Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ITALIOPOLI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 ITALIOPOLITANIA

ITALIOPOLI DEGLI ITALIOTI

ALLO SBARAGLIO

 

ITALIANI

POPOLO DIFETTATO O CAOS ORGANIZZATO?!?

Di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

L’Italia che è, che fu e che sarà.

L’Italia della Costituzione intoccabile scritta dai vincitori: illiberale, oligarchica, comunista e clericale.

L'Italia dove si impone la legalità nel basso e non si pretende dall'alto.

L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie.

L’Italia dove si è nominati e non eletti e non c’è vincolo di mandato.

L'Italia dove la giustizia è amministrata in nome del popolo e non in suo conto e nel suo interesse e dove i Magistrati non pagano per le loro colpe.

L’Italia dove di organizzato c’è solo il caos e la criminalità.

L’Italia delle Istituzioni che pretendono rispetto, ma non lo meritano.

L’Italia fondata sul lavoro, che non c’è, fatto salvo per i mantenuti e i raccomandati.

L’Italia che riconosce e garantisce i diritti inviolabili, solo dei poteri forti.

L’Italia della legge uguale per tutti, applicata per i deboli, interpretata per i forti.

L'Italia dove tutti son pronti a condannare, ma non a farsi giudicare.

L’Italia indivisibile, fatta di “Polentoni” e “Terroni”.

L’Italia della libera informazione, di parte e gossippara, che pende dalle veline giudiziarie e la notizia la fa, non la dà.

L’Italia dove a delinquere sono sempre gli altri.

L’Italia dove la mafia ti uccide, ti condanna, ti affama.

L’Italia dove devi subire e devi tacere.

L’Italia indisponente, insofferente, indifferente, dove tutti parlano e nessuno ascolta.

"Art. 1 della Costituzione: L’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (non sulla libertà e la giustizia). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (I limiti stabiliti al potere popolare indicano una sudditanza al sistema di potere. Il potere popolare è delegato ai Parlamentari e agli organi da questi nominati: Presidente della Repubblica, Governo, organi di Garanzia e Controllo. La Magistratura è solo un Ordine Costituzionale: non ha un potere delegato, ma una funzione attribuita per pubblico concorso. In realtà si comporta come Dio in terra: giudica, ingiudicata).Un'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobby, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.

l'Italia sia una repubblica democratica e federale fondata sulla Libertà e la Giustizia. I cittadini siano tutti uguali e solidali.

I rapporti tra cittadini e tra cittadini e Stato siano regolati da un numero ragionevole di leggi, chiare e coercitive.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari.

Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni.

Lo Stato assicuri ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa.

Ai disabili sia garantita l'accessibilità, l'adattabilità e la visibilità dei luoghi di transito o stazionamento.

Il lavoro subordinato pubblico e privato sia remunerato secondo efficienza e competenza.

Lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori siano confiscati tutti i beni. Lo Stato assicuri a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.

Sia libera la parola, con diritto di critica, di cronaca, d'informare e di essere informati, così come sia libero l'esercizio della stampa da vincoli di Albi, Ordini e collegi.

I senatori e i deputati, il capo del governo, i magistrati, i difensori civici siano eletti dai cittadini con vincolo di mandato. Essi rappresentino, amministrino, giudichino e difendano secondo imparzialità, legalità ed efficienza in nome, per conto e nell'interesse dei cittadini. Essi siano responsabili delle loro azioni e giudicati e condannati. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico.

Il Parlamento voti e promulghi le leggi propositive e abrogative proposte dal Governo, da uno o più parlamentari, da una Regione, da un comitato di cittadini".

Di Antonio Giangrande

 

 

 

 

SOMMARIO PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande).

INTRODUZIONE.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

POTERE A 5 STELLE.

GLI ONESTI DI SINISTRA. CENTRI SOCIALI ED ILLEGALITA’.

IL PAESE DEI PREDICATORI.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

QUO VADO?     

MAFIA, PALAZZI E POTERE.

CHI FA LE LEGGI? 

LA DIFESA DELLE DONNE: COSA DI SINISTRA?

LE COSE DI SINISTRA.

LA LIBERTA'.

LA DEMOCRAZIA E' PASSATA DI MODA?

A PROPOSITO DI TIRANNIDE. COME E QUANDO E' MORTO HITLER?

L’INTELLIGENZA E’ DI SINISTRA?

GLI INTOCCABILI E LA SOCIETA’ DELLE CASTE.

MAFIA: LE CONTRO VERITA’ CENSURATE. FALCONE, FALCE E MARTELLO. IL FILO ROSSO SULLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO E LA NASCITA DEL MONOPOLIO ROSSO DELL’ANTIMAFIA.

IL CORTO CIRCUITO. L'EREDITA' DI FALCONE: LE SPECULAZIONI DELL'ANTIMAFIA.

E’ STATO LA MAFIA!

ITALIA MAFIOSA. IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA SE AMMINISTRATI DALL’OPPOSIZIONE DI GOVERNO.

LEZIONE DI MAFIA.

MORI. ROCCO. GRAMSCI, LEVI: STORIE DI ITALICI TRADIMENTI.

DEMOCRAZIA A SINISTRA. VOTI TRUCCATI, ELEZIONI TAROCCATE.

COS’E’ UN ITALIANO?

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO. ESAME DI AVVOCATO: 17 ANNI PER DIRE BASTA!

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

PRIMA GUERRA MONDIALE: LO SCHELETRO NELL'ARMADIO.

SE NASCI IN ITALIA……

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

FOIBE: QUELLO CHE GLI STORICI NON DICONO.

OLOCAUSTO: QUELLO CHE GLI STORICI NON DICONO.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

GIUSTIZIA E VELENI. LA GUERRA TRA MAGISTRATI.

TOGA ROSSA E' UN COMPLIMENTO.

LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

L’ISLAM, LA SINISTRA E LA SOTTOMISSIONE.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

GIUDICI SENZA CONDIZIONAMENTI?

A PROPOSITO DI RIMESSIONE DEL PROCESSO ILVA E SCAZZI. ISTANZA RESPINTA: DOVE STA LA NOTIZIA?

COSI' HANNO TRUFFATO DI BELLA.

IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI.

 

SOMMARIO SECONDA PARTE

 

CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO.

CALABRIA: LUCI ED OMBRE. COME E' E COME VOGLIONO CHE SIA. "NDRANGHETISTI A 14 ANNI E PER SEMPRE.

I TRIBUNALI PROPRIETA' DEI GIUDICI.

FASCISMO, COMUNISMO E MAFIA CAPITALE.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL RISORGIMENTO E’ NATO IN CALABRIA, MA NESSUNO LO DICE.

L’ABIURA DEL PARTITISMO. LA MESCOLANZA E’ RICCHEZZA DI RISORSE, VALORI E TALENTI.

MAFIA E TERRORISMO DA QUALE PULPITO VIEN LA PREDICA. L’ITALIA CODARDA ED IL PATTO CON IL DIAVOLO. MEGLIO PAGARE IL PIZZO.

ANTIMAFIA RAZZISTA E CENSORIA. PERCHE’ CE L’HANNO CONTRO I MERIDIONALI?

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

ITALIANI. MARPIONI PER SFIDUCIA NELLO STATO.

C’ERA UNA VOLTA LA MAFIA AL SUD E LE TANGENTI AL NORD. OGGI C’E’ LA MAFIA DEL NORD.

LEGA NORD: I MOSTRI SON SEMPRE GLI ALTRI.

IL GARANTISMO E' DI SINISTRA!!!!

LA VERA STORIA DI CORRADO CARNEVALE ED I MAGISTRATI POLITICIZZATI E PIGRI.

IL MONDO SEGRETO DEGLI ITALIOTI.

IL MONDO SEGRETO DEL FISCO: I DIRIGENTI TUTTI FALSI.

IL MONDO SEGRETO DELLE CASTE E DELLE LOBBIES.

IL MONDO DEI TRASFORMISTI.

IL MONDO DELLE CRICCHE.

LA NEMESI DI ITALIOPOLI. LA CASTA VIEN DA LONTANO.

BERLINGUERISMO. I MITI DELLA SINISTRA.

SIAMO TUTTI PUTTANE.

SI CENSURA, MA NON SI DICE.

ITALIA. AVANTI CON IL FRENO A MANO TIRATO. LUNGAGGINI, TASSE OCCULTE E TROPPE LEGGI.

L’ITALIA DEI PAZZI. UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SULLA BUROCRAZIA. CANCELLATE 10 LEGGI, NE NASCONO 12.

BUROCRAZIA E DISSERVIZI. IL SUPPLIZIO DEGLI ITALIANI.

I MANETTARI INFILZATI.

ITALIA. NAZIONE DI LADRI E DI IMBROGLIONI.

IPOCRISIA ITALICA. E' TUTTO UN VOTO DI SCAMBIO. ERGO: SIAM TUTTI MAFIOSI.

ITALIANI. SIAM TUTTI LADRONI E MAFIOSI.

PARLAMENTARI SENZA ARTE NE' PARTE. COME DA POVERI SI DIVENTA MILIONARI.

LA POLEMICA SULLA NOMINA DEI PRESIDENTI DI SEGGIO E DEGLI SCRUTATORI.

LA VITTORIA CENSURATA DEL PARTITO DEL NON VOTO.

IL BERLUSCONI INVISO DA TUTTI.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: ELEZIONI CON ARRESTO.

I COMUNISTI CON BELLA CIAO SCATENARONO IL TERRORE.

IPOCRITI. IL GIORNO DELLA MEMORIA? NON DIMENTICARE TUTTE LE VITTIME DEGLI OLOCAUSTI.

DEMOCRAZIA E RAPPRESENTANZA: UNA GRANDE FURBATA. LA FRODE DELLA LEGGE ELETTORALE.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LE COLLUSIONI CHE NON TI ASPETTI. AFFINITA' ELETTIVE.

PARLIAMO DEL GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA.

L’ITALIA? SANGUE, SESSO, SOLDI….E LARGHE INTESE….MAFIOSE.

BORSELLINO UCCISO PERCHE' INDAGAVA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

GIUSTIZIA E BERLUSCONISMO: LA BUFALA DELLE LEGGI AD PERSONAM. IL FALLIMENTO DI SILVIO BERLUSCONI.

TUTTO IL POTERE A TOGA ROSSA.

GIUDICI IMPUNITI.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MAGISTRATI? SI', COL TRUCCO!!

MANETTE FACILI, IDEOLOGIA ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

LA VERITA’ NON E’ UGUALE PER TUTTI.

PARLIAMO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESCO COSSIGA: TRA GLI ITALIOTI UOMO SOLO CONTRO LO STRAPOTERE DELLA MAGISTRATURA.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GLI INNI DEI PARTITI ED I PENTITI DEL PENTAGRAMMA.

ED I 5 STELLE...STORIE DI IGNORANZA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

LA SINISTRA ED IL BERLUSCONISMO.

IL BERLUSCONISMO NELLA STORIA D’ITALIA.

PARLIAMO DI “TANGENTOPOLI”. “MANI PULITE”: TUTTA LA VERITA’. LA GENESI, L’ANAMNESI E LA NEMESI STORICA.

LA BUFALA DEL 1° MAGGIO? PARLIAMO DI LAVORO NERO E SFRUTTAMENTO. PARLIAMO DI VERO “CAPORALATO”.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

L’ITALIA DEI PRESIDENTI DELLA PRIMA E DELLA SECONDA REPUBBLICA 1946-2013.

PARLIAMO DI MINISTRI, SOTTOSEGRETARI, MANUALE CENCELLI E MERCATO DELLE VACCHE.

LA REPUBBLICA DELLE STRAGI IMPUNITE.

MAFIA E SPAGHETTI. L’ITALIANO VISTO DAGLI ALTRI. MAFIA ED IDEOLOGIE, AUTOLESIONISMO ALL’ITALIANA. DELLA SERIE: FACCIAMOCI DEL MALE.

ITALIANI. FRATELLI COLTELLI.

LIBERTA’ E LIBERISMO.

DALLA FAME NASCONO LE RIVOLUZIONI.

IL BOOM DELLA MADRI BAMBINE.

DIETRO LE SBARRE.

POLIZIOTTI ALLO SBARAGLIO.

RADIO PADANIA, RADIO VERGOGNA.

UNA GENERAZIONE A PERDERE.

CHI E COSA SIAMO NOI ITALIANI ?!?

PARLIAMO DELLE VERITA’ STORICHE CENSURATE.

PARLIAMO DELL’ITALIA AVVERSA ALLA LIBERTA’.

LA MAFIA CHE NON TI ASPETTI: COSCHE LOCALI; CASTE; LOBBIES E MASSONERIE DEVIATE.

PARLIAMO DI VOTO DI SCAMBIO: Il mercato degli eletti.

INGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

PARLIAMO DELL'ITALIA RAZZISTA.

PARLIAMO DELL'ITALIA ILLEGALE E CORROTTA.

PARLIAMO DELL'ITALIA DELLA TRUFFA.

PARLIAMO DELLA QUESTIONE SETTENTRIONALE E DI QUELLA MERIDIONALE.

IN ITALIA È IMPOSSIBILE CAMBIARE VITA: I POVERI RESTANO POVERI E I RICCHI RESTANO RICCHI.

PARLIAMO DELL’ITALIA DEL PROIBIZIONISMO.

PARLIAMO DELL'ITALIA DELLE BELLEZZE E DELLE GENERAZIONI DIFETTATE.

PARLIAMO DI INTOCCATI.

PARLIAMO DI INTOCCABILI.

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

In Questo Mondo Di Ladri di Antonello Venditti.

Eh, in questo mondo di ladri

C' ancora un gruppo di amici

Che non si arrendono mai.

Eh, in questo mondo di santi

Il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Non siamo molto importanti

Ma puoi venire con noi.

Eh, in questo mondo di debiti

Viviamo solo di scandali

E ci sposiamo le vergini.

Eh, e disprezziamo i politici,

E ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,

Piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.

Voi, vi divertite con noi

E vi rubate tra voi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Voi siete molto importanti

Ma questa festa per noi.

Eh, ma questo mondo di santi

Se il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri... 

Aspiranti avvocati, esame-lotteria in locali pericolanti. 4717 i partecipanti a Napoli.Criteri di correzione poco chiari, che portano ad un 20% di promossi tra i concorrenti a Fuorigrotta, nonostante la scuola napoletana sia tra le più rinomate. Probabile la presenza di un inviato de Le Iene, scrive Giovanni Palma su “Meridiano News” il  18 Dicembre 2015. Come tutti gli anni, alle soglie delle festività natalizie, presso la Mostra d’oltremare si sono tenuti gli esami per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato; ben 4.717 aspiranti legali, provenienti da gran parte della Campania, per tre giorni a partire da martedì, si sono riversati presso i locali di piazzale Tecchio sin dalle prime luci dell’alba, per sostenere tre diverse prove nelle materie forensi. Dalle prime impressioni, la maggior parte dei candidati avrebbe risolto, senza particolare affanno le, seppur impegnative, tracce d’esame. Gli esaminandi, tuttavia, lamentano le pessime condizioni in cui si sono svolte le prove, rese difficoltose sotto il profilo fisico prima che mentale: difatti riferiscono di lunghe file per l’accesso ai varchi, anche agli ingressi riservati ai portatori di disabilità; inoltre i candidati descrivono code interminabili per l’utilizzo dei pochi servizi igienici presenti e del pessimo stato di funzionamento ed igiene degli stessi, nonché delle bassissime temperature dei locali, apparsi in generale non idonei a garantire un livello di accoglienza adeguato ad una prova così delicata ed importante, fra polvere di intonaco in caduta e sistemi di areazione non funzionanti, oltre che pericolanti, al punto da rendere necessario l’intervento dei vigili del fuoco per verificare lo stato di una tubazione aerea, il tutto condito dalla voce circolata nei padiglioni (non ancora confermata) della presenza di un inviato della trasmissione “Le Iene” infiltratosi fra i candidati. Tuttavia le doglianze principali riguardano la fase di correzione degli elaborati, che per i candidati napoletani viene svolta, ad anni alterni, dalle commissioni di Milano Roma. La percentuale di promossi negli ultimi anni rasenta il 20%, circostanza strana considerato che la media nazionale è nettamente più elevata e soprattutto tenendo conto che la scuola forense Napoletana è, da sempre, considerata fra le più prestigiose del mondo. I futuri avvocati riferiscono di criteri di correzione incomprensibili e poco chiari, fra bocciature assurde e valutazioni differenti per compiti dal contenuto del tutto similare accompagnate della totale assenza di motivazioni, al punto da far sorgere il dubbio che la discriminante fra chi sarà avvocato e chi dovrà affrontare nuovamente le tre prove d’esame consista in un mero colpo di fortuna. E così, ognuno dei 4717 aspiranti avvocati, dovrà attendere i mesi estivi per sapere se quest’anno “la fortuna” gli avrà sorriso oppure se dovrà nuovamente partecipare alla lotteria natalizia di Fuorigrotta, sperando in miglior sorte.

Sanità, bocciati dal «quizzone» ma i manager vengono ripescati. I rottamati dal presidente Maroni rientrano come direttori sociosanitari. Al Pirellone la riunione dei nuovi dirigenti: tornano i «generali» dell’era Formigoni, scrive di Simona Ravizza l'8 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”.Fuori dalla porta, dentro dalla finestra. Alle 15 nell’aula Biagi di Palazzo Lombardia saranno in molti a riconoscersi. Anche tra la vecchia guardia. La riunione è convocata per i manager ospedalieri, nominati sotto Natale al motto: «Meno politica nella Sanità». Ma all’incontro saranno presenti anche gli esclusi eccellenti. Loro, i bocciati al quizzone utilizzato per la prima volta dalla Regione per selezionare gli uomini che devono fare funzionare i nostri ospedali. Eliminati dalla prima linea, i generali dell’epoca di Roberto Formigoni ricompaiono in seconda fila. Sempre in pista. Comunque. Non tutti, ma numerosi. E l’interrogativo che si pone adesso è uno: sul ripescaggio ha prevalso la capacità di figure che per anni sono state in grado di offrire buone cure e mantenere i conti degli ospedali in ordine oppure alla fine hanno contato le solite logiche politiche? Il dubbio è legittimo visto che la lottizzazione per decenni ha governato la Sanità. E il sistema degli amici degli amici è duro a morire. Ancora negli ultimi giorni i vertici dell’assessorato hanno telefonato ai supermanager degli ospedali per ribadire il messaggio del governatore Roberto Maroni: «Se d’ora in avanti si farà vivo qualche politico non fatevi condizionare. E siate autonomi nelle scelte, a partire dalla composizione della vostra squadra (i direttori generali devono scegliere i direttori sanitari, amministrativi e sociosanitari, ndr)». Ma l’invito è stato raccolto solo in parte. Gli elenchi con i nomi dei direttori sanitari, amministrativi e sociosanitari appena scelti sono infarciti di bocciati eccellenti. Armando Gozzini, già medico sociale del Milan e assessore di Forza Italia al Comune di Segrate, ha dovuto rinunciare alla poltrona da direttore generale dell’ospedale di Busto Arsizio (dove comunque aveva dato buona prova delle sue capacità), per sedersi su quella da direttore sociosanitario dell’azienda ospedaliera di Pavia. Angelo Cordone, un pezzo da novanta nel Pavese del Faraone Giancarlo Abelli, è il nuovo direttore sociosanitario dell’ortopedico Pini-Cto. Roberto Bollina, sempre in quota Forza Italia, è stato defenestrato da direttore generale dell’Asl di Como, ma rientra come direttore sanitario di Garbagnate. Ermenegildo Maltagliati, uomo vicino alla Lega, passa dai vertici dell’ospedale di Garbagnate alla direzione sanitaria di Vimercate. Enzo Brusini, altro manager in quota Lega, ha lasciato la spinosissima guida del San Paolo per diventare direttore sociosanitario a Busto Arsizio-Gallarate. Stesso partito per Simona Bettelini, altro riciclo: dal San Gerardo di Monza passa alla direzione sanitaria dell’Asl Mantova-Cremona (trasformata dalla riforma in Agenzia per la tutela della Salute, Ats; così come gli ospedali sono diventati Aziende sociosanitarie territoriali, Asst). In base alla situazione attuale, i ripescaggi ufficiali sono tre a testa, divisi tra Forza Italia e Lega. Per ora gli esclusi eccellenti che non risultano ricollocati sono Giorgio Scivoletto, indagato nell’inchiesta che ha portato in carcere l’ex assessore Mario Mantovani; Daniela Troiano, coinvolta nella stessa indagine ma senza risultare indagata; eppoi Giovanni Michiara, Danilo Gariboldi, Marco Votta e Cesare Ercole, però tutti praticamente al termine della carriera per età. Ma le nomine sono ancora in corso e non sono da escludere colpi di scena dell’ultimo minuto. Pietro Caltagirone invece, dopo vent’anni ai vertici, a fine dicembre ha deciso di andare in pensione. Anche se il rinnovamento voluto da Maroni nelle squadre di manager che guideranno gli ospedali resta importante, la più massiccia rottamazione della Sanità lombarda è stata in qualche modo controbilanciata. E alla fine ai bocciati eccellenti non è andata malissimo. Stesso stipendio (o quasi), qualche responsabilità in meno. 

INFERMIERE PESCARESE AL TOP DI LONDRA: ''IN ITALIA LA SANITA' STA DEGENERANDO''. La lettera pubblicata da "Abruzzo Web" il 7 gennaio 2016. "Non azzarderei se affermassi che il numero degli infermieri formatisi e laureatisi in Italia e poi emigrati solo qui in Inghilterra rasenti le 10 mila unità. È un dato che sgomenta e fa riflettere. Nemmeno se venissimo assorbiti tutti in massa ed in un giorno solo nel nostro Servizio sanitario nazionale riusciremmo a colmare le disastrose lacune di personale che stanno lentamente ed inesorabilmente portando il sistema pubblico vicino al collasso, come in molti prevedono accadrà nei prossimi anni, a meno che non si adotti una decisa inversione di rotta ma non privatizzandolo, come presumo sia nella testa di molti amministratori pubblici!". Questo un passaggio di una lettera scritta da Luigi D'Onofrio, infermiere pescarese dello staff Nurse Moorfields Eye Hospital di Londra, emigrato per necessità professionali e di vita come lui stesso ammette, alla sezione di Pescara del Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche.  "Leggendo pubblicazioni online - scrive D’Onofrio - noto che da alcuni mesi fa tendenza parlare della pletora di infermieri italiani che stanno abbandonando le patrie corsie ospedaliere per raggiungere obiettivi di lavoro e carriera in altre nazioni, prevalentemente in Inghilterra, Germania e Svizzera. Molti giornali se ne sono già occupati, ma ho notato tuttavia che ogni articolo ha affrontato la tematica da un solo punto di vista: quello degli infermieri Italiani che lanciano un'occhiata al sistema sanitario inglese ed operano paragoni con il nostro. Io vorrei invece offrire una prospettiva completamente differente ed atipica". "Sono infatti un emigrante di nuova generazione - prosegue - uno tra i tanti professionisti laureati che ha messo in valigia competenze ed esperienze e si è stabilito da un anno e per un tempo indefinito nel Regno Unito per realizzare quelle aspettative professionali a lungo negatemi in Italia e soprattutto nella mia terra natìa, l'Abruzzo. Siamo in tanti, tantissimi. Le ultime statistiche ufficiali, prevenute dal registro UK, il Nmc, parlano di 2.500 infermieri di nazionalità italiana, ma gli iscritti alla più popolare pagina di Facebook in materia sono oltre 4.500, quindi si tratta di cifre approssimate per difetto e comunque in costante evoluzione. Non considero infatti nel conto tutti i colleghi che, frenati da una scarsa conoscenza dell'inglese, hanno comunque deciso di espatriare per cimentarsi in mestieri per i quali non è richiesta una approfondita conoscenza linguistica, come l'health care (più o meno l'equivalente del nostro Oss, se non addirittura il barista od il cameriere". Ma, lamenta D’Onofrio, "le nostre prospettive di ritorno sono complesse e travagliate. Abbiamo molte barriere da varcare e quella doganale è la più semplice di tutte. Il nostro ritorno è infatti possibile solo una volta superati gli ostacoli economici e culturali che rendono oggi drammatico anche l'inserimento di chi è rimasto in patria. La realtà, infatti, non è che in Italia manca il lavoro, o meglio le opportunità di lavoro. Mancano i datori di lavoro, le persone che sanno far lavorare altri. Abbiamo manager, ma non dirigenti in grado di far lavorare e costruire il successo di un'azienda sanitaria nel tempo, formando e valorizzando personale qualificato".

IL RESTO DELLA LETTERA

Mi perdonino il paragone gli appassionati di calcio: abbiamo un'Italia di Mourinho, di gente che costruisce una squadra in poche settimane reclutando persone dappertutto e ponendosi obiettivi a breve termine, mai nel lungo periodo. Almeno loro provano ad attrarre giocatori con elevate qualità sfruttando le cascate di soldi messe a loro disposizione ma imprenditori miliardari. Da noi si pensa solo a tappare buchi. Quanti bravi colleghi ho visto abbandonare un posto di lavoro solo perché il contratto era scaduto e non era più fiscalmente conveniente convertire il loro contratto in uno a tempo indeterminato! Per non parlare dell'ormai obsoleto sistema dei concorsi pubblici, che nella mente dei Padri Costituenti avrebbe dovuto permettere di scegliere i più preparati e meritevoli in modo trasparente, mentre succede oggi di assistere a preselezioni oceaniche in palazzetti strabordanti di giovani con lo zainetto pieno di manuali e di belle speranze. Ultimamente ci si ritrova poi a pagare tasse di selezione senza avere la certezza che il concorso effettivamente si svolgerà, o verrà organizzato in breve; a prove truccate e finite nel mirino della magistratura; ad assistere professionisti di grande esperienza che rispondono a quiz di cultura generale insieme a ragazzi neolaureati, mentre sarebbero già capaci di dirigere interi reparti), solo perché sognano di rientrare nella loro terra, ma magari la mobilità è impossibile o bloccata da anni. Io invece non ho sostenuto nessun concorso. La mia assunzione è stata decisa in tre intensissimi quarti d'ora di colloquio con tre dirigenti infermieristiche dell'ospedale pubblico in cui mi sono ritrovato ad essere dipendente di ruolo, il Moorfields Eye Hospital di Londra, il più grande e noto ospedale oculistico del mondo. È stato dal momento del mio inserimento, accuratamente guidato, che ho dovuto iniziare a dimostrare il mio valore e la mia capacità di fronte ai miei colleghi ed ai miei manager. Non credo finora di aver sfigurato: il mito della grande Florence Nightingale, la “dama con la lanterna” che proprio in Inghilterra ha ideato la moderna professione infermieristica, è in quanto tale un mito che ai giorni nostri sopravvive conservando solo un fondo di verità: l'infermiere italiano non ha affatto competenze inferiori quello inglese ed anzi il suo livello di preparazione, specialmente dal punto di vista tecnico è mediamente più elevato di quello di molti colleghi extraeuropei. Noto spesso, ad esempio, gli sguardi sorpresi di colleghi quando affermo che in Italia la figura del flebotomist, cioè dell'infermiere specialista addetto al prelievo del sangue od all'incannulamento, non esiste e che anch'io svolgevo regolarmente e quotidianamente questa prestazione: qui in Inghilterra è richiesto il superamento di un training (della durata di un giorno!) che non sempre l'ospedale (a meno che non ne abbia immediata necessità) consente di seguire gratuitamente. Paese che vai, paradossi che incontri. Non sarà un caso, quindi, se nel regno Unito si stanno reclutando principalmente italiani ma anche spagnoli, che vantano una preparazione universitaria simile alla nostra. Anche il sistema sanitario della Corona non può ancora, a mio parere, considerarsi superiore al sistema sanitario nazionale, nonostante le mutilazioni subite da quest'ultimo in anni recenti. Ma qui sta la vera differenza: l'Inghilterra sta investendo nella sanità pubblica, destinando ad essa ancora più risorse (+10% nei prossimi cinque anni), ottimizzando le spese senza tagliare servizi, incrementando e formando più accuratamente il personale sanitario, ricercato disperatamente in tutto il mondo, nonostante il fabbisogno lavorativo sia stimato in 20 mila infermieri, circa un terzo di quello italiano e nonostante si stiano cominciando a porre paletti più severi, come il superamento di test di conoscenza della lingua inglese. Tutto il contrario di quanto avviene da noi, dove si risparmia e si taglia alla cieca invece di investire, soprattutto sulla forza lavoro, non consapevoli (o forse sì?) che in un periodo di 3-5 anni una politica così miope determinerà organici drammaticamente insufficienti ed insufficientemente preparati. Purtroppo si persiste su questa scia, nonostante recenti direttive europee ci costringano ad assumere migliaia di unità per rispettare regole sull'orario di lavoro violate in anni di blocco del turnover, che hanno portato gli infermieri e tutto il personale sanitario a coprire turni massacranti. Il sistema lo fanno le persone, non le strutture o le apparecchiature diagnostiche tecnologicamente avanzate. Qui in Inghilterra, ora, anche gli Italiani stanno contribuendo alla costruzione di un sistema sanitario sempre più avanzato, mentre in Italia perfino i Collegi Ipasvi incentivano all'espatrio, pubblicando offerte di lavoro di agenzie straniere e perfino stringendo accordi di cooperazione con esse (come il Collegio Ipasvi di Chieti), invece di prodigarsi presso le nostre istituzioni per promuovere assunzioni e concorsi in loco! Trovo queste iniziative francamente vergognose ed invito in primis alcuni dirigenti e rappresentanti della categoria infermieristica a trascorrere una (lunga) esperienza di lavoro all'estero, lasciando il posto ad altri colleghi più propensi ad invertire la rotta dell'emigrazione. Mi si perdoni il lungo sfogo, ma di storie ne ho già da raccontare tante e comunque la vita dell'emigrante non è semplice, nonostante una città come Londra sappia addolcire l'amara pillola di chi non sa se e quando tornerà a casa. L'Italia resta sempre nel cuore di tutti noi ed è ad essa che guardiamo ogni giorno, con speranza dura a morire.

Concorsi, bandi, dottorati, cattedre: se all’università è tutto truccato. Rivelazioni shock di un insegnante della Statale, scrive “Leggi Oggi” il 18 marzo 2015. Concorsi truccati, sprechi, favoritismi a non finire. Il ritratto dell’università italiana, certo non al top della sua popolarità, firmato da Matteo Fini, dottore di ricerca con dieci anni in ateneo alle spalle. Lo racconta l’Espresso, in un articolo inchiesta che mette in evidenza tutte le leve che muovono l’istruzione accademica e definiscono le possibilità di carriera nelle cattedre del nostro Paese. “Non si sopravvive al sistema universitario italiano”, scriveva il giovane dottore di ricerca sulla sua pagina Facebook, dove puntualmente aggiornava, senza troppi sottintesi, sui peggiori vizi del sistema universitario italiano. Una protesta che gli ha procurato anche una diffida legale, con il suo editore, per cui aveva pubblicato un libro dal titolo “Non è un Paese per bamboccioni” di non pubblicare i post più polemici e ambigui. Docente di metodi quantitativi per l’economia e la finanza alla Statale di Milano, dottore di ricerca per il Dipartimento di scienze economiche dell’Università meneghina, Matteo si è però rifiutato di eliminare le sue riflessioni dalla pagina Facebook. E racconta, ancora oggi, un sistema che lo ha portato a fare di tutto: le lezioni, i ricevimenti, gli esami: un professore a tutti gli effetti, se non per il titolo e, ovviamente, lo stipendio. Come si diventa ricercatore? “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato”. Cosa spinge ad andare avanti? La fiducia nella figura del docente che ha aperto la strada. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Avanti così per anni, peccato che nel frattempo i contatti tra i due si fanno sempre più radi fino a che, un giorno, non viene indetto il concorso che proprio lui avrebbe dovuto vincere e il professore “chioccia” nemmeno si fa vivo. Matteo capisce che il suo posto non è più suo. “In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”. I concorsi. Si arriva così al capitolo dei concorsi, dall’esito puntualmente scontato. “Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo.” I fondi. C’è poi, nel suo racconto, un capitolo fondamentale sul gettito di fondi pubblici che arriva nelle casse delle università: “Quando vengono assegnati i fondi di ricerca, i professori e i dipartimenti si associano e mettono su un progetto. Dentro questi bandi vengono infilati anche dei ragazzi giovani, con la promessa che verranno messi poi a lavorare. Il bando viene vinto, arrivano i fondi, ma del progetto che ha portato ad accaparrarseli nessuno dice più niente. Viene accantonato, e i quattrini sono dilapidati nelle maniere più arbitrarie”. Un quadro deprimente, che sullo sfondo dei recenti scandali sui test di ammissione, prove sbagliate, ricorsi e qualità dell’insegnamento sempre più bassa, rende l’università italiana poco credibile anche da chi la fa.

Concorsi Pubblici: tutti i casi sospetti. Il pasticciaccio delle scuole di specializzazione in medicina, per il quale i giovani medici manifestano a Roma, è l’ultimo episodio di un lungo elenco di irregolarità, favoritismi e trucchi. Dalla Farnesina alla Polizia penitenziaria nessuno è escluso. A partire dalle selezioni per insegnanti e ricercatori, scrive Michele Sasso il 4 novembre 2014 su “L’Espresso”. Una manifestazione di specializzandi di medicina a RomaLe prove, l’errore e il dietrofront. Dopo giorni di polemiche, il ministero dell’Istruzione cerca di mettere una pezza al pasticciaccio del concorsone per l’accesso alla scuole di specializzazione in medicina. Un test fondamentale per accedere alle oltre cinquemila borse di studio diventato tristemente famoso per l'annullamento che ha colpito più di 11mila candidati. Dopo avere rilevato una “grave anomalia” il ministro Stefania Giannini ci ripensa e annuncia: «Le prove per l’accesso del 29 e 31 ottobre non dovranno essere ripetute. Abbiamo trovato una soluzione che ci consente di salvare i test». Una pezza dopo l’annuncio di una valanga di ricorsi. Le dimissioni di Emilio Ferrari, il responsabile del Consorzio universitario che ha preparato il test di ingresso, non sono servite a stoppare la manifestazione davanti al Miur. In piazza i giovani medici che la settimana scorsa hanno partecipato alle selezioni. Non è la prima volta che un concorso pubblico finisce con una figuraccia e una protesta di piazza. Il ministero degli Esteri ha bandito 35 posti per il gradino più basso della carriera da ambasciatore ignorando gli idonei dello scorso anno, che andavano riassorbiti. Una vicenda su cui ora tutti i partiti, con otto interrogazioni, chiedono di fare luce. E fra chi ha passato lo scritto anche candidati dalle parentele famose. Tra caos, ricorsi, graduatorie ritoccate e interventi della Magistratura non c’è settore della pubblica amministrazione immune all’aiutino. Il prestigioso posto di ambasciatore junior del ministero degli Esteri si è trasformato, secondo le critiche, in una corsia preferenziale per chi ha parentele famose. In ballo 35 posti per il gradino più basso della carriera alla Farnesina: la questione è finita con otto interrogazioni parlamentari e ombre pesanti sul ministero degli Esteri. Perfino alle prove per diventare poliziotti si scoprono bluff. Lo scorso maggio alla scuola di formazione della Polizia penitenziaria di Roma si aprono le porte ai concorrenti al concorso pubblico per 208 posti di agente. Test e prove attitudinali per andare a lavorare nelle carceri italiane. Durante gli scritti la commissione esaminatrice scopre tre aspiranti con in tasca le risposte esatte ai quiz di selezione. L’elenco delle valutazioni sballate, superficialità e grossolani errori per scegliere gli insegnanti della scuola italiana è lungo. Nel 2010 nel concorso per dirigente scolastico il Ministero mette online i temi delle prove e arrivano una valanga di segnalazioni. Tanti, troppi errori e un quiz su sei viene ritirato. Nonostante gli accorgimenti all‘apertura delle buste nei cento quiz c’erano ancora degli strafalcioni. Per i tirocini formativi attivi (Tfa) obbligatori per diventare insegnanti si replica con ancora quiz errati e si ottiene ammissione dei ricorrenti alle prove scritte. Per l’ultimo concorso a cattedra la Giannini è stata costretta a un decreto correttivo. «Ogni volta è la stessa storia», commenta Marcello Pacifico del sindacato Anief: «Non sono le dimissioni di un presidente ma la gestione delle prove selettive che non trova mai un responsabile. Non è possibile che proprio le domande e le risposte per accertare il merito contengano degli errori». Tra le maglie delle selezioni anche casi clamorosi di familismo amorale e concorsi truccati su misura. A Palermo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex preside della facoltà di Medicina Giacomo De Leo e di Salvatore Novo, professore ordinario e direttore della scuola di specializzazione in Cardiologia dell'università locale insieme ad Alberto Balbarini, docente di malattie cardiovascolari a Pisa. Complici e menti (con l’accusa di truffa, soppressione di atto pubblico e falsità ideologica) di un presunto concorso truccato per un posto da ricercatore universitario nel loro dipartimento bandito nel lontano 2004. Il concorso, secondo gli inquirenti, venne truccato per consentire alla figlia di Novo, Giuseppina, l'aggiudicazione del posto. L'inchiesta parte da Bari, e indaga su una serie di concorsi truccati in diverse facoltà della Penisola. Secondo gli investigatori, ci sarebbe stato un vero e proprio accordo tra Novo e De Leo per far vincere il concorso alla figlia del cardiologo. A garantire il posto assegnato a tavolino doveva essere Mario Mariani, altro docente universitario di Pisa, nominato membro della commissione esaminatrice. All'ultimo momento, però, Mariani scopre di essere indagato dai pm baresi e fa un passo indietro. È allora che, secondo i magistrati, i due docenti distruggono il verbale con cui Mariani era stato designato commissario d'esame e lo sostituiscono con uno identico in cui mettono il nome di Balbarini. Quest'ultimo, vicino a Mariani, sarebbe stato al corrente di tutto. Dopo dieci anni la ricercatrice ha fatto carriera e oggi può vantare il titolo di docente alla scuola di specializzazione in cardiochirurgia. L’ateneo? Quello di Palermo, naturalmente.

Farnesina, ombre sul concorso per diplomatici e tra i vincitori non mancano "I figli d'arte". Il ministero degli Esteri ha bandito 35 posti per il gradino più basso della carriera da ambasciatore ignorando gli idonei dello scorso anno, che andavano riassorbiti. Una vicenda su cui ora tutti i partiti, con otto interrogazioni, chiedono di fare luce. E fra chi ha passato lo scritto anche candidati dalle parentele famose, scrive Paolo Fantauzzi il 14 ottobre 2014 su “L’Espresso”. AAA ambasciatore cercasi. C’è un settore che sembra non conoscere crisi. Al punto che continua ad assumere mentre le pubbliche amministrazioni sono costrette a ridurre le piante organiche e a non rimpiazzare il personale andato in pensione. È il ministero degli Esteri che, grazie a una particolare deroga, dal 2010 ha diritto di prendere ogni anno fino a 35 segretari di legazione. Un incarico ambito, dato che rappresenta il gradino più basso della carriera diplomatica e che - fra stipendio tabellare, retribuzione di posizione e di risultato - l’emolumento si aggira sui 5 mila euro al mese. Forse anche per questo quasi ogni concorso è stato puntualmente accompagnato da una ridda di contestazioni e ricorsi. Col picco esponenziale raggiunto proprio quest’anno, con l’eco delle polemiche che è approdata perfino in Parlamento, dove sono state depositate ben otto fra interpellanze e interrogazioni per fare luce su presunte irregolarità nelle selezioni svolte a luglio: due del Partito democratico e del Movimento cinque stelle e una di Sel, Udc, Fratelli d’Italia e Ilic (gli ex grillini al Senato). Irregolarità che riguarderebbero innanzitutto le immancabili furbate di ogni concorso che si rispetti: non solo qualcuno sarebbe riuscito a utilizzare tablet, smartphone, libri e manoscritti perché non era stata allestita una sala deposito accanto all’aula d’esame, ma - in base a quanto denunciato da un commissario nel corso delle prove - alcuni candidati si sarebbero perfino agganciati alla rete wi-fi del suo cellulare, riuscendo così a navigare su internet. Il punto centrale riguarda tuttavia il numero di posti banditi: 35, il numero massimo consentito, nonostante lo scorso anno i vincitori siano stati 42. Per i 7 rimasti fuori - secondo la formula di “idonei non vincitori” che ben conosce chi partecipa ai concorsi pubblici - si sarebbero dovute aprire le porte quest’anno: dal 2013 la legge prevede infatti lo scorrimento delle graduatorie prima di effettuare una nuova selezione. Una questione di risparmio ma anche di buon senso che la Farnesina stessa ha adottato prima ancora che fosse obbligatorio: nel 2010 gli idonei non vincitori furono sei e l’anno seguente furono banditi 29 posti anziché 35. Quest’anno è andata diversamente. Come mai? Il ministero sostiene la regolarità della scelta in base a un parere consultivo e un paio di sentenze del Consiglio di Stato più un’altra emessa dal Tribunale amministrativo del Lazio. Atti che però sono tutti precedenti o relativi a fatti antecedenti la legge del 2013, contestano gli idonei, che hanno fatto ricorso al Tar. Quel che è certo è che quest’anno scade la deroga al blocco delle assunzioni e quindi il concorso potrebbe rappresentare l’ultima grande infornata prima di un lungo digiuno. Anche così si spiegano i numeri record: poco meno di 700 quanti hanno partecipato alle prove scritte, che prevedono un esame di storia, diritto, economia, inglese e una seconda lingua a scelta fra tedesco, francese e spagnolo. Quasi il triplo dell'anno scorso. Di questi, però, solo il 5 per cento ce l’ha fatta: gli ammessi agli orali, che si terranno a fine mese, sono appena 34. In pratica tutti quanti hanno già il posto assicurato e non ci saranno nuovi casi di idonei non vincitori. Nella graduatoria non mancano cognomi famosi, come Francesco Calderoli, nipote del leghista Roberto, che si è piazzato al 29esimo posto in classifica. Penultimo è arrivato invece Ferdinando Stagno d’Alcontres, primogenito di Francesco, ex deputato di Forza Italia e cugino dell’ex ministro degli Esteri Antonio Martino (anche lui berlusconiano della prima ora) e dell'ex ambasciatore in Russia e Usa, Ferdinando Salleo. Una circostanza ricorrente, quella di cognomi e parentele importanti, dal momento che la diplomazia è uno dei settori della pubblica amministrazione in cui il tasso di "figli d'arte" è più alto. Nel 2009, ad esempio, tramite lo scorrimento della graduatoria (quello non effettuato quest’anno) fu “ripescato” Stefano La Tella, figlio di Guido, ex ambasciatore in Argentina e presidente di commissione dell'attuale selezione: La Tella junior l’anno prima era risultato quinto degli idonei non vincitori e a essere assorbiti - come ha rilevato il sindacato Flp-Affari esteri in un volantino ironico intitolato “Il divino concorso” - furono proprio i primi cinque (su un totale di 13). Lo scorso anno però andò ancora peggio, quanto a contestazioni: delle 60 domande del test di preselezione, sei erano errate e il ministero, anziché eliminarle, decise di "abbonarle" a tutti i partecipanti, facendo in questo modo lievitare gli ammessi alle prove scritte.

Le persone perbene non riescono a fare carriera all’interno della pubblica amministrazione. Un giudizio lapidario che viene dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, scrive “Blitz Quotidiano” il 28 ottobre 2015. Un giudizio appena mitigato dai due minuti di spiegazione dell’affermazione: Cantone spiega che, a volte, questo avviene anche per colpe dei diretti interessati. “Spesso le persone perbene all’interno della pubblica amministrazione sono quelle che hanno meno possibilità di fare – dice Cantone – Spesso fanno meno carriera. Spesso sono meno responsabilizzati perché considerati per bene”. Secondo Cantone è ora di recuperare parole che non si usano nel nostro mondo del lavoro. Una è la parola “controllo”. E il presidente dell’anticorruzione si riferisce a chi osserva i colleghi timbrare il cartellino e poi lasciare il posto di lavoro senza denunciare nulla. Quello che serve, secondo Cantone, è una “riscossa interna” e un recupero non imposto dall’alto di moralità e cultura dello Stato, il terzo settore e di conseguenza il nostro Paese si salveranno dalla mala gestione della cosa pubblica.

Commenti disabilitati su Cantone: “Non sono tutti fannulloni ma nella Pubblica amministrazione, le persone perbene hanno meno possibilità”, scrive Antonio Menna il 28 ottobre 2015 su “Italia Ora”. “Non sono tutti fannulloni nella Pubblica amministrazione. Meno che mai sono tutti corrotti. Ma è vero che le persone perbene sono quelli che vengono meno coinvolti nelle scelte, meno responsabilizzati. Sono quelli che hanno meno possibilità di fare carriera”. Lo dice chiaro e tondo, Raffaele Cantone, magistrato anticamorra, e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. Lo dice nel corso di una intervista pubblica al Sermig di Torino e il segmento sulla corruzione nella pubblica amministrazione (rilanciato da un video del Corriere della Sera) è quello che impressiona di più. Quante volte lo abbiamo pensato che essere onesti è una penalizzazione? Chi è onesto non va lontano. “A volte, però”, chiarisce Cantone, “anche per sue responsabilità. Dobbiamo trovare il coraggio di ripristinare alcune parole che nel nostro lessico si sono dimenticate: la parola controllo, per esempio. Se il mio amico, vicino di stanza, usa il badge per coprire i colleghi che magari sono in vacanza, devo stare zitto? Perché devo stare zitto? Queste apparenti distrazioni sono complicità. La società dei piccoli favori, magari banali, magari che non portano necessariamente alla corruzione, ci abitua all’idea che ci sia uno spazio dove tutto si può comprare.” “Il problema – conclude Cantone – non è solo la disonestà ma, a volte, anche non capire con chi parlare. Ci sono cento centri di costo solo nella città di Roma, cento uffici che fanno appalti e spesa. Come li controlli? La deresponsabilizzazione la fa da padrona, ed è essa stessa una delle ragioni che giustifica la corruzione.”

In Italia si fa carriera solo se si è ricattabili, scrive il 5 giugno 2015 Claudio Rossi su "L'Uomo qualunque". “Il nostro Paese sta sprofondando nel conformismo (…) siamo usciti da una consultazione elettorale che ha dato il risultato a tutti noto, ma la cosa che colpisce è questo saltare sul carro del vincitore. Tacito diceva che una delle abitudini degli italiani è di ruere in servitium: pensate che immagine potente, correre ad asservirsi al carro del vincitore. Noi tutti conosciamo persone appartenenti al partito che ha vinto le elezioni che hanno opinioni diverse rispetto ai vertici di questo partito. Ora non si tratta affatto di prendere posizioni che distruggono l’unità del partito, ma di manifestare liberamente le proprie opinioni senza incorrere nell’anatema dei vertici di questo partito (…) Queste persone, dopo il risultato elettorale, hanno tirato i remi in barca e le idee che avevano prima, oggi non le professano più. Danno prova di conformismo. (…) La nostra rappresentanza politica è quella che è (…) La diffusione della corruzione è diventata il vero humus della nostra vita politica, è diventata una sorta di costituzione materiale. Qualcuno, il cui nome faccio solo in privato, ha detto che nel nostro Paese si fa carriera in politica, nel mondo della finanza e dell’impresa, solo se si è ricattabili (…) Questo meccanismo della costituzione materiale, basato sulla corruzione, si fonda su uno scambio, un sistema in cui i deboli, cioè quelli che hanno bisogno di lavoro e protezione, gli umili della società, promettono fedeltà ai potenti in cambio di protezione. È un meccanismo omnipervasivo che raggiunge il culmine nei casi della criminalità organizzata mafiosa, ma che possiamo constatare nella nostra vita quotidiana (…) Questo meccanismo funziona nelle società diseguali, in cui c’è qualcuno che conta e che può, e qualcuno che non può e per avere qualcosa deve vendere la sua fedeltà, l’unica cosa che può dare in cambio (…) Quando Marco Travaglio racconta dei casi di pregiudicati o galeotti che ottengono 40 mila preferenze non è perché gli elettori sono stupidi: sanno perfettamente quello che fanno, ma devono restituire fedeltà. Facciamoci un esame di coscienza e chiediamoci se anche noi non ne siamo invischiati in qualche misura. (…) Questo meccanismo fedeltà-protezione si basa sulla violazione della legge. Se vivessimo in un Paese in cui i diritti venissero garantiti come diritti e non come favori, saremmo un paese di uomini e donne liberi. Ecco libertà e onestà. Ecco perché dobbiamo chiedere che i diritti siano garantiti dal diritto, e non serva prostituirsi per ottenere un diritto, ottenendolo come favore. Veniamo all’autocoscienza: siamo sicuri di essere immuni dalla tentazione di entrare in questo circolo? (…) Qualche tempo fa mi ha telefonato un collega di Sassari che mi ha detto: “C’è una commissione a Cagliari che deve attribuire un posto di ricercatore e i candidati sono tutti raccomandati tranne mia figlia. Sono venuto a sapere che in commissione c’è un professore di Libertà e Giustizia…”. Io ero molto in difficoltà, ma capite la capacità diffusiva di questo sistema di corruzione, perché lì si trattava di ristabilire la par condicio tra candidati. Questo per dire quanto sia difficile sgretolare questo meccanismo, che si basa sulla violazione della legge. Siamo sicuri di esserne immuni? Ad esempio, immaginate di avere un figlio con una grave malattia e che debba sottoporsi a un esame clinico, ma per ottenere una Tac deve aspettare sei mesi. Se conosceste il primario del reparto, vi asterreste dal chiedergli il favore di far passare vostro figlio davanti a un altro? Io per mia fortuna non mi sono mai trovato in questa condizione, ma se mi ci trovassi? È piccola, ma è corruzione, perché se la cartella clinica di vostro figlio viene messa in cima alla pila, qualcuno che avrebbe avuto diritto viene posposto. Questo discorso si ricollega al problema del buon funzionamento della Pubblica amministrazione: se i servizi funzionassero bene non servirebbe adottare meccanismi di questo genere. Viviamo in un Paese che non affronta il problema della disonestà e onestà in termini morali. (…) Se non ci risolleviamo da questo, avremo un Paese sempre più clientelarizzato, dove i talenti non emergeranno perché emergeranno i raccomandati, e questo disgusterà sempre di più i nostri figli e nipoti che vogliono fare ma trovano le porte sbarrate da chi ha gli appoggi migliori. È una questione di sopravvivenza e di rinascita civile del nostro Paese. Ora, continuiamo a farci questo esame di coscienza: non siamo forse noi, in qualche misura, conniventi con questo sistema? Quante volte abbiamo visto vicino a noi accadere cose che rientrano in questo meccanismo e abbiamo taciuto? Qualche tempo fa, si sono aperti un trentina di procedimenti penali a carico di colleghi universitari per manipolazione dei concorsi universitari (…) Noi non sapevamo, noi non conoscevamo i singoli episodi (…) e per di più non siamo stati parte attiva del meccanismo, ma dobbiamo riconoscere che abbiamo taciuto, dobbiamo riconoscere la nostra correità. Proposta: Libertà e Giustizia è una associazione policentrica che si basa su circoli, che sono associazioni nella associazione, radicati sul territorio e collegati alla vita politica. Non sarebbe il caso che i circoli si attrezzassero per monitorare questi episodi, avendo come alleati la stampa libera e la magistratura autonoma? Potrebbe essere questa una nuova sfida per Libertà e Giustizia, controllare la diffusione di questa piovra che ci invischia tutti, cominciando dal basso, perché dall’alto non ci verrà nulla di buono, perché in alto si procede con quel meccanismo che dobbiamo combattere.” Gustavo Zagrebelsky.

“I cittadini silenziosi possono essere dei perfetti sudditi per un governo autoritario, ma sono un disastro per una democrazia”. Robert Alan Dahl

Il volume più letto dai politici? Un manuale per ottenere l'immunità.Alle Biblioteca delle Nazioni Unite non hanno più nemmeno una copia. Spiega i vari tipi di immunità e chi può usufruire, scrive Gabriele Bertocchi Venerdì, 08/01/2016, su “Il Giornale”. Non è un semplice libro, è il libro che ogni politico dovrebbe leggere. E infatti è cosi, tutto lo vogliono. È diventato il libro più richiesto alla biblioteca delle Nazioni Unite. Vi starete chiedendo che volume è: magari se è un'opera di letteratura classica, oppure un trattato sulla politica internazionale. Nessuno di questi, si chiama "Immunità di capi e funzionari di Stato per crimini internazionali", è uno scritto da Ramona Pedretti, ex studentessa dell’Università di Lucerna. È una tesi di dottorato, un vademecum che spiega e illustra che tipo di immunità esistono per tali soggetti. "Più che un libro è una star" commenta Maria Montagna sulle pagine de La Stampa, una delle addette alla gestione banca dati di Dag Hammarskjold Library, libreria dedicata al'ex segretario generale, alle Nazioni Unite. "È senza dubbio il libro più richiesto del 2015, anche più di classici della letteratura Onu o grandi dossier" continua l'addetta. Il successo lo si deve anche a Twitter, infatti la Dag Hammarskjold Library ha pubblicato il "primato" del libro, creando così un vero e prioprio cult da leggere. Ma all'interno cosa si può imparare, come scrive la Pedretti, autrice del volume, si può scoprire che esistono due dtipi di immunità: quella ratione personae che mette i capi di stato al riparo dalla giurisdizione penale straniera, e quella ratione materiae che protegge atti ufficiali e funzionari che agiscono per conto dello Stato dal giudizio di tribunali di altri Paesi. La Montagna spiega che "ora però la platea di lettori si è allargata vista la pubblicità dei social", ma prima era perlopiù composta da funzionari degli uffici legali e storici Onu, interessati in particolare alle conclusioni tratte da Pedretti. La tesi è che capi o alti esponenti di Stato in carica non possono essere perseguiti da corti straniere, al contrario degli ex. E intanto, come si legge su La Stampa, arriva la conferma da parte della libreria: "Mi spiace, al momento non abbiamo neanche una copia disponibile".

Va a ruba all’Onu il libro che insegna ai leader come avere l’immunità. Esaurito in biblioteca. Tesi di laurea. Il pamphlet è stato scritto da Ramona Pedretti ex studentessa dell’Università di Lucerna, scrive Francesco Semprini su “La Stampa” l’8 gennaio 2016. Basta entrare nella biblioteca delle Nazioni Unite e menzionare il nome del libro per capire che non stiamo parlando di un volume qualunque. Maria Montagna, una delle addette alla gestione della banca data di Dag Hammarskjold Library - la libreria dedicata all’ex segretario generale - guarda la collega Ariel Lebowitz e sorride. «Più che un libro è una star - dice - aspetti qui, controlliamo subito». L’opera in questione è «Immunità di capi e funzionari di Stato per crimini internazionali», un pamphlet scritto da Ramona Pedretti, ex studentessa oriunda dell’Università di Lucerna. È una tesi di dottorato, un vademecum per capire che tipo di immunità esistono per tali soggetti. Ne esistono due, come spiega Pedretti nel suo scritto, quella ratione personae che mette i capi di stato al riparo dalla giurisdizione penale straniera, e quella ratione materiae che protegge atti ufficiali e funzionari che agiscono per conto dello Stato dal giudizio di tribunali di altri Paesi. «È senza dubbio il libro più richiesto del 2015, anche più di classici della letteratura Onu o grandi dossier», dice Maria. Twitter ha fatto il resto, visto che Dag Hammarskjold Library ha rilanciato sul social network il «primato» del libro moltiplicandone notorietà e richieste. Ma chi lo chiede in prestito? All’inizio erano soprattutto funzionari degli uffici legali e storici Onu, interessati in particolare alle conclusioni tratte da Pedretti. La tesi dell’autrice è che capi o alti esponenti di Stato in carica non possono essere perseguiti da corti straniere, al contrario degli ex. È questo il principio ad esempio che ha portato all’arresto di Adolph Eichmann da parte di Israele e Augusto Pinochet dalla Spagna. «Ora però la platea di lettori si è allargata vista la pubblicità dei social», chiosa Maria. E arriva la conferma: «Mi spiace, al momento non abbiamo neanche una copia disponibile».  

Fondazioni, i soldi nascosti dei politici. Finanziamenti milionari anonimi. Intrecci con banchieri, costruttori e petrolieri. Società fantasma. Da Renzi a Gasparri, da Alfano ad Alemanno, ecco cosa c'è nei conti delle fondazioni, scrivono Paolo Biondani, Lorenzo Bagnoli e Gianluca De Feo il 7 gennaio 2016 su “L’Espresso”. Finanziamenti milionari ma anonimi. Un intreccio tra ministri, petrolieri, banchieri e imprenditori. Con una lunga inchiesta nel numero in edicola “L'Espresso” ha esaminato i documenti ufficiali delle fondazioni che fanno capo ai leader politici, da Renzi a Gasparri, da Alfano a Quagliarello, tutte dominate dall'assenza di trasparenza. Nel consiglio direttivo di Open, il pensatoio-cassaforte del premier, siedono l’amico che ne è presidente Alberto Bianchi, ora consigliere dell’Enel, il sottosegretario Luca Lotti, il braccio destro Marco Carrai e il ministro Maria Elena Boschi. Il sito pubblica centinaia di nomi di finanziatori, ma omette «i dati delle persone fisiche che non lo hanno autorizzato esplicitamente». Il patrimonio iniziale di 20 mila euro, stanziato dai fondatori, si è moltiplicato di 140 volte con i contributi successivi: in totale, 2 milioni e 803 mila euro. Sul sito compaiono solo tre sostenitori sopra quota centomila: il finanziere Davide Serra (175), il defunto imprenditore Guido Ghisolfi (125) e la British American Tobacco (100 mila). Molto inferiori le somme versate da politici come Lotti (9.600), Boschi (8.800) o il nuovo manager della Rai, Antonio Campo Dell’Orto (solo 250 euro). Ma un terzo dei finanziatori sono anonimi per un importo di 934 mila euro. Ad Angelino Alfano invece fa oggi capo la storica fondazione intitolata ad Alcide De Gasperi, che ha «espresso il suo dissenso» alla richiesta ufficiale della prefettura di far esaminare i bilanci: per una fondazione presieduta dal ministro dell’Interno, la trasparenza non esiste. Nell’attuale direttivo compaiono anche Fouad Makhzoumi, l’uomo più ricco del Libano, titolare del colosso del gas Future Pipes Industries. Tra gli italiani, Vito Bonsignore, l’ex politico che dopo una condanna per tangenti è diventato un ricco uomo d’affari; il banchiere Giovanni Bazoli, il marchese Alvise Di Canossa, il manager Carlo Secchi, l’ex dc Giuseppe Zamberletti, l’ex presidente della Compagnia delle Opere Raffaello Vignali, l’avvocato Sergio Gemma e il professor Mauro Ronco. Ma tutti i contributi alla causa di Alfano sono top secret. Invece la fondazione Magna Carta è stata costituita dal suo presidente, Gaetano Quagliariello, da un altro politico, Giuseppe Calderisi, e da un banchiere di Arezzo, Giuseppe Morbidelli, ora numero uno della Cassa di risparmio di Firenze. Gli altri fondatori sono tre società: l’assicurazione Sai-Fondiaria, impersonata da Fausto Rapisarda che rappresenta Jonella Ligresti; la Erg Petroli dei fratelli Garrone; e la cooperativa Nuova Editoriale di Enrico Luca Biagiotti, uomo d’affari legato a Denis Verdini. Il capitale iniziale di 300 mila euro è stato interamente «versato dalle tre società in quote uguali». I politici non ci hanno messo un soldo, ma la dirigono insieme ai finanziatori. Nel 2013 i Ligresti escono dal consiglio, dove intanto è entrata Gina Nieri, manager di Mediaset. L’ultimo verbale (giugno 2015) riconferma l’attrazione verso le assicurazioni, con il manager Fabio Cerchiai, e il petrolio, con Garrone e il nuovo consigliere Gianmarco Moratti. La fondazione pubblica i bilanci, ma non rivela chi l’ha sostenuta: in soli due anni, un milione di finanziamenti anonimi. La Nuova Italia di Gianni Alemanno invece non esiste più. “L’Espresso” ha scoperto che il 23 novembre scorso la prefettura di Roma ne ha decretato lo scioglimento: «la fondazione nell’ultimo anno non ha svolto alcuna attività», tanto che «le raccomandate inviate dalla prefettura alla sede legale e all’indirizzo del presidente sono tornate al mittente con la dicitura sconosciuto». Ai tempi d’oro della destra romana sembrava un ascensore per il potere: dei 13 soci promotori, tutti legati all’ex Msi o An, almeno nove hanno ottenuto incarichi dal ministero dell’agricoltura o dal comune capitolino. All’inizio Gianni Alemanno e sua moglie Isabella Rauti figurano solo nel listone dei 449 «aderenti» chiamati a versare «contributi in denaro». I primi soci sborsano il capitale iniziale di 250 mila euro. Tra gli iscritti compaiono tutti i fedelissimi poi indagati o arrestati, come Franco Panzironi, segretario e gestore, Riccardo Mancini, Fabrizio Testa, Franco Fiorito e altri. La “Fondazione della libertà per il bene comune” è stata creata dal senatore ed ex ministro Altero Matteoli assieme ad altre dieci persone, tra cui politici di destra come Guglielmo Rositani (ex parlamentare e consigliere Rai), Eugenio Minasso, Marco Martinelli e Marcello De Angelis. A procurare i primi 120 mila euro, però, sono anche soci in teoria estranei alla politica, come l’ex consigliere dell’Anas Giovan Battista Papello (15 mila), il professor Roberto Serrentino (10 mila) e l'imprenditore, Erasmo Cinque, che versa 20 mila euro come Matteoli. La fondazione, gestita dal tesoriere Papello, pubblica i bilanci: tra il 2010 e il 2011, in particolare, dichiara di aver incassato 374 mila euro dai «soci fondatori», altri 124 mila di «contributi liberali» e solo duemila dalle proprie attività (convegni e pubblicazioni). Gli atti della prefettura però non spiegano quali benefattori li abbiano versati. Espressione di Massimo D'Alema, ItalianiEuropei nel 1999 è stata una delle prime fondazioni. I fondatori sono l'ex premier Giuliano Amato, il costruttore romano Alfio Marchini, il presidente della Lega Cooperative, Ivano Barberini, e il finanziere esperto in derivati Leonello Clementi. Il capitale iniziale è di un miliardo di lire (517 mila euro), quasi totalmente versati da aziende o uomini d’affari: 600 milioni di lire da varie associazioni di cooperative rosse, 50 ciascuno da multinazionali come Abb ed Ericsson, la Pirelli di Tronchetti Provera, l’industriale farmaceutico Claudio Cavazza, oltre che da Marchini (50) e Clementi (55). ItalianiEuropei deposita regolari bilanci e ha autorizzato la prefettura di Roma a mostrarli. L’ultimo è del 2013. Gli atti identificano solo i finanziatori iniziali del 1998. A quei 517 mila euro, però, se ne sono aggiunti altri 649 mila sborsati da «nuovi soci», non precisati. Nei bilanci inoltre compare una diversa categoria di «contributi alle attività» o «per l’esercizio»: in totale in sei anni i finanziamenti ammontano a un milione e 912 mila euro. Italia Protagonista nasce nel 2010 per volontà di due leader della destra: Maurizio Gasparri, presidente, e Ignazio La Russa, vicepresidente. Tra i fondatori, che versano 7 mila euro ciascuno, c’è un ristretto gruppo di politici e collaboratori, ma anche un manager, Antonio Giordano. Dopo la fine di An, però, La Russa e i suoi uomini escono e la fondazione resta un feudo dell’ex ministro Gasparri. Come direttore compare un missionario della confraternita che s’ispira al beato La Salle, Amilcare Boccuccia, e come vice un suo confratello spagnolo. Tra i soci viene ammesso anche Alvaro Rodriguez Echeverria, esperto e uditore del sinodo 2012 in Vaticano, nonché fratello dell’ex presidente del Costarica. L’ultimo bilancio riguarda il 2013, quando il capitale, dai 100 mila euro iniziali, è ormai salito a 231 mila. Le donazioni di quell’anno, 56 mila euro, non sono bastate a coprire le spese, con perdite finali per 63 mila, però in banca ci sono 156 mila euro di liquidità. Ma sui nomi dei benefattori, zero informazioni. «Quello che è assolutamente inaccettabile è l’assenza di una regolamentazione che quanto meno adegui le fondazioni alle regole dei partiti politici», dichiara Raffaele Cantone a “l'Espresso” : «Fermo restando che la riforma Letta sulla pubblicità ai partiti si è rivelata inadeguata, perché il sistema delle verifiche è assolutamente ridicolo, ma almeno ha introdotto un meccanismo di controllo. Sulle fondazioni invece c’è totale anarchia: non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori». 

«Non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori. I conti delle fondazioni possono essere fatti in modo semplicistico e semplificato, senza rendere noto come arrivano i soldi e come vengono spesi», scrive Gianluca De Feo il 7 gennaio 2016 su "L'Espresso". «È una situazione che ha raggiunto i limiti dell’indecenza». Un anno fa Raffaele Cantone fu il primo a lanciare l’allarme sui fondi opachi trasferiti alla politica attraverso le fondazioni. Con un’intervista a “l’Espresso” il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione sottolineò il problema della carenza di controlli. Negli ultimi mesi le indagini hanno poi evidenziato altri sospetti sui soldi passati attraverso questi canali per finanziare l’attività dei partiti.

Raffaele Cantone, ma da allora è cambiato qualcosa?

«Non è cambiato nulla. Ma questo più che un finanziamento ai partiti è un modo di sovvenzionare gruppi interni ai partiti, quelle che un tempo si chiamavano correnti. Nel tempo le correnti si sono organizzate in realtà di tipo associativo: questa scelta potrebbe essere positiva, perché in qualche modo dà una struttura evidente alle correnti. Quello che è assolutamente inaccettabile è l’assenza di una regolamentazione che quanto meno adegui le fondazioni alle regole dei partiti politici. Fermo restando che la riforma Letta sulla pubblicità ai partiti si è rivelata inadeguata, perché il sistema delle verifiche è assolutamente ridicolo, ma almeno ha introdotto un meccanismo di controllo. Sulle fondazioni invece c’è totale anarchia. Viene previsto solo il controllo formale e generico delle prefetture, che non hanno capacità di incidere sui bilanci: non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori. I conti delle fondazioni possono essere fatti in modo semplicistico e semplificato, senza rendere noto come arrivano i soldi e come vengono spesi».

Molte di queste fondazioni politiche sono semplici associazioni, che non depositano neppure una minima documentazione.

«Bisogna tenere presente che nel nostro Paese per ragioni culturali queste realtà sono state un momento significativo della libertà di associazione. Nel diritto civile sono previste le associazioni non riconosciute, tutelate perché si tutela la libertà di associazione, che devono avere una loro possibilità di operare. Il problema è che in questi casi viene a mancare persino quel minimo di controllo esercitato dalle prefetture: sono in tutto uguali a una bocciofila. Non ci sono né regole, né rischi legali quando vengono usate per incassare finanziamenti sospetti: possono solo incorrere in verifiche fiscali della Guardia di Finanza se emergono pagamenti in nero. È una carenza normativa che si fa sentire e più volte il Parlamento ha espresso esigenza di intervenire. Sono stati presentati diversi disegni di legge, alcuni dei quali validi, ma non sono mai andati in discussione».

Negli organi che gestiscono le fondazioni politiche c’è poi una diffusa commistione tra centinaia di imprenditori e di politici. È una confusione che può alimentare i conflitti di interesse?

«In sé non è un aspetto deleterio. Che ci sia un legame nelle attività delle fondazioni tra chi svolge politica attiva e chi si occupa di attività economiche, imprenditoriali e professionali, non è un dato atipico delle moderne democrazie. Anzi, avviene in tutte le democrazie occidentali. Il problema è che i potenziali conflitti di interesse possono essere contrastati o attenuati solo attraverso meccanismi di trasparenza. Se l’imprenditore Tizio finanzia la fondazione del politico Caio e questo dato è noto, come avviene ad esempio negli Usa, questo sterilizza il conflitto d’interessi perché quando si discuterà di provvedimenti che riguardano l’imprenditore Tizio, direttamente o indirettamente, tutti potranno rendersi conto dei legami. Quello che è grave è l’assenza di pubblicità nel modo in cui le due situazioni si interfacciano all’interno delle fondazioni».

Alfano nasconde i soldi perfino ai suoi prefetti.La Fondazione presieduta dal ministro non pubblica l'elenco dei finanziatori. E il dg Rai è sponsor di Renzi, scrive Paolo Bracalini Sabato, 09/01/2016, su “Il Giornale”. Un investimento da appena 250 euro che ne rende ogni anno 650mila (di stipendio), un posto di assoluto comando nella tv pubblica e prima ancora il Cda di Poste italiane. In epoca di rendimenti bassi o negativi, l'investimento di Antonio Campo Dall'Orto è da manuale di finanza. Il nuovo direttore generale della Rai ha donato 250 euro alla Fondazione Open, la cassaforte renziana, entrando così nel cerchio ristretto degli amici dell'ex sindaco di Firenze, che poi da premier ha ricambiato quelli che aveva creduto in lui nominandoli nelle partecipate pubbliche. Dall'Orto è uno dei molti finanziatori «in chiaro» della fondazione guidata da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai. I donatori, cioè, che hanno dato il consenso alla pubblicazione dei propri nomi nell'elenco dei finanziatori del think tank legato a Renzi.Ma c'è una zona grigia. Sui 2.803.953,49 euro raccolti dalla Open, infatti, quasi un terzo (913mila euro) arriva da ignoti sostenitori del renzismo che preferiscono restare anonimi. E nemmeno tirando in ballo le prefetture, che per legge vigilano (poco) su enti di diritto privato come le fondazioni, si riesce a sapere di più. Il test lo ha fatto l'Espresso, contattando via mail sette prefetti di altrettanti città italiane (da Roma a Napoli) dove hanno sede le associazioni politiche espressione di qualche leader o presunto tale. Ma anche l'intervento dello Stato, nella figura del prefetto, non sembra illuminare granché di quella zona d'ombra che nasconde le modalità di finanziamento delle fondazioni. Il paradosso è che persino quella che fa capo ad Angelino Alfano, ministro dell'Interno e dunque riferimento istituzionale dei prefetti, «esprime dissenso» alla richiesta di fornire bilanci e informazioni sulla Fondazione De Gasperi, presieduta appunto dal leader di Ncd e capo del Viminale. L'unico patrimonio tracciabile risale all'eredità della vecchia Dc, 400 milioni di lire, passati alla fondazione intitolata al grande statista democristiano. Il resto dei finanziatori si può solo immaginare guardando i membri del consiglio di amministrazione (Bazoli di Intesa San Paolo, il miliardario libanese Makhzoumi Fouad...), visto che la fondazione del ministro non si rende trasparente ai prefetti. E donatori ne servono, visto che anche il 5 per mille per l'associazione di Alfano è andato molto male: l'ultima volta solo 59 contribuenti hanno espresso la preferenza nella dichiarazioni dei redditi, per complessivi 6.700 euro. Spiccioli. Di fondazioni politiche ce n'è un centinaio, ma le più importanti (e ricche) sono una ventina. Ricevono fondi ministeriali, accedono al 5 per mille, hanno sgravi fiscali, a differenza dei partiti possono ricevere donazioni da aziende pubbliche - munifici colossi come Eni, Finmeccanica, Poste - e non devono rendere pubblici i bilanci. Tanti vantaggi che ne spiegano la proliferazione. Una di quelle storiche è ItalianiEuropei di Massimo D'Alema. Quando nasce, nel 1999, viene innaffiata di soldi da cooperative rosse, grosse multinazionali, colossi della farmaceutica. La fondazione dell'ex premier Ds ha autorizzato la prefettura a rendere pubblici i suoi bilanci. Dai quali, però, non si ricavano le informazioni complete sui finanziatori. In totale dai rendiconti fino al 2013 risultano quasi 2 milioni di euro di donazioni, registrate genericamente come «contributi all'attività» da «nuovi soci». Ma quali siano i loro nomi non è dato saperlo.

Figuraccia italiana nella visita a Riad: rissa per il Rolex regalato a Renzi & C. I 50 membri della delegazione si sono azzuffati per i regali offerti dalla famiglia reale. Il premier li fa sequestrare ma a Palazzo Chigi non sono ancora arrivati, scrive TGCOM il 9 gennaio 2016. Monta la polemica per il viaggio diplomatico e commerciale compiuto da Matteo Renzi e una delegazione politico-economica in Arabia Saudita l'8 novembre 2015. E non c'entrano gli appalti miliardari o la crisi internazionale con l'Iran a causa delle esecuzioni capitali compiute da Riad. Il problema sono i Rolex, i regali che i ricchi sauditi avevano preparato per alcuni membri della delegazione italiana ma che alla fine tutti avrebbero preteso. Stando alle indiscrezioni di stampa questi Rolex non è chiaro che fine abbiano fatto. E' il Fatto Quotidiano a ricostruire la vicenda: i 50 ospiti arrivati da Roma (tra cui vertici di aziende statali e non come Finmeccanica, Impregilo e Salini) sono a cena con la famiglia reale. Arrivano gli omaggi preparati dagli sceicchi, pacchettini con nomi e cognomi, in italiano e arabo. C'è il pacchettino di serie A, con il Rolex svizzero, e quello, diciamo, di serie B con un cronografo prodotto a Dubai che vale "solo" 4mila euro. Il fattaccio avviene quando un furbetto della delegazione italiana scambia il suo cronografo arabo col pacchetto luccicante svizzero. Il "proprietario" del Rolex se ne accorge e scoppia una quasi rissa. Tutti vogliono il Rolex, i reali sauditi sarebbero anche pronti a cambiare tutti i regali pur di non vedersi di fronte questa scena da mercato del pesce. Ma interviene la security di Renzi che sequestra tutti i pacchetti. Ora, denuncia il Fatto Quotidiano, di questi orologi si è persa traccia. Va ricordato che il governo di Mario Monti varò una norma che impedisce ai dipendenti pubblici di accettare omaggi del valore superiore a 150 euro. I Rolex e gli altri cadeau avrebbero dovuto essere depositati nella stanza dei regali al terzo piano di Palazzo Chigi. Ma qui non si trovano. Interpellata sul caso, Ilva Saponara, padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non risponde, dice di avere la febbre e di non ricordare nemmeno il contenuto dei doni offerti dai sauditi. Anche l’ambasciatore Armando Varricchio, consigliere per l'estero di Renzi, non parla ma annuisce di fronte alla ricostruzione del caso. Non dice che fine hanno fatto i Rolex ma rassicura: "I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali". Se ne deduce che qualcuno ancora non ha restituito il Rolex in questione. E chissà se mai lo farà.

Governo in visita in Arabia Saudita. La missione finisce in rissa per i Rolex in regalo. Durante la trasferta a Ryad dello scorso novembre, i delegati italiani si sono accapigliati per dei cronografi da migliaia di euro, un omaggio dei sovrani sauditi. Per questo la delegazione del premier li ha sequestrati. Nota di Palazzo Chigi: "Sono nella nostra disponibilità", scrive Carlo Tecce l'8 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Parapiglia tra dirigenti del governo in viaggio con Matteo Renziper i Rolex elargiti dagli amici di Ryad. Questo racconto, descritto da testimoni oculari, proviene dall’Arabia Saudita. È una grossa figuraccia internazionale per l’Italia. È ormai la notte tra domenica 8 e lunedì 9 novembre. Il palazzo reale di Ryad è una fonte di luce che illumina la Capitale saudita ficcata nel deserto. La delegazione italiana, che accompagna Matteo Renzi in visita ai signori del petrolio, è sfiancata dal fuso orario e dal tasso d’umidità. La comitiva di governo è nei corridoi immensi con piante e tende vistose, atmosfera ovattata, marmi e dipinti. Gli italiani vanno a dormire. Così il cerimoniale di Palazzo Chigi, depositario degli elenchi e dei protocolli di una trasferta di Stato, prima del riposo tenta di alleviare le fatiche con l’inusuale distribuzione dei regali. Quelli che gli oltre 50 ospiti di Roma – ci sono anche i vertici di alcune aziende statali (Finmeccanica) e private (Salini Impregilo) – hanno adocchiato sui banchetti del salone per la cena con la famiglia al trono: deliziose confezioni col fiocco, cognome scritto in italiano e pure in arabo. Gli illustri dipendenti profanano la direttiva di Mario Monti: gli impiegati pubblici di qualsiasi grado devono rifiutare gli omaggi che superano il valore di 150 euro oppure consegnarli subito agli uffici di competenza. Qui non si tratta di centinaia, ma di migliaia di euro. Perché i sovrani sauditi preparano per gli italiani dei pacchetti con orologi preziosi: avveniristici cronografi prodotti aDubai, con il prezzo che oscilla dai 3.000 ai 4.000 euro e Rolex robusti, per polsi atletici, che sforano decine di migliaia di euro, almeno un paio. A Renzi sarà recapitato anche un cassettone imballato, trascinato con il carrello dagli inservienti. Il cerimoniale sta per conferire i regali. Il momento è di gioia. Ma un furbastro lo rovina. Desidera il Rolex. Scambia la sua scatoletta con il pacchiano cronografo con quella dell’ambito orologio svizzero e provoca un diverbio che rimbomba nella residenza di re Salman. Tutti reclamano il Rolex. Per sedare la rissa interviene la scorta di Renzi: sequestra gli orologi e li custodisce fino al ritorno a Roma. La compagine diplomatica, guidata dall’ambasciatore Armando Varricchio, inorridisce di fronte a una scena da mercato di provincia per il chiasso che interrompe il sonno dei sauditi. Anche perché i generosi arabi sono disposti a reperire presto altri Rolex pur di calmare gli italiani. Non sarà un pezzo d’oro a sfaldare i rapporti tra Ryad e Roma: ballano miliardi di euro di appalti, mica affinità morali. Nonostante le decapitazioni di Capodanno, tra cui quella dell’imam sciita che scatena la furia dell’Iran, per gli italiani Ryad resta una meta esotica per laute commesse. E che sarà mai una vagonata di Rolex? Il guaio è che degli orologi, almeno durante le vacanze natalizie, non c’era più traccia a Palazzo Chigi. Non c’erano nella stanza dei regali al terzo piano. Chi avrà infranto la regola Monti e chi l’avrà rispettata? E Renzi ce l’ha o non ce l’ha, il Rolex? La dottoressa Ilva Sapora, la padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non rammenta il contenuto dei doni. Ha la febbre e poca forza per rovistare nella memoria. Varricchio ascolta le domande e la ricostruzione dei fatti di Ryad: annuisce, non replica. Varricchio è il consigliere per l’estero di Renzi, nonché il prossimo ambasciatore italiano a Washington. Allora merita un secondo contatto al telefono. Non svela il destino del Rolex che ha ricevuto, ma si dimostra comprensivo: “I cittadini devono sapere. Queste vicende meritano la massima attenzione. Le arriverà una nota di Palazzo Chigi. Che la voce sia univoca”. Ecco la voce del governo, che non smentisce niente, che non assolve la Sapora, ma precisa i ruoli: “I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali”. Il racconto non finisce. Cos’è accaduto dopo la notte di Ryad? Chi non voleva restituire o non ha ancora restituito i Rolex?Da il Fatto Quotidiano di venerdì 8 gennaio 2016.

Renzi, Caporale vs Fiano (Pd): “Ci fu rissa tra dirigenti per Rolex regalati dai sauditi”. “Scena ignominiosa, ma per me non c’è notizia”, continua "Il Fatto Quotidiano tv". Polemica vivace tra Antonello Caporale, inviato de Il Fatto Quotidiano, e il deputato Pd Emanuele Fiano, durante Omnibus, su La7. Lo scontro è innescato dall’articolo di Carlo Tecce, pubblicato sul numero odierno del Fatto, circa il parapiglia esploso nello scorso novembre tra i dirigenti del governo in viaggio con Matteo Renzi in Arabia Saudita: la rissa tra i dirigenti governativi della folta delegazione italiana è stata scatenata dalla generosa elargizione di circa 50 Rolex di varia fattura ad opera del re saudita. Come spiega Caporale nella trasmissione, nella hall dell’hotel di Ryad alcuni dirigenti italiani si sono ribellati perché avevano ricevuto l’orologio meno lussuoso, peraltro in barba alla legge Monti che impone di rifiutare doni oltre i 150 euro. Successivamente la scorta di Renzi ha dovuto sequestrare gli orologi, tutti prodotti a Dubai e dal valore oscillante tra3mila e 4mila euro. Caporale commenta: “Temo che la mediocrità del gruppo dirigente e di coloro che dovrebbero guidare l’Occidente a risolvere questa crisi internazionale sia tale che anche i dettagli illustrino il pessimismo generale. E questo episodio è un dettaglio significativo”. Il giornalista definisce il caso dei Rolex d’oro donati dagli ‘amici di Ryad’ un dettaglio di costume non certo folkloristico: “E’ indicatore della nostra ambiguità che ovviamente non è solo italiana, e simboleggia la debolezza dell’Occidente. Che non riesce non solo a porre un’idea generale cu come far fronte a una guerra così asimmetrica, pericolosa, atipica, difficile da condurre, ma nemmeno a misurare le forze per far fronte a cose più banali”. Insorge Fiano, che ribadisce di aver letto l’articolo de Il Fatto Quotidiano ‘parola per parola': Qui c’è un grande titolo, ma di notizie certe non c’è nulla”. “E’ notizia certa che i Rolex siano stati dati”, replica Caporale. “L’unica fonte che viene citata” – obietta il parlamentare Pd – “è un consigliere diplomatico di Palazzo Chigi”. “C’è la nota di Palazzo Chigi alla fine dell’articolo– ribatte la firma de Il Fatto – “lo legga tutto”. Ma il deputato Pd, pur definendo “ignominiosa” la rissa descritta nell’articolo di Tecce, ripete che non c’è notizia, né la nota di Palazzo. In realtà, la versione del governo c’è e non smentisce nulla, ma precisa i ruoli: I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali.

Quei magistrati calabresi iscritti alla massoneria. Tre dossier che scottano per un unico filone investigativo. Al centro i rapporti inconfessabili tra 'ndrangheta, politica e istituzioni all'ombra delle logge, scrive il direttore Paolo Pollichieni su "Il Corriere della Calabria", sabato, 09 Gennaio 2016. Un filone investigativo che scotta quello che si ritrovano in mano diversi magistrati calabresi: porta a rivisitare e riattualizzare i rapporti tra l'élite della 'ndrangheta e pezzi importanti del mondo massonico. Non bastasse, ecco ricomparire anche il nodo dell'appartenenza alla massoneria, in maniera diretta o velata ("all'orecchio"), di magistrati con ruoli particolarmente delicati dentro le strutture giudiziarie della Calabria e non solo della Calabria. Singoli filoni che fin qui non hanno avuto una lettura unitaria, tracce e piste seguite dalle inchieste condotte da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda reggina, da Giuseppe Lombardo, della stessa Dda reggina, e da Pierpaolo Bruni, che invece lavora alla Dda di Catanzaro. Va ribadito che affiliarsi alla massoneria non è reato, in quanto la massoneria non è tra le "associazioni segrete" proibite dalla Costituzione italiana con l'articolo 18 («Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare»). Diverso è dimostrare che alcune logge massoniche, magari sfuggite al controllo della fratellanza universale, fanno da punto di ritrovo per rapporti e sinergie inconfessabili tra mafiosi, politici e rappresentanti delle istituzioni. A questo lavorano le singole inchieste e su questo stanno tornando a rendere dichiarazioni importanti faccendieri che hanno rappresentato la cerniera tra nomine, affari, appalti e riciclaggio riconducibili al mondo criminale. Ma quando ci si imbatte nel nome di magistrati affiliati alla massoneria il discorso cambia, perché se pure non si può qualificare l'affiliazione massonica come reato, c'è tuttavia quanto statuito dal Consiglio superiore della magistratura che ha affermato con chiarezza «l'incompatibilità fra affiliazione massonica e l'esercizio delle funzioni di magistrato», perché le caratteristiche delle logge massoniche sono quelle di «un impegno solenne di obbedienza, solidarietà, e soggezione a principi e a persone diverse dalla legge» e determinano perciò «come conseguenza inevitabile una menomazione grave dell'immagine e del prestigio del magistrato e dell'intero ordine giudiziario». A dare manforte al Csm c'è anche una sentenza della Suprema corte: «Il giudice massone può essere ricusato dall'imputato, in quanto l'appartenenza a logge preclude "di per sé l'imparzialità" del magistrato» (la Cassazione, 5a sezione penale numero 1563 / 98), in altre parole, perché – come ha detto il giudice Alfonso Amatucci – «essere iscritti alla massoneria significa vincolarsi al bene degli adepti, significa fare ad ogni costo un favore. E l'unico modo nel quale un magistrato può fare un favore è piegandosi a interessi individuali nell'emettere sentenze, ordinanze, avvisi di garanzia». Come regolarsi, dunque, se nell'acquisizione di documenti o nella raccolta di deposizioni sotto giuramento, arriva sul tavolo del magistrato inquirente il nome di un collega indicato come affiliato alla massoneria? Se lo stanno chiedendo in queste ore all'interno delle Procure calabresi più esposte sul fonte delle indagini sui rapporti apicali tra 'ndrangheta, politica e affari. I dossier che scottano sono sostanzialmente tre. Il primo trae origine dalle denunce incrociate tra il gran maestro Gustavo Raffi e uno dei massimi esponenti storici della massoneria calabrese, il gran maestro Amerigo Minnicelli. Quest'ultimo, in sostanza, ha accusato pubblicamente il Grande Oriente di aver consentito una dilatazione delle iscrizioni in Calabria al fine di condizionare l'esito dell'elezione del nuovo gran maestro Stefano Bisi, giornalista e vicedirettore de Il Corriere di Siena, scelto da Raffi e vittorioso grazie al fatto che attorno a lui si sono schierate compatte le logge calabresi, forti di 2mila maestri votanti. I rivali di Bisi non hanno apprezzato il sostegno plebiscitario di una regione, la Calabria, che durante la gestione Raffi ha acquisito un peso elettorale e politico pari a quello di Toscana e Piemonte, molto più popolate e di lunga tradizione massonica, e molto superiore a regioni molto più estese come la Sicilia o la Lombardia. Un contenzioso interno? Non più, dopo le feroci critiche del fratello calabrese Amerigo Minnicelli, che ha denunciato brogli alle elezioni precedenti ed è stato trascinato davanti al tribunale, prima massonico poi ordinario. «Raffi ha ritenuto di ampliare la base», dice Minnicelli, «e questo non è certo un delitto. Ma l'esplosione degli iscritti nella mia regione fa riflettere. E l'operazione "Decollo money" che ha portato in carcere nel 2011 l'imprenditore Domenico Macrì, calabrese con residenza in Umbria e agganci in banca a San Marino, amico personale di Raffi, lambisce la Gran maestranza». Raffi ha risposto a modo suo. Ha sospeso Macrì ma ha espulso Minnicelli. Illuminanti, invece, sono le parole di Pantaleone Mancuso (alias "Vetrinetta"), mammasantissima del crimine calabrese, deceduto il 3 ottobre scorso, che ha teorizzato la confluenza della 'ndrangheta nella massoneria. Una preziosa intercettazione ambientale, infatti, ci consegna il boss mentre spiega che la 'ndrangheta «non esiste più», è roba da paese, la 'ndrangheta vera si è trasferita all'interno della massoneria, anzi è «sotto la massoneria». Un poco quanto va spiegando, e siamo al secondo filone investigativo, in queste ore ai magistrati reggini un altro esponente di spicco della massoneria che ha ripreso a collaborare con la magistratura. Spiega perché, negli anni, il potere in Calabria si è concentrato sull'asse Reggio-Gioia Tauro-Vibo e nel farlo chiama in causa anche magistrati che avrebbero agito a protezione del "sistema" ogni qualvolta le inchieste si sono avvicinate pericolosamente a tale cabina di comando criminale. Il terzo nasce dal materiale sequestrato dal pm Pierpaolo Bruni in casa e nei locali che ospitano la loggia massonica fondata da Paolo Coraci, originario di Messina e residente a Roma ma con amicizie salde nel Vibonese e nel Reggino, tra queste quelle con alcuni magistrati calabresi. Dall'archivio del gran maestro Coraci sono saltate fuori anche le schede di valutazione e i curricula di adepti da segnalare per l'ingresso nei consigli d'amministrazione di 15 enti pubblici. Non solo, anche tre Questure sarebbero state elevate al livello di dirigenza generale attraverso un intreccio di interessi tra la loggia, un sacerdote ed esponenti politici. L'intervento della loggia massonica avrebbe riguardato due Questure del sud Italia e una in una regione del Centro. Secondo la Dda di Catanzaro, la loggia massonica fondata da Coraci aveva interesse a creare un intricato sistema di potere che portava anche alla nomina di consiglieri d'amministrazione in enti pubblici. C'è quanto basta a mettere in fibrillazione più di un "palazzo", più di una "loggia" e più di una "cosca", specialmente alla vigilia di una serie di scelte importanti che proprio il Consiglio superiore della magistratura è chiamato a compiere per via del turnover ai vertici di uffici giudiziari delicatissimi, quali ad esempio le procure di Catanzaro e Cosenza.

POTERE A 5 STELLE.

Pd e M5S, è guerra in nome della legalità. L'ombra della camorra sul comune di Quarto e la condanna dell'ex assessore Pd Ozzimo per Mafia Capitale incendiano lo scontro tra renziani e grillini. La campagna elettorale delle amministrative è così ufficialmente aperta, scrive Susanna Turco l'8 gennaio 2016 su “L’Espresso”. Alla faccia dei Cinque stelle “stampella” del Pd: è invece guerra (mediatica) senza esclusione di colpi, quella che si combatte sotto la bandiera della legalità tra i democratici e i grillini. Chiamati in causa, entrambi, dall’azione della magistratura. Da un lato, infatti, c’è l’inchiesta sull’amministrazione comunale di Quarto, comune flegreo guidato dai Cinque Stelle su cui pesa l’ombra dell’infiltrazione camorristica nell’elezione e nell’attività dell’ex consigliere De Robbio (indagato dalla Dda); dall’altro, c’è la condanna in primo grado di Daniele Ozzimo, ex assessore Pd a Roma, accusato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio nell’ambito di uno dei processi stralcio di Mafia Capitale. E se per la prima parte della giornata è il Pd che va all’attacco dei grillini, chiedendo chiarimenti sul caso, in un crescendo nel quale si invoca anche l’intervento di Alfano per valutare se sia il caso di commissariare il comune, nel pomeriggio invece, poco dopo la condanna di Ozzimo, sono i Cinque stelle a partire al contrattacco. Prima arriva il commento di Alessandro Di Battista, che parla di “macchina del fango” fatta partire dal Pd “contro M5S” “proprio nel giorno della condanna di Ozzimo” e attacca: “Accusano noi ma condannano loro!”. Poi, peraltro invocato più volte dai dem, interviene Beppe Grillo in persona. Con un post sul suo sito, fatto di otto domande e risposte, il leader pentastellato chiarisce che la camorra “non condiziona il M5S di Quarto”, che la sindaca Rosa Capuozzo “non ha mai ceduto alle richieste dell’ex consigliere” (sospeso una decina di giorni prima di essere indagato), e puntualizza che i voti raccolti da De Robbio non sono stati determinanti (ne ha presi 840, il M5S “ha vinto con 70.79 per cento, pari a 9.744 voti contro i 4.020 degli avversari”). Insomma, spiega Grillo, “sindaco e amministrazione sono parte lesa”, nella vicenda di Quarto. Anche se, fa notare il deputato renziano Ernesto Carbone, “esiste un dato politico sul quale sorvolano con leggerezza: Quarto è il feudo elettorale degli stessi Di Maio e Fico. Da quella sede, nella loro campagna elettorale, facevano grandi rampogne moraliste senza però mai accorgersi che l'onda che spingeva i 5 stelle era un'onda sporca”. Insomma, se la condanna di Ozzimo arriva a riaprire le ferite mai chiuse di un Pd romano devastato da Mafia Capitale, l’ombra della camorra – pur arginata quanto si vuole - tra le fila dei Cinque stelle, dove peraltro quattro su cinque componenti il direttorio è campano, è la novità che contribuisce a movimentare il quadro. Volano tra i due partiti accuse a tutti i livelli: i Cinque stelle rinfacciano al Pd l’elezione di De Luca, il salvataggio dell’Ncd Azzollini la legge anticorruzione che “di anti ha solo il nome”, parlano di un partito di “condannati e rei confessi”, invitano Orfini a “portare le arance in carcere a Ozzimo”. Il Pd dal canto suo rinfaccia il no grillino alla legge sul reato per voto di scambio politico-mafioso, la mancata denuncia da parte di Rosa Capuozzo per le minacce ricevute e domanda perché i Cinque stelle, così pronti a invocare la “ghigliottina” per gli altri, stavolta non si pongano “neanche il problema delle dimissioni del sindaco”. Su twitter, giusto per la cronaca, l’hashtag lanciato da Grillo (#condannovoi) prevale come era prevedibile su quello dem (#malgoverno5stelle). Complessivamente, non un bel vedere. Probabilmente, al netto degli sviluppi giudiziari, un assaggio della campagna elettorale per le amministrative, ormai ufficialmente cominciata.

M5S e il caso dei voti camorristi. Le intercettazioni nel comune campano retto dai 5 Stelle. Gli uomini ritenuti vicini alle cosche: al sindaco Capuozzo l'assessore lo diamo in pratica noi...La replica: noi parte lesa, voi a braccetto con la mafia, scrive Alessandro Trocino su “Il Corriere della Sera” il 7 gennaio 2016. Dopo un lungo silenzio, il Movimento 5 Stelle reagisce alle notizie sulle intercettazioni di personaggi in odore di camorra che avrebbero invitato a votare il sindaco M5S di Quarto. Accusati e sbeffeggiati per tutto il giorno dai parlamentari del Pd, i 5 Stelle reagiscono non sul blog di Beppe Grillo (che ancora riporta un post di novembre sulla «trasparenza di Rosa Capuozzo»), ma con una nota: «A Quarto abbiamo espulso Giovanni De Robbio prima ancora che fosse indagato e oggi siamo parte lesa. Fa ridere che sia il Pd, che con la mafia ci è andato a braccetto finora, a ergersi a cattedra morale della politica. Abbia la decenza di restare in silenzio». Nelle intercettazioni, presunti esponenti camorristici spiegano che porteranno a votare per il sindaco a 5 Stelle, Capuozzo, «anche le vecchie di ottant'anni» e che «l'assessore glielo diamo praticamente noi». Il sindaco spiega: «Dalle intercettazioni esce una visione distorta dei fatti». Per tutta la giornata, dal Pd è arrivata una gragnuola di tweet e dichiarazioni. Debora Serracchiani: «Inquietante, Di Maio e Fico, che hanno fatto la campagna elettorale a Quarto, chiariscano». Stefano Esposito: «A Quarto i 5 Stelle mangiano nello stesso piatto della camorra?». Simona Bonafè: «Perché Grillo tace?». Ettore Rosato: «Fatti gravissimi». Ernesto Carbone: «Chiederò che il sindaco sia audita in Antimafia». Matteo Orfini: «Quando segnalai che a Ostia i clan inneggiavano al M5S, Di Maio disse che mi dovevano ricoverare. Lo disse da Quarto, dove la camorra vota M5S». Ma proprio a Orfini è rivolto un passaggio della nota dei 5 Stelle: «Ha difeso fino all'ultimo l'ex presidente pd di Ostia Andrea Tassone, nonostante avesse avuto contezza dei suoi legami con i clan». I 5 Stelle ricordano che «dal '91 a oggi un centinaio di comuni amministrati dal centrosinistra sono stati sciolti e commissariati per infiltrazioni mafiose. E hanno il coraggio di parlare? La verità è che sono decenni che la mafia prova a infiltrarsi nella politica e quando ha incontrato Forza Italia e il Pd, ci ha fatto affari. Quando ha provato ad avvicinarsi al M5S, invece, è stata messa alla porta». Alessia Rotta, Pd, commenta: «Dopo un assordante silenzio, i 5 Stelle se ne escono sotto tg con una nota anonima che non dice nulla sulle pesantissime accuse. Di Maio che faceva campagna elettorale ora fischietta, Fico starà in vacanza, Di Battista e la Ruocco dai loro amici a Ostia, Casaleggio nella sua azienda a epurare dissidenti, Grillo in tournée. Non hanno il coraggio di mettere neanche la faccia, si nascondono dietro alle veline anonime».

Orfini: "Di Maio mi criticò da Quarto, dove la camorra vota M5S".Tutto il Pd attacca la giunta M5S del comune campano dopo l'inchiesta del pm Woodcock. La replica: "Noi parte lesa. Il Pd va a braccetto con la mafia". Il sindaco Capuozzo: "Visione distorta dei fatti", scrive Cristina Zagaria il 6 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Il voto inquinato a Quarto diventa un caso nazionale. Basta un tweet e dall'inchiesta giudiziaria si passa allo scontro politico tra il Pd e il Movimento Cinque Stelle. "A Quarto la camorra vota M5S", poco dopo le 13 il presidente del Pd Matteo Orfini in 140 caratteri cita le intercettazioni dalle quali emerge che alle comunali di Quarto del giugno scorso un clan camorrista locale avrebbe sostenuto il candidato pentastellato Rosa Capuozzo (poi eletta sindaco) e attacca i Pentastellati. Il Pd compatto lo segue. Sinistra Italiana e Verdi chiedono l'invio di una commissione d'accesso nel Comune, per valutare l'ipotesi di uno scioglimento anticipato. Ncd vuole le dimissioni del sindaco. Un attacco concentrico. E poco prima delle 19, un comunicato M5S - senza nessun nome - risponde alle accuse: "Noi parte lesa. Il Pd va a braccetto con la mafia". E mezz'ora dopo la dichiarazione del sindaco Capuozzo: "Visione distorta dei fatti". Il Tweet di Orfini. "Quando segnalai che a Ostia i clan inneggiavano al M5S, Di Maio disse che mi dovevano ricoverare. Lo disse da Quarto, dove la camorra vota M5S". Così, in un tweet, il presidente del Pd Matteo Orfini fa diventare le intercettazioni dell'inchiesta sul Comune di Quarto un caso politico nazionale. Il PD si compatta. Sempre Twitter Ernesto Carbone, deputato del Pd e componente della segreteria nazionale del partito, chiede che il sindaco di Quarto sia ascoltato dalla commissione Antimafia, chiosando "spero che i colleghi del M5S non si oppongano". E il Pd fa quadrato e attacca i Cinque Stelle. Sandra Zampa, vice presidente del Partito Democratico pone l'accento di Di Maio e Fico: "Il quadro che le indagini della magistratura sulle amministrative del comune campano di Quarto ci consegnano è grave e inquietante. Ancora più grave è il silenzio dei vertici del Movimento 5 stelle che proprio in quel territorio vanta la presenza e l'attività di due suoi esponenti di primissimo piano, Di Maio e Fico".  Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd"Ma come mai il movimento Cinque Stelle non manifesta davanti alla prefettura di Napoli per chiedere lo scioglimento del comune di Quarto, da loro amministrato? Ma come mai? Strano, io sono certo, che se questo fosse successo in un comune amministrato dal Pd o da altri, i vari di Maio, Di Battista o Fico, si starebbero stracciando le vesti di fronte alla prefettura, oppure ci impartirebbero lezioni di morale dai banchi parlamentari". Debora Serracchiani, vicesegretario Pd: "Di Maio e Fico a Quarto hanno fatto campagna elettorale a tappeto, dando lezioni di onestà. Credo sia quindi legittimo chiedere chiarimenti e spiegazioni". Anche Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera chiede "ai vertici del movimento grillino di chiarire la natura di quei rapporti con personaggi collusi con la malavita capogruppo del Pd alla Camera". E Andrea Romano, deputato Pd, parla di "modalità opache di reclutamento dei candidati a 5 Stelle". "Rosa, tu hai un problema". Così, alla fine di ottobre, il consigliere comunale pentastellato di Quarto, Giovanni De Robbio, si sarebbe rivolto a Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto, cittadina dell'area flegrea, eletta con il Movimento fondato da Beppe Grillo. "Mi mostrò una foto aerea di casa mia sul suo cellulare", ha raccontato Capuozzo in Procura. Comincia così, l'inchiesta sul ricatto a "cinque stelle" coordinata dal pm Henry John Woodcock e condotta dai carabinieri di Pozzuoli. Secondo l'accusa, De Robbio avrebbe minacciato il primo cittadino mostrandole più volte una foto dell'area dove si trova la casa di proprietà del marito alludendo a un presunto problema di abusi edilizi.  Nella ricostruzione della Procura, De Robbio voleva imporre in questo modo al sindaco l'affidamento ad un imprenditore di sua fiducia, Alfonso Cesarano (titolare e gestore di fatto di una ditta di pompe funebri) il campo sportivo di Quarto, la struttura, ora di gestione comunale, che fino all'insediamento della giunta Capuozzo era affidata alla Nuova Quarto calcio per la legalità, la squadra antiracket che, una volta privata del campo, ha dovuto chiudere i battenti. A questo capitolo dell'inchiesta è strettamente collegato l'altro filone al vaglio degli investigatori, quello sul voto di scambio. Il fulcro delle indagini è appunto una intercettazione telefonica che risale al primo giugno scorso, tra il primo e secondo turno delle comunali di Quarto, unica città della Campania amministrata da una giunta del M5S. Un imprenditore legato al clan camorrista dei Polverino, Alfonso Cesarano, dà indicazioni di appoggiare il candidato a sindaco dei Cinque Stelle, Rosa Capuozzo: "Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stel". Capuozzo, che non aveva denunciato De Robbio, è stata sentita due volte dal pm Woodcock. Nel secondo verbale ha parlato espressamente di "ricatto" specificando di avere "paura" di De Robbio. Anche se poi in un secondo momento ha corretto il tiro e ha dichiarato di "non aver mai subito minacce". E oggi dice: "Le intercettazioni telefoniche non aggiungono nulla a quanto già letto nei giorni scorsi. Sono le stesse già note da 15 giorni. C'è solo una visione distorta dei fatti. Riguarda il campo sportivo di proprietà comunale. Ne abbiamo ripreso la gestione non per affidarlo a privati ma per promuovere lo sport per il sociale". Il campo sportivo era stato gestito negli ultimi anni dalla Nuova Quarto calcio per la legalità, sodalizio nato dopo le indagini della Dda di Napoli che avevano scoperto collusioni della vecchia società col clan Polverino. "Ci siamo mossi - dice la Capuozzo - nella direzione di creare una rete di associazioni che operano anche nel settore sociale. Con quote basse possono usufruire della struttura. Inoltre le società e le associazioni che accoglieranno casi di ragazzi indigenti, su indicazione dei nostri servizi sociali, potranno usufruire di ulteriori sconti. Ciò - aggiunge - per operare in senso sociale e puntare a togliere i ragazzi dalla strada". La Capuozzo insiste: "Sin dal primo momento ci siamo mossi in questa direzione non prendendo in considerazione un affidamento a privati".  "Con De Robbio - aggiunge- il rapporto tra noi si era deteriorato proprio per la questione dello stadio. Io sentivo la pressione politica, non le minacce. Mi chiedeva di programmare una gestione affidata a privati. Non ero d'accordo. Era anche contro il nostro programma amministrativo. Per questo motivo non appoggiai la sua candidatura a presidente del consiglio comunale. Si era creata una situazione, come dire, non simpatica". "L'espulsione dal movimento - conclude il sindaco - è avvenuta perché si era allontanato dal piano operativo predisposto per amministrare e rilanciare la città e dalle linee guida del movimento". Intanto De Robbio, il più votato tra i candidati al Consiglio comunale di Quarto alle ultime elezioni amministrative, dopo le polemiche seguite all'inchiesta della Dda di Napoli, già espulso dal partito il 14 dicembre 2015, si dimette dal Consiglio comunale il 28 dicembre. Il 31 dicembre, nel pieno della bufera scatenata dall'inchiesta condotta dal pm Henry John Woodcock, la giunta della Capuozzo perde altri pezzi: rassegnano le dimissioni anche l'assessore al Bilancio, Umberto Masullo ed il consigliere comunale Ferdinando Manzo. Masullo e Manzo hanno escluso collegamenti tra l'indagine e la scelta di dimettersi. L'assessore Masullo parla di "motivi professionali ", mentre il consigliere Manzo scrive una lettera in cui indica "ragioni familiari". In precedenza si era dimesso anche l'assessore alla Cultura, Raffaella Iovine. Oltre a De Robbio, sono indagati anche il geometra Giulio Intemerato, coinvolto nel filone del tentativo di estorsione ai danni del sindaco, e Mario Ferro, il cui nome entra invece nella vicenda del voto di scambio perché sospettato di aver ricevuto, da De Robbio, la promessa di assunzione del figlio presso il cimitero di Quarto in cambio di sostegno elettorale. "Fa francamente ridere che sia il Pd a ergersi a cattedra morale della politica, un partito che con la mafia ci è andato a braccetto finora, che è persino stato in grado di sostenere un condannato come De Luca alla presidenza della Regione Campania in una lista-ammucchiata sostenuta da Ciriaco De Mita. Fa ridere sì, che sia il Pd, che oggi ha fatto della questione morale una reliquia, ad avanzare lezioni di trasparenza nei confronti dell'unica forza politica onesta e pulita, qual è il M5S". Dichiara il M5S. "Per non parlare di Orfini - aggiungono i parlamentari - colpevole non solo di aver trascinato Roma nel fosso, ma soprattutto di aver difeso fino all'ultimo l'ex presidente Pd di Ostia Andrea Tassone nonostante - come lui stesso dichiarò - avesse avuto contezza ben prima della magistratura dei suoi legami con i clan mafiosi del litorale. Dal 91 ad oggi - prosegue il 5 Stelle - circa un centinaio di Comuni, se non di più, sotto l'amministrazione di centrosinistra sono stati sciolti e commissariati per infiltrazioni mafiose ed hanno anche il coraggio di parlare, di dispensare lezioni di democrazia". "La verità - prosegue il 5 Stelle - è che sono decenni che la mafia prova a infiltrarsi nella politica e quando ha incontrato Forza Italia e il Pd ci ha fatto affari, piazzando anche i suoi uomini in Parlamento. Quando ha provato ad avvicinarsi al M5S è stata messa alla porta. Questo è accaduto a Quarto, dove il M5S ha espulso De Robbio prima ancora che fosse indagato ed oggi è parte lesa. Questa è la grande differenza tra una forza di cittadini onesti e puliti come il 5 Stelle e la vecchia classe politica: noi - conclude la nota - camminiamo a testa alta, loro dovrebbero avere almeno la decenza di restare in silenzio". Appena uscito da un commissariamento per infiltrazioni camorristiche, il Comune è per questo "sorvegliato speciale" da parte della prefettura e vive l'incubo di un nuovo scioglimento. Arturo Scotto capogruppo alla Camera di Sinistra Italiana chiama in causa l'invio di una commissione d'accesso al Comune: "A Quarto da anni la sinistra si batte a viso aperto contro la camorra. Vedere in questi mesi le ambiguità del movimento Cinque stelle è davvero insopportabile. Serve subito una commissione d'accesso in comune". Anche i Verdi locali si chiedono perchè non venga nominata la commissione.  Luigi Barone, componente della direzione nazionale del Nuovo Centrodestra e dirigente campano del partito chiede le "dimissioni" del sindaco Capuozzo. E sul caso Quarto interviene anche Fi, con i vicepresidente della Camera, Simone Baldelli: "E poi i vertici di M 5s vanno in tv a Difendere le preferenze...".

M5S e camorra, Pd all’attacco: “Vertici in silenzio su Quarto”. La replica: “Fate ridere, avete sostenuto De Luca”. Grillo e i parlamentari campani Di Maio e Fico accusati di non aver preso posizione sulle infiltrazioni camorristiche che emergono dall'inchiesta che vede indagato per voto di scambio e tentata estorsione il più votato del movimento, già espulso. Serracchiani: "In campagna elettorale davano lezioni di onestà". Carbone: "Audire il sindaco in Antimafia". Sel prefigura lo scioglimento per mafia. La nota M5S: "Molti comuni di centrosinistra già sciolti", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 6 gennaio 2016. Il Pd va all’attacco del Movimento 5 Stelle sui rapporti con la camorra. Il caso è quello di Quarto, in provincia di Napoli, dove un’inchiesta della magistratura ha fatto emergere le pressioni sulla nuova giunta comunale grillina da parte di un imprenditore ritenuto vicino al clan Polverino. E dove il più votato del Movimento, Giovanni De Robbio, già espulso, è indagato per voto di scambio tentata estorsione nei confronti del sindaco Rosa Capuozzo. I dem contestano soprattutto “il silenzio dei vertici”, da Beppe Grillo ai parlamentari campani Luigi Di Maio e Roberto Fico e rinfacciano due pesi e due misure rispetto alle tante denunce di malaffare provenienti dal Movimento. E ci si mette anche Sinistra Italiana, prefigurando lo scioglimento per mafia del Comune conquistato dall’M5s appena sei mesi fa. In serata arriva la replica, in una nota del Movimento: “Fa francamente ridere che sia il Pd a ergersi a cattedra morale della politica, un partito che è persino stato in grado di sostenere un condannato come De Lucaalla presidenza della Regione Campania in una lista-ammucchiata sostenuta da Ciriaco De Mita”. Ad accendere lo scontro un articolo della Stampa che riporta alcune intercettazioni agli atti dell’inchiesta coordinata da Henry John Woodcock, già pubblicate da ilfattoquotidiano.it il 24 dicembre. Conversazioni nelle quali il figlio dell’imprenditore Alfonso Cesarano, Giacomo, afferma di aver spinto il boom elettorale di De Robbio e di voler continuare a sostenere i 5 Stelle al ballottaggio: “Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stelle”. Convinto della vittoria finale, Cesarano aggiunge: “L’assessore glielo diamo noi praticamente. E lui – il riferimento è ancora a De Robbio – ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi. Dopo, così come lo abbiamo fatto salire così lo facciamo cadere”. “Dite a Grillo che Quarto non è uno scoglio di Genova ma uno dei comuni amministrati dal M5S Silenzio su voto di scambio con camorra?”, twitta l’eurodeputata Pd Simona Bonafè. Un silenzio rimproverato anche dal vicesegretario Debora Serracchiani a Di Maio e Fico, che “a Quarto hanno fatto campagna elettorale a tappeto, dando lezioni di onestà. Credo sia quindi legittimo chiedere chiarimenti e spiegazioni”. Sulla stessa linea il vicepresidente Sandra Zampa: “Grave è il silenzio dei vertici del Movimento 5 stelle che proprio in quel territorio vanta la presenza e l’attività di due suoi esponenti di primissimo piano, Di Maio e Fico”, dichiara. Ai due parlamentari chiede spiegazioni anche il senatore Stefano Esposito: “Nei pochi posti dove amministrano o falliscono o sembra abbiano rapporti perversi con la malavita organizzata”, afferma Esposito, che si chiede se il Movimento di Grillo a Quarto “mangi nello stesso piatto della camorra”. E se non stia diventando “un facile cavallo di troia per i poteri malavitosi. Certo”, conclude, “aver detto, come fece Grillo, che la mafia non esiste non aiuta proprio per nulla”. Dal fronte dem è un fuoco di fila: “La prossima settimana chiederò che in commissione parlamentare Antimafia venga audito il sindaco di Quarto. Spero che i colleghi del Movimento 5 Stelle non si oppongano”, annuncia su Twitter il deputato Ernesto Carbone. Mentre il presidente Pd Matteo Orfini si toglie un sassolino dalla scarpa: “Quando segnalai che a Ostia i clan inneggiavano al M5S, Di Maio disse che mi dovevano ricoverare. Lo disse da Quarto, dove la camorra vota M5S”. E ancora, Andrea Romano punta sui meccanismi di selezione dei candidati tanto caro a Grillo e Casaleggio: “Certo le modalità opache di reclutamento dei candidati a 5 Stelle e la stessa opacità dei rapporti tra blog e movimento non aiutano”. Non è solo il Pd a sollevare il caso. Mentre Scelta civica, con Gianfranco Librandi, parla di “pericolosi intrecci”, il capogruppo alla Camera di Sinistra italiana Arturo Scotto prefigura l’onta, per il Comune conquistato a giugno dal Movimento di Grillo, di una “commissione d’accesso”, anticamera del possibile scioglimento per condizionamento mafioso. E tornando al Pd osserva Emanuele Fiano: “Ma come mai il Movimento 5 Stelle non manifesta davanti alla Prefettura di Napoli per chiedere lo scioglimento del Comune di Quarto, da loro amministrato? Strano, io sono certo, che se questo fosse successo in un comune amministrato dal Pd o da altri i vari Di Maio, Di Battista o Fico, si starebbero stracciando le vesti di fronte alla prefettura”. La nota dell’M5s ribadisce che le accuse del Pd “fanno ridere”, perché il partito di Matteo Renzi “oggi ha fatto della questione morale una reliquia”, dunque non può “avanzare lezioni di trasparenza nei confronti dell’unica forza politica onesta e pulita”. Il Movimento rinfaccia a Orfini “di aver difeso fino all’ultimo l’ex presidente Pd di Ostia Andrea Tassone nonostante – come lui stesso dichiarò – avesse avuto contezza ben prima della magistratura dei suoi legami con i clan mafiosi del litorale”. E ricorda poi che “dal ’91 a oggi circa un centinaio di Comuni, se non di più, sotto l’amministrazione di centrosinistra sono stati sciolti e commissariati per infiltrazioni mafiose”. Da decenni, inoltre, “la mafia prova a infiltrarsi nella politica e quando ha incontrato Forza Italia e il Pd ci ha fatto affari, piazzando anche i suoi uomini in Parlamento. Quando ha provato ad avvicinarsi al M5S è stata messa alla porta. Questo è accaduto a Quarto, dove il M5S ha espulso De Robbio prima ancora che fosse indagato ed oggi è parte lesa”.

Saviano: quella sesta stella nera che rischia di diventare una macchia indelebile.La vicenda di Quarto e i 5 Stelle. La delusione per l'incapacità di reggere una sfida come questa può condizionare il giudizio sul Movimento alle amministrative, scrive Roberto Saviano il 10 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Il Consiglio comunale di Quarto va sciolto per infiltrazione camorristica. Non importa quanti siano i voti portati dal consigliere espulso Giovanni De Robbio: quanto accaduto rischia di diventare un punto di non ritorno per il Movimento 5 Stelle. Il balletto sulle dimissioni del sindaco Rosa Capuozzo rischia di diventare una macchia indelebile, la sesta stella, la blackstar che offusca tutte le altre. Quarto è la storia di un cortocircuito. La prassi di raccogliere dossier per poter screditare l'avversario politico (che abbiamo chiamato macchina del fango), ha finito per trovare una sinistra corrispondenza, anche se sottile e camuffata, nei processi sui blog o in televisione. Quello che pare essere accaduto a Quarto è un caso di scuola. Da una parte la conferma della terribile regola che vede la camorra schierarsi sempre al fianco di chi vince o quanto meno attiva nello strumentalizzare quelle vittorie; dall'altro un sindaco che ora dopo ora si è mostrato sempre più inadeguato al ruolo, soprattutto in quella realtà così complessa, dove niente è come sembra. Ma la storia di Rosa Capuozzo ha una ricaduta ancora più drammatica poiché conferma che la politica in Italia è solo arte del ricatto; non si esce da questa logica, chiunque sia al governo. Del resto la purezza è un concetto non applicabile alla vita reale: tutti gli esseri umani commettono errori e hanno contraddizioni, che stranamente non vengono valutati se non quando si ha un ruolo istituzionale. E come un serpente che si morde la coda, quanto più in alto abbiamo posto l'asticella della "purezza&onestà", più grande sarà lo scandalo a prescindere dall'entità e dalla natura dell'errore, commesso o meno. Ma il nodo per comprendere questa situazione è la analisi della prassi delle espulsioni, che nei propri opachi contorni è sempre più vissuta dall'opinione pubblica come una pratica di epurazione. Del resto, cosa sono le espulsioni se non il mettere alla gogna chi non ha rispettato il programma, l'additare alla folla il reo? Rosa Capuozzo è colpevole, non eventualmente di abusivismo edilizio (di cui non conosciamo la portata e la natura), ma di essersi presentata come parte lesa invece che come amministratrice inadeguata; d'altro canto, lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche del Consiglio comunale non farebbe giustizia alla storia di un Movimento, intrisa di ingenuità politica ma non di disonestà o peggio di connivenze con la camorra. C'è una storia che riguarda Quarto che voglio raccontare. Come spesso accade, i clan investono in società di calcio per ottenere consenso sul territorio, ma anche per riciclare denaro e camuffare il racket con le sponsorizzazioni imposte ai commercianti e agli imprenditori locali. La "Quarto Calcio" apparteneva al clan Polverino - storica cosca attiva nell'area nord di Napoli e legata alla famiglia Nuvoletta, a sua volta in rapporto con la mafia di Corleone -, un clan potentissimo e particolarmente attivo nel traffico di stupefacenti, che ha da sempre avuto un ruolo di primo piano proprio per lo storico legame con Cosa Nostra. A febbraio 2011 la DDA di Napoli sequestra la squadra di calcio ai Polverino e la affida a "Sos Impresa", un ente antiracket. Il sostituto procuratore Antonello Ardituro, oggi al Csm, diventa il presidente onorario della "Nuova Quarto Calcio". Nel 2013 la squadra viene promossa in Eccellenza e sembra prendere corpo il mantra che a Quarto ci si ripeteva: "Con la legalità si vince sempre". Ma il territorio non fa cerchio, gli atti di sabotaggio sono sempre più frequenti e prendono di mira anche lo stadio Giarrusso, quello stesso stadio tornato in gestione al comune sotto il sindaco pentastellato. L'anno scorso l'avventura della squadra della legalità si è conclusa a dimostrazione che la legalità non vince sempre, non vince se la società civile è distratta e impaurita. Non vince se la politica non comprende come queste esperienze siano un collante vero. Che Quarto non fosse un comune come un altro era evidente sin dal principio ed è per questo che la vittoria alle amministrative del Movimento 5 Stelle ha costituito un fatto per certi versi epocale, ma purtroppo per la cittadinanza, dopo sei mesi sembra già venuto il momento del bilancio finale, per un'amministrazione che esce del tutto delegittimata. Il piano politico è quello dunque più significativo oggi ed è bene dire, senza esitazioni, che la delusione per l'incapacità di reggere il confronto con una sfida davvero probante, non può che condizionare il giudizio sulla capacità strutturale del Movimento di proporsi credibilmente alle amministrative che si terranno quest'anno nelle tre più grandi città italiane. Se alle criticità il Movimento è in grado di opporre la sola prassi dell'espulsione, allora il futuro è tutt'altro che roseo e la provocatoria invocazione "onestà, onestà", risuonata nell'aula del consiglio comunale di Quarto, e proveniente dal pubblico di militanti del Partito Democratico, ha finito per essere un amaro contrappasso, una grottesca inversione di ruoli. Ciò che è accaduto a Quarto, ma qualche giorno fa anche a Gela (mi si potrebbe obiettare che le giunte guidate dal Movimento sono 16 e che non è giusto citare solo i casi critici: rispondo che sono i casi critici a mostrare le potenzialità di un movimento politico), ci dice chiaramente che le espulsioni non servono a creare gli anticorpi necessari per amministrare realtà complesse. Mi domando, infatti, cosa accadrà se e quando il Movimento dovesse governare realtà metropolitane in cui politica è giocoforza compromissione, nel senso positivo del termine di dover condividere decisioni importanti anche con altre forze sociali e più in generale con il territorio. Di fronte alle accuse, che ci sono e che ci potrebbero essere, non si può rispondere: voi siete peggio di noi. Non funziona così, i conti non tornano: se il nuovo è solo sentirsi migliori di quello che c'era prima, non è detto che questo sentimento basti a creare le condizioni per essere in grado di amministrare. Io stesso, quando il Movimento 5 Stelle vinse a Quarto, pensai e parlai di un successo del voto di opinione, in un contesto storicamente condizionato dagli interessi della camorra. Invece oggi il caso Quarto rischia di confermare nel cittadino l'idea che la politica in Italia viva solo nelle possibilità di ricatto e che non si possa uscire da questa logica. Rischia di confermare l'idea che non esista davvero la possibilità di evitare di candidare soggetti che prima o poi potrebbero risultare impresentabili. Ma questo non è vero: la conoscenza del territorio, insieme a strutture interne democratiche di pesi e contrappesi, sono le uniche prassi sicure di selezione e metterebbero al riparo da procedimenti di espulsione tipici di una logica da imbonitore. Invece il caso Quarto, per mancanza di competenze e di conoscenza del territorio, finisce per confermare la convinzione distruttiva che viviamo in una democrazia strutturalmente corrotta e arretrata, dove nessuno può ergersi a moralizzatore, perché i giustizieri, prima o poi, finiscono giustiziati. Chi può escludere oggi che l'inconveniente verificatosi a Quarto non possa ripetersi a Roma, a Milano o a Napoli? E se dovesse capitare di nuovo? Se altre criticità dovessero riguardare la figura del sindaco eletto o di un importante assessore - a oggi nulla sappiamo sulla identità dei potenziali candidati e anche questa è vecchia, cattiva politica - cosa ha da proporre come rimedio politico il Movimento, oltre all'espulsione? Che sarà anche catartica, ma che non risolve i problemi enormi di realtà complesse. La fedina penale immacolata non è sufficiente a evitare futuri imbarazzi: il boss Zagaria ha utilizzato come suoi referenti persone che lo avevano denunciato per racket e che quindi indossavano abusivamente la maglia dei "giusti". Le mafie da anni cercano di utilizzare persone senza precedenti, cercano tra i parenti di vittime delle mafie, cercano insospettabili. Quindi come avere soltanto la garanzia della fedina penale? Bisogna munirsi di altri meccanismi di valutazione che non siano inquisitoriali ma semplicemente presenza sul territorio e approfondimento. Sono anni che diciamo quanto le mafie non siano più riconducibili allo stereotipo di coppola e lupara, e abbiano come elementi interni faccendieri dai curricula immacolati, il cui ruolo è proprio fare da collegamento tra l'imprenditoria legata ai clan e la politica. E allora è lecito chiedersi: se le mafie avvicinano il Movimento lo fanno perché è mafioso? Assolutamente no. Lo fanno perché con le sue logiche di reclutamento è facile infiltrarlo, perché sospettano che l'inesperienza di governo possa lasciare spiragli (come sarebbe accaduto a Quarto) per ottenere appalti, ricattare assessori, consiglieri comunali e sindaci. Le mafie stanno provando a infiltrare M5S perché dove la parola d'ordine è purezza e onestà, sanno benissimo come gettare ombre, come far cadere una persona, come bloccare un percorso politico. Se predichi onestà qualsiasi graffio ti farà cadere, mentre dall'altra parte resterà in sella chi il problema dell'onestà non se l'è mai nemmeno posto. E se il Movimento non sarà in grado di imparare e trarre profitto dallo sbandamento di queste ore, il caso Quarto potrebbe pesare come un macigno sulle possibilità di offrire una credibile ed efficiente alternativa ai partiti tradizionali, nonostante i venti di tempesta giudiziaria che oramai soffiano sempre più impetuosi dalle parti di Palazzo Chigi. Eppure il meccanismo inquisitoriale che sottende la logica delle epurazioni, in continuità con la matrice puritana propria della tradizione comunista, è in contrasto con l'ammirazione che il Movimento 5 Stelle prova verso Sandro Pertini, riformista socialista che sull'esempio di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, contrastò l'intransigenza bolscevica "o tutto si cambia o nulla serve", spingendo al contrario verso trasformazioni graduali per rafforzare i meccanismi di legalità e giustizia. Negli anni più bui furono loro che salvarono il sentire democratico e socialista dalle derive totalitarie. Quando è il momento di governare e di assumersi responsabilità, il cortocircuito innescato dai processi sommari a mezzo blog a soggetti infedeli ti presenta il conto: oggi è fin troppo chiaro che non basta candidare incensurati per avere la certezza che non commettano reati nel corso del loro mandato. Ed è altrettanto chiaro che non basta espellere chi non rispetta le "regole" per preservare un percorso politico. Il rischio – non faccio ironia – è che ne resti uno solo, il più puro, che finirà per espellere tutti gli altri.

I giusti allo specchio, scrive Marco Bracconi su “la Repubblica” il 10 gennaio 2016. Il tic giustizialista è un automatismo consolidato del grillismo. A tal punto da far dire (e ribadire) all’enfant prodige Di Maio che della presunzione di innocenza – cardine dello stato di diritto – lui farebbe volentieri a meno. Eppure fare dell’onestà non una pre-condizione dell’agire politico ma un programma politico in quanto tale è pericoloso e fuorviante per il funzionamento della vita democratica. Intanto perché con l’alibi della corruzione si spaccia l’idea che la cosa pubblica possa essere gestita non grazie a competenze tecniche e culturali ma solo in virtù di una presunta attitudine morale. In secondo luogo perché rende inevitabile il corto circuito tra media, magistratura e politica che troppo spesso ha condizionato il rapporto tra poteri e opinione pubblica. Infine -­ e conseguentemente - perché crea un clima in cui il sospetto diventa certezza, l’avviso di garanzia una condanna, l’intercettazione un versetto evangelico. Per questo la reazione del Pd sul caso Quarto è miope e sbagliata. Perché volendo cogliere nel breve una (ghiotta) opportunità di propaganda ripropone e alimenta nel medio e lungo periodo uno schema che non può che nuocere alla nostra vita pubblica. Alzare in Campania gli stessi cartelli che i Cinque Stelle alzano nelle altre aule consiliari; costruire un tweet-bombing che riassume i medesimi toni e le stesse modalità degli hastag pentastellati; invocare immediate conseguenze politiche per una vicenda ancora tutta da chiarire sul piano giudiziario: tutto questo significa perpetuare il regime di ambiguità in cui da decenni è intrappolato nel nostro Paese il rapporto tra politica e giustizia. Invece davanti al caso Quarto appropriarsi del mantra l’onestà andrà di moda non era la sola scelta possibile. L’altra avrebbe potuto essere approfittare di quanto sta avvenendo in Campania per dire agli avversari grillini (e al Paese) che il tema della legalità andrebbe posto, nell’interesse di tutti, in modo più equilibrato e meno istintivo. Ma nessuno sfugge - sa sfuggire - al timing dell’istantaneità e del dinamismo pop. Perché la politica è stanca ed è inutile chiedergli di scegliere tra una scorciatoia e un discorso pubblico dai tempi più lunghi e complessi. E perché malgrado lo storytelling imperante in troppi hanno dimenticato la prima lezione delle favole: la via più breve non sempre è la migliore.

La morale a Cinque Stelle è un calcolo variabile, scrive Marco Demarco su “Il Corriere della Sera” l'8 gennaio 2016. L’imbarazzo è difficile da gestire, si sa. Specialmente in pubblico, specialmente in politica. Ed ecco, dai grillini alle prese con il caso Quarto, l’ultima clamorosa conferma. Dopo un lungo silenzio, quando sono venute fuori le intercettazioni dei camorristi che nel Comune flegreo si mobilitavano per far votare e portare alle urne anche le nonnine sulle sedie a rotelle, i pentastellati si sono finalmente decisi a dire qualcosa. Ma se già le prime risposte all’incalzante campagna di stampa e a quella particolarmente accusatoria del Pd erano apparse poco pertinenti, non parliamo poi delle successive, firmate dallo stesso Grillo e postate sul blog ufficiale. «Zitti voi, che avete eletto un condannato come Vincenzo De Luca», avevano infatti detto i vari Fico e Di Maio ai «democrat». D’accordo, è così che sono andate le cose, tanto è vero che alla Regione Campania è poi successo quello che è successo con la legge Severino, i ricorsi, le sospensioni e le sospensioni delle sospensioni. Ma cosa c’entra l’abuso d’ufficio del governatore con una sospetta collusione con la criminalità organizzata nell’unico comune della regione amministrato da una sindaca a cinque stelle? Il peggio però è venuto ieri, quando il leader massimo ha calato l’argomento a suo dire decisivo. I voti di Quarto — si è chiesto Grillo — sono stati determinanti? Risposta: «No è falso. Il M5S ha vinto con il 70.79 per cento pari a 9.744 voti contro i 4.020 degli avversari. L’ex consigliere De Robbio ha raccolto 840 preferenze». Premesso che De Robbio è stato successivamente espulso, e aggiunto che l’espulsione dal M5s è una pratica, come si sa, tutt’altro che eccezionale, sarebbe dunque questo l’alibi di ferro? Chi ha elevato il moralismo a religione politica riduce, oggi che gli conviene, il dato etico a mero calcolo aritmetico.

"Se i boss scelgono i 5 Stelle perché paga solo il sindaco?".Orellana: "Fico è andato in Procura per "spiegare le regole" Se lo avesse fatto il ministro Boschi l’avrebbero massacrata", scrive Alberto Di Majo su “Il Tempo” del 11 gennaio 2016. È stato il candidato del MoVimento 5 Stelle alla presidenza del Senato. Poi, nel corso della legislatura, è stato espulso dal «non partito». Per Luis Alberto Orellana quello che sta succedendo a Quarto è un film già visto. Ma stavolta i 5 Stelle rischiano di perdere la credibilità conquistata negli ultimi anni.

Senatore Orellana, il sindaco Capuozzo deve dimettersi?

«Valuterà lei, ovviamente. Dico soltanto che il sindaco è di tutti i cittadini e non del MoVimento 5 Stelle. La Capuozzo deve difendere un’intera comunità, peraltro in una realtà difficile. E poi quale sarebbe la sua colpa? Poteva denunciare le minacce ricevute dal consigliere che poi è stato cacciato dal MoVimento ma non è nemmeno indagata».

Dunque lei è garantista, a differenza dei suoi ex compagni di partito...

«Loro sono giustizialisti. Al sindaco di Roma Marino hanno chiesto le dimissioni per quattro scontrini. Ieri Roberto Fico (uno dei membri del direttorio del M5S, ndr) è stato sentito dai magistrati napoletani sull’inchiesta. Ha detto che gli ha spiegato le regole del MoVimento. Pensate cosa sarebbe successo se fosse stata chiamata dalla Procura che indaga sull’affaire banche la Boschi per illustrare il decreto del governo. Cosa avrebbero fatto i 5 Stelle?».

Cosa avrebbero fatto?

«Avrebbero chiesto almeno di mettere il ministro in carcere e di buttare la chiave. Mentre Fico è andato a spiegare le regole...».

Però la situazione a Quarto sembra compromessa.

«Un tema c’è: dalle intercettazioni sembra proprio che la camorra abbia scelto come referente il MoVimento 5 Stelle. Hanno cacciato il consigliere De Robbio che avrebbe avuto parecchi voti sospetti ma i presunti camorristi dicono "Portiamo a votare tutti il MoVimento 5 Stelle" e non "De Robbio". Cioè l’ombra del voto di scambio si estende su tutta la lista di Grillo e non solo su un consigliere. Dunque, semmai, dovrebbero dimettersi tutti i 5 Stelle e non soltanto il sindaco».

Il blog del comico genovese è stato chiaro: una nota del M5S chiede alla Capuozzo di lasciare. Se non lo fa, le toglieranno l’uso del simbolo? Cioè la cacceranno?

«Certo. Grillo è l’unico titolare del simbolo dei 5 Stelle. Lo dà e lo toglie quando vuole. Gli manderà una lettera dell’avvocato».

Il caso Quarto peserà sul MoVimento?

«Hanno perso la verginità. Loro si difendono col dire che se la Capuozzo dovesse essere convocata dalla commissione Antimafia, allora dovrebbe andarci anche una cinquantina di esponenti del Pd che si trovano in condizioni peggiori. È soltanto propaganda. Il MoVimento guida 15 città, il Pd ha migliaia di amministratori. Non voglio difendere i Democratici ma la sproporzione mi sembra evidente».

Qualcuno maliziosamente pensa che dietro la «resistenza» della Capuozzo ci sia il sindaco di Parma Pizzarotti, che già da tempo ha molti dissidi con Grillo e Casaleggio...

«Peraltro il "direttorio" è nato subito dopo che Pizzarotti propose di organizzare una serie di incontri tra gli amministratori del MoVimento. Invece il sindaco di Parma ha ragione: ci sono consiglieri che non sanno che differenza c’è tra la Giunta e il Consiglio, che non sanno scrivere una delibera. Eppure nel MoVimento sugli enti locali c’è il vuoto assoluto».

Perché non hanno mai creato una rete degli amministratori a 5 Stelle?

«Grillo e, credo, soprattutto Casaleggio hanno paura di perdere il controllo del MoVimento. Capiterà comunque».

Pensa che i 5 Stelle abbiano esagerato con il «moralismo» nei confronti degli altri partiti?

«Penso di sì. Invece dovrebbero ragionare su come gestire queste situazioni che in Italia sono putroppo molto frequenti. Dovrebbero evitare di arroccarsi nella loro presunta purezza e valutare su come fronteggiare le mafie che, chiaramente, cercano sempre di salire sul carro del vincitore».

Come pensa che andrà a finire la storia di Quarto?

«Spero che non massacreranno il sindaco come hanno fatto tante volte. A me hanno detto anche che ero un verme, che volevo tenere i soldi del mio incarico. Tutte falsità, che io combatto come posso, ma la loro forza mediatica è superiore. Finché saranno convinti, come lo è Casaleggio, che la politica è soltanto comunicazione, le persone saranno messe in secondo piano».

L'anomalia Casaleggio leader senza un voto.Si apre però un grosso problema nel M5S. Ormai Casaleggio esercita un potere assoluto sul nuovo partito, scrive Paolo Becchi Mercoledì 6/01/2016 su “Il Giornale”. Le trasformazioni all'interno del Movimento fondato da Grillo e Casaleggio sono sotto gli occhi di tutti. Grillo, dopo aver fatto togliere il suo nome dal logo, ha ormai altri pensieri (e tra questi, anche se ora non se ne parla, sicuramente lo spettacolino in programma per questo anno). A quanto pare ci siamo: Grillo è ormai assente, anche se ancora si sente la presenza della sua assenza. Si limita ormai a fare il presidente del nuovo partito che invia gli auguri di Natale, ben guardandosi dal riconoscere onestamente il fallimento del suo originario progetto rivoluzionario. Ormai è diventato, come lui stesso ammette, un ologramma in un paese di ologrammi. Più che un augurio di fine d'anno sembra uno spot pubblicitario per lo spettacolino in programma. Si apre però un grosso problema. Nonostante questi cambiamenti resta ancora Grillo, in ultima istanza, il garante delle regole? Il dato di fatto è che all'uscita di scena di Grillo non ha fatto seguito anche quella di Casaleggio, il quale a questo punto da solo esercita un potere assoluto sul nuovo partito, senza esserne il leader, anzi rivendicando di non esserne la guida, pur prendendo tutte le decisioni politiche. Da Weber in avanti è divenuto comune pensare che, nelle democrazie di massa, il leader carismatico funzioni come la reale forza che crea consenso e legittimazione. Il Movimento, volente o nolente, di fatto ne aveva uno: Grillo. E Grillo ci aveva insegnato «la nostalgia del mare vasto e infinito». Ora invece abbiamo una figura quasi invisibile sulla scena pubblica, che decide in segreto la linea politica della maggiore forza politica di opposizione. Insomma, si potrà dire tutto il male che si vuole di Berlusconi, Renzi e Salvini, ma sono leader che ci «mettono la faccia». Nel caso del Movimento, invece, abbiamo una forza politica pilotata da chi è in grado, utilizzando il blog che comunque porta ancora il nome di Grillo, di manipolare l'informazione e al contempo (come nel caso della Consulta) di controllare i parlamentari e, nell'ipotesi del futuro governo pentastellato, di controllare persino l'esecutivo. Una persona, Gianroberto Casaleggio, che non è stata mai eletta e votata da nessuno, controlla il maggior partito di opposizione, imponendo decisioni prese da lui con il ristretto gruppo del Direttorio, che funge da cinghia di trasmissione per controllare tutti gli altri parlamentari ridotti al ruolo di marionette, una persona che ormai utilizza la rete come mezzo per manipolare le coscienze e che domani potrebbe addirittura controllare dall'esterno l'intero governo. Stiamo andando verso una nuova forma di democrazia, non quella diretta, bensì quella eterodiretta. Forse per l'oligarchia finanziaria dominante è ancora meglio della democrazia di facciata di Renzi. Del resto non è un caso che sin dall'inizio la diplomazia americana e le grandi banche d'affari abbiano avuto un occhio di riguardo per il Movimento. Forse un partito ibrido, ma dichiaratamente filoatlantico e che ormai ha archiviato Grillo come un fenomeno da baraccone, è ancora meglio del partito personale di Renzi.

Vi racconto la dittatura a 5 stelle di Casaleggio. Parla Orellana (ex M5s) con Michele Pierri. Conversazione di Formiche.net del 2 gennaio 2016 con Luis Alberto Orellana, senatore, ex grillino, oggi nel gruppo Per le Autonomie. Le ultime epurazioni nel Movimento 5 Stelle, i ruoli di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, le fibrillazioni in vista delle prossime elezioni e la lotta per la leadership tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Sono alcuni degli aspetti analizzati in una conversazione di Formiche.net con Luis Alberto Orellana, senatore, ex grillino, oggi nel gruppo Per le Autonomie.

Senatore, che succede al M5s? Come mai ci sono tribolazioni mentre i sondaggi continuano a dare il partito in crescita?

«​Innanzitutto va detto che i sondaggi vanno presi con le pinze. Sicuramente il movimento tiene, ma se è cresciuto davvero lo vedremo nelle urne. Molte delle fibrillazioni di questi giorni sono anche frutto di una valutazione: checché se ne dica, non si arriverà a scadenza naturale del mandato. Dopo il referendum sulle riforme costituzionali, è prevedibile che si vada al voto, probabilmente nel 2017. Quindi meglio epurare prima i parlamentari poco graditi. Per quelli in cerca di riconferma è stata un’occasione per dimostrarsi fedeli e allineati alle scelte del capo».

Da cosa dipendono, invece, le tensioni a livello locale, come nel caso di Gela?

«In alcuni posti è risultato chiaro che mentre a livello nazionale alcune carenze riescono per il momento ad essere mascherate non essendo chiamati a governare, negli enti locali è più evidente che la selezione della classe dirigente non ha funzionato. È difficile mettere mano ai problemi, anche se non è il caso del sindaco di Gela. Mentre le espulsioni e il modo in cui vengono attuate non sono altro che una parte di una strategia di comunicazione del M5s che purtroppo abbiamo imparato a conoscere bene nel tempo. Di fronte a delle divergenze, legittime in politica, si tende a rappresentare un mondo diviso in buoni e cattivi, bianco o nero. Naturalmente dalla parte della ragione c’è sempre e solo chi la pensa come i vertici del movimento, dall’altro tutti gli altri, epurati compresi. Invece la storia è ben diversa e più complessa di come viene raccontata».

Quali sono i veri motivi delle ultime epurazioni, come quella di Serenella Fucksia, ma anche del sindaco di Gela?

«​Nel M5s si assiste sin dalla sua nascita a una vera e propria dittatura politica. Il sindaco di Gela ha provato a lavorare autonomamente per il bene dell’intera comunità, saltando gli steccati ideologici e di parte, come dovrebbe fare ogni amministratore locale. Evidentemente questo è bastato a farlo fuori. Ma anche il caso della Fucksia è esemplare. Nel suo caso si è trattato di differenti opinioni politiche. Ad esempio, sul voto al Jobs act si era astenuta, invece di votar contro. Non conosco le ragioni della sua scelta, ma evidentemente non condivideva la posizione del suo partito su quello specifico argomento. In quel momento il M5s, invece di aprire una discussione sul tema, come sarebbe stato giusto e normale in politica, è stata inserita nella lista nera. Poi al momento giusto è stata accompagnata alla porta, con la scusa della rendicontazione effettuata in ritardo. Una motivazione francamente ridicola».

Perché non la convince?

«Nel regolamento dei Cinque stelle non c’è nessun obbligo di rendicontazione a intervalli regolari. Paradossalmente, un parlamentare potrebbe rendicontare una sola volta al termine del suo mandato. Detto ciò, la Fucksia ha effettuato in ritardo solo una rendicontazione, adducendo fra l’altro motivi di salute. Ho fatto questo esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri. La verità è che nel M5s si vogliono soldatini, non teste autonome e pensanti».

Perché nel caso di Gela non c’è stata una consultazione on line ma solo un comunicato del M5s regionale?

«​Nel M5s le regole ci sono e non ci sono, si inventano o si usano a piacimento. La stessa Fucksia non è stata espulsa a termini di regolamento. Avrebbe dovuto essere prima decisa dall’assemblea dei parlamentari del partito e poi semplicemente ratificata dalla Rete. Senza contare che, questo modo di giudicare le persone in modo sommario, di denigrarle sul piano personale evitando il confronto politico, non fa altro che far leva sugli istinti più bassi e scatenare reazioni inquisitorie che spesso sfociano in insulti, quando non proprio in minacce, come è accaduto anche al sottoscritto».

Walter Rizzetto ha detto che ormai è Gianroberto Casaleggio a dominare mentre Beppe Grillo ormai conta poco. Lei cosa pensa a riguardo?

«​Tutte le decisioni vengono prese dai Casaleggio, padre e figlio. Sono loro a gestire il blog di Grillo, che è un organo di partito a tutti gli effetti, ma sfugge ad ogni controllo interno ed esterno. Innanzitutto non si sa chi scrive, perché la maggior parte degli articoli non sono nemmeno firmati. E poi è agghiacciante che un partito sia gestito da una srl, è una cosa fuori da ogni logica democratica. Non è un caso che il M5s si opponga a qualsiasi riforma della costituzione per forme di controllo democratico e più stringenti nei partiti. Io stesso mi sono fatto promotore in Parlamento di una proposta di questo tipo. Grillo, sin dall’inizio, è stato il megafono del movimento, forse non ha mai deciso nulla. Ora però sta venendo meno anche a questo ruolo, si sta estraniando a poco a poco».

Come mai?

«Credo si sia stancato e, come ha detto lui stesso più volte, voglia tornare a fare più l’artista».

Sarà Luigi Di Maio il candidato premier​ del M5s alle prossime elezioni?

«​In questo momento sì. Il suo teorico avversario interno, Alessandro Di Battista, sembra non essere in grado di giocarsela. Non ha la stessa capacità mediatica, a mio parere. E poi Di Maio è stato bravo a ritagliarsi un ruolo più pacato e istituzionale, mentre Di Battista è rimasto ancorato al personaggio dell’attivista».

Come si concilia l’atteggiamento intransigente e anti sistema del M5s con la votazione insieme a Pd e Area Popolare per le nomine della Consulta?

«Rappresenta di sicuro ​un cambiamento, anche se momentaneo e calcolato. Penso che abbiano deciso di farlo perché si sono resi conto che il danno di reputazione che stava subendo il Parlamento per quello stallo iniziava a intaccare anche loro, a causa del loro ostruzionismo. Hanno portato alla situazione al limite estremo, per poi raccogliere quello che potevano con un nome a loro gradito, nella più classica logica della politica. Vogliono comunque non fare accordi seri, perché in vista delle prossime elezioni, che credono di poter vincere, vogliono sentirsi liberi di criticare tutti senza che qualcuno possa dire loro che quando hanno governato non hanno fatto nulla. Nel caso della Consulta si può dire che nel complesso la partita l’abbiano giocata bene, a differenza di quanto è accaduto con la mozione di sfiducia al ministro Boschi».

Perché quella mozione non l’ha convinta?

«Si trattava di un testo scritto male, senza fondamento, portato poi alla Camera, dove i numeri della maggioranza sono senz’altro più ampi che al Senato. L’operazione aveva solo fini propagandistici. È servita a occupare un po’ di spazio in TV e a marcare subito una distanza dagli altri partiti dopo il voto sulla Consulta».

Ha letto l’ultimo libro di Casaleggio? Fabrizio Rondolino ci ha visto un delirio ideologico.

«​Non ho letto il libro, ma ricordo bene il filmato che diffuse tempo fa, Gaia. Non mi stupiscono le frasi di Rondolino, Casaleggio ha sempre farneticato di una democrazia diretta basata sulla Rete. Per lui pare essere un dettaglio se la gente sia informata o meno di ciò che accade, basta che voti con un clic o che creda di farlo. Ma questo sistema porterebbe con sé un rischio fortissimo di derive autoritarie. La nostra, come ogni democrazia occidentale, è fondata sui partiti ed è bene che rimanga così. Le uniche nazioni a non averne sono, non a caso, i regimi totalitari, che al massimo ne hanno uno solo».

Una testata come il Financial Times ha scritto nei giorni scorsi che il M5s è cresciuto molto, anche nell’esperienza. Crede che sarebbe in grado di governare l’Italia?

«Non li ritengo assolutamente capaci di governare da soli un Paese complesso come il nostro. E non sono il solo, malgrado l’endorsement, probabilmente interessato, del Financial Times. Se già a livello locale non riescono a farlo, figuriamoci cosa potrebbe accadere sul piano nazionale. La verità è che il M5s non ha una ancora una classe dirigente degna di questo nome. I suoi parlamentari sono a stento capaci di fare buona opposizione. Non si potranno certo improvvisare ministri e sottosegretari. Sicuramente hanno compreso alcune dinamiche e hanno scelto buoni collaboratori. Ma da qui a poter governare una nazione come la nostra li separa un abisso».

Perché dico addio al Movimento 5 Stelle. Parla Paolo Becchi con Giovanni Bucchi su. “Formiche” del 5 gennaio 2016. L'affondo dell'ex ideologo dei grillini: "Il Movimento si sta trasformando in un partito ibrido e ha stretto con il Pd un nuovo patto dopo quello del Nazareno facendo da stampella al governo Renzi". Ecco la conversazione di Formiche.net con il docente universitario di Filosofia del diritto. A Roma si profila un nuovo accordo in stile Patto del Nazareno, questa volta tra Pd renziano e Movimento 5 Stelle. Scaricato Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia alla deriva, il premier Matteo Renzi ha capito che sui singoli temi può trovare una sponda favorevole nei tanto avversati grillini. A differenza del precedente, il nuovo patto non viene annunciato, anzi è ripetutamente negato a gran voce e protetto dalle contrapposizioni di facciata. Si potrebbe sintetizzare così l’analisi sulla situazione del Movimento 5 Stelle fatta da Paolo Becchi in questa conversazione con Formiche.net, nella quale il professore annuncia l’addio ufficiale al Movimento con tanto di cancellazione dell’iscrizione lo scorso 31 dicembre. Un intervento che rientra nell’approfondimento avviato con l’intervista al senatore ex 5 Stelle Luis Alberto Orellana. Docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, descritto in passato come l’ideologo dei 5 Stelle prima che avanzasse alcune critiche e che Beppe Grillo ne prendesse le distanze sul blog, Becchi ora parla della delusione per la piega presa dal Movimento, anticipando alcuni contenuti di un suo intervento in uscita a febbraio su Mondo Operaio dopo quello di qualche mese fa.

Professor Becchi, lei qualche mese fa ha dichiarato che il Movimento 5 Stelle si sta trasformando in un partito vero e proprio, sul modello del vecchio Pci. Ne è ancora convinto?

«Quel processo è progredito, al di là della battuta fatta. Oggi preciserei che il Movimento si sta trasformando in un partito ibrido, nel quale si cerca di fare convivere diversi aspetti. Prendiamo le elezioni amministrative: dove si può vincere ma si ha paura di farlo e magari non lo si vuole proprio, come a Roma, si sceglie di seguire l’intero e impegnativo percorso democratico per la selezione delle candidature con non so quanti passaggi in rete, facendo mostra di questo dispiegamento di energie per la democrazia diretta. Dove invece si vuole lottare per vincere davvero, il candidato e la lista vengono blindati e imposti dall’alto come accaduto con Massimo Bugani a Bologna. Questo è il partito ibrido che da un lato acchiappa chi ancora crede negli ideali di rottura del vecchio Movimento e dall’altro si avvicina alla logica partitica».

L’elezione dei giudici della Corte costituzionale rientra in questa logica?

«Certamente. Lì si è capito come il Patto del Nazareno tra Pd e Fi sia finito del tutto e ne sia nato un altro tra Pd e M5S, tenuto segretissimo tanto che chi ne parla viene ricoperto di insulti in rete, ma questa è la sostanza. Basta andarsi a leggere cosa ha scritto il blog di Grillo nel giro di due settimane: prima si critica il costituzionalista del Pd Augusto Barbera ricordando alcuni scandali concorsuali nei quali è spuntato il suo nome, poi si sposta l’attenzione sull’avversione al berlusconiano Francesco Paolo Sisto e infine si dice di aspettare le proposte di Renzi avanzando la candidatura di Franco Modugno e votando Barbera in accordo con Renzi. Tutto ciò per il sistema dei partiti è perfettamente normale, rientra nella loro logica, ma non per un Movimento che si dichiarava anti-sistema. Perché i parlamentari 5 Stelle non hanno tenuto la linea di opposizione sulle votazioni dei giudici della Consulta? Dopo 30 fumate nere sarebbe dovuto intervenire il Presidente della Repubblica, si sarebbe creato un caos istituzionale, invece loro hanno tolto le castagne dal fuoco a Renzi. Da mesi si discute su questa elezione, e Gianroberto Casaleggio va invece a dire al Corriere della Sera che non c’era tempo per coinvolgere la rete. Ma vogliamo scherzare?»

Quali altri passi prevede?

«Il prossimo sarà quello sulle unioni civili. Sulla votazione del ddl Cirinnà ci sarà l’accordo tra Renzi e l’M5S, il quale finisce così a fare nuovamente da stampella al governo, quando invece sarebbe andato incontro a grosse difficoltà. Poi la legge sullo ius soli, anche qui sconfessando Grillo. E magari per finire anche l’eutanasia. Non rendendosi conto che in questo modo si fa soltanto il gioco di Renzi».

Grillo non ha più il controllo?

«E’ stato sconfessato dal vicepresidente della Camera addirittura sul Financial Times, al quale Luigi Di Maio ha detto che loro non sono favorevoli all’uscita dell’Italia dalla Nato come invece ha sostenuto Grillo. Agli inizi del Movimento se qualcuno si fosse azzardato a dire una cosa del genere, peraltro su un giornale così importante, sarebbe stato radiato, ora invece l’intervista viene ripresa dal blog di Grillo».

E invece adesso comanda Casaleggio?

«Guardi, il mio nuovo intervento per Mondo Operaio l’ho proprio titolato “Dal Movimento liquido di Grillo al partito ibrido di Casaleggio”. Si apre però il problema del garante; Grillo ha detto che è “un po’ stanchino”, ma che sarebbe rimasto il garante delle regole. Peccato però che qui non venga rispettata nessuna regola, come sull’espulsione della senatrice Serenella Fucksia: indubbiamente c’erano motivazioni valide e l’obiettivo sarebbe stato raggiunto ugualmente, ma non c’è stata nessuna assemblea dei parlamentari con voto poi ratificato dalla rete. Ormai regna l’arbitrio, al posto del rispetto delle regole. Si critica chi non rispetta le regole e ci si comporta allo stesso modo».

E dietro l’angolo ci sono le comunali, per le quali però i sondaggi danno l’M5S in forte crescita.

«Sono convinto che alle amministrative il Movimento avrà un risultato favorevole, ma ritengo che ai vertici queste elezioni interessino poco. Ciò che conta per loro è andare al governo, ma non si sa bene per fare cosa, tranne le politiche anti-casta. Il M5S aveva una visione il nuovo partito deve ancora costruirsela».

Sono state abbandonate alcune battaglie politiche? Ad esempio quella sull’euro?

«Grillo aveva promesso agli italiani che entro il dicembre 2015 o al massimo nel gennaio 2016 ci sarebbe stato il referendum sull’euro. Ora più nessuno ne parla, salvo per i banchetti fatti in estate quando il tema appassionava di più e c’era da soffiare qualche voto alla Lega. Ma cosa pensa il Movimento sull’euro? Perché non si porta avanti con convinzione in Parlamento la legge di iniziativa popolare per il referendum? E sulla politica estera, in particolare sul tema della Nato, qual è la posizione? Grillo o Di Maio? Perché non si lancia una forte campagna di opposizione alla riforma costituzionale in vista del referendum sul quale Renzi punta tutto quest’anno? Si pensa troppo a fare opposizione di facciata, come nel caso della mozione di sfiducia alla Boschi su Banca Etruria. Insomma, il Movimento sta diventando opportunistico, nel senso che cerca di guadagnare qualcosa in ogni situazione. E per la verità al momento ci riesce benissimo. La democrazia diretta è stata da tempo accantonata e sostituita dalla democrazia eterodiretta da Casaleggio».

Becchi, è deluso?

«Sì, tanto che il 31 dicembre ho cancellato la mia iscrizione al Movimento al quale avevo aderito con grande convinzione e entusiamo; l’ho fatto perché non corrisponde più a quella speranza dell’inizio. Non sono nella testa di Beppe, e non so se questo suo progressivo farsi da parte sia sintomatico di un po’ di delusione anche da parte sua, ma è sempre più politicamente assente. Ha fatto un discorso di fine anno che era uno spot pubblicitario al suo spettacolo, un intervento teatrale nel quale dice che tutti siamo ologrammi ma, ahimé, è diventato un ologramma pure lui. Forse era inevitabile che il Movimento si istituzionalizzasse, ma il sogno è finito».

Fatti, tesi e bufale...Tutte le ultime panzane a 5 stelle del blog di Beppe Grillo, scrive Simona Sotgiu il4 gennaio 2016 su "Formiche". Lo smog che uccide 68mila vittime in più all’anno, l’endorsement del Financial Times che definirebbe il Movimento 5 stelle “maturo per il governo”, le espulsioni e le parole di Gianroberto Casaleggio al Corriere della Sera hanno riportato i pentastellati sulle prime pagine dei giornali. Sul sito dei 5 stelle negli ultimi giorni sono apparsi alcuni articoli che si sono rivelati incompleti (nessuno studio individua lo smog come unica causa della crescita dei decessi in Italia) o falsi (il Financial Times non ha scritto che il Movimento 5 stelle è maturo per il governo, ma che vuole essere preso sul serio). “L’incremento delle morti c’è stato eccome. Ma di qui a imputare la causa solo all’inquinamento ce ne vuole”. A parlare è Gian Carlo Blangiardo, demografo, citato sul blog di Beppe Grillo a sostegno di un post in cui si legava l’aumento dei decessi in Italia allo smog. “Ci sono invece un mix di motivi – ha spiegato il docente dell’Università di Milano Bicocca – tutti fondanti. Primo, l’invecchiamento della popolazione”. Lo smog, dunque, è sì tra le possibili cause dell’aumento dei decessi, ma non certamente l’unica. Tra le cause individuate da Blangiardo e pubblicate nello studio di Neodemos ci sono l’invecchiamento della popolazione, il crollo delle vaccinazioni e, ha spiegato Blangiardo al Mattino, “a questo aggiungiamo la forte crisi del sistema sanitario: a furia di tagliare, risparmiare e spostare si è finito col costringere i pazienti a pagare di tasca propria gli esami in strutture private”. Una traduzione italo-grillesca, ha svelato l’economista Giampaolo Galli sul suo blog, quella comparsa sul blog di Grillo relativa all’articolo del Financial Times dedicato ai pentastellati, in cui il Movimento sarebbe stato definito “Maturo”, “Un partito dal passato eccentrico” che “si reinventa come seria alternativa a Renzi”. Ma la traduzione, sottolinea il deputato Galli, già in Bankitalia e alla direzione generale di Confindustria, non è troppo fedele. Sul FT, infatti, si legge: “Protest group has come a long way since its eccentric start and is now the country’s second party”. Il FT, spiega Galli, non definisce il M5s né maturo né serio, ma prende atto del percorso politico che l’ha portato dall’essere un partito eccentrico alla seconda forza politica in Italia. Nella traduzione del FT si dimentica, poi, l’aggettivo “populista” usato da giornalista James Politi proprio nelle prime righe dell’articolo, di cui Di Maio sostiene che il movimento sia l’antidoto e non la tossina. Ma è vero che il movimento di Grillo e Casaleggio aspira a governare l’Italia e così anche le principali città, come Milano e Roma. “Roma è una tappa obbligata prima del governo  ha dichiarato Casaleggio al Corriere della Sera  Un banco di prova. Se avessimo paura di governare Roma non potremmo neppure pensare di voler governare il Paese”. Ma secondo il senatore ex grillino Luis Alberto Orellana sentito da Formiche.net La verità è che il M5s non ha una ancora una classe dirigente degna di questo nome. I suoi parlamentari sono a stento capaci di fare buona opposizione. Non si potranno certo improvvisare ministri e sottosegretari. Sicuramente hanno compreso alcune dinamiche e hanno scelto buoni collaboratori. Ma da qui a poter governare una nazione come la nostra li separa un abisso”. Il blog di Beppe Grillo ha ospitato, nel corso del tempo, numerose “notizie” considerate bufale, soprattutto relative a temi scientifici. Un articolo del 2014 di Wired ne ricorda le più rilevanti: scie chimiche, campagne contro la vivisezione che hanno rischiato di bloccare la ricerca in Italia, sostegno al metodo Stamina di Davide Vannoni, campagne anti vaccini considerati causa dell’autismo (il calo dei vaccini, peraltro, sostiene lo studio di Blangiardo, è proprio una delle cause dell’aumento dei decessi in Italia nell’ultimo anno). Le bufale a 5 stelle sembrano avere tutte un punto in comune: la critica e messa in discussione del sapere riconosciuto dalla comunità scientifica che, per quanto criticabile, viene in alcuni casi messo da parte a favore di un sapere ancora in costruzione, che per gli esperti è privo di fondamento e metodo.

C'è l'Italia a 5 stelle. Casaleggio vuole processi infiniti per tutti. Casaleggio: le prime tre cose che faremo al governo. «Via prescrizione» Grillo: «Come? Ho 40 processi aperti». Botta e risposta (a distanza) tra il guru e il comico. Tra i primi punti: “Per la pubblica amministrazione sceglieremo sulla base della fedina penale", scriveMarta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 18 ottobre 2015. Inizia con Casaleggio che fa un giro per gli stand della piazza grillina di Imola. Pochissime parole, circondato da un servizio d’ordine severissimo, il guru del Movimento ha aggiunto qualche elemento in più rispetto a quanto detto dal palco di sabato sera, quando ha spiegato che la squadra di governo dei 5 stelle sarà scelta dagli iscritti. «Tra i primi punti del nostro programma (che sarà anch’esso votato dalla base come annunciato sabato sera, ndr), c’è eliminare la corruzione con gli onesti». Un refrain del Movimento dunque. Ma poi Casaleggio, dopo aver dribblato le domande sull’abolizione del nome di Grillo dal logo, va oltre con un annuncio più sostanzioso «Metteremo mano alla giustizia abolendo la prescrizione», dice a voce bassissima. Una notizia che però non piace troppo a Grillo. Ai microfoni di CorriereTv, il comico (anzi, l’Elevato come ha chiesto di essere chiamato ieri) sbotta: «Come abolire la prescrizione? Io c’ho 40 processi». Poi scherza e, a un cronista che gli chiede delle unioni civili, dice: «1,2,3 al mio tre ti dimenticherai le domanda». Il tutto mentre una signora tenta di baciarlo e la sicurezza la respinge in malo modo. È ancora Casaleggio a dare le risposte più politiche, ossia «mettere persone oneste nelle amministrazioni». E Il primo criterio sarà «la fedina penale», i sospettabili non sarà possibile sceglierli. A scegliere persone e proposte, ancora una volta saranno gli attivisti, attraverso la piattaforma «che è in grado di accogliere i contenuti, che possono essere tanti e diversi». Il problema sarà piuttosto fare una sintesi, è l’ammissione del guru che annuncia anche dei miglioramenti sulla piattaforma. Sui tempi Casaleggio non si sbottona. Ma assicura che lo stesso sistema sarà applicato anche per scegliere i candidati sindaco. Insomma, si preannuncia vivace la seconda e ultima giornata della kermesse grillina. E c’è anche una piccola contestazione, «chiedetegli ai grillini quanto hanno pagato per l’affitto dell’autodromo!», dice un ragazzo in rollerblade e poi scappa via. Mentre la piazza aspetta il gran finale di stasera con Alessandro Di Battista. All’ora di pranzo, Grillo torna sul palco e grida: «Non siamo un movimento siamo una finanziaria della Madonna». E poi ripete: «Siamo l’arca di Noè, siamo la salvezza. E pensate quando la moglie di Noè gli diceva che cazzo stai facendo?», scherza. Poi cita Bob Kennedy (il Pil non è indicatore di benessere). Ma anche Willy il Coyote (“che corre anche quando non c’ha il terreno sotto i piedi”) ma anche le amebe osservate da uno studioso giapponese che ad un certo punto hanno iniziato a muoversi («Sono come me e Casaleggio»). E il filo rosso della kermesse di Imola rimane l’utopia: «Non abbiamo bisogno di leader e di guru. E nemmeno di Elevati. Abbiamo bisogno di un paese in cui i nostri figli vogliano rimanere».

 M5S, Casaleggio: "Se andiamo al governo eliminiamo la prescrizione", scrive “Libero Quotidiano”. "La prima cosa da fare è eliminare la corruzione con l'onestà, mettere mano alla giustizia ed eliminare la prescrizione". Lo ha detto Gianroberto Casaleggio rispondendo dalla festa dei 5 Stelle a Imola ai giornalisti che gli chiedevano le prime tre cose da fare se il Movimento 5 Stelle andasse al governo. Poi, ha proseguito Casaleggio, "bisogna mettere persone oneste nelle amministrazioni scelte in base alla fedina penale. I sospettabili - ha sottolineato - non sarà possibile sceglierli". "Casaleggio? Pura follia" - "La proposta di Casaleggio è pura follia. Con la lentezza dei processi in Italia e con l'uso politico che si fa della giustizia nel nostro Paese, eliminare la prescrizione vorrebbe dire tenere ogni singolo cittadino in ostaggio per tutta la vita", è il commento di Elvira Savino, deputata di Forza Italia. "Le parole dello stratega della comunicazione di Grillo - aggiunge Savino - dimostrano tutta la pericolosità del Movimento 5 stelle, profondamente illiberale e fondato sul giustizialismo. Il grillismo è un riadattamento ai tempi moderni di quel dipietrismo che è già fallito e che tanti danni ha prodotto al nostro Paese". «I grillini confermano la loro imbarazzante inclinazione al becero giustizialismo» aggiunge la collega di partito Gabriella Giammanco.

Il fatto che qualcuno additi qualcun altro di essere ladro è storia vecchia.

GLI ONESTI DI SINISTRA. CENTRI SOCIALI ED ILLEGALITA’.

Viaggio nei centri sociali occupati, tra droghe, alcol e stanze del sesso.Una serata al Ri-Make di Milano, durante una festa omosessuale con un unico motto: “Sesso e droghe libere”, scrive Giuseppe De Lorenzo martedì 22/12/2015 su “Il Giornale”. "Questa è una festa in cui la normalità resta fuori dalla porta”. Sesso, droghe, musica, alcol, scambi di coppia. I “centri sociali” italiani non sono solo quelli che manifestano in piazza, gli antagonismi vari, noTav e noExpo. C’è dell’altro, ovvero le attività notturne organizzate durante l’anno. Feste, discoteche, party di autofinanziamento: tutto in maniera più o meno illegale, realizzato senza autorizzazioni di sorta in locali spesso occupati. Sabato era in programma a Milano un “Queer party”. Non una serata come tutte le altre, ma un momento - si legge nell’invito che mi ha incuriosito - in cui “provare a mettere in discussione la monogamia, le dinamiche di coppia e la sessualità a due”. Orge, insomma. Ma non solo. Il “Ri-Make”, luogo della festa, è un enorme stabile un tempo sede della Banca Nazionale del Lavoro ed ora trasformato in un centro sociale “occupato, autogestito e antiproibizionista". Nessun divieto comportamentale. Il collettivo femminista e Lgbt “Le Luccione” che ha organizzato il raduno parla di un “QuEeR Party con 'Marx, Engels, Lenin & Beyoncè'", personaggi che campeggiano sulla locandina chi con la barba rosa e chi con le sopracciglia colorate. E’ una serata omosessuale da cui non sono esclusi gli etero. L'importante è "liberare la sessualità e sperimentare i propri desideri". Per entrare viene chiesta un’offerta libera, prezzo che comprende anche la libertà di usufruire di preservativi e lubrificanti distribuiti gratuitamente. Come debba finire la serata è chiaro sin da subito. Il foglio informativo sul "Bon ton" da tenere non lascia spazio ad immaginazioni: "Divertiti, balla e, per una sera, libera i tuoi orgasmi". All’interno trovo anche un bar completo di tutto, tranne che del registratore di cassa. Ma questi son luoghi in cui non ci si formalizza, in cui la vendita di bevande diventa autofinanziamento e atto rivoluzionario. Mentre provo a bere la mia birra da 2,50 euro si avvicina un ragazzo, di 20 anni o poco più. Parrucca in testa, piumato foulard rosso al collo, tacchi a spillo, calzamaglia nera e minigonna. “Non stare da solo, vieni a ballare con me”. Declino l’offerta, ma sono costretto a fingere di apprezzare la musica e le movenze del ragazzo per non essere scoperto. Tra i ballerini noto anche qualche uomo di mezza età. Uno di loro veste una pelliccia molto appariscente. La cosa più interessante, però, è nell’angolo della sala da ballo. Una tenda trasparente “nasconde” la “stanza del sesso”, da utilizzare “come vuoi, con chi vuoi”. Prima di entrare bisogna leggere il cartello informativo: “Non esiste alcun divieto - c'è scritto - e il sesso non si può fermare. Stai solo attento alle malattie. Dentro trovi preservativi e guanti in lattice. Usali”. Non ci sono turni. Ognuno entra quando vuole e con chi vuole. Non ci si formalizza nemmeno sul numero di persone che possono consumare il rapporto. Entro nella stanza, è tutta buia ma prima di me sono entrate tre persone. Ho visto abbastanza. Prima di lasciare la festa (che a seguire prevede gnoccata notturna e sex games), intravedo “l’angolo trucco e parrucco”. Qui chi lo desidera può mettersi cipria e ombretto, e la maggioranza di chi si sottopone al make up è di sesso maschile. Evito di varcare la soglia, per non rischiare di entrare uomo ed uscire donna. Questa è la Milano notturna nei centri sociali occupati. Che qualcuno si ostina a considerare esempi positivi di socialità.

E’ vergognoso che in Italia, nel 2015 e nonostante un’infinità di leggi e leggine, vengano ancora tollerati i Centri Sociali, ricettacolo di gente senza arte né parte, luoghi di illegalità legalizzata dove molto spesso si formano i criminali di domani, scrive “Italia Insieme” il 19 maggio 2015. Nella maggior parte dei casi, poi, chi fa parte ed è membro attivo di queste strutture le occupa abusivamente (strutture per lo più di proprietà dei comuni, magari momentaneamente in disuso) ed esaltano pubblicamene il loro reato come fosse un “diritto”. In pratica: è come se qualcuno rubasse e utilizzasse a piacimento la vostra auto poiché voi la usate poco o non la usate affatto. Però qualcosa non torna: perché per un furto d’auto la magistratura e le istituzioni intervengono all’istante (giustamente!) mentre per le occupazioni abusive (di strutture statali per altro!) fanno orecchie da mercante o, peggio ancora, chiudono un occhio e fingono di non vedere? Urgono immediatamente provvedimenti seri e concreti: i Centri Sociali devono essere sgomberati e chiusi, e devono essere puniti severamente tutti coloro i quali continuano e perseverano in questa dubbia ‘attività’. E’ impensabile tollerare che ci sia gente che per anni utilizza gratuitamente edifici altrui (leggi: furto continuato e aggravato) senza che lo Stato muova un dito. Tollerare un simile atteggiamento vuol dire, di fatto, dare il placet a questi individui nel perseguire indisturbati le proprie attività e rendersi complici.

Okkupazioni e scontri, illegalità antagonista, scrive Francesca Musacchio su “Il Tempo” del 9 novembre 2014. Occupazioni abusive di immobili e spazi pubblici, manifestazioni, proteste, blitz, scontri con le forze dell’ordine durante i cortei, muri della città imbrattati dalle scritte e caos. È il mondo degli antagonisti della Capitale che vivono in una sorta di mondo parallelo dove la contestazione al governo, di qualunque colore politico, è il dogma. A Roma l’universo antagonista gestisce un centinaio di occupazioni abusive di immobili, tra pubblico e privato. Tra queste ci sono anche le sedi storiche di alcuni centri sociali che tengono in ostaggio alcuni edifici ormai da decenni. Nel quartiere San Lorenzo, infatti, esistono numerosi luoghi dove hanno sede diversi collettivi della sinistra estremista. Una situazione di stallo e disagio sociale, dunque, che va avanti da anni e che sembra essere destinata a non terminare, almeno non nell’immediato. Della galassia antagonista fanno parte, però, non solo i centri sociali, ma anche i Movimenti per la casa, i collettivi studenteschi, gli anarchici, le associazioni antirazziste e i sindacati di base. Queste realtà, nel corso degli ultimi anni, a Roma si sono rese protagoniste degli scontri più duri con le forze dell’ordine durante manifestazioni di piazza. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è quello del 12 aprile scorso quando, durante la manifestazione organizzata dai Movimenti per il diritto all’abitare, è stata violentata e vandalizzata via Veneto, una delle strade della Capitale più note al mondo. Al termine di quella giornata il bilancio è stato di 22 feriti e 6 fermati. Inoltre, un peruviano di 45 anni ha perso la mano destra a causa dell’esplosione di un petardo. Tra i partecipanti, mascherati con cerate di colore blu e il volto coperto da maschere antigas, c'era anche Andrea Coltelli, un 20enne di Viareggio, ripreso dalle telecamere mentre ha tra le mani una bottiglia spezzata. Nei mesi precedenti, però, gli antagonisti hanno messo ancora a ferro e fuoco il centro della Capitale, il 19 e 31 ottobre 2013, con altri feriti, fermati e danni alla città. Il fine di queste frange estreme, quindi, è sempre la contestazione ovunque e comunque, schierandosi di volta in volta con i vari fronti di lotta, che vanno dai No Tav ai No Muos o all’opposizione cruenta alle politiche sociali del governo.

Mappa Occupazioni di Centri sociali a Milano: Segnalazione a Milano, scrive Milano Today.

NESSUNO TOCCHI MILANO? MA MILANO LA TOCCANO GIÀ! Ipocrisia a 180 gradi sui fatti del 1 maggio. Indignazione a buon mercato da parte di chi tollera da anni il sistema di illegalità costituita dei Centri Sociali.

CENTRI SOCIALI: UN SISTEMA DI ILLEGALITA' PROTETTA E TOLLERATA. A Milano sono circa 25 (stima per difetto) i cosiddetti "centri sociali occupati", che vivono sulla pratica e l'esaltazione di ogni genere di reato. E non stiamo parlando solo delle occupazioni abusive (che comunque sono il principale emblema della arroganza e prepotenza di queste persone), ma anche di molte altri reati connessi; dagli imbrattamenti di muri, alla sistematica affissione abusiva di manifesti, al disturbo alla quiete pubblica, alla resistenza alla forza pubblica, ai picchetti "antisfratto" , alle scorribande nelle scuole e nelle università, alla creazione di esercizi commerciali abusivi e privi di norme igieniche e di sicurezza, all' evasione fiscale (totale). E a ciò si aggiunga l'arroganza di chi, non contento di calpestare ogni legge e regola e rivendicare per sé la libertà assoluta (la chiamano "autogestione"), ha la pretesa di voler tappare la bocca a quelli che non la pensano come loro (chiamati "fascisti", "razzisti", "omofobi", "clericali" o come vogliano loro.

VANDALISMI NON OCCASIONALI, MA SISTEMATICI. Anche se non sempre succedono cose della gravità di venerdì scorso, tuttavia ogni anno, il MayDay organizzato dalla galassia antagonista provoca danni e vandalismi. Se non altro causa l'imbrattamento sistematico di tutti i muri e talvolta anche vetrine lungo il percorso della manifestazione. Questi imbrattatori di professione vengono lasciati fare impunemente dagli altri partecipanti al corteo (quelli cosiddetti "bravi").

NON SI PUO' CONCEDERE LA PIAZZA AI DELINQUENTI E DITTATORI. La libertà di manifestare è un diritto sacrosanto, ma non ha nulla a che vedere con l'apologia di reato e l'istigazione a delinquere. Non si può concedere la piazza a chi professa ed esalta la delinquenza, a chi vive sulla rivendicazione del "diritto di reato". Che succederebbe se si desse la libertà di manifestazione ad una gang di ladri di auto che vanno in giro a dire che è giusto rubare auto? o ad una banda di spacciatori di droga che fanno un corteo per esaltare il diritto a spacciare, o ad una associazione di "torturatori di animali" che vorrebbero seviziare i gatti? La libertà di manifestazione non c' entra con l'apologia di reato e l'istigazione a delinquere (anzi è cosa diametralmente opposta). I Centri Sociali sono una istigazione a delinquere vivente per il fatto stesso di esistere; in quanto rivendicano con orgoglio le loro occupazioni abusive (cioè dei furti). Figurarsi se poi gli si può permettere loro di fare pure "manifestazioni"..."

NECESSARIO L' USO DELLE ARMI. Qualcuno, dopo i fatti del 1 maggio parla di "successo delle istituzioni", perché non ci sono stati morti. Ma che vuol dire? Che, per evitare il morto, allora di deve lasciar devastare una città? E' ora di finirla di essere schiavi dei nuovi dittatori e umiliati da essi. Abbiamo appena festeggiato il 25 Aprile che è stata guerra di liberazione. Guerra, non noccioline. Si sono usate anche le armi, e sono state uccise delle persone, Ma nessuno si scandalizza. Anzi, fanno le celebrazioni in pompa magna. E allora, se ci siano liberati da una dittatura, perché dobbiamo soggiacere ad un'altra? Le forze dell'ordine hanno (uniche fra i cittadini) la prerogativa di usare le armi. E allora le usino! Non si può stare ad assistere impunemente a gente che da fuoco alle auto e sventra le vetrine dei negozi.

Chiudete i centri sociali Culle dei black bloc difese dai magistrati. Sono le culle dei black bloc italiani, ma sindaci progressisti e magistrati li difendono. E' il momento di dire basta. Le bestie di Roma vanno arrestate, scrive Alessandro Sallusti Lunedì 17/10/2011 su “Il Giornale”. Non vengono da Marte. E neppure da Berlino o Londra come qualcuno vuole farci credere. I criminali che sabato hanno di­s­trutto Roma e attentato alla vita di poliziotti e carabinieri proveni­vano da città italianissime, da Bari a Torino. Dietro la sigla «black bloc» si cela il teppismo nazionale che cresce e si organizza impuni­to, nonostante le evidenti illegali­tà, nei centri sociali che pullulano nelle nostre città. Disagio giovani­le, lo chiamano i sociologi (altra categoria pericolosa). Ragazzi senza speranza, li difendono quel­li della sini­stra che siedono in Par­lamento a ventimila euro al mese. Teppisti, li chiamo io, giovani an­noiati e frustrati che non hanno vo­glia di diventare grandi, di misu­rarsi con i problemi della vita. Di­cono: la colpa non è loro ma della società. Balle, la colpa è tutta e so­lo loro, non certo nostra. Se com­plici ci sono, vanno cercati in chi li finanzia, in chi (sindaci e magistra­ti buonisti) permette loro di com­piere ogni tipo di illegalità. Possi­bile che l’obbligatorietà dell’azione amministrativa e penale valga soltanto per punire chi lascia un minuto l’auto in sosta vietata o per inseguire le ragazze ospiti di Berlusconi? Dove sono vigili e magistra­ti q­uando una banda di sfaccenda­ti occupa case e palazzi pubblici e privati? Perché è in quelle oasi sfuggite al controllo dello Stato che i peggiori di loro organizzano i piani della guerriglia, nascondo­no armi improprie, preparano le molotov da lanciare per le nostre strade il sabato pomeriggio. I centri sociali sono una minac­cia, non una risorsa della società. Vanno chiusi, se serve, con la for­za. Perché la Guardia di finanza e l’ispettorato del lavoro devono po­ter mettere sottosopra le aziende mentre un centro sociale può stare tranquillo nella sua assoluta ille­galità incubatrice di violenza? Non prendiamoci in giro. Solo a volerlo, le Procure possono sapere chi sono questi signori in mezza giornata. Anzi, probabilmente già lo sanno e non fanno nulla. Perché se si muovono poi si arrabbia­no Vendola e Di Pietro, Bersani e Santoro. Dopo quello che si è visto ieri, sarebbe meglio farli infuriare e darsi una mossa. Prendere le distanze dai violen­ti e difendere i centri sociali è una contraddizione in termini. Chi punta il dito sui criminali di ieri e celebra la memoria di Carlo Giu­liani (il no global morto durante gli scontri del G8 di Genova men­tre cercava di spaccare la testa a un carabiniere con un estintore) è un furbo in malafede. Carlo Giulia­ni era un delinquente esattamen­te come quelli visti all’opera a Ro­ma. Dedicargli, come fece Rifon­dazione comunista, un’aula di Montecitorio (presidente della Camera era Bertinotti) è stato un insulto all’Italia intera. La poesia che a Giuliani ha dedicato Nichi Vendola, possibile candidato pre­mier della sinistra moderata, è sta­t­o un invito a tanti giovani a seguir­ne l’esempio, a spaccare la testa ar­mati di estintore. Contro i cattivi maestri non possiamo fare nulla, chiudere i centri sociali è un dirit­to- dovere di chi amministra le cit­tà e la giustizia. Non bisogna avere paura. Non l’ha avuta Obama, pre­sidente nero e democratico degli Stati Uniti, ad arrestare oltre mille «indignati» turbolenti. Anzi, l’America tutta l’ha solo ringrazia­to. Proviamoci anche da queste parti.

Strasburgo ipocrita e teleguidata dagli antagonisti, scrive Angelo Mandelli. CHI CI DIFENDE DALLA TORTURA DEI CENTRI SOCIALI? Squadracce dei cosiddetti "centri sociali" si scontrano con le Forze dell'Ordine in Piazza della Scala a Milano.  Questa immagini si reiterano continuamente nelle nostre città.  Gruppi di disgraziati si ritengono in diritto di aggredire la Polizia e i Carabinieri, ma non si può far nulla per fermarli. Grazie all' opera di delegittimazione delle Forze dell'Ordine in corso da decenni, se un dimostrante viene toccato, ... apriti cielo!    I tormentoni contro la "violenza della polizia" si trascinano per decenni, mentre si tace sulle continue illegalità da parte dei Centri Sociali.  Il risultato è un sistema di dittatura "al contrario"; dove i violenti e i dittatori di estrema sinistra possono imporre la loro legge e tenere schiavo il popolo italiano. La sedicente "corte europea dei diritti dei diritti umani" ha sentenziato che l'Italia la Polizia tortura e lo Stato "non ha una legislazione adeguata per perseguire le torture"...Bell' esempio di faziosità ipocrita e teleguidata dalla lobby antagonista. Ormai il nostro mondo appare sempre di più come un mondo ribaltato, dove gli scandali che emergono sono il contrario esatto di quelli che dovrebbero emergere. E dove l'agenda di tutto ciò che ha rilevanza mediatica viene dettata dalle lobby degli intellettuali di sinistra: quelli che erano in piazza a Genova nel 2001 a "contestare il sistema", fra canti, balli, bottiglie molotov ed ... estintori. Se l'Italia non ha una legislazione per impedire la tortura da parte delle forze dell'ordine, tanto meno ha una legislazione per impedire le torture che i cittadini italiani devono subire da parte di Centri Sociali, anarchici, antagonisti, no-tav, no-global, ecc. In tutte le principali città italiane sono decine i cosiddetti "centri sociali", che effettuano sistematiche occupazioni abusive, inneggiano alla illegalità, si scontrano con le forze dell'ordine, imbrattano i muri, disturbano la quiete pubblica, e commettono tutta una serie di altri reati (compresa evasione fiscale totale). Io scrivo da Milano e so quello che dico.  Ho seguito direttamente le vicende di alcuni di questi centri sociali (ma penso che tutti siano nelle stesse condizioni), dove la gente che abitava nei dintorni viveva in un incubo, perennemente perseguitata da feste, schiamazzi, rumori che si protraevano fino all' alba del giorno dopo e impedivano di riposare (si può pensare ad una tortura peggiore?). Quando i cittadini protestavano venivano fatti oggetto di insulti, minacce e aggressioni. Potrei citare come esempio quello dei residenti che abitavano di fianco al centro sociale "lambretta", di cui si è molto parlato sui giornali. Inoltre questi "centri sociali" esercitano una azione di intimidazione e dittatura politica e culturale, con aggressioni, intimidazioni e "contestazioni" verso tutti quelli che non la pensano come loro e osano manifestare idee diverse. Basti pensare alle aggressioni ai gruppi pro-life, alle "sentinelle in piedi", ai partiti di centro-destra, che sono sistematiche e quasi sempre fomentate dai militanti dei Centri Sociali. Il problema è che questi gruppi eversivi vengono lasciate agire indisturbati, per anni e decenni.  Compresi i loro siti internet che inneggiano alla illegalità, alla eversione, a commettere reati e a resistere alla Forza Pubblica. In pratica i cittadini sono indifesi da questa gente.  Se capita (raramente) che qualcuno di questi covi viene sgomberato, subito dopo occupano altrove, con ancora più arroganza. Molti si chiedono come sia possibile una cosa del genere. Come sia possibile che gente che commette e reitera reati, di fatto non venga perseguita da nessuno, o venga perseguita in modo ridicolo e totalmente inefficace. Ma tant' è che la corte di Strasburgo se ne stras-frega di queste cose; guarda la pagliuzza e ignora la trave. Solita storia miserevole e infame.

Voto di scambio di de Magistris: regala un palazzo ai no global.Il sindaco affida al collettivo «la Balena» la gestione di un edificio pubblico occupato del valore di 10 milioni. La denuncia di Forza Italia: «Porteremo il caso in tribunale», scrive Simone Di Meo Martedì 5/01/2016 su “Il Giornale”. A Napoli occupare un edificio pubblico conviene. Il collettivo «La Balena» da tre anni è asserragliato nell'ex Asilo Filangieri, un palazzone che si erge alle spalle di San Gregorio Armeno, la strada dei pastori del centro storico. La sigla raccoglie un po' di tutto: centri sociali, no global e indignados, lavoratori del mondo dello spettacolo e personaggi in cerca d'autore. Un bel giorno del 2012, hanno forzato i cancelli e si sono presi l'immobile appena ristrutturato dal Comune per la modica cifra di 5 milioni di euro (tutto il complesso vale esattamente il doppio). Invece di sgomberare l'area, l'ultimo giorno dell'anno il sindaco Luigi de Magistris ha premiato gli abusivi con una delibera di giunta che li autorizza non solo a restarci ma a continuare la loro attività di organizzazione di spettacoli a pagamento, vendita di alcolici e corsi di recitazione. «Siamo davanti a un palese voto di scambio» ha attaccato il presidente della IV Municipalità, Armando Coppola (Fi). Perché gli occupanti sono tutti o quasi tutti sostenitori arancioni. Addirittura, si vocifera che Giggino potrà schierare alle prossime elezioni una lista che dovrebbe chiamarsi «Massa critica» che fa riferimento proprio all'ex Asilo.Il provvedimento di Palazzo San Giacomo, scritto con l'aiuto di due giuristi d'eccezione come Stefano Rodotà e Paolo Maddalena, ha fatto urlare allo scandalo il capo dell'opposizione in consiglio comunale e candidato sindaco del centrodestra, Gianni Lettieri. «Che dovrebbero dire si chiede tutte quelle famiglie che vengono sgomberate e che non hanno un tetto di fronte ad un'amministrazione che non tutela il loro diritto alla casa, ma salvaguardia la prepotenza estremista di centri sociali che occupano beni comuni? Ho dato già mandato ai miei legali di esaminare tutta la documentazione e sollevare la questione a tutti i livelli, giudiziari ed istituzionali». In realtà, l'autorità giudiziaria non è intervenuta nemmeno quando, per prendere possesso delle sale, gli occupanti hanno violato i sigilli apposti per mancanza di agibilità. Nessuno vede dalle parti di San Gregorio Armeno. Chi invece aveva una prospettiva chiara dell'abuso è l'ex assessore comunale Bernardino Tuccillo, ex IdV. «Con un'ultima nota del 7 novembre 2012 inviata al capo di gabinetto del sindaco fui costretto a sollecitare lo sgombero degli occupanti abusivi dal prestigioso stabile, purtroppo senza essere ascoltato, poco prima di perdere la delega al Patrimonio ricorda oggi Con la delibera appena approvata giunge a compimento un percorso sull'uso distorto e dissennato di utilizzo dei nostri beni pubblici. Da un ex magistrato diventato sindaco sarebbe stato lecito attendersi l'introduzione di una cornice di regole e norme valide per tutti e non privilegi e favoritismi accordati a centri sociali ed amici degli amici». Parole al vento.Collettivo e Amministrazione comunale si difendono sostenendo che sì, c'è stata un'occupazione abusiva, ma non è il caso di farne una tragedia perché ora, in quella struttura, si fa cultura «partecipata e inclusiva». Quella che piace all'estrema sinistra movimentista che vota de Magistris e che deve respingere la spietata concorrenza grillina. Per uno scherzo del destino, il M5S di Napoli, fino alla rottura definitiva col sindaco un paio di mesi fa, si riuniva proprio presso l'ex Asilo Filangieri.

Frascaroli indagata, il Pd di Bologna: "Rispetto per i pm ma libertà di critica".L’assessore al welfare risulta iscritta al registro dai registrati: si ipotizza l'abuso d'ufficio in merito alla vicenda delle occupazioni. La posizione dei democratici, scrive Giuseppe Baldessarro il 7 gennaio 2016 su “La Repubblica”. C'è anche il nome dell’assessore comunale al Welfare, Amelia Frascaroli, nel fascicolo che la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto sul capitolo delle occupazioni. Risulta indagata per abuso di ufficio, in concorso con il sindaco Virginio Merola, per la decisione di riallacciare l'acqua a due immobili occupati abusivamente.Il Pd: rispetto per la magistratura ma libertà di critica. Nel primo pomeriggio, appresa la notizia, è arrivato il comunicato del Pd bolognese. "Il Partito Democratico non ha mai fatto mancare il suo sostegno all’azione delle autorità competenti, anche quando ad essere oggetto di indagine sono stati suoi esponenti: questo atteggiamento non muterà neanche ora", è il messaggio. Però, "se alla politica spetta la capacità di essere sobria, nei comportamenti e nei linguaggi, ciò non può significare il non poter esprimere, liberamente e nel pieno esercizio delle proprie funzioni, valutazioni politiche critiche in merito alle decisioni, prese da un pubblico potere, che riguardano la vita di Bologna".  E ancora, riguardo all'indagine sui consiglieri di Pd e Sel Claudio Mazzanti e Cathy La Torre, il Pd "esprime piena fiducia" nel loro operato, visto che non c'era "volontà di diffamare". E infine: "Le valutazioni politiche, condivisibili o meno, devono avere piena libertà di espressione". Adesso, però, il Pd "auspica che si possano stemperare e superare questi momenti di rapporti delicati tra le diverse Istituzioni cittadine". Frascaroli sarebbe dunque responsabile di quando affermato poche ore dopo lo sgombero dell’edificio dell’Istituto per ciechi Cavazza, occupato a febbraio precedente, dal collettivo, nel quale vivevano una trentina di persone compresi cinque minori. In quella occasione, incontrando i militanti del movimento in comune, l’assessore affermò: "Sono ben consapevole che queste esperienze, lo dico con molta tranquillità, stanno creando valore sociale", spiegando poi il lavoro che l’amministrazione, stava compiendo con una "fatica, istituzionale e complessiva, enorme". Per Frascaroli all’amministrazione aveva la volontà sistemare le cose sia pure a «partire da esperienze anche di occupazione per cogliere il segnale, pur con un gesto illegale» alla base di queste azioni. Insomma nessuna condanna alle occupazioni, anzi, concludendo: "Quante volte da gesti illegali sono nati poi percorsi che hanno trovato spazio giuridico e amministrativo e che hanno contribuito a modificare anche le leggi?". Frasi che furono riportate dai media e acquisite dalla Digos. "Come già detto a suo tempo si ribadisce che non esiste alcun fascicolo relativo alle opinioni espresse da esponenti politici dopo l'esecuzione del sequestro dell'immobile di via Solferino". Lo dice il procuratore aggiunto di Bologna, delegato ai rapporti con la stampa, Valter Giovannini. La precisazione arriva dopo che si era ipotizzato che la Frascaroli fosse indagata per aver istigato all'illegalità quando disse che "le occupazioni creano valore sociale". Frasi che furono riportate dai media e acquisite dalla Digos. I consiglieri indagati. Un tema spinoso quello delle occupazioni di case, che alimenta lo scontro tra la Procura e parte della politica bolognese sempre più critica sull’operato della magistratura. Tanto che proprio nei giorni scorsi i pm Scandellari e Gustapane, sentitisi diffamati da alcune loro dichiarazioni, sono arrivati a querelare i consiglieri comunali Claudio Mazzanti (capogruppo Pd) e Cathy La Torre (capogruppo di Sel). "Da qualche tempo c'è qualcosa che non funziona a Bologna nel rapporto fra politica e magistratura - sostiene Sergio Lo Giudice, senatore del Pd - Quando la Procura ha messo sotto indagine amministratori locali o regionali per questioni legate all'utilizzo dei fondi pubblici, l'atteggiamento della mia parte politica è stato improntato alla massima fiducia nell'operato dei magistrati. Quando si è iniziato ad intervenire sulle scelte amministrative con l'apertura di indagini o con valutazioni negative in sede pubblica (come per la chiusura del Cie di Bologna) ho ribadito il mio rispetto nei confronti dell'azione dei magistrati bolognesi ma ho rivendicato il diritto della politica a commentare". "Adesso - ha aggiunto - vengono trasportate in sede giudiziaria anche queste valutazioni, e vengono sottoposte a indagini giudizi politici". Sandra Zampa, parlamentare bolognese del Pd, esprime "sconcerto e sofferenza" sul caso della Frascaroli indagata. "Le esprimo non solo la mia solidarietà più piena ma le ribadisco la mia stima e la mia amicizia". Di opposto parere il consigliere comunale di Fi Marco Lisei che chiede le dimissioni dell'assessore al Welfare: "è venuta meno al ruolo di responsabilità che il suo ufficio le imporrebbe". Mentre Giovanni Paglia, deputato di Sinistra Italiana, commenta così: "A Bologna se non quereli, indaghi, arresti chi difende gli ultimi, non sei nessuno. Questa pare la regola, ultimamente".

IL PAESE DEI PREDICATORI.

Raffaele Cantone, sparando nel mucchio, offende i dirigenti pubblici che hanno ben meritato. Chi è bravo non fa mai carriera.Al Paese, come predicatore, basta e avanza Roberto Saviano, scrive Domenico Cacopardo su “Italia Oggi” del 3 Novembre 2015.  Un vecchio adagio, del tutto ignorato ai nostri giorni, diceva più o meno così: «È meglio tacere e lasciare negli ascoltatori il dubbio, piuttosto che parlare e dire sciocchezze.» Basta aprire un qualsiasi giornale di quelli che si ritengono attenti ad alcuni personaggi o si propongono di promuoverli in vista di chissà quali prospettive future per leggere ogni giorno un florilegio di citazioni, il cui peso e il cui valore non vengono mai valutati prima di andare in pagina. Beneficiario e vittima di un simile trattamento è Raffaele Cantone, commissario anticorruzione, candidato a sostituire Roberto Saviano nel ruolo di «guru» tuttologo con una speciale tendenza a insegnare a tutti la morale e il diritto (che, per Cantone a differenza di Saviano, è roba propria). In specie a coloro che rivestono significative responsabilità o che sono chiamati a risolvere problemi particolarmente difficili. Ci vengono in mente due recenti esternazioni del commissario anticorruzione. La prima riguarda i pubblici funzionari. Secondo il nostro «esperto», tra di essi ci possono essere persone oneste, ma non fanno carriera. Una sciocchezza concettuale che diffama decine di persone dello Stato che hanno svolto e svolgono compiti di vertice in modo inappuntabile, senza cedere di un millimetro alle eventuali sirene del malaffare. Purtroppo, il fatto che si tratti di un magistrato penale (aduso alla autoreferenzialità) fuori ruolo, influisce sulla sua capacità di misurare le proprie parole («refrain yourself») e lo spinge a sparare sul mucchio. Cantone, commissario anticorruzione, faccia i nomi e non si comporti come colui che, guardando dal buco della serratura una camera da letto, ritenga che la vita sia solo fornicazione. Ci sono stati pubblici funzionari che, per la loro dirittura morale e amministrativa, hanno perso la vita per mano di mafiosi e delinquenti vari. Fra l'altro, una dichiarazione quale quella attribuitagli sui dirigenti pubblici ne stimola l'ostilità in un momento in cui ci dovrebbe essere la massima collaborazione tra di loro e il commissario. Un commissario che, difficilmente, aggiusterà il tiro, viziato com'è dall'essere protetto e coccolato dall'informazione. Un atteggiamento accettabile, quando il giudice parla per propria scienza e coscienza. La seconda uscita di Cantone riguarda il rapporto tra Milano e Roma. Intendiamoci, personalmente ammiro Milano e i milanesi. Da Roma, me ne sono andato nel 2005 per la crescente invivibilità della città, per l'abbandono del centro-storico e il degrado costante di zone cruciali, frutti avvelenati di un'amministrazione, quella di Veltroni, attenta solo alle cose che gli facevano immagine, indifferente ai fatti di tutti i giorni, quelli che rendono meno difficile la vita dei cittadini. Ma formulare un paragone secco tra Milano e Roma, dichiarando che a Roma non ci sono gli anticorpi di rifiuto e ostacolo della criminalità è un'altra sciocchezza a ruota libera, che incide, almeno per me, sull'opinione che m'ero fatta di Raffaele Cantone. Di sicuro si considerava e si considera «troppo demiurgo», «troppo risolutore» della vicenda corruzione nel contesto nazionale, a dispetto della sottovalutazione del diritto amministrativo e del procedimento amministrativo, chiavi, queste, per una prevenzione veramente risolutiva, e della sopravvalutazione delle proprie funzioni e dell'onniscienza dei propri collaboratori. Su un punto mi preme richiamarlo. Una sciocchezza pappagallescamente ripetuta dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, endocrinologo. Si tratta della demonizzazione del «massimo ribasso», il sistema che affida i lavori pubblici al migliore offerente cioè a colui che offre il prezzo minore. Perché questo metodo funzioni occorre che si verifichino una premessa e una condizione. Da quando, con la regionalizzazione, lo Stato ha abolito il Genio civile e distrutto gli uffici tecnici dell'amministrazione dei lavori pubblici, non si elaborano più progetti esecutivi come si deve. Le progettazioni sono approssimative e si ricorre troppo spesso all'appalto concorso o all'offerta prezzi per sopperire alle carenze progettuali. Non è una deficienza casuale né un destino cinico e baro. È una scelta dolosa scientemente operata (dai due principali agenti del procedimento, la politica e l'imprenditoria di rapina) per provocare costosi aggiustamenti in corso d'opera, dai quali trarre extrautili illeciti. La condizione per rendere il massimo ribasso praticabile e utile, è imporre cauzioni integrali a copertura del valore dell'intera opera da eseguire (così si fa nei «tender» internazionali indetti da Paesi nei quali non si tollera il «bashish» cioè la mazzetta). Cauzioni bancarie a prima chiamata moralizzerebbero gli appalti e anche il sistema imprenditoriale, giacché escluderebbero i soggetti che concorrono (e magari vincono con ribassi demenziali) solo per poter poi «sistemare le cose» con la costosa protezione del politico di turno e l'acquiescenza di qualche corruttibile funzionario. Concetti questi, di difficile comprensione per un endocrinologo, ma di sicuro alla portata del dottor Raffaele Cantone. Un vero passo innanzi, quindi, sarebbe rappresentato dalla valutazione della qualità delle progettazioni, non lasciandosi tirare per la giacchetta delle urgenze, ma rispettando i tempi tecnici per la definizione di progetti veramente esecutivi. Nel clima delle dichiarazioni a ruota libera, sembra trovarsi a proprio agio l'esimio prefetto Francesco Paolo Tronca. Si tratta di un prefetto di carriera prefettizia e quindi attrezzato dal punto di vista amministrativo. Coopererà con un prefetto di provenienza Polizia, come Franco Gabrielli che, sul Giubileo, potrà far valere competenze specifiche. Tralascio le accuse rivolte a Tronca dall'Unità di Concita de Gregorio, mai contestate da una querela, ma sulle quali sarebbe opportuna una sua parola di chiarimento. Non voglio farmi influenzare da pregiudizi. Mi faccio però influenzare dal pacco di luoghi comuni che Tronca ha riversato su Roma e Milano. Il modello Milano, a mio modo di vedere e con riferimento all'Expo, si basa su due circostanze precise: la presenza di un galantuomo come Giuliano Pisapia e la collaborazione di una squadra di tecnici che, alla fine, ha compiuto il miracolo. Il resto, da Paolo Glisenti in poi, e con l'esclusione di quel grande manager che è Lucio Stanca, impedito di operare, è meglio dimenticarlo: liti da cortile e ripicche intorno alla guida dell'operazione. Per il resto, la città e i milanesi, che godono di uno specialissimo «drive», hanno subito in misura rilevante i danni prodotti dalla corruzione che ha colpito soprattutto l'istituto Regione, ma non ha tralasciato, in passato e di recente, la sanità. E non sono stati immuni dalle infiltrazioni mafiose, 'ndranghetiste e camorriste: basta chiedere in procura o in questura. Roma, da questo punto di vista, presenta una sola diversità importante: è la sede dell'amministrazione statale e, come tale, è meta di tutti coloro che intendono ottenere qualcosa dal sistema. Ed è questo l'elemento più inquinante, rispetto al quale non è possibile organizzare alcuna civica risposta. Ma Roma è anche la sede di decine di istituzioni civiche, laiche e religiose, che danno un esemplare contributo alla convivenza cittadina. Le più recenti vicende hanno messo in rilievo un sistema corruttivo nato e sviluppatosi intorno alla macchina comunale: i romani ne sono stati vittime. Non complici. A questo punto, non è prevedibile che aria tirerà in Campidoglio dall'insediamento di Tronca. C'è da sperare che, al di là delle dichiarazione roboanti, il commissario si occupi di ripulire la macchina municipale e di amministrare, ben sapendo che non bastano sei mesi e un Giubileo in corso per il risanamento burocratico e lo svolgimento di una normale campagna elettorale. E, comunque, prima di parlare e togliere ogni dubbio sulla propria saggezza, è meglio per tutti riflettere, tacere e operare con serietà.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima.Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa.La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe.E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia.Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano.Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi.Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scriveGiuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

QUO VADO?

Checco Zalone, La prima Repubblica è la colonna sonora di Quo Vado? Scrive Giulio Pasqui lunedì 21 dicembre 2015.Checco Zalone non solo ci ha aiutati a film sbanca-botteghino, ci ha abituati anche a colonne sonore, scritte e cantate dallo stesso, degne di nota. E Quo Vado?, il nuovo film prodotto da TaoDue e distribuito da Medusa, poteva farne a meno? Ovviamente no. Domenica 20 settembre, in occasione dell'ospitata a Che tempo che fa, il comico barese ha presentato La prima Repubblica. "E' una canzone che ho scritto per Adriano Celentano - ha detto, scherzando - è il mio mito di sempre. Ma c'è un problema: lui non lo sa. Ha un ritornello orecchiabile...". E in effetti alcuni passaggi del brano/colonna sonora ricordano tanto lo stile del Molleggiato eFatti mandare dalla mamma. La Prima Repubblica viene definito come "un brano apocrifo che racconta con nostalgia quello che era il modo di vivere in Italia negli anni ‘80. Lo stile di vita di un paese che durante la Prima Repubblica viveva spensierato, godendo di un modo di fare diffuso in tutta la penisola. E’ un coro di persone felici che cantano allegramente la bellezza di quei momenti passati, non potendo scordare le consuete modalità che per un ventennio hanno caratterizzato l’Italia, diventando così il DNA del nostro Paese. Perché tutto cambia, ma in realtà nulla cambia veramente".

Checco Zalone, La prima Repubblica, Lyrics

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei quarantenni pensionati 

che danzavano sui prati 

dopo dieci anni volati all'aeronautica 

e gli uscieri paraplegici saltavano 

e i bidelli sordo-muti cantavano 

e per un raffreddore gli davano 

quattro mesi alle terme di Abano 

con un'unghia incarnita 

eri un invalido tutta la vita

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei cosmetici mutuabili 

le verande condonabili 

i castelli medioevali ad equo canone 

di un concorso per allievo maresciallo 

sei mila posti a Mazzara del Vallo 

ed i debiti (pubblici) s'ammucchiavano

come i conigli 

tanto poi 

eran cazzi dei nostri figli

Ma adesso vogliono tagliarci il Senato 

senza capire che ci ammazzano il mercato 

senza Senato non c'è più nessun reato 

senza reato non lavora l'avvocato 

il transessuale disperato 

mi perdi tutto il fatturato 

ed al suo posto c'è un Paese inginocchiato

Ma il Presidente è toscano 

ell'è un gran burlone 

ha detto “eh, scherzavo” 

piuttosto che il Senato 

mi taglio un coglione

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

era bella assai 

la prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu che ne sai 

MAFIA, PALAZZI E POTERE.

Il terremoto parte da Reggio Calabria. Nelle carte dell'inchiesta Breakfast la ragnatela di relazioni per promuovere prefetti, "silenziare" Bossi, lucrare sul Ponte sullo Stretto. Tutto parte dalle telefonata di Domenico Aiello, il legale (calabrese) di Maroni, scrive Martedì 08 Dicembre 2015 il “Corriere della Calabria”. Il prossimo terremoto giudiziario (non manca nulla: dai rapporti di potere tra la Lega e Berlusconi agli intrighi politici attorno al Ponte sullo Stretto, ai patti indicibili tra istituzioni, industriali e mondo dello sport) ha come epicentro la Procura di Reggio Calabria. È l'inchiesta "Breakfast", della quale il Fatto Quotidiano in edicola martedì anticipa stralci che potrebbero far tremare pezzi importanti del potere. Cominciando dalle nomine del ministero dell'Interno e dei prefetti. Tra i quali il commissario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca, che avrebbe chiesto una mano al potere leghista per diventare prefetto di Milano nel 2013. Il passepartout per i giochi nei Palazzi sono le intercettazioni che vedono protagonista Isabella Votino, storica portavoce del governatore della Lombardia Roberto Maroni. Colloqui che spaziano lungo tutto l'arco politico italiano, con importanti passaggi calabresi. L'incipit, innanzitutto. Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell'indagine Breakfast, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria. L'inchiesta, condotta dal pm Giuseppe Lombardo sotto il coordinamento del procuratore capo Federico Cafiero, va avanti in gran segreto da tempo. Gli investigatori si sono imbattuti nel "terremoto politico" dopo aver attivato intercettazioni nei confronti dell'avvocato Aiello, legale di fiducia del governatore Maroni e della Lega. Ma anche compagno di Anna Maria Tavano, ex direttore generale della Regione Calabria, successivamente assunta come manager in Lombardia. L'attività di indagine era stata avviata per appurare i rapporti di Aiello con il consulente legale Bruno Mafrici, figura chiave in Breakfast, un uomo le cui relazioni spaziano – secondo le informative della Dia – dalla politica leghista al clan De Stefano. In parallelo, avanzavano le intercettazioni sulla portavoce di Maroni Isabella Votino. «A prescindere dalla rilevanza penale – scrive Marco Lillo sul quotidiano diretto da Marco Travaglio –, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato». Un dietro le quinte del potere sull'asse Roma Milano, dunque. Illuminante per svelare certe dinamiche. Non c'è solo il prefetto Francesco Paolo Tronca nei brogliacci. Ci sono gli accordi tra Maroni e Berlusconi per convincere Bossi a mettersi da parte, le sponsorizzazioni dell'ex Cavaliere in vista di Expo, il presunto ricatto (sempre di B.) a Maroni. E il tentativo dell'amministratore delegato di Impregilo, Pietro Salini, di "fottere" lo stato «con la complicità della portavoce dell'allora segretario della Lega, sempre Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto». C'è molta Lega, nel passaggio tra vecchio e nuovo corso. E, ovviamente, un ruolo centrale ha l'avvocato calabrese Domenico Aiello. Un professionista che, vuole l'aneddotica più accreditata, sarebbe entrato nel "cuore" di Maroni per la comune fede milanista, per diventare un punto di snodo dei principali interessi lumbàrd. Aiello telefono a vari procuratori per tessere la sua tela, chiedendo informazioni e audizioni. E le loro risposte sono le più disparate: c'è chi chiude senza lasciare possibilità, chi apre le porte e chi, addirittura, chiede favori. Un quadretto poco edificante. L'epicentro è la Calabria. E un'inchiesta esplosiva sulla quale qualcuno ha cercato di mettere il coperchio.

Tronca e le carriere dei prefetti, a decidere è la portavoce. Le telefonate svelano il sistema delle nomine. Isabella Votino da 9 anni è la collaboratrice più stretta del governatore lombardo Roberto Maroni: a lei si rivolgono gli aspiranti a una carica, per informazioni e aiuto. In una conversazione intercettata nel 2012 racconta i retroscena sull'arrivo in prefettura a Milano dell'attuale commissario al Comune di Roma, Francesco Paolo Tronca. Che al Fatto dice: "Escludo categoricamente di averle chiesto una raccomandazione", scrive Marco Lillo l'8 dicembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". A chi ha chiesto una mano per agguantare la poltrona di prefetto di Milano nel 2013 Francesco Paolo Tronca? Secondo Isabella Votino, la storica portavoce di Roberto Maroni, il prefetto si sarebbe raccomandato a lei e al potere leghista. Non è l’unica questione che emerge dalle intercettazioni telefoniche di un’indagine della Procura di Reggio Calabria che oggi sveliamo. Qual è l’imprenditore che Silvio Berlusconi sponsorizza per i lavori della Città della Salute a due passi da Milano in occasione di Expo? E come ricatta Maroni per ottenere l’alleanza alla vigilia delle elezioni che determineranno l’attuale equilibrio politico italiano e lombardo? Con quali parole l’ex premier minaccia di sguinzagliare i giornali di destra alla stregua di pit bull per indurre a più miti consigli l’alleato riottoso? Come si sono accordati Berlusconi e Maroni per convincere Umberto Bossi a mettersi da parte in silenzio? Come fa l’amministratore delegato della maggiore impresa di costruzioni italiana, Pietro Salini di Impregilo, a tentare di “fottere” lo Stato (a partire dal presidente della Repubblica) con la complicità della portavoce dell’allora segretario della Lega, Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto? Come fa il presidente del Coni Giovanni Malagò a proporre alla Lega un’alleanza tra padani e generone romano? Con quali parole vanta le potenzialità di una macchina di consenso con milioni di tesserati per ottenere un voto utile a sbaragliare il rivale Raffaele Pagnozzi? E quali trattative ci sono tra Matteo Salvini e i vecchi leghisti dietro al patto del febbraio 2013 tra il nuovo segretario federale del Carroccio e Bossi? Perché la Lega ha evitato di costituirsi parte civile contro l’ex tesoriere Francesco Belsito nei processi per le ruberie dalle casse del partito? Come rispondono i vari procuratori interessati dalle manovre dell’avvocato Domenico Aiello quando il legale dei leghisti chiede con tono perentorio informazioni e audizioni? Perché un procuratore “duro e puro” chiude ogni comunicazione con parole secche mentre altri pm lasciano le porte aperte e qualcun altro chiede all’avvocato della Lega un favore? Infine, come si decidono le nomine dei commissari strapagati delle grandi aziende in crisi firmate dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi nel 2014? E tanto altro ancora. A partire da oggi, per molti giorni, Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell’indagine Breakfast della Procura di Reggio Calabria, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria sotto il coordinamento del pm Giuseppe Lombardo e del procuratore capo Federico Cafiero De Raho. L’indagine va avanti in gran segreto da tempo. Tanto segreto. Troppo tempo. Probabilmente le intercettazioni nei confronti dell’avvocato Aiello (attivate nel 2012 per appurare i suoi rapporti con il consulente legale Bruno Mafrici, che era indagato) e sulla portavoce di Maroni Isabella Votino non porteranno a nulla. A prescindere dalla rilevanza penale, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato. Il Fatto ha visionato le telefonate e ha deciso di far conoscere all’opinione pubblica come funziona dietro le quinte il potere sull’asse Roma-Milano. Le nomine dei prefetti spettano al Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno. Però c’è una bella signorina di 36 anni, nata a Montesarchio in provincia di Benevento, che sembra avereinfluenza sulle scelte. Si chiama Isabella Votinoe gli aspiranti a una carica le chiedono informazioni e aiuto. Da nove anni è la collaboratrice più stretta di Roberto Maroni. Il suo potere però è più penetrante di quello di una mera portavoce di un governatore lombardo. Sarà per i suoi rapporti stretti con Silvio Berlusconi che poi l’ha voluta nel gennaio 2014 per vitalizzare la comunicazione del Milan, ma tra la fine del 2012 e inizio del 2014, quando è intercettata dalla Dia di Reggio Calabria, sembra una sorta di zarina del Viminale, nonostante Maroni non sia più il ministro. Il 18 dicembre del 2012 a Palazzo Chigi c’è Mario Monti e al Viminale c’è la Cancellieri. La Votino è “solo” la collaboratrice più intima del neo-segretario della Lega Nord, Roberto Maroni quando Luciana Lamorgese, Capo del Dipartimento personale e risorse del ministero dell’Interno, la chiama. Votino le racconta i retroscena della carriera del prefetto Francesco Paolo Tronca. L’attuale commissario nominato da Alfano e Renzi al Comune di Roma, secondo Votino, si sarebbe fatto raccomandare dalla Lega per diventare prefetto di Milano nel 2013, trampolino di lancio per la sua carriera.

Isabella Votino (V): Avevo incrociato Tronca, dopo di che lui mi ha chiamato dicendomi..

Luciana Lamorgese (L): Ma lui ti ha chiamato?

V: Perché io l’avevo incrociato… poi avevo parlato con te e tu, onestamente, mi avevi lasciato intendere che, come dire, non se ne faceva nulla e allora io gli ho detto guarda dico, vuoi che ti dica, cioè…

L: Ma perché lui voleva sapere da te i fatti?

V: No no lui ovviamente voleva in qualche modo che si caldeggiasse… perché non ne fa mistero che vuole venire a Milano.

L: Eh certo! (ride)

V: Ma questo cioè legittimamente e allora ma sai fuori dai giochi tu che, ovviamente voglio dire … meglio lui che un altro, cioè, che noi neanche conosciamo (…) Luciana, io non te lo devo dire che … cioè, noi preferiamo che vieni tu che…

L:(ride) (…) io voglio prima capire qual è la situazione … cioè, nel senso, anche da vedere Roma che cosa…

Il Prefetto Luciana Lamorgese in sostanza fa presente all’amica che la sua prima scelta è la nomina a Roma e Milano è per lei una subordinata. Nel luglio 2013 sarà nominata capo di gabinetto dal ministro Angelino Alfano, al posto di Giuseppe Procaccini, travolto dal caso Shalabayeva. La sera del primo giugno 2013 Isabella Votino chiama Maroni per sapere se il vicecapo della polizia Alessandro Marangoni andrà a fare il prefetto di Milano (alla fine ci andrà solo due anni dopo, pochi giorni fa, per pura coincidenza, ndr). La sta cercando Tronca e Maroni commenta che certamente Tronca la sta chiamando perché vuole sponsorizzare la sua nomina. Due minuti dopo Votino chiama Tronca. L’allora capo dipartimento dei Vigili del fuoco la invita a essere sua ospite nelle tribune riservate alla festa del 2 giugno a Roma. Lei declina l’invito e prende il discorso della nomina sostenendo che è stata rinviata a luglio. Tronca le chiede di continuare a seguire lei la vicenda. Votino conclude dicendo che però circola voce che potrebbe essere nominato Marangoni. Invece l’8 agosto del 2013 il nuovo ministro dell’interno Angelino Alfano nomina Tronca prefetto. A settembre 2013 la Dia intercetta la conversazione tra un funzionario molto importante della polizia di Milano, Maria José Falcicchia, e la sua amica Isabella Votino. Falcicchia (prima donna nominata proprio in quel periodo capo della anticrimine della Squadra mobile di Milano) chiede se Tronca è stato scelto da loro, cioè dalla Lega nord. La portavoce di Maroni risponde che loro lo hanno messo a capo dei Vigili del fuoco e che lo hanno sponsorizzato loro. Tronca non è l’unico prefetto di Milano che ha rapporti con Isabella Votino. Dal 2005 al gennaio del 2013 su quella poltrona c’era Gian Valerio Lombardi, famoso per come ha accolto nel 2010 l’amica di Berlusconi Marysthell Polanco in Prefettura e per la frase sfortunata (ma gradita a Maroni) sulla mafia che a Milano “non esiste”. Il 22 novembre 2012 il prefetto Lombardi, nato a Napoli nel 1946, chiede alla portavoce di Maroni: “Come sono i rapporti tra il nostro (Roberto Maroni, ndr) e il presidente della Regione Veneto?”. Votino risponde che con Luca Zaia i rapporti sono buoni. E Lombardi pronto: “Quindi se gli dobbiamo chiedere una cortesiola per una mia lontana parente che aveva un’aspirazione che dipende proprio da lui… possiamo vedere…”. Votino lo rinvia a un caffè nel fine settimana. Passa qualche mese e il Prefetto, dopo la scadenza del mandato, è a caccia di poltrone. Il 17 giugno 2013, dopo la nascita del governo Letta, si propone come sottosegretario perché “anche Alfano potrebbe aver bisogno di qualcuno fidato…”. Invece Alfano sceglie altre persone. E così a lui ci devono pensare i lombardi. Isabella Votino dimostra di non essere una portavoce qualunque quando suggerisce a Maroni di nominare Lombardi commissario dell’Aler, l’Azienda lombarda edilizia residenziale. Il governatore chiama il vicepresidente Mario Mantovani (poi arrestato per altre vicende) e ottiene il suo ok alla nomina. Ed è proprio Votino a comunicare la lieta notizia al prefetto che ringrazia ma aggiunge: “Si guadagna una qualcosetta?”. Rassicurato (da commissario prende il 60 per cento in meno ma oggi da presidente Aler guadagna 75 mila euro lordi all’anno) accetta l’incarico. Il 18 giugno Isabella Votino lo chiama per dirgli che appena è uscito il suo nome sui giornali è scoppiata la polemica per le sue vecchie dichiarazioni sulla mafia che a Milano non esiste. Però nessuno ferma Maroni e così Lombardi è tuttora al suo posto. Il prefetto Tronca, sentito dal Fatto Quotidiano, spiega: “Non ricordo questa telefonata con Isabella Votino. Non avevo una confidenza particolare con lei. Può darsi che le abbia detto, come mi è capitato con tante altre persone, che aspiravo a diventare prefetto di Milano. È una carica così importante che ci vuole la non controindicazione soprattutto delle istituzioni più rilevanti, e Maroni era allora presidente della Regione Lombardia”. E quella frase di Isabella Votino? Perché dice al telefono a una sua amica che loro hanno sponsorizzato Tronca e che l’avevano nominato prima anche a Capo del dipartimento dei Vigili del fuoco? “Io sono stato nominato capo dipartimento da Maroni e fu un gradito fulmine a ciel sereno: da prefetto di Brescia diventavo capo dipartimento dei vigili del fuoco. C’è una spiegazione però. Io – prosegue Tronca – mi ero occupato di Protezione civile anche da funzionario alla Prefettura di Milano. Ho gestito il coordinamento dell’incidente di Linate nel 2001 e in quel frangente ho conosciuto l’allora ministro dell’interno Maroni però non ho mai chiesto una raccomandazione anche perché non avevo particolari rapporti”. Allora perché chiede a Votino di “continuare a seguire la vicenda” della nomina a prefetto? Perché la invita a Roma per la festa del 2 giugno del 2013? “Probabilmente volevo che mi tenesse informato visto che Maroni avrebbe saputo come finiva. Mentre escludo categoricamente di avere chiesto alla Votino una raccomandazione. Comunque io sono stato nominato dal ministro Alfano”.Da Il Fatto Quotidiano del 08/12/2015.

Questo è il sistema per la nomina dei funzionari pubblici?

Un esempio. Il liceo dei predestinati....La classe dei Giusti: in una foto un pezzo di storia italiana.

Il pm eroe di piazza Fontana, il giudice istruttore della strage di Bologna, la magistrata di ferro dei processi a Previti e Berlusconi, il commissario che democratizzò la polizia italiana… Ecco le foto di un gruppo di compagni di liceo che hanno cambiato la giustizia italiana, scrive Paolo Biondani su “L’Espresso” il 22 dicembre 2015. Giustizia di classe. O meglio, una classe per la giustizia. Qualche volta succede che in un gruppo di compagni di scuola si crei un'affinità elettiva, un sentire comune, un particolare contesto umano e intellettuale in grado di prefigurare uno speciale incrocio di destini. Queste foto ingiallite dal tempo sono una testimonianza delle “vite parallele” di una classe di studenti del liceo classico D'Annunzio di Pescara: tra quei compagni di scuola, in posa sulla scalinata d'ingresso dell'istituto con il loro carismatico professore di filosofia, che fu anche il loro primo maestro di diritto, c'è un pezzo di storia della giustizia italiana. Nell'Italia di oggi, dove anche la giustizia sembra in crisi, l'Espresso pubblica queste immagini con la speranza che il nuovo anno che sta per nascere possa regalarci una nuova generazione di giovani capaci di raccogliere idealmente il testimone di questi uomini e donne, che tanti anni fa, in una normalissima classe di liceo, scelsero di dedicare la loro vita a realizzare il sogno di creare un paese più onesto, più libero, più giusto. Tra i ragazzi in piedi nella fila più in alto, il terzo da sinistra, di cui si vede solo il volto vicino alla porta, è Emilio Alessandrini, il futuro pubblico ministero che negli anni Settanta, con il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, saprà dimostrare le responsabilità della destra eversiva di Ordine nuovo, e le complicità dei servizi segreti militari dell'allora Sid, nella catena dei 17 attentati terroristici che nel 1969 sconvolsero per la prima volta l'Italia. Un'escalation di bombe nere, per cui sono stati condannati in via definitiva i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, culminate nella strage di piazza Fontana, che invece è rimasta impunita, dopo troppi depistaggi di Stato. E dopo che l'inchiesta fu sottratta a quei coraggiosi giudici di Milano. Alessandrini è uno dei magistrati che in questo paese hanno dovuto sacrificare la vita alla ricerca di verità e giustizia. E' stato assassinato a Milano il 29 gennaio 1979 da un commando di terroristi rossi guidato da Sergio Segio e Marco Donat Cattin. Il giornalista Walter Tobagi, che verrà ucciso con la stessa insensata ferocia, ci ha lasciato un memorabile ritratto di quel pm «dalla faccia mite, da primo della classe che si lascia copiare i compiti», definendo Alessandrini, per il suo rigore, capacità e umanità, come «il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare». Suo figlio, Marco Alessandrini, che aveva otto anni quando gli ammazzarono il papà, ha studiato giurisprudenza ed è diventato avvocato, ereditando la sua passione per l'impegno civile: candidato dal centrosinistra come emblema di legalità, oggi è il sindaco di Pescara. Seduta in prima fila, a sinistra, con il vestito nero e le scarpe bianche, c'è Laura Bertolè Viale, una “donna di ferro”, entrata in magistratura quando il mondo dei tribunali era ancora quasi esclusivamente maschile, che è andata in pensione pochi giorni fa, dopo 48 anni, sei mesi e 25 giorni di lavoro: 13 da giudice civile, 15 nei collegi penali, 20 come sostituto procuratore generale, fino a diventare la reggente dell'ufficio di livello più alto della pubblica accusa nell'intero distretto di Milano. Il suo nome è legato a molti processi che hanno fatto storia, dalle stragi nere all'omicidio Calabresi, dai maggiori scandali economici ai casi giudiziari di Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Impermeabile alle velenose polemiche che, per contestare questo o quel verdetto, la bollarono prima come “giudice fascista” e poi come “toga rossa”, Laura Bertolè Viale si è sempre battuta per una vera indipendenza della giustizia, e di ogni singolo magistrato, da qualunque potere, pressione o condizionamento. E ha saputo contestare dall'interno anche certi eccessi di protagonismo o correntismo giudiziario: tra i colleghi è rimasto famoso il suo elogio, in una delle rarissime interviste (concessa l'anno scorso a “l'Espresso”), del «magistrato normale, serio, preparato, capace di dare giustizia a tutti i cittadini nei tanti piccoli casi della vita di ogni giorno». Il ragazzo in alto a destra con il maglione chiaro è Vito Zincani, il futuro giudice istruttore di Bologna che ha diretto le indagini sulla strage nera del 2 agosto 1980, inchiodando alle loro responsabilità, confermate da due diverse sentenze definitive di condanna, tre terroristi della destra eversiva romana, che furono protetti da ufficiali criminali dei servizi segreti sotto la regia di Licio Gelli, il burattinaio della loggia P2 e del Banco Ambrosiano, morto nei giorni scorsi dopo essere riuscito per troppi anni a sfuggire alla pena. Dopo aver portato a termine altre indagini molto complesse come la bancarotta Parmalat, Zincani ha chiuso la sua carriera pochi mesi fa come procuratore di Modena, ma continua a lavorare per la giustizia. Nella stessa foto di classe si riconoscono altri protagonisti della vita giudiziaria italiana: i due ragazzi sopra il professore sono Angelo Angelini (a sinistra con la giacca scura), che diventerà giudice civile a Pescara, e Franco Zuccaro (a destra con il maglione bianco), che farà l'avvocato civilista; mentre il secondo da sinistra con gli occhiali nella fila in alto, accanto ad Emilio Alessandrini, è il compianto Carlo Mimola, che ha istruito generazioni di giuristi come professore universitario di diritto civile. Tra tante persone di legge, in quella classe è cresciuta anche una brava giornalista: tra le ragazze in primo piano che reggono la scritta del liceo, la prima a sinistra è Alessandra Gasbarro, che diventerà una colonna dell'agenzia di stampa nazionale Agi.

Nel giorno della prima foto era assente da scuola un altro uomo di giustizia, che compare nella seconda immagine qui sopra. Il ragazzo più a sinistra nella fila in alto, con la giaccia grigia e la camicia chiara, sopra Emilio Alessandrini, è il suo grande amico Ennio Di Francesco, che diventerà un'istituzione della pubblica sicurezza. Laureatosi in giurisprudenza, entrato nei carabinieri e poi nella polizia quando erano ancora corpi militari di tradizione repressiva, Di Francesco si è impegnato senza risparmio (scontrandosi anche contro le gerarchie) in delicatissime indagini contro il terrorismo di destra e di sinistra ed è stato un pioniere delle inchieste su mafia e droga. Negli anni Settanta è stato uno dei “poliziotti carbonari”, secondo la sua ironica auto-definizione, che hanno vinto la battaglia per democratizzare la polizia di Stato, che con la riforma del 1981 è diventata una struttura di funzionari civili. Dopo aver lavorato in mezza Italia nell'Anti-terrorismo, nella Criminalpol e nell'Anti-narcotici, arrivando a negoziare per l'Italia il testo della fondamentale convenzione internazionale del 1988 contro il traffico di droga, ha vinto il concorso che gli ha permesso di chiudere la carriera come dirigente dell'Interpol e dell'Europol. Poliziotto colto e scomodo, ha scritto anche libri, tra cui spicca la sua autobiografia, “Un commissario”, con prefazione del grande filosofo del diritto Norberto Bobbio. Emilio Alessandrini ed Ennio Di Francesco erano stati compagni di scuola già alle medie, dove  erano in classe con un altro amico destinato a impegnare la vita nella ricerca di verità e giustizia, che non compare nelle immagini del liceo: è lo storico Giuseppe De Lutiis, considerato il massimo esperto delle vicende, misteri e deviazioni illegali dei servizi segreti in Italia, consulente delle più importanti commissioni parlamentari d'indagine sulle stragi e il terrorismo nonché delle migliori inchieste televisive di Sergio Zavoli sulla “Notte della Repubblica”. Le vite parallele di questi pacifici e sorridenti compagni di scuola sembrano quasi una lezione per l'Italia di oggi. Mentre il nuovo anno si avvicina, tra guerre, terrorismo, crisi economica ed emergenze ambientali, c'è da sperare che il nostro paese possa trovare tante nuove classi di giovani giusti, capaci e pronti a costruire un futuro migliore.

Saranno magistrati, scrive Flavia Zarbme dell'HuffPost il 21/12/2015. Il decreto ministeriale del 22 ottobre 2015 ha aperto 350 nuovi posti per uditori giudiziari. Le prove si svolgeranno in date da definirsi e intanto c'è qualche aspirante magistrato che, come ogni anno, continua a sperare in un cambiamento. Tanto si è discusso della riforma dell'esame d'avvocato (di cui un'altra sessione si è conclusa, come di consueto, prima delle vacanze natalizie) che prevederebbe l'abolizione dei codici commentati e poco, forse nulla, si è parlato della modalità di accesso al concorso in magistratura. Basti analizzare i dati degli ultimi concorsi. Tra le 10 e le 20 mila sono in media le domande di iscrizione pervenute al Ministero mediante procedura telematica per un totale di circa 350 posti ogni anno o ogni due anni (vista l'altissima necessità di colmare posti vacanti negli organici). Presenti in aula (meglio definirlo "padiglione") il primo giorno tra le 6 e le 8 mila persone circa, per un totale di 3.000-5.000 compiti consegnati l'ultimo giorno ad ogni concorso (affinché la consegna sia valida come tentativo occorre consegnare "la busta" delle 3 prove). Ma facciamo un salto indietro per chi, di questo concorso non ha mai sentito parlare. Per la partecipazione al concorso occorre essere in possesso di un titolo di avvocato, di una qualifica dirigenziale presso la pubblica amministrazione, aver svolto un dottorato o aver frequentato una SSPL (scuola di specializzazione legale). Questi sono i presupposti formali per l'iscrizione ma non c'è chi non sappia che accanto a questi ve ne sono due sostanziali: lo studio ed un pizzico di fortuna (con la C maiuscola). Anni e anni con la testa china, in modo sistematico e costante. Ma in base a cosa si stabilisce che alla fine venga premiato "chi più sa" e, soprattutto che costui sia adatto a ricoprire tale ruolo in mancanza di test psicoattitudinali e se, molto spesso, chi passa un concorso di questo genere non ha mai neanche aperto la porta di casa? I punti che dovrebbero far riflettere le istituzioni, prima che i comuni cittadini, e sui quali occorrerebbe una severa riforma, sono due: primo tra tutti la componente economica. Chi può permettersi di affrontare un tale, dispendioso, esame se non i privilegiati? Coloro che possono permettersi il "lusso" di stare sui libri per tanti anni senza lavorare e di acquistare libri di alta formazione che costano dai 50 ai 200 euro (per non parlare dei codici)? E chi può permettersi di frequentare i corsi di preparazione al concorso che vanno dai 350 ai 600 euro al mese? È vero, c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, c'è chi oltre a studiare trova il tempo per lavorare e chi ha una "mente splendida" che brilla di luce propria. Innegabile. Ma sono pur sempre le eccezioni che confermano la regola. Venendo alla seconda, questione: le modalità di selezione. Si tratta di una prova consistente in tre scritti: un tema di civile, uno penale ed uno amministrativo. Passato lo scritto si affronta un'interrogazione orale su 13 materie. Ma come si può essere sicuri che (pur volendo asserire che sia un concorso altamente meritocratico) una persona che "sa tutto" sia poi adatta a ricoprire quel ruolo sulla base di quanto abbia teoricamente studiato se non vi è neanche un colloquio mirato a capire che persona realmente è? Magari odia le persone di colore oppure è misogino. Ma allora perché non sottoporlo, prima di ogni altra conoscenza sullo scibile giuridico, ad un test psicoattitudinale? I magistrati devono essere persone ontologicamente impeccabili ma che, al tempo stesso, abbiano la percezione concreta del vissuto, che abbiano avuto il contatto "umano" con le persone, che sappiano giudicare con una buona dose di raziocinio e umiltà. È facile lamentarsi di sentenze assurde e prive di ogni logica senza prima interrogarsi sulla modalità selettiva di un concorso che può cambiare la vita, sia dell'aspirante uditore che di coloro i quali capiteranno tra le sue mani. Forse prima di mettere le mani sulla riforma della giustizia sarebbe opportuno mettere le mani sulle modalità di selezione di chi dà vita alla legge scritta.

MAGISTRATI A RESPONSABILITÀ LIMITATA: IL BUSINESS DEI “SIGNORI DEL CONCORSO”. Scrive Mauro Malafronte il 9 luglio 2015. Si può essere magistrati a 700 mila euro all’anno? Siamo partiti da questa banale domanda prima di analizzare “la macchina del concorso in magistratura”: un business che non conosce crisi. Bellomo, Caringella, Santise, Galli, Giovagnoli: ecco alcuni nomi dei “Signori del Concorso.” Anche quest’anno, con un concorso a 340 posti, gran parte dei vincitori proverrà dai loro corsi, avrà seguito le loro lezioni, avrà studiato dai loro manuali: si tengono il 7, l’8 ed il 10 luglio le tre fantomatiche prove scritte in diritto civile, penale ed amministrativo, che sono, però, solo la parte finale di un percorso estremamente lungo e complesso. Abbiamo spulciato tabellari, strampalati codici etici e comportamentali, quote di iscrizione e corsi online: intorno al concorso in magistratura girano tanti, tantissimi soldi. Tutti i magistrati, dunque, possono permettersi questo secondo lavoro di lusso? No. I magistrati ordinari, in linea teorica, non possono tenere corsi di specializzazione e formazione di tal genere, essendo presenti all’interno delle commissioni di concorso: una prateria, quindi, si è aperta per i giudici amministrativi. E non è un caso, dunque, che molti abbiano fatto il salto, da giudici ordinari ad amministrativi: prima giudici civili, giudici penali o sostituti procuratori, poi Tar e, a volte, Consiglio di Stato. Stipendi alti, tra i più alti che si registrano all’interno dell’amministrazione pubblica, dunque: come scrive da anni Alessio Liberati, “il Consiglio di Stato è forse la casta più potente e meno conosciuta d’Italia”, dove funzioni amministrative, giudiziarie, legislative e politiche si concentrano, si sfiorano, si sovrappongono pericolosamente, in barba alla separazione dei poteri. In questo calderone, in questo tritatutto scriteriato del quale nessuno scrive e nessuno parla, i “Signori del concorso” hanno capito che “l’education 2.0”, rigorosamente a pagamento, è la panacea di tutti i mali, il rimedio unico ad ogni disfunzione del sistema universitario: i numeri, d’altra parte, danno loro ragione. Business, pura impresa: la preparazione dei futuribili magistrati è un segmento dell’attività imprenditoriale di quelli che, è bene ricordarlo, sono dipendenti dello Stato. Pioniere del ramo, tra Roma e Napoli, è certamente Rocco Galli, con oltre tremila ex allievi che, ad oggi, sono divenuti magistrati ordinari: la RoccoGalli Srl chiede 400 euro a bimestre per la partecipazione al corso. Francesco Bellomo, invece, è un giurista di nuova generazione: è stato prima sostituto Procuratore della Repubblica, poi è passato al Tar ed infine è approdato al Consiglio di Stato per concorso. Tiene corsi di formazione a Roma, Milano e Bari. La quota di iscrizione è di 242 euro, con un corso, della durata di nove mesi, dal costo trimestrale di 1952 euro, Iva inclusa. Il criterio di ammissione è puramente temporale: tutto dipende dall’ordine cronologico di iscrizione, dato che tutti i corsi sono a numero chiuso. Massimo 60 membri, mentre solo a Roma si arriva ai 100 iscritti. Di regola, il corso costa annualmente circa 6000 euro al singolo concorsista, al netto dei manuali e dei codici: per la sua Diritto e scienza Srl, facendo due conti, l’incasso lordo è di circa 1milione e 300mila euro complessivi. Francesco Caringella, invece, è diventato il più giovane Presidente di sezione del Consiglio di Stato, oltre che un apprezzato scrittore: dirige corsi di formazione a Roma, Milano, Cagliari, Reggio Calabria, Palermo, Padova, Ancona, Catania. Costi? 50 euro l’iscrizione, con una quota bimestrale di 400 euro, Iva inclusa. “Accademia juris il diritto per concorsi” è una Srl unipersonale: pagamento rapido ed indolore. Altro illustre consigliere di Stato, che si divide tra Roma, Bari e Milano per i suoi corsi di formazione, è Roberto Giovagnoli: ITA SRL è un’altra società di “education 2.0”. Il prezzo è di 680 euro a bimestre, per un costo complessivo superiore ai 3000 euro annui. Si occupa della formazione post universitaria anche Maurizio Santise, un tempo giudice ordinario, civile e penale, poi al Tar dal 2009. Presente anche a Milano, a Napoli il suo corso è, ad oggi, il più quotato: 150 euro di iscrizione, 450 euro a bimestre e lezione singola al costo di 70 euro. Oppure pagamento intero a 2000 euro. Tutto organizzato perfettamente in forma societaria: sempre a responsabilità limitata, come è ovvio. Nome nomen, “Il Diritto Srl.” Quanti sono i laureati in giurisprudenza che, nel mare magnum del concorso in magistratura, sempre più capace di fagocitare tutto e tutti, si svenano alla ricerca dell’optimum, della preparazione migliore e dell’aggiornamento più aggiornato? Bellomo a parte, che elargisce sapere a numero chiuso, molti altri oscillano: dai 200 fino ai 400 giuristi. Questi, dunque, sono i numeri mostruosi del business dell’education 2.0 a fini concorsuali. Volendo utilizzare come parametro il bacino di utenza napoletano, il corso costa annualmente 2400 euro, compresa l’iscrizione. Con un calcolo approssimato per difetto, possiamo dire che, solo a Napoli, la gestione del post laurea frutta, al lordo, oltre 700mila euro. A questo, ovviamente, dobbiamo aggiungere il peso specifico, in termini economici, delle doppie, triple e quadruple sedi sparse per lo stivale: oltre lo stipendio già considerevole, o di magistrato amministrativo o di consigliere di Stato, dunque, si può “arrotondare” con questo secondo lavoro di lusso. I Signori del concorso, ormai, si fanno concorrenza tra loro, si scannano sui piani tariffari come banali operatori di telefonia mobile: sanno, in fondo, di non avere nel settore pubblico, soprattutto nell’Università pubblica, una valida alternativa. Sono i padroni, per larga parte, dunque, della formazione dei neo laureati: le Sspl pubbliche, infatti, funzionano per davvero? Prendiamo ed esempio quella della Federico II, a Napoli: da anni si va avanti alla rinfusa, con il numero di posti a disposizione cronicamente superiore al numero delle richieste. Risultato? Chi fa domanda, entra. Garanzie di una adeguata offerta didattica ai fini del concorso? Zero, o giù di lì. L’introduzione del tirocinio, ovviamente non retribuito, presso i tribunali, le corti d’Appello o i Tar? Utile, ma non basta. Nemmeno le Sspl private, da sole, offrono le necessarie garanzie: ed allora servono loro, i “Signori del concorso.” Il sistema concorsuale, ad oggi, è una gallina dalle uova d’oro: il numero di coloro che tentano i concorsi pubblici aumenta anno per anno, così, i corsi di formazione garantiscono introiti senza precedenti. Società a responsabilità limitata: impresa, business. Come mai nessuno ne parla? Possibile che vi sia tale discrasia tra magistratura ordinaria ed amministrativa? Ed ancora, quanto incide questa commercializzazione del concorso sul profilo dei futuri magistrati? I giovani candidati hanno ben poche responsabilità: il percorso descritto, come abbiamo detto, è pressoché obbligato. La domanda che ci poniamo, dunque, è tremendamente semplice e squisitamente di “opportunità” : a queste cifre, e con questi introiti, si può essere ancora magistrati? O si è altro?

Magistratura: toghe, politica e salto della quaglia, scrive VoceLibera il 22 dicembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". C’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità. Non è più così: dalle aule di giustizia si evade per entrare nel recinto della politica. L’uragano Di Pietro ai tempi di Mani Pulite a Milano indusse schiere di giovani a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza per diventare, anch’essi, fustigatori del mal costume. Quando il Tonino nazionale si strappò la toga di dosso platealmente e fondò un partito diventando in un amen ministro e leader, il sogno di una generazione si infranse. E allorché quella generazione comprese che i processi servivano, non solo a fare pulizia, ma anche a facilitare carriere parlamentari e di governo, cominciò lo scontro. Politica contro giudici e viceversa. Nessuno poteva immaginare che tolto di mezzo il nemico Berlusconi, la battaglia sarebbe ripresa,acerrima, regnante a palazzo Chigi un personaggio uguale e contrario: Matteo Renzi. Il quale, paradossalmente, ha limato le unghie alla magistratura più di quanto non sia riuscito all’ex Cavaliere. Il ragazzo di Firenze ha ridotto da 45 a 30 giorni le ferie di Vostro Onore; elevato la soglia di rivalsa (responsabilità civile) a favore delle vittime di errori giudiziari; limitato il ricorso alle intercettazioni nelle indagini dei pubblici ministeri, previsto un aumento dei termini di prescrizione. Che sono il vero fallimento della giustizia giusta. Apriti cielo. Un Csm indebolito da faide interne ha alzato la voce, l’Associazione Magistrati ha gridato di più, il governo ha fatto spallucce, la fiducia degli italiani nei confronti dei due poteri, fondamentali se restano separati, ha perso nuovamente quota. In compenso, ed è questo il lato curioso della faccenda, una politica in crisi di autorevolezza (50 elettori su 100 non votano più), tenta il recupero, assoldando volti nuovi della magistratura quando c’è da eleggere un sindaco, un governatore, un deputato, un senatore. Oppure c’è bisogno di incaricare guardie speciali per tenere a freno ladri normali. E queste guardie sono sempre di più: il salto della quaglia da un tribunale a una commissione o a un pubblico ufficio amministrativo è diventato prassi. Comandare è meglio che fare l’amore, dice — con altri termini — un proverbio siciliano. In verità, l’alcova del comando che non conosce pause è quella di chi opera nel nome del popolo italiano. La scritta campeggia sulle prime pagine di sentenze e ordini di cattura. C’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità. Chi le esercitava era come investito da una sorta di mandato, quasi una missione, quella monastica, di cui erano depositari laici i magistrati: una volta varcata la soglia di una camera di consiglio ne sortivano solo per andare in pensione, fatti salvi i cambiamenti di sede dovuti allo svolgersi naturale della carriera. Questo pensava la gente, e l’esercizio non prevedeva sospensioni, ripensamenti, mutamenti di fronte. Era un esercizio per sempre. Non è più così: dalle aule di giustizia si evade per entrare nel recinto della politica. E c’è anche il caso della marcia indietro con ritorno al punto di partenza. Una porta girevole, insomma. Non è bello, anche se assolutamente legittimo, sia chiaro, vedere che sacerdoti dell’imparzialità si pieghino a liturgie estranee al privilegio di stare al di sopra e al di fuori delle parti. Ma ci rendiamo conto che nell’epoca del relativismo, ribadire questo concetto risulta inutile e stucchevole. Il fenomeno tra l’altro non è nuovo. Che cosa spinga un procuratore, un presidente di tribunale a lasciare un potere forte per infilarsi nelle schiere di un altro, apparso storicamente debole, è interrogativo per filosofi e psicologi. O semplicemente per strateghi della carriera. Ma che cosa si perde, in Italia, a causa di queste trasmigrazioni aggravate e continuate è risposta pronta: si perde la certezza che i processi celebrati in Italia siano processi e basta. Nella vita si cambia. La giustizia però la si vorrebbe immune da contagi e confusioni soprattutto quando ad alimentarli sono personaggi divenuti simboli di stagioni giudiziarie storiche. Ma tant’è. Un partito non offrirebbe mai scranni a chi non simboleggia nulla. Di Claudio Bottan.

GLI ONESTI DI SINISTRA. CENTRI SOCIALI ED ILLEGALITA’.

Viaggio nei centri sociali occupati, tra droghe, alcol e stanze del sesso.Una serata al Ri-Make di Milano, durante una festa omosessuale con un unico motto: “Sesso e droghe libere”, scrive Giuseppe De Lorenzo martedì 22/12/2015 su “Il Giornale”. "Questa è una festa in cui la normalità resta fuori dalla porta”. Sesso, droghe, musica, alcol, scambi di coppia. I “centri sociali” italiani non sono solo quelli che manifestano in piazza, gli antagonismi vari, noTav e noExpo. C’è dell’altro, ovvero le attività notturne organizzate durante l’anno. Feste, discoteche, party di autofinanziamento: tutto in maniera più o meno illegale, realizzato senza autorizzazioni di sorta in locali spesso occupati. Sabato era in programma a Milano un “Queer party”. Non una serata come tutte le altre, ma un momento - si legge nell’invito che mi ha incuriosito - in cui “provare a mettere in discussione la monogamia, le dinamiche di coppia e la sessualità a due”. Orge, insomma. Ma non solo. Il “Ri-Make”, luogo della festa, è un enorme stabile un tempo sede della Banca Nazionale del Lavoro ed ora trasformato in un centro sociale “occupato, autogestito e antiproibizionista". Nessun divieto comportamentale. Il collettivo femminista e Lgbt “Le Luccione” che ha organizzato il raduno parla di un “QuEeR Party con 'Marx, Engels, Lenin & Beyoncè'", personaggi che campeggiano sulla locandina chi con la barba rosa e chi con le sopracciglia colorate. E’ una serata omosessuale da cui non sono esclusi gli etero. L'importante è "liberare la sessualità e sperimentare i propri desideri". Per entrare viene chiesta un’offerta libera, prezzo che comprende anche la libertà di usufruire di preservativi e lubrificanti distribuiti gratuitamente. Come debba finire la serata è chiaro sin da subito. Il foglio informativo sul "Bon ton" da tenere non lascia spazio ad immaginazioni: "Divertiti, balla e, per una sera, libera i tuoi orgasmi". All’interno trovo anche un bar completo di tutto, tranne che del registratore di cassa. Ma questi son luoghi in cui non ci si formalizza, in cui la vendita di bevande diventa autofinanziamento e atto rivoluzionario. Mentre provo a bere la mia birra da 2,50 euro si avvicina un ragazzo, di 20 anni o poco più. Parrucca in testa, piumato foulard rosso al collo, tacchi a spillo, calzamaglia nera e minigonna. “Non stare da solo, vieni a ballare con me”. Declino l’offerta, ma sono costretto a fingere di apprezzare la musica e le movenze del ragazzo per non essere scoperto. Tra i ballerini noto anche qualche uomo di mezza età. Uno di loro veste una pelliccia molto appariscente. La cosa più interessante, però, è nell’angolo della sala da ballo. Una tenda trasparente “nasconde” la “stanza del sesso”, da utilizzare “come vuoi, con chi vuoi”. Prima di entrare bisogna leggere il cartello informativo: “Non esiste alcun divieto - c'è scritto - e il sesso non si può fermare. Stai solo attento alle malattie. Dentro trovi preservativi e guanti in lattice. Usali”. Non ci sono turni. Ognuno entra quando vuole e con chi vuole. Non ci si formalizza nemmeno sul numero di persone che possono consumare il rapporto. Entro nella stanza, è tutta buia ma prima di me sono entrate tre persone. Ho visto abbastanza. Prima di lasciare la festa (che a seguire prevede gnoccata notturna e sex games), intravedo “l’angolo trucco e parrucco”. Qui chi lo desidera può mettersi cipria e ombretto, e la maggioranza di chi si sottopone al make up è di sesso maschile. Evito di varcare la soglia, per non rischiare di entrare uomo ed uscire donna. Questa è la Milano notturna nei centri sociali occupati. Che qualcuno si ostina a considerare esempi positivi di socialità.

E’ vergognoso che in Italia, nel 2015 e nonostante un’infinità di leggi e leggine, vengano ancora tollerati i Centri Sociali, ricettacolo di gente senza arte né parte, luoghi di illegalità legalizzata dove molto spesso si ‘formano’ i criminali di domani, scrive “Italia Insieme” il 19 maggio 2015. Nella maggior parte dei casi, poi, chi fa parte ed è membro attivo di queste strutture le occupa abusivamente (strutture per lo più di proprietà dei comuni, magari momentaneamente in disuso) ed esaltano pubblicamene il loro reato come fosse un “diritto”. In pratica: è come se qualcuno rubasse e utilizzasse a piacimento la vostra auto poiché voi la usate poco o non la usate affatto. Però qualcosa non torna: perché per un furto d’auto la magistratura e le istituzioni intervengono all’istante (giustamente!) mentre per le occupazioni abusive (di strutture statali per altro!) fanno orecchie da mercante o, peggio ancora, chiudono un occhio e fingono di non vedere? Urgono immediatamente provvedimenti seri e concreti: i Centri Sociali devono essere sgomberati e chiusi, e devono essere puniti severamente tutti coloro i quali continuano e perseverano in questa dubbia ‘attività’. E’ impensabile tollerare che ci sia gente che per anni utilizza gratuitamente edifici altrui (leggi: furto continuato e aggravato) senza che lo Stato muova un dito. Tollerare un simile atteggiamento vuol dire, di fatto, dare il placet a questi individui nel perseguire indisturbati le proprie attività e rendersi complici.

Okkupazioni e scontri, illegalità antagonista, scrive Francesca Musacchio su “Il Tempo” del 9 novembre 2014. Occupazioni abusive di immobili e spazi pubblici, manifestazioni, proteste, blitz, scontri con le forze dell’ordine durante i cortei, muri della città imbrattati dalle scritte e caos. È il mondo degli antagonisti della Capitale che vivono in una sorta di mondo parallelo dove la contestazione al governo, di qualunque colore politico, è il dogma. A Roma l’universo antagonista gestisce un centinaio di occupazioni abusive di immobili, tra pubblico e privato. Tra queste ci sono anche le sedi storiche di alcuni centri sociali che tengono in ostaggio alcuni edifici ormai da decenni. Nel quartiere San Lorenzo, infatti, esistono numerosi luoghi dove hanno sede diversi collettivi della sinistra estremista. Una situazione di stallo e disagio sociale, dunque, che va avanti da anni e che sembra essere destinata a non terminare, almeno non nell’immediato. Della galassia antagonista fanno parte, però, non solo i centri sociali, ma anche i Movimenti per la casa, i collettivi studenteschi, gli anarchici, le associazioni antirazziste e i sindacati di base. Queste realtà, nel corso degli ultimi anni, a Roma si sono rese protagoniste degli scontri più duri con le forze dell’ordine durante manifestazioni di piazza. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è quello del 12 aprile scorso quando, durante la manifestazione organizzata dai Movimenti per il diritto all’abitare, è stata violentata e vandalizzata via Veneto, una delle strade della Capitale più note al mondo. Al termine di quella giornata il bilancio è stato di 22 feriti e 6 fermati. Inoltre, un peruviano di 45 anni ha perso la mano destra a causa dell’esplosione di un petardo. Tra i partecipanti, mascherati con cerate di colore blu e il volto coperto da maschere antigas, c'era anche Andrea Coltelli, un 20enne di Viareggio, ripreso dalle telecamere mentre ha tra le mani una bottiglia spezzata. Nei mesi precedenti, però, gli antagonisti hanno messo ancora a ferro e fuoco il centro della Capitale, il 19 e 31 ottobre 2013, con altri feriti, fermati e danni alla città. Il fine di queste frange estreme, quindi, è sempre la contestazione ovunque e comunque, schierandosi di volta in volta con i vari fronti di lotta, che vanno dai No Tav ai No Muos o all’opposizione cruenta alle politiche sociali del governo.

Mappa Occupazioni di Centri sociali a Milano:Segnalazione a Milano, scrive Milano Today.

NESSUNO TOCCHI MILANO? MA MILANO LA TOCCANO GIÀ! Ipocrisia a 180 gradi sui fatti del 1 maggio. Indignazione a buon mercato da parte di chi tollera da anni il sistema di illegalità costituita dei Centri Sociali.

CENTRI SOCIALI: UN SISTEMA DI ILLEGALITA' PROTETTA E TOLLERATA. A Milano sono circa 25 (stima per difetto) i cosiddetti "centri sociali occupati", che vivono sulla pratica e l'esaltazione di ogni genere di reato. E non stiamo parlando solo delle occupazioni abusive (che comunque sono il principale emblema della arroganza e prepotenza di queste persone), ma anche di molte altri reati connessi; dagli imbrattamenti di muri, alla sistematica affissione abusiva di manifesti, al disturbo alla quiete pubblica, alla resistenza alla forza pubblica, ai picchetti "antisfratto" , alle scorribande nelle scuole e nelle università, alla creazione di esercizi commerciali abusivi e privi di norme igieniche e di sicurezza, all' evasione fiscale (totale). E a ciò si aggiunga l'arroganza di chi, non contento di calpestare ogni legge e regola e rivendicare per sé la libertà assoluta (la chiamano "autogestione"), ha la pretesa di voler tappare la bocca a quelli che non la pensano come loro (chiamati "fascisti", "razzisti", "omofobi", "clericali" o come vogliano loro.

VANDALISMI NON OCCASIONALI, MA SISTEMATICI. Anche se non sempre succedono cose della gravità di venerdì scorso, tuttavia ogni anno, il MayDay organizzato dalla galassia antagonista provoca danni e vandalismi. Se non altro causa l'imbrattamento sistematico di tutti i muri e talvolta anche vetrine lungo il percorso della manifestazione. Questi imbrattatori di professione vengono lasciati fare impunemente dagli altri partecipanti al corteo (quelli cosiddetti "bravi").

NON SI PUO' CONCEDERE LA PIAZZA AI DELINQUENTI E DITTATORI. La libertà di manifestare è un diritto sacrosanto, ma non ha nulla a che vedere con l'apologia di reato e l'istigazione a delinquere. Non si può concedere la piazza a chi professa ed esalta la delinquenza, a chi vive sulla rivendicazione del "diritto di reato". Che succederebbe se si desse la libertà di manifestazione ad una gang di ladri di auto che vanno in giro a dire che è giusto rubare auto? o ad una banda di spacciatori di droga che fanno un corteo per esaltare il diritto a spacciare, o ad una associazione di "torturatori di animali" che vorrebbero seviziare i gatti? La libertà di manifestazione non c' entra con l'apologia di reato e l'istigazione a delinquere (anzi è cosa diametralmente opposta). I Centri Sociali sono una istigazione a delinquere vivente per il fatto stesso di esistere; in quanto rivendicano con orgoglio le loro occupazioni abusive (cioè dei furti). Figurarsi se poi gli si può permettere loro di fare pure "manifestazioni"..."

NECESSARIO L' USO DELLE ARMI. Qualcuno, dopo i fatti del 1 maggio parla di "successo delle istituzioni", perché non ci sono stati morti. Ma che vuol dire? Che, per evitare il morto, allora di deve lasciar devastare una città? E' ora di finirla di essere schiavi dei nuovi dittatori e umiliati da essi. Abbiamo appena festeggiato il 25 Aprile che è stata guerra di liberazione. Guerra, non noccioline. Si sono usate anche le armi, e sono state uccise delle persone, Ma nessuno si scandalizza. Anzi, fanno le celebrazioni in pompa magna. E allora, se ci siano liberati da una dittatura, perché dobbiamo soggiacere ad un'altra? Le forze dell'ordine hanno (uniche fra i cittadini) la prerogativa di usare le armi. E allora le usino! Non si può stare ad assistere impunemente a gente che da fuoco alle auto e sventra le vetrine dei negozi.

Chiudete i centri sociali Culle dei black bloc difese dai magistrati. Sono le culle dei black bloc italiani, ma sindaci progressisti e magistrati li difendono. E' il momento di dire basta. Le bestie di Roma vanno arrestate, scrive Alessandro Sallusti Lunedì 17/10/2011 su “Il Giornale”. Non vengono da Marte. E neppure da Berlino o Londra come qualcuno vuole farci credere. I criminali che sabato hanno di­s­trutto Roma e attentato alla vita di poliziotti e carabinieri proveni­vano da città italianissime, da Bari a Torino. Dietro la sigla «black bloc» si cela il teppismo nazionale che cresce e si organizza impuni­to, nonostante le evidenti illegali­tà, nei centri sociali che pullulano nelle nostre città. Disagio giovani­le, lo chiamano i sociologi (altra categoria pericolosa). Ragazzi senza speranza, li difendono quel­li della sini­stra che siedono in Par­lamento a ventimila euro al mese. Teppisti, li chiamo io, giovani an­noiati e frustrati che non hanno vo­glia di diventare grandi, di misu­rarsi con i problemi della vita. Di­cono: la colpa non è loro ma della società. Balle, la colpa è tutta e so­lo loro, non certo nostra. Se com­plici ci sono, vanno cercati in chi li finanzia, in chi (sindaci e magistra­ti buonisti) permette loro di com­piere ogni tipo di illegalità. Possi­bile che l’obbligatorietà dell’azione amministrativa e penale valga soltanto per punire chi lascia un minuto l’auto in sosta vietata o per inseguire le ragazze ospiti di Berlusconi? Dove sono vigili e magistra­ti q­uando una banda di sfaccenda­ti occupa case e palazzi pubblici e privati? Perché è in quelle oasi sfuggite al controllo dello Stato che i peggiori di loro organizzano i piani della guerriglia, nascondo­no armi improprie, preparano le molotov da lanciare per le nostre strade il sabato pomeriggio. I centri sociali sono una minac­cia, non una risorsa della società. Vanno chiusi, se serve, con la for­za. Perché la Guardia di finanza e l’ispettorato del lavoro devono po­ter mettere sottosopra le aziende mentre un centro sociale può staretranquillo nella sua assoluta ille­galità incubatrice di violenza? Non prendiamoci in giro. Solo a volerlo, le Procure possono sapere chi sono questi signori in mezza giornata. Anzi, probabilmente già lo sanno e non fanno nulla. Perché se si muovono poi si arrabbia­no Vendola e Di Pietro, Bersani e Santoro. Dopo quello che si è visto ieri, sarebbe meglio farli infuriare e darsi una mossa. Prendere le distanze dai violen­ti e difendere i centri sociali è una contraddizione in termini. Chi punta il dito sui criminali di ieri e celebra la memoria di Carlo Giu­liani (il no global morto durante gli scontri del G8 di Genova men­tre cercava di spaccare la testa a un carabiniere con un estintore) è un furbo in malafede. Carlo Giulia­ni era un delinquente esattamen­te come quelli visti all’opera a Ro­ma. Dedicargli, come fece Rifon­dazione comunista, un’aula di Montecitorio (presidente della Camera era Bertinotti) è stato un insulto all’Italia intera. La poesia che a Giuliani ha dedicato Nichi Vendola, possibile candidato pre­mier della sinistra moderata, è sta­t­o un invito a tanti giovani a seguir­ne l’esempio, a spaccare la testa ar­mati di estintore. Contro i cattivi maestri non possiamo fare nulla, chiudere i centri sociali è un dirit­to- dovere di chi amministra le cit­tà e la giustizia. Non bisogna avere paura.Non l’ha avuta Obama,pre­sidente nero e democratico degli Stati Uniti, ad arrestare oltre mille «indignati» turbolenti. Anzi, l’America tutta l’ha solo ringrazia­to. Proviamoci anche da queste parti.

Strasburgo ipocrita e teleguidata dagli antagonisti, scrive Angelo Mandelli. CHI CI DIFENDE DALLA TORTURA DEI CENTRI SOCIALI? Squadracce dei cosiddetti "centri sociali" si scontrano con le Forze dell'Ordine in Piazza della Scala a Milano.  Questa immagini si reiterano continuamente nelle nostre città.  Gruppi di disgraziati si ritengono in diritto di aggredire la Polizia e i Carabinieri, ma non si può far nulla per fermarli. Grazie all' opera di delegittimazione delle Forze dell'Ordine in corso da decenni, se un dimostrante viene toccato, ... apriti cielo!    I tormentoni contro la "violenza della polizia" si trascinano per decenni, mentre si tace sulle continue illegalità da parte dei Centri Sociali.  Il risultato è un sistema di dittatura "al contrario"; dove i violenti e i dittatori di estrema sinistra possono imporre la loro legge e tenere schiavo il popolo italiano. La sedicente "corte europea dei diritti dei diritti umani" ha sentenziato che l'Italia la Polizia tortura e lo Stato "non ha una legislazione adeguata per perseguire le torture"...Bell' esempio di faziosità ipocrita e teleguidata dalla lobby antagonista. Ormai il nostro mondo appare sempre di più come un mondo ribaltato, dove gli scandali che emergono sono il contrario esatto di quelli che dovrebbero emergere. E dove l'agenda di tutto ciò che ha rilevanza mediatica viene dettata dalle lobby degli intellettuali di sinistra: quelli che erano in piazza a Genova nel 2001 a "contestare il sistema", fra canti, balli, bottiglie molotov ed ... estintori. Se l'Italia non ha una legislazione per impedire la tortura da parte delle forze dell'ordine, tanto meno ha una legislazione per impedire le torture che i cittadini italiani devono subire da parte di Centri Sociali, anarchici, antagonisti, no-tav, no-global, ecc. In tutte le principali città italiane sono decine i cosiddetti "centri sociali", che effettuano sistematiche occupazioni abusive, inneggiano alla illegalità, si scontrano con le forze dell'ordine, imbrattano i muri, disturbano la quiete pubblica, e commettono tutta una serie di altri reati (compresa evasione fiscale totale). Io scrivo da Milano e so quello che dico.  Ho seguito direttamente le vicende di alcuni di questi centri sociali (ma penso che tutti siano nelle stesse condizioni), dove la gente che abitava nei dintorni viveva in un incubo, perennemente perseguitata da feste, schiamazzi, rumori che si protraevano fino all' alba del giorno dopo e impedivano di riposare (si può pensare ad una tortura peggiore?). Quando i cittadini protestavano venivano fatti oggetto di insulti, minacce e aggressioni. Potrei citare come esempio quello dei residenti che abitavano di fianco al centro sociale "lambretta", di cui si è molto parlato sui giornali. Inoltre questi "centri sociali" esercitano una azione di intimidazione e dittatura politica e culturale, con aggressioni, intimidazioni e "contestazioni" verso tutti quelli che non la pensano come loro e osano manifestare idee diverse. Basti pensare alle aggressioni ai gruppi pro-life, alle "sentinelle in piedi", ai partiti di centro-destra, che sono sistematiche e quasi sempre fomentate dai militanti dei Centri Sociali. Il problema è che questi gruppi eversivi vengono lasciate agire indisturbati, per anni e decenni.  Compresi i loro siti internet che inneggiano alla illegalità, alla eversione, a commettere reati e a resistere alla Forza Pubblica. In pratica i cittadini sono indifesi da questa gente.  Se capita (raramente) che qualcuno di questi covi viene sgomberato, subito dopo occupano altrove, con ancora più arroganza. Molti si chiedono come sia possibile una cosa del genere. Come sia possibile che gente che commette e reitera reati, di fatto non venga perseguita da nessuno, o venga perseguita in modo ridicolo e totalmente inefficace. Ma tant' è che la corte di Strasburgo se ne stras-frega di queste cose; guarda la pagliuzza e ignora la trave. Solita storia miserevole e infame.

CHI FA LE LEGGI? 

Chi fa le leggi? Tante proposte ma poche tagliano il traguardo. E otto su dieci sono del governo.Dati Openpolis: nelle ultime due legislature la percentuale di successo delle iniziative di Palazzo Chigi è stata 36 volte più alta di quelle parlamentari. L'apice con Letta. I tempi: neanche due settimane per il trattato su risanamento banche e bail in, quasi 800 giorni per Italicum, divorzio breve e anti-corruzione, scrive Michela Scacchioli il 5 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello - tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori - su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in). Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull'agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge. Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con - al massimo - 44 giorni di tempo. Dall'altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale. Leggi lepre. E leggi lumaca. Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che "nel 2016 queste vanno" necessariamente "portate a casa" perché "a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015" il ddl Cirinnà presentato in commissione a Palazzo Madama già a marzo del 2013 e successivamente modificato. "Purtroppo - ha poi aggiunto Renzi - non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perché il dibattito che si apre al Senato" a fine gennaio "sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l'elemento della fiducia, bisognerà lasciare a tutti la possibilità di esprimersi". In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari. Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l'iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante - costituzionalmente - siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo. Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d'azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari. Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it. Secondo l'osservatorio civico, infatti, "ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo". Nell'attuale legislatura, come nella scorsa, circa l'80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti. Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l'iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?

Chi arriva in fondo. Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell'80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo. E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.

I tempi. In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare. Non stupisce quindi che la top 10 delle 'leggi lumaca' sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle 'leggi lepre' vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno). Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.

Tante ratifiche di trattati. Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.

Cambi di gruppo e instabilità. Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall'altro ha introdotto una forte instabilità nei rapporti fra maggioranza e opposizione. Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di 'trincea' fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l'opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d'Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggior parte dei casi in contrasto con il Partito democratico.

Pd in testa. Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare). Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.

I decreti. A seguire nell'analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività principali del nostro parlamento. Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato. Negli ultimi 4 governi, il più 'efficiente' è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti. I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.

Le Regioni. Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.

Come si vota. Un altro elemento fondamentale nell'approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull'attuale legislatura, l'analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all'approvazione finale di questi provvedimenti. Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia. Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità di principale forza politica all'interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.

Le opposizioni. Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perché se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontano altro. Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd. Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.

Voto di fiducia: chi l'ha usato di più. Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento. Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l'approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia. In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento. Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia? Al primo posto c'è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità 2013. Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità 2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità 2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).

Voti finali alla Camera. Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo. Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi - e il riposizionamento dei berlusconiani - la percentuale è scesa al 64,57 per cento.

Voti finali al Senato. I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali.

Voti finali panpartisan. Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro. Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

LA DIFESA DELLE DONNE: COSA DI SINISTRA?

C'è chi è cristiano; c'è chi è mussulmano; c'è chi è comunista!

Vauro sulle violenze di Colonia: "Stupriamo noi le nostre donne".Il vignettista sul Fatto Quotidiano difende gli immigrati con una frase che fa gelare il sangue nelle vene, scrive Andrea Indini Domenica, 10/01/2016, su "Il Giornale". "Le nostre donne ce le stupriamo noi". È il solito Vauro, incapace di non scadere nel becere. Nemmeno davanti alle barbare violenze che hanno macchiato la notte di Capodanno. Un migliaio di immigrati assetati di sesso e pieni d'alcol fino al cervello hanno stuprato, molestato, aggredito e, infine, derubato centinaia di donne. L'ultimo bollettino è di quattrocento denunce, ma ce ne potrebbero essere delle altre. Anziché tacere, il vignettista ha subito preso la matita per difendere quell'orda di extracomunitari che nelle ultime ore sono giustamente finiti sotto processo mediatico. "Europa. Dopo i fatti di Colonia uno scatto di orgoglio", scrive Vauro sopra a un energumeno con occhiali da sole scuri, camicia sbottonata e un crocifisso al collo. E quale sarebbe lo scatto d'orgoglio? "Le nostre donne - scrive il vignettista - ce le stupriamo noi". Parole e disegni di una violenza quelli pubblicati ieri mattina sul Fatto Quotidiano. Un ulteriore schiaffo a quelle donne che la notte di San Silvestro sono state immobilizzate dal branco straniero, palpeggiate nelle parti intime, umiliate davanti a tutti, derubate dei propri averi. Vauro non ha avuto la decenza di tacere nemmeno davanti agli stupri. Non ci saremmo mai aspettati una condanna senza se e senza ma di questi arabi, che considerano la donna meno di zero, ma il silenzio sì.

"La difesa delle donne è di sinistra". I rossi si credono rosa.La frase del ministro Pinotti è una falsità storica: chiedere nei Paesi dell'ex Urss, scrive Stenio Solinas Martedì, 12/01/2016, su “Il Giornale”. Per risolvere il problema della fame in Irlanda, Jonathan Swift proponeva di arrostire i bambini allo spiedo. Era una «modesta proposta» e verrebbe voglia di parafrasarla per un «modesto consiglio» all'attuale premier Matteo Renzi: per ovviare al disprezzo di cui godono i politici in Italia, bisognerebbe impedire ai ministri di parlare. Nell'un caso e nell'altro, la carestia e l'antipolitica, non si risolve il problema, però si evitano le chiacchiere un tanto al chilo.Intervistata da La Stampa, il responsabile della Difesa, Roberta Pinotti, dice nell'ordine due amenità: «Sicurezza è libertà, e quindi è di sinistra. Fare uscire le donne libere e sicure è di sinistra». È una via di mezzo fra un cimitero e un manicomio.Il ministro (la ministra, la ministressa, fate voi, il politicamente corretto ha le sue ragioni che la grammatica italiana non conosce) per spiegare le amenità apodittiche di cui sopra, mette cautamente, molto cautamente, le mani avanti: «L'antico riflesso del politicamente corretto a sinistra l'ho visto in passato. Negli anni scorsi qualcuno sosteneva che la sicurezza fosse un argomento di destra». E ancora, in risposta all'ipotesi di una «insurrezione della sinistra» se i fatti di Colonia fossero stati addebitati a un branco di naziskin: «Non credo, non c'è nessuna timidezza...». Se anche lei leggesse i giornali, se non altro per essere informata dei fatti, saprebbe che da Natalia Aspesi di Repubblica a Dacia Maraini del Corriere della sera, due per citare il tutto, o per estrarle dal mazzo (e mi fermo qui sempre per il politicamente corretto), la differenza è proprio lì. Il concetto di fondo di quei commenti è che in fondo noi italiani, in quanto tali e in quanto occidentali, siamo stupratori seriali e quindi non è il caso di prendersela con i musulmani. Lo scrivono donne emancipate e in carriera e che nel corso della loro vita sentimentale e professionale hanno fatto strage dell'altro sesso, ma come si fa a darle torto, se non passando per biechi maschilisti, naturaliter fascisti? Quindi va bene così, soprassediamo, come diceva l'immortale Franco Franchi sedendosi sopra l'altrettanto immortale Ciccio Ingrassia. Resta però un interrogativo: l'ideologia applicata al sesso, risolve la differenza dei sessi?Fin da bambini si sa che le donne non si colpiscono nemmeno con un fiore (però ai bambini è concesso tirarle un innaffiatoio di plastica se lei ti tira i capelli) e, tralasciando la classicità, dall'amor cortese all'amor romantico la nostra cultura ha messo sempre l'uomo in ginocchio davanti alla donna. Difficile dire se fosse di destra o di sinistra, anche se quest'ultima è una creazione politologica della Rivoluzione francese, e, va da sé, non si escludono né sopraffazioni né violenze, la natura umana non è angelica, ma la civiltà era quella, sicuramente non egualitaria, perché i sessi erano diversi, ma il concetto serviva a costruire un sistema di valori. Poi, certo, nel Novecento dei diritti, delle masse e del suffragio universale, le cose sono cambiate, giustamente per il cosiddetto «sesso debole», ma davvero pensiamo di cavarcela con degli imprimatur ideologici? Chi ha avuto l'occasione di fare una passeggiata nell'Est europeo prima della caduta del Muro di Berlino, con comunismo annesso, ancora si ricorda la scomparsa in loco dell'età di mezzo delle donne, il passaggio dalla giovinezza alla vecchiaia senza colpo ferire, senza che fra le due ci fosse la gioia e il piacere di un ornamento, una cura, un profumo, un abito che andasse a rivendicare una femminilità tanto più negata quanto più annegata in una menzognera parità dei sessi. Di sinistra, libere e sicure? Ma di che cosa stiamo parlando?In genere la politica, e nella fattispecie quella contemporanea senza più idee, dovrebbe smetterla di parlare di ciò che non le appartiene e farsi caso mai un bell'esame di coscienza. Quanto alla cosiddetta sinistra, divenuta ormai una sorta di massoneria individualista e progressista dei garantiti, affrancata da ogni appartenenza e identità, comprese quelle sessuali, una conventicola che se incontra un povero si spaventa, è chiaro che dovrebbe chiedersi quale sia la chiave, diversa da quella dell'erotico romanzo di Tanizachi, che funzioni contemporaneamente per l'esaltazione del marchese de Sade, per l'«utero è mio e lo gestisco io» e per la tattica maschile della mano morta sui tram o nelle code alle poste. La risposta non è nelle piste ciclabili.

LE COSE DI SINISTRA.

Una cosa è certa, però. Per i poveri cristi vale “Colpevole fino a prova contraria”. Per gli intoccabili vale "Innocente fino a prova contraria o fino all’archiviazione o alla prescrizione".

Nel "palazzo dello scandalo". Un giorno con i giudici indagati, scrive Riccardo Lo Verso Mercoledì 23 Settembre 2015 su “Live Sicilia”. Da Silvana Saguto a Tommaso Virga, passando per Lorenzo Chiaromonte e Dario Scaletta. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani che attenderanno il giudizio del Cms sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Tommaso Virga è nella sua stanza al primo piano del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Due rampe di scale lo separano dalla sezione Misure di prevenzione finita sotto inchiesta. Siede alla scrivania dopo avere appeso la toga e tolto la pettorina, il bavaglino bianco che un regio decreto del 1865 impone di indossare ai giudici in udienza. Questioni di forma e decoro. Virga parla con i cancellieri e prepara il calendario delle udienze della quarta sezione penale. Fa tutto ciò che deve fare un presidente che si è appena insediato. Archiviata l'esperienza di consigliere togato al Consiglio superiore della magistratura aspettava che si liberasse una sezione a Palermo. Un incrocio, quanto meno insolito, ha fatto sì che andasse a prendere il posto di Mario Fontana, chiamato a sostituire Silvana Saguto, l'ex presidente delle Misure di prevenzione travolta dall'indagine in cui è coinvolto lo stesso Virga. Che si mostra disponibile con il cronista che bussa alla sua porta. “Nel rispetto del ruolo che ricopro non ho mai fatto dichiarazioni”, dice il presidente chiarendo subito la sua intenzione di non cambiare idea proprio adesso. Inutile chiedergli dell'indagine che lo coinvolge, della credibilità della magistratura che vacilla, della perplessità legittima di chi si chiede se questa storia possa intaccare la serenità necessaria per chi deve amministrare la giustizia al di là di ogni ragionevole dubbio, dell'opportunità di continuare a fare il giudice a Palermo. Perché tutti i magistrati coinvolti nell'indagine sono e resteranno a Palermo. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani, nei luoghi dello scandalo, che attenderanno il giudizio del Csm sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Virga è tanto garbato quanto ermetico. Si limita a fare registrare un dato incontrovertibile: “Sono al mio posto, a lavorare”. I suoi gesti e il tono della voce sembrano rispondere alla domanda sulla serenità. Qualcuno degli addetti alla cancelleria si spinge oltre le impressioni con una frase asciutta: “L'autorevolezza del presidente Virga è fuori discussione”. Già, l'autorevolezza, al centro delle discussioni che impegnano gli addetti ai lavori nell'apparente normalità di una mattinata al Palazzo di giustizia. Apparente perché è profondo il solco tracciato dalla domanda che anima ogni capannello che si forma nei corridoi o davanti alle aule: può essere credibile una magistratura segnata da un'indagine, fastidiosa oltre che grave visti i reati ipotizzati? Nello scandalo dei beni confiscati sono coinvolti quattro magistrati. Uno è Tommaso Virga, gli altri sono Silvana Saguto e Lorenzo Chiaramonte (vecchi componenti della sezione Misure di prevenzione, azzerata con l'arrivo di Fontana) e il pubblico ministero Dario Scaletta. Hanno ruoli diversi nella vicenda. Per tutti vale il principio della presunzione di non colpevolezza su cui si basa il nostro stato di diritto. La Saguto sarebbe il vertice del presunto sistema affaristico - i pubblici ministeri di Caltanissetta ipotizzano i reati di corruzione, induzione alla concussione e abuso d'ufficio - creato attorno alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Un sistema che avrebbe finito per favorire alcuni amministratori giudiziari piuttosto di altri. Fra i “favoriti” ci sarebbero Gaetano Cappellano Seminara, il principe degli amministratori, e il giovane Walter Virga, figlio del Tommaso di cui sopra. A detta dei pm nisseni, il primo sarebbe stato nominato in cambio di consulenze assegnate al marito della Saguto e il secondo per "ringraziare" Virga padre che, quando era consigliere del Csm, avrebbe calmato le acque che si agitavano sull'operato della Saguto. Un aiuto smentito nei giorni scorsi da Virga, tramite il suo legale, l'avvocato Enrico Sorgi: “Durante il proprio mandato al Csm non risultano essere stati avviati procedimenti disciplinari a carico della Saguto. I fatti che formano oggetto della notizia diffusa sono del tutto privi di potenziale fondamento”. Chiaramonte, invece, è indagato per abuso d'ufficio perché non si sarebbe astenuto quando ha firmato l'incarico di amministratrice giudiziaria a una persona di sua conoscenza. Infine c'è Dario Scaletta, pm della Direzione distrettuale antimafia e rappresentante dell'accusa nei processi in fase di misure di prevenzione. Scaletta avrebbe fatto sapere alla Saguto che era stata trasferita da Palermo a Caltanissetta l'inchiesta su Walter Virga e cioè il fascicolo da cui è partito il terremoto giudiziario. Il pubblico ministero ha chiesto di non occuparsi più di indagini su Cosa nostra e di misure di prevenzione. Tutti i magistrati, coinvolti nell'indagine a vario titolo e con profili diversi, restano a Palermo. Silvana Saguto, appena avrà recuperato da un infortunio fisico, andrà a presiedere la terza sezione della Corte d'assise. Chiaramonte, ultimate le ferie, prenderà servizio all'ufficio del Giudice per le indagini preliminari. Sarà il Csm a decidere se e quando trasferirli. Sul caso è stato aperto un fascicolo, di cui si occuperà la Prima Commissione, competente sui trasferimenti per incompatibilità ambientale e funzionale dei giudici. Il Consiglio superiore della magistratura per tradizione non spicca in velocità. In una giustizia spesso lumaca non fa eccezione il procedimento davanti all'organismo di autogoverno della magistratura che somiglia molto, nel suo svolgimento, ad un processo ordinario. A meno che non venga preso un provvedimento cautelare urgente ci vorrà tempo prima di conoscere il destino dei magistrati, forse più di quanto ne servirà ai pubblici ministeri di Caltanissetta per chiudere le indagini o agli stessi indagati per chiarire la loro posizione. Il “forse” è dovuto al fatto che le indagini affidate ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo sembrano essere appena all'inizio e i pm non hanno alcuna intenzione, al momento, di sentire i magistrati che avevano chiesto di essere interrogati. Oggi, però, son arrivate le parole del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante il plenum. "Oggi parlerò con il presidente della Repubblica", ha detto ribadendo la volontà di "procedere con la massima tempestività e rigore".

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Cosa influenza le nostre scelte politiche? E quelle di tutti i giorni? Scrive Wlodek Goldkorn su “L’Espresso”. Partiamo dalla cronaca, dalla foto di Aylan Kurdi, il bambino di Kobane fotografato morto sulla spiaggia di Bodrum. Era giusto pubblicare e diffondere quella immagine? E che ruolo hanno le immagini nella nostra percezione del mondo? E ancora, le immagini condivise sui social media hanno lo stesso significato di quelle invece stampate sulla carta, e cioè sui giornali? L’elenco delle domande può essere lunghissimo e forse vale la pena fare alcuni ulteriori esempi: è giusto paragonare quella foto alla canonica rappresentazione del bambino del ghetto di Varsavia? Per quale motivo il mondo si è commosso (se il mondo si commuove) per questa foto e non per un’altra raffigurazione della tragedia dei rifugiati, dove in un hangar siciliano erano allineate tante bare, tra cui alcune bianche coi cadaveri dei bambini dentro? Infine: è giusto pensare che Aylan Kurdi sarebbe potuto essere nostro figlio o nostro nipote o invece hanno ragione coloro che pensano (e tra questi molti fanno parte delle élite politiche del nostro Continente) che in fondo, il destino di un piccolo musulmano non è affar nostro? E ancora, fino a dove arrivano i confini di ciò che è lecito dire e rappresentare? L’elenco di queste domande, parziale, incompleto, provvisorio, non è altro che un tentativo di spiegare quanto per capire il mondo, per avere un punto di vista e quindi per fare delle scelte, è indispensabile la filosofia. Gli interrogativi appena posti attengono infatti al ruolo del simbolo, all’importanza del lutto, alla percezione dell’immagine; alla capacità e importanza dell’empatia; alla disponibilità di una presa di posizione politica. Senza ricorrere alla filosofia si è idioti (non nel senso dostoevskyano): nel senso dell’incapacità di comprendere e di stare al mondo. E gli idioti arrecano danni. Una filosofa molto importante del secolo scorso, una signora che in continuazione si interrogava sul senso della vita e sul ruolo degli esseri umani nella società, Hannah Arendt, commentando la questione della banalità del male, parlando cioè di Adolf Eichmann, l’organizzatore dell’uccisione di sei milioni di ebrei, aveva definito la banalità del male come stupidità, come incapacità appunto, di comprendere il mondo. Eichmann, Arendt lo ha detto più volte, era malvagio, nonostante la sua apparente intelligenza, perché non in grado di assumere la complessità del nostro essere umani. Gli esempi citati sono estremi; ma la filosofia spesso insegna che proprio analizzando le situazioni e i linguaggi al limite, siamo in grado di comprendere ciò che ci succede, nel nostro non estremo e spesso mediocre quotidiano. Rimane, l’eterna questione, del motivo per cui continuare a raccontare la Storia di quella disciplina. La risposta è duplice e in apparenza complessa (in realtà semplice e vedremo perché). Intanto, dal punto di vista per così dire empirico: da oltre una dozzina di anni, siamo testimoni di un inusuale moltiplicarsi e proliferare di festival di filosofia, di incontri con pensatori, di irruzione delle donne in quella scienza che si pensava per eccellenza maschile, e via elencando. Perché il pubblico accorre a sentir parlare persone che a giudicare dalle regole del buon senso, anziché lavorare, cercare di fare affari, coltivare la terra o fabbricare oggetti di consumo, si dedicano a pensare, usando spesso categorie astratte? Ovvio, la gente ha sete di filosofia perché stiamo vivendo (e qui torniamo alla cronaca) in un periodo di passaggio tra epoche che stentiamo a definire. Ma il passaggio lo sentiamo e lo avvertiamo ogni giorno: il crollo di un mondo col posto di lavoro fisso; l’esplodere del terrorismo per cui certi luoghi di vacanza sono off limits o pericolosi; il sorgere sulle rovine del vecchio ordine mediorientale di uno Stato che assume e propaga valori che sono la negazione dei nostri valori. E allora, la somma di queste esperienze dirette e indirette (ossia le immagini), ci porta a interrogarci sul senso della nostra vita. La domanda chi siamo, da dove veniamo e dove siamo diretti è sorta assieme alla capacità di esprimere il linguaggio verbale. Si dirà, ma a queste domande le risposte le davano i miti, molto prima di quanto i filosofi avessero cominciato a filosofare. Vero, la filosofia inizia con il mito. E quando finisce? La domanda non è oziosa. Basti pensare a Martin Heidegger, che a un certo punto dice: per comprendere il mondo, per recuperare la nostra autenticità, dobbiamo tornare a coloro che il mondo lo pensavano prima di Socrate; alle origini cioè del nostro stupore per le meraviglie dell’essere. Il caso di Heidegger è paradigmatico per capire un altro aspetto della filosofia e dei filosofi: l’ambivalenza. Era un grande pensatore, ma anche un nazista; un nazista ma anche maestro di Hannah Arendt. Ecco, la filosofia insegna e ci costringe a mettere in dubbio tutte le verità rivelate (e per questo è stata spesso nemica delle chiese e delle religioni). E cosi torniamo all’inizio di questo ragionamento, alla foto di Aylan Kurdi, il bambino morto sulla spiaggia di Bodrum. Per qualcuno, per molti, quel bambino era un clandestino. La filosofia ci aiuta a capire e spiegare perché nessuno nasce clandestino, mentre tutti nascono umani. Si dirà, ma l’annotazione appena fatta attiene alla sfera della politica. Vero, ma per fare politica, occorre avere un pensiero complesso, filosofico, altrimenti si creano disastri e catastrofi. Umberto Eco conclude così la sua prefazione alla “Storia della filosofia”: «Il pensare, e il pensare filosofico, è quello che distingue gli uomini dagli animali».

Ma attenti alle false verità!

"Le menzogne sulla Storia? Ci fanno sentire rassicurati". Cercas racconta le vicende di un impostore che si finse per anni superstite dei lager. Un grande libro sul rapporto tra mistificazione e verità nella memoria collettiva, scrive Stefania Vitulli su "Il Giornale”. Persino quando ha accettato di collaborare con Javier Cercas per scrivere la verità su di sé, Enric Marco si è lasciato andare a qualche menzogna. L'impostore (Guanda, pagg. 406, euro 20), appena uscito in Italia, è l'ultimo romanzo dello scrittore catalano autore de Soldati di Salamina e racconta appunto la storia «vera» di questo mentitore professionista. Marco, oggi novantenne, rifece il trucco alla sua vita quando ancora il costruirsi un alter ego era un'operazione più simile a quella delle spie internazionali che dell'uomo comune che si crea un falso profilo Facebook. Secondo il curriculum che si era inventato, era stato combattente antifascista, oppositore della dittatura di Franco, deportato nel campo di concentramento di Flossenbuerg e quindi, a ottant'anni suonati, detentore della carica di presidente degli Amical de Mauthausen, la più importante associazione spagnola di sopravvissuti ai campi nazisti. Ma il super partigiano era un super ciarlatano e lo scandalo lo colpì appena prima che pronunciasse, appunto a Mathausen, il discorso per i 60 anni dalla Liberazione. Lo studioso che lo smascherò riuscì a dimostrare che non si era cucito addosso solo il campo, ma tutta la Resistenza. Tuttavia è il libro di Cercas (al Festivaletteratura di Mantova domani, ore 18.30 e domenica, ore 15) che, con l'aiuto di questo narciso istrione, demolisce il falso mito frase per frase, icona per icona, in modo così «umano» che immedesimarsi in Marco è un attimo e altrettanto facile infuriarsi con se stessi subito dopo.

Può provare in poche parole a descrivere Enric Marco a chi non lo conosce?

«È una bugia che cammina. Un uomo che ha fatto della sua vita un plagio, dal principio alla fine e che ha continuato per anni a ingannare tutto il mondo. Mario Vargas Llosa lo ha chiamato il più grande impostore della storia e credo abbia ragione».

È un personaggio che ama o che odia?

«Né uno né l'altro. Ho cercato di capirlo - non di giustificarlo - e di presentare il suo caso in tutta la sua infinita complessità. È questo il dovere dello scrittore, verso i suoi personaggi, reali o immaginari che siano».

A chi si è ispirato?

«A nessuno. Marco è così reale che questo è un “romanzo senza finzione”. E lo è perché Marco stesso è una finzione. Sarebbe stato ridondante, e anche letterariamente irrilevante, scrivere una fiction su una fiction. Ho scritto un “racconto reale”, un romanzo in cui verità e menzogna, finzione e realtà combattono un duello mortale».

C'è mai un alibi valido per la menzogna?

«Supponiamo che lei venga a casa mia e mi racconti che un assassino la perseguita. Supponiamo che io le dia asilo. Supponiamo che l'assassino bussi alla mia porta e mi chieda se lei si trova da me. Ecco, in questo caso io ho il diritto - fors'anche il dovere - di mentire. L'esempio è di Benjamin Constant, ma il costrutto famoso è di Kant, che diceva che nemmeno in questo caso si ha diritto a mentire. Nessuno è perfetto».

L'impostore sembra anche un romanzo sui ricordi, sulla memoria. C'è un filo rosso con Soldati di Salamina.

«È come se fosse il negativo di Soldati di Salamina. Soldati parla della necessità di disseppellire il passato repubblicano e assumerlo come proprio. L'impostore della necessità di dissotterrarlo bene, nel modo giusto, di non falsificarlo falsificando noi stessi. Soldati parla di un vero eroe, che dice: No, non me ne vanterò mai. L'impostore di un falso eroe, che si vanta di aver detto No».

Con i suoi romanzi traccia una storia della Spagna del Novecento. Ma a volte sembra quasi che per lei sia più importante usare questa Storia per fondare le basi di una «memoria consapevole».

«Partendo dal presupposto che i miei romanzi non trattano di questioni locali, ma universali, come qualsiasi letteratura degna di questo nome, è vero che a volte racconto una specie di storia alternativa del mio paese. Ma non si tratta di un progetto cosciente, premeditato. Semplicemente mi è accaduto a un tratto di comprendere che il passato è una dimensione senza la quale il presente risulta incomprensibile, che la collettività è una dimensione senza la quale l'individuo risulta indecifrabile. E a proposito della memoria consapevole, è vero soprattutto per L'impostore che vuole contenere tutto il bene e tutto il male della memoria. Le sue trappole, i suoi miraggi. Le sue fragilità e il suo potere ricattatorio».

Il dolore di una vittima potrà mai trovare consolazione nelle giustificazioni di un carnefice?

«No, impossibile. E per questo le vittime non sono obbligate ad ascoltare i boia. Però noi sì. Perché è l'unica forma efficace di lotta contro di loro. Proprio se non siamo vittime dobbiamo dare ai carnefici la nostra attenzione. Anche se è dura».

Quante sono oggi in Spagna o anche in Europa le persone come Enric Marco?

«Non lo so. Però scrivendo il libro ho scoperto una cosa: agli esseri umani la verità non piace, specie se si tratta di verità come quelle sul nazismo o sul franchismo. Ci piacciono le menzogne. Il mondo ha creduto a Marco perché diceva quello che vogliamo sentire. Bugie. Bugie romantiche, sdolcinate, manichee, edulcorate e tranquillizzanti. Come tutte le bugie».

Le grandi bugie.

La Grande guerra e la rivoluzione proletaria. I sindacalisti rivoluzionari dal neutralismo all’interventismo, scrive Fabio Polese su "Il Giornale". Un saggio di Stefano Fabei ricostruisce, a distanza di un secolo, il confronto culturale e dottrinale dei sindacalisti soreliani in occasione dello scontro tra interventisti e neutralisti e rappresenta la clamorosa fine di due miti – quello pacifista e quello internazionalista – che sembravano intramontabili nel sindacalismo rivoluzionario italiano. Da quest’ultimo, che fu l’anima dell’interventismo rivoluzionario, ebbero inizio le turbolenze di un dopoguerra, fatto di sovversivismo e richiami all’ordine, da cui partirono sia il fascismo sia l’antifascismo. Ne La Grande guerra e la rivoluzione proletaria (in Edibus, 18.00 €) Fabei rappresenta l’alta tensione ideologica di allora e offre un quadro finalmente completo delle sfumature di pensiero e dei vari comportamenti di quei sindacalisti (da Filippo Corridoni ai fratelli De Ambris, da Angelo Oliviero Olivetti a Sergio Panunzio, da Paolo Orano a Edmondo Rossoni e Michele Bianchi, tanto per citare i più noti) che non solo dettero scandalo aderendo alle ragioni della nazione mostrandosi consapevoli di come si potesse essere al contempo nazionalisti e rivoluzionari, ma videro nella la guerra qualcosa di pedagogico, di esaltante e di fortemente sovversivo: imparando a fare la guerra, i lavoratori italiani, delle industrie e delle campagne, avrebbero imparato a fare la rivoluzione. Per un eccesso di entusiasmo e forse per la troppa ingenuità, gli «anarco-sindacalisti» non compresero – ma come avrebbero potuto farlo? – che la loro visione di un autogoverno delle categorie, di una società organizzata in termini sindacali, con una limitata entità politica suprema e molta responsabilità di categoria sarebbe stata cancellata dopo la guerra, quando lo Stato dimostrò come il peso accumulato durante il conflitto, inserendosi profondamente nel tessuto economico, non sarebbe stato abbandonato, anzi. Il Fascismo, nel quale molti sindacalisti rivoluzionari interventisti confluirono, spesso con un significativo apporto sul piano organizzativo e dottrinario, non avrebbe infatti trovato ostacoli nell’affermare, in contrasto con le loro premesse iniziali, un ruolo dello Stato che andava ben oltre il peso del Partito fascista e dei sindacati, trasformati in organismi di diritto pubblico. Fabei giustamente rappresenta il contesto in cui operarono quei sindacalisti che non potevano prevedere gli sbocchi del loro pensiero e delle battaglie da essi combattute prima e durante la guerra. Il secondo semestre del 1914 e i primi mesi del 1915 furono, d’altra parte, un periodo in cui il movimento rivoluzionario in Italia visse uno stato di crisi, dottrinaria, morale e politica, dopo una precedente fase di consolidamento dimostrato, tra il 1912 e il 1914, dall’accresciuto numero di militanti e di consensi attorno alle tesi dei leader più intransigenti della sinistra, come Mussolini, pure lui protagonista di una parallela, e per certi aspetti simile, evoluzione. Scoppiato il conflitto, messi in discussione importanti cardini ideologici, come il pacifismo e l’internazionalismo, peraltro falliti per le scelte compiute dai compagni francesi, austriaci e tedeschi, i nostri sindacalisti soreliani si convinsero che la guerra potesse offrire non soltanto una lezione di pedagogia eroica e rivoluzionaria al proletariato italiano, ma creare, attraverso la sconfitta degli imperi germanico e austro-ungarico, baluardi della reazione e della conservazione, i presupposti per fondare una società più libera e giusta, con al centro il lavoro. Dotato di un’introduzione di Giuseppe Parlato, quello di Fabei è un libro avvincente per la leggibilità e al tempo stesso specialistico; un saggio interessante, data l'originalità dei contenuti, per chi vuole conoscere la storia nazionale dalla vigilia della Prima guerra mondiale alle origini del fascismo.

Rabbia e armi nascoste Così il Pci voleva fermare la democrazia. Molti partigiani non accettarono la vittoria della Dc. La guerra civile non scoppiò solo perché Stalin si oppose, scrive Giampaolo Pansa su "Il Giornale". La guerra civile, in apparenza finita nell'aprile del 1945, non si era affatto spenta. I delitti politici continuavano impuniti. Avevano quasi sempre mandanti ed esecutori di un solo colore: il rosso. Tra i partiti ritornati sulla scena, il Pci era l'unico in grado di dettare legge dovunque. A renderlo forte, e in tanti casi prepotente, provvedeva la rabbia di molti partigiani scontenti per come si era conclusa la Resistenza. Spirava un vento di delusione irosa che sosteneva la necessità di un secondo tempo della guerra interna, questa volta con un obiettivo radicale: la conquista del potere in Italia. Tante bande delle Garibaldi si erano rifiutate di consegnare le armi alle autorità militari inglesi e americane. Nell'Italia settentrionale e centrale stava crescendo il numero degli arsenali clandestini. Tra il 1945 e il 1946 molti depositi venivano scoperti dalle forze dell'ordine, ma era sempre poca cosa rispetto a quelli esistenti. La voglia di una vittoria definitiva divideva persino un partito in apparenza monolitico come il Pci. Anche un leader dal grande carisma come Palmiro Togliatti era costretto a non decidere nulla a causa dell'opposizione di un'ala estremista che sosteneva la necessità di una resa dei conti con gli angloamericani. E di conseguenza con i partiti moderati. Prima fra tutti la Democrazia cristiana. Guidata da un personaggio che la sinistra odiava: Alcide De Gasperi. Dipinto come un servo del capitalismo e un lacchè del Vaticano. L'Italia del triennio 1945-1947 era davvero un'Italiaccia, un Paese sottosopra. Dove poteva accadere di tutto. Persino che qualche gruppo di giovani reduci della Repubblica sociale cercasse di vendicarsi della sconfitta patita e delle angherie che stavano soffrendo per mano dei partigiani rossi. Erano tentativi modesti e destinati a fallire. Ma dimostravano una realtà che pochi erano capaci di vedere: se Mussolini era un cadavere appeso a piazzale Loreto, chi aveva creduto in lui non era scomparso. Nel frattempo la società italiana cambiava, e non sempre in peggio. Dopo aver ottenuto il diritto di votare, nel 1946 le donne si erano presentate in massa alle elezioni per l'Assemblea costituente e nel referendum per la scelta tra monarchia e repubblica. E avrebbero fatto sentire il loro peso nelle prime consultazioni politiche del dopoguerra: quelle del 18 aprile 1948. Fu un passaggio cruciale per la giovane democrazia italiana. Ma anche un azzardo per la Dc e le altre forze moderate che si opponevano al Fronte democratico popolare, l'alleanza fra i comunisti e i socialisti. Una volta superato questo muro, l'Italiaccia si trovò in grado di intraprendere la strada che le avrebbe consentito di diventare un Paese normale. Da quel momento sono trascorsi sessantasette anni. Anche quanti allora erano ragazzi, come nel mio caso, non rammentano più che il 1948 fu ancora un'epoca di guerra. Le condizioni del Paese restavano quelle precarie che ho descritto. Imperava sempre il mercato nero. Vigeva il razionamento per il pane, la carne, la pasta, il latte. Non tutti erano in grado di mettere insieme il pranzo con la cena. Tre anni dopo la fine della guerra, risultarono essenziali gli aiuti alimentari inviati dagli Stati Uniti per favorire la vittoria dello Scudo crociato.

Li ricordo anch'io quei pacchi che ci venivano recapitati a casa. Mia madre non li ha mai respinti. Diceva: «Gli americani ci tirano su il morale chiedendoci soltanto di non votare per i comunisti e i socialisti fedeli a Stalin. Per quello che mi riguarda, ho già deciso: non darò mai una mano al Fronte popolare!». La mamma accettò anche un taglio di stoffa con la cimasa tricolore. E mi confezionò un cappotto marrone. Era un colore che odiavo, ma il tessuto made in Usa si rivelò ottimo e mi tenne caldo per tre inverni. Nella primavera del 1948, mentre il Fronte popolare era sicuro di vincere, la Democrazia cristiana temeva di perdere. In un santuario del Monferrato, De Gasperi incontrò il ministro degli Esteri francese, Georges Bidault, e gli presentò una richiesta che da sola testimoniava l'asprezza dello scontro. E ottenne che, in caso di sconfitta della Dc, la Francia avrebbe accolto come rifugiati politici tutti i dirigenti del suo partito, famiglie comprese. Come era accaduto nel 1946 per l'elezione dell'Assemblea costituente, pure nelle consultazioni del 18 aprile si rivelò decisivo il voto delle donne. Furono le protagoniste della rinascita dopo la guerra. Anche nella vita delle famiglie e nei rapporti di coppia, le loro decisioni prevalevano sempre più spesso su quelle dei maschi. Era una novità sconvolgente che non venne subito compresa. Ma cambiò abitudini e atteggiamenti rimasti gli stessi per secoli. A cominciare dai rapporti sessuali. Per molti uomini fu uno choc scoprire che persino a letto le donne volevano avere l'ultima parola. Il 18 aprile lo Scudo crociato stravinse. De Gasperi rimase alla guida del governo. E fu in grado di superare anche il trauma dell'attentato a Togliatti. Il 14 luglio 1948 poteva segnare l'inizio di una nuova guerra civile. Ma il vertice del Pci sapeva bene che un'insurrezione rossa non era possibile. Lo aveva già spiegato Giuseppe Stalin a Pietro Secchia, il leader dell'ala militarista del partito. Andato a Mosca per incontrare il nuovo zar, quel biellese secco, dal volto sparuto, sempre con i capelli in disordine e l'abito stazzonato, tornò a mani vuote. Il compagno Stalin gli confermò che in Italia la rivoluzione proletaria era nient'altro che un'illusione.

"L’italiaccia senza pace" di Pansa. Delitti politici rimasti senza colpevoli. Pugno di ferro sui fascisti sconfitti. Reduci di Salò che si vendicano. Fanatismi barbarici. Partiti divisi dall’odio. Il potere crescente delle donne, imposto anche nelle storie di sesso. Misteri ed enigmi che diventano incubi. Il primo dopoguerra italiano è stato tutto questo. Un inferno durato tre anni, sino alle elezioni del 18 aprile 1948 e all’attentato a Palmiro Togliatti subito dopo il trionfo di Alcide De Gasperi sul Fronte popolare rosso. Da allora sono trascorsi tanti anni e quasi nessuno rammenta quel tempo feroce. Ma Giampaolo Pansa l’ha vissuto con lo sguardo attento di un ragazzino curioso. E non l’ha dimenticato. Lui ha una tesi: l’Italia di questo 2015 è ancora figlia del primo dopoguerra, dei vizi e delle faziosità che lo inquinavano. Allora i comunisti sognavano di fare un colpo di Stato. Adesso i reduci del Pci rimasti sulla piazza hanno scoperto degli alleati imprevisti: i movimenti che vogliono il nostro distacco dall’Europa. Gli italiani di oggi sono più in frantumi degli italiani di allora. I partiti soffrono di un discredito che nel dopoguerra affiorava già, ma non li paralizzava. Purtroppo non abbiamo un De Gasperi che ci guidi verso una nuova rinascita. Siamo vittime di paure più cattive di quelle che fra il 1945 e il 1948 devastavano i sonni di un paese che aveva ben poco da perdere. Mentre oggi abbiamo il terrore di perdere tutto e di ricadere nella povertà. È questa convinzione che ha spinto Pansa a creare un affresco dal titolo ruvido: L’Italiaccia senza pace. Perché Italiaccia? Perché nel primo dopoguerra eravamo una nazione sottosopra, incapace di ritrovare una condizione di normalità e rapporti umani non inquinati dalla violenza. Si sente dire che il passato annoia, ma di certo non quello narrato da Pansa. Questo suo libro è un’incalzante sfilata di vicende osservate dal basso, dove il privato di tanti protagonisti diventa la spia di un’epoca senza misericordia. L’autore ha scovato nella propria memoria le sequenze di un dramma che nasce da un enigma: chi ha consegnato ai tedeschi l’ebreo Samuele Segre, un direttore di banca ucciso ad Auschwitz? La verità si scoprirà nelle ultime pagine dell’Italiaccia senza pace.

Case, scuole e ospedali distrutti tra strade e ferrovie bloccate Le aziende stentavano a riprendere fiato e a dare stipendi, scrive Mario Bernardi Guardi su “Il Tempo”. Un’"Italiaccia" quella tra il '45 e il '48? Con ogni possibile carità di patria e umana comprensione, siamo d'accordo con Giampaolo Pansa che nel suo ultimo libro la chiama così, raccontando misteri, amori e delitti di un affannato dopoguerra («L'Italiaccia senza pace», Rizzoli, pp. 351, euro 20). Un’"Italiaccia". Dove, dopo cinque anni di guerra, non si riesce a ritrovare "una condizione di normalità, un modo di vivere tranquillo, rapporti non inquinati dalla violenza, notti prive di incubi". Povera "Italiaccia"! Macerie e ammassi di rottami dappertutto. Case, scuole, strutture ospedaliere in gran parte distrutte. Strade, ponti, viadotti, linee ferroviarie spesso non utilizzabili. Aziende che stentano a riprendere fiato. Criminalità politica e delinquenza comune imperversanti. Malattie già sconfitte - come la tubercolosi e la scabbia - che celebrano il loro inquietante ritorno. Prostituzione trionfante. Metropoli, a cominciare da Napoli - raccontata da Malaparte nella "Pelle" con feroce iperrealismo - e trasformate in bordelli a cielo aperto. Povera Italia, poveri corpi, poveri cuori. Malandati, malati, avvelenati. Guerra e guerra civile hanno scatenato le loro furie e se, da una parte, c’è una disperata voglia di dimenticare, dall’altra odi, rancori e desideri di vendetta covano uova di serpente. Pietà l’è morta e continua a morire. Lo sa bene Pansa che sul "Sangue dei vinti", a partire dal libro che reca proprio questo titolo, ha scritto più volte. E più volte ha ricordato i volumi dedicati da Giorgio Pisanò alla guerra civile, con il terribile contrassegno "sangue chiama sangue". Una spirale perversa. I vinti non dimenticano i loro morti. E certe volte, per trovare consolazione, non basta attingere all’archivio della memoria. Bisogna colpire. Così, in una storia raccontata nell’"Italiaccia", c’è un vinto, Luigi, un giovane fascista già sottotenente della Divisione San Marco, che si trasforma in spietato killer, facendo fuori, uno dopo l’altro, e con un misterioso rituale (a ognuno degli assassinati viene messa una mela in bocca), cinque partigiani della "Garibaldi", responsabili dello stupro e della morte di sua madre. Un evento atroce cui aveva fatto seguito il suicidio del padre. Il quale, capitano dell’esercito repubblicano, impegnato sulla frontiera orientale a combattere contro i partigiani di Tito, si era sentito in colpa per non essersi trovato accanto alla moglie e non averla protetta. Tante le storie di quell’Italia sotto sopra e senza pace. Pansa le racconta intrecciandole a quelle di una famiglia ebrea, i Segre Foà, ben radicata nella cittadina piemontese (Casale Monferrato, la "piccola patria" dell’Autore, microcosmo "esemplare" da cui leggere la più vasta storia del Novecento italiano), fino alla proclamazione delle leggi razziali. Allorché, tutt’a un tratto, Samuele, direttore della filiale del Credito Italiano ed Elisa, professoressa di lettere, diventano corpi estranei alla comunità. Peggio: nemici. Guerra e persecuzione razziale infuriano: Samuele ed Elisa, insieme ai loro figli, abbandonano Casale e cercano scampo. Lui morirà ad Auschwitz; lei e i figli torneranno alla loro cittadina, ma come chiusi in una bolla d’aria che li separa dagli altri. Perché se, quando sono stati costretti ad andarsene, la stragrande maggioranza ha fatto finta di non vedere, per non essere compromessa, adesso la solita maggioranza è come disturbata da questi inattesi "spettri": che cosa vogliono? Che cosa pretendono? Quali sofferenze "in più" hanno da esibire rispetto a quelle patite da tutti gli altri? Sarà dura farsi capire e rispettare, senza chiedere elemosine di affetti. Ecco, dal ’45 al ’48, Elisa, i suoi figli, i nuovi amici "seguono" per noi e ci raccontano, dall’osservatorio della piccola città, le vicende dell’Italia nuova. Grava su loro il peso di quello che non si può dimenticare. E che rende complessa la loro "umanità". Appartengono, senza dubbio, alle schiere dei vincitori, ma sono anche dei vinti: nella memoria hanno ferite che non si rimarginano e l’istinto parrebbe invocare in certi momenti decisioni "forti". Nel nome di quel "sangue chiama sangue" che ha ispirato le vendette di Luigi, il giovane fascista "giustiziere". E tuttavia la storia corre, si compiono scelte pubbliche e private, si ragiona sulle idee e sui fatti, si ama e si odia all’insegna di nuove passioni. E si ride e si piange, e la carne, con i suoi appetiti, grida in tutti i modi e imbandisce vicende bollenti, mescolandole alla voglia di tenerezza. Intanto, il lettore "ripassa": il piano Marshall, il Fronte Popolare, la vittoria DC nell’aprile del ’48, l’attentato a Togliatti… "Quante storia, quante facce nella memoria, tanto di tutto, tanto di niente, le memorie di tanta gente", per dirla con le parole di una canzone scritta dall’ex- repubblichino Mario Castellacci per la mitica Gabriella Ferri! E allora ascoltiamo. Impariamo ad ascoltarlo, il tempo.

Quelli che... «il Migliore» era un democratico (solo un po' stalinista). La storia non ha fatto sconti al leader comunista, gli storici invece sì: infatti cercano di rivalutarlo, scrive Giampietro Berti Mercoledì 20/08/2014 su "Il Giornale. Il 21 agosto di cinquant'anni fa moriva a Yalta (Crimea) Palmiro Togliatti, figura primaria del comunismo italiano e internazionale. Se ci si domanda cosa rimane oggi della sua opera, non si può che rispondere in modo negativo. Naturalmente siamo ben lontani da sottovalutare la sua importanza storica, ma essa non presenta alcunché di benefico e di positivo. È stupefacente perciò osservare che, dopo il catastrofico fallimento del comunismo, fallimento a cui anche Togliatti ha dato il suo peculiare contributo, vi sia ancora da parte di alcuni studiosi l'ostinata volontà di rivalutarne il pensiero e l'azione, attivando verso di lui una sorta di storicismo giustificazionista. Non ci interessa demonizzare la figura di Togliatti, però non possiamo non contestare l'esito di questa operazione, che si risolve, per quanto riguarda la seconda parte della sua vita, nell'insostenibile tesi della democraticità del PCI e, appunto, del suo leader, Palmiro Togliatti. Ricordiamo qui la ristampa, con prefazione inedita di Togliatti e il partito di massa (Castelvecchi) di Donald Sassoon; l'epistolario di Togliatti degli anni 1944-1964, La guerra di posizione in Italia (Einaudi), a cura di Maria Luisa Righi e Gianluca Fiocco, con prefazione di Giuseppe Vacca; la nuova edizione della biografia Togliatti di Giorgio Bocca (Feltrinelli), con prefazione di Luciano Canfora; e anche qualche intervento giornalistico, tra cui ricordiamo, nei mesi passati quello di Francesco Piccolo, Rivalutare Togliatti apparso su La lettura , inserto del Corriere della Sera. Il nocciolo comune di questa tesi, sia pur articolata da ogni autore con interpretazioni e sfumature diverse, si riassume nel giudizio secondo cui il comunismo italiano, diversamente da qualsiasi altro comunismo europeo, avrebbe fornito un contributo decisivo alla nascita e al mantenimento della democrazia nel nostro Paese. Ora non c'è dubbio che con la partecipazione alla lotta contro il nazifascismo i comunisti, insieme con altre forze politiche, ebbero il merito di portare l'Italia sulla via della libertà dopo vent'anni di dittatura. Affermare però che essi, a cominciare dallo stesso Togliatti, fossero animati da uno spirito democratico è del tutto fuorviante. In realtà, grazie alla collocazione dell'Italia nell'ambito occidentale, i comunisti furono costretti a rinunciare alla lotta rivoluzionaria contro il capitalismo e contro la società borghese e ad accettare la liberal-democrazia. Rivendicarono perciò, in quanto comprimari artefici della Resistenza, dell'Assemblea Costituente e della successiva Costituzione, la legittimazione democratica del loro partito. Fecero, cioè, di necessità virtù, e dunque non furono dei veri democratici. Rimasero sempre prigionieri di una concezione strumentale del rapporto tra democrazia e socialismo. Vista l'impossibilità di conquistare il potere politico, Togliatti, infatti, avviò la strategia gramsciana diretta a controllare il più possibile una parte della società civile e istituzionale, con una pressante egemonia culturale (università, scuola, editoria, giornali), che si tradusse nella condanna della società liberale e borghese: una riserva di fondo che non venne mai meno. Ecco dunque la «doppiezza» togliattiana, che se da un lato portò il PCI a non sovvertire il regime esistente, dall'altro lo spinse continuamente a predicare la sua trasformazione in senso comunista, senza mai giungere ad una rottura definitiva con l'Unione Sovietica, da cui continuò a ricevere sino all'ultimo anche un ininterrotto aiuto finanziario. È necessario ricordare l'avallo di Togliatti, e di quasi tutti i comunisti italiani, al colpo di Stato in Cecoslovacchia (1948), alla repressione sanguinosa della sollevazione popolare di Berlino Est (1953) e di quella ungherese (1956)? Fino alla fine degli anni Sessanta, pur con alcuni distinguo, i comunisti italiani continuarono a identificare il marxismo con il comunismo e il comunismo con lo stalinismo. Così come Stalin rimandava a Lenin e Lenin rimandava a Marx, allo stesso modo, per converso, il marxismo giustificava il leninismo, tanto quanto il leninismo giustificava lo stalinismo: tranne rarissime eccezioni, tutti i comunisti erano stalinisti, a cominciare proprio da Togliatti. Centinaia di migliaia di libri, di opuscoli, di giornali, di comizi, di manifesti, di volantini, di ritratti, di documenti di partito hanno per trent'anni testimoniato la deferenza verso il dittatore. Questa incapacità di uscire dall'universo stalinista spiega perché non vi sia stata in Italia alcuna Bad Godesberg, vale a dire una socialdemocratizzazione capace di sradicare il PCI dal suo ceppo leninista. Ancora nel 1978, in un'intervista a la Repubblica , Enrico Berlinguer poteva parlare della «ricca e permanente lezione leninista». La «via italiana al socialismo» concepita da Togliatti, vale a dire la pretesa di superare la democrazia liberale con una democrazia superiore, era una strategia destinata al fallimento. Non a caso essa è poi sfociata nel compromesso storico, ovvero nella convergenza «totalitaria» del cattocomunismo, la cui natura era avversa ad ogni ratio e ad ogni ethos liberali. Disegni politici che hanno fatto perdere all'Italia qualche decennio di maturità democratica e che oggi, di fronte alle macerie del comunismo, appaiono per quello che erano: dinosauri convissuti per qualche tempo con la modernità. Pretendere, con le cosiddette «riforme di struttura», di fuoriuscire dal capitalismo mantenendo al contempo la democrazia; di avviare una politica anti-capitalista all'interno di un sistema capitalista, era una quadratura del cerchio che solo chi aveva fatto propria la concezione miracolistica della dialettica (marxista) poteva pensare di sciogliere. Come aveva già profetizzato quarant'anni fa Augusto Del Noce, il partito proletario di massa creato da Togliatti si è trasformato nel frattempo in un radicalismo culturale di massa, i cui quadri dirigenti sono stati salvati ora da un ex democristiano. Come tutti i marxisti, Togliatti nutriva la profonda convinzione di possedere la verità, per cui considerava con grande disprezzo e fastidiosa sufficienza tutti coloro che non erano comunisti. Abbiamo poi visto chi aveva ragione. La storia non ha fatto sconti neanche al «Il Migliore».

La storia compromettente del "compromesso storico". Quarant'anni fa Enrico Berlinguer rilanciò l'idea (che fu di Togliatti nel dopoguerra) della collaborazione fra Pci e Dc. Ma il flirt durò poco. E indebolì entrambi i partiti, scrive Francesco Perfetti Venerdì 27/09/2013 su "Il Giornale". La proposta di un «compromesso storico» fra cattolici e comunisti la lanciò l'allora segretario del Pci Enrico Berlinguer tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 1973 dalle pagine di Rinascita, la rivista ideologica del partito fondata da Palmiro Togliatti, in tre articoli pubblicati con il titolo generale Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile. Nel Paese latino-americano si era appena consumato il colpo di Stato del generale Pinochet contro Salvador Allende: era stata interrotta traumaticamente la «via cilena al comunismo». Divenuto segretario del Pci nel marzo 1972 dopo esserne stato vice-segretario, Berlinguer si era formato ed era cresciuto politicamente all'ombra di Togliatti e durante la lunga segreteria di Luigi Longo si era rafforzata la sua autorevolezza. Aveva portato avanti la linea del «dissenso» dall'Urss dopo l'invasione della Cecoslovacchia del 1968, ma al tempo stesso aveva negato la possibilità di un abbandono dell'internazionalismo e di una posizione di rottura nei confronti dell'Unione Sovietica. I fatti cileni suggerirono a Berlinguer una proposta politico-strategica che egli rese nota attraverso quegli articoli senza che fosse prima discussa dagli organismi dirigenti del partito. Ciò anche se in maggio sulla rivista Il Contemporaneo, supplemento mensile di Rinascita, era apparso un ampio dibattito sulla «questione democristiana», in cui Alessandro Natta aveva accennato alla necessità di una intesa fra socialisti, comunisti e cattolici e Gerardo Chiaromonte aveva osservato che sarebbe stato difficile per i comunisti governare anche ottenendo la maggioranza assoluta dei voti a causa della estensione e della influenza delle forze avversarie. Ciò non toglie, peraltro, che la paternità dell'idea del compromesso storico, così come venne presentata, sia senza dubbio attribuibile a Berlinguer. Il caso cileno offriva una lezione importante. Dimostrava che l'unità delle sinistre, da sola, non era sufficiente a garantire la governabilità e che bisognava puntare alla collaborazione fra tutte le forze popolari, partito comunista e democrazia cristiana in primis, e quindi a un sistema di alleanze sociali che coinvolgesse ceti diversi. Al fondo, c'era la convinzione che solo così sarebbe stato possibile sbloccare il sistema politico italiano che, di fatto, anche per la sua collocazione internazionale, non consentiva una alternanza. La formulazione della proposta era chiara: «la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie, e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». In altre parole, Berlinguer metteva in soffitta l'idea della «alternativa di sinistra» e la sostituiva con quella di una «alternativa democratica» che avrebbe consentito riforme radicali evitando il pericolo di derive reazionarie. La proposta poteva sembrare una novità. E come tale alimentò il dibattito politico. Ma non era così. Il filosofo cattolico Augusto Del Noce osservò che essa era «condizionata interamente dalla linea gramsciana» tanto che, riferita al pensiero di Gramsci, si configurava come «offerta» frutto della «constatazione della "maturità storica" per il passaggio dell'Italia al comunismo e per il transito dalla vecchia alla nuova Chiesa». D'altro canto lo stesso Berlinguer precisò che l'offerta di compromesso storico non era una «apertura di credito alla Dc», ma doveva intendersi come «sollecitazione continua» per una trasformazione radicale della stessa Dc che ne valorizzasse la «componente popolare» a scapito delle «tendenze conservatrici e reazionarie». A ben vedere, il discorso di Berlinguer riprendeva, con altre parole e in un contesto diverso, il progetto che, all'indomani del secondo conflitto mondiale, Palmiro Togliatti aveva sintetizzato nella celebre espressione «democrazia progressiva» fondata sulla collaborazione fra le «grandi forze popolari», ovvero comunisti, socialisti e cattolici. Esisteva, per dirlo con Del Noce, una «continuità Gramsci-Togliatti-Berlinguer e delle formule della via "nazionale" e "democratica" e dell'accordo dei partiti di massa». Nella visione berlingueriana il compromesso storico avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per «sbloccare» il sistema politico italiano che - in virtù della tacita ma accettata conventio ad excludendum nei confronti del Pci per i suoi legami con Mosca e per la sua monolitica struttura interna di tipo leninista - precludeva ai comunisti l'ingresso nelle stanze del potere. Le opposizioni, più che le perplessità, furono numerose sia all'interno del Pci, dove molti pensavano ancora all'ipotesi della trasformazione del Paese in una «democrazia popolare», sia all'interno della Dc, del Psi e dei partiti laici minori, preoccupati, non a torto, che il compromesso storico si risolvesse nell'incontro fra due «religioni secolari». Comunque sia, alla prova dei fatti il compromesso storico non si realizzò. Gli anni fra il 1974 e il 1978 furono, sì, quelli della grande avanzata elettorale del Pci e del suo ingresso nell'area di potere con l'appoggio esterno al governo monocolore di «solidarietà nazionale» di Andreotti. Ma, al tempo stesso, furono anni - particolarmente difficili anche per l'offensiva del «partito armato» delle Brigate Rosse - che mostrarono come la «strategia dell'attenzione» nei confronti del Pci teorizzata da Aldo Moro fosse sostanzialmente velleitaria. Alla fine proprio il rapimento e l'assassinio di Moro chiusero traumaticamente la strada al compromesso storico. E aprirono una nuova stagione della politica italiana dominata dalla figura di Bettino Craxi e destinata a sua volta a esaurirsi con la fine ingloriosa della prima repubblica sotto i colpi di maglio della «rivoluzione giudiziaria» di Tangentopoli.

La mafia, i veri pupari e le sceneggiate in Tv. Non si spengono le polemiche sulla presenza dei Casamonica in tv, scrive Felice Manti su "Il Giornale". Intendiamoci subito: i giornalisti fanno il loro mestiere, che è raccontare la verità. Vespa l’ha fatto, amen. Le vestali dell’informazione che si stracciano le vesti dimenticano che senza i giornalisti il funerale da Papa con elicottero, carrozza trainata da cavalli e la sigla del Padrino non sarebbe finito ovunque, da internet ai giornali. Condivido però anche la posizione di Pino Masciari, che ce l’ha con la tv pubblica «che dà spazio a famigliari di boss liberi di sbeffeggiate i cittadini onesti, magari le stesse vittime del clan» mentre «si lasciano dietro le quinte gli esempi veri di persone che lottano per lo Stato, i testimoni di giustizia e uomini in prima linea nella lotta alle mafie, disoccupati, padri di famiglia, precari e cittadini onesti che invece meriterebbero ogni attenzione». Certo, se la persona onesta da portare in tv come icona antimafia è Massimo Ciancimino allora fa bene Maurizio Gasparri a indignarsi: «Quelli che hanno taciuto quando la Rai di Michele Santoro, Ruotolo e company ospitava Ciancimino junior, che ha usato il servizio pubblico per difendersi da accuse poi rivelatesi fondate dovrebbero tacere sul caso Vespa-Casamonica». La verità è che quando si parla di mafia e antimafia, tutto si mescola, cio che dovrebbe aiutarci a distinguere il bianco dal nero diventa una melassa di grigio in scala. Prendete, per esempio, quello che sta succedendo in Sicilia. Il presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, è sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d’ufficio assieme al marito, l’ingegnere Lorenzo Caramma, e all’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio a cui è affidata la gestione di diverse aziende confiscate, da cui Caramma avrebbe avuto delle consulenze. L’affidamenti dei beni sequestrati alla mafia è un business enorme, soprattutto in Sicilia, dove – come i maligni mormorano – sarebbe in mano a pochi professionisti che ne avrebbero ricavato «parcelle d’oro», come aveva denunciato l’anno scorso il prefetto Giuseppe Caruso, a quel tempo direttore dell’Agenzia dei beni confiscati. Parliamo di 30 miliardi di euro, di cui quasi la metà – il 43 per cento – si trova in provincia di Palermo. Se i tre personaggi dovessero venire condannati in via definitiva sarebbe una solenne bocciatura soprattutto per la commissione Antimafia guidata da Rosy Bindi, che dopo aver ascoltato in commissione la stesa Saguto, aveva sentenziato: «La gestione dei beni confiscati a Palermo è improntata alla massima correttezza, non ci sono elementi tali da inficiare condotte delle singole persone. È noto cosa penso di questa commissione Antimafia, sulle patenti di legalità che ha fornito e sul curriculum non proprio specchiato di alcuni suoi componenti (il senatore Ncd Giovanni Bilardi che rischia l’arresto per una gestione allegra dei rimborsi ai gruppi consiliari in Calabria è l’ultimo esempio), cosa penso delle società sequestrate alla mafia anche. E ovviamente non credo, come dice il senatore Pd Giuseppe Lumia che «il riuso sociale e produttivo dei beni possa diventare una risorsa per lo sviluppo», anzi. I beni delle mafie, soprattutto le attività economiche, stanno in piedi solo perché riciclano il denaro del narcotraffico. Altro discorso è invece quello sui beni più squisitamente commerciabili: penso ai quadri che aveva il re dei videopoker di Reggio Calabria Gioacchino Campolo, innamorato dell’arte come il boss di Mafia Capitale Massimo Carminati, che secondo i pm romani avrebbe investito i soldi degli affari sporchi su Picasso, Keith Haring, Guttuso, De Chirico e tanti altri. Il suo patrimonio è stimato in 200 milioni di euro, ma c’è chi sostiene che una buona parte del suo tesoro sia sfuggito alle forze dell’ordine. E intanto la ’ndrangheta se la ride: l’ultima inchiesta in ordine di tempo è quella che porta a Malta e al riciclaggio di denaro sporco attraverso le sale scommesse. «La ’ndrangheta ha scelto di giocare pesante con l’azzardo sul Web. A Malta, dove batte il cuore strategico e finanziario del betting targato ’ndrine, anche se per puntare sui tavoli che gli uomini dei clan hanno apparecchiato non c’è bisogno di spostarsi», scrivel’Espresso. Nelle agenzie gestiti da teste di legno delle cosche si giocavano migliaia di euro di denaro sporco «a perdere» che restavano nelle casse dell’agenzia diventando improvvisamente immacolati. «In quel fazzoletto di terra nel Mediterraneo le cosche di Reggio Calabria hanno piazzato il quartier generale di quella che per gli investigatori è una delle più grandi lavatrici di denaro sporco – scrive il settimanale – con affari, intrecci societari e complicità che lambiscono la politica e toccano gli ambienti finanziari maltesi», insiste il settimanale. Non c’è da stupirsi. La ’ndrangheta è una holding internazionale del crimine più potente, a dispetto della classifiche del sito d’informazione finanziaria che la collocherebbero al 4° posto al mondo (dietro addirittura alla camorra, dilaniata dalle faide firmate dai giovani boss rampanti che stanno insanguinando la città, figuriamoci…) e che stima in appena 4,5 miliardi di euro il giro d’affari delle cosche calabresi. In realtà il Pil della ’ndrangheta è almeno 10 volte tanto grazie al traffico di cocaina sull’asse Calabria-Colombia che ha reso i clan calabresi sostanziali monopolisti nel narcotraffico. I suoi tentacoli si allungano da Malta a Bogotà, da Reggio Calabria fino al Libano passando da Dubai, dove si trova latitante l’ex parlamentare azzurro Amedeo Matacena, condannato per associazione mafiosa e che sarebbe sfuggito alla cattura anche grazie a una presunta Spectre affaristico-mafiosa cui dà la caccia il pm reggino Giuseppe Lombardo e che in Italia avrebbe come suo terminale anche l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola. La sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dai legali dell’ex deputato con il quale si chiedeva l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto della moglie dell’imprenditore, Chiara Rizzo, e dello stesso Scajola. E mentre la ’ndrangheta ride e prospera la Calabria muore lentamente, ogni giorno che passa. Il maltempo ha messo in ginocchio le infrastrutture stradali e ferroviarie già fiaccate dall’incuria e dall’abbandono, al degrado civile e morale si aggiunge anche la crescente difficoltà di spostarsi in Calabria. Il degrado è il terreno su cui attecchisce la ’ndrangheta, rilanciare il sistema infrastrutturale Alta velocità-A3-Ponte sullo Stretto come sembra aver promesso il governo può essere la chiave giusta. «In Parlamento presenteremo una proposta di legge per realizzarlo anche se so che la sinistra si opporrà – ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano – non è possibile che l’Alta velocità arrivi fino a Reggio Calabria e poi ci si debba “tuffare” nello Stretto, per poi rincominciare a viaggiare a… bassa velocità». La speranza è che non si tratti dell’ennesima promessa. Certo, visto l’interlocutore il sospetto è forte.

LA LIBERTA'.

La libertà? Bella storia Iniziata 40mila anni fa, scrive Dino Cofrancesco su “Il Giornale”. Nella Collana dell'Istituto Bruno Leoni, Mercato, Diritto e Libertà, esce in traduzione italiana un saggio davvero esemplare, la Breve storia della libertà di David Schmidtz e Jason Brennan, con una Prefazione acuta e divertente di Guido Vitiello. Il titolo va preso alla lettera, non si tratta di una storia delle teorie sulla libertà ma di una storia della libertà. Nel loro rapido excursus, gli autori cavalcano i secoli con una competenza mai disgiunta da uno stile leggero e da un distacco ironico tipicamente anglosassone: dalla preistoria della libertà al rule of law apparso agli inizi dell'XI secolo, dalla libertà religiosa del secolo XVI alla libertà di commercio del secolo successivo, fino alla libertà civile, trionfante nel '900 e all'ultima frontiera, la libertà psicologica, il lettore entra nel vivo di una vicenda esaltante desinata a non concludersi mai e ne riporta un senso di gratitudine per chi gli ha consentito di chiarirsi le idee e di liberarsi da vecchie idee e inveterati pregiudizi. Schmidtz e Brennan, però, non si fermano alla storia ma nei sei densi capitoli del libro, mettono a fuoco il nucleo centrale della teorica liberale contemporanea in modo da dissipare i tanti equivoci che i fautori della comunità chiusa, soprattutto nel nostro paese, hanno riversato sulla «società aperta», sulla sua natura, sulle sue caratteristiche. A dare l'incipit non poteva non essere l'ombra di Isaiah Berlin, il filosofo delle «due libertà»: la libertà negativa - intesa come non impedimento, libertà da, posta alla base del liberalismo- e la libertà positiva -intesa come dotazione di risorse che consentono di realizzare quanto si desidera, libertà di, posta a fondamento della democrazia. Da tempo immemorabile, i critici del liberalismo vedono nella libertà negativa, nel migliore dei casi, una sorta di visconte dimezzato, riproponendo, senza variazioni sostanziali, lo stesso ritornello: «Io potrei essere libero dalle interferenze dello Stato, libero dall'oppressione di un rigido sistema di caste e così via, eppure potrei restare nell'impossibilità di fare granché a causa della mancanza di ricchezza. La libertà negativa è la libertà di essere poveri, di dormire su un marciapiede pubblico». Schmidtz e Brennan non sottovalutano l'argomento e prendono quasi le distanze da Berlin, citando tra l'altro con rispetto l'inconsistente teorico del neo-republicanism Philip Pettit. Berlin, scrivono, e molti liberali classici «sono sospettosi nei confronti della libertà positiva, pensando che riconoscere il suo valore può essere interpretato erroneamente come un avallo del socialismo, o più in generale, come una licenza che diamo ai burocrati perché ci costringano a essere liberi». Il problema, però, non è quello di negare che non me ne faccio niente della libertà (negativa) di andare a Roma, se mi mancano i soldi (la libertà positiva) per il biglietto, bensì di stabilire chi ce li può dare quei soldi. «Riconoscere semplicemente la libertà positiva come una specie pregiata del genere libertà non ci impegna ad accogliere nessuna particolare idea su quale regime la promuove meglio». In altre parole, si potrebbe scoprire che lavoro, salute, benessere sono più garantiti là dove c'è meno Stato e più mercato. «Le società commercialmente più avanzate di ogni epoca», l'antica Atene, Venezia e Firenze nel Rinascimento, o New York, «non assicurano solo il cibo», ma moltiplicano per tutti le possibilità di vivere una vita più umana e confortevole. Il discorso è convincente anche se non farei troppo affidamento, per confutare i critici del liberalismo, sulla domanda: «Anche la libertà positiva è importante ma la garantisce di più un'economia aperta o un regime collettivista?». In un'ottica liberale, la libertà negativa avrà sempre uno status ontologico superiore giacché se nessuno m'impedisce di fare alcunché ma io non ho i mezzi per farlo, posso sempre rimboccarmi le maniche, organizzarmi con altri per procurarmeli (nessuno, appunto, me lo impedisce) laddove la libertà positiva, rinviando all'eguaglianza anche dei punti di arrivo, per garantire a tutti «dignità e benessere», deve consegnare ad alcuni un potere politico e legislativo così grande da rendere problematica la libertà negativa: più si rendono alcuni individui «eguali», infatti, più diminuisce la sfera di azione di quanti, con la loro abilità e il loro ingegno, potrebbero reintrodurre le diseguaglianze. «Gli ingredienti fondamentali della libertà negativa» scrivono del resto gli autori parlando delle riforme di Turgot, «erano la chiave per stimolare l'ingegnosità e la perseveranza grazie alle quali» i lavoratori «avrebbero potuto liberarsi della deprivazione materiale, e quindi passare dalla libertà negativa alla libertà positiva». Appunto, come volevasi dimostrare.

Il credo liberale di Berlin contro la tirannia delle idee.La convinzione che i conflitti si possano superare e tutti i valori umani siano conciliabili è falsa. Ed è la base dei totalitarismi del Novecento, scrive Giancristiano Desiderio su “Il Giornale”. C'è qualcosa di commovente in questo breve scritto di Isaiah Berlin che Adelphi ha pubblicato: Un messaggio al Ventunesimo secolo. Il volumetto, piccolo e prezioso, è composto di due discorsi: il primo, già pubblicato in Il legno storto dell'umanità , è La ricerca dell'ideale : Berlin lo considerava il suo testamento spirituale e fu pronunciato in occasione della consegna del Premio Giovanni Agnelli nel 1988; il secondo è Un messaggio al Ventunesimo secolo : Berlin in una lettera all'amico John Roberts lo definì «breve credo» e fu scritto nel 1994 in occasione della laurea ad honorem in Giurisprudenza conferitagli dalla Università di Toronto. Il lettore, se accetta un consiglio, inverta l'ordine dell'indice e legga prima il credo e poi il testamento. Il «breve credo» è non solo commovente - un moto d'affetto lo attraversa tutto dalla prima all'ultima riga - ma fulminante e il lettore si troverà davanti il cuore del pluralismo liberale di Berlin e il volto della verità che così si può riassumere: l'idea di conciliare tutti i valori umani è non solo ardua ma falsa e chi la persegue sta riproponendo il totalitarismo del Novecento. Gli uomini si ammazzano da sempre, tuttavia le imprese di Attila, di Gengis Khan, di Napoleone e perfino i massacri degli armeni «impallidiscono di fronte alla Rivoluzione russa e ai suoi postumi». Infatti, l'oppressione, le torture, gli assassinii, gli stermini «di cui si resero responsabili Lenin, Stalin, Hitler, Mao, Pol Pot, e la sistematica falsificazione dell'informazione mediante la quale si occultarono per anni quegli orrori - dice Berlin che fu testimone della Rivoluzione d'Ottobre e attraversò tutto il “terribile Novecento” - sono cose che non hanno precedenti». Perché? Perché gli stermini di massa e l'annientamento dell'umanità sono stati concepiti e realizzati - tenetevi forte - per il bene dell'umanità. È in questo paradiso tramutato in inferno che sir Isaiah si cala per smontare pezzo per pezzo l'insana sintesi di Verità e Potere che l'ideologia per eccellenza della modernità - il marxismo - ha perseguito con ogni mezzo. Una volta Heine disse che se Kant non avesse distrutto la teologia forse Robespierre non avrebbe ghigliottinato il re di Francia. Le idee hanno un gran potere sul potere e le idee del XX secolo sono assassine. I gulag e i lager - dice Berlin - «sono stati causati dalle idee; o meglio, da una specifica idea». Marx, proprio lui che svalutava l'importanza delle idee, ha «provocato con i suoi scritti la trasformazione del Ventesimo secolo, sia nella direzione che egli auspicava, sia, per reazione, nella direzione opposta». Cosa vi era in quegli scritti? Un sogno rivelatosi un incubo: l'idea del compimento necessario della storia umana e della realizzazione della perfezione. È sotto l'influsso di questa idea - o alibi - che gli uomini hanno ucciso e sterminato con la «coscienza tranquilla». È un meccanismo infernale: se hai in mano la soluzione di tutto, allora, nessun prezzo è così alto da pagare per avere il paradiso. Neanche lo sterminio di massa: «Lenin se ne convinse dopo aver letto Il capitale. Predicava risolutamente che se coi mezzi da lui propugnati si poteva creare una società giusta, pacifica, felice, libera e virtuosa, allora il fine giustificava qualunque mezzo, letteralmente qualunque mezzo». Sennonché, questa verità è falsa giacché è falsissimo il convincimento che le domande basilari della vita umana, individuale e sociale, hanno una ed una sola risposta. E così è un dio falso e bugiardo quello che sostiene che i valori fondamentali dell'umanità siano armoniosi mentre sono inconciliabili: sono non conciliabili, per esempio, libertà e uguaglianza, libertà e sicurezza, giustizia e misericordia, ragione e spontaneità, Stato e Chiesa, verità e felicità. L'idea che si possa superare il conflitto è peggiore del (presunto) male: è proprio l'esistenza del conflitto che garantisce la nostra libertà. Dunque, per dirla con Lenin, che fare? Bisogna star calmi, far compromessi, accordi, baratti e - dice Berlin - «so bene che questa non è una bandiera sotto la quale molti giovani idealisti ed entusiasti vorrebbero marciare - è troppo ragionevole, troppo borghese - ma dovete credermi, non si può avere tutto ciò che si vuole, e non solo in pratica, anche in teoria». Insomma, la risposta migliore è la democrazia liberale che, nonostante tutto, si sta diffondendo: «Le grandi tirannie sono cadute, o presto cadranno - anche in Cina il giorno non è troppo lontano».

Croce, quando la libertà viene prima del liberismo.Il "Papa laico" della cultura italiana scomunicò persino Luigi Einaudi in tema di mercato. Ma la sua lezione sui "valori comuni" è attualissima, scrive Dino Cofrancesco su “Il Giornale”. Sessant'anni fa, il 20 novembre 1952, si spegneva, nell'austero Palazzo Filomarino, il Senatore Benedetto Croce, un pensatore epocale, un protagonista unico della storia della cultura occidentale. Unico a prescindere dalla sua concezione del mondo - analizzata, criticata, integrata in una saggistica, italiana e straniera, a dir poco, sterminata - giacché non s'era mai visto uno scrittore capace di far scuola sia nella storia dell'estetica e della critica letteraria, sia nella storiografia politica, sia nella filosofia. Anche nel Settecento, Hume e Voltaire si erano occupati della storia del loro Paese - e il secondo anche di quella svedese e russa - ma non avevano fondato nessun laboratorio di ricerca. Croce, al contrario, tra i suoi allievi non ebbe soltanto filosofi devoti, come il grandissimo Carlo Antoni, ma, altresì, storici tra i maggiori del XX secolo come Federico Chabod, Rosario Romeo, Adolfo Omodeo, Vittorio de Caprariis, Nicola Matteucci, allievi autentici e, in quanto tali, pensosi e problematici, non mere fotocopie sbiadite, se non caricature, del Maestro. Una personalità così ingombrante e multiforme non poteva arare lo scibile umano senza offrire il fianco a critiche e riserve spesso non prive di fondamento. Nelle sue teorie estetiche, non v'era spazio per la comprensione del decadentismo europeo, di Charles Baudelaire, di Gabriele D'Annunzio, di Giovanni Pascoli o di un gigante del teatro contemporaneo come Luigi Pirandello. Nel suo pensiero filosofico venivano liquidati, con eccessiva disinvoltura, non soltanto il vecchio positivismo - oggetto di ironia per il suo versante umanitario e riformista - ma, altresì, il pragmatismo, il neocriticismo e lo stesso esistenzialismo tedesco e francese. Nella sua concezione storiografica, venivano svalutate le nuove metodologie della ricerca che avevano trovato in Italia, nella scuola economico-giuridica, due esponenti di elevata cifra morale e intellettuale come Gioacchino Volpe e Gaetano Salvemini. E nondimeno, tra le tante critiche mosse al filosofo napoletano ve ne sono alcune che il tempo va forse ridimensionando. Il suo liberalismo è decisamente «superato» come hanno scritto politici intellettuali, come Giovanni Malagodi o accademici come Giovanni Sartori? È proprio vero che, nel confronto critico con Luigi Einaudi su liberalismo e liberismo, iniziato nel 1931, lo sconfitto è Croce? Come si ricorderà, la polemica tra i due giganti del liberalismo italiano verteva sul ruolo del libero mercato in una coerente teorica liberale. Per Einaudi, la libertà imprenditoriale è, come la libertà politica e la libertà civile, incorporata nel liberalismo dei moderni; per Croce, al contrario, il liberismo è uno strumento al servizio della Libertà, un mezzo di cui occorre misurare, di volta in volta, l'adeguatezza al fine. «La libertà come la poesia, come la morale, come il pensiero, non si lega mai a nessuna particolare condizione di fatto, istituzione e costume, sistema economico o altro che sia, ma tutti questi adopera secondo la situazione delle cose ossia il corso della storia, come mezzi pratici dell'opera sua». Per noi, le argomentazioni di Einaudi restano ineccepibili: come si può pensare, infatti, una società aperta senza mercato, ingabbiata da uno stato protezionista all'esterno e dirigista all'interno? Sennonché anche le ragioni di Croce cominciano ad apparirci come quegli scogli che dopo essere stati sommersi da ondate di chiacchiere riemergono più irremovibili e saldi di prima. In realtà, il rispettoso interlocutore di Einaudi non era suo contemporaneo ma restava un uomo dell'Ottocento. Alexis de Tocqueville aveva scritto: «Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire. Essa soltanto è in grado di strapparli al culto dell'oro e alle meschine faccende giornaliere dei loro affari privati, per far loro sentire e vedere, in ogni momento, la circostante e sovrastante presenza della patria; essa soltanto può sostituire di tempo in tempo all'amore del benessere passioni più energiche ed alte, offrire all'ambizione scopi maggiori che non quello di far quattrini, creare la luce che permette di scorgere e giudicare i vizi e le virtù degli uomini». Ebbene, al fondo, non era la stessa libertà di Croce, quella che gli artefici del Risorgimento avevano vissuto come «un principio religioso, che rende forti i cuori e illumina le menti e redime le genti e le fa capaci di difendere i loro legittimi interessi»? Croce ci richiama a una lezione dimenticata: senza valori comuni, in assenza di una identità comunitaria forte - per lui, l'Italia di Cavour e di Giolitti - si costruisce sulla sabbia. Indubbiamente questa idea rischiava di fargli sottovalutare l'analisi puntuale delle istituzioni politiche, economiche, culturali (le a torto detestate sociologia e scienza politica) ma, ad approfondirla, ci spiega assai bene perché sul patriottismo costituzionale alla Jürgen Habermas si fondano solo i villaggi Potemkin delle buone intenzioni.

Un Belpaese dal liberismo impossibile, scrive Piero Ostellino su "Il Giornale". Nel Novecento - sulla tracce dei tre totalitarismi che avevano dominato il secolo - era stata la politica a dettare principi e procedure all'opinione pubblica che ad essi doveva adeguare il proprio consenso. Nel secondo millennio, con l'allargarsi della base democratica prodotta dal '68, è il populismo, diffuso soprattutto nelle sfere più basse e meno attrezzate culturalmente, più sensibili alla demagogia della popolazione, a dettare alla politica, che vi si adegua, le condizioni del proprio consenso. È la conseguenza dell'abbandono dello studio della storia - che era stata la base sulla quale si era sviluppata la filosofia politica moderna - che ha fatto perdere di vista i fatti, la realtà effettuale che, da Aristotele a Machiavelli, aveva empiricamente condizionato la diffusione della filosofia politica moderna. Ora, sono posti sotto accusa liberalismo e capitalismo - che pur sono stati fondamento delle libertà e del benessere dei quali ha goduto l'umanità dalla fine del Settecento - in nome di una regressione, se non alla contrapposizione ideologica ottocentesca fra liberalismo e comunismo, quanto meno a quella fra liberalismo e comunitarismo, che è la versione attenuata del collettivismo, condannato e sconfitto dalle «dure repliche della storia». È singolare che istanze collettive, di matrice marxiana, smentite e condannate dalla storia, pretendano di avere il sopravvento sull'individualismo liberale, negandone attualità e validità, per ripristinare contrapposizioni ottocentesche, se non fra liberalismo e comunismo, quanto meno fra liberalismo e comunitarismo. Il fenomeno è soprattutto acuto da noi, in Italia, non a caso il Paese che ha generato, e coltivato, il più forte comunismo occidentale fino alla sua dissoluzione e anche il Paese più in ritardo rispetto ad un approccio empirico di matrice anglosassone. L'Italia paga il prezzo di non aver sviluppato una cultura liberale, quando ce n'erano le condizioni storiche, ai tempi della Riforma protestante, e di essere stata influenzata da una controcultura cattolica, che aveva trascurato il contributo individuale del protestantesimo alla formazione di una mentalità politica liberale diffidente di ogni autorità costituita, compresa quella della Chiesa, oltre a quella dello Stato. Il liberalismo - che con Cavour e i Savoia ha contribuito alla nascita e allo sviluppo dell'unità nazionale - non è contrario allo Stato, come una vulgata popolare tende a far credere in funzione del dominio di una sinistra demagogica, bensì è a favore di uno Stato centrale sufficientemente forte da fissare le regole del gioco alle quali l'opinione pubblica deve poi attenersi. L'esperienza dei Paesi anglosassoni insegna. Il nodo della questione sta tutto nella differenza fra un approccio alla realtà di tipo empirico e uno di tipo ideologico, là dove il primo si fonda sulla realtà storica, sulla realtà effettuale, e genera autonomia e libertà, mentre il secondo su un'idea della realtà come dovrebbe essere, che genera sudditanza.

La libertà non accetta consigli. Nel suo “Saggio sulla libertà”, John Stuart Mill, scrive Mariagrazia Gazzato su “L’Espresso”: " …l’argomento più forte contro l’interferenza del pubblico nella condotta puramente individuale è che, quando si verifica, si verifica con ogni probabilità, sia nei modi sbagliati che nel posto sbagliato. Nella questione di moralità sociale, di doveri nei confronti degli altri, l’opinione del pubblico, cioè della stragrande maggioranza, è più spesso giusta che sbagliata, poiché si tratta soltanto di giudicare sui propri interessi, su come verrebbero coinvolti da un dato comportamento, se venisse consentito. Ma l’opinione di una simile maggioranza, imposta come legge ad una minoranza, in questioni di condotta strettamente individuale, ha uguali probabilità di essere giusta o sbagliata, poiché nel migliore di questi casi, opinione pubblica significa l’opinione di alcuni su che cosa sia bene o male per altri e molto spesso non significa neanche questo, il pubblico con la più perfetta indifferenza, ignora i sentimenti e le esigenze di coloro di cui biasima la condotta e pensa solo alla propria preferenza. Molti considerano lesiva dei propri interessi qualsiasi condotta che loro dispiaccia e se ne risentono come di un oltraggio ai loro sentimenti, simili a quel bigotto che, accusato di disprezzare i sentimenti religiosi degli altri, ha ribattuto che sono loro a disprezzare i suoi persistendo nel loro abominevole culto e credo.” E qui seguono vari esempi, ma mi sembra sufficiente per esprimere la mia opinione sul tema della libertà individuale in rapporto ai doveri che ciascuno ha verso la società. E’ fuor di dubbio che qualsiasi azione individuale che non comporti alcun danno a terzi, non possa e non debba essere in alcun modo sanzionata o semplicemente frenata senza incorrere nella limitazione della libertà personale che attiene al singolo giudizio dell’individuo. Non occorre portare esempi, l’attuale società costringe il legislatore ad imporre leggi che limitino azioni che ledono la libertà altrui di godere appieno della propria individualità in base ai gusti, alle preferenze e alla condotta di vita che ciascuno ritiene più idonea per sé. Un caso molto evidente è il reato di stalking come quello di mobbing che, il legislatore, usando due parole mutuate dalla lingua inglese, ha recentemente introdotto nella nostra giurisprudenza. Sono due reati gravissimi perché limitano in maniera ossessiva e sistematica l’altrui libertà di azione. Ma ci sono esempi continui di limitazione della libertà personale anche in casi considerati di scarsa importanza, che non necessitano di una legge per essere regolamentati ma che attengono al generale “buon senso comune” e ad un etica comportamentale della quale alcuni sono completamente digiuni. Alcuni si arrogano (del tutto arbitrariamente) il diritto di giudicare, di consigliare, addirittura in alcuni casi di imporre, comportamenti da questi giudicati più giusti o più consoni per il mantenimento di una dignità nell’ambito societario, più confacente ai propri schemi mentali. Ma imporre i propri schemi mentali mediante suggerimenti o consigli non richiesti, soprattutto quando questo avviene additando palesemente o nascostamente, sconfinando nel pettegolezzo, colui il quale in base al proprio giudizio, si comporta in maniera riprovevole arrivando persino all’estrema ratio (irrazionale) di gridare allo scandalo è, a mio avviso e a giudicare da quanto espresso in uno dei saggi più popolari sul tema della libertà, davvero riprovevole. La cosiddetta dittatura della maggioranza che impone le proprie regole, a volte assurde, a chi non le condivide è una delle storture più evidenti e deformanti della democrazia. Ed è deteriore al punto di frenare le potenzialità individuali che altrimenti si svilupperebbero più armoniosamente e renderebbero un maggior beneficio alla società che dalle differenze, dalle molteplicità di stimoli, dalle diverse opinioni non può che trarre indubbio vantaggio.

LA DEMOCRAZIA E' PASSATA DI MODA?

Le piazze si affollano di gente che protesta, le cabine elettorali si svuotano, gli esecutivi si riempiono di tecnocrati. Tutti sintomi del fatto che la forma di governo più amata dall'Occidente versa ormai in crisi conclamata. Come spiegano molti pensatori nei loro libri più recenti, scrive Angiola Codacci Pisanelli su “L’Espresso”. La democrazia? «Non è una vetta conquistata per sempre, ma l’instabile punto d’arrivo di un processo intrinsecamente esposto al rischio di crisi e di catastrofe». Parola di Raffaele Simone, linguista e politologo, che dopo aver messo a fuoco nel 2008 il vero volto della nuova destra in ascesa (“Il mostro mite”), oggi si concentra sulla forma di governo che ancora sentiamo nostra ma che attraversa una fase molto difficile. Una crisi mondiale: dovunque cresce l’astensione e calano le iscrizioni ai partiti, cresce il peso politico di organismi finanziari sovranazionali (Fmi, Bce...) e cala la fiducia nelle istituzioni democratiche, mentre le piazze sempre più piene di proteste testimoniano il senso di distacco dell’elettorato da quelli che dovrebbero essere i loro rappresentanti. Una crisi dimostrata anche in Italia da un ricco filone editoriale - lo si vede in questo articolo, che si limita a citare testi usciti nelle ultime settimane - e da manifestazioni come la Biennale Democrazia che nel marzo scorso a Torino ha festeggiato la quarta edizione. Dove porterà questa fase, la nuova analisi di Simone lo dichiara già dalla copertina: “Come la democrazia fallisce” (Garzanti). Un titolo scelto dall’editore («Io avevo proposto “La fata democratica”, che sarà usato nelle tre edizioni straniere già in corso di stampa») che corrisponde perfettamente all’ultimo capitolo del libro. Dove lo studioso mostra come e perché l’Italia del governo Renzi sta facendo da apripista verso quella «democrazia assertiva» o francamente «autoritaria» che si va delineando in molti stati occidentali. La “Fata democratica” di Simone è il corrispondente “buonista”, progressista e di sinistra, del “Mostro mite” di destra che si è andato affermando negli ultimi anni fino a conquistare seggi su seggi in tutte le recenti elezioni europee. «La democrazia è diventata gradualmente un’entità benefica e onnipotente, una fata alla quale si può chiedere tutto anche a costo di sfiancarla». Il Mostro e la Fata: sembrano due personaggi da commedia dell’arte. E in effetti in tutto il saggio i rimandi allo spettacolo sono frequenti, fin dalla tesi di base: la democrazia si regge non su concetti realmente esistenti ma su finzioni. Solo che, a differenza di uno spettacolo teatrale in cui lo spettatore crede a quello che vede pur sapendo che non è la realtà, nel momento in cui le finzioni della democrazia mostrano la corda, secondo Simone il «gigantesco gioco di simulazione» crolla non come un castello di carte - che implicherebbe un progetto razionale e preciso - «ma come gli stecchini dello shangai». Di legame tra democrazia e teatro avevano già parlato diversi studiosi, da Hans Kelsen a Georges Balandier. Di «palinsesto che Renzi e gli altri insieme e dopo di lui sono chiamati a recitare» parla il politologo Mauro Calise, in un recente saggio sul “Mulino”. «Il titolo di questo palinsesto è lo stesso che, da anni, governa la grande maggioranza dei nostri partner occidentali: siamo diventati anche noi una “democrazia del leader”»: e Calise intitola così un volume in uscita da Laterza nel 2016. Anche Geminello Preterossi, direttore del Festival del diritto di Piacenza, denuncia l’incombere di una «politica come fiction, che distrae dalla consegna della decisione a logiche non democratiche». In “Ciò che resta della democrazia” (Laterza), Preterossi scrive che «l’inaridirsi degli spazi di partecipazione effettiva determina, per compensazione, il bisogno che nutre l’illusione della democrazia “immediata”, “veloce”, “semplice”». Una deriva pericolosa («Lo scivolamento verso una forma di neoautoritarismo elettivo, nell’indifferenza di un’opinione pubblica sfiancata, può essere molto breve») che secondo Preterossi può ancora essere evitata: «Per impedire che questa espropriazione si compia del tutto, occorre interrompere la fiction, tornare alla forza della politica in carne e ossa, come conflitto e alternativa». Simone è meno ottimista: «Del resto la mia è un’analisi, non un libro propositivo», sottolinea, anche per prendere le distanze da chi lo ha definito reazionario. E allora ecco quali sono le finzioni che reggono il “gioco delle parti” democratico: «È fittizia la cessione della sovranità: con il voto io cedo la mia volontà in forma inarticolata - mettendo solo una croce su una scheda - a qualcuno che posso anche non aver mai visto e che fino alle elezioni seguenti, non avendo vincoli di mandato, potrà fare quello che vuole. Non è realistica l’uguaglianza: siamo uguali solo in quanto viene permesso a tutti di mettere una croce sulla scheda, poi l’uguaglianza si esaurisce. Ed è irrealistica la formazione di una opinione pubblica informata, che è il presupposto di una libera scelta politica: noi cittadini in realtà andiamo avanti tra stereotipi, informazioni manipolate, notizie false e non controllabili». Il risultato è una crisi che scatena allarmi in tutto il mondo. In un recente articolo sul “New York Times” che partiva da un sondaggio del World Values Survey sull’importanza dei valori democratici, Roberto Foa e Yascha Mounk hanno collegato al calo di fiducia la tentazione dei cittadini di «lasciar prendere le decisioni al presidente senza preoccuparsi del Congresso e di affidare le decisioni più importanti a esperti e non a eletti, alla Federal Reserve o al Pentagono». Per i due giovani politologi di Harvard, il cuore del problema è economico e può essere risolto con «ambiziose riforme istituzionali che pongano un freno al potere politico dei ricchi». Ma con Donald Trump in testa ai sondaggi per le prossime presidenziali, una proposta del genere sembra arrivare platealmente troppo tardi. Se Foa e Mounk temono che all’orizzonte si stia materializzando un “governo dell’esercito”, altri politologi invece vedono di buon occhio alcune forme di “democrazia senza elezioni”: perfino il sorteggio delle cariche, come propone David Van Reybrouck nel suo libro appena tradotto da Feltrinelli (e recensito da Giuseppe Berta due settimane fa sull’“Espresso”). Reybrouck, che i lettori italiani già conoscono per il magistrale reportage “Congo”, e che anima una piattaforma politica chiamata G1000, in “Contro le elezioni” lancia una provocazione: rinunciare al voto e sorteggiare le cariche, come facevano i greci. Una provocazione stroncata sul “Corriere della Sera” da Luciano Canfora (che alla “Democrazia” ha dedicato un longseller pubblicato da Laterza). «Le cariche decisive della città erano elettive», ha ricordato. Ma Reybrouck - che di formazione è archeologo - lo sa, e da Atene parte per un excursus che passa dalla Venezia dei Dogi per finire nell’Islanda di oggi, dove la costituzione è stata modificata attraverso un lungo processo che ha permesso la partecipazione diretta dei cittadini. Secondo Simone invece «in Italia alla democrazia senza elezioni ci stiamo arrivando a poco a poco. Del resto, da vent’anni non esprimiamo preferenze sui candidati. Il nuovo senato non è eletto dai cittadini e una parte dei deputati saranno nominati dal partito. Il nostro presidente del Consiglio non è stato eletto e la formazione del governo, così ricco di tecnocrati, ricorda la designazione dei componenti di un consiglio di amministrazione». La frecciata contro i tecnocrati ricorda che i veri nemici, secondo Simone, non sono tanto i politici che vogliono tenersi il potere, ma i tecnici. «In astratto i tecnici sono risorse strumentali a cui il politico - che è per definizione un “incompetente”, uno del popolo - si rivolge per affrontare un determinato problema. Oggi però i tecnocrati non si fidano più dei politici e governano da soli. Lo fanno indirettamente - attraverso la Banca centrale europea o il Fondo monetario internazionale, o peggio ancora attraverso lobby invisibili - o direttamente: Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, era tra i capi di una multinazionale che prima vendeva le armi e poi bonificava i terreni danneggiati dai bombardamenti». Ma forse la crisi della democrazia è una fase di crescita inevitabile: in fondo tanti politologi la considerano solo una fase di un ciclo che per Polibio va dalla monarchia al caos (il “potere della plebe”), per Kelsen da guerra a guerra - una fase che il giurista austriaco misurava in circa 60 anni. «E certo», continua Simone, «non aiuta questo quadro storico eccezionalmente avverso. Gli effetti della globalizzazione, che tolgono sempre più potere e sovranità alle amministrazioni dei singoli Stati. La crescente impossibilità di arrivare a una conoscenza dei fatti che già prima era difficile ma oggi è impossibile per la proliferazione di fonti data dalla Rete. E per finire l’immigrazione di massa, che superata una certa soglia di percentuale di immigrati porta la società al collasso. Un etologo, Irenäus Eibl-Eibesfeldt, ha calcolato il limite sostenibile al 30 per cento. Lui ha studiato i topi, e noi non siamo esattamente uguali ai topi, però...» Simone ricorda che in molti casi la democrazia è «un modo per raggiungere il potere con il consenso del popolo e senza spargimenti di sangue», e in effetti anche la sua crisi ha un percorso bonario: per la sua dissoluzione non serve la violenza, basta la paura. Lo “Stato di paura” che permette di “tenere buoni” i popoli, denunciato da un maestro del thriller come Michael Crichton nel libro che è stato il suo testamento spirituale: «Tutti gli elementi del quadro storico avverso sono elementi di paura», spiega Simone. «E la Grande Paura spinge a destra. Del resto la democrazia presuppone un mondo tranquillo, pacificato. È stato il primo tipo di governo che non solo lasciava vivere i nemici - cosa che colpiva molto i pensatori classici - ma addirittura permetteva loro di alternarsi al potere. Qualche volta, storicamente, è andata male: Mussolini e Hitler sono arrivati al potere con “quasi libere” elezioni». E allora, possiamo solo stare a guardare mentre la democrazia preme verso l’antidemocrazia o il caos?Non è possibile ipotizzare dei “lavori di manutenzione” anticrisi? «Dovrebbe pensarci la scuola, che però in Italia è sempre meno in grado di farlo. Non solo per la cronica svalutazione dell’insegnamento dell’educazione civica, ma anche per le pressioni esterne che spingono verso un insegnamento pratico e non critico». Viene da pensare che tutto si tiene, che un governo che viaggia verso una “democrazia assertiva” ha tutto l’interesse a minare il pensiero critico che dovrebbe essere il frutto di una scuola veramente “Buona”. E anche questo fa sì che, per chiudere come il libro di Simone, proprio in Italia oggi la democrazia appaia così «malconcia, mal coltivata e malprotetta».

A PROPOSITO DI TIRANNIDE. COME E QUANDO E' MORTO HITLER?

Hitler non è morto nel 1945. Per l'Fbi era in Argentina dopo la guerra, scrive “Libero Quotidiano”. History Channel ha realizzato una serie di documentari sulla presunta fine di Hitler. Il network ha messo insieme un pool di ricercatori davvero particolare. A guidarlo c’è una leggenda della Cia, Robert Baer. Con lui John Cencich, esperto di indagini scientifiche e regista dell’inchiesta internazionale che ha portato all’incriminazione del presidente serboSlobodan Milosevic. Nel gruppo anche un incursore, Tim Kennedy, che ha partecipato alle missioni delle forze speciali in Afghanistan per cercare il rifugio di Osama Bin Laden. Il gruppo ha analizzato file desecretati, tracce, testimonianze per rispondere alla domanda del XX: Hitler è morto nel bunker della cancelleria a Berlilno nel 1945 L’inchiesta si basa sui files resi pubblici dall’Fbi lo scorso anno, in cui si registrano molte decine di segnalazioni sulla fuga di Hitler tra il 1945 e il 1950. Baer le ha analizzate con i programmi informatici usati dalla Cia per scovare i terroristi islamici, incrociandole con le notizie raccolte dagli storici e col database degli interrogatori alleati fino a creare una mappa dei possibili nascondigli. Poi i risultati sono stati verificati sul campo. Il primo passo è come lasciare il bunker della cancelleria senza essere visti. A Berlino c'erano centinaia di chilometri di passaggi sotterranei, gli unici sicuri durante l’assedio dell’Armata Rossa. Dal 1999 questi cunicoli vengono esplorati da un’associazione di speleologi. L’aeroporto di Tempelhof era l’unica installazione nazista risparmiata dai raid alleati e dall'avanzata russa. Qui hangar a prova di bomba proteggevano i quadrimotori Condor, che erano in grado di raggiungere la Spagna senza scalo. Il 21 aprile 1945 ne sono decollati diversi, trasferendo alcuni alti ufficiali in Baviera, baluardo del Reich. Su alcuni velivoli erano imbarcate 'le proprietà personali di Hitler'. Secondo le fonti ufficiali l'ultimo decollo risalirebbe al 23 aprile, mentre altri Condor sono stati presi intatti dai russi cinque giorni dopo. Ma fino ad oggi non era stato individuato un collegamento diretto tra l'ultimo quartier generale di Hitler e questo punto di decollo. Il bunker comunicava con le gallerie della metropolitana. Tutti i superstiti dell’entourage hitleriano hanno negato però l'esistenza di un percorso diretto per Tempelhof. Usando un georadar tattico, il team di History ha scoperto un cunicolo che collega l’aeroporto alla stazione del metro. È bloccato dal 1945 e adesso si attendono le autorizzazioni per demolire gli accessi ed esplorarlo. Restava poi il problema di sparire, cosa non facile per un uomo tanto famoso. L’esame dei files Fbi porta a escludere la rotta sudtirolese, sfruttata da molti nazisti per raggiungere il Sudamerica.  La pista dell'Fbi porta nella Spagna Franchista, amica del Reich. Le segnalazioni hanno portato ad un monastero molto particolare, perché unito con un lungo tunnel sotterraneo al comando della polizia militare. Dalla spagna il viaggio sarebbe proseguito verso le Canarie, ultimo approdo degli U-boot che non volevano arrendersi agli alleati: tre salparono dalla Germania dopo la resa, consegnandosi in Argentina quasi tre mesi dopo. È nel paese sudamericano che gli avvistamenti di Hitler si sono moltiplicati. L’analisi dei files ha portato il team in una cittadina isolatissima, Charata, e in un altro bunker. La struttura si trova sotto una fattoria, lontana centinaia di chilometri da tutto. In questo luogo era presente una vasta colonia tedesca che negli anni '40 iscriveva i figli alla locale Hitlerjugend. Ma i dossier dell’Fbi indicano anche un covo a Misiones al confine di tre stati. A Misiones una spedizione archeologica sta esplorando i resti di tre edifici degli anni ’40 nel cuore della giungla. Uno è un’abitazione con finiture di pregio. L’altro un impianto idroelettrico. La residenza era quindi autonoma. In una parete è stata trovata murata una scatola di biscotti. Dentro il contenitore c'erano monete del Terzo Reich e delle foto. Una ritrae una giovanissima recluta delle SS. Un’altra mostra il primo incontro tra Benito Mussolini e Hitler, a Venezia nel 1934: l’unico in cui il cancelliere è in abiti civili. Indizi, ricostruzioni verosimili e segnalazioni che però non sono in grado con assoluta certezza, neppure con le più moderne tecnologie, di stabilire se Hitler sia veramente morto nel 1945 o no. 

Mancano prove della morte del dittatore. E gli ultimi dossier Fbi desecretati descrivono la sua fuga da Berlino. History Channel li ha fatti esaminare da un ex agente Cia e da uno dei cacciatori di Bin Laden. Scoprendo che la sua presenza fu segnalata in Argentina negli anni Cinquanta, scrive Gianluca De Feo su “L’Espresso”. Un tunnel dove una persona riesce a camminare solo piegandosi, il segmento finale per completare un puzzle di passaggi sotterranei. E cercare di trovare una chiave nascosta per riaprire il mistero del XX secolo, che resiste intatto da settanta anni. Perché nemmeno le ultime tecnologie riescono a offrire una sola prova oggettiva della morte di Adolf Hitler. Gli storici hanno pochi dubbi. Per loro il führer si è ucciso il 30 aprile 1945 nel bunker della Cancelleria, con un colpo di pistola alla testa e forse una dose di veleno. Anche i testimoni diretti dell’epilogo però sono scomparsi nell’apocalisse del Terzo Reich: restano solo racconti di seconda mano o di figure dall’attendibilità relativa. Nulla che oggi potrebbe permettere a un giudice di attestare il decesso. Dal 26 ottobre al 14 dicembre, ogni lunedì alle 21.00 History Channel (canale 407 di Sky) presenta 'Hunting Hitler' il progetto documentaristico in otto puntate di un'ora sul mistero della morte del dittatore tedesco. Il corpo infatti non fu ritrovato nel bunker di Berlino. Il team di History Channel, che include la 'leggenda' della Cia Robert Baer, ha indagato sui file dell'Fbi sulla presenza di Hitler in Argentina negli anni Cinquanta. Non a caso Thomas J. Dodd, capo delle delegazione americana al processo di Norimberga, ha usato parole chiare: «Nessuno può dire con certezza che Hitler è morto». C’è un vuoto di riscontri, scientifici e fotografici: i resti del dittatore e della donna che aveva sposato alla vigilia della fine sono stati definitivamente inceneriti e dispersi dal Kgb nel 1970. Ventitré anni dopo dagli archivi di Stato moscoviti sono ricomparsi due frammenti di cranio, che il test del dna realizzato nei laboratori americani ha attribuito nel 2009 a una giovane di età compatibile con Eva Braun.In quel teschio però c’è anche il segno di un proiettile in uscita, mentre i racconti tramandati dal bunker hanno parlato sempre di avvelenamento. I documenti desecretati nel corso del tempo non aiutano a fare luce, anzi infittiscono l’enigma. Quelli usciti un anno fa dagli schedari americani sono zeppi di rapporti dell’Fbi consegnati personalmente al gran capo Edgar Hoover che segnalano la presenza del führer in diversi paesi. Come se i detective federali, monopolisti dell’intelligence statunitense nell’immediato dopoguerra, avessero dato fede alle parole di Stalin, a quel “no” con cui durante la conferenza di Potsdam aveva risposto alla domanda diretta del presidente Truman: «Hitler è morto?». Da allora decine di saggisti e romanzieri di alterno valore si sono misurati con l’ipotesi di un’odissea nazista verso un nascondiglio remoto dove attendere la rinascita della follia ariana. Ad affrontare la questione con un approccio diverso arriva adesso un progetto voluto da History Channel, presentato in anteprima a “l’Espresso”. Invece di affidare le ricerche a un pool di accademici, il network dei documentari ha messo in campo una squadra di veri investigatori d’ultima generazione. A guidarla c’è una leggenda della Cia, Robert Baer, che ha ispirato l’agente interpretato da George Clooney in “Siriana”. Un veterano ancora in attività: l’ultima missione è stata a Beirut, indagando sull’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri per conto del Tribunale speciale del Libano. John Cencich invece è un esperto di indagini scientifiche ed è stato il regista dell’inchiesta internazionale che ha portato all’incriminazione del presidente serbo Slobodan Milosevic. Al loro fianco un incursore: Tim Kennedy, un sergente dei ranger statunitensi che ha partecipato alle missioni delle forze speciali in Afghanistan per stanare il rifugio di Osama Bin Laden e in Iraq per catturare Zarqawi. Un pool pragmatico, che si è servito di esperti specializzati per affrontare i singoli problemi: giornalisti investigativi britannici, cacciatori israeliani di criminali, studiosi argentini delle comunità tedesche o ricercatori spagnoli sui rapporti tra Franco e il Reich. Il lavoro di questo pool è durato un anno, con un budget multimilionario e un dispendio di strumenti hi-tech, dai georadar ai droni: dotazioni e risorse che difficilmente i ricercatori universitari possono ottenere. Il risultato è un lunghissimo documentario, “Hunting Hitler”, otto puntate di un’ora che saranno trasmesse su History a partire da lunedì 26 ottobre (ore 21, canale 407 di Sky). La resa televisiva è estremamente dinamica, con un passo da grande film d’azione. Sicuramente troppo movimentata per trovare consensi tra gli storici, ma non si tratta certo di un prodotto di nicchia: è un investimento per catturare pubblici vasti. Il punto è capire se dietro la spettacolarizzazione c’è sostanza, ossia se questo approccio innovativo può offrire un contributo reale alle ricerche. Gli esiti sembrano interessanti, anche se neppure le tecnologie più avanzate e i software elaborati per la sfida mondiale ad Al Qaeda sono riusciti a dare una parola finale sulla sorte di Hitler. È sorprendente ad esempio notare come le ricerche sul campo ancora oggi abbiano dovuto fare i conti con muri di reticenza forti in diversi paesi. E comunque con la volontà di non riaprire un capitolo che si preferisce dimenticare: è il caso degli ultimi familiari di Eva Braun, che non accettano il confronto tra il loro codice genetico e quello dei resti riscoperti a Mosca. «Siamo nati dopo la guerra, per noi quella storia è chiusa», spiegano. L’architrave dell’inchiesta sono i files che l’Fbi ha reso integralmente disponibili lo scorso anno: molte decine di segnalazioni più o meno accurate sulla fuga di Hitler trasmesse tra il 1945 e il 1950. Baer le ha analizzate con i programmi informatici che la Cia utilizza per scovare le tracce dei terroristi islamici, incrociandole con le notizie raccolte dagli storici e col database degli interrogatori alleati fino a creare una mappa dei possibili nascondigli. Per poi andare a verificare sul terreno ogni informazione. Si parte dalle vie per lasciare il bunker della Cancelleria senza essere visti. Nella Berlino dei bombardamenti continui esistevano centinaia di chilometri di passaggi sotterranei, gli unici percorsi sicuri durante l’assedio dell’Armata Rossa. Sono catacombe che dal 1999 vengono sistematicamente esplorate da un’associazione di speleologi. Ma finora mancava l’anello finale dell’itinerario tra la residenza corazzata del führer e l’aeroporto di Tempelhof: l’unica installazione nazista risparmiata dai raid alleati e dalle cannonate sovietiche, con hangar a prova di ordigno che proteggevano i quadrimotori Condor, aereo in grado di raggiungere la Spagna senza scalo. Il 21 aprile 1945 ne sono decollati diversi, trasferendo un manipolo di alti ufficiali nel caposaldo bavarese del Reich: in alcuni di questi velivoli erano imbarcate “le proprietà personali di Hitler”. L’ultima partenza nota avviene il 23 aprile, mentre altri Condor sono stati catturati intatti dai russi cinque giorni dopo. Sotto l’aeroporto c’è un alveare di locali blindati con impianti idrici ed elettrici autonomi, una sorta di monastero di cemento e acciaio, con decine di celle cubiche su tre livelli. In parte custodivano negativi e filmati raccolti dalla ricognizione tedesca: chilometri di pellicole incendiate poi dall’esplosivo dei genieri sovietici nell’ultimo assalto, con un rogo durato giorni che ha incenerito tutto. «Senza vie di fuga, un bunker diventa una trappola», sottolinea Baer. Dal comando della Cancelleria infatti si entrava nelle gallerie della metropolitana. Tutti i superstiti dell’entourage hitleriano hanno negato però che esistesse un percorso diretto per gli hangar di Tempelhof. Usando un georadar tattico, identico a quello impiegato per ispezionare le caverne di Tora Bora dove a lungo si è pensato fosse morto Bin Laden, il team di History ha scoperto un cunicolo che unisce l’aeroporto alla stazione del metro. È bloccato dai giorni della battaglia e adesso si attendono le autorizzazioni per demolire gli accessi ed esplorarlo. In ogni caso, c’erano altri modi per sottrarsi all’attacco sovietico. Robert Ritter von Greim e Hanna Reitsch sono atterrati in una pista improvvisata a pochi metri dalla porta di Brandeburgo e ripartiti il 30 aprile dopo avere incontrato Hitler nei meandri della Cancelleria. Già, ma dove poteva andare un uomo così famoso e così odiato? L’esame dei files Fbi porta a escludere la rotta sudtirolese, sfruttata da molti nazisti per raggiungere il Sudamerica attraverso i porti italiani e la copertura della gerarchia cattolica. Nel caso del führer i rischi dovevano essere ridotti al minimo, contando su rifugi predisposti da tempo in paesi ancora amici. Come la Spagna di Francisco Franco. Lì le segnalazioni raccolte dai detective di Hoover hanno portato la squadra di Robert Baer in un monastero molto particolare, perché unito con un lungo camminamento sotterraneo al comando della polizia militare. Poi le Canarie, ultimo approdo degli U-boot che non volevano arrendersi agli alleati: tre salparono dalla Germania dopo l’annuncio della resa, consegnandosi in Argentina quasi tre mesi più tardi. È nel paese sudamericano che gli avvistamenti di Hitler si sono moltiplicati. L’analisi dei files ha portato il team in una cittadina isolatissima, Charata, e in un altro bunker: una struttura costruita sotto una fattoria, lontana centinaia di chilometri da tutto. Lì negli anni ’40 una vasta colonia tedesca iscriveva i figli a centinaia nella sede locale della Hitlerjugend. Ma i dossier dell’Fbi indicano un altro “covo” ancora più a nord, a Misiones, terra di predicatori gesuiti al confine di tre stati: una posizione da sempre sfruttata per traffici e contrabbandi. A Misiones dallo scorso marzo una spedizione archeologica sta esplorando i resti di tre edifici costruiti negli anni ’40 nel cuore della giungla. Uno è un’abitazione di qualità, con vasca da bagno e decorazioni. L’altro probabilmente un impianto idroelettrico con alcune officine. Insomma, una residenza autonoma: gli scavi finora hanno riportato alla luce riserve di cibi in scatola e medicinali, tutti di quel periodo. In una parete era stata murata una scatola di biscotti, contenente monete del Terzo Reich e alcune foto. Una ritrae una giovanissima recluta delle SS, forse non tedesca, forse uno dei volontari europei accorsi a combattere sotto la svastica. Un’altra mostra il primo incontro tra Benito Mussolini e Hitler, a Venezia nel 1934: l’unico in cui il cancelliere indossa abiti civili. Indizi, piccoli e grandi, di una rete di protezione dei fuggitivi nazisti. Che però non scalfiscono il mistero del secolo.

L’INTELLIGENZA E’ DI SINISTRA?

Le persone di sinistra sono più intelligenti? Si Chiede su “La mente è Meravigliosa”. “Tutti i giorni la gente si sistema i capelli, perché non il cuore?” Vi sembra una frase intelligente? Queste parole sono state formulate dalla mente di Ernesto Che Guevara, il famoso rivoluzionario. Ci sono molte altre citazioni epiche di questo mito che sono sopravvissute fino ai giorni d’oggi. Ciò ha forse a che vedere con la sua ideologia di sinistra? Uno studio della Brock University sostiene di sì. Lo studio della Brock University nell’Ontario, Canada. Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori della Brock University, nell’Ontario, Canada, coloro che sono meno intelligenti già durante l’infanzia sviluppano un’ideologia di destra e tendenze razziste e omofobe, rispetto alle ideologie di sinistra, che sono più aperte e comprensive. Per giungere a questa conclusione, i ricercatori si sono basati su studi condotti negli anni 1958 e 1970 nel Regno Unito. Questi studi analizzarono il livello d’intelligenza di migliaia di bambini tra i 10 e gli 11 anni, che poi risposero a domande di politica una volta raggiunta l’età di Cristo, 33 anni. Tra le domande poste ai bambini ormai adulti, c’erano questioni riguardo i pregiudizi di vivere affianco a vicini di una razza diversa o sulle preoccupazioni che sorgono quando bisogna lavorare con qualcun altro. Altre domande alle quali dovettero rispondere i soggetti riguardavano l’ideologia politica conservatrice, come rendere più severe le pene dei criminali o mostrare ai bambini la necessità di ubbidire all’autorità. Le persone di sinistra sono davvero più intelligenti? Alcune delle conclusioni a cui sono giunti i ricercatori della Brock University sostengono che i politici conservatori facilitano la nascita di pregiudizi. Basandosi sui risultati delle ricerche inglesi, i ricercatori sostengono che le persone meno intelligenti si localizzano nello spettro della destra politica, perché qui si sentono più sicuri. Secondo i creatori di questo studio, è l’intelligenza innata a determinare il livello di razzismo di una persona, molto più dell’educazione e dell’istruzione. Nemmeno lo status sociale ha un ruolo importante a proposito. Semplicemente affermano che l’ideologia conservatrice è la via giusta per trasformare bambini che hanno difficoltà a ragionare in persone razziste. Le capacità cognitive sono fondamentali per avere una mente aperta. Ciò significa che coloro che hanno capacità cognitive ridotte o molto ridotte tendono ad adottare ideologie conservatrici per la sensazione di ordine che implicano. Questa è un’altra delle conclusioni dello studio. Intelligenza innata. Secondo le ricerche condotte dalla Brock University, tutto ciò significa che l’intelligenza innata ha un ruolo determinante nell’ideologia ultima adottata da un individuo. Questo significa che essere di destra è sinonimo di stupidità? Assolutamente no. Oggigiorno, in tutto il mondo le ideologie politiche sono un po’ ingarbugliate. Niente è più ciò che sembra. Possiamo definire un regime comunista come quello imposto in Corea del Nord di sinistra? Qui, i cittadini si sono abituati a vivere sotto gli ordini di un dittatore che si definisce d’ideologia progressista, ma che manipola i destini di milioni di persone con un pugno di ferro. Esistono altri esempi di paesi in cui si è tentato di stabilire un regime di sinistra e comunista, ma senza successo. Russia o Cuba, per esempio, hanno sofferto terribili repressioni popolari durante la fase della dittatura del proletariato, che alla fine si è trasformata nel mandato di un singolo leader come Stalin o Castro, con accesso limitato alla libertà o al pensiero. Ciò significa che, tra i partiti della sinistra mondiale, c’è gente camuffata che in realtà è di destra? È possibile che nell’ideologia progressista si siano infilate persone poco intelligenti che in realtà sono conservatori? Non esiste una risposta chiara a questo tipo di domande, poiché le ideologie hanno sempre meno peso in un mondo mosso meramente da interessi economici e dei partiti. In realtà, ciò che importa è avere una mente aperta e curiosa. Imparate da tutti coloro che hanno qualcosa da apportarvi nella vita. Se non avete un’intelligenza innata che apra la vostra mente, almeno stimolate la vostra intelligenza emotiva. Siate sensibili a qualsiasi tipo di tendenze e modi di essere e adottate una vita piena e felice. Come diceva Ernesto Che Guevara, se siete in grado di avere capelli splendenti, siete anche capaci di avere un cuore nobile e buono.

Quell'ossessione dello Stato di regolare la nostra vita. In Italia, sul cibo, c'è la stessa ossessione regolamentatrice dell'Unione Sovietica, scrive Piero Ostellino su "Il Giornale". L'idea che si possano, anzi, si debbano, regolamentare i comportamenti sociali, non lasciando il minimo spazio allo spontaneismo individuale e collettivo è l'ossessione di ogni politica. Particolarmente affetto ne è quel filone della politica, eredità del razionalismo settecentesco, che si è storicamente incarnato nella sinistra dopo la Rivoluzione bolscevica e la nascita dell'Unione Sovietica. Ho ritrovato, e osservato, tale ossessione in due Paesi che hanno interpretato la politica da versanti opposti, pervenendo a risultati profondamente diversi. In Unione Sovietica non c'era ambito della società civile che la politica non volesse regolamentare e non regolamentasse. Il risultato era stata l'estrema esasperazione del sistema politico totalitario che aveva soffocato l'intera società civile russa, mentre, di converso, lo spontaneismo sociale promuoveva quella cinese, empirica e sperimentale. In Cina, la convinzione che solo lasciando alla società civile ampi ambiti di autonomia, soprattutto economica, il Paese sarebbe uscito dal dirigismo maoista e decollato verso la modernità e la crescita, ha dato i suoi frutti; oggi, la Repubblica popolare cinese è uno dei Paesi al mondo esemplari di più felice combinazione fra spontaneismo sociale e sviluppo economico, modernizzazione, crescita economica e sociale. Ricordo che, quand'ero in Cina, avevo osservato, e apprezzato lo spirito di iniziativa di certi cinesi, maschi e femmine, che avevano affrontato l'avventura liberista, godendo e approfittando della libertà che la politica lasciava loro di intraprendere e commerciare. Ho ritrovato la stessa ossessione regolamentatrice sovietica, da noi, in Italia, da parte soprattutto di quel filone politico, terreno di sperimentazione, da parte del Partito comunista, che aveva guardato all'Urss come ad un modello da imitare, e, entro certi limiti, da parte della cultura politica e sociale di matrice religiosa, non meno autoritaria di quella comunista. È stata la grande illusione razionalistica prodotta e diffusa dalla Rivoluzione francese con la pretesa di creare, e far crescere, la «società perfetta», dove nulla era lasciato al caso e tutto dipendeva dalla previsione e dalla programmazione politica. Non credo di sbagliarmi dicendo che l'Italia è il Paese al mondo col maggior numero di permessi, licenze, e divieti e anche quello dove queste forme di razionalismo condizionano la società civile e le impediscono di sviluppare autonomamente le proprie potenzialità. Il guaio è che l'ossessione regolamentatrice fa crescere la domanda di regolamentazione, e, quindi, di politica e di burocrazia ogni volta che si rivela inadeguata ad assolvere le funzioni che le sono impropriamente assegnate...Personalmente, sono cresciuto culturalmente all'ombra dell'empirismo anglosassone generatore dell'Illuminismo scozzese che si è distinto dal razionalismo francese proprio grazie al suo scetticismo rispetto alle virtù salvifiche della regolamentazione e della conseguente previsione-programmazione razionalistica. Sono liberale grazie anche a questa formazione culturale della quale sono debitore ad uno dei miei maestri all'Università di Torino di formazione anglosassone e col quale mi sono laureato, Alessandro Passerin d'Entreves, e ho imparato da Norberto Bobbio, l'altro mio grande maestro, a leggere i classici della cultura politica moderna, evitando, allo stesso tempo, di diventare prigioniero del positivismo politico, non meno di quello giuridico, cui era afflitto Bobbio, lui sì convinto erede del razionalismo francese. Grazie a Bobbio, ho letto David Hume e sono entrato in familiarità con l'empirismo anglosassone e l'Illuminismo scozzese. Detesto ogni pretesa previsionale e programmatrice proprio a ragione della loro scarsissima prevedibilità e capacità di programmazione razionale, e coltivo, con l'empirismo, un sano scetticismo sulle capacità razionali dell'uomo. Per intenderci: non vado in giro con la Dea Ragione sulle spalle come amano fare i razionalisti di tutte le tendenze e, in particolare, quelli di formazione transalpina. Ho imparato che il mondo è popolato da individui, ciascuno dei quali persegue i propri fini, con i propri mezzi, che coincidono solo inconsapevolmente con quelli degli altri - attraverso quell'empatia della quale parla Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali - in modo spontaneo ricercando il proprio Utile senza attenersi a calcoli previsionali e programmatici altrui... Se c'è qualcosa - diciamo pure molto! - che non va nella politica italiana è la convinzione si possano regolamentare i comportamenti sociali attraverso permessi, licenze, divieti che, poi, si rivelano l'ostacolo a quello spontaneismo che sta a fondamento della dottrina liberale e della nostra civilizzazione. Mi auguro, come ho scritto recentemente, che Berlusconi faccia iniezioni di empirismo e di liberalismo nella propria cultura politica e in quella di Forza Italia. Ce n'è effettivamente bisogno...

Mille euro al minuto a un comunista. L'ex ministro greco Varoufakis ospite da Fazio per 24mila euro. Il canone serve a questo? Si chiede Alessandro Sallusti su "Il Giornale" del 29/10/2015. Mille euro al minuto. È quanto la Rai ha pagato Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, per sparare pirlate a «Che tempo che fa», il salotto televisivo personale di Fabio Fazio. Ventidue minuti, andati in onda il 27 settembre, che urlano vendetta. Non è la cifra in sé, 24mila euro appunto, più viaggio aereo pagato in prima classe, ma lo sperpero di denaro pubblico. Con in più la beffa che a staccare l'assegno è stato il più moralista dei conduttori tv a favore del più comunista dei politici europei, quello che aveva fatto accorrere ad Atene a osannarlo una nutrita pattuglia della sinistra italiana a inneggiare agli eroi di Tsipras. Lungi da noi cadere nel facile moralismo. Se uno ha mercato è giusto che incassi il dovuto. Non ci formalizziamo. È che non capiamo che mercato possa avere mister Varoufakis, economista messo al bando sia dall'Europa sia dal suo Paese. Lo hanno cacciato e a quanto risulta, nel suo girovagare per tv e salotti di mezzo mondo, noi italiani siamo stati gli unici a pagare per godere del suo verbo. Il che stride con il pianto, anche quello greco, di chi ci governa e lamenta mancanza di liquidità. Si tolgono soldi ai pensionati e poi, via Rai, si sprecano euro con i comunisti chic. Si sfora il debito e il premier si compra un nuovo lussuoso aereo. Si spendono 3 miliardi per l'emergenza immigrati e non c'è un soldo in più per i terremotati dell'Emilia e gli alluvionati della Campania. Se è così che Renzi e i neo-nominati vertici della Rai pensano di usare i soldi di quella nuova tassa occulta che è il canone in bolletta Enel, allora siamo alla truffa. Sanno gli italiani che la Rai spende due dei loro milioni ogni anno per pagare Fabio Fazio? E sanno che Luciana Littizzetto, spalla del conduttore buonista, è ricompensata con ventimila euro a puntata? Credo che a molti verrebbe voglia di farsi staccare la luce da Renzi, piuttosto che vedere buttati così i propri risparmi. Che tanto, per sapere «Che tempo che fa» basta leggere le previsioni o guardare fuori dalla finestra.

Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia: Caro Dago, le consuete diatribe su quanto o quantissimo vengono pagate le star televisive sono davvero male impostate. Ci sono personaggi della televisione che marchiano a fuoco il programma da loro condotto. Lo faceva Michele Santoro, bravissimo nel suo genere (che non è il mio); lo fa Barbara D’Urso, irresistibile nei confronti del suo pubblico meridiano (i cui gusti sono distantissimi dai miei); lo fa Massimo Giletti, da anni ostinatissimo nel sorreggere lo “share” della domenica pomeriggio di Rai1. Se qualcuno obiettasse sui compensi di personaggi siffatti, io direi che non sanno di che cosa stanno parlando. Se una trasmissione di quelle che ho nominato fa o faceva due punti percentuali di ascolto in più, erano soldoni che venivano dalla pubblicità e che compensavano alla grande i cachet. La televisione funziona così, e quella pubblica e quella privata. Se paghi lautamente un ospite che ti fa scena e “ascolto” sono soldi spesi benissimo, e sta a zero l’invidia (inevitabile) di gente e scribacchini. Il caso Varoufakis è profondamente diverso. E’ figlio di una di una dinamica completamente diversa. Tanto è vero che solo alla Rai e in una televisione giapponese, il noto motociclista è stato trattato talmente con i guanti: e tanto più se stiamo parlando della Rai, di un’azienda in un cui un comune mortale tratta alla morte se avere trenta euro in più o in meno per una prestazione professionale. I 24mila euro netti (e dunque 50mila lordi) pagati all’ex ministro greco hanno tutt’altra logica. Nascono dalla necessità spasmodica di buona parte del palinsesto di Rai3 di “offrire” qualcosa di sinistra al suo pubblico che ne arde. Che di meglio di uno che da ministro greco faceva l’orgogliosissimo nel momento in cui il suo governo e il suo Paese chiedevano all’Europa i soldi di che sopravvivere sino al giorno dopo in ragione dell’Himalaya di debiti che avevano accumulato. Voi ricordate i commenti di tanti al risultato grottesco del referendum greco, all’annuncio che i greci non ne volevano sapere di pagare i loro debiti. Dio che orgogliosi, commentarono subito alcuni quaquaraquà del pronto intervento ideologico. E chi meglio del motociclista, che è poi un gran rivale di Fabrizio Corona quanto a turgore maschile, poteva rappresentare quell’orgoglio in una delle case madri della superiorità razziale della sinistra, ossia la trasmissione garbatamente condotta su Rai3 da Fabio Fazio? L’ho visto quando Varoufakis si è presentato e seduto. Da soli quella posa e quell’atteggiamento valevano i 24mila euro. Dio che cipiglio, Dio che turgore. Fuffa ideologica, la migliore di tutte. Non ha prezzo perché è una merce che ha un pubblico imponente, non meno grande di quello di Barbara D’Urso. Cappello. Che poi la Luciana Litizzetto abbia in quella trasmissione un cachet di 20mila euro a botta, davvero non so giudicare. Io non ho mai riso una volta nella mia vita alle sue battute. La mia compagna Michela sì, quasi sempre. Non so, davvero non so.

Pansa intervista Pansa su “Libero Quotidiano”: "Devo tutto alla guerra".

Caro Giampaolo, come ti senti adesso che hai compiuto gli ottant' anni?

«Tutto sommato, mi sento bene, a parte qualche acciacco inevitabile alla mia età. Ma il resto funziona e non posso che ringraziare il Padreterno. La testa è ancora lucida e la voglia di scrivere tanta. Devo confessare che il piacere di scrivere, invece di diminuire, con l'età è cresciuto. La mattina mi alzo presto e una delle prime cose che faccio è accendere il computer. Poi mi dedico a un articolo, al capitolo di un mio nuovo libro, a una lettera da inviare a un amico. Impegnarmi ogni giorno in questo esercizio mi gratifica molto. E mi ricorda che sono sempre stato un uomo fortunato».

In che cosa consiste la tua fortuna?

«Prima di tutto, nella data di nascita. Sono un ex ragazzo del 1935. L' essere venuto al mondo in quell' anno mi ha regalato molte opportunità. La prima è stata di vedere con i miei occhi il disastro di una guerra mondiale. È iniziata nel 1940 quando avevo cinque anni ed è finita nel 1945 quando mi avviavo a compierne dieci. Quello che ho visto, sia pure con lo sguardo di un bambino, mi ha insegnato che non bisogna mai lamentarsi di quanto ci accade, perché il peggio può sempre arrivare».

Il tuo ricordo più orribile del tempo di guerra?

«I bombardamenti aerei. Casale Monferrato, la mia città, non era un obiettivo strategico, ma aveva due ponti sul Po, uno pedonale e l'altro ferroviario, abbastanza vicini al centro. A partire dall' estate del 1944, gli apparecchi angloamericani tentarono di distruggerli come avevano iniziato a fare con tutti i ponti della Pianura padana. Nella convinzione che, dopo la liberazione di Roma, la guerra stesse per finire e dunque fosse necessario ostacolare la ritirata dei tedeschi. Il ponte pedonale lo colpirono subito, quello ferroviario mai. Per questo i bombardieri alleati ritornavano di continuo all' assalto».

E allora?

«Allora ho nella memoria lo schianto delle bombe. Un rumore da film degli alieni, che si insinuava dentro di te, si impadroniva del tuo corpo e ti faceva temere di morire. Invece l'andare nei rifugi antiaerei durante la notte, per me era divertente. Può sembrare una bestemmia, lo so. Ma da ragazzino precoce mi sentivo attratto dalle donne sempre un po' discinte. Se qualcuno mi chiedesse quando ho cominciato a osservare l'altro sesso, risponderei: nel grande rifugio della marchesa della Valle di Pomaro, situato a cento metri dal nostro appartamento, un palcoscenico straordinario di varia umanità».

Ma non avevi paura?

«Dopo il primo bombardamento sì, ho provato il terrore di essere ucciso. Poi mi sono abituato. Tanti anni dopo, nel leggere quel che era accaduto in Gran Bretagna, ho compreso che l'Italia, soprattutto nelle piccole città, era stata una specie di paradiso. Gli abitanti di Londra e di altri centri inglesi, come Coventry avevano vissuto l'inferno dei continui bombardamenti tedeschi. Gli inglesi stavano assai peggio di noi. Hanno sofferto la fame, da loro il tesseramento è rimasto in vigore sino agli anni Cinquanta. Noi ce la siamo cavata molto meglio».

Che cosa dicevano i tuoi genitori della guerra?

«La consideravano un castigo di Dio e speravano che finisse presto. Ma non hanno mai lasciato trasparire le loro paure con me e a mia sorella Marisa. Mio padre Ernesto, classe 1898, da giovanissimo si era sciroppato gran parte della Prima guerra mondiale, nel Genio radiotelegrafisti della III Armata, quella del Duca d' Aosta. E aveva visto gli orrori di quel conflitto. Gli inutili assalti alla baionetta, i cadaveri straziati dalle cannonate, i tanti feriti, i mutilati, i soldati con la malaria e il colera abbandonati in lazzaretti di fortuna. Era un uomo buono e pessimista, rimasto orfano di padre da bambino, insieme a cinque tra fratelli e sorelle. Mia madre Giovanna, invece, era una donna ottimista. Aveva un negozio di mode in centro, guadagnava tre volte lo stipendio di papà, operaio guardafili delle Poste. Insieme mi hanno insegnato come si deve stare al mondo».

Quando hai scoperto che ti piaceva scrivere?

«Alla conclusione della terza media. Eravamo nell' estate del 1947 e avevo dodici anni e mezzo, poiché nelle elementari avevo fatto insieme la quarta e la quinta. Come premio per un'ottima pagella, papà mi regalò una macchina per scrivere di seconda mano: una Underwood del 1914, fabbricata in America. Ho imparato subito a usarla e mi sono accorto di avere una vocazione: quella di diventare un giornalista. Cominciai presto a collaborare al settimanale della mia città, Il Monferrato. Non mi pagavano, però mi lasciavano fare. Quando sono andato all' università di Torino, a Scienze politiche, ho dedicato tutto il mio tempo alla tesi di laurea. L'argomento era la guerra partigiana tra Genova e il Po. L' avevo iniziata per partecipare a un concorso indetto dalla Provincia di Alessandria. Divenne un malloppo pazzesco, di ottocento pagine».

E che cosa accadde?

«Mi laureai con il massimo dei voti e la dignità di stampa. Era il luglio del 1959 e avevo 23 anni e nove mesi. Nel novembre del 1960 la mia tesi vinse il Premio Einaudi che mi fu consegnato dall' ex capo dello Stato, Luigi Einaudi, nella sua villa di Dogliani, con una cerimonia solenne. Quel premio convinse il direttore della Stampa, Giulio De Benedetti, a convocarmi per capire che tipo ero. Il nostro incontro durò meno di un quarto d' ora. E lui mi assunse, come in seguito fece con altri giovani laureati. Voleva svecchiare la redazione, così mi venne detto».

Un altro colpo di fortuna…

«Sì. Ma anche il risultato di una serie di circostanze che non riguardavano soltanto me. Quando iniziai a lavorare alla Stampa era il gennaio 1961. L' Italia era appena uscita del suo primo boom economico. I grandi quotidiani andavano a gonfie vele. A insidiarli non esisteva la televisione e meno che mai il maledetto web. Vendevano molte copie, raccoglievano tanta pubblicità, avevano la cassa piena di soldi».

Condizioni oggi irripetibili...

«Non c' è dubbio. Gli stipendi erano più che buoni, compresi quelli dei redattori alle prime armi. In compenso bisognava lavorare, o ruscare come diciamo noi piemontesi. Dieci ore di presenza dalle due del pomeriggio a mezzanotte. Nessuna settimana corta. Un rigore assoluto, garantito dai capi servizio, a loro volta onnipotenti. De Benedetti era un dittatore indiscusso. Quando entrava nella grande sala della redazione, tutti ci alzavamo in piedi. Soltanto quando Gidibì ringhiava: "Signori, seduti!", il lavoro riprendeva».

Fammi un esempio del rigore della «Stampa»…

«Eccone uno. Lavoravo da parecchio al notiziario italiano, quando Carlo Casalegno, il giornalista assassinato nel 1977 dalle Brigate rosse, mi chiese una recensione per la terza pagina, quella culturale. Riguardava un libro appena uscito in Italia: Il giorno più lungo di Cornelius Ryan, sullo sbarco alleato in Normandia nel giugno del 1944. La scrissi e la riscrissi con il cuore in gola. La consegnai al direttore e Gidibì la tenne nel cassetto per una settimana. Poi mi convocò e ruggì: "Questa non è una recensione, ma una cattiva cronaca dello sbarco in Normandia". Quindi iniziò a stracciarla in pezzi sempre più piccoli. E li fece nevicare sotto gli occhi».

Poi hai lasciato la «Stampa». Come mai?

«È un altro esempio della fortuna che assisteva un ragazzo del 1935. Negli anni Sessanta, un direttore che apprezzava il tuo lavoro aveva il potere assumerti da un giorno all' altro. Una circostanza irreale se guardiamo ai giorni nostri. Italo Pietra, allora direttore del Giorno, nel 1964 mi offrì un contratto da inviato speciale. Mi chiese: "Dove vuoi essere mandato in servizio: a Voghera o nel Golfo del Tonchino dove sta per cominciare una guerra che si estenderà al Vietnam?". Da monferrino sveglio risposi: "A Voghera, direttore". Pietra sorrise: "Risposta esatta. Ti assumo. Ecco il contratto da firmare. Se dicevi il Tonchino, non ti avrei mai assunto"…».

Quanto sei rimasto al «Giorno»?

«Sino alla fine del 1968. Poi Alberto Ronchey, il successore di Gidibì, mi rivolle alla Stampa, sempre come inviato. La mia base era Milano, una metropoli sconvolta dalla violenza e dagli attentati. Cortei militanti a tutto spiano, l'omicidio dell'agente di polizia Annarumma, la strage di Piazza Fontana, la fine oscura dell'anarchico Pinelli, l'arresto di Valpreda, i primi segni di vita delle Brigate rosse. Ho imparato a conoscere l'Italia, un paese ingovernabile, travolto dall' estremismo politico».

Se non sbaglio, nel 1973 sei passato al «Messaggero» dei Perrone…

«Sì, a fare il redattore capo, un mestiere che non era il mio. Ma la fortuna continuò ad assistermi. Piero Ottone mi volle al Corriere della sera. Ci rimasi sino al 1977, poi Eugenio Scalfari mi assunse a Repubblica, nata l’anno precedente. Rimasi con Barbapapà un'infinità di tempo. Quindi andai all' Espresso con Claudio Rinaldi, ero il suo condirettore. Nel 2008 lasciai il gruppone di Scalfari e mi arruolai nel Riformista di Antonio Polito. Di lì sono passato a Libero, dove sto con grande soddisfazione mia e, spero, del direttore Maurizio Belpietro e dell'editore Giampaolo Angelucci».

In tanti anni di professione, immagino che tu sia stato costretto ad affrontare non poche delle emergenze che hanno tormentato l'Italia. Quale di loro ricordi?

«Almeno tre. La prima è il terrorismo, soprattutto quello delle Brigate Rosse. Oggi non ce ne ricordiamo più, ma è stata una seconda guerra civile durata quasi un ventennio. Con un'infinità di morti ammazzati, centinaia di feriti, allora si diceva gambizzati, e un delitto che ricordo come fosse avvenuto ieri: il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. Tuttavia l'aspetto peggiore, e infame, di quel mattatoio fu il comportamento di una parte importante della borghesia di sinistra. Eccellenze della cultura, dell'università, del giornalismo, delle professioni liberali. E della politica comunista e socialista. Per anni negarono l'esistenza del terrorismo rosso. Sostenevano che si trattava di fascisti travestiti da proletari. Soltanto qualcuno ha fatto ammenda di quella farsa tragica. Ma pochi, per non dire pochissimi. Molti pontificano ancora e si considerano la crema dell'Italia».

E la seconda emergenza?

«È la corruzione, un cancro che intacca, con una forza sempre più perfida, partiti, aziende, pubblica amministrazione. È un virus che si estende anno dopo anno. Ha avuto un picco al tempo di Mani Pulite o di Tangentopoli. Era il 1992 e allora sembrò che le indagini del pool giudiziario di Milano avessero la meglio. Invece era soltanto una pausa breve. Infatti tutto è ricominciato alla grande. Devo dire la verità? L' Italia è una repubblica fondata sulla mazzetta. Non può consolarci il fatto che tante nazioni siano uguali a noi».

La terza emergenza?

«È il discredito sempre più devastante che ha mandato al tappeto il sistema politico italiano. Per anni ho seguito da vicino e ho raccontato la crisi dei nostri partiti. Li ho visti ammalarsi, peggiorare, arrivare vicini all' estinzione. Adesso mi sembrano malati terminali. Molte parrocchie politiche sono già morte. E altre moriranno. Alla fine resteranno in piedi soltanto pochi personaggi, i più scaltri, i più demagoghi. È facile prevedere che saranno loro a comandare in Italia».

Stai pensando a Matteo Renzi, il nostro presidente del Consiglio?

«Certo, penso al Fiorentino, ma non soltanto a lui. Renzi oggi comanda e temo che continuerà a comandare per parecchio tempo. Avremmo bisogno di un nuovo De Gasperi, ma l'Italia del 2015 è messa peggio di quella del 1948. Allora eravamo un paese senza pace, alle prese con tutti i guai del dopoguerra. Ma avevamo fiducia in noi stessi, voglia di rinascere, capacità di sacrificio, entusiasmo politico, anche faziosità all' ennesima potenza. Oggi siamo una nazione di morti che camminano, non parlano, non si occupano di quello che un tempo veniva chiamato il bene pubblico. Prevale la paura di diventare sempre più poveri».

Come vedi il futuro dell'Italia?

«Buio e tempestoso. Adesso qualche gregario di Renzi dirà che sono un vecchio gufo menagramo, ma è proprio il personaggio del Fiorentino a indurmi al pessimismo. Non è un leader politico poiché non ha la statura intellettuale e umana per esserlo. È soltanto l'utilizzatore finale di una crisi antica della Casta dei partiti, cominciata molti anni fa. Renzi sta dominando su uno scenario di macerie. A lui interessa soltanto il potere. Non è un generoso come sanno esserlo i veri numero uno. È un piccolo demagogo, egoista, vendicativo, che si è circondato di una squadra di yes man incompetenti, pronti a obbedirgli e a seguirlo fino a quando resterà in sella. Nessuno lo scalzerà dalla poltrona e lui seguiterà a vincere per abbandono di tutte le controparti».

Nemmeno il centrodestra riuscirà a scalzare Renzi?

«Ma non raccontiamoci delle favole! Il centrodestra mi ricorda l'ospizio dei poveri della mia città. Sono convinti, o fingono di esserlo, che soltanto loro abbatteranno il Fiorentino. Ma è un pio desiderio, nient' altro. In realtà tutti i capetti di una volta si combattono per spartirsi il poco che è rimasto dell'impero di Silvio Berlusconi. Giocano con il pallottoliere e, sommando una serie di piccoli numeri, si illudono di sconfiggere Renzi. Il loro futuro è persino più nero di quello italiano. Ce lo conferma la crisi drammatica del Cavaliere. Ha un anno meno di me e nel 2016 taglierà il traguardo degli ottanta. Gli auguro di conservare la villa di Arcore e di non sentire che un giorno, all' alba, bussa alla sua porta qualche scherano di Renzi con un'ordinanza di sfratto».

Sei certo che gli oppositori attuali di Renzi non siano in grado di fermarlo?

«Forse potrebbe farcela un'alleanza che oggi sembra una chimera. Quella fra Grillo, Salvini, la Meloni e quanto resta di Forza Italia. Ma nel caso molto improbabile che questo asse prenda forma, chi può esserne il leader? Viviamo in un'epoca che considera la figura del capo un fattore indispensabile per contendere il potere politico, con la speranza di conquistarlo. Però dove sta il nuovo leader del centrodestra? Io non lo vedo».

E del centrosinistra che cosa mi dice?

«Che sta peggio del centrodestra. Quando esisteva ancora la Democrazia cristiana, un anziano deputato doroteo di Caltanissetta mi disse: "Il mio partito ricorda la masseria dello curatolo Cicco: il primo che si alza, pretende di comandare". Non rimpiango di certo la scomparsa del Pci, ma la sua fine ha lasciato un vuoto enorme. Si sta realizzando una profezia del vecchio Pietro Nenni: rischiamo di diventare una democrazia senza popolo. È quello che accade in Italia, pensiamo al grande numero di elettori che non vanno più alle urne».

Nella prima e nella seconda Repubblica tu hai votato sempre a sinistra, se non sbaglio…

«Sì, ho votato per il Pci, per il Psi e per i radicali. Poi non sono più andato a votare, da quando ho scoperto la vera natura della sinistra italiana. Me ne sono reso conto del tutto nel 2003, dopo aver pubblicato il mio libro dedicato a quanto era accaduto dopo il 25 aprile 1945: Il sangue dei vinti. Un lavoro minuzioso, che non ha mai ricevuto una smentita o una querela. Posso definirlo una prova di revisionismo storico da sinistra? Eppure la sinistra italiana, in tutti i suoi travestimenti, mi ha maledetto. E non ha smesso di sputarmi addosso nemmeno quando si è resa conto che quel libraccio aveva un successo enorme. A tutt' oggi ha venduto un milione di copie».

Tu fai il giornalista dal 1961, ossia da cinquantaquattro anni. Ha ancora senso questo nostro mestiere?

«Penso di sì, anche se è diventato una professione proibita ai giovani. Nessuno li assume, i compensi per chi vuole iniziare sono minimi. Ma io sono difeso dalla mia età. A ottant' anni mi protegge un antico imperativo del filosofo tedesco Immanuel Kant. Recita: fai quel che devi, avvenga quel che può».

L'UGUAGLIANZA E L’INVIDIA SOCIALE.

Frasi, citazioni e aforismi sull’uguaglianza. Pubblicato da Fabrizio Caramagna.

Nasciamo uguali, ma l’uguaglianza cessa dopo cinque minuti: dipende dalla ruvidezza del panno in cui siamo avvolti, dal colore della stanza in cui ci mettono, dalla qualità del latte che beviamo e dalla gentilezza della donna che ci prende in braccio. (Joseph Mankiewicz)

Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono. (Abraham Lincoln)

Ognuno è impastato nella stessa pasta ma non cotto nello stesso forno. (Proverbio Yiddish)

Dovunque sono uomini, sono diversità di opinioni, disparità di sentimenti, differenza di umori, tali e tante variazioni temporanee o permanenti, che il consenso perfetto è impossibile, non dico fra tutti o fra molti, ma fra pochi, fra due. (Federico De Roberto)

Equa distribuzione della ricchezza non significa che tutti noi dovremmo essere milionari – significa solo che nessuno dovrebbe morire di fame. (Dodinsky)

L’uguaglianza sarà forse un diritto, ma nessuna potenza umana saprà convertirlo in un fatto. (Honoré de Balzac)

È falso che l’uguaglianza sia una legge di natura: la natura non ha fatto nulla di eguale. La sua legge sovrana è la subordinazione e la dipendenza. (Marchese di Vauvenargues)

L’uguaglianza consiste nel ritenerci uguali a coloro che stanno al di sopra di noi, e superiori a coloro che stanno al di sotto. (Adrien Decourcelle)

Egalitarista. Il genere di riformatore politico e sociale interessato a fare scendere gli altri al proprio livello più che a sollevarsi a quello degli altri. (Ambrose Bierce)

In America tutti sono dell’opinione che non ci sono classi sociali superiori, dal momento che tutti gli uomini sono uguali, ma nessuno accetta che non ci siano classi sociali inferiori, perché, dai tempi di Jefferson in poi, la dottrina che tutti gli uomini sono uguali vale solo verso l’alto, non verso il basso. (Bertrand Russell)

Ci sono due dichiarazioni sugli esseri umani che sono vere: che tutti gli esseri umani sono uguali, e che tutti sono differenti. Su questi due fatti è fondata l’intera saggezza umana. (Mark Van Doren)

Davanti a Dio siamo tutti ugualmente saggi… e ugualmente sciocchi. (Albert Einstein)

Perché noi non siamo né al di sopra né al di sotto del resto: tutto quello che è sotto il cielo è sottoposto a una stessa legge e a una stessa sorte… Le anime degli imperatori e dei ciabattini sono fatte su uno stesso stampo. (Michel De Montaigne)

L’uguaglianza deve essere quella delle opportunità, non può essere ovviamente quella dei risultati. (John Dryden)

Ho letto tempo fa che nel futuro gli uomini saranno tutti uguali. Ugualmente ricchi o ugualmente poveri? (Zarko Petan)

Gli uomini sono nati uguali ma sono anche nati diversi. (Erich Fromm)

La figlia del re, giocando con una delle sue cameriere, le guardò la mano, e dopo avervi contato le dita esclamò: “Come! Anche voi avete cinque dita come me?!”. E le ricontò per sincerarsene. (Nicolas Chamfort)

Noi sosteniamo che queste verità sono per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini i governi, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che, ogni qualvolta una forma di governo diventi perniciosa a questi fini, è nel diritto del popolo di modificarla o di abolirla. (Thomas Jefferson, Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America)

“Libertè, Egalitè, Fraternitè”. (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, 1795)

Tutta la società diventerà un unico ufficio e un’unica fabbrica con uguale lavoro e paga uguale. (Vladimir Lenin)

Il vizio inerente al capitalismo è la divisione ineguale dei beni; la virtù inerente al socialismo è l’uguale condivisione della miseria. (Sir Winston Churchill)

Allo stato naturale… tutti gli uomini nascono uguali, ma non possono continuare in questa uguaglianza. La società gliela fa perdere, ed essi la recuperano solo con la protezione della legge. (Montesquieu)

La prima uguaglianza è l’equità. (Victor Hugo)

L’uguaglianza ha un organo: l’istruzione gratuita e obbligatoria. (Victor Hugo)

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. (Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 3, 1947)

Nessuno vi può dare la libertà. Nessuno vi può dare l’uguaglianza o la giustizia. Se siete uomini, prendetevela. (Malcolm X).

Finché c’è una classe inferiore io vi appartengo, finché c’è una classe criminale io vi appartengo, finché c’è un’anima in prigione io non sono libero. (Eugene V. Debs)

Le lacrime di un uomo rosso, giallo, nero, marrone o bianco sono tutti uguali. (Martin H. Fischer)

C’è qualcosa di sbagliato quando l’onestà porta uno straccio, e la furfanteria una veste; quando il debole mangia una crosta, mentre l’infame pasteggia nei banchetti. (Robert Ingersoll)

L’uguaglianza non esiste fin a quando ciascuno non produce secondo le sue forze e consuma secondo i suoi bisogno. (Louis Blanc)

Amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. (Martin Luther King)

Vivere nel mondo di oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve. (William Faulkner)

Fino a quando la giustizia non sarà cieca al colore, fino a quando l’istruzione non sarà inconsapevole della razza, fino a quando l’opportunità non sarà indifferente al colore della pelle degli uomini, l’emancipazione sarà un proclama ma non un fatto. (Lyndon B. Johnson)

Un uomo non può tenere un altro uomo nel fango senza restare nel fango con lui. (Booker T. Washington)

Viviamo in un sistema che sposa il merito, l’uguaglianza e la parità di condizioni, ma esalta quelli con la ricchezza, il potere, e la celebrità, in qualunque modo l’abbiano guadagnato. (Derrick A. Bell)

Se le malattie e le sofferenze non fanno distinzione tra ricchi e poveri, perché dovremmo farlo noi? (Sathya Sai Baba)

Se ci pungete non diamo sangue, noi? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo? (William Shakespeare)

Guardo i volti delle persone che lottano per la propria vita, e non vedo estranei. (Robert Brault)

Qualunque certezza tu abbia stai sicuro di questo: che tu sei terribilmente come gli altri. (James Russell Lowell)

Lo stesso Dio che ha creato Rembrandt ha creato te, ed agli occhi di Dio tu sei prezioso come Rembrandt o come chiunque altro.” (Zig Ziglar)

È bello quando due esseri uguali si uniscono, ma che un uomo grande innalzi a sé chi è inferiore a lui, è divino. (Friedrich Hölderlin)

Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. (Khalil Gibran)

Il sole splende per tutti. (Proverbio latino)

La pioggia non cade su un tetto solo. (Proverbio africano)

In quanto uomini, siamo tutti uguali di fronte alla morte. (Publilio Siro)

La morte è questo: la completa uguaglianza degli ineguali. (Vladimir Jankélévitch)

Nella vita si prova a insegnare che siamo tutti uguali, ma solo la morte riesce ad insegnarlo davvero. (Anonimo)

Nella democrazia dei morti tutti gli uomini sono finalmente uguali. Non vi è né rango né posizione né prerogativa nella repubblica della tomba. (John James Ingalls).

Finito il gioco, il re e il pedone tornano nella stessa scatola. (Proverbio Italiano).

L’uguale distribuzione della ricchezza dovrebbe consistere nel fatto che nessun cittadino sia tanto ricco da poter comprare un altro, e nessuno tanto povero che abbia necessità di vendersi. (Armand Trousseau)

L’amore, è l’ideale dell’uguaglianza. (George Sand)

L’amore pretende di parificare, ma il denaro riesce a differenziare. (Aldo Busi)

Noi che siamo liberali e progressisti sappiamo che i poveri sono uguali a noi in tutti i sensi, tranne quello di essere uguali a noi. (Lionel Trilling)

La saggezza dell’uomo non ha ancora escogitato un sistema di tassazione che possa operare con perfetta uguaglianza. (Andrew Jackson)

Nessun uomo è al di sopra della legge, e nessuno è al di sotto di esso. (Theodore Roosevelt)

Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma non davanti a coloro che devono applicarla. (Stanislaw Jerzy Lec)

La maestosa uguaglianza delle leggi proibisce ai ricchi come ai poveri di dormire sotto i ponti, di mendicare per strada e di rubare il pane. (Anatole France)

Perché in Italia la stupenda frase “La Giustizia è uguale per tutti” è scritta alle spalle dei magistrati? (Giulio Andreotti)

La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori. (Erri De Luca)

Qui vige l’eguaglianza. Non conta un cazzo nessuno!” (Dal film Full metal jacket)

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. (George Orwell)

Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo. Perché quindi il voto, attività non meno affascinante e pericolosa, dovrebbe essere sottratta a un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione? (Massimo Gramellini)

La via dell’uguaglianza si percorre solo in discesa: all’altezza dei somari è facilissimo instaurarla. (Conte di Rivarol)

La parità e l’uguaglianza non esistono né possono esistere. E’ una menzogna che possiamo essere tutti uguali; si deve dare a ognuno il posto che gli compete. (Pancho Villa)

Fu un uomo saggio colui che disse che non vi è più grande ineguaglianza di un uguale trattamento di diseguali. (Felix Frankfurter)

Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. (Lorenzo Milani)

Quella secondo la quale tutti gli uomini sono eguali è un’affermazione alla quale, in tempi ordinari, nessun essere umano sano di mente ha mai dato il suo assenso. (Aldous Huxley)

L’uguaglianza è una regola che non ha che delle eccezioni. (Ernest Jaubert)

Nell’incredibile moltitudine che potrebbe venir fuori da una sola coppia umana, che disuguaglianze e varietà! Vi si trovano grandi e piccoli, biondi e bruni, belli e brutti, deboli e forti. Tutto vi figura: il peggiore e l’eccellente, la tara e il genio, la mostruosità in alto e quella in basso. Dall’unione di due individui, tutto può nascere. Punto di congiunzione da cui non si deve sperare tutto e temere tutto. La coppia più banale è gravida di tutta l’umanità. (Jean Rostand)

Anche tra egualitari fanatici il più breve incontro ristabilisce le disuguaglianze umane. (Nicolás Gómez Dávila)

Io non ho rispetto per la passione dell’uguaglianza, che a me sembra una semplice invidia idealizzata. (Oliver Wendell Holmes Jr)

Il significato della parola uguaglianza non deve essere “omologazione”. (Anonimo)

Sì, c’è qualcosa in cui noi ci assomigliamo: tu e io ci crediamo differenti in modo uguale. (Jordi Doce)

Le donne che cercano di essere uguali agli uomini mancano di ambizione. (Timothy Leary)

Assistere l’autodeterminazione del popolo sulla base della massima uguaglianza possibile e mantenere la libertà, senza la minima interferenza di qualsivoglia potere, neppure provvisorio. (Michail Bakunin)

L’uguaglianza non può regnare che livellando le libertà, diseguali per natura. (Charles Maurras)

I legislatori o rivoluzionari che promettono insieme uguaglianza e libertà sono o esaltati o ciarlatani. (Goethe)

Quando sicurezza e uguaglianza sono in conflitto, non bisogna esitare un momento: l’uguaglianza va sacrificata. (Jeremy Bentham)

Una società che mette l’uguaglianza davanti libertà otterrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza avrà un buon livello di entrambe. (Milton Friedman)

Libertà, Uguaglianza, Fraternità – come arrivare ai verbi? (Stanislaw Jerzy Lec)

“Libertà, Fraternità, Uguaglianza”, d’accordo. Ma perchè non aggiungervi “Tolleranza, Intelligenza, Conoscenza?” (Laurent Gouze)

Dicesi problema sociale la necessità di trovare un equilibrio tra l’evidente uguaglianza degli uomini e la loro evidente disuguaglianza. (Nicolás Gómez Dávila)

Credo nell’uguaglianza. Gli uomini calvi dovrebbero sposare donne calve. (Fiona Pitt-Kethley)

Nel mondo contemporaneo l’unico posto dove si realizza la perfetta uguaglianza è nel traffico. (Fragmentarius)

Nella troppa disuguaglianza delle fortune, egualmente che nella perfetta eguaglianza, l’annua riproduzione si restringe al puro necessario, e l’industria s’annienta, poiché il popolo cade nel letargo. (Pietro Verri)

Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero. (William Butler Yeats)

Chiunque può fuggire nel sonno, siamo tutti geni quando sogniamo, il macellaio e il poeta sono uguali là. (EM Cioran)

Io amo la notte perché di notte tutti i colori sono uguali e io sono uguale agli altri…(Bob Marley)

Il mio diritto di uomo è anche il diritto di un altro; ed è mio dovere garantire che lo eserciti. (Thomas Paine)

Chi vede tutti gli esseri nel suo stesso Sé, ed il suo Sé in tutti gli esseri, perde ogni paura. (Isa Upanishad)

«Fu il sangue mio d’invidia sì riarso

che se veduto avesse uomo farsi lieto,

visto m’avresti di livore sparso.

(Dante Alighieri, Purgatorio, XIV, vv.82-84)

L’invidia sociale, scrive Francesco Colonna, su ”Facci un salto”. Si sono impiegati molti decenni per sradicare il tratto fondamentale del marxismo, cioè la lotta di classe. Gli argomenti contrari a quel principio si riassumono in un concetto semplice: la collaborazione è più efficace della lotta. Permette di costruire di più, di fare più cose, di redistribuire meglio non solo i soldi, ma le competenze e la giustizia. Gli argomenti a favore invece erano e sono quella di una divergenza di interessi che si concilia male con l’idea di giustizia sociale. Non importa qui dibattere il tema. Quel che conta è quell’idea non circola più, e infatti nessuno ne parla e nessuno la usa per sostenere le proprie tesi. Di conseguenza, la logica sarebbe questa, tutto dovrebbe essere più tranquillo, una società più conciliante, meno aggressiva, più disposta alla collaborazione, nella quale i problemi si risolvono in modo pacifico e ragionato. E invece a quella ideologia (giusta o sbagliata che fosse non importa) si è sostituito non un pensiero o una filosofia nuovi ma un sentimento: l’invidia, alla quale si può aggiungere l’aggettivo “sociale”. L’invidia nelle sue forme più comuni si riferisce alla cose, invidia per ciò che non ho e altri hanno. Invece nella nostra società fatta di immagine e comunicazione (parole che sembrano sempre sottintendere una falsità o almeno una irrealtà) l’invidia è rivolta all’essere, ai modelli di successo, di fama o di notorietà. E questa invidia prende tante forme: dalla ostilità alla imitazione. E, per capire bene cosa significhi e comporti, basta guardare alla etimologia: invidere in latino vuol dire guardare storto, guardare in modo non corretto. Cioè l’invidia impedisce di vedere giusto e quindi di capire. Ed è trasversale, colpisce ovunque. Mentre la lotta di classe comunque dava una identità, una appartenenza, l’invidia sociale disgrega, atomizza la lotta, relegandola nell’intimo, pur esibendosi poi come ricerca di giustizia sociale. Difficile che in questa luce si possa trovare una strada comune, al massimo si cercano nemici, veri o presunti. Una caccia nella quale brillano il sospetto, la vendetta, il complotto, il pregiudizio. E con questo carico sulla coscienza diviene difficile ragionare e scegliere bene il tipo di società nel quale vivere.

 Monti, Bersani, Vendola e Cgil: il club della patrimoniale. La tentazione di patrimoniale è sempre più forte: Bersani ne vuole una light, Vendola punta alle rendite finanziarie, la Cgil sogna una stangata da 40 miliardi, scrive Andrea Indini su “Il Giornale”. E, adesso, patrimoniale. La spinta è forte. In piena campagna elettorale, la tentazione di fare una tentazione extra sui grandi patrimoni sembra impossessarsi trasversalmente sui leader di molti partiti. Il primo a proporla è stata Mario Monti che, nella sua agenda, l'ha inserita (senza farsi troppi problemi) per riuscire a ridurre la pressione fiscale, a partire dal "carico fiscale gravante su lavoro e impresa". In men che non si dica, una schiera di amanti delle tasse hanno subito fatto propria la smania di andare a mettere le mani sui risparmi degli italiani. "I ricchi devono andare all'inferno". Sebbene si riferisse al Gerard Depardieu che, per l'eccessiva tassazione, ha deciso di lasciare la Francia e accogliere il passaporto russo offertogli da Vladimir Putin, l'imprecazione lanciata da Nichi Vendola dà una chiara idea della crociata che, in caso di vittoria alle politiche, la sinistra condurrà contro i beni degli italiani. Dove potrà, razzolerà per far cassa e appianare i debiti di una macchina statale che fagocita tutti i soldi che vengono versati nell'erario pubblico. Nel giorni scorsi, in una intervista a Radio24, il leader del Sel aveva poi spiegato che, quando sarà al governo, andrà a "stanare" la ricchezza che deriva dalle rendite finanziarie. "Se si immagina che quella finanziaria del Paese è stimata in 4mila miliardi di euro e che viceversa meno di mille persone dichiarano nella denuncia dei redditi più di un milione di euro all'anno di reddito, siamo di fronte a una ricchezza largamente imboscata - ha spiegato Vendola - la tassazione alle transazioni finanziarie e sugli attivi finanziari non è una proposta bolscevica". Nascondendosi dietro alla ragione economica tesa alla ricostruzione del Paese, il governatore della Puglia sembra muoversi solo per una ragione di invidia sociale. Il primo a parlare di patrimoniale è stato, però, il Professore. Nell'agenda presentata a dicembre, Monti ha spiegato che è possibile tagliare le tasse a scapito di altri cespiti: "Il carico corrispondente va trasferito su grandi patrimoni e sui consumi che non impattano sui più deboli e sul ceto medio". Si legga: patrimoniale e appesantimento dell’Iva sui be­ni di lusso. Insomma, al premier uscente sembra non bastare l'aver introdotto l'Imu che, è già di per sé, una patrimoniale sull'abitazione. E, su questo punto, si trova in perfetta sintonia con Pierluigi Bersani che ieri sera, negli studi di Ballarò, ha spiegato chiaramente che l’imu non è una patrimoniale "abbastanza progressiva" per i suoi gusti. "Nel prossimo anno non saremo in condizione di ridurre le entrate dell’imu ma potremmo fare un riequilibrio caricando sui possessori di grandi patrimoni immobiliari - ha spiegato il segretario del Partito democratico - a fronte di una detrazione del 5% dobbiamo caricare con un’imposta personale sui detentori di grandi patrimoni immobiliari dal valore catastale di 1,5 milioni di euro". La segreteria di via del Nazareno, modificando leggermente i propositi iniziali vagamente massimalisti, ha fatto balenare una patrimoniale light da applicare agli immobili oltre il milione e mezzo di valore catastale. Lo staff di Bersani ha, invece, specificato che si tratterebbe di circa tre milioni a prezzi reali. Al suo fianco si è subito schierato anche Antonio Ingroia che ha già annunciato di voler togliere l'Imu perché la ritiene "un peso insopportabile e intollerabile". Il progetto del leader di Rivoluzione civile è rendere "il sistema economico più equo" mettendo "una patrimoniale sui redditi più alti e sui patrimoni più consistenti". Il sindacato di Susanna Camusso, che garantisce un’area elettorale decisiva per il Pd, ha preparato una piano fiscale che presenterà a Roma il 25 e 26 gennaio. Piano che fa impallidire gli slogan anti ricchi di Vendola: la Cgil punta, infatti, a reperire 40 miliardi di euro all'anno dalla patrimoniale, 20 miliardi dalla "ristrutturazione della spesa pubblica", 10 miliardi dal riordino dei finanziamenti alle imprese e 10 miliardi dai fondi dell'Unione europea. Gli 80 miliardi rastrellati verrebbero destinati, ogni anno, al lavoro (creazione di nuovi posti, sostegno dell’occupazione e nuova riforma del mercato del lavoro), al welfare e alla "restituzione fiscale" attraverso il taglio della prima aliquota dal 23 al 20% e della terza dal 38 al 36%. Progetto che senza la patrimoniale da 40 miliardi non sta in piedi.

Ci volevate uguali? Ora sim tutti poveri, scrive Mimmo Dato su "L'Intraprendente". In questo nostro bel paese, mio caro Mictel o come ti chiami, abbiamo avuto imponenti correnti d’ispirazione populista, con orientamenti internazionali con sguardo alla sovietizzazione ed al marxismo, forse un po’ radicalizzanti ma certo, a loro dire, pacifisti. Insomma tutta gente all’opposizione che ha vissuto una vita a gridare quanto fosse giusto eliminare le diseguaglianze economiche e ridistribuire le ricchezze, per ovvio sempre prodotte dagli altri e mai da loro; che bisognava aumentare le spese dello Stato per attuare queste pseudo misure egualitarie. Insomma tutti questi contro tutti quelli che non ponevano quale obiettivo principe la massimizzazione dell’uguaglianza. Poi il sogno in Italia si avvera e i governi a marchio populista, pacifista, egualitario si succedono a raffica pur senza che nessuno li elegga ma la Costituzione non viene infranta per questo, per i comunisti il voto non serve, ed eccoci all’oggi, tutti poveri uguale. Tutte le decisioni per la sopravvivenza del paese sono state omesse come qualunque sistema libero e democratico farebbe, tasse da record mondiale, caccia alle streghe, si è omesso di rafforzare le forze di difesa e di cercare le alleanze a garanzia internazionale. Quindi tutte le decisioni sono tendenti alla massimizzazione dell’uguaglianza in povertà contro quelle tese a garantire l’indipendenza e la sopravvivenza del sistema economico e democratico, si legga la nuova legge elettorale che dovrebbe esser varata. Ma allora, caro Mictel, ti chiederai chi erano e chi sono i veri potenti? Forse i ceti abbienti che sostenevano gruppi di maggioranza senza aver avuto, per loro frazionamento ed opportunismo, la capacità di arrestare forme populiste egualitarie o questi ultimi che hanno preso il potere da anni e stanno perseguendo opzioni politiche da disastro, spesa pubblica e disoccupazione al cielo? Vedi Mictel se tu mi fai la domanda, e non me la fai, su come la penso credo che oggi esistano due gruppi di pensatori, quelli che non vogliono l’uguaglianza nemmeno come valore e quelli che pensano che sia comunque impossibile. A questo punto, inutili e terra di conquista, che ci compri la Russia o la Cina. Eppoi il tuo nome sembra americano e mi dici esser cinese. Come ho fatto a non capirlo quando sei sceso da quel macchinone di lusso?

Altro che tutti uguali. Meglio tutti più ricchi.Frankfurt: ridurre le differenze di reddito non è un ideale morale. Il problema è invece che troppi sono poveri, scrive Harry G. Frankfurt Martedì 27/10/2015 su "Il Giornale". In un recente discorso sullo stato dell'Unione, il presidente Barack Obama ha dichiarato che la disuguaglianza di reddito è «la sfida che definisce la nostra epoca». A me sembra, invece, che la sfida fondamentale per noi non sia costituita dal fatto che i redditi degli americani sono ampiamente disuguali, ma dal fatto che troppe persone sono povere. Dopo tutto, la disuguaglianza di reddito potrebbe essere drasticamente eliminata stabilendo semplicemente che tutti i redditi devono essere ugualmente al di sotto della soglia di povertà. Inutile dire che un simile modo di ottenere l'uguaglianza dei redditi - rendendo tutti ugualmente poveri - presenta ben poche attrattive. Eliminare le disuguaglianze di reddito non può quindi costituire, di per sé, il nostro obiettivo fondamentale. Accanto alla diffusione della povertà, un altro aspetto dell'attuale malessere economico è il fatto che, mentre molte persone hanno troppo poco, ce ne sono altre che hanno troppo. È incontestabile che i molto ricchi abbiano ben più di ciò di cui hanno bisogno per condurre una vita attiva, produttiva e confortevole. Prelevando dalla ricchezza economica della nazione più di quanto occorra loro per vivere bene, le persone eccessivamente ricche peccano di una sorta d'ingordigia economica, che ricorda la voracità di chi trangugia più cibo di quanto richiesto sia dal suo benessere nutrizionale sia da un livello soddisfacente di godimento gastronomico. Tralasciando gli effetti psicologicamente e moralmente nocivi sulle vite degli stessi golosi, l'ingordigia economica offre uno spettacolo ridicolo e disgustoso. Se lo accostiamo allo spettacolo opposto di una ragguardevole classe di persone che vivono in condizioni di grande povertà economica, e che perciò sono più o meno impotenti, l'impressione generale prodotta dal nostro assetto economico risulta insieme ripugnante e moralmente offensiva. Concentrarsi sulla disuguaglianza, che in sé non è riprovevole, significa fraintendere la sfida reale che abbiamo davanti. Il nostro focus di fondo dovrebbe essere quello di ridurre sia la povertà sia l'eccessiva ricchezza. Questo, naturalmente, può benissimo comportare una riduzione della disuguaglianza, ma di per sé la riduzione della disuguaglianza non può costituire la nostra ambizione primaria. L'uguaglianza economica non è un ideale moralmente prioritario. Il principale obiettivo dei nostri sforzi deve essere quello di rimediare ai difetti di una società in cui molti hanno troppo poco, mentre altri hanno le comodità e il potere che si accompagnano al possedere più del necessario. Coloro che si trovano in una condizione molto privilegiata godono di un vantaggio enorme rispetto ai meno abbienti, un vantaggio che possono avere la tendenza a sfruttare per esercitare un'indebita influenza sui processi elettorali o normativi. Gli effetti potenzialmente antidemocratici di questo vantaggio vanno di conseguenza affrontati attraverso leggi e regolamenti finalizzati a proteggere tali processi da distorsioni e abusi. L'egualitarismo economico, secondo la mia interpretazione, è la dottrina per cui è desiderabile che tutti abbiano le stesse quantità di reddito e di ricchezza (in breve, di «denaro»). Quasi nessuno negherebbe che ci sono situazioni in cui ha senso discostarsi da questo criterio generale: per esempio, quando bisogna offrire la possibilità di guadagnare compensi eccezionali per assumere lavoratori con capacità estremamente richieste ma rare. Tuttavia, molte persone, pur essendo pronte a riconoscere che qualche disuguaglianza è lecita, credono che l'uguaglianza economica abbia in sé un importante valore morale e affermano che i tentativi di avvicinarsi all'ideale egualitario dovrebbero godere di una netta priorità. Secondo me, si tratta di un errore. L'uguaglianza economica non è di per sé moralmente importante e, allo stesso modo, la disuguaglianza economica non è in sé moralmente riprovevole. Da un punto di vista morale, non è importante che tutti abbiano lo stesso, ma che ciascuno abbia abbastanza. Se tutti avessero abbastanza denaro, non dovrebbe suscitare alcuna particolare preoccupazione o curiosità che certe persone abbiano più denaro di altri. Chiamerò questa alternativa all'egualitarismo «dottrina della sufficienza», vale a dire la dottrina secondo cui ciò che è moralmente importante, con riferimento al denaro, è che ciascuno ne abbia abbastanza. Naturalmente, il fatto che l'uguaglianza economica non sia di per sé un ideale sociale moralmente cogente non è una ragione per considerarla un obiettivo insignificante o inopportuno in qualsiasi contesto. L'uguaglianza economica può avere infatti un importante valore politico e sociale e possono esserci ottime ragioni per affrontare i problemi legati alla distribuzione del denaro secondo uno standard egualitario. Perciò, a volte, può avere senso concentrarsi direttamente sul tentativo di aumentare l'ampiezza dell'uguaglianza economica piuttosto che sul tentativo di controllare fino a che punto ognuno abbia abbastanza denaro. Anche se l'uguaglianza economica, in sé e per sé, non è importante, impegnarsi ad attuare una politica economica egualitaria potrebbe rivelarsi indispensabile per promuovere la realizzazione di vari obiettivi auspicabili in ambito sociale e politico. Potrebbe inoltre risultare che l'approccio più praticabile per raggiungere la sufficienza economica universale consista, in effetti, nel perseguire l'uguaglianza. E ovviamente, il fatto che l'uguaglianza economica non sia un bene in sé lascia comunque aperta la possibilità che abbia un valore strumentale come condizione necessaria per ottenere beni che posseggono, questi sì, un valore intrinseco. Pertanto, una distribuzione di denaro più egualitaria non sarebbe sicuramente criticabile. Tuttavia, l'errore assai diffuso di credere che esistano potenti ragioni morali per preoccuparsi dell'uguaglianza economica in quanto tale è tutt'altro che innocuo. Anzi, a dir la verità, tende a essere una credenza piuttosto dannosa. (2015 Princeton University Press2015 Ugo Guanda Editore Srl)

GLI INTOCCABILI E LA SOCIETA’ DELLE CASTE.

Gli intoccabili. Il caso Saguto e la società delle caste, scrive Pino Maniaci su "Telejato" il 26 ottobre 2015. IL CASO SAGUTO E LA SOCIETÀ DELLE CASTE: L’ANTIMAFIA, I GIUDICI, I BUROCRATI, I POLITICI. E POI LA PLEBE. Di fronte a tutto quello che abbiamo visto, letto e ascoltato in questi ultimi tempi sul caso della gestione personalizzata dei beni sequestrati da parte di un nutrito numero di magistrati, componenti del CSM, cancellieri, funzionari della DIA, personale giudiziario e amministratori giudiziari, sappiamo solo che il CSM ascolterà nei prossimi giorni i giudici coinvolti (ce ne sono altri 4 che continuano ad operare a Palermo). Ci chiediamo, anche a tutela dell’immagine di migliaia di magistrati onesti: Se a un comune mortale cittadino italiano fossero stati contestati la metà dei fatti addebitati alla Saguto non sarebbe stato sottoposto agli arresti domiciliari? Se fossero stati contestati a Renzi, piuttosto che a Crocetta o a Marino non si sarebbero dimessi? Invece nel suo caso si parla di trasferimento ad altra sede. Ci chiediamo ancora una volta, fermo restando la presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado di giudizio, ma è opportuno che a “Zà Silvana” indossi ancora la toga? È opportuno che tutte le persone coinvolte in favoritismi, raccomandazioni e assunzioni ad amici e parenti restino ancora al loro posto? È opportuno che funzionari della DIA al servizio di questo sistema continuino a svolgere ancora funzioni pubbliche? Non comprendiamo quale sia la differenza tra questi soggetti e chi incassa una tangente. Entrambi utilizzano i propri ruoli istituzionali per rubare soldi pubblici. La giustizia è davvero uguale per tutti? Non ci soddisfano più le assicurazioni che tutto sarà chiarito. Sarà chiarito da chi? Quando e davanti a chi? Tutti invece devono essere immediatamente rimossi dai loro pubblici incarichi, in modo trasparente perché come cittadini abbiamo concesso credito a giudici che abbiamo ritenuto credibili, che abbiamo rispettato per la loro vita blindata, giudici che abbiamo ascoltato e dei quali abbiamo rispettato il lavoro senza alcuna delegittimazione preventiva. Vengano rimossi senza stipendio per rispetto verso tutti quei magistrati che hanno onorato e onorano i valori di autonomia e indipendenza, assicurando credibilità alla Giustizia con i comportamenti di tutti i giorni. Vengano rimossi per rispetto a tutti quei servitori dello Stato caduti nell’adempimento del dovere. Vengano rimossi e gli vengano sequestrati i beni per rispetto a tutti coloro che chiamati a collaborare con l’autorità giudiziaria con compiti delicatissimi e complessi lo fanno con coraggio. Pochi giorni fa i deputati della nostra regione hanno approvato in Commissione in tempo record il ddl salva burocrati e nominati. La finanziaria del 2012 ed un parere del Cga del 2014 hanno stabilito la gratuità degli incarichi nelle società partecipate dalla Regione e vietato le superindennità aggiuntive agli alti dirigenti. Fatto questo che avrebbe comportato anche la restituzione delle somme. Ebbene la stessa Ars che fa le pulci ai gettoni di presenza ai consiglieri comunali per cifre irrisorie ha varato un ddl in 10 minuti per salvare i maxicompensi aggiuntivi agli alti burocrati e ai blindati. Il presidente della lotta alla manciugghia, Crocettino, è diventato il Santo protettore della casta. Ricordiamo che negli anni ’80, ’90, il sogno di tanti giovani era quello di una società nella quale se sei bravo e se ti impegni, farai strada. Adesso se nasci parìa crepi parìa. Tra una casta e l’altra ci sono muraglie cinesi. Non esiste più la media borghesia e neanche la piccola. Ci sono le caste e poi la plebe, il volgo. Hanno fatto quadrato tra di loro. Le caste hanno fatto rete, si coalizzano tra loro. La casta degli antimafia, come se l’antimafia fosse una categoria dello spirito, gli intoccabili ed unti dal Signore per antonomasia si è coalizzata con quella dei politici e spesso con quella dei burocrati. Ovunque ti giri ci sono i privilegiati che si fanno beffe di chi è dall’altra parte dello steccato. Ogni loro gesto è uno sputo in faccia a chi fatica onestamente, a chi si suda lo stipendio, a chi pur sudando non avrà mai un diritto. Le caste sono intoccabili. E in quanto tali trattano gli altri con arroganza e sfacciataggine. Ci sentiamo come si sentivano i poveracci alla vigilia della Rivoluzione francese, anzi peggio, perché adesso ti prendono in giro con l’ipocrisia della democrazia e l’illusione della libertà. Nella Francia della Rivoluzione c’era Maria Antonietta che ha detto “Se non c’è pane non possono mangiare grissini?”. Adesso abbiamo a “Zà Silvana” che dall’alto della casta dice: “18 mila euro di spesa non pagata al supermercato? Che sbadata. Mica faccio io la spesa”. È la Rivoluzione Francese ai tempi da “Zà Silvana”. Un ultimo e accorato appello a tutte le Associazioni Antiracket e Antimafia che non sentono la necessità di proferire parola neanche davanti a delle gravissime minacce ricevute dal Direttore di Telejato, Pino Maniaci, da parte della Saguto (a “Zà Silvana”) e del Prefetto Cannizzo, che parlando tra di loro hanno affermato: “Pino Maniaci ha le ore contate”. E ai ragazzi di Addiopizzo. Forza ragazzi fate sentire la vostra variopinta presenza e alzate in coro la voce organizzando graziosi sit-in di protesta nelle pubbliche piazze e davanti al Tribunale di Palermo, datevi da fare ad appendere sui pali e le vetrine di Palermo la scritta: “Un Magistrato e un Prefetto che usano il loro potere per fini personali sono persone senza dignità”.

Il caso Saguto e la società delle caste: l'antimafia, i giudici, i burocrati, i politici. E poi la plebe. L'inchiesta che riguarda il giudice Saguto, insieme ad una serie di altri fatti di cronaca mi hanno convinta che viviamo in una società divisa in caste. Da un lato gli intoccabili, i privilegiati, dall'altro la plebe. Ai tempi di Maria Antonietta lei diceva "mangiate biscotti se non avete pane", oggi c'è un giudice che non si accorge di 18 mila euro di conto non pagato al supermercato..., scrive domenica 25 Ottobre 2015 Rosaria Brancato su “Tempo Stretto”. Il caso Saguto non mi ha fatto dormire la notte. Per 10 giorni ho avuto il panico temendo quale cosa raccapricciante avrei letto il giorno dopo a proposito dell’inchiesta su Silvana Saguto, ormai ex presidente della sezione misure preventive del Tribunale di Palermo. L’indagine su quel che accadeva nella gestione dei beni confiscati alla mafia (che in Sicilia rappresentano il 43% del totale) sta facendo emergere di tutto. La Saguto spaziava dalle nomine di amministratori giudiziari nelle società confiscate in cambio di incarichi per il marito, i parenti e gli amici, all’utilizzo dell’auto blindata come taxi per prelevare la nuora e accompagnarla nella villa al mare, o delle sue ospiti per non incappare nel traffico palermitano, oppure dal farsi recapitare a casa per le cene 6 chili tonno fresco, lamponi, (di provenienza da aziende sotto sequestro) al conto da quasi 20 mila euro non pagato al supermercato confiscato (“una dimenticanza, non sono io quella che va a fare la spesa..”). La “zarina” delle misure preventive si è data da fare per la laurea del figlio ottenuta grazie all’aiuto del docente della Kore di Enna, Carmelo Provenzano che in cambio veniva nominato consulente. Il giovane laureato, stando alle intercettazioni, la festa proprio non la voleva “questa laurea è una farsa, gli altri sgobbano per averla” ma il giudice non sentì ragioni e affidò l’organizzazione proprio al professore Provenzano che oltre a scrivere la tesi ha provveduto al menù, così come avverrà per la successiva festa di compleanno della Saguto. Gli agenti della scorta infine venivano utilizzati per andare in profumeria a fare acquisti. Ciliegina sulla torta del dichiarazioni del giudice antimafia a proposito dei figli di Paolo Borsellino, Manfredi e Anna. Il 19 luglio, anniversario dell’assassinio di Borsellino, Silvana Saguto partecipa come madrina alla manifestazione Le vele della legalità, fa il suo bel discorso antimafia, poi sale a bordo dell’auto blindata ed al telefono dice ad un’amica: “Poi Manfredi che si commuove, ma perché minc...a ti commuovi a 43 anni per un padre che è morto 23 anni fa? Che figura fai? Ma che... dov'è uno... le palle ci vogliono. Parlava di sua sorella e si commuoveva, ma vaff....o". Di fronte a tutto questo sappiamo solo che il CSM ascolterà nei prossimi giorni i giudici coinvolti (ce ne sono altri 4 che continuano ad operare a Palermo). Mi chiedo, anche a tutela dell’immagine di migliaia di magistrati onesti ma se a Donna Sarina fossero stati contestati la metà dei fatti addebitati alla Saguto non sarebbe stata agli arresti domiciliari? Se fossero stati contestati a Renzi, piuttosto che a Crocetta o a Marino non si sarebbero dimessi? Invece nel suo caso si parla di trasferimento ad altra sede. Mi chiedo, fermo restando la presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado di giudizio, ma è opportuno che indossi ancora la toga? La giustizia è davvero uguale per tutti? Leggo anche dell’arresto per corruzione dell’ex direttrice del carcere di Caltanissetta Alfonsa Miccichè. La signora affidava progetti con somme inferiori ai 40 mila euro (quindi non soggetti ad evidenza pubblica) a società che in cambio assegnavano incarichi alla figlia ed al genero. Sempre in questi giorni scopro che al Comune di Sanremo il 75% dei dipendenti è assenteista e c’è chi è stato filmato mentre timbrava il cartellino in mutande e poi tornava a letto o lo faceva timbrare da moglie e figli. Il sindaco di Sanremo dichiara: “sto valutando i provvedimenti da prendere. Forse ANCHE il licenziamento”. A prescindere dal fatto che se licenzi questi ladri di lavoro almeno puoi assumere qualcuno onesto che ti fa funzionare il Comune e adesso è disoccupato, mi chiedo signor sindaco: che significa ANCHE il licenziamento? Che vorresti fare? Premiarli? Che differenza c’è tra questi assenteisti e l’impiegato che incassa la tangente? Entrambi rubano soldi pubblici. Torniamo in Sicilia dove pochi giorni fa i deputati hanno approvato in Commissione intempo record il ddl salva burocrati e nominati. La finanziaria del 2012 ed un parere del Cga del 2014 hanno stabilito la gratuità degli incarichi nelle partecipate e vietato le superindennità aggiuntive agli alti dirigenti. Fatto questo che avrebbe comportato anche la restituzione delle somme. Ebbene la stessa Ars che fa le pulci ai gettoni di presenza ai consiglieri comunali per cifre irrisorie ha varato un ddl in 10 minuti per salvare i maxi compensi aggiuntivi agli alti burocrati e ai blindati. Il presidente della lotta alla manciugghia è diventato il Santo protettore della casta. A Roma mentre la sottosegretaria alla cultura Francesca Barracciu viene rinviata a giudizio per peculato per rimborsi da 81 mila euro il presidente del Consiglio Renzi annuncia di voler togliere l’Ici sulla prima casa a TUTTI, sia che abbiamo un castello che un tugurio. E si definisce di sinistra….Ricordo negli anni ’80, ’90, il sogno della Milano da bere era quello di una società nella quale se sei bravo, se ti impegni, farai strada. Adesso se nasci parìa crepi parìa. Tra una casta e l’altra ci sono muraglie cinesi. Non esiste più la media borghesia e neanche la piccola. Ci sono le caste e poi la plebe, il volgo. Hanno fatto quadrato tra di loro. Le caste hanno fatto rete, si coalizzano tra loro. La casta degli “antimafia”, gli intoccabili ed unti dal Signore per antonomasia si è coalizzata con quella dei politici e spesso con quella dei burocrati. Ovunque ti giri ci sono i privilegiati che si fanno beffe di chi è dall’altra parte dello steccato. Ogni loro gesto è uno sputo in faccia a chi fatica onestamente, a chi si suda lo stipendio, a chi pur sudando non avrà mai un diritto. Le caste sono intoccabili. La Barracciu era la candidata che Renzi voleva ad ogni costo per la presidenza della Regione Sardegna. A causa dello scandalo, ha ripiegato per un posto di sottosegretario. La Barracciu, la Saguto, le leggi ad personam mentre la Sicilia muore di fame. E’ la sfacciataggine degli intoccabili. Mi sento come si sentivano i poveracci alla vigilia della Rivoluzione francese, anzi peggio, perché adesso ti prendono in giro con l’ipocrisia della democrazia e l’illusione della libertà. Nella Francia della Rivoluzione c’era Maria Antonietta che dice “ma se non c’è pane non possono mangiare grissini?”. Adesso abbiamo il giudice antimafia Silvana Saguto che dall’alto della casta dice: “18 mila euro di spesa non pagata al supermercato? Che sbadata. Mica faccio io la spesa”. E’ la Rivoluzione Francese ai tempi della Saguto. Rosaria Brancato.

Cultura antimafia con pregi e difetti, scrive Lionello Mancini su “Il Sole 24 ore” del 26 Ottobre 2015. I fatti e le parole sconvolgenti attribuiti alla presidente della sezione misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto, rimandano ancora una volta ai limiti con cui ciclicamente deve confrontarsi la cultura della legalità, nei diversi ambiti – istituzionali, imprenditoriali, professionali e associativi – in cui si esplica. Saguto, per anni nota e stimata esponente delle toghe antimafia, a suo tempo oggetto di minacce direttamente per bocca di Salvatore Riina, dirigeva fino a pochi giorni fa la sezione di Tribunale preposta al sequestro di beni ai mafiosi. Un incarico delicato, specie sull’isola di Cosa nostra e, per molti aspetti, pionieristico. Quantità, casistica e tipologia dei sequestri si sono ampliate e complicate giorno dopo giorno. I beni vanno gestiti e valorizzati fino alla confisca definitiva. Per questo i giudici delle misure di prevenzione di tutta Italia si consultano in continuazione, propongono modifiche alle leggi, creano una loro associazione per condividere le esperienze. Un lavoro meritorio e quasi sconosciuto. Nei mesi scorsi nascono a Palermo voci sui criteri e sull’accentramento delle deleghe su pochi nomi, seguono inchieste giornalistiche, la Procura di Caltanissetta apre un fascicolo. Emerge così una storia di favoritismi sfacciati, di gestione familistica della sezione, di ingenti debiti personali della presidente, di favori e regali scambiati o promessi, fino all’accusa di corruzione e alle dimissioni dalla funzione (non dalla magistratura). Fino alle intercettazioni ambientali che raccolgono insulti feroci alla famiglia Borsellino. Meglio non rifugiarsi nella tesi della “mela marcia”. Solo per restare in tema e agli ultimi anni, è già accaduto con Vincenzo Giglio, il presidente dell’omologa sezione di Reggio Calabria, appena condannato in via definitiva per corruzione e rapporti con i clan; e con Maria Rosaria Grosso, giudice della sezione fallimentare di Milano, indagata per tentata concussione e abuso d’ufficio. Certo, esiste un problema di qualità dei singoli cui viene conferito l’enorme potere decisionale ed economico della giurisdizione. Ma accade che i vertici palermitani debbano ammettere di non essere in grado di fornire una mappa degli incarichi agli amministratori giudiziari; accade che nessun collega della stessa sezione, o del Tribunale, abbia notato o segnalato alcuna anomalia in certe scelte, amicizie, parentele; che un magistrato ottimamente retribuito si indebiti fino alla disperazione senza che nessuno se ne accorga e anche per questo – sostiene Saguto – sfrutti il proprio ruolo per restare a galla. Al di là degli individui, tutto ciò significa che in ampie zone della magistratura, perno istituzionale dell’azione antimafia e ordine autogovernato come solo il Parlamento, non vige alcun tipo di verifica e di controllo. Solo malasorte? No. Esistono uffici giudiziari – anche molto meno esposti di Palermo – che ormai controllano i flussi di lavoro, gli incarichi, gli ammontari, popolando banche dati dalle quali estraggono informazioni in tempo reale; ci sono Tribunali, Procure e Corti d’appello che redigono il bilancio sociale per avere «una struttura organizzativa più efficiente, per migliorare la capacità di comunicazione con i cittadini, aumentando la trasparenza dell’azione svolta» (testuale dal sito del ministero) ed è certo che in questi uffici il livello di controllo è di ben altra efficacia. Non è impossibile, a volerlo fare. Ma bisognerebbe sentirsi meno casta intoccabile e un po’ più reparto pregiato dello schieramento che comprende commercianti iscritti alla Federazione antiracket, imprenditori con il rating di legalità, giovani delle associazioni, sacerdoti e sindaci coraggiosi, pubblici dipendenti che non prendono mazzette. Ognuno di questi protagonisti mostra pregi da emulare e difetti da correggere, ma premessa per avanzare è prendere onestamente atto dei propri limiti. Altrimenti si arretra a forza di indicare le responsabilità altrui, lasciando che la bufera mediatica e giudiziaria si plachi, per riprendere a sbagliare dal punto in cui si era stati interrotti.

QUESTIONI DI FAMIGLIA. I fatal mariti, scrive Sabato 19 Settembre 2015 Accursio Sabella su “Live Sicilia”. Silvana Saguto è costretta a lasciare il suo incarico a causa di una indagine che riguarda presunti favori al marito. La corsa di Anna Finocchiaro verso il Quirinale è stata frenata anche dal caso del Pta di Giarre che coinvolse il coniuge. E non sono gli unici casi, dalla consulenza del "signor Chinnici" al ritardo di "mister Monterosso". La moglie di Cesare deve apparire più onesta dell'imperatore. L'immagine è rievocata a ogni scandalicchio e parentopolina. Qualcuno, però, in questi anni ha forse dimenticato i mariti delle imperatrici. Fatal mariti, in molti casi. È il caso di Silvana Saguto, ma non solo il suo. Perché i coniugi delle donne di potere, in qualche caso, hanno finito per frenare e troncare carriere. O, in qualche caso, per trascinare nella centrifuga di polemiche più o meno sensate, le mogli. Ne sa qualcosa, come abbiamo già detto, Silvana Saguto, che ha lasciato l'incarico di presidente della Sezione misure di prevenzione. È indagata per corruzione e abuso d'ufficio. E la questione riguarda anche il marito, appunto. L'accusa al magistrato infatti è relativa ai rapporti con Gaetano Cappellano Seminara, il più noto degli amministratori giudiziari. A lui sono giunti diversi incarichi di gestione di beni confiscati alla mafia. Una fiducia ripagata – questa l'accusa, tutta da dimostrare – tramite consulenze che lo stesso Cappellano Seminara avrebbe assicurato a Lorenzo Caramma, marito della Saguto. Quanto basta, ovviamente, per fare da miccia a un'esplosione di veleni e accuse incrociate che pare ancora all'inizio. E ha già portato all'estensione dell'indagine ad altri tre magistrati. Intanto, la Saguto ha fatto le tende. Attenderà un altro incarico. Ma il “colpo” alla carriera del magistrato è stato durissimo. Marito, fatal marito. Che a pensarci bene, un'altra storia di coniuge “scomodo” potrebbe aver contribuito a chiudere le porte del Quirinale a una donna siciliana. È il caso di Anna Finocchiaro e soprattutto del fatal marito, Melchiorre Fidelbo. Quest'ultimo è infatti finito dentro una inchiesta su un maxi appalto dell'Asp di Catania destinato all'apertura del “Pta” di Giarre: una struttura sanitaria “intermedia” che avrebbero dovuto alleggerire il peso dei grossi ospedali. Fidelbo nell'ottobre del 2012 è stato anche rinviato a giudizio per abuso di ufficio e truffa: è accusato di aver fatto pressioni indebite sui dirigenti dell'Azienda sanitaria con lo scopo di ottenere l'affidamento. Una vicenda ovviamente tirata fuori dai detrattori della Finocchiaro, nei giorni caldi che hanno portato alla scelta del nuovo Capo dello Stato. Siciliano, ma uomo. Nonostante la Finocchiaro pare piacesse molto anche a Forza Italia. Ma quella storia... Chissà cosa si saranno detti, invece, Patrizia Monterosso e Claudio Alongi, suo marito. E no, non c'entrano nulla i potenziali conflitti di interesse tra un Segretario generale che contribuisce a scrivere le norme sui dipendenti regionali e il commissario dell'Aran che – visto il ruolo – con i dipendenti regionali deve discutere le norme che li riguardano. No, la storia è un'altra. Ed è, in fondo, sempre la stessa. Quella per la quale la plenipotenziaria di Palazzo d'Orleans è stata condannata dalla Corte dei conti a oltre un milione di risarcimento per la vicenda degli extrabudget nella Formazione professionale. Una condanna giunta nonostante l'appassionata difesa del marito-avvocato Claudio Alongi. Anzi, “tecnicamente” proprio a causa dell'avvocato-consorte. Perché il ricorso della Monterosso, al di là delle questioni di merito che, stando ai giudici sarebbero rimaste tutte in piedi, è stato respinto per un ritardo nella presentazione di alcuni documenti. Ritardo dei legali, appunto. Marito compreso. Paradossi delle vite coniugali che si intrecciano con le vite pubbliche. Ne sa qualcosa Caterina Chinnici. Fu lei la massima sostenitrice di una legge sulla trasparenza che finalmente poneva dei paletti (in questi anni a dire il vero, serenamente ignorati) riguardo alla pubblicazione degli atti, degli stipendi e degli incarichi pubblici. Il caso, però, ha voluto che a ignorare quelle disposizioni fosse anche un consulente dell'Asp di Siracusa, Manlio Averna. Marito di Caterina Chinnici. Un caso che creò anche tensioni all'interno della giunta di Raffaele Lombardo, con Massimo Russo, ad esempio, molto critico sulla “dimenticanza” dell'Azienda siracusana. "Non si può addebitare alla sottoscritta – replicò Caterina Chinnici - l'eventuale inadempienza di coloro che dovrebbero controllare”. Polemiche, ovviamente, poco più. Nulla a che vedere col “caso Saguto”, se non il ricorrere di questi “incroci pericolosi” tra il divano di casa e le scrivanie del sistema pubblico. Fastidi, o poco più, in cui il marito non sarà stato “fatale” per la carriera, ma che certamente ha regalato alla consorte qualche minuto o qualche giorno di tensione. Avvenne anche a Vania Contrafatto, attuale assessore all'Energia. E il casus belli fu addirittura una cena, organizzata da Sandro Leonardi, candidato dell'Idv al Consiglio comunale e marito della Contrafatto. All'appuntamento c'erano, tra gli altri, il procuratore Francesco Messineo e gli aggiunti Leonardo Agueci e Maurizio Scalia. Quest'ultimo era il magistrato che coordinava l'indagine sui brogli alle primarie del centrosinistra. Una rivelazione, quella, lanciata ironicamente nel corso di una conferenza stampa da Antonello Cracolici: “Per sapere qualcosa sui presunti brogli alle primarie - disse il capogruppo del Pd all'Ars - forse avremmo dovuto essere a una cena elettorale che si è tenuta sabato a Mondello alla quale hanno partecipato, oltre al candidato sindaco Leoluca Orlando, alcuni pm di Palermo che seguono le indagini sulla vicenda". Orlando aveva denunciato brogli a quelle consultazioni accusando il vincitore di quelle primarie, Fabrizio Ferrandelli. Tutto si sgonfiò presto, con una nota del pm Scalia con la quale il magistrato spiegò di aver preso parte “a un ricevimento in una casa privata di una collega e amica per festeggiarne l'inaugurazione”. Vania Contrafatto, appunto. Una delle cene probabilmente più indigeste per quello che sarebbe diventato il futuro assessore all'Energia. E un marito può essere fatale persino “a costo zero”. Chiedete a Valeria Grasso, nominata da Crocetta Soprintendente della Fondazione orchestra sinfonica. Tra i consulenti, ecco spuntare il marito Maurizio Orlando: “Ma è qui a titolo gratuito”, provò a spiegare l'imprenditrice antiracket. Pochi mesi dopo, Crocetta l'avrebbe rimossa dalla guida della Foss.

Lo scandalo dei beni sequestrati alla mafia e il ruolo della Massoneria, scrive Riccardo Gueci su "La Voce di New York" dekl 29 ottobre 2015. Tutti sapevano come veniva gestita la Sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Ma nessuno parlava. E il motivo è semplice: perché dietro questo grande affare c’è la Massoneria. I grandi 'numeri' della holding di don Ciotti, Libera: chi guadagna sulle lucrose vendite dei prodotti agricoli di questa associazione antimafia? Sull’indegna questione che ha investito la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo vanno in scena le sceneggiate di tanti protagonisti. Il primo è un esponente del mondo politico. A recitarla è l'onorevole Claudio Fava, membro autorevole della Commissione parlamentare Antimafia. Salvo Vitale - come riportato nella pagina Facebook di Riccardo Compagnino - riprende una dichiarazione del deputato di Sinistra Ecologia e Libertà nella quale si legge: “C'è un punto di cui nessuno ci ha mai parlato, ovvero che il marito della presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, avesse una preziosa consulenza con lo studio del commercialista che si occupa della gran parte dei beni sequestrati”. A questa dichiarazione, Salvo Vitale, con la serenità di chi sa il fatto suo, ribatte: “A parte il fatto che Cappellano Seminara è un avvocato e non un commercialista, non è giusto, né corretto che tu faccia questa affermazione”. E, nel far trasparire che egli con quel deputato ha avuto una qualche frequentazione, continua: “Già un anno fa, quando è esploso il problema, ti sei schierato a fianco della Bindi (presidente della Commissione Antimafia, ndr) per 'tutelare' l'immagine di un settore della Procura di Palermo di cui da tempo avevamo denunciato le malefatte e lo strano modo di procedere. Le denunce del Prefetto Caruso sono state pressoché ignorate e tutto è stato lasciato al suo posto. Anche quando sei venuto a farci visita ti abbiamo informato su quello che c'era sotto, hai abbassato il capo, dicendo che bisognava intervenire, ma forse eri distratto”. Vitale prosegue nella sua replica affrontando un aspetto che, con tutta probabilità, è quello di maggiore rilevanza economica e sociale di questo andazzo affaristico-massonico: il fallimento di aziende, anche quelle sequestrate a gente che è risultata estranea agli affari di mafia. Questa serie di fallimenti ha concorso a determinare l'impoverimento dell'economia di Palermo e della sua provincia, che già di suo non è mai stata prosperosa. “Invece di lasciarsi prendere dalla paura di una destabilizzazione della magistratura - aggiunge Vitale - cosa peraltro ripetuta dal giudice Morosini - sarebbe stato più utile per la storia che ti porti appresso chiedere di far pulizia all'interno di essa, anche perché la fiducia dei cittadini non si conquista facendo credere che tutto è a posto, anche se tutto va male, ma intervenendo per far pulizia e mettere davvero tutto a posto, quando bisogna far pulizia in casa. Bastava guardare a Villa Teresa (Villa Santa Teresa, clinica privata confiscata all’ingegnere Michele Aiello ndr) - dove la scandalosa amministrazione del pupillo di Cappellano Seminara, Andrea Dara, che gli ha regalato un milione di euro per una consulenza, ha prodotto danni economici e gestionali incalcolabili - per renderti conto che la signora Saguto Silvana, il signor Caramma Elio, suo figlio, e il signor Caramma Lorenzo, suo marito, hanno effettuato radiografie, risonanze magnetiche, cervicale, dorsale, spalla, ginocchio senza che il loro nome risulti sulla lista dei pagamenti. Bastava chiedere alla signora Saguto una motivazione sul perché tanti incarichi nelle mani di poche persone e sul perché si sono emessi decreti di confisca quando la magistratura penale aveva escluso la provenienza mafiosa del bene. Bastava. E, invece, non si è fatto niente. E' facile dire che non sapevamo...è difficile crederci”. In sostanza, il deputato di Sel e vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia ha recitato la sua sceneggiata e Vitale con dovizia di particolari e di argomenti l'ha recensita a dovere. Fin qui l'arringa di Vitale. Ma c'è un'altra fonte di notizie che va tenuta in debita considerazione ed è quella di Pino Maniaci, direttore di TeleJato, la testata che per prima ha sollevato il caso. Maniaci è stato intervistato dal nostro Giulio Ambrosetti “per conoscere qualche dettaglio in più e le sue valutazioni sul caso” ed ha avuto modo di annotare alcune sue valutazioni assai interessanti. In particolare su quanto riportato in un articolo del Giornale di Sicilia che rende noti alcuni stralci delle intercettazioni telefoniche tra la dottoressa Silvana Saguto e l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, dove si fa riferimento all'impresa Calcestruzzi. Pino Maniaci, saggiamente, precisa: “Quando si parla di Calcestruzzi a chi si fa riferimento? Ricordo che Grimaldi, il figlio di un cancelliere (del Tribunale di Palermo ndr) amministra almeno dodici aziende di calcestruzzo”. Quindi l’affondo: “La dottoressa Saguto ha tirato in ballo Libera. Addiopizzo e il presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta. A suo dire le associazioni antimafia e antiracket segnalavano i nomi degli amministratori giudiziari. Tutto questo a me sembra incredibile”. Ad una seconda domanda generica sulle associazioni antimafia, “parliamo un po' di Libera e di Addiopizzo”, Pino Maniaci puntualmente fa rilevare che “sia Libera, sia Addiopizzo sono partite da zero. Oggi sono delle holding. Ciò posto, il ruolo che hanno svolto è positivo. Su Libera mi sono posto e continuo a pormi qualche domanda. Per esempio: perché i prodotti di Libera debbono costare tanto? Un pacco di pasta 5/6 euro, un vasetto di caponata 5 euro. Sono prezzi proibitivi. Sarebbe auspicabile che tali prodotti diventino accessibili a tutte le tasche. Sull'argomento ho chiesto un parere a don Ciotti. Ma non ho avuto risposte”. Le tirate moralistiche di don Luigi Ciotti le dobbiamo considerare anch'esse sceneggiate? “Poi c'è la questione legata ai sequestri. Mi riferisco alla proposta di legge, che il Parlamento deve ancora iniziare a discutere, sulla gestione dei beni sequestrati. Questa proposta di legge - relatore il parlamentare Davide Matello, del PD, da sempre vicino a Libera - prevede di assegnare alle associazioni antimafia, in via provvisoria, i beni e le aziende sequestrate alla mafia. A me questa proposta sembra sbagliata. Ricordiamoci che un bene sequestrato può tornare al suo legittimo proprietario, là dove non dovessero emergere problemi”. E sempre a questo proposito, che risulta essere uno dei temi più delicati del sistema delle confische, Maniaci prosegue nel ricordare come in alcune vicende che hanno visto tante imprese avere avuto riconsegnate le loro aziende dopo il sequestro, svuotate di ogni attività, al limite del fallimento. Con questa procedura “è stata distrutta buona parte dell'economia di Palermo e della sua provincia”. Ed aggiunge “sarebbe interessante ascoltare le testimonianze degli imprenditori che hanno subito queste ingiustizie”. E ricorda la vicenda dell'impresa Niceta che con tutta probabilità chiuderà i battenti: “Della vicenda Niceta abbiamo le carte. Gli amministratori giudiziari hanno licenziato circa 50 dipendenti e ne hanno assunti 24. Alcuni di questi nuovi assunti sono amici del solito giro. L'ho detto e lo ribadisco: in questa vicenda tagliare le teste lasciando il corpo non serve a nulla. A che serve mandare via Virga se poi i coadiutori, nominati dallo stesso Virga, restano?”. E continua: “Dietro la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia ci sono interessi enormi. Vi siete chiesti perché la dottoressa Saguto non è stata toccata? Ve lo dico io: perché tiene in pugno personaggi importanti”. Fin qui l'intervista a Pino Maniaci. C'è poi un'altra sceneggiata, che sa di paradosso. Stavolta la limitiamo al massimo. La dottoressa Saguto, poverina, a causa del magro stipendio che le passa lo Stato per il suo lavoro di magistrato, si era ridotta a contrarre un debito con il supermercato - sequestrato alla mafia - dove faceva la spesa per sfamare la famiglia. Ed addirittura secondo un articolo apparso sul Giornale di Sicilia, la poverina non aveva i soldi per pagare la bolletta della luce. Le cronache ci consegnano questo quadro, al netto delle intercettazioni telefoniche che riguardano giudizi del tutto gratuiti sui figli di Paolo Borsellino, il magistrato fatto saltare con la sua scorta in via D'Amelio nel 1992, delle quali ci intratterremo in seguito. Queste cronache ci inducono a sottolinearne alcuni aspetti. Il primo riguarda il sistema gerarchico del Tribunale di Palermo. Se la Sezione Misure di prevenzione procede al sequestro di beni per i quali la stessa ‘macchina’ della Giustizia ha escluso la provenienza mafiosa, non c'è in quel sistema gerarchico qualcuno che faccia presente che quel sequestro è illegittimo? La ragione di questa 'assenza' è dovuta ad un potere occulto, che anche i ciechi e i sordi sanno fare capo alla Massoneria. Infatti, tutti gli uffici del Tribunale, specialmente Civile e in parte del Lavoro, sono largamente infiltrati dal potere massonico. Lo sanno tutti, ma nessuno parla. Nel giro è compresa larga parte dell'avvocatura. La cosa non è nuova, basta ricordare quello che è accaduto al dottor Alberto Di Pisa quando, sull'argomento, si 'permise' di esprimere qualche opinione. Ricordate la vicenda del “corvo”? Da allora non è cambiato nulla. Anzi! Non va trascurato il fatto che molto spesso tra la Massoneria e la mafia è esistita una intesa molto stretta. Infatti, tra sette segrete ci si intende più facilmente e si possono curare affari molto lucrosi se si opera di comune accordo. Intanto quelle aziende, affidate alle 'cure' di amministratori di fiducia vengono distrutte e, talora, riconsegnate ai legittimi proprietari semi fallite e con le maestranze licenziate. Con il bel risultato di avere provocato sia un danno all'economia, sia un contributo in più alla disoccupazione. Il secondo fa riferimento alle perplessità manifestate da Pino Maniaci a proposito di Libera, l'associazione creata dal don Luigi Ciotti per amministrare, attraverso un sistema di cooperative, i beni immobili, specialmente terreni agricoli confiscati alla mafia. Maniaci fa riferimento ai prezzi proibitivi dei prodotti agricoli di queste cooperative e di averne chiesto inutilmente le motivazioni a don Ciotti. E rileva che ormai Libera è una vera e propria holding. A proposito di tale questione va ricordato che le cooperative agricole, promosse da Libera, che gestiscono i terreni agricoli confiscati alla mafia sono finanziate con le risorse finanziarie europei dei PON, cioè dei Piani Operativi Nazionali, sezione fondi strutturali europei per la sicurezza. In definitiva quelle cooperative hanno i costi di gestione coperti dai fondi europei e, spesso, utilizzano locali di vendita dei loro prodotti anch'essi confiscati alla mafia. Non solo. Per l'uso dei terreni agricoli non pagano nulla, ancorché in affidamento. Il capitale investito dai loro soci è di entità simbolica. In sostanza, gestiscono soltanto utili. In presenza di queste condizioni irripetibili in nessuna parte del mondo, non si capisce la ragione economica del perché i loro prodotti abbiano questi prezzi proibitivi destinati al consumatore di reddito medio alto. A chi vanno questi ragguardevoli profitti? Un’indagine su costi, ricavi e investimenti delle cooperative di Libera non sarebbe del tutto fuori luogo. Il terzo riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Secondo quanto riferito dalla dottoressa Silvana Saguto, l'organo di autogoverno dei magistrati ha invitato tutti coloro che sono implicati nelle vergognose vicende ricordate in precedenza a chiedere il trasferimento. Questo è un punto delicato per la credibilità della Magistratura che rischia di farla apparire una corporazione al di sopra e al di fuori della legge che vale per tutti gli altri cittadini italiani. La questione, invece, è molto semplice: la dottoressa Saguto, nell'ambito dei suoi compiti d'istituto, ha compiuto quegli atti che le vengono addebitati? Allora: se quegli atti si configurano non conformi alla deontologia professionale o, addirittura, come reati, la dottoressa Saguto e i suoi complici vanno licenziati in tronco alla stregua di qualsiasi altro lavoratore che non svolga i compiti che gli sono assegnati con la dovuta correttezza. In questo caso nella condizione del licenziamento dovrebbe figurare pure il divieto perenne ad entrare in un'aula di qualsiasi Tribunale italiano, neanche come avvocato. Il congresso del sindacato italiano dei magistrati, ove volesse darsi un minimo di dignità, dovrebbe discutere di deontologia e di valori etici nell'esercizio della professione per dare più forza e credibilità alla funzione del magistrato. *Riccardo Gueci è un dirigente pubblico in pensione. Cresciuto nel vecchio Pci, non ha mai dimenticato la lezione di Enrico Berlinguer. Per lui la politica non può essere vista al di fuori della morale (Berlinguer, grande leader del Pci, a proposito della gestione del potere in Italia, parlava infatti di "Questione morale"). Per noi Gueci commenta i fatti legati alla politica estera e all'economia. Oggi affronta il tema delle polemiche che stanno accompagnando la gestione della Sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Tema che affronta da una particolare angolazione: quella economica, per l'appunto. Sottolineando il ruolo che nell'economia siciliana - spesso in modo occulto - viene svolto dalla Massoneria.

MAFIA: LE CONTRO VERITA’ CENSURATE. FALCONE, FALCE E MARTELLO. IL FILO ROSSO SULLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO E LA NASCITA DEL MONOPOLIO ROSSO DELL’ANTIMAFIA.

Una verità alternativa raccontata da Paolo Guzzanti: fu il Kgb ad uccidere Falcone e Borsellino. Una gigantesca operazione di riciclaggio dei soldi dei servizi segreti e del PCUS. I conti della mafia in Italia come “lavatrice” del tesoro sovietico. Un misterioso finanziere italiano. Il gran rifiuto di D’Alema, ma anche, subito dopo la morte dei due magistrati, l’impegno del Pci-Pds-Ds per alzare un polverone e celare la terribile e scomoda verità. L’ex vicedirettore de “il Giornale” e deputato del Partito Liberale Italiano svela al giornale della politica italiana questo misconosciuto “mistero italiano” (e non solo): una vera e propria operazione di guerra, che non sarebbe stata nelle possibilità e nemmeno nella volontà della mafia siciliana, alla base del martirio, possiamo chiamarlo così, di Falcone e Borsellino, che stavano indagando sulla vicenda. Una storia che sfugge al controllo persino di un protagonista della nostra politica della potenza di Giulio Andreotti, che ad un certo punto ammette di trovarsi di fronte a qualcosa di «più grande di me» e invita Giancarlo Lehner a lasciare perdere il progetto di scrivere un libro-denuncia su tutto questo. A distanza di anni, Guzzanti riapre il caso. Un pezzo da non perdere, solo sul giornale della politica italiana, “Il Politico.it”.«Vi spiego perché hanno ammazzato Falcone e Borsellino, e perché nessuno fiata di fronte alla messa funebre solenne approntata alla svelta dal vecchio PCI per imbalsamarli e santificarli a furor di popolo inquadrato per processioni, prima che qualcuno avesse la malsana idea di indagare sulle vere ragioni della loro inspiegabile morte: “Chi ha ammazzato il povero Ivan?». Ecco la vera storia che nessuno ha il coraggio di raccontare perché ancora oggi si rischia la pelle. L’ambasciatore sovietico, e poi russo Adamishin andò da Cossiga e disse: Fermate questa rapina, i soldi russi del KGB e del PCUS stanno transitando in Italia per essere riciclati. Fate qualcosa. Cossiga chiamò D’Alema e gli chiese: State per caso riciclando per conto del KGB su conti gestiti da Cosa nostra? Ohibò, disse D’Alema, assolutamente non io, ma posso dire che un grandissimo finanziere – che se ti dicessi il nome cadresti dalla sedia – mi ha offerto l’affare del riciclaggio e io ho detto di no. Dunque il fatto esiste, ma non sono io. Allora Cossiga disse ad Andreotti, primo ministro: Volete fermare questa porcheria che sta dissanguando la Russia? E Andreotti rispose: NO, perché un gesto del genere sarebbe vissuto dal PCI come aggressivo nei loro confronti e io devo preservare l’equilibrio nel governo. Ma ho un’idea: chiama Falcone e digli di fare qualche passo informale che soddisfi i russi.Cossiga chiamò Falcone e gli spiegò la situazione. Falcone disse: ma io sono ormai soltanto un direttore generale del ministero della giustizia, che cosa posso fare? E Cossiga: incontra questi russi, tranquillizzali, fai vedere che stiamo facendo qualcosa.

Falcone incontrò i giudici russi e organizzò meeting riservati, coperto dalla Farnesina che gestì l’affare. Poi chiamò Paolo Borsellino e gli spiegò il problema che si era creato. Borsellino, vecchio militante del MSI e anticomunista intransigente disse: tu sei un impiegato al ministero, ma io no. Io posso indagare. Aprirò una mia Agenda Rossa su questa faccenda e discretamente cercherò di capire di più. Bum!! Capaci. Borsellino qualche settimana dopo si dette una manata sulla fronte e disse: cazzo, ho capito chi e perché ha ammazzato Giovanni: BUM! Via D’Amelio. Il PCI che sapeva perfettamente la storia, si avventò come un branco di jene sui due morti santificandoli alla svelta con un rito abbreviato e intenso di processioni popolari mummificandoli nella sua glassa mediatica affinché NESSUNO MAI potesse rivangare la verità. E’ come il “missile” inesistente di Ustica. E’ come la strage “fascista” di Bologna. Quando il partito copre la merda, tutti devono dire: che profumo di violette. Giancarlo Lehner voleva scrivere questa storia avendo una moglie russa che aveva parlato con Stepankov, il procuratore di tutte le Russie che aveva trattato con Falcone e che si era subito dimesso per paura: “Io ho famiglia, ho visto quel che hanno fatto a Giovanni”. Giovanni in russo si dice Ivan, e i giornali russi alla morte di Falcone avevano scherzato su “Chi ha fatto fuori il povero Ivan”, sulla falsariga di una filastrocca popolare. Tutti a Mosca sapevano chi e perché aveva fatto fuori il povero Ivan. In Italia nessuno sapeva spiegare perché fosse stato ucciso il povero Ivan. Non era un pericolo attuale per la mafia. E la mafia non uccide “alla memoria” o per vendetta a posteriori. E allora: perché e chi ha ucciso il povero Ivan.Lehner disse a un settimanale del suo progetto di libro sulla morte di Falcone. Andreotti lo mandò a chiamare nel suo studio di piazza in Lucina e gli disse: Voglio aiutarla, spero di recuperare i fonogrammi riservati con cui la Farnesina ha preparato gli incontri segreti con i giudici russi. Quella è la prova del fatto che Falcone indagava, senza averne un mandato, ma era andato molto più avanti del semplice contatto diplomatico con i russi, tanto per far vedere che in Italia il riciclaggio del tesoro sovietico era tenuto sotto osservazione. Poi Andreotti chiamò il giornalista e gli disse: Caro Lehner, butti nel cestino il suo progetto di libro, se non vuole lasciarci la pelle. Come sarebbe a dire?, fece quello. Sarebbe a dire, disse Andreotti, che dalla Farnesina mi hanno risposto che i dispacci si sono persi e che non si trovano più. Questo vuol dire che l’operazione è stata cancellata e le sue tracce distrutte. Dunque ci troviamo di fronte a un nemico più grande di noi due. Lasci perdere la morte di Falcone, dia retta. Alla Camera, in un giorno di votazioni a Camere congiunte, io Lehner e Andreotti abbiamo rivangato il fatto. Giancarlo parlava, Giulio annuiva con un sorriso tirato. Nessuno avrebbe potuto attivare il pulsante di Capaci con la certezza di fare il botto al momento giusto, se non ci fosse stato un emettitore di impulsi sulla macchina. Le due operazioni Capaci e D’Amelio sono operazioni di guerra condotte con tecniche di guerra, del tutto ignote alla mafia siciliana.Il resto sono chiacchiere da bar dello sport. Parola di Paolo Guzzanti.

Tante piste che andrebbero seguite. Come quel "Grande Gioco" che costò la vita al giudice Falcone. Veritàanalizzato da Daniela Coli su “L’Occidentale”. Ci si lamenta che non c’è più libertà di stampa, si protesta contro la "legge bavaglio", ma in Italia non esiste più nemmeno l’ombra del giornalismo investigativo. Per i delitti comuni, gli articoli dei quotidiani sono quasi sempre simili: il bravo giornalista di cronaca, un po’ detective, è scomparso e ora tutti si adeguano alle tesi del pm di turno, senza farsi, né fare domande, sbattendo in prima pagina il mostro di turno e soprattutto le intercettazioni, quando c’è di mezzo un politico. I magistrati politicizzati poi procedono a colpi di teoremi. Per l’uccisione di Falcone, prima hanno battuto sul teorema di Giulio Andreotti capo della Cupola (come nel Padrino III di Francis Ford Coppola, uscito nel 1990), per abbattere la prima Repubblica. Fallito il tentativo di trovare il capo della mafia in uno statista sette volte Presidente del Consiglio e cinque volte ministro degli Esteri, hanno ripiegato su Berlusconi, che avrebbe usato la mafia, compiuto le stragi del ’92-’93, per creare un nuovo sistema politico e prendersi l’Italia. L’ostinazione con cui la sinistra ripete la trama del Padrino III di Coppola, dove la mafia sicula diretta dal potente Lucchesi-Andreotti, come una piovra è dappertutto, in politica, nella finanza, in Vaticano, col solito Calvi in fuga per Londra, è una fiction scadente. Veltroni rilancia la tesi del Cav. mente delle stragi del ‘92-‘93 e sostiene che furono fatte per sconfiggere gli ex-comunisti. Veltroni non si rende conto che nel ‘94 votammo tutti Berlusconi perché quella fiction non era credibile e per questo i "progressisti" persero. Per chi è abituato a seguire CSI Miami, dove è presente il tema della mafia e del narcotraffico, oppure NCIS, dove Gibbs e i suoi sono come cane e gatto con Fbi e Cia, sa benissimo che i protagonisti indagano a 360 gradi su ogni omicidio, scoprendo per altro traffici d'armi coperti dai servizi segreti. Mentre lavora sulla morte di un grande trafficante d' armi francese, coperto da Cia e Fbi, la battuta più frequente di Gibbs è: "E poi dicono che non riescono a trovare bin Laden…". Gli americani sono più scafati di noi e conoscono quanti strani affari una grande potenza può essere costretta a fare. L’Irangate o l’Iran-Contras affair nel 1985-86 rivelò che alti funzionari dell’amministrazione Reagan erano coinvolti in un traffico illegale d'armi verso l’Iran, paese formalmente nemico degli Stati Uniti dopo i 52 americani tenuti in ostaggio dal 1979 al 1981, ma, benché l’Iran fosse all’epoca in guerra con l’Iraq e violentemente antiamericana, la vendita delle armi all’Iran fu considerata necessaria per liberare gli ostaggi americani in mano agli Hezbollah libanesi, legati all’Iran. L’affare si complicò ulteriormente, perché i ricavati delle armi vendute all’Iran furono usati per finanziare i Contras che stavano combattendo il governo sandinista del Nicaragua. Nell’85-86 a Washington non si parlava d’altro che del colonnello Oliver North e delle tonnellate di crack (droga dei poveri) che i Contras vendevano negli Stati Uniti. L’affare dell’Iran-Contras era un’operazione clandestina, non approvata dal Congresso e coinvolse North, l’ex capo della Cia Casey e molti alti funzionari governativi. Si chiuse quando il presidente Bush senior garantì il perdono a tutti gli indagati per avere agito nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Una insufficiente cultura investigativa induce alcuni magistrati a costruire teoremi sulle stragi del ‘92-‘93 sullo schema del Padino III e a derubricare la morte di Falcone a "strage di Stato", un concetto che in Italia sembra far luce su qualsiasi mistero e che dimostra solo il disprezzo per lo Stato del quale i giudici si proclamano enfaticamente servitori. I media italiani, diversamente da quelli americani, si limitano a ripetere questi teoremi politici, mettendo in evidenza il degrado del giornalismo. Non c’è più uno Sciascia, né un direttore del Corriere come Piero Ostellino pronto a pubblicarlo. Chissà cosa avrebbe detto Sciascia dei teoremi sulla morte di Falcone. Dal Padrino I (1972), ispirato dal romanzo di Mario Puzo, a La Piovra (1984-2001), si sono riproposti rozzamente i temi della saga del Padrino e non si distingue più tra fiction, letteratura e realtà. È strano come nelle indagini sulla morte di Falcone i magistrati si affidino ai pentiti, alle intercettazioni e non si siano mai soffermati sulle indagini internazionali di Falcone. Sollecitato dal giudice Chinnici, il cui maggiore onore era essere stimato dagli americani, Falcone aveva cominciato ad indagare su Rocco Spatola e, recandosi negli Stati Uniti nel 1980, iniziò a lavorare con Victor Rocco, investigatore del distretto di New York est. Falcone era convinto dell’esistenza di uno stretto rapporto tra mafia americana e siciliana. Lavorava su un traffico di morfina che dalla Siria e l’Afghanistan era approdato tramite un trafficante turco a Palermo nel 1975 e la città era diventata una raffineria che riforniva di eroina gli Stati Uniti. Le indagini si svolsero negli anni dell’occupazione russa dell’Afghanistan, mentre gli Stati Uniti appoggiavano i mujaheddin contro i sovietici, la Cia li riforniva di armi e ai funzionari della Dea (Drug Enforcement Administration) fu chiesto di chiudere un occhio sul traffico di oppio afghano. Prima di morire Falcone si occupava di riciclaggio di denaro in Svizzera. Denaro proveniente dal traffico d'armi e di droga. E proprio i dollari finiti nelle banche svizzere avevano impressionato gli americani, che all’inizio non avevano dato importanza alle sue indagini. Falcone collaborò all’operazione "Pizza Connection" con Louis Freeh, capo del FBI nominato da Clinton. Louis Freeh è finito poi indagato dalla commissione d’indagine sull’11 settembre per non avere tenuto conto delle segnalazioni del controterrorismo e di un agente del Fbi di Phoenix, che nel luglio 2001 fece rapporto su membri di Al Qaeda che frequentavano una scuola di volo: tra loro c’erano alcuni terroristi dell’attacco alle Twin Towers. Il rapporto di Freeh con Clinton, tanto sbandierato dalla sinistra, era tale che, scaduto il mandato al Fbi, Freeh rimase per non dare a Clinton la possibilità di nominare il nuovo capo del Bureau. Il processo di "Pizza Connection" del 1984, dove fu condannato Rosario Gambino, implicato anche nel presunto rapimento Sindona, consolidò il rapporto tra Freeh e Falcone. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto attenzione per la Sicilia. Lo stesso Sindona, come altri mafiosi italo-americani e siciliani, aiutò gli americani a sbarcare in Sicilia, fu arruolato nella Cia, andò negli States e fu per anni un rispettato banchiere. Anche la Sicilia indipendentista di Salvatore Giuliano aveva guardato all’America. Per la posizione geopolitica dell’isola, il rapporto degli Stati Uniti con la Sicilia attraverso gli immigrati siculi e le loro relazioni con amici e parenti siciliani è sempre stato importante. Anche Falcone riteneva fondamentale il rapporto con gli Stati Uniti. Fu grazie ai rapporti stabiliti con l’Fbi con "Pizza connection" che Falcone ottenne il trasferimento di Buscetta in Italia. Boss del narcotraffico, Buscetta fu arrestato in Brasile nel 1983, Falcone andò a trovarlo nelle carceri di San Paolo per chiedergli se era disposto a collaborare con la giustizia italiana. Buscetta fu estradato negli Stati Uniti nel 1984, collaborò con l’Fbi, che gli fornì una nuova identità e nel luglio dello stesso anno fu estradato in Italia. Buscetta, primo mafioso pentito, ebbe un feeling particolare con Falcone e fece rivelazioni esplosive, fino a indicare in Giulio Andreotti il referente principale di Cosa nostra, proprio come nel Padrino III e ne La Piovra. Dopo le dichiarazioni di Buscetta e il maxiprocesso di Palermo, Falcone divenne famoso e fu chiamato a partecipare al talk show di Maurizio Costanzo. Il magistrato aveva rapporti con Carla Dal Ponte, il giudice svizzero amica di Madeleine Albright, e nel 1991 scrisse un libro sulla mafia con Marcelle Padovani, del Nouvel Observateur, la poliedrica giornalista mitterandiana all’occorrenza rivoluzionaria e guerrigliera, amica di Régis Debray. Falcone, che nel suo studio aveva una fotografia insieme a Bush senior e Peter Secchia, era diventato ormai un magistrato di fama internazionale. Fiero di essere stimato da Bush senior, il presidente della prima Guerra del Golfo del ’90-91. Bush dichiarò lutto nazionale il giorno della morte di Falcone l’accademia dell'Fbi a Quantico gli dedicò persino un monumento. Il presidente degli Stati Uniti in visita a Roma nel 1989 volle incontrarlo e gli riservò un’ora di colloquio. L’ambasciatore Secchia non faceva mistero della stima per Falcone a Roma per collaborare con Martelli, lo immaginava come un futuro possibile ministro. Bush, Louis Freeh e Rudy Giuliani lo stimavano e, secondo alcuni, pensavano a lui anche come primo ministro. Si è anche fantasticato di un patto tra Falcone e gli Stati Uniti per sbarazzarsi di Craxi dopo Sigonella e della politica filoaraba di Andreotti e si è sbandierata l’ipotesi che sia stato ucciso a Capaci prima dai soliti Andreotti e Craxi e ora da Berlusconi per impedirgli di essere un protagonista della seconda Repubblica. È nota l’amicizia dei Bush per Silvio Berlusconi, gli inviti alla Casa Bianca, al Congresso americano: se vi fosse stata anche soltanto l’ombra di una qualche implicazione nella strage di Capaci questo speciale rapporto col Cavaliere non vi sarebbe stato. Paradossalmente, coloro che oggi ricordano la stima dei Bush per Falcone, fanno parte della sinistra che manifestava contro la Guerra del Golfo di Bush e dava del fascista a Bush jr per la guerra in Afghanistan e in Iraq. Purtroppo non c’è stato un Gil Grissom, né un Gibbs a indagare a 360 gradi sulla morte di Falcone. Alla sinistra faceva comodo dare la colpa ad Andreotti nel ’92-93 e ora fa comodo creare polveroni su Berlusconi. Forse, invece, proprio Falcone ha dato la chiave del suo assassino. "Si muore generalmente perché si è rimasti soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande". Falcone con le sue indagini era entrato davvero senza volerlo nel Grande Gioco e pare avesse anche temuto l’alleanza di servizi segreti stranieri con la mafia. Invece di fissarsi su teoremi italiani, forse sarebbe il caso di vagliare ipotesi alternative. A uccidere Falcone potrebbe essere stato qualche servizio segreto orientale, qualche gruppo del narcotraffico, ma pure anche chi temeva le indagini sul flusso di rublo-dollari che giungevano in Italia attraverso i canali di vecchi compagni del Pci, soldi che venivano riciclati in tutta Europa. Falcone aveva già incontrato il magistrato russo Valentin Stepankov e doveva incontrarlo nel maggio del ’92, se non fosse stato ucciso. Ad assassinare Falcone potrebbe anche essere stato qualche servizio segreto occidentale che operava in Medio Oriente e non gradiva un giudice troppo attento ai traffici di armi e droga. Falcone potrebbe anche essere stato cinicamente ucciso da chi voleva destabilizzare la politica italiana, aiutato da qualche sinistro cervello italiano. Fu ucciso in maniera spettacolare in Sicilia, non a Roma, dove sarebbe stato più facile colpirlo, per inviare un messaggio chiaro alla Dc, mentre in Parlamento si votava per il Presidente della Repubblica. Il nuovo presidente doveva essere Andreotti e si elesse Scalfaro, un magistrato, due giorni dopo la morte di Falcone. Nel giugno del ’92, in certi ambienti di Londra, si parlava di regime change per l’Italia e di un'imminente rivoluzione dei giudici. Però, la corte d'Assise di Roma, pochi giorni, fa ha preso in considerazione anche l’ipotesi che Roberto Calvi sia stato ucciso dai servizi segreti inglesi, perché aveva venduto armi all’Argentina durante la guerra delle Falkland. Falcone e Calvi erano diversissimi, ma avevano in comune il problema che tanti li volevano morti. Dopo la morte di Falcone si sono scoperti tutti falconiani, pochi però hanno indagato davvero sulla sua morte, limitandosi soltanto a riproporre il vecchio film di Francis Ford Coppola. E’ noto che dopo l’uccisione di Falcone gli agenti del Fbi si precipitarono subito sulla scena del crimine di Capaci, raccolsero mozziconi di sigaretta nel luogo dove fu azionato il pulsante del detonatore che provocò l’esplosione di tritolo, che investì le auto della scorta e di Falcone. Il Dna delle prove raccolte dal Fbi non corrispondeva però a quello di Giovanni Brusca, il pluriomicida pentito, che ha goduto di un trattamento carcerario estremamente leggero. In qualsiasi giallo, questo dato provocherebbe qualche dubbio. Forse, chissà, tra una ventina d’anni sapremo qualcosa di più sulla morte di Giovanni Falcone, un uomo coraggioso che non meritava di essere sepolto sotto la retorica del santino buono per tutte le stagioni.

Un’altra verità la racconta Gennaro Ruggiero. Geronimo, alias Paolo Cirino Pomicino, nel suo libro bomba “Strettamente Riservato”, fa alcune considerazioni. In pratica si sofferma su alcune coincidenze molto preoccupanti. Infatti, pare che Giovanni Falcone, avrebbe dovuto incontrare, qualche giorno dopo la sua morte, il procuratore di Mosca Valentin Stepankov, che indagava sull’uscita dalla Russia di grosse somme di denaro esistenti nelle casse del PCUS. Tutto confermato da Valentin Stepankov, il quale ha detto anche che, dopo la morte di Falcone, nessuno gli ha mai più chiesto nulla. Eppure Falcone aveva informato allora Andreotti che il suo interessamento era stato sollecitato dal presidente Cossiga qualche mese prima. Falcone, venne ucciso a Capaci, in una strage in cui furono utilizzati materiali abbastanza insoliti per la mafia e più consueti, invece, per le centrali del terrorismo internazionale. Tutte le conoscenze che Falcone aveva sui flussi di denaro sporco passarono allora a Paolo Borsellino che, a sua volta, secondo l’annuncio dato da Scotti e Martelli in Tv, avrebbe dovuto assumere la guida della Procura nazionale antimafia. Fu la sua condanna a morte. Due mesi dopo Borsellino saltò in aria alla stessa maniera di Falcone. Il Giornale il 3 novembre 2003, raccontava che Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, prima di morire si stava occupando dei finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano: o meglio del riciclaggio di soldi, tanti soldi, che nella fase di dissolvimento dell’Urss lasciavano Mosca attraverso canali riconducibili al Pci. Per questo motivo Falcone si era già incontrato con l’allora procuratore generale russo Valentin Stepankov che su questo stava concentrando tutta la sua attività. Falcone è stato ucciso alla vigilia di un nuovo e decisivo incontro sollecitato dallo stesso Stepankov. Ci sono telegrammi con oggetto: «Finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano».

L’ambasciatore Salleo comunica al Ministero a Roma: “Il Procuratore generale della Federazione russa, Stepankov, mi ha fatto pervenire lettera con cui, facendo riferimento a colloqui da lui a suo tempo avuti con i magistrati Falcone e Giudiceandrea (il procuratore capo di Roma) mi informa della sua intenzione di effettuare nel periodo 8-20 giugno una missione di cinque giorni a Roma nel quadro della inchiesta sui finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano”. C’era solo un motivo per cui il magistrato russo sollecitava la collaborazione di Giovanni Falcone; dopo averne apprezzato la competenza negli incontri precedenti: Falcone era l’unico in grado di accertare l’eventuale coinvolgimento della «criminalità organizzata internazionale», cioè della mafia (o delle mafie), nel riciclaggio del tesoro sovietico. Falcone, vale la pena ricordarlo, da poco più di un anno ricopriva il ruolo di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia. Era stato chiamato da Claudio Martelli, allora Guardasigilli. Da quel momento attorno gli era stato fatto il deserto. Quei mesi prima della strage di Capaci, Falcone aveva visto bruciare la sua candidatura a procuratore nazionale anti mafia dai suoi nemici al Palazzo di giustizia di Palermo e dentro la magistratura: al Csm al momento di scegliere il «superprocuratore» tre membri laici del Pds gli preferirono Agostino Cordova. I due governi, vale sempre la pena di ricordare, presieduti da Giulio Andreotti dal ‘90 al ‘92, con il ministro dell’Interno Enzo Scotti e i due ministri socialisti alla Giustizia, prima Giuliano Vassalli e poi Martelli che aveva voluto Falcone al suo fianco, avevano emanato un numero impressionante di provvedimenti contro la mafia. Per ricordarne alcuni: dal mandato di cattura per decreto legge che riportò dietro le sbarre i grandi mafiosi del primo maxi processo istruito a Palermo dallo stesso Falcone, alle norme anti-riciclaggio, al varo della Dna, la Direzione nazionale anti mafia. Curiosamente gli uomini di questi due governi che più si erano esposti nella guerra dichiarata dallo Stato alla mafia, con la sola eccezione di Vassalli, saranno tutti travolti da Tangentopoli, e il premier, Andreotti, addirittura accusato di essere il baciatore di Totò Riina, il puparo della mafia e il mandante di un omicidio (quello di Mino Pecorelli). Da quando Falcone aveva accettato l’incarico al ministero, Martelli si era trovato a sostenere uno scontro pressoché quotidiano con il Consiglio superiore della magistratura. Questo era il clima che ha avvelenato la vita di Falcone, prima di Capaci.

Racconta Enzo Scotti: «Lo aveva visto pochi giorni prima che partisse per Palermo, era giù di tono. Era stanco e avvilito. Finora degli incontri tra Falcone e il giudice Stepankov si era saputo per sentito dire. Il primo a parlarne è stato l’ex ministro dc Cirino Pomicino nel suo libro “Strettamente riservato”. «L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga » spiega Cirino Pomicino «mi ha raccontato che fu lui a chiedere a Falcone di indagare, su quel flusso di denaro del Pcus che usciva dall’ex Unione sovietica ».

Andreotti ha confermato di aver visto i «telegrammi riservatissimi» giunti alla Farnesina nel maggio del ‘92. Adesso c’è la prova documentale. Nel primo, quello dell’11 maggio, è indicato con precisione il periodo in cui Stepankov intendeva venire in Italia, tra «l’8 il 20 giugno», per indagare su finanziamenti de Pcus, mafia e Pci. Il procuratore generale russo rispondeva positivamente anche alla richiesta di assistenza giudiziaria avanzata dal magistrati romani che indagavano su Gladio Rossa (inchiesta poi frettolosamente archiviata). Per l’incontro con Falcone non ci sarà tempo, poco prima delle 18,30 del 23 maggio una gigantesca carica di esplosivo lo ha fermato per sempre. Del 27 maggio 1992, quattro giorni dopo la carneficina, è il secondo telegramma «urgentissimo» e «riservatissimo» dall’ambasciata di Mosca alla Farnesina, questa volta firmato da Girardo. Valentin Stepankov non può far altro che esprimere l’«amarezza» e il «profondo dolore », e prega di portare le condoglianze ai parenti delle vittime. Ma tramite la nostra ambasciata, dopo aver sottolineato come fosse stato in programma di lì a poco il loro incontro, Stepankov non rinuncia a ricordare Falcone «quale degno cittadino dell’Italia, uomo di alto impegno professionale e morale». Peccato che i due telegrammi «urgentissimi» non abbiano mai attirato l’attenzione della commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante e Vice presieduta dal democristiano Paolo Cabras: nel ‘93 preferirono mettere sotto processo la Dc e Giulio Andreotti. E oggi si vuole accusare Silvio Berlusconi e i suoi fedelissimi. Ma allora tutta la storia, perché è di storia che stiamo parlando non di leggenda, che fine ha fatto? Allora è vero che c’è una regia politica dietro tutta la vicenda Spatuzza & Co. Purtroppo stavolta non ci sono Falcone e Borsellino, magistrati veri ed imparziali, ci sono solo quelli che come allora accusarono a vuoto Andreotti; ma adesso chi salterà in aria? E chi lo farà, visto che l’unione sovietica è morta? Ma non è morto anche il comunismo? O ci sono i residui bellici ancora vivi? Lascio al lettore analizzare le notizie storiche che mi sono permesso di riportare in questo resoconto.

"Il viaggio di Falcone a Mosca. Indagine su un mistero italiano", il libro di Francesco Bigazzi, Valentin Stepankov. Un filo rosso intessuto di tradimenti di Stato, trame dei servizi segreti, e soldi, tanti soldi, sembra legare indissolubilmente la strage di Capaci del maggio 1992, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli agenti della scorta, ai nuovi poteri, soprattutto criminali, nati nel vuoto istituzionale e nell'instabilità politica generati dal crollo dell'ex Unione Sovietica. Un anno prima il procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, aveva iniziato a collaborare con il magistrato italiano nella comune indagine sugli aiuti finanziari concessi dal Pcus al Pci (...) Dopo il fallito golpe di Mosca dell'agosto 1991 e l'affidamento a Stepankov della relativa inchiesta, la visita del procuratore russo a Roma nel febbraio 1992 e l'incontro con Falcone costituiscono il primo atto di un'intesa destinata a interessanti sviluppi e formalizzata dalla promessa di un imminente viaggio del magistrato siciliano in Russia. Ma quella data, già appuntata nell'agenda delle due Procure, viene letteralmente cancellata dal più devastante attentato mafioso della storia, attuato con una tecnica militare così raffinata da far apparire subito la sua matrice quantomeno sospetta... Contributi di Carlo Nordio e Maurizio Tortorella.

I misteri dell'ultimo viaggio di Falcone a Mosca. In un libro-intervista al procuratore della Russia postcomunista, il possibile movente politico-economico per la morte del magistrato: l'oro del Pcus al Pci, scrive il 30 ottobre 2015 Maurizio Tortorella su "Panorama". Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, sparirono Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ma anche l'inchiesta internazionale che il magistrato aveva iniziato a seguire sull'Oro di Mosca: rubli e dollari versati segretamente al Pci per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991. Nel libro Il viaggio di Falcone a Mosca: chi furono davvero i mandanti della strage di Capaci? (Mondadori, 152 pagine, 20 euro), Francesco Bigazzi e l’allora procuratore generale della Federazione russa Valentin Stepankov ricostruiscono quelle indagini e ipotizzano che gli assassini di Falcone, o meglio, i loro mandanti, vadano ricercati tra coloro che guardavano con terrore all’inchiesta più esplosiva del secolo: Pcus, mafia, l’oro di Mosca e i “partiti fratelli”. È stato più volte smentito che il magistrato, in quel momento direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia, potesse essere stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus, arrivati segretamente in Italia. Ma Stepankov conferma autorevolmente il fatto. Del resto, anche Il Corriere della Sera del 27 maggio 1992 riportò la notizia: "Tra la fine di maggio e i primi di giugno Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus". Nel libro, la cui uscita è prevista per martedì 3 novembre, Stepankov racconta a Bigazzi di avere avuto subito la sensazione che dopo Capaci le inchieste avviate sarebbero finite su un binario morto. Venuto a mancare Falcone, del resto, nessuno si curò più di collaborare con la Procura russa. Il libro ricostruisce anche come, nel corso del tempo, quattro diversi ministri (Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Paolo Cirino Pomicino e Renato Altissimo) abbiano dichiarato pubblicamente che Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per confermare una cooperazione giudiziaria sul tema, parlandone (e non era la prima volta) con Stepankov. Tra la metà del 1991 e i primissimi mesi del 1992, sostengono tre di quei quattro ministri, Falcone aveva ricevuto direttamente da Cossiga l’incarico di seguire l'inchiesta dal versante italiano.

Il viaggio di Falcone a Mosca. Un filo rosso intessuto di tradimenti di Stato, trame dei servizi segreti, e soldi, tanti soldi, sembra legare indissolubilmente la strage di Capaci del maggio 1992, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli agenti della scorta, ai nuovi poteri, soprattutto criminali, nati nel vuoto istituzionale e nell'instabilità politica generati dal crollo dell'ex Unione Sovietica. Un anno prima il procuratore generale della Federazione Russa, Valentin Stepankov, aveva iniziato a collaborare con il magistrato italiano nella comune indagine sugli aiuti finanziari concessi dal Pcus al Pci e sul ruolo giocato da mafia internazionale e...

Falce, Falcone e martello.Falcone è stato ucciso da Cosa Nostra, o forse no. Mai la giurisprudenza ha seguito la "pista russa". Oggi esce in Italia un libro che cerca di fare luce sulla vicenda: "Il viaggio di Falcone a Mosca", scrive Paolo Guzzanti su "Il Giornale”. Nessuno ha mai saputo dire per quale motivo preciso Giovanni Falcone fu assassinato. Leggeremo il libro di Valentin Stepankov, ex procuratore russo e amico di Falcone, e del giornalista Francesco Bigazzi «Il viaggio di Falcone a Mosca» (Mondadori) con nuovi documenti sullo scenario che in sede giudiziaria italiana è stato evitato come la peste. Sostenere che Cosa Nostra abbia ucciso Falcone perché era «il più grande nemico della mafia» è puerile, ma anche fraudolento: Cosa Nostra non dà premi Oscar alla carriera. La mafia è una macchina per fare soldi, non per vendette teatrali. Quando Cosa Nostra uccide, c'è sempre un motivo gravissimo e immediato. Dunque: per schivare quale pericolo imminente fu assassinato Falcone? Quando arrivò a Mosca la notizia della sua morte, il procuratore Valentin Stepankov ebbe un collasso, disse di aver capito l'antifona e lasciò il suo posto, ufficialmente per dissensi politici. Tutti coloro che in Italia dovrebbero sapere, sanno della pista seguita da Falcone «following the money», ovvero seguendo il cammino in Italia del tesoro del Kgb e del Pcus. L'ambasciatore russo Anatolij Adamiscin supplicò Cossiga di intervenire. Cossiga si rivolse ad Andreotti che suggerì Falcone come investigatore non ufficiale. Non aveva poteri di magistrato inquirente, ma li aveva il suo amico e confidente Paolo Borsellino. Falcone non fece in tempo ad andare a Mosca e il 23 maggio 1992 fu Capaci. Seguì, dopo meno di tre mesi, via D'Amelio.

Rubli, falce e tritolo. Le lunghe ombre russe sulla morte di Falcone.Nuove carte svelano gli intrecci tra mafia dell'Urss, Cremlino e Pci. Il magistrato doveva recarsi a Mosca per indagare sui finanziamenti ai partiti "fratelli". Ma non fece in tempo..., scrive Dario Fertilio su “Il Giornale”. Un secolo e mezzo fa, per Marx, l'ideologia era «la falsa coscienza della classe al potere». Mai l'autore de Il Capitale ne avrebbe immaginato una versione aggiornata così: «l'ideologia comunista è la falsa coscienza della mafia al potere». Eppure, anche in termini rigorosamente marxiani, questa conclusione pare ineccepibile dopo aver letto Il viaggio di Falcone a Mosca, saggio firmato da Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov in uscita per Mondadori (pagg. 156, euro 20). Perché l'immagine degli ultimi giorni dell'Urss e di quelli immediatamente successivi, impressi nei nuovi documenti raccolti dal giornalista italiano, già autore con Valerio Riva del fondamentale Oro da Mosca, e dal primo procuratore della Federazione Russa dopo il crollo del gigante totalitario, mostrano un panorama di macerie impressionante: senza nulla di grandioso, e invece percorso da torme di criminali e lezzo di corruzione che soltanto i compartimenti stagni del regime avevano saputo fino all'ultimo dissimulare. Non bisogna pensare che il termine mafia sia metaforico: qui batte il cuore di tenebra dell'Urss, centro propulsore di una criminalità organizzata prima sotto le insegne della falce e martello e poi, strappate le insegne di partito, alleata dei malavitosi di tutto il mondo, da Cosa Nostra alla Yakuza giapponese, dalla Triade cinese alle famiglie di New York. I documenti mettono in luce la stretta continuità fra la gestione segreta del denaro statale al tempo del potere sovietico, il suo utilizzo all'estero sotto forma di finanziamento ai partiti fratelli - primo fra tutti il Pci - e il programma di sopravvivenza al crollo del sistema: una trama di conti segreti, tra cui l'ingegnoso quanto spregiudicato utilizzo di aziende partecipate dai partiti comunisti stranieri - di cui il sistema delle cooperative del Pci rappresentava un modello - e il possibile riciclaggio di quegli ingenti «contributi» da parte di organizzazioni criminali. E qui entra in campo il nome di Giovanni Falcone richiamato nel titolo: non solo nel suo ruolo simbolico di nemico numero uno della mafia italiana, assassinato a Capaci, ma anche in qualità di investigatore a tutto campo, teso a scoprire i segreti dei legami tra il Pci e il Pcus, in particolare quelli riguardanti i finanziamenti a Botteghe Oscure e le cosiddette «attività speciali» di Mosca all'estero. È Falcone che, durante una visita a Roma del collega russo nel maggio del fatale 1992, scopre un'affinità elettiva con Valentin Stepankov, al punto da programmare con lui un successivo viaggio a Mosca. Le loro strade erano fatte per incrociarsi: Falcone, rivela Stepankov, aveva tra l'altro il compito di accertare se, nell'ambito dei finanziamenti inviati dal Pcus al Pci, fosse stato istituito un canale per finanziare anche le Brigate rosse e la cosiddetta «Gladio rossa», un'organizzazione clandestina tesa al sovvertimento violento della democrazia in Italia. A sua volta, Stepankov si aspettava dal collega italiano un aiuto di fondamentale importanza per rintracciare il percorso dell'«oro da Mosca», volatilizzatosi proprio nei giorni immediatamente successivi al fallito golpe comunista contro la nascente democrazia. Stepankov era convinto che per portare a termine questo compito fosse intervenuta una cooperazione tra mafia italiana e «alcuni personaggi del Pci». Non il partito in quanto tale, piuttosto suoi singoli esponenti collusi con la criminalità organizzata. Per non perdere tempo, l'intrepido Stepankov inviò anche alla Procura di Roma tutta la documentazione, e una parte dell'istruttoria raccolta per il processo che doveva essere intentato agli autori del fallito golpe.Una simile coppia di ferro costituiva un pericolo mortale per la nomenklatura sovietica alleata di Cosa Nostra. Venne spezzata dai cinque quintali di tritolo fatti esplodere a Capaci il 23 maggio del 1992.Tutto, o quasi, oggi si conosce sull'identità degli esecutori. Ma l'attentato venne attuato con una tecnica militare così raffinata da far apparire subito la sua matrice quantomeno sospetta. E Stepankov, che se ne intende, non manca di farne notare l'effetto principale: le inchieste avviate con Falcone finirono su un binario morto. Aggiunge la sensazione che il collega italiano possa «essere stato danneggiato dalle attività» che stava conducendo al suo fianco. E conclude: gli attentatori hanno raggiunto «l'obiettivo di impedire il suo viaggio a Mosca».La collaborazione italo-russa, in realtà, continuò, ma il vento della politica stava cambiando. Lo stesso Stepankov, dopo aver sfidato il presidente Boris Eltsin condannando il bombardamento della sede dove si erano asserragliati i parlamentari ribelli della Duma, fu costretto a dimettersi. Fine della storia? Non del tutto, anche se l'«oro del Pcus» svanisce nel nulla, in un vorticoso valzer d'investimenti immobiliari, nascite e morti di società fittizie. Proprio come - rivelano i documenti - sognava a suo tempo il tesoriere del Pcus, Nikolaj Krucina.E l'insegnamento che se ne trae? Se dietro a ogni sistema totalitario si nasconde una piovra mafiosa, non basta tagliarne alcuni tentacoli per farla morire. Il diritto sovietico, fino alla caduta, si basava sul teorema Pashukanis: un reato si giudica principalmente secondo il grado di pericolosità per il regime. Il «ladro in legge» (in russo, vor v zakone) aveva poteri più grandi del padrino in Sicilia: come se avesse ricevuto una delega dallo Stato, controllava tutte le attività criminali e doveva rispondere solo ai capi dei servizi di sicurezza. Il bilancio del Pcus era per così dire in nero, sottratto senza controllo a quello ufficiale. E il suo «tesoro», nonché i beni dell'Urss rimasti all'estero - il ricchissimo patrimonio immobiliare sparso in tutto il mondo e i fondi clandestini che per decenni erano stati messi a disposizione non solo del Kgb, ma anche di altri servizi segreti militari e politici - diventarono la grande torta da spartire e proteggere a colpi di mitra e pistola Makarov. E, forse, anche di tritolo.

58 giorni. Cossiga va da Borsellino: “Sei tu l’erede di Falcone”,scrive il 15 giugno 2013 Giovanni Marinetti su “Barbadillo”. 13 giugno 1992. Cossiga incontra Borsellino. L’ex presidente della Repubblica giunge a Palermo per rendere omaggio alle vittime della strage di Capaci. Accompagnato dal prefetto Mario Jovine, Cossiga mostra il suo cordoglio ai parenti delle vittime e prega, inginocchiato, assieme alla moglie di Vito Schifani, Rosaria. «Presidente, preghi forte: voglio sentire cosa dice». È Rosaria a chiederlo a Cossiga, e insieme recitano il De Profundis, un Pater e un’Ave. Nel pomeriggio incontra Paolo Borsellino. Sarà lo stesso Cossiga a ricordarlo: «Glielo dissi chiaro e tondo, è inutile che si agiti: lei è il successore e l’erede di Falcone Lei e nessun altro». Sul Corriere della Sera, il ministro Martelli polemizza con i magistrati, che definisce “professionisti dell’Associazionismo”. Mentre il Psi critica la linea politica di Bettino Craxi, iniziando a voltargli le spalle, i giornali riportano la celebrazione che il Wall Street Journal fanno di Antonio Di Pietro. Il Sole 24 Ore, invece, nell’articolo dal titolo “Affari di droga tra mafia e Pcus. Falcone indagava con i russi”, riporta le parole di Teldman Gdlian, ex giudice della Procura generale dell’Urss, che sostiene che il Cremlino ricavava miliardi di lire vendendo in Italia la droga delle repubbliche asiatiche dell’Urss in accordo con la mafia siciliana. Insomma, il viaggio di Falcone a Mosca, dice, non stava bene né alla mafia italiana né a quella russa. 14 giugno 1992. Il governo fatica a vedere la luce, ma i mercati iniziano a “innervosirsi”. Il Giornale: “Traballa anche la lira”. Scrive l’editorialista Giancarlo Mazzuca: «Un superministro per l’economia? Ciampi al governo? Non c’è più tempo, ormai, per i soliti dibattiti: bisogna agire. A cominciare dalle privatizzazioni appena decollate che, anche dal punto di vista psicologico, possono rappresentare il sospirato segnale di svolta». Tutti i quotidiani riportano i risultati di un’indagine sulla criminalità: metà degli italiani vuole la pena di morte contro i boss mafiosi, e nove cittadini su dieci pensano che la mafia sia la più grave delle minacce per il paese. Il clima è questo. E la politica è debolissima, spaventata dalle inchieste milanesi, in continua lite con la magistratura e senza leadership nei partiti.

IL CORTO CIRCUITO. L'EREDITA' DI FALCONE: LE SPECULAZIONI DELL'ANTIMAFIA.

"Così uccidemmo il giudice Falcone, ma dietro le stragi non c'è solo mafia". Parla Gioacchino La Barbera, il boss che sistemò il tritolo a Capaci e diede il segnale per l'esplosione: "Nel gruppo anche uno che non era dei nostri, forse un uomo dei servizi", scrive Raffaella Fanelli su “La Repubblica”. "Sentii un boato, fortissimo, poi vidi alzarsi un'enorme nuvola di fumo alta quasi cinquanta metri...". Seduto in poltrona, in jeans e camicia bianca, Gioacchino La Barbera racconta quel pomeriggio del 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci. L'ex uomo d'onore della famiglia mafiosa di Altofonte, collaboratore di giustizia condannato a 14 anni grazie agli sconti per il pentimento, apre le porte della sua casa. Ha un altro nome, una nuova vita, e ci chiede di mantenere segreta la località dove vive sotto protezione. "Fui io a dare il segnale agli altri appostati sulla collina. Ero in contatto telefonico con Nino Gioè. Sapevamo che il giudice sarebbe arrivato di venerdì o sabato... Era tutto pronto, e il cunicolo già imbottito di esplosivo. Ce lo avevo messo io, due settimane prima. Quando mi dissero che la macchina blindata era partita da Palermo per l'aeroporto mi portai con la mia Lancia Delta sulla via che costeggia l'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza del bar Johnnie Walker... Seguii il corteo delle macchine blindate parlando al cellulare con Gioè. Andavano più piano del previsto, sui 90-100 chilometri orari... Chiusi la telefonata dicendo vabbè ci vediamo stasera... amuninni a mangiari 'na pizza".

Una donna avrebbe raccontato di uomini in mimetica sul tetto della Mobiluxor, il mobilificio a ridosso dell'autostrada. E, stando ad altre testimonianze, ci sarebbe stato un misterioso aereo a sorvolare quel tratto della Palermo-Punta Raisi...

"Degli uomini in mimetica non so niente... Ma vidi un elicottero, forse della protezione civile o dei carabinieri".

Durante la strage di Capaci, o durante la preparazione, notò qualcuno estraneo a Cosa Nostra?

"C'era un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima. Non era dei nostri... Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, un giovane collaboratore del Sisde che pensava di fare l'infiltrato".

Potrebbe essere lo stesso uomo che tradì Emanuele Piazza, quindi un uomo dei servizi?

"In questi anni mi hanno mostrato centinaia di fotografie ma non l'ho mai riconosciuto... Evidentemente mi hanno mostrato quelle sbagliate".

Nino Gioè, capomafia di Altofonte e uomo fidato di Totò Riina, si sarebbe impiccato la notte tra il 28 e 29 luglio del '93, il giorno successivo agli attentati a Milano e Roma. Gioè si suicidò o fu ucciso?

"Non so se si è suicidato. Rispondendo a questa domanda mi fa mettere nei guai funzionari della Dia che con me si sono comportati bene... Che mi hanno aiutato. Sapevo che avevano fatto dei verbali con lui. Gioè stava collaborando, ne sono certo. Ero nella sua stessa sezione, insieme a Santino Di Matteo, e Gioè era l'unico a ricevere visite. La mia finestra dava sulla strada e vedevo un viavai di macchine e di persone che arrivavano per lui. Pochi giorni prima della sua morte, dal carcere di Rebibbia mi trasferirono a Pianosa mentre Di Matteo fu tradotto all'Asinara".

Il boss Francesco Di Carlo ha dichiarato che le stragi furono pianificate in una villa di San Felice Circeo, nella provincia di Latina, in una riunione del 1980 a cui avrebbero partecipato anche numerosi iscritti alla loggia massonica P2.

"So di riunioni con generali e di incontri tra Riina ed ex ministri democristiani. I loro nomi sono stati fatti, come quelli dei giudici che aggiustavano i processi... che ne parliamo a fare. Il fratello di Francesco Di Carlo, Andrea, faceva parte della commissione, e sapeva quello che Riina avrebbe fatto. Per questo si consegnò prima delle stragi: non voleva responsabilità".

La famiglia di Bernardo Provenzano rientrò a Corleone per lo stesso motivo?

"Anche Provenzano sapeva, mi pare ovvio. La decisione di far tornare a Corleone la moglie e i figli un mese prima di Capaci potrebbe non essere stato un caso... Ma è una mia deduzione".

L'omicidio Lima: Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante hanno confessato il delitto. Ma furono davvero loro a uccidere?

"Contano poco i nomi. Vuole sapere se ci fu una collaborazione dei servizi segreti? Ci fu. C'erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino".

L'omicidio Mattarella?

"Per quel che ne so io, fu voluto da politici".

Ci sono delle intercettazioni in casa Guttadauro fra il medico di Altofonte Salvatore Aragona e il boss Giuseppe Guttadauro sulla morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Alla domanda su chi commissionò l'omicidio, il boss risponde: estranei a Cosa Nostra...

"Discorsi da ufficio, non avrebbero potuto sapere. Credo che Dalla Chiesa sia stato ucciso per fare un favore. Ma non ho le prove".

La strage di via D'Amelio. Lei sapeva delle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino?

"Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo: all'inizio della mia collaborazione mi fu proposto di fare un confronto audio visivo con lo stesso Scarantino alla presenza dei carabinieri che l'avevano in gestione, funzionari della Dia e i magistrati di Caltanissetta che allora si occupavano del caso. Durante il confronto lo sbugiardai. Dissi subito che Scarantino non sapeva cose importanti di Cosa Nostra. Di quel confronto non c'è traccia: sono spariti verbali e registrazioni".

Si parla sempre di liste di nomi, di archivi spariti dalla villa di Totò Riina... Ma esistono questi documenti? Perché non sono mai state trovate carte importanti nei covi di Nitto Santapaola o di altri capi mandamento? Solo Riina aveva archivi?

"Riina non era un capo. Era il capo di Cosa Nostra... Dopo il suo arresto accompagnai, insieme a Nino Gioè, i figli e la moglie di Riina fino alla stazione, da lì presero un taxi per Corleone. Poi seguii la pulizia e l'estrazione della cassaforte dalla villa di via Bernini e portai in un parcheggio la golf bianca intestata a un giardiniere della provincia di Trapani, non ricordo se Marsala o Mazara. Un'auto che ritirò Matteo Messina Denaro, con tutto quello che era stato trovato nella cassaforte. L'auto non era di valore quindi posso pensare che fossero più importanti i documenti".

Ha conosciuto il Capitano Ultimo?

"Mai visto. So che Bagarella ha messo una taglia sulla sua testa dopo l'arresto del cognato. Mi impressionò la sua rabbia e la determinazione a vendicarsi. Era impazzito: dava soldi a tutti i carabinieri e poliziotti che ci portavano notizie. Lo voleva, e lo vuole morto. Sarà pure in 41-bis ma è un furbo: lui sa che è questo il momento giusto per farlo fuori".

Il cortocircuito del Fatto su Ultimo. Da fiancheggiatore di Riina a giustiziere contro Renzi. Il quotidiano di Travaglio cambia idea: il Capitano dei Carabinieri, prima vituperato e radiato per la vicenda del covo del boss mafioso, diventa ora l'arma per "scardinare il Palazzo" con le intercettazioni tra il premier e Adinolfi, scrive Luciano Capone l'1 settembre 2015 su "Il Foglio". Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo, è tra i pochi eroi viventi del nostro paese. Reso immortale dalla fiction con Raoul Bova, è l’investigatore che si è conquistato l’immensa stima e riconoscenza degli italiani per aver condotto con i suoi metodi innovativi le indagini che hanno portato, dopo la stagione delle stragi, all’arresto di Totò Riina, il Capo dei capi. Questo per la gran parte degli italiani. Per un’altra parte, minoritaria, è considerato una specie di mafioso, una pedina fondamentale della trattativa stato-mafia, il braccio operativo del generale Mario Mori (suo capo al Ros): i due sono stati processati su iniziativa di Antonio Ingroia con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Totò Riina (una strategia investigativa concordata con l’allora procuratore Giancarlo Caselli), accusa da cui sono stati poi assolti. L’assoluzione definitiva non è servita a Ultimo (e a Mori) a evitare che il suo nome venisse accostato a uno scambio di favori con Cosa nostra e alla Trattativa stato-mafia (una teoria, quella della trattativa, che Ultimo ha definito una “pagliacciata”). Tra quelli che a più riprese hanno accusato De Caprio e il suo ruolo definito ambiguo più che eroico c’è sempre stato Marco Travaglio, che ha sempre creduto più alle parole del pentito Massimo Ciancimino che a quelle del carabiniere. Travaglio si è occupato del tema, e in particolare della mancata perquisizione del “covo” di Riina, in tantissimi articoli, libri, programmi televisivi, monologhi e spettacoli teatrali. “Oggi, con tutto quello che è emerso sulla trattativa e sui mandanti esterni alle stragi, è naturale collegare la mancata perquisizione del covo agli accordi fra i trattativisti e Provenzano. Che aiutò i carabinieri a rintracciare Riina e a eliminare l’‘ala stragista’ di Cosa nostra, ma certo non lo fece gratis”, scriveva il direttore del Fatto quotidiano. E ancora, in un altro articolo: “I due ufficiali (Mori e Ultimo, ndr) non perquisirono il covo, lasciandolo svuotare dalla mafia e ingannando la Procura”. È stato quindi sorprendente pochi giorni fa, il 21 agosto 2015, leggere sul giornale diretto da Travaglio un articolo in cui si prendono le parti del colonnello Sergio De Caprio, esautorato dei suoi compiti operativi al Noe (Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri). Ultimo ha condotto diverse indagini delicate, tra le quali quelle in cui compaiono le intercettazioni tra il premier Matteo Renzi e il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi, e proprio questo secondo il Fatto sarebbe il motivo della “purga”: “Colpa del suo spirito indipendente, della sua velocità all’iniziativa individuale – scrive il Fatto - di quella permanente difesa dei suoi uomini e dei suoi metodi di indagine da entrare in collisione con i doveri dell’obbedienza e della disciplina. Già in altre occasioni hanno provato a trasformarlo in un ingranaggio che gira a vuoto”. Ma come, non erano la sua indipendenza e i suoi metodi un punto cruciale della “Trattativa”? “Fin dai tempi remoti dell’arresto di Totò Riina – gennaio 1993 – che gli valse non una medaglia, ma la condanna a morte di Cosa nostra, poi un ordine di servizio che lo estrometteva dai Reparti operativi, poi un processo per “la mancata perquisizione del covo” da cui uscì assolto insieme con il suo comandante di allora, il generale Mario Mori”, scrive Pino Corrias, cancellando in 4 righe anni di teorie sulla Trattativa del suo direttore. Per Travaglio, Ultimo, insieme al suo amico e capo Mori, ha proprio le caratteristiche del delinquente, del fiancheggiatore della mafia, è uno degli uomini chiave degli indicibili accordi tra politica, mafia, terzi livelli e servizi (deviati, ovviamente): "È chiaro che il Ros ha mentito e ha ingannato la Procura. Ora, delle due l’una: o Mori e Ultimo sono due dilettanti allo sbaraglio; oppure hanno agito di proposito per favorire la mafia, o se stessi, o altri uomini dello Stato", scriveva Travaglio. Insomma, Ultimo avrebbe servito Bernardo Provenzano più che lo Stato, si tratta di un traditore, un delinquente che meriterebbe l’ergastolo, altro che la rimozione della “guida operativa” del Noe! Ma il Fatto non si è occupato del colonnello De Caprio solo in quell’articolo, lunedì gli ha fatto una lunga intervista. Quale migliore occasione per mettere alle strette questo personaggio da sempre visto dal direttore come un criminale? Ecco invece come viene descritto: “È il carabiniere che ha arrestato Riina, inquisito Orsi e Bisignani, aperto il fascicolo sulle Coop e intercettato Renzi col generale Adinolfi. Senza troppa reverenza nei confronti del Palazzo. E l’hanno punito”. E ancora: “È stato il protagonista di una lunga serie di indagini. Quelle scomode, soprattutto, portano la sua firma: lui è il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, conosciuto da tutti come il Capitano Ultimo”. E questo è solo l’inizio, ora arrivano le bordate: “Un uomo costretto a non mostrare mai il suo volto, Ultimo ama più la strada che i palazzi del potere. Semplice, pratico ed irrequieto. Pensa ai risultati, non alla burocrazia: per lui il fine è solo l’utile, i mezzi tutti quelli possibili”. Ma come? E la Trattativa? Provenzano, Mori, il favoreggiamento? E il covo? Ah sì, del covo se ne parla: “Il Colonnello Sergio De Caprio ha iniziato questa intervista in quello che ormai è ritenuto il suo “covo”: la casa famiglia Capitano Ultimo "creata per l’esigenza di aiutare chi è in difficoltà". Ma non aiutava la mafia? Non è che nel suo covo ospita il latitante Messina Denaro? Ma è solo l’inizio, ecco che arrivano le domande scomode, quelle che nessuno gli ha mai fatto: “Quale sensazione ha provato quando ha arrestato Totò Riina, per lei era la fine o l’inizio di qualcosa?”, “Quali attività vengono svolte nella Casa Famiglia Ultimo?”, “All’interno della struttura c’è l’allevamento dei falchi da lei personalmente curato. Perché proprio i falchi?”, “Quanto le è costato trascurare la sua vita privata per il lavoro. È riuscito a conciliare tutto?”. Il paginone dedicato a Ultimo è finito, non c’è spazio per le domande sul covo, sull’accordo con Provenzano per arrestare Riina, sul papello, la trattativa, Ciancimino. Niente. Quello che veniva trattato da mafioso quando arrestava Totò Riina diventa un eroe per aver intercettato Renzi, da fiancheggiatore della mafia a uomo “semplice, pratico ed irrequieto” che “ama più la strada che i palazzi del potere”. In realtà Ultimo è sempre lo stesso, è al Fatto che hanno una lingua per i magistrati di Palermo e una per De Caprio. Nella prossima edizione del suo libro “Slurp”, quello sulla leccaculagine dei giornalisti italiani, il direttore del Fatto potrebbe aggiungere un capitolo su una nuova pratica estrema che pare conoscere bene, il bilinguismo.

Da Riina all'inchiesta nissena. Chi è la signora dei beni confiscati, scrive Riccardo Lo Verso su “Live Sicilia”. Per due decenni Silvana Saguto ha brillato di luce propria nel firmamento dell'antimafia. Niente chiacchiere e molti fatti. Poi, qualcosa si è rotto. Dura e pura. Spigolosa e intransigente. A volte scontrosa nei rapporti umani, anche con gli avvocati che ne contestavano spesso i metodi processuali. Per due decenni Silvana Saguto ha brillato di luce propria nel firmamento dell'antimafia. Niente chiacchiere e molti fatti. Poi, qualcosa si è rotto. Prima il brusio e i sospetti sugli incarichi assegnati dalla sezione Misure di prevenzione da lei presieduta, poi lo scandalo esploso nei giorni scorsi. Perché la Saguto adesso è accusata di avere gestito come se fosse un suo feudo un settore delicato come quello dei sequestri e delle confische dei beni mafiosi. Avrà tempo e modo di difendersi, ma la bomba è scoppiata. La luce propria si è spenta fino al punto che per riaccenderla, sempre secondo i pm nisseni, il magistrato avrebbe fatto filtrare, pochi mesi fa, la notizia che la mafia volesse ucciderla. Anche Livesicilia quella notizia la verificò e la scrisse, avendo saputo che i servizi segreti avevano rilanciato un pericolo segnalato un anno prima. Ora si scopre che, secondo i pm, dietro quell'allarme ci sarebbe stata la regia della Saguto che avrebbe cercato di rispondere alle polemiche che erano esplose attorno alla sua gestione dell'ufficio. Il magistrato, a fine 2013, era già finita su tutti i giornali perché il prefetto aveva deciso di rafforzarle la scorta. Lei stessa aveva preparato un dossier, come riportavano i quotidiani, per raccontare l'escalation di minacce subite assieme ai colleghi della sezione: teste di capretto, telefonate anonime, pedinamenti. Tutto ciò accadeva meno di due anni fa, quando i mugugni sulle Misure di prevenzione erano già forti, eppure sembra che sia passato un secolo. Anche e soprattutto alla luce dell'inchiesta che l'ha travolta. Pesano come un macigno le ipotesi di corruzione e abuso d'ufficio. La gestione dei beni sarebbe divenuta per il magistrato un affare di famiglia visto che sono indagati pure il marito, il padre e il figlio. Nel decreto di sequestro compare anche l'ipotesi di autoriciclaggio forse legata all'anziano genitore. La Saguto oggi siede sul banco dei cattivi. Lo stesso su cui hanno trovato posto coloro che il giudice ha combattuto nel corso di una lunga carriera. Il suo nome è legato ad alcune pagine rimaste nella storia giudiziaria. Ad esempio, non ebbe timore nel 1993, a “sfidare” Totò Riina, quando si sentiva ancora forte l'odore acre del tritolo esploso a Capaci e in via D'Amelio. La Saguto era il giudice a latere - presidente Gioacchino Agnello - nel processo in corte d'assise per gli omicidi di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Durante una pausa le telecamere in aula restarono accese. E così i magistrati, che si erano ritirati, ascoltarono Riina mentre invitava il pentito Gaspare Mutolo a tornare ad essere il “Gasparino” di sempre. “Farai la fine di Matteo Lo Vecchio”, gli disse il padrino corleonese citando uno dei personaggi del libro “I Beati Paoli” che viene ritrovato impiccato a piazza della Vergogna. E così al rientro in aula la Saguto chiese al padrino corleonese: “Che fine ha fatto Matteo Lo Vecchio, mi interessa”. “Ma non lo so c'è un libro che ne parla”. E la Saguto: “Quindi lei legge libri a metà”. Nessuno un ventennio dopo avrebbe immaginato di ritrovare la Saguto indagata per corruzione. Lo stesso giudice inflessibile che in molti hanno conosciuto quando da Giudice per le indagini preliminari firmava decine di ordini di arresto, oppure infliggeva pesanti condanne in Tribunale. Così come inflessibile è stata nel suo incarico alle Misure di Prevenzione sequestrando miliardi di beni tolti ai più importanti gruppi imprenditoriali palermitani. Tra questi, Niceta, Rappa, Virga. È alle Misure di prevenzione, però, che la stella antimafia della Saguto si oscura.

E’ STATO LA MAFIA!

Avevo, con la mia famiglia, un bar ristorante discoteca al mare. Tutto autorizzato. Lavoravo con la pistola denunciata sotto il bancone del bar e nelle ore libere mi allenavo per ore nelle arti marziali per difendermi dai criminali, perchè le Forze dell'Ordine, quando ne hai bisogno, non ci sono mai. D'inverno qualcuno ha incendiato il tutto. Nessuna richiesta estorsiva. Solo un atto dimostrativo per gli altri. Succede anche questo, anche se i benpensanti parlano di omertà. Ti rovinano e non sai chi ed il perchè. Non mi è rimasto niente. Non ho ricevuto niente dallo Stato. Volevo riaprire con le mie forze e con coraggio ricominciare da zero. Quello Stato che prima mi ha fatto aprire, poi da vittima di mafia mi ha impedito di ricominciare, negandomi le autorizzazioni che già mi aveva rilasciato. Scegliendo la via professionale mi è stato impedito di esercitare l'avvocatura, così come la magistratura: non abilitato perchè non ero omologato. Non sopportavo corruzione ed ingiustizia nei tribunali. Mi sono ribellato difendendo le vittime, raccontando le loro storie. I Magistrati insabbiano le mie denunce e tentano in tutti i modi di condannarmi ingiustamente per diffamazione a mezzo stampa. Se sei diverso ti fanno passare per pazzo o mitomane. Non ci riescono. Ecco perchè la mia associazione nazionale si chiama "Associazione Contro Tutte le Mafie", perchè quelli come me i veri nemici li hanno nelle istituzioni. I servitori dello Stato, quindi "servi" nostri e pagati da noi, abusano dei loro poteri e nessuno li perseguita. Sbandierano leggi e sparlano di legalità: leggi e legalità che "lo stato" (s minuscola) calpesta sotto i piedi. Mi si dica: qual è la differenza tra chi ti fa chiudere l'azienda con le bombe e chi non te la fa riaprire? Io, Antonio Giangrande, non trovo differenza e per questo non sono pubblicizzato come Don Ciotti e "Libera": sostenuti da magistratura, media e politica e sindacati di sinistra. La Mafia dell’Antimafia, non solo in testi, ma anche in video sui miei canali Youtube. I veri amici condividono e fanno condividere le mie battaglie e fanno conoscere i miei strumenti di divulgazione. Chi non condivide in compagnia: è un ladro o una spia!

ITALIA MAFIOSA. IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA SE AMMINISTRATI DALL’OPPOSIZIONE DI GOVERNO.

Scoppia il caso del senatore Fazzone: siede in Antimafia ma si era schierato con le cosche. L'inchiesta di Repubblica sui comuni sciolti per mafia solleva l'inopportunità della presenza del parlamentare di FI nell'organismo parlamentare, scrive Alberto Custodero su “La Repubblica”. "Quel senatore si schierò a favore del comune infiltrato dalle cosche, è "impresentabile", non può sedere in commissione Antimafia". E' l'inchiesta di Repubblica sullo scioglimento dei consigli comunali per mafia che fa scoppiare il caso Fazzone. Quando il ministro dell'Interno Roberto Maroni chiese lo scioglimento del consiglio comunale di Fondi, infiltrato da 'ndrangheta e camorra, il senatore Claudio Fazzone, ex Pdl, ora Fi, difese a spada tratta il comune infiltrato. Negò la presenza delle cosche accertata da una relazione di 500 pagine dell'allora prefetto di Latina, Bruno Frattasi. E attaccò lo stesso Frattasi minacciandolo di querela e chiedendo contro di lui una commissione d'inchiesta parlamentare. Ora Fazzone (il cui nome era entrato nella relazione del prefetto in quanto in affari con pezzi dell'amministrazione collusa), siede nella commissione parlamentare Antimafia presieduta dalla dem Rosy Bindi. Si tratta della commissione bicamerale che fra l'altro si pronuncia sui comuni infiltrati. E giudica - come nel caso del governatore della Campania, Vincenzo De Luca - se i candidati alle politiche siano o meno impresentabili. Fazzone (che vanta il record delle assenze: non s'è mai presentato neppure una volta ai lavori della Commissione) si presenta come "imprenditore, funzionario di Polizia in aspettativa". Residente proprio a Fondi dove gli è stata posta sotto sequestro una faraonica villa in quanto abusiva (formalmente intestata alla moglie), è un ex appuntato di pubblica sicurezza, ex autista di Nicola Mancino quando era ministro degli Interni, poi transitato nei servizi segreti. Postosi in aspettativa, ha cominciato la sua scalata politica, eletto alla Regione Lazio nel 2000 con più di 28mila preferenze, un terzo sono arrivate da Fondi proprio dove lui si è battuto per non far sciogliere il Comune per mafia. Rieletto nel 2005 con 38mila preferenze, si è poi dimesso per diventare senatore del Pdl. Eppure c'era stato chi, a inizio dell'attuale legislatura, aveva tentato di stoppare in qualche modo la nomina di Fazzone all'Antimafia. È il caso della deputata dem Laura Garavini, che, in una riunione di Gruppo Pd, sollevò ufficiosamente la questione con Rosy Bindi, presidente della Commissione. La Bindi si trincerò (e si trincera ancora oggi) dietro la scusa che esistono delle regole. Ovvero, le nomine vengono fatte dai presidenti di Camera e Senato su indicazione dei partiti. E la commissione è negata in base a un codice etico interno a chi è indagato o rinviato a giudizio. Pare che anche in Senato qualcuno abbia posto al presidente Pietro Grasso la questione. Ma non ci fu nulla da fare: Fazzone fu nominato all'Antimafia. Dunque, chi ha difeso comuni collusi e attaccato funzionari antimafia, è il benvenuto in questa Commissione? "Trovo incredibile - risponde Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza per il Pd - che il senatore Fazzone sieda in quella commissione Antimafia che dovrebbe verificare tra l'altro le condizioni di scioglimento dei comuni a rischio infiltrazioni. Proprio lui che a suo tempo minacciò di querelare il prefetto Frattasi che, giustamente, aveva chiesto all'allora governo Berlusconi lo scioglimento del comune di Fondi infiltrato da organizzazioni criminali". "A mio parere - aggiunge Fiano - la commissione Antimafia (ovviamente nella sua autonomia) dovrebbe valutare l'opportunità che un senatore citato più volte nella relazione del prefetto di Latina relativa allo scioglimento di Fondi rimanga membro della Commissione che proprio questi fatti dovrebbe giudicare". "Cambiare la legge sullo scioglimento - commenta Laura Garavini, componente storica dell'Antimafia - rischia di essere solo un alibi. Basta applicare bene la normativa esistente. ma prima di tutto bisogna avere il coraggio di guardare al proprio interno". "Se - continua Garavini - addirittura in Antimafia ci sono persone che poco tempo fa si sono adoperate affinché la legge sullo scioglimento non fosse rispettata - come Fazzone per Fondi - allora possiamo cambiare tutte le leggi del mondo. Ma il risultato rischia di essere lo stesso". Per Claudio Fava, vicepresidente della Commissione, ex Sel, ora all'opposizione come indipendente di sinistra, "in una Commissione così delicata conta anche il senso dell'opportunità. Peraltro, l'assenza di Fazzone di fatto da un anno e mezzo in Commissione, pur essendone un componente, ci dice due cose: o il suo imbarazzo. O la sua indifferenza per le materie trattate". "In entrambi i casi - osserva Fava - non mi pare un atteggiamento di assoluta responsabilità". Dopo il codice sugli impresentabili alle politiche, ce ne vorrebbe allora uno anche per chi entra all'Antimafia, cioè per chi giudica gli impresentabili? "Non credo - conclude il vicepresidente dell'Antimafia - che un codice di autoregolamentazione possa valutare una questione di opportunità. Più che un codice, conta avere piena responsabilità: chi sceglie di sedere in questa Commissione, deve starci solo se si ritiene totalmente libero. E totalmente interessato a svolgere questa attività".

Il Paese dei Comuni sciolti per mafia. Da quasi un quarto di secolo ogni mese un municipio viene commissariato per infiltrazioni della criminalità organizzata: è questo il bilancio della speciale legge introdotta nel 1991. Una norma che oggi, sulla scia dello scandalo per il caso di Mafia Capitale, si sente l'urgenza di rivedere. Ma il problema, rivela la storia di questi anni, non è tanto nel testo del provvedimento, quanto nel fatto che troppo spesso è stato usato come strumento di lotta politica tra gli opposti schieramenti, scrivono il 25 agosto 2015 Giuseppe Baldessarro ed Alberto Custodero su “La Repubblica”.

Una norma preventiva snaturata dai governi, di Alberto Custodero. Una legge tutta da rifare? A quasi un quarto di secolo dall'entrata in vigore della norma sullo scioglimento dei comuni infiltrati dalla mafia, politica, società civile, associazioni antimafia si interrogano oggi se lo strumento dello scioglimento sia ancora attuale ed efficace. O se non sia meglio cambiarlo o modificarlo. A proposito del caso Roma, su cui il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha promesso un pronunciamento del Viminale per il 27 agosto, è lo stesso presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, del resto, a invocare addirittura un decreto legge che introduca strumenti ad hoc per affrontare le difficoltà di Comuni molto grandi. "Bisogna individuare una terza via - dice Bindi - fra scioglimento o non scioglimento, e potrebbe essere un tutoraggio dello Stato, un'assistenza verso l'ente "parzialmente infiltrato", senza che questo debba essere commissariato o debba perdere la guida politica". "È importante dunque anzitutto intervenire sulle norme in materia di scioglimento - sottolinea il presidente dell'Antimafia - alla luce di un'esigenza che ha avvertito lo stesso governo presentando un disegno di legge che è attualmente pendente al Senato in attesa di approvazione". Per capire cosa stia accadendo, è necessario fare un po' di storia. La legge 221 nacque nel 1991 da una situazione di emergenza, come risposta alla decapitazione avvenuta a Taurianova di un affiliato alla 'ndrangheta la cui testa fu lanciata in aria e fatta oggetto di un macabro tiro al bersaglio a pistolettate. La norma doveva avere valore preventivo, affidando al ministero dell'Interno il potere di sciogliere i Comuni in modo autonomo e svincolato dalle indagini della magistratura, lunghe e complesse. Da allora i governi hanno utilizzato questo strumento antimafia in modo altalentante, con una forte discrezionalità politica. Quasi mai sono intervenuti in via preventiva, quasi sempre hanno applicato la legge in seguito a indagini penali, snaturandone così il marchio di fabbrica. Hanno sciolto 258 amministrazioni locali e cinque Aziende sanitarie. Otto comuni hanno il record dei tre scioglimenti: Casal di Principe, Casapesenna, Grazzanise, Melito di Porto Salvo, Misilmeri, Roccaforte del Greco, San Cipriano d'Aversa e Taurianova. Trentotto sono stati commissariati invece due volte. Nel 2012 per la prima volta è stato sciolto invece un capoluogo di provincia importante come Reggio Calabria. Al Centro Nord gli scioglimenti sono più rari: pochissimi in Piemonte, uno, a Sedriano, in Lombardia, anche se secondo alcuni esperti non era quello più "infiltrato" dalla 'ndrangheta. Quest'anno, poi, il prefetto di Reggio Emilia ha nominato la commissione per effettuare l’accesso nel comune di Brescello, il primo passo di una lunga procedura che deve valutare l'eventuale presenza di infiltrazioni mafiose nell'amministrazione comunale, un'anteprima assoluta in Emilia Romagna, quella che dal Dopoguerra in poi è sempre stata considerata la patria del buongoverno. E sempre quest'anno, per la prima volta "un accesso", come viene detto in gergo burocratico, ha riguardato Roma, la Capitale. Sotto le scure della legge non è mai caduto invece un Consiglio provinciale e allo stesso modo sono passati indenni anche i cosiddetti "enti terzi", come le società partecipate che, invece, sono sempre più strumenti di effettivo governo del territorio e, dunque, oggetto degli appetiti mafiosi. Ma i criteri di scioglimento non sono sempre stati gli stessi. I governi tecnici degli anni Novanta, così come quelli del Duemila, non avendo interessi e finalità elettorali da tutelare, hanno fatto il massimo ricorso alla legge senza guardare al colore politico delle amministrazioni infiltrate: nel triennio 1991-94 gli scioglimenti sono stati in media 30 l'anno, 36 in 17 mesi con il solo governo Monti. Ma quando al potere vanno i politici, le cose cambiano e lo scioglimento passa, se così si può dire, da strumento, a strumentale. Strumentale per "tutelare" i Comuni del proprio colore e per prendere di mira quelli di colore opposto. È il sociologo Vittorio Mete (autore del volume "Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose", Bonanno, 2009), a scoprire nei suoi studi questo singolare aspetto. "I governi di centrodestra e di centrosinistra - ricostruisce - sembrano comportarsi in maniera non troppo dissimile: essi tendono a sciogliere più frequentemente (quelli di centro-destra ancor più di quelli di centro-sinistra) le amministrazioni locali di opposto colore politico". Gli scioglimenti, dunque (quanti, quali, dove) ci parlano certamente della mafia, ma ci parlano, anche, di come funzionano lo Stato e l'apparato dell'antimafia. E di come lo strumento sia al contempo strumento di contrasto alla mafia e strumento di lotta politica. Gli scioglimenti, infatti, dovrebbero rispondere a una sola logica: "Se le mafie condizionano o minacciano di condizionare un comune - spiega Mete - l'amministrazione comunale va sciolta. In caso contrario, no". Purtroppo, questi 25 anni di applicazione della legge ci raccontano una storia diversa fatta, per dirla con le parole di Raffaele Cantone, il magistrato a capo dell'Autorità nazionale anticorruzione, "di estenuanti 'mediazioni' politiche sugli scioglimenti". Il riferimento, esplicito, è al caso del comune di Fondi, nel basso Lazio. Il municipio, amministrato dal Pdl e infiltrato da camorra, 'ndrangheta e mafia, il cui scioglimento fu chiesto per due volte nel 2009 dall'allora responsabile del Viminale Roberto Maroni (Lega) con la seguente motivazione: "Il Comune di Fondi presenta forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata tali da compromettere il buon andamento dell'amministrazione, con grave e perdurante pregiudizio per lo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica. Emergono significative circostanze di vicinanza e contiguità al sodalizio in relazione al sindaco, a diversi esponenti della giunta. La presenza e l'estensione dell'influenza criminale rende necessario il commissariamento per 18 mesi". Nonostante ciò, Fondi fu salvato per due volte dal Consiglio dei ministri del governo Berlusconi. La maggioranza del consiglio comunale, approfittando del mancato intervento del governo, si dimise in massa, evitando i 18 mesi di commissariamento. Il ministro dell'Interno leghista avallò l'escamotage senza batter ciglio. Il comune andò subito al voto e il Pdl, con quasi tutti gli stessi amministratori oggetto dello scioglimento (alcuni dei quali riconfermati assessori), tornò al governo del comune con il 65 per cento dei voti. Il sindaco che guidava l'amministrazione collusa, Luigi Parisella, fu poi eletto in consiglio provinciale. Bruno Frattasi, il prefetto di Latina che aveva chiesto lo scioglimento, fu oggetto di pesanti intimidazioni da parte dei vertici locali del Pdl: fu definito "pezzo deviato dello Stato" dall'ex presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani. E il senatore Claudio Fazzone (ex Pdl, ora Fi), plenipotenziario di Berlusconi nel Pontino, minacciò di querelarlo, difese a spada tratta l'amministrazione infiltrata e invocò contro il prefetto addirittura l'apertura di una commissione parlamentare d'inchiesta. Fazzone, più volte citato nella relazione di Frattasi (in quanto socio del sindaco Parisella e di tal Luigi Peppe, "il cui fratello risultava in rapporti certi con una famiglia"), è attualmente componente della Commissione Antimafia che si sta occupando proprio di scioglimenti di consigli comunali. L'allora segretario Pd di Fondi, Bruno Fiore, infine, che si oppose con tutte le sue forze al mancato commissariamento, fu oggetto di un attentato intimidatorio fortunatamente fallito. Insomma, il caso Fondi ha segnato uno spartiacque, un precedente assoluto e gravissimo, ha profondamente segnato, e minato la credibilità della legge, perché in quel caso lo Stato s'è arreso di fronte alla criminalità. "E ora è a rischio - commenta l'avvocato Francesco Fusco, del comitato antimafia di Fondi - l'intero funzionamento degli anticorpi normativi ed esecutivi contro la mafia. Qualunque comune colluso con la mafia ricorrerà alle dimissioni per potersi ripresentare, ripulito, e più in forze di prima". Il dibattito sulla bontà della legge resta dunque aperto, ma, secondo Mete, il quadro va allargato ulteriormente. "L'analisi di alcune vicende - spiega il sociologo - fa emergere un altro aspetto, solitamente poco discusso: in molti casi di scioglimento per mafia il principale problema che pregiudica il buon andamento dell'attività amministrativa dell'ente locale non è quello mafioso". "Lo dichiara apertamente - aggiunge Mete - l'attuale Capo della Polizia che, in qualità di prefetto di Napoli, e riferendosi alla situazione campana, scrisse: 'Anche nei Comuni sciolti per infiltrazione camorrista, il tasso di condizionamento camorrista è sempre inferiore rispetto a quello dell'illegalità non connessa al crimine organizzato. Insomma, sembra prevalere un bieco clientelismo finalizzato in via esclusiva ad alimentare un sistema affaristico imprenditoriale di natura parassitaria, rispetto al condizionamento o alla collusione con le cosche che operano sul territorio'". Siamo sicuri, allora, che per risolvere i problemi delle collusioni mafiose nei Comuni basti una ennesima modifica della legge? Inseguire una nuova riforma normativa non è forse un alibi della politica per non affrontare il vero problema, che è il funzionamento della democrazia a livello locale in ampi territori del Paese? "L'argomento principale dei critici è che l'attuale legge 'non risolve' il problema e il suo fallimento sarebbe attestato dai doppi e tripli scioglimenti dello stesso ente locale. In verità, è sempre difficile stabilire se una legge 'funziona' o meno. Quel che è certo è che non si può far discendere il giudizio sulla bontà di una norma dalla sua capacità di risolvere definitivamente un problema, specie se così ampio". Vittorio Mete, ricercatore in Sociologia Politica presso l'università di Catanzaro, è scettico rispetto alla necessità di cambiare la normativa.

Perché la legge è così tanto criticata?

"Da punto di forza, la celerità, la discrezionalità e la 'leggerezza' probatoria della legge (la cui natura ha una matrice emergenziale) sono diventati, con il tempo, il tallone d'Achille della normativa".

Che cosa è stato fatto per porre rimedio a questo punto debole?

"Per tentare di rispondere all'onda montante di critiche, il legislatore ha più volte provato a modificare la legge del 1991. La riforma del 2009 e le proposte di modifica attualmente in discussione - come le raccomandazioni formulate nel luglio 2015 dall'Antimafia - cercano di far affannosamente convergere questo strumento di contrasto verso forme di intervento antimafia più usuali, allontanandolo ulteriormente dalla sua impostazione iniziale. Dalla originaria finalità preventiva e responsabilità collegiale si va, infatti, verso una 'personalizzazione' delle responsabilità e delle sanzioni".

Secondo lei, questa è la strada giusta?

"Com'è facile intuire, questa deriva è fonte di non pochi problemi, visto che con un procedimento di fatto tutto interno alle prefetture e al ministero dell'Interno si va ad intaccare dei diritti costituzionali. Quest'ultimo punto è di particolare interesse perché aggiunge un tassello a quella che sembra essere una tendenza di fondo delle politiche antimafia: le misure che funzionano e portano frutti sono le stesse che fanno arretrare le garanzie e i diritti. Si pensi al vasto quanto problematico tema della confisca dei beni, alle interdittive antimafia, al regime detentivo speciale del 41-bis".

Come rendere la procedura di scioglimento meno discrezionale e aleatoria e più in grado di "giustificarsi", anche durante la gestione commissariale, agli occhi dei cittadini?

"Purtroppo, non solo in tema di Comuni sciolti, l'esperienza insegna che non basta ritoccare l'impianto normativo per avere un impatto, men che meno quello auspicato, sulla realtà. Al contrario, quel che spesso conta è la prassi applicativa che in questo caso è modellata dall'impulso politico del Governo e del Ministro dell'Interno, da inerzie organizzative, dal clima di opinione, dagli incentivi offerti ai diversi attori in gioco, perfino dalla propensione dei singoli prefetti a usare (o evitare) lo strumento dello scioglimento".

Cosa pensa del dibattito sorto attorno al caso Roma sulla necessità di cambiare la normativa sullo scioglimento?

"La storia degli scioglimenti (quanti, quali, dove) ci parlano certamente della mafia, ma ci parlano anche di come funzionano lo Stato e l'apparato dell'antimafia. Ben vengano, dunque, interventi migliorativi sul piano legislativo, a patto che essi non costituiscano una trappola che potremmo chiamare 'alibi delle riforme' che da tempo caratterizza il dibattito politico nel nostro paese, non solo a proposito di mafie. È un alibi delle riforme pensare che la soluzione normativa adeguata e risolutiva esista e che se non la si adotta è solo per incapacità tecnica o per mancanza di volontà politica. Allora, prima di riporre (nuovamente) tutte le speranze in qualche salvifico articolo di legge, sarebbe opportuno soffermarsi sulla pratica applicativa e tentare di incidere su di essa. Solo così si eviterà che si generi (ulteriore) sfiducia nei confronti delle istituzioni. Quella stessa sfiducia che è uno dei presupposti stessi dell'esistenza delle mafie".

Da Reggio a Platì i tristi record della Calabria, di Giuseppe Baldessarro. Dai piccoli municipi ai comuni come Reggio Calabria, capoluogo di provincia e città metropolitana. La legge sullo scioglimento delle amministrazioni "a rischio infiltrazioni mafiose" non ha fatto sconti. Una dopo l'altra, dall'agosto del 1991 allo scorso dicembre 2014, giunte e consigli mandati a casa su richiesta delle prefetture calabresi sono state complessivamente 79. Dati alla mano si tratta della seconda regione italiana nella quale la legge è stata applicata, con una situazione migliore soltanto alla Campania e leggermente peggiore la Sicilia. Un record per nulla invidiabile che si aggrava se si tiene conto della densità della popolazione (meno di 2 milioni di abitanti). Secondo gli ultimi dati ufficiali, in questo momento, i municipi commissariati e amministrati dai funzionari dello Stato sono 15, anche se in realtà il numero va aggiornato. Dopo le ultime amministrative di primavera infatti le urne hanno ridato un governo democraticamente eletto ai comuni di Melito Porto Salvo e Siderno (entrambi nella provincia di Reggio Calabria). Resta tuttavia un dato allarmante se si considera che in tutta Italia le gestioni commissariali per questioni legate alla criminalità organizzata sono complessivamente 27, e che quindi la metà di esse si trova in Calabria. Dopo 24 anni di applicazione della legge, anche in Calabria non sono pochi i dubbi sulla validità dello strumento ideato a suo tempo per difendere i comuni dall'aggressione della criminalità organizzata e per colpire le complicità di amministratori e dipendenti infedeli. Non ha caso da mesi il Procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, parla di legge che "va rivista e aggiornata alla luce degli anni di esperienza fatta sui diversi territori". Che la norma sia risultata spesso inefficace lo dimostrano i ripetuti scioglimenti di comuni come Lamezia Terme, Taurianova o Platì, tutti commissariati più volte. Per gli analisti è la dimostrazione che non sempre mandare a casa un'amministrazione e tornare alle urne dopo i 18 mesi (quando non ci sono proroghe) di amministrazione "controllata" sia risolutivo. In questo senso l'ultimo caso giunto alla ribalta delle cronache è quello di Platì, piccola comunità nell'entroterra della locride, nella quale nessuno vuole più fare il sindaco convinto che il comune sarebbe comunque sciolto per mafia a causa della nomea di paese ad alta densità mafiosa o delle parentele scomode che chiunque, in maniera diretta o indiretta, ha con personaggi più o meno legati alla 'ndrangheta. Di fatto, tranne qualche breve parentesi, tra scioglimenti e dimissioni, a Platì non c'è un'amministrazione dal 2003 e anche alle ultime elezioni, la scorsa primavera nessuna lista è stata presentata. Il caso più eclatante resta comunque lo scioglimento del comune di Reggio Calabria nell'ottobre del 2012, quando per la prima volta è stato sciolto un capoluogo di provincia. Non un municipio qualsiasi, ma una delle dieci città metropolitane, considerata dal punto di vista della popolazione, delle influenze politiche ed economiche il municipio più importante della regione. Insomma la capitale, anche se soltanto di una regione. Uno scioglimento decretato "per la contiguità con alcuni ambienti mafiosi", e dunque ben oltre il semplice rischio infiltrazione. Piccole e grandi città azzerate dal ministero degli Interni, ma non solo. Nel corso degli anni nel mirino della legge sono finte anche l'azienda ospedaliera di Locri, sciolta dopo l'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno (primario del Pronto Soccorso), e l'Asp di Vibo Valentia pesantemente condizionata dai clan della 'ndrangheta.

Dal 1990 oltre 4mila gli scioglimenti "ordinari". Non ci sono solo le amministrazioni costrette a chiudere la loro esperienza prima del tempo per motivi drammatici come le infiltrazioni mafiose. Come ricostruiva il Sole 24 Ore di qualche settimana fa sulla base di dati del Viminale, dal 1990 ad oggi oltre 4mila municipi per vari motivi hanno interrotto la loro attività in via ordinaria, così come prevede l'articolo 141 del testo unico degli enti locali (Tuoel): dimissioni dei consiglieri (1309 volte dal 2001 ad oggi), approvazioni di mozioni di sfiducia (77 volte), dimissioni volontarie del sindaco (497 volte), mancata approvazione del bilancio (84 volte) e una serie di altri casi meno ricorrenti come il mancato rendiconto di gestione (3 volte). Tornando a guardare i numeri sull'intero periodo di applicazione della legge, il risultato è davvero impressionante: la media è di 175 enti sciolti ogni anno, vale a dire un comune commissariati uno ogni due giorni. Una volta stabilito lo scioglimento con un decreto del presidente della Repubblica, viene nominato contestualmente un commissario straordinario che resterà in carica fino alle successive elezioni, fissate solitamente alla prima data utile. Fanno eccezione i caso di scioglimento per impedimento permanente, rimozione, decadenza o decesso del sindaco, circostanze in cui il potere passa al vicesindaco incaricato, senza la designazione di un commissario, di condurre l'ente locale al voto per il rinnovo del consiglio.

LEZIONE DI MAFIA.

La lezione fascista: battere la mafia si può, basta appoggiare chi la combatte, scrive Antonio Pannullo su “Il Secolo D’Italia”. Su Cesare Mori, di cui ricorre l’anniversario della morte (5 luglio 1942), quel prefetto di ferro che sconfisse la mafia durante il fascismo, è stato detto e scritto praticamente tutto: su di lui sono disponibili una ventina di libri, vari film, alcuni sceneggiati, tra cui l’ultimo, una miniserie tv in due puntate, Cesare Mori – Il prefetto di ferro, è stato trasmesso nel 2012, a riprova della grande attualità dell’opera di questo servitore dello Stato che dimostrò che se una cosa si vuole fare, la si fa. Lui riuscì dove in seguito fallì l’Italia repubblicana, con gli assassinii di Carlo Alberto Dalla Chiesa, altro prefetto di ferro, dei giudici Falcone e Borsellino e di altre centinaia di uomini assassinati dalla criminalità organizzata siciliana. Su Mori oramai si sa tutto. Quello che è interessante oggi è capire come fece a debellare la mafia, come mai in seguito la mafia tornò, e quale debba essere il ruolo e il limite dello Stato nell’affrontare un’emergenza di questo tipo, emergenza che oggi, nel mondo occidentale, è presente solo nel nostro Paese, almeno a questo livello di organizzazione e di aggressività. Una delle linee-guida del fascismo era che nessun potere dovesse esserci al di fuori dello Stato, e certamente non un potere criminale. Il caso del Mezzogiorno d’Italia, dove il potere delle cosche strozzava l’economia delle regioni e dove pertanto la rivoluzione fascista non poteva convenientemente realizzarsi, convinse Benito Mussolini e i suoi collaboratori ad affrontare il problema. Sappiamo che nei primi mesi del 1924 Mussolini aveva compiuto un viaggio in Sicilia, dove alcuni fedelissimi lo avevano messo al corrente della situazione, situazione che sembrava veramente non risolvibile, in quanto il sistema mafioso era incancrenito e cristallizzato. Probabilmente Mussolini si rese conto che la credibilità del fascismo avrebbe subito un dito colpo se non avesse risolto il problema della mafia, e prese il toro per le corna. In quello stesso anno, nel corso di pochi mesi, inviò in Sicilia Cesare Mori – che prima del fascismo aveva già prestato servizio nell’isola e che quindi la conosceva bene – e il giudice Luigi Giampietro come procuratore generale e il delegato calabrese Francesco Spanò. Ecco il testo del telegramma di Mussolini al Mori: «Vostra Eccellenza ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi». La mafia per alcuni anni fu costretta a chinare il capo di fronte al governo italiano. Il fascismo voleva veramente risolvere una volta per tutte il problema della mafia in Sicilia, e lo fece, non esitando a coinvolgere e ad arrestare anche esponenti, grandi e piccoli, del fascismo locale. Mussolini in quella circostanza non guardò in faccia a nessuno. Dapprima Mori fu mandato come prefetto a Trapani, dove aveva dato già buona prova di sé qualche anno prima, e iniziò revocando tutti i porto d’armi, e istituendo una commissione per il controllo dei nullaosta relativi ai permessi di campieraggio e guardiania, attività legate a cosa nostra. L’anno successivo Mori fu nominato prefetto di Palermo, con competenza su tutto il territorio regionale e con ampi poteri, dove iniziò sul serio la battaglia. Battaglia che fu durissima, a tutti ii livelli: sradicò abitudini, consuetudini, arrestò signori e signorotti locali, latifondisti, impiegati pubblici, banditi, briganti, fascisti. I risultati furono straordinari già nei primi anni: nella sola provincia di Palermo gli omicidi scesero da 268 nel 1925 a 77 nel 1926, le rapine da 298 a 46, e anche altri crimini diminuirono drasticamente. Intraprese varie iniziative, ma lui andava particolarmente fiero dell’aver arrestato e fatto condannare Vito Cascio Ferro, pezzo da novanta della mafia italo-americana, che nel 1909 aveva assassinato sulla Marina di Palermo Joe Petrosino. La sua azione più famosa, perché spettacolare, fu il celebre assedio di Gangi, considerata allora una delle roccheforti dei mafiosi. Con un ingente numero di militi delle forze dell’ordine, Mori rastrellò il paese casa per casa, prendendo in ostaggio familiari di mafiosi per costringerli ad arrendersi, e riuscendo a catturare decine di mafiosi, banditi, criminali e latitanti. Probabilmente allora, per la durezza dei metodi, si guadagnò il soprannome col quale è ricordato. Oggi a Gangi c’è una targa che la popolazione grata gli ha dedicato per la sua opera meritoria. Per colpire la mafia Mori non esitò a indagare negli ambienti fascisti. Contemporaneamente Mori colpì i circoli politico-affaristici e perseguì Alfredo Cucco, il numero uno del fascismo siciliano, nonché membro del Gran Consiglio del fascismo, il quale venne rinviato a processo e addirittura espulso dal Pnf. Cucco però fu assolto, e ci sono sospetti che per lui, medico stimatissimo, si fosse trattato di una trappola, in quanto molti vicino a Roberto Farinacci, che come è noto non era molto amato da Mussolini. Tuttavia la mafia era stata decapitata, ridotta all’impotenza, al silenzio: i suoi esponenti che non vennero arrestati dovettero fuggire negli ospitali Stati Uniti, da dove poi nel 1945 ritorneranno a cavallo dei cannoni dei carri armati americani, che riportarono la mafia in auge un Sicilia, dando anche ai capi mafiosi locali incarichi amministrativi importanti, come dimostra la storiografia del dopoguerra. Va anche sottolineato che dopo gli arresti e le incriminazioni, i processi si facevano, le condanne arrivavano. Insomma, la magistratura collaborava con lo Stato nella lotta senza quartiere alla criminalità organizzata. Il metodo di Mori era semplicissimo nella sua efficienza: innanzitutto riaffermò in modo vigoroso l’autorità e la presenza dello Stato; coinvolse e convinse la popolazione a ribellarsi ai soprusi della mafia; d’accordo con le istituzioni, avviò una battaglia culturale contro l’omertà, il crimine, la mentalità mafiosa, soprattutto nei confronti dei giovani; colpì cosa nostra nei suoi interessi economici; fece tramontare la leggenda dell’impunità, facendo condannare a pene durissime i capomafia; fece un uso disinvolto del confino, dove mandò i maggiori capicosche. Nel 1929 Mori fu messo a riposo (era del 1871) e per molti anni la mafia dovette chinare il capo di fronte a questa Italia nuova e moderna, che frattanto aveva anche cercato di riavviare sotto il controllo militare le attività agricole e produttive della regione. In definitiva, perché Mori sconfisse la mafia? Perché il governo italiano lo appoggiò lealmente, al contrario di quanto accadde ad altri servitori dell’Italia repubblicana.

Questo è quel che si vorrebbe far credere. Ma esiste un'altra verità.

MORI. ROCCO. GRAMSCI, LEVI: STORIE DI ITALICI TRADIMENTI.

Libri: La mafia alla sbarra, I processi fascisti a Palermo, scrive “L’Ansa”. Il Volume attinge da documentazione conservata all'Archivio Stato. Indaga sulle radici della mafia, da quelle geografiche dell'hinterland palermitano, uno dei luoghi di genesi del fenomeno, a quelle storiche: è il libro "La mafia alla sbarra - I processi fascisti a Palermo" (260 pagine, 15 euro) scritto da Manoela Patti e pubblicato dalla casa editrice Istituto Poligrafico Europeo, con una prefazione dello storico Salvatore Lupo. Il lavoro si basa sull'immensa documentazione conservata all'Archivio di Stato di Palermo e scava all'interno della retorica della repressione fascista degli anni Venti, facendo anche piazza pulita della legittimazione storica basata su paradigmi e stereotipi che nella percezione comune hanno portato a credere, negli anni, a una mafia "buona" e non sanguinaria. "Il versante giudiziario dell'antimafia fascista - scrive l'autrice - ebbe esiti di gran lunga inferiori alle forze messe in campo. La portata effettiva dell'operazione Mori si rivelò meno incisiva di quanto propagandato dal regime. Eppure, l'imponente opera di propaganda fascista sfruttò l'intera popolazione per ottenere in Sicilia quel consenso che ancora nell'Isola mancava al regime". Dal "L'Inchiesta in Sicilia" del 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino alle difese che hanno smentito l'esistenza della mafia come associazione, puntando piuttosto a definirla come "un modo di essere e di sentire". Come quella di Giuseppe Pitrè, che diede dignità scientifica al concetto di una "mafia originaria benigna, sinonimo di spavalderia e coraggio degenerata solo in alcuni individui in delinquenza". Tesi adoperata per difendere l'Isola dagli "attacchi del governo centrale ogni volta che la questione mafiosa tornava all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale". La tesi di Pitrè verrà codificata ufficialmente nel 1901 durante il processo al l'onorevole Raffaele Palizzolo, accusato di essere il mandante dell'assassinio dell'ex sindaco di Palermo e direttore del banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo. "Accade spesso che le dinamiche sociali si incarichino di smentire gli scienziati sociali e la storia di smentire gli storici - scrive lo storico Lupo nella prefazione - La smentita fu particolarmente bruciante nella Sicilia dell'assaggio tra gli anni 70 e 80. La mafia si palesò in tutta la sua nuova pericolosità mentre era impegnata in modernissime forme di business. Quella mafia lì non somigliava per niente a una vaga metafora". Il libro sarà presentato all'Istituto Gramsci di Palermo. A discuterne con l'autrice saranno Salvatore Lupo, professore di Storia contemporanea all'Università di Palermo, Francesco Forgione, presidente della Fondazione Federico II e Matteo Di Figlia, ricercatore di Storia contemporanea all'Università di Palermo.

I maxiprocessi ai boss al tempo del fascismo molto rumore per nulla. Il libro di Manoela Patti ricostruisce la vicenda giudiziaria del Ventennio A fronte di migliaia di arresti e indagini le condanne furono minime, scrive Amelia Crisantino su “La Repubblica”. La campagna antimafia voluta dal fascismo, inaugurata nell'ottobre 1925 con l'invio del prefetto Cesare Mori a Palermo, è ancora ben presente nella memoria collettiva. L'inedito spiegamento di forze e i modi spesso teatrali con cui il prefetto Mori condusse le operazioni comprendevano assedi di borgate e paesi, arresti di massa, processi a centinaia di imputati, l'arresto per i familiari dei latitanti, brutalità varie anche a carico dei testimoni. Il fascismo accompagnò l'aspetto militare con un'imponente opera di propaganda, mentre da più parti si tentavano analisi: per molti mesi si continuò a dibattere se la mafia fosse un fenomeno delinquenziale, una variabile etnico-antropologica o l'indesiderato prodotto di una società arretrata. Si cercava cioè di definire la natura del fenomeno mafioso, con argomenti destinati a ciclicamente ripresentarsi nei decenni a venire. Il versante più in ombra rimase quello giudiziario. Che fu spesso deludente. Le pene inflitte nei numerosi maxiprocessi che si susseguirono sino al 1932 furono minime, di gran lunga inferiori alle forze in campo. La documentazione allora prodotta permette però di osservare la storia dell'organizzazione mafiosa in una prospettiva di lungo periodo, e adesso uno studio di Manoela Patti, "La mafia alla sbarra. I processi fascisti a Palermo" (Istituto poligrafico europeo, 260 pagine, 15 euro), analizza uno spaccato territoriale e temporale seguendo le vicende di molteplici personaggi che riservano non poche sorprese. La prima impressione, a leggere queste pagine così fitte di nomi ed episodi, è di trovarsi di fronte a un reticolo i cui molteplici intrecci richiedono molta cautela. Subito dopo, mentre l'attenzione del lettore è assorbita dalla ricchezza delle fonti, arriva una sorta di sgomento di fronte ai numeri. Leggiamo che dal 1913 al 1919 a Bagheria avvengono 55 omicidi, che nel 1928 gli arrestati nella provincia di Palermo sono cinquemila, che dal 1926 al 1932 vengono giudicati settemila imputati distribuiti in 105 processi organizzati su base territoriale, che il 25 novembre 1930 si apre il processo all'associazione della borgata Santa Maria di Gesù: sono 228 detenuti presenti nella chiesa di Santa Cita usata come tribunale, con gli stucchi del Serpotta che osservano muti le grandi gabbie affollate di imputati, i 62 avvocati, i 200 testimoni a discolpa. Nella sola provincia di Palermo vengono celebrati 56 processi e la vasta documentazione su cui si sorreggono permette di ricostruire comportamenti, struttura e attività delle cosche mafiose: non solo i rapporti interni all'organizzazione, ma anche i legami con il vasto universo "non criminale" con cui interagivano. La linea scelta nei processi fu quella di condannare gli imputati per la semplice "associazione a delinquere", anche senza valutare la responsabilità per i singoli reati; ma non di rado la magistratura giudicante si mantenne su posizioni garantiste, accogliendo le richieste della difesa. E – al di là delle accuse e della posizione dei magistrati – viene in primo piano un dato di fatto, sintetizzato dal capitano dei carabinieri al giudice che stava istruendo il processo di Bagheria: "quello era un tempo in cui tutti avevano relazioni con la mafia". Il fascismo ebbe gioco facile nel puntare il dito contro l'odiosa commistione fra cosa pubblica e violenza mafiosa, che specie nei paesi era stata favorita dall'allargamento del suffragio. I processi dimostrarono gli stretti legami fra le associazioni delle borgate palermitane e i comuni dell'hinterland, con alcuni casi esemplari come Villabate a testimoniare la capacità della mafia di infiltrarsi nell'amministrazione. Fra gli affiliati alla cosca di Villabate c'erano anche i venti componenti del consiglio comunale, e molti dei nomi ritornano negli atti della Commissione antimafia del 1972, del Maxiprocesso del 1986, nell'operazione Perseo del 2008 e Senza Frontiere del 2009. La continuità sembra essere la principale caratteristica delle cosche che dominano la Conca d'oro, i casi più emblematici li ritroviamo nella borgata di Santa Maria di Gesù dove si collocano alcune delle più antiche e potenti dinastie mafiose palermitane come i Bontate e i Greco, che attraversano età liberale, fascismo ed età repubblicana mantenendo l'egemonia. I metodi con cui viene conservato il potere, le connivenze e le strategie molto ci raccontano della storia della mafia. Che per tanti versi coincide con la storia della Sicilia.

Rocco, il fascioconservatore che rifondò lo Stato italiano. Colto, amante dell'ordine e del modello tedesco, non amava i movimentisti. A colpi di diritto mise in riga il regime e i sindacati. Persino Mussolini ne aveva soggezione. E lo cacciò, scrive Francesco Perfetti su “Il Giornale”. Al momento della sua scomparsa, il 28 agosto 1935, Alfredo Rocco non aveva ancora compiuto sessant'anni essendo nato a Napoli il 9 settembre 1875 da una famiglia che Indro Montanelli avrebbe scherzosamente definito «un allevamento di cavalli di razza» alludendo al fatto che i suoi tre fratelli - Arturo, Ugo e Ferdinando - lasciarono, pur essi, un segno importante nelle scienze giuridiche. All'epoca, Alfredo Rocco, malgrado fosse ancora nel pieno delle sue energie, era praticamente uscito dalla scena pubblica ed era tornato agli studi. Mussolini lo aveva allontanato dal governo nel 1932 nel quadro di un ampio rimaneggiamento ministeriale. La notizia della sua sostituzione al ministero della Giustizia, che guidava dal 1925, gli era giunta improvvisa. La lesse sui giornali mentre si trovava a Ginevra. Si adeguò disciplinatamente e in un telegramma al duce scrisse che il provvedimento corrispondeva al «concetto giusto avvicendamento uomini governo». In realtà non si spiegò mai i motivi del suo allontanamento tanto che, interpellato da Angelo Sraffa, rispose (come riportò subito un informatore della polizia) di non rendersene conto. Quell'anno, il 1932, ricorreva il primo decennale della «rivoluzione fascista». Il regime aveva ormai superato la fase della stabilizzazione, godeva di consenso popolare e aveva realizzato molte profonde riforme istituzionali. Mussolini riteneva fosse giunto il momento di dare inizio a un nuovo “ciclo” basato sulla centralità della sua persona (non a caso riassunse la guida degli Esteri) e sulla opportunità di sostituire personalità di governo troppo forti. L'allontanamento di Rocco, che pure stimava moltissimo e nei cui confronti nutriva un senso di inferiorità, aveva un significato preciso: esprimeva la sua diffidenza per il reazionarismo ideologico-giuridico del guardasigilli. In effetti Rocco aveva disegnato un edificio la cui sostanza reazionaria era indiscutibile. Il suo nome era legato alla «trasformazione dello Stato», dalle leggi cosiddette «fascistissime» alla legge sindacale, dalla legge sulla rappresentanza politica alla codificazione penale e via dicendo. Lo spirito con il quale si era messo al lavoro era quello di creare (son parole sue) una «nuova legalità» per «rientrare nella legalità»: una legalità di stampo monarchico, oligarchico, conservatore. Molte leggi, in apparenza miranti al rafforzamento del fascismo, prefiguravano in realtà uno Stato così rigido da rendere impossibile qualsiasi tentativo, anche di parte fascista, di stravolgerne le connotazioni conservatrici. Non a caso, in alcuni ambienti fascisti, in particolare rivoluzionari e “movimentisti”, si sostenne che stava realizzando uno Stato che sarebbe piaciuto a Metternich. Rocco proveniva dal movimento nazionalista cui era giunto tardi, alla vigilia del primo conflitto mondiale, dopo marginali esperienze socialiste e radicali. Si era subito imposto come la mente più lucida e originale di quel partito. I Corradini, i Federzoni, gli uomini cioè più significativi del nazionalismo, erano approdati alla politica dalla letteratura, avevano respirato la ventata di irrazionalismo che aveva investito la cultura europea tra la fine del secolo diciannovesimo e gli albori del ventesimo, erano rimasti sedotti dalle manifestazioni vitalistiche dell'epoca. Si erano avvicinati al sindacalismo rivoluzionario, leggendolo in chiave irrazionalistica e mitologica: nello sciopero generale e nella violenza preconizzati da Sorel avevano visto dei miti capaci di catalizzare eticamente le energie delle masse. Alcuni, poi, avevano accettato la pregiudiziale antigiacobina dei nazionalisti francesi contestando il «centralismo rivoluzionario», napoleonico prima e radicale poi, ed esaltando l'autonomismo locale contro lo straripamento del potere centrale. Rocco fu sempre lontano da posizioni del genere. Guardò con sospetto la simpatia dei compagni nazionalisti per il sindacalismo rivoluzionario e si fece banditore di un assolutismo di stampo classico che privilegiava la funzione accentratrice dello Stato e si configurava come risposta del potere politico alle tendenze disgregatrici e alle forze centrifughe della società contemporanea. In un certo senso egli si preoccupò di adeguare il pensiero reazionario classico alla realtà e alle esigenze della società di massa. In questa prospettiva, per esempio, si collocava l'idea che il sindacato potesse mutarsi da strumento di eversione in fattore di disciplina sociale attraverso la sua trasformazione in figura di diritto pubblico e, quindi, sotto il controllo dello Stato. Nel corso del dibattito sull'approvazione della «legge sindacale» del 1926 egli fu esplicito: «lo Stato non può ammettere, e lo Stato fascista meno che mai, che si costituiscano Stati nello Stato. L'organizzazione dei sindacati deve essere un mezzo per disciplinare i sindacati, non un mezzo per creare organismi potenti e incontrollati che possano sovrastare lo Stato». Il nazionalismo di Rocco fu soprattutto statualismo così come il suo fascismo. Lo Stato - come organismo economico e sociale, politico e giuridico - fu al centro della sua riflessione e della sua attività di legislatore: uno Stato, come scrisse, «sovrano e superiore agli individui, ai gruppi, alle classi», uno Stato che, però, della sua sovranità avrebbe dovuto servirsi «non per fare opera di oppressione, bensì per realizzare fini superiori». Lo Stato del quale parlava Rocco non aveva nulla dello Stato totalitario. Il suo riferimento ideale erano gli Stati autoritari classici con una non celata preferenza per il modello della Germania guglielmina o, in misura minore, per un Ancien Régime che tenesse presente il fenomeno della irruzione delle masse sulla scena politica come frutto della Grande guerra. La concreta attività di legislatore di Alfredo Rocco si rifaceva a una organica e monolitica filosofia politica, a una precisa e coerente visione dello Stato e dei rapporti di questo con i cittadini. Basta leggere le relazioni che accompagnavano i disegni di legge da lui presentati in Parlamento per rendersene conto: non solo una illustrazione tecnica del provvedimento da adottare ma, prima di tutto, una sua giustificazione teorica e di filosofia politica. Un illustre giurista, Giuliano Vassalli, ha osservato che nessun altro ministro riuscì, come Rocco, tecnico di altissimo livello, a «trasformare», nel bene e nel male, lo Stato italiano: non vi era riuscito nessuno, prima di lui, nell'Italia liberale, non vi sarebbe riuscito nessun altro, dopo di lui, nel secondo decennio del fascismo e, poi, nella nuova Italia democratica e antifascista. Le polemiche sulla sopravvivenza, nell'Italia postfascista, dei codici legati al nome di Rocco, incompatibili con lo spirito dello Stato democratico, rivelano come la capacità di resistenza alle sollecitazioni di riforma di quell'impianto normativo fosse dovuta al fatto che la legislazione di Rocco era il risultato, prima ancora della tecnica giuridica, di una compatta e organica visione della società e della politica. Che tale visione, poi, non sia più in linea con la moderna sensibilità democratica è altro discorso.

Antonio Gramsci. Mistero mortale. Complotti, dietrologie e libri. Il giallo sulla fine del fondatore del Pci, scrive Dimitri Buffa su “Il Tempo”. Le modalità della morte di Antonio Gramsci sono diventate da tempo, sia pure sotto traccia, uno dei primi «misteri d’Italia». Gramsci, prigioniero del proprio partito un po’ come Moro fu prigioniero anche della Dc e del Pci di Berlinguer e del partito della fermezza nel carcere del popolo delle Br, una volta libero non aveva alcuna intenzione di recarsi in Unione Sovietica. Anche il massimo esperto in materia, il compianto Massimo Caprara, era convinto che Antonio Gramsci quel maledetto 27 aprile 1937 nella clinica Quisisana non sia morto tra le braccia di una delle sorelle Schucht ma possa essere invece deceduto per «suicidio». Attivo o passivo è ancora da capire. Di fatto ancora fino a pochi anni fa era viva una testimone, Irene Quirico, figlia di uno dei medici di casa Savoia, che ai parenti e agli amici più stretti andò raccontando per anni, fino ai giorni più vicini alla sua morte che «quel giorno Gramsci si buttò dalla finestra». Che ne sapeva lei? Semplice era ricoverata insieme alla figlia Luciana nella camera attigua a quella di Gramsci. Assisteva la figlia convalescente dopo un intervento di appendicectomia. A chi scrive così descrisse quella mattina: «Quel giorno vidi Gramsci giù nel cortile dopo avere sentito un "botto" in seguito al quale mi affacciai istintivamente alla finestra della camera dove era ricoverata mia figlia». La signora ricordava benissimo il convulso tramestio che seguì quegli attimi che ancora all’epoca le erano ben impressi nella memoria: «Il piantone venne dentro la nostra stanza di prima mattina e disse che si era suicidato Gramsci e che dovevamo andare tutti in un altro reparto dove in seguito venimmo ammassati insieme agli altri degenti per alcune ore. Le stanzone lì non avevano finestre che dessero sul cortile e così di quello che io avevo scorto non se ne parlò più. Poi qualche ora dopo ci dissero chiaramente che se avevamo visto qualcosa sarebbe stato meglio che ce lo fossimo immediatamente dimenticato se non volevamo avere grane». Va detto che la signora Quirico prese alla lettera quella minaccia e non ebbe mai il coraggio, anche dopo la fine del fascismo, di raccontare quella storia se non a un gruppo ristretto di parenti e amici, che però non solo la conoscevano benissimo ma la davano per scontata avendola sentita ripetere molte volte. La versione di Irene Quirico è stata di recente accreditata dallo studioso Luigi Nieddu, nel proprio libro «L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il quaderno della Quisisana», editrice Le Lettere. Nieddu però pensa a un tentativo di fuga del leader del Pci finito tragicamente in un volo dalla finestra. E questo nel tentativo di fuggire a un rapimento da parte degli uomini della polizia segreta di Stalin. Sulle circostanze della morte di Gramsci quel 27 aprile 1937 nella clinica Quisisana, la versione ufficiale sinora accreditata parla di emorragia cerebrale, in pratica un ictus. Ma nulla è certo. Nessuno svolse mai un’autopsia. Anzi quella stessa mattina in cui Gramsci morì il corpo venne cremato e si svolsero i funerali a tempo di record. C’è poi il libro di Antonio Gramsci junior, nipote del fondatore del Pci, ad aggiungere altri dettagli: ne «I miei nonni nella rivoluzione» è infatti presente un passaggio che la dice lunga su chi fosse temuto nell’aprile del 1937 da Gramsci ben più dell’Ovra, la polizia politica di Mussolini. Si vada a pagina 102, ad esempio, dove si dice che Tatiana Schucht, la cognata, una delle tre sorelle tra le quali c’era la moglie Olga, passava amorevolmente le giornate a vegliarlo. «Così - si legge - era testimone delle frequenti visite degli agenti dell’NKVD che, con l’approssimarsi della liberazione del leader comunista, cominciarono a interessarsi vivamente dei suoi legami con i trotskisti ( sic, ndr ) italiani». Un’attenzione che, vista la morte che Stalin fece fare a Trotsky pochi mesi dopo, non poteva ovviamente essere delle più benevole. Ma è pensabile che agenti dell’Nkvd, che poi diventerà il Kgb, potessero andare e venire da quella clinica senza che il regime fascista nulla sapesse? E chi pagava la degenza in una clinica come quella a Gramsci? Una clinica che ieri come oggi era di super lusso? Gramsci il giorno in cui morì era da poco diventato un cittadino libero, Mussolini aveva stima nei suoi confronti sin dal periodo in cui entrambi interventisti si trovarono sullo stesso fronte politico per fare entrare l’Italia nella prima guerra mondiale. E quindi il Duce aveva interesse che nulla gli capitasse. La sua morte per mano dei servizi sovietici quindi era quantomeno una cosa da occultare: che figura ci avrebbero fatto i servizi segreti fascisti? Questo spiegherebbe il perché sia stata accreditata la storia della morte per ictus. Senza autopsia con un cadavere già cremato, il mistero d’Italia era destinato a rimanere tale. Anche se oggi, a distanza di anni, le prime crepe su questa «verità storica» si stanno aprendo.

Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata: il libro di Mauro Canali. Malgrado i tre quarti di secolo trascorsi ormai dalla sua morte, su Antonio Gramsci si continua a scrivere molto. Fu sempre Togliatti, finché fu in vita, a decidere cosa rendere pubblico dell'opera e della storia del leader sardo. Solo grazie a dirigenti comunisti "eretici" o espulsi qualcosa riuscì a trapelare. Scomparso Togliatti, non fu comunque ancora possibile affermare esplicitamente che nell'ottobre del 1926 la rottura tra Gramsci e Togliatti ci fu e fu radicale. Si è dovuto attendere oltre settantanni dalla morte di Gramsci, e molto tempo dopo la caduta del muro di Berlino e lo scioglimento del PCI, per giungere alla verità. Mauro Canali la ricostruisce e fa chiarezza sulle ragioni, le complicità, i tentativi della cognata di Gramsci, Tatiana Schucht, per portare a galla i fatti, i mezzi con cui Togliatti riuscì a legittimarsi come assertore del pensiero gramsciano, e perciò suo naturale erede politico, e a dissimulare, nel contempo, la persistente fedeltà allo stato Sovietico dietro la parola d'ordine, mutuata dalle riflessioni gramsciane, della "via nazionale al socialismo". Questo libro scopre le carte e permette di passare dall'immagine del Gramsci "togliattiano" alla realtà che emerge dalla documentazione, in buona parte inedita, proveniente dal fondo Gramsci conservato negli archivi russi. La personalità di Togliatti che affiora dalla vicenda Gramsci è quella di un uomo politico intelligente quanto scaltro.

Così Togliatti rinnegò Gramsci. Il Migliore si accreditava come erede del predecessore ma alla guida del PcdI impose la linea dello stalinismo, scrive Francesco Perfetti su “Il Tempo”. Intelligente, scaltro, opportunista, Palmiro Togliatti (1893-1964) fu l'insuperabile regista di una cinica operazione culturale e politica volta a presentare se stesso come l'interprete autentico del pensiero di Antonio Gramsci e come il suo legittimo erede. Fu lui, infatti, a voler pubblicare, nel dopoguerra sia i Quaderni del carcere in una versione sapientemente destrutturata sia le Lettere dal carcere accortamente e impietosamente mutilate. Dietro il suo lavoro di "editore" dei testi gramsciani c'era una precisa intenzione manipolatoria, che puntava ad accreditare l'immagine di una storia coerentemente lineare del comunismo italiano. Fu un vero e proprio "tradimento" del pensatore sardo compiuto attraverso l'occultamento e la rimozione degli sviluppi eterodossi del pensiero di Gramsci rispetto alla acquiescenza del gruppo dirigente del comunismo italiano alle posizioni staliniste. Tutto ciò è documentato nell'ottimo lavoro di Mauro Canali dal titolo Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata (Marsilio): uno studio che, basato su una ricca e importante documentazione inedita, giunge a conclusioni inoppugnabili e, certo, tutt'altro che gradite ai sacerdoti della memoria togliattiana. La verità è che il rapporto fra Togliatti e Gramsci si sviluppa all'insegna di tradimenti continui. Dopo la morte di Lenin, mentre all'interno del Pcus era in corso la lotta per la successione, Gramsci trasmise a Togliatti, rappresentante del PcdI nella III Internazionale, un documento destinato ai dirigenti sovietici e critico nei confronti della maggioranza staliniana nel CC del Pcus. Togliatti non lo trasmise a chi di dovere e, anzi, una volta subentrato a Gramsci alla guida del PcdI, dopo l'arresto di questi a Roma nel 1926, scelse per il partito la linea della subordinazione allo stalinismo. A questo "tradimento" fecero riscontro il sostanziale disinteresse di Togliatti per il calvario di Gramsci, se non, addirittura, atti sottilmente ostili. Nel febbraio del 1928, a istruttoria ancora aperta, Gramsci, detenuto in attesa di giudizio, ricevette da Ruggero Grieco una lettera che avvalorava di fatto le accuse contro di lui e che fu così commentata dal giudice istruttore: "onorevole, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera". Gramsci vide subito in quella lettera un "atto scellerato", dietro il quale si celava una subdola mano ispiratrice. Che fosse quella di Togliatti, egli lo sospettò subito e lo fece notare alla cognata Tatiana sostenendo che la lettera non poteva essere "tutta farina del sacco di Grieco". Anni dopo, ribadì all'economista Piero Sraffa il suo sospetto sulla responsabilità di Togliatti tanto nella vicenda della lettera quanto nel boicottaggio delle trattative per la sua liberazione avviate dal governo sovietico grazie alla intermediazione di padre Tacchi Venturi. Intanto, nel carcere, cresceva il dissenso di Gramsci nei confronti della linea impressa da Togliatti al PcdI con la "svolta" del 1930 in ossequio alle direttive della III Internazionale, con l'espulsione di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli dal partito e la campagna contro il "socialfascismo". Le strade di Togliatti e Gramsci erano ormai divaricate. Del resto poco fece il partito per il detenuto se non mandargli qualche finanziamento che la cognata Tatiana otteneva tramite un misterioso personaggio, "linge", che Canali ha identificato in Riccardo Lombardi, il futuro esponente del Partito d'Azione e, poi, nell'Italia repubblicana, del Psi. In carcere Gramsci si ritrovò sempre più isolato. I compagni di prigionia lo guardavano con ostilità. Sandro Pertini ha riferito un episodio eloquente che si verificò in una fredda giornata invernale mentre i carcerati tiravano palle di neve: "una palla s'infranse sul muro al quale Gramsci si appoggiava, e ne uscì fuori un sasso. Io gli ero accanto e lo udii dire: Avevano messo un sasso nella palla di neve per colpire me ". Malgrado questi fatti, gli storici comunisti ortodossi continuarono a ribadire, nel dopoguerra, l'esistenza di un rapporto organico fra Gramsci e il partito, giungendo fino a sostenere che egli inoltrò la domanda di libertà condizionale seguendo le direttive dei vertici del partito. Canali dimostra che le cose andarono diversamente: non fu Gramsci a "rispettare le norme indicate dal partito", ma, fu "il partito a rincorrere l'iniziativa di Gramsci, per non farsi trovare spiazzato" da una decisione "presa in assoluta autonomia". Dietro la pervicace negazione della verità da parte della storiografia ortodossa comunista e, purtroppo, post-comunista c'era (e c'è ancora) l'intenzione di voler affermare una linea di continuità Gramsci-Togliatti destinata a consolidare la rappresentazione mitica e unitaria delle vicende del Pci. Il volume di Canali è destinato a mettere in imbarazzo i cultori di questa vulgata storiografica che presenta Togliatti erede di Gramsci. Ma non basta. Chiarisce, anche, altri punti a cominciare dalle "responsabilità" di Ignazio Silone nell'arresto e nella condanna di Gramsci e offre importanti precisazioni sulla famiglia della moglie di Gramsci, sui tempi dell'adesione di Piero Sraffa al comunismo nonché sull'inchiesta relativa al caso Gramsci-Togliatti istruita nel 1939 dal Comintern. Il tutto con equilibrio e attenzione al documento. E, soprattutto, con amore per la verità storica.

Togliatti ha tradito Gramsci: ecco le carte che lo provano. Un importante libro di Mauro Canali, basato su ricerche d'archivio, testimonia che il leader sardo fu abbandonato e osteggiato da Palmiro, scrive Francesco Perfetti su “Il Giornale”. Antonio Gramsci (1891-1937) fu arrestato la notte dell'8 novembre 1926 a Roma dove viveva, in affitto, nella casa di due anziani coniugi, Giorgio e Clara Passarge, legati da rapporti di amicizia con Carmine Senise, già allora alto funzionario del ministero dell'Interno. Iniziò, così, il lungo calvario dell'esponente comunista tra confino e carcere. A quell'epoca i suoi rapporti con Palmiro Togliatti si erano già deteriorati. Sullo sfondo c'era lo scontro di potere all'interno del gruppo dirigente bolscevico dopo la morte di Lenin: Stalin e Bucharin, da una parte, Trockij, Zinoviev e Kamenev, dall'altra. Gramsci aveva inviato a Togliatti, rappresentante del Pcd'I nella III internazionale, un documento per i dirigenti sovietici nel quale lasciava trapelare il suo dissenso per il comportamento della maggioranza staliniana del Comitato Centrale del Pcus nei confronti dell'opposizione e auspicava un riavvicinamento ideologico con personalità che godevano di prestigio mondiale e andavano annoverate fra i «nostri maestri». Togliatti, già folgorato dalla stella di Stalin, non consegnò il documento ritenendolo inopportuno ed ebbe con Gramsci un duro scambio di lettere. Fu il primo tradimento nei confronti di Gramsci. Non fu, però, il solo, come documenta un importante lavoro di Mauro Canali intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata (Marsilio, pagg. 256, Euro 19,50) e frutto di una capillare e puntigliosa ricerca archivistica. Subentrato a Gramsci nella guida del Pcd'I, Togliatti fece imboccare al partito la strada della subordinazione allo stalinismo e di un sostanziale disinteresse per la sorte del leader comunista, il quale cominciò a nutrire dubbi e sospetti su di lui. Nel febbraio del 1928, a istruttoria ancora aperta, Gramsci, detenuto a San Vittore in attesa di giudizio, ricevette da Ruggero Grieco una lettera che lasciava intendere com'egli fosse il capo del partito e avvalorava di fatto le accuse. Il giudice istruttore la commentò così: «onorevole, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera». Quella lettera non fu un gesto di leggerezza o di stupidità, ma, per usare le parole di Gramsci, un «atto scellerato», dietro il quale si poteva supporre una subdola mano ispiratrice. Che fosse quella di Togliatti, Gramsci lo sospettò subito e lo fece notare alla cognata Tatiana sostenendo che la lettera non era «tutta farina del sacco di Grieco». Anni dopo, egli avrebbe ribadito all'economista Piero Sraffa i suoi sospetti sulla responsabilità di Togliatti sia nella vicenda della lettera che aveva aggravato la sua situazione processuale sia nel boicottaggio alle trattative per la sua liberazione avviate dal governo sovietico con l'intermediazione di padre Tacchi Venturi. Poi giunsero la «svolta» del 1930 decisa da Togliatti, Longo e Secchia in ossequio alle direttive della III Internazionale, l'espulsione di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli dal partito e la campagna contro il «socialfascismo». Dal carcere Gramsci lanciò la proposta di una Costituente antifascista per una mobilitazione congiunta di comunisti e socialisti. Le strade di Togliatti e di Gramsci erano ormai divaricate. Del resto poco aveva fatto il partito per il detenuto se non mandargli qualche finanziamento che la cognata Tatiana otteneva tramite un misterioso personaggio, «linge», che Canali ha identificato in Riccardo Lombardi, il futuro esponente del Partito d'Azione e, poi, nell'Italia repubblicana, del Psi. Il dissenso di Gramsci nei confronti del partito trovò riscontro nel suo isolamento. I compagni incarcerati lo evitavano e lo guardavano con ostilità. Su questo punto c'è una testimonianza di Sandro Pertini che ricordò un episodio avvenuto in una fredda giornata invernale quando, dopo una nevicata, i carcerati si misero a tirare palle di neve. Racconta Pertini: «una palla s'infranse sul muro al quale Gramsci si appoggiava, e ne uscì fuori un sasso. Io gli ero accanto e lo udii dire: “Avevano messo un sasso nella palla di neve per colpire me”». È un episodio più che eloquente sull'isolamento di Gramsci. Eppure, gli studiosi comunisti continuarono a ribadire, nel dopoguerra, l'esistenza di un rapporto organico fra Gramsci e il partito, fino al punto da sostenere che egli inoltrò la domanda di libertà condizionale seguendo le direttive dei vertici del partito. Canali dimostra, carte alla mano, che le cose andarono diversamente: non fu Gramsci a «rispettare le norme indicate dal partito», ma, fu, viceversa, «il partito a rincorrere l'iniziativa di Gramsci, per non farsi trovare spiazzato» da una decisione «presa in assoluta autonomia». C'era una logica nella negazione della verità. Era necessario occultare e rimuovere l'eterodossia di Gramsci per poter affermare, nell'Italia postfascista, l'esistenza di una linea di continuità Gramsci-Togliatti che consolidasse la rappresentazione mitica e unitaria della storia del Pci. Il regista di questa operazione fu lo stesso Togliatti che fece un uso strumentale, certo funzionale ai suoi disegni politici, degli scritti gramsciani, i Quaderni del carcere e le Lettere dal carcere, gestendone la pubblicazione destrutturata e mutilata. Fu, in sostanza, come dimostra il libro di Canali, proprio Palmiro Togliatti, scaltro e intelligente, a operare il «tradimento» di Antonio Gramsci e del suo pensiero.

Gramsci tradito due volte: da Silone e da Togliatti. Il nuovo importante saggio di Mauro Canali, scrive Dino Messina su “Il Corriere della Sera". Che cosa rende unica, nella storia del comunismo, la vicenda umana, politica e intellettuale di Antonio Gramsci? L’aver costruito un sistema di pensiero considerato ancora oggi vitale per l’interpretazione della cultura e della politica italiana e occidentale. Un’impresa ancor più importante se si tiene conto che il grande pensatore la realizzò nella solitudine del carcere fascista, tra l’incomprensione e l’ostilità del mondo comunista che avrebbe dovuto essergli amico. È questo il giudizio che si ricava dalla lettura del nuovo saggio dello storico Mauro Canali, “Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata”, appena edito da Marsilio (pagine 257, euro 19,50). Canali, studioso noto per la sua dimestichezza con gli archivi, di cui ha dato prova per esempio nelle opere “Il delitto Matteotti” e “Le spie del regime” (edite entrambe dal Mulino), mette tutta la sua sapienza documentaria e passione per svelare definitivamente le falsificazioni di cui è stato oggetto il pensatore sardo. Un «santino», nella mitografia costruita da Togliatti, utile per illustrare una storia lineare e senza conflitti del gruppo dirigente del comunismo italiano. Naturalmente, come si racconta da qualche anno, le cose stanno in maniera diversa, e Canali ha il merito di mettere assieme tutti i tasselli anche sulla base di nuove acquisizioni documentali. Innanzitutto lo studioso smonta la linea di continuità fra Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, che già dall’ottobre 1926, poco prima dell’arresto del leader sardo, interpretavano due linee diverse e due modi opposti di intendere il lavoro politico. Canali cita in particolare due lettere a Togliatti in cui Gramsci prende le distanze da un modo di agire burocratico e opportunista e soprattutto esprime una concezione del «centralismo democratico» opposta a quella interpretata da Stalin e dal gruppo dirigente dell’Internazionale comunista. Gramsci è per l’inclusione delle opposizioni, a cominciare da Trockij, e per la costruzione del socialismo che non esclude un passaggio attraverso la «democrazia borghese», gli altri sono per il muro contro muro e l’eliminazione dei dissidenti. È questa l’origine di una divergenza che si acuirà con gli anni, fino a toccare il suo acme con la nota vicenda della lettera di Ruggero Grieco del 29 febbraio 1928, che fece infuriare il leader sardo, ormai prigioniero da un anno e mezzo. Mentre era ancora aperta l’istruttoria per il processo che avrebbe portato a una condanna di oltre vent’anni ed erano in corso trattative (anche con la mediazione vaticana) per uno scambio di prigionieri tra l’Urss e l’Italia, Grieco mandava una lettera (partita da Vienna per Mosca e da qui spedita in Italia) che non poteva non mettere in allarme il sistema di sorveglianza fascista. Tanto che, nel dicembre 1932, Gramsci arrivò a confidare alla cognata Tania: «Può darsi che chi scrive fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere». L’allusione, come viene confermato da documenti e testimonianze successive, è a Togliatti. È questi, secondo Gramsci, il personaggio «meno stupido» che lo aveva danneggiato. Il giudice istruttore Macis, che evidentemente aveva letto anche le lettere inviate da Grieco ad altri dirigenti del Pcd’I in carcere, aveva avvertito il capo comunista che c’era qualcuno fra i suoi amici che aveva interesse a tenerlo dentro. Nell’intricata vicenda Gramsci, Canali analizza il ruolo avuto dalla famiglia della moglie, Giulia Schucht, ma anche quello dell’economista Piero Sraffa, di cui posticipa di circa un decennio l’adesione al comunismo attribuita dalla vulgata, e la responsabilità di Ignazio Silone nell’arresto di Gramsci. Fu Secondino Tranquilli, alias Ignazio Silone, alias «Silvestri», responsabile della propaganda del Pcd’I e informatore del funzionario di polizia Guido Bellone, a indicare a questi con precisione il ruolo di leader ricoperto da Antonio Gramsci. Il processo si basò fondamentalmente sulle accuse di Bellone. Ma il filo conduttore del racconto rimane l’ambiguo atteggiamento tenuto verso Gramsci da Togliatti, il quale, in una breve storia dei primi anni di vita del Pcd’I scritta nel 1932 ad uso del Comintern, rievocando il periodo 1923-1926, omise il nome di Gramsci, che era invece in quel periodo il leader riconosciuto del partito. Dopo la morte del pensatore comunista, avvenuta il 27 aprile 1937, la cognata Tatiana tornò a Mosca con l’intenzione di fare i conti con Togliatti. Il Comintern in effetti istruì un’inchiesta (condotta da Stella Blagoeva) che nel 1940 portò all’allontanamento del «compagno Ercoli» dalle cariche direttive. La sconfitta del fascismo e la necessità di ricostruire il partito in Italia furono la salvezza per Togliatti. Nel dopoguerra cominciò la gestione dell’eredità intellettuale di Gramsci, che passò attraverso la pubblicazione, con omissioni e destrutturazioni, dell’opera, base preziosa per la teoria della via italiana al socialismo. Un corpus di saggi e testimonianze usato e manipolato anche per costruire la leggenda di «Togliatti erede di Gramsci».

Storia e storie. A proposito delle divergenze fra Gramsci e Togliatti, scrive Antonio Di Meo.

1. Oramai si va affermando un nuovo genere letterario: il noir di tipo storico. Il massimo esempio di esso, a livello mondiale, è Il codice da Vinci di Dan Brown. In Italia, come di consuetudine, la fantasia degli autori è ristretta a pochi argomenti, così come le tirature. Uno di questi è certamente la vicenda della coppia Antonio Gramsci – Palmiro Togliatti, ovvero del Pci delle origini. Rispetto a Dan Brown, però, negli autori italiani di questo genere si avverte chiaramente una certa inclinazione di tipo apparentemente realistico, associata a una forma di livore, spesso aggressivo, diversamente modulato, inspiegabile sia si tratti di fantasia, sia – ancor di più – si presenti l’opera come una ricerca storica documentata. Naturalmente le variazioni sul tema sono numerose. Una di queste è contenuta nel recente libro di Mauro Canali enfaticamente (e si capirà il perché) intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata. Ancora? dirà qualcuno: ancora, purtroppo! Siccome il libro è presentato dall’autore come un libro di storia, cercherò di esaminarlo come se lo fosse. Premetto, però, che non essendo uno storico politico-sociale contemporaneista, metterò in evidenza solo alcuni aspetti che – sia nelle intenzioni dell’autore, sia nei contesti trattati (o meno), sia nel linguaggio adoperato – mi sembra stridano con l’oggetto di cui si tratta, e, ancor più, col genere al quale si pretende che il volume appartenga, cioè la storia. A meno che, a dirla con Pascarella, ….

Vedi noi?, mò noi stamo a fa’ bardoria:

Nun ce se pensa e stamo all’osteria...

Ma invece stamo tutti ne la storia!

A questo proposito l’inizio del libro è assai infelice, poiché dichiara che fra le sei opere importanti più recenti pubblicate sullo stesso argomento sono annoverabili anche il volume di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci) e quello di Alessandro Orsini (Gramsci e Turati. Le due sinistre), dei quali già a suo tempo si sono ampiamente dimostrati i difetti interpretativi e una certa “leggerezza” (e non nel senso di Calvino) e disinvoltura nel trattare le fonti documentarie.

2. È noto a molti storici il “paradosso del contesto”, che si può esemplificare nel seguente modo: stando rigorosamente agli scritti di Cristoforo Colombo e dei suoi contemporanei, non si potrebbe mai venire a sapere che il celebre navigatore avesse scoperto un nuovo continente (ovviamente dal punto di vista di noi europei) ! Ciò vuol dire che, per scoprire una verità storica, è utile collocarsi – e in maniera “disinteressata” – su differenti livelli di osservazione, meno limitati e meno partigiani rispetto ai fatti e ai personaggi dei quali si vuole ricostruire in maniera attendibile svolgimenti e ruoli. Se è vero che il passato portato alla luce dalla storia è comunque sempre un “presente” ricostruito secondo le pulsioni intellettuali di un’epoca, tuttavia, come sosteneva una storica della scienza dei primi del Novecento, la brava e sfortunata Hélène Metzger, morta nel campo di Auschwitz, il primo dovere metodologico dello storico è quello di “farsi contemporaneo degli autori di cui si parla”. “Farsi contemporaneo” di Gramsci, Togliatti, del Pcd’I, dell’Internazionale comunista (IC) degli anni Trenta-Quaranta ecc. vuol dire innanzitutto riferirsi a istituzioni e personalità che si erano venute a trovare nella situazione più dura e difficile della loro storia politica e personale, nella quale, cioè, il mantenersi coerenti con la propria scelta di vita e ideale comportava non pochi pericoli. A questo sforzo di comprensione, che appartiene allo stile equanime che dovrebbe essere proprio dello storico, andrebbe associato un esprit de finesse senza il quale una ricerca storica rischia di diventare un tribunale, oppure perfino una clava. L’assenza di questo “farsi contemporaneo” produce conseguenze serie: sarebbe stato un “bel gesto” se Piero Sraffa avesse continuamente dichiarato cosa pensasse, quale fosse il suo ruolo nella vicenda che riguardava Gramsci in carcere o avesse lasciato dietro di se tracce documentarie le più disparate, per la gioia degli storici futuri: ma ciò vuol dire non rendersi conto esattamente cosa volesse dire dichiararsi comunisti, ed agire come tali, nell’Europa degli anni Trenta-Quaranta (-Cinquanta) del Novecento, anche nello stesso Regno Unito, in cui molti membri della élite britannica simpatizzavano col fascismo italiano, la stessa élite che aveva impedito ogni aiuto alla Repubblica spagnola da parte dei (pochi) paesi democratici europei. Soprattutto, poi, se si trattava di uno straniero di una nazione che sarebbe stata nemica nel successivo conflitto mondiale, per di più membro di un partito che lo stesso Canali in altre occasioni ha mostrato essere infiltrabile a ogni livello da informatori o avventurieri. La posta in gioco di eventuali errori dei militanti dell’epoca è abbastanza nota. Dunque: tutti coloro che sceglievano di far parte del campo antifascista, soprattutto i comunisti, ben sapevano i rischi ai quali andavano incontro e quale vita avrebbero condotto. Anche Gramsci, come è noto, lo sapeva e si è comportato di conseguenza. Del resto l’essere in prigione non scioglieva nessun militante dall’osservanza di regole e comportamenti stabiliti da chi era in grado di prendere decisioni a riguardo. Egli, peraltro, aveva un ruolo particolare: era il capo del partito. Ora credo sia utile chiedersi cosa possa accadere a un partito perseguitato, clandestino, con i suoi maggiori dirigenti arrestati e condannati (soprattutto nel 1928 e nel 1930 anche grazie alle spie), quando il suo segretario non è in condizione di operare e gran parte dei dirigenti operativi sono all’estero (Parigi, Mosca, soprattutto). Inoltre quando questo partito fa parte in maniera gerarchicamente subordinata di una organizzazione mondiale – l’Internazionale Comunista – nella quale diventava sempre più preponderante il ruolo del partito russo e in particolare di Stalin e che divenne sempre più una istituzione burocratica e vincolante per ogni partito affiliato e per ogni militante. Gramsci in carcere, dunque, era il segretario di un partito politico e quindi oggetto di iniziative politiche pubbliche che non era possibile evitare. Si poteva non citarlo nelle manifestazioni a favore dei perseguitati dal fascismo? Dunque nei confronti di un militante e dirigente politico prigioniero un partito agisce innanzitutto politicamente, non solo ai fini di un trattamento umanitario da parte degli oppressori nei suoi confronti, ma anche di quelli relativi alla causa che il partito aveva deciso di abbracciare. Ciò valeva (vale) per ogni militante, a maggior ragione per il capo del partito. In molte ricostruzioni storiche su questo argomento, e soprattutto in quella di Canali, le vicende vengono descritte all’insegna dello schema amico-nemico o, più banalmente, buoni-cattivi, con una attribuzione aprioristica dei ruoli. Di qui l’incomprensione di buona parte degli eventi che Canali tenta di interpretare:

- Togliatti sostiene che la campagna del 1933 per la liberazione di Gramsci, conseguente alla pubblicazione del certificato medico del dott. Arcangeli sull’Humanité, era stata politicamente positiva? Allora vuol dire che egli è cinicamente indifferente alla situazione carceraria di Gramsci. Certo l’iniziativa fu maldestra e probabilmente fece fallire il tentativo della famiglia Sraffa di andare in soccorso del prigioniero: ma di qui a dire che fu volontariamente messa in atto allo scopo di provocare questo fallimento ce ne corre!

- Togliatti chiede a Dimitrov che le ceneri di Gramsci vengano portate a Mosca solo se gli si rendono gli onori dovuti a un capo di partito caduto nella lotta contro il nemico principale? Magari per dimostrare che non vi era stato nessun sospetto da parte dell’IC nei suoi confronti? Per Canali, invece, ciò voleva dire porre “condizioni inaccettabili” per far sì che non giungesse mai a Mosca “l’ingombrante” spoglia di Gramsci, onde evitare che si riproponesse il problema del suo lascito letterario: ma si è in grado di immaginare cosa sarebbe successo al già pericolante gruppo dirigente del Pci e a Togliatti medesimo (come lo stesso Canali certifica), se si fosse avuto un trasferimento delle ceneri di Gramsci a Mosca, per così dire, “alla chetichella”?

- Il lascito letterario di Gramsci viene affidato a Togliatti da Dimitrov: invece di chiedersi il perché, - se questi diffidava di lui proprio a causa dei suoi rapporti negativi con Gramsci e con la famiglia Schucht, - Canali invece interpreta la vicenda motivandola con la volontà di Togliatti di nascondere il duro conflitto con il prigioniero e, successivamente, di gestire in proprio, cioè per proprio tornaconto, l’eredità culturale di questi.

Sarebbe interessante la risposta di Canali al quesito seguente: se gli Schucht o Stalin o i dirigenti dell’IC fossero venuti in possesso degli scritti gramsciani pensa lo storico che ora staremmo a discuterne? In realtà, per dar vita a un Togliatti “occultatore” del “vero” pensiero di Gramsci è stata necessaria la superba invenzione – stravagante e filologicamente molto fantasiosa – di un “Quaderno mancante”. Senza Togliatti, in realtà, sarebbero mancati tutti i 33 Quaderni ora a nostra disposizione! Così come sarebbero mancate le lettere di Gramsci e dei suoi corrispondenti, comprese quelle che rivelano il suo forte contrasto con Togliatti! Così come non ci sarebbe stato a Roma – dal 1950 – un Istituto Gramsci creato allo scopo di curare e diffondere l’eredità culturale e umana del dirigente e pensatore comunista. Né ci sarebbe ora in via di pubblicazione – sollecitata e messa in cantiere già da tempo dal più “togliattiano” dei dirigenti dell’Istituto – la pubblicazione della Edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci e l’aggiornamento continuo della ormai sterminata Bibliografia gramsciana, a testimonianza di come sia stato difficile impedire lo studio del pensiero di Gramsci!

3. Uno degli aspetti più strabilianti della ricostruzione di Canali consiste nel sostenere che Togliatti avesse bisogno di – diciamo così – farsi bello e darsi importanza presentandosi come un politico e pensatore in diretta continuità con l’elaborazione di Gramsci: un po’ per ricavarne un prestigio personale che evidentemente si ritiene gli mancasse; un po’ per catturare il consenso degli sprovveduti intellettuali italiani (non è presente, ma sembra implicito, l’uso a questo riguardo del concetto di “portare il cervello all’ammasso”); infine, per utilizzare le categorie teoriche e storiografiche gramsciane per fondare la “via italiana al socialismo”, che da solo – o insieme agli altri dirigenti e intellettuali del Pci – Togliatti non sarebbe stato in grado di elaborare. In realtà le cose stanno nel senso opposto: la vera strategia di Togliatti è consistita piuttosto nell’impegnare il suo grande prestigio di dirigente del movimento comunista internazionale per far accettare step by step il pensiero di Gramsci a un partito che in gran parte – e per motivi comprensibili (clandestinità, prigione, esilio, lotta armata in Spagna, in Francia e in Italia, ecc.) – era in possesso di tutt’altre categorie mentali e interpretative, spesso segnate dallo stalinismo, dall’ideologia del “marxismo-leninismo”. Inoltre va segnalato a Canali che, proprio riflettendo sulle vicende della Spagna, Togliatti sviluppa un ripensamento sui rapporti fra proletariato e democrazia. È una vera e propria leggenda, inoltre, l’idea che il Pci dal Congresso di Lione in poi fosse tutto gramsciano e poi, grazie alla disponibilità al cedimento di Togliatti, tutto perfidamente e cinicamente togliattiano! Tuttavia rimane l’impressione che i pareri di Canali (e di altri) sulla prima edizione delle Lettere e dei Quaderni (1947-1948), tengano in scarsa considerazione alcuni aspetti importanti della loro storia editoriale concreta:

1) La gran parte delle persone coinvolte in una eventuale pubblicazione completa dei documenti, all’epoca era ancora vivente (compresi i membri della famiglia di Gramsci, residenti a Mosca, ancora in regime staliniano: il figlio Delio, per esempio, era un ufficiale della marina sovietica e insegnante dell’Accademia militare navale; per di più a Mosca e a Praga, vi erano anche comunisti italiani delle prime emigrazioni o partigiani perseguitati in Italia dopo il 1948) quindi, in ogni caso, una questione di riservatezza e di prudenza si poneva;

2) La funzione della prima edizione dei Quaderni aveva uno scopo anche didattico, richiedente quindi un qualche ordinamento secondo un criterio “razionale” che ne facilitasse la lettura, in grado cioè di consentire a un pubblico ampio di lettori – tenuto all’oscuro (durante il fascismo) delle notizie, delle vicende, dei personaggi di cui spesso si trattava e dei dibattiti politici e filosofici (compresi quelli nell’ambito del marxismo) degli anni Trenta;

3) La raccolta dei documenti relativi a queste opere non è stata repentina ma ha richiesto del tempo, dato che non tutti (malgrado l’affermazione di Canali in questo senso) erano in possesso di Togliatti, del Pci o di alcuni suoi dirigenti: io stesso, nel 1974, ho avuto la ventura di recuperare 4 lettere inedite di Gramsci: una a Clara Passarge (30/11, 1926) e le altre tre a Tania (19/1, 20/1, 3/3, 1927) (vedi A. Di Meo, Quattro lettere inedite di Gramsci dal carcere. Da Palermo, Ustica e Milano (1926-27)Rinascita, 47 (1974), 26-27).

In sostanza, credo ci sia stato (e ci sia) un eccesso di luoghi comuni intorno al reperimento e agli usi delle fonti primarie che riguardano Gramsci, il che non esclude e non ha escluso prudenze, reticenze, rimozioni (soprattutto sulle tragiche vicende di alcuni comunisti e antifascisti emigrati in URSS), proprio nel momento in cui veniva avviata una vera e propria politica di innervamento del suo pensiero nella cultura italiana, tanto più in un periodo che vedeva la rottura delle forze politiche e culturali antifasciste e un ritorno a politiche di duro e anche drammatico scontro – in Italia e nel resto del mondo – fra i soggetti politici e statali della precedente Alleanza antifascista. Chiedo: è possibile ritenere che Togliatti potesse far pubblicare le lettere nelle quali sarebbe emerso – lui vivente e viventi Stalin, gli Schucht-Gramsci, Grieco, ecc. – che Gramsci sospettava di lui, di Grieco, e di tutti gli “amici italiani”? E fra questi alcuni chenon erano - propriamente parlando - “amici” di Togliatti? Che il dissenso di Gramsci con l’Internazionale comunista (e quindi con Stalin) era politicamente profondo, e lo era anche teoricamente poiché coinvolgeva nella critica non solo Bucharin o Trotckij (e fin qui sarebbe andata bene) ma lo stesso Lenin materialista e dialettico? Per non parlare delle note critiche al “centralismo burocratico” il cui referente non è difficile da cogliere? Non era possibile, poiché quelle carte potevano essere adoperate non dagli storici professionisti ma come strumento di lotta politica interna ed esterna al partito: succede ancora adesso che il Pci non c’è più, figuriamoci prima! Ebbene, malgrado tutto, questi ultimi interventi gramsciani dei Quaderni furono pubblicati nel 1948! Comunque proprio il Pci e l’Istituto Gramsci resero note – dopo la scomparsa di Togliatti, ma da lui inizialmente preparate – altre carte significative su questi argomenti, e via via fino ai giorni nostri. La metafora adoperata da Canali su Togliatti “archivista” è vera e falsa allo stesso tempo: vera, perché in effetti ebbe la custodia e la gestione di gran parte dei materiali di cui qui si tratta; falsa, perché – conoscendo bene i contenuti di questi – aveva una sicura conoscenza politica e culturale del contesto in cui sarebbero stati letti e da chi, e con quali conseguenze. Mi sembra che si inclini a gettare uno sguardo sempre negativo su tutta la questione, ovvero: piuttosto che valutare in maniera complessivamente positiva la continua messa a disposizione dei documenti, si rileva sempre puntigliosamente e talvolta con astio il fatto che essa non sia stata istantanea: la qual cosa non avviene in nessun caso per archivi personali o collettivi che richiedano forme di riservatezza, che non sono strumentali alla occultazione interessata di documenti. Tanto è vero che la stessa attenzione, altrettanto severa, non si riscontra nei confronti di altri partiti o di altri importanti pensatori e leader politici.

4. Le differenze e i contrasti fra Gramsci e Togliatti – a partire dal 1926 – si faranno profondi, drammatici e amari. È evidente dai documenti che Gramsci abbia sospettato di Togliatti in relazione alla lettera di Grieco del 1928. Ma perché assumere – da parte di studiosi molto sottili su altri argomenti – che i sospetti di Gramsci o delle sorelle Schucht fossero totalmente fondati? E da questa assunzione, un po’ precipitosa, organizzare poi la loro ricerca? Perché Canali, da storico qual è, non ha provato – per ipotesi – a mettere in dubbio la fondatezza dei sospetti di Gramsci e tentare di orientare la sua osservazione dei fatti in altro modo? Ovvero, per esempio, che la “famigerata lettera” del 1928 poteva essere conseguente a quella dell’esecutivo del Pcd’I del 1926, e con la quale si voleva mettere al corrente tre dei principali dirigenti del partito, fra cui il segretario generale, come stavano le cose e che non era più il caso di opporsi alla situazione venutasi a creare nel partito russo e nella Internazionale? Che forse c’era stata veramente una lagnanza di Terracini (riferita dalla moglie) per non essere stati più contattati? La lettera era un tentativo maldestro e negativo per l’esito del processo? È probabile, perché le linee di difesa degli imputati consistevano nel negare il loro vero ruolo nell’organizzazione comunista, anche se è difficile pensare che il tribunale speciale non sapesse chi fossero e quali ruoli ricoprissero. Perché, chiedo, è più attendibile la dichiarazione del giudice Macis che favorisce i sospetti di Gramsci? Fino ad arrivare a pensare che le accuse e le diffidenze delle sorelle Schucht, della Blagoeva e dei comunisti spagnoli nei confronti di Togliatti fossero fondate? Perché Terracini non dette lo stesso peso politico e psicologico alla lettera di Grieco, dato, tra l’altro, che aveva ricevuto la pena maggiore dal tribunale speciale? E come mai Sraffa era convinto che i sospetti di Gramsci (suscitati in lui dal giudice Macis) fossero infondati? È certo, comunque, che a far divergere Gramsci e il partito italiano – oltre alle linee politiche e all’analisi sulla fase storica – era anche la diversa percezione dello status del prigioniero: questi – a me pare – continuava a tenere in carcere la linea praticata nel tribunale; il partito, invece, lo considerava soprattutto un prigioniero politico, anzi il più importante prigioniero politico presente nelle carceri dell’Italia fascista, e, come tale, necessariamente oggetto di interventi esterni che rispondevano piuttosto alle esigenze – giuste o sbagliate che fossero – della lotta antifascista più in generale. Gramsci desiderava che non si intraprendessero iniziative che lo riguardavano senza che potesse essere lui a deciderle; mentre il partito agiva – come poteva, talvolta in maniera approssimativa – secondo le (difficili) situazioni del momento. Da questa forte dissonanza credo si siano generate alcune delle incomprensioni di cui stiamo trattando. Quanto detto non vuole escludere o sottovalutare nulla; neppure gli atteggiamenti ostili a Gramsci: anzi essi sono ben accertati. Ma questi non possono far escludere dall’analisi gli aspetti che ho segnalato. Gramsci aveva rischiato di essere messo al bando, come Tresso, Leonetti, e Ravazzoli, dissentendo dalla linea “crollista” dell’Internazionale comunista? Probabilmente si, anche se è difficile affermarlo con certezza e anche se proprio Togliatti ha cercato di mettere al riparo Gramsci e la sua famiglia da tutti i pericoli derivabili dalla sua ormai nota “eterodossia”.

5. Nel libro di Canali si accusa – ancora una volta – una cosiddetta “storiografia comunista” di aver lavorato sostanzialmente con finalità extra-scientifiche. A chi si riferisce esattamente? Bisogna distinguere la storia degli storici dall’immaginario storico diffuso, non sistematico, prodotto e alimentato da storie raccontate e tramandate in molti modi (discorsi, articoli di giornali, memorie, racconti orali o scritti, opuscoli di propaganda, trasmissioni televisive, lezioni nelle scuole di partito e non, celebrazioni, commemorazioni funebri, ecc.), talvolta anche dagli stessi protagonisti o da persone prossime e in qualche modo interessate alla ricostruzione delle vicende di questi. Per quanto riguarda la storia degli storici, penso che una “storia tendenziosa” del Pci non solo non sia esistita, ma in gran parte è stato lo stesso gruppo dirigente di quel partito a non volere che esistesse: contrariamente ad altre esperienze nell’ambito del movimento comunista (anche europeo). Il Pci, infatti, si è sempre rifiutato di promuovere una storiaufficiale, approvata o autorizzata. Magari sono stati gli stessi dirigenti di alto livello ad esporsi nelle ricostruzioni e nella fornitura dei documenti (Togliatti, Amendola, Longo, Secchia, e molti altri) e a cercare di offrire agli storici un loro punto di vista. Anzi, direi che è esistita ai vari livelli dei dirigenti del Pci, una vera e propria diffusa passione storiografica e memorialistica (quasi fino al compiacimento intellettuale). La stessa opera di Paolo Spriano, che oggi passa – nell’opinione di alcuni – per apologetica nella ricostruzione storica delle vicende del Pci, non è una storia “ufficiale”, sia per l’editore scelto (Einaudi) e sia per la libertà con la quale l’autore si è mosso: e comunque è stata sempre considerata una storia secondo Spriano. Di sicuro, essa ha riscosso all’epoca simpatie da parte di molti dirigenti del Pci, di cui lo storico stesso faceva parte (ma ne facevano parte anche Gastone Manacorda, Giuliano Procacci, Ernesto Ragionieri, Rosario Villari, Renato Zangheri, ecc.) per non parlare di altri non dirigenti (Luciano Canfora, Giorgio Mori, Enzo Santarelli, per citarne solo alcuni). Tuttavia, non mancarono da parte del Pci prudenze, reticenze e non piena disponibilità ad offrire tutti i documenti necessari all’impresa. Non tutto, dunque, è stato lineare, nei rapporti fra Pci e storici, ma non risulta essi abbiano ricevuto – comunisti o meno che fossero – indicazioni vincolanti nel campo della loro ricerca. Le opere scritte dagli storici “comunisti” possono piacere o meno, ma devono essere discusse nei modi e negli stili della comunità scientifica di appartenenza. Tuttavia, come si è detto, è esistita una mentalità storica diffusa legata alla vita culturale e politica dei comunisti italiani. Non c’è dubbio, infatti, che le vicende di Gramsci (martire antifascista), e poi di Togliatti e dei dirigenti più in vista del Pci; la partecipazione di alcuni di questi alla difesa della Repubblica spagnola o alla Guerra di liberazione nazionale in Italia, con tratti addirittura di leggenda, abbiano dato vita a un immaginario storico che ha prodotto molte convinzioni, fondate e meno fondate, su eventi, personaggi e realtà che erano molto più complicati, come la storia degli storici è venuta scoprendo nel tempo. Il vero problema è che la storia specialistica opera non in un vuoto di pensieri storici, che si potrebbero definire di senso comune, ma in un pieno di conoscenze storiche acquisite nei modi sopra accennati, e spesso più saldamente radicate nelle menti delle persone di quelle ricavate dalle ricerche specialistiche, soprattutto in quelle dei militanti di un qualche movimento storicamente significativo. Tralasciando gli aspetti più profondi dei convincimenti più diffusi, talvolta inconsciamente, nelle mentalità e nei miti popolari, di sicuro gli appartenenti a organizzazioni politiche e sociali di massa, di quelle culturali in senso stretto, di quelle religiose, ecc., o anche di qualsiasi comunità operativa nel mondo sociale, della produzione, comprese quelle scientifiche o istituzionali, possiedono - e non potrebbe essere altrimenti - una (seppure talvolta minima e disgregata) consapevolezza storica relativa all’organizzazione alla quale appartengono. La storia degli storici, quindi, spesso è costretta a entrare in attrito con la storia diffusa, per non parlare della storia scritta da intellettuali e costruita ad hoc per fini estrinseci rispetto alla ricerca “disinteressata” e anche alla formazione dei miti storiografici. La funzione della storia dei non-storici penso abbia innanzitutto una funzione identitaria: come la bandiera, l’inno nazionale o di un partito o di un movimento, come il canto liturgico, la lingua, ecc. Spesso essa si richiama al mito di fondazione del gruppo sociale o della istituzione coinvolti: dall’azienda, alla squadra di calcio, al partito, alla nazione. Se si tiene ben distinta la storia degli storici dalle altre, la storia diffusa può anche avere una funzione positiva: quando celebriamo il 25 aprile sappiamo bene che la Resistenza non è stata una epopea solo esaltante, anche per gli stessi protagonisti, tuttavia il significato generale di questa data ci consente di considerare “sacra”, comunque, la sua memoria. Nel caso specifico di Gramsci è stata una costante linea di condotta del Pci il non trasformare il suo pensiero in “gramscismo”, cioè in ideologia ufficiale di partito, una variante italiana del “marxismo-leninismo”. Quel pensiero – anche nella visione togliattiana e tanto più in quella successiva del comunismo italiano – apparteneva alla cultura del nostro paese e a quella mondiale, a tutti coloro che erano interessati a studiarlo e a utilizzarlo. Ciò non vuol dire che gli studiosi o politici comunisti non potessero o volessero avere un loro punto di vista su di esso. Tanto è vero che le sue opere sono state fatte pubblicare sin dall’inizio dall’editore Einaudi e le iniziative di studio (convegni periodici, seminari, incontri, ecc.) dall’Istituto Gramsci che, dal 1982, è diventata una Fondazione autonoma. A queste hanno partecipato studiosi di vario orientamento, italiani e stranieri, senza la pretesa da parte di qualcuno di possedere interpretazioni migliori di altre. La riedizione ampliata del Gramsci conteso di Guido Liguori mi pare descriva bene la varietà delle interpretazioni e talvolta la loro non sovrapposizione. Da parte del Pci, inoltre, si è sempre affermato che la sua politica poteva richiamarsi al pensiero di Gramsci, ma non esclusivamente e non necessariamente, dato, oltretutto, che la situazione concreta del Secondo dopoguerra era molto diversa – per molti riguardi – rispetto a quella nella quale Gramsci aveva operato. Del resto molti dirigenti-intellettuali e intellettuali del Pci o ad esso vicini avevano un rapporto col pensiero gramsciano rispettoso ma spesso fortemente discordante, sia dal punto di vista “filosofico”, che da quello dell’analisi storico-politica sull’Italia o sul resto del mondo. Gli esempi, a questo riguardo potrebbero essere molti: la documentazione esiste ed è abbondante, basterebbe volerla vedere e prenderla seriamente in considerazione. Infine, ci si potrebbe chiedere come mai uno storico come Canali metta così tranquillamente a repentaglio la sua deontologia scientifica per dare corpo a una sua “passione” così evidente. Ma su questo conviene ritornare in altro momento.

Gramsci tradito da Togliatti, una tesi che fa male. Mauro Canali risponde ad Antonio Di Meo, scrive Dino Messina su “Il Corriere della Sera”. Ospito oggi un articolo dello storico Mauro Canali che ha pubblicato di recente un saggio bello e scomodo, “Il tradimento – Gramsci, Togliatti e la verità negata” (Marsilio). Qui risponde alle critiche di Antonio Di Meo, pubblicate come commento alla mia recensione del volume. «Facendo ricorso a un linguaggio che sfiora talvolta l’insolenza, Antonio Di Meo ha inondato della sua prosa bellicosa quei siti e fogli in cui sono apparse recensioni al mio lavoro, con l’evidente intenzione d’intrecciare con me una focosa polemica, dalla quale tuttavia mi terrò, dopo questa doverosa risposta, ben alla larga, poiché colgo, nelle modalità dialettiche a cui egli si appiglia un misto di furbo togliattismo omissivo e ipocrita, e di sicumera da funzionario burocrate di una vecchia sezione comunista. Dunque Di Meo sostiene che se Togliatti fosse stato un vero occultatore di Gramsci avrebbe fatto sparire i Quaderni e gli scritti del leader sardo, e conclude quindi che senza Togliatti non ci sarebbe stato Gramsci. Evidentemente egli ignora, o finge di ignorare, il contesto in cui si rendeva necessario l’uso del lavoro di Gramsci. In poche parole ignora, o finge di ignorare, la stringente necessità politica che indusse Togliatti a dare ampia notorietà e diffusione al pensiero gramsciano censurato e manipolato. Potrebbe capirlo se capovolgesse il suo ragionamento, poiché gli sarebbe allora più evidente una verità incontestabile, cioè che senza Gramsci e il suo grande lavoro teorico difficilmente Togliatti e il gruppo dirigente del Pci di ritorno da Mosca avrebbero potuto godere del prestigio di cui godettero. Cosa sarebbe stata la proposta politica del Pci del dopoguerra senza il monumentale apporto teorico di Gramsci, l’unico marxista che proponeva una via al socialismo nei paesi occidentali? Irrilevante. La notoria doppiezza di Togliatti avrebbe potuto al massimo formulare una furba variante ‘italica’ del socialismo sovietico. Per giustificare la evidente manipolazione da parte di Togliatti delle opere di Gramsci, Di Meo avanza una curiosa e inedita spiegazione, e cioè che il problema di Togliatti sarebbe stato quello di far digerire gradualmente il pensiero gramsciano a un partito refrattario e largamente stalinista. Una spiegazione che urta fatalmente nella oggettività della vicenda intellettuale e politica di Gramsci. Ad esempio, come far rientrare in questa strategia il tentativo di nascondere la rottura avvenuta tra Gramsci e Togliatti nel 1926, che si conobbe non per iniziativa di Togliatti o dei “chierici” del Pci, ma solo grazie alla pubblicazione da parte di Tasca, espulso da Togliatti per essersi schierato contro alcune tesi staliniane? Ancora: come spiegare le Lettere dal carcere pubblicate nel 1947, massacrate dai feroci interventi censori togliattiani, (gli omissis di Felice Platone, imbeccato da Togliatti, hanno rappresentate una vera tragedia per la cultura politica italiana e per tutta la sinistra), che Di Meo definisce pudicamente “rimozioni”? Le omissioni riguardavano passaggi importanti del pensiero gramsciano, riferimenti a dirigenti della sinistra allora messi alla gogna dallo stalinismo, ma, soprattutto, lettere imbarazzanti come quelle tra il dicembre 1932 e il febbraio 1933, in cui Gramsci indica in Togliatti l’architetto delle macchinazioni a suo danno. La gravità delle omissioni è testimoniata dalla reazione di Leonardo Paggi, raffinato studioso di Gramsci, il quale, quando, nel 1965, con Togliatti ormai defunto, poté leggere la versione integrale delle lettere, accertando le mutilazioni che avevano alterato in profondità le riflessioni gramsciane, concluse senza indugio che, senza alcun dubbio, v’era stata da parte di Gramsci “una vera e propria rottura con il centro del partito”. Ancora: come giudicare la manovra, ispirata da Togliatti, come rivela il documento pubblicato nel volume Togliatti editore di Gramsci (p.123), e condotta da Ambrogio Donini, il primo presidente dell’Istituto Gramsci, stalinista di ferro, il quale decideva di nascondere, – ripeto, consenziente Togliatti – la presenza tra le letture del detenuto Gramsci delle opere di Trockij, di Bucharin e di Tasca, ai quali, scrive Donini a Togliatti, con una punta di grossolana ironia staliniana, “avremmo dato attraverso questa menzione un’inutile pubblicità”? Importante era nascondere che l’eretico Gramsci leggesse in carcere anche le opere dei ‘rinnegati’ Trockij, Bucharin e Tasca. Ancora: il memoriale Lisa, il documento che testimoniava inequivocabilmente la rottura di Gramsci con un Comintern ormai dominato dalla linea imposta da Stalin e di cui Togliatti era divenuto uno zelante sostenitore, e, con lui tutto il gruppo dirigente comunista italiano esule. Il documento venne pubblicato solo dopo la morte di Togliatti, così che si poté venire a conoscenza della rottura Gramsci-Comintern solo trent’anni dopo la morte del grande pensatore sardo. E’ evidente che tutto ciò può trovare una spiegazione adeguata solo nella manovra togliattiana d’imporre e difendere la strategia della continuità Gramsci-Togliatti, e che, se tali eventi conflittuali fossero stati resi noti avrebbero fatto saltare tutta l’operazione. Di Meo fa inoltre intendere che Togliatti sarebbe stato in grado di elaborare la “via nazionale al socialismo” anche senza l’apporto teorico di Gramsci. Ma via, caro Di Meo! Lei sa bene che in tutta la produzione politica di Togliatti negli anni Trenta, (cfr. l’Opera omnia curata da Ernesto Ragionieri), non vi è un barlume di pensiero che richiami gli approdi teorici gramsciani, e che si distacchi dalla assoluta e costante fedeltà al modello staliniano, difeso da Togliatti fino addirittura al XX congresso del Pcus (quello delle denunzie da parte di Kruscev dei crimini staliniani). Del resto vi è un documento importante che consente di leggere tra le righe, sin dall’origine, i motivi che avrebbero ispirato in seguito l’azione censoria di Togliatti, in questa occasione sorpreso con le mani nel sacco. Si tratta di una lettera di Togliatti a Dimitrov di epoca non sospetta (aprile 1941); il ‘Migliore’ scrive, dopo avere esaminato i quaderni gramsciani, che essi “contengono materiali che possono essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione. Senza tale trattamento il materiale non può essere utilizzato ed anzi alcune parti, se fossero utilizzate nella forma in cui si trovano attualmente, potrebbero essere non utili al partito (corsivo nell’originale). Per questo io credo che sia necessario che questo materiale rimanga nel nostro archivio per essere qui elaborato” (Togliatti editore di Gramsci, p. 25). Cosa poteva già da allora preoccupare Togliatti, se non che venisse reso pubblico un pensiero di Gramsci ormai del tutto divergente dal suo e dall’indirizzo da lui impresso alla linea politica del partito? Del resto lo stesso Gramsci, a testimonianza della diffidenza che nutriva verso Togliatti, aveva paventato il pericolo di manomissioni ai suoi scritti, quando, ormai morente, aveva pregato sua cognata d’impedire che essi finissero nelle mani di Togliatti. Per spiegare dinamiche così gravi, Di Meo si rifugia in termini anodini, che dal punto di vista storiografico non vogliono dire nulla, come “riservatezza”, “prudenze, reticenze, rimozioni”. Infine, mi stupisce che Di Meo mi accusi di aver manifestato nei riguardi del povero Togliatti diffidenza e sospettosità preconcetta. Credo che abbia sbagliato indirizzo, e che quei rimproveri avrebbe dovuto muoverli a Gramsci, perché è Gramsci in persona, come è ormai arcinoto e documentato, che accusa Togliatti, manifestando nei suoi confronti tutta la sua diffidenza e sospettosità. Ma Di Meo si guarda bene dallo sfiorare questo argomento, perché le accuse di Gramsci indirizzate a Togliatti continuano a rappresentare per i sopravvissuti ‘togliattiani’ una questione assai imbarazzante. Mauro Canali»

Mauro Canali. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Mauro Canali (Roma, 1942) è uno storico italiano. Canali è stato professore ordinario di Storia contemporanea all'Università di Camerino. È considerato fra i più importanti storici del periodo inerente alla crisi dello stato liberale e l'avvento del fascismo. Si è interessato anche della struttura totalitaria del regime mussoliniano e dei suoi meccanismi informativi e repressivi. È stato allievo di Renzo De Felice, ha collaborato al Journal of Modern Italian Studies e alle pagine culturali dei quotidiani la Repubblica e Liberal. Ha tenuto conferenze e lezioni in università europee e americane, quali University of Copenaghen, Göteborgs universitet, Universitat de Barcelona, Harvard University, Brown University e University of Massachusetts. Da ottobre a dicembre 2006 è stato visiting scholar alla Harvard University.Ha collaborato a La Storia siamo noi a cura di Giovanni Minoli. Fa parte del comitato scientifico di Rai Storia, il canale digitale terrestre della Rai interamente dedicato alla storia. Per tale canale è consulente storico di Res Gestae - persone, ricorrenze, eventi - un almanacco, accompagnato da un editoriale finale - dal titolo "Cento secondi" - di commento e analisi sul fatto del giorno più significativo, nonché del magazine storico Italia in 4D (2012). Il suo libro, L'informatore. Silone i comunisti e la polizia, (coautore Dario Biocca), in cui vengono rivelati i rapporti fiduciari che il grande scrittore abruzzese intrattenne con la polizia politica fascista per tutti gli anni venti, ha suscitato un grande dibattito tra gli storici sia in Italia che all'estero, ripreso a lungo anche dalla stampa internazionale specializzata (The New Yorker, The Nation, New Left Review). Nel 1998 gli è stato attribuito il Premio Walter Tobagi per l'opera Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini. Gli è stato conferito il Premio Bruno Buozzi 2005 con la seguente motivazione: « .....per aver contribuito con il suo libro "Le spie del regime" a far emergere con maggiore chiarezza uno degli aspetti più inquietanti ed oscuri del ventennio fascista. Il libro poggia su una ricerca appassionata ed accurata, basata su una documentazione attendibile e spesso inedita, capace di favorire la riapertura di un dibattito sulla verità storica di un fenomeno sottovalutato...... ». Nel 2010 l'ANPI lo ha insignito del Premio Renato Benedetto Fabrizi. Il suo libro Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata ha vinto il Premio Internazionale Capalbio 2014, ed è entrato tra i cinque finalisti del Premio Acqui Storia del 2014. È consulente storico e voce narrante del documentario TV "L'intellettuale e la spia", prescelto a rappresentare Rai Storia al Prix Italia 2013. Il documentario, che racconta l'arresto dei leader torinesi di Giustizia e Libertà (Vittorio Foa, Carlo Levi, Massimo Mila ed altri), provocato dalla delazione dello scrittore Pitigrilli, al secolo Dino Segre, spia dell'Ovra, è stato proiettato a Torino il 22 settembre p.v. nell'aula magna del liceo Massimo d'Azeglio. Fa parte del comitato scientifico che ha contribuito a realizzare il programma televisivo di Rai3 Il tempo e la storia.

Altro esempio di uomo tradito.

Primo Levi, se questo è un grande scrittore. Il suo capolavoro rifiutato perché lontano dal neorealismo. Il valore letterario offuscato dal ruolo di testimone di Auschwitz. Un saggio di Belpoliti restituisce a un maestro del Novecento la sua vera statura, scrive Wlodek Goldkorn su “L’Espresso”. "Primo Levi di fronte e di profilo” è un testo lungo oltre settecentotrenta pagine, scritto da Marco Belpoliti, curatore delle opere dello scrittore torinese, che Guanda sta mandando in libreria in questi giorni. Detto così, si pone una domanda brutale: cosa si può aggiungere al profilo appunto, di un autore diventato ormai un classico del secolo scorso e studiato nei licei di mezzo Occidente, oggetto di convegni e seminari universitari e di una gran quantità di dotti saggi critici? La risposta è altrettanto brutale; Belpoliti (per altro firma di questo settimanale) ha liberato Levi da Auschwitz. Spiegazione: l’autore di “Se questo è un uomo”, per decenni è stato considerato un importante testimone; e una sorta di pedagogo della dignità umana. Con il suo ultimo libro, viene da dire definitivo in tutti i sensi della parola, “I sommersi e i salvati”, si è accennato alla possibilità che Levi fosse anche un saggista di primissimo ordine, con delle belle intuizioni di stampo filosofico. Ma il suicidio, avvenuto poco dopo la pubblicazione di quel testo, ha permesso di liquidarlo un po’ sbrigativamente come il testamento di un ex deportato depresso per il peso della memoria e scoraggiato dall’avanzare dei negazionisti. Tra quei due libri, ce ne furono altri: romanzi, poesie, racconti, che furono però trattati come svaghi di un’autorità morale, il cui compito era vegliare sulle nostre coscienze e ricordarci gli orrori del nazismo. Ebbene, Belpoliti usa le oltre settecentotrenta pagine e il suo bagaglio pluridecennale di studioso di letteratura per dire una cosa semplice: Levi prima di tutto è stato un grande scrittore; uno dei più grandi del secolo scorso, non solo tra gli italiani, ma in assoluto. L’autore parte dalla cucina, anzi dal laboratorio dell’oggetto della sua indagine. E rimette in questione anche le troppo comode verità sulle ragioni per cui “Se questo è un uomo” fu rifiutato, negli anni Quaranta, da Einaudi, che lo pubblicò solo nel 1958. Ma procediamo con ordine. Il libro di Belpoliti è composto da fotografie (dieci), testi analitici, vocabolari, intermezzi, citazioni e tante divagazioni che sollecitano la collaborazione del lettore. Si tratta di un testo che può essere letto a vari livelli, con diversi scopi; lasciando a chi ne usufruisce un’ampia libertà di scegliere la sequenza dei capitoli e degli argomenti. In parole povere: “Primo Levi di fronte e di profilo” (il titolo si riferisce alla tecnica fotografica) è una specie di enciclopedia, probabilmente un testo definitivo sullo scrittore. E questo non solo per la qualità delle suggestioni, quanto per la massa del materiale accumulato: dalle opere dell’autore, alle interviste, alle recensioni e agli scambi epistolari. E non manca la confessione di Belpoliti sulle ragioni del suo interesse per Levi: le lasciamo al lettore, ma si può dire che quelle ragioni sono ancorate nella storia della cultura italiana, specie di sinistra, comprese le sue omissioni. Belpoliti dunque parte, in ordine cronologico, da “Se questo è un uomo”, il libro più celebre di Levi. Ne parla a lungo e in apparenza anche troppo dettagliatamente. Ma i dettagli si compongono in una totalità affascinante, come succede con certi puzzle. Mettendo a confronto le varie versioni di quel testo (e ce ne sono tante: tra lettere private, testimonianze rese in diverse occasioni, correzioni dei manoscritti), Belpoliti spiega il metodo Levi. Ne risulta una cosa non del tutto scontata: Levi, prima ancora di essere diventato uno scrittore, usava le tecniche di ogni grande letterato: componeva i suoi testi a pezzettini, li cambiava in continuazione, alla perenne ricerca della parola esatta; e non era mai soddisfatto della precisione di certe espressioni o di alcuni aggettivi. Insomma Levi, testimone dell’orrore e chimico di mestiere, usava la penna allo stesso modo in cui la adopera un Philip Roth o un Paul Auster, da scrittore provetto. Anche se non era conscio (a differenza di un Roth o di un Auster) della propria grandezza. “Se questo è un uomo”, notoriamente fu respinto da Einaudi e venne pubblicato nel 1947 da De Silva, piccola casa editrice diretta da Franco Antonicelli. Nella presentazione del volume, si parlava di una «storia non di letterati», insomma, di una testimonianza. E la vulgata, per altro per certi versi avvalorata dallo stesso Levi (a riprova di quanto tutti noi siamo influenzati dal linguaggio al momento egemone) voleva riportare il rifiuto einaudiano, con la complicità di Natalia Ginzburg, all’indisponibilità in quegli anni di ascoltare i testimoni appunto. La gente pensava a costruire il futuro, non a rinvangare il passato, si diceva. Belpoliti non accetta questa versione della storia delle patrie lettere. E suggerisce che il rifiuto dello stupendo - proprio dal punto di vista stilistico - libro di Levi, fosse dovuto a motivi stilistici, appunto. E qui sono fondamentali i riferimenti linguistici e letterari. Levi, dice Belpoliti, deve tutto a Manzoni ed è in forte debito con Leopardi e Dante, questo ultimo non solo in quanto autore del “Canto di Ulisse” che gli permette di sopravvivere spiritualmente nel Lager, ma proprio come fondatore della lingua italiana. Levi usa un linguaggio classico, estremamente ben strutturato e dove nonostante la materia autobiografica, è evidente la distanza tra l’autore e il testo. O se vogliamo, il modo di scrivere di Levi, non si addice al canone in voga nella seconda metà degli anni Quaranta, perché lontano sia dal neorealismo che da sperimentazioni di stampo modernista. “Se questo è un uomo” è lontanissimo dall’idea che della letteratura avevano allora i principi della Repubblica delle lettere del nostro Paese. E per il resto? Per il resto Levi è un uomo ibrido e poliedrico: scrittore e chimico, linguista, etologo e antropologo; narratore orale, scrittore politico, scrittore ebraico, italiano, piemontese; e poeta. Nessuna di quelle sue molteplici identità è lineare e univoca, dice Belpoliti, che si sofferma molto sul lato ebraico di Levi; il suo era un ebraismo laico, illuminista, critico nei confronti delle politiche dei governi dello Stato d’Israele e contrario alla sacralizzazione della Shoah, alla trasformazione della memoria in un rito. Tra le debolezze di Levi, c’è la vicenda della mancata pubblicazione di “Se questo è un uomo” nell’allora Ddr. La retorica di quel libro era lontana dal canone di narrazione comunista. Levi avrebbe acconsentito a fare qualche taglio pur di vedere quel libro arrivare nelle mani dei lettori tedeschi dell’est (lui ai lettori tedeschi ci teneva, e giustamente). Poi non se ne fece nulla. E tra le sue mancate intuizioni: la scarsa comprensione dei libri degli autori russi sul Gulag, incomprensione dovuta non a motivi ideologici, ma perché quei libri erano lontani dal mondo illuministico e razionalista di Levi. Rimane un uomo geniale, che ha avuto molte intuizioni sulla banalità del male e sulla facilità con cui ci arrendiamo alle tentazioni del potere, che vanno, secondo Belpoliti, perfino oltre le più radicali analisi di Hannah Arendt. E resta per le generazioni future il meraviglioso autore di stupendi libri, in cui non manca mai l’ironia, il senso dell’umorismo (altro che vena moralista!). Libri che parlano del lavoro, dell’amore, del desiderio: della vita di ciascuno di noi.

La casa in corso Re Umberto a Torino. La scrittura dopo il ritorno da lager. E il suicidio, nel 1987. Ecco le tappe fondamentali della vita del grande scrittore torinese, scrive “L’Espresso. Primo Levi nasce il 31 luglio 1919 a Torino; per tutta la vita abiterà nella stessa casa in corso Re Umberto 75, e questa stabilità lo aiuterà, dopo il ritorno da Auschwitz a far fronte all’esperienza del Lager. Il padre di Primo, Cesare, è ebreo non praticante e ha una passione per i libri, che trasmetterà al figlio. Nel 1934 Levi comincia a frequentare il liceo Massimo D’Azeglio, fucina di intellettuali oppositori del fascismo. Nel 1937 sostiene l’esame di maturità ma viene rimandato in italiano. Si iscrive alla Facoltà di scienze dell’Università di Torino, nel 1941 si laurea in chimica (le leggi razziste del 1938 permettono di terminare gli studi a coloro che nel momento della loro emanazione erano iscritti all’Università). Nel 1942 si trasferisce a Milano e trova lavoro presso una fabbrica svizzera di medicinali, la Wander. Dopo l’8 settembre 1943 entra a far parte di una banda partigiana in Val d’Aosta; arrestato dai fascisti, trasferito al campo di Fossoli, il 22 febbraio 1944 è deportato ad Auschwitz. Tornato in Italia dopo la liberazione del Lager comincia a lavorare come chimico e inizia a scrivere i suoi testi letterari, a partire da “Se questo è un uomo”, pubblicato da De Silva nel 1947, l’anno in cui sposa Lucia Morpurgo. Nel 1958 il libro viene pubblicato da Einaudi. Nel 1963 esce “La tregua”, storia del suo ritorno in Italia. Il libro arriva terzo al premio Strega, ma vince il Campiello della giuria popolare. Nel 1966, raccoglie i racconti apparsi su riviste e giornali in “Storie naturali” e le pubblica con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Nel 1971 raccoglie una seconda serie di racconti in “Vizio di forma”. Nel 1975 decide di andare in pensione, lasciando la Siva, fabbrica di vernici di cui è direttore generale da diversi anni. Sempre nel 1975 pubblica “Il sistema periodico” e la raccolta delle poesie “L’osteria di Brema”. Nel 1978 è la volta di “La chiave a stella”. Nel 1981 dà alle stampe “Lilit e altri racconti”, nel 1982 “Se non ora, quando?”, nel 1985 “L’altrui mestiere”. È del 1986, “I sommersi e i salvati”. L’11 aprile 1987 Primo Levi muore suicida precipitando nella tromba delle scale del palazzo in cui abita.

DEMOCRAZIA A SINISTRA. VOTI TRUCCATI, ELEZIONI TAROCCATE.

La Sinistra: in nome della legalità. Si fanno sempre riconoscere, dovunque.

Regno Unito, primarie laburisti nel caos: "Cancellati 40mila voti taroccati". Secondo il tabloid conservatore Daily Mail, i sindacalisti avrebbero espresso la loro preferenza due volte e quindi le loro schede sarebbero state annullate. Crescono le polemiche sulla regolarità della consultazione. Un sondaggio: il favorito Corbyn avrebbe il consenso solo del 22 per cento dei britannici, scrive “La Repubblica” il 26 agosto 2015. Le primarie del Labour nella bufera in Gran Bretagna. Le polemiche sui sospetti di voto "taroccato" si fanno sempre più violente. Il partito sta votando per scegliere il neosegretario laburista e - secondo il quotidiano conservatore Daily Mail - oltre 40.000 voti di sindacalisti sono stati cancellati, dai 190.000 già depositati, perchè si è scoperto che i rappresentanti dei lavoratori hanno espresso la loro preferenza due volte: in quanto membri del sindacato (trade union) e come iscritti al partito laburista. Un risultato, scrive il tabloid, che solleva dubbi soprattutto sugli effettivi consensi di Jeremy Corbyn, il favorito e più a sinistra tra tutti i possibili successori del disastroso Ed Miliband. Sospetti di irregolarità erano già emersi quando all'inizio del mese il Labour aveva sostenuto che erano 610.753 gli aventi diritto al voto. Solo ieri tale cifra è stata ridotta a 553.954 dopo che sono state scoperte duplicazioni nelle richieste di voto, infiltrati di altri partiti (400 conservatori e 1.900 verdi) e richiedenti non iscritti alle liste elettorali. Corbyn in un intervento ha definito come "senza senso" le polemiche relative ai presunti conservatori 'infiltrati' che si sarebbero iscritti per votare il candidato socialista di vecchia data e penalizzare il partito (questa l'accusa che gli viene mossa dai suoi avversari).

Voti taroccati, la sinistra ha sempre ragione. In Puglia errori nelle preferenze di Vendola, ma il Tar rigetta il ricorso dello sconfitto Raffaele Fitto, scrive “Il Tempo”. E nell'ufficio legale di Fitto circola aria di ottimismo: «Siamo fiduciosi sull'esito della decisione del Consiglio di Stato che ci consentirà di accedere agli atti in questione», afferma il legale. Ma che cosa c'è da scoprire in quelle 84mila schede nulle che l'ex presidente pugliese e i suoi avvocati vogliono controllare? Nel ricorso elettorale, che il Tar Puglia ha rigettato, si parlava di «conclusioni errate» e «immediata discordanza dei dati comunicati dai rappresentanti di lista rispetto a quelli di proclamazione». Leggendo i verbali elettorali, i legali si sono trovati di fronte a «diverse tipologie di errori che spaziano da meri errori di calcolo fino a giungere a errori palesemente a favore del candidato Vendola». Tutti da dimostrare. L'attuale presidente pugliese ha dato mandato agli avvocati della Regione di tutelarlo in tutte le sedi, prima volta che accade in Italia dove gli enti amministrativi, quindi anche le Regioni, sono da considerare super partes. Il ricorso dell'ex governatore punta l'indice contro «la scarsissima preparazione dei componenti i seggi elettorali, in altri una assoluta certezza, da parte dei componenti il seggio stesso, di mancanza di controlli degli organi preposti, ed in altri una ben più grave manipolazione dei voti per raggiungere l'obiettivo di far vincere il candidato del centrosinistra». Affermazioni che, per stessa ammissione di chi firma il ricorso al Tar, «può lasciare sconcertati». Centododici pagine, poche quelle che hanno mandato Fitto su tutte le furie. che si parla senza mezzi termini di errori. Si legge: «Dal controllo dei verbali si sono riscontrati nella Regione Puglia 2.312.996 voti validi contro i 2.310.536 voti validi riscontrati dalla Corte d'Appello in sede di proclamazione con una differenza di 2.560 voti in meno rilevati dalla Corte rispetto ai verbali dei Comuni». E via con le «denunce», come quella dell'«impossibilità di verificare i dati e 68». «In centinaia di sezioni è praticamente impossibile, a causa delle numerosissime correzioni effettuate sui numeri e sui totali, effettuare qualsiasi tipo di verifica corretta». È il caso per esempio del verbale della sezione 14 di Martina Franca dove, si legge nel ricorso, il numero dei voti a favore di Vendola da 290 è stato corretto in 330. Più o meno lo stesso è accaduto nelle sezioni 1 e 2 di Zapponata, la sezione 28 di Brindisi, e la sezione 2 di Parabita. La parola adesso passa al Consiglio di Stato.

Liguria, primarie alla Paita. Ma Cofferati denuncia brogli. L’ex sindacalista: “Ai seggi cose gravissime, non accetto l’esito”. Polemica sugli immigrati: “Voto inquinato da cinesi e marocchini”, scrive Jacopo Iacoboni su “La Stampa”. Secondo le regole delle primarie Pd gli stranieri possono votare, purché regolarmente residenti in Liguria, e con permesso di soggiorno e carta d’identità: ma che pensare se gli stranieri al voto in alcuni seggi della Liguria, ieri, arrivavano a gruppi di dieci persone? «Società civile» o truppe cammellate? In Liguria bisognerà stabilirlo. La cosa si potrebbe trasformare nella più clamorosa rissa politica mai vista nella storia della primarie del Pd, anche perché alle dieci e mezzo di sera i due reali sfidanti - Raffaella Paita, la candidata sponsorizzata da Burlando, neorenziana, e Sergio Cofferati - erano molto vicini, con lei che si dichiara vincitrice, per pochi voti, tremila, su 50mila votanti: «Sarà un lavoro enorme - sono le prime parole di Paita a tarda sera - saranno anni rock, lavorerò per l’unità del Pd».  L’unità però pare lontana (forse più del rock). Cofferati ci anticipa: «Ho chiesto un pronunciamento alla Commissione nazionale di garanzia. Fino a che non ci sarà, non accetterò nessun esito. Sono successe cose gravissime. Non solo i cinesi ai seggi a La Spezia, tra l’altro in un seggio dove la signora Paita si è intrattenuta due ore in coda per dire chi votare... Che idiozia, oltretutto». Insomma, un malcontento e polemiche che il Pd dovrà a questo punto gestire a Roma, cioè un’altra enorme grana per Renzi, la sensazione di un voto alterato. Al seggio di Bolzaneto c’erano dei rom in coda per votare, e hanno votato. Piu tardi è venuto fuori che a La Spezia ci sono stati gruppi non piccoli di cinesi in almeno due seggi. Ci sono posti troppo «bulgari», sospetti: ad Albenga su 1500 voti Paita ne ha presi 1300, e Cofferati appena 200. A Pietra Ligure 750 voti lei e solo 50 lui. La denuncia di Cofferati era arrivata per tempo: «Mi hanno segnalato numerosissimi casi di violazione delle regole», comunicava in tarda mattinata, dopo aver votato nel seggio di Palazzo Ducale, camicia aperta, senza cravatta, in una tiepida giornata genovese. «L’inquinamento è molto pesante, per i voti della destra, o con il voto organizzato di intere etnie, oltre ai cinesi alla Spezia, i marocchini a Imperia», raccontava l’uomo che in un’altra vita fu la speranza della sinistra italiana, e al quale si sono aggrappati a Genova - anche obtorto collo - un po’ tutti quelli stufi del sistema-Burlando. Storie così non sono inedite nel Pd: successe coi cinesi a Napoli nelle primarie vinte da Cozzolino e poi annullate (non perché votarono i cinesi, ma per le tantissime schede contestate); successe a Roma nel 2013, la dirigente Pd Cristiana Alicata denunciò: «Ho visto gruppi di rom accampati in fila ai seggi», in zona Magliana-Portuense, vicino al campo nomadi di via Candoni (dove, si scoprirà poi, Buzzi era impegnatissimo, a modo suo, nel «sociale»). Paita sui cinesi risponde così: «Non so se sia vero, ma non ci vedo niente di male. Io sono per l’integrazione, trovo normale che anche comunità di stranieri partecipino alle nostre votazioni. Mi stupisco che un uomo che si dice di sinistra come Cofferati non la pensi così». A un certo punto ieri alle sei la candidata è stata fatta uscire dal seggio Allende, a La Spezia, perché è vietato per i candidati intrattenersi dentro il seggio. Proprio lì, dopo, è arrivata una cinese che non sapeva come votare, e subito l’hanno instradata alcuni suoi connazionali. 

Primarie Pd, i risultati definitivi. La denuncia di Vaccaro: «Sono state truccate come sempre», scrive “Il Mattino”. Le polemiche non si placano. «Sono state primarie truccate come sempre». La denuncia viene da Guglielmo Vaccaro, deputato del Pd autosospesosi in polemica con il partito che ha dato il via libera alla celebrazione delle primarie in Campania e acerrimo oppositore di Vincenzo De Luca. Intervistato da Radio 24, dove è intervenuto alla trasmissione 'La Zanzara', Vaccaro ha tirato in ballo il vincitore delle primarie campane. «I brogli - ha detto - non li ha fatti De Luca in prima persona, ma dei professori di brogliologia che appartengono alla sua area, uomini suoi sì. A Salerno e provincia hanno votato frotte di persone che sono semplicemente registrate nei seggi nel migliore dei casi, ma non ci sono mai passate. E infatti ancora una volta Salerno si afferma come capitale della partecipazione democratica». Cosa sia successo Vaccaro lo spiega così: «Orologio alla mano - ha detto - se un seggio è aperto 12 ore, in tutto fanno 720 minuti. Se poi si dichiara che sono passati più di mille elettori c'è qualcosa che non quadra, perché doveva esserci una fila perenne per 12 ore senza mai sosta con persone che votano al ritmo di 35 - 40 secondi l'uno. Ci sono stati finti elettori, questo è chiaro. Piovono i ricorsi, ma non andranno lontano perché non troveranno nemmeno le schede. In Campania per fare un broglio cambiano direttamente i verbali, mica usano le schede finte. Col piffero che tutti siamo con De Luca», dice Vaccaro che si rivolge al segretario del suo partito Matteo Renzi. «Saviano - dice Vaccaro - aveva assolutamente ragione. Renzi deve commissariare il partito e indicare un nuovo candidato. Se non lo fa me ne vado dal Pd e poi quando ci sarà il fallimento vado via dall'Italia. Ma non voglio pensare che il segretario e presidente del Consiglio presenti un candidato condannato quando non più di un anno fa abbiamo chiesto a un ministro, la Idem, di dimettersi per una multa non pagata. Renzi ci dica se vuole portare il partito su questa nuova direzione, ma non è più il mio partito. C'è da vergognarsi, perché abbiamo una condanna e bisogna rispettare gli esiti di un processo. Che vogliono fare, una legge ad personam per De Luca? Abbiamo chiesto per anni a persone con avvisi di garanzia di allontanarsi dalla vita pubblica e cosa facciamo adesso nella regione principale del Mezzogiorno dove padroneggiano i poteri criminali? Candidiamo un condannato? Ma questa è una cosa vergognosa».

Sondaggio choc: per chi vota Pd truccare le primarie è normale. Secondo una ricerca di Euromedia il 74% degli elettori democratici e di Sel non condanna le tessere false: nei partiti può accadere e i media esagerano, scrive Andrea Cuomo su “Il Giornale”. La Tesseropoli del Pd? Cose che capitano in un grande partito, roba a cui non dare troppa importanza. Peccato che a pensarla così siano gli stessi elettori del primo partito del centrosinistra, i soli a minimizzare il fatto che gli iscritti del Pd siano cresciuti in modo anomalo, che in alcune province folle di albanesi e senegalesi abbiano scoperto un'improvvisa voglia di partecipazione politica. Uno scandalo, o almeno una pessima figura, che ha costretto i vertici del Pd a sospendere il tesseramento e che getta un'ombra lunga su un partito che conferma il suo grande talento nel non azzeccarne una: dapprima ha impallinato con il fuoco amico il candidato premier Pier Luigi Bersani, poi è riuscito a perdere le elezioni di febbraio pur essendo arrivato primo, ora deve vedersela con un calo nei sondaggi e con il probabile flop delle primarie del prossimo 8 dicembre. Intanto, il sondaggio compiuto nei giorni scorsi da Euromedia Research per la trasmissione di Raidue Virus. Il contagio delle idee di Nicola Porro racconta un'Italia divisa in due. Da un lato c'è il popolo democratico che non trova nulla di scandaloso nel tesseramento allegro che potrebbe rendere una farsa le primarie del prossimo 8 dicembre; e dall'altro ci sono gli elettori degli altri partiti che invece trovano questa vicenda assai squallida. Richiesti di dare un parere sul caos iscrizioni al Pd, il 45,7 per cento degli italiani definiscono la vicenda «il solito autogoal del Pd», in grado di «delegittimare il vincitore delle primarie»; il 21,0 per cento trova tutto normale, un piccolo incidente di percorso inevitabile nell'organizzazione di un evento come le primarie di un grande partito; il 16,0 pensa poi che si tratti di un'esagerazione dei mass media, magari orchestrata; infine il 17,3 non esprime un parere. I risultati però cambiano molto stratificando il campione per orientamento politico. Gli elettori del Pd (e di Sel) sono gli unici a non esprimersi a maggioranza per la condanna del pasticcio: il 41,8 per cento degli elettori di centrosinistra pensa che siano cose che succedono, il 32,0 dà la colpa ai mass media e solo il 24,2 per cento di essi guarda con preoccupazione alla vicenda. Peraltro gli elettori del centrosinistra sembrano avere anche le idee più chiare degli altri: solo il 2,0 per cento di essi non si è fatto un'idea sulla vicenda. Gli elettori del centrodestra sono invece quelli più severi con il Nazareno: il 72,4 per cento di essi accusa il Pd, mentre solo il 3,5 giustifica il pasticcio e il 2,8 ipotizza un solo mediatico. Tra i grillini la percentuale dei colpevolisti scende ma resta elevata: il 60,2 per cento, mentre il 12,3 è composto da «giustificazionisti» e il 5,1 di «esagerazionisti». Anche tra i leghisti c'è poca comprensione per i travagli interni dei democratici: il 58,5 per cento vede il Pd infangato dalla Tesseropoli, mentre il 12,5 è incline alla comprensione e l'8,5 sospetta un complotto mediatico. Tra gli elettori di Scelta Civica scendono i critici (46,5) e salgono i fatalisti (21,5) e i complottisti (14,2). Quanto agli indecisi, rispecchiano più o meno le risposte del campione totale: il 40,9 crocifigge il Pd, il 19,1 minimizza, il 17,1 parla di fango mediatico e il 22,9 si manifesta indeciso una volta di più. Alla fine sono gli elettori della lista Ingroia i meno severi con il Pd: il 39,0 per cento parla di autogol dell'ex Pci, il 33,5 di qualche stortura fisiologica e il 22,0 di un attacco della stampa. Ma in questo caso la vera notizia è che gli evidentemente bravissimi ricercatori di Euromedia Research siano riusciti a trovare qualcuno che lo scorso febbraio ha votato per Rivoluzione civile e non ha alcuna difficoltà ad ammetterlo.

Dal Piemonte alla Sicilia: tessere false e primarie truccate. Segnalazioni di irregolarità in tutta Italia dove si è votato per i segretari locali. Migliaia di nuovi iscritti fantasma che hanno sconvolto gli stessi militanti del Pd, scrive Stefano Filippi su “Il Giornale”. Il nuovo che avanza nel Pd è fatto di una guerra delle tessere. Non si parla ancora apertamente di brogli, perché le verifiche (tutte avviate dopo denunce interne al partito) sono appena scattate. Da ogni parte d'Italia piovono segnalazioni di irregolarità nelle sezioni dove domenica sono stati eletti i segretari di circolo e provinciali in vista delle primarie nazionali dell'8 dicembre. Erano ammessi anche i non iscritti, a patto che prendessero la tessera al prezzo politico di 15 euro. Per miracolo si sono materializzate montagne di tessere last minute finite in tasca a migliaia di persone improvvisamente folgorate dalla passione politica. Quasi ovunque i risultati hanno premiato i candidati renziani. Alcuni, come Pippo Civati, antagonista di Renzi, denunciavano da tempo il sistema del «tesseramento a pacchi». «Si è presentata gente ignara di tutto - hanno raccontato vari militanti torinesi - non sapevano nemmeno chi e come votare». Il senatore Stefano Esposito attacca Salvatore Gallo, ex socialista, ex Margherita, ora Pd renziano: «È dal 1972 che fa politica così». Nel circolo di Venaria Reale a un certo punto sono finite le tessere in bianco destinate ai nuovi. Che si fa? Racconta un iscritto che l'assessore Vincenzo Russo è andato in auto ed è tornato con un pacco di tessere candide. Peccato che gli unici a disporne dovrebbero essere il segretario o il tesoriere. A urne chiuse saranno 130 i nuovi iscritti. Il campionario di irregolarità è vastissimo. A Catania è stato azzerato il congresso provinciale per il numero esorbitante di tessere fantasma. Giorni fa Valentina Spata, coordinatrice siciliana del gruppo di Pippo Civati, aveva denunciato che «un ex segretario di partito di Giarre e una ragazzina di 14 anni si sono trovati iscritti senza saperlo. Migliaia di tessere sono state distribuite fuori dai circoli, l'unica sede dove si può aderire al partito». Congresso sospeso anche a Desiana, nel Vercellese, quando si è scoperto che la lista a sostegno di uno dei due candidati alla segreteria provinciale era composta da persone mai iscritte al partito. A Lecce, provincia-feudo di Massimo D'Alema, circolano 15mila tessere a fronte di poco più di 4mila iscritti. La commissione provinciale di garanzia ha chiesto invano alla commissione regionale di sospendere il congresso: si farà un semplice «monitoraggio» sul rapporto tra numero di tessere e denaro versato dagli iscritti. Gli episodi sono innumerevoli. Roma, circolo di Trastevere: il segretario Alberto Bitonti ha scritto su Facebook una lettera aperta a Renzi puntando il dito contro «l'infiltrazione di logiche clientelari». Domenica i «nuovi» si presentavano a gruppi cammellati, e ci sono stati momenti di tensione con gli «iscritti reali», come li chiama Bitonti. Milano, corsa per la segreteria provinciale: David Gentili, escluso dal ballottaggio, ha denunciato il fenomeno delle «tessere a saldo» e chiesto che la commissione per il congresso renda noti i dati del tesseramento. Nel 2012 in provincia di Milano si contavano 10.500 iscritti, lo scorso settembre si stimava fossero dimezzati mentre ora sarebbero balzati a 7mila. Napoli, congresso provinciale. I deputati Pd Luisa Bossa e Massimiliano Manfredi hanno denunciato che a Soccavo il voto è stato anticipato di un giorno senza preavviso e a Portici «esponenti di spicco del partito stanno intervenendo in modo eccessivamente pressante sulle operazioni. Piccoli ras di provincia che fanno i picchetti, tesseramenti che si gonfiano all'improvviso, voto controllato, gruppi di potere che si spostano su interessi personali. Questo Pd non smette mai di deluderci». Parola di parlamentari Pd.

C’è chi lo fa in modo sfacciato e chi, invece, usa metodi più sofisticati e moderni, ma il mercato della compravendita dei voti è più fiorente che mai. A proposito di sfacciati, in Sardegna ancora ricordano quel signore che alle ultime elezioni regionali si presentò dalla candidata Michela Murgia con un cesto. Non conteneva frutta, ma un migliaio di certificati elettorali. Poche parole: “Siamo elettori di G.O. , e siamo delusi…Se lei riesce a convincerci…”. Quei voti sono a sua disposizione. Discorso allusivo, non esplicito fino in fondo, ma chiaro. La scrittrice, ovviamente, rifiutò sdegnata. E quel cesto fece il giro di altri candidati. “Queste sono guapperie inutili, smargiassate che non servono e rovinano la piazza. Il lavoro va fatto in silenzio…”. Il signore che accetta di parlarci lo abbiamo incontrato in una città del Sud, la condizione è ferrea: nessun riferimento né a luoghi, meno che mai a nomi. Inizia il nostro viaggio dentro i meandri del discount della preferenza. “La situazione non è più come una volta, al tempo bello delle schede lenzuolo e delle preferenze espresse a numero”. Prima Repubblica, lotta feroce all’ultimo voto tra partiti e dentro i partiti. “Il meccanismo era semplice, metti un collegio dove si esprimevano tre preferenze. All’epoca ero un giovane galoppino, non c’erano i computer ma le calcolatrici tascabili. Il capo aveva gli elenchi degli elettori seggio per seggio, li comprava dagli impiegati al Comune e valevano oro, soprattutto nelle sezioni elettorali più piccole. Era un gioco semplicissimo, in una lista con trenta candidati avevi una possibilità quasi infinita di combinazioni da assegnare. Mettiamo che portavi il numero 1, indicavi a Tizio il voto 1 e 2, a Caio 1 e 30, a Sempronio 1 e 27, e così via, invertendo i numeri assegnati. A chiusura dello spoglio, tu sapevi esattamente come aveva votato l’elettore, se ti aveva tradito. Con la preferenza unica e poi con i deputati nominati, tutto si è fatto più difficile”. Però il controllo del voto funziona ancora, con i cellulari e le schede fotografate. “Roba da dilettanti…”. Oppure con la “scheda ballerina”. In sintesi, fuori dal seggio c’è un rappresentante del “sistema” che consegna una scheda già votata, l’elettore la ripone nell’urna, si infila in tasca la scheda vergine che gli scrutatori gli hanno dato, va fuori e la consegna all’addetto di cui sopra. Metodo efficace, “ma si finisce in galera”, chiarisce il nostro uomo. E allora? “Allora bisogna essere scientifici, sapere qual è il bacino cui attingere. La campagna elettorale per le europee è stata feroce ed è difficile smuovere chi ha già deciso per Grillo o per il Pd o per Berlusconi, io devo rivolgermi a chi non vota, agli astenuti, a quelli che non hanno alcuna ragione per infilare una scheda nell’urna, a chi è schifato dalla politica che non gli offre più un motivo per votare. Io gliene offro uno e concreto assai: i soldi”. Quanti? Quanto costa una preferenza per le europee? “Da un minimo di venti a un massimo di cinquanta euro. Non è poco, mi creda”. Ma come si fa? Con collegi così ampi ci vogliono decine di migliaia di voti. Faccio qualche esempio: alle ultime europee un candidato outsider come Sonia Alfano ha rastrellato 28mila preferenze, un padrone dei voti nel Sud, il calabrese Mario Pirillo, Pd, ne ha portati a casa 110451, quanti soldi deve spendere un candidato? “Tanti, ma non compra tutti i voti da noi, nei collegi ampi ti puoi giocare l’elezione per poche migliaia di voti, noi puntiamo a quelli, offriamo l’ultimo litro di benzina che serve a fare il pieno e stare sicuri”. Il candidato paga, 50 o 100mila euro, e voi, l’organizzazione, cosa ricevete in cambio? “Non soldi, a quelli puntano i pezzenti del mestiere, ma relazioni. Farsi amico un deputato europeo che ti è grato per l’elezione, significa entrare nel gioco dei contributi, soprattutto nel Sud. Da lui puoi portare l’imprenditore che vuole investire, il sindaco alla ricerca di un sostegno per sbloccare una pratica. Insomma, le relazioni sono oro”. Sì, ma come si fa ad essere certi della fedeltà del lettore…E qui ritorna il meccanismo delle vecchie preferenze negli anni d’oro della Prima Repubblica. “Sulla scheda puoi scrivere tre nomi, due maschi e una donna o viceversa. Puoi indicare solo il cognome o il nome e il cognome, quindi li puoi invertire, prima il cognome poi il nome di battesimo. Su 17 candidati, penso alla circoscrizione Sud, puoi mettere insieme una infinità di combinazioni. E’ complicato, ma oggi ci sono i computer, basta avere gli elenchi degli elettori e il gioco è fatto”. Il mercato? “Quello dei piccoli partiti, quelli che devono superare ad ogni costo lo sbarramento, e i candidati che vengono da regioni piccole. Pensate a uno del Molise che deve raccogliere voti in metropoli tipo Napoli, in città lontane dalla sua realtà come Reggio Calabria. Per loro è una corsa difficile. Ma per fortuna ci siamo noi”. (Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 25 maggio 2014).

COS’E’ UN ITALIANO?

Cos'è un Italiano? (Articolo apparso su Limesonline e MicroMega il 10 marzo 2009). Il fascismo insomma è una fenice che non ha bisogno di ridursi in cenere per rinascere. Sessantaquattro anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano dentro il quale tuttora vivono cellule infette, pronte a trasformarsi in ogni occasione in virus pericolosi, di Andrea Camilleri. Non sono uno storico, un sociologo, un antropologo, niente di tutto questo. Sono soltanto un raccontastorie, un romanziere italiano particolarmente attento, questo sì, ai suoi connazionali. E quindi non è un caso che tutte le citazioni a supporto o a pretesto siano tratte dalla letteratura, non da testi di storia. Perciò tutto quello che segue, e che farà sicuramente storcere la bocca agli addetti ai lavori, va preso col beneficio d’inventario.

Premessa generale. Se si prova a cambiare la domanda in cosa sia un francese o un tedesco, si può rispondere abbastanza agevolmente, magari mettendo in fila tutta una serie di luoghi comuni. Certo, anche per gli italiani sono stati coniati luoghi comuni, tipo «italiani brava gente», ma non credo che gli abissini gassati o i libici deportati siano dello stesso parere. E, senza andare troppo indietro nella storia, non penso che possano dichiararsi d’accordo nemmeno gli extracomunitari che quotidianamente sbarcano sulle nostre coste. Quando si fece l’Europa unita, molti italiani del Nord temettero di perdere, oltre ai soldini, anche la loro identità. Beati loro, che credevano di averne una. Alcuni padani, per affermarla, si sposarono col rito celtico che nessuno sa con esattezza in cosa consista. Comunque è chiaro che i riti celtici o l’adorazione del fiume Po non hanno nulla da spartire con certi riti del Sud come lo scioglimento del sangue di san Gennaro o il Festino di Santa Rosalia. Allora, come si fa a chiamare con lo stesso nome di italiano un contadino friulano e un contadino siciliano? Mi pare che ai suoi tempi anche il cancelliere Metternich, di fronte alle aspirazioni unitarie italiane, si sia posto suppergiù la stessa domanda. E aveva poi così tanto torto chi disse che l’Italia era solo un’espressione geografica? E il politico italiano il quale affermò che una volta fatta l’Italia bisognava fare gli italiani non ammetteva implicitamente che il senso di unità nazionale era da noi ancora del tutto assente? Prima di andare oltre, occorre chiarire come ho inteso il termine «italiano». Diciamo che ho preso a esempio l’italiano cosiddetto medio («ammesso e non concesso che l’italiano medio è un poco fesso», cantava Laura Betti un quarantennio fa), vale a dire i risultati di una media statistica e ho cercato d’individuare tra di essi un comune denominatore diverso dal titolo di studio, tipo d’impiego, stipendio mensile eccetera. Ma gli uomini non sono numeri, ciascun individuo ha una propria individualità che rende non solo difficile, ma altamente improbabile la precisione del risultato globale. In altre parole, una ricerca cosiffatta di un comune denominatore rischia di non tener conto di tutto quello che può contraddire l’assunto stesso. Mi spiego meglio: non ricordo chi sosteneva che se un tale in un giorno si è mangiato due polli e un altro tale invece non ha neppure desinato, statisticamente risulterà che ne hanno mangiato uno a testa. Allora: per fare un esempio pratico: italiani brava gente? La mia risposta è no, ma ciò non toglie che tra gli italiani ci sia tanta, tantissima brava gente. Ad ogni modo, tratti comuni sono riscontrabili, alcuni visibili a occhio nudo, altri percepibili soltanto attraverso esami di laboratorio. È stato durante il periodo fascista che si è messo in atto il massimo sforzo d’unificazione, con provvedimenti di migrazioni interne e d’abolizione di caratteri distintivi regionalistici. Vennero soprattutto presi di mira i dialetti il cui uso fu severamente proibito a scuola, nei luoghi pubblici, in teatro, al cinema. Ma subito dopo il Minculpop, ossia il ministero della Cultura popolare, emanò una circolare con la quale le compagnie teatrali dialettali di Gilberto Govi (genovese), dei fratelli De Filippo (napoletana) e di Cesco Baseggio (veneziana) erano esentate dalla proibizione. Si trattava di una palese contraddizione, tanto più che le tre compagnie riscuotevano un grande successo su tutto il territorio nazionale, facendo un’indiretta propaganda dei dialetti. Ma questa contraddizione mi offre l’occasione per stabilire un primo tratto comune.

L’uso dei dialetti. È fuor di dubbio che la letteratura dialettale, con Ruzante, Meli, Porta, Belli, Goldoni, Pirandello, De Filippo, abbia spesso prodotto capolavori entrati a far parte del patrimonio culturale dell’intera nazione. Ma qual era, e qual è, l’uso dei rispettivi dialetti nel parlar comune? In un articolo degli ultimi anni dell’Ottocento, intitolato «Prosa moderna», Luigi Pirandello così scriveva: «L’uso della lingua italiana, è cosa vecchia detta e ridetta, non esiste. A Milano si parla il dialetto lombardo, a Torino il piemontese, a Firenze il fiorentino, a Venezia il veneziano, a Palermo il siciliano e così via di seguito, ciascun dialetto ha il suo tipo fonetico, il suo tipo morfologico, il suo stampo sintattico particolare: mettete ora un siciliano e un piemontese, non del tutto illetterati, a parlare insieme. Bene, per intendersi (…) sentiranno il bisogno di appellarsi a una favella comune, alla nazionale, a quella che dovrebbe unir tutti i popoli, poiché l’Italia è unita, alla lingua italiana. (…) Ma dove trovarla, dove si parla questa benedetta lingua italiana? Si parla o si vuol parlare nelle scuole, e si trova nei libri. E il siciliano e il piemontese messi insieme a parlare, non faranno altro che arrotondare alla meglio i loro dialetti, lasciando a ciascuno il proprio stampo sintattico, e fiorettando qua e là questa che vuole essere la lingua italiana parlata in Italia delle reminiscenze di questo o di quel libro letto. Pirandello porta l’esempio di due «non del tutto illetterati». Ma se l’esempio si fosse riferito a due illetterati? Oppure decisamente a due analfabeti? C’è un racconto di De Roberto, dal titolo La paura, che fotografa la realtà linguistica all’interno di una trincea della guerra ’15-’18: ogni soldato parla il dialetto della regione di provenienza. E tra di loro si intendono a gesti, a occhiate. Dunque uno dei comuni denominatori degli italiani è stato, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, la diversificazione dialettale. Come spesso capita da noi, un tratto unificante è costituito da una diversità. Posso spiegarmi meglio facendo ancora ricorso a Pirandello. Egli dichiara, in un articolo intitolato «Teatro siciliano», che risale allo stesso periodo di quello citato in precedenza: «Un grandissimo numero di parole di un dato dialetto sono su per giù – tolte le alterazioni fonetiche – quelle stesse della lingua, ma come concetti delle cose, non come particolare sentimento di esse». Semplificando: di una data cosa, la lingua ne esprime il concetto, mentre il dialetto ne esprime i sentimenti. Il comune sentire italiano, cioè a dire il provare uno stesso sentimento di gioia o di esecrazione davanti a un certo evento, nascerebbe dunque dal pensar dialettale. La concettualizzazione operata dalla lingua porterebbe invece a reazioni non omogenee. Forse, a ben considerare l’origine notarile del volgare («sao ko kelle terre» eccetera), le osservazioni pirandelliane non risultano tanto campate in aria. L’avvento della televisione ha in un certo qual modo unificato, omologato in basso, la lingua italiana, ma non è riuscita a far scomparire del tutto le radici dialettali. Sono esse in definitiva che ancor oggi impediscono alla lingua italiana di diventare definitivamente una colonia dell’inglese. Quella contro i dialetti è stata, per fortuna, un’altra guerra persa dal fascismo (la guerra alle mosche, la battaglia del grano, la battaglia demografica, la battaglia per l’autarchia eccetera).

Già, il fascismo…La vulgata popolare racconta che il fascismo nacque perché i treni non arrivavano in orario a causa degli scioperi dei ferrovieri e perché i reduci della guerra ’15-’18 venivano vilipesi dai «rossi» imboscati e traditori della Patria. Mussolini, interventista, combattente, socialista, ex direttore dell’Avanti!, convinse gli industriali del Nord e gli agrari dell’Emilia Romagna, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia ispirata dal Pc d’I. nato dalla scissione socialista del ’21, che il suo movimento non era una rivoluzione (anche se così la sbandierava) ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. Se rivoluzione era, si trattava di una rivoluzione borghese con orizzonti borghesi e quindi bene accetta all’opinione pubblica e alla più importante stampa italiana. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia vi si riconobbero. La marcia su Roma, da Mussolini, fatta in vettura-letto e abilmente propagandata con toni epici, probabilmente sarebbe finita in una bolla di sapone davanti all’esercito pronto ad aprire il fuoco se Vittorio Emanuele III non avesse spalancato le porte al fascismo non firmando lo stato d’assedio.  Nel primo governo Mussolini, tra quelli dei fascisti, spiccano molti nomi di eminenti liberali, socialisti, cattolici, democratici. Da quel momento in poi, fatta eccezione per il brevissimo periodo immediatamente seguente al delitto Matteotti, il fascismo trovò la strada in discesa e in poco tempo seppe guadagnarsi il consenso degli italiani. I pochi che resistettero furono incarcerati, mandati al confino o comunque messi a tacere. All’italiano del fascismo piacevano parecchie cose tra le quali l’autoritarismo, il decisionismo, il «me ne frego», il machismo e soprattutto piacque l’imposizione della divisa che permetteva una sorta di livellamento tra le classi. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado si tirò indietro. Solo dodici docenti universitari opposero un netto rifiuto e furono mandati a casa. Insomma, a un certo momento, la frequente scritta murale «Duce, tu sei tutti noi» rispecchiò la realtà italiana. Si disse che le adunate oceaniche di piazza Venezia erano il risultato di una precettazione capillare, ma non era assolutamente vero, l’italiano amava ascoltare la parola del capo sentendosi uno tra i tanti. Oggi si può tranquillamente affermare che se Mussolini non avesse firmato il Patto d’acciaio con Hitler, costringendosi così a entrare nel conflitto, sarebbe morto di vecchiaia nel suo letto. Come accadde per Francisco Franco, che sul fronte italo-tedesco mandò pro forma una divisione o giù di lì e poi si tenne prudentemente in disparte. Il consenso, come si sa, cominciò a calare a picco quando gli italiani si resero conto che la guerra era irrimediabilmente perduta. Ma l’intervento a fianco di Hitler venne considerato dalla maggioranza degli italiani come il tragico errore di un Mussolini mal consigliato dai suoi gerarchi e dai suoi generali. La frase più comune in circolazione era: «Ha sbagliato a fare la guerra, ma è indubbio che cose buone ne ha fatte». Insomma, una sorta d’assoluzione con tre avemarie e un paternoster per quell’unico sbaglio. La guerra era stata invece lo sbocco naturale, fatale, irreversibile della concezione fascista della ragione del più forte (nel caso specifico l’alleato tedesco) ma questo gli italiani non lo capirono o non lo vollero capire. Con conseguenze gravi. Nel 1945, a Liberazione avvenuta, apparve sulla prestigiosa rivista politicoculturale Mercurio l’articolo di un grande giornalista, Herbert Matthews, intitolato: «Non l’avete ucciso». In esso, prendendo spunto dall’esecuzione di Mussolini e di molti suoi gerarchi, Matthews sosteneva non solo che il fascismo non era morto, ma che avrebbe continuato a vivere a lungo dentro gli italiani. Non certo nelle forme del ventennio, ma in certi modi di pensare e d’agire. E che l’infezione, profondamente diffusa, sarebbe durata molto, molto a lungo, decenni e decenni. Allora, a chi scrive, quelle parole sembrarono esagerate, ma bastò pochissimo per modificare questo giudizio. Quanto tempo dopo la caduta del fascismo l’Msi, che se ne proclamava l’erede, diventò una forza parlamentare? Parlino le date. Giorgio Almirante, già segretario di redazione e attivo collaboratore dell’infame rivista La difesa della razza, propugnatrice e sostenitrice delle leggi razziali, già sottosegretario nella repubblica di Salò, fonda il neofascista Msi nel 1946, meno di un anno dopo la caduta del fascismo, e nel 1948 (!) può sedersi con altri del suo partito alla Camera. Appena tre anni dopo la Liberazione, il neofascismo entra a far parte con pieno diritto dell’arco costituzionale. Il fascismo insomma è una fenice che non ha bisogno di ridursi in cenere per rinascere. Sessantaquattro anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano dentro il quale tuttora vivono cellule infette, pronte a trasformarsi in ogni occasione in virus pericolosi. A parte le sempre più frequenti manifestazioni dichiaratamente fasciste, che vanno dal saluto romano negli stadi alle aggressioni tanto violente quanto immotivate a giovani di sinistra, a barboni, a extracomunitari (a proposito, quanti sono i condannati per il reato di apologia del fascismo?), il fenomeno più diffuso e certamente più pericoloso è rappresentato da certi comportamenti fascisti da parte di chi è convinto di non esserlo. Alcuni esempi: la richiesta della destra di espellere dall’Italia i contestatori del governo israeliano per la sanguinosa invasione di Gaza è quanto di più fascista e meno democratico si possa immaginare. L’idea di prendere le impronte digitali ai bambini rom è razzista e fascista insieme. È fascismo che il governo siluri il prefetto di Roma perché non d’accordo con alcune proposte del sindaco il quale, tra l’altro, usa portare la croce celtica al collo. È fascista la volontà di Berlusconi di mettere mano alla Costituzione senza il concorso dell’opposizione. Ricorda tanto il «noi tireremo dritto» di mussoliniana memoria. E si potrebbe continuare a lungo.

Le particelle di Majorana. Quasi sempre, nella sua lunga storia, l’italiano ha dimostrato di essere esattamente come le particelle di Majorana. Il grande fisico teorico, misteriosamente scomparso nel 1938, elaborò un’ipotesi rivoluzionaria secondo la quale, adopero le parole del fisico Andrea Vacchi, «il partner di antimateria di alcune particelle siano loro stesse». Come dire che non la coesistenza, ma l’inscindibile fusione degli opposti costituisce l’identità. C’è uno splendido racconto di Borges nel quale un eretico e un custode della fede a lungo e ferocemente si contrappongono. Quando l’eretico infine brucia sul rogo, il suo volto, per un attimo, si rivela essere quello stesso del custode della fede che l’ha fatto condannare a quell’atroce morte. Non le due facce di una stessa medaglia dunque, ma una medaglia che ha nel recto e nel verso la medesima immagine. Lo stesso soldato italiano che, diciannovenne, a Caporetto scelse di non combattere, lo ritrovi poco più che quarantenne a El Alamein che si batte sino alla morte. E non certo per ragioni, come dire, equivalenti: nel primo caso infatti si trattava di difendere il territorio italiano, nel secondo di mantenere una postazione italiana in territorio straniero. Lo stesso italiano che divenne emigrante e che venne aiutato in terra straniera da coloro che l’ospitavano, col fornirgli lavoro e abitazione, oggi mal sopporta che in Italia ci sia gente pronta ad accogliere gli extracomunitari. Lo stesso italiano che amò intensamente Mussolini, che l’applaudì freneticamente a Milano, pochi giorni dopo l’appese per i piedi al distributore di benzina di piazzale Loreto, sempre a Milano. Lo stesso italiano che una volta stentava a campare in Friuli e mandava la moglie a far la cameriera a Roma o altrove oggi disprezza la cameriera venuta dal Sud. Più banalmente: lo stesso italiano che divorzia dalla moglie, e che vive con l’amante dalla quale ha avuto due figli, partecipa compunto a una dimostrazione contro il divorzio e firma contro i dico. Ma di fronte al duplice comportamento dell’italiano nei riguardi dei dettami della Chiesa si potrebbe scrivere un trattato piuttosto voluminoso. Gli esempi potrebbero continuare a centinaia. Nell’italiano, dentro la medesima persona, possono insomma convivere contemporaneamente Galileo Galilei e Giordano Bruno, Tommaso Campanella e padre Bresciani, don Abbondio e Savonarola. L’italiano è ritenuto all’estero persona inaffidabile in quanto spesso non mantiene la parola data o non porta a termine l’impegno preso. E gli stranieri fanno l’esempio della nostra politica estera, capace dall’oggi al domani di mutare radicalmente corso e indirizzo e di far diventare gli alleati di ieri i nemici di oggi. Per esempio, questo avvenne prima della guerra ’15-’18, lo stesso è avvenuto verso la fine della guerra ’40-’45. Non si tratta di scarsa serietà, a mio avviso, ma del fatto che nel momento in cui dava la sua parola d’onore, in quell’italiano, e in quel preciso momento, aveva la prevalenza il segno +, ma il suo opposto, il segno –, era pur sempre contestualmente presente e pronto a farsi avanti. C’è nel film Il Terzo uomo un’esemplare battuta del personaggio interpretato da Orson Welles (ma il regista dichiarò che a scriverla era stato lo stesso Welles) dove viene detto che il Rinascimento in Italia ebbe origine proprio nel periodo più acuto delle guerre fratricide, dei tradimenti, degli assassini. Mentre dalla lunga, tranquilla, secolare pace degli svizzeri non è nato che l’orologio a cucù. Questo paradossale segno di contraddizione non solo è riscontrabile con uno sguardo panoramico, ma lo si può continuare a vedere, zoommando lentamente, anche dentro un paese rinascimentale, dentro una via rinascimentale, dentro una casa rinascimentale, dentro un appartamento rinascimentale, dentro un italiano rinascimentale. E, naturalmente, anche dentro un italiano d’oggi.

Il rutto del pievano. Ossia gli italiani e il loro passato. Cantava Curzio Malaparte negli anni del consenso al fascismo: «Val più un rutto del tuo pievano/ che l’America e la sua boria. Dietro all’ultimo italiano/ c’è cento secoli di storia». Senonché sono gli italiani a essere boriosi e non dei cento secoli di storia, che ignorano del tutto, ma dei rutti del loro pievano. L’italiano non ha una visione totale della storia d’Italia, ha semmai una certa visione di dettaglio, limitata cioè alle minute vicende del suo vicino territorio, del suo paese d’origine, e addirittura del quartiere dove è avvenuta la sua nascita. Può tuttalpiù rapportarsi con le vicende del paese limitrofo, ma solo perché esso è il suo rivale diretto nel campionato di calcio. L’italiano è come un marziano caduto nottetempo al centro di quattro case abitate. Gli basterà venire a sapere dove si trova la sua abitazione, la parrocchia, l’osteria, il municipio. La sua curiosità non si spingerà oltre. Il Palio di Siena con le sue rivalità tra contrade, che arrivano a un fanatismo sconosciuto persino ai tifosi della curva Sud, è lo specchio del forte legame che unisce l’italiano al suo habitat. E questo spiega in parte il grande successo politico della Lega Nord. All’infuori di questo perimetro, l’orizzonte dell’italiano è da miopi. Durante la guerra ’15-’18 il maggior numero di renitenti alla leva (mi rifaccio a documenti dello Stato maggiore) e di disertori fu riscontrato tra i contadinisoldati che provenivano dal Sud, specialmente siciliani e calabresi, i quali non capivano perché dovessero andare a difendere i cavolfiori dei contadini del Nord. Alla domanda se amava la sua patria, Brecht un giorno rispose che non aveva nessuna ragione d’amare la finestra dalla quale era caduto bambino. Gli italiani amano invece quella finestra e il terreno sottostante sul quale hanno battuto la testa. Nel 1942, mi pare, sulla rivista Primato che dirigeva il ministro Bottai, venne pubblicata una vignetta di Amerigo Bartoli. Mostrava Benedetto Croce seduto nel suo studio intento a scrivere. Alle sue spalle Hegel sbirciava quello che Croce andava scrivendo e poi diceva: «Ciò che più ammiro in Lei, Maestro, è il senso della Storiella». Ecco, gli italiani non hanno il senso della Storia, ma della Storiella. Facendo un certo sforzo, riescono a prendere in considerazione la microstoria, ma da queste visioni parziali e minute non riescono a ricostruire la grande visione generale. Del Risorgimento sanno appena che lo zio Lello, fratello del nonno della madre, era quello scapestrato, quello sventato che abbandonò la famiglia per andare a farsi ammazzare da uno che manco conosceva. L’unica storia che l’italiano conosce veramente, e a fondo, è quella del gioco del calcio. Non solo sa a memoria nomi, soprannomi, vizi, difetti, gol segnati, mogli e amanti di ogni giocatore che della sua squadra ha fatto parte dalle origini ai giorni nostri, ma anche di quelli delle squadre rivali. Per la Storia invece è un’altra storia. Perché la Storia comporta l’uso critico della memoria e gli italiani essenzialmente tendono ad essere smemorati o ad avere la memoria corta. Se la Storia è veramente magistravitae, gli italiani non hanno mai frequentato quella scuola.

La memoria corta. Quella parte del cervello che ha il compito d’archiviare la nostra vita nel suo insieme (non solo i fatti accaduti nel corso dell’esistenza, ma anche le letture che abbiamo fatto, gli spettacoli visti, i concerti ai quali abbiamo assistito, le mostre alle quali siamo andati) possiede, nell’italiano, una sorta di delete automatico che entra in azione assai presto, consentendo una scarsissima autonomia alla memoria. Fatti sgradevoli già ripetutamente accaduti nel corso degli anni, quando si ripresentano, all’italiano sembrano sempre nuovi. «Non si è mai vista un’inondazione simile a Roma!». Poi si va a guardare nelle facciate dei palazzi romani e si scopre che alcune lapidi ci mostrano che l’acqua nel Seicento o nel Settecento raggiunse livelli di gran lunga superiori a quelli attuali. È un esempio banale, lo so. Ma mi pare che sia stato T.S. Eliot a dire che l’inferno consiste nella memoria, ai dannati viene fatto ricordare tutto, persino quanto costava un etto di margarina nel 1928. Se l’inferno fosse veramente la memoria, l’italiano andrebbe direttamente in paradiso. Di un evento che l’ha appassionato, soprattutto perché strombazzato dai giornali e dalle televisioni, l’italiano ne conserva il ricordo solo per qualche settimana, al massimo per qualche mese. A meno che non si tratti di cronaca nera, allora la persistenza mnemonica è assai più lunga. Ma per una ragione semplicissima e cioè che gli italiani immediatamente si dividono in due partiti ferocemente contrapposti: gli innocentisti e i colpevolisti. Senza la minima cognizione delle carte processuali, senza essere a conoscenza dei dettagli dell’indagine, decidono a primo acchito se l’accusato è innocente o colpevole. A pelle. Al solo guardarlo. L’innocentista, sia detto per inciso, resterà fermamente ancorato alla propria convinzione anche quando i giudici della Cassazione, di fronte a prove schiaccianti, avranno condannato all’ergastolo il colpevole. A proposito di giudici e di giustizia. Essendo siciliano, citerò alcuni modi di dire della mia terra.

Cu havi dinari e amicizia / teni ’n culu la giustizia.

(Chi ha denari e amici / se ne può fregare della giustizia.)

Fari la giustizia a manicu di mola. (Far giustizia in modo storto.)

Judici, presidenti e avvucati / ’n Paradisu nun ne attrovati.

(Giudici, presidenti e avvocati / in Paradiso non ne troverete.)

La furca è pi lo poviru, la giustizia pi lu fissa.

(La forca è per il povero, la giustizia per il fesso.)

La liggi per l’amici s’interpreta, pi l’autri s’applica.

(La legge per gli amici s’interpreta, per tutti gli altri s’applica.)

Lu codici è fattu da li cappeddri pi ghiri ’n culo a li coppuli.

(Il codice è fatto dai signori per andare in culo ai berretti.)

Potrei continuare a lungo. La sfiducia nella giustizia è totale, basandosi sulla convinzione diffusa che essa sia uno strumento dei ricchi (che non incappano mai nelle sue maglie) usato contro i poveri. Una giustizia di classe. E credo che in ogni regione del Sud d’Italia ci siano modi di dire similari. Colpa dell’amministrazione della giustizia borbonica, m’è capitato di leggere da qualche parte. Le cose non stanno così: se la giustizia borbonica non fu un modello, quella italiana postunitaria non migliorò per niente la situazione, a volte la peggiorò. L’inchiesta Franchetti-Sonnino del 1876 è in proposito assai esplicita. Scriveva Pirandello su quegli anni ne I vecchi e i giovani: «Povera Isola, trattata come terra di conquista! (…) e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo, e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi al servizio dei deputati ministeriali (…) l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori…». Questo divario sull’amministrazione della giustizia al Sud e al Nord, salvo la parentesi fascista, continuò anche dopo la Liberazione, con la magistratura del Sud completamente asservita al potere, cioè alla Dc. Si deve ad alcuni eroici magistrati siciliani in prima linea nella lotta contro la mafia, e che ci lasciarono la vita, il risveglio della solidarietà dei cittadini verso la giustizia. Ma il punto massimo del consenso si verificò al tempo di Mani Pulite, quando la magistratura milanese fece piazza pulita della corruzione partitica e, praticamente, spazzò via la Prima Repubblica. Dalle ceneri di essa nacque inopinatamente un affarista milanese che seppe trasformarsi in uomo politico. Aveva molti conti aperti con la giustizia. E quindi, appena arrivato al potere, si è dedicato anima e corpo alla distruzione del sistema giudiziario, con continue leggi ad personam e addirittura arrivando ad affermare che i giudici sono esseri mentalmente tarati. È singolare come, in un’occasione, abbia usato contro i giudici le stesse parole adoperate dal gran capo mafioso Totò Riina. Ad ogni modo, dato il larghissimo seguito di cui dispone, ha abolito il divario tra Sud e Nord: l’italiano di Palermo e quello di Bergamo ora sono felicemente concordi nella sfiducia totale verso la giustizia. L’italiano che ha preso una multa per sosta vietata, oggi si sente autorizzato a dichiararsi vittima della giustizia.

Giampaolo Pansa su “Libero Quotidiano”: appesero Mussolini perché mancava la tv. Vi siete mai domandati perché nell’aprile 1945 il vertice del Pci decise di appendere a Piazzale Loreto i cadaveri di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di qualche gerarca della Repubblica sociale? Con il trascorrere degli anni, ne sono passati ben settanta, gli storici e i politici hanno offerto molte spiegazioni di quella scelta barbara che qualche leader della Resistenza, come Ferruccio Parri, il numero uno del Partito d’Azione, definì come un esempio ributtante di «macelleria messicana». Ma tutte le ipotesi sono, o sembrano, aperte e spesso in contraddizione. Credo che esista un’unica certezza. La decisione venne presa da Luigi Longo e da Pietro Secchia, i comandanti delle Brigate Garibaldi nell’Italia da liberare. Dopo aver interpellato il leader del Partito comunista, Palmiro Togliatti, ancora fermo a Roma. Ma perché la presero? Gli storici propendono per un’ipotesi: era l’unico modo per dare sfogo alla rabbia di una parte dei milanesi che voleva vedere il Duce accoppato e appeso come una bestia da squartare. Uno spettacolo che serviva anche a spargere il terrore tra i fascisti repubblicani ancora in libertà. Tuttavia in questi giorni emerge un’altra spiegazione, assai bizzarra. La propone un giornalista che cerca di farsi strada nel terreno impervio della guerra civile. È Aldo Cazzullo che l’ha presentata nella propria rubrica su Sette, il periodico del Corriere della Sera. La sua tesi è la seguente. Nell’Italia del 1945 non c’era la televisione. Per far sapere che il Duce era morto, non esisteva altro modo che mostrarlo appeso ai rottami del distributore di Piazzale Loreto. Conosco bene Cazzullo. È un bravo giornalista, sempre attratto dalla storia contemporanea. Era accanto a me a Reggio Emilia nell’ottobre del 2006 quando venni aggredito da una squadra arrivata da Roma su mandato di Rifondazione comunista per impedire un dibattito su un mio libro revisionista. Il comportamento di Aldo fu esemplare. Invece di scappare dall’Hotel Astoria come fece qualcuno, se ne rimase lì tranquillo, aspettando che la buriana finisse. Subito dopo cominciammo a discutere. Adesso ha pubblicato con Rizzoli una storia della Resistenza. Il suo lavoro dovrebbe dimostrare che la guerra partigiana non fu soltanto un affare dei comunisti. È una verità conosciuta da sempre. Allo stesso modo sappiamo che l’attore principale della nostra guerra civile fu il Pci, grazie alle bande Garibaldi, le più numerose, le meglio armate e le più combattive. È curioso che a ricordarlo sia proprio il sottoscritto, autore di un libro come Il sangue dei vinti. Quel lavoro rivelava la sanguinaria resa dei conti sui fascisti sconfitti. Attuata dopo il 25 aprile 1945 quasi sempre dai partigiani rossi. Il sangue dei vinti venne messo all’indice da tutta la pubblicistica di sinistra. Si disse persino che l’avevo scritto per ingraziarmi Silvio Berlusconi. In compenso il Cavaliere mi avrebbe fatto ottenere la direzione del Corriere della Sera! L’insieme delle vendette ebbe come spettatori entusiasti, e talvolta come esecutori, anche tanti italiani che per vent’anni erano stati fascisti e avevano applaudito i discorsi di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia. Ecco un’altra verità che non amiamo ricordare. Non piace neanche a Cazzullo. Lui arriva a definirla «la solita tiritera». Ma non è così. La grande folla accorsa a piazzale Loreto, per sputare sui cadaveri di Mussolini e della Petacci, nei venti mesi della guerra civile si era ben guardata dall’uscire di casa. Osservata con uno sguardo neutrale, la Resistenza fu una guerra condotta da un’esigua minoranza di italiani che si opposero a un’altra minoranza anch’essa esigua, quella dei fascisti decisi a combattere l’ultima battaglia di Mussolini. Questi potevano contare sul sostegno determinante dell’esercito tedesco. Mentre i partigiani avevano soltanto l’appoggio cauto degli angloamericani che risalivano la penisola con grande lentezza. Negli anni successivi al 1945, il Pci seppe sfruttare con accortezza il proprio predominio sul fronte antifascista. «La Resistenza è rossa» divenne lo slogan più urlato nelle celebrazioni del 25 aprile. In due parole descrivevano una realtà. Certo, a resistere c’erano anche militari, sacerdoti, suore, internati in Germania, partigiani cattolici e monarchici. Ma la massa critica, diremmo oggi, era costituita dalle Garibaldi. Le bande del Pci erano le uniche ad avere una strategia a lungo termine: quella di iniziare un secondo tempo destinato alla conquista del potere. E fare dell’Italia un satellite di Mosca. I comunisti furono anche gli unici a giovarsi subito di una storiografia di parte. Basta ricordare Un popolo alla macchia, il libro firmato da Longo, ma scritto su commissione da un altro autore. E la Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, corretto in più parti dallo stesso Longo. Insieme a questi interventi di marketing, ci fu la conquista dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, che vide l’espulsione dei cattolici e dei capi del Partito d’Azione, primo fra tutti Parri. Oggi, nell’anno di grazia 2015, si scopre che soltanto una minuscola pattuglia dei maturandi, appena il 2,5 per cento, sceglie il tema sulla Resistenza. Perché stupirsene? La crisi della memoria resistenziale è in atto da molto tempo, strozzata dalla retorica, da un’infinita serie di menzogne e dall’opportunismo cinico delle sinistre. Ed è diventata il sintomo più evidente della crisi culturale di quel mondo. Esiste un succedersi implacabile di stagioni politiche. Per prima c’è stata la fase staliniana. Poi quella togliattiana. Quindi la berlingueriana. Chi ha visto l’ultima puntata di Michele Santoro dalla piazza di Firenze, si è reso conto che Enrico Berlinguer viene ancora ritenuto un santo da venerare. Infine il caos legato alla dissoluzione dell’Unione sovietica ha prodotto la svolta di Achille Occhetto e la scomparsa formale del Pci. La mazzata decisiva è venuta nel 1992 da Tangentopoli. Una parte della sinistra, quella di Bettino Craxi, è morta. Mentre i resti del Partitone rosso si sono dispersi in tante piccole parrocchie. Adesso, nel giugno 2015, la crisi culturale è diventata identitaria. Racchiusa in una domanda: chi è di sinistra oggi in Italia? Certo, esiste il Partito democratico, ma è un’accozzaglia di politici, di programmi, di stili di vita e di idee, tutti avvolti in una nebbia che impedisce definizioni credibili. Secondo un intellettuale dem come Fabrizio Barca, autore di un’analisi che ha richiesto mesi di indagini, il Pd è anche un partito zeppo di robaccia criminale. Non mancano i militanti e i dirigenti onesti. Però l’insieme ricorda la folla di Piazzale Loreto che osserva con gli occhi sbarrati non il cadavere di un dittatore, bensì quello di una storia politica. Durata per decenni, ma oggi finita per sempre. Per ultimo ecco l’enigma di Matteo Renzi, il premier di un’Italia che, nel mondo globalizzato del Duemila, non sa più dove dirigersi. Il Chiacchierone di Palazzo Chigi è di sinistra, di destra, di centro o un renzista autoritario e clientelare? Per ritornare a Cazzullo che osserva Piazzale Loreto, oggi la televisione esiste. Ma è in grado soltanto di diffondere ansia, incertezze e non poca paura. Giampaolo Pansa.

Umberto Eco, filosofo, semiologo e saggista di fama internazionale ha espresso il suo pensiero l'11 giugno 2015 durante la consegna della laurea honoris causa in comunicazione e culture dei media all'università di Torino: "I social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel".

Ognuno di noi, italiani, siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. In famiglia, a scuola, in chiesa, sui media, ci hanno deturpato l’anima e la mente, inquinando la nostra conoscenza. Noi non sappiamo, ma crediamo di sapere…

La legalità è il comportamento conforme al dettato delle centinaia di migliaia di leggi…sempre che esse siano conosciute e che ci sia qualcuno, in ogni momento, che ce li faccia rispettare!

L’onestà è il riuscire a rimanere fuori dalle beghe giudiziarie…quando si ha la fortuna di farla franca o si ha il potere dell'impunità o dell'immunità che impedisce il fatto di non rimaner invischiato in indagini farlocche, anche da innocente.

Parlare di legalità o definirsi onesto non è e non può essere peculiarità di chi è di sinistra o di chi ha vinto un concorso truccato, né di chi si ritiene di essere un cittadino da 5 stelle, pur essendo un cittadino da 5 stalle.

Questo perché: chi si loda, si sbroda!

Nell’antichità i sacerdoti detenevano il sapere delle leggi, giusto per non perdere i privilegi ed affinchè tali norme non potessero essere usate contro di loro.

Dopo migliaia di anni nulla è cambiato. La responsabilità dei propri atti, se è riconosciuta ai poveri mortali italiani, non vale per il Presidente della Repubblica  e per i magistrati italioti.

"Il popolo italiano odia lo Stato ma non può farne a meno, scrive Eugenio Scalfari su “La Repubblica”. Più passa il tempo e più la corruzione aumenta, invadendo non soltanto le istituzioni locali e nazionali ma l'anima delle persone, quale che sia la loro collocazione sociale. Si chiama malavita o malgoverno o malaffare, ma meglio sarebbe dire malanimo: le persone pensano soltanto a se stesse e tutt'al più alla loro stretta famiglia. Il loro prossimo non va al di là di quella. Non pensiate che il fenomeno corruttivo sia un fatto esclusivamente italiano ed esclusivamente moderno: c'è dovunque e c'è sempre stato. Naturalmente ne varia l'intensità da persona a persona, da secolo a secolo e tra i diversi ceti sociali. Ma l'intensità deriva soprattutto dal censo: la corruzione dei ricchi opera su cifre notevolmente più cospicue, quella dei meno abbienti si esercita sugli spiccioli, ma comunque c'è ed è proporzionata al reddito: per un ricco corrompersi per ventimila euro non vale la pena, per un cittadino con reddito da diecimila euro all'anno farsi corrompere per cinquecento euro è già un discreto affare. Il tutto avviene in vario modo: appalti, racket, commercio di stupefacenti, di prostituzione, di voti elettorali, di agevolazioni di pubblici servizi, di emigranti. Può sembrare un controsenso ma sta di fatto che il corruttore ha bisogno di una società in cui operare e più vasta è meglio è. La corruzione non consente né l'isolamento né l'anarchia e la ragione è evidente: essa ha bisogno come scopo comune in tutte le sue forme di una società con le sue regole e i poteri che legalmente la amministrano. La corruzione ha la mira di aiutare alla conquista del potere e all'evasione delle regole o alla loro utilizzazione a vantaggio di alcuni e a danno di altri. Le famiglie (si chiamano così) mafiose, le clientele, gli interessi corporativi, dispongono di un potere capace di infiltrarsi. Ed è un potere che trova nei regimi di democrazia ampi varchi se si tratta di democrazie fragili e di istituzioni quasi sempre infiltrate dai corruttori. Questa fragilità democratica va combattuta perché è il malanno principale del quale la democrazia soffre. Essa dovrebbe esser portatrice degli ideali di Patria, di onestà, di libertà, di eguaglianza; ma è inevitabilmente terreno di lotta tra il malaffare e il buongoverno. Non c'è un finale a quella lotta: continua e durerà fino a quando durerà la nostra specie. Il bene e il male, il potere e l'amore, la pace e la guerra sono sentimenti in eterno conflitto e ciascuno di loro contiene un tasso elevato di corruzione. La storia ne fornisce eloquenti testimonianze, quella italiana in particolare e la ragione è facile da comprendere: una notevole massa di italiani non ama lo Stato ma desidera che ci sia. Aggiungo: non ama neppure che l'Europa divenga uno Stato federato, ma vuole che l'Europa ci sia. È assai singolare questo modo di ragionare, ma basta leggere o rileggere i testi di Dante e Petrarca, di Machiavelli e Guicciardini, di Mazzini e di Cavour. Hanno dedicato a diagnosticare questi valori e disvalori e le terapie che ciascuno di loro ha indicato e praticato per comprendere a fondo che cos'è il nostro Paese e soprattutto che cosa pensa e come si comporta la gran parte del nostro popolo.

Dante e Petrarca (più il primo che il secondo) conobbero la lotta politica dei Comuni. L'autore della Divina Commedia fu in un certo senso il primo padre della Patria, una Patria però letteraria, cui insegnare un linguaggio che non fosse più un dialetto del latino ma una lingua nazionale e la poesia dello "stilnovo" già anticipata dal Guinizzelli e dai siciliani ma creata da lui e dal suo fraterno amico Guido Cavalcanti. La loro Italia non aveva alcuna forma politica, salvo alcuni Comuni con una visione soltanto locale. Dante fu guelfo e ghibellino; alla fine fu esiliato da Firenze, ramingo nell'Italia del Nord, e ancora giovane morì a Ravenna. Che cosa fossero gli italiani non lo seppe e non gli importava. In realtà a quell'epoca non c'era un popolo ma soltanto plebi contadine o nascenti borghesie comunali la cui politica era quella delle città difese da mura per impedire ai nobili del contado e alle compagnie di ventura di invaderle. Ma due secoli dopo la situazione era notevolmente cambiata e la più approfondita diagnosi la fecero Machiavelli e Guicciardini, fiorentini ambedue. Repubblicano il primo, esiliato per molti anni a San Casciano; mediceo il secondo, uomo di corte, ambasciatore, ministro ai tempi del Magnifico, di papa Leone X e di papa Clemente VII, anch'essi rampolli di casa Medici. La diagnosi di quei due studiosi fu analoga: il popolo non aveva mai pensato all'Italia, era governato e dominato da una borghesia mercantile, specialmente nelle regioni del Centro- Nord, capace di inventare strumenti monetari e bancari che dettero grande impulso dal commercio di tutta Europa, ma privi di amor di Patria. Le passioni politiche sì, quelle c'erano e la corruzione sì, c'era anche quella, ma l'Italia non esisteva mentre nel resto d'Europa gli Stati unitari erano già sorti: in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Svezia, Polonia, Austria, Brandeburgo, Sassonia, Westfalia, Ungheria e le città marinare, quelle tedesche nel Baltico e in Italia Venezia, Genova, Pisa. Il popolo mercantile in Italia c'era, era accorto e colto e condivideva il potere congiurando o appoggiando i Signori laddove esistevano le Signorie; ma gran parte d'Italia era già dominio degli aragonesi o dei francesi o degli austriaci. Il Papa a sua volta aveva un regno che si estendeva in quasi tutta l'Italia centrale salvo la Toscana ed era dominato da alcune grandi famiglie come i Colonna, gli Orsini, i Borgia, i Farnese. Ma il resto degli abitanti dello Stivale erano plebe, servi della gleba, analfabeti, con una cultura contadina che aveva ferree regole di maschilismo, di violenza, di pugnale. La diagnosi di Machiavelli e di Guicciardini non differiva da questa realtà. Anzi la mise in luce con grande chiarezza. Machiavelli però sperava in un Principe che conquistasse il centro d'Italia e sapesse e volesse fondare uno Stato con la forza delle armi, le congiure, le armate dei capitani di ventura e i matrimoni di convenienza tra le famiglie regnanti. Guicciardini faceva più o meno la stessa diagnosi ma la terapia differiva, le speranze di Machiavelli d'avere prima o poi un'Italia come Stato, naturalmente governato da un padrone assoluto come erano i tempi di allora; quel Principe, chiunque fosse, avrebbe dovuto dare all'Italia un rango in Europa e trasformare le plebi in popolo consapevole e collaboratore. Guicciardini viceversa coincideva nella diagnosi ma differiva profondamente nella terapia. Riteneva auspicabile la fondazione d'uno Stato sovrano che abbracciasse gran parte dell'Italia, salvo quella dominata da potenze straniere che sarebbe stato assai difficile espellere. Ma sperare che gli italiani diventassero da plebe un popolo con il sentimento della Patria nell'animo lo escludeva nel modo più totale. Bisognava secondo lui governare il Paese utilizzando la plebe e questa era la sua conclusione. Passarono due secoli da allora ed ebbe inizio ai primi dell'Ottocento il movimento risorgimentale con tre protagonisti molto diversi tra loro: Mazzini, Cavour, Garibaldi. Ci furono alti e bassi in quel movimento e tre guerre denominate dell'indipendenza e guidate da Cavour con una diplomazia e una comprensione della realtà che difficilmente si trova nella storia moderna. Mazzini era un personaggio molto diverso: voleva la repubblica e voleva che nascesse dal basso. La sua era una forma di socialismo che aveva come strumento le insurrezioni popolari. Non insurrezioni di massa, non erano concepibili all'epoca; ma insurrezioni di qualche centinaio di persone se non addirittura qualche decina, che cercavano di sollevare la plebe contadina sperando che i suoi disagi la muovessero a combattere per una situazione migliore. Così non avvenne e le insurrezioni mazziniane non sortirono alcun effetto se non quello di allevare una classe di giovani intellettuali, studenti, docenti, che concepivano la Patria come il maestro aveva indicato. Quasi tutti erano settentrionali di nascita e fu molto singolare che questo drappello di italiani dedicati soprattutto a scuotere le classi meridionali venisse quasi tutto da Milano, da Bergamo, da Brescia, da Genova. Così furono a suo tempo i mille che mossero da Quarto verso Calatafimi. Garibaldi era una via di mezzo molto realistica e molto demiurgica tra Mazzini e Cavour. Era repubblicano come Mazzini ma disponile a trattare con la monarchia quando bisognava compiere un'impresa che richiedesse molte risorse umane e finanziarie. Questa fu l'impresa dei Mille da cui nacque poi lo Stato italiano. La corruzione certamente non c'era in quei giovani intellettuali e combattenti ma era già ampiamente diffusa in una società che aveva pochi capitali e doveva utilizzare nel proprio interesse quelli che il nuovo stato metteva a disposizione e che forti imprese bancarie e manifatturiere straniere investirono sulla nascita dell'Italia e della sua economia. Portarono con sé, questi capitali, una corruzione moderna che è quella che conosciamo ma che allora ebbe il suo inizio nelle ferrovie che furono costruite per unificare il territorio, nell'industria dell'elettricità e in quella dell'acciaio e della meccanica. Emigrazione da un lato, corruzione dall'altro, queste furono le due maggiori realtà italiane tra gli ultimi vent'anni dell'Ottocento e la guerra del 1915 che aprì una fase del tutto nuova nel Paese. Non voglio qui ripetere ciò che ho già scritto in altre occasioni ma mi limito a ricordare che Benito Mussolini fu uno degli esempi tipici del fenomeno italiano. Personalmente era onesto, aveva tutto e quindi non aveva bisogno di niente; ma i suoi gerarchi erano in gran parte corrotti e lui lo sapeva ma non interveniva perché quella corruzione a lui nota gli dava ancor più potere, li teneva in pugno e li manovrava come il burattinaio fa muovere i burattini. Disse più volte che senza la dittatura l'Italia non sarebbe stata governabile e che governare il nostro Paese era impossibile e comunque inutile.

Una Repubblica fondata sulla trattativa. Gli accordi tra Stato e criminalità vanno avanti da due secoli. Così i padrini si sono visti riconoscere la loro forza. Che ora si è spostata nell’economia, scrive Giancarlo De Cataldo su "L'Espresso". Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di proteggerlo, ora di conquistarlo, ora d’incolpare un innocente. Il popolo è venuto a convenzione coi rei”. Così scriveva, nel 1838, don Pietro Ulloa, Procuratore borbonico di Trapani. E Leonardo Sciascia poteva annotare, sconsolato, oltre cent’anni dopo: “Leggeremo mai negli archivi della commissione parlamentare antimafia attualmente in funzione, una relazione acuta e spregiudicata come questa?”. Se il popolo sia “venuto a convenzione coi rei”, e per mezzo di alcuni dei suoi più alti rappresentanti, lo stabiliranno i giudici di Palermo, chiamati ad accertare se vi fu, fra il ’92 e il ’93, una “trattativa” fra mafia e Stato, e se furono commessi dei reati. Ma la verità giudiziaria è un conto, quella storica un altro, e non sempre le due verità coincidono. I giudici sono obbligati ad attenersi agli atti, gli storici non conoscono questo limite. La Storia è una grande risorsa, non foss’altro perché quasi sempre, per comprendere il presente, è doveroso guardare al passato. E il passato - a partire da don Pietro Ulloa - ci insegna che, sin dagli albori dello Stato unitario fra settori dei pubblici poteri e organizzazioni criminali si instaurarono accordi occulti e inconfessabili. “Patti scellerati”, li definisce lo storico francese Jacques de Saint Victor. Non ne furono immuni i sovrani assolutisti prima dell’Unità, i governanti che succedettero a Cavour, appartenessero alla Destra o alla Sinistra storiche, e nemmeno qualche rivoluzionario. Si avvalsero della “collaborazione” delle mafie coloro che intendevano mantenere l’ordine e quanti auspicavano il cambiamento. E sempre, costantemente, si potrebbe dire ossessivamente, costoro furono combattuti, troppo spesso senza successo, da leali servitori dello Stato che, oltre a fronteggiare il nemico dichiarato, dovevano guardarsi le spalle da quello interno. Il termine mafia compare per la prima volta in un documento ufficiale nella relazione redatta nel 1865 dal prefetto (orvietano) di Palermo, Filippo Antonio Gualterio. “I liberali del 1848, i Borboni nella restaurazione, i garibaldini nel 1860, ebbero tutti la necessità medesima, si macchiarono tutti della istessa colpa”. Si legarono alla trista associazione malandrinesca, determinando un legame indissolubile fra mafia e potere (o contro-potere) politico. Gualterio lascia intendere che, infine, le cose dovranno cambiare, grazie al nuovo governo: del quale egli, ovviamente, fa parte. Per Gualterio, “mafioso” è chi si oppone al nuovo ordine, sia egli garibaldino, repubblicano, nostalgico dei Borboni o autenticamente criminale. E le sue parole, per un verso nobilmente allarmate, per un altro ambigue, sono l’ennesima rappresentazione di un’altra costante del rapporto fra mafie e poteri in Italia: ciò che potremmo definire “il buon uso della mafia”. È una partita che Gualterio ha giocato in prima persona quand’era patriota, con la stessa spregiudicatezza di tutti gli altri attori. Le bande di bonache e picciotti che scortano Garibaldi nella trionfale impresa dei Mille sono, a un tempo, squadre a protezione dei latifondisti improvvisamente convertiti al nuovo che avanza, aggregazioni para-mafiose ma anche espressione di un sogno sociale di riscatto, quasi rivoluzionario, che presto le fucilazioni sommarie di Nino Bixio e dei piemontesi trasformeranno in incubo. Negli stessi giorni, a Napoli, mentre il regime borbonico si sfarina, il ministro liberale Liborio Romano promuove la camorra a Guardia Civica: per evitare disordini, dirà lui, e c’è da credergli. Ma sta di fatto che Garibaldi, a Napoli, è accolto da una folla festante in cui si mescolano allegramente democratici e tagliagole. La mossa di Romano sancisce, ancora una volta, il ruolo “politico” del crimine organizzato e la necessità, da parte dei pubblici poteri, di trovare un accordo. A proposito dei rapporti fra politica e mafie nell’Italia postunitaria, c’è un paragrafo impressionante nella “Storia della Mafia” di Salvatore Lupo: “Il partito governativo non escludeva il delitto politico e il ricorso ad una sorta di strategia della tensione (...) con la finalità di favorire la divisione della sinistra criminalizzandone l’ala estrema e conquistando a una collaborazione subalterna il gruppo che privilegiava la difesa delle conquiste risorgimentali dai pericoli reazionari”. E per conseguire questo obbiettivo si agita lo spettro di congiure inesistenti, oppure se ne impiantano di autentiche grazie al ricorso a spregiudicati agenti provocatori. Si dà per scontato che, a fini politici, ci si possa avvalere di metodi criminali in accordo con un sistema che di per sé è già criminale. Sembra delinearsi, insomma, un copione che ricorrerà più volte: con i pubblici poteri che cambiano e le mafie che restano sempre se stesse. Viene da pensare alla repressione del movimento dei Fasci a fine Ottocento, alla collaborazione dei mafiosi allo sbarco anglo-americano del ’43, agli ancora oscuri risvolti della Strage di Portella della Ginestra del 1947, all’esecuzione taroccata del bandito Giuliano, alle morti per avvelenamento di Pisciotta e Sindona, all’ascesa cruenta dei Corleonesi, ai delitti eccellenti degli anni Ottanta, giù giù sino alle stragi del ’92-’93. Tutti esempi di “buon uso della mafia” o ci si può spingere oltre, e usarla, questa benedetta parola: trattativa? Nessuno, pure, la pronuncia mai in sede ufficiale. Ma qualcosa di simile, grazie a un evidente sinonimo, “transazione”, pure affiora, a scavare nel passato. È il 1875 quando il deputato (ex-magistrato) calabrese Diego Tajani, durante un infocato dibattito parlamentare, così definisce la situazione dell’ordine pubblico in Sicilia: “Là il reato non è che una transazione continua, si fa il biglietto di ricatto e si dice: potrei bruciare le vostre messi, le vostre vigne, non le brucio ma datemi un tanto che corrisponda alle vostre sostanze. Si sequestra e si fa lo stesso: non vi uccido, ma datemi un tanto e voi resterete incolume. Si vedono dei capoccia della mafia che si mettono al centro di taluna proprietà e vi dicono: vi garantisco che furti non ne avverranno, ma datemi un tanto per cento dei vostri raccolti”. Transazione: come quella fra prefetti e comandanti militari e banditi, ai quali, talora, si concedeva un salvacondotto perché ripulissero il territorio. Da altri banditi. Transazione. Con le mafie si possono fare affari, si può servirsene per l’ordine (o, alternativamente, per il disordine), e la cosa è sotto gli occhi di tutti. Impensabile che i vecchi malandrini non si siano resi conto, col tempo, di essere assurti, essi stessi, da compagnia di raccogliticci accoliti a “forza politica”. E la stessa sensazione di essere “potere”, o comunque di giocare un ruolo determinante negli assetti strategici della nazione, magari a colpi di esplosivo, traspare da più di un verbale degli odierni collaboratori di giustizia. Da qualche anno a questa parte, le mafie sparano di meno, e quindi, verrebbe da dire, sono più forti. L’accumulazione del capitale che garantiscono i proventi delle attività illecite è un fattore di potente condizionamento del gioco economico. Le “transazioni” sembrano essersi spostate dal piano dei rapporti con gli Stati a quello dei mercati finanziari. Il governatore della Banca d’Italia ha denunciato l’enorme danno arrecato dal fattore criminale agli investimenti stranieri in Italia. Ma le mafie sono da tempo un fenomeno transnazionale, globalizzate più rapidamente, e con esiti spesso più soddisfacenti, dell’economia “legale”. Bisognerebbe girare il monito a quei santuari del denaro che periodicamente patteggiano ingenti penali per aver chiuso un occhio (e a volte tutti e due) sui movimenti sospetti di capitali. A quanto pare, non disdegnano di “venire a convenzione coi rei”. Le mafie sono partite dalle campagne o dalle periferie, ma hanno risalito il mondo, scalandolo con estrema facilità. Eppure, restano sempre mafie. Quelle descritte da don Pietro Ulloa nel lontano 1838. È ancora Sciascia a rivendicare l’ultima parola: “Gli elementi che distingueranno la mafia da ogni altro tipo di delinquenza organizzata, l’Ulloa li aveva individuati. Questi elementi si possono riassumere in uno: la corruzione dei pubblici poteri, l’infiltrazione dell’occulto potere di un’associazione, che promuove il bene dei propri associati contro il bene dell’intero organismo sociale, nel potere statale”.

"Me lo merito un Rolex?". Ancora: “Vado a vedere un po’ di Rolex per Antonia”. E tre: “Vuoi prendere il Daytona?” E quattro: “Ma un orologio, ti prego, prendilo tu”. E cinque: “Un Nautilus mi piace molto di più”. E sei: “Mamma mia che bello, segna le fasi lunari, il quadrante è blu, vero? Sono eccitato”. E sette: “Mi scoccia darle il Royal Oak (un Piguet ndr)”. L’amministratore delegato di Rolex non si affligga, ma il migliore testimonial della portabilità, dell’eccellenza e della qualità dell’investimento da polso si chiama Antonio Lollo, 46 anni, nato e residente a Latina, capelli lunghi, dall’aspetto ambivalente: preso da destra assomiglia al cantante Gianluca Grignani, solo un po’ più pienotto, da sinistra è goccia d’acqua di Marzullo, ma meno crepuscolare. Sportivo e perennemente coperto da una selezione di aromi profumati, scia chimica che avanzava prima di lui e segnava il suo passo. L’apparenza inganna però. Il dottor Lollo fino al 22 marzo scorso è stato giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Latina. Uomo di diritto ma, come vedremo, soprattutto di rovescio. “Qua abbiamo mosso un milione di euro, tra un cazzo e un altro”. Tra un orologio e un altro, un braccialetto e un altro, un viaggetto e un altro, un fallimento e un altro, Lollo e il suo complice, il commercialista Marco Viola, hanno raccolto un po’ di quattrini. E hanno bisogno di spenderli: “A me frega solo dei soldi, e mia moglie è della partita. Non mi sento affatto sporco”. Le cronache nazionali si sono occupate con superbia di questo straordinario scandalo dell’agro pontino, concedendogli pochi onori. Invece hanno sbagliato. Nell’agro pontino il caso fatto giustamente registrare colonne umane alle edicole: “Abbiamo fatto un balzo nelle vendite”, comunica entusiasta il direttore di Latina Oggi. E infatti sembrano cronache marziane. Non già per la tipologia del reato commesso, ma per le personalità coinvolte e soprattutto per i dialoghi che registrano come al fondo non ci sia fondo. Mai. Il giudice arrestato, sua moglie arrestata, sua suocera, già capo di gabinetto della Questura e presidente provinciale del comitato Unicef (bambini di tutto il mondo, attenti al lupo!) arrestata. Deve giustificare la presenza di 360 mila euro in contanti nella cassetta di sicurezza. È stupefacente la narrazione che il giudice fa della sua opera di delinquenza. E l’atteggiamento ossessivo verso l’acquisto degli orologi. Lui si difende: “Pensi che se io avessi potuto mi andavo a comprare orologi?”. Parla col complice e spiega che proprio non sa cosa combinare con i soldi che acchiappa, imbosca, inguatta. Ha già la proprietà di case e auto e non può derogare oltre nel codice etico. Quindi: orologi! Bisogna arraffare presto e bene. Lui è il capobanda: “Il leader è il leader, la responsabilità è mia… loro devono fa quel che dico io… con i colleghi me la vedo io”. Il giudice si fa gangster e la legge diviene trappola per topi, il tribunale luogo dove si scuciono soldi e si scuoiano anime. Un trattato perfetto di antropologia criminale, un mix di gangsterismo di provincia, un unico sacro fuoco: li sordi!. “Ho rischiato il culo fino a mò, che faccio me ne vado mò che devo raccoglie? Rischio fino alla fine, no?”. Lollo intuiva di essere pedinato eppure insisteva nell’agire da malfattore. “Ta ta ta. E pagano!”. Commovente il colloquio tra moglie e marito. Lei: “Va bene così, fatti dà dodicimila euro e basta, su! Non insiste, te rifai dopo”. Lui ascolta e decide di accogliere per il caso in esame, piuttosto modesto nella sua entità economica, il consiglio alla prudenza: solo dodicimila euro questa volta. Una tangentuzza piccola così. Cosa avesse in testa questo giudice imbizzarrito sarà materia da psicologi del crimine e anche tema di riflessione del Csm che purtroppo però non si occuperà del caso perchè l’arrestato ha deciso di dimettersi dalla magistratura. Certo lui è un dandy. Ama la bella, anzi bellissima vita. I viaggi. “Volevamo andare a maggio a Londra, a giugno c’ho New York, a settembre Sardegna”. E ama soprattutto gli orologi: i poliziotti lo pedinano fino a Roma, in via Cavour dove abitualmente si approvvigiona. Rastrella ogni brand d’altura, memore che un Rolex vale nel tempo “è moneta contante”. Può stare al polso o in una cassetta di sicurezza. Chiuso e nascosto o lucente ed esibito. Vale soldi, non perde peso. Si distingue tra gli altri. E conserva intatto il suo augusto segno di ricchezza. Certo, all’uomo poi viene di fare “un tetris con orecchini e anello, o coi rubini. Mi piacerebbe l’idea di un anello, di un diamante. E bracciali”. Oro che luccica per la sua amata consorte. Del resto, “mica ci siamo comprati la villa all’Eur?”. Già, si sono tenuti bassi. Questi soldi sono frutto dell’ingegno, raccolti tra i fallimenti delle società che questa crisi ha fatto lievitare. Quindi solo orologi, meravigliosi orologi. Con le fasi lunari e senza, col quadrante blu o bianco, tondi o rettangolari. “Me lo merito un Rolex?”. da: Il Fatto Quotidiano 13 maggio 2015.

Altri giudici sapevano del sistema di tangenti messo in piedi da Antonio Lollo nella sezione fallimentare del Tribunale di Latina. A confermarlo lo stesso ex magistrato durante uno dei tre interrogatori ai quali è stato sottoposto durante la sua detenzione tra il carcere romano di Rebibbia e l’Ospedale Pertini. Lollo avrebbe vuotato il sacco e fatto nomi e cognomi. Ma i verbali sono pieni di omissis e come al solito nient’altro è trapelato né dagli inquirenti né dalla difesa. In una elaborazione di un articolo de Il Fatto Quotidiano del 31 Dicembre 2013 apparsa l’1 Gennaio 2014 sul sito malagiustiziainitalia.it, si parla di “Perizie affidate a consulenti dall’ampio potere discrezionale e dai compensi stratosferici, mazzette spartite anche con i giudici. Un crocevia affaristico in cui è coinvolto il vertice dell’ufficio [quello di Roma]”, in riferimento alla vicenda che ha visto coinvolta Chiara Schettini di cui abbiamo appena accennato. La stessa Schettini, chiama in causa (è il caso di dire) anche la magistratura umbra, passivamente prona ai desiderata di quella romana: insabbiare gli esposti, far finta di nulla ed attendere che trascorrano i tempi era l’ordine da eseguire. Sotto interrogatorio, la Schettini ha confessato al giudice (onesto e che ringraziamo a nome di tutti i lettori e le lettrici di signoraggio.it): “Si entrava in camera di consiglio e si diceva questo si fa fallire e questo no”. Chi si esprime così non è un temibile boss della mala ma è sempre lei, il veramente temibile giudice Schettini, lei sì appartenente al ramo pulito del potere, proprio quello!!! Nella sua crassa arroganza venata di ottusa prosaicità, ella ricorreva sovente ad uscite agghiaccianti, sfornando un gergo truce da gangster matricolato. Intercettata telefonicamente mentre parlava col curatore fallimentare Federico Di Lauro (anche lui in galera) minacciava di farla pagare al suo ex compagno: “Guarda, gli ho detto, sono più mafiosa dei mafiosi, ci metto niente a telefonare ai calabresi che prendono il treno, te danno una corcata de botte e se ne vanno” (da Il Fatto, 8 Luglio 2013, R. Di Giovacchino). Non finisce qui. Sempre questo giudice donna, in un’altra intercettazione che ha lasciato di stucco gli inquirenti che l’hanno più e più volte riascoltato il nastro, parlando con un ignoto interlocutore, minacciava il “povero” Di Lauro in questi termini: “Io a Di Lauro l’avrei investito con la macchina… Lui lavorava con la banda della Magliana”. Ciliegina sulla torta: parlando al telefono con un perito del Tribunale, riferendosi all’insistenza di un Avvocato che non aveva intenzione di piegarsi supinamente al comportamento della Schettini, commentava: “Il suo amico Massimo ha chiesto la riapertura di due procedimenti. Una rottura senza limiti. Gli dica di non insistere perché non domani, né dopo domani ma fra 10 anni io lo ammazzo”. Alla faccia della magistratura a cui tocca attenersi!

Pino Maniaci: “Vi spiego la mafia dell’antimafia….”, scrive Laura Bercioux per "Il sud online" il 28 maggio 2015. Laura Bercioux, conduttrice e giornalista, si occupa di cronaca, di ambiente con un occhio speciale al sociale e allo spettacolo. Ha collaborato con Telenorba, Stream Tele+Inn, Rai Tre, Rai Uno. Ha lavorato a reportage televisivi per Rai Uno in "Ladri di Vento"- Petrolio, inviata per la trasmissione di inchiesta di Telenorba "Patto per Il Sud", ha condotto la trasmissione tv sociale per Telelibera 63 "SoS Campania", ha condotto per Rai Tre con Fernando Balestra e Tosca D'Aquino "Cocktail" e "Strano ma falso" di Fabrizio Mangoni, Francesco Durante. Collabora anche per La Voce di New York. Nella Giornata della Legalità, l’inchiesta di Pino Maniaci, giornalista siciliano di Tele Jato sui patrimoni sequestrati e gli amministratori giudiziari, rimbalza sulle cronache dei giornali. Noi avevamo già intervistato Maniaci sulla “Mafia dell’Antimafia” come lui stesso definisce gli scandali della gestione dei beni sequestrati. Dove indaga Pino? Pino Maniaci porta alla luce il malaffare della gestione dei beni sequestrati (a Palermo sono gestiti quasi il 50% dei beni sequestrati in tutta Italia): società, aziende, terreni, capitali immensi affidati a un pugno di prescelti amministratori giudiziari, in barba ai 4000 iscritti all’albo che puntualmente si vedono esclusi perché i 20 fortunati, e spesso in conflitto di interesse, hanno un’esclusiva fuori legge. Come succede a Seminara Cappellano, amministratore giudiziario di beni sequestrati, che acquista quote azionarie dei beni di Massimo Ciancimino in Romania o, da gestore di albero gestisce alberghi sequestrati. Maniaci descrive la storia nei dettagli, Seminara è sotto processo ma continua a gestire questi beni. L’inchiesta giornalistica parte da un bene sequestrato che è affidato da 7 anni dal Tribunale Sezione di Prevenzione sui patrimoni sequestrati, secondo la legge Pio La Torre. Il sequestro deve stabilire se la provenienza degli affari è illecita o meno, ci vogliono 3 anni di giudizio e troppi per capire se il proprietario dei beni ha a che fare con la mafia. Maniaci è sotto protezione dal 2008 per le sue inchieste e dichiara, qualche giorno fa, a resapublica.it: “Ci sono casi di beni con anche 16 anni di amministrazione giudiziaria. I danni che gli amministratori procurano al bene che amministrano a volte sono devastanti e i loro compensi milionari. L’avvocato Cappellano Seminara, in un solo incarico ha guadagnato 7 Milioni di euro”. La mafia dell’antimafia, dunque, scatena polemiche dopo il sevizio andato in onda alle Iene e,  distanza di tre giorni dal servizio televisivo, i servizi segreti  avvertono che la d.ssa Saguto è “a rischio attentato per la sua attività”. Ci sono troppi dubbi e punti di domanda, sentite cosa dichiara Pino Maniaci a resapubblica.it: “Uno dei casi più eclatanti è quello del patrimonio dei Rappa sottoposto a sequestro. Il patrimonio era stato sequestrato a Ciccio Rappa, ma da allora a adesso sono trascorsi decenni e ancora non si sa se e quale parte dell’immenso patrimonio che si stima in 800 milioni di euro, sia da confiscare. Nel frattempo, scopriamo che la d.ssa Saguto ha nominato amministratore giudiziario un giovane avvocato, Walter Virga, che è figlio di Vincenzo Virga, giudice componente del Csm”. Pino parla di un giro devastante di comportamenti al limite della legalità negli affidamenti o deontologicamente poco corretti. “Finora non è arrivata nessuna querela da parte di nessuno – racconta Maniaci -, nonostante le gravi accuse alla Saguto e al marito che lavora nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara, cioè l’amministratore giudiziario che amministra un numero considerevole di beni posti sotto sequestro. Al Csm c’era una richiesta di un provvedimento disciplinare nei confronti della Saguto, riguardo proprio alle procedure di nomina dell’amministratore giudiziario di una discarica in Romania, che appartiene al patrimonio di Massimo Ciancimino, e affidata al solito Cappellano Seminara. Ma il giudice Vincenzo Virga, componente del Csm e responsabile dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, archivia la richiesta e 15 giorni dopo il figlio diventata amministratore giudiziario dell’impero dei Rappa. A me pare un comportamento deontologicamente poco corretto”. La d.ssa Saguto è adesso nel mirino della ritorsione mafiosa e Pino manifesta la sua solidarietà ma anche le sue perplessità per una nota dei servizi pubblicata 3 giorni dopo il servizio delle Iene. “A me – dice Maniaci – l’accostamento tra la Saguto e Falcone sembra deprecabile. Noi puntiamo il dito sulle attività della sezione misure di Prevenzione del Tribunale diretto dalla Saguto da un pò di tempo ma nessuno ci ha mai querelato, mi chiedo perché. Ci sono tantissime associazioni che hanno scoperto l’antimafia per guadagnare e fare soldi, e l’antimafia dovrebbe fare parecchia introspezione dentro se stessa. Io posso dire che l’emittente Telejato rischia sempre di chiudere per mancanza di fondi. La nostra antimafia è gratis. Io vado in giro per l’Italia senza prendere un euro. Anzi, io non faccio antimafia. Io considero un errore avere istituzionalizzato l’antimafia. Con il Capo dello Stato antimafia, il Presidente del Senato antimafia, il politico antimafia. A me da fastidio questa distinzione, perché l’antimafia e il rispetto della legalità dovrebbero essere nel cuore di ogni cittadino onesto. A volte la legalità è usata a proprio uso e consumo. Noi facciamo un lavoro giornalistico. Denunciamo l’illegalità secondo la lezione di Pippo Fava. Una buona informazione incide, corregge diventa determinante per un territorio. Diventa punto di riferimento per chi non ha voce. Senza infingimenti politici e distinzioni tra destra e sinistra. La merda può essere a destra ma a sinistra non si scherza nemmeno e va pestata tutta”. Maniaci non si arrende e continua a battagliare, a raccontare, i magistrati gli sono accanto e dice “C’è una sottoscrizione su change.org, che ha già raggiunto 40.000 firme. Abbiamo chiesto al Csm di essere ascoltati in merito ai comportamenti deontologici della d.ssa Saguto ma nessuno vuole ascoltare e nessuno ci querela. Quello che noi abbiamo detto è soggetto a un grave reato, vilipendio a corpo dello Stato. É previsto anche l’arresto immediato per questo. Ma io sono ancora a piede libero. Io sono stato ascoltato dai magistrati di Caltanissetta, perché c’è una loro inchiesta sulle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo che non ha ancora prodotto risultati. Mi chiedo che fine abbia fatto quell’inchiesta”. Nella Giornata di Falcone, se ne parla tra i colleghi, fuori dall’Aula Bunker di questa brutta storia, sembra che una certa “antimafia” si beffi di quei morti, di quelle persone che, per combatterla ci hanno rimesso la vita. Intervista a Fabio Nuccio – Giornalista Mediaset.

Anche se sembra non siamo un popolo di disonesti. Facciamo di tutto per dimostrare di essere i peggiori, ma in altri Paesi la corruzione non è inferiore a quella presente da noi, scrive Piero Ostellino su "Il Giornale". Siamo il popolo più disonesto al mondo? Certamente non lo siamo, anche se – a giudicare dalle cronache quotidiane - facciamo di tutto per dimostrarlo. In altri Paesi la corruzione non è inferiore a quella presente da noi. Ma è, come si suol dire, il contesto quello che, da noi, conta, cioè il ruolo che la politica svolge anche nel campo dell'economia e delle transazioni di mercato. Il fatto è che, da noi, l'intermediazione politica occupa un posto di preminenza rispetto a quello che altrove occupa il mercato. E dove la politica ha a che fare con i soldi è pressoché inevitabile che qualcuno ne approfitti, perché la politica non va tanto per il sottile quando si tratta di conquistare consenso e il consenso è spesso strettamente associato ai quattrini di cui si può disporre. La regola politica è questa. Più quattrini hai da spendere, maggiore è il consenso che puoi ottenere. Se, poi, i quattrini non sono neppure i tuoi, ma di coloro i quali li usano e li spendono in funzione dei loro interessi politici, allora, l'equazione «politica e quattrini uguale corruzione» funzionerà alla perfezione. Le cronache parlano molto degli scandali collegati a tale uso dei quattrini, peraltro senza spiegarne le ragioni, ma non è un problema che preoccupi il mondo della politica perché in gioco non è l'onestà personale dei politici, che non interessa nessuno, ma la natura strutturale del nostro sistema. Non abbiamo la classe politica più corrotta al mondo; abbiamo solo la classe politica più esposta alle tentazioni. E, come è noto, sono le occasioni che fanno l'uomo ladro. Come ho detto, quando l'intermediazione politica prevale sulle logiche del mercato e che qualcuno, sul versante politico, ne approfitti è nella logica delle cose. Questa è anche la ragione per la quale tutti i governi che si sono ripromessi di riformare il Paese e i suo sistema politico non ce l'hanno fatta. Non ce l'ha fatta Berlusconi; non ce la fa Renzi malgrado predichi ogni giorno l'intenzione di cambiare l'Italia. Da mesi andavo scrivendo che l'immigrazione si era trasformata nell'«industria dell'immigrazione» in quanto l'arrivo di migliaia di immigrati era diventata l'occasione, per la politica, di utilizzare i quattrini stanziati per l'accoglienza dei nuovi arrivati a proprio esclusivo beneficio e delle proprie organizzazioni sociali. Sembrava una mia fissazione. Invece, gli scandali scoppiati in successione ai margini del fenomeno hanno confermato che non si è ancora regolamentata l'immigrazione perché non conviene a chi ci fa sopra dei guadagni più o meno leciti. Lasciamo perdere gli scafisti – che sono dei veri e propri criminali – e chiediamoci se la solidarietà di certi ambienti cattolici e di sinistra non sia pelosa: gli immigrati sono manodopera a basso costo che le cooperative che prosperano attorno al mondo cattolico e della sinistra hanno finora utilizzato impedendo qualsiasi tentativo di regolamentarne l'arrivo. È perfettamente inutile approvare marchingegni burocratici che dovrebbero impedire la suddetta speculazione. Prima o poi diventano essi stessi occasione di corruzione perché dove è possibile evitare monitoraggi e controlli è pressoché certo che la politica troverà il modo di eluderli. Finora è quello che è accaduto ed è probabile che l'andazzo non cambi. Potrebbe esserci qualche speranza di cambiamento se i media facessero il loro mestiere di cani da guardia del potere politico e, perché no, anche di quello economico. Se la proprietà, o il controllo, dei media serve da moneta di scambio con la politica per goderne del sostegno, è evidente che la politica prevarrà sempre a dispetto delle migliori intenzioni perché eludere monitoraggi e controlli conviene a troppa gente. Non è col moralismo a basso prezzo che si moralizza il Paese, bensì con riforme che ne mutino radicalmente la struttura, eliminando l'eccesso di intermediazione politica. Ma toglietevi dalla testa che Renzi le faccia. Continuerà a prometterle, senza farle. La furba retorica del presidente del Consiglio ha incominciato a deludere gli italiani, anche quelli che gli credevano, e il consenso di cui ha goduto sta calando. C'è anche un'altra regola che presiede a quest'ultimo fenomeno: non si possono imbrogliare tutti e sempre.

Processi veloci? Meglio processi giusti, scrive Vincenzo Vitale su “Il Garantista”. Il presidente della Repubblica Mattarella, nell’ambito della sua visita al Consiglio Superiore della Magistratura, ha fatto un intervento, affermando una cosa giusta e una sbagliata. Quella giusta e sacrosanta è che il Csm non può riformarsi da solo, perché invece occorre necessariamente che sia il legislatore ad intervenire soprattutto in tema di elezioni e di funzionamento della sezione disciplinare. Ed infatti, è proprio così. Se ci cono aspetti che davvero debbono essere riformati sono di sicuro il sistema elettorale attuale che alimenta a dismisura il sistema correntizio all’interno del Csm e quello della giustizia disciplinare che lascia troppo a desiderare, mostrando una cedevolezza eccessiva: le sentenze che affermano una responsabilità di un magistrato sono infatti assai rare e sempre assai miti, rispetto ai fatti accaduti e contestati. La cosa invece sbagliata che il capo dello Stato ha affermato è che la gente preme sempre di più e sempre di più si aspetta processi veloci.Ora, è ben vero che in Italia i processi hanno una durata biblica e che siamo per questo lo zimbello del mondo civile, ma lo siamo ancor di più perché il tasso di giustizia presente all’esito del processo si mostra pericolosamente ridotto e comunque precario. Insomma, fare i processi in modo più veloce è certo un bene, ma non è il bene principale: il bene principale è che dai processi scaturisca con una certa probabilità che sia ragionevole una decisione riconoscibile socialmente come giusta. Ciò purtroppo in Italia accade con una frequenza troppo bassa e per questo si avverte come un diffuso senso di disagio serpeggiare fra tutti coloro che per professione o per necessità son costretti a fare i conti con l’amministrazione della giustizia italiana. Non parliamo poi di cosa pensano all’estero di quanto accade nei nostri Tribunali, soprattutto in casi che hanno fatto molto rumore presso la stampa e l’opinione pubblica, come quelli di Adriano Sofri o di Raffaele Sollecito ed Amanda Knox . In casi del genere, i corrispondenti esteri sono stati costretti ad assistere allibiti alla celebrazione di sei, sette o più procedimenti penali che ogni volta ribaltavano la decisione già assunta: chi, per il Tribunale era innocente, per la Corte d’Appello era invece colpevole, per la Cassazione di nuovo innocente e poi da capo in una girandola di sentenze che si annullavano, si confermavano, si riformavano una dopo l’altra in un tragicomico gioco dell’oca. Alla fine, nessuno ci capisce più nulla e sarebbe molto più serio e rispettoso, anche della dignità delle persone coinvolte, lasciar perdere tutto e rinunciare ad ogni ulteriore prosecuzione. Ne viene che, per ogni evidenza, se i processi son troppo lunghi, spesso è perché son fatti male, in modo tale cioè da esigere gradi su gradi di giudizio, con tanti saluti alla giustizia della sentenza. Non mi stancherò di ripeterlo, seguendo Seneca: «cito scribendo non fit ut bene scribatur, bene scribendo fit ut cito». Vale a dire: chi scrive in fretta scriverà male, chi scrive bene scriverà in fretta. Sarebbe allora il caso allora che i nostri governanti ci pensassero un poco come si deve, per adottare provvedimenti destinati non a far presto i processi ma a farli bene, meglio di quanto siano fatti oggi. Anche perché, come sappiamo, farli bene – cioè capaci di rendere giustizia – equivale a farli in fretta. Assai più di oggi.

In galera per 22 anni da innocente: Gulotta racconta la sua storia, scrive Francesco Lo Dico su “Il Garantista”. Era il 7 novembre 2014, quando “Il Garantista” vi aveva raccontato insieme all’avvocato Baldassarre Lauria, il più grande caso di ingiustizia dal dopoguerra a oggi. Protagonista di quella storia era Giuseppe Gulotta, un galantuomo di Alcamo finito dietro le sbarre appena diciottenne nel 1976, che ha speso 36 anni della sua vita tra galera e tribunale pur essendo innocente. Accusato dell’omicidio di due carabinieri, di aver fatto un blitz nella casermetta di Alcamo, Gulotta si rivelò molti anni dopo al centro di una sporca macchinazione di Stato che lo vide torturato e incriminato per nascondere l’indifendibile: un omicidio di Stato, voluto da Gladio e servizi deviati, che trovò in Giuseppe il perfetto capro espiatorio grazie a una confessione, estorta con la tortura, che lo costrinse a dichiararsi colpevole. Dopo qualche anno di silenzio, dopo vani tentativi di ottenere giustizia per i ventidue anni di carcere scontati da innocente, Giuseppe Gulotta ha deciso di raccontare la sua incredibile storia in “Alkamar” (il nome della piccola caserma di Alcamo che gli cambiò per sempre la vita), libro verità che ha scritto per ChiareLettere, e che presenterà il 10 giugno alle 19 e 30 presso “La luna ribelle” di Reggio Calabria assieme al giornalista Nicola Biondo. All’evento, ideato e realizzato dalla Fondazione “Giuseppe Marino” e introdotto da Daniela Bonazinga, saranno presenti anche Antonio Marino, presidente Fondazione “Giuseppe Marino”, Giuseppe Falcomatà, Sindaco di Reggio Calabria, Giovanni Muraca, Assessore comunale alla Legalità, Pardo Cellini e Baldassarre Lauria, avvocati, e suoi difensori. La data scelta per l’uscita del libro non è casuale. Proprio il 10 giugno, al tribunale di Reggio Calabria, si terrà difatti l’udienza relativa alla causa civile per il deposito delle perizie che verificheranno gli eventuali danni esistenziali, morali, biologici e patrimoniali subiti da Giuseppe Gulotta. Per comprendere di che tenore sarà il racconto di questo uomo mite, che pure non riesce a esprimere nemmeno un’ombra di rancore verso i suoi carnefici, ma soltanto rammarico per il figlio che non è riuscito a crescere, basti riandare con la memoria al racconto del suo legale Lauria. Che bene raccontò al nostro giornale, sulla base della confessione dell’ex brigadiere Olino, uomo meritevole che lasciò la divisa dopo gli orrori vissuti, come andarono le cose. «Gulotta, Ferrantelli e Santangelo vennero arrestati nella notte del 12 febbraio – ricorda Lauria – e brutalmente torturati e picchiati. Smisero di fare loro del male soltanto quando si autoaccusarono della strage di Alcamo. Tutto accadde in assenza dei loro difensori. C’era anche un allora giovane magistrato della Procura di Trapani, che assistette a quell’orrore senza farne denuncia. Non ebbe il coraggio di firmare i verbali. Lo chiameremo a rispondere di quella condotta». «Giuseppe Gulotta – prosegue l’avvocato – fu arrestato e riempito di botte per una notte intera. Fu preso a calci, gonfiato di pugni, gli puntarono le pistole alla tempia, gli presero a calci i genitali. Bevve acqua salata. Smisero di farlo a pezzi soltanto quando ebbero ciò che volevano: la confessione di essere stato il responsabile dell’eccidio in caserma». Il perché di tutta questa barbarie, giova ancora una volta ricordarlo. Ed ha a che fare con “Alkamar”, la casermetta in cui prestavano servizio due carabinieri sbagliati. Pochi giorni prima avevano fermato un camioncino che dovevano fingere di ignorare. Era carico d’armi destinate alla mafia. Armi di cui lo Stato sapeva negli anni sporchi di gladio. Leonardo Messina riferì alla Dia nel 99 che ad Alcamo, proprio negli anni dell’eccidio, era stato programmato un attacco a varie sedi delle istituzioni. Era giunto un contrordine, ma ormai il pasticcio era fatto. Trucidare i due uomini di Stato impiccioni, per lo Stato deviante non fu per nulla complicato. Le uniche complicazioni le ebbe Gulotta. Oggi finalmente Giuseppe può raccontare la sua storia. Da uomo libero. Da uomo distrutto che però non ha perso fiducia nelle istituzioni. Ce lo ha raccontato l’avvocato Lauria: «Dice che ha un solo rammarico, Giuseppe. Dice che quando finì in carcere aveva un bimbo di un anno e mezzo. Gli sarebbe piaciuto accompagnarlo a scuola. Almeno un giorno. Un giorno solo della sua vita».

Gulotta è da considerare un impresentabile?

Il Codice Chiaromonte, scrive Finemondo di Marco Damilano su “L’Espresso”. «Non possiamo affidare all'arma dei carabinieri o alle questure il compito di preparare elenchi di uomini politici e di amministratori sui quali gravono sospetti non provati, o a volte soltanto dicerie di vario tipo». Così parlava il presidente della Commissione parlamentare Antimafia illustrando alla stampa la nuova iniziativa della commissione per arginare l'infiltrazioni delle cosche criminali nelle liste elettorali. Un codice di autoregolamentazione sottoscritto da tutti i partiti, in cui le forze politiche si impegnavano a escludere dalle candidature quei nomi per cui fosse stato emesso decreto che disponeva il giudizio, o che presentati o citati a comparire in udienza per il giudizio...In questi giorni l'iniziativa della commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi di stilare una lista di cosiddetti impresentabili alla vigilia del voto regionale è stata definita in vari modi. «Sul piano umano volgare, sul piano politico infame, sul piano costituzionale eversiva», ha tuonato a notte fonda di fronte alla direzione del Pd il neo-presidente della Campania Vincenzo De Luca, il più illustre degli impresentabili. Parole accolte con l'applauso dei dirigenti del Pd, in linea del resto con quanto dichiarato nei giorni scorsi dai principali esponenti del partito. Contro De Luca? No, contro la Bindi. Si è detto: lista di proscrizione (Orfini), lista che lede i diritti costituzionali (Serracchiani), lista personale (Guerini, Carbone). E anche, ma da altro pulpito, più prestigioso e autorevole, il presidente dell'Anti-corruzione Raffaele Cantone: «quella lista è un errore grave. Non spetta all'antimafia fare liste, ma studiare il fenomeno mafioso». Eppure la lista Bindi non è un caso senza precedenti. Perché già in passato la commissione Antimafia provò a prendere un'iniziativa identica per modalità, tempistica e reazioni dei politici coinvolti. Di diverso c'era l'epoca: il 1991-92, il tramonto della Prima Repubblica. E la figura del presidente dell'Antimafia: il comunista Gerardo Chiaromonte, amico di Giorgio Napolitano e di Emanuele Macaluso, lontano anni luce da pulsioni giustizialiste e anzi severo critico nelle fasi successive degli eccessi di Mani Pulite. Un comunista di destra, garantista e prudente, se vogliamo dire così l'opposto per carattere e origine di Rosy Bindi, passionale cattolica di sinistra. Eppure il garantista Chiaromonte segue lo stesso percorso della Bindi e sarà oggetto di attacchi simili sul piano personale da parte dei vertici del suo partito, il Pds appena nato sulle ceneri del Pci. Il codice fa il suo esordio in vista delle elezioni regionali in Sicilia del giugno 1991. C'è ancora la Dc del 40 per cento nell'isola, Salvo Lima è potente europarlamentare, il partito sul piano nazionale è fortissimo, Andreotti regna a Palazzo Chigi con il Caf (Craxi Andreotti Forlani). «Il codice è uno strumento di selezione del personale politico e amministrativo e inverte un processo di degenerazione che non si può regolare altrimenti, perché le esclusioni per legge sono contrarie allo stato di diritto», spiega Chiaromonte. Una libera scelta della politica, chiamata a vigilare con più forza su se stessa, non una violazione della presunzione di innocenza. Anche in quel caso inizialmente i partiti sono o fingono di essere entusiasti: «Un tassello di grande importanza nella lotta alle deviazioni. Si interviene sulla candidabilità non attraverso una legge, ma un patto politico che può semplificare, in qualche caso, anche il problema delle nomine», si spertica in lodi il presidente della regione Sicilia, il dc Rino Nicolosi. I guai arrivano, naturalmente, quando dalle parole si passa ai fatti, cioè ai nomi. Per le regionali siciliane (stravinte dalla Dc) la commissione decide di pubblicare le conclusioni sulle liste a elezioni svolte, tre mesi dopo, senza dare i nomi ma soltanto il numero dei candidati che partito per partito hanno violato il codice: cinque deputati dell' assemblea regionale siciliana (Dc, Pds, Psi, Psdi e Msi-dn) sono stati candidati fuori dalle regole. «Abbiamo inviato i nominativi segnalatici ai segretari dei partiti. Rinnoviamo loro l'invito ad assumere le iniziative più opportune per una riforma sostanziale del modo di far politica e amministrazione soprattutto, ma non solo, nel mezzogiorno». A rispondere, a sorpresa, è il segretario del partito di Chiaromonte, Achille Occhetto, inferocito per l'inserimento nella lista di alcuni candidati del Pds: «La Commissione fornisca elementi di fatto più documentati di quelli indicati». Passa qualche mese e arrivano le elezioni politiche del 1992. Elezioni decisive: le prime con la preferenza unica, segnate dall'arresto a Milano del socialista Mario Chiesa e dall'omicidio a Palermo del dc andreottiano Salvo Lima. L'Antimafia decide di fare un passo avanti. «Per lottare contro la mafia, non solo Cesare, ma anche la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto», dice il garantista Chiaromonte. «Il nostro invito a tutti i partiti e ai movimenti che presenteranno candidature nella imminente consultazione elettorale, è quello di applicare con puntualità e rigore le norme esistenti e di onorare l'adesione data al codice di autoregolamentazione suggerito dalla commissione Antimafia». La domenica elettorale è il 5 aprile 1992. Nella settimana del voto (esattamente com'è succeduto per la Commissione Bindi), il 31 marzo, l'Antimafia pubblica la lista dei nomi «che dimostrano come da parte della maggioranza dei partiti non sia stata data un' interpretazione rigorosa dell' impegno a non presentare candidati che pur non essendo stati rinviati a giudizio hanno pendenze giudiziarie in corso». I nomi sono 33: 8 per il Msi, 6 per il Psdi, 4 per Psi, Pli e Lega, uno per Dc, Rifondazione Comunista, Pri, Verdi, Verdi Federalisti, Lega delle Leghe e Lista Civica di Taranto (ovvero Giancarlo Cito). Il primo in elenco è il missino Massimo Abbateangelo, condannato in primo grado all'ergastolo per banda armata, l'ultimo è il liberale Gianluigi Zelli, condannato per ricettazione e per detenzione e spaccio di droga. Il giorno dopo infuriano le polemiche. «L'Antimafia ha svolto un lavoro fazioso utilizzato da 'giornali e telegiornali per gettare in abbondanza fango sul Msi-Dn, presenteremo querele per diffamazione», reagisce il portavoce del partito, Francesco Storace. Un paio di nomi vengono depennati perché non rientrano nei requisiti indicati. E l'Antimafia viene lasciata sola. «La decisione di procedere alla pubblicazione prima delle elezioni era stata assunta dalla commissione in una seduta a gennaio, era universalmente nota e noi eravamo tenuti a rispettarla. Per la pubblicazione dei nomi ci siamo attenuti a un criterio assai rigoroso, facendo riferimento soltanto a persone condannate o rinviate a giudizio. Non possiamo esercitare noi una qualsiasi valutazione sull'entità dei reati per i quali erano state emanate condanne o decisi rinvii a giudizio», si difende Chiaromonte usando quasi le stesse parole utilizzate oggi dalla Bindi. È il 2 aprile 1992. Chiaromonte morirà un anno dopo, il 7 aprile 1993. La legislatura che comincia nell'indifferenza dei partiti per l'inquinamento delle liste eleggerà il Parlamento di Tangentopoli e delle stragi di mafia, Falcone, Borsellino, le bombe del 1993, i parlamentari siciliani rinchiusi a Roma con la paura di essere uccisi. De Luca era un comunista campano, immaginiamo devoto di Chiaromonte. Oggi il Pd lo applaude e isola Rosy Bindi, nessuno ha sentito il bisogno di chiederle scusa. E forse stasera in commissione Antimafia ci sarà un inedito processo, con la presidente nelle vesti dell'imputata e un pezzo di Pd sui banchi dell'accusa. Eppure, a distanza di anni, è lecito chiedersi chi è in continuità con la storia politica della sinistra e con quella istituzionale dell'Antimafia che fu di Gerardo Chiaromonte: Rosy Bindi o Vincenzo De Luca?

Italia, un paese fondato sull’insulto. Dalle risse tra comuni in età medievale, alle lotte tra faz