapporto istituzioni-cittadini: i Comuni appunto. Una statuaria indifferenza crollata di colpo. Di colpo, nel 1991 nasce il fenomeno, quasi si fosse stati colti alla sprovvista. Come se prima la mafia, nelle sue varie declinazioni regionali, non avesse già gestito direttamente istituzioni, risorse, enti pubblici e quant’altro. Questione di priorità, se è vero che la Repubblica dei primi decenni si pensò di difenderla rimuovendo Sindaci e inibendoli dall’elettorato passivo per anni con l’accusa di avere firmato appelli contro la bomba atomica, promosso dibattiti e manifestazioni di protesta contro i governi in carica o di avere solo espresso valutazioni ritenute non conformi. Massimo Severo Giannini scrisse di quei decreti come “offese all’intelligenza” e “buoni per la storia dell’umorismo prefettizio” e il sindaco di Bologna Dozza coniò nel 1951 l’espressione “il reato di essere sindaco”, per denunciare le condizioni in cui erano costretti ad operare i sindaci di sinistra. Certo il “puzzo acre di guerra civile” denunciato da De Gasperi fece orientare l’attenzione occhiuta e assillante dei prefetti esclusivamente verso le amministrazioni locali di sinistra considerate sediziose e pregiudizievoli per l’ordine pubblico mentre i Comuni siciliani sparirono dai radar dell’attenzione del ministero dell’interno protetti dal velo dell’autonomismo. Eppure già dopo le prime elezioni comunali del 1946 i casi di municipi in cui è evidente la gestione diretta della criminalità organizzata sono innumerevoli, ma solo per un paio di eclatanti episodi c’è traccia dell’intervento del ministero senza mai pronunciare la parola mafia che allora formalmente non esisteva. Quando nel 2016 viene sciolto per infiltrazioni il comune di Corleone i cognomi richiamati nella relazione del decreto sono quelli degli anni ‘50 citati dalle prime commissioni parlamentari antimafia, a conferma che l’infeudamento mafioso nei municipi non è una invenzione sociologica ma una condizione stabile che si misura nel tempo nella capacità di competere e di autorappresentarsi all’interno dei meccanismi codificati della democrazia locale. Sarà la mattanza degli anni ottanta e la circostanza che decine di consigli comunali sono zeppi di diffidati di P.S. a mettere fine a quella finzione. Ancora una volta sarà il sangue a dettare il tempo della reazione, con la politica costretta ad inseguire gli avvenimenti, a tenere il conto di oltre sessanta amministratori locali uccisi i cui nomi si fa fatica ancora oggi a ricordare. La legge del 1991, che prevede lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, non riscosse l’interesse del Parlamento. Più volte, durante le votazioni sui singoli articoli, mancherà il numero legale e alla votazione finale parteciperanno giusto i deputati necessari per farla approvare. Una delle poche verità di questa legge è la rimozione di una finzione, quella della rappresentanza politica derivante dalle elezioni come indicatore sufficiente di democraticità. In sostanza si riconosce che un organo elettivo può non essere democratico. Ma lo fa utilizzando due concetti autoassolutori, quello di “infiltrazione” e “condizionamento”, incapaci di leggere e di vedere la criminalità organizzata impadronirsi dei meccanismi della democrazia e di conseguenza legittimarsi con il consenso come forza di governo. Le organizzazioni criminali non hanno bisogno di creare istituzioni parallele, l’esistente serve benissimo allo scopo. Si può vivere ed operare all’interno delle funzioni dello Stato senza dover rinunciare alla propria storia criminale. Si tratta di una vera e propria “ibridazione” delle istituzioni che avviene con regole e leggi che rimangono apparentemente il principio organizzatore della vita delle comunità. Da allora oltre un quarto di secolo non è bastato per impedire, o semplicemente per porre un argine all’occupazione mafiosa dei Comuni. In quel lontano 1991 c’era consapevolezza nel relatore della legge che in aula affermava: “[…] stiamo raschiando il barile […] perché le altre strade per risolvere il problema richiedono un qualcosa che a me sembra più difficile, e cioè un'autoriforma del potere politico. […] Di conseguenza, si è costretti ad usare strumenti legislativi, laddove sarebbero molto più incisivi e più correttamente applicabili in una dialettica democratica gli strumenti della politica.” Continuando a negare che il problema sta dentro il funzionamento della democrazia, nella raccolta del consenso, significa non trovare le vere contromisure se non i reiterati scioglimenti accompagnati da un dibattito stantìo, buono a riconoscere il radicamento della mafia ma senza essere conseguenti per procedere alla sua rimozione nelle strutture politiche, sociali e civili. Il colore politico delle amministrazioni disciolte per mafia non è mai stato una discriminante. Il 29% erano di centro-destra, il 21% di centro-sinistra, il 40% liste civiche, il resto in prevalenza monocolori di centro (9%). Neanche la demografia è una discriminante: il 32% sono piccoli comuni, dato che smentisce la tesi per cui il taglio demografico non renderebbe credibile l’interesse della mafia per comuni con bilanci minuscoli. Una teoria ingenua, che trascura l’omogeneità di funzioni tra piccoli e grandi e che ampi settori della vita locale dipendono dalla regolazione pubblica: appalti, urbanistica, licenze, usi civici, boschi, pascoli, e quant’altro sono settori a completo controllo locale. Dei 289 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose (al netto degli annullati) 53 hanno bissato o triplicato lo scioglimento a dimostrazione che la legge, che cerca di offrire una risposta attraverso la ripetizione delle elezioni come generatrice di una dinamica di responsabilizzazione, non funziona. Come un fastidioso moscone che sbatte contro i vetri della finestra senza trovare la via d’uscita, i ripetuti scioglimenti confermano che il problema non risiede nelle norme quanto nel sistema politico in cui hanno un peso rilevante la mancanza di partecipazione partitica (specie nei piccoli comuni) e l’irrisolto problema della scelta e selezione dei candidati, in una parola la cultura politica locale, ossia il sistema di relazioni che agisce nel contesto storico-territoriale su cui non c’è ormai più alcun intervento della politica. Anche sulla burocrazia il dibattito è datato. Venticinque anni fa la legge elettorale sull’elezione diretta del sindaco fu fatta anche per questo, per battere l’irresponsabilità diffusa. Anche se vinci per un voto ti do una maggioranza netta; di più, ti do la possibilità di sceglierti la squadra di governo; di nominare i dirigenti nei settori; di scegliere il segretario comunale; di modificare a piacimento la struttura organizzativa del comune; di nominare i rappresentanti delle società partecipate; di assumere dirigenti a tempo determinato. Solo che il prezzo da pagare è uno solo, semplice, solare: la responsabilità politica ed amministrativa non il balletto irricevibile dei “non sapevo.” C’è poi il tema della risposta dello Stato, non sempre all’altezza. Il tempo medio di scioglimento di un comune infiltrato è poco più di tre anni dal momento delle elezioni. Una consiliatura ne dura cinque, con buona pace di chi definisce questa legge come preventiva. Dopo ventotto anni non esiste un ruolo ad hoc per funzionari e prefetti chiamati a guidare i comuni disciolti per infiltrazioni, come se venire da una prefettura significa “comprendere” di amministrazione locale. L’esperienza insegna che non è così. Le gestioni commissariali sono spesso deficitarie perché affidate a figure che non hanno mai avuto a che fare con i municipi, con i loro problemi, con le loro norme. Oggi sul tema dei problemi della democrazia si è finalmente aperto un largo dibattito che non ignora l’illusorietà di pensare che “elezioni regolari implichino di per sé una democrazia regolare”, cosicché gli scioglimenti dei Comuni per mafia ci invitano a ragionare in maniera meno ortodossa intorno a un fenomeno sul quale siamo lontani da una soluzione.

Antimafia, la lezione ancora attuale di Sciascia, scrive Davide Grassi su “Il Fatto Quotidiano”. Dopo aver oltrepassato il metal detector faccio il mio primo ingresso nell’aula bunker di Via Uccelli di Nemi a Milano. L’aria condizionata non c’è e quella naturale filtra dai finestroni protetti dalle inferiate. Quando il caldo diventa insopportabile, nell’interminabile attesa dell’arrivo dei detenuti, gli agenti di guardia spalancano le porte di sicurezza. Ma più le ore passano più la temperatura sale e l’aria si fa più afosa.  Nel frattempo la tribuna riservata al pubblico, alle spalle della zona in cui sono sistemati i banchi della difesa, si riempie dei familiari dei detenuti venuti ad assistere al processo. Sono naturalmente un po’ teso: mi devo costituire parte civile per l’associazione nazionale antiracket di cui faccio parte in un processo di ‘ndrangheta. Ero arrivato la notte prima e non avevo chiuso occhio. Ma non sento la stanchezza, anche se per un attimo ho temuto di non essere all’altezza dell’incarico. Quando decisi di entrare a far parte dell’associazione nazionale antimafia e di difendere le vittime di usura e di estorsione non lo feci per una questione economica. Decisi di rendermi utile, come una qualunque persona che si sente di mettersi all’opera per un fine sociale. Non chiesi mai un rimborso spese per l’attività svolta per conto dell’associazione o delle vittime né utilizzai quella strada per la mia personale carriera. A Milano, durante il processo “Infinito”, l’avvocato di un boss di ‘ndrangheta mi accusò non tanto velatamente di essere uno di quei “professionisti dell’antimafia” che faceva parte di un’associazione dedita al “turismo giudiziario”. Mi venne data l’opportunità di replicare ovviamente. Il collega aveva inoltre sollecitato la mia memoria. Quando uscì l’articolo di Leonardo Sciascia dal titolo "I professionisti dell’antimafia" sul Corriere della Sera era il 10 gennaio 1987 ed io avevo appena 11 anni. Ancora la mia adolescenza non era “distratta” dalla lettura dei quotidiani. Di quello che narrò lo scrittore siciliano de ‘Il giorno della civetta’ ne sentii parlare negli anni successivi anche per le differenti analisi e i più disparati utilizzi che ne fecero giornalisti e uomini politici. In molti non capirono, o fecero finta di non capire, il senso di quell’articolo. Sciascia, che del fenomeno mafioso era profondo conoscitore quando scriveva di “professionisti dell’antimafia” intendeva riferirsi a coloro che usavano l’antimafia per costruirsi una carriera in politica o in magistratura. Ma poiché Sciascia in quell’articolo evocò l’assegnazione di Paolo Borsellino alla Procura di Marsala, superando nella graduatoria colleghi più anziani di lui ma che non si erano mai occupati di processi di mafia, fece un esempio che lo espose a molte critiche. C’è chi credette, erroneamente, ad un attacco personale al magistrato ucciso nell’agguato mafioso di Via D’Amelio qualche anno più tardi, e non glielo perdonò. Ma la chiave di lettura dell’articolo di Sciascia, che non riguardava il caso di Borsellino, era un’altra e, nonostante siano trascorsi ben trent’anni, oggi è ancora attuale: c’è chi usa l’antimafia per fini esclusivamente personali, per cercare un consenso per sé nella logica di una assoluta autoreferenzialità. In un’intervista che rilasciò qualche giorno dopo l’uscita del tanto contestato articolo, su Il Messaggero Sciascia ritornò ancora sull‘argomento: “Ieri c’erano vantaggi a fingere d’ignorare che la mafia esistesse; oggi ci sono vantaggi a proclamare che la mafia esiste e che bisogna combatterla con tutti i mezzi”

Quando Sciascia lasciò il Pci di Berlinguer e scoprì Pannella, scrive Luciano Lanna il 4 Aprile 2017 su "Il Dubbio". La parabola dell’intellettuale siciliano che in “Candido” racconta la sua svolta libertaria che lo avvicinò ai “nuovi filosofi” francesi e al partito radicale. Come per tante altre cose, l’anno 1977 è stato decisivo anche per l’itinerario politico- culturale di Leonardo Sciascia, lo scrittore che – forse lui solo con Pier Paolo Pasolini – può essere considerato uno dei pochi veri intellettuali del secondo Novecento italiano. È proprio in quell’anno che infatti si esprime in tutta la sua portata la vocazione libertaria dello scrittore in una esplicita presa d’atto pubblica di “rottura” con il Pci e la cultura consociativa che sarà anticipatrice degli snodi di conflitto dei decenni successivi della società italiana. Intanto, con un gesto simbolico forte, all’inizio del ’ 77 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere comunale del Pci a Palermo. Non che fosse mai stato intellettualmente marxista o comunista, la sua formazione era semmai improntata al relativismo pirandelliano e a alcuni tratti dell’illuminismo francese. E l’unica sua “discesa in campo” fu, nel ’ 74, in occasione della campagna per il referendum per l’abolizione della legge sul divorzio, in cui erano in prima fila i radicali di Marco Pannella. E l’anno successivo, dopo tante insistenze, in vista delle elezioni comunali nel giugno ’ 75 aveva accettato di candidarsi, ma come “indipendente”, nelle liste del Pci. Ed era stato eletto, data la sua popolarità, con un fortissimo numero di preferenze. Ma durò solo tre anni. All’inizio del ’ 77, infatti, lo scrittore sbatte la porta e rompe definitivamente col Pci. Anche se i segnali di insofferenza venivano da lontano. Tanto per dire, il 15 marzo del ’ 50 Sciascia – allora maestro elementare nel suo paese, Racalmuto – aveva pubblicato un articolo- necrologio per sottolineare l’importanza dell’autore del romanzo La fattoria degli animali, decisamente antitotalitario e anticomunista. “Molto prima del 1984 è morto George Orwell” era il titolo dello scritto.

E nel ’69, proprio mentre iniziava la sua collaborazione col Corriere della Sera, dava alle stampe Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A. D., un testo che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, una controversia settecentesca. Ma la storia, apparentemente banale, era in realtà una metafora- denuncia antitotalitaria che descriveva i rapporti tra l’Urss e gli Stati satelliti: le iniziali A. D. identificavano infatti Alexander Dubcek, il protagonista nel ’ 68 della Primavera di Praga. Insomma, Sciascia non era mai stato il classico intellettuale organico.

Nel ’ 77 però la strategia berlingueriana del “compromesso storico” e certi accenti consociativi lo costringono alla sua “uscita di sicurezza” nel momento stesso in cui prende atto della sua totale incompatibilità con un certo mondo e le sue logiche. Non a caso subito dopo le sue dimissioni da consigliere comunale si mostra in sintonia con quanto stanno scrivendo e muovendo in Francia i “nuovi filosofi” e accetta, per il laico e filo- socialista editore Marsilio, di scrivere la prefazione al manifesto anti- totalitario La barbarie dal volto umano di Bernard-Henri Lévy, un pamphlet visto ovviamente come il fumo negli occhi da quelli del Pci.

Sciascia viene subito accusato di fare da battistrada da noi al dilagare del nuovo pensiero critico francese. E lui replicava secco: «Sono portato a credere che in Italia le dighe del conformismo e del “compromesso” li fermeranno… ma anche se dilagassero non credo che il loro pessimismo possa toccare i vertici già raggiunti dal compromesso storico, né sommergere, quindi, quel che il compromesso storico ha già sommerso». E concludeva che «non soltanto le oppressioni e i massacri della sinistra al potere offrono credibilità ai “nuovi filosofi”, ma anche le ambiguità, i giochi delle parti, le opportunistiche assenze e le elettoralistiche presenze, la desistenza (con richiamo alla Resistenza) della sinistra non ancora al potere». Parole definitive e chiare che spiegano tutto l’itinerario politico- culturale successivo della scrittore e intellettuale siciliano.

Fatto sta che dopo questi atti pubblici Sciascia manda in libreria un romanzo, forse il più autobiografico dei suoi libri, in cui tratteggia uno spaccato delle contraddizioni e dell’identità politica dell’Italia del secondo dopoguerra: Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (nel ’77 edito da Einaudi, ora in una nuova edizione targata Adelphi). Già da una lettura immediata, il testo appare come il romanzo del disincanto politico e della perdita della fede comunista. Ma non in chiave tragica o risentita, come per altri scrittori precedenti o successivi, ma con tanta ironia e leggerezza libertaria. Come il vecchio conservatorismo siciliano, superstizioso e controriformista, la nuova religione comunista alla fine si era rivelata, per Sciascia, una illusione e lo scrittore parafrasa il percorso di Voltaire e del suo Candido. Va ricordato che il recupero dell’apologo volteriano in chiave contemporanea era stato preceduto di due anni dal regista Gualtiero Jacopetti che – con Franco Prosperi e la sceneggiatura di Claudio Quarantotto – aveva mandato nelle sale cinematografiche nel ’ 75 il film Mondo Candido, unica pellicola non documentaristica ma di fiction del regista, in cui Candido, il personaggio di Voltaire, che vive nel castello in Westfalia, dopo essere stato cacciato di casa, girovaga per paesi ed epoche diverse e si arriva all’epoca contemporanea e ai suoi conflitti politici.

Ma il romanzo di Sciascia va oltre, presentandosi appunto come un apologo sull’Italia e gli intellettuali italiani dall’immediato secondo dopoguerra al ’ 77, anno in cui si concludono le vicende della narrazione. Candido Munafò, il protagonista, non a caso nasce in Sicilia nei giorni dello sbarco americano. E cresce in una realtà devastata, squallida e odiosa, quale quella dell’isola postbellica. Rassegnazione, conformismo, cinismo, consociativismo, corruzione allignano ovunque. Candido viene abbandonato in tenera età dalla madre Maria Grazia, che gli preferisce la compagnia del nuovo marito americano, Hamlet, ufficiale delle truppe alleate. Interessanti il colloquio, nel ’ 77, tra Candido e il marito della madre, in cui l’ex ufficiale americano riconosce che per ordini superiori aveva reclutato per le cariche pubbliche postfasciste personaggi quantomeno sospetti. Alla domanda di Candido – «come ha fatto lei, dopo appena qualche giorno che era arrivato nella nostra città, a scegliere i peggiori cittadini?» – l’americano risponde: «Non li ho scelti io. Quando mi hanno mandato nella vostra città, mi hanno consegnato la lista delle persone di cui dovevo fidarmi… Dovevo: era un ordine insomma».

E il protagonista del romanzo ribatte: «Comunque, l’ho sempre sospettato. Voglio dire: che lei fosse arrivato con la lista dei capi della mafia in tasca». E la puntualizzazione dell’ex ufficiale è lapidaria: «Le dirò che l’ho sospettato anch’io, che mi avessero dato una lista di mafiosi… Ma, veda, noi stavamo facendo una guerra…». Un passo del libro questo, che anticipa di quasi quarant’anni e per firma di Leonardo Sciascia, un tema che sta al cuore del film di Pif In guerra per amore che ha suscitato tante polemiche… Ma torniamo alla trama. Il padre di Candido, un classico avvocato siciliano di tutto rispetto, viene coinvolto in questioni di mafia e si suicida. Il bambino passa allora sotto la tutela del nonno materno, il generale della Guerra di Spagna Arturo Cressi che, dopo essere stato fascista e ufficiale della Milizia, si fa eleggere deputato con la Dc, «tanto è la stessa cosa».

Il piccolo Candido, allora, finisce nella mani di un prete- precettore che resterà fino alla fine il suo amico e interlocutore privilegiato, il grande alleato nel duello che insieme cercheranno di stabilire prima contro la Chiesa cattolica e il suo conservatorismo e, dopo la rottura, contro la Chiesa comunista. Candido si ritrova solo con don Antonio, un prete irregolare che non rinuncia mai a pensare con la propria testa e verrà, per questo, scomunicato e messo al bando dalla Chiesa. Il comunismo, cui Candido e il prete, approdano in cerca di un ambiente diverso, si rivela una grande illusione. Qui le pagine di Sciascia sono molto efficaci, soprattutto laddove descrive la sua critica al Pci e ai suoi metodi. Lo scrittore dipinge infatti il partito come una Chiesa all’inverso, con le sue gerarchie, le sue rigidità, i suoi moralismi, i suoi interessi da difendere, le sue omertà di fronte alla disciplina di partito e alla ragion di Stato. Tanto che Candido, considerato un provocatore e un rompiscatole, viene “processato” ed espulso.

In un’Italia diventata nel frattempo una grande Sicilia, il protagonista del romanzo non ha scampo e va a Parigi, la città – per tornare a quanto già detto – dei “nuovi filosofi”: «Era una grande città piena di miti letterari, libertari e afrodisiaci che sconfinano l’uno nell’altro e si confondono». Anche perché, «tutto il bel parlare che si fa di eurocomunismo di comunismo italiano, di emancipazione dall’Unione Sovietica, è soltanto un bel parlare…». No, meglio Parigi, la sua cultura, le tracce di Hemingway e di Fitzgerald. E qui, proprio in una sera del ’ 77, Candido ritrova il suo precettore: «Qui si sente che qualcosa sta per finire e qualcosa sta per cominciare: mi piace veder finire quel che deve finire…». E, davanti alla statua di Voltaire, in rue de Seine, Candido ammette la sua definitiva liberazione intellettuale. «Non ricominciamo coi padri», dice. E, il romanzo si conclude, con la presa d’atto della sua felicità e della sua dichiarazione di essere solo «figlio della fortuna». Il libro, in sostanza, si delinea come una tagliente satira sull’Italia tra gli anni 40 e 70, piena di compromessi, riciclati, mistificatori, arrivisti, conformisti, ipocriti, affaristi, finti rivoluzionari e asserviti alle logiche.

Che poi l’alternativa, alla situazione italiana, si mostri solo in Francia, è un passaggio che spiega, come dicevamo l’itinerario successivo di Sciascia. Dall’anno precedente, infatti, era aumentata notevolmente la frequenza dei viaggi a Parigi dello scrittore siciliano che intensificava così i suoi contatti con la cultura francese. Cultura francese – si pensi solo ad alcuni autori di riferimento come Albert Camus e Saint- Exupéry – fondamentali nel milieu culturale dei radicali e di Marco Pannella, uno dei pochissimi partiti allora presenti in Parlamento che – con il Msi, il Pli e Pdup-Dp – si schiererà nel ’ 78 contro il governo di unità nazionale e, quindi, contro il “compromesso storico”.

Non a caso, due anni dopo Sciascia accetterà di buon grado la proposta del Partito radicale di candidarsi sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi resta a Strasburgo solo due mesi e poi opta per Montecitorio, dove rimarrà deputato fino all’ 83 occupandosi dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro (con una forte critica rivolta alla cosiddetta “linea della fermezza”) e sul terrorismo in Italia. Si espresse, decisamente, contro la legislazione d’emergenza che istituiva poteri speciali e inaspriva molte fattispecie di reato. In seguito a nuovi contrasti con il Pci di Berlinguer, Sciascia abbandonerà comunque l’attività politica, non rinunciando mai però all’osservazione delle vicende politico- giudiziarie dell’Italia, in particolare sul tema della mafia e sul tema del garantismo. L’ultima sua polemica che farà discutere, trent’anni fa, fu infatti scatenata da un articolo sul Corriere della Sera intitolato “I professionisti dell’antimafia” in cui Sciascia affermava che in Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di stampo mafioso. 

La mafia dell’antimafia, scrive il 24 marzo 2017 Giuseppe Stefano Proiti su "La Voce dell’Isola”. I protagonisti di questo sistema sono professionisti dell’odio. Implacabili giustizialisti giacobini con gli avversari, e teneri garantisti con gli amici. Chi è con loro è contro la mafia, chi non è con loro è mafioso. Questo è il cerchio magico che da dieci anni decide i componenti del governo e persino la durata di un assessore. Questa è una cricca. Che usa il potere dell’intimidazione. Per questo motivo si può parlare di mafia dell’antimafia. Ecco, uno stralcio dell’intervento in Sala d’Ercole dell’on. Nello Musumeci, alla fine del quale – lo scorso 15 marzo – ha annunciato le dimissioni dalla presidenza della Commissione antimafia e contestualmente la sua possibile candidatura alla Presidenza della Regione. Ebbene, come si potrebbero commentare queste parole? In buona sostanza così: nulla di nuovo sotto il sole! Il tema dell’antimafia usato a fini “propagandistici”, come clava contro gli avversari politici, viene ribadito dall’onorevole Musumeci, ma è un fatto conclamato da quarant’anni a questa parte. Esisteva già da quando lo ripeteva, inascoltato, nel 2010, Vittorio Sgarbi da sindaco di Salemi, denunciando quanti, tra giornalisti, investigatori e magistrati, s’inventavano la mafia anche là dove non c’era, pur di perpetuare l’ “antimafia di professione”. Per fare carriera, gestire beni, ottenere privilegi e danari pubblici. Ma andiamo più a ritroso nel tempo: lui era un meridionalista d’indiscussa fede e convinzione. Che questo spinoso e delicato tema gli stesse particolarmente a cuore è facilmente intuibile. Non solo gli articoli, i saggi, i pamphlet, ma anche i romanzi e i racconti sono sempre attraversati da interrogativi divisivi sulle gravi questioni etico-politiche riguardanti la vita del Paese: i rapporti fra Giustizia e potere, fra Stato e diritto, fra Stato e mafia, fra verità e impostura.

Leonardo Sciascia in tutta la sua vita e in ogni suo scritto divise l’establishment, divise il pubblico critico e non, al punto da aggiudicarsi l’appellativo di “scrittore politico”. Lo è stato più di qualsiasi altro letterato del suo tempo, più di Italo Calvino, più di Elio Vittorini, più dello stesso Pier Paolo Pasolini. La sua “politicità” non offusca la sua grandezza letteraria; anzi vanno di pari passo e si alimentano a vicenda. Chi, come Piero Citati, sostiene che la sminuisca, affermando addirittura che dalla sua opera si dovrebbe eliminare – allo stesso modo del “primo Calvino” – “l’ultimo Sciascia”, dovrebbe in realtà chiarire dove inizi, a suo giudizio, “l’ultimo Sciascia”. Comincia con “L’Affaire Moro” o bisogna risalire molto più indietro a “Il Contesto”, a “Todo Modo”, a “Candido”? D’altronde – come giustamente ricorda Gianfranco Spadaccia – l’autore di questi romanzi non è affatto “l’ultimo Sciascia”, perché dopo “L’Affaire Moro”, scrisse ancora saggi, racconti, romanzi che occupano una parte del secondo volume e quasi per intero il terzo volume delle “Opere complete”, edite da Bompiani e curate da Claude Ambroise. Dunque, a vederci bene, non c’è soluzione di continuità fra il primo e l’ultimo Sciascia, fra lo Sciascia di “Le parrocchie di Regalpetra”, di “Morte dell’Inquisitore”, del “Giorno della civetta”, di “A ciascuno il suo” e lo Sciascia di “Todo modo”, del “Contesto”, di “Candido”, de “L’Affaire Moro”, fra lo Sciascia di prima della rottura con il Pci e lo Sciascia di dopo la rottura con il Pci.

Insomma, c’è “del politico” in Sciascia, eccome! E questa sua dote “naturale”, anzi, gliela si dovrebbe riconoscere come qualità per eccellenza, prima delle scontate definizioni di “scrittore illuminista”, di “scrittore barocco” (con Calvino e poi con Belpoliti), di “scrittore secco” (con Bufalino e poi con Campbell). Leonardo Sciascia, nel tempo in cui la menzogna su “entrambi i fronti” era all’ordine del giorno, fu un profondo “cercatore di verità”… fino alla fine: “Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte  – scrisse poco prima di morire in “A futura memoria” – con coloro che non credevano o non volevano credere nell’esistenza della mafia, e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità”. E ancora, in uno dei suoi illuminanti interventi (“Corriere della Sera” – 1987), ebbe a porre sul tappeto il problema di un “eccesso di potere” da parte degli organi istituzionali cui per legge era stata demandata la lotta alla mafia (Commissioni Antimafia nazionale e regionale, pool di magistrati ecc.). Egli fece intendere che all’interno di tali Organismi potesse manifestarsi per finalità di arrivismo politico o di carriera, una qualche forma di perniciosa “tendenza al protagonismo”. Anche se, come sottolinea Gianfranco Spadaccia, non pronunciò e non scrisse mai la frase “I professionisti dell’antimafia”, coloro che lo avevano attaccato, insultato, indicato al pubblico disprezzo, furono gli stessi che, comportandosi proprio come tali, riuscirono a impedire la nomina da parte del Consiglio superiore della magistratura di Giovanni Falcone a capo della Procura nazionale antimafia. Ebbe dunque a tratteggiare, uno scenario dal quale emergeva la preoccupazione per una certa “similitudine” che avrebbe potuto manifestarsi fra i sistemi e i metodi adoperati nei due campi contrapposti. L’uno, volendo sicuramente rendere più visibile l’impegno legalitario nella lotta al crimine organizzato e alle infiltrazioni malavitose nelle strutture pubbliche. L’altro, nella speranza di poter sfruttare, per fini illegali, le crepe esistenti nel sistema politico delle pubbliche amministrazioni. Oggi, a distanza di tanto tempo, non sembra necessario aggiungere alcunché al pensiero di quest’illustre uomo! Leonardo Sciascia sognava di essere ricordato come un uomo che “contraddisse e che si contraddisse”. In lui la contraddizione era “vivente”: il suo “essere siciliano” soffriva indicibilmente del gioco al massacro che perseguiva. Quando denunciava la mafia, nello stesso tempo soffriva poiché dentro di sé, come in ogni siciliano, continuavano ad essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso. Così, lottando contro la mafia, egli lottava anche contro se stesso. Era come una scissione, una continua lacerazione. Allora, se si legge con attenzione, questo suo “spirito di contraddizione”, acquista ancor più valore sol che si tenga presente la sua potente ispirazione ideale, verso l’ “obiettivo puro” finale. Mi spiego: non c’è uno Sciascia intransigente contro la mafia, che diventa improvvisamente lassista o peggio, come è stato insinuato, connivente nei confronti di essa. Ne costituisce una chiara esemplificazione il suo romanzo più noto. Come ricorda in un suo libro Antonio Giangrande, basta rileggere “Il Giorno della civetta” per rendersi conto che il Capitano Bellodi, nel momento in cui ha difficoltà a inchiodare alle sue responsabilità il capomafia Arena, respinge la tentazione delle scorciatoie e condanna con decisione i metodi del Prefetto Mori, adottati durante il fascismo. Al contrario invoca e in qualche modo prefigura più efficaci metodi di indagine che potrebbero consentirgli di risalire alle disponibilità finanziarie, penetrando nelle maglie del segreto bancario, allora un tabù per il nostro sistema giuridico, e di colpire i clan mafiosi nei loro patrimoni, anticipando così molto tempo prima la strada che sarà seguita da Falcone e Borsellino e che porterà, con successo, a celebrare il maxi processo di Palermo contro la Cupola di Cosa Nostra. Muta dunque l’obiettivo polemico – alle connivenze della Dc e dello Stato si sostituisce l’attacco alle strumentalizzazioni politiche dell’antimafia – ma Sciascia continua a muoversi all’interno della medesima “vocazione ideale”. A questo punto, tutto torna nell’infinito “cerchio” del suo illuminismo: un salto così alto da farlo volare al fianco di un Voltaire, di un Diderot. “Ho sempre pensato che la qualità e grandezza di Sciascia sia proprio in questa intima e vitale contraddizione tra l’adesione alla sua terra e alla cultura della sua terra e il suo costante, eretico contrapporvisi in nome di pochi, essenziali valori: la laicità, la democrazia, la tolleranza, una profonda religiosità, la giustizia, il rispetto della dignità umana, la verità”. (Gianfranco Spadaccia).

Giacomo Matteotti e le vecchie zie di Leonardo Sciascia. Di seguito pubblichiamo l’intervento di Valter Vecellio. Ci sono degli italiani con cui l'Italia ha un debito, di cui deve essere fiera, orgogliosa. Tra questi italiani, che sono assai più di quanto si sappia e si creda, e a cui dobbiamo riconoscenza e gratitudine, c'è senz'altro Giacomo Matteotti. Il 10 giugno prossimo saranno novant'anni dalla morte, più propriamente dall'uccisione provocata da cinque membri della polizia politica fascista. Non mi pare che siano molte le occasioni, le situazioni come questa, che si sono create per ricordarlo, per onorarne la memoria e il sacrificio. Non mi sorprende, ma ugualmente ne sono rammaricato. A lungo si è dibattuto se Mussolini sia stato il mandante di quel delitto, se sia invece imputabile all'ala dura del fascismo che ha agito a insaputa del capo costretto a prenderne atto, se Matteotti doveva subire solo una "lezione", poi sfociata in tragedia; e le inconfessabili ragioni di quel delitto. C'è un'ampia storiografia in materia, con punte a volte anche decisamente fantasiose. Renzo De Felice, ritenuto il più autorevole studioso del fascismo e di Mussolini, per esempio era convinto che Mussolini non avesse dirette responsabilità in questo delitto, che non l'abbia ordinato né voluto. Ma anche Federico Chabod e Benedetto Croce, per citare altri insospettabili studiosi e autorevoli testimoni erano dello stesso parere. Ma al di là di questo - un terreno in cui non mi voglio addentrare - mi pare abbiano subito visto giusto quei socialisti vicini a Filippo Turati che il 17 giugno del 1924 sostengono che «L'autorità politica assicura solerti indagini per consegnare alla giustizia i colpevoli, ma la sua azione appare totalmente investita dal sospetto di non volere, né potere colpire le radici profonde del delitto, né svelare l'ambiente da cui i delinquenti emersero». Fa riflettere che si possano usare le stesse parole per tanti delitti e per tante stragi che hanno insanguinato il paese dagli anni Settanta agli anni Novanta...

Il sentire popolare fu ancora più esplicito; una famosa canzonetta dell'epoca diceva:

«Or, se a ascoltar mi state,

canto il delitto di quei galeotti

che con gran rabbia vollero trucidare

il deputato Giacomo Matteotti.

Erano tanti:

Viola Rossi e Dumin,

il capo della banda

Benito Mussolin. »

Il "Becco Giallo" famosa rivista umoristica di massa, un irriverente "Il Male" dell'epoca con in più l'autorevolezza di un "Canard Enchainé" pubblicò una vignetta nella quale un truce Mussolini siede sulla bara di Matteotti. Di Matteotti, Carlo Rosselli scrive che "...possiede una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari, il carattere. Era tutto d'un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione, e con ostinazione le applicava...". Uccidendo Matteotti, conclude Rosselli, Mussolini "ha indicato all'antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere, l'antiretorica, l'azione". Altro che socialismo zuccheroso e buonista, da libro "Cuore" (a parte che anche questo grande libro e il suo autore Edmondo de Amicis andrebbero liberati da questa patina dolciastra con cui li si li è voluti avvolgere)! Era, è, piuttosto, un socialismo umanitario, non credo si debba aver timore di questa parola, che cercava di coniugare i valori della libertà, della giustizia, dell'uguaglianza; quel liberal socialismo che troveremo nei fratelli Rosselli, e poi in Aldo Capitini e Guido Calogero - anche questi personaggi, non per un caso dimenticati e ignoti, volutamente, "scientificamente" ignorati. Per non parlare di Ignazio Silone, che ha avuto una travagliatissima esperienza politica: fondatore del PCI, una intensa e appassionata militanza, dirigente di spicco del partito, poi la violentissima rottura con il comunismo, la denuncia di ogni totalitarismo non importa di quale colore, l'impegno a favore di un socialismo intriso di valori cristiani nel senso letterale; è Silone che conia  l’espressione "fascismo rosso”, contro le degenerazioni dello stalinismo, ponendo l’accento sulla dialettica fra l’apporto degli intellettuali nella loro area politica di appartenenza e i vertici di partito...

Questo, in sintesi, il mondo di Giacomo Matteotti. Ma anche il mondo di Piero Gobetti, di Giovanni Amendola, di Gaetano Salvemini che pure nei confronti dei socialisti non era particolarmente tenero, di Ernesto Rossi, Filippo Turati, Sandro Pertini, Fernando de Rosa, dei tanti che accorrono per combattere in Spagna i golpisti di Francisco Franco, ma devono fare i conti anche se non soprattutto con gli agenti di Stalin. George Orwell ha scritto pagine illuminanti al riguardo.

E qui si incontrano Leonardo Sciascia e il sentire popolare. Immaginiamola, Racalmuto, il paese dove Sciascia è nato ed è cresciuto, anni, diceva, che sono formativi per una persona, e la segnano per il resto della vita. Ancora oggi non è facile arrivare a Racalmuto. Certo non con il treno... anche con l'automobile è un bel viaggio. Figuriamoci negli anni '20-'30. Piccole case, viuzze, gente che si ammazzava dalla fatica per quattro soldi, qualche notabile e possidente. Niente televisione, la radio di regime, poche le automobili, molti gli analfabeti, qualche giornale, il circolo... Al di là del regime che se pur blandamente anche a Racalmuto avrà vigilato, parallelo ad altra, più spietata, efficiente e superiore vigilanza, le notizie arrivavano tardi, e male, non c'era internet, la rete, i tam tam di oggi...Nel 2002 Matteo Collura, grande amico di Sciascia e suo biografo, autore del bel "Il Maestro di Regalpetra" pubblicato da Longanesi, per lo stesso editore dava alle stampe "Alfabeto eretico": cinquantotto voci dall'opera di Sciascia, da don Abbondio a zolfo, e poi l'America, la mafia, il fascismo, Pirandello, Moro, la Sicilia, per capire Sciascia e il suo mondo... una in particolare, qui interessa, ed è la voce dei parenti. Sono appunto le zie. Scrive Collura: «Figure determinanti nella vita di Sciascia, avendone influenzato il formarsi del carattere (…) e fornendogli impagabili spunti nella sua formazione di scrittore (…) Fu una zia a rivelargli, mostrandogli un ritratto di Giacomo Matteotti, tenuto nascosto tra gli attrezzi per il cucito, che i fascisti avevano ucciso un "padre di famiglia che aveva dei bambini"». Di questa e poi mille altre morti, spesso ingiuste, scrisse Leonardo Sciascia. Storie di Sicilia e del mondo. E ieri come oggi, questo scrittore c'insegna sempre qualcosa. Zie colme di quella popolare saggezza che consente di sapere quel che conta e che vale, una saggezza che sa istintivamente dov'è il sugo del sale, non solo nel libro di Collura compaiono queste simpaticissime zie. Sciascia ne scrive in articoli, ne parla in interviste. Sono una presenza costante. "Un cugino di nostro padre" racconta lo scrittore ne "Le parrocchie di Regalpetra", "ci portò in casa il ritratto di Matteotti. Io abitavo con le zie, erano tre sorelle, due di loro non uscivano mai di casa, e spesso ricevevano visite di parenti...". Quel parente racconta come avevano ammazzato Matteotti, e dei bambini che lascia: "...mia zia cuciva alla macchina e diceva - ci penserà il Signore - e piangeva. Ogni volta che vedo da qualche parte il ritratto di Matteotti immagini e sensazioni di quel giorno mi riaffiorano... mia zia prese il ritratto, arrotolato dentro un paniere in cui teneva filo da cucire e pezzi di stoffa. In quel paniere restò per anni. Ogni volta che si apriva l'armadio, e dentro c'era il paniere, domandavo il ritratto. Mia zia, biffava le labbra con l'indice, per dirmi che bisognava non parlarne. Domandavo perché. Perché l'ha fatto ammazzare quello, mi diceva. Se alla mia domanda era presente l'altra mia zia, la più giovane, che era maestra, si arrabbiava con la sorella - devi farlo sparire quel ritratto, vedrai che qualche volta ci capiterà un guaio. Io non capivo. Capivo però chi fosse quello...".

Valgono più questi ricordi di poderosi saggi e dotte ricerche storiche, per capire che tipo di incidenza abbia avuto un personaggio come Matteotti tra quella gente comune che poco o nulla sapeva di alchimie e strategie politiche, ma molto capiva e s'intendeva di quello che Manzoni definisce "guazzabuglio del cuore umano"; e la chiave è appunto in quella istintiva commozione per un padre con bambini ucciso da "quello" e nel ritratto gelosamente conservato. Un ricordo che seguirà Sciascia, condizionandolo, tutta la vita; e che si rifletterà in tutta la sua opera.

Professionisti dell'antimafia? Vent'anni dopo, una nuova polemica su una brutta polemica scatenata da Leonardo Sciascia, scrive "Società Civile". Con la solita esclusione dei fatti. Eccoli qui. Il testo di Sciascia. L'intervento di Nando dalla Chiesa.  Chiedere scusa a Sciascia, come chiede Pierluigi Battista sul Corriere? Ma per che cosa? Innanzitutto i fatti, come sempre oscurati e dimenticati nelle polemiche giornalistiche italiane.

1. Leonardo Sciascia, scrittore siciliano che ha insegnato che cos'è la mafia a più generazioni, il 10 gennaio 1987 pubblica sul Corriere un lungo articolo titolato: "I professionisti dell'antimafia". Nella prima parte discute di un libro di Christopher Duggan sulla mafia durante il fascismo, sostenendo che l'antimafia può raggiungere «un potere incontrastato e incontrastabile» e trasformarsi in uno «strumento di potere». Nella seconda parte dà concretezza a queste astratte riflessioni, portando due esempi. Quello del sindaco di Palermo Leoluca Orlando (senza farne il nome) e (con nome e cognome) quello di Paolo Borsellino, appena diventato procuratore di Marsala «per meriti antimafia». Sciascia era stato spinto a scrivere dal magistrato candidato procuratore che, benché avesse maturato un'anzianità maggiore, era stato sconfitto da Borsellino. La competenza e la professionalità avevano finalmente battuto, forse per la prima volta, le ragioni dell'anzianità.

2. Nessuna reazione all'intervento di Sciascia. Finché il Coordinamento antimafia di Palermo (300 iscritti) emette un duro comunicato che critica Sciascia, afferma che con quell'intervento lo scrittore si è messo ai margini della società civile e lo qualifica come un «quaquaraquà». Sciascia, scrive il Coordinamento, per una «certa affinità di cultura», ha nel suo cuore non Orlando, ma un sindaco come Vito Ciancimino, «che gestiva la cosa pubblica in nome e per conto della mafia».

3. A questo punto scoppia la polemica. Violentissima nei confronti del Coordinamento. Per difendere Sciascia si muove uno schieramento compatto e bipartisan di giornalisti, intellettuali, politici, di destra e di sinistra (fino a Rossana Rossanda sul Manifesto). I toni sono da difesa della libertà d'espressione contro la dittatura della maggioranza, da battaglia contro il conformismo dell'antimafia. Ma in realtà gli intellettuali che cercano di capire le ragioni del Coordinamento si contano sulle dita di un paio di mani: Corrado Stajano, Nando dalla Chiesa, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa, Stefano Rodotà, Franco Rositi. Sulla scia di Sciascia si muove anche tutta la palude siciliana e nazionale che coglie un'occasione ghiotta (e insperata) per attaccare i magistrati attivi contro Cosa nostra e i movimenti antimafia. A un congresso della Dc siciliana, accusata di connivenze con la mafia, il pubblico grida all'oratore: «Cita Sciascia, cita Sciascia!».

4. Il 2 gennaio 2006 Pierluigi Battista, a seguito di due precedenti articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Sandra Amurri sull'Unità, riprende la polemica e chiede a chi vent'anni fa criticò Sciascia di chiedere scusa allo scrittore. Interviene di rincalzo Piero Ostellino, che da direttore del Corriere vent'anni fa curò la regia giornalistica dell'intervento di Sciascia.

5. Reagisce, sull'Unità, Nando dalla Chiesa, che cerca di ristabilire i fatti: Sciascia non fece un generico intervento contro l'antimafia che può diventare strumento di potere (in astratto, può essere certamente vero); ma attaccò direttamente Paolo Borsellino, colpevole di aver fatto carriera per meriti antimafia. E per quali meriti si deve far carriera, in questo Paese? Per meriti di mafia? La reazione del Coordinamento antimafia di Palermo fu certamente eccessiva e sbagliò i toni, ma il comunicato fu scritto di getto da un ragazzo di vent'anni, indignato per il fatto che, nella Palermo dove era normale morire di mafia, l'intellettuale simbolo se la prendesse con un magistrato come Borsellino, non con chi faceva carriera per meriti di mafia o di ossequio ai poteri. Chi ricorda, oggi, il clima tremendo di quegli anni in Sicilia, gli anni dei morti ammazzati per strada, gli anni del maxiprocesso a Cosa nostra, gli anni degli attacchi ai movimenti antimafia... Il Giornale di Sicilia finì per pubblicare gli elenchi degli iscritti al Coordinamento antimafia: un'intimidazione pesante.

6. Borsellino cinque anni dopo fu ucciso da Cosa nostra. Culmine della carriera di un professionista dell'antimafia. Davvero Sciascia si riconciliò con Borsellino, prima della strage di via D'Amelio? Di certo Borsellino tornò su quell'episodio nel suo ultimo discorso pubblico prima di morire, la sera del 25 giugno 1992 alla Biblioteca comunale di Palermo. Il magistrato parlò, quella sera, con un'intensità mai vista: parlò dei tempi brevi che doveva darsi, dell'amico Giovanni Falcone appena ucciso, del «giuda» che lo aveva tradito al Csm, dell'interminabile campagna di delegittimazione dei magistrati antimafia di Palermo: «Tutto cominciò con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia», scandì, prima di ricevere dodici, interminabili minuti d'applausi, con cui i mille presenti, in piedi e con la pelle d'oca, vollero fargli sentire da vivo quel sostegno che Falcone non aveva potuto sentire. Qualcuno dei sostenitori di Sciascia ha mai chiesto scusa a Borsellino? (Gianni Barbacetto)

I professionisti dell'antimafia di Leonardo Sciascia dal Corriere della Sera, 10 gennaio 1987. Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale. Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. Idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Sciascia, perché non mi pento di Nando dalla Chiesa, dall'Unità, 4 gennaio 2007. Chiedere scusa a Sciascia per avere criticato il suo celebre articolo contro i professionisti dell'antimafia di vent'anni fa? Recitare il mea culpa come chiede Pierluigi Battista sul «Corriere» dell'altro ieri? In questi casi è sempre bene non rispondere di getto. E rimettere in fila tutti i dati di realtà conosciuti. E poi pensarci. E poi pensarci ancora. Per evitare di reiterare un gioco delle parti. L'ho fatto. E sono giunto alla conclusione che non ci sia da chiedere scusa di nulla. Non per ostinazione. Ma per un ricordo che ho ben vivo nella mente. Incancellabile. Di quelli che segnano il tuo modo di ragionare (e di far memoria) per tutta la vita. Partirò dunque da quella sera del 25 giugno del '92. Biblioteca comunale di Palermo. Dibattito organizzato dalla rivista «Micromega» sullo stato della lotta alla mafia dopo la strage di Capaci, in cui era stato ucciso Giovanni Falcone. A un certo punto arrivò Paolo Borsellino. In ritardo perché si era dimenticato dell'impegno. Accolto da un applauso lunghissimo. Prese quasi subito la parola, aspirando una sigaretta dopo l'altra. Misurando le parole, ma usandole con una forza inconsueta. Ero se­duto alla sua destra, credo che tra noi ci fossero due oratori, ce n'erano sette stipati su una predella che normalmente non avrebbe contenuto più di quattro sedie. Lo guardavo come attratto da una calamita (tutti lo guardavano così). Man mano che parlava tutti capimmo che Borsellino stava conse­gnando ai presenti un documento orale a futura memoria. Parlò del suo amico ucciso, parlò delle indagini, dei tempi veloci che egli stesso doveva darsi. Parlò del giudice che aveva tradito Falcone nel Csm, riservandogli un termine («giuda») che giunse sui presenti come una staffilata; insieme con l'immagine, nitidissima per tutti, del magistrato palermitano al qua­le si riferiva. Poi fece la ricostruzione storica della campagna volta a distruggere e delegittimare i magistrati palermitani impegnati sulla trincea della lotta alla mafia. A un certo punto fece una pausa e disse: «Tutto incominciò con quell'articolo sui professionisti dell'anti­mafia». Lo disse con un tono sprezzante e amareggiato, esisto­no le registrazioni di quella serata. Fu l'ultimo intervento pubblico di Borsellino. Il testamento morale di un giudice che, con il lucido istinto dell'animale braccato, sen­tiva che avrebbe seguito la stessa sorte dell'amico e che perciò pesò con quella gravità le sue parole. E che comunicò questo suo presa­gio anche alle mille persone pre­senti. Che infatti vollero fargli sen­tire da vivo l'applauso che Falcone non aveva potuto sentire. Dodici, interminabili minuti di applausi. In piedi, con le lacrime agli occhi e la pelle d'oca che non se ne andava. Ripartiamo da lì: «Tutto incominciò con quell'articolo sui professio­nisti dell'antimafia». Un articolo spartiacque, dunque. D'altronde chi lo aveva criticato cinque anni prima aveva ben capito quale ne sarebbe stata la forza dirompente. Aveva ben intuito l'effetto che avrebbe prodotto, nel pieno di una carneficina e nel preciso mo­mento in cui si aprivano spazi istituzionali di una nuova coscienza e responsabilità antimafiosa, quell'attacco a chi si stava impe­gnando su una frontiera rischiosa e cruciale come quella siciliana. Tanto più se l'attacco veniva da uno scrittore che con i suoi ro­manzi aveva insegnato a leggere la mafia a un paio di generazioni e che quindi si sarebbe prestato a meraviglia per essere usato contro il nascente movimento antimafia. Il che puntualmente accadde. Come già era accaduto e come ancora sarebbe accaduto in quegli anni. Nemmeno per il «Corriere», fra l'altro, quell'intervento fu un episodio. Oltre al modo in cui venivano trattati Falcone e Borsellino (per avere difeso i quali dagli articoli di via Solferino dovetti subire due processi per reati d'opinione), brillò in quei giorni un editoriale non firmato (e dunque riconducibile alla direzione di allora, quella di Piero Ostellino) nel qua­le si affermava che accanto alla mafia tradizionale si stava affer­mando «un meccanismo di clientele e parentele che... rischia di trasformarsi in una sorta di mafia, sia pure di segno contrario e in nome di nobilissimi principi». Era la teoria della nuova, più nobile ma­fia composta anche dai familiari delle vittime (le «parentele»)! Di tutto questo, nel lungo articolo di Pier Luigi Battista, non si trova traccia. E in certa misura è comprensibile. Battista non era alla bi­blioteca di Palermo quella sera e quindi tramanda la versione del Borsellino pacificamente riconciliatosi con Sciascia. Battista non ha vissuto, per fortuna sua, quegli anni nel fuoco dello scontro diret­to e quindi può condannare, impeccabilmente, il coordinamento antimafia di Palermo per avere, in un furente e improvvido comuni­cato, messo Sciascia «ai margini della società civile» e averlo definito un «quaquaraquà». Chissà che si immagina che fosse quel coordinamento antimafia. Non sa che era fatto da studenti stanchi di terrore e lapidi e complicità, da don­ne mai prima impegnate in politica, da qualche poliziotto voglioso di dare giustizia a un grappolo di colleghi assassinati. Gente sempli­ce, non intellettuali, che per rabbia, la rabbia del «tradimento», usò parole assurde. Ma che difese le ragioni dell'antimafia con gene­rosità, e Dio sa quanto fu difficile difenderle tra gli studenti dopo che l'auto della scorta di Borselli­no ne uccise due davanti al liceo Meli. Si può restituire il contesto storico di allora contrapponendo a Sciascia quel coordinamento au­dace e smandrappato? Facendo l'elenco minimo di chi dissentì dallo scrittore siciliano e indicando in Sciascia l'anticonformista che dovette pagare il prezzo della sua libertà, sostenuto solo dai radicali (e dal «Corriere», si intende)? Credo che non si possa. Credo, anzitutto, che non si possa negare al lettore l'informazione dirimente, poiché è da qui, dal racconto fede­le dei fatti, che inizia il garantismo: ossia la frase con cui lo scrit­tore chiudeva quel suo celebre articolo, e che ne rappresentava il succo (egli scrisse infatti per protestare contro la nomina di Borsellino a procuratore capo a Marsala). Concludeva sdegnato Sciascia: «I lettori comunque prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per fa­re carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». La carriera di Borsellino, insomma. Era questo l'oggetto del fondo di Sciascia, che fra l'altro non conteneva mai l'espressione «professionisti dell'antimafia», che fu invece tutta farina del sacco del «Corriere» di allora. E nem­meno credo che si possa evitare di riandare agli schieramenti veri di allora. Coordinamento antimafia, il circolo «Società civile» di Milano e pochi intellettuali (Stajano, Rodotà, Rositi, oltre a Pansa) da un lato; tutti i partiti, tutti i sindacati, tutti i direttori di giornale (Scalfari escluso) dall'altro, avvinti in un intreccio surreale, che univa complicità aperte, omertà di partito, bisogno di una legalità «ben temperata», rispetto sacro per il maestro di pen­siero, diffidenze verso i pool di magistrati nati nei processi al terrorismo. Altro che «il vuoto» intorno a Sciascia, come afferma Battista. Pochi e con poco potere contro un intero sistema. Chi era anticonformista? No, il problema non furono gli «sciasciani di borgata» (come dice e disse Leoluca Orlando, comprensibilmente preoccupato di riconoscere la grandezza intellettuale dell'interlocutore). Il problema furono gli sciasciani di palaz­zo, e che Palazzo. A loro, a chi diede loro un aiuto insperato, è difficile oggi chiedere scusa. Sia chiaro: viene ben da pensare ogni tanto, vedendo certi esempi di retorica antimafiosa, che Sciascia avesse una qualche ragione. Ma non vi è certo bisogno delle analisi di Sciascia per provare fastidio per la retorica in generale. Il fatto è che nel caso specifico (l'unico su cui sì può misurare il senso concreto della polemica) la «retorica» era quella che aveva legittimato la «carriera» di Borsellino. Una «carriera» che non doveva costituire un precedente. E che infatti, grazie a quella polemica, non fu un precedente per Giovanni Falcone, boicottato strenuamente - con il contributo del «giuda» - nel Csm. Poi la carriera di Borsellino, la sua celebre carriera, finì. Nel modo che sappiamo. E lui appena prima di finirla disse in pubblico: «Tutto è incominciato con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia». Non è che per caso qualcuno deve chiedere scusa a Borsellino?

I nuovi "professionisti dell'antimafia", scrive “La Voce dell’Isola” il 29 febbraio 2012. Il 10 gennaio 1987 fu pubblicato sul Corriere della Sera un lungo articolo dello scomparso Leonardo Sciascia dal titolo “I professionisti dell’antimafia”, questo articolo divenne oggetto di forte e aspra polemica. Trascorsi ormai 22 anni da quei giorni ci sembra il caso di riprendere il discorso, per una serie di analisi che partendo dal passato possano aiutarci a comprendere il presente. Sciascia contribuì non poco alla comprensione da parte del pubblico dei meccanismi mafiosi. I suoi scritti fra libri e articoli aprirono la mente di molte persone, servirono a comprendere che la mafia non era un termine astratto, ma una realtà concreta con la quale tutti in Sicilia -in qualche modo- dovevano misurarsi. Imprenditori, politici, operai, donne, capitani dei carabinieri. La mafia come fatto concreto e non come entità giornalistica. Non fu facile in quegli anni far capire ai siciliani e non, che un morto ammazzato poteva essere un anello di una catena più grande che coinvolgeva potenti e poteri. Parlando di professionisti dell’antimafia Sciascia attaccò direttamente Paolo Borsellino. Il 25 giugno del ’92, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche alla Biblioteca comunale di Palermo Paolo Borsellino parlò del giudice che aveva tradito Giovanni Falcone nel Csm, riservandogli un termine «giuda» che giunse sui presenti come una staffilata; insieme con l’immagine, nitidissima per tutti, del magistrato palermitano al quale si riferiva. Poi fece la ricostruzione storica della campagna volta a distruggere e delegittimare i magistrati palermitani impegnati sulla trincea della lotta alla mafia. A un certo punto fece una pausa e disse: «Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell’anti­mafia».  Seguì un lungo applauso, 12 minuti per Paolo Borsellino e in memoria di Giovanni Falcone. Nel gennaio ’88 Sciascia era seduto accanto nel loro primo incontro a Marsala, non disse nulla, non chiese mai scusa pubblicamente, alla fine si compresero e si strinsero la mano. Nel ’91 Borsellino lo ricordò con queste parole: “Scontro fra me e Sciascia non ve ne fu. Intanto, perché io stetti silenzioso, anzi colsi l’occasione subito dopo per indicare in Sciascia la persona che aveva estrema importanza nella mia formazione e anche nella mia sensibilità antimafia. -Continuò poi Borsellino – Ebbe la gradevolezza di darmi una interpretazione autentica del suo pensiero che mi fece subito riflettere sul fatto che quella sua uscita mirava a ben altro”. Tutta questa premessa per spiegare i fatti e ricordarne almeno le fasi salienti. Ma forse Sciascia non sbagliò il suo articolo. Probabilmente prese di mira soltanto la persona sbagliata. Sciascia, uomo di Racalmuto, uomo duro, di cultura, deciso. Sciascia uomo che aveva sempre detto la verità. Sciascia uomo che aveva sbagliato. Sciascia inconsapevole strumento di quei poteri che con la sua fidata macchina da scrivere aveva sempre attaccato e, nella Sicilia di quei tempi, oltraggiato. Sciascia ebbe però nel 1987 una geniale intuizione: si affermavano i “professionisti dell’antimafia”. Cadde però vittima della sua stessa intuizione pensando che una delle persone più esposte potesse farne parte. Ma quella di Paolo Borsellino più che una professione era una passione. Sciascia vittima di quei professionisti dell’antimafia che velatamente ispirarono il suo articolo (era stato spinto a scrivere infatti dal magistrato candidato procuratore a Marsala che, benché avesse maturato un’anzianità maggiore, era stato sconfitto da Borsellino).

Chi indicava Sciascia come figure ideologiche nel ruolo di professionisti dell’antimafia? “L’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana”.

Sciascia intuisce quindi che delle persone, in nome dell’antimafia, ne sarebbero diventati professionisti. Non calcola però che se non proprio professionisti, già all’epoca si affermavano diversi “buoni apprendisti” pronti a cambiare il senso della verità, pronti a sfruttare il potere che già all’epoca derivava dai mass media. Intuisce quindi una grande verità, sbaglia totalmente la focale scegliendo come obiettivo proprio Paolo Borsellino. Legittima con la scrittura e la cultura la più grande campagna di delegittimazione mai iniziata da Cosa Nostra e dai poteri che da sempre, per convenienza, la sostengono. Ma la sostanza, a nostro avviso, rimane inalterata e in un mondo in cui quelle icone dell’antimafia vivono ormai soltanto nei nostri ricordi e nelle nostre vite il problema si ripresenta. Forte come non mai. Oggi viviamo un forte rinnovamento dei movimenti antimafia, la nuova creazione di icone ed esempi da portare avanti e sostenere nella lotta (forse eterna) contro la mafia e i poteri forti. Ma in questa lotta vediamo inserirsi con forza e prepotenza una nuova generazione agguerrita e più colta (pertanto più pericolosa) di “professionisti”. Persone che si fanno scudo della parola “antimafia” per interessi privati e assolutamente distanti dalla logica dell’ideale e della giustizia. Il moltiplicarsi di informazioni sui social network, sui giornali, sulle televisioni sempre più spesso è volto soltanto a confondere le carte più che a far chiarezza in questi misteri. Proviamo a leggere in mezzo a frasi e mezze frasi trovando spesso incongruenze, populismo, semplice demagogia. Puri meccanismi politici, nulla più. Personaggi vecchi e nuovi, personaggi “in cerca d’autore”. Luigi asero – (già pubblicato su “La Voce dell’Isola” il 06/09/2009)

Leggi e regole: gli insegnamenti di Leonardo Sciascia. Sciascia pose un problema essenziale: non si può derogare dal diritto; e non si può piegare una legge alla contingente convenienza. Le leggi e le regole sbagliate si cambiano; fin quando non si cambiano, si applicano. Intanto Francesco Forgione, con i “I tragediatori, la fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti” conferma quanto avesse ragione lui, scrive Valter Vecellio. Andrò, spero tra non molto, a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia; su quella tomba bianca sulla destra quando si entra, voglio deporre un fiore; e dirgli là, quel “grazie” che ogni giorno gli dico: ogni volta che leggo e rileggo una sua pagina, non importa se Gli zii di Sicilia o La scomparsa di Majorana, Dalle parti degli infedeli o Morte dell’Inquisitore. “Grazie” per averci insegnato che si può e si deve battere la mafia detta ‘Cosa Nostra’ e le altre organizzazioni criminali organizzate puntando “…sull’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così a uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…”. “Grazie” per aver accettato il ruolo scomodo e pesante del “pesce volante”: quando “vola” in aria lo beccano gli uccelli; quando nuota sott’acqua è preda di pesci più grandi e voraci. Per aver denunciato la mafia, le mafie; e al tempo stesso la ‘mafiosità’ di certa antimafia, ed esser diventato bersaglio dei loro fulmini. So per certo che quella polemica, uscito l’articolo redazionalmente titolato “I professionisti dell’antimafia” lo ha ferito in modo particolare; quell’insulto scagliato con violenza e protervia: “quaquaraquà”; quel non voler capire che Sciascia pone un problema essenziale, che ancora oggi ci si deve porre. L’essenza di quell’articolo è che non si può derogare dal diritto; e che non si può piegare una legge, una norma a seconda della contingente convenienza: se quella legge o quella norma sono sbagliate o inefficaci, non le si può aggirare, magari pensando di usarle in altra, conveniente, occasione. Le leggi e le regole sbagliate si cambiano; fin quando non si cambiano, si applicano. Non può essere che si deroghi da quanto prevede una norma se si tratta di Paolo Borsellino, è poi bellamente la si utilizza per impedire a Giovanni Falcone di ricoprire quell’incarico, a palazzo di Giustizia di Palermo, che certamente avrebbe ricoperto in maniera eccellente. Recensendo, in quell’articolo, un bel libro dello storico inglese Christopher Duggan sulla mafia negli anni del fascismo, Sciascia ammonisce che l’antimafia, facilmente, si poteva trasformare in strumento di potere; e lo può benissimo diventare anche in un sistema democratico, “retorica aiutando, e spirito critico mancando”. Dico “grazie” a Sciascia per quell’allarme. Più che fondato, se penso che proprio in queste ore ho potuto leggere le circostanziate, precise motivazioni della sentenza di assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino, accusato in abbreviato per minaccia a corpo politico dello Stato in una delle non so ormai neppure quante tanche del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. So bene che Mannino è persona che dovrebbe prestare maggiore attenzione quando fa il testimone di nozze; so bene che lo ha fatto per quel Gerlando Caruana figlio di Leonardo, ucciso nel 1981 a Palermo, dopo la cerimonia dell’altro figlio Gaspare. So bene che si è difeso sostenendo di non sapere chi si sposava; cosicché può scegliere: o è cretino; o vuole farci passare noi, per cretini. Ma questa fattispecie di reato ancora non è contemplata nei codici, che altrimenti in pochi scamperebbero. Al di là di questa discutibile e discussa partecipazione matrimoniale, Mannino per la storia della cosiddetta “trattativa” è stato assolto il 3 novembre del 2015; e le motivazioni sono arrivate dopo undici mesi. Il Giudice per l’Udienza Preliminare Marina Petruzzella letteralmente fa a pezzi l’inchiesta condotta dall’ex pubblico ministero Antonio Ingroia, dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi, dal sostituto procuratore Francesco Del Bene, dai procuratori Nino De Matteo e Roberto Tartaglia. Con un doppio risultato, doppiamente dannoso: perché da una parte si dà corpo a una “trattativa” fantastica, fatta di “papelli” e raccontata da personaggi più che discutibili come il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino; dall’altra ci si “distrae” dalle vere complicità e commistioni, che ci sono state, e tuttora ci sono. Dando credito all’incredibile, come si è finora fatto, si rende incredibile il vero. Doppio risultato che fa comodo a molti, e certo chi l’ha nei fatti posto in essere neppure si rende conto di quello che fa e ha fatto. E’ insomma un certo modo ideologico e “militante” di amministrare la giustizia che porta inevitabilmente ai risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere. La lettura della sentenza del GUP Petruzzella va fatta in parallelo a quella di un recentissimo libro scritto dall’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione, I tragediatori, la fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti. Per capire di cosa si tratta, basti un brano della prefazione scritta da un insospettabile, l’ex magistrato Giuseppe Di Lello, a suo tempo, stretto collaboratore di Giovanni Falcone nel pool antimafia: “…Lo scopo dichiarato del libro di Forgione è analizzare i motivi profondi di una svolta rovinosa, individuando tutti i pericoli di un’antimafia opportunista e di facciata. Siamo infatti in una fase in cui tutto appare confuso e, per le tante ambiguità di molti protagonisti di vicende che interessano la lotta alla mafia, sembra difficile capire dove si situa il confine tra un’azione di contrasto seria ed efficace e comportamenti che, con il paravento dell’antimafia, sconfinano a volte nell’illiceità o quantomeno nel malcostume…”. Va giù a colpi di maglio, Forgione: “L’antimafia dei tragediatori è scoperta. E’ finita. Chi sono, da dove vengono e perché stanno crollando le icone e i ‘miti’ dell’antimafia… Imprenditori, giornalisti, magistrati, associazioni, sono travolti da inchieste giudiziarie e dalla questione morale. Hanno costruito carriere, accumulato potere, fatto affari. Nei salotti televisivi e sui giornali erano i nuovi eroi, Sempre pronti a dividere il mondo tra buoni e cattivi, puliti e collusi. Per anni sono stati intoccabili: o con loro, o con la mafia. Una trasfigurazione della realtà nella quale si perde il confine tra mafia e antimafia. E’ una storia che viene da lontano con risvolti politici e sociali…”. Ognuna delle 120 pagine del libro di Forgione è una conferma di quel monito contenuto in quell’articolo di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Nella montagna di ritagli che ingombrano il mio tavolo di lavoro, uno del 7 aprile di quest’anno, è un editoriale in prima pagina del Corriere della Sera di Paolo Mieli. Comincia così: “Adesso dovremmo tutti riconoscere che il pericolo era stato ben intravisto trent’anni fa da Sciascia per quanto è ormai evidente che il malaffare siciliano ha adottato il codice di camuffarsi dietro le insegne dell’antimafia…”; e via così, per tre-quattromila parole. Per questo andrò a Racalmuto, a deporre quel fiore, e dire a Leonardo: “Grazie”. Come ora, penserò: “Come ci manca il tuo saper dire, il tuo saper vedere, il tuo saper capire”. La Voce di New York, 3 novembre 2016.

Sempre attuale la “lezione” di Leonardo Sciascia. Il carabiniere Renato Candida scrisse “Questa mafia” che ispirò Leonardo Sciascia per il suo capitano Bellodi protagonista de “Il giorno della civetta”. Dopo oltre cinquant’anni questo libro verrà ripubblicato e quel testo, accompagnato a quello di Sciascia, nonostante il tempo trascorso, e le mutazioni, ci dice ancora molto, scrive Valter Vecellio. Pubblicato ormai più di cinquant’anni fa, Questa mafia, scritto da un carabiniere (l’allora capitano Renato Candida che tanto, troppo, aveva capito della “Cosa Nostra”), è un libro che attira l’attenzione di un giovane ma già vigile Leonardo Sciascia. Ne scrive una recensione con toni di entusiasmo, e ne nasce un’amicizia che dura nel tempo. Candida sarà anche il modello di carabiniere a cui Sciascia si ispira per il suo capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta. Va detto che Candida, una volta pubblicato il libro, ne riceve, dopo qualche tempo, un ringraziamento: sotto forma di trasferito, alla scuola allievi ufficiali di Torino. Promosso, e rimosso. Si può dire, con il senno di oggi, che gli sia andata perfino bene. In quegli anni così s’usava. Poi altre, più drastiche e sanguinose misure vengono prese: prima la “chiacchiera”; poi il rimprovero d’essere “chiacchierato”. Infine la mortale carica di tritolo o la raffica di kalashnikov. La Cosa Nostra certo ha enormemente mutato i suoi connotati, da quegli anni ormai lontani; è ormai altra cosa, da quello che hanno scritto Candida e Sciascia. Non solo è salita molto a Nord, la mafiosa palma; è diventata una ormai inestricabile foresta; e tanto più insinuante e pericolosa in quanto silenziosa, discreta. Non se ne parla più, non si mostra più. Segno, evidentemente, che non ha più bisogno di parlare, di mostrarsi. Con quel che ne consegue. Questa mafia, che ormai si poteva reperire con fortuna nel circuito delle librerie antiquarie, a giorni verrà meritoriamente ripubblicato; e ne avremo così, se non un documento di attualità, un documento di storia: sempre utile, perché la conoscenza di “ieri” aiuta a comprendere e spiega “l’oggi”. E’ rieditato dallo stesso editore di allora, quel Salvatore Sciascia di Caltanissetta, omonimo di Leonardo; e di quest’ultimo ha un testo introduttivo. Invitato a presentarlo a Torino, dove ancora vive e risiede una delle figlie del generale, se così posso dire, mi sono “preparato”. E’ vero: è una mafia contadina, agricola, quella che viene descritta (ben descritta; e fin troppo: per aver mostrato intelligenza e volontà di combatterla, e aver dato prova che aveva compreso cosa c’è a fianco delle cosche, a supporto e complice, Candida si trova trasferito). Quel testo, accompagnato a Il giorno della civetta, nonostante il tempo trascorso, e le mutazioni, ci può ancora dire molto. Ve la ricordate certamente la classificazione del genere umano elaborata da Mariano Arena, il mafioso protagonista del romanzo?: “Uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo, quaquaraquà…”. Quante volte l’abbiamo sentita, e ripetuta noi stessi… E chi non ricorda la scena del film di Damiano Damiani, con il bravissimo Lee J.Cobb che fronteggia Franco Nero, venuto ad arrestarlo…Nel film quel “piglianc…” diventa “ruffiani”, per non incorrere nei fulmini della censura, anche quello accade in quegli anni… Ma quella pagina, in entrambe le versioni, è un classico”. Grazie a quel libro – e a quel film – molti italiani prendono consapevolezza che esiste un qualcosa, una organizzazione criminale ramificata e antica, che si chiama mafia, e che i suoi adepti chiamano “La cosa nostra”. Sciascia si ispira, tra l’altro, a un episodio realmente accaduto, il delitto di Accursio Miraglia, un sindacalista ucciso dalla mafia nel gennaio del 1947. E un giorno converrà fare una storia dei sindacalisti morti ammazzati in Sicilia dalla mafia: tanti; e pochissimo ricordati. S’è parlato, prima, di una pagina diciamo così di “colore”; suggestiva, ma non è quella che conta. La pagina davvero importante è quella che viene prima. Bellodi sente che il mafioso – anche grazie alle protezioni politiche di cui gode a Roma – gli sta per sfuggire dalle mani. Lo capisce, e pensa a Cesare Mori, il “prefetto di ferro” che Mussolini manda in Sicilia, e che stronca il brigantaggio; quando poi Mori comincia a pestare i piedi alla mafia, che è già entrata nel regime, il prefetto viene nominato senatore; anche lui rimosso, come anni dopo Candida. I metodi di Mori sono brutali, all’insegna del “fine giustifica i mezzi”, al di là e al di sopra delle leggi, che per quanto fasciste, qualche garanzia pure la danno. Fare come Mori, pensa per un attimo Bellodi. Tentazione che scaccia subito: no, si dice, bisogna stare nella legge. Piuttosto, quello che serve è indagare sui patrimoni, mettere la Finanza, mani esperte, come hanno fatto in America con Al Capone, a frugare sulle contabilità, e non solo dei mafiosi come Mariano Arena: annusare le illecite ricchezze degli amministratori pubblici, il loro tenore di vita, quello delle loro mogli e delle loro amanti, censire le proprietà e comparare il tutto con gli stipendi ufficiali; e poi come dice Sciascia, “tirarne il giusto senso”. Quello che anni dopo fanno Beppe Montana, Ninì Cassarà, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino: che cercano di “tirare il giusto senso” appunto indagando sulle tracce lasciate dal denaro, che non puzza, ma una scia la lascia sempre, a saperla e volerla trovare. “Tirare il giusto senso”, significa anche Anagrafe Patrimoniale degli Eletti; significa che ministri, parlamentari, amministratori pubblici devono vivere come in una casa di vetro, e devono rendere conto del loro operato agli elettori, che devono essere messi nella condizione di sapere. Se quei suggerimenti fossero stati accolti, probabilmente molte cronache giudiziarie, di ieri e oggi, ce le saremmo risparmiate. L’altra pagina importante e amarissima è l’ultima. Bellodi è tornato a Parma, c’è una festa, e si racconta una storia: quella di un medico del carcere che si mette in testa di cacciare i mafiosi sani dall’infermeria e ricoverarvi i detenuti malati. Il medico una notte è vittima di un’aggressione, un pestaggio all’interno del carcere. Nessuno lo aiuta, tutti gli dicono che è meglio lasciar perdere. Il medico è un comunista, si rivolge al partito. Anche il partito gli dice di lasciar perdere. Il medico allora si rivolge al capomafia, e gli aggressori vengono puniti. Aneddoto amarissimo, e non ne sfuggirà il senso, il significato. E dire che qualcuno, anni fa, non ha avuto scrupolo e pudore di rivelare la sua integrale imbecillità sostenendo che Il giorno della civetta è un romanzo che fa l’apologia della mafia…La Voce di New York 20 ottobre 2016

"La storia della mafia" di Leonardo Sciascia, scrive Valter Vecellio il 5 marzo 2013. Un consiglio, per quello che può valere: procuratevi La storia della mafia di Leonardo Sciascia, meritoriamente pubblicata dalle edizioni Barion, “etichetta” gloriosa, specializzata nella pubblicazione di romanzi celebri a prezzi popolari, e rilevata da Mursia. Si tratta di uno smilzo volumetto di una settantina di pagine, costa 8 euro; il testo di Sciascia è accompagnato da “Io, Nanà e i don”, di Giancarlo Macaluso e impreziosito da una postfazione di Salvatore Ferita. Il piccolo saggio di Sciascia è un quasi inedito: pubblicato in origine per la rivista mondadoriana “Storia Illustrata” nell’aprile del 1972; il quotidiano francese “Libération” poi lo ripubblicò il 30 dicembre 1976. Infine, questo testo viene utilizzato come prefazione dal giornalista francese Fabrizio Calvi per la sua ormai difficile da trovare La vie quotidienne de la Mafia 1950 à nos jours, e per la traduzione italiana del libro, La vita quotidiana della mafia dal 1950 a oggi (Rizzoli).    Un testo, quello di Sciascia che, a oltre quarant’anni di distanza ancora prezioso e per quanto abusato vocabolo, “attuale”; naturalmente avendo sempre presente l’avvertenza che occorre situare ogni situazione nel suo contesto, e tener conto delle evoluzioni, che – nel caso di Cosa Nostra – sono di difficile e lenta decifrazione.

Bellissimo paese l’Italia, disse una volta Sciascia; ma con un grande difetto: smarrisce la memoria. E non solo: è un paese senza verità. L’“innocenza” l’Italia non l’ha persa, come molti hanno detto, nel 1969, con lo scoppio delle bombe alla Banca dell’Agricoltura a Milano. L’innocenza l’aveva già persa il 1 maggio del 1947 con la strage di Portella della Ginestra. E’ quel giorno che comincia la lunghissima teoria delle menzogne di Stato, i suoi segreti e misteri. E anzi, a esser puntigliosi, due anni prima, il 17 giugno del 1945, il leader dell’indipendentismo siciliano (di sinistra) Antonio Canepa viene ucciso assieme a due suoi compagni inun conflitto a fuoco con i carabinieri, alle porte di Randazzo…(e al riguardo sono di estremo interesse i due volumi di Salvo Barbagallo, Antonio Canepa, ultimo atto, e L’uccisione di Antonio Canepa. Un delitto di Stato?, Bonanno editore).

Ne I piaceri Vitaliano Brancati – autore tra i prediletti di Sciascia – nota che “se noi non ricordassimo, il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra di spessore, sulla quale fulmineamente stampato, un perpetuo presente attirerebbe su di sé i nostri sguardi stupiti e incantat”; e poi un’osservazione quasi incidentale, ma di grande profondità: “Molte generazioni evitano di abbruttirsi solo perché uno dei loro componenti ha il dovere di ricordare”. Come nel celeberrimo romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 descrizione di un mondo cupo e orrido, dove gli sgherri dell’oligarchia al potere bruciano ogni libro che capita loro tra le mani; e il sapere, la speranza del sapere, il sapere della speranza, sono affidati a pochi volenterosi, che quei libri li imparano a memoria, si impongono il dovere di non smarrire la memoria.

Per tornare a Sciascia. Uno degli autori da lui più amato è stato Giuseppe Antonio Borgese, uno dei tredici che non votò fedeltà al regime fascista e venne espulso per questo dall’università; autore di quel Golia definito “uno dei migliori libri per la comprensione del fenomeno fascista, quello di Mussolini, ma non solo: quell’eterno fascismo italico che si nutre dell’intolleranza e della nozione di stato etico e, come tale, è sempre in agguato e può reincarnarsi continuamente in nuovi statolatri”. Erano gli anni Ottanta, quando Sciascia denunciava questi rischi; trent’anni dopo il rischio è divenuto certezza. E chissà se è un caso se il Golia non si stampa e non si può leggere più.

Ci stiamo avvicinando alla nostra Storia della mafia. Ruggero Guarini, quand’era ancora responsabile della terza pagina del “Messaggero” – stiamo parlando di trent’anni fa – ha scritto che Sciascia «crede di essere nipote di Voltaire, figlio di Pirandello, fratello di Borges, con una sostanza culturale di derivazione squisitamente giornalistica». Goffredo Fofi, sui “Quaderni Piacentini”, sostiene che “L’opera di Sciascia e il suo aspetto profondamente reazionario finisce per prevalere sui non pochi meriti, la sua programmatica sfiducia nel popolo sul suo ostinato amore per gli ostinati ribelli, la sua amara e inutile vecchiaia su quel che di nuovo la sua opera pure avrebbe potuto avere”. Non è da meno Grazia Cherchi, raffinata critica e consulente editoriale, in una notarella libraria apparsa su “Linus”: L’affaire Moro è “un libro inutile e nato morto, di cui ci siamo dimenticati subito, e senza sforzo”; La Sicilia come metafora è null’altro che “una stracca intervista”, mentre Nero su nero è un patchwork “di note e notarelle, commenti e commentini, motti e mottetti, lamentazioni sul nostro paese, aforismi abortiti”; né è da meno Oreste del Buono; su “Panorama” scolpisce: “E’ come se allo Sciascia che tutti conosciamo e di cui io ho per primo nostalgia, quello lucido e anticipatore degli avvenimenti di Todo modo e del Contesto, si fosse aggiunto adesso un secondo personaggio, una specie di mister Hyde, che parla, scrive, fa il moralista al posto dell’altro”. Non basta. Sempre del Buono, a cui va riconosciuto il primato, tornato ad occuparsi di Sciascia, su “Linus” lo accusa di essere un poco mafioso, e conseguentemente di lanciare “avvertimenti” (mafiosi, beninteso) verso chi dissente dal tripudio generale nei suoi confronti.

Ancora: per Giovanni Roboni Sciascia “è precipitato al livello di un terrorismo piccolo-borghese, per non dire qualunquista”; Giampaolo Pansa sostiene che “il nuovo Sciascia ci fa una gran pena… A me pare che Sciascia si è messo a combattere con Sciascia. Sciascia contro Sciascia. Impegnato a demolire articolo dopo articolo, l’immagine di se stesso”; Claudio Fava dipinge un “Leonardo Sciascia, ormai travolto dagli anni e da antichi livori…”; mentre per Nando Dalla Chiesa, che sostiene di averci pensato a lungo, e di essere giunto “…alla conclusione che… Il giorno della civetta è uno splendido libro sulla mafia, una fotografia perfetta, ma non uno strumento di lotta contro la mafia”.

Arrivano poi gli attacchi e le volgarità postume. Pino Arlacchi su “La Repubblica” sostiene che Sciascia non può essere considerato un maestro, “perché gravissimi furono i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche»; e perfino che II giorno della civetta in realtà fa l’apologia di Cosa Nostra”. Testuale: “Una storia ben narrata della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti di fronte a un delitto di mafia”. Trascurabile il fatto che ciò che viene raccontato nel libro era quello che in quegli anni accadeva; irrilevante che sia stato grazie a Sciascia e al suo libro che se ne è avuta, finalmente percezione e conoscenza. Tutto ciò, per Arlacchi diventa una sorta di complicità. E, infatti: “Dei due maggiori personaggi del racconto, il capitano dei carabinieri e il capobastone locale, è il secondo che colpisce sovrasta”. Conclusione: “Sciascia stregato dalla mafia”. Un livello di polemica che indigna Tullio De Mauro, il fratello di Mauro De Mauro, il giornalista de “L’Ora” impegnato in inchieste di mafia, scomparso un giorno del 1970 e mai più tornato e ritrovato. Dice De Mauro: “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposte in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo [Arlacchi, ndr] dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”.

Non solo Arlacchi. Anni fa, interpellato dal “Corriere della Sera”, il filosofo Manlio Sgalambro se ne è uscito dicendo che “Sciascia era uno scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma a rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico, la sua funzione è esaurita, Sciascia non ci serve più”. E come non ricordare Andra Camilleri, che pure di Sciascia si professava amico? Anche lui a dire che Il giorno della civetta fa l’apologia della mafia, dimostrando così che si può essere bravi romanzieri la cui parola è più veloce del pensiero…E allora, prima di finire, prendiamo il toro per le corna, vediamo che fondamento può mai avere quest’accusa.

“Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’esser considerato un esperto di mafia, o come si usa dire, un mafiologo”, scrisse Sciascia sul “Corriere della Sera” del 19 settembre 1982 (“Mafia: così è, anche se non vi pare”). “Sono semplicemente uno che è nato, vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfatara; a livello delle cose vissute e in parte sofferte”.

Quell’“in parte sofferte” è indicativo. C’è il ricordo del sindaco mafioso di Racalmuto, si chiamava Baldassarre Tinebra, ucciso nel corso principale del paese, tutti sanno chi è l’assassino, nessuno parla, in galera ci finisce uno che il delitto non l’ha commesso; c’è il ricordo del nonno, capo-mastro in una zolfatara, “uomo dal polso fermo che riusciva a governare la miniera senza consentire intromissioni a sgherri e gregari delle cosche, arginando le vessazioni…”.

Non era un mafiologo, Sciascia; ma di mafia capiva, vedeva, sapeva. Al punto da darne esatta rappresentazione e definizione, quando disse con fulminante battuta e amarissima ironia che dal giorno della civetta si era arrivati al giorno dell’avvoltoio. Cos’era la mafia non solo l’aveva capito; lo aveva anche scritto, in lunghe corrispondenze, per esempio, per quel bel giornale che negli anni Sessanta era “Il Giorno” voluto e finanziato da Mattei. Articoli dove si racconta di Castelvetrano, il paese del bandito Giuliano; o di Misilmeri: e quello, davvero esemplare, del 4 aprile 1940: dove descrive la realtà di Caltanissetta e di Riesi, e si riporta il dialogo in piazza “con due avvocati e un professore”, due democristiani che facevano capo alla corrente uno di Rosario Lanza, fanfaniano; l’altro di Calogero Volpe, sostenitore in quel momento di Aldo Moro; il professore invece era, diceva, di fede socialista. Nella piazza di Riesi parlano di mafia. Alla domanda di Sciascia: cosa fa, di preciso, la mafia?, “Niente fa”, risponde il socialista; e il democristiano di Volpe sorride compiaciuto. “Si diceva”, continua il socialista, “badi bene: si diceva che la buonanima dello zio…fosse un capomafia. E che faceva? Due litigavano: lo zio…li portava al caffè, pagava sempre lui, e faceva stringere loro la mano. Opera di pace”.

L’inchiesta per “Storia illustrata” si chiude con un aneddoto estremamente significativo. Un aneddoto che riguarda il mafioso italo-americano Vito Genovese, da cui Mario Puzo trarrà ispirazione per il suo “Padrino”: “Genovese, in America ricercato per omicidio, si trovava in Sicilia nel 1943-44, sistemato come interprete presso il Governo Militare Alleato. Un poliziotto di nome Dickey, che gli dava la caccia, riesce finalmente a trovarlo. Facendosi aiutare da due soldati inglesi lo arresta; gli trova addosso lettere credenziali, firmate da ufficiali americani, che dicevano il Genovese profondamente onesto, degno di fiducia, leale e di sicuro affidamento per il servizio’. Una volta arrestato, cominciano i guai, non per il Genovese, ma per il Dickey. Né le autorità americane né quelle italiane vogliono saper nulla dell’arresto. Il povero agente si trascina distro per circa sei mesi l’arrestato, e riesce a portarlo a New York soltanto quando il teste che accusava di omicidio il Genovese è morto di veleno (come il luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta, nel carcere di Palermo), in una prigione americana. Soltanto allora, cioè quando Genovese poteva essere assolto, Dickey poté assolvere il suo compito. E ci fermiamo a questo solo episodio ‘americano’ e non come si suol dire, per carità di patria; ma perché troppi, e ugualmente esemplari, dovremmo raccontarne di casa nostra”.

Il saggio “La Storia della mafia” del 1972 fa giustizia di tante pretestuose polemiche subite e patite da Sciascia; ed è lettura che va accompagnata a un’altra lettura (o rilettura): quella dell’articolo sui “Professionisti dell’antimafia” poi compreso nel volume A futura memoria, se la memoria ha un futuro” (Bompiani). Un articolo nel quale Sciascia pone una questione di metodo e di legalità fondamentali: la questione che anche l’antimafia può essere agitata a scopo di demagogia; e di come le regole debbano essere osservate sempre; se poi queste regole non sono più adatte, efficaci, vanno cambiate, ma non le si può disattendere. Valter Vecellio

“I professionisti dell’Antimafia”. Sciascia, trent’anni dopo. Leonardo Sciascia volle ammonire che la Giustizia agisce su un terreno scivoloso e colmo di insidie: sempre le stesse, scrive Fabio Cammalleri su La Voce di New York il 12 gennaio 2017. La precarietà del “Criterio Antimafia”, in questi anni, si è confermata ineliminabile. Le parole di Leonardo Sciascia riguardavano taluni interessi. Ma quali? Paolo Borsellino disse: “L’uscita [l’articolo di Sciascia, n.d.r.] mirava ad altro. Ma fu sfruttata purtroppo all’interno di una pesante corrente corporativa della magistratura..." Trent’anni fa, nel Gennaio del 1987, Leonardo Sciascia scriveva il famoso saggio breve, che il Corriere della Sera intitolò “I Professionisti dell’Antimafia”.

Oggi siamo nel 2017. La dott.ssa Silvana Saguto (e altri suoi colleghi) e la Sezione Misure di Prevenzione Antimafia del Tribunale di Palermo; Roberto Helg, già Presidente della Camera di Commercio di Palermo all’insegna dell’Antimafia, colto a riscuotere una tangente (e condannato per corruzione anche in sede di Appello, nello scorso Settembre); Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, eletto in nome dell’Antimafia, e sottoposto ad indagine per presunte cointeressenze mafiose; Franco La Torre, figlio di Pio, che va in rotta con “Libera”, l’Associazione “contro tutte le mafie” di Don Ciotti, ritenendo che “il nostro compito si è affievolito”, e rivolgendo, a quanti, proprio sul caso Saguto, affermavano di non aver sentito bene, un perentorio: “si sturino le orecchie”. La precarietà del “Criterio Antimafia”, in questi anni, si è confermata ineliminabile: proprio per la sua origine intrinsecamente emotiva e contingente, per non dire opportunistica. Per es: il Presidente del Senato è stato designato prima, e votato poi, in ragione di meriti antimafia: ma quei meriti, pur così solennemente convalidati, sono stati ugualmente materia di polemiche al calor bianco: venute dallo stesso “ambiente di provenienza”; ancora nel Marzo 2013, a rincalzo di vecchie e mai risolte ruggini, Giancarlo Caselli sosteneva, sull’appena eletto Presidente Grasso: “ha leso la mia immagine, chiedo tutela al CSM”; e si potrebbe continuare. Quali che saranno gli esiti delle ipotesi dubbie in corso di accertamento, quali che siano le valutazioni di urti e accuse reciproche, dove dubbi non ci sono, è comunque di imbarazzante evidenza che il quadro, così delineato, mostri quanto Sciascia fosse stato lucido: al limite della profezia razionale. In quelle densissime colonne, Sciascia commentava l’opera dello storico Christopher Duggan (allievo di Denis Mack Smith), “La mafia durante il fascismo” (Rubettino, 1986). Ricordava Cesare Mori, “Il Prefetto di ferro” che il Regime, nell’Ottobre 1925, nominò per reprimere, “audacemente, apertamente”, “tutte le maffie e contromaffie”, nelle parole di Roberto Farinacci, Segretario del PNF: anche quelle al plurale, come oggi fa il democratico mainstream.

Durante il fascismo, rilevava Sciascia, col pretesto della repressione antimafiosa, una fazione più conservatrice ridusse all’impotenza un’altra fazione, “che approssimativamente si può dire progressista, e più debole”. Entrambe fazioni fasciste, una usò l’antimafia contro l’altra: al fine ultimo di conseguire “un potere incontrastato e incontrastabile”. Sicché, concludeva Sciascia, il rischio era ed è, in ogni tempo, in ogni assetto costituzionale, che ne risulti un Apparato autoritario a sè stante, insofferente di controlli e reali responsabilità: “…retorica aiutando e spirito critico mancando”. Nel 1987, scriveva “può benissimo accadere”: ma, provenendo da Enzo Tortora era fin troppo evidente che per lui era già accaduto. Si ricorderà che in quelle righe Sciascia pose una questione di principio, avvalendosi di due esempi; uno evocandolo, ma non nominandolo, Leoluca Orlando; l’altro, invece, soffermandovisi espressamente: era la nomina di Paolo Borsellino quale Procuratore della Repubblica di Marsala. Il criterio, sin lì seguito, era stata l’anzianità di servizio. Per Borsellino fu ritenuto decisivo l’avere condotto istruttorie sulla criminalità di tipo mafioso. Nessuna questione personale. Borsellino, nel luglio 1991, a Racalmuto, in occasione, di un convegno sullo scrittore, fu lapidario: “Chiarimmo con Sciascia.” Un anno dopo, nel Gennaio 1988, il CSM, per la direzione dell’Ufficio Istruzione di Palermo, quello dello storico “pool”, preferì il dott. Antonino Meli a Giovanni Falcone, tornando al criterio dell’anzianità. La critica andava subito ad effetto: la mancanza di un criterio stabile, apriva la via all’arbitrio e, perciò, all’indebolimento istituzionale della magistratura. Ma, anzichè riconoscerlo, con maneggio retorico e improntitudine mestierante, si volle far carico di quell’indebolimento, e in non minima parte, proprio al saggio dell’anno prima. E non solo: Sciascia avrebbe offerto la copertura del suo nome ad interessi più o meno inconfessabili. In questo rovesciamento delle parti si distinsero Eugenio Scalfari, Gianpaolo Pansa e il Coordinamento Antimafia di Palermo.

Le parole di Sciascia riguardavano taluni interessi: questo è sicuro. Ma quali? Sentite Borsellino, ancora a Racalmuto: “L’uscita [l’articolo di Sciascia, n.d.r.] mirava ad altro. Ma fu sfruttata purtroppo all’interno di una pesante corrente corporativa della magistratura, che sicuramente non voleva quei giudici e quei pool”. Una pesante corrente della magistratura. Ecco il punto: dove lo scrittore e il giudice, che si volevano avversari, se non nemici, pianamente concordavano. Non per nulla, Borsellino tornò su quella mancata nomina. Lo fece il 25 Giugno del 1992, a Casa Professa, una notissima chiesa barocca di Palermo, nel Trigesimo della Strage di Capaci, riferendosi a Falcone, disse: “…non voglio dire che…cominciò a morire…nel Gennaio 1988, e che questa strage del maggio 1992 sia il naturale epilogo di questo processo di morte…”. E poi: “…la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro…”. Il Gennaio 1988 è quello della bocciatura di Falcone, ad opera del CSM. Non voglio dire: cioè, lo dico. A questa frase, “cominciò a morire. Nel Gennaio 1988…”, Borsellino pone un inciso: “…se non forse l’anno prima, in quella data che ora ora ha ricordato Luca Orlando…”. Orlando aveva richiamato l’articolo su “I Professionisti dell’Antimafia”. A questo inciso si è aggrappata ogni sorta di rimasticatura che potesse aduggiare Sciascia: in vita, e dopo. Ma era quello stesso Orlando che aveva accusato Falcone di “tenere nei cassetti” le inchieste sugli omicidi c.d. politico-mafiosi (Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco). Da escludersi, perciò, che una “concordia antisciasciana”, includendo Borsellino, fosse sorta dopo Capaci. Quelle ultime parole di Borsellino, appena pronunciate, vollero semmai unilateralmente mitigare le improvvide asprezze di Orlando, in un momento di specialissima tensione. Invece, quanto già sostenuto a Racalmuto non era stato detto per inciso: poichè, mentre assicurava sull’intervenuto chiarimento, aveva mosso un’accusa precisa: “…una pesante corrente della magistratura…”; e quella sera, infatti, a Palermo, il cuore dell’invettiva sarebbe tornata ad essere la magistratura: “…ha più colpe di ogni altro…”, “…epilogo di questo processo di morte…”, non Leonardo Sciascia.

La voce che si impenna, lacerando un silenzio attonito; gli epiteti, “…Giuda…”, che sanguinano sofferenza; lo sguardo, che è un giuramento di verità, tutto insomma, come ciascuno di voi può constatare semplicemente riandando al filmato di quell’ultimo discorso di Borsellino, lo dimostra con purezza di intendimenti, pari solo al calore e alla grandezza dell’uomo. Nel saggio dello storico inglese, fra l’altro, si legge che quello era “…un ambiente in cui le accuse di criminalità erano un’arma politica fondamentale…” (Op. cit. pag. 11) ; “ …l’accusa di ‘mafia’ o di ‘mafioso’…veniva sfruttata per scopi politici. Tali accuse potevano distruggere non solo singoli individui, ma intere fazioni ed amministrazioni.” (ibidem, pag. 100); se una proprietà era ritenuta sospetta, con un provvedimento amministrativo era dichiarata “centro infetto” “…i criteri per dichiarare infetta una proprietà erano molto ampi…” (ibidem, pag. 155).

Leonardo Sciascia ovviamente non ne scrisse a caso. Volle ammonire che la Giustizia agisce su un terreno scivoloso e colmo di insidie: sempre le stesse. E questo gli immemori, i mestatori, di ogni ruolo, in ogni sede, allora e ora, non glielo possono perdonare.

FABIO CAMMALLERI. Il potere di giudicare e condannare una persona è, semplicemente, il potere. Niente può eguagliare la forza ambigua di un uomo che chiude in galera un altro uomo. E niente come questa forza tende ad esorbitare. Così, il potere sulla pena, nata parte di un tutto, si fa tutto. Per tutti. Da avvocato, negli anni, temo di aver capito che, per fronteggiare un simile disordine, in Italia non basti più la buona volontà: i penalisti, i garantisti, cioè, una parte. Forse bisognerebbe spogliarsi di ogni parzialità, rendendosi semplicemente uomini. Memore del fatto che Gesù e Socrate, imputati e giudicati rei, si compirono senza scrivere una riga, mi rivolgo alla pagina con cautela. Con me c’è Silvia e, con noi, Francesco e Armida, i nostri gemelli.

Leonardo Sciascia, polemista "A futura memoria". Leonardo Sciascia (1921-1989) prese posizioni eretiche. Talvolta fino all’abbaglio (non solo su Borsellino, anche su Pertini). Ma con ironia, senza esibizionismi. I suoi scritti politici e civili tornano ora a dimostrarlo, scrive Simonetta Fiori il 13 marzo 2017 su “La Repubblica”. «Questo libro raccoglie quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto su certi delitti, certa amministrazione della giustizia; e sulla mafia. Spero venga letto con serenità». Così nel novembre del 1989 Leonardo Sciascia si accomiatava dalla raccolta dei suoi scritti politici e civili A futura memoria – titolo tipicamente sciasciano, inclusa la parentesi scettica che lo completa (se la memoria ha un futuro). È il suo ultimo libro. Gliel’aveva proposto Mario Andreose, il direttore editoriale di Bompiani – una scelta degli articoli usciti prevalentemente sull’Espresso e sul Corriere della Sera – e Sciascia acconsentì, ma a condizione che fosse l’editore ad occuparsi della ricerca: a lui mancavano già le forze. E così avvenne. L’apporto dello scrittore fu minimo, ma paradossalmente ancora più che in altri lavori la sua personalità affiora da ogni rigo, da ogni ragionamento analitico, da ogni invettiva impastata di ironia. L’autore non fece a tempo a vedere il volume stampato, ma di quegli scritti conosceva bene gli argomenti condotti spericolatamente sulla linea di confine. Le critiche al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. La campagna contro i «professionisti dell’antimafia». I protratti attacchi alla «casta intoccabile» dei magistrati, lasciati impunemente liberi nella «irresponsabilità».  E oggi la preghiera messa alla fine dell’introduzione – leggetemi con serenità – appare come una delle sue ultime provocazioni, nella consapevolezza del fuoco polemico che la silloge sprigionava. Perché la sua, in fondo, era una voce perennemente contro. Contro «l’astrale stupidità» della sinistra che aveva combattuto anche dalle file del Partito radicale. Contro «luoghi comuni» e «conformismi» da lui ricondotti al perbenismo forcaiolo della gauche intellettuale.  E forse perfino contro lo stesso Sciascia, grazie al quale moltissimi italiani avevano imparato cos’era la mafia. Quasi trent’anni dopo – in occasione della nuova edizione adelphiana per la preziosa cura di Paolo Squillacioti – l’appello alla serenità non può che essere accolto. Anche in omaggio a una formidabile tipologia che oggi appare quasi del tutto smarrita, l’intellettuale civile che non esita a mettere la faccia su fatti di cronaca e scelte della politica, sui fenomeni sociali e fondamentali questioni del diritto. Per dieci anni – dal 1979 al 1989, una decade tumultuosa nella storia italiana – Sciascia non esitò a dire la sua sulla giustizia ingiusta e sugli omicidi di mafia (Cesare Terranova, Piersanti Mattarella oltre che il generale dalla Chiesa). A differenza di Pier Paolo Pasolini che amava ricorrere alle metafore, negli interventi politici resta essenzialmente uno scrittore di cose, secco, asciutto, impregnato di letterarietà ma mai incline alla fantasia poetica dinanzi all’urgenza quotidiana. Antimonumentale per scelta, chissà come avrebbe accolto oggi gli incensamenti di chi ne vuole fare il profeta infallibile, anticipatore del degrado che tinge di mafia l’antimafia. A lui piaceva quel film di Duvivier, ambientato in una casa di riposo per attori, dove alla morte di un ospite l’amico più caro si fa prendere dall’enfasi celebrativa – «interprete inarrivabile», «straordinario protagonista...» – per fermarsi all’improvviso «no, non posso dire questo». E solo allora – annota Sciascia – «dalla verità sorge l’elogio più vero e commovente». Verità. Bussare alle porte della verità: un’immagine che si trova di frequente nei suoi scritti. Vi è sempre riuscito Sciascia? Sicuramente ci ha provato, con esiti alterni. Appena morto Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso da un kalashnikov della mafia il 3 settembre del 1982, sul Corriere della Sera lo scrittore ne lamenta leggerezza nella difesa – per non pesare sulla giovane moglie, avrebbe aggiunto – e scarsa comprensione del nuovo fenomeno mafioso. Dinnanzi alla reazione del figlio Nando – trentatré anni, spinto dallo sperdimento e dal dolore a dire anche cose molto sbagliate – Sciascia non sembra conoscere temperanza verso quel «piccolo mascalzone», «privo di intelligenza» e «carico di ambizione-abiezione»: certo ferito dalle accuse ingiuste, ma privo della pietas che si deve a un orfano a cui hanno appena ammazzato il padre. Ma l’acme polemico viene raggiunto cinque anni dopo, il 10 gennaio del 1987, con il celebre articolo sui «professionisti dell’antimafia», espressione che non compare nel testo ma è frutto dell’invenzione di un abile titolista del Corriere (successivamente fatta propria da Sciascia). Partendo da un saggio di Christopher Duggan sulla mafia in Sicilia sotto Mussolini, Sciascia rileva come all’epoca la lotta contro la criminalità fosse diventata uno «strumento di potere» nella lotta tra fazioni all’interno del fascismo. Un rischio – aggiungeva – ancora presente nel regime democratico. I sintomi di questa degenerazione? I comportamenti di due personaggi, in particolare. Un sindaco troppo impegnato in esibizioni antimafiose per potersi occupare dell’amministrazione di Palermo (non lo cita, ma è Leoluca Orlando) e un magistrato promosso procuratore della Repubblica a Marsala non per anzianità ma per meriti acquisti nella sua lotta contro la delinquenza mafiosa – con la conseguenza che dell’incarico veniva privato il legittimo candidato, il dottor Alcamo (si tratta di Paolo Borsellino, questa volta apertamente citato). Conclusione dell’articolo: «I lettori comunque prendano atto che nulla vale più in Sicilia per fare carriera nella magistratura del prendere parte a processi di stampo mafioso». Borsellino era allora uno dei componenti (insieme a Falcone) del pool antimafia creato da Antonino Caponnetto, giudice istruttore del maxiprocesso che avrebbe messo fine all’impunità di Cosa Nostra. La frase di Sciascia cadde come una grandinata sui giudici impegnati in trincea e sull’opinione pubblica che guardava con speranza al dibattimento palermitano. Con Borsellino si sarebbero poi chiariti: splendide foto scattate l’anno successivo a Marsala li ritraggono allegri e conviviali. Disse la verità allora Sciascia? Oggi si tende a celebrarne la carica premonitrice, riferendo le sue analisi a chi fa carriera grazie alla retorica e al mantra vittimario, allo spettacolo malinconico di nobili paladini dell’antimafia inquinati dalla mafia. Ma allora? Anche Borsellino dedito all’«eroismo che non costa nulla»? Anche lui «eroe della sesta giornata», come a Milano viene bollato chi si prende il merito a cose fatte? Il grande merito di Sciascia è che fino all’ultimo non spense mai sulla mafia il lume dell’opinione pubblica, denunciandone le connivenze con la politica, la capacità di infiltrazione, i silenzi omertosi della Chiesa.  E invocando costantemente l’indagine fiscale e patrimoniale come strumento risolutore del crimine. Così come non arretrò mai di un millimetro nelle sue battaglie autenticamente garantiste contro la retorica delle manette e contro la cattiva amministrazione della giustizia, di cui rinvenne un simbolo in Enzo Tortora, da lui sostenuto fin dalle prime accuse – e qui sì, voce solitaria e lungimirante nella canea scatenata contro il conduttore. All’accusa di vanità mossa una volta da Eugenio Scalfari, si ritrasse con un passo di George Bernard Shaw: «I negri prima li si costringe a fare i lustrascarpe e poi si dice che sanno fare solo i lustrascarpe. Così prima mi si attacca poi mi si fa rimprovero di essere attaccato». In realtà quella del polemista fu una vocazione più che una costrizione. E della sua biografia di eretico, pronto a immolarsi sugli altari dell’inquisizione progressista, gli piaceva farsi vanto. «Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia, e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità». Non cercò mai la popolarità a buon mercato, la simpatia esibita lo irritava. A tal punto che neppure davanti a un personaggio seduttivo come Sandro Pertini riuscì ad ammorbidire la sua scontrosità (che «può apparire perfino come arroganza, ma non è che timidezza e discrezione», corresse nell’introduzione di A futura memoria).  L’episodio del loro incontro viene rievocato nelle prime pagine e colpisce una frase messa tra parentesi, cassata nell’edizione Bompiani forse per eccesso di prudenza verso l’ex presidente ancora vivo: «Il popolarissimo Pertini; ma quanti uomini rappresentativi sono stati popolarissimi in Italia e poi sono apparsi, se non nefasti, apportatori di guai?». Una domanda che, seppur mossa da un bersaglio sbagliato, ha il sapore amaro – questa volta sì – della profezia.

I gendarmi dell’antimafia processarono Sciascia, scrive Valter Vecellio il 10 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Il 10 gennaio di trent’anni fa. Il Corriere della Sera pubblica un lungo articolo di Leonardo Sciascia, redazionalmente intitolato “I professionisti dell’antimafia” (e sarà questo titolo a provocare lo scandalo e non il contenuto, che con molto anticipo, come sempre quando si tratta di Sciascia, mette in guardia da rischi e pericoli che puntualmente poi si avverano e verificano). Quell’articolo viene accolto da una quantità di polemiche animate da tanti, in cattiva, pessima fede; e da qualcuno (pochissimi, invero) in buona fede. E culmina con l’insulto, l’accusa, scagliati con cattiveria: Sciascia è diventato un “quaquaraquà”. La lascio per ultima, la domanda. Di tempo ne è trascorso, ma ho timore di riaprire una ferita che non si cicatrizza. La donna che mi siede davanti, gentile, minuta, che parla con a bassa voce e ricorda nel tratto il suo grande padre, è Annamaria Sciascia; e sono nel salotto della sua casa di Palermo. La risposta la immagino, la telecamera ronza, l’operatore attende. Ecco, lo dico: Leonardo suo padre è stato spesso al centro di tante polemiche, alcune hanno comportato la insanabile rottura con amicizie consolidate. Quel è stata la polemica che a lui, ma anche a voi della famiglia vi ha maggiormente ferito? «L’ultima: quella sui professionisti dell’antimafia», risponde Anna Maria. «Ed è una polemica che continua a tormentarci, non si è mai sopita, non finisce mai: c’è sempre qualcuno che la ritira fuori, strumentalmente; questo è il dolore e il dispiacere più grande: vedere la malafede e non poter fare nulla. Nella lettera che mio padre ci lasciò prima di morire lui ci raccomandava di non perdere tempo a difendere la sua memoria; e quindi quando vedo mio marito o i miei figli agitati per queste polemiche dico loro di tenere conto di quanto ci ha raccomandato, che è tempo perso, perché un familiare che difende è un po’ patetico. Però fa male, questa è una polemica che gli ha avvelenato sicuramente gli ultimi anni, perché lo hanno accusato in modo volgare, meschino». Non meritava (e non merita) assolutamente la caterva di insulti che Sciascia ha dovuto subire. Ricordiamola quella polemica, a costo di rinnovare pena e dolore; perché di certe cose, di certe affermazioni è doveroso serbare memoria, non dimenticare. E’ il 10 gennaio di trent’anni fa. Il Corriere della Sera pubblica un lungo articolo di Leonardo Sciascia, redazionalmente intitolato “I professionisti dell’antimafia” (e sarà questo titolo a provocare lo scandalo; non il contenuto, che con molto anticipo, come sempre quando si tratta di Sciascia, mette in guardia da rischi e pericoli che puntualmente poi si avverano e verificano). Quell’articolo viene accolto da una quantità di polemiche animate da tanti, in cattiva, pessima fede; e da qualcuno (pochissimi, invero) in buona fede. E culmina con l’insulto, l’accusa, scagliati con cattiveria: Sciascia è diventato un “quaquaraquà”. Apro una parentesi, prima di continuare il racconto di quella vicenda: si tratta di un consiglio: procuratevi “La storia della mafia” di Leonardo Sciascia, qualche anno fa meritoriamente pubblicata dalle edizioni Barion. Si tratta di uno smilzo volumetto di una settantina di pagine; il testo di Sciascia è accompagnato da “Io, Nanà e i don”, di Giancarlo Macaluso, e impreziosito da una postfazione di Salvatore Ferita. Un testo, quello di Sciascia che, a distanza di anni è ancora di utile, preziosa lettura. Perché questo «consiglio»? Perché quella «storia della mafia» dice tanto, tutto dell’impegno politico, culturale, civile, umano di Sciascia; come lo dicono i suoi articoli pubblicati su Il Giorno, L’Ora e Mondo nuovo negli anni Sessanta; e come, infine dice “Il giorno della civetta”: romanzo che parla all’Italia per la prima volta di una cosa che si chiama mafia. Sapete, sembra incredibile: Sciascia è il primo scrittore siciliano che parla di mafia. Prima di lui non lo ha fatto Luigi Pirandello, non lo ha fatto Giovanni Verga, Luigi Capuana, Tomasi di Lampedusa… nessuno. Il 10 gennaio del 1987 lo scrittore civile e anti- mafioso, buono e coraggioso scopre di essere una sorta di Gregorio Samsa, il protagonista delle kafkiane Metamorfosi, che si corica uomo, e si sveglia il mattino dopo scarafaggio. E’ “colpevole” di aver posto, quel mattino, con quell’articolo, un problema essenziale, che ancora oggi ci si deve porre (e che molto spesso la cronaca conferma di grande attualità). L’essenza di quell’articolo è che non si può derogare dal diritto; che non si può piegare una legge, una norma a seconda della contingente convenienza: se quella legge o quella norma sono sbagliate, inefficaci, non le si può aggirare, magari pensando di usarle in altra, conveniente, occasione. Le leggi e le regole sbagliate si cambiano; e fino quando non si cambiano, si applicano. Non ci può essere: fingere che la norma non ci sia quando si tratta di attribuire un (meritato) vertice di procura a Marsala, a Paolo Borsellino; è contemporaneamente farsi forte di quella norma, in altra occasione, per impedire a Giovanni Falcone di ricoprire un incarico apicale a palazzo di Giustizia di Palermo, e che certamente meritava e avrebbe ricoperto in maniera eccellente. Parte da un libro, Sciascia, dello storico inglese Christopher Duggan e che tratta della ma- fia negli anni del fascismo; parlandone Sciascia ammonisce che l’antimafia, facilmente, si può trasformare in strumento di potere; e lo può benissimo diventare anche in un sistema democratico, «retorica aiutando, e spirito critico mancando». Si fa poi il caso di un sindaco, Leoluca Orlando, leader allora di un movimento di marcata venatura giustizialista; molto attivo nell’azione agitatoria anti- mafiosa, molto meno efficace nell’azione di amministratore della città. Allora come ora, del resto. E, giusto per ricordare, l’impegno anti- mafioso, suo, di Alfredo Galasso e Carmine Mancuso è giunto al punto di denunciare Giovanni Falcone al Consiglio Superiore della Magistratura, con l’accusa di occultare la verità sui delitti politico- mafiosi nei cassetti della sua scrivania. Ma questa come si dice, è altra storia. Scritto quello che Sciascia voleva scrivere, si sono aperte le cataratte degli sdegnati indignati sdegnosi. Impossibile citarli tutti. Diamone qui qualche assaggio. Il coordinamento antimafia di Palermo definisce Sciascia un “quaquaraquà”. Giampaolo Pansa sostiene di non riconoscere più Sciascia, facendo l’operazione più disumana che si può fare nei confronti di una persona: negarla. Sciascia viene additato come una sorta di responsabile dell’isolamento di Borsellino e Falcone, quasi un responsabile degli attentati in cui vengono uccisi. Anni dopo, quando le polemiche del momento sono sopite, nella prima puntata di “Vieni con me”, Roberto Saviano sposa questa “scuola di pensiero”. Ma tantissimi altri con lui, prima e dopo. Procedo ora per ricordi. Oreste del Buono, per altro mite e gentile direttore di Linus e mille altre cose ancora. Accusa Sciascia, di essere un poco mafioso, e conseguentemente di lanciare “avvertimenti” (mafiosi, beninteso) verso chi dissente dal tripudio generale nei suoi confronti. Il già ricordato Pansa prova per «il nuovo Sciascia una gran pena. A me pare che Sciascia si è messo a combattere con Sciascia. Sciascia contro Sciascia. Impegnato a demolire articolo dopo articolo, l’immagine di se stesso». Claudio Fava dipinge un «Leonardo Sciascia, ormai travolto dagli anni e da antichi livori…»; Nando Dalla Chiesa, che sostiene di averci pensato a lungo, e di essere giunto «… alla conclusione che Il giorno della civetta è uno splendido libro sulla mafia, una fotografia perfetta, ma non uno strumento di lotta contro la mafia». Arrivano poi gli attacchi e le volgarità postume. Pino Arlacchi su La Repubblica sostiene che Sciascia non può essere considerato un maestro, «perché gravissimi furono i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche; II giorno della civetta in realtà fa l’apologia di Cosa Nostra». Testuale: «Una storia ben narrata della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti di fronte a un delitto di mafia». Trascurabile il fatto che ciò che viene raccontato nel libro era quello che in quegli anni accadeva; irrilevante che sia stato grazie a Sciascia e al suo libro che se ne è avuta, finalmente percezione e conoscenza. Tutto ciò, per Arlacchi diventa una sorta di complicità. E, infatti: «Dei due maggiori personaggi del racconto, il capitano dei carabinieri e il capobastone locale, è il secondo che colpisce sovrasta». Conclusione: «Sciascia stregato dalla mafia». Un livello di polemica che indigna il compianto Tullio De Mauro, il cui fratello Mauro, giornalista de L’Ora impegnato in inchieste di mafia, scompare un giorno del 1970, mai più ritrovato. Dice De Mauro: «I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposte in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo [Arlacchi, ndr] dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica». Non solo Arlacchi. Interpellato dal Corriere della Sera, il filosofo Manlio Sgalambro dice che «Sciascia era uno scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma a rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico, la sua funzione è esaurita, Sciascia non ci serve più». E come non ricordare Andrea Camilleri, che pure di Sciascia si professa amico? Anche lui a dire che Il giorno della civetta fa l’apologia della mafia, dimostrando così che si può essere bravi romanzieri la cui parola è più veloce del pensiero. Pochi, a fianco di Sciascia, come spesso accadeva: Marco Pannella, i radicali, Rossana Rossanda, qualche socialista come Claudio Martelli; altri ce ne saranno stati, ma non molti. Anche loro sommersi dal coro violento e protervo degli inquisitori, flebile, allora, la loro voce, a fronte degli schiamazzanti crucifige. A questo punto, prendiamo il toro cui ad un certo punto si legge: “Non può essere consentito al giudice lo stravolgimento delle regole probatorie da applicare solo ai processi di mafia; necessita sempre un serio e rigoroso controllo di tutti gli elementi del reato: le prove devono assumere carattere di certezza e gli indizi devono essere concordanti ed univoci; non c’è ingresso nel processo penale ai semplici sospetti e alle generiche opinioni. La lotta concreta al crimine potrà essere fatta solo con la seria utilizzazione degli strumenti normativi”. Parole che credo nessuna persona onesta e intelligente rifiuterebbe di sottoscrivere». Il sottolineato è mio: «Richiamo alle regole… modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti». Siamo all’oggi. Ha solo qualche mese di “vecchiaia” un agile libretto scritto da Francesco Forgione, già parlamentare di Rifondazione Comunista, vice- presidente della passata commissione antimafia. Nulla so di Forgione, mi basta quello che scrive nel suo “I tragediatori, la fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti” (Rubbettino). Si può cominciare con un brano della prefazione scritta dall’ex magistrato Giuseppe Di Lello, a suo tempo, stretto collaboratore di Giovanni Falcone nel pool antimafia: «… Lo scopo dichiarato del libro di Forgione è analizzare i motivi profondi di una svolta rovinosa, individuando tutti i pericoli di un’antimafia opportunista e di facciata. Siamo infatti in una fase in cui tutto appare confuso e, per le tante ambiguità di molti protagonisti di vicende che interessano la lotta alla mafia, sembra difficile capire dove si situa il confine tra un’azione di contrasto seria ed efficace e comportamenti che, con il paravento dell’antimafia, sconfinano a volte nell’illiceità o quantomeno nel malcostume…». Ognuna delle 120 pagine del libro di Forgione è una conferma di quel monito contenuto in quell’articolo di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Nella montagna di ritagli che ingombrano il mio tavolo di lavoro, uno del 7 aprile di quest’anno, è un editoriale di Paolo Mieli, prima pagina del Corriere della Sera. Comincia così: «Adesso dovremmo per le corna, vediamo che fondamento può mai avere quest’accusa. «Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’esser considerato un esperto di mafia, o come si usa dire, un mafiologo», scrive Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982 (“Mafia: così è, anche se non vi pare”). «Sono semplicemente uno che è nato, vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfatara; a livello delle cose vissute e in parte sofferte». Quell’“in parte sofferte” è indicativo. C’è il ricordo del sindaco mafioso di Racalmuto, si chiamava Baldassarre Tinebra, ucciso nel corso principale del paese, tutti sanno chi è l’assassino, nessuno parla, in galera ci finisce uno che il delitto non l’ha commesso; c’è il ricordo del nonno, capo- mastro in una zolfatara, «uomo dal polso fermo che riusciva a governare la miniera senza consentire intromissioni a sgherri e gregari delle cosche, arginando le vessazioni…». Non era un mafiologo, Sciascia; ma di mafia capiva, vedeva, sapeva. Al punto da darne esatta rappresentazione e definizione, quando disse con fulminante battuta e amarissima ironia che dal giorno della civetta si era arrivati al giorno dell’avvoltoio. Il 14 gennaio 1987 Sciascia pubblica sempre sul Corriere della Sera dove replica alle accuse: «Il comunicato del cosiddetto Coordinamento antimafia è la dimostrazione esatta che sulla lotta alla mafia va fondandosi o si è addirittura fondato un potere che non consente dubbio, dissenso, critica. Proprio come se fossimo all’anno 1927. Nel mio articolo del 10 gennaio, c’era in effetti soltanto un richiamo alle regole, alle leggi dello Stato, alla Costituzione della Repubblica: e questo cosiddetto Coordinamento – frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere – risponde con una violenza che rende più che attendibili le mie preoccupazioni, la mia denuncia. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa avere un’opinione, nella loro vera immagine. Ed è chiaro che non da loro né da chi sta dietro di loro – e ne è riconoscibile (si dice per dire) lo stile – verrà una radicale lotta alla mafia. Loro sono affezionati alla “tensione”, e si preoccupano che non cada. Ma le “tensioni” sono appunto destinate a cadere: e specialmente quando obbediscono a giochi di fazione e mirano al conseguimento di un potere. In quanto al dottor Borsellino, non ho messo in discussione la sua competenza, che magari può essere oggetto di discussione per i suoi colleghi; sono le modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti. Ed è proprio nella sentenza di un processo che mi pare sia stato appunto istruito dal dottor Borsellino, sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Palermo, seconda sezione, il 10 novembre dell’anno scorso, che trovo la migliore ragione, perché non ci si acquieti agli intendimenti del cosiddetto Coordinamento. Una sentenza che ha mandato assolti gli imputati e in tutti riconoscere che il pericolo era stato ben intravisto trent’anni fa da Sciascia per quanto è ormai evidente che il malaffare siciliano ha adottato il codice di camuffarsi dietro le insegne dell’antimafia…»; e via così, per tre- quattromila parole. Viene lapidato, Sciascia, per averci messo in guardia dai disastri che proliferano, letali, «retorica aiutando, e spirito critico mancando». Trent’anni fa, ma sono bacilli di una “peste” sopita. Forse. Una melassa uniforme che incombe su tutti, e tutto avvolge. Una minaccia totalitaria, la cui cifra è costituita dall’assenza di memoria, di conoscenza, di “sapere”; una minaccia fatta di certezze, di assenza di dubbio.

La profezia avverata di Sciascia sui professionisti dell’antimafia. Quello appena concluso è stato l’anno della caduta di alcuni «miti», in particolare personaggi simbolo della lotta alla criminalità finiti sotto processo, scrive Felice Cavallaro l'8 gennaio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Adesso che dal palcoscenico di un’antimafia di facciata rotola uno stuolo di “professionisti” travestiti da politici, imprenditori, giornalisti, preti, magistrati “duri e puri”, la profezia di Leonardo Sciascia viene spesso richiamata e condivisa anche da chi contestò lo scrittore eretico di Racalmuto. A trent’anni dalla pubblicazione del famoso e discusso articolo. Tanti ne sono trascorsi dal 10 gennaio 1987, quando nelle edicole e nella vita pubblica irruppe il provocatorio titolo del Corriere della Sera sui “professionisti dell’antimafia”. Con la sua profetica lungimiranza, senza che nessuno potesse allora immaginare la deriva dei nostri giorni, in tempi recenti segnata perfino dall’assalto di famelici magistrati ed avvocati sulla gestione dei beni confiscati, Sciascia, dal suo buen retiro di Contrada Noce, dalla casa di campagna a dieci minuti dai Templi di Agrigento, provava a smascherare i rischi dell’impostura, di una antimafia da vetrina. E ne aveva titolo, lui che la mafia l’aveva fatta diventare caso nazionale negli anni Sessanta con saggi e romanzi, sbattendola in faccia ad una opinione pubblica distratta, ad una classe dirigente spesso connivente, indicando la strada da perseguire, quella dei soldi, delle banche, delle tangenti. Trent’anni dopo l’impostura è drammaticamente confermata dalla “caduta dei miti”, come la definisce l’ex presidente dell’Antimafia Francesco Forgione nel suo libro “I tragediatori”. E’ il caso di Silvana Saguto, la magistrata dei beni confiscati, del presidente della Camera di commercio Roberto Helg, beccato con una tangente da 100 mila euro accanto allo sportello antiracket intitolato a Libero Grassi. Incriminati il direttore di TeleJato Pino Maniaci per estorsione e un altro giornalista di Castelvetrano come prestanome di boss. Mentre non si placa la lite interna a Libera fra Don Ciotti e il figlio di Pio La Torre. E si è in attesa di una estenuante definizione dell’inchiesta tutta da chiarire dopo due anni sul presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante. Ma, quando ancora la trincea di Palermo era insanguinata dall’attacco dei boss e mentre qualche buon risultato già arrivava dal maxi processo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel 1987 quel titolo scatenò una reazione scomposta. Animata anche da un gruppo di giovani (e meno giovani) costituiti in “Comitato antimafia”, decisi a rovesciare addosso allo scrittore un nomignolo coniato ne “Il giorno della civetta”. Si, lo definirono “quaquaraquà”. Prendendo spunto dalla classificazione dell’umanità richiamata nel confronto fra il padrino di quel libro, don Mariano Arena, e l’uomo dello Stato, il capitano Bellodi. Molti lo difesero, ma scattò una delegittimazione di Sciascia, criticato anche da Pino Arlacchi, Eugenio Scalfari, Nando Dalla Chiesa, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, pronti a protestare contro un articolo interpretato come un attacco a Leoluca Orlando e a Paolo Borsellino. Il riferimento all’allora sindaco di Palermo c’era davvero. Stimolo, diceva Sciascia, per evitare di ridurre l’amministrazione della cosa pubblica al solo rafforzamento dell’“immagine” personale. Una spinta a far prevalere scelte concrete sugli imbellettamenti superficiali della città. Spunto per spiegare che pesano di più i fatti e non le parole, che “vera antimafia è un acquedotto in più, anche a costo di un convegno in meno”. E, forse, Orlando ha anche apprezzato l’indicazione, con gli anni. Il secondo bersaglio non era Borsellino. Come Borsellino capì. Nel mirino c’era il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm, che, avendo fissato delle regole per le carriere interne, non le applicava. Come accadde quando, per la poltrona di procuratore a Marsala, fu scelto lo stesso Borsellino al posto di un suo collega, virtualmente con più titoli, stando a quelle regole. Borsellino capì che non era un attacco a lui e lo disse a Racalmuto nel 1991 presentandosi ad un convegno nel paese di Sciascia, insieme con Falcone e con l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli: “Chiarimmo con Sciascia. L’uscita mirava ad altro. Ma fu sfruttata purtroppo all’interno di una pesante corrente corporativa della magistratura che sicuramente non voleva quei giudici e quei pool”. E, un anno dopo l’articolo, se ne ebbe conferma. Perché quella stessa elastica interpretazione fu utilizzata all’interno della magistratura per impedire a Falcone di guidare l’Ufficio Istruzione. A distanza di trent’anni, tanti pensano ancora che in quell’occasione sarebbe stato preferibile eliminare dall’articolo ogni margine di equivoco. Proprio per evitarne un uso strumentale. E Sciascia ebbe modo di parlarne con Borsellino, a Marsala, fra testimoni come Mauro Rostagno, il regista Roberto Andò, il suo amico Aldo Scimè. Si scatenò però un attacco astioso all’uomo, perdendo di mira la questione posta, e mischiando così le carte con quel nomignolo. Come ammettono oggi tanti di quei giovani coinvolti nel Comitato antimafia. Un po’ pentiti. E’ il caso di studenti come Pietro Perconti e Costantino Visconti. Il primo oggi prorettore a Messina, il secondo professore di diritto penale, un’autorità in materia antimafia con il suo maestro Giovanni Fiandaca, autore di un libro fresco di stampa, “La mafia è dappertutto. Falso!”. Una mazzata agli impostori caduti da quel palcoscenico, commenta: “L’antimafia si è fatta potere”. Ed ancora: “Lui guardava con le lenti della profezia, più avanti, noi calati nel presente fino ai capelli eravamo una sparuta minoranza. Non potevamo prevedere gli effetti connessi ad una antimafia che si faceva essa stessa potere”. Riflessioni fatte proprie da un altro leader di quel Comitato, Carmine Mancuso, poliziotto, figlio dell’agente di scorta caduto con il giudice Cesare Terranova, ex senatore: “Una lucidità profetica, quella di Sciascia”. Stessa posizione di Angela Lo Canto, la pasionaria del Comitato, poi consigliera comunale con Orlando, adesso ben lontana dal sindaco: “Sciascia vide dove nessun altro poteva vedere. In quel momento storico considerammo l’uscita infelice. Ma quel ‘quaquaraquà’ ci scappò di mano...”. Vergato da un giovane racalmutese, Franco Pitruzzella, poi arruolato nel gruppo dei collaboratori dei magistrati impegnati nel processo contro Andreotti. Forse l’unico non pentito. A differenza di altri due studenti oggi dirigenti di polizia a Palermo, Giuseppe De Blasi, allora da 110 e lode, adesso in questura, e Giovanni Pampillonia, capo della Digos. Entrambi ormai da tempo faccia a faccia con le nuove imposture che ogni volta fanno pensare alla profezia.

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA.

Citazioni di Leonardo Sciascia, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo all’acqua di rose:

«…l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... » (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

«.. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

«Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole, vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

«I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia ?» (Leonardo Sciascia, I professionisti dell'antimafia, da Il Corriere della Sera, del 10 gennaio 1987).

“Persecuzioni che vanno evitate” scriveva Lino Iannuzzi sul “Tempo” del 23 ottobre 2008 riferendosi all’assoluzione di Calogero Mannino.

“Più che condannarlo per mafia, ne volevano fare un pentito, il primo grande pentito della politica. Se ci fossero riusciti, probabilmente la storia dei grandi processi di mafia ai politici darebbe stata diversa, i professionisti dell'antimafia non ne sarebbero usciti così clamorosamente sconfitti.”

Se tutto è mafia, niente è mafia, scrive Piero Sansonetti il 5 luglio 2017, su "Il Dubbio". L’idea che invece si possa estendere a macchia d’olio le leggi di emergenza applicandole persino a banalissimi episodi di corruzione o di truffa trasforma un nobile ideale nello strumento per un riassetto dei poteri della magistratura. Le leggi d’emergenza in genere violano lo “stato di diritto” in nome dello “stato d’eccezione”. Ed è lo stato d’eccezione la fonte della loro legittimità. Quando termina lo stato di eccezione – che per definizione è temporaneo – in una società democratica, torna lo Stato di diritto e le leggi d’emergenza si estinguono. La mafia in Italia ha avuto un potere enorme, e una formidabile potenza di fuoco, dagli anni Quaranta fino alla fine del secolo. È stata sottovalutata per quasi quarant’anni. I partiti di governo la ignoravano, e anche i grandi giornali si occupavano assai raramente di denunciarla, e in molte occasioni ne negavano persino l’esistenza. Parlavano di malavita, di delitti, non riconoscevano la presenza di una organizzazione forte, articolata, profondamente collegata con tutti i settori della società e infiltrata abbondantemente in pezzi potenti dello Stato. È all’inizio degli anni Ottanta che in Italia matura una nuova coscienza che mette alle strette prima Cosa Nostra, siciliana, poi le altre organizzazioni mafiose del Sud. Ci furono due novità importanti: la prima fu un impegno maggiore e molto professionale della magistratura, che isolò le sue componenti “collaborazioniste” e mise in campo alcuni personaggi straordinari, come Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, uccisi uno ad uno nell’ordine – tra il ‘ 79 e il ‘ 92. La seconda novità fu l’emergere di una componente antimafiosa nello schieramento dei partiti di governo e in particolare nella Dc. Che spinse settori ampi dello schieramento politico, che negli anni precedenti avevano rappresentato una zona grigiastra tra Stato e mafia, a scendere in campo contro la criminalità organizzata. Questo spezzò la linearità che fino a quel momento aveva caratterizzato i rapporti tra mafia e politica. Fu proprio a quel punto che scattò l’emergenza. Perché i due contendenti alzarono il tiro. Lo Stato ottenne dei clamorosi successi, soprattutto grazie all’azione di Giovanni Falcone; la mafia, per reazione, iniziò a colpire durissimo, con una strategia di guerra, fino alla stagione delle stragi, nel 1992- 1993. Ma anche nel decennio precedente la sua capacità militare, non solo in Sicilia, era mostruosa. Negli anni Ottanta a Reggio Calabria c’erano in media 150 omicidi all’anno (oggi i delitti si contano sulle dita della mano). Per combattere la mafia, in questa situazione di emergenza, tra gli anni Ottanta e i Novanta, vengono varate varie misure eccezionali che si aggiungono a quelle che erano state predisposte per la lotta al terrorismo. Tra le altre, il famoso articolo 41 bis del regolamento penitenziario (il carcere duro), che era stato previsto come un provvedimento specialissimo che avrebbe dovuto durare pochi anni, e invece è ancora in vigore un quarto di secolo dopo. Oggi la mafia che conosciamo è molto diversa da quella degli anni Ottanta e Novanta. I suoi grandi capi, tranne Matteo Messina Denaro, sono in prigione, o morti, da molti anni. Il numero degli omicidi è crollato. Alcuni investigatori notano che c’è stato un cambio di strategia: la mafia non uccide più ma si infiltra nel mondo degli affari, dei traffici, della corruzione, della droga. E questo – dicono – è ancora più grave e pericoloso. Ecco: io non ci credo. Resto dell’idea che una organizzazione che ruba è meno pericolosa di una organizzazione che uccide. Il grado di pericolosità della mafia è indubbiamente diminuito in questi anni, in modo esponenziale, e questa è la ragione per la quale le leggi speciali non reggono più. Molti se ne rendono conto, anche tra i magistrati. I quali infatti chiedono che le leggi antimafia siano allargate ad altri tipi di illegalità. Per esempio alla corruzione politica, che – almeno sul piano dei mass media, e dunque della formazione dell’opinione pubblica – sta diventando la forma di criminalità più temuta e più biasimata. Questo mi preoccupa. Il fatto che, accertata la fine di un’emergenza, non si dichiari la fine dell’emergenza ma si discuta su come estendere questa emergenza ad altri settori della vita pubblica. La misura d’emergenza non è vista più come una misura dolorosa, eccezionale, ma inevitabile dato il punto di rottura al quale è arrivato un certo fenomeno (mafia, terrorismo, o altro). Ma è vista come un contenitore necessario e consolidato, voluto dall’opinione pubblica, dentro il quale, di volta in volta, si decide cosa collocare. La giustizia a due binari che evidentemente è la negazione sul piano dei principi di ogni forma possibile di giustizia – cioè quella costruita per combattere l’emergenza mafiosa, diventa il modello di un nuovo Stato di diritto (in violazione della Costituzione) dove lo Stato prevale sul diritto e lo soffoca. La specialità della legislazione antimafia si basava sul principio – scoperto e affermato proprio da quei magistrati che elencavamo all’inizio – secondo il quale la mafia non è una delle tante possibili forme di criminalità, né è un metodo, una cultura, una abitudine, ma è una organizzazione ben precisa – “denominata Cosa Nostra”, amava dire Falcone riferendosi alla mafia siciliana – con sue regole, suoi obiettivi, suoi strumenti criminali specialissimi e specifici. E va combattuta e sconfitta in quanto organizzazione criminale particolare e unica. E dunque con strumenti particolari e unici. Questa è la motivazione – discutibile finché vi pare, ma è questa – di una legislazione speciale e di una giustizia con doppio binario. L’idea che invece si possa estendere a macchia d’olio sia il reato di mafia sia la legislazione antimafia, applicandola persino a banalissimi episodi di corruzione o di truffa, cancella quell’idea, persino la offende, e trasforma un nobile ideale nello strumento per un riassetto dei poteri della magistratura. E infatti a queste nuove norme antimafia si oppongono anche pezzi molto ampi, e sani, della magistratura. Forse occorrerebbe un passo di più: avviare un moderno processo di superamento delle norme antimafia, prendendo atto del fatto che lo Stato d’eccezione è finito. E riconoscere la fine dello Stato di eccezione non significa rinunciare alla lotta alla mafia. Mentre invece procrastinare lo stato d’eccezione – si sa – è l’anticamera di tutte le azione di scassinamento della democrazia e del diritto.

Il 416 bis, quell'articolo che fa tanto discutere, scrivono il 18 settembre 2018 su "la Repubblica". Toty Condorelli e Giuseppe Nigroli - Link Campus University, relatrice professoressa Daniela Mainenti. Le parole del procuratore aggiunto Giuseppe Cascini aprono una recente problematica riguardo l’interpretazione o la giusta connotazione dell’articolo 416 bis, in luce dell’affermazione di nuove associazioni criminali in zone del territorio italiano in cui si pensava non vi fossero infiltrazioni mafiose, ma solo presenza e diffusione di delinquenza generica. Il processo definito “Mafia Capitale”, suscita l’attenzione di una diatriba giurisprudenziale e dottrinale riguardo il capo di imputazione dei soggetti coinvolti e per i quali la Procura di Roma contesta l’aggravante del metodo mafioso ai sensi dell’art. 416 bis, Codice Penale. In primo grado il Tribunale di Roma non ha accolto l’istanza della Procura (in Appello, qualche giorno fa, è avvenuto il contrario) riguardo l’attribuzione al sodalizio criminale dell’aggravante del metodo mafioso, non classificando le attività dei consociati corrispondenti alla previsione legislativa contestata (416 bis). La motivazione della sentenza dimostra quanto la previsione della fattispecie astratta del 416bis non sia più adatta a prevedere nuove tipologie di mafie diverse da quelle affermatesi negli anni addietro in Sicilia e Calabria, le quali si connotavano per la forza di intimidazione con metodo sovversivo, l’assoggettamento e l’omertà come aspetto fenomenico consequenziale all’esercizio della forza di condizionamento mafioso che si manifesta nelle vittime potenziali dell’associazione. Nella formulazione dell’accusa, la Procura di Roma, a seguito di lunghe e dettagliate indagini, ha ricostruito un apparato criminale capillare infiltrato non soltanto nel mondo imprenditoriale, ma anche nel tessuto politico e amministrativo, operante secondo un metodo mafioso nuovo e camaleontico ed in grado di compiere svariati affari grazie ad un sistema corruttivo ad ampio raggio. Il vero punto di svolta a cui giunge la magistratura inquirente è la classificazione e l’affermazione di nuove condotte mafiose non sovversive nel rapporto tra mezzi usati e fini perseguiti dai consociasti del sodalizio criminale; non si assiste, infatti, a stragi ed omicidi per l’affermazione del potere, ma si costruisce un tessuto economico- politico illecito alternativo a quello statale finalizzato ad acquisire in modo diretto ed indiretto la gestione ed il controllo delle attività. E' questo l’elemento che dimostra maggiormente l’inadeguatezza e l’arretratezza dalla fattispecie astratta del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, elaborata negli anni ‘90 per contrastare attività criminali che si manifestavano con caratteri violenti e stragisti; “La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Con queste parole Giovanni Falcone ha dato un’importante connotazione umana ad un fenomeno criminale soggetto ad evoluzione storico-sociale. Ed è proprio a causa dello scorrere del tempo che previsioni legislative prodotte nei decenni precedenti possono non essere adeguate a disciplinare condotte mafiose “moderne” e “camaleontiche”, in grado di confondersi nel tessuto sociale ed economico dello Stato. Per far fronte a tali problematiche, la dottrina giuridica ha elaborato nuove teorie in tema di associazionismo mafioso, connotando con il termine “mafia silente” quel sodalizio che si avvale della forza d’intimidazione non attraverso metodi eclatanti, ma con condotte che derivano dal “non detto”, dall’“accennato” e dal “sussurrato”; questo concetto diventa penetrante nel processo “Mafia Capitale”, in quanto vi è una doppia interpretazione del 416 bis, letterale da parte del Tribunale, estensivo da parte della Procura. Secondo i principi del diritto penale in generale, e soprattutto secondo quello della certezza del diritto, la magistratura non può discostarsi dall’interpretazione letterale degli articoli del Codice, “ergo”, nel caso in cui non vi sia piena corrispondenza tra fattispecie astratta e fattispecie concreta, non si integrano gli estremi del reato contestato dalla Procura, in quanto codicisticamente non aggiornato all’evoluzione del fenomeno mafioso. Sarebbe opportuno, quindi, un intervento legislativo mirato ad ampliare i confini del 416bis, ormai vetusto e legato a vecchie ideologie e concezioni di mafia stragista ed intimidatoria, che non trova più riscontro nella società moderna, ed a garantire soluzioni più concrete ed efficaci che possano creare consenso tra dottrina e giurisprudenza.

Siamo tutti mafiosi, ma additiamo gli altri di esserlo. La mafia che c’è in noi. Quando i delinquenti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i politici dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le istituzioni ed i magistrati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando caste, lobbies e massonerie dicono: “qua è cosa nostra!”; quando gli imprenditori dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i sindacati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i professionisti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le associazioni antimafia dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i cittadini, singoli od associati, dicono: “qua è cosa nostra!”. Quando quella “cosa nostra”, spesso, è il diritto degli altri, allora quella è mafia. L’art. 416 bis c.p. vale per tutti: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Se la religione è l’oppio dei popoli, il comunismo è il più grande spacciatore. Lo spaccio si svolge, sovente, presso i più poveri ed ignoranti con dazione di beni non dovuti e lavoro immeritato. Le loro non sono battaglie di civiltà, ma guerre ideologiche, demagogiche ed utopistiche. Quando il nemico non è alle porte, lo cercano nell’ambito intestino. Brandiscono l’arma della democrazia per asservire le masse e soggiogarle alle voglie di potere dei loro ipocriti leader. Lo Stato è asservito a loro e di loro sono i privilegi ed il sostentamento parassitario fiscale e contributivo. Come tutte quelle religioni con un dio cattivo, chi non è come loro è un’infedele da sgozzare. Odiano il progresso e la ricchezza degli altri. Ci vogliono tutti poveri ed al lume di candela. Non capiscono che la gente non va a votare perché questa politica ti distrugge la speranza.    

Quando il più importante sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ai primi del ‘900 scoprì che tra le voci di spesa era stata inserita in bilancio, la TRIPPA, necessaria secondo alcuni addetti agli archivi del comune, per nutrire i gatti che dovevano provvedere a tenere lontani i topi dai documenti cartacei, prese una penna e barrò la voce di spesa, tuonando la celeberrima frase: NON C'È PIÙ TRIPPA PER GATTI, il che mise fine alla colonia felina del Comune di Roma. 

Bruno Contrada, uno scandalo della giustizia italiana. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per sostegno esterno ad associazione mafiosa all'ex dirigente del Sisde arrestato 25 anni fa, scrive il 7 Luglio 2017 "Il Foglio". La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna a Bruno Contrada per sostegno esterno ad associazione mafiosa. L'ex dirigente del Sisde era stato arrestato 25 anni fa e ha scontato 10 anni di carcere prima che nell'aprile del 2015 la Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo giudicasse la sentenza illegittima in quanto Contrada era stato giudicato colpevole per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa che, secondo la Corte "non era sufficientemente chiara e prevedibile per Contrada ai tempi in cui si sono svolti gli eventi in questione". I giudici romani hanno accolto il ricorso del legale di Contrada, Stefano Giordano, che aveva impugnato il provvedimento con cui la Corte d'appello di Palermo aveva dichiarato inammissibile il ricorso con cui si chiedeva la revoca della sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione ha quindi dichiarato, come si legge nel provvedimento, "ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza emessa nei confronti di Contrada dalla Corte di appello di Palermo in data 25 febbraio 2006, irrevocabile in data 10 maggio 2007". Così Giuliano Ferrara aveva riassunto la storia processuale di Contrada l'indomani della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo: "Bruno Contrada è l’italiano più simile a Joseph K., disperato eroe di Franz Kafka, quello che “doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto”. Alla vigilia di Natale del 1992, anno delle infami stragi palermitane, fu catturato, rinchiuso come alto funzionario dei servizi di sicurezza in un carcere speciale, seppellito da accuse tragicamente false e intrinsecamente ambigue, che la giustizia alternatamente confermò, smentì e confermò in via definitiva attraverso la Cassazione. Molti anni di carcere, una vita e una salute distrutte, un senso dell’onore personale avvilito e dissolto nella fornace della gogna di stato, della calunnia e del pettegolezzo maligno, in spregio al “ragionevole dubbio” (e più che questo) generato da un’assoluzione in giudizio e da altre circostanze".

Bruno Contrada, il reato che non c'è e la legge (sui pentiti) che c'è. Luciano Violante lo fece notare 25 anni fa, dopo l'arresto del poliziotto: all'epoca gli agenti lavoravano con gli “informatori”. Ma poi non disse altro, scrive Massimo Bordin l'8 Luglio 2017 su "Il Foglio". “Bisogna leggere le motivazioni”. Lo dicono sempre dopo una sentenza non prevista e nel caso di Bruno Contrada suona meno ipocrita che in altre occasioni. È innegabile che la faccenda sia complicata e a mostrarlo basta un breve riassunto. Imputato per “concorso esterno” con la mafia, il funzionario di polizia, e poi dirigente del servizio segreto per l’interno, fu prima condannato, poi assolto in appello, poi la cassazione annullò e allora fu ricondannato in appello e la cassazione fu soddisfatta. Provate a paragonare un simile ambaradam alla formula anglosassone che governa la giustizia: “Al di là di ogni ragionevole dubbio”. Siamo largamente al di qua, ma provate a dire che i tre gradi di giudizio, pressoché automatici, vi ricordano la calcistica “lotteria dei rigori” e allora magistrati, e avvocati, vi salteranno alla gola. “È il massimo del garantismo – diranno – e ce lo invidiano tutti”. Sanno benissimo che quello che invidiano sono gli stipendi dei magistrati. Le parcelle, gli avvocati riescono a farsele pagare in qualsiasi parte del mondo. Ci voleva una corte europea per dirci che non si può essere condannati per un reato che non esisteva nel momento in cui sarebbe stato commesso? Il problema è che quel reato non esiste ancora nel codice. È solo un mix di sentenze di quella cassazione che tutti i magistrati del mondo ci invidiano. Piuttosto c’è qualcos’altro che, all’epoca dei fatti contestati a Contrada, non c’era e oggi c’è: la legge sui pentiti. All’epoca i poliziotti lavoravano con gli “informatori”. Lo fece notare Luciano Violante poche ore dopo l’arresto di Contrada, la vigilia di Natale di 25 anni fa, ma poi non disse altro.

Il reato che non c'è. La Corte di Strasburgo dice che Contrada "non doveva essere condannato" per concorso esterno in associazione mafiosa. Da anni l'Italia "processa le ombre" e fa di un simil-reato la sostanza della persecuzione ingiusta degli innocenti fino a prova contraria, scrive Giuliano Ferrara il 14 Aprile 2015 su "Il Foglio". Strasburgo dixit. Per la Corte europea dei diritti umani Bruno Contrada “non doveva essere condannato” e lo stato deve rifondergli i danni, con una grottesca provvisionale di diecimila euro. Bruno Contrada è l’italiano più simile a Joseph K., disperato eroe di Franz Kafka, quello che “doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto”. Alla vigilia di Natale del 1992, anno delle infami stragi palermitane, fu catturato, rinchiuso come alto funzionario dei servizi di sicurezza in un carcere speciale, seppellito da accuse tragicamente false e intrinsecamente ambigue, che la giustizia alternatamente confermò, smentì e confermò in via definitiva attraverso la Cassazione. Molti anni di carcere, una vita e una salute distrutte, un senso dell’onore personale avvilito e dissolto nella fornace della gogna di stato, della calunnia e del pettegolezzo maligno, in spregio al “ragionevole dubbio” (e più che questo) generato da un’assoluzione in giudizio e da altre circostanze. La fattispecie del reato imputatogli era la famigerata ipotesi di “concorso esterno in associazione di stampo mafioso”. Non associazione mafiosa, non ce n’erano i minimi presupposti, ma “concorso esterno” (lo stesso odioso capo di reato che è costato la libertà personale a Marcello Dell’Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, rinchiuso da un anno nel carcere di Parma). L’avvocato Giuseppe Lipera, mentre l’ultraottantenne condannato grida con la sua voce rauca lo scandalo che lo ha distrutto, ha nel frattempo ottenuto l’avvio, che è per il prossimo mese di giugno a Caltanissetta, della revisione del processo. Vedremo, ma già la notizia della ripartenza è un botto. Intanto sta risultando chiaro, sul piano di un giudizio etico europeo che è superiore per tempra e senso argomentativo alla giurisprudenza che ha dannato il “mostro”, che negli anni in cui Contrada avrebbe compromesso collusivamente lo stato, di cui era funzionario di altissimo rango nella repressione del crimine organizzato, non esisteva alcuna chiara definizione del reato per cui Contrada è stato condannato, appunto il “concorso”. Un uomo è stato arrestato, avvilito dall’infamia, carcerato e distrutto nel suo onore per qualcosa che all’epoca dei fatti addebitatigli non era reato. E’ noto che la vecchia polizia, ai tempi in cui non tutto era definito abusivamente con la tecnica mal governata del pentitismo o delle intercettazioni a strascico, aveva i suoi confidenti, metteva con coraggio le mani in pasta per catturare e portare a esiti di giustizia i boss mafiosi, attuando una strategia fatta di razionali distinzioni e strumentali abboccamenti. E i boss braccati dai superpoliziotti come Contrada trovarono il modo, in un’epoca di barbarie giuridica, di rivalersi. Il solito Antonio Ingroia, oggi avvocato Ingroia dopo essere stato candidato Ingroia, nella sua veste di allora di pm, aveva imbastito l’accusa che trasformava la pratica di polizia in vigore per una intera epoca storica in una collusione, anzi in un “concorso” collusivo che solo una sentenza della Cassazione, due anni dopo l’arresto di Contrada (1994), definì, quasi la Cassazione avesse il potere di fare una legge, come reato associativo (da quasi tutti considerato flebile nelle premesse logiche e giurisdizionali). Quando si dice la giustizia. Da anni, in processi a politici locali, uomini di stato (Andreotti) e uomini dello stato, trattiamo “le ombre come cosa salda”. E facciamo di un simil-reato la sostanza fin troppo realista della persecuzione ingiusta degli innocenti fino a prova contraria. Gli azzeccagarbugli leggeranno con spirito variabilmente manettaro la sentenza di Strasburgo, ma la sentenza questo dice.

Metodo Clouseau, scrive l'8/07/2017 Mattia Feltri su “La Stampa”. Fermi tutti e tenetevi forte. Quella di Bruno Contrada non è la solita questione di malagiustizia, è un capolavoro allucinogeno. Seguite il labiale. Bruno Contrada, già numero due del Sisde (servizi segreti), viene arrestato il 24 dicembre del 1992 mentre affetta il cappone. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado, assolto in appello, assoluzione respinta in Cassazione, nuovo appello e nuova condanna (a dieci anni), che stavolta la Cassazione conferma. Fra carcere e domiciliari, Contrada sconta la pena. Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo dice che Contrada non doveva essere né condannato né processato perché, quando lo commise (se lo commise), il reato di concorso esterno non era abbastanza definito perché lui sapesse di commetterlo. Con questa sentenza, vincolante, Contrada va a chiedere la ripetizione del processo prima a Catania e poi a Palermo (non chiedete dettagli sul pellegrinaggio, è troppo), ma riceve due rifiuti. Arriva infine in Cassazione, che non concede un nuovo processo, ma si inventa una terza via. E cioè, fin qui c’erano sentenze di condanna e di assoluzione; ora c’è la sentenza che dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza precedente. Cioè, Contrada non può dirsi innocente, ma ha la fedina penale pulita. Cioè, ancora, la condanna esiste ma non va eseguita e non deve produrre effetti. Anche se è già stata eseguita e di effetti ne ha prodotti: dieci anni di detenzione. Se non siete ancora svenuti, buona giornata.

Da Andreotti a Berlusconi i 101 politici nel tritacarne per il reato che non c’è. Ecco l’elenco stilato da Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo su “Il Giornale”. Il «virus giudiziario» creato in laboratorio ne ha fatti di danni. Nell’ultimo quarto di secolo, il concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che «non esiste» (Giuliano Pisapia, novembre 1996), è servito solo a stroncare carriere e isolare uomini politici (Emanuele Macaluso, giugno 2000). Percentualmente più nel centrodestra, ma anche a sinistra non mancano casi eclatanti. Quelli censiti sono 101, ma la lista è interminabile. Tra i big Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Calogero Mannino, Antonio Gava (pure risarcito per ingiusta detenzione), Carmelo Conte, Nicola Cosentino, Corrado Carnevale, Bruno Contrada, Mario Mori e decine e decine di altri sono passati per le forche caudine di una legge «bastarda» da cui sembra quasi impossibile sfuggire. E dentro ci sono caduti tutti: politici, giudici, magistrati, prefetti, sbirri. Qualche esempio: oltre al Cavaliere c’è la nota vicenda del Divo Giulio a cui è andata pure peggio: a processo addirittura per associazione mafiosa, dopo l’iniziale contestazione di concorrente esterno. Com’è finita, lo sanno tutti. Un altro dc: Calogero Mannino. Sbattuto in galera e, dopo un tira e molla tra appello e Cassazione, arriva la sentenza che lo scagiona. Un verdetto che fa scuola sul tema dei rapporti tra politica e mafia. Totò Cuffaro è invece in galera per favoreggiamento aggravato, dopo una condanna a sette anni, anche se l’iniziale accusa di concorso esterno è caduta. E don Antonio Gava? Dopo 12 anni di processi, i giudici ammettono: i pentiti Alfieri e Galasso hanno detto il falso. Idem per Carmelo Conte, ex potente ministro socialista delle Aree urbane. Il suo compagno di partito, Giuseppe Demitry, ex sottosegretario negli anni Ottanta e Novanta, s’è visto annullare senza rinvio la condanna dalla Cassazione solo nel 2003. Incappati incidentalmente nel concorso esterno anche l’ex senatore Pietro Fuda e Nino Strano. La lista delle assoluzioni e dei proscioglimenti è infinita: l’ex sottosegretario Santino Pagano, l’ex leader del Garofano Giacomo Mancini, l’ex presidente della Calabria Agazio Loiero, l’ex europarlamentare Francesco Musotto, Pino Giammarinaro, David Costa, Filiberto Scalone, Gaspare Giudice, l’ex sottosegretario alla Giustizia Salvatore Frasca, Sisinio Zito, Paolo Del Mese, l’ex sindaco di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, il senatore Pdl Sergio De Gregorio, gli ex deputati regionali siciliani Nino Dina, Salvatore Cintola, Nino Amendolia, l’ex vicepresidente della Sicilia Bartolo Pellegrino. Peggio è andata al defunto ex senatore Francesco Patriarca (9 anni), a Gianfranco Occhipinti (4 anni), a Franz Gorgone (7 anni, è in carcere), a Giancarlo Cito (4 anni), a Roberto Conte (4 anni) e a Vincenzo Inzerillo (5 anni e 4 mesi) e tantissimi altri consiglieri comunali, provinciali, regionali. Posti in piedi nell’affollato limbo dove si aggirano quelli ancora indagati: si va dall’ex ministro Saverio Romano all’ex sottosegretario Nicola Cosentino, al governatore della Sicilia Raffaele Lombardo (con fratello), al senatore Antonio D’Alì (caso folle, più unico che raro: dopo ben due richieste di archiviazione i pm hanno cambiato idea, chiedendo il rinvio a giudizio!), all’avvocato Nino Mormino (storico difensore di Marcello Dell’Utri, già archiviato nel 1995), all’ex assessore comunale di Palermo Mimmo Miceli (che attende un nuovo processo d’Appello). Che dire, poi, del presidente del Senato Renato Schifani indagato secondo il settimanale l’Espresso ma non per la procura di Palermo che ha smentito l’iscrizione sul registro degli indagati. E, nel mare magnum del reato che non esiste, finirono nel 1994 pure Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo – all’epoca deputati – prosciolti in un’inchiesta partita dalle sballate dichiarazioni del pentito ’ndranghetista Franco Pino. A finire nel tritacarne, molto spesso, sono state anche le toghe: di Corrado Carnevale si sa di tutto e di più. Il giudice ammazza-sentenze s’è ripreso la sua personale rivincita dopo un decennio di fango. Ma chi ricorda Ciro Demma, Giuseppe Prinzivalli, Pasquale Barreca, Carlo Aiello, Mario Pappa, Giacomo Foti, Antonio Pelaggi, Giovanni Lembo? Tutta gente indagata e, in alcuni casi, finanche arrestata per concorso esterno. Pure il pm di Brescia Fabio Salamone, l’anti-Di Pietro, si ritrovò tra le mani un avviso di garanzia per lo stesso genere di accuse. E che dire degli sbirri e dei carabinieri che, dopo aver lottato contro la Piovra, come ricompensa si sono ritrovati alla sbarra? La bastonata più dura è andata a un poliziotto esemplare come Bruno Contrada in tandem con quel galantuomo di vicequestore di Ignazio D’Antone. Condannato il primo sulla base delle parole (mai, dicasi mai, riscontrate) dei pentiti, detenuto a lungo il secondo a Santa Maria Capua Vetere. Ci sono poi Mario Mori e l’ex capo del Ros Antonio Subranni. Ai tempi fu processato e assolto il tenente Carmelo Canale, collaboratore di Borsellino, cognato del maresciallo Lombardo morto suicida per le vigliacche e false insinuazioni sul suo conto mentre stava per riportare in Italia il boss Badalamenti. Le eccellenze dell’Arma dei carabinieri sotto processo come i mafiosi cui davano la caccia. E tutto per un reato autonomo, a cui non crede più nessuno (pg Francesco Iacoviello, marzo 2011). Va detto che il concorso esterno è stato contestato anche a Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo jr. Il che è tutto dire. Il Pm “partigiano” di Palermo, Antonio Ingroia a citato Falcone e Borsellino per esternare la sua disapprovazione alla sentenza “Dell’Utri”. Vediamo come stanno veramente le cose. Il reato di cui è accusato Dell’Utri è da anni al centro delle polemiche per colpa di pentiti strumentalizzati, testimonianze dubbie, prove ambigue. In realtà, il codice penale prevede soltanto il reato di «associazione mafiosa» all’articolo 416 bis, introdotto nel 1982. Ma dalla fine degli anni Ottanta «l’associazione esterna» è una consuetudine nei processi e una specie d’intoccabile reliquia, proprio perché è considerata un’invenzione di Falcone.

Effettivamente fu lui, nel rinvio a giudizio del maxiprocesso ter del 1987, a sottolineare la necessità di una figura giuridica capace di reprimere le condotte che definiva «fiancheggiamento, collusione, contiguità». È in base a questa logica che, dall’unione tra gli articoli 416 bis e 110 del codice penale (concorso nel reato), si è affermato il «concorso esterno in associazione mafiosa». Ma nel 1992, pochi mesi prima di morire, ecco che cosa sosteneva lo stesso Falcone: «Col nuovo codice di procedura penale (introdotto alla fine del 1989), non si potrà ancora a lungo continuare a punire il vecchio delitto di associazione (mafiosa) in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici (cioè omicidi, riciclaggi, estorsioni). Con la nuova procedura, infatti, la prova deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per i delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa (…). C’è il rischio, con il nuovo rito, che non si riesca a provare nemmeno l’esistenza di Cosa nostra!». Ecco perché, da vivo, Falcone era osteggiato: più chiaro di così… Purtroppo, ha avuto ragione anche in una delle sue ultime frasi, amaramente profetica: «Per essere credibili, in questo Paese bisogna essere morti». Ancora meglio se falsificati.

Concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che "non c'è". La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo su Bruno Contrada riapre la questione sul reato formulato solo su un "combinato disposto", scrive Maurizio Tortorella su “Panorama”. È da 30 anni che l’Italia si divide sul «concorso esterno in associazione mafiosa», il reato che non esiste. Non esiste perché nel Codice penale ci sono soltanto l’art. 416 bis, associazione mafiosa, e l'art. 110, concorso nel reato. Abbinandoli tra loro, con quello che i tecnici del diritto chiamano «combinato disposto», alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso la giurisprudenza ha creato e via via definito la figura criminosa del concorso esterno mafioso. Ma è sempre mancato il passaggio legislativo, democratico e chiarificatore, l’unico che avrebbe potuto stabilire tassativamente che cosa s’intenda per quel reato. Che così continua a non esistere. Già nel 1987 Giovanni Falcone, alla fine del maxiprocesso ter a Cosa nostra, sottolineava la necessità di una «tipizzazione» capace di reprimere le condotte grigie che indicava come "fiancheggiamento, collusione, contiguità". I magistrati però hanno continuato a fare un uso pieno e disinvolto del reato-che-non-esiste. Spesso nei confronti di politici di primissimo piano (da Giulio Andreotti a Giacomo Mancini, da Silvio Berlusconi a Calogero Mannino, da Marcello Dell’Utri a Renato Schifani…), suscitando ogni volta il dubbio che proprio l’ambiguità della formulazione fosse funzionale a un uso di parte. Malgrado le infinite polemiche, il Parlamento non ha mai fatto nulla. È vero che nel corso degli anni alcuni deputati e senatori, di destra e di sinistra, hanno presentato specifiche proposte di legge. Ma nessuna ha mai visto nemmeno l’avvio di un iter di approvazione. La lacuna è grave e oggi è resa ancora più evidente dalla sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, il 14 aprile, ha stabilito che l’ex superpoliziotto Bruno Contrada, condannato nel 2007 per concorso esterno, non meritasse quel trattamento in quanto all’epoca dei fatti che gli furono contestati, tra 1979 e 1988, il reato non era «sufficientemente chiaro». Secondo la Cedu lo sarebbe divenuto soltanto dopo una famosa sentenza della Cassazione, pronunciata a sezioni unite il 5 ottobre 1994 (altre due sono venute dopo, nel 2002 e nel 2005, con qualche contraddizione), che per prima ha stabilito una prima tipizzazione coerente. Questo, è evidente, apre la strada a una nuova richiesta di revisione del processo per Contrada (i suoi avvocati ne hanno già tentate tre) e invita molti altri a fare ricorso a Strasburgo: a partire da Dell’Utri, condannato a 7 anni di carcere e recluso dal giugno 2014 per reati risalenti al periodo 1974-1992. Certo, i tempi della giustizia europea sono lunghi: il ricorso di Contrada era stato presentato nel luglio 2008 e iscritto a ruolo nel 2013. Per avere giustizia gli sono serviti quasi sette anni. Intanto la politica, che dovrebbe colmare la lacuna, continua a tacere. E anche quando non tace viene zittita malamente dalla magistratura sindacalizzata, che evidentemente ha interesse a conservare le mani libere. Nel giugno 2001 Giuliano Pisapia, allora deputato di Rifondazione, aveva presentato una proposta che introduceva nel Codice un art. 378 bis, che puniva con una pena da tre a cinque anni chi "favorisce consapevolmente con la sua condotta un’associazione di tipo mafioso o ne agevola in modo occasionale l’attività". Semplice, efficace, pulita. E ovviamente azzoppata. È stata ripresentata tale e quale nella scorsa legislatura da tre deputati di Forza Italia: ancora una volta, nulla. Nel marzo 2013 ci ha riprovato Luigi Compagna, senatore di centrodestra, riducendo la previsione di pena da uno a cinque anni. Ma il presidente Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, ha dichiarato che quella proposta era "una vergogna" e "una fuga in avanti inopportuna". È stata ritirata.

Chi danneggia e chi favorisce il “concorso esterno”. La mafia non fu all’origine di Forza Italia, Forza Italia non fu all’origine della mafia. Quanto si è fantasticato, scritto, ipotizzato sugli abbracci tentacolari tra il partito di Silvio Berlusconi e la mafia made in Sicily. La “zona grigia”, scrive Annalisa Chirico su “Panorama”. La mafia non fu all’origine di Forza Italia, Forza Italia non fu all’origine della mafia. Quanto si è fantasticato, scritto, ipotizzato sugli abbracci tentacolari tra il partito di Silvio Berlusconi e la mafia made in Sicily. La “zona grigia”, che certo esiste in alcune realtà del Belpaese (perché nasconderselo?), è diventata un burrone infernale e ha fagocitato i principi basilari della democrazia e del diritto. 
A Firenze durante il processo al boss Francesco Tagliavia apprendiamo che la creatura berlusconiana non ha nulla a che fare con le stragi mafiose del ’93. Le rivelazioni dei pentiti? Prive di riscontri fattuali. E’ passato il tempo degli Spatuzza, Ciancimino jr non si aggira più per i salotti televisivi, e Santoro lo rimpiange. Sia chiaro: le stragi del ’92 e del ’93 non sono state cancellate, ci sono persone che hanno pagato con la vita. Tuttavia le risposte vanno cercate altrove, non nel debutto politico del Cavaliere. In che modo la “zona grigia” si è trasformata in un burrone infernale? La degenerazione è stata graduale, la macchina del fango con la stampa tambureggiante al ritmo delle procure d’assalto ha messo a punto l’epicedio della giustizia. Nella santa crociata contro la mafia le regole sono diventate orpelli ingombranti, un intralcio sul sentiero della lotta. Le garanzie degli imputati? Alle ortiche, basta formalismi, eppure nel diritto la forma è sostanza. Nella requisitoria sul caso Dell’Utri il procuratore generale della Cassazione Francesco Iacoviello afferma: “C’è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina […]. Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. Quell’imputazione è un fiore artificiale in un vaso senza acqua”. Una condanna a sette anni fondata sulle dichiarazioni dei pentiti, che, a detta dello stesso Iacoviello, i magistrati di merito hanno preso per vere senza uno straccio di prova, per un atto di fede cristiana. Quello che dicono i pentiti dunque è oro colato, e di pentitismo si nutre quel mostro giuridico che è “il concorso esterno in associazione mafiosa”, l’etichetta perfetta per incastrare qualcuno. Dell’Utri non sarà forse uno stinco di santo, ma non può essere “incastrato” per mezzo di un’ingiustizia. Se ci sono dei fatti in base ai quali è possibile imputargli condotte criminose, di quelli egli deve rispondere, non delle illazioni mosse dalla smania di “fare piazza pulita”. La giustizia non tende agguati. Il giudice indossa la toga, non la divisa. Se Falcone e Borsellino fossero ancora vivi, chissà che cosa direbbero di una tale macroscopica deriva poliziesca. Noi non pretendiamo di saperlo, Ingroia purtroppo sì. Quel che è certo è che in un Paese di civil law come il nostro il concorso esterno rimane l’unico reato di natura giurisprudenziale. E’ un reato impossibile, “cui ormai non crede più nessuno”, parola di Iacoviello. Dell’associazione mafiosa o sei parte oppure no. Se non sei parte puoi essere ritenuto responsabile di singoli fatti (favoreggiamento, riciclaggio…), non di una ragnatela di relazioni, sul piano giuridico “farsela con la mafia” non significa nulla. La verità è un’altra: il “concorso esterno” serve, serve a colmare la lacuna dei fatti, a trovare riscontro alle parole dei pentiti che spesso non trovano riscontro. Il ricorso abnorme a questo capo d’imputazione ebbe inizio subito dopo la morte dei due magistrati siciliani per iniziativa della procura di Palermo che da allora in poi si andò specializzando nella scienza dei rapporti tra mafia e politica con una serie di indagini conclusesi perlopiù con un buco nell’acqua. Il concorso esterno, cari signori, va ben oltre dell’Utri, Cosentino e Berlusconi. Il procuratore Iacoviello parla in nome del diritto bistrattato e ucciso nel Paese dei Beccaria e dei Carra. L’Europa ci ha condannato a più riprese non per il carcere duro in sé, ma per il fine che abbiamo subdolamente assegnato al regime del 41bis, l’induzione al pentitismo. Sotto tortura, capite bene, i pentimenti fioccano, i programmi di protezione si moltiplicano…e poi i processi sfumano.

Tortura è reato. Ma il 41 bis è tortura, scrive Antonietta Denicolo, Componente della Giunta dell’Unione Camere penali, su "Il Garantista". Dopo il plauso, con diversi toni espresso per salutare l’ingresso, seppur tardivo, del reato di tortura nel nostro ordinamento, la dovuta attenzione alla tutela dei diritti di ogni singolo cittadino ed il doveroso sguardo d’insieme delle disposizioni tanto codificate, quanto normative in genere, impone a noi, operatori di diritto, di interrogarci, con laica serenità, in punto alla coesistenza nel nostro sistema del neonato reato di tortura con il mantenimento e la frequente applicazione del regime custodiale disciplinato dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Regime (il 41 bis) al quale vengono indifferentemente sottoposti tanto i soggetti condannati in via definitiva, quanto chi soffre la carcerazione cautelare. L’Unione delle Camere Penali da anni è attiva nella battaglia di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’esistenza di questo particolare regime, che previsto dal legislatore come strumento assolutamente eccezionale ed applicabile solo in relazione alla necessità di contenimento delle condotte criminali più efferate, esplicate nel contesto di associazioni di stampo mafioso, di fatto si è diffuso e si diffonde in modo spesso apodittico, e per ciò particolarmente inaccettabile. Proprio il regime al quale ex 41 bis il detenuto è sottoposto per decretazione ministeriale palesa una mistificazione della volontà di arginare le condotte lesive per la collettività con una concreta e reale tortura psicologica nei confronti del ristretto, che nulla ha a che vedere con le esigenze di tutela dei cittadini rispetto al crimine organizzato. Ammesso per ipotesi che la censura della corrispondenza, la registrazione audio-video dei colloqui del ristretto con i familiari, e le forme di restrizione idonee ad arginare la possibilità di contatto tra soggetti appartenenti alla medesima organizzazione possano astrattamente apparire tutele adeguate rispetto alla potenziale pervasività delle condotte dei soggetti inseriti in consorterie di stampo mafioso, l’adduzione di limiti obiettivamente inspiegabili trasforma la cautela in una sorta di tortura. Non si comprende perché chi è sottoposto a regime di 41-bis abbia diritto di incontrare i propri familiari solo per un’ora al mese ed in giornate preordinate e rigidamente calendarizzate. Così, se per ipotesi il mercoledì 24 di un certo mese la moglie non può fare visita al marito, il diritto di visita per quel mese “salta”, né può essere recuperato nel primo mercoledì successivo disponibile, ma dovrà collocarsi nel mese successivo in un mercoledì contiguo alla data del 24, di modo che il ristretto subirà l’assenza di contatto con i familiari non più e non solo per un mese, ma addirittura per due. Si tenga ancora conto che se chi è ristretto in regime di 41 bis ha figli in età pre adolescenziale può vivere il contatto fisico con il minore solo per dieci minuti al mese e nel contesto di quel colloquio di un’ora cui sopra si accennava, colloquio che con i parenti viene appunto gestito attraverso una parete trasparente a chiusura ermetica. Anche di fronte a questa osservazione, solo apparentemente banale, ci si chiede: è la limitazione del contatto fisico con un figlio ciò che tutela la collettività, o piuttosto in questa limitazione va letta un’afflizione aggiuntiva alla pena? Ma quando ad afflizione si aggiunge afflizione, e soprattutto quando le stesse sono smaccatamente immotivate, la pena inverte il suo ruolo istituzionale in quello di tortura. Sull’argomento relativo all’afflittività sproporzionata della pena e sui danni che comporta si è recentemente diffuso anche il Pontefice. A noi tecnicamente residua dire che quella inflitta con il regime di 41 bis O.P. è tortura nel senso pieno ed etimologico del termine: è sottoposizione del soggetto ad un male psicologico e morale così intenso, e così in grado di incidere, probabilmente in modo indelebile, sulla sua personalità – circostanza questa per la quale l’Italia sul punto è stata censurata oltre che dalla datata giurisprudenza della Corte di Strasburgo, anche dal recente report del 19 novembre 2013 relativo alla visita effettuata in Italia dal Comitato europeo per la prevenzione e la tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti – non certamente giustificato dal diritto dello Stato di decontestualizzare il soggetto dall’ambiente criminale, ma smaccatamente proiettato a sollecitare la sua collaborazione con la giustizia. E se il principio di massima, con la censura che ne consegue, appare grave ed intollerabile nei confronti di ogni detenuto, maggiori e più inquietanti perplessità desta la prassi in via di consolidamento di collocazione in regime di 41 bis dei soggetti solo indagati, e per ciò colpiti da ordini di custodia cautelare. Ci siamo chiesti quale sia il limite di liceità etica che consente di violentare il nostro sistema, il principio costituzionale di presunzione d’innocenza sino all’intervento delle sentenze definitive di condanna, piuttosto che il diritto al silenzio negli interrogatori, sino a consentirci di inserire nei corpi di detenzione del cosiddetto “carcere duro” i cautelati in attesa di giudizio. Forse l’idea è preconcetta, ma la saggezza popolare insegna che a pensare male si fa peccato ma non sempre si sbaglia: la decretazione ministeriale che in modo apodittico colloca gli indagati in regime di 41 bis O.P. è la legittimazione di una forma di tortura. Un sistema civile, se da un lato non può che tollerare il fenomeno del cosiddetto pentitismo riconnettendolo al perseguimento dei fini di giustizia, dall’altro non può abbassarsi a torturare l’indagato con vessazioni morali del tipo di quelle accennate. L’inserimento e la debordante applicazione del regime di 41 bis agli indagati nei processi che seguono le regole del cosiddetto doppio binario (ovvero di deroghe procedurali applicate solo ad una determinata tipologia di processi) trasforma in una forma di tortura la custodia cautelare, getta una luce livida e sinistra sulla deroga alle garanzie costituzionali e trasforma il processo secondo il doppio binario in una sorta di binario 21, dal quale vorremmo che nessun treno fosse mai partito nel 1943 e dal quale pretendiamo oggi che nessun convoglio più si diriga per addentrarsi in un mondo in cui la valutazione preconcetta ed acritica condizionano l’esistenza di un uomo prima dell’intervento di una sentenza che, attraverso un giusto processo, abbia conclamato o escluso la sua responsabilità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

La definizione di mafie del dr Antonio Giangrande è: «Sono sodalizi mafiosi tutte le organizzazioni formate da più di due persone specializzati nella produzione di beni e servizi illeciti e nel commercio di tali beni. Sono altresì mafiosi i gruppi di più di due persone che aspirano a governare territori e mercati e che, facendo leva sulla reputazione e sulla violenza, conservano e proteggono il loro status quo». In questo modo si combattono le mafie nere (manovalanza), le mafie bianche (colletti bianchi, lobbies e caste), le mafie neutre (massonerie e consorterie deviate).

In questo saggio LA MAFIA IN ITALIA si affronta il tema delle mafie nere. In altri libri si affrontano altri vari aspetti del fenomeno MAFIA.

MAFIOPOLI. Le anomalie della lotta contro la mafia.

LA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. Le storture e gli abusi dell’Anti Mafia.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. L’elenco alfabetico di tutti i sodalizi che adottano azioni rientranti del dettato normativo del 416 bis.

CASTOPOLI. Gli abusi di Caste e Lobbies

IMPUNITOPOLI. Gli abusi degli operatori di Giustizia.

MASSONERIOPOLI. Gli abusi delle massonerie deviate.

CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. Gli abusi sui lavoratori.

USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. Gli Abusi sull’usura e sui fallimenti.

La mafia esiste. Eccome! Scrive Venerdì, 31 agosto 2018 da San Giuseppe d’Arimatea, Casa Spirlì, in Calabria, Nino Spirlì su "Il Giornale". Esiste, esiste… La mafia è nata e non è mai morta. In realtà, non è stata mai neanche ferita. Al limite, è stata disturbata, scossa; a volte, sgualcita. Shakerata, diciamo. Ma niente di più. La mafia è immortale, purtroppo. Perché ha vita in tante vite. Troppe. Palesi, prevedibili, semiimmaginabili, impensabili, impossibili ed oltre ogni codificazione lessicale e mentale.

La mafia è nell’aria e, viva, al di là dell’aria. È nella carne e nei 21 grammi dell’anima. Nei gesti. Nel sudore freddo del sicario e nel silenzio paziente del boss. Nei paroloni reboanti dei comizi. Nella volgare arroganza condominiale. Nelle aquile di marmo fisse sui pilastri dei cancelli e negli aerei privati che scorrazzano strafottenti nei cieli di tutti. Nei contratti paraculi delle mezzecalzette e nelle bave dei leccaculo. La mafia è nei vescovi che coprono i porci in tonaca e nei maestri asserviti che promuovono i somari. Nel pane messo da parte per chi non viene mai a ritirarlo. Nei negri a 20 euro. Nei macchinoni dei familiari a carico. Nel parrucchiere tutti i giorni. Nei vecchi che setacciano, morti di fame, i bidoni del mercato.

La mafia è nelle stragi e nelle carte. Nei documenti spariti e nelle piste abbandonate. Nelle mignotte di Stato e nelle liste per le urne. La mafia è nel pesce marcio cotto comunque. Nei panini di muffa grattugiati e venduti nelle cotolette precotte. La mafia è nel posto riservato. Nell’acqua privatizzata. Nell’antimafia da bigliettino da visita. Nell’ombra di una sovvenzione immeritata. Nel tu paramichevole ad un lei istituzionale.

La mafia è nel cemento impoverito dei ponti e dei palazzi. Nei rifiuti tossici seminati come grano. Nei banchetti cafoni. Negli ospedali assassini. Nei medici ignoranti. Negli anziani abbandonati. Nei disabili picchiati. Nelle adozioni pagate. Nei monumenti funebri spocchiosi.

La mafia è nelle sconfitte dei buoni. Nei ghigni dei cretini. Nelle vittorie dei malfattori. Nei treni pisciati dai violenti.

La mafia è in una donna ammazzata. In un figlio abbandonato. In un animale seviziato.

La mafia è lo scoppio di una bomba al destinatario. La mafia è lo scoppio di una bomba al mittente.

La mafia è la menzogna, il raggiro, la truffa.

È tante cose, la mafia. Tante altre cose…

Esiste, sì, esiste, la mafia. Dai poli all’equatore. Parla le lingue. O tace. La capisci lo stesso. La senti quando c’è. E quando sembra che non ci sia. Ne avverti il fetore. Che, spesso, sa di colonia.

Perché la mafia si pettina, si lava, si lucida e si agghinda. Si imbelletta e tenta la copertura. Tenta.

La mafia sono LORO e siamo anche noi che non riempiamo le piazze. Non diciamo NO. Non urliamo Basta!

La mafia è una matita copiativa che si vende per un favore da niente. O una speranza.

La mafia è la nostra mano nel segreto di quella cabina poco segreta.

Esiste. La mafia esiste. Vero?

Mafia, un brand di successo, scrive il 4 agosto 2017 Attilio Bolzoni su "La Repubblica". E' la parola italiana più conosciuta al mondo. Più di pizza, più di spaghetti. La troviamo in tutti i dizionari e in tutte le enciclopedie di ogni Paese, dal Magreb all'Australia, dall'America Latina al Giappone. Ha la sua etimologia probabilmente nell'espressione araba "maha fat”, che pressappoco vuol dire protezione o immunità. Quando un italiano - e soprattutto un siciliano - va all'estero, la battuta è sempre una, immancabile: «Italia? Mafia. Italiano? Mafioso». E poi giù una risata. Come se l'argomento fosse divertente. La parola mafia non ha sempre avuto lo stesso significato. Un secolo fa rappresentava una cosa, un'altra negli Anni Cinquanta e Sessanta, un'altra ancora dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ogni epoca ha avuto la sua mafia. Ufficialmente esiste dal 25 aprile del 1865 - quando il termine "Maffia", scritto con due effe, apparve per la prima volta in un rapporto ufficiale inviato dal prefetto Filippo Antonio Gualterio al ministro dell'Interno del tempo - ma ha avuto la sua incubazione almeno un secolo prima. Nel Regno delle Due Sicilie c'erano sette e unioni e "fratellanze" con a capo un possidente, un notabile e spesso anche un arciprete. Fenomeno tipico della Sicilia e delle regioni meridionali - in Campania è camorra e in Calabria 'ndrangheta - secondo i funzionari governativi di quegli anni «era incarnata nei costumi ed ereditata col sangue». Per letterati e studiosi delle tradizioni popolari come Giuseppe Pitrè «il mafioso non è un ladro, non è un assassino ma un uomo coraggioso...e la mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della propria forza individuale». Dal 9 settembre del 1982 essere mafioso in Italia è reato. Dal 30 gennaio del 1992 - sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo a Cosa Nostra - la mafia è considerata un'associazione criminale e segreta. Ma nonostante ciò la parola mafia è diventata un "marchio" di qualità, un brand di successo. Nel febbraio del 2014 sono andato in Spagna per realizzare un reportage su una catena di 34 ristoranti che si chiamano "La Mafia se sienta a la mesa", la mafia si siede a tavola.  Ai loro clienti offrono una carta fedeltà e una "zona infantil" riservata ai bambini con speciali menu. Per fortuna la presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi ha portato avanti una battaglia attraverso il ministero degli Esteri e, dopo un paio d'anni, l'Ufficio Marchi e Disegni dell'Unione Europea ha censurato i proprietari della catena di ristoranti spagnoli accogliendo un ricorso dell'Italia «per l'invalidità del marchio». In Austria hanno pubblicizzato un "panino Falcone", nome del giudice grande nemico dei boss ma che «purtroppo sarà grigliato come un salsicciotto». In Sicilia si vendono da sempre gadget inneggianti ai mafiosi, pupi con la lupara, tazze con il profilo del Padrino-Marlon Brando, magliette e adesivi che fanno il verso a Cosa Nostra. In Germania ha grande mercato da qualche anno la musica della mafia, spacciata anche da alcuni miei colleghi tedeschi come «autentica cultura calabrese». Ho ascoltato una canzone "dedicata" all'uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. Comincia così: «Hanno ammazzato il generale/non ha avuto neanche il tempo di pregare...». Oscenità smerciate come tradizione popolare.

Sei parente di un mafioso? Sei un mafioso pure tu... Così chiudono le aziende, scrive il 27 ottobre 2016 “Il Dubbio”. L'intervento di Carlo Giovanardi, componente della Commissione Giustizia del Senato. Il codice antimafia stabilisce che tentativi di infiltrazione mafiosa, che danno luogo all'adozione dell'informazione antimafia interdittiva, possono essere concretamente desunti da:

a) Provvedimenti giudiziari che dispongono misure cautelari, rinvii a giudizio, condanne, ecc.;

b) Proposta o provvedimento di applicazione delle misure di prevenzione ai sensi della legge 575 del 1967;

c) Degli accertamenti disposti dal Prefetto.

Con alcune piccole recenti modifiche che cambiano soltanto marginalmente la normativa. Il punto c) come si vede dà ampi poteri discrezionali ai prefetti che in tutti i provvedimenti assunti sul territorio nazionale motivano sempre l'interdittiva con queste premesse: «Atteso che, come più volte riportato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, il concetto di "tentativo di infiltrazione mafiosa", in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presenta estremamente sfumato e differenziato rispetto all'accertamento operato dal giudice penale, "signore del fatto" e che la norma non richiede che ci si trovi al cospetto di una impresa "criminale", né si richiede la prova dell'intervenuta "occupazione" mafiosa, né si presuppone l'accertamento di responsabilità penali in capo ai titolari dell'impresa sospettata, essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. Considerato che, per costante giurisprudenza, la cautela antimafia non mira all'accertamento di responsabilità, ma si colloca come la forma di massima anticipazione dell'azione di prevenzione, inerente alla funzione di polizia di sicurezza, rispetto a cui assumono rilievo, per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell'individuazione di responsabilità penali (T. A. R. Campania, Napoli, I, 12 giugno 2002 nr. 3403; Consiglio di Stato, VI, 11 settembre 2001, nr. 4724), e che, di conseguenza, le informative in materia di lotta antimafia possono essere fondate su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario, poiché mirano alla prevenzione di infiltrazioni mafiose e criminali nel tessuto economico-imprenditoriale, anche a prescindere dal concreto accertamento in sede penale di reati». Vediamo ora di capire come la preoccupazione del legislatore di difendere le aziende dalle infiltrazioni mafiose sia stata completamente stravolta dalle interpretazioni giurisprudenziali e dalla prassi delle prefetture, andando ben al di là del rispetto formale e sostanziale dei principi costituzionali e anche del buon senso, con un meccanismo infernale che massacra le aziende, le fa fallire e distrugge migliaia di posti di lavoro. Bisogna tener conto infatti che all'impresa colpita da interdittiva antimafia vengono immediatamente risolti i contratti in essere, bloccati i pagamenti, impedito di acquisire nuovi lavori, ecc. a tempo indeterminato, fino a che cioè, non venga meno un plausibile, sintomatico pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. E da cosa si può dedurre questo pericolo che le forze di polizia comunicano al Prefetto? Incredibilmente anche da semplici rapporti di amicizia o di parentela o di affinità con i titolari o i dipendenti della impresa ma anche con persone che con le imprese non c'entrano assolutamente nulla. Due recenti casi modenesi spiegano la follia di questa procedure. Un'impresa locale con titolare originario di Napoli, felicemente sposato con una palermitana conosciuta mentre era militare in Sicilia nell'ambito dell'operazione Vespri Siciliani, dalla quale ha avuto tre figli, assunse a suo tempo, con l'autorizzazione del giudice tutelare e l'approvazione dei servizi sociali, cognato e suocero usciti dal carcere a Palermo dopo aver scontato una condanna per attività mafiosa. Sulla base di questa circostanza all'impresa è stata negata l'iscrizione alla white list ed è scattata l'interdittiva antimafia. L'imprenditore ha immediatamente licenziato cognato e suocero ma per la Prefettura questo non era sufficiente e l'ha invitato a rivolgersi al Tar dell'Emilia-Romagna che a sorpresa ha confermato l'interdittiva con la stupefacente motivazione che malgrado il licenziamento permaneva il rapporto di parentela (semmai affinità, sic. ndr). Soltanto recentemente, dopo questa surreale decisione, il Consiglio di Stato ha finalmente riconosciuto le buone ragioni dell'imprenditore escludendo che il semplice rapporto di affinità possa essere sufficiente per mantenere una interdittiva. Nel frattempo sempre a Modena un altro imprenditore di origine campana si è visto applicare l'interdittiva, in base a precedenti penali del fratello, con il quale non ha rapporti di nessun tipo da tantissimi anni, con inevitabile fallimento e rovina per moglie e figli, decisione confermata dal Tar dell'Emilia-Romagna perché "non si esclude", pur non essendoci attualità di una situazione di pericolo, che il passato oscuro del fratello, comparso in una lista di componenti di un clan di casalesi, arrestati per ordine della Procura, possa nascondere futuri tentativi di infiltrazione. Bisogna aggiungere, per chiarezza espositiva, che diversamente dai procedimenti penali dove c'è possibilità di difesa e contraddittorio, l'imprenditore a cui viene rifiutata l'iscrizione alla white list non viene ascoltato dalla Prefettura e neppure può prendere visione egli atti che lo riguardano, che sono secretati. Di fronte a questa situazione, essendo in discussione in commissione Giustizia del Senato la riforma del Codice Antimafia, sono stati sentiti in audizione il prefetto Bruno Frattasi, attuale comandante dei Vigili del Fuoco, per anni responsabile dell'Ufficio legislativo del Ministero degli Interni, i Prefetti di Milano, Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Modena, ecc., illustri avvocati, docenti di diritto amministrativo e rappresentanti delle associazioni imprenditoriali. Ad eccezione dei Prefetti sul territorio, che hanno sostenuto di vivere nel migliore dei mondi possibile e non si sono accorti di nessuna criticità, da Frattasi, i professori, gli avvocati e le associazioni degli imprenditori sono state sottolineate le incongruenze e i limiti di questo sistema ed indicate soluzioni come l'obbligo di sentire l'imprenditore, fare verificare i provvedimenti interdittivi da un giudice terzo, accompagnare l'azienda colpita da interdittiva a superare lo stato di pericolo prima che possa giungere il fallimento. Con una consapevolezza che è emersa chiaramente: la criminalità organizzata non viene minimamente scalfita da questi provvedimenti che viceversa per la loro assoluta arbitrarietà e disprezzo per l'economia reale non possono che creare disaffezione e rancore verso le istituzioni. 

Se non sai che il parente del tuo amico è mafioso sei mafioso anche tu…, scrive Tiziana Maiolo il 21 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Il politico patrocinò la festa paesana dello stacco organizzata da un parente di un presunto ndranghetista. Colpevole di “inconsapevolezza”, l’assessore va rimosso. Ci mancava solo Rosy Bindi nel caravanserraglio di quanti hanno preso di mira il Comune milanese di Corsico e il famoso (mancato) “Festival dello stocco di Mammola”, per saldare vecchi e nuovi conti politici. La Commissione bicamerale Antimafia è arrivata a Milano giovedì con un programma ambizioso: audizioni dei massimi vertici della magistratura (il procuratore generale Alfonso, il procuratore capo Greco e la responsabile della Dda Boccassini) e discussione sulla presenza di spezzoni di ‘ ndrangheta al nord, e in particolare nelle inchieste su Expo e il riciclaggio. Ma tutto è rimasto sbiadito in un cono d’ombra illuminato prepotentemente dal caso del merluzzo, il famoso stocco di Mammola, che viene festeggiato ogni anno da 38 anni in Calabria con il patrocinio dell’ambasciata di Norvegia, ma che non si può evidentemente esportare nel milanese. La Presidente Rosy Bindi è stata perentoria: l’assessore alle politiche giovanili Maurizio Mannino, che nell’ottobre dell’anno scorso aveva dato il patrocinio alla Festa dello stocco a Corsico senza rendersi conto del fatto che il promotore dell’evento era il genero di una persona indagata per appartenenza alla ‘ ndrangheta, deve essere subito rimosso. Altrimenti verrebbero avviate, per iniziativa di una serie di zelanti parlamentari del Pd, le procedure per arrivare al commissariamento del Comune di Corsico. Certo, dice la stessa Presidente dell’Antimafia, il sindaco era inconsapevole, ma “l’inconsapevolezza per essere innocente deve essere dimostrata”. Inversione dell’onere della prova, al di là e al di fuori da qualunque iniziativa giudiziaria, dunque. Il concetto è questo, in definitiva: se anche tu non sai con chi hai a che fare (cioè uno colpevole di essere parente di un altro), sei a tua volta colpevole a prescindere. E la cosa grave è che su questa vicenda di Corsico si soni mossi parlamentari del Pd (la famosa nuova generazione dei “garantisti”) come Claudio Fava e Franco Mirabelli e persino il mediatico promotore di libri nonché procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Tutti compatti contro il sindaco Filippo Errante, colpevole di “tradimento”, perché da ex sindacalista e assessore di una giunta di sinistra, ha osato non solo allearsi con il centrodestra, ma addirittura portarlo alla vittoria dopo sessanta anni di governo ininterrotto di sinistra. Un capovolgimento politico che brucia ancora, dopo oltre un anno. Il che è comprensibile, soprattutto per la candidata sconfitta, l’ex sindaco Maria Ferrucci. La quale un risultato a casa l’ha portato, quello di riuscire a fare annullare la festa dello stocco e di conseguenza di indebolire la figura del neo- sindaco. Il quale sarà costretto oggi anche a rinunciare a un suo assessore di punta. Indebolendosi sempre più. Ma c’è da domandarsi se sia di grande soddisfazione politica per l’ex sindaco e per il suo partito essere costretti a denunciare per simpatia con le mafie una persona come il sindaco Errante che un tempo militava nelle loro fila. E cercare di sconfiggere per via burocratica e tramite i prefetti e le commissioni antimafia (neanche per via giudiziaria, non essendoci inchiesta alcuna all’orizzonte) chi ha vinto le elezioni. Democraticamente e non con un colpo di stato.

«Tuo cugino forse è mafioso dunque tu sei impresentabile». I ragionamenti di Claudio Fava e la caccia alle streghe, scrive Davide Varì il 2 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Da quando la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi ha annunciato che no, stavolta la black list degli impresentabili siciliani non arriverà in tempo per le elezioni del 5 novembre, sull’isola si è ufficialmente aperta la stagione della caccia alla parentela mafiosa. L’obiettivo è quello di delegittimare e screditare il più possibile gli avversari accusandoli di aver imbarcato nelle proprie liste boss, vice- boss, semplici affiliati o, quando proprio non si trova niente di meglio, amici e parenti di mafiosi. E tra i cacciatori di taglie più attivi c’è Claudio Fava, candidato governatore della sinistra. L’ultima rivelazione del vicepresidente dell’Antimafia, che evidentemente ha spulciato come un segugio i casellari giudiziari di mezza Sicilia, riguarda la lista del candidato grillino Giancarlo Cancelleri. Tra le fila di quest’ultimo si sarebbe infatti insinuato il cugino di un boss: «Nella lista di Palermo dei 5stelle è candidato Giacomo Li Destri, cugino di primo grado dell’omonimo Giacomo Li Destri, sotto processo per associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuto referente di Cosa Nostra a Caltavuturo», ha infatti denunciato Fava che poi ha sentenziato: «Si tratta di una candidatura inopportuna politicamente e moralmente». Che poi il Li Destri sia ancora sotto processo e dunque sia un boss soltanto presunto, è questione di lana caprina che a Fava interessa assai poco. Come del resto non gli interessa che il candidato non è il Li Destri” presunto boss, ma il Li Destri” cugino. Del resto la trovata del cosiddetto reato di parentela mafiosa non è certo cosa recente. Da Napoli in giù, non c’è elezione in cui l’albero genealogico dei candidati non venga sezionato, tanto da diventare parte integrante del curriculum dell’aspirante onorevole. E non importa che la Cassazione e i Tar di mezza Italia abbiano negato qualsiasi consequezialità nel rapporto di parentela tra un candidato e il parente mafioso o presunto tale, la battaglia sul reato di parentela prosegue senza sconti. Insomma, gran parte della campagna elettorale siciliana non si gioca sull’economia di una delle regioni più povere d’Europa, né sui cavalcavia che crollano come castelli di sabbia o sulle ferrovie anteguerra. Nulla di tutto questo: il cuore dello scontro si ha sui cosiddetti impresentabili. Tanto che per attaccare il candidato del centrodestra Nello Musumeci, il dem Fabrizio Micari ha addirittura scomodato Goethe: «Musumeci si è venduto l’anima al diavolo come il dottor Faust. Si è accollato gli impresentabili pur di provare a farcela. Ha persino detto di aver saputo degli impresentabili dai giornali… sì, evidentemente dalle pagine di cronaca nera». Ma l’ultima parola, almeno fino a oggi, se l’è presa Totò Cuffaro il quale è l’unico che parla di politica: «Meno male che mi hanno interdetto il diritto di voto, vedere il Leghista Salvini che spadroneggia in Sicilia mi fa ribollire il sangue».

Come definire (giuridicamente) tutte le mafie? Scrive il 10 settembre 2018 su "La Repubblica" Lorenzo Picarella - Università di Pisa, Dipartimento Scienze Politiche, direttore del Master professore Alberto Vannucci.  (Con integrazione dell’autore dr Antonio Giangrande).

La criminalità organizzata è un fenomeno che riguarda tutte le aree geografiche del mondo, diventando un attore globale assieme agli Stati, le imprese, le istituzioni internazionali. Le conseguenze della sua presenza su uno o più territori possono comportare gravi problemi non solo di ordine pubblico, ma anche di tipo economico. A tal fine, sia a livello internazionale che di UE, si è cercato di elaborare definizioni giuridiche di criminalità organizzata nella Convenzione ONU di Palermo del 2000 e nella Decisione quadro 2008/841/GAI. Queste nozioni, tuttavia, risultano troppo vaghe e generiche. Esse, infatti, individuano la condotta illecita nella partecipazione ad un'organizzazione, i cui requisiti sono formulati in negativo (si dice ciò che organizzazione non è), composta da più di due persone e finalizzata alla commissione di reati che prevedono pene non inferiori a quattro anni (selezione quantitativa dei reati-scopo).  Inoltre, si incentiva a introdurre, cumulativamente o alternativamente, negli ordinamenti degli Stati membri la fattispecie di conspiracy, tipica dei paesi di common law, che presenta una ancora maggiore genericità. Si tratta, infatti, di un illecito penale consistente in un mero accordo tra almeno due persone per commettere un reato. All'interno di nozioni così ampie, dunque, possono rientrare i più vari fenomeni di delinquenza associata, andando incontro a un rischio di over criminalisation. Siamo in presenza di definizioni che non definiscono. Come superare l'impasse? La questione si presenta complessa. Si devono tener conto e contemperare sia le esperienze e tradizioni giuridiche dei vari ordinamenti che gli studi delle scienze sociali indispensabili ai fini definitori. In sociologia ci si scontra col problema dell'assenza di una nozione largamente condivisa. Tuttavia, a fini normativi, non è necessario trovare la definizione che all'unanimità meglio rappresenti il fenomeno, ma serve sceglierne una capace di inquadrarlo adeguatamente e che sia agevole da tradurre in fattispecie penale. Una classificazione dei gruppi criminali operata, di recente, da Varese e Campana, criminologi italiani che insegnano in Inghilterra, sembra andare in questa direzione. Le organizzazioni criminali vengono suddivise in base al tipo di attività che compiono: sodalizi specializzati nella produzione di beni (e servizi, n.d.a.) illeciti, nel commercio di tali beni e le mafie, gruppi che aspirano a governare territori e mercati. Rimarrebbero escluse le attività cosiddette predatorie (furti, frodi…) che, però, potrebbero formare una quarta categoria. Il minimo comune denominatore di questi gruppi è la presenza di una struttura organizzativa, senza specificare se gerarchica o a rete, idonea al perseguimento delle finalità associative. Introdurre questa classificazione nel contesto giuridico e istituzionale ha una serie di vantaggi e implicazioni potenzialmente fondamentali. Innanzitutto, il concetto di mafia da loro utilizzato riprende la teoria di Gambetta della mafia come industria della protezione che ha avuto applicazioni in vari Paesi del mondo, anche in quelli a non tradizionale presenza mafiosa come l'Inghilterra. Si utilizzerebbe, dunque, una definizione che già in passato è stata capace di individuare gruppi mafiosi, simili a quelli italiani, in altri territori. Uno strumento utile, dunque, per vincere la ritrosia di molti paesi a riconoscere il fenomeno e per dissipare la confusione che si crea attorno alla parola “mafia”. La divisione dei gruppi criminali secondo le attività svolte, poi, si dimostrerebbe utile per due ordini di ragioni. In primo luogo, perché la varietà delle strutture organizzative e la difficoltà nel descriverle, sotto il profilo normativo, rende necessario tenere questo elemento generico. Inoltre, il trend degli ultimi anni mostra una tendenza verso una maggiore flessibilità e fluidità di tali strutture. È, quindi, sul piano delle finalità che va effettuata la differenziazione e, di conseguenza, la qualificazione dei vari tipi di criminalità organizzata. In secondo luogo, perché suggerisce una selezione qualitativa dei reati-scopo, cioè in base al tipo di reato e non all'entità della pena, che è una modalità di incriminazione piuttosto comune tra i paesi UE e utilizzata nel RICO americano, la normativa più evoluta di contrasto al crimine organizzato tra gli ordinamenti di common law, di cui potrebbe diventare il modello di riferimento. Diverso è il discorso per i gruppi mafiosi per i quali è più congeniale basarsi sul metodo che sui reati-scopo. La categoria di mafia come fornitrice di protezione, che fa leva sulla reputazione e sulla violenza, sembra avvicinarsi al metodo mafioso del 416-bis italiano nel quale si fa riferimento alla forza di intimidazione del vincolo associativo. Apportando qualche modifica per andare incontro alle sensibilità giuridiche di altri ordinamenti, tale fattispecie, dunque, potrebbe costituire un esempio da imitare. L'utilizzo di tale classificazione non solo raggiungerebbe l'obiettivo di meglio definire normativamente la criminalità organizzata, ma, cosa ancora più importante, contribuirebbe a uniformare e chiarire l'interpretazione del fenomeno nei contesti istituzionali. Diventerebbe più semplice riconoscere la presenza del crimine organizzato sul proprio territorio, consapevolezza che storicamente spinge i paesi a contrastarlo con maggiore efficacia, e la cooperazione ne trarrebbe beneficio così come la conoscenza del fenomeno e il dibattito pubblico.

LA MAFIA CONVIENE. MA NON ESISTE.

La mafia, conviene, ma non esiste. O almeno come oggi ce la propinano.

Cosa è la legalità?

La legalità è ogni comportamento difforme da quanto previsto e punito dalla legge. Si parla di comportamento e non di atteggiamento. Con il primo si ha un’azione o omissione, con il secondo vi è neutralità senza effetti. Per quanto riguarda la legge c’è da dire che un popolo di “coglioni” sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie.

Cosa significa comportamento mafioso?

Prendiamo per esempio il nostro modo di chiamare i prepotenti violenti che vogliono affermare la loro volontà: diciamo “so’ camburristi”, ossia: sono camorristi. Quindi mafia significa prepotenza.

Contro il “Subisci e Taci”. Il dettato normativo. L. 13 settembre 1982 n. 646 (Rognoni-Latorre) L’art. 416 bis c.p. vale per tutti: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Mafia: Nascita ed evoluzione.

Il fenomeno delle organizzazioni criminali in tutta Italia prendevano il nome di Brigantaggio. La struttura era orizzontale con nuclei locali autonomi ed indipendenti.

In tutto il Sud Italia con l’unificazione e l’occupazione Sabauda, se prima il brigantaggio ha favorito l’ascesa di Garibaldi, successivamente è diventato un piccolo esercito partigiano di liberazione di piccola durata 1860-1869. La struttura orizzontale è rimasta, ma si formò una sorta di coordinamento. Se da una parte vi fu la soppressione del brigantaggio politico meridionale, dall’altra parte in Sicilia si sviluppò il fenomeno di Cosa Nostra e del separatismo.

Mafiosi erano i potentati locali, sia essi amministratori periferici dello Stato, sia i latifondisti o potentati economici. Il loro braccio armato erano i componenti delle famiglie locali più pericolose e numerose. La mafia ha agevolativo di eventi storici: lo sbarco dei mille di Garibaldi, che ha permesso l’invasione dell’Italia meridionale da parte dei settentrionali; lo sbarco degli Alleati che ha agevolato la cacciata dei tedeschi.

La strage della portella della Ginestra a Palermo si deve ricondurre ad un tentativo di ristabilire l’ordine che veniva turbato da manifestazioni sindacali. Il fenomeno mafioso nel centro-nord Italia non era sviluppato, perché il Potere era molto più vicino alle periferie ed il controllo era più stringente.

Quel potere si sosteneva con le estorsioni, le mazzette, giochi d’azzardo e prostituzione, l’abigeato ed il furto di frutti o di bestiame. L’affare della droga verrà successivamente.

Il sistema mafioso aveva una struttura orizzontale, sia in Sicilia, sia in Calabria, sia in Campania e nel resto del Sud Italia. La Stidda e Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, La Sacra Corona Unita, i Basilischi, la Camorra, la Società foggiana.

Cosa Nostra, in Sicilia, rispetto alla Stidda, era il braccio armato dei potentati locali: al servizio della politica e dell’economia. Il Clan dei Corleonesi era una fazione all’interno di Cosa Nostra formatasi negli anni settanta, così chiamata perché i suoi leader più importanti provenivano dalla famiglia di Corleone: Luciano Liggio, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella. Cosa Nostra aveva struttura piramidale.

La Camorra, in Campania, da sodalizi criminali locali strutturati in linea orizzontale, agevolati dalla scarsità di risorse rispetto alla demografia del territorio, ha avuto un incremento con l’avvento di Raffaele Cutolo (Nuova Camorra Organizzata) con l’influenza e la supervisione di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. Con il culto della personalità degli esponenti delle fazioni in lotta la Camorra prende una struttura verticistica.

La Camorra influenzerà la Società Foggiana a struttura orizzontale.

La mafia pugliese e la mafia  lucana, invece, sono creature delle famiglie calabresi.

Il sistema statale di contrasto.

Se dal Regno Sabaudo fino al Fascismo la magistratura era sotto l’egita governativa, con l’avvento della Repubblica i Magistrati sono sotto effetto politico.

La lotta al brigantaggio era più che altro una lotta politica contro gli oppositori della monarchia Sabauda ed impegnava tutte le risorse governative. In tal senso la criminalità comune e disorganizzata ne veniva avvantaggiata. Da sempre c’è stato il problema della sicurezza. Già oggi noi riscontriamo il problema della sicurezza. In caso di reati diffusi e ritenuti a torto bagatellari (furti, aggressioni, minacce, ingiurie, ecc.). Figuriamoci nei tempi andati, dove la struttura amministrativa aveva maglie molto più larghe e meno capillari, specialmente nei territori più remoti e lontani dal Centro del Potere. Se oggi abbiamo pochi agenti delle forze di polizia, figuriamoci allora. In questi territori lontani dal controllo burocratico il potere del Governo era affievolito perché non poteva contare su risorse adeguate di mezzi e persone. Ciò arrecava anarchia e corruzione, dove il prepotente, spesso al soldo dei ricchi, la faceva da padrone. In queste terre lontane si commettevano abusi e violenze di ogni specie, specie nei campi, lontani da occhi indiscreti. La mancanza di prove o la complicità delle istituzioni locali produceva impunità. L’impunità creava omertà.

Nella stessa America, nel Far West, per esempio si assoldavano pistoleri, spesso loro stessi criminali,  per incutere rispetto al ruolo, al fine di affermare l’Ordine e la Sicurezza.

In Italia le terre più remote erano la Sicilia e la Calabria. In questi territori il rispetto, la sicurezza e l’ordine era delegata dai rappresentanti dello Stato o dai latifondisti a gruppi di cittadini, che oggi potremmo chiamare “vigilanza o ronda privata”. A questi, spesso galeotti o criminali, veniva riconosciuta una sorta di impunità dei loro crimini, nel nome dell’interesse comune.

Gli affari della Mafia.

L’attività criminale del Brigantaggio era fondata da rapine, estorsioni, furti. giochi d’azzardo e prostituzione, l’abigeato ed il furto di frutti o di bestiame.

La loro struttura solidale portava intimidazione e quindi soggezione ed omertà.

Poi è arrivata il traffico di droga ed armi, lo smaltimento di rifiuti illeciti e la tratta degli esseri umani. E cosa più importante sono arrivati gli appalti pubblici: la mafia-appalti.

L’Evoluzione della Mafia. Da coppola e lupara a penna e calcolatrice.

Nel 1950 Il Governo De Gasperi istituì La Cassa per il Mezzogiorno, ossia un fondo per finanziare lo sviluppo del meridione. Con questo strumento finanziario si ebbe la scissione tra mente e braccio armato della gestione criminale della cosa pubblica. E di conseguenza si ebbe una dicotomia del sistema mafioso tra armato e colletti bianchi. In Sicilia la struttura capillare territoriale rimase con il nome “Stidda”. Al contempo nella zona di Palermo, partendo da Corleone, si impose una struttura piramidale chiamata “Cosa Nostra” che si espanse in Italia e nel mondo. Avere a che fare con un singolo capo dei capi, era più comodo che interloquire con centinaia di capetti. Ora la gestione del potere non era più improntata sulla gestione del territorio e la commissione di reati comuni, ma sui flussi finanziari del denaro che servivano per lo sviluppo del Sud Italia. La gestione illecita di quei flussi, inoltre non era prevista e punita come illegale da nessuna norma. Quella mafia era perseguita con l’art.416 c.p.

La mafia appalti aveva appetiti enormi ed aveva tante bocche: La politica, la Massoneria deviata, le caste e le lobby. Queste componenti avena la mafia come braccio armato.

L’evoluzione dell’attacco al sistema.

Con l’avvento degli anni 80 si ebbe il salto di qualità. La torta di Mafia Appalti non era più distribuita in modo equitativo. Cominciarono a cadere le vittime eccellenti, ossia gli uomini dello Stato con alte cariche.

Lo Stato rispose con la Legge antimafia Rognoni-La Torre. Negli anni 90 si ebbe il periodo stragista.

Il Periodo Stragista e la morte di Falcone e Borsellino.

Fino a che non si è toccato il potere politico istituzionale e fino a Mani Pulite, cioè fino al tentativo di coinvolgere il PCI nelle malefatte politiche di Tangentopoli, il fenomeno mafioso rimaneva sottaciuto.

L’originale famiglia numerosa, pericolosa e prepotente territoriale, è sostituita da una famiglia più allargata: quella dei partiti che si finanziano con i fondi illeciti perché destinate per altre finalità. Questo per perpetuare il potere e le poltrone.

La gestione dell’ingente flusso di risorse finanziarie statali destinate al Sud era in mano alla politica (meno il MSI): Da Roma di decideva a chi destinare i fondi. La politica locale amministrava quei fondi. Tutti erano coinvolti.

Probabilmente il Pci, nella suddivisione della torta, era meno favorito della DC, al governo da sempre, a Roma come in Sicilia, per questo Berlinguer nel 1981 parlo di Questione morale.

Giovanni Falcone con il nuovo 416 bis c.p. istruì il Maxi Processo. Ma di questo enorme flusso di denaro se ne era accorto, come si era accorto, anche, che la faccia della mafia era cambiata. Il potere dalla Coppola e la Lupara di gente ignorante, era passato in mano ai colletti bianchi. I colletti bianchi rappresentavano i poteri dello Stato: la politica che gestiva il denaro; l’economia che riciclava quel denaro; la magistratura che insabbiava le notizie di reato. Per questo Falcone diceva che per sconfiggere la mafia bisognava seguire i soldi: quelli della Cassa del Mezzogiorno, in seguito quelli dei fondi europei. E per questo nacque la collaborazione con Antonio Di Pietro a Milano. Ma Falcone diceva anche un’altra cosa che ai magistrati dava molto fastidio perché lesiva delle loro prerogative: creare un’entità nazionale che potesse far applicare la legge in quei porti delle nebbie che erano i palazzi di giustizia.

Quell’essere diverso è costata cara a Giovanni Falcone. Su quei soldi non si doveva indagare. Il fatto che Falcone potesse avere un più alto grado di Responsabilità e Potere nei palazzi romani era osteggiato da tutti, specialmente dalla sinistra e da quei magistrati di riferimento. Falcone, che con quel ruolo al Ministero della Giustizia, aveva fatto nascere la Procura Nazionale Antimafia, era da calunniare e denigrare. Lo stesso Leoluca Orlando, “eterno” sindaco di Palermo ed esponente di quella sinistra della Dc, poi tramutata in La Rete, è stato il più acerrimo nemico di Giovanni Falcone con i suoi molteplici esposti penali contro il magistrato. L’inchiesta “Mafia appalti”, assolutamente non si doveva fare. O lo si fermava con le calunnie. O lo si fermava in alto modo.

Il Penta Partito acquisiva ed impiegava i fondi illeciti Italia su Italia. Il Pci li acquisiva e li inviava a Mosca. Qui le somme di denaro si convertivano in Rubli, ed in questa forma rientravano come finanziamenti leciti dall’Urss che li riciclava e li lavava. Finanziamenti ignorati dal Pool di Milano

Agli inizi del 1992 inizia Mani Pulite. Al Penta Partito ci pensa il Pool di Mani Pulite di Milano, che sui rubli del PCI rimane inattivo, ma che, sicuramente, Falcone non avrebbe avuto remore ad andare avanti, o chi per lui, anche attraverso gli incarichi ministeriali. Ma non doveva.

Infatti il 23 maggio 1992 con la sua morte la pista dei rubli di Mosca si ferma definitivamente.

Con la morte di Falcone e di Paolo Borsellino, che sicuro ne avrebbe proseguito le orme, il Pci è uscito indenne dal ciclone di Mani Pulite, dove addirittura la Lega ha pagato lo scotto.

E l’immagine del Pci è rimasta illibata a scanso di tutte le inchieste. Quelle inchieste in cui gli investigatori hanno trovato candidatura nei partiti da loro inquisiti, o comunque alleati: Di Pietro, Emiliano, Maritati. 

Gli affari dell’antimafia.

Con la Morte di Falcone e Borsellino gli affari della mafia sono diventati affari dell’antimafia.

L’apparato statale in mano alla sinistra: Le istituzioni, i media, la cultura, l’associazionismo e il sindacalismo hanno impiegato tutto il loro impegno nella propaganda, sfruttando al meglio la possibilità di finanziarsi economicamente con il business dell’antimafia.

Oggi con le leggi del Cazzo si attua quell’espropriazione proletaria che ha sempre ispirato il Pci (tu sei ricco perché sei mafioso ed hai rubato), ma il meridione paga un danno enorme, perché in nome della lotta alla mafia si lede la libera concorrenza. Perché il meridionale è mafioso a prescindere, ovunque esso sia.

Nel nome della lotta antimafia l’azienda meridionale non può lavorare perché se si ha sentore di mafiosità scatta l’interdittiva antimafia. Anche sol perché si ha un parente lontano ritenuto mafioso o un dipendente vicino o con parenti vicini ad esponenti mafiosi.

Nel nome dell’antimafia si sequestrano i beni di imprenditori ritenuti mafiosi da indagini aperte per delazione di pentiti fasulli. Imprenditori che alla fine risultano innocenti. Ciò nonostante quei beni vengono confiscati.

Nel nome dell’antimafia gli appalti tolti alle aziende meridionali (cessate o interdette) vanno a finire per lo più assegnati alle Cooperative Rosse, ed in minima parte ad altre aziende settentrionali.

Oggi con le leggi del Cazzo la sinistra ha pensato bene di finanziare la sua attività politica e di propaganda anche con attività extraeconomiche. Lo stesso Sciascia nel 1987 puntava il dito sui professionisti dell’antimafia.

Oggi ci ritroviamo Libera ad essere il collettore monopolista di tutte le associazioni antimafia prefettizie che costringono i loro assistiti alla denuncia, per non essere cancellati, da cui scaturisce il business delle costituzioni di parti civili e dei beni sequestrati e confiscati.

Oggi ci ritroviamo Libera ad avere il monopolio della gestione dei beni sequestrati e confiscati ai cosiddetti mafiosi o presunti tali. Gestione oltretutto sostenuta con progetti e fondi finanziati dallo Stato.

Oggi ci ritroviamo apparati giudiziari ed associativi che

Perché si è Sciasciani.

Prima degli anni ‘80 a dare carattere di mafiosità al sistema criminal-burocratico vi era solo un grande conoscitore della questione: il comunista Leonardo Sciascia. Sciascia con il suo “Il Giorno della Civetta” suddivideva la realtà contemporanea in “uomini (pochi) mezzi.

Tutte le mafie. Oggi l’originale famiglia numerosa, pericolosa e prepotente territoriale, con la coppola e la lupara, è sostituita da una famiglia più allargata e dalla faccia pulita:

Quella dei partiti che continuano a finanziarsi non più con fondi illeciti, ma con fondazioni.

Quella delle caste e delle lobby, composte da ordini, collegi, e gruppi economici, che per pressione elettorale  inducono a legiferare per i loro tornaconti

Quella delle Massonerie deviate, i cui componenti, portatori di interessi lobbistici e di gruppi economici finanziari, influenzano le scelte politiche nazionali e locali.

Queste entità spostano l’attenzione, attraverso i media a loro asserviti su falsi problemi.

Il Caporalato. Parlano di caporalato, tacendo sullo sfruttamento addirittura del magistrati onorari, ricercatori universitari, praticanti e portaborse parlamentari.

L’Usura ed i fallimenti truccati. Parlano di Usura, tacendo su quella bancaria e quella di Stato e sui fallimenti truccati e sulle aste truccate.

gestiscono in modo approssimativo ed amicale i beni sequestrati e confiscati ai cosiddetti mafiosi.

Le mafie in Italia. In questo stato di cose oggi ci troviamo ad avere oltre le nostre mafie bianche e nere, anche le mafie di importazione: nigeriana, cinese, albanese, rumena, russa, ecc.

Oggi intanto gli arroganti saccenti col ditino alzato continuano a menarla con “avversario politico  = ignorante-mafioso

Brigantaggio. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il brigantaggio fu una forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, mentre in altre circostanze esso assunse risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale. Sebbene il fenomeno abbia origini remote e riguardi periodi storici e territori diversi, nella storiografia italiana questo termine si riferisce generalmente alle bande armate presenti nel Mezzogiorno tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del regno d'Italia nel 1861. L'attività brigantesca assunse connotati politici e anche religiosi all'inizio del XIX secolo, con le sollevazioni sanfediste antifrancesi. Fu duramente repressa all'epoca del Regno di Napoli e durante l'occupazione napoleonica, borbonica e risorgimentale, quando, dopo essersi ulteriormente evoluta, si oppose alle truppe del neonato Stato italiano. In questa fase storica, sia all'interno che al di fuori di queste bande e mossi anche da motivazioni di natura sociale e politica, agivano gruppi di braccianti ed ex militari borbonici.

Etimologia e definizioni. Il termine brigante descrive generalmente una persona la cui attività è al di fuori della legge. Spesso sono definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti e rivoltosi in particolari situazioni sociali e politiche. L'origine della parola non è ancora chiara e diverse sono le ipotesi sulla sua etimologia.

Origini e cause. Il brigantaggio sin dalla sua genesi aveva - e ha tuttora - come causa di fondo la miseria. Oltre a vera forma di banditismo (soprattutto nel Medioevo), il fenomeno ha spesso assunto connotati di vera e propria rivolta popolare. In età moderna, furono coinvolti vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi, investendo indifferentemente zone urbane e rurali. Il brigantaggio iniziò così a presentare una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra i diversi ceti. Francesco Saverio Sipari, che fu tra i primi a considerare anche l'origine sociale del fenomeno, nel 1863 scrisse: «il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata» e, anticipando anche analoghe osservazioni di Giustino Fortunato, riteneva che il brigantaggio potesse esaurirsi con la "rottura" dell'isolamento delle regioni meridionali, che era dato dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade e di ferrovie, e con l'affrancamento dai canoni del Tavoliere. Francesco Saverio Nitti considerava il brigantaggio (in particolare nel Meridione) un fenomeno complesso, che poteva assumere i connotati di banditismo comune, di reazione alla fame e alle ingiustizie o di rivolta di natura politica (es. alla piemontesizzazione). Egli riteneva che il brigante, in gran parte dei casi, si rivelava un paladino del popolo e simbolo di rivoluzione proletaria: «Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori.» (Francesco Saverio Nitti)

Giustino Fortunato lo considerò «un movimento spontaneo, storicamente rinnovantesi ad ogni agitazione, ad ogni cambiamento politico, perché sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali». Accanto alla miseria, alcuni identificano il brigantaggio come un fenomeno di resistenza, soprattutto in epoca risorgimentale. Il deputato liberale Giuseppe Ferrari disse: «I reazionari delle Due Sicilie si battono sotto un vessillo nazionale, voi potete chiamarli briganti, ma i padri e gli Avoli di questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul trono di Napoli». Tuttavia il fenomeno era ben presente anche in altri stati preunitari all'alba dell'unità d'Italia, tra cui lo Stato Pontificio in cui ancor oggi si ricorda la figura de "il Passatore", il Lombardo-Veneto con Carcini, il Regno di Sardegna con Giuseppe Mayno e Giovanni Tolu.

Storia del Brigantaggio in Italia.

Impero Romano. Si inizia a parlare di brigantaggio già nell'antica Roma, quando a Taranto intorno al 185 a.C. avvenne un'insurrezione sociale composta perlopiù da pastori, che arrivarono a formare vere e proprie bande. Per risolvere la questione, il pretore Lucio Postumio Tempsano attuò una dura repressione in cui furono condannati circa 7.000 rivoltosi, alcuni dei quali furono giustiziati mentre altri riuscirono ad evadere. Anche Lucio Cornelio Silla prese provvedimenti contro i briganti (a quel tempo chiamati sicari o latrones) con la promulgazione della Lex Cornelia de sicariis nell'81 a.C., che prevedeva pene capitali come la crocifissione e l'esposizione alle belve (ad bestias) Giulio Cesare affidò nel 45 a.C. al pretore Gaio Calvisio Sabino il compito di combattere con decisione il brigantaggio che si manifestava durante la sua governanza. Strabone ricorda la figura di Seleuro, chiamato figlio dell'Etna, che per molto tempo razziò le città dell'area etnea prima di essere catturato e ucciso nei giochi gladiatori nel 35 a.C.. Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté le rivolte brigantesche in Spagna dove agiva Corocotta, un legittimista della Cantabria, mentre Tiberio trasferì 4.000 ebrei in Sardegna per opporre i ribelli, nel timore che le loro bande si trasformassero in insorgenze, istigate da rivali politici. Settimio Severo dovette inviare un distaccamento di cavalleria impegnato in Britannia in una guerra di frontiera per catturare dopo due anni (207 d.C.) il brigante Bulla Felix una sorta di Robin Hood dell'epoca.

Medioevo. In età medievale il brigantaggio si sviluppò in particolar modo nell'Italia centro settentrionale. Si formarono bande composte non solo da comuni banditi ma anche da avversari politici o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza in seguito alla confisca dei loro patrimoni. Per sopravvivere queste persone furono costrette a darsi alla macchia, aggredendo mercanti e viaggiatori. Nella seconda metà del XIV secolo, si registrarono numerose attività di banditismo nel Cassinate, ad opera di briganti come Jacopo Papone da Pignataro e Simeone da San Germano, i quali, con azioni vessatorie e spoliazioni, perseguitarono le popolazioni locali. In Toscana operò il senese Ghino di Tacco, rampollo della nobile famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai che non esitava anche a depredare uomini clericali come l'abate di Cluny, sebbene personalità come Giovanni Boccaccio non lo considerarono crudele con le sue vittime, tanto da essere definito, da una parte della storiografia, un "brigante gentiluomo", Dante lo cita nel sesto canto del Purgatorio della sua Divina Commedia. Queste due citazioni letterarie faranno sì che Ghino di Tacco sia il brigante medioevale italiano la cui fama sia ben sopravvissuta al suo tempo.

Secoli XVI e XVII. In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge costituiti particolarmente da soldati mercenari sbandati; contadini ridotti alla fame e pastori che si dettero alla macchia, rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna - simbolo di malcontento e malessere molto diffusi nel clero rurale - che andarono ad ingrossare le file dei banditi. Secondo L. Colombo «Nella seconda metà del XVI secolo il brigantaggio in tutta l'area mediterranea diventa una vera e propria marea sociale. Ondate di briganti si abbattono sulle campagne italiane arrivando a stringere in una morsa persino Roma».

Ducato di Milano. Nel secolo XVI bosco della Merlata che si estendeva a nord della città di Milano, dal borgo di Villapizzone a includere la Certosa di Garegnano era infestato da una banda di briganti che trovavano rifugio presso l'osteria Melgasciada,]capitanati dai briganti Giacomo Legorino e Battista Scorlino che finirono catturati nel maggio 1566, quindi processati con 80 complici e condannati a morte crudele e esemplare: legati alla coda di un cavallo e trascinati da questo al galoppo. Tuttavia, nonostante le ferite e probabili ossa rotte dopo due ore di supplizio il Legorino era ancora vivo, per cui fu sottoposto al supplizio della ruota a cui resistette, la conclusione venne quando per la salvezza dell'anima, il cappellano chiese al boia di sgozzarlo. Il ricordo di questi due briganti rimase nei secoli nel milanese, da Giovanni Rajberti sappiamo che le loro gesta erano ricordate e rappresentate al vecchio teatro della Stadera, in corso Venezia, ancora nel 1841]. Nel secolo XVII la situazione dell'ordine pubblico peggioro' per l'indisciplina della soldatesca al soldo degli spagnoli, che secondo Cesare Cantù: «Dopo la pace convertivansi in masnadieri; e la brughiera di Gallarate n'era sì piena, che il governo offrì 100 mila scudi di taglia a chi li distruggesse. Date a noi quella mancia, dissero essi, e vennero a incorporarsi ne' reggimenti! I banditi scorrazzavano la campagna, principalmente presso ai confini, terribili ai tranquilli ed all'autorità. Bisognava tener sentinelle sui campanili... Capi non ne erano soltanto malfattori vulgari, come i famosi Battista Scorlino e Giacomo Legorino, ma personaggi di nome, i Martinengo di Brescia; il conte Borella di Vimercato, un Barbiano da Belgiojoso, un Visconti di Brignano, i cavalieri Cotica e Lampugnano, e il marchese Annibale Porrone, "uom temerariamente contumace (dice una grida) che ha mostrato non esser altro il suo istituto che di rendersi famoso nelle più precipitose et inumane risolutioni, con sì poco timore della divina e sprezzo dell'humana giustitia".» Malfattori contro i quali le autorità non riuscivano a imporre un freno e di cui in altri casi approfittavano, come quando incaricarono il marchese Porrone di scortare con cento suoi bravi fino ai confini col granducato di Toscana un certo Rucellaj che era stato minacciato di morte in Milano.

Romagna. Alla fine del Cinquecento nei territori al confine fra la Romagna toscana e quella pontificia agiva Alfonso Piccolomini, di nobile famiglia duca di Montemarciano la cui banda armata era composto da malfattori toscani, romagnoli e marchigiani. Inizialmente amico del granduca di Toscana che lo salvò dalla cattura facendolo rifugiare in Francia ritornò in Italia, probabilmente al soldo dei nemici dei Medici e favorito dall'appoggio degli spagnoli attestati nei Presidii, minacciò dalle montagne di Pistoia la Maremma e approfittò della fame causata dalla carestia del 1590 per «sollevare i popoli», e fare «delle scorrerie». Sia il Granducato di Toscano che lo Stato Pontificio gli diedero lungamente la caccia impiegando ingenti risorse di uomini e mezzi fino a riuscire ad giustiziarlo il 16 marzo del 1591.

Stato della Chiesa e Italia Centrale. Nella seconda metà del Cinquecento, operò nell'Italia centrale e meridionale il brigante abruzzese Marco Sciarra che, raccolti attorno a sé circa un migliaio di uomini, compì scorrerie e assalti; inimicandosi sia gli spagnoli che lo stato della Chiesa. Nello stesso periodo agiva Alfonso Piccolomini, un nobile appartenente a illustre famiglia senese, che scelse la strada del brigantaggio per combattere lo stato Pontificio, messosi a capo di persone misere egli commetteva atti fuorilegge tra Umbria, Marche e Lazio. Alla fine del Cinquecento, altre bande operarono nell'Italia Centrale, capeggiate da Battistello da Fermo, Francesco Marocco, Giulio Pezzola e Bartolomeo Vallante; mentre nello stesso periodo agiva in Calabria Marco Berardi noto col nomignolo di Re Marcone. Le cronache di questo periodo riportano pure le gesta di un certo capitano Antino Tocco, nativo di San Donato Val di Comino, il quale da guardiano di pecore con l'armi in mano divenne capitano del Regno di Napoli combattendo i briganti nelle aree di confine fra il Frosinate, l'Abruzzo e il Regno di Napoli, di costui le cronache ricordano che: «fu gran Persecutore di gente scelerata, Banditi e ladri di strada de quali ne fece gran strage, dissolvendoli a fatto». Nel 1557 con una notificazione del commissario di papa Paolo IV si ordina la distruzione del paese di Montefortino vicino a Roma; i suoi abitanti sono dichiarati fuorilegge come "briganti", e i resti dell'abitato distrutto sono cosparsi di sale. Decenni dopo emerse sulla scena del brigantaggio Cesare Riccardi (noto come "Abate Cesare"), costretto alla vita clandestina per aver ucciso un nobile nel 1669 e che, nonostante la sua efferatezza, era ricordato da alcuni come un eroe dei più poveri. Nella lotta contro il brigantaggio s'impegnò con energia papa Sisto V: migliaia di briganti furono trascinati davanti alla giustizia e molti di loro vennero condannati a morte. Il papa inoltre promulgò il divieto di portare indosso armi di media e grossa taglia. Nel giro di un breve periodo il pontefice poteva affermare che il paese fosse in perfecta securitas. La repressione del brigantaggio avvenne con tre metodi: -A) piccoli reparti armati che combattevano i briganti nascosti nei boschi; -B) pagamento di taglie a delatori, disposti a svelare i covi dove si celavano i capibanda; e -C) ai briganti che si erano macchiati di delitti minori era offerta, come alternativa alla pena, la possibilità di arruolarsi nelle truppe pontificie. Alla fine del secolo XVI la campagna romana, particolarmente nelle province di Frosinone e Anagni fu soggetta a frequenti incursioni di bande di briganti, contro le quali nel 1595 papa Clemente VIII inviò alcune compagnie di cavalleria; analoga azione repressiva venne ordinata dal viceré di Napoli - conte Olivarez - contro briganti che infestavano il regno omonimo. Costoro agivano principalmente aggredendo i viandanti e corrieri nei boschi o nei tratti montuosi delle strade, derubandoli e spesso uccidendoli; in altri casi catturando persone facoltose per estorcerne riscatto. In questo periodo, tra i sequestrati le cronache riportano due nobili ecclesiastici romani: Giambattista Conti vescovo di Castellaneta e Alessandro Mantica arcivescovo di Taranto, che furono liberati dopo il pagamento d'un riscatto ingente. La persistenza del brigantaggio, che rimaneva sempre vigoroso nonostante la repressione a cui era sottoposto, era in gran parte dovuta all'appoggio che esso trovava, ora in questo ora in quello, fra i governi del granduca di Firenze, di Roma e di Napoli. Tale da rappresentare arma nascosta dei diversi governi, poiché come conseguenza dei frequenti dissidi fra il Papa e il Granduca, o il Papa e il Viceré; alle ostilità diplomatiche si accompagnavano silenziosamente attività brigantesche, favorite a turno dall'uno ai danni dell'altro: da Napoli o Firenze ai danni di Roma e viceversa. Nel 1594 papa Clemente VIII si lamentava col Nunzio di Napoli sul comportamento del Viceré dello stesso regno, dicendo che «mostrandosi favorire i banditi di questo Stato [n.d.r. ossia quello papalino] mette S. B. nella necessità di continuare nelle gravi spese che si son fatte fin adesso nella persecuzione loro».

Vicereame spagnolo di Napoli. In Aspromonte e nella Sila nel cinquecento, agiva il brigante Nino Martino, il cui ricordo, nella tradizione orale calabrese, ha portato a confonderlo con san Martino il santo dell'abbondanza. Secondo Rovani, durante i due secoli di dominazione spagnola nel napoletano, i banditi dominavano la campagna ed i nobili, se non volevano subirne vessazioni si vedevano obbligati a proteggerli, utilizzandoli come scherani quando possibile, attirandoli a Napoli in momenti politicamente torbidi, come i sussulti filofrancesi del 1647 e 1672. Nel marzo 1645 a Napoli venne promulgato un indulto generale verso tutti i briganti su cui pendesse la condanna di morte; a condizione che si arruolassero nella milizia. Un contemporaneo stimò che ad arruolarsi fossero circa 6000, su di una popolazione di 2 milioni. Nella seconda metà del secolo XVI, in Calabria nel Crotonese divenne famoso Re Marcone, soprannome di un brigante che radunò una banda armata in lotta contro il viceré spagnolo ed il potere ecclesiastico; autoproclamatosi re su una vasta area della Sila pose una taglia di duemila scudi sopra il Marchese spagnolo che lo combatteva, e dieci per ogni testa di spagnolo ucciso.

Secolo XVIII e periodo preunitario.

Regno di Sicilia. Nel Regno di Sicilia, i primi briganti apparvero, negli anni venti del '700, in particolare nell'agrigentino. Secondo Giuseppe Pitrè il fenomeno assunse rilevanza regionale nel 1766, dopo la grave siccità che colpì la Sicilia nel 1763, che portò la carestia. Il famigerato brigante Antonino Di Blasi di Pietraperzia, detto Testalonga, guidava tre bande sparse per tutta la Sicilia meridionale, insieme a Antonino Romano di Barrafranca e Giuseppe Guarnaccia di Regalbuto. Il viceré Giovanni Fogliani Sforza d'Aragona mise su ciascuno una taglia di 100 onze e inviò tre compagnie di soldati e una di dragoni e entro il marzo 1767 furono tutti catturati e giustiziati. Il brigante Pasquale Bruno visse alla fine del '700 operando nel messinese, e fu giustiziato nel 1803. Alexandre Dumas si ispirò alla sua storia per il romanzo "Pascal Bruno, il brigante siciliano". Dal 1817 il regno di Sicilia, fu unito con quello di Napoli, nel Regno delle Due Sicilie.

Regno di Napoli. Nei territori del regno borbonico gli episodi di brigantaggio furono manifesti ben prima dell'invasione francese del Regno di Napoli. Nel 1760 squadre di banditi arrivarono al punto di ordinare che le tasse fossero pagate a loro anziché al fisco, nella seconda metà del secolo XVII, mentre si recava a Roma per il conclave il cardinale Innico Caracciolo  fu catturato e liberato solo dopo il pagamento di 180 Doppie come riscatto. Un famoso brigante fu Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse tra Campania, Puglia e soprattutto in Basilicata. Catturato nel 1784 fu impiccato a Salerno e quindi, smembratone il cadavere, la testa venne esposta a Calitri. Le sue gesta furono ricordate positivamente da Pasquale Fortunato (avo del meridionalista Giustino), che compose un poema su di lui, e da Benedetto Croce che lo definì «di buona pasta, coraggioso, ingegnoso e di una certa elevatezza d'animo». Secondo lo storico inglese Hobsbawm, Angiolillo rappresenta «l'esempio forse più puro di banditismo sociale». La complicità fra nobili locali e banditi rendeva difficile combatterne le attività, per cui spesso la lotta contro i loro protettori veniva trascurata. Il processo ai banditi spesso si svolgeva ad modum belli, ovvero in forma sommaria e veloce: al reo veniva sollecitata la confessione dei crimini di cui era accusato ( di solito si trattava di appartenenza a banda armata in campagna, omicidi, ricatti...), qui si ricorreva alla tortura (sospensione e tratti di fune) per verificare quando confessato dall'imputato; dopodiché all'avvocato difensore era permessa un'ora per organizzare la difesa; a questa seguiva il pronunciamento della sentenza, che veniva eseguita immediatamente. Le teste mozzate dei condannati, erano portate in mostra per le vie di Napoli come ammonimento e conferma dell'avvenuta giustizia. Questa esibizione del cadavere avveniva un po' dappertutto in Italia fino al XIX secolo: per esempio, il cadavere di Stefano Pelloni, detto il Passatore, ucciso in Romagna nel 1851, fu posto su un carretto e portato di paese in paese a dimostrazione del cessato pericolo.

Età napoleonica. Il brigantaggio venne fortemente combattuto nel periodo napoleonico. Nel 1799 numerosi banditi dell'epoca si aggregarono ai combattenti antigiacobini noti come sanfedisti, capeggiati dal cardinale Fabrizio Ruffo per la riconquista del Regno di Napoli, divenuto Repubblica Napoletana, da parte della corona borbonica. Tra i capi briganti si ricordano : Pronio, Sciarpa e (Fra Diavolo), il più' famoso fra questi, un pluriomicida che accettò di arruolarsi nell'esercito napoletano, in cambio della remissione della pena e Gaetano Mammone, descritto da fonti dell'epoca come una persona estremamente crudele e il suo luogotenente Valentino Alonzi, zio di Chiavone che sarà uno dei maggiori briganti postunitari; gran parte di costoro furono promossi al grado di colonnello dell'armata regia e insigniti di onorificenze. Tra le azioni di queste bande vi fu la sanguinosa reazione alla Rivoluzione di Altamura contro la popolazione favorevole ai repubblicani. Decaduta la repubblica, durante il periodo della prima restaurazione borbonica molti di questi briganti proseguirono nelle loro attività violente e di rapina, scontrandosi contro le truppe borboniche, Mammone venne catturato e mori' in carcere nel 1802. Lo stesso Fra Diavolo venne temporaneamente imprigionato nell'ottobre 1800, dopo che la sua banda aveva saccheggiato alcuni paesi per approvvigionarsi, venendo quindi liberato da re Ferdinando IV e poté tornare al suo paese come Comandante Generale del dipartimento di Itri. Durante il decennio francese, vennero attuate dure repressioni contro i briganti, soprattutto in Basilicata e Calabria, regioni in cui si concentrò maggiormente la reazione legittimista alla presenza francese. Nel 1806, i generali francesi Andrea Massena e Jean Maximilien Lamarque, durante la repressione delle rivolte saccheggiarono le città lucane di Lagonegro, Viggiano, Maratea e Lauria, dove numerosi rivoltosi vennero impaccati e fucilati sommariamente. Lo stesso anno fra Diavolo venne catturato dai francesi ed impiccato a Napoli. Durante il regno di Gioacchino Murat, nel secondo periodo napoleonico, il brigantaggio antifrancese rimase sempre attivo e tra le bande più temute del periodo vi era quella di Domenico Rizzo noto come "Taccone" che arrivo' a proclamarsi "Re di Calabria e Basilicata". È nota l'opera repressiva contro il brigantaggio calabro-lucano da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli e che per la sua determinazione nel reprimere il fenomeno fu confermato nel suo incarico anche dopo il ritorno al potere borbonico.

Seconda restaurazione borbonica. In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I attuò una campagna repressiva nei confronti delle bande di briganti. Il sovrano borbonico, in particolare nell'aprile 1816, aveva infatti emanato un decreto per lo sterminio dei briganti che infestavano Calabria, Molise, Basilicata e Capitanata, conferendo speciali poteri ai vertici dell'esercito. Il 4 luglio 1816 fu stipulato tra il governo papale e quello borbonico, un accordo di collaborazione sullo sconfinamento reciproco delle truppe, tra i territori pontifici e quello del regno borbonico, durante le azioni di repressione del brigantaggio. Questo accordo, poi rinnovato e ampliato il 19 luglio 1818, aveva lo scopo di evitare che lo stato confinante divenisse rifugio per briganti in fuga. Nella Puglia settentrionale, in Capitanata, il brigantaggio era particolarmente attivo (soprattutto nel distretto di Bovino) «...fino ad assumere connotati di massa. Ad esso si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell'assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento». Nell'ottobre 1817 l generale inglese Richard Church ebbe il comando della sesta divisione militare, comprendente le province di Bari e di Lecce, per combattere il brigantaggio ] fiorente nelle Puglie spesso associato a società segrete antiborboniche come nel caso di Papa Ciro, sacerdote e brigante delle Murge. Gli furono dati ampi poteri, sulla falsariga di quanto era stato fatto nel periodo napoleonico nei confronti di Manhès. La sua azione di Church fu dura ed efficace. Commenta Pietro Colletta: «De' quali disordini più abbondava la provincia di Lecce, così che vi andò commissario del re coi poteri dell'alter ego il generale Church, nato inglese, passato agli stipendi napoletani per opere non lodevoli, quindi obliate per miglior fama. Il rigore di lui fu grande e giusto: centosessantatré di varie sette morirono per pena; e quindi spavento a' settari, ardimento agli onesti, animo nei magistrati, resero a quella provincia la quiete pubblica. Ma senza pro per il regno perciocché i germi di libertà rigogliavano, animati dalla Carboneria.»

Nel Regno delle Due Sicilie. Nel 1818, trasferito Church in Sicilia, fu inviato in Puglia il generale Guglielmo Pepe per organizzare le milizie provinciali da impiegare contro i briganti di Rocco Chirichigno. Nella sua cronaca di viaggio da Napoli a Lecce, pubblicata nel 1821, Giuseppe Ceva Grimaldi (marchese di Pietracatella) scrisse a proposito di questa lotta contro il brigantaggio: «Il ponte di Bovino è la nostra Selva-nera, per lungo tempo è stato luogo diletto agli scherani masnadieri, ed occupa nei canti de'nostri Bardi del Molo lo stesso posto luminoso che le balze ed i boschi della Scozia nelle croniche dell'Arcivescovo Turpino e nei canti dell'Ariosto. Oggi però questi luoghi sono perfettamente tranquilli: sedici teste di banditi chiuse in gabbie di ferro coronano da una parte e dall'altra le sponde del ponte, e questa muta ma eloquente guardia parla potentemente all'immaginazione degli scellerati.» Nel 1817 nel Cilento la banda dei Fratelli Capozzoli iniziò le sue scorribande, che proseguirono fino al 1828, quando costoro si unirono ai Filadelfi durante i Moti del Cilento, la dura repressione ad opera di Del Carrettostroncò la rivolta, i Capozzoli furono catturati l'anno seguente, giustiziati a Salerno e loro teste mozzate portate in mostra nei paesi circostanti.

Leggi speciali per la repressione del brigantaggio. Nel 1821 re Ferdinando I emise un decreto reale contenente norme severissime per la repressione del brigantaggio nei territori continentali del Regno di Napoli. Nei territori del Sud continentale venivano istituite quattro corti marziali, la Campania al maresciallo Salluzzi; l'Abruzzo, Molise, Terra di Lavoro al maresciallo Mari; Basilicata e Puglia meridionale al maresciallo Roth; la Calabria al maresciallo Pastore. In tutti i comuni borbonici venivano pubblicate delle liste di banditi, dette “Liste di fuor bando”, contenenti i nomi dei ricercati per brigantaggio, che potevano essere uccisi da chiunque, ricevendo anche un premio in denaro, rispettivamente di 200 ducati per il capobanda e di 100 per il semplice componente la banda. Le norme del Decreto reale borbonico 110/1821 prevedevano la pena di morte per chiunque facesse parte di una banda armata (era sufficiente essere membri di un gruppo anche di soli tre uomini, di cui anche uno solo armato) che commettesse crimini di qualsiasi natura. Era prevista la pena di morte anche per tutti i “manutengoli”, ovvero per quelli che, in qualunque modo, aiutassero, favorissero o si rendessero complici dei briganti: informatori, ricettatori, etc. Veniva concessa l'amnistia, ma solo per i briganti che eliminavano altri briganti. Ad esempio, un bandito otteneva l'impunità per i propri reati uccidendo un altro bandito della stessa banda, mentre un capobrigante era amnistiato soltanto se uccideva tre banditi. Se invece un bandito uccideva un capobanda, otteneva la grazia ed era anche premiato. Si cercava in questo modo d'istigare i briganti ad eliminarsi a vicenda. Il brigantaggio interessò in genere, tutta la permanenza della dinastia borbonica sul trono napoletano: «... La crisi economica del 1825-1826 prostrò il mondo delle campagne diede via alla ripresa della guerriglia rurale e a clamorosi episodi di brigantaggio» Spagnoletti segnala, in età borbonica, un «...ribellismo endemico, spesso sfociato nel brigantaggio di estese zone delle Calabrie e del Principato Citra...». Per l'abilità dimostrata durante il periodo murattiano, Ferdinando I confermò nel suo incarico il generale Charles Antoine Manhès, promosso nel 1827 a inspecteur général de gendarmerie. Ancora nell'ottobre 1859, pochi mesi prima della fine del Regno delle Due Sicilie, il re Francesco II con il Decreto n. 424 del 24 ottobre 1859 conferì a Emanuele Caracciolo, comandante in seconda della gendarmeria, destinato nelle tre Calabrie, il potere di arrestare e far processare dagli ordinari consigli di guerra delle guarnigioni di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria coloro che si macchiavano dei seguenti reati:

Comitiva armata;

Resistenza alla forza pubblica;

brigantaggio;

favoreggiamento al brigantaggio.

Il procedimento giudiziario avrebbe dovuto svolgersi secondo l'articolo 339 e seguenti dello Statuto Penale Militare e le condanne eseguire secondo l'articolo 347 del medesimo statuto, entrambi facenti parte del capitolo IX "Della processura subitanea". L'articolo 339 affermava la necessità di un "pronto esempio" per quei reati che possono «interessare la militar disciplina e la sicurezza delle truppe», e per «impedire le funeste conseguenze di simili reati» si adopererà «un più spedito giudizio che si chiamerà subitaneo». L'articolo 347 recita: "Le decisioni de' Consigli di guerra radunati con modo subitaneo non ammettono richiamo all'alta Corte militare e vengono eseguite nello stesso termine che il rispettivo Consiglio stabilirà", ossia le condanne sono inappellabili. Nel 1844 il brigante calabrese Giuseppe Melluso, rifugiato a Corfù in quanto ricercato per omicidio, partecipo' come guida allo sbarco a Cosenza della spedizione antiborbonica dei fratelli Bandiera. Il brigantaggio calabrese di questo periodo ispirò nel 1850 a Vincenzo Padula il dramma Antonello capobrigante calabrese.

Stato pontificio. Costumi dei briganti della campagna romana all'inizio del secolo XIX. Tavola da: Maria Calcott , Maria Graham, Three months passed in the mountains east of Rome, 1820. In testa un alto cappello conico adorno con bande alterne rosse bianche; il corpo ricoperto da un ampio mantello; una giacchetta di velluto blu, gilet ornata con bottoni di filigrana d'argento; camicia di lino; brache aderenti, allacciate sotto il ginocchio; ai piedi le caratteristiche cioce. L'abbigliamento è completato da una cartucciera in cuoio, attorno alla vita (detta "padroncina"); un'altra cintura di cuoio scende dalla spalla a mo' di bandoliera e porta un fodero per coltello, forchetta e cucchiaio; un grosso coltello da caccia posto di traverso sul davanti; un cuore d'argento, contenente una immagine della Madonna e Bambin Gesù, appuntato all'altezza del cuore (un altro simile spesso era appeso al collo). Grossi orecchini d'oro e ed altri oggetti (come anelli, catene, orologi) sempre d'oro arricchivano il costume. Il continuo imperversare dei briganti negli stati pontifici obbligò il cardinale Fabrizio Spada, segretario di stato di Innocenzo XIIIad emanare il 18 luglio 1696 un apposito editto contro "Grassatori, banditi, facinorosi e malviventi", per obbligare la popolazione alla delazione dei tali, minacciando galera o pena della vita per chi avesse taciuto; promettendo un premio di 100 scudi d'oro per chi avesse causato la cattura di un criminale ricercato. Nonostante questo editto, la situazione non sembrò cambiare e, agli inizi del secolo XIX, l'area inclusa fra l'Aquila, Terracina, i fiumi Tevere e Garigliano era ancora sempre, soggetta alla frequente attività di briganti. Nei dintorni di Terracina imperversava per circa 40 anni il brigante Giuseppe Mastrilli, quando questi venne catturato, la sua testa fu esposta a Terracina, rinchiusa in una gabbietta di ferro, a Porta Albina che quindi venne popolarmente chiamata "Porta Mastrilli", la testa rimase esposta fino al 19 ottobre 1822, quando fu rimossa in conseguenza a petizione popolare. Lo storico Antonio Coppi, così descrive al situazione nello stato pontificio, al tempo della Restaurazione: «Le provincie prossime a Roma furono per molti anni tormentate dagli assassini (detti volgarmente briganti), male comune colle vicine [aree] napoletane degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e della Puglia. Nelle sollevazioni di molte popolazioni contro i Francesi, allorquando essi occupavano queste regioni, non pochi erano corsi alle armi, più per amore della rapina che della patria. Alcuni si assuefecero in tal guisa al ladroneccio e vi persistettero anche dopo terminati i popolari tumulti. Formati così diversi nocchj di ladri, che scorrevano armati per le campagne, recavansi ad unirvisi molti di coloro che avevano la stessa perversa inclinazione, o che per commessi delitti divenivano fuggiaschi... Uniti in bande costringevano i contadini ed i pastori a somministrar loro il vitto. Violavano le femmine che potevano raggiungere. Assaltavano i doviziosi, e non contenti di rapir loro quanto portavano, li conducevano sulle montagne e gli imponevano enormi taglie pel riscatto. Se non ricevevano il chiesto denaro li trucidavano fra' più orribili tormenti». Fra questi il brigante più famoso fu Antonio Gasbarrone detto Gasparrone il cui aiutante Tommaso Transerici fu l'artefice del tentato sequestro di Luciano Bonaparte dalla sua villa tuscolana in Frascati nel 1817. Sei banditi penetrarono in tale villa e, non trovandolo rapirono il suo segretario, per il quale chiesero il pagamento di un riscatto entro 24 ore, pena l'uccisione dell'ostaggio; al rapito spiegarono che, sia pur con rincrescimento sarebbe stato ucciso in caso di non pagamento, in quanto i briganti dovevano salvaguardare la loro fama di uomini d'onore nel mantenere la parola data; i banditi nei loro rapimenti non distinguevano fra uomini e donne, tant'è vero che nello stesso periodo una giovane donna, rapita tra Velletri e Terracina, fu uccisa non essendo stato pagato il suo riscatto. A seguito di queste azioni delittuose il cardinale Ercole Consalvi emise un proclama invitando i banditi ad arrendersi, promettendo loro una debole pena di sei mesi di prigionia a Castel Sant'Angelo, il pagamento loro di una somma di denaro per i giorni di imprigionamento e quindi il loro rilascio. Un certo numero di costoro si consegnarono, furono imprigionati nel castello, dove furono posti in mostra al popolo come animali selvaggi in gabbia ma, promesse nonostante, non furono liberati al termine del periodo stipulato. Tali misure, tuttavia, non servirono a ridurre il brigantaggio, particolarmente attivo nella provincia di Campagna e Marittima al confine col Regno di Napoli, e il 18 luglio 1819 il cardinale Consalvi emise un duro editto, con il quale decretava la distruzione del paese di Sonnino, nel basso Lazio, giudicato principale luogo di rifugio dei briganti locali e attirante anche malfattori del vicino regno borbonico, e punto di riferimento per bande di fuorilegge di Fondi e di Lenola. Simultaneamente tale editto imponeva lo sfratto forzato degli abitanti. Il comune sarebbe stato suddiviso fra quelli circostanti non coinvolti nel brigantaggio. La distruzione del comune venne sospesa dopo l'abbattimento di venti case; l'ordine di distruzione totale del paese definitivamente annullato l'anno seguente. Con lo stesso editto il Consalvi, tentando di coinvolgere i comuni nella lotta contro il brigantaggio, li obbligò a difendere il loro territorio dalle incursioni dei briganti e a rimborsare i derubati del denaro pagato a seguito di estorsioni. Contemporaneamente decretò riduzioni temporanee di due anni delle imposte sul sale e sul macinato, per quei paesi che avessero collaborato nella cattura o uccisione dei briganti; incremento delle taglie poste sulla testa dei ricercati e pena di morte per chi li aiutasse. Le guardie armate antibrigantaggio, già istituite nel 4 maggio 1818, vennero rafforzate e fu concesso il porto d'armi gratuito a tutti i loro appartenenti. Ad ogni comune venne richiesto di munirsi d'una torre campanaria per segnalare incursioni banditesche e chiamare a raccolta per la difesa. Chiunque non rispondesse all'appello della campana, era da considerarsi complice dei malviventi e soggetto a pene pecuniarie e corporali. La resistenza alla forza armata e l'aiuto ai briganti erano punibili fino alla pena di morte, ogni azioni militare completata con successo contro i briganti comportava un automatico avanzamento di grado dell'ufficiale al comando, mentre viceversa, degradazione o espulsione erano previste nei casi di codardia e/o disonore nel corso del servizio. L'editto annunciava che nessun ulteriore amnistia sarebbe stata concessa, ma lasciava un mese di tempo per arrendersi ed appellarsi alla clemenza del Pontefice. Nel 1821 vennero assaliti il monastero dei frati camaldolesi dell'Eremo di Tuscolo e un collegio per fanciulli alle porte di Terracina. Perdurando il brigantaggio nella provincia di Campagna e Marittima, nel 1824 vi fu appositamente inviato il cardinale Antonio Pallotta con pieni poteri, con la nomina a "legato a latere" per combatterlo. Il cardinale si insediò a Ferentino e il 25 maggio emise un editto al fine di estirpare il brigantaggio e rendere sicure le vie di comunicazione, lungo le quali avvenivano numerose aggressioni contro i viaggiatori. Alcune aggressioni furono perpetrate contro viandanti stranieri, provocando così azioni di protesta da parte dei rappresentanti del corpo diplomatico accreditato a Roma. Nell'editto il cardinale condannava a morte chiunque fosse indicato come brigante, senza alcun processo e chiunque poteva giustiziarlo e consegnato il cadavere alle autorità ricevere un premio di mille scudi:

«I. I malviventi, e i rei di qualunque delitto compreso sotto il titolo del così detto Brigantaggio mai avranno amnistia, minorazione, o commutazione di pena.

II. Quelli, che la nostra Legazione avrà pubblicato come tali, s'intenderanno con questo solo atto condannati a Morte; tutti i loro Beni confiscati, e chiunque potrà ucciderli impunemente. Fin d'ora intanto per la sua speciale notorietà si pubblica il Capo Banda Gasbarrone.

III. I Contumaci così dichiarati, cadendo in potere della Giustizia identificata la persona, nel perentorio termine di 24 ore, senza altro Processo, formalità, e Giudizio saranno esecutati colla Forca.

IV. Un solo mezzo avrà ognuno de' tali Delinquenti per esimersi dalla pena , quello cioè di darne un altro in mani alla Forza pubblica, vivo o morto in ogni modo. Sarà egli allora assoluto per Grazia, e solamente gli verrà assegnata una Città, Terra, o luogo dello Stato fuori della Legazione, da estendersi ancora ad un intera Delegazione o Provincia, se il malvivente consegnato sia un capo di conventicola, detto Capo Banda....

IX. Qualunque Individuo non Possidente darà vivo, o morto un Malvivente dichiarato , conseguirà il premio di Scudi Mille , che gli verrà immediatamente pagato da Noi sulla semplice verificazione del Fatto.»

(A. Card. Pallotta Legato., Editto del cardinale Pallotta contro i Malviventi di Marittima e Campagna)

L'operato di Pallotta si rivelò inefficace e dopo due mesi dall'incarico Leone XII, vista anche la necessità di provvedere alla sicurezza nelle strade per i pellegrini che sarebbero giunti a Roma per la celebrazione dell'anno santo 1825; lo sostituì con monsignor Giovanni Antonio Benvenuti affiancato da Ruvinetti, colonnello dei carabinieri papalini. Venne imposto il coprifuoco ai parenti dei briganti e a tutti i sospetti; questi ultimi inoltre, per poter uscire dal loro comune, dovevano essere muniti di apposito permesso. Furono controllati anche i movimenti dei cacciatori e pastori; imposto l'obbligo di denuncia della presenza di briganti e tutti i delitti attribuibili al brigantaggio vennero sottoposti al giudizio sommario d'un tribunale, presieduto dallo stesso Benvenuti. Nel 1825 viene infine posto termine alle attività di Gasbarone, che a seguito di una trattativa col vicario generale di Sezze, don Pietro Pellegrini, viene convinto a consegnarsi con la promessa del perdono pontificio, viceversa una volta catturato sarà imprigionato, senza esser mai processato, ma spostato di tempo in tempo nelle diverse prigioni dello stato pontificio e, causa la sua fama che travalicava le Alpi, oggetto di visite curiose ad parte degli stranieri in transito a Roma; Gasbarone sarà infine graziato dalla stato italiano nel 1870, quando a seguito della breccia di Porta Pia i detenuti comuni nelle carceri passeranno sotto la custodia italiana. È in questo periodo (inizi del secolo XIX) che maggiormente si diffuse in Europa la fama del brigantaggio nelle regioni italiane, Stendhal, nel suo breve scritto I briganti in Italia, pubblicato nel 1833 nel "Journal d' un voyage en Italie et en Suisse pendant l'année 1828 da Romain Colomb", dopo una rapido excursus storico che inizia citando i bravi che agivano nella Lombardia spagnola, Alfonso Piccolomini e Marco Sciarra, scrisse riferendosi al suo tempo: Tutta l’Italia è stata, contemporaneamente o di volta in volta, infestata dai briganti: ma è soprattutto negli Stati del papa e nel regno di Napoli che essi hanno regnato più a lungo e hanno proceduto in maniera più metodica e costante insieme. Là essi hanno un’organizzazione, dei privilegi e la certezza dell’impunità e, se arrivano ad essere abbastanza forti da intimorire il governo, la loro fortuna è fatta. È dunque a questo fine che tendono costantemente per tutto il tempo in cui esercitano il loro infame mestiere. Molti furono anche i pittori e gli incisori che illustrarono - soprattutto con tavole litografiche spesso acquarellate a mano - la vita e le gesta dei briganti di quel periodo, attivi nel Lazio e nelle regioni circostanti. Fra tali artisti, i più famosi furono Bartolomeo Pinelli - il maggiore - F. Cerrone, Muller, Horace Vernet, Léon Cogniet, Louis Léopold Robert, Audot, e successivamente da Anton Romako, le opere di costoro sono spesso erroneamente utilizzate per illustrare testi che sono limitati al brigantaggio post-unitario, cioè posteriore alle vicende raffigurate.

Legazione delle Romagne. L'area romagnola a metà del secolo XIX risultava afflitta da bande di briganti che secondo il Giornale di Roma "invadevano le case, rapinavano i viandanti e grassavano ognora diligenze e corrieri, estorcendo migliaia e migliaia di scudi", in risposta a queste azioni le autorità reagirono con una colonna mobile di gendarmeria effettuando arresti e processi con giudizio statario; in due soli processi svoltisi a Faenza e Imola furono condannate e fucilate 82 persone, 10 ebbero la pena capitale commutata a carcere e altri 13 pene detentive fino al carcere a vita e, nel marzo 1851 un centinaio di persone erano arrestate in attesa di simili processi a Bologna. Il più noto fra i briganti romagnoli fu Stefano Pelloni, detto il Passatore, soprattutto attivo in Romagna nella prima metà del secolo XIX, in particolare nei tre anni successivi ai moti rivoluzionari del 1848. Delle sue gesta, quelle più famose furono le occupazioni a banda armata di interi paesi Bagnara di Romagna (16 febbraio 1849), Cotignola (17 gennaio 1850), Castel Guelfo (27 gennaio 1850), Brisighella (7 febbraio 1850), Longiano (28 maggio 1850), Consandolo (9 gennaio 1851) e Forlimpopoli (sabato, 25 gennaio 1851), durante le quali metteva a sacco le abitazioni dei più ricchi, che venivano torturati e seviziati per farsi rivelare i nascondigli degli scudi e delle gioie, mentre le donne venivano stuprate. Finì ucciso in uno scontro con le truppe papaline a Russi nel 1851. Nonostante la sua ferocia, seppe dare di sé un'immagine di combattente contro i soprusi dei ricchi e potenti; tale immagine fu poi divulgata da una certa cultura popolare romagnola, che esagerò nel descrivere Pelloni come un giustiziere difensore di oppressi e miserabili; arrivando a definirlo "Passator cortese" e utilizzandone persino il ritratto come marchio di vini autoctoni.

Il Lombardo-Veneto. Nelle Prealpi lombarde a fine Settecento ed inizio Ottocento si svilupparono forme di brigantaggio in parte legate a condizioni di indigenza e in parte legate a forme di lotta contro la presenza francese. Tra i principali briganti i più rappresentativi e ricordati sono Giacomo Carciocchi attivo nella zona di Plesio, che comandava una banda di rivoltosi che si era nominata Armata cattolica e chiamata dai tribunali Briganti del Lario o Briganti della montagna di Rezzonico e Vincenzo Pacchiana, attivo nella Val Brembana, ricordato come una sorta di Robin Hood locale. Pacchiana morì il 6 agosto 1806 ucciso da Carciocchi, presso cui si era rifugiato, la sua testa tagliata venne consegnata alle autorità francesi dal suo uccisore, per ottenere la taglia di 60 zecchini, e fu esposta a monito sotto la ghigliottina alla Fara (località nei pressi di porta sant'Agostino) a Bergamo. Il ricordo di questi capi briganti e dei loro compari è rimasto nell'immaginario popolare divenendo maschere del teatro delle marionette. Conclusosi il periodo napoleonico, e ripristinata l'autorità austriaca, allargata al Veneto, quest'ultimo e l'area della Bassa Mantovana, in particolare le province di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova si trovarono anch'esse sottoposte a scorrerie di briganti, riunitisi in piccole bande composte da disertori dell'esercito austriaco, del precedente esercito del Regno italico e persone in condizioni di indigenza. A seguito dell'accentuarsi di attività criminali nei pressi di Este le autorità austriache istituirono due sezioni venete e lombarde del tribunale statario e la Commissione inquirente militare in Este che dal giugno 1850 al giugno 1853 svolsero 1400 processi, emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite».

Piemonte. Nel corso del periodo napoleonico, nella zone compresa fra l'alessandrino e la Liguria, fu attivo Giuseppe Mayno, che si faceva chiamare Re di Marengo e Imperatore delle Alpi, la sua banda arrivò nel novembre 1804 ad assalire la comitiva che accompagnava la carrozza di papa Pio VII in viaggio verso a Parigi per l'incoronazione di Napoleone. Venne ucciso il 12 aprile 1806 in un agguato mentre si recava a visitare la moglie, il suo corpo venne esposto a monito in Piazza d'Armi ad Alessandria, secondo Lombroso «Mayno della Spinetta era fedele e appassionato marito; e in causa della moglie fu preso». Un altro brigante, attivo in quel periodo nel Cuneese fu Giovanni Scarsello , capo della banda dei "fratelli di Narzole", che finirà ghigliottinato, mentre nel vercellese furono attivi i fratelli Canattone, che derubavano i viandanti che traghettavano per attraversare il fiume Elvo nella zona di Formigliana.

Periodo postunitario.

Regno d'Italia. Con la nascita del Regno d'Italia nel 1861, ma anche prima con l'arrivo di Garibaldi a Napoli, sorsero di nuovo insurrezioni popolari, questa volta contro il nuovo governo, che interessarono le ex province del Regno delle Due Sicilie. Tra le cause principali del brigantaggio post-unitario si possono elencare: il serio peggioramento delle condizioni economiche; l'incomprensione e indifferenza della nuova classe dirigente, per la popolazione da loro amministrata; l'aumento delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità; l'aggravarsi della questione demaniale, dovuta all'opportunismo dei ricchi proprietari terrieri. Il brigantaggio, secondo alcuni, fu la prima guerra civile dell'Italia contemporanea e fu soffocato con metodi brutali, tanto da scatenare polemiche persino da parte di esponenti liberali e politici di alcuni stati europei. Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal. Alcune correnti di pensiero considerano il brigantaggio postunitario come una sorta di guerra di resistenza, benché tale ipotesi sia molto controversa. I briganti del periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale, ex soldati dell'esercito delle Due Sicilie ed ex appartenenti all'esercito meridionale, e vi erano anche banditi comuni, oltre che briganti già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli. Numerosi furono i briganti del periodo che passarono alla storia. Carmine "Donatello" Crocco, originario di Rionero in Vulture (Basilicata), fu uno dei più famosi briganti di quel periodo. Egli riuscì a radunare sotto il suo comando circa duemila uomini, compiendo scorribande tra Basilicata, Campania, Molise e Puglia, affiancato da luogotenenti come Ninco Nanco e Giuseppe Caruso. Occorre anche sottolineare che il brigantaggio in Lucania era manovrato soprattutto da ex murattiani indipendentisti, affiancati dal francese Langlois, che agevolavano il tentativo francese di rendere il Sud ingovernabile e, tramite una conferenza internazionale, toglierlo ai Savoia per assegnarlo alla casata filo-francese dei Murat. Da menzionare è anche il campano Cosimo Giordano, brigante di Cerreto Sannita, che divenne noto per aver preso parte all'attacco (e al successivo massacro) ai danni di alcuni soldati del regio esercito, accadimento che ebbe come conseguenza una violenta rappresaglia sulle popolazioni civili di Pontelandolfo e Casalduni, ordinata dal generale Enrico Cialdini. Altri noti furono Luigi "Chiavone" Alonzi, che agì tra l'ex Regno borbonico e lo Stato Pontificio, Michele "Colonnello" Caruso, uno dei più temibili briganti che operarono in Capitanata, e l'abruzzese Giuseppe Luce della Banda di Cartore che, insieme ad altri complici, il 18 maggio 1863, rapì e uccise, bruciandolo vivo, il ricco possidente terriero e capitano della Guardia nazionale italiana Alessandro Panei di Santa Anatolia (Borgorose). Anche le donne parteciparono attivamente alle rivolte postunitarie, come le brigantesse Filomena Pennacchio, Michelina Di Cesare, Maria Maddalena De Lellis e Maria Oliverio. Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali temporanee (come la legge Pica in vigore dall'agosto 1863 al dicembre 1865 su gran parte dei territori continentali del precedente regno delle Due Sicilie), dando origine uno scontro che porterà migliaia di morti. La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta col pugno di ferro da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati. Alla sconfitta di questo brigantaggio contribuì anche il cambiamento di atteggiamento dello stato Pontificio, che dal 1864 non fornì più appoggio ai briganti, arrestando lo stesso Crocco, che cercava rifugio nel suo territorio; non più terra franca per i briganti, il Papato iniziò a sua volta a combatterli, istituendo un apposito reparto di "squadriglieri" e stipulando nel 1867 un accordo di collaborazione reciproca con le autorità italiane sullo sconfinamento delle truppe all'inseguimento di briganti in fuga; lo stesso anno fu emanato un editto firmato dal Delegato apostolico Luigi Pericoli, per le province di Frosinone e Chieti, che ricalcava le tematiche della legge Pica. Va evidenziato che questo aspetto di brigantaggio, inteso come rivolta antisabauda, interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex borbonici, mentre in pratica non si verificò nei territori di tutti gli altri stati preunitari annessi dal Regno di Sardegna per formare l'Italia unita durante il Risorgimento. Tale diversità di avvenimenti e comportamenti indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il Nord-Centro ed il Sud della penisola, divario che sarà meglio noto con il nome di Questione meridionale, fonte di infiniti dibattiti e tesi. La questione non è ancora conclusa né definita unanimemente nelle sue cause da storici e studiosi.

Stato pontificio. A metà degli anni '60 del secolo XIX il brigantaggio crebbe notevolmente fino al 1867 e a partire da circa il 1865 si assistette ad un deciso cambio di politica nella lotta al brigantaggio da parte delle autorità vaticane, e con un articolo del 25 maggio 1867 Civiltà Cattolica arrivò ad accusare l'incremento del brigantaggio nelle province papaline alla fomentazione da parte del partito garibaldino allo scopo di indebolirne lo stato, aumentare il malcontento della popolazione e facilitare l'invasione dello stato e la conseguente presa di Roma. Nell'artico si legge: «Infatti noi abbiamo a suo tempo, coi documenti ufficiali e con le stesse parole dei Ministri e Deputati del Governo rivoluzionario che ora risiede in Firenze a Firenze, posto in chiaro che, tra i mezzi morali, sulla cui efficacia per abbattere il Governo pontificio faceasi grande assegnamento, primeggiava il brigantaggio; dal quale quegli onesti politici si ripromettevano queste conseguenze: 1" malcontento eccessivo delle popolazioni; 2" disorganamento delle truppe pontifìcie; 3" motivo in apparenza ragionevole alle truppe rivoluzionarie, per invadere le province meridionali della Chiesa, sotto colore di difendere le proprie frontiere, di accorrere per dovere di umanità a tutela dei popoli taglieggiati dai briganti, e di supplire alla impotenza del Governo pontificio. Di qui si spiegano gli incrementi del brigantaggio fino al Dicembre 1866 nelle province meridionali pontificie; essendo per altra parte notorio che a tal uopo il brigantaggio fu fomentato dal partito garibaldino, che intanto mirava a sommuovere eziandio Roma, dove anche presentemente fa, come vedremo a suo luogo, in questo stesso quaderno, supremi sforzi per recarvi la rivoluzione». Negli ultimi anni di vita dello Stato pontificio, le province Campagna e Marittima del Lazio meridionale continuarono ad essere infestata da bande di briganti, tra queste si distinse la banda capitanata dal brigante Cesare Panici, ricordata in particolare per il rapimento del bambino di undici anni Ignazio Tommasi avvenuto il 14 settembre 1867 sulla strada per Cori e il tentato sequestro, di Luigi Ricci, vescovo di Segni, fallito dopo un assalto alla sua diligenza.

Fine ottocento e inizio novecento. Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l'Italia meridionale a seguito dell'annessione al regno sabaudo, si svilupparono o continuarono ad essere presenti in diverse regioni d'Italia tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. In Maremma, area a cavallo tra la Toscana e il Lazio, le cause sono attribuibili ad un forte malcontento che si era diffuso nella popolazione, nei primi anni dopo l'Unità d'Italia, quando furono interrotti grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria. Tra i protagonisti di questo brigantaggio è ricordato Domenico Tiburzi, considerato un protettore dei deboli contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali; altri fuorilegge furono Ranucci, Menichetti e Albertini. Tuttavia, sia in Provincia di Grosseto che in quella di Viterbo, questo fenomeno - a differenza del brigantaggio meridionale - non divenne mai organizzato, in quanto ogni brigante era solitario, pur avendo i propri seguaci tra i quali cercava di diffondere il suo stile, non aspirava mai al controllo di un piccolo esercito. Le scorrerie e gli atti criminali erano prevalentemente rivolti ai simboli rappresentanti i grandi proprietari latifondisti e il nuovo Stato italiano; il bersaglio delle loro azioni, apparentemente non intese per la popolazione, erano i simboli dell'autorità pubblica: guardiani; guardacaccia e i carabinieri oltreché alle grandi tenute stesse. Tra i briganti della Tuscia viterbese, è famoso Luigi Rufoloni detto "Rufolone", originario di Sant'Angelo, piccolo borgo tra Roccalvecce e Graffignano, che s'era trasferito nella vicina Grotte Santo Stefano insediandosi nella macchia di Piantorena, proprietà della famiglia Doria Pamphili, dove era facile incontrare viandanti più o meno facoltosi, che si spostavano sulle poche strade che collegavano i paesi limitrofi.

Nell'Italia settentrionale Francesco Demichelis, detto il Biondin fu attivo con la sua banda soprattutto nella zona delle risaie del Novarese. Sul finire dell'Ottocento il brigantaggio era ancora vivo nella Basilicata (sebbene esso si fosse molto ridotto rispetto al decennio napoleonico e agli albori dell'Unità), con Michele di Gè - la cui autobiografia fu una delle fonti usate da Gaetano Salvemini per intervenire sulla questione meridionale - ed Eustachio Chita - generalmente considerato l'ultimo brigante lucano (i cui resti sono tuttora conservati nel Museo nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata nel comune di Matera città da cui proveniva il brigante ). In Calabria vi era Giuseppe Musolino, che acquistò notorietà anche sulla stampa straniera e divenne protagonista di canzoni popolari calabresi. Musolino si diede al brigantaggio dopo essere stato condannato per omicidio, malgrado le sue proteste d'innocenza, vendicandosi di coloro che lo avevano compromesso e tradito. Costui godeva dell'aiuto della popolazione locale, la quale vedeva in lui - com'era il solito - un simbolo di reazione contro le ingiustizie e i soprusi di quel tempo. In Sicilia alcuni briganti riscuotevano una grande ammirazione tra il popolo e le loro storie si diffondevano di bocca in bocca, spesso accrescendo ed esagerando le imprese e le lotte. Lo Stato Italiano iniziò una lotta serrata, per arginare e debellare questo fenomeno, che si ridusse con l'inizio del Novecento.

Cosa nostra. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. «Cosa nostra» (nel linguaggio comune genericamente detta mafia siciliana o semplicemente mafia) è una espressione utilizzata per indicare un'organizzazione criminale di tipo mafioso-terroristico presente in Sicilia, Italia e in più parti del mondo. Questo termine viene oggi utilizzato per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense, sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose. Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia", creato dal giudice Rocco Chinnici, in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Storia.

Le origini. Nel significato criminale conosciuto oggi «Cosa nostra» nacque probabilmente nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei 'fattori' e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano, anche se in verità potrebbe essere molto più antica, dato che il feudo con tutto ciò che ne consegue, esiste in Sicilia fin dall'epoca normanna. Cosa nostra, nacque perché fu da sempre sistema di potere e integrato con il potere politico-economico ufficiale vigente, iniziando così ad assumerne per suo conto le funzioni e le veci. «Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, orfatto moltiplicare il numero dei reati. [...] Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito» (Rapporto giudiziario del procuratore generale Pietro Calà Ulloa.

L'unità d'Italia. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, I mafiusi de la Vicaria, un'opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni di Palermo che aveva come protagonisti un gruppo di detenuti che godevano «di uno speciale rispetto da parte dei compagni di prigione perché mafiosi, membri come tali di un'associazione a delinquere, con gerarchie e con specifiche usanze, tra le quali veri e propri riti di iniziazione». È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Lo sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia è sostanzialmente attribuibile agli eventi contemporanei e successivi all'Unità d'Italia, in particolare a quella che fu l'acuta crisi economica da questa indotta in Sicilia e nel Meridione d'Italia. Infatti lo Stato italiano, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale. Tuttavia, con il pretesto di proteggere gli agricoltori e contadini dal malgoverno feudale e dalla nobiltà, i mafiosi costrinsero gli agricoltori a pagare gli interessi per il contratto di locazione e a mantenere l'omertà. La prima analisi esaustiva in cui venne espressamente usato il termine mafia fu compiuta nel 1876 da Leopoldo Franchetti, dopo la celebre inchiesta compiuta insieme a Sidney Sonnino, che venne pubblicata con il titolo Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Uno dei più clamorosi processi di quegli anni fu quello tenutosi nel 1885 contro gli affiliati alla "Fratellanza di Favara", una cosca mafiosa operante nella provincia di Agrigento che aveva un rituale di iniziazione, il quale avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato recitava una formula di giuramento: tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche mafiose di Palermo, a cui numerosi membri della "Fratellanza" erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica. Nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, l'esistenza di Cosa nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia.

Le rivendicazioni agricole. Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli. A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato. Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi; continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti. Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "Fratellanza", detta anche "Onorata Società" (due dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo. Durante la presidenza di Giovanni Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti. Tuttavia "con Giolitti la mafia, assieme ai poteri forti (massoneria deviata, vecchia aristocrazia, borghesia eroica), monopolizzò tutta la vita economica e politica dell'isola, infatti gli appalti ed i finanziamenti alle imprese industriali e agrarie erano pilotati, così come le elezioni politiche ed amministrative". Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziarono a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che assassinava sindaci, sindacalisti, preti, attivisti e agricoltori indisturbatamente. Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.

Il rapporto Sangiorgi. Al fine di contrastare il fenomeno, venne inviato in Sicilia Ermanno Sangiorgi, in veste di questore a Palermo nel 1898 mentre era in corso una guerra di mafia, iniziata due anni prima, nel 1896. Indagando sui delitti commessi dalle cosche della Conca d'Oro, Sangiorgi capì che gli omicidi non erano il prodotto di iniziative individuali, ma implicavano leggi, decisioni collegiali, e un sistema di controllo territoriale. Sangiorgi scoprì inoltre che le due famiglie più ricche di Palermo, i Florio e i Whitaker, vivevano fianco a fianco con i mafiosi della Conca d'Oro, che venivano assunti come guardiani e fattori nelle loro tenute e pagati per ricevere "protezione". Nell'ottobre 1899 Francesco Siino, capo della cosca di Malaspina sfuggito miracolosamente ad una sparatoria tesagli dagli uomini di Antonino Giammona, capo della cosca dell'Uditore, nel contesto dalla guerra di mafia, venne messo alle strette da Sangiorgi e confessò che il suo avversario Giammona gli contendeva i racket del commercio di limoni, delle rapine, delle estorsioni e della falsificazione delle banconote. Inoltre dichiarò che la Conca d'Oro era divisa in otto cosche mafiose: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza.

Sangiorgi, in base a queste dichiarazioni, firmò molti mandati di cattura. La notte tra il 27 e il 28 aprile 1900 la Questura fece arrestare diversi mafiosi, tra cui Antonino Giammona. Alla procura di Palermo, Sangiorgi inviò un rapporto di 485 pagine che conteneva una mappa dell'organizzazione della mafia palermitana con un totale di 280 "uomini d'onore". Il processo cominciò nel maggio 1901 ma Siino ritrattò completamente le sue dichiarazioni. Dopo solo un mese, giunsero le condanne di primo grado: soltanto 32 imputati furono giudicati colpevoli di aver dato vita a un'associazione criminale e, tenuto conto del tempo già trascorso in carcere, molti furono rilasciati il giorno dopo.

La prima guerra mondiale e le sue conseguenze. Nel 1915 l'Italia entrò nella prima guerra mondiale; vennero chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia i disertori furono numerosi: essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapine. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e della sempre maggiore richiesta di soldati dal fronte, moltissimi terreni vennero adibiti al pascolo. Queste due condizioni fecero aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola. Aumentati i furti di bestiame, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestavano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una percentuale per il loro lavoro. Alla fine della prima guerra mondiale, l'Italia dovette affrontare un momento di crisi, che rischiò di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperarono chiedendo migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani appena tornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra). Moltissimi quindi andarono ad ingrossare le file dei banditi, altri entrarono direttamente nella mafia e altri ancora cercarono di riformare i fasci o comunque parteciparono ai consigli socialisti siciliani. Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.

Il ventennio fascista. Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. Il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. L'azione del Mori fu dura. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato una delle roccaforti mafiose. In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra statunitense, mentre un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu espulso dal PNF. Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio. Il carabiniere Francesco Cardenti così riferisce: "Il barone Li Destri al tempo della maffia era appoggiato forte ai briganti che adesso si trovano carcerati a Portolongone (Elba) se qualcuno passava dalla sua proprietà che è gelosissimo diceva: Non passare più dal mio terreno altrimenti ti faccio levare dalla circolazione, adesso che i tempi sono cambiati e che è amico della autorità [...] Non passare più dal mio terreno altrimenti ti mando al confino." I mezzi usati dalla Polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone. La mafia non appare tuttavia sconfitta dall’azione di Mori. Nel 1932, nel centro di Canicattì, vengono consumati tre omicidi (le cui modalità di esecuzione ed il mistero profondo in cui rimangono tuttora avvolti rimandano a delitti tipici di organizzazioni mafiose); intorno a Partinico, alla metà degli anni trenta, si verificarono incendi, danneggiamenti, omicidi [...] a sfondo eminentemente associativo; ma si potrebbero citare molti altri episodi dei quali la stampa non parla, cui il regime risponde con qualche condanna alla fucilazione e con una nuova ondata di invii al confino. Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini. Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Antonio Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore di banditi e delinquenti. Mori non ha sconfitto la mafia. Altri mafiosi iscritti al PNF erano Sgadari e Mocciano. Nel 1937 Genovese venne accusato di aver ordinato l'omicidio del gangster Ferdinando "Fred" Boccia, che era stato assassinato perché aveva preteso per sé una grossa somma che lui e Genovese, barando al gioco, avevano sottratto ad un commerciante; per evitare il processo, Genovese fuggì in Italia, dove si stabilì a Nola. Tramite le sue frequentazioni, conobbe alcuni gerarchi fascisti, finanziando anche la costruzione di una "Casa del Fascio" a Nola, inoltre si presume che Genovese fosse il rifornitore di cocaina di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini.

La seconda guerra mondiale, il separatismo e i moti contadini. Esistono teorie che affermano che il mafioso statunitense Lucky Luciano venne arruolato per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e su questo indagò pure la Commissione d'inchiesta statunitense sul crimine organizzato presieduta dal senatore Estes Kefauver (1951), la quale giunse a queste conclusioni: «Durante la seconda guerra mondiale si fece molto rumore intorno a certi preziosi servigi che Luciano, a quel tempo in carcere, avrebbe reso alle autorità militari in relazione a piani per l'invasione della sua nativa Sicilia. Secondo Moses Polakoff, avvocato difensore di Meyer Lansky, la Naval Intelligence aveva richiesto l'aiuto di Luciano, chiedendo a Polakoff di fare da intermediario. Polakoff, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi allora rivolto a Meyer Lansky, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri, durante i quali Luciano fornì certe informazioni». Infatti la Commissione Kefauver accertò che nel 1942 Luciano (all'epoca detenuto) offrì il suo aiuto al Naval Intelligence per indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, di cui furono sospettate alcune spie naziste infiltrate tra i portuali; in cambio della sua collaborazione, Luciano venne trasferito in un altro carcere, dove venne interrogato dagli agenti del Naval Intelligence e si offrì anche di recarsi in Sicilia per prendere contatti in vista dello sbarco, progetto comunque non andato in porto. È quasi certo che la collaborazione di Luciano con il governo statunitense sia finita qui, anche se lo storico Michele Pantaleone sostenne di oscuri accordi con il boss mafioso Calogero Vizzini per il tramite di Luciano al fine di facilitare l'avanzata americana, smentito però da altre testimonianze: infatti numerosi storici liquidano l'aiuto della mafia allo sbarco alleato come un mito perché avvenne in zone dove la presenza mafiosa era tradizionalmente assente ed inoltre gli angloamericani avevano mezzi militari superiori agli italo-tedeschi da non aver bisogno dell'aiuto della mafia per sconfiggerli. In un rapporto del 29 ottobre 1943, firmato dal capitano americano W.E. Scotten, si legge che in quel periodo l'organizzazione mafiosa «è più orizzontale [...] che verticale [...] in una certa misura disaggregata e ridotta a una dimensione locale» in seguito alla repressione del periodo fascista. Tuttavia, dopo la liberazione della Sicilia, l'AMGOT, il governo militare alleato dei territori occupati, era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e decise di privilegiare i grandi proprietari terrieri e i loro gabellotti mafiosi, che si presentavano come vittime della repressione fascista: ad esempio il barone Lucio Tasca Bordonaro venne nominato sindaco di Palermo, il mafioso Calogero Vizzini sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo sovrintendente all'assistenza pubblica di Mussomeli e Vincenzo Di Carlo (capo della cosca di Raffadali) responsabile dell'ufficio locale per la requisizione dei cereali. Nello stesso periodo emergeva il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, la prima organizzazione politica a mobilitarsi attivamente durante l'AMGOT, i cui leader furono soprattutto i grandi proprietari terrieri, tra cui spiccò il barone Lucio Tasca Bordonaro (in seguito indicato come un capomafia in un rapporto dei Carabinieri). Infatti numerosi boss mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra e Francesco Paolo Bontate, confluirono nel MIS come esponenti agrari e da questa posizione ottennero numerosi incarichi pubblici e vantaggi, da cui poterono esercitare con facilità le attività illecite del furto di bestiame, delle rapine e del contrabbando di generi alimentari.

Salvatore Giuliano. Nell'autunno 1944 il decreto del ministro dell'agricoltura Fausto Gullo (che faceva parte del provvisorio governo italiano subentrato all'AMGOT) stabiliva che i contadini avrebbero ottenuto una quota più grande dei prodotti della terra che coltivavano come affittuari e venivano autorizzati a costituire cooperative e a rilevare la terra lasciata improduttiva. L'applicazione di tale normativa produsse uno scontro sociale tra i proprietari terrieri conservatori (spalleggiati dai loro gabellotti mafiosi) e i movimenti contadini guidati dai leader sindacali, tra i quali spiccarono Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, che vennero barbaramente assassinati dai mafiosi insieme a molti altri capi del movimento contadino che in quegli anni lottarono per la terra negata. Intanto nella primavera 1945 l'EVIS, il progettato braccio armato del MIS, assoldò il bandito Salvatore Giuliano (capo di una banda di banditi associata al boss mafioso Ignazio Miceli, capomafia di Monreale), che compì imboscate e assalti alle caserme dei carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Montelepre e Borgetto per dare inizio all'insurrezione separatista; anche il boss Calogero Vizzini (che all'epoca era il rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta) assoldò la banda dei "Niscemesi", guidata dal bandito Rosario Avila, che iniziò azioni di guerriglia compiendo imboscate contro le locali pattuglie dei Carabinieri. Nel 1946 il MIS decise di entrare nella legalità ma ciò non fermò il bandito Giuliano e la sua banda, che continuarono gli attacchi contro le caserme dei Carabinieri e le leghe dei movimenti contadini, che culminarono nella strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), contro i manifestanti socialisti e comunisti a Piana degli Albanesi (provincia di Palermo), in cui moriranno 11 persone e altre 27 rimarranno ferite. Infine la banda Giuliano sarà smantellata dagli arresti operati dal Comando forze repressione banditismo, guidato dal colonnello Ugo Luca, che si servì delle soffiate di elementi mafiosi per catturare i banditi: lo stesso Giuliano verrà ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale era segretamente diventato anch'egli un informatore del colonnello Luca. In seguito Pisciotta venne arrestato ed accusò apertamente i deputati Bernardo Mattarella, Gianfranco Alliata, Tommaso Leone Marchesano e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella della Ginestra ma morì avvelenato nel carcere dell'Ucciardone nel 1954.

Il dopoguerra e la speculazione edilizia. Nel 1950 venne varata la legge per la riforma agraria, che limitava il diritto alla proprietà terriera a soli 200 ettari ed obbligava i proprietari terrieri ad effettuare opere di bonifica e trasformazione: vennero istituiti l'ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) e numerosi consorzi di bonifica, la cui direzione venne affidata a noti mafiosi come Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i quali realizzarono enormi profitti incassando gli indennizzi degli appezzamenti ceduti all'ERAS e poi rivenduti ai singoli contadini. La riforma agraria comportò lo smembramento della grande proprietà terriera (importante per gli interessi dei mafiosi, che dopo la riforma riuscirono a rivendere i feudi a prezzo maggiorato all'ERAS) e la riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia: dal 1950 al 1953 i dipendenti regionali passarono da circa 800 ad oltre 1350 a Palermo (sede del nuovo governo regionale), la quale era devastata dai bombardamenti del 1943 e 40.000 suoi abitanti, che avevano avuto la casa distrutta, richiedevano nuove abitazioni. Il nuovo piano di ricostruzione edilizia però si rivelò un fallimento e sfociò in quello che venne chiamato «sacco di Palermo»: infatti quegli anni vedevano l'ascesa dei cosiddetti “Giovani Turchi” democristiani Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, i quali erano strettamente legati ad esponenti mafiosi ed andarono ad occupare le principali cariche dell'amministrazione locale; durante il periodo in cui prima Lima e poi Ciancimino furono assessori ai lavori pubblici di Palermo, il nuovo piano regolatore cittadino sembrò andare in porto nel 1956 e nel 1959 ma furono apportati centinaia di emendamenti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati), che permisero l'abbattimento di numerose residenze private in stile Libertycostruite alla fine dell'Ottocento nel centro di Palermo. In particolare, nel periodo in cui Ciancimino fu assessore (1959-64), delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia, e furono anche favoriti noti costruttori mafiosi (Francesco Vassallo e i fratelli Girolamo e Salvatore Moncada), che riuscirono a costruire edifici che violavano le clausole dei progetti e delle licenze edilizie. Inoltre nell'immediato dopoguerra numerosi mafiosi americani (Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Coppola, Nick Gentile, Frank Garofalo) si trasferirono in Italia e divennero attivi soprattutto nel traffico di stupefacenti verso il Nordamerica, stabilendo collegamenti con i gruppi mafiosi palermitani (Angelo La Barbera, Salvatore Greco, Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario Mancino e Gaetano Badalamenti) e trapanesi (Salvatore Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani e Serafino Mancuso), i quali incettavano sigarette estere ed eroina presso i contrabbandieri corsi e tangerini. Nell'ottobre 1957 si tennero una serie di incontri presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani e siciliani (Gaspare Magaddino, Cesare Manzella, Giuseppe Genco Russo ed altri): gli inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrarono per concordare l'organizzazione del traffico degli stupefacenti, dopo che la rivoluzione castrista a Cuba (1956-57) aveva privato i mafiosi siciliani ed americani di quell'importante base di smistamento per l'eroina. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, nel 1957 il mafioso siculo-americano Joseph Bonanno (che si trovava in visita a Palermo) prospettò l'idea di creare una «Commissione» sul modello di quella dei mafiosi americani, di cui dovevano fare parte tutti i capi dei "mandamenti" della provincia di Palermo e doveva avere il compito di dirimere le dispute tra le singole Famiglie della provincia.

La "prima guerra di mafia" e la Commissione parlamentare antimafia. Le tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi palermitani del tempo; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della Famiglia dell'Acquasanta), che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (temibili mafiosi di Palermo Centro): infatti, dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barberarimase vittima della «lupara bianca» su ordine della "Commissione" e ciò scatenò una serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio approfittò della situazione di conflitto per sbarazzarsi dei suoi avversari e per queste ragioni si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga (rispettivamente capi delle Famiglie dell'Uditoree di Resuttana): gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati dall'esplosione di un'autobomba che stavano disinnescando e che era destinata al mafioso rivale Salvatore "Cicchiteddu" Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli. La strage di Ciaculli provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi successivi vi furono circa duemila arresti di sospetti mafiosi nella provincia di Palermo: per queste ragioni, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, la "Commissione" di Cosa nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari, e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche. Intanto si svolsero alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni arrestati in seguito alla strage di Ciaculli: numerosi mafiosi vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro per legittima suspicione nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente; un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta a Corleone alla fine degli anni cinquanta: gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove e un rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia criticò aspramente il verdetto. Nel marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976). Tuttavia Vitale non venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso, Vitale verrà ucciso nel 1984.

La stagione dei grandi traffici. Dopo la fine dei grandi processi, venne decisa l'eliminazione di Michele Cavataio poiché era il principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni, il 10 dicembre 1969 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Santa Maria di Gesù, Corleone e Riesi (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Emanuele D'Agostino, Gaetano Grado, Damiano Caruso) trucidò Cavataio nella cosiddetta «strage di viale Lazio». Dopo l'uccisione di Cavataio, nel 1970 si tennero una serie di incontri a Zurigo, Milano e Catania, a cui parteciparono mafiosi della provincia di Palermo (Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio) e di altre province (Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, e Giuseppe Di Cristina, rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta subentrato al boss Giuseppe Genco Russo), i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese in cambio della revisione dei processi a loro carico; Calderone e Di Cristina stessi andarono a Roma per incontrare il principe Junio Valerio Borghese per ascoltare le sue proposte ma in seguito il progetto fallì. Durante gli incontri, venne costituito una specie di "triumvirato" provvisorio per dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo, che era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina. Infatti nello stesso periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre 1970), che rimase vittima della «lupara bianca» forse per aver scoperto un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione di Enrico Mattei o nel Golpe Borghese. Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate dal procuratore Pietro Scaglione, che il 5 maggio 1971 rimase vittima di un agguato a Palermo insieme al suo autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra.

Gaetano Badalamenti. Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e il boss Gaetano Badalamenti venne incaricato di dirigerla; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato composto dai rappresentanti mafiosi delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna e Catania(escluse quelle di Messina, Siracusa e Ragusa dove la presenza di Famiglie era tradizionalmente assente o non avevano un'importante influenza), che doveva decidere su questioni e affari illeciti riguardanti gli interessi mafiosi di più province; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina: infatti Leggio e Riina compivano sequestri contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il prestigio, e si erano avvicinati numerosi mafiosi della provincia di Palermo(tra cui Michele Greco, Bernardo Brusca, Antonino Geraci, Raffaele Ganci) e di altre province (Mariano Agate e Francesco Messina Denaro nella provincia di Trapani, Carmelo Colletti e Antonio Ferro nella provincia di Agrigento, Francesco Madonia nella provincia di Caltanissetta, Benedetto Santapaola a Catania), costituendo la cosiddetta fazione dei "Corleonesi" avversa al gruppo Bontate-Badalamenti. Inoltre gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti i mafiosi palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza ed altri camorristi napoletani; addirittura nel 1974 si provvide ad affiliare nell'organizzazione mafiosa Zaza, i fratelli Nuvoletta e Antonio Bardellino, al fine di tenerli sotto controllo e di lusingarne le vanità, autorizzandoli anche a formare una propria Famiglia a Napoli. Tuttavia nella seconda metà degli anni settanta numerose cosche divennero attive soprattutto nel traffico di stupefacenti: infatti facevano acquistare morfina base dai trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi nel traffico di sigarette e la facevano raffinare in eroina in laboratori clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai mafiosi palermitani Gaetano Badalamenti, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate, Giuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia di Agrigento: secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell'eroina consumata negli Stati Uniti. Nel 1977 Riina e il suo sodale Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, senza però il consenso della "Commissione regionale": infatti Giuseppe Di Cristina si era opposto all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e Badalamenti. Nel 1978 Francesco Madonia (capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta) venne assassinato nei pressi di Butera, su mandato di Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone poiché era legato a Riina e Provenzano, i quali, in risposta all'omicidio Madonia, assassinarono Di Cristina a Palermo mentre qualche tempo dopo anche Giuseppe Calderone finì ucciso dal suo sodale Benedetto Santapaola, che era passato alla fazione corleonese. Nello stesso periodo Riina fece espellere dalla "Commissione" anche Badalamenti (che fuggì in Brasile per timore di essere eliminato) e venne incaricato di sostituirlo Michele Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli, che era strettamente legato alla fazione corleonese). Nel 1979, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi vennero trucidati il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il segretario democristiano Michele Reina (9 marzo), il commissario Boris Giuliano (21 luglio) e il giudice Cesare Terranova (25 settembre); nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un omicidio "eccellente".

La "seconda guerra di mafia". Nel marzo 1981 Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia e strettamente legato a Bontate, rimase vittima della «lupara bianca» per ordine dei Corleonesi; Bontate organizzò allora l'uccisione di Riina, il quale reagì facendo assassinare prima Bontate (23 aprile) e poi anche il suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio). Nel periodo successivo a questi omicidi, numerosi mafiosi appartenenti alle cosche di Bontate e Inzerillo vennero attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra Bagheria, Casteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa dell'epoca: in quell'anno (1981) si contarono circa 200 omicidi a Palermo e nella provincia, a cui si aggiunsero numerose «lupare bianche»; nel novembre 1982 furono ammazzati una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto nella tenuta di Michele Greco e i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi diversi di Palermo, furono anche uccisi numerosi loro associati per evitarne la reazione. Il massacro si estese perfino negli Stati Uniti: Paul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con la "Commissione", la quale stabilì che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti anch'essi negli Stati Uniti: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra i genitali (14 gennaio 1982). Tra il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi contro 35 tra parenti e amici di Salvatore Contorno, un ex uomo di Bontate che era sfuggito ad agguato per le strade di Brancaccio (15 giugno 1981); si attuarono vendette trasversali pure contro i familiari di Gaetano Badalamenti e del suo associato Tommaso Buscetta, i quali risiedevano in Brasile ed erano sospettati di fornire aiuto al mafioso Giovannello Greco, che apparteneva alla fazione corleonese ma era considerato un "traditore" perché era stato amico di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di uccidere Michele Greco: il padre, lo zio, il suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati ma anche i due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Nello stesso periodo, nelle altre province Riina e Provenzano imposero i propri uomini di fiducia, che eliminarono i mafiosi locali che erano stati legati al gruppo Bontate-Badalamenti: infatti Francesco Messina Denaro (capo del "mandamento" di Castelvetrano) divenne il rappresentante mafioso della provincia di Trapani, Carmelo Colletti della provincia di Agrigento, Giuseppe "Piddu" Madonia (figlio di Francesco e capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno) di quella di Caltanissetta mentre Benedetto Santapaola divenne capo della Famiglia di Catania dopo l'omicidio del suo rivale Alfio Ferlito (ex vice di Giuseppe Calderone), trucidato insieme a tre carabinieri che lo stavano scortando in un altro carcere nella cosiddetta «strage della circonvallazione» (16 giugno 1982).

L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro (3 settembre 1982). In queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e Provenzano) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi mesi in Sicilia per prendere la direzione regionale del PCI ed aveva proposto un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada di Palermo. In seguito al delitto La Torre, il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell'Interno Virginio Rognoni chiesero al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di insediarsi come prefetto di Palermo con sei giorni di anticipo: infatti il ministro Rognoni aveva promesso a Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi. Per queste ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa intervista al giornalista Giorgio Bocca, in cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

Gli anni ottanta, i primi pentiti e i processi. Atti del Maxiprocesso. L'omicidio del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita. Tutto ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, il quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto disturbare gli interessi mafiosi in Toscana; il 29 luglio un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al portiere del condominio. Dopo l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino Caponnetto, che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta; essi, basandosi soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a confermare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali contro i loro parenti e amici durante la «seconda guerra di mafia»: il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna. Per queste ragioni, la "Commissione" incaricò il bossPippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno. L'8 novembre 1985 il giudice Falcone depositò l'ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori giustizia: il cosiddetto "maxiprocesso" che ne scaturì iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un'aula bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero commutati tra gli altri a Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia. In seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino Saetta venne ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta-Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore a Riina e ai suoi associati palermitani: infatti Saetta avrebbe dovuto presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio del capitano Emanuele Basile. Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.

Gli anni novanta: le stragi e la trattativa con lo Stato italiano.

La strage di Capaci (23 maggio 1992). L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione interprovinciale" del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in una riunione della "Commissione provinciale" presieduta da Salvatore Riina, svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima.

La strage di Via D'Amelio (19 luglio 1992). Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di Buscetta e Contorno. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione", sempre presiedute da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi obiettivi da colpire: il 12 marzo Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche; il 23 maggio avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno; il 19 settembre venne ucciso Ignazio Salvo (imprenditore e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato a Salvo Lima.

Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del ROS dell'Arma dei Carabinieri. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi) mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente": il 14 maggio avvenne un attentato dinamitardo in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso; il 27 maggio un altro attentato dinamitardo in via dei Georgofili a Firenze devastò la Galleria degli Uffizi e distrusse la Torre dei Pulci (cinque morti e una quarantina di feriti).

La strage di via Palestro (27 luglio 1993). La notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e Milano, devastando le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro nonché il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); (27 luglio 1993) il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il presidio dell'Arma dei Carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione fece fallire il piano omicida (episodio ricordato come il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma). Inoltre nel novembre 1993 i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato il sequestro di Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni verso i collaboratori di giustizia; infine, dopo 779 giorni di prigionia, Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico. A partire dal 1993 si svolse un importante processo per mafia, intentato dalla Procura di Palermo nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti. Alla fine di un lungo iter giudiziario la Corte di Appello di Palermo nel 2003 accerterà una «...autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980», sentenza confermata nel 2004 dalla Cassazione. Il 27 gennaio 1994 vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si fermò. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità; contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca Bagarella, Pietro Aglieri, Giovanni Brusca ed altre decine di mafiosi).

Gli anni duemila e l'arresto di Provenzano.

Bernardo Provenzano. A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo da accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando ulteriori conflitti. Benché Bernardo Provenzano si trovi ad essere l'ultimo dei vecchi boss, Cosa nostra non gode più di massiccio consenso, come sino a prima degli anni novanta. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone. Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo assieme al figlio Sandro. In seguito all'arresto dei Lo Piccolo si riteneva che al vertice dell'organizzazione criminale vi fosse Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani), latitante dal 1993.

Gli anni duemiladieci e l'arresto di Settimo Mineo. Nonostante la ricerca dei superlatitanti Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi da parte delle forze dell'ordine prosegue, il 4 dicembre 2018 il comando dei Carabinieri del capoluogo siciliano effettuano una importante operazione chiamata "Cupola 2.0" che ha portato all'arresto di 46 persone per associazione mafiosa. Tra loro il gioielliere ottantenne Settimo Mineo, ritenuto il nuovo capo dei capi di Cosa Nostra tramite elezione unanime in un summit organizzato da tutti i capi regionali il 29 maggio. Secondo gli inquirenti tale incontro ha posto le basi per la costituzione di una nuova commissione provinciale dopo 25 anni dall'ultima formazione da parte dei corleonesi ponendo Mineo come l'erede assoluto di Salvatore Riina. L'arresto di quest'ultimo come dichiarato dal Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal pm Antonio Ingroia mette in dubbio per la prima volta la posizione di potere di Matteo Messina Denaro nell'organizzazione visto che anche per tradizione il capo assoluto di Cosa Nostra non è mai stato un membro situato al di fuori della provincia di Palermo. Il 22 gennaio 2019 grazie alle rivelazioni dei due nuovi collaboratori Filippo Colletti. boss di Villabate e Filippo Bisconti, capomandamento di Belmonte Mezzagno, arrestati nell'ultima operazione, vengono catturate 7 persone tra cui Leandro Greco, nipote di Michele Greco detto "il Papa" e Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, con l'accusa di riformare ed organizzare una nuova commissione provinciale dopo l'arresto di Settimo Mineo.

Organizzazione e struttura. Secondo le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, l'aggregato principale di Cosa Nostra è la Famiglia (detta anche cosca), composta da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di affinità i quali si aggregano per controllare tutti gli affari leciti e illeciti della zona dove operano; i componenti di una Famiglia collaborano con uno o più aspiranti mafiosi non ancora affiliati solitamente chiamati "avvicinati", i quali sono possibili candidati all'affiliazione e quindi vengono messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli compiere numerose "commissioni", come il contrabbando, la riscossione del denaro delle estorsioni, il trasporto di armi da un covo all'altro, l'esecuzione di omicidi e il furto di automobili e moto per compiere atti delittuosi. Per essere affiliati nella Famiglia, esiste un rituale particolare (la cosiddetta "punciuta") che consiste nella presentazione dell'avvicinato ai componenti della Famiglia locale in riunione e, alla presenza di tutti, pronuncia un giuramento di fedeltà. I membri di una Famiglia eleggono per alzata di mano un proprio capo, che è solo un rappresentante, il quale nomina un sottocapo, un consigliere e uno o più capidecina, i quali hanno l'incarico di avvisare tutti gli affiliati della Famiglia quando si svolgono le riunioni. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di una provincia eleggono il rappresentante provinciale, che poi nomina un sottocapo provinciale e un consigliere. Il collaboratore di giustizia Antonino Calderone dichiarò che «[...] originariamente a Palermo, come in tutte le altre province siciliane, vi erano le cariche di "rappresentante provinciale", "vice-rappresentante" e "consigliere provinciale". Le cose mutarono con Greco Salvatore "Cicchiteddu" [nel 1957] poiché venne creato un organismo collegiale, denominato "Commissione", e composto dai capi-mandamento»; anche il collaboratore Francesco Marino Mannoia dichiarò che «[...] soltanto a Palermo l'organismo di vertice di Cosa nostra è la "Commissione"; nelle altre province, vi è un organismo singolo costituito dal rappresentante provinciale». I rappresentanti della provincia sono, a loro volta, componenti della cosiddetta "Commissione interprovinciale", soprannominata anche la "Regione", che nomina un rappresentante regionale e si riuniva solitamente per deliberare su importanti decisioni riguardanti gli interessi mafiosi di più province che esulavano dall'ambito provinciale e che interessano i territori di altre Famiglie.

I rapporti con lo Stato italiano. «Cosa nostra è da un lato contro lo Stato e dall'altro è dentro e con lo Stato, attraverso i rapporti esterni con suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni.» (Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia). Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose, si fa strada negli anni novanta la tesi secondo cui lo Stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso. Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che inizialmente non ricandidò il giudice come presidente della commissione antimafia da lui creata fa intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri deviati all'interno dello Stato. Uno dei momenti più critici è stata la trattativa stato - mafia: fu contattato Vito Ciancimino, per mezzo di rappresentanti del Ministro dell'Interno Nicola Mancino fra cui il capitano del ROS Giuseppe De Donno, per far smettere la stagione delle stragi del 1992, 1993, in cambio dell'annullamento del decreto legge 41 bis e altri benefici per i detenuti mafiosi. A proposito dei rapporti tra mafia e stato, si parlerebbe di rito peloritano per riferirsi ad una situazione di particolare contiguità (per non dire addirittura coincidenza) tra uomini di mafia e presunti esponenti delle istituzioni italiane. Esiste inoltre una Commissione regionale che decide l'andamento delle cose anche dal punto di vista politico, ovvero decide per chi, le persone di una famiglia e i loro affiliati dovessero votare. Per esempio Salvo Lima e Vito Ciancimino furono eletti da voti mafiosi di cittadini legati alla mafia della città di Palermo, Salvo Lima non mantenne le sue promesse elettorali e fu ucciso, invece Vito Ciancimino fu condannato per essere stato un mafioso conclamato.

Rapporti con le altre organizzazioni criminali. Cosa nostra, per via del suo carisma criminale e della sua potenza delinquenziale, ha intrattenuto, e intrattiene tuttora, rapporti con le più importanti organizzazioni criminali sia italiane sia estere. Il processo di globalizzazione interessa anche il fenomeno criminale mafioso, la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, portando avanti le sue attività criminali caratteristiche, come il narcotraffico, l'esportazione illegale di armi, la prostituzione, l'estorsione e il gioco d'azzardo, rappresentando un problema per l'umanità, per l'ordine civile della società e il quieto vivere.

Cosa nostra statunitense. La prima collaborazione tra le due organizzazioni viene formalmente identificata nel mese di ottobre del 1957 quando i capi siciliani ed americani si incontrarono all'Hotel delle Palme di Palermo per ricucire i rapporti dopo l'interruzione a causa dell'usura e del divorzio, due pratiche inammissibili per un vero uomo d'onore siciliano, e creare un anello di congiunzione per il traffico di droga su entrambi i fronti. In questo frangente sono proprio gli americani a suggerire ai siciliani l'istituzione di una struttura di vertice chiamata Commissione. Questa attività era gestita secondo quanto riferisce Rudolph Giuliani da Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti dove la mafia siciliana fungeva da contatto in Asia, Europa occidentale e chi portava la merce attraverso la frontiera degli Stati Uniti per la durata di quindici anni. Nel 2003, Bernardo Provenzano inviò dei suoi emissari, Nicola Mandalà di Villabate ed il giovane Gianni Nicchi per tentare di riattivare i rapporti di collaborazione con le famiglie di New York ma vennero riconosciuti e fotografati dagli agenti di polizia insieme al boss Frank Calì della famiglia Gambino.

Organizacija. Nel 1994 viene segnalata la presenza della mafia russa sul territorio degli Stati Uniti, ad Atlanta, e sulla loro collaborazione con Cosa nostra. Verso il 1998, la Solntsevskaya bratva di Mosca, può contare su un proprio capo a Roma che coordina gli investimenti della mafia russa in Italia. Dall'indagine risulta che rispettabili banchieri occidentali danno al boss russo consigli molto utili su come riciclare il denaro sporco dalla Russia in Europa, in maniera legale. Nel 2008 viene formalizzata la collaborazione fra mafia russa e Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra. Sotto la supervisione della mafia russa le aziende agricole italiane, i trasporti delle merci: sia a livello internazionale, sia all'interno del paese. La mafia russa nel mondo conta circa 300.000 persone ed è la terza organizzazione criminale per la sua influenza, dopo l'originale italiana e le reti criminali cinesi. Il 2 ottobre 2012 nel Report Caponnetto si leggono le infiltrazioni della mafia russa nella Repubblica di San Marino e in Emilia-Romagna a carattere predatorio come le estorsioni.

Mafia nigeriana. Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un'organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa, in particolare viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l'egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Si scopre quindi un'alleanza tra il clan palermitano e l'organizzazione nigeriana. L'Aisi, inoltre, dal 2012 controlla il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, gestendo i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. Le famiglie catanesi ancora non sono né in contrasto né in sodalizio con essi.

Operazioni di polizia. Old Bridge. Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dagli USA, i cosiddetti scappati dalla seconda guerra di mafiascatenata da Totò Riina. Si voleva infatti ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga, attualmente in mano alla 'Ndrangheta. Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di Maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico: fu la più grande retata dopo "Pizza connection".

Clan dei Corleonesi. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il clan dei Corleonesi era una fazione all'interno di Cosa Nostra formatasi negli anni settanta, così chiamata perché i suoi leader più importanti provenivano dalla famiglia di Corleone: Luciano Liggio, Salvatore Riina, Bernardo Provenzanoe Leoluca Bagarella. I corleonesi non vanno tuttavia identificati solamente come gli appartenenti alla Famiglia di Corleone ma sono una fazione di cosche mafiose che hanno appoggiato prima Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Storia. Nel 1971 Luciano Liggio organizzò il sequestro a scopo di estorsione di Antonino Caruso, figlio dell'industriale Giacomo, ed anche quello del figlio del costruttore Francesco Vassallo mentre nel 1972 Salvatore Riina si rese responsabile del sequestro del costruttore Luciano Cassina, figlio del conte Arturo, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò: Liggio e Riina provvidero a distribuire i riscatti dei sequestri tra le varie cosche della provincia di Palermoper ingraziarsele e queste si schierarono dalla loro parte, costituendo il primo nucleo della fazione corleonese, che era avversa ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, in quel periodo Riina lamentava che Badalamenti aveva organizzato da solo un traffico di stupefacenti «all'insaputa degli altri capimafia che versavano in gravi difficoltà economiche».

Secondo il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, i Corleonesi «non hanno ucciso la gente (i Cinardo di Mazzarino, Bontate, Inzerillo), li hanno fatti uccidere mettendoli in una trappola. [...] Hanno creato le condizioni per far uccidere le persone dai loro uomini [...] hanno creato le tragedie in tutte le Famiglie. Le Famiglie non erano più d'accordo [...] così hanno fatto a Palma di Montechiaro, a Riesi, a San Cataldo, a Enna, a Catania». Per queste ragioni, all'interno delle provincie si vennero a creare i seguenti schieramenti: Bontate-Badalamenti, Corleonesi, Palermo e provincia.

Stefano Bontate e Mimmo Teresi (Santa Maria di Gesù), Gaetano Badalamenti (Cinisi), Salvatore Inzerillo (Passo di Rigano), Rosario Riccobono (Partanna-Mondello), Salvatore Scaglione(Noce), Antonino Salamone (San Giuseppe Jato), Giuseppe di Maggio (Brancaccio), Giovanni Di Peri (Villabate), Francesco Di Noto (Corso dei Mille), Giuseppe Panno (Casteldaccia), Calogero Pizzuto (Castronovo di Sicilia)

Luciano Liggio, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano (Corleone), Michele Greco (Ciaculli), Bernardo Brusca (San Giuseppe Jato), Giuseppe Calò (Porta Nuova), Francesco Madonia (Resuttana), Antonino Geraci (Partinico), Raffaele Ganci (Noce), Pietro Aglieri (Santa Maria di Gesù), Filippo Marchese (Corso dei Mille), Giuseppe Giacomo Gambino (San Lorenzo), Francesco Di Carlo(Altofonte), Antonino Rotolo (Pagliarelli), Leonardo Greco (Bagheria), Giuseppe Farinella (San Mauro Castelverde)

provincia di Trapani

Salvatore Minore (Trapani), Natale e Leonardo Rimi (Alcamo), Ignazio e Nino Salvo (Salemi), Antonino Buccellato (Castellammare del Golfo)

Mariano Agate (Mazara del Vallo), Francesco Messina Denaro (Castelvetrano), Vincenzo Virga (Trapani)

provincia di Agrigento

Giuseppe Settecasi (Alessandria della Rocca), Leonardo Caruana(Siculiana), Carmelo Salemi (Agrigento)

Carmelo Colletti (Ribera), Antonio Ferro e Giuseppe De Caro (Canicattì)

provincia di Caltanissetta

Giuseppe Di Cristina (Riesi), Francesco Cinardo (Mazzarino), Luigi Calì (San Cataldo)

Giuseppe Madonia (Vallelunga Pratameno), Salvatore Mazzarese (Villalba)

provincia di Catania

Giuseppe Calderone e Alfio Ferlito (Catania)

Nitto Santapaola (Catania), Calogero Conti (Ramacca)

Nel 1978 Riina mise Badalamenti in minoranza nella "Commissione" con una scusa e lo fece espellere, facendo passare l'incarico di dirigere la "Commissione" a Michele Greco, con cui era strettamente legato; fu in questo periodo che la fazione corleonese prese la maggioranza nella "Commissione" perché Riina fece nominare nuovi capimandamento tra i suoi associati attraverso Michele Greco: dopo aver preso il sopravvento, i Corleonesi procedettero all'eliminazione dei propri avversari, che sfociò nella cosiddetta «seconda guerra di mafia» nella provincia di Palermo, ed insediarono una nuova "Commissione" provinciale e regionale, composte soltanto da esponenti della fazione corleonese fedeli a Riina e Provenzano. Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, si creò una divisione all'interno dello schieramento corleonese: infatti vi era una fazione contraria alla continuazione della cosiddetta "strategia stragista", guidata da Provenzano e composta dai boss Nino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Michelangelo La Barbera, Matteo Motisi, Giuseppe Madonia e Nitto Santapaola, mentre l'altra fazione era guidata da Leoluca Bagarella e comprendeva l'ala militare dell'organizzazione, composta da Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, i quali erano favorevoli alla continuazione degli attentati dinamitardi e riuscirono a mettere in minoranza la fazione di Provenzano, il quale confermò il suo appoggio alle stragi ma riuscì a porre la condizione che avvenissero in continente, cioè fuori dalla Sicilia, come già deciso prima dell'arresto di Riina.

Legami con la politica e la finanza. Vito Ciancimino. Il principale referente politico dei Corleonesi inizialmente fu Vito Ciancimino, il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente dell'onorevole Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici, che vennero approvati dal resto della fazione corleonese, che ormai era la componente maggioritaria della "Commissione": il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra. Negli anni settanta i Corleonesi, attraverso Giuseppe Calò, si avvalevano di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di tornare alla guida della banca per salvare il denaro investito dai Corleonesi andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno e nel 1982Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse ad un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Giuseppe Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un'azione di ricatto dall'estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge. Dopo l'inizio della «seconda guerra di mafia», i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, furono risparmiati dai Corleonesi per “i possibili collegamenti con Lima ed Andreotti”, venendo incaricati di curare le relazioni con l'onorevole Salvo Lima, che divenne il loro nuovo referente politico, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali, dopo essere stato legato a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti sempre attraverso i cugini Salvo; infatti, secondo i collaboratori di giustizia, l'onorevole Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo. Tuttavia però il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì la validità delle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento all'allora presidente del consiglio Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza ed anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche ed, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò ad Ignazio Salvo.

Interesse per l'industria televisiva. I Corleonesi avevano in progetto l'acquisto di una rete televisiva Fininvest nei primi anni '90. Per ottenere la richiesta venne minacciato di morte con una lettera scritta a mano da Riina l'allora imprenditore Silvio Berlusconi, alla missiva si ricollegano quindi precedenti intercettazioni telefoniche in cui l'uomo parlava di violente pretese di estorsioni, e l'allontanamento dei familiari all'estero per un po' di tempo voluto dallo stesso.

«Vi spiego cos’è davvero Cosa Nostra». Riflessioni di Giovanni Falcone pubblicate il 7 Marzo 2019 su Il Dubbio. «Il pericolo – diceva Giovanni Falcone in una lezione tenuta nel 1989 – è quello di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del terzo mondo». «Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono “terzi livelli” di alcun genere». Oggi e domani, in due puntate, pubblichiamo il testo integrale di quella lezione tenuta da Falcone tre anni prima di essere ucciso. Il racconto della sottovalutazione, durata decenni, da parte dello Stato e in particolare della magistratura. Pubblichiamo la prima parte (la seconda parte la pubblicheremo domani) della lezione di Giovanni Falcone sulla mafia, che fu tenuta nel 1989 ma rimase inedita fino a qualche giorno dopo la sua morte (nel maggio del 92). Poi la pubblicò l’Unità con la premessa che riportiamo qui di seguito. Giovanni Falcone lesse questo testo nell’estate dell’89 a Palermo. Il manoscritto, spesso citato e mai pubblicato integralmente, reca tracce evidenti del tormento dell’autore che esponeva per la prima volta in pubblico le idee che avrebbero segnato il suo distacco dal fronte più tradizionale dell’antimafia. Dicendo chiaro che “il terzo livello non esiste” Falcone propone in effetti l’idea per cui la mafia è solo e soltanto un’organizzazione criminale. Con fondamenti corposi nella storia e nella cultura della sua Sicilia ma con una autonomia forte di scelte e di orientamenti. Capace di usare diversi tipi di alleanze o di complicità a livello politico ed amministrativo e mai subordinata, però, alle indicazioni che da lì dovessero venirne. Non è difficile capire, sulla base di questa analisi, il perché delle scelte successive di Falcone. Se è vero infatti che i mandanti delle imprese mafiose non vanno cercati a livello di un mitico Palazzo, la lotta contro la mafia deve essere sviluppata soprattutto a livello dello Stato e dei suoi apparati repressivi: mettendoli in grado di esercitare un’azione di contrasto efficace attraverso la predisposizione di strumenti all’altezza del compito loro assegnato. Occuparsi del loro funzionamento, per Falcone, non è uno dei problemi, è il problema: proponendosi un programma di attività all’interno del quale bisogna attaccare, con la stessa durezza, la debolezza del rappresentante politico e il corporativismo del magistrato, la complicità dell’amministratore e la genericità delle accuse che hanno come destinatario principale le prime pagine dei giornali. Individuando a livello dell’intreccio tra criminalità organizzata e sistema bancario, tra professionisti del crimine e della finanza più che nel contatto tra mafiosi e politici, il problema fondamentale di chi è chiamato a lottare, oggi, per la difesa della legalità e della democrazia, Falcone assume insomma una posizione assolutamente originale. Alla base della solitudine in cui ha lavorato in questi ultimi anni. L’analisi qui riportata è opinabile e sicuramente parziale. Ha il merito raro, tuttavia, di fondarsi sui fatti e ha trovato conferme importanti nel lavoro di un giudice che è riuscito a sconfiggere, in alcune fasi, Cosa Nostra, e nella decisione con cui quest’ultima oggi lo ha voluto morto. (dall’Unità del 31 maggio 1992). Nella relazione finale della Commissione d’inchiesta Franchetti- Sonnino del lontano 1875/ 76 si legge che «la mafia non è un’associazione che abbia forme stabili e organismi speciali… Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non… specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati» … «una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori» ; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione: «Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120». Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti. Nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/ 1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo. Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di “qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l’attività criminosa”; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili, espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Viterbo il 3/ 5/ 1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d’appello di Palermo: Emanuele Pili». Nelle relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti. Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti». Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo». Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall’esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà. Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l’autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata – e quella mafiosa in particolare – è, come si sostiene in quell’intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici… e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco». L’argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l’attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti – ovviamente, non senza contropartite – di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità. Un convincimento diffuso è quello – che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte – secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un’associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l’espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un “comune sentire” di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante. Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa – unica ed unitaria – ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell’avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa. Se, oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle “punizioni” inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra” però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall’esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una “direzione strategica” occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d’onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell’organizzazione, ne sconoscono l’esistenza. Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento “a contrario” perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di “Cosa Nostra”, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità. Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell’eroina.

Lezione sulla mafia tenuta da un profeta di sventure...Riflessioni di Giovanni Falcone pubblicate l'8 Marzo 2019 su Il Dubbio. Così si autodefinì il magistrato che aveva capito Cosa Nostra e la stava combattendo, ma era rimasto isolato. Dai suoi colleghi e dalla politica. Pubblichiamo la seconda parte della lezione sulla mafia tenuta da Giovanni Falcone, a Palermo, nell’estate del 1989, tre anni prima di essere ucciso. Per comprendere meglio le cause dell’insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un’attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l’ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali – sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro – poi utilizzati per il traffico di stupefacenti. Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla “famiglia” e ogni “uomo d’onore” voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa “famiglia” e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie “famiglie” il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale. Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi – che comporta l’impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia – sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell’allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero. Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da “uomini d’onore”, che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri “uomini d’onore” non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia. In pratica, dunque, l’antica, rigida compartimentazione degli “uomini d’onore” in “famiglie” ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all’organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una “famiglia” mafiosa dipendente direttamente dalla “provincia” di Palermo, non deve stupire perché la presenza di “famiglie” mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette “decine”), fuori della Sicilia, ed anche all’estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di “famiglie” costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana. Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l’intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell’attività. Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse. Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva. Nella seconda metà degli anni ’ 70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti. In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell’eroina verso gli Stati Uniti d’America. Anche nella gestione di questo lucroso affare l’organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all’esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini. Alcuni gruppi curavano l’approvvigionamento della morfina- base dal Medio e dall’Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina- base in eroina; altri, infine, si occupavano dell’esportazione dell’eroina verso gli Usa. Tutte queste strutture erano controllate e dirette da “uomini d’onore”. In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il “milieu” marsigliese fin dai tempi della cosiddetta “French connection. L’esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con “uomini d’onore” preposti a tale settore del traffico. Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni. Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive. Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro. Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l’afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all’estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti. Quali effetti ha prodotto in seno all’organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali. Le alleanze orizzontali fra uomini d’onore di diverse “famiglie” e di diverse “province” hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni ’ 70 per assicurare un migliore controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la “commissione” regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso. Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981- 1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d’onore delle più varie famiglie spinti dall’interesse personale – a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie – e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato – come ingenuamente si prevedeva – un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall’aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l’impegno delle forze dell’ordine. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l’inizio della fine del fenomeno mafioso. Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi “uomini d’onore”, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all’angolo. Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse. Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all’azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell’agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi “omicidi eccellenti”, non si potranno fare molti passi avanti. Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti – la cui pericolosità è intuitiva – tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane. Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati. Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia. Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.

Suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie dal 1817 era basata su una struttura a 4 livelli. Le divisioni di primo livello, dette provincie, erano 22. Le 22 province erano suddivise in 76 distretti. I distretti erano suddivisi in circondari (presenti in numero complessivo di 684). I circondari erano suddivisi in comuni (un totale di 2189 nell'anno 1840).

Circondari. I circondari del Regno delle Due Sicilie costituivano il terzo livello amministrativo dello stato, collocandosi in posizione intermedia tra il distretto e il comune. La circoscrizione, infatti, delimitava un ambito territoriale che abbracciava, generalmente, uno o più comuni, tra i quali veniva individuato un capoluogo. Facevano eccezione, però, le grandi città: queste, vista la vastità del territorio, erano frazionate in due o più circondari, che includevano uno o più quartieri. Le funzioni del circondario riguardavano esclusivamente l'amministrazione della giustizia: tali funzioni giudiziarie erano affidate al Giudice di Circondario. Questo magistrato, che risiedeva nel comune capoluogo di circondario, era eletto dal sovrano e aveva competenza in materia civile e penale. Inoltre, dove erano assenti i commissariati di polizia, al Giudice di Circondario era affidata anche la polizia ordinaria e giudiziaria.

Comuni e centri abitati. I centri abitati, in base ai dati del Dizionario Statistico del regno, nel 1840 erano 3.333.

Di questi paesi erano riconosciuti come comuni soltanto 2.189 mentre la restante parte erano identificati come villaggi, borghi, subborghi, casali (Provincia di Napoli, Principato Citeriore), rioni (Calabria Citeriore) o ville (Abruzzo) appartenenti a comuni limitrofi.

Organi amministrativi. Il Regio decreto n. 932 dell'11 ottobre 1817 di Ferdinando I re delle Due Sicilie – con decorrenza dal 1º gennaio 1818 – dispose che le tre valli di Sicilia (Vallo di Mazara, Val di Noto, Val Demone) venissero divise in sette valli minori ed amministrate da sette Intendenze: Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani e Caltanissetta. A capo di ogni valle (provincia) vi era un Intendente, coadiuvato dalla Segreteria d'Intendenza e dal Consiglio d'intendenza; il Consiglio provinciale, composto da 15 membri annuali proposti dai Comuni della provincia e nominati dal sovrano, era un organo deliberativo ed aveva un proprio bilancio. A capo di ogni Capoluogo di Distretto che non era sede di Intendenza, invece, vi era un Sottintendente, cioè la prima autorità del Distretto, mentre altri organi amministrativi erano la Segreteria di sottintendenza ed il Consiglio Distrettuale, composto da 11 consiglieri.

Storia.

Reali Dominii al di qua del Faro. Giuseppe Bonaparte, con la legge n. 132 dell'8 agosto 1806 sulla divisione ed amministrazione delle provincie del Regno, riformò la ripartizione territoriale dello Stato sulla base del modello francese. Negli anni successivi (tra il 1806 e il 1811), una serie di decreti, tra i quali il n. 922 del 4 maggio 1811, per la nuova circoscrizione delle quattordici provincie del Regno di Napoli.

Reali Dominii al di là del Faro. In Sicilia, sin dalla prima stesura della Costituzione del 1812, erano in vigore i distretti che consistevano nelle circoscrizioni territoriali di 21 città demaniali cui vennero aggiunti i territori di Bivona e di Caltanissetta, entrambe fino ad allora feudali. Fino al 1817, non ci furono grosse modifiche e l'unificazione dei due regni previde, anche per la Sicilia, l'istituzione delle province (il numero delle province "isolane" fu fissato in sette), riportando i distretti al di sotto di esse. Nel 1819, i distretti vennero, quindi, suddivisi in entità minori, i circondari. Il Regio Decreto del 30 maggio 1819, infatti, previde la suddivisione dei distretti in diversi "circondari", che presero nome dai rispettivi capoluoghi. Negli anni venti dell'Ottocento, in seguito ad una grave crisi finanziaria che colpì la società isolana, il governo fu indotto a modificare l'assetto amministrativo dell'isola: inizialmente fu prevista la riduzione delle province da 7 a 4 e l'abolizione di alcune sottintendenze. Il Regio Decreto dell'8 marzo 1825, tuttavia, mantenne la suddivisione della Sicilia in 7 province, ma abolì tutte le sottintendenze. Ciononostante, il ridimensionamento dell'apparato amministrativo e rappresentativo del distretto fu uno dei motivi che causarono numerose rivolte in tutta l'isola, in particolar modo nel 1837. In seguito a questi episodi, il governo provvide a modificare nuovamente gli apparati amministrativi distrettuali: vennero reintrodotte le sottintendenze, i Consigli Distrettuali e gli Ispettorati distrettuali di polizia; furono abolite, però, le Compagnie d'Armi, sostituite da distaccamenti distrettuali della Regia Cavalleria.

Giustiziere (funzionario). Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Storia.

Regno d'Inghilterra. Nel Regno d'Inghilterra, le riforme introdotte da Guglielmo il Conquistatore per l'amministrazione della giustizia prevedevano che essa dipendesse direttamente dal sovrano attraverso il sistema delle curie. In particolare, egli istituì la figura del giustiziere, ovvero un giudice itinerante, detto, appunto, Justitiarius itinerantis o Justitiarius errans, che aveva il compito di amministrare, spostandosi lungo il suo territorio, una determinata provincia o curia, che di volta in volta, a seconda delle esigenze della corona, gli veniva affidata. I giustizieri erranti dipendevano da una curia suprema di nomina regia, che aveva sede direttamente a corte, e che era composta dai giustizieri del Banco e dal giustiziero capitale. Quest'ultimo era il primo magistrato dello stato e, similmente ad un viceré, svolgeva funzioni suppletive: "in assenza del principe, presedeva alla real corte". Il giustiziere capitale aveva il compito di destinare, di volta in volta, i giudici itineranti nelle varie province e, inoltre, aveva competenza, di concerto con i giustizieri del Banco, per le cause che non potevano essere definite dai giustizieri "ordinari".

Regno di Sicilia. Nel Regno di Sicilia, in epoca normanna, sveva ed angioina, il giustiziere era il funzionario di nomina regia, che rappresentava l'autorità del sovrano a livello provinciale. In particolare, nello stato siciliano, si distingueva il Gran Giustiziere dal Giustiziere, quest'ultimo con mansioni nei distretti amministrativi, detti, a seconda della suddivisione amministrativa vigente, Valli o Giustizierati. Ruggero II di Sicilia, sostiene Rosario Gregorio, "compose in miglior forma questo sistema"; ovvero, prendendo come base il modello di Guglielmo I d'Inghilterra, riorganizzò l'amministrazione della giustizia nel proprio reame. Divenuto conte di Sicilia, il normanno, attraverso la produzione di un apparato normativo che fosse in grado di regolamentare l'amministrazione dell'isola, diede forma al sistema del diritto pubblico Siciliano. Il complesso delle leggi emanate da Ruggero, afferma Rosario Gregorio, non può considerarsi come riformatore di un sistema precedente: fu, invece, volto a creare ex novo la struttura normativa dello stato, andando a dare forma giuridica agli istituti e alle usanze già in essere ma non formalizzati in alcun corpo normativo. Ad esempio Ruggero, sulla figura del magistrato, che era già presente in diverse città e villaggi della Sicilia e la cui attività era pubblicamene autorizzata e riconosciuta, il sovrano legiferò come se egli l'avesse per la prima volta istituita. Tra le varie disposizioni in materia di magistrati, Ruggero stabilì che era reato metter in dubbio l'autorità del magistrato, la quale era sacra ed inviolabile, ma al tempo stesso, al fine di assicurare la libertà civile dei sudditi, dispose che sarebbe stato soggetto a pena di morte o di infamia il giudice che male amministrava giustizia. Prima delle riforme di Ruggero II, il magistrato aveva competenza sui giudizi di secondo grado (mentre il primo grado era deputato ai magistrati locali), ma, non essendo tale figura presente in tutte le località dell'isola, il secondo grado di giustizia passava spesso sotto la diretta competenza del sovrano, che attraverso messi o delegati riusciva ad adempiere a tale ufficio. Per sopperire a tali limiti, Ruggero II, attuò, quindi, una serie di riforme sulla base di quelle attuate da Guglielmo in Inghilterra. Il primo Re di Sicilia, in particolare, introdusse due figure specifiche in sostituzione della vecchia figura di magistrato. Esse erano rappresentate dai giustizieri, come nel caso inglese, e dai camerari. Entrambe le tipologie di magistrato furono inquadrate come funzionari di livello superiore ed avevano giurisdizione su una determinata circoscrizione territoriale: «Esercitavano i giustizieri provinciali tanta giurisdizione per tutta la provincia loro assegnata, che giravano di continuo e visitavano.» Nello specifico, Rosario Gregorio riporta che il primo a ricoprire la funzione di "giustiziere di Palermo" fu lo stesso Re Ruggero. Nell'amministrazione della giustizia, ai giustizieri competeva il secondo grado di giudizio sia in ambito penale, sia in ambito civile, e, per le aree ove erano assenti i magistrati locali deputati alle cause penali, anche il primo grado in ambito penale. Il primo grado della giustizia penale era, comunque, affidato ai giustizieri anche per la più alta giurisdizione criminale, ovvero tutti i reati più gravi, nella cerchia dei quali il sovrano normanno aveva incluso la violenza contro le donne. Anche per il primo grado della giustizia civile erano previste delle eccezioni che affidavano la competenza di tali cause ai giustizieri, rappresentate delle controversie riguardanti i feudi non quaternati. Per i feudi descritti nei "quaderni fiscali" e per i contadi delle baronie, invece, la competenza era ascrivibile direttamente alla Magna Curia. Il giustiziere, inoltre, aveva facoltà di porre fine alle cause di primo grado che si protraevano per oltre due mesi, a meno che non avesse ritenuto opportuno per esse un tempo maggiore. Nei casi di interruzione, però, era possibile per l'attore della controversia ricorrere al secondo grado per mancata giustizia. Il giustiziere aveva un proprio seguito che si componeva di un notaro degli atti e di alcuni giudici a lui subordinati che fungevano da semplici assessori: il complesso di questi burocrati era definito corte del giustizierato. Giustizieri e camerari, inquadrati come magistrati ordinari, furono, dunque, integrati nel sistema amministrativo concepito da Ruggero II. Questi funzionari duravano in carica per un tempo determinato e, al termine del loro mandato, avevano l'obbligo di trattenersi presso i loro successori per un periodo di cinquanta giorni. Questo, non solo per adempiere agli obblighi del passaggio di consegne, ragguagliando il nuovo giustiziere, ma anche per sottoporsi ad eventuali istanze e reclami esposti contro costoro il magistrato uscente degli abitanti della circoscrizione in cui quest'ultimo aveva operato.

Benedetto Croce e la giustizia borbonica, una lettera poco conosciuta. Gigi Di Fiore su Il mattino Lunedì 19 Dicembre 2016. E' noto che Benedetto Croce aveva le sue idee sul regno delle Due Sicilie e sulla dinastia Borbone. Ma è nota anche la sua onestà intellettuale da teorico e assertore dello storicismo filosofico, così come la sua assoluta fede politica liberale. Una fede che lo rese assai critico sulla violenta repressione adottata dallo Stato liberale nel 1898 contro i moti popolari di piazza. Così, fu severo e disapprovò con chiarezza i cannoni e i morti civili in piazza Duomo a Milano, come l'azione sanguinaria della truppa al comando del generale Fiorenzo Bava Beccaris, poi promosso e premiato dal re Umberto I. In quell'anno, tre mesi dopo gli incidenti, il filosofo scrisse una lettera a Vilfredo Pareto criticando la stretta repressiva e facendo paragoni con la giustizia e la repressione borbonica, che ne uscì più blanda nel confronto con il tanto decantato Stato liberale italiano. La lettera è del 2 agosto 1898, spedita da Resina, e venne poi riprodotta nel primo volume delle "Pagine sparse" rieditate nel 1941. Scrisse Croce: "Non so se nelle carceri e nei reclusori i condannati politici della nuova Italia stiano meglio o peggio dei nostri condannati politici dei Borboni, i quali (almeno gli ergastolani di Santo Stefano, come il Settembrini e lo Spaventa) ricevevano ogni sorta di libri (e lo Spaventa quelli, pericolosi e rivoluzionari allora, di filosofia tedesca), e studiavano e scrivevano: laddove ai nuovi condannati anche questo conforto è tolto". Questa la prima parte, che decisamente segna un giudizio positivo sui detenuti politici nel periodo borbonico rispetto a quelli in carcere nell'Italia 37 anni dopo l'unità. Ma Benedetto Croce andò ancora oltre e questa lettera, poco nota a molti, getta un'altra luce sulle sue idee, confermando la libertà di pensiero del filosofo abruzzese. Aggiunse Croce, analizzando il sistema processuale nelle due epoche: "Il punto sul quale il confronto s'impone irresistibile è sull'indole e sul modo con cui sono stati condotti i processi politici. Perché si sono spese tante parole e tanti colori rettorici per gridare iniquo il processo, per esempio, fatto dopo il 1848 a Silvio Spaventa? Cito questo che ho avuto modo di studiare da vicino". Era il famoso processo alla "Setta dell'unità italiana", quello che spinse lord Gladstone a definire le Due Sicilie regno "negazione di Dio". Scrisse ancora Croce nella sua lettera a Pareto: "E' vero che i Borboni provvidero a fornire prove di reato, stipendiando falsi testimoni. Ma ciò prova che il senso giuridico non era del tutto smarrito! Si riconosceva almeno la necessità delle prove di fatto per i reati di azione. Ma i giudici di Milano non hanno sentito questo bisogno...Altresì bisognerebbe ricordare che i tribunali borbonici militari furono singolarmente miti, dando lezioni di generosità e lealtà ai magistrati togati [...] Qui a Napoli si sono avuti oggi casi stranissimi. A un disgraziato scrittorello borbonico, che dichiarava la sua fede tenace, è stato risposto: Questa è la vostra colpa! Ed è stato condannato". Che dire, queste parole dovrebbe leggerle chi continua a considerare la storia bianco e nero, chi non contestualizza gli eventi e non li mette in relazione con quelli anteriori e successivi per trarne valutazioni. Nessuna beatificazione dei Borbone (oltretutto a pochi giorni dall'anniversario della morte di Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie), solo un altro tassello di verità e un documento poco conosciuto, come regalo per le feste natalizie ai tanti cultori della storia del Sud, che vogliono liberarsi da pregiudizi e paraocchi.

Funzioni e compiti della magistratura. Il passaggio dallo Stato liberale al regime fascista non era stato per l’apparato giudiziario particolarmente traumatico. Il nuovo regime aveva infatti ereditato una magistratura disciplinata gerarchicamente e controllata saldamente dalle autorità di governo: il pubblico ministero era «il rappresentante» dell’esecutivo presso l’autorità giudiziaria, tutti i magistrati erano sottoposti «all'alta sorveglianza» del Ministro di grazia e giustizia e il potere politico nominava i capi di Corte e delle Procure generali, cooptandone alcuni per incarichi di governo e altri premiandoli col laticlavio. Questo reticolo istituzionale organizzava così una categoria di circa 3500 funzionari, per lo più provenienti dalle province meridionali, di estrazione medio borghese, educati alla cultura retorico-umanistica delle università del tempo e rispettosi dell’ordine e dell'autorità. L'ideologia dominante li indicava come custodi della legge, sacerdoti del diritto, componenti di un’élite prestigiosa, ma, nella realtà, i giovani magistrati dovevano fare i conti con sedi disagiate e retribuzioni modeste, condizioni migliorabili solo con avanzamenti in carriera; e proprio su questo facevano leva le gerarchie giudiziarie e politiche per edificare la piramide giudiziaria, per selezionare cioè da questa ampia base l’“alta magistratura”, esaltando in tal modo devozioni e conformismo, cooptando i più meritevoli attraverso i concorsi, ma attribuendo al vertice incarichi e posti direttivi con assoluta discrezionalità. I magistrati, il fascismo, la guerra. Giancarlo Scarpari su Questione Giustizia. Rivista trimestrale Fascicolo 2/2008.

Con la Repubblica il ruolo del Pubblico Ministero non è più governativo, ma di fatto diventa politico. Pubblichiamo un estratto dal libro “Io non posso tacere. Un magistrato contro la gogna giudiziaria. Confessioni di un giudice di sinistra” (Einaudi, 125 pagine, 16 euro) scritto dall’ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, insieme con il direttore del Foglio Claudio Cerasa. "Mi iscrissi a Magistratura democratica in un pomeriggio dei primi anni Ottanta, quando le correnti parevano serie aggregazioni culturali e non erano ancora diventate, come adesso, il simbolo di ciò che non è più serio nella magistratura. Un tempo, bisogna dirlo, le correnti erano necessarie. Tutti sanno cos’era la magistratura in Italia prima di quel caldissimo luglio del 1964 quando Magistratura Democratica venne costituita. Tutti sanno – credo – che quella dell’apoliticità della magistratura è una pretesa e basta, incompatibile con l’alta politicità di qualsiasi decisione giudiziaria. Tutti continuano a sorridere, dopo quasi un secolo, per ciò che nel lontano 1925 proclamò in Parlamento il guardasigilli Rocco, quello del codice: “La magistratura non deve fare politica […]. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fermamente che non faccia politica antigovernativa e antifascista”. Sì, un tempo le correnti erano necessarie. Poi, però, sono degenerate. Da luoghi di elaborazione culturale sono divenute ottusi centri di potere e ora fanno più danno della grandine. Non mi piace generalizzare perché, come sempre, c’è magistrato e magistrato, e ci sono modi diversi di far parte di una corrente e di sentirsi parte di un progetto. Ma è sicuro che un tempo le correnti rappresentavano soprattutto le differenti vene culturali della magistratura in relazione a quelli che allora, nello specifico, erano gli interrogativi di fondo. Giudice notaio o giudice garante? Interpretazione costituzionale o precostituzionale della norma? Attenzione ai fenomeni politici o terzietà olimpica? E così via. Oggi le correnti della magistratura hanno assunto un ruolo diverso e non si può proprio dire che siano lontane dalla compromissione politica. Mi iscrissi a Magistratura Democratica dopo titubanze e tentennamenti durati quasi quindici anni. Avevo poco più di quarant’anni ed ero sicuro, come molti altri, che mi sarebbe stato possibile – e così fu – essere un magistrato di Magistratura Democratica senza essere o apparire meno imparziale. Convinto, come molti altri, che per una persona di sinistra tale iscrizione non potesse avere che un motivo, almeno in via principale: garantismo e uguaglianza nei processi e impegno teso a rendere meno inermi i più svantaggiati. Perché proprio in quegli anni Magistratura Democratica l’aveva finalmente finita con la fissazione della lotta di classe – o almeno aveva avuto qualche piccolo ripensamento alla luce di quanto era successo e stava succedendo – e aveva virato verso quel garantismo di cui mi ero sempre sentito portatore. Farne parte per me significava questo, mettere le mie forze, le nostre forze, al servizio di un progetto più grande. Al centro della nostra funzione doveva esserci l’attenzione alla persona, l’attenzione anche verso chi non era potente, l’attenzione verso tutti quei disagiati che, troppo spesso, restano di fatto indifesi nel circuito giudiziario. E in questa ottica di giustizia ci si proponeva, altresì e di conseguenza, di affinare sempre più gli strumenti investigativi al fine di colpire il “potere invisibile”, i grandi furbi, quelli dei piani superiori abituati a farla franca. Magistratura Democratica voleva essere questo: la richiesta di una giustizia costituzionalmente orientata che assicurasse ai deboli lo stesso rispetto, le stesse attenzioni e le stesse garanzie di solito riservati ai forti. Avendo un po’ in mente le parole di Anatole France: “La legge è uguale per tutti, vieta sia ai ricchi che ai poveri di dormire sotto i ponti”. Ecco, le intenzioni erano davvero buone. Oserei dire… pie. Perché erano i tempi, sottolineo ancora, in cui le correnti venivano intese esclusivamente come luogo di aggregazione tra persone che la pensavano in modo omogeneo e si mettevano insieme per reagire alle forze considerate ingiuste e si confrontavano per far dialogare, far circolare alcune idee, alcuni progetti, alcune visioni del mondo. Ed erano i tempi, per capirci, in cui i ragazzi di sinistra, o almeno molti di loro, sentivano l’urgente bisogno di cambiare la cultura di una magistratura che pareva essere ancora, come durante il fascismo, solo uno strumento di conservazione al servizio dei dominanti, al servizio dell’establishment. Se avevo titubato per quasi quindici anni prima di aderire a Magistratura Democratica una ragione c’era, però. Perché, lo ripeto, dalla sua costituzione e per molto tempo l’ossessione della corrente era stata qualcosa che a me non interessava più di tanto: la lotta di classe di tradizione marxista e basta; magistratura come contropotere e scarsa attenzione alle persone. Qualche accenno su cosa avevamo appena vissuto? Già nel lontano 1969 era avvenuto un passaggio chiave per il mondo di Magistratura Democratica. Una fase di assestamento che coincise con l’arrivo degli anni di piombo, quando l’organizzazione affrontò una scissione interna guidata dal magistrato Adolfo Beria di Argentine. Di Argentine sosteneva che Magistratura Democratica si era legata troppo alla sinistra più estrema e che questa sua nuova natura metteva gli associati in una posizione di non terzietà. L’occasione della rottura arrivò con un piccolo episodio. Il 30 ottobre 1969 Francesco Tolin scrisse sul settimanale “Potere Operaio”, di cui era direttore, un articolo che fece scalpore: un inno alla violenza operaia. Per quel pezzo venne condannato a diciassette mesi di carcere. E il mondo di Magistratura Democratica si divise: la parte moderata difese la sentenza, quella meno moderata riteneva invece inaccettabile punire il direttore di un giornale per un reato di opinione. Alla fine i primi decisero di uscire dall’associazione accusando i colleghi di essere “schiavi dell’ideologia sessantottina “; provarono a dar vita a una vera e propria scissione, ma non ci riuscirono. Due anni dopo, la linea della via politica venne esplicitata in un documento presentato da tre colleghi, Luigi Ferrajoli, Salvatore Senese e Vincenzo Accattatis. Un testo storico, intitolato Per una strategia politica di Magistratura Democratica, in cui si chiedeva esplicitamente di organizzarsi come “componente del movimento di classe”, di dare vita a una “giurisprudenza alternativa che consiste nell’applicare fino alle loro estreme conseguenze i principî eversivi dell’apparato normativo borghese” e di lavorare tutti insieme per avviare una pratica capace di sintetizzare la voglia dei magistrati di fiancheggiare la battaglia politica con gli strumenti della giustizia: “l’interpretazione evolutiva del diritto”. (…) Nei primi anni Ottanta le cose, come ho detto, erano cambiate parecchio. Gli anni di piombo, il periodo durante il quale si passò rapidamente dall’estremismo della dialettica politica e parapolitica al terrorismo, all’eversione, allo stragismo, alla strategia della tensione (ricordo ancora l’impressione procuratami nel 1981 dal film di Margarethe von Trotta che da quella stagione prende il titolo), stavano finendo. Comprensibilmente, nel frattempo, c’era stato l’ampliamento dei poteri delle forze dell’ordine con le leggi Reale del 1975 e Cossiga del 1980, ampliamento suffragato dal trionfante esito del referendum popolare del 1981. Del resto nel 1969 avevamo vissuto la strage di piazza Fontana, nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro, nel 1979 quello di Guido Rossa e del mio compagno di lavoro Emilio Alessandrini, tra l’80 e l’81 la strage della stazione centrale di Bologna, l’assassinio di Vittorio Bachelet e dell’altro mio collega Guido Galli e, nel Veneto, l’uccisione del commissario Albanese e del direttore del Petrolchimico di Marghera Sergio Gori e il sequestro del generale americano Dozier, tanto per citare alcuni dei casi più celebri. Inoltre, verosimilmente, Magistratura Democratica si era accorta che l’acceso, spesso inconsulto, qualche volta criminale attivismo sociopolitico di quelle confuse aree di estrema sinistra cui molti facevano riferimento poteva, nel guazzabuglio venutosi a creare, essere pericolosamente oggetto di sospetti, di investigazione e di denunce penali. Ricordo, ad esempio, che nel gennaio 1980 era stata formulata un’interpellanza urgente di Claudio Vitalone (più una ventina di senatori democristiani) al ministro di Grazia e Giustizia per sapere se rispondesse al vero la voce che durante una perquisizione disposta dalla procura di Roma nell’ambito di indagini relative alla morte a Segrate dell’editore Giangiacomo Feltrinelli fosse stato rinvenuto un atto da cui emergevano precisi collegamenti tra organizzazioni eversive e membri di Magistratura Democratica al fine di concertare l’approccio giusto per alcuni processi. Il fascicolo fu archiviato nel 1982, ma solo dopo grande clamore mediatico e pesanti vicissitudini processuali per i magistrati di Magistratura Democratica coinvolti. Altro esempio quello del “processo 7 aprile”. Lo ricordate? È il processo del cosiddetto “teorema Calogero”, per cui, nell’aprile del 1979, finirono in carcere Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e altri. Le assoluzioni furono molte. Nel 1982, in “Critica del diritto” numero 23, Luigi Ferrajoli commentò: “Questo processo è un prodotto perverso di tempi perversi. […] E resterà come un sintomo grave e allarmante di arretratezza medievale della cultura giuridica della sinistra che a esso ha dato mano e sostegno”. Sono convinto, come altri, che proprio il “processo 7 aprile” fu l’ultima goccia che fece traboccare un calice di paura e, di conseguenza, fu la causa della svolta di Magistratura Democratica. Resipiscenza? Mah! Di certo era cambiato qualcosa che aveva determinato un mutamento di rotta: non più solo lotta di classe, ma anche, e soprattutto, lotta per le garanzie. Sì, proprio garantismo. Ma il garantismo, ahimè, durò poco. E oggi non faccio fatica a dire che, purtroppo, credo sia estraneo al Dna di Magistratura Democratica. Perché il garantismo attiene alla persona e Magistratura Democratica s’interessa, invece, ai fenomeni, ai determinismi sociologici, alle classi, alle masse. Perché garantismo e sospetti sono tra loro incompatibili e Magistratura Democratica non sa rinunciare ai sospetti, lo si evince dalla storia giudiziaria dei suoi membri. Magistratura Democratica dimentica che non a caso il codice (articolo 116 disp. att. c.p.p.) usa le parole “sospetto di reato”… solo per le autopsie. Ho letto da qualche parte che il povero procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro – uomo probo e mite morto d’infarto nel 1997, e nell’ultimo periodo della sua vita schiacciato dai sospetti che un’inchiesta milanese palesava nei suoi confronti solo sulla base, pare, di una domanda al massimo inopportuna da lui formulata a un collega – usasse dire, pur appartenendo a Magistratura Democratica come i magistrati che lo inquisivano, che “il moralismo di sinistra era venato di sospetti […] la peggiore categoria mentale figlia di Magistratura Democratica”. (…) La situazione di oggi è questa, una magistratura corporativa e politicizzata, vistosamente legata ai centri di potere, che non urla per protestare contro un sistema che l’ha resa inutile, ma anzi continua a opporsi in modo sistematico a qualsiasi progetto di riforma dell’esistente. È probabilmente l’effetto del piccolo cabotaggio delle varie campagne elettorali, attente più agli indubbi privilegi di categoria, compresi quelli economici, che ai modi per sanare un sistema spesso inefficiente. Piccolo cabotaggio che però non impedisce – soprattutto per quell’assenza di complessi sottesa a una politicizzazione così anomala – di agire e pontificare non solo in casa propria, ma in relazione a buona parte dei grandi temi politici nazionali e internazionali senza tema di essere apostrofati con un “taci, cosa c’entri tu?”. È questo che ha portato la giustizia, e non solo Magistratura Democratica, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti. È come se a un tratto, in mancanza di alternative di governo, una parte della magistratura avesse scelto di perseguire attraverso la via giudiziaria l’applicazione del socialismo reale. Ma così salta tutto. Saltano i confini tra la politica e la magistratura. Salta la distinzione dei ruoli. Oggi è solo tautologia dire che la magistratura è partitizzata, non si tratta di un’opinione, è un dato di fatto. Esistono le correnti. Esistono i magistrati che professano in tutti i modi il loro credo politico. Esistono grandi istituzioni, come il Csm, dove si fa carriera soprattutto per meriti politici. E francamente non riesco a criticare fino in fondo chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. È un dramma, negarlo sarebbe follia. (…) Vogliamo ricordare i tempi di Tangentopoli? Qui c’è un prima e c’è un dopo. Il prima è la fase della contemporaneità, quando noi di Magistratura Democratica abbiamo pensato che finalmente ce l’avevamo fatta, che finalmente la giustizia non era più soltanto uno strumento nelle mani dei potenti e a difesa dei potenti, ma era uno strumento con cui costringere anche i potenti al rispetto della legge. Poi, anni dopo, è divenuto chiaro ciò che realmente era successo: Tangentopoli non è stata soltanto una grande azione di pulizia etica, diciamo così, ma l’occasione in cui, in nome della battaglia contro i potenti, sono emersi i nuovi potenti, i nuovi giacobini, quelli che per la loro un po’ eccessiva e un po’ disinvolta veemenza investigativa costrinsero il legislatore a modificare l’articolo 274 del codice di procedura penale aggiungendo in precisazione una cosa ovvia che dovrebbe marcare il Dna di ogni magistrato imparziale (e informato sul diritto al silenzio notoriamente assicurato all’interrogato dall’articolo 64 del codice di procedura penale): “Le situazioni di concreto e attuale pericolo [di inquinamento probatorio, per capirci] non possono essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti”. Era già accaduto con l’articolo 291 del codice, dove era stato necessario aggiungere che, nella richiesta al gip di misura cautelare, il pm deve presentare “gli elementi su cui la richiesta si fonda nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate” (precisazione resa necessaria dall’accertata prassi dei pm, davvero costituzionalmente disorientata, di far conoscere al gip solo gli atti a favore dell’accusa, e che già nel 1999 aveva costretto il legislatore a riformulare addirittura l’articolo 111 della Costituzione in quanto, con sentenza 361/1998, la Corte Costituzionale aveva ritenuto utilizzabili contro l’imputato dichiarazioni da lui rese nel suo procedimento o in procedimenti contro altri – articolo 210 c.p. – al di fuori di ogni qualsiasi contraddittorio). È sempre per le stesse ragioni che alcuni membri del pool di Mani Pulite hanno incrociato la strada della politica. Penso a un magistrato che, dopo quell’esperienza, divenne ministro dei governi Prodi nel 1996 e nel 2006, e alleato del centrosinistra in tutte le elezioni politiche fino al 2008. Penso a un magistrato che nel 2006 fu eletto senatore nella lista dell’Ulivo. E penso a un altro magistrato, quello del “resistere, resistere, resistere”, che scese in campo, diciamo così, per sostenere la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico. Eccoli i risultati di una politicizzazione spinta: inchieste condotte a furor di popolo in quanto sostenute, a prescindere, dai media e dall’opinione pubblica; magistrati sempre indaffarati, con il cellulare all’orecchio e lo sguardo di chi farà giustizia… e magari nelle frettolose retate viene calpestata ingiustamente qualche vita; trionfo del Cencelli negli organigrammi delle procure; correnti ormai votate più a ottenere riconoscimenti che a dibattere sulle necessità giudiziarie per far crescere una sana cultura di giurisdizione; ascesa di alcuni magistrati – sparuta minoranza, per fortuna – ormai geneticamente modificati dalla convinzione che, spesso, per raggiungere un determinato ruolo conta più chi ti propone di ciò che tu stesso hai fatto per guadagnartelo; magistrati che passano mesi in campagna elettorale, mesi a promettere cose che poi dovranno mantenere quando raggiungeranno un obiettivo. Allora è ovvio che qualcuno pensi, mettendo insieme i pezzi, che talvolta l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: la legge non è uguale per tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te. Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine. (…) A questo punto mi si chiederà inevitabilmente: il ragionamento vale anche per Berlusconi? Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto un trattamento speciale (…). Mi rammarico poi di non capire fino in fondo con quale faccia e credibilità, in tutti questi anni, amici e colleghi abbiano non di rado usato la magistratura come un trampolino da cui lanciarsi per entrare in politica o ottenere incarichi utili e di prestigio. Ne ho visti e ne vedo anche oggi: candidati presidenti di regione, presidenti del Senato, ex candidati alla presidenza del Consiglio, candidati sindaci, assessori, ministri. Ma come si fa? Non si capisce che utilizzare la propria dote giudiziaria per fini politici rappresenta un danno di immagine per tutta la magistratura? Non si capisce che, una volta che si diventa di parte, viene considerato, o rischia di essere considerato, di parte tutto quello che si è fatto fino a un attimo prima con la toga sulle spalle? Non si capisce che far diventare di parte anche un solo processo significa dare l’impressione che tutta la magistratura sia di parte? Che mettere la legalità a servizio di una parte politica equivale a dire che chi sta dall’altra non rappresenta la legalità? E non si capisce, infine, una cosa banale, e mi verrebbe da dire drammatica, una questione che, se vogliamo, c’entra, ancora una volta, con la parola legalità. Sia chiaro, non voglio pensare che sussista il delitto di abuso d’ufficio (articolo 323 c.p.) solo perché la Costituzione impone al magistrato indipendenza, imparzialità e soprattutto terzietà (articoli 25, 101, 102, 104, 107, 108, 111), ma per lo spirito – solo lo spirito – di codeste norme non si potrebbe pensare che un magistrato che usa la propria carriera per mettersi in politica, o anche solo per fare politica, sia un magistrato che abusa del proprio ruolo e se ne infischia della parola terzietà? Non puoi essere terzo oggi e schierarti per una parte domani. Non devi farlo e non dovrebbe esserti consentito. Se lo fai, commetti un errore. Hai abusato della visibilità del tuo ufficio, vivaddio, e in questo modo insinuerai nella testa dei cittadini l’idea che il magistrato terzo sia l’eccezione, non la regola. Sì, è davvero un dramma. (…)  Così non va e non è possibile che non si cambi. Lo dico forte della certezza che si tratta di poche mele marce. Forte del fatto che, come me, la stragrande maggioranza dei colleghi ha sempre evitato non solo l’utilizzo della visibilità istituzionale a fini politici, ma qualsiasi rapporto potesse far sospettare la possibilità di un trattamento vantaggioso perché legato alla funzione. Io, per capirci, come quella stragrande maggioranza, l’automobile l’ho sempre comprata da chi non mi conosceva. Ecco. Basterebbe far perdere alle correnti ogni valenza diversa da quella culturale. Basterebbe adottare nuovi criteri per la selezione del personale. Basterebbe premiare i bravi, non i raccomandati. Basterebbe far entrare un po’ di merito nel nostro mondo. Basterebbe far sì che l’appartenenza alle correnti cessasse di essere conveniente, per dirne una, sorteggiando i consiglieri del Csm e non più eleggendoli seguendo la logica del Cencelli dopo più o meno abili campagne elettorali. Basterebbe così poco, ma nessuno lo fa. E di fronte a questa situazione c’è solo da dire: scusate davvero, ma io non ci sto". Piero Tony

Compagno magistrato. Da Mani pulite alla lunga guerra contro il Cav. Cinquantadue anni di militanza a fianco della sinistra. Grande inchiesta sul marxismo giudiziario di Magistratura Democratica. Annalisa Chirico 17 Aprile 2016 su Il Foglio.

Magistratura Democratica nasce il 4 luglio 1964 a Bologna, nell’Aula magna del collegio universitario Irnerio dove si tiene la sua prima assemblea pubblica.

Magistratura Democratica. Magistratura di sinistra. Toghe rosse. Contropotere. Lotta di classe. Marxismo giudiziario. Autonomia e indipendenza. Resistenza costituzionale. Costituzione Costituzione Costituzione. Corre l’anno 2016, e per difendere la Costituzione Md combatte al fianco dell’Arcinemico, il Caimano from Brianza, l’attentato alla Costituzione in carne e ossa, che se solo potesse la cambierebbe tutta in un istante. Ma ora lui non può, e l’idea si fa scintilla nella mente del Royal baby, Matteo Renzi, quello che “preferisco i magistrati che parlano con indagini e sentenze a quelli che parlano con i comunicati stampa”. Apriti cielo. Il premier vuole superare il bicameralismo paritario, due Camere uguali uguali che si rimpallano ogni testo in un ping pong snervante e interminabile. Addio spola, addio navette. Ma Berlusconi, che ieri era d’accordo, oggi scandisce il “no, giammai”, noi siamo opposizione. Rodotà e Zagrebelsky fissano pensosi l’orizzonte, e quasi trasecolano quando si accorgono che lui, il Caimano from Brianza, con incedere baldanzoso cammina dritto verso di loro. Che cosa vorrà mai? Il nemico è comune, il fronte pure. Tocca farsene una ragione. Sul sito web di Md campeggia il comunicato ufficiale di adesione al comitato per il NO (in stampatello) guidato dalla triade Zagrebelsky-Pace-Rodotà. “Lei è giovane come il direttore del Foglio con il quale sono già entrato in polemica – spiega con modi garbati l’attuale presidente di Md Carlo De Chiara – Dovete rendervi conto che la legge di riforma Renzi-Boschi, in sinergia con quella elettorale nota come Italicum, non ammoderna la macchina dello stato. A nostro avviso ne determina una pericolosa involuzione”. Ma, dottor De Chiara, lei non ravvisa neppure un filo di inopportunità nel fatto che una corrente giudiziaria ingaggi una battaglia politica contro il governo? “Md non è né si sente coinvolta in una lotta contro l’esecutivo. La materia costituzionale però travalica la politica contingente. La Costituzione è destinata a durare ben oltre la vita di un singolo governo”. 

“Io mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione. E tra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”. 30 ottobre 2011, il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, iscritto Md, partecipa al sesto congresso dei Comunisti italiani. Il magistrato, “partigiano della Costituzione”, si sente investito di una missione all’apparenza neutra, in realtà profondamente politica e potenzialmente totalizzante. La “resistenza costituzionale” è l’alibi perfetto per condurre ogni sorta di battaglia extragiudiziaria. Se la Costituzione chiama, il “magistrato democratico” risponde. “Nel 2006 mi schierai contro il tentativo di revisione costituzionale voluto dal governo Berlusconi; partecipai a ben cinquantadue iniziative, le ho contate. Io non mi sono mai tirato indietro, non lo farò neppure questa volta”, Franco Ippolito, iscritto alla corrente della sinistra giudiziaria dal 1972, ha sfiorato l’elezione a primo presidente della Corte di Cassazione lo scorso dicembre. Ippolito era il candidato di bandiera di Md ma alla fine i Verdi – che con Md sono confluiti in Area – hanno optato per Giovanni Canzio, forte dell’appoggio del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. Ippolito, preso atto dei rapporti di forza, il giorno prima dell’elezione ha spedito una lettera a Palazzo dei Marescialli per ritirare ufficialmente la propria candidatura. “Non vorrei parlare della vicenda, anzi non vorrei parlare affatto perché sono della vecchia scuola, non mi intrattengo con i giornalisti. Da gennaio sono presidente della sesta sezione penale, e il lavoro non mi manca”, cordialità. Si mostra più affabile Piergiorgio Morosini, classe 1964, iscritto Md dal 1997, membro togato del Csm dal 2014, si è astenuto sul nome di Canzio (“nel suo caso la proroga di un anno per il pensionamento non riflette lo spirito della norma”). Nell’estate 2012, da gup di Palermo, Morosini è investito dall’inchiesta sulla presunta trattativa stato-mafia. All’epoca è pure segretario nazionale di Md, carica dalla quale decide di dimettersi. “Dovevo studiare oltre duecento faldoni e maneggiare una materia delicata sia per la natura eterogenea delle fonti di prova che per la complessità dei capi di imputazione. Non avevo il tempo per continuare a occuparmi della vita della corrente”. I beninformati invece sostengono che lei si sarebbe autosospeso per via delle voci interne critiche sul contenuto e sulla solidità dell’inchiesta palermitana, nonché sull’esposizione mediatica di alcuni rappresentanti della pubblica accusa, Ingroia e Nino Di Matteo (presidente della sezione palermitana dell’Anm). “Mi sono autosospeso e-sclu-si-va-men-te per portare a compimento il mio lavoro”. Nel marzo 2013 Morosini rinvia a giudizio dieci imputati per “violenza o minaccia aggravata a un corpo politico dello stato”, e il rito siculo, tra uomini di stato tacciati di mafiosità e uomini di mafia eretti a icone legalitarie, ha inizio. Due anni dopo, da componente togato del Csm Morosini si batte, senza successo, per la nomina dello stesso Di Matteo alla procura nazionale antimafia (“ho sostenuto che avesse meriti e titoli per quel ruolo. Non ho cambiato idea”). Morosini ha conosciuto i “convegni ideologici” soltanto per tradizione orale, negli anni di piombo era un adolescente, eppure di quella stagione non rinnega nulla: “Md ha svolto un ruolo cruciale per aumentare il tasso di civiltà del paese”. Md era una corrente esplicitamente politicizzata, caldeggiava la lotta di classe per via giudiziaria e il superamento della “giustizia borghese”. “Intendiamoci anzitutto sui termini: io parlerei di gruppi associati, non di correnti”. Pruderie linguistica. “Lei deve calarsi nell’atmosfera di quegli anni. L’obiettivo di Md era la costituzionalizzazione del diritto e la riforma profonda delle istituzioni retaggio dell’epoca fascista. Md voleva contaminare la società, per questo organizzava i cineforum dove la gente, terminata la visione del film, si intratteneva con i magistrati per discutere di politica e attualità. Mi risulta che lei si sia occupata estensivamente di abuso della custodia cautelare in carcere”. Confermo. “Sarà lieta di sapere che ho partecipato a decine di convegni a Sasso Marconi dove i magistrati seniores ci insegnavano che la carcerazione preventiva è una extrema ratio. Il mio patrimonio garantista mi deriva dall’appartenenza a Md”. Proviamo a riannodare il nastro. Md è la corrente del “disgelo” della Costituzione. La sua missione originaria consiste nella codificazione dei principi costituzionali nell’ordinamento. Md si caratterizza come avanguardia garantista, tutto vero. Non potrà negare però, consigliere Morosini, che Md è e rimane un “gruppo associato”, come dice lei, a elevato tasso di politicizzazione. Le “toghe rosse” sono tali per esplicita rivendicazione. In nome di una missione superiore – far vivere la Costituzione nella società – si sentono legittimate a intervenire su ogni questione: dalla Guerra del Golfo all’articolo 18, dalla scala mobile a Guantanamo, dai Pacs alla stepchild adoption. Quelli di Md non-si-tirano-mai-indietro. Md è vocata alla discesa in campo. “E che cosa ci sarebbe di disdicevole? Pensi al referendum sulla riforma del Senato”. Penso esattamente a quello. “La posizione di Md non va strumentalizzata. Il superamento del bicameralismo paritario riguarda la nostra ingegneria costituzionale. Chi cerca di farlo apparire come un plebiscito sul governo persegue obiettivi diversi. Più voci si confrontano meglio è per tutti. E’ un fatto salutare per la democrazia”. Se la magistratura si occupa di legiferare, mandiamo i parlamentari ad amministrare la giustizia? “La separazione dei poteri non è intaccata. La riforma in oggetto riduce le prerogative del Parlamento e dilata quelle del governo. Questo ci va bene?”. Io sogno Charles de Gaulle, si figuri. “Lei non mi dà alcuna soddisfazione, sottovaluta il rischio di una democrazia autoritaria. Quando sento bollare come stupido conservatore chi osa avanzare critiche, mi domando quale sia la vera posta in gioco. Intendo dire: perché si dovrebbe impedire a libere coscienze, peraltro dotate di competenze tecniche, di offrire un contributo pubblico? Ci si scandalizza se un magistrato si schiera su un tema rilevante come la riforma costituzionale e poi si tace se un altro fuori ruolo, con funzioni apicali in autorità di nomina governativa, assume ogni giorni posizioni politicistiche”. Si riferisce per caso a Raffaele Cantone? “Non mi costringa a far nomi”. Le “libere coscienze” togate dunque sarebbero meglio equipaggiate di noi comuni mortali per destreggiarsi tra tecnicalità costituzionali. E’ dello stesso parere Gennaro Marasca, Md dal 1970, scuola giuridica partenopea, in pensione per superato limite d’età. E’ membro del Csm negli anni di Tangentopoli e dello scontro frontale tra l’allora capo dello stato Francesco Cossiga e l’Associazione nazionale magistrati. A marzo dello scorso anno presiede la quinta sezione della Cassazione che assolve in via definitiva Raffaele Sollecito e Amanda Knox. “Il cittadino magistrato, di norma, ne capisce più degli altri. Non mi scandalizza che Md esprima la propria posizione, tanto più su un tema di rilevanza istituzionale. Ciò non toglie che io voterò a favore della riforma perché ritengo un fatto positivo imboccare la direzione del monocameralismo”. Il cittadino può affidarsi al giudice “terzo e imparziale” se costui scende in campo contro il governo? “La politicizzazione e l’imparzialità sono concetti distinti. L’imparzialità in sede di giudizio è un dato tecnico. La neutralità non è richiesta ed è anche pericolosa. Ogni scelta è politica”. Il magistrato, oltre che esserlo, dovrebbe apparire imparziale. “I magistrati sono, in primo luogo, cittadini. Rispetto alle grandi conquiste di civiltà e democrazia, non ci siamo mai tirati indietro. Leggiamo i giornali, viviamo di passioni, coltiviamo sensibilità politiche e culturali. La neutralità è una chimera”. Nel ’94 lei entra a far parte della giunta bassoliniana in qualità di assessore alla Trasparenza del comune di Napoli. Tre anni dopo, torna a esercitare la funzione giurisdizionale. Se domani lei vestisse i panni dell’imputato dinanzi a un giudice che è stato, a sua volta, assessore missino, non temerebbe un pregiudizio ostile nei suoi confronti? “Assolutamente no. La politicizzazione e l’imparzialità viaggiano su binari separati. La mia professione è stata sempre improntata al rigoroso rispetto della legge. Non avrei mai danneggiato un cittadino d’idee politiche opposte alle mie. Da assessore ho prestato un servizio civico in una città che ancora oggi versa in condizioni difficili. E il rischio è che De Magistris vinca per la seconda volta, anche per responsabilità di Bassolino che non ha saputo allevare una nuova classe dirigente. Le confesso, Renzi un po’ di ragione ce l’ha quando parla di rottamazione. Io ho 71 anni e mi sono fatto da parte. Le persone dovrebbero capire quando la loro stagione è conclusa”.

A metà degli anni Sessanta una nuova generazione di giuristi progressisti mette in discussione il paradigma giuridico dominante. L’obiettivo è il disgelo della Costituzione.

La stagione, le stagioni. Md ne ha vissute più d’una. Cinquantadue anni in trincea contro il potere costituito, dentro e fuori le aule di giustizia, nelle fabbriche e nelle piazze, a colpi di comunicati stampa e mozioni approvate per alzata di mano. E poi le email, quante email, frenetiche email, in una corrispondenza per ticchettio talvolta violata. Come nel dicembre 2009 quando un tale Tartaglia ferisce al volto il Cavaliere con una statuetta del Duomo meneghino, e una toga rossa erutta in una mailing list privata: “Ma siamo proprio sicuri che quanto accaduto sia un gesto più violento dei respingimenti dei clandestini in mare, del pestaggio nelle carceri di alcuni detenuti o delle terribili parole di chi definisce eversivi i magistrati?”.

La stagione, le stagioni di Md. All’origine è marxismo giudiziario allo stato puro. Lotta di classe e giustizia proletaria. L’ordinamento risale al regime fascista, la Costituzione repubblicana è perlopiù inattuata. I “magistrati democratici” sono investiti di una missione: conferire linfa vitale alla Carta fondamentale. L’interpretazione evolutiva è preordinata a tale scopo. Segue poi la stagione del sangue, terrorismo fa rima con brigatismo, i magistrati cadono come eroi civili sotto il fuoco dell’ideologia armata. La corrente è spaccata tra movimentisti e gradualisti: i primi, vicini alla sinistra extraparlamentare, vedono nel Pci l’alibi di un sistema impermeabile al cambiamento, il terrorismo sarebbe una macchinazione dello stato borghese. I secondi perseguono un piano di riforma graduale del sistema capitalistico, il Pci è un alleato. Dopo qualche tentennamento e ambiguità di troppo, prevale la linea dell’intransigenza, esattamente come in via delle Botteghe Oscure. La terza stagione è a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. A Ginevra Reagan e Gorbaciov s’incontrano, i berlinesi orientali scavalcano frenetici il Muro, le due Germanie si apprestano alla riunificazione. La cortina di ferro si sgretola nel cuore dell’Europa, e gli effetti si propagano fino in Italia.

Il Pci teorizza la svolta post ideologica. Md deve cambiare per non morire. La missione originaria è esaurita: il disgelo della Costituzione è ormai compiuto. In questo frangente Md cambia pelle: da corrente giudiziaria fiancheggiatrice della politica si trasforma in soggetto politico tout court. Tangentopoli segna la crisi della Repubblica dei partiti. Md cavalca l’inchiesta Mani pulite, i suoi esponenti assurgono a paladini della legalità. Nei confronti degli inquisiti per corruzione e tangenti lo zelo garantista, che negli anni Settanta ha suscitato frizioni interne sull’atteggiamento da riservare ai presunti terroristi, scompare: forma e sostanza dell’inchiesta milanese non sono minimamente messe in discussione, nessuna denuncia di “eccessi inquisitori”, di abusi manettari, nulla. Il 1994 è l’anno dell’“imprevisto” che di nome fa Silvio Berlusconi, capo di un partito e leader dell’antipartitismo. Il 21 novembre dello stesso anno, come preannunciato dal Corriere della Sera, il premier, nel bel mezzo di una conferenza internazionale contro la criminalità a Napoli, riceve dalla procura di Milano un invito a comparire per corruzione. Il Cav. è nemico delle toghe. Le toghe sono nemiche del Cav. Nel corso del cosiddetto Ventennio lo scontro si svolge in un crescendo rossiniano: Md è il “plotone d’esecuzione che vuole realizzare la via giudiziaria al socialismo contro il capitalismo borghese”, l’“associazione a delinquere delle toghe rosse”, il “cancro della democrazia italiana”. Il copyright è di Berlusconi. La stagione dei giorni nostri, la stagione che viviamo, porta con sé tre paroline: crisi di identità. Md è disorientata. Non è più quella che è stata e non sa quel che sarà. Lotta di classe e Costituzione sono le parole d’ordine di un’epoca definitivamente archiviata. Md non è più fucina di elaborazione culturale e politica, non è più avanguardia modernizzatrice. Md sopravvive come corrente tra le correnti, anestetizzata dalle logiche corporative e spartitorie tipiche della magistratura associata. Nelle fabbriche e nelle piazze non ci sta più, resiste invece nei luoghi del potere, nel parlamentino delle toghe, l’Anm, e nel supremo organo di autogoverno, il Csm. Per mantenere influenza e peso elettorale è confluita in Area insieme ai Verdi del Movimento per la giustizia. Una scelta sofferta e contestata al suo interno. Alle ultime elezioni del Csm Area ha eletto sette membri, soltanto due di Md. “Venuta meno la strategia politica, non è rimasta che quella dei posti”, chiosa implacabile Luciano Violante che dei tempi d’oro fu autorevole esponente. Alcuni dei padri fondatori confidano di non riconoscersi nella versione attuale. E’ come se Md, con lo sguardo rivolto a un glorioso passato, non sia in grado di sintonizzarsi con la contemporaneità. Arrancando così nell’impietosa routine di una corrente tra le correnti.

C’era una prima volta Magistratura Democratica, anno di nascita 1964, governo Moro di centrosinistra. Md è uno “strano animale”, nelle parole di Pietro Ingrao, “un soggetto politico-culturale: una organizzazione quindi impegnata in una battaglia di trasformazione politica e sociale, e contemporaneamente nella costruzione di una specifica cultura giuridica. Organizzazione a forte politicità generale”. L’Anm, sciolta d’imperio dal regime fascista nel 1925, risorge a Roma nel ’44, e negli anni Cinquanta vede germinare al suo interno le prime “correnti” (la più antica si chiama Terzo potere). Nel ’61 una pattuglia di strenui difensori dello status quo abbandona l’Anm: sono perlopiù magistrati di Cassazione che danno vita all’Unione magistrati italiani. Tra i fondatori di Md si annoverano gli scontenti dei risultati alle elezioni del Csm nel ’63. Con il sistema maggioritario uninominale senza liste ufficiali, né Dino Greco né Adolfo Beria d’Argentine, entrambi del cosiddetto “gruppo milanese”, risultano eletti. Giovanni Palombarini è la memoria vivente di Md alla quale aderisce sin dagli albori. Ricopre gli incarichi di segretario nazionale e presidente del gruppo associato, negli anni di piombo è giudice istruttore a Padova dove segue le inchieste di eversione politica, incluso il famigerato “processo 7 aprile”. Agli inizi degli anni Novanta è eletto al Csm. Autore di poderosi volumi sulla parabola storica della corrente, per uno di essi sceglie un titolo che è un attestato di sincerità, “Giudici a sinistra”. Nel 2013, ormai in pensione, si candida alla Camera come capolista nella circoscrizione padovana per Rivoluzione civile fondata dall’ex collega Antonio Ingroia. Secondo Palombarini, la nascita di Md “non è stata il frutto del confluire più o meno spontaneo di soggetti omogenei quanto a cultura istituzionale e sentimenti politici, ma dell’aggregazione di magistrati certamente democratici, capaci di cogliere come sotto il dogma dell’apoliticità dei giudici si nascondesse una storica omogeneità con il ceto politico di governo”.

Anche dopo la proclamazione della Repubblica, la Corte di cassazione, al vertice della piramide giudiziaria, si consolida come il moloch della conservazione. La giurisprudenza della Suprema corte mira infatti alla sterilizzazione della Carta costituzionale. Nel libro “La toga rossa”, scritto a quattro mani con il giornalista Carlo Bonini, il compianto Francesco Misiani, tra i fondatori di Md, spiega così l’impulso originario: “La divisione tra noi e quelli che chiamavamo gli ermellini, vale a dire i magistrati di Cassazione, nonché le stesse correnti di destra dell’Anm (Magistratura indipendente e Terzo potere, nda), era profonda. E non solo per un problema di carriere ma anche di interpretazione della legge. Noi sostenevamo che nello scrivere le nostre sentenze si dovesse ritenere prevalente la Costituzione fino al punto di disapplicare le leggi ordinarie che fossero ritenute in contrasto. Al contrario, la Cassazione si poneva quale ostacolo di qualunque giurisprudenza di tipo evolutivo”. Nel febbraio ’48 le sezioni unite si schierano contro l’attuazione della legge fondamentale con una sentenza che introduce la distinzione tra norme programmatiche e precettive, statuendo che soltanto le seconde avrebbero immediata efficacia nell’ordinamento. Le norme costituzionali sul diritto allo sciopero, sulla libertà di associazione e di pensiero non rientrerebbero tra queste. A metà degli anni Sessanta una nuova generazione di giuristi progressisti, tra i quali Stefano Rodotà, Pietro Barcellona e Sabino Cassese, mette in discussione il paradigma giuridico dominante. L’obiettivo è la costituzionalizzazione del diritto, vale a dire il disgelo della Costituzione, l’affermazione cioè del suo primato e del suo carattere immediatamente normativo. Si fa largo inoltre una nuova concezione del ruolo interpretativo del giudice che non può ridursi a mero esercizio burocratico secondo il mito della neutralità della legge. Negli stessi anni il giurista Giuseppe Maranini pubblica gli atti di un convegno intitolato, provocatoriamente, “Magistrati o funzionari?”. A suo giudizio, è dovere del giudice valutare la norma alla luce del dettato costituzionale esprimendo così un preciso indirizzo di politica costituzionale. Nel ’92 Giuseppe Borré, già componente del Csm e fondatore della rivista Md Questione giustizia, afferma: “La magistratura è politica nel senso che è indipendente, non falsamente neutrale – alla vecchia maniera – ma indipendente nel senso voluto dalla Costituzione, e qui parlerei di politicità-indipendenza, politicità in quanto indipendenza. La magistratura è politica proprio perché è indipendente dagli altri poteri dello stato. Il suo essere indipendente non la colloca in un altro universo (pretesamente apolitico), ma la fa essere un autonomo e rilevante momento del sistema politico”.

A partire dai primi mesi del ’64 i “magistrati democratici”, delusi dall’ordine esistente e smaniosi di una “rinascita costituzionale”, cominciano a incontrarsi in conciliaboli informali presso le abitazioni degli stessi animatori progressisti fin quando Federico Governatori, pretore del lavoro, meglio noto come il “giudice degli operai”, chiede al rettore dell’Università di Bologna un locale che possa ospitare la prima assemblea pubblica. Il 4 luglio 1964, nell’Aula magna del collegio Irnerio in via Zamboni, si compie l’atto di nascita di Magistratura Democratica. Il nome lo propone un giudice di Varese, Vincenzo Rovello. In calce alla mozione costitutiva di Md si leggono le firme di ventisette magistrati. Governatori è il primo segretario nazionale. “Di padroni a cui dobbiamo ubbidienza ce n’è uno solo, la Costituzione”, esordisce così sul primo numero della rivista Qualegiustizia di cui sarà direttore. Nella mozione conclusiva Md si caratterizza come movimento di rottura “contro il gran vuoto ideologico” della magistratura italiana. E’ compito del magistrato farsi promotore del cambiamento, non semplice burocrate addetto all’applicazione asettica delle norme. Il magistrato non è funzionario, non è “bocca della legge”. Si fa strada l’idea di una “giurisprudenza alternativa”, incentrata sul ruolo interpretativo del giudice e formalizzata nel ’71 in un libretto giallo, dal colore della copertina, intitolato “Per una strategia politica di Magistratura Democratica”. Gli autori sono tre nomi di peso: Luigi Ferrajoli, Vincenzo Accattatis e Salvatore Senese. Nel documento si sostiene che è compito del magistrato formulare una “interpretazione evolutiva del diritto”: i magistrati democratici devono organizzarsi come “componente del movimento di classe” e dar vita a una “giurisprudenza alternativa che consiste nell’applicare fino alle loro estreme conseguenze i princìpi eversivi dell’apparato normativo borghese”. La formula apparentemente innocua – interpretazione evolutiva del diritto – servirà a giustificare la funzione di “supplenza” del magistrato che in assenza di una legge è in grado di inventarla ex novo, in presenza di essa può interpretarla in modo innovativo, alla luce dei costumi e dei mutamenti sociali in atto, fino a stravolgerne il significato letterale. E’ il caso del giudice che interpreta la legge non già per applicarla ma per cambiarla. “Era una tesi certamente forte e pericolosa – commenta Violante con gli occhi di oggi – Non rispecchiava la mia posizione, e lo stesso Ferrajoli nel tempo ha preso le distanze. Numerosi iscritti alla corrente erano attratti dall’idea che l’attività giurisdizionale servisse non già a consolidare ma a trasformare. Ricordo che Barcellona organizzò un convegno a Catania sul cosiddetto uso alternativo del diritto. Io mi rifiutai di prendervi parte”.

La mole di documenti, notiziari e riviste testimonia l’effervescenza culturale di Md. La Costituzione è onnipresente, è il Santo Graal, l’articolo 3 è il dogma infallibile e non negoziabile. “Si trattava di far vivere la Costituzione nell’ordinamento”, replica Violante, iscritto Md dal 1967 fino all’uscita, nove anni dopo, in polemica per una “insopportabile ambiguità sul terrorismo”. Violante diventa l’anello di congiunzione tra la politica (di sinistra) e la magistratura (di sinistra). “Ero giudice istruttore a Torino quando m’iscrissi a Md. Il punto focale era la contestazione della neutralità del diritto e la necessità di porre al centro il sindacato costituzionale delle norme. C’era da smantellare un codice d’impianto autoritario, e noi di Md ci muovevamo nell’ottica dell’articolo 3, per la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale alla realizzazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzioni di razza, sesso, età, ceto sociale”. Una formula che comportava una scelta di vita e di campo. “La tensione tra conservazione e modernità era presente nella società civile e si rifletteva in ogni ambito. In quegli anni nascono organizzazioni ispirate ad analoghe istanze di cambiamento, come Medicina Democratica, animata da Giulio Alfredo Maccacaro, e Psichiatria Democratica, fondata da Franco Basaglia”. Nel dicembre ’71 a Roma Md approva la seguente mozione: “Il nostro comune assunto teorico è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe”, tale da “imporre un processo di riappropriazione popolare”. Anticapitalisti alla riscossa. “Certi toni erano un po’ sopra le righe, d”accordo. Però mi permetta di farle notare che chi era sul fronte conservatore e sosteneva la neutralità del diritto, era considerato al di sopra delle parti. Noi che stavamo dalla parte dei più deboli, dei soggetti sottoprotetti, eravamo tacciati di faziosità. La verità è che abbiamo modernizzato il paese. I primi passi per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e contro la discriminazione di genere provengono dall’attività giudiziaria dei magistrati democratici. A Torino entravamo nelle fabbriche della Fiat, ascoltavamo i lavoratori per conoscere l’organizzazione del lavoro e per sanzionare certe prassi che, al fine di velocizzare la catena di montaggio, mettevano talvolta a repentaglio l’incolumità degli operai’.

Ecco, le fabbriche e le piazze. Md esce dalle aule giudiziarie per sintonizzarsi con la società, per contaminare il tessuto sociale, per conquistare le casematte di gramsciana memoria. Nelle fabbriche e nelle piazze si salda l’alleanza tra magistrati di sinistra, sindacati e Pci. Il sistema giudiziario non è più visto come apparato fascista, arma delle classi dominanti e sovrastruttura borghese da abbattere. Il magistrato diventa gradualmente alleato. In seno a Md si consuma una spaccatura profonda tra i movimentisti, che guardano alla sinistra extraparlamentare e considerano il partito di Botteghe Oscure come l’alibi perfetto di un sistema che non ha alcuna intenzione di riformarsi; e i gradualisti che vedono nel Pci il riferimento naturale per un percorso che approdi progressivamente alla riforma del sistema capitalistico. Tra questi si annoverano Edmondo Bruti Liberati, Vittorio Borraccetti, Elena Paciotti, Nuccio Veneziano. Misiani, movimentista del “gruppo romano” (il più esagitato), ricorda così il viaggio in Cina nell’estate del ’76 insieme al collega togato Franco Marrone: ‘Accompagnammo una delegazione dell’allora Partito comunista d’Italia invitata dal Partito comunista cinese. Eravamo subito dopo la Rivoluzione culturale e riuscimmo persino a esaltare il processo popolare in Cina, di cui avevamo avuto un saggio all’interno di uno stadio dove vennero condannati per acclamazione quattro disgraziati. Avemmo la sfacciataggine di esaltare quel tipo di processo sostenendo che lì si realizzava la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia. Al contrario di quanto avveniva nelle nostre aule di giustizia dove i giudici borghesi condannavano i nemici di classe”. A proposito dell’allucinazione ideologica di quegli anni Misiani ammette: “Non posso negare che nelle mie decisioni di allora, e parlo delle mie decisioni da giudice, non abbia influito, e molto, la mia ideologia. Se proprio dovevamo condannare, condannavamo al minimo e poi mettevamo fuori. Ma avevamo di fronte un esercito di miserabili che ritenevamo ingiusto condannare in nome di una giustizia di classe cui erano regolarmente estranei i soggetti forti. Sulle ragioni giuridiche facevano agio quelle di carattere sociale”.

Come nasce l’impunità dei magistrati. Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Parla Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. C’entra anche la possibilità di influenzare la politica. Maurizio Crippa il 20 Maggio 2015 su Il Foglio.  Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, dalle pensioni ai ricorsi sugli Autovelox, il paese di decenni consumati nella guerra senza vincitori tra magistratura e politica, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, sul petto le medaglie di inchieste importanti condotte rifuggendo i clamori mediatici, ha preso spunto sul Messaggero di lunedì dal ricorso alla Corte costituzionale da parte di un giudice civile di Verona contro la legge sulla responsabilità civile per dire cose importanti: non solo sulla magistratura, ma sui guasti illiberali che da tempo minano la convivenza civile. Argomenta, Nordio, che al primo ricorso altri seguiranno, e verosimilmente saranno accolti perché non esiste una “manifesta infondatezza” tecnica. Anche il principio del “chi sbaglia paga” sventolato spesso dalla politica, è mal posto: “In tutto il mondo ci sono due o tre gradi di giudizio, proprio per il principio di poter rimediare a errori; ma non esistono sale operatorie di primo, secondo, o terzo grado. La giustizia prevede di poter sbagliare. Per questo la legge parla di errore in quanto ‘travisamento del fatto’, non di errori di merito o di interpretazione”. Ma tutto questo non fa dire a Nordio, come magari a qualche suo collega, che debba esistere una sostanziale impunità. E non toglie che ci siano “errori non scusabili. Primo: il magistrato che non conosce la legge. Secondo: il magistrato che non legge le carte. Ma io dico che porre un risarcimento pecuniario in questi casi non serve, tanto siamo già tutti assicurati. No, ci vuole una sanzione sulla carriera, a seconda della gravità. Se un magistrato non sa fare il suo dovere, deve essere giudicato e sanzionato”. Questo sul merito di una legge che è stata vissuta da una parte della magistratura come un assalto. Ma la cosa più interessante, per Nordio, è spiegare perché le cose vadano così. Perché non solo sia difficile risarcire gli errori giudiziari e sanzionare i colpevoli, ma anche valutare le carriere. In una visione liberale e di sostanza come la sua, il guasto sta nel manico. Andiamo per ordine. “Siamo l’unico paese al mondo con un processo accusatorio e con azione penale obbligatoria. Per cui abbiamo creato l’informazione di garanzia da inviare quando si apre un fascicolo, ‘obbligatoriamente’. Ma siccome siamo un paese, diciamo così, imperfetto, l’informazione di garanzia è diventata una condanna preventiva in base alla quale un politico può essere costretto a dimettersi. Fate due più due: obbligatorietà dell’azione penale più obbligatorietà dell’informazione di garanzia uguale estromissione dalla politica. Ovvero, i pm condizionano la politica. Qui nasce lo strapotere. Oltre al fatto che è lo stesso pm che comanda la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa. E al fatto che detiene il potere di estrapolare dall’indagine un’ipotesi di reato anche diversa, e di estendere le indagini ad altri reati e altre persone”. Così parte un altro avviso di garanzia, e si ricomincia: la possibilità di influenzare la politica è davvero enorme. “Ma è colpa di un sistema che lo permette, questo strapotere. Da qui nasce la commistione perversa tra giustizia e politica”. Da un lato la magistratura condiziona la politica, dall’altro c’è la sua non giudicabilità. Nordio preferisce muoversi nei territori di una visione liberale e non delle polemiche. “Nel 1989 abbiamo adottato il nuovo Codice di procedura penale, ma abbiamo lasciato le basi del sistema come erano prima. Prendiamo gli Stati Uniti: lì l’Attorney ha molto potere e c’è la discrezionalità dell’azione penale. Però le carriere sono separate e inoltre il giudice – la sua controparte – non decide del fatto, di quello decide la giuria. Ha presente i telefilm? ‘Obiezione accolta… la giuria non ne tenga conto’. Per questo alla fine l’Attorney è giudicato secondo i suoi risultati. E allo stesso tempo nessuno ha il problema di fare causa al giudice, dovrebbe al massimo farla ai giurati. Ma questo nel nostro ordinamento non c’è, noi abbiamo inserito la riforma su un impianto costituzionale basato sul codice Rocco. Senza separazione delle carriere, senza meccanismo di valutazione esterna dei magistrati. E’ come prendere una Ferrari e metterci il motore della 500”. Di Nordio è nota la posizione sulle intercettazioni. “Sono un male necessario, come le confidenze alla polizia. Detto questo, la soluzione c’è senza imbavagliare la stampa. Il problema che da elemento di ricerca di una prova (e che quindi dovrebbero rimanere fuori dai fascicoli processuali) sono diventati elemento di prova e come tali vengono trascritte. E una volta che i fascicoli sono depositati è difficile dire a un giornalista di non pubblicarle. Ma c’è di più: poiché diventano prove, allora è giusto siano inserite tutte, anche quelle irrilevanti. Basterebbe non abusarne, ma ne abusiamo”. Così la libertà di stampa ridotta a circo mediatico-giudiziario: “La cosa grave è che alla fine della catena spesso al giornalista non arriva il nome che gli interessa, ma quello che i pm hanno messo nel fascicolo”. Bisogna portare Nordio un po’ fuori dal suo terreno d’elezione per sentirgli esprimere giudizi ponderati sul paese del “nessuno mi può giudicare”. Individua il retaggio profondo, atavico, “nel paese di cultura cattolica, dove alla fine tutto è perdonato”. Con buona pace di Bergoglio, è “la riserva mentale di un gesuitismo profondo. A differenza di paesi protestanti che hanno introiettato la responsabilità personale. E’ l’angoscia dei giansenisti, dei calvinisti, per il rimorso. In Italia continuiamo a parlare di etica della responsabilità, ma è sempre la responsabilità degli altri”. A questo si somma un’altra pecca, la vocazione a supplire con le leggi alla mancanza di regole condivise, per cui “abbiamo dieci volte le leggi della Gran Bretagna e continuiamo a metterne, o ad alzare i massimali di pena, senza che ciò abbia conseguenze pratiche, anzi”. E’ un po’ il caso delle nuove leggi sull’anticorruzione? “E’ un buon esempio. Invece servono poche leggi, chiare, rispettate”. E’ anche per questo che assistiamo al debordare del potere giudiziario, quello che gli anglosassoni chiamano “giuridicizzazione”, in cui ogni decisione diventa questione di magistrati, non di scelta politica? “E’ un altro problema culturale. Ma tanto più è debole la politica, tanto più lo spazio viene occupato dalla magistratura. E a molti livelli sul diritto per come è scritto prevale quello che viene chiamato con uno slogan ‘il diritto vivente’. Ad esempio è quello che ha fatto la Consulta sulle pensioni ritenendo, credo, di dover dire qualcosa sui livelli di salvaguardia dei redditi, cosa che dovrebbe decidere invece il Parlamento”. Hanno notato in molti: la Consulta forza la mano alla politica. “Un aspetto mi inquieta. La sua sentenza aggrava i conti pubblici, impone al governo di operare senza la necessaria copertura, cosa che invece la Costituzione prevede. Siamo a un caso in cui la Corte costituzionale, per assurdo, forza l’esecutivo ad agire al di fuori della Costituzione”.

La questione morale di Enrico Berlinguer. Intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981. «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio......

nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati - di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

GIUDICI & SINISTRI. QUANTI SOSPETTI SUL LÍDER MASSIMO MA LUI ARCHIVIÒ. E DIVENNE SINDACO PD...Da Il Giornale, venerdì 19 giugno 2009. Il papà era un calciatore professionista che a fine carriera diventò un piccolo imprenditore. Michele Emiliano, invece, preferì il basket e ancora oggi gioca nel Cus Bari over 40. Una passione che non gli ha impedito di laurearsi in giurisprudenza a Bari nel 1983, far la pratica in uno studio di avvocato e vincere il concorso per entrare in magistratura ad appena 26 anni. Ma il suo futuro era nella politica. Che gli finì sul tavolo nel suo ufficio a palazzo di giustizia sottoforma di fascicolo sugli sperperi della missione Arcobaleno. Quella messa in piedi per aiutare i profughi kossovari. E la politica, si dirà, cosa c'entra? C'entra perché il procedimento sfiorò massimo D'Alema e pezzi del suo governo, come il sottosegretario Barberi (rinviato a giudizio) e il sottosegretario diessino Giovanni Lolli per il quale l'anno scorso il gip, su sollecitazione del pm Di Napoli, ha dichiarato il non luogo a procedere insieme a Quarto Trabacchi, altro Ds. L'inchiesta finì in nulla, nonostante le contestazioni del procuratore Di Bitonto. Ma alla fine Emiliano si ritrovò candidato, con la benedizione del ras di Puglia Massimo D'Alema, a sindaco di Bari. A capo, nemmeno a dirlo, di una coalizione di centrosinistra. Ma di D'Alema Emiliano diventa il vero luogotenente quando a ottobre 2007 batte il senatore Antonio Galione ed è eletto segretario regionale del Pd. Nel ballottaggio punta di nuovo al municipio di Bari. Ma in tribunale continua ad avere tanti amici.

INQUISÌ IL PREMIER DEL MONTENEGRO ORA SPIA I PARTY A PALAZZO GRAZIOLI...Da Il Giornale, venerdì 19 giugno 2009. Il tam tam sui blog è già partito. «Pino Scelsi sarà il nuovo De Magistris?», si chiedono gli internauti alcuni con speranza, altri intravedendo una iattura. Cinquantacinque anni, una fama da gran lavoratore, sostituto procuratore distrettuale antimafia, Scelsi a Bari è magistrato piuttosto noto. Soprattutto da quando ha messo sotto inchiesta Milo Djukanovic, cinque volte premier del Montenegro, accusato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di sigarette di contrabbando dal Montenegro all'Europa e verso la Svizzera. Inchiesta archiviata per l'immunità diplomatica riservata ai capi di Stato, di governo e ai ministri degli Esteri. Decisamente più tosti i processi ai più spietati clan baresi, i Capriati e gli Japigia. Criminalità organizzata e politici collusi, killer e colletti bianchi. Ma anche lui incontra Massimo D'Alema nell'indagine sul re delle cliniche private Francesco Cavallari e i presunti finanziamenti al Partito comunista per la campagna elettorale del 1985. Un'inchiesta per la quale il pm Alberto Maritati chiese l'archiviazione e nella quale Scelsi fece gli accertamenti su Cavallari. Finanziamenti rossi, dunque, sui quali indagò proprio Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari. Maritati, come Emiliano, si buttò in politica. Scelsi, invece, si tiene stretta la sua toga da magistrato e oggi indaga sulle presunte feste a Palazzo Grazioli.

CHIUSE GLI OCCHI SUI SOLDI AL PCI SI RISVEGLIÒ DA SOTTOSEGRETARIO DS...Da Il Giornale, venerdì 19 giugno 2009. Per chi volesse conoscere vita e miracoli di Alberto Maritati, su internet c'è il suo ricchissimo sito con biografia, articoli, interviste e fotografie a fianco dei potenti. Ovviamente di sinistra, visto che su tutto domina un vistosissimo simbolo del Pd. Ma anche per lui la carriera politica comincia nelle aule di un tribunale. Prima, fin dal 1969, pretore a Otranto dove stila (si legge testualmente), «una sentenza importante a favore delle raccoglitrici di olive». Dal 1979 è giudice istruttore a Bari. E qui, anche per lui, l'incontro con Baffino D'Alema finito impigliato nell'inchiesta Operazione speranza, quella a carico di Francesco Cavallari, il magnate delle cliniche private. Nel fascicolo anche quel contributo di 20 milioni di lire che lo stesso D'Alema sostanzialmente confermò di aver ricevuto come finanziamento elettorale al Pci per la campagna elettorale del 1985. Il gip Concetta Russi nel giugno del '95 archiviò su richiesta del pm. Proprio quel Maritati che nel frattempo era diventato vice procuratore alla Procura nazionale antimafia e poi candidato dal centrosinistra a Lecce. Eletto senatore e immediatamente nominato sottosegretario all'Interno durante il primo governo D'Alema, diventa il numero due del ministro Rosa Russo Jervolino e poi nuovamente sottosegretario nel D'Alema II. Nel 2006 è rieletto senatore e nominato sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi. E la toga da magistrato resta in naftalina.

La battaglia al Csm per Palermo. Sintesi di Samuela De Gaetani tratta da una riflessione di Gian Carlo Caselli. La Repubblica il 28 maggio 2019. Si dice che la storia di ogni eroe sia la storia di un uomo solo. Solo nelle stesse battaglie che di eroe gli hanno procurato la fama. La vita di Falcone non sfugge certo a tale paradigmatica condanna: ed è quanto Gian Carlo Caselli, il magistrato che dopo la morte di Falcone e Borsellino  chiese di andare a Palermo per dirigere quella Procura, ci racconta con la voce ancora rotta di chi, quel velo di solitudine, ha cercato ardentemente di squarciare. È tra il 1986 e il 1992 che si dispiega il Maxiprocesso a Cosa Nostra: Falcone, Borsellino e l’intero pool antimafia conseguono la prima e la più grande di tutte le vittorie della giustizia contro l’associazione mafiosa, sferrando un colpo al cuore di tutto ciò che la mafia è stata fino a quel momento. Ed è nello stesso 1986 che ha inizio il quadriennio di  Caselli al CSM , un quadriennio caratterizzato da un continuo susseguirsi di  “casi Palermo” che investirono Borsellino, Falcone e lo stesso pool. Il primo “caso” riguarda la candidatura di Borsellino a capo della Procura della Repubblica di Marsala. Suo concorrente: un magistrato digiuno di mafia molto più anziano di lui. Il criterio della professionalità antimafia vince sul vecchio tabù della gerontocrazia. Borsellino ottiene l’incarico, ma non esce illeso da quello scontro di criteri che avevano guidato le votazioni: Leonardo Sciascia-fuorviato dalle proprie fonti, come egli stesso riconoscerà più tardi-  in un articolo del “Corriere della Sera” intitolato “ I professionisti dell’antimafia”, riserva le ultime righe a un’invettiva contro il magistrato palermitano, accusato di essere un carrierista. L’accusa rivolta a Borsellino diventa linfa della grande polemica contro i magistrati che combattono Cosa Nostra, e concorre a determinare l’esito del secondo “caso Palermo” ribaltando la maggioranza che si era formata su Marsala. Nel 1988, infatti, con 14 voti a favore, 10 contrari e 5 astenuti viene nominato a capo dell’ufficio istruzione di Palermo Antonino Meli, un magistrato del tutto inesperto di mafia, preferito alla grande competenza in materia che aveva magistralmente mostrato sul campo il più giovane Falcone, candidato allo stesso incarico. Esprimendo il suo voto a favore di Falcone, la notte del 19 gennaio 1988, Gian Carlo Caselli terrà un discorso davanti al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. In questa occasione egli non solo getta luce sull’enorme portata dei risultati conseguiti dall’antimafia con il Maxiprocesso ( la fine dell’impunità  e del  mito dell’invincibilità di Cosa nostra), ma mina le fondamenta delle  strumentali  e calunniose accuse di “protagonismo” che erano state mosse a Falcone in quegli anni. «Quando i giudici non davano fastidio, quando non erano scomodi», dirà, «erano tutti bravi e belli. Ma quando hanno cominciato ad assumere un ruolo preciso, a dare segni di vitalità, a pretendere di esercitare il controllo di legalità anche verso obiettivi prima impensati, ecco che è cominciata l’accusa di protagonismo». In particolare, Caselli mette a fuoco il bersaglio di quella guerra fredda che si consumava in seno al CSM:  certo Falcone, ma non solo;  anche tutto ciò che egli rappresentava, in  particolare il vincente metodo di lavoro del pool. Abbandonare la direttiva della   professionalità specifica antimafia prescelta per Marsala e passare  con Meli/Falcone alla direttiva opposta della mera anzianità  è dunque  anche una  scelta politica contro il metodo di lavoro del pool di Falcone.  Che per lo stato equivaleva a gettare le armi di fronte alla mafia. La lotta alla mafia – come metodo e risultati – arretra di trent’anni. Si  rinuncia ai parametri  tipici del pool della  specializzazione e centralizzazione dei dati nelle inchieste sulla mafia; da un metodo dimostratosi col maxiprocesso vincente, perché consentiva una visione organica del fenomeno nel suo complesso, si torna alla vecchia e perdente  parcellizzazione, che alla mafia aveva assicurato per anni una sostanziale impunità. È Borsellino a denunciare queste  storture dell’antimafia dopo la “penalizzazione” di Falcone e del pool. Con  due  interviste da lui rilasciate il 20 luglio del 1988 ( ad Attilio Bolzoni e Saverio Lodato), ma le sue denunce vengono liquidate dal CSM che addirittura apre contro di lui un procedimento paradisciplinare per non aver seguito “le vie istituzionali”. Intanto,  soppresso dalla riforma processuale del 1989 l’ufficio istruzione per cui era stata scatenata la bagarre Meli/ Falcone, viene accolta la domanda di Falcone a Procuratore aggiunto di Palermo, ma sul suo conto le calunnie e gli attacchi  non si arrestano. Corvi e veleni vari lo accusano  vilmente di  essersi organizzato da solo l’attentato dell’Addaura del 21 giugno per favorire tale nomina. L’anno seguente viene bocciata la sua candidatura al CSM. Mentre a Palermo, per Giovanni Falcone, il grande protagonista del Maxiprocesso, solo porte chiuse e umiliazioni che lo costringono ad “emigrare” a Roma. Nominato da Claudio  Martelli  dirigente dell’ufficio affari penali al ministero della giustizia, Falcone può riprendere la sua ostinata battaglia alle mafie. Non solo crea la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), le DDA (Direzioni Distrettuali Antimafia) e la DIA, ma consolida la legge sui pentiti e getta le basi del  41 bis. Uno strumentario organizzativo che promette  altri scacchi alla mafia. Nello stesso periodo, la Cassazione conferma in via definitiva ( ed è la prima volta nella storia dell’antimafia)  le condanne del Maxiprocesso.  Due “siluri” micidiali cui la mafia reagisce bestialmente con le stragi del 1992. «Prima o poi la mafia mi ucciderà», aveva profetizzato Falcone all’indomani dell’attentato dell’Addaura. Ma aveva cominciato a morire molto prima, secondo Borsellino. Proprio quando il CSM gli aveva negato la nomina a successore di Caponnetto. Falcone è stato ucciso da tanti, in molti modi, innumerevoli volte. Ma con il suo insegnamento rimane vivo e combattente attraverso gli occhi di Caselli  e di tanti altri che ci interrogano: che cosa sceglieremo per domani?

Il pensiero di Giovanni Falcone. Sintesi di Annamaria Nuzzolese tratta da interventi di Giovanni Falcone. La Repubblica il 29 maggio 2019. Leggendo queste righe la sensazione che assale il lettore è di stanchezza, nella seduta del 31 Luglio 1988, Falcone tiene un discorso al Consiglio Superiore della Magistratura, i toni sono quelli equilibrati dell’uomo di sempre ma si nota ormai la fatica nel resoconto finale di tutti i macigni che si è dovuto addossare e di tutti i silenzi che ha dovuto mantenere per evitare polemiche passate o più o meno contemporanee all’epoca del suo discorso. La delusione fa riferimento alla mancata collaborazione evinta da episodi di lettere di richiamo durante la direzione Meli dell’ufficio istruzione di Palermo, il primo discorso del nuovo direttore dopo l’insediamento ha avuto come unico perno la titolarità del più grande processo in atto ovvero quello che aveva in esame Cosa Nostra, nessuno scambio di idee, nessun confronto con chi fino ad allora aveva portato avanti le indagini, una palese e ferma opposizione basata su ragioni di puro formalismo per cui l’istruttoria non poteva essere assegnata congiuntamente a più giudici istruttori, convinzione a cui nulla è valsa l’opposizione della sentenza della Corte di Assise di Palermo che affermava invece la regolarità congiunta. In questa situazione onore al merito di chi cerca di mantenere viva la filosofia del pool rinnovando sempre la stima e la cordialità nei confronti del consigliere che sembra però bocciare qualsiasi tipo di proposta alternativa, senonché la disgregazione del metodo fino ad allora seguito raggiunge la massima evidenza con l’assegnazione dei vari processi attraverso un criterio totalmente oscuro agli altri membri del pool e in contrasto con i criteri tabellari predisposti e approvati dal CSM. Per riportare alcuni esempi: processo sull’omicidio di Tommaso Marsala affidato a Lacommare giustificando l’assegnazione con la tesi per cui tutti dovevano occuparsi in parte di indagini di mafia. Iter identico per il sequestro di Claudio Fiorentino assegnato dal consigliere a se stesso senza spiegazioni in merito, nonostante la gravità del sequestro che metteva in dubbio le regole di Cosa Nostra. Viene richiesta una copia degli atti appellandosi all’art 165 bis del codice di procedura penale, che non viene accolta, affermando che dovevano prima essere chiesti degli atti specifici e poi, che la richiesta costituiva indebita sovrapposizione a un potere dalla legge attribuito al solo capo dell’ufficio, questo è riportato in una lettera del 12 Maggio mentre nel frattempo erano state fatte assegnazioni congiunte di due processi. La risposta merita la più pacata decantazione, ed arriva infatti a meditazione conclusa dodici giorni dopo con i consueti riguardi rispettosi. La situazione presto sembra prendere una piega astrusa, omicidio Casella, ancora una volta confusione nell’assegnazione fatta senza leggere il rapporto, mentre ai colleghi del gruppo antimafia vengono assegnati processi ordinari che portano ad un appesantimento del lavoro di interrogatorio, di indagini e di esami testimoniali che si addossano sulle spalle del solo Falcone. Pendono in questo momento circa 2500 processi e Falcone qui richiama un altro episodio di gravità inaudita, cioè il processo Calderone, il cui mandato di cattura in cui si spiegano i motivi dello stesso e la competenza propria dell’ufficio di Palermo è stato pretermesso e sballottato tra il consigliere istruttore e il procuratore della Repubblica di Marsala, tutto ciò senza consultare alcun collega del pool quando Falcone stesso era fuori Italia. Queste sono grosso modo le controversie di cui si fa portavoce il magistrato palermitano che in un intervento del 17 Dicembre 1984 in occasione di un dibattito organizzato da Unità per la Costituzione, una corrente dell’Associazione Nazionale Magistrati, rivisita ampiamente il concetto di “emergenza mafiosa” ponendo l’accento sulla componente storica della mafia che precede la nascita dello Stato Unitario. La mafia come fenomeno interno e soprattutto economico-sociale riguardante vari strati della popolazione del Mezzogiorno non può essere utilizzato come “alibi per giustificare le carenze dei poteri statuali”, tuttora affermazione attuale e visionaria. L’organizzazione strategica nello studio del fenomeno mafioso e nell’attuazione della repressione attraverso strumenti più incisivi e compatti muove i primi passi in quell’Italia che vive le più grandi sofferenze e insieme somministra e sperimenta i più potenti farmaci per curarsi, tra cui il testimone, il giudice ed infine quello da cui più possiamo imparare: l’uomo, Giovanni Falcone.

I Professionisti dell'Antimafia di Leonardo Sciascia.

Le guardie del feudo. Non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana. Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico. Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava. I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Leonardo Sciascia, «I professionisti dell'antimafia» da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987

“PERCHE’ AVETE ARCHIVIATO MAFIA-APPALTI?”

 Giovanni Falcone parlò di mafia-appalti un anno prima di morire. Nell’archivio di Radio Radicale la registrazione di un convegno del 15 marzo 1991, a un mese di distanza dal deposito del dossier dei ros. Il giudice: «è molto più grave di come appare. È illusorio pensare che imprese appartenenti ad altre attività rimangano immuni da certi tipi di collegamenti» Damiano Aliprandi il 21 Maggio 2019 su Il Dubbio. «Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagini a campione, da cui si può dedurre con attendibilità un certo tipo di condizionamento, ma l’indagine, di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto più grave di quello che appare all’esterno». È Giovanni Falcone che parla e lo dice in un convegno dedicato alla criminalità e appalti organizzato il 15 marzo del 1991 presso Castel Utveggio sul monte Pellegrino a Palermo. Esattamente a un mese di distanza da quando depositò nella cassaforte della Procura di Palermo il dossier mafia- appalti redatto dagli ex Ros Giuseppe De Donno e Mario Mori. Lo fece due giorni prima di abbandonare la Procura per andare a lavorare al ministero della Giustizia. Il giudice Giovanni Falcone, dilaniato dal tritolo il 23 maggio del ’ 92 a Capaci, ha precisato durante questo convegno che non può entrare nei dettagli, ma qualcosa però lo anticipa. Il convegno, in futuro poco preso in considerazione, è reperibile nel prezioso e immenso archivio di Radio Radicale, che rischia di scomparire. Un documento importante perché Falcone, dopo vari passaggi tecnici sul nuovo codice di procedura penale appena varato e specificando l’importanza del condizionamento mafioso negli appalti – dove interessate non sono solo le aziende locali, ma anche quelle nazionali, ha tenuto a precisare il magistrato – ha così concluso: «Io credo che la materia dei pubblici appalti è la più importante perché è quella che consente di far emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell’ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica in termini di condizionamento della prima sulle seconde nell’ambito dei pubblici finanziamenti».

Non di Gladio, non di “entità” non meglio definite: Falcone parla delle cose che si toccano con mano. L’argomento che scotta di più, quello che è «molto più grave di come appare», è quello sulla mafia e gli appalti, dove c’è «una indistinzione – così dice al convegno – tra imprese meridionali e imprese di altre zone d’Italia per quanto attiene al condizionamento e all’inserimento in certe tematiche di schietta matrice mafiosa». Falcone poi aggiunge: «E questo nel futuro verrà fuori!». Sembra proprio che stia anticipando il dossier, e che lo faccia ancora di più quando in un passaggio spiega che «è illusorio pensare che imprese appartenenti ad altre attività, che dovevano essere realizzate in altre zone d’Italia, rimangano immuni da certi tipi di collegamenti, sia che lo vogliano sia che non lo vogliano». Ma da dove lo deduce Falcone tutto ciò? «Sono state acquisite intercettazioni telefoniche di chiarissime indicazioni, di precise scelte operative, a cui tutti sottostanno, a pena di conseguenze gravissime o autoesclusione dal mercato», spiega Falcone più avanti. Il dossier mafia appalti contiene numerose intercettazioni dove, appunto, si evince questa regia occulta.

In sintesi, dopo aver riconosciuto che il condizionamento mafioso esisteva sia al momento della scelta delle imprese, sia nella fase esecutiva, con caratteristiche ambientali e totalizzanti ( senza escludere, quindi, le imprese del Nord), e dopo aver fatto cenno ad alcune intercettazioni telefoniche da cui risultavano varie modalità operative, ha anche testualmente affermato: «Ormai emerge l’imprescindibile necessità di impostare le indagini in maniera seriamente diversa rispetto a quanto si è fatto finora», alludendo non solo ad un salto di qualità investigativa, ma all’utilizzazione nelle indagini su mafia- appalti dell’apparato dell’Alto Commissario e, cioè, teorizzando la messa a disposizione delle informazioni raccolte nel circuito dei servizi al pubblico ministero e, comunque, la sinergia tra l’intelligence e le investigazioni sul territorio. Dagli atti giudiziari, in primis la sentenza di Catania del 2006 sulle stragi del ’92, emerge, d’altronde, che la gestione illecita del sistema di aggiudicazione degli appalti in Sicilia aveva costituito uno dei molteplici moventi che avevano indotto Cosa nostra a deliberare ed eseguire le terribili stragi siciliane. Sulle richiesta di archiviazione in merito all’argomento “filone mafia appalti”, è scritto nero su bianco che tale movente «aveva influito fortemente nella deliberazione adottata da Cosa nostra di attualizzare il progetto, già esistente da tempo, di uccidere Falcone e Borsellino, atteso che era intenzione dell’organizzazione criminale neutralizzare l’intuizione investigativa di Falcone in relazione alla suddetta gestione illecita degli appalti, le indagini sulla quale avrebbero aperto già nel 1991 scenari inquietanti e, se svolte con completezza e tempestività fra il 1991 e il 1992, inquadrandole in un preciso contesto temporale, ambientale e politico, avrebbero avuto un impatto dirompente sul sistema economico e politico italiano ancor prima, o al più contestualmente, dell’infuriare nel Paese di “Tangentopoli”».

La figlia di Borsellino: “Perché avete archiviato mafia-appalti?”. La denuncia della figlia del magistrato ucciso a via d’Amelio svela in tv il più grande depistaggio della giustizia italiana, scrive Damiano Aliprandi il 5 Febbraio 2019, su Il Dubbio. «Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione». Le parole, durissime, sono di Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia a via D’Amelio nel 1992, che domenica sera è stata ospite di Fabio Fazio a Che Tempo che Fa. Una lunga intervista, quella di Fazio, preceduta dalle terribili immagini di quel tragico 19 luglio 1992. «Come mai – le ha chiesto il conduttore – ha deciso di parlare proprio ora?». Fiammetta ha risposto partendo da quanto avvenuto un paio di anni fa, ovvero la fine di un processo che non era riuscito ancora a fare piena luce su quanto avvenuto. «Nell’aprile del 2017 – ha raccontato Fiammetta Borsellino – il bilancio è stato amarissimo. C’è stata una sentenza che svelava il grande inganno di Via D’Amelio, in quello che poi verrà definito il depistaggio più grave della storia di questo Paese». Fiammetta ha poi spiegato che le indagini e i processi sono stati una storia di bugie. Borsellino non si è risparmiata e ha fatto nomi e cognomi delle persone coinvolte nel grande depistaggio. «La Procura di Caltanissetta – ha detto – non ha mai ascoltato un testimone fondamentale dopo la morte di mio padre: il procuratore Giammanco. Colui il quale conservava nel cassetto le informative dei Ros che annunciavano l’arrivo del tritolo. Fino a quando Giammanco, poco tempo fa, è morto». Fiammetta Borsellino si riferisce a Pietro Giammanco – morto lo scorso dicembre -, ex Capo della Procura di Palermo dal 1990 al 1992, poi dimessosi e trasferitosi in Corte di Cassazione qualche mese dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, quando otto Sostituti Procuratori avevano lanciato un appello minacciando le dimissioni dalla Procura se lui non se ne fosse andato, oltre a chiedere misure di sicurezza eccezionali per prevenire nuove stragi. Al suo posto – il 15 gennaio del 1993 – arrivò Giancarlo Caselli, che si insediò proprio nel giorno in cui venne catturato Riina grazie ai Ros capitanati dal generale Mario Mori. Il biennio di Giammanco – ricordiamo – fu un periodo caldissimo. Stragi, inchieste delicate, gravi accuse nei suoi confronti poi definitivamente archiviate. L’unica certezza è che gli attriti all’interno della Procura non mancavano. A partire dal disagio di Giovanni Falcone, cristallizzato negli stralci del suo diario pubblicati dalSole24ore dopo l’attentato di Capaci. Tanti sono i passaggi che evocavano il suo malessere per spiegare la sua decisione di lasciare la Sicilia per il ministero: «Che ci rimanevo a fare laggiù? Per fare polemiche? Per subire umiliazioni? O soltanto per fornire un alibi?». Gli stralci dei diari furono confermati da Paolo Borsellino durante la sua ultima uscita pubblica a Casa Professa. Ma anche quest’ultimo era sofferente. Una sofferenza che ritroviamo narrata in un articolo di Luca Rossi pubblicato sul Corriere della Sera il 21 luglio, due giorni dopo la strage di Via D’Amelio (l’intervista era del 2 luglio precedente – come confermò nella testimonianza a Palermo del 6.7.2012). Vale la pena riportarla, soprattutto quando l’eroico magistrato gli ammise testualmente: «Devo reggere il mio entusiasmo con le stampelle». Borsellino gli disse che stava seguendo delle indagini sull’omicidio di Falcone e che aveva un’ipotesi. Quale? «Pensava che potesse esistere una connessione tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone, e che il trait d’union fosse una questione di appalti, in cui Lima era stato in qualche modo coinvolto e che Falcone stava studiando». Il riferimento era all’inchiesta sul dossier mafia- appalti. Ma ritorniamo all’intervista della figlia più piccola di Paolo Borsellino e della sua decisione di rompere il silenzio in occasione del 25esimo anniversario delle stragi del ’ 92, fino a quel momento «dettato da una rispettosa attesa». In quell’occasione ci fu una diretta Rai condotta proprio da Fazio. «Quella sera sono rimasta fino alla rimozione dell’ultima transenna – racconta Fiammetta Borsellino -. Provai un grande senso di vuoto. Non fui avvicinata da nessuno, se non da alcuni ragazzi che erano venuti apposta dalla Campania e dall’unico superstite di quella strage, Antonio Vullo».

Continua con le sue considerazioni sul depistaggio. «C’è stata una grande mole di anomalie e omissioni che hanno caratterizzato indagini e processi – ha aggiunto Fiammetta Borsellino -. Le indagini furono affidate a Tinebra, appartenente alla massoneria. E poi i magistrati alle prime armi che si ritrovarono a gestire indagini complicatissime tanto che dichiararono di non avere competenze in tema di criminalità organizzata palermitana. Fu un depistaggio grossolano perché le indagini furono totalmente delegate ad Arnaldo La Barbera, una persona che era un poliziotto da un lato e dall’altro pare che ricevesse buste paga dal Sisde per condurre una vita dissoluta in giro per l’Italia». Fiammetta poi racconta la vicenda di Scarantino che «fu vestito da mafioso» e che si prestò per far condannare persone poi rivelatesi innocenti. Fiammetta non risparmia nessuno, oltre ai poliziotti, anche i magistrati che «evitarono confronti che avrebbero fatto crollare immediatamente l’impianto accusatorio». Sappiamo che l’anno della svolta è il 2008, quando parlò Spatuzza: dopo gli opportuni riscontri, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. Fiammetta Borsellino parla proprio dell’incontro che lei ha avuto con i fratelli Graviano al 41 bis. «Questa esigenza è venuta fuori da un percorso privato – ha detto Fiammetta Borsellino -. Avevo la necessità di dare voce a un dolore profondo che era stato inflitto non solo alla mia famiglia ma alla società intera. Lo chiamo il mio viaggio nell’inferno dei silenzi, dei cancelli. È stato però un viaggio di speranza. Io dico sempre alle mie figlie che non bisogna mai smettere di sognare. Forse quando intrapresi quel viaggio ero io stessa quella bambina che spera nel cambiamento, nel cambiamento delle coscienze». E quando Fazio le domanda se c’è qualcuno del quale si fida, lei risponde: «Né io né tutta la mia famiglia – risponde Fiammetta – pensiamo di avere dei nemici, neanche i peggiori criminali che attualmente stanno scontando delle pene».

Poi aggiunge: «Credo di non fidarmi di chi dà le pacche sulle spalle, mentre mi fido di chi essendo esposto al peggiore pericolo svolge il suo lavoro con sobrietà e in silenzio. Non mi fido di chi si espone alle liturgie dell’antimafia per la devozione dei devoti». Fazio le chiede su che cosa stava lavorando suo padre, cosa c’era di così di indicibile tanto da ammazzarlo e attuare un depistaggio. «A mio padre – risponde Fiammetta- sicuramente stavano a cuore i temi degli appalti, dei potentati economici: eppure il dossier su mafia e appalti fu archiviato il 20 luglio, a un giorno dalla strage. Ci saranno sicuramente state delle ragioni, ma io non le ho mai sapute». A quanto detto occorre solo fare una piccola precisazione sulla sequenza degli atti che importarono l’archiviazione dell’indagine aperta con il deposito della nota informativa “mafia appalti” da parte dei Ros su insistenza di Giovanni Falcone. Occorre rammentare che dagli atti emerge che la richiesta, scritta nel 13 luglio 1992 dalla Procura palermitana, fu vistata dal Procuratore Capo e inviata al Gip nello stesso 22 luglio. L’archiviazione fu disposta il successivo 14 agosto dello stesso anno, con la motivazione «ritenuto che vanno condivise le argomentazioni del Pm e che devono ritenersi integralmente trascritte».

Mafia-appalti: promemoria (per Travaglio), scrive Damiano Aliprandi il 7 Febbraio 2019 su Il Dubbio. Travaglio nel suo consueto editoriale dove indica presunte fake news, scrive testualmente: «Falso che Paolo Borsellino sia stato ucciso per l’indagine del Ros “mafia-appalti” archiviata dopo la sua morte (vecchia pista ridicolizzata da tutte le sentenze su via D’Amelio e da quella di primo grado sulla trattativa)». Si apprende così che il direttore de Il Fatto Quotidiano considera valide (tranne il Borsellino ter che prende in considerazione mafia- appalti) le sentenze oggi considerate frutto del depistaggio più grande della storia e non considera la sentenza del Borsellino quater che, oltre, a smascherare il depistaggio, ha considerato eccome il dossier mafia- appalti, ritendendolo un probabile movente che ha accelerato la decisione di compiere la strage di Via D’Amelio. Ma prima ancora che uscissero le motivazioni della sentenza del Borsellino Quater, il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci, in commissione Antimafia, aveva parlato della pista del rapporto mafia- appalti, come, appunto, possibile movente della strage in cui morì il giudice Paolo Borsellino. «Allora, di quel rapporto Paolo Borsellino – ha spiegato Paci – chiederà copia quando si trova ancora a Marsala, quando è ancora procuratore della Repubblica di Marsala». Poi prosegue: «Altro dato che emerge inquietante è che, spesso ci siamo soffermati a pensare a quest’aspetto, già nel 1991 Cosa nostra vuole organizzare un attentato a Paolo Borsellino a Marsala. Per quest’attentato che non va in porto muoiono due mafiosi, i fratelli D’Amico, i capi famiglia della famiglia di Marsala. Muoiono perché si dice si oppongano all’eliminazione di Paolo Borsellino a Marsala». Si chiede il magistrato: «Che cosa ha fatto Paolo Borsellino nel 1991 di particolare? Questo è un altro rovello che ha spesso accompagnato i nostri approfondimenti. Paolo Borsellino viene a conoscenza del rapporto tra mafia e appalti, di tutto quello che è collegato a mafia e appalti. Non viene a conoscenza del fatto solamente che c’è un’appendice del rapporto tra mafia e appalti a Pantelleria. Evidentemente, viene a conoscenza di quelle famose notizie che riguardano la De Eccher, il rapporto con imprenditori del Nord e, soprattutto, la vicenda che riguarda l’amministratore della società, comunque legato mani e piedi al potere politico romano». Una ipotesi – quella di Paci – che indirettamente smentisce la sentenza di primo grado sulla trattativa, visto che nelle motivazioni a firma del giudice Montalto si legge che non vi è la «certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia- appalti e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse». Ma c’è, appunto, la sentenza recentissima del Borsellino Quater che dedica un capitolo proprio a mafia appalti. Viene citata la testimonianza del pentito Antonino Giuffrè, tramite la sentenza n. 24/ 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania. La Corte aveva osservato come le ragioni dell’anticipata uccisione del giudice Borsellino siano state precisate dal collaborante Giuffrè, il quale ha dichiarato che, dalle notizie apprese dopo la sua uscita dal carcere, ha potuto comprendere come i timori di Cosa Nostra fossero basati su due motivi: la possibilità che Borsellino venisse ad assumere la posizione di Capo della Direzione Nazionale Antimafia, e, soprattutto, la pericolosità delle indagini che egli avrebbe potuto svolgere in materia di mafia e appalti. «Un motivo è da ricercarsi – dichiarò Giuffrè -, per quello che io so, sempre nel discorso degli appalti. Perché sì sono resi conto che il dottore Borsellino era molto addentrato in questa branca, cioè in questo discorso mafia politica e appalti. E forse alla pari del dottore Falcone». La motivazione, infatti, preme molto sulla questione mafia appalti che, ricordiamo, fu un’operazione condotta dai Ros capitanati dal generale Mario Mori e depositata nel ’ 91 su spinta di Giovanni Falcone. Giuffrè conferma le precedenti dichiarazioni secondo cui «il dottor Borsellino forse stava diventando più pericoloso di quello che addirittura si era pensato, in particolare (…) per quanto riguarda il discorso degli appalti». La Corte dà molto credito a Giuffrè, il quale aveva posto in evidenza altri aspetti di rilievo, come il fatto che, prima di attuare la strategia stragista, sarebbero stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti”, appartenenti al mondo economico e politico. Nelle motivazioni viene quindi evidenziato come questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa, ma anche per i suoi legami esterni con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a fare affari con essa. Da questo tipo di discorsi iniziava l’isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali «non interessavano proprio a nessuno» e non erano ben visti neppure all’interno della magistratura. Nella decisione di eliminare i due magistrati aveva avuto un peso proprio il loro isolamento. «L’inquietante scenario descritto dal collaboratore di giustizia trova – si legge nella motivazione -, in effetti, precisi riscontri negli elementi di prova emersi nell’ambito del presente procedimento, che evidenziano l’isolamento creatosi intorno a Paolo Borsellino, e la sua convinzione che la sua uccisione sarebbe stata resa possibile dal comportamento della stessa magistratura». Ma qui, in fondo, parliamo di una sentenza non definitiva. Però c’è quella del 21 aprile del 2006 (confermata poi in Cassazione) da parte della Corte d’Assiste di Catania che riguarda esattamente i processi per le stragi nelle quali morirono Falcone e Borsellino. Una sentenza, definitiva, che mette un sigillo alla fake news di Travaglio. Scrivono i giudici che Falcone e Borsellino erano «pericolosi nemici» di Cosa Nostra in funzione della loro «persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa» e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti. Motivo della “pericolosità” di Borsellino? La notizia che egli potesse prendere il posto di Falcone nel seguire il filone degli appalti. In aggiunta riportano la testimonianza di Pulci che riferiva di aver saputo che avevano accelerato l’esecuzione «poiché il dottor Borsellino si era confidato con una persona delle istituzioni e questa persona aveva avvertito che Borsellino poteva fare più danno di quello che stava facendo Falcone e hanno accelerato l’esecuzione». Questo passaggio smentirebbe anche la cosiddetta trattativa visto che secondo la sentenza di Palermo sarebbe avvenuta dopo la morte di Falcone. Ma questa è un’altra storia.

Una verità alternativa raccontata da Paolo Guzzanti: fu il Kgb ad uccidere Falcone e Borsellino. Una gigantesca operazione di riciclaggio dei soldi dei servizi segreti e del PCUS. I conti della mafia in Italia come “lavatrice” del tesoro sovietico. Un misterioso finanziere italiano. Il gran rifiuto di D’Alema, ma anche, subito dopo la morte dei due magistrati, l’impegno del Pci-Pds-Ds per alzare un polverone e celare la terribile e scomoda verità. L’ex vicedirettore de “il Giornale” e deputato del Partito Liberale Italiano svela al giornale della politica italiana questo misconosciuto “mistero italiano” (e non solo): una vera e propria operazione di guerra, che non sarebbe stata nelle possibilità e nemmeno nella volontà della mafia siciliana, alla base del martirio, possiamo chiamarlo così, di Falcone e Borsellino, che stavano indagando sulla vicenda. Una storia che sfugge al controllo persino di un protagonista della nostra politica della potenza di Giulio Andreotti, che ad un certo punto ammette di trovarsi di fronte a qualcosa di «più grande di me» e invita Giancarlo Lehner a lasciare perdere il progetto di scrivere un libro-denuncia su tutto questo. A distanza di anni, Guzzanti riapre il caso. Un pezzo da non perdere, solo sul giornale della politica italiana, “Il Politico.it”. «Vi spiego perché hanno ammazzato Falcone e Borsellino, e perché nessuno fiata di fronte alla messa funebre solenne approntata alla svelta dal vecchio PCI per imbalsamarli e santificarli a furor di popolo inquadrato per processioni, prima che qualcuno avesse la malsana idea di indagare sulle vere ragioni della loro inspiegabile morte: “Chi ha ammazzato il povero Ivan?». Ecco la vera storia che nessuno ha il coraggio di raccontare perché ancora oggi si rischia la pelle. L’ambasciatore sovietico, e poi russo Adamishin andò da Cossiga e disse: Fermate questa rapina, i soldi russi del KGB e del PCUS stanno transitando in Italia per essere riciclati. Fate qualcosa. Cossiga chiamò D’Alema e gli chiese: State per caso riciclando per conto del KGB su conti gestiti da Cosa nostra? Ohibò, disse D’Alema, assolutamente non io, ma posso dire che un grandissimo finanziere – che se ti dicessi il nome cadresti dalla sedia – mi ha offerto l’affare del riciclaggio e io ho detto di no. Dunque il fatto esiste, ma non sono io. Allora Cossiga disse ad Andreotti, primo ministro: Volete fermare questa porcheria che sta dissanguando la Russia? E Andreotti rispose: NO, perché un gesto del genere sarebbe vissuto dal PCI come aggressivo nei loro confronti e io devo preservare l’equilibrio nel governo. Ma ho un’idea: chiama Falcone e digli di fare qualche passo informale che soddisfi i russi. Cossiga chiamò Falcone e gli spiegò la situazione. Falcone disse: ma io sono ormai soltanto un direttore generale del ministero della giustizia, che cosa posso fare? E Cossiga: incontra questi russi, tranquillizzali, fai vedere che stiamo facendo qualcosa.

Falcone incontrò i giudici russi e organizzò meeting riservati, coperto dalla Farnesina che gestì l’affare. Poi chiamò Paolo Borsellino e gli spiegò il problema che si era creato. Borsellino, vecchio militante del MSI e anticomunista intransigente disse: tu sei un impiegato al ministero, ma io no. Io posso indagare. Aprirò una mia Agenda Rossa su questa faccenda e discretamente cercherò di capire di più. Bum!! Capaci. Borsellino qualche settimana dopo si dette una manata sulla fronte e disse: cazzo, ho capito chi e perché ha ammazzato Giovanni: BUM! Via D’Amelio. Il PCI che sapeva perfettamente la storia, si avventò come un branco di jene sui due morti santificandoli alla svelta con un rito abbreviato e intenso di processioni popolari mummificandoli nella sua glassa mediatica affinché NESSUNO MAI potesse rivangare la verità. E’ come il “missile” inesistente di Ustica. E’ come la strage “fascista” di Bologna. Quando il partito copre la merda, tutti devono dire: che profumo di violette. Giancarlo Lehner voleva scrivere questa storia avendo una moglie russa che aveva parlato con Stepankov, il procuratore di tutte le Russie che aveva trattato con Falcone e che si era subito dimesso per paura: “Io ho famiglia, ho visto quel che hanno fatto a Giovanni”. Giovanni in russo si dice Ivan, e i giornali russi alla morte di Falcone avevano scherzato su “Chi ha fatto fuori il povero Ivan”, sulla falsariga di una filastrocca popolare. Tutti a Mosca sapevano chi e perché aveva fatto fuori il povero Ivan. In Italia nessuno sapeva spiegare perché fosse stato ucciso il povero Ivan. Non era un pericolo attuale per la mafia. E la mafia non uccide “alla memoria” o per vendetta a posteriori. E allora: perché e chi ha ucciso il povero Ivan. Lehner disse a un settimanale del suo progetto di libro sulla morte di Falcone. Andreotti lo mandò a chiamare nel suo studio di piazza in Lucina e gli disse: Voglio aiutarla, spero di recuperare i fonogrammi riservati con cui la Farnesina ha preparato gli incontri segreti con i giudici russi. Quella è la prova del fatto che Falcone indagava, senza averne un mandato, ma era andato molto più avanti del semplice contatto diplomatico con i russi, tanto per far vedere che in Italia il riciclaggio del tesoro sovietico era tenuto sotto osservazione. Poi Andreotti chiamò il giornalista e gli disse: Caro Lehner, butti nel cestino il suo progetto di libro, se non vuole lasciarci la pelle. Come sarebbe a dire?, fece quello. Sarebbe a dire, disse Andreotti, che dalla Farnesina mi hanno risposto che i dispacci si sono persi e che non si trovano più. Questo vuol dire che l’operazione è stata cancellata e le sue tracce distrutte. Dunque ci troviamo di fronte a un nemico più grande di noi due. Lasci perdere la morte di Falcone, dia retta. Alla Camera, in un giorno di votazioni a Camere congiunte, io Lehner e Andreotti abbiamo rivangato il fatto. Giancarlo parlava, Giulio annuiva con un sorriso tirato. Nessuno avrebbe potuto attivare il pulsante di Capaci con la certezza di fare il botto al momento giusto, se non ci fosse stato un emettitore di impulsi sulla macchina. Le due operazioni Capaci e D’Amelio sono operazioni di guerra condotte con tecniche di guerra, del tutto ignote alla mafia siciliana. Il resto sono chiacchiere da bar dello sport. Parola di Paolo Guzzanti.

Tante piste che andrebbero seguite. Come quel "Grande Gioco" che costò la vita al giudice Falcone. Verità analizzato da Daniela Coli su “L’Occidentale”. Ci si lamenta che non c’è più libertà di stampa, si protesta contro la "legge bavaglio", ma in Italia non esiste più nemmeno l’ombra del giornalismo investigativo. Per i delitti comuni, gli articoli dei quotidiani sono quasi sempre simili: il bravo giornalista di cronaca, un po’ detective, è scomparso e ora tutti si adeguano alle tesi del pm di turno, senza farsi, né fare domande, sbattendo in prima pagina il mostro di turno e soprattutto le intercettazioni, quando c’è di mezzo un politico. I magistrati politicizzati poi procedono a colpi di teoremi. Per l’uccisione di Falcone, prima hanno battuto sul teorema di Giulio Andreotti capo della Cupola (come nel Padrino III di Francis Ford Coppola, uscito nel 1990), per abbattere la prima Repubblica. Fallito il tentativo di trovare il capo della mafia in uno statista sette volte Presidente del Consiglio e cinque volte ministro degli Esteri, hanno ripiegato su Berlusconi, che avrebbe usato la mafia, compiuto le stragi del ’92-’93, per creare un nuovo sistema politico e prendersi l’Italia. L’ostinazione con cui la sinistra ripete la trama del Padrino III di Coppola, dove la mafia sicula diretta dal potente Lucchesi-Andreotti, come una piovra è dappertutto, in politica, nella finanza, in Vaticano, col solito Calvi in fuga per Londra, è una fiction scadente. Veltroni rilancia la tesi del Cav. mente delle stragi del ‘92-‘93 e sostiene che furono fatte per sconfiggere gli ex-comunisti. Veltroni non si rende conto che nel ‘94 votammo tutti Berlusconi perché quella fiction non era credibile e per questo i "progressisti" persero. Per chi è abituato a seguire CSI Miami, dove è presente il tema della mafia e del narcotraffico, oppure NCIS, dove Gibbs e i suoi sono come cane e gatto con Fbi e Cia, sa benissimo che i protagonisti indagano a 360 gradi su ogni omicidio, scoprendo per altro traffici d'armi coperti dai servizi segreti. Mentre lavora sulla morte di un grande trafficante d' armi francese, coperto da Cia e Fbi, la battuta più frequente di Gibbs è: "E poi dicono che non riescono a trovare bin Laden…". Gli americani sono più scafati di noi e conoscono quanti strani affari una grande potenza può essere costretta a fare. L’Irangate o l’Iran-Contras affair nel 1985-86 rivelò che alti funzionari dell’amministrazione Reagan erano coinvolti in un traffico illegale d'armi verso l’Iran, paese formalmente nemico degli Stati Uniti dopo i 52 americani tenuti in ostaggio dal 1979 al 1981, ma, benché l’Iran fosse all’epoca in guerra con l’Iraq e violentemente antiamericana, la vendita delle armi all’Iran fu considerata necessaria per liberare gli ostaggi americani in mano agli Hezbollah libanesi, legati all’Iran. L’affare si complicò ulteriormente, perché i ricavati delle armi vendute all’Iran furono usati per finanziare i Contras che stavano combattendo il governo sandinista del Nicaragua. Nell’85-86 a Washington non si parlava d’altro che del colonnello Oliver North e delle tonnellate di crack (droga dei poveri) che i Contras vendevano negli Stati Uniti. L’affare dell’Iran-Contras era un’operazione clandestina, non approvata dal Congresso e coinvolse North, l’ex capo della Cia Casey e molti alti funzionari governativi. Si chiuse quando il presidente Bush senior garantì il perdono a tutti gli indagati per avere agito nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Una insufficiente cultura investigativa induce alcuni magistrati a costruire teoremi sulle stragi del ‘92-‘93 sullo schema del Padino III e a derubricare la morte di Falcone a "strage di Stato", un concetto che in Italia sembra far luce su qualsiasi mistero e che dimostra solo il disprezzo per lo Stato del quale i giudici si proclamano enfaticamente servitori. I media italiani, diversamente da quelli americani, si limitano a ripetere questi teoremi politici, mettendo in evidenza il degrado del giornalismo. Non c’è più uno Sciascia, né un direttore del Corriere come Piero Ostellino pronto a pubblicarlo. Chissà cosa avrebbe detto Sciascia dei teoremi sulla morte di Falcone. Dal Padrino I (1972), ispirato dal romanzo di Mario Puzo, a La Piovra (1984-2001), si sono riproposti rozzamente i temi della saga del Padrino e non si distingue più tra fiction, letteratura e realtà. È strano come nelle indagini sulla morte di Falcone i magistrati si affidino ai pentiti, alle intercettazioni e non si siano mai soffermati sulle indagini internazionali di Falcone. Sollecitato dal giudice Chinnici, il cui maggiore onore era essere stimato dagli americani, Falcone aveva cominciato ad indagare su Rocco Spatola e, recandosi negli Stati Uniti nel 1980, iniziò a lavorare con Victor Rocco, investigatore del distretto di New York est. Falcone era convinto dell’esistenza di uno stretto rapporto tra mafia americana e siciliana. Lavorava su un traffico di morfina che dalla Siria e l’Afghanistan era approdato tramite un trafficante turco a Palermo nel 1975 e la città era diventata una raffineria che riforniva di eroina gli Stati Uniti. Le indagini si svolsero negli anni dell’occupazione russa dell’Afghanistan, mentre gli Stati Uniti appoggiavano i mujaheddin contro i sovietici, la Cia li riforniva di armi e ai funzionari della Dea (Drug Enforcement Administration) fu chiesto di chiudere un occhio sul traffico di oppio afghano. Prima di morire Falcone si occupava di riciclaggio di denaro in Svizzera. Denaro proveniente dal traffico d'armi e di droga. E proprio i dollari finiti nelle banche svizzere avevano impressionato gli americani, che all’inizio non avevano dato importanza alle sue indagini. Falcone collaborò all’operazione "Pizza Connection" con Louis Freeh, capo del FBI nominato da Clinton. Louis Freeh è finito poi indagato dalla commissione d’indagine sull’11 settembre per non avere tenuto conto delle segnalazioni del controterrorismo e di un agente del Fbi di Phoenix, che nel luglio 2001 fece rapporto su membri di Al Qaeda che frequentavano una scuola di volo: tra loro c’erano alcuni terroristi dell’attacco alle Twin Towers. Il rapporto di Freeh con Clinton, tanto sbandierato dalla sinistra, era tale che, scaduto il mandato al Fbi, Freeh rimase per non dare a Clinton la possibilità di nominare il nuovo capo del Bureau. Il processo di "Pizza Connection" del 1984, dove fu condannato Rosario Gambino, implicato anche nel presunto rapimento Sindona, consolidò il rapporto tra Freeh e Falcone. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto attenzione per la Sicilia. Lo stesso Sindona, come altri mafiosi italo-americani e siciliani, aiutò gli americani a sbarcare in Sicilia, fu arruolato nella Cia, andò negli States e fu per anni un rispettato banchiere. Anche la Sicilia indipendentista di Salvatore Giuliano aveva guardato all’America. Per la posizione geopolitica dell’isola, il rapporto degli Stati Uniti con la Sicilia attraverso gli immigrati siculi e le loro relazioni con amici e parenti siciliani è sempre stato importante. Anche Falcone riteneva fondamentale il rapporto con gli Stati Uniti. Fu grazie ai rapporti stabiliti con l’Fbi con "Pizza connection" che Falcone ottenne il trasferimento di Buscetta in Italia. Boss del narcotraffico, Buscetta fu arrestato in Brasile nel 1983, Falcone andò a trovarlo nelle carceri di San Paolo per chiedergli se era disposto a collaborare con la giustizia italiana. Buscetta fu estradato negli Stati Uniti nel 1984, collaborò con l’Fbi, che gli fornì una nuova identità e nel luglio dello stesso anno fu estradato in Italia. Buscetta, primo mafioso pentito, ebbe un feeling particolare con Falcone e fece rivelazioni esplosive, fino a indicare in Giulio Andreotti il referente principale di Cosa nostra, proprio come nel Padrino III e ne La Piovra. Dopo le dichiarazioni di Buscetta e il maxiprocesso di Palermo, Falcone divenne famoso e fu chiamato a partecipare al talk show di Maurizio Costanzo. Il magistrato aveva rapporti con Carla Dal Ponte, il giudice svizzero amica di Madeleine Albright, e nel 1991 scrisse un libro sulla mafia con Marcelle Padovani, del Nouvel Observateur, la poliedrica giornalista mitterandiana all’occorrenza rivoluzionaria e guerrigliera, amica di Régis Debray. Falcone, che nel suo studio aveva una fotografia insieme a Bush senior e Peter Secchia, era diventato ormai un magistrato di fama internazionale. Fiero di essere stimato da Bush senior, il presidente della prima Guerra del Golfo del ’90-91. Bush dichiarò lutto nazionale il giorno della morte di Falcone l’accademia dell'Fbi a Quantico gli dedicò persino un monumento. Il presidente degli Stati Uniti in visita a Roma nel 1989 volle incontrarlo e gli riservò un’ora di colloquio. L’ambasciatore Secchia non faceva mistero della stima per Falcone a Roma per collaborare con Martelli, lo immaginava come un futuro possibile ministro. Bush, Louis Freeh e Rudy Giuliani lo stimavano e, secondo alcuni, pensavano a lui anche come primo ministro. Si è anche fantasticato di un patto tra Falcone e gli Stati Uniti per sbarazzarsi di Craxi dopo Sigonella e della politica filoaraba di Andreotti e si è sbandierata l’ipotesi che sia stato ucciso a Capaci prima dai soliti Andreotti e Craxi e ora da Berlusconi per impedirgli di essere un protagonista della seconda Repubblica. È nota l’amicizia dei Bush per Silvio Berlusconi, gli inviti alla Casa Bianca, al Congresso americano: se vi fosse stata anche soltanto l’ombra di una qualche implicazione nella strage di Capaci questo speciale rapporto col Cavaliere non vi sarebbe stato. Paradossalmente, coloro che oggi ricordano la stima dei Bush per Falcone, fanno parte della sinistra che manifestava contro la Guerra del Golfo di Bush e dava del fascista a Bush jr per la guerra in Afghanistan e in Iraq. Purtroppo non c’è stato un Gil Grissom, né un Gibbs a indagare a 360 gradi sulla morte di Falcone. Alla sinistra faceva comodo dare la colpa ad Andreotti nel ’92-93 e ora fa comodo creare polveroni su Berlusconi. Forse, invece, proprio Falcone ha dato la chiave del suo assassino. "Si muore generalmente perché si è rimasti soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande". Falcone con le sue indagini era entrato davvero senza volerlo nel Grande Gioco e pare avesse anche temuto l’alleanza di servizi segreti stranieri con la mafia. Invece di fissarsi su teoremi italiani, forse sarebbe il caso di vagliare ipotesi alternative. A uccidere Falcone potrebbe essere stato qualche servizio segreto orientale, qualche gruppo del narcotraffico, ma pure anche chi temeva le indagini sul flusso di rublo-dollari che giungevano in Italia attraverso i canali di vecchi compagni del Pci, soldi che venivano riciclati in tutta Europa. Falcone aveva già incontrato il magistrato russo Valentin Stepankov e doveva incontrarlo nel maggio del ’92, se non fosse stato ucciso. Ad assassinare Falcone potrebbe anche essere stato qualche servizio segreto occidentale che operava in Medio Oriente e non gradiva un giudice troppo attento ai traffici di armi e droga. Falcone potrebbe anche essere stato cinicamente ucciso da chi voleva destabilizzare la politica italiana, aiutato da qualche sinistro cervello italiano. Fu ucciso in maniera spettacolare in Sicilia, non a Roma, dove sarebbe stato più facile colpirlo, per inviare un messaggio chiaro alla Dc, mentre in Parlamento si votava per il Presidente della Repubblica. Il nuovo presidente doveva essere Andreotti e si elesse Scalfaro, un magistrato, due giorni dopo la morte di Falcone. Nel giugno del ’92, in certi ambienti di Londra, si parlava di regime change per l’Italia e di un'imminente rivoluzione dei giudici. Però, la corte d'Assise di Roma, pochi giorni, fa ha preso in considerazione anche l’ipotesi che Roberto Calvi sia stato ucciso dai servizi segreti inglesi, perché aveva venduto armi all’Argentina durante la guerra delle Falkland. Falcone e Calvi erano diversissimi, ma avevano in comune il problema che tanti li volevano morti. Dopo la morte di Falcone si sono scoperti tutti falconiani, pochi però hanno indagato davvero sulla sua morte, limitandosi soltanto a riproporre il vecchio film di Francis Ford Coppola. E’ noto che dopo l’uccisione di Falcone gli agenti del Fbi si precipitarono subito sulla scena del crimine di Capaci, raccolsero mozziconi di sigaretta nel luogo dove fu azionato il pulsante del detonatore che provocò l’esplosione di tritolo, che investì le auto della scorta e di Falcone. Il Dna delle prove raccolte dal Fbi non corrispondeva però a quello di Giovanni Brusca, il pluriomicida pentito, che ha goduto di un trattamento carcerario estremamente leggero. In qualsiasi giallo, questo dato provocherebbe qualche dubbio. Forse, chissà, tra una ventina d’anni sapremo qualcosa di più sulla morte di Giovanni Falcone, un uomo coraggioso che non meritava di essere sepolto sotto la retorica del santino buono per tutte le stagioni.

Un’altra verità la racconta Gennaro Ruggiero. Geronimo, alias Paolo Cirino Pomicino, nel suo libro bomba “Strettamente Riservato”, fa alcune considerazioni. In pratica si sofferma su alcune coincidenze molto preoccupanti. Infatti, pare che Giovanni Falcone, avrebbe dovuto incontrare, qualche giorno dopo la sua morte, il procuratore di Mosca Valentin Stepankov, che indagava sull’uscita dalla Russia di grosse somme di denaro esistenti nelle casse del PCUS. Tutto confermato da Valentin Stepankov, il quale ha detto anche che, dopo la morte di Falcone, nessuno gli ha mai più chiesto nulla. Eppure Falcone aveva informato allora Andreotti che il suo interessamento era stato sollecitato dal presidente Cossiga qualche mese prima. Falcone, venne ucciso a Capaci, in una strage in cui furono utilizzati materiali abbastanza insoliti per la mafia e più consueti, invece, per le centrali del terrorismo internazionale. Tutte le conoscenze che Falcone aveva sui flussi di denaro sporco passarono allora a Paolo Borsellino che, a sua volta, secondo l’annuncio dato da Scotti e Martelli in Tv, avrebbe dovuto assumere la guida della Procura nazionale antimafia. Fu la sua condanna a morte. Due mesi dopo Borsellino saltò in aria alla stessa maniera di Falcone. Il Giornale il 3 novembre 2003, raccontava che Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, prima di morire si stava occupando dei finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano: o meglio del riciclaggio di soldi, tanti soldi, che nella fase di dissolvimento dell’Urss lasciavano Mosca attraverso canali riconducibili al Pci. Per questo motivo Falcone si era già incontrato con l’allora procuratore generale russo Valentin Stepankov che su questo stava concentrando tutta la sua attività. Falcone è stato ucciso alla vigilia di un nuovo e decisivo incontro sollecitato dallo stesso Stepankov. Ci sono telegrammi con oggetto: «Finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano».

L’ambasciatore Salleo comunica al Ministero a Roma: “Il Procuratore generale della Federazione russa, Stepankov, mi ha fatto pervenire lettera con cui, facendo riferimento a colloqui da lui a suo tempo avuti con i magistrati Falcone e Giudiceandrea (il procuratore capo di Roma) mi informa della sua intenzione di effettuare nel periodo 8-20 giugno una missione di cinque giorni a Roma nel quadro della inchiesta sui finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano”. C’era solo un motivo per cui il magistrato russo sollecitava la collaborazione di Giovanni Falcone; dopo averne apprezzato la competenza negli incontri precedenti: Falcone era l’unico in grado di accertare l’eventuale coinvolgimento della «criminalità organizzata internazionale», cioè della mafia (o delle mafie), nel riciclaggio del tesoro sovietico. Falcone, vale la pena ricordarlo, da poco più di un anno ricopriva il ruolo di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia. Era stato chiamato da Claudio Martelli, allora Guardasigilli. Da quel momento attorno gli era stato fatto il deserto. Quei mesi prima della strage di Capaci, Falcone aveva visto bruciare la sua candidatura a procuratore nazionale anti mafia dai suoi nemici al Palazzo di giustizia di Palermo e dentro la magistratura: al Csm al momento di scegliere il «superprocuratore» tre membri laici del Pds gli preferirono Agostino Cordova. I due governi, vale sempre la pena di ricordare, presieduti da Giulio Andreotti dal ‘90 al ‘92, con il ministro dell’Interno Enzo Scotti e i due ministri socialisti alla Giustizia, prima Giuliano Vassalli e poi Martelli che aveva voluto Falcone al suo fianco, avevano emanato un numero impressionante di provvedimenti contro la mafia. Per ricordarne alcuni: dal mandato di cattura per decreto legge che riportò dietro le sbarre i grandi mafiosi del primo maxi processo istruito a Palermo dallo stesso Falcone, alle norme anti-riciclaggio, al varo della Dna, la Direzione nazionale anti mafia. Curiosamente gli uomini di questi due governi che più si erano esposti nella guerra dichiarata dallo Stato alla mafia, con la sola eccezione di Vassalli, saranno tutti travolti da Tangentopoli, e il premier, Andreotti, addirittura accusato di essere il baciatore di Totò Riina, il puparo della mafia e il mandante di un omicidio (quello di Mino Pecorelli). Da quando Falcone aveva accettato l’incarico al ministero, Martelli si era trovato a sostenere uno scontro pressoché quotidiano con il Consiglio superiore della magistratura. Questo era il clima che ha avvelenato la vita di Falcone, prima di Capaci.

Racconta Enzo Scotti: «Lo aveva visto pochi giorni prima che partisse per Palermo, era giù di tono. Era stanco e avvilito. Finora degli incontri tra Falcone e il giudice Stepankov si era saputo per sentito dire. Il primo a parlarne è stato l’ex ministro dc Cirino Pomicino nel suo libro “Strettamente riservato”. «L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga » spiega Cirino Pomicino «mi ha raccontato che fu lui a chiedere a Falcone di indagare, su quel flusso di denaro del Pcus che usciva dall’ex Unione sovietica ».

Andreotti ha confermato di aver visto i «telegrammi riservatissimi» giunti alla Farnesina nel maggio del ‘92. Adesso c’è la prova documentale. Nel primo, quello dell’11 maggio, è indicato con precisione il periodo in cui Stepankov intendeva venire in Italia, tra «l’8 il 20 giugno», per indagare su finanziamenti de Pcus, mafia e Pci. Il procuratore generale russo rispondeva positivamente anche alla richiesta di assistenza giudiziaria avanzata dal magistrati romani che indagavano su Gladio Rossa (inchiesta poi frettolosamente archiviata). Per l’incontro con Falcone non ci sarà tempo, poco prima delle 18,30 del 23 maggio una gigantesca carica di esplosivo lo ha fermato per sempre. Del 27 maggio 1992, quattro giorni dopo la carneficina, è il secondo telegramma «urgentissimo» e «riservatissimo» dall’ambasciata di Mosca alla Farnesina, questa volta firmato da Girardo. Valentin Stepankov non può far altro che esprimere l’«amarezza» e il «profondo dolore », e prega di portare le condoglianze ai parenti delle vittime. Ma tramite la nostra ambasciata, dopo aver sottolineato come fosse stato in programma di lì a poco il loro incontro, Stepankov non rinuncia a ricordare Falcone «quale degno cittadino dell’Italia, uomo di alto impegno professionale e morale». Peccato che i due telegrammi «urgentissimi» non abbiano mai attirato l’attenzione della commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante e Vice presieduta dal democristiano Paolo Cabras: nel ‘93 preferirono mettere sotto processo la Dc e Giulio Andreotti. E oggi si vuole accusare Silvio Berlusconi e i suoi fedelissimi. Ma allora tutta la storia, perché è di storia che stiamo parlando non di leggenda, che fine ha fatto? Allora è vero che c’è una regia politica dietro tutta la vicenda Spatuzza & Co. Purtroppo stavolta non ci sono Falcone e Borsellino, magistrati veri ed imparziali, ci sono solo quelli che come allora accusarono a vuoto Andreotti; ma adesso chi salterà in aria? E chi lo farà, visto che l’unione sovietica è morta? Ma non è morto anche il comunismo? O ci sono i residui bellici ancora vivi? Lascio al lettore analizzare le notizie storiche che mi sono permesso di riportare in questo resoconto.

"Il viaggio di Falcone a Mosca. Indagine su un mistero italiano", il libro di Francesco Bigazzi, Valentin Stepankov. Un filo rosso intessuto di tradimenti di Stato, trame dei servizi segreti, e soldi, tanti soldi, sembra legare indissolubilmente la strage di Capaci del maggio 1992, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli agenti della scorta, ai nuovi poteri, soprattutto criminali, nati nel vuoto istituzionale e nell'instabilità politica generati dal crollo dell'ex Unione Sovietica. Un anno prima il procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, aveva iniziato a collaborare con il magistrato italiano nella comune indagine sugli aiuti finanziari concessi dal Pcus al Pci (...) Dopo il fallito golpe di Mosca dell'agosto 1991 e l'affidamento a Stepankov della relativa inchiesta, la visita del procuratore russo a Roma nel febbraio 1992 e l'incontro con Falcone costituiscono il primo atto di un'intesa destinata a interessanti sviluppi e formalizzata dalla promessa di un imminente viaggio del magistrato siciliano in Russia. Ma quella data, già appuntata nell'agenda delle due Procure, viene letteralmente cancellata dal più devastante attentato mafioso della storia, attuato con una tecnica militare così raffinata da far apparire subito la sua matrice quantomeno sospetta... Contributi di Carlo Nordio e Maurizio Tortorella.

I misteri dell'ultimo viaggio di Falcone a Mosca. In un libro-intervista al procuratore della Russia postcomunista, il possibile movente politico-economico per la morte del magistrato: l'oro del Pcus al Pci, scrive il 30 ottobre 2015 Maurizio Tortorella su "Panorama". Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, sparirono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ma anche l'inchiesta internazionale che il magistrato aveva iniziato a seguire sull'Oro di Mosca: rubli e dollari versati segretamente al Pci per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991. Nel libro Il viaggio di Falcone a Mosca: chi furono davvero i mandanti della strage di Capaci? (Mondadori, 152 pagine, 20 euro), Francesco Bigazzi e l’allora procuratore generale della Federazione russa Valentin Stepankov ricostruiscono quelle indagini e ipotizzano che gli assassini di Falcone, o meglio, i loro mandanti, vadano ricercati tra coloro che guardavano con terrore all’inchiesta più esplosiva del secolo: Pcus, mafia, l’oro di Mosca e i “partiti fratelli”. È stato più volte smentito che il magistrato, in quel momento direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia, potesse essere stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus, arrivati segretamente in Italia. Ma Stepankov conferma autorevolmente il fatto. Del resto, anche Il Corriere della Sera del 27 maggio 1992 riportò la notizia: "Tra la fine di maggio e i primi di giugno Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus". Nel libro, la cui uscita è prevista per martedì 3 novembre, Stepankov racconta a Bigazzi di avere avuto subito la sensazione che dopo Capaci le inchieste avviate sarebbero finite su un binario morto. Venuto a mancare Falcone, del resto, nessuno si curò più di collaborare con la Procura russa. Il libro ricostruisce anche come, nel corso del tempo, quattro diversi ministri (Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Paolo Cirino Pomicino e Renato Altissimo) abbiano dichiarato pubblicamente che Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per confermare una cooperazione giudiziaria sul tema, parlandone (e non era la prima volta) con Stepankov. Tra la metà del 1991 e i primissimi mesi del 1992, sostengono tre di quei quattro ministri, Falcone aveva ricevuto direttamente da Cossiga l’incarico di seguire l'inchiesta dal versante italiano.

Il viaggio di Falcone a Mosca. Un filo rosso intessuto di tradimenti di Stato, trame dei servizi segreti, e soldi, tanti soldi, sembra legare indissolubilmente la strage di Capaci del maggio 1992, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli agenti della scorta, ai nuovi poteri, soprattutto criminali, nati nel vuoto istituzionale e nell'instabilità politica generati dal crollo dell'ex Unione Sovietica. Un anno prima il procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, aveva iniziato a collaborare con il magistrato italiano nella comune indagine sugli aiuti finanziari concessi dal Pcus al Pci e sul ruolo giocato da mafia internazionale e...

Falce, Falcone e martello. Falcone è stato ucciso da Cosa Nostra, o forse no. Mai la giurisprudenza ha seguito la "pista russa". Oggi esce in Italia un libro che cerca di fare luce sulla vicenda: "Il viaggio di Falcone a Mosca", scrive Paolo Guzzanti su "Il Giornale”. Nessuno ha mai saputo dire per quale motivo preciso Giovanni Falcone fu assassinato. Leggeremo il libro di Valentin Stepankov, ex procuratore russo e amico di Falcone, e del giornalista Francesco Bigazzi «Il viaggio di Falcone a Mosca» (Mondadori) con nuovi documenti sullo scenario che in sede giudiziaria italiana è stato evitato come la peste. Sostenere che Cosa Nostra abbia ucciso Falcone perché era «il più grande nemico della mafia» è puerile, ma anche fraudolento: Cosa Nostra non dà premi Oscar alla carriera. La mafia è una macchina per fare soldi, non per vendette teatrali. Quando Cosa Nostra uccide, c'è sempre un motivo gravissimo e immediato. Dunque: per schivare quale pericolo imminente fu assassinato Falcone? Quando arrivò a Mosca la notizia della sua morte, il procuratore Valentin Stepankov ebbe un collasso, disse di aver capito l'antifona e lasciò il suo posto, ufficialmente per dissensi politici. Tutti coloro che in Italia dovrebbero sapere, sanno della pista seguita da Falcone «following the money», ovvero seguendo il cammino in Italia del tesoro del Kgb e del Pcus. L'ambasciatore russo Anatolij Adamiscin supplicò Cossiga di intervenire. Cossiga si rivolse ad Andreotti che suggerì Falcone come investigatore non ufficiale. Non aveva poteri di magistrato inquirente, ma li aveva il suo amico e confidente Paolo Borsellino. Falcone non fece in tempo ad andare a Mosca e il 23 maggio 1992 fu Capaci. Seguì, dopo meno di tre mesi, via D'Amelio.

Rubli, falce e tritolo. Le lunghe ombre russe sulla morte di Falcone. Nuove carte svelano gli intrecci tra mafia dell'Urss, Cremlino e Pci. Il magistrato doveva recarsi a Mosca per indagare sui finanziamenti ai partiti "fratelli". Ma non fece in tempo..., scrive Dario Fertilio su “Il Giornale”. Un secolo e mezzo fa, per Marx, l'ideologia era «la falsa coscienza della classe al potere». Mai l'autore de Il Capitale ne avrebbe immaginato una versione aggiornata così: «l'ideologia comunista è la falsa coscienza della mafia al potere». Eppure, anche in termini rigorosamente marxiani, questa conclusione pare ineccepibile dopo aver letto Il viaggio di Falcone a Mosca, saggio firmato da Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov in uscita per Mondadori (pagg. 156, euro 20). Perché l'immagine degli ultimi giorni dell'Urss e di quelli immediatamente successivi, impressi nei nuovi documenti raccolti dal giornalista italiano, già autore con Valerio Riva del fondamentale Oro da Mosca, e dal primo procuratore della Federazione Russa dopo il crollo del gigante totalitario, mostrano un panorama di macerie impressionante: senza nulla di grandioso, e invece percorso da torme di criminali e lezzo di corruzione che soltanto i compartimenti stagni del regime avevano saputo fino all'ultimo dissimulare. Non bisogna pensare che il termine mafia sia metaforico: qui batte il cuore di tenebra dell'Urss, centro propulsore di una criminalità organizzata prima sotto le insegne della falce e martello e poi, strappate le insegne di partito, alleata dei malavitosi di tutto il mondo, da Cosa Nostra alla Yakuza giapponese, dalla Triade cinese alle famiglie di New York. I documenti mettono in luce la stretta continuità fra la gestione segreta del denaro statale al tempo del potere sovietico, il suo utilizzo all'estero sotto forma di finanziamento ai partiti fratelli - primo fra tutti il Pci - e il programma di sopravvivenza al crollo del sistema: una trama di conti segreti, tra cui l'ingegnoso quanto spregiudicato utilizzo di aziende partecipate dai partiti comunisti stranieri - di cui il sistema delle cooperative del Pci rappresentava un modello - e il possibile riciclaggio di quegli ingenti «contributi» da parte di organizzazioni criminali. E qui entra in campo il nome di Giovanni Falcone richiamato nel titolo: non solo nel suo ruolo simbolico di nemico numero uno della mafia italiana, assassinato a Capaci, ma anche in qualità di investigatore a tutto campo, teso a scoprire i segreti dei legami tra il Pci e il Pcus, in particolare quelli riguardanti i finanziamenti a Botteghe Oscure e le cosiddette «attività speciali» di Mosca all'estero. È Falcone che, durante una visita a Roma del collega russo nel maggio del fatale 1992, scopre un'affinità elettiva con Valentin Stepankov, al punto da programmare con lui un successivo viaggio a Mosca. Le loro strade erano fatte per incrociarsi: Falcone, rivela Stepankov, aveva tra l'altro il compito di accertare se, nell'ambito dei finanziamenti inviati dal Pcus al Pci, fosse stato istituito un canale per finanziare anche le Brigate rosse e la cosiddetta «Gladio rossa», un'organizzazione clandestina tesa al sovvertimento violento della democrazia in Italia. A sua volta, Stepankov si aspettava dal collega italiano un aiuto di fondamentale importanza per rintracciare il percorso dell'«oro da Mosca», volatilizzatosi proprio nei giorni immediatamente successivi al fallito golpe comunista contro la nascente democrazia. Stepankov era convinto che per portare a termine questo compito fosse intervenuta una cooperazione tra mafia italiana e «alcuni personaggi del Pci». Non il partito in quanto tale, piuttosto suoi singoli esponenti collusi con la criminalità organizzata. Per non perdere tempo, l'intrepido Stepankov inviò anche alla Procura di Roma tutta la documentazione, e una parte dell'istruttoria raccolta per il processo che doveva essere intentato agli autori del fallito golpe.Una simile coppia di ferro costituiva un pericolo mortale per la nomenklatura sovietica alleata di Cosa Nostra. Venne spezzata dai cinque quintali di tritolo fatti esplodere a Capaci il 23 maggio del 1992.Tutto, o quasi, oggi si conosce sull'identità degli esecutori. Ma l'attentato venne attuato con una tecnica militare così raffinata da far apparire subito la sua matrice quantomeno sospetta. E Stepankov, che se ne intende, non manca di farne notare l'effetto principale: le inchieste avviate con Falcone finirono su un binario morto. Aggiunge la sensazione che il collega italiano possa «essere stato danneggiato dalle attività» che stava conducendo al suo fianco. E conclude: gli attentatori hanno raggiunto «l'obiettivo di impedire il suo viaggio a Mosca».La collaborazione italo-russa, in realtà, continuò, ma il vento della politica stava cambiando. Lo stesso Stepankov, dopo aver sfidato il presidente Boris Eltsin condannando il bombardamento della sede dove si erano asserragliati i parlamentari ribelli della Duma, fu costretto a dimettersi. Fine della storia? Non del tutto, anche se l'«oro del Pcus» svanisce nel nulla, in un vorticoso valzer d'investimenti immobiliari, nascite e morti di società fittizie. Proprio come - rivelano i documenti - sognava a suo tempo il tesoriere del Pcus, Nikolaj Krucina.E l'insegnamento che se ne trae? Se dietro a ogni sistema totalitario si nasconde una piovra mafiosa, non basta tagliarne alcuni tentacoli per farla morire. Il diritto sovietico, fino alla caduta, si basava sul teorema Pashukanis: un reato si giudica principalmente secondo il grado di pericolosità per il regime. Il «ladro in legge» (in russo, vor v zakone) aveva poteri più grandi del padrino in Sicilia: come se avesse ricevuto una delega dallo Stato, controllava tutte le attività criminali e doveva rispondere solo ai capi dei servizi di sicurezza. Il bilancio del Pcus era per così dire in nero, sottratto senza controllo a quello ufficiale. E il suo «tesoro», nonché i beni dell'Urss rimasti all'estero - il ricchissimo patrimonio immobiliare sparso in tutto il mondo e i fondi clandestini che per decenni erano stati messi a disposizione non solo del Kgb, ma anche di altri servizi segreti militari e politici - diventarono la grande torta da spartire e proteggere a colpi di mitra e pistola Makarov. E, forse, anche di tritolo.

58 giorni. Cossiga va da Borsellino: “Sei tu l’erede di Falcone”, scrive il 15 giugno 2013 Giovanni Marinetti su “Barbadillo”. 13 giugno 1992. Cossiga incontra Borsellino. L’ex presidente della Repubblica giunge a Palermo per rendere omaggio alle vittime della strage di Capaci. Accompagnato dal prefetto Mario Jovine, Cossiga mostra il suo cordoglio ai parenti delle vittime e prega, inginocchiato, assieme alla moglie di Vito Schifani, Rosaria. «Presidente, preghi forte: voglio sentire cosa dice». È Rosaria a chiederlo a Cossiga, e insieme recitano il De Profundis, un Pater e un’Ave. Nel pomeriggio incontra Paolo Borsellino. Sarà lo stesso Cossiga a ricordarlo: «Glielo dissi chiaro e tondo, è inutile che si agiti: lei è il successore e l’erede di Falcone Lei e nessun altro». Sul Corriere della Sera, il ministro Martelli polemizza con i magistrati, che definisce “professionisti dell’Associazionismo”. Mentre il Psi critica la linea politica di Bettino Craxi, iniziando a voltargli le spalle, i giornali riportano la celebrazione che il Wall Street Journal fanno di Antonio Di Pietro. Il Sole 24 Ore, invece, nell’articolo dal titolo “Affari di droga tra mafia e Pcus. Falcone indagava con i russi”, riporta le parole di Teldman Gdlian, ex giudice della Procura generale dell’Urss, che sostiene che il Cremlino ricavava miliardi di lire vendendo in Italia la droga delle repubbliche asiatiche dell’Urss in accordo con la mafia siciliana. Insomma, il viaggio di Falcone a Mosca, dice, non stava bene né alla mafia italiana né a quella russa. 14 giugno 1992. Il governo fatica a vedere la luce, ma i mercati iniziano a “innervosirsi”. Il Giornale: “Traballa anche la lira”. Scrive l’editorialista Giancarlo Mazzuca: «Un superministro per l’economia? Ciampi al governo? Non c’è più tempo, ormai, per i soliti dibattiti: bisogna agire. A cominciare dalle privatizzazioni appena decollate che, anche dal punto di vista psicologico, possono rappresentare il sospirato segnale di svolta». Tutti i quotidiani riportano i risultati di un’indagine sulla criminalità: metà degli italiani vuole la pena di morte contro i boss mafiosi, e nove cittadini su dieci pensano che la mafia sia la più grave delle minacce per il paese. Il clima è questo. E la politica è debolissima, spaventata dalle inchieste milanesi, in continua lite con la magistratura e senza leadership nei partiti.

I DEPISTAGGI.

Borsellino: Spatuzza, dissi verità anni fa. Pentito sentito al processo per depistaggio, "rubai io la 126", scrive il 5 febbraio 2019 (ANSA). "Sono colpevole. Ho rubato io la 126 usata per l'attentato e me pento": inizia così la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza, sentito in trasferta a Roma dai giudici di Caltanissetta che celebrano il processo sul depistaggio delle indagini per la strage di via d'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Imputati i funzionari di polizia Bo, Mattei e Ribaudo che, secondo l'accusa, avrebbero costretto tre falsi pentiti a dare una ricostruzione non veritiera dell'attentato. Spatuzza, che con le sue rivelazioni ha scagionato 8 persone ingiustamente condannate all'ergastolo, ha raccontato di aver portato in un garage la 126, poi imbottita di tritolo alla presenza di uno sconosciuto. Spatuzza ha riferito ai giudici di aver rivelato il clamoroso errore investigativo commesso dagli inquirenti già mentre era detenuto a L'Aquila. "Dissi sia a Vigna che a Grasso (entrambi procuratori nazionali antimafia ndr) che in carcere c'erano innocenti", ha spiegato.

PROCESSO DEPISTAGGIO VIA D'AMELIO. Depistaggio via d'Amelio, Spatuzza: ''Nel '93 anche a Napoli mandammo l'esplosivo per gli attentati'', scrive il 6 Febbraio 2019 su Antimafiaduemila Aaron Pettinari. Assieme all'ex boss di Brancaccio sentito Mario Santo Di Matteo. Salta la deposizione di Di Carlo. Nel 1993, dopo le stragi di Roma e Milano e prima dell'attentato allo stadio Olimpico di Roma, anche la città di Napoli doveva essere colpita secondo il disegno stragista di Cosa nostra. Il dettaglio è emerso oggi nel corso del processo sul depistaggio di via d'Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Di fronte al collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D'Arrigo, ieri hanno deposto i collaboratori di giustizia Mario Santo Di Matteo e l'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, ovvero il pentito che ha contribuito a riscrivere parte della storia della strage del 19 luglio 1992. Quest'ultimo, rispondendo all domande del sostituto procuratore Stefano Luciani, ha parlato di quella lunga serie di attentati avvenuti tra il 1992 ed il 1994: "C'era una questione a Napoli che abbiamo gestito anche noi in parte. Nel primo punto noi abbiamo prelevato l'esplosivo, lo abbiamo macinato e lo abbiamo inviato a Napoli in quanto, come mi disse Giuseppe Graviano, si sarebbero fatti tutto loro, i napoletani. Successivamente venne a dirmi che per quella circostanza ci saremmo dovuti muore io e Cosimo Lo Nigro perché loro non erano esperti della tipologia del nuovo esplosivo". Questo progetto di attentato, secondo quanto dichiarato dal collaboratore, sarebbe stato messo in piedi dopo le stragi di Milano e Roma e prima dell'incontro con Graviano a Campofelice di Roccella, avvenuto tra ottobre e novembre 1993. "C'era questa famiglia napoletana dei Nuvoletta che si muoveva per quel che riguardava Cosa nostra". Il progetto su Napoli, però, venne accantonato. Quella sequela di attentati in Continente, secondo Spatuzza, rappresentavano "qualcosa che andava oltre Cosa nostra". "Gli attentati di Falcone e Borsellino per quello che rappresentavano, anche se erano complesse e con una devastazione, erano passabili. - ha detto l'ex boss di Brancaccio - Rispetto al 1992 quello che viene dopo ha la modalità terroristica. Ci si spostava in qualcosa che andava oltre".

Gli incontri con Giuseppe Graviano e il "colpetto" da dare. Come ha fatto in altre occasioni Spatuzza ha parlato degli incontri avuti con Giuseppe Graviano tra il 1993 ed il 1994. Il primo tra ottobre e novembre, assieme a Cosimo Lo Nigro, a Campofelice di Roccella dove "venne pianificato l'attentato contro i carabinieri". "Io dissi in quell'occasione che ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano, come Firenze, dove erano morti bambini e persone civili, così come Milano. Era qualcosa di esterno da noi. Ed è in quell'occasione che ci disse se capivamo d politica. Lui ci spiegò che 'era in piedi una cosa che se andava a buon fine avremo tutti benefici, a partire dai carcerati'". Tempo dopo la squadra dei killer di Brancaccio si trasferì a Roma, preparando l'attentato all'Olimpico. Una strage che solo per il mancato funzionamento del telecomando non ha avuto luogo e che sarebbe stata, forse, la più devastante di sempre. "Avevamo programmato 80-90 chili di esplosivo ma avevamo ricevuto l'indicazione di rendere tutto ancora più potente e così aggiungemmo diversi chili di tondini di ferro tagliati a pezzettini - ha raccontato ancora il killer di don Pino Puglisi - C'era però una direttiva. Prima di andare avanti dovevamo aspettare l'arrivo a Roma di Giuseppe Graviano". Il boss di Brancaccio arrivò pochi giorni prima del 23 gennaio 1994, la domenica individuata per colpire. "Graviano lo incontrai al bar Doney - ha continuato Spatuzza - Mi dice che 'avevamo chiuso tutto ed avevamo ottenuto quello che cercavamo. Disse che avevamo chiuso grazie a persone serie che avevano portato avanti questa cosa ed ebbe a dire che la personalità era Berlusconi. Chiesi se era quello di canale 5 e lui rispose affermativamente e che 'in mezzo c'era il nostro compaesano Dell'Utri'. Io ero contento e dissi il mio intento di colpire Contorno che sapevamo si trovava a Formello. Ma lui mi disse che si doveva andare avanti con l'attentato ai carabinieri perché con questo dovevamo dare il colpo di grazia. Poi in macchina aggiunse anche che 'i calabresi si erano già mossi' e poi appresi dell'uccisione di due carabinieri".

La strage di via d'Amelio. Parlando del ruolo avuto nella strage di via d'Amelio Spatuzza ha detto senza mezze misure: "Sono colpevole. Ho rubato io la 126 usata per l’attentato e me pento”. Successivamente ha raccontato in maniera sintetica tutte le fasi in cui l'auto venne prelevata fino al trasporto, li 18 luglio 1992, al garage di Villasevallos. Qui la 126 utilizzata per la strage venne imbottita di tritolo alla presenza di uno sconosciuto che il collaboratore di giustizia non ha più rivisto successivamente. Alla domanda del pm Stefano Luciani se sapesse descrivere l’uomo, che sarebbe stato estraneo a Cosa nostra, il pentito ha risposto “ho ricordo di una foto sfocata. Nel momento in cui arrivo c'è Tinnirello che mi sta pilotando all'interno e noto questa persona in fondo al garage ma la mia massima attenzione era nella persona di Tinnirello che lo conoscevo. Ho cercato di dare indicazioni sull'immagine di questo negativo che è memorizzato nella mia memoria".

Il colloquio con Grasso e Vigna. Spatuzza ha anche ricordato che prima della sua collaborazione con la giustizia aveva avuto dei colloqui investigativi con il Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e con Piero Grasso. "Io a loro diedi delle indicazioni. Dissi che in carcere c'erano innocenti e che stavano prendendo degli errori. Era il 1997, 1998. In quel periodo avevo già iniziato a prendere delle distanze da Cosa nostra. Lo dissi anche a Vigna e lui disse che era contento di questo percorso ma che un pentimento profondo avrebbe significato dare un contributo con la giustizia. Ma in quel momento non ero intenzionato a collaborare. Di quel colloquio parlai anche a Tolmezzo con Filippo Graviano. Al tempo si parlava anche di dissociazione e riprendendo il discorso e di quella disponibilità di Vigna, Filippo Graviano venne a dire di far sapere a Giuseppe che se non arrivava niente da dove deve arrivare è bene che anche noi iniziamo a parlare con i magistrati".  Rispondendo alle domande delle parti civili, tornando sul colloquio investigativo con Vigna e Grasso ha aggiunto: "In un primo momento anche credevo che noi avessimo rubato una macchina che altri avevano già rubato. Quella era la mia convinzione all'epoca. Avevo poi avuto modo di vedere entrambe le persone che per conoscenze dirette le ritenevo estranee ai fatti (il riferimento è ad Orofino e Murana che furono ingiustamente condannati, ndr), per conoscenze dirette, e stavo dando indicazioni per far capire che stavano commettendo errori gravissimi in questo punto". Quei colloqui investigativi Spatuzza non li ha mai firmati "perché non avrebbe avuto senso in quanto così sarebbe stata palese la mia collaborazione. Ma avrei negato totalmente".

Mario Santo Di Matteo e quell'intercettazione con la moglie. Dopo Spatuzza a salire sul pretorio è stato il collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo. Quest'ultimo, così come aveva fatto al Borsellino Quater, non è riuscito a dare una spiegazione chiara su un episodio che rappresenta un buco nero nella ricerca della verità sulla strage di via d'Amelio. I pm hanno infatti contestato al collaboratore di giustizia il contenuto di un colloquio in carcere, intercettato, avuto con la moglie Francesca Castellese il 14 dicembre del 1993. I due si trovavano presso i locali della Dia, a poche settimane dalla scomparsa del figlio. Un dialogo concitato e dai toni accesi in cui la madre appare disperata, in cui ad un certo punto si parla di "infiltrati nella polizia" inseriti nella strage Borsellino.

CASTELLESE: tu a tò figliu accussì l’ha fari nesciri, si fa questo discorso

DI MATTEO: ma che discorso? Ma che fa

CASTELLESE: parlare della mafia

DI MATTEO: Ah, nun ha caputu un cazzu

CASTELLESE: come non ha caputu un cazzu?

Parlano sottovoce

CASTELLESE: Oh, senti a mia, qualcuno è infiltrato (?) per conto della mafia

DI MATTEO: (?)

CASTELLESE: Aspè, fammi parlare (incomprensibile) Tu questo stai facendo, pirchì tu ha pinsari alla strage di BORSELLINO, a BORSELLINO c’è stato qualcuno infiltrato che ha preso (?)

DI MATTEO: (?)

CASTELLESE: Io chistu ti dicu … forse non hai capito

DI MATTEO: tu fa finta, ora parramo cu’…

CASTELLESE: Io haia a fare finta, io quannu cu’ papà ci dissi ca dà vota vinni ni tì capito, parlare cu to figlio

Parlano sottovoce e velocemente: incomprensibile

DI MATTEO: No tu dici se u’ sannu, lu sta dicinnu tu

CASTELLESE: capire se c’è qualcuno della Polizia infiltrato pure nella mafia e ti … 

DI MATTEO: Cu?

CASTELLESE: mi dievi aiutare da tutti i punti di vista, picchì iu mi scantu, mi scantu

DI MATTEO: intanto pensa a to (figliu) (…..)

CASTELLESE: cioè io pensu au picciriddu, caputu? Tu m’ha capiri! Però, Sa, u discursu è chuistu, nuatri hamma a fari (?)

Incomprensibile, parlano a bassa voce

DI MATTEO: Iddu mi dissi, dice, tò muglieri (?) suo marito ava a ritrattari (Inc.) Iddu, BAGARELLA e Totò (?) sanno pure che c’hanno...

"Queste intercettazioni a distanza di anni sono inserite in un momento drammatico ma a cosa facevano riferimento?" ha chiesto Paci. E Di Matteo ha risposto: "Dopo 25 anni sempre mi chiedete questa cosa dell'intercettazione ma non esiste. L'unica persona che ho avuto contatti come dei servizi segreti che ho conosciuto è solo questo tal Bellini". "Ma le parole hanno un senso e i riferimenti sono specifici" ha insistito Paci. Ma ancora una volta il teste ha insistito: "Il colloquio l'ho avuto ma per il fatto di Giuseppe e che mia moglie parlava con me perché avevano sequestrato Giuseppe. Ma non che io parlavo dei servizi segreti. Che io non conosco. Ogni volta mi fanno la domanda... Ma è sempre la stessa storia. Non è vero niente. Io non lo so, non conosco nessuno dei servizi".  A quel punto è anche intervenuto Luciani: "Non si può dire che queste cose non esistono qui si sta leggendo il contenuto di un'intercettazione in cui parla lei con sua mogie". E Di Matteo ha replicato: "Io non credo che c'è un'intercettazione perché è come Scarnatino che ha dentro tante str... e magari ha messo una parola diversa.. e non è vero. Io non avevo problemi a dire se c'era qualcuno dei servizi. Avevo parlato di tutto, di Capaci. Perché dovevano non dire la verità?". Ugualmente il procuratore aggiunto nisseno ha ricordato al teste il contenuto di un'intervista rilasciata al Tg1 il 23 novembre 2008. Al giornalista, Raul Passaretti, che annunciava che Di Matteo avrebbe presto fatto “i nomi dei killer della strage di Via d’Amelio" il pentito, che era al tempo in diretta, rispose "Anche se li so in questo momento non posso dire nulla". Alla contestazione Di Matteo ha detto che "i nomi che sapevo sono quelli che ci siamo detti oggi, i Riina, i fratelli Graviano e compagnia". Ma il dubbio che vi fosse dell'altro, resta. Così il pentito ha parlato del confronto con Scarantino nel 1995: "In questa occasione dopo che ha finito di parlare ho detto che questo non sapeva niente di Cosa nostra e più che rubare le ruote di scorta delle macchine non sapeva. Se non volevano credere me ci sono altri pentiti, e dissi di chiedere ad altri pentiti. Per me questo non esisteva a Cosa nostra". Sempre rispondendo alle domande dei pm sull'attentato di Borsellino, Di Matteo le ha fatte in merito alla consegna, a Gioé, dei telecomandi che poi sarebbero stati utilizzati per far saltare in aria l’autobomba che 57 giorni dopo uccise a Palermo il giudice e la sua scorta. "Mi disse che sarebbero serviti ai Graviano. Mi disse che c'era un lavoro ma che lo dovevano fare loro, i Graviano, come incarico. E nient'altro".

L'ultimo colloquio con Gioè. Altro episodio misterioso che ha visto coinvolto Di Matteo prima che fosse pentito è quello dell'ultimo dialogo con Antonino Gioé, prima che questi morisse in circostanze che ancora oggi sono tutte da chiarire nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993, la notte dopo le stragi di Roma e Milano. “Mi trovavo presso il carcere di Rebibbia e passeggiavo all'esterno durante l'ora d'aria. Da una finestra si affaccia Gioé. Mi sembrava un barbone per come era messo in viso con la barba lunga. Gli chiesi come stava se faceva colloqui con la famiglia. Mi disse che stava bene che mangiava pesce spada e che tutti i giorni vedeva il fratello. In quel momento capii che stava combinando qualcosa e pensai che stesse collaborando. E all'indomani mattina mi portano all'Asinara. Lì dopo qualche giorno che si diffuse la notizia della morte vennero ad interrogarmi e mi dissero che Gioé aveva parlato di me nella lettera. Se aveva contatti con inquirenti prima di allora? A me non risultano”. Di Matteo ha anche confermato degli incontri tra Antonino Gioé e Paolo Bellini, uomo che “a dire di Gioé era appartenente dei servizi segreti". Infine ieri era prevista la deposizione di Francesco Di Carlo ma la sua escussione è stata rinviata ad altra data. Oggi si terrà l’ultimo giorno di trasferta e saranno sentiti Giovanni Brusca, Francesco Onorato e Gaspare Mutolo.

BORSELLINO. IL MOVENTE “MAFIA-APPALTI” & TAV INSABBIATO E LO SPATUZZA DIMENTICATO PER 21 ANNI, scrive il 5 Febbraio 2019 Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Botti da novanta sulla strage di via D’Amelio. Ai microfoni di “Che tempo che fa”, Fiammetta Borsellino denuncia con forza straziante tutti i buchi nell’inchiesta, punta l’indice contro gli inquirenti che non hanno voluto vedere e soprattutto indica nel dossier “Mafia appalti” il nodo insabbiato e invece movente principale di quella strage, ancora oggi senza colpevoli. Secondo botto. A Roma una verbalizzazione esplosiva, quella del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale racconta come addirittura 21 anni fa, nel carcere dell’Aquila, aveva già svelato il taroccamento del falso pentito Vincenzo Scarantino e la pista fasulla seguita dai magistrati, a due big delle istituzioni: l’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e il suo vice, Piero Grasso, che ne prenderà il posto per poi tuffarsi in politica. Per la serie: sapevano e non hanno mosso un dito. Partiamo da quest’ultima, incredibile vicenda, che la dice lunga sullo stato comatoso – e già da decenni – della giustizia di casa nostra. Si trattò di un cosiddetto “colloquio investigativo”, quello tra gli “interroganti” Grasso e Vigna e il picciotto Spatuzza, soprattutto per sondare la possibilità di arruolarlo tra i collaboratori di giustizia.  Colloqui non possono essere utilizzati a fini processuali, ma risultare molto utili per trovare nuovi elementi e aprire nuove piste investigative. Il colloquio clou si svolse nel carcere dell’Aquila il 26 giugno 1998, ma si desume dal contesto che non si trattava certo del primo. A Spatuzza venne chiesto di Scarantino. Dalla lettura del verbale risulta in modo chiarissimo che Spatuzza scagionò totalmente sia Scarantino che gli altri indagati e poi ingiustamente condannati (scontando 16 anni). Chiese esplicitamente Grasso: “Scarantino che c’entra?”. E rispose Spatuzza: “Non esiste completamente”. Ecco un commento espresso dall’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari: “Certo, leggendo ora quel verbale qualche rammarico viene. Forse se si fosse battuta quella pista qualcosa sarebbe venuta fuori prima e quegli innocenti non sarebbero andati in galera”. Solo qualche rammarico…Va ricordato per sommi capi come nacque il “caso Scarantino”. Tutta la colpa, oggi, viene scaricata sull’ex capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, incaricato delle prime indagini. Di tutta evidenza, comunque, pur sempre alle “dipendenze” della magistratura inquirente. Il primo fascicolo venne assegnato a due toghe, Anna Maria Palma (all’epoca considerata una ‘toga rossa’, dopo molti anni passata come capo di gabinetto nel Senato retto da Renato Schifani) e Carmine Petralia; pochi mesi dopo affiancati dall’oggi mitico Nino De Matteo, allora pm di primo pelo, del quale oggi dice Fiammetta: “perchè affidargli un caso del genere se non era esperto di mafia?”. E nessuno tra gli inquirenti ha mai tenuto in considerazione le parole di Ilda Boccassini, che aveva messo in guardia a chiare lettere sulla totale non attendibilità né credibilità del pentito Scarantino. Il processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio vede oggi alla sbarra solo tre poliziotti del team di La Barbera. Perchè nessun altro, fino ad oggi, è stato chiamato a risponderne? Mistero.

QUEL DOSSIER BOLLENTE “MAFIA-APPALTI”. Nino Di Matteo alla seconda storia bollente, certo non meno clamorosa. A “Che tempo che fa” Fiammetta Borsellino rammenta: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”. Parole, oltre che amarissime, anche durissime, soprattutto nei confronti di quei magistrati che “archiviarono” quella pista bollente a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio. Attenzione alle date. Il 13 luglio 1992 la procura di Palermo chiede l’archiviazione dell’inchiesta sul dossier Mafia-appalti. La richiesta arriva dai pm Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, altra icona antimafia oggi. La firma del procuratore capo Pietro Giammancoviene apposta quando Borsellino è stato ucciso da appena tre giorni. Mentre l’archiviazione finale è sottoscritta dal gip di Palermo, Sergio La Commare, il 14 agosto. Vale a dire: quando tutti sono sotto l’ombrellone di ferragosto, alla procura si pensa bene d’insabbiare – è il caso di dirlo vista la temperatura delle spiagge palermitane – il super giallo che era alla base dell’ultima maxi inchiesta di Falcone e Borsellino. Anche l’iter di quell’inchiesta è tutto avvolto nel mistero. Il materiale base era costituto dalle indagini effettuate dal Ros di Palermo, la bellezza di 890 pagine finite a febbraio 1991 sulla scrivania di Falcone e Borsellino che drizzarono subito le antenne e cominciarono ad approfondire quelle indagini. Nel dossier venivano indicati appalti, imprese colluse o in fase collusiva, importi, piste da seguire. Di tutto e di più, compresi gli interecci tra mafia e aziende non solo siciliane ma anche del nord. E big come ad esempio la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi. Fu proprio allora che Falcone sbottò: “La mafia è entrata in Borsa!”, riferendesi allo stesso gruppo Ferruzzi, con la sua propaggine siciliana, la Calcestruzzi, sulla quale le cosche avevano allungato i tentacoli. Impegnati nelle indagini ben otto magistrati, alle prese con il parto del topolino, l’inspiegabile archiviazione. Ma l’inchiesta, ormai, era “bruciata”: per il semplice motivo che da Palazzo di Giustizia erano “uscite” notizie sui personaggi e le imprese coinvolte. Nella stessa ordinanza di archiviazione, paradossalmente, viene ammesso: “Non può affatto escludersi, in via d’ipotesi, che nella illecita divulgazione delle notizie e dei documenti riservati oggetto del presente procedimento, possano essere stati coinvolti, o per denaro o in ragione degli asseriti rapporti di amicizia con svariate personalità politiche, i magistrati odierni indagati”. E invece di continuare ad indagare archiviate tutto? Altra vicenda ai confini della realtà.

IL J’ACCUSE DI IMPOSIMATO E LA PISTA TAV. Come assolutamente paradossale è la finta ignoranza di inquirenti e non solo su tutta la “Mafia-appalti” story. Per il semplice motivo che era stranota. A denunciarla con gran forza, infatti, era stato già nel 1995 Ferdinando Imposimato, che nella relazione di minoranza firmata per la Commissione Antimafia all’epoca presieduta da Tiziana Parenti, individuò proprio nel dossier Mafia-Appalti il vero movente per la strage di via D’Amelio. Ma con un altro elemento bomba da nessuno mai neanche lontanamente sospettato: i grandi affari in vista del Treno ad Alta Velocità, quel TAV che sta mandando in tilt il governo gialloverde. Nelle loro primissime indagini, infatti, Falcone e Borsellino puntarono i riflettori proprio su quella quarantina di imprese impegnate sul fronte dei lavori pubblici. E molte di quelle erano già pronte a tuffarsi nel grande business del decennio (anni ’90) e non solo, come si vede oggi, quello griffato TAV. Tra le società finite nel mirino non c’era solo la Calcestruzzi. Ma ad esempio la trentina Rizzani De Eccher e la napoletana Fondedile-Icla, la sigla del cuore di ‘O ministro Paolo Cirino Pomicino. Non solo. Perchè Ferdinando Imposimato, insieme a Sandro Provvisionato, nel 1999 scrissero un j’accuse in piena regola, “Corruzione ad Alta Velocità”, in cui veniva dettagliato per filo e per segno quell’affaire, partito da 27 mila miliardi di lire e già all’epoca lievitato a 150 mila. Imposimato e Provvisionato, in particolare, accendevano i riflettori proprio sul dossier Mafia-appalti da un lato, e sugli insabbiamenti delle prime inchieste sull’Alta velocità dall’altro (a livello milanese il pm Antonio Di Pietro alle prese con “l’Uomo a un passo da Dio”, Chicci Pacini Battaglia). Ma leggiamo qualche passaggio-base del volume, da tutti ignorato “politicamente” perchè l’alta velocità era la più colossale occasione per imprese, mafia e politica di intrecciare connection & affari arci miliardari. Da pagina 62: “La Fondedile nel 1992 era stata incorporata dall‘Icla.Ma proprio la Fondedile lo stesso anno era stata oggetto di un’indagine condotta sia dalla squadra mobile di Caltanissetta, sia dal Ros dei carabinieri di Palermo, a proposito di alcuni appalti irregolari acquisiti da mafiosi, imprenditori e politici. Il contenuto di quelle due indagini era finito sul tavolo dell’allora procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. In quei rapporti spiccavano nomi di mafiosi del calibro di Angelo Siino, indicato come il ‘proconsole di Totò Riina‘, l’uomo di Cosa nostra nel settore degli appalti, nonché quelli di aziende di importanza nazionale, come la Rizzani De Eccher, la Saiseb e, appunto, la Fondedile. Capo zona per la Rizzani De Eccher era quel geometra Giuseppe Li Pera che diventerà un collaboratore di giustizia in grado di mettere in serie difficoltà la procura di Palermo. Capo zona in Sicilia per la Fondedile era invece Gaspare Di Caro Scorsone, già denunciato per associazione a delinquere di stampo mafioso per gli appalti della superstrada Mussomeli-Caltanissetta”. Continua la già allora esplosiva ricostruzione (siamo nel 1999!): “Le confessioni di Li Pera sono esplosive, anche se tutte da verificare: il geometra ricostruisce il funzionamento del sistema degli appalti in Sicilia, rivolge accuse ai magistrati, chiamati in causa con nomi e cognomi. Essi sono: il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco (oggi Fiammetta Borsellino si chiede: “perchè non fu mai interrogato?”, ndr), oltre a quattro suoi sostituti: Guido Lo Forte, considerato vicinissimo al procuratore; Roberto Scarpinato, considerato un magistrato al di sopra di ogni sospetto e molto amico di Giovanni Falcone; Giuseppe Pignatone (oggi procuratore capo a Roma, ndr) e Ignazio De Francisci, entrambi da anni alla procura di Palermo”. E poi – in modo che più chiaro non si può – Imposimato e Provvisionato denunciano il “sistema degli appalti nel quale sarebbe maturata almeno una delle stragi che insanguinarono il 1992: quella in cui morì, 57 giorni dopo Giovanni Falcone, Paolo Borsellino – assassinato insieme a cinque uomini della scorta – quasi ossessionato, nei giorni immediatamente precedenti la sua tragica fine, proprio da quel dossier, il dossier Mafia-appalti”. Così scrissero 20 anni fa esatti Imposimato e Provvisionato. Perchè nessuna toga mai ha pensato di seguire quella pista chiara e non visibile solo per chi non voleva e non vuole vedere?

P.S. La Voce ha costantemente seguito la pista “Mafia-appalti” come documentano le nostre raccolte. Fin dal 1993, quando ‘lievitava’ l’affare Tav. E abbiamo incalzato soprattutto dopo la illuminante relazione di Ferdinando Imposimato alla commissione antimafia, mentre gli altri membri dormivano e troppi tacevano. Ancor più dopo l’uscita di “Corruzione ad Alta Velocità” che già nel 1999 forniva riscontri arcidocumentati. Nel totale silenzio dei media di regime: quei media omertosi e complici – ricordava sempre Imposimato – finanziati proprio dai signori della Tav.

Storia di un incontro segreto per 15 anni. Cosa sappiamo oggi del contenuto del colloquio del 1998 tra Vigna, Grasso e Spatuzza, divenuto noto per un "disguido", scrive giovedì 13 luglio 2017 Il Post. Il 26 giugno 1998 il Procuratore nazionale antimafia e il suo vice – Pier Luigi Vigna e Pietro Grasso – vedono nel carcere dell’Aquila Gaspare Spatuzza nella forma di un “colloquio investigativo” prevista dalla legge per consentire delle conversazioni informali tra investigatori e detenuti che possano essere utili alle indagini senza avere valore processuale (e senza un avvocato presente, per esempio). L’incontro dura due ore e mezzo (con una pausa) e la trascrizione della conversazione occuperà 80 pagine: dal suo contenuto si evince che ce ne fosse stato almeno un altro in precedenza. Proprio per la sua natura legale, dell’incontro non è informato nessuno, né ce ne sarà traccia resa pubblica. Quindi ancora oggi nel 2017 non sappiamo niente di che cosa sia successo in conseguenza delle cose dette in quel colloquio, alcune delle quali apparentemente molto rilevanti per delle indagini e dei processi in corso. La prassi prevede che del contenuto del colloquio connesso a indagini o notizie di reato sia data informazione alle procure competenti: quello di cui Spatuzza parla – con dichiarazioni molto laconiche, ma numerose e in alcuni punti molto chiare – riguarda potenzialmente inchieste in corso a Palermo, Caltanissetta, Firenze. Il processo più importante che potrebbe esserne influenzato (ne sarà infatti travolto nel 2008, quando Spatuzza parlerà ufficialmente collaborando con la giustizia) è in corso a Caltanissetta e riguarda la strage di via D’Amelio in cui nel 1992 è stato ucciso il magistrato Paolo Borsellino: si sarebbe concluso di lì a poco con la condanna di imputati in realtà estranei all’attentato, e dei quali Spatuzza aveva sostenuto l’estraneità già in quel colloquio segreto. L’ipotesi logica e realistica è che i due magistrati della Direzione Nazionale Antimafia (DNA) abbiano inoltrato la documentazione a Caltanissetta (ma in quale forma? La registrazione del colloquio, una sua trascrizione o una sintesi? La prassi era di inoltrare una breve nota informativa sulle relative questioni). Pietro Grasso ha spiegato al Post: Di solito il Procuratore Vigna – io all’epoca ero Sostituto procuratore – trasmetteva alle Procure interessate il verbale riassuntivo in cui si evidenziavano gli spunti investigativi su cui avviare le indagini. Dopo la collaborazione di Spatuzza, nel 2008, a richiesta della Procura di Caltanissetta, furono mandate le copie di tutte le registrazioni dei colloqui investigativi per far tornare alla memoria del collaboratore eventuali circostanze e particolari che col passare del tempo poteva aver dimenticato. Quello che sappiamo è che la procura di Caltanissetta non risulta aver dato seguito in nessun modo alle rivelazioni ineludibili di quel colloquio investigativo, in cui Spatuzza sostenne l’estraneità alla strage dei principali accusati, aggiungendo dettagli da verificare e riscontrare: non venne interrogato formalmente Spatuzza (sarà lui a dire di non essere mai stato interrogato in questo periodo), non venne registrato o ufficializzato nessun atto che, come la ragione dei colloqui investigativi prevede, cerchi riscontri e conferme a quanto detto dallo stesso Spatuzza. Non solo rimase ignoto e segreto il colloquio investigativo e quanto vi era stato detto, ma fu come se non fosse mai avvenuto, non ne seguì nessuna traccia o conseguenza. Quando la tesi dell’accusa – trasformata in sentenze di condanna – sulla strage di via D’Amelio verrà disintegrata nel 2009 sarà perché Spatuzza avrà deciso di diventare formalmente “collaboratore di giustizia” e dunque di raccontare ufficialmente e con valore giudiziario quello che aveva già accennato nel 1998 e molto altro, compresi particolari che varranno come riscontri indiscutibili alla sua versione e al suo accusarsi di aver partecipato all’organizzazione dell’attentato (in particolare relativi alla preparazione dell’autobomba usata). Ma anche nelle molte occasioni – interrogatori e processi – in cui Spatuzza parlerà da lì in poi, si limiterà a citare un colloquio investigativo avvenuto nel 1997 con Vigna, oltre a quelli successivi del 2005 e 2008 con Vigna prima e Grasso poi che sono culminati nel suo “pentimento”. La prima volta che viene rivelato che Spatuzza aveva già smentito nel 1998 l’accusa contro almeno due dei condannati per la strage via D’Amelio, sostenendo che le confessioni su cui si reggeva tutta l’inchiesta erano false ed erano state ottenute con la forza, è il 12 giugno 2013, e avviene per caso. Fino ad allora, ricordiamolo, sono passati quindici anni in cui quel colloquio non è esistito. Durante un’udienza di un nuovo processo per la strage di via D’Amelio – chiamato “Borsellino quater”, basato in gran parte sulle dichiarazioni di Spatuzza – l’avvocato di uno degli imputati usa una trascrizione di quel colloquio per interrogare Spatuzza. Dove l’ha presa, l’avvocato Sinatra? La trascrizione – 80 pagine – è stranamente tratta dalle carte del pubblico ministero, ovvero i documenti che l’accusa porta a processo, accessibili agli avvocati delle parti. Come ci sia finita, essendo un documento escluso dal valore processuale per legge, non si capisce: il Procuratore generale di Caltanissetta, alla richiesta di spiegazioni, dirà che è stato «un disguido» (può darsi che ci sia stato un equivoco sull’espressione «agli atti» usata in fondo al verbale, o che il trascrittore l’abbia definito “interrogatorio”). Sta di fatto però che l’avvocato Sinatra ha deciso di usarlo e questo genera una discussione concitata in aula sul suo uso (ascoltabile qui dal minuto 1.48.20, FILE 3/5) dopo le vivaci obiezioni del pm: e il presidente della Corte – che si è ritirata per decidere – conclude che non si può interrogare Spatuzza sui fatti citati in quel verbale. Però prima della decisione e in mezzo alle continue opposizioni del pubblico ministero l’avvocato ha potuto chiedere poche cose a Spatuzza su quel colloquio investigativo e sui suoi contenuti: e Spatuzza prima ha negato con certezza che ci sia stato alcun colloquio investigativo nel 1998 («no, no, impossibile»), confermando solo quello del 1997; poi di fronte alla documentazione datata con esattezza ha ammesso di essersene ricordato all’improvviso: «ma è durato pochissimo» (durò due ore e mezza, in realtà). E in generale – dopo che per il resto del processo aveva ripetuto le sue dichiarazioni e i suoi ricordi con grande precisione e insistenza – Spatuzza adesso risponde (qui, FILE 5/5 dall’inizio) «non ricordo» praticamente su tutto quello che aveva detto nel 1998, e in alcuni casi nega di averlo detto. Avvisando con una certa premura il Presidente della Corte che lui quel verbale non lo aveva firmato, comunque (era normale che chi non aveva deciso di “collaborare” formalmente non firmasse nessun documento del genere). Il giorno precedente, Spatuzza aveva ricordato in aula di avere accennato già ai tempi del suo arresto alcune informazioni sulla falsa pista via D’Amelio, ma lo aveva collocato in un colloquio investigativo del 1997 che nel tempo ricorderà a volte solo con Vigna e a volte anche con Grasso. Quello del 1998 con Vigna e Grasso era stato taciuto fino a quel momento dallo stesso Spatuzza. Non è solo strano come quel documento sia entrato tra gli atti del pm, ma non è ancora oggi certo che cosa sia, in concreto, quel documento: apparentemente, e secondo le informazioni raccolte dal Post, la trascrizione del colloquio – molto parziale e inaccurata – non risalirebbe al 1998, ma al 2009 (2 febbraio 2009 è la data della breve nota dell’appuntato dei carabinieri che lo inoltra al procuratore di Caltanissetta, firmando la trascrizione). L’ipotesi più plausibile è che la procura di Caltanissetta avesse ricevuto da Vigna una nota relativa (Vigna parla di un «verbale riassuntivo» a fine colloquio) a ciò che Spatuzza aveva detto rispetto alla strage di via D’Amelio e l’avesse trascurata (la procura di Caltanissetta si oppose per anni a considerare decine di smentite e prove contro la prima versione di cui si era fatta promotrice): fino a quando, dopo il “pentimento” di Spatuzza, il nuovo Procuratore generale Lari non aveva chiesto il file audio del colloquio del 1998 e l’aveva fatto trascrivere. Ma è un’ipotesi. Una nuova richiesta degli avvocati della difesa alla fine del processo “Borsellino quater” – siamo allo scorso aprile 2017 – ha fatto cambiare idea al presidente, e quella trascrizione è stata acquisita agli atti del processo, ed è dunque oggi “ostensibile”, ovvero pubblica. Ma malgrado l’evidente illogicità di questo, non lo è il file audio originale che potrebbe mostrare più chiaramente tutto quello che venne detto in quel colloquio, spesso sbocconcellato o con salti logici nella forma della trascrizione oggi pubblica. Se la trascrizione pubblica è completamente aderente, non c’è ragione di tenere segreto il file audio; se non lo fosse, c’è ragione di mostrare il file audio, a questo punto “ostensibile” come la sua trascrizione. Il file audio è in possesso sia della procura di Caltanissetta che della Direzione Nazionale Antimafia. Il suo contenuto e la sua storia di quindici anni piena di passaggi ignoti potrebbero essere preziosi per capire qualcosa di più del grande depistaggio acclarato sulla strage di via D’Amelio o su altre cose che possano essere state ignorate.

Quando Spatuzza parlò di via D’Amelio, e non successe niente per dieci anni. Il documento completo del "colloquio investigativo" del 1998 tra il collaboratore di giustizia e i magistrati Vigna e Grasso, scrive giovedì 13 luglio 2017 Il Post.

Che cos’è questo documento. La mattina del 26 giugno 1998 il capo della Direzione Nazionale Antimafia e il suo vice – i magistrati Pier Luigi Vigna e Piero Grasso – andarono nel carcere dell’Aquila per avere un colloquio investigativo con un mafioso che vi era detenuto, Gaspare Spatuzza. Un colloquio investigativo è un formato di interrogatorio previsto dal codice che avviene tra investigatori e detenuti, per ottenere notizie ai fini di un’indagine ma il cui contenuto non può essere usato a processo: una sorta di raccolta informale di informazioni, su cui costruire successive indagini e verifiche, e che salvo eccezioni resterà riservato. Il verbale di quel colloquio è una trascrizione linguisticamente molto maldestra e inaccurata che fu fatta undici anni dopo, con molti palesi errori, ma racconta molte cose che erano state tenute segrete – come da norma, come per altri colloqui del genere – per sedici anni, prima di comparire per un accidente imprevisto nelle carte pubbliche di un processo nel 2013, a cui fu accluso per errore. Per capire meglio quelle cose – diverse non si capiscono completamente tuttora – c’è bisogno di alcune premesse e descrizioni di contesti che abbiamo intervallato (in corsivo) alla trascrizione: il documento originale è qui. Ma come può capire chiunque legga la trascrizione e le sue incertezze e i suoi vuoti, sarebbe prezioso un ascolto più accurato dell’audio originale, che la Procura di Caltanissetta – che ne è in possesso – ritiene non divulgabile, con valutazione che suona piuttosto illogica, essendo invece pubblica la sua trascrizione. Ugualmente preziosi alla comprensione di cose tuttora ignote sarebbero i contenuti degli altri colloqui investigativi con Spatuzza di quel periodo.

Chi sono i personaggi. Gaspare Spatuzza è un mafioso palermitano, associato alla famiglia Graviano, che era stato arrestato nel luglio 1997 dopo un conflitto a fuoco. È uno degli assassini di don Puglisi, un parroco ucciso nel 1993 per il suo impegno contro la mafia, ha partecipato al rapimento di Santino Di Matteo – il figlio tredicenne di un collaboratore giustizia che fu ucciso dopo due anni di sequestro – ed è stato condannato in primo grado all’ergastolo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, uno degli attentati del “periodo delle bombe mafiose” tra il 1992 e il 1993, che è il tema principale del colloquio con i due magistrati. Fu in contatto fin da dopo l’arresto con gli inquirenti, e nel colloquio viene “sondato” sulla possibilità che diventi un “collaborante”. Dal verbale del colloquio si capisce che ce ne sia stato almeno un altro precedente, e che Spatuzza stia trattando con risposte molto parziali e laconiche l’eventualità di diventare un collaboratore di giustizia – succederà ufficialmente solo nel 2008, dieci anni dopo – e valutando il proprio potere contrattuale. Pier Luigi Vigna, noto magistrato che condusse molte inchieste importanti, fu il Procuratore nazionale antimafia dal 1997. Fiorentino, affida la gran parte dell’interrogatorio al suo vice, anche perché siciliano e maggiore conoscitore della lingua e della cultura mafiosa. Il loro interesse principale nel colloquio è ottenere eventuali conferme all’ipotesi di un rapporto tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con i boss mafiosi Graviano, rapporto più volte indagato negli scorsi decenni e mai confermato (Dell’Utri è stato invece condannato nel 2014 a sette anni di carcere per avere costruito un rapporto di protezione ed estorsione da parte di alcuni boss mafiosi nei confronti di Berlusconi negli anni Settanta e Ottanta). Il procuratore Vigna andò in pensione nel 2005 e morì nel 2012. Piero Grasso, che allora aveva 53 anni, era il vice Procuratore nazionale antimafia. Prima era stato giudice a latere in un famoso “maxiprocesso” alla mafia alla fine degli anni Ottanta, in conseguenza del quale era stato preparato un attentato mafioso contro di lui, poi non eseguito. Nel 1999 sarà nominato Procuratore capo a Palermo e nel 2005 Procuratore nazionale antimafia, succedendo a Vigna (oggi quel ruolo è del magistrato Franco Roberti). Nel 2013 è stato eletto senatore per il Partito Democratico ed è diventato presidente del Senato. “I Graviano”, sono le persone di cui si parla più spesso nel colloquio. Sono Giuseppe e Filippo Graviano, boss del quartiere Brancaccio di Palermo, che erano stati arrestati nel gennaio 1994 a Milano e che sono considerati gli ideatori della campagna di stragi di Cosa Nostra tra il 1992 e 1993 su cui Grasso e Vigna stanno indagando. I due fratelli sono figli di Michele Graviano, che secondo alcuni pentiti investì nelle aziende di Silvio Berlusconi i soldi della mafia: e la conservazione di rapporti con Berlusconi da parte dei figli Graviano, e addirittura il coinvolgimento di Berlusconi nelle loro attività criminali, sono spesso evocati da Vigna e Grasso in diverse domande fatte a Spatuzza.

La storia del documento. Il colloquio del giugno 1998 tra Vigna, Grasso e Spatuzza fu registrato. Pietro Grasso ha riferito al Post, tramite il suo portavoce, che sicuramente le informazioni rilevanti furono inviate da Vigna alle procure competenti: quindi evidentemente anche a Caltanissetta, dove erano in corso inchieste e processi sulla strage di via D’Amelio, su cui Spatuzza dice cose importantissime. Da lì in poi però non risulta in undici anni nessun atto compiuto dalla procura di Caltanissetta per dare seguito o riscontro a quello che Spatuzza disse, e che avrebbe sovvertito i risultati dei processi allora in corso e le condanne a molti anni di carcere di diversi imputati estranei alla strage. A quanto disse poi, Spatuzza non venne mai interrogato fino a dopo il 2008, quando decise ufficialmente di “collaborare con la giustizia” e le sentenze precedenti vennero smentite e ribaltate. Di questo colloquio del 1998 e del suo contenuto si è saputo solamente nel 2013, quando la trascrizione dell’audio – compiuta nel 2009 dalla procura di Caltanissetta, per le indagini seguenti al “pentimento” di Spatuzza – venne inserita “per un disguido” tra le carte del pubblico ministero nel processo “Borsellino quater” e l’avvocato di uno degli imputati la citò in aula e contribuì a renderla pubblica. Il procuratore di Caltanissetta Lari disse allora di avere ricevuto verbale e trascrizione da Grasso – divenuto intanto Procuratore nazionale antimafia – a dicembre 2008. Fu di conseguenza messa agli atti del processo e da allora è un documento pubblico, mentre non lo è ancora la registrazione originale del colloquio. La trascrizione del colloquio è molto trascurata, frammentata, incompleta: ma è stata mantenuta in originale salvo la correzione di pochi palesi refusi.

Quando Spatuzza parlò di via D’Amelio, e non successe niente per dieci anni. Il documento completo del "colloquio investigativo" del 1998 tra il collaboratore di giustizia e i magistrati Vigna e Grasso, scrive giovedì 13 luglio 2017 Il Post.

Direzione Nazionale Antimafia. Trascrizione del verbale di interrogatorio riassuntivo reso da SPATUZZA GASPARE il 26 giugno 1998 alle ore 10,10. La prima parte della discussione riguarda i vantaggi che Spatuzza avrebbe dalla collaborazione. Prospettive e condizioni di detenzione, mantenimento della patria potestà, opportunità di una collaborazione, dopo la condanna all’ergastolo subita: si intuisce che il colloquio non è il primo.

Proc. VIGNA: Allora, è il?

Proc. GRASSO: 26

Proc. VIGNA: Il 26 di giugno, 98, io sono VIGNA, c’è il collega GRASSO, sono le ore 10 e 10, per procedere al colloquio investigativo con SPATUZZA Gaspare, siamo nella Casa Circondariale dell’Aquila. Il provvedimento in base al qualce è stato disposto il colloquio investigativo è in data 25 di giugno 1998, ed è stato consegnato alla responsabile della Polizia Penitenziaria.

Proc. GRASSO: prego.

Proc. VIGNA: voleva accertare il discorso su alcune cose.

SPATUZZA: su?

Proc. VIGNA: su alcune cose.

Proc. GRASSO: intanto, lei ha avuto dei colloqui dove si così, si parlava.

SPATUZZA: si.

Proc. GRASSO: non ci sono novità rispetto alla sua posizione iniziale, diciamo quello che pensava lei circa eventuale possibilità della sua collaborazione, o qualcosa del certo, adesso lei non si aspettasse che con quello che è successo a Firenze, cioè la sentenza.

SPATUZZA: per me era programmata.

Proc. GRASSO: era programmata, è vero? Quindi non ci pensiamo più.

SPATUZZA: no, no.

Proc. GRASSO: noi volevamo soltanto rappresentarle la situazione di ordine giuridico: recentemente c’è stata una sentenza della Cassazione che ha stabilito che chi è condannato all’ergastolo non può avere misure alternative alla detenzione, perché l’ergastolo è una pena più specifica rispetto alla reclusione. Per cui, se uno ha delle attenuanti, secondo lui dovessero scendere a 30, 20 o quello che è, allora può avere la detenzione domiciliare per esempio. Come misura alternativa al carcere si prevede quello che si prevede per i programmi di protezione che dopo scontato un certa pena si può trasformare la detenzione in carcere in detenzione domiciliare per chi ha il programma di protezione.

SPATUZZA: giusto.

Proc. GRASSO: quindi questa norma non si può applicare nel caso in cui uno è condannato all’ergastolo. Questa è la situazione che va a rispettare, perché al precedente incontro non c’era questa sentenza quindi teoricamente uno anche condannato all’ergastolo teoricamente poteva, nel tempo, la detenzione domiciliare. Anche oggi c’è questa nuova situazione e quindi noi abbiamo prospettato, per correttezza, che è cambiata un po’ la situazione rispetto a quella di ieri. Perché nella sua valutazione entri anche questo discorso perché se.

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: perché se prima lei poteva scegliere come voleva nei tempi, adesso prima che diventi definitiva la sentenza dell’ergastolo che ha avuto in primo grado, che poi ci sarà l’appello, chiaramente. Ma lei sappia che se per caso dovesse avere ehm dovesse cambiare idea e divenire a una collaborazione con la giustizia, il tempo ce l’ha finché non diventa definitivo l’ergastolo. Questo era intanto un dovere per correttezza.

SPATUZZA: grazie.

Proc. GRASSO: nei suoi confronti, per dirle che è cambiata questa situazione rispetto a quando ha detto al precedente colloquio e perché entri nella sua valutazione anche questo.

SPATUZZA: certo.

Proc. GRASSO: e poi, così, volevamo sapere anche come va. Lei da Parma è venuto all’Aquila perché lo ha chiesto lei? Oppure perché?

SPATUZZA: no, infatti io mi aspettavo questo.

Proc. GRASSO: questo trasferimento al’Aquila.

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: ma qui come sta?

SPATUZZA: ma diciamo che ehm.

Proc. GRASSO: ci sono altri qui, pochissimi.

SPATUZZA: no, solo GIACALONE

Proc. GRASSO: GIACALONE, chi? E di altri grossi ce n’è?

SPATUZZA: no, poi c’è tutta gente che non conosco.

Proc. GRASSO: napoletani?

SPATUZZA: SI.

Proc. GRASSO: E state insieme? Oppure?

SPATUZZA: divisi.

Proc. GRASSO: all’aria, nemmeno?

SPATUZZA: no.

Proc. GRASSO: quindi, non c’è nemmeno la possibilità.

SPATUZZA: ci vediamo solo nell’ora di aria.

Proc. GRASSO: Senta, e quindi diciamo non ha nessuna prospettiva, sempre per il discorso del fine, mi pare di ricordare che, però diciamo lei lo sa che la condanna all’ergastolo fa perdere la patria podestà.

SPATUZZA: non importa.

Proc. GRASSO: non importa, no, le dico come discorso giuridico formale, capisco che dentro il cuore non si perde, però io le ripeto quel discorso che le avevo fatto l’altra volta: che ormai questo figlio sentirà parlare di questo fenomeno e quindi, e io penso che anche lui potrà capire che così come lei ci ha spiegato a noi che lei pensava di compiere un suo dovere e rispettare le regole che per il fatto che per lei la legge veniva per aver; oltretutto ci ha fatto capire che anche nei confronti del ehm della religione lei non andava con la coscienza a posto. Mi pare che lei questo ci ha spiegato.

SPATUZZA: io un soldato sono.

Proc. GRASSO: eh?

SPATUZZA: un soldato.

Proc. GRASSO: un soldato. Quindi un soldato in guerra che rischia la vita e uccide gli unici che indicano, giusto? Dico, perché pensa che questo discorso che lei affronta a noi non venga compreso? non possa essere compreso anche dai suoi figli. Lei pensa che questo sia un ostacolo.

SPATUZZA: sopra questo punto non faccio sempre che idee.

Proc. GRASSO: ci pensa. Perché il futuro di suo figlio che cosa ehm che cosa dovrebbe eh sempre, eh?

SPATUZZA: sia a qualsiasi futuro di mio figlio; il futuro dei nipoti, ce ne sono altri.

Proc. GRASSO: ne ha molti?

SPATUZZA: il futuro dei miei figli.

Proc. GRASSO: dico, sono molti? Siete lei e suo fratello?

SPATUZZA: il futuro.

Proc. VIGNA: si, ma questa esperienza, voglio dire, di Cosa Nostra, a un fratello suo fatto sparire.

SPATUZZA: solo questo.

Proc. VIGNA: quando lei aveva 11 anni. Mi so riletto quelli appunti che si presero in occasione dei precedenti discorsi che abbiamo fatto; altra conseguenza è che lei c’ha avuto condanne. Quindi tirando questo numero, non è stata una esperienza positiva sul piano delle resa.

SPATUZZA: ma io né ci ho guadagnato e né ci ho perso, la famiglia.

Proc. VIGNA: e allora le sembra un discorso da uomo cercare di interrompere il legame con questa Cosa Nostra.

SPATUZZA: io ho interrotto definitivamente.

Proc. VIGNA: si, ma non interromperlo solitariamente, interromperlo parlando, capito? Perché.

SPATUZZA: io oggi so che la mia famiglia e mia moglie è tutto; amici non ne esistono.

Proc. VIGNA: questo me ne rendo conto SPATUZZA, ma resta un discorso sempre solitario cioè resta un discorso: il mio mondo è, io che sto in un carcere, il 41 bis; la mia famiglia che è separata da me; un mio figlio per il quale io posso avere la decadenza dal padre podestà. Allora, come vede, questo risultato non è positivo anche se lei il suo mondo è ormai la sua fine perché ha una famiglia rotta, eh? Allora, c’è un modo per fare un discorso con lei su queste storie. Già, e soprattutto sarebbe bene che questo discorso, per utilità sua processuale, che lei poi lo potesse formalizzare con il magistrato come le abbiamo spiegato in questi nostri colloqui che sono colloqui personali, così li chiama la legge, che non hanno valore nel processo che a noi possono essere utili per farci certe idee su di lei, strategie sulle dinamiche e così via. Ma il suo vero interesse sarebbe che lei con un magistrato parlasse, con un magistrato che conduce le indagini sotto il profilo processuale. Questo è il discorso che voglio che sia ben chiaro, eh? Non ha contatto con sua moglie?

SPATUZZA: dottore, per telefono che ci metto a dire.

Proc. GRASSO: il colloquio non lo fa?

SPATUZZA: come?

Proc. GRASSO: il colloquio non lo fa?

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: ma lei dice che per telefono. Che c’è il timore che siete ascoltati e che sua moglie lo rapporti all’esterno. Già, prima ancora di.

SPATUZZA: siccome già c’è stata una storia, non vorrei che abbia altri problemi.

Proc. GRASSO: che lei ha creato i problemi per il fatto di essere stata chiamata dalla Squadra Mobile? Si?

SPATUZZA: eh.

Proc. GRASSO: ma lo ha fatto, secondo lei, per cercare di parlare con lei?

SPATUZZA: si, a parte che lo ha visto di come mi hanno trattato alla Squadra Mobile.

Grasso prova a convincere Spatuzza che non deve sentirsi fedele a nessuno, proponendo allusioni complici alla sicilianità di entrambi.

Proc. GRASSO: ho capito. Senta, qualcuno ha detto: noi alla fine noi paghiamo per tutti e come al solito chi ci ha strumentalizzato la fa franca. Lei se lo ha posto questo problemino che lei è un capro espiatorio per interessi di altri che magari lei non sa chi siano questi altri, però che magari si godono quello che voi avete preparato? Non so chi siano, però lei ci pensa a questo? Lei paga per tutti.

SPATUZZA: siccome è stata una scelta mia, e oggi.

Proc. GRASSO: lei si rende conto? Chi lo ha strumentalizzato è libero e si gode tutto quanto e voi state pagando. Ma secondo ehm io.

SPATUZZA: e senza una lira.

Proc. GRASSO: io da siciliano ehm, ma è mai possibile che ci dobbiamo sempre fare strumentalizzare da quelli ehm da qualcuno che è estraneo alla Sicilia, dobbiamo sempre essere dominati; essere sfruttati; sempre ehm pure in queste cose sul piano della giustizia. Per me è una ulteriore ingiustizia questa che viene realizzata su siciliani che vengono illusi, strumentalizzati di soldi, di potere e di tutto quanto. Alla fine c’è chi si gode queste cose e voi state in carcere a marcire in ogni caso. Dico, ma non si deve reagire a questo; io ho una mia ideologia che cerco di realizzare lavorando e cercando di convincermi che questa strada potrebbe essere un modo per cercare di affrancare la Sicilia da questa sudditanza sempre che c’è stata, da Garibaldi in poi siamo sempre stati, anche prima veramente.

SPATUZZA: sempre sfruttati.

Proc. GRASSO: sempre pilotati e strumentalizzati. Tutte le vicende della storia, non so se lei, che so: Giuliano e poi tutto quello che via via è successo.

SPATUZZA: certo.

Proc. GRASSO: è sempre stato così, o no? E loro continuano a godersi i frutti di questa cosa. Ma dico, dobbiamo sempre soggiacere a queste cose?

SPATUZZA: la colpa è chi ci ha creduto in queste cose.

Proc. GRASSO: ci ha creduto, però, chi lo ha strumentalizzato non è che adesso, vi ha abbandonato. Tanto lei ha già un bel ergastolo, sebbene in primo grado, e per come sono messe le cose non è che ehm che lei ha seguito il processo. Voi sapete, anche i suoi difensori, s’è visto che hanno abbandonato, una difesa seria non c’è stata.

SPATUZZA: non esiste.

Proc. GRASSO: lei, io lo so che lei ha seguito tutto il processo, un po’ perchè un po’ anche per ascolto. Voglio dire, che prospettive ci sono?

SPATUZZA: niente, solo. Le prospettive sono di vedere un po’ la famiglia.

Proc. VIGNA: prospettive ridotte.

Proc. GRASSO: che vita è questa? Lei se la sente? Lei è una persona, io.

SPATUZZA: il vostro piano pi ora. Ne ca pigniavanu a mia, io tutti i giorni ero Palermo Palermo, con la macchina, a girare, e io di quello che portavo sopra già era abbastanza pesante, e intanto io mi trovavo a Palermo. Pirchi già io ero un po’ nauseato di quello.

Proc. GRASSO: già quando era libero a Palermo si era reso conto come ha buttato via i suoi anni, utilizzato, strumentalizzato e buttato via. Già quando era a Palermo libero e quindi figuriamoci.

SPATUZZA: io, tutti i giorni scendevo da casa alle otto, e me ne andavo in giro, Palermo Palermo. E lei che pensa che una persona come me di quello che portavo sopra le spalle ehm impegnava Palermo Palermo a girare.

Proc. GRASSO: che cosa otteneva girando per Palermo Palermo?

SPATUZZA: io uscivo da casa perché non potevo stare più.

Proc. GRASSO: diciamo una specie di rimorso diciamo di pensiero.

SPATUZZA: perché si parlava solo di soldi, e l’amicizia mia dopo 20 anni, vorrei sapere se tu ci ha mentiri. nella parola fine.

Spatuzza si lamenta dei Graviano, che erano i suoi capi, e se ne dice deluso. Vigna gli spiega che lui e Grasso hanno bisogno di informazioni chiare per “verificare un quadro che abbiamo in mente”.

Proc. GRASSO: lei sta parlando, non tanto per le persone esterne a, parliamoci chiaro: i GRAVIANO.

SPATUZZA: ehm dopo 20 anni, quando sono stati arrestati io sono stato fatto uomo d’onore. E tu mi istighi a me? E sapere quello che ho fatto io, dopo 20 anni.

Proc. GRASSO: sta parlando di GRAVIANO?

SPATUZZA: ca certo.

Proc. GRASSO: del suo rapporto personale.

SPATUZZA: fratello.

Proc. GRASSO: fratello. Se diceva vatti ammazzare.

SPATUZZA: neanche un minuto.

Proc. GRASSO: e invece poi che cosa voleva, i soldi?

SPATUZZA: troppu tardi ci pinsai, ma purtroppu.

Proc. GRASSO: questo proprio umanamente, lei accetta ehm questa situazione?

Proc. VIGNA: a lei imposterei il discorso in questa maniera: se lei, come io mi auguro, decide di collaborare con la giustizia, questo va preceduto da una chiarezza della situazione; lei può farci telefonare, laddove c’è bisogno di parlare col dottor GRASSO o col dottor VIGNA, e si capisce quali sono i problemi. E, molto onestamente le dirò cosa si può fare e cosa non si può fare, quello che si dice che si può fare: sarà un appello; quello che si dice che non si può fare: non si può fare. E poi parlare chiaro della situazione, eh? Che secondo me, proprio per il percorso che lei aveva cominciato già a fare, qua ne ha parlato, mi sembra che ultimamente lei ha aperto una predisposizione. Allora, se ci sono dei problemi pratici vanno messi sopra un tappeto e bisogna cercare di risolverli in un modo e nell’altro. Considerando razionalmente i problemi questo, questo, questo e questo; e si vede se possono essere risolti, o no. In modo chiaro, non dicendole da parte nostra cose che poi non si possono attuare. E questo lei lo deve pianificare, se ce lo vuole dire fin da ora? Lo può dire fin da ora se ci sono questi problemi, quali sono e li esaminiamo; se ce lo vuole dire in un secondo momento, quando lei ha focalizzato, fa dare un colpo di telefono. Noi, però, ora parliamo di avere una diciamo che in questo momento informale, no? Che ci faccia capire un momentino certe cose che noi ancora, abbiamo un quadro in mente, ma che abbiamo bisogno di verificare. Quindi queste cose da decidere. Questa è una delle lettere, è una fotocopia, e abbiamo trovato anche quell’altra, quella famosa che è una fotocopia. Si ricorda che se ne è parlato?

Proc. GRASSO: lui, comunque ha sempre dichiarato che questo non.

Proc. VIGNA: non lo so, io glielo chiedo.

Proc. GRASSO: con i fratelli GRAVIANO ho già chiuso, mi pare di ricordare.

Proc. VIGNA: si, si.

Proc. GRASSO: cioè, qui sta enunciando.

Quando Spatuzza parlò di via D’Amelio, e non successe niente per dieci anni.

Il documento completo del "colloquio investigativo" del 1998 tra il collaboratore di giustizia e i magistrati Vigna e Grasso. Qui si parla delle rivendicazioni che furono spedite a due giornali nazionali alla vigilia degli attentati di Milano e Roma, il 26 luglio 1993, (allora l’invio non era ancora stato attribuito a Spatuzza) e del progettato attentato allo Stadio Olimpico del gennaio 1994, di cui le indagini ignoravano allora la data e molto altro.

Proc. VIGNA: queste, infatti sono state spedite nella notte prima delle stragi di Firenze e di Milano. Chiaro?

Proc. GRASSO: qui, si preannunciava la morte, dice: la prossima volta. Eh? Colpiremo questo. Però.

Proc. VIGNA: dice che tutto quello che è accaduto è soltanto il prologo, cioè a dire l’inizio. Dopo queste ultime bombe, che sono quelle di Milano e di Roma, informiamo che le prossime.

Proc. GRASSO: le prossime.

Proc. VIGNA: le prossime a venire, andranno collocate soltanto di giorno, infatti quell’altra era di notte, e in luoghi pubblici poiché saranno esclusione alla ricerca di videocamere. Post-scriptum: garantiamo che saranno a centinaia. Questo che fino ad ora si sono messe di notte, e quindi se è morto qualcuno se la è cercato insomma; noi si è cercato di non metterle di giorno. Probabilmente quello che si doveva fare all’Olimpico, siccome era di giorno, era una attuazione questa di idee, ne conviene?

SPATUZZA: non lo so.

Proc. VIGNA: eh? Ma ne erano state pensate altre?

SPATUZZA: no, no.

Proc. VIGNA: quella dell’Olimpico era giorno che doveva avvenire, eh?

SPATUZZA: esclusivamente per.

Proc. VIGNA: i Carabinieri, si però se c’era gente li intorno, eh.

Proc. GRASSO: le volevo dire che quando questi scrivono questa cosa già è ideata quella dei Carabinieri.

Proc. VIGNA: quella di luglio, sì.

SPATUZZA: no.

Proc. GRASSO: no, e quindi c’è un intervallo dove qualcuno dice: adesso ci leviamo i Carabinieri. Dopo questo.

SPATUZZA: sì, sì.

Proc. GRASSO: quindi che intervallo c’è? Lei riesce a collocare nell’arco dell’anno 93? Questa quando si incomincia che a lei le dicono vai; e le dicono pure quale deve essere l’obiettivo.

SPATUZZA: dopo, verso settembre.

Proc. GRASSO: dopo settembre 93, dopo l’omicidio di Padre Puglisi. Parte proprio in eh alla cooperativa?

SPATUZZA: sì.

Grasso e Spatuzza parlano degli obiettivi della campagna stragista. L’obiettivo di alcuni attentati sono i carabinieri, rivela Spatuzza, ma dice di non conoscerne le ragioni politiche, malgrado le insistenze dei magistrati che hanno “un quadro in mente”. Entra nel colloquio anche un attentato contro i carabinieri a Gravina di Catania del settembre 1993, che a oggi non è stato invece attribuito alla campagna di stragi mafiose, ma a ragioni diverse di mafia locale.

Proc. GRASSO: e come parte? Qualcuno le dice: dobbiamo colpire i Carabinieri? Oppure già nasce assieme: parliamo e vediamo che possiamo fare.

SPATUZZA: io avevo questo obiettivo, punto e basta.

Proc. GRASSO: già le dicono a lei l’obiettivo Olimpico, che già scelto l’obiettivo Olimpico? O lei partecipa nel dire. Quale è l’input? Scusi, lei ha dei rapporti con Giuseppe GRAVIANO.

SPATUZZA: l’obiettivo.

Proc. VIGNA: l’obiettivo, contro lo Stato? Carabinieri, forze dell’ordine?

SPATUZZA: sì, sì.

Prec. VIGNA: Carabinieri? Ah, bene.

Proc. GRASSO: e GRAVIANO le dice, cioè se lei ci fa capire il rapporto con GRAVIANO, che cosa dice? E … cama a fari?

SPATUZZA: dovevo uccidere più Carabinieri possibili.

Proc. GRASSO: bene. In quell’anno c’era stato un attentato in Gravina di Catania, alla caserma dei Carabinieri, non c’entra niente lei? Ne sa qualcosa?

SPATUZZA: come che erano discursi che rientravano, infatti pure che in Calabria ci sono stati dei delitti.

Proc. GRASSO: di Carabinieri?

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: sempre in quel periodo?

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: ed è sempre in questa strategia di colpire a?

SPATUZZA: non lo so.

Proc. GRASSO: quindi GRAVIANO le dice il luogo e le dice che: dobbiamo colpire i Carabinieri. E lei che fa? Che doveva essere a Roma? di nuovo, nel senso di accettare quello che dice; di accettare, giusto?

SPATUZZA: sì, sì.

Proc. GRASSO: quindi questo discorso nasce perché eravate impiegati per fare queste cose, oppure perché visto che succede un qualche fatto o non succede, si passa e si va avanti?

SPATUZZA: io, quello che dice adesso non so. lo so solo questa collocazione e basta; non ho saputo se ci sono stati altri accordi o altre cose, non lo so.

Proc. GRASSO: non lo sa. Quindi, dopo il settembre 93, per lei e Giovanni ehm Giuseppe GRAVIANO, le dice che bisogna fare qualcosa ai Carabinieri, a Roma.

Poi lei ci mette da settembre, riuscite a ricostruire gennaio del 94. e il problema che c’erano le elezioni vicine che c’erano state, qualcuno se l’ha posto? Che c’era già il problema di una discesa in campo di nuove forze politiche?

SPATUZZA: no, di questo no.

Proc. GRASSO: niente. Ma lei da settembre, non ha più contatto con i GRAVIANO?

SPATUZZA: si, siccome in politica ehm di cose che non abbiamo parlato.

Proc. GRASSO: eppure poi, qualcuno come il ROMEO e CIARAMITARO riferivano che in certi discorsi qualche nome usciva fuori e lo attribuiscono addirittura a lei e ai GRAVIANO.

SPATUZZA: sulle posizioni?

Proc. GRASSO: no, questa non è politica.

SPATUZZA: non esiste questo.

Vigna e Grasso chiedono chiarimenti sull’attentato di Milano in via Palestro, dove il 27 luglio 1993 era esplosa un’autobomba che aveva ucciso cinque persone, davanti al museo PAC: non sono convinti che l’obiettivo fosse quello, ma Spatuzza lo conferma.

Proc. GRASSO: se torniamo un attimo indietro, noi abbiamo avuto l’impressione, dalla ricostruzione, che nella fase operativa di Milano ci fosse un errore; perché dico questo? Perché abbiamo visto che c’è una miccia per la combustione come quella di Firenze, di una lunghezza tale che una quindicina o una ventina di minuti poteva durare. Se è così, per evitare il disinnesco bisogna lasciare la macchina in un posto meno visibile; invece viene lasciata contromano, messo per traverso. E allora deve essere successa qualcosa per cui qualcuno ha abbandonato la macchina, ha acceso la miccia e se n’è andato. E poi c’è stato tutta una serie di conseguenze che voi non credevate: l’intervento dei Vigili del Fuoco per evitare lo scoppio mentre ci sono le persone che cercano la bomba.

Proc. VIGNA: quale doveva essere il vero obiettivo di Milano?

SPATUZZA: questo, un cento metri più avanti.

Proc. GRASSO: Piazza Cavour?

Proc. VIGNA: più avanti?

SPATUZZA: più avanti o più indietro, non mi ma forse più avanti.

Proc. VIGNA: più avanti. Quale era l’obiettivo?

SPATUZZA: non lo so perché io non c’ero. Comunque, o cento metri più avanti o cento metri più indietro.

Proc. GRASSO: e più indietro perchè? Se mai si pensa che potrebbe essere più avanti; e lì c’è qualche cosa che dicevo, si ci sfascia la macchina.

SPATUZZA: può darsi pure che non potevano posteggiare e quindi andare più avanti. Comunque, in non so o cento metri più indietro o cento metri più avanti.

Proc. VIGNA: chi lo doveva scegliere l’obiettivo in carcere, perché lei ha detto che se lo conoscevo anche io ehm, se pure avrebbe avuto l’indicazione contro lo Stato. Quindi, Milano dove?

SPATUZZA: ehm verso che hanno indicato loro.

Proc. GRASSO: e allora hanno questa facoltà di scegliere? Ma un’indicazione, dovevano essere giornali, mi dica, Piazza Cavour, c’è tutta la ehm della Repubblica, capito? Poteva girare dove ci sono le sedi dei giornali, poco prima ci poteva essere il museo. Non lo so, i giornali?

SPATUZZA: quello era cento metri prima.

Proc. VIGNA: cento metri dopo. A distanza di pochi centinaia di metri, come dice lei, c’è il palazzo dei giornali e la villa grande. Siccome qualcuno ha mandato lettere ai giornali, le chiedo: le risulta che ha Milano potesse essere l’obiettivo il palazzo dei giornali?

SPATUZZA: no, no.

Proc. VIGNA: lo conosceva l’obiettivo di Milano quale era?

SPATUZZA: questa arte contemporanea.

Proc. GRASSO: quindi quello era l’obiettivo, il padiglione di arte contemporanea dove si facevano convegni, mostre di arte e queste cose.

SPATUZZA: questa.

Proc. GRASSO: quindi quello era. Allora diciamo che erano nei pressi, solo che la macchina fu posteggiata male perché anziché metterla lato giusto fu messa ad, eh?

SPATUZZA: certo.

Proc. GRASSO: o forse per lui ha messo questa macchina di traverso e contromano, no?

SPATUZZA: eh.

Proc. GRASSO: messa così, che poi c’è questa miccia che viene innestata accesa dall’interno.

SPATUZZA: si.

Proc. GRASSO: per cui ha provocato il fatto che, ora che ha provocato o casuale?

SPATUZZA: casuale.

Proc. GRASSO: casuale, che con queste cose e le persone. Ma quando lui organizza all’Olimpico ai Carabinieri, persone sempre eh vite umane sempre sono. Quindi, lei esclude nella maniera più assoluta che qualcuno le abbia indicato, per esempio a Roma, gli obiettivi?

Spatuzza cita un attentato a Roma “contro una sede americana”, che lui non ha compiuto e che lo inquieta: oggi non risultano attentati che possano corrispondere a quelle sue parole.

SPATUZZA: lei lo sa cosa mi ha stranizzato di più? Che nello stesso periodo c’è stato un attentato a Roma, contro un sede americana.

Proc. GRASSO: americana.

Proc. VIGNA: e allora?

SPATUZZA: siccome da parte nostra non ne sapevamo, qua io sto pensando un po’: ma c’è altra gente sopra di noi che sta cercando?

Proc. GRASSO: di lavorare. Lì, a Roma, c’è stato un altro episodio che c’è stato quello dell’abbandono di una macchina vicino Palazzo Chigi, con dentro.

Proc. VIGNA: dell’esplosivo.

Proc. GRASSO: un ordigno che non poteva mai esplodere, cioè per fare terrore.

SPATUZZA: non ne so io di questa cosa.

Proc. GRASSO: invece questa è una cosa vecchia.

SPATUZZA: che io ho un dubbio, e dissi: come mai.

Proc. VIGNA: gli interessi tornavano a Roma.

SPATUZZA: sì, sì.

Proc. GRASSO: rispetto al mese di luglio, quando.

SPATUZZA: non mi ricordo.

Proc. GRASSO: lei ancora lavorava per questa cosa, e mentre eravate là succede questa cosa. Se ci da qualche altro particolare, noi possiamo.

Proc. VIGNA: lei la zona o il nome, si ricorda?

SPATUZZA: che praticamente se noi facciamo un qualcosa di ehm comunque, qualche cosa che appartiene all’America; e allora io riflettendo dico: ci vogliamo mettere l’America contro? Per cercare di sollecitare e che è qualcosa che poteva essere contro di noi.

Proc. GRASSO: e questo con GRAVIANO, quando ne parla?

SPATUZZA: no, mai.

Proc. GRASSO: e in quel periodo GRAVIANO dove era?

SPATUZZA: a Palermo.

Proc. GRASSO: a Palermo. Perché, se ne vanno dopo Padre PUGLISI; mentre, durante tutto questo periodo se ne stavano tranquillamente a Palermo?

SPATUZZA: questo, non so.

Proc. GRASSO: quindi lei ebbe la sensazione che qualcuno lavorasse sopra di voi?

SPATUZZA: contro di noi.

Proc. GRASSO: contro di voi. Che poi l’America pensa che questi sono sempre, continuano queste strategie e per cui noi poi ci troviamo l’America contro, Giusto?

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: come è avvenuto per FALCONE, per esempio che era intervanuta FBI, no? Che era venuta e ha dato il suo aiuto. Lei ha la stessa preoccupazione del fatto precedente?

SPATUZZA: valutando la situazione.

Grasso sembra riprendere una precedente conversazione in cui Spatuzza aveva commentato anche un’altra storia di cui ignorava la spiegazione, il ritrovamento a Roma di materiali esplosivi su un treno diretto a Genova, per cui erano stati accusati degli agenti del SISDE (come in altri passaggi del colloquio, Grasso sembra essere più diplomatico e tattico con Spatuzza, Vigna più impaziente di concludere qualcosa).

Proc. GRASSO: esatto. Questa era la sua. E poi qualche altra cosa che le è sembrata strana, non so, per esempio: ci sono state delle bombe lasciate sui treni, esplosivo.

Proc. VIGNA: Genova.

Proc. GRASSO: un sul treno a Genova.

SPATUZZA: queste non, che poi mi sembra che è stato indagato un...

Proc. GRASSO: uno dei Servizi.

SPATUZZA: uno dei Servizi.

Proc. GRASSO: contatti con, mica sapere come si chiamano, ma qualche suggerimento, lo può sapere lei. Quindi, tornando su Milano, a livello operativo eccetera, ne ha parlato con le persone che non hanno fatto, come ci si sono giustificati?

SPATUZZA: che c’era un problema, non mi ricordo il problema che non ha potuto posteggiare.

Proc. GRASSO: dove doveva posteggiare? Aveva trovato il posteggio occupato ed era a marcia contraria, questo è stato il ehm. Ma noi non vogliamo sapere il nome di questi due.

Proc. VIGNA: io sì.

Proc. GRASSO: ah, lo vogliamo sapere.

Proc. VIGNA: io voglio sapere il nome delle persone, l’atra volta si è persa mezz’ora, e non lo voglio dire il perché. Eh?

SPATUZZA: no.

Proc. VIGNA: Invece, si perché può serv1re a noi. Perché con la sue indicazione vengono.

Proc. GRASSO: non possiamo utilizzare.

SPATUZZA: no.

Proc. VIGNA: so sempre liberi?

SPATUZZA: come.

Proc. VIGNA: so sempre liberi?

Proc. GRASSO: da chi?

SPATUZZA: come.

Proc. VIGNA: non li vuol dire.

SPATUZZA: znu

Proc. GRASSO: LU? LU?

SPATUZZA: no. Tanto è arrestato.

Proc. GRASSO: vabbé, che significa, può essere arrestato per...

SPATUZZA: ma eravate voi, o aspettavo io?

Proc. VIGNA: qui si sta separando il discorso, per tornare.

Proc. GRASSO: a un’altra cosa.

SPATUZZA: che poi a questi signorini hanno trovato armi, e quindi avrei guadagnato io, eh.

Si passa a parlare del fallito attentato contro il conduttore televisivo Maurizio Costanzo – allora impegnato in frequenti trasmissioni contro la mafia – il 14 maggio 1993 in via Fauro a Roma, in cui furono ferite sette persone e per un errore da parte degli attentatori sopravvissero Costanzo e la sua compagna Maria De Filippi (un primo progetto di uccidere Costanzo era già stato preparato nel 1992). Dopo che il processo relativo lo aveva condannato, una sentenza del 2011 concluse poi che Spatuzza non era presente all’esecuzione dell’attentato pur avendo partecipato alla sua organizzazione. Dove si parla di Firenze, invece, l’oggetto è l’attentato in via dei Georgofili, dietro al museo degli Uffizi, del 27 maggio 1993, in cui morirono cinque persone.

Proc. GRASSO: ormai tutto quello che succederà a Palermo e non si meravigli di questo, ed ecco perché. Senta, mi faccia capire una cosa: quando lei va a Roma per la cosa di COSTANZO.

Proc. VIGNA: COSTANZO.

SPATUZZA: non ci sono stato mai.

Proc. GRASSO: non c’è stato mai?

SPATUZZA: no.

Proc. GRASSO: noi pensavamo, c’è anche CANNELLA.

SPATUZZA: no mi sono interessato.

Proc. VIGNA: non si è interessato per nulla?

Proc. GRASSO: come mai i GRAVIANO non l’hanno fatto entrare? A parte che non gli è riuscito quello che volevano fare; ci fu qualche rivuglio contro qualcuno.

SPATUZZA: no, guardi, io ho preparato diciamo tutto questo materiale, però non saprei.

Proc. GRASSO: lo ha preparato a Palermo? o a Roma?

SPATUZZA: non so dove.

Proc. GRASSO: lo ha preparato a Palermo per fare. Quindi li ha forniti soltanto. Ma allora quello che si dovevano occupare della cosa del...?

SPATUZZA: non so.

Proc. GRASSO: non sa questo. Allora era questo il discorso: ma non erano quelle stesse persone, almeno dal processo si è accertato che dopo avere fatto COSTANZO, nel caso di tornare al Palermo.

SPATUZZA: ma di chissà nun sa caputu nianti.

Proc. GRASSO: no. E perciò noi cerchiamo di capire: sono andati direttamente a Firenze? Eravate gli stessi? Dovevano essere organizzate insieme? Dovevano essere una specie di doppietta.

SPATUZZA: ormai chistu ha ghiutu, quindi ormai.

Proc. GRASSO: che centra, noi cerchiamo e non ci accontentiamo di una cosa processuale e basta. Poi, COSTANZO era solo per COSTANZO? O per quello che rappresentava la Fininvest?

SPATUZZA: ma, penso solo COSTANZO.

Proc. GRASSO: lo pensa lei, su che base? Su una sua opinione personale? O perché ha fatto qualche discorso?

SPATUZZA: ma tramite dichiarazioni che ha fatto lui assieme a SANTORO.

Proc. GRASSO: questo c’è. Ma lei lo sa che nel 92, Giuseppe GRAVIANO è andato a Roma assieme a SINACORl per andare a uccidere COSTANZO.

SPATUZZA: no, questo io l’ho appreso dalle....

Proc. GRASSO:...

SPATUZZA: no.

Proc. GRASSO: ma allora quando GRAVIANO se ne andò, lei non sapeva che era per, sta confidenza non gliela dava. Insomma, lo usava soltanto per, eh? E lei non sapeva niente? Quindi lei non sapeva che COSTANZO doveva essere ucciso? perché siamo nel 92, e addirittura a maggio del 93, poi viene fatto COSTANZO. C’è un gruppo che parte per andare a Roma e vedere di potere uccidere FALCONE.

SPATUZZA: tutto che poi non è successo.

Proc. GRASSO: che dovevano andare a uccidere FALCONE, MARTELLI o COSTANZO o altri. E lei di questo progetto non ne sapeva? E com’è che GRAVIANO non si portava a lei? Si portò a TINNIRELLO.

SPATUZZA: perché io, rimanendo a Palermo ero più utile, e non ne sapevo niente.

Proc. GRASSO: ma ha notato che non c’era in quel periodo a Palermo?

SPATUZZA: non è che ci vedevamo ogni giorno.

Proc. GRASSO: lei continuava a gestire questo studio e quindi non può sapere se nel momento in cui si doveva fare nel 92, c’era una certa motivazione? E se quella del 93 è la stessa motivazione o se ne è aggiunta qualche altra? Cioè, dal 92 al maggio 93, c’è quasi.

SPATUZZA: per una idea mia, partendo da FALCONE e arrivare all’ultima strage, in tutto l’anno.

Proc. GRASSO: ci faccia capire. Lei ha sintetizzato, però ci faccia un po’ capire il termine.

Grasso cerca di ottenere informazioni su qualcuno che “coprisse le spalle” ai mafiosi responsabili delle stragi, e Spatuzza qualcosa comincia a concedere. Grasso commenta – in un creativo capovolgimento – che quindi lo Stato avrebbe tradito Spatuzza, smettendo di proteggerlo.

SPATUZZA: i discursi che un po’ ignoranti in materia, che possiamo essere noi, lei pensa che io vado contro lo Stato, e lo Stato poi non mi import ehm che devo essere un po’ .

Pree. GRASSO: per avere le spalle coperte, parliamo un po’ in termini più chiari.

SPATUZZA: certo.

Pree. GRASSO: chi le copriva le spalle? Cioè, la sensazione che qualcuno diceva: andate tranquilli che.

SPATUZZA: ma voi pensate che sono accussi? Gnoranti possiamo essere in qualche materia, e poi andiamo a fare un contro lo Stato, che poi le conseguenze saranno un po’ catastrofiche contro di noi.

Proc. GRASSO: e ma scusi, ma allora c’è stato un tradimento, perché se qualcuno vi doveva proteggere, e invece poi lo Stato si è rivoltato, e voi siete in queste condizioni e chi hanno tradito.

Proc. VIGNA: che vi doveva proteggere?

SPATUZZA: non lo so.

Proc. VIGNA: secondo la sua idea.

SPATUZZA: come?

Proc. VIGNA: secondo voi?

SPATUZZA: ma una cosa che ho fatto che non so ehm.

Proc. GRASSO: quindi già da FALCONE, questo.

Spatuzza racconta da dove veniva l’esplosivo usato per tutte le stragi: e smentisce molte tesi e perizie che resteranno invece valide e assodate per molti anni ancora (ancora oggi, in molti casi e ricostruzioni scritte), per le quali l’esplosivo usato sarebbe stato del Semtex di produzione postbellica.

SPATUZZA: ehm l’esplosivo, una buona parte.

Proc. VIGNA: ma tutto questo esplosivo, da dove veniva?

SPATUZZA: ma c’è esplosivo che può saltare tutta l’Italia.

Proc. VIGNA: appunto, da dove veniva? Da dove? Voglio sapere, non la persona, voglio sapere da dove. Dall’estero? o dall’Italia?

SPATUZZA: dall’Italia.

Proc. VIGNA: dall’Italia. Da una fabbrica?

SPATUZZA: no.

Proc. VIGNA: allora mi dica da dove, come provenienza.

SPATUZZA: sono ordigni bellici.

Proc. VIGNA: ordigni bellici. In mare?

SPATUZZA: in mare.

Proc. VIGNA: in mare. Dalla Calabria?

SPATUZZA: ovunque, chisti pescatori che li raccolgono.

Proc. GRASSO: e dove li pescavano.

SPATUZZA: fanno a strascinu.

Proc. GRASSO: a strascino e si trovavano queste cose che poi come si faceva.

SPATUZZA: un regalino.

Proc. GRASSO: un regalino, per rifarsi la rete. Vabbè, ma tutta questa quantità?

SPATUZZA: vi dico che ce n’è per saltare tutta l’Italia.

Proc. GRASSO: tutti a mare. Quindi, quando un ha bisogno.

Proc. VIGNA: ci può dire qualche deposito di questo?

SPATUZZA: no, non esiste.

Proc. VIGNA: dove sta ora qualche esplosivo?

SPATUZZA: no, che bisogno c’è ehm uno va a mare e lo va a prendere.

Proc. GRASSO: comunque qualcuno sa dov’ è a mare tutta questa?

SPATUZZA: no, a tempi di guerra quando c’erano queste cose belliche.

Proc. VIGNA: sicuro?

SPATUZZA: eh?

Proc. VIGNA: sicuro?

SPATUZZA: sì.

Proc. GRASSO: quindi lei dice che c’è qualcuno dietro sin da FALCONE?

SPATUZZA: che ha dato la spinta e poi sicuramente si è ammucciato.

Proc. GRASSO: si è ammucciato vuol dire si è nascosto. No, per tradurre. Lei ha avuto questa sensazione vabbe’. Su FALCONE, lo so che nell’organizzazione non c’era lei materialmente ehm, ma lei affronta pure il fatto dell’esplosivo, sempre con questi metodi di recupero?

SPATUZZA: tutti là.

Proc. GRASSO: ma da preparare per la frantumazione, che si faceva?

Proc. VIGNA: sapeva a cosa doveva servire?

SPATUZZA: sapevo solo dove non andare.

Spatuzza conferma che nelle settimane precedenti le due stragi del 1992 in cui vennero uccisi i magistrati Falcone e Borsellino in molti erano stati avvertiti di non muoversi nelle zone dove sarebbero avvenute le esplosioni, per la loro sicurezza.

Proc. GRASSO: sapeva, le avevano detto di non passare finché non succedeva una certa cosa, per l’autostrada o per via d’Amelio.

Perché questa è una voce che è stata data a molti, a quelli di Trapani dicevano: non andate a Palermo per 15 giorni, finché non succede una certa cosa; e a voi dicevano: non andate all’aeroporto che vi può succede qualche cosa.

E quindi questa voce si era sparsa, però voi se arrivava qualche parente? Pregavate che non passassero nel momento in cui succedeva quella cosa. Cioè, se eravate con suo fratello, lei gli diceva: fai u giru di Capaci paese anziché passare dall’autostrada, è così? O no?

SPATUZZA: si.

Proc. GRASSO: si, che è successo?

SPATUZZA: no.

Proc. GRASSO: ma lei, se sapeva che doveva arrivare un suo parente, gli diceva: non fare l’autostrada, vai a fare u giru di Capaci. Così era? O no?

SPATUZZA: si.

Proc. GRASSO: quindi diciamo che c’era questa cosa della preparazione, e che cosa succede poi? Perché su BORSELLINO il discorso è più complicato.

SPATUZZA: sempre quello è.

Proc. GRASSO: lei, l’altra volta ci aveva detto quando ripensa a FALCONE già si organizza BORSELLINO.

SPATUZZA: si ehm.

Questa è la parte del colloquio in cui Spatuzza contraddice e confuta l’impianto dell’accusa in corso in quel momento per la strage di via D’Amelio (in cui fu ucciso Paolo Borsellino), per le quali saranno condannate dieci persone che ne sono innocenti sulla base delle false confessioni estorte a Vincenzo Scarantino, che se ne è accusato. La versione di Spatuzza però sarà rivelata solo nel 2008, dieci anni dopo, e permetterà di demolire tutta la costruzione dei primi processi. L’elemento centrale che conferma la veridicità del racconto di Spatuzza è la sua versione – verificata poi – del furto della macchina usata per l’attentato: Grasso espone a Spatuzza la versione dell’inchiesta basata sulla confessione di Scarantino.

Proc. GRASSO: la macchina,

SPATUZZA G.: questo della macchina si.

Proc. GRASSO: ma è quella la macchina? Quella del processo? Ma c’è tutta una storia con questa macchina che.

SPATUZZA G.: questi l’hanno rubata e poi altri l’hanno rubata.

Proc. GRASSO: ah, così è. E quindi quelli che l’hanno avuta rubata non sanno niente?

SPATUZZA: non sanno niente

Proc. GRASSO: l’hanno rubata per conto loro,

SPATUZZA G.: poi, altri ladri l’hanno rubata a loro.

Proc. GRASSO: altri uhm l’hanno rubata loro.

Giuseppe Orofino è il meccanico che Scarantino ha accusato di aver preparato l’auto per l’attentato nel proprio garage, e che sarà condannato a 18 anni in primo grado e a 9 in appello, che sconterà completamente prima che nel 2008 la versione di Spatuzza resa pubblica e valida dalla certificazione del suo “pentimento” lo scagioni.

SPATUZZA G.: OROFINO, non esiste questo.

Proc. GRASSO: OROFINO è quello che ne abbiamo parlato?

SPATUZZA G.: no, non esiste questo.

Proc. GRASSO: in che senso non esiste?

SPATUZZA G.: non esiste. Perché chi l’ha rubata, l’ha messa dentro e l’hanno preparata. Per logica stessa SCIORTINO custodiva la macchina dentro il garage; prendeva targhe da lì una macchina che ci ha in custodia lui e la mette nella macchina per andare a fare l’attentato. Poi vanno a rubare un’altra macchina.

Proc. GRASSO: infatti questa sembra una cosa strana. Ma chi l’ha rubata non si sa? non venne fuori il passaggio, o si sa e magari come mandante invece che come esecutore o qualcosa del genere.

SPATUZZA G.: secondo i ladri?

Proc. GRASSO: eh!

SPATUZZA G.: no, loro non sanno niente. Secondo i ladri?

Proc. GRASSO: secondo i ladri, ne rispondono, sono stati condannati

SPATUZZA G.: si si

Proc. GRASSO: sono innocenti, cioè sono fuori dal processo perché non si sa. Ma i ladri lo sapevano? Non lo hanno fatto apposta? Lo sapevano che avevano rubato?

SPATUZZA G.: si si

Proc. GRASSO: e quindi per incastrare questi?

SPATUZZA G.: no no. Che mica c’è scritto macchina rubata. La macchina è posteggiata

Proc. GRASSO: quindi, quelli che l’hanno rubata; l’hanno posteggiata; e poi prima riandare ARCIDIACONA, per caso, e giusto giusto era la macchina di OROFINO?

SPATUZZA G.: no

Proc. GRASSO: no, cioè, com’era il discorso?

SPATUZZA G.: la macchina era di un signore, il nome ehm, che gliel’hanno rubata, l’hanno posteggiata sti ragazzi della Guadagna. Ma l’hanno rubata per conto suo. E poi questi autisti hanno riarubata la macchina.

Proc. GRASSO: e portata lì

SPATUZZA G.: in un garage.

Proc. GRASSO: in un garage, che non è quello che mi aveva detto?

SPATUZZA G.: poi servivano un paio di targhe e quindi loro che le hanno cercato, di quel poco che ho capito, e poi sono andato a vedere le targhe ed erano sul 126.

Spatuzza scagiona perentoriamente Orofino.

Proc. GRASSO: uhm, e la macchina che avevano quella di OROFINO, come si spiega? Le targhe sono di OROFINO, OROFINO non sa nulla di questa storia, gli prendono le targhe, mettono in questa macchina, e poi si può andare a prepararla come autobomba, no?

SPATUZZA G.: si

Proc. GRASSO: che era di sabato o venerdì? Non si sa? E quello dell’autorimessa, non si doveva vedere, l’officina era lì? era presente? lo sapeva?

SPATUZZA G.: lui è estraneo a tutto. Aveva subito un furto.

Proc. GRASSO: lei allora dice che OROFINO non sa?

SPATUZZA G.: non esiste. Loro hanno questa situazione all’officina, e prendono per dire una macchina mia?

Dottore: e allora come è andata?

SPATUZZA G.: praticamente stu disgraziato di OROFINO fu coinvolto pirchi c’iru a rubari i targhi a notti stissu.

Proc. GRASSO: anche le targhe hanno rubato? Ma allora non si è fatta nell’officina di OROFINO la preparazione.

SPATUZZA G.: nru nru. (verosimilmente lo SPATUZZA annuisce come per dire di no).

Proc. GRASSO: e queste targhe di macchine a loro volta rubate? Oppure?

SPATUZZA G.: no, erano di macchine che OROFINO aveva nell’officina.

Proc. GRASSO: allora. OROFINO aveva le macchine, vanno a rubare nell’officina di OROFINO la targa che lui aveva dentro in riparazione. Dopo la usano per metterla nella macchina dell’autobomba, così è?

SPATUZZA G.: si.

A questo punto Grasso chiede informazioni anche sull’autore della falsa versione adottata dall’inchiesta in corso, Vincenzo Scarantino, e sulle responsabilità nell’attentato dello stesso Scarantino: il quale ha confessato di avere partecipato all’organizzazione del furto della macchina e dell’attentato, e ha accusato altre persone. E Spatuzza nega anche queste. Anche su questo sarà riscontrato e creduto nel 2008, quando si “pentirà” ufficialmente. “Lui era a Pianosa, ha ammazzato un cristiano che doveva ammazzare e gli fecero dire quello che non doveva dire. Toto La Barbera” (Totò La Barbera non è l’ex prefetto e questore Arnaldo La Barbera, suo superiore, ma più probabilmente Salvatore, della Squadra Mobile di Palermo: ma è una ricostruzione incerta). Che a Scarantino sia stato “fatto dire” molto da chi lo interrogò è invece acclarato, però non risultano omicidi per cui fosse stato accusato o arrestato: un’ipotesi che è stata fatta è che le sue false confessioni siano state ottenute anche sulla base di una minacciata accusa di omicidio.

Proc. GRASSO: che viene preparata in un altro luogo, e non nell’officina di OROFINO. E CIARAMITARO in questa cosa che cosa che c’entra? CIARAMITARO, mi scusi, SCARANTINO.

SPATUZZA G.: non esiste completamente.

Proc. GRASSO: non partecipa completamente?

SPATUZZA G.: non esiste.

Proc. GRASSO: e scusi, com’è che allora le cose che lui ha detto che sa?

SPATUZZA G.: lui era a Pianosa, ha ammazzato un cristiano che doveva ammazzare, e ci ficiru diri chiddu ca nu avia adiri. Toto LA BARBERA.

Proc. GRASSO: e quell’altro che era con lui, ANDREOTTI?

SPATUZZA G.: ma, di . . . . . vieninu chisti? Si sono rifatti di nuovo pentiti?

Proc. GRASSO: no, dice che poi eh, non.

SPATUZZA G.: tutti questi cinque nella stessa cordata, evidentemente.

Proc. VIGNA: sì, ma qualche.

SPATUZZA G.: voi andate a prendere dagli uffici ehm di tutti e cinque.

Vigna chiede a Spatuzza delle due lettere di rivendicazione spedite ai giornali alla vigilia degli attentati del luglio 1993, e tornano a parlare della bomba di Firenze in via dei Georgofili, che non fu invece preceduta da una rivendicazione. Spatuzza dice qualcosa in più sullo “scopo” degli attentati: “se chi si doveva piegare in queste cose non si piegava e si continuava sempre”.

Poi tornano a parlare dell’attentato a Costanzo e Grasso di nuovo chiede se c’entrasse anche la Fininvest.

Proc. VIGNA: no, due cioè questa del Messaggero e un’altra al Corriere della Sera.

SPATUZZA G.: tutti questi uffici che ritirano la posta, non viene registrata?

Proc. VIGNA: se lei non mi dice dove sono state mandate.

SPATUZZA G.: non lo so.

Proc. VIGNA: non lo sa.

Proc. GRASSO: come mai a Firenze non si fece, lei l’organizzazione Firenze la cura? E come mai Firenze, non circola la rivendicazione? O ci fu e non? Io, ormai non pensavo più.

SPATUZZA G.: no, questa no.

Proc. GRASSO: dico, questa differenza tra Firenze e Roma.

Proc. VIGNA: COSTANZO, a Roma.

Proc. GRASSO: lei capisce adesso che sono cose. Siccome là dovevano mettere una bomba vicino al museo, poi tutte le volte ehm che non potevate sapere che c’era quella famiglia, fra l’altro viene messa lì vicino agli uffizi, vabbè lasciamo perdere. Firenze è una organizzazione, lei intanto mi chiarisca questo tempo tra Firenze e dell’altra, è soltanto per organizzare? O, prima dice: adesso facciamo Firenze e poi facciamo l’altra.

SPATUZZA G.: se ehm, diciamo che c’era uno scopo chi si doveva piegare in queste cose non si piegava e si continuava sempre.

Proc. GRASSO: quindi si attende? Un tempo per vedere.

SPATUZZA G.: certo. Perché se tu non mi dai una risposta, tuttu u discuilsu e ca tu nu mi na datu.

Proc. GRASSO: quindi, il primo è fatto per attendere una risposta.

Proc. VIGNA: ma che tipo di risposta vi attendevate? Cioè, cosa doveva fare? Chi?

SPATUZZA G.: dovevamo essere tutti ehm, sa parte che io.

Proc. GRASSO: quindi, diciamo che aspettando la risposta, si fa Firenze. Firenze è una organizzazione spaccata da di COSTANZO? Oppure si, e altre no?

SPATUZZA G.: tutta una strategia è.

Proc. GRASSO: quindi è tutta una strategia. E COSTANZO si poteva ammazzare. Lo avete mai pensato?

SPATUZZA G.: no, io no centro.

Proc. GRASSO: lei non centra. Ma dico, si poteva ammazzare? L’auto bomba ha un significato diverso; ammazzare COSTANZO con una bomba.

SPATUZZA G.: che pensa, chi lo può capire lo capisce.

Proc. GRASSO: e giusto?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: e chi lo deve capire lo capisce il messaggio di COSTANZO. Giusto? Perché lui andava a passeggiare il cane, col giornale, e penso si sapesse questo in Cosa Nostra, o chi aveva la possibilità, giusto?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: hanno fatto così anche per dare, oltre a COSTANZO, anche un messaggio sia per l’autobomba in sé: il terrore, l’intimidazione, no?

SPATUZZA G.: si, un qualche cosa così.

Proc. GRASSO: secondo lei, anche qualche messaggio alla Fininvest, di cui il COSTANZO fa parte? O è generalizzato?

SPATUZZA G.: alla Fininvest non penso, poi.

Proc. GRASSO: lo dice perché sa qualcosa? O è un sua idea?

SPATUZZA G.: no, una mia idea.

L’attentato contro Maurizio Costanzo a Roma fallì perché l’autobomba fu fatta esplodere con qualche istante di ritardo: nel racconto di Spatuzza il fallimento generò dei dissidi (o fu generato da dissidi), e nell’attentato successivo a Firenze – due settimane dopo – intervenne lo stesso Spatuzza.

Proc. GRASSO: una sua idea. Senta, invece Firenze che entra in questa fase in cui lei la gestisce, che la gestisce e ha un risultato, ma COSTANZO fallisce sostanzialmente.

SPATUZZA G.: ci sono stati dei disguidi e si sono un po’ azzuffati.

Proc. GRASSO: si sono azzuffati, in che senso?

SPATUZZA G.: tra di loro.

Proc. GRASSO: dopo?

SPATUZZA G.: lì.

Proc. GRASSO: lì, mentre dovevano pressare il telecomando: lo presso io, lo pressi tu? CANNELLA e il tizio?

SPATUZZA G.: quelli che dovevano operare.

Proc. GRASSO: quelli che hanno operato, litigi su che cosa?

SPATUZZA G.: fra di loro, non so bene quali sono stati gli inconvenienti. E poi, si è cambiato diciamo la squadra.

Proc. GRASSO: si è cambiata la squadra, squadra che perde si cambia, giusto?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: e c’è una aderenza di ehm, lo aveva già programmato Firenze quando si doveva fare COSTANZO?

SPATUZZA G.: no, non lo so.

Proc. GRASSO: cioè, l’esplosivo

SPATUZZA G.: tutto conservato, si continuava sempre a racimolare esplosivo e a conservare. Dice: andiamolo a conservare. Però, non a sotterrare, sempre a portata di mano.

Proc. GRASSO: a portata di mano, pronto per l’impiego. Lì a Firenze, dice che si cambia la squadra che non diede risultato. Lei si prende in mano questa organizzazione a Firenze, e va bene. Ma dico, tra quello che succede a Firenze e quello che succede a Roma o Milano, maggio luglio, quando è che, quanto tempo si aspetta la risposta e poi qualcuno le dice riandare, qualcuno tipo GRAVIANO, perché se è con lui che lei, oppure c’era incontro con BAGARELLA o con altri?

SPATUZZA G.: lui?

Proc. GRASSO: no, dico, lei che so con GRAVIANO se ci sono dei contrasti.

SPATUZZA G.: no, con nessuno.

Spatuzza racconta che l’obiettivo dell’attentato di Firenze – il museo degli Uffizi – fu scelto consultando un catalogo d’arte. Un’altra ipotesi era stato Ponte Vecchio.

Proc. GRASSO: quindi GRAVIANO. Riesce a localizzare quando inizia la fase operativa di Roma, Milano. Maggio, l’obiettivo è già fatto.

Proc. VIGNA: l’obiettivo di Firenze, a chi?

SPATUZZA G.: ragazzi che sono partiti settimane prima.

Proc. VIGNA: per trovare un luogo?

SPATUZZA G.: tranne che però le indicazioni in un catalogo di arte.

Proc. GRASSO: di.

SPATUZZA G.: una rivista.

Proc. GRASSO: una rivista?

SPATUZZA G.: Leonardo.

Proc. GRASSO: e chi l’aveva fornito?

SPATUZZA G.: in un appuntamento che abbiamo avuto noi, che mi hanno dato di andare a fare questa situazione e hanno scelto l’obiettivo quale era. Che erano 3 o 4.

Proc. GRASSO: gli altri quali erano?

SPATUZZA G.: il ponte vecchio, ehm comunque erano 3 o 4.

Proc. GRASSO: sempre nelle fotografie che erano nello stesso album? Era solo fotografia? O c’era anche scritto?

SPATUZZA G.: no, anche scritto.

Proc. GRASSO: quindi un libro su Firenze.

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: con le fotografie di Firenze, e nella prima vi dicevano: questo, questo o questo.

Proc. VIGNA: chi?

Proc. GRASSO: all’incontro chi c’era?

SPATUZZA G.: sempre fra di noi.

Proc. GRASSO: Matteo Messina DENARO, c’era? Perché era vicinissimo al GRAVIANO. Libri su di.

SPATUZZA G.: no, non c’era.

Proc. GRASSO: noi sappiamo da altre fonti che questo libro girava, glielo facevano vedere alle riunioni.

SPATUZZA G.: girava, si.

Proc. GRASSO: no, io ho detto alle riunioni.

SPATUZZA G.: no, c’era.

Proc. GRASSO: lui, chi?

SPATUZZA G.: GRAVIANO c’era.

Proc. GRASSO: ma GRAVIANO c’era?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: quelli che dovevano operare? O quelli della zona di Brancaccio?

SPATUZZA G.: no, lui.

Proc. GRASSO: e quindi vi danno le istruzioni. Quindi lei parla con GRAVIANO, GRAVIANO significa il libro su Firenze, dove ci sono gli uffizi, il Ponte Vecchio e qualche altra cosa, ma lei non si ricorda quale.

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: e quindi a Roma avevate il libro pure?

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: e come mai? A Roma non ce n’è di bisogno?

SPATUZZA G.: perché Roma era più, che ci potevamo muovere senza.

Spatuzza smentisce un’altra versione di Scarantino.

Proc. GRASSO: ma avevate la casa di attesa?

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: non avevate questa casa? La casa che aveva detto Giovanni SCADUTO? Non ve l’hanno messa a disposizione questa casa?

SPATUZZA G.: no, era una cosa che neanche ci potevamo mettere con questa casa.

Proc. GRASSO: lo ha detto SCARANTINO e Giovanni SCADUTO, che avevano affittato questa casa.

SPATUZZA G.: no, io non ne sapevo niente.

Proc. VIGNA: e lei dove dormiva a Roma?

SPATUZZA G.: in un posto che.

Proc. GRASSO: in una famiglia palermitana?

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. VIGNA: che va a dormire, in via che Ghetaua? (via Dire Daua, a Roma, ndr) Che non so dov’è?

Proc. GRASSO: quindi tra l’organizzazione di Firenze e l’organizzazione di Roma, lei che è uno pratico, dico lì Firenze, scegliamo un obiettivo con i GRAVIANO e andiamo; a Roma non c’è bisogno; a Milano qualcuno lo aiuta?

SPATUZZA G.: no, mi trovano sul posto.

Proc. GRASSO: e poi, sostanzialmente chi lo aiutò, sempre parlando di casa, una famiglia palermitana?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: però sta parlando in generale di Milano.

SPATUZZA G.: contatti.

Proc. GRASSO: contatti. E qualche indicazione la può dare?

SPATUZZA G.: infatti c’è il problema della strada di ritorno che.

Il procuratore Vigna dà l’impressione di spazientirsi sulla mancanza di dettagli concreti e nomi e cognomi nelle risposte di Spatuzza. E a un certo punto prova ad andare al dunque chiedendogli se a Milano lo abbia ospitato “uno che era al maneggio ai cavalli”. Al maneggio ai cavalli era ufficialmente delegato Vittorio Mangano, ospite nella villa di Silvio Berlusconi e sospettato in diverse inchieste di essere il tramite tra I fratelli Graviano e Berlusconi stesso. Spatuzza non dà a Vigna le risposte che Vigna cerca: ma nel 2014 racconterà di avere detto agli stessi due magistrati, in un altro colloquio precedente a questo nel 1997, di “fare attenzione a Milano 2”, per metterli su quella pista.

Proc. VIGNA: perché qui si appoggiava a qualche palermitano che vive a Milano?

SPATUZZA G.: questo, che non so se è palermitano.

Proc. VIGNA: chi l’ospitava, eh? Non sa?

Proc. GRASSO: questo che l’ospitava.

SPATUZZA G.: no, non lo so

Proc. VIGNA: era uno che era al maneggio ai cavalli?

SPATUZZA G.: no, non lo so

Proc. GRASSO: pulito, oppure? Ma scusi, questi che erano a Milano erano poi in un’altro posto?

SPATUZZA G.: no, solo qua

Proc. GRASSO: solo a Milano.

Proc. VIGNA: era uno pulito che aveva un certa posizione sociale?

SPATUZZA G.: no, a me il posto che mi hanno individuato era un posto a basso a livello, gente non di ceto sociale abbastanza alto.

Grasso e Vigna tornano a chiedere a Spatuzza chi “gli copriva le spalle”: Spatuzza conferma che qualcuno c’era, ma nega di essersene interessato.

Proc. VIGNA: io non capisco che uno dalla età di 10 anni come lei, con GRAVIANO eravate come fratelli; che il GRAVIANO inizia questa strategia e la porta. E non ci sia stato un discorso tra lei e GRAVIANO: chi ci para le spalle? Chi ci protegge? Come mai si fanno queste cose?

SPATUZZA G.: non chiedevo questa cosa perché ci sono vissuto in questa cosa e risono riuscito.

Proc. GRASSO: mentre siete in giro, il discorso con GIULIANO

SPATUZZA G.: non ce ne hanno.

Proc. GRASSO: fra voi, nella squadra, GRAVIANO pare che si potesse. Tra voi, ve li ponevate questi problemi, dice: ma.

SPATUZZA G.: questo ciclo, da me in poi, tutte queste persone che sono, erano tutti gentazza ehm. Se lei pensa che io mi oseggiavo a dire brizzi a lui Giuseppe, lei pensa che. Che poi sti quattro, fra di loro parlavano e faceva palazzi e castighi, e poi non c’era niente.

Proc. GRASSO: quindi lei dice che non erano affidabili. Sempre un discorso che va a mare. Questi discorsi tra GIULIANO e ROMBO, per esempio, o GIULIANO e CIARAMITARO o ROMBO e CIARAMITARO.

SPATUZZA G.: pensavano a qualche cosa e spartevano tutti questi bigliettini per fare credere sa che, ma poi non c’era niente.

Proc. GRASSO: però, lei è convinto che qualcuno che parava le spalle.

SPATUZZA G.: si, indubbiamente. Certo.

Proc. GRASSO: però io questo volevo capire. Tra Firenze organizzata in un certo modo, per dire: andate a mettere l’autobomba lì. Quando poi ridicono di andare a fare un contatto, dopo un certo tempo lei ancora non è riuscito a localizzare bene, perché c’è maggio, no? Poi c’è giugno, e finisce. Quando avete aspettato prima di fare? Riesce a collegare? Quest’è che lei parte per andare a Roma?

SPATUZZA G.: le partenze sono state parecchie, e poi io ci andavo a Roma solo per questo.

Proc. GRASSO: ci andava per altre cose?

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: ma lei come partiva per andare a Roma?

SPATUZZA G.: con il treno.

Proc. GRASSO: con il treno. Quindi non sa se eh. Ha un nome particolare? Ma l’albergo?

Proc. VIGNA: mi sembra che lei ha detto di un nome particolare, Madruzza.

SPATUZZA G.: Matruzza.

Proc. GRASSO: quindi in treno, e non si ricorda quando ha iniziato? Se, primo porta l’esplosivo e poi porta altre cose. Un conto è portare a Firenze, sempre da Roma passate.

SPATUZZA G.: siamo stati parecchio, quindi non.

Proc. GRASSO: non se lo ricorda. Però, un certo tempo è passato.

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: non è che. Dice: facciamo Firenze, Roma, Milano e torniamo. Passa un certo tempo, dopo di che si prepara l’organizzazione. Ecco, questa organizzazione è assolutamente più complessa, perché si tratta di colpire più obiettivi contemporaneamente, anche in città diverse, e nella stessa città. Ci doveva essere un orario che doveva essere a mezzanotte, mi pare di aver capito, poi per varie cose, un minuto più o un minuto prima a Roma, c’è che poi ci sarà successo qualche cosa che riuscivano a lasciare la macchina al posto giusto, lei così ha detto, giusto?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: ma, a questo, c’è in più il fatto dei messaggi e delle lettere mandati ai giornali. Ora, questo tipo di organizzazioni diverse, a chi è che è venuta in mente? E doveva avere un significato diverso rispetto a quello di prima, o no? Dico, lei ha compreso benissimo il discorso che ho fatto? Cioè, qualcuno disse: facciamo una cosa più in grande; facciamo una cosa che mette più terrore. Perché a Milano, un fatto isolato; qua, aspetta là, aspetta qua, cioè uno pensa che sia tutta una cosa organizzata su tutto il territorio nazionale e contemporaneamente capace, una organizzazione capace di mettere in atto.

SPATUZZA G.: tutto quello era, più segnali.

Grasso e Vigna cercano di farsi dire meglio da Spatuzza quale fosse l’obiettivo della campagna di stragi mafiose, che le inchieste principali hanno sempre messo in relazione con l’intenzione dei responsabili di ottenere qualcosa dallo Stato. Spatuzza parla della possibilità di ottenere condizioni migliori per i detenuti di mafia sottoposti a regimi particolarmente severi. Dice che “sono supposizioni mie” ma Vigna e Grasso parlano di “guerra civile” e “colpo di Stato”: e Spatuzza conferma.

Proc. GRASSO: ecco, io volevo capIre. GRAVIANO, avete parlato di questo tipo di organizzazione? Non è che.

SPATUZZA G.: si doveva fare questa situazione e poi basta: dobbiamo fare, dobbiamo dare. Sono poi delle fasi che lui non mi diceva: stiamo faciannu o stamu faciannu per questo. Una volta che ci scappo, per dire, per dare un po’ di libertà a queste persone ca su tutti consumati.

Proc. VIGNA: per dare?

Proc. GRASSO: libertà a queste persone che sono consumate, cioè il motivo era fare liberare dalle carceri.

SPATUZZA G.: avere dei benefici.

Proc. GRASSO: e chi li doveva dare sti benefici?

SPATUZZA G.: qualcuno s’avanzò.

Proc. VIGNA: come?

Proc. GRASSO: s’avanzò, qualcuno si fece avanti, si fece sotto. Ma scusi, se qualcuno si fece sotto, che bisogno c’è di andare a mettere le bombe, se già qualcuno si fece sotto?

SPATUZZA G.: sistemare. Dice: faciti chistu e poi lo dovevano sistemare loro. Sono supposizioni mie.

Proc. GRASSO: si, sono supposizioni sue, o magari ha accenno a qualcosa di GRAVIANO?

SPATUZZA G.: impressione che.

Proc. GRASSO: quindi, qualcuno si fa sotto, e nel farsi sotto suggerisce come bisognava fare per aggiustare le cose. Ma, con questa strategia che doveva culminare con fatto dell’Olimpico, si va verso la guerra civile.

SPATUZZA G.: sì, e là e che loro.

Proc. GRASSO: si va verso cioè un colpo di Stato si può fare, era questo quello che doveva avvenire?

SPATUZZA G.: se non si ottiene quello che si ha, una volta che si iniziò con questa guerra, e mi ci pare che poi ritornavano indietro. Quando è partito è partito, che poi ci doveva essere un vincitore. Sicuramente.

Proc. GRASSO: e quindi doveva essere qualcosa che lei comprende bene che come l’organizza lei, in più obiettivi contemporaneamente aumenta il grado di terrore e siamo quasi a una guerra civile, giusto? Siamo a un colpo di Stato, siamo a un qualcosa di grave che sta succedendo, era questo quello che dovevate?

SPATUZZA G.: sì.

Proc. GRASSO: e l’avevano suggerito questo?

SPATUZZA G.: mano mano poi lo capisci che te ne rendi conto: ma qua stiamo avendo uno scontro viaru.

Proc. GRASSO: soprattutto poi con i Carabinieri che sono una Istituzione in Italia, giusto?

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: quindi, quando dopo Padre Puglisi le dicono Carabinieri; qualcuno aveva ancora interesse che si avesse l’impressione che si andava verso un colpo di Stato. Ma, era per farlo veramente? O perché poi qualcuno evitasse di farlo con un soluzione poi democratica?

SPATUZZA G.: non lo so questo. Se non cercano i risultati mica, una notte potevano appiccare chissà. È una strategia.

La ricostruzione prevalente è che a interrompere le stragi fu l’arresto dei fratelli Graviano, a Milano il 27 gennaio 1994. Il 23 gennaio – ma la data fu ricostruita solo molti anni dopo, con il “pentimento” di Spatuzza – era stato preparato un attentato allo Stadio Olimpico di Roma, durante la partita Roma-Udinese, che fallì perché non funzionò il telecomando che doveva far esplodere una bomba. Le inchieste sulla cosiddetta “trattativa” ipotizzano che ci fossero state concessioni da parte di autorità dello Stato che poi furono ritirate, con un cambio di approccio che portò all’arresto dei Graviano. Secondo le domande di Grasso – che probabilmente riprende precedenti dichiarazioni di Spatuzza – l’arresto dei Graviano fu reso possibile da qualcuno che lo decise per interrompere la successione di attentati.

Proc. GRASSO: e poi perché non si continuò più? Perché, nel gennaio 94, quando fallisce, per un motivo banale del telecomando.

SPATUZZA G.: vengono arrestati i GRAVIANO.

Proc. GRASSO: ma qualcuno sapeva chi frequentavano a Milano i fratelli GRAVIANO. Era un modo anche per bloccare la strategia.

SPATUZZA G.: certo. Può darsi che là si è chiusa.

Proc. GRASSO: e l’hanno chiusa quelli che non ne volevano più sapere e bloccano tutto.

SPATUZZA G.: certo, tranne che poi si è chiuso il contatto.

Proc. GRASSO: Giuseppe chiese il contatto con quelle persone che avevano suggerito di andare avanti.

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: questa è la sua ipotesi. Noi stiamo facendo ipotesi, non è che stiamo facendo; noi stiamo ragionando insieme su queste cose. Quindi, secondo lei qualcuno forse sapeva che si doveva fare una cosa contro i Carabinieri, una volta che non si fa, vengono arrestati GRAVIANO?

Proc. VIGNA: vengono arrestati GRAVIANO.

Proc. GRASSO: vengono arrestati GRAVIANO?

SPATUZZA G.: certo.

Proc. VIGNA: dopo pochi giorni, una settimana o due. E a questo punto si chiude il contatto.

Proc. GRASSO: si chiude il contatto. Quindi i GRAVIANO avevano il contatto.

SPATUZZA G.: dopo l’arresto di loro anch’io mi sono messo da parte.

Proc. GRASSO: in cosa nostra? In che senso? Mi faccia capire.

Spatuzza racconta cosa gli successe dopo l’arresto dei Graviano: venne fatto “uomo d’onore”, ma ebbe problemi con il boss Bagarella. E un altro boss, Provenzano, lo voleva ammazzare tramite il suo vice Benedetto Spera.

SPATUZZA G.: si era chiusa un po’ di più i ehm erano.

Proc. GRASSO: chi?

SPATUZZA G.: BAGARELLA.

Proc. GRASSO: siamo nel gennaio 94.

Proc. VIGNA: non si chiusa tanto perché poi lo fanno uomo d’onore nell’estate 95.

Proc. GRASSO: venne inserito dopo, tra gennaio 94 e il 95, per il territorio lo fanno uomo d’onore e...

SPATUZZA G.: tutto il gruppo, che era abbastanza ehm.

Proc. GRASSO: facendolo uomo d’onore se lo mettono sotto le loro, giusto?

SPATUZZA G.: poi nasce lo scontro con Benedetto SPERA.

Proc. GRASSO: SPERA.

SPATUZZA G.: e poi chighi vuannu ammazzari a mia.

Proc. GRASSO: vogliono ammazzare lei, perché lei aveva ammazzato qualcuno?

SPATUZZA G.: no, perché con Giuseppe non passava buon sangue e quindi ero.

Proc. GRASSO: Giuseppe, praticamente.

SPATUZZA G.: non era di buon viso.

Proc. GRASSO: e come parlavate di questo scontro.

SPATUZZA G.: no, noi non facciamo niente. Dopo l’arresto di...

Proc. GRASSO: BAGARELLA.

SPATUZZA G.: e altre persone palermitane, chistu VITALE fu attenzionato a livello.

Proc. GRASSO: pure, dopo l’accordo, perché prima c’è BRUSCA che lei ha buoni rapporti.

SPATUZZA G.: sì.

Proc. GRASSO: questo VITALE, perché?

SPATUZZA G.: perché praticamente cercavano di abbracciare tutte queste zone.

Proc. GRASSO: quindi estendere la loro influenza su zone di Palermo, come Porta Nuova, Brancaccio e così via, giusto? Siccome, ammazzando lei si metteva ci mettevano qualcuno dei loro che controllavano, questo era il progetto.

Proc. VIGNA: volevo dire una cosa. Quella notte in cui avvengono gli attentati alle Chiese di Roma, si staccano i collegamenti telefonici con Palazzo Chigi, non ne sa nulla?

SPATUZZA G.: no. Tranne che sempre quella ala che si appoggiava a noi, può darsi che hanno fatto il discorso della bomba messa.

Proc. GRASSO: come, c’è qualcuno dall’esterno, lui ha la sensazione che va seguendo e comunque interviene per altre cose.

SPATUZZA G.: si. Fra i due litiganti il terzo gode.

Proc. GRASSO: senta, lei nell’agosto 93, si certo.

Proc. VIGNA: questa al cos’è? Che tipo?

SPATUZZA G.: per ora non esiste. Questi dopo sono stati un po’ affiancati a noi però non esiste completamente.

Proc. GRASSO: Pietro MANGANO? Nino MANGANO? O altre persone?

SPATUZZA G.: no, se ehm.

Grasso approfitta di una serie di omonimi citati per chiedere più esplicitamente a Spatuzza di Vittorio Mangano. E poi, ancora evidentemente dentro “il quadro in mente” che i magistrati hanno bisogno di verificare, insiste molto su un soggiorno in Sardegna dei fratelli Graviano: cercando di ricostruire possibilità dalle cose che Spatuzza dice e non dice, e alludendo a “belle donne e la personalità”. Ma Spatuzza dice solo che era “a pescare” o a fare “un lavoro”.

Proc. GRASSO: senta, e l’altro MANGANO, Vittorio MANGANO, lei?

SPATUZZA G.: no, mai conosciuto.

Proc. GRASSO: non ha mai saputo nulla che potesse interessare.

SPATUZZA G.: no.

Proc. VIGNA: vogliamo sospendere?

Proc. GRASSO: perché c’è già, con quello eravamo d’accordo che lei.

Proc. VIGNA: ah, va bene.

Proc. GRASSO: io però vorrei capire una cosa. In Sardegna che ci andate a fare?

SPATUZZA G.: no, mai stato in Sardegna.

Proc. GRASSO: risulta da un viaggio insieme a TACCHINI Fabio.

SPATUZZA G.: Biagio?

Proc. GRASSO: risulta dai suoi spostamenti che lei è stato in Sardegna nell’agosto 93.

SPATUZZA G.: o tramite telefono. Ma risulta la mia presenza?

Proc. VIGNA: dal cellulare.

Proc. GRASSO: dal cellulare.

SPATUZZA G.: no, è stato un ponte radio.

Proc. GRASSO: che vuol dire?

SPATUZZA G.: no, io mi trovavo in un posto, ero più vicino alla Sardegna.

Proc. GRASSO: il posto qual è? Cosi controlliamo in ponte radio. Il posto più vicino alla Sardegna col ponte radio, Non lo vuole dire?

SPATUZZA G.: stavamo lavorando al mare, in un posto più vicino alla Sardegna.

Proc. VIGNA: però, che personaggio è? Questa è la mia, eh?

Proc. GRASSO: quindi lavoravate a mare, fa una telefonata, ah! Il contrabbando di ashishiss, le tonnellate che avete portato?

Proc. VIGNA: no, deve essere qualche, no.

SPATUZZA G.: gli ho detto a mio figlio di portare il motorino.

Proc. GRASSO: di...?

SPATUZZA G.: ci dissi che papà deve scappare. Siccome c’era che ehm si affaccia col motorino.

Proc. GRASSO: quindi c’è qualche progetto per fare.

Proc. VIGNA: eh!

SPATUZZA G.: no, una battuta di pesca.

Proc. GRASSO: lo avrebbe detto subito e non c’era bisogno. Eh, ecco! Era in barca con questa persona, ecco perché non lo vuole dire. Era ospite in barca assieme a GRAVIANO, perché era agosto, girava attorno alla Sardegna.

Proc. VIGNA: che anno?

Proc. GRASSO: 93, dopo le stragi gli fanno fare le vacanze, in una bella barca con belle donne e la personalità, questo. Ecco perché non lo vuole dire.

Proc. VIGNA: perché non ce lo racconta, C’era qualcuno?

SPATUZZA G.: dovevo andare a pescare.

Proc. GRASSO: così, chi sa che ci fa pensare, magari è una cosa che non può dire perché; non è che ci deve dire con chi era, ci deve dire.

SPATUZZA G.: sono andato per lavoro.

Proc. GRASSO: per lavoro, a mare. Comunque, nei pressi della Sardegna, agosto.

Proc. VIGNA: agosto del 93, i GRAVIANO erano a Forte dei Marmi. Forte dei Marmi che sta in Versilia, agosto del 93, i fratellini erano lì, nella villa a Forte dei Marmi.

Proc. GRASSO: poi in Sardegna.

Proc. VIGNA: con la ragazza. Poi sono andati anche in Sardegna, in una villa.

SPATUZZA G.: il problema non è con chi erano loro.

Proc. VIGNA: siccome lei non ci vuol dire con chi era.

SPATUZZA G.: no, ero lì per lavoro, a mare. Poi dice lei: la Sardegna. Ma uno che a mare non c’è strata, che capisce dove si trova.

Proc. VIGNA: era una barca?

SPATUZZA G.: sì.

Proc. VIGNA: bella. Non è in vacanza in Sardegna?

SPATUZZA G.: no.

Proc. VIGNA: è partito da Palermo?

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: ah ecco, il traffico di armi, ecco che cosa era. Ci sono arrivato, il lavoro è lavoro. Potevano farsi un arsenale per la guerra civile, è questo il problema, no? Se uno deve fare la guerra civile si deve armare, è così, o no?

Spatuzza approfitta della piega che hanno preso le insistenze di Grasso per cambiare discorso e protestare contro le modalità del suo arresto: secondo lui la polizia ha cercato di ucciderlo, sparando senza necessità. Spatuzza era stato arrestato a Palermo il 2 luglio 1997 – un anno prima di questo colloquio – con un grande dispiego di uomini che lo avevano sorpreso in un’auto parcheggiata e che avevano sparato molti colpi, ferendolo, quando aveva tentato di scappare disarmato.

SPATUZZA G.: la Squadra Mobile di Palermo la voleva fare la guerra civile.

Proc. GRASSO: qualcuno in particolare?

SPATUZZA G.: tutti, tutti.

Proc. GRASSO: vabbè, quelli fanno il loro lavoro.

SPATUZZA G.: il suo lavoro è ammazzare i cristiani?

Proc. GRASSO: a chi hanno ammazzato?

SPATUZZA G.: il mio arresto.

Proc. GRASSO: scusi, ma lei ha fatto le stragi e non lo dovevano arrestare?

SPATUZZA G.: ma no a sparare per ammazzare.

Proc. GRASSO: può darsi qualcuno aveva detto: questo domani può parlare e quindi lo ammazziamo. Lei che pensa una cosa del genere?

Proc. VIGNA: non ho capito.

Proc. GRASSO: dice che nel corso dell’arresto, praticamente hanno tirato per ammazzare.

Proc. VIGNA: no, no.

SPATUZZA G.: come no, io.

Proc. VIGNA: uhm.

Proc. GRASSO: delitti che passano fra le.

Proc. VIGNA: ma, un colpo solo?

SPATUZZA G.: 5 colpi, tutti nel vetro.

Proc. GRASSO: nel vetro della macchina?

SPATUZZA G.: vetro della macchina.

Proc. VIGNA: vabbè, queste sono da distanze.

SPATUZZA G.: io sono nella macchina, messo così. E a colpo, così, ntierra c’era. A parte che c’ho tutti i referti medici, che quando uscito, e sono sailbati. E poi più in là, ce ne parliamo con la squadra mobile.

Proc. GRASSO: ah, perciò non può volere bene la Squadra Mobile.

SPATUZZA G.: come?

Proc. GRASSO: no, era solo una battuta.

Proc. VIGNA: chissà quante ne ha fatte di guerra civile, fra di voi.

Proc. GRASSO: lei dice, ma è una. Però avevate delle armi, anche.

Proc. VIGNA: eh!

SPATUZZA G.: questa è.

Proc. GRASSO: c’era questa idea?

SPATUZZA G.: no, per niente.

Proc. GRASSO: no, non cadiamo nell’equivoco.

SPATUZZA G.: no, per niente.

Proc. GRASSO: quindi, questa cosa dell’agosto del 93, lavora a mare, ma non riusciamo a capire cosa. Lei non vuole dire con chi era perché non vuole coinvolgere altre persone, giusto? Questo è il motivo, perché lei dice che è il mio lavoro, perché non ci sarebbe il motivo di dire il nome delle altre persone. Quindi è un lavoro, dice, che possono fare loro. Mi sta facendo spuilniciare, come si dice. Vabbè, rispettiamo quello che dice lei. Quindi lei è sicuro che dicendo il tipo di lavoro si individuano le persone? Non può essere un lavoro così agganciato alle persone da farle identificare. Lo sa che è una specie di rebus? È una enigmistica, non riesco proprio ad immaginarla questa cosa, ma anche nel rebus qualche indizio lo danno per come si deve fare.

SPATUZZA G.: diciamo un lavuru a mare.

Proc. GRASSO: un lavoro al mare, ha qualche indizio.

SPATUZZA G.: tonno? Mesi estivi sono?

Proc. GRASSO: no.

SPATUZZA G.: tonnare, le ha tolte.

Proc. GRASSO: le tonnare?

SPATUZZA G.: c’è il discorso anche sigarette.

Proc. GRASSO: vabbé.

Grasso rinuncia a ottenere di più sulla Sardegna: Spatuzza spiega delle sue esigenze rispetto alla detenzione e poi racconta di come a Roma cercasse di individuare le famiglie dei pentiti che si erano trasferite lì.

SPATUZZA G.: ci hanno chiuso le finestre.

Proc. VIGNA: come?

SPATUZZA G.: ci hanno chiuso le finestre.

Proc. GRASSO: ci hanno messo l’aria condizionata.

SPATUZZA G.: ci hanno chiuso tutte le finestre.

Proc. VIGNA: sigillate?

SPATUZZA G.: no, col vetro.

Proc. GRASSO: vetro antiproiettile.

SPATUZZA G.: no, tutto messo a fasce.

Proc. GRASSO: e questo non vi fa parlare? Vi dà problemi.

SPATUZZA G.: certo, abbiamo fatto un po’ di sciopero.

Proc. GRASSO: vabbè, ora parliamo col Direttore.

Proc. VIGNA: allora, bisogna che lei faccia queste cose: decidere se fa questo passo; eh?

Proc. GRASSO: scusi, un’ultima cosa. Lei, nel 96 era a Roma?

SPATUZZA G. : 96?

Proc. GRASSO: 96, la sua presenza a Roma.

Proc. VIGNA: è quella dell’edicola.

Proc. GRASSO: eh. 96 o 97.

SPATUZZA G.: u fattu ehm. Io perché mi interessavo a Roma, perché era vicino a queste famiglie di pentiti. Quindi, tramite lui avevo questo. Siccome, per abitudine nostra, dovevamo comprare il Giornale di Sicilia, quante edicole a Roma? 4 o 5; io prendevo ogni mattina in una edicola e qualcuno lo dovevo beccare.

Proc. GRASSO: qualcuno che conosceva.

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: perché non è che conosceva tutti?

SPATUZZA G.: no, però qualcuno sicuramente cadeva.

Proc. GRASSO: perché lei sapeva che erano a Roma.

SPATUZZA G.: la maggior parte tutti a Roma.

Proc. GRASSO: quindi era questo il motivo. Poi c’è di mezzo che si mette in contatto con qualcuno per sostanze stupefacenti.

SPATUZZA G.: a gente vicino a questo GAROFALO.

Proc. GRASSO: lei è sicuro di questo? Oppure?

SPATUZZA G.: no, io ho detto: qui c’è da guadagnare qualche cosa.

Grasso riprova a ottenere di nuovo informazioni da Spatuzza su chi possa avere deciso l’arresto dei Graviano per interrompere la campagna di attentati, implicando che fosse qualcuno che ne era informato e precedentemente complice.

Proc. GRASSO: quindi, lei l’arresto di GRAVIANO lo ha visto come un blocco della strategia perché non c’è più bisogno di continuare. E se succedeva lo scoppio dei Carabinieri? Cioè lo scoppio della bomba.

SPATUZZA G.: ancora erano liberi.

Proc. GRASSO: ancora erano liberi e andavano. La prima settimana del 94.

Proc. VIGNA: sì.

SPATUZZA G.: penso di sì.

Proc. GRASSO: e quindi, secondo lei, questa strategia chi l’ha suggerita? Lei, poco fa, ha detto che qualcuno si è fatto sotto, dopo di che gli dice basta. Ecco, voglio dire, ecco la strumentalizzazione. Se è così è evidente la strumentalizzazione; cioè, io prima ti faccio andare avanti, ti faccio rischiare e ti faccio fare cose terribili per la nazione, dopo di che, quando non mi servi più ti blocco. Non so, capace che lo dovevano arrestare perché avevano messo in atto delle strategie; perché sostanzialmente i GRAVIANO sono a mettere in atto strategie. Quindi, sono gente che aveva rapporti contatti esclusivamente con i GRAVIANO.

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: perché se io so che facendo l’arresto dei GRAVIANO, la strategia blocca, so che è un contatto esclusivo. Chi era questo contatto esclusivo?

SPATUZZA G.: non ho la minima idea.

Proc. GRASSO: è come il lavoro al mare.

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: sinceramente perché non c’è motivo, perché lei questa cosa è libero di non dire.

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: nemmeno la può ipotizzare. Però i GRAVIANO. Scusi, se lei doveva urgentemente parlare con i GRAVIANO che si trovavano fuori sede, come faceva?

SPATUZZA G.: aspettavo.

Proc. GRASSO: aspettava? E se era una cosa urgente, è mai possibile che non li rintracciava, aveva un recapito? Un telefono?

SPATUZZA G.: aspettavo. Ci vediamo tra 15 giorni.

Proc. GRASSO: e dove? a Milano? A Palermo? a Forte dei Marmi? Ma a lei come lo rintracciavano?

SPATUZZA G.: no, io non dovevo prendere mai l’iniziativa, anche se sapevo dove potere trovare.

Proc. GRASSO: quindi, lei non doveva prendere l’iniziativa di rintracciarli, doveva aspettare, qualsiasi cosa succedeva. I GRAVIANO rintracciavano a lei.

SPATUZZA G.: se c’era qualche cosa lo devo decidere io.

Proc. GRASSO: se era una cosa, diciamo, del mandamento? Lo poteva decidere lei; se invece era qualche altra cosa?

SPATUZZA G.: aspettavo.

Proc. GRASSO: e i soldi come li facevano avere? Quelli che.

SPATUZZA G.: no, io non avevo.

Proc. GRASSO: chi li gestiva i soldi della cassa?

SPATUZZA G.: io gestione non ne avevo. Quando io avevo bisogno, li chiedevo e li avevo.

Proc. VIGNA: a chi?

SPATUZZA G.: a questo interessato per questi soldi.

Proc. GRASSO: perché GRAVIANO non c’era?

SPATUZZA G.: no. Però qualunque cifra che io avevo bisogno a livello personale.

Proc. GRASSO: mai una banca, sempre soldi in contanti? Perché voi vi spostavate in continente, dovevate affrontare delle spese.

SPATUZZA G.: soldi in contanti.

Proc. GRASSO: soldi contanti. Persone della famiglia di Brancaccio che vi davano questi soldi. Lei, naturalmente non vuole dire il nome. Sono arrestati? Sono liberi?

SPATUZZA G.: qualcuno è arrestato.

Proc. VIGNA: sarà il BASILE?

SPATUZZA G.: no, neanche li conosco questi.

Proc. GRASSO: senta, Giuseppe BASILE?

SPATUZZA G.: non lo conosco.

Proc. GRASSO: non lo conosce.

Vigna e Grasso provano con un altro tema, quello della fantomatica “Falange armata”, un nome che è stato usato nella storia d’Italia per moltissime rivendicazioni senza che si sia mai provata l’effettiva esistenza di un’organizzazione reale, e che era stato usato anche a proposito di alcuni degli attentati mafiosi.

Proc. VIGNA: si è mai pensato di, a parte queste lettere, di rivendicare questi fatti con una sigla? Allora si ricorda, non so se, veniva divulgato.

Proc. GRASSO: la falange armate.

Proc. VIGNA: ecco, che cosa è questa falange armata? L’avete mai trattata?

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: ha sentito di questa?

SPATUZZA G.: sì, sì.

Proc. VIGNA: lei aveva saputo che MAZZEI aveva visto questa bomba vecchia a Firenze?

SPATUZZA G.: questa del processo?

Proc. VIGNA: no, prima.

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: senta, che doveva avvenire un attentato nei miei confronti, lei lo aveva saputo?

SPATUZZA G.: no, per niente.

Proc. GRASSO: perché, dopo FALCONE e BORSELLINO.

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: non lo aveva mai saputo?

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: quindi è una cosa che a certi. Il rapporto con GRAVIANO con BRUSCA?

SPATUZZA G.: un po’ raffreddati.

Proc. GRASSO: anche dopo l’arresto di RIINA?

SPATUZZA G.: si, si.

Proc. GRASSO: e con BAGARELLA?

SPATUZZA G.: questi lo sa che strategia hanno usato sempre?

Proc. GRASSO: questi, dice i corleonesi.

SPATUZZA G.: di parlare con me e sparlare a loro.

Proc. GRASSO: parlare?

SPATUZZA G.: parlare con me e sparlare a loro. Parlo con lui e sparlo a lei.

Proc. VIGNA: ho capito.

SPATUZZA G.: penso di avere nei miei riguardi ehm ma quando io mi pighiu u me cori e tu dugnu nde manu e tu hai ipocrisia. E poi le cose si capiscono sempre tardi, pazienza.

Proc. GRASSO: quindi, BAGARELLA ha lo stesso modo.

SPATUZZA G.: ma tutti u fannu.

Proc. GRASSO: GRAVIANO però, nel momento in cui, potevano prendere iniziative senza avere un accordo di massima con BAGARELLA.

SPATUZZA G.: si, BAGARELLA solo era.

Proc. GRASSO: e GRAVIANO se fosse andata avanti sta cosa diventavano i padroni di Cosa Nostra.

SPATUZZA G.: ca certu.

Proc. GRASSO: era questo il loro l’obiettivo. Dico, loro avevano il rapporto, diciamo in un certo senso, squisito.

SPATUZZA G.: la potenza loro erano. Sti corleonesi a chi hanno avuto ora? Tutto quello che hanno fatto hanno avuto sempre bisogno della manovalanza, perché iddi non hanno avuto l’esercito.

Proc. GRASSO: quindi erano dei Re senza esercito.

SPATUZZA G.: senza esercito.

Proc. GRASSO: per contatti, i GRAVIANO; questi contatti erano personali dei GRAVIANO? Oppure, che so, passati ad altri.

SPATUZZA G.: so solo che RIINA una stima.

Proc. GRASSO: RIINA?

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: quindi, i GRAVIANO per conto di RIINA?

SPATUZZA G.: so che li stimava tantissimo.

Proc. GRASSO: senta, quando nel 95, a lei lo fanno uomo d’onore, lei entra in qualche discorso con BRUSCA, DI TRAPANI, GUASTELLA.

SPATUZZA G.: sì.

Proc. GRASSO: si riprende il discorso.

SPATUZZA G.: sì, si deve riprendere.

Proc. GRASSO: e perché? Lei qua partecipa alle riunioni, che Palermo presenta tutto il mandamento.

Spatuzza spiega che dal 1995 la risposta dei suoi nuovi boss agli arresti compiuti non fu più di attentati indiscriminati e bombe, ma di obiettivi singoli e fucili di precisione, e magistrati da uccidere. Perché “il popolo si era rivoltato” contro “queste cose che facevano del male alle persone”.

SPATUZZA G.: visto che avevamo subito tutti questi arresti, tutte queste persone, ehm si cerca di fare qualcosa contro lo Stato. Però l’obiettivo singolo.

Proc. GRASSO: uno. E chi era?

SPATUZZA G.: uno qualsiasi.

Proc. GRASSO: e chi doveva sparare? Sparare col fucile? Cosa Nostra mai ha usato questo.

SPATUZZA G.: e ora ehm.

Proc. GRASSO: quindi doveva essere singolo per una sola persona?

SPATUZZA G.: si, si.

Proc. GRASSO: in che cosa, Economia? Della Politica? Della.

SPATUZZA G.: obiettivi.

Proc. GRASSO: si, ma avete discusso di obiettivi veri?

SPATUZZA G.: obiettivi CASELLI e altri Procuratori.

Proc. GRASSO: per quanto riguarda il discorso che riguardava i figli, lei c’era alla proposta che aveva fatto GUASTELLA?

SPATUZZA G.: ma questa, che anno?

Proc. GRASSO: 95.

SPATUZZA G.: no, nel 95 GUASTELLA era già messo da parte.

Proc. GRASSO: c’era DI TRAPANI.

SPATUZZA G.: prima che DI TRAPANI era in galera.

Proc. GRASSO: era DI TRAPANI che aveva proposto questa cosa?

SPATUZZA G.: no, DI TRAPANI è in galera arrestato.

Proc. GRASSO: gestiva GUASTELLA quando DI TRAPANI viene arrestato? Zona San Lorenzo e Resuttano.

SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: questa cosa rientrava in una strategia, lei ha saputo?

SPATUZZA G.: no, no.

Proc. GRASSO: dai giornali. Ma faceva parte di quelle cose di cui, che qualcuno parlava anche di interrompere l’oleodotto che collegava o qualcosa del genere, lei non ha mai sentito?

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: lei quando è stato fatto uomo d’onore?

SPATUZZA G.: 95.

Proc. VIGNA: settembre 95, dopo l’estate del 95.

Proc. GRASSO: già è cambiata la situazione politica, c’è stato un cambiamento.

SPATUZZA G.: ma noi di politica non.

Proc. GRASSO: non ne discutete. Dopo quando, da quando lei è stato fatto uomo d’onore, si incomincia a discutere di queste cose? Non so se sono chiaro.

SPATUZZA G.: dopo un quindici giorni.

Proc. GRASSO: quindi, fine 95.

SPATUZZA G.: si incomincia a discutere.

Proc. GRASSO: quindi, si discute di riprendere questa strategia.

Proc. VIGNA: obiettivi singoli.

Proc. GRASSO: obiettivi singoli. Ma si è parlato di mettere una macchina con bomba lì?

SPATUZZA G.: questi erano accantonate.

Proc. GRASSO: queste cose erano accantonate. Ma lei si era armato per sparare col fucile?

SPATUZZA G.: dovevano arrivare questi fucili.

Proc. GRASSO: dovevano arrivare?

SPATUZZA G.: si. lo non ne avevo.

Proc. GRASSO: lei non aveva questi fucili di precisione.

SPATUZZA G.: avevo queste cose che mi potevo allenare.

Proc. GRASSO: il luogo, se già individuato, dove sparare con questo fucile?

SPATUZZA G.: no, ognuno cominciava a fare allenamento e poi quando era al cento per cento, e due e tre si faceva l’operazione.

Proc. GRASSO: per riprendere la strategia per l’attacco alle Istituzioni?

SPATUZZA G.: però con singola persona.

Proc. GRASSO: e come mai non l’autobomba?

SPATUZZA G.: a parte che, secondo me, non c’era più il canale con quei contatti che penso io; poi perché il popolo si ruppe, si è rivoltato contro queste cose che facevano un po’ del male alle persone.

Proc. GRASSO: innocenti.

SPATUZZA G.: innocenti.

Proc. GRASSO: quindi, significava colpire chi ritieni responsabile.

SPATUZZA G.: si, obiettivi.

Proc. GRASSO: obiettivi. Lei, quando allude a quella persona che pensa lei, che possono suggerire le autobombe, a chi sta?

Proc. VIGNA: che cosa.

Proc. GRASSO: per capirci di che cosa stiamo parlando.

SPATUZZA G.: certo che qualche mente c’era.

Proc. GRASSO: la va a collocare a...?

SPATUZZA G.: a nessuno, perché quando io incomincia a interessarmi di queste cose, dopo queste stragi ho incominciato ad avvicinarmi un po’ alla politica, compravo Panorama, l’Espresso.

Proc. GRASSO: si, ma lei dice che a questi contatti non c’erano più con quelle persone che ottenevano suggerire l’uso della autobomba, giusto?

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: lei entra nella attività completa, e quindi per dire che non più, è dall’inizio che non c’erano perché ne parlavate, giusto?

SPATUZZA G.: certo.

Proc. GRASSO: sono apparati esterni a Cosa Nostra.

SPATUZZA G: io penso di sì.

Proc. GRASSO: giusto?

SPATUZZA G: sì.

Proc. GRASSO: esterni a Cosa Nostra che però potevano suggerire un certo tipo di attività sovversivo terroristico, qualcosa del genere. Questo intende dire?

SPATUZZA G: no, in questi incontri che abbiamo avuto abbiamo parlato esclusivamente di fare obiettivi singoli.

Proc. GRASSO: obiettivi singoli per evitare stragi di innocenti, in modi di non avere il ritorno negativo della Cosa Nostra in Sicilia, eccetera.

SPATUZZA G: si.

Proc. GRASSO: e fare qualche cosa che riprendesse, perché ormai non si da più come vantaggio, si doveva ottenere.

SPATUZZA G: certo.

Proc. GRASSO: e quindi all’agosto del 95.

Proc. VIGNA: ecco.

Proc. GRASSO: io penso che, se abbiamo qualche altra cosa?

Proc. VIGNA: vabbè. Sospendiamo l’interrogatorio e poi ritorna un attimino, mezzogiorno. Si accomodi.

Dopo una pausa Vigna e Grasso tornano a interrogare Spatuzza sui Graviano e sui loro soggiorni al nord. “Baiardo” è un ex consigliere comunale di Omegna che si occupò in modi e tempi mai chiariti esattamente di organizzare e gestire quei soggiorni in diversi luoghi dell’Italia centrosettentrionale. Spatuzza spiega come sarebbe andato l’arresto dei Graviano a gennaio 1994 (in una trattoria, grazie all’informazione che si trovavano lì), che a Grasso e Vigna interessa per capire se sia stato progettato o “occasionale”. Allora, alle ore 12, viene ripreso il colloquio investigativo con SPATUZZA Gaspare. Si era sospeso perché doveva essere interrogato dal magistrato. Prego. Allora, lei non ha mai conosciuto un certo BAIARDO? Uno che stava al nord.

SPATUZZA G: no. palermitano?

Proc. VIGNA: che aveva ospitato i GRAVIANO, questo risulta da accertamenti, perché anche lui aveva ospitato i GRAVIANO in una certa epoca.

SPATUZZA G: no.

Proc. GRASSO: feste di Natale, nel 93.

SPATUZZA G: no, quando loro si spostavano era difficile comunicare la dimora.

Proc. VIGNA: secondo lei, per quello che avrebbe saputo Cosa Nostra, avete fatto poi una piccola inchiesta. Com’è che si arriva all’arresto dei fratelli GRAVIANO?

SPATUZZA G: l’accertamento che ho fatto io dopo?

Proc. VIGNA: eh.

SPATUZZA G: c’è stato che certo Carmelo aveva una relazione con una ragazza.

Proc. GRASSO: questo Carmelo aveva una relazione con una ragazza.

SPATUZZA G: tra l’altro era sposato. Questa a sua volta aveva una relazione con un Carabiniere.

Proc. GRASSO: la ragazza.

SPATUZZA G: tramite queste confidenze hanno messo nelle tracce di SPATOLA Salvatore (interferenze impediscono l’ascolto della conversazione).

Proc. GRASSO: per potere continuare lei aveva bisogno di un altro po’ di tempo.

SPATUZZA G: certo.

Proc. GRASSO: sul tempo nessuno per fermarla o di proseguire, giusto?

SPATUZZA G: certo.

Proc. GRASSO: e poi l’arrestano.

SPATUZZA G: sì,

Proc. GRASSO: lei attribuisce a questo fatto della, quasi una interruzione di quella che doveva essere una strategia. Perché sia visto così, ci deve essere qualcuno che dice: fermiamo la strategia e fate sparire gli altri. Se invece avviene in maniera occasionale.

SPATUZZA G.: non penso.

Proc. GRASSO: non pensa, occasionale. Su che cosa basa queste, deve avere rapporti con qualcuno che lo. Questo aveva una ragazza; la ragazza aveva una relazione con un Carabiniere. Lui dice che la ragazza può avere assunto qualche informazione sui GRAVIANO, che va a finire nei Carabinieri. Seconda ipotesi: la cognata di SPATOLA Salvatore. Questo è quello che è riuscito ad accertare lei, però lei sta dicendo che come si muovevano i GRAVIANO non si potevano prendere.

SPATUZZA G: sì.

Proc. GRASSO: ce lo fa capire?

SPATUZZA G: era un cervellone Giuseppe, è, non era. Di come si muoveva lui è difficilissimo prenderlo, che dubitava pure di me che io mica parlavo, perché siamo cresciuti assieme. Quindi, figuriamoci dagli altri.

Proc. GRASSO: lei si incontra con SPADARO e D’AGOSTINO.

SPATUZZA G: che devono andare a Milano.

Proc. GRASSO: gli devono portare dei soldi (interferenze impediscono l’ascolto della conversazione). Nella zona di Villabate, Bagheria si sa che queste zone qua sono sempre state.

Proc. VIGNA: e come mai è difficile prenderli, secondo lei?

SPATUZZAG: perché è vinnuto.

Proc. GRASSO: perché è venduto?

Proc. VIGNA: vorrei chiederle questo: quando, per fortuna va male questa storia dell’Olimpico, lei incontra i GRAVIANO?

SPATUZZA G.: no.

Proc. VIGNA: non li incontra. Loro sapevano che dovevano venire in un certo giorno, il giorno era messo alla determinazione sua? Questo non c’è dubbio.

Proc. GRASSO: di altri contatti che ci possono essere con altre persone? Cioè, sta riprendendo il vecchio rapporto che c’era tra Cosa Nostra, lei vuole dire, e alcuni rappresentanti di Istituzioni, come per esempio il maresciallo dei Carabinieri.

SPATUZZA G: può darsi che ehm.

Proc. GRASSO: quindi lei dice che dentro ci sono quelli vecchi ed è possibile che sono messi in atto dai vecchi, lei allude a PROVENZANO.

SPATUZZA G: si, SPERA.

Proc. GRASSO: SPERA, lo stesso.

SPATUZZA G: e poi qualche altro che.

Proc. GRASSO: per prendere SPERA cosa bisogna fare?

SPATUZZA G: il discorso che faccio io non è niente di sicuro. Ci basta pensare.

Proc. GRASSO: sono sue deduzioni. Lei ritiene che se lo Stato vuole arrestare qualcuno ci riesce?

SPATUZZA G: allo Stato ci interessa la pace.

Proc. GRASSO: la pace. E chi la può garantire questa? PROVENZANO?

SPATUZZA G: ehm.

Proc. GRASSO: però, nonostante la pace c’era VITALE che tanta pace non metteva. L’arresto di VITALE è pure per?

SPATUZZA G: cioè, seguire a fimmina. Io sono un ragazzo e quindi penso negli anni e speriamo anche per poi che potete onestamente.

Grasso e Vigna chiedono consigli a Spatuzza per ottenere eventualmente la collaborazione con la giustizia dei fratelli Graviano, spiegando che senza maggiori informazioni non possono sostenere le ipotesi investigative: ancora non abbiamo certezze sulla strage di Portella della Ginestra del 1947, dice Grasso per tornare a temi familiari, siciliani; Spatuzza gli ricorda che non le abbiamo neanche sulla strage di Piazza Fontana a Milano del 1969.

Proc. GRASSO: capire. Ma se non ci aiuta nessuno è difficile potere capire queste cose. Se chi sa, anche piccole che possono aiutare le indagini e non ci aiuta, e difficile che i vecchi misteri, che ancora discutiamo di GIULIANO.

SPATUZZA G: di Piazza Fontana.

Proc. GRASSO: di Piazza Fontana. Discutiamo di Portella della Ginestra. Ancora non sono chiarite e quindi se non c’è un aiuto dall’interno mi pare difficile. Noi abbiamo testi, ma per chiarire le cose come stanno senza nessuna tesi precostituita, però.

SPATUZZA G: ho fatto la domandina per avere la residenza qua.

Proc. GRASSO: perché ormai lei è stato assegnato qua. Lei ai processi ci va?

SPATUZZA G: non.

Proc. VIGNA: come si fa a fare un discorso con i GRAVIANO, si deve parlare tutti e tre insieme. Gli da retta lei ai GRAVIANO?

SPATUZZA G: no.

Proc. VIGNA: no?

SPATUZZA G: pensavo che andavo a finire a Spoleto, quando abbiamo avuto il trasferimento. Perché la maggior parte sono là.

Proc. GRASSO: per convincere i GRAVIANO a venire dalla nostra parte, secondo lei non c’è mezzo?

SPATUZZA G.: dru, il problema è il carcere.

Proc. GRASSO: e non c’è anche lei in carcere, uno fa un figlio per poi non vederlo.

SPATUZZA G: purtroppo sono scelte e dobbiamo pagare le conseguenze.

Proc. GRASSO: quindi, ritornando all’arresto dei GRAVIANO, lei crede a questo fatto che sono persone assolutamente non all’altezza di poter essere i GRAVIANO. Lo vede come un fatto sintomatico che chi doveva arrestare, aveva le informazioni o lo fa arrestare ad altri?

SPATUZZA G: infatti.

Proc. GRASSO: sarebbe interessante sapere a chi ha telefonato la cognata di SPATARO Salvatore. Cioè, a chi ha telefonato, con chi ha avuto il contatto? Perché se ha telefonato ai Carabinieri, il discorso.

SPATUZZA G: io penso se la seconda ipotesi che faccio io è la telefonata, io con tutti che so ehm il 113, deve contattare e il primo impatto qual è? Il 113, quindi già è da discutere anche questo.

Proc. GRASSO: vabbè, se qualcuno l’aveva contattata prima e poi dice: ti faccio sapere.

SPATUZZA G: può essere pure.

Proc. GRASSO: c’era qualcuno che aveva rapporti con questi Carabinieri? Magari per altre cose, faceva l’informatore?

SPATUZZA G.: no.

Proc. GRASSO: chi lo sapeva che SPATARO doveva incontrare i GRAVIANO?

SPATUZZA G: nessuno, neanche io.

Proc. GRASSO: neanche lei. D’AGOSTINO, si.

SPATUZZA G: no, neanche lui.

Proc. GRASSO: SPATARO lo sapeva.

SPATUZZA G: no, tra SPATARO e...

Proc. GRASSO: quindi che GRAVIANO è stato ospitato in casa di D’AGOSTINO, lei lo sapeva?

SPATUZZA G: no, mai.

Proc. GRASSO: mai. Quindi, nell’ambiente per SPATARO che doveva andare a Milano, lo sa? E allora, scusi, la cognata come fa a telefonare?

SPATUZZA G: perché fra loro parlavano.

Proc. GRASSO: e quindi SPATARO lo sa.

SPATUZZA G: si che lo sa.

Proc. GRASSO: se lo sa la cognata.

SPATUZZA G: SPATARO lo sa, ma non lo viene a dire a mia.

Proc. GRASSO: non viene a raccontarlo a lei.

Proc. VIGNA: il verbale lei lo firma?

SPATUZZA G: non lo firmo.

Proc. VIGNA: non lo firma.

Proc. GRASSO: si prende atto della volontà di non sottoscrivere il verbale.

Proc. VIGNA: per il verbale riassuntivo. Allora, sono 12 e 45, SPATUZZA rifletta a quello che si è detto, va bene?

SPATUZZA G: va bene.

Trattativa Stato-Mafia: le balle di Spatuzza. Enrico Deaglio "rivela" che nel 1997 il killer pentito mise a verbale le sue accuse su Berlusconi e la mafia, e scrive che furono "riscontrate e secretate fino al 2015". Ma non è affatto così, scrive Maurizio Tortorella il 5 maggio 2018 su Panorama. UPDATE: Questo articolo è stato pubblicato il giorno 5 maggio 2018. A un mese dalla sua pubblicazione abbiamo ricevuto una nota di commento da parte di Enrico Deaglio che pubblichiamo in fondo.

Il Venerdì di Repubblica rivela questa settimana un clamoroso scandalo giudiziario. L’articolo s’intitola, perentoriamente, “Affaire Stato-mafia, riassunto per i distratti” e racconta una storia pazzesca: che il processo sulla Trattativa Stato-mafia, appena conclusosi a Palermo, è stato fondamentalmente un errore, “un misto di grottesco e surreale” che ha spinto la giustizia su un binario morto, lontano dalla verità. E attenzione, perché l’autore dell’articolo è Enrico Deaglio, uno che di cose di Cosa nostra s’intende parecchio. Deaglio, va detto, scrive veramente da Dio, è avvincente. Racconta di un’altra Trattativa tra mafia e politica, totalmente diversa e ben più suggestiva rispetto a quella dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Deaglio rivela che il vero depositario della verità, un pentito siciliano, fu ascoltato in carcere già nel 1997 da due alti magistrati. Il pentito raccontò loro fatti precisi e circostanziati sulle stragi del 1992-93, fatti che chiamavano in campo una precisa forza politica. Ai due alti magistrati, scrive Deaglio, il pentito raccontò “una storia terribile”. E cioè che “l’omicidio Borsellino l’aveva organizzato lui, e così le stragi di Roma, Firenze e Milano (…) Ad organizzare tutto – da un’idea di Marcello Dell’Utri, disse il pentito - era stata la famiglia mafiosa dei Graviano, socia in affari della Fininvest, per facilitare la neonata Forza Italia e per prendere il potere politico”. Che cosa accadde di quell’interrogatorio? Perché per 21 anni quella “storia terribile” è stata tenuta nascosta? Tuffandosi nell’ennesimo mistero d’Italia, Deaglio aggiunge che “tutte quelle rivelazioni vennero riscontrate (cioè verificate e trovate vere, ndr), ma secretate (cioè poste sotto il segreto investigativo, ndr). Solo nel 2015 l’opinione pubblica venne informata del caso, invero piuttosto imbarazzante, ma la questione non suscitò il minimo interesse”. Grande storia, davvero. Però… è meglio fare un po’ d’ordine. Il pentito di cui scrive Deaglio è più che noto alle cronache ed è tutt’altro che un uomo nascosto, o che non ha avuto modo di raccontare quelle presunte “verità”: è Gaspare Spatuzza, uno dei più tardivi e controversi collaboratori di giustizia dell’era moderna. Spatuzza, va detto, ha una storia che veramente travalica il più cupo dramma shakespeariano: accusato di sei stragi e 40 omicidi, ha collezionato numerosi ergastoli e ora si redime avvolgendosi in una specie di crisi mistica. Tra i suoi delitti c'è il peggio della cronaca nera siciliana degli ultimi decenni: dall'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Santino che fu sciolto nell’acido, all’omicidio di Don Pino Puglisi, fino alla partecipazione alla strage di Paolo Borsellino e della sua scorta. Malgrado questo mostruoso curriculum, Spatuzza è stato però in qualche modo riscattato dalle cronache nostrane. Non perché si sia convertito alla religione, ma perché, dopo essersi pentito nel 2008, ha dichiarato che, creando Forza Italia, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri si trasformarono nei nuovi referenti della mafia nella Seconda Repubblica. Spatuzza ha raccontato anche che le stragi del 1992-93, così come il mancato eccidio all’Olimpico di Roma del 1994, furono di fatto concordate con i vertici di Forza Italia (che in realtà ancora non esisteva): insomma, le stragi mafiose sarebbero state un “favore” nei confronti del partito nascente contro la vecchia guardia politica della Prima Repubblica, che veniva costretta a ritirarsi. Sempre secondo Spatuzza, in cambio Cosa nostra avrebbe avuto il suo nuovo referente politico in Berlusconi e nei suoi accoliti. Il problema è che Deaglio sul Venerdì scrive che Spatuzza consegnò già nel 1997 tutte queste presunte “verità” alla giustizia. E per le sue rivelazioni scelse personaggi di prim’ordine: “Convocò l’allora procuratore antimafia Piero Luigi Vigna e il suo vice Pietro Grasso” scrive Deaglio. Il problema, aggiunge il giornalista, è che “tutte quelle rivelazioni vennero riscontrate, ma secretate”, restando così inutilizzate per troppo tempo. Insomma, insiste Deaglio: c’è stata una vera Trattativa Stato-mafia totalmente diversa da quella di cui abbiamo letto finora; e anche la sentenza di Palermo di due settimane fa “non avvicina ad alcuna verità”.  Perché purtroppo, “la narrazione alternativa sulle stragi, fornita 21 anni fa ai vertici della magistratura italiana, si è intanto persa per strada”. Eppure le cose non stanno proprio così. E anche la storia è un po’ diversa, a partire da alcuni dettagli importanti: l’interrogatorio, infatti, si svolse non nel 1997, ma nel giugno 1998; e Spatuzza non “convocò” affatto i due alti magistrati antimafia, perché furono loro ad andare a sentirlo nel carcere dell’Aq