Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

IMPUNITOPOLI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’ITALIA DELL’IMPUNITA’

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

“L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

Di Antonio Giangrande

QUANDO LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI

 

LEGULEI ED IMPUNITA’

 

SOMMARIO PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

GLI ONNIPOTENTI PADRETERNI.

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

CHI FA LE LEGGI? 

SE I MAGISTRATI SI FANNO LE LEGGI….

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

L’ANGOLO BUIO DEI SOCIAL.

MAGISTRATI…STATE ZITTI!

LA CERTEZZA DEL DIRITTO ED IL CONCORSO DEL REATO? GLI OCCHI DI REPORT SUI MAGISTRATI E LA RAI SI SPAVENTA.

IL PARTITO DEI MAGISTRATI.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO. ESAME DI AVVOCATO: 17 ANNI PER DIRE BASTA!

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA……

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

GIORNALISTI: ZERBINI DEI MAGISTRATI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

L’ISLAM, LA SINISTRA E LA SOTTOMISSIONE.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO.

CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO.

COSI' HANNO TRUFFATO DI BELLA.

GIUDICI SENZA CONDIZIONAMENTI?

A PROPOSITO DI RIMESSIONE DEL PROCESSO ILVA. ISTANZA RESPINTA: DOVE STA LA NOTIZIA?

CALABRIA: LUCI ED OMBRE. COME E' E COME VOGLIONO CHE SIA. "NDRANGHETISTI A 14 ANNI  E PER SEMPRE.

I TRIBUNALI PROPRIETA' DEI GIUDICI.

I SUPERDURI DELLE CARCERI: I GOM.

IMPRENDITORIA CRIMINOGENA. SEQUESTRI ED AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. A CHI CONVIENE?

LA TORTURA DI STATO, L'INTERVENTO DEL PAPA E L'INFERNO DEI RISARCIMENTI.

IN MORTE DELLO STATO. STEFANO CUCCHI & COMPANY, UCCISI DA SOLI.

COME SI DIVENTA MAGISTRATI: CHIEDETELO AD ANTONIO DI PIETRO.

CORSI E RICORSI STORICI: QUANDO LE COSE IN ITALIA NON CAMBIANO MAI.

IL GARANTISMO E’ DI SINISTRA, MA DA LORO E’ RINNEGATO.

LA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E LE RIFORME TRUFFA.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO. 

MAGISTRATI PEGGIO DEI POLITICI. IL CSM DEI RACCOMANDATI ED I MAGISTRATI DIVENUTI TALI COL TRUCCO.

STORIE DI MAFIOSI E PARA MAFIOSI.

LA VERA STORIA DI CORRADO CARNEVALE ED I MAGISTRATI POLITICIZZATI E PIGRI.

RESPONSABILITA' DELLE TOGHE? LA SINISTRA: NO GRAZIE!!!

 

SOMMARIO SECONDA PARTE

 

EDUCARE LE FORZE DELL’ORDINE.

POTENTE UGUALE IMPUNITO.

FIDARSI DELLE ISTITUZIONI. I CITTADINI: NO GRAZIE!! CHI CONTROLLA I CONTROLLORI?

INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI? UNA BALLA. LO STRAPOTERE DEI MAGISTRATI E LA VICINANZA DEI GIUDICI AI PM, OLTRE LA CORRUTTELA.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

FINANZA E GIUSTIZIA.

LA SINISTRA E LE TOGHE D’ASSALTO

IL BERLUSCONI INVISO DA TUTTI. I GIORNALISTI DI SINISTRA: VOCE DELLA VERITA’? L’ESPRESSO E L’OSSESSIONE PER SILVIO BERLUSCONI.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: ELEZIONI CON ARRESTO.

BARONATO. EXPO LA NUOVA TANGENTOPOLI. E LA GUERRA TRA TOGHE.

LA COERENZA ED IL BUON ESEMPIO DEI FORCAIOLI.

LO STATO STA CON I LADRI. OVVIO SONO COLLEGHI!

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA...

LA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. CHE AFFARONE I SEQUESTRI E LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE.

LA PATRIA DELLA CORRUZIONE.

MINISTRI. UNA IMPUNITA' TUTTA PER LORO.

PER GLI ONOREVOLI...NON C'E' FRETTA.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA.

CITTADINI. MANIFESTARE E DEVASTARE. IMPUNITA’ CERTA.

RESPONSABILITA' ED IRRESPONSABILITA'.

LA IRRESPONSABILITA' DEI CITTADINI.

LA IRRESPONSABILITA' DELLE ISTITUZIONI.

LA IRRESPONSABILITA' DEGLI AVVOCATI.

LA IRRESPONSABILITA' DEGLI IMMIGRATI. 

LA IRRESPONSABILITA' DEI BUROCRATI.

G8 E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLO STATO.

AMANDA KNOX, RAFFAELE SOLLECITO E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLA GIUSTIZIA.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

GIUSTIZIA E VELENI. LA GUERRA TRA MAGISTRATI.

BERLUSCONI ASSOLTO? COLPA DEL GIUDICE!

FASCICOLI CHE SPARISCONO. UFFICIO GIUDIZIARIO: NON C'E' POSTA PER TE!

ISTITUZIONI CONTRO. LA CASSAZIONE ACCUSA LA CORTE COSTITUZIONALE DI INSABBIARE.

ANCHE IL CSM INSABBIA.

I MAGISTRATI FANNO IMPUNEMENTE QUEL CHE CAZZO VOGLIONO!

LATINA OGGI, UCCISO DALLA MALAGIUSTIZIA.

I PALADINI DELL’ANTIMAFIA. SE LI CONOSCI LI EVITI. 

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

I MAGISTRATI E LA SINDROME DELLA MENZOGNA.

DELITTI DI STATO ED OMERTA’ MEDIATICA.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI E DEI PAVIDI.

GIUSTIZIA E POLITICA MADE IN SUD.

AVVOCATI MAFIOSI O AVVOCATI DELLA MAFIA?

SPRECHI: NON SOLO PARLAMENTARI. IL POZZO SENZA FONDO DELLO STATO.

AVVOCATI: CHI E’ CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SE STESSO. RIFORMA FORENSE E DEONTOLOGICA.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

COME I MAGISTRATI DI SINISTRA SON DIVENTATI PARTITO DI SINISTRA. 

LA SCIENZA LO DICE: I MAGISTRATI FANNO POLITICA. I ROSSI ATTACCANO. GLI AZZURRI INSABBIANO.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LE COLLUSIONI CHE NON TI ASPETTI. AFFINITA' ELETTIVE.

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MANETTE FACILI ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

MARIO MORI E LA MAGISTRATURA.

ED IL CITTADINO COME SI DIFENDE? CON I REFERENDUM INUTILI ED INAPPLICATI.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

MAGISTRATI: IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

IN ITALIA, VINCENZO MACCARONE E' INNOCENTE.

TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

ANTONIO ESPOSITO COME MARIANO MAFFEI.

PARLIAMO DI FERDINANDO ESPOSITO.

GIUDICE ANTONIO ESPOSITO: IMPARZIALE?

IL PDL LICENZIO' SUO FRATELLO.

PROCESSO MEDIASET. LA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

BERLUSCONI: CONFLITTO INTERESSI; INELEGGIBILITA’; ABITUALITA’ A DELINQUERE. MA IN CHE ITALIA VIVIAMO?

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

CORRUZIONE: MANETTE A GIUDICI ED AVVOCATI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SE SCRIVI DI LORO TE LA FANNO PAGARE.

GLI ABUSI DEI GENERALI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

AVVOCATI: DIAMO I NUMERI?

BASTA CON LA TIRITERA DEI TROPPI AVVOCATI IN ITALIA.

FUGA DALLA PROFESSIONE.

PROFESSIONISTI SENZA DIGNITA’.

AVVOCATI PERMALOSI E TRAFFICHINI. STRANO MODO DI FARE LOBBY.

GLI AVVOCATI SONO UNA CASTA: PUNTO E BASTA!

I MAGISTRATI SONO UNA CASTA!

SERVIZI PUBBLICI E SPESA PUBBLICA: SACRIFICI, MA NON PER TUTTI.

PARLIAMO DELLE TOGHE IN FERIE.

VATTI A FIDARE. GIUSTIZIA, LEGALITA' E LOTTA ALLA MAFIA: ROSSA O BIANCA.

TUTTI DENTRO: IL GIUDICE CHIARA SCHETTINI.

ITALIA, CULLA DEL DIRITTO NEGATO. STORIE DI FALLIMENTI.

MEZZO SECOLO DI GIUSTIZIA ITALIANA A STRASBURGO: UN’ECATOMBE.

AZIONE PENALE. E' VERAMENTE OBBLIGATORIA?

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

MAGISTRATI SOTTO INCHIESTA.

MAGISTRATI INDIPENDENTI?

IL PARTITO DEI GIUDICI.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI. L’IMPUNITA’ DEI MAGISTRATI.

PRIVILEGI E POTERE. PER CHI SUONA LA CAMPANA?

MAI DIRE CSM.

I FLOP GIUDIZIARI ED I PALADINI DELLA GIUSTIZIA.

LA LOBBY DELL'INCHIESTA FACILE.

DALLA TOGA ALLA POLTRONA E VICEVERSA.

TOGHE ROSSE E TOGHE NERE. UN DISCORSO SU VISITE FISCALI E SEGRETO ISTRUTTORIO.

MAGISTRATI MAFIOSI?

SPECULATORI DELLA SOFFERENZA. CHI CI GUADAGNA SUI DETENUTI?

GIUDICI O MEDICI?

GIUDICI OD AVVOCATI?

TOGHE BOCCACCESCHE.

TOGHE CON LE GONNE.

 

I MAGISTRATI

 

MAGISTRATI. SE QUESTI MERITANO RISPETTO.....

I MAGISTRATI GIUDICATI DA UN MAGISTRATO.

MAGISTRATI PERMALOSI.

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA. CONTRO LO STRAPOTERE DELLE TOGHE (MAGISTRATI ED AVVOCATI) DISPONETE L’ISTITUZIONE DEL DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO.

LA CASTA PERSEGUITATA ED INETTA. SE SUCCEDE A LORO…FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI.

PARLI MALE DEI MAGISTRATI? GIORNALISTI CONDANNATI.

PARLIAMO DELLA CORTE DEI CONTI.

PARLIAMO DELLA GIUSTIZIA TRIBUTARIA.

PARLIAMO DEI GIUDICI DI PACE.

SFATIAMO UN TABU’ E ROMPIAMO L’OMERTA’. PARLIAMO PURE DEI MAGISTRATI TOGATI.

TAR E CONSIGLIO DI STATO: PRIVILEGI E CONCORSI TRUCCATI. MAI DIRE MAFIA, MAFIOSO E MAFIOSITA’.

IN CHE MANI SIAMO? MAGISTRATI MAFIOSI.

PARLIAMO DI USURA E DI FALLIMENTI TRUCCATI?

PARLIAMO DI SCIENZIATI CON LA TOGA.

PARLIAMO DI TOGHE INCRITICABILI.

PARLIAMO DI TOGHE INFAMI E FALSE.

PARLIAMO DELL’INTIMIDAZIONE DEI MAGISTRATI CHE CAUSA CENSURA ED OMERTA’?

PARLIAMO DELLA MAFIA DEGLI AUSILIARI GIUDIZIARI?

CORSI E RICORSI STORICI. INNOCENTI IN CARCERE, MAGISTRATI COLPEVOLI IN LIBERTA'.

PROFESSIONE: IMPUNITI.

DIAZ, UN PROCESSO ITALIANO.

CORSI E RICORSI STORICI: QUANDO LE COSE IN ITALIA NON CAMBIANO MAI.

SE IL GIUDICE NON E' AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO.

L'ALTRA CASTA. ECCO LE TOGHE MULTISTIPENDIO.

ITALIA MALATA - QUANDO I "BUONI" TRADISCONO.

E IL GIUDICE SI TOLSE LA TOGA: "NON SOPPORTAVO PIU' L'IDIOZIA DI TROPPI COLLEGHI.

MAGISTRATURA: LOTTA ALL’ILLEGALITA’, LOTTA DI POTERE, O POTERE DI INTIMIDAZIONE PER L’ESERCIZIO DEL POTERE POLITICO?!?

MAI PARLAR MALE DELLE TOGHE.

COME SI STRIZZA LA MAGISTRATURA: RACCOMANDAZIONI A IOSA. CONCORSI ILLEGITTIMI. PROMOZIONI POLITICHE. FAMILISMO ESASPERATO. E PRESSIONI DELLA MASSONERIA.

PARLIAMO DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA.

CORTE COSTITUZIONALE E CONSIGLIO DI STATO: ORGANI DI GARANZIA ??

PROCESSO AI MAGISTRATI: LA CASTA DELLE CASTE. SCARSA PRODUTTIVITA' E MERITO NON PREMIATO. E PER LE POLTRONE BLOCCANO LA GIUSTIZIA.

PARLIAMO DEL CONCORSO DI ACCESSO TRUCCATO.

TOGHE MASSONICHE.

TOGHE ASSENTEISTE.

TOGHE PAZZE.

TOGHE CORPORATIVE.

OMESSE LE INFORMATIVE AL CSM CONCERNENTI I PROCEDIMENTI PENALI A CARICO DI MAGISTRATI.

8 ANNI PER LE MOTIVAZIONI: IL CSM NON SOSPENDE PINATTO.

IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.

LA POLIZZA ASSICURATIVA:  DI 145, 50 EURO ANNUE.

CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA: I MAGISTRATI RESPONSABILI ANCHE PER COLPA SEMPLICE.

TOGHE MAFIOSE, EVERSIVE E SOVVERSIVE.

TOGHE ROTTE. MAGISTRATURA, UN'ALTRA CASTA.

TOGHE ROSSE.

PARLIAMO DI “TOGHE BIANCHE”?

TOGHE CANTERINE. TOGHE CHE RIVELANO SEGRETI D'UFFICIO.

PRIVILEGI, SEGRETI E CONCORSI TRUCCATI

 

GLI AVVOCATI

 

CONTRORIFORMA FORENSE CONTRO I GIOVANI. AVVOCATURA: ROBA LORO IN PARLAMENTO. ALBI ED ORDINI DI STAMPO FASCISTA REITERATI DA LIBERALI E COMUNISTI.

QUANDO A FARE LE LEGGI SONO I NONNI CORPORATIVI IN PARLAMENTO. IMPEDIMENTO ALL’ACCESSO IN AVVOCATURA CON ESAME (TRUCCATO) E AGGRAVATO, CONSEGUITO IN ITALIA E RESISTENZA CONTRO L’ABILITAZIONE ESTERA.

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI.

ITALIANI: RACCOMANDATI E PURE BUGIARDI.

CONCORSI TRUCCATI E LOBBING.

CHI DIFENDE I CLIENTI DAI LORO DIFENSORI ?!?

PARLIAMO DELL’ABILITAZIONE TRUFFA.

VIVIAMO NEL PAESE DELLE CASTE.

L'ORDINE NON SI TOCCA.

QUELLE BARRIERE PER GLI ASPIRANTI AVVOCATI.

PARLIAMO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA. SONO LORO A DOVER SVELARE I CONCORSI TRUCCATI?

 

I NOTAI

 

PARLIAMO DI ACCESSO ALLA PROFESSIONE.

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

  

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Peculato e pe(R)culati, scrive Giampaolo Rossi il 25 marzo 2018 su "Il Giornale".

IL SENATORE E IL MAGISTRATO. Che differenza c’è tra un senatore e un magistrato di fronte ad un’accusa di peculato provata? La differenza è che il primo viene condannato (da un magistrato e dalla stampa); il secondo viene perdonato (da un magistrato e dalla stampa). Il senatore in questione è Paolo Romani forzista della prima ora, ex ministro di Berlusconi e uomo di punta del centrodestra. Il magistrato in questione è Nicolò Zanon, togato illustre della Corte Costituzionale scelto direttamente nel 2014 dall’allora Presidente Napolitano. Il primo finisce nei guai per un telefonino. Il secondo per un auto blu.

IL CASO ROMANI. Romani, nell’Ottobre del 2017, è stato condannato in via definitiva per peculato; l’inchiesta, scaturita da uno scoop giornalistico del 2011, rivelò che il senatore, allora Ministro del Governo Berlusconi ma anche assessore all’Expo di Monza, aveva fatto utilizzare il telefonino di servizio del Comune alla figlia quindicenne. Romani si è sempre difeso affermando che non era a conoscenza dell’uso di quella Sim da parte della ragazza avendo lui un’altra utenza di servizio (quella del Ministero); e quando ha preso coscienza del guaio l’ex Ministro si è recato immediatamente in Comune a risarcire di tasca propria l’intero ammontare delle utenze telefoniche (circa 12 mila euro) tanto che l’amministrazione di centrosinistra di Monza non si è costituita neppure parte civile. Per il giudice invece Romani era a conoscenza dell’utilizzo che ne fece la figlia e anzi ne diede “pieno consenso” e per questo è stato condannato. In questi giorni il caso è tornato alla ribalta essendo stata questa condanna alla base della decisione del M5S di non appoggiare la candidatura di Romani alla Presidenza del Senato.

IL CASO ZANON. Il Giudice Zanon nei giorni scorsi è stato invece costretto ad auto-sospendersi poiché è emersa una vicenda più imbarazzante: dalle risultanze del suo autista di servizio si è scoperto che il magistrato ha fatto utilizzare una delle due auto blu di cui sono dotati i giudici della Consulta, ai suoi parenti per scopi del tutto privati. La storia è emersa perché l’autista ha dovuto motivare le troppe ore di straordinario accumulate durante il servizio: ore che ovviamente paga lo Stato, cioè noi. E a quel punto si è scoperto l’uso non proprio d’ufficio dell’automobile con in più una nota curiosa: e cioè che spesso era la moglie del magistrato a chiamare direttamente il carabiniere-autista per dargli disposizioni di come usare l’auto blu del marito; insomma, era un “auto di servizio familiare” a tutti gli effetti. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta che è stata velocemente archiviata due giorni fa. Il motivo? Semplice: l’utilizzo “dell’auto di servizio a persone terze” è previsto dal Regolamento che i giudici si sono fatti da soli. È quindi del tutto lecito che l’auto blu del giudice Zanon sia stata utilizzata dalla moglie (esponente del Pd milanese) per recarsi più volte nella loro casa al mare in Versilia, per andare a prendere la cognata alla stazione o per accompagnare la figlia nei suoi giri privati. Incredibile vero? La cosa è molta strana per due ragioni.

Primo, perché se fosse così, non si capirebbe il motivo per cui la Procura avrebbe aperto un’inchiesta; bastava leggere il Regolamento in vigore.

Secondo, perché questo significa che anche altri giudici della “Corte suprema” utilizzano le auto di servizio pagate dai cittadini magari per scorrazzare in giro parenti, amici, vicini di casa o per “ragioni istituzionali” di shopping, vacanza, cene fuori o serate a teatro.

Questo significa, tra le altre cose, che a differenza del Senatore Romani (che ha rimborsato il danno causato di tasca sua ancora prima dell’inchiesta), il Magistrato non pagherà lui le ore in cui il suo autista ha fatto da autista a moglie, figlia e cognata. Ma il vero problema è che è stato applicato il principio giuridico della “autodichia” che prevede che la Consulta è un organo “autogiudicante”; e cioé il magistrato Zanon può essere giudicato solo dai suoi colleghi della Consulta, che ovviamente (potendo per “Regolamento” fare la stessa cosa) difficilmente riscontreranno un abuso nel suo operato. Ora alla Corte Costituzionale spiegano che stanno cambiando il Regolamento, ma finché il nuovo non entrerà in vigore, l’auto blu rimane un diritto inalienabile per i magistrati e i loro parenti. Ovviamente la storia del senatore Romani ha trovato maree di editoriali scandalizzati (compreso quello dell’immancabile Travaglio) mentre quella del giudice Zanon, no (neppure uno dell’immancabile Travaglio).

LA VERA CASTA. Le due storie sono l’ennesima riprova di quale sia la vera casta intoccabile nel nostro Paese; e di come ai magistrati sia concesso fare ciò che per qualsiasi altro cittadino (politici compresi) sarebbe reato. Perché in Italia la vera differenza che c’è tra un magistrato e un cittadino normale è la stessa che passa tra il peculato e i pe(r)culati.

Le scomode verità di Enrico Zucca, scrive Lorenzo Guadagnucci il 24 marzo 2018 su vari portali web. Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate. Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni. Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani. Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Ha aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni, di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture. Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. È bene ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca. È il paragrafo 216: “(…) l’assenza di identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”. Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210). Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato. Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità. Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda. Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare. Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.

Lorenzo Guadagnucci. Giornalista e scrittore, fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Trai suoi ultimi libri Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni (Editore Terre di Mezzo). Ha aderito alla campagna “Un mondo nuovo comincia da qui”. Questo il suo blog.

La risposta del pm Zucca a Gramellini che il Corriere non ha (ancora) pubblicato, scrive Enrico Zucca il 23 marzo 2018 su "Altra Economia". Pubblichiamo la richiesta di smentita che il pm Enrico Zucca ha inviato al direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, in risposta a Massimo Gramellini, che alle frasi del Sostituto Procuratore Generale di Genova aveva dedicato il 21 marzo la sua rubrica sul quotidiano milanese. Pubblichiamo la richiesta di smentita che il pm Enrico Zucca ha inviato al direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, in risposta a Massimo Gramellini, che alle frasi del Sostituto Procuratore Generale di Genova aveva dedicato il 21 marzo la sua rubrica sul quotidiano milanese.

A oggi, 23 marzo 2018, nonostante sia doveroso farlo, il Corriere non ha pubblicato la missiva del dr. Zucca.

Egregio Direttore, Le sottopongo le seguenti considerazioni in replica al commento di Massimo Gramellini apparso oggi, in prima pagina, sul suo giornale con il titolo “Sale in Zucca”. La prego di considerare comunque la presente come una smentita ai sensi delle leggi sulla stampa essendomi attribuiti nell’articolo parole e pensieri, come dimostrabile dalla registrazione dell’intervento, del tutto arbitrari.

Grazie della attenzione.

"Le democrazie occidentali dopo l’11 settembre hanno purtroppo relativizzato i principi su cui si fondano. I Giudici continuano a sostenerne invece l’assolutezza ad ogni costo, pur rendendosi conto che il mondo reale non è quello che dovrebbe essere. Spesso non si è raggiunto l’elevato standard posto a tutela dei diritti umani ed anche l’Italia ha violato convenzioni facendo prevalere la c.d. ragion di Stato. L’ha fatto nel caso Abu Omar, consentendo la tortura per conto terzi e per questo è stata condannata dai Giudici di Strasburgo. L’ha fatto in altre occasioni e, infine, con il reintegro di funzionari condannati per aver coperto torture, commesse dalla polizia durante il G8. Punire e rimuovere i funzionari coinvolti è un obbligo convenzionale, non un’opinione. Ho ben sottolineato la diversa valenza dei fatti di Genova, ma ciò rende più biasimevole la violazione accertata dalla Corte Europea. L’Italia nel suo passato remoto ha tuttavia storie più gravi d’impunità di torturatori istituzionali. Se adesso la democrazia è più solida, lo si deve non a quelle torture, ma alla scelta di fondo del ricorso alla sola forza della legge. Oggi l’indifferenza per la violazione delle convenzioni che dimostriamo, in un contesto internazionale che ha visto vacillare i valori di civiltà, è in grado di minare lo standing morale per pretendere dai paesi dittatoriali “amici” il rispetto delle stesse convenzioni, che impongono di scovare e punire i torturatori, indipendentemente dalla convenienza delle ragioni di Stato. Se le istituzioni non hanno sempre fede nei principi, non la possono avere i cittadini. Io non posso che parlare con la bocca dei Giudici che, grazie al cielo, da questa parte del mondo, quella fede la testimoniano. Concordo quindi con Gramellini, che però ha confutato un suo (cattivo) pensiero, non il mio. Enrico Zucca Sostituto Procuratore Generale Genova.

Bufera sul Pm che accusa i vertici della polizia, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 22 Mar 2018 su "Il Dubbio". Il più duro è il capo della polizia Gabrielli che ha definito «oltraggiose» le parole del magistrato Enrico Zucca sugli agenti “torturatori”. Come era abbondantemente prevedibile, le parole del sostituto pg di Genova Enrico Zucca hanno ancora una volta acceso i riflettori sui tragici fatti del G8 del 2001. «Chi ha coperto i nostri torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?», si domandava Zucca l’altro giorno intervenendo ad un convegno sul diritto internazionale alla presenza dei genitori di Giulio Regeni. Immediata la replica stizzita al “parallelismo” con le forze di sicurezza del generale Al Sisi da parte capo della polizia Franco Gabrielli che ha definito «oltraggiose» le affermazioni della toga genovese. Sia il ministro della Giustizia Andrea Orlando che il pg della Cassazione Riccardo Fuzio, titolari dell’azione disciplinare, hanno comunque già fatto sapere che avrebbero acquisito l’intervento integrale del magistrato per gli accertamenti preliminari sulla sua condotta. Sempre ieri, in apertura di Plenum, il vice presidente del Csm Giovanni Legnini ha voluto esprimere alla polizia «piena fiducia e sostegno per l’opera insostituibile cui assolve, per la sicurezza nazionale», ricordando che a breve saranno emanate delle linee guida per «orientare i magistrati sulle modalità di esternazioni opportune». Per il consigliere togato del Csm Claudio Galoppi, infatti, le dichiarazioni di Zucca «sono di inaudita gravità e non meritano alcun commento». Ancora più dure il consigliere Antonio Leone che chiede il «trasferimento per incompatibilità ambientale». Con cadenza ormai periodica, la vicenda dell’irruzione nella scuola Diaz e quella della caserma di Bolzaneto infiammano i rapporti fra magistratura e politica. Zucca, che da pm condusse le indagini sui pestaggi, non è nuovo a queste affermazioni. In una intervista aveva parlato anche di «totale rimozione» delle vicende del G8 e del rifiuto per anni da parte della polizia italiana, diversamente da quella straniere, di «leggere se stessa» per «evitare il ripetersi» di errori. Anche in quella occasione immediata era stata la reazione dell’allora capo della polizia Alessandro Pansa che, d’intesa col ministro dell’Interno dell’epoca Angelino Alfano si attivò per aprire un procedimento disciplinare a carico del magistrato. Magistratura democratica, la corrente di Zucca, difese allora il pm. La vicenda, polemiche a parte, è complessa. I poliziotti materialmente autori delle violenze sui manifestanti, che hanno determinato la condanna dell’Italia per tortura da parte della Corte Edu di Strasburgo, non vennero mai identificati. Un “muro di gomma” impedì di risalire ai nomi dei picchiatori in divisa. Chi venne condannato furono invece i funzionari responsabili dei falsi verbali che trasformarono nelle armi «trovate sul posto» per inchiodare i black bloc le molotov portate poco prima dalla polizia nella scuola Diaz. Funzionari che «hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero», scrissero i giudici e che sono stati condannati in via definitiva, aprendo la strada a maxi risarcimenti. Scontata la condanna, definito il procedimento disciplinare, sono tutti tornati in servizio secondo le regole ministeriali vigenti. Alcuni anche con incarichi di prestigio. Gilberto Caldarozzi è diventato il n. 2 della Dia, Piero Troiani, quello che portò fisicamente le molotov, dirigente della polstrada del Lazio. Un fatto che ha destato “perplessità”, come ricordato da Raffaele Cantone.

Anche il Csm contro Zucca, il pm che infanga la polizia. Per il parallelo tra G8 di Genova e l'Egitto delle torture rischia l'indagine. Difeso solo dalle toghe rosse di Md, scrive Riccardo Pelliccetti, Giovedì 22/03/2018, su "Il Giornale". Un putiferio è dir poco. Le parole del pm di Genova Enrico Zucca continuano a scatenare reazioni a tutti i livelli. Il magistrato, fra i giudici del processo per la scuola Diaz, durante un convegno di diritto internazionale, a cui partecipavano anche i genitori di Giulio Regeni, non aveva fatto mistero delle sue opinioni sull'operato delle forze dell'ordine italiane. «I nostri torturatori sono ai vertici della polizia», aveva dichiarato senza mezzi termini. Nel suo discorso aveva affrontato il tema della morte di Regeni, il ricercatore friulano assassinato in Egitto nel 2016, il ruolo delle forze di sicurezza egiziane e il pantano in cui sono finite le indagini al Cairo. Secondo Zucca l'11 settembre 2001 e il G8 di Genova «hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della Polizia. Come possiamo chiedere all'Egitto di consegnarci i suoi torturatori?». Parole pesanti, che generalizzano, come se le illegalità di alcuni trasformassero in fuorilegge tutti i poliziotti italiani. Dura, perciò, la replica del capo della Polizia, Franco Gabrielli, il quale ha definito «oltraggiose» le parole del magistrato genovese. «Noi facciamo i conti con la nostra storia ogni giorno - ha sottolineato -. Noi sappiamo riconoscere i nostri errori. Noi, al contrario di altri, sappiamo pesare i comportamenti. Ma, al contrario di altri, ogni giorno i nostri uomini e le nostre donne su tutto il territorio nazionale garantiscono la serenità, la sicurezza e la tranquillità. E in nome di chi ha dato il sangue, di chi ha dato la vita, chiediamo rispetto. Gli arditi parallelismi e le infamanti accuse - ha sentenziato Gabrielli - qualificano soltanto chi li proferisce». Anche i vertici della magistratura hanno preso le distanze. Il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, ha detto che quella della toga genovese «è stata una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata». Legnini, nel corso dell'apertura del plenum del Csm, ha espresso «piena fiducia e sostegno ai vertici delle forze di polizia per l'opera insostituibile nella sicurezza nazionale». Il vice presidente del Csm ha anche rilevato che con quelle le dichiarazioni il magistrato «è intervenuto, facendo riferimento a un procedimento di cui si è occupato con impegno e professionalità, su un altro procedimento molto delicato, che vede anche la gestione di rapporti internazionali, della Procura di Roma, esprimendo giudizi sulle forze di polizia, facendo riferimento a quelle vicende processuali». Insomma, per Legnini, Zucca ha espresso «un giudizio inappropriato sulla polizia». Il magistrato genovese ha cercato poi di correggere il tiro. «La frase riportata è imprecisa, estrapolata da un contesto più ampio», ha precisato. «La rimozione di un funzionario condannato è un obbligo convenzionale non una scelta politica», ha aggiunto riferendosi a Gilberto Caldarozzi, condannato per la Diaz e oggi vice direttore della Dia. E ha spiegato il senso del suo discorso: «Il governo deve spiegare perché ha tenuto ai vertici operativi dei condannati. Noi violiamo le convenzioni, quindi è difficile farle rispettare ai paesi non democratici». In sua difesa accorrono Area e Magistratura democratica: per Md le parole di Zucca «non sono oltraggiose per le forze dell'ordine». Ma nel frattempo il pg della Cassazione, che assieme al Guardasigilli è titolare dell'azione disciplinare, ha avviato accertamenti preliminari per quelle dichiarazioni, disponendo l'acquisizione degli atti relativi alle parole di Zucca.

Sicuri che non abbia qualche ragione? Scrive Piero Sansonetti il 22 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Le dichiarazioni molto aspre del Pm genovese Enrico Zucca, a proposito dei vertici della polizia, aprono almeno due problemi complessi e di difficile soluzione. Tutti e due riguardano il rapporto intricato che esiste tra libertà ( e diritti individuali) e Istituzioni ( e doveri istituzionali). Zucca ha usato frasi- shock per sollevare il problema, e forse (probabilmente) ha sbagliato. Ma la sollevazione contro di lui da parte dei vertici delle istituzioni rischia di nascondere sotto il tappeto molta polvere. Polvere che esiste ancora nel funzionamento di alcune nostre istituzioni che dispongono di grandi poteri. Per esempio la polizia, per esempio la magistratura. Vediamo la prima questione, che è la più bruciante. Il dottor Zucca, certo, ha torto però ha anche un po’ ragione…Zucca ha messo sul tavolo il tema del diritto al reintegro dei funzionari di polizia condannati per reati che riguardano l’esercizio delle proprie funzioni e il rapporto con i cittadini. Lo ha ha fatto usando parole un po’ più ruvide di quelle che sto adoperando io. Ha detto: «Torturatori». La giustificazione formale per l’uso di questo termine, molto ingiurioso, è che effettivamente a Genova, nel 2001, ci furono episodi gravi di vera e propria tortura da parte di poliziotti e altri tutori dell’ordine. E questo fatto gettò un grande discredito sul nostro paese: ne sfregiò l’immagine a livello internazionale. Il problema è che una cosa è dire che ci fu tortura, e un’altra cosa è indicare i nomi dei torturatori, o almeno farli intuire, riferendosi a persone – dirigenti di polizia – che sono stati con- dannati da un tribunale ma per reati diversi dalla tortura (reato che all’epoca, peraltro, non esisteva). Domanda: può un magistrato, il quale ha il dovere di dimostrare rigore ed equilibrio di fronte a tutti i cittadini – perché tutti i cittadini, potenzialmente, potrebbero essere giudicati da lui – usare giudizi approssimativi in un suo ragionamento politico? E per di più, approssimativi sul piano giuridico? O invece deve astenersi, o dal ragionamento politico, o comunque dalle forzature polemiche?

Mi spiego meglio. Io penso che la sostanza del ragionamento di Zucca abbia un fondamento. Anch’io mi sono sempre chiesto come possa uno Stato che per dire – ha visto un suo cittadino (penso a Stefano Cucchi) picchiato a morte in una sua prigione (nella quale, oltretutto, era stato portato per motivi discutibili), e che dieci anni dopo non sa ancora dirci chi ha picchiato a morte Stefano, dove, come e perché; come può, dicevo, indignarsi perché lo Stato egiziano non sa dirci come è stato ucciso Giulio Regeni? Ipocrisia massima. Io però non sono un magistrato, e – volendo – posso anche esagerare nella polemica. Il dottor Zucca – che ha sollevato esattamente questo tema, con più di una ragione – è autorizzato a farlo usando toni ancora più alti e azzardati di quelli che sto usando io, libero cittadino senza incarichi nello Stato?

E’ la sostanza del problema, vecchio – e che ci si ostina a non affrontare – del rapporto tra magistratura e politica, e dei limiti che i magistrati devono imporsi. Naturalmente il pensiero va immediatamente ad altri magistrati, anche con incarichi molto più alti di quelli del dottor Zucca, che varie volte hanno distribuito alla stampa e alla Tv pareri molto spericolati, ad esempio, sulla colpevolezza a prescindere dei politici, e non solo, ed è impossibile non notare che nei confronti di quei magistrati le reazioni sono state molto più blande e quei magistrati non sono mai stati sottoposti a procedimenti. In ogni caso il problema c’è, è lì, e andrebbe affrontato una volta per tutte. Fino a quale confine può spingersi la libertà politica di un magistrato senza mettere in discussione la sua credibilità e la sua terzietà?

Quando la politica porrà mano a questo problema sarà sempre un po’ tardi. La seconda questione è quella del rapporto tra garanzie individuali e funzione pubblica. Io non so bene a quali poliziotti si riferisse il dottor Zucca. Sicuramente c’è il caso del dottor Gilberto Caldarozzi, che è appunto uno dei poliziotti condannato per le violenze di Genova e che, dopo aver scontato la pena, è stato reintegrato ed è stato nominato ai vertici della Direzione nazionale antimafia. Ha assunto il ruolo di vicedirettore. E’ chiaro che ci sono due esigenze giuste che cozzano. La prima è il rispetto del senso della pena. Aver scontato la pena estingue il reato. E una volta estinto il reato e pagato il prezzo per i propri errori, ciascuno di noi ha il diritto di essere pienamente reintegrato nella società. Anche il poliziotto che ha sbagliato a Genova. Ma, detto questo, mi chiedo: è giusto che sia assegnato un compito delicato come quello di guidare la lotta alla mafia e al terrorismo, a una persona che in passato ha svolto i suoi compiti usando metodi inaccettabili e che hanno provocato grandi ingiustizie? Quali certezze ho che questa persona, seguendo le indagini e quindi occupandosi di cittadini sospetti ma innocenti, non userà ancora i metodi che ha usato a Genova? Sono – lo vedete bene – due esigenze tutte e due sacrosante ma inconciliabili. Vi confesserò che questo problema non so risolverlo, nemmeno sul piano teorico. Stavolta, in modo clamoroso, rivendico il diritto al dubbio.

G8 e torturatori, continua la polemica. Sansa si schiera con Zucca: «Ha detto solo la verità», scrive il 23 marzo 2018 Marco Grasso su "Il Secolo XIX". È un’altra giornata di polemiche sulle dichiarazioni di Enrico Zucca, pm che indagò sull’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 del 2001, pronunciate a un incontro con i genitori di Giulio Regeni («chi ha coperto i torturatori del G8 è ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di rispettare convenzioni che noi stessi violiamo?»). In sua difesa interviene Adriano Sansa, ex pretore d’assalto ed ex sindaco di Genova: «Esprimo massima solidarietà a Zucca e non posso che stimarlo, se a sessant’anni ha ancora voglia di indignarsi. Anche a me capitò di subire due procedimenti disciplinari per dichiarazioni che feci, ne uscii sempre pulito. Le cose che ha detto sono tutte vere. Nessuno infatti le ha confutate nel merito e ora il dibattito, in modo surreale, ruota attorno “all’opportunità” delle sue opinioni. Oggi non è più come vent’anni fa, i giovani magistrati hanno paura a esprimere il proprio pensiero, c’è un clima di sfiducia nella magistratura nel Paese, e più in generale di disinteresse nei confronti della cosa pubblica. E questo è un male: un giudice per essere indipendente, e immune dal potere, deve sentirsi protetto dalla cittadinanza».

«Ci vuole equilibrio». Dopo l’attacco del capo della polizia, Franco Gabrielli («da Zucca accuse infamanti e parole oltraggiose»), anche il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte ha espresso parole critiche nei confronti del magistrato genovese: «Il pm deve essere imparziale ed equilibrato, sia nel corso del processo, sia nella fase successiva, quando ormai lo stesso processo è chiuso. Un’eccessiva aggressività anche nel commentare i fatti del processo dopo anni potrebbe dare l’impressione di un atteggiamento animoso che ha influenzato le scelte processuali». Parole che, a loro volta, hanno provocato reazioni sdegnate da parte di molti iscritti a Magistratura democratica, corrente progressista delle toghe, cui appartiene lo stesso Albamonte. «Non sa di cosa parla - commenta Zucca - lo stesso Gabrielli ha riconosciuto che nelle inchieste sul G8 non è mai mancata imparzialità». Sempre ieri, è arrivato un appello di solidarietà al pm firmato dalla sigla Giuristi democratici. Nel frattempo la procura generale della Corte di Cassazione ha acquisito la videoregistrazione del convegno, per valutare eventuali procedimenti disciplinari.

«Scomodo chi dice il vero». Sansa, un po’ come Zucca, porta su di sé la fama di magistrato “scomodo”: «È una definizione che di solito uno non si sceglie, lo posso assicurare - scherza - Zucca è una persona onesta e un magistrato rigoroso. Forse per questo dà fastidio. Tutti parlano di sovrastrutture e continuano a evitare il merito della questione: è un fatto che il G8 fu una vergogna per la città e per la polizia; è un fatto che alcuni poliziotti che si macchiarono di reati gravi, come il falso, abbiano fatto una grande carriera; ed è un fatto che l’Europa ha definito quei comportamenti torture, e che abbia condannato l’Italia per non aver portato avanti procedimenti disciplinari e non esserci dotati di legge sulla tortura. Dovremmo riflettere sul generale restringimento del spazio del dibattito pubblico. Quando fui sottoposto a un procedimento disciplinare, scoprii con stupore che uno studente, su un treno, raccolse in mio favore 400 firme a mia difesa. Temo che oggi non accadrebbe più».

Zucca. Tortura e vertici di polizia. La verità fa sempre scandalo anche a un corso per avvocati e giornalisti, scrive il 23 marzo 2018 su "Articolo 21" Marcello Zinola. Una scomoda verità sulla quale, allora, “dagli addosso alla pelle dell’orso”. E se poi l’orso è un magistrato, oggi sostituto procuratore generale, ma protagonista di molte delle indagini sul G8 di Genova allora ancora meglio. Perché così si può scatenare il capo della polizia che si era scusato (alla luce delle reazioni sui fatti dell’altro ieri erano e sono state sincere e credibili?) con una lunga (ritardata di oltre 15 anni) confessione giornalistica su Repubblica proprio per i fatti di Genova 2001. Ma questa volta per bastonare il magistrato, Enrico Zucca, perché a un corso di formazione dell’ordine degli avvocati di Genova, condiviso anche dall’Ordine dei giornalisti della Liguria, quindi in un consesso di noti attentatori delle istituzioni, ha ricordato come ai vertici della polizia in passato e nel presente si siano tenuti «dei torturatori o chi li ha coperti». Con riferimenti precisi anche agli anni di piombo (l’ex funzionario Ucigos De Tormentis (1) e i “quattro dell’Ave Maria”) e al 2001 «anno tragico e drammatico non solo per la vicenda genovese del G8 ma per il quadro internazionale, l’11 settembre e quanto ne derivò». I processi hanno confermato come ci fu tortura anche se all’epoca non era prevista come reato (difficilmente potrà esserlo anche con la legge approvata nei mesi scorsi) nella sezione del carcere provvisorio (primo e unico caso dell’Italia repubblicana) nella caserma di polizia di Bolzaneto, o abusi vari su arrestati che non dovevano essere arrestati come nel caso della Diaz. Enrico Zucca non ha detto nulla di sconvolgente e, tantomeno, ha parlato tanto per ottenere “due righe in cronaca”, basta ascoltare il lavoro-video della giornalista genovese di Repubblica, Giulia Destefanis (componente della giunta della Associazione Ligure dei Giornalisti della Fnsi). E vanno tenuti presenti alcuni elementi anche per chiarire cosa molti politici (ma non sarebbe quasi una notizia), alti vertici della polizia e anche un po’ i media hanno confuso o fatto finta di non sapere per creare ancora più confusione. Posso dirlo perché c’ero, dall’inizio alla fine e le registrazioni del confronto sono lì a dimostrarlo.

Innanzitutto IL LUOGO. Ovvero il centro formazione degli avvocati genovesi. Il corso era sui diritti delle persone all’estero oltre che nel loro paese. Con al centro il caso Regeni i cui genitori erano tra i relatori con l’avvocato Alessandra Ballerini e il giornalista Giuliano Foschini di Repubblica, il presidente della sezione ligure dell’Anm Domenico Pellegrini e il presidente dell’ordine forense genovese, Alessandro Vaccaro. Un legale, Vaccaro (tanto per capirci), criticato da alcuni legali (tranquilli, non è un pericoloso anarcoinsurrezionalista, è un laico) per avere partecipato all’inaugurazione della sede degli avvocati di strada di Genova nella sede dell’associazione di don Gallo ribadendo che i diritti sono di tutti e i legali devono sempre ricordarsi di tutelare i deboli.

I FATTI. Enrico Zucca è stato introdotto nell’intervento da Giuliano Foschini che ha collegato la domanda al magistrato con quanto avevano detto poco prima i genitori di Giulio, sulle istituzioni, sulla tortura, le loro delusioni, la volontà di esserci sempre e di non mollare. Zucca ha centrato, in sostanza, tre elementi.

I PRINCIPI E LA LORO “FEDE”. Principi di diritto e di democrazia, dei diritti delle persone (tema peraltro sottolineato nell’intervento del presidente dell’Anm Ligure, Domenico Pellegrini), la credibilità delle istituzioni che si misura anche sulla capacità di reazione alle violazioni e sulla nostra capacità di rivendicare i diritti umani: oggi come e quanta ne abbiamo? O diamo per scontato che determinati fatti, regole cadute o non rispettate per esigenze di sicurezza o ragion di stato siano accettabili?

LA RAGION DI STATO E LE RAGIONI DI SICUREZZA. Elementi che nei fatti hanno come effetto, con la loro accettazione, «quello di annullare o di impedire l’accertamento della giustizia (…) di impedire la giustizia (…) ripetendo il corto circuito non c’è verità senza giustizia, non c’è giustizia senza verità (..) insomma non c’è pace senza giustizia». Temi e parole da sovversivo? Forse, ma detto da laico, più da scandalo evangelico (Zucca ha anche sottolineato un paio di volte come i diritti siano oggi un principio molto relativizzato) che da richiesta di sanzioni o stracciamento delle vesti del capo della polizia.

LA TORTURA, CHI LA COPRE, CHI LA PRATICA: ROBA DA PROFESSIONISTI. A spiegare che la tortura non è cosa “banale” o occasionale, parlando dell’Egitto, era stata poco prima di Zucca, la mamma di Giulio Regeni. Zucca ha costruito il suo ragionamento dopo quello sui principi. Ricordando – facendo le debite differenze tra Italia ed Egitto – la difficoltà o talvolta anche il ritardo nell’azione dei pm in queste indagini. Ancora: «la tortura non è una una cosa sporadica (…) Non possiamo trascurare il fatto che la tortura non è da dilettanti ma da professionisti (…) è istituzione perché non è sporadica o eccezionale (…) se in Egitto si tortura in quel modo è perché “necessita”» ovviamente «al sistema dittatoriale». A questo punto lo snodo per dire, in sostanza «come facciamo con la nostra storia (…) persone che hanno coperto o tenuto torturatori ai vertici della polizia (…) con che voce possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci la verità cioè i torturatori?».

Ecco lo scandalo, la notizia clamorosa (?). Zucca ha semplicemente ricordato dei fatti: le sentenze del G8, indirettamente le promozioni (ne abbiamo parlato a lungo qui in Articolo 21) di condannati e inquisiti. I fatti degli anni di piombo (il caso De Tormentis e i “quattro dell’Ave Maria”). Cosa ha detto di diffamatorio? Che (da sentenza) «le nostre forze di polizia non ci hanno consegnato un torturatore (…) a Bolzaneto non siamo stati in grado di consegnarci nessun torturatore (..)». Oppure che «a una verità brutta, scomoda, ci siamo abituati»? Certo ha ribadito il concetto un paio di volte. E allora? Sconvolgente e diffamatorio per il capo della Polizia avere ricordato fatti e sentenze? Il “pudore” e i ritardi (e solo dopo reiterate condanne della Cedu) con cui l’Italia ha approvato una (blanda e di difficile applicazione) legge sulla tortura? Oppure avere invitato i genitori di Giulio a non «sentirsi petulanti (…) o portatori di istanze scomode (…)» continuando «a sbatterci faccia la realtà»?

Ecco cosa 17 anni dopo il G8 è accaduto in un pomeriggio guarda a caso, nuovamente di Genova, non in un rodeo di piazza con vetrine in fiamme, ma a un corso di formazione sui diritti. La verità, infatti, spesso è scomoda e a quella odiosa, schifosa, citata da Zucca o ci stiamo abituando o c’è chi lo ha già fatto da tempo. A Genova 2001 arrivammo (anche molti di noi) assopiti e tranquilli. Anzi scandalizzati per quelli come Zucca, i genitori di Giulio, Alessandra, che continuano a «sbatterci in faccia la realtà».

(1) Nicola Ciocia Era un funzionario di polizia noto nell’ambiente con lo pseudonimo di professor De Tormentis con squadre speciali di intervento una detta i 4 dell’Ave Maria. Il professor De Tormentis parla diffusamente il libro di Nicola Rao: Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Venne intervistato da Il Corriere della sera (10 febbraio 2012) e ammise di essere la persona indicata appunto con lo pseudonimo di «professor De Tormentis». Ad attribuirgli il soprannome spiega il Corriere – fu Umberto Improta del quale Ciocia fu uno stretto collaboratore.

Follia dei giudici contabili: "Berlusconi paghi i danni per la caduta di Prodi". La Corte dei conti: deve risarcire l'Italia per il cambio di campo di De Gregorio (due anni prima), scrive Luca Fazzo, Mercoledì 14/03/2018, su "Il Giornale". Per mandare a casa il governo Prodi, il 24 gennaio 2008, ci si misero in tanti: quasi tutti fino a quel momento suoi alleati, da Clemente Mastella (Udeur) a Lamberto Dini a Franco Turigliatto (Rifondazione), che in Senato votarono la sfiducia al governo causandone la caduta. Ma ora la Corte dei Conti del Lazio chiede i (presunti) danni di quella crisi di governo all'uomo che era allora il leader dell'opposizione, e che dopo le elezioni anticipate prese il posto di Prodi a Palazzo Chigi: Silvio Berlusconi. Assolutamente inedita l'accusa: facendo dimettere Prodi, Berlusconi avrebbe causato un rilevante danno di immagine all'Italia, dimostrato dal successivo innalzamento dello spread sui nostri titoli di Stato. É la prima volta che un leader politico si vede citare in giudizio per avere voluto andare al governo. Al Cavaliere i magistrati contabili rimproverano in particolare di avere fatto transitare nelle file dell'opposizione il senatore dell'Italia dei Valori Sergio De Gregorio, che in seguito venne incriminato per un finanziamento di tre milioni ricevuto da Berlusconi. Anche il Cavaliere finì sotto processo, venne condannato in primo grado e prosciolto per prescrizione in appello: ma contro questa sentenza i suoi legali hanno presentato ricorso in Cassazione per chiedere la piena assoluzione, e l'udienza non è stata ancora fissata. Penalmente parlando, il caso dunque è ancora del tutto aperto. Ma senza aspettarne l'esito, la Procura regionale del Lazio della Corte dei conti ha aperto un fascicolo, la cui esistenza è stata rivelata ieri da Il Tempo, con al centro un rapporto commissionato alla Guardia di finanza sull'andamento dello spread nel periodo del cambio di governo: il differenziale subì un brusco innalzamento, passando dal 43,3 del gennaio 2008 al 522,8 degli ultimi mesi del governo Berlusconi. Per la Procura regionale fu tutta colpa della perdita di credibilità internazionale dell'Italia causata dal cambio della guardia a Palazzo Chigi. E poiché tra i voti che fecero cadere Prodi ci fu quello di De Gregorio, i tre milioni di finanziamento versati al senatore dell'Idv sono una sorta di corpo del reato, che la Procura vuole chiedere a Berlusconi di restituire (raddoppiati, come sanzione). La situazione in realtà è piuttosto surreale, perché il voto di De Gregorio non fu decisivo: il governo Prodi venne bocciato con cinque voti di scarto, 161 no e 156 sì. Il peso maggiore lo ebbe il passaggio all'opposizione del gruppo parlamentare dell'Udeur, innescato da un'altra inchiesta giudiziaria: quella, poi finita in nulla, contro il suo leader Clemente Mastella, dimesso da ministro dopo l'arresto di sua moglie Sandra. Ma non risulta che la Corte dei Conti abbia chiesto i danni né a Mastella né al pm che lo aveva incriminato ingiustamente.

"Facendo cadere Prodi, Berlusconi danneggiò l'Italia". E ora i giudici gli chiedono i soldi. La Corte dei Conti chiede di risarcire i danni di "immagine allo Stato" per avere fatto cadere Prodi nel 2008. Il Cav, che fu vittima dello spread, ora viene accusato di averlo fatto salire, scrive Luca Fazzo, Martedì 13/03/2018, su "Il Giornale". Mancavano solo i giudici della Corte dei Conti, nel panorama delle toghe che in questi anni si sono date da fare per la caccia a Silvio Berlusconi. La lacuna adesso è colmata, anche se il tema è quasi surreale: la Procura regionale per il Lazio della Corte dei Conti ha aperto una inchiesta contro il Cavaliere, cui intende chiedere di risarcire i danni di "immagine allo Stato" per avere fatto cadere il governo Prodi nel 2008. Secondo la tesi d'accusa, la crisi di governo avrebbe minato la credibilità dell'Italia sui mercati finanziari internazionali, alzando pesantemente lo spread. I magistrati contabili si sono presi la briga di affidare alla Guardia di finanza una indagine (che si sarebbe potuta agevolmente fare con i ritagli di stampa) sull'andamento dello spread a cavallo delle dimissioni di Romano Prodi: hanno accertato che a maggio 2008, alla vigilia della crisi, il tasso era di 43,3 e dopo le dimissioni del Professore salì ininterrottamente fino alla cifra record di 522,8 alla caduta del successivo governo Berlusconi. Su quell'innalzamento dello spread, oggettivamente abnorme, ha indagato a lungo come è noto la Procura di Trani, che però vi intuiva colpe esattamente opposte: a spingere per affossare i titoli di Stato italiani erano le grandi agenzie di rating, che manovravano per sgomberare l'Italia da Berlusconi e spianare la strada all'avvento dei "tecnici", con in testa Mario Monti. Il processo di Trani si è però concluso con la assoluzione degli imputati. Ora la Corte dei Conti capovolge la vicenda, e attribuisce a Berlusconi e alla sua operazione contro Prodi la colpa di tutto. Per i magistrati contabili, il misfatto si sarebbe consumato con la "compravendita" di voti in Senato: in particolare con il passaggio nelle file dell'opposizione del senatore Sergio De Gregorio, entrato in Parlamento nelle file dell'Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro. Per avere finanziato De Gregorio in cambio del salto di schieramento, Berlusconi è finito sotto processo a Napoli, dove è stato condannato in primo grado. Su quella condanna si basa l'indagine ora aperta dalla Corte dei Conti, che si preparerebbe a chiedere a Berlusconi il doppio dei tre milioni di finanziamento concesso a De Gregorio. Peccato che quella condanna non sia mai divenuta definitiva: in appello il processo si è estinto per prescrizione. E peccato soprattutto che a fare cadere il governo Prodi non fu solo il voto di De Gregorio, ma la dissoluzione della maggioranza raccogliticcia che lo aveva tenuto in piedi fino a quel momento. A votare la sfiducia al Professore a Palazzo Madama, la sera del 24 gennaio 2008, al termine di una seduta infuocata, furono una lunga serie di senatori della sua stessa maggioranza: come il rifondarolo Franco Turigliatto, i liberaldemocratici di Lamberto Dini e l'intero blocco dell'Udeur di Clemente Mastella. La Corte dei Conti chiederà i danni anche a loro?

Non basta il voto a salvare l'Italia dalla casta dei pm. Non c'è voto, dato a destra, sinistra, sopra o sotto, che possa metterci al riparo da un sistema infettato alle radici, anche quelle in apparenza sane, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 15/03/2018, su "Il Giornale". Dicono che gli italiani con il voto abbiano voluto provare a cambiare questo benedetto Paese. È possibile, anche se il cambiamento in sé non è bello né brutto, dipende se si migliora o peggiora la situazione esistente. Il rischio come dice l'antico proverbio di finire dalla padella nella brace è infatti sempre in agguato e per anni in Italia è valso il detto «si stava meglio quando si stava peggio» con qualche velato riferimento anche ai tempi del Duce. Non voglio essere pessimista e smorzare sul nascere le speranze di chi nell'urna ha deciso di esplorare nuove vie, ma temo che cambiare il quadro politico grillini o non grillini sia una piccola parte del problema. Due fatti di cronaca accaduti in questi giorni dicono dell'Italia molto più del risultato elettorale. Il primo è accaduto in Umbria, dove un solerte magistrato ha sequestrato il centro polifunzionale di Norcia, un gioiello di aggregazione sociale costruito a tempo di record per dare sollievo ai terremotati grazie alla generosità dei lettori del Corriere della Sera e degli ascoltatori della tv La7. Parliamo di una sottoscrizione da otto milioni affidata alle mani esperte e pulite di Stefano Boeri, architetto di fama internazionale. La magistratura non ha ravvisato ipotesi criminali, tipo tangenti o ruberie, bensì il non rispetto alla lettera delle norme (che messe insieme assommano a una risma di fogli alta 82 centimetri, evviva la burocrazia) e tanto è bastato a mettere i sigilli. Ma vi sembra possibile? Soldi di privati che non pesano sui bilanci pubblici, sollievo per i terremotati, tre eccellenze italiane (Corriere, La7 e Boeri) che ci mettono faccia e impegno e alla fine arriva un saputello a dire che così non si fa. Incredibile, inqualificabile, direi deprimente. Anche perché e siamo alla seconda notizia questo signore appartiene a quella casta (la magistratura) che ieri l'altro si è rifiutata di cacciare un suo alto esponente (giudice di Cassazione) che aveva messo un suo già assurdo privilegio, l'auto blu con autista, a disposizione della moglie per fare shopping e andare al mare dalle amiche. Non c'è voto, dato a destra, sinistra, sopra o sotto, che possa metterci al riparo da un sistema infettato alle radici, anche quelle in apparenza sane. Quasi quasi mi viene da rivalutare i politici, se non altro non tutti ma molti di loro in un modo o nell'altro, prima o poi, pagano i loro errori. Almeno andando a casa.

Il senso della toga per l'auto. Il giovane pm è mosso da ambizione e desiderio di affermazione, anche con il massimo senso del dovere, scrive Vittorio Sgarbi, Venerdì 16/03/2018, su "Il Giornale". Ce lo rivela Alfonso Sabella, bravo, autobiografico e autocritico, nel film "Il cacciatore". Il giovane pm è mosso da ambizione e desiderio di affermazione, anche con il massimo senso del dovere. L'ho sempre pensato di molti e, fra i tanti, di Paolo Ielo, che ricordo giovane a Milano e scalpitante per farsi notare. Dev'essere nella sua indole. Perché, dopo avere letto delle dimissioni del giudice della consulta Nicolò Zanon per l'accusa di peculato relativa all'uso della macchina di servizio da parte della moglie e, come tanti, pensato al suo torto, oggi vedo che tutti i suoi colleghi hanno respinto le dimissioni, e che chi ha aperto l'inchiesta è proprio il procuratore aggiunto Paolo Ielo. L'accusa apparentemente sta in piedi, e lo ha ribadito in modo sostanziale Sallusti, ieri. Ma alcuni giuristi, come Gustavo Zagrebelsky, la ritengono, sul piano formale, infondata. Il regolamento non consente interpretazioni: «A ciascun giudice è assegnato un cellulare, un pc portatile e un'autovettura». Ed ecco infatti la durissima smentita di un altro ex presidente della Consulta, Valerio Onida: «L'auto messa a disposizione costituisce un benefit, come l'auto aziendale concessa al dipendente per uso personale. Lo dimostra il fatto che fino ad alcuni anni fa l'assegnazione veniva mantenuta anche dopo la scadenza del mandato ovviamente al di fuori di ogni esigenza del servizio. Finché queste restano le regole e la prassi non si può accusare il giudice di alcun illecito». Eccesso di zelo, dottor Ielo.

«L’auto blu usata da sua moglie»: la Consulta respinge le dimissioni di Zanon indagato per peculato. Professore ordinario di Diritto costituzionale, fu nominato da Napolitano nell’ottobre 2014: «Sono sereno ma mi dimetto», aveva detto. La moglie è ex consigliera comunale Pd a Milano. Respinte le dimissioni, in questa fase vale l’autosospensione, scrive Fiorenza Sarzanini il 12 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". L’auto con autista messa a disposizione dalla Corte costituzionale la utilizzava spesso sua moglie Marilisa D’Amico: shopping, impegni familiari, ma anche viaggi per recarsi in vacanza. Per questo il giudice Nicolò Zanon è stato indagato dalla Procura di Roma per peculato d’uso. E per questo ieri sera ha deciso di presentare le dimissioni. Ma la Corte Costituzionale ha respinto le dimissioni e in questa fase vale per lui l’autosospensione. «Pieno rispetto e massima fiducia» nei confronti del giudice Zanon, conferma la Corte Costituzionale, «fermo restando il pieno rispetto e la massima fiducia per il lavoro della magistratura e auspicando una rapida conclusione dell’iter giudiziario» dell’inchiesta che vede Zanon indagato per peculato d’uso a Roma.

L’indagine. Nell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo è accusato di aver ceduto un bene che doveva invece utilizzare in uso esclusivo. «Avere l’uso esclusivo — questa la sua versione — vuol dire che io posso decidere l’utilizzo della vettura e dunque non credevo che ci fossero limitazioni». Ma ieri sera ha evidentemente compreso che la vicenda avrebbe rischiato di travolgere la Consulta. E ha deciso di fare un passo indietro diramando una nota nella quale afferma: «Sono sereno e conto di poter dimostrare l’assoluta insussistenza del reato che mi viene contestato. Tuttavia per rispetto dell’etica istituzionale e della funzione che ricopro, nonché per il rispetto che porto verso la Corte costituzionale, ho ritenuto di presentare le mie dimissioni al presidente della Corte Giorgio Lattanzi». Tra oggi e domani i giudici dovranno riunirsi in camera di consiglio per valutare che cosa fare. Se decidessero di avallare la scelta di Zanon, spetterebbe al capo dello Stato Sergio Mattarella procedere a una nuova nomina visto che il giudice è di nomina presidenziale.

Un anno e mezzo. Le verifiche cominciano qualche mese fa, quando si scopre che la macchina di servizio non viene utilizzata soltanto dal giudice. Zanon, 57 anni, è stato nominato giudice della Consulta il 18 ottobre 2014 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Milano, ha preso il posto di Sabino Cassese. Si decide dunque di controllare le sue abitudini dal momento in cui è entrato in servizio. E si scopre che quando non è a Roma, o comunque non ha impegni, l’auto viene utilizzata dalla signora. Nell’avviso a comparire la contestazione del reato riguarda il periodo compreso tra il 9 novembre 2014 il 9 marzo 2016. In questo lasso di tempo sono numerosi gli spostamenti effettuati dalla moglie del giudice e non tutti a Roma.

I tre viaggi. Oltre alla richiesta all’autista di accompagnare la signora per i propri impegni personali si è scoperto che per ben tre volte la macchina ha lasciato la città. Due volte è stata portata a Forte dei Marmi, una volta a Siena. Marilisa D’Amico è un’ex consigliera comunale del Pd a Milano ed è stata presidente dei comitati milanesi per il Sì al referendum costituzionale. Nell’inchiesta compare soltanto come beneficiaria, ma non risponde di alcun reato. La polemica sui benefit concessi ai giudici della Consulta è di vecchia data e riguarda proprio le «auto blu». È stato infatti calcolato che per ogni giudice vengono spesi mediamente 750 euro per ogni giorno lavorativo visto che oltre al «Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture», «Carburante», «Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture», si deve provvedere alla «copertura» dell’intera giornata con due autisti ognuno per un turno di otto ore.

Pm sotto inchiesta a Brescia: «Aiutava i suoi indagati». Il magistrato Agostino Abate è indagato per la gestione di un fascicolo relativo a interessi di imprenditori e politici varesini. È accusato di favoreggiamento. Le testimonianze dei colleghi, scrive Giuseppe Guastella il 16 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". L’ex pm di Varese Agostino Abate, campano di origine, ha coordinato tra l’altro, le inchieste sull’omicidio di Lidia Macchi e sulla morte di Giuseppe Uva. Abuso d’ufficio e favoreggiamento sono reati pesanti sulle spalle di un pm accusato di aver «intenzionalmente» aiutato le persone su cui indagava ad uscire indenni da una sua inchiesta. Un’indagine della Procura di Brescia apre un nuovo squarcio su anni di lavoro nella Procura di Varese del sostituto Agostino Abate, che dal 2015 è stato trasferito d’ufficio dal Csm a fare il giudice a Como con l’accusa di irregolarità nei casi Uva e Macchi. Su Abate si riversa un’inchiesta della Procura di Brescia, competente sui magistrati di Varese, chiusa dal sostituto Mauro Leo Tenaglia e dal procuratore aggiunto Sandro Raimondi, che ora guida la Procura di Trento. Al centro ci sono alcune indagini sulla gestione della clinica privata «La Quiete» di Varese che vedevano coinvolti i fratelli Enrico Antonio Riva, Michele Riva e Sofia Riva Cristi che, dopo aver ceduto la struttura alla Ansafin dei fratelli Sandro e Antonello Polita, furono denunciati nel 2010 per non aver pagato tasse, contributi e sanzioni per 3,3 milioni, ma non furono iscritti nel registro degli indagati da Abate il quale, omettendo «qualunque approfondimento», ordinò anche a un capitano della Gdf di non lavorare più al caso. Tra le contestazioni c’è anche quella di essere riuscito, sostenendo un collegamento con una sua indagine, a farsi trasmettere dal collega Tiziano Masini un fascicolo con le denunce reciproche tra i Riva e i Polita, trattenuto per due anni senza indagare sui Riva. Per la Procura di Brescia, Abate ha violato la Costituzione che impone ai magistrati imparzialità e l’obbligo dell’azione penale procurando ai Riva un «ingiusto vantaggio» aiutandoli ad «eludere» le indagini e facendogli risparmiare spese legali, sanzioni e danni di immagine. Il ritardo nelle iscrizioni è l’accusa per Abate nei casi Uva, il giovane morto nel 2008 dopo essere stato arrestato e picchiato, e in quello di Lidia Macchi, violentata e uccisa nel 1987, che gli sono costati anche la perdita di 10 mesi di anzianità. «Addebiti basati su dati falsi», ha sostenuto. Le testimonianze agli atti descrivono il «clima anomalo» in Procura, come l’ha definito Masini, pm a Varese fino al 2012, ora aggiunto ad Alessandria. «Chi davvero comandava era il dottor Abate e si doveva tendere a non mettersi in collisione con lui». Luca Petrucci, che a Varese lavora dal 2005 come pm, racconta di quando Abate durante una riunione «minacciò i presenti dicendo: “Attenzione perché io so tutto di tutti”». Abate ha chiesto di essere interrogato dai colleghi bresciani. «Chiariremo tutto, siamo estranei alle accuse e respingiamo ogni accusa», dichiara il suo legale, l’avvocato Alberto Scapaticci. L’indagine è nata dalle denunce di Sandro Polita (per le altre i pm bresciani hanno chiesto l’archiviazione) il quale, assistito dall’avvocato Ivano Chiesa, dice che nonostante il fallimento di Ansafin e la perdita di 16 milioni per queste vicende, continua le sue attività. Ha scritto a ministro della Giustizia, Csm e Pg di Cassazione e di Milano. Chiede «provvedimenti urgenti» per gli anni di «illogica tolleranza» riservati al magistrato.

Csm, Woodcock schiva sei accuse ma l'ex procuratore lo bacchetta. Fragliasso critico: "Le sue dichiarazioni? Benzina sul fuoco", scrive Patricia Tagliaferri, Venerdì 16/03/2018, su "Il Giornale".  Era cominciata come una buona giornata, quella di ieri, per il pm napoletano Henry Hohn Woodcock, dopo la notizia che la Procura generale della Cassazione aveva archiviato tutti e sei i fascicoli disciplinari aperti nei suoi confronti sia sul caso Consip che su quello Cpl-Concordia. Ma poi dal Csm, dove proprio ieri si teneva l'udienza sulle altre due questioni rimaste in piedi e che lo vedono a processo davanti alla sezione disciplinare, è arrivato l'affondo dell'ex procuratore facente funzioni di Napoli, Nunzio Fragliasso, che non ha certo giocato a suo favore. Nel mirino del Consiglio superiore della magistratura c'era l'intervista rilasciata a Repubblica in cui il pm parlava del caso Consip, nonostante l'invito alla riservatezza rivolto dalla Procura in un momento particolarmente delicato per l'indagine sugli appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione soprattutto per gli attriti sorti con i colleghi di Roma che avevano ereditato gran parte del fascicolo. «Quelle dichiarazioni non dovevano essere rese, né prima né dopo che io avevo chiesto il riserbo. Erano inopportune, benzina suo fuoco», ha detto ieri Fragliasso sentito come testimone dall'accusa, spiegando che la legge e anche le disposizioni della Procura partenopea prevedono che soltanto il capo dell'ufficio o un suo delegato possa fare esternazioni sulle indagini. Invece Woodcock, nonostante l'invito dell'allora capo a smorzare i toni, parlò dell'inchiesta Consip con la giornalista Liana Milella, che sentita anche lei come testimone, ha ammesso ieri di aver scritto l'articolo nonostante avesse dato la sua parola d'onore all'amico magistrato che non lo avrebbe fatto. Oltre a questa vicenda il Csm continua ad occuparsi della mancata iscrizione nel registro degli indagati dell'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni, ascoltato come persona informata sui fatti sulla fuga di notizie dell'inchiesta Consip, mentre ci sarebbero stati i presupposti per indagarlo, consentendogli come prevede la legge di essere assistito da un avvocato durante l'interrogatorio. Vicenda per la quale è sotto inchiesta anche la collega Celestina Carrano. Tutti gli altri fascicoli pendenti sulla testa del magistrato sono invece finiti in archivio, anche quello sulla mancata iscrizione nel registro degli indagati a Napoli di Tiziano Renzi, il babbo dell'ex premier, finito sotto inchiesta solo quando l'indagine è passata a Roma. Capitolo chiuso anche dal punto di vista disciplinare quello, già archiviato dai pm di Roma, su una presunta rivelazione di segreto d'ufficio che aveva inguaiato anche la giornalista Federica Sciarelli.

La fine dei moralizzatori, scrive Mariateresa Conti, Sabato 17/03/2018, su "Il Giornale". C'era una volta il (fu) pm Antonio Ingroia, il fustigatore della mafia e del malaffare, il moralizzatore che saliva in cattedra: lui lassù nell'olimpo dei giusti in toga, a pontificare di politici corrotti e manager mangiasoldi da annientare, e la cosiddetta società civile giù, adorante, a seguire il suo verbo. E c'è oggi l'Antonio Ingroia non più pm anzi politico flop, imputato di peculato dalla procura di Palermo, fresco di beni sequestrati per la stessa accusa. L'Ingroia che come ogni imputato proclama la sua innocenza e anzi se la prende con i pm cattivi che hanno dato la notizia alla stampa prima ancora di notificargliela. Così va il mondo. Il mondo sballato di un'Italia che fa in fretta a incoronare i suoi eroi, salvo poi accorgersi che erano di cartapesta. Intendiamoci: la presunzione d'innocenza in questo Paese ancora esiste e vale per tutti, ergo anche per il cittadino Ingroia, oggi avvocato e politico a vuoto, vedi il risultato da zero virgola della sua ultima creatura, la Lista del popolo per la Costituzione. E però. E però qualche considerazione sugli eroi alla Ingroia, sui moralizzatori che predicano bene e razzolano male, forse va fatta. La prima: l'era dei salvatori della patria perché pm e in quanto tali eroi buoni contro i cattivi politici, è finita. Lo dimostrano i flop elettorali: quello dello stesso Ingroia, ma pure del suo arcinemico ed ex capo in toga Pietro Grasso, eletto sì ma pesantemente sconfitto all'uninominale nella sua Palermo. La seconda considerazione, conseguenziale: un moralizzatore che razzola male come l'Ingroia descritto nell'inchiesta (inchiesta che lui stesso nemmeno smentisce nel merito, nega di avere agito al di fuori della legge, non di essersi autoassegnato il maxi premio di risultato o di aver scelto hotel a cinque stelle) rende un pessimo servizio tanto alla politica tanto alla magistratura di cui per tanti anni ha fatto parte, da toga di primo piano. C'era una volta, quel pm antimafia star, in aula e sui giornali. Adesso c'è solo l'imputato Ingroia. E le figuracce in serie che da quando ha lasciato quella toga Ingroia è riuscito a inanellare, dalla magistratura - da cui si è fatto cacciare - alla politica. Ora la farsa del moralizzatore è finita. Giù il sipario.

“Alberghi di lusso e stipendio d’oro”: sequestro di beni per l’ex pm Ingroia. Sotto accusa la sua gestione della società regionale per i servizi informatici, "Sicilia e-Servizi". La Finanza punta il dito su sprechi per 150mila euro, scrivono Salvo Palazzolo e Francesco Patanè il 16 marzo 2018 su "La Repubblica". Alberghi a cinque stelle e stipendio d’oro. L’ex pubblico ministero antimafia Antonio Ingroia, oggi avvocato e candidato con la "Lista del popolo per la Costituzione" alle Politiche del 4 marzo, finisce sotto accusa per la gestione di “Sicilia e-Servizi”, la società regionale che si occupa (fra tante inefficienze) dei servizi informatici. Il nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo gli ha notificato un provvedimento di sequestro di beni per 150mila euro, l’equivalente di quanto avrebbe intascato illegittimamente, durante la sua attività di amministratore unico e di liquidatore della società. Ingroia è indagato per peculato dai magistrati che fino a cinque anni fa erano i suoi colleghi. Per il procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Sergio Demontis e i sostituti Pierangelo Padova ed Enrico Bologna, avrebbe potuto ottenere solo il rimborso dei biglietti aerei nelle trasferte da Roma (sua nuova residenza) verso la Sicilia. Nulla, invece, era dovuto per i costosi alberghi: dal Grand hotel Villa Igiea, la storica residenza della Belle Epoque scelta da tanti sovrani per i loro soggiorni in Sicilia, all'Excelsior, al Centrale Palace hotel. E poi c’è la maxi-indennità di risultato da 117mila euro che Ingroia si è autoassegnato per tre mesi di lavoro come liquidatore della società a capitale pubblico della Regione. Nel 2013, l’anno contestato, gli utili erano stati di appena 33mila euro, nell’anno successivo furono di 3.800 euro. Utili, si fa per dire, di un carrozzone che doveva essere liquidato e invece è rimasto aperto. Il provvedimento di sequestro riguarda anche Antonio Chisari, revisore contabile della società che oggi si chiama Sicilia Digitale spa. Il caso Ingroia è nato dopo una segnalazione della procura della Corte dei conti, incuriosita da un articolo del settimanale L’Espresso, che nel febbraio 2015 dava conto dei rimborsi a tanti zeri di Ingroia e titolava: “Servizi e imbarazzi”. Nei mesi scorsi, l’ex pubblico ministero nominato dal governatore Rosario Crocetta ha ricevuto due avvisi di garanzia per questa vicenda. Interrogato in procura, ha rivendicato di avere rimesso in piedi un’azienda pubblica che faceva acqua da tutte le parti: “E’ la legge a prevedere riconoscimenti agli amministratori in caso di raggiungimento di determinati obiettivi”, ha dichiarato. Ma la difesa non ha convinto. La procura contesta che “Sicilia e-servizi” abbia avuto risultati e sostiene che la maxi-indennità di Ingroia avrebbe addirittura determinato un deficit di bilancio. Nell’atto d’accusa, i pubblici ministeri ricordano che l’indennità di risultato ha una nuova disciplina dal 2008: prevede la liquidazione delle somme “solo in presenza di utili e comunque in misura non superiore al doppio del cosiddetto compenso omnicomprensivo”. All'epoca, il compenso omnicomprensivo riconosciuto dall'assemblea della società era di 50 mila euro. Ingroia promette battaglia legale contro i suoi ex colleghi. Intanto non è più al vertice di “Sicilia e-servizi”, il nuovo presidente della Regione Nello Musumeci non l’ha confermato. E ora l’ex pubblico ministero fa l’avvocato a tempo pieno, fra i suoi clienti anche arrestati per mafia, il più recente è il “re” delle scommesse on line Ninì Bacchi, che in un’intercettazione diceva: “Una cosa è che uno si presenta con Antonio Ingroia, ex magistrato antimafia, conosciuto in tutto il mondo”. E l’imprenditore boss meditava di dare al suo avvocato l’uno per cento della società. Ma è rimasta un’idea. Negli ultimi tempi, Ingroia si è dedicato soprattutto alla campagna elettorale, con la sua “Lista del popolo per la Costituzione”, che però ha avuto un risultato deludente. Ma l'ex pm non si arrende: il giorno dopo il voto ha annunciato su Facebook che proseguirà nel suo impegno in politica.

La "seconda vita" dell'ex pm antimafia: un passo falso dietro l'altro, scrive Alessandra Ziniti il 16 marzo 2018 su "La Repubblica".  Nella mia seconda vita metto a frutto gli errori della prima”, ama ripetere da qualche tempo a questa parte. Ma per Antonio Ingroia, fino a cinque anni fa icona dell’antimafia, la nuova vita è una sequenza di passi falsi uno dietro l’altro. Mandato in archivio il secondo flop politico con l’insignificante 0,02 per cento della sua “Lista del popolo per la Costituzione” presentata dal movimento “La mossa del cavallo” fondato con Giulietto Chiesa, adesso l’ex pm antimafia diventato avvocato veste gli scomodissimi panni di indagato. E per giunta dai colleghi della sua ex Procura, quella di Palermo, che – dopo averlo iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di peculato – stamattina non hanno esitato a far eseguire un sequestro per equivalente da 150.000 euro, la stessa cifra del “bonus” che, da amministratore di Sicilia e-servizi, società informatica della Regione siciliana, si è liquidato per aver raggiunto il suo “obiettivo”. Una parabola imprevedibile quella del magistrato che, dopo aver istruito e avviato il processo sulla trattativa Stato-mafia, nel 2012 improvvisamente – quando già risuonavano le sirene di un suo impegno in politica – accettò l’incaico di presidente di una commissione internazionale Onu in Guatemala sul traffico di droga. Incarico durato il giro di poche settimane prima del precipitoso rientro in Italia per il lancio di Rivoluzione civile, il movimento politico con il quale Ingroia addirittura ambiva a diventare presidente del Consiglio. Progetto bocciato sonoramente dagli elettori. I tempi di Ingroia giovane allievo di Paolo Borsellino prima e di punta di diamante della Procura di Giancarlo Caselli negli anni dei processi su mafia e politica sembrano ormai lontanissimi. Fanno parte di quella che Ingroia definisce appunto la sua prima vita. La seconda lo ha visto saltare, in modo acrobatico, da un incarico all’altro, accettando anche quello offertogli dall’ex governatore siciliano Rosario Crocetta che lo chiama al vertice di Sicilia e-Servizi, società che gestisce i servizi informatici della Regione e dalla quale Ingroia si liquida un maxistipendio con un bonus per aver raggiunto il suo obiettivo. Poco importa che la società finisca sommersa dai debiti. “Non certo per la mia gestione”, ribatte lui che, nel frattempo, accetta anche l’incarico di commissario della provincia di Trapani. Lo spoil system alla Regione Siciliana segna anche la fine dell’incarico di Ingroia che, almeno per il momento si dedica a tempo pieno alla sua attività di avvocato. Ultimo cliente un imputato di mafia, accusato ovviamente dai suoi ex colleghi.

Antonio Ingroia: l’innocenza presunta, la gloria, la contabilità. L'ex magistrato anti-mafia indagato per peculato: alcuni pensieri senza infierire, scrive Fuori dal Coro Fabio Cammalleri il 10 Marzo 2017 su "La voce di New York". L’innocenza dell’accusato Antonio Ingroia qui è fuori discussione, per lo meno fino a contraria sentenza definitiva (e forse anche oltre, data la notoria inaffidabilità del sistema giudiziario penale italiano); e tuttavia, a margine di note-spese e regolamenti, si potevano tentare analisi meno anguste, persino rivoluzionarie. “È stupefacente che la notizia sia stata data dalle agenzie solo pochi minuti dopo che io ho lasciato gli uffici della procura”. Così Antonio Ingroia, ex noto magistrato, oggi avvocato, a proposito della notizia circa l’interrogatorio da egli reso, un paio di giorni fa, alla Procura di Palermo: dove risulterebbe avviata un’indagine preliminare a suo carico per peculato ed altro. Non solo è stupefacente, ma è incivile; è il segno sicuro di una barbarie che si diffonde ogni giorno più rigogliosa; e nemmeno pare mostrare segni, anche minimi, di acquietamento. Una barbarie che, se ormai liberamente rameggia per l’Italia, ha tuttavia un punto d’origine preciso, noto, riconoscibile. Nasce nei Palazzi di Giustizia, e, segnatamente, nei dintorni delle Procure della Repubblica: a dire poco, nei dintorni. Pertanto, l’horresco referens dell’Avv. Ingroia suona mutilo, imperfetto: giacché, in quei dintorni, egli ha lungamente assunto funzioni giudiziarie, e, dunque, sarebbe stato sommamente gratificante, utile, ed anche fecondo per i più giovani, che Egli almeno tentasse di attardarsi su un più vasto ordine di meditazioni, di valutazioni, di conclusioni. Esemplifico. In un discorso al CSM, il 9 luglio 1998, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a proposito delle violazioni del segreto d’ufficio, già allora fatte assurgere al rango di consuetudine processuale, disse: “…io non parto ritenendo per forza che è il magistrato che ha violato il segreto, però nessuno mi costringe a ritenere che lo ha violato sempre e comunque il poliziotto, il carabiniere o quello che pulisce il pavimento, che è passato in quel momento…”. Come sappiamo, fra i magistrati italiani, fu l’unico ad ascendere al Quirinale; da dove fu anche incessante sostenitore della “Magistratura Riformata” da Mani Pulite: pertanto, insospettabile di squilibri valutativi in suo sfavore. Sicché, quando si è acquisita, per pregresse esperienze, o intatta comunanza spirituale, una più compenetrata conoscenza della materia, volendo, si può estendere lo sguardo (Scalfaro, in effetti, dal 1946 in poi non scrisse un solo decreticchio che fosse uno; tuttavia potè ugualmente avanzare per tutti i gradi di carriera previsti, e, nel 1988, dopo 42 anni di ininterrotta vicenda parlamentare, andare in pensione quale “Magistrato di Cassazione con funzioni direttive superiori”: come per Legge e CSM). Allora, anche Ingroia che, oltre la sola comunanza spirituale di cui godette Scalfaro, certo, con la magistratura, ha vissuto anche intense esperienze, avrebbe potuto cogliere l’occasione per soffermarsi, magari criticamente, su quella che si potrebbe chiamare “la mentalità del magistrato”. Ora, quel porsi costantemente ed indefettibilmente quale vittima altrui, pure lì dove meno dovrebbe riuscire plausibile, se non altro per il rilievo della carente sorveglianza, come nei casi di “fughe di notizie”, coglie certo un aspetto di questa mentalità: lungamente e vastamente esibito, ad ogni latitudine, da non meno di due e più decenni. Ma c’è dell’altro. C’è quel postulare, con pari ingombro geografico e diacronico, quasi un’alterità morale verso ogni altro pubblico potere, e che, a molti, a troppi, e sempre più numerosi e mareggianti, ha fatto e fa dire, attraverso le “fughe di notizie”, e prima, e dopo di esse: ogni provvedimento? Un abuso; ogni spesa? Un ladrocinio; ogni chiacchierata? Un oscuro accordo. Una “mentalità” sempre cinta con la memoria dei martiri: sottratta alla comune venerazione, e invece ridotta a feticcio polemico, ad arnese mestierante. E lasciando, in questo modo, che intorno alla figura del magistrato sorgessero trasfigurazioni fantastiche: una figura astratta, disincarnata, eterea, fatta più di immagini che di azioni, più di superstizione che di conoscenza, più di superbia che di umiltà. “Hotel a cinque stelle? Ne ho tutto il diritto, per l’incarico dirigenziale che svolgo”. “Sicilia E Servizi” è una società della Regione Siciliana, di cui Ingroia è Amministratore Unico. Nell’esercizio 2013, risulterebbero ricavi per 150.000 Euro, e 117.000 Euro di premio, oltre circa 50.000 euro di stipendio e i rimborsi previsti dal regolamento. Sull’indennità, sostiene Ingroia che, raggiunti certi obiettivi “…si tratta di un riconoscimento previsto dalla legge…e serve a integrare una indennità certamente non commisurata alle grandi responsabilità in capo all’amministratore…”; quanto alle spese, vivendo egli fuori sede, “la legge prevede…il rimborso delle spese di viaggio, ossia trasporto, vitto e alloggio, così confermato da più pronunce della Corte dei conti”. La Procura di Palermo sembra nutrire dubbi in proposito. Per quanto interessa, si può invece serenamente muovere dal presupposto che sia tutto legittimo; non si discute nemmeno, anzi: qui si presume sempre la non colpevolezza, e senza sforzo, dato che è scritto nella Costituzione. S’intende: in quella, diciamo, vergine; non in quella oltraggiata e abusata da note prassi di illegalismo custodiale; da equivoche sottoculture emergenziali; da sequestri e confische antimafia a fondo perduto; da doppi binari antimafia; da triplici verità, antimafia e non (quella dell’innocenza originaria voluta dalla Carta Fondamentale; quella “svelata” da una qualche condanna; e quella che si può sempre “rivedere”, magari dopo vent’anni di macerazione concentrazionaria); da molteplici gradi di giudizio che, con la tenacia sinistra di un boia, “vincono” il “gargarismo” della presunzione di non colpevolezza, non per persuasione ma per estenuazione. Ecco, a partire da questa vicenda di non avare indennità e rimborsi spese, pure non avari sembravano gli spunti, le occasioni, le possibilità per il pensiero, per lo spirito. E, invece, abbiamo sentito la secchezza della contabilità, il minimalismo documentario, l’etica regolamentare. Forse pochino per chi ha scaldato cuori partigiani, sognato rivoluzioni, processato la storia. Non bisogna mai infierire. Nè mai dimenticare, però.

I magistrati. Salvatori della Patria. Sapete quanto guadagnano?

BOLLETTINO UFFICIALE del Ministero della Giustizia.

Anno CXXXIX - Numero 1 Roma, 15 gennaio 2018 Pubblicato il 15 gennaio 2018.

I nomi riportati sono i primi in elenco riportato.

Conferimento delle funzioni giurisdizionali DD.MM. 30.10.2017 - V.ti U.C.B. 28.11.2017. La dott.ssa Giulia CAVALLONE, nata a Roma il 15.7.1983, nominata con D.M. 18.1.2016 magistrato ordinario in tirocinio presso il Tribunale di Roma, è nominata magistrato ordinario a seguito del conferimento delle funzioni giurisdizionali e destinata, d’ufficio, al Tribunale di Velletri con funzioni di giudice. Al predetto magistrato è attribuito a decorrere dal 18.7.2017 lo stipendio annuo lordo di € 37.082,50 (HH03 cl. 0). La variazione biennale successiva maturerà il 18.7.2019 (HH03 cl. 1) e sarà attribuita dall’1.7.2019. Essendo tale nomina a magistrato ordinario coincidente con il conferimento delle funzioni giurisdizionali ai suddetti magistrati, compete la speciale indennità di cui all’art. 3 della legge 19 febbraio 1981, n. 27, a decorrere dalla data di immissione in possesso delle funzioni giurisdizionali, nella misura intera prevista per i magistrati ordinari come da prontuario. La spesa graverà sui capitoli 1400 e 1431 dello stato di previsione della spesa del Ministero della Giustizia, Missione “Giustizia”, Programma “Giustizia civile e penale”, Azione Spese di Personale per il Programma (magistrati) del Centro di responsabilità Amministrativa (C.D.R.) “Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi” per l’anno finanziario in corso.

Positivo superamento della terza valutazione di professionalità DD.MM. 18.10.2017 - V.ti U.C.B. 15.11.2017 Decreta di riconoscere alla dott.ssa Laura D’AMELIO, nata a Viareggio l’1.8.1968, magistrato il quale ha già conseguito la seconda valutazione di professionalità, con funzioni di giudice del Tribunale di Firenze, il positivo superamento della terza valutazione di professionalità a decorrere dal 19.10.2016. Al compimento di un anno di servizio dal 19.10.2016, il magistrato di cui al presente decreto sarà inoltre inquadrato nella qualifica di magistrato ordinario dopo un anno dalla terza valutazione di professionalità, con l’anzianità economica di anni 13; pertanto a decorrere dal 19.10.2017 gli sarà corrisposto lo stipendio annuo lordo di € 81.564,28 (liv. HH05 – cl. 6). La variazione biennale successiva (liv. HH05 cl. 7) maturerà il 19.10.2018 e sarà attribuita economicamente dall’1.10.2018. Continuerà, inoltre, ad essere corrisposta allo stesso magistrato la speciale indennità annua lorda prevista dall’art. 3 della legge 19.2.1981, n. 27. La spesa graverà sui capitoli 1400 e 1431 dello stato di previsione della spesa del Ministero della Giustizia, Missione “Giustizia”, Programma “Giustizia civile e penale”, Azione Spese di Personale per il Programma (magistrati) del Centro di responsabilità Amministrativa (C.D.R.) “Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi” per l’anno finanziario in corso.

Positivo superamento della quinta valutazione di professionalità DD.MM. 26.10.2017 - V.ti U.C.B. 24.11.2017 Alla dott.ssa Silvana FERRIERO, nata a Napoli il 30.9.1967, magistrato al quale è stata già riconosciuta la quarta valutazione di professionalità, con funzioni di magistrato di sorveglianza dell’Uf- 15-01-2018 - BOLLETTINO UFFICIALE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA N. 1 15 ficio di Sorveglianza di Cosenza, è riconosciuto il positivo superamento della quinta valutazione di professionalità a decorrere dal 30.5.2016. Al predetto magistrato è attribuito a decorrere dal 30.5.2016 lo stipendio annuo lordo di €. 104.758,66 (liv. HH06 – 8ª cl. 3° sc.) con anzianità economica di anni 22 e mesi 2. La variazione biennale successiva maturerà il 30.3.2018 (liv. HH06 – cl.8ª - sc.4° - con anzianità economica di anni 24) ed il corrispondente valore economico verrà attribuito, dall’1.3.2018. Allo stesso magistrato continuerà ad essere corrisposta l’indennità speciale annua lorda prevista dall’art. 3 della legge 19 febbraio 1981, n. 27. La spesa graverà sui capitoli 1400 e 1431 dello stato di previsione della spesa del Ministero della Giustizia, Missione “Giustizia”, Programma “Giustizia civile e penale”, Azione Spese di Personale per il Programma (magistrati) del Centro di responsabilità Amministrativa (C.D.R.) “Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi” per l’anno finanziario in corso.

Positivo superamento della settima valutazione di professionalità DD.MM. 26.10.2016 - V.ti U.C.B. 28.11.2016 Alla dott.ssa Oriente CAPOZZI, nata a Portici il 29.4.1959, magistrato il quale ha già conseguito la sesta valutazione di professionalità, con funzioni di giudice del Tribunale di Napoli, è riconosciuto il positivo superamento della settima valutazione di professionalità a decorrere dal 22.12.2016. Al predetto magistrato, in applicazione dell’art. 50 della legge 388/2000, è attribuito a decorrere dal 22.12.2012, il trattamento economico spettante ex art. 5, 2° comma, della legge 5.8.1998, n. 303; pertanto, lo stipendio annuo lordo da corrispondere è di € 132.859,49 (HH07 – cl. 8ª - sc. 6°) con anzianità economica di anni 29. La variazione biennale successiva è maturata il 22.12.2013 (HH07 – cl. 8ª - sc. 7° - con anzianità economica di anni 30) ed il corrispondente valore economico è attribuito dall’1.12.2013. Allo stesso magistrato continuerà ad essere corrisposta l’indennità speciale annua lorda prevista dall’art. 3 della legge 19 febbraio 1981, n. 27. La spesa graverà sui capitoli 1400, 1420 e 1421 dello stato di previsione della spesa del Ministero della Giustizia, Missione “Giustizia”, Programma “Giustizia civile e penale”, U.P.B. 1.2.1. “funzionamento” del Centro di responsabilità Amministrativa (C.D.R.) “Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi” per l’anno finanziario in corso.

Magistrati sull’orlo di una crisi di nervi, scrive Errico Novi il 7 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Da Bellomo agli ultimi casi, si sgretola il mito dei salvatori della patria. Sul Fatto quotidiano di ieri l’ex giudice di Cassazione Antonio Esposito ha notato che mai come nell’imminente tornata elettorale si erano visti così pochi magistrati nelle liste. «I politici preferiscono i pregiudicati ai giudici», ha scritto la toga che condannò Berlusconi. Sarà. Ma sarebbe azzardato negare come anche nella magistratura cominci a porsi quella che gli amanti del genere definirebbero “una questione morale”. Solo per citare i due casi più recenti, cioè registrati nelle ultime ore, abbiamo nell’ordine un’ex presidente della sezione Misure di prevenzione a Palermo, Silvana Saguto, per la quale il pg di Cassazione ha chiesto la rimozione dall’ordine giudiziario, causa “condotte quotidiane di immensa gravità”; e un pm, Giancarlo Longo, che secondo la ricostruzione del gip di Messina sarebbe stato protagonista di “plurime condotte di mercificazione della funzione giudiziaria”, grazie a una “inquietante capacità criminale”. Attorno ai due exploit dell’ultim’ora orbitano satelliti che non impegnano la credibilità personale dei magistrati coinvolti ma pure lasciano sconcertati, come il dramma del procuratore di Brescia, il cui figlio tossicodipendente faceva rapine armato di mitraglietta. Il tutto mentre è ancora opprimente il peso della vicenda Bellomo, il consigliere di Stato destituito dalla funzione per le accuse mosse dalle frequentatrici di un suo corso, secondo le quali avrebbe imposto condizioni al limite della sevizia sessuale. Che all’interno della magistratura si sia preoccupati per l’incredibile sequenza di storiacce, è comprensibile. Da anni le statistiche riferiscono di un inarrestabile calo della fiducia nei confronti delle toghe, e negli ultimi tempi gli indicatori paiono ancora più in picchiata. L’ultima legislatura è stata scandita dal tema dello strapotere correntizio: per evitare che tra i magistrati si rafforzasse una sorta di partitocrazia in sedicesimi, il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva ipotizzato una riforma elettorale del Csm. Non se n’è fatto nulla, anche per le forti ritrosie dei togati di fronte alle soluzioni più drastiche. Di recente si è aggiunto il caso di una norma misteriosamente inserita nella Manovra che ha cancellato l’anno di “naftalina” previsto per i consiglieri superiori uscenti: i sedici che stanno per terminare il loro quadriennio potranno assumere un incarico direttivo o fuori ruolo un minuto dopo aver lasciato Palazzo dei Marescialli. Come si spiegano tanti scricchiolii? Alcuni sintomi come il successo associativo di Piercamillo Davigo, caso singolare di “moralismo populista” interno alla magistratura, fanno pensare a una sorta di mutazione antropologica: un numero sempre maggiore di aspiranti giudici sembra ambire alla toga più per l’ottima retribuzione che per lo slancio ideale. In sé, il dato non sarebbe scandaloso. Ma è probabile che la tensione civile un po’ rarefatta spinga le correnti a cristallizzarsi in sistema corporativo più che a valorizzare la vocazione di presìdi culturali. La cosiddetta deriva potrebbe avere d’altra parte una matrice mediatica prima che reale: vicende, isolate, di giudici corrotti ce ne sono state anche in passato. Potrebbe esserne cambiata la percezione: ci si era abituati a considerare la magistratura come l’estremo avamposto della morale e della legalità. A considerare i pm come unici salvatori della patria. Ecco: casi come quelli di Saguto o di Longo riportano tutti con i piedi per terra. Magari possono aiutare a far cadere un mito inutile, quello dei Savonarola in toga pronti a sostituire la politica indegna. Sarebbe un ritorno alla normalità perduta con Mani pulite. Se riumanizzare i magistrati servisse a riportare un po’ di equilibrio nel rapporto tra politica e giustizia, male non sarebbe. Con buona pace del giudice Esposito, vorrà dire forse che continueremo ad avere pochi pm in Parlamento. Il che sarebbe un altro segno di ritorno alla normalità.

Perché abbiamo lasciato la nostra vita nelle mani dei giudici. Dalla politica, al divorzio, al fine-vita, alla religione, ai diritti. L'Italia è un paese in cui la magistratura è il supplente di tutti i poteri, e la sua azione non si limita ai campo che le compete, ma invade tutti i settori del vivere, scrive Simonetta Sciandivasci il 20 Maggio 2017 su "L'Inkiesta". La Cassazione è mobile. A Sesto Empirico, filosofo del II secolo dopo Cristo, sarebbe forse stata simpatica: da buon scettico, al giusto assoluto, cui muoveva una critica radicale, preferiva il giusto situazionale, dedotto da un'idea di bene e male sempre formulata a partire da opinione e necessità, cioè da particolarità. La scorsa settimana, una sentenza della Suprema Corte che ha negato il mantenimento alla moglie di un ex ministro, ritenendola capace di provvedere a sé stessa, ci ha fatto tutti parlare di una rivoluzione del diritto di famiglia, del matrimonio, del costume italiano, persino dell'amore. Un "terremoto giurisprudenziale" che avrebbe ridotto in macerie il criterio del tenore di vita, sostituendolo con quello, più attuale, del merito: se la legge non ringiovanisce, ci pensa la Cassazione. Se la legge imbriglia, la Cassazione libera. Se la legge tace, la Cassazione dice. Pochi giorni dopo, però, la stessa Cassazione ha emesso una sentenza opposta, respingendo il ricorso di Silvio Berlusconi al maxi assegno divorzile richiesto dall’ex moglie, Veronica Lario, perché "la separazione non elide la permanenza del vincolo coniugale". "Il divorzio estingue il vincolo matrimoniale sul piano personale, economico e patrimoniale", si leggeva nell'altra sentenza. A chi ha fatto notare il rimbalzo contraddittorio, è stato evidenziato che la differenza tra le due sentenze deriva dalla differenza degli istituti giuridici su cui si sono pronunciate: il divorzio nel primo caso e la separazione nel secondo. Non fa una piega, ma non conta: ciò che è interessante è che la giustizia è diventata una rubrica di costume e società, una bussola socio-culturale. Più che la legittimità di una sentenza, si discute il suo impatto, più che la sua afferenza alla norma, la sua capacità di fare il primo passo verso il rinnovamento di quella norma. La giustizia è diventata una rubrica di costume e società, una bussola socio-culturale. Più che la legittimità di una sentenza, si discute il suo impatto, più che la sua afferenza alla norma, la sua capacità di fare il primo passo verso il rinnovamento di quella norma. La maggior parte delle questioni affrontate dal dibattito pubblico italiano, soprattutto negli ultimi mesi, arrivavano dai tribunali. La dinamica è sempre la stessa: una sentenza viene emessa, i giornali scrivono che "la Cassazione, una volta per tutte…", il dibattito s'infuoca.

L'altra sequenza possibile è: fatti di cronaca assai simili si susseguono evidenziando un vuoto normativo, il paese si divide su come riempirlo (solitamente, le fazioni sono: giustizieri da Far West e buonisti senza frontiere), la Cassazione si pronuncia su uno di quei casi di cronaca e ne dissipa il dissidio, quantomeno perché le fazioni ne strumentalizzano la decisione a conforto della propria tesi, sia in senso negativo che positivo. “È essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui ha liberamente scelto di inserirsi", si legge nella dibattuta sentenza con cui, la scorsa settimana, la Cassazione ha respinto il ricorso di un indiano Sikh, condannato dal tribunale di Mantova a corrispondere un'ammenda pecuniaria di duemila euro per aver circolato armato di kirpan, un coltello lungo circa venti centimetri, che la sua religione gli impone di indossare e, altresì, di non usare mai per aggredire. Il kirpan è un oggetto simbolico, che testimonia l'aderenza di chi lo porta alla schiera di "soldati di Dio": per questa ragione, negli ultimi anni (in Lazio ed Emilia Romagna, esistono folte comunità di indiani Sikh), molti giudici hanno dovuto pronunciarsi sulla liceità di un oggetto sì di culto, ma che è, a tutti gli effetti, un'arma. Quando parlano gli ermellini, tuttavia, un caso particolare diventa un principio generale. In mancanza di un ordinamento che stabilisce regole precise, d'altronde, come potrebbe andare diversamente? La legge italiana non si pronuncia o si pronuncia in maniera lasca e bizzarra (quindi soggetta a un'incontrollabile varietà di interpretazioni) su un gran numero di temi la cui ri-regolamentazione è resa urgente dalla naturale evoluzione della società, dal suo allargarsi e mutare. Sebbene l'Italia sia un paese con un tasso elevato di casi di malagiustizia, esiste un fideismo cieco nei confronti dell'operato della magistratura (spiegabile forse con qualcosa che proprio Colombo ha spiegato a questo giornale, mesi fa: "tradizionalmente, la giustizia è sempre stata considerata una vendetta istituzionale".

In Italia, le sentenze formano e informano il senso comune e alla sospensione di giudizio non sembra più riservato neanche il tempo delle indagini. Un esempio? Ilaria Capua, virologa ed ex deputata di Scelta Civica, accusata di essere "una trafficante di virus" sulla base di materiale di indagine, è stata prosciolta da ogni accusa quando l'aula di Montecitorio aveva già votato per le sue dimissioni.

È successo trent'anni dopo il caso di Enzo Tortora, noto conduttore televisivo coinvolto in uno degli errori giudiziari più eclatanti della storia italiana recente (fu arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico e assolto in via definitiva dopo molti mesi di reclusione, durante i quali i media lo massacrarono). Sul Foglio, scrivendo del libro di Ilaria Capua appena uscito in libreria, Luciano Capone ha ricordato che, dal carcere, Enzo Tortora scrisse alla sua compagna: "Mio compito è far sapere e gridare non solo la mia innocenza, ma battermi affinché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare" (Lettere a Francesca, Pacini Editore). Gli errori giudiziari sono possibili, spesso persino fortemente probabili e, anche quando una sentenza è giusta, non ristruttura mai l'ordine infranto, soprattutto rispetto al condannato (è una delle ragioni per cui Gherardo Colombo, il magistrato pentito di Mani Pulite, ha cambiato mestiere). Incredibilmente, sebbene l'Italia sia un paese con un tasso elevato di casi di malagiustizia, esiste un fideismo cieco nei confronti dell'operato della magistratura (spiegabile forse con qualcosa che proprio Colombo ha spiegato a questo giornale, mesi fa: "tradizionalmente, la giustizia è sempre stata considerata una vendetta istituzionale") e una sete inestinguibile di verdetti finali su ogni campo dell'agire umano.

​La politica ha demandato ai tribunali una parola semi-definitiva sul suicidio assistito: a otto anni dal caso di Beppino Englaro, che dopo una lunga battaglia giudiziaria e politica ottenne l'autorizzazione del giudice Filippo Lamanna, a interrompere l'idratazione e nutrizione artificiale cui sua figlia Eluana era sottoposta da 17 anni, spaccando in due il paese, la Camera ha approvato una legge sul biotestamento (aprile scorso). A giugno sarà forse chiaro se Marco Cappato, che a febbraio ha accompagnato in Svizzera dj Fabo per permettergli il suicidio assistito secondo la sua volontà, verrà o meno perseguito (la richiesta di archiviazione della procura di Milano è stata respinta): l'impatto di quella sentenza segnerà e deciderà probabilmente molto di più del decreto della Camera dello scorso aprile. L'Ilva di Taranto è stata bloccata dalla magistratura. E' impressionante come l'azione dei giudici sia più decisiva di quella dei politici.

Ventincinque anni fa, l'inchiesta di Mani Pulite scavò un fosso nel quale la sua (tentata) rivoluzione avrebbe dovuto gettare la corruzione. Nel tentativo di moralizzare la politica, però, Mani Pulite finì con l'annichilirla. Oggi, in quel fosso, ci sono i partiti. Mario Sechi ha scritto che la congiuntura italiana è oggi identica a quella del 1992 (chi non lo ha pensato guardando la serie tv omonima?), quando si inaugurò il solo tratto persistente degli anni a venire: l'immanenza della magistratura sulla scena politica. Fu allora che Di Pietro fondò un partito che sancì l'azione politica delle toghe, la cui eredità culturale è quella che, all'inaugurazione di questo anno giudiziario, ha consentito a Piercamillo Davigo, presidente dell'associazione nazionale magistrati, di affermare che gli errori giudiziari non esistono perché "il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa solo le cose che gli raccontano: se un teste mente, non lo può sapere". A gennaio di quest'anno, nel rapporto sull'Italia dell'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, si raccomandava all'Italia di limitare i giudici in politica e regolare il conflitto di interessi dei deputati. Un intervento in questa direzione, da parte di una politica delegittimata dai cittadini e tenuta in scacco dalla magistratura che può determinarne le sorti, è piuttosto improbabile (evitiamo di riaprire il file Berlusconi, ma la vicenda di Tiziano e Matteo Renzi ne è una rappresentazione perfetta). Disse una volta quel demonio di Giulio Andreotti che "la bellissima scritta "la legge è uguale per tutti" sta sempre alle spalle dei giudici e mai davanti".

Fate un gioco: scrivete su un motore di ricerca Raffaele Cantone e, accanto, più temi di attualità recente. Noterete che il magistrato, oggi presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, si è espresso su qualunque cosa. Mara Maionchi ha detto che lo avrebbe scelto volentieri come nuovo giudice di X Factor: una boutade che voleva forse essere un elogio della impassibile oggettività di Cantone e, dall'altra, rivela con quanta pervasività lui sia entrato nell'immaginario più pop. "Non bisogna essere necessariamente colpevoli per aver paura dei magistrati", ha scritto Jorge Louis Borges, perché la giustizia di questo mondo ha i limiti di questo mondo, è fallibile, corruttibile, vanesia.

Il totalitarismo giudiziario di cui ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera (16 gennaio scorso) e che benda lo sguardo al nostro paese, si esplica certamente nel fatto che affidiamo ai giudici l'individuazione e la lettura del bene e del male. Insieme alla sete di verdetti e vendette che abbiamo, tuttavia, questo è forse la spia di un ripudio dell'egualitarismo (uno vale uno è un principio che, noi che siamo il paese dei particolarismi, dovremmo sapere che attecchisce solo in prima istanza, solo quando si urla in piazza). Le leggi non si contraddicono ma le sentenze sì (vedere i due casi sugli assegni di mantenimento), le leggi sono fredde e universali, le sentenze sono sempre casi a sé. C'è, forse, in questa onnipresenza della magistratura nelle nostre vite e nel fatto che i magistrati siano i soli "potenti" ritenuti ancora affidabili, una non articolata, magmatica, confusa richiesta di tutela particolare. Il grande tabù scandaloso per cui non vogliamo stare in mezzo ai tutti davanti ai quali la legge è, implacabilmente, uguale.

Pietà l’è morta, scrive Piero Sansonetti il 7 Febbraio 2018 su "Il Dubbio".  C’è una cosa che non riesco a capire. Questa: se a uno qualunque di voi chiedessero di prendere una decisione dalla quale forse dipende la possibilità di vivere o di morire per un altro essere umano, voi esitereste? Ed esiste la possibilità che alla fine la vostra decisione sia il pollice verso? Io credo di no. Credo che per decidere che è giusto mettere a rischio la vita di una persona occorra una carica in più di qualcosa che può essere fanatismo, oppure sadismo, o gusto di onnipotenza, o convinzione di essere degli esecutori di Dio. Una persona con una normale ragionevolezza e una sensibilità nella norma deciderebbe comunque per la vita. L’unica via d’uscita è la grazia di Mattarella. Nel caso di Marcello Dell’Utri, peraltro, non c’è molta incertezza sulle conseguenze della decisione. Le cose sono molto semplici: Dell’Utri è cardiopatico, iperteso, diabetico e ha da sette mesi gli è stato diagnosticato un cancro alla prostata. Non esistono le possibilità di curare questo cancro in carcere, questo è stato accertato dai medici e certificato dal garante dei diritti dei detenuti, il dottor Mauro Palma, che non è un esponente di Forza Italia (tutt’altro, dice la sua biografia). Dell’Utri – lo capisce chiunque sia in grado di usare la ragione – non è in alcun modo pericoloso (peraltro nessuno sa dire bene per quale reato sia stato condannato). Ha 76 anni e in teoria potrebbe usufruire della norma che prevede la scarcerazione per chi abbia più di 70 anni. Ha scontato più della metà della pena e dunque potrebbe usufruire della norma che prevede la semilibertà. E’ stato condannato per un reato che la Corte Europea ha già stabilito che non esisteva all’epoca dei fatti che gli sono contestati. Non esiste il filo sottile di nessuna ragione per tenerlo dentro. Oltretutto i medici consulenti dell’accusa (dell’accusa, non della difesa) hanno detto che è incompatibile con il carcere. La decisione di lasciarlo dietro le sbarre e – con ogni probabilità – mandarlo a morte, è assolutamente irragionevole, cozza col buonsenso, con molte leggi e con lo spirito di umanità che dovrebbe ispirare le autorità, almeno a norma di Costituzione. La decisione di rifiutargli il diritto a curarsi è in aperta violazione dell’articolo 32 della Costituzione. Ci troviamo di fronte a un atto di inaudita arroganza, ma purtroppo legittimo e inemendabile. Se, come è probabile, Marcello Dell’Utri morirà prima di essere scarcerato, nessuno sarà tenuto a rispondere per questa prepotenza. Neppure se, come è probabilissimo, la corte europea dovesse successivamente decidere che era innocente e ordinare il risarcimento per ingiusta detenzione. La morte di Dell’Utri sarà un dolore e una macchia per la dignità di un pezzo molto grande di magistratura, che concepisce la sua funzione come una funzione di giustizia, e non di vendetta e di espressione di potere. Sarà invece una soddisfazione per una parte piccola della magistratura – piccola, ma molto potente – la quale vedrà l’esemplare punizione di Dell’Utri come un ammonimento a tutta la politica: «attenti, abbiamo un potere smisurato». Che possibilità ci sono di fermare questa spirale? Per ora quasi nessuna. Bisogna aspettare i tempi della Cassazione e della Corte europea, che probabilmente saneranno questa ingiustizia, ma lo faranno, forse, quando sarà troppo tardi. In realtà l’unica persona che potrebbe intervenire è il Presidente della Repubblica. Lui può concedere la grazia. E’ un suo potere. Capisco perfettamente la difficoltà di un gesto simile. Politicamente temerario. Una sfida aperta a un pezzo di magistratura, ai suoi poteri, alle sue certezze, alla sua spavalderia. Capisco la difficoltà politica, la valanga di critiche che si tirerebbe addosso da parte della compagnia ufficiale dell’antimafia. Quella dei professionisti, prevista da Sciascia. Ci vuole un’enorme coraggio a graziare dell’Utri, una gigantesca capacità di autonomia e indipendenza. Però ne vale la pena. Per due ragioni: si salva una vita umana, nel rispetto della Costituzione. E si salva il diritto. Mattarella è l’ultima speranza. Mattarella ha dimostrato tante volte non solo la sua umanità ma anche le sue capacità di decidere e di rispondere alla sua coscienza e non ai giornali.

Prigione Italia, ogni anno mille innocenti finiscono in carcere. In aumento i casi di ingiusta detenzione. Solo nel 2017 sono finite in cella senza colpa 1013 persone. Negli ultimi 25 anni oltre 26mila vittime. Un’emergenza di cui nessuno parla, tantomeno in campagna elettorale. Intanto crescono i risarcimenti: lo scorso anno lo Stato ha pagato quasi 35 milioni, scrive Alberto Ciapparoni su “L’Inkiesta” il 7 Febbraio 2018. Il 2017 si è chiuso con un aumento sia dei casi di ingiusta detenzione (che hanno raggiunto quota 1.013, contro i 989 registrati nel 2016), sia dell’ammontare complessivo dei relativi risarcimenti (34.319.865,10 euro). Nel pantheon delle letture degli aspiranti parlamentari ai primi posti ci dovrebbero essere senza alcun dubbio i numeri contenuti in questa analisi confezionata da “Errori giudiziari”, errorigiudiziari.com. Come avviene ogni anno, sono stati elaborati gli ultimi dati disponibili del Ministero dell’Economia: dati che dimostrano come in Italia esiste l’emergenza delle persone finite in carcere senza colpa. Eccome se esiste: il numero di vittime continua a crescere senza sosta, così come il denaro che viene versato nei loro confronti a titolo di risarcimento o indennizzo. Eppure, tutto questo sembra non interessare. Pensate che pochi giorni fa si è svolta l’annuale inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, e il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione non è stato nemmeno sfiorato. Insomma, secondo giudici e procuratori le 1.000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, rappresentano un “dato fisiologico”, una sorta di “danno collaterale” inevitabile davanti alla mole di processi penali che vengono celebrati ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Ma le conseguenze negative e inestimabili (e impossibili da risarcire) per le persone interessate, e per le loro vite private e professionali distrutte? Ma gli effetti psicologici gravissimi? Niente, come se non esistessero. E non pare importare nemmeno il fatto che più innocenti finiti senza colpa in custodia cautelare vuol dire più soldi spesi dallo Stato in risarcimenti per ingiusta detenzione, cioè denaro speso da tutti noi. Negli ultimi 25 anni 26.412 persone hanno subito una ingiusta detenzione, ovvero una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, prima di essere riconosciute innocenti con sentenza definitiva. Per risarcirli, lo Stato ha versato complessivamente poco meno di 656 milioni di euro.

Le cifre della vergogna. La città con il maggior numero di casi indennizzati è stata Catanzaro, con 158. Subito dietro c’è Roma (137), e quindi Napoli (113), che per il sesto anno consecutivo si conferma nei primi tre posti. E nella top ten dei centri dove è più frequente il fenomeno della ingiusta detenzione, hanno "la meglio" le città del Sud: sono difatti otto su dieci, con le sole Roma e Milano a invertire la tendenza. Catanzaro e Roma sono anche le città in cui lo Stato ha speso di più in risarcimenti liquidati alle vittime di ingiusta detenzione: nel capoluogo calabrese lo scorso anno si è fatta registrare l’incredibile cifra di circa 8 milioni e 900 mila euro, ben più del doppio di quanto si è speso per i casi della Capitale (poco più di 3 milioni e 900 mila euro). Al terzo posto Bari (con indennizzi versati per oltre 3 milioni e 500 mila euro) sorpassa Napoli, quarta in classifica con più di 2 milioni e 870 mila euro.

I dati complessivi. Negli ultimi 25 anni, dal 1992 a oggi, 26.412 persone hanno subito una ingiusta detenzione, ovvero una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, prima di essere riconosciute innocenti con sentenza definitiva. Per risarcirli, lo Stato ha versato complessivamente poco meno di 656 milioni di euro. Se poi si includono anche gli errori giudiziari in senso tecnico (ossia quelle persone che vengono condannate con sentenza definitiva, ma poi sono assolte in seguito a un processo di revisione perché si scopre il vero autore del reato, oppure un altro elemento fondamentale per scagionarli), il numero delle vittime sale a 26.550, per una somma totale di 768.361.091 euro in risarcimenti versati dal 1992 a oggi. Si tratta dunque di una media annuale di oltre 1.000 casi, per una spesa superiore ai 29 milioni di euro l’anno. L'emergenza delle persone chiuse in carcere senza colpa non sembra all'ordine del giorno. Solo pochi giorni fa si è svolta l’annuale inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, ma il tema degli errori giudiziari e delle vittime di ingiusta detenzione non è stato nemmeno sfiorato. Il silenzio della politica. I dati che abbiamo riportato sono impressionanti, ma ancora più impressionante forse è l’assenza del tema nella campagna elettorale in corso. Un silenzio assordante e bipartisan. Per chi vuole essere protagonista nella nuova legislatura, la numero XVIII, il problema non sussiste. Il che significa che non si parla delle oltre 25 mila persone che sono finite in carcere da innocenti negli ultimi 25 anni. Che per risarcirle lo Stato ha speso più di 750 milioni di euro. E che il conteggio non si ferma, al ritmo di circa 1.000 nuovi casi l’anno. Dovrebbero spiegarne i motivi per esempio a Fabrizio Bottaro, Daniela Candeloro, Lucia Fiumberti, Vittorio Gallo e Antonio Lattanzi: cinque persone come tante, con giornate scandite da lavoro, famiglia, e amici. Fino a quando le loro vite non sono state travolte dalle manette, da processi interminabili, dal carcere ingiusto. Le loro storie sono al centro del docufilm “Non voltarti indietro” che, attraverso un ritratto a più voci, restituisce la misura incolmabile di autentici calvari consumati tra le celle dei penitenziari, le mura domestiche e i tribunali, per poi trovarsi a fare i conti con la rinascita e il tentativo di mettere alle spalle quell’esperienza che ha lasciato ferite che non si rimargineranno mai. Ma della giustizia che sbaglia non si parla. O poco. Troppo poco.

Quei 24 mila ingiustamente detenuti. Basta una intercettazione mal trascritta, uno scambio di persona, una superficialità investigativa o una disattenzione del magistrato. 24 mila i casi dal 1992, ma quando non si tratta di politici o vip il tema perde interesse, scrive Luca Rinaldi il 5 Luglio 2016 su "L'Inkiesta". L’Italia è quel Paese in cui dal 1992 a oggi lo Stato ha pagato 630 milioni di risarcimenti per ingiusta detenzione per un totale di 24 mila casi. In maggioranza signori nessuno, eppure il più classico garantismo «a targhe alterne», a parte qualche lodevole eccezione, si solleva solo quando i nomi sono noti, per di più politici o capitani d’industria. Dedicato a quei nomi che subito si dimenticano è il progetto di due giornalisti e un avvocato che è stato prima un libro, poi un sito e infine è diventato un docufilm. I tre sono Benedetto Lattanzi, Valentino Maimone e l’avvocato Stefano Oliva che hanno lavorato a “Non voltarti indietro”, primo docufilm sugli errori giudiziari in Italia con la regia di Francesco Del Grosso. «La genesi del docufilm - spiega a Linkiesta Benedetto Lattanzi - ha origini lontane. All’inizio degli anni ’90 dopo i casi Tortora e soprattutto quello di Lanfranco Schillaci (accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia, salvo poi scoprire che si trattava di un tumore) ci siamo avvicinato al fenomeno iniziando a raccogliere storie e materiale sugli errori giudiziari». Quel materiale diventa il libro “100 volte giustizia” e sono raccolte cento storie dal 1948 al 1996. Da lì Lattanzi e il collega Maimone continuano a raccogliere storie, perché gli errori continuano a esserci. Ce ne sono tanti che i due si trovano a decidere se fare una seconda edizione di “100 volte giustizia” oppure virare su un progetto più ampio. Le storie sono diventate 675, così i due giornalisti decidono di aprire il sito errorigiudiziari.com e inserire un database. A loro si affianca l’avvocato Stefano Oliva, che tra quei 675 ha avuto diversi clienti e soprattutto si dimostra sensibile al tema. In quella “enciclopedia” dell’errore giudiziario c’è di tutto. Dal noto caso di Giuseppe Gulotta, in carcere da innocente per 22 anni e risarcito con 6,5 milioni di euro, alla vicenda di Giancarlo Noto che per uno scambio di persona di un testimone oculare passa tre giorni dietro le sbarre, salvato poi da un test del DNA, passando per Patrick Lumumba coinvolto nel caso di Meredith Kercher. Nell’archivio fa capolino anche Giuseppe Santangelo condannato ingiustamente insieme a Gulotta per la strage di Alcamonel 1977 in cui persero la vita due Carabinieri. Gaetano Santangelo, si legge sul sito, era stato individuato come uno degli autori del duplice omicidio, insieme con Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Nella sentenza di primo grado, Gulotta, Santangelo e Ferrantelli vennero ritenuti colpevoli: il primo fu condannato all’ergastolo, gli altri due a 20 anni di reclusione. Poco prima dell’esecuzione della pena Santangelo fuggì in Brasile con Ferrantelli, dove entrambi ottennero lo status di rifugiato politico. Da lì presentarono, attraverso i propri legali, un’istanza di revisione del processo che fu accolta: la condanna fu cancellata e la Corte d’Appello di Catania stabilì un risarcimento per errore giudiziario di 1 milione e 100 mila euro a ciascuno di loro. Ma non è finita, perché i legali dei due hanno presentato un’ulteriore richiesta di 12 milioni di euro per danno patrimoniale, biologico e morale. Una richiesta analoga a quella presentata da Gulotta.

Poi c’è Fabrizio Bottaro, designer di moda romani, 40 anni, che nel 2011 attraversa un calvario lungo 10 mesi. Accusato di rapina dopo il racconto di un testimone si scoprirà poi che Bottaro sul luogo semplicemente non poteva esserci: si trovava a Marbella in vacanza. Sarebbe bastato un controllo sulle liste dell’albergo oppure alle videocamere a circuito chiuso dello stesso. Un virus quello dell’errore che si insinua soprattutto in fase di indagine, magari con la trascrizione di una intercettazione telefonica sbagliata che poi origina una interpretazione da parte della magistratura inquirente che va verso una direzione che non è quella giusta. In questo giocano dunque un ruolo fondamentale non solo i magistrati, ma anche periti e Forze dell’Ordine. Insomma, c’è materiale sufficiente perché dal sito si passi al docufilm. A fare la proposta ai due giornalisti e all’avvocato Oliva è il regista Francesco del Grosso che ha curato la realizzazione del prodotto che ha iniziato il suo giro d’Italia, da Catania a Pesaro, passando per Ischia, mentre è atteso il 9 luglio all’Ortigia Film Festival e al Salento Finibus Terrae il 25 luglio.

Gli errori continuano, e spesso i magistrati italiani vengono accusati di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare, cioè dell’arresto e detenzione prima del termine del processo. Errori che mai nessuno vorrebbe attraversare, ma che in Europa non sono una eccezione, e anzi da notare come in alcuni Paesi non esistano risarcimenti per ingiusta detenzione. «La Gran Bretagna - ha detto di recente a La Stampa Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e già presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture - non prevede alcun indennizzo per ingiusta detenzione, la Bulgaria paga con grandi ritardi, mentre l’Olanda, per esempio, ha un meccanismo molto simile al nostro» e i numeri, conferma Palma, non sono granché differenti: «Penso che gli errori italiani rientrino nella fisiologia del sistema e non nella sua patologia. Mi pare anche che la riforma della responsabilità civile sia un buon compromesso, perché un giudice non può vivere sotto la spada di Damocle della causa, soprattutto in un Paese dove ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che in genere hanno avvocati molto in gamba e molto ben pagati. Certo, bisognerebbe cercare di arrestare il meno possibile e anche lavorare di più sugli automatismi che portano all’applicazione della custodia cautelare».

LE COMPATIBILITA’ ELETTIVE. IO SON IO E TU NON SEI UN CAZZO.

QUANDO IL DNA GIUDICANTE E’ QUESTIONE DI FAMIGLIA.

Come la legislazione si conforma alla volontà ed agli interessi dei magistrati.

Un’inchiesta svolta in virtù del diritto di critica storica e tratta dai saggi di Antonio Giangrande “Impunitopoli. Legulei ed impunità” e “Tutto su Messina. Quello che non si osa dire”.

Marito giudice e moglie avvocato nello stesso tribunale: consentito o no? Si chiede Massimiliano Annetta il 25 gennaio 2017 su “Il Dubbio”.  Ha destato notevole scalpore la strana vicenda che si sta consumando tra Firenze e Genova e che vede protagonisti due medici, marito e moglie in via di separazione, e un sostituto procuratore della Repubblica, il tutto sullo sfondo di un procedimento penale per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo il medico, il pm che per due volte aveva chiesto per lui l’archiviazione, ma poi, improvvisamente, aveva cambiato idea e chiesto addirittura gli arresti domiciliari – sia l’amante della moglie. Il tutto sarebbe corredato da filmati degni di una spy story.

Ebbene, devo confessare che questa vicenda non mi interessa troppo. Innanzitutto per una ragione etica, ché io sono garantista con tutti; i processi sui giornali non mi piacciono e, fatto salvo il sacrosanto diritto del pubblico ministero di difendersi, saranno i magistrati genovesi (competenti a giudicare i loro colleghi toscani) e il Csm a valutare i fatti. Ma pure per una ragione estetica, ché l’intera vicenda mi ricorda certe commediacce sexy degli anni settanta e, a differenza di Quentin Tarantino, non sono un cultore di quel genere cinematografico.

Ben più interessante, e foriero di sorprese, trovo, di contro, l’intero tema della incompatibilità di sede dei magistrati per i loro rapporti di parentela o affinità. La prima particolarità sta nel fatto che l’intera materia è regolata dall’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, che la prevede solo per i rapporti con esercenti la professione forense, insomma gli avvocati. Ne discende che, per chi non veste la toga, di incompatibilità non ne sono previste, e quindi può capitare, anzi capita, ad esempio, che il pm d’assalto e il cronista sempre ben informato sulle sue inchieste intrattengano rapporti di cordialità non solo professionale. Ma tant’è.

Senonché, pure per i rapporti fra avvocati e magistrati la normativa è quantomeno lacunosa, poiché l’articolo 18 del regio decreto 30.1.1941 n. 12, che regola la materia, nella sua formulazione originale prevedeva l’incompatibilità di sede solo per “i magistrati giudicanti e requirenti delle corti di appello e dei tribunali […] nei quali i loro parenti fino al secondo grado o gli affini in primo grado sono iscritti negli albi professionali di avvocato o di procuratore”. Insomma, in origine, e per decenni, si riteneva ben più condizionante un nipote di una moglie, e del resto non c’è da sorprendersi, la norma ha settantasei anni e li dimostra tutti; infatti, all’epoca dell’emanazione della disciplina dell’ordinamento giudiziario le donne non erano ammesse al concorso in magistratura ed era molto limitato pure l’esercizio da parte loro della professione forense.

Vabbe’, vien da dire, ci avrà pensato il Csm a valorizzare la positiva evoluzione del ruolo della donna nella società, ed in particolare, per quanto interessa, nel campo della magistratura e in quello dell’avvocatura. E qui cominciano le soprese, perché il Cxm con la circolare 6750 del 1985 che pur disciplinava ex novo la materia di cui all’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, ribadiva che dovesse essere “escluso che il rapporto di coniugio possa dar luogo a un’incompatibilità ai sensi dell’art. 18, atteso che la disciplina di tale rapporto non può ricavarsi analogicamente da quella degli affini”. Insomma, per l’organo di governo autonomo (e non di autogoverno come si suol dire, il che fa tutta la differenza del mondo) della magistratura, un cognato è un problema, una moglie no, nonostante nel 1985 di donne magistrato e avvocato fortunatamente ce ne fossero eccome. Ma si sa, la cosiddetta giurisprudenza creativa, magari in malam partem, va bene per i reati degli altri, molto meno per le incompatibilità proprie.

Della questione però si avvede il legislatore, che, finalmente dopo ben sessantacinque anni, con il decreto legislativo 109 del 2006, si accorge che la situazione non è più quella del ‘41 e prevede tra le cause di incompatibilità pure il coniuge e il convivente che esercitano la professione di avvocato. Insomma, ora il divieto c’è, anzi no. Perché a leggere la circolare del Csm 12940 del 2007, successivamente modificata nel 2009, si prende atto della modifica normativa, ma ci si guarda bene dal definire quello previsto dal novellato articolo 18 come un divieto tout court, bensì lo si interpreta come una incompatibilità da accertare in concreto, caso per caso, e solo laddove sussista una lesione all’immagine di corretto e imparziale esercizio della funzione giurisdizionale da parte del magistrato e, in generale, dell’ufficio di appartenenza. In definitiva la norma c’è, ma la si sottopone, immancabilmente, al giudizio dei propri pari. E se, ché i costumi sociali nel frattempo si sono evoluti, non c’è “coniugio o convivenza”, ma ben nota frequentazione sentimentale? Silenzio di tomba: come detto, l’addictio in malam partem la si riserva agli altri. Del resto, che il Csm sia particolarmente indulgente con i magistrati lo ha ricordato qualche giorno fa pure il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, dinanzi al Plenum di Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare come “il 99% dei magistrati” abbia “una valutazione positiva (in riferimento al sistema di valutazione delle toghe, ndr). Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.

Insomma, può capitare, e capita, ad esempio, che l’imputato si ritrovi, a patrocinare la parte civile nel suo processo, il fidanzato o la fidanzata del pm requirente.

E ancora, sempre ad esempio, può capitare, e capita, che l’imputato che debba affrontare un processo si imbatta nella bacheca malandrina di un qualche social network che gli fa apprendere che il magistrato requirente che ne chiede la condanna o quello giudicante che lo giudicherà intrattengano amichevoli frequentazioni con l’avvocato Tizio o con l’avvocata Caia. Innovative forme di pubblicità verrebbe da dire.

Quel che è certo, a giudicare dalle rivendicazioni del sindacato dei magistrati, è che le sempre evocate “autonomia e indipendenza” vengono, evidentemente, messe in pericolo dal tetto dell’età pensionabile fissato a settant’anni anziché a settantacinque, ma non da una disciplina, che dovrebbe essere tesa preservare l’immagine di corretto ed imparziale esercizio della funzione giurisdizionale, che fa acqua da tutte le parti.

Al fin della licenza, resto persuaso che quel tale che diceva che i magistrati sono “geneticamente modificati” dicesse una inesattezza. No, non sono geneticamente modificati, semmai sono “corporativamente modificati”, secondo l’acuta definizione del mio amico Valerio Spigarelli. E questo è un peccato perché in magistratura c’è un sacco di gente che non solo è stimabile, ma è anche piena di senso civico, di coraggio e di serietà e che è la prima ad essere lesa da certe vicende più o meno boccaccesche. Ma c’è una seconda parte lesa, alla quale noi avvocati – ma, a ben vedere, noi cittadini – teniamo ancora di più, che è la credibilità della giurisdizione, che deve essere limpida, altrimenti sovviene la sgradevole sensazione di nuotare in uno stagno.

Saltando di palo in frasca, come si suo dire, mi imbatto in questa notizia.

Evidentemente quello che vale per gli avvocati non vale per gli stessi magistrati.

VIETATO SPIARE L'AMORE TRA GIUDICI. I CASI DI INCOMPATIBILITA' FINO AL 1967 (prima di quell' anno, i magistrati erano soltanto uomini): Tra padre e figli (o tra fratelli o tra zio o nonno e nipote) entrambi magistrati nello stesso collegio giudicante o nel collegio d' impugnazione; oppure uno magistrato e uno avvocato nello stesso circondario, scrive Giovanni Marino il 25 maggio 1996 su "La Repubblica". Dopo IL 1967 (cioè dopo la legge che permetteva l'ingresso in magistratura delle donne): Incompatibilità estesa anche: Tra marito e moglie, uno magistrato e uno avvocato nello stesso circondario Tra marito e moglie entrambi magistrati, se nello stesso collegio giudicante o nel collegio d' impugnazione Tra marito Pm e moglie Gip (o viceversa) nello stesso circondario Magistrati conviventi e operanti nello stesso circondario.

Giudici e avvocati compagni di vita. Il Csm apre una pratica a Torino. Palazzo dei Marescialli, contestata la compatibilità ambientale, scrive Raphael Zanotti il 18/09/2010 su “La Stampa”. L’amore non ha diritto di cittadinanza nelle aride lande della Giustizia e dei codici deontologici. Non è previsto, non è contemplato. Quando lo si scopre, si cerca di annichilirlo, azzerarlo. Si può essere buoni magistrati se si ama l’avvocato dall’altra parte della barricata? Si può difendere al meglio il proprio assistito se si deve battagliare con il giudice con cui, il mattino dopo, ci si alza per fare colazione? L’uomo è fragile, la legge no. Tra gli uomini e le donne di giustizia, l’amore è vietato. Lo si cancella con due parole e un articolo di legge: incompatibilità ambientale. Oppure, il più delle volte, lo si tiene nascosto, riservato. Perché tra quelle aule austere, tra i corridoi e gli scartafacci, è come in qualsiasi altro posto: l’amore sboccia, cresce, s’interrompe. È la vita che preme contro le regole che gli uomini si sono dati per riuscire a essere più equi, per non doversi affidare a eroi e asceti. Ma per quanto discreto, disinteressato e onesto, l’amore - a volte - viene scoperto. E allora la legge interviene, implacabile. E gli amanti tremano. Per uno che viene sorpreso, altri nove restano nell’ombra. Tutti sanno di essere di fronte a una grande ipocrisia. Perché nei tribunali ci sono sempre stati amori clandestini, che vivono di complicità. Oppure ufficiali e stabili da così tanto da sentirsi al sicuro. Il giudice torinese Sandra Casacci e l’avvocato Renzo Capelletto vivono la loro storia sentimentale da 31 anni. Una vita. L’hanno sempre fatto alla luce del sole. Il nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, targato Michele Vietti, che solo per un caso è torinese e avvocato anch’egli, ha appena aperto la sua prima pratica disciplinare. L’ha aperta nei confronti del giudice Casacci per incompatibilità ambientale. Il suo compagno, Capelletto, è amareggiato: «Mi spiace per Sandra - racconta - Stiamo insieme da tanto, non ci siamo mai nascosti. Sono stato anche presidente degli avvocati di Torino e nessuno ha mai potuto dire che ci siano stati contatti tra la mia attività di avvocato e la sua di giudice. Il vero problema è che Sandra, dopo una vita di lavoro, sta per diventare capo del suo ufficio e forse questo dà fastidio a qualcuno». Il Csm ha aperto un’altra pratica contro un giudice torinese. Questa volta si tratta di Fabrizia Pironti, legata per anni sentimentalmente all’avvocato Fulvio Gianaria, uno dei legali più conosciuti e stimati del foro torinese. «Della mia vita privata preferirei non parlare - dice l’avvocato - ma una cosa la dico: in tutto questo tempo non ho mai partecipato a un processo che avesse come giudice la dottoressa Pironti. E così i miei colleghi di studio. È la differenza tra la sostanza e il formalismo». La pratica aperta dal Csm mette il dito in una piaga. Nei tribunali italiani non ci sono solo coppie formate da giudici e avvocati, ma anche giudici e giudici sono incompatibili in certi ambiti. Oppure parenti, affini. La legge dice, fino al secondo grado. «Abbiamo aperto questa pratica perché ci è arrivata una segnalazione - si limita a dire il vicepresidente del Csm, Vietti - È una pratica nuova, verificheremo». Il 4 ottobre, a Palazzo dei Marescialli, è stato convocato il procuratore generale del Piemonte Marcello Maddalena che dovrà spiegare se esiste una situazione di incompatibilità dei suoi due giudici. E, nel caso esista da tempo, perché non è stata risolta prima. Dovrà spiegare, insomma, come mai l’amore ha trovato spazio tra le aule austere e i faldoni dei suoi uffici giudiziari.  

TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE L’EXPO - PER GIUSTIFICARE IL SILURAMENTO DI ROBLEDO DAL POOL ANTITANGENTI, BRUTI LIBERATI HA SEGNALATO AL CSM CHE LA NOVELLA MOGLIE DEL PM LAVORA ALL’UFFICIO LEGALE DI EXPO: “C’ERA INCOMPATIBILITÀ”. Per Robledo la storia della moglie sarebbe solo un “pretesto” di Bruti Liberati per dare legittimità alla propria rimozione, bocciata il 28 ottobre dal Consiglio Giudiziario come “esautoramento usato per risolvere in modo improprio l’esistenza di un conflitto”…, scrive Luigi Ferrarella per “il Corriere della Sera” il 6 novembre 2014. L’ex capo del pool antitangenti Alfredo Robledo, che indagava sugli appalti collegati a Expo 2015, ha la moglie avvocato amministrativista che lavora all’ufficio legale di Expo 2015: è quanto il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha segnalato ieri al Csm e al Consiglio Giudiziario, alla vigilia dell’odierna assemblea dei pm da lui convocata per «voltare pagina» e «rilanciare l’orgoglio di appartenere alla Procura». Lo fa inviando anche una lettera di risposta richiesta al commissario di Expo 2015 Giuseppe Sala, e aggiungendo che la potenziale incompatibilità nel pool antitangenti tra il pm e la coniuge non esiste invece ora nel nuovo pool («esecuzione delle pene») al quale il procuratore rivendica di aver trasferito Robledo il 3 ottobre. Ma questi ribatte che la storia della moglie sarebbe solo un «pretesto» di Bruti per dare una rinfrescata di legittimità alla propria rimozione, bocciata il 28 ottobre dal Consiglio Giudiziario come «esautoramento usato per risolvere in modo improprio l’esistenza di un conflitto»: ad avviso di Robledo, infatti, non c’è mai stata alcuna possibile incompatibilità neppure quando la moglie faceva l’amministrativista perché — spiega — operava in una nicchia estranea alle indagini, e comunque ora proprio per evitare «pretesti» si è cancellata dall’Ordine degli Avvocati.  L’ordinamento giudiziario, per prevenire incompatibilità nel lavoro, impone ai magistrati di segnalare entro 60 giorni (e ai capi di vigilare) relazioni sentimentali con altri magistrati o avvocati del distretto. Robledo non lo fa nei 60 giorni dopo le nozze il 10 luglio 2014 con l’avvocato amministrativista Corinna Di Marino. A Bruti che ne chiede conto, risponde che non ravvisa alcuna incompatibilità. Bruti chiede allora il 23 ottobre «dettagli» sul tipo di lavoro della moglie, e il 31 ottobre Robledo, pur «ribadendo l’insussistenza di incompatibilità», aggiunge che la moglie, avvocato dal 2009, ha svolto la professione forense «esclusivamente nel campo del diritto amministrativo sino a giugno 2013», quando ha smesso e ha chiuso in luglio la partita Iva. Ma «al solo di fine di non lasciare spazio a qualsiasi ulteriore incertezza o pretesto, si è anche cancellata dall’Albo degli Avvocati il 27 ottobre 2014». Intanto Bruti ha interpellato il commissario di Expo, Sala, che il 3 novembre spiega che l’avvocato «nel settembre 2013» rispose a un bando online di Expo «per una posizione di specialista legale amministrativa», fece la preselezione con altri candidati, la superò, svolse i colloqui e infine ebbe il punteggio più alto. Mentre in Expo raccontano che è una professionista stimata e chi l’ha selezionata non sapeva fosse legata a un pm, la lettera di Sala prosegue indicando in 60.000 euro lordi l’anno lo stipendio della moglie di Robledo con contratto co.co.pro. sino a fine 2015 per la stipula dei «contratti commerciali» del Padiglione Italia in Expo. In linea con quanto Robledo scrive sul fatto che la moglie, «in seguito al superamento di concorso pubblico nel settembre 2013, svolge attività di mera consulenza legale interna presso Expo 2015 nella materia specifica della valorizzazione ed esposizione di prodotti tipici d’eccellenza nella filiera agroalimentare ed enogastronomica italiana». 

Procuratore Napoli, il figlio legale ostacolo per Cafiero de Raho, scrive Mercoledì 7 Giugno 2017 Il Mattino. Il suo curriculum è eccellente, così come le sue doti professionali sono riconosciute al Csm da tutti. Ma sulla via che potrebbe portare il capo della procura di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho alla nomina a procuratore di Napoli c'è un ostacolo che non si sa ancora se possa essere aggirato: un figlio che fa l'avvocato penalista proprio nel capoluogo campano. Una situazione che potrebbe determinare - se effettivamente De Raho venisse preferito al suo diretto concorrente, l'ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giovanni Melillo - quella che tecnicamente viene chiamata «incompatibilità parentale», e che è causa di trasferimento ad altra sede per i magistrati. Per questo al Csm c'è chi chiede di affrontare subito questo nodo, prima ancora che, la prossima settimana, la Commissione Direttivi entri nel vivo della discussione sul candidato da proporre al plenum. Anche per Melillo - che con De Raho si contende pure la nomina a procuratore nazionale antimafia - la strada non è in discesa: su di lui restano i dubbi di una parte dei consiglieri di Area (gruppo di riferimento dello stesso magistrato e ago della bilancia in questa difficile partita), che giudicano poco opportuno affidare la guida della procura di Napoli, alle prese con inchieste delicate con implicazioni politiche, come quella su Consip, a chi sino a poco tempo fa ha ricoperto un ruolo di diretta collaborazione con il ministro Orlando. Per quanto riguarda De Raho, il problema del figlio avvocato, Francesco, si era già posto in passato, quando il magistrato era procuratore aggiunto a Napoli. E nel 2009, dopo una lunga istruttoria, il Csm aveva escluso che vi fosse un'incompatibilità ambientale e funzionale. Non c'è «il pericolo di interferenze», stabilirono allora i consiglieri, accertato che Francesco non aveva mai trattato la materia specialistica del padre (all'epoca alla guida della sezione sulle misure di prevenzione della Dda), non aveva con lui nessun rapporto di natura professionale, e che, esercitando a Napoli, non avrebbe potuto occuparsi nemmeno in futuro di criminalità casertana, materia di competenza del genitore. Allora però De Raho era un procuratore aggiunto e dunque coordinava un settore limitato. Per questo il ragionamento seguito all'epoca non potrebbe essere riproposto ora per il ruolo di capo dell'ufficio. E il fatto che tra il magistrato e il figlio non ci siano più rapporti dal 1997, ribadito dal capo della procura di Reggio nell'audizione di dieci giorni fa al Csm, potrebbe non essere decisivo. Anzi, nel 2009, i consiglieri ritennero questo elemento «privo di rilevanza» perché «l'intensità della frequentazione tra i congiunti non è presa in considerazione dalla legge e può mutare nel tempo in maniera del tutto imprevista». La più facile soluzione del rebus sarebbe destinare De Raho al vertice della procura nazionale antimafia e Melillo alla guida di quella campana. Ma un piano del genere richiederebbe l'unità di Area, che ancora non c'è.

Parentopoli al tribunale di Lecce, il presidente verso l'allontanamento. Il figlio di Alfredo Lamorgese, avvocato iscritto a Bari, segue in Salento 37 cause civili, ma in base alla legge sono ammesse, in via eccezionale, deroghe all'incompatibilità parentale solo per piccole situazioni. Sul caso è intervenuto il Csm per il trasferimento d'ufficio, scrive Chiara Spagnolo 12 giugno 2012 su "La Repubblica". Il padre presidente del Tribunale di Lecce, il figlio avvocato, formalmente iscritto all’albo di Bari, ma con 37 cause civili in itinere davanti allo stesso Tribunale del capoluogo salentino. È la saga dei Lamorgese, famiglia di giudici e avvocati, che potrebbe costare il trasferimento al presidente Alfredo, dopo che la prima commissione del Csm ha aperto all’unanimità la procedura per "incompatibilità parentale". A Palazzo dei Marescialli è stata esaminata la copiosa documentazione inoltrata dal Consiglio giudiziario di Lecce, che, qualche settimana fa, ha rilevato la sussistenza delle cause di incompatibilità attribuite all’attuale presidente del Tribunale. Le verifiche effettuate dall’ordine degli avvocati hanno permesso di appurare che Andrea Lamorgese risulta nominato come legale in 193 procedimenti pendenti davanti agli uffici giudiziari salentini e che la sua appartenenza al Foro di Bari, probabilmente, non basta a far venire meno le cause di incompatibilità previste dall’ordinamento giudiziario. La legge prevede, infatti, che i magistrati non possano esercitare funzioni direttive in un Tribunale in cui un familiare svolga l’attività forense. La deroga a tale norma si può ottenere solo quando l'attività difensiva del congiunto sia "sporadica e poco significativa" anche dal punto di vista della qualità. Per ottenere la deroga, tuttavia, i legami parentali tra giudici e avvocati devono essere portati all’attenzione del Csm, cosa che Lamorgese non avrebbe fatto all’atto della sua nomina a presidente del Tribunale, avvenuta nel 2009. A distanza di soli tre anni quella leggerezza rischia di costargli cara, ovvero un trasferimento prematuro rispetto agli otto anni previsti per il suo incarico, perché l’accertamento sull’attività svolta dal figlio ha permesso di scoprire come l’esercizio della funzione legale di Andrea a Lecce non fosse né sporadica né poco significativa. Diversamente per quanto riscontrato rispetto alla figlia e alla nuora, anche loro avvocati, le cui professioni non sarebbero però incompatibili con l’attività del presidente, dal momento che la prima non esercita la professione e la seconda si occupa di giustizia amministrativa. Il prossimo passo del Consiglio superiore della magistratura sarà la convocazione di Lamorgese a Roma, che sarà ascoltato il prossimo 25 giugno per chiarire la propria posizione. All’esito dell’ascolto, e dell’esame di eventuali documenti prodotti, la prima commissione deciderà se chiedere al plenum il trasferimento o archiviare il caso. 

Lecce, trasferito il presidente del tribunale. "Il figlio fa l'avvocato, incompatibile". La decisione presa all'unanimità dal Csm: Alfredo Lamorgese non può esercitare nello stesso distretto dove lavora il suo congiunto. Il magistrato verso la pensione anticipata, scrive Chiara Spagnolo il 13 febbraio 2013 su "La Repubblica". Finisce con la parola trasferimento l’esperienza di Alfredo Lamorgese alla guida del Tribunale di Lecce. Il plenum del Csm è stato perentorio: impossibile sedere sulla poltrona di vertice degli uffici giudicanti salentini se il figlio avvocato, formalmente iscritto all’albo di Bari, in realtà esercita la sua professione anche a Lecce. Trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale era stato chiesto dalla Prima commissione e così sarà, in seguito alla decisione presa ieri all’unanimità a Palazzo dei Marescialli. Prima che la Terza commissione scelga per Lamorgese una nuova destinazione, tuttavia, il giudice potrebbe presentare domanda di pensionamento, così come è stato comunicato ad alcuni membri del Csm, che avevano consigliato di chiudere immediatamente la lunga esperienza professionale onde evitare l’onta di una decisione calata dall’alto. La vicenda tiene banco da mesi nei palazzi del barocco, da quando il Consiglio giudiziario di Lecce ha inoltrato al Consiglio superiore una copiosa documentazione che ha determinato l’apertura della pratica per incompatibilità “parentale”. Le verifiche effettuate dall’ordine degli avvocati hanno permesso infatti di appurare che Andrea Lamorgese risulta nominato come legale in 193 procedimenti pendenti davanti agli uffici giudiziari salentini e che la sua appartenenza al Foro di Bari, probabilmente, non basta a far venire meno le cause di incompatibilità previste dall’ordinamento giudiziario. La legge prevede che i magistrati non possano esercitare funzioni direttive in un Tribunale in cui un familiare svolga l’attività forense. La deroga a tale norma si può ottenere solo quando l'attività difensiva del congiunto sia "sporadica e poco significativa" anche dal punto di vista della qualità e deve essere tempestivamente comunicata all’organo di autogoverno della magistratura. Stando a quanto verificato dal Csm, tuttavia, il presidente non avrebbe comunicato alcuna causa di incompatibilità all’atto della sua nomina, avvenuta nel 2009, né negli anni successivi. E a poco è servito il tentativo di difendersi che in realtà le cause in cui il figlio è stato protagonista come avvocato sono in numero di gran lunga inferiore rispetto alle 193 contestate, perché l’accertamento sull’attività svolta dal figlio ha permesso di scoprire come l’esercizio della funzione legale di Andrea a Lecce non fosse né sporadica né poco significativa. Al punto che, secondo il Consiglio superiore, uno dei due Lamorgese avrebbe dovuto lasciare.

Brindisi, giudici contro il procuratore, scrive il 27 giugno 2008 Sonia Gioia su "La Repubblica". Il procuratore Giuseppe Giannuzzi, oggetto di un pronunciamento di incompatibilità parentale da parte del Consiglio superiore della magistratura, che lo costringe ad abbandonare il ruolo rivestito nella procura brindisina, non potrà mai più dirigere un'altra procura. E' questo, a quanto pare, quello che stabilisce la legge. Sebbene a Giannuzzi resti la chance del ricorso al tribunale amministrativo contro il provvedimento adottato dall' organo di autogoverno dei magistrati. Incompatibilità sorta sulla base di un procedimento penale nel quale un figlio del magistrato, Riccardo Giannuzzi, avvocato iscritto all'albo forense di Lecce, assunse la difesa di alcuni indagati sulla base di una richiesta al gip controfirmata dallo stesso procuratore capo. Giannuzzi junior, raggiunto telefonicamente, si esime da qualsiasi commento: "Non parlo per una questione di correttezza nei confronti di mio padre. Senza il suo consenso non sarebbe giusto rilasciare alcuna dichiarazione". Ma la famiglia, coinvolta in una vicenda senza precedenti, almeno nella procura brindisina, è comprensibilmente provata. Sono stati i magistrati della città messapica i primi a far emergere il caso della presunta incompatibilità parentale. Gli stessi giudici difesi a spada tratta da Giannuzzi quando gli strali del gip Clementina Forleo, autrice della denuncia contro i pm Alberto Santacatterina e Antonio Negro, si sono abbattuti sulla procura di Brindisi. A settembre scorso la sezione locale dell'associazione nazionale magistrati si riunì per discutere il caso, dopo che da tempo, nei corridoi del palazzo al civico 3 di via Lanzellotti, si mormorava insistentemente e non senza insofferenza. L'avvocato Giannuzzi, per quanto iscritto all'albo salentino dal 1999, figurava in qualità di difensore in diversi processi celebrati nel tribunale brindisino. Fino all' ultimo caso, esploso a seguito di un blitz per droga. Il legale assunse la difesa di uno degli indagati, arrestato a seguito dell'operazione, sulla base di una richiesta al gip controfirmata da Giuseppe Giannuzzi. A seguito della vicenda, i giudici tanto della procura quanto del tribunale, riuniti in consesso, insorsero siglando a maggioranza una delibera in cui si legge: "L' evidente caso di incompatibilità parentale mina il prestigio di cui la magistratura brindisina ha sempre goduto". Parole pesanti, che il procuratore capo Giuseppe Giannuzzi, di stanza a Brindisi dal settembre 2004, non ha mai voluto commentare. Adesso, il pronunciamento del Csm: padre e figlio non possono convivere professionalmente nello stesso distretto giudiziario. Diciotto i voti a favore, sei i favorevoli a Giannuzzi, fra cui quello del presidente Nicola Mancino. La decisione è stata adottata sebbene l'avvocato Riccardo Giannuzzi abbia, a seguito del putiferio venutosi a creare, rinunciato a tutti i mandati che potevano vedere in qualche modo coinvolto il procuratore capo della Repubblica di Brindisi. La prima commissione del Csm si era già espressa all' unanimità a favore del trasferimento, sempre alla luce del fatto che Giannuzzi junior esercita la professione forense anche nel capoluogo messapico. Le conseguenze del procedimento, a quanto pare, non sortiranno effetti in tempi brevi: la decisione del plenum del Csm infatti, dopo la notifica potrà essere impugnata dal procuratore capo. La prassi prevede che a indicare le nuove, possibili sedi di destinazione sia ora la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura. La scelta toccherà direttamente al giudice, che se non dovesse esprimersi, sarà trasferito d' ufficio. Ma in nessuna sede in cui Giuseppe Giannuzzi verrà destinato, lo prevede il regolamento, mai più potrà rivestire il ruolo di procuratore capo. A meno che non presenti ricorso al Tar e lo vinca.

Il figlio del giudice Sciacchitano e il grande affare del metano, scrive il 12 febbraio 2018 "Tele Jato". L’affare del metano nasce e prende corpo in Sicilia agli inizi degli anni ’90, allorché i sei fratelli Cavallotti cominciano ad occuparsene. C’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle vecchie lire, da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione e da questa ai Comuni, che penseranno ad affidare le concessioni. Decidono di mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. È tutto in ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad aggiudicarsi numerose concessioni per metanizzare molti comuni, con il sistema del project financing, ovvero offrono ai comuni la costruzione degli impianti di metano, con fondi propri, con la clausola del possesso di una gestione trentennale, per poi lasciare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni stessi. Sul mercato c’è già l’Azienda Gas spa, nata per iniziativa di un impiegato regionale, di nome Brancato, il quale, decide di potenziare la società, e chiede soldi e protezione a Vito Ciancimino, allora all’apice della carriera politica. Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini, a Cuffaro: viene stipulato, alla presenza, a Mezzoiuso, dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità che apre le porte alla Gas spa e al terzetto Ciancimino-Lapis-Brancato, perché con questo patto di legalità vengono assegnati ai mafiosi direttamente gli appalti, senza alcuna celebrazione di gara: rispetto alle proposte di concessione presentate dai Cavallotti le cifre vengono raddoppiate, in qualche caso triplicate. Addirittura, le ditte private vengono escluse, con una circolare dell’allora assessore all’industria Castiglione, dalla possibilità di accedere ai finanziamenti pubblici, mentre, con un escamotage, la cosa è consentita all’azienda GAS spa. Unico ostacolo la Comest e la Coip, cioè le aziende del gruppo Cavallotti, che già hanno ottenuto numerose concessioni nei comuni Siciliani, ma si fa presto a metterli fuori gioco. Belmonte è la patria di Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con riferimento a un appalto ottenuto ad Agira, è scritto: “Cavallotti quattro miliardi”. Non parleremo del calvario subito dai Cavallotti, che si trascina sino ad oggi e del quale si sono occupati Le Iene, con la nostra collaborazione. Tutto liscio invece, almeno sino a poco tempo fa per la società Gas spa di Ezio Brancato composta da sei imprese, con sede a Palermo, in via Libertà 78, che fornisce metano a 74 città siciliane, oltre che in Abruzzo. Ciancimino fiuta l’affare e si ci ficca dentro, sino a quando non è condannato, il 2 dicembre 1993 per associazione mafiosa. Quando i beni di Ciancimino vengono confiscati, viene anche confiscata la sua quota, ma non quella di Brancato. Il 13 gennaio 2004 è una data importante per la multinazionale spagnola Gas Natural sdg. Quel giorno la compagnia iberica acquista con ben 120 milioni di euro una società italiana del gruppo Gas spa.

Tra i magistrati chiamati in causa dall’avvocato Livreri ci sono Giuseppe Pignatone (oggi procuratore della Repubblica a Roma), Michele Prestipino Giarritta (pm a Reggio Calabria), Sergio Lari (già procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta) e i pm presso il Tribunale di Palermo, Lia Sava e Roberta Buzzolani. Un altro magistrato indicato nei suoi esposti dall’avvocato Livreri è Giustino Sciacchitano, già in servizio presso il Tribunale di Palermo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 (proprio quando la mafia ammazzava l’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa) e poi magistrato presso la Dda a Roma. Per la cronaca, il figlio di Giustino Sciacchitano, Antonello, avrebbe sposato Monia Brancato e sarebbe consuocero della Maria D’Anna Brancato.

Secondo una dichiarazione di Antonello Sciacchitano, nell’ottobre 2000, al matrimonio vip di Monia Brancato, figlia del Presidente della GAS siciliana con lo stesso Antonello Sciacchitano, figlio del Procuratore Giustino Sciacchitano, c’erano tra gli amici dello sposo Giuseppe Pignatone (già procuratore aggiunto a Palermo, poi procuratore capo a Reggio Calabria, oggi procuratore capo a Roma), Pietro Grasso (già Procuratore capo a Palermo), Francesco Messineo (già procuratore capo a Palermo) e Luigi Croce (già Procuratore generale Corte Appello Palermo). Ovviamente c’era anche lo zio Gianni Lapis e la sua famiglia e lo zio Luigi Italiano con il fratello Giuseppe Italiano, i Campodonico e l’avv.to Mulè e tutti gli altri soci della GAS. Secondo una chiave di lettura tutta siciliana sembra evidente che il calvario e la fine dei Cavallotti abbia avuto come contraltare il successo della società GAS di Brancato e di tutto il codazzo di politici, con il presunto consenso di alcuni magistrati a vantaggio del figlio del giudice Sciacchitano, che poi si è separato da Monia Brancato e alla quale, solo lo scorso anno, nel 2017, sono stati messi sotto sequestro i beni. Tutto ciò, tanto per aggiungere un tassello all’allucinante vicenda dell’Hotel Elena, gestito dalla moglie di Giusto Sciacchitano, del quale abbiamo avuto notizia in un recente servizio delle Iene: un albergo esistente, ma inesistente, al quale finalmente, solo oggi sono stati messi i sigilli del sequestro.

Uccise il figlio, condanna ridotta a 18 anni di reclusione per un 66enne barcellonese, scrive il 22 febbraio 2017 “24live.it”.  Condanna ridotta a 18 anni per il 66enne muratore barcellonese Cosimo Crisafulli che nel maggio del 2015 uccise con un colpo di fucile il figlio Roberto, al termine di una lite verificatisi nella loro abitazione di via Statale Oreto.  Nel giugno 2016 per l’uomo, nel giudizio del rito abbreviato davanti al Gup del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, Salvatore Pugliese, era arrivata la condanna a 30 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Messina, che si è pronunciata ieri, presieduta dal giudice Maria Pina Lazzara, ha invece ridotto di 12 anni la condanna, sebbene il sostituto procuratore generale, Salvatore Scaramuzza, avesse richiesto la conferma della condanna emessa in primo grado. Decisiva per il 66enne la concessione delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alle aggravanti, richieste già in primo grado dall’avvocato Fabio Catania, legale del 66enne Cosimo Crisafulli.

Cosa c’è di strano direte voi.

E già. Se prima si è parlato di incompatibilità tra magistrati e parenti avvocati, cosa si potrebbe dire di fronte ad un paradosso?

Leggo dal post pubblicato il 2 febbraio 2018 sul profilo facebook di Filippo Pansera, gestore di Messina Magazine, Tele time, Tv Spazio e Magazine Sicilia. “Nel 2016, la dottoressa Maria Pina Lazzara presidente della Corte d'Assise d'Appello di Messina, nonchè al vertice della locale Sezione di secondo grado minorile emetteva questa Sentenza riformando il giudizio di primo grado statuito dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. L'accusa era rappresentata in seconde cure, dall'ex sostituto procuratore generale Salvatore Scaramuzza (oggi in pensione). La dottoressa Lazzara ed il dottor Scaramuzza... sono marito e moglie dunque per la presidente della Corte vi era una incompatibilità ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario. Invece come al solito, estese ugualmente il provvedimento giudiziario... che è dunque da intendersi nullo. Inoltre, malgrado il dottor Salvatore Scaramuzza sia andato in pensione, la dottoressa Lazzara è comunque incompatibile anche al giorno d'oggi nel 2018. Salvatore Scaramuzza e Maria Pina Lazzara infatti, hanno una figlia... Viviana... anch'essa magistrato che opera presso Barcellona Pozzo di Gotto in tabella 4 dal 2017. Sempre ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario, madre e figlia non possono esercitare nello stesso Distretto Giudiziario... come invece succede ora ed in costanza di violazione di Legge. A Voi..., il giudizio.”

Egregio signore, apprendo in data odierna da telefonate di amici che una citazione riferentesi a me è apparsa nel contesto di un articolo intitolato " IO SON IO E TU NON SEI UN C........quando il dna giudicante è questione di famiglia". Il riferimento concerne un presunto rapporto di coniugio tra me e il sostituto procuratore generale di Messina, Dr. Scaramuzza oggi in pensione, e un rapporto filiale tra me e tale Viviana. Mi sorprende come circostanze di semplice verifica siano attestate senza il minimo controllo: la informo che mio marito non è il dr. Scaramuzza, è persona estranea all'ordine giudiziario ed io ho tre figli tutti maschi, nessuno dei quali ha intrapreso la carriera di magistrato. Il primo anzi, e per fortuna, ha pensato bene di andarsene all'estero dove si è guadagnato un dottorato con borsa, è un libero pensatore, studioso dei movimenti e attivista lui stesso per tentare di scardinare questo sistema che - sembrerebbe- ella cerchi di mettere alla gogna. L'accostamento del mio nome ad altre vicende che non conosco e non giudico non fa giustizia del mio ultratrentennale impegno professionale e personale: per mia formazione ho in odio chiunque cerchi scorciatoie e agevolazioni, fosse anche il saltare una fila o segnalare per un esame all'università il proprio figlio (nell'ultimo anno uno di essi è stato bocciato per ben 3 volte ad un esame, senza che questo abbia creato turbamenti o sensazione di lesa maestà). Per questo il suo articolo mi ha fatto sorridere, ma mi ha anche lasciato l'amaro in bocca. Spero in una pronta rettifica, ma ove questa non intervenisse, me ne farò una ragione. F.to D.ssa Maria Pina LAZZARA.

Dr.ssa Lazzara mi spiace per il qui pro quo e per il turbamento creato, a cui porrò immediato rimedio con la doverosa rettifica. Ha fatto bene ad avvisarmi. Io sono un saggista. Ho riportato un post di un direttore di un portale d’informazione. Un giornalista a cui spetta la verifica delle fonti e di cui io mi sono fidato. Questo comunque non mi esime dal chiederle scusa e ringraziarla nell’essersi comportata da perfetta gentil donna.  Alle sentite scuse, seguirà pronta rettifica.

Si rettifica un errore di persona. Maria Pina Lazzara non è moglie del dr Scaramuzza e Viviana Scaramuzza non è sua figlia. Nel saggio si è riportato un post di un direttore di un portale d’informazione. Un giornalista a cui spetta la verifica delle fonti.

Dopo il tono conciliante e nonostante la pronta rettifica segue messaggio di minaccia.

Buonasera, sono la d.ssa Maria Pina LAZZARA, Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Messina, nonchè della sezione Minori. Con riferimento all'articolo pubblicato in data 4/2/2018 dal titolo IO SON IO E TU NON SEI UN C.....QUANDO IL DNA GIUDICANTE E' QUESTIONE DI FAMIGLIA, vi segnalo - sempre che la verità abbia per voi rilevanza- che : a) sono coniugata con BARTOLO Umberto fin dal 1985 e non con il dr Salvatore Scaramuzza, sostituto procuratore generale oggi in pensione; mio marito , in quiescenza dal 2017, ha svolto le sue funzioni sempre al di fuori dell'ambito giudiziarioi b) non ho alcuna figlia femmina a nome Viviana , ma tre figli maschi , ancora studenti. La collocazione della citata falsa notizia in un contesto di evidente denigrazione dei magistrati, indicati come soggetti adusi ad operare al di fuori delle regole, è quanto di più estraneo alla mia formazione personale e professionale: ho sempre odiato le prevaricazioni da chiunque esse provengano ( ho sempre rispettato la fila, ho sempre prenotato le visite mediche con il numero verde delle prenotazioni , ho assistito rigorosa ed impassibile alle numerose bocciature ad alcuni esami universitari di qualcuno dei miei figli, che sono cresciuti con la consegna del silenzio sulla identità della madre e di tutto ciò vado orgogliosa). Proprio in ragione di quanto sopra, mi ha particolarmente turbato l'accostamento della mia persona alle altre vicende trattate nel corpo dell'articolo e mi riservo di valutare le opportune iniziative da assumere a tutela della mia dignità. F.to D.ssa Maria Pina LAZZARA

«Cari giornalisti dovete sentire le due campane», scrive Giulia Merlo l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Un giornale scrive il falso, ma il diritto di stampa prevale su quello alla reputazione e dunque il cittadino non ha diritto a veder ristabilita in via immediata (e dunque con un ricorso cautelare) la verità, ma solo dopo un processo di cognizione piena. A contraddire almeno parzialmente questo principio, stabilito da due sentenze delle Sezioni Unite di Cassazione penali del 2015 (29 gennaio 2015 n. 31022e civili del 2016 (18 novembre 2016 n. 23469), è intervenuto il Tribunale civile di Milano. Il caso è quello di due avvocati, indicati da un articolo apparso sul sito de L’Espresso come titolari di conti correnti off shore e come amministratori di società off shore, sulla base del contenuto dei cosiddetti “Paradise Papers” (un fascicolo riservato composto da 13,5 milioni di documenti confidenziali presso la Appleby, uno studio legale che fornisce consulenze internazionali in campo societario e fiscale). I due, dimostrando di non avere conti off shore e di non essere amministratori di società, hanno chiesto in via d’urgenza al tribunale di ordinare la rimozione dei loro nomi dal sito del settimanale. L’ordinanza di primo grado ha dichiarato la richiesta inammissibile proprio sulla base delle sentenze delle Sezioni Unite ma, in sede di reclamo, il tribunale ha parzialmente riformato la decisione. «La vicenda presenta un problema di giustizia sostanziale molto chiaro», ha spiegato l’avvocato Iuri Maria Prado, difensore dei due diffamati, «Se una testata online pubblica una notizia palesemente e provatamente falsa, seguendo l’orientamento della Cassazione il cittadino non ha diritto ad avere una tutela d’urgenza con la rimozione della notizia, ma deve attendere i tempi di un processo ordinario per diffamazione: e questo perché il diritto alla reputazione è considerato da quella giurisprudenza ‘ recessivo’ ( cioè vale meno) rispetto al diritto alla libera manifestazione del pensiero attraverso la stampa». Il Tribunale, dunque, ha stabilito che non è possibile privare la vittima di qualunque tutela di urgenza, anche se questa tutela in via cautelare non può tradursi nè nel sequestro della pubblicazione, nè nell’inibizione alla sua ulteriore diffusione, ma «sono ammissibili rimedi di tipo integrativo e correttivo» o «un “aggiornamento” della notizia». Si tratta di «un piccolo spiraglio aperto dal tribunale di Milano, che scalfisce almeno in parte il poco condivisibile orientamento delle Sezioni Unite», ha riconosciuto l’avvocato Prado. Tuttavia, a fronte di questa apertura sul piano del riconoscimento generale di un diritto, nel caso di specie il Tribunale ha rigettato la richiesta di far pubblicare sul sito de L’Espresso il provvedimento del giudice, Secondo il collegio, infatti, «nel caso di specie sarebbe superfluo, perchè nel corpo dell’articolo è stato inserito il link contenente le lettere di precisazioni e spiegazioni inviate per email alla redazione dai reclamanti». In questo modo, secondo i giudici, «è stato garantito il diritto degli stessi di far conoscere la “loro verità”, informando il lettore dell’esistenza di elementi ulteriori e contrastanti rispetto a quelli contenuti nell’articolo». Proprio in questo, secondo l’avvocato Prado, sta l’elemento di non condivisibilità: «Il fatto che non siano titolari di conti off shore non è la “loro verità” ma “la” verità oggettiva e non controvertibile. Nel caso dei due avvocati la diffamazione non sta nell’espressione di un giudizio, ma nell’attribuzione di un fatto specifico falso». In sostanza, aggiungere ad un articolo online la rettifica dei diretti interessati non ha certo la stessa portata di pubblicare un provvedimento che attesta la verità stabilita da un giudice, sia pure in via d’urgenza. Eppure, anche se l’ordinanza non riconosce pieno diritto alla richiesta di vedere ristabilita la verità da parte delle vittime, riconosce un elemento importante: «il carattere pervasivo e diffusivo» di una notizia pubblicata online «è idoneo a causare danni potenzialmente irreparabili». Per questo, il cittadino non deve attendere il corso di un giudizio a cognizione piena, ma ha diritto ad ottenere una qualche forma di tutela immediata. Un piccolo passo nella direzione di riconoscere che il diritto all’onore e alla reputazione del cittadino non possa essere considerato figlio di un Dio minore rispetto al diritto di stampa. Allargando l’orizzonte della vicenda, infatti, si potrebbe arrivare al paradosso che «per diffondere fake news contando sul fatto che esse possano essere eliminate dalla rete solo al termine di un lungo processo per diffamazione, basterebbe che un ricco magnate apra una testata online e la registri in tribunale indicando un direttore responsabile», ha spiegato Prado. Se contiene notizie false, infatti, un sito ordinario può essere sequestrato, una testata giornalistica online invece no. Dunque, incuneandosi tra le maglie della giurisprudenza, basterebbe un adempimento burocratico per riparare sotto l’ombrello dei diritti costituzionalmente riconosciuti un abuso dei mezzi di informazione.

Scrive Filippo Pansera il 9 marzo 2018 sulla sua Pagina Facebook: "Molte settimane fa, scrivevo di una giudice altolocata (perchè con incarichi direttivi di vertice a Palazzo Piacentini - Messina), che essa avesse una figlia magistrato ed un marito giudice..., in realtà sono stato tratto in inganno da una dei miei avvocati e da un secondo amico mio avvocato. Successivamente, ho scoperto come stanno effettivamente le cose. La dottoressa non ha figli giudici o avvocati, bensì è cognata di una avvocatessa con Studio legale in Messina presso altro collega... arrestato nel 2017... e con trascorsi politici di centro-destra. Dunque, la signora, è incompatibile ex articolo 18 dell'Ordinamento Giudiziario".

Tribunale di Messina, le relazioni pericolose emerse dallo screening di un gruppo di giovani avvocati, scrive l'1 settembre 2016 "100 Nove". Nello “screening” effettuato in relazione al Tribunale di Messina, un gruppo di giovani avvocati emergono una serie di rapporti in chiaroscuro tra magistrati, prima sposati e poi divorziati, che si trovano ad operare nello stesso tribunale; magistrati che si ritrovano cognati avvocati a discutere le stesse cause. E altro, dopo l’esplosione del caso Simona Marra. Un dettagliato elenco di tutte le anomalie nei rapporti tra avvocati e magistrati nel distretto giudiziario di Messina. Lo ha predisposto un gruppo di giovani avvocati che ha passato al setaccio le situazioni “controverse” nei tribunali della provincia, dopo l’esplosione del “caso Simona Merra”, il pm di Trani titolare del fascicolo sull’incidente ferroviario del 12 luglio tra Bari e Barletta dove hanno perso la vita 23 persone, sorpresa da uno scatto fotografico a farsi baciare il piede dall’avvocato Leonardo De Cesare, legale di Vito Picaretta, capostazione di Andria che è il principale indagato della strage. Nello “screening” del Tribunale di Messina, conosciuto in passato come “rito peloritano”, emergono una serie di rapporti in chiaroscuro tra magistrati, prima sposati e poi divorziati, che si trovano ad operare nello stesso tribunale; magistrati che si ritrovano cognati avvocati a discutere le stesse cause; magistrati togati che, tra i 64 incaricati alla commissione tributaria, si ritrovano nella rotazione ad avere parenti diretti in commissione; magistrati invitati la sera a cena da avvocati, con i quali hanno fascicoli aperti. Una situazione anomala, tollerata per una sorta di quieto vivere, che preoccupa ora i giovani avvocati promotori dello screening: si stanno interrogando se inviare in forma anonima il documento solo ai giornali e al Consiglio giudiziario, o solo alla sezione disciplinare del Csm e alla procura generale della Cassazione: temono rappresaglie professionali, da parte dei magistrati e consiglieri dell’Ordine. Sulla questione delle incompatibilità, si è aperto un vivace dibattito anche a livello nazionale. Se da una parte il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini chiede ai magistrati di assumere un maggiore senso di sobrietà e finirla con la giustizia-spettacolo, dall’altra, la stessa categoria dei magistrati, dilaniata dalle correnti, si è spaccata sul caso “Simona Marra” con posizioni divergenti tra Magistratura Indipendente, Magistratura Democratica, Unicost, Area, la corrente di sinistra, e Autonomia & Indipendenza, il gruppo che fa capo al presidente nazionale dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, che ha raccolto un buon numero di adesioni in provincia di Messina, dove esponente di punta è il procuratore aggiunto, Sebastiano Ardita.

Giustizia alla cosentina: tutte le “parentele pericolose” tra giudici, pm e avvocati, scrive Iacchite il 22 luglio 2016. Diciassette magistrati del panorama giudiziario di Cosenza e provincia risultano imparentati con altrettanti avvocati dei fori cosentini. Una situazione impressionante, che corre da anni sulle bocche di tutti i cosentini che hanno a che fare con questo tipo di “giustizia”. Il dossier Lupacchini, già dieci anni fa, faceva emergere in tutta la sua gravità questo clima generale di “incompatibilità ambientale” ma non è cambiato nulla, anzi. La legge, del resto, non è per niente chiara e col passare del tempo è diventata anche più elastica. Per cui diventa abbastanza facile eludere il comma incriminato e cioè che il trasferimento diventa ineludibile “quando la permanenza del dipendente nella sede nuoccia al prestigio della Amministrazione”. Si tratta, dunque, di un potere caratterizzato da un’ampia discrezionalità. E così, dopo un decennio, siamo in grado di darvi una lettura aggiornata di tutto questo immenso “giro” di parentele, difficilmente perseguibili da una legge non chiara e che comunque quantomeno condiziona indagini e sentenze. E coinvolge sia il settore penale che quello civile. Anzi, il civile, che è molto più lontano dai riflettori dei media, è ricettacolo di interessi, se possibile, ancora più inconfessabili. Cerchiamo di capirne di più, allora, attraverso questo (quasi) inestricabile reticolo di relazioni familiari.

LE PARENTELE PERICOLOSE

Partiamo dai magistrati che lavorano nel Tribunale di Cosenza.

Il pubblico ministero Giuseppe Casciaro (chè tanto da qualcuno dovevamo pur cominciare) è sposato con l’avvocato Alessia Strano, che fa parte di una stimata famiglia di legali, che coinvolge anche il suocero Luciano Strano e i cognati Amedeo e Simona.

Il giudice Alfredo Cosenza è sposato con l’avvocato Serena Paolini ed è, di conseguenza, cognato dell’avvocato Enzo Paolini, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Il gip Giusy Ferrucci, dal canto suo, è sposata con l’avvocato Francesco Chimenti.

Paola Lucente è stata giudice del Tribunale penale di Cosenza e adesso è in servizio alla Corte d’Appello di Catanzaro e mantiene il ruolo di giudice di sorveglianza e della commissione tributaria cosentina. Di recente, il suo nome è spuntato fuori anche in alcune dichiarazioni di pentiti che la coinvolgono in situazioni imbarazzanti riguardanti il suo ruolo di magistrato di sorveglianza.

Anche la dottoressa Lucente ha un marito avvocato: si chiama Massimo Cundari.

Del giudice Lucia Angela Marletta scriviamo ormai da tempo. Anche suo marito, Maximiliano Granata, teoricamente è un avvocato ma ormai è attivo quasi esclusivamente nel settore della depurazione e, come si sa, in quel campo gli interventi della procura di Cosenza, in tema di sequestri e dissequestri, sono assai frequenti. Quindi, è ancora peggio di essere “maritata” con un semplice avvocato.

Se passiamo al civile, la situazione non cambia di una virgola.

La dottoressa Stefania Antico è sposata con l’avvocato Oscar Basile.

La dottoressa Filomena De Sanzo, che proviene dall’ormai defunto tribunale di Rossano, si porta in dote anche lei un marito avvocato, Fabio Salcina.

La dottoressa Francesca Goggiamani è in servizio nel settore Fallimenti ed esecuzioni immobiliari ed è sposato con l’avvocato Fabrizio Falvo, che fino a qualche anno fa è stato anche consigliere comunale di Cosenza.

GIUDICI COSENTINI IN ALTRA SEDE

Passando ai magistrati cosentini che adesso operano in altri tribunali della provincia o della regione, il giudice penale del Tribunale di Paola Antonietta Dodaro convive con l’avvocato Achille Morcavallo, esponente di una famiglia da sempre fucina di legali di spessore.

Il giudice penale del Tribunale di Castrovillari, nonché giudice della commissione tributaria di Cosenza, Loredana De Franco, è sposata con l’avvocato Lorenzo Catizone. Anche lui, come Granata, non fa l’avvocato di professione ma in compenso fa parte da anni dello staff di Mario Oliverio. Che non ha bisogno di presentazioni. Catizone, inoltre, è cugino di due noti avvocati del foro cosentino: Francesco e Rossana Cribari.

Il neoprocuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla si trascina molto più spesso rispetto al passato la figura ingombrante del fratello Marco, avvocato. In più, lo stesso Facciolla è cognato dell’avvocato Pasquale Vaccaro.

Sempre a Castrovillari, c’è un altro giudice cosentino, Francesca Marrazzo, che ha lavorato per molti anni anche al Tribunale di Cosenza. E che è la sorella dell’avvocato Roberta Marrazzo.

La dottoressa Gabriella Portale invece è in servizio alla Corte d’Appello di Catanzaro (sezione lavoro) ed è giudice della commissione tributaria di Cosenza. Suo marito è l’avvocato Gabriele Garofalo.

Il dottor Biagio Politano, giudice della Corte d’Appello di Catanzaro già proveniente dal Tribunale di Cosenza e giudice della commissione tributaria di Cosenza, ha una sorella tra gli avvocati. Si chiama Teresa.

Non avevamo certo dimenticato la dottoressa Manuela Morrone, oggi in servizio nel settore civile del Tribunale di Cosenza dopo aver lavorato anche nel penale. Tutti sanno che è la figlia di Ennio Morrone e tutti sappiamo quanto bisogno ha avuto ed ha tuttora di una buona parola per le sue vicissitudini giudiziarie, sia nel penale, sia nel civile.

Morrone non è un avvocato ma riteniamo, per tutte le cause che lo vedono protagonista, che lo sia diventato quasi honoris causa.

Poiché non ci facciamo mancare veramente nulla, abbiamo parentele importanti anche per giudici onorari e giudici di pace.

La dottoressa Erminia Ceci è sposata con l’avvocato Alessandro De Salvo e il dottor Formoso ha tre avvocati in famiglia: suo padre e le sue due sorelle.

Tra i giudici di pace, infine, la dottoressa Napolitano è la moglie dell’avvocato Mario Migliano.

CHE COSA SIGNIFICA

Mentre le “conseguenze” delle reti personali nel settore penale sono molto chiare e riguardano reati di una certa gravità, le migliori matasse si chiudono nel settore civile, come accennavamo. Numerosi avvocati, familiari di magistrati, sono nominati tutori dai giudici tutelari del Tribunale di Cosenza, per esempio gli avvocati De Salvo e Politano, ma anche curatori fallimentari oppure avvocati nelle cause dei tutori e della curatela del fallimento in questione. Alcuni avvocati, per evitare incompatibilità, fanno condurre le cause ad altri avvocati a loro vicini. Cosa succede quando uno degli avvocati che cura gli interessi del familiare di un giudice ha una causa con un altro avvocato imparentato con un altro giudice? Lasciamo ai lettori ogni tipo di risposta. Un discorso a parte meritano le nomine dei periti del tribunale. Parliamo di una schiera pressoché infinita di consulenti tecnici d’ufficio, medici, ingegneri, commercialisti, geologi e chi più ne ha più ne metta. Pare che alcuni, quelli maggiormente inseriti nella massoneria, facciano collezione di nomine e di soldini. Questo è il quadro generale, diretto, tra l’altro da un procuratore in perfetta linea con i suoi predecessori: coprire tutto il marcio e continuare a far pascere i soliti noti. Questa è la giustizia “alla cosentina”. E nessuno si lamenta. Almeno ufficialmente.

Sarebbe interessante, però, sapere di quanti paradossi sono costellata i distretti giudiziari italiani.

Art. 19 dell’Ordinamento Giudiziario. (Incompatibilità di sede per rapporti di parentela o affinità con magistrati o ufficiali o agenti di polizia giudiziaria della stessa sede). 

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al secondo grado, di coniugio o di convivenza, non possono far parte della stessa Corte o dello stesso Tribunale o dello stesso ufficio giudiziario.

La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità di sede è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al terzo grado, di coniugio o di convivenza, non possono mai fare parte dello stesso Tribunale o della stessa Corte organizzati in un'unica sezione ovvero di un Tribunale o di una Corte organizzati in un'unica sezione e delle rispettive Procure della Repubblica, salvo che uno dei due magistrati operi esclusivamente in sezione distaccata e l'altro in sede centrale.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al quarto grado incluso, ovvero di coniugio o di convivenza, non possono mai far parte dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali.

I magistrati preposti alla direzione di uffici giudicanti o requirenti della stessa sede sono sempre in situazione di incompatibilità, salvo valutazione caso per caso per i Tribunali o le Corti organizzati con una pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale. Sussiste, altresì, situazione di incompatibilità, da valutare sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, in quanto compatibili, se il magistrato dirigente dell'ufficio è in rapporto di parentela o affinità entro il terzo grado, o di coniugio o convivenza, con magistrato addetto al medesimo ufficio, tra il presidente del Tribunale del capoluogo di distretto ed i giudici addetti al locale Tribunale per i minorenni, tra il Presidente della Corte di appello o il Procuratore generale presso la Corte medesima ed un magistrato addetto, rispettivamente, ad un Tribunale o ad una Procura della Repubblica del distretto, ivi compresa la Procura presso il Tribunale per i minorenni.

I magistrati non possono appartenere ad uno stesso ufficio giudiziario ove i loro parenti fino al secondo grado, o gli affini in primo grado, svolgono attività di ufficiale o agente di polizia giudiziaria. La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

Si sa che chi comanda detta legge e non vale la forza della legge, ma la legge del più forte.

I magistrati son marziani. A chi può venire in mente che al loro tavolo, a cena, lor signori, genitori e figli, disquisiscano dei fatti di causa approntati nel distretto giudiziario comune, o addirittura a decidere su requisitorie o giudizi appellati parentali?

A me non interessa solo l'aspetto dell'incompatibilità. A me interessa la propensione del DNA, di alcune persone rispetto ad altre, a giudicare o ad accusare, avendo scritto io anche: Concorsopoli.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'Appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell'Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall'ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l'appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell'inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell'immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008 pagina 20, sezione: cronaca).

L'INCHIESTA DI M. SCHINELLA SULLA PARENTOPOLI DI MESSINA: LE CATTEDRE DI FAMIGLIA. TUTTI I NOMI DI TUTTE LE FACOLTA'! Scrive il 18 novembre 2008 "Stampalibera.it". Identico cognome. Identico luogo di nascita. Il 50% dei 1500 docenti dell’Ateneo di Messina, uno ogni 20 iscritti, ha almeno un omonimo. Ed è accomunato ai colleghi dallo stesso luogo di nascita, la città di Messina. Il dato statistico, rapportato alla esigua popolazione della città, è l’indizio che la parentopoli nell’Università peloritana non teme confronti neanche con gli altri Atenei siciliani. Un indizio che diventa prova non appena si va oltre le omonimie. Altro che Palermo. Del “dovere morale di sistemare mio figlio”, come dice Battesimo Macrì, ordinario e preside di Medicina Veterinaria impegnato a fine 2006 a far vincere a tutti i costi un posto di associato al figlio Francesco, che benchè già ricercatore è considerato dalla commissione “carente di preparazione di base, in possesso di superficiale conoscenza della materia, di scarsa capacità espositiva e sensibilità didattica”, all’Università di Messina nel reclutamento dei docenti ma anche degli amministrativi, si è fatto un larghissimo uso. L’Ateneo da luogo del sapere si è trasformato in azienda in cui sistemare i familiari. E se molti hanno scalato i gradini accademici con sacrifici e dopo anni di gavetta, i numeri sono impietosi: sono legati da parentela 27 dei 75 docenti di Giurisprudenza. A Palermo sono 21 su 132. A Medicina e Chirurgia i rapporti di parentela diretta uniscono 90 dei 531. A Palermo, per rimanere al confronto, 58 su 440. A Medicina Veterinaria, dei 63 docenti 23 sono legati da un rapporto che non va oltre a quello che intercorre tra nonno e nipote. Gruppi familiari si sono impadroniti di intere facoltà. E quando i rampolli da piazzare sono stati troppi o i posti pochi sono stati dirottati su altre. Chi a Messina ha fatto carriera universitaria ha avuto la fortuna di nascere nella famiglia giusta: Navarra, Carini, Vermiglio, Saitta, Galletti, Tommasini, Falzea, Dugo, Tigano, Teti, Resta, Guarnieri, Basile, Trimarchi, Germanà. O ha avuto un padre ordinario: decine sono i cattedratici che non sono riusciti ad insediare l’intera famiglia ma prima di abbandonare si sono assicurati un erede. Un risultato frutto di valutazioni comparative che di comparativo hanno avuto poco: tra la fine del 2006 e l’inizio 2007, l’Università ha bandito74 concorsi per ricercatore. Nel 60% di questi la valutazione ha avuto un solo candidato, il vincitore. Gli altri si sono ritirati anzitempo. «Che il fenomeno fosse imponente lo sospettavo. Ma il problema più grosso è che i figli di qualcuno hanno comunque, anche se i concorsi fossero regolari, molte più opportunità dei figli di nessuno», dice Andrea Romano, preside di Scienze politiche, una delle facoltà meno colpita. Adesso l’Università ha pronto un codice etico: lo ha preparato Antonio Ruggeri, docente di Diritto costituzionale e prorettore. Prevede che il figlio del cattedratico, se vuole seguire le orme del padre nella stessa disciplina debba emigrare in altri atenei. Ironia della sorte, la chiamata nello stesso dipartimento, alla cattedra di procedura penale, del figlio trentenne di Ruggeri, Stefano, associato (l’idoneità l’aveva conseguita all’Università privata Kore di Enna), la cui madre, Carmela Russo, è ordinario nella stessa facolta di Istituzione di diritto romano, determinò nel corso del Consiglio di facoltà del 21 dicembre 2007, una mezza sollevazione. Il segno che in una delle Facoltà più prestigiose dell’Ateneo il livello di guardia fosse stato superato, lo sintetizzò Sara Domianello, ordinario di diritto Ecclesiastico: «Da questo momento mi rifiuterò di esprimere un giudizio su conferimenti di incarichi a persone legate a colleghi da vincoli di parentela od affinità fino al quarto grado», affermò nello stupore generale la docente. Centonove, è andato a caccia dei vincoli di parentela. 

GIURISPRUDENZA – La Domianello, allieva del preside, Salvatore Berlingò, ha presieduto la commissione che ha attribuito l’idoneità di associato a Marta Tigano, figlia di Aldo Tigano, ordinario di diritto amministrativo. Che si ritrova come collaboratrice la figlia di Berlingò, Vittoria, ricercatrice di diritto amministrativo. E nel corpo docente vanta 2 nipoti, Francesco Martines, e Valeria Tigano, entrambi ricercatori. Nello stesso dipartimento gomito a gomito lavorano Giuseppe Giuffrida, ordinario di diritto agrario, e la figlia Marianna, ordinario anch’ella, della stessa disciplina del padre. All’Istituto di diritto privato impera Raffaele Tommasini, ordinario di Lavoro e Civile, un numero di incarichi compendiato in un elenco che riempirebbe un’intera pagina, che si avvale nel proprio dipartimento della figlia Alessandra. E del genero, Antonino Astone, associato. L’altra figlia Maria, è associato, sempre della stessa disciplina, alla facoltà di Economia. L’altro genero, Orazio Pellegrino, è ricercatore a Ingegneria. Nello stesso settore, diritto privato, in cui opera anche Francesca Panuccio, associata figlia di Vincenzo, una vita da ordinario, muove i primi passi da cattedratico, Francesco Rende, figlio di Ciraolo Clorinda, associato nella stessa disciplina, e di Mario Rende, assistente ad Economia. Vincenzo Michele Trimarchi, era stato anche giudice della Corte costituzionale, il figlio Mario, è ordinario di privato, (la moglie di questi, Renata Altavilla, è associato nello stesso dipartimento), il nipote Francesco è ordinario a Medicina. 

MEDICINA E CHIRURGIA – Trecentoventi dei 540 docenti della Facoltà, secondo il Ministero dell’Università, sono di troppo ma l’Ateneo di Messina fa finta di nulla e continua a bandire concorsi (7 nell’ultima tornata) per ricercatori, associati e ordinari. Che vanno quasi sempre ai soliti figli di cattedratico. Come quello del 2005 per ricercatore di Chirurgia, andato a Giuseppinella Melita, figlia di Paolo, ordinario. O a Rocco Caminiti, figlio di un ordinario in pensione. La dinastia dei Galletti regna all’Otorinolaringoiatria: Cosimo Galletti è stato il capostipite, il figlio Franco, ordinario, e Bruno, associato, i suoi eredi. L’ultimo figlio Claudio si è spostato ad Anestesiologia, dove è ricercatore. Massimo, invece, è divenuto associato di diritto privato a Giurisprudenza. Al defunto chirurgo Salvatore Navarra, è succeduto in sala operatoria uno dei 3 figli, Giuseppe, diventato ordinario giovanissimo. Pietro, è ordinario ad Economia (e prorettore). Michele è associato a Scienze. La Dermatologia porta il nome di Guarnieri: Biagio è ordinario, i figli Claudio e Fabrizio, ricercatori. Diana Teti, patologo, e Giuseppe Teti, microbiologo, entrambi ordinari, hanno raccolto lʼeredità del padre, Mario, ordinario di microbiologia in pensione. Diana si è sposata con Matteo Venza, ordinario a Scienze. Un’unione che ha dato a Medicina altri due ricercatori: Mario e Isabella Venza. L’oculista Giuseppe Ferreri, ordinario, lavora fianco a fianco della figlia Felicia, ricercatrice. Cosi come Gaetano Barresi, ordinario, con la figlia, Valeria, ricercatrice. Ci lavoravano fino alla scorsa settimana Giuseppe Romeo, ordinario di Chirurgia pediatrica, e il figlio Carmelo, ordinario delle stessa disciplina. Corrado Messina, ordinario di Neurologia ha una figlia Maria Francesca, ricercatrice in altro settore. Maurizio Monaco, ordinario, figlio dell’ex Prefetto di Messina, ha il figlio Francesco ricercatore. Hanno avuto un padre o la madre, ordinario o associato nella stessa o in disciplina affine, solo per fare degli esempi, Eugenio Cucinotta, Antonio D’Aquino, Marcello Longo, Massimo Marullo, Filippo De Luca, Antonino Germanò, Ignazio Barberi, Giorgio Ascenti, Michele Colonna, Impallomeni Carlo, Giuseppe Santoro, Antonella Terranova. 

MEDICINA VETERINARIA – Giovanni Germanà, ordinario di Fisiologia, ha lasciato il segno. Nello stesso settore è associato il figlio Antonino e la nipote Germana. Un’altra nipote, Maria Beatrice Levanti, è ricercatrice, sempre nello stesso settore. Luigi Chiofalo era ordinario di Zootecnia, Vincenzo, il figlio, attuale preside di Facoltà ne ha preso il posto, Biagina, l’altra figlia è ricercatrice, così come il marito, Luigi Liotta: tutti nello stesso settore. Ma a Veterinaria nello stesso settore, Sanità pubblica, operano Antonio Pugliese, ordinario e la figlia Michela che si è aggiudicata un posto di ricercatrice in un concorso in cui era unica candidata, per le pressioni, secondo la Procura di Messina, del padre su concorrenti più titolati. E Battesimo Macrì, e il figlio ricercatore, Francesco, la cui ascesa è stata interrotta dalla magistratura. Sono figli di cattedratici ormai in pensione una schiera di docenti: Anna Maria Passantino, associato, figlia di Michele; Bianca Orlandella, ricercatrice, figlia di Vittorio; Antonio Panebianco, diventato ordinario senza salire per gli scalini intermedi; Antonio Ajello e Adriana Ferlazzo, (moglie di Alberto Calatroni, ordinario a Medicina) sorelle entrambe ordinario, figlie di Aldo, ordinario, invece, di Pediatria. Pippo Cucinotta, ordinario di Chirurgia, infacoltà non ha parenti, ma da Claudia Interlandi, associato dello stessa disciplina ha avuto 2 figli. 

SCIENZEMATEMATICHE E FISICHE – La fisica e la matematica a Messina parla Carini. Giovanni, il capostipite, era ordinario di Fisica Matematica. E ha sdoppiato i geni scientifici: il figlio Giuseppe, è ordinario di Fisica; la figlia Luisa, associato di Matematica è moglie di Giuseppe Magazzù, ordinario a Medicina. Il primo ha 2 figli, Manuela, già ricercatrice di Matematica all’Università della Calabria. L’altro figlio Giovanni è assegnista di ricerca. I fratelli Dugo, Giacomo e Giovanni, sono entrambi ordinari. Giovanni, nello stesso Dipartimento a Farmacia ha una figlia, Paola, associato, moglie di Luigi Mondello, ordinario nello stesso dipartimento del suocero. Laura, figlia di Giovanni, ha già ottenuto un dottorato di ricerca e si prepara a seguire le orme del padre. Come Giuseppe Gattuso, ricercatore di chimica, figlio di Mario, ordinario della stessa disciplina, di Marisa Ziino, ordinario a Scienze. E Armando Ciancio, figlio di Vincenzo, ordinario di Matematica e delegato del rettore, che si è aggiudicato un recente concorso di ricercatore dello stesso settore del padre, bandito, però, dalla Facoltà di Medicina. Ed è in attesa di chiamata. Nella facoltà di Scienze operano come associati, Enza Marilena Crupi, il padre era ordinario nella stessa facoltà. Cosi come lo era il padre dell’ordinario Viviana Bruni, Augusto, docente per decenni di Microbiologia. E il padre di Ulderico Wanderling, associato, figlio di Franco, ordinario. Di cui è nipote Rita Giordano, associato sempre di Fisica. La figlia di Rita De Pasquale, ordinario a Farmacia e prorettore, Chiara Costa, figlia anche di Giovanni, ordinario di farmacologia, si è aggiudicata un posto da ricercatrice a Medicina. Carlo Caccamo, ordinario, ha potenziato il corredo genetico sposandosi con Maria Caltabiano, ordinario a Lettere: la figlia Daniela è ricercatrice di biologia a Medicina. 

ECONOMIA – Lavorano nella stessa Facoltà, ma in dipartimenti diversi, Antonino Accordino, ordinario, e la figlia Patrizia, ricercatrice. E’ figlia d’arte anche Maria Teresa Calapso, ordinario di Matematica: il padre Pasquale Calapso, era ordinario di matematica seppure a Scienze. Così come Paolo Cubiotti, ordinario di analisi matematica, cui ha trasferito i geni scientifici il padre Gaetano, ex ordinario di Fisica. E Filippo Grasso, associato, figlio dell’ordinario a Fisica, Vincenzo. 

LETTERE – L’attuale preside, Vincenzo Fera, ha una figlia Maria Teresa, che ha intrapreso la carriera medica ed è associato. L’ex preside Gianvito Resta ha passato il testimone alla figlia Caterina, ordinario nella facoltà del padre. L’altra figlia, Maria Letizia è associato a Medicina. L’ordinario Angelo Sindoni, prorettore, ha una figlia, Maria Grazia, uscita di recente vincitrice di un concorso per ricercatrice. Lavora, invece, a Scienze politiche, nello stesso dipartimento del padre, Mario Centorrino, ordinario ed ex prorettore, Marco, benchè il posto di ricercatore lo avesse bandito la facoltà di Lettere.

TRAVERSALITA’ – Francesco Basile, ordinario, è stato preside di Scienze. Non si può dire che i suoi figli nel mondo accademico non abbiano fatto strada: Maurizio, ordinario a Medicina, Massimo, ordinario di diritto a Scienze politiche, Fabio, ordinario a Ingegneria. La figlia di quest’ultimo, Rosa, ha appena vinto un concorso di ricercatrice in diritto costituzionale a Giurisprudenza. Dopo il ritiro degli altri candidati è rimasta da sola. A presiedere la commissione Antonio Saitta, ordinario, ex sindaco di Messina, appartenente ad una delle famiglie che all’Ateneo ha dato molto. E’ figlio di Emilio, che fu ordinario a Medicina. E nipote di Nazzareno, ordinario a Giurisprudenza, il cui figlio Fabio è docente a Catanzaro, e di Gaetano, ordinario a Ingegneria. Sono solo cugini tra di loro ma i Vermiglio si sono fatto valere: uno, Mario Vermiglio, è vincitore di un concorso di ordinario a Medicina, sempre a Medicina c’è Giuseppe, associato di Fisica, la moglie Maria Giulia Tripepi, è associato dello stesso settore. Franco è invece ordinario ad Economia. L’eredità di Diego Cuzzocrea, ordinario di Chirurgia, ed ex rettore dell’Università, l’hanno raccolta, Salvatore, associato a Medicina e Francesca, ricercatrice a Scienze della Formazione. Del precedente rettore Guglielmo Stagno D’alcontres, ordinario di Chimica, sono nipoti Francesco, deputato nazionale, ordinario di Chirurgia plastica a Messina e Alberto, ordinario di diritto commerciale a Palermo. MICHELE SCHINELLA – CENTONOVE 07-11-08

Se il rettore non può firmare. I casi in cui il Magnifico deve ricorrere al vicario. Da Gaetano Silvestri a Franco Tomasello. Il concorso ad un posto di ricercatore in diritto amministrativo si è celebrato nel giugno del 2008. Francesco Martines, figlio di Maria Chiara Aversa, ordinario alla facoltà di Scienze, delegato del rettore per la ricerca, nipote di Aldo Tigano, ordinario di diritto amministrativo, e genero del rettore Franco Tomasello, di cui ha sposato la figlia, si è aggiudicato il posto. Ed è rimasto in attesa della chiamata della facoltà di Scienze politiche. A firmare il decreto di approvazione degli atti del concorso non è stato il suocero, come succede in tutti gli altri casi: per prassi consolidata, infatti, lo fa il rettore vicario. Non è la prima volta che il rettore vicario debba intervenire per firmare gli atti di un concorso vinto da un parente stretto di Tomasello. Lo fece già per il figlio Dario, vincitore nel 2005, del concorso di associato alla Facoltà di Lettere. E non è il primo rettore vicario dell’Università di Messina. Toccò anche al predecessore. Durante il rettorato di Gaetano Silvestri, la moglie di quest’ultimo, Marcella Fortino, divenne docente ordinario. Insegna a Scienze politiche. (M.S.)

Concorsi truccati: «Io raccomandata pentita, mi sono riscattata...», scrive Nino Luca il 18 novembre 2008 su "Il Corriere della Sera".  «Non ci dormivo la notte. I finanziamenti "ad hoc " sono la prassi accettata da tutti». Raccomandazioni all'università: il mondo del web reagisce. Raccomandazioni all'università: il mondo del web reagisce. «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore». Sommersi dalle email. Dare spazio alle denunce oppure spiegare il meccanismo cioè come si fa a truccare un concorso nelle università italiane? Citare a caso qualcuna tra le centinaia di segnalazioni che ci sono arrivate da Milano, Roma, Avellino, Bari o scegliere solo alcuni casi emblematici? La storia che abbiamo raccontato venerdì, del concorso da ricercatore a Messina, «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore», ha scatenato il web. Dalle centinaia e centinaia di e-mail ricevute è chiaro che si tratta di un fenomeno che colpisce tutti gli atenei italiani, da nord a sud. Molte di queste email contengono delle vere e proprie notizie di reato e innumerevoli casi di disonestà che scatta in maniera meccanica laddove la legge lascia margini di discrezionalità all'individuo. E quindi «taroccare» diventa quasi una prassi. Molti, impauriti da possibili ritorsioni, ci chiedono di non pubblicare i loro nomi ma fanno nomi, precisando anche i fatti e circostanziandoli. E sono tantissimi anche gli italiani, fuggiti all'estero, che ci hanno scritto. Quindi, dopo le opportune verifiche, organizzeremo meglio questo «urlo di denuncia» e magari lo faremo attraverso una pubblicazione. Ma adesso non troviamo di meglio che pubblicare un'autodenuncia che è anche un augurio. Perché, come in tanti ci hanno scritto, la «parola "cultura" dovrebbe necessariamente essere associata ad un vivere corretto e civile».

LA LETTERA - Ecco il testo di Lucia (nome di fantasia): «Io ottenni una borsa di studio dottorale messa in palio dall'università di ... che fu finanziata dall'ente pubblico presso il quale lavoravo, ergo: era la mia borsa di dottorato. Volevo fare il dottorato da quando mi ero iscritta all'università; non sono né figlia né nipote di, ma ero l'assistente di... In attesa nel concorso trovai un posto come consulente presso un ente pubblico, nel quale mi occupavo della stessa materia della mia tesi, e il mio Professore «arrangiò» il finanziamento. Mi presentai al concorso. Mi sedetti coi 7 partecipanti; si fecero gli scritti a porte aperte e gli orali a porte chiuse. Vinsi, ovviamente, la borsa. Sono pronta a difendere quanto le sto per dire sotto giuramento: mi creda quando le dico che non ci dormivo la notte, mentre questa prassi (di raccomandazione o finanziamenti ad hoc) era del tutto accettata, e non criticata, dai dottorandi che ne usufruivano».

I DUBBI - «Io invece - prosegue Lucia - mi chiedevo in continuazione: sono un dottorando perché sono veramente dotata in questo campo o perché sono l'assistente di con la borsa finanziata da? Le sembrerà banale e invece è un punto chiave: quel che i dottorandi si sentono dire è infatti che, in virtù della mancanza di risorse, «vanno create le occasioni» per poterli mandare avanti. Mi domandavo: mi mandano avanti perché sono brava, o sono brava perché mi mandano avanti? Inutile dirle infatti che io ricerca, negli 8 mesi che resistetti, non ne feci mai. Feci solo, e tanta, assistenza. Senza mai sentire NESSUNO lamentarsene oltre misura. Torturata - letteralmente - da una profonda insicurezza circa le mie reali capacità e la mia volontà di sostenere un compromesso che mi sembrava, di fatto, una truffa venduta come «l'aver creato l'occasione», mi iscrissi di nascosto ad un secondo concorso al Politecnico di Milano. Mi alzai alle 4 del mattino per presentarmi al concorso senza sapere nulla né della commissione né dei partecipanti, e vinsi la seconda borsa in palio; inutile dire che si fecero scritti e orali a porte aperte. Ricordo il messaggio che spedii a mia sorella con le lacrime agli occhi: "Una vittoria mia, ma una vittoria di tutta l'università italiana".

IL RISCATTO - Di lì a poche settimane mi chiamò per una intervista di lavoro un politecnico olandese per un posto di assistente alla ricerca, sulla base del mio mero curriculum vitae, e mi fu offerto il posto. Me ne andai, e non mi sono mai voltata indietro. Mi «licenziai» dall'Università di... con una lettera congiunta a tutto il dipartimento in cui spiegavo le mie ragioni ed il mio grande senso di autostima ritrovato. Nessuno dei dottorandi, mi rispose; dal mio professore e dal preside fui presa, verbalmente, ma letteralmente, a calci, e fui accusata di aver tradito la loro fiducia e di aver osato non presentare prima le mie rimostranze di fronte a quel che io definii «il sistema». Ma questa è un'altra storia, che riguarda me e la mia coscienza, e di cui sono alla fine, tutto sommato, orgogliosa.

IL CAMBIAMENTO - Sono passati tanti anni e quel che vorrei dirle in sostanza è questo: il cambiamento vero partirà dalla volontà e dal senso di dignità dei singoli di non accettare il compromesso cui le università italiane chiamano la nostra coscienza. Essere un buon ricercatore significa avere gli standard per lavorare non in quell'ateneo o quel dipartimento, ma nel mondo. La conoscenza appartiene al mondo; e quindi, a cosa serve avere il posticino messo in palio da papà, senza poi il rispetto della comunità scientifica internazionale, che è l'unico vero giudice dell'operato di un ricercatore? Mi rendo conto che è molto banale quanto le scrivo. Ma è tutto quel di cui mi sento di far da tramite e testimone, nel mio immensamente piccolo. Cordialmente, Lucia».

Eppure è risaputo come si svolgono i concorsi in magistratura.

Roma, bigliettini negli slip al concorso magistrati. Bufera sulle perquisizioni intime. Nel mirino della polizia oltre 40 persone sospettate di aver occultato le tracce: cinque candidate espulse, scrive Roberto Damiani il 2 febbraio 2018 su “Quotidiano.net. Il concorso in magistratura iniziato il 20 gennaio a Roma per 320 posti (sono state presentate 13.968 domande) rischia di diventare una questione da intimissimi. Nel senso di slip. Perché attraverso le mutandine sono state espulse diverse candidate. Stando a ciò che trapela, i commissari d’esame hanno mandato a casa cinque candidate e c’era incertezza su una sesta. Tutte hanno avuto una perquisizione totale, cioè la polizia penitenziaria femminile ha fatto spogliare completamente le candidate perché sospettate di nascondere qualcosa. E su circa 40 controlli corporali totali, cinque o forse sei ragazze avevano foglietti con dei temi (non gli stessi poi usciti per la prova) negli slip. E per queste candidate, non c’è stata giustificazione che potesse tenere: sono state espulse immediatamente. La polemica delle perquisizioni fino a doversi abbassare le mutande è divampata per un post della candidata Cristiana Sani che denunciava l’offesa di doversi denudare: «Ero in fila per il bagno delle donne – ha scritto su Facebook la candidata – arrivano due poliziotte, le quali si avvicinano alla nostra fila e iniziano a perquisire una ad una le ragazze in fila. Me compresa. Io lì per lì non ho capito quello che stesse succedendo, non me lo aspettavo, visto che durante le due giornate precedenti non avevo avuto esperienze simili». «Capisco – continua Cristiana – che c’è un problema nel momento in cui una ragazza esce dal bagno piangendo. Tocca a me e loro mi dicono di mettermi nell’angolo (non del bagno, ma del corridoio, con loro due davanti che mi fanno da paravento) per la perquisizione. Non mi mettono le mani addosso, sono sincera. Mi fanno tirare su maglia e canotta, davanti e dietro. Mi fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. Ma la cosa scioccante è stata quando mi hanno chiesto di tirare giù le mutande. Io mi stavo vergognando come la peggiore delle criminali e le ho tirate giù di mezzo millimetro. A quel punto mi hanno detto: ‘Dottoressa, avanti! Si cali le mutande. Ancora più giù, faccia quasi per togliersele e si giri. Cos’è? Ha il ciclo, che non se le vuole tirare giù?!’. Mi sono rifiutata, rivestita e tornata al mio posto ma ero allibita. Questa si chiama violenza». Nel forum del concorso, i candidati si scambiano opinioni, tutte abbastanza negative sull’esperienza in atto e contestano le perquisizioni ritenendole illegali. Ma nessuno sembra aver letto il regio decreto del 15/10/1925, n. 1860, all’art. 7 che regola i concorsi pubblici e tuttora in vigore: «... i concorrenti devono essere collocati ciascuno a un tavolo separato (...) È vietato ai concorrenti di portare seco appunti manoscritti o libri. Essi possono essere sottoposti a perquisizione personale prima del loro ingresso nella sala degli esami e durante gli esami». Sembra che le perquisizioni siano scattate solo nei confronti di chi frequentava troppo il bagno. Eppure quegli aspiranti magistrati espulsi avrebbero dovuto conoscere la regola d’oro: l’«assassino» torna sempre due volte sul luogo del delitto. 

Ma non è lercio solo quel che appare. E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare. Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Ma come ci si può difendere da decisioni scellerate?

Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Ci si tenta con la ricusazione, (escluso per il pm e solo se il giudice ti ha denunciato e non viceversa), o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.

A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto, quindi senza alcun condannato a scontare la pena. Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per gravi ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità per errore giudiziario".  Non solo i pm erano incompatibili, ma incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.

Comunque il presidente del Tribunale di Taranto Antonio Morelli, come è normale per quel Foro, ha respinto l'astensione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini, rispettivamente presidente e giudice a latere della Corte d'Assise chiamata a giudicare gli imputati al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. I due magistrati si erano astenuti, rimettendo la decisione nelle mani del presidente del Tribunale dopo la diffusione di un video in cui erano “intercettate” mentre si interrogavano sulle strategie difensive che di lì a poco gli avvocati avrebbero adottato al processo. Secondo il presidente del Tribunale però dai dialoghi captati non si evince alcun pregiudizio da parte dei magistrati, non c'è espressione di opinione che incrini la capacità e serenità del giudizio e quindi non sussistono le condizioni che obbligano i due giudici togati ad astenersi dal trattare il processo. Il presidente del Tribunale di Taranto ha respinto l’astensione dei giudici dopo che era stata sollecitata dalle difese per un video fuori onda con frasi imbarazzanti dei giudici sulle strategie difensive delle imputate. E adesso si va avanti con il processo. Tocca all’arringa di Franco Coppi. Posti in piedi in aula. Tutti gli avvocati del circondario si sono dati appuntamento per sentire il principe del Foro. Coppi inizia spiegando il perché della loro richiesta di astensione: «L’avvocato De Jaco ed io abbiamo sollecitato l’astensione in relazione alle frasi note.

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa». A volte però non c'è molto spazio per l'interpretazione. Il sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di individuare un'emotività ambientale tale da contribuire all'alterazione delle attività di acquisizione della prova». Mazzotta parla davanti alla prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di rimessione del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto a Potenza perché il clima che si respira sull'asse Avetrana-Taranto «pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non c'è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate.

12 ottobre 2011. Il rigetto dell’istanza di rimessione. La prima sezione penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione del processo per incompatibilità ambientale, con conseguente trasferimento di sede a Potenza, avanzata il 29 agosto 2011 dai difensori di Sabrina Misseri, gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia.

Eppure la stessa Corte ha reso illegittime tutte le ordinanze cautelari in carcere emesse dal Tribunale di Taranto.

Per quanto riguarda la Rimessione, la Cassazione penale, sez. I, 10 marzo 1997, n. 1952 (in Cass. pen., 1998, p. 2421), caso Pomicino: "l'istituto della rimessione del processo, come disciplinato dall'art. 45 c.p.p., può trovare applicazione soltanto quando si sia effettivamente determinata in un certo luogo una situazione obiettiva di tale rilevanza da coinvolgere l'ordine processuale - inteso come complesso di persone e mezzi apprestato dallo Stato per l'esercizio della giurisdizione -, sicché tale situazione, non potendo essere eliminata con il ricorso agli altri strumenti previsti dalla legge per i casi di alterazione del corso normale del processo - quali l'astensione o la ricusazione del giudice -, richiede necessariamente il trasferimento del processo ad altra sede giudiziaria … Consegue che non hanno rilevanza ai fini dell'applicazione dell'istituto vicende riguardanti singoli magistrati che hanno svolto funzioni giurisdizionali nel procedimento, non coinvolgenti l'organo giudiziario nel suo complesso".

Per quanto riguarda la Ricusazione: «Evidenziato che non può costituire motivo di ricusazione per incompatibilità la previa presentazione, da parte del ricusante, di una denuncia penale o la instaurazione di una causa civile nei confronti del giudice, in quanto entrambe le iniziative sono “fatto” riferibile solo alla parte e non al magistrato e non può ammettersi che sia rimessa alla iniziativa della parte la scelta di chi lo deve giudicare. (Cass. pen. Sez. V 10/01/2007, n. 8429).

In questo modo la pronuncia della Corte di Cassazione discrimina l’iniziativa della parte, degradandola rispetto alla presa di posizione del magistrato: la denuncia del cittadino non vale per la ricusazione, nonostante possa conseguire calunnia; la denuncia del magistrato vale astensione.  Per la Cassazione per avere la ricusazione del singolo magistrato non astenuto si ha bisogno della denuncia del medesimo magistrato e non della parte. Analogicamente, la Cassazione afferma in modo implicito che per ottenere la rimessione dei processi per legittimo sospetto è indispensabile che ci sia una denuncia presentata da tutti i magistrati del Foro contro una sola parte. In questo caso, però, non si parlerebbe più di rimessione, ma di ricusazione generale. Seguendo questa logica nessuna istanza di rimessione sarà mai accolta.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di procedura penale. L'articolo 45 c.p.p. prevede che "in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11".

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo, dell'imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti. Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall'art. 37 c.p.p. in quanto derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell'eccezionalità, necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il giudice superiore, per decidere sull'ammissibilità della rimessione lo è solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) - spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. - E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state due.»

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno inaugurato l'anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare nessun mea culpa. "Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso". "La Banca Mondiale mette l'Italia alla casella numero 108 nella classifica sull'efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell'economia". "Se per far fallire un'azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese". "Ultimamente abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo". "È imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per l'economia nazionale". "Non se ne può più di assistere allo spettacolo di pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla, rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà che l'indagine ha procurato loro". "La giustizia viene ancora strumentalizzata a fini politici". "In Italia esistono due pesi e due misure a seconda di chi è indagato o processato". "L'economia italiana è frenata da un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione". "Le vittime delle truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non sono stati adeguatamente perseguiti". "A questo giro elettorale qualcosa non torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in vigore dopo il reato per cui è stato condannato".

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di mille esposti l'anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati 9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su "Il Giornale". Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all'origine, secondo il procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, «dell'aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido d'allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di assicurare la democrazia». Nell'ultimo anno sono pervenute alla Procura generale, che è titolare dell'azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti possibili irregolarità nell'attività delle toghe, tra pm e giudicanti. Numeri in linea con l'anno precedente (1.363) e con l'ultimo quinquennio (la media è di 1.335 all'anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l'archiviazione per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l'89,7% dei procedimenti definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3% si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie, dell'eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica e giustizia, in parte, può essere l'effetto delle soventi delegittimazioni provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma - ammette - può essere anche il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del 22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore, che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o consone per un magistrato, dall'utilizzo allegro di Facebook alla violazione del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso, nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

Le testate dei pm ai giornalisti. Intimidazioni, come a Ostia, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 26/01/2018, su "Il Giornale". Tutta Italia si è indignata per la testata inferta a Ostia da Roberto Spada a Daniele Piervincenzi, giornalista inviato della trasmissione di Raidue Nemo. Alla violenza fisica, inaccettabile contro chiunque, in quel caso si sommava l'intimidazione, la minaccia ai giornalisti che si ostinano a non occuparsi «dei fatti loro» e vanno a curiosare dove non è gradito. Ma contro la nostra categoria non arrivano solo le testate dei presunti mafiosi, come nel caso di Spada, ma anche quelle, non meno gravi, di alcuni magistrati. Nei giorni scorsi a Pavia un bravo ed esperto collega della Provincia pavese, Giovanni Scarpa, è stato indagato addirittura per favoreggiamento dalla Procura locale. La sua colpa? Avere svelato che il capannone zeppo di rifiuti mandato a fuoco da ignoti la notte del 3 gennaio a Corteolona (creando paura e allarme in tutta la zona) da tempo era sotto indagine e controllo video della procura, la quale evidentemente si è fatta beffare dai malavitosi. Indagare per favoreggiamento il giornalista che scrive una notizia vera è un'intimidazione bella e buona, una metaforica testata del potente di turno contro chi - come diceva Spada al malcapitato Pervincenzi - «non si fa gli affari suoi». Ne prendiamo tante, noi giornalisti, di testate tese a zittirci. Marco Travaglio nei giorni scorsi è stato condannato a risarcire con la cifra record di 150mila euro tre magistrati siciliani che aveva criticato in un articolo. Una cifra pazzesca, a mio avviso un'estorsione, che a memoria non ho mai visto concedere a favore di nessun querelante che non vestisse la toga. Io stesso, che ne ho subite tante, mi ritrovo di nuovo a processo per un caso surreale. Un solerte pm di Cagliari tempo fa mi rinviò a giudizio scambiandomi per un'altra persona. Scoperto e preso atto dell'equivoco, il giudice ovviamente mi assolse. Tutto finito? Macché. Nonostante la figuraccia rimediata, il pm ha fatto appello. Così, solo per non darmela vinta (tanto i costi dei processi non sono a suo carico). A casa mia questo si chiama stalking, reato punibile penalmente, soprattutto se reiterato. Una storia più o meno simile è successa anche a Vittorio Feltri, e il collega direttore del Tempo Gianmarco Chiocci sarà a giudizio per avere fatto il suo lavoro nell'inchiesta di Roma Mafia capitale. Intimidazioni, estorsioni, stalkeraggio, vendette: in Italia non si rischiano testate solo a disturbare il clan degli Spada. È sufficiente incappare in uno dei tanti buchi neri del clan della giustizia.

La rete delle toghe a libro paga: «Così i processi si aggiustavano». L’avvocato Piero Amara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti gestivano il sistema, scrive Fiorenza Sarzanini il 6 febbraio 2018 su "Il Corriere della Sera". Un giudice del Consiglio di Stato, un magistrato della Corte dei Conti, un pubblico ministero di Siracusa, un ufficiale della Finanza, un alto funzionario del ministero dell’Economia: nella “rete” tessuta dall’avvocato Piero Amara e dall’imprenditore Fabrizio Centofanti c’erano le giuste pedine per avere informazioni riservate sulle indagini in corso e soprattutto per “aggiustare” i processi. Personaggi di alto livello che sarebbero stati messi a “libro paga” per garantirsi decisioni favorevoli nel settore amministrativo e così avere la certezza di aggiudicarsi gli appalti pubblici, primi fra tutti quelli di Consip. Ma anche per “spiare” le inchieste, in particolare quella sulle tangenti dell’Eni avviata a Milano. Amara e Centofanti sono stati arrestati su richiesta delle procure di Roma e Messina. Ai domiciliari ci sono altre 13 persone, compreso Enzo Bigotti, l’imprenditore amico di Denis Verdini e già finito nel fascicolo Consip proprio per aver ottenuto commesse milionarie.

Soldi a Malta. Per Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato, i magistrati coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo avevano chiesto l’arresto. Nell’ordinanza si spiega che «la misura non è necessaria perché è ormai in pensione», ma nei suoi confronti rimane l’accusa gravissima di aver “pilotato” ben 18 tra sentenze, ordinanze e decreti in modo da favorire le società di Amara e del suo socio Giuseppe Calafiore (sfuggito alla cattura visto che due giorni fa è partito per Dubai). Virgilio avrebbe anche annullato una decisione del Tar che escludeva un’azienda di Bigotti dalla gara per le “Buone scuole”. L’appalto rientrava, secondo l’accusa, nella spartizione dei lavori assegnati da Consip decisa a tavolino tra le imprese partecipanti. In cambio il giudice avrebbe ottenuto il trasferimento di 750 mila euro che aveva depositato su un conto svizzero «in un veicolo societario maltese, la Investment Eleven limited messa a disposizione da Amara». E secondo il gip «l’operazione ha rappresentato un’utilità concreta per Virgilio assicurandogli, da un lato, di non dover dichiarare al fisco italiano la somma di denaro detenuta in Svizzera e, dall’altro, di essere garantito nell’investimento effettuato».

La “soffiata”. Tra le persone perquisite ieri c’è Emanuele Barone Ricciardelli, funzionario del ministero dell’Economia. In una intercettazione del 3 agosto scorso parla con Bigotti e lo avvisa «di segnalazioni della Guardia di Finanza per turbativa d’asta nella gara Consip», e soprattutto «di accertamenti con le Procure». Le indagini del Nucleo Tributario di Roma sono effettivamente in pieno svolgimento e il dirigente promette di attivarsi. Scrive il giudice: «Nella stessa giornata Barone Ricciardelli inoltrava alla procura di Roma, tramite mail certificata, una richiesta formale per conoscere l’esistenza di iscrizioni a carico di Bigotti nel registro degli indagati».

Accertamenti sono in corso anche sulla ristrutturazione di una casa che Luigi Della Volpe ha affittato a partire dal 2014 ad una società di Centofanti che a sua volta lo ha subaffittato ad Amara. Della Volpe potrebbe infatti essere un ufficiale della Guardia di Finanza ora ai servizi segreti, e il sospetto degli inquirenti è che quel contratto sia in realtà fittizio e utilizzato semplicemente per l’emissione di false fatture.

L’ex assessore. È lungo l’elenco degli indagati e comprende altri giudici che si sarebbero messi a disposizione. Uno è Nicola Russo, che faceva parte dello stesso collegio di Virgilio e con Centofanti è legato da antica amicizia. Nel 2016 il giudice, nel ruolo di componente della Commissione tributaria di Roma, è stato accusato di aver favorito l’imprenditore Stefano Ricucci. E di essere stato ricompensato con pranzi, viaggi e i favori di alcune ragazze. Cinque anni fa fu invece accusato di sfruttamento della prostituzione minorile e a difenderlo c’era sempre l’avvocato Amara. Verifiche sono state disposte pure sul consigliere Raffaele De Lipsis e sul giudice contabile Luigi Caruso, entrambi avvisati da Amara di essere sotto intercettazione. Violazioni fiscali sono state invece contestate a Umberto Croppi, assessore alla Cultura quando sindaco di Roma era Gianni Alemanno. Croppi è presidente del Cda di Cosmec, azienda che fa capo a Centofanti. Secondo l’accusa avrebbe «evaso le imposte sui redditi e l’Iva per un totale di quasi 43mila euro grazie ad una serie di fatture relative ad operazioni inesistenti inserite nella contabilità societaria».

Siracusa, magistrati contro un pm. Ecco chi ha fatto saltare il banco, scrive Riccardo Lo Verso Martedì 6 Febbraio 2018 su Live Sicilia.  Il retroscena: otto magistrati denunciarono Giancarlo Longo. L'inchiesta. “È con profondo imbarazzo...”, inizia così l'esposto che ha dato vita all'inchiesta delle Procura di Roma e Messina. Sono guidate da Giuseppe Pignatone e Maurizio De Lucia che ai tempi in cui entrambi lavoravano a Palermo erano maestro e allievo. Stamani sono stati arrestati magistrati, avvocati, professioni e giornalisti. Si sarebbero messi d'accordo per inventare complotti come quello che scuote l'Eni, aprire fascicoli fantasma, acquisire le carte di altre indagini, minacciare e spiare colleghi. Sono stati proprio otto magistrati siracusani, il 23 settembre 2016, a firmare l'esposto per denunciare i rapporti fra un collega, Gianluca Longo, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, tutti e tre raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Procura di Messina. Anticipavano tutto ciò che sarebbe emerso nel corso delle indagini. “Nell'ambito della gestione di diversi procedimenti penali - si leggeva nell'esposto – si sono palesati elementi che inducono a temere che parte dell'azione della Procura della Repubblica possa essere oggetto di inquinamento, funzionale alla tutela di interessi estranei alla corretta e indipendente amministrazione della giustizia”. In calce i nomi dei magistrati Margherita Brianese, Salvatore Grillo, Magda Guarnaccia, Davide Lucignani, Antonio Nicastro, Vincenzo Nitti, Tommaso Pagano e Andrea Palmieri. L'esposto partiva dalla vicenda Open Land, società della famiglia di imprenditori Frontino, che ha costruito il centro commerciale “Fiera del Sud” in viale Epipoli, a Siracusa. Si è aperto un braccio di ferro tra l’amministrazione comunale ed il gruppo imprenditoriale che ha chiesto un risarcimento di oltre 20 milioni di euro al Comune per un ritardo nella concessione edilizia. È stata una sentenza del Cga, allora presieduto da Raffaele De Lipsis, a stabilire che Open Land, assistita dagli avvocati Amara e Calafiore, doveva essere risarcita. Per quantificare il danno fu scelto un commercialista di Pachino, Salvatore Maria Pace. Pure quest'ultimo è finito nei guai giudiziari e si trova agli arresti domiciliari. Solo che lo scorso giugno il Consiglio di giustizia amministrativa, con una nuova composizione, ha revocato la sentenza che aveva riconosciuto il risarcimento. Bisogna rifare la perizia e valutare di nuovo il danno. Nel frattempo il Comune di Siracusa è stato costretto a pagare 2 milioni e 800 mila euro.

Indagini inquinate, depistaggi e sentenze comprate: 15 arresti tra Roma e Messina. C'è anche un magistrato. Nei guai il giudice Giancarlo Longo e l'avvocato Piero Amara, scrive Andrea Ossino il 6 Febbraio 2018 su “Il Tempo”. Magistrati, avvocati, notai, funzionari pubblici, faccendieri e giornalisti. Tutti al servizio del miglior offerente. Ci risiamo: ancora una volta un terremoto giudiziario parte da Milano, attraversa la Capitale, supera lo stretto, oltrepassa Messina e si abbatte su Siracusa e la sua procura. In carcere finiscono quindici persone. Tutte raggiunte da un’ordinanza consegnata dalla Guardia di Finanza. C’è il facilitatore a servizio di grandi aziende: Pietro Amara, siracusano di 48 anni. Sulla carta è un avvocato, ma secondo le tre procure che hanno condotto l’inchiesta (Milano, Roma, Messina), Amara non è solo un legale. È un uomo di potere, con relazioni importanti capaci di inquinare indagini e commettere reati tributari, sempre vicino a molti magistrati della giustizia amministrativa, del Consiglio di Stato, del Consiglio di giustizia amministrativa e del Tar Sicilia. È lui il fulcro delle 2 associazioni a delinquere entrate nel mirino degli inquirenti. Tra gli indagati anche il notaio ed ex deputato regionale siciliano Giambattista Coltraro. E poi ci sono i magistrati compiacenti, oggetto di un esposto partito dai loro stessi colleghi aretusei. Erano in 8 a denunciare gli strani intrecci di interesse degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Dopo l’intervento del Csm un magistrato di Siracusa aveva anche chiesto il trasferimento a Napoli nel tentativo di evitare quell’incompatibilità ambientale che aveva creato non pochi problemi. Il trasferimento, concesso, non lo ha salvato: il pm Giancarlo Longo è stato arrestato anche grazie alle cimici piazzate nei suoi uffici. Se ne era accorto, ma troppo tardi. Gli inquirenti lo indagavano già per quei fascicoli auto assegnati e reinterpretati grazie a consulenze sospette. Amara, Calafiore e Longo sarebbero i promotori di un'associazione a delinquere. E se qualcuno non si piegava sarebbe stato screditato con articoli di stampa grazie alla penna “compiacente” del giornalista Giuseppe Guastella, firma del periodico “Il Diario”. E poi c'erano le pressioni esercitate ai danni dei pubblici funzionari coinvolti nei procedimenti amministrativi. Dalla costruzione del centro commerciale Fiera del Sud del Gruppo Frontino all'ampliamento della discarica gestita dalla Cisma Ambiente passando per gli appalti Consip e le sentenze del consiglio di Stato: i casi sono numerosi. E in tutti, o quasi, spunta il faccendiere Alessandro Ferraro, già noto alle cronache anche per le vicende legate al calcio scommesse. Ai domiciliari finiscono Giuseppe Guastella, Davide Venezia, Fabrizio Centofanti, Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Vincenzo Naso, Francesco Perricone, Sebastiano Miano, Ezio Bigotti e Luciano Caruso. Indagati anche Gianluca De Michele e Francesco Perricone. Nelle carte c’è anche il nome di Raffaele De Lipsis, ex presidente del Cga, oggi in pensione, già finito sotto accusa nello scandalo Ustica Lines perché avrebbe cercato di convincere il suo successore, Claudio Zucchelli, ad accogliere un ricorso dell'armatore Ettore Morace. De Lipsis, che presiedeva il collegio del Cga, nel 2014 fece tornare la popolazione di Rosolini e Pachino alle urne, invalidando il voto delle sezioni elettorali. E ancora c’è l'ex presidente del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, indagato in relazione a una vicenda relativa alla Sai8, società che gestiva il servizio idrico siracusano. Dulcis in fundo il depistaggio nel caso Eni: si cerca di capire se Amara e Ferraro abbiano costruito un falso dossier sull’esistenza di un complotto contro l’Eni per screditare l'amministratore delegato Claudio De Scalzi, rinviato a giudizio per una tangente da 1,3 miliardi di euro per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria. Una storia tutta da raccontare: nell'estate 2016 Ferraro aveva anche denunciato di essere stato vittima di un fantomatico tentativo di sequestro a Siracusa da parte di due nigeriani e un italiano. I millantati rapitori sarebbero stati interessati a conoscer notizie su un report che, di fatto, avrebbe provato un complotto internazionale per far fuori Descalzi. Sarebbe stato ordito addirittura dai servizi segreti nigeriani in combutta con ambienti finanziari italiani e con alcuni consiglieri del cda di Eni. Sul fatto era stato aperto un fascicolo. Da chi? Da Longo.

I DETTAGLI. INDAGATO IL NOTAIO MESSINESE COLTRARO – L’inchiesta della procura di Messina: Arrestati il magistrato Longo e i legali Amara e Calafiore, scrive il 6 febbraio 2018 Stampalibera.it. Alla fine l’avvocato più rampante d’Italia è finito agli arresti, insieme ai componenti di quel cerchio magico, magistrati, avvocati, professionisti, consulenti, docenti universitari, con i quali – grazie ad una sapiente quanto spregiudicata opera di dossieraggio e depistaggi – sarebbe riuscito negli ultimi anni a condizionare l’esito di procedimenti amministrativi per un valore di svariate centinaia di milioni di euro, a vantaggio dei propri clienti a anche delle aziende in cui aveva interessi personali, e a frenare o intorbidare procedimenti penali in procure di mezza Italia, da Siracusa a Roma a Milano.

L’avvocato rampante. Piero Amara, 48enne avvocato di Augusta, una clientela internazionale di primissimo piano tra le aziende ma anche consigliere per gli investimenti di molti magistrati della giustizia amministrativa, tra il Consiglio di Stato, il Consiglio di giustizia amministrativa e il Tar Sicilia, è il protagonista principale dell’operazione della Guardia di finanza che questa mattina, in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare firmate dai gip di Roma e Messina, ha eseguito una ventina di provvedimenti restrittivi.

Nella rete notai, giornalisti, magistrati e professori. Quindici quelli in Sicilia chiesti ed ottenuti dalla Direzione distrettuale antimafia guidata da Maurizio de Lucia. Oltre ad Amara, sono finiti agli arresti il magistrato Giancarlo Longo, fino a qualche mese fa pm alla Procura di Siracusa e poi trasferito, per motivi disciplinari dal Csm al tribunale civile di Napoli, l’avvocato Giuseppe Calafiore, anche lui avvocato nonché socio e collega di Amara, il notaio Giambattista Coltraro, ex parlamentare siciliano eletto nella lista Movimento popolare per Crocetta, il professore universitario de La Sapienza di Roma Vincenzo Naso. Provvedimenti restrittivi, tra gli altri, anche per il dirigente regionale Mauro Verace e per il giornalista siracusano Giuseppe Guastella. Indagato per concorso in corruzione l’ex presidente del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio: la richiesta di arresto è stata respinta perché non ci sono esigenze cautelari.

Inchieste specchio per spiare i processi. Associazione per delinquere, corruzione, falso, intralcio alla giustizia la sfilza di reati a vario titolo contestato agli indagati che, negli ultimi cinque anni, avrebbero pesantemente condizionato l’azione della giustizia sia in sede civile che penale. Di particolare gravità la posizione del giudice Longo, secondo le indagini a libro paga di Amara e del suo socio Calafiore. Ottantottomila euro in contanti più il prezzo di vacanze offerte a lui e a tutta la sua famiglia a Dubai e un capodanno a Caserta, il prezzo della corruzione del magistrato che, nella sua veste di pm a Siracusa, avrebbe servito gli interessi di Amara mettendo su un sofisticato meccanismo di procedimenti giudiziari “specchio” che, pur senza averne alcun titolo, gli avrebbe consentito di venire a conoscenza di indagini di altri colleghi e di tentare di inquinare importanti inchieste. A cominciare da quella, aperta presso la Procura di Milano, che vedeva indagato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, proprio un mese fa rinviato a giudizio per una tangente da 1,3 miliardi di euro per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso Eni e il finto rapimento. Proprio nel tentativo di inquinare l’indagine milanese, Amara (difensore di Eni) avrebbe messo su un tentativo di depistaggio facendo presentare alla Procura di Siracusa il suo amico Alessandro Ferrara che, nell’estate 2016, denunciò di essere stato vittima di un fantomatico tentativo di sequestro a Siracusa da parte di due nigeriani e un italiano interessati a sapere da lui notizie su un report che, di fatto, avrebbe provato un complotto internazionale per far fuori Descalzi ordito dai servizi segreti nigeriani in combutta con ambienti finanziari italiani e con alcuni consiglieri del cda di Eni. Ad aprire il fascicolo, che gli diede la possibilità per mesi di scambiare informazioni con il collega di Milano Fabio De Pasquale (che non cadde nel tentativo di depistaggio) fu proprio il pm Giancarlo Longo.

Le sentenze pilotate. L’attività inquinante del magistrato sarebbe invece stata decisiva nel consentire ai clienti o alle imprese vicine ad Amara (a cominciare dal noto gruppo imprenditoriale Frontino di Siracusa) di aggiudicarsi importantissimi contenziosi amministrativi davanti al Tar Sicilia o al Cga, come quelli sul centro commerciale Open Land di Siracusa, per il quale il Comune fu condannato a pagare un risarcimento da 24 milioni di euro, o come quello sulla discarica Cisma a Melilli, o ancora quello sulla costruzione di un complesso edilizio a Siracusa che valse all’Am group un risarcimento da 240 milioni di euro.

L’esposto dei colleghi e le telecamere. A dare nuovo impulso alle indagini sul comitato d’affari diretto da Amara è stato un esposto firmato da 8 degli 11 sostituti della Procura di Siracusa nei confronti del collega Longo, ripreso poi dalle telecamere piazzate nella sua stanza dalla Guardia di finanza mentre, ricevuta notizia di microspie nel suo ufficio, cerca di rinvenirle per neutralizzare le indagini a suo carico.

Pm Roma, sentenze “aggiustate” per 400 mln. Sono tre le sentenze “aggiustate” contestate dai pm della Procura di Roma all’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, indagato per corruzione in atti giudiziari nell’inchiesta, coordinata con la Procura di Messina, che ha portato oggi all’arresto di 15 persone. Il giudice Virgilio (oggi in pensione) avrebbe pilotato tre sentenze che hanno inciso favorevolmente per clienti degli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore (indagati in concorso con il magistrato). Le sentenze, in particolare – in base a quanto accertato dai procuratori aggiunti Paolo Ielo, Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini – riguardano una società del gruppo Bigotti che, nell’ambito delle gare Consip, riesce ad ottenere un appalto pari a 388 milioni di euro. Nei procedimenti Enzo Bigotti era difeso da Amara. L’attività di indagine che coinvolge l’ex presidente del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, nasce dall’analisi dei flussi finanziari di alcuni imprenditori. In particolare i magistrati di Roma seguendo il denaro delle società legate all’imprenditore Fabrizio Centofanti individuano una somma di 751 mila euro depositata in Svizzera il primo gennaio del 2016 e riconducibile a Virgilio. Si tratta di denaro che il magistrato non ha dichiarato al fisco e non, precisano gli inquirenti, frutto di corruzione. Il denaro viene poi spostato su una società maltese legata agli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore e gestita da una loro testa di legno. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti i due avevano proposto a Virgilio di investire quel denaro e qualora fosse andata male l’operazione, sarebbe stata compensata da una fidejussione personale dei due verso il giudice. L’investimento proposto coinvolgeva una società dell’imprenditore Andrea Bacci (non indagato nel procedimento), in passato socio del padre di Matteo Renzi. Per chi indaga l’utilità corruttiva sta nella promessa della garanzia personale fatta dai due avvocati se l’affare fosse andato male.

Corruzione, “Longo tentò di ostacolare l’inchiesta sulle tangenti di Eni in Nigeria”. Giancarlo Longo era al servizio di Giuseppe Calafiore e Piero Amara: al soldo dei due avvocati, tentava di inquinare i processi dei colleghi magistrati per favorire i loro clienti. Lo scrivono gli inquirenti nell’ordinanza di custodie emessa dalle Procure di Roma e Messina nei confronti di 15 persone, che a proposito della condotta dell’ex pm di Siracusa parlano di “mercificazione della funzione giudiziaria”. I metodi “disinvolti” che le Procure imputano a Longo sono ben esemplificati in uno dei capi di imputazione contestati: quello che riguarda il cosiddetto caso Eni. Longo, su input di Amara, legale esterno della multinazionale del petrolio dello Stato italiano, avrebbe messo su un’indagine, priva di qualunque fondamento, su un presunto e rivelatosi falso piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo ad Claudio Descalzi. In realtà, per gli inquirenti che hanno arrestato anche Amara e Calafiore, lo scopo sarebbe stato intralciare l’inchiesta milanese sulle presunte tangenti nigeriane in cui l’amministratore delegato era coinvolto, quella su una presunta corruzione internazionale per una mega tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari per la concessione del giacimento petrolifero Opl-245. Tutto ha inizio nel 2016 quando Alessandro Ferraro, anche lui tra gli arrestati, e collaboratore di Amara, sporge denuncia alla procura di Siracusa sostenendo di essere stato vittima di un tentativo di sequestro. Longo, che conosceva Ferraro in quanto aveva indagato su di lui in passato, si assegna il fascicolo sul presunto rapimento. E comincia a svolgere una serie di indagini con acquisizioni documentali “di dubbia utilità”, dicono gli inquirenti che hanno ricostruito la vicenda, “ma certamente idonee a portare a conoscenza della società Eni l’esistenza di un procedimento penale nel quale risultava in qualche modo coinvolta”. I magistrati parlano di “regia occulta di Amara che, avvalendosi dell’asservimento di Longo, orchestrava una complessa operazione giudiziaria il cui fine ultimo era di ostacolare l’attività di indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni”. Ferraro, nel suo rocambolesco racconto, cita la figura di un personaggio, Massimo Gaboardi, tecnico petrolifero “la cui posizione, effettiva attività lavorativa, esistenza di legami con i protagonisti della vicenda, non è ben chiara, né costituì oggetto di approfondimento alcuno”, spiegano gli investigatori. Gaboardi viene sentito da Longo, prima come teste, poi indagato e racconta di un complotto volto a destabilizzare l’Eni. Le sue dichiarazioni vengono confermate da un altro soggetto, Vincenzo Armanna. I due parlano di gruppi di potere italiani e nigeriani che avrebbero complottato per compromettere l’Eni attraverso la delegittimazione di Descalzi. Lo scopo sarebbe stato determinarne la sostituzione con Umberto Vergine, ex ad di Saipem. Contestualmente sulla storia indaga però anche la Procura di Trani che nel tempo ha ricevuto tre esposti, ma siccome l’origine della vicenda sarebbe a Siracusa gli atti dei colleghi pugliesi vengono trasmessi a Longo. A luglio del 2016, però, il pm è costretto a mandare tutto alla procura di Milano che sull’Eni ha aperto un’indagine per corruzione internazionale. “Nonostante fosse stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Milano – scrivono i magistrati che hanno arrestato l’ex pm siracusano – Longo continuava a compiere atti nell’ambito del suddetto procedimento quali la notifica di informazione di garanzia ai dipendenti dell’Eni Luigi Zingales e Karina Litvacke a Umberto Vergine”. Tra dossier falsi e falsi verbali di interrogatorio – sempre secondo gli inquirenti – si mette su un vero e proprio piano di depistaggio. Per gli inquirenti “Gaboardi era stato pagato da Ferraro per comparire all’interno del procedimento istruito a Siracusa, come depositario di conoscenze relative al presunto complotto ordito ai danni di Descalzi e della società Eni”. I magistrati parlano di “regia occulta di Amara che, avvalendosi dell’asservimento di Longo, orchestrava una complessa operazione giudiziaria il cui fine ultimo era di ostacolare l’attività di indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni”. Corruzione, il pm: “Il giudice Virgilio aggiustò sentenze per 388 milioni. E lo aiutarono a nascondere 750mila euro”. Si era fatto aiutare da Piero Amara e Giuseppe Calafiore a nascondere al fisco 751mila euro e in cambio avrebbe aggiustato tre sentenze in maniera favorevole alle loro società. È l’accusa che la Procura di Roma muove a Riccardo Virgilio, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari in concorso nell’operazione che ha portato in carcere 15 persone con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione in atti giudiziari. L’accusa ruota attorno a un trasferimento di denaro di 751.271,29 euro da un conto svizzero intestato all’ex giudice oggi in pensione alla Investment Eleven Ltd, intercettato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. La società, scrivono i magistrati di piazzale Clodio, ha sede a Malta ed è riconducibile ad Amara e Calafiore, ma risulta amministrata dal prestanome.

Marco Salonia.  In base a quanto ricostruito dagli inquirenti i due avevano proposto a Virgilio di investire quel denaro e qualora fosse andata male l’operazione, sarebbe stata compensata da una fidejussione personale dei due verso il giudice. L’investimento coinvolgeva anche la Racing Horse S.A., società dell’imprenditore Andrea Bacci (non indagato), in passato vicino a Tiziano Renzi. Per chi indaga l’utilità corruttiva sta nella promessa della garanzia personale fatta dai due avvocati se l’affare fosse andato male. “L’operazione di finanziamento – è la tesi dei procuratori aggiunti Paolo Ielo, Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini – ha rappresentato una concreta utilità per Virgilio perché l’ingente somma di denaro detenuta da Virgilio su un conto svizzero induce a ritenere che la stessa sia, quanto meno, non dichiarata al fisco” e perché “di certo il trasferimento della somma di denaro presso la società maltese rappresenta un ulteriore passaggio per rendere più difficile al fisco la sua individuazione”. Cosa avrebbe fatto il giudice in cambio? Secondo la tesi accusatoria, “Virgilio avrebbe ricevuto tali utilità per la sua funzione di Presidente di Sezione del Consiglio di Stato – scrive il Gip – nonché per avere emesso e per emettere numerosi provvedimenti in sede giurisdizionale, monocratica e collegiale, verso soggetti i cui interessi erano seguiti dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore”. In base ai documenti acquisiti dalla Guardia di Finanza, proseguono i magistrati, “tutti i provvedimenti emessi dal Virgilio come estensore o come Presidente del Collegio, nell’arco temporale precedente e successivo all’erogazione delle utilità descritte, hanno prodotto effetti favorevoli nella sfera delle due società”, che avevano rapporti con quelle di Amara e Calafiore. Gli inquirenti si riferiscono a due vicende pendenti davanti al Consiglio di Stato: “Il contenzioso Ciclat, società in rapporti di fatturazione con le società del gruppo Amara-Calafiore” e “il contenzioso Exitone S.p.a, società in rapporti di fatturazione con le società del gruppo Amara-Calafiore, detenuta dalla S.T.l. Spa, riconducibile a Bigotti Ezio”, anche lui tra gli arrestati. Proprio il gruppo Bigotti sarebbe stato favorito in modo tale da ottenere appalti da 388 milioni di euro, nell’ambito delle gare bandite da Consip.

Virgilio ha un ruolo anche nella vicenda che ha contrapposto il consorzio Open Land – che stava costruendo il centro commerciale Fiera del Sud – e il comune di Siracusa. Nel 2013, da presidente del consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana Virgilio aveva riconosciuto alla società un risarcimento da 35 milioni di euro.  “In tale contenzioso – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – Virgilio era il Presidente del Collegio, mentre difensore della società era l’avvocato Attilio Toscano, collega di studio di Amara. Inoltre il legale rappresentante della società Open Land era Formica Giuliana, madre di Frontino Concetta, compagna di Calafiore”.

Depistaggio Eni, così i pm hanno fermato le manovre dei registi del complotto. Che ora sono indagati. Alla Procura di Milano è toccato districare il filo attorcigliato per anni dalle Procure di Trani e Siracusa. La pm Laura Pedio ora ha in mano un gomitolo con una trama intricata e oscura che si dipana tra Italia e Nigeria e che puzza di spioni e di petrolio. Ha a che fare con l’Eni, questa storia, un centro di potere che pesa quanto uno Stato. È la storia di un complotto. Coinvolge i vertici di Eni (l’ad Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni), un paio di consiglieri indipendenti dell’azienda petrolifera italiana (Luigi Zingales e Karina Litvack) e arriva a evocare l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Sullo sfondo, faccendieri, petrolieri, manager, avvocati. E un grande affare, quello che ha portato Eni e Shell in Nigeria, a cercare petrolio nell’immenso campo Opl 245, previo esborso (secondo il pm milanese Fabio De Pasquale) di una mega-tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Ma il complotto è reale o apparente? Chi sono le vittime e chi i burattinai? I pm di Milano rispondono ora a queste domande raccontando una commedia in quattro atti.

Atto primo, Trani, gennaio 2015. È il 23 gennaio quando alla Procura di Trani arriva un esposto anonimo: il primo di una serie di tre che raccontano un “programma criminoso” volto a “portare alla sostituzione dell’attuale manager Descalzi” con altri (l’ad di Saipem Umberto Vergine, oppure l’allora ad di Telecom Franco Bernabè). “Per fare ciò, sarebbero state esercitate pressioni sul presidente del Consiglio Renzi”. Come? Un uomo d’affari siriano, tale Raduan, prende contatti con un imprenditore del Giglio Magico, Andrea Bacci. Poi, dopo che Renzi nel 2014 ha nominato Descalzi, si mette in moto “un meccanismo di delegittimazione del nuovo vertice Eni”. Protagonisti: Gabriele Volpi, “noto imprenditore italo-africano” che opera in Nigeria, Luigi Zingales e gli avvocati Antonino Cusimano (capo dell’ufficio legale di Telecom), Luca Santamaria (legale di Bernabè) e Bruno Cova. Sullo sfondo, le inchieste aperte dalla Procura di Milano – da quel guastafeste di De Pasquale – su Eni-Saipem-Algeria e su Eni-Opl245-Nigeria. Nella seconda, Descalzi, il predecessore Scaroni e il “mediatore” Luigi Bisignani sono accusati per la tangente petrolifera in Nigeria. Arriva in Procura anche una registrazione in cui due persone – che si scoprirà essere Alessandro Ferraro e Massimo Gaboardi – sostengono la tesi della macchinazione. L’Eni entra in partita consegnando documenti richiesti dai pm di Trani, Carlo Maria Capristo e Alessandro Pesce. Gli anonimi, curiosamente, mostrano di sapere ciò che solo dentro l’Eni si sa, per esempio che tra quei documenti ci sono email tra Zingales, critico contro le eventuali pratiche illegali di Eni, e la presidente Emma Marcegaglia.

Atto secondo, Siracusa, agosto 2015. Il 13 agosto 2015, il sedicente imprenditore Alessandro Ferraro presenta una denuncia alla Procura di Siracusa in cui racconta di essere stato sequestrato nella notte da tre uomini, due neri e un italiano. Interrogato, racconta al pm Giancarlo Longo una storia identica a quella arrivata anonima a Trani: il complotto contro i vertici Eni. Poi deposita ai pm un documento (“Report n.1”) firmato da Massimo Gaboardi. Contiene la stessa vicenda: un tale Raduan Khawthani, uomo d’affari mediorientale in contatto con gli imprenditori renziani Marco Carrai e Andrea Bacci, avrebbe tentato d’imporre a Renzi la nomina di Vergine al vertice di Eni. Fallito quell’obiettivo, è partita una campagna diffamatoria. “I servizi nigeriani hanno invaso le email di Eni con una serie di informazioni” poi usate “da Zingales e Litvack”. Gaboardi fa entrare in partita anche un nuovo personaggio: Vincenzo Armanna, “ex dirigente Eni che odia Descalzi ed Eni”. Armanna racconta al pm che un nigeriano, Kase Lawal, gli ha chiesto, in cambio di 2 milioni di dollari, di “demolire Descalzi”, proteggere Scaroni e favorire Vergine. Armanna aggiunge che gli era stato chiesto di “diffondere l’informazione, falsa, sul finanziamento da parte dell’intelligence israeliana delle campagne elettorali” di Renzi. Intanto l’8 luglio 2016 i pm di Siracusa mandano un avviso di garanzia per diffamazione aggravata a Vergine, Zingales e Litvak. Curioso: per la diffamazione si procede solo dopo querela di parte e nessuno ha querelato i tre. Il 15 luglio, il procuratore Giordano si libera del caso, mandando gli atti a Milano. Fuori tempo massimo, il 28 luglio, col fascicolo già a Milano, il direttore degli affari legali di Eni, Massimo Mantovani, “sana” l’anomalia e invia a Siracusa la querela di parte contro i tre.

Atto terzo, Milano, luglio 2016. Il 15 luglio 2016 il fascicolo processuale arriva a Milano, nelle mani del pm De Pasquale. Il magistrato sente puzza di depistaggi e capisce che le manovre squadernate a Siracusa potrebbero avere come obiettivo quello di azzoppare la sua indagine per corruzione internazionale su Opl 245, con indagati Scaroni, Descalzi e Bisignani. Legge le carte, interroga i personaggi coinvolti e smonta il “grande complotto”. Appura che Alessandro Ferraro, il “grande accusatore” dell’indagine di Siracusa, è “persona che ha subito numerose condanne per ricettazione, truffa, falsità materiale, sostituzione di persona, uso abusivo di carte di credito”, già in passato arrestato e condannato. E il renziano Bacci? Sì, aveva parlato di Vergine con Raduan Kawthani, ma era soltanto una “blanda raccomandazione” rimasta senza alcuna conseguenza. De Pasquale riesce a ribaltare la prospettiva. Quelli che secondo Trani e Siracusa avrebbero ordito il complotto sono vittime del complotto ordito da chi lo denunciava. Più complesso, ricostruisce De Pasquale, il ruolo di Armanna: “Le sue dichiarazioni (…) potrebbero avere una base di verità, ma ciò in nessun modo consente di affermare che quanto esposto negli scritti anonimi recapitati a Trani abbia fondamento”. Il pm il 20 marzo 2017 chiede l’archiviazione delle accuse a Vergine, Zingales e Litvack.

Atto quarto, Milano, oggi. Siamo alla scena finale di questa vaudeville, con il rovesciamento dei ruoli. Entra in partita la pm della Procura di Milano Laura Pedio. Se i “diffamatori” sono vittime innocenti, i colpevoli devono essere coloro che li hanno accusati: quelli indicati come i registi del “complotto” (Vergine, Varone, Zingales, Litvack) sono vittime di un “complotto” architettato da quelli che si erano presentati a Trani e Siracusa per denunciare il “complotto”: Ferraro e Gaboardi, insieme con personaggi nigeriani. Ma hanno fatto tutto loro? Personaggi squalificati come Ferraro e Gaboardi avevano solide sponde nell’Eni: come l’avvocato siracusano Pietro Amara, “legale esterno di Eni spa” in processi per reati ambientali. Amara, Ferraro, Gaboardi e “altre persone interne ad Eni spa in corso di identificazione” sono ora indagate a Milano per associazione a delinquere, ha scritto Luigi Ferrarella venerdì sul Corriere della sera: per aver “concordato e posto in essere un vero e proprio depistaggio” per “intralciare lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti” e “per screditare i consiglieri indipendenti di Eni”. Ora la pm Pedio dovrà metter la parola fine a questa storia. 

Messina, pornografia minorile: un giudice finisce in carcere. Gaetano Maria Amato, 57 anni, era in servizio alla corte d'Appello di Reggio Calabria. Il gip ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare. Nel 2009 aveva subito una sanzione dal Csm per i ritardi nella pubblicazione delle sentenze, scrive il 2 ottobre 2017 "La Repubblica". Un giudice in servizio alla corte d'Appello di Reggio Calabria, Gaetano Maria Amato, è stato arrestato dalla polizia a Messina per pornografia minorile. Nei suoi confronti il gip della città dello Stretto, su richiesta del procuratore capo Maurizio de Lucia e dell'aggiunto Giovannella Scaminaci, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Gli investigatori non forniscono particolari, a tutela delle vittime. Gaetano Maria Amato, 57 anni, nato a Messina, ha iniziato la sua carriera giudiziaria come pretore a Naso. Si era poi spostato a Messina, prima al tribunale civile e poi a quello fallimentare. Infine, nel 2009, il trasferimento alla corte d'Appello di Reggio Calabria. È padre di tre figli. Il giudice Amato nel 2009, quando era in servizio a Messina, subì un procedimento del Consiglio superiore della magistratura per presunti ritardi nel deposito degli atti. Nella contestazione si rilevava come ci fossero troppe sentenze del magistrato depositate oltre i termini. Per questi ritardi il Csm lo aveva dichiarato colpevole e sanzionato con l'ammonizione. Il reato di pedopornografia configura vari tipi di comportamento, dalla sola detenzione di materiale pornografico alla cessione e diffusione, fino alla produzione di immagini con lo sfruttamento di minori. Il reato prevede, in caso di condanna, la reclusione fino a 12 anni. Pornografia minorile, tre foto a un unico “amico” della rete. Ecco nel dettaglio l’accusa al giudice Gaetano Maria Amato: qualche settimana prima degli arresti aveva ammesso le chat e l’invio di immagini. Sequestrati personal computer e cellulare, gli inquirenti a caccia di nuove prove e di (eventuali) altri “appassionati” di bambini.

Tre foto di due persone minorenni seminude (due) e nude (una), tutte carpite all’insaputa delle vittime e inviate tra il 2014 e il 2015 a un solo utente della rete con dei commenti a corredo, scrive il 5 ottobre 2017 Michele Schinella.  Sono questi i fatti per cui il giudice della Corte d’appello di Reggio Calabria Gaetano Maria Amato, su richiesta della Procura di Messina accolta dal Giudice per le indagini preliminari Maria Vermiglio, è stato arrestato e condotto nel carcere di Gazzi il 3 ottobre scorso. L’accusa per il cinquantottenne è di Pornografia minorile, reato per cui è prevista una pena da 6 a 12 anni di reclusione. Tuttavia, le indagini sul magistrato sono tutt’altro che chiuse. Da quanto si è riuscito a sapere da ambienti vicini agli inquirenti, pochi giorni prima che scattassero gli arresti, a casa del giudice residente a Messina si sono presentati gli agenti della polizia con in mano un provvedimento di perquisizione e di sequestro di supporti telematici e informatici. Nell’occasione della perquisizione, lo stesso giudice ha fatto dichiarazioni spontanee, minimizzando i fatti e ammettendo che in passato aveva intrattenuto delle chat con un pedofilo a cui aveva inviato tre o 4 foto: in sostanza, ciò che gli inquirenti sapevano già e che gli è stato contestato al momento dell’esecuzione della misura cautelare. Gli inquirenti al termine della perquisizione hanno sequestrato e portato via personal computer e telefoni cellulari. La perizia sui supporti informatici permetterà di stabilire se il magistrato ha raccontato la verità e, quindi lo scambio di materiale pedo pornografico è stato occasionale e limitato a quello già accertato, oppure le foto prodotte e inviate sono molto di più e l’interlocutore del giudice non è stato uno solo ma diversi. In quest’ultimo caso, altri interlocutori con la “passione” per le immagine pedo pornografiche potrebbero finire nel mirino della Procura.

Nella rete…della perizia informatica. E’ con lo strumento della consulenza tecnica su strumentazione informatica che – secondo quanto si è riuscito a sapere dagli inquirenti della squadra mobile della polizia di Stato di Bolzano – ci è si imbattuti nel giudice di Messina. Le indagini infatti erano concentrate su un pedofilo che, a tempo pieno, usando diversi account e nick name, navigava sulla rete alla ricerca di materiale pedo pornografico. E’ stata l’accertamento tecnico sul materiale sequestrato a quest’ultimo che ha consentito di individuare tra la miriade di chat e scambio di materiale scottante, le comunicazioni e, soprattutto, le foto che il giudice gli ha inviato. Le carte sono state così trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Messina.

La partita giuridica. La normativa che il legislatore ha dettato dal 1998 in poi contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, prevede diverse fattispecie di reato, di gravità diversa e quindi punite con pena diversa, i cui confini sono stati oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza. Al magistrato Amato, in attesa degli esiti degli ulteriori accertamenti tecnici sul pc e sul cellulare, è contestata la fattispecie più grave (art. 600 ter, primo comma): quella che incrimina chi “utilizzando minori di anni 18, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico”.

Per quanto le foto inviate dal giudice sono state realizzate all’insaputa delle vittime (e, ovviamente, senza la loro minima collaborazione), e sono state inviate a un solo utente, i fatti accertati sembrano rispondere appieno alla interpretazione che la Cassazione (a Sezioni unite) ha offerto della norma. La cassazione nel 2000 (numero 13) ha, infatti, stabilito che la norma “offre una tutela penale anticipata volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia. Per conseguenza il reato è integrato quando la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto”. Non sarà semplice, ma ciò dipenderà anche dal tipo e dalla natura delle chat, per il giudice Amato difendersi sostenendo che l’aver trasmesso le foto a uno sconosciuto (che quindi non dava alcuna garanzia di riservatezza) non abbia determinato il concreto pericolo di diffusione delle stesse e quindi il rischio di pregiudicare il libero sviluppo personale dei minori raffigurati.

Primi provvedimenti. In applicazione della legge, che sul punto non ammette deroghe e riguarda tutti i pubblici funzionari senza che via la necessità di alcuna richiesta specifica di alcuno, il magistrato in conseguenza degli arresti e sin dal giorno successivo è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Allo stesso modo, è stato avviato nei suoi confronti procedimento disciplinare: si tratta, allo stato delle cose, di un grave illecito disciplinare, rientrante nella categoria degli “Illeciti conseguenti a reato” (e dunque diverso da quello compiuto nell’esercizio delle funzioni o fuori dalle stesse, ma sempre facendo pesare il ruolo di magistrato). Questo tipo di illeciti possono portare alla sanzione (anche della rimozione dalla magistratura) solo dopo la condanna irrevocabile.

I viaggi, il teatro e i chihuahua: chi è il giudice arrestato per pedopornografia. Gaetano Maria Amato aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1986. Adesso rischia da sei a dodici anni di carcere per pornografia minorile, scrive il 03/10/2017 "Tribupress.it". Viaggi, teatro, mostre d’arte. Abbondanti foto di due chihuahua di nome Dino e Minou. Sono gli elementi principali del profilo Facebook di Gaetano Maria Amato, il giudice della Corte d’Appello di Reggio Calabria arrestato nelle scorse ore per pornografia minorile. Un’accusa pesantissima, quella avanzata nei suoi confronti dal Procuratore di Messina Maurizio De Lucia e dall’Aggiunto Giovannella Scaminaci, che ha fatto in breve tempo il giro d’Italia. L’ipotesi di reato è quella prevista dall’articolo 600 ter del Codice Penale, che punisce con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa fino a 240.000 euro chiunque produca materiale pornografico o realizzi esibizioni o spettacoli pornografici con protagonisti minorenni. Sulla vicenda gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo a tutela delle vittime. Le indagini sarebbero state svolte dalla Polizia Postale di Catania e riguarderebbero fatti avvenuti a Messina. Nato a Messina cinquantasette anni fa, Amato aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1986, con l’incarico di Pretore a Naso, piccolo centro dei Nebrodi. Poi il trasferimento nel capoluogo e gli scatti di carriera, dalla sezione Civile a quella Fallimentare alla Penale. Qui aveva partecipato ai Collegi di Corte di Assise e alla Sezione Misure di prevenzione. Una carriera regolare, quella del magistrato messinese, che adesso oltre al procedimento penale rischia di essere sospeso e messo fuori organico dal Consiglio Superiore della Magistratura. Non sarebbe la prima volta che la toga passa al vaglio del Csm. Già nel 2009, a seguito di un’ispezione avvenuta durante il suo servizio a Messina nell’inverno del 2005, Amato subì un procedimento per ritardi nel deposito degli atti. Troppe sentenze depositate oltre i termini, secondo l’organo di autogoverno della magistratura, che sanzionò il giudice con un’ammonizione. Nel 2016 aveva difeso con altri giudici l’operato di una collega accusata della stessa inadempienza. Fin qui il profilo professionale. Ma l’accusa per la quale Amato è finito in manette attiene alla sfera privata. A dire qualcosa in più del magistrato finito nella bufera resta soltanto il profilo social. Popolato appunto da una grande quantità di foto di viaggi, di pièce teatrali, di cani per i quali mostra grande tenerezza. Foto di Lipari, Istanbul, delle Bahamas raggiunte a coronamento di un lungo viaggio negli States, iniziato a New York con la visita alla collezione Guggenheim. Poi foto in famiglia, qualche considerazione estemporanea sulla società e le sue brutture. E sempre i cagnolini fotografati in tutte le salse, anche sulle carte che il giudice si portava a casa dal lavoro. “Io ho tre vite, la mia, quella che si inventano gli altri e quelli che gli altri pensano che sia la mia vita”, fa dire a Snoopy in una foto condivisa nel gennaio 2015. Quale di queste sia oggetto delle valutazioni degli inquirenti che hanno portato all’arresto sarà compito della giustizia chiarirlo. 

Beni confiscati, Saguto al Csm: “Sto male. Mandatemi in pensione”. Così eviterebbe di essere cacciata dalla magistratura. Se la richiesta del magistrato venisse accolta in tempi brevi, non solo finirebbe nel nulla il procedimento disciplinare nel quale la procura generale della Cassazione ha chiesto per lei la condanna alla rimozione dall’ordine giudiziario. Ma l'ex presidente della misure di prevenzione del tribunale di Palermo avrebbe anche il diritto di chiedere la corresponsione di quanto le è stato tagliato dalla retribuzione, da quando nel novembre del 2015 è finita sotto inchiesta, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 6 febbraio 2018. Ha chiesto di andare in pensione per motivi di salute. In questo modo eviderebbe di essere rimossa dalla magistratura. E potrebbe recuperare la parte dello stipendio che le è stato tagliato dopo che è finita sotto inchiesta.  È questa l’istanza avanzata al Csm da Silvana Saguto, l’ex presidente della Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, sotto processo a Caltanissetta per corruzione e abuso d’ufficio. L’ex zarina dei beni confiscati a Cosa nostra ha motivato la richeista di essere collegata a riposo con l’inabilità, cioè per ragioni di salute. Se la richiesta venisse accolta in tempi brevi, non solo finirebbe nel nulla il procedimento disciplinare nel quale la procura generale della Cassazione ha chiesto per lei la condanna alla rimozionedall’ordine giudiziario. Ma Saguto avrebbe anche il diritto di chiedere la corresponsione di quanto le è stato tagliato dalla retribuzione, da quando nel novembre del 2015 è stata sospesa dal Csm dalle funzioni e dallo stipendio, a seguito dell’inchiesta di Caltanissetta.Da oltre due anni l’ex presidente di sezione percepisce infatti un assegno di mantenimento pari a un terzo della retribuzione. I tempi però per l’accoglimento della richiesta di pensionamento per malattia non sono solitamente brevi, perché bisogna accertare, anche con perizie, la sussistenza dell’inabilità e se sia tale da giustificare il collocamento a riposo. Non sono nemmeno rapidissimi i tempi di esecuzione delle sentenze disciplinari del Csm, per le quali è consentita l’impugnazione davanti alle Sezioni Unite civili della Cassazione. Gli ermellini possono confermare oppure annullare con rinvio la pronuncia del Csm, disponendo un nuovo processo: in questo caso i tempi si allungano notevolmente. Anche nel caso in cui la Cassazione mette il proprio sigillo alla sentenza disciplinare, perché diventi esecutiva occorre il deposito delle motivazioni. Intanto è momentaneamente fermo il procedimento disciplinare a Saguto, in corso davanti alla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli. Era stato sospeso stamattina dopo che il magistrato aveva fatto recapitare un certificato medico che attesta il suo ricovero in una clinica privata. Il “tribunale delle toghe” ha dunque disposto la visita fiscale: se sarà accertato che effettivamente ricorre un legittimo impedimento, il processo si fermerà in attesa che la diretta interessata sia in grado di rendere le dichiarazioni spontanee, come ha chiesto di poter fare. Diversamente riprenderà il dibattimento e la parola passerà alla difesa di Saguto, assistita dagli avvocati dello studio legale di Giulia Bongiorno. Non ha per ora subito contraccolpi invece il procedimento disciplinare a carico del giudice Fabio Licata, uno dei quattro magistrati coinvolti nel “caso Saguto”, ex componente delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Per lui il pg della Cassazione, Mario Fresa, la condanna alla sospensione dalle funzioni e dallo stipendio per sei mesi. Diverse le accuse di cui deve rispondere Licata: la principale è aver usato il suo ruolo per assicurare a Saguto e ai suoi familiari “ingiusti vantaggi”. E in particolare di avere accettato di assumere, senza un provvedimento formale, le funzioni di giudice delegato prima e poi di presidente del collegio che si occupava di un sequestro di beni nel quale il marito di Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, era coadiutore dell’amministratore giudiziario. Il tutto per “dissimulare il conflitto di interessi” in cui si trovava Saguto. A Licata viene contestato anche di aver aumentato il compenso di Caramma, “per un’attività pari a zero” e “senza alcuna verifica”, ha detto oggi Fresa, che ha definito per questi comportamenti il magistrato “un fantoccio nelle mani di Saguto”. Il processo sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra si è recentemente aperto davanti al tribunale di Caltanissetta. Per il gip Marcello Testaquadra, Saguto avrebbe gestito in modo spregiudicato i patrimoni sottratti alla mafia. Oltre al magistrato, ci sono altri quindici imputati, tra cui l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il padre, il marito e il figlio del magistrato, più alcuni amministratori giudiziari. Le indagini, avviate nel 2015, hanno ricostruito un “sistema” basato su rapporti privilegiati con alcuni professionisti nominati amministratori giudiziari. Le assegnazioni di incarichi e consulenze sarebbero state ricambiate con regali, favori e denaro.

In carcere da innocenti: ne entrano tre ogni giorno, scrive Damiano Aliprandi il 31 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Mille persone ogni anno ricevono un indennizzo perché sono stati ingiustamente detenuti. È quanto emerge da uno studio elaborato dai curatori del sito errorigiudiziari.com. Lo scorso anno si è chiuso con un aumento dei casi di ingiusta detenzione e, di conseguenza, lo Stato ha sborsato più soldi in indennizzi. Questo è il dato relativo al 2017 elaborato da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, giornalisti che curano il sito errorigiudiziari.com. Andando sullo specifico, gli autori dello studio, elaborando gli ultimi dati disponibili del ministero dell’Economia, sono riusciti a fare un raffronto con l’anno precedente. Il 2017 si è chiuso con un dato in aumento sia per quanto riguarda i casi di ingiusta detenzione che hanno toccato quota 1013, contro i 989 registrati nell’anno precedente, sia per l’ammontare complessivo dei relativi risarcimenti che superano i 34 milioni di euro. La città con il maggior numero di casi indennizzati è stata Catanzaro, con 158. Subito alle sue spalle c’è Roma (137) e a seguire Napoli (113), che per il sesto anno consecutivo si conferma nei primi tre posti. Gli autori fanno notare come nella top 10 dei centri dove è più frequente il fenomeno della ingiusta detenzione prevalgano le città del Sud: sono infatti otto su dieci, con le sole Roma e Milano a invertire la tendenza. Catanzaro e Roma sono anche le città in cui lo Stato ha speso di più in risarcimenti liquidati alle vittime di ingiusta detenzione: nel capoluogo calabrese lo scorso anno si è fatta registrare la cifra enorme di circa 8 milioni e 900 mila euro, ben più del doppio di quanto si è speso per i casi della Capitale (poco più di 3 milioni e 900 mila euro).  Al terzo posto Bari con indennizzi versati per oltre 3 milioni e 500 mila euro, che scavalca Napoli, quarta in classifica con più di 2 milioni e 870 mila euro. Il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari è scottante, eppure in occasione dell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il 26 gennaio in Cassazione, non è stato nemmeno sfiorato. Come mai? Provano a rispondere Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone di errorigiudiziari.com, spiegando che le 1000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, secondo giudici e procuratori costituiscono un “dato fisiologico”, una sorta di “effetto collaterale” inevitabile di fronte alla mole di processi penali che si celebrano ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Prendendo in esame gli ultimi 25 anni, i dati complessivi risultano una ecatombe. Dal 1992 a oggi, 26.412 persone hanno subito una ingiusta detenzione. Per risarcirli, lo Stato ha versato complessivamente poco meno di 656 milioni di euro. Se poi si includono anche gli errori giudiziari, il numero delle vittime sale a 26.550, per una somma totale di 768.361.091 euro in risarcimenti versati dal 1992 a oggi. Parliamo dunque di una media annuale di oltre 1000 casi, per una spesa superiore ai 29 milioni di euro l’anno. I dati dei soldi sborsati dallo Stato sono anche poco indicativi. Prendiamo ad esempio l’anno 2016: c’è stato un brusco calo di indennizzi per ingiusta detenzione rispetto agli anni precedenti. Quindi meno innocenti in carcere? No, il vero motivo è un altro. Lo spiegano gli stessi esperti del ministero dell’Economia e delle Finanze: le diminuzioni degli importi corrisposti a titolo di R. I. D. (Riparazione per Ingiusta Detenzione) soprattutto negli ultimi anni non sono conseguenza di una riduzione delle ordinanze, bensì della disponibilità finanziaria sui capitoli di bilancio non adeguata. È necessario distinguere l’ingiusta detenzione dagli errori giudiziari. Nel primo caso si fa riferimento alla detenzione subita in via preventiva prima dello svolgimento del processo e quindi prima della condanna eventuale, mentre nel secondo si presuppone invece una condanna a cui sia stata data esecuzione e un successivo giudizio di revisione del processo in base a nuove prove o alla dimostrazione che la condanna è stata pronunciata in conseguenza della falsità in atti. Nel caso di ingiusta detenzione, l’indennizzo consiste nel pagamento di una somma di denaro che non può eccedere l’importo di 516.456 euro. La riparazione non ha carattere risarcitorio ma di indennizzo. Nel caso dell’errore giudiziario, invece, c’è un vero e proprio risarcimento. Il caso più eclatante di risarcimento è avvenuto esattamente un anno fa. Si tratta del più alto risarcimento per un errore giudiziario riconosciuto in Italia. Sei milioni e mezzo per ripagare 22 anni di carcere da innocente e circa 40 anni vissuti con una spada di Damocle sulla propria esistenza, tra galera e attesa delle decisioni dei giudici da Giuseppe Gullotta.

Pm indisciplinati: 1300 esposti, 1265 assoluzioni, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 6 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Il 92% delle segnalazioni è stata archiviata direttamente nella fase predisciplinare. Nella lunga relazione del procuratore generale della Corte di Cassazione Riccardo Fuzio per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, un intero capitolo è dedicato ai procedimenti disciplinari delle toghe. Dopo la riforma Castelli del 2006, il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati è infatti divenuto obbligatorio per il procuratore generale, rimanendo solo facoltativo per il ministro della Giustizia. «La materia disciplinare si rivela sempre più centrale nel sistema del governo autonomo della magistratura ed è la cartina di tornasole del rapporto di fiducia – o di sfiducia – che lega i cittadini al sistema giudiziario e ciò anche a prescindere dal fatto che la condotta del magistrato denunciata si riveli poi passibile di sanzione disciplinare», scrive il procuratore generale. «Una giustizia che non ha credibilità o comunque legittimazione non è in grado di assicurare la democrazia», aggiunge Fuzio, sottolineando come «la materia di competenza della Procura generale investe questioni di deontologia e di professionalità che anticipano spesso l’aspetto prettamente disciplinare». Nel 2017 sono pervenute alla Procura generale ben 1.340 segnalazioni di possibile rilievo disciplinare (1.363 nel 2016). In notevole incremento sono stati gli esposti di privati cittadini, elemento che «evidenzia una generale sfiducia dell’opinione pubblica verso l’operato della magistratura – prosegue Fuzio -, sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi che gravano su tutte le sedi giudiziarie non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata di chi è tenuto a rendere giustizia». Di queste centinaia di segnalazioni, il 92,7% è stata archiviata direttamente nella fase predisciplinare. Del rimanente 7,3% per cui è stata esercita l’azione disciplinare, le condanne al termine dell’istruttoria sono state solo 35. 4 ammonimenti, 24 censure, 4 perdite di anzianità e 3 rimozioni dalla magistratura. La risposta al perché di numeri così bassi la fornisce lo stesso Fuzio: «Il sistema disciplinare, per unanime constatazione, presenta notevoli lacune e zone “franche” che lasciano spazio a condotte non sanzionabili disciplinarmente e però tutt’altro che insignificanti nella definizione della deontologia complessiva e della figura del magistrato». In altre parole, essendo gli illeciti disciplinari per le toghe dal 2006 “tipizzati”, ciò che non è espressamente indicato non è sanzionabile. In questo sistema ipergarantista, molte condotte «non ritenute meritevoli di sanzione disciplinare, e sovente nemmeno di inizio di azione disciplinare, ben potrebbero o dovrebbero essere tenute in considerazione dal Csm per i diversi profili attinenti le valutazioni di professionalità”, evidenzia però Fuzio. Il numero dei magistrati valutati non positivamente è attualmente pari a solo lo 0,58% del totale. Un numero che «non ha eguali in nessuna organizzazione complessa», disse stigmatizzando il dato lo scorso anno in Plenum l’ex presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio. Fra le tante e varie anomalie, meritano di essere segnalati i casi di «appiattimento di qualche pubblico ministero poco diligente rispetto all’attività della polizia giudiziaria. Si sono riscontrati casi di “copia- incolla”, non solo di provvedimenti del Gip rispetto alla richiesta del pubblico ministero, ma anche di richieste cautelari del Pm rispetto al rapporto informativo della polizia giudiziaria, sintomo del conseguente rischio che gli errori di quest’ultima, se non adeguatamente vagliati, si riverberino in gravi violazioni di legge da parte dei magistrati».

"Il processo Borsellino: un monito. La giustizia non ha funzionato", scrive sabato 27 Gennaio 2018 "Live Sicilia”. "L'esito drammatico del primo e del secondo processo per la strage di via D'Amelio deve servirci da monito perché dimostra che il sistema investigativo e giudiziario nel suo complesso non ha funzionato malgrado le numerose garanzie di cui il nostro ordinamento dispone". Lo ha detto il procuratore generale di Caltanissetta Sergio Lari, durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Un riferimento chiaro alle condanne ingiuste ora cancellate dal processo di revisione a Catania, a cui i giudici in passato erano arrivate ritenendo credibili le dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. "L'epilogo di questa vicenda deve indurci - ha aggiunto Lari - a riflettere sulla fallacia della giustizia umana e sul rischio sempre incombente dell'errore giudiziario". 

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di mille esposti l'anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati 9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su "Il Giornale". Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all'origine, secondo il procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, «dell'aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido d'allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di assicurare la democrazia». Nell'ultimo anno sono pervenute alla Procura generale, che è titolare dell'azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti possibili irregolarità nell'attività delle toghe, tra pm e giudicanti. Numeri in linea con l'anno precedente (1.363) e con l'ultimo quinquennio (la media è di 1.335 all'anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l'archiviazione per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l'89,7% dei procedimenti definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3% si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie, dell'eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica e giustizia, in parte, può essere l'effetto delle soventi delegittimazioni provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma - ammette - può essere anche il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del 22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore, che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o consone per un magistrato, dall'utilizzo allegro di Facebook alla violazione del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso, nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno inaugurato l'anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare nessun mea culpa. "Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso". "La Banca Mondiale mette l'Italia alla casella numero 108 nella classifica sull'efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell'economia". "Se per far fallire un'azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese". "Ultimamente abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo". "È imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per l'economia nazionale". "Non se ne può più di assistere allo spettacolo di pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla, rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà che l'indagine ha procurato loro". "La giustizia viene ancora strumentalizzata a fini politici". "In Italia esistono due pesi e due misure a seconda di chi è indagato o processato". "L'economia italiana è frenata da un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione". "Le vittime delle truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non sono stati adeguatamente perseguiti". "A questo giro elettorale qualcosa non torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in vigore dopo il reato per cui è stato condannato". Ieri in Italia si è aperto l'anno giudiziario e in ogni tribunale del Paese, con gli ermellini sulle spalle e i berrettini neri sulla testa, i procuratori generali hanno recitato il loro discorso inaugurale, fotografando senza sconti lo stato della giustizia italiana. Quelle riportate sopra, tra virgolette, sono le frasi di j'accuse che avremmo voluto sentire. Purtroppo non è stato possibile. L'autoanalisi non appartiene alla categoria dei magistrati, i quali, anche quando devono parlare del loro lavoro, non si siedono mai sul banco degli imputati ma trovano sempre il modo di puntare l'indice altrove. Restano eterni giudicanti, senza neppure essere colti dal sospetto che, almeno in sede di bilanci, bisognerebbe prestare attenzione alla trave che si ha nel proprio occhio piuttosto che alla pagliuzza in quello altrui. Così ieri abbiamo assistito a un elenco di banalità, conosciute anche da chi non ha mai messo piede in un'aula giudiziaria. Il procuratore di Prato sostiene che "in città c'è la mafia cinese ed è difficile da contrastare". Bella scoperta, quello toscano è il comune con il maggior numero di persone e attività cinesi in rapporto alla popolazione. Quello di Napoli ci ha fatto sapere - ma davvero? - che "in città spadroneggia la camorra, aiutata da un muro di omertà". Illuminante. A Milano, dove le cose vanno un po' meglio, abbiamo appreso che "la minaccia terroristica in Italia resta alta perché l'Isis ha messo ripetutamente il nostro Paese nel mirino". Abbiamo appreso che sono state anche fatte delle indagini per dimostrare che il terrorismo islamico non scherza. A Torino, da sempre meta dell'immigrazione meridionale, c'è un poco di 'ndrangheta mentre a Bologna destano preoccupazione i delitti contro le donne e le baby gang. E gli arretrati dei rispettivi tribunali? I tempi dei processi? La percentuale di sentenze riscritte in appello e quella di innocenti incarcerati? Il numero di criminali liberati per decorrenza termini o per un errore formale? Informazioni irrilevanti, di cui la magistratura non ha ritenuto di dover rendere conto alla cittadinanza. Non c'è da stupirsi. Già venerdì, quando ha preso la parola a Roma il procuratore generale della Cassazione, si era capito dove si sarebbe andati a parare. Con tutti i casini del nostro sistema giudiziario, l'ermellino se l'è presa con i social, che gli italiani usano a sproposito, scrivendo la prima cosa che passa loro per la mente, incapaci di controllarsi. Per non parlare poi delle fake news, le balle della rete, che disinformano peggio dei giornali e fanno più danni di una sentenza sbagliata. Insomma, non più solo i politici, categoria ora finita in disgrazia. Pare che i giudici oggi vogliano fare qualsiasi cosa, dai giornalisti, ai ricercatori Istat, agli assistenti sociali, ai poliziotti, agli psicologi, tranne che il loro mestiere. Criticano tutti eccetto che loro stessi, hanno un'idea precisa di tutta la società e una soluzione per ogni problema ma non per quelli della giustizia. "Dobbiamo fare ciò che vogliono, altrimenti ci arrestano tutti" disse una volta Flaminio Piccoli, storico segretario della Democrazia Cristiana negli anni Settanta. Eravamo prima di Tangentopoli e da allora la situazione è solo peggiorata. Le toghe erano uno dei tre poteri dello Stato, ora sono rimasti l'unico, causa suicidio degli altri due, quello legislativo e quello esecutivo, per bulimia e incompetenza. E questa situazione di privilegio se la godono tutta, giudicando, pretendendo e non riconoscendo mai i propri errori. Fanno paura e fanno bene ad approfittarne, non a caso sono gli unici dipendenti pubblici i cui scatti di stipendio non si sono mai fermati negli otto anni di crisi, malgrado il loro appannaggio fosse già di gran lunga il più alto di tutti. Stupidi gli altri.

Come nasce l’impunità dei magistrati. Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Parla Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. C’entra anche la possibilità di influenzare la politica, scrive Maurizio Crippa il 20 Maggio 2015 su "Il Foglio". Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, dalle pensioni ai ricorsi sugli Autovelox, il paese di decenni consumati nella guerra senza vincitori tra magistratura e politica, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, sul petto le medaglie di inchieste importanti condotte rifuggendo i clamori mediatici, ha preso spunto sul Messaggero di lunedì dal ricorso alla Corte costituzionale da parte di un giudice civile di Verona contro la legge sulla responsabilità civile per dire cose importanti: non solo sulla magistratura, ma sui guasti illiberali che da tempo minano la convivenza civile. Argomenta, Nordio, che al primo ricorso altri seguiranno, e verosimilmente saranno accolti perché non esiste una “manifesta infondatezza” tecnica. Anche il principio del “chi sbaglia paga” sventolato spesso dalla politica, è mal posto: “In tutto il mondo ci sono due o tre gradi di giudizio, proprio per il principio di poter rimediare a errori; ma non esistono sale operatorie di primo, secondo, o terzo grado. La giustizia prevede di poter sbagliare. Per questo la legge parla di errore in quanto ‘travisamento del fatto’, non di errori di merito o di interpretazione”. Ma tutto questo non fa dire a Nordio, come magari a qualche suo collega, che debba esistere una sostanziale impunità. E non toglie che ci siano “errori non scusabili. Primo: il magistrato che non conosce la legge. Secondo: il magistrato che non legge le carte. Ma io dico che porre un risarcimento pecuniario in questi casi non serve, tanto siamo già tutti assicurati. No, ci vuole una sanzione sulla carriera, a seconda della gravità. Se un magistrato non sa fare il suo dovere, deve essere giudicato e sanzionato”. Questo sul merito di una legge che è stata vissuta da una parte della magistratura come un assalto. Ma la cosa più interessante, per Nordio, è spiegare perché le cose vadano così. Perché non solo sia difficile risarcire gli errori giudiziari e sanzionare i colpevoli, ma anche valutare le carriere. In una visione liberale e di sostanza come la sua, il guasto sta nel manico. Andiamo per ordine. “Siamo l’unico paese al mondo con un processo accusatorio e con azione penale obbligatoria. Per cui abbiamo creato l’informazione di garanzia da inviare quando si apre un fascicolo, ‘obbligatoriamente’. Ma siccome siamo un paese, diciamo così, imperfetto, l’informazione di garanzia è diventata una condanna preventiva in base alla quale un politico può essere costretto a dimettersi. Fate due più due: obbligatorietà dell’azione penale più obbligatorietà dell’informazione di garanzia uguale estromissione dalla politica. Ovvero, i pm condizionano la politica. Qui nasce lo strapotere. Oltre al fatto che è lo stesso pm che comanda la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa. E al fatto che detiene il potere di estrapolare dall’indagine un’ipotesi di reato anche diversa, e di estendere le indagini ad altri reati e altre persone”. Così parte un altro avviso di garanzia, e si ricomincia: la possibilità di influenzare la politica è davvero enorme. “Ma è colpa di un sistema che lo permette, questo strapotere. Da qui nasce la commistione perversa tra giustizia e politica”. Da un lato la magistratura condiziona la politica, dall’altro c’è la sua non giudicabilità. Nordio preferisce muoversi nei territori di una visione liberale e non delle polemiche. “Nel 1989 abbiamo adottato il nuovo Codice di procedura penale, ma abbiamo lasciato le basi del sistema come erano prima. Prendiamo gli Stati Uniti: lì l’Attorney ha molto potere e c’è la discrezionalità dell’azione penale. Però le carriere sono separate e inoltre il giudice – la sua controparte – non decide del fatto, di quello decide la giuria. Ha presente i telefilm? “Obiezione accolta… la giuria non ne tenga conto”. Per questo alla fine l’Attorney è giudicato secondo i suoi risultati. E allo stesso tempo nessuno ha il problema di fare causa al giudice, dovrebbe al massimo farla ai giurati. Ma questo nel nostro ordinamento non c’è, noi abbiamo inserito la riforma su un impianto costituzionale basato sul codice Rocco. Senza separazione delle carriere, senza meccanismo di valutazione esterna dei magistrati. E’ come prendere una Ferrari e metterci il motore della 500”. Di Nordio è nota la posizione sulle intercettazioni. “Sono un male necessario, come le confidenze alla polizia. Detto questo, la soluzione c’è senza imbavagliare la stampa. Il problema che da elemento di ricerca di una prova (e che quindi dovrebbero rimanere fuori dai fascicoli processuali) sono diventati elemento di prova e come tali vengono trascritte. E una volta che i fascicoli sono depositati è difficile dire a un giornalista di non pubblicarle. Ma c’è di più: poiché diventano prove, allora è giusto siano inserite tutte, anche quelle irrilevanti. Basterebbe non abusarne, ma ne abusiamo”. Così la libertà di stampa ridotta a circo mediatico-giudiziario: “La cosa grave è che alla fine della catena spesso al giornalista non arriva il nome che gli interessa, ma quello che i pm hanno messo nel fascicolo”. Bisogna portare Nordio un po’ fuori dal suo terreno d’elezione per sentirgli esprimere giudizi ponderati sul paese del “nessuno mi può giudicare”. Individua il retaggio profondo, atavico, “nel paese di cultura cattolica, dove alla fine tutto è perdonato”. Con buona pace di Bergoglio, è “la riserva mentale di un gesuitismo profondo. A differenza di paesi protestanti che hanno introiettato la responsabilità personale. E’ l’angoscia dei giansenisti, dei calvinisti, per il rimorso. In Italia continuiamo a parlare di etica della responsabilità, ma è sempre la responsabilità degli altri”. A questo si somma un’altra pecca, la vocazione a supplire con le leggi alla mancanza di regole condivise, per cui “abbiamo dieci volte le leggi della Gran Bretagna e continuiamo a metterne, o ad alzare i massimali di pena, senza che ciò abbia conseguenze pratiche, anzi”. E’ un po’ il caso delle nuove leggi sull’anticorruzione? “E’ un buon esempio. Invece servono poche leggi, chiare, rispettate”. E’ anche per questo che assistiamo al debordare del potere giudiziario, quello che gli anglosassoni chiamano “giuridicizzazione”, in cui ogni decisione diventa questione di magistrati, non di scelta politica? “E’ un altro problema culturale. Ma tanto più è debole la politica, tanto più lo spazio viene occupato dalla magistratura. E a molti livelli sul diritto per come è scritto prevale quello che viene chiamato con uno slogan ‘il diritto vivente’. Ad esempio è quello che ha fatto la Consulta sulle pensioni ritenendo, credo, di dover dire qualcosa sui livelli di salvaguardia dei redditi, cosa che dovrebbe decidere invece il Parlamento”. Hanno notato in molti: la Consulta forza la mano alla politica. “Un aspetto mi inquieta. La sua sentenza aggrava i conti pubblici, impone al governo di operare senza la necessaria copertura, cosa che invece la Costituzione prevede. Siamo a un caso in cui la Corte costituzionale, per assurdo, forza l’esecutivo ad agire al di fuori della Costituzione”.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

GLI ONNIPOTENTI PADRETERNI. GLI IMPUNITI.

Il male e i talebani del “bene”, scrive il 3 dicembre 2017 su "La Repubblica" Enrico Bellavia - Giornalista di Repubblica. Chiesero a Luciano Liggio se esistesse la mafia e lui serafico rispose, sì, se esiste l’antimafia. Vero perché troppo spesso in Italia quell’“anti” vive solo nella ragione del suo opposto. Così se c’è la mafia, c’è l’antimafia e se c’è il fascismo c’è anche l’antifascismo. Così i destini del male e del suo antidoto sembrano indissolubilmente legati. L’antimafia che è o dovrebbe essere la sostanza dello stato di diritto, esiste invece come una setta, una organizzazione da contrapporre alla mafia e non la ragione stessa del vivere civile. Ci si deve accreditare antimafiosi per vedersi riconoscere la legittimazione a dire qualcosa, altrimenti si rischia l’indistinto anonimato dell’ovvietà. Ma con i galloni addosso dell’antimafiosità militante, allora anche la banalità dell’evidenza, veste i panni del martirio sofferto della rivelazione. L’antimafia che avrebbe dovuto essere la constatazione che nella società, nella vita civile, nel sostrato di regole e diritti di un Paese c’erano già gli strumenti per la ribellione, ha finito con l’essere una comoda tenda sotto la quale accasarsi mentre altri impiantavano il gabbiotto dell’ufficio rilascio patenti. Il talebanismo antimafioso, fatto di dogmi e uomini simbolo, fatto di eroi di carta vendicatori delle verità negate ha finito con il prendersi tutto il campo, consegnando in dote ai populismi di ogni risma la genuina volontà di un popolo, siciliano, italiano, di farla finita con i bravi. Ecco, l’antimafia come totem, il venerabile nulla al quale votarsi incuranti di selezionare i compagni di strada, consegnando ruoli da guru agli illuminati del momento, la perpetuazione di un male presupposto del bene che gli si oppone è l’unico totem dal quale fuggire e di gran carriera. Non lo fanno gli antimafiosi tutti d’un pezzo, quelli mai un dubbio, quelli che decidono a chi concedere la benemerenza della parola. Quelli che se la raccontano ogni giorno e sperano, in cuor loro che ci sia sempre un nemico, così tanto per giustificare la loro di esistenza di anti qualcosa. Magari con il fondoschiena poggiato su qualche polverosa poltrona di comando di qualcosa diventata per contatto essa stessa antimafiosa. L’antimafia del contagio virtuoso è così l’antimafia del contatto provvidenziale. E per tutto il resto basta un po’ di martirio, una spruzzatina di illuminismo, due quarti di ovvietà e un terzo di furbizia.  Dopotutto ogni totem incarna un tabù.

L’arrestocrazia e il potere del “Coro antimafia”, scrive Piero Sansonetti l'11 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dal caso De Luca al caso Spada, quando l’arresto mediatico e a furor di popolo conta più le regole del diritto. E chi dissente è considerato un complice dei farabutti. Ieri pomeriggio Cateno De Luca è stato assolto per la quattordicesima volta. Niente concussione, nessun reato. A casa? No, resta agli arresti perché dopo 15 accuse, 15 processi e 15 assoluzioni, martedì scorso era arrivata la 16ima accusa. E ci vorrà ancora un po’ prima che sia assolto di nuovo. Stavolta l’accusa è evasione fiscale. Non sua, della sua azienda. Cateno De Luca è un deputato regionale siciliano. Era stato eletto martedì. Lo hanno ammanettato 24 ore dopo. L’altro ieri sera invece era stato fermato Roberto Spada. Stiamo aspettando la conferma del suo arresto. Lui è in una cella a Regina Coeli. Roberto Spada è quel signore di Ostia che martedì ha colpito con una testata – fratturandogli il naso – un giornalista della Rai che gli stava facendo delle domande che a lui sembravano inopportune e fastidiose. È giusto arrestare Spada? È stato giusto arrestare Cateno De Luca? A favore dell’arresto ci sono i giornalisti, gran parte delle forze politiche, una bella fetta di opinione pubblica. Diciamo: il “Coro”. Più precisamente il celebre “Coro antimafia”. Che ama la retorica più del diritto. Contro l’arresto c’è la legge e la tradizione consolidate.

Prendiamo il caso di Spada. La legge dice che è ammesso l’arresto preventivo di una persona solo se il reato per il quale è accusata è punibile con una pena massima superiore ai cinque anni. Spada è accusato di lesioni lievi (perché la prognosi per il giornalista è di 20 giorni) e la pena massima è di un anno e mezzo. Dunque mancano le condizioni per la custodia cautelare. Siccome però il “Coro” la pretende, si sta studiando uno stratagemma per aggirare l’ostacolo. Pare che lo stratagemma sarà quello di dare l’aggravante della modalità mafiosa. E così scopriremo che c’è testata e testata. Ci sono le testate mafiose e le testate semplici. Poi verrà il concorso in testata mafiosa e il concorso esterno in testata mafiosa.

Mercoledì invece, dopo l’arresto di Cateno De Luca, non c’erano state grandi discussioni. Tutti – quasi tutti – contenti. Sebbene l’arresto per evasione fiscale sia rarissimo. Ci sono tanti nomi famosi che sono stati accusati in questi anni di evasione fiscale per milioni di euro. Alcuni poi sono stati condannati, alcuni assolti. Da Valentino Rossi, a Tomba, a Pavarotti a Dolce e Gabbana, a Raul Bova e tantissimi altri. Di nessuno però è stato chiesto, ovviamente, l’arresto preventivo. Perché? Perché nessuno di loro era stato eletto deputato e dunque non c’era nessun bisogno di arrestarlo. L’arresto, molto spesso, specie nei casi che più fanno notizia sui giornali, dipende ormai esclusivamente da ragioni politiche. E il povero Cateno ha pagato cara l’elezione. I Pm non hanno resistito alla tentazione di saltare sulla ribalta della politica siciliana. Comunque qui in Italia ogni volta che qualcuno finisce dentro c’è un gran tripudio. L’idea che ormai si sta affermando, a sinistra e a destra, è che l’atto salvifico, in politica, sia l’arresto. Mi pare che più che in democrazia viviamo ormai in una sorta di “Arresto- Crazia”. E che la nuova aristocrazia che governa l’arresto-crazia sia costituita da magistrati e giornalisti. Classe eletta. Casta suprema.  Gli altri sono colpevoli in attesa di punizione. Poi magari ci si lamenta un po’ quando arrestano i tuoi. Ma non è niente quel lamento in confronto alla gioia per l’arresto di un avversario. Il centrodestra per esempio un po’ ha protestato per l’arresto pretestuoso di Cateno De Luca. Il giorno prima però aveva chiesto che fosse sospesa una fiction in Rai perché parlava di un sindaco di sinistra raggiunto da avviso di garanzia per favoreggiamento dell’immigrazione. Il garantismo moderno è così. Fuori gli amici ed ergastolo per gli avversari. Del resto la sinistra che aveva difeso il sindaco dei migranti ha battuto le mani per l’arresto di Cateno.

L’altro ieri intanto è stato minacciato l’avvocato che difende il ragazzo rom accusato di avere stuprato due ragazzini. L’idea è quella: “se difendi un presunto stupratore sei un mascalzone. Il diritto di difesa è una trovata farabutta. Se uno è uno stupratore è uno stupratore e non serve nessun avvocato e nessunissima prova: condanna, galera, pena certa, buttare la chiave”. Giorni fa, a Pisa, era stato aggredito l’avvocato di una ragazza accusata di omicidio colposo (poi, per fortuna, gli aggressori hanno chiesto scusa). Il clima è questo, nell’opinione pubblica, perché questo clima è stato creato dai politici, che sperano di lucrare qualche voto, e dai giornali che un po’ pensano di lucrare qualche copia, un po’, purtroppo, sono scritti da giornalisti con doti intellettuali non eccezionali. E se provi a dire queste cose ti dicono che sei un complice anche tu, che stai con quelli che evadono le tasse, che stai con quelli che danno le testate. Il fatto che magari stai semplicemente col diritto, anche perché il diritto aiuta i deboli mentre il clima di linciaggio, il forcaiolismo, la ricerca continua di punizione e gogna aiutano solo il potere, beh, questa non è nemmeno presa in considerazione come ipotesi. Tempo fa abbiamo pubblicato su questo giornale “La Colonna Infame” di Manzoni. Scritta circa due secoli fa. Due secoli fa? Beh, sembra ieri…

P. S. Ho letto che Saviano ha detto che Ostia ormai è come Corleone. Corleone è la capitale della mafia. A Corleone operavano personaggi del calibro di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Corleone è stato il punto di partenza almeno di un migliaio di omicidi. Tra le vittime magistrati, poliziotti, leader politici, sindacalisti, avvocati. Paragonare Ostia a Corleone è sintono o di discreta ignoranza o di poca buonafede. Ed è un po’ offensivo per le vittime di mafia. P. S. 2. Il giornalista Piervincenzi, quello colpito con la testata da Spada, ha rilasciato una intervista davvero bella. Nella quale tra l’altro, spiega di non essere stato affatto contento nel sapere dell’arresto di Spada. Dice che lui in genere non è contento quando arrestano la gente. Davvero complimenti a Piervincenzi. Io credo che se ci fossero in giro almeno una cinquantina di giornalisti con la sua onestà intellettuale e con la sua sensibilità, il giornalismo italiano sarebbe una cosa sera. Purtroppo non ce ne sono.

Consiglio di Stato, minigonne obbligatorie e il divieto di matrimonio: scandalo alla scuola per futuri magistrati. Pugno duro - Verso la destituzione il consigliere Bellomo: gli strani criteri di selezione della sua scuola per futuri magistrati, scrive Carlo Tecce l'8 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Clausola del fidanzato, divieto di matrimonio e obbligo di minigonne – “fino a un terzo della distanza dall’anca al ginocchio per le occasioni mondane” – scelta meticolosa delle calze e della marcatura del trucco. Una totale sottomissione al docente. Più che studi di formazione al concorso in magistratura, quelli della società Diritto e Scienza erano “addestramenti”, termine che rivendica il direttore scientifico Francesco Bellomo, quarantenne di Bari, ex magistrato ordinario, ora consigliere di Stato. Il contratto per i borsisti della scuola non rispetta la “libertà e la dignità della persona”, sottolinea invece il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (guidato da Alessandro Pajno) che ha approvato la destituzione, cioè la rimozione dall’incarico di Bellomo. Per rendere effettiva la sanzione più grave, però, occorre il parere dell’adunanza dei consiglieri. Ma il racconto che emerge dal dibattimento è inquietante. Palazzo Spada ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto del padre di un’allieva. Ha ascoltato la figlia, in passato legata al consigliere, e un’altra ragazza. Ha esaminato gli articoli della rivista di Diritto e Scienza e le fonti – anche dei carabinieri – che hanno contribuito a ricostruire la delicata vicenda. Poi ha elaborato un documento finale – che il Fatto ha visionato – in un cui riassume i quattro addebiti disciplinari che “violano il prestigio della magistratura”. Il primo riguarda i rapporti – anche personali – fra il docente e le allieve e le imposizioni ineludibili per non perdere la borsa di studio: “Risulta che era il consigliere Bellomo a sottoporre a colloquio gli aspiranti a tale borsa di studio e a selezionarli. L’accesso alle borse di studio comportava per i borsisti la sottoscrizione di un vero e proprio contratto. Il contratto prevede numerosi impegni dei borsisti nell’interesse della società, tra cui la scrittura di articoli per la rivista Diritto e Scienza, la partecipazione a studi e convegni, la promozione dell’immagine della società. (…) È emerso che conteneva una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento: decadenza in caso di matrimonio; fidanzamento consentito solo se il/la fidanzato/a risultasse avere un quoziente intellettuale pari o superiore a un certo standard; competeva al consigliere stabilire se i fidanzati o fidanzate dei o delle borsiste superassero il quoziente minimo necessario per essere fidanzati e/o ammessi/e (ciò appare particolarmente significativo). È stato poi dichiarato che, allegato a tale contratto, vi fosse un documento contenente il cosiddetto dress code, che prevede diversi tipi di abbigliamento dei borsisti a seconda delle occasioni. Per l’abbigliamento femminile si fa anche menzione alla diversa lunghezza della gonna, del tipo di calze e del tipo di trucco”. La “qualità” del fidanzato/a influiva sul percorso di formazione dei borsisti: “Dalla rivista giuridica della società si desumono le modalità e gli strumenti valutativi per attribuire il punteggio che consente di beneficiare delle borse di studio di fascia A e di fascia B. Per quanto riguarda il genere femminile, i criteri di scelta si riassumono in potere/successo; intelligenza; capacità di amare; bellezza; personalità. Per quanto riguarda, invece, i criteri di scelta del genere maschile: bellezza; femminilità; attitudine materna; intelligenza; eleganza”. E dopo la promozione o la bocciatura cosa succedeva? Una borsista, rivela una ragazza, aveva deciso di lasciare il fidanzato perché ambiva alla fascia A e Bellomo le aveva proposto di “sottoscrivere un contratto con il quale si impegnava a corrispondergli 100 mila euro se non avesse tenuto fede a questa decisione”. Il borsista era costretto a un vincolo di riservatezza assoluto, l’unico referente era Bellomo. E dunque il direttore scientifico poteva “esporre in pubblico la vita personale della borsista inadempiente”, durante le lezioni e negli articoli. È accaduto a un’ex allieva e fidanzata di Bellomo. Il relatore Sergio Zeuli “cita alcuni argomenti della vita della donna riportati nelle riviste, gli incontri con il suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni degli incontri e tutta una serie di particolari intimi, sui quali per decenza evita di intrattenersi”. Per Palazzo Spada, Bellomo è colpevole pure di aver gestito la società Diritto e Scienza come un amministratore, ben oltre l’incarico di insegnamento, autorizzato dal Consiglio di Stato dal 2009 al 2016. E non solo. Ha tentato di sfruttare la sua posizione di magistrato per ottenere l’accompagnamento coattivo dai carabinieri dell’ex allieva e fidanzata per una “conciliazione” in caserma. Il consigliere Hadrian Simonetti, per sostenere la richiesta di destituzione, conclude l’intervento con l’implorazione del padre della ragazza: “Vi chiedo con il massimo rispetto, quale cittadino e quale padre, se un alto magistrato che appartiene a un organo così illustre della Repubblica possa accanirsi così, anche avvalendosi di una procedura apparentemente legale, nei confronti di una giovane ragazza in evidente stato di inferiorità. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con una scuola che pubblicizza con il nome di borse di studio contratti che si rilevano un capestro per i firmatari. Mi chiedo se l’immagine del Consiglio di Stato sia compatibile con un contratto/borsa di studio nel quale è imposta l’assoluta segretezza e dove si chiede fedeltà assoluta a una persona, dove si coartano scelte personalissime e diritti inviolabili della persona e dove uomini e donne sono classificati in esseri superiori e inferiori”. Il Consiglio di presidenza ha risposto con la punizione più severa. Adesso il Csm dovrà valutare la condotta di un magistrato, collaboratore del capo di Diritto e Scienza. Contattato dal Fatto per una replica, Bellomo ha spiegato che non può parlare finché non sarà chiuso il procedimento disciplinare.

Gogna per le “ribelli” e “trasgressività”: il codice-magistrate. I criteri della scuola di formazione giuridica del consigliere di Stato Bellomo. “Le minigonne? Lo dice anche Ichino”, scrive Marco Franchi il 10 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Il Consiglio di Stato ha aperto un’istruttoria dopo l’esposto di un padre di un’allieva, “vittima” del sistema Bellomo, ex magistrato ordinario, consigliere di Palazzo Spada e soprattutto dominus dei corsi di formazione per magistrati della società “Diritto e scienza”. Le regole – anzi i “contratti” – di “Diritto e scienza” prevedono per le borsiste obbligo di minigonna in determinate situazioni, valutazioni sugli standard dei fidanzati (alcuni quindi sono stati lasciati…) e norme sui matrimoni. Il tutto – secondo il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa – ha rappresentato una violazione del “prestigio della magistratura”. Bellomo dunque è stato proposto per la destituzione. Ecco una breve antologia del sistema-Bellomo.

Le regole, i fidanzati e la teoria di Darwin. Il codice di condotta di Bellomo è stringente: “Il borsista è vincolato alla fedeltà nei confronti del direttore”; “La scelta del partner (del borsista, ndr), applicando i dettami della teoria della selezione naturale, deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente”. E ancora: “La negazione dei criteri scientifici porta come inevitabile conseguenza che l’operatore orienti le proprie scelte verso il modello rispettivamente del fidanzato sfigato e della donna oggetto”. Una delle studentesse racconta: “C’era anche una clausola riguardante la scelta del fidanzato. Le borsiste avrebbero dovuto assegnare un punteggio algoritmico al loro fidanzato e confrontarlo con il punteggio assegnato da Bellomo. Se i due punteggi non coincidevano, prevaleva quello assegnato dal consigliere Bellomo”. Anche perché il borsista – sempre secondo il codice – “non potrà mantenere o avviare relazioni intime con soggetti che non raggiungano il punteggio di 80/100 se appartenente alla prima fascia, di 75/100 se appartenente alla seconda fascia. Il borsista decade automaticamente non appena contrae matrimonio”.

Che eleganza questo “dress code”. Il punto 4 del codice prevede, inoltre che “il borsista deve attenersi al dress code in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività”.

La “dottrina” del lavoro e il lodo iraniano. Proprio riguardo al dress code la difesa di Bellomo – sostenuta dal consigliere Birritteri nell’udienza del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che poi deciderà di rimuovere il magistrato – cita: “Pietro Ichino nel suo trattato del 2003, affronta proprio il problema del dress code e dice: ‘Accade che il datore di lavoro chieda al prestatore il rispetto di disposizioni circa l’abbigliamento o l’aspetto personale’. È chiaro che l’obbligo del prestatore di lavoro è perfettamente identico all’obbligo contrattualmente assunto da un borsista. (…) ‘Questo vale anche per la pattuizione dell’obbligo di portare abiti moderatamente-sexy, quando la particolarità dell’abito non sconfini nell’indecenza. Minigonne e camicie attillate – sempre la citazione di Ichino della difesa di Bellomo – non possono considerarsi di per sé lesive della dignità della persona’.” Ma la difesa di Bellomo va oltre: “Viviamo brutti tempi, mi preoccuperei più che delle minigonne delle giuste preoccupazioni delle hostess dell’Air France. Sapete perché hanno protestato? Perché la compagnia ha ripreso i voli per Teheran e non hanno apprezzato le hostess. La circolare interna della compagnia ha richiesto loro l’obbligo di indossare pantaloni, una giacca lunga e di coprire la testa e i capelli con un velo al momento dell’uscita dell’aereo. Preoccupazioni esattamente opposte. Ora dico: forse dovremmo preoccuparci di più di chi ci vuole mettere il burqa e il velo in testa anziché contestare un dress code”.

La gogna sulla rivista scientifica. Diritto e scienza è anche una pubblicazione curata dallo stesso magistrato ed è oggetto anche essa dell’incolpazione nei confronti di Bellomo. Ha ospitato contenuti difficilmente ascrivibili alla “scienza” giuridica. In particolare vi sono riportate le vicende personali di una borsista – indicata con nome e cognome – come gli incontri con un suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni e tutta una serie di particolari intimi in evidente violazione della privacy. Sugli accadimenti della vita personale di questa donna si scatena poi una sorta di “caccia all’uomo”, nella quale vari lettori della rivista intervengono per commentare le scelte e i fatti personalissimi della borsista. Alla quale dedica risposte lo stesso Bellomo, scientificamente s’intende: “È vero, lei ha evidenti limiti che l’addestramento non ha risolto, ma dell’immensa quantità di donne che ho avuto, peraltro di elevata qualità media, lei è stata una delle poche, se non l’unica, a non avermi fatto sentire solo. Se perderla è il prezzo che pago per le pubblicazioni, è alto. Mi consolo con l’utilità didattica che hanno avuto. Lo sviluppo palesato dagli allievi, costretti ad applicare categorie scientifiche ad una storia di vita, è stato eccezionale”.

La scienza dell’amore: una e-mail. Sempre nel rispetto della scienza giuridica, così Bellomo presenta un numero della sua rivista del 2013: “Il 30 agosto ricevetti una e-mail. “Se è vero tutto quello che mi hai detto, noi dobbiamo stare insieme. (…) Dovremmo stare insieme, oggettivamente. I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia. Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio”. “Seguire la via razionale non è stato uno sbaglio…”. Per convincermi aveva impiegato la teoria delle “convergenze geometriche”, che io stesso avevo elaborato come versione moderna del mito platonico dell’anima gemella”. Però gli amanti – nel mondo reale – falliscono. La donna cambia idea, adduce “un episodio – scrive Bellomo – a suo giudizio gravissimo di cui ero stato responsabile, aggiungendo: ‘Non facciamoci altro male. Ti auguro ogni bene’”. Bellomo rimugina: “‘I sentimenti possono mutare (…), ma la realtà non cambia’. In un mese aveva cambiato idea su una cosa che non ammette mutamenti. E che lei stessa aveva definito immutabile”. I lettori di Diritto e scienza avranno capito di chi si tratta? Avranno indovinato chi ha infranto il codice?

LO SBERLEFFO Vedi alla voce “Ripubblica”, continua "Il Fato Quotidiano". “Minigonna imposta alle allieve, due magistrati rischiano il posto”. Lo leggiamo su Repubblica e proviamo uno strano senso di déjà vu. Dove l’abbiamo sentito già? Mistero. Andiamo avanti. “Un consigliere di Stato, Francesco Bellomo, già proposto per la destituzione dai suoi colleghi. (…) Due toghe – che avevano ricevuto distinte autorizzazioni per insegnare diritto alla scuola di formazione ‘Diritto e Scienza’ – avevano elaborato codici di comportamento lesivi della libertà dei partecipanti: Bellomo, il direttore, intrecciava diritto e rapporti con le studentesse”. E ancora: “Un codice di comportamento per guadagnare punti per il concorso da magistrato. Che prevedeva un rigido dress code, minigonne e tacchi a spillo, ben visibili nelle foto del sito. Niente matrimonio, fidanzati valutati per vedere se le aspiranti magistrate meritassero la fascia A o B. Rapporti sentimentali plurimi”. Tutto già letto. Ma dove? Ecco dove: sul Fatto Quotidiano del giorno prima. Altri giornali hanno ripreso lo scoop del nostro giornalista Carlo Tecce, citando la testata su cui era stato pubblicato. Repubblica invece no. Ripubblica e si dimentica la fonte.

Bellomo e il caso delle magistrate molestate: «È innamorata di me». Così il consigliere di Stato parlava delle aspiranti magistrate che seguivano il suo corso. La vita intima di una borsista con cui aveva avuto una relazione rivelata in ogni dettaglio ai lettori della rivista giuridica trasformata in chat, scrive Virginia Piccolillo il 10 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Si può discutere di diritto rendendo «caso» la vita intima di una donna da cui ci sentiamo traditi? E renderla oggetto di decine di numeri di una rivista giuridica, con nome, cognome, foto, mail. È davvero «Diritto e Scienza», o assomiglia più a una vendetta in chat? Il caso del consigliere di Stato, Francesco Bellomo, che secondo l’organo di autogoverno dello stesso Consiglio di Stato non deve più vestire la toga (manca il parere dell’adunanza), solleva nuovi interrogativi. Legati alla rivista del suo corso per aspiranti magistrati, che il Corriere ha avuto modo di sfogliare. Un quesito lo dovrà risolvere anche il CSM, su quel pm anti-violenza sulle donne, Davide Nalin che alla rivista collaborava senza nulla eccepire. Malgrado della borsista lui raccontasse tutto: «Pochi giorni dopo confessa di essersi innamorata di me. Sono abituato a sentirmelo dire e la mia reazione è sempre di neutralità, perché così sono costruito. Ma questa volta non resto indifferente». Disamina con i lettori la «mediocrità della vita» di lei. Racconta il punteggio algoritmico che le aveva chiesto di assegnare all’ex fidanzato con cui lei dopo un po’ si rivede. Rivela: «Lei intuisce l’abnormità della sua condotta e cerca di giustificare il perché aveva fatto l’amore ...».

La testimone. Di «violenza psicologica» parlano in molte. Dopo la testimonianza al Corrieredel padre che ha rivelato il dramma della figlia giunta «al limite del suicidio», un’allieva, «ancora terrorizzata da Bellomo, che sa tutto e vede tutto come l’occhio del Signore degli Anelli» e «ha il potere assoluto per farti passare o bocciare al concorso in magistratura», rivela dal di dentro quel clima. «All’inizio il corso sembrava normale. Poi iniziava la selezione. Lui aveva un gruppo, come una setta. Ti dicevano cose strane». Tipo? «“I borsisti sono una razza superiore perché saranno futuri giudici”. “Chi è contro Bellomo non sarà mai un giudice”, perché lui è potentissimo. E chiedevano: “Se ti invitasse a casa sua ci andresti?”». Poi la prova stile Weinstein: un incontro privato. «C’è chi dopo quella prova non è più tornata al corso — racconta ancora l’aspirante magistrato —. Chi tornava invece non era più uguale a prima. Super-minigonne, total black e non ti rivolgeva più la parola. Bellomo finita la lezione parlava solo con loro. Una ragazza l’abbiamo vista dopo essere diventata borsista baciarsi con lui in pubblico. Tu pensavi, ma che c’entra col diventare giudice? Però molti avevano pagato in anticipo. Altri temevano che non ti facesse passare l’esame».

La rivista. Del tutto anomalo il contenuto della rivista diretta da Bellomo. In un numero racconta l’antefatto di quello che definisce un «caso emblematico»: quando la borsista «supera la prima selezione, ma all’inizio della seconda, dopo un minuto, cade in contraddizione sul regolamento e la dichiaro inidonea». Poi, scrive, «al chiaro scopo di ottenere una seconda chance, lei adotta un look analogo a quello indicato nel dress code allegato al regolamento, non perdendo occasione per mettersi in evidenza. A marzo accetta tutte le condizioni, firmando il contratto di durata annuale». Tra le quali «fedeltà all’Agente Superiore». E il fatto che «i risultati dell’attività di addestramento possono essere oggetto di analisi nella rivista». Lui stesso rivela l’appuntamento una settimana dopo «non in occasione del corso. Lei si organizza tacendo ai genitori finalità del viaggio». Poi racconta «l’innamoramento» e il presunto «tradimento». E rivela fatti intimi per mesi. «Si succedevano i numeri della rivista — scrive lui stesso — per dimostrare la natura della fanciulla e la falsità della sua rappresentazione avevo messo in campo i massimi sistemi»: algoritmi, teorie sociali. «Aveva detto non avrò mai più contatti con lui. Il “mai” erano stati 6 mesi» scrive. E mette nero su bianco il ricatto: «Avevo prospettato la revoca della borsa di studio qualora lo avesse rivisto». Eppure per il pm Nalin non c’era «nulla di strano».

"L'HO DENUNCIATO E LUI MI HA MANDATO I CARABINIERI A CASA", scrive Giuseppe Baldessarro per "La Repubblica", l'11 dicembre 2017.

«Mia figlia sta meglio. Bene, ma non ancora benissimo. Ha ripreso a mangiare, e a studiare. Un'ora al giorno. Poca roba rispetto a quanto studiava in passato, ma è un altro passo verso la normalità».

Parla con voce titubante il padre che ha denunciato il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Sua figlia, lui stesso e sua moglie, ora «vogliono dimenticare» e tornare alla vita normale. Mentre lui parla la moglie continua a dirgli «chiudi il telefono, non parlare con i giornalisti».

Come sta oggi sua figlia?

«È ancora in cura, entra ed esce dall' ospedale tutte le settimane. Fa sedute con gli psicologi, nonostante sia passato un anno dai fatti. Sta provando a raccogliere i cocci di una vicenda che ha lasciato macerie. Ma la prego, di più non mi faccia aggiungere. Questa storia le ha distrutto la vita e continua a lasciare per strada cicatrici che faticano a guarire. E ogni volta che se ne parla le ferite tornano a riaprirsi».

Sua figlia studia di nuovo?

«Ci sta provando, un po' per volta. Spero che ce la faccia. Tenga conto che lei, laureata alla Cattolica di Piacenza, è stata premiata come una delle 12 migliori allieve di tutti corsi, non solo quello di legge, e di tutta Italia. Ha fatto l'apprendistato come avvocato. Ha frequentato la scuola di Parma per due anni. Solo dopo è cominciata l'avventura di "Diritto e scienza". Ma ora noi vogliamo solo la sua serenità, passo dopo passo».

Quando ha deciso di denunciare Bellomo?

«Guardi, non posso aggiungere altro se non che mia figlia è stata sotto ricatto per troppo tempo».

Cosa ricorda dei carabinieri che bussavano alla sua porta?

«Sono venuti più volte, mandati da lui, volevano che mia figlia firmasse un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale».

Cos' è successo quando sua figlia ha staccato i cellulari?

«Sì, ha cambiato il cellulare, ha cancellato l'account su Facebook, per non essere raggiunta in alcun modo, ma lui ce l'ha fatta lo stesso attraverso i carabinieri».

Bellomo ha fatto esposti contro lei e sua figlia chiedendo100mila euro di risarcimento.

«Solo 100mila? Voleva molto di più. Sta provando tuttora a distruggerle la vita. Ma quello che ho fatto lo rifarei ancora».

Cosa spera oggi?

«Di tornare alla nostra serenità. Ma è ancora troppo presto per dimenticare».

L'ASPIRANTE MAGISTRATA "COSÌ IL PROF MI MINACCIAVA", scrive Liana Milella per "La Repubblica" l'11 dicembre 2017. «Il consigliere Bellomo mi ha rivolto anche minacce dirette. C' è stato un periodo in cui aveva iniziato a trattare anche al corso e a parlare con me di autotutela. Prefigurava la possibilità che anche il mio caso sarebbe finito sulla rivista». Ecco il drammatico interrogatorio della studentessa che teme di finire, come le sue colleghe, su " Diritto e scienza", la rivista della scuola.

La clausola del fidanzato. «Ho iniziato a frequentare il corso nel 2014- 2015 a pagamento. Non avevo fatto domanda per la borsa di studio in quanto alcune clausola, come l'obbligo di segretezza, avevano destato in me perplessità. Avevo letto il caso di una collega che era stata sottoposta a due prove, un giro in macchina a velocità elevata e una passeggiata in una zona urbana connotata da microcriminalità». La studentessa descrive Bellomo «docente di tutte e tre le materie, diritto civile, penale, amministrativo, l'impressione è che lui facesse tutto». È il factotum di " Diritto e scienza". «Ho espresso perplessità sul dress code obbligatorio. Sulla clausola del fidanzato non sollevai obiezioni perché non ero fidanzata. Bellomo mi ha detto che potevo mantenere rapporti amichevoli con lui, studente dello stesso corso, facendomi capire che non raggiungeva il punteggio algoritmico sufficiente per poter avere una relazione sentimentale».

Le lacrime al ristorante. «Siamo andati a cena. Mi ha chiesto l'elenco dei miei ex. Ne è nata una discussione perché non gli avevo detto di aver avuto un incontro intimo con il mio ex. Bellomo si è alterato, io ho pianto. Quella sera, con un bacio, è iniziata la nostra relazione. Mi ha detto che era una grande opportunità per me e che se le cose non fossero andate bene ognuno sarebbe tornato alla sua vita». La relazione diventa morbosa. «Mi chiese di non avere più contatti con il mio ex. Dopo un contatto con lui Bellomo si è arrabbiato dicendomi "pacta sunt servanda"».

La rottura e gli attacchi di panico. Nell' aprile 2016 cominciano gli «screzi». Entra in scena il «mediatore» Nalin. «Quando mi fu detto che avrei dovuto parlare di cose intime con lui ho avuto un attacco di panico. Bellomo mi dice che stava chiudendo il numero della rivista che si era occupata del caso di un'altra ragazza e che c'era spazio anche per me. Protestai perché c'era il nome dell'interessata». La rivista era pubblica, ma poi lo fu «solo tramite codici e password». Bellomo «dice che i miei comportamenti fanno parte del medesimo disegno criminoso. Mi contesta il reato di truffa. Minaccia il trattamento sanitario obbligatorio e lo sputtanamento sulla rivista».

Le pressioni sull' Arma. Gli ufficiali dell'Arma applicano una vecchia norma e bussano più volta a casa della ragazza. Ma scrivono al procuratore di Piacenza Cappelleri: «In modo autoritario e in più occasioni Bellomo ha detto che la procedura doveva proseguire nel modo più assoluto e che non sarebbero più stati tollerati ritardi e/o omissioni. Ha anche prospettato una serie di accorgimenti per raggiungere lo scopo di notificare l'invito a comparire, contattare i vicini, i parenti, i familiari sulle utente a noi note».

La seconda ragazza. La storia si ripete con un'altra studentessa. «Bellomo invitò ciascuna borsista ad assegnare punteggi all' attuale o all' ex fidanzato. Era lui a stabilire se si potesse continuare a frequentarli e a rivedere i punteggi. Gli raccontai poco della mia privata perché mi resi conto che era solito commentarli con altre. Mi riprese perché avevo risposto solo il giorno dopo a un suo sms. Per il mio tenerlo a distanza mi disse che se avessi voluto crescere sul piano professionale avrei dovuto seguire le regole, fidandomi di lui. Attivai sul cellulare il " rifiuto di chiamata" per le continue insistenze a riprendere il rapporto personale. Uscì un articolo sulla rivista e mi riconobbi nella descrizione. Il mio nome era richiamato in una mail in terza persona».

La difesa del mediatore. È una sequela di niet l'interrogatorio del pm Nalin, in stretti rapporti con Bellomo. «Ero solo il coordinatore della rivista. Sapevo che lì sarebbero state analizzate vicende personali con metodo scientifico.

Ai corsisti era richiesta un'immagine ordinata, pulita, di bellezza globalmente intesa. Non ero a conoscenza di clausole su gonne corte. Mi sono offerto come mediatore quando i rapporti tra una studentessa e Bellomo sono divenuti tesi, Era convinta che Bellomo fosse l'uomo della sua vita ed era preoccupata per la situazione».

Il brillante magistrato sotto azione disciplinare. Il caso al consiglio di stato Le accuse su Bellomo: minigonne e tacchi per le sue corsiste, scrive Carmela Formicola l'11 Dicembre 2017 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Cappotti di pelle lunghi, stile Keanu Reeves in Matrix. E un po’ lo ricorda, per colori e postura. Francesco Bellomo, tuttavia, non è un divo di Hollywood ma un magistrato del Consiglio di Stato finito nell’occhio del ciclone per le sue attività di direttore scientifico di «Diritto e scienza». È l’uomo che alle corsiste avrebbe prescritto di imparare le differenze tra imputazione oggettiva e soggettiva, di leggere Sir Edward Coke e Cesare Beccaria, di indossare minigonne e tacchi a spillo. Sull’ultima «prescrizione» si sono accesi i riflettori dei media e una certa prouderie che, in tempi di molestatori alla gogna, divampa come focare e fanoje del periodo. Ma Bellomo non è un molestatore. È un brillantissimo studente di Giurisprudenza dell’Università di Bari, poi pubblico ministero (è stato uditore di Gianrico Carofiglio nei primi anni Duemila quando il famoso scrittore era ancora pm antimafia a Bari), giudice amministrativo quindi componente della terza sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato. Nel suo curriculum vitae, Bellomo dichiara con nonchalance di essere accreditato alla Wais (Wechsler adult intelligence scale) di un quoziente intellettivo pari a 188 (la media umana è pari a 100). Last but not the least, ultimo ma non ultimo, Bellomo è direttore scientifico di «Diritto e scienza», accorsata rivista on line nonché associazione che organizza corsi di alta formazione e prepara al concorso in magistratura. Nella sua attività di formatore, il brillante magistrato barese avrebbe introdotto nuove visioni, avrebbe ampliato lo spettro dei requisiti che fanno di una persona qualsiasi un uomo/una donna di legge. Anzi, soffermiamoci sulle donne di legge secondo il Bellomo pensiero. Belle e magre. Di minigonne e tacchi a spillo abbiamo già parlato. Alle corsiste vincitrici di borsa di studio, raccomandava inoltre di non sposarsi. Fidanzati? Sì, ammessi ma con riserva. Più che un codice di regole potrebbe sembrare un decalogo da setta segreta, ma Bellomo, già incalzato dai media nazionali, bolla la vicenda come «surreale» e «grottesca». Che con le donne Bellomo non abbia sempre avuto rapporti sereni, lo dimostrano alcune denunce/querele fatte dalle sue ex che sono state a loro volta controquerelate dal magistrato. Di cosa lo accusavano? Di qualcosa riconducibile a una presunta volontà manipolatoria. Plagio? Ma nessuna condanna è mai intervenuta a dar ragione alle fanciulle. E arriviamo a una data importante. Il 28 dicembre del 2016 il padre di una ragazza che frequenta i corsi di «Diritto e scienza» scrive alla Procura di Piacenza. La Procura invia gli atti al Consiglio di Stato che avvia un’azione disciplinare nei confronti di Bellomo. L’accusa: «Clausole contrattuali lesive dei diritti della persona». Il «contratto», con le prescrizioni di cui abbiamo già detto, sarebbe quello firmato dalle corsiste ammesse alle borse di studio. Il consiglio di presidenza del Consiglio di Stato, a un anno circa dall’esposto, non raggiunge una decisione unanime sulla destituzione di Bellomo dalla magistratura. La parola passa dunque all’assemblea di tutti i consiglieri, che deve ancora pronunciarsi. Al Consiglio superiore della magistratura pende invece un procedimento disciplinare nei confronti di Davide Nalin. Chi è costui? È pubblico ministero a Rovigo nonché componente della redazione della rivista «Diritto e Scienza» (della quale fanno parte anche Stefano Vitale, Federica Federici, Alessia Iacopini e la giovane giudice barese Valentina D'Aprile). Nalin viene chiamato in ballo da una ragazza che aveva frequentato il corso per il concorso in magistratura organizzato da «Diritto e Scienza». La ragazza sostiene che Nalin sia stato una sorta di «mediatore» tra Bellomo ed altre corsiste. Sarebbe stato lui a chiedere, ad esempio, foto intime o anche particolari intimi della vita delle ragazze. Ma lo avrebbe fatto - questo almeno riferisce l’«accusatrice» - per conto di Bellomo.

Sulla «vicenda Bellomo» indaga anche la Procura di Bari, scrive l'11 Dicembre 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Procura di Bari ha aperto un’indagine conoscitiva sulla vicenda relativa al giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, di origini baresi, che avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati «Diritto e Scienza» a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Questo è quanto denuncia il padre di una studentessa: denuncia, presentata a Piacenza, che ha dato avvio fino ad oggi a un procedimento disciplinare nei confronti del consigliere e ad accertamenti sull'intera vicenda anche sul piano penale, come scritto da alcuni quotidiani. La scuola ha tre sedi in Italia, a Milano, Roma e Bari. Oggi i magistrati di via Nazariantz hanno aperto un fascicolo «modello 45», cioè senza ipotesi di reato né indagati, proprio per accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese.

Francesco Bellomo, il magistrato delle minigonne «imposte»: «Anche Einstein fu attaccato come me». Il consigliere di Stato: «Sono un genio, giudicatemi come uomo ma per 25 anni ho amministrato la giustizia in modo praticamente perfetto», scrive Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Consigliere Bellomo, ci spiega perché costringeva le borsiste al dress code con minigonna nera e tacchi? 

«Sono tenuto al silenzio e fino a che non sarà finita non posso difendermi. Sono state scritte cose false. Il magistrato si giudica per quello che fa».

Che vuol dire? 

«La giustizia è criticatissima e invece vi trovate davanti uno che per 25 anni l’ha svolta in maniera praticamente perfetta. Una volta che io esco dalle aule di giustizia torno una persona libera di esprimere le mie idee. Giudicatemi come uomo».

E il regolamento con vestiti succinti e obbligo di omertà?

«Ma quale omertà? Voi non ce l’avete il contratto. È tutto trasparente».

Allora lo mostri. Perché tanto segreto? 

«Esistono delle clausole di riservatezza nel contratto che viene sottoscritto con la società che organizza i corsi. Come negli Stati Uniti».

Il Corriere però ha letto i suoi articoli. 

«Visto che avete rubato quelle riviste cercate di capire il mio metodo innovativo».

Che problema c’è a leggere una rivista giuridica? Perché deve essere segreta? 

«È riservata agli allievi del corso. Innanzitutto perché hanno pagato, e poi perché è un metodo che li avvantaggia nel superare l’esame».

È lei a scrivere che una borsista scartata venne ripescata dopo aver indossato a lezione il dress code. 

«È una semplificazione. Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, anche Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete».

Ma ci sono le foto. 

«Quelli sono eventi. E il dress code non mi è stato contestato, mentre leggo che sono stato condannato per quello. Io non posso e non voglio parlare di quel procedimento di fronte al Consiglio di Stato. Ma se anche volessi, come nel processo di Kafka io, tutt’ora, le accuse non le conosco. Non mi hanno contestato nessuna clausola. Un uomo che ha fatto il pm in realtà complicate come la Sicilia, può essere censurato per un dress code?»

Anche per aver raccontato i rapporti sessuali che una borsista aveva con lei e con altri uomini. 

«Bisognerebbe sapere se c’era il consenso».

C’era? 

«Certo. Questa ragazza ha vinto il concorso, durante la pubblicazione della rivista. Non vi fate domande?».

Alcune ragazze raccontano di altre allieve selezionate per meriti che, una volta diventate borsiste, non parlavano più con nessuno e sembravano entrate in una setta. 

«Non è vero niente. Non è scritto da nessuna parte. Io quando ero pm gli anonimi li cestinavo». 

Allora può rassicurare le sue allieve che non denuncerà chi deciderà di parlare? 

«Come posso rassicurarle di una cosa che non esiste?» 

Temono che le faccia bocciare al concorso. 

«Assurdo. Non ne ho il potere». 

E allora come spiega quanto sta accadendo? 

«Facciamo un esempio: due persone si incontrano, fanno l’amore, il giorno dopo l’uomo dice che è stato bello. La donna lo denuncia. Vogliamo capire come mai?». 

Facciamone un altro: aspiranti attrici facevano un provino da Weinstein e venivano molestate. 

«Non c’entro nulla con quel tipo di cose. Weinstein è un produttore che ti può bloccare la carriera. Io non sono la casta sono uno che ne sta completamente al di fuori e tutto questo ha un peso su ciò che sta accadendo. Ma quando potrò parlare si capirà tutto». 

Francesco Bellomo, la borsista: «Così il pm delle pari opportunità mi spingeva a inviare foto intime». L’aspirante magistrata al corso di Bellomo. Il Pg: il suo collaboratore Nalin va sospeso, scrive di Virginia Piccolillo il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Continue vessazioni di carattere anche sessuale», l’obbligo a «indossare minigonne e tacchi alti», il «timore ingenerato nelle ragazze dal direttore della Scuola, Francesco Bellomo, ma anche dal dottor Nalin». Nel sexgate delle toghe venerdì riflettori accesi sul pm anti-violenza di Rovigo, Davide Nalin. Mentre anche la procura di Milano valuta se aprire un’indagine, il Csm analizzerà la richiesta del Pg della Cassazione, Pasquale Ciccolo, di sospenderlo dall’attività di magistrato per il «grave» ruolo avuto nella vicenda: un po’ da «mediatore», un po’ da postino delle minacce di Bellomo alla borsista che finì in ospedale dallo stress, convincendo il padre ad appellarsi al Consiglio di Stato.

L’incolpazione. Nelle carte, inviate a tempo di record dal Consiglio di Stato, le parole della ragazza che aveva una relazione con Bellomo: «Il dott. Nalin prese a contattarmi per farmi comprendere gli errori logici che commettevo» (è il metodo «scientifico»-sessuale rivendicato alCorriereda Bellomo così: «Anche Einstein veniva attaccato da chi non lo capiva»). «Nalin — prosegue la ragazza — aveva assunto la veste di “mediatore”, e quando il nostro rapporto attraversava momenti critici, interveniva analizzando pacatamente le mie reazioni». Per lei non è un sostegno, ma un obbligo: «Quando mi è stato detto che avrei dovuto parlare di cose intime con Nalin ho provato un forte imbarazzo». Non accade una volta sola, ma «ogni volta che c’era un dissidio con il consigliere subito interveniva Nalin». Era gentile, dice, ma «contribuiva alla compenetrazione tra piano personale e professionale». Le evidenziava «errori logici». Ma non si parlava di matematica, ma di sesso forzato: «Ricordo una volta che Bellomo si è arrabbiato perché ho indugiato a inviargli una foto mia intima. Non era la prima volta che me la chiedeva. Gliene avevo inviate già altre. Subito dopo è intervenuto Nalin chiedendomi notizie del perché non volessi rispettare i patti con il consigliere». Ma il pm del pool Pari Opportunità sapeva? No, ma assicura la ragazza: «Dopo aver saputo mi ha invitato a inviare la foto».

«Ero terrorizzata». C’è di più: la minaccia della denuncia. «Aspiravo a superare il concorso in magistratura e non volevo la denuncia», dice la ragazza quando racconta perché rimane «terrorizzata» dall’arrivo dei carabinieri che, su pressione di Bellomo, le notificano l’avviso di conciliazione. Nalin fa leva su quel timore. Quando «alla richiesta di Bellomo di definire i giorni in cui trascorrere insieme le ferie, ho esitato perché sapevo che per ogni impegno preso con lui era derogabile solo per cause di impossibilità assoluta», riferisce, comincia «a contestarmi il reato di truffa» e a «spiegarmi che si trattava di un medesimo disegno criminoso».

Un «clima di soggezione psicologica», censura il Pg, che evidenzia le «vessazioni anche di carattere sessuale» e «lo stravagante, se non aberrante, regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Una condotta «grave» che per far avere «indebiti vantaggi sessuali a Bellomo», scrive il Pg, arreca un «irrimediabile» danno alla credibilità e all’immagine della magistratura che «non può ridursi a un trasferimento». Nalin deve essere sospeso.

Pg: pm può reiterare illeciti, scrive il 13 Dicembre 2017 "la Gazzetta del Mezzogiorno". Impedire che possa reiterare, cioè continuare a compiere, condotte «gravemente scorrette» e "incompatibili» con le funzioni giudiziarie; episodi di «tale degrado» da aver danneggiato non solo la sua personale credibilità di magistrato, ma quella dell’intera giurisdizione . E' per questo che il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm - che deciderà venerdì prossimo - di sospendere con urgenza dalle funzioni e dallo stipendio e di collocare fuori ruolo il pm di Rovigo Davide Nalin, stretto collaboratore del consigliere di Stato Francesco Bellomo nella Scuola di formazione giuridica "Diritto e scienza». Bellomo - su ci pende una proposta di destituzione - è il giudice amministrativo che avrebbe obbligato le allieve a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato e preteso anche che non fossero sposate, secondo la denuncia presentata dal padre di una studentessa. La ragazza, una borsista, aveva avuto una relazione con il consigliere di Stato e il Pg contesta a Nalin di aver fatto da «mediatore» per procurare «indebiti vantaggi di carattere sessuale» a Bellomo, quantomeno la prosecuzione di quel rapporto. Il tutto facendo leva sulla sua autorevolezza di magistrato e prospettando alla ragazza che se non avesse dato seguito alle richieste di Bellomo, come quella di mandargli una foto intima o di definire il periodo in cui passare insieme le ferie estive, avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito di partecipare al concorso in magistratura. Condotte che sono particolarmente gravi per il Pg, anche considerato «il clima di soggezione psicologica» subito dalle studentesse che ambivano a entrare in magistratura «per la sottoposizione a continue vessazioni anche di carattere sessuale», e «lo stravagante se non aberrante regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Adoperandosi per far conseguire a Bellomo «ingiusti vantaggi», il pm di Rovigo ha "fortemente leso il rispetto della dignità umana» che assieme a correttezza e equilibrio, costituisce uno dei presupposti dell’esercizio delle funzioni giudiziarie. E a pesare c'è anche «l'allarme e lo sconcerto» che si sono diffusi nell’ambiente degli aspiranti magistrati, ai quali è stato fatto credere che il concorso di possa superare con metodi del tutto «estranei alla formazione tecnica, professionale e deontologica». 

«Nel cerchio magico del giudice sembravano pronte per il night». Il magistrato e le corsiste Lo scandalo dei corsi per la magistratura con obbligo di minigonna Una delle studentesse di Bellomo: lui scostante, aveva le sue elette, scrive il 13 Dicembre 2017 Giovanni Longo su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Sembra di vederle quelle poltroncine rosa antico in velluto descritte da una delle corsiste. Chiede l’anonimato: per questo la chiameremo Maria. In una grande sala di un albergo barese, in corso Alcide De Gasperi, ci sono una sessantina di aspiranti magistrati come lei. Sono più donne che uomini. Qualcuno, nelle ultime file, chiacchiera un po’. Davanti, invece, siedono le più fortunate, meritevoli o chissà che. Giovani ragazze, magrissime, qualcuna in abiti succinti pendono dalle labbra di chi è di fronte: il consigliere di Stato Francesco Bellomo. Parlava «sempre con lo stesso tono, non era un grande oratore ma i ragionamenti che faceva ti aprivano la mente», racconta adesso Maria della periferia di Bari. Lei, che finora il concorso non lo ha superato, non sedeva avanti e non indossava abiti corti come alcune borsiste. La maggior dei corsisti, infatti, prendeva appunti e seguiva con attenzione. Come ha fatto lei. L’investimento era davvero significativo: circa 4.000 euro per i due anni di corso necessari alla preparazione al concorso in magistratura ordinaria. Più il costo dei libri. Scritti sempre da Bellomo, finito al centro dello scandalo su dress code e clausole sul quoziente intellettivo di fidanzati e fidanzate, accuse che il giudice respinge.

Maria, come si svolgevano i corsi?

«Lezione venerdì pomeriggio dalle 14 alle 19. Il sabato tutta la giornata. E poi c’erano i temi. Tutto molto faticoso».

Cosa ricorda del consigliere Bellomo?

«Un genio, con la capacità di farci spaziare in modo interdisciplinare. Il suo metodo era incredibile con le dispense e le correzioni che faceva lui personalmente, non gli assistenti. Anche se era anche scostante».

Un esempio?

«Un paio di volte ho provato ad avvicinarmi per fargli domande di carattere giuridico, ma sono stata allontanata, non prima di essere stata stata squadrata. In 30 secondi mi ha liquidato come se lo infastidissi. Non dava confidenza a nessuno».

Proprio a nessuno?

«Beh, ricordo la trasformazione di una ragazza dell’hinterland barese. I primi giorni era vestita normalmente e sedeva dietro. Dolcissima, bravissima, di punto in bianco indossava gonne cortissime, stivali, sembrava fosse pronta per salire sul cubo. Iniziò a sedersi in prima fila. Solo a poche elette il consigliere Bellomo dava confidenza, specie durante le pause».

Cosa accadeva?

«Dopo due ore ci si fermava per un caffè. Bellomo restava seduto al tavolino e prendeva un espressino in compagnia della borsista di turno, oppure se ne stava per conto suo».

Qual era la vostra reazione?

«Questa ragazza era un po’ “ghettizzata” dagli altri. I pettegolezzi su una relazione tra i due erano tantissimi. Non so se era vero, ma a me dispiaceva per lei e cercavo di starle vicino».

Cosa ricorda del professor Bellomo?

«Magrissimo, indossava sempre la stessa maglietta un po’ ingiallita, soprabito di pelle nera, jeans tagliati e stivali texani. Ricordo il riscaldamento al massimo nella sala perché lui aveva freddo, la voce monocorde, il volto inespressivo e l’intelligenza di gran lunga superiore rispetto alla media».

Le è mai venuto in mente di “adeguarsi” a quello che oggi viene descritto come il «dress code»?

«Ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno che lo faceva per compiacerlo. Della serie: “Chissà, se mi vesto anche io così posso essere considerata di più”. Io mi sono concentrata solo sulla mia presenza in quella sala: studio e basta».

Mai avuto il sospetto dell’esistenza di questi contratti?.

«Non mi sono accorta mai di nulla, onestamente e non potrei dire nulla in merito. Se quello che sto leggendo sui giornali fosse confermato, sarebbe gravissimo e le responsabilità sarebbero duplici».

In che senso?

«Non ci sarebbe solo quella di Bellomo perché il tema sarebbe la mortificazione di una funzione pubblica così importante come quella giudiziaria. Ma anche chi ha accettato quelle condizioni, in fondo, ha delle responsabilità perché hanno avallato tutto questo, svilendo se stesse».

"Dietro ogni donna c’è una prostituta". Raffaele Morelli ha parlato del caso Weinstein (ed è come se parlasse del caso Bellomo ndr) a Le Iene il 5 novembre 2017, scrive Giuseppe D'Alto, Esperto di Tv e Gossip, su "it.blastingnews.com" il 6 novembre 2017. "Dietro ogni donna c’è una prostituta". Nei giorni scorsi lo psichiatra Raffaele Morelli [VIDEO] aveva espresso questo concetto durante un’intervista radiofonica sul #caso Harvey Weinstein. Sulla questione sono tornate #Le Iene con l’inviato #Matteo Viviani che ha deciso di approfondire il discorso intervistando lo psicoterapeuta milanese. "Questo produttore non è uno stupratore ma un uomo che esercita la sua azione di dominio come modalità relazionale". Il sessantanovenne ha spiegato che fare l’amore è l’unico modo che il cervello ha per realizzare se stesso. "Quest'uomo non godeva ma voleva dominare e umiliare. In questo caso non è previsto l’innamoramento". Morelli ha sottolineato che una persona del genere vuole soltanto che la donna ceda alle sue richieste. Per lo psichiatra Weinstein è una persona profondamente triste. "L’ha mai visto ridere, guardi le donne che gli stanno vicino hanno il gelo negli occhi". Il professionista ha rimarcato che un personaggio simile vive un enorme disagio interiore.

"Molte attrici ritenevano di condurre le danze". Lo psicoterapeuta si è poi soffermato sulle vittime del produttore americano. "Molte donne ritenevano di condurre le danze, magari fingendo un orgasmo. Poi si sono trovate di fronte ad un uomo che non è uno stupratore ma un dominatore che incalza con meccanismi che non conosci". Raffaele Morelli ha precisato che i produttori sono persone molto acute ed abili nel cogliere le debolezze degli altri. "Se dovessimo portare in tribunale la violenza psicologica andrebbe alla sbarra il 90% del paese. Quante volte si dice un sì ad un capo invece di un no. Può capitare anche ad un uomo di essere accondiscendente di fronte a delle cose che non si condividono per nulla’. Per Morelli le ragazze che hanno ceduto alle avance di un uomo potente senza avere la forza di reagire non possono essere definite vittime di violenza sessuale. ‘Una persona che si è prostituita per il successo dopo anni si sente sporca. In ogni donna è presente il fatto di poter usare la seduzione per ottenere un vantaggio".

"La donna santa non esiste". Lo scrittore ha precisato che i vantaggi non devono essere necessariamente economici: "In alcuni casi possono essere anche affettivi". Lo psichiatra ha spiegato che l’essere umano fin dagli albori 'semina' l’idea che l’affettività sia legata ad un vantaggio. "A 21 anni sei dentro una psicologia sognante ed in questo stato sei più facilmente preda dell’uomo dominatore. In questo caso bisogna sapere che qualsiasi successo si voglia raggiungere deve basarsi sulle proprie capacità". Il professionista milanese ha sottolineato che Weinstein dovrebbe andare da un terapeuta bravo per imparare a riconoscere il suo lato malvagio e distruttivo. Morelli ha evidenziato che si fa bene a parlare di queste vicende: "Solo così si fanno capire i rischi che si corrono'. Per lo psicoterapeuta la donna santa non esiste: ‘Se esiste è una grave malattia". Per il sessantanovenne molte delle attrici che stanno parlando del loro passato sono esibizioniste. Le affermazioni di Morelli hanno diviso il web con reazione di sdegno e pesanti critiche nei confronti del noto psichiatra.

«Francesco Bellomo provò a baciarmi»: parla Rosa Calvi, ex studentessa del magistrato. Rosa Calvi, 28 anni, avvocata, racconta quel che subì al corso di preparazione per il concorso in magistratura. «Tra le prove che dovevo superare, andare in Ferrari con lui. Scappai via», scrive Claudio Rinaldi il 15 dicembre 2017 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Rosa Calvi ha denunciato il consigliere di Stato Francesco Bellomo. «Eravamo nella hall di un albergo nel quartiere Eur di Roma, quando ha provato a baciarmi sfiorandomi le labbra, ma io mi sono rifiutata». Rosa Calvi, avvocato di 28 anni, originaria di Cerignola, ha deciso di raccontare per la prima volta quello che ha subito tra ottobre e dicembre 2016, mentre seguiva il corso privato per aspiranti magistrati, tenuto dal Consigliere di Stato Francesco Bellomo. Il docente è finito al centro di polemiche dopo la denuncia del padre di una ragazza che al Corriere ha parlato di «continue vessazioni di carattere anche sessuale».

Perché ha scelto di seguire il corso del consigliere Bellomo?

«Perché da varie statistiche risultava quello con il maggior numero di studenti diventati poi magistrati».

Ha fatto richiesta per diventare borsista?

«No, pagai i 2318 euro previsti per l’iscrizione annuale».

Poi però riuscì a ottenere la borsa. 

«Dopo le prime lezioni di ottobre, era previsto che ogni studente svolgesse un compito, valutato personalmente dal consigliere. Quando mi arrivò la correzione, il mio tema valeva undici e mezzo, abbastanza poco. Nonostante questo, dopo pochi giorni, mi arrivò una mail dalla segreteria della società Diritto e Scienza nella quale risultavo tra le candidate per la borsa di studio».

Cosa accadde al colloquio?

«Bellomo aveva individuato sette candidate, poi rimanemmo in tre. E fu in quel momento che per la prima volta vidi tutto quello che prevedeva il contratto da borsista. Sul sito web infatti c’era il regolamento con diritti e doveri, ma mancava la parte in cui veniva affrontato il codice di condotta e il dress code femminile. Ci diede 15 minuti per esaminare il contratto e poi scelse me, dandomi appuntamento al giorno dopo per la firma».

Cosa prevedevano il codice di condotta e il dress code?

«Clausole assurde come la numero 2 che imponeva di “mantenere una posizione di distacco rispetto ai comuni allievi” o la numero 3 che ordinava addirittura di non poter “mantenere o avviare relazioni intime con soggetti con un quoziente intellettivo più basso di 80/100”. Mi sembrò eccessivo in particolare per l’obbligo di minigonna per gli “eventi mondani”, ma decisi di affrontare comunque il colloquio il giorno dopo. Ero fiduciosa perché avevo a che fare con un magistrato, un Consigliere di Stato, non uno qualunque.

Durante il colloquio cosa successe?

«Mi chiese subito della mia vita privata: quanti fidanzati avevo avuto e cosa facevano. E poi disse che se decidevo di accettare, avrei dovuto perdere cinque chili entro marzo. Poi mi guardò in viso e mi disse: “Hai le borse sotto gli occhi, con un paio di punturine risolviamo la situazione”».

E poi? 

«Subito dopo provò a baciarmi. In un attimo mi sfiorò le labbra e io lo evitai. Rimasi pietrificata. Andai subito via lasciandolo lì, nella hall dell’albergo».

Dopo cosa successe?

«Di lì in poi cominciò a contattarmi con sms e chiamate, proponendomi di seguire il suo corso il weekend successivo a Milano. Accettai perché non potevo credere che un magistrato potesse comportarsi in quel modo, ma quando mi parlò delle prove che dovevo affrontare per l’addestramento speciale, cambiai subito idea e decisi di non partire».

Di che prove parla?

«Erano previste alcune prove speciali come andare in Ferrari con lui ad alta velocità oppure passeggiare in una via di locali e scegliere il migliore. Mi sembrarono delle cose assurde e decisi che era il caso di restare a Roma».

Come la prese? 

«Male. Arrivò persino a dirmi che così sarei rimasta nella mia vita mediocre».

Perché ha deciso di parlare solo ora? 

«Ho il sogno di diventare magistrato da quando avevo otto anni. Mettermi contro un Consigliere di Stato avrebbe potuto precludere per sempre il mio futuro. Quando ho visto però la denuncia del padre della ragazza, ho pensato che non poteva rimanere una voce isolata. Non siamo noi che dobbiamo vergognarci di quello che è successo».

Toghe in minigonna, Bellomo a Rete 4: "Non ho baciato le studentesse, ma le mie fidanzate...", scrive Mercoledì 13 Dicembre 2017 Leggo. «Ho parlato singolarmente con le mie alunne: dicevo loro di riflettere sul contratto che firmavano. Una volta che si dichiaravano sicure, che avevano compreso i vari articoli, punto per punto, allora le accettavo. Discutevo con loro del contenuto, accettavano e sapevano. Parliamo di persone mature e superiori alla media, in grado di decidere». Ad affermarlo il giudice del Consiglio di Stato, Francesco Bellomo, finito al centro di un caso ed esposto al rischio destituzione per una vicenda di presunte pressioni su iscritte alla scuola per aspiranti magistrati da lui diretta. La storia sarà il tema della puntata di di «Dalla vostra parte», in onda stasera su Retequattro. Bellomo avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata «Diritto e Scienza» a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi, trucco e nubili. Circa le regole di abbigliamento date alle studentesse, il giudice afferma: «Sul dress code bisogna fare una distinzione in base ai luoghi: se lei va in una discoteca o ad una festa c'è un abbigliamento, in tribunale un altro tipo di vestiario. Io non ho obbligato nessuno a scegliere: sono state le studentesse. Andate ad intervistare le hostess che hanno una divisa». Quanto al rapporto con le studentesse, il togato risponde: «Una studentessa che si iscrive al mio corso, vuole fare qualcosa di particolare... è una sua scelta, non c'entra niente che io sia il loro direttore». «Non ho baciato nessuna studentessa: ho baciato le mie fidanzate». «E se una relazione finisce, sono libero di cominciarne un'altra». Impedire che possa reiterare, cioè continuare a compiere, condotte «gravemente scorrette» e «incompatibili» con le funzioni giudiziarie; episodi di «tale degrado» da aver danneggiato non solo la sua personale credibilità di magistrato, ma quella dell'intera giurisdizione. È per questo che il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm - che deciderà venerdì prossimo - di sospendere con urgenza dalle funzioni e dallo stipendio e di collocare fuori ruolo il pm di Rovigo Davide Nalin, stretto collaboratore del consigliere di Stato Francesco Bellomo nella Scuola di formazione giuridica «Diritto e scienza». Bellomo - su ci pende una proposta di destituzione - è il giudice amministrativo che avrebbe obbligato le allieve a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato e preteso anche che non fossero sposate, secondo la denuncia presentata dal padre di una studentessa. La ragazza, una borsista, aveva avuto una relazione con il consigliere di Stato e il Pg contesta a Nalin di aver fatto da «mediatore» per procurare «indebiti vantaggi di carattere sessuale» a Bellomo, quantomeno la prosecuzione di quel rapporto. Il tutto facendo leva sulla sua autorevolezza di magistrato e prospettando alla ragazza che se non avesse dato seguito alle richieste di Bellomo, come quella di mandargli una foto intima o di definire il periodo in cui passare insieme le ferie estive, avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito di partecipare al concorso in magistratura. Condotte che sono particolarmente gravi per il Pg, anche considerato «il clima di soggezione psicologica» subito dalle studentesse che ambivano a entrare in magistratura «per la sottoposizione a continue vessazioni anche di carattere sessuale», e «lo stravagante se non aberrante regolamento (dress code) di cui Nalin era a conoscenza». Adoperandosi per far conseguire a Bellomo «ingiusti vantaggi», il pm di Rovigo ha «fortemente leso il rispetto della dignità umana» che assieme a correttezza e equilibrio, costituisce uno dei presupposti dell'esercizio delle funzioni giudiziarie. E a pesare c'è anche «l'allarme e lo sconcerto» che si sono diffusi nell'ambiente degli aspiranti magistrati, ai quali è stato fatto credere che il concorso di possa superare con metodi del tutto «estranei alla formazione tecnica, professionale e deontologica». 

Nel nome, il destino, scrive Carlo Tarallo per "la Verità" il 10 dicembre 2017. Francesco Bellomo, quarantenne ex magistrato ordinario, originario di Bari, attualmente consigliere di Stato, rischia di finire in un mare di guai a causa (anche) del suo spiccato gusto estetico. Per Bellomo, infatti, la bellezza, sia degli uomini sia delle donne, era un elemento fondamentale per ottenere le borse di studio erogate dalla scuola di formazione giuridica avanzata «Diritto e scienza», di cui presiede il comitato scientifico. Come ha riportato ieri Il Fatto Quotidiano, Francesco Bellomo è a un passo dall' essere destituito dalla sua carica di consigliere di Stato, proprio a causa delle regole quanto meno bizzarre imposte agli allievi della scuola. Il Consiglio di presidenza del più alto organo di giustizia amministrativa, guidato da Alessandro Pajno, ha infatti approvato la destituzione di Bellomo perché il contratto per i borsisti «non rispetta la libertà e la dignità della persona». Ora, perché a Bellomo venga comminato definitivamente il cartellino rosso dal Consiglio di Stato, occorre il parere favorevole dell'adunanza dei consiglieri. A scatenare il caso, la denuncia del padre di una ex allieva di Bellomo, che con lui ha avuto anche una relazione sentimentale, e di un'altra ragazza. I Carabinieri hanno poi indagato su queste segnalazioni. Il documento finale che propone la destituzione di Bellomo dal Consiglio di Stato contiene quattro addebiti principali a carico del consigliere: «Risulta», si legge nel documento, «che era il consigliere Bellomo a sottoporre a colloquio gli aspiranti a tale borsa di studio e a selezionarli. L' accesso alle borse di studio comportava per i borsisti la sottoscrizione di un vero e proprio contratto. È emerso», si legge ancora, «che il contratto conteneva una clausola limitativa, relativa a matrimonio e fidanzamento: decadenza in caso di matrimonio; fidanzamento consentito solo se il/la fidanzato/a risultasse avere un quoziente intellettuale pari o superiore a un certo standard; competeva al consigliere stabilire se i fidanzati o fidanzate dei o delle borsiste superassero il quoziente minimo necessario per essere fidanzati e/o ammessi/e (ciò appare particolarmente significativo)». Avete letto bene: il contratto relativo alle borse di studio decadeva in caso di matrimonio, mentre in caso di fidanzamento doveva essere Bellomo a stabilire se quella relazione fosse consentita. Immaginiamo lo studente o la studentessa che, all' aspirante partner, erano costretti a dire: «Avrei voglia di frequentarti, mi piaci, con te sto bene, sei una persona meravigliosa, ma dobbiamo prima vedere che ne pensa il professor Bellomo: deve esaminarti lui, se non ti considera abbastanza intelligente perdo la borsa di studio». Bellomo, oltretutto, come sarebbe effettivamente accaduto, poteva «esporre in pubblico la vita personale della borsista inadempiente», con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Per beneficiare delle borse di studio di fascia A e di fascia B, inoltre, occorreva rispondere a criteri ben precisi. Per quanto concerne le donne, i criteri di scelta si riassumono in potere/successo; intelligenza; capacità di amare; bellezza e personalità. Per i maschi, oltre alla bellezza, all' intelligenza e all' eleganza, erano prese in considerazione, anche femminilità e attitudine materna (avete letto bene anche stavolta). Allegato al contratto, inoltre, «c'era un documento contenente il cosiddetto dress code, che prevede diversi tipi di abbigliamento dei borsisti a seconda delle occasioni. Per l'abbigliamento femminile si fa anche menzione alla diversa lunghezza della gonna, del tipo di calze e del tipo di trucco». La lunghezza della gonna da indossare «per le occasioni mondane», stabilita dunque per contratto, era «fino a un terzo della distanza dall' anca al ginocchio». La Verità ha fatto qualche ricerca su questo personaggio e ha scoperto altri particolari assai curiosi. Bellomo, per esempio, è un vero e proprio fanatico del quoziente intellettivo. Il suo curriculum, non a caso, si conclude con queste testuali parole: «Accreditato alla Wais (Wechsler Adult Intelligence Scale, il più noto test d' intelligenza, ndr) di un quoziente Intellettivo di 188 (media umana: 100) e al test delle matrici progressive di Raven di un punteggio ponderato pari a 201. Al test psicodinamico di Rorsach ha conseguito risultati equiparabili)». Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio genio, con un quoziente intellettivo (almeno a quanto dice lui) pari a quasi il doppio della media del genere umano, che però (ci perdoni l'ardire) ha qualche problemino quanto meno con la cultura generale, poiché in realtà il creatore del test psicodinamico al quale il consigliere di Stato fa riferimento si chiama Hermann Rorschach, con qualche consonante in più rispetto a quanto scritto nel suo curriculum da Bellomo. Altra bizzarria, quella che viene fuori leggendo i componenti della redazione della rivista di Diritto e scienza: tra le firme c' è quella di Alessia Iacopini, 31 anni, «sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Massa. Modella per l'agenzia Fashion Concept (2014-2016)». Perché sottolineare che la Iacopini ha lavorato anche come modella? Non si sa. Quello che si sa, è che Bellomo prestava una enorme attenzione ad aspetti e caratteristiche dei suoi borsisti che nulla, ma proprio nulla, hanno a che vedere con la giustizia e il diritto. Bellezza e abbigliamento sexy, come abbiamo visto, erano elementi fondamentali. Per averne certezza, al di là (direbbe lui) di ogni ragionevole dubbio, è sufficiente dare un'occhiata all' album fotografico delle varie iniziative, presente sul sito internet di «Diritto e Scienza» (corsomagistratura.it). Tra convegni con relatori di primissimo piano (c' è anche Piercamillo Davigo) e altre iniziative, spuntano foto di belle ragazze, in abiti da sera, con minigonne d' ordinanza, ovviamente a un terzo della distanza dall' anca al ginocchio. Come piacciono a Francesco Bellomo.

CASO BELLOMO, NON È SOLO UNA QUESTIONE DI MINIGONNE, scrive Indy Gesto. Birritteri lo difende: «Pensate a quel che accade in Iran». Ma la tesi non regge e i vertici del Consiglio di Stato vogliono la sua testa: «Non è equilibrato». Forse stavolta il rischio che cane mangi cane c’è per davvero e la suprema magistratura amministrativa, anche per non finire nel mirino dell’opinione pubblica - che teme le caste ma le vitupera quando non deve averci a che fare - rischia di dover espellere il pugliese Francesco Bellomo. A disgrazia avvenuta, i censori si sono moltiplicati, soprattutto sul web: c’è chi dice che certe cose si sapevano già, chi parla di yuppismo barese anni ’80 e chi urla allo scandalo. E c’è chi tenta di far capire che la vicenda del consigliere di Stato potrebbe essere la punta d’iceberg di un sistema molto più radicato. È il caso dell’amministratore di un gruppo Facebook molto seguito dagli aspiranti magistrati, in larga parte frequentatori delle scuole di specializzazione, che ha giustificato la rimozione di alcuni post dal gruppo con una motivazione che inquieta: «Siccome ho ricevuto intimidazioni che neanche lontanamente potete immaginare, e siccome mi è stato fatto presente che nei riguardi di alcuni utenti che hanno espresso il loro parere in maniera “offensiva” presto saranno presi provvedimenti legali, ho ritenuto opportuno, per senso di responsabilità e protezione nell’interesse di tutti, mio compreso, evitare ogni ulteriore discussione sull’argomento, tenendoci fuori da queste situazioni». Già, forse l’autore di questa frase, che lascia capire sin troppe cose, ha ragione. Ma una domanda è lecita: è possibile tenersi fuori da situazioni come quella in cui è finito, anzi si sarebbe andato a ficcare, Bellomo? Finché erano il Fatto Quotidiano e Dagospia a parlarne, qualche dubbio lo si poteva legittimamente coltivare. Ma dopo che ne ha scritto l’ottima Virginia Piccolillo, una delle firme più dure del Corriere della Sera, non ci sono storie. Non si parla più di giustizialismo o di gossip: il problema c’è tutto ed è quantomeno etico, forse tale da tracimare il pur grave aspetto disciplinare. Non si sa se Bellomo, di cui Alessandro Pajno, il presidente del Consiglio di Stato, ha chiesto la testa, sia ancora sicuro di sé come si è mostrato con i cronisti del Corrierone, che gli chiedevano di esprimersi sulla brutta faccenda che lo riguarda: «È solo una vicenda di costume. Datemi la possibilità di contro-esaminare chi mi accusa e usciranno dall’aula piangendo per le menzogne che hanno detto». Sarà, ma il bando in cui il magistrato ora sub judice indicava i criteri per l’erogazione della borsa di studio agli eletti non è una menzogna. E, con tutta probabilità, i documenti pubblicati da tutti, incluso il di solito prudente Corrierone, non sono dei falsi (al massimo potrebbero esserlo nei contenuti, ma questo si potrebbe provare solo se Bellomo, che ha la denuncia facile, querelasse per falso ideologico). E Pajno, che ha chiesto la massima sanzione, non sembra uno sprovveduto. Semmai appare debole la difesa impostata da Luigi Birritteri, magistrato siciliano di lunghissimo corso e già vicecapo di gabinetto nel Ministero della Giustizia, che si è incaricato di tutelare il collega sotto attacco durante la seduta del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, dove si è svolto il procedimento a carico di Bellomo. Quest’ultimo avrebbe imposto alle borsiste un determinato abbigliamento (cioè le minigonne di cui ha riso mezza Italia)? Nessun problema o quasi, secondo Birritteri: «Pietro Ichino nel suo trattato del 2003 affronta proprio il problema del dress code e dice: “Accade che il datore di lavoro chieda al prestatore il rispetto di disposizioni circa l’abbigliamento o l’aspetto personale”. È chiaro che l’obbligo del prestatore di lavoro è perfettamente identico all’obbligo contrattualmente assunto da un borsista». Se si parla di diritto, non c’è da essere troppo sicuri della chiosa di Birritteri: c’è lavoro e lavoro e una borsista che dovrebbe occuparsi di problematiche giuridiche non è una hostess o una ragazza immagine e, in ogni caso, le compressioni della libertà individuale - tra queste la libertà nella cura dell’aspetto - che si giustificano nel caso di una prestazione d’opera o, ancor più, in un contratto di lavoro subordinato, non stanno né in cielo né in terra per una borsa di studio. Peggio che andar di notte per la parte più libertaria dell’arringa di Birritteri: «Viviamo brutti tempi, mi preoccuperei più che delle minigonne delle giuste preoccupazioni delle hostess dell’Air France. Sapete perché hanno protestato? Perché la compagnia ha ripreso i voli per Teheran e non hanno apprezzato le hostess. La circolare interna della compagnia ha richiesto loro l’obbligo di indossare pantaloni, una giacca lunga e di coprire la testa e i capelli con un velo al momento dell’uscita dall’aereo. Preoccupazioni esattamente opposte. Ora dico: forse dovremmo preoccuparci di più di chi ci vuole mettere il burqa e il velo in testa anziché contestare un dress code». Già. Peccato solo che le norme, religiose ma anche giuridiche di uno Stato sovrano, riconosciuto nella sua attuale forma dalla Comunità internazionale, quindi anche dalla Francia, siano una cosa piuttosto diversa dai criteri imposti da una struttura privata nell’ambito di un rapporto che non è di lavoro. Probabilmente il magistrato agrigentino non ha trovato nulla di meglio. E ora la palla, cioè la decisione finale, passa all’Adunanza generale del Consiglio di Stato. Quanto a Bellomo, ha ragione da vendere su una cosa quando dice che la sua «sarebbe solo una vicenda di costume». Già, ma il costume, per la categoria dei magistrati, in un momento di crisi che li ha resi custodi, oltre le loro funzioni e i meriti di molti di loro, della legalità e della pubblica amministrazione, è tutto. E il Consiglio di Stato sta per pronunciarsi sulla congruità al ruolo ricoperto, non su altre ipotesi, che al momento non interessano. Ma l’aspetto di puro costume non riguarda il solo Bellomo, che non può né deve diventare un capro espiatorio, perché i comportamenti che gli sono stati contestati non li avrebbe praticati da solo. E c’è da chiedersi se le aspiranti magistrate sapessero che, per una borsa da 3mila euro (forse prelevati dalle costose quote versate dai loro colleghi di corso, evidentemente non appartenenti alla razza eletta vagheggiata dal bando), Bellomo non avrebbe potuto pretendere di discettare sui loro compagni di vita, comportamenti privati o altro. In nessun caso, comunque, farebbero una bellissima figura, sebbene meritino tutta la comprensione che dev’essere data a chi è parte debole in una vicenda troppo più grande di loro. Se la vicenda fosse solo di costume, spiace dover contraddire di nuovo Birritteri: tra la prepotenza di chi pretende di coprire le donne a tutti i costi e quella presunta di chi, invece, le vuole spogliare, è difficile dire cosa sia peggio.

Consiglio di Stato, il problema è davvero il "genio" Bellomo? Scrive il 14 dicembre 2017 Alessio Liberati, Magistrato, su "Il Fatto Quotidiano". In questi giorni sono tempestato di telefonate di giornalisti (e non solo) che mi chiedono cosa stia succedendo al Consiglio di Stato. Ho scritto spesso sul tema e, mi piace ricordarlo, il concorso per consigliere di Stato vinto dal consigliere Bellomo è quello del 2006, che ha visto vincitore un altro protagonista delle cronache: Roberto Giovagnoli (che non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso che vinse). Del caso Giovagnoli ho scritto più volte ed ho rilasciato interviste a Report ed a L’Espresso, quindi non aggiungo altro (se non che il dottor Giovagnoli ha fatto causa a Report per diffamazione e danno di immagine, risultandone giustamente sconfitto). Ma veniamo al caso Bellomo. Questo il “mio” riassunto. C’è un tipo un po’ bizzarro che sostiene di essere una specie di genio con un quoziente intellettivo pari al doppio dei normali esseri umani e viene autorizzato dall’organo di autogoverno dei giudici amministrativi, il Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (da 10 anni almeno!) a fare corsi di formazione privati. Viene fuori che riesce a tirare su un bilancio di oltre 600.000 euro e a spingere le borsiste piacenti a girare in minigonna durante il suo corso, pena il pagamento di 100.000 euro di penale. Un po’ genio, mi viene da pensare, forse lo è… piuttosto io farei una perizia psichiatrica di massa alle aspiranti magistrate che hanno firmato simili contratti. Detto questo, che alcuni magistrati facciano corsi di formazione facendo guadagnare centinaia di migliaia di euro a società private (intestate in alcuni casi addirittura alla moglie!) non è una novità. Lo scandalo è che l’organo di autogoverno dei giudici amministrativi lo autorizzi. Che poi i giudici che tengono i corsi approfittino della loro posizione per cercare di sedurre le allieve più o meno belle, poi, è questione che è giunta alle mie orecchie più volte, ma, di sicuro, riguardava altri colleghi e non il consigliere Bellomo. Perché il CPGA non approfondisce il tema a 360 gradi e continua ad autorizzare tali incarichi da decenni? Piuttosto ricordiamoci che i giudici amministrativi sono stati già colti in più occasioni in turpi storie di pedofilia (prostituzione minorile per l’esattezza) ma di scandali se ne sono sentiti ben pochi. Perché? Nessuno ha gridato a così alta voce per la destituzione dei protagonisti della vicenda delle “baby squillo dei Parioli” o per chi ha preteso escort minorenni per aggiustare sentenze. La legge non è uguale per tutti? E, mi ripeto, perché non si fanno accertamenti seri sugli altri corsi tenuti dai consiglieri di Stato? Perché l’organo di autogoverno delle toghe amministrative non ha sanzionato i colleghi con la toga che hanno giurato fedeltà alla Repubblica, ma poi si sono rivelati massoni in sonno e invece li ha promossi come presidenti del Tar Calabria e del Tar Sicilia, cioè le regioni più infiltrate dalla masso-mafia? E soprattutto, perché il Consiglio di Stato, il CPGA e la presidenza del Consiglio dei ministri hanno difeso, da 10 anni, l’indifendibile concorso del 2006 vinto dai dottor Giovagnoli e Bellomo, che hanno portato più scandali di chiunque altro dentro Palazzo Spada? La presidenza del Consiglio dei Ministri ed il CPGA sono state interessate più volte al tema del concorso 2006, ma non hanno mai voluto provvedere in autotutela ad annullare il concorso dello scandalo, da anni. E allora, tenetevi stretti il genio di Bellomo e, ormai quasi ai vertici della giustizia amministrativa, un magistrato che non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso, ma almeno… non stupitevi se poi finite sui giornali!

Ecco i doveri (in più) che spettano ai giudici. Ci si chiede come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare nel Consiglio di Stato che fornisce pareri su regolarità e legittimità degli atti amministrativi, scrive Gian Antonio Stella il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Soldato Jacovacci, ti sarà el più anzian ma ti xé anca el più mona», dice un sottufficiale nel film «La grande guerra» ad Alberto Sordi, appena promosso caporale e già sbronzo di potere. E così verrebbe da rispondere al giudice Francesco Bellomo che, prima di far sparire il materiale più imbarazzante dal web, si vantava anche d’avere «un quoziente intellettivo di 188 (media umana 100)» e d’aver avuto «un’immensa quantità di donne». Peraltro, aggiungeva il gentleman, «di elevata qualità media». Lasciano senza fiato le vanterie da galletto del consigliere di Stato finito in questi giorni sulle prime pagine per le «regole» dettate alle giovani laureate in giurisprudenza che per entrare in magistratura si erano iscritte al suo corso di formazione alla scuola «Diritto e scienza». Basti leggere il diario delle «conquiste» da sciupafemmine sbandierate sulla rivista «scientifica» della scuola e rivelate da Virginia Piccolillo: «Ci incontriamo prima della lezione sul piano dove alloggio e lei mi abbraccia e bacia ripetutamente… Sono stato anni in Sicilia quindi non posso attribuire la veemenza della fanciulla al temperamento della specie femminile locale». Finezze da caserma che mai si sarebbe permesso neppure il mitico «Zanza», storico maschio alfa dei bagnini riminesi. Ma il punto, ovvio, non è questo. Né le fanfaronate ulteriori inserite nei «contratti» da questa specie di Capitan Sputasaette in toga. Come, per citare il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa che lo vuole destituire, «una clausola limitativa relativa a matrimonio e fidanzamento». Per capirci: «applicando i dettami della teoria della selezione naturale» la scelta dei fidanzati «deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente». Il punto è: come ha fatto un «maestro» di tal fatta a entrare a Palazzo Spada, la sede di quel Consiglio di Stato che fornisce al governo e alle regioni i pareri sulle regolarità e la legittimità dei vari atti amministrativi e ha l’ultima parola sulle sentenze, spesso delicatissime, dei vari Tar? Fosse anche tecnicamente un genio, la preparazione «scientifica», da sola, può bastare? O un giudice davvero all’altezza dei compiti che gli sono stati affidati, come suggerisce il buon senso, deve essere dotato anche di sobrietà, misura, consapevolezza del ruolo ricoperto? In ogni cesta, ovvio, può esserci una mela ammaccata. O addirittura marcia. Si pensi al giudice milanese, che per non farsi trovare con le mani nel sacco gettò i soldi della corruzione in un cassonetto. O al collega, consigliere di Stato, romano, condannato con rito abbreviato in primo grado a poco più di un anno per prostituzione minorile. Per non dire del caso di un consigliere d’appello che anni fa venne sorpreso mentre compiva, come si diceva, allora «atti innominabili» con un ragazzino: arrestato, processato e condannato se la cavò infine con un’amnistia e la restituzione del grado e degli stipendi. Capita. In tutti i mestieri. Proprio per la delicatezza del compito loro assegnato, però, ai magistrati che devono giudicare gli altri viene chiesto di essere più solleciti nel raccogliere le denunce, più zelanti nell’esaminarle, più severi non solo nel giudicare i reati ma nel pesare l’opportunità di certi comportamenti. Lo sono stati? Sempre? O hanno preferito spesso non calcare la mano o addirittura nascondere la polvere sotto il tappeto come è successo troppe volte nei confronti di chi per anni grondava di arbitrati e ricchissimi incarichi esterni e ci scherzava su dicendo che «la legge è la moglie, gli incarichi l’amante»? Può darsi che scrivere in un «contratto» che «il borsista deve attenersi al “dress code” in calce e, comunque, deve curare la propria immagine anche dal punto di vista dinamico (gesti, conversazione, movimenti), onde assicurarne il più possibile l’armonia, l’eleganza, la superiore trasgressività» non sia un reato. E che non lo sia neppure, in situazioni e lavori e luoghi diversi, suggerire le minigonne e i tacchi a spillo. Può darsi. Ma è opportuno pretendere questi pedaggi da cascamorto in un istituto privato che si presenta come una «Scuola di Formazione Giuridica Avanzata specializzata nella preparazione al concorso in magistratura ordinaria»? Ed è opportuno che altri magistrati in servizio, come il rodigino Davide Nalin, frequentino i convegni anti-violenza e insieme collaborino senza un cenno di dissenso con una rivista come quella citata dove intere puntate sono state dedicate a sgocciolare veleni, con nome e cognome, su una ragazza via via andata in crisi al punto di ridursi a uno scheletro di quarantuno chili? «Non posso raccontare i fatti, perché sono tenuto al silenzio, ma non sono come li hanno descritti», ha detto il consigliere di Stato al Corriere, «Anche se lo fossero però sarebbe solo una vicenda di costume». Sic… Ma cosa insegna, un «professore» che dice una frase così insensata, solo commi, codici e codicilli?

Mentana lancia il servizio su Bellomo: "Gran porco". Il direttore del Tg La7, Enrico Mentana, lancia un servizio su Francesco Bellomo, il consigliere di Stato finito nella bufera per la sua scuola, scrive Claudio Cartaldo, Martedì 19/12/2017 su "Il Giornale". Non si è trattenuto, Enrico Mentana. E nel lanciare la notizia su Francesco Bellomo, il consigliere di Stato finito nella bufera per le vicende emerse sulla sua scuola per aspiranti magistrati che tentano il concorso in magistratura, si è lasciato andare ad un commento che ha già fatto il giro della Rete. "Vediamo un fatto italiano - ha detto il direttore del TgLa7 lanciando il servizio sulla scuola "Diritto e Scienza" di Bellomo - ancora lo scandalo di quel magistrato, gran porco, che, come si sa, adesso finalmente è nel mirino della stessa magistratura". Il servizio del telegiornale raccontava la decisione della magistratura di iscrivere nel registro degli indagati quel consigliere che il Consiglio di Stato aveva deciso di rimuovere a seguito della denuncia di un padre di una delle tante corsiste passate sotto i suoi insegnamenti. I fatti sono ormai noti: l'istituto di cui Bellomo era direttore e coordinatore della rivista assegnava alcune borse di studio a studenti meritevoli. Peccato che poi, secondo quanto emerso dalle testimonianze e dall'istruttoria del Consiglio di Stato, alle borsiste venisse richiesto di firmare un contratto in cui veniva esplicitato il divieto di matrimonio, l'obbligo di fidanzarsi solo con ragazzi/e intelligenti e la richiesta di un vero e proprio dress code per ogni evenienza, dal tacco alto e minigonna per le serate mondane a quello un po' più istituzionale per gli eventi giuridici.

Aspiranti giudici in minigonna. Francesco Bellomo indagato a Bari. Il consigliere di Stato è coinvolto nell’inchiesta avviata dal procuratore aggiunto Rossi. Ipotizzato il reato di estorsione, anche Milano avvia un fascicolo. Sospeso il pm Nalin, scrive il 18 dicembre 2017 "Il Corriere del Mezzogiorno". Il consigliere di Stato Francesco Bellomo è indagato a Bari per estorsione. La procura barese, che nei giorni scorsi aveva aperto un fascicolo d’indagine senza ipotesi di reato, sulla base di alcuni elementi acquisiti ipotizza ora che il magistrato amministrativo abbia obbligato alcune sue allieve della Scuola di formazione per magistrati a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e con trucco marcato e preteso che non fossero sposate. La vicenda era stata denunciata dal padre di una studentessa. La Procura di Bari ritiene di essere competente a indagare anche perché una sede della scuola di formazione «Diritto e Scienza» di Bellomo ha sede anche nel capoluogo pugliese, città in cui il magistrato amministrativo risiede. Nel corso dell’indagine il procuratore aggiunto Roberto Rossi, titolare del fascicolo, convocherà in qualità di testimoni alcuni degli scritti al corso e procederà all’acquisizione di altri documenti (anche di natura fiscale) nella scuola.

Si muove anche Milano. Sul caso Bellomo anche la Procura di Milano ha aperto un fascicolo, ma allo stato attuale senza ipotesi di reato né indagati. Al momento si tratta di un fascicolo a «modello 45», ossia relativo ad atti non costituenti notizia di reato e, da quanto si è saputo, non sono arrivate nemmeno denunce a Milano (nel capoluogo lombardo c’è una delle tre sedi della scuola di formazione) contro Bellomo. Per valutare se e come procedere nelle indagini i magistrati milanesi, tra l’altro, si sono messi in contatto con i colleghi della Procura di Bari.

Sospeso il pm. Intanto, mentre a Bari le indagini sono alla fase iniziale, il Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori ruolo il pm di Rovigo Davide Nalin, collaboratore del consigliere di Stato Francesco Bellomo nella Scuola di formazione giuridica «Diritto e scienza». A chiedere il provvedimento era stato il Pg della Cassazione Pasquale Ciccolo, che ha anche avviato l’azione disciplinare nei confronti del magistrato. Nalin è accusato di aver fatto da «mediatore» tra Bellomo e una borsista per procurare al collega «indebiti vantaggi», anche di «carattere sessuale». Quello del «tribunale delle toghe» è un provvedimento cautelare, adottato in via d’urgenza. Occorre evitare che Nalin possa reiterare «condotte «gravemente scorrette» e «incompatibili» con le funzioni giudiziarie, aveva scritto Ciccolo nel motivare la sua richiesta. Perché si tratta di vicende di «tale degrado» da ledere non solo la personale «credibilità» del pm , ma quella dell’«intera giurisdizione».

La notizia data da Legnini. A rendere noto che la Sezione disciplinare del Csm ha sospeso il magistrato è stato il vice presidente Giovanni Legnini, intervenendo alla Camera alla conferenza di «Italiadecide», dedicata alla cooperazione tra le giurisdizioni superiori. «Proprio oggi abbiamo deciso la sospensione di un magistrato ordinario e da quanto so analoga decisione dovrà assumere il Consiglio di Stato entro breve termine». Lo ha annunciato il vicepresidente del CSM Giovanni Legnini che intervenendo a un convegno alla Camera ha fatto riferimento al caso che coinvolge il pm di Rovigo Davide Nalin e il consigliere di Stato Francesco Bellomo.

La procedura. La commissione speciale del Consiglio di Stato che dovrà redigere il parere con la proposta di destituzione del consigliere Francesco Bellomo, si riunirà - a quanto si apprende - mercoledì 20 dicembre. Il parere dovrà poi essere steso e passare all’esame dell’adunanza generale, che verrà convocata il 10 gennaio e a cui parteciperanno i circa cento consiglieri che la compongono, provenienti da tutta Italia. La decisione dell’adunanza dovrà a questo punto essere formalizzata dal Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa. La destituzione, ossia la rimozione definitiva dai ranghi della giustizia amministrativa, è la sanzione più alta prevista in quest’ambito e non ha praticamente precedenti.

Un fake account per controllare le corsiste. Veniva utilizzato anche un fake account su Facebook per il monitoraggio delle abitudini delle corsiste della Scuola per la preparazione al concorso in magistratura gestita dal consigliere di Stato Francesco Bellomo. Ne parla - a quanto si è appreso - l’ordinanza con cui il Csm ha sospeso il pm di Rovigo Davide Nalin.

Aspiranti giudici in minigonna: il magistrato del Consiglio di Stato Bellomo indagato per estorsione, sospeso il pm Nalin di Rovigo, scrive il 19 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Ipotizzato il reato di estorsione ai danni delle allieve. Il consigliere di Stato obbligava delle sue allieve della scuola di formazione a presentarsi ai corsi in tacchi a spillo e con trucco marcato. Una testimone: “Altre quattro ragazze vittime”. Obbligo di minigonna e tacchi a spillo, trucco marcato e la pretesa che non fossero sposate o fidanzate in cambio di una borsa di studio. La Procura di Bari nei giorni scorsi aveva aperto un fascicolo d’indagine senza ipotesi di reato, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, che aveva affidato le indagini ai Carabinieri ed alla Guardia di Finanza, ma grazie ad alcuni nuovi elementi acquisiti, ora ipotizza che il contratto imposto dal magistrato (e consigliere di Stato) Francesco Bellomo ad alcune studentesse del suo corso di magistratura costituirebbe di fatto una vera e propria estorsione.  La vicenda era stata denunciata dal padre di una studentessa. Bellomo che rischia anche di essere destituito dalla magistratura, è stato quindi formalmente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura barese, mentre vengono alla luce altre quattro giovani studentesse che avrebbero subito lo stesso “trattamento”.  Quanto accadeva in quei corsi, che si tengono periodicamente annualmente a Bari, Roma e Milano (motivo per cui anche la Procura del capoluogo lombardo ha aperto un’indagine conoscitiva senza indagati né ipotesi di reato), è stato rivelato ai magistrati della Procura di Bari da una delle vittime, l’avvocata Rosa Calvi 28enne di Cerignola (Foggia), ascoltata in qualità di “persona informata dei fatti”. Con una deposizione durata circa due ore ha raccontato come Bellomo avrebbe tentato di convincerla un anno fa a firmare quel contratto, ma soltanto ora lei ha trovato il coraggio di raccontarli. “Avevo paura di ripercussioni sulla mia carriera”, ha detto la giovane avvocatessa lasciando il Palazzo di Giustizia, dicendo di essere a conoscenza di esperienze simili vissute da almeno altre quattro ragazze. Lei rifiutò di firmare quel codice di comportamento che prevedeva un dress code, minigonne, tacchi altri e trucco.  “Bellomo disse che ero una stupida a dire di no, perché di solito gli dicevano di sì, e mi cacciò dal corso”. Una esperienza amara a tal punto da averle fatto desistere dal sogno di diventare magistrato. “Ma non ci rinuncio – ha detto – perché so che fare il magistrato non è questo e non bisogna permettere alle persone di rubare i sogni”.  

“Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale”, racconta il padre della ragazza piacentina, laureata alla Cattolica di Piacenza, che ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati, e riferisce che sua figlia ora sta meglio ma “questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi”. Aggiungendo che la figlia “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio»”. Bellomo dopo aver appreso della denuncia, avrebbe cercato, di arrivare a una conciliazione con la ragazza. I Carabinieri “sono venuti più volte, chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale”, conclude. ​Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Pasquale Ciccolo,   ha avviato l’azione disciplinare nei confronti del magistrato, chiedendo ed ottenendo dal Consiglio Superiore della Magistratura  (di cui è componente di diritto)  la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio ed il collocamento fuori ruolo per il pm Davide Nalin in servizio presso la Procura di Rovigo , collaboratore del consigliere di Stato Bellomo nella Scuola di formazione giuridica “Diritto e scienza“,  accusato di aver fatto da “mediatore” tra Bellomo e una borsista per procurare al collega “indebiti vantaggi“, anche di “carattere sessuale“. Il vicepresidente del CSM Giovanni Legnini intervenendo ad un convegno alla Camera dei Deputati facendo riferimento al caso che coinvolge il pm Nalin e il consigliere di Stato Bellomo ha reso noto che “proprio oggi abbiamo deciso la sospensione di un magistrato ordinario e da quanto so analoga decisione dovrà assumere il Consiglio di Stato entro breve termine”.  La commissione speciale del Consiglio di Stato dovrà infatti redigere il parere con la proposta di destituzione del consigliere Francesco Bellomo, si riunirà domani mercoledì 20 dicembre. Il parere dovrà poi essere redatto e passare all’esame dell’adunanza generale, che verrà convocata il 10 gennaio e a cui parteciperanno i circa cento consiglieri che la compongono, provenienti da tutta Italia. La decisione dovrà poi essere formalizzata dal Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa. Dall’ordinanza del Csm emergono nuovi particolari sulla vicenda, come un fake account su Facebook che sarebbe stato usato per monitorare le abitudine delle corsiste. Il magistrato di Rovigo si difende commentando la decisione del Csm: “è un provvedimento che fatico a comprendere e che inevitabilmente impugnerò, continuando ad avere fiducia nella magistratura, alla quale ho dedicato la mia vita”, dice Nalin, che si difende ed aggiunge: “Non è affatto vero che mi sia prodigato per indurre ragazze ad assecondare richieste illecite del consigliere Bellomo. Non ho mai fatto nulla di tutto ciò, così come nulla che potesse essere letto come costrizione, men che meno facendo leva sulla mia figura istituzionale”. Francesco Bellomo, il giudice del Consiglio di Stato ancora per poco, si difende così “Il processo in corso è alle mie idee, si vuole applicare un giudizio morale su aspetti che riguardano la mia vita privata e un approccio disciplinare che nessuno capisce perché è troppo moderno”. Bellomo ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con alcune allieve, sostenendo che però sarebbero state consenzienti. E nega alcune accuse difendendo il suo corso: “Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete”.

Caso Bellomo, il giudice risponde alle accuse: "Mi sento tradito e usato dalle ragazze". Il magistrato, indagato dalle procure di Bari e Milano, parla del rapporto con le allieve della sua scuola. E aggiunge: "I prossimi anni saranno dedicati a far emergere la verità", scrive il 19 dicembre 2017 "La Repubblica". Dice di "sentirsi tradito e usato" Francesco Bellomo, il magistrato e consigliere di Stato finito sotto accusa dopo le denunce di alcune allieve del suo corso in magistratura. Per lui quelle ragazze gli "sono state accanto o hanno aderito ai corsi solo per interesse personale e non mosse da veri sentimenti o convinzioni ideali, come invece professavano". Parla così Bellomo ai giornalisti dell'Ansa, dopo che, per indagare i suoi metodi di insegnamento, sono state aperte due inchieste: una a Bari e l'altra a Milano, dove c'è un'altra sede della sua scuola. "Con talune - continua il consigliere di Stato, che si è rivolto per la difesa al professor Vittorio Manes e all'avvocato Beniamino Migliucci - ho avuto relazioni sentimentali e mai nessuna, sino a quando il rapporto è durato, mi ha eccepito un qualche comportamento sgradito, anzi insistendo perché la relazione acquistasse importanza. Quanto alle altre (un ridottissimo numero di allieve titolari di borsa di studio), esse mi chiedevano di prepararle e guidarle per affrontare al meglio il concorso in magistratura, esprimendo piena e convinta adesione al mio metodo di insegnamento". Molte di loro, continua il consigliere "non diversamente da tanti altri allievi, hanno anche brillantemente superato le prove di concorso, manifestandomi riconoscenza. Adesso vedo costruita (senza averne peraltro alcuna formale notizia) sui loro racconti un'accusa di estorsione e assisto impotente al tramonto di una carriera a cui nessun rimprovero può essere mosso (e mai è stato mosso)". Poi una frase dedicata al futuro: "I prossimi anni della mia vita saranno probabilmente destinati a far emergere la verità, sopportandone il costo morale e materiale. Ma quando ciò accadrà, si saranno prodotti danni irreparabili: nella 'civiltà' moderna un uomo può essere devastato da false informazioni e giudizi sommari senza avere, in sostanza, alcuna possibilità di difesa".

Il caso Bellomo, tra magistratura e Scientology, scrive il 20 dicembre 2017 Luca D’Ammando su "Pianetablog.com. «Tutti i geni, anche Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori». Così parlò Michele Bellomo, magistrato, membro del Consiglio di Stato, accusato di una lunga e bizzarra lista di abusi e molestie dalle studentesse che frequentavano i suoi corsi di formazione per entrare in magistratura. Mentre Bellomo rischia di essere espulso dal Consiglio di Stato, le procure di Piacenza, Bari e Milano hanno aperto fascicoli d’indagine su di lui. I fatti, in breve, per capire meglio il personaggio e come sia riuscito a convincere aspiranti magistrati ad affidarsi a lui come fosse un moderno Zarathustra («Io vi insegnerò cos’è il Superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che cosa avete fatto per superarlo?» scrive Nietzsche in uno dei suoi passi più noti). Barese, dal 2005 più giovane membro del Consiglio di stato, massima espressione della giustizia amministrativa, è anche direttore della scuola di formazione per magistrati in diritto amministrativo “Diritto e scienza”, che organizza corsi a Bari, Roma e Milano. Nel curriculum pubblicato sul sito della scuola, ora eliminato, scrive di sé: «È accreditato […] di un Q.I. = 188 (media umana = 100)»; si definisce «studioso delle discipline a carattere scientifico, nel cui ambito ha conseguito titoli internazionali» e il suo grande risultato sarebbe l’applicazione della «teoria della relatività generale nel diritto». Si tratta di «un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane». Che il personaggio fosse particolare, bizzarro, era noto nell’ambiente da anni. Basta andare a dare un’occhiata ai forum per aspiranti magistrati per trovare giudizi critici e aneddoti interessanti dal 2015 in poi (). Geniale per alcuni (oltre che per se stesso), cialtrone e sessista per molti altri. Comunque non particolarmente noto all’opinione pubblica, se è vero che nell’archivio dell’Ansa non c’è traccia del suo nome prima delle accuse di molestie degli ultimi mesi. Scrive Bellomo a una sua studentessa nel 2016: «Venerdì sera, quando entro in stanza, ti metti in ginocchio e mi dici: “Ti chiedo perdono, non lo farò mai più”. Non è il significato della sottomissione, ma della solennità. Come le forme rituali». E in effetti più che un corso per diventare magistrato, quello gestito dal consigliere di Stato assomigliava a una setta in stile Scientology. È stato il sostituto procuratore della Cassazione Mario Fresa a evocare The Master, il film ispirato alla figura del fondatore di Scientology Ron Hubbard, nell’udienza davanti alla Sezione disciplinare del Csm che ha poi deciso di sospendere il pm di Rovigo Davide Nalin, accusato di aver fatto da “mediatore” tra Bellomo e alcune borsiste per procurare al collega «indebiti vantaggi», anche di «carattere sessuale». In questa storia c’è poi un contratto, ancora meglio, un contratto riservato («Esistono delle clausole di riservatezza. Come negli Stati Uniti», spiega oggi Bellomo). Funzionava così: gli studenti più meritevoli potevano ottenere una borsa di studio per la scuola di formazione e Bellomo, in quanto direttore, decideva a chi dare questa borsa, per lo più ad allieve. Quindi mostrava ai prescelti un contratto che avrebbero dovuto firmare e, a volte, chiedeva di superare alcune prove. Tra le condizioni contenute nel contratto: la scrittura di articoli per la rivista “Diritto e Scienza”, la partecipazione a studi e convegni, ma anche un dress code dettagliato con minigonne «da 1/2 a 2/3 della lunghezza tra giro vita e ginocchio», trucco con «valorizzazione di zigomi e sopracciglia» e tacco 8-12 «non a spillo». Per i borsisti maschi jeans strappati e maglie aderenti nel profilo casual fino ai pantaloni ai completi classici. Scarpe solo Nike o Hogan. Firme da prediligere Armani, Dolce Gabbana e Versace. E poi il controllo sulla vita sentimentale. Si legge nel contratto: «La scelta del partner (del borsista, ndr), applicando i dettami della teoria della selezione naturale, deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente». Una delle studentesse ha raccontato: «C’era anche una clausola riguardante la scelta del fidanzato. Le borsiste avrebbero dovuto assegnare un punteggio algoritmico al loro fidanzato e confrontarlo con il punteggio assegnato da Bellomo. Se i due punteggi non coincidevano, prevaleva quello assegnato dal consigliere Bellomo». Anche perché il borsista – sempre secondo il codice – «non potrà mantenere o avviare relazioni intime con soggetti che non raggiungano il punteggio di 80/100 se appartenente alla prima fascia, di 75/100 se appartenente alla seconda fascia. Il borsista decade automaticamente non appena contrae matrimonio». Gettati in uno stato di «prostrazione psicologica», per il timore di vedersi precluso l’accesso in magistratura, finivano per accettare tutto quello che veniva loro richiesto da Bellomo. Almeno otto studentesse hanno raccontato a giornali e magistrati cosa significassero in pratica queste istruzioni. Rosa Calvi, 28 anni, ha detto al Corriere della Sera che Bellomo, per ottenere la borsa di studio, le chiese di affrontare una serie di prove: «Andare in Ferrari con lui ad alta velocità oppure passeggiare in una via di locali e scegliere il migliore». Il padre di una studentessa di Piacenza, l’uomo che per primo ha denunciato Bellomo, nel dicembre 2016, ha raccontato sempre al Corriere della Sera: «Mia figlia era stata insieme con Bellomo (a questo punto non so quanto volontariamente o per contratto). Com’era successo anche ad altre, lui poi raccontava particolari intimi delle sue relazioni sulla rivista a disposizione degli studenti. Peggio della gogna del web, perché poi i tuoi compagni sanno se hai dormito con questo o l’altro, se sei stata brava, se il tuo fidanzato è un deficiente. Era obbligata al segreto. Sapeva che lui fa causa e le vince tutte e la clausola era da 100mila euro». Ma la rivendicazione massima dell’autorità di Bellomo nei confronti dei sottoposti emerge dal punto del contratto in cui il magistrato si definisce «l’agente superiore» a cui il borsista deve «fedeltà». L“agente superiore” è la figura prodotta dalla filosofia di Bellomo. Una figura chiamata ad alti compiti, in grado di applicare a ogni ambito della vita umana – amore compreso – criteri razionali e matematici, capace di attingere, se non superare, nei vari ambiti prestazionali, il limite fisico del possibile. Non è una novità sentire parlare di uomini superiori, che devono preferibilmente accompagnarsi a loro simili, da scegliere, anche in relazioni sentimentali, in base a canoni relativi a intelligenza superiore, ma anche bellezza. Era una delle premesse del nazismo, della teorizzazione della razza superiore.  Ma forse ci stiamo spingendo oltre. Più prosaicamente, la pista superomistica ritorna ciclicamente nei casi giudiziari che invitano a una narrazione da romanzo giallo. Una mente superiore alle prese con il crimine perfetto: una ricetta che funziona sempre nella letteratura come nel cinema, da Frenesia del delitto a Nodo alla gola fino al più inflazionato Delitto e castigo. Una chiave interpretativa facile da applicare, soprattutto quando è più complicato rimanere legati ai fatti: emblematico il caso di Giovanni Scattone, diventato il mostro perfetto anche grazie al ritratto che ne fecero i pm, il freddo genio che con il compare commette un delitto solo per il gusto di farlo e di dimostrare di farla franca. Eppure nel nostro caso è lo stesso Bellomo a volerci rimandare alla letteratura: «Dal punto di vista statistico sono il miglior investigatore dopo Sherlock Holmes», scrive sempre sulla sua rivista. Infine, a rendere questa storia ancora più attraente per i media, a solleticarne i pruriti, c’è l’appartenenza a una casta, la magistratura. Ora tutti a chiedersi: come è stato possibile che dal dicembre dello scorso anno questo «gran porco», per dirla alla Mentana, sia rimasto al suo posto nel Consiglio di Stato? Il suo ambiente gli ha consentito di portare avanti impunemente comportamenti del genere per anni, sembrerebbe. Ma qui si va oltre anche ai tic proprio di certi magistrati, a quel malcelato senso di onnipotenza che deriva loro dal ruolo. Bellomo ci ha portati in una dimensione al limite del reale, se non ci fossero i testi, i contratti e le testimonianze delle ragazze che mostrano i danni reali di un magistrato che si crede un superuomo.

Toghe sexy, Nalin e la teoria del superuomo. Il pm di Rovigo indagato. Le accuse: atti persecutori e lesioni personali gravi, scrive il 20 dicembre 2017 "Il Corriere della Sera". Atti persecutori e lesione personale grave: sono i reati per i quali sono indagati dalla procura di Piacenza in concorso tra di loro il consigliere di Stato Francesco Bellomo e il pm di Rovigo Davide Nalin. Lo si evince dall’ordinanza con cui il Csm il 15 dicembre scorso ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio Nalin e lo ha collocato fuori dal ruolo della magistratura.

L’interrogatorio. Bellomo, a Bari, è indagato anche per estorsione. Davanti alla Sezione disciplinare del Csm il pm di Rovigo Davide Nalin ha negato di aver avuto il ruolo di coordinatore dei borsisti o comunque di stretto collaboratore del consigliere di Stato Michele Bellomo nella Scuola «Diritto e scienza» per la preparazione al concorso in magistratura. E ha spiegato di essersi occupato solo della rivista del corso. Non solo però il «tribunale delle toghe» non gli ha creduto, ritenendo la sua una collaborazione a tutto tondo alla Scuola di Bellomo, rispetto al quale - secondo i giudici disciplinari - era una sorta di alter ego.

La teoria del «superuomo». Ma nel decidere di sospenderlo dalle funzioni e dallo stipendio, il tribunale ha tenuto conto anche del tenore dei suoi articoli sulla rivista; scritti che - secondo il Csm - più che affrontare complesse questioni giuridiche sembravano avallare la teoria del superuomo, l’«agente superiore» che si distingue dalla massa di «sfigati» e che ha al suo fianco una «fidanzata-segretaria» chiamata a dargli sostegno psicologico e fisico. Quanto al ruolo di Nalin nella Scuola, la Sezione disciplinare fa riferimento non solo alle dichiarazioni delle borsiste che lo hanno descritto come stretto collaboratore di Bellomo ma anche a quelle dello stesso consigliere di Stato che ha detto che il collega era coinvolto nell’attività di ricerca di «Diritto e giustizia».

Toghe a luci rosse, caso Bellomo. Intervista alla 28enne di Cerignola Rosa Calvi, scrive "La Gazzetta del Mezzogiorno". Articolo riportato da "La Notizia Web" il 21 dicembre 2017. È stata ascoltata nel pomeriggio di lunedì in Procura a Bari, come persona informata dei fatti, l’avvocatessa 28enne di Cerignola Rosa Calvi nell’ambito dell’indagine per estorsione a carico del Consigliere di Stato Francesco Bellomo. L’uomo è accusato di aver imposto ad alcune studentesse che seguivano il suo corso di magistratura un codice di comportamento e un dress code, minigonna e tacchi alti, in cambio di un borsa di studio. I fatti raccontati risalirebbero ad un anno fa e sarebbero avvenuti a Roma, dove la ragazza seguiva il corso, dal quale poi sarebbe stata “cacciata” per aver rifiutato le condizioni imposte da Bellomo. Contattata telefonicamente l’avvocatessa, aspirante magistrato, è ritornata sulla sui fatti e sull’importanza di denunciare. Dopo esser stata contattata da altre ragazze, crede che si aprirà un filone di denunce figlie del suo coraggio? «Questo è uno dei motivi per cui mi sono esposta e ho parlato con la stampa – dichiara Rosa Calvi a La Gazzetta -. Io spero che ci sia la fila delle ragazze pronte a raccontare la loro esperienza; da un lato spero che la raccontino e dall’altro spero che non sia successa a troppe persone, perché non è sicuramente un’esperienza piacevole da vivere. Alcune ragazze mi hanno contattato. Alcune di queste hanno avuto una storia molto pesante, altre si sono rese disponibili a raccontare solo ciò che dall’esterno hanno potuto vedere. Quindi non sono state coinvolte in prima persona. Ma sono pronte a raccontare qual che hanno visto dall’esterno». Esiste un tempo “giusto” per trovare il coraggio di denunciare? «I tempi lunghi ci possono stare. Io stessa non avrei mai capito la cosa se non dopo averla vissuta. E comunque è sempre difficile per una persona denunciare fatti spiacevoli. Stiamo parlando di una persona che rispetto ad una studentessa è di rango superiore professionalmente, è un consigliere di stato, e questo volente o nolente crea un certo timore. Subito non si trova il coraggio di denunciare una cosa del genere, perché si ha il timore di avere delle ripercussioni sulla carriera. Non mi sento di puntare il dito contro le ragazze che non hanno parlato, perché anch’io non l’ho fatto subito, nonostante le persone a me vicine dicevano “dovresti denunciare”. Mi sentivo troppo piccola rispetto a lui. Adesso che è venuta fuori questa vicenda, partita dal coraggio di un papà, io mi sono accodata e a me si stanno accodando altre ragazze, che hanno capito che non sono, non siamo, sole. Io lo faccio anche per ripulire la categoria della magistratura, perché i magistrati non sono così assolutamente. Ho molta fiducia nella giustizia e ho dato il mio piccolo contributo». Questa vicenda oltre a condizionare la sua vita, ha ripercussioni sulla sua carriera professionale? Studierà ancora per diventare un magistrato? «Si. Mi sono bloccata perché ero turbata e non avevo la giusta serenità per studiare. Ora però, dopo tutto quanto, grazie anche alle persone che mi sono state vicine e mi hanno sostenuta, ho capito che non posso permettere a questa vicenda e a questa persona di rubarmi il futuro. Devo continuare perché lo devo a me stessa. Cercherò di realizzare questo sogno». L’inchiesta di Carabinieri e Guardia di Finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, era stata inizialmente aperta senza ipotesi di reato, salvo poi contestare l’estorsione. La questione disciplinare sarà discussa il prossimo 10 gennaio dall’adunanza generale del Consiglio di Stato, dopo aver ottenuto il parere della commissione speciale (che si riunirà domani). La decisione dovrà poi essere formalizzata dal Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa.

ESPULSIONE – Il Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA) ha già deliberato la destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo, cioè l’espulsione definitiva dai ruoli della magistratura amministrativa. La procedura prevede, per la gravità della sanzione, che debba essere acquisito il parere dell’adunanza generale, già fissata per il prossimo 10 gennaio. La Commissione Speciale del Consiglio di Stato, che si riunisce oggi, è incaricata di sottoporre all’adunanza generale, alla quale partecipano tutti i Consiglieri di stato in servizio (circa 100), la proposta di parere. L’attività della Commissione, come tutta l’attività istruttoria di natura disciplinare, è coperta da riservatezza. Bellomo si difende definendo quelle delle ragazze che lo accusano «narrazioni surreali, che riferiscono in maniera del tutto falsata i rapporti intercorsi tra me ed alcune ragazze. Con talune – spiega il consigliere di Stato, che si è rivolto per la difesa al professor Vittorio Manes e all’avvocato Beniamino Migliucci – ho avuto relazioni sentimentali e mai nessuna, sino a quando il rapporto è durato, mi ha eccepito un qualche comportamento sgradito, anzi insistendo perché la relazione acquistasse importanza. Quanto alle altre (un ridottissimo numero di allieve titolari di borsa di studio), esse mi chiedevano di prepararle e guidarle per affrontare al meglio il concorso in magistratura, esprimendo piena e convinta adesione al mio metodo di insegnamento».

Caso Bellomo: borsista, “era Nalin a selezionarci”. “E controllava che rispettassimo regolamento”. Nalin nega ma Csm non gli crede, scrive la Redazione di Norbaonline il 20 dicembre 2017. Era il pm di Rovigo Davide Nalin a selezionare le borsiste della Scuola del consigliere di Stato Francesco Bellomo per la preparazione del concorso in magistratura. Ed era sempre lui a controllare che le ragazze rispettassero tutte le clausole del contratto che sottoscrivevano. Lo ha riferito una delle borsiste che ha testimoniato nel procedimento disciplinare a carico di Bellomo. Tra le clausole c'era il divieto di sposarsi o di avere fidanzati al di sotto di un certo quoziente intellettivo, secondo la denuncia che ha fatto scoppiare il caso, presentata alla procura di Piacenza e al Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, dal padre di un'altra borsista che con Bellomo aveva avuto una relazione. Davanti alla Sezione disciplinare del Csm il pm di Rovigo Davide Nalin ha negato di aver avuto il ruolo di coordinatore dei borsisti o comunque di stretto collaboratore del consigliere di Stato Michele Bellomo nella Scuola "Diritto e scienza" per la preparazione al concorso in magistratura. E ha spiegato di essersi occupato solo della rivista del corso. Non solo però il "tribunale delle toghe" non gli ha creduto, ritenendo la sua una collaborazione a tutto tondo alla Scuola di Bellomo, rispetto al quale, secondo i giudici disciplinari, era una sorta di alter ego. Ma nel decidere di sospenderlo dalle funzioni e dallo stipendio, ha tenuto conto anche del tenore dei suoi articoli sulla rivista; scritti che, secondo il Csm, più che affrontare complesse questioni giuridiche sembravano avallare la teoria del superuomo, l'"agente superiore" che si distingue dalla massa di "sfigati" e che ha al suo fianco una "fidanzata-segretaria" chiamata a dargli sostegno psicologico e fisico.  Quanto al ruolo di Nalin nella Scuola, la Sezione disciplinare fa riferimento non solo alle dichiarazioni delle borsiste che lo hanno descritto come stretto collaboratore di Bellomo ma anche a quelle dello stesso consigliere di Stato che ha detto che il collega era coinvolto nell'attività di ricerca di "Diritto e giustizia". Fu lo stesso consigliere di Stato Francesco Bellomo a raccontare a una delle sue corsiste della Scuola per la preparazione del concorso in magistratura che aveva carpito informazioni sulla vita privata di alcune persone grazie all'intervento del pm di Rovigo Davide Nalin. Così ha riferito la donna nel procedimento disciplinare a carico del magistrato. Il mezzo era un falso profilo Facebook che Bellomo, secondo quanto lui stesso avrebbe riferito, aveva fatto aprire a Nalin.  Sia davanti la Commissione del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, sia davanti alla procura di Piacenza, la stessa corsista ha descritto Nalin come collaboratore di Bellomo: fu il pm di Rovigo a sottoporle il regolamento che doveva essere rispettato dai borsisti e che li vincolava anche a tenere un certo abbigliamento, minigonne e tacchi a spillo per le donne, in determinate occasioni. 

Bellomo, deliberata la destituzione del consigliere di Stato: a gennaio la decisione finale. L’attività della Commissione, come tutta l’attività istruttoria di natura disciplinare, è coperta da riservatezza, scrive il 21/12/2017 la Redazione di "Ilikepuglia.it". Il Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA) ha già deliberato la destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo, cioè l’espulsione definitiva dai ruoli della magistratura amministrativa. La procedura prevede, per la gravità della sanzione, che debba essere acquisito il parere dell’adunanza generale, già fissata per il prossimo 10 gennaio. La Commissione Speciale del Consiglio di Stato è incaricata di sottoporre all’adunanza generale, alla quale partecipano tutti i Consiglieri di stato in servizio (circa 100), la proposta di parere. L’attività della Commissione, come tutta l’attività istruttoria di natura disciplinare, è coperta da riservatezza.

Caso Bellomo, altri magistrati potrebbero subire l'azione disciplinare, scrive Mercoledì 20 Dicembre 2017 “Il Messaggero”. Altri giudici, oltre al pm di Rovigo Davide Nalin, sarebbero coinvolti, a vario titolo, nella gestione della Scuola fondata del consigliere di Stato Francesco Bellomo per la preparazione del concorso in magistratura nella quale ai corsisti veniva imposto un dress code, fatto per le donne di minigonne e tacchi a spillo. La procura generale della Cassazione sta avviando accertamenti su di loro dopo aver ricevuto dal Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa le carte del procedimento disciplinare a carico di Bellomo. I magistrati ordinari, per i quali venisse accertato un loro ruolo nella Scuola, rischierebbero di subire un'azione disciplinare, perché avrebbero violato la norma che vieta a giudici e pm di gestire o insegnare nelle scuole di preparazione per il concorso in magistratura.

Bellomo, indaga anche Piacenza. Primo sì alla sua espulsione. Altri magistrati nel mirino. Il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa ha deliberato: la destituzione definitiva toccherà all'adunanza generale del Consiglio di Stato il 10 gennaio, scrive il 20 Dicembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno”. Non solo l’inchiesta per estorsione aperta a suo carico dalla procura di Bari e il rischio di essere destituito dalla giustizia amministrativa, che si potrebbe concretizzare a breve. Sul capo del consigliere di Stato Francesco Bellomo arriva un’altra tegola, legata sempre alla sua Scuola per la preparazione al concorso di accesso alla magistratura, in cui alle borsiste veniva imposto un dress code (minigonne, tacchi a spillo e trucco marcato) e la risoluzione del contratto se si fossero sposate, secondo la denuncia del padre di una di loro, che ha fatto scoppiare il caso. L’esposto è stato presentato al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e alla procura di Piacenza che ora ha iscritto nel registro degli indagati sia Bellomo, sia il pm di Rovigo Davide Nalin, indicato da alcune corsiste come uno stretto collaboratore del consigliere di Stato nella Scuola "Diritto e scienza» e che per questa stessa vicenda qualche giorno fa è stato sospeso dal Csm dalle funzioni e dallo stipendio. Atti persecutori e lesioni personali gravi sono le ipotesi di reato contestate ai due magistrati in concorso, a quanto emerge dall’ordinanza del Csm su Nalin. Preoccupati per la fuga di notizie e per la «campagna mediatica che sta caratterizzando questa vicenda» sono i legali di Bellomo, Vittorio Manes e Beniamino Migliucci: «non vi è alcun elemento di novità», dicono, sono gli stessi fatti «già contestati nel procedimento disciplinare». Intanto altri magistrati rischiano l’azione disciplinare: sono giudici ordinari coinvolti a vario titolo nella Scuola. La procura generale della Cassazione si appresta ad avviare accertamenti sul loro conto. E se il loro ruolo fosse confermato potrebbero vedersi contestare la violazione della norma che impedisce alle toghe ordinarie di gestire o insegnare nelle scuole di preparazione per il concorso in magistratura. Tornando all’inchiesta di Piacenza, tutto è partito dunque dall’esposto del padre di una borsista, secondo cui la figlia dopo aver chiuso una relazione sentimentale con Bellomo si vide notificare dai carabinieri un avviso a presentarsi in caserma per un tentativo di conciliazione con il magistrato, che l'accusava di lesioni personali. Richieste che vennero ripetute per presunti inadempimenti contrattuali legati alla sua borsa di studio e che fecero finire la studentessa in uno stato tale di prostrazione da determinare il suo ricovero d’urgenza in ospedale. E’ stata poi la ragazza a indicare Nalin come "mediatore» tra lei e Bellomo ogni volta che il loro rapporto si faceva critico: come quando lei aveva esitato a inviare una sua foto intima al consigliere di Stato o a definire il periodo di ferie da trascorrere insieme. E a raccontare che il pm in un’occasione le avrebbe prospettato che se non fosse stata accondiscendente a queste richieste avrebbe commesso reati che le avrebbero impedito la partecipazione al concorso in magistratura. Ad aggravare la posizione dei due magistrati, ci sono le testimonianze di altre tre borsiste ascoltate nel procedimento disciplinare a carico di Bellomo: una ha raccontato di aver saputo dallo stesso consigliere di Stato che carpiva informazioni sulla vita privata delle studentesse grazie a un falso profilo Facebook che aveva fatto aprire a Nalin. Le altre che era proprio Nalin a sottoporre loro il regolamento del corso, dress code compreso, e a vigilare sul rispetto degli impegni assunti con quel contratto. Racconti che hanno indotto il Csm a ritenere il pm di Rovigo un vero e proprio alter ego di Bellomo.

ESPULSIONE - Il Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA) ha già deliberato la destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo (finito sotto accusa e indagato per estorsione per il presunto dress code imposto alle candidato a suoi corsi di preparazione ai concorsi in magistratura), cioè l'espulsione definitiva dai ruoli della magistratura amministrativa. La procedura prevede, per la gravità della sanzione, che debba essere acquisito il parere dell’adunanza generale, già fissata per il prossimo 10 gennaio. La Commissione Speciale del Consiglio di Stato, che si riunisce oggi, è incaricata di sottoporre all’adunanza generale, alla quale partecipano tutti i Consiglieri di stato in servizio (circa 100), la proposta di parere. L’attività della Commissione, come tutta l’attività istruttoria di natura disciplinare, è coperta da riservatezza. Una delle presunte vittime è stata ascoltata nel pomeriggio di lunedì in Procura a Bari, in qualità di persona informata dei fatti: si tratta dell’avvocatessa 28enne di Cerignola Rosa Calvi. I fatti raccontati risalirebbero ad un anno fa e sarebbero avvenuti a Roma, dove la ragazza seguiva il corso, corso dal quale poi sarebbe stata “cacciata” per aver rifiutato le condizioni imposte da Bellomo. Il giudice si difende definendo quelle delle ragazze che lo accusano «narrazioni surreali, che riferiscono in maniera del tutto falsata i rapporti intercorsi tra me ed alcune ragazze. Con talune - spiega il consigliere di Stato, che si è rivolto per la difesa al professor Vittorio Manes e all’avvocato Beniamino Migliucci - ho avuto relazioni sentimentali e mai nessuna, sino a quando il rapporto è durato, mi ha eccepito un qualche comportamento sgradito, anzi insistendo perché la relazione acquistasse importanza. Quanto alle altre (un ridottissimo numero di allieve titolari di borsa di studio), esse mi chiedevano di prepararle e guidarle per affrontare al meglio il concorso in magistratura, esprimendo piena e convinta adesione al mio metodo di insegnamento».

Caso Bellomo, altri magistrati rischiano sanzioni, scrive Antonella Mascali su "Il Fatto Quotidiano" il 21 Dicembre 2017. Per ora siamo agli accertamenti preliminari, ma pare che ci siano dei magistrati ordinari che ha no fatto i docenti, sia pure saltuariamente, alla scuola “Diritto e Scienza” dove insegnava il consigliere di Stato Francesco Bellomo. La Procura Generale della Cassazione sta facendo i dovuti accertamenti e se otterrà i riscontri si apriranno i procedimenti disciplinari per violazione della circolare del Csm che vieta ai magistrati di insegnare o di essere coordinatori di scuole private che preparano gli studenti al concorso per entrare in magistratura. Un divieto che non riguarda i magistrati amministrativi (al Tar, al Consiglio di Stato e alla Corte dei Conti) come Bellomo. I magistrati ordinari che avrebbero tenuto qualche docenza nulla hanno a che vedere, però, con la gestione della scuola e con il contratto che “lede la dignità e la libertà delle persone” – secondo le accuse penali e disciplinari – che avrebbe concepito Bellomo, aiutato a farlo osservare alle studentesse, dal pm di Rovigo Davide Nalin, “l’alter ego” del consigliere di Stato, colui che, secondo le testimoni d’accusa, era il mediatore tra Bellomo e le aspiranti magistrato minacciate per obbedire agli ordini “dell’agente superiore”. Il contratto prevedeva regole su abbigliamento, fidanzamenti e matrimoni. La Sezione Disciplinare del Csm lunedì scorso ha sospeso da funzione e stipendio Nalin. Nel’ordinanza si fa riferimento, come nell’atto di incolpazione per Bellomo scritto dal Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, al “compito” di Nalin di spiare la vita privata delle studentesse e i loro pensieri su Facebook attraverso un fake name. Bellomo e Nalin sono anche indagati dalla Procura di Piacenza, guidata da Salvatore Cappelleri, per atti persecutori (stalking) e lesioni in seguito all’esposto del padre di un’ex studentessa di Bellomo. C’è anche un’indagine a Bari, città del consigliere di Stato e una delle sedi della scuola. Il procuratore aggiunto Roberto Rossi accusa Bellomo di estorsione. Ieri i difensori di Bellomo e Nalin, gli avvocati Vittorio Manes e Beniamino Migliucci hanno espresso “forti perplessità e notevole preoccupazione in ordine a una costante e crescente fuga di notizie ed alla conseguente "campagna mediatica" che sta caratterizzando questa vicenda, che speriamo possa non condizionare la serenità delle decisioni che dovranno essere ancora assunte”. In tanto, la Commissione speciale del Consiglio di Stato si è riunita per scrivere il parere, non ancora depositato, da sottoporre all’adunanza generale che il 10 gennaio deve ratificare – o meno – la destituzione di Bellomo deliberata dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (Cpga) il 27 ottobre. Non ci sono precedenti di pareri contrari alle proposte del Consiglio. La destituzione di Bellomo sarebbe la terza in oltre 150 di storia, la prima per un illecito extrafunzionale. Quando il Cpga votò per la destituzione di Bellomo, finì 7 a 4. Due gli astenuti e 3 gli assenti. Il pm Nalin Collaboratore del consigliere di Stato aveva il “compito” di spiare la vita delle studentesse.

Bari, il sostituto procuratore antimafia Nitti smentisce Bellomo: “Non ho alcun contatto con lui da almeno sette anni”. L'intervento sulla vicenda della scuola con aspiranti magistrato i minigonna arriva con una nota ufficiale della Procura di Bari, scrive il 20 dicembre 2017 "Borderline24.com". “Apprendo dal quotidiano La Repubblica del 19 dicembre – segnatamente dall’articolo dal titolo «E Bellomo ordinava alle allieve “In ginocchio e chiedi perdono”» di Liana Mitella- che il dottor Francesco Bellomo avrebbe messo in correlazione il mio nome alla possibilità, per lui, di conseguire provvedimenti giurisdizionali a suo favore, chiamando al telefono una persona con il mio nome, dicendo di conoscermi e facendosi accompagnare presso il mio Ufficio”. Il sostituto procuratore Antimafia di Bari, Renato Nitti, interviene con una nota ufficiale della Procura della Repubblica barese. “Premetto che il dottor Francesco Bellomo – prosegue Nitti – è stato nominato, come Io scrivente, uditore giudiziario con il D.M. 30.05.1996 ed ha svolto il prescritto tirocinio presso gli uffici giudiziari del distretto di Corte di Appello di Bari con i colleghi del medesimo concorso e distretto. Premetto, altresì, che, negli anni 2006-inizio 2008, ho partecipato come relatore a tre/quattro convegni patrocinati dall’Ordine degli avvocati di Bari e organizzati dallo stesso dottor Bellomo. In ogni caso non ho più avuto modo di incontrare, neppure casualmente, e neppure di sentire il dottor Bellomo negli ultimi 7/8 anni. Escludo di essermi mai occupato di vicende personali del dottor Bellomo (tanto meno di averlo fatto nell’esercizio della funzione), di essere mai stato da lui interessato per la vicenda descritta nell’articolo (né per telefono, né personalmente) e, comunque, per alcuna altra vicenda personale del dottor Bellomo. Escludo -conclude il sostituto procuratore – ovviamente di aver mai curato procedimenti nei quali il dottor Bellomo fosse parte”.

Consiglio di Stato e minigonne: perché qualsiasi sanzione per Bellomo potrebbe essere inutile, scrive Alessio Liberati, Magistrato, il 20 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". In questi giorni la magistratura è al centro del cosiddetto scandalo delle studentesse costrette a subire un dress code (e non solo) inclusivo di minigonna e tacco 12 per seguire il corso in magistratura tenuto dal consigliere Bellomo. Credo però, che a prescindere dal lato scandalistico, sia opportuno analizzare la questione sotto un profilo diverso e strettamente tecnico. Innanzitutto si deve rilevare che Bellomo era stato autorizzato da anni (e per anni) a tenere i corsi, ma la questione, almeno quando ero giudice Tar, della autorizzabilità di incarichi presso società private è sempre stata contestata da una parte dei giudici amministrativi. Facendo una ricerca sul sito giustizia-amministrativa.it risulta che sono almeno otto i corsi per magistrati tenuti dai consiglieri di Stato, come risultanti dalle delibere del Csm dei giudici amministrativi (il Cpga). A questi vanno aggiunti forse altri consiglieri di Stato che, direttamente o indirettamente, collaborino con tali società a vario titolo (e sarebbe interessante e curioso andare a vedere presso la Agenzia delle Entrate i redditi di tali singoli magistrati, per avere maggiore chiarezza sulla esistenza e sulle eventuali dimensioni del fenomeno). A ciò si aggiunga un possibile meccanismo – lecito – di “aggiramento” (perché che evita le autorizzazioni): le lezioni on line. Ove le stesse vengano vendute come format scritto (cioè un articolo o una dispensa), le stesse, per gli autori, potrebbero essere considerate (e fatturate) come diritto di autore. In sostanza i magistrati farebbero (e le società vendono) corsi per la magistratura, ma risultano solo autori di pubblicazioni. Ne sono coinvolti alcuni consiglieri di Stato? Ciò detto non può quindi che rilevarsi che, in sostanza, la “rovina” di Bellomo (e del fatturato di 1.200.000 euro annui della società cui è collegato) non farà altro che spostare probabilmente tale lucroso guadagno su altri Consiglieri di Stato: chi vuole fare il magistrato segue questi corsi e, stante il divieto per i giudici ordinari (sempre rispettato?) la maggior parte degli studenti “ex Bellomo” finiranno per forza di cose a seguire i corsi tenuti dagli altri consiglieri di Stato. Sotto il profilo che mi interessa, del quale le precedenti considerazioni sono una necessaria premessa, emerge quindi che circa il 5-10% dell’adunanza generale del Consiglio di Stato (che in teoria annovera 100 consiglieri e 18 presidenti, ma in realtà sono molti di meno), che dovrà decidere sul caso Bellomo, ha sostanzialmente un conflitto di interessi diretto. Ne consegue che “il giudice” che dovrà giudicare su Bellomo non è all’apparenza imparziale (e la giurisprudenza ha infatti chiarito che i giudici non devono solo essere imparziali, ma anche apparire tali). Come se non bastasse, se Bellomo venisse condannato in sede disciplinare, il provvedimento sarebbe impugnabile davanti al Tar e, poi, in appello dinnanzi al Consiglio di Stato. In sostanza coloro che hanno deciso sul destino di Bellomo dovrebbero poi decidere sul ricorso giurisdizionale avverso… lo stesso provvedimento che hanno emesso! In conclusione, potrebbe essere tutta una fatica inutile: la violazione del principio di equità (ed imparzialità) del giudice previsto dall’art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo è davvero palese, e, ricorrendo alla Cedu, Bellomo otterrebbe facilmente un giudizio favorevole, cui potrebbe seguire la rimessione in ruolo, gli arretrati dello stipendio, un sostanzioso risarcimento del danno e… tante scuse! Se non si stabilirà un divieto generalizzato per i giudici amministrativi di svolgere tali corsi (che tante risorse tolgono alla giustizia amministrativa, sin troppo lenta) si finirebbe solamente per giovare, soprattutto, lo stesso Consiglio di Stato, cioè gli “eredi” dei corsisti “ex Bellomo”. Che sia l’ora di un deciso intervento legislativo sulla giustizia amministrativa?

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi truccati, isernino denuncia: brogli anche in quelli per magistrato, scrive il 28 settembre 2017 il Quotidiano del Molise. Canale 5, (Studio Aperto, Italia 1, del 27 settembre 2017, ore 12.30) in collegamento da Isernia, ha lanciato la bomba: non sono truccati solo i concorsi da docenti universitari, ma anche quelli da magistrato. La denuncia è di un avvocato isernino, Giovanni Di Nardo, intervistato ieri dai colleghi della rete Mediaset. L’avvocato Di Nardo, nel 2014, ha partecipato al concorso in magistratura. Il suo scopo era quello di fare il giudice e si era preparato a dovere. Ma, nonostante, i suoi studi, non ce la fa. Arriva la lettera dal ministero della giustizia che gli dice che non è stato ammesso. Giovanni Di Nardo non ci sta, ha già qualche sospetto e fa ricorso al Tar, chiedendo, in visione i compiti contenuti nella busta del primo candidato, dopo di lui, che aveva superato gli scritti. La copia dei compiti gli viene consegnata e, ad un primo esame, risulta zeppa di errori ortografici e di sintassi. Un obbrobrio, tenendo presente che, ai giudici, è fatto obbligo di scrivere senza orrori ortografici o di sintassi. Giovanni Di Nardo non se la tiene e presenta una denuncia alla Procura di Roma e al Csm. Denuncia che, in un primo momento viene archiviata, ma che dopo un esposto alla Procura Generale viene ripresa in carico dalla Procura di Roma che ne chiede l’archiviazione. Di Nardo si oppone ed è in attesa della Camera di Consiglio che deciderà se mandare avanti l’inchiesta. Ma il clamore è enorme, infatti l’impressione è che anche la magistratura sia inquinata nelle procedure concorsuali da pressioni e raccomandazioni.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero della Giustizia ha fatto lo gnorri e si è sanato tutto, alla faccia degli esclusi. Già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi truccati, isernino denuncia: brogli anche in quelli per magistrato, scrive il 28 settembre 2017 il Quotidiano del Molise. Canale 5, (Studio Aperto, Italia 1, del 27 settembre 2017, ore 12.30) in collegamento da Isernia, ha lanciato la bomba: non sono truccati solo i concorsi da docenti universitari, ma anche quelli da magistrato. La denuncia è di un avvocato isernino, Giovanni Di Nardo, intervistato ieri dai colleghi della rete Mediaset. L’avvocato Di Nardo, nel 2014, ha partecipato al concorso in magistratura. Il suo scopo era quello di fare il giudice e si era preparato a dovere. Ma, nonostante, i suoi studi, non ce la fa. Arriva la lettera dal ministero della giustizia che gli dice che non è stato ammesso. Giovanni Di Nardo non ci sta, ha già qualche sospetto e fa ricorso al Tar, chiedendo, in visione i compiti contenuti nella busta del primo candidato, dopo di lui, che aveva superato gli scritti. La copia dei compiti gli viene consegnata e, ad un primo esame, risulta zeppa di errori ortografici e di sintassi. Un obbrobrio, tenendo presente che, ai giudici, è fatto obbligo di scrivere senza orrori ortografici o di sintassi. Giovanni Di Nardo non se la tiene e presenta una denuncia alla Procura di Roma e al Csm. Denuncia che, in un primo momento viene archiviata, ma che dopo un esposto alla Procura Generale viene ripresa in carico dalla Procura di Roma che ne chiede l’archiviazione. Di Nardo si oppone ed è in attesa della Camera di Consiglio che deciderà se mandare avanti l’inchiesta. Ma il clamore è enorme, infatti l’impressione è che anche la magistratura sia inquinata nelle procedure concorsuali da pressioni e raccomandazioni.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

Un concorso truccato per aspiranti magistrati. Un avvocato svela la “truffa” subita nel 1992, scrive il 28 settembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Il Consiglio Superiore della Magistratura costretto ad ammettere: il suo scritto non era mai stato esaminato. Conseguenze. Nessuna! La vera “casta” porta la toga…Era il 23 maggio 1992 e all’Hotel Ergife sulla via Aurelia a Roma è il giorno dell’abbinamento delle buste del concorso in magistratura per uditore giudiziario: mercoledì 20, diritto penale; giovedì 21, diritto amministrativo; venerdì 22, diritto privato con riferimento al diritto romano. C’era anche Francesca Morvillo la compianta moglie del giudice Falcone, la quale alle 16 salutò tutti andando via. Doveva prendere quel maledetto aereo che la portò a Palermo dove venne uccisa insieme a suo marito, Giovanni Falcone. È il primo colpo di scena del concorso durante le stragi di mafia. Un concorso così particolare da essere finito in un libro scritto dal professore Cosimo Lorè e pubblicato da Giuffrè Editore.  Scoprire il dietro le quinte di quel concorso, svelato 25 anni dopo, è stato possibile alla tenacia un avvocato di Asti, Pierpaolo Berardi all’epoca dei fatti un giovane legale candidato a quel concorso, il quale racconta che allorquando lesse il titolo del tema di diritto penale era più che soddisfatto: proprio quel caso da sviluppare sulla responsabilità penale nel trattamento medico, oggetto del concorso, lui lo aveva appena affrontato in Tribunale. La successiva prova di diritto amministrativo andò anche lei bene; quella di diritto privato e romano era stata oggetto di un seminario che aveva seguito poco prima del concorso. Ma passato un anno dopo quel concorso, allorquando vennero resi noti i risultati degli esami scritti, l’avvocato Berardi esito a poter credere ai suoi occhi. Era stato bocciato. Fu in quel momento che iniziò la sua battaglia legale. Il Tar ed Consiglio di Stato gli dettero ragione, mentre il Ministero di Giustizia e il Consiglio Superiore della Magistratura alzarono il loro solito muro di gomma “politico”. L’avvocato Berardi chiese legittimamente di potere vedere i suoi scritti e il verbale, ma – come racconta oggi al quotidiano LA STAMPA – “Mi dissero al telefono che il verbale non c’era”. Dopo un ennesimo ricorso vittorioso al Tar, il legale piemontese ottenne le prove ed i verbali del suo esame, da cui arrivò l’ennesima sorpresa: “I mie temi e quelli di altri non vennero assolutamente corretti. Ho calcolato i tempi: tre prove giuridiche complesse per ogni candidato e grafie diverse possono essere corrette ed esaminate riportando voti e verbale per ciascuno in 3 minuti? Evidentemente no”. Berardi non si fermò ed andò avanti, infatti la Legge gli consentiva di poter di chiedere anche le prove degli altri candidati promossi. E lì scoprì tante altre anomalie ed illegalità. I temi erano facilmente riconoscibili perché una volta scritti su una sola facciata, altre volte in stampatello, alcuni persino pieni di macroscopici errori giuridici, altri idonei come il suo, ma sui cui non era stato apposto alcun voto. Addirittura un candidato elaborò il tema su una traccia diversa da quella indicata nell’esame.  Qualcuno scrisse con una calligrafia doppia (per far riconoscere il suo elaborato a chi doveva esaminare; un altro () aveva riportato copiando pagine e pagine copiate da manuali di Diritto, mentre si potevano solo consultare i codici. Tra i temi casuali che Berardi chiede di visionare c’è anche quello di Francesco Filocamo, attuale magistrato al Tribunale di Civitavecchia ed estratto a sorte come presidente del Tribunale dei Ministri. Il Ministero di Giustizia con estremo imbarazzo è costretto a risponde a Berardi ammettendo l’inverosimile e cioè che le sue prove non sono in archivio. Uno scandalo o una vergogna? Probabilmente entrambi. Partono i ricorsi. L’avvocato Berardi viene ascoltato a Perugia da un sostituto procuratore della Repubblica alla presenza come uditrice, di una magistrata che aveva vinto proprio quel concorso. Ma non è finita. Infatti quando il Tar ed il Consiglio Superiore della Magistratura ordinano di ricorreggere i suoi temi, invece di nominare una nuova commissione, incredibilmente viene chiamato a valutarlo la stessa che lo aveva bocciato!

Dopo aver sempre affermato che era tutto regolare, il Consiglio Superiore della Magistratura nel 2008 è costretto a riconoscere all’unanimità che gli elaborati dell’avvocato Berardi non erano mai stati esaminati dalla Commissione. Conseguenze? Nessuna.  E poi parlando di indipendenza della magistratura… In realtà si sentono degli “intoccabili”.

Ville in Sardegna all’asta assegnate dai magistrati ai loro colleghi. Sospeso il giudice Alessandro Di Giacomo e un perito. Otto indagati in tutto. Il sospetto di altri affari pilotati, scrive Ilaria Sacchettoni il 15 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Magistrati che premiano altri magistrati nell’aggiudicazione di ville superlative. Avvocati che, in virtù dell’amicizia con presidenti del Tribunale locale, si prestano a dissuadere altri avvocati dall’eccepire. Colleghi degli uni e degli altri che, interpellati dagli ispettori del ministero della Giustizia, su possibili turbative d’asta oppongono un incrollabile mutismo. É lo scenario descritto nell’ordinanza che ha portato ieri alla sospensione del giudice Alessandro Di Giacomo, in servizio a Sassari. Il magistrato avrebbe contribuito a veicolare l’acquisto di una villa a Baja Sardinia, Porto Cervo, alla figlia del potente presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Francesco Mazzaroppi, Chiara e al suo compagno Andrea Schirra. In soccorso il perito Ermanno Giua avrebbe attestato invalicabili limiti della proprietà fra cui un pignoramento inesistente. Tutto per consentire ai Mazzaroppi — Schirra di acquistare a una cifra ridicola (e senza concorrenti) il favoloso immobile. La villa ceduta a meno di 500mila euro potrebbe essere rivenduta per alcuni milioni. L’inchiesta dell’aggiunto Paolo Ielo e del pm Stefano Fava oltre a ricostruire le tecniche attraverso le quali, in barba ai creditori della proprietà (la Rebus srl) sarebbe stato pilotato l’affare, fa luce su altre dubbie acquisizioni di terreni e case. Buoni affari che avrebbero gratificato Mazzaroppi. Indagati anche Tomasina Amadori, Giuliano Frau e Francesca Debidda. Il provvedimento è della gip Giulia Proto.

Turbativa d’asta a Tempio, interdizione e sequestro per il giudice Alessandro Di Giacomo, scrive Edoardo Rizzo il 15/12/2017 su "La Stampa". Turbativa d’asta, falso e falsa perizia. Con queste accuse sono stati interdetti per un anno il magistrato Alessandro Di Giacomo e l’ingegnere Ermanno Giua. Al giudice è stata anche sequestrata una villa in località Baia Sardinia del valore di oltre 600 mila euro. L’inchiesta della procura di Roma ruota attorno a un giro di vendite giudiziarie sospette del Tribunale di Tempio. La procura di Roma aveva chiesto la misura del carcere per i due interdetti, ma il gip ha respinto le richieste accordando la sola interdizione dalla professione. Su mandato del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Stefano Rocco Fava, gli agenti del commissariato di Tempio Pausania, hanno anche perquisito alcuni uffici del palazzo di giustizia. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha eseguito il sequestro della villa appartenuta a Sebastiano Ragnedda, l’imprenditore vitivinicolo scomparso un paio d’anni fa. Nell’indagine sarebbero coinvolte in totale otto persone (tre magistrati e alcuni avvocati).  

Massa e Pisa, aste truccate: “Dobbiamo rubare il più possibile”. Chiesta la sospensione del giudice Bufo. L'accusa è di aver sottratto soldi all'erario e aver dato gli incarichi alla figlia dell'amico. Sette provvedimenti. Ai domiciliari anche l’ex consigliere regionale Luvisotti (An), scrivono Laura Montanari e Massimo Mugnaini il 10 gennaio 2018 su "La Repubblica". «Qui bisogna cercare di rubare il più possibile» dice uno. E l’altro che è un giudice, Roberto Bufo, 56 anni, di Carrara ma in servizio al tribunale di Pisa, risponde: «Esatto». E il primo: «Il concetto di fondo è uno solo... anche perché tanto a essere onesti non succede niente». Bastano quelle poche righe nell’ordinanza del gip di Genova per capire l’aria che tira nell’assegnazione delle aste giudiziarie a Pisa. Aste pilotate, che secondo le accuse, andavano avanti dal 2016. Eppure l’inchiesta parte da Massa e da altre tre aste considerate «anomale». Nel corso degli accertamenti dei carabinieri, viene fuori un orizzonte più ampio e il coinvolgimento di un giudice, cosa che fa slittare parte dell’inchiesta a Genova. Il giudice civile Bufo avrebbe conferito alla figlia di Roberto Ferrandi, suo amico e delegato alle vendite giudiziarie, diversi incarichi di curatela delle eredità giacenti e di amministrazione di sostegno in modo da aggiudicarsi, tramite prestanome, immobili e terreni venduti all’asta sia a Massa, sia a Pisa. Ieri sono scattate le misure di custodia cautelare: sette. Quattro le persone sono in carcere. Le misure riguardano oltre al giudice, Roberto Ferrandi 65 anni, l’incaricato delle esecuzioni immobiliari a Massa, sua figlia Francesca, avvocato trentenne, Virgilio Luvisotti, 84 anni, ex consigliere regionale di An e ex direttore dell’istituto di vendite giudiziarie di Pisa, il suo collaboratore alle vendite giudiziarie Giovanni Avino, 36 anni, pisano, Luca Paglianti, 53 anni di Pontedera (Pisa), architetto e dipendente della Provincia. Misura cautelare anche per Oberto Cecchetti, 72 anni romano giudice di pace in quiescienza, avvocato del foro pisano e curatore per eredità giacenti del tribunale di Pisa. Il Pg della Cassazione Riccardo Fuzio ha chiesto alla Sezione disciplinare del Csm di sospendere dalle funzioni e dallo stipendio il giudice Bufo, arrestato con l'accusa di far parte di un sodalizio che pilotava le aste al tribunale della città. Secondo gli inquirenti Bufo, Roberto e Francesca Ferrandi, Paglianti e Cecchetti si sono associati tra loro per «commettere un numero indeterminato di delitti» sia di corruzione in atti giudiziari, sia di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, turbata libertà degli incanti, peculato e falsi ideologici in atti pubblici. Un esempio del modo di fare del gruppetto si vede quando, ad un certo momento, il magistrato affida alla figlia del suo amico commercialista, l’amministrazione dell’eredità giacente di una donna di Montelupo: nel sopralluogo coi familiari scoprono in casa 46mila euro e Bufo, in separata sede, manifesta l’intenzione di «fare sopralluoghi preliminari». Il motivo emerge dal dialogo successivo tra Ferrandi e la figlia, col primo che mima con la mano, il gesto di rubare. Bufo e gli altri intendevano sottrarre somme di denaro altrimenti destinate allo Stato in quanto «giacenti all’interno di assi ereditari e amministrazioni di sostegno non riscosse da eredi o enti pubblici». Alcune di quelle pratiche venivano dirottate alla figlia dell’amico «gliene do dieci così non ti rompe più...». Altro sistema per lucrare era quello, sostengono gli investigatori basandosi sulle intercettazioni, di gonfiare i compensi dei professionisti o di addomesticare le stime. Luvisotti e Avino sono accusati di avere ceduto fittiziamente a Bufo una Mercedes Glk (12 mila euro) perché assegnasse loro incarichi di custodia e di vendita di un maxi yacht la cui base d’asta sfiorava i 4 milioni di euro e circa 300 mila euro di provvigioni all’istituto di vendite giudiziarie per indennità di sosta del bene custodito.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi. Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva. Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Foto e «lista di viaggio»: la festa della giudice che imbarazza Rovigo. Gli invitati potevano versare, in vista della festa, denaro per lei in agenzia: una sorta di lista di nozze per un viaggio in una meta paradisiaca. All'evento hanno partecipato consulenti tecnici del tribunale, legali, notai, scrive Virginia Piccolillo il 2 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". C’è un nuovo caso che fa rumore a Rovigo e crea imbarazzo in Tribunale perché coinvolge un magistrato. A pochi giorni dalla sospensione decisa dal Csm del sostituto procuratore Davide Nalin — coinvolto nella vicenda del consigliere di Stato Francesco Bellomo sulle aspiranti toghe che frequentavano i corsi della sua scuola, costrette a indossare minigonna e tacchi a spillo — nei corridoi del palazzo di giustizia non si parla d’altro che di una festa memorabile. Degli invitati e degli esclusi, in entrambe le categorie molti frequentatori abituali del tribunale. E della «lista di viaggio» in favore della festeggiata: Alessandra Paulatti, giudice della sezione civile. Al party per i 64 anni della magistrata, in una discoteca, raccontato in qualche post su Facebook, subito rimosso su sua richiesta, ha partecipato la Rovigo che conta: magistrati, avvocati, notai, consulenti del tribunale. Qualcuno in maschera, inclusa la stessa giudice. Alcuni sono arrivati con un cadeau, altri invece hanno accolto di buon grado l’idea della giudice di aprire una sorta di «lista di nozze» presso un’agenzia della città, per un viaggio in una meta paradisiaca. E qui si è subito accentrato il chiacchiericcio sulla opportunità dell’iniziativa. Giacché il regalo consisteva in un contributo, ovviamente in denaro, alla realizzazione dell’iniziativa. E visto che tra gli ospiti c’erano consulenti tecnici del tribunale, legali, notai, c’è chi lo considera inopportuno. Anche se la magistrata è nota per comportamenti anticonvenzionali e qualcuno sottolinea i modi un po’ bruschi che caratterizzano alcune sue udienze. All’agenzia «Casa del Viaggio», in corso del Popolo a Rovigo, confermano l’esistenza della sottoscrizione per la giudice Paulatti. Ma un’impiegata chiarisce: «La lista è stata compilata. Ma adesso non si può più partecipare. È già chiusa. Del resto la festa c’è già stata almeno due settimane fa». A sentire i partecipanti ci si è divertiti molto. «È stata una festa molto simpatica, organizzata con gusto ed allegria. C’era una grande torta a forma di giardino fiorito. E anche la maschera della festeggiata voleva ricordare un’aiuola. Non si è andati oltre. Ma non mi citi perché anche io frequento per lavoro il tribunale», riferisce un avvocato, chiedendo il riserbo per «motivi di opportunità». Un’esigenza molto diffusa. In tribunale è tutto un «zitti, zitti». Mostrano foto ma non vogliono che si pubblichino. Per evitare che si possano sovrapporre i piani: quello festaiolo e quello della dialettica in aula. A maggior ragione nessuno ammette di aver partecipato alla sottoscrizione per il viaggio. Il desiderio di far cosa gradita potrebbe essere equivocato, spiegano, con il tentativo di ammorbidire quel suo carattere non facile. Ma proprio da qui nasce l’imbarazzo. Non giova certo il momento. La cittadella giudiziaria veneta è ancora sotto choc per il caso Nalin. Il giovane sostituto, che faceva parte del pool antiviolenza di genere, è stato prima messo cautelativamente fuori ruolo dal Consiglio superiore della magistratura e ora indagato per stalking nei confronti della giovane borsista della Scuola di Bellomo. Secondo alcuni ospiti anche lui era nella lista degli invitati, ma non avrebbe partecipato proprio perché in piena bufera giudiziaria. I due magistrati hanno in comune un altro caso finito negativamente agli onori delle cronache: quello della bambina Eleonora Gavazzeni, nata tetraplegica a causa di errori in sala parto riconosciuti dalle perizie nel giudizio di secondo grado e, dopo 9 anni, ancora in attesa di un risarcimento. In primo grado Nalin non volle insistere per chiedere una consulenza tecnica, e le ginecologhe vennero assolte, ora deve pronunciarsi la Corte d’Appello di Venezia. Giudice del processo in sede civile la Paulatti, ricusata dal legale della famiglia Gavazzeni che le contestava «ostilità», decise poi di astenersi.

Rovigo, Nalin sospeso e messo fuori ruolo. Il Csm non crede al magistrato. Il pm si difende: "Provvedimento che non comprendo, lo impugnerò", scrive il 18 dicembre 2017 "Il Resto del Carlino". Sospeso il pm Nalin. Ieri il Csm ha emesso il suo verdetto, sospendendolo in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e collocandolo fuori ruolo organico dalla magistratura. Il giovane sostituto procuratore di origine padovana, a Rovigo da quasi quattro anni, paga molto cara la sua vicinanza e la sua stretta collaborazione nella scuola e nella rivista ‘Diritto e Scienza’ con il consigliere di Stato Francesco Bellomo. “Finora – è la difesa di Davide Nalin – ho ritenuto opportuno non intervenire nel dibattito mediatico, pur essendo stato bersaglio di una campagna diffamatoria senza eguali, che mi ha fortemente addolorato ed i cui effetti hanno colpito non solo me, ma anche la mia famiglia e persino la mia funzione di magistrato. Tuttavia, anche per tutelare il mio ufficio di appartenenza, mi vedo costretto a rilevare che le affermazioni apparse sulla stampa sono completamente destituite di fondatezza, essendomi limitato, per un verso, a raccogliere confidenze di due amici, per altro verso, a partecipare ad attività scientifiche, esercitando così una facoltà riconosciuta ad ogni giurista. Non è affatto vero – prosegue – che mi sia prodigato per indurre ragazze ad assecondare richieste illecite del consigliere Bellomo. Non ho mai fatto nulla di tutto ciò, così come nulla che potesse essere letto come costrizione, men che meno facendo leva sulla mia figura istituzionale. Non posso credere che su mere illazioni si sia costruito tutto quanto ho letto in questi giorni, con una critica che, dapprima avente ad oggetto la mia persona, si è poi estesa addirittura al ruolo di pubblico ministero da me esercitato, mettendo in discussione il mio intero operato. Infine, ho saputo oggi di essere stato sospeso in via cautelare. Si tratta di un provvedimento che fatico a comprendere, che inevitabilmente impugnerò, continuando ad avere fiducia nella magistratura, alla quale ho dedicato la mia vita”.

Il Csm ha accolto tutte le richieste sanzionatorie avanzate pochi giorni fa dal Pg della Cassazione Pasquale Ciccolo, che ha dato il via all’azione disciplinare nei confronti del magistrato. Dal Pg, Nalin è accusato di aver fatto da “mediatore" tra Bellomo e una borsista per procurare al collega barese «indebiti vantaggi”, anche di “carattere sessuale”. Ciccolo nella sua requisitoria non ha fatto sconti. “Occorre evitare – le sue parole – che Nalin possa reiterare condotte gravemente scorrette e incompatibili con le funzioni giudiziarie» aveva scritto Ciccolo nel motivare la sua richiesta «perché si tratta di vicende di tale degrado da ledere non solo la personale credibilità del pm, ma anche quella dell’intera giurisdizione”.

Una giustizia “giusta” o utile alla “casta” delle toghe? Scrive l'11 gennaio 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Sarà sempre cosi “protettivo” e cerchiobottista il Csm nei confronti delle toghe che finiscono in manette e qualche volta, come il caso dell’ex pm tarantino Matteo Di Giorgio in carcere per scontare 9 anni di detenzione, nominando (dopo averlo salvato in Commissione Disciplinare) Procuratore Capo in Basilicata un magistrato che i giudici hanno accusato di falsa testimonianza? L’adunanza generale del Consiglio di Stato ha dato parere favorevole alla destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo decisione adottata dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa ha pochi precedenti nella storia giudiziaria italiana. La decisione presa dall’Assemblea plenaria del Consiglio di Stato non sarà immediatamente operativa. Bisognerà infatti attendere il passaggio al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che avrà il compito di redigere il decreto di destituzione, sul quale dovrà apporre la propria firma anche il Presidente della Repubblica. Dopodichè Bellomo che è indagato per aver ricattato allieve della scuola “Diritto e Scienza”, da lui diretta, che venivano preparate al concorso di accesso alla magistratura, dovrà lasciare la magistratura. Secondo la denuncia del padre di una delle allieve che ha fatto venire alla luce il caso, Bellomo da direttore della scuola privata di formazione “Diritto e Scienza”, avrebbe imposto alle borsiste minigonne, tacchi a spillo e trucco marcato, oltre alla risoluzione del contratto se si fossero sposate. Sulle vicende che hanno portato il Consiglio di Stato alla decisione di oggi, sono diverse le procure hanno aperto indagini nelle quali si ipotizzano reati che vanno dall’estorsione, alle minacce. Bellomo ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con alcune allieve, sostenendo che fossero consenzienti. E, dal canto suo, nega alcune accuse e difende il suo corso: “Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete”. Anche il pm di Rovigo Davide Nalin, assistente di Bellomo, è finito sotto indagine, ed è stato sospeso cautelarmente dal Consiglio Superiore della Magistratura a seguito delle denunce. Nalin ha sostenuto nei giorni scorsi in televisione (RAITRE) ancora una volta le proprie tesi respingendo ogni accusa: ha ammesso di essere amico di Bellomo, ma ha detto anche di non saper nulla delle sue fidanzate, e di aver fatto soltanto una volta da paciere con una terza persona.  Se ci sarà un processo, in ogni caso, Nalin “pronto a difendersi e a dimostrare di non aver responsabilità di nessun tipo”. Un padre: “Ci ha chiesto la conciliazione”. “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale”, dice intanto il padre della ragazza piacentina che ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati. L’uomo riferisce che la ragazza – laureata alla Cattolica di Piacenza – ora sta meglio ma “questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi”. Ripete che la figlia “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio”. Bellomo avrebbe cercato, dopo aver appreso della denuncia, di arrivare a una conciliazione con la ragazza. I Carabinieri “sono venuti più volte, chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale”, conclude il padre. ​

Delle vicende certamente poco edificanti sul mondo della magistratura, come quella che ha portato all’arresto (in carcere) del giudice Roberto Bufo, 56 anni, residente a Carrara e in servizio al tribunale di Pisa, e in precedenza era pubblico ministero a Massa, dove era già stato indagato e venne difeso dinnanzi nel 2002 dinnanzi al Csm da Piercamillo Davigo l’ex-presidente dell ‘ ANM- Associazione nazionale magistrati. In quella circostanza la pratica a carico di Buffo venne tenuta molto molto nascosta, riguardando perizie che dalla Procura erano state affidate ad amici e pagate un prezzo esagerato, Come finì dinnanzi al plenum del Csm? Diciotto voti favorevoli al trasferimento d’ufficio, 8 per l’archiviazione del caso, 5 astenuti. Passò a maggioranza, nella seduta plenaria del Csm, il trasferimento coatto del pubblico ministero Bufo da Massa, che così salvo onore, stipendio e toga. Erano due sostanzialmente gli episodi nel mirino di chi accusava il magistrato Bufo di “disinvoltura professionale”, “procedura giuridicamente inesistente” e “liquidazioni consistenti” sempre al medesimo consulente. Incredibilmente Bufo non fu oggetto di alcun procedimento o accusa in sede penale ma soltanto disciplinare. Legittimo chiedersi: ma se questi fatti fossero accaduti per opera di un cancelliere giudiziario, si sarebbe salvato da un processo penale dinnanzi a tali gravi accuse. Ne dubitiamo fortemente…

Abbiamo fatto qualche ricerca ed abbiamo scoperto cosa accadde al Csm.  Il primo caso trattato fu una inchiesta del pm Bufo sui presunti assenteisti in Tribunale, finita con un buco nell’acqua, il secondo relativo al sequestro di una villa dei contrabbandieri. Il relatore per la proposta di archiviazione al Csm (prof. Ronco n.d.r.)  in apertura dei lavori, dichiarò che il magistrato Bufo aveva legittimamente sequestrato la villa nel corso dell’inchiesta sul contrabbando. Ma avvenne qualcosa di poco chiaro custodia della villa.

“La valutazione – disse il prof.  Ronco – di prudenza o imprudenza concerne le modalità della custodia. In realtà la custodia fu intesa dal dottor Bufo in modo dinamico per evitare che il bene perdesse il suo valore (tremiliardi di vecchie lire ndr). Il piano terra dell’immobile e le pertinenze furono affittate a un sottufficiale della Guardia di Finanza, un maresciallo dello stesso corpo che aveva espletatole indagini in quel procedimento”.

La locazione al finanziere venne fissata per un importo assai modesto (250mila lire al mese). “Poi vi sarebbe stata una spesa eccessiva sul giardinaggio (1 milione e 200mila lire al mese) e poi al custode vennero liquidate per un anno di custodia 24 milioni di lire, cioè due milioni al mese”.Queste spese di custodia vennero comunque liquidate, spiega Ronco, dal procuratore della Repubblica. Decisioni sulle quali il Csm si guardo bene dall’aprire un procedimento anche a suo carico.

Consulenze nel mirino “Il terzo capo di incolpazione – continuava il professor Ronco – concerne in realtà un’altra consulenza affidata al rag. Lupetti, cioè allo stesso rag. Lupetti che era stato nominato in quell’altro momento custode di quella villa”. La consulenza era relativa alla “verifica e il controllo di una serie di natanti sequestrati in un procedimento transnazionale che aveva il campo di realizzazione dei reati in Grecia”, che venne affidata ancora una volta al rag. Lupetti invece di affidarla alla Guardia di Finanza senza aggravio per l’erario. Ma in questo caso “la lamentela della Guardia di Finanza può avere un rilievo – commentava Ronco – ma non tale da comportare una abnormità dell’atto compiuto”.  Insomma si sostenne dinnanzi al Csm la libertà di scelta del magistrato (tanto paga il contribuente!)

Raddoppio del compenso. Per quanto riguarda il profilo della liquidazione che sarebbe stata superiore a quella richiesta dal consulente esterno andava detto, sempre secondo il prof. Ronco, che anche qui si trattava di una liquidazione disposta poi in concreto dal procuratore della Repubblica di un compenso che tra la somma minima di 6.740mila e un massimo di 12milioni e 570mila… prendeva come base la media e la raddoppiava sulla base della normativa che consente il raddoppio quando l’incarico sia particolarmente complesso (ma qui altri membri intellettualmente “corretti” del Csm intervennero per contestare che in realtà la complessità millantata altro non era che andare ad annotare delle targhe di motoscafi in Grecia.

Proposta di trasferimento.  Il professor Viazzi, relatore per la proposta di trasferimento d’ufficio disse : “Ci troviamo difronte a un caso non particolarmente drammatico per l’oggettività dei fatti, ma significativo e sufficiente a fondare un trasferimento coatto proprio perché i fatti, per il luoghi soprattutto dove si sono verificati, quindi un piccolo ufficio, per la risonanza che hanno avuto proprio dentro e fuori dall’ufficio, sono tali da ritenersi compromesso quel prestigio che è richiesto per l’esercizio delle funzioni giudiziarie, perché si è trattato di comportamenti disinvolti, un po’ pasticciati, leggeri e per certi aspetti sconcertanti, posti in essere appunto in una piccola sede qual è Massa, quindi con effetti ancor più deflagranti proprio perché si è trattato di comportamenti finiti immancabilmente in pasto all’opinione pubblica, non solo locale perché sono anche vicende rimbalzate per le voci, le critiche, lo sconcerto derivatene all’interno anche dei corpi di polizia, soprattutto la Guardia di Finanza, rimbalzati fino a Genova, alla Procura generale che è intervenuta con decisioni“.

«Quella gestione naif». Riguardo al caso dei presunti assenteisti “… non è più oggetto di contestazione la mancata informativa al dirigente per il semplice motivo che è venuto fuori dallo stesso dirigente nel frattempo andato in pensione che la prassi del tutto singolare di quell’ufficio era nel senso che non si doveva mai informare il dirigente delle iniziative che adottavano i sostituti… le condotte disinvolte del dottor Bufo si collocavano coerentemente ecco in un contesto alquanto naif della gestione di quest’ufficio – spiegava il consigliere Viazzi  – che era il peggio diretto di tutto il distretto”.

Fascicoli nell’armadio. “Cito – continuava il prof. Viazzi – le frasi del procuratore generale Marvulli in audizione quando dice “io appena preso possesso delle funzioni di procuratore generale ho avuto sentore… perché Massa è stato sempre un ufficio giudiziario che ha dato dei problemi, c’era già stata un’ispezione ministeriale che aveva ad esempio accertato la presenza di numerosi fascicoli, processi penali, che erano custoditi in un armadio che risalivano a moltissimi anni addietro e che si sono conclusi tutti con declaratoria di prescrizione, quindi il mio primo impegno è stato quello di andare a verificare in loco questa situazione, situazione che ho trovato con molto disagio negli uffici della procura, dove il procuratore capo era in procinto di abbandonare l’ufficio per raggiunti limiti di età e per quello che mi è stato riferito da avvocati e funzionari di cancelleria questo giovane magistrato dottor Bufo non si comportava con metodi ortodossi nella gestione di alcuni procedimenti”.

Un affitto irrisorio.  L’affitto – spiegava il relatore Viazzi che proponeva il trasferimento – che doveva pagare il finanziere per abitare nella mega-villa, con tanto di campi da tennis e da calcio e di piscina, era “simbolico” cioè non doveva pagare neanche le utenze che sfruttava. Infatti il pm Bufo non aveva fatto staccare le utenze che così finivano a carico dell’erario. “Beh – diceva Viazzi – c’è la norma generale che consente di raddoppiare i compensi ma… quando mai si è liquidato da parte nostra più del massimo ad uno che non celo chiede… e questo è stato fatto”. “Qui non stiamo discutendo – continuava Viazzi – di illazioni, sospetti, accuse enfatizzate o sfornite di prova, parliamo di fatti, questi fatti sono in rapporto causale con la ritenuta compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario, la restaurazione di questa credibilità, autorevolezza, imparzialità dell’amministrazione della giustizia può andarsi a nostro avviso solo attraverso lo strumento dell’articolo 2, per cui insistiamo con la proposta di trasferimento d’ufficio”.

Manette “facili”. “Questo dottor Bufo – disse a suo tempo il consigliere del Csm dott.  Pastore autore un intervento durissimo – ha arrestato persone del suo ufficio e anche di un discreto livello per fatti di cui sono stati riconosciuti innocenti ed è gente che sta ancora lì. Ha dato a un privato una villa da 20 milioni per 250mila lire al mese. Lo Stato che egli rappresenta ha pagato luce, gas, telefono ed acqua e in più gli ha pagato il giardinaggio per un milione al mese, è un fatto questo grosso come una casa. Quest’uomo ha dato a un privato cittadino 60 milioni di lire in cambio di 750mila (l’affitto ndr), più bollette gratis e la custodia a due milioni al mese all’amico Lupetti. C’è un custode pagato due milioni al mese ed è affar suo custodire non inventare poi un sotto custode, un inquilino. Come volete che il futuro contestato dal pubblico ministero, domani il ladro d’auto, quello che ha rubato un’autoradio, il portalettere che ha aperto una busta e ha rubato un assegno da 50 euro, come potete pensare che questo porti rispetto ad un magistrato così? In sede disciplinare si vedrà cosa avverrà, ma in questa sede dobbiamo metterlo per lo meno, lui e la giurisdizione, al riparo dello scandalo”.

“Feste e festini nella villa”. Il clima del plenum del Csm si surriscalda abbondonando il fair play. Se ne lamentava poi la difesa cioè il magistrato dr. Piercamillo Davigo, contestando contenuti buttati lì e non documentati. Il consigliere Viazzi non ce la fece più e sbottò: “Il procuratore generale Marvulli per far cessare la locazione ha dovuto fare un blitz. Ci ha raccontato: “Sono andato a Massa e ho voluto prima sentire perché questo sottufficiale si era separato dalla moglie, perché mi era stato detto che questa villa veniva utilizzata anche per fare feste e festini e allora gli ho detto: “Guardi lei deve uscire da questa villa” e lui mi ha consegnato in giornata in mia presenza le chiavi”».

Dopo vari interventi, si andò al voto e passò la proposta Viazzi. Sui veleni, sulle pesanti accuse, ogni parte restò del suo avviso. Non si arrivò di fatto ad alcun giudizio definitivo nel merito. L’unica decisione presa fu un semplice un trasferimento poi “congelato”. Dopo tre mesi e mezzo la decisione del Csm è lettera morta, nulla si seppe del procedimento disciplinare. Una giustizia che a molti apparve sospesa in un limbo imbarazzante.

Come non dare ragione alla politica quando sostiene che dopo la riforma della giustizia, occorrerebbe riformare anche il Csm e la sua composizione. Le critiche proferite recentemente dinnanzi al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura (di cui era membro d’autorità) dell’alto magistrato dr. Giovanni Canzio 1° presidente della Suprema Corte di Cassazione, in pensione dal 1 gennaio scorso, riecheggiano ancora nei corridoi di Palazzo dei Marescialli quando ricordo ai togati che “è molto critica la legittimazione del magistrato nella società moderna”.

Sarà sempre cosi “protettivo “e cerchiobottista il Csm nei confronti delle toghe che finiscono in manette e qualche volta, come il caso dell’ex pm tarantino Matteo Di Giorgio in carcere per scontare 9 anni di detenzione, nominando (dopo averlo salvato in Commissione Disciplinare) Procuratore Capo in Basilicata un magistrato che i giudici hanno accusato di falsa testimonianza? Ai posteri e lettori l’ardua sentenza.

Filippo Facci per Libero Quotidiano del 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

IL CASO BELLOMO E L'OMBRA SUL RECLUTAMENTO DELLA MAGISTRATURA, scrive Elisa Chiari su "Famiglia Cristiana" il 20/12/2017. La vicenda delle opacità che stanno emergendo attorno al corso privato "Diritto e scienza" per la preparazione al concorso per magistrati ordinari non può esaurirsi nella sanzione disciplinare agli interessati. Perché apre a domande che chiamano in causa a fondo l'istituzione intera. Da giorni si discute di uno scandalo sorto attorno a “Diritto e scienza”, una delle scuole private cui alcuni aspiranti si iscrivono per meglio prepararsi al concorso pubblico di accesso alla Magistratura ordinaria. Titolare del corso “Diritto e scienza” è Francesco Bellomo, magistrato amministrativo del Consiglio di Stato (ai magistrati ordinari -  Tribunali, Corti d'Appello e di Cassazione - il Consiglio superiore della magistratura vieta da anni di tenere questo tipo di corsi, mentre i magistrati amministrativi – Tar e consiglio di Stato – possono farlo previa autorizzazione). A destare scandalo è soprattutto un “contratto” che il titolare avrebbe sottoposto ai detentori di borsa di studio, in cui si prevedeva l'impegno a rispettare regole di abbigliamento, per le donne il "dress code" sarebbe stato a base, nelle occasioni mondane, di minigonne, tacchi, trucco pesante. Ma nelle denunce si parla anche di divieto di matrimonio, di ingerenze nella vita privata, di vicende private rese pubbliche con nomi e cognomi trasformate in “casi” nella rivista collegata al corso. Per queste ragioni Bellomo si trova sottoposto a processo disciplinare al Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa (Il Consiglio ha già deliberato la sua destituzione), e sotto indagine penale a Piacenza e a Bari. Anche la Procura di Milano ha un fascicolo aperto sul caso, per ora senza notizie di reato. Intanto è stato sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e collocato fuori ruolo Davide Nalin, Pm a Rovigo: avrebbe esercitato, nella scuola di Bellomo, attività vietate ai magistrati ordinari, in violazione della Circolare del Csm sugli incarichi extragiudiziari del 2015. Va da sé che la questione è seria e pone domande cruciali, che non si esauriscono con le sanzioni disciplinari ai singoli. Perché ci costringono a chiederci quale modello di magistrato si prepara per quelle vie, se sia compatibile con l’autonomia e l’indipendenza previste dalla Costituzione. Tuttora nel sito di "Diritto e Scienza" c’è un modello di contratto/regolamento per chi avesse ottenuto una borsa di studio. Uno scritto pubblico, pubblicato sul sito, ma, una volta scaricato, costruito in modo tale da non essere immediatamente riconducibile ad alcuna fonte (uno stratagemma per cautelarsi?). Qui non si fanno riferimenti precisi al "dress code", salvo un accenno a «Un'immagine esteriore adeguata ai principi ispiratori ed alle finalità della Società», né al clima di soggezione che attorno alle regole di abbigliamento le testimonianze e le denunce stanno disegnando, ma ce n’è abbastanza per preoccuparsi ugualmente. Nei “doveri” si legge che il borsista è vincolato alla «fedeltà nei confronti di Diritto e scienza srl», «alla segretezza nei confronti di Diritto e scienza srl. Il dovere di segretezza copre qualsiasi informazione appresa nello svolgimento dei propri compiti. Il contenuto delle comunicazioni intercorse con il Direttore scientifico è riservato anche nei confronti degli altri borsisti e dei collaboratori». «Il borsista è tenuto a svolgere le attività di comunicazione. Le attività devono essere improntate alla promozione del marchio della società, nonché alla diffusione dei suoi ideali e del suo metodo». Impossibile non domandarsi quanto sia alto il rischio che, in caso di superamento del concorso, possa uscirne una magistratura menomata nell’apparenza della propria indipendenza fin dalla prima nomina, per il solo fatto di essere passata per una borsa di studio, il cui regolamento – lungi dalla trasparenza che si dovrebbe presumere minimo sindacale per una borsa di studio per aspiranti magistrati – vincola a «fedeltà» nei confronti di un marchio, alla sua «promozione», nonché alla «diffusione dei suoi ideali e del suo metodo». Come si concilia quella «fedeltà» firmata con la soggezione soltanto alla Legge prevista dalla Costituzione? Come si concilia con il giuramento di fedeltà alla Repubblica prestato dal magistrato all’acquisizione delle funzioni e a ogni nuovo incarico? E ancora, che cosa ha impedito a tanti aspiranti magistrati, passati senza borsa di studio per il corso a pagamento - sicuramente la stragrande maggioranza -, di notare le contraddizioni tra un siffatto contratto/regolamento e le caratteristiche dell’istituzione cui ambivano attraverso il concorso? Che cosa ha impedito loro, notandole, di sollevare il problema o quantomeno di tenersi alla larga da un corso, pur promettente in efficacia, che mostrava simili opacità? Forse un clima di soggezione, di timore? In quel caso come conciliarli con il motto della Magistratura ordinaria, sine spe ac metu, senza speranza e senza timore? Ben sapendo che, una volta passato il concorso, un magistrato timoroso e speranzoso rischia di trasformarsi in un magistrato potenzialmente ricattabile? Fosse anche uno solo e tale solo all’apparenza, sarebbe un’ombra sul reclutamento che chiede con urgenza una risposta al Csm, al Ministero della Giustizia, alla stessa Anm, perché ne va della credibilità dell’istituzione intera.

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

De Rita: «Dove nasce l’odio? Nasce lì, nei giornali…». Intervista di Francesco Lo Dico del 19 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". La riflessione sull’odio portata avanti dal nostro giornale, dopo l’iniziativa del Cnf per il G7 dell’avvocatura, continua con l’intervista al fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, che proprio di recente ha parlato della società del rancore. «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi conoscendola la chiama bugia, è un delinquente», amava ripetere Bertolt Brecht. Un adagio che ben si accompagna ai trombettieri delle fake news e ai mestatori in servizio permanente effettivo nelle sentine dei social. Dalla testata di Spada a Ostia alle testate che ogni giorno si abbattono, non meno spregevoli, sulla dignità di cose e persone, è stato un crescendo. L’onda anomala del disprezzo ha travolto istituzioni, ong, calciatori. Ma anche migranti, donne, star e politici stessi, al di là di ogni ragionevole dubbio, e spesso in direzione ostinata e contraria alla verità delle cose. Così che l’iniziativa lanciata a settembre dal Consiglio nazionale forense contro il linguaggio dell’odio, sembra aver assunto – di linciaggio in linciaggio – il carattere di una premonizione. Di quel clima violento segnalato tre mesi fa dal Cnf al G7 dell’avvocatura, e combattuto con vigore su queste pagine da autorevoli interlocutori, l’Italia del rancore descritta di recente dal Censis appare la cartina di tornasole. Tanto che Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Centro studi che da più di mezzo secolo racconta il Paese, tiene a riconoscere al Dubbio un impegno costante ma solitario. «È l’unico giornale italiano – sottolinea il sociologo – che combatte l’odio e la deriva giustizialista che trionfano invece sul resto dei quotidiani nazionali, a colpi di titoloni e mostri in prima pagina che durano il tempo di un giorno, servono a fare qualche spicciolo in più, ma rovinano per sempre la vita agli sfortunati protagonisti della gogna».

Presidente, perché l’Italia e i giornali che oggi ben la rappresentano, è diventata la terra del risentimento?

«Le ragioni che lo spiegano sono molteplici. Ma in primo luogo, si può ben dire che l’Italia del rancore descritta nel nostro rapporto è figlia di un incidente storicamente provato. Dopo aver garantito a milioni di persone prospettive di vita migliore negli anni 70, 80 e 90, il nostro ascensore sociale si è bloccato. Così che moltissimi italiani sono rimasti sospesi a mezza strada: non raggiungono il prestigio sociale che desiderano, non diventano qualcuno, e nonostante studi e sacrifici non hanno stipendi migliori né promozioni in vista. E questo li rende frustrati e risentiti: il rancore collettivo è il lutto per quel che non è stato».

Anche i lutti più dolorosi non durano per sempre: l’Italia può uscire dalla rabbia e dalla rassegnazione?

«Il ciclo formidabile che per cinquant’anni ha garantito al Paese un certo grado di benessere si è concluso. Di fronte alla crisi, l’eredità di quella stagione prospera ci ha consentito di resistere ma al prezzo di vedere congelata la nostra condizione. Da tempo siamo entrati in una fase transitoria, che può essere superata soltanto con un cambio di prospettiva deciso. Un nuovo paradigma in grado di rompere le molte inerzie che hanno fermato l’ascensore sociale: l’inerzia dell’economia sommersa, l’inerzia delle piccole e medie imprese, l’inerzia del ceto pubblico e dell’urbanizzazione della popolazione».

Eppure la ripresa economica, seppure di entità modesta, è stata finalmente riagganciata da un anno a questa parte. Perché ancora non riesce a tradursi in benefici concreti per la nostra società?

«È molto semplice: la nostra è una ripresa per pochi, trainata da pochi. Ne sono protagoniste alcune medie imprese manifatturiere, realtà di respiro internazionale legate alla logistica e industrie vocate all’export che hanno tirato a ritmo indiavolato anche grazie agli specifici incentivi dell’Industria 4.0. Ma in parallelo, è stato fatto molto poco per far ripartire le botteghe dietro l’angolo. Il mercato interno, decisivo per le sorti della maggioranza degli italiani, non ha ripreso slancio. Invece di prenderla di petto, la questione è stata presa di sguincio grazie ai bonus per casalinghe e dipendenti che non hanno funzionato: la maggior parte degli italiani, insomma, non è tornata a sorridere ed è perciò rimasta rancorosa».

È forse questo il limite che non ha premiato l’azione del governo Renzi. C’è un problema di errata percezione politica, dietro l’odio che alimenta la grancassa delle forze populiste?

«Il problema di questi ultimi anni è evidente. Prima di agire, chi governa dovrebbe capire quali sono le attese. Ma la politica ha fatto l’esatto contrario. Prima ha fatto gli interventi, e poi li ha comunicati nell’idea che, se venivano presentati bene, andassero incontro ai desideri della gente. Dire che hai dato tanti soldi ma che la campagna di comunicazione non ha funzionato, è un suicidio mediatico e intellettuale. Significa ammettere che dietro le misure non c’era una strategia lungimirante di rilancio, ma solo l’idea che per scatenare la ripresa dei consumi bastasse la propaganda».

E invece si è scatenata ancora di più la rabbia sociale che trova nel linguaggio dell’odio di Lega e Cinque Stelle.

«L’ascesa delle forze populiste non è recente. La forza del rancore si è accresciuta negli ultimi dieci anni, quando l’opinione pubblica ha scelto di montare sul cavallo dell’anti- casta, a prescindere da ragioni di appartenenza politica. Non si tratta più di attaccare la casta per motivazioni ideologiche come accadeva negli anni 50, o in funzione di una strategia economica come avveniva al tempo delle liberalizzazioni di Berlusconi e di Bersani. Contro la casta si è scatenato un odio cieco e totalizzante, che ha unificato i risentimenti di tutti gli indignati e ha fatto perdere di vista i veri problemi che alimentano l’insoddisfazione».

Dice quindi che chi oggi miete consensi sull’odio per gli avversari politici, per i migranti, per le riforme domani non sarà capace di placare al governo il risentimento sul quale hanno lucrato?

«Dico che fare politica in nome della semplice idea di abbattere i privilegi è inutile e illusorio: la storia insegna che abbattuta una casta, ne arriva subito un’altra. Il problema del Paese non è nella casta, ma nella classe dirigente che oggi è priva di professionalità e strategia, non ha il senso del futuro e non è all’altezza dei suoi compiti. Tolta di mezzo la casta, la classe dirigente resta quella che è. Ecco perché sostenevo poc’anzi che per uscire dalla spirale dell’odio occorre un ciclo, anche breve, di radicale rinnovamento».

E come si potrebbe, dato il generale scadimento che descrive?

«La politica non è un’arte. La politica è un mestieraccio. Ed è proprio degli odiati mestieranti che ha bisogno prima di tutto. Bisogna ridare spazio a chi ha fatto gavetta nei comuni e nelle sezioni di provincia, riaprire le porte a chi il mestiere lo conosce davvero. Ricordo ancora quello che gridava nelle stanze l’ex ministro Francesco Compagna: “Ladri li vogliamo, ma bravi!”».

È un tema che ci porta dritti a un’altra variazione sul tema dell’odio. Non è stata forse la furia giustizialista di Tangentopoli a innescare un simmetrico populismo penale che oggi dai tribunali irrompe sui giornali e sui social?

«Non sono, come è noto, un nemico dei giornali. Ma devo dire che ci sono ampie responsabilità dei giornalisti, dietro la cultura della politica poliziesca che ha scelto come agenda quotidiana il casellario giudiziario. Molti procuratori coltivano rapporti privilegiati con certa carta stampata, nella banale necessità di mostrare la sera, agli altri soci dei loro Rotary club, di aver fatto qualcosa di importante di cui sui giornali si parla in termini allarmanti. Ai giornalisti del Dubbio va tuttavia il mio attestato di stima: sono i paladini solitari di un’inversione di tendenza che richiede coraggio. Per ristabilire l’equilibrio di giudizio, occorre che i giornali si impongano di rinunciare a qualche copia, in nome di valutazioni più approfondite e intellettualmente oneste».

L’odio e la sproporzione sono dunque gli effetti collaterali di pure strategie commerciali, o c’è anche una matrice culturale dietro la deriva giustizialista?

«Quante volte leggiamo che Tizio rischia cinque anni di carcere, salvo poi svanire nel nulla il giorno dopo insieme alla storia allarmante di cui è il temibile protagonista? Il problema che affligge i nostri quotidiani è la smania del titolo, la logica pervasiva dell’evento. Lo aveva capito bene uno dei nuovi filosofi francesi, Jean Baudrillard. “L’evento – diceva – scava la fossa in cui verrà seppellito il giorno dopo”. Ed è proprio così. L’evento prende per un giorno tutto lo spazio possibile, poi il giorno dopo viene sepolto e nessuno se ne occupa più. Quella dei giornali è una catena di eventi che costruisce una storia evenemenziale, e cioè una storia fatta di eventi, che ha un’ottica parziale. La storia non è fatta solo di eventi. È fatta anche da processi lenti, commerciali, tecnologici, religiosi che nessuno sembra aver più voglia di indagare. È per questa ragione che in prima pagina non finiscono i fatti, ma le cose che hanno fatto “evento”. Per il giornalista è una tentazione, una coazione, quasi un obbligo. La necessità di “fare evento” alimenta ogni giorno nuovo risentimento: l’Italia del rancore».

L’Italia del rancore ha trovato nei social la sua più intensa e preoccupante bocca di fuoco: insulti e atti di sciacallaggio rivolti allo zimbello di turno diventano su Twitter trending topic, salvo poi scomparire nel nulla sostituiti da raffiche di mitra verso il prossimo obiettivo.

«Nel rapporto del Censis lo abbiamo scritto chiaramente: i social sono l’arena del rancore, il Colosseo del rancore, il circo equestre del rancore. Ma allo stesso tempo osservo che i tweet indignati scompaiono nel nulla dopo pochi minuti. In fondo milioni di cinguetti che spariscono ogni giorno indicano che non servono a niente e a nessuno, se non alla piattaforma che li ospita. Il problema vero non sono i social, ma la società che li popola. Che probabilmente, tweet dopo tweet comincerà a capire quali “eventi” vale davvero la pena discutere, e quali sono invece montati ad arte per fare discutere. Io credo che valga per i social la stessa parabola che ha accompagnato i talkshow: prima hanno spopolato, poi sono diventati marginali perché sono diventati noiosi. Tutti hanno capito che erano piccoli spettacoli da cui non usciva niente di utile per la società e la politica».

Spesso però escono dai palinsesti social cose false e molto dannose che arrecano danni duraturi e riescono a influenzare la politica stessa, come dimostra il caso delle ultime elezioni negli Stati Uniti. Che idea si è fatto delle fake news, che ormai convogliano molti rancori anche nella Penisola?

«È un fenomeno recente, di cui confesso di non essermi ancora fatto un’idea precisa. Sono però allo stesso tempo convinto che, da Biden a Renzi, l’argomento è stato finora trattato in modo confuso, e forse anche strumentale. Nutro per l’argomento delle bufale una certa resistenza psicologica. Ho il sospetto che, ancora una volta, quello delle fake news sia un “evento”, un argomento alla moda che come molti altri è destinato a finire nel nulla cosmico dei tweet perduti. Io credo che i social siano la patria del rancore, e che questa patria sia stata fondata dal “vaffa”. Ma credo anche che l’Italia del rancore non sia destinata a durare ancora per molto».

Nordio: «Così i magistrati hanno scalato il potere politico». Intervista di Giulia Merlo del 20 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". «A partire da Mani Pulite si è instaurato un intreccio perverso tra pm e stampa: i pm facevano filtrare notizie e in cambio ricevevano elogi. Oggi la conseguenza è che, servendosi di questo prestigio, molti sono entrati in politica». Chiaro e diretto, da sempre è considerato eretico dai suoi stessi colleghi. Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, analizza a tutto campo il cortocircuito tra poteri e non lesina stilettate a una politica «che ha ceduto le armi» a una magistratura «che si è servita della stampa per ottenere la fama ed entrare in politica».

Procuratore, il processo mediatico è una patologia di questo tempo di crisi?

«Tutt’altro. Il processo mediatico c’è sempre stato a partire dal dopoguerra: penso all’omicidio di Wilma Montesi, che è stato il primo caso di interferenza delle indagini a fini politici, perchè il processo era stato montato a bella posta per colpire l’onorevole Piccioni. Questa strumentalizzazione, tuttavia, ha assunto la forma di ordinaria patologia con Tangentopoli».

Come è fatto questo virus che ha contagiato il nostro sistema giudiziario?

«Con Mani pulite si è instaurato un intreccio perverso tra magistratura inquirente e stampa. Gli inquirenti avevano canali privilegiati con alcuni giornali, ai quali facevano filtrare le notizie più succulente per fargli fare degli scoop. In cambio, questi pm ricevevano una serie di sperticati riconoscimenti elogiativi che li rendevano a loro volta più credibili, prestigiosi e forti. Così si è generato un potenziamento reciproco: più il magistrato era forte e più si sentiva impunito se lasciava filtrare le notizie, più le lasciava filtrare e più si rafforzava perchè riceveva in cambio una legittimazione da parte della stampa. Tutto questo ha portato a un cortocircuito che non solo ha condizionato la politica, ma ha anche alterato la fisiologia della giustizia e della stampa».

Parliamo di un cortocircuito iniziato venticinque anni fa. E oggi?

«Ora ne stiamo pagando le conseguenze, la più perniciosa delle quali è che una serie di magistrati, servendosi del prestigio e della fama acquisiti attraverso gli elogi della stampa, sono entrati in politica».

L’ultimo dei quali oggi è a capo di un partito politico, il presidente del Senato, Piero Grasso.

«Di Grasso io critico la scelta fatta ormai cinque anni fa: si è candidato alle elezioni politiche poche ore dopo essere uscito dalla magistratura. Ecco, poichè non credo che una candidatura si improvvisi nel giro di poche ore, questo significa che mentre indossava la toga ha avuto dei contatti politici».

Lei ritiene che un magistrato non dovrebbe fare politica?

«Intendiamoci, è perfettamente legittimo che lo faccia, ma secondo me è un elemento di disturbo nei rapporti fisiologici tra poteri. Un magistrato che indossa la toga può avere tutte le opinioni politiche che vuole e ha il diritto di esprimerle anche sui giornali, ma non trovo opportuno che abbia contatti diretti con la politica al fine di procurarsi una candidatura».

E un magistrato che ha smesso la toga, invece?

«Nemmeno, soprattutto se quel magistrato ha condotto inchieste che hanno avuto un forte impatto politico. Se si candida, infatti, si espone al rischio che le sue inchieste siano considerate un mezzo per procurarsi una sorta di buen retiro politico. Parlo per me: ho condotto l’inchiesta sul Mose che ha demolito la classe dirigente veneta. Troverei raccapricciante il solo sospetto che si possa pensare di me che ho fatto un’inchiesta per prendere il posto di chi ho mandato in galera. Per questo un magistrato non dovrebbe candidarsi, nemmeno dopo essere andato in pensione».

Da vittima, la politica si è innamorata dei carnefici. Non si contano i magistrati candidati, sia a destra che a sinistra.

«Con la caduta delle ideologie e la fine dei partiti di massa, la classe politica ha perduto completamente la fiducia in se stessa e, davanti all’offensiva giudiziaria, si è definitivamente sgretolata. Così ha cercato rifugio in quelli che sembravano i rappresentanti più significativi del Paese, cioè i magistrati».

Lei ha fissato nella legge Biondi del 1994 il momento storico in cui la politica ha definitivamente ceduto il passo alla magistratura.

«I quattro pm di Mani pulite andarono in televisione, chiedendo il ritiro del decreto e minacciando le dimissioni. Allora un politico serio avrebbe dovuto rispondere: «Cari pm, avete diritto di critica perchè non siete giudici terzi, per questo da domani separiamo le carriere. Inoltre, manteniamo il decreto e aspettiamo le vostre dimissioni». Invece la politica ha ceduto le armi. Da quel momento è finito tutto: quando un potere lascia un vuoto così clamoroso qualcuno lo occupa e così ha fatto la magistratura».

Intravede la possibilità di una inversione di tendenza?

«Dopo tanti anni di patologica regressione di campo da parte della politica non è facile ristabilire gli equilibri. lo mostra il fatto che, ogni volta che si propone una legge che incide sui poteri dei magistrati, l’Anm insorge e il Governo fa marcia indietro. L’unica soluzione si potrebbe trovare a livello costituzionale, rivedendo il reclutamento dei magistrati e il funzionamento del Csm, ma revisione non è cosa facile».

L’ordinamento non contiene già i limiti tra poteri?

«Per ricondurre in alveo costituzionale tutti i poteri dello Stato andrebbe attuato al 100% il codice penale accusatorio, un codice garantista e anglosassone che è stato attuato solo per il 20% e poi demolito dalla stessa Corte Costituzionale».

E’ una crisi ormai fisiologica e non risolvibile, quindi?

«Guardi, l’unica speranza è il ricambio generazionale, in magistratura come in politica. Questo, mi sembra, sta già avvenendo».

Tutto di lei si può dire, meno che non sia diretto. Quanto le sono costate queste posizioni in contrasto con le idee dominanti in magistratura?

[Ride di gusto ndr] «Io non ho mai cambiato idea e ciò che dico oggi l’ho scritto in un libro del 1997. La mia eresia di allora mi costò la chiamata davanti ai probi viri di Anm: io ci risi sopra e nemmeno mi presentai».

Lei, però, rimane una mosca bianca quando parla di separazione delle carriere e di magistrati in politica.

«Le assicuro che oggi molti magistrati la pensano come me, ma non tutti hanno poi il coraggio di dirlo perchè entrerebbero in conflitto col pensiero dominante dell’Anm che, attraverso il Csm decide le sorti professionali. Eppure, oggi la separazione delle carriere non è più il tabù che era vent’anni fa e lo stesso vale per la necessità di paletti più incisivi per l’ingresso dei magistrati in politica. Del resto ormai si è deideologizzato tutto, non vedo perchè lo stesso non possa accadere anche con gli ultimi pachidermici miti dell’Anm».

Ma esiste una magistratura di destra e una di sinistra?

«Io sono convinto che la giustizia risponda a criteri di buon senso e la distinzione destra- sinistra sia estremamente ingannevole su questo piano».

Lei è in pensione da un anno, le manca la toga?

«Mi mancano le amicizie che si sono un po’ diradate, ma non il lavoro. Mi piace leggere, scrivere, andare a cavallo e ascoltare musica classica e ora ho finalmente il tempo per farlo».

Guardandosi indietro, però, sceglierebbe ancora il lavoro di magistrato?

«Io non ho mai vissuto la magistratura come una missione o un sacerdozio. Anzi, diffido molto dei magistrati che vivono così il loro ufficio, perchè il sacerdozio rischia di sconfinare nel fanatismo. Per me, però, è sempre stata una funzione centrale per la democrazia: dopo il medico che incide sulla salute c’è il magistrato che incide sulla dignità e sull’onore del cittadino. Ecco, per questo sono orgoglioso di aver indossato la toga e rifarei senza dubbio questa scelta».

«Il compito della magistratura? Sottomettere la politica», scrive Piero Sansonetti il 6 Settembre 2017 su "Il Dubbio". Ho letto con molto interesse – e qualche apprensione… – il resoconto stenografico degli interventi del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e del sostituto procuratore della Dna (Direzione nazionale antimafia) Nino Di Matteo, pronunciati qualche giorno fa alla festa del Fatto Quotidiano, in Versilia. Li ha pubblicati ieri proprio il Fatto considerandoli, giustamente, documenti di grande interesse giornalistico e politico. Potrei scrivere per molte pagine, commentandoli. Mi limito invece a pochissime critiche e soprattutto a una osservazione (alla quale, contravvenendo a tutte le regole del giornalismo, arriverò alla fine di questo articolo) che mi pare essenziale. Essenziale per capire l’Italia di oggi, per decifrare il dibattito pubblico, e per intuire a quali pericoli sia esposta la democrazia. Innanzitutto voglio subito notare che sebbene il Fatto pubblichi i due interventi, intervallando brani dell’uno e brani dell’altro, quasi fossero un unico discorso, si nota invece una differenza, almeno nei modi di esposizione, molto netta. Roberto Scarpinato dà l’impressione di avere una conoscenza approfondita dei fatti e anche della storia (italiana e internazionale) nella quale vanno inquadrati. Nino Di Matteo sembra invece soprattutto travolto da una indubbia passione civile, che però lo porta a scarsa prudenza, sia dal punto di vista formale sia nella ricostruzione storica.

La tesi di fondo dei due interventi però è un’unica tesi. La riassumo in cinque punti. Primo, la mafia nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, decise di intervenire nella politica italiana perché terrorizzata dall’idea che – finite le ideologie e i veti, e il famoso fattore K che escludeva i comunisti dal governo – potesse prendere il potere una coalizione composta da sinistra democristiana (ex zaccagniniana) ed ex Pci, all’epoca Pds. «Condannare i criminali? No, il compito della magistratura è sottomettere la politica».

Secondo punto, in questa ottica, dopo le stragi del 1993, si svolse una trattativa tra lo Stato e la mafia e questa trattativa, pare di capire, coinvolse essenzialmente elementi dell’ex sinistra dc (Mancino, Mannino, forse De Mita) e dell’ex Pci (Giorgio Napolitano).

Terzo punto, è stato proprio Giorgio Napolitano a delegittimare il processo sulla trattativa tra Stato e mafia che si sta spegnendo a Palermo tra assoluzioni e prove mancate: e la cattiva sorte di quel processo è da imputare non a una cattiva impostazione delle indagini e delle tesi di accusa, ma all’intervento dell’allora capo dello Stato.

Quarto, la mafia da allora ha cambiato pelle, ha rinunciato ad usare la violenza e l’omicidio per condurre la sua strategia, e questo la rende ancora più pericolosa, perché riesce a crescere semplicemente usando lo strumento della corruzione e addirittura, in certe occasioni, senza neppure commettere reati formali.

Il quinto punto lo accenno appena, perché ci torniamo alla fine – è il punto chiave – riguarda il compito e la missione della magistratura.

Naturalmente i primi quattro punti sono in forte contraddizione l’uno con l’altro. Ad esempio non si capisce come facesse la mafia, quando ha iniziato l’attacco allo Stato (che Scarpinato e Di Matteo datano con l’uccisione di Salvo Lima del marzo 1992), a prevedere il crollo del potere politico italiano, che allora era ancora saldamente nelle mani del pentapartito, e non certo del Pci, che viveva un nerissimo periodo di crisi. Nessun analista politico previde Tangentopoli (neppure dopo l’arresto di Mario Chiesa) che esplose clamorosamente dopo l’uccisione di Falcone, né tanto- meno le conseguenze di Tangentopoli, eppure l’attacco della mafia iniziò prima di Tangentopoli. E non si capisce molto bene neanche perché la mafia uccidesse Lima ( destra Dc), e poi Falcone ( che era legato ai socialisti di Craxi) se voleva colpire la sinistra Dc e l’ex Pci, che di Lima e Falcone erano nemici; né si capisce perché furono Napolitano e Mancino ( ex Pci e sinistra dc) ad aiutare la mafia che era terrorizzata – se capiamo bene – perché temeva che Napolitano e Mancino andassero al potere…Fin qui, diciamo con un po’ di gentilezza, è solo un bel pasticcio, che certo non si regge in piedi come atto d’accusa. Né giudiziario, né politico, né tantomeno storico. E si capisce bene perché il processo Stato- mafia stia finendo a catafascio. Scarpinato e Di Matteo da questo punto di vista hanno avuto la fortuna di parlare, in Versilia, ad una platea amica che non aveva nessuna voglia di fare obiezioni (così come, in genere, non ne ha quasi mai il giornalismo giudiziario, e non solo, italiano).

Ma il punto che mi interessa trattare è il quinto. L’idea di magistratura che – temo – va affermandosi in un pezzo di magistratura. Cito alcuni brani, testuali, di Di Matteo, che sono davvero molto istruttivi. In un crescendo. «Oggi si sta nuovamente (sottinteso, la politica, ndr) mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità, per i condannati per mafia, di godere dei benefici. Si sta cominciando a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell’applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro (….)». E più avanti: «I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenze come non sufficienti per condannare qualcuno… Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni (…) o possiamo ancora aspettarci che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia». La prima parte di questo ragionamento è solo la richiesta di poteri speciali, non nuova, tipica del pensiero reazionario (e non solo) da molti anni. In realtà i magistrati prudenti sanno benissimo che il 41 bis è carcere duro (e dunque è in contrasto aperto e clamoroso con la nostra Costituzione) ma stanno attenti a non usare mai quella definizione. Quando, intervistando qualche magistrato, ho provato a dire che il 41 bis è carcere duro, sono sempre stato contestato e rimproverato aspramente: «Non è carcere duro – mi hanno detto ogni volta – è solo una forma diversa di detenzione…». Di Matteo, lo dicevo all’inizio, è trascinato dalla sua passione civile (che poi è la sua caratteristica migliore) e non bada a queste sottigliezze, dice pane al pane, e carcere duro al carcere duro. Non so se conosce l’articolo 27 della Costituzione, probabilmente lo conosce ma non lo condivide e non lo considera vincolante. Così come non considera vincolante l’esibizione delle prove per affermare una verità, e questo, da parte di un rappresentante della magistratura, è un pochino preoccupante. Quel che però più colpisce è la seconda parte del ragionamento. E cioè le frasi che proclamano in modo inequivocabile che il compito della magistratura è mettere sotto controllo la politica (sottometterla, controllarla, dominarla, indirizzarla), cancellando la tradizionale divisione dei poteri prevista negli stati liberali, e non può ridursi invece a una semplice attività di giudizio e di punizione dei crimini. E’ probabile che siano pochi i magistrati che commettono la leggerezza di dichiarare in modo così chiaro ed esplicito la loro idea di giustizia, del tutto contraria non solo alla Costituzione ma ai principi essenziali del diritto; però è altrettanto probabile che il dottor Di Matteo non sia il solo a pensarla in questo modo. E siccome è anche probabile che esista una vasta parte del mondo politico, soprattutto tra i partiti populisti, ma anche nella sinistra, che non disdegna le idee di Di Matteo, e siccome non è affatto impossibile che questi partiti vincano le prossime elezioni, mi chiedo se esista, in Italia, il rischio di una vera e propria svolta autoritaria, e antidemocratica, come quella auspicata da Di Matteo – non so se anche da Scarpinato – o se esita invece una tale solidità delle istituzioni e dell’impianto costituzionale da metterci al sicuro da questi pericoli.

Dell’Utri, perché non lo fuciliamo? Scrive Piero Sansonetti il 6 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Ma allora perché non lo fuciliamo, come si faceva una volta con i politici in disgrazia? In Italia, è vero, da una settantina d’anni non si usa più: l’ultimo credo che fu Buffarini Guidi. Luglio 1945. Però si può fare un’eccezione, e chiedere alla commissione antimafia, magari, di scegliere il plotone di esecuzione. Sto parlando di Marcello dell’Utri, naturalmente. Ieri il caso della sua carcerazione è andato davanti al tribunale di sorveglianza. Il tribunale di sorveglianza nelle prossime ore dovrà decidere se mandarlo a curarsi in ospedale o lasciarlo in carcere ad aspettare la fine. Dell’Utri ha un tumore maligno alla prostata, il cuore in condizioni pessime, il diabete altissimo. Non può operarsi perché le sue condizioni cardiache non lo permettono. Il Procuratore generale ha chiesto a dei periti di sua fiducia di visitare Dell’Utri. Che è stato visitato anche dai periti nominati dalla difesa, che sono quelli di Antigone, e dai periti del tribunale. I periti dell’accusa hanno dato lo stesso responso dei periti della difesa: le sue condizioni non sono compatibili con il regime carcerario. E hanno proposto i nomi di cinque istituti ospedalieri, di Roma e di Milano, in grado di ricoverarlo e di curarlo. Ma il Procuratore generale, nell’udienza di ieri, ha detto di fidarsi dei periti del tribunale e non dei periti nominati da lui. E siccome i periti del tribunale dicono che può restare in carcere, il Procuratore, smentendo clamorosamente i suoi periti, in un breve intervento (circa 2 minuti, poche parole succinte e chiare) ha chiesto che dell’Utri resti in cella. Non si conoscono precedenti di una situazione di questo genere. Un procuratore che dice di non credere ai periti che lui ha nominato è una novità assoluta in giurisprudenza, e anche nella vita di tutti i giorni. Ora bisognerà aspettare la decisione dei giudici. I quali dovranno tener conto delle richieste del Procuratore e delle perizie dei periti del tribunale, ma non potranno non prendere atto anche delle perizie dei medici scelti dalla Procura. Se i giudici dovessero decidere di rispedire Dell’Utri in carcere, la sua vita sarebbe in serissimo pericolo. Riassumiamo brevemente i fatti. Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi e fondatore di Forza Italia, è stato condannato con sentenza definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Questo reato non esiste nel codice penale, e dunque la condanna confligge seriamente con l’articolo 1 del codice penale, il quale recita esattamente così: «Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite». Da tempo però i magistrati hanno stabilito che il reato di associazione esterna esiste in quanto combinazione dell’articolo 110 (concorso in reato) e dell’articolo 416 bis (associazione mafiosa). E che di conseguenza è ammissibile l’ipotesi che una persona faccia parte di una associazione pur non facendone parte, e sia interno a quell’associazione pur restandone fuori. E che le pene si decidano di volta in volta. In questo modo sono state comminate svariate condanne, anche a Dell’Utri. Nel frattempo però la Corte europea ha stabilito che si può anche ammettere che il reato ora esista, in quanto passato al vaglio dei tribunali italiani e della Cassazione, ma comunque esiste da non prima del 1994. Il problema è che Dell’Utri è accusato (ed è stato condannato) per fatti avvenuti tutti negli anni 80. Quando, dunque, il reato sicuramente non esisteva. Dell’Utri ha fatto ricorso alla Corte europea, contro la sentenza, ed è praticamente certo che la Corte gli darà ragione (visto che ha dato ragione a Bruno Contrada, ex dirigente dei servizi segreti, condannato per lo stesso reato e nelle stesse condizioni). Il problema è che la Corte europea è lenta, e probabilmente la sentenza e l’ordine di scarcerazione arriveranno quando dell’Utri avrà finito di scontare la pena, oppure sarà morto. Nel frattempo Dell’Utri si è ammalato, ha superato i 75 anni, ha scontato molto più della metà della pena. Esistono non alcune ragioni per scarcerarlo: esistono vagonate di ragioni (perché non esiste il reato, o perché è anziano, o perché è malato, o perché ha scontato più della metà della pena…). Perché nessuno muove un dito? Perché la procura generale di Roma ha smentito i suoi periti pur di non accettare che Dell’Utri sia curato come tutte le altre persone, libere o detenute? Ci sono state pressioni per impedire la scarcerazione? La verità che tutti sanno è che Dell’Utri non viene scarcerato per ragioni assolutamente, e squisitamente, e ormai del tutto palesemente politiche. Dell’Utri è Berlusconi. E questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è accusato di essere stato uno dei cervelli pensanti del berlusconismo, e questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è siciliano. E questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è stato per molti anni un parlamentare. E questo, naturalmente, viene ritenuto più che mai imperdonabile e comunque una aggravante. Talmente imperdonabili sono queste sue colpe (assai di più di qualunque associazione esterna) che sono mosche bianche quelli che hanno il coraggio di difenderlo. Perché – mi chiedo, per esempio – non esiste neppure un parlamentare di sinistra che abbia la sensatezza di dire: «Sta male, rischia la vita, fatelo uscire»? Naturalmente speriamo che, come spesso accade, tra i giudici che alla fine sono chiamati a giudicare, prevalga il buon senso e la conoscenza della Costituzione italiana, e i principi sacri dell’umanità. Se non sarà così Dell’Utri rischia la vita. Se Dell’Utri morirà in carcere nessuno potrà considerare la sua morte una cosa diversa da un delitto politico.

Massacro di un democristiano per bene, scrive Piero Sansonetti il 20 Dicembre 2017 su "Il Dubbio".  La persecuzione giudiziaria contro uno che ha fatto la storia della nostra democrazia. Mi dicono che Nicola Mancino non sta bene. Vive chiuso in casa, non vuol veder nessuno, è molto malinconico. Il modo nel quale lo hanno messo in mezzo, senza motivo, nel processo Stato- Mafia, non gli è andato giù. Sente l’ingiustizia, l’accanimento immotivato: non sa spiegarseli. Mancino ha 86 anni, li ha spesi quasi tutti per la politica. È difficile, oggi, far capire a un ragazzo cosa vuol dire questa espressione: «spesi per la politica». Ma c’è stato un periodo, nella storia d’Italia, nel quale la politica era una cosa molto seria, un mestieraccio (come diceva ieri Giuseppe De Rita su questo giornale) che richiedeva passione, intelligenza, strategia, impegno, rapporto con le masse. Noi di sinistra dicevamo così: «con le masse». Chi voleva far politica doveva “spenderci” tutte le energie che aveva. E doveva studiare, applicarsi, conoscere, parlare, stare a sentire. Ho conosciuto Nicola Mancino nei primissimi anni 80. Lui era il vice presidente dei senatori della Dc. Era già una autorità. Io un giovane cronista politico dell’Unità. Fronti opposti. Mi ricordo ancora di un articolo molto critico che scrissi su di lui (forse un po’ offensivo) e di un biglietto di protesta che mi mandò: era molto seccato ma non era aggressivo, o minaccioso, e accettava di discutere e di far polemica mettendosi sullo stesso piano di un ragazzino come me. Devo dire che oggi mi dispiace di avere scritto quell’articolo con la baldanza sfacciata e spavalda dei giovani. Credo che nella discussione avessi ragione io, ma alle volte, magari, prima di sputare addosso alla gente bisognerebbe conoscere meglio come stanno le cose. Mancino è stato un grande democristiano. Era uno dei leader del partito in Campania. E uno dei dirigenti nazionali nella sua corrente, corrente gloriosa e forte della sinistra Dc. Si chiamava La Base. L’avevano fondata Dossetti e Marcora, negli anni cinquanta, e avevano allevato una covata di giovanotti, come De Mita, Galloni, Granelli e lo stesso Mancino. Poi Dossetti lasciò la politica ma la corrente di Base andò avanti e fu un pilastro ben piantato del centrosinistra. Moro era Moro, certo, era su un altro pianeta. Ma sul piano della politica organizzata e anche della ricerca teorica, la Base fu essenziale – insieme alla corrente di Donat Cattin – nella svolta riformista che l’Italia visse negli anni sessanta e settanta. Mancino era lì. Spesso finiva nella bufera delle polemiche. Ma resisteva bene. Fu accusato tante volte soprattutto del «reato di clientelismo». Lo dico con cognizione di causa, perché noi dell’Unità eravamo tra gli accusatori più tenaci. Avevamo ragione? Un po’ sì. Un po’ però avevano ragione loro. È vero che in quegli anni il clientelismo (o l’assistenzialismo) democristiano fu uno dei motori della politica italiana. Ma il clientelismo non era un semplice fenomeno di corruzione. Era un meccanismo molto complicato che permise una grandiosa redistribuzione del lavoro, dell’assistenza, della ricchezza e dello stato sociale. L’Italia in quegli anni crebbe in tempi velocissimi, e la crescita non comportò un aumento, ma una riduzione drastica delle diseguaglianze sociali. La Dc era al centro di questo fenomeno. Luigi Pintor, grande giornalista comunista, una volta fece sul manifesto un titolo che diceva più o meno così: «Non vogliamo morire democristiani». Pintor morì nel 2003. Al governo c’era Berlusconi: chissà, magari lui in fin dei conti avrebbe preferito morire democristiano… Mancino è stato uno degli uomini forti della Democrazia Cristiana. Da parlamentare o da ministro ha accompagnato la crescita dell’Italia durante tutti gli anni della Prima Repubblica. Poi a un certo punto due giovani Pm di Palermo, che si erano convinti che tra il 1992 e il 1994 ci fu una trattativa tra Stato e Mafia, hanno deciso di puntare i loro strali contro Mancino, perché Mancino all’epoca era ministro dell’Interno e perchè alla loro costruzione accusatoria faceva comodo immaginare un ministro dell’Interno favorevole alla trattativa. Anzi, immaginare questa circostanza era indispensabile, altrimenti il castello dell’accusa andava giù. E su cosa si basava tutta l’accusa? Sul racconto del figlio di Vito Ciancimino (ex sindaco dc di Palermo, legato alla mafia), il quale figlio di Ciancimino poi fu condannato tante volte per calunnia. Non avevano nient’altro in mano i Pm. E allora sostennero che il socialista Amato, nel 92, cacciò il dc Vincenzo Scotti dal ministero dell’interno perché lo riteneva contrario alla trattativa, e mise al suo posto il morbido Mancino. E imputarono a De Mita questa scelta. il povero de Mita – che all’epoca era il segretario della Dc, spiegò ai Pm ( che conoscevano poco poco la storia d’Italia di quegli anni, forse perché erano troppo giovani) che nel 1992, esplosa Tangentopoli, la Dc aveva deciso di sancire l’incompatibilità tra ruolo di ministro e mandato parlamentare. Siccome Scotti voleva restare parlamentare, non si poteva farlo ministro. E fu indicato Mancino. Tutto qui. Del resto tutta la biografia di mancino depone per il suo impegno nella lotta alla mafia. Poi, negli anni successivi, Scotti e Martelli (all’epoca ministro della Giustizia) sollevarono molte polemiche contro Mancino, ma questo rientra nella fisiologia delle invidie e dei rancori in politica. Quello che lascia un po’ sgomenti è che su questa panna montata è stata costruita l’accusa di falsa testimonianza che tiene ancora Nicola Mancino dentro un processo senza capo né coda, dove non si sa più nemmeno chi è accusato e di che cosa, e dove i Pm svolgono requisitorie che in realtà smontano i teoremi accusatori. Si capisce bene che lui che ne soffre. Ne soffre anche la Storia, strattonata da tutte le parti, e ne soffre la sostanza della democrazia. Fa un po’ rabbia che dei Pm un tantino sprovveduti, nella loro foga di provare teoremi fantasiosi e di scoprire complotti inconfessabili, pestino l’acqua nel mortaio e buttino fango sulla vita di uno dei protagonisti della democrazia italiana.

Maroni: «Il Sisde spiava Mancino», scrive Errico Novi il 16 Dicembre 2016 su "Il Dubbio".  L’allora ministro dell’Interno: “Trovai sul mio predecessore dossier segreti da usare nella lotta politica. Dissi no alla nomina di Mori e al decreto che ostacolava le inchieste di mafia”. «Quando ero ministro dell’Interno avevo avuto modo di leggere una serie di fascicoli del Sisde che riguardavano di fatto un’attività di dossieraggio nei confronti di esponenti dei vari partiti politici tra i quali uno sul mio predecessore al Viminale». Sono le parole durissime dell’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sentito nel processo sulla trattativa Stato- mafia. Che poi continua: «Anche questa vicenda – ha proseguito – mi indusse a rimuovere Domenico Salazar che era direttore del Sisde. Da ministro dell’Interno Maroni spiazzò tutti: anziché mettere a capo del Sisde uno dei nomi graditi a Palazzo Chigi, tra i quali Mario Mori, scelse uno sconosciuto generale dei carabinieri, Gaetano Marino, che «nell’Arma si occupava di formazione». Irregolare come capo del Viminale, controcorrente come teste al processo Stato- mafia: il governatore lombardo dà ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene risposte che gran parte degli altri testimoni aveva sfumato nelle nebbie dell’irrilevanza. Non che offra all’accusa e alla Corte d’assise di Palermo seri elementi di prova: anche dopo la deposizione di ieri non sembra accresciuta la possibilità di arrivare a qualche condanna. Ma almeno Maroni dà notizie sulle vicende di quegli anni, in particolare sul ’ 94: una di queste rappresenta l’imputato Nicola Mancino addirittura come vittima di impropri dossieraggi da parte dei servizi. «Appena nominato ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi», racconta l’attuale presidente della Lombardia, «trovai una serie di dossier del Sisde su alcuni politici, persino sul mio predecessore all’Interno», Mancino appunto. Secondo l’allora direttore del servizio segreto civile Domenico Salazar «si trattava di informazioni legate a motivi di sicurezza». Ma davanti a pm e giudici palermitani Maroni obietta: «Se il dossier era sulla sua sicurezza Mancino ne doveva essere informato, se non lo era a maggior ragione pensai che non erano dossier autorizzati». Certo il caso è sconcertante: il Sisde “pedinava” per scopi incomprensibili lo stesso ministro dell’Interno. Che d’altra parte era in buona compagnia: la documentazione trovata da Maroni riguardava «diversi politici, compreso Francesco Cossiga». Nel caso dell’imputato al processo in cui depone il governatore lombardo, «capii che quei pedinamenti servivano a sapere chi incontrava e a raccogliere informazioni da usare nella battaglia politica». Lui, Maroni, prima chiuse i faldoni in una cassaforte del suo studio «per evitare che li facessero sparire», poi li portò in Senato. Si muoveva da “mina vagante”, l’allora capo del Viminale: «Ero il primo che non venisse dalla Dc». Fece fuori Salazar, scartò Mori e altri possibili successori segnalati da Parisi e preferì appunto Marino. Il cuore dell’udienza, negli auspici dei pm, riguarderebbe il decreto del 14 luglio ’ 94, a cui Maroni e la Lega si opposero fino a farlo ritirare: «Il testo arrivato in Consiglio dei ministri non era quello originario. Ne parlai col procuratore di Palermo Caselli, mi disse che quelle norme rendevano più difficile la lotta alla mafia: c’era l’obbligo di riferire all’indagato dell’inchiesta in corso. Secondo Caselli indagini complicate sarebbero diventate impossibili». In realtà nel primo “report” fatto in proposito alla Procura, durante l’interrogatorio del 4 luglio scorso, Maroni aveva detto di aver stroncato il provvedimento in un’intervista al Tg3 per le limitazioni alle misure cautelari nei confronti di indagati per corruzione e concussione. Probabile dunque che il “movente” del decreto non fosse compiacere i mafiosi. Il no della Lega bastò a farlo accantonare. Così come il no di Berlusconi non impedì a Maroni di «nominare Gianni De Gennaro vice capo della polizia: io», dice in aula il governatore, «volevo ribadire la volontà di contrastare la mafia e, soprattutto, sparigliare i vecchi schemi». Il Cavaliere non voleva un poliziotto ritenuto “di sinistra”. Il che non emerge nella deposizione di ieri, ma non è che servisse il processo Statomafia per accertarlo.

Corona di spine con predica. Per quali misteriose ragioni Fabrizio Corona sia ancora in carcere, dopo essere stato liberato una prima volta, pertiene al rovesciamento del principio costituzionale secondo cui la prigione ha l'obbiettivo non di punire ma di riabilitare, scrive Vittorio Sgarbi, Mercoledì 20/12/2017, su "Il Giornale". Per quali misteriose ragioni Fabrizio Corona sia ancora in carcere, dopo essere stato liberato una prima volta, pertiene al rovesciamento del principio costituzionale secondo cui la prigione ha l'obbiettivo non di punire ma di riabilitare. L'articolo 27 recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Evidentemente non lo ha letto bene il pm Tiziana Dolci. Dopo il precedente del pluridifeso (da attacchi che non ha avuto) Nino di Matteo, che nelle sue requisitorie abbonda più in teoremi che in fatti, abbiamo adesso la denuncia di «bugie clamorose» (da verificare) da parte di Corona: «Non si può scrivere quello che si vuole in un atto della Procura della Repubblica, siamo in uno Stato civile, non siamo in uno Stato in cui la magistratura può scrivere quello che vuole, vale per me e per tutti i cittadini». In effetti il dovere della verità, per un pm, dovrebbe prevalere sulla passione per l'accusa che, sostanzialmente, crea una disparità fra il magistrato e l'imputato. E, siccome i fatti non si possono discutere, la reazione a una contestazione non può essere una predica, ma un'affermazione certa. E invece, tradendo lo spirito dell'articolo 27, la Dolci ha risposto come una preside che crede nell'esempio delle punizioni: «Basta con questa aggressività, non c'è nessun motivo. Faccia tesoro delle esperienze passate». Chissà cosa avrebbe detto a Caravaggio!

"Aggredito e picchiato da quel ragazzo straniero. Ora mi licenziano pure". Il capotreno di Trenord: "Mi è sfuggita una frase razzista nella concitazione. Ma la vittima sono io", scrive Cristina Bassi, Giovedì 21/12/2017, su "Il Giornale". «Sono stato aggredito e picchiato. E adesso vengo licenziato per una frase - lo ammetto: razzista - che mi è sfuggita nella concitazione. In questa storia assurda la vittima sono io». Giordano Stagnati, capotreno cremonese di 25 anni, il 23 settembre scorso era in servizio sulla linea ferroviaria Brescia-Cremona. Ha discusso con un passeggero senza biglietto, un senegalese di 23 anni, sono volati insulti reciproci e poi le botte. In un video girato con il telefonino da un'altra viaggiatrice Stagnati apostrofa lo straniero con un «negro di m...», getta dal finestrino la sua carta prepagata senza credito. Moussa Diatta spinge a terra il capotreno, che lo morde a un braccio, e gli strappa via il palmare e il Pos aziendali. Il senegalese è stato arrestato per rapina, Stagnati licenziato da Trenord.

Se lo aspettava?

«Mi aspettavo un qualche provvedimento disciplinare, ma non una misura tanto severa. Così dice la lettera di licenziamento: ha tenuto un comportamento non consono alle mansioni proprie della sua figura professionale e della nostra Azienda che Lei comunque rappresenta mentre indossa l'uniforme aziendale ed esercita funzioni di incaricato di pubblico servizio per conto di Trenord. Inoltre avrei messo a repentaglio la mia sicurezza e quella dei viaggiatori».

Il video della rissa, in cui tra l'altro lei ha la peggio, è finito su internet e molti le hanno dato del razzista.

«Mi dispiace molto per quello che è successo. Ma mi è capitata questa brutta cosa, sono stato aggredito e mi è scappata una frase sgradevole. A bocce ferme è facile per chi non ci si è trovato chiamarmi razzista. Ora so di aver sbagliato e chiedo scusa. Però chissà gli altri al mio posto cosa avrebbero fatto».

Ci saranno strumentalizzazioni...

«Io non sono iscritto ad alcun partito politico, non uso i social e non ho mai espresso opinioni contro gli stranieri».

Aveva mai avuto problemi di questo tipo?

«No. Ho sempre avuto un comportamento educato con tutti i passeggeri. Non ho mai trasceso, neppure con quelli che alzano la voce con me. Non è vero che ho usato io le mani per primo con quel ragazzo straniero. Nel mio lavoro non ho mai gridato né tanto meno alzato le mani. Anche in questo caso stavo facendo il mio dovere e lui non ha esitato ad aggredirmi».

Si è accanito su di lui perché era straniero?

«Assolutamente no. Ho chiesto il biglietto a tutto il vagone, non era certo un fatto personale. I passeggeri sprovvisti erano solo Diatta e due ragazze, cui ho fatto pagare il biglietto con la maggiorazione prevista. Sono le stesse che poi hanno postato il video, forse perché erano arrabbiate con me, aggiungendo commenti offensivi nei miei confronti. I passeggeri senza biglietto sono spesso anche gli italiani e per i molti stranieri sprovvisti ce ne sono altrettanti con l'abbonamento».

Ha avuto paura quel giorno?

«Sì. Quel ragazzo mi ha detto razzista, bastardo, italiano di m.... Mi sono sentito in pericolo, ricordate cos'è successo al capotreno Carlo Di Napoli? (una gang di latinos gli amputò quasi un braccio con un machete, ndr). Poteva andarmi molto peggio e potevo finire con più di una contusione a un polso».

Adesso cosa farà?

«Assistito dall'avvocato Massimiliano Cortellazzi, farò ricorso contro il licenziamento. Inoltre mi costituirò parte civile nel processo per rapina contro Diatta. E ho querelato per diffamazione l'autrice del filmato».

Vorrebbe continuare a lavorare a Trenord?

«Mi trovo bene in questa azienda, mi hanno assunto a giugno di quest'anno. Vorrei tornare a lavorare. Ho superato una selezione e fatto mesi di formazione per arrivarci. Il mio è un bel lavoro, di responsabilità, anche se alcune volte è difficile».

Arrestato il giudice Mario Pagano a Potenza fino a settembre 2016, scrive il 12 Dicembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". È stato posto ieri agli arresti domiciliari per decisione del gip del Tribunale di Napoli, il giudice Mario Pagano, in servizio a Potenza presso la sezione civile del Tribunale, fino al settembre del 2016 e attualmente in servizio presso il Tribunale di Reggio Calabria. I fatti che hanno portato però all’arresto non hanno a che fare né con la Basilicata né con la Calabria ma con il precedente periodo in cui Pagano era giudice presso il Tribunale di Salerno, veste nella quale «si sarebbe adoperato nel tempo - sostiene la Procura di Napoli - per favorire imprenditori ai quali era legato da consolidati rapporti di amicizia, trattando cause riferibili a tali amici con esito favorevole per questi ultimi» e «ricevendo dagli imprenditori utilità varie». Il Gip di Napoli ha anche disposto il sequestro preventivo di circa 500 mila euro «somma corrispondente al totale delle erogazioni effettuate, nel tempo, dagli imprenditori per le attività corruttive, ed all’ammontare dei finanziamenti indebitamente percepiti - riferisce il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino - dalla Eremo (proprietaria di un agriturismo, società riferibile allo stesso magistrato ed ai componenti del suo nucleo familiare». Nella stessa operazione sono state adottate altre sei misure cautelari. Arresti domiciliari per il funzionario giudiziario Nicola Domenico Montone, divieto di dimora per gli imprenditori Luigi Celestre Angrisani, Riccardo De Falco, Giovanni Di Iura e Roberto Leone ed infine obbligo di dimora nel comune di residenza nei confronti del consulente fiscale Antonio Piluso.

Salerno, arrestato giudice: favoriva gli imprenditori amici nelle cause civili. In cambio, dice l'accusa, ha ricevuto denaro a beneficio della società polisportiva Rocchese, di cui era responsabile, ma anche cucine e impianti di climatizzazione per un agriturismo a Roccapiemonte, scrive l'11 dicembre 2017 "La Repubblica". Arrestato il giudice Mario Pagano (già magistrato del tribunale di Salerno e attualmente in servizio al tribunale di Reggio Calabria: favoriva gli imprenditori amici nelle cause civili. L'indagine della procura di Napoli si è avvalsa della collaborazione della squadra mobile di Napoli e del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. Secondo l'accusa Pagano avrebbe ricevuto in cambio denaro a beneficio della società polisportiva Rocchese, di cui era responsabile, ma anche cucine e impianti di climatizzazione per un agriturismo a Roccapiemonte.  Il gip del Tribunale di Napoli ha disposto, nei confronti del giudice Mario Pagano, agli arresti domiciliari nell'ambito di un'inchiesta della Procura, il sequestro preventivo di circa 500 mila euro "somma corrispondente al totale delle erogazioni effettuate, nel tempo, dagli imprenditori per le attività corruttive, ed all'ammontare dei finanziamenti indebitamente percepiti - riferisce il procuratore aggiunto Alfonso D'Avino - dalla Eremo (proprietaria di un agriturismo, società riferibile allo stesso magistrato ed ai componenti del suo nucleo familiare". Il giudice di Roccapiemonte era già finito sotto inchiesta nel 2016 per associazione per delinquere e rivelazione del segreto d’ufficio.  E infatti era stato trasferito a Reggio Calabria nel settembre 2016, per decisione del Csm per incompatibilità ambientale, il giudice Mario Pagano, già magistrato del Tribunale di Salerno, posto agli arresti domiciliari nell'ambito di una inchiesta della Procura di Napoli. Su di lui il Csm aveva aperto un fascicolo nell'aprile del 2016. Attualmente Pagano è in servizio alla seconda seziona civile del tribunale di Reggio Calabria. Pagano è uno dei sette destinatari delle ordinanze cautelari disposte dal Gip di Napoli: due ai domiciliari, quattro applicative del divieto di dimora ed una applicativa dell'obbligo di dimora. Ai domiciliari anche il funzionario giudiziario Nicola Domenico Montone. Divieto di dimora nei confronti degli imprenditori Luigi Celestre Angrisani, Riccardo De Falco, Giovanni Di Iura e Roberto Leone ed infine obbligo di dimora nel comune di residenza nei confronti del consulente fiscale Antonio Piluso. Secondo il quadro indiziario descritto nell'ordinanza cautelare, Pagano avrebbe "omesso di astenersi" dalle cause in questione "nonostante lo specifico obbligo imposto dalla legge e, prima ancora, adoperandosi perchè tali cause venissero assegnate a lui". Tra le utilità che gli sarebbero state corrisposte, "somme indebite a beneficio della società Polisportiva Rocchese (di cui - scrive il procuratore aggiunto Alfonso D'Avino - direttamente e comunque per il tramite di congiunti, era responsabile) e, in altri casi, di forniture varie (cucine, impianti di climatizzazione) a beneficio di un agriturismo in Roccapiemonte riferibile allo stesso magistrato (quale contitolare di fatto della società Eremo, proprietaria della struttura) ed a componenti del suo nucleo familiare".

Franco Coppi: «I tribunali? Gabbie di matti. Ho difeso la Juve con la cravatta romanista». L’avvocato: parlo con il mio cane, me l’ha regalato Ghedini. Da ragazzo credevo di poter contribuire alle sorti dell’arte. Poi non ho più preso in mano un pennello, non potevo permettermi la tentazione di distrarmi, scrive Giusi Fasano il 3 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Franco Coppi, 79 anni, con il golden retriever Rocky avuto in regalo dall’avvocato Niccolò Ghedini.

«Buongiorno professore». «Ossequi». «Carissimo prof, permette un saluto?». «I miei omaggi, avvocato». Più che un’intervista è uno slalom fra ammiratori. Franco Coppi, fra i più stimati e autorevoli avvocati italiani, è a casa sua, in Cassazione, e qui non c’è collega, giudice, cancelliere, usciere che non lo conosca. Anche perché dei suoi 79 anni ha passato più tempo in questo palazzo che in qualsiasi altro posto. E oggi è il re dei cassazionisti. Un’istituzione.

Prof, non le danno tregua con le riverenze. Come fa a dar retta a tutti?

«Io sono un noto chiacchierone e poi sarebbe disonesto dire che non fa piacere sentirsi apprezzati o vedere che i colleghi ti dimostrano considerazione e simpatia. Anche se, le confesso, avrei una voglia di smettere...»

Non dica così o farà venire un infarto ai suoi assistiti.

«Ma sì, invece. In questi ultimi anni ho sentito sulla mia pelle l’ingiustizia di alcune decisioni che sono diventate un peso insopportabile».

Neanche glielo chiedo. So che sta parlando di Sabrina Misseri e del suo ergastolo per l’omicidio di Avetrana.

«Esatto, non mi stancherò mai di ripetere che la sua è una pena ingiusta, mostruosa. Sapere di non essere riuscito a dimostrare la sua innocenza non mi fa dormire la notte».

Sta criticando una sentenza definitiva.

«E perché no? Chi lo dice che non si debba fare? Se la ritengo non giusta posso criticarla eccome! Quella condanna mi ha segnato così profondamente che ho pensato davvero di abbandonare la professione».

Cosa le ha fatto cambiare idea?

«Il senso di responsabilità verso i colleghi dello studio e le cause che sto seguendo. E poi una persona che stimo molto mi ha detto: in futuro quella ragazza potrebbe avere ancora bisogno di te, se te ne vai non la potrai più aiutare. È vero, e io spero ancora di esserle utile. Nel frattempo ci scriviamo. Lei sa del mio amore per gli animali e assieme alle lettere mi manda disegni di animali bellissimi che fa con le sue mani».

Ha detto animali ma lo sanno tutti: il suo amore più grande è per i cani.

«È vero ma ho avuto anche gatti e perfino una gazza ladra».

Era arrivata da lei come imputata? 

Ride. «No. Era venuta perché le piaceva il mio terrazzo, forse. Le abbiamo costruito una gabbia il più grande possibile ma spesso era libera, veniva a mangiare nel piatto e faceva il bagno nel lavello della cucina. È morta di vecchiaia. Ma nella mia vita ho sempre avuto accanto un cane, fin da piccolissimo».

Ne ha uno anche adesso?

«Sì. Dopo la morte del nostro Bruce io e mia moglie eravamo molto indecisi. Siamo anziani, sa com’è...E invece a Natale di due anni fa si presentò a casa mia con un cucciolo irresistibile di golden retriever l’avvocato Ghedini (con Coppi si occupò del caso Ruby in cui Berlusconi fu assolto, ndr)».

Un regalo post-assoluzione del Cavaliere?

«Era un regalo di Ghedini, graditissimo. Aveva già un nome, Rocco, che io ho cambiato in Rocky e poi gli ho dato anche un cognome».

Che sarebbe?

«Ghedini».

Chissà come sarà contento l’avvocato...

«È una persona intelligente, sono certo che capirà che non è un’offesa. Anzi, per me è un onore. Io e Rocky Ghedini ci facciamo passeggiate lunghissime, ci capiamo al volo con un’occhiata. Ogni tanto gli parlo, un giorno o l’altro mi risponderà».

Ancora passeggiate chilometriche anche dopo la caduta e la frattura alla spalla?

«Ora confesso una cosa: lì non stavo passeggiando. Correvo. Ho visto tutti quei ragazzi correre al parco e mi sono detto: ci provo anch’io. Ricordo che quando sono tornato in aula il presidente mi chiese “avvocato, cosa le è successo”? Gli ho risposto: se le dico com’è andata mi caccia per manifesta stupidità».

Torniamo alla sua professione. C’è il nome di Coppi nel caso Andreotti, nello scandalo Lockheed, nel Golpe Borghese, nelle difese di grandi gruppi industriali e in quelle di Niccolò Pollari, Antonio Fazio, Gianni De Gennaro, Berlusconi... Però lei ha sempre detto che la sua Corte preferita è quella d’Assise. Cosa ci trova di così appassionante in un omicidio?

«Ma scherza? I cosiddetti casi “di cronaca” consentono di vedere le sfaccettature della vita, capisci molto della natura umana, entri nei moventi dell’agire degli individui, scopri i meccanismi di giustificazione che le persone cercano per i propri comportamenti. È affascinante, ogni volta è quasi una lezione di psicologia».

Non starà esagerando?

«Beh, lo dico con il dovuto rispetto: i luoghi della giustizia spesso sono gabbie di matti. Lei sa, vero, che Eduardo De Filippo in molte delle sue commedie ha preso spunto dalla realtà nelle aule dei tribunali? Nella vita ho assistito a difese diciamo bizzarre, per usare un eufemismo».

Per esempio?

«Per esempio ricordo tanti anni fa l’arringa straordinaria di un collega che cercò di convincere tutti con un discorso aulico: “La vita di questo povero ragazzo è stata già messa duramente alla prova” disse indicando il suo assistito. E poi cose tipo: “Vivrà il resto dei suoi giorni senza avere più accanto i suoi genitori”. Erano parole accorate».

E cosa c’era di bizzarro in quella difesa?

«C’era che il presidente a un certo punto disse: ma avvocato, i genitori di ha ammazzati lui! E la risposta fu: “E che c’entra? Rimane pur sempre orfano”. Indimenticabile».

Rientra nel capitolo bizzarrie anche la sua cravatta giallorossa durante il processo in difesa della Juventus?

«Lì ho agito per chiarezza. Per evitare l’accusa di tradimento io, romanista, ho messo in chiaro le cose con la cravatta più adeguata».

A proposito, è vero che di cravatte ne ha un numero imbarazzante?

«Temo di sì»

Quante? Cento, duecento, di più?

«Non le ho mai contate ma credo di più...».

Tempo fa parlò di un segreto per il figlio di Borsellino. Gliel’ha poi svelato?

«Non l’ho mai incontrato. Più che un segreto era un ricordo di parole che mi disse suo padre. Eravamo a Roma, io camminavo accanto a lui e più avanti c’era Falcone. Borsellino indicò Falcone e mi disse: “Vede quell’uomo? Gli devo tutto, mi ha ridato la fiducia e il coraggio che stavo perdendo e ogni volta che sono accanto a mio figlio sento che gli posso trasmettere tutto il bene che Falcone mi ha passato”. Mi sono commosso, non ho mai dimenticato quelle parole».

Lei è nato in Libia per puro caso, giusto?

«Giusto. Mio padre Filippo, che ho perso quand’ero ragazzino, era un dirigente Fiat che andò lì a lavorare e mia madre, che era una casalinga, lo seguì. Così io e mia sorella Cecilia siamo nati laggiù. Avevo quattro anni quando scappammo da Tripoli con i magazzini in fiamme e i tedeschi che davano ordini alle auto in coda. Ricordo tutto come fosse qui, adesso. Non ci sono mai tornato».

Come ha conosciuto sua moglie?

«Fu mentre ero in vacanza a Capri, dove Anna Maria lavorava. Mi è piaciuta subito».

Corteggiamento?

«Una cosa semplice. Abbiamo cominciato a frequentarci e a un certo punto le ho detto: che ne diresti se ci sposassimo?»

Tutto qui?

«Beh, proprio tutto no».

Avete avuto tre figlie.

«Sì. Francesca fa l’avvocato nel mio studio, Alessandra è ingegnere e Giuliana è consigliere parlamentare. Ho avuto e ho una vita familiare felice. Sono fortunato».

E la vita da docente universitario?

«Ho cominciato nel ‘68 a Teramo e ho finito sei anni fa alla Sapienza. Insegnavo Diritto penale, un’esperienza bellissima di cui conservo molti ricordi».

C’è qualcosa nei suoi 79 anni che avrebbe voluto fare e non ha fatto?

«Adesso, da anziano, penso ai libri non letti, ai musei non visti, ai viaggi non fatti, assorbito com’ero dalla mia professione. Ma non sono rimpianti, solo malinconie postume».

E quel vecchio amore per la pittura? Nessun rimpianto neanche per quello?

«Da ragazzetto, a forza di girare per chiese e musei romani con mio padre, mi ero innamorato del bello e credevo di poter contribuire alle sorti dell’arte. Avevo frequentato corsi, l’avevo presa sul serio. Quando ho deciso di smettere non ho più guardato un pennello, non potevo permettermi tentazioni. Dalle tentazioni bisogna avere il coraggio di allontanarsi sennò chissà quanti motivi d’appello avrei lasciato scadere per dipingere i miei paesaggi...».

A fine intervista ce lo può svelare: erano eleganti le cene a casa Berlusconi?

«Anche. Non mi faccia aggiungere altro».

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso” 

Io che mi occupo della prassi, ben conoscendo anche la legge e la sua personalistica applicazione corporativa (dei magistrati) e lobbistica (degli avvocati), posso dire che ci sono verità indicibili. Mai si dirà in convegni giudiziari o forensi che da un lato ci sono le misure di prevenzione (inefficienti ed inique perché mai al passo con i tempi ragionevoli del processo e spesso incongruenti con le risultanze processuali di assoluzione, vedi i Cavallotti) e dall’altra le confische (conseguenti a processi dubbi, vedi Francesco Cavallari, mafioso per associazione, ma senza sodali) ed i procedimenti fallimentari con le aste truccate. L’arbitrio dei magistrati sia in fase di misure cautelari e di prevenzione, sia in fase di confisca o di gestione e vendita dei beni confiscati o sequestrati (anche in sede civilistica con i fallimenti), non sono altro che strumenti di espropriazione illegale di aziende, spesso sane, per mantenere in modo vampiresco un sistema di potere, di cui i magistrati sono solo strumento, ma non beneficiari come lo sono il monopolio associativo di una certa antimafia o il sistema di gestione che è prevalentemente forense. Questo sistema è coperto dalla disinformazione dei media genuflessi a chi, dando vita alle liturgie antimafia, usufruisce dei vantaggi politici per generare ulteriore potere di restaurazione. Se a qualcuno interessa ho scritto un libro, “la mafia dell’antimafia”, sui benefici che si producono per fare antimafia. In più ho scritto “Usuropoli e Fallimentopoli. Usura e fallimenti truccati”, che parla di usurpazione di beni privati a vantaggio di un sistema di potere insito nei palazzi di giustizia. Insomma: si toglie ai poveri per dare ai ricchi. E se qualcuno parla (come Pino Maniaci che “Muto deve stare”), scatta la ritorsione. Si badi bene: nessuno mi chiamerà per parlare di questo fenomeno, che è nazionale, in convegni organizzati nei fori giudiziari, né nessuna vittima pavida di questo fenomeno si prenderà la briga di divulgare queste verità, attraverso i miei saggi. Ecco perché si parlerà sempre di aria fritta e non ci sarà mai una rivoluzione che miri a ribaltare la prassi, più che a cambiare le norme.

Kafka era un dilettante! Scrive Piero Sansonetti il 27 Settembre 2017 su "Il Dubbio". Storie come queste, purtroppo, non sono infrequenti. Però se ne parla poco, perché l’idea è che se uno finisce sotto processo, almeno un po’, è colpevole. E quindi è bene che paghi. La riassumo in pochissime righe: c’è un tale – un imprenditore – che viene arrestato e sbattuto in prigione. Siccome ha una azienda e dei beni, gli sequestrano l’azienda e gli confiscano i beni. Trapani insegna: Kafka era solo un dilettante… Resta in prigione per anni. Affronta svariati processi. Poi lo assolvono. Gli dicono: «Oh, scusi, ci siamo sbagliati». Lui dice: allora posso avere indietro i beni che mi avete confiscato? «Eh, no – gli rispondono – purtroppo quelli ormai sono dell’erario». Ah. E mentre ancora è stordito per questa risposta, gli arriva un conto da 3 milioni che gli viene spedito da “Riscossione Sicilia” per via di alcuni debiti con l’erario che l’azienda – che ora è tornata sua – ha accumulato durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Deve restituirli, e in fretta. Voi dite: vabbé non è possibile, manco Kafka si sarebbe immaginato una cosa del genere. Invece è proprio così Nomi e cognomi. Lui si chiama Enzo Mannina, è di Trapani, oggi ha 56 anni. La sua azienda si chiama “Mannina Vito Srl”, l’ha fondata suo padre una cinquantina d’anni fa. Ha 35 dipendenti. Che ora rischiano di restare per strada. L’ingiunzione della “Riscossione Sicilia” lascia pochi margini: pagare subito, entro 30 giorni. I 30 giorni scadono l’otto ottobre. Enzo Mannina i tre milioni non li ha, perché negli ultimi anni ha vissuto molto tempo in cella e ha guadagnato poco. E i soldi che aveva guadagnato prima, come dicevamo, glieli hanno confiscati e non glieli ridanno più. E allora che si fa? Figuratevi un po’, il poveretto – invece che dare di matto, come credo avrebbe fatto chiunque di noi – ha preso carta e penna per chiedere una rateizzazione. Perché avrebbe intenzione di riprendere in mano l’azienda, farla fruttare, e piano piano pagare i debiti e i danni apocalittici combinati dallo Stato e dalla giustizia, i quali Stato e giustizia non intendono in nessun modo assumersi le loro responsabilità. Dicono: in fondo alla fine lo abbiamo assolto, dunque ha avuto giustizia. Che vuole di più? Mannina era stato arrestato nel 2007 nell’ambito di una operazione che si chiamava “Mafia e Appalti”. Lo accusavano di far parte di Cosa Nostra e precisamente di essere il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. A quel punto erano scattati anche i sequestri preventivi, diventati poi confische, e la sua azienda era finita in amministrazione giudiziaria. Ed erano anche partite tutte le interdittive che avevano bloccato i lavori che gli erano stati commissionati da enti pubblici. Da quel momento è iniziata una serie infinita di processi, conclusi con alcune condanne e molte assoluzioni, e accompagnati da una lunga prigionia: quasi cinque anni. Poi, nel dicembre scorso, dopo un paio di rimpalli tra Appello e Cassazione, la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste. Finita l’odissea penale e carceraria è iniziata quella economica. Mannina, a 56 anni, si è trovato a dover ripartire da zero. L’avvocato del signor Mannina (Michele Guitta) ha spiegato il motivo per il quale non può riavere indietro i soldi che gli erano stati ingiustamente confiscati. Ha detto che questa situazione è il frutto della normativa vigente che prevede in caso di confisca definitiva dei beni (che nel caso di Mannina era scattata dopo la prima condanna) “l’estinzione per confusione dei crediti erariali”. Avete capito qualcosa? No, neanch’io. Però mi sono informato. Vuol dire che una volta che ti hanno confiscato i beni, e quei beni sono finito all’erario, è successo che si sono “confusi” con gli altri beni dell’erario e non è più possibile “separarli” e dunque renderteli. Restano dell’erario. Ci dispiace: stavolta è andata male…È chiaro che in questa storia di mischiano un numero incredibile di errori e di incongruenze della giustizia. Ho l’impressione però che siano tutti dovuti alla stessa idea: l’idea che la lotta alla mafia giustifica qualunque sopruso, perché comunque si tratta di soprusi a fin di bene. E questo sia al momento di immaginare e redigere le leggi, e le norme, e il meccanismo delle interdittive, sia nello svolgere le indagini e nel considerare un sospetto qualcosa di molto molto simile a una prova. E’ la cosiddetta pesca a strascico: la preoccupazione è quello di colpire, comunque e con durezza. Arrestare, confiscare, bloccare i lavori. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, nel senso che sarebbe una follia sottovalutare l’importanza della lotta alla mafia. Solo che è impossibile combattere la mafia facendo strame del diritto. E purtroppo è molto difficile far passare questa idea. La conseguenza di questa pesca a strascico è il caso Mannina. Il quale, vedrete, non appassionerà molto i giornali, i quali, di solito, a tutto sono interessati fuorché al diritto.

"Taccia lei è di Palermo", Ordine avvocati contro un giudice di Trento, scrive il 20 settembre 2017 "Nuovo Sud". "Avvocato, lei taccia, perchè qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo". La frase sarebbe stata pronunciata nel corso di una udienza al Tribunale del Riesame di Trento dal presidente Carlo Ancona all'avvocato palermitano Stefano Giordano (nella foto), figlio di Alfonso, storico presidente del maxiprocesso. "Un fatto sicuramente gravissimo quello accaduto al collega che me lo ha riferito. Domani pomeriggio informerò il Consiglio e aprirò un fascicolo", commenta il presidente dell'ordine degli Avvocati di Palermo Francesco Greco. "E' un fatto grave, oltre al riferimento razzista ed offensivo. Ho in ogni caso prova di tutto quello che è accaduto", si limita a confermare lo stesso Stefano Giordano che è riuscito, non senza difficoltà, ad ottenere la verbalizzazione di quanto accaduto. Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Palermo precisa che, non appena ricevuta la nota da parte di Giordano, verrà trasmessa al Consiglio superiore della magistratura. Mentre il verbale di udienza - richiesto ma non ancora inviato - sarà trasmesso al procuratore generale della Corte di Cassazione.

«Siamo in un posto civile, mica a Palermo». Frase «shock» del giudice Ancona in aula durante un riesame. E l’avvocato siciliano è pronto a fare un esposto al Csm, scrive il 21 settembre 2017 "Trentino". «Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo». A pronunciare questa frase, come racconta l'avvocato Stefano Giordano, del foro di Palermo, il presidente del tribunale del riesame di Trento, Carlo Ancona, nel corso di una udienza che si è celebrata martedì mattina proprio in una delle aule del palazzo di giustizia di Trento. «È un fatto gravissimo oltre che una frase razzista - dice Giordano, che figlio del presidente del Maxiprocesso di Palermo, Alfonso Giordano, - Mi trovavo al tribunale di Trento per una udienza di rinvio al tribunale del riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso. Il presidente Carlo Ancona - spiega Stefano Giordano - nel condurre l'udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, profferendo la seguente frase: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto». Una frase che, dopo il racconto dell’avvocato, è finita su siti di informazioni e sulle agenzie di stampa avendo ampio risalto. Una frase che lo stesso giudice Ancona non rinnega. «L’avvocato - spiega il giudice - aveva aggredito, verbalmente, una pubblico ministero che neppure centrava con la causa che si stava discutendo. Un atteggiamento non tollerabile al quale ho risposto. Per altro l’avvocato aveva pacificamente ragione e non c’era molto da discutere, ma ha avuto un atteggiamento scorretto». Una frase, che avrà delle conseguenze. Con un esposto che sarà, infatti, portato all’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura, che l’organo di autogoverno della magistratura. «Purtroppo - aggiunge l’avvocato palermitano Stefano Giordano - nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del tribunale del Riesame di Trento una copia del verbale dell’udienza. Manifesto, in relazione a quanto accaduto, la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano - conclude l’avvocato Stefano Giordano - Ho già concordato con il presidente dell'Ordine di Palermo, l'avvocato Francesco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti». «Quanto accaduto, per come appreso - commenta Andrea de Bertolini, presidente dell’ordine degli avvocati di Trento - è un episodio infelice che, ritengo, possa essere stato l’esito di tensioni quali quelle che a volte le udienze penali possono generare; interessa un magistrato del quale, peraltro, il Foro ha sempre riconosciuto la grande preparazione e la dedizione al lavoro».

Csm restituisce 20 milioni di euro al bilancio dello Stato: ma i magistrati si occupano di finanza, edilizia o giustizia? A Trento nel frattempo va in scena l’ennesimo abuso del giudice di turno… La denuncia arrivata dell’avvocato Stefano Giordano, peraltro figlio del giudice Alfonso Giordano che fu il presidente del Maxiprocesso di Palermo: “Sono preoccupato per ciò che è accaduto, presenterò esposto al Csm”. I membri togati Morosini, Aprile, Ardituro, Forteleoni e Spina hanno immediatamente chiesto l’apertura di una pratica nei confronti del giudice Carlo Ancona, una “vecchia conoscenza” della commissione disciplinare. Ecco di cosa dovrebbe occuparsi il CSM…, scrive Antonello de Gennaro il 21 settembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Nella delibera del Comitato di Presidenza del CSM, approvata ieri all’unanimità dal Plenum, ed annunciata con toni trionfalistici da un comunicato stampa, si legge che secondo il vicepresidente Giovanni Legnini la decisione di restituire 20 milioni “appare la più opportuna nell’attuale contingenza economica, tanto più se la somma potrà essere destinata al sostegno degli uffici giudiziari”.  Il Consiglio Superiore della Magistratura restituisce al Bilancio dello Stato 20 milioni di euro risparmiati nel corso degli anni, con il fine di destinarli al sostegno degli uffici giudiziari che si trovano nelle aree colpite d al terremoto e che versano in un’eccezionale condizione di difficoltà. In particolare, il Consiglio Superiore propone al Ministero dell’Economia di “prevedere presso il ministero della Giustizia, l’istituzione di un apposito Fondo” i cui obiettivi dovrebbero essere gli “aiuti agli uffici giudiziari delle aree colpite da eventi sismici e di quelli che versano in un’eccezionale situazione di difficoltà“, nonchè un “sostegno all’attività dei Consigli giudiziari, anche per rafforzare gli strumenti di cooperazione tra il Csm e gli organi di governo autonomo di prossimità“. “E’ un provvedimento storico – ha detto forse con troppa enfasi il Vice Presidente Giovanni Legnini nel corso del Plenum – Per la prima volta il Consiglio restituisce una somma consistente, auspicando che venga destinata interamente per la giurisdizione”. “Mi farò carico personalmente – ha aggiunto Legnini – di fare in modo che con la prossima legge di stabilità venga istituito un Fondo sul Bilancio dello Stato, alimentato con questa somma, che abbia queste finalità”. Restituire fondi inutilizzati allo Stato non è un gesto “esemplare”, ma secondo noi giusto e corretto da parte di chi ha un senso dello Stato, e quindi verso i cittadini, e quindi non ci sarebbe bisogno neanche di comunicarlo con tutta questa enfasi. Probabilmente il Csm farebbe bene a pensare a “lottizzare” di meno le sue nomine nei vari uffici giudiziari, e soprattutto intervenire sull’operato dei giudici che indossando una toga a volte credono di essere dei “supermen”, degli “intoccabili”, che possono tutto, e guai a chi li tocca….

L’ultimo cattivo esempio dell’arroganza manifestata da alcuni magistrati, è stato quello del Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona che nel corso di una udienza che si è celebrata ieri proprio a Trento, rivolgendosi ad un avvocato ha detto “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. Lo ha reso noto l ‘avvocato Stefano Giordano, che si dice “preoccupato per l’accaduto. E’ un fatto gravissimo oltre che una frase razzista – commenta l’avv, Giordano, che peraltro è il figlio di un giudice Alfonso Giordano che è stato il Presidente del Maxiprocesso di Palermo – Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso”. “Il presidente del Tribunale del Riesame di Trento, il dottor Carlo Ancona – spiega Stefano Giordano, nel frattempo rientrato a Palermo – nel condurre l’udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, proferendo la seguente frase: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto. Purtroppo nonostante numerose richieste – aggiunge l’avvocato Giordano – non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del Tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale”. “Manifesto la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano – aggiunge ancora Stefano Giordano – Ho già concordato con il presidente dell’Ordine di Palermo, l’avvocato Francesco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti”. A questo punto c’è è da auspicare il Ministro di Giustizia Andrea Orlando mandi degli ispettori anche presso il Tribunale di Trento ad accertare i comportamenti arroganti non solo del giudice in questione ma anche della cancelleria.

La frase shock è approdata al Consiglio superiore della magistratura, dove un componente togato del Csm Piergiorio Morosini ha chiesto ieri pomeriggio l’apertura di una pratica disciplinare nei confronti del giudice Ancona La richiesta sottoscritta anche da altri componenti togati del Csm, tra i quali Antonello Ardituro, da Ercole Aprile, da Luca Forteleoni e da Saro Spina, che ritengono  “dai toni inaccettabili, di matrice razzista” la frase espressa dal Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona . Quello che è sfuggito a molti è, che già in passato il giudice Carlo Ancora è stato censurato dal Csm, insieme ai colleghi Claudia Miori e il sostituto procuratore Pasquale Profiti tutti in servizio presso gli uffici giudiziari del Tribunale di Trento.  La vicenda ebbe inizio nell’estate del 2008 quando davanti al giudice Ancona arrivò a giudizio un immigrato clandestino accusato di aver messo in atto una serie di danneggiamenti. Il giudice Ancona convalidò l’arresto e si va andò patteggiamento a otto mesi di reclusione sostituiti con l’espulsione dall’Italia per cinque anni.  A questo punto successe qualcosa di anomalo che poi portò al provvedimento disciplinare. L’immigrato, infatti, non venne scarcerato ed è il suo avvocato difensore, Filippo Fedrizzi, presentò istanza per la liberazione o, in subordine, per gli arresti domiciliari. Si andò quindi al riesame (il giudice era Claudia Miori) la quale acquisito anche il parere del pm Pasquale Profiti rigettò il ricorso. I giorni così passarono e il clandestino restò in cella in attesa dell’espulsione. Era il 14 agosto 2008 quando l’avvocato Filippo Fedrizzi, presentò un esposto a vari enti fra i quali il Ministero di Giustizia. Due giorni dopo, sia al 16 agosto, quindi a poco meno di un mese dal patteggiamento, avvenne finalmente la scarcerazione dell’immigrato. Dell’esposto se ne occupò il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici. Si arrivò quindi alla “censura”, provvedimento contro il quale presentano ricorso tutti e tre i magistrati trentini compreso il giudice Ancona protagonista dell’ultima ennesima arroganza. Il fascicolo finì davanti alla Suprema Corte Cassazione che rigettò le opposizioni dei tre magistrati di Trento e quindi confermò la censura, in quanto il clandestino non doveva restare in carcere quel mese in più.  Questo fu all’epoca dei fatti il commento dal giudice Carlo Ancona: “Siamo stati puniti solo per aver tentato di far rispettare le leggi”.

La Legge non “è uguale per tutti”, ma bensì deve essere uguale per tutti. Anche per i magistrati che la violano, calpestando l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, dimenticando che il pm deve acquisire anche le prove a favore dell’indagato.  Chissà se adesso il Csm si deciderà ad applicare dei provvedimenti ben più incisivi e rigorosi di una semplice “censura”.

La storia del giudice che decise di morire da innocente, scrive il 13 Settembre 2017 "Il Dubbio". Il procuratore di Catanzaro Pietro D’Amico fu coinvolto nell’inchiesta “Why not?” di De Magistris. Ne uscì pulito ma qualcosa si ruppe. È una storia sconcertante. Una di quelle storie che lasciano l’amaro in bocca; è la storia è quella di un giudice, il Procuratore Generale di Catanzaro Pietro D’Amico. Comincia quasi dieci anni fa, nel 2008. L’alto magistrato si trova coinvolto in un’inchiesta che a suo tempo fece scalpore: quella “Why not?”, condotta dall’allora procuratore Luigi De Magistris. Accuse che col tempo si rivelano completamente infondate. La riabilitazione è netta, chiara; solo sospetti, tutto viene archiviato; ma D’Amico esce da questa vicenda profondamente scosso: il solo fatto che si sia potuto dubitare del suo corretto agire, lo getta in uno stato di profondo sconforto. L’uomo, all’apparenza, è quello di sempre: sorridente, solare. Ma evidentemente qualcosa “dentro” si è rotto. Congiunti, amici, sanno di questo “disagio”, ma non ne sospettano la profondità, la gravità di questa ferita che non riesce a rimarginarsi. Il 27 aprile 2010 D’Amico scrive a un amico, Edoardo Anselmi: «C’è poco da capire: in una situazione come la mia, io voglio morire perché aggredito da una malattia terribile in fase avanzata e terminale». Già: perché al magistrato, nel frattempo, è stato diagnosticato un tumore. D’Amico matura la convinzione che è meglio farla finita con “la dolce morte” da praticare là dove è consentito: in Svizzera; meglio scegliere come e quando, piuttosto di una lunga, lenta, dolorosa agonia senza scopo e speranza. «Sto pensando», scrive, «a qualcosa di indicibile, e che nessuno può immaginare. Vado in Svizzera poiché là é chi provvederà nel caso come il mio». Trascorrono così quasi due anni: D’Amico sembra determinatissimo nel suo proposito. Alla fine ottiene la documentazione necessaria: certificati che affermano l’esistenza di patologie che rendono possibile, in base alla legge elvetica il cosiddetto “suicidio assistito”. Nell’aprile del 2013, a Basilea, presso il centro “Life Circle- Eternal Spirit”, la vicenda si conclude: D’Amico trova la sua pace. L’inquietante storia, invece, comincia ora. Perché la famiglia, che nulla sa dei propositi di D’Amico, viene freddamente avvertita con una telefonata dell’avvenuto decesso; cerca di capire cosa è accaduto: chiede, e ottiene, che sia effettuata l’autopsia. Colpo di scena: D’Amico non era affatto malato di tumore, come forse credeva. Depresso, sì, per le ragioni che abbiamo detto. Ma l’autopsia, e approfonditi esami di laboratorio escludono l’esistenza di quella grave e patologia dichiarata da alcuni medici italiani, e asseverata da medici svizzeri. Clamoroso errore, diagnosi errate, che spingono D’Amico, già psicologicamente provato, a convincersi che l’unico modo per chiudere con dignità la propria esistenza, è quello di ricorrere al suicidio assistito? O, peggio: i documenti sono stati falsificati ad arte, per poter appunto accedere alla clinica svizzera e suicidarsi? E’ quello che invano la famiglia di D’Amico chiede da anni di sapere. La magistratura italiana, ripetutamente investita del caso, al momento non ha intrapreso particolari iniziative per accertare i fatti; e comunque la famiglia nulla sa. Come mai? Perché? Di questa sconcertante abbiamo trattato ne “La Nuda Verità”, la trasmissione che conduco assieme a Massimiliano Coccia, ogni domenica alle 19.30 su “Radio Radicale”. A “La Nuda Verità” abbiamo ospitato Francesca, la figlia del magistrato. Ha ripercorso con noi tutte le tappe della vicenda. Ha denunciato come al padre siano state diagnosticate patologie inesistenti, redatti certificati medici falsi; e rivendica il diritto di sapere come sono andate davvero le cose: «Mi chiamarono dalla Svizzera e mi dissero che mio padre era morto. Io cadevo dalle nuvole: ero convinta che fosse un errore, una omonimia… Invece era tutto tragicamente vero». Francesca non contesta l’aspirazione alla dolce morte, dice di rispettare la scelta di suo padre. Però ne fa un problema di deontologia: «Possibile che sia arrivato in Svizzera con due documenti sulle sue condizioni di salute e che nessuno abbia fatto accertamenti per capire, confermare, accertare? Quale medico si può arrogare il diritto di disporre della vita altrui? Voglio andare fino in fondo a questa faccenda, per capire come sono andate esattamente le cose e se sono stati commessi errori». Sullo sfondo di questa inquietante vicenda, i dilemmi e gli ineludibili interrogativi di sempre che lacerano le coscienze, quelle laiche come quelle dei credenti: come e quando si ha diritto di interrompere la propria vita? La depressione, pur nel suo stato profondo, va compresa tra le patologie che possono rendere possibile la “dolce morte”? Chi può stabilire quando il cosiddetto “mal di vivere” è incurabile? Fino a che punto il volere del soggetto va assecondato, e non si deve invece cercare di offrirgli alternative? Insomma: quali i limiti, e quali i diritti; come esercitarli, e fino a che punto esercitare la propria autodeterminazione? Ecco, al di là del caso specifico che abbiamo affrontato, l’essenza delle questioni. Che non vanno negate, e che bisogna, al contrario, cercare di “governare”. * Presidente Istituto Luca Coscioni

Che resta del pool di Mani pulite? Anche Di Pietro si dissocia, scrive Valter Vecellio il 12 Settembre 2017 su "Il Dubbio". «Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee». Aggiunge: «Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze». In principio, fu Diego Marmo: il pubblico ministero del “venerdì nero della camorra”, la vicenda in cui si vollero impigliare Enzo Tortora e Franco Califano (tra gli altri, che una moltitudine di altri dimenticati furono, poi, gli assolti). Implacabile, e impagabile, quel suo «ma lo sapete che più cercavamo le prove della sua innocenza, e più emergevano quelle della sua colpevolezza?». Come poi è finita, lo sappiamo bene. Con molti anni di ritardo, intervistato da Il Garantista e ormai in pensione, Marmo riconosce il clamoroso abbaglio. Errore che non può dirsi, propriamente, un errore; per dirla con Manzoni: era un’ingiustizia che poteva essere veduta da quelli stessi che la commettevano. Senza l’intervento di Marco Pannella, dei radicali, di Leonardo Sciascia e pochissimi altri, chissà quando e come quell’errore/ orrore lo si sarebbe visto, riconosciuto. Chissà quando e come si sarebbe visto e riconosciuto lo strame che si faceva di quelle regole ammesse anche da coloro che le trasgredivano; sempre con Manzoni: «È un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può essere forzatamente vittime, ma non autori». Aveva la vista lunga, il Grande Lombardo; e quanto sono attuali I promessi sposi e La storia della colonna infame, a saperli leggere; soprattutto a volerli leggere.

È poi la volta di Gherardo Colombo, uno dei “moschettieri” del milanese pool di “Mani Pulite”. Con libri, interventi, articoli, da qualche tempo ripensa la funzione della pena, l’amministrare la giustizia, il potere che detiene chi si assume questo compito. Coltiva il benefico tarlo del dubbio. Forse il Colombo di “oggi” albergava anche “ieri”, nel Colombo che indossava la toga del magistrato: il Colombo uno e il Colombo due convivevano. Confesso che allora non ho colto questa dualità. Chissà: forse era una convivenza tormentata, tormentosa. Come nella pirandelliana “Signora Morli una e due” Colombo era scisso: autentico il primo, sincero il secondo. Solo che “ieri”, con la toga sulle spalle, il Colombo di “uno” sovrastava il Colombo “due”; ora che quella toga è dismessa, i ruoli si sono invertiti.

La popolare saggezza ricorda che non è dato il due senza il tre; puntuale ecco il terzo, più villico, ripensamento (ravvedimento sarebbe dire troppo ardito). Nientemeno che Antonio Di Pietro, il dottor “che c’azzecca? “. Si confida a L’aria che tira d’estate su La7: «Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee». Aggiunge: «Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze». Quali conseguenze magari un giorno ci verrà chiarito. Per ora basta quello che ha sillabato: «Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali». Frasi dal sen fuggite, nella foga di un intervento? No. Con Paolo Vites de Il Sussidiario, Di Pietro integra il ragionamento; dice di aver fatto il suo dovere di magistrato, «anche l’inchiesta Mani Pulite non la rinnego, rifarei oggi tutto quanto feci allora». Riconosce però che da «quell’inchiesta si è creato un vuoto, non solo un vuoto di figure politiche, ma dell’idea stessa della ricostruzione della politica. L’inchiesta era doverosa, ma chi voleva fare o restare in politica doveva costruire una idea politica. Invece si è cercato il consenso sul piano individuale, sul personalismo. Sono nati i Bossi, i Berlusconi, i Di Pietro, i Salvini, i Renzi. Persone che basano il loro consenso su chi urla più forte. Io sono stato uno di quelli. Ho peccato di personalismo, senza creare un’idea politica».

A questo punto – lo si dice per celia – verrà un giorno in cui anche un Piercamillo Davigo, un Nicola Gratteri, faranno analoghe capriole? No. Tutto fa pensare che quel giorno non verrà; almeno loro manterranno le ben note posizioni di sempre. Per tornare a Di Pietro: «Tra i tanti effetti di Mani Pulite c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. È uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato, la magistratura invece che vuole sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove». Si potrà ricavare, da queste parole, da questi riconoscimenti, motivo per dire: meglio tardi che mai; e aggiungere che il tempo si conferma galantuomo. No. Il detto in questo caso non può e non deve valere quando galantuomini finiscono impigliati, e spesso stritolati, nelle tenaglie della giustizia. Il problema, che non può essere eluso, il nodo che va sciolto, è che le persone cui viene attribuito il potere di giudicare i propri simili non possono e non devono vivere come potere questo potere. Può apparire paradossale; ma come diceva Sciascia, «la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio». La crisi in cui versa l’amministrazione della giustizia in Italia deriva «principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio». In mancanza di questo, anche il riconoscimento più sincero e sofferto, è inutile, vano. Una consolazione che nulla consola; un ripensamento che niente mette in discussione.

Dell’Utri, i Br e i bambini in carcere, scrive Piero Sansonetti il 15 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Quasi 57mila persone passano il ferragosto in carcere, la cosa non interessa molti. Giornali, intellettuali e politici son tutti presi dalla smania di buttar la chiave. Oggi è ferragosto e gli italiani sono quasi tutti in vacanza. I ricchi in luoghi di lusso, i mezzo- borghesi un po’ intruppati, i poveri a casa loro, alcuni allegri, alcuni tristi. Poi ci sono 56 mila e 766 persone che non sono in vacanza. Sono in carcere. Di loro, a parte gli addetti ai lavori e gli amici radicali ( e qualche volta il papa), non si occupa nessuno. Loro passano un ferragosto di dolore, come tutti gli altri giorni dell’anno, aggravato dalle sofferenze a volte insopportabili del caldo. Pigiati nelle celle, perché le celle sono piccole e ospitano molti detenuti, spesso molti di più di quelli che possono contenere. Tra questi quasi 57 mila nostri fratelli disgraziati, ce ne sono 730 che sono rinchiusi in regime di 41 bis. Cosa vuol dire? Semplicemente vuol dire “carcere duro”, una espressione che dopo la caduta del fascismo era stata cancellata dal nostro linguaggio, ed è tornata prepotentemente negli anni 90. Queste 730 persone, delle quali circa 100 sono in attesa di giudizio, non possono ricever visite se non una al mese e da dietro una vetrata, vivono isolati 24 ore su 24, senza tv, senza radio, non possono cucinare, non possono lavorare, non hanno l’ora d’aria con gli altri detenuti. Dell’Utri, i brigatisti, i bimbi in cella. Una cosa li unisce: sono persone…Una specie di Cajenna. E siccome sono quasi tutti accusati di essere mafiosi, è quasi impossibile immaginare che qualcuno, nel mondo per bene, abbia una parola gentile, o persino un nascosto pensiero affettuoso nei loro confronti. Eppure sono persone. Persone come tutti noi. La maggior parte di loro è colpevole di vari e talvolta efferatissimi delitti, alcuni invece – forse pochi – sono vittime di errori giudiziari, più frequenti di quel che si crede, in Italia. Tutti, però, sono persone. Tra le altre persone che passeranno in carcere il ferragosto ci sono anche 64 bambini. Per fortuna solo 64. Ma non sono pochissimi 64 bambini di meno di tre anni. In cella, con la loro mamma, qualcuno anche col fratello o con la sorellina. La maggior parte di questi bambini è straniero: 40 stranieri contro 24 italiani. Eppure, sebbene la maggioranza sia straniera, questa massa di bambini sicuramente riuscirà, più dei mafiosi, a strappare qualche buon sentimento, forse un sorriso, forse una parola di pietà, anche nel mondo perbene. Con i bambini ci sono 50 mamme. Più della metà straniere. Molte rom, o senza fissa dimora. In genere non scontano pene lunghissime, pochi anni o qualche mese. Ma sono recidive. Piccoli furti, borseggi, qualche truffa. Recidive e dunque niente scarcerazione. Ci sono anche delle persone famose in carcere. Generalmente le persone famose non suscitano nessuna simpatia. Spesso stimolano i sentimenti della rivalsa e della vendetta. “Hai avuto una vita agiata, sei stato potente? Ah ah: ora paghi, soffri maledetto”. E spesso questo senso di rivalsa e di vendetta non è nemmeno un sentimento che si nasconde, del quale ci si vergogna. Anzi lo si esterna con soddisfazione, si grida forte. Poi magari si va anche a messa, dopo.

Tra le persone famose ne ricordo tre, perché conosco bene la loro vicenda giudiziaria. Un medico, un senatore ed un ex senatore. Il medico si chiama Pier Paolo Brega Massone, è in cella da nove anni. Lo accusano di cose orribili, di avere operato pazienti che sapeva inoperabili, e di averli uccisi, per prendere qualche rimborso. Lo hanno imputato per quattro omicidi volontari e condannato all’ergastolo. Sebbene in sede civile fosse stato assolto, e dunque qualche dubbio sulla sua colpevolezza fosse evidente. La Corte d’appello, di fronte a una perizia del Pm che diceva “colpevole” e una perizia della difesa che diceva “innocente”, si è rifiutata di nominare un perito indipendente e ha creduto al Pm. Brega Massone chiedeva solo quello: un perito indipendente. Lui si è sempre dichiarato del tutto innocente, e molti medici, esperti, dicono che ha ragione. Ora la Cassazione ha stabilito che sulla base delle prove raccolte non può certo trattarsi di omicidi volontari. Sono eventualmente omicidi colposi. Niente ergastolo, bisogna ricalcolare la pena. C’è tempo, c’è tempo, hanno risposto i magistrati. E lui sta i carcere. Tra poco fa dieci anni. La moglie cerca di tirare avanti, lavoricchiando, con una bambina di 13 anni, perché il marito non produce più reddito, bisogna assisterlo in prigione, pagare gli avvocati…

Il secondo caso è quello che conoscete tutti. L’ex senatore Marcello dell’Utri. E’ in prigione da quasi tre anni. E’ accusato di un reato che non è scritto nel codice penale: concorso esterno in associazione mafiosa. Una specie di offesa al vocabolario e alla sintassi. La Corte europea ha stabilito che quel reato, seppure esiste, esiste dal 1994. I fatti imputati a dell’Utri sono degli anni 80. E’ chiaro che deve uscire. Perché non esce? La “compagnia dell’antimafia” non vuole, e talvolta i magistrati subiscono la pressione della “compagnia antimafia”. E poi dell’Utri è molto amico di Berlusconi, e se non si può mettere dentro Berlusconi si tiene in prigione, finché si può, un suo amico. Siccome non c’è il reato, tecnicamente Dell’Utri è un prigioniero politico.

Poi c’è il giovane senatore Caridi, del quale abbiamo parlato nei giorni scorsi. E accusato di associazione mafiosa. Prove? No non ce n’è. Ci sono alcune dichiarazioni dei pentiti di una decina d’anni fa. Dichiarazioni già considerate non attendibili dai giudici di allora, ma poi, si sa, i tempi cambiano. Uno di questi pentiti ha dichiarato di aver assistito a un incontro segreto tra Caridi e un certo boss mafioso nel 2007. Sarebbe la prova regina della colpa del senatore. Poi si è saputo che nel 2007 ‘ sto boss mafioso era al 41 bis. Non poteva incontrare proprio nessuno, tantomeno di nascosto. Però non è stato cancellato il pentito è stata corretta la data…

Cosa c’entra quel cuore di pietra di Dell’Utri coi bambini di tre anni? C’entra, perchè sono persone: nello stessissimo modo sono persone. E dovrebbero interessarci. Invece all’opinione pubblica sembra interessare solo che le carceri siano piene. Sempre più spesso si sente dire, anche da persone responsabili, importanti: «Buttate la chiave!» Recentemente due giornali nazionali di grande prestigio hanno protestato. Una volta perché un boss era stato portato a casa per 12 ore a vedere la mamma ammalata. E poi si è saputo che non era neanche vero. Un’altra volta, pochi giorni fa, perché Carminati (che non è più al 41 bis perché è stato assolto dal reato mafioso), adesso può spassarsela all’ora d’aria, può cucinare in cella, incontrare i parenti una volta a settimana per un’ora filata…C’è un verso famoso di una canzone di Fabrizio de André che dice così: «tante le grinte, le ghigne i musi, vagli a spiegare che è primavera… e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera». Già, proprio così. Se vengono a sapere che ora Carminati può cucinarsi un uovo sodo fremono come bestie. E siccome abbiamo citato De André torniamo agli anni d’oro di De André, tra i settanta e i novanta. In quegli anni in Italia il tasso di criminalità era molto, molto più alto di ora. C’era il terrorismo, la mafia uccideva quasi tutti i giorni. Erano di più i furti, le rapine, le aggressioni. Le città non erano molto sicure, perché la violenza era alta. Beh, sapete quanti erano i detenuti, in quegli anni? Ho dato un’occhiata agli annuari Istat. Nel 1976, che è l’anno nel quale esplode il terrorismo, i detenuti erano 53,2 ogni 100.000 abitanti. Oggi invece sono 107, 4 ogni centomila abitanti. Un po’ più del doppio. Nel 1992, dopo più di un decennio di terrorismo scatenato e mentre era in pieno svolgimento la durissima iniziativa mafiosa, e cioè l’attacco frontale allo Stato deciso dai corleonesi, i detenuti erano 35.000, più o meno a parità di popolazione. 21 mila meno di oggi. Se volete qualche altra cifra dell’Istat posso dirvi che della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado.

Qualunque manuale di sociologia ci spiega che con l’avanzare della civiltà le carceri si svuotano, piano piano. Le pene diventano sempre meno severe, crescono le misure alternative. Da noi no: è una corsa a far diventare le pene sempre più pesanti. Il numero dei carcerati è tornato quello degli anni trenta, durante il fascismo. I trattamenti si sono inferociti. Il 41 bis è un obbrobrio giuridico. Ed è un obbrobrio anche l’ergastolo ostativo, cioè la prigione a vita senza possibilità di una scarcerazione anticipata, senza un permesso premio, niente. E a me sembra un obbrobrio anche la situazione di circa 30 ex brigatisti rossi che sono stati dimenticati in carcere, chi da trentacinque chi da quarant’anni. Non usciranno mai. Serve a qualcuno?

In questi giorni stiamo pubblicando, a puntate, il trattato di Cesare Beccaria sui delitti e le pene. Nelle prime righe spiega come ogni pena non necessaria sia espressione della tirannia. Diceva proprio così, nel settecento, Beccaria: tirannia. Sono passati due secoli e mezzo, ma mica lo abbiamo capito…

Valentina Angela Stella, giornalista de "Il Dubbio": "Della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado".

W il giudice che mena la moglie, scrive Franco Bechis il 20 giugno 2012 su "Libero Quotidiano”. Cinque dicembre 2009. Lite accesa in una casa di Lecco. Volano parole grosse, qualche urla, forse c'è una colluttazione. Tre marzo 2010: al tribunale di Lecco viene presentata denuncia-querela da parte di un avvocato, Donatella Cianfa. Accusa il marito, Gian Marco Fausto De Vincenzi di violenza privata, maltrattamenti famigliari e lesioni personali dolose. I fatti raccontati sono proprio quelli del 5 dicembre. Atti giudiziari di questo tipo sono piuttosto numerosi nei tribunali italiani. Quella lite però non è da poco: la presunta vittima è un avvocato, il marito che avrebbe commesso violenza, un giudice delle indagini preliminari dello stesso tribunale di Lecco (oggi è giudice monocratico). Il procedimento viene trattato in tempo record. Il 9 marzo la moglie, l'avvocato Cianfa, ritira la denuncia- querela. Il giorno prima aveva trovato un'intesa sulla separazione dal marito e soprattutto sugli alimenti. Il procedimento è destinato a morire, e così sarà: proscioglimento da due accuse, estinzione del reato per la terza grazie alla remissione della querela. Nel frattempo però il fascicolo giudiziario è arrivato al ministero della Giustizia che ha promosso l'azione disciplinare nei confronti del De Vincenzi davanti al Csm. La procura generale della Cassazione sostiene che non c'è materia, essendo intervenuta la remissione della querela. La commissione disciplinare è di diverso avviso, perché quella violenta lite familiare è comunque esistita e può avere leso il prestigio della magistratura. Il capo di imputazione davanti al Csm è assai duro: sostiene che il Gip avrebbe "ripetutamente percosso" la consorte, e che in un'occasione l'avrebbe "sbattuta contro il muro e a terra", causandole lesioni giudicate guaribili in due settimane da un referto medico. In quella occasione per altro il De Vincenzi avrebbe impedito alla moglie di recarsi al pronto soccorso "sottraendole e distruggendole le chiavi della sua auto" e costringendola a "sedersi sul letto accanto a lui per tutta la notte mentre le tratteneva i polsi", dicendole "sei una donna inutile, fai schifo". Le accuse sono tratte dalla stessa querela poi ritirata dalla signora, ma sono approdate il 15 giugno scorso alla disciplinare del Csm. Dove il diretto interessato si è difeso quasi considerandosi vittima e negando qualsiasi impatto sulla propria funzione di magistrato, perché nessuno avrebbe conosciuto la vicenda (finita invece su molti giornali locali e nazionali). "Devo rimarcare", ha spiegato De Vincenzi, " che tutta la vicenda è personale, dolorosissima. Purtroppo sono anni ancora che -diciamo- si trascina questa cosa. Dal punto di vista professionale, di immagine, credo che assolutamente non abbia inciso minimamente non fosse altro perché assolutamente nessuno ne è venuto a conoscenza, è una cosa che è rimasta --da questo punto di vista fortunatamente- in una sfera del tutto privatissima e personale". La vera sorpresa è però venuta da chi doveva sostenere l'accusa, Vincenzo Geraci, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, che invece ha chiesto l'assoluzione con motivazioni stupefacenti: "Non mi pare che siano emersi degli altri fatti che consentano di dire che ci sia stata una lesione della immagine del magistrato. E' spiegato come il tutto si sia risolto e mantenuto all'interno di un tormentato rapporto di coppia che ha avuto queste disdicevoli manifestazioni come dire anche fisiche e contundenti...". Anche i magistrati dunque hanno diritto alla loro dose di botte familiari. Con la pubblica accusa così è quasi certa l'assoluzione. Anche se tutto è stato rinviato al 22 novembre prossimo per ascoltare un teste (l'ex capo del tribunale di Lecco) prima di sentenziare. E difatti… Csm: lesioni alla moglie, disciplinare assolve giudice.

Sei anni per scrivere la sentenza. Il Csm: «Niente di male», scrive Giovanni M. Jacobazzi il 13 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Un magistrato (si chiama Giuseppe Neri) impiega oltre 2mila giorni per scrivere una sentenza. Si apre un’inchiesta interna che termina nel nulla. Lo sdegno del presidente della Cassazione Giovanni Canzio: «Non merita la toga». «Ma di cosa stiamo parlando? Il giudice Neri fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Questo è un caso clamoroso!». Non ha usato mezzi termini il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio per stigmatizzare la decisione di questa settimana del Consiglio superiore della magistratura di riesaminare la valutazione di professionalità del dott. Giuseppe Neri. Il magistrato, giunto all’apice della sua carriera, doveva essere valutato per conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità. A causa dei suoi clamorosi ritardi nel deposito delle sentenze, con punte di oltre cinque anni, la sezione disciplinare del Csm lo aveva sanzionato con la censura. Sanzione che se da un lato gli aveva impedito il raggiungimento dell’agognata settima valutazione di professionalità, non gli aveva però precluso la prestigiosa nomina di presidente di sezione penale del Tribunale di Catanzaro. Nominato nel 2007, Neri era stato poi confermato nell’incarico semidirettivo anche per il quadriennio successivo. Dal 2015 è diventato magistrato di sorveglianza, sempre al Tribunale di Catanzaro. «Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato!», ha dichiarato Canzio, sorpreso dalla volontà del Csm di rivalutare Neri nonostante avesse collezionato ritardi a quattro cifre. «Si sta discutendo – ha proseguito Canzio – di un magistrato che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemilaquattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!». Il presidente della Corte di Cassazione ha anche invitato tutto il Plenum ad una riflessione: «Proviamo ad uscire da questa sala e mettiamoci nei panni della comunità, delle parti, dei difensori, di coloro che attendono la sentenza. Mi ha colpito il fatto che una di queste sentenze riguardava un’opposizione all’esecuzione che durava da cinquantuno anni e Neri è stato capace di depositarla dopo 2435 giorni!» «Di fronte a questo quadro, è uno scandalo che sia diventato presidente di sezione!», ha aggiunto Canzio secondo cui non è chiaro cosa debba accertare ancora il Csm. «E’ inutile un ritorno in Commissione – ha poi concluso il suo accorato intervento – che servirebbe solo per evidenziare che questi ritardi sono scandalosi». Nonostante le dure parole del primo presidente della Corte di Cassazione, da sempre molto critico nei confronti dei magistrati che depositano le sentenze con ritardi da record, e nonostante il comportamento di Neri «abbia esposto lo Stato italiano alla possibilità di essere censurato dalla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione della ragionevole durata del processo», come evidenziato nella motivazione della sanzione disciplinare della censura a suo carico, il Plenum del Csm ha deciso diversamente. Neri avrà la possibilità di essere nuovamente valutato con buone possibilità, quindi, di conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità. A favore di Neri, tredici voti: un asse trasversale fra le correnti della magistratura che parte dal consigliere Massimo Forciniti di Unicost a Lucio Aschettino di Magistratura democratica. Contro la possibilità di una seconda chance a Neri, 11 voti. Compreso anche quello del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. A parte i ritardi “scandalosi” di Neri, alcuni consiglieri contrari alla seconda chance riflettevano – a microfoni spenti – su un aspetto rimasto nell’ombra: ma dove erano in questi anni i vertici degli uffici calabresi quando Neri inanellava ritardi da brivido?

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Il presidente della Cassazione “spacca” in due il Consiglio Superiore della Magistratura, scrive il 13 ottobre 2017 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Le sferzanti parole “Non merita la toga” nei confronti del magistrato Giuseppe Neri espresse al CSM dal presidente della Corte di Cassazione, da sempre molto critico nei confronti dei magistrati che depositano le sentenze con ritardi da record, divide il plemum. Non ha certamente usato la diplomazia il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio quando ha preso la parola per contestare (giustamente secondo noi) la decisione adottata mercoledì dal plenum del Consiglio superiore della magistratura di riesaminare la valutazione di professionalità del dott. Giuseppe Neri, con una votazione che ha letteralmente “spaccato” in due il Csm. “Il giudice Neri fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è un caso clamoroso!” ha detto Canzio.  Il magistrato Neri attualmente in servizio presso il Tribunale di Catanzaro, nominato nel 2007 magistrato di sorveglianza del Tribunale di Catanzaro, dal 2015, era stato successivamente confermato nell’incarico semidirettivo anche per il quadriennio successivo, e doveva essere valutato per conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità arrivato all’apice della sua carriera. La sezione disciplinare del Csm però lo aveva sanzionato con una semplice “censura” a seguito dei suoi ingiustificabili vergognosi ritardi nel deposito delle sentenze, effettuate anche con ritardi di oltre cinque anni. La sanzione che se da un lato gli aveva impedito il raggiungimento dell’agognata settima valutazione di professionalità, non gli aveva però impedito di ottenere l’importante nomina a presidente di sezione penale del Tribunale di Catanzaro. “Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato!  Si sta discutendo di un magistrato– ha tuonato Canzio nel silenzio glaciale del plenum contrariato dalla volontà manifestata di rivalutarne la valutazione – che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemilaquattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!»”. Condivisibile l’invito dal presidente della Corte di Cassazione ad una riflessione rivolto a tutti i componenti il Plenum. “Proviamo ad uscire da questa sala e mettiamoci nei panni della comunità, delle parti, dei difensori, di coloro che attendono la sentenza. Mi ha colpito il fatto che una di queste sentenze riguardava un’opposizione all’esecuzione che durava da cinquantuno anni e Neri è stato capace di depositarla dopo 2435 giorni!” ha detto Canzio al plenum del Csm “Di fronte a questo quadro, è uno scandalo persino che sia diventato presidente di sezione!” non condividendo che cosa voglia ancora accertare il Csm. “Un ritorno in Commissione della pratica è inutile – ha poi concluso il presidente Canzio nel suo intervento – servirebbe solo per evidenziare che questi ritardi sono scandalosi”. Le rigorose e giuste affermazioni espresse dal primo presidente della Corte di Cassazione, da sempre molto duro nei confronti di quei magistrati che depositano le sentenze con ritardi “record”,  nei confronti del comportamento di Neri, hanno ricordato  come questo magistrato “abbia esposto lo Stato italiano alla possibilità di essere censurato dalla Corte dei diritti dell’uomo per la violazione della ragionevole durata del processo”, come era stato evidenziato nella motivazione (un pò deboluccia…..) della sanzione disciplinare della “censura” applicata a suo carico: Ma una risicata maggioranza del plenum del Csm di 13 voti trasversali fra le correnti della magistratura a partire dal consigliere Massimo Forciniti di Unicost, per arrivare al togato Lucio Aschettino di Magistratura democratica, ha reso possibile che adesso il Neri avrà incredibilmente persino la possibilità di essere nuovamente valutato con buone possibilità, quindi, di conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità. Contro la possibilità di una seconda possibilità di valutazione a Neri, 11 voti fra i quali anche quello del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini che notoriamente non vota quasi mai astenendosi. Il presidente Canzio da noi avvicinato a margine del plenum ha detto laconicamente “nelle carte è contenuta la vergogna dell’operato di questo giudice, non aggiungo altro perchè semplicemente c’è poco o nulla da aggiungere ai fatti che sono documentati”. Altri consiglieri invece si soffermavano su un quesito rimasto a margine. Dov’erano i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro in questi anni quando il Neri “collezionava” scandalosi ritardi da record? E soprattutto aggiungiamo noi, sulla base di quali elementi avevano sempre espresso valutazioni lusinghiere sul loro collega? Come faranno d’ora in poi i componenti del Csm a sanzionare giudici ritardatari dopo un caso (e soprattutto una votazione) del genere E poi qualcuno si lamenta della politica…!

Ma se ti becco a rubar caramelle, non ti perdòno! Scrive Piero Sansonetti il 13 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il dipendente di un supermercato, a Napoli, in una disgraziata serata invernale, prima di lasciare il lavoro si è messo in tasca un sacchetto di caramelle. Valore: nove euro. Lo hanno beccato. Lo hanno licenziato. È rimasto per strada, senza un soldo. Ha fatto ricorso al tribunale per chiedere la riassunzione, ma il tribunale, in primo grado e secondo, e ieri anche la Cassazione, gli hanno detto: «Sei un ladro, hai minato la fiducia della tua azienda, ben ti sta». E lui resta disoccupato. Va bene, evidentemente – uno pensa – viviamo in un paese molto rigoroso, dove la legge è legge, non si sgarra, e la credibilità dello stato e delle istituzioni si basa sulla fermezza con la quale viene fatta rispettare la regola. Senza nessuna pietà, nessun eccesso di umanità. Se sei un giudice non sei colpevole Se però ti becco che rubi le caramelle…Poi leggi la notizia che riportiamo qui sopra, nell’articolo di Giovanni Jacobazzi, e non ci capisci più niente. Dunque c’era un giudice che per scrivere una sentenza ci metteva sei anni e così l’imputato, se voleva far ricorso, doveva aspettare, aspettare, aspettare. Questo giudice è finito sotto procedimento disciplinare, giustamente, e il Procuratore della Cassazione, Giovanni Canzio, ha detto cose tremende su di lui e la sua ignavia. Però il Csm ieri ha stabilito che, vabbé, se uno la sentenza la vuole scrivere bene bene, con tutti i congiuntivi a posto, la punteggiatura e niente ripetizioni, beh ha bisogno di un po’ di tempo. E sei anni, in fondo, non sono così tanti, può succedere. E così, nonostante le proteste di Canzio, il giudice è stato scagionato da ogni accusa, e potrà continuare a fare il magistrato e prendersela comoda. Ma come può succedere una cosa del genere? Può succedere perché al Csm, molto spesso, vince il gioco delle correnti. Si intrecciano trattative e accordi, e negli accordi c’è anche, evidentemente, il salvataggio di qualcuno che è potente in questa o quella corrente. A quale prezzo? Non è difficile calcolare il prezzo: la perdita di credibilità da parte della magistratura. Nel momento in cui la magistratura dà la prova provata (non solo questa della quale vi stiamo parlando, troppe altre ne ha già fornite…) che i magistrati possono fare un po’ quello che vogliono, ma comunque non vengono sanzionati, e che invece con i non- magistrati si usa il pugno duro, capite che i cittadini non possono più fidarsi molto. E invece questa, purtroppo, è la norma. Recentemente avete letto sui giornali che un paio di magistrati, in occasioni diverse, sono stati scagionati dall’accusa di avere favorito la violazione del segreto di ufficio. Noi abbiamo espresso soddisfazione, l’abbiamo considerata una buona notizia. Prosciolti perché non ci sono prove. Giustissimo. Però, ad essere pignoli, qualche dubbio su come sono andate le cose, può essere sollevato. Ad esempio: caso Consip, il Pm Woodcock, che era stato sospettato per la fuga di notizie, ha avuto l’archiviazione nel giro di circa due mesi. Perfetto. Evviva. Bisogna rendere atto alla Procura di Roma sia di essere stata una delle pochissime Procure che ha il coraggio di inquisire un magistrato, sia della rapidità con la quale, giustamente, ha svolto le indagini. Come mai, però, qualcun altro coinvolto nell’inchiesta Consip, per esempio il ministro Lotti, da un anno ormai è inquisito ed è lasciato lì a bagnomaria, sebbene, oltretutto, il testimone che, alla lontana, lo accusava, ora ha ritirato le accuse? Dice il vecchio detto: due pesi e due misure. Il ministro, in fondo è un cittadino comune. Il magistrato è un Dio intoccabile. Ecco: non è una bella cosa.

Mattarella sgrida Davigo: «La toga non è abito di scena», scrive Errico Novi il 10 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il Capo dello Stato: il giudice sia imparziale, non imponga opinioni personali. Non capita spesso che un vicepresidente del Csm citi «i preziosi consigli» che riceve dal presidente della Repubblica. Venerdì scorso, al congresso delle Camere penali, Giovanni Legnini lo aveva fatto. Non era un semplice omaggio alla più alta carica dello Stato. E non doveva essere idealmente solo, il vicepresidente Legnini, quando poco dopo aveva lamentato il «fenomeno» dei magistrati che passano «dai talk show alla presidenza dei collegi della Cassazione». L’uscita in tv di Piercamillo Davigo, presidente della seconda sezione della Suprema corte, non doveva essergli piaciuta. Ma è probabile che non avesse entusiasmato neppure Sergio Mattarella, che è Capo, secondo Costituzione, anche del Csm. Altrimenti, nel suo discorso ai “magistrati ordinari in tirocinio” nominati lo scorso 3 febbraio, ieri Mattarella non avrebbe usato le seguenti parole: «La toga non è un abito di scena. Non si tratta di un simbolo ridondante. Viene indossata per manifestare il significato di rivestire il magistrato, che deve dismettere i propri panni personali ed esprimere così, appieno la garanzia di imparzialità». Il Presidente parla al Quirinale davanti ai giovani magistrati, allo stesso Legnini, al ministro della Giustizia Andrea Orlando e ai vertici della Cassazione. Vale a dire il primo presidente Giovanni Canzio e il procuratore generale Pasquale Ciccolo. Con loro c’è il professor Gaetano Silvestri, che guida la Scuola superiore della magistratura presso cui quelle giovani leve si formano. «La toga non è un abito di scena», dunque, ma deve rappresentare la «garanzia di imparzialità». Garanzia che quindi “è per gli altri”. Che non dev’essere solo “nel” magistrato ma percepibile anche al di fuori. Si può forse dire che Davigo abbia tenuto ad apparire imparziale, quando alcuni giorni fa ha definito vergognosa la scelta con cui un certo esponente politico, Filippo Penati, aveva deciso di avvalersi della prescrizione? Le parole di Mattarella rischiano di segnare una svolta irreversibile nel discorso pubblico sulla giustizia. Vengono dopo le polemiche per le dichiarazioni dell’ex pm e la replica di Legnini. Giungono, soprattutto, nel pieno di un confronto sempre più teso sul ruolo dei magistrati e la proiezione mediatica delle loro decisioni. E dal Colle arriva un richiamo non solo sulla visibilità e l’esposizione che rischiano di compromettere l’immagine imparziale. Il discorso entra con precisione chirurgica nel cuore di tutte le altre questioni da cui è scossa la giustizia. Innanzitutto in quella dell’ansia giustizialista da cui i magistrati rischiano di essere in un modo o nell’altro travolti: «L’attenzione dell’opinione pubblica rivolta all’azione giudiziaria non può e non deve determinare alcun condizionamento nelle decisioni», dice il presidente ai giovani magistrati. «Oggi, forse più che in passato, l’attività giudiziaria è spesso al centro del quotidiano dibattito pubblico, grazie anche all’evoluzione dei mezzi di comunicazione: si tratta di un fenomeno che consente, ancor di più, alla magistratura, nel rispetto delle regole processuali, di amministrare la giurisdizione con la doverosa trasparenza». E trasparenza vuol dire anche equilibrio, distacco dalle pressioni mediatiche, dai giudizi anticipati sui media: «Il processo penale non è una contesa tra privati che possono presumere di orientarlo condizionando i magistrati», è un altro passaggio chiave del discorso di Mattarella. Niente curve da stadio attorno alla giustizia: il processo, ricorda il presidente, «si svolge nelle aule di tribunale perché in quelle aule va assicurata la realizzazione delle garanzie dettate dalla legge a tutela non solo delle parti ma anche della imparzialità del giudice. È nelle aule che i fatti vengono ricostruiti secondo l’ordinato svolgersi del processo». È il terzo punto decisivo: il processo non si fa sui giornali anche nel senso che la prova deve formarsi davanti al giudice terzo nel contraddittorio tra le parti. È il principio del modello accusatorio, che gli avvocati difendono contro l’evidenza della prassi. È il giusto mito, il più delle volte calpestato, della «verginità cognitiva» del giudice. Secondo Davigo, per esempio, una ridicola pretesa. Secondo Mattarella, una «garanzia» dettata «dalla legge». Cari magistrati, d’altra parte avete una Costituzione che vi preserva, e difende persino dal Parlamento eletto dal popolo, non come vana guarentigia, ma sempre per assicurare la vostra imparzialità di giudizio. C’è anche questa lezione, nelle successive parole di Mattarella: «L’irrinunciabile principio dell’autonomia e dell’indipendenza, garantite dall’articolo 101 della Costituzione, non può essere, in alcun modo, una legittimazione per ogni genere di decisioni, anche arbitrarie, ma rappresenta la garanzia in difesa da influenze esterne». Ce n’è anche per quei pm che, come ha denunciato qualche giorno prima persino l’attale numero uno dell’Anm Eugenio Albamonte, usano le inchieste per fini politici. Prima il presidente ricorda che «è bene rifuggire da una visione individualistica della propria funzione, che può far correre il rischio di perdere di vista la finalità della legge e l’interesse generale della collettività». Poi va fino in fondo e aggiunge che il magistrato «non deve né perseguire né dar l’impressione di perseguire finalità estranee alla legge, ovvero di elevare a parametro opinioni personali quando fa uso dei poteri conferitigli dallo Stato». Quando si ha indosso la toga, il resto scompare. Così è, ricorda il Presidente. Anche se non tutti i magistrati danno l’impressione di tenerlo sempre a mente.

I giudici non siano torri d’avorio. Il diritto ha bisogno di armonia. L’importante memorandum siglato il 15 maggio scorso dalle massime cariche della giustizia, promosso dall’Associazione Italiadecide diretta da Luciano Violante, scrive Sabino Cassese il 19 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Un gruppo di lavoro promosso da Italiadecide, l’Associazione per la qualità delle politiche pubbliche diretta da Luciano Violante, ha concluso i suoi lavori ponendo le basi per un accordo tra le corti supreme italiane, la Corte di cassazione, il Consiglio di Stato e la Corte dei conti, e i procuratori generali presso la prima e la terza corte, accordo che è stato poi firmato dai presidenti e dai procuratori generali il 15 maggio scorso. Questo accordo costituisce una pietra miliare nella storia della giustizia italiana. Provo a spiegare perché. Partiamo da lontano. Lo Stato contemporaneo, quello italiano in particolare, non è solo lo Stato hobbesiano che assicura sicurezza e pace all’interno, ma è — come dicono i tedeschi — Jurisdiktionsstaat: in esso i giudici sono onnipresenti, non c’è area immune dalla giurisdizione. Basti pensare alla enorme crescita del numero di sentenze rispetto alla crescita della popolazione, e — procedendo a ritroso — alla quantità di conflitti che finiscono davanti ai giudici, conflitti dovuti anche all’aumento delle aree regolate da leggi. Con la moltiplicazione dei giudizi e delle sentenze, aumenta il pericolo che ogni giudice vada per conto suo, lasciando il cittadino senza quella sicura guida sulla interpretazione e applicazione del diritto che l’ordinamento giuridico dovrebbe garantire. Questo problema è accentuato dalla penetrazione nell’ordine giuridico nazionale di almeno altri due nuovi produttori di norme e di sentenze, l’Unione Europea con la Corte di giustizia europea e il Consiglio d’Europa con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Occorre, allora, armonizzare l’operato delle corti, specialmente quelle supreme, stabilire canali di dialogo istituzionalizzato, garantire cooperazione, specialmente tra i giudici che sono al vertice, i tre che ho menzionato all’inizio, che sono i giudici legittimati a eleggere propri componenti nella Corte costituzionale. Ecco, quindi, l’idea del «memorandum», l’accordo firmato il 15 maggio scorso, tra i vertici giudiziari. Un accordo difficile, che ha pochi precedenti. Difficile perché la tradizione culturale italiana considera ciascun giudice una turris eburnea, un polo isolato da tutti gli altri, che decide da solo, in silenzio, senza guardare ad altro che non sia il caso che ha davanti. Per questo motivo, si tratta anche di un accordo che ha pochi precedenti. In Italia, quello illustre del «concordato giurisprudenziale» del 1929, firmato da Mariano D’Amelio, presidente della Cassazione, e da Santi Romano, presidente del Consiglio di Stato, e successivamente ratificato dalle Sezioni unite della Cassazione e dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato. Ma quell’accordo aveva un unico oggetto, la stabilizzazione dei criteri del riparto della giurisdizione tra giudice civile e giudice amministrativo. L’altro precedente non è italiano, ed è l’accordo Skouris-Costa del 2011. Lo firmarono il presidente della Corte di giustizia europea e il presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, ed aveva anche esso una portata limitata (all’applicazione della Carta di Nizza e all’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). L’importanza e la novità del nuovo accordo, quello sottoscritto a maggio, stanno nel fatto che questo è il primo passo per una cooperazione stabile e che esso non ha oggetti pre-definiti, ma si estende su tutta l’area della giurisdizione. Con il nuovo accordo, avremo una attenzione maggiore all’attività delle giurisdizioni superiori che viene chiamata nomofilattica. Queste debbono assicurare l’uniforme interpretazione della legge e l’unità del diritto, garantire indirizzi interpretativi uniformi, in una parola assicurare l’unità dell’ordinamento. Si tratta di «beni» che sono divenuti rari, considerati il moltiplicarsi delle corti, il ricorso sempre più frequente dei cittadini ad esse, ma anche la confusione della nostra legislazione, l’aumento dei produttori di diritto (Unione Europea, Stato, Regioni, ma anche organismi globali), nonché il cosiddetto dualismo giurisdizionale che fa parte della tradizione italiana (come di quella francese), cioè il fatto che vi sono due giudici, uno civile, uno amministrativo. In conclusione, è un gran bene che tre presidenti illuminati e due procuratori generali aperti alle esigenze della collettività, con l’aiuto di una attiva fondazione privata, abbiano posto le premesse perché il modernoÉtat de justice non parli con troppe voci discordanti.

Errori giudiziari e orrori del sistema, scrive il 25 febbraio 2017 Mauro Mellini su "L'Opinione" Si sono succedete negli ultimi giorni le notizie di alcuni spaventosi errori giudiziari. Spaventosi per la banalità degli equivoci in base ai quali dei disgraziati erano stati dichiarati colpevoli. Spaventosi per i lunghissimi periodi di carcerazione sofferti dalle vittime di questi errori. Occorrerebbe aggiungere: spaventosi per la facilità, che tali episodi dimostrano, che la giustizia (cosiddetta) commette crimini del genere. Perché di crimini si tratta. Eppure c’è nell’aria, nella stampa che ce ne dà notizia, un non celato sentimento di “fastidio”, non per questi “incidenti”, ma per il fatto che se ne debba parlare. “L’errore giudiziario non esiste”: non è solo l’etichettatura di una pretesa idolatra di una giustizia autoreferenziale della sua infallibilità. Leggiamo i sapienti e sottili discorsi di qualche esemplare di magistrato “lottatore” e vedremo che quella non è una proposizione astratta di una fantasia letteraria. Del resto è lo stesso Codice penale a restringere i casi di “revisione” (cioè di accertamento dell’ingiustizia di una condanna definitiva) in modo tale da escluderne la possibilità quando tale ingiustizia dipende da un errore. La revisione è ammessa quando “sopravvengano nuove prove” che consentano un diverso giudizio. Ma se un poveraccio è stato condannato con una sentenza demenziale, in base alla prova di un’accusa di omicidio rappresentata dal fatto che un “testimone di giustizia” (denominazione assurda, che qualifica gli altri “di ingiustizia”) lo ha visto volare a cavallo di un asino sul luogo del delitto lanciando scariche elettriche, quella sentenza, se mai fosse “passata in giudicato”, non potrebbe essere oggetto di revisione. C’è poco da scherzare. Ho conosciuto magistrati matti capaci di sentenze del genere. C’è poi la categoria di condanne senza prove, in base a preconcetti, arzigogoli, coglionerie inconcepibili. Se non ci sono prove non ci possono essere “nuove prove”. E, poi, le condanne per reati che sono “inventati” dalla “giurisprudenza”, che è, poi, “imprudenza” nel concepire una “giustizia di lotta”. Se domani s’arrivasse a cancellare la vergogna del “reato giurisprudenziale” (tale riconosciuto e conclamato) di “concorso esterno in associazione mafiosa”, i condannati per quella “bella pensata” dei nostri magistrati non potrebbero adire la via della revisione dei loro processi. Ci sono poi delle “spie” del vizio di “disinvoltura” nel condannare: basti pensare che, quando nel Codice di procedura è stata aggiunta la frase per cui la condanna può essere emessa quando “la colpevolezza” dell’imputato “è provata al di là di ogni ragionevole dubbio”, non è successo assolutamente niente. Non è aumentato il numero delle assoluzioni, non è intervenuto nei processi ancora in grado di appello una falcidia di precedenti condanne in casi assai dubbi. Semplicemente, tutti i dubbi sulla colpevolezza sono divenuti “irragionevoli”. E tira a campà. E allora, cari amici, anche di fronte alle mostruosità emesse in questi giorni non mi pare si possa parlare