Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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MAFIA

 

LA COLPA

 

DEGLI INNOCENTI

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

  

 

INDICE

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

PRESENTAZIONE DEL SOGGETTO.

SALVATORE RIINA E CORLEONE.

SALVATORE RIINA E BERNARDO PROVENZANO.

SALVATORE RIINA E LA ‘NDRANGHETA.

SALVATORE RIINA, LE GUERRE DI MAFIA E LE STRAGI.

SALVATORE RIINA: IL VERO CAPO DI COSA NOSTRA?

SALVATORE RIINA E DON CIOTTI.

SALVATORE RIINA E GIULIO ANDREOTTI.

SALVATORE RIINA E LA LEGA.

SALVATORE RIINA E SILVIO BERLUSCONI.

SALVATORE RIINA E GIOVANNI FALCONE.

SALVATORE RIINA E PAOLO BORSELLINO.

SALVATORE RIINA E LA TRATTATIVA STATO-MAFIA.

SALVATORE RIINA ED I SERVIZI SEGRETI.

SALVATORE RIINA: L’ARRESTO ED IL CARCERE.

SALVATORE RIINA E DI MATTEO.

LA MALATTIA DI SALVATORE RIINA.

LA MORTE DI SALVATORE RIINA.

IL DOPO SALVATORE RIINA: “COSA NOSTRA” DEMOCRATICA.

PAESI DEI BOSS MAFIOSI PER SEMPRE.

FIGLI E PARENTI DEI BOSS MAFIOSI PER SEMPRE.

SI FACCIA PARLARE IL FIGLIO SALVO RIINA.

SI FACCIA PARLARE LA FIGLIA LUCIA RIINA.

SIA FACCIA PARLARE LA FIGLIA MARIA CONCETTA.

SI FACCIA PARLARE IL GENERO TONY CIAVARELLO.

CONOSCIAMO IL FRATELLO GAETANO RIINA.

SI FACCIA PARLARE LA NIPOTE MARIA CONCETTA RIINA.

IL TESORO (O PRESUNTO TALE) DI SALVATORE RIINA.

 

 

  

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Facciamo in modo che diventiamo quello che noi avremmo (rafforzativo di saremmo) voluto diventare.

Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Sono un guerriero e non ho paura di morire.

Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa non avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Dunque, è questa vita irriconoscente che ha bisogno del mio contributo ed io sarò sempre disposto a darlo, pur nella indifferenza, insofferenza, indisponenza dei coglioni.

Anzichè far diventare ricchi i poveri con l'eliminazione di caste (burocrati parassiti) e lobbies (ordini professionali monopolizzanti), i cattocomunisti sotto mentite spoglie fanno diventare poveri i ricchi. Così è da decenni, sia con i governi di centrodestra, sia con quelli di centrosinistra.

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta. Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

PRESENTAZIONE DEL SOGGETTO.

Salvatore Riina. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930 – Parma, 17 novembre 2017, è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Veniva indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua bassa statura, e La Belva, adottato per indicare la sua ferocia sanguinaria.

Biografia.

Primi anni. Nato a Corleone in una famiglia di contadini il 16 novembre del 1930, nel settembre 1943 Riina perse il padre Giovanni e il fratello Francesco (di 7 anni) mentre, insieme al fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, rinvenuta tra le terre che curavano, per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito, mentre Totò rimase illeso. In questi anni conobbe il mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame e che lo affiliò nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo. A 19 anni Riina fu condannato a una pena di 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, venendo scarcerato nel 1956. Insieme a Liggio e alla sua banda, cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala. Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda, di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963. Riina venne però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe (Ag): una notte fu fermato, nella parte alta del paese, da una pattuglia di agenti di Polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano il quale, nel 1964, parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare, ma venne braccato e facilmente catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita. Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione nel carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina tornò da solo a Corleone, dove venne arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato nella cittadina di San Giovanni in Persiceto (BO); scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il luogo di soggiorno obbligato e si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza.

Anni settanta e ottanta. Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta strage di Viale Lazio, che doveva punire il boss Michele Cavataio. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo. Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo; nel 1971 Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: furono rapiti Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e il figlio del costruttore Francesco Vassallo, mentre nel 1972 Riina stesso ordinò il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Carlo Calò: l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto, ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati al padre dell'ostaggio, il conte Arturo Cassina, che aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo. Attraverso Liggio, Riina divenne "compare di anello" di Mico Tripodo, boss della 'Ndrangheta, e si legò ai fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avviò un contrabbando di sigarette estere. Nel 1974 Riina divenne il reggente della cosca di Corleone dopo l'arresto di Liggio e l'anno successivo fece sequestrare e uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e di Bontate, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno a ottenere né la liberazione dell'ostaggio, né la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro. Nel 1978 Riina ottenne l'espulsione di Badalamenti dalla Commissione, con l'accusa di aver ordinato l'uccisione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno (Caltanissetta) e strettamente legato ai Corleonesi; l'incarico di dirigere la "Commissione" passò a Michele Greco, che avallerà tutte le successive decisioni di Riina. Per queste ragioni, Giuseppe Di Cristina, capo della cosca di Riesi legato a Bontate e Badalamenti, tentò di mettersi in contatto con i Carabinieri, accusando Riina e il suo luogotenente Bernardo Provenzano di essere responsabili di numerosi omicidi per conto di Liggio, all'epoca detenuto[18]; alcuni giorni dopo le sue confessioni, Di Cristina venne ucciso a Palermo, mentre qualche tempo dopo anche il suo associato Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, finì assassinato dal suo luogotenente Nitto Santapaola, che si era accordato con Riina. Nel 1981 Riina fece eliminare Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia, strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto per uccidere Riina, che però venne rivelato da Michele Greco[15]; Riina allora orchestrò l'assassinio di Bontate, avvalendosi anche del tradimento del fratello di quest'ultimo, Giovanni, e del suo capo-decina Pietro Lo Iacono. L'11 maggio 1981 venne ucciso anche il boss Salvatore Inzerillo, strettamente legato a Bontate. I due omicidi diedero inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» e, nei mesi successivi, nella provincia di Palermo, i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccisero oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta «lupara bianca». Il massacro continuò fino al 1982, quando si insediò una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e guidata dallo stesso Riina. Il principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino, il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente di Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra. Dopo l'inizio della seconda guerra di mafia, i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina, e furono incaricati di curare le relazioni con Salvo Lima, che divenne il nuovo referente politico di Riina, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali; infatti, sempre secondo i collaboratori di giustizia, Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo. In particolare, il collaboratore Baldassare Di Maggioriferì che nel 1987 accompagnò Riina nella casa di Ignazio Salvo a Palermo, dove avrebbe incontrato Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti per sollecitare il loro intervento sulla sentenza; la testimonianza dell'incontro venne però considerata inattendibile nella sentenza del processo contro Andreotti.

Anni novanta. Tuttavia il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso e sancì l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento ad Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza e anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo. Le deposizioni dei collaboratori di giustizia (su tutti Tommaso Buscetta) scateneranno la ritorsione di Cosa Nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizzò i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti "sino al 20º grado di parentela", compresi i bambini e le donne. L'allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò tra giugno e ottobre 1992 Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. La proposta era in realtà, secondo la versione fornita da Mori, una trappola per cercare di stanare qualche latitante, ma Riina rispose alla richiesta con il famoso Papello, un documento di richieste[38] per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso. L'esistenza della trattativa tra Stato e Cosa Nostra è stata successivamente smentita dallo stesso Mori. Il 12 marzo 2012, però, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 - 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia". Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo). Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza, insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti al generale dei carabinieri Francesco Delfino dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra, che lo aveva condannato a morte. A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia (41-bis), ma il 12 marzo del 2001 gli viene revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà. Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994, durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto da Michele Carlino, giornalista di un'agenzia video (Med Media News), al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Anni 2000-2017. A metà marzo del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo, al tempo non convocato in dibattimento. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006, sempre per problemi cardiaci, all'ospedale San Paolo di Milano.  Nel 2017, gli avvocati di Riina fanno richiesta al Tribunale di sorveglianza di Bologna per il differimento della pena a detenzione domiciliare, sottoponendo come motivazione lo stato precario di salute dello stesso Riina. Il 19 luglio 2017 il Tribunale si pronuncia negativamente su questa istanza, spiegando che Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero, ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare". Dopo essere entrato in coma in seguito all'aggravarsi delle condizioni di salute, è morto alle ore 3:37 del 17 novembre 2017, il giorno successivo al suo ottantasettesimo compleanno, nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma. Nei giorni successivi è stato poi sepolto anche lui, come Liggio e Provenzano, nel cimitero di Corleone.

Processi.

Condanne

Nel 1992 Riina venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme al boss Francesco Madonia, per l'omicidio del capitano Emanuele Basile.

Nell'ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all'ergastolo, come mandante dell'omicidio del boss Vincenzo Puccio.

Nel 1994, altro ergastolo per l'omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta.

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella.

Lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne condannato all'ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano

Seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci.

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro.

Nel 1996 venne nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri.

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci, in cui vennero uccisi il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi.

Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano.

Nel 1998 venne condannato all'ergastolo insieme al boss Mariano Agate per l'omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto.

Nel 1999 viene condannato all'ergastolo come mandante per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme a lui vengono condannati, alla stessa pena, i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia.

Nel 2000 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo insieme a Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, per l'attentato in via dei Georgofili, in cui persero la vita cinque persone e subirono danni musei e chiese[64], oltre che per gli attentati di Milano e Roma.

Nel 2002, per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all'ergastolo come mandante;

lo stesso anno la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Riina all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme ai boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo;

sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all'ergastolo insieme al boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli, Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni.

Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo, insieme a Bernardo Provenzano, per la strage di viale Lazio.

Nel febbraio 2010 un altro ergastolo per Riina, che insieme ai boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise, nel 1983, l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989, e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992.

Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all'ergastolo da parte della Corte d'Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell'omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992, avvenuto in via Palmanova a Milano.

Assoluzioni

Il 10 giugno 2011 viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio del 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro.

Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d'Assise di Firenze dall'accusa di essere stato il mandante della strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo per Riina, unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò fratello di Carlo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.

Il processo per la trattativa Stato-Mafia. Dal carcere di Opera, il 19 luglio 2009, nel ricorrerne l'anniversario, Riina espresse di nuovo la sua posizione secondo cui la strage di via D'Amelio sarebbe da imputare ad altri soggetti e non a lui, nello stesso periodo in cui Massimo Ciancimino annunciò che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato. Tuttavia i legali di Riina smentirono che il loro assistito abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia. Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Riina e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza"). Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato. Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti.

Vita privata. Il 16 aprile 1974 Riina sposò, tramite un matrimonio che poi risulterà non valido legalmente, Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Dall'unione nacquero quattro figli: Maria Concetta (19 dicembre 1974), Giovanni Francesco (21 febbraio 1976), Giuseppe Salvatore (3 maggio 1977) e Lucia (11 aprile 1980). Giovanni Francesco è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi avvenuti nell'anno 1995. Giuseppe Salvatore è prima stato condannato per associazione mafiosa, quindi scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini dopo essere stato detenuto per otto anni. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena di 8 anni e 10 mesi, viene nuovamente rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone e comincia a trapelare la notizia di un suo piano per fare un attentato all'ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano per via dell'inasprimento del regime dell'articolo 41-bis.

SALVATORE RIINA E CORLEONE.

Così i picciotti di Corleone diventarono boss, scrive Paolo Delgado il 13 luglio 2016 su "Il Dubbio". Bernardo Provenzano è morto ieri in regime di carcere duro, ai sensi dell’art. 41bis, quello che nel mondo viene considerato senza mezzi termini tortura. Era entrato in carcere nel 2006, dopo 43 anni di latitanza. Da un anno sopravviveva in stato vegetativo. Con tutta la sua ferocia e i suoi crimini, non avergli permesso di morire in un carcere normale copre di vergogna lo Stato italiano. Tra i contadini di Corleone diventati imperatori di Cosa nostra, Bernardo Provenzano è il più enigmatico. Era uomo di mano e di pistola, soprannominato Binnu u tratturi perché «tratturava tutto e dove passava lui non cresceva più l’erba», come da descrizione di Antonino Calderone, fratello del capomafia di Catania Pippo, uno dei tanti fatti ammazzare dai corleonesi. Però era anche "il ragioniere", perché il suo governo di Cosa nostra è stato mite a paragone della ferrea dittatura esercitata dai compaesani Totò u Curtu Riina e Leloluca "Luchino" Bagarella. Di Riina Binnu è stato sempre il compare più fidato, eppure proprio su di lui ha sempre aleggiato il sospetto di aver dato una mano a chiudere la carriera criminale dell’onnipotente zu’ Totò. Non per sete di potere ma per mettere fine alla guerra senza prigionieri che il capo dei capi aveva dichiarato allo Stato e dalla quale Cosa nostra rischiava di uscire distrutta. Per caso o per calcolo, è un fatto che quella guerra Provenzano scelse di non combatterla, recuperando l’uso antico della mafia siciliana: scivolare sott’acqua e rendersi invisibile quando la tempesta infuria. Biografie identiche quelle di Provenzano, Riina e dei fratelli Bagarella. Tutti di Corleone, poverissimi, figli di famiglie contadine nella miseria del dopoguerra siciliano, viddani cresciuti con la puzza della fame addosso. Amici sin dall’infanzia, complici sin dai primi crimini. Erano l’ultimo gradino di Cosa nostra, un altro universo rispetto all’aristocrazia mafiosa dei Bontade di Palermo, "principi di Villagrazia", o del corleonese don Michele Navarra, tanto potente da essere soprannominato "u patri nostru", grande elettore dei notabili Dc dell’epoca incluso Bernardo Mattarella, padre dell’attuale capo dello Stato. I futuri corleonesi erano manovalanza. Picciotti reclutati e combinati mafiosi da Luciano Leggio, campiere e braccio destro di Navarra, per occuparsi dei lavori sporchi e sanguinosi. Non avevano amicizie potenti tra i politici. Nella rete di alleanze famigliari e territoriali che costella e sostanzia la mappa di Cosa nostra neppure comparivano. Le sole risorse di cui disponessero erano la ferocia e la determinazione, figlie entrambe della fame. Se c’è un giorno che segna il passaggio dalla mafia tradizionale alla moderna Cosa nostra è il 2 agosto 1958, quando un autocarro bloccò in una strada di campagna la 1100 sulla quale viaggiavano u patri nostru con un giovane collega e i viddani di Leggio trucidano il potente boss con 92 colpi. Senza chiedere il permesso a nessun padrino. Incuranti dell’alto lignaggio mafioso della vittima e delle liturgie di Cosa nostra. Contando solo sulla forza e sulla potenza implicita nel fatto compiuto. L’uccisione di Navarra registra un modus operandi che i contadini di Corleone adopereranno più volte nei decenni seguenti: disprezzo per le regole mafiose, rapidità e spietatezza nel colpire, ferocia nello sterminare i nemici. La leggenda vuole che all’uccisione del dottore sia seguita una strage con almeno un centinaio di cadaveri. Le vittime della purga furono in realtà molte di meno, ma il metodo era davvero quello: niente prigionieri. Nel 1963 Provenzano fu denunciato per l’omicidio di uno degli ultimi fedeli di Navarra. Scelse di darsi latitante e tale sarebbe rimasto per i successivi 43 anni. Ancora più di Riina, Binnu era uomo d’armi, considerato più per le doti guerresche che per quelle diplomatiche o strategiche. Quando nel 1969 la "commissione" decise di eliminare il boss che aveva innescato la prima guerra di mafia negli anni ‘60, Michele Cavataio, nascostosi a Milano, ogni capo indicò uno o più killer. Leggio spedì Provenzano e Calogero Bagarella, fratello maggiore di Leoluca e Ninetta, fidanzata e poi moglie di Riina. Arrivarono in via Lazio, dove si rifugiava la vittima, travestiti da poliziotti. Cavataio mangiò la foglia. Era un osso durissimo: pur colpito ferì a morte Bagarella, se la pistola non si fosse inceppata avrebbe eliminato anche Provenzano. Anche il mitra di Binnu si inceppò subito dopo. Provenzano non si fermò per questo. Strappò di mano a Cavataio la pistola, lo abbattè colpendolo col calcio della stessa. Il soprannome u tratturi se lo guadagnò lì. I corleonesi si erano ritagliati il loro posto nelle gerarchie di Cosa nostra, ma pur sempre di bassa forza si trattava. Quando nei ‘70, grazie all’eroina, i soldi iniziarono a diluviare sulle famiglie siciliane, i viddani dovettero accontentarsi delle briciole. A chi gli proponeva di eliminare Riina, diventato capo dei coleonesi dopo l’arresto di Leggio, Stefano Bontade, capo della famiglia di Santa Maria del Gesù, la più potente di Palermo, rispondeva con noncuranza: «Ma no, lascialo correre, tanto sempre da qui deve passare: è viddanu». Bontade, detto "il Falco", era il figlio di don Paolino Bontà, uno che prendeva pubblicamente a schiaffoni i politici poco solerti nell’obbedire. Aveva amicizie potentissime, un esercito ai suoi ordini, alleati quasi altrettanto potenti come Totuccio Inzerillo, cugino dei Gambino di New York. Riina e Provenzano lo fecero ammazzare la notte del 23 aprile 1981 inaugurando per la prima volta l’uso del Kalashnikov nell’isola. Bissarono meno di un mese dopo, adoperando la stessa arma per eliminare Inzerillo nonostante la protezione dei Gambino. La cosiddetta "seconda guerra di mafia", che cominciò con quelle raffiche di mitra, fu in realtà una mattanza a senso unico, il massacro di chiunque fosse considerato un nemico dai corleonesi. I grandi pentiti come Buscetta hanno sempre sostenuto che Cosa nostra è morta allora. Non hanno tutti i torti. La mafia siciliana, a modo suo, era sempre stata una democrazia. Nessuno aveva mai preteso di essere "capo dei capi". Il rigido rispetto delle regole era una favola, ma l’idea che persino i mafiosi dovessero adeguarsi a un codice c’era. Riina e Provenzano non conoscevano altro codice che il loro potere, la loro fu una dittatura tra le più spietate. Con lo Stato Totò u Curtu adoperò gli stessi mezzi che gli avevano assicurato l’impero su Cosa nostra. Ammazzò magistrati e poliziotti, provocò stragi, seminò terrore. Conosceva solo la forza, e con la forza tentò di costringere lo Stato a trattare. Uscito di scena lui, con l’arresto nel gennaio 1993, il cognato Bagarella decise di seguire la stessa strada. Provenzano no, e anche per questo riuscì a restare libero per 13 anni dopo la cattura di Riina, dominando con i suoi "pizzini", discretamente, senza spargere troppo sangue. Con gli anni, il sanguinario viddano morto ieri era diventato, a modo suo, un mafioso della vecchia scuola.

Massacri e pizzini, muore Provenzano il padrino dei misteri. Latitante per 43 anni, guidò i corleonesi e trattò con la politica, scrive Francesco La Licata il 13/07/2016 su "La Stampa". Con Bernardo Provenzano scompare l’ultimo padrino «Old style»: il capo, cioè, che preferisce comandare più con la persuasione che col pugno di ferro. Non che non fosse in grado di fare male a chi «deviava», anzi. Solo che lui amava accreditarsi come persona ragionevole. E allora potrebbe trovare una spiegazione la sfilza di nomignoli, anche contraddittori, che il boss si è meritato durante la sua lunga carriera.  Il nome che gli rimarrà per sempre è Binnu, diminutivo di Bernardo usato nel Corleonese. Gli amici, i familiari lo hanno sempre chiamato così. Per i sudditi era obbligatorio il don e perciò «don Binnu». Da giovane aveva un temperamento forte e, dunque, non era famoso per le doti di saggezza che gli verranno riconosciute nella maturità. No, lui era famoso come «Binnu ‘u tratturi», per la straordinaria determinazione con cui spianava gli avversari. Nel 1958 aveva 25 anni e, ricordano alcuni pentiti, «sparava come un Dio». Allora, appena tornato dal servizio militare con una lettera di esenzione per inadeguatezza fisica, preferì imbracciare le armi per combattere la guerra privata contro l’esercito del vecchio Michele Navarra, medico, segretario politico della dc e capomafia. Il suo comandante era Luciano Liggio, l’amico del cuore Totò Riina. Il sangue scorreva tra i vicoli di Corleone, Binnu compì veri «atti di valore» e durante un’azione pericolosa rimase ferito alla testa. In ospedale disse che non capiva: «Stavo camminando e ho sentito qualcosa che mi ha colpito al capo». Finì sotto processo con tutti gli altri, Riina compreso, ma al dibattimento di Bari arrivò il «liberi tutti». Ci furono altri morti, ma Binnu si era fatto ancora più furbo e quando lo cercarono era già uccel di bosco. Primavera 1963: ebbe inizio in quella data la lunga latitanza di Provenzano, conclusa a Montagna dei cavalli (Corleone, naturalmente) l’11 aprile del 2006, 43 anni dopo. Clandestinità dorata, attenzione. Perché Binnu si è sempre mosso a suo piacimento: andava a Cinisi, regno di don Tano Badalamenti, perché lì «filava» con Saveria, l’amore della sua vita e la madre dei suoi due figli, Angelo e Francesco. In clandestinità si sono sposati, Binnu e Saveria: rito religioso celebrato da preti compiacenti, matrimonio non registrato, situazione regolarizzata dopo la sua cattura. Una volta preso, gli venne chiesto se fosse coniugato e lui rispose: «Col cuore sì, per la legge no. Ma presto regolarizzerò questa situazione». E così fu: la «messa a posto» avvenne in carcere. Binnu è un maestro della clandestinità: ha abitato a Palermo, a Bagheria, a Corleone; ha girato la Sicilia in lungo e largo, è riuscito a farsi operare alla prostata in una clinica specializzata di Marsiglia, ottenendo persino il rimborso delle spese mediche dalla Asl. Ha viaggiato in barca, dentro un’auto nascosta all’interno di un furgone e nessuno lo ha mai scoperto. Teneva riunioni della cupola nei casolari di campagna e selezionava attentamente gli amici che chiedevano udienza. Con la maturità è cambiato il carattere. L’ultima volta che viene visto in azione come «’u tratturi» era il dicembre del 1969, anno della strage di viale Lazio. Lui, Totò Riina e un gruppo di «corleonesi» massacrano l’odiato Michele Cavataio e i suoi amici: quattro morti, ma muore anche Calogero Bagarella, fratello di Leoluca, luogotenente e cognato di Totò Riina. Quella volta Provenzano finisce Cavataio colpendolo alla testa col calcio della pistola che gli si era inceppata e poi tenta di dargli fuoco. Eccesso di ferocia? Anche di calcolo, visto che si sapeva che Cavataio teneva una lista scritta delle famiglie di Cosa nostra e i relativi adepti. Ecco, quel biglietto andava distrutto. Un lungo periodo di anonimato, poi si saprà agevolato, in qualche modo, dai carabinieri, precede la comparsa dell’«altro» Binnu: l’uomo riflessivo, il principe della mediazione, l’esecutore della «volontà di Dio». Il freddo calcolatore, l’uomo d’affari e, quindi, «’u ragiuniere», affidabile anche per certe istituzioni tolleranti. Il dispensatore di appalti e affari che - al chiuso degli uffici della Icre di Bagheria, un’impresa di proprietà del boss Nardo Greco - pianificava la spartizione dei lavori pubblici ottenuti tramite le sue amicizie politiche. Già, la politica. A differenza di Riina (che non vantava grandi amici), Provenzano un buon protettore, e addirittura complice, lo aveva. Era Vito Ciancimino, democristiano, sindaco e assessore al Comune di Palermo. Erano amici d’infanzia, i due. Racconterà poi Massimo Ciancimino, figlio del sindaco mafioso, che Binnu aveva una vera e propria adorazione per Vito. Si erano conosciuti da piccoli, a Corleone, quando Provenzano (terzo di sette figli) pativa la fame e Vito non gli negava biscotti e una tazza di latte. Da grandi erano rimasti amici: Binnu gli dava del lei e lo chiamava «ingegnere» anche se era soltanto geometra, l’altro gli dava del tu, imponeva la via politica e garantiva l’arricchimento dell’intera consorteria mafiosa attraverso i soldi pubblici. Ma quando Binnu e Vito «correvano» insieme, già una rete di complicità girava intorno a loro. Racconterà Massimo che il padre finì per diventare una specie di anello di congiunzione fra rappresentanti delle Istituzioni (che ambivano di stare a contatto con mafiosi e affaristi) e il vertice di Cosa nostra. Siamo nel periodo delle stragi e della svolta terroristica imposta da Totò Riina. Binnu non l’ha mai condivisa perché convinto, saggiamente, che «non si può fare la guerra allo Stato». Ma poteva esprimere soltanto pareri, visto che il momento delle decisioni spettava al capo, a Totò Riina. Raccontava il pentito Nino Giuffrè che «Provenzano a Riina spesso discutevano e non erano d’accordo, ma non si alzavano dal tavolo se non avevano raggiunto un accomodo». Chissà, forse alla vigilia delle stragi di Falcone e Borsellino, nel 1992, Binnu era riuscito ad ottenere dal capo la possibilità di tirar fuori i familiari. Sarà per questo che donna Saveria, nella primavera di quell’anno, improvvisamente torna a Corleone, riapre la casa degli avi ed esce ufficialmente dalla clandestinità, insieme coi figli che, così, assumono una vera forma. Finiscono di essere dei fantasmi per entrare nell’anagrafe del comune di Corleone, seppure offrendo pochi scampoli di verità sulla loro trascorsa latitanza. È il momento più difficile di Cosa nostra. Riina deve affrontare il suo popolo e convincerlo che non tutto è perduto con quella maledetta sentenza del maxiprocesso voluto da Falcone e Borsellino. Promette che sarà posto rimedio a quella batosta e che i «traditori politici» avranno quello che si meritano. Scatta la rappresaglia: la mafia uccide Ignazio Salvo, il deputato dc Salvo Lima, uccide Giovanni Falcone in quel modo eclatante e, soltanto 57 giorni dopo, mette in scena il bis con l’attentato a Paolo Borsellino. Questo, a sentire i collaboratori di giustizia e le risultanze di importanti indagini, è quanto imposto dalla «linea Riina», con la prudente astensione di Provenzano. Anzi, con l’opposizione sotterranea di Binnu. Così raccontano primattori e comparse dell’indagine che è già sfociata nel processo sulla «trattativa Stato-mafia». Una sceneggiatura che consegna addirittura l’immagine di un Binnu collaboratore dei carabinieri (e quindi risparmiato e tenuto libero), nel tentativo di garantire una pax mafiosa e fermare la follia stragista di Totò Riina, che avrebbe portato anche all’eliminazione fisica di alcuni politici considerati «traditori» rispetto alle promesse fatte e non mantenute. Ma questo è un capitolo ancora aperto e foriero di grandi attriti politico-istituzionali. Ha già provocato feroci discussioni e divisioni un dibattimento che annovera tra gli imputati mafiosi del calibro di Provenzano e Riina, politici come Mannino, poi assolto, Dell’Utri e gli alti ufficiali dei carabinieri Mori e Subranni. Tutti accusati di aver condotto una vera e propria trattativa sulla base anche di richieste ufficiali della mafia, ufficializzate nel cosiddetto «papello», cioè un elenco di benefici (tra l’altro l’alleggerimento del carcere duro, l’abolizione dell’ergastolo, della legge sui pentiti e sul sequestro dei beni ai mafiosi) consegnato allo Stato italiano (attraverso i carabinieri) da Vito Ciancimino, con la «benedizione» di don Binnu. Tutto ciò, ovviamente, ha appannato il prestigio di Provenzano. I suoi amici (in particolare il boss Matteo Messina Denaro) gli hanno addirittura rimproverato poca cautela nella gestione della comunicazione attraverso i suoi famigerati «pizzini». E non si può negare che qualche problema l’ha creato la scoperta dei duecento e più bigliettini trovati nel suo covo di Montagna dei cavalli. Ma quando è stato preso, don Binnu, era già votato alla «pensione». Non era più «u tratturi» e neppure «u ragiunieri»: forse si ritrovava ancora nei panni del vecchio mediatore, nell’intento di poterla sfangare e tramontare senza l’onta e il marchio del collaboratore. I pizzini, infatti, ci lasciano l’immagine che gli è più congeniale. L’eterno «moderato» che proprio se deve ordinare l’esecuzione di qualcuno lo fa congiungendo le mani sul petto e sussurrando: «Sia fatta la volontà di Dio».

SALVATORE RIINA E BERNARDO PROVENZANO.

RIINA E PROVENZANO, DUE MAFIE A CONFRONTO. Se il primo era a favore delle stragi, il secondo preferiva una mafia che non facesse rumore, per non avere il fiato sul collo dello stato e continuare i suoi affari, scrive Anna Ditta su "TPI" Giovedì 14 luglio 2016. Il boss corleonese Bernardo Provenzano, deceduto il 13 luglio a dieci anni dalla cattura che nell’aprile del 2006 metteva fine a 43 anni di latitanza, viene spesso presentato come l'altro volto di Totò Riina. Se questo era sostenitore dell'attacco diretto e brutale, della prova di forza della mafia contro lo Stato che ha prodotto le stragi del '92 e del '93, Provenzano è diventato noto per la "strategia della sommersione", che puntava a mettere fine agli spargimenti di sangue - o quantomeno a quelli a quelli più clamorosi - a beneficio degli affari. Il ragionamento è pressappoco questo: gli affari vengono prima di tutto. E ciò che piace agli affari è la tranquillità, non avere troppo Stato sul collo. Proprio sulla base di questa scelta strategica dal momento dell’arresto di Riina nel ’93 - quando Provenzano ha assunto il comando - Cosa Nostra ha smesso di ordinare e commettere stragi. Non vuole fare scalpore, non le piace essere sulla bocca di tutti perché così diventa facilmente individuabile. Al contrario, le piace camuffarsi, e lo fa comprando i favori di politici e prestanome e la professionalità dei colletti bianchi. Cancellare il confine tra la mafia e i corrotti compiacenti la rende ancora più pericolosa perché confusa, annebbiata in quel caos in cui tutto è tutto e quindi niente è niente. Nonostante la malattia di Provenzano e il carcere duro di Riina, lo scontro tra queste due strategie mafiose è stato negli anni – ed è tuttora – presente, come emerge dalle intercettazioni di Totò Riina in carcere divulgate a settembre 2014. Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri, il capomafia corleonese critica Matteo Messina Denaro, attuale capo della cupola latitante dal ’93, accusandolo di aver interrotto la guerra allo Stato e di dedicarsi solo ai suoi affari. “Se ci fosse stato qualche altro avrebbe continuato” ha detto in quell’occasione Riina, “e non hanno continuato, e non hanno intenzione di continuare”. Il fatto che Messina Denaro sia il nuovo sostenitore della "sommersione" trova conferma anche in un'altra intercettazione, raccolta nell’ambito delle indagini per l’omicidio del pregiudicato Salvatore Lombardo nel 2009. La conversazione si svolge stavolta tra due presunti affiliati di Cosa Nostra che si lamentano del capomafia castelvetranese perché a loro tocca il lavoro sporco, quando in cambio hanno poco o niente e in tutto ciò il boss non dà segnali della sua presenza. A quel punto uno dei due aggiunge: "scrusciu non ci deve essere", non si deve fare rumore. La mafia, almeno quella di Messina Denaro, ancora adesso non vuole che ci sia rumore. O almeno, non vuole che lo sentiamo. Intanto centinaia di migliaia di euro viaggiano da Milano alla Sicilia, nelle valigette di avvocati e professionisti, come dimostra l'operazione di qualche giorno fa che ha portato alla luce le infiltrazioni di Cosa Nostra negli appalti di Expo attraverso il consorzio Dominus. Riina è sempre lì, in carcere ma ancora battagliero. Provenzano da oggi non c'è più. Messina Denaro è ancora lì fuori. Cosa Nostra non vuole farci sentire il suo rumore. Sta a noi decidere se rimanere con occhi e orecchie aperte o metterci le cuffie.

25 anni fa l’arresto di Totò Riina. Quel bidone tirato al boss e mai raccontato, scrive Alberto Di Pisa il 18 gennaio 2017 su "Sicilia Informazioni". Il 15 gennaio 1993 è una data importante. E’ quella in cui dopo parecchi anni di latitanza viene arrestato dai carabinieri del ROS Totò Riina, il capo di Cosa Nostra. Venne arrestato all’uscita di un residence ubicato in una zona residenziale di Palermo, al numero civico 54 di via Bernini. La casa dove Riina, nell’ultimo periodo, trascorse la latitanza si trovava in una villa all’interno di un parco dove vi erano le case miliardarie di alcuni costruttori mafiosi. Da qui uscì la mattina del giorno 15 prima di essere arrestato dai carabinieri nei pressi di un motel. Nel comunicato diffuso dai carabinieri la sera stessa si leggeva: “Ci sono riscontri documentali e altro…Riina è passato da questo posto con tutta la sua famiglia”. In effetti nel “covo” vennero rinvenuti degli oggetti che avvaloravano questo convinzione; quaderni di bambini, disegni a colori di ragazzini che potevano essere riconducibili ai figli del boss. Il complesso residenziale dove si trovava l’abitazione occupata dal capo di Cosa Nostra e dalla sua famiglia, era di proprietà dei costruttori Sansone, personaggi che avevano già costituito oggetto di indagini nell’ambito del maxiprocesso e collegati ai noti mafiosi Spatola e Inzerillo, esponenti di spicco della “vecchia” mafia. Nel complesso di cui sopra occupavano delle abitazioni anche boss di rilievo della mafia quali Antonino Rotolo, capomandamento dell’uditore e costruttori come Sbeglia, personaggi che avevano costituito oggetto di indagini sul riciclaggio del denaro sporco. Questi erano i vicini di casa di Totò “u curtu” capo di Cosa Nostra. Per comprendere lo spessore criminale degli imprenditori Gaetano e Pino Sansone, nel cui complesso residenziale, come si è detto, trascorreva la propria latitanza Riina, basta considerare che in una delle loro società, “la Mediterranea”, figurava come socio Flavio Carboni insieme a Luigi Faldetta, prestanome di Pippo Calò. La casa in cui alloggiava Riina insieme alla propria famiglia era stata venduta alcuni anni prima dai Sansone alla “Villa Antica s.p.a”, che poi l’aveva affittata a tale signor Bellomo che altri non era se non Totò Riina. Già nel 1989 Contorno aveva rivelato la presenza di Riina e di altri latitanti a Palermo. Interrogato il 9 agosto 1989 da un gruppo di lavoro della Commissione antimafia affermò infatti Contorno: “I latitanti stanno a Palermo, girano, fanno i propri comodi e traffici. Pippo Gambino, Salvatore Riina, Provenzano. Questi hanno tutti una villa. Loro adesso hanno delle zone fisse (che sono le zone di San Lorenzo, di Sottana, di Altofonte). Queste zone sono tranquillissime. C’è una caserma dei carabinieri con soltanto quattro carabinieri. Il maresciallo e qualche altro li vede ma fa finta di niente non perché non li vuole arrestare ma perché ha paura. Hanno ragione e io non gliene faccio una colpa”. Andate a fare una perquisizione in tutte quelle ville e vediamo chi viene fuori. Loro fanno tutto quello che gli pare. Perché? perché lo Stato è assente. Nel quartiere San Lorenzo tutti lo conoscono, lo incrociano, lo salutano. Che cosa si è fatto allora? Quali indagini furono ordinate?…” A fronte delle suddette affermazioni che sembravano adombrare quasi una protezione dei latitanti da parte delle forze dell’ordine e dello Stato, il deputato Azzaro chiedeva a Contorno cosa intendesse dire con tali affermazioni. Così rispondeva il collaboratore: “La polizia vuol fare qualcosa, ma sono pochi quelli che vogliono fare. Quei poliziotti a cui gli capita di incontrare una macchina con Salvatore Riina, con Pippo Gambino o con Daniele Fidanzati, non lo possono fermare perché ci sono altre macchine e li fanno fuori. Non ci pensano che andranno a finire in galera perché hanno tutti l’ergastolo. Gli elementi importanti sono stati condannati all’ergastolo. Fanno riunioni, comandano, lasciano, ammazzano, fanno tutto quello che gli pare. Perché? Perché lo Stato è assente”. Il difensore di Riina, avvocato Fileccia dichiarava di avere più volte incontrato il suo cliente in Sicilia, affermazione che dava luogo a un coro di sdegnate dichiarazioni e che determinava l’apertura nei suoi confronti di una inchiesta e l’invio di una informazione di garanzia in cui si ipotizzava il reato di favoreggiamento nei confronti di Riina, inchiesta conclusasi con una archiviazione. Gli incontri erano giustificati dal rapporto professionale e dalle esigenze di difesa del latitante. Stando quindi a quanto sostenuto da Contorno, che Riina circolasse liberamente a Palermo era cosa nota da quasi tre anni.

Ma chi era Toto Riina, “u curtu”, la “belva”, come veniva soprannominato? Molto si è detto e si è scritto su di lui. Io mi limiterò a riferire quanto accertato giudiziariamente su questo personaggio, dai pool antimafia della Procura della Repubblica e dell’Ufficio istruzione di Palermo nell’ambito delle indagini che portarono al c.d. Maxiprocesso. Riina era l’esponente di massimo rilievo della cosca mafiosa corleonese e certamente il protagonista principale della c.d. “guerra di mafia” finalizzata allo sterminio degli appartenenti alla c.d. “vecchia mafia”, quella facente capo alle famiglie mafiose dei Bontate, degli Inzerillo, degli Spatola. A seguito delle rivelazioni di Buscetta fu giudiziariamente accertata la sua appartenenza a Cosa Nostra e il suo inserimento, al posto di Luciano Leggio, nella “commissione”, l’organo che deliberò i più gravi delitti di mafia. Venne condannato per numerosissimi omicidi tra cui quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del Cap. dei carabinieri Mario D’Aleo, del prof, Paolo Giaccone, del dirigente della Squadra mobile Boris Giuliano, del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, dei giudici Falcone e Borsellino e degli uomini delle loro scorte e per molti omicidi maturati nell’ambito della guerra di mafia tra cui quello di Alfio Ferlito, di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Girolamo Teresi. Ma l’elenco sarebbe lungo. Fu certamente, insieme a Bernardo Provenzano, uno dei personaggi più inafferrabili, come testimoniato dalla sua lunga latitanza oltre che uno degli esponenti più feroci e sanguinari di cosa Nostra. Fu l’inascoltato Leonardo Vitale che per primo, squarciando l’omertà di cui Riina era sempre riuscito a circondarsi, lo portò all’attenzione degli investigatori e dei magistrati, evidenziandone l’enorme potere che fin dal 1973 esercitava in seno all’organizzazione mafiosa. Si legge infatti nell’ordinanza- sentenza del maxiprocesso: “Narrò infatti il Vitale che Salvatore Riina, da lui personalmente conosciuto nell’occasione, intervenne ad una riunione, svoltasi con la partecipazione, tra gli altri, di Giuseppe Calò, nel corso della quale si doveva decidere l’attribuzione di una tangente, alla famiglia mafiosa di Altarello o a quella della Noce, da imporsi all’impresa Pilo, che doveva iniziare lavori in tale “fondo Campofranco”. Prevalse la famiglia della Noce sol perché il Riina manifestò per essa le sue preferenze, affermando “io la Noce ce l’ho nel cuore”.” Ma come risultò da un rapporto dei Carabinieri del 25 agosto 1978, il potere di Riina derivava anche dai ferrei rapporti che lo stesso aveva istaurato con altre potenti famiglie mafiose quale quella di Mazara del Vallo, facente capo a Mariano Agate o con gruppi mafiosi del Palermitano quali quelli dei Madonia di San Lorenzo testimoniata quest’ultima circostanza dal fatto che il 6 settembre 1973 , al matrimonio svoltosi in Corleone, di Giovanni Grizzaffi, nipote di Riina, intervennero tra gli altri proprio i Madonia di San Lorenzo. Ma il legame con la potente famiglia dei Madonia emerse soprattutto allorquando il 6 agosto del 1974, in occasione dell’arresto di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, si accertò che Bagarella aveva trovato rifugio durante la latitanza in un edificio di Largo san Lorenzo dove era ubicata anche l’abitazione di Francesco Madonia. Di Riina parlò anche, come risulta dal menzionato rapporto dei carabinieri, il noto boss mafioso Giuseppe Di Cristina, poco prima di essere ucciso, anche lui inascoltato al pari di Leonardo Vitale. Riferì infatti Di Cristina: “Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia “le belve”, sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Leggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi.” Ed aggiunse che gli stessi Riina e Provenzano erano responsabili, “su commissione dello stesso Leggio, dell’assassinio del Tenente colonnello Russo che il Leggio aveva portato sul banco degli imputati sia nel processo dei 114 che in quello della anonima sequestri”. Aggiunse che alla fine del 1975 inizio 1976, in una riunione tenutasi a Palermo, Riina e Provenzano avevano proposto l’eliminazione del Ten. Col. Russo, proposta che però non era stata accolta per la netta opposizione dell’ala moderata dell’associazione mafiosa ma anche per l’intervento personale dello stesso Di Cristina. Quest’ultimo poi, in una riunione tenutasi sempre a Palermo nel 1977, essendo nel frattempo stato ucciso il colonello Russo, aveva stigmatizzato duramente l’assassinio di quest’ultimo e le altre gesta della cosca di Leggio. Scrivono a questo punto i Carabinieri nel più volte menzionato rapporto: “Le parole di biasimo e di condanna pronunciate dal Di Cristina erano state riferite da due persone, rivelatesi poi aderenti al clan leggiano, allo stesso Leggio che ne decretava l’eliminazione”. Il di Cristina subiva quindi in Riesi un attentato al quale sfuggiva. Ma non poteva scampare alla sua sorte che era ormai segnata ed infatti venne ucciso a Palermo il 30 maggio 1978. Va detto che il Di Cristina, essendosi reso conto, dopo il fallito attentato di Riesi, che la sua sorte era ormai segnata e nella consapevolezza che il mandante dell’omicidio sarebbe stato il Riina, tentò di mettere sulle tracce di quest’ultimo gli inquirenti rivelando che: “Riina Salvatore è stato recentemente localizzato nella zona di Napoli. Avuta la notizia i “moderati” hanno inviato sul posto cinque persone allo scopo di poterne seguire i movimenti. A tal fine esse hanno preso in locazione due appartamenti”. Ma questo tentativo si rivelò vano e non impedì l’esecuzione del piano di morte deciso da Riina e possibilmente anche da Provenzano. Purtroppo, come già accaduto per il Vitale, le sue importanti rivelazioni, nel corso delle quali aveva definito Riina egualmente pericoloso ma ben più intelligente di Provenzano, non furono adeguatamente valorizzate e sviluppate. Ma non soltanto Di Cristina ebbe a parlare della estrema pericolosità di Riina, ma ciò risultò anche dalle dichiarazioni di altri soggetti che tutti, unanimemente ne evidenziarono oltre che il ruolo di primo piano in seno a Cosa Nostra, la particolare ferocia. Così dicasi per Gennaro Totta, Vincenzo Marsala, figlio del capo mafia di Vicari Mariano Marsala, Vincenzo Sinagra.

Ovviamente le maggiori notizie su Riina le fornì agli inquirenti Tommaso Buscetta, il quale, così come sostenuto da Di Cristina, definì il Riina molto più intelligente di Provenzano anche se egualmente feroce. Buscetta parlò del contrasto insanabile che si era determinato tra Bontate e Riina tant’è che il Bontate gli aveva manifestato il proposito di uccidere il Riina durante una riunione della “Commissione”; cosa che non potè essere attuata dato che Riina, evidentemente venuto a conoscenza del progetto di Bontate, non intervenne alla riunione della Commissione. Dopo la strage di Ciaculli (in cui morirono parecchi carabinieri per l’esplosione di una Giulietta imbottita di esplosivo), Cosa Nostra, a seguito della attività repressiva dello Stato, versava in grosse difficoltà. Si decise pertanto nel 1969-1970 la costituzione di un triumvirato che avrebbe dovuto ricostituire Cosa Nostra. Di questo triumvirato entrò a fare parte Riina insieme a Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate. In questo periodo, Riina, approfittando della detenzione di Badalamenti e Bontate, assunse una posizione di predominio effettuando delle operazioni non gradite agli altri due componenti del triunvirato come ad esempio il sequestro dell’industriale Cassina. Ma il predominio di Riina in Cosa Nostra si affermò ulteriormente allorquando, nel 1975, arrestato per la seconda volta Luciano Leggio, lui divenne il capo effettivo ed incontrastato della famiglia corleonese entrando anche a far parte della ricostituita “Commissione”. Addirittura arrivò a sostituire Michele Greco nella Commissione “interprovinciale”, una sorta di supercommisione che aveva la funzione di coordinare l’attività delle Commissioni di Cosa Nostra. Riina, di conseguenza, finì con il rappresentare uno dei più alti vertici militari di Cosa Nostra il che gli consentì di partecipare a numerosi e cruenti episodi di mafia, come ad esempio, per citarne soltanto alcuni, l’omicidio (in correità con Luciano Leggio) del Procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, gli omicidi del cap. Basile, di Reina (segretario regionale della D.C.), di Piersanti Mattarella (Presidente della Regione Sicilia) o l’attentato al sindaco di Palermo, Avv. Nello Martelucci, al quale una esplosione distrusse la villa, gli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del dirigente della sezione catturandi della Squadra mobile, Beppe Montana. Senza dire che fu colui che, dopo la uccisione di Stefano Bontate, avviò la c.d. “guerra di mafia” che fece centinaia di morti tra gli affiliati alla c. d. mafia perdente.

Quanti boss truffati dai prestanome. Riina: “Mi hanno rubato una farmacia”, scrive Salvo Palazzolo mercoledì 5 aprile 2017 su "La Repubblica". Da Bontate a Provenzano tutti i capi beffati da insospettabili che hanno deciso di tenersi case e negozi. Il più arrabbiato di tutti è Totò Riina. «Ho una farmacia che era intestata a uno — l’hanno intercettato in carcere — a sua volta questo l’ha intestata a sua madre… io sto rimanendo un poco male». Un insospettabile prestanome ha truffato il capo dei capi in carcere dal 1993, si è impossessato di una sua proprietà, e non gli fa avere neanche le rendite mensili, come un tempo. Anche Bernardo Provenzano, morto a luglio in carcere, sarebbe stato beffato da un misterioso prestanome, che dagli anni Ottanta tiene alcuni suoi appartamenti nella zona del mercato ortofrutticolo. C’è pure un altro caso. Raccontano che i parenti di Tano Badalamenti, il vecchio capomafia di Cinisi morto in un carcere americano, abbiano invece cercato di ritornare in possesso di una grande sala ricevimenti alle porte di Palermo. Ma si sono scontrati con un altro prestanome che ha perso la memoria e non riconosce più i potenti di un tempo caduti in disgrazia. Boss beffati e derubati, segno che il potere di una certa mafia blasonata arranca. I padrini hanno ancora patrimoni conservati, nonostante i sequestri e le confische di tanti anni di lotta a Cosa nostra, ma spesso non sanno come recuperarli. Un vero problema per i boss, ora che quei soldi servirebbero per le spese legali, ma soprattutto per i figli che sono cresciuti. È il vero segno della sconfitta, essere truffati dagli insospettabili che negli anni Ottanta e Novanta hanno costruito improvvise ricchezze grazie ai soldi dei mafiosi. Quelli che hanno perso di più sono i parenti di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia come lo chiamavano prima dello sterminio dei corleonesi di Riina. Nei racconti dei pentiti ci sono sacchi pieni di banconote che venivano portati in macchina a Milano, nei ruggenti anni Settanta. L’azione di recupero crediti messa in campo è stata massiccia, e non senza conseguenze. Nel 1989, il cognato di Bontate, Giacomo Vitale, numero 33 della loggia Camea, non tornò mai più da un appuntamento a Brancaccio, dove era corso appena uscito dal carcere, per chiedere conto del patrimonio scomparso del principe di Villagrazia. Il quartiere Brancaccio dei fratelli Graviano, i signori delle stragi, che a Milano erano di casa e lì furono arrestati nel 1994.

Boss truffati e derubati. Riina non riesce a darsi pace. Nella «cassaforte» della farmacia «ci ho messo i soldi — dice — ci ho infilato qualche 250 milioni, poi lui si è fatto grande». Il ricco prestanome. Riina, intercettato dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo nell’ambito del processo “Trattativa Stato-mafia”, accenna a un cognome. «La Barbera». Una traccia per risalire a quella farmacia. «Questo qui poi è andato a finire in galera, e ha intestato la farmacia alla madre». Un altro tassello. Riina è convinto che un giorno riuscirà a riavere il suo tesoretto. «Sì, il capitale è sempre lì — dice al compagno di cella — quando sarà, gli dirò: dammelo quello mio… Il passato è passato, gli dico… dammelo». Deliri di un capomafia o arroganza di un padrino che si sente ancora forte? Riina aspetta con pazienza la scarcerazione del nipote prediletto, Giovanni Grizzaffi, a fine anno dovrebbe tornare in libertà dopo trent’anni di carcere per omicidio. E potrebbe tornare a Corleone. Sussurra Riina: «Ho tante cose da sistemare, perché le mie cose sono tante».

Non lo dice solo Salvatore Riina che i patrimoni da sequestrare sono ancora tanti. Lo sosteneva anche un mafioso di rango della Cupola, Antonino Rotolo, che nel 2006 si opponeva al ritorno a Palermo degli “scappati” della prima guerra di mafia, i superstiti degli anni Ottanta che avevano trovato rifugio negli Stati Uniti. «A loro sono rimasti i beni, a noi li hanno levati», diceva Rotolo, e non sospettava di essere intercettato. Poi, nel luglio 2006, il blitz “Gotha” bloccò entrambi gli schieramenti. In cinquanta finirono in carcere. Ma molti altri ex “scappati” hanno continuato a fare la spola fra gli Stati Uniti e la Sicilia. Mentre diversi patrimoni di mafia sono in salvo all’estero. Di sicuro, ne conserva uno Vito Roberto Palazzolo, il manager di Terrasini che dopo una lunga stagione di affari in Sud Africa sta scontando una condanna per mafia al 41 bis. I pentiti dicono che era lui il tesoriere di Riina e Provenzano. Lui, naturalmente, ha sempre negato: sostiene di essere solo una vittima della mafia. Di certo c’è solo che le famiglie degli storici boss di Corleone continuano a ricevere un buon sostentamento da parte di qualcuno, parecchio devoto.

Riina: mi fece arrestare Provenzano. Avrebbe confidato queste parole al poliziotto Bonafede nel 2013. E sul bacio di Andreotti: «Lei mi vede a baciare quell’uomo? Però sono sempre stato andreottiano», scrive “Il Corriere del Mezzogiorno” il 30 giugno 2016. La cattura, la presunta trattativa e il leggendario bacio ad Andreotti. Al processo Stato-Mafia piombano, e sono sempre macigni, le parole di Totò Riina. Utili per una serie di riscontri. In particolare, vengono riportate le confidenze che Riina avrebbe fatto al poliziotto Michele Bonafede nel carcere milanese di Opera. «A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino e non come dicono i carabinieri» avrebbe detto l’ex Capo dei capi all’agente il 21 maggio 2013. L’episodio, ricordato oggi dal poliziotto durante il processo Stato-mafia, confermerebbe quanto detto dal figlio di Ciancimino, Massimo, che per primo ha parlato del ruolo del padre e del capomafia di Corleone nella cattura di Riina. Al boss i carabinieri sarebbero arrivati grazie all’indicazione del covo segnata da Provenzano nelle mappe catastali fattegli avere dal Ros attraverso Vito Ciancimino. L’udienza si sta svolgendo nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. «Ma è vera la storia del bacio ad Andreotti?» gli chiese poi l’agente. «Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? - rispose il boss - Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre». Su un’altra frase del boss, raccolta da Bonafede e da un altro agente, Francesco Milano, il 31 maggio 2013 mentre si recavano nell’aula per le videoconferenze del carcere («Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me»), in aula sono emerse due versioni discordanti. Bonafede ricorda che il boss avrebbe aggiunto «per trattare», mentre Milano ha riferito che il capomafia disse in siciliano stretto: «Il non cercai a nuddu (nessuno,ndr), furono iddi (loro, ndr) a cercare a mia (a me, ndr)». Senza aggiungere altro, né spiegare il contesto. «Io sono stato 25 anni latitante in campagna - avrebbe riferito a Bonafede, come scritto dall’agente nella relazione di servizio - senza che nessuno mi cercasse, come è che sono responsabile di tutte queste cose? Nella strage di Capaci mi hanno condannato con la motivazione che essendo il capo di Cosa Nostra non potevo non sapere. Lei mi ci vede a confezionare la bomba di Falcone?». Poi il padrino avrebbe aggiunto: «Brusca non ha fatto tutto da solo. Lì c’era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda del giudice Paolo Borsellino. Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l’agenda? In via D’Amelio c’entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che dopo cinque minuti dall’attentato sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa».

Trattativa Stato-mafia, i pm: "Provenzano vendette Riina ai carabinieri". A ripercorrere l'arresto del padrino, finito in manette dopo decenni di latitanza il 15 gennaio del 1993, è Vittorio Teresi, scrive il 19 gennaio 2018 "La Repubblica". "L'arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e de Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell'azione dello Stato contro Cosa nostra". La cattura del boss corleonese Totò Riina come snodo della seconda fase della trattativa tra parte delle istituzioni e la mafia è al centro dell'udienza odierna del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dedicata alla prosecuzione della requisitoria dei pubblici ministeri Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi. A ripercorrere l'arresto del padrino, finito in manette dopo decenni di latitanza il 15 gennaio del 1993, è il pm Teresi certo, secondo quanto prospetta l'ipotesi accusatoria, che Riina venne "consegnato" ai carabinieri dall'ala di Cosa nostra vicina a Bernardo Provenzano. Riina, con cui i militari del Ros imputati al processo avevano intavolato un dialogo finalizzato a far cessare le stragi, era ritenuto un "interlocutore" troppo intransigente. Perciò gli si sarebbe preferito Provenzano, fautore della linea della sommersione, e lontano dall'idea del "papello", l'ultimatum che Riina avrebbe presentato allo Stato tramite i carabinieri. Provenzano dunque, dopo le stragi del '92, sarebbe entrato in gioco e avrebbe consentito la cattura del compaesano con la complicità del Ros pretendendo, tra l'altro, che il covo del capomafia "venduto" non fosse perquisito. "Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto - ha spiegato Teresi - E dopo la cattura di Riina e l'uscita di scena anche di Ciancimino le linee dell'accordo sono chiare e si passa ai fatti". "Così come per i carabinieri è fondamentale mantenere il segreto sulla cattura di Riina - ha aggiunto il magistrato - altrettanto è importante, per la mafia, che nulla trapeli sul fatto". La Procura descrive uno Stato diviso in due: da una parte pezzi delle istituzioni pronti a trattare dopo gli attentati a Falcone e Borsellino per "paura e incompetenza", dall'altra un "manipolo" di uomini come l'ex Guardasigilli Claudio Martelli e l'ex capo del Dap Nicolò Amato, convinti che si dovesse mantenere la linea dura contro Cosa nostra. I timori e l'incapacità di far fronte all'emergenza dunque avrebbero portato alcuni rappresentanti delle istituzioni a piegarsi al ricatto nell'illusione che alcuni cedimenti, come ad esempio, una attenuazione all'odiato 41 bis, potesse far cessare le bombe mafiose. "Non si comprese, ha detto il pm, che la mafia avrebbe letto tutto questo come il segno che si poteva rilanciare come avvenne con gli attentati nel Continente e trattare ancora per ricevere altri benefici". Teresi ha ricostruito tutta la parte dell'impianto accusatorio relativa alle concessioni fatte dallo Stato a Cosa nostra, nel 1993, sulla politica carceraria: dalla sostituzione dei vertici del Dap, come Amato, ritenuto troppo duro e allontanato senza preavviso dal suo incarico, alla revoca del 41 bis nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano a febbraio del 1993, alla nomina al ministero della Giustizia di Giovanni Conso che prese il posto di Claudio Martelli, il politico che, dopo le stragi del '92, aveva istituito il regime carcerario duro per i mafiosi. E ha fatto nomi e cognomi di chi "per paura o incompetenza" avrebbe avallato la politica della distensione: l'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, l'ex Guardasigilli Giovanni Conso, Aldalberto Capriotti, subentrato ad Amato al Dap e il suo vice Francesco Di Maggio. Sullo sfondo, nella ipotesi dell'accusa, restano entità non precisate che avrebbero consigliato a Cosa nostra la strategia da seguire. "Centri occulti che hanno suggerito alla mafia cosa fare per indurre lo Stato a cedere. Ci fu un'intelligenza esterna che ha orientato i comportamenti di Cosa nostra e si è fatta comprimario occulto dell'azione mafiosa riuscendo ad agire indisturbata perché poteva confidare nella linea della distensione scelta da pezzi delle istituzioni". "Se avesse prevalso la durezza - ha aggiunto il magistrato - nessuno spazio ci sarebbe stato per un dialogo che ha invece rafforzato la mafia e la sua azione terroristica. Se avesse prevalso la durezza, i consiglieri dei mafiosi sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia, ma nel clima di compromesso che ci fu, tutto si è confuso".

SALVATORE RIINA E LA ‘NDRANGHETA.

Il rapporto con Cosa Nostra (da Wikipedia) è stato molto stretto tanto che capibastone di spicco come Antonio Macrì, Giuseppe Piromalli, Mico Tripodo (compare d'anello di Totò Riina) si affiliarono a Cosa Nostra e viceversa, capi della mafia siciliana si affiliano alle ndrine. Quindi vi erano persone che possedevano due affiliazioni come per esempio il messinese Rosario Saporito, personaggio di spicco della cosca dei Mazzaferro o Calogero Marcenò, capo locale della cosca calabrese Zagari. La mafia messinese inoltre nacque con l'appoggio della 'ndrangheta, dalla quale apprese i riti e le usanze. Vennero sottomesse tutte le cosche messinesi grazie all'operato di un certo Gaetano Costa. A Messina inoltre la cosca di Mangialupi che opererebbe in città quasi completamente da sola ha strettissimi rapporti con le cosche dell'area jonica, tale da custodire loro arsenali.

La 'Ndrangheta si aprì la strada al primato, dicendo no al terrorismo anti Stato di Riina, scrive Giuseppe Baldessarro su “La Repubblica” il 13 gennaio 2013. Già nel 1993 le 'ndrine si potevano permettere di rifiutare gli inviti dei corleonesi. Poi in vent'anni sono cresciute, arrivando a vantare il primato di essere l'unica mafia al mondo presente in tutti e cinque i continenti. Che con i soldi della cocaina possono comprare tutto, soprattutto in un periodo di crisi economica. Quando gli emissari di Totò Riina chiesero alla 'Ndrangheta di entrare in guerra contro lo Stato, i calabresi risposero che loro i magistrati "non li ammazzano", ma che "se li comprano, o li distruggono minandone la credibilità". Era il 1993 e già allora la 'ndrangheta poteva dire di no ai corleonesi.  Erano potenti e avevano capito tutto. Loro avevano i soldi della cocaina e lo Stato era concentrato sulla Sicilia. Con Cosa nostra fuori gioco, per i clan dell'Aspromonte si apriva una prateria sterminata.  Territori criminali da conquistare. E in vent'anni i boss reggini hanno occupato militarmente il mercato di mezza Europa, arrivando a vantare il primato di essere l'unica mafia al mondo presente in tutti e cinque i continenti. L'episodio chiave dell'ascesa dei calabresi è stato raccontato anche di recente. A luglio scorso, durante il maxi processo "Meta" che si sta celebrando nell'aula bunker di Reggio Calabria, in aula c'era Nino Fiume, killer di fiducia della famiglia De Stefano del quartiere Archi, pentitosi all'inizio degli anni 2000. Fiume racconta dell'assassinio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro (pochi chilometri da Reggio), su commissione dei siciliani. Era il giudice di Cassazione che doveva gestire il Maxi processo di Palermo e Riina lo voleva morto. Un favore in nome della vecchia amicizia tra siciliani e calabresi. Non è un caso che don Mico Tripodo, capo indiscusso della 'Ndrangheta reggina (assassinato a Poggioreale, su ordine di Raffaele Cutolo e richiesta dei De Stefano), qualche anno prima era stato ospite d'onore al matrimonio di Totò u curtu e compare d'anello degli sposi. Nel '91 gli "amici" furono accontentati. Due anni dopo no. Cosa Nostra tentò di coinvolgere la 'Ndrangheta calabrese nella strategia della tensione che Fiume definisce di "attacco allo Stato".  Furono anche convocate diverse riunioni, una a Milano e due in Calabria. "Era il periodo delle stragi di Roma, Firenze, Falcone e Borsellino erano stati uccisi", ha spiegato Fiume. La prima riunione, quella di Rosarno, avvenne all'hotel Vittoria. "In quella occasione -  ricorda - c'erano i siciliani. Per i calabresi c'erano Carmine e Giuseppe De Stefano, Franco Coco, il suo braccio destro, Nino Pesce. Forse qualcuno dei Bellocco. Pietro Cacciola, che frequentava Coco Trovato a Milano". La seconda riunione, di poco successiva: "Eravamo al residence Blue Paradise di Parghelia (in provincia di Vibo Valentia). Franco Coco voleva stringere il cerchio attorno a Pasquale Condello, bisognava chiarire il progetto dei siciliani e c'era anche un traffico di droga da definire. C'erano presenti Luigi Mancuso, Peppe De Stefano, Peppe Piromalli, Pino Pesce, e Coco Trovato. Tenete presente -  spiega Fiume - che a queste riunioni si partecipa non come famiglia, ma come rappresentanti di un territorio più vasto". Ai siciliani, all'epoca, fu detto di no. Solo Franco Coco Trovato era possibilista.  Per Peppe De Stefano invece, la strategia dei siciliani era controproducente. Diceva - riferisce Fiume -che era più facile avvicinare un magistrato o al massimo distruggerlo con campagne denigratorie". Quella scelta fece la fortuna della 'Ndrangheta. Con i siciliani impegnati a fare la guerra con lo Stato, le 'ndrine si consolidarono al nord Italia e all'estero, dove furono creati dei "locali" di mafia identici, per struttura e regole, a quelli della casa madre. I broker si stabilirono direttamente in Colombia a trattare con i cartelli della "coca" che iniziò ad arrivare in Europa a tonnellate. La "droga dei ricchi non uccide", dicevano. "E noi la facciamo diventare la droga di tutti". I calabresi sono affidabili, non hanno pentiti e pagano puntuali. Per questo ottengono il monopolio. Oggi sono in grado di mettere sul mercato un grammo di cocaina tagliata a meno di 40 euro. Robaccia, ma i "poveri non guardano alla qualità". Gestendo il 70% dei carichi che arrivano in Europa, secondo la Commissione parlamentare antimafia, contano su capitali spaventosi. Con la droga sono arrivati i soldi e i soldi vanno reinvestiti. Comprano tutto e comprano da tempo. C'è un'intercettazione tra un boss della 'Ndrangheta e un suo contatto al nord, cui impartisce ordini negli anni dopo la caduta del Muro di Berlino: "Vai all'Est e compra tutto, non mi interessa cosa, compra case, ristoranti, negozi, compra quello che vuoi basta che compri". Ed è così ovunque. Tanto più con la crisi di liquidità degli ultimi anni. Sono gli unici ad avere contante, utile ad entrare nelle aziende con partecipazioni, per fare prestiti o per rilevare aziende decotte. Secondo la recente relazione della Dia che fa riferimento ai primi sei mesi del 2012, se da un lato c'è Cosa Nostra che, forse per la prima volta, "inizia a confrontarsi con un'apprezzabile perdita di consenso", dall'altro si registra un'ulteriore salto in avanti della 'Ndrangheta, che consolida la sua "evoluzione affaristico imprenditoriale". I calabresi si stanno allargando in un contesto "in cui la crisi economica e la contrazione del credito producono un effetto moltiplicatore dei fattori di rischio".  Entra nell'economia la 'ndrangheta calabrese, ma dilaga anche nella politica. "La corruzione -  scrive la Dia -  rappresenta un punto di forza delle mafie. I gruppi criminali sono adusi a coltivare cointeressenze con la cosiddetta "zona grigia" dell'imprenditoria, della pubblica amministrazione e della politica, al fine di ottenere agevolazioni e condividere gli illeciti profitti". I numeri sono solo una spia. In sei mesi le persone denunciate per scambio elettorale politico mafioso sono solo sette, ma ciò "non corrisponde alla diffusione dei fenomeni corruttivi e concussivi". Soldi amicizie importanti sono la chiave della 'ndrangheta. Gli emissari dei boss entrano dalla porta principale della politica e dell'economia. E, quando è possibile, lo fanno senza mettere bombe.

Quello scambio infame dietro l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti. La nuova indagine della procura di Reggio Calabria potrebbe portare a una svolta. A motivare l'omicidio, una trama eversiva e un patto tra cosche, scrive Giovanni Tizian il 26 gennaio 2017 su "L'Espresso". Un omicidio eccellente, ancora irrisolto. Forse il prezzo che i calabresi dovevano pagare a Totò Riina e alla sua Cosa nostra stragista per la mediazione che ha pacificato una città in guerra. Oppure il motivo è un altro? E lo potrà chiarire solo la nuova indagine della procura di Reggio Calabria, che sembra vicina a una svolta. Dietro l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti c’è una trama eversiva. Interessi torbidi, che convergono in un patto criminale tra mafiosi siciliani e calabresi che si è manifestato dieci mesi prima del 23 maggio ’92, giorno della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone con la moglie e gli uomini della scorta. Per l’uccisione di Scopelliti nessun colpevole, solo due processi alla commissione regionale di Cosa nostra, che sono finiti con l’assoluzione in Appello. Alla sbarra erano finiti prima Riina e poi Provenzano. Per questo motivo, visto che i vertici della mafia siciliana sono stati già processati, c’è chi sostiene che la nuova inchiesta possa guardare anche oltre la pista già battuta finora del favore tra mafie. E puntare tutto sulle responsabilità della ’ndrangheta. Un’ipotesi, certo. Restando alle carte, però, numerosi pentiti hanno indicato lo scambio di "cortesie” tra padrini. Oppure il movente è da ricercare nelle parole pronunciate davanti ai giudici dal pentito Umberto Di Giovine. Il collaboratore sostiene che il boss Nino Imerti, a capo della zona in cui è stato ucciso Scopelliti, avrebbe incontrato il giudice nel 1989 subito dopo l’omicidio di Ludovico Ligato intimando al magistrato che se per quel delitto fosse stato indagato il cognato avrebbe ucciso i giudici che si erano occupati dell’inchiesta. Sono più numerosi i pentiti che invece riconducono l’omicidio Scopelliti al favore che la ’ndrangheta ha fatto a Cosa nostra per aver messo fine alla carneficina in riva allo Stretto. La condanna a morte del magistrato calabrese è stata eseguita nel tardo pomeriggio dell’8 agosto ’91 a Villa San Giovanni, in località Piale. Piale, un dettaglio importante. La zona in cui è avvenuto l’agguato, in certi territori, è come un marchio di fabbrica. Qui Scopelliti è stato assassinato dai proiettili di due sicari mentre guidava l’auto sulla strada che l’avrebbe riportato a Campo Calabro, il suo paese di origine alle porte di Reggio Calabria. Città all’epoca insanguinata da un’interminabile guerra di mafia. Mille morti, raccontano le cronache. Numeri da conflitto bellico. Il giudice in quei giorni era inquieto. Nonostante fosse in ferie stava studiando i faldoni del maxi processo a Cosa nostra. Sarebbe toccato a lui sostenere l’accusa nell’ultimo grado del processo istruito dal pool antimafia di Palermo contro la cupola siciliana di Riina e "compari”. «Si era fatto inviare le carte fino in Calabria, poi la sera prima dell’agguato disse a mia madre che avrebbe anticipato la partenza per Roma», ricorda la figlia Rosanna. Il territorio, forse, aveva iniziato a emettere suoni ostili. Rosanna Scopelliti ci confida un altro particolare: il clan di Campo Calabro era d’accordo con la scelta di ucciderlo. Ma contando poco nello scacchiere, ha dovuto accettare la decisione dei vertici provinciali. Dopo l’agguato una telefonata arriva all’Ansa: è la rivendicazione della Falange Armata. La sigla ritornerà puntuale a ogni delitto eccellente, anche nel periodo delle stragi firmate dai Corleonesi. Ventisei anni dopo alla procura antimafia di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero De Raho non si danno per vinti. E all’orizzonte si intravede un punto di svolta. I magistrati hanno in mano qualcosa di concreto. Due nuovi collaboratori, che avrebbero indicato i presunti assassini. Pentiti che hanno saputo da altri affiliati i nomi dei sicari del magistrato di Cassazione. E non è escluso, al momento, che almeno uno dei due killer si trovi già in carcere, finito nella rete della procura per altre inchieste antimafia. Da qualche mese, poi, una figura di peso dei clan di Villa ha deciso di collaborare. Custodisce molti segreti, dicono i detective che conoscono il suo spessore. A lui sicuramente i pm chiederanno notizie sul caso Scopelliti. Il fascicolo è nell’ufficio del sostituto Giuseppe Lombardo. Che ci siano elementi nuovi, del resto, era chiaro già a metà dicembre. I media locali, infatti, avevano rilanciato la dichiarazione del procuratore capo Federico Cafiero De Raho: «Troveremo chi ha ucciso Antonino Scopelliti». Una frase pronunciata durante la conferenza stampa in occasione dell’operazione "Sansone”, che ha portato in cella i vertici dei clan che controllano Villa San Giovanni. Area strategica, Villa. Governata da due famiglie, un tempo nemiche, ma che dopo la fine della seconda guerra di mafia condividono il territorio in armonia. Una guerra che inizia proprio a Villa nel 1985 con l’attentato al Riina calabrese, Nino Imerti detto il "Nano feroce”. E sempre nel regno degli Imerti termina con l’omicidio del giudice Scopelliti. Un caso? Oppure un messaggio: dove la tragedia aveva avuto inizio deve avere fine. Le chiavi per decifrare con esattezza questo delitto le forniscono le ultime inchieste sul vertice "segreto” della ’ndrangheta. L’impasto che lega pezzi di Stato deviato ai mammasantissima ha un ingrediente indispensabile e inodore: la massoneria. Una cupola, a lungo invisibile, il cui profilo, ora, è impresso in migliaia di pagine di verbali. Il maxi processo per 78 persone, tra cui compaiono avvocati-padrini, boss-imprenditori, sacerdoti collusi e persino un senatore della Repubblica, è vicino. Dagli stessi atti affiorano i dettagli di un’amicizia tra ’ndrine e cosche siciliane, negli anni diventata una sinergia stabile e decisamente pericolosa per la democrazia di questo Paese. Un’alleanza dai tratti, in un certo momento storico, eversivi. Per comprendere le ragioni dell’omicidio Scopelliti è necessario immergersi in queste sabbie mobili della Repubblica dove insospettabili capi mafia stringono la mano di uomini delle istituzioni. E dove la parola d’ordine è trattare. Trattative utili a mantenere l’ordine, a bandire il caos. Per farlo l’organizzazione calabrese sfrutta ogni pedina. Il pentito Antonino Lo Giudice, per esempio, racconta di un complice - colonnello dei carabinieri già condannato per concorso esterno - che nel porto di Gioia Tauro incontrava agenti della Cia, «dove avevano un ufficio». Anche di queste insospettabili particelle è fatto il dna della ’ndrangheta che ha ucciso il magistrato. Ai funerali di Scopelliti c’era anche Giovanni Falcone. Andava ripetendo che il prossimo obiettivo sarebbe stato lui. Una previsione inquietante, soprattutto perché pronunciata dal magistrato che fin dall’inizio aveva visto nel delitto del collega commesso in Calabria qualcosa di enorme. Aveva intuito, Falcone, che esisteva tra Sicilia e Calabria un network tra le due mafie più potenti. Una rete di cosche che parlano dialetti diversi. Disposte, però, a scambiarsi favori, a progettare azioni comuni, a investire insieme. Sinergie criminali. Il pentito Nino Fiume è stato un ingranaggio essenziale della famiglia De Stefano. I padroni di Reggio, la cui storia si intreccia a cinquant’anni di misteri italiani. Sullo sfondo destra eversiva, logge coperte, servizi deviati e capi bastone. I De Stefano sono un clan dall’anima nera, con menti raffinatissime. Fiume è stato uno dei primi, nel 2015, a dare un nome al tavolino comune tra le mafie, che lui chiama "il Consorzio”: «Prendeva le decisioni che riguardavano le azioni criminose più delicate. Per consumare gli omicidi eccellenti si verificavano anche scambi di killer tra le varie strutture criminali consorziate». Ma c’è di più. E lo spiega ai pm calabresi un’altra gola profonda: «Ci si consultava, ci si scambiava favori, anche omicidi. Quando Cosa nostra chiedeva un favore ai referenti calabresi o campani, partecipava in prima persona con propri uomini all’esecuzione dei delitti». L’agguato al pm di Cassazione, però, segna un altro punto di svolta. Fino all’8 agosto ’91 la regola generale impediva ai clan calabresi di uccidere uomini delle istituzioni. In cambio gli ’ndranghetisti avrebbero ottenuto aiuto da persone «di un certo livello, che pur essendo esclusi dai poteri legislativi avevano le capacità economiche per poter entrare in determinate situazioni» ha spiegato un altro collaboratore. Questi rispettabilissimi rappresentanti della borghesia cittadina erano coloro che Paolo De Stefano, il "Nero” dello Stretto, chiamava «intoccabili». L’omicidio di Scopelliti, dunque, viola quei patti. Poi, grazie anche al ruolo di alcune toghe «garanti della pax mafiosa», la lacerazione si è ricomposta. Si ristabilivano così gli accordi validi prima della morte del magistrato. Saltati, forse, perché Cosa nostra aveva chiesto un favore. E la ’ndrangheta non poteva rifiutare. Doveva essere riconoscente al gotha mafioso siciliano che si era mosso per portare la pace nella città calabrese. Con Riina, in missione a Reggio nei panni inediti di uomo di pace. Visita avvenuta, dice il pentito Consolato Villani, prima dell’agguato al magistrato. Un’azione eclatante che non trova d’accordo tutti i generali dei clan. Per dirla con le parole di un ex colonnello del crimine, «ad alti livelli bisogna essere amici dello Stato, non nemici». Mafia calabrese e siciliana, dunque, unite nella lotta, negli affari, nella strategia politica. In questo senso anche un altro delitto eccellente fornisce ulteriori tasselli per ricomporre il puzzle. L’assassinio, il 26 giugno ’83, del procuratore di Torino Bruno Caccia. Ucciso su mandato di un capo bastone della ’ndrangheta piemontese, Domenico Belfiore. Diversi collaboratori siciliani dei "Catanesi”, guidati dal gruppo di Jimmy Miano, ammettono di essere stati preallertati dell’imminente agguato al magistrato. Ciò che contava per Belfiore è che gli alleati con cui divideva il territorio torinese sapessero a chi dovevano dire grazie per l’eliminazione del "nemico comune”. E questo fatto, peraltro accertato da un tribunale, conferma quanto rivelato, a distanza di anni, dall’indagine sulla cupola segreta della ’ndrangheta: il capo dei Catanesi-Torinesi, Jimmy Miano, è lo stesso indicato dal pentito Nino Fiume quale membro del "Consorzio”. Accanto a questo, c’è poi una pista - archiviata ma sulla quale la famiglia del giudice difesa dall’avvocato Fabio Repici insiste e chiede nuove verifiche - che conduce al Casinò di Saint Vincent. Il procuratore Caccia stava indagando sul riciclaggio di quattrini mafiosi nella casa da gioco. Un giro di cui anche la ’ndrangheta avrebbe fatto parte. E dove compare un nome, Rosario Pio Cattafi, in passato indagato, e poi prosciolto, con Paolo Romeo, l’avvocato della cupola reggina in quota De Stefano. Un dettaglio ulteriore: l’assassinio di Caccia sarà rivendicato dalle finte Br. Per Scopelliti furono i "falangisti armati” a depistare. In questo senso i delitti Caccia e Scopelliti, gli unici magistrati uccisi dalle cosche calabresi, rivelano molto più di quanto è stato raccontate. C’è poi un ex capo mafia di Messina, Gaetano Costa, al corrente di altri particolari sul patto siglato tra le due mafie: «I legami fra Cosa nostra e ’ndrangheta erano strettissimi. Si arrivò anche a progettare e a dare forma (parliamo del periodo successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una super-struttura che comprendeva le due organizzazioni: la Cosa Nuova, questa serviva anche a inserire in modo più organico nel tessuto del crimine organizzato siciliano e calabrese persone insospettabili, collegamenti con entità politiche, istituzionali e massoniche». Costa fa i nomi di alcuni padrini col grembiulino. Nomi pesanti: Giuseppe Mancuso e Giuseppe Piromalli. Che è per caratura come dire Riina o Messina Denaro. «La manifestazione più cruenta di questa alleanza è l’omicidio di Scopelliti», conclude. Non tutti dalla sponda calabrese erano, però, d’accordo su come era stata gestita la vicenda. Per questo i clan si spaccano sull’ulteriore proposta di Riina, che invita la ’ndrangheta a partecipare alla mattanza stragista. In Calabria solo tre mammasantissima condividono la volontà suicida, i De Stefano sono tra questi. In due mesi, tra ’93 e ’94, si manifesta qualche timido tentativo. Poi il ritorno alle origini. In silenzio ricostruiscono le basi per il futuro. Mettono in pratica la teoria dell’inabissamento. E abbandonano i Corleonesi al loro destino.  

SALVATORE RIINA, LE GUERRE DI MAFIA E LE STRAGI.

La "prima guerra di mafia" e la Commissione parlamentare antimafia. Da Wikipedia. Le tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi palermitani del tempo; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della Famiglia dell'Acquasanta), che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (temibili mafiosi di Palermo Centro): infatti, dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barberarimase vittima della «lupara bianca» su ordine della "Commissione" e ciò scatenò una serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio approfittò della situazione di conflitto per sbarazzarsi dei suoi avversari e per queste ragioni si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga (rispettivamente capi delle Famiglie dell'Uditoree di Resuttana): gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati dall'esplosione di un'autobomba che stavano disinnescando e che era destinata al mafioso rivale Salvatore "Cicchiteddu" Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli. La strage di Ciaculli provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi successivi vi furono circa duemila arresti di sospetti mafiosi nella provincia di Palermo: per queste ragioni, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, la "Commissione" di Cosa nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari, e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche. Intanto si svolsero alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni arrestati in seguito alla strage di Ciaculli: numerosi mafiosi vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro per legittima suspicione nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente[38]; un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta a Corleone alla fine degli anni cinquanta: gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove e un rapporto della Commissione Parlamentare Antimafia criticò aspramente il verdetto. Nel marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976). Tuttavia Vitale non venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso, Vitale verrà ucciso nel 1984.

La «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969). Dopo la fine dei grandi processi, venne decisa l'eliminazione di Michele Cavataio poiché era il principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni, il 10 dicembre 1969 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Santa Maria di Gesù, Corleone e Riesi (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Emanuele D'Agostino, Gaetano Grado, Damiano Caruso) trucidò Cavataio nella cosiddetta «strage di viale Lazio». Dopo l'uccisione di Cavataio, nel 1970 si tennero una serie di incontri a Zurigo, Milano e Catania, a cui parteciparono mafiosi della provincia di Palermo (Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio) e di altre province (Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, e Giuseppe Di Cristina, rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta subentrato al boss Giuseppe Genco Russo), i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese in cambio della revisione dei processi a loro carico; Calderone e Di Cristina stessi andarono a Roma per incontrare il principe Junio Valerio Borghese per ascoltare le sue proposte ma in seguito il progetto fallì. Durante gli incontri, venne costituito una specie di "triumvirato" provvisorio per dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo, che era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina. Infatti nello stesso periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre 1970), che rimase vittima della «lupara bianca» forse per aver scoperto un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione di Enrico Mattei o nel Golpe Borghese[46]. Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate dal procuratore Pietro Scaglione, che il 5 maggio 1971 rimase vittima di un agguato a Palermo insieme al suo autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra. Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e il boss Gaetano Badalamenti venne incaricato di dirigerla; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato composto dai rappresentanti mafiosi delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna e Catania (escluse quelle di Messina, Siracusa e Ragusa dove la presenza di Famiglie era tradizionalmente assente o non avevano un'importante influenza), che doveva decidere su questioni e affari illeciti riguardanti gli interessi mafiosi di più province; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina: infatti Leggio e Riina compivano sequestri contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il prestigio, e si erano avvicinati numerosi mafiosi della provincia di Palermo(tra cui Michele Greco, Bernardo Brusca, Antonino Geraci, Raffaele Ganci) e di altre province (Mariano Agate e Francesco Messina Denaro nella provincia di Trapani, Carmelo Colletti e Antonio Ferro nella provincia di Agrigento, Francesco Madonia nella provincia di Caltanissetta, Benedetto Santapaola a Catania), costituendo la cosiddetta fazione dei "Corleonesi" avversa al gruppo Bontate-Badalamenti. Inoltre gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti i mafiosi palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza ed altri camorristi napoletani[48]; addirittura nel 1974 si provvide ad affiliare nell'organizzazione mafiosa Zaza, i fratelli Nuvoletta e Antonio Bardellino, al fine di tenerli sotto controllo e di lusingarne le vanità, autorizzandoli anche a formare una propria Famiglia a Napoli. Tuttavia nella seconda metà degli anni settanta numerose cosche divennero attive soprattutto nel traffico di stupefacenti: infatti facevano acquistare morfina base dai trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi nel traffico di sigarette e la facevano raffinare in eroina in laboratori clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai mafiosi palermitani Gaetano Badalamenti, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate, Giuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia di Agrigento: secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell'eroina consumata negli Stati Uniti. Nel 1977 Riina e il suo sodale Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, senza però il consenso della "Commissione regionale": infatti Giuseppe Di Cristina si era opposto all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e Badalamenti[54]. Nel 1978 Francesco Madonia (capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta) venne assassinato nei pressi di Butera, su mandato di Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone poiché era legato a Riina e Provenzano, i quali, in risposta all'omicidio Madonia, assassinarono Di Cristina a Palermo mentre qualche tempo dopo anche Giuseppe Calderone finì ucciso dal suo sodale Benedetto Santapaola, che era passato alla fazione corleonese[43]. Nello stesso periodo Riina fece espellere dalla "Commissione" anche Badalamenti (che fuggì in Brasile per timore di essere eliminato) e venne incaricato di sostituirlo Michele Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli, che era strettamente legato alla fazione corleonese). Nel 1979, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi vennero trucidati il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il segretario democristiano Michele Reina (9 marzo), il commissario Boris Giuliano (21 luglio) e il giudice Cesare Terranova (25 settembre); nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un omicidio "eccellente".

La "seconda guerra di mafia".

L'omicidio di Stefano Bontate (23 aprile 1981). Nel marzo 1981 Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia e strettamente legato a Bontate, rimase vittima della «lupara bianca» per ordine dei Corleonesi; Bontate organizzò allora l'uccisione di Riina, il quale reagì facendo assassinare prima Bontate (23 aprile) e poi anche il suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio). Nel periodo successivo a questi omicidi, numerosi mafiosi appartenenti alle cosche di Bontate e Inzerillo vennero attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra Bagheria, Casteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa dell'epoca: in quell'anno (1981) si contarono circa 200 omicidi a Palermo e nella provincia, a cui si aggiunsero numerose «lupare bianche»; nel novembre 1982 furono ammazzati una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto nella tenuta di Michele Greco e i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi diversi di Palermo, furono anche uccisi numerosi loro associati per evitarne la reazione. Il massacro si estese perfino negli Stati Uniti: Paul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con la "Commissione", la quale stabilì che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti anch'essi negli Stati Uniti[58]: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra i genitali (14 gennaio 1982). Tra il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi contro 35 tra parenti e amici di Salvatore Contorno, un ex uomo di Bontate che era sfuggito ad agguato per le strade di Brancaccio (15 giugno 1981); si attuarono vendette trasversali pure contro i familiari di Gaetano Badalamenti e del suo associato Tommaso Buscetta, i quali risiedevano in Brasile ed erano sospettati di fornire aiuto al mafioso Giovannello Greco, che apparteneva alla fazione corleonese ma era considerato un "traditore" perché era stato amico di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di uccidere Michele Greco: il padre, lo zio, il suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati ma anche i due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Nello stesso periodo, nelle altre province Riina e Provenzano imposero i propri uomini di fiducia, che eliminarono i mafiosi locali che erano stati legati al gruppo Bontate-Badalamenti: infatti Francesco Messina Denaro (capo del "mandamento" di Castelvetrano) divenne il rappresentante mafioso della provincia di Trapani, Carmelo Colletti della provincia di Agrigento, Giuseppe "Piddu" Madonia (figlio di Francesco e capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno) di quella di Caltanissetta mentre Benedetto Santapaola divenne capo della Famiglia di Catania dopo l'omicidio del suo rivale Alfio Ferlito (ex vice di Giuseppe Calderone), trucidato insieme a tre carabinieri che lo stavano scortando in un altro carcere nella cosiddetta «strage della circonvallazione» (16 giugno 1982).

L'omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro (3 settembre 1982). In queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e Provenzano) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi mesi in Sicilia per prendere la direzione regionale del PCI ed aveva proposto un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada di Palermo. In seguito al delitto La Torre, il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini e il ministro dell'Interno Virginio Rognoni chiesero al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di insediarsi come prefetto di Palermo con sei giorni di anticipo: infatti il ministro Rognoni aveva promesso a Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi. Per queste ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa intervista al giornalista Giorgio Bocca, in cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

Gli anni ottanta, i primi pentiti e i processi. L'omicidio del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita. Tutto ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, il quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto disturbare gli interessi mafiosi in Toscana; il 29 luglio un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al portiere del condominio. Dopo l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino Caponnetto, che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta; essi, basandosi soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a confermare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali contro i loro parenti e amici durante la «seconda guerra di mafia»: il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna. Per queste ragioni, la "Commissione" incaricò il boss Pippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno. L'8 novembre 1985 il giudice Falcone depositò l'ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori giustizia: il cosiddetto "maxiprocesso" che ne scaturì iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un'aula-bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero commutati tra gli altri a Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia. In seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino Saetta venne ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta-Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore a Riina e ai suoi associati palermitani[77]: infatti Saetta avrebbe dovuto presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio del capitano Emanuele Basile. Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.

Gli anni novanta: le stragi e la trattativa con lo Stato italiano.  

La strage di Capaci (23 maggio 1992). L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione interprovinciale" del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in una riunione della "Commissione provinciale" presieduta da Salvatore Riina, svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima.

La strage di Via D'Amelio (19 luglio 1992). Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di Buscetta e Contorno[81]. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione", sempre presiedute da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi obiettivi da colpire[80]: il 12 marzo Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche; il 23 maggio avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno; il 19 settembre venne ucciso Ignazio Salvo (imprenditore e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato a Salvo Lima. Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del ROS dell'Arma dei Carabinieri. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi) mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente": il 14 maggio avvenne un attentato dinamitardo in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso; il 27 maggio un altro attentato dinamitardo in via dei Georgofili a Firenze devastò la Galleria degli Uffizi e distrusse la Torre dei Pulci (cinque morti e una quarantina di feriti).

La strage di via Palestro (27 luglio 1993). La notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e Milano, devastando le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro nonché il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); (27 luglio 1993) il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il presidio dell'Arma dei Carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione fece fallire il piano omicida (episodio ricordato come il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma). Inoltre nel novembre 1993 i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato il sequestro di Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni verso i collaboratori di giustizia; infine, dopo 779 giorni di prigionia, Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico. A partire dal 1993 si svolse un importante processo per mafia, intentato dalla Procura di Palermo nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti. Alla fine di un lungo iter giudiziario la Corte di Appello di Palermo nel 2003 accerterà una «...autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980», sentenza confermata nel 2004 dalla Cassazione. Il 27 gennaio 1994 vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si fermò. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità[89]; contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca Bagarella, Pietro Aglieri, Giovanni Brusca ed altre decine di mafiosi).

Gli anni duemila e l'arresto di Provenzano. A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo da accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando ulteriori conflitti. Benché Bernardo Provenzano si trovi ad essere l'ultimo dei vecchi boss, Cosa nostra non gode più di massiccio consenso, come sino a prima degli anni novanta. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone. Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo assieme al figlio Sandro. Attualmente si ritiene che al vertice dell'organizzazione criminale ci sia Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani), latitante dal 1993.

Gli anni duemiladieci e l'arresto di Settimo Mineo. Nonostante la ricerca dei superlatitanti Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi da parte delle forze dell'ordine prosegue, il 4 dicembre 2018 il comando dei Carabinieri del capoluogo siciliano effettuano una importante operazione chiamata "Cupola 2.0" che ha portato all'arresto di 46 persone per associazione mafiosa. Tra loro il gioielliere ottantenne Settimo Mineo, ritenuto il nuovo capo dei capi di Cosa Nostra tramite elezione unanime in un summit organizzato da tutti i capi regionali il 29 maggio. Secondo gli inquirenti tale incontro ha posto le basi per la costituzione di una nuova commissione provinciale dopo 25 anni dall'ultima formazione da parte dei corleonesi ponendo Mineo come l'erede assoluto di Salvatore Riina. L'arresto di quest'ultimo come dichiarato dal Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal pm Antonio Ingroia mette in dubbio per la prima volta la posizione di potere di Matteo Messina Denaro nell'organizzazione visto che anche per tradizione il capo assoluto di Cosa Nostra non è mai stato un membro situato al di fuori della provincia di Palermo.

La storia di una lunga battaglia, scrive il 15 maggio 2018 su "La Repubblica". Gioacchino Natoli - Giudice istruttore del pool antimafia agli inizi degli Anni Ottanta, è stato Presidente della Corte di Appello di Palermo e membro del Csm. Nella  vita giudiziaria della Palermo dell’inizio degli Anni Ottanta, il modulo del cosiddetto “lavoro in pool” per i processi di mafia è stato una vera necessità per fronteggiare non più sostenibili carenze culturali ed organizzative circa l’essenza del fenomeno mafioso, nel momento in cui venivano uccisi – uno dietro l’altro (a parte esponenti mafiosi, quali Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo nel 1981) – uomini politici e rappresentanti dello Stato come Michele Reina (9.3.1979), Boris Giuliano (21.7.1979), Cesare Terranova (25.9.1979), Piersanti Mattarella (6.1.1980), Gaetano Costa (6.8.1980), Pio La Torre (30.4.1982) e Carlo Alberto dalla Chiesa (3.9.1982).

Ma, per giustificare questa affermazione, che potrebbe apparire perentoria, appare utile un flash-back sule vicende degli Anni Sessanta e Settanta nonché sull’iter dei pochissimi processi di mafia (quattro-cinque) celebrati in quegli anni. Del tutto falliti anche per l’assoluta inadeguatezza del metodo di lavoro utilizzato per indagare sul “fenomeno Cosa Nostra”, che non è semplice criminalità ma espressione di un pezzo del “sistema di potere”. In tal modo, si vedrà che il “metodo di lavoro” non è affatto “neutro” rispetto al risultato che si vuole ottenere, e che lo sviluppo storico degli avvenimenti è stato molto più lineare di quanto si possa a prima vista immaginare. Ma, soprattutto, tale analisi dimostrerà che nelle dinamiche di Cosa Nostra la “chiave di lettura” è molto spesso riposta in un passato, che per statuto epistemologico dovrebbe essere sempre tenuto sempre presente da chi svolge indagini per avere un corretto approccio interpretativo con i problemi dell’attualità.

TUTTO QUEL POCO (E NIENTE) CHE ERA AVVENUTO PRIMA. Il 30 giugno 1963 (alle ore 11.30) in un fondo agricolo di Ciaculli (al confine tra Palermo e Villabate) saltava in aria una “Giulietta”, imbottita di tritolo, e morivano sette uomini dello Stato, tra carabinieri, poliziotti ed artificieri. Erano i tempi della cosiddetta “prima guerra di mafia”. In effetti, per limitarci a pochissimi cenni, di auto imbottite di esplosivo ve ne erano state molte in quei mesi, giacché: il 12 febbraio 1963 una Fiat 1100 era scoppiata, a Ciaculli, dinanzi alla casa di Totò Greco “Cicchiteddu” (senza fare morti); il 26 aprile 1963 una “Giulietta” era scoppiata a Cinisi, uccidendo il famoso “don” Cesare Manzella ed un suo fattore; e quella stessa mattina del 30 giugno 1963 (all’alba) un’altra “Giulietta” era esplosa a Villabate, dinanzi al garage di Giovanni Di Peri, uccidendo il custode ed un passante. Il Di Peri sarebbe poi trucidato nella cd. strage di Bagheria del Natale 1981. Nonostante il gravissimo sconcerto destato nell’Italia intera dalle vicende del 30 giugno 1963 (invero, due automobili saltate in aria nel giro di sole quattro ore non erano facilmente “digeribili” neppure a quel tempo), il cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, appena pochi giorni dopo – nello scrivere al Segretario di Stato vaticano Cardinal Cicognani – affermava che “la mafia era un’invenzione dei comunisti per colpire la Democrazia Cristiana e  le  moltitudini di siciliani che la votavano”. E, nel mese di luglio del 1963, all’Assemblea Regionale Siciliana, l’onorevole Dino Canzoneri (DC) ebbe la tracotanza di affermare che Luciano Leggio era un galantuomo, calunniato dai comunisti sol perché “era un coerente e deciso avversario politico”. Lo Stato reagì (almeno formalmente) alla strage di Ciaculli, facendo finalmente partire la prima Commissione parlamentare antimafia, che era stata frettolosamente costituita nel febbraio 1963 (Presidente Paolo Rossi), ma che non aveva potuto riunirsi neppure una volta a causa della fine della legislatura. Quella Commissione, peraltro, era “dovuta” nascere (nonostante i tentativi politici di minimizzare i fatti) anche a seguito della “guerra di mafia”, che stava insanguinando Palermo e che aveva indotto il “Giornale di Sicilia” ad aprire l’edizione del 20 aprile 1963 con il titolo “Palermo come Chicago” per una cruenta sparatoria (in pieno giorno) avvenuta nella pescheria “Impero” della centrale via Empedocle Restivo. Il 6 luglio 1963, pertanto, conclusesi le elezioni politiche nazionali, il nuovo Parlamento aveva ricostituito subito una Commissione antimafia e ne aveva affidato la guida ad un vecchio giudice meridionale, proveniente dalla Cassazione (Donato Pafundi), che non si era mai distinto né per conoscenze del fenomeno né per attività giudiziaria in processi di mafia. Giova ricordare, per incidens, che della Commissione era divenuto vice-presidente il siciliano Nino Gullotti, preferito al giovane e meno “governabile” Oscar Luigi Scalfaro. C’era in quel momento storico (come spesso accaduto in Italia) l'assoluta necessità di dare una risposta “straordinaria” ad un evento, che non consentiva più di “nascondere la polvere sotto il tappeto”. Pertanto, in ispecie dopo la prima legge antimafia (n° 575/1965), proposta dalla Commissione, si incrementarono notevolmente le proposte per misure di prevenzione, così esportando l’attività mafiosa (come avrebbero riferito 30 anni dopo i collaboratori di giustizia), al nord del Paese soprattutto nel settore dei sequestri di persona. I vari ministri dell’Interno diedero incarico ai Questori di presentare alla magistratura rapporti di denuncia (quasi sempre “vuoti”), con elenchi di presunti mafiosi, che erano spesso frutto delle confidenze di informatori prezzolati (o altrimenti interessati). Per quanto riguardò Palermo, i risultati giudiziari furono oltremodo modesti, per non dire fallimentari, anche se i processi – per “legittima suspicione” – vennero celebrati fuori dalla Sicilia (o, forse, proprio per questa ragione).

LE CORTI DEI MIRACOLI. Si arrivò, così alle “storiche” sentenze di Catanzaro (22.12.1968) e di Bari (10.6.1969), che sancirono la bancarotta dell’impegno giudiziario e repressivo degli Anni Sessanta. Le liste degli imputati erano sostanzialmente due, ed in particolare: la prima con coloro che provenivano da Corleone (processo c/Leggio Luciano + 63, istruito da Cesare Terranova); e la seconda concernente i mafiosi di origine palermitana (La Barbera Angelo +116). Il risultato, come si anticipava, fu di assoluzione per tutte le imputazioni di omicidio e con poche condanne per il reato di associazione per delinquere semplice (non c’era ancora il 416 bis). La pena media delle condanne fu di circa quattro anni di reclusione, con altre assoluzioni e pene ancora più basse in grado di Appello. Proprio nel processo di Bari (10 giugno 1969) fu assolto e scarcerato Totò Riina, che si diede subito ad una latitanza, che sarebbe finita solo 24 anni dopo (15 gennaio 1993). Bernardo Provenzano, invece, che si era già sottratto ad un mandato di cattura nel maggio 1964, avrebbe continuato a godere di una sua “splendida latitanza” fino al 7 aprile 2006. Il principale protagonista di quella stagione giudiziaria fu, senza dubbio il giudice istruttore Cesare Terranova, che curò un imponente processo su una decina di omicidi, avvenuti nel corleonese dal 1958 al 1963. Era il metodo di lavoro, però, nonostante l’impegno straordinario di quel giudice, ad essere inadeguato all’importanza del cimento per l’assenza (quasi) totale di prove idonee a resistere alle intimidazioni “ambientali” che si scatenarono nel dibattimento e per il fatto che la filosofia giudiziaria dell’epoca faceva dipendere integralmente sia i PM sia i Giudici istruttori dai soli “rapportoni” delle Forze dell’ordine, che erano basati esclusivamente su mere confidenze e su ricostruzioni dei fatti molto spesso semplificatrici (se non “romanzate”). Inoltre, il lavoro dei magistrati era assolutamente “individuale” e non collegato neppure a livello dell’Ufficio Istruzione, ove all’epoca – di norma – venivano assegnati giudici che i Presidenti del Tribunale non ritenevano particolarmente idonei (per vari motivi) ai collegi giudicanti penali e civili. Però, l’impegno non comune del giudice Terranova non sfuggì a Cosa nostra, che, il 26 settembre 1979, lo avrebbe ucciso (“in segno di riconoscenza”) non appena era rientrato in magistratura dopo due legislature trascorse in Parlamento, e si profilava per lui la possibilità che divenisse il nuovo capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. In particolare, gli era rimasto personalmente grato Luciano Leggio, che gli addebitava un impegno ai suoi occhi ingiustificato e “causa prima” dell’ergastolo da lui subito in Appello a Bari, nel 1970, mentre tutti gli altri imputati venivano assolti. Nel 1963, infatti (come si sarebbe appreso in seguito dai collaboratori), Cosa nostra di Palermo aveva deciso di sciogliersi (almeno ufficialmente), in modo da far mancare alla neonata Commissione antimafia l’oggetto stesso dell’indagine.

Tuttavia, le “famiglie” più avvedute (in particolare quelle di Corleone, di Santa Maria di Gesù e di Cinisi) avevano tenuto in vita le strutture essenziali, mentre l’organizzazione continuava a vivere nelle province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Catania ed Enna, rimaste di fatto non toccate dalle indagini. Quando, dopo le elezioni politiche del 1968 e la fine dei due processi sopra ricordati, Cosa Nostra palermitana capì che il “bau bau” dello Stato era scaduto nella routine di sempre (non era stata presentata, invero, neppure una relazione “preliminare” sui lavori svolti dall’Antimafia), l’organizzazione nel 1970 si ricostituì, affidandosi al famoso triumvirato di Leggio-Badalamenti-Bontate. Tra l’altro, il processo di Catanzaro (22.12.1968) aveva partorito un “topolino”, se si pensa che imputati del livello di Badalamenti, Leggio, Coppola, Matranga, Panno ed Antonino Salamone erano stati addirittura assolti dallo stesso reato associativo. Ancora peggiore era stato l’esito della sentenza della Corte di Assise di Bari (10.6.1969), giacché tutti gli imputati “corleonesi” furono assolti sia dalle numerose imputazioni per omicidi commessi nel periodo 1958/63 sia dal reato associativo: fu condannato il solo Riina – ad anno 1 mesi 6 di reclusione – per una falsa patente trovatagli in occasione di un precedente arresto (15.12.1963). Sarebbe stata poi la Corte di Assise di Appello di Bari (23.12.1970), in riforma della precedente sentenza che aveva destato sconcerto nell’opinione pubblica, a condannare Luciano Leggio all’ergastolo per l’omicidio (2 agosto 1958) del famigerato capo-famiglia di Corleone, dott. Michele Navarra.

COSA NOSTRA RIALZA LA TESTA. Ma, proprio per dare un segnale tangibile alla cittadinanza palermitana della “ripresa ufficiale” dell’attività, Cosa Nostra eseguì la “strage di via Lazio” del 10 dicembre 1969 e, un anno dopo (notte del 31 dicembre 1970), fece esplodere le cd. “bombe di Capodanno” dinanzi a tre edifici pubblici palermitani, dandone incarico all’emergente Francesco Madonia da Resuttana ed al suo giovanissimo figlio Antonino. Madonia senior venne processato per detenzione illegale delle armi e degli esplosivi rinvenuti nel suo fondo Patti a Pallavicino, e condannato qualche anno appresso ad una irrisoria pena di soli 2 anni di reclusione. Nessun inquirente, però, aveva capito il significato di quelle tre esplosioni contemporanee (palazzo Ente Minerario Siciliano, Assessorato. Agricoltura e Anagrafe di via Lazio): sarebbero stati poi i collaboratori, nel 1987, a spiegarlo ai magistrati, facendo loro mettere insieme i pezzi di un puzzle, che erano rimasti per quasi vent’anni separati e non compresi dalla polizia giudiziaria. Intanto, nella notte sull’8 dicembre 1970, a Roma (ma anche a Palermo) vi era stato il tentativo di golpe del “principe nero della X MAS” Junio Valerio Borghese. Per Cosa Nostra – già in grado da subito di riprendere tutte le sue importanti “relazioni politiche esterne” – avevano preso parte alla trattativa con i golpisti i più autorevoli esponenti di vertice palermitani e catanesi, chiedendo in cambio dell’aiuto fornito l’impegno per la futura revisione del processo (allora in corso a Bari) a carico del latitante Leggio per l’omicidio del dott. Navarra, in cui il PM aveva chiesto proprio in quelle settimane l’ergastolo. Chiesero anche ai golpisti l’“aggiustamento” del processo di Perugia, che (nel 1969) aveva visto condannati all’ergastolo Vincenzo e Filippo Rimi (cognato e nipote di Badalamenti) per l’omicidio del giovane Toti Lupo Leale, a seguito delle accuse della coraggiosa madre Serafina Battaglia. Il golpe Borghese, come sappiamo, fu improvvisamente bloccato mentre era in corso di svolgimento, ma comunque dopo che un manipolo di ardimentosi era già entrato nell’armeria del Viminale, rubando dei mitra MAB (ritrovati, qualche anno dopo, nella disponibilità di terroristi “neri” a Roma) e dopo che un reggimento del Corpo Forestale aveva sfilato, in armi, per i Fori imperiali. A Palermo, secondo quanto dichiarò ai giudici istruttori nel 1987 uno strano personaggio dell’eversione di destra (tale prof. Alberto Volo), era già stata occupata la sede RAI di via Cerda (ad opera dello stesso Volo e di altri) ed era stata sul punto di essere invasa la Prefettura, ove il capitano dei carabinieri Giuseppe Russo (poi ucciso a Ficuzza da Leoluca Bagarella nell’agosto 1977) avrebbe dovuto prendere in consegna il Prefetto e sostituirlo personalmente nella funzione. Cosa Nostra, dunque, riprese “alla grande” all’inizio degli anni Settanta la propria attività, uccidendo il Procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione (5.5.1971), e sequestrando (8.6.1971) Pino Vassallo (figlio del noto costruttore Ciccio Vassallo) nonché (il 16.8.1972) nel cuore di via Principe di Belmonte, alle ore 13.30, l’ing. Luciano Cassina, giovane figlio dell’influente conte Arturo, uomo dell’establishment politico-imprenditoriale, legato al potentissimo Vito Ciancimino (il sequestro durò sette mesi e si concluse nel febbraio 1973). In questo contesto, il 30 marzo 1973 si era presentato alla Squadra Mobile di Palermo tale Leonardo Vitale (“Leuccio”), che confessò di appartenere alla famiglia di Altarello di Baida e svelò (ben 11 anni prima di Buscetta) la struttura e le regole di Cosa Nostra, il ruolo di Riina e di Calò, ed indicò anche il nome di alcuni consiglieri comunali di Palermo, appartenenti a famiglie mafiose. Da questa temperie scaturì il cosiddetto “processo dei 114” (c/Albanese Giuseppe+74), avente per oggetto la sola imputazione di associazione per delinquere semplice (art. 416 c.p.). La sentenza di 1° grado (Presidente. Stefano Gallo), resa il 29.7.1974, vide condannare solo 34 imputati (tra cui, Badalamenti, il catanese Pippo Calderone, Buscetta, Coppola, Leggio, Gerlando Alberti, Bontate e Riina). Le pene, però, furono risibili (ad es.: Buscetta a 2 anni 11 mesi; Bontate a 3 anni; Riina a 2 anni e 6 mesi), tranne che per Badalamenti, Calderone, Leggio ed Alberti. In Appello (prima sezione, presidente Michelangelo Gristina), in data 22.12.1976, le condanne riguardarono solo 16 imputati e la stessa significativa conferma della condanna di Badalamenti ne ridusse però la pena ad anni 2 e giorni 15 di reclusione (sentenza definitiva, poi, il 28.11.1979). Del pari, il processo scaturito direttamente dalle dichiarazioni del Vitale (ritenuto affetto da “struttura schizoide”, e perciò semi-infermo di mente) si concluse il 14.7.1977 (4) davanti alla 2^ Corte di Assise (pres. Carlo Aiello) con la condanna a 25 anni di reclusione del Vitale per gli omicidi confessati, ma con l’assoluzione dalle stesse imputazioni di tutti quelli che egli aveva chiamato in correità (a cominciare da Pippo Calò). Le condanne per il reato associativo (art. 416 c.p.) riguardarono solo 9 imputati (tra cui i latitanti Calò e Nino Rotolo, puniti con 7 e con 5 anni e 6 mesi di reclusione, che sarebbero poi stati catturati a Roma, per altri reati, il 29.3.1985). Nessun cenno, nella scarna motivazione di appena 65 pagine, all’esistenza di Cosa Nostra ed alle sue strutture. In Appello (29.10.1980, Presidente.Faraci), però, quasi tutti i condannati vennero assolti per insufficienza di prove e Leuccio Vitale fu inviato in un manicomio giudiziario per 5 anni. Il Vitale, però, venne ucciso da uomini di Cosa Nostra l’11.12.1984, appena ritornato in libertà dal manicomio di Barcellona.

LA MAFIA COME "FENOMENO DI CLASSI DIRIGENTI”. Intanto, il 31.3.1972, la Commissione antimafia istituita dalla originaria L. n. 1720 del 20.12.1962 (pres. Francesco Cattanei) depositava finalmente una sua prima relazione (dopo ben 9 anni), il cui unico merito fu quello di dire – pur tra molte interessate reticenze – che la mafia si distingue dalle altre organizzazioni similari “in quanto si è continuamente riproposta come esercizio di autonomo potere extra-legale e come ricerca di uno stretto collegamento con tutte le forme di potere pubblico, per affiancarsi ad esso, strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi nelle sue stesse strutture”. L’importanza di questa affermazione da anni, ormai, non sfugge più ad alcuno. Nel 1972, però, passò quasi inosservato il fatto che quella frase voleva segnalare un vero e proprio salto di qualità: il passaggio dalla concezione culturale – fino ad allora imperante – della “mafia come anti-stato” al paradigma della mafia come “parte del sistema di potere”. La Relazione “conclusiva” di minoranza del 4.2.1976 (7) – a firma di Pio La Torre, di Cesare Terranova e di altri cinque componenti – non solo approfondiva questa importante acquisizione, ma la arricchiva di alcuni nomi “pesanti” (a cominciare da quelli di Salvo Lima e Vito Ciancimino), giungendo ad affermare per la prima volta che:

“La mafia è un fenomeno di classi dirigenti”. “Non è costituita solo da soprastanti, campieri e gabelloti”. Tuttavia, sul fronte giudiziario, l’episodio più emblematico dell’assoluta inadeguatezza del metodo fino ad allora usato – frutto avvelenato dell’ “individualismo” dei giudici di quel tempo – è quello delle dichiarazioni confidenziali  al Capitano dei carabinieri Alfio Pettinato dell’importante esponente mafioso di Riesi “Peppe” Di Cristina, che vennero rassegnate in ritardo (con il cosiddetto “rapporto rosso” del 23.8.1978) al giudice istruttore di Palermo, che si stava occupando dell’istruttoria formale per l’omicidio (17.8.1977) del colonnello Giuseppe Russo, per il quale erano in carcere tre pastori corleonesi che la storia futura avrebbe dimostrato del tutto estranei ai fatti (come, invero, la tipologia stessa dell’omicidio avrebbe dovuto fare intuire). In detto “rapporto rosso” (dal colore della copertina), il capo-mandamento di Riesi – sentendosi prossimo alla vendetta degli avversari (che lo raggiunse, a Palermo ove tentava di nascondersi, il 30.5.1978) – aveva anticipato (more solito, come “confidenze”) la trasformazione che la Cosa nostra stava subendo ad opera dei “corleonesi” di Totò Riina e le linee future della cd. “seconda guerra di mafia”: anche se, per verità, in forma auto-assolutoria non solo per sé ma anche per la fazione dei suoi stretti sodali Stefano Bontate e Tano Badalamenti). Ma ciò che mi pare rilevante è il fatto che l’importanza di quelle notizie (anche se da sviluppare) sarebbe emersa solo nel 1984 (con Tommaso Buscetta), dopo che la “seconda guerra di mafia” aveva già mietuto circa 700 omicidi (comprese le “lupare bianche”). Era il metodo, infatti, ad essere del tutto errato, giacché fatti complessi e vicende intimamente legate fra loro (come quelli di Cosa nostra) venivano assegnati sia ai pubblici ministeri che ai giudici istruttori con criteri burocratici e di assoluta casualità, facendo sì che a distanza di una sola porta episodi connessi facessero parte di processi differenti e prendessero strade autonome. Non può non segnalarsi poi, a mo’ di esempio, la inquietante circostanza che nei rapporti delle Forze di polizia degli Anni Settanta era letteralmente scomparso ogni cenno alla parola “Commissione”, nonostante che in un capo di imputazione (formulato nel lontano 1965) del cosiddetto “processo di Catanzaro” si fosse contestato espressamente ad alcuni imputati: “… di aver formato una commissione di mafia, che decideva le sorti dei mafiosi”. Si intende dire che il grave insuccesso riportato da quei pochi (ma significativi) processi o aveva fatto sparire negli organi di polizia la stessa nozione dell’organismo centrale ed essenziale della struttura di Cosa Nostra (termine, quest’ultimo, mai usato in alcun atto giudiziario prima della collaborazione di Tommaso Buscetta) oppure, in alternativa, che vi era stata una tale auto-censura da parte della p.g. da indurla a non dovervi più fare cenno. La conseguenza diretta di tale degradato stato di cose fu – come osserverà amaramente anni dopo Giovanni Falcone in uno dei suoi scritti – che: “I problemi sono aggravati da inadeguate conoscenze del fenomeno mafioso da parte della magistratura e così, di fronte ad una organizzazione come la mafia, che si avvia a diventare sempre più monolitica ed a struttura verticistica e centralizzata, vi sono ancora pronunce di giudici che fanno riferimento ad una sorta di <<germinazione spontanea>> del fenomeno mafioso, ipotizzando l’esistenza contemporanea di associazioni distinte“. Ed ancora, in un altro suo scritto: “Io ricordo il periodo in cui, dopo la repressione giudiziaria della mafia avvenuta nei primi Anni Settanta (allora non si parlava di maxi-processi e non destava scandalo la instaurazione di processi contro numerosi imputati), si è operato in Sicilia come se la mafia non esistesse, tanto che per lunghi anni nessuno veniva denunziato per associazione per delinquere. Ebbene, quando nei primi Anni Ottanta il fenomeno è esploso in fatti di violenza inaudita, e quando tanti magistrati e pubblici funzionari sono caduti, con ritmo incalzante, sotto il piombo mafioso, le conoscenze del fenomeno erano ormai assolutamente inadeguate”.

Cirino Pomicino svela verità nascoste e la storia sulle stragi di mafia. Un agghiacciante articolo-documento di Cirino Pomicino sulle stragi di mafia. “Violante Enzo Scotti, Arlacchi, su Capaci e via D’Amelio giocano con l’oblio del tempo”. “Non ci sto” di Scalfaro non legato ai fondi neri Sisde ma alla trattativa mafia-stato.  L’accordo fu tra mafia e una parte della politica con servizi italiani e stranieri. Falcone Stava indagando sull’uscita dalla Russia di ingenti somme di denaro del Kgb, scrive Paolo Cirino Pomicino per il “Secolo XIX” il 7 agosto 2009. In queste settimane siamo stati travolti da un effluvio di interviste sulle stragi di via D’Amelio e di Capaci in cui morirono Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, piene di ricordi sbiaditi che non fanno onore alla verità storicamente accertata. Luciano Violante, Enzo Scotti, Pino Arlacchi, Oscar Luigi Scalfaro giocando nell’oblio del tempo hanno detto cose che non stanno né in cielo né in terra. A cominciare dal famoso «Non ci sto» scalfariano legato ieri ai fondi neri dal Sisde e oggi, invece, collegato al rifiuto di una trattativa tra mafia e Stato. La riapertura delle indagini della Procura di Caltanissetta sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ha dato il via a una sarabanda di ricordi falsi, naturalmente in buona fede, che rischiano ancora una volta di allontanare la verità che molti sanno e che per paura non dicono diventando così complici di chi tradì la Repubblica a cavallo degli anni Novanta. Per consentire a ciascuno dei lettori di farsi una propria opinione è bene ricordare i fatti storicamente accertati:

1) sono stati sempre noti i collegamenti negli anni ’89-‘93 tra alcuni gradi dei servizi italiani e stranieri e alcuni mafiosi. Dal rapporto riservato e non autorizzato con Totuccio Contorno del prefetto Domenico Sica e del capo della Criminalpol Gianni Di Gennaro, agli uomini che visitarono nel carcere inglese di Full Sutton il mafioso Francesco Di Carlo per chiedergli indicazioni sui possibili killer per uccidere Giovanni Falcone sino al rapporto con Vito Ciancimino del generale de i carabinieri Mario Mori. Mentre nel primo e nel terzo caso i rapporti possono inquadrarsi in un lavoro di intelligence per colpire la mafia, nel secondo caso, quello del pentito Di Carlo, gli obiettivi erano di natura mafiosa;

2) nel settembre del 1989 il decreto legge Andreotti-Vassalli allunga il periodo di carcerazione preventiva agli imputati di associazione mafiosa. Il vecchio Pci con Violante fa una tremenda requisitoria contro il governo e vota contro;

3) alla fine dell’estate del ‘90, secondo gli accertamenti del pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, c’è un contatto tra alcuni capi mafiosi (Totò Riina o Bernardo Provenzano) e un non meglio identificato agente istituzionale per discutere della reazione stragista alla legislazione antimafia dell’epoca;

4) nello stesso anno, Francesco Di Carlo riceve nel carcere inglese di Full Sutton un agente dei servizi siriani, tal Nazzar Hindaw, insieme a quattro persone, tre mediorientali e un italiano. Questi gli chiesero di indicare qualcuno che poteva aiutarli a uccidere Giovanni Falcone. Di Carlo fece il nome di Antonino Gioè, che infatti partecipò alla strage di Capaci, fu arrestato e un mese dopo fu trovato impiccato nel carcere di Rebibbia;

5) il 23 dicembre ‘91 viaggiano casualmente sullo stesso volo Roma-Palermo Luciano Violante e Giovanni Brusca, già all’epoca noto mafioso;

6) tre mesi dopo il piemontese Luciano Violante fu capolista a Palermo del vecchio Pci nelle elezioni politiche del 1992 e in quella occasione nasce il movimento della Rete di Leoluca Orlando, che prende in Sicilia il 9% salvo a sparire qualche tempo dopo;

7) il 5 marzo 1992 c’è l’omicidio di Salvo Lima;

8) il 17 marzo 1992 Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno, allerta le prefetture di tutta Italia preannunciando un piano di destabilizzazione istituzionale. Questo piano prevedeva attacchi mafiosi e indagini giudiziarie su tutti i leader dei partiti di governo. Quarantotto ore dopo Scotti si rimangia tutto davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato;

9) il 23 maggio 1992 Falcone e la sua scorta saltano in aria;

10) ai primi di luglio ‘92, uno scritto anonimo inviato a tutte le autorità descriveva tutto ciò che poi sarebbe accaduto nei mesi successivi sugli attacchi mafiosi, sulle indagini di Tangentopoli e sull’impunità dei mafiosi pentiti;

11) il 19 luglio ’92 Borsellino e la sua scorta saltano in aria in via D’Amelio;

12) nel settembre ‘92 a casa Scotti, non più ministro, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il capo di stato maggiore dell’arma dei carabinieri, generale Domenico Pisani, confermarono al neoeletto segretario della Dc Mino Martinazzoli la veridicità dell’informativa del marzo precedente per la quale lo stesso Scotti prima aveva allertato le prefetture e poi ne aveva smentito il valore;

13) nel gennaio del ‘93 viene arrestato Totò Riina;

14) nella primavera del ‘93 arrivano le bombe mafiose di Milano, Firenze e Roma e subito dopo i programmi di protezione incominceranno a scarcerare mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti (oltre 3 mila nei dieci anni successivi) così come aveva previsto il documento anonimo del luglio ‘92.

Ultimo dato da ricordare. Pochi giorni dopo la sua morte, Giovanni Falcone doveva incontrare, come è documentato da un telex alla Farnesina, Valentin Stepankov, procuratore generale di Mosca che indagava sull’uscita dalla Russia di ingenti somme di denaro nella disponibilità del Kgb, molti agenti del quale gironzolavano indisturbati per mezza Europa.

Questi alcuni fatti. Adesso un’opinione, una considerazione e un consiglio. 

L’opinione. La tenaglia fra stragi mafiose (Falcone, Borsellino) e inchieste giudiziarie sui finanziamenti ai partiti di governo ha scansioni temporali e obiettivi troppo simili per non immaginare un “oggettivo” coordinamento tra di loro che produsse effetti devastanti sul sistema politico italiano. L’accordo, infatti, non fu tra mafia e Stato, ma tra mafia e una parte della politica con l’aiuto di uomini deviati dei servizi italiani e stranieri e delle forze dell’ordine come si leggeva sul documento anonimo del luglio 1992 che Violante imputò ai carabinieri (se fosse vero, ancora una volta l’Arma avrebbe tentato di aiutare la Repubblica).

La considerazione. È molto strano che solo dopo 17 anni Violante dichiari che Ciancimino voleva parlare con lui come gli avrebbe detto il generale Mori. È vero il contrario. Fu Violante a chiedere a Mori di voler sentire alcuni mafiosi tra cui Ciancimino, come dimostrano i verbali del 29ottobre 1992, nell’ambito dell’indagine mafia-politica. Violante era presidente dell’Antimafia e capogruppo Dc in quella Commissione era Vincenzo Scotti.

Il consiglio. Le forze politiche abbiano un sussulto di orgoglio e varino una Commissione parlamentare di inchiesta su quegli anni in cui la Repubblica fu tradita e certi servitori dello Stato, come Falcone e Borsellino, pagarono con la vita la lealtà verso la nostra democrazia. E si faccia presto perché annusiamo sotto vento che è in preparazione un altro furibondo attacco alle istituzioni che presiedono alla legalità repubblicana con complicità attive e omissive impensabili e di cui presto torneremo a parlare.

E il villano di Corleone divenne Totò la belva, scrive Lanfranco Caminiti il 18 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dalla Sicilia al carcere di Parma, breve storia del più sanguinario e potente dei boss di Cosa Nostra. “Viddanu, figghiu di viddanu e frati di viddanu”. Questo era, per natura, Totò Riina, atto di nascita: 16 novembre 1930. Il padre era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra, il fratello era un contadino, uno che si spaccava la schiena zappando la terra. A Corleone. Corleone non è uno sperduto paese in culo alla luna. Alla rivolta dei Vespri del 1282, in Sicilia, sono Palermo e Corleone i primi a insorgere. E la bandiera siciliana fu fatta con il rosso di Palermo e il giallo di Corleone. Quando scoppiarono i Fasci, alla fine dell’Ottocento, tra i primi luoghi a organizzare braccianti e metateri c’è Corleone. E lo sciopero agrario che durò dall’agosto al novembre del 1893, coinvolgendo decine di paesi con oltre centomila contadini e braccianti aderenti fu preceduto dalla stipula dei “Patti di Corleone” definiti nell’ambito del congresso nazionale socialista. E ancora, nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, quando i contadini siciliani si mossero per l’occupazione delle terre, è a Corleone che ci si batte. È a Corleone che viene ucciso dalla mafia Placido Rizzotto. Padre e fratello gli muoiono assieme mentre provano a estrarre della dinamite da una bomba inesplosa, nel 1943. Anche il fratello più piccolo, Gaetano, rimane ferito. Riina cresce da solo. Tra i suoi amici di sempre ci sono Calogero e Leoluca Bagarella. I Bagarella sono una storica famiglia mafiosa a Corleone. Totò è innamorato di Ninetta, che si fa maestra – un avanzamento sociale, e la dimostrazione di un carattere forte e indipendente. Sarà la prima donna inviata a un soggiorno obbligato. E lo seguirà per tutti gli anni della latitanza, dandogli quattro figli, e della vita sanguinaria. In un’intercettazione durante un colloquio con uno dei figli, Riina gli dispensa consigli: «Se ti sposi, te la devi prendere di Corleone. Non di Palermo». Ha da poco compiuto diciott’anni e entra in carcere la prima volta, l’accusa è grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a dodici anni. Ne fa otto: esce dall’Ucciardone nel 1956. Quando torna a casa, a Corleone si va facendo strada Luciano Leggio. È lui, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. È alto un metro e cinquantotto, che gli vale il soprannome di Totò u curtu, ma fa già paura, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio. È con Liggio che Riina impara che il potere nasce dalla canna del fucile. È con Liggio che impara a colpire prima d’essere colpito. È con Liggio che impara a fare il tragediatore, a mettere zizzania tra gli avversari e isolarli, a non mostrare mai i propri sentimenti e a fingerli. La lotta per il potere di Liggio e dei suoi comincia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Liggio li fa fuori tutti e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano, Binnu, u tratturi. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone per uscirne, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove, nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l’isola scegliendo una latitanza durata una vita. Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Liggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Il primo a parlare del boss corleonese, nel 1973, fu Leonardo Vitale, il “picciotto” della borgata di Altarello le cui rivelazioni rimasero inascoltate fino alla sua uccisione. Vitale sottolineò l’enorme potere di cui godeva già a quel tempo Riina e disse di averlo conosciuto personalmente in una riunione. Il 29 marzo 1973 Vitale si presentò alla questura di Palermo e venne accompagnato nell’ufficio di Bruno Contrada, all’epoca commissario della squadra mobile, a cui dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; si autoaccusò di due omicidi, di un tentato omicidio, di estorsione e di altri reati minori, fece i nomi di Salvatore Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e rivelò per primo l’esistenza di una “Commissione”, descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa Nostra e l’organizzazione di una cosca mafiosa. Vitale finì al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto e tutti andarono assolti per insufficienza di prove. Dopo essere stato dimesso dal manicomio nel 1984, Vitale venne ucciso una domenica mattina con due colpi di lupara alla testa sparati da un uomo non identificato che lo raggiunse all’uscita dalla chiesa dei Cappuccini di Palermo mentre era in compagnia della madre. Nell’agosto 1978, in seguito alle “confidenze” raccolte dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, anche lui poi assassinato, i carabinieri stilarono l’ennesimo rapporto a carico del capomafia: «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo – affermò Di Cristina – soprannominati per la loro ferocia “le belve” sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Una descrizione che concorda perfettamente con quella fatta dal più importante “pentito” della mafia, Tommaso Buscetta, che descrisse «la ferocia e il ruolo fondamentale di Riina nelle più torbide vicende di Cosa Nostra». Buscetta raccontò che all’inizio degli anni ‘80 si era radicalizzato il contrasto esistente all’interno dell’organizzazione tra Totò Riina e Stefano Bontade, tanto che quest’ultimo aveva confidato allo stesso Buscetta di volerlo uccidere personalmente durante una riunione della commissione. I viddani di Corleone hanno sfidato la mafia della città. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche. È la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri.È stagione di sangue a Palermo. I viddani – come li chiamava il boss Stefano Bontate, lui che girava in principe di Galles sartoriale, viaggiava per il mondo e aveva sposato una donna dell’aristocrazia palermitana –, i Corleonesi di Totò Riina hanno deciso di non guardare in faccia a nessuno. Da quando Luciano Liggio non comanda più e a reggere le cose c’è Totò u curtu, e le cose sono cambiate. Pure a un cugino dei potentissimi Salvo, amici degli amici, amici dei potenti, di Andreotti, l’hanno sequestrato e si sono presi i soldi e manco il corpo gli hanno dato. Per farci dispetto ai vecchi boss. I viddani hanno deciso la guerra. La guerra contro i ricchi, pure se sono amici degli amici, la guerra contro la politica, la guerra contro lo Stato. La guerra contro la stessa mafia. Contro i vecchi boss. Bontate, come altri, pagherà con la vita avere sottovalutato i viddani. «’Assali curriri sti cavaddi, cca annu ‘u venunu», diceva Bontate dei viddani. Lasciali correre ‘sti cavalli, che tanto qui devono passare. Non andò così. Maggio 1978, i viddani ammazzano il boss Di Cristina. Marzo 1979 i viddani ammazzano il segretario provinciale della Dc, Michele Reina. Luglio 1979, i viddani ammazzano il commissario Boris Giuliano. Settembre 1979, i viddani ammazzano il giudice Cesare Terranova. I viddani non si fermano. Non si fermeranno più. Ai vecchi boss tutto questo sparaspara, tutte queste ammazzatine non gli vanno troppo a genio. Loro sono più felpati, hanno un sistema rodato di connivenze con la politica e con gli affari. Hanno in mano gli appalti, hanno il Comune e la Regione. Passerà tutto nelle mani dei Corleonesi. Settembre 1982. Uccisione del generale dalla Chiesa.Riina la belva, come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso” viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò “u curto” si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti.È la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d’accordo. Il 12 marzo 1992 muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo ventiquattro anni anni di latitanza. La moglie, Ninetta, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore.

L’ascesa di Riina, così “u Curtu” prese il posto di Liggio, scrive Paolo Delgado il 6 giugno 2017 su "Il Dubbio". È stato un’anomalia feroce e distruttiva. Durante il suo impero, amici e nemici sono morti a migliaia. Per trovare un altro nome capace di evocare al solo pronunciarlo l’ombra di Cosa nostra bisogna saltare nello spazio e nel tempo, al di là dell’Atlantico e negli anni ‘ 30, nel regno di Lucky Luciano, oppure sconfinare nell’immaginario, sino a quel don Vito che si chiamava come il suo paese, Corleone. Eppure nella storia di Cosa nostra Salvatore Riina, Totò “u curtu”, è stato un’anomalia assoluta, feroce, devastante e distruttiva. Perché Cosa nostra, a modo suo, è sempre stata una democrazia. Così l’aveva voluta Salvatore Lucania, detto Charlie “Lucky” Luciano, dopo aver stroncato nel sangue le ambizioni imperiali di Salvatore Maranzana. Nessun capo dei capi per Cosa nostra, al massimo un primus inter pares, un presidente con intorno una commissione a fare da governo. E così era sempre stata la mafia siciliana. Fino al golpe di don Totò e dei suoi corleonesi nel 1981, e all’instaurazione di una dittatura tra le più sanguinarie, con oltre tremila esecuzioni, finita solo quando “u Curtu”, dopo 24 anni di latitanza, fu arrestato il 15 gennaio 1993. Eppure nessuno sembrava meno destinato al ruolo di capo assoluto della più potente associazione criminale del “viddano” nato il 16 novembre 1930 a Corleone, poco distante da Palermo in termini di chilometri ma all’altro capo dell’universo nelle gerarchie mafiose. Di famiglia poverissima, orfano a 13 anni, col padre e un fratello saltati in aria mentre scrostavano una bomba inesplosa, condannato per omicidio a 19 anni e scarcerato 6 anni dopo, Riina era uno dei picciotti di fiducia di Luciano Leggio, braccio destro del capomafia locale, rispettato e temutissimo, il dottor Michele Navarra. Piccolo, baffuto, silenzioso e sempre serio Riina e i suoi amici d’infanzia e compagni della vita, Bernardo “Binnu” Provenzano e Calogero Bagarella, fratello di Ninetta, futura signora Riina, erano l’esercito privato di Leggio, i suoi uomini di mano e di fiducia. Guardando a ritroso, la differenza tra i corleonesi e il resto di Cosa nostra era già chiara sin dagli esordi, da quando senza curarsi di niente, rispetto, regole o gerarchie, lasciarono il potente Navarra steso in mezzo a una strada di campagna, il 2 agosto 1958, sorpreso col suo autista e fucilato senza esitazioni. Qualche giorno prima il medico aveva tentato di eliminare il suo ex campiere e braccio destro diventato troppo ambizioso, Leggio. Dopo l’omicidio eccellente fu proprio Riina a guidare la delegazione che doveva cercare la pace con gli uomini di Navarra. Accordo raggiunto con reciproca soddisfazione, se non fosse che proprio all’ultimo minuto, tra una pacca e l’altra, Riina aggiunse una condizione imprevista: la consegna «di quei cornuti che hanno sparato a Leggio». Un attimo dopo Provenzano e Bagarella cominciarono a sparare e la mattanza a Corleone finì solo quando tutti gli uomini di Navarra furono eliminati uno a uno. Quando approdarono a Palermo i corleonesi non avevano amicizie politiche, non avevano le mani in pasta negli affari grossi, che allora erano soprattutto gli appalti, non avevano eserciti a disposizione come i boss di prima grandezza come i Bontate, sovrani della famiglia palermitana di Santa Maria del Gesù o Salvatore Inzerillo, con le sue parentele altolocate, cugino del potente padrino di Brooklyn Carlo Gambino, o come don Tano Badalamenti di Cinisi. I corleonesi avevano dalla loro parte solo la fame, la determinazione e la disposizione alla violenza che avevano già dimostrato a casa loro. A Palermo salirono piano piano parecchi gradini. Riina si fece altri anni di carcere prima di essere assolto nel giugno 1969. Uscito di galera scomparve per 24 anni ma senza andare troppo lontano e continuando a scalare i vertici di Cosa nostra. Organizzò la strage di viale Lazio a Milano, che il 10 dicembre 1969 mise fine alla prima guerra di mafia. Furono ammazzati il boss Michele Cavataio e tre suoi uomini, ma ci rimise la pelle anche Bagarella, e Provenzano si guadagnò il soprannome di “u Tratturi”, il trattore, finendo Cavataio a colpi di calcio di pistola sul cranio. Quando Leggio, latitante nel Nord, entrò a far parte della Commissione, Riina fu delegato a rappresentarlo e quando il boss finì in carcere ne prese il posto, nel ‘ 74, lo stesso anno in cui coronava con le nozze il lungo fidanzamento con Ninetta Bagarella. Ma i “viddani” restavano la plebe di Cosa nostra. Il giro grosso ora erano gli stupefacenti, e a loro arrivavano le briciole, concesse con sprezzo e sufficienza da Stefano Bontate, “il principe di Villagrazia”. Ma Don Totò non era solo deciso e crudele. Era anche astuto. Lavorò nell’ombra conquistando quinte colonne in tutte le famiglie, incluso il fratello di Bontate. Nell’estate ‘ 81 passò all’azione con i metodi brevettati a Corelone: ammazzò Bontate, ammazzò Inzerillo, sterminò uno per uno tutti i fedeli dei boss nemici, poi, come capita spesso nelle dittature diventò diffidente, iniziò a vedere tradimenti ovunque e a sospettarli anche prima che si verificassero come quando fece ammazzare il suo killer di fiducia, Pino Greco “Scarpuzzedda” perché stava diventando troppo popolare tra gli uomini d’onore. Negli anni del suo impero di terrore amici e nemici sono morti a migliaia. Riina conosceva solo la guerra. Nel suo regno l’eliminazione di giudici e poliziotti scomodi diventò norma comune e dopo la sentenza definitiva nel maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino dichiarò guerra allo Stato: Lima, Falcone, Borsellino, poi la pianificazione delle stragi. Per la stessa Cosa nostra la sua dittatura è stata devastante: all’origine delle collaborazioni, dei pentimenti, c’è la sua ferocia, quella che lo spingeva a far ammazzare i nemici, e se non li trovava tutti i familiari. È stato il primo e l’ultimo imperatore di Cosa nostra, e forse, senza neppure rendersene conto, anche il suo più temibile nemico.

SALVATORE RIINA: IL VERO CAPO DI COSA NOSTRA?

La Mafia e i suoi boss raccontati da chi ci ha vissuto accanto. Intervista del 22 ottobre 2016 di Stefano Vaccara su "La Voce di New York" con Serge Ferrand, giornalista francese autore del libro "Parla il numero uno di Cosa Nostra". Bonfirraro editore pubblica il libro di un giornalista-scrittore francese che afferma di aver vissuto per anni in Sicilia da contadino lavorando la terra del "lupo": il capo di tutti i capi della mafia che gli avrebbe fatto rivelazioni esplosive - Andreotti e Craxi capi di Cosa Nostra? Armi biologiche? - Ma chi è Serge Ferrand d'Ingraodo? Lo abbiamo intervistato. Avvertiamo subito il lettore che si accinge a leggere questa intervista di tenersi forte. Forse quello che Serge Ferrand, scrittore e giornalista francese, ci racconta sulla mafia è troppo per essere ritenuto credibile. Forse Serge è un impostore. Forse l’editore Bonfirraro ha rischiato troppo a pubblicare il suo Parla il numero uno di Cosa Nostra e noi, dopo averlo letto in anteprima, a procedere con questa intervista. Forse… Eppure potrebbe essere anche vero il racconto di un giornalista in carriera in Francia che oltre trent’anni fa abbandona tutto per trasferirsi in Sicilia. Nell’isola dove era arrivato la prima volta da inviato de Le Figaro Magazine per scrivere sull’omicidio eccellente del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre 1982. Abbagliato dai misteri della Sicilia, Ferrand prende la decisione di rimanerci, per sempre. Ecco noi abbiamo deciso, come l’editore Bonfirraro, di andare avanti e ascoltare la storia che racconta Serge Ferrand. Il dubbio resta, ma pensiamo sia doveroso raccontarvela e se continuerete a leggere, allora tenetevi forte. Prima di tutto le credenziali: Ferrand non è un giornalista “normale”. Negli anni Settanta e Ottanta in Francia conduceva inchieste diventando coloro che erano il focus dello studio. I suoi sono libri di cruda realtà vissuta, Ferrand si mimetizza con coloro di cui scrive, per raccontarli scava nell’anima dei suoi soggetti vivendogli accanto. Come accade con la vita dei canzonieri di strada a Parigi nel suo libro d’esordio Le Busker, o a contatto degli agenti dei servizi di sicurezza nel libro in cui si annuncia la guerra che verrà per le strade di Parigi, 25 anni prima degli attacchi dell’ISIS.  Ma lasciamo che lui si presenti ai lettori de La Voce di New York: “Sono conosciuto in Francia per avere scritto quattro libri, Le Busker (Laffont 1979), Les Hommes de main (Michel, 1981), Aux order du S.A.C., con Gilbert Lecavelier  (Michel 1982) e Demain la guerre civile? (1991), con Charles Pellegrini, ex capo dell’Antigang. Sono stato anche grand reporter del Figaro Magazine, giornalista a Minute, e direttore del L’Officiel Protezione/Sicurezza. Prima avevo studiato con il sociologo Lucien Goldmann (che non mi piaceva) e soprattutto un po’ più di tre anni con il filosofo Emil Cioran (che mi piaceva molto). Nella realtà, ho studiato più di nove anni. Chiaro, non sono un scemo francese un po’ suonato (ding-dong, ding-dong!) venuto in Sicilia a inventare cose impensabili per un pubblico italiano completamente idiota. Capito?”

Ferrand è nato in Algeria, 71 anni fa, in famiglia una bisnonna siciliana vissuta abbastanza a lungo per affollare i ricordi del fanciullo Serge. “Mafiusu mi chiamava la mia bisnonna siciliana in Algeria. Io non comprendevo perché. Poi ho capito che nel dialetto siciliano, mafiusu e mafia non sono la stessa cosa…”. Quindi l’attrazione fatale, irresistibile per la Sicilia, un richiamo di sangue che gli fa lasciare tutto, anche una bellissima innamorata che aveva a Parigi, che durante parte dell’intervista condotta via skype, ci mostra in fotografia. Nell’isola l’unico lavoro che trova è quello del contadino. Lui, un giornalista e scrittore affermato, a spaccarsi la schiena per la terra d’altri. Già, strano, ma forse è un lavoro cercato, voluto… Perché poi si capisce che la zappa Ferrand la usa per coltivare la terra ma anche i rapporti con colui di cui poi scriverà, anni dopo, di essere il capo della mafia. Prima di inviargli delle domande via e-email e avergli chiesto dei chiarimenti via skype, abbiamo letto il libro. Un saggio durissimo, non solo provocatorio, avvolte offensivo nei toni come nello stile. In cui Ferrand proclama una sua versione di storia della Sicilia e di averne compreso l’animo del popolo siciliano. Dove Ferrand racconta del lascito delle dominazioni del passato e di quelle presenti, usando termini che in certi tratti sembrano razzisti, xenofobi. “Non sono di sinistra e non uso il politically correct” e aggiunge: “Ma non sono razzista o anti semita. Ero di destra sì, ma adesso queste categorie non valgono più”. Al lettore con la tentazione di voler leggere il suo libro, avvertiamo che il linguaggio di Ferrand è crudo, violento e dissacrante. Ma cosa c’è di strano, un libro sulla mafia non tratta di violenza, sopraffazione, morte? Sì ma Ferrand quel linguaggio lo riserva spesso anche per i nemici della mafia, organizzazione segreta che seppur spietata e capace di lastricare le strade siciliane di migliaia di vittime (Ce lo ripeterà spesso: “i morti ammazzati dalla mafia sono molti di più di quelli che si pensa”) alla fine dal suo scritto appare come se fosse un “male necessario”, un potere occulto che deve agire, che nella penna dell’autore francese appare giustificato nelle sue terribili azioni. Questa la nostra sensazione leggendolo il libro e di questo avvertiamo il lettore. Serge adesso dice di essere in pensione. Vive in una barca a vela di dieci metri, nel porto di Sciacca, provincia di Agrigento. Ma non ha vissuto sempre così. Fino a qualche anno fa viveva in un altra provincia, quella di Palermo, nella zona di Aspra. Dice che andava spesso nelle campagne attorno a Corleone. Che ha vissuto anche a Bagheria. E che quello che ha scritto nel libro, l’intervista che ha avuto con quello che lui chiama “il lupo”, ha inizio 15 anni fa. “Sono diventato amico e uomo di fiducia di colui che era il mio datore di lavoro. Lui sapeva che ero un giornalista-scrittore e ha cominciato a raccontare. Lui ora è il capo della mafia, ma prima lo era Bernardo Provenzano che ho conosciuto perché lo vedevo spesso con ‘il lupo’. Mi hanno parlato anche insieme, hanno raccontato molte cose. Ma allora non era il momento per scriverne…”. Prima di rispondere alle nostre domande, Serge Ferrand ci invia questa ulteriore prefazione. Come se volesse ancora indicarci cosa è la mafia. “Caro Stefano, innanzitutto una piccola, banalissima evidenza: cosa siamo? Degli uomini, certo, cioè persone che devono mangiare, bere, cagare, pisciare, fornicare e pagare le bollette. Soprattutto pagare le bollette… È un po’ quello che il "lupo" – così nominato non da lui stesso ma da Riina – ha avuto l’intelligenza di suggerire attraverso il suo discorso sulla merda (si trova in uno dei primi capitoli del libro, ndr). Anche tu devi pagare le bollette, e per questo c’è il bisogno per te di ‘adattarti; all’ambiente. Cioè – per il buono giornalista che sei – la necessità di essere (un po’ o molto) conosciuto senza mai scrivere cose sgradevoli a questo ambiente di uomini, donne e gente conosciuta e potente. Per questo motivo fai dell’antimafia il tuo modo di vivere; l’assegno della fine del mese e la tua carriera dipendono di questo piccolo, diciamo, dettaglio. So che hai capito di che sto parlando…” Forse abbiamo capito. Ferrand continua così. “Dunque la mafia, cosa è per te, per il mio editore e per tantissime persone in Italia, negli Usa e nel mondo? Un mondo criminale, costituito da micro-gangster incapaci di pensare minimamente, degli analfabeti senza cuore né sentimenti. Anche se ho trovato – strano che nessuno giornalista lo abbia notato! – delle ‘antiche’ frasi pronunciate da siciliani importanti che difendono i mafiosi e anche Sciascia ne ha scritte alcune; ma lui aveva già costruito la sua fama. Contro la mafia, evidentemente. Sì Stefano, così va il mondo, ti prego di non negarlo (questo mi farebbe ridere!). Ora risponderò alle tue domande”. Avete capito da che parte sta l’autore del libro? Per Serge Ferrand, che dice di aver vissuto al fianco dei mafiosi per anni, la mafia serve come per chi deve andare in bagno. Una necessità. Ecco la nostra prima domanda.

Dunque prima di tutto la domanda ovvia, sulla credibilità: perché dovremmo credere che questo vero capo di tutti i capi delle mafia, “il lupo”, esista veramente e che proprio tu abbia potuto fargli quelle domande e ricevere quelle risposte?

“Su quello che chiami credibilità… Sei un siciliano, mi hai detto, ma non so se hai veramente vissuto in Sicilia. Uno che direbbe – come l’ho fatto – che ha intervistato il capo di Cosa Nostra sarebbe morto da molto tempo se non fosse vero: questo è sicurissimo. Perché il ‘lupo’ mi ha fatto queste rivelazioni? Non lo so, ma penso che il fatto di avere lavorato la terra con lui per dodici anni mi ha (molto) aiutato. A proposito, è Riina che lo ha soprannominato ‘il lupo’”.

Dopo aver risposto a questa domanda con un “non lo so”, in una conversazione via skype, Ferrand aggiungerà: “Probabilmente per come stanno andando le cose nel mondo, per i disastri che si annunciano, la mafia ha deciso che valeva la pena farsi conoscere meglio. Ci sarà ancora bisogno del suo lavoro…”.

Apologia della mafia: alla fine della lettura del libro questa è l’impressione che resta, come se la mafia fosse necessaria e non solo all’Italia ma al mondo. È veramente questa la tua opinione?

“Apologia della mafia? Non veramente e ho spiegato perché: la mafia è una cosa, Cosa Nostra un’altra, anche se tutti fanno confusione, come me trent’anni fa. Ne parlerò nel mio prossimo libro. Un’altra cosa, sulla mia credibilità: quando usciranno le foto di me davanti a una decina di scheletri trovati in uno dei tanti buchi della montagna, questa credibilità sarà un fatto, non la fantasia malsana di un mitomane. Che la mafia sia una cosa necessaria? Penso di sì; è un modo di pensare e reagire molto siciliano. Cosa Nostra necessaria? Non lo penso, anche se penso che senza i suoi traffici illeciti, l’Italia del sud (ma anche quella del nord, con i suoi investimenti nelle grande imprese) sarebbe un entità direi, scheletrica”.

Nel libro si parla di terza guerra mondiale in arrivo: sarebbe questo il motivo per cui il “lupo” avrebbe deciso di raccontare alcuni “segreti”, come per avvertire di ciò che sta arrivando? E perché? Che ci guadagna la mafia ad avvertire che il mondo sta crollando?

“La guerra mondiale? Ma ci sono tanti libri che parlano di questa cosa (necessità?); se non li hai letti, che ci posso fare? Consigliarti di leggerli? Laurent Artur du Plessis e tanti altri. Perché il ‘lupo’ ne ha parlato? Non lo so, ma penso che sia una cosa importante, come le armi biologiche che possiedono in Germania e i miliardi di euro che ho visto in (soltanto) tre dei loro conti in Svizzera. E no, la mafia non ci guadagna niente, in questa guerra. Subirà, come te, come me, e milioni di altri”.

Nel libro “il lupo” è un killer che in più di 40 anni uccide migliaia di persone. Da sconosciuti, ai grandi delitti eccellenti di mafia, da Mattarella a Chinnici, da La Torre a Dalla Chiesa, da Falcone a Borsellino. Insomma sempre la sua mano su tutto: possibile che su tutti i delitti ci sia sempre l’impronta di un unico killer, “il lupo”, ora a capo della mafia?

“Sì, il lupo uccide da tanto tempo (non era neanche adolescente quando ha iniziato); era la sua funzione in Cosa Nostra. Il suo bisnonno era il capo di Cosa Nostra nel mondo. Perché non si sa? Cosa Nostra è un organizzazione segretissima, amico mio, segretissima. Composta di strati impermeabili”.

Di tanti delitti il mandante finora era stato indicato Totò Riina, invece dal libro emerge un altro capo mafia responsabile di tutto. Don Saruzzo Di Maio prima e Bernardo Provenzano poi: il “lupo” sarebbe il loro killer fino a quando poi diventerà lui il boss. Riina sarebbe solo il capo di una fazione, violenta ma isolata… E neanche Matteo Messina Denaro, ritenuto da magistratura e media il capo ora latitante di Cosa Nostra, avrebbe un ruolo di protagonista… Se questo fosse tutto vero, chi ha interesse a diffondere che il boss sia stato Riina e che ora sia Messina Denaro? E perché la vera mafia non li sconfessa? Insomma potresti spiegare meglio questa faccenda della leadership…

“Sì, per tutti il capo si chiamava Salvatore Riina, ma il vero Capo era Sarridu di Maio, non Saruzzo, come dici. Cosa Nostra non si immischia mai nelle storie fantasmagoriche inventate dalla stampa, mai, assolutamente mai. Il nuovo capo si chiamerebbe Matteo Messina Denaro? Chi l’ha detto o scritto? I magistrati? La stampa? Allora è vero, confesso, è vero! Scherzo, naturalmente. Ho incontrato una decina di grandi capi dell’organizzazione quando Bernardo Provenzano ha nominato il ‘lupo’, e tutti – me lo ha spiegato quest’ultimo – erano incensurati. E non conosciuti come ‘mafiosi’ o legati alla mafia. La sua forza viene anche da questo minuscolo dettaglio”.

Nel libro è forte e presente un’opinione anti immigrati, anti musulmana, e spesso si sfiora il vero e proprio razzismo…. Non si capisce bene quando queste sono le posizioni del “lupo” e quando invece questi atteggiamenti ricalcano le convinzioni dell’autore. Insomma sembra che il pensiero qui coincida. Mi sbaglio forse? Vuoi spiegare meglio quando il pensiero del lupo coincide col tuo pensiero? Appare spesso, non solo sul problema immigrati…

“No, la mafia non è ‘razzista’, come dici. È un po’ come me, lei pensa che mescolarsi non sia una cosa tanto buona (un po’ quello che vediamo ogni giorno, ma che facciamo finto di non vedere). Né antisemita; molti ebrei sono ‘politicamente corretti’, ma alcuni politicamente scorretti, come Edward Luttwak in America e Eric Zemmour in Francia”.

Mafia siciliana e mafia americana: si parla nel libro del delitto di Enrico Matteie si accenna anche a quello dei Kennedy… Però, almeno sui Kennedy, sembra che il lupo abbia le idee confuse, parla di un delitto prima di JFK del “parente stretto” ma chi sarebbe?

“Mattei? Mi ha raccontato quello che ha fatto, niente altro. All’epoca, era un semplice soldato. JFK? Suo padre aveva fatto un patto con Cosa Nostra, per la vendita d’alcool, durante il proibizionismo, prima di investire in imprese legali. Il resto è nel libro, non so niente di più, visto che non conosco Cosa Nostra americana”.

Capi di governo come Fanfani, Andreotti, Craxi, nel tuo libro diventano capi di Cosa Nostra (che secondo il racconto sarebbe il braccio finanziario della Mafia). Invece che premier, il lupo li chiama capi di stato… Ma se fosse veramente stato così, come ti racconta il lupo, come mai uno come Craxi finisce per morire in esilio in Tunisia? Perché la mafia non lo protegge?

“Fanfani e gli altri? L’ho detto, punto e basta. Puoi credere quello che vuoi, ma è così. Craxi è morto solo? Scherzi, probabilmente. Ma era caduto, peccato per lui. Potrei darti altri nomi, ma non lo farò”.

Potresti rivelare qui qualcosa altro, che non c’è nel libro e magari lo renderebbe più credibile?

“No, non aggiungerò niente altro per il momento. Credibilità o non…”.

Poi Serge ci manda un ulteriore messaggio: “Quello che è vero è che i contadini hanno vinto la battaglia contro i ‘borghesi’ di Cosa Nostra. Te l’ho già spiegato: Cosa Nostra è composta di strati impermeabili. C’è – grosso modo – lo strato contadino, lo strato borghese, e lo strato finanziario, che si conoscono ma non si frequentano. Che cosa ha da fare un contadino con un uomo della finanza? A priori, niente, salvo che oggi, sono degli ex contadini, con la mentalità e la spietatezza di contadini, che comandano e fanno (o piuttosto fanno fare a chi lavora nella finanza, abbastanza terrorizzati) tanti affari nel mondo, al posto dei borghesi, troppo molli. Una vera rivoluzione, che è costata decine di migliaia di morti in Sicilia. Tutto qua, questa è la realtà. Sono partito per vivere tredici anni in montagna perché sapevo tutto questo, e il libro si è fatto poco a poco. L’ho fatto pubblicare oggi perché attualmente il mondo è molto più malato che venti anni fa”.

A proposito di mondo malato: il lupo chi spera che vinca le elezioni in America?

“Per chi voterà Cosa Nostra versione americana? Non lo so, ma la mafia siciliana voterà mentalmente per Donald Trump, che non sarà probabilmente eletto (con tutto l’establishment, le multinazionali e questa stampa contro di lui). Sarà presidente – penso con tristezza – Hillary Clinton, che porterà tutti ‘all’apocalisse’, come dice lei, con una guerra (già in preparazione negli Usa e in Russia) contro Vladimir Putin. A proposito, sai che la Clinton è una lesbica rifatta dalle testa ai piedi con la chirurgia estetica, tinta in biondo e anche ebrea? Voi una prova? Te la manderò… Ah, non accusarmi di essere antisemita; sarebbe un errore”.

Serge Ferrand continua a dirci che ha tanti altri segreti, che per ora non può rivelare. “Ma sto scrivendo un altro libro. Sarà sotto forma di romanzo, sarà tutto vero e non solo sulla mafia. Penso un ottimo copione per il cinema americano”.

Chi è veramente Serge Ferrand d’Ingrado, giornalista francese sparito dalla Francia e riapparso in Sicilia? Cosa ha fatto nell’isola per oltre trent’anni? Perché l’editore Bonfirraro gli ha dato fiducia e quindi credibilità?

Noi abbiamo cercato di risolvere il mistero ponendogli delle domande. A questo punto, spetterà ad altri verificare ulteriormente il suo racconto.

SALVATORE RIINA E DON CIOTTI.

Le marchette a favore di Libera e di don Ciotti. Dal carcere duro di Opera, Totò Riina, pericoloso e potente boss di Cosa Nostra minaccia Don Luigi Ciotti, uomo semplice, sacerdote con il Vangelo sempre in tasca e le mani sempre tese verso l'altro. Ma perché tanta paura di un solo prete?, si chiede Desirèe Canistrà su “Parolibero”. Le intercettazioni pubblicate da La Repubblica, risalgono al 14 settembre scorso, vigilia del ventesimo anniversario dell'omicidio di Padre Pino Puglisi; sono le solite chiacchierate tra Riina e il suo compagno d'ora d'aria, Alberto Lorusso, boss della Sacra Corona Unita, ascoltate in diretta dagli investigatori della Dia di Palermo. A rendere irrequieto Riina sembra essere il desiderio della Chiesa di rilanciare il messaggio del prete di Brancaccio, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno e beatificato lo scorso anno. «Questo prete- afferma Riina in riferimento a Don Luigi Ciotti - è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi; il quartiere lo voleva comandare. Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare... il territorio, il campo, la Chiesa, lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio... cose che non ci credete». Don Ciotti prende le distanze da questo paragone con Padre Puglisi, «Sono un uomo piccolo e fragile» afferma, preferisce definirsi un membro della «Chiesa che interferisce». Ma il punto é proprio questo: c'è una Chiesa che interferisce? O gli uomini consacrati, che si impegnano ogni giorno per il bene comune, sono solo persone stra-ordinarie? Nel dialogo Riina-Lorusso, l'ex boss di Cosa Nostra ha poi minacciato di morte il sacerdote presidente di Libera «Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo...Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui... figlio di puttana». Nella Chiesa che interferisce, queste parole non fanno paura, «la forza si trova nel "noi", è un "noi" che vince» ripete anche in questa occasione Don Luigi, un "noi" che racchiude vent'anni di lotta contro la criminalità organizzata attraverso l'associazionismo laico e attraverso la testimonianza del Vangelo da parte di un sacerdote che non si impone con catechismo e magistero ma dimostra l'amore per Dio e per gli altri attraverso l'impegno quotidiano, «Per me l'impegno contro la mafia - afferma Don Ciotti - è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi». «Sono sempre agitato perché con questi sequestri di beni..."; è con questa frase a metà del Boss di Corleone che, ancora ora oggi, l'intuizione di Rognoni e La Torre e la legge sul riuso sociale dei beni confiscati ai malavitosi si dimostrano le armi più potenti per la lotta contro la mafia. «Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie - prosegue Ciotti - C'è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità, dei patti sottobanco, dall'intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere».

La verità è che Riina è un vecchio ergastolano, che non fa più paura a nessuno, ma che, nonostante sia al 41 bis, quindi in isolamento, ogni sua affermazione stranamente trapela e viene diffusa in tutto il mondo. Il regime si applica a singoli detenuti ed è volto ad ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all'esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all'interno del carcere ed i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l'ordine pubblico anche fuori dalle carceri. La legge specifica le misure applicabili, tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta ora d'aria) e la censura della corrispondenza. Eppure, come spesso si legge su “La Repubblica”, le intercettazioni sono passate e pubblicate. I pizzini ora li danno i magistrati ed i giornalisti. Che senso ha diffondere una notizia di procurato allarme per una minaccia inesistente e montare un coro unanime di solidarietà con destinatario Don Ciotti. Che avesse bisogno di ulteriore visibilità, rispetto alla sua flebile notorietà destinata all’oblio?

Di seguito vi è un articolo di "la Repubblica", noto giornale fan sfegatato dei magistrati e di Libera di Don Ciotti. Un esempio lampante di come il sistema di pennivendoli corrotti dall’ideologia, prono alla sinistra ed ai magistrati, riesca a fare una pubblicità ingannevole a favore di Libera, infangando centinaia di associazioni antimafia locali, che non possono difendersi, proprio perchè non hanno soldi per pagare l'informazione. Sì. Perchè l'informazione si paga.

«Cari miei amici giornalisti e magistrati comunisti – afferma Antonio Giangrande, presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte Le mafie” – il fatto che denigrate o ignorate o addirittura perseguitate quelli che come me danno fastidio al vostro tornaconto, non mi esime dal dirvi che non un euro è stato versato alla mia associazione, sia da privati, che dallo Stato, né un bene confiscato alla mafia mi è stato affidato. Non per questo, però, mi si impedisce di far leggere i miei libri in tutto il mondo. Giusto per raccontare una verità storica in antitesi alle vostra verità artefatte ed ingannevoli.»

Bindi: "Don Ciotti non resterà solo. Pieno sostegno dall'Antimafia", scrive il 31 Agosto 2014 "Live Sicilia". La solidarietà della presidente della commissione parlamentare Antimafia al sacerdote fondatore di Libera. D'Alia: "Minacce da non sottovalutare". Vendola: "Cosa nostra vada all'inferno". Grasso: "Tutti al fianco di don Ciotti". Gelmini: "Non sarà mai solo". "Don Ciotti non è solo e non resterà solo nella battaglia contro i poteri mafiosi". Lo dichiara il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi commentando le intercettazioni riportate dal quotidiano 'La Repubblica', in cui Totò Riina accosta la figura di don Luigi Ciotti a quella di don Puglisi e dice:" Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo". "E' malvagio e cattivo - aggiunge il padrino al boss Lorusso suo compagno di passeggiate nell'ora d'aria - ha fatto strada questo disgraziato". "A don Luigi la mia affettuosa vicinanza e il pieno sostegno della Commissione parlamentare Antimafia - dice Bindi - Le minacce di Riina intercettate nel carcere di Opera lo scorso anno vanno prese sul serio, soprattutto per l'inquietante accostamento al martirio di don Pino Puglisi". "A don Ciotti - aggiunge - va assicurata tutta la protezione e il sostegno necessari, molti mesi sono passati da quando i magistrati hanno esaminato le intercettazioni e si deve capire che tipo di messaggio vuole inviare il capo di Cosa Nostra mentre inveisce contro un sacerdote così esposto sul fronte della lotta alla mafia". "So che le raccapriccianti parole di Riina - dice ancora Bindi - non faranno arretrare il suo appassionato servizio cristiano per la giustizia e la promozione della dignità umana e da oggi saremo al suo fianco con più determinazione". "L'impegno che insieme a tanti con Libera don Ciotti da anni profonde per promuovere la cultura della legalità, la memoria delle vittime innocenti e lo sviluppo solidale nelle terre confiscate alle mafie - prosegue - sono ormai punto di riferimento della coscienza civile del paese". Ed è proprio il lavoro di Libera che scatena l'odio di Riina, preoccupato per i tanti sequestri di beni alla mafia che poi vengono gestiti dalle cooperative di Libera. "La scomunica di Papa Francesco - aggiunge Rosy Bindi - ha tracciato una linea invalicabile tra la Chiesa e le mafie che dà a tutti, credenti e non credenti, più forza e coraggio nel combattere la cultura dell'omertà e della sopraffazione. Ma non possiamo abbassare la guardia, c'è una mafia silente che moltiplica affari e profitti e penetra in ogni settore della vita del paese approfittando della crisi economica. E c'è - conclude - una mafia violenta che continua a tenere sotto scacco con l'intimidazione e la paura buona parte del Mezzogiorno, dove pesano povertà e disoccupazione ma dove sono anche più vitali e preziose le esperienze di libertà e resistenza create da Libera per strappare il territorio al controllo della criminalità organizzata".

"Un abbraccio affettuoso e di vera solidarietà a Don Luigi Ciotti, ogni giorno in prima linea nella lotta alla mafia. Le minacce di Riina nei suoi confronti non possono essere in alcun modo sottovalutate. Il suo impegno quotidiano, non ultimo quello per i testimoni di giustizia che ho avuto modo di apprezzare da vicino nella mia attività di ministro, merita sostegno e protezione". Lo afferma il deputato e Presidente dell'Udc Gianpiero D'Alia.

"Un forte abbraccio don Luigi! All'inferno la mafia! L'impegno di Don Luigi ci dice che per la lotta alla mafia non servono proclami o moralismi. Bensì ogni giorno, con un umile coraggio, serve condurre la battaglia per affermare i diritti dei più deboli e affermare la legalità con fatti concreti, che anche la politica deve compiere". Così Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, su Twitter esprime la propria solidarietà al fondatore di Libera coop dopo le minacce di Riina.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un messaggio di solidarietà a don Luigi Ciotti in riferimento alle minacce di Riina emerse dagli organi di informazione. "Caro Luigi - si legge nel testo - sono più di venti anni che sfidi la mafia con coraggio e passione. Le minacce di Riina emerse oggi sono l'ennesimo attacco ad una storia di impegno e di memoria che coinvolge ogni anno migliaia di cittadini e che ha contribuito a rendere il nostro Paese più libero e più giusto. Ti conosco da anni e so che non ti sei lasciato intimorire nemmeno per un attimo: continuerai sulla strada della lotta alla criminalità, e tutti noi - conclude Grasso - saremo al tuo fianco. Un abbraccio, Piero".

"Le minacce di Totò Riina all'amico Don Ciotti, preoccupano certo, ma non sorprendono. Un uomo come Luigi, che da anni promuove la cultura della legalità e combatte contro le mafie attraverso azioni concrete, non può che essere un nemico per un boss di Cosa Nostra. Una persona da temere, per aver dimostrato, insieme con Libera, che i beni della criminalità possono essere riutilizzati a scopi sociali". Lo scrive sul suo profilo Fb Laura Boldrini, Presidente della Camera.

"Le parole di Riina sono inquietanti e ci dicono che non bisogna mai abbassare la guardia soprattutto nei confronti di chi si trova in prima linea nella lotta alle mafie, come il magistrato Nino Di Matteo e don Luigi Ciotti ai quali esprimo il mio pieno sostegno". Lo dice il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia, commentando le intercettazioni delle conversazione in carcere tra il boss di Cosa nostra ed il boss pugliese Alberto Lorusso. "A Riina - aggiunge - lo Stato deve dare una risposta chiara e netta con l'approvazione in tempi rapidi di un pacchetto di norme che consentano alla lotta alle mafie di far fare un salto di qualità. Alcune di queste, ad esempio il rafforzamento delle misure di prevenzione, l'autoriciclaggio ed il falso in bilancio, sono già contenute nella riforma della giustizia, ma ce ne sono tante altre da adottare. Ecco perchè - conclude Lumia - torno a chiedere una sessione dedicata in Parlamento".

"Don Ciotti non sarà mai solo: fra lui e Riina l'Italia civile ha scelto da che parte stare. Sempre contro la mafia!". Lo scrive su Twitter Mariastella Gelmini, vicecapogruppo vicario di Forza Italia alla Camera.

La capriola della Bindi su don Ciotti prova che Libera è anche una lobby, scrive Venerdì 15 Gennaio 2016 Giuseppe Sottile su Il Foglio. I beni dei mafiosi sono diventati un Tesoro Maledetto. E la bufera della polemica ha investito in pieno anche la creatura di don Ciotti. Ma la politica, prodiga di riverenza, ha preferito squadernare solidarietà incondizionata. Che cosa racconterà questo sanguigno prete torinese ai bambinetti di mezz’Italia che, sotto la sua ala benefica e protettiva, andranno a rendere omaggio anche quest’anno alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Con quali preghiere, o con quali giaculatorie, don Luigi Ciotti, uomo di fede e di misericordia, tenterà di allontanare i sospetti che ormai da qualche tempo scuotono e avviliscono il meraviglioso mondo di Libera, l’associazione che, come i bambini forse non sanno, è anche la più potente e denarosa lobby antimafia? E come potrà questo buon sacerdote spiegare, a tutti quei ragazzi, così innocenti e già così innamorati della legalità, che Libera dopo un inizio come sempre difficile è poi diventata troppo grande e si è trovata spesso a giocare col fuoco sugli stessi terreni, sugli stessi feudi, sugli stessi patrimoni sui quali per anni padrini e picciotti avevano sparso sangue e nefandezze? Parliamoci chiaro. Sull’impegno di don Ciotti contro ogni mafia e contro ogni boss nessuno potrà mai sollevare alcun dubbio: come Papa Francesco, il fondatore di Libera conosce la strada e i problemi degli umili; con il suo Gruppo Abele ha fatto il volontariato duro e sa come si aiuta un infelice nel disperato labirinto della droga. Sa anche come si combattono le violenze, come si contrasta una intimidazione, come si restituisce dignità civile a un giovane senza lavoro e tragicamente affascinato dalla vie traverse. Ed è per questo che, dopo le stragi degli anni Novanta, è nata Libera: per sollevare Palermo dallo scoramento, per ridare fiducia a una terra segnata dal martirio e dalle lacrime. Un progetto ambizioso. Che certamente trovava sostegno e conforto in un altro torinese: in quel Gian Carlo Caselli che, di fronte alle mattanze di Capaci e via D’Amelio, aveva chiesto con coraggio al Consiglio superiore della magistratura di trasferirsi nel capoluogo siciliano e di insediarsi come procuratore in un Palazzo di giustizia sventrato prima dalle faide tra gli uffici e poi dalle bombe di Totò Riina, detto ‘u Curtu. Sono stati certamente anni eroici e straordinari quelli di Palermo. E Libera, la cui missione principale (il core business, stavo per dire) è quella di creare cooperative di lavoro sui beni confiscati alla mafia, non ha mai incontrato ostacoli. Anzi: non c’è stata istituzione che non abbia preso a cuore la causa; non c’è stato potere che non abbia guardato con riverenza ai buoni propositi di don Ciotti e non c’è stato partito politico, soprattutto a sinistra, che non abbia mostrato orgoglio nell’accettare candidature ispirate direttamente dall’associazione. Troppa grazia, sant’Antonio, si sarebbe detto una volta. Ma la troppa grazia non sempre è foriera di prosperità. Spesso, troppo spesso, dietro un eccesso di grazia c’è anche un’abbondanza di grasso. E Libera davanti a quella montagna di soldi, oltre trenta miliardi di euro, sequestrati dallo stato alle mafie, non ha saputo atteggiarsi con il necessario distacco né con la necessaria misura: era una semplice associazione antimafia ed è diventata una holding; era fatta da poveri e ora presenta bilanci milionari; era animata da un gruppo di volontari e si ritrova governata da tanti manager e, purtroppo, anche con qualche spregiudicato affarista tra i piedi. Poteva mai succedere che a margine di tanta ricchezza, piovuta come manna dal cielo, non nascessero invidie e risentimenti, gelosie e prese di distanza, storture e due o tre storiacce poco chiare? Sarà doloroso ammetterlo ma i beni dei mafiosi, sia quelli sequestrati in via provvisoria sia quelli confiscati dopo una sentenza definitiva, sono diventati una sorta di Tesoro Maledetto. Una tomba faraonica dentro la quale viene ogni giorno seppellita – cinicamente, inesorabilmente – la credibilità dell’antimafia: non solo di quella che avrebbe dovuto riaccendere una speranza politica ed è finita invece in una insopportabile impostura; ma soprattutto di quella che, dall’interno dei tribunali, avrebbe dovuto garantire rigore e legalità e ha consentito invece a un gruppo di magistrati infedeli di intramare i beni sequestrati con i propri interessi privati: certo l’inchiesta aperta questa estate dalla procura di Caltanissetta è in pieno svolgimento e le responsabilità personali sono ancora tutte da definire, ma le intercettazioni, come sempre ottime e abbondanti, ci dicono con desolante chiarezza come si amministravano fino all’altro ieri le misure di prevenzione a Palermo; con quali disinvolture e con quali coperture i figli e i fraternissimi amici dei più alti papaveri del Palazzo di giustizia affondavano le mani nei patrimoni, ricchi e scellerati, che la dottoressa Silvana Saguto, presidente della sezione, aveva strappato, con mano decisa e irrefrenabile, alla potestà di Cosa Nostra. La maledizione, e non poteva essere diversamente, ha finito per colpire anche Libera, cioè la macchina più grande ed efficiente aggrappata alla grande mammella dei beni confiscati: 1.500 tra associazioni e gruppi collegati, 1.400 ettari di terreno sui quali coltivare ogni ben di dio, 126 dipendenti e un fatturato che supera i sei milioni. Con una aggravante: che le accuse, chiamiamole così, non vengono tanto, come sarebbe persino scontato, dal maleodorante universo mafioso; arrivano piuttosto dai compagni di strada, da personaggi che rivendicano, al pari di don Ciotti, il diritto di parlare a nome dell’antimafia: come Franco La Torre, figlio del segretario del Pci ucciso a Palermo nel 1982, che non ha sopportato il silenzio di Libera sullo scandalo della Saguto e delle altre cricche nascoste dentro le misure di prevenzione; o come Catello Maresca, pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli e nemico numero uno del clan dei casalesi, il quale, intervistato dal settimanale Panorama, ha lanciato parole roventi: ha detto che “Libera gestisce i beni attraverso cooperative non sempre affidabili” e ha aggiunto, senza indulgenze di casta, che forse è venuta l’ora di smascherare “gli estremisti dell’antimafia”, cioè quegli strani personaggi accucciati nelle associazioni nate per combattere la mafia ma che “hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione e tendono a farsi mafiose esse stesse”. Queste associazioni, spiega Maresca, “sfruttano beni che non sono di loro proprietà, utilizzano risorse e denaro di tutti”; e Libera, in particolare, gestisce i patrimoni “in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale”. Inevitabile e inevitata, ovviamente, la risposta di don Ciotti: “Menzogne: Noi questo signore lo denunciamo domani mattina. Ci possono essere degli errori, si può criticare, ma non può essere calpestata la verità”. Più sorprendente, se non addirittura imbarazzante invece l’atteggiamento con cui la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, si è posta di fronte alla polemica aperta da Maresca, un magistrato antimafia unanimemente apprezzato sia per il suo equilibrio che per il suo coraggio. Il pm napoletano, nel suo lungo colloquio con Panorama, ha sollevato questioni non secondarie: a suo avviso Libera, dopo avere scalato i vertici della montagna incantata, non ha lasciato e non lascia spazio a nessun altro; e se c’è un concorrente da stroncare lo fa senza problemi: tanto, lavorando su un bene non suo, non ha gli stessi costi del rivale. Non solo: è mai possibile che questo immenso patrimonio, continuiamo a parlare di oltre trenta miliardi di euro, non possa essere sfruttato in termini strettamente imprenditoriali per dare la possibilità allo Stato di sviluppare le aziende e ricavarci pure un ulteriore valore aggiunto? Di fronte a interrogativi così pesanti, ma anche così pertinenti, la commissione parlamentare avrebbe dovuto a dir poco avviare un dibattito, magari ascoltando oltre a don Ciotti, sentito a lungo mercoledì proprio mentre le agenzie di stampa diffondevano l’anteprima di Panorama, pure il magistrato napoletano. Quantomeno per verificare l’eventuale necessità di una modifica alle intricatissime leggi che regolano la materia. Invece no: Rosy Bindi ha preferito definire “offensive” le affermazioni di Maresca e l’ha chiusa lì. Don Ciotti certamente non avrà tutte le colpe che Maresca, più o meno volontariamente gli attribuisce. Ma la solidarietà assoluta e incondizionata squadernata l’altro ieri a San Macuto dalla presidente Bindi, e dai parlamentari che man mano si sono a lei accodati, è la prova provata che Libera è anche e soprattutto una lobby.

Beni confiscati, associazioni, coop. Libera, impero che muove 6 milioni, scrive Lunedì 16 Marzo 2015 Claudio Reale su "Live Sicilia". L'associazione raduna 1.500 sigle, ma il suo cuore economico è "Libera Terra", che fattura 5,8 milioni con i prodotti dei terreni sottratti ai boss e li reinveste per promuovere la legalità e assumere lavoratori svantaggiati. E mentre si prepara il ventesimo compleanno, don Ciotti apre alla collaborazione con il movimento di Maurizio Landini. Vent'anni da compiere fra pochi giorni. E circa 1.500 sigle radunate sotto il cartello dell'“associazione delle associazioni”, con un modello che in fondo richiama la tradizione storica dell'Arci. “Libera” è formalmente un'organizzazione non governativa che si occupa di lotta alle mafie, di promozione della legalità e di uso sociale dei beni confiscati alle mafie: sotto la sua bandiera, però, si muovono attività diversificate nello scopo e nello spazio, coprendo quasi per intero il Paese e con ramificazioni internazionali. Un mondo il cui cuore economico è “Libera Terra”, che gestisce 1.400 ettari di terreni confiscati alla mafia, dà lavoro a 126 persone e muove un fatturato che nel 2013 ha sfiorato i sei milioni di euro. Un impero sotto il segno della legalità. Che fa la parte del leone nell'assegnazione per utilità sociale dei beni confiscati e che non si sottrae allo scontro fra antimafie, in qualche caso – come ha fatto all'inizio del mese don Luigi Ciotti – facendo aleggiare l'imminenza di inchieste: "Mi pare di cogliere – ha detto il 6 marzo il presidente dell'associazione – che fra pochi giorni avremo altre belle sorprese, che sono in arrivo, che ci fanno soffrire. Perché riguardano personaggi che hanno sempre riempito la bocca di antimafia”. Uno scontro fra paladini della legalità, in quel campo minato e denso d'insidie popolato dalle sigle che concorrono all'assegnazione dei terreni sottratti ai boss.

Un mondo che, nel tempo, ha visto in diverse occasioni l'antimafia farsi politica. E se Libera non è stata esente da questo fenomeno - Rita Borsellino, fino alla candidatura alla guida della Regione e poi all'Europarlamento, dell'associazione è stata ispiratrice, fondatrice e vicepresidente – a tenere la barra dritta lontano dalle identificazioni con i partiti ci ha sempre pensato don Ciotti. Almeno fino a qualche giorno fa: sabato, infatti, sulle colonne de “Il Fatto Quotidiano”, il carismatico sacerdote veneto ha aperto a una collaborazione con il nascente movimento di Maurizio Landini. Certo, don Ciotti assicura nella stessa intervista disponibilità al dialogo con tutto l'arco costituzionale ed esclude un coinvolgimento diretto di Libera. Ma le parole di “stima e amicizia” espresse a favore del leader Fiom, osserva chi sa cogliere le sfumature degli interventi del sacerdote antimafia, sono un assoluto inedito nei vent'anni di storia dell'associazione. Ne è passato di tempo, da quel 25 marzo 1995. A fondare il primo nucleo di Libera furono appunto don Ciotti, allora “solo” numero uno del Gruppo Abele, e Rita Borsellino. Da allora l'associazione si è notevolmente diversificata: al filone principale, riconosciuto dal ministero del Welfare come associazione di promozione sociale, si sono via via aggiunti “Libera Formazione”, che raduna le scuole e ne coordina quasi cinquemila, “Libera Internazionale”, che si occupa di contrasto al narcotraffico, “Libera informazione”, che si concentra sulla comunicazione, “Libera Sport”, che organizza iniziative dilettantistiche, “Libera ufficio legale”, che assiste le vittime di mafia, e appunto “Libera Terra”, che raduna le cooperative impegnate sui campi confiscati ed è l'unico troncone a commercializzare prodotti. In Sicilia le cooperative sono sei. Dell'elenco fanno parte la “Placido Rizzotto” e la “Pio La Torre” di San Giuseppe Jato, la “Lavoro e non solo” di Corleone, la “Rosario Livatino” di Naro, la castelvetranese “Rita Atria” e la “Beppe Montana” di Lentini, alle quali si aggiungono le calabresi “Terre Joniche” e “Valle del Marro”, la brindisina “Terre di Puglia” e la campana “Le terre di don Peppe Diana”: ciascuna è destinataria di almeno un bene sottratto alla mafia e produce su quei terreni vino, pasta e altri generi alimentari commercializzati appunto sotto il marchio unico “Libera Terra”. Fuori dal mondo agroalimentare, poi, c'è la new-entry “Calcestruzzi Ericina”, confiscata a Vincenzo Virga e attiva però – col nuovo nome “Calcestruzzi Ericina Libera” – nella produzione di materiali da costruzione. A questa rete di cooperative si aggiunge la distribuzione diretta. Un network fatto di quindici punti vendita, anch'essi ospitati per lo più in immobili confiscati a Cosa nostra, sparpagliati in tutta Italia: a Bolzano, Castelfranco Veneto, Torino, Reggio Emilia, Bologna, Genova, Firenze, Pisa, Siena, Roma, Castel Volturno, Napoli, Mesagne, Reggio Calabria e nel cuore di Palermo, nella centralissima piazza Politeama, dove la bottega ha sede in un negozio confiscato a Gianni Ienna. Non solo: nel pianeta “Libera Terra” trovano posto anche una cantina (la “Centopassi”), due agriturismi (“Portella della Ginestra” e “Terre di Corleone”), un caseificio (“Le Terre” di Castel Volturno), un consorzio di cooperative (“Libera Terra Mediterraneo”, che dà lavoro a nove dipendenti e cinque collaboratori) e un'associazione di supporto (“Cooperare con Libera Terra”, onlus con 74 cooperative socie). Ne viene fuori un universo che nel 2013 ha dato uno stipendio a 126 lavoratori, 38 dei quali svantaggiati, ai quali si sono aggiunti 1.214 volontari. Tutto per produrre circa 70 prodotti – venduti nelle botteghe Libera Terra, ma anche nei punti vendita Coop, Conad e Auchan – che spaziano dalla pasta all'olio, dal vino alla zuppa di ceci in busta: ne è venuto fuori, nel 2013, un fatturato di 5.832.297 euro, proveniente per più di un quinto dalla commercializzazione all'estero. Numeri che fanno delle cooperative il cuore pulsante dell'economia targata Libera: basti pensare che l'intero bilancio dell'associazione-madre muove 2,4 milioni di euro, meno della metà del flusso di denaro che passa dai campi confiscati. Denaro che però non finisce nelle tasche dei 94 soci: se una royalty – nel 2013 di 157 mila euro – viene girata a “Libera”, il resto viene utilizzato per attività sociali come la promozione della legalità, il recupero di beni sottratti ai boss e i campi estivi. Già, perché nei terreni confiscati il clou si raggiunge d'estate. Nei mesi caldi, infatti, le cooperative siciliane (ma anche quelle pugliesi) accolgono giovani da tutta Italia per attività di volontariato sui beni sottratti ai capimafia. Il momento centrale della vita dell'associazione, però, si raggiungerà fra pochi giorni: il 21 marzo, infatti, “Libera” organizza dal 1996 una “Giornata della memoria e dell'impegno” durante la quale vengono ricordate le vittime di mafia. Quest'anno l'appuntamento è a Bologna, con una kermesse iniziata venerdì e destinata a concludersi il 22. A ridosso dei vent'anni dell'associazione. E in un momento di grandi conflitti per le antimafie.

"Fatti di inaudita gravità". Beni confiscati, una ferita aperta, scrive Sabato 30 Gennaio 2016 Riccardo Lo Verso su "Live Sicilia". Anno giudiziario. Nel giorno in cui i magistrati presentano i risultati di un anno di lavoro, a Palermo e Caltanissetta tiene banco l'inchiesta sulle Misure di prevenzione. Nel capoluogo siciliano il ministro Andrea Orlando dice: "La mafia non è vinta". È il caso Saguto a tenere banco nel giorno dell'inaugurazione dell'anno giudizio a Palermo e Caltanissetta. Palermo è la città dove lavorava l'ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale finita sotto inchiesta. A Caltanissetta, invece, lavorano i pubblici ministeri che con la loro indagine hanno fatto esplodere la bomba giudiziaria della gestione dei beni sequestrati alla mafia. A Palermo, davanti al ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ha fatto al sua relazione il presidente della Corte d'appello, Gioacchino Natoli. "Se le criticità emerse dai controlli seguiti alle vicende legate all'inchiesta sulla sezione misure di prevenzione dovessero essere confermate - ha detto Natoli - occorrerebbe riflettere sulla sorveglianza esercitata dalla dirigenza locale e dal consiglio giudiziario". Il magistrato ha recitato il mea culpa a nome dell'intera categoria, spiegando che "la prevenzione di certi episodi parte dai controlli a cominciare dalla valutazione della professionalità" e ammettendo che nella gestione della sezione c'erano "criticità e inefficienze nella durata dei procedimenti, nell'organizzazione e nella distribuzione degli incarichi". E il ministro è stato altrettanto duro: "E' necessario perseguire le condotte che hanno offuscato il lavoro di tanti valenti magistrati. Quello dell'aggressione ai beni mafiosi è uno dei terreni che ha dato maggiori risultati nel contrasto a Cosa Nostra". Il ministro, anche richiamando la recente normativa sui tetti ai compensi degli amministratori giudiziari, ha auspicato "una riduzione dei margini di discrezionalità in cui si sono sviluppati fenomeni allarmanti".  Poi, un passaggio dedicato alla lotta a Cosa nostra: "La mafia è stata colpita, ma non è battuta, né si tratta di un'emergenza superata anche se altre se ne profilano all'orizzonte". Nel frattempo, a Caltanissetta, interveniva il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: "I magistrati della Procura di Caltanissetta, con un'indagine coraggiosa e difficile che è tuttora in corso, hanno consentito che emergessero fatti di inaudita gravità nella gestione delle misure di prevenzione antimafia a Palermo, permettendo che la prima Commissione e la sezione disciplinare del Csm potessero sollecitamente esercitare le funzioni di ripristino del prestigio e dell'autorevolezza di quell'ufficio". Ecco perché Legnini ha detto di avere “scelto di essere presente a Caltanissetta, per testimoniare la mia gratitudine è quella di tutto il Csm verso i magistrati che prestano servizio in questo distretto”. Sulla stessa lunghezza d'onda le parole del procuratore generale di Caltanissetta, Sergio Lari: "Gli scandali che hanno visto coinvolti i magistrati, pur trattandosi di episodi isolati, non possono essere sottovalutati e dimostrano come la massima attenzione debba essere posta alla deontologia ed alla questione morale nella magistratura, essendo inammissibili, soprattutto in un'epoca così degradata in altri ambiti istituzionali, cadute etiche da parte di chi deve svolgere l'alto compito del controllo di legalità".

SALVATORE RIINA E GIULIO ANDREOTTI.

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

«Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano. Il dialogo tra polizia penitenziaria e l'ex numero uno della mafia, è avvenuto lo scorso 31 maggio 2013, durante la pausa di un'udienza alla quale il boss partecipava in teleconferenza. Queste frasi sono contenute in una relazione di servizio stilata dagli agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti. La relazione è stata inviata ai magistrati della Procura di Palermo che si occupano della trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

"Così uccidemmo il giudice Falcone, ma dietro le stragi non c'è solo mafia". Parla Gioacchino La Barbera, il boss che sistemò il tritolo a Capaci e diede il segnale per l'esplosione: "Nel gruppo anche uno che non era dei nostri, forse un uomo dei servizi", scrive Raffaella Fanelli su “La Repubblica”. "Sentii un boato, fortissimo, poi vidi alzarsi un'enorme nuvola di fumo alta quasi cinquanta metri...". Seduto in poltrona, in jeans e camicia bianca, Gioacchino La Barbera racconta quel pomeriggio del 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci. L'ex uomo d'onore della famiglia mafiosa di Altofonte, collaboratore di giustizia condannato a 14 anni grazie agli sconti per il pentimento, apre le porte della sua casa. Ha un altro nome, una nuova vita, e ci chiede di mantenere segreta la località dove vive sotto protezione. "Fui io a dare il segnale agli altri appostati sulla collina. Ero in contatto telefonico con Nino Gioè. Sapevamo che il giudice sarebbe arrivato di venerdì o sabato... Era tutto pronto, e il cunicolo già imbottito di esplosivo. Ce lo avevo messo io, due settimane prima. Quando mi dissero che la macchina blindata era partita da Palermo per l'aeroporto mi portai con la mia Lancia Delta sulla via che costeggia l'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza del bar Johnnie Walker... Seguii il corteo delle macchine blindate parlando al cellulare con Gioè. Andavano più piano del previsto, sui 90-100 chilometri orari... Chiusi la telefonata dicendo vabbè ci vediamo stasera... amuninni a mangiari 'na pizza".

Una donna avrebbe raccontato di uomini in mimetica sul tetto della Mobiluxor, il mobilificio a ridosso dell'autostrada. E, stando ad altre testimonianze, ci sarebbe stato un misterioso aereo a sorvolare quel tratto della Palermo-Punta Raisi...

"Degli uomini in mimetica non so niente... Ma vidi un elicottero, forse della protezione civile o dei carabinieri".

Durante la strage di Capaci, o durante la preparazione, notò qualcuno estraneo a Cosa Nostra?

"C'era un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima. Non era dei nostri... Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, un giovane collaboratore del Sisde che pensava di fare l'infiltrato".

Potrebbe essere lo stesso uomo che tradì Emanuele Piazza, quindi un uomo dei servizi?

"In questi anni mi hanno mostrato centinaia di fotografie ma non l'ho mai riconosciuto... Evidentemente mi hanno mostrato quelle sbagliate".

Nino Gioè, capomafia di Altofonte e uomo fidato di Totò Riina, si sarebbe impiccato la notte tra il 28 e 29 luglio del '93, il giorno successivo agli attentati a Milano e Roma. Gioè si suicidò o fu ucciso?

"Non so se si è suicidato. Rispondendo a questa domanda mi fa mettere nei guai funzionari della Dia che con me si sono comportati bene... Che mi hanno aiutato. Sapevo che avevano fatto dei verbali con lui. Gioè stava collaborando, ne sono certo. Ero nella sua stessa sezione, insieme a Santino Di Matteo, e Gioè era l'unico a ricevere visite. La mia finestra dava sulla strada e vedevo un viavai di macchine e di persone che arrivavano per lui. Pochi giorni prima della sua morte, dal carcere di Rebibbia mi trasferirono a Pianosa mentre Di Matteo fu tradotto all'Asinara".

Il boss Francesco Di Carlo ha dichiarato che le stragi furono pianificate in una villa di San Felice Circeo, nella provincia di Latina, in una riunione del 1980 a cui avrebbero partecipato anche numerosi iscritti alla loggia massonica P2.

"So di riunioni con generali e di incontri tra Riina ed ex ministri democristiani. I loro nomi sono stati fatti, come quelli dei giudici che aggiustavano i processi... che ne parliamo a fare. Il fratello di Francesco Di Carlo, Andrea, faceva parte della commissione, e sapeva quello che Riina avrebbe fatto. Per questo si consegnò prima delle stragi: non voleva responsabilità".

La famiglia di Bernardo Provenzano rientrò a Corleone per lo stesso motivo?

"Anche Provenzano sapeva, mi pare ovvio. La decisione di far tornare a Corleone la moglie e i figli un mese prima di Capaci potrebbe non essere stato un caso... Ma è una mia deduzione".

L'omicidio Lima: Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante hanno confessato il delitto. Ma furono davvero loro a uccidere?

"Contano poco i nomi. Vuole sapere se ci fu una collaborazione dei servizi segreti? Ci fu. C'erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino".

L'omicidio Mattarella?

"Per quel che ne so io, fu voluto da politici".

Ci sono delle intercettazioni in casa Guttadauro fra il medico di Altofonte Salvatore Aragona e il boss Giuseppe Guttadauro sulla morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Alla domanda su chi commissionò l'omicidio, il boss risponde: estranei a Cosa Nostra...

"Discorsi da ufficio, non avrebbero potuto sapere. Credo che Dalla Chiesa sia stato ucciso per fare un favore. Ma non ho le prove".

La strage di via D'Amelio. Lei sapeva delle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino?

"Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo: all'inizio della mia collaborazione mi fu proposto di fare un confronto audio visivo con lo stesso Scarantino alla presenza dei carabinieri che l'avevano in gestione, funzionari della Dia e i magistrati di Caltanissetta che allora si occupavano del caso. Durante il confronto lo sbugiardai. Dissi subito che Scarantino non sapeva cose importanti di Cosa Nostra. Di quel confronto non c'è traccia: sono spariti verbali e registrazioni".

Si parla sempre di liste di nomi, di archivi spariti dalla villa di Totò Riina... Ma esistono questi documenti? Perché non sono mai state trovate carte importanti nei covi di Nitto Santapaola o di altri capi mandamento? Solo Riina aveva archivi?

"Riina non era un capo. Era il capo di Cosa Nostra... Dopo il suo arresto accompagnai, insieme a Nino Gioè, i figli e la moglie di Riina fino alla stazione, da lì presero un taxi per Corleone. Poi seguii la pulizia e l'estrazione della cassaforte dalla villa di via Bernini e portai in un parcheggio la golf bianca intestata a un giardiniere della provincia di Trapani, non ricordo se Marsala o Mazara. Un'auto che ritirò Matteo Messina Denaro, con tutto quello che era stato trovato nella cassaforte. L'auto non era di valore quindi posso pensare che fossero più importanti i documenti".

Ha conosciuto il Capitano Ultimo?

"Mai visto. So che Bagarella ha messo una taglia sulla sua testa dopo l'arresto del cognato. Mi impressionò la sua rabbia e la determinazione a vendicarsi. Era impazzito: dava soldi a tutti i carabinieri e poliziotti che ci portavano notizie. Lo voleva, e lo vuole morto. Sarà pure in 41-bis ma è un furbo: lui sa che è questo il momento giusto per farlo fuori".

SALVATORE RIINA E LA LEGA.

Ma ancora più interessante è quanto scrive Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano del 16 settembre 2010. Quello che segue è un riassunto delle parti più importanti degli articoli. Leggere per credere. Nei primi anni Novanta la Lega Nord ha predicato la divisione dell’Italia in tre “cantoni” (Nord, Centro, Sud). Proprio allora, un complesso meccanismo si è messo in moto per raggiungere quell’obiettivo. Lo racconta una vecchia indagine della Procura di Palermo chiamata “Sistemi criminali”. Mentre si disfaceva il sistema dei partiti della Prima Repubblica, che le indagini di Mani Pulite avevano rivelato essere il sistema di Tangentopoli, una serie disparata di forze e di poteri si erano messi all’opera per rimpiazzare il vecchio regime. Massoni, reduci della P2, uomini dei servizi segreti, fascisti ed eversori di lungo corso, boss di Cosa Nostra e della ’ndrangheta avevano cercato di far nascere le leghe del Sud. Contrapposte ma complici della Lega nord. Della composita compagnia facevano parte il Maestro Venerabile Licio Gelli e tanti altri massoni delle logge meridionali, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino e gli uomini di Cosa Nostra che riferivano a Leoluca Bagarella, i fascisti Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Giancarlo Rognoni. Il collaboratore di giustizia Leonardo Messina nel 1993 racconta ai pm di Palermo che con i suoi colleghi di Cosa Nostra gli era capitato di parlare di Bossi, che nell’autunno del 1991 era stato a Catania. “Io lo consideravo un nemico della Sicilia”, diceva Messina. “Perché un’altra volta che viene qua non lo ammazziamo?”. Gli altri lo fermano: “Ma che sei pazzo? Bossi è giusto”. E poi gli spiegano di aver saputo da Totò Riina che non tanto Bossi, quanto il senatore Miglio, era collegato a “una parte della Democrazia cristiana e della massoneria che faceva capo all’onorevole Andreotte a Licio Gelli (capo della P2, n.d.r.)”. E che era in corso un lavoro, a cui erano impegnati “Gelli, Andreotti e non meglio precisate forze imprenditoriali del Nord interessate alla separazione dell’Italia in più Stati”, con “anche l’appoggio di potenze straniere”. “Dopo la Lega del Nord sarebbe nata una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa Nostra, ma in effetti al servizio di Cosa Nostra; e in questo modo noi saremmo divenuti Stato”. Scrivono i magistrati: “Uno dei protagonisti dell’operazione sarebbe stato Gianfranco Miglio”. Farneticazioni? I pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato trovano qualche riscontro. Interrogano un ambiguo faccendiere, arrestato nel 1996 dalla Procura di Aosta per truffa internazionale: Gianmario Ferramonti, personaggio-chiave nella genesi del movimento leghista, amministratore della Pontidafin, la finanziaria del Carroccio, strettamente legato al professor Miglio; ma anche al centro di una fitta rete di relazioni con personaggi di spicco della massoneria italiana e internazionale e con insospettabili entrature istituzionali in ambienti dei servizi di sicurezza nazionali e stranieri. In seguito, è lo stesso Gianfranco Miglio, ideologo della Lega Nord, a confermare almeno parte delle “farneticazioni” di Leonardo Messina. In una clamorosa intervista al Giornale, nel 1999 conferma di essere stato davvero in contatto con Andreotti, proprio nel 1992: per svolgere una trattativa segreta che negoziasse l’appoggio della Lega alla candidatura del Divo Giulio alla presidenza della Repubblica, in cambio di una politica favorevole al progetto federalista del Carroccio (e a un posto di senatore a vita per Miglio). “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, confessa Miglio. Trattativa abortita per l’opposizione dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che nonostante le insistenze di Andreotti nega al professore la nomina a senatore a vita. Nella stessa intervista, Miglio parla anche di mafia: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. Ecco il progetto di Miglio: “Costituzionalizzare” la mafia, affidandole in gestione il Sud.

SALVATORE RIINA E SILVIO BERLUSCONI.

Dalle stragi all'antimafia. Riina: "Il capo dei capi sono io", scrive Riccardo Lo Verso su “Live Sicilia”. È difficile credere che non immaginasse di essere intercettato. Totò Riina ci consegna, forse volontariamente, il suo pensiero. Parla, anzi straparla. Al di là della sua reale o presunta chiamata alle armi che affida alle microspie, il capo dei capi si autoaccusa di delitti e stragi. Si apre, andando oltre il suo ostinato dichiararsi innocente. Ci porta alle origini del male di cui è stato incarnazione vivente. Si conferma quell'uomo rabbioso che all'inizio degli anni Novanta sfidò lo Stato a colpi di bombe. Una rabbia alimentata dal regime del carcere duro. Il padrino corleonese non ha ceduto, ma il 41 bis è stata una batosta persino per uno come lui. Non a caso, lo definisce “una condanna nel codice penale italiano che non può ingoiare nessuno”. E così si sfoga. Quello stesso Stato che aveva messo in ginocchio lo ha sepolto in galera. “Se io verrò fra altri mille anni io verrò a fargli guerra per questa legge”. Di sé parla spesso al passato: “Io sono stato un nemico pericoloso, non ne avranno mai, non gliene capiteranno più. Uno e gli è bastato e se ne debbono ricordare sempre. Per dire come quello non ce n'è, quello ci ha combinato tutte le cose del mondo”. E le "cose del mondo" a cui fa riferimento sono stati soprattutto gli attentati e le stragi di Capaci e via D'Amelio. A cominciare dal tritolo che uccise il giudice Rocco Chinnici nel 1983: “... prima fanno i carrieristi a spese dei detenuti... poi saltano in aria quando gli succede quello che gli è successo... quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi, Minchia truuu e poi e sceso, disgraziato, il procuratore generale era di Palermo... per un paio di anni mi sono divertito quando vi mettevamo quella va suona". Poi, toccò a Giovanni Falcone: "Abbiamo cominciato a sorvegliare, andare e venire da lì dall'aeroporto, non è a Palermo... fammi sapere quando può arrivare in questi giorni qua”. E proseguì con Paolo Borsellino: “Cinquantasette giorni dopo minchia la notizia l'hanno trovata là dentro… l'hanno sentita dire... deve andare da sua madre… allora gli ho detto preparati, aspettiamolo lì”. Riina sembra, però, prendere le distanze dalle stragi in Continente. Quella di Firenze per esempio, per la quale tira in ballo un suo compaesano eccellente: "A Firenze ci devi mandare a Binnu Provenzano... se sono siciliano perché le devo andare a fare fuori dalla Sicilia?". Con Provenzano non è tenero, deve essere successo qualcosa che ha incrinato il loro rapporto: "Non era del convento mio, certo lo rispettavo ma lui era convinto che le cose erano a tarallucci e vino". Lo critica per il modo in cui avrebbe trattato i suoi figli, quei "picciutteddi che sono un pezzo di pane" e che Binu avrebbe "lasciato in mezzo alla strada. Mischini". Forse il riferimento è al ritorno a Corleone della moglie e dei figli di Provenzano poco prima della strage di Capaci". Strage fa lui spesso richiamato, come quando cita il giudice Antonino "Caponnetto che piangeva. Disgraziato ma cosa ci piangi. Ora lo piangi che stava facendo morire a me (si riferisce a Giovanni Falcone) perché non glielo dicevi prima che smetteva". Poi, il riferimento forse al appello: "La cosa si fermò... ma non è che si è fermata... Comunque... Io l'appunto gliel'ho lasciato". Parla proprio delle richieste avanzate ad alcuni esponenti delle Istituzioni per mettere fine alla stagione stragista? Sta, insomma, parlando della trattativa fra la mafia e lo Stato per cui è in corso un processo nel quale è imputato anche Nicola Mancino? Sul punto Riina sembra avere le idee piuttosto chiare: "Ma che vogliono sperimentare... che questo Mancino trattò con me... così loro vorrebbero... ma se questo non è venuto mai". E quella di via Capaci e D'Amelio non sarebbero state neppure le ultime stragi. Se solo lo Stato, quello Stato che lo ha sepolto al 41 bis, non lo avesse fermato: “... se io restavo sempre fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo a fare un macello, continuavo al massimo livello”. Anche perché, se ne rammarica, nessuno ha saputo raccogliere il suo testimone. Neppure Matteo Messina Denaro a cui non risparmia parole dure: “Questo qua questo figlio lo ha dato a me per farne quello che dovevo fare, è stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia tutto in una volta si è messo a fare luce in tutti i posti... fanno altre persone ed a noi ci tengono in galera, sempre in galera però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare”. Ecco, se lo Stato ha rialzato la testa, la colpa è anche e soprattutto di chi non ha fermato il lavoro dei magistrati. I magistrati sono la sua ossessione. Quei magistrati che si fanno, a suo dire, propaganda per fare carriera: “Ci strisciano, ci mangiano, ci bevono sopra e ci sfasciano…perché si ringalluzziscono, perché c’è la popolazione che li difende, che li aiuta... sono magistrati quelli, fanno i carrieristi a spese dei poveri detenuti, carrieristi e denaro”. E così si arriva al paradosso. A Riina che celebra Sciascia: “Vivono così e Salvatore Sciascia (sbaglia il nome di battesimo dello scrittore di Racalmuto) li chiamava per questo i professionisti dell’antimafia". "Così sono i professionisti dell’antimafia - spiega stizzito il padrino ad Alberto Lorusso - tanto professionisti che a questi Sciascia non li poteva vedere, li aveva come l’uva da appendere, ma sempre li attaccava, dalla mattina alla sera, perché vedeva quello che facevano, lo constatava lui, che sembrava un mafioso vero, ma poi quello era una persona studiosa, onesta, però l’Italia è fatta così…”.

Riina in carcere ordina l'attentato a Di Matteo. "Deve succedere un manicomio...", scrive “La Repubblica”. I colloqui del "Capo dei capi" con il boss della Sacra corona unita Alberto Lorusso: "Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un'esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari". "Berlusconi perché si è andato a prendere lo stalliere?" Ecco le intercettazioni.

Parla il boss: "Io, il mio dovere l'ho fatto. Ma continuate, continuate... qualcuno, non dico magari tutti, ma qualcuno, divertitevi...". Divertirsi per Totò Riina significa fare stragi. E uccidere i magistrati che indagano su di lui nell'inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia. Divertirsi per lui significa anche far fuori "tutte le paperelle " che stanno intorno ai giudici, gli agenti delle scorte. "Qua qua qua", ripete il capo dei capi di Cosa nostra mentre passeggia all'ora d'aria in un camminatoio del carcere milanese di Opera con un compagno detenuto, Alberto Lorusso, ufficialmente solo un affiliato alla Sacra Corona Unita, in realtà un personaggio forse legato agli apparati polizieschi. Gli dice Riina: "Deve succedere un manicomio, deve succedere per forza, se io restavo sempre fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo al massimo livello". Gli ribatte Lorusso: "Noi abbiamo un arsenale". Noi chi? È quello che stanno cercando di scoprire in Sicilia. Queste sono le prime intercettazioni del boss sulle minacce ai pm di Palermo, depositate agli atti del processo sulla trattativa.

SERVE UN'ESECUZIONE. Il 16 novembre 2013, alle ore 9.30, Totò Riina ordina l'eliminazione del pubblico ministero Nino Di Matteo "che deve fare la fine dei tonni". Intima: "E allora organizziamola questa cosa... Facciamola grossa e non ne parliamo più". Una telecamera nascosta riprende il boss mentre esce la mano sinistra dal cappotto e mima il gesto di fare in fretta. Aggiunge: "Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un'esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari". Riina ha un odio viscerale contro questo pubblico ministero, che con i suoi colleghi (Del Bene, Tartaglia e Teresi), sta scavando dentro i misteri della trattativa: "Vedi, vedi... si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce, mi sta facendo uscire pazzo... come ti verrei ad ammazzare a te, come a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti? Minchia.... perché me lo sono tolto il vizio? Me lo toglierei il vizio? Inizierei domani mattina".

LA TRATTATIVA E LO STATO. Il capomafia di Corleone  -  che non ha mai perso un'udienza del processo per la trattativa  -  sembra furioso per come l'hanno trascinato nell'inchiesta sui patti fra lo Stato e Cosa nostra a cavallo delle stragi del 1992. E ancora una volta la sua ira si scatena contro il pm palermitano: "Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblica... Questo prende un gioco sporco che gli costerà caro, perché sta facendo carriera su questo processo di trattativa... Se gli va male questo processo lui viene emarginato ". E prevede: "Io penso che lui la pagherà pure... lo sapete come gli finisce a questo la carriera? Come gliel'hanno fatta finire a quello palermitano, a quello... Scaglione (il procuratore ucciso a Palermo nel 1970 ndr), a questo gli finisce lo stesso". Poi Lorusso lo informa di quanto ha sentito in televisione: "Dicevano che il presidente della Repubblica non deve andare a testimoniare, ci sono un sacco di politici, partiti, che dicono che non deve andare a testimoniare". Gli risponde Riina: "Fanno bene, fanno bene...ci danno una mazzata... ci vuole una mazzata nella corna a quelli di Palermo". Lorusso incalza: "Sono tutti con Napolitano, lui è il Presidente della Repubblica e non ci deve andare". Riina azzarda: "Io penso che qualcosa si è rotto...".

SILVIO E I GRAVIANO. Il 6 agosto, Riina chiede a Lorusso cosa dicono i telegiornali di quel "buffone" di Berlusconi. Il boss pugliese risponde che a Roma "stanno vedendo come fare per salvarlo ". E a questo punto Riina si lancia in un'altra delle sue invettive: "Noi su Berlusconi abbiamo un diritto: sapete quando? Quando siamo fuori lo ammazziamo". E subito dopo: "Non lo ammazziamo però perché noi stessi non abbiamo il coraggio di prenderci il diritto". Il 25 ottobre il boss di Corleone ritorna a parlare del Cavaliere. E anche dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss di Brancaccio sospettati di avere avuto molti contatti economici con l'imprenditoria di Milano. Di loro dice: "Avevano Berlusconi... certe volte...". Segue un'altra parola, incomprensibile. Ma, adesso, Riina lascia intendere che ha qualche riserva anche sui suoi fedelissimi di un tempo, i Graviano.

LE RISERVE SULL'EREDE. C'è grande fibrillazione al vertice di Cosa nostra. Non sono soltanto i Graviano a preoccupare Riina. A lui non piace neanche la strategia del superlatitante Matteo Messina Denaro: "A me dispiace dirlo, questo signor Messina Denaro, questo che fa il latitante, questo si sente di comandare, ma non si interessa di noi". È davvero un giudizio duro. "Questo fa i pali della luce -  aggiunge, riferendosi al business dell'energia eolica in cui Messina Denaro è coinvolto -  ci farebbe più figura se se la mettesse in culo la luce". E lo accusa di interessarsi solo ai suoi affari. "Fa pali per prendere soldi", dice.

CAPACI E VIA D'AMELIO. "Loro pensavano che io ero un analfabeticchio, così la cosa è stata dolorante, veramente fu tremenda, quanto non se lo immaginavano". Sono le parole con le quali Totò Riina rievoca i giorni della strage di Capaci. "Abbiamo cominciato a sorvegliare, andare e venire da lì, dall'aeroporto... siamo andati a Roma, non ci andava nessuno, non è a Palermo... fammi sapere quando può arrivare in questi giorni qua. Andammo a tentoni, fammi sapere quando prende l'aereo ". Ma resta un discorso a metà. Da chi i mafiosi dovevano sapere dell'arrivo di Falcone a Palermo? Lo stesso mistero resta nei discorsi che Riina fa sulla strage Borsellino: "Cinquantasette giorni dopo, minchia, la notizia l'hanno trovata là dentro... l'hanno sentita dire... domenica deve andare da sua madre, deve venire da sua madre... gli ho detto... ah sì, allora preparati, aspettiamolo lì". Chi aveva comunicato ai mafiosi che Borsellino sarebbe andato da sua madre domenica pomeriggio? Riina fa riferimento a "quello della luce... anche perché ... sistemati, devono essere tutte le cose pronte, tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: "Se serve mettigli qualche cento chili in più...". E dopo la strage del 19 luglio, il mistero della scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino. "Si fottono l'agenda, si fottono l'agenda". Ma chi? Anche questo resta un mistero.

IL PAPA E LA GRAZIA. "Non gliene capiteranno più di nemici, così, come me. Gliene è capitato uno e gli è bastato, se ne devono ricordare per sempre... gli ho fatto ballare la samba", dice Riina parlando di se stesso. Poi, scherza: "Io cerco la grazia, ma chi me la deve dare la grazia? Come me la devono dare? Minchia loro non sanno, non sanno, ma il Signore gliela paga, gliela ripaga pure a loro". E alla fine cita il Pontefice "Questo è buono, questo papa è troppo bravo ".

LA MAIL SEGRETA. Totò Riina e Alberto Lorusso sono a conoscenza di una mail girata riservatamente sui pc di tutti i procuratori di Palermo. Ne fanno cenno, ricordando che i magistrati -  qualche mese fa -  volevano arrivare tutti in aula al processo sulla trattativa per solidarietà con Nino Di Matteo. Notizia segretissima. Eppure Totò Riina e il suo amico Lorusso, tutti e due al 41 bis, la conoscevano.

I GUAI DI BERLUSCONI. In una conversazione avvenuta il 20 settembre 2013, i due parlano dei "guai" dell'ex premier. Non si sa se guai giudiziari o di carattere politico. Rispondendo alle parole di Alberto Lorusso, che lo aggiorna sulle ultime notizie su Berlusconi, il capomafia di Corleone scuote la testa e dice: "Se lo merita, se lo merita. Gli direi io “ma perchè ti sei andato a prendere lo stalliere? Perchè te lo sei messo dentro?”". Secondo gli investigatori, Riina fa riferimento a Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, condannato per mafia, morto qualche anno fa. Sempre parlando di Mangano, Riina in quella stessa conversazione, parte della quale omissata dai magistrati della Dda, aggiunge poi: "Era un bravo picciotto (uomo ndr.) mischino (poverino ndr), poi si è ammalato ed è morto".

Le parole di Riina per Di Matteo: "Mazzata nelle corna, fine del tonno", scrive “La Repubblica”. "Facciamola grossa e non ne parliamo più", "Ci vuole una mazzata nelle corna": depositata parte delle intercettazioni del capo dei capi di Cosa nostra con il boss della Sacra corona unita Alberto Lo Russo in cui il capomafia minaccia Di Matteo, che rappresenta l'accusa nel processo per la trattativa tra Stato e mafia che vede tra gli imputati proprio il boss corleonese" "Ma perché questa popolazione non vuole ammazzare nessun magistrato?". I boss a conoscenza di notizie riservate. "E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa e non ne parliamo più". Sono le 9.30 del 16 novembre 2013 e il boss mafioso Totò Riina parla con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lo Russo durante l'ora della cosiddetta socialità nel carcere milanese di Opera. I due parlano del pm antimafia Antonino Di Matteo, che rappresenta l'accusa nel processo per la trattativa tra Stato e mafia che vede tra gli imputati proprio il boss corleonese. Mentre Riina dice "organizziamola questa cosa", tira fuori la mano dal cappotto e gesticolando mima il gesto di fare in fretta, come scrivono gli uomini nella Dia nella parte delle intercettazioni depositate questo pomeriggio dai pm nel processo per la trattativa. Riina dimostra di non avere paura di Di Matteo: "Vedi, vedi - dice - si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce...". Poi sul progetto di attentato: "Questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo... Una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari". "Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono", continua Riina con Lorusso. "Questo pubblico ministero di questo processo che mi sta facendo uscire pazzo". Riina nei dialoghi intercettati nel carcere di Opera con il boss Lo Russo è incontenibile: "Se io restavo fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo, al massimo livello. Ormai c'era l'ingranaggio, questo sistema e basta. Minchia, eravamo tutti, tutti mafiosi". Ma Riina, aggiornato in tempo (quasi reale) da Lorusso, apprende della richiesta di testimonianza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al processo sulla trattativa. Lorusso lo informa che le tv rilanciano le dichiarazioni del vice presidente del Csm (Vietti) e di altri politici che ritengono che il capo dello Stato non debba testimoniare. Riina approva: "fanno bene, fanno bene... ci danno una mazzata... ci vuole una mazzata nelle corna... a questo pubblico ministero di Palermo". Al che Lorusso dice: "sono tutti con Napolitano dice che non ci deve andare. Lui è il presidente della Repubblica e non ci deve andare". Riina afferma: "Io penso che qualcosa si è rotto...". E poi i primi (cronologicamente) riferimenti riconducibili al pm Nino Di Matteo: "Di più per questo, per questo signore che era a Caltanissetta, questo che non sa che cosa deve fare prima. E' un disgraziato... minchia è intrigante, minchia, questo vorrebbe mettere a tutti, a tutti, vorrebbe mettere mani... ci mette la parola in bocca a tutti, ma non prende niente, non prende...". In Procura cresce la preoccupazione perché i boss sarebbero a conoscenza di notizie mai pubblicate: il 14 novembre scorso gli inquirenti trascrivono l'ennesima intercettazione captata nel cortile di Opera. Quando la notizia delle minacce di Riina al pm Di Matteo era finita sui giornali, i magistrati decisero di presentarsi in massa in Tribunale per manifestare ai pm del processo per la trattativa tra Stato e mafia la loro solidarietà. Ma la decisione non era stata ancora ufficializzata nè era finita sui giornali o in tv e se n'era parlato soltanto via mail tra pm e poche persone. Così è Lorusso ad avvisare il 14 novembre scorso Riina: "...hanno detto che alla prossima udienza ci saranno tutti i pubblici ministeri all'udienza... saranno presenti tutti". E Riina annuisce: "Ah tutti". Una notizia circolata solo sulla mailing list interna al Palazzo di giustizia. "Mi viene una rabbia - continua Riina - ma perchè questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato? A tutti... ammazzarli, proprio andarci armati e vedere...". Si ingalluzziscono, proprio si ingalluzziscono... perchè c'è la popolazione che li difende, che li aiuta. Quelli però che devono andare a fare la propaganda là, sono quelli che devono andare a fare la propaganda. Hanno lo scopo in testa per uno strumentìo (strumentalizzazione ndr) completamente e le persone sono con loro...". "Quelli si meritavano questo e altro - continua Riina - questo è niente quello che gli feci io! Gli ho fatto, però meritavano. Se ci fosse stato qualche altro avrebbe continuato e non hanno continuato e non hanno intenzione di continuare, nessuno". E il boss corleonese, sempre il 30 ottobre, rivendica le sue gesta e sembra che nessuno in Cosa nostra riesca a seguire le sue orme. Tanto che Lorusso dice: "E così subiscono sempre, così subiscono, subiscono, subiscono e continueranno a subire". Nei dialoghi con Lo Russo c'è anche un accenno alla strage Chinnici: "Quello là salutava e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il procuratore generale di Palermo". Chinnici fu ucciso da un'autobomba il 29 luglio del 1983. Il capomafia si dice deluso da quello che è ritenuto l'attuale capo di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro: "A me dispiace dirlo, questo signor Messina Denaro, questo che fa il latitante, questo si sente di comandare, ma non si interessa di noi. Questo fa i pali della luce - aggiunge riferendosi al business dell'energia eolica in cui Messina Denaro è coinvolto - ci farebbe più figura se se la mettesse in c... la luce".

“Il 1964. Nel gennaio nacque Giovanni, un cherubino, pieno di riccioli e con le guanciotte rotonde. Quando venne al mondo, io ed Elvira eravamo in casa con la vecchia Rosalia. Papà telefonò per avvisarci che il fratellino era nato e, per comunicarci quanto era bello, disse: “Sembra una peschina”. Mamma, per entrare di ruolo, avrebbe dovuto prendere servizio nel febbraio a Cittadella del Capo, Bonifati, in Calabria, provincia di Cosenza, Non c’erano tutele di sorta per la maternità, allora, quindi i miei fecero una scelta difficile: papà rimase a Partanna con Elvira, mentre io andai a Cittadella con mamma e Giovanni. (…) Mamma, Giovanni e io vivevamo al piano terra di una casetta nella parte bassa del paese. Era forse la terza di una strada che portava al mare: al mattino, come prima cosa, aprivo le finestre e annusavo l’aria. Attorno, le altre avevano dei giardini: li curava un omone enorme di nome Dante. Mi intimoriva un po’ – con tutte quelle lame e quegli strumenti strani in mano – , io invece dovevo fargli tenerezza perché, qualche volta, quando scendevo al mare con mamma e il fratellino, tagliava una rosa e me la regalava.” * da Caterina Chinnici E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte: Storia di mio padre, Mondadori.

Non sono tutte belle le storie che seguono le tracce della propria memoria, dei propri affetti. E, soprattutto, se rispondono alla necessità, psicologica, affettiva, di chi le scrive, non tutte hanno una corrispondente, ampia, necessità in chi legge. E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte: Storia di mio padre - quasi una lunga, intima, lettera d’amore d’una figlia al padre - è un libro di ricordi bello e necessario. Che, attraverso le parole della figlia, anche lei magistrato figlia di magistrato, attualmente a capo del Dipartimento Giustizia Minorile, restituisce nella sua dimensione di uomo e giudice Rocco Chinnici, magistrato ucciso il 29 luglio del 1983, alla cui grandezza non ha corrisposto, fino ad ora, adeguata memoria collettiva.

SALVATORE RIINA E GIOVANNI FALCONE

Brusca: «Falcone? La mafia provò ad ucciderlo altre 4 volte prima di Capaci». Il boss condannato ai pm: «Riina ordinò già nell’83 di attentare al giudice, con esplosivo, armi convenzionali, persino una Vespa imbottita di tritolo. A Capaci nessun soggetto esterno a Cosa Nostra è intervenuto», scrive “Il Corriere della Sera”. Nell’attentato contro il giudice Falcone a Capaci «Cosa Nostra decise e Cosa Nostra fece?», «Per me sì»: così il collaboratore di giustizia, il boss sanguinario Giovanni Brusca, ha risposto alle domande dei pm di Caltanissetta nel corso di un’udienza del processo Capaci Bis, questa settimana in trasferta nell’aula bunker di Rebibbia a Roma. «Nessun soggetto estraneo a Cosa Nostra - ha detto Brusca - è mai intervenuto nella fase esecutiva (della strage, ndr) di cui io ero l’unico dominus». «Solo uomini di Cosa Nostra - ha ripetuto Brusca ai giudici - hanno avuto a che fare con la gestione dell’esplosivo, dalle prove di perforazione in montagna alle fasi di travaso del tritolo nei tredici bidoncini allineati nei canali di scolo» lungo il percorso autostradale nella zona di Capaci squarciato dall’esplosione del 23 maggio ‘92 che uccise il giudice Falcone con la moglie, il magistrato Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. «Riina mi disse che parte dell'esplosivo» per la strage di Capaci «proveniva dai picciotti, cioè dai fratelli Graviano: disse che ne aveva tanto che “posso fare la guerra allo Stato”. Quando Riina parlava con me di picciotti, erano loro». È ancora uno dei passaggi della deposizione di Giovanni Brusca. I magistrati della Procura di Caltanissetta, titolari dell'inchiesta Capaci Bis e in particolare il pm Onelio Dodero gli hanno chiesto perché in passato, in precedenti interrogatori, nel 97 e nel '99, non avesse fatto riferimento ad un ruolo dei Graviano nella fornitura di parte dell'esplosivo. Brusca ha risposto che in quelle circostanze si era riferito solo a chi materialmente gli aveva portato l’esplosivo e cioè Salvatore Biondino, autista di Riina. «Io personalmente non ho mai visto Giuseppe Graviano portare l'esplosivo - ha detto Brusca - il resto me lo ha detto Riina e confermo che fu Riina a pronunciare il nome di Graviano». In apertura dell’udienza Brusca ha ricostruito il suo rapporto con Riina, che ha definito «strettissimo, intimissimo. Ero un automa al suo servizio, per tutti gli omicidi che ho fatto». Prima della strage di Capaci ci furono, a partire dal 1983, quattro i progetti di attentato da parte di Cosa Nostra al Giudice Giovanni Falcone, ha detto Brusca, già condannato per la strage di Capaci, oggi nell’aula bunker di Rebibbia. «Nell’83 - ha riferito Brusca - lavorai al pedinamento di Falcone, che veniva seguito quando usciva di casa e andava al tribunale e si progettò anche di imbottire un vespino di tritolo per farlo esplodere. Poi ho saputo, nell’87, di un progetto per colpire Falcone ed era stato preparato un bazooka che fu trovato in campagna, come mi raccontò Di Maggio, ma il progetto non fu portato a termine. Poi ci fu l’Addaura e quindi l’ipotesi di poterlo uccidere a Roma nel 1991, utilizzando però armi convenzionali». In sostanza Brusca ha confermato che pressoché contemporaneamente si progettava un attentato a Falcone a Palermo con l’uso di esplosivo e a Roma con armi convenzionali. «Riina - ha detto Brusca - aveva una frenesia perché voleva portare a termine un attentato o a Roma o a Palermo». Brusca ha poi ricostruito le fasi che seguirono alle sentenze di appello per il maxiprocesso alla Mafia, alle pressioni perché in Cassazione il processo fosse assegnato al giudice Carnevale.

Un attentato terroristico, ideato secondo gli schemi della vecchia «strategia della tensione» e realizzato ispirandosi alle azioni dei narcotrafficanti colombiani. È l'ultima ipotesi giudiziaria sulla strage di Capaci messa nero su bianco dal giudice che se n'è occupato nella tranche d'inchiesta ancora aperta, scrive Giovanni Bianconi su “Il Corriere della Sera”. Il pomeriggio del 23 maggio 1992, un tratto dell'autostrada fra Palermo e l'aeroporto di Punta Raisi saltò in aria investendo il corteo di macchine che accompagnava in città Giovanni Falcone. Con il giudice antimafia morirono sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Per quella mattanza, il mese scorso, il giudice delle indagini preliminari di Caltanissetta Francesco Lauricella ha firmato otto ordini di arresto, su richiesta della Procura, per altrettanti nuovi indagati. Tutti accusati di strage con l'aggravante dei «fini terroristici». Ma il regista dell'attentato resta il «capo dei capi» Totò Riina. E nelle motivazioni del suo provvedimento il giudice s'è lasciato andare ad ardite ipotesi dietro la scelta di utilizzare 500 chili di tritolo per eliminare Giovanni Falcone, invece dei già programmati colpi di rivoltella per le strade di Roma. Il magistrato cita una strage di poliziotti avvenuta nell'aprile del 1990 a Medellìn, realizzata con «una potente autobomba esplosa al momento del passaggio di una pattuglia delle forze speciali antinarcotici»; nello stesso periodo in Colombia esplosero «ben 18 bombe che provocarono 93 morti e 40 feriti». Avvenimenti clamorosi che, sostiene oggi il giudice, «ben poterono risvegliare nella "mente pensante" di Cosa nostra siciliana, ovvero in Totò Riina, l'idea di abbracciare la tecnica che del resto Cosa nostra aveva già utilizzato». Nell'83 e nell'85 la mafia imbottì due autobombe per colpire i giudici Rocco Chinnici e Carlo Palermo, e secondo il magistrato «furono probabilmente proprio i gravi fatti dinamitardi internazionali, e non secondariamente gli accadimenti della guerra civile in Libano negli anni Ottanta, a influenzare il vertice di Cosa nostra nella decisione di introdurre anche in Sicilia la tecnica dinamitarda». Del resto, aggiunge, i pentiti hanno raccontato che nel 1989, progettando l'attentato a Falcone nella villa dell'Addaura, «prima di optare per l'esplosivo si verificò la strada dell'utilizzo di razzi katiusha installati su un furgone», secondo una tecnica «tipica della lotta tra Libano e Israele». Il giudice Lauricella ritiene che la strage di Capaci e quella di Medellìn dell'aprile '90 presentino «varie analogie», e conclude: «Il ricordo dell'eco dei fatti colombiani, cui la stampa siciliana non può non aver dato risalto, deve ritenersi un probabile fattore scatenante del revirement (improvviso mutamento, ndr ) riiniano e della più recente opzione per la tattica dell'esplosivo». Quanto ai paragoni con le stragi consumate in Italia tra il '69 e il '74, con le appendici di Bologna nel 1980 e del treno rapido 904 nel 1984, lo stesso magistrato ritiene che Riina abbia attinto a quelle vicende per «instaurare una strategia della tensione in modo da sfoderare i muscoli della potenza mafiosa, così da porla in stretto rapporto di confronto con lo Stato». In sostanza, anche il gip di Caltanissetta aderisce all'idea che la bomba di Capaci costituì la premessa per la trattativa fra i boss e le istituzioni, instaurata «per il raggiungimento dei punti dettagliati nel cosiddetto "papello" presentato da Cosa nostra allo Stato». Tuttavia, nell'accostare il terrorismo mafioso a quello di matrice politica, il giudice mette in luce una differenza fondamentale: «Mentre per il terrorismo il fine ultimo è quello dell'antistatalismo, al contrario per la mafia il fine ultimo è quello di uno "statalismo di comodo"... Sembra paradossale, ma la mafia, per potere operare, abbisogna di un apparato statale efficiente ma accondiscendente. La mafia, infatti, si giova dei meccanismi organizzativo-istituzionali efficienti, a patto però di poterli condizionare».

Il pentito Brusca: prima della strage di Capaci altri quattro piani per uccidere Falcone, scrive invece “la Repubblica”. Lunga deposizione via video al processo bis per l'attentato del 23 maggio 1992: "Il dominus ero io. Il giudice era un ostacolo per Cosa nostra. Progetti per assassinarlo già dopo l'autobomba contro Rocco Chinnici nell'83. La sua morte fu decisa ed eseguita solo dai clan". "Sulla strage di Capaci il dominus ero io". Così il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, parlando della fase di preparazione dell'attentato dell'autostrada Palermo-Mazara del Vallo in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta. Il pentito ha deposto in collegamento video con l'aula bunker del carcere di Rebibbia nel secondo processo per l'attentato del 23 maggio del 1992 alla Corte di Assise di Caltanissetta. Il racconto si è soffermato sulla preparazione dell'esplosivo che si svolse in parte "nella villetta di Antonino Troia" in cui "non c'erano persone estranee a Cosa nostra". Brusca ha poi riferito di aver effettuato anche diversi sopralluoghi nel cunicolo sottostante all'autostrada in cui venne sistemato il tritolo per la strage: "Una sera abbiamo anche attraversato a piedi l'autostrada - ha raccontato - per andare dall'altra parte e controllare se c'era il rischio che qualcuno avrebbe potuto scoprire l'esplosivo". "Subito dopo la sentenza del maxiprocesso, Cosa nostra decise di fare pulizia. A lamentarsi per gli ergastoli che vennero inflitti non furono solo alcuni condannati ma anche Totò Riina, il quale prima di prendere qualsiasi decisione voleva attendere l'esito della Cassazione. Tuttavia, già nell'87 era stato deciso di eliminare sia Falcone che Paolo Borsellino, poi ucciso il 19 luglio sempre del '92. Falcone era considerato un ostacolo per Cosa nostra. Indagava e scopriva troppe cose". "In occasione del maxiprocesso, volevamo l'assoluzione di tutti. Volevamo l'immunità, ma - ha aggiunto - C'era già sentore che le cose, non sarebbero andate per il verso giusto. Non era stata trovata nessuna via per raggiungere uno dei componenti della Corte. Le sensazioni vennero poi confermate dalla sentenza". L'ex boss di San Giuseppe Jato, si è poi soffermato sulle riunioni della commissione di Cosa nostra svoltisi agli inizi degli anni '90: Sono certo di aver preso parte a tre riunioni plenarie della Commissione, svoltisi fra il '90 ed il '91. Ho partecipato alla riunione degli auguri di Natale, a quella sulla spartizione dei lavori pubblici e quella sull'assalto ai tir. Nel febbraio del 92, nel corso di un'altra riunione, venne ribadita, ancora una volta, la decisione di eliminare Falcone. Io - ha detto Brusca - in quell'occasione presi coscienza di essere entrato nelle grazie di Riina perchè dovevo essere fra coloro che dovevano uccidere Falcone. Fu proprio nelle riunioni ristrette, e fra queste c'è anche quella del febbraio del '92 - ha sottolineato il teste rispondendo ad una domanda dell'avvocato Flavio Sinatra - che si iniziarono a fare anche i nomi di alcuni politici che dovevano essere eliminati". Brusca ha anche ribadito di non sapere nulla dell'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto nell'agosto del '91. Al di là dello stretto di Messina - ha spiegato l'ex boss - ognuno può fare quello che vuole". "Nessun soggetto estraneo a Cosa Nostra è mai intervenuto nella fase esecutiva dell'attentato al giudice Giovanni Falcone. Per la strage di Capaci io ero l'unico 'dominus'. Tutto passava sotto la mia osservazione" ha poi aggiunto, "solo Cosa Nostra - ha ripetuto l'ex boss di San Giuseppe Jato - ebbe a che fare con la gestione e la preparazione dell'esplosivo, dalle prove di perforazione in montagna alle fasi di travaso del tritolo nei tredici bidoncini collocati nel canale di scolo dell'autostrada a Capaci". Brusca era colui che azionò il telecomando che fece saltare l'esplosivo al passaggio delle auto che trasportavano Falcone e la moglie: "Assieme ad Antonino Gioè - ha riferito ancora Brusca - ero appostato sulla montagna aspettando che passasse il corteo delle auto di scorta. Ad un certo punto Gioè, che aveva il binocolo, mi disse vai. Io non schiacciai il bottone e non lo feci per ben tre volte. C'era qualcosa che mi diceva di non farlo. Poi azionai il telecomando". Brusca ha, quindi, ribadito che la mafia decise di uccidere Falcone all'indomani delle morte del giudice Rocco Chinnici: "La decisione era stata presa a suo tempo e per me era quella definitiva. Soltanto nel '92 ci fu modo di portare a termine l'operazione".  Tra il 1983 e il 1991, dunque prima di Capaci, Cosa Nostra coltivò almeno quattro progetti finalizzati a uccidere Giovanni Falcone.  "All'indomani dell'omicidio del giudice Rocco Chinnici nell'83, su incarico di Riina, che per me era come un secondo padre, mi attivai personalmente per pedinare Falcone e studiare le sue abitudini e i suoi orari. Pensammo di far esplodere un 'vespino' imbottito di tritolo. Poi non se ne fece più niente". Nel 1987, ha riferito ancora Brusca, "Cosa Nostra seppe che Falcone frequentava a Palermo una piscina. Baldassare Di Maggio mi disse che era stato preparato un bazooka e che erano state fatte delle prove in montagna". Nel giugno dell'89, poi, ci fu il fallito attentato all'Addaura e nell'estate del '91 si fece largo l'ipotesi di uccidere Falcone a Roma: "Sapevamo che frequentava il ristorante 'Sora Lella' e che girava normalmente. Era il periodo in cui il maxi processo era approdato in Cassazione anche se sapevamo che l'esito sarebbe stato per noi negativo perchè il fascicolo non sarebbe più stato assegnato al presidente di sezione Corrado Carnevale, come invece aveva sperato Riina". Dopo l'omicidio di Salvo Lima (marzo 1992) "entrai a pieno titolo - ha detto ancora il pentito - nei preparativi per l'omicidio Falcone. Riina mi disse che nel progetto era coinvolta una squadra a Roma pronta a usare armi convenzionali per l'attentato e un'altra, attiva a Palermo, che avrebbe lavorato sull'utilizzo di un esplosivo da azionare distanza. Riina - ha ribadito Brusca - era frenetico. Voleva portare a termine questo attentato a tutti i costi. Spingeva perchè venisse fatto a Palermo mentre Bernardo Provenzano avrebbe preferito che l'attentato a Falcone venisse fatto a Roma per non esporre troppo Cosa Nostra".

Tirato fuori dopo decenni, giovedì 31 ottobre 2013 il documento che denuncia la collusione dello Stato con le organizzazioni mafiose. In data 31 Ottobre il Parlamento ha fatto ciò che non ha mai voluto fare in passato, scrive “News You-ng”. Tutti i governi, di destra e di sinistra, dal 1997 in poi non hanno mai tolto il segreto di stato posto 16 anni fa sul verbale di 63 pagine concernente le dichiarazioni e le prove che il boss mafioso Carmine Schiavone, appartenente alla “Cosa Nostra Campana” (cioè il clan dei casalesi), ha consegnato ai giudici e ai parlamentari presenti nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Il boss noto come il “cugino di Sandokan“, non solo ha indicato tutti i siti in cui sono stati intombati i rifiuti, ma ha anche sottolineato più e più volte che quei rifiuti prima o poi “uccideranno tutta la povera gente“. In un’intervista di venerdì scorso a Le Iene (in onda su Italia Uno), Schiavone descrive con disprezzo la reazione del governo, dell’amministrazione locale e di tutti coloro che avrebbero dovuto predisporre le bonifiche dicendo: “Mi sono sentito dire che non hanno i soldi, in nome dei soldi lasciano che tutta questa gente muoia…”. “Da che pulpito viene la predica” verrebbe da dire, anche perché a sotterrare quei rifiuti è stata proprio la Cosa Nostra Campana che lucra maggiormente col traffico di droga e il traffico dei rifiuti tossici e nucleari e che oggi potrebbe voler lucrare sulle bonifiche. Ma Carmine Schiavone non ci sta a queste dietrologie, lui dice che si è pentito “per un fatto di coscienza”, una coscienza che dovrebbe pesargli tanto dopo aver ucciso con le sue stesse mani di “50 o 70 persone”. Non riesce nemmeno a contarle ma afferma che “però erano tutti colpevoli perché appartenevano ai clan avversari“. Una personalità davvero sui generis quella del boss pentito, che però consegna nomi, cognomi e numeri di targa anche dei camionisti e delle ditte di trasporti che si sono occupati nella propria vita del trasporto di rifiuti. Almeno quelli che conosce lui, uno dei massimi esponenti della mafia casertana. Perché di mafia si tratta, Schiavone ci tiene a precisare che il clan dei casalesi non è “Camorra” come Saviano ha tentato di insegnarci, ma “Mafia” affiliata a quella siciliana di cui parla anche con un certo disprezzo. Infatti quando il giornalista gli chiede: “Ma chi ha ucciso il giudice Giovanni Falcone?”, Schiavone risponde pesando molto bene le parole: “Materialmente chi può essere, solo quell’ignorante di Riina o quel pecoraio di Provenzano. I giudici si corrompono, non si ammazzano, non si fa un allarme sociale di questo genere, solo che loro non volevano essere corrotti e allora li hanno uccisi”. Fubini continua: “Ma allora chi li ha uccisi?” e Schiavone risponde: “Loro materialmente, ma gli ha detto di ammazzarli?”. Il giornalista incalza: “Chi?”. A quel punto Schiavone dice una cosa che fa rabbrividire: “Vuoi che ci prendiamo una denuncia per calunnia io e te o vuoi essere ammazzato da qualcuno qui fuori? Ma tu che pensi: i segreti di Stato… lo sai quanti ce ne stanno sepolti?”. Ha consegnato allo Stato particolari scottanti che valgono molto, ma ha consegnato anche 2500 miliardi di beni e ha fatto arrestare 1500 persone, ha fatto condannare persone per centinaia e centinaia di anni di galera ed è grazie a lui se son stati sentenziati un centinaio di ergastoli. In pratica Schiavone si vanta di aver distrutto la Mafia “sia a livello internazionale, sia nazionale”. Lui in compenso però si è fatto 10 anni e mezzo e basta, perché è un pentito. Carmine Schiavone è quello che non si stupisce della Trattativa Stato Mafia, infatti ha detto che “la Mafia fa parte dello Stato”, solo che è un braccio nascosto di questo sistema. Non c’è da stupirsi insomma, soprattutto quando si parla di continuità o di trattativa tra Stato e Mafia. Non c’è niente da stupirsi soprattutto se lo Stato sapeva che sarebbero morti tutti con i rifiuti nucleari sepolti, intombati sotto la falda acquifera. Sarebbe bastato che si abbassasse la falda acquifera per portare i danni di questi rifiuti a decine e decine di chilometri di distanza. Il bacino imbrifero si reticola per chilometri. Per dare l’idea di quanto sia pericoloso porre dei rifiuti vicino alla falda acquifera, facciamo l’esempio dell’Irpinia che oggi combatte contro le compagnie petrolifere che vorrebbero trivellare per l’estrazione di petrolio. Premesso che le trivellazioni provocano terremoti come hanno sostenuto in questi anni molti scienziati e premesso che gli acidi perforanti sono composti da sostanze altamente tossiche di cui non si conosce la composizione perché coperte dal segreto industriale, è stato stimato che l’inquinamento delle falde acquifere in Irpinia potrebbe portare danni fino a Reggio Calabria. Ma in Campania l’inquinamento delle falde acquifere interessa moltissimi siti: da Pianura ad Acerra, da Caserta a Somma Vesuviana, da Terzigno a tutta l’area Nord della città partenopea, dall’agro nolano ad Orta di Atella dove si è formato un vero e proprio lago grazie ai barili chimici discioltisi nelle acque sotterranee. Con quelle stesse acque gli agricoltori innaffiano pomodori e peperoni e tutte le colture dei vari vegetali che arrivano sulle tavole locali ma che vengono appaltate anche da prestigiose aziende dell’agroalimentare e quindi distribuite in tutta Italia e, in alcuni casi, anche in Europa. Una popolazione ingannata quindi non solo dalla Mafia e dalla Camorra, ma anche dallo Stato. Servivano davvero 16 anni per desecretare queste 63 pagine? Ed ora che sono state rese note cosa ne sarà del registro tumori il cui finanziamento fu bloccato nel settembre 2012 proprio dal governo monti che impugnava la legge regionale del 19 Luglio dello stesso anno in cui la giunta Caldoro (PDL) disponeva il finanziamento del registro per 1,5 milioni? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle dichiarazioni. Sapeva tutto sulla sua città natale, Napoli. Come poteva non sapere delle dichiarazioni rilasciate alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti? Oggi che le dichiarazioni sono state desecretate dopo ben 16 anni, si sono espressi tutti su questo piccolo ma significante particolare. Le dichiarazioni più addolorate sono quelle di Antonio Marfella, Presidente dell’Isde Medici per l’Ambiente, il quale si è sfogato su Facebook con queste parole: “Scoprire che Giorgio Napolitano era il Ministro dell’interno all’epoca delle dichiarazioni secretate di Schiavone è una notizia che mi dà un dolore profondo, insopportabile, veramente una pugnalata in petto. Ve lo giuro. Non me lo aspettavo….”. Lo stesso Giorgio Napolitano chiamato a testimoniare per il processo sulla Trattativa Stato Mafia, lo stesso Giorgio Napolitano per cui venne ordinata la “distruzione dei nastri delle intercettazioni usate come prove per la Trattativa”. Perchè una simile disposizione? Cosa c’era in quei nastri?  “Per le bonifiche non ci sono soldi” dicono le amministrazioni locali, ma quando questi soldi usciranno l’unica speranza è che non vadano a quei criminali che hanno ucciso decine e decine di migliaia di persone in questi 30 anni di avvelenamento.

SALVATORE RIINA E PAOLO BORSELLINO.

Riina: "Borsellino era intercettato". Il Capo dei capi parla in carcere: "Sapevamo doveva andare perché le ha detto 'domani mamma vengo'", scrive “La Repubblica”. Riina e il boss Lorusso ripresi in carcere Cosa nostra teneva sotto controllo il telefono del giudice Paolo Borsellino o dei suoi familiari. E' lo stesso Totò Riina, in una conversazione intercettata, a rivelarlo a un compagno di carcere. "Sapevamo che doveva andare là perché lui gli ha detto: 'domani mamma vengo'", racconta il boss, riferendo le parole dette dal magistrato alla madre. "Questa del campanello però è un fenomeno...Questa una volta il Signore l'ha fatta e poi basta. Arriva, suona e scoppia tutto". E' un pezzo della conversazione intercettata in cui il boss Totò Riina, racconta all'uomo con cui trascorre l'ora d'aria in carcere, Alberto Lorusso, che a innescare l'esplosione che uccise Paolo Borsellino fu lo stesso magistrato, suonando al citofono in cui era stato piazzato un telecomando. La conversazione - il cui contenuto era noto, ma non il testo - è stata depositata al processo sulla "trattativa". "Il fatto che è collegato là è un colpo geniale proprio. Perché siccome là era difficile stare sul posto per attivarla... Ma lui l'attiva lo stesso", commenta Lorusso il 29 agosto del 2013. Il boss detenuto racconta di avere cercato di uccidere Borsellino per anni. "Una vita ci ho combattuto - dice - una vita... Là a Marsala (il magistrato lavorava a Marsala ndr)".  "Ma chi glielo dice a lui di andare a suonare?" si chiede Riina. "Ma lui perché non si fa dare le chiavi da sua madre e apre", aggiunge confermando che a innescare l'esplosione sarebbe stato il telecomando piazzato nel citofono dello stabile della madre del magistrato in via D'Amelio. "Minchia - racconta - lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. E' troppo forte questa". Secondo gli inquirenti Cosa nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell'autobomba, l'impulso che avrebbe innescato l'esplosione. La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l'attentato al rapido 904 per cui Riina è stato recentemente rinviato a giudizio come mandante. Questo genere di innesco si renderebbe necessario quando è pericoloso o impossibile per chi deve agire restare nei pressi del luogo dell'esplosione.

L'ultima rivelazione di Riina: "Telecomando nel citofono" Borsellino azionò la sua bomba. Il capomafia ha fatto nuove confidenze al compagno di socialità. I pm di Caltanissetta indagano sul misterioso tecnico che il pentito Spatuzza dice di aver visto il giorno prima dell'attentato. E dai vecchi atti dell'inchiesta salta fuori una relazione di servizio: una telefonata anonima al 113 aveva annunciato la strage, due ore prima, scrive Salvo Palazzolo su “La Repubblica”. Totò Riina, in carcere dal gennaio 1993 Sono una continua sorpresa i dialoghi di Totò Riina con il suo compagno di ora d'aria, il boss pugliese Alberto Lorusso: gli investigatori della Dia stanno finendo di trascrivere le intercettazioni proprio in questi giorni. A novembre, il capo di Cosa nostra è tornato a parlare delle stragi e al suo interlocutore ha raccontato un retroscena del tutto inedito sulla bomba che il 19 luglio 1992 scoppiò in via d'Amelio, a Palermo: Riina spiega che il telecomando della carica era stato sistemato nel citofono del palazzo dove abitava la madre del procuratore Borsellino. Il capomafia ha un tono compiaciuto quando descrive la scena a Lorusso. Paolo Borsellino, citofonando alla madre, avrebbe azionato la bomba piazzata dentro la Fiat 126, la bomba che non lasciò scampo al magistrato e ai cinque poliziotti della scorta. Quest'ultima sconvolgente verità è adesso all'esame del pool coordinato dal procuratore Sergio Lari, che in questi anni non ha mai smesso di cercare la verità sui misteri di via d'Amelio. I pm di Caltanissetta stanno ripercorrendo con attenzione le parole di Totò Riina, perché ancora oggi c'è un grande mistero attorno al telecomando che attivò l'ordigno della strage di luglio. Neanche gli ultimi due pentiti di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno saputo dire chi avesse in mano il congegno elettronico. Forse, perché è proprio come dice Riina? Forse, per davvero, nessun mafioso azionò il telecomando? Tranchina ha spiegato che a metà luglio, il suo capomafia, Giuseppe Graviano, cercava un appartamento in via d'Amelio: "Poi, dopo alcuni sopralluoghi, mi disse che si sarebbe accomodato nel giardino. Dopo la strage, si limitò a commentare: "Na spurugghiammu". Ci siamo riusciti. Ma Tranchina non ha mai visto un telecomando in mano a Giuseppe Graviano, che invece, dal giardino dietro via d'Amelio, potrebbe avere attivato il congegno di cui adesso parla Riina, nel citofono del condominio a poca distanza. Misteri su misteri. Ma troppo tempo è trascorso, e oggi è impossibile verificare cosa ci fosse per davvero dentro quel citofono. Però, se Riina dice la verità doveva essere opera di una mano molto esperta, chissà forse la stessa che Spatuzza vide in azione il giorno prima della strage, quando la 126 fu imbottita di esplosivo in un garage di via Villasevaglios, a un paio di chilometri da via d'Amelio. Il pentito ha detto di non sapere chi fosse quell'uomo che si aggirava attorno all'autobomba. Però, adesso, si può ipotizzare che fosse un esperto elettronico. E non era un appartenente a Cosa nostra, precisa Spatuzza. Una cosa, invece, è certa. Alle 14,35 di quel 19 luglio 1992, una voce maschile annunciò al 113: "Tra mezz'ora esploderà una bomba sotto di voi". Lo dice una relazione di servizio che l'agente di turno stilò qualche ora dopo l'eccidio di via d'Amelio. Scrisse: "Tanto si riferisce per doverosa notizia. Della telefonata veniva informato il funzionario di turno alla squadra mobile, dottor Soluri". L'agente Giuseppina Candore firmò e inviò la relazione di servizio al "Signor dirigente la squadra mobile" e al "Signor dirigente l'ufficio prevenzione generale". Repubblica ha ritrovato quel documento, è l'allegato 66 del primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage. A margine, qualcuno fece un'annotazione: "Squadra mobile, sequestrare nastro". Ma di quel nastro oggi non c'è traccia.  E senza la voce dell'anonimo sarà impossibile fare ulteriori accertamenti su quest'altro importante tassello della verità che ancora non c'è.

Via D’Amelio, Riina intercettato: “Il telecomando era nel citofono”. Dalle conversazioni del boss in carcere emergono nuovi dettagli sulla morte di Paolo Borsellino: «Fu il giudice stesso ad innescare la bomba che lo uccise», scrive “La Stampa”. Un nemico come lui lo Stato non l’avrà mai più. Totò Riina torna a vantarsi delle proprie gesta stragiste svelando, stavolta, un particolare inedito sull’attentato di via D’Amelio. «Avemmo un colpo di genio», dice ad Alberto Lorusso, criminale pugliese che col capomafia di Corleone ha condiviso per mesi l’ora d’aria nel carcere milanese di Opera. E racconta di come i mafiosi avrebbero piazzato nel citofono del palazzo della madre del giudice Paolo Borsellino il telecomando usato per azionare l’autobomba imbottita di tritolo, usata per far saltare in aria il magistrato e gli agenti della scorta. Una rivelazione che ha scioccato gli investigatori che da mesi continuano a riascoltare le conversazioni intercettate dei due detenuti. La registrazione del dialogo è stata trasmessa dalla Procura di Palermo ai colleghi di Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sulla strage di via D’Amelio. Nel dialogo Riina, oltre a riaffermare il suo ruolo di capo assoluto dei clan, si attribuisce il «merito» dell’organizzazione tecnica di un attentato difficile, che però non poteva fallire. E a Lorusso, come sempre pronto ad ascoltarlo con attenzione, racconta di come riuscirono a superare gli ostacoli tecnici che si presentavano. I boss avrebbero piazzato nel citofono del palazzo di via D’Amelio una piccolissima trasmittente che doveva essere attivata da lontano e dare l’impulso a una ricevente piazzata vicino all’ordigno e in grado di fare scattare il detonatore. Così quando il commando fu sicuro che il bersaglio era sul posto, che Borsellino dunque, era arrivato sotto casa della madre e stava dirigendosi al portone per suonare, qualcuno - Riina non dice chi - avrebbe azionato il congegno. La conversazione e il racconto del capomafia non sono chiarissimi: gli inquirenti stanno cercando di capire con esattezza i passaggi tecnici spiegati dal boss. Sulla serietà della pista gli investigatori sembrano cauti. Per alcuni la rivelazione aprirebbe scenari nuovi sull’eccidio, confermando che dietro la strage c’era un personaggio esterno a Cosa nostra - di una figura misteriosa parla anche il pentito Gaspare Spatuzza - e dotato di notevoli competenze tecniche. Inoltre la versione del padrino di Corleone farebbe rileggere sotto un’altra luce l’attività di manutenzione a cui venne sottoposto il citofono dello stabile di via D’Amelio prima dell’attentato. Ma la storia di Riina non convincerebbe tutti: per alcuni investigatori si tratterebbe dell’ennesimo sproloquio di un boss ormai ultraottantenne in preda a manie di grandezza e pronto a raccontare al compagno di socialità anche cose lontane dal vero. Una interpretazione che sminuirebbe complessivamente la portata delle parole del capomafia e delle minacce da lui lanciate durante i colloqui con Lorusso. Il padrino si dice pronto a organizzare un nuovo attentato in grande stile ai danni dei magistrati. «Facciamolo grosso», dice Riina alludendo a un gesto eclatante che avrebbe dovuto colpire il pm palermitano Nino Di Matteo a cui si doveva far fare «la fine del tonno» come a Falcone. Sta agli inquirenti verificare la versione di Riina e la sua compatibilità con verità ormai accertate processualmente, come quella raccontata dal pentito Fabio Tranchina, il picciotto incaricato dal boss Giuseppe Graviano di comprare i telecomandi usati per la strage. Il collaboratore ha indicato nel boss di Brancaccio l’uomo che, nascosto in un giardino vicino al palazzo della madre di Borsellino, azionò i congegni che fecero saltare in aria la 126 col tritolo.  

Sarebbe stato Paolo Borsellino stesso ad azionare il telecomando dell'ordigno che l'ha ucciso il 19 luglio del '92, scrive “Il Corriere della Sera”. È quanto avrebbe rivelato Totò Riina nell'ennesima confidenza rilasciata al suo compagno di cella Alberto Lorusso durante l'ora d'aria, in una delle conversazioni intercettate dalla Dia ed ora all'esame degli investigatori coordinati dal pool di pm di Caltanissetta che continua a indagare sui misteri legati alla strage di via D'Amelio. La vicenda è riportata stamane dall'edizione online di Repubblica Palermo. La confidenza di Riina risalirebbe a novembre scorso. Il padrino di Corleone avrebbe raccontato al suo interlocutore che il telecomando della carica era stato sistemato nel citofono del palazzo dove abitava la madre del procuratore Borsellino. Il giudice, citofonando alla madre, avrebbe dunque azionato la bomba piazzata dentro la Fiat 126, che lo uccise insieme ai cinque poliziotti della sua scorta. I pm di Caltanissetta stanno esaminando le parole di Riina perché ancora oggi c'è un grande mistero attorno al telecomando che attivò l'ordigno della strage di luglio. Neanche i pentiti di Cosa nostra ascoltati dai pm di Caltanissetta hanno saputo dire chi avesse in mano il congegno elettronico.

Quando ho sentito alla televisione che il generale Dalla Chiesa era stato promosso prefetto di Palermo per distruggere la mafia ho detto: “prepariamoci”, scrive “Il Corriere della Sera”. Mettiamo tutti i ferramenti a posto, tutte le cose pronte per dargli il benvenuto». Lo racconta il boss Totò Riina al capomafia pugliese Alberto Lorusso nella conversazione intercettata all’interno del carcere di Opera. «Lui - aggiunge - gli sembrava che veniva a trovare qua i terroristi. Gli ho detto: ‘qua il culo glielo facciamo a cappello di pretè». Parla anche di Falcone e della strage di Capaci e della scelta del magistrato di mettersi al posto di guida, mentre l’autista fu l’unico a salvarsi. «Meno male che lui si è voluto mettere là al posto dell’autista, se no si salvava, disgraziato. Una trovata migliore l’ha potuta trovare lui solo» afferma Riina. I dialoghi sono stati depositati agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. Quindi gli apprezzamenti su Andreotti. «Quello è stato una persona seria, a livello mondiale. Figlio di put..., che persona seria, eh? Chiesa e casa, casa e chiesa. Questo qua era un burattinaio, che cavolo di burattinaio...». Quindi aggiunge: «Ce l’hanno con Andreotti perché era un cornuto Andreotti, era ‘ngagghiatu (ammanigliato ndr) bbuono era...- dice poi Riina a Lorusso - Lui non era ‘ngagghiatu con nessuno, neanche con sua moglie ngagghiò». E Lorusso: «Quello era proprio intelligente e conosceva l’esperienza regionale». E del famoso bacio tra Andreotti e lo stesso Riina, mai confermato da alcuna sentenza, ma raccontata da un pentito. Riina scherza: «si è andato a baciare con Andreotti, sono andato a baciarlo io». Racconta Salvatore Riina: "Balduccio Di Maggio dice che mi ha accompagnato lui e mi sono baciato con Andreotti. Pa... pa... pa". Il capo di Cosa scuote le mani mentre passeggia sorridente nel cortile del carcere milanese di Opera, come a far capire: tutte palle. Non ci fu alcun bacio, sostiene. Poi, cambia tono di voce e sussurra la sua verità: "Però con la scorta mi sono incontrato con lui". E Lorusso: «Perché questi poi enfatizzano nelle loro cose, inventano...». Riina: «Miii, questo Andreotti ha potuto dire... questo è il più malandrino che c’è in Sicilia, questo vedete che ci mette mano». E ride. «Minchia, ma si spirigghiò il processo da solo (si è risolto il processo da solo ndr)». Quindi sull’ex Procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli che definisce: «quel disonorato». «L’ha organizzato a modo suo (il processo ndr) l’ha fatto su misura».

Parla del passato e parla del presente, Salvatore Riina, nel chiuso del cortile del carcere milanese di Opera, scrive “Il Corriere della Sera”. Ad agosto come a novembre, col caldo a 40 gradi o incappottato, con uno zuccotto in testa per proteggersi dal freddo. Dieci passi e dietrofront, dieci passi e dietrofront al fianco del detenuto pugliese Alberto Lorusso, che diventa il depositario (e a tratti persino l’istigatore) degli sfoghi e dei propositi di morte del boss corleonese col vizio delle stragi. Quelle che ha organizzato da uomo libero, negli anni Ottanta e inizio Novanta, e quelle che medita da ergastolano recluso al «41 bis». Con un obiettivo fisso: i magistrati. Ieri Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; oggi Nino Di Matteo e gli altri pm antimafia. E quasi si lamenta, Riina, che gli italiani non condividano i suoi propositi: «Mi viene una rabbia a me... ma perché questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato?». Ma c’è anche un passaggio sull’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, del quale il boss e il suo interlocutore parlano la mattina del 6 agosto, pochi giorni dopo la condanna definitiva in Cassazione. «Noi su Berlusconi abbiamo un diritto - dice Riina - sapete quando? Quando siamo fuori lo ammazziamo... Non l’ammazziamo, però. Perché noi stessi non abbiamo il coraggio di prenderci il diritto... Io lo dico con la rabbia del cuore... Io faccio il malavitoso e basta». Nelle registrazioni dei colloqui con il compagno di ora d’aria (ora trasferito in un altro carcere, che gli inquirenti palermitani sospettano possa ricevere e mandare informazioni all’esterno e addirittura conoscere notizie interne alla Procura mai uscite sui giornali) il «capo dei capi» di Cosa nostra esplicita i suoi progetti di strage, chissà quanto realizzabili. Dai ricordi del passato, invece, emerge un uomo che si vanta di aver colpito gli obiettivi più importanti e più protetti; come se - davanti al piccolo criminale pugliese - recitasse la parte del grande boss che, anche dopo vent’anni di carcere duro, si piega ma non si spezza. E rivendica quasi con orgoglio quegli attentati, senza risparmiare disprezzo per le vittime. La strage di Capaci in cui morirono Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta, per Riina fu «una mangiata di pasta», una scorpacciata di cui racconta con soddisfazione: «Era imprevedibile, disgraziato... (...) Perciò quando ci siamo messi appresso alla macchina che parte, ci siamo andati appresso... lo seguivamo... (...) Il suo cervello ci ha portato il nostro alla pari... Fu una mangiata di pasta... Poi dice: come avete fatto? Come facevate? Niente, semplice!... (...) È andato a vedere la mattanza dei tonni. E meschino, è morto per andare a vedere la mattanza». Il boss ricorda i minuti di apprensione davanti alle prime notizie trasmesse dalla tv: «Sono feriti lui, la moglie. Minchia, feriti, porca madosca. Nel mentre il telegiornale: è morto Falcone, la moglie... (ride)». Con Borsellino, due mesi più tardi, vollero andare sul sicuro: «Domenica deve andare da sua madre... ah, gli ho detto, allora preparati, aspettiamolo lì... Devono essere tutte le cose pronte... logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettetegli qualche cento chili in più». Sul consigliere istruttore Rocco Chinnici, saltato in aria con un’autobomba fatta esplodere mentre usciva di casa, la mattina del 29 luglio 1983, Riina fa ironia: «Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia!... Per un paio d’anni mi sono divertito, sono stato grande... Minchia che gli ho combinato... Se io restavo sempre fuori, continuavo a fare un macello, al massimo livello...». In un’altra conversazione il boss ride ricordando che «quello scappava, volava subito in aria», e poi aggiunge: «Se ne è salito sul tetto. Ma che volete, allora ancora ne volete? Io vorrei incominciare di nuovo». E continua a ridere. A sentire lui, il capomafia ripartirebbe da Nino Di Matteo, il pubblico ministero che più di ogni altro s’è dedicato all’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, il processo che «fa uscire pazzo» Riina, come ammette lo stesso boss. Che torna a parlare della mattanza dei tonni: «Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono... Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina... Minchia ho una rabbia... Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni». Il nome del pm viene fuori riferito alle polemiche seguite alla citazione come testimone del capo dello Stato («Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblica»), a cui Riina immagina di fargli fare la fine del procuratore Scaglione, assassinato nel 1971: «A questo ci finisce lo stesso». Il problema pare quello di trovare qualcuno fuori dal carcere che si muova. Ma Matteo Messina Denaro, il «padrino» stragista ancora in libertà, sembra pensare ad altro; per esempio gli investimenti nell’energia alternative e nelle pale eoliche. «A me dispiace dirlo - commenta il Corleonese -, questo signor Messina che fa il latitante, che fa questi pali (...) Questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, per prendere soldi, ma non si interessa di... (...) E a noi ci tengono sempre in galera. Però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare... Io ho fatto il mio dovere, ma continuate, continuate. Qualcuno, non dico magari tutti, ma qualcuno, divertitevi...». Invece non succede niente. «Una papera non sono capaci a pigliare, neanche una...». Lui invece garantisce che potrebbe ammazzare magistrati e uomini di scorta: «L’ultimo se mi riesce sarà più grosso... Se mi ci metto (ride e gesticola, annotano gli investigatori della Dia) con una bella compagnia di anatroccoli “pa...pa...pa... patampiti” (gesticola con la mano e fa il gesto di un botto) così a chi peschiamo peschiamo.... Non devo avere pietà di questi, come loro non hanno pietà». In un altro colloquio, sempre passeggiando avanti e indietro, il boss insiste: «Questo Di Matteo non lo possiamo dimenticare più...». E dopo che sui giornali sono cominciate a uscire indiscrezioni sulle minacce di Riina al pm del processo sulla trattativa, il 16 novembre Lorusso dice al boss che si stratta di «strumentalizzazioni» di chi «vuole mantenere sempre viva la lotta alla mafia». Il boss reagisce così: «E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa e non ne parliamo più (gli investigatori riferiscono che Riina tira fuori la mano sinistra dal cappotto e gesticolando mima il gesto di fare in fretta)... Perché questo Di Matteo non se ne va... gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile... ad ucciderlo... una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari». Ma la condizione che brucia di più è quella del «carcere duro» sancito dal 41 bis: «Se io verrò fra altri mille anni, verrò a fargli guerra per questa legge».

La trattativa Stato-Mafia saltò perchè c'era un ostacolo, scrive “Il Corriere della Sera”. Quell'ostacolo era il giudice Borsellino. Questo, sinteticamente, il quadro tracciato dal superpentito Giovanni Brusca. «Riina mi disse che le richieste contenute nel papello erano troppo esose - ha detto il collaboratore di giustizia - e tornarono indietro perchè c'era un ostacolo». Brusca ha deposto oggi, giovedì, al processo sulla strage di via D'Amelio (il cosiddetto Borsellino quater) costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Al pm che gli chiede quale fosse l'«ostacolo», Brusca risponde di poter dedurre che l'ostacolo alla trattativa che vedeva al centro il papello era Borsellino, che per questo fu ucciso. Oggi al processo ha deposto anche Fabio Tranchina, che ha raccontato di quando comprò i due telecomandi che, secondo gli inquirenti, vennero poi usati per azionare l’autobomba della strage di Via D’Amelio.

SALVATORE RIINA E LA TRATTATIVA STATO-MAFIA.

Anche Totò Riina, il capo dei capi, da 18 anni "carcerato modello", rinchiuso nella prigione di Opera, parla in qualche modo di quei giorni cruciali del 1992. Lo fa nei due interrogatori del luglio 2009 e del luglio 2010 di cui Repubblica ha pubblicato i verbali poi oscurati da una decisione della Procura di Caltanissetta. Quei verbali, tutt'ora consultabili sul web (centinaia di siti li hanno scaricati prima del decreto di "oscuramento" e "sequestro preventivo") assumono un interesse anche maggiore alla luce della pista che, in questi mesi, la Procura di Palermo sta seguendo. Pista che porta al telegramma del 16 marzo 1992 in cui il capo della Polizia Vincenzo Parisi parlava di un'ipotesi stragista e di omicidi "eccellenti" che la mafia stava preparando: quelli di Andreotti, Vizzini, Mannino, Andò e Martelli. Il timore che la strage si concretizzasse avrebbe portato lo Stato a trattare con Cosa Nostra per salvare le loro vite. Negli interrogatori, Riina non parla esplicitamente di quei fatti e di quei giorni, ma qualcosa dice. Soprattutto dove afferma che qualcuno ha avuto interesse a venderlo e a farlo arrestare e che qualcuno non è Balduccio Di Maggio. Qui, infatti, Riina chiama in causa Nicola Mancino che, proprio in quelle settimane di luglio, subito dopo la strage di Capaci, era subentrato a Vincenzo Scotti sulla scomodissima poltrona di ministro degli Interni. E ricorda che Mancino "annunciò" la sua imminente cattura sei giorni prima che lo prendessero nel suo covo in pieno centro di Palermo nel gennaio 1993. Riina esclude che a tradirlo sia stato Balduccio Di Maggio, non esclude Provenzano (ma poi afferma che Provenzano ha la sola colpa di essere "troppo scrittore", insomma, di scrivere troppi pizzini). Il capo dei capi si chiede come facesse Mancino a sapere che stavano per mettergli le manette. E, implicitamente, sembra chiedersi se qualcuno dell'apparato dello Stato fosse in contatto con quelli che l'hanno venduto. In un altro punto, Riina parla del famoso "papello" di Ciancimino (una sorta di "minuta" dell'accordo Stato-mafia) negando di averlo mai visto ("sotto ci dovrebbe essere la mia firma") e tutto il resto della sua deposizione è teso a dire che lui con l'accordo non c'entra. E in altri momenti dei suoi incontri con i magistrati di Caltanissetta, Riina sembra quasi chiedere alla giustizia di rispondere ad alcuni suoi dubbi su come sono andate davvero le cose. E' come se, a distanza di anni, anche al Capo dei capi i conti non tornassero, almeno non del tutto: sull'eventuale trattativa, sugli autori e i mandanti delle stragi e delle bombe. Da Capaci a via D'Amelio, da Firenze (via dei Georgofili), a Roma (San Giovanni in Laterano) a Milano (Via Palestro), la mafia era certamente coinvolta, ma, oggi, neppure Totò Riina sembra sicuro di conoscere tutti i protagonisti. E, tra le righe, sembra chiedere, ancora una volta, una mano allo Stato.

Sequestro "preventivo" (dodici ore dopo la loro pubblicazione sul web) per i verbali dei due interrogatori di Totò Riina (luglio 2009 e luglio 2010) pubblicati (per ampi stralci) in versione cartacea e, contemporaneamente, in versione integrale, su Repubblica.it nella sezione "RE Le inchieste". La decisione è stata presa dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta che ha emanato un "decreto di sequestro preventivo" e ha indagato i giornalisti Attilio Bolzoni (Repubblica) e Lirio Abbate (L'Espresso) per violazione del segreto istruttorio in concorso con "pubblici ufficiali da individuare". Il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo hanno ordinato a due ufficiali di Polizia giudiziaria (che si sono presentati nella sede del Gruppo Espresso in via Cristoforo Colombo a Roma) di provvedere a "estrarre e copiare su supporto informatico le pagine oggetto di sequestro". Si tratta di nove file tra i quali ci sono effettivamente i verbali degli interrogatori, ma anche una serie di articoli a firma di Bolzoni e Abbate, una innocente ricostruzione della vita e della carriera criminale di Riina e una galleria di foto del "Capo dei capi". Un provvedimento clamoroso per l'informazione italiana su internet. Assolutamente particolare per l'importanza del media, per il carattere "preventivo" e per il tipo di reato ipotizzato, cioé la violazione del segreto istruttorio. E anche, apparentemente, privo di risultati pratici. A quest'ora, infatti, i verbali sono stati letti da almeno due milioni di utenti unici molti dei quali li hanno scaricati e ricopiati su altri siti e blog. Il risultato è che la lettura dei verbali è ancora possibile su centinaia di pagine web. Il decreto di sequestro recita: "Si deve evidenziare come la misura appaia necessaria per impedire l'aggravamento e la protrazione delle conseguenze del reato. In tal caso, le conseguenze sono ravvisabili in un aumento esponenziale della diffusione della conoscenza delle notizie riservate e segrete contenute nella documentazione pubblicata su internet". Ma la "diffusione" inevitabilmente continuerà e sarà praticamente impossibile fermarla.

Ma cosa contenevano i verbali dell'interrogatorio di Riina? Il boss di Cosa Nostra aveva chiesto di essere sentito in due diverse riprese. A novembre, il capomafia da 17 anni all'ergastolo in regime di isolamento, farà ottantuno anni. Nonostante i malanni dell’età - due infarti, l’ipertrofia prostatica, una cirrosi da epatite C - e il perenne isolamento, a sentirlo parlare sembra quello che era prima. Un capo. Forse il tempo non passa mai per lo "zio Totò". Vive fuori dal mondo e si sente al centro del mondo. E’ sepolto dal 1993 in un buco (una cella lunga tre metri e larga centottanta centimetri), si mostra duro e puro però sotto sotto nasconde qualche fragilità. Cedimenti mai, non è il tipo. Solo piccole debolezze. E’ sempre lui ma – da quello che si legge nei verbali – si può capire che un po’ gli si è sciolta la lingua. Dopo un’esistenza di ostinato silenzio Salvatore Riina concede e si concede. Allude, ammicca, annuncia, nega, conferma, rettifica, pontifica su tutto e tutti. Difficile supporre che si tratti di strategia difensiva con i tredici ergastoli che ha da scontare, è più probabile che voglia levarsi qualche sassolino dalla scarpa. E mandare messaggi ad amici e nemici. Dalle sue parole – racchiuse in due verbali di interrogatorio top secret dei magistrati di Caltanissetta – affiora anche un autoritratto inedito del boss di Corleone. Con Totò Riina che racconta Totò Riina chiacchierando di stragi e di pubblici ministeri, di vecchi compari, di paesani suoi, di generali, spie, di senatori e di pentiti. Colloqui e sproloqui di alta mafiosità. Nel suo stile e in un molto approssimativo italiano, a modo suo Salvatore Riina si confessa per la prima volta. Ce l’ha con quel furbacchione di Massimo Ciancimino "che vi usa per recuperare i soldi perduti di suo padre". E’ risentito con il procuratore Gian Carlo Caselli "che non mi ha mai chiesto se ho baciato o no Andreotti". Ricorda Paolo Borsellino ed esorta ad indagare sulla scomparsa della sua agenda rossa. Ironizza su un Bernardo Provenzano "troppo scrittore" per quella mania dei pizzini ritrovati nei covi di mezza Sicilia. Chiede conto e ragione della chiaroveggenza dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino sulla sua cattura. E poi parla e straparla. Di trattative e papelli, di traditori veri e presunti, della "tiratura morale" di Luciano Violante, della sua condizione carceraria - "Non mi pozzo fare neanche un bidè pei telecamere 24 ore su 24" - e naturalmente di sé: "Aio 80 anni e si hanno una volta sola. A 80 anni c’è morte. Gli anni sono gli anni". Però come vedete non sono proprio abbattuto…penso che tirerò ancora un altro po’". Il pensiero di quello che ancora oggi viene indicato come il capo dei capi della Cosa Nostra siciliana è dentro un centinaio di pagine (settantatré nell’interrogatorio del 24 luglio 2009 e trentatré nell’interrogatorio del 1 luglio 2010) che di fatto – se si esclude un breve e brusco incontro del 22 aprile 1996 fra lui e il procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna – rappresentano le uniche testimonianze ufficiali di Totò Riina dal giorno del suo arresto avvenuto nel gennaio del 1993. L’interrogatorio del luglio 2009 l’ha voluto proprio lui, quando ha chiesto di presentarsi davanti al procuratore capo Sergio Lari "per fare dichiarazioni spontanee". Insomma, dopo tanto tempo abbiamo scoperto che lo "zio Totò" non è muto.

Pino Arlacchi (Pd): "Il processo sulla trattativa Stato-mafia è una bufala". Il politico, amico di Falcone e Borsellino, nel numero di Panorama in edicola dal 20 febbraio 2014 spiega che "...non c'è una prova seria a sostegno di questa allucinazione". «Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione». In un’intervista che il settimanale Panorama pubblicherà sul numero in edicola da domani, giovedì 20 febbraio, così parla Pino Arlacchi, amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nonché tra i massimi esperti internazionali di criminalità organizzata. Arlacchi, eurodeputato del Pd e già parlamentare del Pds per due legislature, stronca la madre di tutte le inchieste: quella che a Palermo ipotizza una trattativa per bloccare le stragi di mafia dopo il 1992-93. Secondo Arlacchi, il processo è basato su elementi inconsistenti: «Ci sono solo le vanterie di un killer, Gaspare Spatuzza, che in quanto tale non poteva sedere al tavolo dei negoziati e che parla per sentito dire; più le bufale di un calunniatore patentato come Massimo Ciancimino. Mi vanto di essere stato il primo a denunciare le panzane di questo personaggio, esaltato oltre il lecito e trasformato in un’icona dell’antimafia dai megafoni della Procura di Palermo». Con Panorama Arlacchi parla anche di Totò Riina, il boss mafioso che esattamente 20 anni fa lo minacciò di morte affiancandolo a Gian Carlo Caselli e Luciano Violante: «Rottamiamo una certa idea della mafia» dice Arlacchi. «Riina è un capomafia di 84 anni, in galera da 21: è solo e abbandonato, secondo tradizione mafiosa. È stato intercettato nel giugno 2013 mentre si sfoga contro tutto e tutti: da Silvio Berlusconi ai pubblici ministeri, fino a quelli che dovrebbero essere i suoi più stretti sodali. La credibilità delle sue farneticazioni è zero». «Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione». A stroncare la madre di tutte le inchieste, quella che a Palermo ipotizza una trattativa per bloccare le stragi di mafia dopo il 1992-93, è Pino Arlacchi, tra i massimi esperti internazionali di criminalità organizzata. Nessuno può sospettarlo di ambiguità o cedimenti, la storia di Arlacchi parla per lui. Parlamentare europeo del Pd e in passato deputato del Pds, nonché vicepresidente dell’Antimafia e grande amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Arlacchi ha vissuto per 13 anni sotto scorta da quando, il 25 maggio 1994 nell’aula del tribunale di Reggio Calabria, Totò Riina lanciò un anatema contro «la combriccola dei comunisti» e fece i nomi dei suoi tre principali nemici: Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia; Gian Carlo Caselli, che era procuratore capo di Palermo; e «quell’Arlacchi che scrive libri». Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia, disse subito: «Queste sono condanne di morte». La critica di Arlacchi, oggi si affianca a quella, letteralmente demolitrice, di altri due uomini di sinistra: il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo, che nel libro La mafia non ha vinto non trovano alcun illecito nella presunta trattativa Stato-mafia. In questa intervista esclusiva a Panorama, al motto «rottamiamo una certa idea della mafia», lo studioso non risparmia critiche a chi, in nome della lotta alla mafia, «ha voluto costruirsi una carriera».

Perché l’inchiesta Stato-mafia è un errore?

«È basata su un’ipotesi grottesca: una connection tra Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso e Nicola Mancino da un lato, e i vertici corleonesi di Cosa nostra dall´altro. Il tutto attraverso il Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, e i servizi segreti, che negoziano un armistizio; e alle spalle di due eroi sprovveduti come Falcone e Borsellino, che continuano a combattere senza rendersi conto di essere già morti».

E questa è l’«allucinazione» di cui lei parla?

«Sì. Un’allucinazione. E non c´è una sola prova seria a sostegno. Ci sono solo le vanterie di un killer, Gaspare Spatuzza, che in quanto tale non poteva sedere al tavolo dei «negoziati» e che parla per sentito dire; più le bufale di un calunniatore patentato come Massimo Ciancimino. Mi vanto di essere stato il primo a denunciare le panzane di questo personaggio, esaltato oltre il lecito e trasformato in un’icona dell´antimafia dai megafoni della Procura di Palermo.

Le vittime di questa «bufala» sono tante.

«Mi amareggia assai il fango gettato su persone perbene come Mancino e Conso, accusati senza il più piccolo indizio o prova di avere tradito il loro mandato. Mancino è stato un ministro dell´Interno inflessibile e coraggioso contro Cosa nostra. Conso è un insigne giurista, mai sfiorato da un sospetto di collusione o cedimento a interessi illeciti».

L’inchiesta Stato-mafia si basa sui pentiti. Ma quasi sempre in tribunale si contraddicono. Poi c’è il caso del falso pentito Vincenzo Scarantino, in gennaio ospite in tv da Michele Santoro e arrestato a fine puntata: era l’oracolo di alcuni pm della procura di Caltanissetta: ma con le sue menzogne ha mandato in carcere per 17 anni sette innocenti. C’è un cortocircuito nelle inchieste che certifica la loro credibilità, o non ci sono più i pentiti d’onore?

«Non esistono pentiti senza magistrati. Le discussioni sui pentiti sono in realtà discussioni sui magistrati. Se scade la professionalità degli inquirenti, scade il valore della risorsa «pentito». Se il collaboratore di giustizia diventa o no determinante in un caso giudiziario dipende dal pm che lo ha in carico. Se l'inquirente è capace di trovare i riscontri giusti alle dichiarazioni di un collaboratore, ed è poi anche capace di gestire il caso che ne consegue, la giustizia ha fatto bingo. È questo il caso della coppia Falcone-Buscetta, che ha prodotto il maxiprocesso del 1987, cioè l'inizio della fine della mafia siciliana».

Il pentito falso o manipolatore, invece?

«Quello è l'inizio della fine della giustizia. È lui che conduce gli inquirenti dove vuole. Oppure dice ciò che i pm vogliono sentire, lanciando accuse senza fondamento, confidando nel fatto che non si farà alcuna verifica seria fino al dibattimento in aula. Nel frattempo, i bersagli designati saranno già stati distrutti dalla canea mediatica alimentata dalle carte e dalle notizie fornite illegalmente ai cronisti giudiziari dei maggiori quotidiani».

Non è stato sempre così.

«No. Basta ricordare il caso di Giuseppe Pellegriti, un mafiosetto da strapazzo che tentò di dire a Falcone ciò che molti volevano fosse detto a proposito di Salvo Lima, e si beccò un'incriminazione per calunnia (dallo stesso Falconem nell'agosto 1989. ndr) perché aveva inventato tutto. Oggi i suoi verbali sarebbero sui giornali del mattino dopo, verrebbe invitato da Michele Santoro e darebbe lezioni di antimafia».

Antonino Di Matteo, pm di punta dell’inchiesta Stato-mafia, in un’intervista a Skytg24 ha detto: «C’è l’intenzione del Riina di portare all’esterno una volontà omicidiaria e stragista nei confronti dei magistrati di Palermo». Lei quasi vent’anni fa, era stato condannato a morte, proprio dal Riina in aula giudiziaria. Che cosa ne pensa?

«Rottamiamo una certa idea della mafia. Riina è un capomafia di 84 anni, in galera da 21, solo e abbandonato secondo tradizione mafiosa. È stato intercettato nel giugno 2013 mentre si sfoga contro tutto e tutti: da Silvio Berlusconi ai pubblici ministeri, fino a quelli che dovrebbero essere i suoi più stretti sodali. La credibilità delle sue farneticazioni è zero».

Sempre il pm Di Matteo ha dichiarato un fatto sconcertante: da intercettazioni ambientali risulterebbe che Riina, arrestato il 15 gennaio 1993, fino al 2005-2006 era considerato ancora il vero capo dai suoi sodali in libertà…

«Di Matteo dice che le ultime notizie su un ruolo importante di Riina dentro Cosa nostra risalgono ad almeno 4 o 5 anni fa, e si riferiscono a situazioni di una ventina di anni prima. Ma il circo mediatico-giudiziario italiano omette le date e si ostina a tenere in piedi l´immagine di una Cosa nostra che non esiste più e di una leadership di Riina altrettanto inesistente».

È possibile una ripresa dello stragismo mafioso, come molti magistrati e suoi colleghi europarlamentari sostengono?

«No, non siamo alla vigilia dell´Apocalisse. La ripresa della strategia stragista e la resurrezione della mafia del tempo che fu sono da escludere. Non ci sono stati né attentati né stragi dopo gli sproloqui di Riina del giugno passato, e non ce ne saranno nel futuro immediato. Per fortuna. Mi dispiace per gli ammalati di protagonismo e per i venditori di paura, ma oggi gli apparati della sicurezza non sottovalutano più gli elementi di rischio. Gli investigatori sotto tiro vengono ben protetti, e la mafia non ha più la forza militare, logistica e politica per sfidare frontalmente lo stato. Meglio eroderlo dall´interno».

Ma Cosa nostra è potente come nel 1993?

«Cosa nostra di Riina è stata fatta a pezzi dal maxiprocesso del 1987 e dalle indagini di Rocco Chinnici, Falcone, Borsellino, Antonino Caponnetto. Il culmine dello scontro è avvenuto nel biennio 1992-93, il «biennio magico» secondo Gian Carlo Caselli, che ci ha portato il sacrificio di Falcone e Borsellino, è vero, ma anche la sconfitta della strategia stragista della mafia. Nella prima metà degli anni Novanta siamo andati molto vicini alla distruzione della mafia, ma all'ultimo minuto non siamo riusciti a darle il colpo di grazia».

Dopo quel periodo come è sopravvissuta Cosa nostra?

«Dopo il 1993 ha adottato una strategia di sopravvivenza, che prosegue tuttora, basata su un uso minimo della violenza e sull´intensificazione dei rapporti con la politica corrotta e con la criminalità economica e finanziaria. Strategia coerente con quella adottata da tutti i grandi gruppi criminali in Russia, nel Kosovo, in Colombia, nel Medio Oriente e in Asia. Meno violenza, più affari e più diversificazione dei mercati: meno droga, più appalti, contraffazione, false fatture, truffe».

E come si può debellarla?

«Si parla pochissimo, e si indaga troppo poco, sulla realtà criminale di oggi. Dei suoi legami coperti con la politica e con il mondo della spesa pubblica. Se fossi il direttore di un giornale manderei in pensione i cronisti giudiziari storici. Gente che vive in un mondo che non esiste più e sa parlare solo di fatti di venti o trenta anni fa e di personaggi che sono morti, in galera o incapacitati ad agire. Lo stereotipo mediatico-giudiziario sulle mafie italiane è vecchio di 30 anni. È tempo di rottamare anche qui».

SALVATORE RIINA ED I SERVIZI SEGRETI.

Al capitano Ultimo gli è andata bene. A Bruno Contrada è andata peggio.

Contrada entra in Polizia nel 1959 alla Questura di Latina.

Nel 1962 gli viene affidata la direzione della Sezione Volanti alla Questura di Palermo.

Successivamente ricopre diversi incarichi tra cui dirigente della Sezione Catturandi, della Sezione Antimafia e di quella Investigativa.

Dal 1973 all'ottobre 1976 dirige la Squadra della Questura di Palermo.

Dall'ottobre 1976 al gennaio 1982 dirige la Criminalpol per la Sicilia Occidentale.

Dal gennaio 1982 al settembre 1982 coordina gli uffici SISDE della Sicilia e della Sardegna.

Dal settembre 1982 al dicembre 1985 è capo di gabinetto dell'Alto Commissario per la lotta alla mafia, Emanuele De Francesco mantenendo l'incarico di coordinatore dei centri SISDE delle isole.

Nel gennaio 1986 viene trasferito a Roma e nominato responsabile del III reparto operativo del SISDE.

Nel 1987 gli viene inoltre affidata la direzione di una squadra di 20 uomini che acquisiscono notizie su latitanti del terrorismo e della criminalità organizzata, sempre all'interno del SISDE.

Tra l'agosto del 1991 e l'agosto 1992 coordina i centri SISDE del Lazio e dirige il gruppo "Roma 3" che si occupa di criminalità organizzata.

Il 22/2/1991 viene nominato dirigente generale di Pubblica Sicurezza.

Dall'agosto al novembre 1992 torna in Sicilia per coordinare un gruppo di indagine del SISDE sulle stragi di Falcone e Borsellino.

Il primo pentito ad accusare Contrada di collusione con la mafia fu Tommaso Buscetta nel 1984, il quale dichiarò: "Ho saputo da Rosario Riccobono che Contrada gli passava informazioni sulle operazioni della polizia".

Il giudice istruttore Giovanni Falcone, successivamente, archiviò il caso.

L'inchiesta è stata riaperta nel 1992 in seguito alle rivelazioni di Mutolo ("Riccobono mi disse che Contrada era a disposizione. Per questa ragione gli aveva regalato una macchina e messo a disposizione un appartamento") , Buscetta, Marchese ("Nel 1981 mio zio Filippo mi mandò ad avvertire Riina di una imminente perquisizione che era stata segnalata da Contrada. Mio zio mi disse che il poliziotto faceva avere le notizie a Salvatore e Michele Greco") e Spatola ("Vidi Contrada a pranzo con Riccobono in un ristorante di Sferracavallo").

Il 24 Dicembre 1992 Contrada viene arrestato. Il giorno dell'arresto di Bruno Contrada, l'allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, prende le difese del poliziotto inquisito, avanzando sospetti sui pentiti: "Contrada è un funzionario che ha sempre fatto il suo dovere e per quanto consta all'amministrazione si tratta di un uomo assolutamente irreprensibile".

Nel frattempo si sono aggiunte le rivelazioni di Marino Mannoia ("Sono a conoscenza di uno stretto rapporto fra Riccobono e Contrada: l'uno faceva il confidente dell'altro. Lo stesso avveniva con Stefano Bontade"), Cancemi ("Giuseppe Calò e Giovanni Lipari mi hanno detto che Contrada era nelle mani di Stefano Bontade al quale aveva fatto avere patente e porto d'armi") e Scavuzzo.

Il processo a carico di Contrada inizia il 12 aprile 1994, la documentazione raccolta dalla Procura ammontava a 32.000 pagine, contenute in 18 fascicoli.

Nel corso del processo altri tre pentiti hanno accusato Contrada: Costa ("Appresa per televisione la notizia dell'arresto di Contrada, Vincenzo Spadaro, mio compagno di cella, ebbe ad esclamare: "nu cunsumarù (espressione siciliana che significa: ce lo hanno rovinato)", Pirrone ("Lavoravo in un locale di cabaret; una volta, insieme al mio titolare, che intratteneva rapporti con la malavita, mi recai da Contrada, in questura, per consegnargli alcuni biglietti di invito. Fu in quell'occasione che appresi che Contrada era vicino al clan Riccobono") e Pennino (" Contrada mi interrogò dopo l'omicidio del segretario regionale della DC Michele Reina: ebbi la sensazione che volesse depistare le indagini").

Il pentito Gaspare Mutolo, all'udienza dell'8 giugno 1994, dichiara: "Sino alla prima metà degli anni Settanta, Contrada, insieme ad altri integerrimi funzionari di polizia, Boris Giuliano, Ignazio D'Antone e Antonino De Luca, era per la mafia un nemico da eliminare.

C'erano due linee all'interno di Cosa nostra, quella morbida dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade che sosteneva di "avvicinare" i poliziotti e quella dura, del clan dei corleonesi che propendeva per un attacco frontale allo Stato.

Ebbi l'incarico di pedinare Contrada per scoprire le sue abitudini. Quando fui scarcerato, nel 1981 Rosario Riccobono mi disse che Contrada era a nostra disposizione. Cosa nostra poteva contare su una miriade di uomini delle istituzioni per ottenere protezioni e per "aggiustare i processi"e nell'udienza del 13/7/94 prosegue:"Riccobono mi diceva che Contrada gli dava notizie sulle operazioni di polizia. Quando era in arrivo una retata, lui lo chiamava e i mafiosi scappavano".

Nel luglio del 1995, gli avvocati difensori presentano una richiesta di scarcerazione, accolta dal Tribunale il 31 luglio. All'udienza del 29 settembre 1995, i PM chiedono l'acquisizione agli atti del processo di alcune pagine dei diari di Contrada relativi agli incontri avvenuti fra il 1979 e il 1980 con l'avvocato Bellassai, capo gruppo della loggia P2 in Sicilia.

Lino Iannuzzi sul sito di Bruno Contrada ha scritto la storie di due poliziotti. La storia delle vite parallele di Bruno Contrada e di Gianni De Gennaro.

Un singolare destino accomuna i due poliziotti, Bruno Contrada e Gianni De Gennaro. Un destino crudele e beffardo. Crudele per Contrada, la vittima, beffardo per De Gennaro, il carnefice. La carriera di Gianni De Gennaro è cominciata la vigilia di Natale del 1992, quando ha fatto arrestare il suo collega Bruno Contrada, e termina oggi, proprio quando le porte del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere si sono chiuse,forse per sempre, dopo 15 anni di processi,alle spalle di Contrada.: “Avevo pronta la pistola con il colpo in canna - mi ha detto Contrada,seduto sulla branda della cella - poi ho guardato la fotografia di mio figlio con la divisa della polizia,e non mi sono sparato. Morirò qui dentro, è come fossi già morto”. Il “morto” Contrada ha afferrato il vivo De Gennaro e l'ha consumato: la loro storia è cominciata insieme, e insieme finisce.

Era già stato scritto, come in un racconto di Borges. “Caino, sia maledetto Caino”, aveva urlato Adriana, la moglie di Contrada, nella stanza dell'ospedale di Palermo, dove avevano trasportato d'urgenza il marito, svenuto nell'aula del tribunale quando il pm aveva introdotto l'ennesimo “pentito” che lo accusava di intelligenza con la mafia. Bruno Contrada aveva riaperto gli occhi nella sala di rianimazione, aveva gridato: “Vogliono annientarmi...”, aveva implorato che lo lasciassero morire, aveva tentato di impadronirsi della pistola del carabiniere di guardia, aveva strappato dalle mani dell'infermiere la siringa infilandosela nel collo... E'stato in quel momento che la donna piccola e minuta ha preso a urlare: “Caino, maledetto Caino, è Caino che me lo ha ammazzato...”.

“Caino - ha spiegato ai giornalisti che, richiamati dalle urla, le si affollavano intorno Adriana Del Vecchio, insegnante di lettere e latino in pensione - è un collega di mio marito, è lui che ha voluto che Bruno finisse in carcere. E' qualcuno che ha capito che la Sicilia e la mafia potevano essere usate come trampolino di lancio per fare carriera. Ma non ha trovato il campo libero, perché davanti a lui, molto più avanti per anzianità e nei ruoli, c'era Bruno Contrada. Doveva eliminarlo, è lui l'autore della congiura, è lui che ha arruolato e ha imbeccato i ‘pentiti' che lo accusano...”. La maledizione di Adriana ha accompagnato Gianni De Gennaro, come l'ombra di Banco, per tutti questi lunghi 15 anni della sua brillante carriera e l'ha atteso, paziente e inesorabile, sulla soglia del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.

Le lotte di potere in seno agli apparati dello Stato - Come è nata la Dia, la nostra polizia politica, e come De Gennaro se ne è impadronita - La fabbrica dei ‘pentiti' - I processi politici mascherati da processi antimafia.

Bruno Contrada è stato il più famoso poliziotto di Palermo, la memoria storica della lotta alla mafia, uno spietato cacciatore di mafiosi, quando non c'erano ancora i “pentiti” e le intercettazioni ambientali, quando bisognava sporcarsi le mani con i “confidenti”, rischiando ogni giorno la vita e l'onore: ogni giorno si poteva venire uccisi dalla mafia assieme al confidente, o venire disonorati dall'antimafia con l'accusa di essere il confidente del confidente.

Gianni De Gennaro ha fatto fuori Contrada quando questi era già passato al Sisde e aveva preparato per incarico del governo il progetto di trasformare il servizio segreto civile in una direzione antimafia.

De Gennaro, allora dirigente della squadra mobile, aveva un altro progetto, caro a Luciano Violante e ai giustizialisti del Pci e ai magistrati professionisti dell'antimafia, quello di organizzare la Dia, una direzione antimafia svincolata dai servizi e dalla stessa direzione generale della polizia e dal governo: quella che presto il presidente Cossiga avrebbe definito, chiedendone la soppressione, “la nostra ‘polizia politica', la nostra Ovra, la nostra Gestapo, il nostro Kgb”, lo strumento più efficace per liquidare gli avversari con l'uso e l'abuso dei “pentiti” e dei processi politici.

Liquidato Contrada e il suo progetto, De Gennaro creò la Dia e ne assunse il controllo, e inventò la “fabbrica dei pentiti”, divenne il “Signore dei “pentiti”. De Gennaro è stato l'artefice vero della macelleria politica in nome dell'antimafia, più di Luciano Violante, più dei magistrati professionisti del giustizialismo.

Come avrebbe potuto Luciano Violante liquidare gli avversari politici con la commissione parlamentare antimafia; come avrebbero potuto le procure indagarli e i giudici di Palermo processarli, se De Gennaro, il suggeritore, non avesse fornito a getto continuo all'uno e agli altri i “pentiti”?

Come avrebbero potuto processare Contrada, il suo collega che gli dava ombra, e dopo di lui i politici, Andreotti e Mannino e Musotto e i magistrati garantisti, Corrado Carnevale e Barreca e Prinzivalli, e poi naturalmente Berlusconi, indagato per riciclaggio e per strage, e Marcello Dell'Utri, che è ancora sotto processo, e tutti gli altri, se De Gennaro, il regista, con la Dia non avesse reclutato, addestrato e pagato i “pentiti” per accusarli?

De Gennaro soffia Buscetta a Contrada e lo riporta in Italia - Le due facce e i due verbali di Buscetta - E' il boss Riccobono che fa da confidente a Contrada oppure è Contrada il confidente di Riccobono?

Il primo “pentito” su cui De Gennaro mette le mani è, niente di meno, Tommaso Buscetta.

Contrada è ancora in piena attività di servizio ed è proprio lui che ha scovato Buscetta in Brasile, lo ha contatto attraverso un suo collaboratore, il capo della squadra mobile Ignazio D'Antone, poi passato anche lui al Sisde, e si appresta a recarsi di persona a prelevarlo per portarlo in Italia.

De Gennaro lo precede, gli soffia Buscetta, come gli soffierà il progetto della direzione antimafia, lo porta in Italia e lo consegna a Giovanni Falcone. Lo consegna per modo di dire, perché Buscetta rimarrà sempre e soprattutto nelle mani di De Gennaro, per tutto il tempo che resterà in Italia, e anche quando, dopo il maxiprocesso, sarà spedito negli Stati Uniti, sotto la sorveglianza dei Marshall.

Buscetta rimarrà sempre sotto il controllo e la gestione di De Gennaro, che non lo molla per un momento, e lo presta a Falcone, prima, a Violante e a Caselli, otto anni dopo, solo dopo averlo confessato e comunicato, ed essere sicuro di ciò che il “pentito” dirà e di ciò che non dirà. Buscetta non è di Falcone, non è di Violante o di Caselli, Buscetta è di De Gennaro, e guai a chi glielo tocca.

De Gennaro è discreto, non compare, sta sempre dietro le quinte, e tace. Come il ventriloquo, De Gennaro parla per bocca di Buscetta, come parlerà, e accuserà e fare processare e farà condannare, con la voce di tutti gli altri “pentiti”.

Tanto per cominciare, De Gennaro, prima ancora di consegnargli Buscetta, metterà in guardia Falcone: non fidarti di Contrada, gli dice, Buscetta mi ha confidato che Contrada a Palermo è in combutta con Cosa Nostra, in particolare è il “confidente” del boss Rosario Riccobono. In realtà, Buscetta a Falcone, nel corso dei lunghi e riservatissimi interrogatori(se ne conoscerà il contenuto soltanto dopo mesi e solo al maxiprocesso:proprio come(non)è avvenuto e(non)avviene oggi, con i presunti “eredi” di Falcone,tutto è già sui giornali il giorno dopo)dirà, farà verbalizzare e firmerà il contrario: è Rosario Riccobono il confidente di Contrada e non viceversa, la mafia lo sa o lo sospetta, al punto che nell'ambiente parlano di Riccobono come dello “sbirro” (e presto lo uccideranno).

Sarà solo molti anni dopo, e dopo l'assassinio di Falcone, che Buscetta, ripescato da De Gennaro negli Stati Uniti, dove Falcone l'aveva spedito dopo il maxiprocesso, interrogato dagli “eredi” di Falcone che indagano su Contrada, cambierà radicalmente versione: è Contrada, dirà, che fa il confidente di Riccobono, lo informa delle indagini su di lui e lo avverte in anticipo delle retate predisposte per catturarlo(confrontare i due verbali di interrogatori, firmati da Buscetta a quasi dieci anni di distanza, per credere!) E' solo un gioco di parole, uno scambio di ruoli tra il boss e il poliziotto, il soggetto che diventa complemento oggetto e viceversa: ma basterà a fare di Contrada un rinnegato.

Richiesto di spiegare perché ha letteralmente ribaltato, a distanza di otto anni, le sue dichiarazioni, e ha detto a Caselli esattamente il contrario di ciò che aveva detto a Falcone, Buscetta risponde: “Quel verbale del 1984 fu una imposizione di Falcone. Io non volevo farlo, fu lui a costringermi. Il dottor Falcone, che mi aveva sempre interrogato da solo e scriveva personalmente il verbale, quel giorno mi propose di fare assistere all'interrogatorio il commissario Ninni Cassarà. Io rifiutai dicendo che non mi fidavo della polizia di Palermo, ché c'era corruzione e legami con Cosa Nostra: Falcone allora mi chiese di fare i nomi, e io di nome in nome arrivai pure a Contrada. Falcone insistette che bisognava verbalizzare. C'era grande tensione e il verbale venne così, era nato male...”. A questo punto, gli domandano perché, una volta che era stato costretto a parlarne, non aveva detto a Falcone di Contrada tutto quello che dirà, otto anni dopo, a Caselli. E Buscetta si giustifica così: “Effettivamente Falcone, che io stimavo, non approfondì l'argomento. C'è stata forse una manchevolezza da parte sua. Si vede che, se manca qualcosa fu Falcone che non fece le domande...”. Insomma, se Buscetta non accusò Contrada a Falcone, fu perché Falcone non gli fece la domanda giusta. Otto anni dopo, la domanda giusta gliel'ha fatta Caselli, e Buscetta gli ha finalmente risposto a tono, inguaiando Contrada.

Ignazio D'Antone sarà a sua volta punito per essersi permesso di contattate Buscetta in Brasile prima di De Gennaro: accusato a sua volta di intelligenza con la mafia, processato e condannato in via definitiva ancor prima di Contrada, è già da tempo rinchiuso nel carcere militare dove l'ha appena raggiunto Contrada. D'Antone venne anche coinvolto, e Contrada attraverso di lui, nell'attentato subito da Falcone nella sua casa all'Addaura. Si insinuò che lui, o chi per lui, avesse fatto sparire le prove che l'attentato poteva essere mortale. Era un tentativo di coinvolgere Contrada in qualcosa di ben altra portata che non fossero gli intrallazzi con i confidenti: come l'accusa che Contrada fosse stato personalmente presente sulla scena dell'attentato di via D'Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta. Contrada come il servizio segreto deviato dalla massoneria e dai “sistemi criminali” che, per conto di Giulio Andreotti, ammazza Falcone e Borsellino e con le stragi distrugge la prima Repubblica, per far posto a Marcello Dell'Utri e a Silvio Berlusconi.

Il processo a Contrada doveva essere la prova generale del processo a Andreotti, il processo a Andreotti non per associazione mafiosa, come fu, ma per strage e complotto contro la Repubblica. Ma questa è un'altra storia, la pista principale poi abbandonata, e se ne parlerà in un'altra puntata.

Totuccio Contorno doveva essere negli Stati Uniti, ma lo trovano in Sicilia, nel triangolo della morte,in mezzo a 17 cadaveri - Come e perché Luciano Violante per difendere De Gennaro ricatta Giovanni Falcone.

De Gennaro mette le mani anche sull'altro “pentito” del maxiprocesso, Salvatore Contorno.

Anche Contorno è, o dovrebbe essere, negli Stati Uniti, sempre spedito per precauzione da Falcone, e sotto la protezione della polizia americana. Ma non è così. Il 26 maggio 1989 Contorno viene sorpreso,a fatica e con sorpresa riconosciuto, e catturato dalla squadra mobile di Palermo in Sicilia, a migliaia di chilometri di distanza dal New Jersey, in un casolare e insieme a un suo cugino e a un gruppo di fuoco di picciotti armati di lupara e di mitra, nel triangolo della morte Bagheria-Altavilla-Casteldaccia, dove nei giorni precedenti sono stati ammazzati diciassette mafiosi, uno al giorno, e tutti appartenenti alle cosche dei “corleonesi”, nemici di Contorno e di suo cugino.

Chi li ha ammazzati? Cosa ci fa Contorno in Sicilia? Perché ha lasciato la protezione americana ed è tornato segretamente in Sicilia, all'insaputa della stessa polizia di Palermo? Chi lo ha chiamato? Chi lo ha protetto? Non si sa niente, non si capisce niente, finché alla commissione antimafia arrivano le bobine delle intercettazioni delle telefonate intercorse tra Contorno, proprio quando si trova in Sicilia, e De Gennaro, che all'epoca è già vicecapo della Dia. Non solo De Gennaro nelle telefonate mostra di conoscere perfettamente i movimenti del “pentito”, ma Contorno al telefono gli parla confidenzialmente e gli dà del “tu”, e lo sbirro gli chiede insistentemente se “ci sono novità”. Ce ne sarebbe già quanto basta per sospendere De Gennaro dal servizio e per sottoporlo al procedimento disciplinare, se non addirittura a un processo penale con l'accusa di favoreggiamento e di mandante di “assassinii di Stato”.

Invece, per interrogare Contorno si riunisce in seduta segreta un comitato ristretto della commissione parlamentare antimafia, e di esso entra a far parte Luciano Violante, che all'epoca è vicepresidente della commissione.

I verbali di questa riunione sono tuttora stranamente “segretati”, ma chi li ha letti ha scoperto che Violante per l'occasione non si è limitato a difendere a spada tratta De Gennaro (come ha sempre fatto e fa anche oggi che De Gennaro è stato licenziato), ma ha assediato Contorno di domande tanto documentate di notizie che al momento potevano conoscere solo De Gennaro e lo stesso Contorno, quanto oblique e capziose, nel tentativo di fargli ammettere che a conoscenza della sua fuga dagli Usa e del suo ritorno in Sicilia non era stato solo De Gennaro, ma lo sapeva (e magari l'aveva autorizzato) anche Giovanni Falcone, all'epoca alla direzione degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia.

Con un obiettivo fin troppo scoperto: quello di trasferire le responsabilità dell'affare da De Gennaro a Falcone, che da quando collabora con il ministro Claudio Martelli e con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti è considerato da Violante e dai suoi amici un “traditore”. E' un ricatto: prima di punire De Gennaro, dovete infamare e dovete far fuori anche Falcone. Esattamente come Violante farà molti anni dopo, in occasione della “macelleria messicana” al G8 di Genova.

Membro del comitato parlamentare che deve indagare (quando si indaga su De Gennaro, nell'organismo che deve indagare c'è sempre lui) Violante sostiene che, qualsiasi cosa sia successo a Genova, “la responsabilità è politica e non amministrativa”, e che “il dottor De Gennaro ha rivestito un ruolo importante nella difesa della democrazia italiana”. Morale: De Gennaro è intoccabile, e il responsabile di quanto è successo a Genova non è il capo della polizia, ma il ministro dell'Interno, che è il forzaitaliota Scajola. Da allora Scajola, graziato per i fatti di Genova assieme a De Gennaro, non farà che difendere e lodare il suo capo della polizia. Fino ad oggi, fino a quando De Gennaro sarà destituito, Scajola continuerà a difenderlo e a lodarlo pubblicamente in ogni occasione.

Ricattato da Violante per conto di De Gennaro, Scajola è rimasto grato per la vita ai suoi ricattatori.

De Gennaro prima incastra Andreotti poi scarica Caselli. E De Gennaro non è un ingrato, e volentieri ricambia, ogni volta che Violante è in difficoltà, non esita ad esporsi per difenderlo. Come quella volta che Giovanni Brusca, il braccio destro di Totò Riina, catturato e “pentito”, racconta che ha viaggiato in aereo da Palermo a Roma con Luciano Violante e hanno concordato insieme la trappola per Andreotti (la prima cosa è provata, la seconda no). Quando esplodono le dichiarazioni di Brusca, De Gennaro si precipita a rintuzzarle dicendo tutto il male possibile del mafioso e tutto il bene possibile del suo compare del Pci. Ma esagera, e costringe Giorgio Napolitano, che al momento è ministro dell'Interno, a rimbrottarlo pubblicamente: non tocca a lei, che è un funzionario dello Stato, gli dice, intervenire pubblicamente in queste questioni.

Non altrettanto solidale De Gennaro sarà sempre con il terzo membro della combriccola, il procuratore Giancarlo Caselli, spedito in fretta da Torino a Palermo, giusto in tempo per processare Contrada, Andreotti, Carnevale e compagnia cantando.

E' stato lo stesso Andreotti a rivelare che fu proprio De Gennaro, che aveva arruolato e fornito a Caselli i “pentiti” per processarlo, a recarsi a casa sua per tranquillizzarlo: caro presidente, gli disse De Gennaro, non stia a preoccuparsi, perché a tutti questi “pentiti” e alle loro accuse mancano i riscontri e le prove, alla fine non potranno che assolverla.

Nei riguardi di Caselli, che ci fa la figura del tonto della compagnia, De Gennaro fa anche di peggio.

Nominato capo della polizia con il consenso anche della Casa della Libertà, ed essendo ormai scontata l'assoluzione di Andreotti, i giornalisti di “Repubblica” che a De Gennaro non hanno mai smesso di voler bene, prima durante e dopo, al punto da indurre Francesco Cossiga a presentare un'interrogazione al ministro degli Interni per accertare se addirittura di De Gennaro non fossero a libro paga, “per chiarire definitivamente come stanno le cose tra Caselli e De Gennaro”, scrivono: “E' già dal 1992 che i rapporti tra il nuovo capo della polizia e i magistrati di Palermo sono, se non agitati, per lo meno problematici.

Pur avendo lavorato di buona lena per incastrare Andreotti, De Gennaro non ha mai pensato che le prove raccolte fossero sufficienti e che fossero solidi i riscontri alle dichiarazioni dei ‘pentiti' ed ha sempre espresso i suoi dubbi, convinto come è sempre stato che Andreotti andasse prosciolto già nelle indagini preliminari. Ma rimase inascoltato e finì incastrato da protagonista nella vicenda, con sulle spalle il mantello del perfido burattinaio...”. Infatti, Andreotti non lo ha mai nominato direttamente e mai lo ha accusato, ma ha sempre parlato di un “suggeritore”: dei tre, scartato Caselli per insuperabile incapacità, non restavano che Violante o De Gennaro. Ma Violante è piuttosto l'ispiratore dell'operazione, il suggeritore dei pentiti indispensabili al processo non poteva essere che De Gennaro. Caselli farà anche l'errore di scrivere a “Repubblica” per respingere sdegnosamente le “illazioni” dei giornalisti: De Gennaro non mi ha mai manifestato i suoi dubbi, scrive, e comunque contro Andreotti le prove c'erano, e in abbondanza. Risate dei giornalisti, di Andreotti, di De Gennaro, e dei lettori.

Marcello Pera corre in soccorso di De Gennaro e impedisce a Contrada di denunciare i suoi carnefici.

Non sono solo Luciano Violante e i giustizialisti della sinistra ad accorrere a coprire i misfatti di De Gennaro e a maramaldeggiare su Contrada.

Dopo quasi dieci anni di processi, Contrada, condannato a 10 anni in primo grado, viene clamorosamente assolto in appello con formula piena e annuncia per il giorno dopo la lettura della sentenza una conferenza stampa: Contrada, scrivono i giornali e preannuncia la televisione domani rivelerà i retroscena della congiura ordita contro di lui e farà i nomi e i cognomi dei congiurati.

E' a questo punto che compare sul “Corriere della sera” una intervista del senatore Marcello Pera, all'epoca responsabile di Forza Italia per i problemi della Giustizia, che ha il sapore amaro di un invito a tacere, è a tutti gli effetti una censura e un veto: “Non è più il momento - dice Pera - delle polemiche e la decisione del tribunale di Palermo, che ha assolto il dottor Bruno Contrada, non deve servire ad avvelenare ancora il clima del Paese”.

Insomma, intende Pera, Contrada alla fine è stato assolto: che altro vuole? Si contenti di essersela cavata così a buon mercato, e se ne stia zitto e soprattutto non si azzardi a chiamare in causa il capo della polizia.

Quello che vorrebbe e dovrebbe essere il difensore e il garantista per antonomasia del Partito della Libertà è in combutta con lo sbirro dei “pentiti” e il carnefice degli stessi esponenti della Casa della Libertà, e chiude la bocca alla vittima. Non è un caso isolato: il connubio Pera-De Gennaro dura nel tempo e organizza anche convegni e dibattiti in comune, fino al punto di provocare la reazione indignata di Filippo Mancuso, illustre e stimato magistrato veramente garantista e poi ministro della Giustizia del governo Dini, epurato ad personam perché vuole mandare gli ispettori a Milano e a Palermo. Mancuso, invitato a fare da relatore a uno di questi convegni organizzati dal filosofo delle scienze e dallo sbirro, rovescia il tavolo: con De Gennaro no, esclama, e lo scaccia dalla tribuna.

Intanto Contrada disdice la sera stessa dell'intervista di Pera la conferenza stampa e contemporaneamente invia un telegramma al capo della polizia Gianni De Gennaro: “Nel frastuono di voci dissonanti voglio che una sola si senta e sovrasti su tutte: quella della mia assoluta dedizione, passata presente e futura, alla polizia di Stato e al suo capo”. Questo è l'uomo, lo sbirro tutto di un pezzo che ha giurato che fin quando De Gennaro sarà il capo della polizia, non parlerà.

Rosario Spatola ‘testimone oculare' di un pranzo che non c'è stato nella saletta riservata che non è mai esistita - Alla procura di Palermo i ‘pentiti' si confessano e cambiano versione a volontà - Il ‘pentito' è tanto più credibile quanto più è assassino e quanta più gente ha ammazzato.

Contrada non parlerà mai più. Subirà in silenzio l'ignominia delle calunnie di una dozzina di “pentiti” reclutati dalla Dia di De Gennaro, che finiranno per smentirsi e per accusarsi a vicenda: come Rosario Spatola, che dice di averlo visto pranzare con Rosario Riccobono nella saletta riservata di un noto ristorante di Palermo che, si scoprirà con le planimetrie esibite dagli avvocati della difesa, non ha mai avuto una saletta riservata.

Spatola, oltre che clamorosamente smentito, finirà espulso dal programma di protezione perché con i soldi dello stipendio dello Stato fa uso e traffico di stupefacenti. A sua volta Spatola si vendicherà rivelando che lui e gli altri “pentiti” sono stati “combinati” e che Gaspare Mutolo, il “pentito” primo tra gli accusatori di Contrada (e sempre dopo aver fatto quattro chiacchiere con De Gennaro), riceve a cena a casa sua gli altri “pentiti” esibiti dall'accusa, per concordare le deposizioni, e i giornalisti portavoce della procura perché pubblichino le accuse a Contrada prima ancora che siano formulate nell'aula del processo.

Nella sentenza di condanna che conclude il processo di primo grado Mutolo è presentato come la “bocca della verità” ed è descritto come il “pentito” più attendibile perché è di tutti il più assassino, quello che ne ha ucciso più di tutti. Gli domandano: quanti omicidi ha fatto? E Mutolo risponde: “Ma guardi, io tra gli omicidi e gli strangolamenti, insomma, sono più di 30,30 omicidi che ho fatto in tre anni, dal '73 al '76, e in un piccolo periodo dall'81 all'82...”. Perché, scrivono i giudici nella sentenza di condanna, “un primo indice di affidabilità delle notizie riferite dal collaboratore di giustizia deve rinvenirsi nello spessore mafioso degli uomini d'onore”. Come dire che la credibilità di un “pentito” che accusa la si misura in proporzione agli omicidi che ha commesso e allo “spessore mafioso” dei compari che ha frequentato. Più il “pentito” è mafioso, più è scellerato, più è ignobile, più è assassino, più ne ha assassinati, più è credibile, più le sue accuse rispondono sicuramente a verità.

E chi è più credibile di Gaspare Mutolo, detto “u saittuni”, il topo di fogna?

Francesco Di Carlo accompagna Stefano Bontate e Mimmo Teresi a Milano a far visita e a baciare ilvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri - De Gennaro lo va a prendere nelle carceri inglesi e gli fa un'offerta che Di Carlo non può rifiutare - Cosimo Cirfeta viene ‘suicidato' in carcere con una bomboletta di gas.

Così Francesco De Carlo, reclutato da De Gennaro nelle carceri inglesi, dove era detenuto per traffico di stupefacenti, e dove gli inviati di De Gennaro gli hanno fatto un'offerta che non poteva rifiutare: se ci dici qualcosa su Contrada, ti tiriamo fuori di qui, facendoti risparmiare sette anni di carcere, e ti riportiamo libero e stipendiato in Italia... E' lo stesso Di Carlo che sosterrà di aver accompagnato a Milano da Berlusconi e da Dell'Utri i capi di Cosa Nostra Stefano Bontate e Mimmo Teresi, per trattare di “affari” e per garantire che la mafia non farà del male ai figli del padrone della Fininvest.

Si scoprirà e si proverà, ma soltanto dopo anni dalla deposizione e nel corso del processo d'appello a Dell'Utri, che nel periodo in cui Di Carlo avrebbe accompagnato Bontate e Teresi a far visita a Berlusconi (e ad abbracciarlo e baciarlo, Di Carlo testimone oculare), Bontate era recluso sotto costante sorveglianza al soggiorno obbligato a Pescara e poteva muoversi sotto scorta solo per presenziare al suo processo in corso a Palermo, e Teresi era al soggiorno obbligato a Foligno. Di Carlo sarà poi che sorpreso nel cortile del carcere in cui è detenuto mentre arruola a sua volta altri “pentiti” per accusare Dell'Utri e concordare le accuse. Cosimo Cirfeta, il “pentito” che ha sorpreso e denunciato Di Carlo e i “pentiti” suoi complici, è stato “suicidato” nella sua cella con una bomboletta di gas.

Francesco Marino Mannoia non sa niente di Contrada e lo dichiara a verbale, ma il verbale sparisce - Come è perché il mafioso Mannoia è più "uomo d'onore" dei pm di Palermo.

Il caso del “pentito” Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l'uno dell'altro”, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il “pentito”, richiesto dai pm se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla. Il presidente della Corte d'appello, la prima, quella che assolverà Contrada, domanda ai pm perché i verbali di quei due interrogatori sono stati nascosti e non sono stati portati al processo. Il pm Antonio Ingroia gli risponde che non hanno portato quei verbali perché “li avevamo ritenuti irrilevanti perché non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada” e perché l'accusa “è interessata solo ai documenti che sono a sostegno delle tesi accusatorie”.

Lo Stato di diritto e la Costituzione si declinano così nella cultura dei professionisti dell'antimafia. Persino Mannoia, mafioso e delinquente e assassino, dimostrerà di avere più senso della giustizia degli inquisitori della procura di Palermo, e in particolare di questo Ingroia che nasconde i documenti della difesa e si esalta solo con quelli che accusano. Richiamato a deporre due anni dopo dalla Corte d'appello che assolverà Contrada, Mannoia dichiara: tutto quello che vi ho raccontato non è mai stato a mia diretta conoscenza, l'ho solo sentito dire in giro, “mi auguro che voi vogliate restituire l'onore a quest'uomo”. Come quei giudici faranno, il 4 maggio del 2001, nove anni dopo l'arresto della vigilia di Natale del '92, lo assolveranno con formula piena, perché “il fatto non sussiste”.

E con questa motivazione: “La sola frequentazione di Contrada con i boss mafiosi, senza il corredo di ulteriori manifestazioni significative o indizianti, non costituisce prova della sua volontà di prestare sostegno all'associazione criminosa. Le accuse dei collaboranti, alcuni dei quali possono essere portatori di sindrome rivendicatoria, difettano in linea di massima della necessaria specificità, riducendosi a mere affermazioni basate su apprezzamenti personali o considerazioni soggettive, mentre le circostanze esaminate e considerate come elementi di riscontro, si rivelano prive di valore probatorio”.

L'assoluzione, in effetti, è valsa a Contrada solo la restituzione della sciabola d'ordinanza che gli era stata sequestrata, nove anni prima, al momento dell'arresto. Presto la Cassazione annullerà la sentenza di assoluzione e i giudici del nuovo processo d'appello gli rifileranno, pari pari, i dieci anni di galera che gli avevano inflitto i giudici di primo grado e che la prima Corte d'appello gli avevano tolti. In compenso, nonostante l'intervenuta condanna, non gli sarà sequestrata nuovamente la sciabola.

L'anfora rubata dalla mafia e che non è mai esistita, l'amante di Contrada a cui non è stata mai regalata l'Alfa Romeo, la parrucchiera che scopre i segreti dei boss sotto il casco della permanente, la medium che ha visto e sentito in sogno Giovanni Falcone, le notizie ricevute dai ‘pentiti' dall'oltretomba, il sorriso che inganna nella terra di Pirandello.

Degli altri “pentiti” non metterebbe nemmeno conto parlare, la tragedia viene sommersa dalla farsa. Tale Pietro Scavuzzo, più che rispettabile per il numero degli assassinii commessi, e quindi più che credibile, racconta che un giorno è salito in un appartamento di via Roma a Palermo, accompagnato da un esperto archeologo, presentatogli da un cittadino svizzero di nome Ludwig, e ricevuti da una signora dell'apparente età di 50-55 anni, che li fa accomodare in una stanza per valutare l'autenticità e il prezzo di mercato di un'anfora antica, che è stata regalata dalla mafia a Contrada, e che a sua volta Contrada deve regalare al vice questore di Trapani.

Mesi e mesi di indagini e di accertamenti, decine e decine di agenti alla caccia, milioni di spese per individuare l'appartamento, l'archeologo, lo svizzero Ludwig, la signora cinquantenne, l'anfora antica.

Senza risultato: l'appartamento, l'archeologo, Ludwig, la signora cinquantenne, l'anfora non si trovano, non se ne scopre l'ubicazione, il numero civico, né si trova il nome, né il cognome dei supposti protagonisti della seduta archeologica, il vice questore, perquisito lui, la casa del padre, le case dei fratelli, delle sorelle, dei figli, non si trovano anfore, niente di niente, non esistono.

Ma che significa? “Tuttavia - scrivono i giudici nella sentenza di condanna - la mancata individuazione dell'appartamento non è idonea a smentire la veridicità delle dichiarazione del collaborante, atteso che il periodo riportato colloca il momento dell'incontro in un periodo in cui era possibile la presenza di Contrada a Palermo...”. Nessuno l'ha visto, nessuno li ha visti, nessuno processualmente esiste, e tuttavia “ci poteva stare, si potevano incontrare, possono esistere” e possono aver nascosto, chi sa dove, l'anfora della mafia che non si trova e non sarà mai più trovata. Un altro “pentito” denuncia che sono scomparsi 15 milioni dai conti di Riccobono e che il boss in realtà li ha regalati a Contrada, che ci ha comprato un'auto AlfaRomeo per regalarla alla sua amante. Perché, come sostiene e anche dimostra l'accusa, a Contrada “piacciono le donne”, e la mafia gliene offre a bizzeffe e gli dà i soldi per mantenerle. Ricerche per mesi dell'amante di Contrada e dell'AlfaRomeo, inchiesta a tappeto su tutte le signore di Palermo che posseggono un'AlfaRomeo, finché gli avvocati dimostrano che quei 15 milioni Riccobono li ha spesi per regalare un'auto alla moglie, otto milioni, e un'auto alla madre, sette milioni.

Tra i testi dell'accusa c'è pure una parrucchiera che avrebbe ricevuto le confidenze di una sua cliente, figlia di un boss “amico” di Contrada mentre le faceva la messa in piega, e una medium che ha visto in sogno Giovanni Falcone che l'avvertiva che sarebbe stato presto ammazzato anche Paolo Borsellino e che l'assassino dell'uno e dell'altro è Contrada. E accanto alla parrucchiera e alla medium c'è la famosa investigatrice svizzera Carla Del Ponte, che ha inquisito Oliviero Tognoli, un industriale riciclatore dei soldi della mafia, fuggito in Svizzera mentre stavano per arrestarlo a Palermo. La Del Ponte sostiene, e depone sotto giuramento in tal senso, che Tognoli ha confessato che ad avvertirlo per farlo fuggire in tempo è stato Contrada. Ma nel verbale dell'interrogatorio firmato da Tognoli l'accusa a Contrada non c'è: “Pare comunque inverosimile - scriveranno i magistrati della Camera dei ricorsi penali del tribunale di appello di Lugano - che un magistrato che ha controfirmato i verbali resi da Tognoli, deponga poi attribuendo allo stesso Tognoli dichiarazioni diametralmente opposte a quelle verbalizzate, come appare problematico dare rilevanza alle dichiarazioni di coloro che erano istituzionalmente presenti all'interrogato di Tognoli e che riferiscono di dichiarazioni che sarebbe state rese, ma non risultano riportate nel verbale”. Perché è successo anche questo, che i presenti all'interrogatorio hanno riferito che Tognoli non disse né verbalizzò nulla contro Contrada, ma a domanda estemporanea e fuori verbale di Giovanni Falcone (“Non sarà stato Contrada ad avvertirla...?”) aveva risposto con un sorriso: “un sorriso - arriva a dire lo stesso Falcone - che per chi conosce il linguaggio dei siciliani, e in specie della mafia, non poteva che avere un significato, quello di confermare che ad informarlo era stato Contrada...”.

Ecco il dilemma: che vorrà dire l'ambiguo sorriso di un siciliano? Vuole dire “sì” o vuole dire “no”? Alla risposta a questa domanda è appeso il destino di Bruno Contrada.

Sta di fatto che col tempo si scoprirà chi è veramente stato ad informare Contrada, non è stato il Tognoli, sfinge sorridente, ma un poliziotto di Palermo notoriamente suo amico da tempo. Nel frattempo, anche per quel “sorriso” alla siciliana, Contrada viene condannato a dieci anni di galera.

Contrada condannato in primo grado, assolto in appello, l'assoluzione cancellata dalla Cassazione, ricondannato nel secondo appello, la sentenza confermata dalla seconda Cassazione.

Quando poi Contrada sarà assolto in appello, la Cassazione annullerà “per mancanza di struttura logica nella motivazione” e dispone un nuovo giudizio per confermare o contestare la “logica” della motivazione della assoluzione.

Si scoprirà che i segugi di Palermo, appena dopo l'assoluzione di Contrada in appello, hanno intercettata una conversazione tra due presunti mafiosi, che è in loro possesso dall'11 novembre del 2001, da sei mesi dopo l'assoluzione di Contrada, e l'hanno tenuta nascosta fino a quando la Cassazione non ha annullato la sentenza di assoluzione. Nella conversazione intercettata uno dei due mafiosi dice all'altro: “Questo Contrada ha due palle d'acciaio, grosse come le ruote di un automobile...”. E l'altro replica: “Iddu ci fici scappare...”. Che significa? C'è una duplice esegesi, alcuni dei periti sostengono che vuol dire che Contrada aveva aperto le porte della cella per favorire la loro evasione, o quanto meno li aveva avvertiti alla vigilia di una retata; altri esperti sostengono che vuol dire che Contrada li ha sorpresi sul lavoro e li ha messi in fuga. Come che sia, al secondo appello Contrada verrà ricondannato anche per l'interpretazione controversa di una telefonata.

Le accuse a Contrada, tutte le accuse, nessuna esclusa, si basano sul “de relato”, nessun “pentito” sa le cose che dice di scienza propria, tutti riferiscono per sentito dire. Molti si basano persino sul “de relato” dall'oltretomba, quelli che le cose gliele avrebbero dette, sono tutti morti. Buscetta riferisce cose che dice di aver apprese da Riccobono e da Bontate: Bontate è morto ammazzato il 23 aprile del 1981, 14 anni prima del processo a Contrada e della deposizione di Buscetta; Riccobono è morto ammazzato il 30 novembre del 1982, 13 anni prima. Mutolo riferisce da Riccobono, morto. Marino Mannoia riferisce da Bontate e Riccobono, idem. Spatola riferisce del pranzo di Contrada con Riccobono in saletta del ristorante che non è mai esistita e con Riccobono che è morto, idem. Quando gli avvocati di Contrada esibiscono la planimetria del ristorante che smentisce Spatola, i pm richiamano il “pentito” e gli fanno cambiare versione: Contrada e Riccobono non mangiavano in una saletta, dirà Spatola, ma in un angolo appartato del ristorante, accanto al cesso.

Cinque capi della polizia, due capi del controspionaggio, tre alti commissari per la lotta alla mafia, due generali della Guardia di Finanza, venti tra questori e funzionari di Ps, dieci ufficiali dei Carabinieri, una cinquantina di agenti e due ministri difendono Contrada - Ma i giudici di Palermo credono solo agli assassini.

Contro le accuse di questi “pentiti” sono sfilati a deporre in difesa di Contrada cinque capi della polizia, Parlato, Coronas, Porpora, Parisi e Masone, e due capi del controspionaggio, Malpica e Voci, e tre alti commissari per la lotta contro la mafia, De Francesco, Boccia e Finocchiaro, due generali di divisione della Guardia di Finanza, Mola e Pizzuti, e 20 tra questori e funzionari di Ps, e 10 ufficiali dei carabinieri, e una cinquantina di agenti delle squadre mobili, e due ministri. Il più prestigioso dei capi della polizia che abbia avuto l'Italia, Vincenzo Parisi, proprio lui che ha preso a benvolere De Gennaro e lo ha protetto e agevolato nelle carriera, dichiara al processo: “Bruno Contrada è un investigatore straordinario: il suo è un curriculum brillantissimo ed egli ha sempre dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafioso, di cui è una memoria storica eccezionale. E per questo ha ricevuto per trentatrè volte elogi dall'amministrazione e dalla magistratura.

Bisogna far luce - concludeva Parisi - su eventuali interessi ed eventuali corvi che hanno ispirato ai ‘pentiti' le loro accuse e le loro rivelazioni così tardive. I fatti di cui loro parlano sarebbero avvenuti più di dieci anni fa: perché i ‘pentiti' parlano solo ora e chi li manovra?. Io vedo un pericolo per la democrazia...”. E a Giacomo Mancini, segretario del Psi, Parisi confiderà: “Questo De Gennaro mi preoccupa, si sta sempre più legando a Luciano Violante e ai comunisti, ed è sempre più spregiudicato nei metodi che adotta nelle indagini...”.

Il prefetto Emanuele De Francesco, che è stato il primo alto commissario antimafia e poi è stato direttore del Sisde, ha raccontato ai giudici dello “specioso malanimo” agitato contro Contrada, quando era il suo capo di Gabinetto, da certe “lobby” o “cordate”, così le ha chiamate, del ministero dell'Interno, e ha raccontato che a un certo punto il fenomeno divenne così evidente e scandaloso che fu costretto a scrivere una lettera(esibita al processo)all'allora presidente della Repubblica Scalfaro per denunciare questi attacchi a Contrada che “provenivano dall'interno della Questura”.

Un Altro prefetto, Angelo Finocchiaro, che è stato direttore del Sismi, era già andato a deporre dinanzi alla commissione parlamentare antimafia per denunciare “gli attacchi ripetuti e proditori” e “la campagna denigratoria” contro Contrada e il Sisde. Finocchiaro fece dinanzi ai giudici una clamorosa rivelazione: una notte c'era stata una misteriosa “irruzione” negli uffici del Sisde, il servizio segreto civile, degli agenti della Dia diretti da De Gennaro. Che cercavano? Cosa portarono via? Chi ce li aveva mandati? “Contrada - dice Emanuele Macaluso, l'ex esponente del Pci che più ne sa della Sicilia e della mafia - si è trovato al crocevia di un periodo di transizione che naturalmente ha coinvolto anche gli apparati. Bisognerebbe scrivere un libro sulla guerra degli apparati, sulla guerra tra polizia e carabinieri, sulla guerra tra i servizi segreti e i vari corpi speciali, sulla guerra sferrata e vinta da De Gennaro...”.

Del resto, è stato il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga a chiedere, a un certo punto, lo scioglimento della Dia, accusandola di aver adottato i metodi propri di un servizio segreto di polizia politica”.

Ma i giudici di primo grado e quelli del secondo appello hanno creduto, piuttosto che al fior fiore dei funzionari e dei servitori dello Stato, agli assassini e ai peggiori lestofanti, senza riscontri e senza prove, ma sempre reclutati e addestrati e pagati per la bisogna dalla Dia diretta da De Gennaro. Gli hanno creduto e li hanno premiati, mettendoli in libertà, perché magari, come è avvenuto ed è stato giudiziariamente accertato per Spatola e Contorno, potessero tornare a delinquere, e finanziati dallo Stato. Il presidente della seconda Corte di appello, quella che a differenza della prima, ha condannato Contrada, si era già pronunciato per la colpevolezza di Contrada quando, cinque anni prima, in qualità di gip, gli aveva negato la scarcerazione, nonostante due anni e mezzo - due anni e mezzo! - già passati in isolamento a Forte Boccea, e le gravi condizioni di salute: era assolutamente incompatibile a partecipare e a presiedere la Corte, ma ce l'avevano messo appositamente.

15 anni di processi e di prigione a Contrada, 15 anni di splendida carriera a De Gennaro - Sempre d'accordo a sostenere De Gennaro la destra e la sinistra - Solo Cossiga lo accusa: uomo insincero, tortuoso, ipocrita, falso, cinico e ambiguo, la sua Dia è come l'Ovra, la Gestapo, il Kgb - Il ministro dell'Interno non risponde Cossiga presenta le sue dimissioni da senatore a vita - La Giustizia come la intende il pm Antonio Ingroia.

Arrestato alla vigilia di Natale del '92,alle 7 del mattino, la vittima del “Processo” di Kafka (“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché alle 7 del mattino bussarono alla sua porta...”), Contrada aveva allora 62 anni, è rimasto rinchiuso per due anni e sette mesi in un carcere militare riaperto solo per lui, e prima ancora che cominciasse il processo (intanto reclutavano i “pentiti”), e dopo 15 anni trascorsi tra il processo di primo grado, i due processi di appello, le due volte in Cassazione, è tornato in galera a 77 anni per scontare altri otto anni, e forse per non riuscirne più da vivo. Nel frattempo, Gianni De Gennaro ha fatto la sua splendida carriera. Dopo ogni sfornata di “pentiti”, dopo ogni processo politico, il suggeritore De Gennaro aveva uno scatto di carriera, vicecapo e capo della Dia prima, vicecapo e capo della polizia dopo, con gli uomini a lui fedeli sistemati in tutti i posti chiave, con quelli che non erano d'accordo emarginati, epurati, sempre con il rischio di fare la fine di Contrada.

Due poliziotti: a Contrada 15 anni di processi e di galera, a De Gennaro 15 anni di carriera. Con il centro sinistra e il centro destra sempre d'accordo, la sinistra lo ha nominato capo della polizia, la destra lo ha riconfermato, con tutti, o quasi tutti sempre a difenderlo: Scajola o Amato, Violante o Pera, giustizialisti di professione o garantisti da operetta. Era rimasto soltanto Cossiga a tener duro: “Farò di tutto per far cacciare De Gennaro - aveva gridato qualche mese fa in pieno Senato - un uomo insincero, tortuoso, ipocrita, falso, un personaggio cinico e ambiguo che usa spregiudicatamente la sua influenza, un losco figuro di tale bassezza morale che è passato indenne da manutengolo della Fbi americana, dalla tragedia del G8 di Genova, che è passato indenne dopo aver confezionato la polpetta avvelenata che ha portato alle dimissioni di un ministro dell'Interno, che è passato indenne da tante cose...”(Senato della Repubblica, XV legislatura,81°seduta, 23 novembre 2006, resoconto stenografico, pagina 72).

Cossiga ha presentato una decina di interrogazioni e di interpellanze.

Il ministro dell'Interno non gli ha mai risposto, il Parlamento non ne ha mai discusso, la stampa e la televisione hanno sempre taciuto. Anche l'ultima volta, dopo l'ennesima interrogazione e dopo le accuse più violente e clamorose che siano state mai pronunciate in un Parlamento, il ministro non ha risposto pubblicamente a Cossiga (soltanto ha inviato a Cossiga dopo un mese un biglietto “privato”, il cui contenuto è rimasto segreto). Cossiga ha presentato le dimissioni da senatore a vita: “Tanto, non conto niente - ha dichiarato - il Senato della Repubblica non conta più niente”. E ha chiesto scusa.

Il Presidente emerito della Repubblica ha chiesto scusa allo sbirro, al carnefice di Contrada e di tanti altri. Il Senato ha respinto le dimissioni di Cossiga. Il Governo, dopo sette anni e un mese che ha diretto la polizia, ha destituito De Gennaro, non senza ricoprirlo di ringraziamenti e di elogi. Contrada ha bussato al portone del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e si è consegnato.

Il solito pm di Palermo Antonio Ingroia, quello che ha sostenuto l'accusa contro Contrada, ed è lo stesso che ha sostenuto l'accusa contro Dell'Utri nel processo di primo grado, e utilizzando gli stessi “pentiti”, si è dichiarato “soddisfatto” di come è finita per Contrada in Cassazione dopo 15 anni: “E' la dimostrazione - ha detto - che avevamo ragione, che il processo che gli abbiamo fatto era giusto”.

Borsellino, la trattativa e il più grande depistaggio di sempre, scrive ancora Gea Ceccarelli su "Articolo 3" a luglio 2016. Ventiquattro anni. Tanto tempo è passato da quel 19 luglio 1992, quando, in via D'Amelio, a Palermo, una 126 imbottita di tritolo fece saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e cinque ragazzi della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. A tanti anni di distanza, però, i motivi della strage, così come i veri colpevoli, sono ancora nell'ombra. Per anni si sostenne che Borsellino fosse stato ammazzato perché scomodo, perché giudice antimafia, perché, come Giovanni Falcone, perseguiva un ideale di giustizia. Perchè troppo esposto, magari proprio da chi, come Scotti, l'aveva candidato pubblicamente al vertice della Superprocura Antimafia. Ed è vero. Ma sono anche tanti, ora, che si domandano se non c'entri, in quell'eccidio così frettoloso, anche qualcosa riguardante la trattativa Stato-mafia: era possibile, infatti, che Paolo Borsellino avesse scoperto come lo Stato avesse contattato Cosa Nostra per raggiungere un accordo, e si fosse messo di traverso? Non appare un'eventualità così impossibile. Paolo Borsellino il giorno prima di morire, parlando con la moglie Agnese, rivelò di sapere che, a ucciderlo, non sarebbe stata soltanto la mafia. In un'altra occasione, in quei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D'Amelio, venne trovato a piangere, sostenendo di esser stato tradito da un amico. E ancora: al ritorno da un viaggio a Roma (in quel periodo si moltiplicarono), si sfogò spiegando di aver visto, nella capitale, il vero volto della mafia. C'è, in particolare, uno di quei viaggi nella città eterna, a restar impresso più di altri. Lo racconta il pentito Gaspare Mutolo, che, quel giorno, era interrogato da Borsellino. Era il primo luglio e il giudice venne interrotto da una telefonata dal Ministero dell’Interno: il neoministro Nicola Mancino, subentrato a Scotti, voleva conferire con lui. Secondo quanto riportò Mutolo, all’incontro Mancino e Borsellino non erano soli: “Borsellino tornò dopo circa due ore – ricordò infatti – non commentò niente, ma era molto arrabbiato. Io mi misi a ridere perché aveva due sigarette accese contemporaneamente, una in bocca e l’altra nel posacenere, tanto era agitato. Poi ho capito perché mi disse che dopo aver parlato con il ministro incontrò Vincenzo Parisi (allora capo della Polizia) e Bruno Contrada (numero tre nella catena di comando del Sisde ndr) che gli avevano detto di sapere del mio interrogatorio. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me che doveva essere segretissimo. Anzi gli disse: so che è con Mutolo, me lo saluti”. Mancino, però, negli anni successivi, smentirà il tutto, sostenendo di non aver mai incontrato il magistrato e che, a quel tempo, non sapeva nemmeno che faccia avesse. Ancor prima, nell'ultima settimana di giugno, il capitano del Ros De Donno avvicinò Liliana Ferraro, stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, per informarla dei contatti presi con Vito Ciancimino tramite suo figlio Massimo nell'ottica di creare un canale di dialogo con Cosa Nostra. Da parte sua, la Ferraro riferì il tutto al ministro della Giustizia Martelli e a Paolo Borsellino, il quale organizzò subito un incontro con i carabinieri del Ros, De Donno, ma anche Mori, che si tenne il 25 giugno. Di cosa parlarono, è impossibile saperlo. Certo è che pochi giorni dopo, a Palermo, venne denunciato il furto di una 126. E' quindi possibile che, dietro la strage, ci siano ombre istituzionali? Di questo era convinto per esempio Totò Riina che, nel 2009, riferendosi a Borsellino, sosteneva: "L'hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia". Quando poi tornò a parlare, nel 2013, con il suo compagno d'aria Alberto Lorusso, aggiunse: "L'agenda rossa?", diceva, intercettato.  "I servizi segreti, gliel'hanno presa". L'agenda rossa è un altro dei misteri che gravitano attorno la strage di via D'Amelio. Per quasi due mesi Borsellino non fece altro che ripetere di voler essere interrogato dalla Procura di Caltanissetta, quella titolare delle indagini sulla strage di Capaci. Voleva riferire quanto aveva scoperto, quanto sapeva e che non poteva render pubblico, per il segreto d'inchiesta. Nessuno lo volle ascoltare. E' presumibile che avesse comunque segnato tutto sulla sua agenda, che aveva con sé anche quel 19 luglio, e che non fu mai più ritrovata. Ma, oltre a Riina, anche Gaspare Spatuzza ha parlato di servizi segreti. Lui, uno dei veri esecutori della strage, sostenne infatti che, all'interno del garage in cui era stata portata la 126 per imbottirla di tritolo, si trovava anche un uomo estraneo a Cosa Nostra, un agente dei servizi. Fu una delle tante, importanti, rivelazioni che Spatuzza offrì, permettendo di riscrivere la storia giudiziaria di via D'Amelio e smantellare il più grande depistaggio di sempre, quello del falso pentito Vincenzo Scarantino, che aveva portato alla condanna di innocenti. Successivamente, Scarantino sostenne di esser stato costretto a mentire, dal super poliziotto Arnaldo La Barbera -colui che, secondo l'ex boss Di Carlo si recò nelle carceri inglesi in cui si trovava recluso per avere un contatto con Cosa Nostra per allontanare Falcone- e magistrati, tra cui Palma e Tinebra: questi, raccontò Scarantino, lo avrebbero anche invitato a prendere "questa cosa della collaborazione come un lavoro", e di star tranquillo, nell'accusare innocenti, perché "se non hanno fatto questo, hanno fatto altro". Le ultime dichiarazioni, Scarantino le ha rilasciate qualche anno fa, dagli studi di Servizio Pubblico. Fuori dallo studio, però, lo attendevano le forze dell'ordine per arrestarlo. Ha parlato e, con tempistiche quantomeno anomale, è finito con l'essere arrestato con l'accusa di stupro; una storia di cui non s'era mai avuta notizia prima e che, l'anno scorso, s'è conclusa con la sua assoluzione. Intanto, però, il messaggio di tacere era stato inviato.

SALVATORE RIINA: L’ARRESTO ED IL CARCERE.

L’ARRESTO DI RIINA. Il boss dei boss di Cosa nostra, Totò Riina, viene arrestato il 15 gennaio 1993 e a Palermo è una giornata d’inverno isolano, 11 gradi e nemmeno una nuvola in cielo. L’indagine che porta alla cattura del capo della più grande organizzazione criminale d’Europa è iniziata nell’infuocata estate del 1992, cioè nella stagione in cui l’aggressività contro lo Stato della strategia mafiosa voluta da Riina ha visto la sua escalation con le stragi di Capaci e di via D’Amelio. In quell’anno, Mario Mori viene nominato vicecomandante del Ros, con responsabilità dell’attività operativa del reparto. Forma così un’unità speciale e a capo nomina Sergio De Caprio, il capitano Ultimo: la peculiarità del gruppo è di operare in modo svincolato dall’organizzazione dei carabinieri per evitare qualsiasi fuga di notizie e limitare qualsiasi contatto con il mondo esterno. Le informazioni iniziano ad arrivare: prima il fatto che Riina si nasconde da qualche parte nel quartiere della Noce, capeggiata dalla famiglia mafiosa dei Ganci. Poi che uno dei figli del boss, Domenico, si reca spesso in un complesso residenziale in via Bernini. La svolta, però, arriva quando viene arrestato a Novara Baldassare Di Maggio, boss che inizia a collaborare col giudice Giancarlo Caselli e racconta del cosiddetto “fondo Gelsomino” dove avvengono le riunioni di Cosa nostra e di due costruttori palermitani favoreggiatori del latitante Riina (già noti ai carabinieri perchè indagati durante l’inchiesta “mafia e appalti”). E’ questa l’informazione chiave: nel complesso di via Bernini risulta un’utenza telefonica intestata a loro. Il 13 gennaio scatta l’operazione: su un furgone “balena”, con impianto per le riprese audiovisive, sono appostati gli uomini di Ultimo e il boss Di Maggio, che riconosce in un’auto che entra nel condominio la moglie di Riina, Ninetta Bagarella. Il secondo giorno di appostamento, a bordo di una Citroen ZX che esce dal complesso residenziale, Di Maggio riconosce un uomo d’onore alla guida e, accanto a lui, Totò Riina in persona. La squadra di Ultimo, coordinata da Mori, fa scattare la trappola pochi chilometri dopo in un motel Agip e cattura entrambi i boss. L’uomo più ricercato d’Italia, l’ultrapotente Riina, è in trappola. Eppure, il generale lo considera il suo più grande rimpianto professionale: «Non ho avuto la forza di aspettare, di andare avanti nel pedinamento, se avessi atteso ancora qualche chilometro prima di dare l’ordine li avremmo presi tutti: seppi poi che Riina si stava dirigendo a una riunione della “commissione” provinciale di Cosa nostra. La correttezza era quella di andare avanti come insegnava la dottrina Dalla Chiesa, ma sentivo idealmente sopra di me il peso del comando generale dell’Arma del ministero dell’Interno e mi mancò il coraggio di attendere». Dalla sua operazione più brillante, prende corpo il primo processo a suo carico. Mori viene rinviato a giudizio dalla procura di Palermo per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra, per aver ritardato la perquisizione nell’ultimo covo di Riina. Il giorno dell’arresto, il magistrato torinese Caselli ha assunto le funzioni di procuratore della Repubblica di Palermo e proprio lui viene convinto da Mori e De Caprio ad aspettare ad entrare nella casa di via Bernini. «Una richiesta assolutamente coerente con la dottrina investigativa e la tecnica operativa dell’antiterrorismo dei Carabinieri, secondo le quali da ogni azione si dovevano ricavare i presupposti per poter proseguire l’indagine con efficacia», ha scritto Mori. In altre parole, se la perquisizione fosse avvenuta immediatamente, tutte le persone che avevano frequentato il covo si sarebbero sentite bruciate. Così si consuma l’ennesima rottura con la procura di Palermo: il Ros di Mori vuole evitare l’intervento e sfruttare la superiorità informativa; i magistrati palermitani subentrati nell’operazione, invece, richiedono un’osservazione costante, incompatibile secondo i carabinieri con il luogo senza venire notati. Così De Caprio sospende l’osservazione con le modalità richieste dai pm, dopo alcuni giorni, e procede alla perquisizione della casa vuota. L’incomprensione porta al procedimento penale: «Il danno e la beffa, perché la responsabilità del ritardo nella perquisizione ricadde esclusivamente su me e De Caprio», ha commentato successivamente Mori. I due carabinieri, però, vengono assolti il 20 febbraio 2006 e i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino non presentano ricorso in appello. La sentenza conferma che si è trattata di una scelta investigativa legittima e che “l’accettazione del rischio fu condivisa da tutti”.

A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia, il 41 bis, ma il 12 marzo del 2001 gli venne revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà. Proprio mentre era sottoposto a regime di 41 bis, il 24 maggio 1994 durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto dal capo-redattore della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli ed altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41 bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno. Nella primavera del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo al tempo non convocato in dibattimento. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006 all'ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci. Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte del Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato. Il 31 Agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima il Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti.

Il giallo che non è mai stato un giallo, una storia che nessuno ha voluto ascoltare, un epilogo pressoché scontato, che vede il Capitano Ultimo l'unica persona processata quattro volte per aver svolto il proprio lavoro nonostante abbiano fatto di tutto per impedirglielo.

Il primo processo: dall'arma dei carabinieri. Ultimo ha subìto il suo primo processo dalla sua famiglia, l'arma dei Carabinieri che ha servito con la massima professionalità, lealtà e a rischio della propria vita. Subito dopo l'arresto di Riina il suo gruppo fu sciolto e furono abbassate le sue note caratteristiche da persona "eccellente" a "superiore alla media". Dopo una serie di richieste che Ultimo fatte all'arma per poter lavorare con il massimo rendimento, vedendo che l'unica cosa che otteneva era precarietà e mancanza di strutture e di personale, il "capitano" chiede un trasferimento ad un altro reparto. In risposta ad Ultimo, un comunicato all'ansa dell'ex comandante del Ros Sabato Palazzo, replica di aver dato la massima disponibilità a Sergio De Caprio. Il nome di Ultimo fino ad allora era sconosciuto per ovvi motivi di sicurezza. A distanza di qualche anno, a seguito di un blitz anticamorra a Pozzuoli, Sabato Palazzo e' chiamato a rispondere per reati quali corruzione, falso, favoreggiamento aggravato e abuso di ufficio.

Il secondo processo: giudiziario. Qui possiamo cominciare dalla fine: dopo un anno di processo e di tentativi di incriminare chi ha - di fatto - trovato e catturato il capo di Cosa Nostra, siamo tornati al punto di partenza. Il 19 febbraio 2005, esattamente un anno fa, i PM dichiararono "per noi sarebbe difficile andare a rappresentare un'accusa alla quale non crediamo". I PM avevano chiesto già due volte l'archiviazione, il non luogo a procedere, perché "il fatto non costituisce reato, o, in subordine, il proscioglimento", ma il Gip , la scaltra Vincenzina Massa, (che ha combattuto con le unghie e con i denti per farci assistere a questo penoso spettacolo da circo), espertissima di antimafia, evidentemente, impose ai pubblici ministeri l'incriminazione coatta con l'ipotesi di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra, reato che non prevede prescrizione, stilando un rapporto in cui spiegava la assoluta necessità di incriminare i due ufficiali. Nell'ordinanza di imputazione coatta il Gip fa riferimento al verbale di sopralluogo e alla documentazione fotografica che dimostrano l'esatto contrario di quel che sostiene nel provvedimento. In queste 35 pagine di motivazioni, la Gip si chiedeva che fine aveva fatto la cassaforte asportata dal muro, per esempio. Peccato però che la cassaforte non è mai stata asportata, nè tanto meno è stata trovata aperta dai carabinieri quando il 2 febbraio poterono finalmente eseguire la perquisizione. Fu usata infatti la fiamma ossidrica per aprire la cassaforte dal retro. Ad un anno dal processo, i PM devono aver dimenticato il motivo del processo, perché il reato di cui vengono accusati gli imputati è quello di favoreggiamento a Cosa Nostra. Un solo reato, per cui però vengono fatte due richieste: una di assoluzione perché il fatto non sussiste, e l'altra di prescrizione perché il favoreggiamento potrebbe essere semplice, e non aggravato, citando anche la discussa legge Cirielli in realtà inapplicabile per questo processo. Una cosa ci sfugge: se, come dice Ingroia, "favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra non c'è stato" nei confronti di chi c'è stato? Addirittura il pm Prestipino apre la requisitoria con elogi nei confronti degli imputati: «Quello che oggi si conclude è un processo particolare, sia per i due imputati rappresentanti delle istituzioni, le cui qualità professionali non sono mai state messe in discussione, sia per le note vicende procedimentali che lo hanno caratterizzato». Se Ultimo non ha favoreggiato Cosa Nostra e nel caso del Covo di Riina ci sono delle ombre, chi sono i responsabili? Nel diario degli appuntamenti del sostituto procuratore Aliquò si legge in data 27 gennaio che nel corso di una riunione con i vertici del Ros, seppur la procura sollecitasse l'effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l'allora colonnello Mori "sembra non avere urgenza e dice che l'osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione". Peccato però che quel giorno il colonnello Mori stava interrogando Vito Ciancimino nell'aula bunker di Rebibbia, in compagnia proprio della sua pubblica accusa Antonio Ingroia (che tra le altre cose aveva lodato la "scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquò in presa diretta"). Diverse inesattezze sono riportate nel famoso e scrupoloso diario, compreso l'avvenuto arresto della Bagarella. Ma non era un errore di data. La famosa riunione con Mori non c'è mai stata, ed a documentare il tutto sono i registri con le autorizzazioni dell'arma sui vari spostamenti di tutti. Aliquò ha quindi prodotto documenti falsi? Purtroppo per lui questa non è un'opinione, ma un fatto inconfutabile provabile dai verbali degli interrogatori con Ciancimino. E che sarebbe giusto approfondire. La storia, quella vera, quella che nessuno ha potuto smontare per l'ovvietà dell'andamento logico dei fatti, e per i documenti presentati in questo processo, e' che via Bernini, dopo l'arresto di Riina, doveva essere il punto di partenza di Ultimo per riuscire a catturare anche tutta l'imprenditoria che i fratelli Sansone stavano tenendo in piedi. Per continuare a tenere osservata via Bernini e a controllare le 8 utenze telefoniche riconducibili ai Sansone trovate in quel comprensorio, bisognava trovare un modo per depistare chi ci abitava dentro, per far credere che nessuno sapesse che quel covo era in una situazione di pericolo. Fu quindi deciso di fuorviare la stampa, di non dire che il covo di Riina era in via Bernini, e furono mandati inizialmente tutti i giornalisti altrove, mettendo così' Ultimo e il suo gruppo in condizioni di poter fare i lavori di polizia giudiziaria per effettuare i dovuti accertamenti bancari, intercettazioni telefoniche, pedinamenti ecc.. Malauguratamente all'interno dell'arma ci furono delle inopportune fughe di notizie che portarono giornalisti come Bolzoni e altri, a piantonare via Bernini, 54 per fare lo scoop, favoreggiando così Cosa Nostra. Chi viveva in quel comprensorio, ovviamente, avrà avuto modo di fiutare il pericolo vedendo giornalisti curiosi nei dintorni a fare domande su Riina, bruciando così tutta la copertura. (Interrogatorio del 2003 durante le indagini preliminari: "[...]il Maggiore RIPOLLINO aveva avvisato i giornalisti di quale era l'abitazione di RIINA, mentre in Procura era stato deciso di non rivelarlo, infatti era stata fatta l'attività su Fondo Gelsomino per non svelare che invece sapevamo dove stava RIINA e quindi una farsa totale, cioè se noi decidiamo di non dirlo, quello invece lo dice, mi dice che senso ha, comunque l'esigenza nostra era quella di sparire, lasciarli quanto più possibile tranquilli e di riprenderli nel momento in cui loro, che sicuramente si saranno verificati cinquantamila volte, si ritenevano tranquilli, riprendevano la loro normale attività di Cosa Nostra e noi allora saremmo dovuti essere lì e avremmo fatto la stessa attività che avevamo fatto sui GANCI. Questo è quello in cui credo e su questo mi ci sono giocato la mia vita, la mia professionalità ".) Un'altra domanda lecita è: se Ultimo non avesse insistito per tenere d'occhio via Bernini invece di Fondo Gelsomino, come richiesto dal procuratore aggiunto Aliquò e dal colonnello Cagnazzo, Riina sarebbe dietro le sbarre adesso? Ci sono altri tasselli, oltre a tutto questo, meritevoli di attenzione. Un muratore, Angelo Parisi, ha raccontato che tra il 20 e il 22 gennaio gli venne confermato l'incarico dal padrone della casa di via Bernini, Giuseppe Montalbano, di svolgere di lavori di ristrutturazione «del bagno, coloritura, togliere carta da parati, eliminare umidità dalle pareti'». Per fare ciò «spostammo i mobili che abbiamo coperto per non impolverarli», «lavorammo due o tre giorni», dopodiché «una mattina andammo in via Bernini 54 e trovammo un sacco di carabinieri». La perquisizione è del 2 febbraio. Tutto torna. Per quanto riguarda invece l'altro giallo, quello della mancanza di osservazione con le telecamere in via Bernini, il punto è che il metodo che Ultimo ha usato (e sempre con successo) non è quello di tutti, e cioè per tenere sotto controllo un'abitazione, non solo non e' necessario tenere puntate le telecamere 24 ore su 24, ma è un modo di fare vivamente sconsigliato. Un'attività consecutiva con il furgone per troppi giorni porta solo ad insospettire la "preda", quindi per tenere sotto controllo costante la zona, bisognava pedinare, fare ricerche bancarie (infatti il 26 fu trasmessa alla procura tutta la situazione patrimoniale dei Sansone che era stata richiesta) ascoltare le telefonate, seguire, all'occasione usare le telecamere, ma non in maniera troppo presente e ossessiva, perché se l'osservazione doveva essere costante nel tempo non potevano permettersi di farsi beccare in maniera idiota, magari montando un carrello elevatore sul palo della luce per montare una telecamera all'interno del comprensorio. Questo si, sarebbe stato deleterio, oltre che stupido. Ma queste cose non sono informazioni che si sanno, perché c'è il processo. Sono tutti fatti che in fase istruttoria hanno convinto i PM alla non colpevolezza dei due ufficiali. Gli stessi fatti, poi, che hanno convinto i PM delle loro colpevolezza, e poi ancora della loro innocenza e "indiscussa capacità". Il fine di Ultimo insomma, non era la cattura di Riina e basta, ma seguire i Sansone, e ricostituiremo i circuiti politico imprenditoriali. Un'operazione questa che in Sicilia deve essere o bloccata. I metodi sono stati quelli che vediamo adesso. Teniamo anche conto che questo processo ha giovato a Cosa Nostra perché adesso sanno come il gruppo di Ultimo opera (operava, è meglio), sanno anche i nomi e i cognomi di tutti gli appartenenti all'operazione dell'arresto di Riina.

Il terzo processo: da Cosa Nostra. "Numerosi collaboratori di giustizia dal 1993 al 1997 riferiscono dell'esistenza di un progetto "aperto" di Cosa Nostra (Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella), finalizzato all'uccisione di Ultimo. Secondo Gioacchino La Barbera, Leoluca Bagarella avrebbe offerto ad un carabiniere (mai identificato) un miliardo di lire per ottenere notizie utili all'individuazione dell'ufficiale (fonte: L'azione - tecniche di lotta anticrimine)". Ora però, dalle ultime testimonianze dei pentiti, Ultimo non doveva essere ucciso, doveva essere solo sequestrato. Per fare una partitina a carte, magari. A tressette col morto, forse. Pare che ad ogni modo, a quanto risulta dai pentiti, l'ufficiale è stato individuato, e il progetto di "sequestro" fosse avallato anche dallo stesso Provenzano. Brusca però di cose ne dice tante. Ha riferito che molti pensavano che Provenzano fosse un confidente dei Carabinieri. Ad ogni modo, chiedendo allo stesso Ultimo cosa pensasse delle esternazioni di Brusca su presunte collaborazioni di Provenzano, Ultimo risponde: "in Cosa Nostra non esiste il sospetto, se uno e' sospettato di essere collaboratore, muore. Non si fa salotto, ì', quella è una guerra. Si ammazzano tra familiari consanguinei stretti, solo per il sospetto che ci sia collaborazione con i Carabinieri. Ad ogni modo, se Provenzano, il capo di Cosa Nostra, fosse un nostro collaboratore, non ci sarebbe neanche la lotta alla mafia, non ci sarebbe la mafia. Ma poi, come mai Provenzano collabora con i carabinieri e Brusca lo cattura la Polizia, Bagarella la Dia, ecc ecc?" E come Brusca, Giusy Vitale è stata una delle protagoniste di questo spettacolo, di cui vorrò farmi restituire il biglietto, perché è stato uno spettacolo niente affatto divertente, niente affatto giusto, a prescindere dalle decisioni del giudice.

Il quarto processo: mediatico. "I carabinieri del Ros che arrestarono Totò Riina abbandonarono la postazione nascondendo al procuratore Caselli che se n'erano andati, che avevano lasciato libera una squadretta di mafiosi di infilarsi là dentro e svuotare il covo del boss dei boss. Questa è' una vicenda molto italiana, Leonardo Sciascia l'avrebbe chiamata una "storia semplice". Questo è un pezzo di articolo di Bolzoni preso da antimafiaduemila. Ma dove le abbiamo sentite queste parole? Ah, si, da Ingroia, nella requisitoria. (La mancata perquisizione del covo del boss mafioso Totò Riina subito dopo il suo arresto e la cessazione dell'attività di osservazione decisi dal Ros senza avvertire la Procura ''altro non è che 'Una storia semplice''). Si farà forse preparare i testi da Bolzoni? Scherzi a parte, Bolzoni non ha fatto altro che parlare di Ultimo come "l'uomo famoso grazie alla fiction", l'uomo che senza una soffiata non avrebbe mai preso Riina, affermando il falso con la storia dei mafiosetti entrati a svaligiare casa, ha solo buttato fango, mettendo a caratteri cubitali le colpe additate ai due ufficiali, perché "così dicono i pentiti". Questo perché? Perché ha scritto un libro che avalla la tesi della trattativa tra Stato e Mafia. Su queste dichiarazioni non ha mai voluto rilasciare nessuna fonte avvalendosi della facoltà di non rispondere tutelata dal segreto professionale. Un pò come se si dicesse che Ferrara è un pedofilo senza poter mai provare nulla. Intanto il dubbio rimane, il libro vende, guadagna, ma la persona rimane infangata agli occhi di chi non ha fonti alternative ai giornali "enbedded", gli autorizzati a parlare di questi argomenti. Durante le udienze, tra bolzoni e Lodato c'era la gara tra i "non so, non ricordo". Addirittura Bolzoni non ha potuto confermare quanto scritto in un suo libro perché non l'aveva riletto!!! (leggi verbale). Il processo mediatico non finisce con i giornali "Repubblica" o "L'unità ", che titola l'articolo della requisitoria "Mori salvato dalla Cirielli" sapendo benissimo che la Cirielli non è neanche applicabile nè a questo processo nè per questo tipo di reato. Il processo mediatico va oltre. Il giorno che è iniziato il processo, anticipando il palinsesto di una settimana, viene mandato in onda il film "L'uomo sbagliato", la storia di Daniele Barillà, condannato per errore giudiziario in una operazione portata avanti con l'aiuto dello stesso capitano Ultimo. Una cosa strana è che il regista del film è lo stesso che ha diretto la fiction "Ultimo", la prima serie, poi scalcato da Michele Soavi. Dopo essere stato scalzato da un altro regista, stranamente, fa un film che narra le gesta sbagliate del capitano di cui ha raccontato l'arresto di Riina. Rivalsa?

"Lucido, determinato e non pentito. Il mio incontro con Totò Riina nel carcere di massima sicurezza". Melania Rizzoli, medico e scrittrice, ha visto e visitato il capo di Cosa Nostra. "Mandarlo a casa? Esistono centri medici carcerari che possono curare i suoi problemi di salute". Intervista di Cristiano Sanna del 6 giugno 2017 su "Tiscali notizie". Il capo dei capi sta male. Molto: neoplasia ad entrambi i reni. Ha 87 anni, è sottoposto al regime di isolamento carcerario più duro, il 41bis, dal 1993. Nelle ultime ore non si discute che di lui, dopo la decisione della Cassazione di accogliere la richiesta di mandarlo ai domiciliari per permettergli di affrontare la morte in mezzo ai familiari. Una morte dignitosa, si direbbe. Ma cosa si intende per morte dignitosa quando il protagonista della richiesta è l'uomo che ha insanguinato e terrorizzato l'Italia, quello delle bombe, dei giudici fatti saltare per aria, delle crudeli esecuzioni, della strage di Capaci, dei bambini fatti sciogliere nell'acido, delle minacce di morte violenta all'attuale pm Antimafia, Di Matteo? Dove si ferma il concetto di giustizia e comincia quello di vendetta e di accanimento nei confronti di un super criminale? Melania Rizzoli, giornalista, scrittrice, medico e politico, sei anni fa ha incontrato Totò Riina nel braccio di massima sicurezza del carcere di Opera.

Melania, tu hai raccolto le storie dei carcerati celebri e delle loro condizioni di salute in un libro.

"Sì, tra gli altri raccontai anche di Provenzano, morto in carcere, in regime di isolamento, lo scorso luglio. Quando lo incontrai era incapace di intendere e di volere. Ho visitato i centri di detenzione perché facevo parte della Commissione sanità, occupandomi dei casi di malati incompatibili con il regime detentivo: come quelli affetti da sclerosi multipla, ad esempio".

Nel 2011 ad Opera incontri Totò un Riina lucido, integro, cosciente della sua condizione di carcerato.

"Rimasi colpita: dopo tanti anni di detenzione al 41bis, che è un regime spaventoso, perché sei sempre sotto terra, isolato, non hai giornali, aveva perfino il telecomando della tv bloccato, poteva solo cambiare canale e il televisore si accendeva a orari prestabiliti, trovai un uomo fiero. Orgoglioso, di spirito elevato, Riina pareva detenuto da massimo tre mesi. Sapeva di avere una storia di potere alle sue spalle e probabilmente nel suo presente. L'ho visitato come medico, l'ho stimolato a scrivere ma si rifiutò. Nun sacciu scrivere, rispose, mai lo farei. Io volevo che lasciasse una testimonianza della sua storia criminale. Lui disse: se casomai finissi in un libro di storia mai lascerei una testimonianza di me".

Perché? Riina si percepisce più grande di quanto possano raccontare gli altri?

"Io ho avuto l'impressione che non volesse condividere la sua storia con quella della reclusione".

Dunque una specie di scissione fra l'uomo siciliano privato e il capo dei capi che ha commesso stragi e violenze di ogni genere.

"Esatto, ho avuto l'impressione che fosse tornato in libertà avrebbe ricominciato la sua storia criminale senza problema".

Quindi la posizione dell'Antimafia che continua a considerarlo il perno di tutta la storia mafiosa ancora in movimento nel nostro Paese, non è semplice allarmismo.

"Riina è in regime 41bis aggravato, se la magistratura ha deciso di tenerlo in queste condizioni ne ha tutte le ragioni. Io sono un medico, ho seguito tanti terminali, ritengo che quando una persona affronta il momento più fragile e terribile della sua vita, la morte, abbia diritto di farlo in modo dignitoso. Riina è stato trasferito nel centro medico di Parma, un'eccellenza italiana, dove sono perfettamente in grado di seguirlo". 

Un'assistenza che gli si può dare tenendolo al 41bis o anche spostandolo altrove?

"In questi centri medici ci sono strutture di massima sicurezza, per permettere di assistere malati gravi in isolamento. Non è necessaria la scarcerazione".

Torniamo all'incontro con Riina ad Opera del 2011. In un braccio di massima sicurezza con quattro celle per lato, vuoto. Dentro c'era solo lui.

"Man mano che mi avvicinavo vedevo l'ombra del cancello riflessa sul pavimento del carcere, e si sentiva una musica, l'Ave Maria di Schubert che lui stava seguendo alla tv. Incontravo il personaggio che ha firmato la storia più orribile del nostro Paese. Ancora oggi Sicilia e mafia sono sinonime. L'ex premier Renzi, di fronte all'idea di tenere il G7 in Sicilia, fu sconsigliato di farlo, perché ancora oggi all'estero la Sicilia significa mafia. Riina è responsabile della fama negativa di quella regione".

Lo vedi, gli stringi la mano, lo visiti: a parte i problemi alla tiroide, c'erano già evidenze delle neoplasie ai reni?

"Aveva già problemi renali, prima che io andassi via mi sollecitò perché accelerassi le visite specialistiche. E' un uomo molto intelligente, ci teneva ad essere curato e alla sua salute".

Il rapporto dei boss, pervertito, con la religiosità: Riina disse che leggeva regolarmente la Bibbia. Come adesione alle tradizioni religiose o come passatempo?

"Sia come passatempo sia come conforto. Quando sei in quella condizione di isolamento, solo con te stesso, rinchiuso e impedito in qualsiasi forma di comunicazione, ti resta da pensare. Avrà riflettuto probabilmente sulle sue azione e responsabilità. Mi disse che non pregava ma che la Bibbia la leggeva tutte le sere. Non ha mai voluto dare un'immagine di cambiamento".

Quindi: no scarcerazione, se c'è bisogno di curarlo lo si può fare tenendolo in isolamento carcerario.

"Se non ci fosse la possibilità di curarlo in modo dignitoso direi che bisognerebbe spostarlo da li. Non come è stato fatto per Provenzano. Ma in Italia ci sono centri di eccellenza nelle case circondariali italiane in grado di assistere un detenuto anche condannato al 41bis. Certo non avrà ciò a cui tiene di più, la vicinanza della famiglia. Chi sta in isolamento ha diritto ad una sola visita al mese, per una sola ora. Ma ribadisco: Totò Riina si trova nel centro medico del carcere di Parma, in grado di affrontare qualsiasi emergenza medica e chirurgica". 

«Il mio incontro con Totò Riina in carcere». L’ho conosciuto in cella nel 2011. Era ancora vitale, per niente depresso Parlava in siciliano, faceva il galante. «Qui divento un monachello...», scrive su "Libero Quotidiano" il 6 giugno 2017 Melania Rizzoli. Ho incontrato Totò Riina nel carcere di Opera (Mi) nel 2011, durante una delle mie visite ispettive nei centri di reclusione italiani, che svolgevo in qualità (...) (...) di parlamentare della Commissione Sanitaria della Camera dei Deputati. Il “Capo dei capi” di Cosa Nostra era recluso in regime di 41bis, in isolamento assoluto, dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio del 1993, ma quando me lo sono trovato di fronte ho visto un uomo forte e vitale, per niente depresso, anzi ancora fiero ed orgoglioso, come fosse incarcerato da appena pochi mesi. Avevo chiesto di vederlo per verificare il suo stato di salute, poiché, oltre alle varie patologie dalle quali era affetto, pochi mesi prima era stato colpito da un infarto, era stato curato ed era ancora convalescente. Sapevo che Riina non gradiva le visite di estranei, né tantomeno di parlamentari, che aveva sempre rifiutato di incontrare, per cui io chiesi aiuto al direttore del carcere di Opera, che mi accompagnò da lui nei sotterranei dell’isolamento. E per me fu un’esperienza indimenticabile. Totò “u’ curtu” era rinchiuso da solo in un intero reparto interrato, senza finestre e luce naturale, nel quale c’erano otto celle, quattro per lato, separate da un ampio corridoio, all’ingresso del quale era stato posizionato un metal detector con due agenti di polizia penitenziaria armati, alloggiati in un gabbiotto con quattro monitor, tutti collegati con la cella dell’unico detenuto di quel settore. Avanzando verso quel reparto calcolavo che quello spazio, seppur ampio, non sarebbe stato sufficiente a contenere in piedi tutte le vittime di mafia collegate a lui ed ai suoi sicari. Dopo i controlli di routine ai quali siamo stati sottoposti, io, il collega Renato Farina che si era offerto di accompagnarmi, e lo stesso direttore, questi andò avanti da solo, per informare Riina della nostra visita, avanzando verso la sua ferrata, dalla quale usciva una musica celestiale, l’Ave Maria di Schubert. Riina, senza spegnere il televisore od abbassare il volume, chiese chi volesse incontrarlo, rispose che lui non gradiva vedere nessuno e che non era interessato, esprimendosi in stretto dialetto siciliano, che però io conoscevo bene, avendolo appreso dai miei nonni materni, siciliani anche loro, per cui avanzai d’impeto di fronte a lui presentandomi, ed informandolo sullo scopo della mia visita inaspettata. Naturalmente mi rivolsi a lui nel suo stesso dialetto, cosa che lo colpì molto, e che lo fece sorridere, oltre che autorizzare gli agenti ad aprire il cancello per farmi entrare. «Allora lei mi capisce, s’accomodasse, prego trasisse» furono le sue prime parole, mentre allungava il braccio per porgermi la mano. Io ebbi un attimo di esitazione, ma poi quella stretta inevitabile mi diede un brivido, perché stavo ricambiando il saluto e stringendo la mano di un criminale assassino. Riina era vestito con una camicia bianca, pantaloni e scarpe nere senza stringhe, era sbarbato, e nonostante fosse quasi ottantenne, era brizzolato, pettinato ed ordinato, diritto come una spada, e non aveva l’aria sofferente. Notai subito un suo grosso gozzo tiroideo evidente e sporgente, e quando gli chiesi di visitarlo lui acconsentì, aprendo il collo della camicia, che era stirato, lindo e pulito, fresco di lavanderia. Il direttore si era raccomandato di non accennare nella maniera più assoluta con il detenuto alle sue vicende giudiziarie, per cui parlammo soprattutto del suo stato di salute, della sua situazione cardiaca e degli altri problemi che si evidenziavano dalla sua cartella clinica. Lui si lamentava della difficoltà e della lentezza per ottenere le visite specialistiche che gli spettavano, ma quello che mi colpiva di più era il suo stato d’animo. Riina era spiritoso, a tratti addirittura ironico, e ci teneva a dimostrare che la detenzione non gli pesava, non lo piegava, che la accettava ma non la subiva. «Qui mi stanno facendo diventare un monachello sa, ma io ero tutt’altro...». La sua cella era spoglia come quella dei frati, con un letto a branda, un solo cuscino, un comodino ed uno sgabello tondo di legno scuro vicino ad un piccolo tavolo. Sulle pareti nemmeno un crocifisso o una foto, ma un piccolo armadio senza sportelli con camicie, magliette e biancheria riposte in ordine, con una sola stampella con appesa una giacca blu. «Quando la indosso? Quando vengono gli avvocati, o quando, una volta al mese per un’ora sale su mia moglie. Io la aspetto e la vedo sempre volentieri, e mi faccio trovare ordinato. Perché io ho una buona mugliera lo sa? Le viene sempre da me, tutti i mesi prende la corriera, poi il treno e viene a trovarmi». In regime di 41bis si ha diritto ad una sola visita al mese con un solo familiare a volta e ad una sola telefonata mensile. «Se ho nostalgia della Sicilia? Ma quando mai, non sento nostalgia io, mai. Qui sto bene, mi trattano bene, mangio bene, sempre le stesse cose, ma non mi posso lamentare. E poi ho questi miei due angeli custodi (gli agenti di guardia) con i quali ogni tanto scambio qualche parola.

SALVATORE RIINA E DI MATTEO.

Quando la mafia si combatte soltanto a parole. Nessuno torcerà un capello a Nino Di Matteo. E la ragione è evidente. La mafia uccide (non solo d'estate) e non annuncia, scrive Vittorio Sgarbi. «Nessuno torcerà un capello a Nino Di Matteo. E la ragione è evidente. La mafia uccide (non solo d'estate) e non annuncia. C'è qualcosa di inquietante nell'attrazione per il martirio che induce a dare pubblicità a notizie riservate, ignorate perfino dai ministri dell'Interno e della Giustizia. Invece di agire, si parla. E si diffondono altre parole, da intercettazioni riservate. Rinunciando a tutela e prudenza si praticano proclami e allarmi. La persona minacciata rilascia interviste, stuzzica lo Stato, pretende solidarietà e convocazioni. Se Napolitano tace è perché è il garante dell'innominabile patto Stato-mafia, anzi della «trattativa». Non lo dice un facinoroso, ma il fratello di un magistrato ucciso dalla mafia, che non conosce limiti e pudori, e tanto meno senso dello Stato. È tollerabile che su un quotidiano nazionale Salvatore Borsellino dichiari: «Napolitano è garante di quella trattativa Stato-mafia sulla quale è oggi in corso un processo che si vuole fermare»? Naturalmente il processo è quello voluto da Di Matteo, che ha comunque ragione perché è stato minacciato. E Borsellino può continuare affermando: «Abbiamo un capo dello Stato che da più di 20 anni copre la congiura del silenzio sui patti scellerati tra Cosa Nostra e le istituzioni». È possibile accettare queste posizioni senza che nessuno, un altro e diverso Di Matteo, apra un'inchiesta per vilipendio al capo dello Stato? Per una dichiarazione non sua, su un magistrato, il vituperato Sallusti è stato condannato a un anno di reclusione. Borsellino invece può dire ciò che vuole. Io non considero Napolitano garante di alcuna trattativa, ma semplicemente amico del «suo» vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Ma chi minaccia Di Matteo? Il pericolosissimo Totò Riina? E qual è il suo potere reale? Da 20 anni sta in un carcere di massima sicurezza. Ogni sua azione e ogni suo pensiero sono controllati. Chi dovrebbe ascoltarlo e mettere in atto i suoi propositi, i suoi ordini espressi in sfoghi privati che mai non conosceremmo se non fossero stati intercettati e scelleratamente resi pubblici? Gli unici complici che ha Riina sono i magistrati che diffondono i suoi pensieri. Se Riina è reso inoffensivo dallo Stato che lo ha arrestato, perché dobbiamo ritenerlo pericoloso e potente anche in carcere? Perché dobbiamo alimentarne la leggenda? Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice. Ne garantisce il peso e la considerazione. La mafia firma un crimine, non lo annuncia.  Il rischio della tutela eccessiva dei diritti è il ridicolo. Tra le tante categorie che chiedono attenzione per non essere discriminate viene difficile immaginare che ci siano anche gli «ambasciatori gay». Senza molta diplomazia, alcuni di loro hanno chiesto che a chi, tra gli ambasciatori, ha un compagno omosessuale, venga garantito lo stato di «coniuge». Gli ambasciatori hanno moglie o marito con passaporto diplomatico, assicurazione sanitaria, rimborso delle spese di viaggio, oltre all'indennità per servizio estero, quando, al pari di un coniuge, il «compagno» o la «compagna» non abbiano lavoro autonomo. Che dire nel caso in cui il lavoro fosse di scrittore o giornalista? In riferimento all'articolo dal titolo «Stato-mafia, Sgorbi Quotidiani: "Riina complice di Di Matteo"», a firma di Claudio Forleo, pubblicato in data 03.01.2014 sul sito http://it.IBTimes.com [...], si chiede la pubblicazione della seguente lettera di rettifica e replica: Coloro che mi hanno verbalmente aggredito, non hanno ancora contraddetto le analoghe osservazioni del Procuratore Antimafia. Io non mi farò intimidire dal loro squadrismo. Alla luce di questa idea dello Stato, nel quale mi rispecchio, e che ritengo più forte della mafia, io non mento. Mente Salvatore Borsellino, esattamente «facinoroso», sospettoso dello Stato, anche nei suoi vertici più alti, come il Presidente della Repubblica, e che non è giustificato, nella offesa, da essere fratello del magistrato Paolo Borsellino. Lo Stato del quale parlo è quello che, in base al regime del 41 bis, tiene 24 ore su 24 sorvegliato Riina, in isolamento, e con il divieto assoluto di comunicare con l'esterno. Proprio in considerazione di questo, il giornalista del «Giornale di Sicilia» Vincenzo Marannano, conclude: «Chi diffonde i suoi messaggi non aiuta in qualche modo a veicolare i suoi ordini? E non può quindi essere accusato di favoreggiamento?» E' esattamente il mio pensiero, evidentemente legittimo. Lo Stato non è colluso se non nella ipotesi di Di Matteo, già smentito da altri magistrati che hanno assolto Mori, negando la presunta «trattativa tra Stato e mafia». Ma non si può dire e neanche pensare. Allo stesso modo nessuna valutazione, in quanto tale, e non per sentito dire, può essere falsa, ma, semmai, opinabile. Né può essere contestato il mio diritto di parlare con argomenti insensati. Siamo o eravamo in democrazia. Io non «ignoro» e non faccio «finta di ignorare» che Di Matteo è sotto minaccia da oltre un anno, come lo è Domenico Gozzo, ma anche io lo sono stato, e non ho chiesto particolari protezioni avendo denunciato gli sporchi affari della mafia nella cosiddetta «energia pulita». E, benché sotto scorta, non ho avuto alcuna solidarietà. Evidentemente, in quel caso, l'azione della mafia non era ritenuta preoccupante. E si trattava di minacce trascurabili, diversamente da quelle a Di Matteo. Nessuno, tra gli «specialisti dell'antimafia», ha osservato che, se non per retorica, non c'era alcun elemento di riscontro per sciogliere Salemi per infiltrazioni della criminalità organizzata. Non esiste a Salemi «criminalità organizzata», e l'inchiesta indiziaria contro uno non può essere assimilata a nessuna associazione, né diretta né per concorso esterno. Anche questa è una grave anomalia: l'espressione di uno Stato che agisce sotto la pressione di chi possiede la verità rivelata. Per questo ribadisco, con forza, e pretendendo davanti a un Tribunale, che le mie affermazioni siano rispettate. Punto primo. Siamo di fronte a un'impostura. E siccome lo Stato è anche il mio Stato, io non intendo che nessuno lo umili in nome di una sua personalissima lotta alla mafia, di cui non discuto la buona fede, ma la sostanza delle affermazioni. Che, che se appassionate, possono essere false. Anzi, sono false. Per questo fra il Presidente Napolitano e Salvatore Borsellino, io sto con Napolitano, e ne ho tutto il diritto. Mentre Salvatore Borsellino non ha il diritto, in nome della morte di suo fratello, di fare affermazioni senza fondamento, del genere di quella intollerabile, e nemica dello Stato quanto lo è la mafia (e non giustificata dal martirio di Paolo Borsellino): «Da 20 anni Napolitano è il garante della trattativa Stato-Mafia». E siccome sono convinto di quello che dico, e ho fiducia nella magistratura quando essa agisce in nome della verità, ho dato mandato al mio avvocato, come cittadino di questo Stato, di denunciare anche Salvatore Borsellino per vilipendio al Capo dello Stato. Sarà dunque un Tribunale, e non un sito autoproclamatosi «antimafia», a stabilire quale è la verità. E se Napolitano sia stato il garante della trattativa Stato-Mafia. Punto secondo. Siccome nessuno ha più titolo di altri, se non rispetto alle cose che ha fatto, e alle esperienze politiche di vita, di dichiararsi «rappresentante dell'antimafia», «sindaco antimafia» e altre suggestive formule, dovrebbe essere stata una sufficiente lezione vedere i recenti casi in cui chi si è rispecchiato in queste categorie, e lo ha manifestato pubblicamente, sia stato scoperto per il suo inganno. Dunque non ho alcuna fiducia in chi fa proclami e pretende di avere più titoli e dignità di me, insultandomi e aggredendomi. Ognuno ha diritto di esprimere le proprie opinioni, ma non esiste qualcuno che ha un'investitura con libertà d'infamare, di mentire e d'insultare. Io ho espresso una opinione discutibile, ma per smontarla occorre dimostrare il contrario. Non farsi forte di un presunto diploma o attestato di antimafia che può essere miseramente e tristemente sconfessato. Punto terzo. Sono fermamente convinto che il Pm Di Matteo non corra reali rischi. E credo di poterlo dire. La mafia non avvisa, ma soprattutto, chi è minacciato, non deve necessariamente farlo sapere, ne è opportuno che intercettazioni o notizie riservate siano fatte circolare per creare allarme. Ho espresso molti dubbi sul potere attuale e reale di Totò Riina. Ritengo che una dichiarazione o uno sfogo non coincidano con una minaccia sostanziale da parte di chi è in stato di cattività e isolamento. Ognuno può decidere di dare il peso che desidera alle parole di un criminale in carcere. Mi chiedo però perché, superata l'attività di magistrato, non debba correre lo stesso rischio Antonio Ingroia, del quale nessuno sembra preoccuparsi. La mia sensazione è che, per mostrarsi al centro di una possibile azione criminale, Di Matteo abbia come obiettivo di affiancarsi ai martiri Falcone e Borsellino. Ma in una situazione nella quale non s'intende da dove arrivi il pericolo, e si può pensare che il magistrato, mostrandosi in una strada senza uscita e in condizioni di pericolo, mediti di entrare in politica, come il suo collega. In tal caso le minacce paventate aumentano la popolarità e credibilità. Ma il rischio vero è molto discutibile, come ha ricordato, del resto, il Procuratore Nazionale antimafia. E io sono assolutamente certo, ma tutto è discutibile, che nessuno torcerà un capello a Di Matteo. Questo è il mio pensiero, e non vedo perché, averlo espresso, mi abbia esposto a insulti inaccettabili e per i quali promuoverò l'azione penale confidando nell'equilibrio dei magistrati che si occuperanno del caso. Vittorio Sgarbi».

Ci limitiamo a mettere in parallelo due notizie, scrive Filippo facci. La prima la sapete, Grillo ha chiesto alle Forze dell’ordine di non proteggere più la classe politica, tutta, indiscriminatamente: e l’ha chiesto nel periodo degli ultimi quarant’anni in cui l’odio per la classe dirigente è in assoluto più forte, col movimento dei forconi che semina tempesta e un movimento di coglioni che si aggrega e spacca tutto. Avrete orecchiato anche la seconda notizia: per gli spostamenti del pm siciliano Nino Di Matteo, a proposito di sicurezza, si è invece valutato l’utilizzo di un carro armato modello Lince (già usato in Afghanistan) e anche di un bomb-jammer, avveniristico marchingegno che neutralizza i dispositivi attivabili con telecomando. Il dettaglio, a margine delle due notizie, è che l’odio antipolitico è un dato palpabile e certo, mentre le minacce a Di Matteo non sono certe manco per niente: gli stessi giornali che hanno montato il caso ammettono che «si sa poco» e citano delle frasi genericissime di Totò Riina, intercettato in carcere - pare - anche se il ministro Anna Maria Cancellieri ha dichiarato che «non esistono minacce esplicite di Riina nei confronti di magistrati». Tanto è bastato perché una cronista del Fatto Quotidiano scrivesse su Twitter: «Che razza di Stato è questo che permette alla mafia di condizionare l’attività dei suoi servitori... Vergognatevi, peracottari da strapazzo». Colpa dei politici. Di che? Non sappiamo, ma è colpa loro.

E poi: da prendere per buone le minacce di Riina? E perche lasciarle trapelare e divulgarle a mezzo stampa? Dai pizzini alle veline?

Tutte le minacce di Totò Riina. I colloqui segreti del padrino. Che vuol infliggere al pm Di Matteo “la fine del tonno” come a Falcone e Borsellino. Critica Provenzano. E ironizza sulla condanna a Berlusconi, scrive “L’espresso”.

“Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica”. Il boss Totò Riina torna a minacciare, dal carcere, il pm palermitano Nino Di Matteo. Il 14 novembre 1013 il boss si è rivolto così a un uomo d’onore della Sacra Corona Unita con cui condivide l’ora d’aria. E approfitta ancora una volta dell’ora d’aria condivisa con il capomafia della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, per lanciare i suoi strali contro il pubblico ministero - dice - che lo fa impazzire. Il giorno precedente era stata pubblicata la notizia di altre sue minacce nei confronti del magistrato e dell’intenzione di trasferire il pm, per motivi di sicurezza, proprio a seguito delle intimidazioni del boss, in una località segreta. Al mafioso pugliese che gli chiedeva come avrebbe fatto ad eliminarlo se l’avessero portato in una località riservata, Riina avrebbe risposto: Tanto sempre al processo deve venire”. Le conversazioni dei due capimafia – sia quella relativa alle notizie pubblicate il 13 novembre, “Quelli lì devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio”, sia quella successiva del 14 – erano intercettate e dovrebbero essere depositate agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso davanti alla corte d’assise di Palermo. Le intercettazioni rivelano la volontà del capomafia di eliminare il magistrato.  Affermazioni che tradiscono un odio profondo verso il pm oggetto di insulti pesanti e minacce di morte. “Egli finisce come a Falcone che voleva venire a vedere la mattanza e poi ha fatto la fine del tonno”, dice il boss a Lorusso. “Quello si vuole portare a tutti (vuole arrestare tutti), pure il Presidente della Repubblica”, commenta dopo l’udienza del processo sulla trattativa in cui si è discusso della citazione a testimoniare del Capo dello Stato. E ancora, sempre riferendosi a Di Matteo: “fa dire le cose alle persone, tira fuori tutto”, dice. “Quelli lì devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio”: sono le parole rivolte a un compagno di reclusione, a quanto ha riferito un agente di polizia penitenziaria. In un angolo del cortile del carcere di Opera Totò Riina cammina avanti e indietro. Inveisce contro i magistrati, minacciandoli, critica e ironizza su Silvio Berlusconi, lancia frecciatine anche al suo vecchio amico Bernardo Provenzano. Sminuisce i processi in cui è imputato, evocando il falso pentito della strage di via D’Amelio. E rivendica per la prima volta di essere l’autore delle stragi di Falcone e Borsellino. Ne ha per tutti il vecchio capo di Cosa nostra che ha appena compiuto 83 anni. Negli unici momenti d’aria concessi dal regime di massima sicurezza, ad ascoltarlo c’è solo un pugliese, affiliato alla Sacra corona unita, che fra cinque anni finirà di scontare la pena per associazione mafiosa e potrà tornare in libertà. Da alcuni mesi questo boss salentino raccoglie gli sfoghi del padrino corleonese, che con lui analizza le notizie apprese in tv e parla delle sue storie criminali. Per vent’anni il capo dei capi è rimasto in isolamento o è stato in compagnia di detenuti reclusi per reati comuni, a volte extracomunitari che ignoravano chi fosse Totò Riina. Adesso si è trovato accanto un criminale che parla la sua stessa lingua e che tenta persino di tenergli testa, confrontandosi su chi ha fatto di peggio, anche se in questi dibattiti il padrino ha sempre la meglio. Entrambi parlano a ruota libera: commentano fatti di attualità, notizie e personaggi che vedono in televisione o leggono sui giornali. A cominciare dall’ultimo processo in cui Riina è imputato a Palermo, quello sulla trattativa fra Stato e mafia. Il boss punta il dito contro i pm che lo accusano e sostiene che lo stanno processando perché «vogliono fare carriera» con giudizi che lui definisce «inesistenti» e il riferimento è al dibattimento che si svolge in Corte d’assise sulla trattativa. Sbraita Riina: rispolvera lo stile che incuteva terrore nei suoi picciotti e attacca il pm Nino Di Matteo: attacca il magistrato per il modo in cui lo guarda durante le udienze e per come, secondo lui, «si accanisce» nei suoi confronti. Il capo dei capi è inferocito: «Ma che vuole questo da me? Perché mi guarda?». E poi non trattiene la minaccia più pesante: «A questo ci devo far fare la stessa fine degli altri». Questo a cui si riferisce è Di Matteo e gli «altri» di cui parla sono i giudici Falcone e Borsellino. In questo modo Riina per la prima volta ammette, senza sapere di essere ascoltato dagli investigatori, di essere l’autore delle stragi del 1992. E ne rivendica la “paternità” e le “atrocità”. Si vanta con il pugliese che se fosse libero, farebbe fare ai pm che lo accusano la stessa fine: «Come quella di un tonno», sentenzia facendo ricorso all’immagine agghiacciante della mattanza e del magistrato ucciso dentro l’auto blindata. Riina ha preso di mira Di Matteo: senza nominarlo, lo indica come il magistrato «che si dà un gran da fare» e che «a Caltanissetta ha creduto» al falso pentito sulla strage di Borsellino. Alla sua maniera, il boss tenta di smontare il processo sulla trattativa Stato-mafia: «Ci mise un morto che non ci entra per niente», dice Riina facendo riferimento all’omicidio del politico democristiano Salvo Lima. «Il morto lo ha messo (il pm Di Matteo ndr) per portarci tutti davanti alla Corte d’assise, per aumentare le pene» e secondo il padrino quando il livello processuale ha iniziato ad alzarsi «“quello” si è subito buttato malato». Il riferimento è a Bernardo Provenzano che era imputato ma il gip ne ha stralciato la posizione perché malato: ora è fuori da questo dibattimento. E Riina sembra non aver gradito questa scelta processuale del salute sono peggiorate. Nella sua analisi quotidiana delle notizie di tv e giornali, Riina non si lascia scappare l’occasione per ironizzare sulla condanna definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, una sentenza che avrebbe dovuto far finire il Cavaliere in carcere. «E invece no» dice Riina, «a quello (Berlusconi) carcere non gliene fanno fare». «Ci vuole solo che gli concedono la grazia...» aggiunge il capo dei capi. E giù commenti di ogni tipo fra il corleonese e il pugliese nei confronti del Cavaliere. L’obiettivo per Riina resta però Di Matteo: lui e i magistrati sono i suoi nemici. Le frasi registrate dagli investigatori appaiono come minacce di morte per il pm. La protezione è stata aumentata per tutti i magistrati. Nino Di Matteo intervistato dal Tg2 afferma che «tocca ai pm dell’antimafia chiarire cosa c’è dietro alle parole di Riina». Mentre il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, dichiara: «Ammesso che siano vere, queste minacce sembrano una chiamata alle armi che Riina fa al popolo di Cosa nostra contro i magistrati che rappresentano l’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia». Inquirenti e investigatori che hanno letto e riletto le trascrizioni delle conversazioni sostengono che il padrino corleonese «non fa alcuna chiamata alle armi». È evidente l’antipatia di Riina per il magistrato, al quale si sono stretti solidali tutti i colleghi e migliaia di cittadini, ma negli ambienti giudiziari fanno trapelare che «non vi è alcuna progettualità criminale in quello che dice Riina». Altri invece temono che Cosa nostra torni ad alzare il tiro. Ma anche su questa ipotesi le interpretazioni sono contrastanti. Durante alcuni colloqui in carcere con i suoi familiari, il padrino nei mesi scorsi ha ripetuto: «Se fossi fuori in questo momento saprei come fare per aggiustare le cose. Non ce ne sarebbe per nessuno». Affermazioni che potrebbero testimoniare una crisi profonda nel suo potere: Riina non avrebbe più uomini su cui contare all’esterno del carcere. Un generale senza esercito? «La mafia continua ad evolversi, cambia pelle. A Palermo sembra che manchi ancora un capo carismatico. Se invece esiste un nuovo leader, la procura distrettuale antimafia non lo ha ancora scoperto. Ed è difficile che lo potrà fare, perché molti pm non portano avanti una strategia di contrasto alla criminalità organizzata, l’individuazione di nuovi referenti politici e istituzionali di cui Cosa nostra si è sempre servita», chiosa una fonte di cui “l’Espresso” vuole mantenere l’anonimato. Una nuova Cosa nostra potrebbe nascere presto dal vivaio di giovani che stanno crescendo “a pane e mafia”. Sono rampolli di famiglie importanti di Cosa nostra, portano cognomi illustri della storia criminale siciliana e oggi stanno seguendo regole e comportamenti che rispecchiano le vecchie tradizioni. Questi padrini in erba vivono a stretto contatto, si riuniscono fra loro senza far partecipare estranei al gruppo e discutono di problemi giudiziari. Sono fedeli ai codici antichi: non partecipano a feste o scorribande, vanno a letto la sera presto e appaiono impeccabili. Così come lo erano una volta i loro nonni e i loro zii. Il loro atteggiamento ha insospettito gli investigatori che hanno avviato un monitoraggio sui “bravi ragazzi” che nulla hanno a che fare con Riina e che molte sorprese potrebbero riservare in futuro. Una ventina di vecchi boss siciliani di grosso calibro hanno lasciato il carcere per aver scontato la pena e ora sono liberi. Sono diventati, grazie alla loro esperienza e al loro carisma criminale, il punto di riferimento di molti giovani mafiosi. A Palermo e provincia l’esercito di Cosa nostra, secondo un rapporto del Viminale, può contare su 2366 persone. Il mandamento più numeroso è San Lorenzo con 322 affiliati: il regno di Salvatore Biondino, uomo di fiducia di Riina, e di suo fratello Girolamo Biondino, scarcerato alcuni mesi fa. E da pochi giorni è tornato libero un pezzo da novanta, il trafficante Aldo Madonia, fratello di Salvuccio killer e stragista. Con loro ha ottimi rapporti Matteo Messina Denaro, il latitante numero uno di Cosa nostra ritenuto il capo di Trapani. Hanno scontato la pena boss di Bagheria e di altri paesi della provincia: con loro anche Giuseppe Giuliano, detto Folonari per la somiglianza con uno dei protagonisti di Carosello, ritenuto dai pm un sicario del clan di Corso dei Mille, vicino agli stragisti Graviano, ma assolto sempre dall’accusa di omicidio. Sono i veterani, arrestati nelle retate degli anni Novanta e ora di nuovo su piazza: hanno scontato detenzioni inferiori a venti anni o, in alcuni casi, scegliendo il rito alternativo e lo sconto di pena sono riusciti a cavarsela con dieci. È tornato libero con due anni di anticipo, dopo aver scontato oltre dieci, anche il boss-medico Giuseppe Guttadauro, il primario che i fratelli Graviano misero a capo del mandamento di Brancaccio. A casa sua a Palermo venivano decise candidature elettorali, strategie politiche mafiose, estorsioni e affari illegali. Guttadauro si è trasferito a Roma dove trascorrerà l’ultimo dei due anni di pena come “sorvegliato speciale”. È stato il boss in camice bianco a chiedere di vivere nella Capitale. E sempre a Roma ha deciso di risiedere dopo la scarcerazione Benedetto Graviano, il terzo fratello dei capimafia di Brancaccio. Mentre la mafia continua a evolversi e mimetizzarsi la procura sembra non perseguire una strategia e «appare lacerata», così come sostiene il Csm. Di «laceranti divisioni che attraversano la procura palermitana» scrive il Consiglio superiore della magistratura nell’atto in cui la prima commissione ha chiesto e ottenuto di archiviare nei mesi scorsi la pratica di trasferimento nei confronti del capo dei pm Messineo. Secondo il Csm il procuratore «avrebbe dovuto esercitare fino in fondo il proprio ruolo di capo per tenere unito l’ufficio, procurando di scongiurare personalismi, emarginazioni e contrapposizioni preconcette». «È probabilmente vero che la procura di Palermo abbia una nefasta tradizione di divisioni tra colleghi che non hanno base né in questioni ideologiche né in questioni correntizie, ma esclusivamente in questioni personali e in questioni di simpatie e antipatie professionali che purtroppo hanno a che fare con una cosa molto seria che sono le stragi del ’92», scrive il Csm. Nelle conclusioni l’organo di autogoverno dei magistrati sottolinea che gli elementi raccolti portano a descrivere «una importante procura percorsa da forti contrasti, da reciproche diffidenze e da mai sopite polemiche, che di certo ne appannano l’immagine, quando non rischiano di pregiudicarne l’operato». A luglio 2014 scadranno gli otto anni di permanenza di Francesco Messineo sulla poltrona di procuratore e il Csm ha già aperto il bando per la successione. Per Palermo sono disponibili Sergio Lari, capo della Dda di Caltanissetta e Guido Lo Forte, procuratore della Repubblica a Messina. Entrambi in passato hanno lavorato spalla a spalla come aggiunti a Palermo. A loro si potrebbe aggiungere anche Roberto Scarpinato. I giochi sono aperti e potrebbero riservare sorprese.

LA MALATTIA DI SALVATORE RIINA.

La Cassazione: «Toto Riina è malato, ha diritto a morire con dignità», scrive il 5 giugno 2017 "Il Dubbio". Apertura dei giudici del Palazzaccio alla scarcerazione del “boss dei boss”: ha 86 anni, è in carcere dal 1993. Valutare nuovamente se sussistano o meno i presupposti per concedere a Totò Riina il differimento della pena o gli arresti domiciliari per motivi di salute. È quanto ha disposto la Cassazione, che, accogliendo il ricorso presentato dalla difesa del boss di Cosa nostra, ha annullato con rinvio la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna che aveva detto “no” alla concessione di tali benefici penitenziari, nonostante le gravissime condizioni di salute in cui Riina versa da tempo. Il giudice bolognese aveva ritenuto che le “pur gravi condizioni di salute del detenuto” non fossero tali da “rendere inefficace qualunque tipo di cure” anche con ricoveri in ospedale a Parma (nel cui penitenziario Riina è recluso al 41 bis) e osservato che non erano stati superati “i limiti inerenti il rispetto del senso di umanità di cui deve essere connotata la pena e il diritto alla salute”. Il tribunale di sorveglianza di Bologna, invece, metteva in evidenza la “notevole pericolosità” di Riina, in relazione alla quale sussistevano “circostanze eccezionali tali da imporre l’inderogabilità dell’esecuzione della pena nella forma della detenzione inframuraria”. Oltre all'”altissimo tasso di pericolosità del detenuto”, il giudice ricordava “la posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale Cosa nostra, ancora pienamente operante e rispetto alla quale Riina non ha mai manifestato volontà di dissociazione”: per questo, osservava il tribunale bolognese, era “impossibile effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva” del boss, nonostante “l’attuale stato di salute, non essendo necessaria, dato il ruolo apicale rivestito dal detenuto, una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti nel ruolo di mandante”. La prima sezione penale della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, ha ritenuto fondato il ricorso, definendo “carente” e “contraddittoria” la decisione del tribunale di sorveglianza, che ha omesso di considerare “il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico”: affinchè la pena non si risolva in un “trattamento inumano e degradante”, ricordano i giudici di piazza Cavour, lo “stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto – si legge nella sentenza – avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria”. I giudici di Palazzaccio, inoltre, osservano che “ferma restando l’altissima pericolosità” di Riina e “del suo indiscusso spessore criminale”, il tribunale di sorveglianza non “chiarisce come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale” data la “sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e, del più generale stato di decadimento fisico” del boss. La decisione del giudice bolognese, secondo la Cassazione, non spiega come “si è giunti a ritenere compatibile con le molteplici funzioni della pena e con il senso di umanità” imposte dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti umani “il mantenimento in carcere” di Riina, viste le sue condizioni di salute: la Corte afferma quindi “l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente, che deve essere assicurato al detenuto e in relazione al quale il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare deve espressamente motivare”, anche tenuto conto delle “deficienze strutturali della casa di reclusione di Parma”. Il giudice di merito, dunque, deve “verificare, motivando adeguatamente in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena”. Infatti, le “eccezionali condizioni di pericolosità” per cui negare il differimento pena devono “essere basate su precisi argomenti di fatto – conclude la Cassazione – rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza”. Sulla base delle indicazioni e dei principi espressi della Suprema Corte nella sentenza di oggi, il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà riesaminare le istanze delle difesa di Riina.

La sentenza della Corte: «Ormai Riina è vecchio e malato. Non è più pericoloso». Secondo i giudici la giustificazione secondo la quale Riina può essere seguito e trattato anche in carcere è del tutto «parziale», scrive il 6 giugno 2017 "Il Dubbio". La sentenza che ha dato il via libera alla scarcerazione di Totò Riina è una vera e propria proclamazione del diritto e dei diritti della persona. Tra le pagine firmate da Mariastefania Di Tomassi presidente della prima sezione penale della Cassazione, si legge chiaramente che la permanenza in carcere del vecchio boss nega il diritto alla salute e il senso di umanità della pena. In particolare gli ermellini “contestano” la decisione di respingere la prima richiesta di scarcerazione, avanzata dal legale del boss lo scorso anno, spiegando che nel motivare il diniego, il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva omesso di considerare il «complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». «II provvedimento impugnato – spiega infatti oggi la Cassazione – pur affermando le gravissime condizioni di salute in cui versa l’istante – soggetto di età avanzata, affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica – nega la sussistenza dei presupposti normativi richiesti dall’art. 147, comma 1, n. 2, cod. pen. per il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena, in particolare escludendo, da un lato, l’incompatibilità della detenzione con le condizioni cliniche dell’istante e, dall’altro, il superamento dei limiti imposti dal rispetto dei principi costituzionali del senso di umanità della pena e del diritto alla salute». Il Collegio spiega che la decisione di negare la libertà a Riina «è carente e, in alcuni tratti, contraddittoria». Secondo la Cassazione, infatti, «il provvedimento in esame sostiene l’assenza di un’ incompatibilità dell’infermità fisica del ricorrente con la detenzione in carcere, esclusivamente in ragione della trattabilità delle patologie del detenuto anche in ambiente carcerario, in considerazione del continuo monitoraggio della patologia cardiaca di cui quest’ultimo è affetto e dell’ adeguatezza degli interventi, anche d’urgenza, operati, al fine di prevenire danni maggiori, a mezzo di tempestivi ricoveri del detenuto presso l’Azienda ospedaliera Universitaria di Parma, ex art. 11 legge n. 354 del 1975» Insomma, secondo gli ermellini la giustificazione secondo la quale Riina può essere seguito e trattato anche in carcere è del tutto «parziale». «Tale prospettiva di valutazione è parziale e, pertanto, inadeguata a sostenere la ritenuta compatibilità delle condizioni di salute del ricorrente con il regime carcerario. In particolare, il Tribunale omette, nella motivazione adottata, di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico, pure descritte nel provvedimento. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, affinchè la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 27, terzo comma Cost. e 3 Convenzione EDU, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria». 

I mafiosi ed una morte dignitosa. Cassazione: per Riina il diritto alla morte dignitosa. Rischio ricorsi per il 41bis, scrive Roberto Galullo il 5 giugno 2017 su "Il Sole 24 ore". Due boss di Cosa nostra, due valutazioni della Cassazione che rischiano di aprire strade opposte alla carcerazione dura.

Per l’uno, Bernardo Provenzano, morto il 13 luglio 2016 nel reparto adibito ai detenuti dell'ospedale San Paolo di Milano, il carcere duro non era incompatibile con la sua situazione di salute, ma al contrario era «fondamentale» per farlo sopravvivere.

L'altro, Totò Riina, alla pari di ogni altro detenuto, deve avere il diritto «a morire dignitosamente», a maggior ragione alla luce del fatto che le sue condizioni di salute sono a dir poco precarie. Ragion per cui il Tribunale di sorveglianza competente territorialmente, ha deciso la Cassazione, sarà chiamato a rivalutare la compatibilità o la sussistenza dei presupposti per il differimento della pena, lasciando il 41 bis.

Come se non bastasse si apre ora un varco per decine di reclusi al 41 bis (il carcere duro) che per questioni legate allo stato di salute possono appellarsi al fresco precedente di Riina.

Il 9 giugno 2015 la suprema Corte di Cassazione aveva bocciato il ricorso di “zu Binnu” - nell'ultimo periodo affetto, oltre che da tumore alla prostata, da decadimento cognitivo grave, ipertensione arteriosa, infezione cronica del fegato - perché il carcere duro è «fondamentalmente incentrato sulla necessità di tutelare in modo adeguato il diritto alla salute del detenuto». Se avesse lasciato il reparto ospedaliero del San Paolo di Milano per raggiungere un reparto comune, sarebbe stato a «rischio sopravvivenza», per la «promiscuità» e le cure che venivano invece dedicate. Gli avvocati del boss avevano fatto ricorso alla Suprema Corte contro il ricovero nella camera ospedaliera di massima sicurezza chiedendo che fosse spostato ai domiciliari in un reparto di lungodegenza dell'ospedale San Paolo.

L'11 luglio 2016, due giorni prima della morte, il giudice di sorveglianza di Milano 2 aveva respinto una nuova istanza di differimento pena per Provenzano (vale a dire che la pena va scontata ai domiciliari o in altro luogo di degenza al fine di garantire le cure o consentire una morte dignitosa) dell'avvocato Rosalba Di Gregorio che chiedeva la scarcerazione del boss o la revoca del carcere duro. I «trascorsi criminali e il valore simbolico del suo percorso criminale» avrebbero potuto esporlo «qualora non adeguatamente protetto nella persona» e «trovandosi in condizioni di assoluta debolezza fisica» ad «eventuali rappresaglie connesse al suo percorso criminale, ai moltissimi omicidi volontari dei quali è stato riconosciuto colpevole, al sodalizio malavitoso» di cui è stato «capo fino al suo arresto». In altre parole non era più lui ad essere un pericolo per gli altri ma lui ad essere potenziale vittima per scopi dichiarati o meno.

Sul profilo malavitoso torna la Cassazione nella decisione che coinvolge Riina, boss ottantaseienne. «Fermo restando lo spessore criminale», afferma infatti, «va verificato se Totò Riina possa ancora considerarsi pericoloso vista l'età avanzata e le gravi condizioni di salute». Si ripropone dunque il quesito che riguardò Provenzano e la contestuale necessità di garantirne la sicurezza pur in una situazione di grave salute fisica. La richiesta, recita la sentenza 27.766 relativa all'udienza del 22 marzo 2017 per Riina, era stata respinta lo scorso anno dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, che però, secondo la Cassazione, nel motivare il diniego aveva omesso «di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Il Tribunale non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l'infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. La stessa che accade per Provenzano. Né più né meno. La Cassazione sottolinea, a tale proposito, che il giudice deve verificare e motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un'afflizione di tale intensità» da andare oltre la «legittima esecuzione di una pena». Il collegio ha ritenuto che non emerga dalla decisione del giudice il modo in cui si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena «il mantenimento in carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa», che non riesce a stare seduto ed è esposto «in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili». Questa decisione apre la strada ad altri ricorsi, anche in ragione della visibilità e del potere di Riina. Ricorsi che non si limiteranno soltanto ai boss in regime di 41 bis ma anche di detenuti comuni, reclusi pur in gravi condizioni di salute psichica o fisica. Molti Tribunali di sorveglianza infatti non concedono frequentemente differimenti pena legati a ragioni di salute anche gravi.

No, non è vero che la Cassazione ha detto di liberare Riina. Cosa c'è dietro la sentenza dei giudici che hanno accolto (in parte) le richieste della difesa del boss mafioso, malato, scrive Massimo Bordin il 5 Giugno 2017 su "Il Foglio". Se martedì mattina qualche giornale dovesse titolare “Vogliono liberare Riina” è bene sapere che ci sarebbe dell’esagerazione. Lunedì è stata resa pubblica una sentenza della prima sezione penale della Cassazione sulle condizioni di detenzione del “capo dei capi”. La trafila è questa: Riina, che ha 86 anni, gli ultimi 24 dei quali trascorsi in carcere, sta male e il suo avvocato ha presentato un’istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna (Riina è detenuto a Parma) in cui si chiede la sospensione della pena o almeno i domiciliari. I giudici bolognesi hanno risposto di no, motivando con la intatta pericolosità del personaggio. La Cassazione ha annullato la decisione ma – ecco il punto – rinviandola ai giudici bolognesi per “difetto di motivazione”. Vuol dire che dovranno scriverla meglio. La Cassazione spiega che la pericolosità da sola non basta come argomento, scrive che esiste per tutti, anche per i peggiori dunque, il “diritto a una morte dignitosa”. Non si esclude che possa avvenire in carcere ma si chiede di argomentare più analiticamente. Ci sono dei precedenti, l’ultimo è il caso di Provenzano che obiettivamente stava ancora peggio di Riina ma fu lasciato morire in carcere. Prima ancora analoga sorte ebbe Michele Greco detto “il Papa” e ancora prima toccò a quello che di Riina e Provenzano era stato il capo, Luciano Liggio. Erano tutti pluriergastolani e grandi capi. Per i boss di medio calibro il trattamento è stato talvolta diverso. Gaetano Fidanzati e Gerlando Alberti furono mandati a morire a casa loro. Difficilmente sarà così per Riina. La Cassazione ha chiesto solo di rispettare le forme. In fondo esiste per questo.

Nel carcere di Riina sono reclusi altri tre novantenni. Non c’è solo Totò “u’ curtu” nel carcere di Parma, scrive Damiano Aliprandi il 6 giugno 2017 su "Il Dubbio". Proprio nel carcere di massima sicurezza di Parma dove è detenuto Toto Riina, ci sono altri casi di detenuti al 41 bis affetti di gravi patologie dovuti soprattutto alla loro età avanzata. Almeno tre di loro hanno raggiunto il novantesimo anno di età. Il caso più eclatante riguarda Francesco Barbaro – 90 anni compiuti il mese scorso – che, come si legge nella cartella clinica, soffre di disturbi cognitivi, deficit della memoria e altre patologie legate all’età. Una situazione che dal momento all’altro potrebbe ulteriormente peggiorare, tant’è vero che gli stessi operatori sanitari del penitenziario hanno espresso parere favorevole per un trasferimento presso una struttura più adeguata. Questa notizia – pubblicata nei giorni scorsi da Il Dubbio – è emersa grazie alla segnalazione di Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale, giunta al tredicesimo giorno dello sciopero della fame per la riforma dell’ordinamento penitenziario, per non vanificare il lavoro degli stati generali sull’esecuzione penale: non solo per porre rimedio all’impennata di sovraffollamento, ma anche per umanizzare l’intero sistema penitenziario comprensivo dello stesso 41 bis. Secondo gli ultimi dati, del 24/ 01/ 2017, ci sono 729 detenuti al 41 bis. Nel carcere di Parma vi sono recluse 65 persone al regime di carcerazione dura. Alcuni sono giovani, ma la media si alza a causa dell’invecchiamento dei detenuti. A questo va aggiunto il discorso sanitario, perché oltre ai tre novantenni, ci sono anche diversi ultra 80enni che necessitano di cure. Il 41 bis ha come finalità l’evitare eventuali rapporti all’esterno con la criminalità organizzata, ma come si evince dalla relazione della commissione del Senato, guidata dal senatore Luigi Manconi, esistono regole restrittive che non avrebbero nessun legame con questa esigenza. Ad esempio c’è un isolamento di 22 ore al giorno, è vietato di attaccare fotografie al muro, c’è una limitazione dei capi di biancheria, l’uso del computer per chi studia è consentito a patto che quell’ora venga sottratta dall’ora d’aria. Sempre nel carcere di Parma, il garante locale dei detenuti Roberto Cavalieri ci aveva segnalato che ai detenuti reclusi al 41 bis viene puntata la telecamera direttamente sul water. Una privacy completamente annientata.

I Pm chiedono garantismo (ma soltanto per loro), scrive Giovanni M. Jacobazzi il 5 giugno 2017 su "Il Dubbio". Pronta la delibera che “scagiona” le (poche) toghe che hanno subito provvedimenti disciplinari. Il 99,7% dei magistrati ha una valutazione positiva, un “unicum” nelle democrazie occidentali. Mercoledì scorso il Plenum del Consiglio superiore della magistratura ha approvato, su proposta della Sesta commissione, competente sull’ordinamento giudiziario, una delibera destinata sicuramente a far discutere. In estrema sintesi, i consiglieri chiedono al Ministro della Giustizia di adottare «ogni iniziativa nell’ambito delle proprie attribuzioni al fine di introdurre un’apposita disciplina legislativa che permetta l’estensione anche alle toghe dell’istituto della riabilitazione». Attualmente non è previsto, infatti, nessun meccanismo per eliminare dal curriculum della toga la ‘ macchia” disciplinare. Nella sostanza questo determina, ad esempio, un handicap nei giudizi comparativi per accedere ai posti direttivi. In primis di procuratore o di presidente di tribunale. «Dopo un congruo periodo di ineccepibile esercizio delle funzioni e buona condotta», si legge nella delibera indirizzata al Ministro Andrea Orlando, si potranno dunque eliminare gli effetti della sanzione, senza lasciare traccia alcuna. L’Assemblea del Palazzo dei Marescialli chiede, al momento, di limitare la riabilitazione ai casi di condanne alle sanzioni meno gravi (cioè censura e ammonimento), e di porre quale condizione ostativa la pendenza di procedimenti penali o disciplinari per fatti tali da pregiudicare la credibilità del magistrato o il prestigio dell’ordine giudiziario. Censura e ammonimento, in specie, colpiscono i casi di ritardo nel deposito di una sentenza. Va ricordato che ben il 99.7% dei magistrati italiani ha attualmente una valutazione positiva. Un “unicum” fra le democrazie occidentali come spesso ricorda il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che pone interrogativi su come vengono effettuate le valutazioni di professionalità. Con questo “colpo di spugna” si aumenterà verosimilmente tale numero. “L’ineccepibilità” della con- dotta richiesta, poi, dovrebbe essere la norma, un prerequisito, per chi esercita la giurisdizione e lo differenzia dalla platea dei dipendenti della Pubblica Amministrazione. Forse sarebbe stato il caso, per ottenere la riabilitazione, di richiedere un qualcosa che vada oltre. E c’è da chiedersi, infine, cosa penseranno i magistrati che si sono sempre comportati in maniera corretta, soprattutto quando vengono comparati i loro profili nell’assegnazione delle tanto ambite carriere direttive.

Totò Riina, scandalo italiano: vive in un centro di eccellenza medico, scrive "Libero Quotidiano" il 7 Giugno 2017. Da circa due anni Totò Riina non di fatto rinchiuso in carcere, ma ricoverato all'ospedale Maggiore di Parma. Il dettaglio non da poco era stato chiarito dal suo avvocato, Luca Cianferoni, durante la trasmissione L'aria che tira su La7, nel pieno del dibattito scatenato dalla sentenza della Cassazione sul diritto a "una morte dignitosa" per i detenuti. In attesa che il tribunale di sorveglianza di Bologna si esprima sull'eventuale scarcerazione, Riina resta in una sorta di stanza segreta della clinica universitaria di Parma, dove è ricoverato dal 5 novembre.  Come riportato da Repubblica, la stanza di Totò 'u Curtu è sostanzialmente una cella blindata, dove l'accesso è consentito solo a medici, infermieri e guardie. Ampia solo cinque metri per cinque, la stanza gode di un affaccio sulla città di Parma. Negli ultimi tempi il bosso avrebbe chiesto una radiolina e un calendario. Una richiesta che non potrà vedere soddisfatta, perché nella cella sono ammesse solo apparecchiature mediche. Il capo di Cosa Nostra è tenuto sotto stretta osservazione dai medici, a causa di diverse patologie che si sono aggravate nel corso degli anni.  Al di là della "morte dignitosa" e del diritto a curarsi e non peggiorare le condizioni in carcere, che è un sacrosanto diritto costituzionale, stona un po' che il boss sia così "coccolato", mentre spesso e volentieri per un cittadino libero qualunque le liste di attesa negli ospedali pubblici sono lunghissime, spesso in edifici fatiscenti. Così come stona un po' che un paziente le cui condizioni "sono ormai gravissime", prenda parte ad ogni tappa processuale (in collegamento video in barella) e sia l'unico degli imputati o teste a non assentarsi mai, a non fermarsi per pranzare o bere. In ogni caso la permanenza di Riina nell'ospedale di Parma non ha turbato la vita della struttura. L'ordine è quello di passare inosservati. Niente militari in divisa, niente mitragliette in vista. Gli spostamenti senza sirene. Adesso il Capo dei capi è in attesa del colloquio con i familiari, previsto una volta al mese. Ma il regime del 41bis vale anche in ospedale. La visita avverrà a un metro di distanza e non saranno permessi contatti fisici. Sarà tutto videoregistrato. Per i magistrati, Totò Riina è ancora in grado di mandare messaggi, è ancora riconosciuto come capo di Cosa Nostra.

Filippo Facci su "Libero Quotidiano" del 6 giugno 2017. Ha 86 anni, è in isolamento dal ’93, ne ha per poco. La Cassazione chiede i domiciliari, il tribunale si oppone in nome del carattere punitivo del carcere. Domanda: anche a Totò Riina va assicurato un «diritto a morire dignitosamente» che equivale a metterlo agli arresti domiliciari? Oppure, nonostante abbia 86 anni e la sua salute sia decisamente malmessa, deve restare in regime di carcere duro per ragioni di pericolosità o di principio? La questione è attuale, perché la Cassazione, a quanto pare, è della prima idea, mentre il tribunale di sorveglianza di Bologna è decisamente della seconda. Cercheremo si spiegare le ragioni di entrambe le parti, magari senza ammorbarvi troppo con le nostre valutazioni in merito. Allora. Riina è in galera dall’inizio del 1993 e dapprima c’era il problema di isolarlo per fargli perdere contatto con le sue truppe in rovina, perciò fu messo in regime di carcere duro 41 bis (la prima versione, la più implacabile e decisamente anticostituzionale) che tra varie vessazioni funzionò alla grande: soprattutto quando restarono operative Pianosa e l’Asinara, carceri talmente orrende da indurre alla collaborazione anche i peggiori mafiosi. Riina era monitorato notte e giorno da una telecamera (anche in bagno) e non distingueva il giorno dalla notte. In pratica vedeva solo la moglie che gli portava notizie dei figli. Poi, allentato giocoforza il 41bis anche su pressione di vari organismi internazionali, Riina potè presenziare a qualche processo dove cercò di fare quello che ha sempre cercato di fare: accreditarsi come capo di una mafia che intanto non esisteva più, svuotata di ogni struttura gerarchico-militare, coi capi e i sottoposti progressivamente tutti in galera, con armi e droga e patrimoni sequestrati, la presa sul territorio allentata, i traffici ceduti a mafie non siciliane. Dì lì in poi, Riina si è progressivamente acquietato e dalle intercettazioni (di cui era consapevole) è emerso una sorta di padre di famiglia con uscite paternalistiche che molti tuttavia si preoccupavano di interpretare o sovrainterpretare. Il processo­ectoplasma sulla “trattativa” è stata l’ultima occasione di Riina di inventarsi un contatto con la realtà degli ultimi 15 anni, coadiuvato da una preistorica “antimafia” (anche giornalistica) molto impegnata a inseguire fantasmi del passato e improbabili link col presente, tipo la panzana che Riina volesse far uccidere il pm Nino Di Matteo (che Riina probabilmente non sapeva neanche chi fosse). L’ultima fase è più o meno l’attuale: Riina è in carcere a Opera, ha 86 anni ed è affetto da duplice neoplasia renale, neurologicamente è discretamente rincoglionito (o «altamente compromesso», se preferite) e non riesce neppure a stare seduto per via di una grave cardiopatia. Insomma, non ne ha per molto. Il suo isolamento è peggiorato dal fatto che nessuno vuole condividere la cella con lui: troppi controlli e cimici, essendo lui ipersorvegliato. Ma Riina, secondo altri, resta sempre Riina. La Direzione antimafia lo considera a tutt’oggi il Capo di Cosa Nostra, benché non esista più Cosa nostra: ma si teme che i corleonesi ­ non è chiaro quali ­ dopo 25 anni possano riorganizzarsi. Per questa ragione il Tribunale di sorveglianza di Bologna, ancora l’anno scorso, respinse ogni richiesta di differimento o concessione degli arresti domiciliari, ed evidenziò «l’altissima pericolosità» e «l’indiscusso spessore criminale», dopodiché osservò pure che non vedeva incompatibilità tra le sue infermità e la detenzione in carcere: tutte le patologie risultavano monitorate, al punto che, quando necessario, era stato ricoverato in ospedale a Parma. Invece la Cassazione, a cui hanno ricorso i legali, è stata di diverso avviso, e ha invitato il Tribunale a ripensarci: ha accolto il ricorso nel marzo scorso, anche se l’abbiamo saputo solo ora. La Suprema corte ha detto che il Tribunale non aveva considerato «il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico», poi che un giudice dovrebbe (doveva) motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità» da oltrepassare la «legittima esecuzione di una pena», e che non si capisce come possano essere compatibili la condizione di Riina e la stretta detenzione riservata a un vecchio. Perciò va affermato il suo «diritto di morire dignitosamente», anche perché non si vede che cosa potrebbe comandare, ridotto com’è. Chi ha ragione? In ogni caso, il Tribunale di sorveglianza di Bologna ci tornerà sopra il 7 luglio prossimo. Dovessimo scommettere, premetteremmo anzitutto che non c’è giurisprudenza che non tenga conto dell’umore del Paese: ed è una fase, questa, in cui molti italiani e parlamentari continuano a pensare che la repressione penale debba avere un carattere punitivo e non rieducativo, come pure prevederebbe l’articolo 27 della Costituzione. In carcere si deve andare a star male, questo il sentire comune. Non fu diverso, del resto, per Bernardo Provenzano: la stessa Cassazione riconobbe che fosse affetto da patologie «plurime e gravi di tipo invalidante» ma disse pure che era compatibile con la galera. Il boss morì agli arresti ospedalieri nel luglio dell’anno scorso, sempre al 41 bis.

Vittorio Sgarbi su "Il Giorno" il 7 Giugno 2017: "Totò Riina a casa non è pietà umana, ma giustizia". "se il criminale compie il crimine, lo Stato non può imitarlo, Lo Stato non si vendica, non cerca una corrispondenza tra violenza patita e pena, che non deve andare oltre quei limiti che il criminale ha calpestato". Così, Vittorio Sgarbi oggi nella rubrica quotidiana "Sgarbi Vs Capre" che ha sul quotidiano Il Giorno. Scrive, Sgarbi, a proposito della pronuncia della Cassazione sulla carcerazione del boss mafioso Totò Riina, che ha scatenato reazioni indignate pressochè ovunque, tanto da parte dei cittadini che da parte della politica. "Chi cerca la vendetta - prosegue - è come lui. Lo Stato, come non uccide, non umilia. E non è pietà cristiana. E' giustizia".

Vittorio Feltri su “Libero Quotidiano” il 7 Giugno 2017: Riina in carcere, i brigatisti rossi a spasso da anni. La polemica del giorno esalta la faziosità che serpeggia in Italia. Secondo la Cassazione, Totò Riina, condannato all'ergastolo per una serie di omicidi mafiosi, potrebbe uscire dal carcere di Opera dove è blindato in regime di 41 bis e sottoposto a torture quotidiane, come ha dimostrato Melania Rizzoli nell' articolo pubblicato ieri su Libero. Il boss è dietro le sbarre da oltre due decenni, ha 86 anni, non ha molto da vivere perché soffre di svariate malattie, cardiache e tumorali. Tenerlo in galera non è un atto di giustizia, bensì di gratuita crudeltà dato che egli non è in grado di fare male a una mosca, essendo ridotto a uno straccio. I soliti cattivoni (politici e commentatori di pronto intervento) sono indignati all' idea che il detenuto venga spedito a casa sua in barella, preferiscono che costui patisca in cella pur essendo in stato preagonico. Sono duri e puri? Nossignori, sono ignoranti, non conoscono in che cosa consista il 41 bis e non hanno letto nemmeno una pagina di Cesare Beccaria (consigliamo a tutti di ripassarne il testo famoso, Dei delitti e delle pene). Altrimenti saprebbero che la prigione riservata ai criminali organizzati è una vergogna nazionale, per eliminare la quale nessuno muove un dito. Trattasi di isolamento perenne, un'ora di aria al dì, telecamere e luci sempre accese inquadrano anche il water e chi lo usa. La sorveglianza spietata è prevista 24 ore. Guantanamo, al confronto delle nostre strutture dedicate ai farabutti incalliti, è un ameno villaggio turistico. Fantastico. Il Parlamento è in procinto di approvare il reato di tortura da contestare ai poliziotti che eventualmente ricorrano ai muscoli per arrestare un delinquente. Però i deputati e i senatori consentono alle istituzioni di sottoporre a supplizi gli "ospiti" del succitato 41 bis. Non solo, non pensano neanche ad abolire le cosiddette pene accessorie. Esempio. Bossetti si è beccato l'ergastolo, che tuttavia non bastava: gli hanno aggiunto per sovrammercato un paio d' anni di isolamento. Mancavano due calci quotidiani nel didietro. Altro che culla del diritto, siamo la tomba della civiltà. Torniamo a Riina. Lo hanno spacciato per capo dell'onorata società, lui analfabeta tenne in scacco per venti anni e passa carabinieri e agenti, i quali lo cercarono dovunque, in qualsiasi angolo della Sicilia tranne che nella sua abitazione nel centro di Palermo, e qui fu poi scovato. Vengono dei sospetti: o fingevano di dargli la caccia, oppure erano un po' storditi. Altra spiegazione non esiste. Se il comandante supremo della mafia era davvero Totò, un nano capace a malapena di firmare, ci domandiamo con inquietudine per quale motivo gli intelligentoni della sicurezza non lo acchiapparono prima che ne combinasse di cotte e di crude. Un mistero ancora da svelare. Adesso che il nano è uno zombi, gli inflessibili giustizialisti insistono: fatelo marcire nella tomba di cemento che lo rinchiude. Deve patire. Essi agirono diversamente con i bastardi delle Brigate rosse che fecero più vittime del morbillo. Non ne è rimasto uno sotto chiave. Tutti liberi e belli, uno è entrato a Montecitorio, alcuni insegnano (quali materie si ignora) addirittura all' università, scrivono brutti libri, concionano in centinaia di conferenze pubbliche. Pluriassassini come Viscardi di Prima linea sono stati scarcerati subito, restituiti al consorzio umano quasi che fossero dei ladruncoli di ortaggi. In effetti ci sono assassini e assassini, quelli politici, via dalle pazze carceri medievali: meritano la riabilitazione di fatto; quelli mafiosi, Riina docet, benché la vecchiaia e la malattia li abbiano stritolati, rimangano all' inferno a tribolare finché non avranno tirato le cuoia. Se questa è giustizia, ci sputiamo sopra.

Il populismo giudiziario stavolta ha perso, scrive Sergio D'Elia il 6 giugno 2017 su "Il Dubbio". Il commento del segretario di Nessuno tocchi Caino. La sentenza della corte di Cassazione sul caso di Totò Riina è ineccepibile sotto il profilo giuridico, ed è un raro esempio di indipendenza del giudizio di una suprema corte da considerazioni di tipo moralistico, populistico o, peggio, politico che non dovrebbero mai albergare in un’aula di giustizia, anche di rango inferiore a quella della Cassazione. Principi e norme come «umanità della pena», «diritto a morire dignitosamente», «attualità della pericolosità sociale», sono raramente rispettati da un giudice quando si tratta di persona che per il suo passato criminale ha rappresentato l’emblema della mostruosità che non può mai svanire, che va alimentato per tutta la vita. In tempi di populismo giudiziario e, ancor più, penale non è accettabile che tali simboli del male assoluto si sciolgano come neve al sole. Totò Riina non può essere un pupazzo di neve con la coppola e la lupara di plastica in un giardino d’inverno che dura solo fino a primavera. Deve rimanere un monumento granitico e indistruttibile in servizio permanente effettivo, insieme a tutti gli altri armamentari speciali ed emergenziali della lotta alla mafia, dal 41 bis al ‘ fine pena mai’ dell’ergastolo ostativo da cui si può uscire in un solo modo: da collaboratori di giustizia o, come si dice, coi piedi davanti. La forza di uno Stato non risiede nella sua ‘ terribilità’, come diceva Leonardo Sciascia, ma nel diritto, cioè nel limite insuperabile che lo Stato pone a sé stesso proprio nel momento in cui deve affrontare il male assoluto. Se quel limite viene superato a morire non è solo Totó Rina, così come è stato lasciato morire Bernardo Provenzano, come rischiano di morire alcuni ultra novantenni ancora in 41 bis nel carcere di Parma o come Vincenzo Stranieri ancora in misura di sicurezza in regime di 41 bis nonostante abbia scontato la sua pena e sia gravemente malato. A morire e lo stato di diritto, la legge suprema che vieta trattamenti disumani e degradanti, a morire è anche la nostra Costituzione, il senso stesso della pena, che non può essere quello della vendetta nei confronti del più malvagio dei nemici dello Stato. 

Un uomo è un uomo…, scrive Piero Sansonetti il 6 giugno 2017 su "Il Dubbio". La coraggiosa sentenza della Cassazione che attribuisce a Toto Riina il diritto a «morire con dignità» è un colpo al populismo giudiziario e a chi pensa che la legge non sia uguale per tutti. È una sentenza che provocherà molte polemiche. Un colpo secco a quell’ideologia giustizialista – e a quella retorica giustizialista – che da molti anni prevale in Italia. Nel senso comune, nel modo di pensare delle classi dirigenti, negli automatismi dell’informazione e anche della politica. Dire che Totò Riina va liberato – perché è vecchio, perché è malato, perché le sue condizioni fisiche non sono compatibili con la vita in carcere, perché non è più pericoloso – equivale a toccare il tabù dei tabù, e cioè a mettere in discussione, contemporaneamente, alcuni dei pregiudizi più diffusi nell’opinione pubblica e nell’intellettualità (espressioni che ormai, largamente, coincidono). Il primo pregiudizio è quello che riguarda la legge. Che spesso non è concepita come la regola che assicura i diritti e la difesa della civiltà, ma piuttosto come uno strumento per punire e per assicurare la giusta vendetta, privata o sociale.  Non è vista come bilancia: è vista come clava. Il secondo pregiudizio riguarda l’essere umano, che sempre più raramente viene considerato come tale – e dunque come titolare di tutti i diritti che spettano a qualunque essere umano – e sempre più frequentemente viene invece inserito in una graduatoria di tipo “etico”. Cioè si suddivide l’umanità in innocenti e colpevoli. E poi i colpevoli, a loro volta, in colpevoli perdonabili, semiperdobanbili o imperdonabili. E i diritti vengono considerati una esclusiva dei giusti. Il diritto di negare i diritti ai colpevoli, o anche solo ai sospetti, diventa il nocciolo duro del diritto stesso. Salvatore Riina, capo della mafia siciliana per circa un ventennio tra gli anni settanta e i novanta, è concordemente considerato come il vertice dell’umanità indegna, e dunque meritevole solo di punizione. Chiaro che per lui il diritto non esiste e qualunque ingiustizia, se applicata a Riina (o all’umanità indegna) inverte il suo segno e diventa giustizia. E, dunque, viceversa, qualunque atto di giustizia verso di lui è il massimo dell’ingiustizia. La Corte di Cassazione, con una sentenza coraggiosissima, inverte questo modo di pensare. E ci spiega un concetto semplice, semplice, semplice: che la legge è uguale per tutti. Come è scritto sulle porte di tutti i tribunali e sui frontoni di ogni aula. Il magistrato la studia, la capisce, la applica: non la adatta sulla base di suoi giudizi morali o dei giudizi morali della maggioranza. La legge vale per Riina come per papa Francesco, per il marchese del Grillo come per il Rom arrestato l’altro giorno col sospetto di essere l’assassino delle tre sorelline di Centocelle. E poi la Corte di Cassazione ci spiega un altro concetto, che fa parte da almeno due secoli e mezzo, della cultura del diritto: e cioè che la pena non può essere crudele, perché la crudeltà è essa stessa un sopruso e un delitto, e in nessun modo, mai, un delitto può servire a punire un altro delitto. Un delitto non estingue un altro delitto, ma lo raddoppia. La Cassazione fa riferimento esplicito all’articolo 27 della nostra Costituzione (generalmente del tutto ignorato dai giornali e da molti tribunali) e stabilisce che non è legale tenere un prigioniero in condizioni al di sotto del limite del rispetto della dignità personale e del superamento del senso di umanità nel trattamento punitivo. La Cassazione non dice che è ingiusto, o incivile, o inopportuno: dice che è illegale. E cioè stabilisce il principio secondo il quale, talvolta, scarcerare è legale e non scarcerare è illegale. Idea molto rara e di difficilissima comprensione. La prima sezione penale della Cassazione, che ha emesso questa sentenza respingendo una precedente sentenza del tribunale di sorveglianza di Bologna, e dichiarandola “errata”, ha avuto molto coraggio. Ha deciso senza tener conto delle prevedibili reazioni (e infatti già ieri sono piovute reazioni furiose. Dai partiti politici, dai giornalisti, dai maestri di pensiero). Usando come propria bussola i codici e la Costituzione e non il populismo giudiziario. È la prova, per chi non fosse convinto, che dentro la magistratura esistono professionalità, forze intellettuali e morali grandiose, in grado di garantire la tenuta dello stato di diritto, che ogni giorno la grande maggioranza della stampa e dell’informazione tentano di demolire. La magistratura è un luogo molto complesso, dove vive una notevole pluralità di idee in lotta tra loro. Non c’è solo Davigo e il suo spirito di inquisizione.

LA MORTE DI SALVATORE RIINA.

Totò Riina. Fine o inizio della storia?

Il paradosso della storia. Tra cento anni si parlerà di lui come un protagonista del passato, mentre nell’oblio cadranno le comparse che oggi passano per eroi contemporanei.

L’inutile caccia ai presunti segreti di Riina, garanzia scontata di tante carriere. La vita del Capo dei capi è stata la parabola di uno sconfitto, feroce, effimero trionfatore ma alla fine sconfitto...scrive Massimo Bordin il 17 Novembre 2017 su "Il Foglio". “Si è portato nella tomba i suoi segreti” è frase che non andrebbe mai scritta tanto è banale. Basta pensare, un attimo prima di cedere alla retorica, a come la morte chiuda ogni comunicazione, ogni speranza. Vale per i capi della mafia come per tutti. Ma tutti lasciano una traccia, un segno e su tutti è possibile tracciare un percorso, tirare un bilancio che sarà comunque la base di un giudizio storico. Perché non dovrebbe valere per un grande criminale...

Totò Riina è morto. Dopo due interventi chirurgici da giorni era in coma, scrive il 17 novembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Le condizioni del “capo dei capi” di Cosa Nostra si erano aggravate nelle ultime ore. Riina aveva da poco compiuto 87 anni. Il ministro di giustizia Andrea Orlando aveva concesso il permesso a figli e moglie di essere al suo capezzale. Il capo dei capi, il boss mafioso di Corleone Tommaso (Totò) Riina è morto questa notte alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma dove si trovava dopo essere stato sottoposto nelle scorse settimane a due interventi chirurgici, ed era entrato in coma dopo l’ultimo intervento.   La Procura di Parma ha disposto l’autopsia sulla salma. La decisione di procedere all’esame medico legale è stata presa “trattandosi di un decesso avvenuto in ambiente carcerario e che quindi richiede completezza di accertamenti, a garanzia di tutti”, come ha spiegato il procuratore capo Antonio Rustico mentre attorno l’ospedale del capoluogo è presidiato da Polizia e Carabinieri che si trovano in divisa all’accesso della sezione di Medicina legale e all’interno con personale in borghese. Riina nonostante si trovasse in detenzione al 41 bis da 24 anni, dopo il suo arresto effettuato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza dagli uomini del “Capitano Ultimo” cioè Sergio De Caprio (attuale colonello) , del ROS dei Carabinieri guidato all’epoca dei fati dal Gen. Mori, per gli inquirenti  era ancora il capo di Cosa nostra .Totò Riina era detenuto secondo il 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”. Nel 1995, anno della reclusione nel supercarcere dell’Isola dell’Asinara, Totò Riina venne condannato per gli omicidi del tenente colonnello Giuseppe Russo, dei commissari di polizia Giuseppe Montana e Antonino Cassarà e dei politici Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Nei quattro anni successivi arrivano anche le sentenze per gli omicidi di Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della squadra mobile Boris Giuliano, per la Strage di Capaci e gli attentati del 1993. È recluso in isolamento fino al 12 marzo 2001. Una misura che venne introdotta della legge del 26 luglio 1975. Fu inizialmente pensata per le rivolte in carcere ma nel 1992, dopo la strage di Capaci, venne estesa ai condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. La norma che inizialmente aveva carattere temporaneo successivamente è stata poi rinnovata ed è ancora in vigore. In Italia i detenuti al 41 bis sono in carcere per associazione mafiosa, come il boss corleonese, o per sospetta attività di terrorismo. Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Andrea Orlando, previo parere positivo della Procura nazionale antimafia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva firmato il permesso per consentire alla moglie e ai figli di visitarlo in ospedale.  Totò Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quelli del ’93, nel Continente. Sua fu la decisione di lanciare nei primi anni ’90un’offensiva armata contro lo Stato. Non ha mai avuto un minimo cenno di pentimento, ed appena tre anni fa, dal carcere parlando con il detenuto pugliese Alberto Lorusso nel carcere milanese di Opera, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati impegnati nella lotta   alla mafia come il pm Nino Di Matteo. Era il dicembre del 2013 quando Riina, parlando in carcere senza sapere di essere intercettato, disse: “Lo faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono”. Ma questa non era stata l’unica minaccia a distanza inviata a Di Matteo. In altre conversazioni Riina aveva detto: “Organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non ne parliamo più. Questo Di Matteo non se ne va. Dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo”. Lo scorso febbraio il boss di Cosa Nostra ribadiva, intercettato mentre parlava in un colloquio video-sorvegliato con sua moglie Antonietta Bagarella: “Io non mi pento… a me non mi piegheranno… mi posso fare anche 3000 anni”. E “altrettanto significativo”, scrivevano, è un passaggio durante il quale i coniugi “giungono ad affermare che i collaboratori di giustizia vengono pagati per dire il falso”. L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia, in cui era imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato, insieme ad ex-politici come Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino. Nelle ultime settimane Riina era stato operato due volte. I medici avevano da subito avvertito che difficilmente il boss, le cui condizioni erano da anni compromesse, avrebbe superato gli interventi. Sembra che siano intervenute complicazioni dopo le operazioni, che hanno costretto i medici a sedare il boss mafioso. Le precarie condizioni di salute di Totò Riina erano note da tempo. La scorsa estate si era discusso persino sull’ipotesi il “capo dei capi” di Cosa Nostra potesse uscire dal carcere per affrontare una “morte dignitosa”. Ma alla fine il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta del differimento della pena o, in subordine, della detenzione domiciliare, che ti era stata presentata dai legali del boss. I giudici in quell’occasione avevano ribadito che Riina “non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero”. Anche il presidente della Commissione parlamentare antimafia, la senatrice Rosy Bindi, aveva sostenuto che “non esiste il diritto alla morte fuori cella”. La DIA, Direzione Investigativa Antimafia, aveva ribadito lo scorso luglio che il boss mafioso era ancora “a guida di Cosa nostra, a conferma dello stato di crisi di un’organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica”. Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via Georgofili a Firenze, (ordinata da Totò Riina) Saputa la notizia delle gravi condizioni di Riina, aveva commentato: “Iddio abbia pietà di lui, noi non abbiamo potuto perdonarlo e ci spiace muoia ora che forse si potrebbe arrivare a capire chi gli ha armato la mano per ammazzare i nostri figli, malgrado lui il capo della mafia non si sia mai pentito. Ho parlato ora con i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili e la risposta è stata il silenzio totale, hanno patito troppo per un uomo che tale non è mai stato”. Giuseppe Salvatore Riina detto Salvo, terzogenito dei quattro figli del boss, che a sua volta ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ieri prima del decesso del padre aveva scritto su Facebook: “Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà” ottenendo quasi 500 like al post e diverse decine di auguri al boss tra i commenti. Il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis ha dichiarato che per Totò Riina, “un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”.  “Il Signore abbia in gloria Totò Riina, ma le cose non cambieranno con la sua morte”, ha aggiunto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, auspicando che “questa morte possa spingere tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Le cose cambieranno se chi amministra lo farà tenendo presente lealtà e legalità”. “La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato”, ha scritto su Facebook il presidente del Senato Pietro Grasso, magistrato che con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha combattuto Totò Riina. “Riina iniziò da Corleone negli anni ’70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni” ha ricordato Grasso. “Una volta diventato il capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere”. “La strategia di attacco allo Stato – ha concluso il presidente del Senato – ha avuto il suo culmine con le stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo Stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia”. Pietà quindi, ma non perdono. E un po’ di rimpianti: “Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”. Maria Falcone, sorella del magistrato Giovanni ucciso lungo la A29, all’altezza dello svincolo di Capaci, il 23 maggio 1992, ha commentato la morte del “capo dei capi” dicendo di “non gioire per la sua morte, ma di non poterlo perdonare. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato”. E a parlare è poi il poliziotto Giuseppe Costanza, l’unico sopravvissuto all’attentato: “Meno si parla di lui e meglio è. Cerchiamo di ridimensionare la figura di questo signore. Mettiamolo all’angolo. Non merita altro per quello che è stato e per quello che ha fatto. E se ne vada in silenzio con tutti i suoi segreti”. La notizia della morte di Totò Riina appare oggi sulle ‘home page’ dei principali media mondiali online: dalla Bbc al New York Times, da El Pais a Le Figaro. Anche il Wall Street Journal pubblica la notizia, evidenziando nel sottotitolo che Riina “stava scontando 26 ergastoli per condanne di omicidio”. La Bbc pubblica la notizia ricordando che l’ex boss, soprannominato ‘la bestia’ per la sua particolare violenza, avrebbe ordinato “oltre 150 omicidi”. Riina è stato la “mente di una sanguinosa strategia” che prevedeva “l’uccisione di giudici e membri delle forze dell’ordine che cercavano di abbattere Cosa Nostra”, scrive il New York Times. Il quotidiano spagnolo El Paisde finisce Riina il “capo dei capi della mafia” e il “padrino più tenuto e sanguinario della storia”, sospettato di avere ucciso personalmente 40 persone. Anche il tabloid tedesco Bild pubblica la notizia nella sua home page con un’immagine di Riina dietro le sbarre, così come fanno – tra gli altri – il Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), il Sueddeutsche Zeitung e il Tagesspiegel.

Morte Totò Riina: parla Infermiere che lo gestiva, scrive Andrea Delle Foglie il 18 novembre 2017 su Il Giornale AssoCare.it. Totò Riina non c'è più, spazzato via da mamma Morte. Gli Infermieri lo hanno trattato come un comune paziente, fino alla sua definitiva dipartita terrena. Totò Riina non c'è più. il boss dei boss della peggiore Mafia di sempre ha dovuto desistere davanti alla falce crudele di nostra signora oscura... la morte! Era oramai un vegetale ed era tenuto in vita solo dai farmaci. Al suo cospetto Infermieri e Medici che, comunque, non lo hanno mai abbandonato. Seppur di fronte ad uno degli uomini più crudeli di tutti i tempi i Professionisti della Salute che lo hanno assistito negli ultimi anni, mesi e giorni lo hanno trattato come un paziente qualsiasi. Senza privilegi, senza infamità. AssoCareNews.it ha ascoltato uno degli Infermieri parmensi che lo ha gestito negli ultimi giorni prima del trapasso terreno. Si tratta di Giuseppe (il nome è ovviamente fittizio per salvaguardare l'incolumità dell'interessato). 

La testimonianza di uno degli Infermieri dell'Ospedale di Parma. "Totò Riina, nonostante fosse il capo di Cosa Nostra, è stato trattarti come un comune paziente - ci spiega il collega dell'Ospedale 'Maggiore' di Parma - da Infermiere avevo, ho e avrò sempre l'obbligo deontologico, etico e professionale di trattare tutti alla stessa maniera. So che ci troviamo di fronte ad una persona condannata a 6 ergastoli, ma è pur vero che era un essere umano e tutti gli esseri umani hanno il diritto ad degno un fine vita. Le condizioni di salute, soprattutto dopo gli ultimi interventi, erano pessimi. Il paziente è stato tenuto in vita, sedato, fino a quando il suo cuore non ha cessato autonomamente di battere. Non ho mai avuto modo di parlarci direttamente, perché sempre incosciente da quando ho iniziato a gestirlo direttamente. Altri colleghi mi hanno parlato di una persona silenziosa, che ti guardava fissa negli occhi, che incuteva paura, che trasmetteva sicurezza e rabbia al tempo stesso. Insomma un vero capo che impartisce ordini con il solo battere delle ciglia." Un ultimo atto di pietà per il capo della mafia che di pietà non ne ha mai avuta per nessuno - si legge sulle cronache de "Il Giornale" in un servizio a firma di un collega anonimo. Simbolo della versione più feroce di Cosa nostra, quella delle stragi, poi diventato - una volta in prigione a scontare 26 ergastoli - anche il simbolo della reazione dello Stato all'offensiva della criminalità organizzata negli anni Novanta.

Condizioni molto gravi, che lo hanno condotto al trapasso. Le condizioni di Totò (Salvatore) Riina si erano aggravate negli ultimi giorni, ma solo ieri è arrivata la notizia, da fonti non ufficiali, che il padrino è in fin di vita. Tenuto in coma farmacologico nel Reparto detenuti dell'ospedale di Parma, dove è ricoverato da tempo. Dal Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria, hanno spiegato che negli ultimi giorni era stato sottoposto a due interventi. Dopo l'ultima operazione sono intervenute complicazioni che hanno costretto i medici a sedarlo. Negli ultimi tempi era completamente dipendente dall'aiuto degli infermieri, aveva «difficoltà nel compiere qualsiasi movimento» e non riusciva a parlare normalmente. Il boss però fino a pochi mesi fa era «vigile e collaborante». Dopo l'estate, le sue condizioni sono precipitate. Il via libera alla famiglia fa pensare che non rimanga molto tempo al boss di Cosa Nostra sottoposto dal 15 gennaio 1993 al regime del 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai condannati per reati di mafia, varato proprio durante gli anni di Cosa Nostra guidata da Riina.

Il re delle stragi mafiose. Il boss di Corleone ha pianificato le stragi mafiose. La prima, poco conosciuta, quella di Viale Lazio nel 1969 contro il boss Michele Cavatai o. Ultimi, gli attentati del '92 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quelli del '93 a Firenze, Roma e Milano. Nello stesso anno l'arresto, dopo 24 anni di latitanza. Fu proprio Riina a decidere di inaugurare la stagione delle bombe e degli attacchi allo Stato. Il super boss non ha mai lasciato le redini di Cosa Nostra. Tre anni fa, in carcere a Opera, continuava a minacciare di morte i magistrati e prendeva di mira il Pm Nino Di Matteo, che stava indagando sulla trattativa Stato mafia.

Il decesso inevitabile del capo dei capi. Ieri era anche l'87 esimo compleanno del padrino e l'unico segnale arrivato dalla famiglia è un post del figlio su Facebook per la ricorrenza. «Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo», ha scritto il terzogenito dei quattro figli del boss e di Ninetta Bagarella. Il post ha ricevuto centinaia di like e commenti. In molti hanno voluto fare gli auguri al padre. A luglio i suoi legali avevano chiesto il differimento della pena proprio per ragioni di salute. La Cassazione aveva chiesto al tribunale di sorveglianza di Bologna di motivare la carcerazione, facendo presente che anche il boss ha diritto alle cure. Il tribunale spiegò che all'ospedale di Parma Riina avrebbe potuto avere tutta l'assistenza necessaria alle sue condizioni di salute. Garanzie concesse a un fuorilegge che di concessioni non ne ha mai fatte. Quando ha parlato dal carcere, lo ha fatto per pronunciare sentenze di morte o per minacciare magistrati o rivali. "Spero che trovi il coraggio di pentirsi - conclude il collega parmense - non ha mai ammesso di essere il capo dei capi, ma anche se sedato continuava a comunicare il suo odio e la sua voglia di rivincita nei confronti di chi lo ha costretto a 24 anni di vita carceraria. Pace all'anima sua!"

E' morto Totò Riina, il "capo dei capi". Il boss mafioso da 24 anni era al 41 bis. Il capo della mafia siciliana è deceduto alle 3,37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. I familiari non hanno fatto in tempo a vederlo vivo, nonostante il permesso del ministro. La figlia su Fb: "Silenzio". Gli ultimi misteri del padrino di Corleone nelle sue intercettazioni in carcere, scrive Salvo Palazzolo il 17 novembre 2017 su "L'Espresso-Repubblica". Alle 3,37 Totò Riina ha smesso di vivere, non è sopravvissuto agli ultimi due interventi e a cinque giorni di coma. Era ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma, in regime di 41 bis (il carcere duro per i reclusi più pericolosi) ormai da 24 anni. E' stata disposta l'autopsia "trattandosi di un decesso avvenuto in ambiente carcerario e che quindi richiede completezza di accertamenti, a garanzia di tutti", spiega il procuratore di Parma, Antonio Rustico. I familiari non sono riusciti a incontrarlo prima che morisse, nonostante il permesso straordinario ricevuto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che ieri, viste le condizioni del detenuto, aveva autorizzato la visita. Secondo indiscrezioni, la figlia minore del boss è rimasta a Corleone. Riina aveva quattro figli: uno è detenuto e sta scontando l'ergastolo per quattro omicidi, mentre il minore, dopo una condanna a otto anni per mafia, è sorvegliato speciale. La più piccola delle due figlie femmine vive a Corleone, la maggiore invece si è trasferita da anni in Puglia. Sulla sua pagina Facebook la figlia di Totò Riina, Maria Concetta, sembra lanciare un messaggio che poi è un'indicazione, data subito dopo la morte del padrino. La foto del profilo è una rosa nera, sovrastata dal volto di una donna che emerge da un sfondo scuro e un dito che "taglia" la bocca con su scritto "shhh", silenzio. Riina si è portato per sempre nella tomba i suoi segreti. "Ne dovrebbero nascere mille l'anno come Totò Riina", ripeteva in carcere al suo compagno dell'ora d'aria, il boss pugliese Alberto Lorusso. Tre anni fa. E poi si vantava della morte di Giovanni Falcone: "Gli ho fatto fare la fine del tonno". La stessa fine che invocava per il pm Nino Di Matteo: "Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono". Come sempre, manie di grandezza mafiosa, ma non solo. Il capo dei capi della mafia siciliana ha sempre perseguito una lucida strategia in carcere, quasi un'ossessione: ribadire il ruolo che ha svolto nell'Italia degli ultimi quarantanni e allontanare l'idea che sia stato un pupo, un burattino nelle mani di forze occulte annidate dentro lo Stato. "Sono diventato una cosa immensa, sono diventato un re - sussurrava a Lorusso - se mi dicevano un giorno che dovevo arrivare a comandare la storia... sono stato importante". Lui e solo lui, Totò Riina.  E, allora, anche la trattativa con uomini dello Stato, di cui parlò per la prima volta ai magistrati il suo pupillo Giovanni Brusca nel 1996, gli stava stretta. Lo disse chiaramente Riina agli agenti della polizia penitenziaria, mentre stava per essere portato nella saletta delle videoconferenze per assistere al processo di Palermo, di cui non ha perso un'udienza: "Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me". Quella voglia di esternazioni portò i pubblici ministeri di Palermo a disporre le intercettazioni dei colloqui durante l'ora d'aria, per cogliere ancora meglio i pensieri di Riina, che in carcere parlava e straparlava con il compagno di passeggiate (solo all'aperto, mai nella saletta della socialità), davanti ai giudici invece non apriva bocca. Così, microspie e telecamere hanno fatto emergere la vera natura di Cosa nostra. Che pone ancora tanti interrogativi. Riina ha confermato quanto Giovanni Falcone ripeteva: ufficialmente, Cosa nostra non prende ordini da forze esterne. Ma qualcuno, in Cosa nostra, ha avuto intense relazioni con uomini della società civile, della politica e delle istituzioni. Relazioni ancora avvolte da tanti, troppi misteri. Lo diceva anche Riina. Si vantava dell'omicidio del generale Dalla Chiesa: "Quando ho sentito alla televisione, promosso nuovo prefetto di Palermo, distrugge la mafia... prepariamoci gli ho detto, mettiamo tutti i ferramenti a posto, il benvenuto gli dobbiamo dare". Ma in un'altra occasione, Riina precisava che Cosa nostra non c'entra niente con le carte scomparse dalla cassaforte del prefetto. "Io ho fatto sempre l'uomo d'onore, la persona seria", diceva. E ancora: "Io sono un gran pensante. Io sono orgoglioso di tutto quello che ho fatto". Lo ribadiva anche per Borsellino. Rivendicava la strage nel corso di quelle ultime intercettazioni, ma teneva a precisare: "I servizi segreti gliel'hanno presa l'agenda rossa". E in un altro passaggio ricordava la risposta data al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari durante un interrogatorio in cui gli era stato chiesto di suoi eventuali contatti con i servizi segreti: "Se mi fossi incontrato con questi, non mi chiamerei più Salvatore Riina". Nella "versione di Riina" lui era sempre il boss duro e puro. Ma poi gettava ombre sui suoi compagni. "Mi spiace prendere certi argomenti - diceva dell'amico di sempre, parlando della stagione delle stragi - questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. Quindi tu collabori con questa gente... a fare il carabiniere". Negli ultimi tempi, Riina accusava anche i fedelissimi Madonia di rapporti con uomini dello Stato: "Erano confidenti dei servizi segreti". E pure al pupillo Matteo Messina Denaro dava del "carabiniere". Riina ha continuato a essere il mafioso di sempre, ha provato fino all'ultimo a dire tutto e il contrario di tutto. Per non far distinguere la verità, quella che cercano ancora i magistrati. "Bisognerebbe ammazzarli tutti", diceva lui. "C'è la dittatura assoluta di questa magistratura". Sono state le sue ultime parole intercettate. Adesso, molti dei segreti di Riina li conserva uno dei suoi rampolli, cresciuto accanto a lui durante la stagione delle stragi: il superlatitante Matteo Messina Denaro, ormai diventato un fantasma da quei giorni del 1993.

Totò Riina, il boss che fece la guerra allo Stato. Da Corleone a Palermo, la scalata del "viddano" diventato il tiranno di Palermo. Fra complicità e affari, scrive il 17 novembre 2017 "La Repubblica". In carcere, la prima volta, entra che ha da poco compiuto 18 anni. Un "battesimo" criminale precoce e un'accusa grave: l'omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a 12 anni. Nato a Corleone il 16 novembre del 1930 da un famiglia di contadini - perderà presto il padre e il fratello, morti mentre cercavano di estrarre della polvere da sparo da una bomba inesplosa -, Totò Riina, morto stanotte nel reparto detenuti del carcere di Parma, fino ad allora ha alle spalle solo qualche furto. Poca roba, fino all'incontro con Luciano Leggio, all'epoca mafioso rampante che sta tentando di farsi strada. E' lui, suo compaesano che per un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. Un metro e 58, che gli vale il soprannome di Totò U Curtu, esce dall'Ucciardone nel 1956, a pena scontata solo in parte, e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Leggio che dietro di sé lascia una lunga scia di sangue. La lotta per il potere di "Lucianeddu" e dei suoi comincia nel 1958 con l'eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone.  Leggio ne azzera il clan e ne prende il posto. Totò diventa il suo vice. Nella banda c'è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano.  Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all'Ucciardone per uscirne, dopo un'assoluzione per insufficienza di prove nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai l'Isola scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni.  Da ricercato inizia la sistematica eliminazione dei nemici: nel 1969, con Provenzano e altri uomini d'onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo è lui a sparare contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione.  L'ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue e la violenza - sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato -  è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l'ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Leggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontate e Tano Badalamenti.  Farà poi allontanare quest'ultimo, accusandolo falsamente dell'omicidio di un capomafia nisseno. Ma è negli anni 80 che il ruolo suo e dei suoi, i viddani, i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. E una conquista del potere a colpi di omicidi eclatanti e lupare bianche.  E' la seconda guerra di mafia. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontate, "il principe di Villagrazia", il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato, Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti e hanno salva la vita a patto di non tornare più in Sicilia. In poche settimane restano a terra decine di cadaveri. Riina la belva, come lo chiama il suo referente politico Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo del sacco edilizio, è feroce e spietato. Condannato in contumacia all'ergastolo durante il "maxiprocesso", viene inchiodato dalle rivelazioni dei primo pentito di rango, Tommaso Buscetta. Totò "u curto" si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxi diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d'onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di redde rationem con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. E' la stagione delle stragi che il capo dei capi vuole nonostante non tutti in Cosa nostra siano d'accordo. Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restano però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestano dopo 24 anni di latitanza. La moglie, Ninetta Bagarella che ha trascorso con lui tutta la vita, torna a Corleone con i quattro figli, Lucia, Concetta, Giovanni e Giuseppe Salvatore, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo. Gli ultimi periodi della latitanza la famiglia li trascorre in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, a due passi dalla circonvallazione. I carabinieri lo ammanettano poco lontano da casa: un arresto il suo su cui restano molti punti oscuri. La versione ufficiale lo vuole "consegnato" da un suo ex fedelissimo, Baldassare Di Maggio, il pentito che poi avrebbe raccontato del bacio tra Riina e Andreotti. Ma sulla cattura del capo dei capi gravano ombre pesanti: a tratteggiarle sono gli stessi magistrati che dal 2012 lo processano per la cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il boss avrebbe avuto, almeno inizialmente un ruolo. Sarebbe stato il compaesano, l'amico di una vita, Bernardo Provenzano, più cauto e, dicono i pentiti, contrario frontale all'attacco allo Stato, a venderlo ai carabinieri barattando in cambio l'impunità. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulla stagione delle stragi, sui cosiddetti delitti eccellenti, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione. Fino alla fine quando, al processo trattativa, citato dalla Procura è rimasto in silenzio.

Totò Riina è morto. E il boss di Cosa Nostra porta con sé tutti i suoi segreti. Latitante per 24 anni, in carcere dal 1993, il Capo unico ha trasformato la criminalità organizzata siciliana in organizzazione terroristica che è arrivata persino a dichiarare guerra allo Stato. E molti misteri verranno sepolti con lui nella tomba, scrive Lirio Abbate il 17 novembre 2017 su "L'Espresso". L'immagine sanguinaria di Totò Riina ha fatto da sfondo alla Sicilia per oltre quarant'anni. La sua ombra si è allungata su tutte le stragi mafiose e sui delitti eccellenti e molti misteri verranno sepolti con lui nella tomba. Fino al giorno della sua morte è rimasto il capo di Cosa nostra, unico e indiscusso dagli anni Settanta fino ad oggi, trasformando la mafia siciliana dai vecchi modi felpati e sanguinari a organizzazione terroristica-mafiosa che è arrivata pure a far la guerra allo Stato. Attraverso vecchie immagini ormai ingiallite, che conducono alla fine degli anni Settanta, è possibile calarsi in una Sicilia d’epoca dove si possono contestualizzare uomini e fatti e anche sensazioni di una società che in gran parte non sapeva o non voleva riconoscere i mafiosi. Ma ci conviveva. Molti lo hanno fatto per convenienza e altri invece per paura. La storia di Riina è soprattutto la storia di un gruppo di picciotti di Corleone, malridotti e spietati allo stesso tempo, che danno la scalata alla gerarchia di Cosa nostra, che fino ad allora aveva le sue regole, le sue leggi e una sia pur distorta moralità. Teorico della violenza totale e dell'inganno sistematico, all'interno di un progetto lucidissimo quanto folle, massacro dopo massacro, Riina spazza via l'organigramma eccellente del parlamento mafioso. Il capo corleonese cancella le regole a colpi di tritolo e come ha sostenuto il pentito Tommaso Buscetta, soltanto un potere superiore, una “entità”, è riuscita ad assicurargli una latitanza che si è protratta per 24 anni.

Una latitanza serena. Riina l’ha condivisa con la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli: Maria Concetta, nata nel 1974, Giovanni (1976), Salvatore Giuseppe (1977) e Lucia (1980). Tutti partoriti in una clinica di Palermo (storia incredibile per un latitante di mafia ricercato da tutti) e registrati all’anagrafe. Come se fossero una famiglia normale. Sono decine gli ergastoli a cui è stato condannato, fra questi anche quelli per l'uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro poliziotti di scorta. Per il maxi processo a Cosa nostra i giudici hanno inflitto al boss il carcere a vita per una serie di delitti e stragi commessi a Palermo negli anni Ottanta: l'uccisione di Michele Reina, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo; e ancora per l'autobomba che uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano. Riina ha ordinato migliaia di omicidi, molti dei quali li ha pure eseguiti di persona. Un sanguinario che ha messo a ferro e fuoco la Sicilia. Come nell’estate di terrore del 1979 quando ha scatenato l'infermo mafioso lasciando sull’asfalto decine di cadaveri. Fra tutti quello di un servitore dello Stato, un grande poliziotto che stava con il fiato sul collo dei corleonesi. Era Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo. Oltre a lui Riina ha ucciso e fatto uccidere carabinieri, magistrati, sindacalisti, giornalisti, medici, funzionari regionali e politici, compreso un presidente della Regione siciliana. Vittime innocenti di un conflitto che lui ha voluto per conquistare potere e territori. Nel 1981 la sua forza militare era ormai tale da consentirgli di eliminare a viso aperto tutti i capi delle famiglie che gli resistevano. Cominciò uccidendo il boss “don Piddu” Panno di Casteldaccia e poi il palermitano Stefano Bontate, l'uomo che offrì all'epoca protezione a Silvio Berlusconi: iniziò così la guerra di mafia, durata tre anni, che lasciò sulle strade del Palermitano circa mille morti. Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, gli unici in grado di resistere militarmente ai corleonesi, assistettero al sistematico sterminio dei loro amici e parenti, mentre l'intera compagine mafiosa tremava davanti a Riina. La sua latitanza è durata 24 anni e si è conclusa a Palermo il 15 gennaio 1993. Quando il volto del capo dei capi apparve per la prima volta in televisione, il giorno dell'arresto, sorprese tutti: nessuno immaginava che un personaggio così goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il mafioso feroce che le cronache giudiziarie avevano dipinto. Riina nel 2010 parlando con suo figlio in carcere gli fa un lungo discorso. Riflette con il figlio sull'uccisione di Paolo Borsellino e critica l'atteggiamento di Giovanni Brusca che per l'attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio 1992. «Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l'ho saputo dalla televisione e non so niente». A Milano durante un'udienza aveva fatto un'altra uscita, ancora più esplicita per prendere le distanze dall'ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993 quando era già in cella: «Non ne so nulla, ma bisogna capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva colpire».

Più in generale, nell'incontro con il figlio confida: «Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po' tutti. Perché un po' tutti? Perché l'ultima parola era sicuramente la mia e quindi l'ultima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l'ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest'ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po' “avvantaggiatello”. Questa è la vita a papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?». E poi spiega: «Perché anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita...».

I segreti. La sua storia ha cercato di raccontarla, a modo suo, durante le ore di passeggio in carcere trascorse con un altro detenuto, al quale pochi anni fa ha trasferito ricordi e analisi di fatti criminali e retroscena inconfessabili che sono state registrate dalle microspie degli investigatori. Parole di un boss che hanno aperto dubbi e ipotesi su quella che è stata la stagione dei corleonesi e su quello che è stato il ruolo di Riina in fatti ancora oggi misteriosi e poco chiari. Durante un colloquio in carcere con il figlio fatto sette anni fa lanciava un messaggio fondamentale, quello di essere ancora forte. «Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: "Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo". Devono sapere invece... che a me non mi distruggete». Una tenuta sintetizzata con una frase: «Facciamoci questa galera... Io a ottant'anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare». Addio Riina.

Totò Riina, storia del padrino di Corleone. Nato nel 1930, è stato latitante fino al giorno del suo arresto. Le tappe di una vita criminale, scrive Lirio Abbate il 17 novembre 2017 su "L'Espresso". Salvatore Riina era nato a Corleone il 16 novembre 1930. Il padre era un agricoltore. Entrato in clandestinità nel 1950, prima ancora di essere sfiorato da un ordine di cattura negli anni Settanta. E c'è rimasto fino al giorno della suo arresto. La latitanza l'ha condivisa con la moglie, Antonietta Bagarella, e i quattro figli: Maria Concetta, nata nel 1974, Giovanni nel 1976, Salvatore Giuseppe, nel 1977 e Lucia nel 1980. La moglie di Riina, Antonietta, è la sorella del boss Leoluca Bagarella. Maestrina delle elementari, fu la prima donna siciliana ad essere inviata al soggiorno obbligato. Per amore preferì un'altra strada, certo più difficile perché ha voluto unire il suo destino a quello di Salvatore Riina, amico inseparabile sin dalla più tenera infanzia dei suoi fratelli Calogero e Leoluca. La loro unione è stata consacrata nel 1966 da un matrimonio religioso. Lo celebrò padre Agostino Coppola, ambiguo mediatore in sequestri di persona e poi condannato per associazione mafiosa. Il rito si svolse in un appartamento al quinto piano di un anonimo condominio di largo San Lorenzo, a Palermo, dove la coppia ha vissuto in quegli anni, in latitanza. Quando i carabinieri vi fecero irruzione era un covo ancora caldo e in un cassetto vennero trovate le partecipazioni di nozze che la maestrina aveva scritto a penna, una per una. Solo nel 1994 Salvatore Riina ha potuto sposare, per lo Stato, Antonietta Bagarella. Lo ha fatto dal carcere con una procura. La strada criminale del vecchio padrino è stata seguita negli ultimi anni anche dai due figli maschi. Giovanni e Salvatore Giuseppe sono entrambi in carcere con l'accusa di aver fatto parte della cosca mafiosa di Corleone. Il primo è stato condannato all'ergastolo per un duplice omicidio commesso a Corleone. La figlia maggiore, Maria Concetta, è sposata, e si è trasferita a vivere in Puglia a Mesagne, mentre Lucia fa la pittrice e si è trasferita in una cittadina della svizzera.

Totò Riina: la storia e le foto del boss dei boss (1930-2017). Morto all'età di 87 anni, il capo dei corleonesi scontava 26 ergastoli. Dalla prima condanna nel 1949 alle guerre degli anni '80 alle stragi degli anni '90, scrive il 17 novembre 2017 Edoardo Frittoli su Panorama. È morto nella notte successiva al giorno del suo 87° compleanno il boss mafioso Salvatore Riina detto Totò "u curtu", il boss più sanguinario della storia di Cosa Nostra. La sequenza dei numeri 24, 25 e 26 marcano gli anni di regime di 41 bis passati da Riina nelle carceri di massima sicurezza, il numero degli anni di latitanza e il numero di ergastoli a cui il boss dei boss è stato condannato. Riina era nato a Corleone (Palermo) il 16 novembre 1930. Il boss dei boss di Cosa Nostra viene condannato per la prima volta nel 1949, a soli 19 anni. L'accusa è di omicidio di un coetaneo dopo un violento alterco ed il giovane Riina passa i suoi primi sei anni in carcere a Palermo. Tornato a Corleone si mette al servizio del capo dei mafiosi locali Luciano Liggio, al soldo del quale combatte la guerra di mafia contro la famiglia dei Navarra. Pochi anni dopo avere ucciso il rivale Michele Navarra viene nuovamente arrestato nel 1963. Al processo svoltosi a Bari viene assolto per insufficienza di prove e, una volta libero, Riina rimane in Puglia per poi essere trasferito a Corleone in regime di soggiorno obbligato, dal quale si sottrae in poco tempo entrando in latitanza. Il 10 dicembre 1969 torna alle cronache nazionali per il ruolo di esecutore nella cosiddetta "strage di viale Lazio" compiuta per eliminare il boss palermitano Michele Cavataio, alla quale partecipano Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella. Oltre al boss restano sul terreno altri quattro cadaveri. Due anni dopo Riina uccide il procuratore Pietro Scaglione, proseguendo l'ascesa ai vertici con una serie di sequestri a scopo di estorsione, tra cui spicca quello del figlio dell'industriale costruttore Giacomo Cassina, nella Palermo del sindaco Vito Ciancimino, di cui i corleonesi erano elettori. Morto il boss Liggio, Riina diventa reggente della cosca di Corleone, iniziando la guerra per il potere con gli ex alleati Badalamenti e Bontate legandosi a Provenzano. All'inizio degli anni '80 il boss elimina gran parte dei rivali, tra cui Salvatore Inzerillo e altri 200 affiliati nella "seconda grande guerra di mafia" a Palermo. Sono anche gli anni dell'infiltrazione dei corleonesi nella politica palermitana per tramite dell'esponente DC Salvo Lima, contro i cui avversari all'interno dello stesso partito si scatenò il fuoco delle armi di Riina: il 9 marzo 1979 è ucciso Michele Reina (segretario provinciale DC); il 6 gennaio 1980 è la volta di Piersanti Mattarella, fratello dell'attuale Presidente della Repubblica Sergio, allora a capo della Regione Siciliana e in contrasto con Ciancimino.

Il 30 aprile 1982 rimane ucciso Pio La Torre, l'esponente del PCI che aveva indicato i legami del sindaco di Palermo con Cosa Nostra. Gli anni '80 sono anche quelli del maxiprocesso di Palermo (iniziato nel febbraio 1986), dove furono imputati quasi 500 affiliati, tra cui Riina e gli altri boss indicati dai pentiti Tommaso Buscetta e Baldassarre di Maggio. Il ruolo dei collaboratori fece scattare l'epoca delle stragi dei loro familiari, bambini compresi. Le condanne pesantissime del 1992furono alla base dell'omicidio di Salvo Lima, che a giudizio dei corleonesi non era stato in grado di influenzare le sentenze. La strage di Capaci che costò la vita al giudice Giovanni Falcone a sua moglie ed alla scorta ed in seguito quella del collega Paolo Borsellino, aprirono la tragica stagione delle stragi di Milano, Roma e Firenze, indicate anche come la fase della "trattativa Stato-mafia". Totò Riina viene catturato dai Carabinieri del ROS guidati dal Capitano Ultimo il 15 gennaio 1993, mentre si trovava a poca distanza dalla sua abitazione a Palermo e dove aveva trascorso con la moglie e i figli parte della sua latitanza. L'arresto fu reso possibile dalle informazioni fornite dal suo ex-autista Baldassare Di Maggio, entrato nel mirino dei corleonesi dopo la collaborazione con gli inquirenti. I lunghi processi per le altrettanto lunghe liste di imputazione a carico di Riina si aprono nel 1992 quando il boss era ancora contumace. Tutte le condanne all'ergastolo (tranne quella della strage del Rapido 904) sono confermate: il boss dei boss ne ha accumulati ben 26. Dal 1995 al 2001 viene rinchiuso all'Asinara e Ascoli Piceno in regime di isolamento (41bis), revocato temporaneamente e poi nuovamente applicato per una serie di minacce ad esponenti della magistratura trapelate dal carcere. Nel 2003 Riina subisce un primo intervento chirurgico a causa di un infarto. Trasferito nel carcere di massima sicurezza di Opera(Milano), nel 2006 è ricoverato nuovamente per insufficienza cardiaca. Durante il processo sulla trattativa Stato-mafia Riina invia minacce al pm Antonino di Matteo, uno dei suoi più grandi accusatori nei processi a suo carico. Trasferito a Parma, passa i suoi ultimi mesi nella struttura ospedaliera dell'istituto di detenzione. Muore dopo essere entrato in coma nelle prime ore del mattino del 17 novembre 2017.

È morto Totò Riina, Capo dei Capi di Cosa Nostra, scrive il 17 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Aveva appena compiuto 87 anni. Rosy Bindi (Antimafia): “La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità”. È morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma il boss Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l’ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra. Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurrei legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Ieri, quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93, nel Continente. Sua la scelta di lanciare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: “sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere”. L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre. “Massimo riserbo. Al momento nessun commento”. Luca Cianferoni, uno degli avvocati storici di Totò Riina, il boss di cosa nostra morto la notte scorsa, vuole aspettare prima di fare dichiarazioni. Nel giugno scorso, durante una delle udienze del processo d’appello per la strage del treno 904 a Firenze, Cianferoni era tornato a chiedere “la detenzione domiciliare ospedaliera” per Riina, le cui condizioni già allora, disse, si erano “aggravate”. “Ha diritto a morire dignitosamente – aggiunse l’avvocato -: non abbiamo mai chiesto che torni a casa, ma che sia assistito in ospedale”. Nel mese di luglio il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva respinto la richiesta.

LE REAZIONI. “La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità”. Lo dichiara Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare Antimafia, commentando la morte del boss 87enne, che “è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”. Bindi aggiunge quindi “non possiamo dimenticare quella stagione drammatica, segnata dal delirio eversivo di un uomo spietato, che non si è mai pentito dei suoi crimini efferati e non ha mai collaborato con la giustizia. A noi resta il dovere di cercare le verità che per tutti questi anni Riina ha nascosto e fare piena luce sulle stragi che aveva ordinato”. “La pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sé molti misteriche sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”. È quanto afferma il presidente del Senato, Pietro Grasso, in un post pubblicato su Facebook, a proposito della morte di Totò Riina. “Resta il forte rimpianto che invita non ci abbia svelato nulla della stagione delle stragi e dei tanti misteri che sono legati a lui”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, a proposito della morte del boss Totò Riina. “Per lui – ha aggiunto – questo sarà il momento più difficile perché dovrà presentarsi davanti al tribunale di Dio a rendere conto del sangue e delle lacrime che ha fatto versare a degli innocenti”. “Posso perdonare mio figlio se fauna cazzata. Mi ci incazzo e poi lo perdono. Ma un assassino, un criminale: che cosa significa perdonare? C’è una legge”. Così Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, arrivando a un incontro con gli studenti all’Itc di San Lazzaro di Savena (Bologna) nel giorno della morte di Totò Riina. “Mi hanno chiesto se era giusto tenerlo al 41 bis – ha aggiunto Borsellino riferendosi al regime di carcere duro cui il boss era sottoposto -. Ma Riina aveva 26 ergastoli, tutti di tipo ostativo cioè che non prevedono riduzioni di pena. Difronte a questo che cosa significa? Sovvertiamo la legge? La condanna è tale se c’è la certezza della pena. Ma se non c’è la certezza della pena e qualcuno pensa che anche un assassino come Totò Riina possa essere messo fuori allora la certezza non esiste più. E senza questa certezza le leggi non vengono rispettate”.

Ritratto di Totò Riina, «’U curtu», il boss delle stragi. Da Corleone ha sfidato lo Stato senza mai svelare i suoi segreti, scrive Giovanni Bianconi su "Il Corriere della Sera" il 17 novembre 2017. E così la parabola terrena e mafiosa di Totò Riina sembra davvero finita. Di sicuro quella di capomafia, come in qualche modo certifica la decisione del ministro della Giustizia Orlando di derogare alle regole ferree del «41 bis» consentendo a moglie e figli di stargli vicino (compreso Salvo, «libero vigilato»). Ma è una fine raggiunta da «guida di Cosa nostra» tuttora riconosciuta dagli altri uomini d’onore, come hanno scritto gli analisti della Dia nella loro ultima relazione. È stato il boss che ha imposto la sua dittatura dentro Cosa nostra, il piccolo padrino che ha scalato le gerarchie imponendosi a colpi di mitragliette, tritolo e «tragedie», e dichiarò guerra allo Stato. Per obbligarlo a una nuova convivenza, dopo quella con la vecchia mafia che lui aveva piegato ai suoi voleri. Con gli omicidi e le stragi del 1992 sferrò l’attacco più violento, uccidendo gli ex amici come Salvo Lima e Ignazio Salvo, e i nemici storici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra i pochi a capire da prima la pericolosità della sua strategia. Per Riina si rivelò un errore fatale: lo Stato, quel che ne restava dopo Capaci e via D’Amelio, fu costretto a reagire come mai aveva fatto prima, e le cosche dovettero subire una controffensiva mai vista. Trattativa o non trattativa, l’ala terroristica e corleonese fu travolta e sgominata. A cominciare proprio dalla caduta del «capo dei capi», primo arrestato eccellente di una stagione cominciata nel gennaio 1993. Su quell’arresto, nonostante i processi conclusi con le assoluzioni, le zone d’ombra non si sono mai dissipate del tutto. Ma anche le ipotesi e le illazioni più «dietrologiche» sulla fine di quella venticinquennale latitanza fanno comunque parte di una sconfitta. Magari a vantaggio di una mafia diversa, meno violenta e forse più insidiosa, ma comunque sconfitta. Arrivata però dopo una stagione di sangue e di trame che ha provocato montagne di cadaveri, ricatti e svolte drammatiche nella storia repubblicana. Anche in quel drammatico 1992: le morti di Falcone e Borsellino, insieme alle inchieste su Tangentopoli, hanno deviato in maniera irreversibile il corso della politica italiana. E lui, ’u curtu che si credeva grande, ha continuato a considerarsi un vincitore fino alla fine. Negli ultimi venticinque anni di galera e di processi ha lasciato parole e immagini in cui s’è solo incensato. Dalle prime apparizioni nelle aule giudiziarie, quando sfidava i pentiti nei confronti (sebbene ne uscisse regolarmente battuto), alle dichiarazioni contro i giudici e i «comunisti» che lo volevano incastrare a ogni costo, fino all’autonarrazione affidata alle microspie che registravano i suoi colloqui con il figlio maggiore Giovanni, mafioso ergastolano pure lui. «Tu sai che papà se la cava, tu pensa sempre che papà è fenomenale – gli disse in un incontro del 2010 —. Sono un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, sono estero... Nella storia, quando poi non ci sono più, voialtri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce n’è sulla terra, non credete che ne trovate, un altro non ce n’è perché io sono di un’onestà e di una correttezza non comune». I figli diranno ciò che vorranno, ma la storia della mafia guidata da Totò Riina è quella di un’organizzazione criminale aggredita al suo interno dal boss corleonese cresciuto a suon di bombe (vide scoppiare la prima quando suo padre saltò in aria nel 1943 mentre cercava di estrarre la polvere da un ordigno inesploso lasciato dagli americani, uccidendo se stesso e il figlio più piccolo), che dopo aver fatto fuori i mafiosi di «tradizione palermitana» decise di decapitare i vertici istituzionali della Sicilia. La «mattanza» che tra il 1979 e il 1983 ha tolto di mezzo i responsabili della politica, della magistratura e delle forze dell’ordine sull’isola non ha precedenti in nessun Paese occidentale. Provocando dubbi negli altri mafiosi, che per esempio hanno continuato a interrogarsi sui reali motivi che portarono all’uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato prima ancora che potesse fare qualcosa di concreto, mentre trovava i principali ostacoli all’interno dello Stato, più che nelle cosche. Ma in quella specie di autobiografia consegnata nel 2013 al suo compagno di passeggio in carcere, nonché alle «cimici» nascoste in cortile, non ci sono spiegazioni ai suoi comportamenti. Solo autoesaltazione, nuovi progetti di morte contro i «magistrati persecutori» e recriminazioni contro capimafia meno «onesti» e intelligenti di lui; per esempio il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di pensare solo a se stesso abbandonando i detenuti. Ma fino alla fine ha voluto giocare il ruolo del più furbo. Forse consapevole (senza mai ammetterlo, però) di fare parte di un gioco più grande, ma gratificato dal ruolo ritagliato per se stesso. Già abbastanza sovradimensionato rispetto a un «corto» come Totò Riina.

L’ascesa di Riina, così “u Curtu” prese il posto di Liggio, scrive Paolo Delgado il 6 giugno 2017 su "Il Dubbio". È stato un’anomalia feroce e distruttiva. Durante il suo impero, amici e nemici sono morti a migliaia. Per trovare un altro nome capace di evocare al solo pronunciarlo l’ombra di Cosa nostra bisogna saltare nello spazio e nel tempo, al di là dell’Atlantico e negli anni ‘ 30, nel regno di Lucky Luciano, oppure sconfinare nell’immaginario, sino a quel don Vito che si chiamava come il suo paese, Corleone. Eppure nella storia di Cosa nostra Salvatore Riina, Totò “u curtu”, è stato un’anomalia assoluta, feroce, devastante e distruttiva. Perché Cosa nostra, a modo suo, è sempre stata una democrazia. Così l’aveva voluta Salvatore Lucania, detto Charlie “Lucky” Luciano, dopo aver stroncato nel sangue le ambizioni imperiali di Salvatore Maranzana. Nessun capo dei capi per Cosa nostra, al massimo un primus inter pares, un presidente con intorno una commissione a fare da governo. E così era sempre stata la mafia siciliana. Fino al golpe di don Totò e dei suoi corleonesi nel 1981, e all’instaurazione di una dittatura tra le più sanguinarie, con oltre tremila esecuzioni, finita solo quando “u Curtu”, dopo 24 anni di latitanza, fu arrestato il 15 gennaio 1993. Eppure nessuno sembrava meno destinato al ruolo di capo assoluto della più potente associazione criminale del “viddano” nato il 16 novembre 1930 a Corleone, poco distante da Palermo in termini di chilometri ma all’altro capo dell’universo nelle gerarchie mafiose. Di famiglia poverissima, orfano a 13 anni, col padre e un fratello saltati in aria mentre scrostavano una bomba inesplosa, condannato per omicidio a 19 anni e scarcerato 6 anni dopo, Riina era uno dei picciotti di fiducia di Luciano Leggio, braccio destro del capomafia locale, rispettato e temutissimo, il dottor Michele Navarra. Piccolo, baffuto, silenzioso e sempre serio Riina e i suoi amici d’infanzia e compagni della vita, Bernardo “Binnu” Provenzano e Calogero Bagarella, fratello di Ninetta, futura signora Riina, erano l’esercito privato di Leggio, i suoi uomini di mano e di fiducia. Guardando a ritroso, la differenza tra i corleonesi e il resto di Cosa nostra era già chiara sin dagli esordi, da quando senza curarsi di niente, rispetto, regole o gerarchie, lasciarono il potente Navarra steso in mezzo a una strada di campagna, il 2 agosto 1958, sorpreso col suo autista e fucilato senza esitazioni. Qualche giorno prima il medico aveva tentato di eliminare il suo ex campiere e braccio destro diventato troppo ambizioso, Leggio. Dopo l’omicidio eccellente fu proprio Riina a guidare la delegazione che doveva cercare la pace con gli uomini di Navarra. Accordo raggiunto con reciproca soddisfazione, se non fosse che proprio all’ultimo minuto, tra una pacca e l’altra, Riina aggiunse una condizione imprevista: la consegna «di quei cornuti che hanno sparato a Leggio». Un attimo dopo Provenzano e Bagarella cominciarono a sparare e la mattanza a Corleone finì solo quando tutti gli uomini di Navarra furono eliminati uno a uno. Quando approdarono a Palermo i corleonesi non avevano amicizie politiche, non avevano le mani in pasta negli affari grossi, che allora erano soprattutto gli appalti, non avevano eserciti a disposizione come i boss di prima grandezza come i Bontate, sovrani della famiglia palermitana di Santa Maria del Gesù o Salvatore Inzerillo, con le sue parentele altolocate, cugino del potente padrino di Brooklyn Carlo Gambino, o come don Tano Badalamenti di Cinisi. I corleonesi avevano dalla loro parte solo la fame, la determinazione e la disposizione alla violenza che avevano già dimostrato a casa loro. A Palermo salirono piano piano parecchi gradini. Riina si fece altri anni di carcere prima di essere assolto nel giugno 1969. Uscito di galera scomparve per 24 anni ma senza andare troppo lontano e continuando a scalare i vertici di Cosa nostra. Organizzò la strage di viale Lazio a Milano, che il 10 dicembre 1969 mise fine alla prima guerra di mafia. Furono ammazzati il boss Michele Cavataio e tre suoi uomini, ma ci rimise la pelle anche Bagarella, e Provenzano si guadagnò il soprannome di “u Tratturi”, il trattore, finendo Cavataio a colpi di calcio di pistola sul cranio. Quando Leggio, latitante nel Nord, entrò a far parte della Commissione, Riina fu delegato a rappresentarlo e quando il boss finì in carcere ne prese il posto, nel ‘ 74, lo stesso anno in cui coronava con le nozze il lungo fidanzamento con Ninetta Bagarella. Ma i “viddani” restavano la plebe di Cosa nostra. Il giro grosso ora erano gli stupefacenti, e a loro arrivavano le briciole, concesse con sprezzo e sufficienza da Stefano Bontate, “il principe di Villagrazia”. Ma Don Totò non era solo deciso e crudele. Era anche astuto. Lavorò nell’ombra conquistando quinte colonne in tutte le famiglie, incluso il fratello di Bontate. Nell’estate ‘ 81 passò all’azione con i metodi brevettati a Corelone: ammazzò Bontate, ammazzò Inzerillo, sterminò uno per uno tutti i fedeli dei boss nemici, poi, come capita spesso nelle dittature diventò diffidente, iniziò a vedere tradimenti ovunque e a sospettarli anche prima che si verificassero come quando fece ammazzare il suo killer di fiducia, Pino Greco “Scarpuzzedda” perché stava diventando troppo popolare tra gli uomini d’onore. Negli anni del suo impero di terrore amici e nemici sono morti a migliaia. Riina conosceva solo la guerra. Nel suo regno l’eliminazione di giudici e poliziotti scomodi diventò norma comune e dopo la sentenza definitiva nel maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino dichiarò guerra allo Stato: Lima, Falcone, Borsellino, poi la pianificazione delle stragi. Per la stessa Cosa nostra la sua dittatura è stata devastante: all’origine delle collaborazioni, dei pentimenti, c’è la sua ferocia, quella che lo spingeva a far ammazzare i nemici, e se non li trovava tutti i familiari. È stato il primo e l’ultimo imperatore di Cosa nostra, e forse, senza neppure rendersene conto, anche il suo più temibile nemico.

"Io, Riina, e l'infame Ciancimino". L'ex sindaco di Palermo e suo figlio. Le stragi del '92-'93. E Berlusconi. Per la prima volta, parla il capo dei Corleonesi all'ergastolo. Intercettato durante un colloquio in carcere, scrive Lirio Abbate il 16 settembre 2010 su "La Repubblica". Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare bene. Chiuso". Potrebbe intitolarsi: "La mafia spiegata a mio figlio". Una lezione unica, del maestro più esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha cambiato Cosa nostra e la storia d'Italia, dopo 14 anni ha potuto incontrare per la prima volta il figlio Giovanni, anche lui detenuto. E, sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel colloquio in una summa della sua esperienza criminale, alternando consigli pratici ("Sposati una corleonese e mai una palermitana") a messaggi sulle inchieste più scottanti ("Della morte di Borsellino non so nulla, l'ho saputo dalla tv"). Un proclama che ha alcuni obiettivi fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con i servizi e e ribadire invece la forza dei suoi segreti. Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti delle procure antimafia. Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia. Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l'uno davanti all'altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò non comprende perché "Giovannello" non è abbronzato. E il figlio spiega: "Perché nell'ora d'aria preferisco fare la corsa". Il boss insiste sulla salute: "Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. È un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero". Ci tiene a trasmettere di essere ancora forte, per niente piegato da 17 anni di isolamento: "Ti devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora... Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello". 

TRADIMENTI. Poi però entrano nelle questioni serie. Partendo da Bernardo Provenzano: è lui il traditore che ha trattato con lo Stato consegnando il capo dei capi ai carabinieri del Ros? "Ho fatto una difesa di Provenzano. Ai magistrati ho detto: quel Provenzano che voialtri dite che era d'accordo per farmi arrestare... Provenzano non ha fatto arrestare mai nessuno". I rinnegati per lui sono altri, più volte attaccati durante il colloquio: Vito Ciancimino e suo figlio Massimo, che con le sue dichiarazioni sta animando l'ultima stagione di inchieste. "Loro si incontravano con i servizi segreti, padre e figlio. Provenzano no. I magistrati durante l'interrogatorio non ci credevano, e gli ho detto: "E purtroppo... Provenzano no!"". Sull'uomo che assieme a lui è stato protagonista della più incredibile scalata mafiosa, che in mezzo secolo ha trasformato due contadini di Corleone nei padroni di Cosa nostra fino a sfidare lo Stato, su quel Provenzano che è stato il reggente del vertice della cupola fino al giorno dell'arresto si dilunga. Alternando segnali positivi a frecciate sibilline, riferite ai pizzini trovati tra ricotta e cicoria nel covo di Montagna dei Cavalli: "I magistrati mi hanno detto che sono troppo intelligente (facendo riferimento alla difesa di Provenzano, ndr) ed ho risposto che non è così. Non sapevo di avere un paesano scrittore. Il mio paesano (Provenzano, ndr) è scrittore, ma non si sedeva con gli sbirri per farmi arrestare. Il paesano queste cose non le fa". E sempre su Provenzano: "Onestamente è quello che è, non voglio soprassedere. Però farlo passare per uno che arresta le persone, non è persona di queste cose. I mascalzoni sono gli altri che lo vogliono far entrare. Perché Giovà devi essere onesto con lui: per me ha un cervello fenomenale per l'amor di Dio, ha un cervello suo quando fa lo scrittore e scrive... quindi solo lo scrittore può fare queste cose. Lo sapevi che papà lo difende lo scrittore? Gli dissi l'altro giorno che non sapevo che avevo uno scrittore al mio paese, io so che c'è uno scrittore che si chiama Provenzano ma incapace di farmi arrestare i cristiani (i mafiosi, nd.)". E torna ad accusare i due Ciancimino: "Qui infamoni sono padre e figlio e tutte queste persone perché devono far passare...". Il capo dei corleonesi riflette sulle frequentazioni che avrebbe avuto Provenzano e sulla confidenza che avrebbe dato a Ciancimino. "La gente bisogna delle volte guardarla dall'alto in basso e valutare se vale la pena frequentare certe persone. Quando io gliene parlavo a Provenzano di questi, gli dicevo che non ne valeva la pena, ma lui mi diceva: "Noo", ed io: "Ma finiscila, finiscila, vedi che non ne vale la pena". Adesso a distanza di tempo questo è il regalo che gli ho fatto". "Papà, hai avuto sempre un sesto senso per... Hai avuto sempre il sesto senso". "Giovà, ma lo sai perché, che cos'è? Il cervello sveglio, che sono più avanzato di un altro, più sveglio, hai capito perché?".

DOPPI SERVIZI. La questione dei servizi segreti aleggia in tutto l'incontro. Direttamente e per vie trasversali. Quando Provenzano venne arrestato, alcuni quotidiani narrarono un diverbio in carcere con il giovane Riina che avrebbe visto il padrino entrare nel penitenziario e lo avrebbe accolto insultandolo come "uno sbirro". Una versione impossibile: i boss al 41 bis non hanno contatti tra loro di nessun genere. Le indagini hanno fornito una ricostruzione suggestiva di questo falso episodio che porta a riflettere sul ruolo depistante che avrebbero avuto fino ai giorni nostri alcuni uomini degli apparati di sicurezza. È stato uno 007 infatti a riferire la falsa notizia del diverbio a Massimo Ciancimino, che poi ne ha parlato con un giornalista, come lui stesso ha detto ai pm. Su questo fatto indaga la Procura di Roma. Un altro mistero, che i due Riina chiariscono faccia a faccia. "Non è vero che tu lo incontravi in carcere... Come potevi incontrarti con Provenzano? Me lo devi dire", chiede il boss al figlio. "Una buffonata, una vergogna... Lo sai papà, non mi permetto nemmeno a dirlo a quelli che lo dovrebbero meritare determinate cose, immagina se me lo metto a dire a qualcuno che non lo merita". E Riina sintetizza la sua linea: "Ho voluto dirlo ai magistrati che con questi servizi segreti di cui parla lui (Ciancimino jr, ndr) io non ho mai parlato, non li conosco, anche perché se io mi fossi incontrato con uno di questi dei servizi segreti non mi chiamerei più Riina...". E conclude: "Mi hanno chiesto se conosco nessuno (il riferimento è ad uomini dei servizi, ndr). Non conosco nessuno, e se mi fossi incontrato con queste persone non mi chiamerei Riina. Minchia l'avvocato stava morendo, mi stava cadendo a terra...".

STRAGI SU STRAGI. Il vecchio corleonese autore e mandante di centinaia di omicidi e stragi riflette in carcere con il figlio sull'uccisione di Paolo Borsellino. Il boss critica l'atteggiamento di Giovanni Brusca che per l'attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio 1992. "Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l'ho saputo dalla televisione e non so niente". A Milano durante un'udienza aveva fatto un'altra uscita, ancora più esplicita per prendere le distanze dall'ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993 quando era già in cella: "Non ne so nulla, ma bisogna capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva colpire". Più in generale, nell'incontro con il figlio confida: "Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po' tutti. Perché un po' tutti? Perché l'ultima parola era sicuramente la mia e quindi l'ultima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l'ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest'ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po' avvantaggiatello. Questa è la vita a papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?". E poi spiega: "Perché anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita...".

PAPELLO E TRATTATIVA. Parlano anche del "papello", la lista di richieste in favore di Cosa nostra che secondo alcuni collaboratori di giustizia fra cui Giovanni Brusca, Riina avrebbe fatto avere nel 1992 a uomini dello Stato per far cessare le stragi. È la trattativa. Copia del "papello" è stata consegnata ai magistrati di Palermo da Massimo Ciancimino, il quale sostiene che suo padre lo avrebbe ricevuto perché fece da tramite fra i corleonesi e uomini dello Stato. Nel colloquio con Giovanni, il capo dei capi non smentisce l'esistenza di una lista con le richieste. Non smentisce che quel "papello" che oggi fa tremare ufficiali delle forze dell'ordine e politici sia esistito. A Giovannello dice solo che il foglio prodotto da Ciancimino "non è scrittura mia...". E aggiunge: "Giovà, nella storia, quando poi non ci sarò più, voi altri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce ne è sulla Terra, non credete che ne trovate, un altro non ce ne è perché io sono di un'onestà e di una coerenza non comune". Il capo dei corleonesi sembra non dare alcuna apertura di collaborazione, ma vuole far prevalere il suo ruolo di numero uno di Cosa nostra. Di boss che non parla con gli sbirri. "Ho chiuso con tutti perché non ho nulla a che vedere con nessuno. Il magistrato voleva farmi una domanda e gli ho subito detto: "Non mi faccia domande perché non rispondo". E lui non ha parlato, è stato zitto, perché io so mettere ko un po' tutti perché io ho esperienza Giovà, ho esperienza".

BAGARELLA. A un certo punto Riina senior chiude con stragi e servizi per affrontare questioni familiari. "Giovanni lasciamo stare, salutami lo zio quando gli scrivi". Lo zio a cui fa riferimento è Leoluca Bagarella, lo stragista che ha sulle spalle centinaia di omicidi. Un sanguinario che secondo alcuni pentiti nella sua vita avrebbe versato poche lacrime solo in occasione della morte della moglie che sembra essersi suicidata. La scomparsa della donna è ancora un mistero, come pure il luogo in cui è stata sepolta. Nei confronti di quest'uomo che non ha mai avuto pietà per le sue vittime, Totò Riina usa queste parole con Giovanni, forse facendo riferimento alla morte della moglie: "Rispettatelo sempre, che volete povero uomo sfortunato; anche lui nella vita proprio sfortunato nella vita per quello che gli è successo. Purtroppo questa è la vita e dobbiamo andare avanti". Le raccomandazioni di tenere unita la famiglia, e di pensare al futuro per Salvo, l'altro figlio che è pure lui detenuto e che nel 2011 finirà di scontare la pena per associazione mafiosa, vengono spesso ripetute. Non mancano i riferimenti alla passione comune che padre e figlio hanno: quella del ciclismo. "Il Giro d'Italia me lo seguo sempre", sottolinea Totò Riina, commentando le prestazioni di Petacchi, le sue volate e le vittorie. "Io spero sempre in Basso, però c'è questo Contador, è troppo forte, minchia è troppo forte questo!". E dal figlio vuole la conferma se legge sempre la "Gazzetta dello Sport". "Sì, sì, seguo tutto a livello sportivo...".

CIBO E POLITICA. L'unico accenno alla politica viene buttato in modo casuale, discutendo del vitto concesso dal governo: "Berlusconi, che io ci credo poco o niente...". Una battuta, verrebbe da credere, anche se il capo dei capi è un maestro nel calibrare le parole. Ne parla mentre consiglia al figlio di mangiare molta frutta ed elenca quali alimenti acquistare. "Perché io qui ho preso chili... Giovà, la vita che faccio io con questo signore... Berlusconi, che ci credo poco e niente, la vita che faccio con questo... io mangio come un pazzo e metto su chili".

Giovanni ribatte che in carcere si trova bene, e che si è pure iscritto a scuola per conseguire il diploma di Agraria. Ma suo padre ci tiene a precisare: "Cerca di non litigare con nessuno, comportati sempre bene, come mi sono sempre comportato io". Giovanni ribatte: "Ci vuole un po' di pazienza nella vita". "E noi ne abbiamo", risponde il padre. E aggiunge: "Riconosco che la galera è difficile, però uno se si mette in testa di non far del male agli altri, diventa facile, bisogna avere un po' di pazienza". Il figlio annuisce "ne abbiamo. Purtroppo sono già 14 anni che sono qua dentro ...". Ma Totò gli indica il suo esempio: "Giovanni, qui mi portano in braccio. Mi portano sul palmo delle mani... Mi rispettano tutti. Mi rispettano Giovà, sanno che sono tedesco, sanno che c'è profumo, qualcuno che... perché io non parlo. Io non gli rispondo, sanno che non parlo. Sono un ottantenne e conosco la vita che c'è fuori, il mondo che c'è fuori, quindi valuto tutto e tutti. E mi so regolare con tutti".

FERMARE I PENTITI. Il boss poi loda la moglie che lo ha sempre assistito restando al suo fianco, ma non scarica su di sé la colpa di "tutte le sofferenze" che la sua famiglia sta vivendo. Non a caso Totò Riina è stato sempre definito "un tragediatore" dai mafiosi che lo hanno conosciuto: parla con il figlio come se la loro detenzione non fosse la pena per stragi ordinate e omicidi commessi, ma solo colpa del fatto che "c'è gente disgraziata, gente infamona". Il riferimento è ai pentiti che lo accusano: "C'è gente meschina, ha fatto questo su minacce e su tutto? Perché sono nati tra i carabinieri? Sono nati tra gli infamoni? Sono nati spioni?". E Giovanni risponde: "Eh, ognuno sì... approfittatori... approfittatori". Il capo dei capi butta lì una frase che sembra indicare un suo tentativo per bloccare i pentiti. "Mi fermo lì, quello che ho potuto fare, io ringrazio pure a me stesso. L'ho fatto... ho cercato pure...". Giovanni comprende il senso di quello a cui il padre si riferisce e dice: "Però uno non è che può sempre...". Il capomafia bisbiglia al figlio una parola: "Questo Brusca...". E il discorso su questo argomento finisce così. I due parlano subito di altro. Il pensiero vola ancora a Salvo, il figlio minore che il prossimo anno lascerà il carcere. Il boss vuole che vada a lavorare a Firenze perché a Corleone "non ci può tornare". Ma il valore della famiglia e dei corleonesi Totò Riina cerca di spalmarlo in tutti i suoi discorsi: "Caro Giovanni, nella vita dovete capire che siamo di Corleone, non siamo palermitani, quindi, se avete determinazione, pensate di trovare una ragazza lì a Corleone, perché bene o male, bene o male, è sempre una corleonese". Giovanni contrasta questo discorso: "Però devo dire una cosa che il ragionamento mogli e buoi dei paesi tuoi, funzionava, un tempo; adesso purtroppo non è nemmeno così". E il padre: "Eh sì però c'è sempre questo fatto dei paesi tuoi... Dici: "Corleone non è più come i tuoi tempi" però a papà sempre una paesana bene o male sappiamo chi è la mamma, chi è la nonna, chi era il nonno, chi è il padre, invece alle volte...". Ma il messaggio fondamentale per lui è trasmettere di essere ancora forte. "Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: "Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo". Devono sapere invece... che a me non mi distruggete". Una tenuta sintetizzata con una frase: "Facciamoci questa galera... Io a ottanta anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare".

Morto Totò Riina: il legame particolare tra Raffale Cutolo e il boss di Cosa Nostra, scrive il 17 novembre 2017 Fabiana Coppola su "Voce di Napoli". Totò Riina è morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma il Capo dei capi della mafia, colui che comandava dal 41bis dove stava scontando 26 condanne all’ergastolo. Il capo di Cosa Nostra è morto dopo essere stato in coma per cinque giorni in seguito a un doppio intervento chirurgico. ‘O Curto era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate, due tumori al rene avevano spinto i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Il collegamento tra la mafia e la camorra esiste da tempo e c’è un episodio in particolare di Riina legato a Cutolo che rappresenta questo legame. Il rapporto tra la mafia e la camorra è sempre esistito e diverse sono state le situazioni in cui è stato possibile conoscere il connubio della camorra organizzata. Giorgio Mottola, giornalista della trasmissione Report, ha interamente ricostruito il ruolo della mafia siciliana sugli affari della camorra. l libro Camorra nostra parte dalla confessione dell’ex boss dei Corleonesi Franco Di Carlo ed è un’inchiesta corredata da documenti giudiziari, fonti testimoniali e ricerca di riscontri. Il giornalista tenta di ricostruire come la mafia di Totò Riina, il capo più spietato di cosa nostra il cui impero si basò sulla violenza, abbia influenzato e contribuito a fondare la nuova camorra degli Zaza, dei Nuvoletta, dei Bardellino e dei Mallardo. Nel testo c’è un episodio che racconta come Raffaele Cutolo, il boss più prestigioso che fondò la Nco (Nuova Camorra Organizzata) oggi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Parma, si sia ribellato ai dettami della mafia sfidando il capo dei capi. L’aneddoto raccontato e riportato sulla testata il Fatto Quotidiano è il seguente: alla fine degli anni Settanta, in un vertice tra camorra e mafia Riina impone a Cutolo di affiliarsi puntatogli una pistola alla testa, ma il boss replica con queste parole: “O spari o ti piscio sulla pistola. Cutolo, però, aveva solo iniziato la sua sceneggiata. Si alzò e, piantandosi di fronte a Riina, aprì la patta e gli pisciò la scarpa”. Questi episodi, riportati nell’inchiesta di Mottola, fanno parte dell’interrogatorio del ‘Professore Vesuviano’ ancora oggi secretato.

Riina, quegli anni nel carcere di Padova con l'incubo del caffè al cianuro. Nel primo periodo della sua detenzione, tra il 1993 e il 1994, il boss di Corleone era sottoposto a misure rigidissime di isolamento per paura che potesse essere avvelenato. All'epoca si sperava che collaborasse, che rivelasse i suoi segreti. Speranza poi rivelatasi vana, scrive Andrea Gualtieri il 17 novembre 2017 su "L'Espresso". La "belva", come lo chiamavano, ha trascorso in gabbia poco più di novemila giorni. Isolato dal mondo per non permettergli di influire ancora sulle attività di Cosa Nostra. Ma non solo a quello scopo: nei primi anni di detenzione di Totò Riina c'era anche l'incubo di un nuovo caffè al cianuro, come quello che aveva stroncato in epoche diverse Gaspare Pisciotta e Michele Sindona. Siamo a Padova, tra il 1993 e il 1994. Attorno al capo dei capi, arrestato da pochi mesi, c'è una pressione enorme. Si spera ancora che dalla sua bocca possa uscire qualche parola che permetta di lanciare la scalata al livello più alto, quello dei mandanti politici delle stragi. Speranza vana, rivelerà la storia successiva, ma in quel momento l'uomo che conosce i segreti più abominevoli del Paese è ancora un potenziale obiettivo sensibile. Nella prigione veneta viene rinchiuso in una cella della sezione di massima sicurezza. Si trova in un mini reparto isolato, senza vicini di stanza. E a vigilare su di lui sono agenti di un nucleo selezionato di polizia penitenziaria. Ufficialmente nessuno sa della sua presenza, anche se in un istituto di reclusione "radio carcere" si diffonde presto. E gli interventi del boss nell'aula bunker di Mestre sono un'indicazione chiara, per gli addetti ai lavori: Padova è la "buca" di riferimento per i casi più delicati, in quell'area d'Italia. Sono pochissimi però a entrare in contatto con Riina. "Tutto funzionava con il meccanismo delle scatole cinesi, nessuno conosceva tutti gli ordini sulle procedure di sicurezza, ma solo la porzione che lo riguardava", racconta una fonte. E proprio sul cibo c'erano le restrizioni più forti. Niente servizio di mensa: il boss si doveva cucinare da solo in cella. Tanto che un funzionario di fiducia doveva andare all'esterno a fare la spesa: ogni giorno in un supermercato diverso, in gran segreto e senza scorta. Nessuno, in quel modo, avrebbe potuto avvelenarlo. "Consumava il pasto da solo, sotto lo sguardo degli agenti e in silenzio, come sempre". Raccontano che chiedesse solo di avere pane morbido. Il resto era in linea col personaggio: "Aveva 64 anni ma sembrava un anziano. Tanto dimesso da far pensare che in carcere al 41bis non avrebbe resistito a lungo". Sono passati invece 24 anni: è arrivato l'isolamento all'Asinara, poi Ascoli Piceno e il carcere milanese di Opera. Ma a quel punto si era già capito che Riina non avrebbe parlato.

Cattura e trasferimento all'Asinara. "Questa non me la dovevano fare", scrive "Live Sicilia" il 17 novembre 2017. "Questa proprio non me la dovevano fare". Secondo le cronache dell'epoca, Totò Riina reagì così quando realizzò di essere finito all'Asinara. Era la vigilia di Natale del 1993, il "capo dei capi" era stato catturato all'inizio di quell'anno. Dalla sfarzosa dimora palermitana si ritrovò catapultato nel bunker appena ristrutturato per lui. A Cala d'Oliva, oggi meta turistica dedicata alla memoria di un'epoca che l'istituzione del Parco non intende cancellare ma che non riesce neanche a superare, Totò Riina restò dal dicembre del 1993 al luglio del 1997. Ci arrivò a bordo di un elicottero dei carabinieri, poco dopo le 10, con appresso pochi effetti personali in una busta di plastica. Quando il mulinello di sabbia prodotto dalle eliche gli permise di aprire gli occhi, capì di essere finito nel carcere che i mafiosi temevano di più e si mise le mani in testa. Col suo trasferimento all'Asinara, caldeggiato anche dall'allora presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante, si volevano azzerare le complicità che l'avevano aiutato a governare la "cupola" anche dopo l'arresto. Il 20 novembre Riina venne prelevato dal carcere palermitano dell'Ucciardone. Un aereo dell'Aeronautica militare lo condusse a Ciampino. Nel carcere romano di Rebibbia venne sgomberato un braccio per lasciargli spazio per una notte. La mattina dopo lo prelevò un elicottero dell'Arma che lo riportò a Ciampino, da dove partì per Alghero. Qui due elicotteri decollarono verso l'Asinara: in uno c'era Riina. Nell'isola Riina convisse con sé stesso e la sua coscienza, al buio, in pochi metri quadrati. Era sepolto vivo, senza contatti con l'esterno. A controllarne ogni minimo movimento, se possibile anche i pensieri, c'era il Nucleo interforze di vigilanza dell'Asinara: trenta guardie sarde, che per non farsi capire da lui parlavano "in limba". La permanenza nella cosiddetta "Cayenna sarda" fu il periodo più duro della sua detenzione. Quando ci arrivò, la sezione speciale di Fornelli ospitava altri 67 mafiosi in regime di 41 bis. Passò quasi un anno tra la sua cattura e il suo sbarco nell'isola: data la sua pericolosità e il suo potere, lo Stato prese ulteriori precauzioni e ristrutturò apposta per lui, a tempo di record, il bunker. "U curtu", il boss delle stragi, all'Asinara non si fidava di nessuno. Gli portava il pranzo il direttore del carcere, Gianfranco Pala, all'interno di una ventiquattrore. Riso, pastasciutta, fettine e pollo, ogni tanto del vino. Prendeva delle medicine per il mal di testa, per non correre rischi pretendeva che il medico aprisse le pillole e lasciasse il contenuto sul comodino, accanto ai libri dedicati alla vita di Sant'Alfonso de Liguori, di Sant'Antonio da Padova e di Santa Rita da Cascia. Anche andare a messa era troppo pericoloso. Lo spostavano solo per i processi di Palermo, poi tornava in esilio, dove rimase finché l'Asinara non si trasformò: da carcere a Parco naturale. La seconda settimana di agosto del 1985, sette anni prima delle stragi di Capaci e di via D'Amelio in cui vennero assassinati, anche i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono trasferiti d'urgenza per motivi di sicurezza all'Asinara con le famiglie. Per loro il posto più sicuro era quella prigione. La stessa che dopo la loro morte ha ospitato colui che è ritenuto il responsabile delle due stragi del 1992. Fu lì che prepararono la trama della la sentenza-ordinanza "Abbate Giovanni + 706": il maxi processo a Cosa Nostra. Forse fu anche per questo che Totò Riina, "u curtu", il "boss delle stragi", il "capo dei capi", quando arrivò a Cala d'Oliva esclamò: "Questa non me la dovevano fare".

"IO, VITTIMA DEI COMUNISTI". Scrive Pantaleone Sergi il 26 maggio 1994 su "La Repubblica". E' esplicito Totò Riina. Indica i suoi nemici. Nell' ordine il "signor Violante" e il "signor Caselli da Palermo". Poi il "signor Arlacchi". Messaggio chiaro: sono una "combriccola" comunista. Consiglia, quindi, al governo Berlusconi di guardarsi dai comunisti; aggiunge che lo Stato deve finirla con i pentiti perché tutti dicono cose false; si lamenta perché lo tengono segregato "come un cane". Ma non è lui il boss dei boss, il capo della cupola palermitana latitante per oltre venti anni, la "belva" che decideva vita e morte per amici e nemici? "Io non so niente, io ero latitante ma lavoravo per la mia famiglia...", ribadisce. Riina si fa sentire dalla gabbia, nell' aula-bolgia della Corte d' Assise di Reggio Calabria, stretta, affollata e infocata, dove si celebra il processo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, il Grande Accusatore della Cassazione, ucciso a Campo Calabro nel pomeriggio del 9 agosto 1991. Ora, a processo iniziato davanti al presidente Foti e 12 giudici popolari (nove donne e tre uomini), c' è notizia di un nuovo squarcio di verità che arriva da un pentito, l'ex padrino messinese Gaetano Costa che inchioda Riina e gli altri della cupola. Ma è il capo dei capi di Cosa Nostra, pantalone grigio scuro e camiciola a quadrettini bianchi e blu, a tenere banco con sicurezza durante una pausa del processo. Si parla di pentiti, di lotta alla mafia. Va a ruota libera il boss, dopo avere lamentato di non poter parlare perché "Riina non è Buscetta che può parlare di quello che vuole, anche di cose di 30 anni fa". Riina che ne pensa del nuovo governo? "Io del governo dico che un governo vale l'altro. I governi sono la stessa cosa. C' è solo uno strumento politico... il signor Violante...". Ora però non c' è Violante... "Ma c' è sempre il partito. Sono i comunisti che portano avanti queste cose: il signor Violante, il signor Caselli da Palermo. C' è tutta una combriccola... loro portano avanti queste cose. Il governo si deve guardare da questi attacchi comunisti". E' questo un consiglio che lei dà al governo? "Sì. Quello di guardarsi sempre dai comunisti. Mi dispiace se c' è qui pure qualche comunista... Sono le idee... C' è il signor Arlacchi che scrive. Che cosa scrive il signor Arlacchi? Sono idee comuniste, me lo lasci dire. Io sono un povero analfabeta, però...". Che ne pensa della legge sui pentiti? "Deve essere abolita. Sono gestiti, sono pagati, fanno il loro mestiere. Molti hanno pure lo stesso avvocato. L’avvocato Li Gotti perché difende dieci pentiti? Perché c' è un sottinteso... Tutti i pentiti si inventano tutto. Lo Stato deve finirla con questi pentiti. Sono quelli che fanno uccidere avvocati, magistrati...". Come “fanno uccidere”? "A Palermo un giudice si è sparato, a Caltanissetta un avvocato...". Ha saputo delle bombe ad amministratori di sinistra nel Palermitano? "Diranno che le ha messe Riina". E del dibattito in corso sulla legge, del convegno di Palermo? "Non so nulla, non posso sapere nulla. Io sto isolato da 16... da 17 mesi. Mi fanno fare una vita da cani. Mi danno la televisione e poi me la tolgono per mesi. Per farmi pentire. Ma io non ho niente di cui pentirmi". Allora perché è stato tanto tempo latitante? E durante la latitanza che faceva, opere di bene? "Durante la latitanza io lavoravo. Ho quattro gioielli di figli, ho una moglie giovane, giovanissima...". Ma perché i pentiti accusano proprio lei e non un altro? "Sono come Tortora. Processando me lo Stato copre tanti vuoti. Sono chiamato in causa dai pentiti per correità. Nessuno può dire Riina ha fatto questo o quest' altro. Conta il teorema, il teorema Buscetta...". Un pentito lo accusa di avere incontrato Andreotti. "Non conosco Andreotti, non l'ho mai incontrato, mai visto". E Lima, e i cugini Salvo? "Non conoscevo Lima, non conoscevo i Salvo" Queste le parole del boss. E fuori dall' aula è subito polemica. Intanto il processo viene aggiornato a luglio. Il difensore di Riina, Alessandro Scalfari (è stato anche il difensore calabrese di Luciano Liggio), ha chiesto e ottenuto che Andreotti venga come testimone. L' accusa, invece, vuole Gaetano Costa in aula. Il boss pentito ha già parlato con altri magistrati l'11 marzo scorso. Fu Costa, a far da tramite tra Cosa Nostra e quelli di "Cosa Nuova", l'ennesimo nome dell'organizzazione mafiosa calabrese, mettendo in contatto Giovanni Pullarà, con cui stava in carcere a Livorno assieme a Francesco Spadaro, con i Piromalli di Gioia Tauro. Il sostituto procuratore Giuseppe Verzera e il procuratore aggiunto Salvatore Boemi, partono con questa inedita deposizione d' accusa. Riina non muove un ciglio. Ai giornalisti aveva già detto: "Di Scopelliti, non so nulla. Mi hanno preso per i capelli e mi hanno messo qua. Speriamo bene...". Imputata è la cupola. Riina, Calò, Provenzano, Pietro Aglieri, il vecchio Procopio Di Maggio (che se ne sta silenzioso in un'altra gabbia) e gli altri. Che dice Gaetano Costa? Era l'inizio del 1991. Giovanni Pullarà e Francesco Spadaro uscirono dal carcere di Livorno per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, ma vi fecero ritorno poco dopo per il famoso decreto Martelli. Perché non si erano dati alla latitanza?, domandò Costa. La risposta fu semplice: "I vertici avevano sconsigliato la latitanza perché di lì a poco sarebbe intervenuto l'esito positivo della Cassazione". Secondo Costa "Pullarà e Spadaro erano sicuri che sarebbero stati assolti dalla Cassazione in quanto i loro capi gli avevano assicurato che grazie all' interessamento diretto di Salvo Lima, dell'onorevole Andreotti e dei Salvo di Salemi, il verdetto della Cassazione sarebbe stato per tutti gli imputati favorevole". "Ce li abbiamo in pugno", dissero i mafiosi dei politici. E poi c'era la parola di Riina: "Zu' Totò ha garantito che potevamo stare tranquilli". L' accordo non ci fu. C'era dunque da contattare i calabresi per tentare di corrompere il giudice Scopelliti. Costa li mise in contatto con i Piromalli di Gioia Tauro, "famiglia" influente. In Calabria andò Francesco Tagliavia, boss della Kalza, ma Scopelliti non volle sapere niente. Pullarà disse a Costa: "Stu curnutu unne vuole arrivare"? Era la condanna a morte. "La mafia", è il commento di Costa, "non è abituata a ricevere rifiuti alle sue richieste".

Holding da 150 miliardi. I beni presi a Riina? Briciole per "Mafia spa". Sequestrati al boss un'ottantina di milioni in passato e 1,5 a luglio. Il vero tesoro è altrove, scrive Luca Fazzo, Sabato 18/11/2017, su "Il Giornale". C'è una certa eleganza nel fatto che l'ultimo bene sequestrato a Totò Riina, prima che rendesse l'anima a Dio, sia stato un luogo sacro: i terreni del Santuario Maria Santissima del Rosario, nella sua Corleone. Anche quei campi, destinati a sostenere con i loro frutti l'attività pastorale, finanziavano in realtà il vecchio padrino e il suo clan. E ora che Riina non è più tra noi, forse quei beni potranno tornare nelle mani della Diocesi di Monreale, che all'indomani del sequestro si era mostrata comprensibilmente costernata. Insieme ai sacri terreni, i carabinieri del Ros nel luglio scorso portarono via ai familiari di Riina 32 conti correnti, per un totale di un milione e mezzo di euro. Importo cospicuo per un comune mortale, un po' deludente se confrontato al mito delle ricchezze di Cosa Nostra, agli studi macroeconomici che ne fanno la prima azienda del Paese, 150 miliardi di fatturato annuo, più di Exor, il doppio dell'Enel, il triplo dell'Eni. Così in quella occasione - e a maggior ragione oggi, con i resti di Riina avviati a illacrimata sepoltura - fu inevitabile tornare a interrogarsi sulla distanza profonda tra la mafia raccontata dalle analisi, la Spa planetaria di cui parlano pentiti e statistiche, e la realtà di beni terrigni, opulenti e rozzi che traspare dai provvedimenti di sequestro. Che poi è la stessa distanza tra l'immagine di un moderno boss imprenditore, ad di una Cosa Nostra ltd in grado di muoversi nell'economia globale, e il viddano semianalfabeta sepolto da un quarto di secolo in un carcere di massima sicurezza. Quale era il vero Totò Riina, come convivevano in lui i due volti? La domanda è cruciale, perché ne porta con sé un'altra: se Totò è stato fino alla fine il capo dei capi, dove approda adesso lo scettro del comando, a chi finisce il pacchetto di controllo della company? Se si frugano i 24 anni trascorsi dal giorno in cui «Ultimo» e «Vichingo» tirarono giù di peso 'u curtu dalla Citroen del suo autista, l'elenco dei sequestri a ripetizione di beni che hanno colpito lui, la sua famiglia fino al centesimo grado di parentela, e poi complici, compari e prestanome, non si può che restare delusi. Tesori, indubbiamente: ma tesori fatti di villini a Mazara e negozi di auto usate, libretti di risparmio e capannoni di periferia. L'ultimo censimento completo dei beni di Riina risale ormai a molti anni fa: 300 appartamenti e uffici, 38 appezzamenti di terreno, 1.685 ettari coltivati a vigneto. Valore totale, un'ottantina di milioni sequestrati dallo Stato. Okay, ma il resto? La spiegazione più ovvia è che quelli non sono i beni di Cosa Nostra ma il patrimonio personale di Riina, i fringe benefit accumulati negli anni. E che, al di sopra di questo inventario un po' mezzadrile, esista un altro livello, un universo parallelo dove i profitti miliardari di Cosa Nostra si sono riversati nel corso degli anni, riversandosi nella new economy e lavandosi nei circuiti della finanza. È chiaro che non potevano essere né Riina né Provenzano, che non hanno mai visto un computer in vita loro, a dirigere questo valzer di quattrini, e che anche lì, da qualche parte, devono muoversi le menti raffinatissime di cui parlava Falcone. Queste menti adesso con chi si rapporteranno, a chi daranno conto? Il principio è quello della continuità aziendale, come spiegò lo stesso Riina ai colletti bianchi che avevano fatto affari con la vecchia mafia palermitana, da lui sterminata e soppiantata: «Adesso rendete conto a me». Oggi è lui ad uscire di scena, non a colpi di kalashnikov in una strada di Palermo ma intubato nel verde asettico di una stanza d'ospedale. Poiché il crepuscolo di Riina è stato lungo, la transizione ha potuto venire trattata e organizzata con calma e cautela. E da qualche parte forse c'è già qualcuno - e non è detto che sia Matteo Messina Denaro - pronto a presentarsi agli gnomi che hanno le chiavi del caveau a ricordare che il padrino è morto, ma la ditta è viva.

Rischio guerra per la successione. L'investitura del latitante Messina Denaro è in forse, scrive Mariateresa Conti, Sabato 18/11/2017, su "Il Giornale". E ora che succede? Chi sarà il nuovo capo? La domanda nasce spontanea. E se la pongono, in ottica diversa, sia gli investigatori, che grazie anche ai nuovi pentiti cercano di ricostruire, sulla base di come Cosa nostra è cambiata, i possibili nuovi leader, sia gli stessi mafiosi. In Cosa nostra il dibattito è aperto, e da tempo: «E se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno... è vero zio Mario?», chiedeva nel 2015, intercettato dal Ros, Santi Pullarà, figlio di Ignazio, lo storico capo del mandamento di Santa Maria di Gesù a Palermo, a Mario Marchese, l'ultimo capomafia di Villagrazia. Ecco, Provenzano è morto un anno fa, Riina due giorni fa. La «luce» di cui parla l'intercettazione, la possibilità cioè di fare carriera, adesso c'è. E bisogna vedere come i boss in corsa la sfrutteranno, e soprattutto se la prospettiva è quella di una nuova, sanguinosa guerra di mafia. Un capo in pectore ci sarebbe. Ed è quel Matteo Messina Denaro che è inafferrabile ormai da 24 anni, lo stesso numero di anni di latitanza di Riina al momento della cattura, e che fino a qualche anno fa era considerato un fedelissimo del capo dei capi. Ma c'è più di un «ma» contro questa ipotesi. Intanto Messina Denaro è del Trapanese, e i palermitani, dopo anni di dominio «corleonese», potrebbero essere contrari a una sua incoronazione proprio per la sua provenienza. E poi critiche allo stesso Messina Denaro sono arrivate quando era in vita da Riina in persona. Nessuna confessione, del resto il capomafia ora defunto ha sempre proclamato: «Non mi pento, mi possono dare 3.000 anni di carcere». Ma qualche frase in libertà buttata qua e là nel 2013, durante l'ora d'aria con l'allora compagno di detenzione Alberto Lorusso: «A me dispiace dirlo questo... questo signor Messina (cioè Matteo Messina Denaro, ndr), questo che fa il latitante, che fa questi pali... queste...». Il riferimento è alle pale eoliche del Trapanese. «Eolici... i pali della luce...Questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, fa pali per prendere soldi, ma non si interessa di...». E poi giù considerazioni varie, l'ipotesi, vista negativamente, che fosse andato all'estero. Insomma, una scomunica vera e propria da parte di Riina, che all'epoca era il capo e che verosimilmente sospettava di essere ascoltato dalle cimici. E se non Messina Denaro, allora chi? I riflettori sono puntati su alcuni boss in via di scarcerazione. E in particolare, restando a Corleone, sul nipote prediletto di Totò Riina, Giovanni Grizzaffi, che è uscito dal carcere qualche mese fa. Non sembra però avere il carisma giusto per arrivare in cima. Come non sembrano averlo i boss palermitani che si dividono patrimoni e affari. La partita è aperta. E in quasi 25 anni, tanti ne sono passati dall'arresto di Riina, anche Cosa nostra è cambiata. Ritiene che Messina Denaro conterà il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi: «Non so che peso potrà avere ma la sua voce deve essere sentita». Per l'aggiunto Vittorio Teresi, pm del processo trattativa, i giochi sono già fatti: «Ormai le condizioni di Riina facevano facilmente prevedere che di lì breve sarebbe scomparso. Sono abbastanza certo che l'organizzazione si sia mossa per prendere le decisioni necessarie, o una gestione collegiale dei vertici o un tentativo di qualcuno di forzare la mano».

Invisibile, silenzioso, pericoloso: dopo Riina viene Messina Denaro. Messina Denaro è l’espressione della nuova mafia. Più trapanese che palermitana, più tecnologica che rurale, più strategica che vendicativa. E ancora più pervasiva e horror di quella di prima, scrive Roselina Salemi il 18 Novembre 2017 su "L’Inkiesta". Totò Riina aveva indicato il suo nome nel 2013, in carcere, ed era certo che lo stessero intercettando. Era il suo modo di farlo sapere “ufficialmente”. L’Espresso gli ha dato una copertina, “Forbes” che adora le classifiche, nel 2010 l’ha incluso nella short list dei dieci latitanti più ricercati del mondo. Tutta roba che fa curriculum e alimenta il suo mito. L’Assenza. La Ribellione. La musica dei kalashnicov. Odore di zolfo. Un che di demoniaco. Tutta roba che non fosse drammaticamente vera potrebbe stare in un gangsta-rap. Ora che è Riina è morto portandosi dietro parecchie domande senza risposta, Matteo Messina Denaro è il suo logico successore. L’ex ragazzo rampante, figlio del capo-mandamento di Castelvetrano, latitante dal 1993, sfuggito al SISDE, alla DIA, a chiunque, ha ereditato (o fatto sparire, dicono) il suo archivio segreto. Lo chiamavano “u siccu” (il magro) era un tipo freddissimo, di poche parole. Nato come killer puntava a far carriera e Riina ha condiviso con lui non poche decisioni. Non sappiamo quasi niente della sua vita privata. Ha scritto ingenue lettere d’amore e Maria Mesi (e questo nel 2000 le è costato una bella accusa di favoreggiamento), ha avuto da Francesca Alagna una figlia forse non ha mai conosciuto, gli piace il calcio e ha problemi agli occhi (sempre stato miope) curioso contrappasso per uno che, al contrario, ha la vista lunga. Messina Denaro è l’espressione della nuova mafia che i pizzini non li disdegna, ma è più trapanese che palermitana, più tecnologica che rurale, più strategica che vendicativa. Sicuramente simili, uomini invisibili eppure onnipresenti, Riina, il rappresentante della vecchia mafia dei pizzini e Messina Denaro, l’espressione della nuova, che i pizzini non li disdegna, ma è più trapanese che palermitana, più tecnologica che rurale, più strategica che vendicativa, sono in realtà piuttosto diversi. E chissà che questo non crei qualche problema all’incoronazione, anche se nel tempo l’opposizione interna è stata sterminata. Quello di cui nessuno parla, perché è un tema fastidioso, impalpabile, è il consenso che lo circonda e che per istinto la società civile rifiuta di riconoscere. Non solo a Castelvetrano dove le scritte “Matteo è grande” e “W Matteo Messina Denaro” sono frequenti - è considerato da tanti un padre, un protettore, un Robin Hood- ma molto lontano, nelle frange marginali, tra i ragazzi senza prospettive che hanno trovato il loro super eroe, la loro rockstar maledetta che se ne frega delle regole e mette in pratica la vita spericolata, il loro Diabolik (è un altro dei suoi soprannomi). Solo che qui non c’è alcun ispettore Ginkgo. La magistratura l’ha inseguito, gli ha arrestato il fratello, la sorella, i cugini e il nipote, ha spazzato via vari prestanome e sequestrato beni per un paio di miliardi di di euro, ma guardate la mappa dell’impero: supermercati, parchi eolici, boutique, gioiellerie, luoghi nei quali viviamo, dove facciamo la spesa, pensando che quell’altro mondo di oscurità sia lontanissimo. Invece è qui. Ho conosciuto studenti disposti a morire per combatterlo e studenti che lo consideravano una leggenda vivente, come i cattivi della fiction che alla fine piacciono più dei buoni (vedi “Gomorra” dove non c’è neanche la lotta tra i Bene e il Male, ma tra diverse forme di Male) e confessavano un’ammirazione contorta per il vincente, il capo. In Calabria, nel cuore nella ‘ndrangheta, altra parrocchia, c’è chi vede in lui un modello di ribellione, una forza antistato che bilancia le ingiustizie dello Stato (mi è stato spiegato con molta serietà alla fine di una lezione all’Università di Messina).

Messina Denaro è una macchina perfetta. Come Alien. Come il killer psicopatico di Cormack McCarthy in “Non è un paese per vecchi. A differenza dei tormentati Cattivi delle serie televisive (Marco D’Amore ha collaborato alla sceneggiatura della serie per far sentire a Ciro, “l’Immortale” il peso dei delitti commessi e ci teneva molto che fosse così) a Messina Denaro nessuno ha scritto un copione. Lui è quello che fa. E’ una macchina perfetta. Come Alien. Come il killer psicopatico di Cormack McCarthy in “Non è un paese per vecchi”. Come nel sanguinoso West contemporaneo di “Meridiano di Sangue”. Che non è tanto lontano da casa nostra. C’è un pezzo di West in Calabria, dove i testimoni scomodi finiscono sepolti nelle cappelle di famiglia abbandonate, e c’è in Sicilia, dove una pace superficiale e ingannevole protegge il regno di Messina Denaro, gli permette di andare allo stadio e incontrare i collaboratori. Di avere case, viaggiare, controllare la contabilità, stroncare il dissenso. Era ancora libero quando ha partecipato al sequestro di un bambino, il piccolo Giuseppe Di Matteo, per ordine di Giovanni Brusca. L’obiettivo era convincere il padre Santino, collaboratore di giustizia, a ritrattare le dichiarazioni sulla strage di Capaci. Tenuto prigioniero per 779 giorni, Giuseppe è stato strangolato poco prima del quindicesimo compleanno e sciolto nell’acido. Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ci hanno fatto un film, “Sicilian Ghost Story” presentato a Cannes. Molto applaudito. Adesso il fantasma è lui, Messina Denaro, l’uomo Invisibile, Diabolik. E sarebbe utile, invece, scoprire che la rockstar maledetta è un signore di cinquantacinque anni con occhiali spessi e nessun odore di zolfo. Prederebbe molti follower.

Disunita e senza un capo, la mafia palermitana dopo Riina. Lo Voi: «Fedele alle regole, ma nessuno sa cosa accadrà», scrive Gabriele Ruggieri il 18 novembre 2017 su "Meridionews". Con la morte dell'ultimo dei Corleonesi, la mappa che si riesce a tracciare nei mandamenti del capoluogo non rende l'immagine di una Cosa nostra in grande forma. Decimata dai tanti blitz e alla costante ricerca di un leader. Dal fallimento del tentativo di ricreare la commissione provinciale alla caduta degli ultimi uomini d'onore. «Muore Riina ma non finisce Cosa nostra». Le parole del procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi sono eloquenti: Cosa nostra rimane anche senza il suo maggiore esponente. Perché, seppur malato e congelato nel regime di 41bis in cui stava scontando i suoi 26 ergastoli, Riina per i magistrati continuava a essere faro per la cupola mafiosa. «Scompare quello che tuttora, nonostante la detenzione, era il capo della mafia, e si apre una nuova stagione» continua Lo Voi. Una stagione che vede la mafia molto indebolita, nonostante sia stato acclarata da più indagini la capacità dell'organizzazione di rigenerare le proprie teste ogni volta che venivano recise. «Cosa nostra resta fedele alle sue regole - conclude il procuratore - che la vogliono dotata di una struttura verticistica. Solo le indagini ci consentiranno di capire quale sarà la nuova struttura dopo la morte di Totò Riina. Inutile fare ipotesi su cosa accadrà, sarebbero velleitarie». Insomma, dopo la morte di Totò Riina, la mafia del Palermitano sta attraversando - almeno secondo gli inquirenti - non poche difficoltà a trovare un assetto che possa anche solo renderla paragonabile a quella dei Corleonesi, di cui Riina è stato capo, oltre che ultimo grande esponente in vita. Proprio nel Comune del Palermitano ci avevano provato i Lo Bue, ma sia Rosario, che il figlio, che Carmelo Garriffo, il postino che smistava i pizzini per Provenzano, che altri sono finiti in manette in quattro distinte operazioni dei Carabinieri, l'ultima, Grande Passo 4, nel settembre del 2016. E a vuoto sono andati anche i tentativi di ricreare una commissione provinciale, idea - pare - sponsorizzata addirittura da Matteo Messina Denaro e promossa attorno al 2008 da Matteo Capizzi, uomo d'onore del mandamento di Villagrazia-Santa Maria di Gesù e finito in manette nell'ambito dell'operazione Perseo, che fece fallire le velleità di ricostruzione del vecchio sistema, a dire il vero osteggiate anche dall'interno visto il disappunto di diversi boss dell'epoca, tra cui il capofamiglia di Porta Nuova, mandamento cardine di Palermo. Lo stesso Capizzi è finito nuovamente in cella otto anni dopo. Questa volta l'operazione era denominata Brasca e con la sua operazione gemella, Quattro.Zero, ha portato dietro le sbarre proprio due degli ultimi fedelissimi di Totò Riina e della vecchia mafia tutta regole e codici d'onore: Mario Marchese, boss di Villagrazia e Gregorio Agrigento, di San Giuseppe Jato. Ma di storie come le loro sono piene le cronache. Figure come quelle dei nuovi pentiti e blitz come gli ultimi ai danni dei mandamenti di Brancaccio e Borgo Vecchio, senza contare la facilità con cui, una volta usciti dal carcere, i vecchi boss si riappropriano del proprio territorio, lasciano intendere che davvero la nuova Cosa nostra palermitana non sia nemmeno paragonabile a quella delle guerre di mafia degli anni Ottanta, ma si trovi disunita e senza un capo. Un capo che avrebbe potuto essere quel Francsco Guttadauro, rampollo della famiglia che per anni ha governato Brancaccio e figlio della sorella di Matteo Messina Denaro. Il nipote del cuore, che avrebbe dovuto essere l'anello di congiunzione tra Palermo e il fortino del Trapanese, e che adesso, come gli altri, si trova in carcere.

La morte non cancella il dolore delle vittime: "Non lo perdoniamo". La sorella del giudice Falcone: "Mai pentito". Rita Dalla Chiesa: "Non posso consolarmi", scrive Valentina Raffa, Sabato 18/11/2017, su "Il Giornale".  «Chi? No. Non è cosa mia». Alcuni corleonesi fingono di non sapere chi fosse Totò Riina. Ma «Cosa nostra», di cui è stato il capo indiscusso di tutti i tempi, è cosa di tutti, perché uccidendo molti dei figli migliori dell'Italia, ha colpito lo Stato, ha inferto una ferita in tutti gli italiani. Alcuni ancora a Corleone, il paese che gli diede i natali, proprio nella piazza intestata ai giudici Falcone e Borsellino che il capo dei capi ha strappato ai loro cari e all'Italia intera, fingono di non sapere. La reazione, di contro, la dice lunga su quale potere si conferisca a Riina, anche ora che non c'è più. Il peso dei suoi efferati omicidi, quelli per cui stava scontando 26 ergastoli, incombe sulla cittadina siciliana dove in tanti, per fortuna dissociandosi dal «niente so e niente voglio sapere», si dicono preoccupati per il domani, per quella riorganizzazione interna a Cosa nostra che si ipotizza seguirà alla morte del boss. Perché la mafia esiste ancora e non bisogna abbassare la guardia. La morte di Totò u curtu, «la belva», come la sua vita, non può passare inosservata, nemmeno se l'unico superstite della strage di Capaci, Giuseppe Costanza, l'autista del giudice Giovanni Falcone, comprensibilmente lo auspica. «Meno se ne parla meglio è dice - Cerchiamo di ridimensionare la figura di questo signore. Mettiamolo all'angolo. Non merita altro per quello che è stato e per quello che ha fatto. E se ne vada in silenzio con tutti i suoi segreti». Perché è troppo il dolore che ha seminato. Perché, intercettato in carcere mentre parla con la moglie, Ninetta Bagarella, non è affatto pentito di nulla, anzi è fiero. Perché ha deciso di portare con sé nella tomba tanti, troppi segreti, come sottolinea Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso. «Ci saranno tante persone che gioiranno del fatto che con la sua morte scompare un'altra cassaforte dopo quella vera scomparsa dopo la sua cattura». Le ferite che Riina ha inferto resteranno per sempre aperte, soprattutto alla luce del mancato pentimento. E i familiari delle vittime, che pure non si fanno portatori di messaggi d'odio e rancore, non possono perdonare. «Non gioisco per la sua morte - ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso - ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato. Per quello che è stato il suo percorso mi pare evidente che non abbia mai mostrato segni di pentimento. Basta ricordare le recenti intercettazioni in cui gioiva della morte di Giovanni». «La sua morte è arrivata a 87anni mentre gli uomini dello Stato che ha ucciso erano tutti uomini che nella loro vita non hanno potuto proseguire nei loro affetti. Non è una morte consolatoria». Rita Dalla Chiesa, che per mano di Riina ha perso il padre, generale Alberto Dalla Chiesa, non ha mai creduto nella vendetta, ma anche per lei è impensabile il perdono. Tutt'altra la reazione ad Ercolano (Napoli) dove la città è stata tappezzata di manifesti funebri con tanto di tricolore e i volti di Falcone e Borsellino per dare «il lieto annuncio» della morte di Salvatore Totò Riina. E a seguire i nomi delle «vittime innocenti della mafia». «È una questione che riguarda lui, la sua famiglia e Dio - commenta il colonnello Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò, 24 anni fa, Totò Riina - Non ho niente da dire». Per Ultimo, che guardò dritto negli occhi il capo dei capi, Riina era «più vigliacco che cattivo».

Di Matteo: mio figlio finito nell’acido, Riina doveva morire 50 anni fa. L’ex mafioso che confessò Capaci: ignorante ma furbo, metteva tutti uno contro l’altro. La guerra di mafia? L’ha fatta solo lui. Ma è stato uno sterminio e basta, scrive Giovanni Bianconi il 18 novembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «È morto troppo tardi, doveva morire cinquant’anni fa», mormora nel suo incorreggibile dialetto siciliano Santino Di Matteo, il pentito di mafia che ha confessato la strage di Capaci e al quale Cosa nostra, dopo le sue prime dichiarazioni ai magistrati, ha rapito il figlio tredicenne Giuseppe, ucciso dopo due anni di segregazione. Un ex mafioso, colpevole di tanti omicidi, a sua volta vittima della mafia che adesso dice: «Sono contento che è morto Totò Riina, così finalmente si chiude un capitolo».

Un capitolo che anche lei ha contribuito a scrivere, con i delitti che ha commesso.

«Certo, perché noi l’abbiamo seguito e abbiamo sbagliato. Ci siamo fidati delle famiglie che gli stavano intorno, come i Madonia, i Ganci, i Brusca, e lui si faceva forza dell’appoggio di questi. Gli hanno lasciato troppo spazio, e lui ci ha rovinato a tutti. Se invece negli anni Sessanta chi lo voleva togliere di mezzo l’avesse fatto...».

Chi voleva toglierlo di mezzo a quell’epoca? 

«Giuseppe Ruffino, uno di Corleone che non vedeva di buon’occhio né lui né Calogero Bagarella, quello ammazzato nella strage di Viale Lazio. Riina aveva paura di Ruffino, e evitava di incontrarlo. Poi Ruffino è morto nel suo letto e Riina non ha avuto più ostacoli. Ha fatto arrestare Luciano Liggio ed è rimasto solo lui a comandare».

Ma come ha fatto a comandare su tutti gli altri? 

«Perché era ignorante come una capra, ma molto furbo. Organizzava tragedie, metteva tutti uno contro l’altro con le voci che lui stesso faceva circolare, e poi si alleava con uno dei due per ammazzare l’altro. Destinato a essere ammazzato con la tragedia successiva».

E da dove veniva tutta questa voglia di uccidere e togliere di mezzo gli altri? 

«Sempre dall’ignoranza, perché lui a volte nemmeno riusciva a capire quello che dicevano le altre persone, pensava che lo prendessero in giro, cosa che lui non tollerava. E decideva di uccidere. Voi parlate sempre di “guerra di mafia”, ma la guerra l’ha fatta solo lui, gli altri l’hanno subita. È stato uno sterminio, non una guerra».

Possibile che tutto, fino alle stragi del 1992, derivi solo da questo? 

«Certo, perché Riina s’era messo in testa di attaccare lo Stato. Non ha preso ordini da altri, è lui che ha deciso che lo Stato doveva mettersi in ginocchio davanti a lui. Ma si può pensare una cosa del genere? Invece di convincerlo a fare accordi ti metti a fare le stragi? Solo lui, nella sua ignoranza, poteva pensare di restare in piedi dopo quello che ha deciso di fare».

Lei ha mai pensato a fare obiezioni? 

«E come facevo? A parte che mi pare di averlo visto l’ultima volta prima della strage di Capaci, dopo non lo ricordo. Lo andai a prendere per accompagnarlo a un appuntamento a Palermo. Avrei dovuto incontrarlo di nuovo il giorno che l’hanno arrestato, perché era convocata una riunione e c’ero anch’io che lo aspettavo insieme agli altri, ma poi s’è saputa la notizia e ce ne siamo andati tutti».

E nei processi dove lei ha deposto contro di lui? 

«È rimasto sempre in silenzio, a differenza di quando parlavano gli altri collaboratori. Io spiegavo ai giudici che questo era un morto di fame, che l’avevano vestito le nostre famiglie, e lui zitto. Il maresciallo che mi accompagnava s’è stupito ma io no, perché lo conosco bene, e so che personaggio è e non poteva dirmi niente».

Dopo il suo pentimento, suo figlio è stato rapito e ucciso su ordine di Brusca, oggi pentito come lei. 

«Io quello non gli perdono, in Cosa nostra si ammazzava ma i bambini no. Ma è colpevole anche Riina. Lui stava in carcere, però a suo cognato Leoluca Bagarella che era ancora libero poteva mandare a dire di lasciare andare quel ragazzino innocente. Non l’ha fatto, e questo significa che c’è pure il suo zampino. È una carogna, come dicevano i suoi paesani. Meno male che è morto». 

È morto Riina, e la verità? Scrive il 17 novembre 2017 Girolamo Tripoli su "Il Giornale". È la notizia del giorno: è morto Totò Riina. La belva, così era soprannominato il boss corleonese per la sua ferocia.

Devo essere onesto, la sua morte mi lascia indifferente. Avevo solo quattro anni quando è stato arrestato, quindi non posso esprimere la gioia di quel momento, ma se dovessi paragonarlo all’arresto dell’altro grande boss di Corleone, Bernardo “il trattore” Provenzano, posso dire che è l’arresto il momento in cui bisogna essere felici. Perché è con l’arresto che queste persone hanno perso tutto (si spera). Vengono privati della libertà, della ricchezza, della possibilità di poter comandare sugli altri, di poter uccidere. Dicevo, la sua morte mi lascia onestamente indifferente. Avrei preferito se avesse parlato, se avesse raccontato i segreti che si è portato nella tomba. Conosce, o meglio conosceva, i misteri che avvolgono l’Italia dagli anni ’70 in poi. Sapeva nomi, fatti, luoghi. Purtroppo, anche se avesse vissuto altri cinquant’anni, non avrebbe mai parlato. E adesso rimangono sempre di meno quelli che potrebbero risolvere alcuni dei più grandi enigmi che avvolgono l’Italia. Con la morte di Riina, e con la futura morte di Provenzano e degli altri coinvolti, gioiscono quelli che nell’ombra sperano che il loro nome non salti mai fuori. E noi, figli dell’oscurità (se la luce è sempre stata sinonimo di verità), brancoliamo ancora nel buio. C’è un segreto che vorrei strappargli più di tutti gli altri, un segreto che parte da lontano, dal 1992: chi ha ammazzato Paolo Borsellino? Chi ha voluto il depistaggio sulle indagini? Se al primo interrogativo la risposta, dopo vent’anni, ce l’abbiamo, non abbiamo però la risposta all’ultima domanda. C’è un processo in atto (il Borsellino quater) e nella sentenza di primo grado si è appreso che Vincenzo Scarantino è stato indotto a dire falsa testimonianza. Quindi, qualcuno ha provato a depistare le indagini. Se potessi avere davanti a me Riina gli chiederei di risolvere almeno questo mistero, perché ci sono famiglie che chiedono verità e giustizia. Riina è morto, non mi importa. Ma non facciamo che muoia anche la verità.

La morte di Totò Riina commentata dalla stampa internazionale, scrive Rossana Miranda su "Formiche.net" il 2017/11/17. Che cosa si dice negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, nel Regno Unito e in Argentina della morte del capo della mafia siciliana Totò Riina. Totò Riina, capo di Cosa Nostra, è morto a 87 anni. Nato a Corleone 87, è deceduto all’ospedale di Parma, dove era ricoverato da giorni in stato di coma. Capo indiscusso della mafia siciliana, era stato arrestato il 15 gennaio 1993, e da allora viveva detenuto in regime di 41-bis. La mafia di Riina si è infiltrata nei tavoli dei grandi appalti miliardari di opere pubbliche, sviluppato grossi traffici internazionali di droga, e sferrato gli attacchi frontali e sanguinari allo Stato in quella che è passata alla storia come “strategia stragista” del biennio 1992-1993. La notizia della morte di Riina è balzata su tutti i siti della stampa internazionale.

“LA MENTE DI UNA SANGUINOSA STRATEGIA”. “Morto noto capo dei capi della mafia”, si legge sulla homepage del The New York Times. Il quotidiano americano scrive che “Totò Riina è morto venerdì in un ospedale mentre stava scontando diversi ergastoli, come mente di una sanguinosa strategia per assassinare pubblici ministeri e forze dell’ordine italiane che cercavano di far cadere Cosa Nostra. […] Riina è deceduto dopo aver ricevuto la visita dei familiari al suo capezzale, con il permesso del ministro della Giustizia, il giorno del suo compleanno, e dopo essere stato indotto a un coma farmacologico in un ospedale di Parma, al nord dell’Italia. I media italiani hanno detto che la sua salute si è deteriorata in seguito a due recenti interventi chirurgici”.

“IL CRIMINE PIÙ INFAME”. Il tabloid britannico The Sun titola: “Salvatore Totò Riina muore a 87 anni. Noto padrino della mafia di Corleone che ordinò centinaia di omicidi, è morto di cancro”. Il giornale ricorda che Riina era soprannominato “La Belva” ed “era noto per la sua crudeltà. Si ritiene abbia autorizzato omicidi di centinaia di vittime, tra cui donne e bambini innocenti. Tra i crimini più infami c’è quello del figlio tredicenne di un informatore di polizia, il cui corpo era stato dissolto nell’acido”. The Sun ricorda che Riina ordinò anche gli omicidi dei giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992. “E si ritiene che l’assassino (Riina, ndr) abbia ordinato gli omicidi di 11 familiari di un informatore, che alla fine ha aiutato a consegnarlo alla giustizia”.

RICHIESTE SURREALISTE. Il quotidiano spagnolo El País apre stamattina l’homepage del sito con la morte del “grande capo di Cosa Nostra siciliana e il padrino più temuto e sanguinario della storia”. “Riina ha smesso di sorridere – si legge nell’articolo intitolato ‘Muore Totò Riina, il capo dei capi della mafia siciliana’ – e si è portato nella tomba i segreti di una carriera criminale così lunga, che potrebbe spiegare la storia recente dell’Italia con ogni cadavere”. Il giornale di Madrid scrive che Riina scontava “26 ergastoli ed era sospettato di avere ucciso 150 persone – 40 dei quali lui personalmente –. […] Viveva ossessionato di poter trascorre gli ultimi giorni di vita nella sua Corleone”. E sottolinea: “Il Tribunale Supremo disse che la persona che aveva giustiziato più di un centinaio di vite innocenti aveva ‘il diritto di morire degnamente’”. Dopo la morte di Falcone e Borsellino, “Riina aveva scritto 12 condizioni per smettere di uccidere. C’erano premesse surrealiste come l’eliminazione delle tasse sulla benzina in Sicilia”, si legge su El País.

UN CRIMINALE ANCORA PERICOLOSO. Il quotidiano argentino El Clarín, invece, si dedica alla vita di Riina in carcere, dove gli era stato vietato di leggere i giornali o guardare la tv: “Alle visite non era possibile avvicinarlo più di un metro. Era proibito toccarlo, abbracciarlo o dargli un bacio […]. Nonostante l’età e le condizioni di salute, Riina era considerato ancora ‘pericoloso’. Quando in alcune occasioni gli è stato permesso di godere dell’ora d’aria con altri detenuti, ha cominciato a dare ordini su quanto e come uccidere alcuni magistrati”.

L’ADDIO DELLA FAMIGLIA. La morte di Riina ha avuto meno risalto sui quotidiani francesi. Le Monde scrive: “Sua moglie e tre dei suoi quattro figli hanno ricevuto un’eccezionale autorizzazione dal ministero della Giustizia italiano per salutarlo giovedì. Giovanni, il primogenito di Riina, sta scontando l’ergastolo per quattro omicidi. ‘Per me, tu non sei Totò Riina, tu sei solo mio padre. E ti auguro un felice compleanno, papà, in questo triste ma importante giorno, ti voglio bene’, ha scritto su Facebook l’altro figlio, Salvatore”.

IL FUTURO DI COSA NOSTRA. Secondo il Financial Times, la mafia siciliana non è affatto estinta. Dopo la morte di Riina il nuovo capo della mafia italiana è Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, nato a Trapani in Sicilia: “È considerato il protagonista – anche se estremamente oscuro – della mafia siciliana. Dall’inizio degli anni ’90, la mafia siciliana ha perso parte del suo impatto, in particolare rispetto alla ‘Ndrangheta calabrese, che domina il commercio internazionale di droga”. Il principale giornale britannico di economia e finanza sostiene che “tra la società siciliana il velo del silenzio – l’omertà – sui crimini della mafia è stato sollevato fino a un certo punto, ma i locali si sono ribellati alle violenze e alla corruzione che è andata di pari passo con il regno di Cosa Nostra in Sicilia”. Il quotidiano della City ricorda che “durante il suo tempo in prigione, Riina non ha mai mostrato alcun segno di rimorso per le sue azioni”.

La morte di «Totò» Riina fa il giro del mondo. In coma dopo due interventi chirurgici, aveva appena compiuto 87 anni. Stava scontando la condanna a 26 ergastoli tra cui quello per le stragi di Falcone e Borsellino; nella tomba si porta molti segreti, scrive il 17 Novembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno”. E’ morto solo, nel letto d’ospedale a Parma in cui, da giorni ormai, giaceva in coma. Malato da tempo gli sarebbe stato fatale l’ultimo intervento chirurgico. Ottantasette anni e un giorno, ieri era stato il suo compleanno, se ne va così Totò Riina, il padrino delle stragi. I familiari, autorizzati ieri dal ministro della Giustizia a un colloquio straordinario, non sono arrivati in tempo. Probabilmente domani la moglie e la figlia minore, Lucia, che fino a questa sera non avevano lasciato Corleone, andranno all’obitorio in attesa del nulla-osta alla sepoltura da parte della Procura che ha disposto l’autopsia sulla salma dell’anziano capomafia. Sul decesso è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, escamotage evidente per consentire gli accertamenti medico-legali. Sarebbe un modo per evitare dietrologie e sospetti su una vicenda chiara. Con Totò U Curtu, così era soprannominato per la sua statura, si chiude un’era della storia di Cosa nostra, l’epoca dei morti, delle bombe, del tritolo. Una lunga scia di sangue, dopo un’escalation ai vertici della mafia fatta di nemici ammazzati e attentati, culminata nelle stragi del '92 e del '93. Ventisei condanne all’ergastolo, chiuso in un silenzio interrotto, davanti ai giudici, solo dall’ostinata negazione dell’esistenza di Cosa nostra, Riina non ha mai mostrato segni di pentimento. "Per questo non lo perdono» dice Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato a Capaci. «Non gioisco della sua morte, ma la mia religione mi insegna a perdonare chi si redime e lui non l’ha fatto», spiega ricordando intercettazioni recenti in cui il capomafia rideva, raccontando di aver fatto fare a Falcone «la fine del tonno». E sulla stessa linea è la Cei: «Un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze», dice il portavoce, don Ivan Maffeis. Sul silenzio del boss, recentemente citato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e mai salito sul banco dei testi, è intervenuto il neo procuratore antimafia Cafiero De Raho: «è la modalità comportamentale tipica di chi ha assunto un ruolo verticistico. E’ l’immagine del monolite che l’organizzazione rappresenta. Qualunque indebolimento sarebbe l’annientamento dell’organizzazione. Se avesse collaborato avrebbe svelato quei segreti della mafia che l’ha resa forte». La salma dell’anziano padrino dovrebbe arrivare a Corleone nei prossimi giorni per essere sepolta nel cimitero del paese, diviso tra anziani «nostalgici» che si dicono a lutto e chi spera che con la morte del boss finisca davvero un’era. La notizia della morte del capo dei capi che, ne è certo il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, ha continuato a essere un riferimento per gli uomini dei clan fino alla fine, ha fatto il giro del mondo. «Con Riina, però, non finisce Cosa nostra», dice Lo Voi mentre Pietro Grasso, presidente del Senato per anni magistrato antimafia, invita a non abbassare la guardia. La mafia, dunque, non è finita e continua a sparare e fare affari: gli occhi degli investigatori, ora, sono puntati sulla successione. Chi prenderà il posto del padrino corleonese? «Fare scenari - dice il capo dei pm palermitani - è velleitario». Ma i clan hanno bisogno di un organismo di comando: una commissione, un uomo solo? Saranno le indagini a dirlo, mentre gli esperti di mafia sono certi che lo scettro non passerà all’ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, rampollo di una famiglia mafiosa storica trapanese da sempre vicina ai corleonesi. Al 41 bis dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio del 1992, Riina non ha mai lasciato il carcere duro. I suoi legali hanno provato a ottenere un differimento pena senza successo. Condannato a scontare ergastoli per centinaia di omicidi era ancora sotto processo per tre vicende: la cosiddetta trattativa Stato-mafia, l’attentato al rapido 904 e le minacce al direttore del carcere di Opera dove era stato detenuto. I tre procedimenti verranno chiusi con la dichiarazione di estinzione del reato per morte del reo. «E' stata sconfitta l’idea folle di Riina e altri esponenti mafiosi di fare la guerra allo Stato e vincerla. Lo Stato ha vinto continuando a rispettare la legge e la Costituzione» ha spiegato Lo Voi. Dal Salento, dove vive da tempo, Maria Concetta Riina, la maggiore dei figli del boss lista a lutto la sua pagina Facebook. Una rosa e l’invito al silenzio per salutare il padre.

Morte di Riina: decine di post di cordoglio sui profili di figlia e genero. Maria Concetta Riina, figlia del capo dei capi, risiede da anni a San Pancrazio Salentino insieme al marito, Tony Ciavarello, scrive il 17 novembre 2017 "Brindisi Report". Decine di messaggi di cordoglio stanno arrivando sui profili facebook di Maria Concetta Riina, figlia di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra morto la scorsa notte (fra giovedì 16 e venerdì 17 novembre) nel reparto detenuti dell’ospedale Maggiore di Parma, e di suo marito, Tony Ciavarello. I due risiedono da anni a San Pancrazio Salentino. Poche ore il decesso del padre, spirato alle 3,37, lei ha sostituito la foto del suo profilo con l’immagine di una donna che invita al silenzio, con il dito indice sulle lebbra. Lui invece, in segno di lutto, ha pubblicato un nastrino nero. Sono tante le persone, residenti in varie regioni d’Italia, che hanno manifestato la loro vicinanza alla figlia e al genero del defunto, che proprio ieri aveva compiuto 87 anni. Riina stava scontando una pena cumulativa di 26 ergastoli. Latitante dal 1969, venne arrestato il 15 gennaio del 1993 a Palermo. Da allora era recluso in un carcere di massima sicurezza in regime di 41 bis (il carcere duro per i reclusi più pericolosi). Dopo l’aggravamento delle sue condizioni di salute era stato trasferito presso la struttura sanitaria di Parma, dove è stato sottoposto a due interventi chirurgici. Da cinque giorni era in coma.  Nella giornata di ieri, poco prima della morte, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, con il parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell’Amministrazione penitenziari, ha autorizzato i figli di Riina a raggiungere il capezzale del padre. Lo scorso 26 ottobre, fra l’altro, finì alla ribalta dei media nazionali un appello lanciato da Ciavarello sul suo profilo Facebook. Il genero di Riina, infatti, colpito la scorsa estate da un provvedimento di sequestro che interessò le sue aziende, oltre a beni e conti correnti dei famigliari del boss, chiese un aiuto economico pubblicando un annuncio sul sito collettiamo. Ciavarello si definisce sul suo profilo “un martire perseguitato dalla procura di Palermo”. 

Tony Ciavarello, genero di Riina lancia strali contro giornalisti e magistrati, scrive Ignazio Marchese il 25/07/2017 "Blog Sicilia". I parenti del boss Totò Riina usano Facebook per lanciare attacchi a giornalisti e magistrati. Prima la figlia Lucia per non avere ottenuto il bonus bebè, adesso il genero contro “Gente di legge e giornalisti accaniti contro di noi”. E’ quanto scrive Antonino Ciavarello, genero del boss di Corleone sposato con Maria Concetta. I due vivono in Puglia. “Palazzolo aspetta e spera, tu e tutta la procura di Palermo che ti foraggia gli scoop prima che le cose accadono – aggiunge Ciavarello – E poi. Io non lancio tesi, io a differenza tua parlo per cose di cui sono certo e non come scrivi tu di ciò che i registi ti imboccano”. Poi un affondo sui sequestri messi a segno dai carabinieri lo scorso 19 luglio. “Avete sequestrato con ingiusta violenza la mia azienda, ma non potrete mai sequestrare il mio Sapere ed il mio Mestiere, e per questo risorgerò presto dalle mie ceneri come l’Araba Fenice più Grande e più Forte di prima – conclude Ciavarello – Per il resto arriverà il giudizio di Dio anche per voi che avete permesso ed autorizzato violenza verso gente innocente, per voi che avete eseguito e per voi che state ripetendo a pappagallo quello che la regia vi ha scritto. Quel che avete fatto lo riceverete da Dio moltiplicato 9 volte, voi ed i vostri figli fino alla settima generazione. Gloria a Dio! Comunque la ditta sta ancora lavorando fino ad oggi, non è più mia ma i miei ragazzi sono a lavoro… Vi voglio Bene Ragazzi”.

I familiari di Riina non sono riusciti a vederlo prima della morte, scrive venerdì 17 novembre 2017 "Next Quotidiano". I familiari del boss Totò Riina non sono riusciti a incontrarlo prima che morisse nonostante il permesso straordinario ricevuto dal ministro della Giustizia che, ieri, viste le condizioni del detenuto, aveva autorizzato la visita. Secondo indiscrezioni, la figlia minore del boss sarebbe ancora a Corleone. Riina aveva quattro figli: uno è detenuto e sta scontando l’ergastolo per quattro omicidi e il minore, dopo una condanna a otto anni per mafia, è sorvegliato speciale. La più piccola delle due figlie femmine vive a Corleone, mentre la maggiore si è trasferita da anni in Puglia. Sulla sua pagina Facebook intanto la figlia di Totò Riina, Maria Concetta, sembra lanciare un messaggio che poi è un’indicazione, data subito dopo la morte del padrino. La foto del profilo è una rosa nera, sovrastata dal volto di una donna che emerge da un sfondo scuro e un dito che taglia la bocca con su scritto “shhh”, silenzio. Lo stesso avvocato Luca Cianferoni, storico legale del boss, all’agenzia di stampa Agi ribadisce la linea: “Ho ricevuto mandato dalla famiglia di tenere il massimo riserbo e silenzio sulla vicenda”. Vietato parlare. Un gesto che sembra anche rimandare all’atteggiamento tenuto da sempre da Totò Riina: mai nessun cedimento, mai nessuna volontà di collaborare e di rompere la regola principe di Cosa nostra: silenzio, insomma. La chiesa ha intanto escluso i funerali pubblici per il boss.

Riina, è il giorno dellʼautopsia sul corpo del boss: poi la sepoltura. La Procura dovrebbe rilasciare il nullaosta per seppellire il capo di Cosa Nostra nel cimitero di Corleone, scrive il 18 novembre 2017 TGCOM. E' prevista in mattinata l'autopsia sul corpo di Totò Riina, il boss di Cosa Nostra morto venerdì all'ospedale di Parma. Successivamente è prevista la visita dei familiari e il probabile nullaosta della Procura alla sepoltura nel cimitero di Corleone. Per consentire gli accertamenti medico-legali, sul decesso è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo. La Cei ha escluso ogni possibilità di organizzare esequie pubbliche. Grasso: "Il suo arresto mi salvò la vita" - Dopo le stragi Falcone e Borsellino, "la scelta cadde su di me, che avevo la colpa di essere stato 'esecutore' del maxiprocesso di Giovanni Falcone. Dovevano uccidermi col tritolo, a Monreale, mentre mi recavo a casa dei miei suoceri". E' il racconto del presidente del Senato, Pietro Grasso, a La Stampa. "Trovarono difficoltà perché vicino al posto designato c'era una banca i cui sistemi di allarme interferivano coi timer mafiosi e c'era il pericolo che la bomba esplodesse quando non doveva. Poi, a gennaio, arrivò la cattura di Riina e perciò sono qui a raccontare". Pm: "La sua successione è già stata pensata" - "Credo che, per come conosco l'organizzazione mafiosa, avessero già cercato di pensare a una successione. Perché è vero che Riina rappresentava il capo assoluto di Cosa Nostra, ma è anche vero che ormai le sue condizioni facevano facilmente prevedere che di lì breve sarebbe scomparso". E' quanto ha dichiarato Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo. "Sono abbastanza certo - ha aggiunto il magistrato - che l'organizzazione si sia mossa per prendere le decisioni necessarie: o una gestione collegiale dei vertici o un tentativo di qualcuno di forzare la mano. Nel primo caso avremmo una stagione di politica silente di Cosa Nostra, di sommersione come è stata quella inaugurata da Provenzano o uno scontro, che non è mai da augurarsi". L'arcivescovo di Monreale: "Nessuna cerimonia, è scomunicato" - "Il mio timore è che adesso la sua tomba possa diventare una meta di pellegrinaggio. Che di Riina si crei un mito". Lo ha affermato monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale. "C'è gente che viene a Corleone per visitare la casa del padrino, i luoghi della mafia. In un albergo c'erano degli americani che chiedevano di vedere le immagini della strage di Capaci. Ho sentito dire che il figlio di un mafioso organizza tour turistici, chissà che informazioni darà". E sull'ipotesi di esequie pubbliche: "Non ci sarà alcun funerale, ne ho parlato anche con il questore. La salma sarà portata al cimitero e il cappellano, se la famiglia lo chiederà, potrà formulare una preghiera e la benedizione in forma strettamente privata e d'accordo con l'autorità civile. I mafiosi sono scomunicati e il canone 1184 del codice di Diritto canonico, per evitare il pubblico scandalo dei fedeli, stabilisce che i peccatori manifesti e non pentiti devono essere privati delle esequie".

La mafia e quella scomunica che non esiste, scrive il 18-11-2017 "La Nuova Bussola Quotidiana”. La morte in carcere del boss mafioso Totò Riina, che stava scontando 26 condanne all'ergastolo, ha immediatamente riaperto vecchie ferite. Ma ha anche provocato la domanda sulla modalità del suo funerale. Immediatamente portavoce e segretario della Conferenza episcopale italiana hanno dichiarato l'impossibilità del funerale pubblico ma escluso anche quello religioso, ricordando la scomunica lanciata già nel 2014 da papa Francesco contro i mafiosi. In realtà le cose sono più complesse e abbiamo chiesto a padre Giorgio Maria Carbone di spiegare che cosa realmente la Chiesa prescrive in situazioni come questa. Il mafioso non è scomunicato.

Papa Francesco nella visita apostolica in Calabria del 21 giugno 2014 disse con veemenza che i mafiosi erano scomunicati. Ma dopo non seguì nessun cambiamento delle norme canoniche in materia di scomunica. Quindi, nulla di fatto e nulla di diritto. La scomunica latae sententiae, cioè quella pena con la quale un fedele è escluso dalla comunione con la Chiesa ed è privato dei beni spirituali, pena latae sententiae, cioè automatica, nella quale il fedele incorre per il semplice fatto di aver commesso un delitto grave, è prevista – ad esempio – per l’apostata, l’eretico e lo scismatico (canone 1364), per «chi usa violenza fisica contro il Romano Pontefice» (canone 1370), per «chi procura l’aborto ottenendo l’effetto» (canone 1398). Ma «chi commette omicidio, rapisce o detiene con la violenza o la frode una persona, o la mutila o la ferisce» è punito con pene espiatorie che non sono la scomunica (canoni 1336 e 1397), come ad esempio il divieto di dimorare in un determinato luogo, la privazione di uffici, diritti o facoltà. Inoltre, la scomunica, come le altre pene, ha uno scopo medicinale, cioè mira a ottenere la conversione del colpevole. E infine per incorrere nella scomunica il colpevole deve aver compiuto il delitto mentre era in vigore una legge che irrogava la scomunica. Mentre se ha commesso il delitto, prima dell’entrata in vigore della legge di scomunica, non incorre in essa. Questi sono i principi generali che regolano la scomunica. Nella fattispecie concreta che riguarda Totò Riina possiamo dire che, per quanto sia colpevole di abominevoli delitti, non è canonicamente scomunicato. Ma forse chi parla di scomunica usa un linguaggio molto improprio e per nulla canonico. Possiamo supporre che voglia riferirsi solo alla privazione delle esequie ecclesiastiche? A questo proposito il canone 1184 prevede questo: «Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche:

1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici;

2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana;

3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.

Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare». Certamente concordiamo sul fatto che Totò Riina è oggettivamente un peccatore manifesto. Ma dobbiamo altrettanto concordare sulla nostra comune ignoranza: non sappiamo se prima della morte Riina ha dato un segno di pentimento. Abbiamo una certezza circa l’oggetto morale e una ignoranza circa le circostanze soggettive. Chi potrebbe toglierci da questa ignoranza? Il cappellano del carcere di Parma o quello dell’ospedale di Parma, oppure qualcuno che ha raccolto le confidenze del boss di Corleone.

È doveroso poi ricordare alcuni insegnamenti di Gesù che illuminano la nostra coscienza. In Matteo 21,31 è detto: Pubblicani e prostitute vi precederanno nel regno dei cieli; in Luca 6,37: Non giudicate e non sarete giudicati: il che non significa che non devo emettere giudizi – la mia intelligenza è fatta per elaborare giudizi – significa piuttosto che non devo giudicare la moralità dell’altro, né dire che è buono o cattivo. Posso, anzi talvolta devo giudicare i fatti, l’oggettività di quanto mi si para davanti, ma non dovrò mai giudicare la persona, per il semplice fatto che sono incompetente visto che non conosco quanto accade nel suo intimo, nella sua intelligenza e nella sua volontà. E poi, non ti ricordi il caso di un peccatore pubblico, un malfattore notorio, condannato alla stessa pena di Gesù? Che dice: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». E Gesù gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Luca 23,43). Mio nonno, Luigi, che non aveva simpatie né mafiose, né camorristiche, quando moriva qualcuno era solito dire in napoletano: "S’è imparavisato", che tradotto suona: è entrato in paradiso. Davanti a slogan avventati e alla rincorsa del politicamente conveniente, questa è la speranza che ci deriva dalla fede in Gesù Cristo.

Il figlio del boss morto: "Per me tu non sei Totò Riina, ma papà. Buon compleanno". Salvo Riina, che vive e lavora a Padova, posta sui social questo messaggio per il padre, morto la notte dopo il suo 87° compleanno, scrive il 17 novembre 2017 "Il Mattino di Padova". «Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. Ti auguro buon compleanno. Ti voglio bene, tuo Salvo». Nella notte tra giovedì - il giorno dell'87°compleanno del boss - e venerdì - quando si è spento, poco dopo le 3,30 - il figlio Salvo ha rivolto al padre questo saluto sui social. Salvo Riina, che vive e lavora a Padova, ha affidato prima a Facebook, poi a Twitter e infine a Instagram questo post dedicato al padre accompagnandolo con il fotomontaggio di un volto formato per metà dal suo viso e per l'altra da quello del padre, in modo da evidenziare la loro somiglianza. Il capo dei capi di Cosa Nostra, nei giorni scorsi, era stato sottoposto a due interventi, al secondo dei quali erano seguite gravi complicazioni. Il guardasigilli Andrea Orlando, con il parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell'Amministrazione penitenziaria, aveva accordato un permesso ai familiari perché potessero fargli visita per l'ultima volta, nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma in cui era ricoverato. Salvo Riina, terzo dei quattro figli di Totò e Ninetta Bagarella, non ha potuto vederlo. Ha postato il messaggio di auguri al padre ricevendo numerose attestazioni di vicinanza. Il rapporto di Salvo Riina con il padre era finito al centro di polemiche nell'aprile 2016, in occasione della sua apparizione al programma televisivo "Porta a Porta": invitato per l'uscita del suo libro, durante l'intervista aveva detto di amare suo padre e di non poterlo giudicare.

La figlia di Riina su Facebook, silenzio e rosa nera per lutto. Decine di post e commenti di cordoglio per il boss, Facebook li rimuove. La rosa nera in segno di lutto postata su Facebook da Maria Concetta Riina in ricordo del padre, Totò, scrive il 17 novembre 2017 "L'Ansa". Nel giorno della morte di Totò Riina, c'è chi fatica a darsi pace: sono i parenti, i figli, gli amici più stretti che vivono con dolore il trapasso del boss di Cosa Nostra e che, senza pensare ai reati pesantissimi di cui si è macchiato, si scambiano decine e decine di like e condivisioni su Facebook. Tanti al punto che il social, secondo i familiari di Riina, li ha rimossi in seguito alle numerosissime segnalazioni ricevute. La figlia maggiore, Maria Concetta, espone una rosa nera come foto del profilo, sovrastata dall'indice di una ragazza che indica il silenzio come copertina. A fugare ogni dubbio sul significato dell'immagine, anche il tatuaggio “shhh...” in bella evidenza, sul dorso del dito. La donna, 42 anni, ha sempre descritto il padre come "un lavoratore ingiustamente accusato", contro il quale parlano solo "calunniatori malvagi e senza scrupoli". Decine e decine i like all'immagine, e altrettante le condivisioni. Al punto che il marito di Maria Concetta, Tony Ciavarello, ha scritto poco fa che è stata segnalata "in massa" la sua foto del profilo (un nastro a lutto), e "fb ha eliminato la foto con tutte le condoglianze. A qualcuno ha dato fastidio il vostro cordoglio". Numerosissimi anche i commenti: "Mi unisco al vostro dolore", scrive uno; "è un giorno molto triste", fa eco un altro. "Buon viaggio zio Totò" si legge ancora; "La morte ridona la dignità e ci pone tutti alla pari davanti alla grandezza di Dio" dice un altro. Molti tra quanti esprimono condoglianze per la morte del boss, listano di nero la propria pagina social. E c'è chi commenta, bollando come una "panzata ri picuruna" (una massa di pecoroni) chi non si duole o non si mostra addolorato. "Sarà solo Dio che potrà decidere se accoglierlo o no". I Riina sono sempre stati piuttosto attivi su Facebook. La scorsa estate, ad esempio, i parenti del boss avevano lanciato attacchi a giornalisti e magistrati via Facebook: prima la figlia Lucia era intervenuta sul bonus bebè negatole da Regione e Inps, poi il genero Ciavarello si era scagliato contro 'gente di legge e giornalisti accaniti contro di noi'. Andando indietro fino al 2016, Maria Concetta Riina, era intervenuta sul presunto omaggio che una confraternita di Corleone avrebbe tributato alla sua famiglia, facendo fermare la statua di San Giovanni Evangelista sotto l'abitazione in cui vive Ninetta Bagarella, moglie di Totò. "E' una notizia totalmente falsa - aveva postato, precisando che la madre non era in casa - e chi scrive queste cose infangando il paese, dovrebbe solo vergognarsi".

Totò Riina, dopo la morte il messaggio mafioso della figlia Maria Concetta: "Silenzio", scrive il 17 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". A poche ore dalla morte, la prima della famiglia di Toto Riina a parlare è la figlia Maria Concetta. Lo fa dal suo profilo Facebook e il suo più che un messaggio è un'indicazione chiara: silenzio. La foto del profilo, da poco inserita dalla figlia maggiore del boss corleonese, è una rosa nera, sovrastata dal volto di una donna con un dito sulla la bocca. Sopra la scritta "shhh", silenzio. Il tutto rigorosamente su sfondo nero, in segno di lutto. A parlare di silenzio e di riserbo è anche l'avvocato Luca Cianferoni, storico legale del boss: "Ho ricevuto mandato dalla famiglia" spiega all'Agi, "di tenere il massimo riserbo e silenzio sulla vicenda". Insomma, come detta da Maria Concetta è vietato parlare. Un gesto in linea con l'atteggiamento da sempre tenuto dal boss: mai nessun cedimento, mai nessuna volontà di collaborare e rompere la regola principe di Cosa nostra: silenzio. Nelle ultime ore, subito dopo la morte del padre, oltre alla rosa nera, al dito sulla bocca della donna che indica di fare silenzio, su Facebook Maria Concetta Riina ha postato anche una famosa opera del writer Banksy, intitolata "Balloon Girl”, che ritrae una bambina che perde un palloncino a forma di cuore: tutti i post hanno ricevuto decine di "like" e parecchi commenti di condoglianze. 

Riina, la figlia del boss ha provato a zittire come faceva la mafia. Maria Concetta Riina, 34 anni, ha postato una foto con una ragazza che chiede silenzio. Anche il marito Antonino Ciavarello ha listato a lutto la sua pagina del social network, scrive il 17 novembre 2017 Pier Luigi Battista su "Il Corriere della Sera". «Pietà l’è morta», si dice in guerra. In guerra, appunto: quando si sviluppa un’atroce familiarità con la morte. Si dice quando la morte falcia innumerevoli vite, quando l’uccisione del nemico è un ordine categorico e non, come in tempo di pace, un reato. Ma con Totò Riina non si può parlare di pace. Lui e i suoi sgherri hanno compiuto mattanze senza pietà, hanno scatenato una guerra spietata contro incolpevoli esseri umani. Ora che Riina è morto, ci vorrebbe il silenzio delle emozioni, ma nell’epoca ciarliera dei social il silenzio è un’anticaglia del passato, e infatti da quando si è sparsa la notizia del boss deceduto è esplosa la voglia di dire, odiare, farsi trascinare dalla collera, e talvolta vilipendere, virtualmente, il cadavere ancora caldo dell’aguzzino. Qualcuno ha addirittura esultato. E la pietà? Fino a dove può spingersi la pietà per il corpo senza vita di un massacratore seriale, per uno che ha esercitato una tirannia sanguinaria, rivendicando come un titolo d’onore la propria crudeltà?

Il dilemma etico. Attraversa il web, in tempo reale, il dilemma etico che da sempre accompagna l’atteggiamento umano nei confronti della morte di chi si è trasformato in vita in un agente del Male. La Chiesa, che pure dovrebbe essere il quartier generale della misericordia, non sempre è stata clemente con le morti considerate «pericolose», fino a rifiutare cristiana sepoltura ai suicidi, i cui corpi non meritavano il seppellimento in terra consacrata. Oggi si discute sull’opportunità di un funerale religioso per Riina, ma le preoccupazioni sembrano piuttosto alimentate da considerazioni di ordine pubblico. Ma se è risuonata nei decenni scorsi l’angosciosa interrogazione «dove era Dio quando le camere a gas erano in funzione», anche oggi, a poche ore dalla morte del boia, ci si chiede dov’era Dio quando un bambino veniva sciolto nell’acido o altri bambini sono rimasti orfani dopo la carneficina di Capaci.

Pietà per Riina? Pietà per Riina? Nel segreto dei cuori e delle coscienze, forse, ma non nella dimensione pubblica del cordoglio. E del resto anche i «laici», i non credenti, non possono sfoggiare sempre sentimenti sublimi: le loro coscienze sono forse state travolte dai tormenti della pietas quando, dall’alto dei cieli non sporcati dal fango del terreno, venivano sganciate bombe poco intelligenti sui bambini destinati alla morte?

Un rito collettivo. Nell’epoca del web loquace, del resto, la morte di un personaggio pubblico è diventata l’occasione di un rito collettivo in cui ciascuno, per il semplice fatto di possedere l’arma di un necrologio in 280 caratteri, aspira ad essere l’officiante. Un rito di commozione e di partecipazione per la morte di un cantante, di un artista, di uno scrittore su cui riversare torrenti di affetto. Un rito non proprio misericordioso quando a morire è un simbolo del Male. Riina si è meritato un trattamento così furente oppure si sta facendo, a parole ma non in misura meno macabra, uno scempio collettivo del suo cadavere?

Il pubblico disprezzo è giustificato. Nel segreto del cuore di ciascuno, le risposte possono essere le più varie. Ma nella dimensione pubblica il disprezzo per un assassino spietato può essere più che giustificato. I familiari di Riina hanno tutto il diritto di piangere il loro morto, ma certo non, come ha fatto sempre via web la figlia del boss, intimare il silenzio pubblico con un gesto perentorio che appare come qualcosa di spregevole se si considera che proprio l’intimazione violenta e sanguinaria al silenzio è uno dei pilastri simbolici e non solo simbolici del terrore mafioso. Il disprezzo non si estingue con la morte. E l’invocazione alla pietas rischia di suonare ipocrita e declamatoria. «Pietà l’è morta» è terribile. Ma per Totò Riina la pietà non è mai stata viva, non è mai esistita.

Totò Riina, il vergognoso saluto sui social al capo dei capi: "Riposa in pace grande uomo". «Zio Totò sempre nel mio cuore», «È un grande uomo d’onore e come lui oggi non esistono più», «Grande uomo! Tanta ammirazione, l’unico in grado di gestire veramente l’Italia per anni». Sono solo alcuni dei commenti che molti utenti dei social network stanno scrivendo per rendere omaggio al boss di Cosa Nostra, scrive Federico Marconi il 17 novembre 2017 su "L'Espresso". È morto Totò Riina, ma la cultura mafiosa degli italiani gode di piena salute. E basta fare un giro sui social network per rendersene conto. «Zio Totò sempre nel mio cuore», «È un grande uomo d’onore e come lui oggi non esistono più», «Li potrai ammazzare una seconda volta sti sbirri di merda», «Grande uomo! Tanta ammirazione, l’unico in grado di gestire veramente l’Italia per anni». Sono centinaia i commenti che, tra cuoricini e faccine tristi, inondano le pagine Facebook dedicate al capo dei capi, morto a 87 anni nella notte tra 16 e 17 novembre. Un omaggio – continuo e spesso sgrammaticato – all’uomo che ha trasformato la criminalità organizzata siciliana in un’organizzazione terroristica e che ha passato gli ultimi 24 anni al 41 bis (il regime di carcere duro, ndr), dove stava scontando le decine di ergastoli a cui è stato condannato per le stragi, le bombe e gli omicidi eccellenti da lui voluti. Latitante per 24 anni, in carcere dal 1993, il Capo unico ha trasformato la criminalità organizzata siciliana in organizzazione terroristica che è arrivata persino a dichiarare guerra allo Stato. E molti misteri verranno sepolti con lui nella tomba. 24 anni di carcere in cui non ha mai parlato, non ha svelato nomi, complicità, connivenze. Riina si porta nella tomba tanti segreti. E sui social gli rendono onore per questo: «Zi Totò sei un uomo. Qua a Napoli tutti burattini: due giorni di questura e fanno succedere il finimondo», «Uomo coerente. Di questi tempi è raro», «Totò fino alla fine è rimasto muto. Riposa in pace uomo d’onore». C’è poi chi lo considera «l’unico vero vanto della Sicilia», chi si lascia andare alla nostalgia del “quando c’era lui le cose andavano meglio”, chi “grida” «Riina è morto, viva Riina». E ancora chi vuole organizzarsi per essere presente alle esequie: «Informatemi del funerale se si fa nel suo paese, per organizzarmi per andarci grazie. Tantissime condoglianze alla famiglia, baciamo le mani». Ogni tanto qualche utente commenta indignato per le dimostrazioni d’affetto, le condoglianze, gli omaggi. Ma viene subito rimesso in riga: «Certa gente non capisce che prima di parlare male del grande capo dovrebbe lavarsi la bocca con l’acido». E riprende subito dopo il vergognoso saluto al mafioso, stragista, omicida Totò “u curto”.

"Marcisci presto", nessuna pietà per Riina, scrive il 17/11/2017 "L'AdnKronos". "Morto Riina: mi auguro abbia anche sofferto". E ancora, "doveva essere ammazzato prima", "marcisci presto". Nessuna pietà per Totò Riina, il 'Capo dei capi' di Cosa Nostra morto alle 3.37 di questa mattina dopo 24 anni di carcere. La notizia del decesso del boss diventa infatti nuova materia di dibattito e scherno, con decine e decine di tweet e post che testimoniano tutta la rabbia degli utenti contro il mafioso, per la cui morte "oggi bisogna solo festeggiare". Un'esplosione di frasi su Twitter e Facebook, tutte (salvo rarissime eccezioni che invocano il silenzio ma non certo il perdono) cariche di disprezzo verso il mafioso responsabile di omicidi e attentati, al quale non si risparmia neanche l'insulto postumo: "Ci ha messo pure tanto, alla fine era ora che smettesse di rubare ossigeno a chi se lo merita davvero"; "Così dovrebbero morire i mafiosi: anni in un buco a morire tra atroci sofferenze, soli e disprezzati, senza alcun briciolo di potere. Che la terra non ti sia lieve"; "Finalmente Riina è morto. Marcisci presto", "Dovevi crepare prima pezzo di merda". Questi solo alcuni dei pensieri degli utenti, che sulla morte del boss scherzano - "Ora insegna agli angeli ad usare il C4", "chissà se salutava sempre" - e festeggiano, perché "se il buongiorno si vede dal mattino, io oggi inizio sorridendo". E in mezzo a tanta rabbia, spuntano anche pensieri per quanti sono morti per mano del capo di Cosa Nostra e il cui ricordo rischiava di essere sovrastato dal clamore della notizia: "Quando muore un assassino noi ricordiamo le vittime"; "Oggi il sorriso di Falcone e Borsellino è il nostro sorriso"; "Riina è morto - scrive ancora un altro utente -. Sono germogliati fiori a Capaci e in via D'Amelio a Palermo".

Corleone, dove Riina sembra un ricordo sbiadito. Viaggio tra giovani, stranieri e qualche nostalgico, scrivono Gaetano Ferraro e Silvia Buffa il 17 novembre 2017 "Meridionews". Per le vie del paese la gente parla, non si fa problemi. C'è chi dice di non conoscere il capo dei capi, morto all'età di 87 anni, chi di averlo visto soltanto in televisione. Si tende a volere sfatare il mito che vede la cittadina del Palermitano come capitale della mafia, ma qualcuno ancora parla del boss come di «una brava persona». «Un ci rumpiti 'a tiesta». La finestra di casa Riina si apre piano, dopo tre scampanellate rigorose al civico 24 di via Scorsone. E a fare capolino è la testa boccoluta di una donna, che dopo qualche secondo ha già richiuso la persiana con un tonfo. Non se la sente di commentare in nessun modo la notizia, arrivata nella notte, della morte di Totò Riina, che in questa casa ha lasciato i suoi affetti più cari. Un vicino, qualche casa più in fondo, si affaccia un paio di volte, per poi sparire subito dietro le tende. In tutte le strade limitrofe l’atmosfera è di diffidenza: non circola nessuno, solo qualche auto di passaggio ogni tanto. Poi solo silenzio, il rumore di qualche persiana che si chiude, i vicoli deserti. Fanno eccezione due anziani coniugi, alle prese con un trasloco a pochi metri dalla dimore dei Riina-Bagarella. «Noi abbiamo altro per la testa», taglia subito corto il marito. «Noi un canuscemu a nuddu», replica anche la moglie. In quella stessa zona, però, ci vivono da quando sono ragazzini, dicono dopo, è difficile credere che non si siano mai nemmeno incrociati con la famiglia più chiacchierata della giornata. A nominarlo, Totò Riina, lì nei pressi di casa sua sembra quasi che le poche persone incontrate in giro si chiudano a riccio, cambiando espressione, e la frase, specie da parte dei più anziani, è sempre la stessa: «Mai conosciuto, a stento so chi sia». C’è addirittura chi, come l’ultraottantenne Ippolito, dichiara di averlo visto solo alla televisione. Eppure anche lui vive a Corleone da sempre e di quei vicoli conosce volti, nomi e storie. Anche lui, come gli altri, è diffidente, ma si vede subito che qualcosa da raccontare ce l’ha. E mentre si lascia scappare qualche confidenza, cammina fino alle case tra via Ravenna e via Rua del Piano. «Lui è nato in questa casa gialla - dice, indicando una palazzina ad angolo -. Qua credo ci abiti ancora sua sorella Maria». Ma anche qui le uniche persone che si intravedono sono quelle che spostano le tende delle finestre per vedere fuori. E due trentenni che, passando accanto a Ippolito, senza troppa ironia gli dicono: «La gente perché non la porti a casa tua anziché qua?». Ma più ci si allontana dalla casa della famiglia Riina, più l’atmosfera si trasforma e il clima diventa via via più disteso. In pochi scappano dalle domande e la maggior parte dei passanti si dimostra tollerante nei confronti di curiosi e giornalisti. Fino ad arrivare alla piazza principale del paese, intitolata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dove lo scenario ha del surreale e fra telecamere e microfoni di giornalisti venuti anche da molto lontano, l’impressione è quella di trovarsi quasi su un set cinematografico. E i paesani sono le comparse ideali di questo film in presa diretta. Gli umori sono diversi: i più giovani di Totò u curtu sanno poco, giusto quello che c’è da sapere. La mafia, loro, l’hanno «solo sentita nominare» e la vivono oggi come un fenomeno molto distante. «Mafia e politica sono d’accordo, lo saranno sempre, non credo che questo cambierà mai», dice un anziano della piazza. Corleone, però, è diversa secondo lui, e lo è da tempo ormai. «Basta passare qualche giorno qua per innamorarsi del paese», spiega un altro signore. «Per noi è una brava persona!», si limita invece a dire un’anziana signora a braccetto con la figlia. Tra pareri e sensazioni diverse, sono tutti concordi nel vederla come una morte uguale alle altre, che poco o niente cambierà alla città: «Ha il nostro rispetto, è pur sempre una persona che adesso non c’è più, malgrado quello che ha fatto», è il concetto a cui si aggrappano tutti.

È giusto gioire per la morte di Totò Riina? Epicuro risponde, scrive il 17 novembre 2017 "Blasting News". V. Cabbia Autore della news (Curata da M. Calamuneri). Salvatore 'Totò' Riina ha smesso di vivere. Precisamente alle ore 3.37 del 17 novembre 2017. Dopo due operazioni e 5 giorni di coma, non ce l'ha fatta. Era ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma, in regime di 41 bis (il carcere duro per i reclusi più pericolosi) ormai da 24 anni. Date le condizioni di salute, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha concesso il permesso straordinario ai famigliari di poter vedere il detenuto. La famiglia, però, non ha avuto il tempo di vederlo in vita. L'uomo stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi. E, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, per gli inquirenti era ancora il capo di Cosa nostra. Sui social c'è molto movimento tra commenti, ingiurie verso #Riina, espressioni di felicità per la sua morte. La figlia minore, Maria Concetta, su Facebook non ha rilasciato commenti, ma ha postato solamente un immagine di un una rosa nera, sovrastata dal volto di una donna che emerge da un sfondo scuro e un dito che sulla bocca con su scritto “shhh”, per indicare il silenzio. Come reagire alla notizia della morte di un uomo che ha commesso così tanti omicidi ed ha impartito così tanto dolore? Come poter avere una visione chiara della vicenda? Come dovremmo reagire di fronte alla morte di quest'uomo? È moralmente accettabile gioire per la sua morte? Queste sono alcune tra le domande che hanno attraversato la mente di molti italiani che, aprendo i giornali, hanno appreso della scomparsa del boss della Mafia siciliana. Per avere una visione completa della questione, bisogna partire dal presupposto che ogni individuo sceglie le proprie convinzioni e i propri valori, in base alla proprie esperienze e a delle valutazioni personali. Questa ontologia soggettiva si riflette nelle azioni quotidiane, e giustifica, secondo il soggetto, la bontà del proprio agire nel mondo. Nel caso particolare, troviamo un uomo, che più volte ha affermato di non essere pentito dei propri atti, che ha rilasciato dichiarazioni pesanti da cui non trapelano vacillamenti né tanto meno quel senso di pentimento che soddisferebbe la 'sete di vendetta' che potrebbe soddisfare i familiari degli omicidi da lui commessi e dal popolo italiano intero che ha subito gravi affronti da quest'uomo. Dovendo quindi rispondere alla domanda se sia giusto o meno 'gioire' per la morte di Totò Riina, il primo passo è analizzare la condizione terrena dell'ultimo periodo del detenuto. Siamo di fronte quindi ad un uomo malato, che dichiara con forza di non avere rimorsi, ma di cui alla fine non possiamo scrutare i veri pensieri e un'eventuale sofferenza interiore che è sempre stata celata. Si è di fronte ad un soggetto che negli ultimi 24 anni della propria vita è stato condannato al regime peggiore per i carcerati in Italia – il 41bis – e che durante la fine della sua vita, data l'età, si è ammalato gravemente. Queste però, non sono condizioni sufficienti a decretare in modo oggettivo che il suo stato d'animo fosse inquieto, o che comunque stessa passando quel 'contrappasso dantesco' che tutti desidererebbero per dichiarare che giustizia è stata fatta anche dal punto di vista morale. La redenzione di Totò Riina, per quanto imperscrutabile, sembra dunque che non sia avvenuta, ad ogni modo, ciò non dovrebbe influire nella reazione del lettore nel momento in cui apprende la notizia.

La concezione della morte secondo Epicuro. Il filosofo greco #Epicuro, infatti, ci invita a riflettere sul concetto stesso di morte, affermando che: “La morte per noi non è nulla: ciò che infatti è distolto è insensibile, e ciò che è insensibile non ha niente a che fare con noi”. Il concetto risulta più chiaro considerando anche ciò che egli dice nelle sua 'Lettera sulla felicità', dove ci suggerisce di prendere “dimestichezza con il pensiero che per noi la morte non è nulla, perché tutto il bene e tutto il male risiedono nella sensazione, e la morte è privazione di sensazione […] cosicché è sciocco che dice di temere la morte non perchè sia dolorosa quando c'è, ma perchè addolora quando deve ancora venire; in effetti ciò che, presente, non dà turbamento, non è ragionevole che provochi dolore quando lo si aspetta. Il più tremendo dei mali dunque, la morte, per noi non è nulla, dal momento che quando ci siamo noi la morte non c'è e quando c'è la morte non ci siamo più noi. Quindi non è nulla né per i vivi né per i morti, perchè rispetto agli uni non c'è, rispetto agli altri sono questi a non esserci”.

La giustizia e la saggezza come elementi fondamentali per la felicità umana. Da queste parole, si può comprendere come, sebbene ci si trovi davanti alla morte di un uomo che si è imposto nella società danneggiando tanti individui in modi ingiustificabilmente crudeli, la sua morte non ha influito nelle sue sensazioni, e non deve influire nemmeno su quelle altrui. Epicuro espone brutalmente il proprio pensiero sulla morte, dal quale non si riesce ad uscirne soddisfatti da un punto di vista prettamente emotivo ed egoistico. Per analizzare la questione in modo formale dal punto di vista filosofico si dica che il filosofo aveva ben chiaro cosa fosse per lui la giustizia. Infatti, egli stabilisce che: “Il giusto secondo natura corrisponde a ciò che si rivela utile per non danneggiare gli altri e non essere da essi danneggiati” (aforisma 31). Il pensatore, inoltre, non crede sia possibile discernere tra un comportamento virtuoso e il raggiungimento della felicità, in quanto: “Non è possibile vivere felici senza condurre una vita saggia, specchiata e giusta, né condurre una vita saggia, specchiata e giusta senza essere felici. Chi non realizza questa condizione, ovvero non vive in modo assennato, specchiato e giusto, non può vivere felice”. Epicuro dunque, stabilisce dei criteri entro i quali l'uomo può essere definito saggio, e quindi felice, canoni in cui il comportamento di Totò Riina, con certezza, non rientra. Il filosofo, inoltre adduce che: “Non sono i conviti e le feste continue, né la pratica sessuale con donne e fanciulli [l'omosessualità era una pratica molto diffusa nell'antica Grecia], né il pesce pregiato e tutto quanto offre una mensa raffinata a rendere la vita felice, ma il lucido calcolo che valuta le cause di ogni scelta in positivo o negativo. Di tutte queste cose il principio e il bene maggiore è la saggezza […] che insegna come non sia possibile vivere felici se non si conduce una vita ragionevole, specchiata e giusta. Le virtù sono infatti connaturate alla vita felice e la vita felice è da esse inscindibile.”

Concludendo. Si è di fronte ad una condanna di un comportamento da parte di un grande filosofo, che però, non consola e non soddisfa l'uomo comune in quanto viene esclusa a priori la possibilità della gratificazione degli impulsi più istintivi e naturali di vendetta. Il punto è, che come suggerisce l'epicureismo, si dovrebbe ricercare i motivi e le ragioni della nostra felicità nel proprio io, per arrivare ad una situazione di atarassia, che non è condizionata dagli eventi esterni. L'atarassia corrisponde a quello stato d'animo pieno, ordinato, in contrapposizione al vuoto e al marasma che possono prevaricare la razionalità del soggetto imponendogli sofferenza e caos. Secondo Epicuro “Il saggio né rifiuta il vivere né teme il non vivere, perchè né è contrario alla vita, né ritiene che ci sia qualcosa di male nella non-vita”. L'individuo che si pone come ideale da conseguire la saggezza, deve necessariamente essere indipendente nel pensiero e riuscire a controllare la propria emotività, sebbene l'ambiente esterno possa essere in tumulto, in modo da dominare e sopportare i dolori fisici e morali. La brutalità del pensiero di Epicuro ci fa riflettere dunque sul fatto che la morte di un uomo, seppur abbia commesso atti spregevoli, non deve tangere in alcun modo il lettore, né in senso positivo né in senso negativo. Il fatto che Totò Riina abbia cessato di esistere non è qualcosa per cui dovremmo provare un qualsiasi tipo di sentimento, per il semplice fatto che essa sostanzialmente non ci riguarda. Ciò non significa che la fine della vita del Boss mafioso non ci può lasciare spunti di riflessione o dei dubbi, ma piuttosto dovrebbe non coinvolgerci dal punto di vista emotivo, lasciando spazio ad una lucida riflessione sul percorso di quest'uomo, in modo da conoscere ed essere informati su ciò che ha sbagliato, e non tanto sulla gratificazione personale che la sua morte dovrebbe darci. 

BADPAESE: Totò Riina, il ruolo della giustizia ed il peso della vendetta, scrive su "Superuovo" Elia l'8 giugno 2017. Quali sono i fatti? Riina ha 86 anni, soffre di disturbi cardiaci e neurologici, ha un tumore al rene e non è nemmeno in grado di mettersi seduto da solo; per questi motivi è stato più volte ricoverato negli ultimi anni. Questo non significa affatto che debba essere automaticamente trasferito agli arresti domiciliari, considerata l’entità della sua pena e la sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha analizzato le motivazioni addotte dal Tribunale di Bologna e ha rilevato che sono incomplete e in alcuni casi contraddittorie. Non ha scritto da nessuna parte cosa bisogna fare nel caso concreto, perché non è il ruolo della Cassazione: non decide sul fatto in questione, ma controlla solamente se è stato rispettato il diritto, le forme; in questo caso l’obbligo di motivazione non è stato del tutto adempiuto dal giudice di Bologna, e quindi ha rimesso a lui la decisione. Anche la tanto evidenziata espressione sul ‘Diritto ad una morte dignitosa’ non va letta come un invito al differimento della pena ai domiciliari, perché si può morire dignitosamente anche in carcere. Evitiamo quindi di lasciarci andare a facili polemiche o a riflessioni sdegnate, non ce n’è alcun bisogno. Ma spostiamoci ora sulla reazione sociale a questa ‘non notizia’. In tanti, tantissimi hanno urlato allo scandalo, all’ingiustizia, alla vittoria della mafia e all’affronto alla memoria di Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime di Cosa Nostra. Tra le frasi più gettonate “Perché mai dovremmo concedere una morte dignitosa a Totò Riina, che non l’ha concessa alle sue vittime?”. Questa frase ad effetto esprime al pieno il problema: quale deve essere il ruolo della giustizia penale? La legge deve essere uguale per tutti, punto e basta. Il fatto che Riina sia un personaggio orribile, che abbia commesso crimini atroci e che non si sia mai pentito non può e non deve influire sui suoi diritti in modo superiore rispetto a quanto prevede la legge. Lo Stato non può provare rabbia, rancore, desiderio di vendetta, non può fare uno ‘strappo alla regola’ perché questo particolare detenuto è uno scarto umano, non può negare a qualcuno i diritti riconosciuti a tutti. Soprattutto, lo Stato non può trattare in modo crudele un detenuto perché questi è stato crudele con le sue vittime: farlo significherebbe che lo Stato utilizza lo stesso metro morale della mafia, che si adegua alla barbarie mafiosa utilizzando la stessa moneta.

Cosa distinguerebbe allora lo Stato dalla mafia? Lo Stato, con la condanna penale, limita la libertà personale del condannato, ma non elimina il diritto alla vita né il diritto alla salute, e quindi il diritto a morire in modo dignitoso. Negarlo costituirebbe un trattamento ‘inumano e degradante’, vietato sia dalla Costituzione che dalle convenzioni internazionali. Non lasciamoci prendere dalla rabbia che giustamente ci provoca vedere la faccia di Riina, non lasciamo che il comprensibile sentimento di vendetta sovrasti i concetti di giustizia e i principi di giustizia sui quali il nostro Stato e la nostra Costituzione si fondano (ma ancor prima, ogni Stato di diritto). Qual è la riflessione di fondo che possiamo trarre da questa vicenda? A mio avviso che bisogna sempre ragionare con la testa, mai con la pancia, mai sull’onda delle emozioni, perché questo estremizza le idee, radicalizza i concetti, svuota i ragionamenti di contenuto critico, fino a ridurre tutto ad un giudizio di ‘del tutto bianco o del tutto nero’, ‘del tutto giusto o del tutto sbagliato’. Se questo modo di pensare di declina nell’ambito penale si arriva a processi mediatici, volontà di condanne esemplari, accettazione della tortura, cancellazione dei diritti per chi ha commesso gravi reati (attenzione, questi non sono esempi qualunque, sono concetti espressi da milioni di persone sui social e cominciano a diventare anche slogan politici) Ed ecco che scompare lo Stato moderno. Vi prego, quindi, di valutare sempre tutte le conseguenze delle parole e delle idee, prima di dirle o di scriverle. Per ricordare ancora una volta il valore della vita umana, di ogni vita umana, mi affido alle parole del compianto Marco Pannella, in occasione del rapimento di Aldo Moro: “Io penso […] che una solidarietà nei confronti di chi vede ammazzati i propri cari possa essere espressa solo a partire dal momento in cui una certezza ci domina: che in qualsiasi momento […], innanzitutto per il colpevole prima che per l’innocente, la vita è considerata sacra. E in questo Parlamento repubblicano, da radicale non violento quale sono, rivendico questo principio di civiltà: per il colpevole la vita sacra, senza di che non ha senso piangere i morti che ci cadono accanto…”.

Morte di Riina, la figlia Maria Concetta ai giornalisti: "Vi denuncio". "Ho tre figli piccoli, devo tutelarli". Il legale: "Questo è scandalismo". Arriva anche la vedova. "Non vi voglio neanche vedere", dice ai cronisti, scrive il 18 novembre 2017 "Quotidiano.net". Si è tenuta stamattina l'autopsia sul corpo di Totò Riina, il boss di Cosa Nostra morto ieri all'ospedale di Parma dopo un ricovero iniziato a dicembre 2015 e da una decina di giorni in terapia intensiva. Oltre al medico legale Rosa Gaudio, nominato dalla Procura, era presente anche un consulente tecnico incaricato dalla famiglia Riina.  Sul decesso è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, escamotage evidente per consentire gli accertamenti medico-legali. Qualche tensione vista la presenza della figlia del boss dei boss, Maria Concetta, che si è scagliata contro i cronisti: "Ho dei figli minori, non ho niente da dire. Vi denuncio", accusa la maggiore dei quattro figli di Totò. E specifica: "Ho tre bambini piccoli che vedono la foto della madre sui giornali. Forse voi non avete capito. Ho dei figli da tutelare, per cortesia smettetela" ha ripetuto la donna, accerchiata da fotografi e cameramen, chiedendo "rispetto per il dolore di una famiglia" e non rispondendo alla richiesta di spiegare il messaggio postato ieri su Facebook, dove invitava al silenzio. Maria Concetta Riina è poi entrata nell'istituto, 'scortata' dal suo legale e accompagnata da personale delle forze dell'ordine. All'Istituto di Medicina legale di Parma è arrivata anche la vedova di Riina, Ninetta Bagarella, accompagnata dal figlio Salvo. Sono giunti a bordo di una Panda e Salvo ha aperto la portiera alla madre, prima di entrare da una porta sul retro. "Fatemi camminare, non vi voglio neanche vedere", ha detto Ninetta Bagarella ai cronisti.

IL LEGALE - "Là c'è un cadavere, ve ne dovete andare, questa non è stampa. Questo è scandalismo", ha detto invece l'avvocato Luca Cianferoni, difensore di Totò Riina e legale della famiglia del boss di Cosa Nostra, all'ingresso della Medicina Legale dell'ospedale di Parma che custodisca la salma del capo mafia. E ancora: "Ma come si permette?", ha risposto a un cronista che gli ricordava come Riina non si sia mai pentito, fino all'ultimo. Infine il legale scrive una nota all'Ansa che insieme alla collega Tiziana Dell'Anna condanna "l'aggressione nei modi condotta da giornalisti e fotografi davanti al portone dell'Istituto di Medicina Legale dell'Ospedale Maggiore di Parma nei confronti della signora Maria Concetta Riina, madre di tre figli minori in età scolare". E aggiungono che "si riservano di inoltrare immediato esposto agli Ordini professionali di appartenenza e ogni altra azione in ogni sede".

Riina: è morto un miserabile ma non sarà la ferocia contro di lui a renderci migliori, scrive Giulio Cavalli il 17 novembre 2017 su "Left". Quando muoiono diventano tutti buoni. Tutti. Quando muore un uomo di mafia come Riina, con un curriculum di morti ammazzati che fa spavento e che include alcuni degli uomini migliori della storia di questo Paese allora diventa lo slancio per dare a lui tutta la ferocia che ci siamo trattenuti per quelli che se ne sono andati e non abbiamo mai avuto voglia di scrivere cosa ne pensavamo davvero. È morto Riina e tutto il Paese, anche oggi, ha il suo rito quotidiano di ferocia collettiva: oggi è un “liberi tutti” per scrivere tutta la bile e lanciare la macabra danza dello sputo sul cadavere. Eppure la ferocia contro Riina non ci renderà migliori. No. Non servirà alla battaglia antimafia, che invece ha bisogno di sprezzo e sdegno e denuncia contro quelli che sono vivi; non servirà a scardinare i poteri e la politica che con Riina hanno trovato un ottimo (e omertoso) sacchetto dell’umido in cui deviare l’indignazione che sarebbe andata a loro; non servirà al processo di sgretolamento del falso mito, che ne esce rinforzato da un Paese intero che esulta per la sua morte; non sarà utile alla verità e alla Storia che avrà gioco facile nel far credere che con Riina muore una mafia che invece è vivissima, molto più urbana e che si è disfatta di Riina ‘ù Curtu quando ha intrapreso la via della sommersione e della cautela. Per carità: è morto un miserabile, vero. Uno di quelli che è riuscito a incarnare perfettamente tutti gli spigoli peggiori di Cosa Nostra: sanguinario, in guerra con lo Stato, nemico della verità, assetato di potere, violento, corrotto e corruttore, prepotente e fiero della propria criminalità. Ma ognuna delle caratteristiche di cui superficialmente potremmo pensare di esserci liberati con la sua morte ha una faccia e un nome che non è Riina e molti dei suoi tentacoli oggi si esibiranno nel fiume di ferocia vendicativa. E invece con la morte di Riina se n’è andata, ancora una volta, un pezzo di verità e di giustizia. E non sarà la ferocia a riempire questa fame. Non basterà.

Totò Riina e la coscienza dello Stato, scrive il 17 novembre 2017 Roberto Bertoni su "Articolo 21". Totò Riina non c’è più e, come nel caso di Provenzano, non saremo noi a esultare o a sputare sulla bara di un criminale assassino con circa trecento vittime sulla coscienza e ventisei ergastoli sulle spalle. Preferiamo riflettere, al contrario, sulle ragioni per cui un personaggio del genere sia potuto rimanere latitante per un quarto di secolo, continuando peraltro a impartire ordini anche dal carcere di Parma dove era recluso al 41 bis.

Preferiamo riflettere sulla vera natura della mafia siciliana e sulle responsabilità della politica, di chi l’ha protetta, di chi se ne è servito, di chi ha fatto finta di niente, di chi ha asserito per decenni che la mafia non esista e di chi è arrivato addirittura a sostenere che ci si debba convivere, voltando costantemente la testa dall’altra parte, negando dignità alle innumerevoli vittime d questa piovra e, di fatto, uccidendole una seconda volta. Su Riina c’è poco da dire: la sua biografia è nota, la sua barbarie pure, il sangue che è stato versato su suo ordine è stato al centro delle cronache, politiche e giudiziarie, per circa mezzo secolo, le sue vittime sono eroi e martiri ormai riconosciuti quasi all’unanimità. Ciò su cui vale la pena riflettere, dunque, è se questo contadino, divenuto boss di Cosa Nostra e, infine, Capo dei capi, sia stato davvero il mandante di questa infinita mattanza o se non fosse, piuttosto, una pedina al servizio di interessi superiori o, magari, entrambe le cose. La morte di Riina, infatti, porta con sé tanti, troppi misteri mai risolti e sui quali, d’ora in poi, sarà ancora più difficile provare a far luce; porta con sé i non detti, i punti oscuri e le trame luride che, da Portella della Ginestra in poi, hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, passando attraverso gli omicidi illustri, le stragi e i condizionamenti politici che hanno, ad esempio, sfregiato Palermo, vittima del sacco edilizio che, a partire dagli anni Cinquanta, ha sostituito le ville in stile Liberty con un’oscena colata di cemento che, purtroppo, non si è mai fermata. Riina, pertanto, è certamente figlio di una tremenda storia criminale ma è, al tempo stesso, il frutto avvelenato di una terra in cui prospera il gattopardismo, in cui tutto cambia affinché tutto resti com’è, in cui i Pio La Torre, i Dalla Chiesa, i Chinnici, i Cesare Terranova, i Falcone, i Borsellino e altri personaggi del medesimo livello sono sempre stati considerati estranei, alieni e pericolosi anche da parte di alcuni di coloro che li avrebbero dovuti sostenere e supportare. Quando venne assassinato il generale Dalla Chiesa, una mano ignota scrisse che, con la sua tragica fine, era morta la speranza dei siciliani onesti. Con la morte di Riina, purtroppo, non è finita la mafia, non è rinata la speranza di nessuno e il rischio, anzi, è che a tirare un sospiro di sollievo, in questo momento, siano proprio coloro di cui “Totò ‘u curtu”, com’era soprannominato, conosceva segreti che li avrebbero senz’altro rovinati. Se n’è andato un farabutto, lo Stato ha avuto nei suoi confronti la pietà e la dignità che egli non ha mai mostrato nei confronti delle due vittime e, almeno di questo, possiamo dirci soddisfatti. Di tutto il resto no, a cominciare dalla squallida ipocrisia di tanti personaggi che, pur potendo, la mafia non l’hanno mai combattuta per davvero e oggi si trincerano dietro a qualche commento strumentale e di maniera al fine di nascondere la propria ignavia.

Ecco i mondi di sotto e di sopra che Riina si porta nella tomba, scrive Giuseppe Sottile i Sabato 18 Novembre 2017 su "Live Sicilia". Dal Foglio. Con la sua morte scompare la Cosa nostra stragista. Perde forza anche l'antimafia dei teoremi. I giornalisti coraggiosi che giorno dopo giorno vi descrivono una mafia potente e invincibile vorrebbero che non lo dicessimo. Vorrebbero ridurci al silenzio, con le buone e con le cattive, anche quelle confraternite conventicolari che giorno dopo giorno vi raccontano il romanzo nero dei mandanti occulti, dei servizi deviati, delle trame oscure; e che fantasticando di uno Stato complice dietro le stragi del ’92 vorrebbero farvi credere che solo il giudice Nino Di Matteo, candidato dai grillini a un incarico di governo, potrà svelare un giorno, grazie al suo zelo e al suo incontaminato candore, le immonde verità nascoste sotto il sangue versato da Giovanni Falcone, da Paolo Borsellino e dai loro uomini di scorta. Invece le cose da dire vanno subito dette. A cominciare dal fatto che ieri notte, alle 3:37, quando in un carcere di massima sicurezza è spirato Totò Riina, sanguinario boss dei corleonesi, è morta non solo la mafia stragista – quella che con il tritolo voleva condizionare la vita della repubblica e la libertà di tutti noi; ma è morta anche l’antimafia delle imposture – quella che ha costruito la boiata pazzesca della Trattativa e che, su quel teorema, ha affilato ogni arma per mettere alla gogna i propri avversari politici e acquisire meriti per future carriere, per future investiture. L’ultimo rigurgito, come ricorderete, risale a poche settimane fa. Si era alla vigilia delle elezioni in Sicilia e la confraternita degli incappucciati – di quelli cioè che grufolano nei sottoscala delle procure, sperando sempre di trovare una cartuzza buona per sputtanare qualcuno – già pregustavano nuovi giorni di gloria perché, sbobinate le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano, detenuto nel carcere duro di Ascoli Piceno, era riapparso nei cieli alti del mascariamento il nome brillante e seducente di Silvio Berlusconi, da oltre vent’anni bersaglio immobile di quella filiera giudiziaria per la quale l’unica soluzione possibile per i problemi dell’Italia è un governo dei giudici. Ma l’assalto all’ex premier si è rivelato nient’altro che una Caporetto: chiamato a testimoniare nel processo che si celebra nell’aula bunker dell’Ucciardone, il boss che nel cortile del carcere aveva smozzicato il nome di Berlusconi si è avvalso della facoltà di non rispondere; e quando dalla procura di Firenze è trapelata, con cronometrico tempismo, la notizia dell’avviso di garanzia notificato al leader di Forza Italia – bollato, va da sé, come mandante occulto delle stragi – i titoli dei giornali, per la verità molto modesti, non hanno sortito l’effetto devastante che lo scoop avrebbe meritato, almeno nelle intenzioni di chi lo aveva architettato. Le elezioni siciliane, per Berlusconi, sono andate benissimo. Stavolta la macchina del mascariamento non ha funzionato. Segno che all’antimafia delle confraternite e dei giudici onnipotenti ormai non crede più nessuno. La morte di Riina non potrà che accelerare la disfatta. Con il fallimento dell’ultimo assalto al fortino dell’odiatissimo Cavaliere eravamo al crepuscolo. Con la scomparsa del capo dei capi il tramonto del giustizialismo, condotto in nome di una titanica lotta a Cosa nostra, sarà pressoché inesorabile. A Riina, che pure dal 1993 era seppellito con tutti i suoi gregari dietro le doppie sbarre di un carcere di massima sicurezza, impietoso e invalicabile, l’antimafia delle trame infinite continuava ad attribuire ogni nefandezza. Se un magistrato di Palermo voleva ad esempio guadagnarsi le prime pagine dei giornali come un venerato eroe della legalità e dell’intransigenza, si inventava la revisione di un qualunque processo nel quale, puntualmente, Riina diventava il principale imputato. Giorni e giorni di udienze, giorni di tribune mediatiche, giorni di interviste e di talk-show. Poi arrivava la sentenza d’assoluzione e si ricominciava da capo, altro giro altra corsa. Chiusa la stagione spettacolare dei processi inutili (e anche costosi, ma guai a parlarne) l’antimafia degli intrepidi, sempre alla ricerca delle verità indicibili e sommerse, ha dato il via a una nuova tecnica investigativa: l’intercettazione ambientale dei boss detenuti, sorpresi dagli astuti investigatori a discutere nel cortile del carcere durante l’ora d’aria. La scena è questa: il mafioso chiacchiera con un altro malacarne, suo compagno di detenzione, ben addestrato nell’arte provocatoria, ma non sa che tutto intorno centinaia di cimici stanno registrando ogni sua confidenza, ogni suo sussurro, ogni suo inconfessabile proposito di vendetta. La serie, manco a dirlo, si è aperta proprio con Totò Riina, il regista di tutte le stragi, il boss che voleva piegare i giudici alla sua legge, che voleva cancellare le sentenze della Cassazione, che voleva intimidire lo Stato. Era murato vivo nel carcere di Opera, a Milano. Ed è lì che i magistrati antimafia hanno catturato per quasi un anno tutti i suoi discorsi, tutte le sue parole, comprese le farneticazioni e le inevitabili minchiate. Ne è venuto fuori un brogliaccio clamoroso di cose dette e non dette, di allusioni e insinuazioni, di minacce e intimidazioni. Parole e parolacce per tutti e contro tutti: per i picciottazzi che si pentirono e lo tradirono, come Giovanni Brusca o Salvatore Cancemi; e per i magistrati, come Di Matteo, che “si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce: e allora organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non ne parliamo più”. Ma, al di là di queste sparate lugubri e invereconde, è venuto fuori soprattutto il ritratto di un Riina rancoroso e irruento, con gli occhi e la testa rivolti sempre all’indietro, agli anni nefasti dell’ultima guerra di mafia quando i “viddani” di Corleone, con i loro piedi incretati e i kalashnikov nascosti sotto lo scapolare, cominciarono a sterminare i boss che regnavano incontrastati su Palermo – da Giovanni Bontade, detto “il principino”, a Peppe Di Cristina, da Totuccio Inzerillo alla stirpe dei Galatolo – e lentamente si impadronirono di tutte le leve di comando; di quelle leve che macinavano potere e miliardi, dagli appalti alla droga. E’ stata una confessione lunga, anche se a trattati confusa o incomprensibile, quella che le spie piazzate nel carcere di Opera strapparono a Totò Riina, detto ’u curtu. Una confessione che, nonostante l’impegno di un gruppo di investigatori particolarmente attenti al linguaggio limaccioso dei mafiosi, non rivelò nessun’altra verità se non quella già acclarata dai processi e scolpita nelle ventisei sentenze che hanno condannato all’ergastolo non solo Riina ma anche i suoi colonnelli, primo fra tutti quel Leoluca Bagarella che rimane ormai uno dei pochi sopravvissuti alla catastrofe. Perché – piaccia o no alle confraternite dell’antimafia chiodata – è venuto il momento di dire e di ribadire che, dopo tante lotte e tanto sangue sparso sulle angustiate terre di Sicilia, lo Stato ha vinto e la mafia ha perso. E che il mito di una Cosa nostra potente e invincibile serve ormai, quasi esclusivamente, a mantenere in vita quegli apparati, a cominciare dalla pomposa e inutile Commissione parlamentare presieduta da Rosy Bindi, messi in piedi negli anni della mattanza quando l’unico obbiettivo di Falcone e Borsellino, ma anche di tanti altri onesti investigatori e magistrati, era quello di trovare comunque una via di uscita, un modo spiccio e immediato per agguantare i boss e spezzare finalmente la catena dei delitti. Questo non significa, sia chiaro, che con la scomparsa di Riina si possa considerare morta anche la mafia, quella gramigna malefica che da sempre opprime e dissangua la Sicilia. Ma bisogna anche considerare il fatto che gli ultimi arresti di Palermo e le analisi condotte dalle procure più attente e responsabili ci dicono una sola cosa: che la mafia c’è ed è ancora viva e vegeta; ma è un’altra mafia. Diciamolo, piaccia o no a quelli che ancora ne coltivano il mito: non c’è più la mafia organizzata in maniera piramidale, con i membri della commissione che eleggevano la cupola e con un patriarca, come Michele Greco re di Ciaculli, che diventava l’onnipotente Papa del malaffare e di tutte le criminalità riunite. Non c’è più la ripartizione protocollare delle competenze e delle influenze come c’era ai tempi di Angelo Siino che prima di saltare il fosso e pentirsi era stato addirittura “ministro” dei Lavori pubblici in nome e per conto di Totò Riina. Non c’è più il “mandamento” secondo lo schema territoriale descritto da Tommaso Buscetta, il pentito che con le sue rivelazioni, ruppe la diga dell’omertà e portò oltre quattrocento boss nell’aula del maxi processo. Non c’è più insomma la mafia dei centonovanta omicidi all’anno nella sola Palermo: quelle bande e quei clan sono stati rasi al suolo dallo Stato, a quel tempo personificato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due giudici che hanno pagato con la vita il loro impegno nella società e nelle istituzioni. La mafia che Riina, morendo, lascia invece in eredità è un’organizzazione sfilacciata, che si muove soprattutto nelle periferie e che trova persino difficoltà a controllare i vecchi mandamenti perché c’è sempre un vecchio boss che, da un momento all’altro, potrebbe uscire da galera e riprendere i fili del racket. E’ una mafia spicciola ma tentacolare, con gerarchie mutabili e spesso indistinte, che raccoglie tutto quello che può raccogliere, dalla guardianìa alla estorsione. Anche il pizzo di duecento euro al mese. Ed è per questo forse che i più disincantati cominciano a chiamarla “la mafia dei muzzunara”, alludendo così al rito miserabile dei poveracci che un tempo, non avendo la possibilità di acquistare le sigarette, raccoglievano da terra i “muzzuna”, cioè le cicche. Una sottovalutazione certamente eccessiva, ammettiamolo. Contro la quale, ed è persino ovvio, cominciano a mobilitarsi i puri e duri dell’antimafia militante per quali non si può nemmeno ipotizzare un adeguamento degli apparati investigativi alle nuove dimensioni e alla nuova stratificazione che il fenomeno presenta. “Guai ad abbassare la tensione”, sermoneggiano nei rari cortei che si vedono in giro. E così sermoneggiando avviano inchieste e contro inchieste per dimostrare che, dopo la morte di Riina e la scarcerazione dei tanti boss che hanno già scontato la pena, si aprirà l’immancabile guerra di successione; e che dopo la guerra – contati i morti e i feriti, i caduti e i risuscitati – si ricostituiranno cupole e mandamenti. Un modo come un altro per perpetuare l’emergenza, per rinominare dopo le elezioni una nuova Commissione antimafia e per affermare il principio in base al quale ci salveremo solo se la politica si farà da parte consegnando il potere nelle mani di magistrati indomiti e indomabili. Come Piercamillo Davigo, come Nino Di Matteo.

Il magistrato Alberto Cisterna: «Non ci sarà più un capo dei capi», scrive Rocco Vazzana il 18 Novembre 2017 su "Il Dubbio". «Con la morte del giudice Scopelliti, sui corleonesi scatta una trappola. In cassazione arrivano due procuratori generali bravissimi, e viene rimosso Corrado Carnevale…» «Cosa nostra, secondo me, non avrà mai più un capo». Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale di Roma, è un magistrato con un lungo curriculum antimafia alle spalle. Prima sostituto procuratore in Dda a Reggio Calabria e poi vice di Piero Grasso alla Direzione nazionale antimafia. Nei primi anni Novanta, da Gup, ha giudicato Riina per l’omicidio del giudice Scopelliti. «Ho avuto modo di confrontarmi con lui faccia a faccia», racconta.

Dunque, possiamo dire che è morto il capo dei capi di Cosa nostra?

«È morto quello che sicuramente è stato il capo di Cosa nostra fino a tutti gli anni Novanta, l’uomo che anche dal carcere è rimasto a lungo il punto di riferimento per tutta l’organizzazione. Poi probabilmente questo suo ruolo è venuto meno. Io ho l’impressione che già con la sua cattura si fosse chiuso un ciclo».

Eppure in molti sostengono che Riina fosse ancora il capo assoluto della mafia siciliana…

«La mia idea è che non fosse in condizioni di dominare il mondo come qualcuno ha sostenuto. E poi è improponibile, a mio avviso, ritenere che la mafia, per come la raccontiamo, si possa ridurre a Totò Riina, un “viddanu”. C’è una sproporzione che deve essere ridotta tra ciò che i processi hanno accertato e ciò che si è determinato nell’immaginario collettivo. Ma ricondurre al reale l’immaginario è un’operazione complicata, contro cui si contrappongono forze importanti di questo Paese. E non mi riferisco solamente a forze politiche, ma a robuste centrali culturali che tengono in piedi l’idea che la mafia sia quella lì. Spero che la morte di Riina aiuti a riaprire una riflessione serena su questo tema».

E che cos’è la mafia allora?

«Cosa nostra è un’organizzazione criminale fondata su una sopraffazione sistematica che ha realizzato profitti enormi e che ha sicuramente avuto relazioni con la politica. Ma quando ha sfidato frontalmente lo Stato è stata distrutta. Segno che, contrariamente ai veri poteri deviati di questo Paese, è stata sempre concepita come un corpo estraneo al sistema. Il Paese è in mano a bande massoniche deviate e faccendieri, rispetto ai quali Riina costituisce una schermo di attenzione che ha consentito alla corruzione di proliferare indisturbata. Bisognerebbe porsi una domanda: come mai, in base alla narrazione della mafia immaginaria, non c’è neanche un mafioso tra i Panama papers? Per non parlare della lista Falciani o della stessa Loggia P2».

Chi ha preso il posto di Riina nell’organizzazione?

«Nessuno. Cosa nostra, secondo me, non avrà mai più un capo. È impossibile per il semplice fatto che non ce n’è più bisogno. Anche in passato, non è che Cosa nostra avesse un capo riconosciuto ed eletto, aveva un dittatore autoproclamato, ‘ l’uomo che volle farsi re’ distruggendo tutti gli avversari. Nessuno per fortuna ha più quella forza. Lo ripeto da più di dieci anni, la mafia è come i VoPos comunisti sul muro di Berlino: potevano sparare, ma non potevano sparare. Non ci sono più le condizioni politiche che consentano l’uso della violenza. E poi, dispiace dirlo, ma la morte in carcere di Riina e Provenzano ha un valore esemplare per i mafiosi e per la sorte che gli spetta».

Lei ha processato Riina a Reggio Calabria, che impressione ha avuto?

«Ho avuto modo di confrontarmi con lui faccia a faccia in una delle rare volte in cui Riina è stato presente in aula di Tribunale, poi è iniziata la stagione delle video conferenze. Ero Gup dell’udienza preliminare del processo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti. A Reggio Calabria arrivarono tutti i capi di Cosa nostra: Pippo Calò, Madonia e ovviamente lo stesso Riina».

Cosa ricorda di quei giorni?

«Riina arrivò a Reggio, in una città in stato d’assedio, subito dopo la sua cattura. Era un uomo piccolo di statura, da cui il nome “u Curtu”, ma ancora vigoroso e stava in una gabbia isolata rispetto agli altri componenti della Cupola. Ricordo che chiese a sorpresa di rendere dichiarazioni spontanee. Mi disse che non c’entrava niente con quella storia, che era un semplice contadino, che non era mai stato in Calabria e che nel giorno dell’omicidio stava insieme alla sua famiglia. Non abbassava mai lo sguardo, era molto presente. Ricordo anche una serie di aneddoti, come quando gli fu recapitata una scatola di cannoli siciliana dai parenti. Lui la guardò e rivolgendosi a un carabiniere, in dialetto palermitano, gli disse di buttarla perché temeva fossero cannoli avvelenati».

In quel processo furono tutti assolti…

«Sì, quell’omicidio è rimasto senza mandanti, è un vero e proprio buco nero. Si è sempre detto che la morte di Scopelliti fosse attribuibile ai corleonesi ma i processi non hanno mai dimostrato questa tesi. Sono stati tutti assolti».

Ma allora perché fu ammazzato Scopelliti, sostituto procuratore generale in Cassazione che avrebbe dovuto rappresentare l’accusa contro gli imputati del maxiprocesso?

«È un omicidio strategico e probabilmente solo in parte un omicidio di mafia. A guardarne gli effetti sicuramente ha finito per danneggiare Cosa nostra, e in modo irreparabile. Nel 1991 Riina e i suoi erano fortissimi. È l’omicidio che ha decretato l’inizio della fine della mafia siciliana e Riina lo aveva compreso forse. La stagione delle stragi e tutto ciò che è accaduto dopo ha una sola origine: l’omicidio di Antonino Scopelliti nel 1991. È quello l’anno in cui devono essere rintracciate le cause della svolta stragista, il 1992 è l’anno degli effetti. Dopo la morte del giudice scatta la più grande e dirompente strategia antimafia mai concepita prima e tutto per il volere di Francesco Cossiga, Giovanni Falcone e Claudio Martelli. Tutto il pacchetto di leggi in vigore che ancora consente di combattere la mafia è stato prodotto nel 1991: dallo scioglimento dei consigli comunali per mafia all’istituzione della Dia, dalla legge sui pentiti alla costituzione della Procura Nazionale Antimafia, dalla nascita del Ros alla fondazione dello Sco. Centinaia di detenuti furono trasferiti nelle carceri di massima sicurezza, anche all’Asinara, in condizioni durissime, ci furono parecchi suicidi. È da lì che nasce il “papello”, la trattativa: i mafiosi non erano in grado di sopportare quel trattamento».

Ma allora chi ordina un omicidio di questo tipo?

«Non lo so. Di sicuro con la morte di Scopelliti su Riina e gli altri scatta una trappola. In Cassazione viene sostituito il dottor Scopelliti con due procuratori generali bravissimi come lui. E soprattutto cambia il collegio e viene rimosso Corrado Carnevale, il cui posto viene preso da Arnaldo Valente. Riina aveva colpito la Cassazione e gli effetti quel gennaio 1992 non si sono fatti attendere. La vittoria di Falcone e della sua ineguagliabile strategia».

Con la morte del boss Riina non si uccide la Mafia, solo la verità può farlo. Totò la belva Riina ha voluto comandare fino alla fine, ma non muore da capo di tutti i capi. La mafia si rialzerà, a meno che..., scrive Stefano Vaccara su "Lavocedinewyork.com" il 17 Novembre 2017. Altro che morte della mafia. La mafia si nutre di “cover up”, di occultamento della verità. E fino a quando non saranno svelate le coperture e i perché che resero possibile la troppo lunga latitanza di Totò Riina, e poi quella ancora più prolungata del suo boss vicario, Bernardo Provenzano, la mafia resta viva e si rafforza. Con la morte di Salvatore Riina, il boss di Cosa Nostra chiamato “u’ curtu” per la sua statura modesta, non ci sfiora il pensiero che senza di lui la mafia siciliana appartenga ormai alla storia. Al contrario. Il mai pentito Totò la belva, che si porta nell’aldilà chissà quanti segreti – e che avrà provveduto, in caso di necessità, a minacciare di farli riapparire – semmai “libera” Cosa Nostra dal suo scomodo comando esercitato per ben 24 anni da dietro le sbarre. Quindi addirittura la sua scomparsa potrebbe rilanciare l’organizzazione mafiosa. Riina testardamente ha mantenuto la carica di capo di tutti i capi della cupola mafiosa, perché nessuno ha avuto mai il coraggio di riunirsi per estrometterlo, sicuramente non Matteo Messina Denaro di Castelvetrano, ormai diventato lui il boss dei record della latitanza (già, un fantasma imprendibile). Quando un boss muore in galera come Riina – in ospedale ma sempre da carcerato – ne viene umiliato anche il suo potere. Un capo di tutti i capi che non riesce a morire libero, che la sua scarcerazione “per motivi di salute” non sia mai avvenuta, é un segnale di grande debolezza, uno smacco grave per Cosa Nostra. Come se l’intreccio di ricatti e contro-ricatti, su cui l’organizzazione criminale mafiosa basa il suo potere, questa volta non abbia funzionato fino alla fine. Il sanguinario Riina, alla fine, non passerà alla storia di mafia come un boss di Cosa Nostra della stazza di un Lucky Luciano, che pur avendo rischiato di marcire in galera, invece per i suoi “servizi” all’America e alla neonata Repubblica italiana (anni 1943-50), muore da uomo libero. Il magistrato svizzero ticinese Jacque Ducry che aveva lavorato con Giovanni Falcone, che nel 2000 interrogò Riina, in una intervista resa alla notizia della sua morte, ha dichiarato: “…loro sono diventati dei simboli di Cosa Nostra, grazie a svariati livelli di protezione. Da soli non avrebbero mai potuto fare ciò che hanno fatto. A cominciare dalle lunghissime latitanze”. Altro che morte della mafia. La mafia si nutre di “cover up”, di occultamento della verità. E fino a quando non saranno svelate le coperture e i perché che resero possibile la troppo lunga latitanza di Totò Riina, e poi quella ancora più prolungata del suo boss vicario, Bernardo Provenzano, la mafia resta viva e si rafforza. Quale segreto, quali accordi anche antichi custodivano questi “malacarne” mafiosi, che li ha mantenuti liberi di operare in Sicilia come uno stato nello stato e liberi di uccidere, all’occorrenza e convenienza, decine di sindacalisti, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, e anche giornalisti? Quanti cittadini e funzionari dello Stato – tutti nati in Sicilia tranne il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – si sarebbero potuti salvare se Riina, invece che nel gennaio del 1993, fosse stato arrestato venti, dieci, anche solo un anno prima? Resta la consolazione che lo Stato italiano è riuscito a fare arrivare il boss di Corleone all’appuntamento con l’aldilà da carcerato. Questo è un segnale, finalmente, di “resistenza” al potere di ricatto esercitato ancora dalla mafia. Ma per combatterla fino in fondo, e sconfiggerla definitivamente, la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità deve essere svelata sul perché certi individui semianalfabeti – altro che uomini d’onore, semmai “ominicchi del disonore” – siano stati per così lungo tempo liberi di mantenere così tanto potere, il potere assoluto di vita e di morte, su così tanti cittadini della Repubblica italiana. Solo confessando le responsabilità sul “mistero mafia”, su questo “strumento di governo locale,” come già accusava il deputato ed ex magistrato del Regno d’Italia Diego Tajani nel lontano 1875 (1875!) puntando il dito contro gli scranni del governo, ecco che, anche dopo la morte di un boss come Riina, sì che potremmo uccidere definitivamente anche la mafia.

Col boss Totò Riina nell’aldilà, dove andranno a finire i troppi segreti di Stato? Morto il capo di tutti i capi della mafia: che ne sarà dei documenti legati ai suoi crimini che sono scomparsi, spariti, sottratti? Scrive Valter Vecellio su "Lavocedinewyork.com" il 16 Novembre 2017. Mentre il ministro della Giustizia Andrea Orlando firma un permesso per la moglie e i figli del padrino Totò Riina per poter stare vicini al proprio congiunto in coma, da qualche parte resta nascosto un immenso, occulto “archivio” con custodite prove, documenti, relativi a certe complicità, certe protezioni, che la mafia ha avuto in tutti questi anni. Andrà tutto all'inferno con lui?

NOTA. Salvatore Riina, cosiddetto capo di tutti i capi di Cosa Nostra siciliana, è morto poche ore dopo la pubblicazioni di questo articolo.

Notizia di agenzia: “Il 16 novembre 2017 compie 87 anni, Salvatore Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, al 41 bis dal 1993; è ricoverato in gravissime condizioni. Nei giorni scorsi è stato sottoposto a due interventi, nel secondo sono intervenute pesanti complicazioni che hanno reso necessaria una pesante sedazione. Riina è ricoverato nel Reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Suo figlio Salvo gli fa gli auguri su Facebook: “Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo”.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato un permesso per la moglie e i figli del padrino, potranno stare vicini al proprio congiunto in fin di vita. Riina sta scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi, quella di viale Lazio del 1969, quelle del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sua la scelta di lanciare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, parlando in carcere con un co-detenuto, si vantò dell’omicidio di Falcone.

A meno di improbabili evoluzioni – magari anche l’Inferno dei credenti si rifiuta di avere come “ospite” uno come Riina – il sanguinario capo della Cosa Nostra corleonese si avvia a seguire la strada dove lo ha già preceduto l’altro suo compare sodale (anche se poi le strade sembrano essersi divise), Bernardo Provenzano.

Non è vero quello che dicevano fin dai tempi dei latini, “Parce sepulto”. Con buona pace di Virgilio, non si può, non si deve sempre perdonare “chi è morto, ovvero è inutile continuare ad odiare dopo la morte”. Al contrario, si può, si deve, continuare a odiare, disprezzare; e soprattutto ricordare. Non si deve e non si può dimenticare quello che hanno fatto Riina, Provenzano e i loro seguaci e complici: i delitti, le stragi, il Male.

Non si deve, non si può. E’ un imperativo. Un dovere. E’ un imperativo, un dovere ricordare, fare domande, chiedere e cercare risposte. Quando si dice Riina, Provenzano e tutta la Cosa Nostra che in questi decenni si è resa responsabile del massacro di quella grande parte buona della Sicilia e dell’Italia, e ha allungato i suoi tentacoli oltre, ben oltre, i nazionali confini, si vuole anche dire che non ci si deve stancare di ricordare che se Riina, Provenzano, i corleonesi sono stati e sono ancora quello che sono stati e sono, lo si deve al solido, sfuggente, vischioso reticolo di complicità su cui hanno potuto contare, anche – se non soprattutto – in apparati dello Stato che avrebbero dovuto, al contrario, combatterli; e invece li hanno protetti, aiutati, nutriti.

Da qualche parte deve esserci un immenso, occulto “archivio” dove sono custodite prove, documenti, relativi a queste complicità, queste protezioni. Invito a leggere con attenzione quanto segue. E’ un “inventario” di impressionante che aiuta a capire quello che si cerca di comunicare.

E’ l’inventario, il “catalogo” delle cose importanti che sono scomparse, sparite, sottratte.

Sono scomparse le fotografie scattate dai carabinieri sul luogo dell’omicidio di Peppino Impastato, la mattina del 9 maggio 1978, a Cinisi.

Sono scomparsi gli appunti di Impastato sequestrati dai carabinieri nella sua abitazione.

E’ irreperibile la relazione di Pio La Torre, il segretario regionale del PCI, al congresso dell’area metropolitana di Palermo, dell’ottobre 1981, in cui si denunciano le collusioni di alcuni esponenti del partito e delle cooperative di Villabate e Bagheria con esponenti della Cosa Nostra. Non si trovano neppure gli atti del processo avviato dalla commissione provinciale di controllo del PCI nei confronti degli esponenti segnalati da La Torre, assassinato il 30 aprile 1982.

Scomparsi gli appunti del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto della città di Palermo, ucciso il 3 settembre 1982 assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo.

Scomparso il foglio della relazione di servizio stilata dall’agente Calogero Zucchetto, il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio Dalla Chiesa. Zucchetto viene ucciso il 14 novembre 1982 da due killer corleonesi, Pino Greco detto “scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo.

Scomparsa anche l’agenda con la copertina rossa del vice-questore Ninni Cassarà, capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo, ucciso il 6 agosto 1985 assieme all’agente Roberto Antiochia.

Scomparsi alcuni fascicoli per una rogatoria in Svizzera che Cassarà invia dentro un pacco sigillato, il 27 luglio 1985, dieci giorni prima di essere assassinato, ai colleghi della polizia criminale di Lugano.

Scomparsa l’agendina tascabile con la copertina di colore marrone scuso che il 12 novembre 1984 Cassarà sequestra a casa di Ignazio Salvo, al momento del suo arresto per mafia.

Scomparse le video-cassette e un’audio-cassetta che Mauro Rostagno, sociologo e direttore dell’emittente “RTC” di Trapani conserva sottochiave nella sede della televisione o nella borsa che portava con sé, sul sedile posteriore dell’automobile, la sera in cui viene ucciso dalla Cosa Nostra, il 26 settembre 1988.

Scomparsi gli appunti del poliziotto Nino Agostino, ucciso il 6 agosto 1989 da killer della Cosa Nostra, assieme alla moglie Ida Castelluccio, in stato di gravidanza, nella casa al mare di Villagrazia di Carini.

Irreperibile il diario personale di Giovanni Falcone, presumibilmente annotato al computer. Al pari irreperibili le date e il contenuto di alcuni file conservati nella memoria del computer portatile Toshiba ritrovato nell’abitazione palermitana di Falcone solo dopo il primo sopralluogo della polizia giudiziaria. Irreperibili le date di alcuni file composti su un computer portatile Compaq, rinvenuto sulla scrivania dell’ufficio romano di Falcone agli Affari Penali del ministero di Giustizia. Irreperibili le cassette magnetiche dell’unità di backup del computer fisso sistemato accanto al Compaq. Irreperibile l’estensione di memoria del databank Casio Sf-9500 ritrovato nell’abitazione romana di Falcone qualche giorno dopo la strage, con il disco rigido cancellato.

Scomparsa l’agenda di Paolo Borsellino, con il simbolo dei carabinieri sulla copertina rossa in pelle, conservata nella borsa che il magistrato ha sistemato nel bagagliaio della Croma blindata al momento della partenza da Villagrazia di Carini, per andare a trovare la madre in via D’Amelio, a Palermo, dove è stato assassinato con cinque componenti della scorta il 19 luglio 1992.

Scomparsi gli appunti di Totò Riina, tenuti nella cassaforte della villa di via Bernini 54, suo ultimo nascondiglio prima dell’arresto, la mattina del 15 gennaio 1993.

Scomparsi gli appunti del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, che aveva offerto un contributo importante per la cattura di Riina, e la sera del 4 marzo 1995 si spara un colpo di pistola all’interno di una Fiat Tipo di servizio parcheggiata nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo.

Ecco elencati molti, ma solo alcuni, degli innumerevoli misteri attorno alla persona di Riina e la “sua” Cosa Nostra. Una tragica cronaca che si avvia, ormai a diventare storia. Una storia di questo Paese, fatta di tante, brutte, oscure, inquietanti storie.  

Prete su Facebook: “Ha fatto più morti innocenti Totò Riina o Emma Bonino?” Don Francesco Pieri, prete bolognese e docente alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, lancia un’incredibile provocazione: nel mirino le battaglie della Bonino a favore dell’aborto, scrive il 19 novembre 2017 Davide Falcioni su "Fan Page". "Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?". La domanda – decisamente fuori luogo – è stata posta su Facebook da don Francesco Pieri, sacerdote bolognese che dalla sua pagina social ha postato una provocazione decisamente forte, anzi esagerata. Il prete, docente tra l'altro alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, ha incassato tra gli altri anche il ‘mi piace’ di don Massimo Vacchetti, vice-economo della Curia e responsabile della Pastorale dello sport. Il riferimento del parroco, evidentemente, è all'impegno civile e politico di Emma Bonino per la legge sull’aborto e per le tante altre battaglie sul fine vita e l'eutanasia: il commenti social del prete è stato segnalato sul Resto del Carlino di questa mattina. Secondo don Francesco Pieri tra il capo di Cosa Nostra, responsabile di centinaia di omicidi e di stragi che hanno segnato la storia d'Italia, e la radicale Emma Bonino "moralmente non c’è differenza". Lo scrive il sacerdote tra i commenti ricordando che il Concilio Vaticano II con la sua Gaudium et spes "mette l’aborto (non importa se legalizzato, ospedalizzato e mutuabile o no) in serie con genocidio, omicidio volontario e altri crimini orrendi (GS 27), tra cui certamente quelli di mafia, e lo definisce abominevole delitto (GS 51). Solo che vedo meno gente disposta a indignarsi e schierarsi per questi innocenti. Anche tra chi metterebbe la mano sul fuoco per il Vaticano II". A sostegno della sua assurda tesi Don Pieri cita anche il cardinale Giacomo Biffi, morto nel 2015, rilanciando un articolo di stampa del 1998, in cui il religioso non esitava a paragonare l’aborto ai lager nazisti: "La massima vergogna del ‘900, che pure ha conosciuto le più orrende infamie della storia, come i molti e diversi genocidi che sono stati perpetrati, resta senza dubbio la legalizzazione dell’aborto".

Sulla morte di Totò Riina, la testa “famosa” da issare alla picca. La necessità che Riina morisse in stato d’assedio, nei termini extragiudiziari, e muscolosi, ha assolto ad una funzione simbolica, scrive Fabio Cammalleri su "Lavocedinewyork.com" il 18 Novembre 2017. Riina è stato un simbolo: non c’entrava retribuire i suoi micidiali demeriti; non c’entra il sangue versato: essi stessi sono stati resi compatibili con equivocissimi trattamenti di favore. Serviva semplicemente una testa. Per ammonire, per seguitare a corazzare un minaccioso pedagogismo sociale; per riaffermare la “mafia perpetua”, anche a dispetto di una cadaverica vitalità. Una parte della pubblica opinione aveva chiesto a gran voce che accadesse: ed è accaduto. Salvatore Riina è morto da recluso. L’ultimo dei suoi numerosissimi procedimenti penali, aveva riguardato l’ipotesi che si curasse in un ospedale non penitenziario: sul presupposto che vi si potessero approntare cure migliori. Ricordiamo: la Corte di Cassazione aveva posto la questione, introducendo sullo sfondo pure “il diritto a morire dignitosamente”; ma, richiesto di pronunciarsi, nello scorso Luglio il Tribunale Sorveglianza di Bologna aveva deciso che Riina poteva restare dov’era: nel carcere di Parma, e lì adeguatamente curarsi. Quest’ultima vicenda giudiziaria, intervenuto in effetti il decesso, ha così acquisito un complesso valore paradigmatico. Non per le implicazioni etiche di un “diritto a morire nel proprio letto”: pur esistenti come cifra di civiltà, a meno che non si voglia mutare il detenuto in “prigioniero”. O per quelle di un più vasto, ma indefinito “spazio interiore del perdono”; che, invece, interrogando moti intimi, non dovrebbe interessare, se non indirettamente, la comunità politica e civile. No. La necessità che Riina morisse in stato d’assedio, nei termini extragiudiziari, e muscolosi, in cui è stata invocata, ha assolto ad una funzione simbolica: occorreva simboleggiare un contesto di pensieri, un’atmosfera sentimentale, che sviasse la comunità dei consociati dal formulare una domanda: Riina (e, con lui, Cosa Nostra) ha perso bene, o ha perso male? Perché la società, non necessariamente “civile”, ma certo viva e vera: quella che parla e dice secondo limpide assennatezze, contando i morti che non ci sono più; gli sguardi torvi e mellifluamente arroganti, a lungo presenti in ogni contrada siciliana (non solo siciliana, è noto: ma specialmente siciliana), e però scomparsi dalla circolazione, dice che Riina e Cosa Nostra hanno perso malamente. Avendo vissuto una contraria realtà umana e collettiva per oltre mezzo secolo, i savi anonimi sanno: e oggi colgono la differenza, assumendo a discrimine (irresponsabilmente banalizzato) la devastazione della veglia, del sonno, delle vie, delle vite: penetrante, assidua, onnipresente. Che è cessata. E, distinguendo quella devastazione da un più comune turbamento, sono grati a quegli uomini che hanno permesso questa evoluzione, questo netto e palpabile miglioramento; anche se alcuni di essi hanno ricevuto lunghi tormenti e somma ingratitudine, da talune, incongrue, espressioni istituzionali.

Quali? Quelle che in tanto hanno avuto ed hanno una ragion d’essere, in quanto possono seguitare a sostenere che Rina e Cosa Nostra hanno perso bene: quando addirittura non alludono, più o meno fra le righe, alla possibilità che abbiano vinto. Nonostante i 24 anni trascorsi in galera perinde ac cadaver; nonostante analoga sorte abbia colpito i suoi sodali, quale unica alternativa a pluridecennali, legittime, pene reclusive; nonostante le confische. Nonostante l’evidente superamento di un assetto geopolitico che aveva favorito, non una “mafia politica” tout court, come pure sciattamente ancora si sostiene; ma alcune, specifiche, e nominative, cointeressenze: sorte in quel contesto, e poi scomparse, con la scomparsa dell’assetto geopolitico agevolatore; come, al contrario intese spiegare Falcone (sempre duramente contestato, diciamo anche vilipeso, per queste sue precisazioni). I cascami di questa ostinazione interpretativa, che si è fatta parapolitica (e, perciò, aggruma interessi personali, funzionali a conseguenti visioni di dominio sulla società), sono stati e sono perniciosissimi. Non solo le ripetute brutture istituzionali e paraistituzionali antimafia: di chi ha lucrato in sostanzioso denaro e varie altre utilità, pagando (quando ha pagato) in pantomime di fatto inoffensive, e presto fatte dimenticare. E le brutture di chi, fuori e dentro le aule di giustizia, ha manomesso verità fondamentali sul Biennio delle Stragi (ma Fiammetta Borsellino e, con lei, quelli come lei, non si stancheranno mai di aspettare). Ma contestualmente si è divelto il Processo Penale, corpo e regola prima di ogni Democrazia: ormai ridotto a remoto e cartolare presupposto di un Apparato, che all’idea di una “mafia perenne”, e perennemente invincibile, lega un ordito di potere, normativamente nutrito e propagandisticamente sostenuto: il quale, nell’ultimo anno, ha registrato indubbi, quanto forse decisivi, successi in Parlamento. Riassuntivamente, uno su tutti: “la mafia”, “l’associarsi” mafioso, il suo “metodo”, non valgono più come condotta: ma come sociologistico algoritmo di una semplificazione probatoria universale. Algoritmo ormai invocabile non solo per ambiti sociali sempre più vasti e onnicomprensivi (“la PA” da “prevenire”, “l’Imprenditore” da “interdire”, al solo sospetto di “contagio”; cioè, al mero contatto con una persona, a sua volta, anche semplicemente “mafio-sospetta”); ma come criterio critico fondamentale, a partire dal quale qualificare potenzialmente la società italiana nel suo complesso: avendo “trattato”, tramite le sue massime espressioni istituzionali (non dimentichiamo che i sostenitori della “mafia perenne”, hanno spinto i loro aleggiamenti fino al Quirinale), non può che essere “sospetta” essa stessa: tutta, e sine die. E, sospetta, in primo luogo, quando mostra di non voler abdicare alla sua stessa mite e lineare assennatezza. Un programma per il futuro, questo; non un consuntivo per il passato: sia chiaro.

Per questo occorreva quel simbolo. Non c’entrava retribuire i micidiali demeriti di Riina; non c’entra il sangue versato: gli stessi demeriti e lo stesso sangue sono stati resi compatibili con equivocissimi trattamenti di favore, sanzionatori, e non solo. E la coeva condanna a sei anni di reclusione per calunnia, a carico di Massimo Ciancimino, ovviamente, comprova, ancora una volta, quanto le pretese di marmorea inflessibilità, celino, più frequentemente di quanto sarebbe desiderabile, sinuose e scivolose ambiguità.

Per ammonire, per seguitare a corazzare un minaccioso pedagogismo sociale; per riaffermare la “mafia perpetua”, anche a dispetto di tale cadaverica vitalità, semplicemente, occorreva una testa “famosa” da issare su una picca. E la si è avuta.

CHI ERA DAVVERO IL BOSS. "Addio vecchio stragista rincoglionito", Filippo Facci il 18 Novembre 2017 su "Libero Quotidiano" seppellisce Riina: la verità su di lui che nessuno dice. In pratica è morto un vecchio galeotto stragista rincoglionito che da 24 anni era al regime carcerario del "41bis", e che, sino al 1992, era a capo dell'organizzazione "Cosa nostra" che era la mafia corleonese (cioè la mafia e basta) che a sua volta smise di esistere poco tempo dopo. Smise di esistere in quanto sconfitta dallo Stato, perché non ebbe più una struttura gerarchico-militare, perché non ci fu più una "cupola", perché i capi sono morti o in galera, e i sottoposti pure, e con loro tanti killer, estorsori, picciotti e prestanome. Smise di esistere, come Riina, perché i sequestri di armi e droga e patrimoni economici e immobiliari lasciarono il segno, perché bombe e stragi e omicidi seriali non ce ne furono più, perché la presa sul territorio si allentò progressivamente, perché i traffici internazionali sono divenuti appannaggio di organizzazioni non siciliane, perché gli "eredi" di quella mafia siciliana fanno tutt' altro mestiere e si occupano di riciclaggio, finanza, appalti, sanità, energia eolica: ma sono un' altra cosa. Non è più "Cosa nostra", così come Riina non ne era ovviamente più il capo. Questo nonostante le lagne degli orfani antimafia, quelli che ancor oggi fanno archeologia giudiziaria e si occupano di fatti accaduti 25 anni fa, gente che tenta di raccontarci un Paese eternamente in guerra, come se i problemi italiani fossero davvero "la trattativa" o il ruolo del vegliardo Totò Riina, che ora è morto anche clinicamente. Chiaro che ora, in lutto, è soprattutto l'antimafia professionista, gli archeologi che ieri hanno subito titolato «La mafia non è finita» (Francesco La Licata, La Stampa) o «Cosa nostra pronta a riorganizzarsi» (Salvo Palazzolo, Repubblica) sino al delirante sottotitolo del Fatto Quotidiano online, secondo il quale: «La morte di Riina sembra rilanciarne un'altra, di stagione: quella della ricerca della verità sulle stragi... tornare a indagare sui misteri del 1992 e 1993...». Sui quali, notare, hanno già fatto decine e decine di processi e sentenze. Ma registrare tutto il commentario esploso ieri resta impraticabile. Molte testate online, e tutti i telegiornali, hanno ritenuto di grande importanza che la Cei (i vescovi) ritenga «impensabili» dei funerali pubblici: il che da una parte è un'ovvietà, dall' altra sarebbe divertente elencare tutte le eccezioni che sono state fatte in passato. Persino i parenti dell'ex boss hanno contribuito involontariamente al delirio: Maria Concetta Riina, figlia del padrino corleonese, ha postato su Facebook una rosa nera e un volto di donna con scritto «shhh», silenzio. E se da una parte sembra assurdo che possa esserci silenzio dopo la morte di quello che, all' estero, hanno definito «il mafioso più potente del Ventesimo secolo», dall' altra ci sono agenzie di stampa anche serie, come l'Adnkronos, che hanno descritto così il «shhh», l'invito al silenzio post-mortem: «La foto sembra essere un messaggio». In attesa di scoprire che Riina è vivo e magari nascosto in Argentina assieme a Hitler e Bokassa, limitiamoci a registrare che è morto un vecchio galeotto stragista rincoglionito a cui - dato di fatto - è stato negato il cosiddetto «diritto a morire dignitosamente», il che negli ultimi mesi poteva significare metterlo agli arresti domiliciari: che sono sempre arresti. Gli è stato negato più per questioni di principio che per una oggettiva pericolosità: Riina negli ultimi mesi stava malissimo, era a letto, non ci stava con la testa - da tempo - e anche nei suoi colloqui intercettati aveva solo uscite paternalistiche, roba che molti, tuttavia, si preoccupavano di sovra-interpretare.

Era sempre solo, anche perché nessuno voleva condividere la cella con lui: troppi controlli e cimici, essendo lui ipersorvegliato. Intanto, però, comicamente, la Direzione antimafia continuava a considerarlo il capo di una fantasmatica "Cosa Nostra" che potesse riorganizzarsi, che sarebbe come dirlo di Renato Curcio rispetto alle Brigate Rosse. A Palermo la procura di Francesco Lo Voi ha ormai arrestato anche la più residuale soldataglia (chiamarla mafia pare troppo) mentre i pochi membri di Cosa Nostra tornati in libertà vivono da eremiti o buttano becchime ai piccioni. Ma, tornando alle condizioni di salute di Riina, va detto che sino a poco tempo fa erano considerate «compatibili con il carcere» dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, mentre la Cassazione invitava piuttosto a valutare «il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Insomma, la Suprema Corte suggeriva di riflettere sulla pericolosità di un uomo che non parlava più e che non riusciva a comandare neppure il suo intestino. Ma questa è la linea dello Stato con certi mafiosi non pentiti, praticamente una legislazione a parte rispetto a qualsiasi codice occidentale. Non fu diverso, del resto, per Bernardo Provenzano: la stessa Cassazione riconobbe che fosse affetto da patologie «plurime e gravi di tipo invalidante», ma il boss rimase al 41bis lo stesso, sino alla morte nel luglio dell'anno scorso.

Un discorso che invece non vale per chi si pente: Giovanni Brusca trucidò 40 persone, partecipò a sei stragi, sciolse un 13enne nell' acido, ma nel 1996 si "pentì" e gli furono concessi dei permessi premio per poter uscire dal carcere ogni 45 giorni. Carmine Schiavone, amministratore dei Corleonesi, fu 70 volte assassino, mandante di 500 assassinii, estorsore, schiavista di prostitute, seppellitore di rifiuti tossici, avvelenatore di falde acquifere eccetera: ma si pentì, ed è stato scarcerato nel 2013 (10 anni anziché 8 ergastoli) e ha imperversato su giornali e talkshow sino alla sua morte, due anni fa. Comunque: un tempo, quando i giornali erano i giornali, si preparava con ampio anticipo il cosiddetto coccodrillo per i personaggi che potevamo morire da un momento all' altro, così da non essere colti alla sprovvista. Nonostante tutto, il coccodrillo di Totò Riina era pronto dal 1993, quando lo catturarono. Smise di vivere allora, per fortuna. Il resto sono fantasie da mafiologi. Filippo Facci

Crepa in cella, mafioso! Rosy Bindi esautora la Corte, scrive Errico Novi il 14 giugno 2017 su "Il Dubbio". La presidente della commissione antimafia visita Riina a Parma anticipa la sentenza sul superboss. «A Riina è assicurato il diritto a una vita dignitosa e dunque a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente». Rosy Bindi anticipa il Tribunale di sorveglianza. Se non fosse che in Italia Parlamento e ordine giudiziario sono ancora formalmente separati, non varrebbe neppure la pena di celebrare l’udienza del prossimo 7 luglio, in cui i magistrati di Bologna dovranno riesaminare il caso. La presidente della commissione Antimafia è stata a Parma lunedì scorso e ha verificato «le condizioni in cui è attualmente detenuto Totò Riina, tuttora il capo di Cosa nostra». Una volata. Anzi, una «vista senza preavviso», come la legge consente a tutti i parlamentari. Ha visto il boss «ma abbiamo preferito non interloquire con lui». Hanno accertato tutto tranne cosa avesse da dire il mafioso. Nel suo blitz Bindi è stata accompagnata dai due vicepresidenti della commissione, il cinquestelle Luigi Gaetti e Claudio Fava di Sinistra italiana. Ieri le «comunicazioni» alla stampa. Che danno tutta l’impressione di una sentenza letta in anticipo e in sostituzione dei giudici competenti. «Riina è in condizioni decisamente migliori rispetto a quelle che ha potuto apprezzare la Suprema corte, risalenti a maggio 2016». Un modo per giustificare quello che, per Bindi, è evidentemente il gravissimo errore contenuto nella sentenza con cui la Cassazione ha annullato il no al differimento pena. Inoltre Riina «è ben assistito: sì, ha avuto due neoplasie», cioè tumori ai reni, «ma ha un bello sguardo vigile, perfettamente lucido, tanto che si occupa dei suoi processi, interloquisce regolarmente con il proprio difensore e con i familiari». Il tutto dall’ospedale di Parma, «dov’è ricoverato, in un regime che potremmo definire di 41 bis ospedaliero, dal gennaio 2017». La Cassazione aveva annullato la sentenza del Tribunale di sorveglianza per difetto di motivazione su due punti: il fatto che, nel rigettare la richiesta di scarcerazione, il giudice avesse tenuto in conto solo «il passato criminale» e non «la situazione presente» del boss; e il fatto che «l’attuale pericolosità» di Riina non fosse stata sufficientemente argomentata. Bindi risolve entrambe le questioni. Rispetto allo stato di salute e alla conseguente dignità da assicurare all’esecuzione penale, il mafioso gode di «un’attenzione medica e assistenziale persino superiore a quella che gli sarebbe riservata se fosse libero». Cancro a parte «è su una sedia a rotelle in una stanza singola dell’ospedale di Parma, con un bagno attrezzato per i disabili e in perfette condizioni igieniche. È seguito da personale scrupoloso. Ci siamo fatti consegnare l’intera documentazione». Carte che, modestamente, la Procura generale di Bologna ha chiesto solo ieri al Dap. Eppure sarebbe quello l’ufficio giudiziario titolato a sostenere l’accusa davanti al Tribunale. Anche Gaetti assicura che Riina è seguito meglio di qualunque altro 87enne con cancro, sindrome parkinsoniana e «concreti rischi di eventi cardiovascolari infausti». Il ricovero è eccessivo, dice, «se non fosse un detenuto si troverebbe con l’assistenza domiciliare o una Rsa». Invece è in una struttura ospedaliera, ma solo perché, ricorda la presidente, «la cella del carcere non è abbastanza ampia da contenere un letto rialzabile e non era dotata di un bagno per disabili: l’amministrazione penitenziaria ha avviato dei lavori che saranno conclusi in pochi giorni, in modo da ampliare e adeguare gli spazi». Appena ristrutturata la cella, dunque, «Riina potrà farvi ritorno». Una cronista chiede: «Ma chi aveva deciso di portarlo in ospedale?». Bindi paradossalmente giustifica: «Le sue condizioni non erano compatibili con le strutture in cui era recluso». Un barlume di dubbio s’insinua: ma allora vuoi vedere che la Cassazione non aveva tutti i torti? La presidente dell’Antimafia cita l’articolo 27 della Costituzione (finalità rieducativa della pena) e l’articolo 3 della Convenzione per i Diritti umani (i trattamenti detentivi non siano inumani e degradanti) ma esclude che dal combinato dei due principi si possa ricavare «un diritto a morire fuori del carcere». C’è però un diritto a morire con dignità: basteranno ad assicurarlo i tre metri quadri in più e il bagno? «Serve un coordinamento che consenta al personale dell’ospedale di Parma di assistere Riina in carcere», ricorda anche Gaetti. E hai detto niente: quindi è tutto in alto mare. Dopodiché si pone un problema enorme, e qui la missione di Bindi si rivela preziosa: «Ci sono molti mafiosi al 41 bis in cattive condizioni, con decadimento fisico dovuto all’età: bisogna attrezzarsi. O negli ospedali, o con il personale ospedaliero dentro gli istituti di pena». E già: problema sottovalutato. Ma dopo l’analisi, torna la sentenza: Riina, sancisce la presidente Bindi, è in ogni caso «ancora il capo di Cosa nostra, è così per le regole interne alla mafia». Giudicato chiuso, l’udienza è tolta.

Morti Provenzano e Riina, ora aboliamo il carcere duro, scrive Piero Sansonetti il 18 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il padrino non c’è più. La chiesa rifiuta i funerali. Ma il 41 bis, ora, che senso ha? Il 16 maggio del 1974, tre giorni dopo la vittoria del divorzio al referendum, viene arrestato a Milano Luciano Leggio, detto Liggio. Il più celebre capomafia del dopoguerra. Da quel momento, dentro Cosa Nostra, il bastone del comando passa ai suoi luogotenenti che controllano la cosca dei corleonesi. Il principale luogotenente è Totò Riina, poi c’è Bernardo Provenzano. Riina tiene le redini della mafia per quasi vent’anni, fino al 1993, quando viene catturato, poco dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Gli succede Provenzano, che resta al comando un’altra decina d’anni. Lo catturano nel 2006. Con la morte di Riina, si è chiusa l’epopea feroce e maledetta dei grandi corleonesi. Provenzano era morto nel luglio di un anno fa. Liggio morì in carcere nel 1993. Il 41 bis – cioè l’organizzazione del carcere duro, una forma severa e un po’ crudele di carcerazione – è stato pensato proprio per impedire che i grandi corleonesi continuassero a nuocere, anche dal carcere. I politici e i magistrati, che difendono questa istituzione, hanno sempre spiegato che non è una forma più aspra di punizione ma solo una misura di sicurezza. E risponde alla necessità di impedire che i capi comunichino con i picciotti. Diano ordini, tessano strategie. L’asperità della punizione è solo un effetto collaterale. Non ci sono più Riina e Provenzano Il 41 bis ora può essere abolito. Non è facilissimo credere a questa tesi. Che è stata ripetuta per anni, anche negli ultimi tempi, per impedire che a Provenzano e Riina, ormai malatissimi, fosse risparmiato il 41 bis mentre erano agli sgoccioli della loro vita. Ma facciamo uno sforzo, e crediamoci. Ora che i due capi non ci sono più e che il vertice di Cosa Nostra è stato disarticolato, che senso ha mantenere il 41 bis? Non c’è nessuno tra gli investigatori e gli studiosi che pensa che il vertice operativo di Cosa Nostra sia collocato in carcere, e che sia da lì che partono gli ordini. Gli inquirenti e gli studiosi sanno che la mafia in questi anni ha subito dei colpi micidiali, che la sua struttura è molto indebolita, la sua potenza militare ridimensionata e quasi ridotta a zero, e che probabilmente – lo dice in un’intervista che pubblichiamo a pagina 3 del Dubbio di oggi il magistrato Alberto Cisterna, ex numero due della Dna – non dispone più di un comando unitario. Oltretutto – dice sempre Cisterna, l’impressione è che non abbia più, da tempo, un ruolo centrale nell’organizzazione e nella direzione del crimine nel nostro paese. Mantenere il 41 bis non risponde oggi a nessuna esigenza di sicurezza o di investigazione. Dopo la morte dei due capi, anche dal punto di vista formale (o dell’immaginario), risponde solo all’esigenza di mandare un messaggio di “durezza”, che possa servire come monito, come intimidazione. Ma la giustizia come monito o come intimidazione non è prevista dalla nostra Costituzione. E neanche la crudeltà come forma di risposta ai crudeli. Proprio in questi giorni, in seguito alla vicenda Ostia, che ha avuto un grande risalto sui giornali, è risultato molto evidente come la “mafiosità” rischia di diventare un pretesto che serve solo a rendere più semplice la repressione. Il che può anche essere considerato da molti un fatto positivo, ma è innegabile che è qualcosa che lede lo Stato di diritto. A Ostia è stato arrestato Roberto Spada per un reato sicuramente grave e odioso, quello di avere pestato un giornalista che gli faceva domande scomode. Questo reato però non prevede la possibilità di arresto preventivo. E allora la Procura ha usato il grimaldello della mafiosità, e cioè ha stabilito che le botte (la testata) al giornalista, erano avvenute in modalità mafiosa. È evidente che siamo di fronte a una manipolazione quasi farsesca della legge, però nessuno ha avuto niente da dire, sulla base di un ragionamento molto semplice: Spada è colpevole, per di più Spada è antipatico, per di più Spada ha colpito un giornalista, quindi è indifendibile e non c’è nessun bisogno invocare per lui lo Stato di diritto. E così l’altro giorno si è arrivati a trasferire Spada in un carcere di massima sicurezza come se fosse un capomafia autore di omicidi e stragi. Una legge che procede con il doppio binario, utilizzando l’articolo 416 bis del codice penale (associazione mafiosa) per bypassare le garanzie offerte dai codici, può avere un senso – forse – per un periodo molto breve e di grande e vera emergenza. Aveva un senso, probabilmente, nel 1992, dopo gli attentati, le uccisioni, e poi nel 1993, l’anno delle stragi. Oggi è ingiustificabile. Non c’è una emergenza mafiosa e sono passati 25 anni da quelle stragi. Naturalmente anche per i reclusi accusati di mafia, e quindi chiusi al 41 bis, funziona il ragionamento che viene fatto per Spada: son mafiosi, son colpevoli, a che serve lo Stato di diritto? Ecco, il punto è proprio questo. Lo Stato di diritto è Stato di diritto solo se vale per tutti. Se prescinde dalle colpe, o dalle accuse, o dalla gravità delle colpe o delle accuse. La forza dello Stato di diritto è quella. E se lo Stato di diritto perde la sua universalità, scompare. Tre giorni fa l’Onu ci ha fatto notare che le condizioni nelle quali si vive al 41 bis non sono civili. E non rispondono alle norme previste dalla carta dei diritti dell’uomo. I giornali non ne hanno parlato. I giornali non parlano di queste cose. E neanche i partiti. Perché la contraddizione tra 41 bis e Costituzione italiana non è molto popolare. Non porta voti. Non porta copie. L’opinione pubblica non ha nessuna voglia di sentirsi dire che lo Stato di diritto vale anche per chi è stato accusato o condannato per mafia. O vale per i terroristi. E invece proprio oggi, nel vortice dell’indignazione per Riina, per la sua vita, per la sua morte, mentre persino la Chiesa dimentica per un giorno la carità e rifiuta i funerali, bisogna avere il coraggio di non farsi mettere il silenziatore. Riina non c’è più, Provenzano non c’è più, la direzione della mafia non è in carcere. Il 41 bis è solo un abuso che va abolito, ascoltando il parere dell’Onu.

Morte di Riina: abiti scuri e silenzio, il lutto dei boss in carcere al 41 bis. Le reazioni alla notizia nei penitenziari. E alcuni detenuti non hanno ritirato il vitto, scrive Giovanni Bianconi il 16 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Il boss Vittorio Tutino, ancora fresco di ergastolo per la strage di via D’Amelio nel quarto processo Borsellino, s’è vestito a lutto, «con abiti di colore nero e scarpe nere». Come lui il corleonese Rosario Lo Bue, recentemente condannato a 15 anni di galera; suo fratello Calogero fu il «vivandiere» arrestato con Bernardo Provenzano. Il giorno dopo la morte di Totò Rina, hanno voluto dimostrare così il cordoglio per la dipartita del «capo dei capi» di Cosa nostra. Un segno di rispetto che, in forme diverse, s’è esteso a molti altri detenuti, nelle sezioni speciali del «41 bis», riservate a capi e gregari di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Gli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria hanno osservato con attenzione le loro reazioni, riversate in appunti che la Direzione dell’amministrazione penitenziaria ha trasmesso alla Procura di Palermo. Per verificare se, anche da questi piccoli indizi, si potessero cogliere eventuali segnali della «formazione di una nuova leadership» dentro Cosa nostra. Nel carcere de L’Aquila, dove si sono chiusi Tutino e Lo Bue, quando morì il padrino — un mese fa — era in corso una protesta con la «battitura» della sbarre tre volte al giorno, alle ore dei pasti. Ma il giorno in cui arrivò la notizia, la protesta fu sospesa, per rispetto. Inoltre i detenuti della «sezione rossa» non hanno ritirato il vitto passato dall’amministrazione, consumando ciascuno nella propria cella il cibo che aveva a disposizione. All’apertura dei cancelli blindati, alle 7 del mattino, normalmente i boss a si augurano il «buongiorno», ma il 17 novembre non si sono salutati affatto. La stessa cosa ha fatto, a Novara, Tommaso Lo Presti, considerato il «reggente» della famiglia mafiosa palermitana di Porta Nuova, rimasto muto anche all’ora di pranzo e la sera, quando solitamente — secondo un rito che al «41 bis» aiuta a scandire il tempo che passa — ci si scambia il «buon appetito» e «buona sera». Sempre a Novara un altro capo di rilievo, Vito Vitale da Partinico, già alleato dei corleonesi, al risveglio ha acceso la televisione e, appreso che Riina era morto, l’ha spenta e non l’ha più voluta vedere per tutta la giornata: «Tipico gesto di lutto familiare nelle regioni meridionali», hanno annotato gli agenti del Gom. Nello stesso penitenziario, invece, altri reclusi di altra generazione, non hanno mostrato alcuna reazione. Per esempio Giuseppe Biondino, nipote diretto di Salvatore, l’autista di Riina che il 15 gennaio 1993 fu arrestato insieme al «capo dei capi»; il 17 novembre ha avuto un comportamento uguale a tutti gli altri giorni, «manifestando la diversità carismatica di attaccamento alle regole associative di Cosa nostra». Al pari di Alessandro D’Ambrosio, della famiglia di Porta nuova, che ha salutato i compagni di sezione «come se nulla fosse». Non sono state segnalate reazioni particolari di Leoluca Bagarella, il cognato di Riina rinchiuso a Sassari, e del figlio maggiore Giovanni, anche lui ergastolano al «carcere duro». Così come tutte le relazioni arrivate dai reparti di Rebibbia, a Roma, riferiscono che «nessun commento» è stato pronunciato dai detenuti. Con l’eccezione del dialogo tra Gaetano Maranzano, boss del quartiere palermitano Cruillas, e l’imprenditore accusato di camorra Antonio Simeoli. Il quale alla distribuzione del vitto ha detto al siciliano: «Condoglianze Gaetà». «Ma di che cosa?», ha risposto quello. «È morto, l’ho sentito al telegiornale». «Ma chi, u curtu? Non l’avevo sentito», e ha riso, mostrando scarso interesse. Tornando a L’Aquila, ma nel reparto femminile, il colloquio ascoltato tra la camorrista Teresa De Luca e la ‘ndranghetista Aurora Spanò, ha avito toni esilaranti. «Stamattina ho avuto un brutto risveglio, è morto lo zio», ha detto la prima. E l’altra: «Ti è morto lo zio e non dici niente?». «Ma sei scema? L’ho saputo stamattina». «E come hai fatto se la posta arriva al pomeriggio?». «Madonna mia Aurò, non capisci niente. Non mi parlare che mi fai salire i nervi». Un’altra detenuta calabrese, invece, Teresa Gallico, se l’è presa col permesso concesso ai parenti di Riina di stargli accanto nelle ultime ore di vita, «mentre a lei e ai suoi tre fratelli, quando morì suo padre, era stato negato»; la napoletana Raffaella D’Alterio «non ha fatto altro che dare ragione alla propria compagna».

Ma attenzione ai pericoli dell'antimafia militante, scrive Vittorio Sgarbi, Sabato 18/11/2017, su "Il Giornale". Muore Totò Riina, ma non muore la mafia: questa è la rassicurante sintesi di quanti non credono che si possa battere il male e ne hanno una visione eterna e metafisica. Le dichiarazioni sono sconcertanti. L'ex procuratore Roberti dichiara: «È morto da capo». E per la seconda volta, come fu per l'aggravarsi della malattia, mostra di non credere alla forza dello Stato: Riina è pericoloso anche da morto. Resteranno gli imbarazzi di uno Stato impaurito che ha avuto paura di sospendere il regime di 41 bis a un malato terminale in stato di semi incoscienza vegetale, solo pochi mesi fa, attribuendogli un potere simbolico ben più forte di quello reale, inesistente e perduto dopo anni di isolamento. Inaccettabili anche allora le argomentazioni di Roberti: «Vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci». Esiste dunque una mafia reale sottovalutata e una mafia immaginaria che è utile per creare combattenti ed eroi su un campo di battaglia che non esiste. Per questa finzione si sciolgono comuni dopo trent'anni che i boss sono stati arrestati, com'è accaduto a Corleone, per puro sfregio, per dare l'esempio, con inaccettabili azioni repressive proprie di uno Stato fascista, misure di prevenzione e interdittive dei prefetti che servono soltanto alla carriera di magistrati e burocrati. Fai il commissario di un comune sciolto per mafia, sei pagato diecimila euro al mese (e i commissari sono tre); e vieni nominato prefetto dopo avere umiliato una città in cui i mafiosi sono tutti al cimitero, sputtani i sopravvissuti, infami gli amministratori succeduti a quelli che trattarono veramente con la mafia, e innalzi la gloria di nullità che vengono promossi da altre nullità che fanno i ministri dell'Interno, e che devono dimostrare di volere reprimere la mafia. Fino al ridicolo e oltre il ridicolo, all'infamia di sedere a fianco del sostituto procuratore che dichiara che il tuo partito è stato fondato dalla mafia. La mafia si usa per delegittimare il nemico politico o l'antagonista: si creano così le dicerie per cui Berlusconi, per affermarsi, si trasforma in mandante di stragi. E non potendolo dimostrare, si arresta Dell'Utri per un reato che non ha commesso e che non esiste. Si tiene in galera qualcuno, in perfetto contrasto con quello che la Corte europea ha dichiarato per il caso Contrada, condannato e tenuto in carcere dieci anni, illegittimamente, non perché era innocente ma perché non doveva essere processato, in assenza di reato. Che vuol dire, in soldoni, che il magistrato si comporta come un medico che, dovendoti curare il fegato, non lo distingue dal cuore e ti applica due bypass. Esattamente così. E quei giudici ignoranti, in tutti i gradi di giudizio, in una vera e propria metastasi giudiziaria, sono ancora al loro posto. Come nel caso della malattia di Riina, non si libera Dell'Utri, arrestato per un reato che non può avere commesso, per non minare la credibilità della magistratura e per tenere sotto schiaffo Berlusconi. E la politica è impotente. Dopo Andreotti, assolto, hanno tentato con Calogero Mannino, con Nicola Mancino, e perfino con Napolitano, accusato di essere, niente meno, che il garante della trattativa Stato-mafia, indimostrata e inesistente, ma utile per umiliare concorrenti pericolosi come il generale Mori e il capitano Ultimo, carabinieri straordinari, processati per accuse inverosimili. Un continuo delirio che culmina con Mafia capitale, attribuendo a Roma un marchio di infamia che, nonostante le sentenze, viene ribadito da un altro procuratore antimafia che non sopporta di stare in una sede marginale (disagiata) come Roma fintanto che essa non sia omologata alle città conclamatamente mafiose. Il vero abuso è quello dell'antimafia. Abuso di potere e abuso del «marchio» mafia, per vantaggio personale e per privilegi inconfessabili, che vengono fatti passare per faticose restrizioni subite, come le scorte, gli aerei di Stato, le case blindate di falsi eroi. Una retorica insopportabile e intrinsecamente criminale. Un vero abuso di potere, che portò allo scioglimento per mafia (giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato) dei comuni di Ventimiglia e di Bordighera. Abusi, abusi continui, prepotenze, carriere facili; questo è il retroscena dell'antimafia in lutto per la morte di Riina. I milioni spesi per la trattativa Stato-mafia, pervicacemente incardinata tra il 1992 e il 1993, con il pentito eccellente Massimo Ciancimino, appena condannato a sei anni di reclusione per calunnia aggravata provata nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, e di molti altri coinvolti nella finzione teatrale di una mafia, a immagine e somiglianza dei teoremi utili ai magistrati. Come ha indicato Fiammetta Borsellino, gran parte di queste inchieste, che non hanno individuato i veri colpevoli, sono forme di depistaggio. Una verità amara per lo Stato che, per molti anni, ha continuato a fingere di non vedere le complicità di amministratori locali con le multinazionali che hanno cancellato i paesaggi meridionali con «le energie rinnovabili», per affari miliardari in cui la mafia ha trovato il suo nuovo pascolo. La Sicilia è vittima, e i danari si distribuiscono per l'Europa. La pressione mafiosa è tale, con il contributo minaccioso e dell'antimafia, che le isole Canarie sono frequentate da settantacinque milioni di persone e la meravigliosa Sicilia, mortificata, da sei milioni e mezzo. Poi se la prendono con i forestali.

IL DOPO SALVATORE RIINA: “COSA NOSTRA” DEMOCRATICA.

Mafia, ecco come vengono decisi i vertici di Cosa Nostra. L'ultima operazione del Ros svela i metodi "democratici" utilizzati a Palermo per l'elezione dei boss mafiosi dopo l'arresto di Riina, scrive l'11 dicembre 2015 Nadia Francalacci su “Panorama”. Decidevano alleanze, candidature ed esecuzioni all'interno di una sala da barba. È lì, nel cuore del feudo mafioso di Santa Maria di Gesù, che i boss di Palermo si riunivano prima di dar via alle elezioni per il rinnovo dei vertici del clan. Ed è proprio lì che è stata decisa anche la punizione di uno degli affiliati: Salvatore Schiaccitano ucciso lo scorso 3 ottobre. Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Palermo hanno eseguito sei arresti nei confronti di boss palermitani accusati a vario titolo di omicidio, tentato omicidio, associazione mafiosa e reati legati al possesso di armi. Le indagini sono state concentrate sulla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, e avrebbero svelato il coinvolgimento della cosca nell'omicidio di Sciacchitano e nel ferimento di Antonino Arizzi, avvenuti due mesi fa. Sciacchitano avrebbe partecipato a un agguato contro un pregiudicato vicino alla cosca. Dopo poche ore, però, sarebbe stato punito: segno della capacità militare del clan, in grado di organizzare in pochissimo tempo una reazione militare all'aggressione di uno dei suoi. Dall'inchiesta emerge il ritorno ai vecchi metodi di designazione dei capi, una sorta di "democratizzazione" criminale seguita agli anni di tirannia dei corleonesi di Totò Riina. I vertici del clan venivano designati attraverso elezioni a cui partecipavano uomini d'onore, secondo una prassi di cui i pentiti hanno parlato negli anni '80. Ma tra gli arrestati di questa mattina c'è anche uno dei sette ergastolani condannati e poi scagionati dal processo per la strage di via D'Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Si tratta di Natale Gambino finito in cella insieme a Giuseppe Greco, già arrestato e condannato per associazione mafiosa. I due, intercettati, parlano esplicitamente del rinnovo dei vertici dell'associazione mafiosa.

La mafia non abbandona i vecchi riti: un bacio in fronte per i nuovi boss. Sei arresti in Sicilia. E le indagini su un omicidio avvenuto lo scorso ottobre hanno svelato che le cosche palermitane non rinunciano ai riti dell’«onorata società», scrive su “Il Corriere della Sera” Giovanni Bianconi l’11 dicembre 2015. Passano i decenni, ma le regole della mafia restano sempre le stesse. Anche nel nuovo secolo i boss procedono a eleggere capi e sottocapi per governare le «famiglie» e i «mandamenti», come avveniva quando esisteva la Cupola. E così, nel giugno del 2014 le microspie dei carabinieri del Ros hanno registrato una riunione in cui si discute della campagna elettorale per la scelta di chi deve comandare sulla zona di Santa Maria di Gesù, periferia sud-est di Palermo. Con tanto di bacio in fronte a suggellare la scelta dei candidati. Nella riunione del 20 giugno gli uomini d’onore parlano esplicitamente di «Cosa nostra»: una delle rarissime occasioni in cui utilizzano il nome svelato per la prima volta dal pentito Tommaso Buscetta più di trenta anni fa. Quando si parla di “Cosa Nostra” non si scherza. Una circostanza considerata di importanza storica dai pm della Direzione distrettuale antimafia guidati dal procuratore Franco Lo Voi e dall’aggiunto Leonardo Agueci, emersa dalle indagini su un omicidio avvenuto nell’ottobre scorso di cui sono stati arrestati i presunti mandanti ed esecutori. «A prescindere della confidenza che abbiamo... quando parliamo di Cosa Nostra...parliamo di Cosa Nostra! Quando dobbiamo babbiare ...babbiamo!», cioè scherziamo, dice il boss Natale Gambino, intercettato con altri quattro presunti mafiosi all’interno del negozio di un barbiere nel quartiere della Guadagna. È un summit di mafia ascoltato in diretta dagli investigatori che hanno visto gli uomini d’onore arrivare e il barbiere uscire prima che cominciasse la riunione. Gambino, 57 anni, è stato scarcerato nel 2011 in seguito alla richiesta di revisione del processo sulla strage di via D’Amelio (era stato condannato all’ergastolo sulla base delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino), come il settantenne Salvatore Profeta, anche lui presente alla riunione, riarrestato un mese fa per mafia nell’ambito di un’altra indagine della polizia. I due parlavano con Giuseppe “Pino” Greco, 53 anni, già condannato per associazione mafiosa e tornato libero dopo aver scontato la pena; secondo gli inquirenti è lui l’uomo più importante tra i presenti, tanto che Profeta, nonostante sia molto più anziano, gli si rivolge con rispetto e deferenza: «Che piacere avere u zu Pinuzzu!». Durante la lunga discussione Greco rimprovera Gambino per non aver obbedito a un suo ordine (probabilmente relativo alla riscossione dei soldi di un’estorsione): «E allora Natà... se siamo rimasti in un modo ...ma perché dobbiamo fare in un’altra maniera?»; e quello si scusa dicendo che non aveva capito: «Pino... a me mi dispiace che tu hai pensato... perché se tu mi dici una cosa ...io che fa, non ci vado?». Profeta prova a giustificare Gambino, rimproverandolo a sua volta, dopodiché la riunione va avanti sui ruoli di vertice da assegnare nel mandamento di Villagrazia. «Io incarichi non ne voglio... io voglio essere solo diretto con te...e...no ...sottocapo...», dice Gambino a Pino Greco. L’anziano Profeta si associa: «Io pure… a me che devi fare …che sono rimbambito…», e gli altri ridono. Greco spiega che si svolgeranno le elezioni, Gambino annuncia il suo voto per lui, e Profeta promette che farà campagna elettorale in suo favore. In un altro passaggio lo stesso Salvatore profeta ricorda le votazioni per i vertici dentro Cosa nostra negli anni Settanta: «All’epoca si facevano mi pare… ogni cinque anni ... ma sempre Stefano Bontade acchianava (risultava vincitore, o comunque comandava, ndr)!», riferendosi al capomafia palermitano assassinato nel 1981 su ordine di Totò Riina nella guerra scatenata dai Corleonesi. «Per fare queste votazioni ci voleva il posto buono...», interviene Gambino, e Profeta spiega: «Sì, ma... all’epoca cento... centoventi eravamo...». Oggi invece «se li sommi quanto siamo? Neanche a venti arriviamo!». Il figlio Nino, arrestato anche lui, ribatte «No, forse di più siamo», ma Salvatore Profeta insiste: «Venti… trenta». Rispetto agli anni ruggenti e degli omicidi a centinaia i numeri sono cambiati, ma i protagonisti invecchiati e i giovani epigoni continuano a perpetuare le stesse regole.

I boss tornano al voto per il nuovo governo di Cosa nostra. Le cimici svelano un omicidio. Blitz dei carabinieri a Palermo, 6 arresti. Smantellata la storica cosca di Santa Maria di Gesù. Il nuovo padrino veniva baciato in fronte. Come cambia la mafia siciliana, tra vecchi riti e nuova violenza: due mesi fa, un giovane è stato punito in modo eclatante. Mentre i sicari sparavano, i capimafia assistevano a distanza all'esecuzione. E in macchina canticchiavano, scrive Salvo Palazzolo su “La Repubblica” del 11 dicembre 2015. La campagna elettorale è stata breve, i candidati non erano molti. Ma è stata una campagna elettorale intensa a Santa Maria di Gesù, periferia orientale di Palermo: dopo tanti anni, i boss sono tornati al voto per eleggere il governo di una delle famiglie più antiche di Cosa nostra. Questo dicono le microspie disseminate nel ventre della città. Un segnale importante per le indagini dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia: è davvero finita l'era del tiranno Totò Riina che tutto decideva e imponeva, la mafia siciliana riparte dalle vecchie tradizioni. Ed è purtroppo un segnale di riorganizzazione, nonostante gli arresti e i processi degli ultimi tempi. Due mesi fa, i padrini di Santa Maria di Gesù che sono tornati al voto hanno ordinato ed eseguito l'omicidio di un giovane, Mirko Sciacchitano, aveva la sola colpa di avere accompagnato in moto l'autore di una spedizione punitiva. Questa mattina, i carabinieri del Ros e del nucleo Investigativo del comando provinciale hanno arrestato 6 persone. I sostituti procuratori Sergio Demontis, Francesca Mazzocco e Gaspare Spedale hanno firmato un provvedimento urgente di fermo. Perché la cosca più vecchia di Palermo era tornata ad essere la più pericolosa. A guidarla, uno scarcerato eccellente degli ultimi tempi, Giuseppe Greco. Consigliere del capo, Salvatore Profeta, uno dei boss condannati per la strage Borsellino e poi scagionati. Era tornato in attività anche un altro degli scarcerati del caso Borsellino, Natale Gambino, pure lui chiamato in causa dal falso pentito Vincenzo Scarantino. I boss di Santa Maria di Gesù non erano coinvolti nell'eccidio del 19 luglio 1992, ma erano mafiosi a tutti gli effetti. Gli investigatori li hanno intercettati all'interno di una sala da barba mentre discutono delle nuove votazioni. E si apre il dibattito, tra i fautori del voto palese e del voto segreto. Si discute di franchi tiratori e di alleanze necessarie per designare tutte le cariche all'interno del mandamento. Fra dichiarazioni di voto e rinunce alla candidatura: per Cosa nostra palermitana è il ritorno alle regole che raccontò il pentito Tommaso Buscetta al giudice Giovanni Falcone. Così, i mafiosi di Palermo provano a far rivivere l'organizzazione. Il capo del mandamento, Giuseppe Greco, veniva ossequiato con un bacio in fronte: nella nuova mafia i simboli servono a rinserrare le fila. E non erano solo nostalgici del passato: due mesi fa, i boss di Santa Maria di Gesù hanno deciso un omicidio nel giro di poche. Dopo il ferimento di una persona a loro vicina, la vendetta è arrivata severa. Con una gragnola di colpi in piazza. Così è morto Mirko Sciacchitano, aveva 29 anni. Mentre tre sicari gli sparavano, due dei vecchi padrini del clan assistevano a distanza all'esecuzione, all'interno di un'auto. C'era una microspia nella vettura. Si sentono i colpi a distanza, e uno dei boss che canticchia. In una sala da barba, i carabinieri del Ros hanno ascoltato la riunione in cui si discuteva delle elezioni. "Quando parliamo di Cosa nostra, parliamo di Cosa nostra... quando dobbiamo babbiare, babbiamo", diceva Natale Gambino. Un'intercettazione eccezionale per l'indagine coordinata dal procuratore Franco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci. Una delle poche intercettazioni in cui i boss parlano esplicitamente di "Cosa nostra". Gambino ossequiava il padrino, Giuseppe Greco: "Tu qua rappresenti a noialtri". E chiedeva: "Ma per fare la famiglia che aspetti?". I boss sollecitavano a gran voce le nuove elezioni. "Ma io incarichi non ne voglio", spiegava Gambino. "Io voglio essere solo diretto con te, sottocapo". "La famiglia tutta dobbiamo fare per votazione", diceva anche Salvatore Profeta. E il capomafia ribadiva: "Sì, così dobbiamo fare". Gambino era per il voto palese: "Io lo do aperto". Soprattutto, per evitare altri contrasti in famiglia: "Ci ammazziamo come i cani, ma perché non lo possiamo fare ad alzata... ad alzata di mano?". E Profeta ribadiva: "Allora, alziamo la mano e li contiamo". I boss ricordano le elezioni che si facevano negli anni Settanta, quando il capomafia di Santa Maria di Gesù era il re della mafia palermitana, Stefano Bontate, poi ucciso per ordine di Totò Riina nel 1981. "All'epoca, cento, centoventi eravamo". E il vincitore delle elezioni era sempre lui, Stefano Bontate. Perché, in realtà, quelle di Cosa nostra non sono mai state libere elezioni. "Ogni cinque anni si facevano". I boss ridono. E Gambino sussurra: "Una barzelletta".

PAESI DEI BOSS MAFIOSI PER SEMPRE.

La rivolta dei sindaci dei comuni sciolti per mafia. La lettera-appello di 51 amministratori locali calabresi al ministro Minniti: “Troppo potere alle prefetture”, scrive Simona Musco il 9 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Qualcuno li chiama già «sindaci ribelli», fasce tricolori che si oppongono allo Stato anziché alla ‘ ndrangheta. E ad uno sguardo superficiale, forse, potrebbe apparire così. Ma i 51 sindaci calabresi che hanno scritto al ministro dell’Interno Marco Minniti, chiedendo un incontro per discutere degli scioglimenti delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose, puntano solo a ricreare «un clima di serenità e fiducia», per non smettere di credere nella democrazia e nella funzione dello Stato. Uno Stato che ormai sempre più frequentemente, di fronte al sospetto della contaminazione mafiosa, decide di radere al suolo le amministrazioni anziché aiutarle. La lettera parte dal Comune di Roghudi, in provincia di Reggio Calabria, dalla mail del sindaco Pierpaolo Zavettieri. È lui a spiegare, al termine di un incontro con il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, lo scopo suo e dei colleghi: un incontro «politico» con Minniti per poter rivedere quelle norme «che in qualche modo occludono ogni spazio democratico», ha dichiarato in un’intervista a Newz. it. La legge, ha sottolineato, s’inceppa quando consente agli organi di prefettura di intervenire senza nessuna forma di contraddittorio, «senza nessuna possibilità che vengano comprovati gli elementi posti a carico degli amministratori e attraverso i quali vengono poi applicati gli scioglimenti per i consigli comunali, così come le interdittive alle imprese». La richiesta non è quella di abrogare la norma, anzi, precisa Zavettieri, «chiediamo che avvengano sempre questi processi a favore della legalità», ma che gli stessi consentano ad amministratori e imprenditori colpiti da interdittiva «di dimostrare», l’eventuale insussistenza degli indizi posti alla base dello scioglimento. Assieme a ciò, i sindaci chiedono anche eventuali interventi sul sistema burocratico: non allo scopo di scaricare le responsabilità politiche, aggiunge Zavettieri, ma per affiancare i funzionari, azione «che non penalizzerebbe la democrazia». Gli organi politici sono infatti espressione del popolo, al contrario degli uffici, che hanno tempi di rinnovamento molto più lenti. Un intervento, dunque, non altererebbe i principi democratici, «cosa che avviene se si rimuove l’amministrazione comunale e si insedia una commissione». Un principio che qualche giorno fa anche il nuovo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha in qualche modo condiviso, spiegando la necessità di pensare «a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Nella lettera i sindaci evidenziano le «condizioni ed i contesti» in cui si trovano ad operare le amministrazioni locali, «un pezzo di Stato, sia pure periferico che non sempre si sente tale anche perché misconosciuto dagli altri organi dello Stato presenti sul territorio». E alla collaborazione, negli ultimi anni – basti pensare che dal 2012 ben 43 amministrazioni sciolte su 81 si trovano in Calabria – si è sostituita «la cultura del sospetto» e lo Stato, anziché stare a fianco dei Comuni, è diventato «ostile». E in questo clima, aggiungono, «nessun obiettivo di crescita sociale e civile e nessuna azione efficace di contrasto alla criminalità organizzata può avere successo». Lo scioglimento è passato da strumento eccezionale a strumento ordinario, spingendo sempre più gli amministratori a cedere alla tentazione di mollare l’impegno pubblico.

I 51 Comuni sciolti per mafia che si ribellano ai commissari. «Il marcio sta nella burocrazia». I sindaci dei centri infiltrati dalle cosche scrivono al governo. «Così state uccidendo la democrazia!» Scrive Goffredo Buccini il 6 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Qualcuno cita addirittura la buonanima del Che, giurando di «sentire sulla propria pelle l’ingiustizia...». Qualcun altro denuncia immancabili complotti dei «poteri forti». Molti stiracchiano il sacrosanto «primato della politica» fino a coprire consigliere comunali fidanzate di presunti padrini, membri di maggioranza in manette, impiegati municipali asserviti alle cosche, atti amministrativi triturati dalle inchieste dei Ros. E tutti insieme, minacciando di riconsegnare a Roma le fasce tricolori, tuonano: «Così state uccidendo la democrazia!». In questa Italia che non tiene più insieme i suoi pezzi, i sindaci dei Comuni calabresi sciolti per mafia (o in odore di scioglimento) non si rivoltano contro la ‘ndrangheta ma contro lo Stato. Su 290 consigli comunali rimandati a casa dall’entrata in vigore della legge 221 del 22 luglio 1991 poi variamente modificata (nel primo blocco c’era Casal di Principe, patria della camorra), quelli calabresi sono stati 98, tre meno della Campania.

Nuovi interesse dei clan. Ma negli ultimi cinque anni la Calabria ha subìto 43 scioglimenti sugli 81 totali contro i 18 della Campania: un segno chiaro di dove si siano orientati ora gli interessi delle cosche. L’ultimo decreto s’è abbattuto un paio di settimane fa su una città importante come Lamezia Terme e su altri quattro centri calabresi minori tra cui Isola di Capo Rizzuto, nota per un’inchiesta antimafia che ha mostrato come persino il Centro d’accoglienza degli immigrati fosse finito sotto il tallone del clan Arena. Un altro colpo pare in arrivo, dato che le commissioni d’accesso agli atti sono in questo momento al lavoro a Siderno, Limbadi, Villa San Giovanni e Scilla. Questa raffica di provvedimenti è stata la scintilla della ribellione. Cinquantuno Comuni reggini hanno scritto e chiesto un incontro a Minniti, invocando una riforma «garantista» della legge. L’altro ieri sono stati ricevuti dal prefetto Michele di Bari, che ha invitato anche il presidente dell’Anci calabrese, Giuseppe Callipo, e non solo per ragioni di galateo istituzionale. Callipo, dal 2012 sindaco pd di Pizzo, è un moderato dal notevole buonsenso: «Rivolta? Metta la parola molto tra virgolette, la prego. Questa legge era e resta uno strumento fondamentale per la lotta alla ‘ndrangheta e noi su questo terreno non dobbiamo fare passi indietro ma passi avanti». Dunque? «Dunque stiamo mettendo in piedi una commissione di studio e chiediamo di rivedere la normativa in due punti: la possibilità che i sindaci abbiano garanzia di contraddittorio prima dello scioglimento e un intervento più forte sulla burocrazia; molte volte è lì che s’annida il problema e non negli organi politici che vengono sciolti». E questo è vero. Come hanno potuto sperimentare le sindache calabresi della tristemente archiviata stagione antimafia (Carmela Lanzetta in testa), la quinta colonna dei clan può stare negli uffici comunali così da assicurare il rapporto con i mafiosi chiunque vinca le elezioni. «I sindaci si sentono soli un po’ ovunque», sostiene Callipo. Vero anche questo. Federico Cafiero de Raho, per anni procuratore di Reggio e da poco capo della Procura nazionale antimafia, ha spiegato tempo fa da Lucia Annunziata le ragioni di una riforma, anche se in senso forse diverso da quello desiderato dai “ribelli”: «Bisogna andare oltre lo scioglimento, non possono bastare due anni col commissario ma nemmeno si può sospendere la democrazia. Dobbiamo pensare a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Il nuovo sindaco dovrebbe trovarsi accanto, da alleato, un inviato di Roma.

Nessuna lista per anni. Prospettiva non semplice in posti dove, contro lo Stato, per anni non si sono più presentate liste e i cittadini hanno smesso di votare. Nel 2007 Pietro Grasso, da procuratore antimafia, lo sintetizzò in una battuta amara: «In certi paesi come Africo, San Luca o Platì, è lo Stato che deve cercare di infiltrarsi». A Platì, dove infine si è tornati alle urne, si sono sfidati un parente del clan Barbaro e la figlia dell’ultimo sindaco «sciolto per mafia», la quale rivendicava a sua volta il diritto a non controllare parentele imbarazzanti in lista: «Discendo da un brigante, io!». Callipo sa bene che certe ventate «garantiste» possono gonfiare vele sbagliate: «Ma sbatteranno contro un muro. L’Anci Calabria e la maggioranza dei suoi sindaci sono contro la ‘ndrangheta». La Calabria è il luogo dove nulla è come appare, si sa. Infligge sorprese amare: come lo scioglimento di Marina di Gioiosa Ionica, retta da un sindaco vicino a “Libera”. E regala consolazioni perfino ingenue, come i reggini in fila in prefettura a firmare il «registro di cittadinanza consapevole contro la ‘ndrangheta»: proprio mentre la rivolta dei sindaci montava al piano di sopra.

Anci Calabria si unisce al coro di critiche contro lo strumento dello scioglimento dei comuni per mafia. Callipo annuncia l’istituzione di una commissione che elabori proposte di modifica della normativa e sottolinea la necessità di intervenire anche sul livello burocratico, scrive lunedì 4 dicembre 2017 "Lacnews24". Assume proporzioni sempre maggiori la sollevazione contro lo strumento dello scioglimento dei Comuni a causa di presunte infiltrazioni mafiose. Dopo la lettera inviata da 51 sindaci della Città metropolitana di Reggio Calabria al ministro Marco Minniti, per sollecitare un incontro sul tema, al coro di critiche si aggiunge ora il presidente di Anci Calabria, Gianluca Callipo, che annuncia l’istituzione di una commissione di studio, presieduta dal sindaco di Rende Marcello Manna, che possa elaborare e proporre modifiche alla normativa in vigore.

«La normativa che regola lo scioglimento dei Comuni per presunte infiltrazioni mafiose continua a mostrare enormi limiti – scrive Callipo in una nota -, con conseguenze così dirompenti sull’autonomia dei territori, che non possono essere più accettate come inevitabili effetti collaterali di uno strumento che oggi appare spesso incapace di perseguire gli scopi per i quali è stato pensato». 

Il numero uno dell’associazione dei Comuni calabresi si riferisce soprattutto a quelle amministrazioni sciolte più volte nel corso degli anni.

«Governo e Legislatore devono prendere atto che il meccanismo non funziona - continua -. Non si spiegherebbero altrimenti i ripetuti scioglimenti che in alcuni casi colpiscono lo stesso Comune due o tre volte consecutivamente, vanificando la partecipazione democratica dei cittadini alla vita delle proprie comunità. La semplice decisione di istituire una commissione di accesso agli atti diventa automaticamente una sentenza di condanna che porta immancabilmente allo scioglimento, come se tra le due cose ci fosse esclusivamente un nesso temporale, per il quale l’una segue l’altra sempre e comunque. A che serve, dunque, accedere agli atti, leggere le carte, indagare i meccanismi amministrativi, se poi l’esito è scontato sin dall’inizio?».

Callipo, inoltre, dice esplicitamente che puntare esclusivamente sulla politica non serva a molto: «Probabilmente eventuali infiltrazioni non si annidano esclusivamente nel livello politico, ma anche e soprattutto in quello burocratico. Ecco perché la normativa va cambiata, affinché diventi davvero efficace e costruttiva».

Per il presidente dell’Anci regionale, un altro elemento che deve indurre a un profondo ripensamento dell’impianto normativo è il fatto che spesso vegano colpiti dai decreti di scioglimento anche quei Comuni che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia, con sindaci che si sono esposti in prima persona in questa difficile battaglia. «Sindaci che il giorno prima vengono elevati ad esempio da seguire - afferma Callipo -, il giorno dopo possono essere mandati a casa con infamanti sospetti alieni alla loro storia personale e politica. Ovvio che il buon nome di qualcuno non possa essere garanzia assoluta di legalità, ma non può nemmeno essere calpestato alla prima occasione senza la cautela che alcune situazioni imporrebbero, quantomeno per non generare nei cittadini la falsa convinzione che della politica, tutta la politica, non ci si possa mai fidare».

Infine, il presidente di Anci Calabria richiama proprio la lettera inviata dalla maggioranza dei sindaci reggini al ministro Minniti.

«Condivido l’iniziativa – conclude Callipo -. L’Anci è al loro fianco nel sostenere una revisione della normativa che fughi tutti i dubbi e gli equivoci che oggi dominano questa delicatissima materia».

Chiusi per mafia, scrivono G. Baldessarro e A. Bolzoni il 27 settembre 2018 su "La Repubblica". Ce ne sono alcuni che sono stati "chiusi” due e anche tre volte, in altri non si presentano più neppure le liste per scegliere un sindaco. E' la democrazia sconfitta dalle mafie. Da quando si è fatta la legge per fronteggiare l'“emergenza” dei Comuni infiltrati dal crimine - era il 1991 - in Italia sono stati inviati commissari prefettizi in 289 città e paesi. Al Sud ma da qualche tempo anche in un Nord che ha dovuto fare i conti con l'infezione, in capitali di 'Ndrangheta come Reggio Calabria e in sterminati quartieri di Roma come Ostia, a Brescello in Emilia e a Sedriano in Lombardia, nei territori dell'Aspromonte, in Puglia, in Campania e naturalmente in Sicilia. Cadono giunte di tutti i colori, destra e di sinistra, circoscrizioni, aziende sanitarie. Dove c'è invasione di boss e "condizionamenti”, il governo centrale da quasi trent'anni ha questo potere: “sciogliere”. Tenere in pugno un Comune per le mafie non è solo una questione economica, ma molto di più. E' distribuire lavoro, mantenere il consenso sociale, controllare il territorio. Affermare sovranità. La legge sullo scioglimento degli enti locali ha provato - almeno sulla carta - a rimettere le cose a posto. E, per un bel po', ha svolto efficacemente il suo compito. Però sono passati tanti anni e anche questa legge mostra oggi le sue crepe, soprattutto perché quando si cacciano sindaci e consiglieri in quegli stessi Comuni resta sempre a "comandare” una burocrazia che di solito non è meno influenzabile (e intossicata) della classe politica. A volte poi, c'è stato l'odioso sospetto che la "chiusura” sia stata determinata da scelte politiche più che criminali. Serve una revisione della legge? Bisogna cambiare qualcosa? Il dibattito sulla sua incisività e sulla sua resistenza al tempo è aperto. Con la “serie” del blog che inizia questa mattina abbiamo voluto mettere sul tavolo della discussione i contributi di studiosi ed esperti come Claudio Cavaliere e Vittorio Mete, Vittorio Martone, Doris Lo Moro, Marco Magri. C'è anche la testimonianza di Maria Cacciola, Rosanna Mallemi e Giovanna Termini, le tre funzionarie nominate in quel Comune che fu reame di Totò Riina, Corleone. E poi tanti nostri amici giornalisti che ci hanno consegnato le loro cronache dai territori. Come quella che ha ricordato il primo “quasi sindaco” mandato via con decreto presidenziale - Capo dello Stato era allora Sandro Pertini - quando ancora la legge sullo scioglimento dei Comuni non esisteva. Era il 1983. E in un paesino della Calabria, Limbadi, il più votato di tutti risultò Ciccio Mancuso, il boss dei boss della zona. Ma al di là del provvedimento del Presidente Pertini, sarebbe stato molto difficile per don Ciccio amministrare Limbadi. Era una condizione molto particolare, la sua: don Ciccio era latitante.

La democrazia battuta e mortificata per 289 volte, scrive Claudio Cavaliere - Sociologo e giornalista - il 27 settembre 2018 su "La Repubblica". Ci sono voluti quarantacinque anni di storia repubblicana per dotarsi di uno strumento di difesa contro l’invadenza della criminalità organizzata nella democrazia locale. Quasi mezzo secolo di sdegnoso disinteresse ha prodotto quella storia mancata che costringe oggi a sciogliere per mafia pezzi dello Stato, il cuore politico del rapporto istituzioni-cittadini: i Comuni appunto. Una statuaria indifferenza crollata di colpo. Di colpo, nel 1991 nasce il fenomeno, quasi si fosse stati colti alla sprovvista. Come se prima la mafia, nelle sue varie declinazioni regionali, non avesse già gestito direttamente istituzioni, risorse, enti pubblici e quant’altro. Questione di priorità, se è vero che la Repubblica dei primi decenni si pensò di difenderla rimuovendo Sindaci e inibendoli dall’elettorato passivo per anni con l’accusa di avere firmato appelli contro la bomba atomica, promosso dibattiti e manifestazioni di protesta contro i governi in carica o di avere solo espresso valutazioni ritenute non conformi. Massimo Severo Giannini scrisse di quei decreti come “offese all’intelligenza” e “buoni per la storia dell’umorismo prefettizio” e il sindaco di Bologna Dozza coniò nel 1951 l’espressione “il reato di essere sindaco”, per denunciare le condizioni in cui erano costretti ad operare i sindaci di sinistra. Certo il “puzzo acre di guerra civile” denunciato da De Gasperi fece orientare l’attenzione occhiuta e assillante dei prefetti esclusivamente verso le amministrazioni locali di sinistra considerate sediziose e pregiudizievoli per l’ordine pubblico mentre i Comuni siciliani sparirono dai radar dell’attenzione del ministero dell’interno protetti dal velo dell’autonomismo. Eppure già dopo le prime elezioni comunali del 1946 i casi di municipi in cui è evidente la gestione diretta della criminalità organizzata sono innumerevoli, ma solo per un paio di eclatanti episodi c’è traccia dell’intervento del ministero senza mai pronunciare la parola mafia che allora formalmente non esisteva. Quando nel 2016 viene sciolto per infiltrazioni il comune di Corleone i cognomi richiamati nella relazione del decreto sono quelli degli anni ‘50 citati dalle prime commissioni parlamentari antimafia, a conferma che l’infeudamento mafioso nei municipi non è una invenzione sociologica ma una condizione stabile che si misura nel tempo nella capacità di competere e di autorappresentarsi all’interno dei meccanismi codificati della democrazia locale. Sarà la mattanza degli anni ottanta e la circostanza che decine di consigli comunali sono zeppi di diffidati di P.S. a mettere fine a quella finzione. Ancora una volta sarà il sangue a dettare il tempo della reazione, con la politica costretta ad inseguire gli avvenimenti, a tenere il conto di oltre sessanta amministratori locali uccisi i cui nomi si fa fatica ancora oggi a ricordare. La legge del 1991, che prevede lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, non riscosse l’interesse del Parlamento. Più volte, durante le votazioni sui singoli articoli, mancherà il numero legale e alla votazione finale parteciperanno giusto i deputati necessari per farla approvare. Una delle poche verità di questa legge è la rimozione di una finzione, quella della rappresentanza politica derivante dalle elezioni come indicatore sufficiente di democraticità. In sostanza si riconosce che un organo elettivo può non essere democratico. Ma lo fa utilizzando due concetti autoassolutori, quello di “infiltrazione” e “condizionamento”, incapaci di leggere e di vedere la criminalità organizzata impadronirsi dei meccanismi della democrazia e di conseguenza legittimarsi con il consenso come forza di governo. Le organizzazioni criminali non hanno bisogno di creare istituzioni parallele, l’esistente serve benissimo allo scopo. Si può vivere ed operare all’interno delle funzioni dello Stato senza dover rinunciare alla propria storia criminale. Si tratta di una vera e propria “ibridazione” delle istituzioni che avviene con regole e leggi che rimangono apparentemente il principio organizzatore della vita delle comunità. Da allora oltre un quarto di secolo non è bastato per impedire, o semplicemente per porre un argine all’occupazione mafiosa dei Comuni. In quel lontano 1991 c’era consapevolezza nel relatore della legge che in aula affermava: “[…] stiamo raschiando il barile […] perché le altre strade per risolvere il problema richiedono un qualcosa che a me sembra più difficile, e cioè un'autoriforma del potere politico. […] Di conseguenza, si è costretti ad usare strumenti legislativi, laddove sarebbero molto più incisivi e più correttamente applicabili in una dialettica democratica gli strumenti della politica.” Continuando a negare che il problema sta dentro il funzionamento della democrazia, nella raccolta del consenso, significa non trovare le vere contromisure se non i reiterati scioglimenti accompagnati da un dibattito stantìo, buono a riconoscere il radicamento della mafia ma senza essere conseguenti per procedere alla sua rimozione nelle strutture politiche, sociali e civili. Il colore politico delle amministrazioni disciolte per mafia non è mai stato una discriminante. Il 29% erano di centro-destra, il 21% di centro-sinistra, il 40% liste civiche, il resto in prevalenza monocolori di centro (9%). Neanche la demografia è una discriminante: il 32% sono piccoli comuni, dato che smentisce la tesi per cui il taglio demografico non renderebbe credibile l’interesse della mafia per comuni con bilanci minuscoli. Una teoria ingenua, che trascura l’omogeneità di funzioni tra piccoli e grandi e che ampi settori della vita locale dipendono dalla regolazione pubblica: appalti, urbanistica, licenze, usi civici, boschi, pascoli, e quant’altro sono settori a completo controllo locale. Dei 289 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose (al netto degli annullati) 53 hanno bissato o triplicato lo scioglimento a dimostrazione che la legge, che cerca di offrire una risposta attraverso la ripetizione delle elezioni come generatrice di una dinamica di responsabilizzazione, non funziona. Come un fastidioso moscone che sbatte contro i vetri della finestra senza trovare la via d’uscita, i ripetuti scioglimenti confermano che il problema non risiede nelle norme quanto nel sistema politico in cui hanno un peso rilevante la mancanza di partecipazione partitica (specie nei piccoli comuni) e l’irrisolto problema della scelta e selezione dei candidati, in una parola la cultura politica locale, ossia il sistema di relazioni che agisce nel contesto storico-territoriale su cui non c’è ormai più alcun intervento della politica. Anche sulla burocrazia il dibattito è datato. Venticinque anni fa la legge elettorale sull’elezione diretta del sindaco fu fatta anche per questo, per battere l’irresponsabilità diffusa. Anche se vinci per un voto ti do una maggioranza netta; di più, ti do la possibilità di sceglierti la squadra di governo; di nominare i dirigenti nei settori; di scegliere il segretario comunale; di modificare a piacimento la struttura organizzativa del comune; di nominare i rappresentanti delle società partecipate; di assumere dirigenti a tempo determinato. Solo che il prezzo da pagare è uno solo, semplice, solare: la responsabilità politica ed amministrativa non il balletto irricevibile dei “non sapevo.” C’è poi il tema della risposta dello Stato, non sempre all’altezza. Il tempo medio di scioglimento di un comune infiltrato è poco più di tre anni dal momento delle elezioni. Una consiliatura ne dura cinque, con buona pace di chi definisce questa legge come preventiva. Dopo ventotto anni non esiste un ruolo ad hoc per funzionari e prefetti chiamati a guidare i comuni disciolti per infiltrazioni, come se venire da una prefettura significa “comprendere” di amministrazione locale. L’esperienza insegna che non è così. Le gestioni commissariali sono spesso deficitarie perché affidate a figure che non hanno mai avuto a che fare con i municipi, con i loro problemi, con le loro norme. Oggi sul tema dei problemi della democrazia si è finalmente aperto un largo dibattito che non ignora l’illusorietà di pensare che “elezioni regolari implichino di per sé una democrazia regolare”, cosicché gli scioglimenti dei Comuni per mafia ci invitano a ragionare in maniera meno ortodossa intorno a un fenomeno sul quale siamo lontani da una soluzione.

L'ALTRA CORLEONE, QUELLA SANA E ONESTA CHE NESSUNO RACCONTA, scrive Pietro Scaglione il 17/11/2017 "Famiglia Cristiana". Dopo la morte del “capo dei capi” Totò Riina, si devono accendere i riflettori sulla Corleone che resiste e lotta per il cambiamento. Vi sono infiniti esempi di “storie del bene”. Dai Fasci Siciliani a Bernardino Verro, futuro sindaco socialista e illustre vittima della mafia. Moltissimi cattolici militarono nel movimento, nonostante gli assurdi veti di alcuni parroci legati a formazioni conservatrici e preoccupati dall’avanzata del socialismo. Dopo la morte del “capo dei capi” Totò Riina, si devono accendere i riflettori sull’altra Corleone, la Corleone che resiste e lotta per il cambiamento. Vi sono infiniti esempi di “storie del bene” non raccontate: i giovani impegnati nei campus di Libera nei terreni confiscati ai boss; l’antimafia sociale; l’azione della Camera del Lavoro (in continuità con l’insegnamento degli storici leader Placido Rizzotto e Pio La Torre);  le battaglie (passate e presenti) della sinistra e del cattolicesimo sociale; il ruolo del “Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e sull’Antimafia” (contenente reperti storici di notevole importanza); le storie di politici come Pippo Cipriani e di sindacalisti come Dino Paternostro (da sempre impegnati per il cambiamento e il rinnovamento della loro cittadina). Corleone non è soltanto la terra natale di Riina, Provenzano, Liggio e Navarra. Corleone è anche il teatro del primo sciopero agricolo contro il latifondo (nel lontano Ottocento), la cittadina delle prime lotte contadine e dei Fasci Siciliani, la terra natale di eroi come Bernardino Verro e Placido Rizzotto. L’altra Corleone affonda le sue radici nella stagione delle lotte dei Fasci Siciliani. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, infatti, la Sicilia conobbe un’importante stagione di speranza, diritti e progresso sociale. Il protagonista assoluto del nuovo corso fu il movimento dei Fasci siciliani, finalizzato a creare una democrazia sostanziale, a redistribuire le ricchezze e a combattere le ingiustizie. Si trattò di un originale movimento, che unì contadini, lavoratori e intellettuali nella lotta per un mondo migliore. Tra il 1891 e il 1894, i Fasci dei Lavoratori furono il primo esempio concreto di antimafia sociale, di partecipazione democratica e di socialismo nella nuova Italia unita. I Fasci rivendicarono battaglie sociali assolutamente condivisibili: uguaglianza, riduzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali, miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e di tutti i lavoratori. Il movimento ebbe anche il merito di organizzare, proprio a Corleone, nel 1893, il primo sciopero agricolo italiano. Oltre all’attività politica e sindacale in senso classico, i Fasci dei Lavoratori promossero anche l’emancipazione femminile e il progresso culturale delle masse, in una terra come la Sicilia con livelli record di analfabetismo. L’influenza del cristianesimo sociale sui Fasci fu notevole. Moltissimi cattolici militarono nel movimento, nonostante gli assurdi veti di alcuni parroci legati a formazioni conservatrici e preoccupati dall’avanzata del socialismo. Le religiosissime donne del movimento si ribellarono ai niet ecclesiastici e rifiutarono platealmente di partecipare alle processioni del Corpus domini per far comprendere ai parroci che i fedeli erano schierati dalla parte dei lavoratori e non dalla parte dei potenti e degli oppressori. Tra i protagonisti dei Fasci Siciliani vi fu un personaggio leggendario come Bernardino Verro, futuro sindaco socialista di Corleone e illustre vittima della mafia. Dopo avere affrontato una lunga detenzione e i rigori del Tribunale militare ai tempi di Crispi, Bernardino Verro fuggì all’estero, per sottrarsi alle persecuzioni subite in età giolittiana, “reo” di avere promosso imponenti scioperi dei contadini, come appunto la prima manifestazione antilafondista a Corleone. Dopo l’esilio in Tunisia e in Francia, Verro fondò la Casa del Popolo di Corleone e l’Unione agricola cooperativa, applicando il principio dell’affittanza collettiva. Il consenso popolare e l’entusiasmo delle masse lo salvarono, temporaneamente, dalla condanna a morte decretata dai mafiosi e dai latifondisti sin dai primi del Novecento.  In politica, promosse una proficua alleanza tra socialisti e cattolici, in opposizione al blocco di potere conservatore appoggiato dai proprietari terrieri. Con una decisione audace, Verro puntò sui comuni interessi di classe della base sociale dei cattolici e dei socialisti. Inizialmente, l’operazione ebbe enorme successo, come testimoniato dalle elezioni amministrative del 1907. Nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Verro divenne sindaco di Corleone con oltre il 70% delle preferenze e la lista del Partito Socialista conquistò 26 seggi su 32, sbaragliando tutte le altre forze politiche. ll 3 novembre del 1915, Bernardino Verro fu assassinato da due killer mentre stava tornando a casa, dopo un’intensa giornata trascorsa in Municipio. L’assassinio di Bernardino Verro destò una fortissima emozione non soltanto in Sicilia, ma anche nel resto d’Italia. Migliaia di lavoratori resero omaggio alla salma esposta nel Municipio di Corleone e quasi tutto il paese si mobilitò (102 anni fa!). Un altro corleonese illustre fu Placido Rizzotto, partigiano in Carnia, militante socialista, segretario della locale Camera del Lavoro e dirigente della Cgil. Secondo Dino Paternostro, “Rizzotto capiva che la sua nuova trincea era a Corleone. Capiva che qui doveva organizzare la gente, che doveva lottare per liberare quei volti bruciati dal sole, stanchi per la fatica e invecchiati precocemente. Pensava che i contadini uniti avrebbero potuto possedere la terra da coltivare e da far produrre, senza più farsi succhiare il sangue dai gabelloti e dai padroni. Per questo spiegava loro la necessità di organizzarsi, di costituire le cooperative”. Rizzotto era impegnato nelle lotte contadine, nell’occupazione delle terre, nella rivendicazioni dei diritti dei braccianti, nella battaglia contro le ingiustizie sociali e contro i privilegi dell’aristocrazia terriera. I suoi nemici giurati erano i mafiosi, i loro complici politici e i latifondisti. Il 10 marzo del 1948 fu assassinato dalla mafia e il suo corpo fu gettato in una foiba e ritrovato dopo 64 anni grazie alle moderne tecniche dell’analisi del Dna. A distanza di quasi 70 anni, il nipote Placido Rizzotto (anche lui corleonese e con lo stesso nome dello zio) ipotizza scenari da guerra fredda, tra trame anticomuniste, complicità della destra agraria e servizi segreti deviati. Altri tre martiri italiani furono legati in qualche modo al caso Rizzotto: il procuratore Pietro Scaglione (ucciso nel 1971) fu il Pubblico Ministero che chiese l’ergastolo per i killer; il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (assassinato nel 1982) fu il capitano dei Carabinieri che avviò le indagini; il leader comunista Pio La Torre (ucciso pochi mesi prima di Dalla Chiesa) fu il successore di Placido Rizzotto alla guida della Camera del Lavoro di Corleone.

FIGLI E PARENTI DEI BOSS MAFIOSI PER SEMPRE.

Sei parente di un mafioso? Sei un mafioso pure tu... Così chiudono le aziende, scrive il 27 ottobre 2016 “Il Dubbio”. L'intervento di Carlo Giovanardi, componente della Commissione Giustizia del Senato. Il codice antimafia stabilisce che tentativi di infiltrazione mafiosa, che danno luogo all'adozione dell'informazione antimafia interdittiva, possono essere concretamente desunti da:

a) Provvedimenti giudiziari che dispongono misure cautelari, rinvii a giudizio, condanne, ecc.;

b) Proposta o provvedimento di applicazione delle misure di prevenzione ai sensi della legge 575 del 1967;

c) Degli accertamenti disposti dal Prefetto.

Con alcune piccole recenti modifiche che cambiano soltanto marginalmente la normativa. Il punto c) come si vede dà ampi poteri discrezionali ai prefetti che in tutti i provvedimenti assunti sul territorio nazionale motivano sempre l'interdittiva con queste premesse: «Atteso che, come più volte riportato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, il concetto di "tentativo di infiltrazione mafiosa", in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presenta estremamente sfumato e differenziato rispetto all'accertamento operato dal giudice penale, "signore del fatto" e che la norma non richiede che ci si trovi al cospetto di una impresa "criminale", né si richiede la prova dell'intervenuta "occupazione" mafiosa, né si presuppone l'accertamento di responsabilità penali in capo ai titolari dell'impresa sospettata, essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. Considerato che, per costante giurisprudenza, la cautela antimafia non mira all'accertamento di responsabilità, ma si colloca come la forma di massima anticipazione dell'azione di prevenzione, inerente alla funzione di polizia di sicurezza, rispetto a cui assumono rilievo, per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell'individuazione di responsabilità penali (T. A. R. Campania, Napoli, I, 12 giugno 2002 nr. 3403; Consiglio di Stato, VI, 11 settembre 2001, nr. 4724), e che, di conseguenza, le informative in materia di lotta antimafia possono essere fondate su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario, poiché mirano alla prevenzione di infiltrazioni mafiose e criminali nel tessuto economico-imprenditoriale, anche a prescindere dal concreto accertamento in sede penale di reati». Vediamo ora di capire come la preoccupazione del legislatore di difendere le aziende dalle infiltrazioni mafiose sia stata completamente stravolta dalle interpretazioni giurisprudenziali e dalla prassi delle prefetture, andando ben al di là del rispetto formale e sostanziale dei principi costituzionali e anche del buon senso, con un meccanismo infernale che massacra le aziende, le fa fallire e distrugge migliaia di posti di lavoro. Bisogna tener conto infatti che all'impresa colpita da interdittiva antimafia vengono immediatamente risolti i contratti in essere, bloccati i pagamenti, impedito di acquisire nuovi lavori, ecc. a tempo indeterminato, fino a che cioè, non venga meno un plausibile, sintomatico pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. E da cosa si può dedurre questo pericolo che le forze di polizia comunicano al Prefetto? Incredibilmente anche da semplici rapporti di amicizia o di parentela o di affinità con i titolari o i dipendenti della impresa ma anche con persone che con le imprese non c'entrano assolutamente nulla. Due recenti casi modenesi spiegano la follia di questa procedure. Un'impresa locale con titolare originario di Napoli, felicemente sposato con una palermitana conosciuta mentre era militare in Sicilia nell'ambito dell'operazione Vespri Siciliani, dalla quale ha avuto tre figli, assunse a suo tempo, con l'autorizzazione del giudice tutelare e l'approvazione dei servizi sociali, cognato e suocero usciti dal carcere a Palermo dopo aver scontato una condanna per attività mafiosa. Sulla base di questa circostanza all'impresa è stata negata l'iscrizione alla white list ed è scattata l'interdittiva antimafia. L'imprenditore ha immediatamente licenziato cognato e suocero ma per la Prefettura questo non era sufficiente e l'ha invitato a rivolgersi al Tar dell'Emilia-Romagna che a sorpresa ha confermato l'interdittiva con la stupefacente motivazione che malgrado il licenziamento permaneva il rapporto di parentela (semmai affinità, sic. ndr). Soltanto recentemente, dopo questa surreale decisione, il Consiglio di Stato ha finalmente riconosciuto le buone ragioni dell'imprenditore escludendo che il semplice rapporto di affinità possa essere sufficiente per mantenere una interdittiva. Nel frattempo sempre a Modena un altro imprenditore di origine campana si è visto applicare l'interdittiva, in base a precedenti penali del fratello, con il quale non ha rapporti di nessun tipo da tantissimi anni, con inevitabile fallimento e rovina per moglie e figli, decisione confermata dal Tar dell'Emilia-Romagna perché "non si esclude", pur non essendoci attualità di una situazione di pericolo, che il passato oscuro del fratello, comparso in una lista di componenti di un clan di casalesi, arrestati per ordine della Procura, possa nascondere futuri tentativi di infiltrazione. Bisogna aggiungere, per chiarezza espositiva, che diversamente dai procedimenti penali dove c'è possibilità di difesa e contraddittorio, l'imprenditore a cui viene rifiutata l'iscrizione alla white list non viene ascoltato dalla Prefettura e neppure può prendere visione egli atti che lo riguardano, che sono secretati. Di fronte a questa situazione, essendo in discussione in commissione Giustizia del Senato la riforma del Codice Antimafia, sono stati sentiti in audizione il prefetto Bruno Frattasi, attuale comandante dei Vigili del Fuoco, per anni responsabile dell'Ufficio legislativo del Ministero degli Interni, i Prefetti di Milano, Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Modena, ecc., illustri avvocati, docenti di diritto amministrativo e rappresentanti delle associazioni imprenditoriali. Ad eccezione dei Prefetti sul territorio, che hanno sostenuto di vivere nel migliore dei mondi possibile e non si sono accorti di nessuna criticità, da Frattasi, i professori, gli avvocati e le associazioni degli imprenditori sono state sottolineate le incongruenze e i limiti di questo sistema ed indicate soluzioni come l'obbligo di sentire l'imprenditore, fare verificare i provvedimenti interdittivi da un giudice terzo, accompagnare l'azienda colpita da interdittiva a superare lo stato di pericolo prima che possa giungere il fallimento. Con una consapevolezza che è emersa chiaramente: la criminalità organizzata non viene minimamente scalfita da questi provvedimenti che viceversa per la loro assoluta arbitrarietà e disprezzo per l'economia reale non possono che creare disaffezione e rancore verso le istituzioni. 

Se non sai che il parente del tuo amico è mafioso sei mafioso anche tu…, scrive Tiziana Maiolo il 21 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Il politico patrocinò la festa paesana dello stacco organizzata da un parente di un presunto ndranghetista. Colpevole di “inconsapevolezza”, l’assessore va rimosso. Ci mancava solo Rosy Bindi nel caravanserraglio di quanti hanno preso di mira il Comune milanese di Corsico e il famoso (mancato) “Festival dello stocco di Mammola”, per saldare vecchi e nuovi conti politici. La Commissione bicamerale Antimafia è arrivata a Milano giovedì con un programma ambizioso: audizioni dei massimi vertici della magistratura (il procuratore generale Alfonso, il procuratore capo Greco e la responsabile della Dda Boccassini) e discussione sulla presenza di spezzoni di ‘ ndrangheta al nord, e in particolare nelle inchieste su Expo e il riciclaggio. Ma tutto è rimasto sbiadito in un cono d’ombra illuminato prepotentemente dal caso del merluzzo, il famoso stocco di Mammola, che viene festeggiato ogni anno da 38 anni in Calabria con il patrocinio dell’ambasciata di Norvegia, ma che non si può evidentemente esportare nel milanese. La Presidente Rosy Bindi è stata perentoria: l’assessore alle politiche giovanili Maurizio Mannino, che nell’ottobre dell’anno scorso aveva dato il patrocinio alla Festa dello stocco a Corsico senza rendersi conto del fatto che il promotore dell’evento era il genero di una persona indagata per appartenenza alla ‘ ndrangheta, deve essere subito rimosso. Altrimenti verrebbero avviate, per iniziativa di una serie di zelanti parlamentari del Pd, le procedure per arrivare al commissariamento del Comune di Corsico. Certo, dice la stessa Presidente dell’Antimafia, il sindaco era inconsapevole, ma “l’inconsapevolezza per essere innocente deve essere dimostrata”. Inversione dell’onere della prova, al di là e al di fuori da qualunque iniziativa giudiziaria, dunque. Il concetto è questo, in definitiva: se anche tu non sai con chi hai a che fare (cioè uno colpevole di essere parente di un altro), sei a tua volta colpevole a prescindere. E la cosa grave è che su questa vicenda di Corsico si soni mossi parlamentari del Pd (la famosa nuova generazione dei “garantisti”) come Claudio Fava e Franco Mirabelli e persino il mediatico promotore di libri nonché procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Tutti compatti contro il sindaco Filippo Errante, colpevole di “tradimento”, perché da ex sindacalista e assessore di una giunta di sinistra, ha osato non solo allearsi con il centrodestra, ma addirittura portarlo alla vittoria dopo sessanta anni di governo ininterrotto di sinistra. Un capovolgimento politico che brucia ancora, dopo oltre un anno. Il che è comprensibile, soprattutto per la candidata sconfitta, l’ex sindaco Maria Ferrucci. La quale un risultato a casa l’ha portato, quello di riuscire a fare annullare la festa dello stocco e di conseguenza di indebolire la figura del neo- sindaco. Il quale sarà costretto oggi anche a rinunciare a un suo assessore di punta. Indebolendosi sempre più. Ma c’è da domandarsi se sia di grande soddisfazione politica per l’ex sindaco e per il suo partito essere costretti a denunciare per simpatia con le mafie una persona come il sindaco Errante che un tempo militava nelle loro fila. E cercare di sconfiggere per via burocratica e tramite i prefetti e le commissioni antimafia (neanche per via giudiziaria, non essendoci inchiesta alcuna all’orizzonte) chi ha vinto le elezioni. Democraticamente e non con un colpo di stato.

«Tuo cugino forse è mafioso dunque tu sei impresentabile». I ragionamenti di Claudio Fava e la caccia alle streghe, scrive Davide Varì il 2 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Da quando la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi ha annunciato che no, stavolta la black list degli impresentabili siciliani non arriverà in tempo per le elezioni del 5 novembre, sull’isola si è ufficialmente aperta la stagione della caccia alla parentela mafiosa. L’obiettivo è quello di delegittimare e screditare il più possibile gli avversari accusandoli di aver imbarcato nelle proprie liste boss, vice- boss, semplici affiliati o, quando proprio non si trova niente di meglio, amici e parenti di mafiosi. E tra i cacciatori di taglie più attivi c’è Claudio Fava, candidato governatore della sinistra. L’ultima rivelazione del vicepresidente dell’Antimafia, che evidentemente ha spulciato come un segugio i casellari giudiziari di mezza Sicilia, riguarda la lista del candidato grillino Giancarlo Cancelleri. Tra le fila di quest’ultimo si sarebbe infatti insinuato il cugino di un boss: «Nella lista di Palermo dei 5stelle è candidato Giacomo Li Destri, cugino di primo grado dell’omonimo Giacomo Li Destri, sotto processo per associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuto referente di Cosa Nostra a Caltavuturo», ha infatti denunciato Fava che poi ha sentenziato: «Si tratta di una candidatura inopportuna politicamente e moralmente». Che poi il Li Destri sia ancora sotto processo e dunque sia un boss soltanto presunto, è questione di lana caprina che a Fava interessa assai poco. Come del resto non gli interessa che il candidato non è il Li Destri” presunto boss, ma il Li Destri” cugino. Del resto la trovata del cosiddetto reato di parentela mafiosa non è certo cosa recente. Da Napoli in giù, non c’è elezione in cui l’albero genealogico dei candidati non venga sezionato, tanto da diventare parte integrante del curriculum dell’aspirante onorevole. E non importa che la Cassazione e i Tar di mezza Italia abbiano negato qualsiasi consequezialità nel rapporto di parentela tra un candidato e il parente mafioso o presunto tale, la battaglia sul reato di parentela prosegue senza sconti. Insomma, gran parte della campagna elettorale siciliana non si gioca sull’economia di una delle regioni più povere d’Europa, né sui cavalcavia che crollano come castelli di sabbia o sulle ferrovie anteguerra. Nulla di tutto questo: il cuore dello scontro si ha sui cosiddetti impresentabili. Tanto che per attaccare il candidato del centrodestra Nello Musumeci, il dem Fabrizio Micari ha addirittura scomodato Goethe: «Musumeci si è venduto l’anima al diavolo come il dottor Faust. Si è accollato gli impresentabili pur di provare a farcela. Ha persino detto di aver saputo degli impresentabili dai giornali… sì, evidentemente dalle pagine di cronaca nera». Ma l’ultima parola, almeno fino a oggi, se l’è presa Totò Cuffaro il quale è l’unico che parla di politica: «Meno male che mi hanno interdetto il diritto di voto, vedere il Leghista Salvini che spadroneggia in Sicilia mi fa ribollire il sangue».

Dopo l’espropriazione proletari dei beni, tocca all’espropriazione proletaria dei figli. Li togliessero a tutti i mafiosi, anche a quelli che credono di non esserlo.

Liberi di scegliere: tutto sul film tv con Alessandro Preziosi. Ispirato alle iniziative del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, va in onda su Rai 1 martedì 22 gennaio. Nel cast ci sono Nicole Grimaudo e Carmine Buschini, scrive Francesco Canino il 22 gennaio 2019 su Panorama. Racconta uno spaccato di vita vera - quella che vede intrecciarsi le storie delle giovani leve della 'ndrangheta a quella degli uomini di Stato che tendono loro la mano per aiutarli a realizzare un futuro diverso - Liberi di scegliere, il flm tv di Rai 1 con Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo e Carmine Buschini, in onda martedì 22 gennaio. Ecco tutto quello che c'è sa sapere. È una sfida impegnativa quella che deve affrontare Alessandro Preziosi, il protagonista di Liberi di scegliere, il film tv drammatico scritto da Monica Zapelli, sceneggiatrice e scrittrice, autrice tra gli altri de I cento passi. L'attore questa volta si cala nel ruolo di Marco Lo Bianco, un giudice del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria che ha un sogno: strappare i ragazzi alla ‘ndrangheta. Il film è ispirato dall’iniziativa del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria - in particolare all’esperienza del giudice Roberto Di Bella, che dal 2012 punta su provvedimenti che prevedono la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale - e racconta un percorso alternativo al carcere che ha l’obiettivo di fornire ai giovani delle cosche malavitose la possibilità di una crescita sociale e culturale in luoghi e contesti lontani da quelli di provenienza.

La trama del film evento di Rai 1. Quando il giudice Lo Bianco incontra Domenico (Carmine Buschini), ultimo componente di una cosca, ma anche fratello minore di un ragazzo che ha inutilmente arrestato anni prima, decide che è arrivato il momento di dire basta: con un provvedimento senza precedenti, dispone l’allontanamento del ragazzo dalla Calabria e il decadimento della responsabilità genitoriale non solo per il padre latitante, ma anche per la madre. A quel punto Lo Bianco e i suoi assistenti saranno costretti a fare i conti con i codici e i sentimenti delle famiglie criminali, mentre Domenico e sua sorella Teresa (Federica Sabatini) impareranno che esiste anche uno Stato che tende la mano e aiuta i ragazzi a sognare un futuro diverso, in cui poter essere liberi di scegliere. Così i ragazzi vengono sottratti al loro destino, che quasi certamente li avrebbe portati a seguire le orme dei padri e offrendo loro la possibilità di conoscere un altro modo di vivere.

Il cast di Liberi di scegliere. Nel cast di Liberi di scegliere c'è anche Carmine Buschini, attore amato dai giovanissimi, che incontra nuovamente il regista Giacomo Campiotti, il quale lo aveva diretto nella serie Braccialetti Rossi. "Questa volta interpreta un personaggio diverso. Abbiamo lavorato sulle emozioni, ma questa volta represse e nascoste, anche a se stesso", spiega Campiotti. Nicole Grimaudo è invece la madre di Domenico, intrappolata in una prigione di rimozioni. Francesco Colella è Antonio, che da capofamiglia premuroso si trasforma in pericoloso assassino, mentre Alessandro Preziosi sarà un giudice antieroe. "Con lui abbiamo lavorato in sottrazione, costruendo un magistrato, schivo, umile, emotivamente partecipe del destino dei ragazzi e delle loro famiglie, ma sempre nel rispetto del suo ruolo istituzionale. Proprio come il Giudice Di Bella", aggiunge il regista.

Liberi di Scegliere: la storia vera di Roberto Di Bella che ha ispirato il personaggio di Marco Lo Bianco, scrive il 21 gennaio 2019 Costanza Mauro su pianetadonna.it. Chi è Roberto Di Bella, il giudice che ha ispirato il personaggio interpretato da Marco Lo Bianco nel film Rai per la TV Liberi di Scegliere. Se avete visto o state vedendo il film per la tv in onda su Rai 1 Liberi di scegliere, di certo sarete rimasti colpiti dall'incredibile storia del giudice Marco Lo Bianco. Ad interpretare Marco Lo Bianco è un bravissimo Alessandro Preziosi, ciò che però forse vi sfugge è che questo personaggio è ispirato a una persona vera: Roberto Di Bella. Ma chi è Roberto Di Bella? E' il Presidente del Tribunale Minorile di Reggio Calabria e ha il grande merito di aver cambiato radicalmente l'approccio nei confronti dei figli delle famiglie mafiose appartenenti all'ndgrangheta, trovando una strategia che permettesse loro di svincolarsi da un destino segnato che li vorrebbe eredi dei padri all'interno della complicata gerarchia delle cosche.

La vera storia di Roberto Di Bella. Roberto Di Bella ha poco più di 50 anni, 30 dei quali li ha trascorsi nei tribunali, tentando non solo di applicare le leggi, ma anche di costruire un futuro diverso per coloro che potevano ancora sfuggire alla presa dell'ndrangheta. Di Bella ha lavorato a Reggio Calabria e, dopo una parentesi messinese, è ritornato nella città che aveva lasciato per ricoprire il ruolo di Presidente del Tribunale Minorile nel 2011. Nel corso degli anni di lavoro, Di Bella ha avuto modo di verificare un dato allarmante: a distanza di un decennio, i cognomi che saltavano fuori nel corso dei processi degli anni 2000 erano gli stessi degli anni '90. Perché? Perché le famiglie mafiose erano sempre le stesse e le generazioni più giovani raccoglievano i testimoni dei padri, la loro eredità criminale e spesso finivano per condividerne anche il destino processuale. Tanti ragazzi, anche molto giovani, imboccavano una strada pericolosa e finivano inevitabilmente nelle mani della giustizia o peggio. Agli occhi del giudice Roberto Di Bella divenne quindi evidente la necessità di intervenire affinché a questi ragazzi senza colpa potessero scegliere di avere un destino diverso. Come fare? Allontanandoli dall'ambiente in cui sono cresciuti, limitando o in alcuni casi facendo decadere del tutto la responsabilità genitoriale, sarebbe stato possibile offrire a questi giovani una visione diversa del mondo e della propria vita. Questa è stata una vera e propria rivoluzione, portata avanti naturalmente non dal solo Di Bella, ma anche dai suoi collaboratori di concerto con la Procura della Repubblica per i Minorenni, con la Procura Antimafia e anche, in alcuni casi, con l'associazione Libera che fa capo a Don Ciotti, che sostiene il progetto soprattutto per quanto riguarda i percorsi di formazione. Il diverso approccio sta dando molti frutti, prima di tutto perché per molti giovani ha davvero rappresentato l'alternativa che gli ha permesso di sganciarsi da un mondo di violenza, e poi perché anche diverse madri, spinte dall'esempio e dall'amore per i figli, stanno cominciando seguirli in questo percorso.

LIBERI DI SCEGLIERE, ECCO QUAL È LA VERA STORIA. La figura del personaggio interpretato da Alessandro Preziosi è ispirata al lavoro di un magistrato reale: Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per minorenni di Reggio Calabria, scrive Elisa Chiari su Famiglia Cristiana il 21/01/2019. Dietro il film per la Tv Liberi di scegliere, regia di Giacomo Campiotti, in onda su Raiuno il 22 gennaio, e dietro il protagonista Marco Lo Bianco, interpretato da Alessandro Preziosi, c’è una storia vera: quella del magistrato Roberto Di Bella, messinese d’origine, un’intera carriera dedicata alla giustizia dei minori, in prevalenza a Reggio Calabria con una parentesi a Messina, dal 2011 presidente del Tribunale per minorenni di Reggio Calabria. In magistratura dal 1991, 55 anni, ha ripetutamente spiegato in occasioni pubbliche che: «la 'ndragheta si eredita, esiste il rischio non virtuale, che in particolari contesti e in particolari famiglie, l’educazione si traduca in educazione criminale». Un fatto di cui ha preso atto, in modo diretto, quando, nella sua lunga esperienza sul territorio, si è trovato in condizioni di giudicare i figli di minorenni che aveva giudicato vent’anni prima, cosa che si spiega anche con il fatto notorio che la ‘ndrangheta si fonda sul legame di sangue, familiare, a differenza di cosa nostra dove prevale il vincolo del mandamento. Quel passaggio di fascicoli, e di processi, di padre in figlio sulla sua scrivania, ha portato Di Bella a interrogarsi su come prevenire il fenomeno dell’ereditarietà criminale, a domandarsi come agire per tempo per evitare che ai figli seguano i nipoti. La riflessione ha portato, da qualche anno, a una valutazione: quanto e fino a quando il rischio di un destino criminale ineluttabile, che troppe volte si conclude con il carcere o con la morte, può comprimere la libertà di un bambino fino a comprometterne la crescita psico-fisica? Quanto, in determinate circostanze, un’educazione siffatta può andare contro il migliore interesse del minore fino a giustificare un intervento legale di temporaneo allontanamento dalla famiglia, come avviene nei maltrattamenti, dovendo bilanciare il diritto di crescere ed essere educati nella famiglia d’origine con il diritto a preservare l’integrità psicofisica del ragazzo?

La risposta che si sono dati al Tribunale per Minorenni di Reggio Calabria, è che, in qualche ben determinata situazione, da valutare caso per caso, questa condizione si possa verificare. Il risultato è un orientamento giurisprudenziale che si va consolidando, tradotto, negli ultimi sette-otto anni, in una settantina di provvedimenti di allontanamento temporaneo di ragazzi in prevalenza tra i 15 e il 17 anni, o poco più giovani. Il dottor Di Bella lo ha più volte spiegato così relazionando della questione in pubblico: «Non accade mai di allontanare un minore soltanto perché nato nel contesto di una famiglia mafiosa», ma, caso per caso, «viene valutato il caso concreto, intervenendo laddove il metodo educativo mafioso determini un concreto pregiudizio per il concreto sviluppo psicofisico dei minori. Casi di questo genere sono avvenuti quando da intercettazioni o testimonianze è emerso un coinvolgimento dei minori nell’uso di armi o nei traffici di droga, o quando si è verificata la commissione da parte di ragazzi di una serie di reati sintomatici di una escalation della carriera criminosa e il genitore non è intervenuto in nessun modo per contenerli. Oppure si interviene «quando vi sia la necessità di tutelare l’integrità fisica dei ragazzi nelle situazioni di faida» o ancora quando «c’è il rischio che i figli di un collaboratori e soprattutto collaboratrici di giustizia vengano usati come merce di ricatto nei confronti di chi in famiglia abbia collaborato con lo stato».

La base su cui si agisce ovviamente è normativa: gli articoli 2, 30 e 31 della Costituzione, l’art. 330 del codice civile. («Il giudice può pronunziare la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti (educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni ndr) o abusa dei relativi poteri) con grave pregiudizio del figlio. In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare» e, sul piano del diritto internazionale, la Convenzione sui diritti del fanciullo siglata a New York nel 1989. Facile prevedere che l’intervenire in questo modo, per provare a dare a dei ragazzi, prima che sia troppo tardi, l’occasione di sperimentare o modello educativo e di vita diversa, cosa che spiega il nome dato al progetto “liberi di scegliere” che coinvolge per l’’80 per cento ragazzi che hanno già commesso reati e che si avvale della collaborazione di psicologi e di associazioni come Libera, non sia un modo di farsi degli amici. E infatti non mancano le minacce e il presidente Di Bella vive da anni sotto protezione, ma è anche vero, che per sua stessa ammissione, non sono mancati episodi di ringraziamento da parte di madri e, persino, di padri in carcere.

«Si cerca di far passare l’idea che la violenza genera sofferenza un messaggio che stanno recependo soprattutto le madri. E’ vero che ci sono madri irriducibili, ma ce ne sono altre desiderano un riscatto dal contesto criminale di cui sono prigioniere per salvare i figli e per sé stesse. Spesso sono “vedove bianche”, hanno il marito in carcere e temono che il figlio finisca allo stesso modo. Capita che vengano a chiederci di nascosto dalla famiglia di allontanare i ragazzi». Reggio Calabria è, al momento, l’unica sede di Tribunale per minorenni, che pur senza alcun automatismo, ha messo a sistema questo percorso, comunque delicato e complesso, che ha genera un dibattito costruttivo tra gli addetti ai lavori per l’invasività e che pone problemi complessi anche in relazione al compimento della maggiore età, quando i ragazzi escono dalla competenza del Tribunale per minorenni.

Il tv movie “Liberi di scegliere” in onda in prima serata su Rai Uno il prossimo 22 gennaio racconta il primo caso di "allontanamento" di un minore da una famiglia di 'ndrangheta, che è sintesi dei tanti che si sono succeduti nella realtà. Una realtà fatta di decine di bambini cresciuti a pane e mafia, scrive gazzettadelsud.it il 18 gennaio 2019. Luigi (solo il nome è di fantasia) aveva 9 anni quando il padre lo portava sulla spiaggia per farlo esercitare a sparare, aveva solo 9 anni quando andava ai summit di ‘ndrangheta, assisteva all’arrivo di ingenti carichi di droga e gli veniva raccomandato «Tu devi imparare a tagliare la polvere». Per salvare Luigi da un futuro già scritto è partita dallo Stretto una battaglia che cammina sulle orme di giudici che hanno sacrificato la loro vita contro le mafie.

“Vorrei che quel bambino vivesse da cittadino libero in un mondo migliore”.

“Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.

Sono frasi di Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, idee che hanno trovato concretezza nel coraggio illuminato di un magistrato messinese, Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, che forte di un’esperienza ultraventennale, ha tracciato una strada per cercare di spezzare quel lascito mafioso che si tramanda di padre in figlio soprattutto in Calabria, allontanando i ragazzi da famiglie che li educano al crimine organizzato o semplicemente alla cultura mafiosa. Il racconto del primo provvedimento di "allontanamento" farà tappa sul piccolo schermo, ma dietro la fiction ospitata dalla Rai c'è una realtà fatta di oltre un centinaio di ragazzi che il magistrato messinese ha processato per reati gravissimi che vanno dall’associazione mafiosa all’omicidio, minori che spesso portavano uno dei 144 cognomi della “Santa” e che sono finiti alla sbarra per anche per estorsioni, rapine, armi, droga o per aver coperto e agevolato latitanze di boss in Aspromonte. Un trend che Di Bella ha provato ad invertire. Dopo sei anni dall’adozione del primo provvedimento su richiesta della Procura della Repubblica dei Minorenni, sono stati circa 60 i ragazzi inseriti in un programma di recupero, una quarantina quelli trasferiti temporaneamente in altre regioni tra cui Sicilia, Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte e Sardegna. Irrisorio il numero di recidivi, mentre più della metà, non appena tornati a casa, hanno chiesto di essere nuovamente trasferiti in un altro luogo.

E il resto?

«Quelli che rimangono in Calabria – racconta il presidente Di Bella – ci chiedono di essere aiutati a trovare un lavoro o a iscriversi all’università».

Gli ultimi “allontanamenti” sono stati siglati la scorsa settimana, ma cosa l'ha spinta a iniziare ad allontanarli?

«In questi anni – racconta il magistrato – ho conosciuto minori addestrati alle armi in tenera età, allevati ad usare la forza, la sopraffazione e la vendetta, ragazzi coinvolti nella scomparsa o nell’omicidio delle madri “colpevoli” di non essere rimaste fedeli a mariti al 41 bis».

E’ per questo che Di Bella ha deciso di interrompere una spirale che è culturale, ancor prima che criminale. Attualmente sono circa 15 i minori allontanati dalle famiglie d’origine, sono guidati alla scoperta della loro vera identità grazie all’opera incredibile degli Uffici del Servizio Sociale per i Minorenni di Messina e Reggio Calabria, di Don Ciotti ed Enza Rando, di tutti i volontari di Libera e dell’Unicef. Questo film ricalca quasi fedelmente la realtà, una realtà che affonda le radici nella sua città d'origine...

«La prima “culla” è stata Messina – racconta Di Bella – l’Ussm ha permesso di consolidare una rete che si è andata via via espandendo. Ha reso tutto molto più semplice l’aver riavuto al mio fianco Maria Baronello o la direttrice dell’Ussm di Reggio Calabria Giuseppina Garreffa. Grazie a loro, ad operatori e psicologi, si è cercato di far scoprire ai ragazzi di mafia che esiste un mondo diverso dove la violenza – spiega Di Bella - non è lo strumento principe, dove i fidanzamenti o matrimoni non si impongono a sugello di sodalizi criminali e dove il carcere non è un attestato di professionalità».

Un ruolo cruciale e sempre più decisivo, nelle storie di minori “strappati” alle mafie lo hanno avuto le madri.

«Superata una prima fase di contrapposizione aspra – spiega il presidente Di Bella -  prevale quasi sempre la speranza di sottrarre i figli a un destino che non hanno la forza di contrastare da sole».

Dopo i primi adottati dal Tribunale per i Minorenni di Reggio, gli "allontanamenti" sono stati applicati anche in altre città d’Italia, non solo a Catanzaro, ma anche a Napoli e Catania. E se in Calabria ci sono le ‘ndrine, in Sicilia l’albero genealogico della mafia si costruisce per paesi e quartieri?

«In qualunque posto se un genitore educa al crimine, sta andando contro la legge – conclude Di Bella - il problema è che manca una specifica copertura normativa, servono risorse per formare professionisti, operatori e famiglie affidatarie, serve anche dare lavoro a chi ha scelto di cambiare vita».

Serve fare sentire, ancora più forte, che lo Stato c’è.

Anche i figli della ‘ndrangheta so’ pezzi a cuore della giustizia. Intervista con Roberto Di Bella, Presidente del tribunale per i minori di Reggio Calabria, scrive il 29 Settembre 2017 lavocedinewyork.com. Quante probabilità ha un ragazzo, figlio o nipote, di un appartenente all'ndrangheta, di essere inserito nella cosca mafiosa o comunque di diventare un delinquente? Cosa può fare lo stato per impedirlo? Risponde il magistrato Roberto Di Bella: "Quello che io vedo, lavorando da 25 anni al Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, è la continuità generazionale..."

Il Giudice Roberto Di Bella, 53 anni, è in magistratura da quasi 30 anni, e si è occupato quasi sempre di giustizia minorile. Dal 1993 a Reggio Calabria, è stato 5 anni a Messina e poi è ritornato nella città calabrese, dal 2011 è presidente del Tribunale per i Minorenni nel capoluogo reggino, quindi con competenza in materia minorile su tutta la provincia. Insieme ai suoi colleghi sta cercando di sottrarre nuove leve alla criminalità organizzata calabrese. Come? Allontanando “i figli di ‘ndrangheta” dalle loro famiglie di origine, cercando di dare un futuro sereno e normale a ragazzi destinati a diventare boss. In questa conversazione ci ha spiegato il perché e quali sono gli strumenti che applicano.

Dottore Di Bella lei è in magistratura da quasi 30 anni, e in pratica, si è occupato quasi sempre giustizia minorile. Dal 1993 a Reggio, è stato 5 anni a Messina e poi è ritornato Reggio, dal 2011 è presidente del Tribunale per i Minorenni nel capoluogo reggino, che tipo di reati vengono commessi dai minori nelle due regioni? C’è differenza tra violazioni?

“In Calabria vengono commessi reati molto gravi. Negli anni abbiamo avuto diversi casi di omicidi, detenzione e porto di armi; abbiamo giudicato minori che hanno commesso estorsioni o che hanno favorito la latitanza di esponenti ndranghetistici. Altri coinvolti a pieno titolo nelle dinamiche delle faide e associative.  Questo accade perché la ‘ndrangheta ha una struttura su base familiare e allora c’è spesso una continuità all’interno della stessa famiglia. Quello che io vedo, lavorando ormai quasi da 25 anni al Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, è la continuità generazionale. Avendo un lungo periodo di esperienza professionale sempre nello stesso posto, ho avuto la possibilità di avere uno sguardo privilegiato sul mondo minorile della provincia reggina e ho notato che adesso mi trovo a giudicare i figli di coloro che giudicavo negli anni 90. Tutti con lo stesso cognome, tutti appartenenti alle famiglie storiche del territorio, più o meno con gli stessi reati, e questo rappresenta una conferma che c’è una ereditarietà. C’è una trasmissione di cultura ndranghetistica da padre in figlio, e ciò viene dimostrato anche dal dato oggettivo che da 70/80 anni ci sono le stesse famiglie sul territorio. Questo è possibile soltanto se c’è questa trasmissione di valori negativi all’interno di esse. In Calabria emerge in modo netto”.

Allora quante probabilità ha un ragazzo, un parente o un nipote, anche in linea collaterale, discendente da una famiglia mafiosa, di essere inserito nella cosca o comunque di diventare un delinquente? Ad esempio il figlio della sorella di un boss, che pur non ha lo stesso cognome del capo famiglia, quante possibilità ha di essere inserito nella cosca e diventare delinquente?

“Non so darle una percentuale, ma la probabilità è alta, altissima. Perché se vivi in quelle famiglie respiri sempre quell’aria, quella cultura ed è anche difficile poterne uscire. Al momento, i dati di fatto dicono proprio questo: che è molto difficile starne fuori. Perciò bisogna puntare molto sull’educazione. Noi, come Tribunale per i Minorenni, possiamo intervenire quando già ci sono situazioni patologiche. Il problema è questo, bisogna invece puntare sull’educazione e sulla scuola. Ed è quest’ultima istituzione che deve fare di più. Adesso ci sono dei segnali di progresso nell’ambito educativo, ma negli anni passati non sempre è stato così. Bisogna investire di più sull’educazione, sul tempo pieno a scuola. Bisognerebbe, già dalle elementari, far stare i bambini il più possibile in classe ed avere Insegnanti preparati, capaci anche di affrontare le tematiche della legalità e del contrasto alla ‘ndrangheta. Certamente con gradualità ma bisogna affrontarle. Ma nella provincia, in certi territori, ciò non sempre è avvenuto. Tra il 2006 e il 2007 ci fu la faida familiare di San Luca, che poi sfociò nella strage Duisburg. In quei mesi, le famiglie contrapposte non mandarono i figli a scuola per timore di ritorsioni. Ma lo abbiamo saputo dopo, solo nel corso del processo, 6/7 anni dopo, perché c’erano diversi minorenni coinvolti anche in quella vicenda.  E lo abbiamo saputo solo grazie alle testimonianze dei Carabinieri, non certo dalla scuola. Da questa non era arrivata alcuna segnalazione che riguardasse la dispersione scolastica di quei ragazzi. Qualcosa non ha funzionato, eppure le assenze in quel contesto particolare andavano segnalate, c’era una situazione di pericolo e, comunque, di disagio; e penso che chi lavorava in quei contesti all’epoca sapeva perfettamente quello che stava accadendo. Poi quel paesino è piccolo, i cognomi sono sempre quelli. Quindi gli Insegnanti potevano avere cognizione dei motivi. Se non c’è una collaborazione da parte della scuola e delle altre agenzie educative alternative alla famiglia, i nostri interventi li possiamo fare solo successivamente, su situazioni patologiche”.

Noi notiamo che in alcune realtà, nonostante la scuola sia presente con vari progetti sulla legalità in classe, sembra che tutto ciò non venga recepito dai ragazzi che comunque vivono all’interno di un certo tipo di famiglia la quale rende complessa la recezione di determinati valori sani.  Le faccio un esempio. Parlando con una rappresentante delle Forze dell’Ordine, che presta servizio nella zona jonica calabrese, e spesso si reca nelle classi per parlare con i ragazzi, questa ci disse “Noi possiamo fare tutte le lezioni sulla legalità che desideriamo ma ci sono ragazzini che a 10/11 anni tornano a casa e vedono il loro padre, o fratello, che a fine cena, o pranzo, si nasconde in un bunker, allora questi avranno oggettivamente quella visione, per loro la normalità sarà quella”.

"Bisogna però contrastarla questa visione. Per questo dico che serve una scuola a tempo pieno già a partire dalle elementari e cominciare ad affrontare queste tematiche già in piccola età. Il vero problema è che non c’è una preparazione specifica. L’educazione alla legalità non può essere lasciata soltanto ai Magistrati, ai Carabinieri o altri del settore, ma va fatta da Insegnanti preparati, con programmi strutturati sulle esigenze specifiche del territorio. E l’approccio coi giovani deve essere chiaro; bisogna far comprendere quello che è la criminalità organizzata, delle sofferenze che provoca, di ciò che è giusto e di tutto ciò che non lo è. Bisogna cominciare a fare controinformazione in un certo senso, ma già da piccoli e con gli Insegnanti, perché il magistrato può incontrare i ragazzi una volta ogni tanto, mentre l’Insegnante è sempre presente in classe, è un punto di riferimento e non è una presenza sporadica. Bisognerebbe, anche, mandare nelle scuole le vittime di mafia e/o i parenti delle vittime, a raccontare le loro storie, la loro sofferenza e il tutto andrebbe accompagnato con la visione di film che abbiano un impatto emotivo sui ragazzi. A me è capitato, ad esempio, di ascoltare in un dibattito Tiberio Bentivoglio, l’Imprenditore calabrese che si è ribellato al pizzo. Ha fatto un racconto della sua vita, delle sofferenze sue e dei suoi familiari, veramente toccante; ha narrato di quando hanno cercato di ucciderlo, di come gli sparavano e sentiva i colpi addosso e di altre cose terribili; e questo va raccontato ai ragazzi. Devono sapere quello che accade”.

Molti dei punti che lei cita, per i programmi didattici, esistono già nelle linee di indirizzo del Ministro Fioroni (2007), e riguardano l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia. Punti che sono stati studiati ed elaborati proprio dal Professore Guidotto, presidente dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso. E noi abbiamo seguito queste linee guida e le abbiamo riportate nel progetto scolastico sulla legalità che abbiamo studiato con l’Osservatorio e con il gruppo “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino.” E lo stiamo proponendo in alcune scuole italiane, dove è stato adottato con entusiasmo, specie in meridione e in zone ad alta pervasività mafiosa. Con Insegnanti che preparano preventivamente questi ragazzi, con la visione di film o con lettura di saggi in classe. E poi visite guidate in certi luoghi e incontri in classe con persone che hanno vissuto, o vivono, la criminalità sulla propria pelle. Ma è una goccia nel mare perché, allo stesso tempo, a noi risulta che molti docenti e dirigenti hanno trascurato, o ignorato, del tutto queste linee di indirizzo nella parte riguardante proprio l’educazione alla legalità sulla lotta alla mafia. Secondo lei perché c’è questa omissione generalizzata nella scuola?

“Questo non glielo so dire. Ma i programmi scolastici – soprattutto quelli afferenti all’educazione civica – devono essere strutturati in base alle problematiche specifiche del territorio in cui vengono adottati. E poi, soprattutto, le scuole dovrebbero collaborare di più con la magistratura minorile. Da quando sono tornato a Reggio Calabria nel 2011, ho notato che le scuole non comunicano le situazioni di disagio dei ragazzi appartenenti a determinati contesti. A noi, in questi anni, sono arrivate solo due–tre segnalazioni di condotte irregolari agite da minori appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta; e per giunta, una di queste segnalazioni l’ha fatta la moglie di un magistrato. Quindi le scuole non segnalano le condotte irregolari. Questi minori, che appartengono alle famiglie di ‘ndrangheta, e vengono arrestati a 16-17 anni per vari reati, fino a quell’età, e prima dell’arresto, andavano a scuola. E’ possibile che non vi era nessun segnale di disagio o di irregolarità della condotta? Questo ci stupisce molto, ci sorprende che non arrivi nessuna segnalazione dalla scuola, che come agenzia educativa dovrebbe portare alla nostra attenzione questi casi. Adesso abbiamo siglato un protocollo in Prefettura in cui chiediamo espressamente ai dirigenti scolastici di fare le dovute segnalazioni, anche con riunioni. Devono segnalare tutte le situazioni di disagio di cui sono a conoscenza. Non solo dal punto di vista penale ma anche da quello legittimante l’adozione di provvedimenti civili, ovvero quando ci sono situazioni che rivelano sintomi di un malessere familiare. Altra cosa, molto importante, sarebbe la presenza nelle scuole di determinati contesti di uno sportello psicologico e di uno psicologo, non del luogo, che sia in grado di cogliere segnali di disagio dei ragazzi e aiutarli.  Occorre poi fare cultura. Servono centri di aggregazione sociale come i “punti luce” creati da Save the Children, che organizza attività culturali, di sostegno allo studio e ricreative nei contesti più a rischio. Esistono realtà– come quella di S. Luca – tristemente famose in Europa in cui solo adesso si sta cominciando a focalizzare l’attenzione e considerare il grave problema culturale.  Che deve essere risolto con la predisposizione di servizi socio-sanitari adeguati al territorio, con la creazione di centri di aggregazione culturale e sportiva. Con insegnanti e dirigenti scolastici capaci di ampliare gli orizzonti culturali dei ragazzi, così come lo è stata la prof.ssa Cacciatore”.

Infatti per molto tempo il fenomeno ‘ndrangheta è stato sottovalutato ma non solo in Calabria. Lei prima accennava alla strage di Duisburg. In Germania già da 40 anni c’è la presenza della criminalità organizzata calabrese. Ci sono intercettazioni, già di fine anni 80, inizio 90, in cui si evinceva che le cosche di Gioiosa Jonica invitavano i propri emissari in Germania, subito dopo la caduta del muro, a comprare interi quartieri della Berlino Est appena liberata. In pratica, la ‘ndrangheta con le sue ramificazioni estere non era stata considerata un problema. Fin quando è rimasta sotterranea, fin quando non ha compiuto stragi. A Duisburg c’era anche un minore di San Luca tra le vittime. Secondo lei perché il problema ‘ndrangheta è stato così sottovalutato?

“È stato sottovalutato. E’ un problema soprattutto culturale oltre che criminale, di cui noi giudici minorili ci rendiamo conto da anni.  E’ un problema culturale perché questi ragazzi non conoscono altri tipi di orizzonti; credono che la strada della ‘ndrangheta sia l’unica possibile. Non sanno che esiste un’alternativa perché loro, al di là del loro paese e della famiglia, non riescono a vedere. Quindi serve un’infiltrazione di cultura ed è quello che sta alla base del nostro orientamento giurisprudenziale, che nei casi estremi comporta provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale”.

Parafrasando il termine latino dello ius sanguinis, che riguardava la cittadinanza romana acquisita per nascita, potremmo dire che l’appartenenza alla famiglia di ‘ndrangheta dà il diritto a diventare un boss in futuro.  E questo dato ereditario è una delle principali differenze che si nota con Cosa Nostra siciliana. Ora le chiediamo se le è mai capitato che all’interno di qualche famiglia ci sia stato un minore che avesse il desiderio di uscirne anche collaborando.

"Collaborazione è un termine forte; però abbiamo incontrato ragazzi e ragazze che ci hanno detto che avevano paura di essere arrestati, che erano stressati dalle continue perquisizioni, dai lutti, dalle carcerazioni dei loro familiari, dalla paura di finire in quel contesto. E quando abbiamo avuto questa comunicazione li abbiamo allontanati ed aiutati ad andare via. E’ accaduto soprattutto con le ragazze, che avevano un forte desiderio di emancipazione”.

Ma come avete fatto ad avere questa comunicazione? Come l’avete appreso?

“Nel corso di procedimenti già in corso, penali o anche civili. Stavamo monitorando delle situazioni familiari ed è capitato. Posso aggiungere che i risultati migliori li stiamo ottenendo con le ragazze, perché andando via riacquistano la loro condizione di libertà.  Perché la ‘ndrangheta si impone anche sulle scelte più intime, come può essere un fidanzamento, un matrimonio, sugli affetti e sulle relazioni in generale.  La mafia calabrese condiziona la vita di questi giovani che rinascono quando vanno via; con i provvedimenti di allontanamento, adottati caso per caso nelle situazioni di concreto pregiudizio, restituiamo loro la libertà di scegliere e la dignità. E’ accaduto che i ragazzi quando compiono 18 anni cercano aiuto per restare fuori; alcune ragazze addirittura non vogliono più avere contatti con i familiari. Alla base di tutto c’è la mancanza della libertà e una condizione di forte sofferenza.  I risultati fino ad adesso sono andati al di là di quelle che erano le nostre aspettative. Con i ragazzi abbiamo bisogno però di percorsi un po’ più lunghi mentre la maggior parte delle ragazze, superata la prima fase di adattamento, non vogliono più tornare in quell’ambiente. Chiaramente non possiamo allontanare tutti, bisognerebbe creare le condizioni anche in Calabria per evitare gli allontanamenti dalla regione. I nostri provvedimenti in alcuni casi, quelli più estremi, comportano gli allontanamenti. In altri stiamo provando a lavorare anche qui con associazioni come Libera per creare dei percorsi rieducativi, ove sia possibile”.

È capitato che qualche ragazzo dopo essere stato allontanato, e poi reinserito nella famiglia, abbia preso percorsi sbagliati?

“Per reati di mafia no! Soltanto un ragazzo della ionica, dopo essere rientrato a casa, ha avuto un Daspo, il divieto di avvicinamento allo stadio. Al momento per reati di mafia, di quelli che sono rientrati, nessuno è ricaduto in quella spirale. In ogni caso è ancora presto per fare una valutazione, per comprendere ciò che siamo riusciti a instillare. Comunque, abbiamo avuto situazioni in cui c’erano tre o quattro fratelli, i primi giudicati negli anni 90/2000 che avevano commesso reati gravissimi, e si trovano ancora in carcere, mentre quelli più piccoli che noi abbiamo trattato, raggiunta la maggiore età, stanno seguendo percorsi diversi. Tutti i ragazzi di cui ci siamo occupati dimostrano di avere talenti e potenzialità compressi dal deleterio ambito di provenienza. Stiamo provando ad ampliare gli orizzonti di questi ragazzi. Molti di loro sono già rassegnati a quella che è una vita di ‘ndrangheta e anche le relazioni degli Psicologi sono terribili perché si evince un‘enorme sofferenza. Questi giovani hanno grossi problemi: incubi notturni, angoscia per loro e per i familiari, alcuni sognano scene cruente o situazioni in cui devono attivarsi per salvare se stessi o un familiare da un pericolo incombente. C’è una grandissima sofferenza all’interno delle famiglie di ndrangheta e i ragazzi sono le prime vittime delle scelte scellerate dei genitori”.

Tutto questo però non trapela all’esterno. Molta gente legge di questi paesini, di cui si parla tanto sui giornali, come luoghi in cui vi sono addirittura matrimoni in grande stile, quasi da favola, ma che poi nella realtà dei fatti sono combinati, quindi non certamente da sogno anzi provocano sofferenze enormi specie nel futuro delle donne.

“I provvedimenti de potestate del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria stanno intercettando quasi un bisogno sociale. Ovvero la sofferenza di molti ragazzi e delle loro madri. Molte di loro, quando capiscono che la logica dei provvedimenti non è punitiva ma di tutela, non si oppongono più. Stiamo trovando un grosso aggancio, per portare fuori questi ragazzi, proprio nelle madri. Nel 90% delle situazioni che abbiamo affrontato sono le madri che, dopo aver superato una prima fase di stupore e rabbia, in cui si oppongono, fanno reclami, vanno in appello e altro, collaborano con noi.  Noi cerchiamo di colloquiare e dialogare con queste persone, verbalizzando o meno.  Le chiamiamo e cerchiamo di farle ragionare. Ad esempio chiedendo loro: “Ma lei cosa vuole fare? Non ha già sofferto tanto con suo marito e anche coi suoi figli? Le resta questo ultimo ragazzino, vorrebbe andare a trovarlo in carcere? Ci aiuti lei che è il perno della sua famiglia, lei può darci una mano a salvare suo figlio.” E quindi cerchiamo di spiegarglielo, glielo diciamo chiaramente. La funzione del Tribunale per i Minorenni è anche questa”.

Come reagiscono gli altri membri della famiglia? Quando apprendono che la madre sta collaborando con voi, e magari il marito è al 41 bis, qual è la reazione degli altri membri della famiglia?

“In alcuni casi, queste signore, iniziano percorsi di collaborazione con la giustizia quindi sono in regime protetto.  Altre invece le aiutiamo ad andare via con dei provvedimenti di decadenza, o limitazione, della responsabilità genitoriale. In sostanza noi allontaniamo i bambini, o i ragazzi, perché ci sono le condizioni di pericolo, poi diciamo “Il padre è in carcere, la madre, se vuole, può seguirli”. A quel punto le madri decidono di seguirli e quindi diamo di fatto una copertura, con il nostro provvedimento, alla signora che può andare con i figli. In questo caso attiviamo il volontariato: Libera, Don Ciotti con l’avvocato Enza Rando, che sono i nostri punti di riferimento. Dunque, queste signore vanno via, e noi le aiutiamo a trovare una sistemazione al nord, ad avere un autonomia, a lavorare, ad avere una vita diversa. Di fatto si allontanano perché sono obbligate dal nostro provvedimento e, quindi, anche davanti alla famiglia hanno una giustificazione; una copertura importante perchè non sono collaboratrici ma di fatto si dissociano e accettano i percorsi che noi offriamo loro”.

Ma c’è una normativa che viene applicata? Perché, genericamente, quando parliamo di dissociazione si fa riferimento alla legge degli anni 80 sulla dissociazione dal terrorismo.

“No, non c’è nessuna normativa sulla dissociazione, sono provvedimenti civili adottati ai sensi degli articoli 330 e seguenti del codice civile. La normativa sulla dissociazione non esiste. Per questo ci affidiamo solo al volontariato. Noi diciamo che i ragazzi vanno allontanati perché ci sono concrete situazioni di pericolo: ad esempio nei casi di indottrinamento mafioso, quando hanno commesso dei reati sintomatici di una progressione criminosa o quando c’è un rischio ambientale molto elevato. In determinate situazioni estreme siamo costretti ad allontanarli per salvaguardarne l’integrità psico-fisica o per evitare che siano coinvolti in vicende criminali dagli adulti di riferimento. La madre, se vuole, può andare via con loro. E il provvedimento autorizza le madri a seguire i figli”.

Queste donne e questi ragazzi sono della zona ionica della Calabria?

“Sì, nella zona ionica ci sono molti di questi casi. Ma anche della zona tirrenica e di Reggio Calabria. È accaduto anche con mogli di boss potentissimi dai nomi importanti. Molte di loro sono delle vedove bianche; di fatto sono donne di 30-40 anni con figli anche piccoli. Con il marito all’ergastolo è come se fossero delle vedove. La famiglia le “imprigiona”, non possono avere altre relazioni: pertanto, i nostri provvedimenti offrono delle possibilità di riscatto, non solo per i figli ma anche per loro. Molte di esse hanno desiderio di una vita normale, di rifarsi una vita anche affettiva, ma di fatto nella famiglia da cui provengono è impossibile; non verrebbe loro mai permesso. Nella realtà, nel loro paese di origine, possono solo occuparsi dei loro figli, accompagnargli  a scuola o fare la spesa ma non possono assolutamente avere altre frequentazioni. Conducono una vita ristretta come fossero prigioniere, per cui l’allontanamento permette di vivere normalmente come non hanno mai vissuto”.

Ma in base alla normativa vigente queste donne, con marito all’ergastolo, potrebbe chiedere, ed ottenere, la separazione.

“Sì, la potrebbero chiedere. Ma quante sono quelle che hanno il coraggio di farlo? E in ogni caso è difficile che nei loro paesi possano allacciare delle nuove relazioni. Con un marito boss rischierebbero la vita. Per loro non è neanche pensabile poter avere nuovi legami affettivi. Trovare il coraggio di separarsi non è facile”.

Diceva il dottore Pietro Grasso, a proposito di questi provvedimenti del Tribunale dei minori, che i sentimenti familiari non si possono togliere con sentenza.

“Ma noi non eliminiamo i sentimenti, anzi coinvolgiamo le madri e cerchiamo anche di coinvolgere i genitori detenuti. E comunque, i nostri sono provvedimenti temporanei perché cessano quando i ragazzi compiono 18 anni. Noi non vogliamo intervenire sui sentimenti, noi vorremmo far capire a questi ragazzi che devono continuare a voler bene ai loro genitori ma possono scegliere strade diverse; non è necessario che per affetto diventino delinquenti a tutti i costi”.

C’è qualche episodio particolare dove siano stati i genitori a chiedervi di aiutare i propri figli, magari perchè questi avevano commesso qualche reato particolare, o perchè si erano accorti che stavano prendendo delle strade criminali? Oppure degli episodi in cui siano stati proprio i ragazzi che abbiano chiesto aiuto direttamente per andare via?

“Sì, è capitato. Più volte abbiamo allontanato i ragazzi su richiesta loro o dei genitori”.

Lei è a conoscenza, se ci sono stati, di episodi simili a quelli avvenuti in Cosa Nostra siciliana che riguardino bambini, tipo la storia del piccolo Giuseppe Di Matteo?

“Situazioni di pressioni su minori ne abbiamo avute; infatti anche questo è un altro settore in cui stiamo intervenendo. Abbiamo un circuito comunicativo con le procure antimafia e interveniamo subito in questi casi, affidando immediatamente i minori al genitore che è sotto protezione, quando ne ricorrono le condizioni”.

Quindi viene subito allontanato il bambino dal genitore che non è sotto protezione?

“Quando ci sono le condizioni, quando inizia la protezione, noi interveniamo subito se ci sono segnalate situazioni di pregiudizio per il minore dalle forze dell’ordine o dalla Procura della Repubblica che propone il regime di protezione al genitore”.

Noi ci siamo sempre chiesti perché, all’epoca, il piccolo Giuseppe Di Matteo non fu subito allontanato dalla famiglia e portato al sicuro visto che il padre stava collaborando.

“Quella è una vicenda che io non conosco e su cui non posso esprimere giudizi. Noi a Reggio Calabria abbiamo un protocollo di intesa, siglato il 21 marzo del 2013, con le procure del distretto della Corte di Appello, che prevede un circuito comunicativo tra uffici giudiziari diversi proprio in relazione a questo tipo di problematiche. Adesso c’è una sensibilità diversa. Dopo la vicenda di Maria Concetta Cacciola, che è servita a prendere consapevolezza dei problemi relativi a certe situazioni, si è compreso che vi è la necessità di intervenire immediatamente.  Per cui i figli vengono affidati al collaboratore che è sotto protezione. Quando si tratta di madri che iniziano il percorso, e vanno via, e chiedono di avere i figli, lo facciamo subito, e li affidiamo a loro, se ne ricorrono le condizioni”.

E se fosse il contrario? Cioè, se fosse il padre a collaborare, come fu il caso dell’epoca con Santo di Matteo, e se la madre si opponesse all’allontanamento dei figli?

“È capitato anche questo, e siamo intervenuti. Ci siamo accorti che la condizione dei ragazzi era a rischio di ritorsioni. Chiaramente ci devono essere specifiche indicazioni che provengono dalla Procura o dai Carabinieri; e in questi casi abbiamo subito deciso di allontanare i ragazzi e affidarli al padre. A quel punto è accaduto che le mogli, le quali inizialmente erano rimaste in Calabria, pur di non perdere i figli hanno accettato di entrare nel programma di protezione”.

Qualche mese fa c’è stato il suicidio di Maria Rita Lo Giudice figlia di Giovanni Lo Giudice, che è in carcere per associazione mafiosa, e nipote del collaborante Nino Lo Giudice. Questa ragazza aveva seguito un percorso di studi brillante in Economia, quasi a volersi distaccare dall’ambiente in cui aveva vissuto; ma quanto pesa sulla società civile questo suicidio?

“Bisogna capire innanzitutto quali sono le motivazioni che hanno portato al suicidio. Io ho seguito la vicenda sui giornali e non so di più. Però se la motivazione è proprio quella, è una circostanza gravissima che deve far riflettere. Bisognerebbe aiutare questi ragazzi che vogliono affrancarsi da quell’ambiente e sostenerli con tutti gli strumenti possibili”.

Si è mai occupato di casi di bullismo? E se sì, le problematiche di questi ragazzi erano riconducibili anche a problematiche familiari con possibilità di adottare misure come l’allontanamento dalla famiglia?

“Sì, bullismo legato alla mentalità mafiosa è capitato frequentemente. Questi ragazzi iniziano a commettere piccoli reati per affermare la leadership tra i coetanei, facendo valere il cognome, picchiandoli. E’ una prima forma di affermazione della loro personalità. E quando i genitori non intervengono, o addirittura condividono questa condotta, noi interveniamo. L’obiettivo dei nostri provvedimenti è quello di tutelare i ragazzi e, nel contempo, operare le necessarie infiltrazioni culturali per renderli liberi di scegliere il loro destino e affrancarsi dalle orme parentali. Ultimamente, a Reggio Calabria, nel luglio di quest’anno, abbiamo siglato un importante protocollo di intesa con i ministri della Giustizia, dell’Interno e il presidente della regione Calabria, che si chiama “Liberi di scegliere”. L’obiettivo è quello di creare dei veri e propri pool educativi antimafia, con professionisti (assistenti sociali, psicologi, educatori, famiglie affidatarie) formati appositamente, che siano in grado di accompagnare passo dopo passo gli sfortunati ragazzi delle ‘ndrine sino al raggiungimento di un’autonomia esistenziale e lavorativa, in un’ottica di affrancamento dalla cultura criminale. La giustizia minorile ha potenzialità enormi nella prevenzione del disagio minorile e nel contrasto ai sistemi criminali strutturati su base familiare, o locale, come la ndrangheta. Bisogna quindi affinare il campo. Il dato importante è che il nostro orientamento giurisprudenziale, che all’inizio è stato molto disapprovato e giudicato male con critiche prevenute (formulate senza conoscerne i retroscena culturali e i contenuti dei provvedimenti), è stato seguito anche da altri tribunali per i minorenni. L’accordo quadro “Liberi di scegliere” sostanzia una copertura governativa al nostro orientamento giurisprudenziale, proponendosi di costruire delle reti di supporto. E’ un notevole passo in avanti”.

Dottore, c’è un episodio particolare avvenuto con un minore che a lei è rimasto particolarmente impresso?

“C’è uno che ricordo in particolar modo. Riguarda un ragazzino di 11/12 anni che abbiamo inserito in una comunità su richiesta della madre, che temeva per il figlio attratto dalla ndrangheta e dalle armi. Ci ha chiesto di inserirlo in una struttura comunitaria e noi l’abbiamo fatto. Quando la madre è andata a prenderlo, perché il bambino doveva ricevere la prima comunione, e quindi dovevano andare a comprare il vestito per la cerimonia, ha detto: “Ma quale comunione?? Comprami un fucile per sparare al giudice che mi ha messo in comunità.” Io ho chiamato questo ragazzino e ho parlato con lui, e devo dire che dopo un anno un anno e mezzo ha fatto un buon percorso; aiutato dalla madre sta facendo molti progressi”.

Come l’ha presa il padre in questo caso?

“Il padre ha compreso, tra l’altro non è un pregiudicato ma lo sono tutti i parenti della madre e costoro esercitavano sul ragazzino una fascinazione. Noi stiamo lavorando con l’aiuto della madre stessa e i risultati al momento sono molto positivi. Anche se c’è molto da fare ancora perché non è una cosa molto normale che un bambino di 10-11 anni sia attratto dalle armi e conosca i nomi e il funzionamento dei fucili”.

Nelle ‘ndrine, essendoci il senso della famiglia molto forte, l’allontanamento di un figlio è visto quasi come quasi un oltraggio. Un Giudice che applica determinate misure, non sarà molto simpatico ai boss che certamente non gradiranno questo tipo di misura.

“Certamente non gradiscono. Però qualcuno ci ha risposto. In particolare abbiamo avuto una lettera di un boss che è detenuto al 41 bis, ci ha ringraziato. Chiaramente si tratta di una persona che è in condizione di sofferenza perché la carcerazione prostra, soprattutto quando si tratta di un regime carcerario del genere. E ci ha ringraziato dicendo che è d’accordo su questo percorso per i figli perché lui non ha avuto questa possibilità; in quanto, se l’avesse avuta, forse, non si troverebbe lì dove sta. Quello che noi stiamo cercando di fare è provare a interloquire anche con queste persone. Stiamo cercando di spiegare quelle che sono le finalità e le motivazioni dei provvedimenti; l’obiettivo è provare innanzitutto a stemperare l’impatto emotivo iniziale cercando di spiegare per quale motivo adottiamo questi provvedimenti. L’altro obiettivo è quello di provare a cooptare i genitori detenuti nei processi educativi dei figli, facendo leva sui sentimenti genitoriali che tutti hanno anche se a volte questi sentimenti sono sopiti o distorti. Per adesso solo una persona ci ha dato un riscontro positivo”.

Cos’è il coraggio di un giudice?

“Noi facciamo il nostro dovere, applichiamo la legge, ma soprattutto penso che in Calabria, di fronte a tanta sofferenza, non si può restare indifferenti. Vediamo il dolore dei ragazzi e spesso, anche direttamente, quello delle loro madri. La molla che ci fa andare avanti, che ci motiva, è proprio questa sofferenza e il desiderio di aiutarli a trovare un loro percorso. Spesso questi giovani hanno desideri nascosti che sono compressi dalla tradizione e dall’ideologia mafiosa. Penso che far venire fuori questi desideri, aiutare i ragazzi a realizzare le loro aspirazioni e ad esprimere le loro potenzialità, sia una cosa bellissima. Hanno tanti talenti enormi che vengono compressi dalla cultura e dalla mentalità mafiosa. Questo per noi è la cosa più bella, ed è ciò che ci motiva e ci dà molte soddisfazioni. Sono le motivazioni professionali e umane che ci spingono, che in questo delicato settore di giurisdizione devono andare di pari passo”.

Napoli. Minacciato su facebook il giornalista e politico Borrelli, scrive il 16 dicembre 2018 la Redazione di caserta24ore.altervista.org. Baby gang, deriva senza precedenti. Verdi: dati del Garante dei detenuti conferma che maggior parte dei figli di criminali e camorristi seguono le orme dei genitori. I piccoli criminali gestiscono diverse pagine FB che inneggiano ai clan e alla violenza. “Gli ultimi dati elencati dal Garante dei detenuti, Samuele Ciambriello, relativi alle baby gang parlano di oltre 5mila minorenni fermati nella nostra regione. Un numero allarmante che non ha precedenti, nei confronti del quale occorre intervenire in modo radicale e tempestivo”. Lo ha dichiarato il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli con il conduttore radiofonico Gianni Simioli. “La stragrande maggioranza di loro – proseguono Borrelli e Simioli – sono figli di appartenenti a clan camorristici e criminali incalliti e oltre a delinquere, animano e gestiscono pagine Facebook che inneggiano ai clan e alla violenza. Si fanno ritrarre armati di pistole e fucili mitragliatori con inaccettabile spavalderia. La stessa con la quale continuano a minacciare pesantemente chi, come noi, ha chiesto la chiusura di queste pagine vergognose. Anche oggi sono arrivate intimidazioni pesanti nei nostri confronti, sempre attraverso queste pagine, con frasi come “dovete fare tutti la fine che Totò Riina ha fatto fare agli altri”. “Prosegue intanto la raccolta firme per chiedere di togliere la genitorialità ai camorristi – conclude il consigliere dei Verdi – unica vera soluzione per sottrarre linfa vitale alle organizzazioni malavitose. Solo allontanandoli dalle famiglie di origine potranno salvarsi da un destino già segnato fatto di violenza, criminalità e prevaricazioni. Il nostro obiettivo è raggiungere quota 10mila firme dopo di che pretenderemo che il Parlamento si sbrighi a legiferare in tal senso. La necessità di questa norma è ormai stata sottolineata dal Consiglio superiore della Magistratura, dai vertici delle forze dell’ordine, da tanti esponenti del mondo politico e delle professioni. Davvero non capiamo cosa ostacoli ancora una presa di posizione decisa da parte del legislatore al quale suggeriamo altresì di prevedere che al compimento del 18esimi anno, questi ragazzi ricevano una borsa di studio che gli permetta di proseguire gli studi. A patto di non avere contatti con la famiglia stessa, pena la revoca della borsa di studio con eventuale rimborso della stessa”.

MAFIA, COMMISSIONE CSM, VIA I FIGLI AI COMPONENTI DEI CLAN, scrive il 27 ottobre 2017 strill. Via i figli minorenni ai componenti di clan mafiosi, che li indottrinano rendendoli partecipi dei loro affari illeciti. La sollecitazione al legislatore a mettere mano al codice penale, introducendo la pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale per i condannati per i reati associativi di tipo mafioso, quando coinvolgono i loro figli, viene dal Consiglio superiore della magistratura. E’ contenuta in una risoluzione messa a punto dalla Sesta Commissione e che martedì prossimo sarà discussa dal plenum di Palazzo dei marescialli. Tra i destinatari, i presidenti di Senato e Camera, la Commissione parlamentare antimafia e il ministro della Giustizia. La delibera prende le mosse dalle esperienze dei tribunali per i minorenni del Sud (in testa Reggio Calabria, Napoli e Catania), che di fronte a famiglie mafiose che inseriscono sin da piccoli i loro figli nelle dinamiche criminali dei clan, hanno adottato provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale, e hanno allontanato i minori da quell’ambiente ad alto rischio per il loro sviluppo psico-fisico, affidandoli a strutture poste al di fuori della regione di provenienza. Una linea che il Csm condivide, ritenendo le famiglie mafiose “maltrattanti” per i loro figli al pari di quelle dove c’è un genitore tossicodipendente o che usa violenza fisica: provvedimenti di decadenza genitoriale sono un’extrema ratio, scrivono i consiglieri, ma possono diventare indispensabili per “proteggere il minore dal pregiudizio che gli deriva dalla violazione del suo diritto a essere educato nel rispetto dei principi costituzionali e dei valori della civile convivenza”. Palazzo dei marescialli sollecita il potenziamento degli strumenti a disposizione dei giudici minorili e sottolinea la necessità che i provvedimenti che incidono sulla potestà genitoriale siano accompagnati da prescrizioni e progetti di recupero che – almeno in prima battuta- coinvolgano l’intero nucleo familiare.

Mafie, viaggio tra i figli del clan: ecco la “generazione paranza” da strappare alla criminalità. Da Forcella a Reggio Calabria - Nascere qui spesso diventa una condanna preventiva, non solo per il cognome che si porta. Togliere i figli ai boss basterà per spezzare la malapianta? Scrive Maddalena Oliva il 17 Settembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Il sangue è sangue, dicono da queste parti. E il sangue si mastica, ma non si sputa. Pure quando fa male ingoiare. “Io in carcere da mio padre non ci volevo andare. Non era per lui. Mia madre mi diceva: ‘Vieni, ti devo portare’. E io niente. Ero piccolo, 5 anni. Ogni volta iniziavo a vomitare”, racconta A. A. è nato e cresciuto a Forcella, a due passi dai Decumani e dalla via dei presepi, in quel quartiere che prima fu il Regno di Lovegino Giuliano e poi dei suoi nipoti: quei Giuliano che, insieme alla paranza dei fratelli Sibillo, hanno terrorizzato il centro di Napoli e ispirato la penna di Roberto Saviano. A. da anni non abita più nel ventre molle della città, ultima tra le grandi ad avere la periferia in pancia, A. vive a migliaia di chilometri di distanza. “A casa siamo cresciuti solo con mammà, papà stava chiuso. Non è una novità di oggi per me pensare che il carcere faccia schifo. Una persona, per stare là dentro, non ha valore. Non ha carattere. Non ha la testa di dire: voglio vivere bene, voglio far crescere i miei figli come si deve anziché come rifiuti. Perché a Napoli già si cresce sbandati… i ragazzi, le madri, li prendono e li buttano in strada. L’ho capito meglio da quando sono lontano. Per me mio figlio deve crescere come dio comanda. Purtroppo io ho una famiglia in cui quasi tutti hanno precedenti. Forse sono l’unico che si salva, insieme a un fratello di mio padre. Per il resto, anche le donne da noi sono pregiudicate. Forse, restando a Napoli, cercavo la morte. Ora mi sento invece che sto cambiando perché sto iniziando a vedere la luce, davanti agli occhi. A Napoli vedevo solo buio perché frequentavo sempre il male. Immagino che la mia vita sarebbe stata molto diversa se fossi nato altrove. Immagino… però può darsi che sarebbe anche stata uguale, ma almeno non avrei dovuto frequentare persone che non andavano bene per me”. Liberi di scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché si è nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere. Allontanare i minori da contesti familiari mafiosi, fino a togliere o limitare la responsabilità genitoriale, è una delle questioni più dibattute, e non solo all’interno della magistratura che si sta interrogando sul tema, grazie ai provvedimenti apripista adottati negli ultimi anni dai tribunali dei minori di Reggio Calabria e di Napoli. Il presidente del Tribunale per i minori del capoluogo reggino Roberto Di Bella – che indossa la toga da 30 anni, più o meno quanti ha dedicato alla giustizia minorile – è convinto che la ’ndrangheta si erediti: “Sono a Reggio dal ’93. In tutti questi anni abbiamo trattato più di 100 procedimenti relativi a minori per reati di criminalità organizzata, e più di 50 processi per omicidio e tentato omicidio: oggi mi trovo a giudicare i figli di coloro che giudicavo negli anni ’90 più o meno per gli stessi reati. Tutti con lo stesso cognome. E il dato impressionante è che abbiamo di fronte una generazione che potevamo salvare, e che invece abbiamo abbandonato”. La malapianta trae prima di tutto linfa dal sangue. Ma se usciamo dalla Calabria, e allarghiamo lo sguardo? I minori coinvolti in episodi criminali, spiega Gemma Tuccillo, a capo del Dipartimento per la giustizia minorile, dal punto di vista delle biografie presentano tratti convergenti: “Sono, nei profili più gravi, contigui alla criminalità organizzata per ragioni di appartenenza familiare, o per la provenienza da quartieri ad alta densità mafiosa. Più in generale, sono minori che vivono in zone periferiche e degradate, inseriti in contesti familiari segnati da disgregazione o da gravi forme di disagio affettivo, economico o abitativo”. Qualche dato su tutti, solo guardando alla Campania: il 22% dei minori vive in condizioni di povertà relativa; 1 su 3 abbandona prematuramente la scuola; 7 bambini su 10 non sono mai andati a teatro o a visitare mostre; 7 bambini su 10 non hanno mai fatto sport. Ecco perché, secondo molti, “la diffusione dei comportamenti criminali, quando investe ampie fasce di popolazione giovanile come a Napoli e nel Sud, è innanzitutto un immane problema sociale e politico”, sottolinea Nicola Quatrano, giudice, ora in pensione, che tra tanti processi seguiti nella lunga carriera a Napoli si è occupato della paranza dei bambini. Per lui, la misura dell’allontanamento dei figli risponde a un’impostazione repressiva e sanzionatoria non tanto verso i tipi di reato quanto verso il contesto, la famiglia da cui si è nati. “Una ‘sanzione’ aggiuntiva per quella che io chiamo ‘la criminalità della plebe’. Bisogna invece affrontare la questione con maggiore, e migliore, attenzione. Perché se è indubbio che crescere in un ambiente criminale può generare criminalità, è altrettanto vero che pure la deprivazione degli affetti familiari potrebbe provocare il medesimo risultato. Senza contare che non è affatto certo che interesse del bambino sia quello di diventare un disadattato onesto, piuttosto che un delinquente psichicamente equilibrato”. “Se ci provano a toccarmi i figli, acca scoppia ’na guerra nuclear’”. Grazia ha quattro figli maschi. Due sono detenuti a “Poggi Poggi”, il carcere di Poggioreale a Napoli: uno con un ergastolo – il grande, 23 anni – e l’altro con una condanna a 14 anni da scontare. “Avessi fatto quattro femmine! Mi sarei coricata con meno pensieri…” e, mentre parla, i suoi grandi occhi azzurri sorridono, perché, come ama ripetere, nonostante tutto “più scuro della mezzanotte non può venire”. Grazia lava le scale tre volte alla settimana, venti euro al giorno quando va bene e lavora, e ha cresciuto quattro figli da sola – divenuta mamma a 16 anni – perché il marito era in carcere. “E ci è rimasto fino a quando non si sono fatti grandi i figli. Non siamo cattivi noi. È Napoli, è la città, che ti fa diventare cattivo. Però io non me ne andrei mai da casa mia. E non lascerei mai i miei figli andare lontano. Vivo per andarli a trovare in carcere, quella volta alla settimana. Io dico allo Stato: io a fare la mamma ci ho provato. Ho sbagliato. Giusto? Ma tu Stato che fai? Mi uccidi la vita, se mi togli un figlio. Uccidi la vita pure a lui”. I risultati dei primi provvedimenti di allontanamento dei minori presi da Di Bella, a Reggio Calabria, raccontano altro. Così come anche le prime lettere che arrivano, non più solo dalle madri ma anche dai padri, in carcere, detenuti al 41bis. “Sono d’accordo con lei – scrive un boss a Di Bella – solo allontanandolo da questo ambiente, il mio bambino avrà un futuro migliore. Se avessi avuto io le stesse possibilità forse non sarei dove sono ora. Decida lei e stia tranquillo. Non farei mai più qualcosa che possa influire o danneggiare la vita di mio figlio”. “Questo ci dà speranza”, dice il procuratore. Spezzare i vincoli sacri del legame familiare sembra essere l’unico modo, per questi ragazzi, per aspirare a una vita diversa. Poi puoi scegliere, una volta compiuti i 18 anni, se tornare. Molti, specie le ragazze, non lo fanno. Di Bella lo chiama “Erasmus della legalità”. Entri in un mondo diverso. Torni a scuola, hai la possibilità di lavorare. Anche se i primi giorni, quelli del distacco, sono difficilissimi. Ma, in caso di genitori che manifestino segni di ravvedimento, si fa di tutto per mantenere i rapporti, anche se c’è di mezzo il carcere. Tu minore sei seguito passo passo da psicologi e da operatori qualificati come Libera, con Vincenza Randoe il suo prezioso aiuto. Proprio lei, che fu avvocato di Lea Garofalo e poi di sua figlia Denise. Gli sforzi devono concentrarsi sul concedere, una volta finito il percorso di allontanamento, delle opportunità legali a questi giovani. Altrimenti si torna al punto di partenza. E per evitarlo bisogna avere lo sguardo ampio. Quando entrano in campo magistrati come Di Bella o, a Napoli, Maria De Luzenbergher, è perché la situazione è già patologicamente endemica. Se in alcune zone del Paese la cultura del malaffare è diffusa e le famiglie sono sempre le stesse, vuol dire che la scuola ha fallito. “Non abbiamo ricevuto segnalazioni dalle scuole sulla dispersione dei ragazzi nemmeno durante la faida di San Luca, quando – abbiamo scoperto solo durante il processo – le famiglie contrapposte non mandarono i figli a scuola per paura di ritorsioni”. È proprio il sistema che sembra non reggere: sul piano culturale, sociale, economico. Basti pensare che su 97 comuni della provincia di Reggio Calabria, più dell’80% non ha servizi sociali. E anche nell’area di Napoli non va meglio: un assistente sociale ogni 5.600 abitanti. Ma per questo dovrebbe esserci la politica, dicono i magistrati. La sospensione o la perdita della responsabilità genitoriale è nel contratto di governo Lega-5 Stelle. Non è prevista per camorristi o ’ndranghetisti: solo per i rom.

Erano figli "privilegiati" di mafia, scrive Lucia Rotondi, Avvocato-Esperta di diritto di famiglia e minorile, su huffingtonpost.it il 21/03/2018.  Quell'allontanamento dalla loro famiglia di origine che gli salva la vita. Lui si chiama Giuseppe, ma tutti lo conoscono come "Pinuzzo", e così sa apporre la sua firma: Pinuzzo M. E' nato a Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo 12 anni fa. Da quando è venuto al mondo la mamma, Maria, lo ha sempre chiamato "Pinuzzo mio" quasi a volerlo tenere stretto a sé il più possibile, solo come una mamma può e sa fare. Hanno condiviso i loro respiri fino a quando Pinuzzo aveva 7 anni, fino a quando Maria è stata brutalmente uccisa da un colpo di pistola mentre attendeva che il figlio uscisse da scuola: il tempo di salutare la mamma ed ecco che si accascia a terra, esanime. Pronuncia le sue ultime parole: Pinuzzo mio. Qualcuno ha detto che è stato un errore, altri che era prevedibile. L'unico dato certo è che da allora Pinuzzo non ha più sua mamma ed è rimasto solo, perché neppure il papà c'è. Maria ha lottato contro tutti affinché quel suo figlio, l'unico, potesse diventare un uomo diverso dal padre che, pure ha tanto amato, che potesse studiare almeno fino alle scuole superiori, sognava di andarsene un giorno a Roma, abbandonando tutto e tutti, ma non ce l'ha fatta. Pinuzzo, da quel momento si aggrappa al padre, cerca in lui quel modello umano per vendicare sua madre. Anche se suo padre in realtà, fisicamente non c'è in casa. Però lui sa che suo papà è forte, conosce persone potenti che possono dominare il mondo, sconfiggere i deboli e "quelli che non servono". E anche suo nonno Tore è cosi, e pure suo zio Santino. Ne ha sempre sentito parlare e lo vede, a tratti, quando torna dalle "vacanze". Pinuzzo ha festeggiato i suoi compleanni ricevendo come regalo la torta con la panna preparata dalla mamma Maria, spegnendo le candeline senza rendersi conto di cosa fosse poter esprimere un desiderio. Da quando la mamma non c'è più ha imparato altri giochi, ancora più divertenti: rubare, dire parolacce, inveire contro l'insegnante quei rari giorni che non va via da scuola. E riceve tanti regali quando riesce a portare a termine un compito che gli ha dato magari lo zio (uno scippo), che lo portano a pensare che in fondo è bello diventare adulti. Pinuzzo è uno dei tanti bambini figli della mafia, della n'drangheta, che trascorre le giornate ad immaginare dove e come rubare, che si diverte ad armeggiare utilizzando pistole vere, che sente discorsi dei grandi, che non spegne le candeline il giorno del suo compleanno ma che riceve soldi, veri, e tanti. Uno dei tanti bambini che fanno parte di quel fenomeno crescente e pericoloso che ha raggiunto limiti oramai insopportabili e che ha spinto il Presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria ad assumere provvedimenti apparentemente drastici. Ovvero ad allontanare i bambini dalle famiglie d'origine affinché possano essere rieducati, salvati e porre fine al pregiudizio di cui sono ignare vittime. I bambini figli di boss, mafiosi, latitanti continuando a vivere nel loro habitat d'origine, non possono non trasformarsi che in cloni dei componenti della famiglia. Sono spesso le stesse madri a chiedere aiuto, per cercare di salvare almeno loro, per se stesse purtroppo non vedono speranze. Per qualsiasi genitore, essere privato del proprio figlio è sicuramente traumatico, per un bambino è anche peggio, anche se il genitore è un mafioso. I bambini, infatti, non hanno parametri di riferimento rispetto a quello che comunemente viene definito buono o cattivo genitore: per loro la mamma ed il papà sono unici e perfetti senza riserve. Ma la decisione di portarli via, in strutture protette, lontano dal mondo losco che per loro costituisce una sana normalità, è una decisione oramai divenuta inevitabile. In seguito alle direttive del Tribunale di Reggio Calabria, il primo ad assumere provvedimenti così forti determinando le modalità ed i casi di allontanamento, si auspica che possano essere ridimensionati i danni, forse in alcuni casi addirittura permanenti. Il problema principale, quando viene stabilito che i bambini debbano essere allontanati, è il punto oscuro che rimane sulla reale possibilità di rieducazione. L'intervento da parte dell'autorità giudiziaria deve essere tempestivo, prima il bambino viene allontanato e forse prima viene recuperato e reimmesso in una società ove potrà diventare prima che un cittadino, un uomo. Ovvio che una decisione così forte è parametrata alla tutela dei diritti costituzionalmente garantiti (tra i quali, in primis, la conservazione del rapporto con la propria famiglia d'origine) rispetto al pregiudizio che ne deriva in caso di permanenza. Pertanto, nel caso di allontanamento coatto, superata la prima fase in cui si tende a mantenere, mediante interventi ad hoc, il rapporto con i genitori biologici, nel caso di fallimento o situazioni particolarmente gravi, non si può prescindere da un provvedimento ablativo e quindi di decadenza della responsabilità genitoriale.

Ma come si giunge, nella pratica, ad un provvedimento di allontanamento? Solitamente scaturisce da una cognizione apparentemente sommaria, della situazione familiare che arriva in Tribunale a seguito della commissione di un reato. In prima battuta poco rilevante, ma che rappresenta la spia di una strada oramai avviata. L'inerzia della famiglia d'origine rispetto al fatto censurato, il contesto socio culturale, i carichi pendenti e quindi lo spessore criminale di genitori e parenti costituiscono elementi che vengono opportunamente valutati dall'autorità interessata. La fascia d'età che interessa questi bambini, è spesso quella compresa tra i 13 ed i 16 anni. Quindi, ci si trova davanti a un minore che ha una personalità ben formata, spesso deviata per le condizioni sociali ai quali sono costretti a vivere. In questi casi, il primo passo da compiere da parte delle autorità competenti è l'allontanamento e accolto in una struttura organizzata ad hoc, preferibilmente in un'area geografica diversa, con la immediata, seppur ancora temporanea, sospensione della responsabilità genitoriale e l'affidamento al Servizio Sociale. Ciò vuol, dire che sarà quest'ultimo ad intraprendere le decisioni nell'interesse il minore (mediche, scolastiche ecc...) Non va sottovalutata la circostanza che solitamente il livello d'istruzione di questi minori è lacunoso, non tutti hanno proseguito neppure la scuola dell'obbligo. Prima di avviare qualsiasi percorso educativo, anzi, rieducativo, è necessario trasmettere ai ragazzi l'interesse alla partecipazione, all'ascolto, a raggiungere un obiettivo scolastico. Magistrati, avvocati, operatori del diritto, servizi sociali, psicologi, e oramai l'uomo della strada, sono perfettamente consapevoli del trauma che ciò può comportare. Ma la necessità di tutela del minore, in tutte le sue forme, non può esimersi dal considerare che non solo si diventa genitori, ma occorre essere genitore. Ed è quanto, purtroppo, non accade in quei contesti sociali in cui il ruolo educativo del genitore biologico viene meno, per forza di cose, in cui la povertà educativa prende il sopravvento e deve essere arginata. Le famiglie dei clan seguono sistemi ancora arcaici e rigidi. Il primogenito è destinato a portare avanti gli interessi della famiglia (intesa anche quella dell'organizzazione mafiosa o criminale), mentre la femmina educata e costretta ad unirsi in matrimonio con uno del clan. La carcerazione costituisce una reale possibilità. Sta tutto nei programmi di famiglia. Se un bambino cresce nel sopruso, utilizzerà il sopruso per farsi valere, se non conosce i valori della lealtà, dell'onestà, del rispetto, non potrà farli propri. Bisogna anche considerare un altro aspetto, un ulteriore rischio anche se forse ancora non si possono fare pronostici vista la recente applicazione di tale modalità d'intervento. Ci si chiede sulla efficacia di questo sistema e quali solo le probabilità che il minore, rieducato, non riprenda la strada precedentemente abbandonata. L'allontanamento coatto dei minori termina, di fatto, con il raggiungimento della maggiore età, e allora essi saranno liberi di scegliere se tornare a casa o proseguire per il nuovo cammino. Probabilmente tali reazioni sono direttamente collegate al tempismo con il quale si riesce a sradicare il minore da una situazione precaria, anzi, deviante. Forse più si riesce ad intervenire precocemente, maggiori saranno le possibilità di recupero. L'incertezza di questa modalità, che per il momento si rivela quella più efficace, non trova conforto nella certezza della tutela da parte dello stato. Il diritto di rimanere all'interno di tali strutture, infatti, è soggetto al limite del raggiungimento della maggiore età: da tale momento lo Stato non risulta in grado di proseguire oltre. A meno che, ovviamente - ma si tratta di casi ancora più gravi- si è giunti nel frattempo ad una decadenza della responsabilità genitoriale con conseguente dichiarazione di adottabilità. In tal caso, forse, paradossalmente il minore potrà contare su una reale assiduità educativa.

In ogni caso, a prescindere da tale incertezze, non si può rimanere spettatori nella creazione di" babyboss". E se il genitore è latitante? In quel caso, è possibile intervenire perché il disinteresse mostrato dal genitore assente costituisce un messaggio trasmesso al figlio, quello della latitanza appunto. Togliere un minore a mamma mafia, intervenire in suo aiuto, può contribuire alla sua crescita e prendere consapevolezza di quei valori che le organizzazioni mafiose non hanno. Lucia Rotondi

Il Csm: "Togliere i figli ai boss". Favorevole chi ci è già passato. Luigi Giuliano era membro della più potente cosca di Napoli. Ora sta coi giudici: magari fosse successo a me, scrive Simone Di Meo, Domenica 29/10/2017, su "Il Giornale". «Magari lo avessero fatto anche con me. Magari mi avessero allontanato dalla famiglia. Mi sarei risparmiato la galera e quell'inutile e velenoso senso di onnipotenza che mi portava, poco più che quindicenne, a girare armato per Forcella e a riscuotere i saluti impauriti delle persone».

Il rischio è crescere dei nemici dello Stato. Luigi Giuliano jr si chiama come lo zio, «'o rre» della camorra partenopea. E ha fatto parte della più potente famiglia malavitosa degli anni Ottanta in Campania. Quella di cui era amico Diego Armando Maradona ai tempi del Napoli scudettato. Oggi, Luigi Giuliano jr è un uomo tranquillo che, dopo aver pagato i debiti con la giustizia, approva senza remore il progetto di legge, suggerito dal Csm, di togliere i figli agli affiliati alla criminalità mafiosa. «E non solo a loro spiega al Giornale ma anche a chi spaccia la droga, a chi vive di illegalità. Un bimbo che subisce la violenza di vedere i genitori che preparano le bustine di cocaina in cucina, nel giro di qualche anno, vorrà imitarli. E diventerà a sua volta un dispensatore di morte». La risoluzione, messa a punto dalla sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura, martedì prossimo sarà discussa dal plenum di Palazzo dei marescialli e prende le mosse dalle esperienze dei tribunali per i minorenni del Sud (in testa Reggio Calabria, Napoli e Catania), che di fronte a famiglie mafiose che inseriscono sin da piccoli i loro figli nelle dinamiche criminali dei clan, hanno adottato provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale, allontanando i minori da quell'ambiente ad alto rischio per il loro sviluppo psico-fisico e affidandoli a strutture poste al di fuori della regione di provenienza. Una scelta complessa e non priva di rischi, peraltro. Un anno e mezzo fa, infatti, un latitante di una cosca dell'area nord di Napoli imbracciò il kalashnikov, spalleggiato da una mezza dozzina di complici, e nella notte sparò un centinaio di proiettili contro la caserma dei carabinieri di Secondigliano. Colpevoli, ai suoi occhi, di aver sottratto i figli piccoli alla compagna, rimasta senza lavoro. Una linea dura che il Csm condivide, ritenendo le famiglie mafiose «maltrattanti» per i loro figli al pari di quelle dove c'è un genitore tossicodipendente o che usa violenza fisica: provvedimenti di decadenza genitoriale sono un'extrema ratio, scrivono i consiglieri, ma possono diventare indispensabili per «proteggere il minore dal pregiudizio che gli deriva dalla violazione del suo diritto a essere educato nel rispetto dei principi costituzionali e dei valori della civile convivenza». «Bisogna però capire una cosa ha sottolineato ancora Luigi Giuliano jr . Non basta togliere i figli ai malavitosi. È necessario poi seguirli, dar loro una educazione, offrirgli l'occasione di sviluppare una vita improntata alla legalità e al bene». L'esperienza di suo padre Nunzio Giuliano, dissociatosi dal clan e ammazzato il 21 marzo 2005 da killer rimasti ignoti, è illuminante. «Andammo a vivere lontano da Forcella - ha continuato -. Ma quando lui fu ingiustamente arrestato, disse ai giudici di salvare i suoi due figli, di tenerli lontani dal rione. Non fu ascoltato. Così, io tornai dai miei zii e feci apprendistato di malavita scoprendo la cocaina e la violenza. Mio fratello invece morì di overdose poco dopo». Quando Nunzio Giuliano uscii dalla prigione, era già troppo tardi. «Crescendo, il suo esempio mi ha però salvato la vita conclude. Se quei magistrati gli avessero prestato attenzione, tanti orrori non sarebbero stati mai commessi. E io avrei avuto un'altra esistenza».

La storia di Mariarca, nipote del boss amico di Riina e compagna di Emanuele Sibillo, scrive il 15 maggio 2018 Voce di Napoli. E’ la 22enne protagonista del documentario sulla vita del compagno Emanuele Sibillo, il babyboss della “paranza dei bimbi” ucciso a 19 anni nel centro di Napoli il 2 luglio 2015. Mariarca Savarese racconta il periodo vissuto al fianco di uno degli elementi apicali del cartello composto dalle famiglie Giuliano-Sibillo-Brunetti-Amirante che in quel periodo dichiarò apertamente guerra ai Mazzarella e ai suoi alleati: dai Caldarelli delle Case Nuove ai Del Prete presenti a Forcella agli Esposito-Genidoni del Rione Sanità. Mariarca tiene però a precisare che anche lei viene da una famiglia “importante”. Originaria del Rione Sanità, il suo è un cognome pesante nel panorama criminale napoletano. Lo zio “Totore”, che quando apprende della relazione con Sibillo chiarisce subito le cose con la nipote (“Lo devi sempre rispettare, anche se si va 20-30 anni di carcere”), è Salvatore Savarese, boss dell’omonimo clan del Rione Sanità che ha la sua roccaforte in via dei Cristallini.

LO ZIO BOSS – Detto “il Padrino” probabilmente perché acquistò punti nelle classifiche criminali dopo aver trascorso l’ora d’aria in regime di carcere duro con il capo dei capi Totò Riina, è cresciuto sotto la guida dell’ex boss del Rione Sanità Giuseppe Misso, detto ‘o Nasone’, oggi collaboratore di giustizia. Oggi Savarese ha 63enne ed è sottoposto alla libertà vigilata (dalle 21 alle 7 non può allontanarsi dal proprio domicilio e non può, ovviamente, frequentare pregiudicati). E’ tornato in libertà da circa due anni dopo essere stato arrestato l’ultima volta in vico Zurolo a Forcella. Era il 3 dicembre del 2013 e “il Padrino” venne sorpreso durante un summit con diversi elementi delle famiglie che dichiararono guerra ai Mazzarella. Anche allora era in regime di libertà vigilata e finì in carcere proprio per averli violati.

ALLEANZE E TRADIMENTI – Savarese è in carcere quando scoppia la guerra tra la “paranza” e i Mazzarella, suoi storici alleati durante la lunga militanza del clan Misso. Nonostante nel summit in vico Zuroli fosse stato sorpreso con affiliati vicini a Emanuele Sibillo, quando torna in libertà, nel 2015, decide di allearsi con i Sequino del Rione Sanità il cui boss Salvatore Sequino, 44 anni, venne arrestato nell’ottobre del 2015 nel blitz che portò dietro le sbarre i “Capelloni” dei Buonerba, quelli che di fatto uccisero Sibillo.

LA VITA PRIVATA – Oltre agli intrecci e ai codici d’onore, quasi mai rispettati, nel documentario prodotto da Repubblica, Sky e 42° Parallelo, viene raccontata anche la vita privata di Emanuele Sibillo. E’ la compagna Mariarca a rivelare, attraverso foto e video, gli aspetti nascosti di un giovane ragazzo che aveva deciso di intraprendere la strada criminale già all’età di 15 anni. “L’aspetto del compagno, quello più intimo – spiega in un’intervista a Vice.com Diana Ligorio, autrice insieme a Conchita Sannino del documentario “ES17– Dio non manderà nessuno a salvarci”. Sibillo “era una persona molto affettuosa e molto fisica, lo si percepisce da come scherza con Mariarka”. Insomma, chiosa l’autrice, “in questi video c’è sicuramente l’aspetto più privato, quello che ci fa entrare in una relazione di profondità con lui”.

LE DISCOTECHE – Mariarca racconta che “a un certo punto ho pregato che facessero più in fretta le guardie a capire dove era latitante. Io ho sperato che Emanuele finisse dentro, ma non l’ho mai detto, non avrei potuto”. La 22enne, che quando Sibillo venne ucciso aspettava il secondo figlio (era al quinto mese di gravidanza), racconta poi “l’aspetto giocherellone” e la loro vita in casa con il primo figlio, nato nel 2014. “Tornava dalla strada verso le sei del mattino e si metteva a letto. Si svegliava verso le tre o le quattro del pomeriggio; si faceva la zuppa di latte con le gocciole o i pan di stelle e prendeva il telecomando: Uomini e Donne, i tronisti, la De Filippi dal letto. Una volta a settimana, ci vedevamo anche Gomorra, era forte. Poi la sera spesso andavamo a ballare”. Nei locali di Pozzuoli e di Chiaia la paranza arrivava anche alle 4 del mattino ma “trovavamo sempre il nostro privé libero perché i buttafuori allontanavano chi c’era in quel momento.

Napoli: i temi dei ragazzi detenuti a Nisida "giusto togliere i figli ai boss", scrive Daniela De Crescenzo su Il Mattino il 18 settembre 2018. "Meglio soffrire io che mio figlio": a sorpresa, interrogati sulla possibilità di allontanare i figli dai boss i ragazzi dell'istituto penale di Nisida si dichiarano in gran maggioranza favorevoli a un provvedimento estremo. Lo ha spiegato Maria Franco, insegnante dei giovani detenuti, in un lungo post del suo blog, Conchigliette, riprendendo un dibattito di cui è stata protagonista sul giornale calabrese Zoomsud intorno alla scelta del Tribunale dei minori di Reggio Calabria di sottrarre i figli agli 'ndranghetisti nei casi in cui la decisione rappresenti l'extrema ratio. Un'idea rilanciata recentemente dal Csm, il Consiglio superiore della magistratura che ha voluto tenere a Napoli una seduta monotematica dedicata proprio ai giovani a rischio. Dice la professoressa: "Ho portato in classe alcuni commenti a un fatto di cronaca: le intercettazioni che mostravano alcuni bambini e ragazzini al lavoro nel commercio di droga di un clan. Alcuni di questi commenti richiamavano alla necessità di prolungare l'orario scolastico e di promuovere interventi sociali nei quartieri più a rischio. Ho chiesto ai ragazzi e alle ragazze se questi tentativi avrebbero potuto produrre il risultato di sottrarre ad un futuro illegale quei ragazzi e la risposta, unanime, è stata: no. Né più scuola, né più sport, né più teatro, né più verde possono bastare, mi hanno risposto. E allora? - ho chiesto io - L'unica è mandarli lontano da qui, ma da piccoli piccoli". Piccoli piccoli, prima che la loro vita possa essere rovinata. Piccoli piccoli, cioè in tempo per imparare a muoversi in un mondo diverso da quello dei propri genitori. Un mondo normale. L'insegnante allora ha chiesto ai ragazzi di rispondere per iscritto a tre domande: che cosa pensate della scelta dei magistrati reggini? Con questa scelta, i ragazzi cresceranno meglio? Come reagireste voi se qualcuno volesse allontanarvi dalle vostre famiglie? "Alla prima domanda, tutti hanno risposto che la scelta è giusta - spiega Maria Franco - Risposta confermata dalla seconda, in cui hanno sostenuto che certamente i ragazzi avranno una vita migliore". Tutto cambia con la terza domanda, più personale. "Molti hanno sostenuto l'allontanamento dai genitori e soprattutto dalla madre è ipotesi da non fare neppure per scherzo, farebbero il diavolo a quattro e non l'accetterebbero mai. Ma qualcuno ha detto che, se i genitori decidessero così, allora se ne andrebbero sereni, convinti che sarebbe la scelta giusta per il loro futuro e qualche altro ha detto che avrebbe certo sofferto molto, ma si sarebbe abituato e avrebbe finito col vivere meglio. E più d'uno, guardandosi non come figlio bensì come padre, ha detto che, con la morte nel cuore, sarebbe disponibile a lasciare andare via suo figlio, proprio per evitare che i suoi errori potessero ricadergli addosso". "Meglio soffrire io che mio figlio". A condizione che "lui mi vorrà sempre bene e mai mi odierà". In aula, quindi, si verifica un'incredibile rovesciamento di fronte. Aggiunge l'insegnante: "Ho non pochi dubbi, che l'allontanamento dalle loro famiglie dei figli di 'ndranghetisti, mafiosi e camorristi, possa essere una scelta di carattere generale, ovvero non limitata a casi specifichi". Ma gli allievi sono sul fronte opposto. Uno spiega che lontano da casa "sicuramente avremmo una vita migliore, potremmo cambiare strada e avverare i desideri perché non costretti a seguire le orme dei padri". E i boss? Rinunciando ai figli fanno una buona scelta perché così assicureranno loro un'esistenza normale. Cambiare restando nel proprio ambiente, sostengono tutti, è praticamente impossibile perché "Se frequenti compagnie sbagliate prima o poi sbagli anche tu". Non solo. "Se cresci con un padre in carcere porti rancore e alla fine magari fai cose simili alle sue". Un altro entra nel dettaglio e scrive: "Il dottor Di Bella ha fatto la scelta migliore perché ha regalato una nuova vita a quei ragazzi". Una nuova vita perché scrive un altro: "Nella nostra o si muore o si va in carcere". Sì, perché in questo maledetto Paese c'è chi ha diciotto anni e nessun futuro davanti: lo sa, lo scrive, ma nulla cambia.

Togliere i figli ai mafiosi? Cose da Stato totalitario. Massimo Fini Il fatto Quotidiano, 22 marzo 2014. Michele Emiliano, sindaco di Bari, ha proposto di sottrarre ai genitori mafiosi i loro figli «perchè i mafiosi non possono essere custodi di valori positivi». Credo che neanche Pol Pot sia arrivato a tanto. Questo è lo Stato etico, contro cui i liberali si sono sempre battuti e che gli pseudoliberali di oggi tentano ad ogni momento di reintrodurre, che vuole imporre con la forza i propri valori a cittadini non più tali, ma diventati sudditi. E' lo Stato fascista, nazista, sovietico, cambogiano. Un concetto come quello espresso dal sindaco di Bari, sia pur con le migliori intenzioni (ma si sa che l'Inferno è lastricato di buone intenzioni), non dovrebbe esistere in una liberaldemocrazia. Premetto che se c'è un mondo che mi fa orrore è quello mafioso. Non perchè è criminale -di criminali in giro ce ne sono a carrettate- ma perchè fa moralmente schifo. Il mafioso mette nell'acido il bambino sequestrato e poi la sera si commuove ascoltando 'My way' di Frank Sinatra. Bisogna essere almeno all'altezza delle proprie cattive azioni. Preferisco i nazisti. Sono più coerenti nella loro crudeltà. La proposta del sindaco di Bari è pericolosa perchè, come ogni volta che si sfonda un principio, si sa dove si comincia ma non dove si va a finire. Si comincia con i figli dei mafiosi, si continua con i figli di soggetti considerati 'viziosi' (cocainomani, alcolisti, ludo dipendenti, eccetera) e si finisce col sottrarre i figli «alle famiglie povere che hanno problemi educativi» come si esprime lo stesso Emiliano (cosa che peraltro è già successa come se la povera gente fosse più incapace di educare i propri figli delle madri delle 'parioline' che spingevano le loro 'bambine' a prostituirsi). La mafia si combatte innanzitutto con la repressione. L'unico a provarci seriamente fu il fascismo che, col prefetto Mori, la sbaraccò. Perchè un regime forte non tollera al proprio interno altri poteri forti (è lo stesso motivo per cui Saddam Hussein non ne voleva sapere di avere Bin Laden fra i piedi). Purtroppo pur di sconfiggere il fascismo gli americani si servirono della mafia siciliana che, in un paio di giorni, gli aprì l'isola come una scatola di sardine. E queste cose si pagano. Da allora la debole democrazia italiana ha dovuto avere rapporti con la mafia. Non solo Andreotti, contro cui si accanisce Marco Travaglio, ma proprio tutti i politici compreso l'integerrimo La Malfa (quello vero, Ugo) attraverso il suo uomo in Sicilia, Gunnella. L'altro modo per combattere la mafia è culturale. Ma qui sta il punto. La mafia di oggi ci fa particolarmente orrore perchè ammazza bambini e donne e ha perso anche i suoi antichi codici. Ma la malavita, si tratti di mafia, di camorra, di criminalità finanziaria, non è che il riflesso malato della società civile. E una società senza dignità e senza onore, qual'è, in tutti i settori, la nostra, non può che produrre una malavita senza dignità e senza onore. Il sindaco Michele Emiliano ritorni in sè. O saremo costretti, poichè parla di genitori «incapaci di essere custodi di valori positivi per i figli», a sottrarre a Silvio Berlusconi la partia potestà su Pier Silvio, Marina, Barbara e il famoso nipotino, lasciandogli solo Dudù (ma anche i cani possono essere influenzati dalle cattive compagnie). Massimo Fini Il fatto Quotidiano, 22 marzo 2014.

Il Csm: via i bambini ai mafiosi. Ma è un provvedimento giusto? Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 26 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Fa discutere la proposta sulla decadenza della potestà genitoriale. I nati in una famiglia di affiliati saranno equiparati ai figli di alcolisti e tossicodipendenti. I figli nati in una famiglia mafiosa devono essere equiparati a quelli nati in famiglie dove i genitori hanno problemi di alcolismo o tossicodipendenza. Ed è pertanto necessario procedere con provvedimenti giudiziari che comportino la decadenza della patria potestà e il successivo allontanamento del minore dalla residenza familiare, con il suo affido ad una struttura che consenta di crescere in un contesto idoneo per l’età. E’ questo il contenuto della risoluzione che il Plenum del Consiglio superiore della magistratura sta discutendo su iniziativa dei consiglieri Ercole Aprile e Antonello Ardituro, in materia di “tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata”. Per prevenire e recuperare i minori è, dunque, indispensabile intervenire sulla sfera familiare e/ o sociale di provenienza, in quanto è una delle prime cause che incidono sul percorso di crescita. In particolar modo nelle regioni meridionali si riscontra un frequente coinvolgimento di minori in attività illecite legate ad associazioni criminali, spesso di tipo mafioso (attività che consistono, ad esempio, nello spaccio di stupefacenti, estorsioni, omicidi). Forse anche a causa del condizionamento mediatico esercitato da alcune recenti fiction, il fenomeno si è accentuato e la “cultura” mafiosa ha fatto presa sui giovani provenienti da contesti malavitosi. La ricerca del potere, la facile ricchezza e realizzazione di sé, prevalgono sulla pacifica convivenza e mettono le istituzioni sotto una luce negativa. La soluzione è l’adozione di provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale (fino ad arrivare alla dichiarazione di adottabilità) e di collocamento del minore in strutture esterne al territorio di provenienza, per eliminare il legame con i condizionamenti socio- ambientali. Pur costituendo l’extrema ratio, la salvaguardia del superiore interesse del minore ad un corretto sviluppo psico- fisico prevale sull’autonomia riconosciuta ai genitori nell’adempimento del dovere educativo. La famiglia di origine, come nei casi in cui i genitori siano dei tossicodipendenti o degli alcolisti, è «famiglia maltrattante» che, per le modalità con cui «educa» i figli, ne compromette lo sviluppo psicofisico. Per il Csm vanno, in primis, potenziati gli strumenti a disposizione dei giudici minorili, con un’azione sinergica da parte dei servizi minorili e dei servizi sociali, e una collaborazione, quando necessario, con gli uffici giudiziari ordinari. Fondamentale, poi, un riassetto normativo che renda più efficace ed effettiva l’applicazione di questi provvedimenti e che investa anche il diritto penale (introducendo la pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale per i reati associativi di tipo mafioso) e processuale (dove si prevede ora l’affidamento alla famiglia anche di minori che abbiano commesso gravi reati). Un discorso a parte riguarda invece i figli minori di testimoni e collaboratori di giustizia per i quali oltre ad una tutela psicologica bisogna porre in essere le condizioni per un loro inserimento nelle località protette.

Napoli, il caso dei baby boss tolti dal tribunale alle famiglie..., scrive Simone Di Meo il 5 marzo 2017 su "Lettera 43". Dediti allo spaccio e fuori controllo, vengono allontanati dai parenti e trasferiti al Nord. Ma la vendetta dei genitori, spesso assenti o collusi, è dietro l'angolo. Già sei i provvedimenti in una settimana. A Sparta, all'età di sette anni, i bambini venivano tolti alle famiglie ed educati dallo Stato. A Napoli sta succedendo una cosa simile coi figli dei camorristi. Allontanati dalle fogne di illegalit