Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

IL DELITTO

 

DI PERUGIA

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

 

AMANDA KNOX E RAFFAELE SOLLECITO

COLPEVOLI D’INNOCENZA

PER MEREDITH KERCHER

IL DELITTO DI PERUGIA

 

 

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

RAFFAELE SOLLECITO: NON ABBASTANZA INNOCENTE…

AMANDA KNOX: IL PROCESSO DEL SECOLO SECONDO NETFLIX.

RESOCONTO SUCCINTO DEL DELITTO DI PERUGIA.

LA VOCE DEGLI INNOCENTI. 

LA VERSIONE DI RUDY GUEDE.

IL DELITTO DI PERUGIA. LO SCANDALO DI UNA INCHIESTA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

RAFFAELE E' STATO AIUTATO DAL SIGNORE IDDIO!

OSSESSIONE AMANDA.

LA VERSIONE DI AMANDA.

RAFFAELE SOLLECITO: NON CHIAMATEMI MAI PIU' ASSASSINO.

CHE RAZZA DI INDAGINI...

PROCESSO AL PROCESSO!

IL DELITTO DI PERUGIA E LE FIGURACCE DEI MAGISTRATI.

IL MONDO RIDE DELLA GIUSTIZIA ITALIANA.

L'ITALIA DEI PROCESSI INFINITI DAI COSTI INCALCOLABILI.

FORCAIOLI: ORA TACETE!

RAFFAELE SOLLECITO E LA PROSSIMITA’ SEMANTICA.

LA MALEDIZIONE DEL DELITTO DI PERUGIA.

INGIUSTIZIA A PERUGIA. Il Caso Meredith Kercher.

AMANDA E RAFFAELE: PERUGIA VI ODIA.

IL DELITTO DI PERUGIA. UNA STORIACCIA.

AMANDA KNOX E RAFFAELE SOLLECITO, LA STORIA DEL CASO.

AMANDA KNOX E RAFFAELE SOLLECITO: C'E' UN GIUDICE A PERUGIA.

MA CHE GIUSTIZIA E’ QUESTA? MALAGIUSTIZIA. IL CASO KERCHER.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

Per uscire fuori dall'incubo giudiziario si ha bisogno di una forte dose di culo (inteso come fortuna). Essere innocenti non è essenziale. Il malcapitato che incappa nell'amo della giustizia, si dibatte come un pesce, ma il malcapitato più si muove (a rivendicare la sua innocenza), più l'amo si infilza nella bocca. Il sistema è programmato a produrre risultati, per giustificare il suo costo, ed il conto si presenta in fascicoli chiusi, non in rei condannati. La riparazione del nocumento (danno che altera o interrompe la funzionalità o l'efficacia di un fatto naturale) è quasi impossibile che si compia. Per corporativismo delle toghe giudiziarie, ossia per viltà delle toghe forensi, perchè è difficile trovare qualcuno di loro che abbia il coraggio di additare un magistrato come reo di un errore eclatante e chiederne conto, inimicandosi tutta la categoria del foro locale e suscitando il biasimo dei colleghi, che temono ritorsioni.

È necessario precisare e distinguere i casi di riparazione per ingiusta detenzione da quelli di riparazione derivante da errore giudiziario. Nel primo caso si fa riferimento alla detenzione subita in via preventiva prima dello svolgimento del processo e quindi prima della condanna eventuale, mentre nel secondo si presuppone invece una condanna a cui sia stata data esecuzione e un successivo giudizio di revisione instaurato (a seguito di una sentenza irrevocabile di condanna) in base a nuove prove o alla dimostrazione che la condanna è stata pronunciata in conseguenza della falsità in atti. In questa sezione ci occuperemo del caso di riparazione per ingiusta detenzione.

Secondo quanto disposto (artt. 314 e 315 c.p.p.) all'imputato è riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un'equa riparazione per la custodia cautelare subita ingiustamente, diritto che è stato introdotto con il codice di procedura penale del 1988 ed è in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione dei diritti dell'uomo (cfr. art 5, comma 5, C.E.D.U.). Rilevanti novità In materia sono state apportate dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, cosiddetta "Legge Carotti". In particolare, è aumentato il limite massimo di risarcimento per aver patito un'ingiusta permanenza in carcere, passando da cento milioni di lire ad un miliardo (oggi € 516.456,90), ed è altresì aumentato il termine ultimo per proporre, a pena di inammissibilità, domanda di riparazione: da 18 a 24 mesi. Il presupposto del diritto ad ottenere l'equa riparazione consiste nella ingiustizia sostanziale o nella ingiustizia formale della custodia cautelare subita.

L'ingiustizia sostanziale è prevista dall'art. 314, comma 1, c.p.p. e ricorre quando vi è proscioglimento con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. E' importante tenere presente che, ai sensi del successivo comma 3 dell'art. 314 c.p.p., alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a procedere e il provvedimento di archiviazione. L'ingiustizia formale è disciplinata dal comma 2 dell'art. 314 c.p.p. e ricorre quando la custodia cautelare è stata applicata illegittimamente, cioè senza che ricorressero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 c.p.p., a prescindere dalla sentenza di assoluzione o di condanna. La domanda di riparazione per l'ingiusta detenzione (315 c.p.p.- 102 norme di attuazione cpp) deve essere presentata (a pena di inammissibilità) entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definitiva, presso la cancelleria della Corte di Appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza o il provvedimento di archiviazione che ha definito il procedimento. Nel caso di sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, è competente la Corte di Appello nel cui distretto è stato emesso il provvedimento impugnato; sulla richiesta decide la Corte di Appello con un procedimento in camera di consiglio. E' obbligatoria l'assistenza di un legale munito di procura speciale e la parte che si trovi nelle condizioni di reddito previste dalla legge può chiedere il patrocinio a spese dello Stato. Nel caso di decesso della persona che ha subito l'ingiusta detenzione possono richiederne la riparazione: il coniuge, i discendenti e gli ascendenti, i fratelli e le sorelle, gli affini entro il primo grado e le persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta. La riparazione per ingiusta detenzione deve essere estesa alle ipotesi di detenzione cautelare sofferta in misura superiore alla pena irrogata o comunque a causa della mancata assoluzione nel merito. Tutti coloro che sono stati licenziati dal posto di lavoro che occupavano prima della custodia cautelare e per tale causa, hanno diritto di essere reintegrati nel posto di lavoro se viene pronunciata a favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero ne viene disposta l'archiviazione. Vale la pena ricordare che La Corte di Giustizia di Strasburgo (sentenza 9 giugno 2005 ricorso 42644/02) ha richiesto una modifica dell'art. 314 c.p.p. che ammette l'indennizzo per ingiusta detenzione solo se l'imputato è assolto, se è disposta l'archiviazione del caso o il non luogo a procedere o se, in caso di condanna, la custodia cautelare è stata disposta in assenza di gravi indizi di colpevolezza o per reati per i quali la legge stabilisce una reclusione superiore a tre anni. Per la Corte si tratta di previsioni restrittive perché l'art 5 comma 5 della convenzione prevede in ogni caso di illegittima restrizione il diritto ad una riparazione.

L'interessato deve presentare in cancelleria (Corte d'Appello – Cancellerie Penali): 

la domanda di riparazione del danno per ingiusta detenzione da lui sottoscritta, eccetto il caso di procura speciale. Oltre all'originale devono essere presentate 2 copie dell'istanza;

la sentenza di assoluzione con l'attestazione di irrevocabilità;

il certificato dei carichi pendenti;

le dichiarazioni rese al Giudice Indagini Preliminari (G.I.P.) o al Pubblico Ministero (P.M.);

fotocopia del documento di riconoscimento e codice fiscale.

Nel caso di arresti domiciliari deve essere depositato anche:

il provvedimento di concessione degli arresti domiciliari e l'ordine di scarcerazione;

la posizione giuridica, da richiedere all'ultimo carcere di detenzione previa autorizzazione della Corte di Appello;

gli atti del procedimento da cui si evince che il ricorrente non ha concorso a dar causa alla sua carcerazione per dolo o colpa grave.

Tutti i documenti a corredo dell'istanza possono essere depositati in carta semplice e per la loro richiesta non è dovuto alcun diritto di cancelleria. Ogni comunicazione o richiesta in merito al pagamento della somma dovrà essere indirizzata a: "Ministero dell'Economia e delle Finanze – dipartimento dell'Amministrazione Generale del Personale e dei Servizi del Tesoro – Serv. Centr. Per gli AA. GG. e la Qualità dei Processi e dell'Organizzazione – responsabile sig.ra Lofaro -via Casilina, -00182 Roma". Ufficio XIV 06-47615451 fax 06-47615155

Utopia, invece è riconoscersi il danno per INGIUSTA IMPUTAZIONE.

«Sì, sei innocente ma ora le spese te le paghi da solo», scrive il Aprile 2017 "Il Dubbio". Una nuova legge in discussione prevede un rimborso di appena 5mila euro per l’imputato innocente. Il disegno di legge n.2153 in materia di rimborso delle spese di giudizio, presentato lo scorso anno in Commissione giustizia dal senatore Gabriele Albertini (Ap), era composto da un solo articolo. Un articolo che introduceva un principio di “equità e di giustizia” nell’ordinamento e che era in grado di rivoluzionare in radice il sistema giustizia del Paese. All’articolo 530 del codice di procedura penale (sentenza di assoluzione) era previsto che fosse inserito il comma 2bis: «Se il fatto non sussiste, se l’imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice, nel pronunciare la sentenza, condanna lo Stato a rimborsare tutte le spese di giudizio, che sono contestualmente liquidate (…) Nel caso di dolo o di colpa grave da parte del pubblico ministero che ha esercitato l’azione penale, lo Stato può rivalersi per il rimborso delle spese sullo stesso magistrato che ha esercitato l’azione penale». Tecnicamente la disposizione prende il nome di “ingiusta imputazione”. Attualmente, quando l’imputato viene riconosciuto innocente, le spese legali affrontate per difendersi restano comunque a suo carico. L’unico tipo di risarcimento previsto è quello nei casi di “ingiusta detenzione”. Quando, cioè, sottoposto inizialmente alla misura della custodia cautelare, l’imputato è stato al temine del processo assolto. Oltre all’aspetto economico, le traversie giudiziarie, va ricordato, hanno pesanti ricadute sul quelle che sono le condizioni morali e familiari. La modifica legislativa in questione, dunque, avrebbe introdotto una norma di civiltà giuridica a tutela del cittadino nel suo complesso, “responsabilizzando” di fatto anche il pubblico ministero. Il disegno di legge Albertini riscosse un grandissimo consenso bipartisan, con ben 194 senatori che lo sottoscrissero immediatamente. A memoria è difficile trovare nella storia del Parlamento italiano una proposta di legge condivisa da una maggioranza così ampia. La disposizione sul rimborso delle spese legali, per altro, è in vigore, pur con qualche differenza, in 30 paesi europei. Particolare questo non da poco. In alcuni paesi la cifra da rimborsare viene valutata di volta in volta dal giudice, in altri, come ad esempio la Gran Bretagna, il rimborso attiene all’intera parcella del legale. La discussione del disegno di legge 2153 in questi mesi si è, però, scontrata con un problema di carattere strettamente economico. Non ci sarebbe, infatti, la necessaria copertura. Per capire meglio quanto davvero sarebbe costata la norma, il senatore Giacomo Caliendo di Forza Italia, che in Commissione è il relatore della legge, ha provato anche a cercare dati certi sul numero delle assoluzioni piene negli ultimi anni. Ma oltre all’aspetto economico è subentrato un problema di natura “tecnica” che ha impedito alla legge di vedere la luce nella sua formulazione originaria: l’unificazione della proposta Albertini con quella di Maurizio Buccarella (M5s), il ddl 2259, che propone la sola deducibilità fiscale delle spese legali, ma non oltre i 5 mila euro. Un obolo, considerati quelli che sono i costi della difesa penale. Il testo unificato, sul quale c’è tempo fino al 26 aprile per presentare gli emendamenti, stabilisce che si possa chiedere la detrazione al massimo di 10.500 euro in tre anni. Stop, quindi, al rimborso integrale come voleva Albertini. La maggioranza, che prevede di stanziare 12 milioni nel 2016 e 25 dal 2017, obietta che una copertura finanziaria più ampia sia impossibile da trovare di questi tempi. Strano perché per le indagini i budget a disposizione delle Procure sono “no limits”. Tanto per fare qualche esempio, solo per le intercettazioni telefoniche, le Procure italiane hanno speso nel 2014 la cifra monstre di 250 milioni di euro. Albertini, comunque, non ci sta a che il suo testo sia “annacquato” e ha già annunciato battaglia: «Presenterò un emendamento che alzi almeno a 100 mila euro la detrazione fiscale e preveda il rimborso totale per gli incapienti».

OTTENERE IL RISARCIMENTO PER INGIUSTA DETENZIONE È UN’ODISSEA. Scrive Roberto Paciucci su "Fino a Prova Contraria". Arrivano in casa alle 5 di mattina e ti buttano in carcere. L’opinione pubblica pensa: qualcosa di losco avrà fatto altrimenti non gli capitava. Anni dopo sei innocente. Nessuno ti chiede scusa e resta il pregiudizio dei problemi con la giustizia. Con chi te la pigli? In Italia con nessuno. Si dirà che è prevista la riparazione per l’ingiusta detenzione. Vero.  Ma quanto devi tribolare? Per ottenere una equa riparazione il Malcapitato dovrà provvedere ad una serie di procedure e formalismi bizantini buoni solo ad ostacolare l’esercizio di un diritto al punto che alcuni uffici giudiziari (ad esempio la Corte di Appello di Roma) hanno elaborato delle vere e proprie avvertenze sulle modalità di presentazione e sui documenti da allegare. La domanda deve essere proposta per iscritto, a pena di ammissibilità, entro due anni dalla decisione definitiva e l’entità della riparazione non può eccedere € 516.456,90.

La domanda deve essere depositata in cancelleria personalmente o a mezzo di procuratore speciale.

La domanda deve essere sottoscritta personalmente dall’interessato con eventuale procura speciale e delega per la presentazione nonché espressa richiesta di svolgimento in camera di consiglio o udienza pubblica.

Il presentatore della domanda deve essere identificato dal cancelliere.

Nell’istanza devono essere indicate le date di inizio e fine di ciascuna misura cautelare sofferta e la specie di essa (detenzione, arresti domiciliari).

All’istanza devono essere allegati una miriade di atti e documenti (formando due distinti fascicoli con indice, il primo dei quali dovrà contenere alcuni atti in copia autentica, il secondo gli stessi atti (compresa l’istanza) ma tutti in copia semplice) nonché altre tre copie della sola istanza:

Decreto di archiviazione e relativa richiesta del PM o sentenza di assoluzione in forma autentica completa di timbri di collegamento tra i fogli e data di attestazione del passaggio in giudicato;

Copia delle sentenze di merito emanate nello stesso procedimento e che riguardano l’istante;

Copia dell’eventuale verbale di fermo e ordinanza di convalida;

Copia del verbale di arresto e ordinanza di convalida;

Copia della richiesta del PM di applicazione della custodia cautelare;

Copia dell’ordinanza applicativa della custodia cautelare in forma autentica; provvedimento di eventuale concessione degli arresti domiciliari; provvedimento di modifica del luogo degli arresti domiciliari; provvedimento di rimessione in libertà;

Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà in cui l’istante attesta la pendenza di procedimenti penali (da indicare con i rispettivi numeri di registro e le relative imputazioni) in circoscrizioni diverse da quella di residenza con firma autenticata dal difensore o da un pubblico ufficiale oppure dichiarazione sostitutiva di certificazione ove l’istante dichiara di non essere a conoscenza di procedimenti penali pendenti in circoscrizioni diverse da quelle di residenza;

Copia degli interrogatori resi prima della carcerazione e in ogni fase del processo;

Copia dell’ordinanza di rinvio a giudizio nonché copia della requisitoria del PM ove trattasi di procedimenti con vecchio rito;

Certificato dei carichi pendenti della Procura del luogo di residenza;

L’istante deve indicare i luoghi in cui sono stati trascorsi gli arresti domiciliari.

Poi la domanda dovrà essere valutata nel merito in quanto l’equa riparazione non spetta al soggetto sottoposto a custodia cautelare qualora, così recita la legge, “vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave”.

È facile imbattersi in sentenze secondo cui la condotta dell’indagato è causa ostativa all’indennizzo qualora si sia avvalso della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio come suo diritto difensivo oppure “sia anteriormente che successivamente al momento restrittivo della libertà personale abbia agito con leggerezza o macroscopica trascuratezza”. Insomma a perdere la libertà è un attimo, per prendere i soldi un’odissea. Roberto Paciucci

In cella per errore, nessun risarcimento. Ogni anno su 7mila richieste solo una minima parte viene accolta. Gli indennizzi solo per mille detenuti. E così un articolo del codice di procedura penale finisce sotto accusa, scrive Alessandro Belardetti il 7 marzo 2017 su "Il Quotidiano.net". Un esercito tradito dalla giustizia. Sono circa 6mila all’anno le persone assolte in Italia che non ricevono l’indennizzo dopo aver subito una custodia cautelare ingiusta (in carcere o ai domiciliari). Tra loro c’è Raffaele Sollecito, accusato e detenuto quattro anni per il delitto di Meredith Kercher, poi assolto in Cassazione. L’anno scorso sono state 1.001 le ordinanze di pagamenti per riparazioni a ingiuste detenzioni ed errori giudiziari, pari a 42.082.096 euro. Dunque, uno su sette riceve l’indennizzo, stabilito da un tariffario governativo: 250 euro per ogni giorno in carcere, 125 euro per i domiciliari, con un massimo di 516mila euro (mentre per gli errori giudiziari non c’è limite al risarcimento). «Ma l’entità dell’indennizzo dev’essere proporzionata alle conseguenze personali e familiari dell’imputato – spiega l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’Associazione nazionale vittime di errori giudiziari –: non può bastare un quantum al giorno perché ci sono, per esempio, danni come la perdita di guadagni dal fallimento dell’azienda di un imprenditore incarcerato». I Giudici d’appello di Firenze nel caso Mez, sopraggiungendo l’assoluzione di Sollecito, hanno ammesso la sua ingiusta detenzione «ma lui ha concorso a causarla con la propria condotta dolosa o colposa». Comma uno dell’articolo 314 del codice di procedura penale: se un imputato provoca la propria ingiusta detenzione, non ha diritto all’indennizzo. «È un paracadute dello Stato, che lo usa a piacimento – prosegue il 41enne Magno –. A livello costituzionale così appare più importante l’essersi, per esempio, avvalso della facoltà di non rispondere durante un interrogatorio nelle indagini, che l’essere stato assolto con formula piena. Abbiamo proposto una modifica alla legge chiedendo di cambiare l’articolo 315. Ora il soggetto assolto ha due anni per chiedere l’indennizzo, ma è un trucco: questo fa prescrivere l’errore del giudice. Un limite che va cancellato». Il giurista Giuseppe Di Federico, ex membro laico del Csm, aggiunge: «È ridicolo che si allunghi la prescrizione per le attività commesse dai cittadini e si tengano strette quelle dei giudici. Quando uno ha subito un’ingiusta detenzione l’indennizzo deve essere automatico. Rovistare nei comportamenti degli imputati per non dargli i soldi non è giusto, le loro condotte non possono giustificare la mancanza di capacità professionale nei magistrati». I distretti in cui vengono rimborsati gli indennizzi maggiori per gli errori dei magistrati sono al Sud e Centro Italia: Napoli, Catanzaro, Bari, Catania, Roma le maglie nere. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sono 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. «Un fenomeno patologico, ma non c’è solo un colpevole: si va dalla polizia giudiziaria che crede in una pista e non batte le altre, al pm che perseguita gli indagati, fino agli avvocati che non fanno il proprio dovere. La giustizia è una bilancia, ma questi numeri gridano vendetta», analizza l’avvocato chietino. Proprio gli avvocati, però, vengono accusati di fare super guadagni con questi casi: «Nessun business, la nostra associazione è composta anche da giudici, periti, giornalisti e politici». Dal 1992 il ministero dell’Economia e Finanze ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25mila vittime di ingiusta detenzione, ma negli ultimi anni i risarcimenti sono calati: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47, mentre nel 2004 furono 56. «Se lo Stato deve indennizzare un’ingiusta detenzione prova imbarazzo – conclude Magno – e i soldi per i risarcimenti si trovano a fatica. Il fatto che sia la Corte d’appello dello stesso distretto che ha sbagliato il giudizio ad accogliere o rigettare l’indennizzo, limita la disponibilità del magistrato a riconoscere un errore».

Raffaele Sollecito: «Ho denunciato i miei giudici». Intervista di Valentina Stella il 16 Aprile 2017 su “Il Dubbio”. Raffaele Sollecito non molla e chiede allo Stato tre cose: capire perché la sua vita è stata stravolta dalla macchina giudiziaria, essere risarcito per aver trascorso da innocente 4 anni in carcere, e condannare civilmente i magistrati che lo hanno punito ingiustamente. La storia di questo ragazzo, dalla voce e dell’atteggiamento mite, e che può essere riassunta da questa frase che apre il suo sito The long path through injustice (il lungo percorso attraverso l’ingiustizia), è quella di un giovane uomo che ancora non si è risvegliato completamente dall’incubo che lo ha segnato quando aveva solo 23 anni, che aveva da poco perso la madre e che stava per laurearsi. Il suo futuro è incerto, tra il nuovo lavoro a Parma e l’esito delle sue iniziative giudiziarie contro lo Stato. Tuttavia sull’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa nel 2007 a Perugia, esistono due certezze: la prima è che per quel brutale assassinio c’è un solo colpevole, l’ivoriano Rudi Guede, condannato in via definitiva con il rito abbreviato a 16 anni di reclusione. La seconda è che per il delitto sono stati assolti per non aver commesso il fatto, dopo ben 5 gradi di giudizio, Raffaele Sollecito e Amanda Knox. A mettere un punto alla vicenda giudiziaria dei due ex fidanzati, che al momento dei fatti si conoscevano da appena una settimana, ci ha pensato la Cassazione il 27 marzo 2015 con una sentenza di cui è bene sottolineare un estratto riguardo le indagini: un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante di clamorose defaillances o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine. Ora però si apre un altro capitolo: Raffaele Sollecito chiede, appunto, i danni allo Stato. Il primo tentativo per il risarcimento per ingiustizia detenzione è stato respinto, ma gli avvocati Giulia Bongiorno e Luca Maori hanno annunciato il ricorso in Cassazione. Intanto si è aperto da poco l’altro filone: l’ingegnere informatico, assistito dagli avvocati Antonio e Valerio Ciccariello, ha deciso di fare causa ad alcuni magistrati, chiedendo tre milioni di euro in virtù della legge sulla responsabilità civile dei togati che prevede cause “per dolo o colpa grave”.

Perché hai deciso di fare causa ai giudici? Quali sono, a vostro parere, le colpe gravi?

«Si tratta di tutte le mancanze interpretative che ci sono state in questi anni. Ad esempio è cambiato il movente da un giudizio all’altro, la prova sul Dna è stata travisata più volte, il materiale probatorio è stato interpretato in maniera differente da un giudice all’altro, addirittura diversi magistrati hanno diciamo – disatteso le regole pur di dimostrare l’indimostrabile. Oltretutto questi errori vengono in una certa maniera stigmatizzati e riassunti dalla Corte di Cassazione che mi ha assolto».

La persona che forse più di tutte ha segnato il tuo destino è stato il pm Giuliano Mignini.

«Lui ha condotto le indagini e mi ha accusato, ma alcuni giudici mi hanno dichiarato ingiustamente colpevole e hanno messo l’ultima parola. È vero comunque che Mignini è stato sanzionato dal Csm per avermi vietato di conferire con il mio avvocato in fase preliminare, e questa la considero una grave lesione dei miei diritti di difesa».

La Corte d’appello di Firenze ha respinto invece l’istanza per il risarcimento per ingiusta detenzione a causa della tua condotta dolosa o gravemente colposa. Percepisci un pregiudizio da parte della magistratura nei tuoi confronti o sei fiducioso sull’esito del risarcimento e della causa ai magistrati?

«La magistratura è fatta di tante teste diverse. Di fatto la sentenza della Corte di appello di Firenze non ha fatto altro che condannarmi un’altra volta, perché hanno completamente distorto e disatteso tutte le risultanze probatorie che sono intervenute durante questi anni, non prendendo minimamente in considerazione tutto quello che è emerso durante le udienze. Hanno reinterpretato tutto il caso, piazzandomi addirittura sulla scena del crimine. Tra virgolette è come se mi avessero detto “Sollecito ti è andata bene tutto sommato, però ora stai zitto”. Si sono comportati in maniera indecente».

Contro di te c’è una sorta di accanimento?

«Forse risulto loro antipatico, forse non piaccio perché sottolineo i loro errori; d’altronde hanno totalmente stravolto e distrutto la mia esistenza, per questo non capisco perché dovrei essere magnanimo nei loro confronti o rimanere zitto nell’angolo e dire “no, per favore non fatemi più del male”. Hanno la colpa di aver perseguitato per anni degli innocenti. Perciò, quantomeno, credo che possa chiedere delle spiegazioni allo Stato di tutta questa vicenda. E vorrei una risposta chiara».

Ora come va la tua vita a Parma?

«Mi sono trasferito da un mese per una nuova opportunità lavorativa. Sono stato accolto decisamente bene: molte persone mi hanno dato il benvenuto e mi hanno trattato con rispetto. La cosa più importante è il lavoro e spero di riuscire a far fronte ai grossi debiti nei quali mi ha lasciato questa giustizia».

Sollecito: «Ridatemi la mia vita». L'ingegnere informatico, assolto per l'omicidio di Meredith Kercher, ha fatto causa a nove giudici per aver travisato fatti, circostanze e prove sul caso Kercher. Ci ha spiegato come sta ricominciando a vivere, con un nuovo lavoro, a Parma. Intervista di Monica Coviello del 12 aprile 2017 su "Vanityfair.it". «Nessuno mi restituirà il tempo che ho perso. Non c’è cifra che possa risarcire dieci anni di vita rubati». Ma Raffaele Sollecito, 33 anni, assolto per l’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa di 22 anni uccisa la sera del primo novembre del 2007 a Perugia, dove era in Erasmus, un risarcimento l’ha chiesto. Circa tre milioni di euro. Ha citato in giudizio, in base alla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati, nove tra pubblici ministeri, procuratori generali, giudici delle indagini preliminari e giudici di corte d’assise e corte d’assise d’appello, per aver travisato fatti, circostanze e prove sul caso Kercher.

«Il calcolo della somma è stato fatto a tavolino dai miei avvocati – ci spiega Sollecito – considerando gli anni passati in carcere, l’iter giudiziario, l’entità dei travisamenti. Quei soldi li userei per me, per riprendermi la mia vita, e per fare opere di bene, ma anche per ripianare i debiti di cui ho dovuto coprirmi durante quegli anni di inferno. Poi, vorrei che venisse chiarita la posizione dei giudici. Ma ne parleremo, eventualmente, tra qualche anno».

Dopo tutti quegli anni passati tra carcere e processi, ha ancora intenzione di tornare in tribunale?

«Ci sono ancora, in tribunale, e non per mia volontà. Sono stato querelato dal sostituto procuratore della Repubblica di Perugia Giuliano Mignini per vilipendio e calunnia, per le affermazioni contenute nel mio libro “Honor bound”, pubblicato negli Stati Uniti. Sono altri che vogliono tenermi sotto processo».

Lei ha trascorso quattro anni in carcere.

«Sono stati tragici e tristi. Ho trascorso sei mesi in isolamento e 3 e mezzo in massima sicurezza a Terni, mentre vedevo affondare la mia vita».

Che cosa le hanno insegnato questi anni?

«A essere meno pauroso. Poi, la detenzione mi ha fatto conoscere un mondo che ignoravo: ho capito che la carcerazione, nelle modalità italiane, non ha senso. Si passano 22 ore, almeno, in una cella di 2 metri per 3, e le altre due in una più grande, che si chiama “passeggio”. Gli effetti si possono immaginare.  Chi è colpevole dovrebbe avere la chance di potersi riabilitare, e chi è in attesa di giudizio non dovrebbe finire dietro le sbarre».

Può esserci il pericolo che fugga.

«Ma no: bisognerebbe cambiare identità, e per farlo sono necessari investimenti esosi che forse solo i mafiosi potrebbero permettersi. Chi è in attesa di giudizio, al massimo, potrebbe essere affidato a una comunità: il carcere è una pena estremamente pesante. E la gente non tiene conto che a tutti potrebbe capitare, prima o poi, di finire in giudizio per qualcosa che non hanno fatto».

Ha stretto amicizie in carcere?

«Sì, certo. Ero un po’ la mascotte, lì dentro. In mezzo a tante persone con una vita disastrata, ero l’unico studente, per di più di ingegneria, e di famiglia buona. Ero un pesce fuori dall’acqua, e facevo un po’ tenerezza a tutti».

Quanto è presente il ricordo del carcere nella sua vita quotidiana?

«Più che altro, sono costretto tutti i giorni a fare i conti con questa vicenda, che continua ad avere spazio. Sono ancora costretto a giustificarmi, a spenderci energie. I gossip e i dubbi sulla mia persona mi danno tanto dolore».

La gente continua a guardarla con sospetto?

«Purtroppo capita: per strada una ragazza, quando mi ha visto, ha cominciato a piangere spaventata. Ma se lo fanno, è solo perché tutta la vicenda è stata raccontata in un modo fuorviante sui giornali e in tribunale. La gente comune si è informata seguendo i media, non leggendo le carte del processo. Non sono io che faccio paura: è l’immagine che hanno dato di me che fa schifo. Pensi anche a tutte le accuse mosse verso mio padre».

Quali?

«Hanno detto che era un mafioso. Invece è un medico, che non ha avuto nemmeno la possibilità di pagare tutte le spese di questo processo: abbiamo dovuto vendere le proprietà di mia mamma, siamo sommersi dai debiti. Le chiacchiere sono state alimentate dai tribunali e dai giornalisti, ed è da loro che pretendo spiegazioni. Io non ne posso più di darne».

Ora vive a Parma.

«Sono qui da meno di un mese e mezzo, grazie agli amici che mi hanno dato questa opportunità. Lavoro come ingegnere informatico per un’azienda, Memories IT Company, e ho creato insieme ai colleghi un portale di servizi. Vivo in una stanza in cui mi ospita un amico. Ma mi trovo bene: la gente mi ha accolto con affetto. Se il lavoro andrà bene, rimarrò qua: mi piacerebbe».

Ripensa spesso al periodo della morte di Meredith?

«Sono totalmente estraneo ai fatti e mi sono scocciato di ripensarci. Ma vengo invitato a diversi convegni sul caso, quindi devo tornarci spesso. Quando ci rifletto, mi viene da piangere pensando ad anni che non potrò più vivere, che erano bellissimi e che non torneranno».

Sente ancora Amanda?

«Pochissimo: ognuno ha la sua vita, siamo presi da altri pensieri. Ma Amanda l’ho conosciuta cinque giorni prima di quella vicenda: per me Perugia è altro».

Ha mai fatto visita a Rudy Guede? 

«Non ci sarebbe motivo di andare a trovarlo: non lo conosco. La sua posizione è chiara: il suo Dna è stato ritrovato sulla scena del crimine e lui ha tentato di alimentare ombre e dubbi su di Amanda e me, anche se sa che siamo innocenti».

È stata fatta giustizia per Meredith?

«A mio parere sì: secondo me non è stato un omicidio compiuto da più persone».

Ha contatti con la sua famiglia?

«Mi hanno ignorato durante questi anni: non li ho mai sentiti. Ho tentato qualche volta di avere un dialogo con loro, ma ho trovato solo dei muri».

RAFFAELE SOLLECITO: NON ABBASTANZA INNOCENTE…

Dieci anni dopo Sollecito si racconta: "Servirebbe un film anche su di me. Rivoglio la mia vita". Di Giacomo Talignani l'8 aprile 2017 su Repubblica TV. Tra gli occhi delle persone "che mi guardano come colpevole, come una se fossi una patata bollente" Raffaele Sollecito, 10 anni dopo l'omicidio di Meredith Kercher a Perugia, prova a ripartire da Parma dove lavora come ingegnere informatico in una azienda di app. Assolto in Cassazione, dice di sentirsi "abbandonato dallo Stato" e ferito per "il risarcimento economico negato". Come per Amanda (prodotto da Netflix) anche lui vorrebbe che si facesse chiarezza sul suo ruolo, "magari con un film per raccontare il mio processo. Voglio avere indietro la mia vita".

Assolto per il delitto di Perugia, Sollecito fa causa ai giudici. Raffaele Sollecito e Amanda Knox assolti per l'omicidio di Meredith Kercher. A Genova per competenza territoriale. "Hanno sbagliato e mi hanno rovinato la vita, ora paghino", scrive Marco Preve l'11 aprile 2017 su "La Repubblica".  A dieci anni da uno dei casi di cronaca nera più clamorosi e controversi, uno dei sospettati che dovette trascorrere quattro anni in carcere prima di essere riconosciuto innocente presenta il conto alla magistratura: tre milioni di euro per una serie di “errori e travisamenti delle prove”. Va in scena a Genova l’ultimo capitolo del delitto di Perugia. Meredith Kercher, Mez come era soprannominata dagli amici, era la studentessa inglese di 22 anni che venne uccisa con una coltellata alla gola la sera del primo novembre del 2007 mentre era nella casa di Perugia dove trascorreva l’Erasmus. Tra una serie di ribaltoni giudiziari e una pressione mediatica pesantissima, solo nel 2015 i due sospettati principali, Raffaele Sollecito e la statunitense Amanda Knox, sono stati assolti definitivamente dalla Cassazione. Sollecito aveva avviato una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione che, però a febbraio gli è stata respinta. Nessuno sapeva che avesse citato in giudizio, in base alla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati, nove tra pubblici, ministeri procuratori generali, giudici delle indagini preliminari e giudici di corte d’assise e corte d’assise d’appello chiedendo un risarcimento – si parla di una cifra attorno ai tre milioni - per aver travisato fatti, circostanze e prove relative all’omicidio di Meredith Kercher. La legge sulla responsabilità civile prevede cause “per dolo o colpa grave”. Solo per il secondo caso è prevista la citazione anche dei giudici popolari. Ma l’ultima parola spetta al giudice Pietro Spera al quale è stata affidata la causa. Sarà lui, oggi, a decidere se coinvolgere nella citazione anche i 12 giurati popolari della Corte di Assise di Perugia e di quella di Assise di Appello di Firenze. La causa è radicata nel capoluogo ligure perché gli ultimi giudici ad aver condannato Sollecito sono quelli della Corte di Appello di Firenze, e per processi in cui siano coinvolti magistrati toscani il tribunale competente è quello di Genova. Formalmente, in aula è stata citata la Presidenza del Consiglio in rappresentanza dei giudici. A difenderla ci sarà l’Avvocato dello Stato Giuseppe Novaresi. In caso di condanna lo Stato, dopo aver pagato il risarcimento, si rivarrà a sua volta nei confronti dei singoli pm, gip e giudici citati. Sollecito e Knox vennero condannati in primo grado e assolti in appello a Perugia con una decisione annullata dalla Cassazione che dispose un appello bis a Firenze dove i due vennero nuovamente dichiarati colpevoli del delitto di via della Pergola. Prima di essere di nuovo e definitivamente assolti dai Supremi giudici con delle motivazioni decisamente pesanti: “colpevoli omissioni” nelle indagini, condotte con “deprecabile pressapochismo”. Tra i principali bersagli” di Sollecito il pm di Perugia Giuliano Mignini che aveva condotto le indagini. A febbraio di nuovo la Corte di Appello di Firenze aveva respinto la richiesta di risarcimento da mezzo milione di euro per ingiusta detenzione: “I giudici - aveva detto Sollecito - non hanno tenuto conto della sentenza della Cassazione che mi ha definitivamente assolto da tutte le accuse. Questa aveva infatti rilevato che ci sono state gravi omissioni e defaillance degli investigatori e dunque cerano precise responsabilità’ nella fase delle indagini. Per questo sono sorpreso da una decisione che ancora una volta proviene da Firenze e che sembra non dare seguito a una chiara sentenza della Cassazione”.

Raffaele Sollecito a Parma: "Voglio essere riconosciuto innocente davanti all'Italia". Intervista di Maria Chiara Perri del 10 aprile 2017 su "La Repubblica", all'ingegnere 33enne a dieci anni dal delitto di Perugia. Sogna un documentario che lo riabiliti agli occhi dell'opinione pubblica: "Ancora molti pregiudizi verso di me, le istituzioni ammettano di aver sbagliato". Nel documentario di Netflix "Amanda Knox" ogni intervento di Raffaele Sollecito, originario di Giovinazzo, è preannunciato da vedute di maestosi faraglioni della costa barese. E’ piuttosto straniante vedere il co-protagonista dell'eclatante caso giudiziario internazionale a proprio agio davanti a un caffè in piazza Ghiaia a Parma, mentre cita alcuni dei luoghi più frequentati dai giovani parmigiani - bar Gianni, parco Ducale, via Farini - come fosse ormai “di casa”. A dieci anni dal delitto di Meredith Kercher, che lo ha reso suo malgrado noto alle cronache mondiali, Raffaele Sollecito riparte dalla città emiliana dove si è trasferito stabilmente da ormai più di un mese. Lo ha portato a Parma una collaborazione stretta con una società di sistemi informatici, Teknomaint Srl, per la sponsorizzazione di un software da lui ideato per la prenotazione online di ombrelloni e altri servizi turistici, suntickets.it. Per ora è ospitato a casa di amici nei pressi di barriera Bixio, ma non esclude di trovare una sistemazione fissa per il futuro e, chissà, di prendere la residenza. Oggi divide la sua attività tra quella di ingegnere informatico e la partecipazione a convegni e incontri per far conoscere la sua vicenda. La riabilitazione agli occhi dell’opinione pubblica, mancata dopo l’assoluzione in via definitiva, è un traguardo che il 33enne cerca con forza.  

Raffaele, come è stato accolto a Parma?

“Mi trovo bene qui. Amo il paesaggio del Lungoparma, lo stile liberty, i bellissimi parchi come il Ducale dove c’è la sede del Ris. Le persone hanno un’aura un po’ francese e distaccata, abbastanza diffidente, diciamo che tendono a stare sulle loro ma qualcuno mi ha detto persino 'benvenuto'. A Perugia l’atteggiamento era diverso, molto più invadente. Quando è uscita la notizia del mio trasferimento ci sono state un po’ di polemiche sui social network, ma penso che la Rete tiri fuori il peggio della gente quando si tratta di criticare. Canalizza un odio latente che oggi è molto presente nella società italiana e che si scarica su capri espiatori, ad esempio gli immigrati. Io però a Parma ho trovato collaborazioni, approcci cordiali, la possibilità di promuovere il mio libro. Ho scoperto persino di avere alcuni parenti che vivono a Traversetolo”.

Immagino che anche qui, come in tutta Italia, la riconoscano.

“Agli sguardi sono abituato, cerco di passarci sopra. A volte quando mi sento gli occhi addosso parlo con le persone, non sono chiuso se qualcuno ha una curiosità nei miei confronti. Quello che pesa è il pregiudizio: la gente si immagina di tutto e di più”.

Lei sa che l’opinione dell’uomo della strada sul caso Kercher è ancora ‘Amanda e Sollecito sono fuori perché hanno i soldi per i bravi avvocati, Guede è dentro per tutti”.

“L’uomo della strada non sa di che cosa parla. Non sono i soldi ad aver portato una persona in carcere, è la scena del crimine. Le tracce di Rudy Guede ci sono, quelle mie e di Amanda no. Vorrei che le persone riflettessero: se questo fosse successo a loro, che cosa avrebbero fatto? E’ giusto che una persona innocente per difendersi debba avere i soldi? E se uno non li ha, deve rimanere in carcere? La mia famiglia ha investito molto sulle consulenze di parte in termini di tempo e denaro, io mi sono fatto quattro anni di carcere tra isolamento e massima sicurezza, oggi devo ancora affrontare debiti. L’uomo della strada parla dopo aver visto un’immagine di me e di Amanda che ci abbracciamo, senza sapere che non ci siamo neanche avvicinati a quella stanza, che ho dato io l’allarme ai carabinieri. Sono state diffuse molte informazioni distorte e sono stato dipinto come un personaggio negativo per dare spazio alle tesi della Procura”.

Prima ha citato la sede del Ris. Questo le ricorda il processo?

“Molti pensano che le indagini nel 2007 siano state condotte dal Ris, ma non è così. E’ stata la Polizia scientifica di Roma, che all’epoca non aveva le certificazioni internazionali per fare le indagini forensi. Il Ris nel processo di appello bis è giunto alle stesse conclusioni della nostra consulenza di parte su procedure e protocolli riguardanti le tracce di Dna sul coltello. Ho raccontato la verità in convegni, interviste, in tv”.

Nonostante l’assoluzione definitiva, non le è stato riconosciuto un risarcimento per l’ingiusta detenzione.

“E’ come se lo Stato mi avesse preso in antipatia perché ho attaccato i magistrati che hanno fatto grandi errori. La motivazione con cui mi negano il risarcimento è, di fatto, che dovevo essere condannato e che dovrei dire grazie perché sono stato assolto. Questo mi fa molto arrabbiare. Qual è il loro gioco? Mi sento abbandonato a me stesso. E’ colpa mia se hanno fatto errori? Io lo dico, pretendo di poterlo dire. Io voglio essere riconosciuto innocente davanti all’Italia”.

C’è ancora pregiudizio nei suoi confronti. Come lo vive sulla sua pelle?

“E’ come essere ai domiciliari, immerso in una società ostile. Gli sconosciuti mi percepiscono come una patata bollente, un ordigno pronto a esplodere perché sono sotto i riflettori. Se mando un curriculum o telefono a un’azienda presentandomi come Raffaele Sollecito, è matematico che non ci sarà una risposta positiva. L’unica soluzione è presentarmi con la mia faccia e parlare direttamente con le persone, solo così si apre una strada. L’ho scoperto dopo tante porte in faccia. Sono stato coraggioso perché non so in quanti, dopo quattro anni di carcere e dieci sui media, abbiano voglia di affrontare la vita. Quest'esperienza ha fatto sì che a 33 anni per molti aspetti non abbia timori, ma avrei preferito vivere serenamente piuttosto che passare quello che ho vissuto”.

Lei ha vissuto l’esperienza del carcere quando era molto giovane.

“In quel periodo ho avuto un grande supporto dalla mia famiglia e dagli amici. Ho un carattere particolare, sono molto riflessivo e non rancoroso, l’odio non è nel mio vocabolario. I primi tempi ero certo che si sarebbero accorti di aver sbagliato e che sarebbero tornati sui propri passi. Invece, per mantenere l’orgoglio o il prestigio delle proprie carriere hanno tenuto in piedi un castello di carte. Oggi vedo le cose allo stesso modo in cui le vedevo allora, mi chiedevo: è possibile che abbiano costruito tutto questo sul nulla? Sì, lo hanno fatto. Quando l’ho capito ho messo da parte la mia vita per fare emergere la verità. Questo non deve succedere più. Non hanno ripagato la mia fiducia nelle istituzioni e hanno sbattuto innocenti in carcere con indagini penose. Io non voglio gogne, non mi interessa accusare gli inquirenti con nomi e cognomi, voglio solo che mi sia restituita la mia dignità e che si dica che le istituzioni hanno sbagliato”.

In che modo potrebbe essere riabilitato agli occhi dell’opinione pubblica?

“Magari con un documentario in cui rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, del Ris, insomma figure esperte e di rilevanza sociale, spieghino che cos’è stato questo processo. Io ad oggi, dopo una sentenza definitiva, non ho ancora capito se lo Stato mi ha assolto o no, ci sono giudici che mi dicono cose opposte. Voglio risposte chiare, che mettano fine a uno scempio”.

Col senno di poi, ci sono cose che non farebbe o che farebbe in modo diverso?

“Quel giorno andrei a Gubbio, dove dovevo andare, non rimarrei con Amanda. Le direi: mi dispiace ma è un problema tuo e delle tue amiche. Io avevo 23 anni, conoscevo Amanda da cinque giorni, la settimana successiva avrei dovuto discutere la tesi. Insomma, sono stato coinvolto in una storia tristissima ma completamente al di fuori da ogni mio raggio d’azione. E poi mi prenderei subito un avvocato, come mi venne consigliato in questura. Non lo feci perché appunto ero molto giovane e preso da tutt’altro, pensavo ‘ma perché mai dovrebbero toccarmi, non c’entro nulla’”.

Come vorrebbe che la vedessero?

“Come un ingegnere informatico che fa software. Mi divido tra quest’attività e i convegni, c’è molto interesse nel settore forense per la mia vicenda. Nel futuro mi piacerebbe proporre alle Procure l’idea di un software per compilare i verbali in modo sicuro. Il sistema informatico si aprirebbe prima degli interrogatori, riconoscerebbe voci e ruoli del presenti e trascriverebbe automaticamente tutta la registrazione, per poi salvarla criptata sui server del Ministero dell’Interno. Sarebbe una garanzia in più per tutti, inquirenti e imputati, ed eviterebbe verbali approssimativi che vengono dichiarati inutilizzabili in sede processuale. Come i miei”.

Giustizia carogna. Errori giudiziari e controversi indennizzi per l'ingiusta detenzione.

Raffaele Sollecito e Giuseppe Gulotta. Quando la giustizia è strabica, permalosa e vendicativa.

Giustizia carogna, scrive Fabrizio Boschi il 31 gennaio 2017 su "Il Giornale”. Nel febbraio 2012 ci provò un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: presentò una proposta di legge per obbligare lo Stato a rifondere le spese legali del cittadino che viene imputato in un processo penale e ne esce assolto con formula piena. Non venne mai nemmeno discussa. Eppure affrontava una delle peggiori ingiustizie italiane.

Raffaele Sollecito, in seguito alla sua definitiva assoluzione, ha deciso di chiedere solo l’indennizzo per ingiusta detenzione, scartando l’idea di chiedere anche il risarcimento danni per responsabilità civile dei magistrati, consigliato dalla magnanimità ed accondiscendenza dei suoi legali verso i magistrati di Perugia.

"Nelle prossime settimane valuteremo eventuali istanze relative all'ingiusta detenzione". Lo ha detto uno dei legali di Raffaele Sollecito all’Agi il 30 marzo 2015, Giulia Bongiorno, spiegando che eventuali azioni di "risarcimento e responsabilità civile non saranno alimentati da sentimenti di vendetta che non sono presenti nell'animo di Sollecito". Quanto alla responsabilità civile dei magistrati inquirenti, "quello della responsabilità civile dei magistrati è un istituto serio che non va esercitato con spirito di vendetta – ha aggiunto il legale - e allo stato non ci sono iniziative di questo genere".

Ciononostante la bontà d’animo di Raffaele Sollecito viene presa a pesci in faccia.

Raffaele Sollecito non deve essere risarcito per i quasi quattro anni di ingiusta detenzione subiti dopo essere stato coinvolto nell’indagine l’omicidio di Meredith Kercher, delitto per il quale è stato definitivamente assolto insieme ad Amanda Knox. A stabilirlo è stata la Corte d’appello di Firenze l’11 febbraio 2017 che ha respinto la richiesta di indennizzo ritenendo che il giovane abbia «concorso a causarla» rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere». Il giovane arrestato assieme ad Amanda Knox e poi assolto per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher, aveva chiesto 516mila euro di indennizzo per i 4 anni dietro le sbarre.

Alla richiesta di risarcimento si erano opposti la procura generale di Firenze e il ministero delle Finanze. Nella richiesta di risarcimento i legali di Sollecito avevano richiamato la motivazione della sentenza della Cassazione nelle pagine in cui venivano criticate le indagini secondo la Suprema Corte mal condotte dagli inquirenti e dalla procura di Perugia. In primo grado, nel 2009, Raffaele Sollecito e l’americana Amanda Knox erano stati condannati dalla Corte d’Assise di Perugia a 25 anni e 26 anni di carcere per omicidio. Nel 2011 vennero poi assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello dal reato di omicidio (alla Knox fu confermata la condanna a tre anni per calunnia). Nel 2013 la Corte di Cassazione annullò poi l’assoluzione e rinviò gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze che condannò (2014) Sollecito a 25 anni e Knox a 28 anni e 6 mesi. Infine, il 27 marzo 2015, il verdetto assolutorio della Cassazione.

Prima dei commenti ci sono i numeri. Sconcertanti, scrive Alessandro Fulloni il 31 12 2016 su "Il Corriere della Sera”. Il dato complessivo lascia senza parole. Il risarcimento complessivo versato alle vittime della «mala-giustizia» ammonta a 630 milioni di euro. Indennizzi previsti dall’istituto della riparazione per ingiusta detenzione, introdotto con il codice di procedura penale del 1988, ma i primi pagamenti – spiegano dal Ministero – sono avvenuti solo nel 1991 e contabilizzati l’anno successivo: in 24 anni, dunque, circa 24 mila persone sono state vittima di errore giudiziario o di ingiusta detenzione. L’errore giudiziario vero e proprio è il caso in cui un presunto colpevole, magari condannato in giudicato, viene finalmente scagionato dalle accuse perché viene identificato il vero autore del reato. Situazioni che sono circa il 10 per cento del totale. Il resto è alla voce di chi in carcere non dovrebbe starci: custodie cautelari oltre i termini, per accuse che magari decadono davanti al Gip o al Riesame. In questo caso sono previsti indennizzi, richiesti «automaticamente» - usiamo questo termine perché la prassi è divenuta inevitabile - dagli avvocati che si accorgono dell’ingiusta detenzione. Il Guardasigilli ha fissato una tabella, per questi risarcimenti: 270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in gattabuia e 135 ai domiciliari. Indennizzi comunque in calo: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47. Mentre nel 2004 furono 56. Ridimensionamento - in linea con una sorta di «spendig review» - che viene dall’orientamento della Cassazione che applica in maniera restrittiva un codicillo per cui se l’imputato ha in qualche modo concorso all’esito della sentenza a lui sfavorevole - poniamo facendo scena muta all’interrogatorio - non viene rimborsato. In termini assoluti e relativi, gli errori giudiziari si concentrano soprattutto a Napoli: 144 casi nel 2015 con 3,7 milioni di euro di indennizzi. A Roma 106 casi (2 milioni). Bari: 105 casi (3,4 milioni). Palermo: 80 casi (2,4 milioni). La situazione pare migliorare al Nord: per Torino e Milano rispettivamente 26 e 52 casi per 500 mila e 995 mila euro di indennizzi. Alla detenzione si accompagna il processo, che può durare anni. Quando l’errore subito viene accertato, la vita ormai è cambiata per sempre. C’è chi riesce a rialzarsi, magari realizzando un obiettivo rimasto per tanto tempo inespresso. E chi resta imbrigliato nell’abbandono dei familiari, nella perdita del lavoro, nella necessità di tirare a campare con la pensione.

Carceri "Negli ultimi 50 anni incarcerati 4 milioni di innocenti". Decine di innocenti rinchiusi per anni. Errori giudiziari che segnano le vite di migliaia di persone e costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali, scrive Romina Rosolia il 29 settembre 2015 su "La Repubblica". False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona. E' così che decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse - ingiustamente - dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali italiane. Quanto spende l'Italia per gli errori dei giudici? La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con formula piena. Solo nel 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3% dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012, lo Stato ha dovuto spendere 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente detenuti negli ultimi 15 anni. In pole position nel 2014, tra le città con un maggior numero di risarcimenti, c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi). Errori in buona fede che però non diminuiscono. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sarebbero 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Sui casi di mala giustizia c'è un osservatorio on line, che dà conto degli errori giudiziari. Mentre sulla pagina del Ministero dell'Economia e delle Finanze si trovano tutte le procedure per la chiesta di indennizzo da ingiusta detenzione. Gli errori più eclatanti. Il caso Tortora è l'emblema degli errori giudiziari italiani. Fino ai condannati per la strage di via D'Amelio: sette uomini ritenuti tra gli autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta il 19 luglio 1992. Queste stesse persone sono state liberate dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi in regime di 41 bis. Il 13 febbraio scorso, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. Altri casi paradossali. Nel 2005, Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini, venne condannata con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Tra gli ultimi casi, la carcerazione e la successiva liberazione, nel caso Yara Gambirasio, del cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l'omicidio della ragazza. Sono fin troppo frequenti i casi in cui si accusa un innocente? Perché la verità viene fuori così tardi? Perché non viene creduto chi è innocente? A volte si ritiene valida - con ostinazione - un'unica pista, oppure la verità viene messa troppe volte in dubbio. Forse, ampliare lo spettro d'indagine potrebbe rilevare e far emergere molto altro.

Ma veniamo al caso "Sollecito".

I rischi della difesa, scrive Ugo Ruffolo il 12 febbraio 2017 su"Quotidiano.net". La decisione sembra salomonica: Sollecito, assolto per il rotto della cuffia, viene liberato ma non risarcito per la ingiusta pregressa detenzione. Quattro anni, per i quali chiede 500.000 euro. Sollecito dovrebbe ringraziare il cielo di essere libero e non forzare la mano, per non fare impazzire i colpevolisti. Ma Salomone non abita nei codici. I quali sarebbero un sistema binario. O tutto, o niente. Se sei assolto, non importa come, la ingiusta detenzione ti deve essere risarcita. C’è però l’articolo 314 del c.p.c., il quale prevede una sorta di concorso di colpa del danneggiato, che neutralizzerebbe la sua pretesa al risarcimento. Come dire: se sei assolto, ma per difenderti hai mentito o ti sei contraddetto, allora sei tu ad aver depistato polizia e giudici, o ad aver complicato il loro lavoro. Se ti hanno prima condannato e poi assolto, e dunque se hai fatto quattro anni di carcere ingiustamente, la colpa è anche tua; e questo ti impedirebbe di chiedere il risarcimento (come dire: un po’ te la sei voluta). Sembrerebbe giusto, almeno in linea di principio. Ma sorge il problema che, assolto in penale l’imputato, in sede civile viene processata la sua linea difensiva, ai fini di accordargli o meno risarcimento da ingiusta detenzione. In altri termini ciascuno è libero di difendersi come crede, anche depistando o mentendo (potrebbe essere talora funzionale alla difesa nel caso concreto). Ma chi sceglie questa linea si espone al rischio di vedersi poi rifiutato il risarcimento. È quanto obbietta a Sollecito l’ordinanza della Corte d’Appello, ricostruendo quella storia processuale come costellata di depistaggi, imprecisioni, contraddizioni e menzogne. Che talora Sollecito aveva ammesso, giustificandosi con l’essere stato, al tempo, “confuso”. I suoi avvocati annunciano ricorso in Cassazione, per contestare come erronea quella ricostruzione processuale. Dovrebbero avere, credo, scarsa possibilità di vittoria. Salomone, così, rientrerebbe dalla finestra ed i colpevolisti eviterebbero di impazzire. Ma quel che turba, è un processo che si riavvolta su se stesso, cannibalizzandosi: processo del processo del processo (e anche, processo nel processo nel processo). Come riflesso fra due specchi all’infinito. 

Sollecito, no ai risarcimenti. Non è abbastanza innocente. La Corte d'appello di Firenze nega 500mila euro per 4 anni di cella: «Troppi silenzi e menzogne», scrive Annalisa Chirico, Domenica 12/02/2017, su "Il Giornale". Per la giustizia italiana puoi essere innocente e, a un tempo, colpevole. La Corte d'appello di Firenze ha rigettato la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito. Il dispositivo, pubblicato dal sito web finoaprovacontraria.it, s'inserisce nel solco della cosiddetta giurisprudenza sul concorso di colpa. In sostanza, il cittadino che, ancorché assolto, abbia contribuito con dolo o colpa grave a indurre in errore inquirenti e magistrati, vede ridimensionato il proprio diritto a ottenere un risarcimento per la detenzione ingiustamente inflitta. Nel caso di Sollecito, quattro anni di carcere e un'assoluzione definitiva, questo diritto si annulla, si polverizza, nessun risarcimento, non un euro, niente. Per i giudici della terza sezione penale, «le dichiarazioni contraddittorie o false e i successivi mancati chiarimenti» da parte del giovane laureatosi ingegnere dietro le sbarre avrebbero contribuito all'applicazione e al mantenimento della misura cautelare. Ma quali sarebbero le dichiarazioni «menzognere»? «Io non mi sono mai sottratto agli interrogatori - commenta al Giornale il protagonista, suo malgrado, dell'ennesimo colpo di scena in un'odissea giudiziaria durata quasi dieci anni Ho letto la decisione, sono sbigottito. Avverto l'eco della sentenza di condanna, forse sono affezionati agli errori giudiziari». Sollecito è scosso, non se l'aspettava. «Credevo di aver vissuto le pagine più nere della giustizia italiana. Devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata». Nelle ore successive al ritrovamento del cadavere di Meredith Kercher, la studentessa inglese barbaramente uccisa nell'appartamento di via della Pergola nel 2007, Sollecito risponde alle domande di chi indaga, cerca di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti suoi e di Amanda, la ragazza americana che frequenta da una settimana, prova a fissare gli orari di ingresso e uscita dal suo appartamento perugino, se Amanda si sia mai assentata nel corso della notte, se il padre gli abbia telefonato dalla Puglia verso l'ora di cena o prima di andare a dormire, Raffaele non si sottrae ma fatica a ricordare con esattezza, si contraddice, giustifica l'imprecisione ammettendo di aver fumato qualche canna come fanno gli universitari di mezzo mondo, nel corso dell'interrogatorio di garanzia dinanzi al gip dichiara: «Ho detto delle cazzate perché io ero agitato, ero spaventato e avevo paura. Posso dire che io non ricordo esattamente quando Amanda è uscita, se è uscita non ricordo». Ma c'è di più. Nell'ordinanza di 12 pagine, si legge che il silenzio mantenuto dall'indagato dopo l'interrogatorio di garanzia Sollecito fu tenuto per sei mesi in isolamento avrebbe contribuito a indurre in errore i giudici. In altre parole, l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di un'innocenza a metà: Sollecito è ancora sotto processo. Per spazzare via ogni dubbio, si afferma che la stessa sentenza di assoluzione emessa dalla Cassazione avrebbe rinvenuto «un elemento di forte sospetto a carico del Sollecito» a causa delle dichiarazioni contraddittorie. Non vi è traccia invece delle censure espresse dai supremi giudici sull'operato dei pm: «clamorose défaillance o amnesie investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine», scrivono gli ermellini. Per l'omicidio della Kercher un cittadino ivoriano sconta una condanna definitiva a sedici anni di carcere. Ormai la cultura del sospetto ha inghiottito quella del diritto, è la stessa che fa dire candidamente al presidente dell'Anm Davigo che pure gli innocenti sono colpevoli.

Innocenti di serie B, scrive Claudio Romiti il 14 febbraio 2017 su “L’Opinione. Destando un certo scalpore, soprattutto tra quei cittadini avvertiti che credono in una visione garantista della giustizia, la Corte d’Appello di Firenze ha negato qualunque risarcimento a Raffaele Sollecito per l’ingiusta detenzione. Quattro interminabili anni passati dietro le sbarre che, per una persona vittima di una ricostruzione dei fatti a dir poco surreale, devono essere sembrati un inferno. Così come un inferno, che in alcuni aspetti continua a sussistere per il giovane ingegnere informatico pugliese, è stato il lunghissimo iter processuale, fortemente inquinato da un forte pregiudizio mediatico che ancora oggi fa sentire i suoi effetti presso una parte dell’opinione pubblica disposta a bersi qualunque pozione colpevolista. In estrema sintesi i giudici di Firenze hanno stabilito, bontà loro, che il comportamento iniziale del Sollecito, considerato eccessivamente ambiguo e, in alcuni casi, menzognero, avrebbe indotto gli inquirenti perugini in errore, convincendo questi ultimi - aggiungo io - a mettere in piedi un castello di accuse fondato sul nulla, visto che nella stanza del delitto non furono ritrovate tracce dei due fidanzatini dell’epoca, contrariamente alle decine e decine di evidenze schiaccianti a carico di Rudy Guede. Quest’ultimo, considerato ancora oggi da molti analfabeti funzionali di questo disgraziato Paese solo un capro espiatorio dell’atroce delitto di Perugia, vittima dei soliti poteri forti capitanati dalla Cia, fino a coinvolgere la longa manus di Donald Trump, il quale in passato si era interessato del caso.

Sta di fatto che Raffaele Sollecito, pur essendo scampato ad uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana, viene considerato oggi, negandogli alcun risarcimento, un innocente dimezzato. Un mezzo colpevole che avrebbe cagionato le sue disgrazie per non aver fornito in modo chiaro le ragioni della sua innocenza. Tant’è che persino il silenzio mantenuto dall’imputato dopo l’interrogatorio di garanzia, come sottolinea Annalisa Chirico sul “Il Giornale”, avrebbe indotto i giudici nell’errore. “In altre parole - commenta la stessa Chirico - l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di una innocenza a metà”. E se la decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti viene valutata in questo modo, ciò significa che nelle nostre aule giudiziarie ancora aleggia quell’idea molto medievale dell’inversione della prova. In un evoluto sistema giudiziario, al contrario, spetta sempre all’accusa dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di qualunque imputato. E se questo non accade, proprio perché siamo tutti innocenti fino a prova contraria, le conseguenze fisiche, morali e finanziarie di una accusa caduta nel nulla non possono ricadere sulla testa di chi l’ha pesantemente subìta. Da questo punto di vista, dopo l’annuncio del ricorso in Cassazione presentato dall’avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, dobbiamo sempre sperare, al pari del mugnaio di Potsdam, che ci sia sempre un giudice a Berlino.

Ma quale è il comportamento contestato a Raffaele Sollecito?

Si legge il 11 Febbraio 2017 su “Il Tempo”. "Credevo di aver vissuto le pagine più nere della Giustizia Italiana, ma nonostante la Cassazione mi ha dichiarato innocente, devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata. Ripeto, la Cassazione aveva sottolineato l'esistenza di gravissime omissioni in questo processo e di defaillance investigative". Così Sollecito - assolto dall'accusa di aver partecipato all'omicidio di Meredith Kercher - commenta sul suo profilo Facebook. "Riprendono in toto la sentenza di condanna di Firenze, piena di errori fattuali ingiustificabili - scrive ancora Sollecito - Adesso questi giudici non tengono minimamente conto di sentenze in cui è acclarato il clima di violenza durante gli interrogatori. Non mi sono mai sottratto ad un interrogatorio e dire che non mi hanno ascoltato è soltanto una scusa, visto che ho fatto mille dichiarazioni spontanee". Per l'avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, la decisione della Corte d'appello di Firenze «si caratterizza per una serie consistente di errori. Basterebbe pensare che esclude il diritto al risarcimento sulla base delle dichiarazioni che avrebbe reso Sollecito e dimentica che esistono delle sentenze in cui è stato attestato che addirittura, nell'ambito della questura, furono fatte pressioni e violenze alla Knox e Sollecito proprio nel momento in cui rendevano queste dichiarazioni». «Non c'è un solo cenno sulla situazione in questura - aggiunge il legale - Inoltre, l'ordinanza dimentica che le dichiarazioni non possono in nessun modo aver inciso sull'ingiusta detenzione perché non sono state citate come decisive nei provvedimenti restrittivi in cui si faceva invece riferimento ad altri elementi. Infine, in sede di dibattimentale, Sollecito non ha reso alcun esame quindi non si vede come le sue dichiarazioni possano aver causato il diniego di libertà in quella fase. È una sentenza - conclude il legale - che verrà immediatamente impugnata in Cassazione».

Insomma, la Corte di Appello di Firenze, volutamente e corporativamente non ha tenuto conto del clima di violenza e coercizione psicologica che sollecito ha subito nelle fasi in cui gli si contesta un atteggiamento omissivo e non collaborativo.

In ogni modo. Se a Firenze a Sollecito si contesta un comportamento in cui abbia «concorso a causarla» (l'illegittima detenzione), rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere», come se non fosse nel suo sacrosanto diritto di difesa farlo, ancor più motivato, plausibile e condivisibile sarebbe stato il diniego alla richiesta dell'indennizzo di fronte ad una vera e propria confessione.

Invece si dimostra che in Italia chi esercita impropriamente un potere, pur essendo solo un Ordine Giudiziario, ha sempre l'ultima parola per rivalersi da fallimenti pregressi.

Giuseppe Gulotta, risarcito con 6,5 milioni di euro dopo 22 anni in carcere da innocente. Il muratore di Certaldo (Firenze) è stato condannato nel 1976 per duplice omicidio e assolto nel 2012. La Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto l'indennizzo. L'avvocato aveva chiesto 56 milioni di euro, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 14 aprile 2016. Sei milioni e mezzo di euro di risarcimento per aver trascorso 22 anni in carcere da innocente. La corte d’appello di Reggio Calabria ha stabilito l’indennizzo per Giuseppe Gulotta, il muratore di Certaldo (Firenze) accusato di aver ucciso due carabinieri e poi assolto nel 2012. La richiesta di Gulotta, attraverso il legale Pardo Cellini, ammontava a 56 milioni di euro. “Stiamo valutando un ricorso in Cassazione”, ha spiegato l’avvocato. “Se da un lato siamo soddisfatti perché con la decisione dei giudici di Reggio Calabria finisce questo lungo percorso, dall’altro non ci soddisfa che sia stato riconosciuto un indennizzo e non un risarcimento”. “Per trentasei anni sono stato un assassino”, aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta, “dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere”. Nel 1976, a 18 anni, Gulotta fu condannato per il duplice omicidio di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, avvenuto nella caserma Alkmar di Alcamo Marina, in provincia di Trapani.

In carcere in Toscana da innocente, crea una fondazione per le vittime degli errori giudiziari. Giuseppe Gulotta fu condannato per l'omicidio di due carabinieri. Dopo 40 anni ha ricevuto i 6,5 milioni di indennizzo dallo Stato, scrive Franca Selvatici il 17 gennaio 2017 su "La Repubblica". È arrivato finalmente l'indennizzo dello Stato per Giuseppe Gulotta e per la sua vita devastata da un tragico errore giudiziario. In tutto 6 milioni e mezzo di euro, che dopo anni di carcere, di disperazione e di difficoltà economiche permetteranno all'ex ergastolano, accusato ingiustamente dell'atroce esecuzione di due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, trucidati il 26 gennaio 1976 nella piccola caserma di Alcamo Marina, di assicurare un po' di agiatezza alla moglie Michela e ai figli e di aiutare chi, come lui, è finito in carcere innocente. Giuseppe Gulotta, nato il 7 agosto 1957, aveva poco più di 18 anni quando finì nel "tritacarne di Stato". Chiamato in causa con altri da un giovane che, dopo essere stato trovato in possesso di armi, fu torturato, costretto a ingoiare acqua, sale e olio di ricino e a subire scosse elettriche ai testicoli, anche lui fu incatenato, circondato da "un branco di lupi", picchiato, insultato, umiliato e torturato, finché - come ha raccontato nel libro Alkamar scritto con Nicola Biondo e pubblicato da Chiarelette - "sporco di sangue, lacrime, bava e pipì" - non ha firmato una confessione che, seppure ritrattata il giorno successivo, gli ha distrutto la vita. Il 13 febbraio 1976 fu arrestato e dopo ben nove processi il 19 settembre 1990 fu condannato definitivamente all'ergastolo. Scarcerato nel 1978 per decorrenza dei termini della custodia cautelare, era stato allontanato dalla Sicilia. I genitori lo mandarono in Toscana, a Certaldo, e qui - fra un processo e l'altro - Giuseppe ha conosciuto Michela, sua moglie, che gli ha dato la forza di resistere nei 15 anni trascorsi in carcere. Nel 2005 ha ottenuto la semilibertà. Sarebbe comunque rimasto un "mostro" assassino se nel 2007 un ex carabiniere non avesse deciso di raccontare le torture a cui aveva assistito. Da allora Giuseppe - assistito dagli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini - ha intrapreso l'impervio percorso della revisione del processo. Il 13 febbraio 2016 - esattamente 40 anni dopo il suo arresto - è stato riconosciuto innocente e assolto con formula piena dalla corte di appello di Reggio Calabria. Quattro anni più tardi, il 12 aprile 2016, dopo altre estenuanti battaglie gli è stato definitivamente riconosciuto l'indennizzo di 6 milioni e mezzo a titolo di riparazione dell'errore giudiziario. Anche gli altri tre giovani condannati come lui sono usciti assolti dal processo di revisione, incluso Giovanni Mandalà, morto in carcere disperato nel 1998. Per i suoi familiari lo Stato si appresta a versare un indennizzo record, il più alto mai riconosciuto in Italia: 6 milioni e 600 mila euro.

Ecco come la giustizia in Italia sia strabica. A Firenze il silenzio vale il diniego all’indennizzo; a Reggio Calabria una confessione di colpevolezza vale una elargizione del medesimo.

AMANDA KNOX: IL PROCESSO DEL SECOLO SECONDO NETFLIX.

Netflix ricostruisce il caso Amanda Knox con un documentario pronto a suscitare scalpore, tra immagini inedite e testimonianze dirette, scrive Sara Sagrati il 29 Settembre 2016. 1° novembre 2007. A Perugia, nella casa che condivideva con altre studentesse straniere, viene trovato il corpo senza vita della giovane britannica Meredith Kercher. A farne la triste scoperta, la coinquilina americana Amanda Knox, in Italia da poche settimane, che da lì a breve diventerà la protagonista di quello che sarà chiamato "il processo del secolo". Il nuovo documentario originale Netflix Amanda Knox, disponibile worldwide a partire dal 30 settembre, ripercorre il caso giudiziario che tenne il mondo con il fiato sospeso, ricostruendolo attraverso immagini inedite al grande pubblico e testimonianze dirette della protagonista, Raffaele Sollecito, Giuliano Mignini pm a capo delle indagini e convinto colpevolista, Nick Pisa primo giornalista sulla scena del crimine e Valter Biscotti avvocato di Rudy Guede. Il film, presentato in anteprima a Milano alla presenza dei registi Rod Blackhurst e Brian McGinn, è il risultato di 5 anni di lavoro sul campo, passato tra America, Italia e Inghilterra. Nonostante l'ipermediaticità del caso Amanda Knox il film risulta inedito. Un lavoro ben visibile e di grande impatto, che rappresenta il punto di forza dell'opera, tanto da suscitare una prima e forte sensazione di risposta alla visione: possibile che una delle vicende più seguite dalla stampa di tutto il mondo possa fornire così tante novità? Eppure, nonostante l'ipermediaticità del caso Amanda Knox il film risulta inedito. Blackhurst e McGuinn sono gli unici ad aver recuperato le immagini girate sulla scena del crimine da Amanda e poi usate dagli inquirenti per le indagini, sono i primi a mostrare le ricostruzioni fatte dalla scientifica, ma anche gli unici a essere presenti a casa Knox, a Seattle, alla lettura del verdetto della cassazione. «I documenti sono tutti autentici - ci ha detto Rod Blackhurst - e li abbiamo trovati spulciando l'archivio di tribunali e forze dell'ordine. Si tratta di immagini disponibili e a disposizione di chi sa cercare». Da questo punto di vista il documentario è davvero straordinario e permette agli affamati di cronaca nera di saziare diversi tipi di appetito. C'è infatti l'aspetto macabro appagato da filmati e ricostruzioni, ma anche parti destinate a istillare indignazione, empatia e compassione. E forse questo è il punto debole del film. L'affetto per Amanda straborda nelle scelte di montaggio. Troppo concentrato a mettere insieme 5 anni di duro e onesto lavoro, Blackhurst e McGuinn si fanno pendere la mano e alla fine mettono insieme un manifesto di innocentismo che cede verso l'affetto nei confronti della protagonista assoluta Amanda Knox, descritta come vittima sacrificale perfetta: fotogenica, stramba e promiscua. «Non volevamo dare giudizi, solo ricostruire i fatti nella maniera più oggettiva possibile, così come ci è apparsa nelle nostre ricerche». Così hanno dichiarato al termine della proiezione stampa i due registi e, oggettivamente, è quello che fanno, ma l'affetto nei confronti della protagonista straborda nelle scelte di montaggio. A lei è dedicato l'incipit, a lei è dedicato lo struggente finale. Amanda è l'unica a dare giudizi sull'accaduto, a ipotizzare motivi della sua incarcerazione, è l'unica a pronunciare parole affettuose. Raffaele Sollecito, forse a causa di un inglese non proprio perfetto, è quasi una comparsa, il pm Giuliano Mignini risulta sincero e onesto quanto incompetente, mentre il giornalista Nick Pisa diventa il vero cattivo della situazione, grazie a una serie di dichiarazioni che evitiamo di anticipare per non spoilerare "il piacere" della scoperta. Consigliatissimo ai colpevolisti convinti. Amanda Knox è un documentario decisamente televisivo, che cinematograficamente soffre la propria struttura da "teste parlanti". Dalla sua però può vantare una ricostruzione dei fatti molto ben documentata, che va ben oltre la copertura mediatica di cui il "processo del secolo" è stato vittima. Coprodotto e distribuito da Netflix, il documentario Amanda Knox sembra voler continuare quel viaggio intorno all'ingiustizia inaugurato da Making a Murder. Eppure il regista Brian McGinn ci ha assicurato che il film fu proposto alla piattaforma prima che proponesse la docu-serie sul caso Avery. «Avevo lavorato a Chef's Table - ci ha detto - e ho proposto il progetto a Netflix che ha subito accettato, anche se il film era già in fase di ultimazione. Quindi non conoscevamo Making a Murder e non possiamo sapere se Netflix ha in mente un progetto di racconto sull'ingiustizia». Spogliando la storia di eccessiva morbosità e allontanandosene in senso temporale, Amanda Knox ha comunque il pregio di raccontare una storia e di farlo in maniera professionale. Consigliatissimo ai colpevolisti convinti che potranno mettere alla prova le proprie convinzioni... e oggigiorno non è affare da poco. Il film Netflix Amanda Knox riesce nell'intento di informare e ricostruire la vicenda passata alla storia come il processo del secolo, ma nonostante il grande valore del materiale inedito e delle testimonianze dirette raccolte in 5 anni di lavoro, cinematograficamente il film non va oltre al buon documentario tv. Consigliatissimo ai colpevolisti accaniti.

Raffaele Sollecito: “Io e Amanda Knox vittime vive”, scrive "Blitz Quotidiano" il 30 settembre 2016. “Io e Amanda Knox siamo le vittime vive del caso Kercher”. A dirlo è Raffaele Sollecito, tornato alla ribalta suo malgrado a casa della fiction Netflix che si chiama “Amanda Knox”. Sollecito, intervistato dalla Bbc, ha detto: “Ho bisogno di ricostruire la mia immagine e la mia vita, ho la necessità di raggiungere il più vasto numero di persone per dire loro: ‘Ehi, sono un bravo ragazzo’. La gente non ha davvero capito quale fosse la verità sul caso. Non hanno mai voluto conoscere nulla di noi. Sì, la vittima è stata Meredith Kercher ma ci sono altre due vittime in questo caso e sono vive”. Racconta la sua come una vita alla giornata: “Non penso al mio futuro, alla mia vita, a nulla. Riesco a pensare solo a ciò che farò entro un mese. Dal mese dopo, cascasse pure il mondo, non mi interesso. Non riesco a pensare all’anno prossimo”. Sull’attuale rapporto con la Knox, Sollecito dice: “Abbiamo un buon rapporto anche se non parliamo molto, a causa della distanza che ci separa”. Recentemente, intervistato al Caffè della Versiliana di Marina di Pietrasanta (Lucca), Sollecito ha detto: “Le spese legali sostenute da me negli otto anni di processo ammontano a circa un milione e trecentomila euro: la mia famiglia è ancora indebitata per oltre 400 mila euro. Mi padre è un chirurgo, un professionista: durante questi otto anni di processi abbiamo dovuto vendere proprietà di famiglia, e metterci in condizioni poco agevoli”. “Ho vissuto più di 200 udienze, una infinita battaglia a livello giuridico e a livello di vita personale. Ho passato sei mesi in isolamento, tre anni e mezzo in un carcere di massima sicurezza. In carcere ho avuto problemi di panico, problemi cognitivi. Così dopo l’isolamento chiesi il trasferimento e mi mandarono in un carcere di massima sicurezza con gente condannata per omicidio, a, violenze efferate”. “Il bacio dato ad Amanda? Non c’era nessuna passione, era un bacio di conforto”. Così Raffaele Sollecito ha poi spiegato il bacio dato a pochi giorni dall’omicidio Kercher ad Amanda Knox fuori dalla villetta dello stesso Sollecito. “Nessuno mi ha mai chiesto perché ci baciammo, io e Amanda, quel giorno davanti la villetta. In realtà Amanda era di Seattle, dall’altra parte del mondo. Non aveva nessuno, a parte me. La conoscevo soli da cinque giorni. Quel mio bacio era semplicemente un bacio di conforto, non c’era alcuna passionalità. In quei momenti le dicevo ‘stai tranquilla, fino a che non tornano i tuoi cercherò di aiutarti io’. Cercavo di tranquillizzarla e darle conforto”. “Pochi sanno che io e Amanda non abbiamo neanche visto la scena del delitto. Quando hanno sfondato la porta noi eravamo le ultime persone in fondo al corridoio. Quello che ricordo sono le facce sconvolte dei ragazzi che avevano sfondato porta. Ma i giornali e i social queste cose non le hanno raccontate. E nessuno sa che io e Amanda ci eravamo conosciuti solo cinque giorni prima”.

E intanto il prossimo 20 ottobre davanti alla Terza Sezione della Corte d’Appello di Firenze inizierà il processo per la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione intentata da Raffaele Sollecito. E’ la sera dei conti, in tutti i sensi. Gli avvocati Luca Maori e Giulia Bongiorno, che assistono Raffaele, chiedono il massimo consentito dalla legge per “le sofferenze patite, di grado massimo” in quattro anni in cella da innocente valgono cinquecentosedicimila euro. Sollecito si troverà ancora di fronte il Procuratore generale Alessandro Crini (che condusse l’appello-bis, ottenendo la condanna poi azzerata definitivamente dai giudici di Cassazione). Si preannuncia una partita difficile, a colpi di “accuse” agli inquirenti che seguirono le indagini e di rimpalli con i comportamenti durante le varie fasi del comportamento dell’ex studente pugliese.

Amanda Knox in tv: quelle lacrime che lasciano impassibili, scrive Rosa Maiuccaro su "Vanity fair". «O sono una psicopatica travestita da pecora, o sono voi»: inizia con queste parole il racconto di Amanda Knox, protagonista dell’omonimo documentario che Netflix ha deciso di dedicare al celebre caso di cronaca nera. Era il 1° novembre 2007 quando il corpo senza vita di una giovane studentessa inglese, Meredith Kercher, viene rinvenuto nella sua casa di Perugia, la location scelta per il suo Erasmus. Per il brutale omicidio furono inizialmente indiziati la studentessa americana Amanda Knox, sua coinquilina, e Raffaele Sollecito, che da pochi giorni frequentava assiduamente. Le versioni contraddittorie fornite alla polizia dalla coppia danno vita ad un iter giudiziario infinito e travagliato, un processo mediatico senza precedenti e una caccia alle streghe che troverà in Amanda la vittima preferita. Proprio su quest’ultimo aspetto della vicenda si concentra il bel documentario di Rod Blackhurst e Brian McGinn che non offre un ritratto apologetico della principale indiziata dell’assassinio, bensì un’attenta e brillante analisi di quanto la stampa scandalistica e la spasmodica curiosità popolare possano influenzare il regolare svolgimento di un processo. Dopo The Jinx, Serial e Making a Murderer, passando per American Crime Story sul caso O.J.Simpson, il genere crime si arricchisce di un nuovo capitolo. Come dimostra la recente intervista rilasciata da Rudy Guede - al momento l’unico condannato per l’omicidio di Meredith - a Franca Leosini, il clamore per la tragedia perugina non accenna a diminuire a quasi dieci anni dall’accaduto. Le immagini di repertorio, le intercettazioni telefoniche, le riprese dalla scena del crimine riaccendono il ricordo di uno dei crimini più sconvolgenti della storia recente. Il documentario cede la parola ai diretti protagonisti. Ad un’Amanda Knox che tenta (invano) di stabilire un rapporto di empatia con lo spettatore mentre è intenta a preparare polpette nel suo tetro appartamento di Seattle. A Raffaele Sollecito, ancora incapace di esprimersi in un inglese comprensibile. A Giuliano Mignini, il pm che pur avendo guidato le indagini più deplorevoli della storia, si vanta del proprio intuito alla Sherlock Holmes. E al giornalista del Daily Mail Nick Pisa che ride compiaciuto del suo lavoro per il noto tabloid britannico che, dal giorno dell’omicidio in poi, non ha smesso di manipolare l’opinione pubblica calunniando in più di un’occasione la Knox. Le sue abitudini sessuali (o presunte tali), il suo look, il carattere ribelle («era un po’ anarcoide», afferma singolarmente Mignini): nulla che la riguardasse non è stato oggetto di pubblica vessazione. «Rudy Guede? La sua storia non interessava a nessuno. L’attrazione del processo era Amanda», pontifica spavaldo Pisa. Pur non essendo esenti da colpe, ognuno continua a perorare la propria causa in un tutti contro tutti ridicolo e spiazzante («Chi si credono di essere gli americani per impartirci lezioni di giurisprudenza», si domanda stizzito uno degli inquirenti scatenando l’ilarità dello spettatore). Chi ha ucciso Meredith Kercher? Amanda è davvero implicata nell’omicidio? Non sono questi i quesiti a cui l’incisivo documentario tenta di rispondere. Ma piuttosto: chi ha privato le parole giustizia e dignità del loro significato? Ne consegue un’operazione talmente avvincente che, secondo alcuni critici, avrebbe perfino meritato l’approfondimento seriale. Sarebbe stato troppo. Si ride tanto guardando il documentario Amanda Know, non ci si scandalizza delle parole né delle azioni di nessuno, si rimane impassibili dinanzi alle lacrime di Amanda e basta una sola inquadratura del volto visibilmente provato della madre di Meredith per essere permeati da un’indicibile tristezza. Il dolore di chi è costretto a confrontarsi, in solitudine, con la realtà.

Amanda Knox – Considerazioni di Gabriele Gasnedi su “News art” sul documentario targato Netflix. Il 26 settembre abbiamo potuto assistere all’anteprima di Amanda Knox, documentario targato Netlix, che attraverso un’accurata ricostruzione degli eventi tenta di rimettere in discussione la rappresentazione dei fatti che i media internazionali produssero in seguito ai tragici eventi del 1° Novembre 2007. Attraverso un accorto utilizzo di immagini e video di repertorio, tra cui spicca materiale fino ad ora mai trasmesso nel nostro paese, avremo quindi modo di osservare e ricordare uno degli eventi di cronaca nera più discussi e controversi degli ultimi anni. Uno degli elementi che maggiormente colpiscono, al di là della crudezza e del forte impatto di alcune scene, è il profondo interesse da parte degli autori di esporre un nuovo punto di vista. Lo scopo di Rod Blackhurst e Brian McGinn, i due registi ed autori dell’opera, traspare difatti dal voler raccontare uno storia che non vuole sconvolgere lo spettatore rivelando scioccanti verità, ma semplicemente mettendo a nudo la personalità dei propri protagonisti. Per giungere ad un simile risultato era però necessario ripartire da zero.

"C'è chi dice che sono innocente e chi dice che sono colpevole. Se sono colpevole, sono la persona di cui ti devi spaventare, perchè sono la meno ovvia. Sono una psicopatica travestita da agnellino. Ma se sono innocente, allora sono te". Amanda Knox. Amanda Knox, a dispetto di quanto si possa immaginare dal titolo del documentario, non ne viene ad essere l’esclusiva protagonista. Le sue dichiarazioni vengono difatti affiancate a quelle di Raffaele Sollecito, Nick Pisa e Giuliano Mignini. Costoro intrecciano le loro identità con l’obiettivo di esporre allo spettatore una pluralità di punti di vista umani che si discostino dalla prepotenza mediatica spersonalizzante con cui il caso venne esposto al mondo intero. Ognuno di noi negli anni si è saputo costruire una propria versione dei fatti, versione che talk show e chiacchiere da bar hanno saputo valorizzare o smentire mentre milioni di spettatori sentivano il bisogno di conoscere la verità. Una risposta univoca e definitiva che il documentario non sente il dovere di trovare, dal momento che ci offre una visione più ampia di ciò che avvenne non solo quella fatidica sera, ma negli anni a venire.

"Cosa dovevo fare, ulteriori verifiche prima di pubblicare i pezzi che la davano per colpevole quando non lo era? Perdere l'esclusiva? Scrivevo quello che mi dicevano e se mi dicevano cose sbagliate dovevo pubblicarle". Nick Pisa. In pochi conosceranno il nome di Nick Pisa, eppure esiste un motivo decisamente valido per la sua presenza all’interno di quest’opera. Costui è un reporter del Daily Mail e per alcuni rappresenta uno dei principali fautori del fenomeno di massa che accompagnò il caso. Nel corso del documentario vengono quindi ad essere messi in rilievo e smascherati i retroscena legati al boom mediatico che ancora oggi mantiene una forte carica magnetica. Pisa assume fin da subito un ruolo “estraneo alla faccenda”, ma appare molto compiaciuto ed orgoglioso dei risultati da lui ottenuti nel tentativo di rendere globale la vicenda. Con una sincerità quasi spudorata ammette che le testate giornalistiche non hanno alcun interesse per le persone, ma solo per i fatti che li riguardano, e più tali fatti appaiono eclatanti maggiore è la necessità che la notizia venga pubblicata velocemente. Sembra quasi ammettere senza remore che viviamo in un’epoca in cui l’effettiva veridicità di una news può essere subordinata al primato e ciò implica che il quesito dominante non è più “in che modo si sono svolti i fatti?” ma “in che modo posso giungere per primo alla notizia?”. Pur essendo consapevoli che tale realtà esiste da tempo e ci permea, ci ha colto impreparati la forte sincerità di un reporter che solo apparentemente può definirsi “estraneo” al caso. Si vengono difatti a sviluppare notevoli riflessioni sul vero ruolo dei media all’interno dell’informazione libera e sulla loro capacità di modificare permanentemente uno o più aspetti di una vicenda già di per sè estremamente sfaccettata.

"Se sono innocenti auguro a loro di dimenticare. Se sono colpevoli ricordo che oltre la vita c'è un processo, senza appelli o revisioni". Giuliano Mignini. Giuliano Mignini fu il magistrato titolare a Perugia nell’inchiesta sull’omicidio di Meredith e per la prima volta ha deciso di rilasciare le sue personali dichiarazioni riguardo al caso proprio in questo documentario. Ci troviamo di fronte ad un uomo chiaramente devoto e grande appassionato di Sherlock Holmes, le cui orme cerca di seguire a giudicare dal modo in cui si mostra alla cinepresa con una pipa in bocca. Si tratta quindi di un personaggio complesso, al pari degli altri protagonisti che ci vengono ad essere presentati, ma non per questo non ne risalta il lato più umano. Seppur alcune sue affermazioni potrebbero apparire decisamente fuori luogo è indubbio che abbiamo modo di confrontarci con un individuo che mette in risalto gli elementi più macabri dell’intera vicenda. Attraverso i video della scientifica del 2007 e diverse riprese girate in tribunale abbiamo purtroppo la conferma che le indagini non furono compiute secondo canoni impeccabili. La grande partecipazione emotiva del giudice e la cura nella ricostruzione degli eventi donano al caso una nuova prospettiva e permettono allo spettatore di riconsiderare determinati aspetti della vicenda da una nuova prospettiva. L’opera si esprime quindi al pieno delle sue potenzialità e non lasciando nulla al caso crea una visione d’insieme più omogenea e consapevole.

"Ciò che volevamo davvero era poter raccontare una storia". Brad McGinn e Rod Blackhurst. I due registi ed autori di Amanda Knox hanno iniziato a raccogliere materiale a partire dal 2011 con il preciso scopo di apprendere di più su di un caso mediatico che si era imposto a livello internazionale per via delle sue profonde implicazioni. Volevano mostrare al mondo l’umano al di là della notizia, senza la presunzione di riuscire a scoprire una strabiliante verità o una scioccante rivelazione. La decisione di non presentare alcuna ricostruzione con attori per potersi affidare alle sole interviste con i diretti interessati ne è la prova più lampante. Il titolo stesso del documentario rimanda alla necessità per gli autori di scoprire per quale motivo la figura di Amanda avesse assunto una tale centralità ed una tale capacità di affascinare il pubblico. Rimettendo in discussione l’immagine generata dai media ci si immerge quindi nella personalità dei protagonisti, ma una volta tornati in superficie si ha la netta sensazione che costoro non possano essere pienamente compresi. Ciò non toglie che il documentario sia ricchissimo di dettagli che, a distanza di anni, possono essere colti ed assumere un’accezione diversa. Amanda Knox riesce quindi ad imporsi nell’attuale panorama documentaristico con decisione, mettendo in mostra la lungimiranza di Netflix e la qualità dei prodotti ad esso associati. Dal 30 Settembre vi invitiamo dunque caldamente alla visione di Amanda Knox, se non altro per poter constatare con i vostri occhi come spesso un’accusa o un’assoluzione siano atti umani (e di conseguenza potenzialmente fallibili).

“Così raccontiamo Amanda Knox una persona oltre la cronaca”. Arriva il documentario sull’americana e gli altri protagonisti del delitto di Perugia. I registi: «Tutti avevano una storia, ignorata dai media. Noi li abbiamo ascoltati». Amanda Knox, che ora ha 29 anni, nel documentario di Blackhurst e McGinn, che viene presentato domani al Toronto Film Festival; su Netflix sarà disponibile dal 30 settembre, scrive Gianmaria Tammaro l'8/09/2016 su “La Stampa”. Maglione largo, jeans attillati e stivaletti bassi; i capelli corti e un viso pulito, struccato, quasi inespressivo. Amanda Knox scende dall’auto, la chiude, entra in casa. Stacco. Ora è in cucina a tagliare verdure e a impastare polpette. C’è silenzio. Passano alcuni secondi, primi piani alternati a movimenti di camera; poi si sente una voce. È la voce di Amanda: «Prima dell’Italia, avevo una vita felice». Altro stacco. Lo sfondo si fa nero, poi compare un’altra Amanda, le immagini mosse e fuori fuoco: è bionda, più giovane, ammiccante e con il sorriso sulle labbra. È Amanda prima dell’Italia.  Il 30 settembre, su Netflix, arriverà Amanda Knox, il documentario diretto da Rod Blackhurst e Brian McGinn. È la storia del processo e dell’omicidio di Meredith Kercher ed è anche la storia delle persone che ne hanno fatto parte. Tutte. Da Amanda a Raffaele Sollecito, dall’accusa alla difesa, fino al giornalista Nick Pisa. Un’ora e mezza di riprese, interviste e immagini di repertorio; di ricostruzioni, ricordi e confessioni.  Amanda su tutti. Seguono Sollecito, gli avvocati e il pm Giuliano Mignini. È un documentario sulle persone: «Incontrandole, abbiamo capito che ognuna di loro aveva una storia da raccontare - spiega il regista Rod Blackhurst -. E che nella rappresentazione mediatica del caso, le persone mancavano». Tutto il resto - i titoli dei giornali, lo scontro tra innocentisti e colpevolisti - rimane in sottofondo: un sottofondo rumoroso e confuso, una matassa di pregiudizi e di sensazioni da cui i due registi riescono a tirar fuori un’altra storia. Non il diavolo dal viso d’angelo o la mangiatrice di uomini, o sesso assassino. Ma la storia del giornalismo che diventa sensazionalismo e della fame che abbiamo di mostri. Il caso nel caso.  «Le persone vogliono sapere chi è il cattivo, ne sono affascinate perché hanno paura», dice Rod. «La prima volta che abbiamo incontrato Amanda o Mignini, non sapevamo chi fossero - interviene Brian -. Avevamo letto e sentito tantissime cose su di loro, e non era facile capire quale fosse la verità. La prima cosa che abbiamo fatto è stato sederci con loro e parlare. E tutti i pregiudizi sono scomparsi». Tornano le persone, ancora una volta. Non i personaggi di un film; ma gli uomini e le donne di ogni giorno. «Con questo documentario - continua Brian – abbiamo cercato di arrivare alla sostanza. Non di risolvere un crimine. Volevamo capire perché una tragedia come questa, dove una giovane donna è stata uccisa, è diventata un caso internazionale».  Le riprese sono iniziate «nel 2011, a Perugia - racconta Rod -. Abbiamo fatto ricerche e abbiamo cominciato a incontrare persone. Poi abbiamo conosciuto Amanda, a Seattle, a casa di sua madre. Quello che abbiamo capito, e che diciamo anche nel film, è che ogni persona reagisce a modo suo e molto spesso non c’è nessun significato dietro una reazione». E un’idea, per quanto convincente, è solo un’idea. Supposizioni, ipotesi, possibilità in Amanda Knox non ci sono. Restano le parole, gli sguardi fissi in camera di Amanda, l’inglese traballante di Sollecito, le confessioni di Mignini: «Una volta – racconta – mi hanno fermato in strada, e mi hanno detto che sono il diavolo». Abbiamo pensato che questa storia non riguardasse solo Amanda o la giustizia italiana – dice Brian -. Durante il processo, i media stavano cambiando. Molte delle notizie arrivavano online e spesso tutto quello che i giornalisti volevano era saperne abbastanza per scrivere titoli che attirassero l’attenzione». Intrattenimento 2.0, dove non arriva la fiction o il cinema c’è la cronaca.

Si credeva Sherlock Holmes e voleva incastrare Amanda, scrive Davide Varì il 4 ottobre 2016 su "Il Dubbio". Il film racconta le indagini svolte dal pm Giuliano Mignini: un appassionato lettore di gialli che però ha ricevuto una sanzione di censura dal Csm per questa inchiesta. La giovane americana e Raffaele Sollecito sono stati alla fine assolti...È la storia di un disastro investigativo, il fermo immagine della sgangherata giustizia italiana: un po' cialtrona e un po' autoritaria. C'è il caos sulla scena del crimine e gli schiaffoni in questura; c'è l'arbitrio degli investigatori sedotti dalle loro stesse "intuizioni" e i giornalisti accampati notte e giorno sulle scale della procura in attesa del boccone da acchiappare al volo per farlo ingollare alla pubblica opinione. Poi c'è una vittima, Meredith Kercher, una ragazza di vent'anni sgozzata come un vitello. E la presunta colpevole: la sua coinquilina Amanda Knox, la biondina americana col viso d'angelo. Un "angelo seducente": l'assassina perfetta. Il documentario su Amanda che Netflix ha pubblicato on line in questi giorni, è il ritratto impietoso sul nostro sistema giudiziario. Ma a ben vedere il protagonista indiscusso di questa ora e mezza di docu-film, non né Amanda né Meredith ma il pm di Perugia che in quei giorni è "inciampato" sul delitto del secolo, come allora lo definì la stampa americana, sempre più preoccupata di capire in che razza di sistema giudiziario fosse incappata la propria concittadina: «Bhè, sapete, siamo in Italia», spiegavano ridacchiando gli esperti legali invitati nei talk show americani che si occupavano del caso. Ma torniamo in Italia, dal nostro investigatore, e al documentario di Netflix: «Io ho sempre avuto una grande passione per l'investigazione. Mi piacciono molto i film gialli e Sherlock Holmes perché sa cogliere particolari che sembravano insignificanti», spiega il pm fissando in modo grave la telecamera e avvicinando la pipa alla bocca. E c'è un primo particolare apparentemente insignificante che allora - è la mattina del 2 novembre 2007 - il nostro pm colse immediatamente osservando per la prima volta la scena del crimine. Il piumone che copriva "pudicamente" il corpo massacrato di Meredith non era lì per caso. C'era una ragione, una spiegazione. Quel gesto di pietà era un indizio: «Perché la ragazza è stata coperta?», si domanda retoricamente il pm. Risposta: «Una donna che abbia partecipato a un delitto tende a coprire il corpo di un'altra donna. A un uomo non verrebbe mai in mente...». Ed ecco dunque il primo tassello dell'indagine. Un tassello che l'investigatore ritiene fondamentale: grazie a questa sottile intuizione una buona metà dei presunti colpevoli - la metà maschile - viene infatti tolta di mezzo. Dunque inizia la caccia alla donna che prima ha sgozzato Meredith e poi ha coperto delicatamente il di lei corpo. E la prima donna che si affaccia sul luogo del delitto è proprio Amanda, e non poteva essere altrimenti visto che era la coinquilina di Meredith. Il secondo tassello, invece, è una visione, un'immagine sbirciata di nascosto ma gravida di significati: «Dal primo momento - spiega il pm ai documentaristi di Netflix - vidi i due ragazzi (Raffaele e Amanda) che si consolavano, si lasciavano andare a effusioni. Ma erano distonici rispetto al momento». Dunque, immaginiamo la scena: la casa del delitto è invasa da poliziotti e investigatori che cercano di isolare le prove. Lì fuori, nel giardino della villetta, ci sono Amanda e il suo fidanzato, Raffaele Sollecito. I due sanno che lì dentro c'è il corpo martoriato della loro amica. I due si abbracciano, si consolano a vicenda. L'intera scena è ripresa delle telecamere ed è evidente che in quelle carezze non c'è nulla di distonico se non la volontà di stare vicino l'un l'altro in un momento così terribile. Ma il pm ci vede qualcos'altro: quelle effusioni sono il segno inequivocabile di una "moralità" deviata. Ma c'è un terzo definitivo tassello, c'è un momento esatto in cui nella mente di chi indaga, quell'angelo biondo si trasfigura e diventa un diavolo. Quando, a poche ore dall'omicidio, portarono Amanda nella casa del massacro, lei iniziò a piangere e ad urlare: «Cominciò a sbattere le mani sulle orecchie come se ci fosse il ricordo di un suono, di un dolore, di un grido: il grido di Meredith». Insomma, secondo la terza e definitiva intuizione del pm quel pianto serviva a coprire le urla strazianti di Meredith che come fantasmi affollavano e tormentavano la mente omicida di Amanda. «Da quel momento - spiega ancora l'investigatore - io cominciai a pensare a lei...». Non solo: nel primo interrogatorio (24 ore passate sotto torchio in questura) il nostro pm che oramai è convinto della colpevolezza della ragazza, coglie un tratto del carattere di Amanda che, in qualche modo, conferma la sua tesi, le sue intuizioni, il suo teorema. «Amanda è una ragazza suscettibile - spiega sorpreso - non sopporta di essere messa in discussione, c'è un atteggiamento di tendenziale ostilità e di ribellione verso l'autorità. Insomma, è un po' anarcoide». E poi: «Non so se a Seattle (città natale di Amanda, ndr) c'è un atteggiamento del genere. Non so, può darsi?». A questo punto gli indizi ci sono tutti: la donna bella e diabolica, la moralità deviata e il disprezzo per l'autorità (tipico degli abitanti di Seattle). Tutto torna. Manca solo qualche inutile e seccante particolare: le prove. Ma tanto basta per portare Amanda e processo con l'accusa di aver ammazzato Meredith con l'aiuto del suo fidanzato, Raffaele Sollecito. Il resto è storia è nota. Dopo otto anni di processi e cinque sentenze, Amanda e Raffaele vengono assolti. Le motivazioni della Cassazione smontano pezzo per pezzo l'indagine parlando «di clamorose defaillance». Di «amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». E secondo i giudici quel disastro investigativo è dovuto soprattutto alla «spasmodica ricerca di colpevoli da consegnare all'opinione pubblica internazionale». Risultato: le vite di Amanda e Raffaele sono state distrutte e il pm con la passionaccia per Sherlock Holmes continua a indagare su nuovi misteriosi casi? Ps: nel dicembre del 2015 la Sezione disciplinare del Csm ha inflitto la sanzione della censura a Giuliano Mignini, il pm che ha condotto le indagini per l'omicidio di Meredith Kercher. La condanna è legata al fermo di Raffaele Sollecito e in particolare al divieto di conferire con il difensore che Mignini emise solo oralmente e non con un provvedimento scritto, come previsto dalle norme. Mignini fu difeso dall'attuale presidente dell'Anm: Piercamillo Davigo.

Amanda Knox: il documentario Netflix e le verità perdute. Il tanto pubblicizzato documentario uscito il 30 settembre è un altro pezzo del polverone mediatico. Due sentenze della corte d'appello, indagini confuse, le critiche dell'America e un incredibile clamore mediatico: questo è il caso Amanda Knox, la studentessa americana indagata per il delitto di Meredith Kercher a Perugia. Il documentario Netflix non aggiunge nulla di nuovo, scrive Chiara Barbo l'1 ottobre 2016 su “La Voce di New York". Il documentario Netflix su Amanda Knox tanto pubblicizzato in queste settimane non è altro che un ulteriore esempio di quel fenomeno mediatico che “il caso Amanda Knox” purtroppo è stato per nove anni. In un girone infernale di cattivi giornali (e televisioni naturalmente) e cattivi giornalisti che hanno speculato per anni su quel che è successo intorno all’uccisione di una ragazza (Meredith Kercher, studentessa inglese che all’epoca dei fatti condivideva l’appartamento con Amanda, a Perugia), contribuendo a creare innocenti e colpevoli, mostri e figure da rotocalco e puntando alla morbosità più profonda della gente, in questo girone infernale, dicevamo, anche i registi Rod Blackhurst and Brian McGinn hanno avuto il loro scoop, quello cioè di farsi raccontare da Amanda Knox, in esclusiva, a 8 anni di distanza, quel che è successo, la sua verità, intervistando oltre a lei alcuni tra i principali protagonisti di quel lungo processo. Ora, è evidente, dal documentario, uscito su Netflix il 30 settembre, ma anche semplicemente dalla sentenza delle due corti di appello, che la Polizia italiana nel caso del delitto di Meredith Kercher ha combinato un disastro quanto a incompetenza e negligenza nel condurre le indagini, sia da un punto di vista scientifico sia, sembra dal racconto della Knox, per quel che riguarda l’inammissibile condotta, nelle prime ore di interrogatorio della ragazza, tra intimidazioni e violenze fisiche ed emotive. Cose che tragicamente succedono ogni giorno in ogni angolo del mondo. Quello che sorprende però è che a questo documentario non interessa cercare di capire quale possa essere la verità ma piuttosto (ancora una volta, la milionesima, anche se forse con più garbo e con un buon impianto narrativo) andare a sollevare dubbi, creare qualche mistero, indugiare sulle sfumature, raccontando frammenti di parziali verità, creando personaggi su sfondo grigio che raccontano, tutti e sempre ambiguamente, il proprio punto di vista, tutti intenti a difendersi, a insinuare, ad accusare, ma la verità, quella non c’è. Non è compito di un documentario provare una verità giudiziaria, ma magari seguire un punto di vista, indagare alcuni aspetti rilevanti trascurati, o anche solo andare a fondo nei ragionamenti o nel cuore delle persone coinvolte, questo dovrebbe esserci in un documentario. E invece non c’è nulla di tutto questo. Soprattutto non nel caso di Amanda. Quel che Blackhurst and McGinn ci raccontano molto sommariamente è questo, fra interviste, telegiornali, qualche pittoresca ripresa di Perugia e stralci di un’Italia brutta, che grida e insulta fuori dal tribunale: una ragazza americana un pochetto squilibrata e non brillantissima, probabilmente innocente; un ragazzo italiano (Raffaele Sollecito, che su questo giornale abbiamo intervistato tre anni fa), probabilmente innocente anche lui, su cui è impossibile farsi un’opinione tanto è anonimo; un PM assolutamente inadeguato, sotto ogni aspetto, a condurre un’inchiesta su un caso come questo; un assurdo giornalista inglese belloccio che all’epoca fece lo scoop dell’anno per uno dei giornali peggiori e più letti del Regno Unito; un rancoroso avvocato che ha difeso l’unico condannato definitivamente e tutt’ora in carcere (anche se è stato stabilito che ad aver commesso l’omicidio erano in tre). E quasi in chiusura, qualche parola della madre di Meredith, sconcertata dalla lunghezza del processo, tra ricorsi e appelli vari, e dal verdetto finale, che nel 2015 ha definitivamente scagionato Amanda Knox e Raffaele Sollecito, per mancanza di prove se non circostanziali, per negligenza nelle indagini e perché i media hanno in qualche modo inficiato tutto il contesto — le motivazioni della Corte di Cassazione a questo proposito sono queste: non hanno “certamente giovato alla ricerca della verità” il “clamore mediatico” dell’omicidio e i “riflessi internazionali” che la vicenda ha avuto, che hanno provocato una “improvvisa accelerazione” delle indagini “nella spasmodica ricerca” di colpevoli “da consegnare all’opinione pubblica internazionale” (a questo proposito, ma in tutt’altro contesto, è interessante l’articolo di Paul Farhi sul Washington Post sul ruolo dei media). Ah sì, nel documentario a un certo punto compare anche Donald Trump, in un’intervista a una televisione americana di alcuni anni fa, in cui sostiene che il presidente degli Stati Uniti doveva intervenire nel processo e che bisognava in tutti i modi boicottare l’Italia. Ma questa è poco più che una nota di colore. Il dramma alla fine di tutto è che una ragazza è stata uccisa, e nemmeno questo documentario le ha in nessun modo reso giustizia.

RESOCONTO SUCCINTO DEL DELITTO DI PERUGIA.

Omicidio di Meredith Kercher. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. L'omicidio di Meredith Kercher (Londra, 28 dicembre 1985 - Perugia, 1º novembre 2007), noto anche come delitto di Perugia, è un caso di cronaca nera avvenuto a Perugia la sera del 1º novembre 2007. Meredith, studentessa inglese in Italia nell'ambito del progetto Erasmus presso l'Università di Perugia, fu ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all'interno della casa che condivideva con altri studenti. La causa della morte fu un'emorragia a seguito di una ferita al collo provocata da un oggetto acuminato usato come arma. Per l'omicidio è stato condannato in via definitiva con rito abbreviato il cittadino ivoriano Rudy Guede. Il processo ha avuto un iter giudiziario particolarmente travagliato. In primo grado, come concorrenti nell'omicidio, furono condannati dalla Corte d'Assise di Perugia nel 2009 anche la statunitense Amanda Knox, e l'italiano Raffaele Sollecito. I presunti coautori del delitto furono successivamente assolti e scarcerati dalla Corte d'Assise d'appello nel 2011 per non avere commesso il fatto (relativamente all'omicidio), mentre per Amanda Knox fu confermata la condanna a tre anni per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba (da lei accusato dell'omicidio e risultato estraneo ai fatti). Decisive furono le perizie che escludevano la certezza della presenza sulla scena del crimine dei due imputati. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura Generale di Perugia, il 26 marzo 2013 annullò la sentenza assolutoria d'appello e rinviò gli atti alla Corte d'Assise d'Appello di Firenze. Per il procuratore generale di Perugia Giovanni Galati, la sentenza di assoluzione era "da cassare" poiché minata da "tantissime omissioni", "errori" e, quindi, da "inconsistenza delle motivazioni". Il 30 gennaio 2014 la Corte d'Assise d'Appello di Firenze sancisce nuovamente la colpevolezza degli imputati condannando Amanda Knox a 28 anni e 6 mesi di reclusione e Raffaele Sollecito a 25 anni di reclusione e applicando a quest'ultimo la misura cautelare del divieto di espatrio con ritiro del passaporto. Il 27 marzo 2015 la quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, presieduta dal consigliere Gennaro Marasca, annulla senza rinvio le condanne a Raffaele Sollecito e Amanda Knox, assolvendoli per non aver commesso il fatto, affermando la "mancanza di prove" certe e la presenza di numerosi errori nelle indagini, e ponendo così fine al caso giudiziario. Il caso è ricordato anche a livello internazionale, per la grande risonanza mediatica nel mondo anglosassone (in particolare per la nazionalità di Meredith Kercher e Amanda Knox).

La vittima. Meredith Susanna Cara Kercher, nata il 28 dicembre 1985 a Southwark, Londra, residente a Croydon, Londra, era una studentessa presso l'Università di Leeds, presso la quale frequentava il corso di laurea in Studi Europei[5]. Era figlia di John Kercher, giornalista freelance britannico, e dell'ex moglie Arline, di origini anglo-indiane; aveva due sorelle e un fratello. Meredith aveva aderito al programma Erasmus, ed era giunta in Italia nel settembre 2007 per completare il corso. Meredith è sepolta nel cimitero di Croydon, alla periferia sud di Londra. L'Università per stranieri di Perugia ha istituito nel 2012 una borsa di studio alla memoria della studentessa. Il padre John Kercher ha dichiarato invece la volontà di costituire una fondazione.

Modalità e circostanze dell'omicidio. Meredith Kercher è stata assassinata la sera del 1º novembre 2007 nell'appartamento che condivideva con altre tre ragazze, una statunitense e due italiane, quella notte assenti. Dal primo esame dell'autopsia, il patologo Luca Lalli stabilì che la morte era "intervenuta a distanza di non più di 2-3 ore dall'ultimo pasto", a causa dell'emorragia carotidea o del successivo soffocamento causato dal sangue, il tutto in seguito a circa 47 coltellate subite. Sulla base delle testimonianze delle ragazze con le quali la vittima aveva trascorso il pomeriggio, Meredith aveva cominciato a consumare il pasto serale tra le 17,30 e le 18,00 per terminare non oltre le 19,30. L'ora della morte viene inizialmente stabilita tra le 21,00 e mezzanotte circa (alle ore 23,00-23,30 circa una vicina riferisce di aver sentito un urlo). Per la sentenza del 2009, il delitto avvenne tra le 23 e le 2 di notte (fissando le 23,15 come ora più probabile), mentre secondo la ricostruzione della difesa, accolta dalla prima sentenza d'appello (2011), la morte sarebbe invece da collocare tra le 21,30 e le 22,30, preferibilmente intorno alle 22,15. Secondo la sentenza del 2014, il delitto avvenne tra le 22,30 e le 23,30 circa: risulterà determinante la circostanza, in quanto potrà rendere valido l'alibi della presenza al computer di Sollecito e la presenza dei due giovani (da essi però negata) in piazza Grimana durante l'omicidio (secondo le sentenze di condanna, tra le 21,30 e le 23,30); pur essendo la piazza molto vicina, la sentenza di condanna del 2014 finì per favorire la tesi innocentista, in quanto, eliminando il riferimento alla mezzanotte e alle 2 di notte, rendeva difficile la consumazione dell'omicidio, che sarebbe stato effettuato in una manciata di minuti. La stessa sera in cui avvenne il delitto, una signora residente in via Sperandio ricevette una telefonata anonima da parte di un soggetto che le riferisce della presenza di una bomba nel suo bagno. La polizia, giunta sul posto intorno alle 21,45/22,00 del 1º novembre, orario in cui secondo i consulenti delle difese sarebbe avvenuto già l'omicidio, perlustrò il giardino e lasciò la villa tranquillizzando la signora. La mattina seguente la stessa signora consegnò alla Polizia Postale due cellulari ritrovati la mattina del 2 novembre abbandonati nel giardino di sua proprietà. Le informazioni ricavate da uno dei due cellulari indirizzarono gli agenti della Polizia Postale di Perugia verso la casa di Meredith Kercher, dove si recarono intorno alle ore 13,00 per riconsegnare i due cellulari alla proprietaria, Meredith Kercher. Al loro arrivo i poliziotti trovarono all'esterno della casa, seduti su una staccionata, Amanda Knox, coinquilina statunitense di Meredith Kercher, e il suo amico italiano, Raffaele Sollecito, con il quale la Knox aveva iniziato una relazione sei giorni prima. I due giovani dichiararono di essere in attesa dell'arrivo dei carabinieri, chiamati da Raffaele Sollecito con due telefonate successive (ore 12:51 e ore 12:53), asserendo che, avendo trovato il vetro di una finestra rotto e la porta di casa aperta, avevano sospettato un furto. I ragazzi, in apparente attesa dell'arrivo dei carabinieri, invitarono gli agenti della postale a entrare in casa. Durante l'ispezione giunsero in via della Pergola le altre due coinquiline allertate telefonicamente dalla Knox. Allarmati per la presenza in bagno di alcune tracce ematiche, constatando l'assenza di Meredith e la chiusura della porta della sua camera, venne sfondata la porta. Venne quindi rinvenuto il cadavere della ragazza, quasi interamente coperto da un piumone.

L'arresto di Knox, Sollecito e Lumumba. Il 5 novembre Amanda Knox viene portata in questura per essere interrogata come testimone, e solo in seguito viene formalmente accusata del delitto assieme a Sollecito e Patrick Lumumba, il titolare del bar dove Amanda lavorava. Raffaele Sollecito, che aveva chiamato i carabinieri, si presenta spontaneamente in questura come persona informata per rilasciare la sua dichiarazione, ma viene trattenuto come testimone, poi come indagato, venendo fermato e arrestato assieme alla Knox. Il motivo è che ha dichiarato che si trovava, forse, con la Knox, già accusata, anche se non ricordava molto bene la serata avendo fatto uso di droga. Afferma, in maniera confusa, che erano a casa sua e non in quella di Amanda, a guardare un film e al computer, che risulta difatti usato da qualcuno nel lasso di tempo. Secondo la sua dichiarazione, gli viene impedito inizialmente di chiamare un avvocato e suo padre, e viene, sempre a suo dire, minacciato e colpito da un poliziotto; gli vengono sequestrati il cellulare e un coltellino tascabile, che però non si rivelerà l'arma del delitto. A suo dire, Amanda, che vide brevemente, era completamente sconvolta. Secondo Mario Spezi e Douglas Preston, che riportano sempre le testimonianze dello stesso Sollecito, un poliziotto lo avrebbe minacciato gridandogli «se provi ad alzarti, ti pesto a sangue e ti ammazzo. Ti lascio in una pozza di sangue». A Sollecito venne fatto firmare un verbale in cui lui sosteneva che, la notte del delitto, Amanda era uscita da casa sua durante la notte per andare in via della Pergola. Raffaele e i suoi legali sostennero invece che aveva solo detto che, visto che lui dormiva, non poteva sapere che cosa avesse fatto la ragazza nello stesso tempo, pur sapendo che non poteva essere uscita, perché, non avendo le chiavi dell'appartamento, avrebbe dovuto suonare per rientrare. Questa parte fu omessa nel verbale. Secondo il suo racconto, Sollecito sarebbe stato con Amanda quella sera, ma non a casa di lei. Dalle 21,00 alle 21,30-22,00, lo studente sarebbe stato al computer a guardare un film d'animazione (un episodio dell'anime Naruto), come dimostrerebbe una schermata del PC (screenshot); quest'ultima prova fu presentata agli atti solo nel 2015. Poi Amanda lo avrebbe raggiunto e sarebbero rimasti lì. In seguito si disse che, tra le 21,30 e le 23,30, si sarebbero recati in piazza Grimana (dove furono visti dal clochard Antonio Curatolo; sebbene fosse una discrepanza, era però anche un possibile alibi, nonostante la vicinanza alla scena del delitto), poi di nuovo a casa di Raffaele dove, secondo Sollecito (che nega di essere andato in piazza), avrebbero fatto uso di marijuana, guardato il film Il favoloso mondo di Amélie, mangiato cena, infine letto un romanzo della serie Harry Potter e passato la notte insieme (dalle 23,30 circa in poi). Questo sarebbe accaduto mentre la vittima veniva uccisa, in via della Pergola; secondo le perizie informatiche, il pc portatile di Sollecito era comunque rimasto acceso dalle 18,30 fino alle 5,32. I computer di Meredith e Amanda furono invece danneggiati irreparabilmente durante le analisi informatiche degli inquirenti.

L'interrogatorio di Amanda Knox e il caso Lumumba. Gli interrogatori iniziali non furono registrati e non fu presente nessun avvocato, nemmeno durante le ore seguenti. Secondo i legali degli imputati, ciò era contrario alla legge, che impone la registrazione e la presenza del legale perché le dichiarazioni possano essere usate (queste procedure, di utilizzare e raccogliere dichiarazioni senza avvocato, in origine furono introdotte - tramite leggi apposite - esclusivamente per combattere il terrorismo politico negli anni di piombo e i delitti mafiosi, ma poi vennero estese di fatto a crimini comuni, sempre che il giudice le consideri valide), a meno che il sospetto non voglia rendere dichiarazioni spontaneamente e in piena libertà. Tale affermazione fu considerata errata dall'accusa, poiché Amanda e Sollecito furono esaminati come persone informate sui fatti. La presenza del difensore è indispensabile solo quando la persona esaminata è formalmente indagata ma in questo caso, quando emersero indizi di reità nelle dichiarazioni di Amanda Knox, l'esame fu sospeso a norma dell'art. 63 c.p.p. Raffaele Sollecito fu indagato dopo l'esame della Knox. Inoltre, è prevista come obbligatoria la registrazione solo quando viene interrogato un detenuto. Queste contestazioni furono fatte principalmente da giornalisti stranieri, a volte confondendo il sistema americano con quello italiano, dove a norma delle citate regole, sono utilizzabili processualmente anche le dichiarazioni auto-incriminanti rese senza legale, ma solo se la persona non era ancora indagata (ma solo sentita come testimone o persona informata). Nel caso venne inizialmente coinvolto anche Patrick Dija Lumumba, proprietario del locale dove lavorava Amanda Knox; secondo dichiarazioni di quest'ultima, dimostratesi poi false, egli si sarebbe trovato nel luogo del delitto la sera dell'omicidio. Le accuse si sono successivamente rivelate infondate e la testimonianza inattendibile. A coinvolgere il congolese sono state le false dichiarazioni della Knox e l'errata traduzione di un SMS inviatogli dalla Knox, «see you later», che nell'inglese degli Stati Uniti sta per «ci vediamo», interpretato erroneamente come «ci vediamo dopo», dunque come un appuntamento per la sera del delitto. La conduzione dell'interrogatorio alla Knox è stata discussa. L'ultima attività sul telefono della Knox la notte dell'omicidio era un SMS al proprietario del pub Le Chic, Lumumba. Il giorno in cui il corpo è stato scoperto, la polizia aveva chiesto alle amiche inglesi di Meredith se lei conosceva uomini di colore. Secondo Nina Burleigh e altri, la polizia potrebbe aver ricercato una connessione a un immigrato africano come conferma della linea di indagine[31], forse in seguito a una testimonianza di alcuni vicini che affermano di aver visto fuggire un uomo dal volto scuro, poi identificato dalla difesa con Rudy Guede. Gli inquirenti, tra cui il pm Giuliano Mignini e l'ispettore capo Oreste Volturno, chiesero a Knox perché non aveva lavorato in quella notte; lei rispose che Lumumba le aveva mandato un messaggio dicendo che non era necessario perché gli affari andavano a rilento. Knox ha spiegato che il motivo per cui aveva spento il cellulare era di impedire a Lumumba di contattarla nuovamente, se cambiava idea, poiché ormai aveva deciso di rimanere libera quella notte. Knox aveva cancellato l'SMS di Lumumba dalla memoria del telefono. Ha detto agli investigatori che non ricordava come avesse risposto. Gli investigatori guardarono i messaggi del telefono e scoprirono che la Knox aveva risposto. Follain rende la risposta di Knox al testo come "Certo. Ci vediamo più tardi. Buona serata!". I detective interpretarono la parte "Ci vediamo più tardi" (See you later) del messaggio, non come una frase di arrivederci, ma come prova di un accordo per incontrarsi la notte dell'omicidio. Gli inquirenti mostrarono alla Knox la sua risposta a Lumumba sul display del suo cellulare. In realtà il pm Giuliano Mignini non era presente al momento esatto quando Amanda fece il nome di Patrick, alla sola presenza dei poliziotti. Anna Donnino, interprete per la polizia di Perugia, disse al processo che la Knox ebbe un "shock emozionale" quando le venne mostrato l'SMS di Lumumba, e avrebbe detto: «È lui, lo ha fatto, me lo sento». All'interrogatorio, secondo il legale di Sollecito, avv. Bongiorno, avrebbe assistito anche una medium: «Amanda Knox fu pressata da una stranissima medium nella stanza della polizia di Perugia, e una medium non ci deve stare in una stanza di polizia», disse nel 2015 il legale. Secondo i difensori della correttezza dell'inchiesta, questa sarebbe un'altra grave inesattezza sostenuta, in Cassazione, unicamente dal legale dell'ingegnere pugliese (la quale non era però presente), in quanto nel verbale si notano la presenza del pm, dell'ispettore Rita Ficarra, della Knox e di Anna Donnino, mentre non è segnalata quella della nominata "medium" o di altri "consulenti". Amanda descrisse, il 5 novembre, una presunta scena di omicidio descritta poi come una "narrazione confusa di un sogno", dagli inquirenti attribuita alla droga; il pm sottolinea che nella confessione di due ore prima, Amanda ha rivelato che Lumumba Diya, "dopo aver avuto un rapporto sessuale con la vittima, l’ha uccisa»" e che il rapporto sessuale "deve ritenersi di natura violenta, considerato il contesto particolarmente intimidatorio"; il 6 novembre il presunto resoconto Amanda venne scritto in un memorandum di cinque pagine, dattiloscritto e poi in seguito fatto firmare alla Knox come parte del verbale, in cui si legge che «Patrick e Meredith si sono appartati nella camera di Meredith, mentre io mi pare che sono rimasta nella cucina. Non riesco a ricordare quanto tempo siano rimasti insieme nella camera ma posso solo dire che a un certo punto ho sentito delle grida di Meredith e io, spaventata, mi sono tappata le orecchie (...) Non sono sicura se fosse presente anche Raffaele ma ricordo bene di essermi svegliata a casa del mio ragazzo, nel suo letto, e che sono tornata al mattino nella mia abitazione dove ho trovato la porta dell’appartamento aperta». Poco dopo negherà di aver pronunciato queste parole. Contemporaneamente alla stesura del verbale, la Knox ritrattò però queste dichiarazioni in una lettera che scrisse, questa volta a mano, non appena fu lasciata sola, in cui nega che il "sogno" corrisponda ad un evento accaduto: «Per quanto riguarda questa "confessione" che ho fatto ieri sera, voglio essere molto chiara che sono molto dubbiosa della veridicità delle mie affermazioni perché sono state fatte sotto la pressione dello stress, dello shock, e di estremo esaurimento»; questa ritrattazione di poche ore dopo in cui sosteneva di avere cambiato idea a mente lucida, fu considerata non credibile, fino alla verifica dell'alibi di Lumumba, e quindi verrà denunciata per calunnia. Niente nelle confessioni rese il giorno prima indicava, però, che avesse una conoscenza certa del colpevole. Le dichiarazioni attribuite alla Knox erano sbagliate e contraddittorie nei particolari (secondo le ricostruzioni giornalistiche si leggeva che Lumumba l'avrebbe sgozzata davanti a lei e al contempo che lei era altrove e non aveva visto nulla, anche se Amanda ha detto solo che sentiva le grida di Meredith e che aveva dedotto che Patrick la stava uccidendo) e auto-incriminanti (si disse colpevole e innocente nella stessa dichiarazione), specie riguardo ai particolari centrali (citò come complice un uomo che era sospettato, ma che successivamente si dimostrò avere un alibi inoppugnabile; non riuscì a citare un altro uomo, sconosciuto dalla polizia, il cui DNA fu trovato ulteriormente sulla vittima; si trattava di Guede). Ciononostante, Knox, Sollecito, e l’uomo innocente da lei coinvolto, Lumumba, furono tutti subito arrestati senza ulteriori prove o verifiche. Alla conferenza-stampa il capo della polizia annunciò la chiusura del caso, cosa questa criticata vivacemente dal pm, oltre che da avvocati e stampa americana (del resto, il questore e il capo della Polizia non hanno alcuna attribuzione in materia di chiusura delle indagini). Il rapporto tra Amanda e Lumumba non era buono, secondo la testimonianza dello stesso Lumumba: Amanda Knox avrebbe infatti lavorato nel locale di lui per essere presto licenziata a causa di comportamenti troppo disinvolti con la clientela e perché giudicata non capace. Patrick Lumumba è stato successivamente rilasciato e prosciolto da ogni accusa, in quanto aveva un alibi (era in compagnia di un amico e cliente, un professore svizzero, che lo vide al bancone del pub) e non furono trovate sue tracce nella casa. In seguito all'ingiusta detenzione della durata di 14 giorni, Lumumba è stato risarcito con la somma di 8 000 euro, ritenuti però insufficienti dal suo legale. Per questa calunnia Amanda Knox è stata condannata in primo grado a un anno di carcere, pena incrementata a tre anni di reclusione dalla corte d'appello. Amanda e Raffaele, dopo essere stati arrestati, assieme al detto Lumumba, vengono condotti in carcere il 6 novembre. In seguito al rilascio di Lumumba, viene sospettato e poi arrestato Rudy Guede, dopo l'individuazione di abbondanti tracce genetiche sulla scena del delitto. La condanna per calunnia alla Knox è rimasta comunque basata sulle dichiarazioni rese dagli inquirenti e sulle trascrizioni successive dell'interrogatorio, senza tener conto della ritrattazione del giorno seguente; tuttavia nessuna registrazione vocale della Knox che accusa Lumumba è mai stata effettuata e l'unico memoriale scritto di suo pugno e a lei attribuibile con certezza fu quello in cui ritratta ogni possibile accusa riferita.

Il procedimento giudiziario. I tre indagati avranno due procedimenti distinti.

Raffaele Marco Sollecito (Giovinazzo, 26 marzo 1984), originario della Provincia di Bari, studente universitario in ingegneria informatica di 23 anni, all'epoca dell'omicidio; suo padre Francesco è un medico ospedaliero specializzato in urologia e medicina legale; la madre, separata dal marito, è invece deceduta nel 2005; sua sorella Vanessa è tenente dei Carabinieri, posizione lavorativa che terminerà per ragioni che verranno collegate alla vicenda processuale famigliare, venendo nei fatti congedata dopo 10 anni di servizio; nel processo venne difeso principalmente da Giulia Bongiorno e Luca Maori. Assolto definitivamente nel 2015, lavora come ingegnere informatico ed elettronico in una propria impresa start-up sul web che si occupa della commemorazione dei defunti, e anche nell'ambito della progettazione di siti internet, videogiochi e droni, dopo aver conseguito la laurea specialistica discutendo una tesi sull'analisi dei flussi di opinione nei social network in relazione alla propria vicenda giudiziaria. Ha scritto inoltre due libri sulla propria storia ed è iscritto al Partito Radicale. Dal 2 aprile 2016 è opinionista fisso della nuova trasmissione Il giallo della settimana, spin-off di Quarto Grado, presentato da Remo Croci suTGcom24.

Amanda Marie Knox (Seattle, 9 luglio 1987), studentessa statunitense in letteratura, 20 anni all'epoca, figlia di Curt Knox, impiegato (ex vice-direttore dell'ufficio fiscale di una succursale locale di Macy's, una catena di grandi magazzini) e di Edda Mellas, insegnante di matematica, sposata in seconde nozze con Chris Mellas, consulente informatico; con Sollecito, conosciuto due settimane prima, aveva una relazione al momento del delitto; nel processo venne difesa da Carlo Dalla Vedova e Luciano Ghirga. Assolta definitivamente nel 2015, attualmente è giornalista freelance per un giornale di Seattle, oltre ad avere scritto un libro autobiografico e a collaborare con il National Innocence Project, una organizzazione non governativa statunitense che si occupa di errori giudiziari.

Rudy Hermann Guede (Abidjan, Costa d’Avorio, 26 dicembre 1986), ivoriano; nato in una famiglia cristiana ma con il padre che praticava la poligamia[52], arrivò in Italia a 5 anni lasciando la madre, venditrice di libri, per raggiungere il padre Roger, muratore che aveva un'altra vita con varie fidanzate a Cantalupo di Bevagna e successivamente a Ponte San Giovanni, frazione di Perugia[53]; durante una vacanza in Costa d'Avorio rischiò di venire ucciso in una sommossa di musulmani; da allora non volle mai più tornare al suo paese; dopo essere scappato per non vivere con la matrigna, venne affidato nel 2004 alla famiglia di Paolo Caporali, imprenditore perugino, proprietario della Liomatic s.p.a. (azienda di macchine per caffè dell'indotto Lavazza) e patron di una squadra locale di basket, dove Rudy giocava. Secondo Nina Burleigh, a Rudy venne diagnosticata una forma di dissociazione (fuga psicogena, con tendenza alla rimozione e alla costruzione di personalità) e di sonnambulismo. Anche in seguito al comportamento indisciplinato, al suo rifiuto di studiare e alle bugie nel rapporto con i famigliari (anche se non presentava comportamenti violenti), allo scadere della maggiore età trascorse un periodo insieme ad una zia. Subito dopo il delitto lasciò Perugia per la Germania. Fu arrestato il 20 novembre, dopo che la scientifica riuscì a identificare il suo DNA, ed estradato in Italia il 6 dicembre 2007. Oltre ai 16 anni per il delitto, Guede è stato condannato a 1 anno e 4 mesi per due furti, in particolare per aver ricettato un computer portatile e un telefono cellulare risultati rubati nello studio di un avvocato di Perugia; Guede venne sorpreso a Milano all'interno di una scuola materna il 27 ottobre del 2007. Nello zainetto che aveva con sé gli agenti trovarono il pc e il cellulare. Come da richiesta dei suoi avvocati di allora, Nicodemo Gentile e Walter Biscotti, Guede ha ottenuto dal giudice per l'udienza preliminare Paolo Micheli la concessione del rito abbreviato di giudizio. Guede si sta per laureare in Lettere, indirizzo storico, in carcere e potrebbe ottenere la semilibertà o un permesso premio già nel 2016.

Detenzione. La Knox e Guede sono stati detenuti nel carcere di Capanne[58], vicino Perugia; Sollecito, dopo essere stato anch'egli in custodia al carcere di Capanne, è stato trasferito dall'inizio del 2008 presso il carcere di Terni. Guede, dopo il 2010, venne trasferito nel carcere di Mammagialla a Viterbo. Knox e Sollecito hanno scontato quattro anni di carcerazione preventiva. Sollecito ha lamentato di essere stato, senza fondati motivi (a suo avviso), detenuto in un carcere di massima sicurezza, con i primi sei mesi in isolamento (contro la sua volontà, avendo richiesto dopo le prime settimane di essere messo in cella con altri detenuti) e le prime due settimane senza poter incontrare nessuno, né i parenti, né i legali (al di fuori delle udienze). Ha inoltre affermato che lo stress psicofisico del carcere e della vicenda giudiziaria ha danneggiato la sua salute in maniera permanente. Le difese della Knox e di Sollecito hanno impugnato le ordinanze di custodia cautelare dinanzi al Tribunale del Riesame di Perugia che ha respinto i loro ricorsi. Poi hanno impugnato la decisione del Tribunale per il Riesame presso la Corte di Cassazione, Prima Sezione penale, che, anch'essa, ha respinto i ricorsi della Knox e di Sollecito.

La condanna di Guede e la sentenza di I grado di condanna di Knox e Sollecito. Knox, Sollecito e Guede vengono rispettivamente condannati a 26, 25 e 16 anni di reclusione. Rudy Hermann Guede, che ha optato per il rito abbreviato, è stato definitivamente condannato per concorso in omicidio e violenza sessuale con sentenza della Corte di Cassazione, Prima Sezione penale, in data 16 dicembre 2010(in primo grado 30 anni, appello 16). Per gli altri due concorrenti, si è richiesto il processo d'appello. Le sentenze ricostruiscono dettagliatamente le modalità e le circostanze dell'omicidio, definito a movente "erotico sessuale violento". La sentenza di condanna di primo grado riguardante Sollecito e la Knox, emessa il 5 dicembre 2009 dalla Corte di Assise di Perugia presieduta da Giancarlo Massei con Beatrice Cristiani, è basata, secondo la Corte, su perizie, riscontri oggettivi e testimonianze. Durante il dibattimento l'ispettore Oreste Volturno afferma che i famigliari di Sollecito hanno fatto pressioni politiche al telefono, ma non vengono rilevate tracce di presunte telefonate, come fa rilevare lo stesso pm; Volturno afferma altresì - per corroborare l'accusa - che Sollecito è un violento, e che a scuola aveva ferito una compagna con delle forbici, alcuni anni prima; attribuisce ciò a "un confidente" di cui si rifiuta categoricamente di rivelare il nome, ma sostiene che i registri della scuola superiore sono andati al macero, e non può quindi dimostrare la sua accusa. Si parlò in dibattimento anche di "scenari rituali" (era la notte seguente quella di Halloween e il pm si era già occupato del caso del Mostro di Firenze, ma poi si abbandonò questa pista per quella del "gioco erotico"; il pm chiede l'ergastolo. Vengono ventilate, da parte dei mass media e della stampa scandalistica, che si impadroniscono subito del caso, anche motivazioni come quella che Sollecito (appassionato di manga) avesse preso ispirazione da un fumetto giapponese. Il PM Mignini ha sempre sostenuto invece che il delitto va ricondotto ad un rapporto di profonda ostilità tra Meredith e Amanda. L'istruttoria dibattimentale di primo grado è stata lunghissima e secondo la corte esauriente. Nonostante alcune incongruenze, vengono rifiutate nuove contro-perizie scientifiche su DNA, chieste dalla difesa, e l'accusa regge. Secondo la ricostruzione finale accolta dalla sentenza, Knox e Sollecito, la sera del 1º novembre 2007, hanno appuntamento in piazza Grimana con Guede, conoscente della Knox, il quale decide di unirsi a loro per la serata. I tre si recano nella casa della studentessa, dove la sua coinquilina Meredith Kercher, dopo una serata trascorsa con delle amiche britanniche, era da poco rientrata, presenza immediatamente notata in quanto la porta della sua camera era socchiusa. Come sostenuto in sede di indagini e dalla sentenza, questa è la ricostruzione di primo grado, come espressa dalle motivazioni di condanna: «È quindi possibile che Rudy, uscendo dal bagno, si sia lasciato trascinare da una situazione avvertita come carica di sollecitazioni sessuali e cedendo alla propria concupiscenza, abbia cercato di soddisfare le proprie pulsioni portandosi nella stanza di Meredith che era sola nella propria camera con la porta quantomeno socchiusa. La reazione e il rifiuto di Meredith dovettero essere stati sentiti da Amanda e Raffaele, i quali anzi ne dovettero essere disturbati ed intervennero, per quanto evidenziano gli eventi, spalleggiando Rudy, diventando i suoi aggressori e i suoi uccisori (...) la prospettiva di aiutare Rudy nel proposito di soggiogare Meredith per abusarne sessualmente, poteva apparire come un eccitante particolare che, pur non previsto, andava sperimentato». Sempre secondo la ricostruzione della corte e della sentenza, alle grida della Kercher, Knox e Sollecito si sarebbero quindi uniti a Guede nell'azione criminosa, in quella che avrebbero trovato una "situazione eccitante", tentando così di immobilizzarla con la minaccia di un coltello. La perizia sulle ferite inferte evidenzia che l'arma in possesso di Sollecito era verosimilmente piccola, mentre la Knox impugnava un coltello da cucina, successivamente ritrovato, sul quale sono state trovate le sue tracce genetiche insieme a quelle della Kercher: le perizie effettuate per il processo di secondo grado, al contrario, sostenevano che quel coltello da cucina non aveva né il DNA della Kercher né si poteva considerare l'arma del delitto. La situazione sarebbe degenerata per il persistere della resistenza della Kercher. La Knox con il coltello da cucina avrebbe colpito la vittima al collo la vittima arrecandole ferite mortali, seppure il decesso avvenga dopo una lunga agonia. I tre imputati, subito dopo l'omicidio, sempre secondo la sentenza, le sottraggono i telefoni cellulari, per timore di generare allarme da parte di qualcuno che la chiamasse senza avere risposta, apparecchi che saranno poi ritrovati in una scarpata distante poche centinaia di metri dalla scena del delitto. I tre si dirigono in direzioni diverse, Guede in una discoteca, Knox e Sollecito a casa di quest'ultimo. La mattina seguente i due tentano di cancellare le tracce del delitto e poi rompono una finestra dell'abitazione per inscenare un finto furto onde depistare le indagini.

I testimoni dell'accusa. Uno dei testimoni dell'accusa, Hekuran Kokomani, di nazionalità albanese, che viene rilevato essere gravemente inattendibile già dal gup Paolo Micheli, viene convocato in aula (nel frattempo era stato arrestato per fatti di droga) e racconta di aver incontrato Knox e Sollecito armati di coltello assieme a Guede, ma la testimonianza è ritenuta infondata. Lo stesso Kokomani afferma di aver già visto la giovane americana e il ragazzo pugliese a luglio, insieme ad uno zio americano di Amanda: in realtà è stato accertato che Amanda arrivò in Italia solo nel settembre 2007 e aveva conosciuto Sollecito da poco. I pm convocarono in aula anche il suo avvocato, Antonino Aiello, che tentò di ribadire che il suo cliente era credibile. Questa testimonianza e quella di un altro teste dell'accusa, il clochard Antonio Curatolo che affermò di averli visti tra le 21,30 e le 23,30 in piazza Grimana, sembrarono apparentemente incrinare il teorema del pubblico ministero. Curatolo in passato fece uso di droghe, ma al momento era disintossicato, e aveva già testimoniato in maniera attendibile e credibile a un altro processo per omicidio, sempre per l'accusa. Seppur proposto come testimone dall'accusa, in quanto riferiva che erano in piazza anziché a casa di Sollecito (provando che le dichiarazioni del giovane erano false; in seguito Sollecito ha affermato di non ricordare molto bene poiché aveva assunto droga, tuttavia non ha mai cambiato completamente la sua versione), la deposizione finisce per fornire un possibile alibi a Knox e Sollecito, che tuttavia non vale ad assolverli, perché, per la Corte, la piazza è vicina alla casa e l'ora del delitto non è precisa e sicura come secondo la difesa.

Versione di Guede. Rudy Guede, già condannato in primo grado, rese una testimonianza riguardante un "biondino", indossante "una felpa Napapijri" e non meglio identificato, che si sarebbe vantato dell'omicidio (questo sospetto fu nominato nella sua prima versione difensiva e venne da qualcuno identificato con un tossicodipendente di Perugia, a casa sua sarebbero stati trovati jeans insanguinati, ma la polizia non lo avrebbe sospettato); Guede disse che Meredith l'aveva invitato a casa sua, che ebbero un parziale rapporto sessuale, e che lei fu aggredita mentre lui era in bagno ed «era per terra, colpita, e aveva i jeans. Chino su di lei c'era un giovane biondo, con una cuffia bianca e una felpa Napapijri. Ha cercato di colpirmi con un coltello.» Disse che non lo riconobbe, che era "una figura maschile vicino alla porta" che la luce era debole e che tale soggetto, giratosi in maniera veloce, aveva in mano un coltello ed aveva cercato di colpirlo, insultandolo e poi scappando. In seguito, Guede disse ancora di aver visto l'assassino o gli assassini, ma non li identificò mai con certezza in Knox e Sollecito (parlò di Amanda che avrebbe "rubato soldi a Meredith", solo in una rivelazione fatta ai suoi avvocati circa due anni dopo); disse di essere fuggito, dopo aver cercato di soccorrere la ragazza, secondo lui sua amica intima, ed essere tornato più tardi a coprire il corpo. In precedenza, in una conversazione via Skype dalla Germania, Guede aveva detto ad un amico che Knox non c'entrava nulla, che il ragazzo biondo poteva anche essere Sollecito ma che non era sicuro, e che nemmeno lui era colpevole. In aula, solo in appello, gli avvocati lessero invece una sua dichiarazione dove affermava che, secondo lui, Amanda e Raffaele erano colpevoli, ma rifiutò sempre di dire se li avesse davvero visti, presentando la sua dichiarazione nella forma di una semplice opinione; secondo indiscrezioni, non confermate, avrebbe poi anche accusato Sollecito, affermando però che lui non era in bagno mentre lei veniva aggredita, bensì sul letto ad ascoltare musica con le cuffie, che gli impedirono di accorgersi di nulla. In un'altra delle sue versioni dice invece che, mentre ascoltava musica, sentì Meredith litigare con Amanda, che non vide ma di cui sentì la voce. I suoi legali hanno ripetuto in seguito la versione del ragazzo biondo con la felpa, smentendo il riconoscimento. Guede non ha voluto riferire altri particolari, né versioni più precise, tornando in seguito alla sua versione originale, cioè che il vero killer fosse questo misterioso uomo mai identificato. Solo anni dopo, cambiando ancora versione, sostenne di aver visto una donna scappare e di essere sicuro "al 101 %" che fosse Amanda, ma al contempo disse di non aver riconosciuto l'uomo biondo, che pure sostenne di aver avuto di fronte. Aggiunse anche particolari come l'aver cercato di scrivere una parola incomprensibile detta da Meredith, secondo lui il nome dell'assassino. Le versioni fornite da Guede non sono state considerate credibili da nessun tribunale. Secondo il criminologo Carmelo Lavorino, la storia raccontata da Guede sarebbe altamente contraddittoria e inattendibile, preparata come autogiustificazione dopo parecchio tempo.

L'assoluzione in appello di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Il 3 ottobre 2011, alle ore 21:43, la Corte di Assise di Appello di Perugia, presieduta da Claudio Pratillo Hellmann, dopo aver disposto la parziale rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato Amanda Knox a 3 anni di reclusione per il reato di calunnia, già scontati, ma ha assolto con la formula di non aver commesso il fatto entrambi gli imputati dalle accuse di omicidio e di violenza sessuale, e per insussistenza del fatto dall'accusa di simulazione di reato (dichiarando la prescrizione dell'accusa di detenzione di arma impropria), e ne ha ordinato conseguentemente la scarcerazione immediata. I due hanno lasciato le case di reclusione, dove erano stati riaccompagnati per espletare le formalità e prelevare gli effetti personali là rimasti, prima della mezzanotte, mentre nella piazza Matteotti, di fronte all'uscita dell'aula d'udienza si scatenava una protesta contro la sentenza e contro i difensori degli imputati. Amanda Knox ha lasciato l'Italia diretta a Seattle il 4 ottobre 2011 alle ore 11:45 facendo scalo proprio nel Regno Unito, nella sala riservata alle alte personalità, per motivi di sicurezza, dell'aeroporto internazionale di Heathrow. Lo stesso giorno, prima della partenza, la Knox ha scritto una lettera al segretario generale della Fondazione Italia USA, Corrado Maria Daclon, nella quale ringrazia pubblicamente gli italiani che le sono stati vicini: «A tenermi la mano e a offrirmi del sostegno e del rispetto attraverso le barriere e le controversie c'erano degli italiani. C'era la Fondazione Italia USA, e molti che hanno condiviso il mio dolore e che mi hanno aiutato a sopravvivere con speranza. Sono sempre grata della loro premurosa ospitalità e del loro coraggioso impegno. Chi mi ha scritto, chi mi ha difesa, chi mi è stato vicino, chi ha pregato per me. Vi sono sempre grata. Vi voglio bene». Al suo arrivo a Seattle ha tenuto una breve dichiarazione all'aeroporto ai giornalisti presenti, ringraziando nuovamente quanti le sono stati vicino, visibilmente commossa. Nelle motivazioni della sentenza viene affermata la probabilità che Guede sia l'unico colpevole: «Per quanto riguarda la responsabilità di Rudy Guede (che non viene certo meno dal ritenere maggiormente attendibile l'ipotesi dell'unico agente) in quanto gli elementi a carico di lui sono numerosi ed univoci (...) non assume rilevanza probatoria per quanto concerne l'accertamento della responsabilità degli attuali imputati.» (Sentenza Pratillo Hellmann-Zanetti, pagg. 28-29). Forti critiche ha suscitato la sentenza e, nella stessa requisitoria, i pubblici ministeri avevano sottolineato l'anomalia di una vicenda giudiziaria nella quale si dava per scontata l'assoluzione prima ancora che la Corte si ritirasse in camera di consiglio. Benché la Corte d'Assise d'Appello avrebbe dovuto essere presieduta da Sergio Matteini Chiari, presidente della Sezione Penale della Corte d'Appello di Perugia, a presiedere la corte fu chiamato Claudio Pratillo Hellmann, che presiedeva la Sezione Lavoro. Anche il Consigliere a latere della Corte, Massimo Zanetti, proveniva dalla Sezione Civile ed entrambi avevano avuto una esperienza penale piuttosto remota nel tempo, a Spoleto e a Orvieto.

Rilevanza mediatica e internazionale. Il processo Knox-Sollecito fu un processo mediatico e internazionale. Ci fu infatti chi accusò le presunte pressioni fatte dal segretario di stato Hillary Clinton per l'assoluzione, peraltro mai provate, nonché il ruolo dei mass media americani, che descrissero quello di Perugia come un'edizione moderna del processo alle streghe di Salem. Alcuni anni dopo, Pratillo Hellmann lanciò accuse di "linciaggio mediatico" e insulti nei suoi confronti, da parte dei suoi stessi colleghi e da alcuni abitanti di Perugia. Hellmann lasciò la magistratura per il clima di ostilità da lui percepito, poco dopo la sentenza del 2011. Per i colpevolisti, due assassini venivano rimessi in libertà, mentre gli innocentisti descrissero il caso Knox-Sollecito, per il livello di celebrità e importanza internazionale, come "il più rilevante errore giudiziario del ventunesimo secolo", paragonandolo al caso Dreyfus del XIX secolo o al caso di infanticidio noto come "Dingo Baby" (Australia, 1980) per il XX secolo. Inoltre, come spesso in questo tipo di casi, il tutto venne scandito anche da epiteti ingiuriosi o poco gentili rivolti dalla stampa ad Amanda Knox. Come in molti processi mediatici la stampa si concentrò su comportamenti non correlati al reato e in chiave fortemente colpevolista. Le immagini del bacio tra Sollecito e Knox, dal ragazzo definito "di conforto" verso la ragazza sotto shock, fu trasmesso e ritrasmesso con parti tagliate, il fatto che vennero filmati a comprare biancheria intima per Amanda - perché la casa era sotto sequestro e non aveva abiti di ricambio - venne fatto intendere come segno di disinteresse, freddezza e ossessioni erotiche "morbose". Amanda Knox fu sottoposta ad analisi mediche, e i medici del carcere le comunicarono che aveva l'HIV e chiesero di scrivere i nomi tutti i fidanzati che lei aveva avuto nella vita in modo che potessero essere avvertiti e sottoposti ad un test. Dopo di che, si accorsero che il test era "sbagliato" e non aveva l'HIV, però il documento finì nelle mani dei giornalisti, che alimentarono così il mito della "ragazza facile" affermando che fosse la lista dei ragazzi di Perugia con cui aveva avuto rapporti sessuali in un mese. Si disse che Amanda negli USA aveva inscenato un'effrazione e che aveva scritto un racconto che parlava di stupro, pubblicato su internet e che prefigurava l'omicidio di Meredith, ecc.

Interventi dell'OSCE e polemiche giornalistiche. Negli Stati Uniti fece scalpore anche il breve arresto di un giornalista investigativo italoamericano, Frank Sfarzo, avvenuto a Perugia nel settembre 2010, in seguito alle sue indagini di tono innocentista; al giornalista sarebbero stati sottratti materiali e sarebbe stato malmenato dalla polizia.[88] Violazioni attribuite alla procura di Perugia furono denunciate dal Committee to Protect Journalists (CPJ) di New York[89], un'organizzazione non governativa statunitense; nell'aprile del 2011 il CPJ segnalò alle autorità italiane «alcune gravi violazioni della libertà di informazione compiute in Italia». Le stesse violazioni vennero il mese successivo dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) che segnalò «i comportamenti del sostituto procuratore di Perugia Giuliano Mignini a danno del blogger Frank Sfarzo e di alcuni giornalisti e commentatori che sarebbero stati minacciati o trattati in modo persecutorio dallo stesso magistrato», alcuni in Toscana «mentre seguivano le inchieste sul cosiddetto mostro di Firenze e altri a Perugia» mentre seguivano le indagini giudiziarie dirette dallo stesso Mignini. Sulla vicenda, nel 2013, è stato realizzato un libro a firma di Mario Spezi e Douglas Preston edito in Germania, per l'editore Droemer Knaur, dal titolo Der Engel mit den Eisaugen. Il rifiuto di pubblicazione a cui il libro andò incontro, secondo i due autori, è dovuto probabilmente alle nuove forti critiche (secondo lui, "interrogatori senza avvocati e non legali; prove scientifiche completamente falsate; testimoni impresentabili", fino ad accuse di vera e propria malafede[26]) dei due giornalisti al magistrato perugino. I due autori sono autori anche di altre pubblicazioni, in cui il caso viene riletto come una persecuzione dettata da fantasie degli inquirenti, pregiudizi, simpatie personali e misoginia nei confronti di Amanda. Una tesi simile fu sostenuta dalla giornalista Daria Bignardi nel 2009. 

Ricorso dell'accusa. La Procura Generale della Repubblica di Perugia si oppose. Il 14 febbraio 2012 viene proposto ricorso per cassazione, con un atto di 112 pagine, articolato in dieci motivi. Il ricorso è rivolto sia contro l'ordinanza del 18 dicembre 2011 con cui è stato disposto il rinnovo dell'istruzione dibattimentale con la perizia genetica perché radicalmente immotivata, quello contro altre due ordinanze e gli altri contro la sentenza, accusando la Corte d'Assise d'Appello di gravi errori logico-giuridici, riconducibili al concetto di "petizione di principio", alla visione parcellizzata delle prove e all'utilizzo dei soli aspetti che potessero rafforzare le argomentazioni difensive, con completa obliterazione di quegli aspetti che collimavano con l'ipotesi accusatoria. Inoltre, la Procura Generale di Perugia ha contestato il fatto che la contaminazione dei reperti fosse stata considerata solo possibile in astratto ma che non fosse stata mai provata. Il giudizio che il ricorso dà del metodo seguito dai giudici d'appello è duro specie nei confronti del relatore, accusato di avere anticipato la decisione addirittura nella relazione introduttiva, come era stato fatto nella requisitoria. Knox ha impugnato la propria condanna per il reato di calunnia, mentre la famiglia Kercher ha impugnato la sentenza d'appello, chiedendo la condanna degli imputati anche per i reati per i quali era intervenuta l'assoluzione, in particolare per l'omicidio di Meredith.

La ricostruzione innocentista. La sentenza di secondo grado, come quella definitiva del 2015, si basò sulle nuove perizie, già richieste ma non concesse in primo grado, che avrebbero escluso la certezza della presenza di Knox e Sollecito sul luogo del delitto in quelle ore, mancando prove genetiche certe, presenti invece per quanto riguarda Guede. Secondo le nuove perizie, le impronte di scarpe attribuite a Sollecito in realtà sarebbero compatibili con la dimensione dei piedi di Guede e il coltello da cucina sarebbe in realtà stato usato negli ultimi tempi solo per sbucciare patate. Nel 2009 un'associazione di esperti statunitensi aveva scritto una lettera aperta alla corte mettendo in dubbio le conclusioni dei test: «Un esame chimico per la presenza di sangue sul coltello ha dato esito negativo, ma non è stato preso in considerazione. Inoltre il Dna trovato era sufficiente solo per un profilo parziale». Secondo Bruce Budoweles e Carlo Torre, il coltello sequestrato non era nemmeno compatibile con la ferita. I periti Carla Vecchiotti e Stefano Conti hanno smentito le perizie del primo grado e dichiarato che i rilievi furono fatti in ambiente che poteva essere già stato contaminato geneticamente: quindi gli avvocati della difesa si sono lamentati per gli errori della polizia scientifica e per il diniego a nuove perizie della corte giudiziaria di primo grado. Al centro del contendere, il presunto DNA della Knox e di Meredith sul coltello da cucina di Sollecito: secondo i periti d'appello, tale DNA non ci sarebbe, mentre secondo l'accusa sarebbe presente; altri periti affermarono la sola presenza del DNA della Knox che avrebbe usato il coltello per cucinare a casa di Sollecito. La prova dell'elettroforesi (il test usato per il DNA in questi casi) viene solitamente considerata valida, negli Stati Uniti, solo se dà picchi sopra 150, mentre quelli sotto 50 sono ritenuti da scartare, e quelli presi in esame per l'accusa erano tutti sotto questo livello. Sempre secondo Vecchiotti e Conti, ma anche altri esperti, il metodo stesso seguito per le analisi non è neppure adatto a piccoli quantitativi di DNA, comportando spesso dei falsi positivi. La prova contro Amanda verrà quindi scartata. Il giudice Hellmann dirà che «sulla lama del coltello le tracce erano talmente labili che la mappa genetica dei Dna a cui potevano essere ascritte era troppo ampia. Quelle tracce leggere - oltre alla Knox e a Sollecito - potevano essere ricondotte perfino a me, cioè in grado di compatibilità con il Dna del presidente della Corte», mentre il DNA di Meredith era «assente». La mancanza probabile di DNA della Kercher è stata affermata anche in una successiva perizia (2013) degli stessi RIS. Il presunto DNA di Sollecito sul gancetto del reggiseno (inizialmente attribuito al fatto della biancheria forse scambiata tra Meredith e Amanda) - spostato e calpestato, poi repertato circa 47 giorni dopo, quando la scena del crimine era rimasta parzialmente incustodita e in parte anche ripulita, oltre che inquinata da molte persone che si aggiravano senza le dovute precauzioni - è spiegato come contaminazione accidentale, forse ad opera della stessa polizia scientifica, o come errore, data la presenza di diversi DNA e la scarsità di materiale genetico, che rendeva il profilo compatibile con moltissimi soggetti maschili e non solo con Sollecito, e mancando quindi la perfetta coincidenza, ma solo una "generica compatibilità". La prova difatti «conteneva diversi DNA di cui uno compatibile con Sollecito, ma i giovani si frequentavano, quindi potrebbe essere finito lì in diversi modi innocenti». Il giudice asserì poi in un'intervista che «vero che c’era un DNA ascrivibile a Sollecito, ma compariva anche quello di altri tre uomini. Dimostrando che la prova era stata compromessa dall’inquinamento della scena del delitto. Quel reperto, fotografato il primo giorno di indagini, era stato lasciato lì, nella camera da letto. Solo un mese e mezzo dopo è stato deciso di recuperarlo e analizzarlo. Ma si era subito notato che, rispetto alle foto della scena del delitto, il reggiseno era stato spostato di oltre un metro ed era finito sotto un tappeto». Il DNA di Sollecito, con tracce ben più visibili, era presente anche in altri luoghi della casa, per via della frequentazione della stessa durante la relazione con Amanda, o tramite trasferimento da Sollecito alla Knox, e da questa all'ambiente. Ad esempio la traccia genetica fu ritrovata su un mozzicone di sigaretta non riferibile alla scena del delitto, e non si poté escludere che fosse su altri oggetti sequestrati, rendendo verosimile che la tenue traccia fosse contaminazione da imperizia e incuria, mescolata ad altri DNA presenti nel luogo, come quello, abbondante, di Guede. Inoltre Sollecito ha aiutato anche la polizia a sfondare la porta della camera chiusa di Meredith, cosa che avrebbe contribuito a diffondere il suo DNA nell'ambiente. Il DNA è stato inoltre repertato dove toccato dagli uomini della scientifica, con guanti forse contaminati, cioè sul gancetto, mentre è assente nei punti non toccati dai guanti sul reggiseno, cioè sulla stoffa nella quale è stato repertato solo il DNA di Rudy Guede; questa distribuzione selettiva del DNA, secondo l'avvocato Bongiorno, sarebbe stata molto improbabile in una colluttazione. Fecero scalpore le foto pubblicate nel 2009 dal settimanale Oggi, in cui si mostravano presunti errori e contaminazioni da parte degli operatori, con la scena del crimine gravemente alterata a causa di perquisizioni della polizia avvenute tra due sopralluoghi della scientifica. Tutto questo portò all'esclusione della prova come falsa o inammissibile, come proposto dal teorema difensivo, facendo cadere le accuse a Sollecito. Inoltre, secondo la Cassazione del 2015, tale DNA, presuntamente contaminato, era anche troppo esiguo per una ripetizione della prova. La difesa ha ricostruito anche l'omicidio con Rudy Guede come unico colpevole. Tale ricostruzione è stata approfondita anche da vari giornalisti investigativi, criminologi e scrittori, come Mario Spezi e Douglas Preston e accolta dal giudice d'appello grazie all'accanita difesa portata avanti dall'avvocato Bongiorno, che riuscì a ribaltare un caso che sembrava chiuso. Rudy Guede sarebbe entrato nella casa a scopo di furto, dopo aver effettuato un sopralluogo nei giorni precedenti, in cui sarebbe stato visto e aveva parlato con alcuni ragazzi nel vicino campo da basket (sport praticato da Guede fino a poco tempo prima). Guede aveva già sulla sua fedina penale alcune denunce per furto. Le modalità erano quelle di spaccare una finestra con un sasso ed entrare nella casa e talvolta anche fermarsi per andare in bagno; anche nella casa di Perugia la finestra fu rotta in quel modo e Guede si fermò in bagno. Entrato quindi rompendo con un sasso (non sarebbe un depistaggio, anche perché Knox e Sollecito non conoscevano il modus operandi di Guede nelle precedenti effrazioni) la finestra della camera da letto di Filomena Romanelli, dottoranda e tirocinante come avvocato presso il tribunale di Perugia, assente, una volta in casa avrebbe sottratto denaro, cellulari e carte di credito, rovistando tra le stanze. Si ferma a bere, va in bagno, convinto che la casa sia vuota. Imbattutosi in Meredith, la aggredì, riuscendola a sopraffare per la sua corporatura fisica maggiore, la spinse a terra e la violentò; successivamente, per eliminare una testimone (Meredith forse lo aveva visto nei giorni precedenti), la uccise con l'arma da taglio che portava con sé. Poi, dopo aver lasciato impronte insanguinate nella stanza e fuori, sarebbe andato forse in bagno per tentare di ripulirsi e infine avrebbe abbandonato la casa, forse dalla porta o più probabilmente dalla stessa finestra (essendo atletico e allenato), e durante la fuga avrebbe urtato alcuni vicini. In alternativa, sarebbe entrato dalla porta, aperta dalla vittima che lo conosceva, avrebbe tentato di violentarla perché respinto, poi la uccise, si impossessò della refurtiva e inscenò il furto, per simulare la rapina andata male. Dopo essere fuggito, andò in discoteca, gettò via i cellulari e si disfò dell'arma del delitto; infine scappò in Germania con i soldi di cui disponeva, dove sarà poi individuato, arrestato ed estradato, quasi un mese dopo. Il sasso con cui la finestra sarebbe stata rotta, secondo Raffaele Sollecito e i suoi legali non è mai stato analizzato in maniera approfondita.

L'assenza delle impronte. Uno dei cardini dell'assoluzione piena del 2011 e di quella per mancanza di prove del 2015 è anche la totale assenza di impronte insanguinate dei due (che era stata invece affermata dalla sentenza del 2009, e, in maniera più sfumata, da quella del 2014) e l'impossibilità di ripulire selettivamente le proprie tracce, lasciando solo ed esclusivamente quelle di Rudy Guede. Inoltre non c'è prova che il pavimento abbia subito alcuna "pulizia selettiva" con qualche prodotto chimico. Un'impronta di piede di Guede venne poi inizialmente confusa con quella di Sollecito; la mancanza di impronte inficiò il teorema accusatorio, poiché risulta fisicamente impossibile percorrere il pavimento insanguinato senza lasciare tracce e poi ripulire in maniera precisa impronte e DNA, lasciando solo, tranne minuscole tracce rilevate come contaminazione (anche perché molto scarse), quelle attribuite alla vittima e a Guede. Se camminarvi senza sporcare venne ritenuto impossibile, una tale azione selettiva venne considerata estremamente difficile anche per esperti dotati di apparecchiature per l'identificazione delle tracce, quindi ancora di più per due giovani senza esperienza in quel campo, che avrebbero dovuto agire in poche ore.

La presunta confessione di Guede e altre indiscrezioni. Nel marzo 2010 attraverso i media si diffonde la notizia secondo la quale Guede avrebbe proposto a Meredith Kercher di partecipare a un festino erotico, ma al rifiuto di lei sarebbe seguito un tentativo di stupro da parte di un ulteriore uomo non identificato (chiamato il "quarto uomo" dopo che Guede divenne il "terzo uomo", nel linguaggio dei mass media, in seguito al proscioglimento di Lumumba), degenerato in una ferita mortale con arma da taglio. Guede avrebbe tentato di soccorrere la ragazza ma l'altro, minacciandolo, gli avrebbe intimato di uccidere la ragazza, ciò che egli avrebbe poi fatto. Successivamente i due si sarebbero reincontrati casualmente in una discoteca e l'uomo misterioso gli avrebbe lasciato una somma di denaro per scappare in Germania, luogo dove si trovava al momento dell'arresto. Questa ricostruzione, raccontata da Mario Alessi, muratore siciliano condannato all'ergastolo per il delitto di Tommaso Onofri (un bambino di tre anni rapito a scopo di estorsione e ucciso con alcuni complici nel 2006), che stava scontando la pena nello stesso carcere di Guede, a Viterbo, scagionerebbe i due imputati Sollecito e Knox ma è stata ritenuta dai magistrati, nello specifico dal procuratore Airone, totalmente infondata; infondate furono ritenute altre presunte rivelazioni, tra le quali la dichiarazione di Luciano Aviello (noto poi come Lucia in seguito al suo cambiamento di sesso), pentito di mafia che per un periodo fu in cella con Sollecito, il quale ha accusato suo fratello (un mafioso nel frattempo defunto) dell'omicidio, che avrebbe commesso in concorso con Rudy Guede. Aviello venne in seguito denunciato per calunnia nei confronti degli avvocati Maori e Bongiorno. Si parlò, sui giornali, anche di uno spacciatore di cocaina, un italiano presunto conoscente o "ex amante" della Knox, come presunto complice di Guede, di nome "Federico"; egli venne già identificato in un'informativa della polizia nel 2007, ma è stato totalmente ignorato successivamente e tale rimarrà.

Procedimenti correlati. Amanda Knox è stata rinviata a giudizio, con prima udienza il 15 novembre 2011, nuovamente per calunnia nei confronti di alcuni poliziotti della Questura di Perugia, tra cui l'ispettore Oreste Volturno, e l'interprete. La Knox ha accusato in più circostanze, anche durante il dibattimento in primo grado e tramite il padre successivamente, di aver subito insulti, minacce e anche leggere percosse dalla Polizia, durante l'interrogatorio che ha preceduto il suo arresto (lamenterà poi anche molestie sessuali in carcere, ottenendo una querela). I magistrati non hanno trovato riscontro per tali affermazioni e hanno ottenuto un nuovo processo per la cittadina americana con l'accusa di calunnia. Il secondo processo per calunnia contro la Knox è iniziato a Firenze il 10 giugno 2015. In primo grado, il 14 gennaio 2016, il tribunale di Firenze ha assolto Amanda Knox da questa seconda accusa di calunnia, perché il fatto non sussiste.  Nel 2008 Sollecito denunciò quattro giornalisti di Mediaset - Claudio Brachino, Michaela Bohle, Remo Croci (poi divenuto amico della famiglia Sollecito) e Rossella Volta - per averlo diffamato durante la trasmissione Top Secret riferendo presunte confidenze di Rudy Guede e la sintesi di un interrogatorio in cui Guede parlava del presunto assassino, aggiungendo però, presentantolo come parte della sintesi delle parole dell'ivoriano che Guede aveva riconosciuto nel "ragazzo biondo" l'imputato; nel 2015 tre posizioni furono archiviate e la sola Michaela Bohle è stata rinviata a giudizio "per aver offeso il decoro e la reputazione" di Raffaele Sollecito. L'accusa riguarda anche la descrizione di Sollecito come un tossicodipendente abituale. Nella trasmissione si disse che emergeva dai verbali che gli imputati fumavano "ogni sera 10-15 canne, anzi cannoni, per avere un supporto maggiore" e altre affermazioni. Il pm di Perugia Giuliano Mignini ha querelato Raffaele Sollecito nel 2013, sentendosi diffamato dalle affermazioni contenute nel libro Honor Bound (scritto con Andrew Gumbel) nel 2012; nel libro Sollecito parla di una trattativa per incolpare Amanda, che sarebbe stata da ricondurre al magistrato, il quale avrebbe offerto al giovane un ingente sconto di pena o l'assoluzione in cambio della sua accusa contro Amanda. Sollecito avrebbe respinto questa proposta, in nome di un "vincolo d'onore" (da cui il titolo del libro) e della verità (ha sempre ritenuto - a suo dire - che Amanda fosse innocente). In particolare, l'oggetto del contendere sarebbero alcune espressioni presenti nel libro, in cui si parla di manovre "sporche" dell'accusa e di "macabro abbraccio" fra "la procura e i media scandalistici", oltre a ricostruzioni giudicate offensive o irridenti dell'operato degli inquirenti. In particolare nel libro viene affermato: «Io credo che il nostro processo fosse, tra le altre cose, un grande diversivo allo scopo di mantenere l’attenzione dei media lontano dalla battaglia legale condotta da Mignini a Firenze [il magistrato era allora sotto accusa per abuso d'ufficio nel caso del Mostro di Firenze, il processo cadrà in prescrizione, dopo una condanna e un annullamento, nel 2014, NDR], e per fornirgli quella vittoria in un processo di alto profilo di cui aveva disperatamente bisogno per ripristinare la sua reputazione. (...) Il suo approccio era particolarmente vendicativo.». Il procedimento per diffamazione nei confronti di Mignini e per vilipendio alla polizia di Perugia, contro Sollecito e Gumbel, si è aperto ufficialmente nel 2015 a Firenze e Sollecito è stato rinviato a giudizio. Un'altra denuncia è stata sporta nel maggio 2015 dal pm Mignini e altri inquirenti contro l'avvocato Maori e contro un giornalista. Le accuse contenute nel libro di Sollecito, in particolare quelle della cosiddetta trattativa per incolpare la Knox, che sono il principale oggetto del contendere secondo i legali del pubblico ministero, sono state però smentite in seguito dallo stesso padre dell'imputato, nel corso di una rubrica di Porta a Porta, a cui è intervenuto anche il giornalista politologo Maurizio Molinari; tuttavia non sono mai state espunte dal libro (mai pubblicato in Italia). Anche del libro della Knox era stato chiesto il sequestro nel 2013, per alcuni frasi ritenute ingiuriose verso gli inquirenti e la persona del pubblico ministero. Nel 2015 la sezione disciplinare del Csm ha inflitto la sanzione della censura (una sorta di reprimenda scritta) a Giuliano Mignini, per aver impedito a Sollecito di conferire immediatamente con il proprio difensore il giorno del fermo, provvedimento che Mignini emise solo oralmente e non con un provvedimento scritto e motivato, come previsto dalle norme. Nel 2016 gli avvocati di Sollecito hanno diffidato la Rai-Tv dal mettere in onda un intervista di Franca Leosini a Rudy Guede. Guede ha ripetuto quindi la propria versione, di aver sentito al voce di Amanda e aver visto un ragazzo bianco con "accento meridionale" che non riconobbe. I legali di Sollecito hanno sporto querela, poiché secondo loro Guede avrebbe messo in dubbio la sentenza di proscioglimento, insinuando la colpevolezza del loro assistito.

Annullamento dell'assoluzione da parte della Cassazione. La Procura Generale della Repubblica di Perugia ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Il 25 marzo 2013 il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Luigi Riello ha esposto la sua requisitoria con i due imputati assenti. In data 26 marzo 2013 la Cassazione, Prima Sezione penale, ha annullato le sentenze di assoluzione del grado di giudizio precedente, rinviando lo stesso dinanzi alla Corte d'assise d'appello di Firenze. La stessa Corte di Cassazione ha anche respinto il ricorso della Knox contro la condanna per calunnia che è divenuta, così, definitiva. Il 18 giugno 2013 sono state depositate le motivazioni della sentenza di annullamento con rinvio della Corte di Cassazione. La sentenza contiene una dura critica sulle illogicità, omissioni e contraddizioni che caratterizzavano la sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha accolto i motivi di ricorso della Procura Generale di Perugia, a partire dal nesso tra la calunnia per la quale la Knox è stata definitivamente condannata e l'omicidio, per finire alla smentita delle prove disposte nel processo d'appello e alla loro acritica condivisione da parte dei giudici di secondo grado. La Prima Sezione ha fissato una serie di principi di diritto vincolanti per il giudizio di rinvio. Sollecito e Knox affermano di nuovo la loro innocenza; il giovane afferma di sentirsi parte di una situazione kafkiana.

Il processo in Corte di Assise di Appello e la nuova condanna. Non vengono disposte misure cautelari; Sollecito rientra dalle vacanze a Santo Domingo, tra le polemiche di chi ventilava una possibile fuga, mentre Amanda rimane a Seattle. Il 30 gennaio 2014 la Corte d'Assise d'Appello di Firenze, rovesciando il precedente giudizio di secondo grado, ha affermato la colpevolezza degli imputati condannando Amanda Knox a 28 anni e 6 mesi di reclusione e Raffaele Sollecito a 25 anni, accogliendo le richieste del pm Alessandro Crini. Nei confronti di entrambi non sono state disposte misure restrittive in carcere, ma a Sollecito è imposto il divieto di espatrio e il ritiro del passaporto. Il giudice Alessandro Nencini, presidente del collegio giudicante, definisce come lunga e "sofferta" l'elaborazione della decisione, mentre il padre di Sollecito sostiene «che i giudici riconoscono a mio figlio Raffaele e ad Amanda Knox il dono dell'ubiquità» (una sorta di "sentenza suicida", cioè palesemente incoerente). Nencini infatti accoglie l'attendibilità del teste Curatolo e contemporaneamente fissa l'ora del delitto (e la presenza in casa) al momento in cui dovevano essere in piazza: «Il teste Curatolo li collocava in piazza Grimana, già dalle ore 21.30/22.00 della sera, ove il teste riferiva di averli attenzionati più volte fino attorno alle 23.00/23:30 di quella stessa sera; circostanza questa che la Corte ha ritenuto attendibile per le ragioni già espresse. (...) ciò che conta è che, ad una certa ora, ragionevolmente tra le 21:30 e le 22.00 della sera del 1º novembre 2007, entrambi gli imputati e Rudi Hermann Guede erano sicuramente presenti all'interno della villetta ove si trovava Meredith Kercher, all'interno della sua camera.» (Sentenza Nencini di condanna del 2014). Per aver rilasciato un'intervista in cui anticipava le motivazioni della sentenza e dichiarava di non aver separato le posizioni degli imputati, processando Sollecito solo per favoreggiamento, perché il giovane non aveva accettato di essere nuovamente interrogato, il giudice Nencini venne messo sotto inchiesta e poi prosciolto dal Consiglio Superiore della Magistratura, anche se ricevette comunque un richiamo ufficiale. La mattina del 31 gennaio, quest'ultimo è raggiunto dalla Polizia nel comune di Venzone (UD), a pochi chilometri dal confine austriaco. Sollecito ha dichiarato di essersi effettivamente recato in Austria il pomeriggio precedente con la sua fidanzata Greta Menegaldo e di essere poi rientrato in Italia dopo poche ore, senza avere intenzione di fuggire; il giovane si presenta quindi in questura a consegnare il passaporto. Viene quindi riaffermata la presenza del DNA della Knox sul coltello considerato l'arma del delitto, e Sollecito considerato coinvolto per la mancanza di un alibi preciso e le dichiarazioni contraddittorie, mentre resta in secondo piano il DNA sul gancetto, a causa di possibile contaminazione, pur essendo elencato tra le prove. Il movente viene però modificato da movente sessuale a lite per le pulizie in casa tra Knox e Kercher, specialmente a causa del fatto che Guede, secondo i giudici amico di Amanda, avrebbe sporcato il bagno. I legali dei due condannati annunciano che proporranno nuovamente ricorso in Cassazione. Amanda si difese in diversi talk show statunitensi, mentre Sollecito partecipa a programmi televisivi italiani in cui ribadisce la sua innocenza; fece scalpore la difesa del giornalista Vittorio Feltri, innocentista, a causa di frasi offensive pronunciate da Feltri stesso contro la vittima Meredith Kercher. Nonostante i pareri contrastanti dei giuristi, si diffonde l'opinione che è possibile che Amanda Knox non avrebbe scontato mai l'intera pena (ossia il restante computo, con l'esclusione dei 4 anni già scontati), e quindi che ci sia un rifiuto di estradizione da parte del Dipartimento di Stato, poiché gli Stati Uniti considerano non valido un doppio giudizio, se la condanna segue un'assoluzione ("double jeopardy"). Secondo cablogrammi dell'ambasciata, pubblicati nel 2015, già nel 2013, dopo l'innocenza riconosciuta dal primo processo d'appello, i diplomatici avrebbero dichiarato che gli Stati Uniti considerano "chiuso questo caso".

Assoluzione definitiva di Knox e Sollecito in Cassazione. Gli avvocati di Knox e Sollecito hanno depositato il ricorso in Cassazione il 16 giugno 2014, chiedendo l'annullamento della sentenza senza rinvio, che equivale all'assoluzione per i loro clienti e al ripristino della verità emersa nel primo processo d'appello, o perlomeno un terzo appello. I legali di Sollecito, oltre a ripresentare gli argomenti della contaminazione accidentale, dell'assenza di prove, dell'impossibilità fisica di cancellare ogni traccia lasciando solo quelle di Guede hanno cercato di separare per la prima volta la posizione di Sollecito da quella di Amanda, e chiedendo anche la modifica dell'imputazione, da concorso in omicidio a favoreggiamento personale, ricordando che la testimonianza del clochard Antonio Curatolo, accolta come veritiera dalla sentenza di condanna, sembrava fornire un alibi. La sentenza del 27 marzo 2015, pronunciata dal giudice della Suprema Corte Gennaro Marasca dopo 10 ore di camera di consiglio (un tempo molto lungo per il giudizio di legittimità), ha assolto dall'accusa di omicidio Sollecito e Knox, "per non aver commesso il fatto", cassando il secondo giudizio d'appello e accogliendo la richiesta della difesa di annullamento senza rinvio (cosiddetta cassazione senza rinvio con decisione nel merito), con la Knox che vede confermata, in via definitiva, la condanna a 3 anni per calunnia nei confronti di Lumumba, già scontati. Secondo i giudici, che hanno fornito spiegazioni annesse al dispositivo, il «complesso probatorio era talmente contraddittorio» da rendere impossibile superare le incongruità e «assurdo» sarebbe stato «disporre un nuovo dibattimento potendo contare su indizi così labili». La precedente sentenza della Cassazione, che aveva rilevato irregolarità procedurale (solo in legittimità e non nel merito) dell'assoluzione del primo appello, è stata ritenuta «non vincolante», nella convinzione che la propria pronuncia dovesse valutare solo ed esclusivamente il secondo verdetto d'appello del 2014, ritenuto insufficiente a livello definitivo. Per i supremi giudici della Quinta sezione il quadro accusatorio «non è sorretto da indizi sufficienti» nei confronti di Knox e Sollecito[154]; Marasca ha citato nel dispositivo il secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale italiano, che afferma anche che «il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o contraddittoria la prova che l'imputato lo ha commesso [il fatto, ndr]» e ha configurato in pratica un'assoluzione per mancanza di prove, anche da un nuovo appello. La Cassazione ha quindi annullato ritenendo superfluo il rinvio e ha dato, come "provvedimento occorrente", l'assoluzione piena degli imputati e la fine del procedimento. Raffaele Sollecito, che ha atteso la sentenza nella casa di Bisceglie, ha commentato: «Sono immensamente felice, torno a riprendermi la mia vita. Quella stessa magistratura che mi ha condannato ingiustamente mi ha restituito oggi la dignità e la libertà», paragonando in seguito la sua vicenda a un sequestro di persona. Amanda Knox, a Seattle (sua città di origine, dove vive e sta per sposarsi con il musicista Colin Sutherland, e dove lavora come giornalista per il West Seattle Herald), ha invece dichiarato di essere «molto grata che giustizia sia stata fatta. Grazie. Sono grata di riavere la mia vita. Meredith era una mia amica. Meritava moltissimo nella vita. Io sono quella fortunata». In controtendenza con l'opinione pubblica statunitense, per la maggior parte innocentista, il celebre penalista Alan Dershowitz (in passato fu uno dei consulenti della difesa di O.J. Simpson in un celebre caso) afferma che la condanna di Amanda, come complice di Guede, sarebbe stata "fondata" anche nel sistema giudiziario americano, secondo lui meno garantista di quello italiano[163]; nei mass media italiani viene fatto intendere che Dershowitz avrebbe affermato la colpevolezza della Knox, ma l'avvocato si limitò a ritenere "non impossibile" un'eventuale condanna. Precedentemente aveva invece espresso dei dubbi sulla condanna in primo grado. Rudy Guede, l'unico condannato, in concorso con ignoti, ha commentato che il caso è chiuso anche per lui, e vuole solo laurearsi in Lettere e uscire dal carcere, rifiutando altresì di confessare, ma prendendo in considerazione la possibilità di chiedere un nuovo processo a causa del "concorso con ignoti" per cui è stato condannato (in alternativa alla possibile assoluzione o alla condanna come unico colpevole). In realtà la legge italiana prevede, per i delitti in concorso, che se uno o più dei concorrenti viene assolto, il rimanente o i rimanenti restino comunque colpevoli. I suoi avvocati smentiranno poi che Guede voglia chiedere la revisione, e Guede si farà poi assistere da altri legali e da un gruppo di sostegno.

Le motivazioni assolutorie. Le motivazioni sono state pubblicate il 7 settembre 2015, e in esse si legge che esiste un dato di "indubbia pregnanza" a favore di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, "nel senso di escludere la loro partecipazione materiale all'omicidio". La Suprema corte ha inoltre bocciato le indagini svolte dalla Procura di Perugia, parlando di mancanza di un "insieme probatorio" contrassegnato "da evidenza oltre il ragionevole dubbio" e «un iter ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o "amnesie" investigative», e senza tali "colpevoli omissioni", si sarebbe «con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell'estraneità» di Knox e Sollecito, che la corte considera comunque innocenti. Prosegue indicando "l'inusitato clamore mediatico" e i "riflessi internazionali della stessa vicenda", che non hanno "certamente giovato alla ricerca della verità" provocando una "improvvisa accelerazione" delle indagini "nella spasmodica ricerca" di colpevoli "da consegnare all'opinione pubblica internazionale". Rifacendosi alla sentenza del 2011, il motivo principale di assoluzione risiede però «nell'assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili nella stanza dell'omicidio o sul corpo della vittima, ove invece sono state rinvenute numerose tracce riferibili a Guede (...) Incontrovertibile è l'impossibilità che sulla scena dell'omicidio non fossero residuate tracce riferibili agli odierni ricorrenti, in caso di partecipazione all'uccisione della Kercher. Nessuna traccia ad essi imputabile è stata, in particolare, rinvenuta sulla felpa indossata dalla vittima al momento dell'aggressione né sulla sottostante maglietta, come avrebbe dovuto essere in caso di partecipazione all'azione omicidiaria.» (Motivazioni assolutorie della Corte di Cassazione). La Corte ha inoltre cassato tutte le prove genetiche, poiché «le indagini genetiche sono state acquisite in violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali», definisce «inquietante» la repertazione tardiva del gancetto del reggiseno e il modo in cui il coltello è stato trasportato, cioè in una scatola di cartone. Anche la quantità esigua del campione non ha dato luogo alla seconda prova per l’attribuzione del DNA, «necessario perché il risultato possa ritenersi affidabile». Viene accolta nuovamente la perizia scientifica del 2011, che stabilì la presenza esigua di un DNA di diversi uomini, di cui uno somigliante ma non identico a Sollecito, sul gancetto, e del solo DNA di Amanda unito a residui di amido di patata sul coltello della casa di Sollecito, mentre l'ipotizzata presenza del DNA della Kercher era da escludere. La Cassazione taccia come «manifestamente illogico» il richiamo alla «pulizia selettiva» e «palesemente illogico ricostruire il movente dell’omicidio sulla base dei pretesi dissapori tra la Kercher e la Knox» e «pacifica la commissione dell’omicidio in via della Pergola, l’ipotizzata presenza nell’abitazione dei due ricorrenti non può, di per sè, essere ritenuta elemento dimostrativo di colpevolezza». La Cassazione accetta che Amanda potrebbe essere stata nella casa come disse nella sua prima confessione («la presenza di Amanda nella casa che fu teatro dell’omicidio è dato conclamato, alla stregua delle sue stesse ammissioni»), ipotizzando anche che avesse voluto "coprire Guede" accusando Lumumba, anche se non esiste prova di ciò. Quindi, Amanda, condannata per calunnia, potrebbe aver sentito rumori riferibili al delitto, ma nascosta nella propria camera o in cucina a causa della paura, e quindi non è imputabile per il reato di omicidio. Su Sollecito «resta forte il sospetto che egli fosse realmente presente nella casa di via della Pergola, la notte dell’omicidio, in un momento però che non è stato possibile determinare», quindi, data l'assenza di prove sul corpo, tale momento potrebbe essere successivo o precedente all'atto di Guede. L'ivoriano avrebbe quindi commesso il delitto, Amanda avrebbe avuto una «connivenza non punibile» e Sollecito è estraneo al crimine.

Causa di risarcimento. Gli avvocati dei due imputati assolti hanno annunciato che verrà chiesto un risarcimento per errore giudiziario, danni morali e ingiusta detenzione; la Knox ha poi deciso di rinunciarvi a causa della condanna per calunnia. In realtà i legali sono parsi intenzionati a richiedere un risarcimento solo per l'ingiusta detenzione, da Sollecito ritenuta troppo lunga e troppo restrittiva (non essendoci secondo la difesa pericolo di fuga, aveva chiesto la detenzione domiciliare o il ritiro del passaporto, che gli è stato accordato solo dopo la seconda condanna, quando già era in libertà da tre anni); l'avvocato Bongiorno ha affermato anche di non volere utilizzare la nuova normativa sulla responsabilità civile. Resta pendente anche un ricorso dei legali della Knox alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, in riferimento alla richiesta di rinvio alla Corte Costituzionale della possibile questione di incostituzionalità degli articoli 627 e 628 del codice di procedura penale, in quanto secondo loro violerebbero il divieto di doppio giudizio e il diritto al giusto processo, poiché «consentono all'infinito la ripetizione dei processi quando, come nel caso di omicidio, non c'è prescrizione e si assiste ad un balletto di verdetti». Nel maggio 2016 la CEDU ha accolto in via preliminare il ricorso contro l'Italia presentato dalla Knox, in cui si sostiene che l'americana abbia subito un processo iniquo e maltrattamenti durante l'interrogatorio. La Corte ha ritenuto valido il dossier presentato dai legali ed ha comunicato il ricorso al governo italiano affinché esso possa difendersi.

Influenze nella cultura di massa. Musica: Amanda Knox viene citata nel singolo Killer Star di Immanuel Casto e nel singolo Maria Salvador di J-Ax feat. Il Cile. Film: Sulla vicenda, nel 2011, è stato realizzato un film per la televisione intitolato Amanda Knox (Amanda Knox: Murder on Trial in Italy) per la regia di Robert Dornhelm. Il cast comprende Amanda Fernando Stevens nel ruolo di Meredith Kercher, Hayden Panettiere è Amanda Knox, Paolo Romio è Raffaele Sollecito e Djibril Kebe interpreta Rudy Guede. Diverse scene di questo film sono state girate a Roma all'interno del Complesso del Buon Pastore. Un altro film viene realizzato nel 2014 con la regia di Michael Winterbottom. The Face of an Angel. Questo film segue la vicenda con gli occhi di un giornalista ed un reporter che osservano il caso. Il film ha tuttavia modificato il nome dei protagonisti (Amanda è chiamata Jessica, ruolo interpretato da Genevieve Gaunt). Nel cast Kate Beckinsale, Daniel Brühl, la modella Cara Delevingne e Valerio Mastandrea. Televisione: Alla vicenda viene fatta allusione nell'episodio Viaggio in Italia della serie animata I Griffin: il personaggio di Peter parla con Brian di sua moglie Lois, che è scappata con un italiano, dicendo di non preoccuparsi poiché "è una donna americana in Italia. Uscirà, ucciderà la coinquilina in un gioco erotico e poi starà bene", facendo riferimento al presunto movente erotico della condanna di Amanda Knox. La battuta, andata in onda su Italia 2, è stata invece censurata durante la messa in onda su Italia 1. Amanda Knox compare inoltre, in un'immagine di repertorio, nell'episodio L'applicazione killer della serie televisiva Lie to Me. Infine, oltre a vari documentari in tutto il mondo, sono state dedicate alla vicenda varie puntate di programmi televisivi. Anche una serie televisiva, Guilt (2015), si è vagamente ispirata alla vicenda. Teatro: The Verdict Of Perugia (originale tedesco, Das Urteil von Perugia) di Stefan C. Limbrunner, 2015.  Documentari: Amanda Knox ha partecipato, intervistata, nel 2008 al film cortometraggio documentaristico L'ultima città di Claudio Carini. Numerosi documentari televisivi sono stati prodotti sulla vicenda.

LA VOCE DEGLI INNOCENTI. 

Innocenti: Testimonianze identiche dal carcere. "Cara Francesca, mi sento umiliato fino al midollo": le lettere di Enzo Tortora dal carcere. Nei sette mesi in cella dal giugno 1983 al 17 gennaio 1984, quando andò ai domiciliari, il presentatore scrisse numerose missive alla compagna Francesca Scopelliti. Pubblicate per la prima volta in un libro arriva in edicola venerdì. Accusato di appartenere alla nuova camorra di Cutolo, la sua vicenda è stata il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra, scrive il 13 giugno 2016 “La Repubblica”. "È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall'arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia". Roma, carcere di Regina Coeli, 23 giugno 1983: Enzo Tortora, 54 anni, il famosissimo conduttore di Portobello, spedisce incredulo la sua prima lettera alla compagna Francesca Scopelliti. È finito in una retata di 856 persone, i magistrati di Napoli lo accusano di trafficare droga per la camorra: il più clamoroso errore giudiziario del Dopoguerra. Scrive: "Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove". Tra quei giorni di giugno 1983 e il 17 gennaio 1984, quando sarà posto agli arresti domiciliari, Tortora invia 45 missive a Scopelliti. Ora sono un libro: 'Lettere a Francesca' (Pacini editore).

"Mio caro amore, ci pigiano, in sette, in pochi metri. Come puoi immaginare non è esattamente il Circolo del Golf. Martedì o giovedì avrò, a quel che si dice, un confronto con un criminale o due che non ho mai visto, e poi non so. Quello che so è che la lotta fra me, innocente, e l'accusa, ormai impegnatissima a dover dimostrare il contrario (un altro aspetto di questa farsa italiana) continuerà a lungo". (2 luglio 1983)

"Visto? Annullato questo interrogatorio. Non hanno niente in mano. Ora cercano follie fiscali, si ridurranno a dimostrare che non ho pagato l'Iva o che i soldi della Grappa Piave (di cui Tortora era testimonial) erano di Turatello. Non ridere. È così". (11 luglio).

"Ricevo i tuoi messaggi e ti so almeno, al mare. Chissà perché si dice "al fresco". Io muoio di caldo, in cella. Balza fuori da ogni cella d'Italia un criminale che pur di guadagnarsi uno sconto mi accusa di ogni pazzia, spero la difesa passi duramente al contrattacco. Mi sono rapato e sono atterrito dal vedere come questa mia esperienza mi abbia trasformato: non ho più un pelo nero. Guarda per me il mare, baciami un fiore".

"Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l'ora d'aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters". (31 luglio)

"Esplodono fuochi artificiali (miei numeri telefonici nelle agende dei killer!!): questa croce doveva capitare a me. Non ti dico, Cicciotta, come sto. Spesso mi sembra un miracolo l'essere vivo. Ho visto le foto di mia madre infamata ("Gente") persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato "il caso", "il giallo": tutto ciò che odio". (11 agosto)

(Prima lettera dal carcere di Bergamo). "Cicciotta, ho un tremendo mal di testa. Fuori piove, e io come casalinga (debbo lavare, pulire, spazzare, eccetera, a Regina Coeli almeno facevamo i turni) mi sto rivelando una frana. Sto accarezzando l'idea di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio". (24 agosto)

"Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali". (30 agosto)

"Ciccia, la domenica è due volte galera. Perché si spengono persino gli esili fuochi che contrappuntano questo deserto: la posta, una possibile visita, un qualcosa insomma. Mi fa piacere leggere sui giornali che al cinema danno ancora Tootsie e Gandhi, è come una conferma che io te li abbiamo visti, dunque era vero che esistevamo e che c'è stato un tempo in cui andavamo al cinema tenendoci per mano". (31 agosto)

"Ieri sera è venuto a trovarmi Montanelli: è stato terribile. Ma lui è stato molto caro. Solo ci si sente, non so come dirti, umiliati fino al midollo" (15 settembre)

"Domani vedrò gli avvocati che hanno già ricorso al Consiglio della Magistratura. La tortura che i nazisti infliggevano era più rozza, ma migliore. Un colpo alla nuca, e via. Ma questi ti rosolano a poco a poco, fra i tormenti. Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati. La cosa più atroce è non poter fare nulla, se non aspettare". (2 ottobre)

"Ho combinato un disastro nel cesso, lasciando il rubinetto aperto del piccolo lavabo, e così ho allagato la cella. Sai cosa costa all'erario un detenuto, al giorno? 180 mila lire al giorno! Potrei dormire all'Hilton, prendendo il resto, e senza dover fare lo sguattero". (3 ottobre)

"Che faccio? Se lo domandano tutti. Resisto. Spero mi cambino le medicine: mi deprimono molto". (13 ottobre)

"Ho parlato con Della Valle, reduce da Napoli. Non c'è da farsi la minima illusione. La mia vittoria, enorme, sull'ultima infamia, a loro non fa né caldo né freddo. L'ostilità del giudice istruttore, in combutta palese con i due pm, autori della retata, è enorme. Ricorreremo in Cassazione. O prosciolto in quella sede, o ammanettato a Napoli, in processo, con altri 20 camorristi". (27 ottobre)

"Alle 22,30 ti chiudono anche la porta, ti danno quattro giri di chiave ulteriori (ormai ogni giro è una coltellata). Ogni tre ore passano e ti accendono la luce. Se sei al cesso, un buco apposito consente loro di vederti. Non è cambiato niente dal film di Sordi". (9 novembre)

"Ho capito di avere perso. Ero convinto di aspettare qui il processo in tempi di qualche mese. Morale: mi sono arreso. Un'umiliazione infinita". (16 novembre)

"La libertà provvisoria(!), chiesta, mendicata: è ripugnante. Non è da me, insomma. Non faccio che vedere neurologi, cardiologi, osteologi, reumatologi. Sono in carteggio con Annamaria Ortese". (26 novembre)

"Natale, da qui, è semplicemente ridicolo. L'ho passato rileggendo 'L'asino d'oro' di Apuleio. Si è impiccato in cella un uomo. Una scena atroce. Siimi vicina, Cicciotta mia. Ti dico: buon Natale, va bene? (25 dicembre).

Stesso atteggiamento di Raffaele Sollecito.

Giacomo Amadori per “Libero Quotidiano” del 13 giugno 2016. Lo incontro in un anonimo alberghetto alla periferia Nord di Milano. Capelli raccolti in un codino, camicia rosa e giacca blu elettrico. Sta per partire per Trieste, dove ha in programma un incontro di lavoro con un'agenzia investigativa. Quando si dice la nemesi della cronaca. L'ingegnere informatico Raffaele Sollecito, per otto anni rincorso dall'infamante accusa di aver ucciso insieme con Amanda Knox una studentessa inglese, Meredith Kercher, sta perfezionando un software destinato alle procure e che serve a intrufolarsi nei cellulari degli indagati, trasformando gli apparecchi in microspie. L'azienda che glielo ha commissionato lavora con i tribunali ed ha il quartier generale in Lombardia. In questi giorni "007" Sollecito sta girando l'Italia per presentare il suo libro di memorie, "Un passo fuori dalla notte". Un pugno allo stomaco per chi è un garantista, o forse semplicemente un essere umano. Una storia talmente agghiacciante che quando a pagina 216 leggi la frase in cui la sorella di Raffaele, Vanessa, in diretta dall' aula della Cassazione, urla al telefono la parola «innocente!» alla famiglia rintanata a Bisceglie in attesa del peggio, l'emozione si sente sulla pelle. Eppure questo caso di malagiustizia, censurato in modo definitivo dalla sentenza della quinta sezione della Suprema Corte, non ha placato le ubbie di certi manettari a oltranza. Per esempio durante la presentazione milanese del mémoire, quando Raffaele si lamenta della scarsa attenzione prestata inizialmente dagli inquirenti alle prove contro l'ivoriano Rudy Guede, l'unico condannato per il delitto Kercher e con precedenti per furto, una giornalista benpensante si inalbera: «Nero e ladro, il profilo perfetto del colpevole». Lasciando allibito il trentaduenne pugliese.

E allora noi partiamo proprio da qui. Sollecito, lei è razzista?

«Non lo sono mai stato e come racconto nel libro uno dei miei migliori amici in carcere è stato un gigante buono senegalese, un uomo alto due metri con una pancia enorme, a cui chiesi di venire a condividere la cella con me perché mi metteva il sorriso. Non sono io ad avercela con Guede, è lui che non ha mai risposto in tribunale alle domande, ha velatamente accusato me e Amanda di un delitto di cui non avevamo nessuna responsabilità, ha mentito più volte e non si è mai pentito. Non posso provare simpatia per lui».

Però in tv Guede si è proclamato innocente e ha fatto numerose allusioni a lei ed Amanda dicendo che conoscete la verità.

«Stiamo preparando un'azione civile contro chi ha permesso che con i soldi del servizio pubblico si distorcessero le evidenze processuali e la realtà a favore di un millantatore».

A suscitare molti dubbi negli inquirenti e nell' opinione pubblica furono le prime dichiarazioni di Amanda.

«Le contraddizioni nelle sue versioni non erano frutto di menzogne ma di panico, e la sua disponibilità a parlare con gli inquirenti è stata interpretata come tentativo di nascondere qualcosa. Era una ventenne americana che si trovava da sola in Italia e a cui avevano ucciso un'amica. La Corte di Strasburgo ha recentemente accolto il ricorso della Knox per la violazione dei suoi diritti costituzionali e civili durante i primi interrogatori».

Però lei stesso ha ammesso che Amanda avesse comportamenti bizzarri che avrebbero potuto essere fraintesi. Per esempio, tra un interrogatorio e un altro faceva stretching o anche la ruota nei corridoi...

«Quella sera mi ha aspettato da sola per cinque ore seduta su una panchetta. Era tardi e quello è stato il suo modo di rilassarsi. Ma la polizia lo ha trasformato in un indizio...».

Qual è stato il momento in cui ha avuto l'impressione di essere finito in un vicolo senza uscita?

«Mi trovavo in carcere. In piena notte alcuni detenuti mi urlano di accendere la tv: lo faccio e sento che è stato trovato il mio dna sul reggiseno della povera Meredith e che questo elemento avrebbe chiuso il caso. Ho avuto un attacco di panico, ho smesso di respirare e sono svenuto. Da quel giorno ho avuto problemi alla tiroide. Sapevo che non era possibile che le mie tracce fossero su quel gancetto, visto che io non ero mai entrato in contatto con la biancheria intima di Meredith, ma la tv stava dando la notizia come una dato certo. Mi sentii perduto».

Nel suo libro fa a pezzi il mondo dei media: in quelle pagine i giornalisti sono solo un brusio di fondo che urla domande confuse al suo passaggio...

«Il rapporto media-inquirenti è estremamente lineare: i giornalisti dipendono da procure e forze dell'ordine, detentrici delle notizie, e per questo amplificano i teoremi degli inquirenti. Quando portammo le nostre risultanze sul dna a tv e stampa non ne parlò quasi nessuno».

Però ha ammesso che la decisione di suo padre di andare a Matrix ad anticipare i risultati di una consulenza di parte prima della fine delle indagini fu un errore.

«Ho capito successivamente che avremmo dovuto aspettare la chiusura delle indagini e che quella scelta, anziché sottrarci all' accerchiamento, cambiò il clima del processo. Per esempio, la storia del mio dna sul gancetto del reggiseno uscì la sera stessa in cui mio padre era stato ospite a Matrix».

È stato descritto come un giovane figlio di papà annoiato e dissoluto. Eppure nel libro offre di sé stesso un immagine molto diversa e inattesa: confessa di essere stato un ragazzo obeso, preso di mira dai compagni e con problemi di relazione con l'altro sesso. La prima ragazza se ricordo bene l'ha avuta dopo i 20 anni, e Amanda è stata una delle prime donne della sua vita.

«Per l'esattezza è stata la mia seconda esperienza, e avevo già fatto 14 mesi di Erasmus in Germania. Altro che tombeur de femmes! Sin verso la fine del liceo ero stato un nerd ciccione appassionato di manga e videogiochi. Eppure per i media diventai il ragazzo dallo sguardo di ghiaccio, impassibile e quindi colpevole. Un giovane ossessionato dal sesso, dalla droga e dalle emozioni forti».

In effetti è stato pure accusato di essere un deviato sessuale, un erotomane...

«Sono stato dipinto come un malato solo perché qualche testimone ha raccontato che nel collegio maschile in cui risiedevo circolavano filmini porno, forse un po' spintarelli o da feticisti (uno di questi era ambientato in una fattoria, ma non ricordo ci fossero scene di zoofilia). La verità è che li guardavamo in gruppo e con spirito cameratesco».

E le sostanze stupefacenti? Vi hanno dipinti come gioventù bruciata.

«In tutte le città universitarie gira la droga, ma il fatto che io, dai tempi del liceo, mi facessi qualche canna e neppure tutti i giorni (oggi non fumo più niente, neanche le sigarette) mi ha trasformato agli occhi dei giornalisti in un tossicodipendente all'ultimo stadio. Onestamente la maggior parte dei miei coetanei ricorreva alle droghe molto più di me, ma non per questo sono diventati degli assassini».

L' hanno accusata di ascoltare rock satanico...

«Mi piacciono tutti i generi di musica, in particolare il rock e il metal, e sentivo anche Marilyn Manson, la pietra dello scandalo: per me è un artista completo che gioca in modo interessante con arte e simbologie».

Nella sua biografia svela quanto sia facile, anche per un ex nerd, avere relazioni con giovani attratte da un presunto assassino...

«Non lo nego: quando mi scrivevano delle belle ragazze ero curioso di incontrarle. Però una volta è capitato che una coetanea che ho frequentato per pochi giorni a un certo punto mi dicesse: "Sei troppo dolce e delicato, non ci credo che tu possa aver fatto del male a una ragazza". Le risposi: "Meglio tardi che mai. Io sono quello che stai conoscendo". Lei mi squadrò: "Avevo un'idea di te completamente diversa". Purtroppo il bravo ragazzo non la interessava e per questo se ne andò. Ma non è stata l'unica a essere attratta dal mio presunto lato oscuro. In diverse mi hanno contattato sui social network sedotte dalle accuse che pesavano su di me. Addirittura una brasiliana, una di quelle che oggi chiamano "suicide girls" (eliminano la brava ragazza che è in loro tappezzandosi di tatuaggi e piercing), mi spediva foto osè e mi diceva che uccideva i ragazzi con cui aveva avuto rapporti sessuali. Mi mandava le immagini degli strumenti che, a suo dire, aveva utilizzato per ammazzarli. Era talmente fuori di testa che mi faceva sorridere».

La detenzione l'ha segnata. Lei racconta di essere finito vittima della depressione e addirittura di aver subito danni psicologici e scompensi cognitivi. Davanti a un'infermiera si presentò a prendere un medicinale completamente nudo...

«Il carcere fa questo effetto. Ma studiare le vite degli altri mi ha aiutato a sopravvivere. La prigione è un mondo eterogeneo, una specie di discarica della società. Quando un pezzo non funziona lo si butta lì e non ci si preoccupa di fare la raccolta differenziata. Ho conosciuto un serial killer della camorra che aveva una doppia personalità e quella cattiva era femminile: qualche anno dopo ha deciso di cambiare sesso. Un altro detenuto mostrava le foto di una ragazza completamente tumefatta e cercava di convincerci che non fosse così mal messa. Ci parlava con gli occhi sinceri. Peccato che la povera donna fosse ridotta malissimo e che lui fosse stato condannato per quelle violenze. Ricordo anche un ragazzo basso e tarchiato completamente coperto di tatuaggi accusato di essere uno stupratore seriale di donne disabili in carrozzina. La mattina si appoggiava alle sbarre e diceva di vedere un grande sasso nel corridoio pronto ad esplodere. Stava tutto rannicchiato e poi all' improvviso sobbalzava per un botto inesistente. Per scherzo un giorno spedimmo un trans a stuzzicarlo, seduto su una finta sedia a rotelle...».

A proposito, lei evidenzia la funzione sociale dei trans dentro la prigione. In particolare si sofferma sul personaggio di Monica, che descrive come una donnona sgraziata e possente che per ottenere le cose faceva le faccine come una bambina e sgranava gli occhioni ai poliziotti: aveva trasformato la sua cella in una specie di boudoir con le luci rosse soffuse, le lenzuola blu e i cuscini colorati.

«Quando diedero il permesso ai detenuti comuni di avere rapporti con i viados iniziarono episodi di tutti i tipi. Ho visto carcerati cercare di fare passare il pene tra le sbarre come dentro a specie di "glory hall" improvvisati, rischiando di ferirsi le parti intime, mentre i trans si truccavano in modo vistosissimo per risultare attraenti (non ho mai capito da dove recuperassero i cosmetici). Una volta un mio compagno di cella si mise a singhiozzare nudo sulle scale, mostrando a tutti il pene arrossato a causa di un'infezione...».

Ha avuto contezza di stupri dentro al carcere «Me ne hanno parlato e ho visto le denunce, ma non sono mai stato testimone diretto». Però nel libro racconta di aver subito molestie.

«Un ragazzo umbro chiese di venire a stare nella mia cella. Sembrava solo amichevole e protettivo. La notte piangeva nel suo letto come un bimbo, ricordando i tempi dell'orfanotrofio. Un giorno parlando di una sua presunta ex mi si avvicinò un po' troppo e iniziò ad accarezzarmi maliziosamente. Capii che non lo faceva per gioco o per amicizia. Quando le sue attenzioni nei miei confronti divennero insopportabili, chiesi di essere separato da lui. Un altro detenuto, esperto di arti marziali come me, sosteneva di essere molto bravo nei massaggi. Sapevo che li praticava su altri prigionieri e si offrì di farmene uno. Mi lanciava sguardi languidi e poco prima che iniziasse a manipolarmi mi fece intendere che voleva andare oltre. Da quel giorno smisi di frequentarlo».

Non sarà mica omofobo?

«Assolutamente no. In prigione molte persone etero si adattano alla nuova situazione, sanno che la loro vita in carcere viene stravolta e per un periodo accettano una condizione temporanea di bisessualità. Non li biasimo per questo e non mi sono spaventato per il bisogno di contatto fisico che c' è là dentro. Trovo più sconvolgente che in una situazione di tale promiscuità ci siano musulmani radicali che riescono a osservare regole di comportamento rigidissime, in modo quasi sovrumano, evidenziando fissazioni maniacali. Che non ho mai compreso. Gli integralisti islamici durante la reclusione fanno gruppo e si sente nell' aria il loro disprezzo nei confronti della nostra cultura. Insieme diventano una vera e propria setta».

Lei descrive diverse regole non scritte della vita in cattività, come l'obbligo sotto le docce di "coprire le vergogne" indossando le mutande e quella di non giudicare gli altri detenuti, salvo che non abbiano commesso reati contro donne o bambini.

«Il vero problema sorge quando parli con una guardia o un qualsiasi altro operatore: devi stare molto attento che non ci siano orecchie in ascolto, perché allora rischi di essere subito bollato come un "infame" e di mettere a repentaglio la tua incolumità. Anche dicendo cose banali ci si può trovare subito in un mare di guai. Purtroppo in carcere anche i muri parlano e ascoltano. Sono vivi».

Ha mai avuto la percezione di essere seriamente in pericolo?

«Ho provato davvero paura solo dopo aver messo in guardia dall' agguato di un gruppo di nordafricani e napoletani un ex carabiniere di cui tutti parlavano male e che consideravano uno spione. Temevo che qualcuno mi avesse sorpreso mentre lo avvertivo, ma per fortuna non è stato così. Però non mi intimorivano solo i carcerati, mi ha spaventato pure un assistente della Polizia penitenziaria particolarmente rude e aggressivo nei miei confronti. La mattina batteva il martello sulle sbarre con estrema violenza e mi rivolgeva battute offensive. Cercava di provocarmi per farmi reagire e potermi così picchiare chiamando in soccorso quella che i secondini definiscono la "squadretta"».

Ha mai assistito a questi pestaggi?

«Non si vedono, ma si sentono. Vedi arrivare la squadretta e poi senti le botte e le urla. Portarsi tutto questo dentro e vedere le persone che fuori puntano il dito e giudicano mi ha fatto venire voglia di denunciare ciò che succede davvero dietro alle sbarre. Prima di togliere la libertà a qualcuno bisognerebbe pensarci mille volte. La carcerazione preventiva è un'aberrazione e i nostri penitenziari sono un circo popolato di mostri, dove non c' è più umanità».

Augura a chi l'ha tenuta in prigione per quattro anni di provare la galera?

«Ai pm, agli investigatori, ai giudici auguro solo di essere messi alla berlina con nomi e cognomi sui media per gli errori che hanno commesso, assumendosene la responsabilità. Non mi interessa di farli soffrire in carcere: quella è una tortura fisica senza senso».

Sta facendo qualcosa per aiutare i detenuti?

«Sto cercando di creare nuovi canali, con l'aiuto delle istituzioni, per fare comunicare il mondo esterno con quello carcerario. Bisogna decidere in modo chiaro che cosa fare di questi esseri umani. La nostra società ha scelto di non eliminarli, ma poi li ha esclusi e dimenticati».

Che cosa le resta del suo rapporto con Amanda Knox?

«Rimane solo una vecchia conoscenza, l'amicizia si è persa per la distanza e il tempo. In cella fantasticavo di poter recuperare il rapporto con lei, ma poi ho capito che non c'erano più i presupposti».

Chi è davvero la Knox?

«Era una ragazza sognatrice e creativa. Forse un po' superficiale, e per questo non ha capito subito il guaio in cui eravamo finiti».

Nell' immaginario collettivo la vostra era una relazione soprattutto carnale, mentre lei nel suo libro scrive di serate passate abbracciati a guardare film romantici come "Il favoloso mondo di Amélie" o i manga giapponesi. Vi eravate appena conosciuti e lei sostiene che nell' intimità con Amanda trascorrevate gran parte del vostro tempo libero davanti a tv e pc...

«Ero molto imbranato, oggi forse sarebbe diverso, ma l'immagine che hanno dato di noi era assolutamente distorta».

Dicono che grazie ai vostri libri siate diventati ricchi.

«So che Amanda ha ottenuto un anticipo milionario. Io ho incassato molto meno e negli Usa, dove ho pubblicato il mio primo libro, non ho venduto neanche 40 mila copie. Le mie due pubblicazioni mi sono servite per pagare un piccola parte delle spese legali: per affrontarle abbiamo dovuto vendere pure due appartamenti di famiglia».

Quanto vi sono costati in tutto i processi?

«Quasi 1,3 milioni, di cui restano da pagare circa 450 mila euro. Pochi mesi fa abbiamo chiesto un risarcimento di mezzo milione per l'ingiusta detenzione, il massimo possibile nel mio caso, per poter coprire i debiti. Secondo me, però, tutte quelle spese e i danni morali e fisici che ho subito in otto anni di calvario giudiziario dovrebbero risarcirli i responsabili di quello scempio investigativo».

LA VERSIONE DI RUDY GUEDE.

L’offensiva mediatica di Rudy Guede: la pagina Facebook degli innocentisti. L’ivoriano condannato a 16 anni con il rito abbreviato per l’omicidio di Meredith Kercher annuncia: «Penso alla revisione del processo». A seguirlo il Centro studi criminologici di Viterbo. E nasce anche una pagina in Rete dedicata a Guede, scrive Annalisa Grandi il 22 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. «Potevo fare di più ma non ho ucciso io Meredith». Ha parlato in tv, Rudy Guede. Ha spiegato che punta alla revisione del processo. E ora, nasce anche una sua pagina Facebook. Mentre gli avvocati di Amanda Knox e Raffaele Sollecito contrattaccano. L’ivoriano condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Meredith Kercher scende in campo, al suo fianco il Centro per gli studi criminologici di Viterbo. Per raccontare la sua verità, e anche per sperare in una revisione del processo. «Non sono stato io» ha ribadito durante l’intervista alla trasmissione di Rai3 «Storie maledette», per poi aggiungere «Sono stato condannato per concorso in omicidio, ma se gli altri due sono stati giudicati innocenti in concorso con chi avrei ucciso Meredith?». Guede, che aveva scelto il rito abbreviato, è stato condannato a 16 anni di carcere. Assolti in via definitiva dalla Corte di Cassazione Amanda Knox e Raffaele Sollecito. «Penso alla revisione del processo» ha detto in tv l’ivoriano. E se i suoi legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, che l’avevano difeso sin dal momento del suo arresto, a poche ore dall’intervista hanno annunciato di aver rinunciati al mandato «ritenendo ormai esauriti tutti gli aspetti tecnico processuali che lo hanno coinvolto nella vicenda dell’omicidio Kercher», Guede da inizio gennaio si è rivolto al Centro per gli Studi Criminologici di Viterbo affinché, spiegano Marcello Cevoli e Rita Giorgi, presidente e direttore scientifico «svolga un’attenta disamina della vicenda processuale». «La sentenza -dicono - presenta molti aspetti ampiamente opinabili». E nasce anche una pagina Facebook di Guede, dove gli internauti si dividono fra colpevolisti e innocentisti. «Ho sempre creduto nella tua innocenza» «Finalmente un po’ di voce ai deboli, se ne sono lavati tutti le mani». «Mi ha commosso vedere una persona innocente stare in carcere» si legge fra i tanti commenti. «Non sono io a dire che le indagini sull’omicidio sono state condotte in modo disdicevole. Sono i giudici della Cassazione. Io non sono l’unico colpevole dell’omicidio di Meredith. Sono l’unico condannato. Perché i ragionevoli dubbi contano solo per alcuni e per qualcun altro no?» scrive Guede. Nella pagina, anche un indirizzo mail che fa riferimento a un vero e proprio ufficio stampa dell’ivoriano. «È il primo caso di revisione mediatica a cui mi è capitato di assistere - commenta Luciano Ghirga, che difende Amanda Knox - ad ogni modo è processualmente irrilevante, sono le solite bugie che Rudy ha sempre detto tanto da essere definito il re dei bugiardi». Ghirga ha definito il tentativo di Guede «sconveniente e destinato al fallimento - per poi aggiungere - Valuteremo se i contenuti sono lesivi come immaginiamo, dell’immagine di Amanda e agiremo di conseguenza». E l’avvocato di Raffaele Sollecito Giulia Bongiorno ha annunciato che dopo l’intervista «Raffaele avvierà un’azione di risarcimento danni». «Reputo di una gravità inaudita - spiega il legale - il mancato rispetto di una sentenza ormai definitiva che ha accertato la totale innocenza di Raffaele Sollecito. Arrivata al termine di un lunghissimo calvario giudiziario, reso ancora più duro dall’amplificazione mediatica». «Esiste un limite - aggiunge la Bongiorno - alla spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie, e questa volta è stato ampiamente superato. L’altro avvocato di Sollecito Luca Maori ha invece parlato di «fiera dell’effimero e della menzogna - e ha attaccato - Guede pensa alla revisione? Si ma in peggio, visto che la giustizia lo ha graziato infliggendogli solo 16 anni per un delitto tremendo come quello di Meredith Kercher».

Mez, la versione di Guede: "Innocente, penso alla revisione del processo", scrive TGCom24 del 22 gennaio 2016. "Potevo fare di più per Meredith, ma non l'ho uccisa io", ha detto il 29enne che sta scontando nel carcere di Viterbo 16 anni di reclusione per concorso in omicidio. Potrebbe aprirsi un nuovo capitolo per l'omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia il primo novembre 2007. Rudy Guede, unico condannato per la morte della ragazza, sta infatti considerando la possibilità di chiedere la revisione del processo. Il 29enne sta scontando nel carcere di Viterbo 16 anni di reclusione per concorso in omicidio. I legali Biscotti e Gentile hanno deciso di non difendere più l'uomo. "Nella sentenza della Cassazione (con cui Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati definitivamente assolti dall'accusa di omicidio, ndr) si legge che i giudici riconoscono che loro erano presenti in quella casa - ha detto Guede in una lunga intervista a Franca Leosini per "Storie maledette". "Io sono arrivato al terzo grado con il concorso in omicidio e violenza sessuale, ma è scritto nero su bianco che non sono l'autore materiale del delitto". Guede ha quindi ricostruito la sera dell'omicidio di Meredith. "La sera di Halloween, quando ho dato un bacio a Meredith, ci siamo accordati per vederci il giorno dopo. Sono andato a casa sua per questo motivo. Se sono entrato nella casa di via della Pergola è perché lei mi ha aperto e non perché mi sono arrampicato o perché mi ha aperto Amanda Knox", ha raccontato l'ivoriano. Nel corso della serata con Meredith ci sarebbe stato un "avvicinamento" che però non si tramutò in un rapporto sessuale completo perché nessuno dei due aveva dei preservativi: "Ci siamo rivestiti e dopo un po' di tempo avevo bisogno di andare in bagno. Sono andato in quello grande, era il più vicino al salotto e lontano dalla camera di Meredith". E sarebbe stato allora che Guede sentì suonare al campanello: "Ho riconosciuto la voce di Amanda Knox, sono sicuro al 100% che era lei, e ho sentito che le due litigavano. Sono rimasto in bagno per 10-11 minuti - ha raccontato l'ivoriano - e lo so perché perché ascoltavo la musica: due brani interi e il terzo fino a metà. Poi ho sentito un urlo più forte del volume della cuffia che avevo nell'orecchio. Era straziante". "Mi sono preoccupato e sono uscito velocemente dal bagno per vedere cosa fosse successo. Tutte le luci della casa erano spente, tranne quella della camera da letto di Meredith. Davanti alla sua porta ho visto una sagoma maschile di schiena. Lui si è voltato e mi è venuto addosso cercando di farsi strada per la fuga. Ho cercato di difendermi perché muoveva le mani, mi sembrava che avesse un bisturi...". L'ivoriano ha quindi detto di aver sentito quest'uomo dire "Andiamo! Andiamo!" e "in casa c'era anche Amanda Knox". In camera Guede racconta di aver visto il corpo di Meredith: "Mi sono reso conto di quello che era successo. Sono andato in bagno e ho preso un asciugamano, poi ho visto che era ferita al collo e ho cercato di tamponare, ma non bastava. Ho preso un altro asciugamano. E' stato straziante". L'ivoriano ha raccontato quindi di come sarebbe prevalso lo shock: "Non ragionavo più e sono uscito da quella casa. Ora, pensando a quella paura, mi sento di non aver fatto quello che avrebbe fatto un bambino di 6 anni, cioè chiamare aiuto. Non essere stato in grado di soccorrerla oggi per me è molto doloroso. Avrei potuto fare molto di più. Sono stato un vigliacco". "La paura ha avuto il sopravvento. Mi sono detto: chi ti crederebbe?". Guede a quel punto fugge in Germania, dove viene rintracciato alcuni giorni dopo. "Ho chiesto scusa alla famiglia di Meredith perché non ho fatto il massimo per aiutarla: non sono riuscito a salvarla. Se mi devo fare 5 o 20 anni per questo non ho nessun problema, ma non posso fare neanche un giorno di galera perché accusato di averla violentata o uccisa". L'ivoriano ha quindi parlato della sua vita in carcere: "Sto impiegando questi anni nel miglior modo possibile, cioè studiando, partecipando ai corsi, dando una mano a chi è in difficoltà, a chi non riceve mai visite. Mi sto laureando in Scienze storiche per la cooperazione internazionale e del territorio". "Il mio futuro è nel mio Paese, che è l'Italia. Sono venuto via dalla Costa d'Avorio che avevo 5 anni e io voglio un futuro qui. L'Umbria è casa mia", ha quindi concluso Guede.

Guede, però, non ha tenuto conto che le interviste in tv sono prerogativa esclusiva degli avvocati mediatici, che hanno i loro canali privilegiati. Ecco perché….

L'intervista alla Rai andata in onda ieri sera è costata la difesa a Rudy Guede, condannato a 16 anni di reclusione per l'omicidio di Meredith Kercher. Gli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile, infatti, hanno rinunciato al proprio mandato "ritenendo ormai esauriti tutti gli aspetti tecnico-processuali che lo hanno coinvolto nella vicenda dell'omicidio Kercher " e spiegando che l'intervista non era stata concordata con loro, scrive “Il Giornale”.  I due legali avevano difeso l'ivoriano da subito dopo il suo arresto da parte della polizia. Nessun commento da parte dei legali sull’intervista rilasciata da Guede a Storie maledette e mandata in onda da Rai3. Guede è stato l’unico a scegliere il processo con il rito abbreviato al termine del quale è stato condannato a 16 anni di reclusione. Pena ormai definitiva anche se l’ivoriano sostiene di non avere ucciso Meredith Kercher.

Legali Guede lasciano difesa, ivoriano avrebbe rilasciato intervista senza consultarsi, scrive il 22/01/2016 l'ADNKronos. Walter Biscotti e Nicodemo Gentile hanno reso noto di aver rinunciato alla difesa legale di Rudy Guede, l'ivoriano condannato in via definitiva per l'omicidio di Meredith Kercher. Gli avvocati spiegano in una nota che: "Si sono esauriti tutti gli aspetti tecnico processuali che lo hanno coinvolto nella vicenda Meredith". Raggiunti telefonicamente non hanno voluto commentare in alcun modo l'intervista di Rudy andata in onda ieri sera durante la prima puntata di 'Storie maledette'. Secondo quanto si apprende, Guede avrebbe rilasciato l'intervista senza consultarsi preventivamente con gli avvocati. L'avvocato Luciano Ghirga, che difende Amanda Knox, sin dal primo momento dell'arresto a Perugia, parlando con Adnkronos delle dichiarazioni di Guede a 'Storie Maledette', dice: "E' il primo caso di revisione mediatica a cui mi è capitato di assistere. Ad ogni modo è processualmente irrilevante, sono le solite bugie che Rudy ha sempre detto tanto da essere definito il re dei bugiardi". "Valuteremo - ha aggiunto - se i contenuti sono lesivi come immaginiamo, dell'immagine di Amanda e agiremo di conseguenza".

«Rispetto la decisione degli avvocati, anche se per amore di verità va precisato che li ho informati con largo anticipo della mia intenzione di parlare per la prima volta rispetto a quanto accaduto», dichiara Guede con un post sul suo profilo Facebook gestito dal Centro per gli studi criminologici di Viterbo. «Tra l’altro - si legge nella nota - anche la giornalista Franca Leosini li ha informati mesi fa e mi risulta che li abbia anche invitati. Certo è che avrei preferito apprendere la notizia direttamente dai legali piuttosto che dalla stampa. Ne prendo comunque atto, ringraziandoli sinceramente per tutto il lavoro svolto».

Il lavoro svolto...Guede, l’unico in cella per il delitto “Il caso è chiuso, dimenticatemi”. L’ivoriano, in carcere dal 2007, presto libero, passa il tempo tra la palestra e la tesi di laurea. Rudy Guede sta scontando una condanna a 16 anni. Tra non molto usufruirà dei permessi di libera uscita, scrive Grazia Longo il 29 marzo 2015 su “La Stampa”. Mentre cala il sipario sul coinvolgimento di Amanda Knox e Raffaele Sollecito nel delitto di Meredith Kercher, una domanda continua ad imporsi. E cioè: poiché Rudy Guede è stato condannato per omicidio in concorso con altri, chi sono questi «altri»? Chi si aspettava nuove rivendicazioni in proposito da parte dell’ivoriano, rimarrà deluso. «Io otto anni fa ho raccontato la mia verità, se per i giudici non è attendibile non posso che prenderne atto: il caso è definitivamente chiuso anche per me». Ventinove anni, il fisico scolpito dagli esercizi nella palestra del carcere Mammagialla di Viterbo, la cella piena di libri per preparare l’ultimo esame e la tesi per conseguire la laurea in Lettere con indirizzo storiografico, Rudy ha confidato ansie e speranze all’avvocato Nicodemo Gentile che, insieme al collega Valter Biscotti, si occupa della sua difesa. L’incontro risale a qualche giorno fa, prima della sentenza della Cassazione, ma la conversazione ruota inevitabilmente intorno al destino di Amanda e Raffaele. I quali, per la verità, non vennero mai tirati in ballo da Rudy, il quale si limitò ad accennare a due sconosciuti che uccidevano Meredith mentre lui era chiuso in bagno. «Io non mi preoccupo della sorte di quei due - insiste l’ivoriano -. Voglio solo pensare al mio futuro. Voglio laurearmi ed essere dimenticato. In carcere ho preso il diploma in scienze sociali (presso l’istituto magistrale Santa Rosa, ndr) e se Amanda e Raffaele sono liberi di rifarsi una vita, spero di poter fare altrettanto». Quanto alla povera Meredith, vittima innocente della sua furia, Rudy Guede continua a negare di averla uccisa e ricorda di «aver chiesto scusa alla sua famiglia per non aver chiamato in tempo i soccorsi». Sull’estraneità al delitto di Amanda e Raffaele era tra l’altro filtrata, cinque anni fa, una confidenza dal carcere di Viterbo. Un altro detenuto, Mario Alessi, il muratore condannato per il delitto del piccolo Tommaso Onofri, Tommy, aveva raccontato di aver ricevuto lo sfogo di Rudy che aveva negato la presenza dei due fidanzati a casa di Mez. Circostanza poi smentita da Guede. In carcere dal 20 novembre 2007, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, l’ivoriano potrà presto usufruire dei permessi di libera uscita. «In prigione ho tenuto sempre un atteggiamento corretto, mi sono impegnato nello studio, spero che i giudici ne tengano conto». Defilata l’ipotesi di un ricorso per chiedere la revisione del processo. Anche se i suoi avvocati Gentile e Biscotti attendono di leggere le motivazioni del verdetto della Suprema Corte.

Rudy Guede a Franca Leosini: “Sono colpevole solo di non aver salvato Meredith”. L'intervista esclusiva di Rudy Guede rilasciata a Franca Leosini nella trasmissione "Storie Maledette". L'unico condannato per la vicenda dell'omicidio della Kercher parla della sua vita e di come siano andate le cose, per lui, scrive il 21 gennaio 2016 Andrea Parrella su Fan Page. Era molto atteso il ritorno in tv di Franca Leosini con la nuova stagione di "Storie Maledette", su Rai 3, il 21 gennaio 2015. La giornalista riporta in prima serata il programma che sta ottenendo grande riscontro di pubblico e di critica, offrendo una tipologia di narrazione dei fatti di cronaca nera differente da quella aggressiva alla quale è solitamente abituato il telespettatore italiano. E il ritorno è segnato dall'intervista a un personaggio reso tristemente noto dalle pagine di cronaca nera italiana degli anni recenti, Rudy Hermann Guede, che ha optato per il rito abbreviato nell'ambito del processo per l'omicidio di Meredith Kercher, ed è stato condannato per concorso in omicidio e violenza sessuale con sentenza della Corte di Cassazione, Prima Sezione penale, in data 16 dicembre 2010 (Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono stati assolti). Il primo grado aveva stabilito una pena di 30 anni, poi ridotta a 16 in appello. La giornalista ha rivendicato la scelta di Guede di concedere a lei l'intervista nella quale ha ribadito la sua innocenza rispetto all'omicidio della Kercher, rinunciando ai molti soldi che tanti altri avevano lui offerto, proprio in nome di una credibilità del programma sempre crescente di recente. L'intervista a Guede si apre con il racconto del momento in cui da bambino, a 5 anni, Rudy viene strappato dalle braccia di sua madre dal padre che lo porta in Italia, per offrirgli una vita migliore. I primi anni di vita in Italia dettano quella che sarà una costante della sua esistenza iniziale, ovvero stare da solo, essere autonomo, badare a sé, fino all'incontro con Ivana, una maestra che finisce per diventare una sua madre surrogata. Guede contesta le facili interpretazioni che, secondo lui, ha dedotto l'opinione pubblica. 27 ottobre 2007, è questo il giorno che, di fatto, stando a quanto lui sostiene, ha rovinato la reputazione di Guede dopo le accuse di omicidio. Guede racconta di un caso accaduto quattro giorni prima l'omicidio di Meredith, riguardante la questione del comuputer che gli fu trovato addosso il giorno del fermo a Milano, dopo aver dormito in un asilo, accompagnato da un uomo sudamericano conosciuto quella sera: "Il personal computer l'avevo comprato di seconda mano in un mercatino, poi si è scoperto fosse stato rubato dallo studio di un avvocato. Su questa storia sono state fatte tante manipolazioni. Rudy Guede racconta di come ha conosciuto e incontrato Meredith, giorni prima del delitto, in numerose occasioni, parlando anche di un bacio scambiato in discoteca, che tuttavia, precisa la Leosini, non sarebbe stato confermato dalle persone che erano con Meredith. Poi smentisce le ipotesi descritte dalla stampa: "Se io sono entrato nella villetta di via della Pergola è perché mi ha aperto Meredith. Non mi sono arrampicato come un geco, non mi hanno aperto Raffaele Sollecito e Amanda Knox". Il racconto di Guede sui dettagli di quanto accadde la sera dell'omicidio di Meredith è preciso e non omette alcun dettaglio. Mentre lui è in bagno dopo del petting con la ragazza sente entrare qualcuno, che discute con la ragazza. Afferma di riconoscere la voce di Amanda Knox e di uscire immediatamente dal bagno per vedere cosa stia accadendo, ritrovandosi davanti una figura maschile di spalle (che non può con certezza identificare con Sollecito) la quale, resasi conto della sua presenza intima alla Knox di andare via, come a dire "Siamo stati scoperti". Guede troverà Meredith per terra, ferita al collo, che tenta di dirgli qualcosa mentre lui prova ad aiutarla prima di scappare via, impaurito.  Da qui Guede muove i passi per la vera accusa che muove nei confronti di se stesso e riconosce il grande errore di essere scappato: "Mi sento di non aver fatto quello che avrebbe fatto anche un bambino di sei anni, ovvero chiamare aiuto, soccorrere Meredith. Lei si chiederà perché sia scappato via, però in quei momenti tante cose ti vengono in testa. La paura ha prevalso su di me e per questo non ho agito nel miglior modo possibile per aiutare Meredith". Guede, raccontando la sua versione, spiega la sua versione, ciò che ha potuto concludere: "Io dico al 101% che Amanda c'era. Ho riconosciuto la sua voce, la conoscevo. Dopodiché, per quanto riguarda la seconda persona, io facendo un percorso mentale di quel momento, non posso essere in grado di dire chi fosse all'epoca. Ma sono passati otto anni e una mia idea me la sono fatta. Se andiamo a leggere una sentenza di cassazione emessa che parla chiaro, si legge che loro, lì, dentro quella casa, c'erano".  Guede spiega perché abbia deciso per il rito abbreviato: "Mi sono fatto processare con rito abbreviato perché ho ritenuto, insieme ai miei legali che la mia innocenza fosse chiara". Guede chiude con le sue scuse: "Chiedo scusa alla famiglia di Meredith per non aver provato a salvare questa ragazza. Se mi devo fare 20 anni per non essere riuscito a soccorrere questa ragazza, mi va bene. Però non posso fare un solo giorno di carcere per l'omicidio di Meredith". Infine quelle che sembrano accuse nemmeno troppo velate: Aldilà di ogni ragionevole dubbio, sono stato condannato in concorso. Penso che anche Raffaele Sollecito e Amanda Knox sappiano come siano andate le cose.

Raffaele Sollecito diffida la Rai: “Non mandate in onda l’intervista a Rudy Guede”, scrive il 19 gennaio 2016 "Oggi”. Raffaele Sollecito ha ormai una nuova vita dopo l'assoluzione piena dall'accusa di aver ucciso Meredith Kercher. L’ivoriano parla per la prima volta e si proclama innocente. La Rai preannuncia l’intervista. I legali del giovane pugliese prendono carta e penna e… Raffaele Sollecito diffida la Rai. Per bocca dei suoi avvocati, chiede che non venga trasmessa l’intervista choc che Rudy Guede ha concesso a Storie maledette.  Intervista in cui, dal carcere di Viterbo dove sconta la condanna a 16 anni per l’omicidio di Meredith Kercher, Guede ritrova miracolosamente la parola (dopo 8 anni di silenzio processuale) e sembra rimpallare le accuse allo stesso Sollecito e ad Amanda Knox, assolti in definitiva il 27 marzo dell’anno scorso. L’intervista dovrebbe, e qui il condizionale è più che d’obbligo, andare in onda il 21 gennaio su Rai 3. Secondo quanto risulta a Oggi, Giulia Bongiorno e Luca Maori, gli avvocati che hanno difeso Raffaele Sollecito fino all’assoluzione definitiva, hanno infatto inoltrato, oggi, una lettera-diffida alla direzione della Rai avvertendoli che in base alle dichiarazioni che farà Guede rischiano una denuncia per calunnia, tenuto conto che “Raffaele Sollecito dal 2007 a oggi ha già subito danni enormi per le ingiuste accuse dalle quali è stato definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione nella primavera dello scorso anno”. Gli avvocati ricordano che non solo Rudy non ha mai fatto, in dibattimento, il nome di Raffaele per coinvolgerlo nell’omicidio, ma anche che “tutti i giudici che lo hanno giudicato lo hanno definito inattendibile”.  “Anche a volergli credere non ci si riesce”, arrivò a dire il Gup di Perugia Paolo Micheli. E lo stesso Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Firenze Alessandro Nencini, nelle motivazioni della sua sentenza, ha scritto che Rudy Guede “è un ladro”. “È inaccettabile che il Servizio pubblico della Rai mandi in onda una intervista a un personaggio che ha sempre mentito, è l’unico ad aver lasciato abbondanti tracce sul luogo del delitto e poi, anziché soccorrere la povera Meredith morente è scappato per andare prima in discoteca e poi fuggire in Germania dove è stato arrestato”, ha aggiunto a Oggi.it il dottor Francesco Sollecito, papà di Raffaele.

MEREDITH, RUDY GUEDE SBARCA SU FACEBOOK: "DA OGGI INIZIO A RACCONTARVI LA MIA STORIA". Scrive Giovedì 21 Gennaio 2016 “Leggo”. ​Rudy Guede sbarca su Facebook a poche ore dalla messa in onda dell'intervista rilasciata a Franca Leosini per Storie Maledette (in onda il 21 gennaio alle 21.05 su Raitre). L'ivoriano detenuto nel carcere di Mammagialla per l'omicidio di Meredith ha aperto un profilo gestito dal Centro per gli studi criminologici di Viterbo. Un centinaio di like, qualche decina di commenti, un paesaggio collinare come foto copertina e i link agli articoli che parlano di lui. «Da oggi inizio a raccontarvi la mia storia», scrive. E risponde anche ai legali di Raffaele Sollecito che hanno diffidato la Rai dal mandare in onda l'intervista: «Perché non aspettare che la trasmissione sia finita piuttosto che diffidare la Rai dal mandarla in onda? - chiede l'ivoriano atraverso Facebook -. Laddove ce ne fosse bisogno e se ne riscontrasse l’ipotesi, chi oggi chiede la diffida potrebbe tranquillamente denunciarmi per diffamazione. Ma dovrebbe ascoltare prima quello che anche io ho da dire». Gli avvocati di Sollecito, Giulia Bongiorno e Luca Maori, sottolineano che Rudy Hermann Guede, ha «già rilasciato inverosimili dichiarazioni all'autorità giudiziaria nella fase delle indagini e ha ingiustamente accusato il nostro assistito con una lettera inviata ai media». Inoltre, «Rudy Guede è stato dichiarato manifestamente inattendibile da tutti i giudici che lo hanno giudicato». Quindi i legali evidenziano che «la messa in onda di dichiarazioni rilasciate da Rudy Guede provocherà sicuramente dei danni alla reputazione» di Sollecito, che ha conferito loro mandato per «tutelare» «in ogni sede giudiziaria» la sua immagine. Guede, che viene intervistato in esclusiva nella prima puntata del programma Rai («Ha scelto di parlare con me gratuitamente per la credibilità e il rigore», ha detto la Leosini) è uno degli imputati dell'intricata vicenda processuale più discussa degli ultimi tempi. Parla, per la prima volta, l'unica persona che finora mai ha parlato, l'unico colpevole, secondo la legge, in concorso con ignoti, dell'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Rudy Guede ha rivelato a Franca Leosini quello che sempre ha taciuto. Per la prima volta racconta la propria versione dei fatti, nel tentativo di spiegare come sono andate davvero le cose quella tragica notte del 1 novembre 2007. Senza tralasciare una verità processuale pesante, sigillata da un'ultima e definitiva sentenza. Il 2 novembre 2007, al n.7 di via Pergola, a Perugia, Rudy Guede era lì quella sera. In esclusiva a Franca Leosini, rivela chi c'era quella sera in via della Pergola n.7; rivela che cosa ha visto; rivela le voci che ha sentito. Rudy Guede risponde a interrogativi rimasti finora senza risposta: chi ha ucciso Meredith, sta pagando la pena che gli spetta o che le spetta? Meredith ha veramente avuto giustizia? Franca Leosini entra nel buio di questa storia, ripercorrendo le tappe dell'omicidio di Meredith Kercher, per raccontarci, in esclusiva, chi è davvero Rudy Guede, e chi c'era quella sera con lui. L'INTERVISTA A STORIE MALEDETTE: "ENTRATO IN CASA PERCHÉ MI HA APERTO LEI" «Se sono entrato in quella casa di via della Pergola la sera del primo novembre (del 2007 - ndr) è solo perché mi ha aperto Meredith. Non perché mi sono arrampicato o mi hanno aperto Raffaele Sollecito e Amanda Knox»: Rudy Guede ha ricostruito così la sera dell'omicidio Kercher, compiuto a Perugia. Lo ha fatto intervistato nel programma Storie maledette in onda su Rai3. L'ivoriano sta scontando nel carcere di Viterbo 16 anni di reclusione per l'omicidio di Meredith Kercher. Delitto per il quale invece sono stati definitivamente assolti Sollecito e la Knox, che si sono sempre proclamati estranei a quanto successo. Nell'intervista concessa a Franca Leosini, Guede ha sostenuto di avere conosciuto Meredith ai primi di ottobre e di averla incontrata altre volte nei locali notturni perugini. «La sera di Halloween - ha aggiunto - c'eravamo messi d'accordo per vederci il giorno dopo. Mi sono presentato a casa sua solo per questo motivo». L'ivoriano ha parlato della Kercher come di «una ragazza seria, sapeva il fatto suo; quel carisma mi ha affascinato». Guede ha quindi ripercorso quelle che sono state a suo avviso le fasi dell'omicidio. Ha detto di essere andato in bagno e di essersi messo ad ascoltare musica con le cuffiette, per poi sentire la voce della Knox (conosciuta in un locale dove l'americana lavorava) che discuteva con Kercher la quale si sarebbe lamentata in precedenza per una questione di soldi. «Ho riconosciuto - ha spiegato - la voce di Amanda al 101 per cento. Poi ho sentito un urlo fortissimo mentre ascoltavo l'i-pod a volume altissimo. Una voce straziante». L'ivoriano ha anche parlato la presenza nella villetta di via della Pergola di un uomo del quale non ha fatto il nome. GUEDE PENSA A POSSIBILE REVISIONE PROCESSO «Ci mancherebbe che non penso a questa opportunità...»: Rudy Guede ha risposto così a Franca Leosini che gli ha chiesto se ipotizzasse di ricorrere alla revisione del processo a suo carico per l'omicidio di Meredith Kercher. Lo ha fatto nell'intervista a Storie maledette su Rai3. Guede ha ribadito di non avere ucciso la studentessa inglese ma di avere il rammarico di non averla soccorsa dopo che era stata mortalmente ferita nella casa di via della Pergola. «Ho provato a spiegarlo ai giudici - ha detto - ma evidentemente non ci sono riuscito». «Meredith - ha sottolineato Guede - deve avere ancora giustizia e qualcuno dovrebbe dargliela».

Cosa ha detto Rudy Guede a “Storie maledette”? Scrive il 18/01/2016 "Giornalettismo". Rudy Guede a “Storie maledette” parla per la prima volta del delitto di Meredith Kercher a Perugia, omicidio per il quale è l’unico condannato dopo la decisione ultima della Cassazione che ha messo la parola fine alle vicissitudini giudiziarie della vicenda. Una fine che però a Rudy Guede non è piaciuta, e lo fa sapere in esclusiva alla celebre trasmissione “Storie Maledette”, in onda giovedì 21 gennaio su Raitre. Il Messaggero anticipa il contenuto dell’intervista. «Rudy, lei è l’unico colpevole dell’omicidio di Meredith Kercher?». «Io sono l’unico condannato – risponde – E sono certo di quello che dico, al 101 per cento, perché ho avuto modo di conoscere tutte e due le ragazze, ma soprattutto ho conosciuto Amanda Knox». La completa verità sulla notte del primo novembre del 2007, quando la studentessa inglese è stata trovata nella sua casa di Perugia con la gola squarciata, non si saprà mai. I supremi giudici hanno assolto Raffaele Sollecito e Amanda Konx in via definitiva, lasciando a Rudy il ruolo di unico colpevole di concorso in omicidio. «Guede ricostruisce dei fatti a cui puoi credere o meno – spiega Leosini – Ma quello che emerge è che si tratta di una persona preparata, con un linguaggio elegante. Niente a che vedere con il ladruncolo che è stato descritto subito dopo il delitto». «Ma non sono stato io – insiste – Non è stata trovata alcuna traccia di mio dna sul coltello con il quale Meredith è stata uccisa. E anche la simulazione del furto nella casa conferma quello che dico. Sul sasso lanciato per rompere la finestra non ci sono le mie impronte. Come avrei fatto a cancellarle? Sono stato descritto come un ladruncolo, un bugiardo. Ma se così fosse avrei avuto altre denunce, qualche condanna. Non sono un santo, ma ho fatto le cose che fanno tutti i ragazzi della mia età. E quando mi sono trovato nella casa del delitto sono fuggito perché ho avuto paura. Nessuno mi avrebbe creduto. Ho pensato: negro trovato, colpevole trovato. Le indagini successive, fatte malissimo, mi hanno dimostrato che avevo ragione».

Raffaele Sollecito chiede risarcimento a Rudy Guede per l'intervista a Franca Leosini. Irritazione legali Knox, scrive  L'Huffington Post il 22/01/2016. Primi guai per Rudy Guede dopo l'intervista a "Storie maledette", dove ha ripetuto di essere innocente e chiesto la revisione del processo sull'assassinio di Meredith Kercher. Raffaele Sollecito, assolto definitivamente nel 2015, annuncia che chiederà un risarcimento danni al ragazzo ivoriano, l'unico condannato a 16 anni per concorso nell'omicidio della studentessa britannica avvenuto il 1 novembre 2007. Durante l'intervista a Franca Leosini, Guede ha parlato di un uomo che quella sera accompagnava Amanda Knox nella casa di Meredith, ma non ha voluto attribuire a quella presenza maschile il nome di Sollecito. "Reputo di una gravità inaudita - ha sottolineato l'avvocato Giulia Bongiorno - il mancato rispetto di una sentenza ormai definitiva che ha accertato la totale innocenza di Raffaele Sollecito. Arrivata al termine di un lunghissimo calvario giudiziario, reso ancora più duro dall'amplificazione mediatica. Esiste un limite alla spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie e questa volta è stato ampiamente superato". Nei giorni precedenti l'intervista, ha fatto sapere Rudy Guede nella propria pagina Facebook, aperta per l'occasione, i legali di Sollecito avevano inviato una diffida per impedire la trasmissione della puntata. "Al 101% Amanda Knox era lì", ha dichiarato il giovane dal carcere di Viterbo, ricordando che Meredith Kercher quella sera ha litigato con la Knox accusandola di averle rubato dei soldi. Parole che hanno sollecitato l'intervento degli avvocati della ragazza di Seattle, anche lei assolta in via definitiva. "Valuteremo il contenuto dell'intervista in relazione alla posizione di Amanda Knox", fa sapere Luciano Ghirga, irritato per una intervista che "è il primo caso di revisione mediatica di un processo fatto con un mezzo pubblico e con soldi pubblici". A difendere Guede, però, non saranno gli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile che poche ore dopo la messa in onda dell'intervista hanno lasciato l'incarico ritenendo esauriti tutti gli aspetti tecnico-processuali. Una decisione a orologeria che solleva il dubbio di un attrito tra il ragazzo e i suoi legali, proprio sull'opportunità di apparire a "Storie maledette".

La reazione di Raffaele Sollecito dopo la puntata di Storie Maledette con Rudy Guede, scrive il 22/01/2016 “Giornalettismo”. Il giovane pugliese, accusato e poi assolto in Cassazione per il delitto di Perugia, risponde su Facebook alle dichiarazioni in tv dell'unico condannato: «Mischiate verità e invenzioni. La Leosini ha omesso fatti cardine». «Guardano una trasmissione in tv che mischia verità e invenzioni poi omettono qualcos’altro ed il gioco è fatto. Adesso pensano tutti di sapere tutto». È con queste parole che sulla sua bacheca Facebook Raffaele Sollecito (insieme ad Amanda Knox accusato dell’omicidio di Meredith Kercher e lo scorso marzo assolto in Cassazione per «mancanza di prove») interviene in una discussione sull’intervista rilasciata per il programma di Raitre Storie maledette da Rudy Guede, l’unico condannato per il delitto avvenuto il primo novembre 2007 a Perugia. Guede (condannato con rito abbreviato a 16 per concorso in omicidio) ha parlato per la prima volta pubblicamente del caso Meredith, dopo 8 anni di silenzio, in un’intervista rilasciata a Franca Leosini (andata in onda ieri sera) in cui nega ogni sua responsabilità: «Non sono stato io – ha detto –. Non è stata trovata alcuna traccia di mio dna sul coltello con il quale Meredith è stata uccisa. E anche la simulazione del furto nella casa conferma quello che dico. Sul sasso lanciato per rompere la finestra non ci sono le mie impronte. Come avrei fatto a cancellarle?». I legali di Sollecito, prima della messa in onda, avevano diffidato la Rai dalla trasmissione, sostenendo che dal 2007 ad oggi il ragazzo pugliese «ha già subito danni enormi per le ingiuste accuse. Con la messa in onda dell’intervista si è poi alimentato un nuovo dibattito sui social network, tra colpevolisti e innocentisti. Ed è cominciata una discussione (con oltre 150 messaggi postati) anche sul diario Facebook di Sollecito. Che ha affermato: «La Leosini ha omesso dei fatti cardine solo per cercare di riscattare l’immagine di Guede a scapito di altri. Non è giustificabile, purtroppo mi rammarica». Sollecito ha anche risposto alle accuse di altri utenti. «La Leosini – ha scritto uno di loro – fa il suo lavoro e lo fa bene. È giusto sentire tutte le campane, anche quelle che non hanno mai suonato». «Le campane – è stata la risposta di Sollecito – dovrebbero suonare anche in tribunale quando chiamate a rispondere, non solo dove fa comodo suonare facendo leva sull’ignoranza»: E ancora: «Diversi punti cruciali sono stati omessi e lanciati nell’oblio senza un motivo, se non quello di ricostruire l’immagine del Guede. Ognuno fa quello che crede, ma se si calpestano le persone innocenti, allora ognuno si assume le proprie responsabilità». Ma cosa non ha gradito Sollecito? Lui non lo spiega. Ma qualche idea possiamo farcela riportando un commendo dell’amico Fb che ha postato sulla bacheca un nuovo stato, dal quale è poi partita la discussione. «A tutti quelli che commentano senza conoscere ricordo – è uno dei commenti di Francesco – che nella stanza del delitto c’erano solo impronte e dna di due persone: Meredith e Guede. Che Guede dopo il delitto è fuggito in Germania. Che aveva la mano destra piena di tagli. Che era stato trovato con la refurtiva di un furto commesso dopo essersi arrampicato e aver sfondato il vetro di una finestra, stessa modalità utilizzata nella casa del delitto. Che ha accusato due innocenti ed ha vigliaccamente tirato in ballo il razzismo pur di non pagare per il barbaro omicidio commesso».

Franca Leosini: «Con Rudy Guede lascerò il segno», scrive Raffaella Serini su Vanity Fair del 21 gennaio 2016.

LE METAFORE ARDITE DI FRANCA LEOSINI.

«Cambiare sesso è come muoversi con passo adulto in un universo bambino con una dimensione tutta da scoprire» (4/10/2014).

«D'altronde, signora Alessandra, 10 anni di fidanzamento anche per persone di preziosa castità non credo si possano trascorrere senza fare sesso. La signorina era contenta, insomma?» (4/10/14).

«Con queste ragazze aveva approcci gioiosamente sporcaccioni?» (4/10/14).

«Pestava la vittima come una cotoletta» (28/09/13).

«Quando l'acqua arriva alla gola ci si può aggrappare anche alla pinna di uno squalo» (27/09/14).

«Come funziona una coppia lo sanno solo lui, lei e qualche volta lo spazzolino da denti» (5/10/13).

«Legare una persona come una salsiccia cosa ha a che fare con sesso?» (5/10/13).

«I preservativi sono quegli oggettini che di solito che si parcheggiano nei comodini delle camere da letto» (22/07/12).

«Ma chi era Wanna Marchi? Una perfida calcolatrice, o un'emerita deficiente?"».

«Io il pizzico d'ironia ce lo metto sempre, anche quando faccio la maionese».

«Mi dispiace non aver risposto prima ma ero in carcere». Una scusa così, non stupisce se a pronunciarla è Franca Leosini, da vent’anni l’apostrofo rosa e pieno di charme di Storie Maledette, trasmissione di culto di Raitre che, per la gioia dei suoi fan «leosiners», giovedì 21 gennaio debutta in prima serata, con l’intervista «eccezionale» a Rudy Guede, per ora unico colpevole - ancorché «in concorso» - dell'omicidio di Meredith Kercher. Stimata giornalista, scaltra donna di televisione, Leosini è famosa per il suo eloquio arguto e raffinato. Di fatto è l’unica che, pur rivolgendosi all'autore di un delitto efferato, può permettersi di dire «l'ha ribaltata come una cotoletta» senza risultare macabra o fuori luogo, e anzi incassando il plauso sia dei colti estimatori (da Camilleri a Walter Siti) sia dei fan più popolari («una mia foto campeggia sul bancone di un verduraio», racconta con orgoglio). Già icona gay e, persino, fashion icon («ho un stile che non passa mai di moda»), la conduttrice ci ha aperto le porte del suo studio, di fronte a Castel Sant’Angelo a Roma, tirando fuori, letteralmente, i segreti dall’armadio. Che vi sveleremo sul n.5 di Vanity Fair in edicola il 27 gennaio, mentre qui vi diamo una piccola anticipazione. 

«Per la prima puntata ho scelto la storia di Perugia perché è un grandissimo noir», spiega. «Rudy è una persona che non ha mai voluto parlare e non ha mai parlato con nessuno: chi l’ha mai visto in faccia, Rudy?».

Come l’ha convinto?

«Io mi lascio corteggiare, non corteggio le persone. Siamo in contatto da molti anni e la prima lettera me l’ha scritta lui. Che però, giustamente, prima di esporsi ha voluto aspettare fosse definita la situazione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito (assolti dalla Corte di Cassazione dall'accusa di aver ucciso otto anni fa a Perugia la studentessa inglese, ndr). Loro hanno avuto cinque gradi di giudizio, Rudy o gli avvocati per lui hanno scelto il rito abbreviato». 

Guede si è pentito di questa scelta?

«Deve aspettare la puntata per saperlo. Ciò che posso anticipare è che sarà un’intervista fortissima, che ribalterà molte cose e certamente lascerà il segno».

Con il passaggio in prima serata cambierà qualcosa nella struttura narrativa di Storie Maledette?

«Non credo: modificare una trasmissione vorrebbe dire snaturarla. Il passaggio in prima serata è stato voluto dal direttore di rete, ma ho visto che sui social la notizia è stata accolta con molto entusiasmo. La cosa mi gratifica e commuove».

Storie Maledette va avanti da vent'anni, ma, rispetto al '94, oggi la cronaca nera e il giallo imperversano ovunque in tv. 

«Del noir si parla dall’alba alla notte, perché è un canovaccio facile che fa ottimi risultati: prendi 4-5 inviati, uno citofona da una parte uno dall’altra, e il gioco è fatto. Ma così una materia che è molto delicata si svilisce. Io che ho molto rispetto per le tragedie umane nelle trasmissioni di cronaca nera non ci vado mai, anche se mi invitano. Non ho mai neanche scritto un libro, anche se tutte le case editrici me lo hanno chiesto. Per portare i casi in trasmissione ci metto mesi: ogni storia che costruisco è un romanzo che faccio».

Storie Maledette, Franca Leosini maestra di giornalismo: la sua intervista a Rudy Guede è un gioiello televisivo. Un grande programma giornalistico, realizzato praticamente a costo zero, senza format, senza fronzoli, senza montaggio à la page. A reggere la baracca, oltre ai fatti di cronaca raccontati, c'è solo il talento cristallino della Leosini: solo lei poteva permettersi di parlare dei tessuti epiteliali di Guede trovati nelle parti intime della povera Meredith utilizzando l'espressione “dito birichino” senza provocare nello spettatore alcun tipo di fastidio o indignazione, scrive Domenico Naso il 22 gennaio 2016 su “Il Fatto Quotidiano”. Franca Leosini e le sue “Storie Maledette” sbarcano in prima serata a furor di popolo e lo fanno col botto, con un’intervista a Rudy Guede, che sta scontando 16 anni nel carcere di Viterbo per l’omicidio di Meredith Kercher. La vicenda processuale del delitto di Perugia è complicata e tocca a chi ne capisce davvero dipanare una matassa che sembra sempre più aggrovigliata. Quello che ci interessa sottolineare, invece, è il risvolto televisivo della trasmissione di ieri sera. Franca Leosini è narratrice televisiva di razza, ma soprattutto è giornalista scrupolosa, attenta, minuziosa nelle sue ricostruzioni. Ormai è diventata anche icona pop, idolo di orde estasiate di twittatori compulsivi, persino icona gay tra le più amate. E va bene anche questo, per carità, perché dietro la professionista c’è anche un personaggio carismatico e interessante. Ma Storie Maledette, e la puntata di ieri sera lo ha dimostrato una volta di più, è innanzitutto un grande programma giornalistico, realizzato praticamente a costo zero, senza format, senza fronzoli, senza montaggio à la page. A reggere la baracca, oltre ai fatti di cronaca raccontati, c’è solo il talento cristallino della Leosini, il suo modo di esporre con leggerezza mai superficiale fatti terribili, morti violente, raptus di follia. E poi c’è il contrasto irresistibile tra l’aspetto della signora perbene, borghese, discretamente ingioiellata, con i capelli cotonati, e il linguaggio barocco, zeppo di metafore, che permettono alla Leosini di raccontare l’indicibile con un garbo che non ha spazio da tempo sulla tv italiana. Solo Franca Leosini poteva permettersi di parlare dei tessuti epiteliali di Guede trovati nelle parti intime della povera Meredith utilizzando l’espressione “dito birichino” senza provocare nello spettatore alcun tipo di fastidio o indignazione. E c’era anche tutto il campionario del lessico leosiniano che i “leosiners” (sì, esistono davvero) apprezzano da tempo: “quieta eleganza”, “garbata discrezione”, “i preservativi sono oggettini che generalmente si portano i maschietti”, “Cenerentolo fuori stagione”, “la cicogna è un animale sbadato”, “in ogni fiaba triste c’è sempre una fata”, “delicato ossimoro del microcosmo variegato e trasgressivo studentesco”, “21 anni di garbata bellezza”. Un modo di parlare che a primo acchito può risultare vecchio e polveroso, e che invece risulta rivoluzionario, nella tv dei giorni nostri. Perché Franca Leosini è fautrice di un progressismo retrò che è molto più moderno dei cuochi, dei cantanti, dei tronisti, sicuramente della quasi totalità delle fiction e serie italiane. I dati auditel, d’altra parte, hanno premiato il programma di RaiTre con un 5,3% di share ma, infondo, i numeri che leggiamo contano fino a un certo punto. È molto più importante, in casi del genere, sottolineare la qualità televisiva e soprattutto giornalistica di un programma così “piccolo” e “misero”, se paragonato alle corazzate della tv. Per finire, non possiamo tacere sul modo di raccontare la cronaca nera nel piccolo schermo. Eravamo così assuefatti alla morbosità dei contenitori pomeridiani o domenicali che non ricordavamo nemmeno esistesse un altro modo di parlare di crimini violenti in tv. L’intervista di Franca Leosini a Rudy Guede (e in generale le tante puntate di Storie Maledette andate in onda in tutti questi anni) è stata come una iniezione di adrenalina dritta al cuore di chi da tempo era piombato in una mortifera overdose di sciacallaggi mediatici, faccette di circostanza, scontri all’ultima esclusiva calpestando il dolore delle vittime e i diritti dei presunti carnefici. Franca Leosini ci ha fatto capire che persino in tv si può fare cronaca nera salvaguardando la dignità di tutti: della professione giornalistica, delle persone coinvolte, degli spettatori. Una epifania che ci riconcilia con il servizio pubblico e con il mezzo televisivo e che ci permetterà di sopportare con un briciolo di speranza in più il solito pappone indigesto che la tv italiana continuerà a proporci. Perché non bisogna illudersi: non basterà Franca Leosini a invertire la tendenza. Diciamo solo che ce la godiamo e ce la facciamo bastare, per il momento.

"Niente sperma, ma quel dito birichino". Come? La frase sconcertante della Leosini con Guede: è già un cult. Dell'intervista-cult di Franca Leosini a Rudy Guede su Storie Maledette, un pezzo di giornalismo che è già storia, su tutte impazza e rimbalza una (clamorosa) frase pronunciata dalla mitologica Franca, scrive “Libero Quotidiano” del 28 gennaio 2016. Quale frase? Eccola: "Non c'erano tracce del suo sperma, ma il Dna del dito birichino". Così la Leosini a tu per tu con Guede.

Franca Leosini a "Storie Maledette", l'ammirazione nei social: "Maestra di giornalismo", scrive Laura Eduati su L'Huffington Post del 22/01/2016. Rudy Guede "Cenerentolo fuori stagione", un ragazzo nato povero perché "la cicogna è un animale sbadato", mentre il petting con Meredith Kercher diventa "un dito birichino" e Amanda Knox "un biondo concentrato di esplosiva ustionante sensualità". Nei social trionfa Franca Leosini con "Storie Maledette", finalmente in prima serata su RaiTre con l'intervista all'unico condannato per il delitto di Perugia, l'unico a non avere mai parlato ai media. Sette anni dopo l'omicidio della giovane Kercher il pubblico in visibilio scopre che Guede si pronuncia Guede e non "Ghedé" e sente parlare un giovane laureando dal linguaggio forbito che utilizza parole come "aduso", adattandosi forse alla maestria linguistica dell'intervistatrice. "Pensavo che Guede non parlasse nemmeno l'italiano" commenta una ragazza su Twitter, e l'ammissione è un complimento alla Leosini che sfoglia implacabile il librone degli appunti e delle carte processuali, sorridendo ma tagliuzzando il ragazzo della Costa d'Avorio accusato di aver concorso nell'omicidio della studentessa britannica: "Una tempesta di coltellate per una vita senza più stagioni" è l'omaggio della giornalista alla vittima nell'introduzione all'intervista, preparando il terreno a nuove locuzioni - che, se le usasse un aspirante giovane giornalista, varrebbero il licenziamento ma Leosini è una fuoriclasse e può usare senza timore il verbo "scapozziare". Guede si professa innocente e dichiara di volere la revisione del processo. L'intervista è qui, nel mostrare l'incongruenza di un ventottenne in carcere per concorso in omicidio quando la giustizia non è riuscita a trovare gli altri colpevoli: Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti definitivamente. Ma Leosini non risparmia di sottolineare il comportamento bizzarro di Guede, che arriva all'appuntamento con Meredith senza il preservativo e cioè "l'oggettino" che solitamente sono i maschi a procurare: La puntata è entrata presto nei Trend Topic di Twitter nonostante il 5,36% di share, un risultato buono ma non ottimo. La Leosini, finora relegata senza motivo alla seconda serata del sabato, sembra non temere i dati Auditel. E già circola, come è successo per altre interviste, il riassunto dell'intervista a Guede con le chicche di Franca Leosini: "Ma lei acchiappava?". Inarrivabile. Amanda Knox: Rudy Guede smentito da 12 contraddizioni. Amanda Knox: 12 contraddizioni smentiscono Rudy Guede, Ebbe un rapporto con la vittima che non era affatto consenziente, secondo il medico legale, scrive Carmelo Lavorino su “Blitz Quotidiano” il 25 gennaio 2016.  L’ivoriano Rudy Guede, riconosciuto colpevole di avere partecipato all’uccisione di Meredith Kercher, nella trasmissione (vedi video) “Storie maledette” di Franca Leosini di giovedì 21 gennaio ha puntualizzato quattro aspetti che hanno fatto scalpore:

(1) ha dichiarato e ribadito di essere innocente;

(2) ha indicato Amanda Knox come donna della coppia assassina riconoscendola al 101% (quindi con assoluta certezza);

(3) ha aggiunto che la Knox era accompagnata da un uomo più basso di lui che non ha guardato e che quindi non può riconoscere;

(4) ha annunciato che chiederà la revisione del processo.

La trasmissione ha sollevato interessi, polemiche e critiche, gli innocentisti hanno sollevato gli scudi a favore di Guede, i colpevolisti hanno puntato ancor una volta il pollice verso per condannarlo, i legali storici di Guede, avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, hanno dato le dimissioni dall’incarico di difesa.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Il fatto e la scena del crimine. Meredith Kercher, studentessa inglese ventenne, venne uccisa la sera del 1° novembre 2007 dalle ore 22 circa a seguire. Il luogo del delitto è la casa dove viveva a Perugia in via della Pergola 7, un appartamento di tre stanze che divideva con tre studentesse: Amanda Knox, Filomena Romanelli e Laura Mazzetti. Il suo corpo venne scoperto dalla Polizia chiamata dalla coinquilina Amanda e dal suo ragazzo Raffaele Sollecito, i quali hanno sempre dichiarato di avere passata la notte a casa dello stesso. La vittima giaceva sul pavimento della sua stanza fra l’armadio e il comodino, coperta da un piumone che lasciava intravedere il piede sinistro e il volto. Il corpo era nudo con una doppia maglia sporca di sangue, arrotolata sino a scoprire il seno, presentava il collo squarciato da una coltellata e una quarantina di lesioni e contusioni, causate da arma di punta e taglio, da colpi e da afferramenti (l’osso ioide era fratturato, segno di tentato strozzamento). Non vi erano tracce di effrazione alla porta della casa, però il vetro della finestra della stanza di Filomena Romanelli era infranto e tale stanza era rovistata e zeppa di vetri. L’autopsia stabilì che Meredith era morta per soffocamento provocato dal proprio sangue prodotto dalla ferita al collo e che aveva invaso le vie respiratorie, che l’orario della morte non era oltre tre ore dall’ultimo pasto, fra le ore 20 e le ore 4, che vi era stata invasione della sua vagina che la stessa Meredith  aveva contrastata attivamente, che dopo l’aggressione sessuale erano stati inferti colpi a mano nuda ed armata, sino a provocare la morte per un doppio meccanismo di asfissia e di versamento di sangue. Ulteriore e inquietante elemento è che Meredith poteva essere salvata se soccorsa in tempo. Le indagini appurarono che l’ultima persona che aveva visto in vita la vittima era l’ivoriano Rudy Guede, il quale la mattina del 2 novembre si era già reso latitante, che il disordine nella stanza dell’amica Romanelli era frutto di messinscena, che sulla scena erano presenti tracce successivamente assegnate a Rudy Guede. Contemporaneamente gli inquirenti sospettarono della Knox e di Sollecito per una serie di motivi. Guede venne catturato in Germania il 20 novembre 2007. Del delitto vennero accusati e processati Rudy Guede, Amanda Knox e Raffaele Sollecito. L’ipotesi accusatoria riteneva che le pugnalate mortali fossero state inferte solo da Amanda Knox e che i due uomini avessero concorso nell’aggressione nel contesto di una tentata violenza sessuale. Guede scelse il rito abbreviato e venne condannato definitivamente a sedici anni di carcere, la Knox e Sollecito scelsero il rito ordinario e dopo un processo di primo grado, due di secondo grado e due in cassazione sono stati assolti definitivamente.

La verità processuale, la logica e il pastrocchio giudiziario-investigativo. Le sentenze definitive vedono Rudy Guede colpevole di avere concorso con due persone ignote (un maschio e una femmina) all’uccisione di Meredith Kercher ed Amanda Knox e Raffaele innocenti. La logica ci dice in primis che le due persone ignote non esistono e che Guede ha fatto tutto da solo. In seconda opzione che, se queste due persone esistono, non sono la Knox e Sollecito. In terza ipotesi che una di tali persone può essere la Knox e l’altra realmente ignota. In ultima analisi che la Knox e Sollecito sono colpevoli e che la sentenza definitiva è errata. La logica inoltre ci dice che se Guede è stato condannato perché ha concorso all’uccisione di Amanda con la Knox e Sollecito e se questi due sono innocenti…anche lui è innocente, a meno che Guede non abbia ucciso da solo e/o i due siano persone diverse dalla Knox e da Sollecito. Certo è che ci troviamo di fronte al solito pastrocchio giudiziario-investigativo senza fine che nasce da tre fattori distruttivi:

1) dall’ipotesi accusatoria che è stata sempre priva di presupposti forti e, contemporaneamente, zeppa di elementi diversi e contrastanti, ipotesi che voleva Guede, la Knox e Sollecito animati da volontà punitiva-omicidaria contro Meredith senza però portare prove in tal senso e di conoscenza fra Guede e Sollecito;

2) dal fatto che i tre hanno subito processi differenti e basati su elementi falsi e/o mai scientificamente provati (orario della morte, conoscenza e complicità di Guede con Sollecito, la presenza del DNA della vittima sul coltello sequestrato a csa di Sollecito, la presenza del DNA di Sollecito sul reggiseno della vittima…);

3) dal fatto che Guede scelse il rito abbreviato, dove era accusato di essere complice di Knox e Sollecito e che questi due scelsero di essere processati col rito ordinario, a prescindere dall’azione esecutiva di complice di Rudy Guede.

Rudy Guede è un furbacchione che “ci sta provando”. Guede si è sempre dimostrato astuto, vigile, camaleontico, pronto a sfruttare le opportunità, abile nella tecnica dell’accomodamento dichiarativo, difatti:

era presente sulla scena del crimine (a prescindere) ed ha lasciato tracce di sé sulla scena e sulla/nella vittima: non poteva negarlo ed ha tentato di spiegarle in chiave innocentista;

ha visto Meredith sanguinare e invece di chiamare soccorsi ha scelto di fuggire così lasciandola morire soffocata dal prorio sangue: ha chiesto scusa per la sua viltà;

ha dichiarato di avere lasciato Meredith vestita e non nuda, la casa ordinata, la finestra della stanza della Romanelli intatta e tale stanza ordinata anch’essa;

è scappato in Germania due giorni dopo l’assassinio di Meredith: si è giustificato con lo stato di panico;

è stato latitante per 18 giorni così avendo tutte le opportunità, i modi e il tempo per documentarsi sulle indagini e per prepararsi una difesa: non ne ha parlato;

le opportunità e i modi di accomodare le sue dichiarazioni alle emergenze investigative e giornalistiche sono aumente a dismisura in carcere prima degli interrogatori: non ne ha parlato;

ha avuto tutto il tempo e i modi, in questi anni, di potere confezionare l’ennesima congettura per chiedere la revisione del processo e costruire la propria innocenza: non ne ha parlato. Sinora Guede è stato interrogato quattro volte a livello giudiziario e una volta ha rilasciato ampia intervista (a Franca Leosini). Vediamone le sintesi, i significati e cosa non quadra.

Le dichiarazioni di Rudy Guede.

Il 21 novembre 2007 dopo la sua cattura ha dichiarato di essere andato in bagno perché aveva mal di pancia, che qualcuno era entrato in casa suonando il campanello, che quando lui uscì dal bagno venne affrontato da un uomo armato di coltello (a lui sconosciuto) il quale lo apostrofò “Negro trovato, colpevole trovato”, che la colluttazione durò circa cinque minuti e che, ad aggressore fuggito, lui entrò nella stanza di Meredith e la vide ferita e insanguinata, con la gola tagliata, che tentò di soccorrere la ragazza e poi fuggì in preda al panico. N.B. La contraddizione non è sanabile da Guede in alcun modo: essendo stato di fronte all’uomo in situazione di ostilità reciproca e di pericolo doveva per forza di cose osservarne gli occhi e il volto (difatti ne ha descritto i capelli addirittura e ne ricorda la frase “accusatoria razzista”: “Negro trovato colpevole trovato”). Invece Guede dichiarò di non conoscere l’uomo col coltello…nonostante quel 21 novembre conosceva di già le fattezze di Raffaele Sollecito che aveva visto in TV, sui giornali e sul web. Se fosse stato Sollecito lo avrebbe descritto. Allora, come tenterà Guede di sanare la contraddizione con la Leosini? Riducendo i minuti di colluttazione con l’ignoto a un solo momento e dicendo di averlo visto solo alle spalle.

Il 7 dicembre 2007 ha dichiarato al Gip che all’interno della casa aveva fatto petting con Meredith, che si erano toccati reciprocamente sulle e nelle parti intime, che aveva toccato il seno e il reggiseno sotto la maglia, che non avevano consumato l’atto sessuale perché lui era privo di preservativi, che subito dopo era andato in bagno, che non aveva visto in viso l’aggressore, che questi era maschio, più basso di lui, con capelli castani e con una giacca marca Napapjiri, che aveva sentito i passi di più persone che esternamente si allontanavano. N.B. Guede, abilmente, tenta di spiegare la presenza del suo DNA di cellule di sfaldamento all’interno della vagina della vittima come “effetto del petting”, ma non tiene conto che le evidenze medico legali fanno concludere che lei non era consenziente e non disponibile. Ulteriore contraddizione è il non riconoscimento dell’uomo in quanto non osservato, anche se specifica la marca Napapjiri della giacca (!?). Inoltre, tenta di annullare lo scenario del tentato stupro e del litigio in seguito ad aggressione sessuale respinta dalla vittima, producendo l’alternativa “Meredith è stata trattata, composta e messa in posa dopo la mia fuga; la scena è stata alterata con intento di messinscena dopo la mia fuga oppure sono arrivati i ladri (!?)”.

Il 26 marzo 2008 per la prima volta ha dichiarato di avere sentito la voce di una donna che poteva essere quella di Amanda Knox che diceva in inglese a Meredith “Cosa succede?” oppure “Qual è il problema?”, che dal bagno udì parlare le due donne, che dopo alcuni minuti sentì un grido fortissimo, al che lui uscì dal bagno e vide l’uomo armato di coltello. Nel corso di questo interrogatorio (il terzo), Guede non parla più di una colluttazione di cinque minuti, bensì di una colluttazione velocissima.  Precisa che dalla finestra della stanza della Romanelli intravide all’inizio del vialetto una donna che gli sembra essere Amanda Knox, che la stanza di Meredith era in ordine e che questa era vestita. N.B. Guede avendo la conoscenza delle accuse contro la Knox e Sollecito ed avendo anche le sue idee in merito, si adatta abilmente ai sospetti degli inquirenti e, contrariamente alle versioni precedenti, si ricorda (!)? della presenza della donna e del colloquio fra vittima e carnefice. Ha anche la furbizia di ridurre il contatto visivo e situazione con l’uomo armato del coltello. Sempre con astuzia prende distanza dal contesto del delitto a sfondo sessuale dicendo di avere lasciato la vittima vestita e la scena del crimine ordinata e intatta.

Il 15 maggio 2008 fornisce alcune precisazioni sul proprio abbigliamento. Le dodici contraddizioni di Rudy Guede sono evidenti: il diavolo insegna a fare le pentole, non i coperchi!

Il 21 gennaio 2016 nell’intervista alla Leosini dichiara di avere fatto petting con Meredith e di averle infilato durante i preliminari il dito nella vagina (tanto che la Leosini sorridendo parla di “dito birichino”), di non avere realizzato l’atto sessuale perché erano entrambi sprovvisti di preservativo, di essere andato in bagno perché aveva mal di pancia e che mentre stava seduto sulla tazza ha sentito il campanello suonare e la voce di Amanda Knox. Che dopo una decina di minuti (calcolati dal tempo occorso per ascoltare due brani e mezzo) ha sentito un urlo lacerante e talmente forte da superare la barriera acustica della musica e delle cuffie, di essersi alzato lasciando la tazza del bagno sporca e di avere intravvisto solo per un momento l’aggressore maschile che descrive (!?) ma non riconosce (nemmeno in Sollecito). Dopodiché presta alcuni soccorsi a Meredith così lasciando altre tracce di sé sulla scena e poi fugge. Dichiara di essere sicuro al 101% che la ragazza vista fosse proprio Amanda Knox.

Ecco le dodici contraddizioni insanabili di Guede:

Amanda Knox non avrebbe suonato il campanello perché aveva la chiave di casa.

Per mesi Guede non ha parlato di Amanda, lo ha fatto solo dopo avere avuta la consapevolezza che gli inquirenti la sospettavano.

Il suo adattamento sulla Knox è evidente: dalla certezza zero sale lentamente al 101%.

Per forza di cose e per le leggi della natura deve avere notato e memorizzato il volto e le fattezze dell’uomo armato di coltello.

Si contraddice descrivendo la scena di incontro e di contrasto con l’aggressore: da 5 minuti scende a 1 momento: l’adattamento delle sue versioni ai suoi interessi processuali è evidente.

Ha tentato astutamente di adattarsi alle evidenze criminalistiche e della scena del crimine:

quando ha capito che all’interno della vagina c’erano le sue cellule ha parlato del petting, però non sapeva che il medico legale ha evidenziato che la ragazza non era consenziente perché non autolubrificata naturalmente e rilassata;

il fatto che la ragazza non fosse disponibile e pronta al coito e che le sue cosce e la vagina presentassero varie tumefazioni dimostrano che la versione di Guede sulla reciprocità e spontaneità del petting è falsa, quindi, che il contesto di omicidio a sfondo sessuale è molto forte;

poiché le sue tracce sulla scena sono compatibili con azione omicidiaria ha mutato la c.d. “strategia determinatoria e formativa” delle sue tracce e di sangue sulla scena del crimine: quelle contestuali all’aggressione omicidiaria le ha fatte divenire “tentativi di soccorso”; in realtà le tracce sono di azione aggressiva.

Ha tentato invano di annullare lo scenario del tentato stupro e del litigio in seguito ad aggressione sessuale respinta dalla vittima, producendo l’illogica alternativa “Meredith è stata trattata, composta e messa in posa dopo la mia fuga; la scena è stata alterata con intento di messinscena dopo la mia fuga”.

Su Meredith non vi sono tracce che lei lo abbia toccato con intenti amorosi.

Se avesse avuto un appuntamento amoroso con Meredith ci sarebbe andato munito di preservativo, così come se la stessa lo avesse atteso per questo, avrebbe potuto/dovuto procurarsene uno anche lei.

Conclusioni: Di fatto Guede si è astutamente e subdolamente insinuato nel varco “Le due persone ignote esistono e io le ho viste, l’uomo non so chi sia perché mi è passato vicino solo per un momento e non ne ho notato le caratteristiche, la donna è sicuramente Amanda Knox”. In tal modo ha pensato di potere dividere processualmente e storicamente le posizioni della Knox e di Sollecito, mandando addirittura messaggi silenti a entrambi del tipo “Amanda, io ti ho riconosciuta ed accusata” e “Raffaele, tu statti fuori (per ora) anche se non ti ho escluso completamente”. Ed è proprio per questa strategia sballata che i due legali storici lo hanno abbandonato. Strategia che non lo porterà a nulla, se non ad avere altri problemi giudiziari.

IL DELITTO DI PERUGIA. LO SCANDALO DI UNA INCHIESTA.

Pressioni e maltrattamenti, scrive Egle Piolo il 14 gennaio 2016 su “Il Messaggero”. "Forzata" a raccontare di essere stata nella casa del delitto la sera in cui fu uccisa Meredith Kercher. Un racconto, compreso uno "scappellotto", che ad Amanda Knox è valsa una denuncia per calunnia da parte dei poliziotti che, secondo lei, l'avevano maltrattata durante uno dei primi interrogatori dopo il delitto. Ma l'accusa oggi è caduta davanti al tribunale di Firenze (il fascicolo aperto dalla procura di Perugia è stato trasferito per il coinvolgimento dell'allora pm Giuliano Mignini come persona offesa), che ha assolto la giovane americana, già assolta in via definitiva per la morte di Mez insieme all'ex fidanzato Raffaele Sollecito. Il pm aveva chiesto una condanna a due anni e otto mesi, ma il tribunale fiorentino ha accolto invece la tesi degli avvocati Carlo Dalla Vedova, Luciano Ghirga e Tommaso Ducci.

Meredith Kercher, accolto il ricorso di Amanda Knox alla Corte di Strasburgo: “Processo iniquo e maltrattamenti”. La studentessa americana era finita a giudizio, tra l'altro, anche per la calunnia nei confronti degli agenti che l'avevano interrogata, ma era stata assolta. Il giudice ha scritto tra l'altro che l'inchiesta era stata caratterizzata da "numerose irritualità procedurali" e dalla durata "ossessiva" degli interrogatori, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 17 maggio 2016. La Corte europea dei diritti umani ha accolto in via preliminare il ricorso contro l’Italia presentato da Amanda Knox, la ragazza prosciolta in Cassazione dall’accusa di aver partecipato all’uccisione di Meredith Kercher. La giovane sostiene di aver subito un processo iniquo e di essere stata maltrattata durante l’interrogatorio. La Corte di Strasburgo ha ritenuto valido il dossier presentato dai legali della Knox ed ha comunicato il ricorso al governo italiano affinché possa difendersi. Nel gennaio scorso il tribunale di Firenze aveva assolto con formula piena la Knox dall’accusa di avere calunniato alcuni agenti della squadra mobile di Perugia che indagavano sull’omicidio di Meredith. In particolare la Knox era accusata di calunnia per avere sostenuto di essere stata “forzata” dagli investigatori a dire che era stata nella casa dell’omicidio insieme a Patrick Lumumba, che fu coinvolto nell’inchiesta proprio a causa delle frasi dell’americana e poi riconosciuto estraneo alla vicenda. Il procedimento avviato dalla procura di Perugia era stato poi trasmesso a Firenze in quanto tra le persone offese dal presunto reato ci sarebbe stato anche il pm Giuliano Mignini, titolare dell’indagine. Il pm di Firenze aveva chiesto per la Knox una condanna a due anni e otto mesi di reclusione. Un mese fa, infine, sono uscite le motivazioni di quella sentenza di assoluzione. In pratica il tribunale scrisse che la Knox fece il nome di Lumumba agli agenti perché “dando quel nome in pasto a coloro che la stavano interrogando così duramente sperava di porre fine a quella pressione”. Il giudice ritiene che le parole della studentessa di Seattle abbiano rappresentato “la narrazione confusa di un sogno, sia pure macabro” e “non la descrizione di una vicenda davvero accaduta”. Il giudice di Firenze ha anche parlato in tale ambito di indagini caratterizzate da “numerose irritualità procedurali” e dalla durata ossessiva degli interrogatori. All’avviso del tribunale il contesto nel quale sono state rese le dichiarazioni della Knox “era chiaramente caratterizzato da una condizioni psicologica divenuta” per lei “davvero un peso insopportabile”. E’ quindi “comprensibile” – si legge nelle motivazioni – che “cedendo alla pressione e alla stanchezza abbia sperato di mettere fine a quella situazione, dando a coloro che la stavano interrogando quello che in fondo volevano sentire dire: un nome, un assassino”. Per il giudice il racconto contenuto nel verbale di spontanee dichiarazioni della Knox e quello del memoriale scritto subito dopo appare “la narrazione confusa di un sogno, sia pure macabro, che non la descrizione di una vicenda davvero accaduta”. Per il tribunale questo “conferma lo stato in cui si trovava Amanda Knox” in quel momento ed esclude la sua finalità” potesse essere di tacere il nome dell’effettivo autore del delitto”.

Amanda Knox: ecco perché fa causa all'Italia. La ragazza americana, assolta per l'omicidio di Meredith Kercher, ha presentato ricorso alla Corte europea dei diritti umani, scrive il 18 maggio 2016 "Panorama". Ora è Amanda Knox contro Italia. Perché così è intestato il ricorso alla Corte europea dei diritti umani presentato dalla giovane americana e accolto in via preliminare dall'Organismo di Strasburgo. Un atto con il quale l'americana ha chiesto il riconoscimento della violazione dei propri diritti difensivi nell'indagine sull'omicidio di Meredith Kercher. Delitto, compiuto a Perugia, per il quale la Knox e il suo ex fidanzato Raffaele Sollecito sono stati definitivamente assolti dalla Cassazione. Al centro del ricorso, l'interrogatorio al quale venne sottoposta in questura l'allora studentessa di Seattle tra il 5 e il 6 novembre del 2007. Notte terminata con l'arresto suo, di Sollecito e di Patrick Lumumba (tirato in ballo da Amanda ma poi prosciolto nei mesi successivi perché risultato completamente estraneo). I difensori della Knox - gli avvocati Carlo Dalla Vedova e Luciano Ghirga - hanno rappresentato alla Corte europea che nell'aprile del 2008, in fase d'indagini, la Cassazione nel confermare la custodia in carcere per la loro assistita rilevò una "palese lesione" dei suoi diritti difensivi. Perché l'interrogatorio venne reso senza un difensore nonostante - ad avviso dei giudici - la giovane rivestisse di fatto già il ruolo di indagata per l'omicidio Kercher. Nel ricorso a Strasburgo la Knox afferma poi che il suo diritto a un equo processo è stato violato perché "non è stata informata in tempi brevi in una lingua a lei comprensibile della natura e dei motivi dell'accusa formulata a suo carico". Inoltre di non essere stata assistita da un interprete professionale e indipendente nel corso degli interrogatori. L'americana invoca inoltre la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani affermando che "gli scappellotti" ricevuti hanno costituito un trattamento inumano e degradante. "Un fortissimo stress psicologico subito nei giorni dell'indagine" ha detto l'avvocato Dalla Vedova. Ora il Governo italiano avrà tempo fino al 17 settembre prossimo per fornire le sue valutazioni alla Corte che prenderà quindi la sua decisione. Oggi la procura generale di Perugia, dove opera Giuliano Mignini, il magistrato che ha coordinato l'indagine sull'omicidio Kercher, non ha voluto commentare gli sviluppi arrivati da Strasburgo. Per l'avvocato Ghirga quello dell'interrogatorio "è il punto cardine di tutta la vicenda". "Non si può parlare di soddisfazione in una storia come questa dove c'è tanta sofferenza ma le richieste della difesa di Amanda Knox stanno trovando soddisfazione" ha detto l'altro legale Dalla Vedova. "È ora che la gente apra gli occhi su questa vicenda" la reazione di Raffaele Sollecito. "Ci sono stati abusi - ha aggiunto - che non hanno mai avuto rilevanza mediatica. Meno male che ci sono giudici che danno la giusta importanza a quello che per noi è stato un incubo". 

La Corte europea ammette il ricorso di Amanda Knox. E Sollecito commenta: «Abbiamo subito otto anni di processi. E a livello mediatico ci hanno demonizzato», scrive "Il Corriere del Mezzogiorno" il 17 maggio 2016. «È ora che la gente cominci ad aprire gli occhi su questa vicenda»: Raffaele Sollecito commenta così la decisione della Corte europea dei diritti umani che ha ammesso il ricorso di Amanda Knox. «Amanda - ha detto Sollecito - è stata sentita per 15 ore senza avvocato e con un’interprete non ufficiale. Ci sono stati abusi mai rilevati mediaticamente e meno male che ci sono giudici che danno la giusta importanza a quanto successo». Sollecito ha quindi ricordato «gli otto anni di processi subiti da due ragazzi innocenti». «A livello mediatico - ha aggiunto - è passata la nostra demonizzazione. La descrizione di due persone che non sono mai esistite nella realtà e sono del tutto estranee alla morte di quella povera ragazza. Per questo - ha concluso Sollecito - non mi stancherò mai di denunciare quanto successo». Il ricorso alla Corte europea è stato presentato dai legali della Knox, gli avvocati Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova. In esso si fa riferimento a una pronuncia della Cassazione dell’aprile del 2008, che in fase cautelare confermò la custodia in carcere per Knox (poi definitivamente assolta per il delitto di Perugia). Furono gli stessi giudici italiani - hanno sostenuto i legali dell’americana - a dire che nell’interrogatorio in questura, la notte precedente all’arresto, ci fu una «palese violazione» dei diritti della giovane di Seattle perché questa venne sentita senza un difensore «pur essendo già persona che aveva acquisito la veste d’indagata». Per gli avvocati Dalla Vedova e Ghirga, quindi, ci fu una «violazione dei diritti civili» di Amanda Knox. Nel ricorso i legali hanno anche fatto riferimento al mancato rispetto del diritto a un equo processo e al «fortissimo stress psicologico» al quale l’americana venne sottoposta - secondo la difesa - durante la fase delle indagini e nei quasi quattro anni passati in carcere. «Quella della decisione della Corte di Strasburgo è una bellissima notizia» l’avvocato Ghirga. «Riguarda infatti - ha aggiunto - il punto cardine di tutta la vicenda». «Non si può parlare di soddisfazione - ha sostenuto l’avvocato Dalla Vedova - perché in questa vicenda c’ è tanta sofferenza. Prendiamo comunque atto che il ricorso alla Corte di Strasburgo è stato accolto come succede raramente. E le richieste della difesa di Knox sono state via via sempre soddisfatte. Vedremo ora quale sarà la posizione del Governo italiano».

Amanda Knox: “Soffro di stress post traumatico”, scrive il 27 aprile 2016 "Blitz Quotidiano". A più di un anno dalla definitiva assoluzione Amanda Knox è ancora perseguitata dai fantasmi del passato. A raccontarlo nella sua colonna sul quotidiano West Seattle Herald è la stessa 28enne, ex imputata al processo di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher. Nell’articolo Amanda racconta di aver recentemente sofferto di disturbi da stress post-traumatico: piccoli attacchi di panico innescati da una brutta infezione renale. Piegata in due dal dolore tra le braccia del suo fidanzato, il ricordo di quei quattro anni trascorsi in carcere in Italia, dopo la condanna a 26 anni per l’omicidio della sua compagna di stanza, sono riaffiorati con prepotenza. In seguito alla prima assoluzione nel 2011 la Knox è rientrata negli Stati Uniti e ha potuto contare sull’affetto dei suoi cari e un folto popolo di innocentisti, ma la prigionia, racconta, la perseguita ancora nei momenti più inaspettati. Come quando in fila al negozio di alimentari le sembra di tornare a quando faceva la fila per le perquisizioni prima di rientrare in cella. Così è accaduto quando l’infezione renale l’ha costretta a letto: il dolore fisico ha innescato il ricordo del dolore esistenziale di quando era dietro le sbarre. E’ scoppiata a piangere, violentemente e nessuna parola del suo compagno, che non chiama mai per nome, poteva esserle di conforto. Questi momenti – osserva – l’hanno portata a provare empatia per altre persone scagionate come lei da pesanti accuse, o con tutti quelli che faticano a riprendersi dopo eventi particolarmente drammatici, come ad esempio uno stupro. “Questi tipi di dolore – spiega – sono complessi e tuttavia ci aspettiamo da noi stessi e dagli altri di superarli e voltare pagina. E se i ricordi dolorosi di qualcuno continuano ad innescarsi ostinatamente da circostanze banali, li giudichiamo male perché si crogiolano nel vittimismo”.

Raffaele Sollecito opinionista in tv. Ora fa l’esperto per Mediaset. Dopo l’assoluzione per il caso di Meredith Kercher, Sollecito è stato arruolato come «criminologo» per «Il giallo della settimana» in cui si parla di cronaca nera e giustizia, scrive Renato Franco il 4 aprile 2016 su " Il Corriere della Sera”. Opinionista sui temi della giustizia, criminologo in stile Roberta Bruzzone: è il nuovo destino di Raffaele Sollecito che è stato ingaggiato da TgCom24 per il programma Il giallo della settimana, uno spin-off di Quarto Grado, che viene trasmesso il sabato sera. Condannato in primo grado ma poi definitivamente assolto dall’accusa di avere partecipato nel 2007 all’omicidio di Meredith Kercher, Sollecito ora vestirà i panni di esperto di giustizia (in effetti sull’esperienza nulla da eccepire). Spiega Paolo Liguori, direttore di TgCom24 (in onda sui canali 51 e 111 del digitale terrestre): «Sollecito è stato definitivamente assolto anche dalla Cassazione, è stato in carcere, ha affrontato tutti i gradi del processo: conosce la macchina della Giustizia meglio di tutti noi e ci racconterà anche il suo calvario». Liguori ne approfitta per tirare una stoccata ai criminologi che popolano il palinsesto tv: spara nel mucchio, ma l’obiettivo sembra preciso, non fa nomi e forse le abbassa di parecchio l’età (di anni ne ha 42), ma il profilo sembra proprio quello di Roberta Bruzzone: «A volte quando guardo la televisione mi chiedo: quella è una criminologa? È una bella ragazza, lo vedo anch’io, ma dove si prende il diploma di criminologa? Com’è che ti sei laureata a 26 e a 30 fai già la criminologa? Che esperienza hai? Io mi sento molto come Sollecito e se lui è uno specchietto per le allodole, allora lo sono anch’io». Prima la battuta, poi la spiega: «Sollecito è uno specchietto per le allodole, è stato molto discusso ai tempi e poi abbandonato, ed è protagonista di una vicenda scabrosa e irrisolta. Non è che ora lui non può fare più nulla perché è Sollecito, anzi ripeto: ha molta esperienza in fatto di giustizia». Sollecito ha già debuttato sul canale all news di Mediaset sabato scorso nel numero zero del programma condotto da Remo Croci: tema del dibattito, il caso di Sarah Scazzi e il delitto di Avetrana. Dopo la laurea specialistica in ingegneria informatica all’università di Verona (la tesi su se stesso: «Innocentisti e colpevolisti sul web») e l’assoluzione davanti alla Cassazione nel marzo 2015, Sollecito lo scorso febbraio ha presentato una sua start-up, un servizio online per ricordare i defunti che permette — per dire — di ordinare fiori e pulizie di lapidi in Rete. Due indizi sembrano fare una prova: al di là di ogni giudizio, il passato non passa e rimane eterno presente.

Caso Meredith, Sollecito chiede mezzo milione di risarcimento, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 25 gennaio 2016. Condannato, assolto e di nuovo condannato prima di essere dichiarato definitivamente innocente per l’omicidio di Meredith Kercher, ora Raffaele Sollecito, che si è sempre proclamato estraneo a quel delitto, chiede allo Stato italiano oltre mezzo milione di euro di risarcimento per l'ingiusta detenzione. Quasi quattro anni passati in cella, tra il 6 novembre del 2007 e la notte del 4 ottobre del 2011. Lo fa con un’istanza che oggi i suoi difensori, gli avvocati Giulia Bongiorno e Luca Maori hanno depositato alla Corte d’appello di Firenze. Nel capoluogo toscano si trova infatti l'ultimo giudice di merito ad essersi occupato del processo a Sollecito e ad Amanda Knox, anche lei definitivamente assolta con lo stesso cammino giudiziario. I legali dell’ingegnere pugliese hanno chiesto il massimo possibile del risarcimento in base ai parametri che regolano la materia. Complessivamente 516 mila euro per tre anni e 11 mesi passati in cella. Spetterà ora ai giudici toscani decidere. Sollecito venne arrestato cinque giorni dopo l’omicidio di Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni in Italia per studiare con il programma Erasmus colpita mortalmente alla gola con una coltellata nella villetta nella quale viveva a Perugia, in via della Pergola. La stessa casa occupata da due giovani italiane e dalla Knox, all’epoca fidanzata con Raffaele e anche bloccata il 6 novembre del 2011 dalla polizia.

Insieme a loro in cella finì Patrick Lumumba, rimesso in libertà due settimane dopo perchè riconosciuto totalmente estraneo ai fatti (e quindi prosciolto) mentre veniva invece arrestato Rudy Guede, l’ivoriano unico condannato per l’omicidio Kercher (a 16 anni di reclusione, diventati definitivi, con il rito abbreviato). Il musicista originario dell’ex Zaire ha poi ottenuto un risarcimento di ottomila euro per l’ingiusta detenzione ma ha deciso di rinunciarvi, ritenendolo esiguo, per rivolgersi alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Sollecito e la Knox, che si sono da subito proclamati innocenti, vennero condannati in primo grado a 25 e 26 anni di reclusione. E da detenuti affrontarono il processo d’appello che si concluse il 4 ottobre del 2011 con l’assoluzione dei due giovani "per non avere commesso il fatto». La Corte d’assise d’appello dispose quindi l’immediata scarcerazione di Raffaele, che vive con la famiglia in Puglia, e Amanda, subito tornata negli Usa nella sua Seattle. Per loro comunque quello che i loro difensori hanno più volte definito un «calvario giudiziario» non era finito. Il 26 marzo del 2013 la Cassazione annullò infatti l'assoluzione a loro carico, disponendo per entrambi un nuovo processo d’appello, a Firenze per questioni tecniche, al termine del quale la Corte toscana condannò a 28 anni e sei mesi la Knox e a 25 Sollecito. Prima che il 27 marzo dell’anno non ne ha decretato in maniera definitiva l’assoluzione dei due giovani e quindi la loro estraneità all’omicidio Kercher. Ora, dopo quasi un anno da quella sentenza, è Sollecito a rivolgersi ai giudici del capoluogo toscano per chiedere allo Stato un risarcimento di 516 mila euro.

Omicidio Meredith, Sollecito e la nuova vita dopo l'assoluzione: «Lavoro, gioco a rugby, sogno i figli». Ha ricevuto 66 mila euro dalla Regione Puglia per una start up che commemora i defunti e ha scritto un libro. «Amanda mi ha chiesto di mandarglielo. Non siamo amici», scrive Elvira Serra, inviata a Giovinazzo su “Il Corriere della Sera” del 30 ottobre 2015. Appuntamento al McDonald’s di Bisceglie, arriva in Porsche nera. «È dell’avvocato, un amico di famiglia: me l’ha prestata perché la mia 500 Abarth truccata è in officina». Si avvicina piano. Camicia a scacchi, giubbotto da aviatore, capelli raccolti in una coda: Raffaele Sollecito sa che sarà scansionato ai raggi X e la prima impressione, con quell’auto lì, è di perplesso stupore. «Prendiamo la sua, va bene? Le dispiace darmi uno strappo dal commercialista? Poi andiamo a Giovinazzo, dove sono nato». Comincia così, senza alcun rimpianto per il bolide lasciato nel parcheggio incustodito («È assicurato contro furto e incendio») la giornata con l’ex studente di ingegneria informatica più famoso d’Italia, condannato nel 2008 con Amanda Knox per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher, assolto in Appello nel 2011, di nuovo condannato nel 2014 dopo l’annullamento della sentenza di secondo grado e assolto in via definitiva dalla Cassazione il 27 marzo del 2015 «per non aver commesso il fatto». «Un caso giudiziario incredibile e grottesco», continua a definirlo lui, che nel libro appena pubblicato con Longanesi, Un passo fuori dalla notte, racconta la sua storia. Oggi ha 31 anni, vive a Bisceglie con Francesco e Mara, il padre e sua moglie. «Con loro trascorro i momenti più sereni. Il bacio di papà al mattino, Mara che mi dice che le mie cose sono pulite e stirate nei cassetti. La normalità. Finalmente libero di uscire e vivere come i ragazzi della mia età». Appena entriamo a Giovinazzo, si fa il segno della croce. «Lì a sinistra c’è il cimitero dove è sepolta mia mamma». Seduti al tavolino di un bar, davanti a una crostata al cioccolato e un cappuccino di soia («Sono filo vegano, seguo molto Veronesi»), parla di sé. «Ho vinto un bando della Regione Puglia per le nuove iniziative di impresa, riservato agli under 35 disoccupati. Avevo i requisiti. Me l’hanno comunicato dopo la sentenza di Cassazione. Mi danno 66 mila euro per tre anni, la metà a fondo perduto. Ho progettato un portale online con una App, una sorta di social network che nasce anche per la commemorazione dei defunti. Mi era venuto in mente quando ero in prigione a Terni e pensavo a mia madre: non poter andare sulla sua tomba, essere così lontano da lei mi faceva stare male. È nata allora l’idea di Memories, una società a responsabilità limitata semplificata, ed è subito piaciuta al professor Alfredo Milani, il mio angelo custode». La sede della start up è accanto al bar. È ancora un cantiere, ma già si intuisce il desk di accoglienza, bagni, sgabuzzino e retro dove starà Sollecito. «Assumerò due segretarie, anzi un maschio e una femmina. E ho due stagisti del Politecnico di Bari per sviluppare il software. Saremo operativi nei primi mesi del nuovo anno». Vuole mettere le telecamere di sicurezza. «Per quelle fuori non ci sono problemi, ma dentro devo chiedere l’autorizzazione all’ispettorato del lavoro. Può sembrare che voglia controllare i dipendenti, in realtà voglio solo che non mi capiti più quello che mi è successo, desidero avere prove certe». Ci spostiamo verso il porticciolo e per strada un ragazzo in bicicletta lo saluta festosamente. «È Francesco, uno della comitiva». Immaginiamo il futuro. «Tra dieci anni? Sposato, un numero indefinito di figli, e una società di successo che è diventata Spa. Cittadino del mondo, in una grande città». Amanda l’ha sentita via chat una settimana fa. «È curiosa di leggere il libro, mi ha chiesto di mandarglielo». Non la considera un’amica. «Siamo appena dei conoscenti, per quanto ci leghi un’esperienza forte». Pensa ai genitori di Meredith. «Mi piacerebbe che la sua famiglia incontrasse la mia e ci potessimo chiarire una volta per tutte. So che sono stati foraggiati di sciocchezze. Se avessero detto di mia sorella che era morta durante un gioco erotico finito male mi avrebbe dato fastidio, è brutto». Della sua vicenda processuale parlerà sabato al Congresso dei Radicali a Chianciano. «Mi sono iscritto al partito perché credo nelle loro battaglie e vorrei che non ci fossero altre vittime come me. Non ho ancora chiesto il risarcimento, con i miei avvocati stiamo studiando il modo per far sì che chi ha sbagliato si assuma le sue responsabilità. Ho letto che avrei diritto a un risarcimento di 500 mila euro: questa cosa mi fa sorridere amaro, perché la mia famiglia tra legali e perizie ha speso più di un milione e 300 mila euro». Pranziamo da Filippo, dove Enza gli ordina di farsi dare due baci. Da un anno gioca a rugby, ala in panchina, ed è in allenamento che si è rotto quel mignolo sinistro sul quale porta un tutore nero: sembrava un anello dark, all’idea ride. Non guarda la tivù: «Mi fa troppa rabbia, mi mette ansia». Ha un desiderio, ammette: «Il 9 novembre Marilyn Manson canta a Firenze, è tutto esaurito. Secondo lei qualcuno mi può aiutare ad andarlo a vedere?».

Omicidio Meredith, Raffaele torna a Perugia per il Reperto 36, scrive “Il Messaggero”. In prima fila accanto al padre e all'avvocato di Amanda Knox per ascoltare la storia dell'omicidio di Meredith Kercher e dell'inchiesta che lo ha coinvolto per otto anni. Compresi i quattro di carcere. Così sabato pomeriggio 10 ottobre 2015 Raffaele Sollecito è tornato a Perugia per la presentazione del libro di Alvaro Fiorucci e Luca Fiorucci "Reperto 36 - Anatomia giudiziaria dell'omicidio di Meredith Kercher". «Non il romanzo di un omicidio, nè un'inchiesta parallela volta a portare nuova luce sui fatti e sulla loro concatenazione, ma il racconto di un efferato delitto ricostruito attraverso le parole della carte processuali e delle diverse, opposte, letture dei giudici che si sono alternati nei vari gradi di giudizio»: così i due autori («non padre e figlio, ma due colleghi») presentano il loro libro edito da Morlacchi. E nel foyer del teatro c'erano diversi protagonisti del lungo processo: da Luciano Ghirga, difensore di Amanda Knox, a Nicodemo Gentile, legale di Rudy Guede, a Donatella Donati, che ha collaborato alla difesa di Sollecito. Ma anche Giuliano Mignini, che insieme a Manuela Comodi è stato il pm del primo grado di giudizio, quello della condanna ai due ex fidanzati. E tutti hanno preso la parola, compreso Raffaele che ha chiesto a pubblico e relatori (a presentare il libro la giornalista Emma D'Aquino) perché siano stati analizzati solo i suoi coltelli all'inizio dell'inchiesta.

A presentare il nuovo libro del caporedattore del Tgr Umbria Alvaro Fiorucci, stavolta affiancato dal figlio giornalista, che si occupa di cronaca nera per Il giornale dell’Umbria ed ha seguito il caso fin dal primo giorno, c’era la conduttrice di punta del Tg1 Emma D’Aquino.

Reperto 36: un libro per conoscere la ricostruzione di un delitto e per affacciarsi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano, scrive Allan Fontevecchia. Emma D’Aquino all’epoca dei fatti inviata speciale e ora conduttrice di punta del Tg1 della Rai coordinerà la presentazione di “Reperto 36 - anatomia giudiziaria dell’omicidio di Meredith Kercher”, un volume realizzato dai giornalisti Alvaro Fiorucci e Luca Fiorucci e portato nelle librerie da Morlacchi Editore. L’incontro è previsto alle 17 di sabato 10 ottobre 2015 nell’atrio del Teatro Morlacchi a Perugia.  Con gli autori interverrà anche l’editor Claudio Brancaleoni. Con “Reperto 36” nei fascicoli dell’inchiesta sull’omicidio della studentessa inglese è indicato un coltello da cucina, presunta arma del delitto di via della Pergola 7, avvento nella notte tra l’1 e 2 novembre 2007. Una presunta arma del delitto sulla base della quale tre persone hanno assunto il ruolo di indagati. Il primo, Rudi Guede, ha avuto una condanna definitiva e ad altre due, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, sono toccate condanne, assoluzioni, di nuovo condanne e infine assoluzioni definitive. Il libro di Alvaro Fiorucci e Luca Fiorucci è un portolano di queste sentenze. E’ lo specchio del nostro sistema giudiziario. Le prime immagini che riflette sono quelle delle prime indagini appena scoperto un delitto e il tempo impiegato per chiudere il cerchio investigativo. E delle certezze di averlo chiuso bene. Le immagini successive sono quelle dei primi giudici che danno il via agli arresti alla permanenza in carcere, alle primissime valutazioni sulle prove raccolte a carico di eventuali presunti colpevoli. Poi lo specchio di “Reperto 36” ci restituisce la bilancia inquirente che ha su un piatto le indagini scientifiche e sull’altro quelle tradizionale. I due piatti sono in equilibrio? Infine la lettura degli indizi da parte dei collegi giudicanti che se potrebbero prendere forma prenderebbe il sembiante di un grafico dove picchi sopra l’asse e picchi sotto l’asse si alternano in un significativo (significativo per avere la misura del funzionamento del sistema giudiziario italiano) diagramma sghembo. Infine l’immagine riflessa dei giudizi di legittimità che nel loro andare a fondo sui fatti ricostruiscono verità contrapposte, fino all’ultima ricostruzione definitiva della non colpevolezza. Tutto questo è ben riassunto nella quarta di copertina. “Questo non è il romanzo di un omicidio, né un’inchiesta parallela volta a portare nuova luce sui fatti e sulla loro concatenazione. Reperto 36 è il racconto di un efferato delitto, quello della giovane studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2007, ricostruito attraverso le parole delle carte processuali e delle diverse, opposte, letture dei giudici che si sono alternati nei vari gradi di giudizio. Dopo il delitto, non solo le vite dei protagonisti implicati nei fatti si stravolgono, ma è l’intera città di Perugia a scontare delle colpe che non sono una sua esclusiva, ma sono conseguenza e specchio delle condizioni di un’intera società. Il travagliato iter giudiziario del «caso Meredith» – che per ben otto anni ha tenuto sospesa l’attesa di una platea mondiale virtualmente rinchiusa nelle aule di giustizia, nelle quali si è formata la verità processuale – proprio per il modo diretto e approfondito con cui gli autori scelgono di affrontarlo, offre al lettore la possibilità di aprire una riflessione sul tema della giustizia in Italia, della sua amministrazione, dei suoi tempi, della sua organizzazione; ma, ugualmente, gli porge interrogativi altrettanto dirompenti sul potere che, nell’odierna società globalmente connessa, i mass media possono avere nell’influenzare i comportamenti di tutti. Nessuno escluso”.

Condannato. Assolto. Condannato. Assolto. Game over: il gioco è terminato, scrive Annalisa Chirico per “il Foglio”. "La mia vicenda giudiziaria si è svolta come un videogioco", racconta al Foglio Raffaele Sollecito, capelli lucidi raccolti in un codino, quasi a voler somigliare al protagonista di uno dei suoi manga preferiti. "Ho dovuto fronteggiare livelli di difficoltà via via maggiori, prove successive di resistenza fisica e mentale, fino allo scontro finale con il Gigante all' apparenza imbattibile". Il Gigante, fuor di metafora, è la Corte di Cassazione che lo scorso 27 marzo lo assolve definitivamente dall' accusa di omicidio insieme alla "fidanzatina" di Seattle Amanda Knox. "Fidanzatina? L'ho conosciuta cinque giorni prima del delitto. Ci hanno dipinto come una coppia diabolica in grado di orchestrare un omicidio e simulare un furto. Il bacio che ci scambiamo sul pianerottolo in via della Pergola è stato immortalato come la prova regina della nostra spregiudicatezza. La verità è che eravamo due studentelli sconvolti, Amanda piangeva a dirotto perché aveva perso la sua amica e non aveva nessuno in Italia a parte me". Otto anni di processo, quattro di carcerazione preventiva, oltre un milione di euro tra parcelle destinate ad avvocati e consulenti. "Sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Com'è possibile che ciò accada in un paese che si vuole democratico e civile?", la voce di Raffaele è ferma e stentorea. Non balbetta, non sibila, ma scandisce ogni parola con risolutezza. Non ha più nulla del ragazzo impacciato e introverso che da Giovinazzo, paesino del barese di 22 mila anime, si trasferisce a Perugia per studiare ingegneria informatica e tuffarsi nella spensierata emancipazione di un programma Erasmus a Monaco di Baviera. "Quel Raffaele non esiste più. Il carcere mi ha obbligato a diventare adulto troppo in fretta. I miei vent' anni mi sono stati rubati e non torneranno. Però se mia madre potesse vedermi oggi, sarebbe orgogliosa di me". Invece la madre, "donna bellissima dai lunghi capelli rossi e ricci", non c' è più. "E' scomparsa nel 2005, morta d' infarto e trascuratezza. Si era separata da mio padre, in quel periodo io vivevo a Monaco e quando sono accorso da lei in Puglia l'ho rivista in una bara". A differenza dell'incrollabile papà Francesco, la mamma non avrebbe retto l'odissea del processo. "Vorrei pensare che in fondo sia stato meglio risparmiarle una tale sofferenza. Ma in verità no, l'avrei voluta al mio fianco per molti anni a venire". Raffaele vuole riafferrare la propria vita. Conseguita la laurea in Ingegneria dietro le sbarre (più una magistrale da cittadino libero a Verona), ha vinto un bando della regione Puglia per giovani imprenditori e recentemente ha fondato una società che offre "servizi informatizzati innovativi" e impiega già tre stagisti. "La promozione del libro ("Un passo fuori dalla notte", Longanesi, ndr) mi sottrae tempo ma non posso tirarmi indietro. Se qualcuno comincerà a porsi qualche perché a proposito del sistema giudiziario italiano, allora saprò che rivivere il dolore attraverso la scrittura non sarà stato inutile". Gli incubi notturni, gli squilibri tiroidei, gli attacchi di panico, i "tormenti" che di tanto in tanto, durante la giornata, gli annebbiano la mente sono la traccia indelebile del "videogame" che lo ha tenuto prigioniero per un tempo così lungo. "Se porti delle cicatrici vuol dire che sei ancora vivo. Io sono morto e rinato due volte". I supremi giudici gli restituiscono la vita con una sentenza di 52 pagine che boccia senz' appello l'operato della pubblica accusa. "Clamorose défaillance o 'amnesie' investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine" sono all'origine di un "iter processuale obiettivamente ondivago". In una memorabile arringa dinanzi alla V sezione della Suprema corte l'avvocato Giulia Bongiorno insiste sugli errori grossolani commessi dagli inquirenti e determinanti nella contaminazione delle prove scientifiche. "A lei ho affidato la mia vita", confida Raffaele. "Con me è persino materna sebbene appaia solitamente fredda e distaccata. Mi ha insegnato a dosare le parole e ad attendere il mio turno prima di parlare". Sul luogo del delitto e sul corpo della vittima, scrivono i giudici, si rileva "l'assoluta mancanza di tracce biologiche riferibili a Knox e Sollecito". Abbondano invece quelle riconducibili a Rudy Guede, il giovane ivoriano che la mattina successiva al delitto prende un treno per Milano e subito dopo un altro diretto in Germania. Oggi Guede sconta una condanna a 16 anni di reclusione per concorso in omicidio. "Mi sono riscattato dal processo giudiziario ma non da quello mediatico - è una constatazione colma di amarezza - Nello sguardo delle persone che mi riconoscono per strada resiste il pregiudizio di colpevolezza nei confronti del 'mostro'. Per aver fumato uno spinello mi hanno trasformato in un tossicodipendente. Per aver collezionato qualche manga giapponese violento, mi hanno dipinto come una persona dall' indole aggressiva. Leggo sui giornali i commenti pressappochisti di chi sputa sentenze senza aver seguito le udienze nel corso delle quali le presunte prove dell'accusa si sgretolavano a colpi di test genetici e testimonianze. Sui social network la gente imbraccia la forca. E' un gioco omicida con le vite degli altri: i magistrati alimentano i media che, a loro volta, suscitano nel pubblico un rigurgito verso una persona che è solo imputata". La giustizia lo ha assolto ma in molti pensano che lui l'abbia fatta franca. "Chi sostiene che non dovrei gioire perché l’omicidio di Meredith sarebbe rimasto senza colpevole, dimentica che una persona sconta una pena definitiva dietro le sbarre. Anche se non so quanto gli sarà utile". In che senso? "Non ho alcuna simpatia per Guede, l'ho visto per la prima volta in tribunale dove i pm incomprensibilmente non lo hanno mai voluto sentire. Ma penso che il carcere sia una scuola di delinquenza. Non redime e non favorisce il reinserimento. Se non sei criminale, lo diventi". Guede si è pentito? "Ne dubito. Come scoprimmo in seguito da alcune testimonianze, su di lui era più volte gravato il sospetto di un coinvolgimento in episodi di furto con scasso secondo il medesimo copione: un sasso per rompere la finestra e poi la rampicata per penetrare all' interno. Esattamente com' era accaduto a casa di Meredith. Il pm Mignini invece vedeva tracce di scenari rituali perché il delitto era avvenuto dopo la notte di Halloween e nella camera della vittima c'era un costume da Dracula. Ho appreso che lo stesso pm, indagando sul ritrovamento di Francesco Narducci, ripescato dal lago Trasimeno nel 1985, mise da parte l'idea del suicidio per battere la più complessa pista dell'omicidio a sfondo satanico. Si rivelò un abbaglio". Ecco, se la procura avesse seguito la tesi più lineare e immediata, quella del furto finito in tragedia, Raffaele non avrebbe varcato la soglia del carcere. E Guede sarebbe stato condannato per omicidio e non per concorso. "Sul processo c'era un'attenzione spasmodica, Perugia era assediata dai cronisti di mezzo mondo. La vittima era una cittadina inglese. Per fare marcia indietro serve umiltà: la procura non l'ha avuta". Esiste una pena alternativa al carcere per un assassino? "Si possono immaginare delle comunità dove neutralizzi il pericolo e offri alle persone una opportunità effettiva di reinserimento. Dietro le sbarre vieni educato secondo un codice criminale. Una volta tornato in libertà, trovi esclusivo conforto nell'ambito di un circuito malavitoso". Raffaele trascorre quattro anni ristretto in una cella tre metri per due. Sei mesi li passa in isolamento fin quando un giorno decide di chiederne la sospensione "a proprio rischio e pericolo": "Quella mattina mi alzai dal letto e andai a prendere la pastiglia per la tiroide. Vidi che l'infermiera mi osservava perplessa, e non capii perché. Lo compresi solo quindici minuti dopo: ero completamente nudo. La solitudine mi stava bruciando il cervello". Le avances tra detenuti, la doccia con le mutande per non offendere gli arabi, il capitolo "ritorsioni" nella tromba delle scale prive di videosorveglianza... la vita in carcere è un addestramento quotidiano. "Ho visto un uomo scaraventare una pentola di olio bollente in faccia a un altro che gli aveva detto 'vaffanculo'. Ho visto persone accoltellarsi per una crostatina. L'unico sentimento che pulsa in carcere è la vendetta. Il carcere è, per definizione, uno strumento di vendetta che offre soddisfazione a vittime e parenti ma abbandona i reclusi in uno stato vegetale a spese dei contribuenti". Vendetta e violenza. "Ho visto persone crollare per terra contorcendosi dal dolore dopo essersi versate in gola l'intero contenuto di una bottiglia di candeggina. Una volta notai che le guardie tentavano di tenere in piedi un detenuto che non si reggeva sulle gambe: si era reciso con una lama i tendini degli arti inferiori e delle braccia". Dopo l'assoluzione nel primo processo d'appello nel 2011 (la sentenza fu poi annullata dalla Cassazione che ordinò un appello bis), fischi, urla e strepiti di sdegno si levano davanti al tribunale. Claudio Pratillo Hellmann, presidente della vituperata corte, sei mesi dopo se ne va in pensione: "Nei bar di Perugia - ha raccontato pubblicamente - dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia. Quasi tutti i colleghi magistrati mi tolsero il saluto. In più ero in predicato per la presidenza del Tribunale e naturalmente quella carica fu assegnata a un altro collega, sicuramente degnissimo, ma qualche sospetto che si trattasse di una ritorsione mi venne". Per Raffaele l'assoluzione del 2011 segna il ritorno alla libertà. Esce dal carcere, ha bisogno di staccare e parte per gli Stati uniti. A Seattle Amanda gli presenta il nuovo fidanzato. I due hanno trascorso in tutto dieci giorni insieme (cinque prima dell'assassinio): sono quasi due estranei. La meta agognata è il deserto del Nevada per l'evento noto come "Burning man": "L' inventore si chiama Larry Harvey - ricorda Raffaele con una punta di nostalgia - La manifestazione dura otto giorni in cui il tempo si annulla. Non hai scadenze né scopi. Sei tu con te stesso, e bruci gli oggetti per rinascere dalle ceneri. Il dolore per la morte di mia madre, gli anni spesi in carcere, le umiliazioni patite: volevo bruciare ogni cosa. Camminavo da solo tra le dune di sabbia con un sombrero in testa. Qualcosa dentro di me era bruciato per sempre". Oltreoceano Raffaele promuove il libro "Honor Bound", l'accoglienza è calorosa. Per l'opinione pubblica i due ragazzi sono innocenti. "In America prevale una mentalità garantista. La certezza della pena non è una formula vuota ma una realtà: in diversi stati può portare all' iniezione letale. Perciò nel corso del processo c' è un rispetto scrupoloso delle garanzie poste a tutela dell'imputato. Da noi invece tali prerogative vacillano perché in fin dei conti, all' esito del procedimento, la pena c' è e non c' è". Gli avvocati richiederanno l'indennizzo per ingiusta detenzione. "Si parla di 500 mila euro, una cifra ridicola. Con gli anticipi dei due libri sto tamponando qualche debito. Abbiamo dei conti in sospeso con i difensori. Ma quel che mi domando è: chi pagherà l'eventuale riparazione? Sempre e comunque i cittadini. Manca un'assunzione di responsabilità da parte di chi ha sbagliato. E per ottenerla mi appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quel che è successo a me non deve più ripetersi". Come spiegherai un giorno ai tuoi figli che papà è finito in carcere alla stregua di un assassino? "Insegnerò loro a non giudicare". Rimproveri ad Amanda? "Non ha alcuna colpa, come me. Ha subìto un interrogatorio fuori dai crismi di legge, con una pressione insostenibile e in una lingua che non era la sua. Se non l'avessi conosciuta, quel giorno lei non avrebbe dormito da me e sarebbe rimasta in via della Pergola. E' vero, non mi sarebbe caduto addosso questo macigno. Ma oggi piangeremmo due vittime, non una".

Sollecito: "Sì, in carcere si ricevono delle avances, ho dovuto realizzare anche questo in cella", scrive “La Nazione”. Il ragazzo definitivamente assolto per il delitto di Meredith Kercher è tra gli ospiti del nuovo programma di Nadia Toffa "OpenSpace". "Avances in carcere? Sì ci sono state. Non mi hanno certo fatto piacere ma ho dovuto realizzare anche questo in carcere". A dirlo è Raffaele Sollecito, definitivamente assolto per il delitto di Meredith Kercher. Sollecito ha parlato durante la trasmissione "OpenSpace", domenica 11 ottobre 2015 in prima serata su Italia Uno. Tra le anticipazioni appunto, quella che riguarda l'intervista al ragazzo che per lungo tempo è stato recluso in carcere. "Sì, ci sono varie vicissitudini di attenzioni, non di violenze. Ci sono degli angoli molto particolari tipo le docce piuttosto che la tromba delle scale, punti pericolosi dove non ci sono telecamere e ci sono momenti di passaggio in cui le guardie non ti seguono. Quindi, è lì che i detenuti che vogliono rivalersi di qualcosa e fare un attentato nei confronti di un altro, fanno delle violenze. Io non sono mai stato oggetto di violenze [...], parlavo di avances, attenzioni particolari ossia quando c'era qualche detenuto che aveva mancanze 'affettive' abbastanza forti, indipendentemente dalla sua sessualità, tentava approcci. Ci hanno provato? Sì, anche quando non me lo aspettavo, qualche volta è successo. Questa cosa non mi ha fatto per niente piacere, ma ho dovuto realizzare anche questo in carcere", le parole di Sollecito. Alla domanda della giornalista Nadia Toffa se abbia intenzione di chiedere il risarcimento per quello che gli è successo, Sollecito risponde: "Questa cosa è una cosa di cui si occupano i miei avvocati, quello che mi preme di più, in realtà, è portare all'attenzione di tutti quali sono gli errori e le responsabilità singole. Sarebbe giusto che le persone che hanno sbagliato si assumessero le loro responsabilità… Io non cerco vendetta, non voglio che queste persone vengano punite".

Raffaele Sollecito a OpenSpace: garantista verso Massimo Bossetti. Raffaele Sollecito, ospite, questa sera, alla prima puntata di OpenSpace, il nuovo programma di Italia 1 condotto da Nadia Toffa, ha espresso la sua opinione in merito al caso riguardante la morte di Yara Gambirasio dicendo di essere assolutamente garantista nei confronti di Massimo Bossetti, scrive “Urban Post”. Ospite, questa sera, domenica 11 Ottobre 2015, nella prima puntata di OpenSpace, il nuovo programma condotto da Nadia Toffa ed in onda su Italia 1, Raffaele Sollecito, assolto definitivamente dall’accusa di aver ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher, ha risposto sia alle domande della Iena che del pubblico parlando di quanto accaduto in carcere, ma anche dicendo il suo parere in merito al caso riguardante la morte di Yara Gambirasio e il processo a Massimo Bossetti e confermando di essere “assolutamente garantista” nei confronti dell’operaio di Mapello. Proprio in merito al caso della ginnasta di Brembate, davanti a Nadia Toffa Raffaele Sollecito ha detto: “Non riesco a esprimermi se definirlo innocente o colpevole, ma per quello che mi raccontano i media, sono estremamente flebili come argomenti. Quel Dna di cui hanno parlato, almeno ai miei occhi, leggendo solo i giornali online, non è una prova così forte”. Per Sollecito, quindi, secondo le informazioni apprese tramite internet, il Dna che ha portato Bossetti in carcere non è una prova così forte. Il giovane ha poi aggiunto: “Se i media mi tartassano ogni giorno di racconti sulla famiglia di Bossetti, che ha poco a che fare come fattualità con le responsabilità di una persona, che idea mi posso fare? Mi posso fare un’idea su com’è la sua famiglia, la sua personalità ma non ha nulla a che fare con il sospetto, con il processo o con le responsabilità di Bossetti”. Puntando il dito contro il modo con cui giornali e programmi tv hanno trattato i vari casi di cronaca, Sollecito ha poi concluso dicendo: “Anche in altri casi come Avetrana, Garlasco, parlano della vita privata di queste persone, sono comunque delle persone, non sono dei burattini o degli attori”.

"Un passo fuori dalla notte" di Raffaele Sollecito. È il 27 marzo 2015 quando, assolvendo definitivamente gli imputati «per non aver commesso il fatto», la Corte di Cassazione chiude uno dei casi più controversi della storia giudiziaria italiana: il processo contro Raffaele Sollecito e Amanda Knox per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto nel 2007. Sono passati otto anni. Raffaele, all’epoca, di anni ne aveva 23. Pochi giorni dopo il suo arresto si sarebbe dovuto laureare. Dopo questa sentenza, oggi Raffaele – che ha trascorso quattro anni di carcere, di cui una parte in regime di isolamento – può finalmente guardare avanti, ma soprattutto lasciare che il mondo scopra chi è veramente. Di lui infatti si è detto e letto di tutto e lo si è rapidamente trasformato in un mostro da prima pagina, giustificando nell’opinione pubblica le tesi dell’accusa che lo volevano spietato assassino. In questo libro Raffaele prende finalmente la parola. Ci racconta la sua infanzia, i suoi sogni, ma anche cosa successe davvero la sera del 1º novembre 2007 a Perugia. E infine cosa significa per un ragazzo della sua età scontare ingiustamente una lunga pena; cosa significa, una volta uscito e assolto definitivamente, incrociare lo sguardo di chi ti incontra e ti riconosce, e ogni volta domandarsi che cosa penserà di te…

Raffaele Sollecito: «Ora diventerò famoso per le mie idee», scrive Imma Vitelli su Vanity Fair”. C'è la vita e c’è il suo incubo. C’è un delitto e c’è un castigo ingiusto che allunga la sua ombra oltre la notte. Pur essendo finita, dopo quattro anni di prigione, pur essendo finita, dopo cinque gradi di giudizio e otto anni di gogna, da quando è stato assolto Raffaele Sollecito si chiede: perché? «Mi dicono: e va bene, sei libero, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Io sono una persona che riesce a perdonare. Ma non dimentico». Non dimentica, dice, perché sa che la storia si ripete. «Quello che è successo a me potrebbe succedere a te, a tuo figlio». Siamo sulla terrazza di un albergo di Bisceglie, il paese in provincia di Bari in cui Raffaele Sollecito vive, a casa di suo padre. In giacca e cravatta, occhiali da sole e codino biondo, è un incrocio che non mi aspetto, tra Tom Cruise e Harry Potter. Ha 31 anni ma ne dimostra meno.  Siede all’ombra, le mani unite, le gambe incrociate, il piede che vibra. Ha appena pubblicato un libro, edito dalla Longanesi: Un passo fuori dalla notte - Tutto quello che non avete mai immaginato di me. È la ricostruzione del suo calvario ed è un j’accuse devastante nei confronti di poliziotti sciatti e giudici pigri che non leggono le carte, e giornalisti che immolano vite sull’altare del gossip. Delle 40 mila ore di telefonate intercettate ai membri della sua famiglia e finite puntualmente sui giornali, nessuna è stata utilizzata in tribunale.

Nel libro lei critica il sensazionalismo dei media.

«Hanno stabilito che ero colpevole perché mi piace il metal di Marilyn Manson e sono un appassionato di fumetti manga e ogni tanto mi guardo un porno. C’è un problema di base. Se la gente che guarda la Tv non è interessata ai fatti ma alle chiacchiere, alla fine il risultato è una distorsione mostruosa della realtà. Ricordo le paginate sulla maglietta indossata da Amanda un giorno in tribunale. Aveva la scritta All You Need Is Love, una frase di una canzone dei Beatles. I giornali hanno parlato solo di questa stupidaggine e scritto niente sull’udienza. Amanda se la poteva risparmiare, ma la stampa ci ha marciato e questo mi indigna. C’è in ballo la vita di una persona, non stai raccontando la vacanza di un calciatore alle Bahamas».

Rimpiange di aver conosciuto Amanda?

«Mah, direi di no. Sono domande che uno si pone. In fondo Amanda ha fatto errori abbastanza stupidi, ma non è la principale causa di tutto quello che ho vissuto. Se i custodi della giustizia fossero stati più professionali, la storia sarebbe stata molto diversa».

Ancora oggi, dopo la definitiva assoluzione, c’è chi ha dubbi, c’è chi dice che, dopotutto, su un coltello e sul gancetto del reggiseno di Meredith c’era il suo Dna.

«La polizia scientifica ha completamente disatteso qualsiasi metodologia scientifica sulla raccolta, la repertazione e l’analisi del Dna. È stato tutto molto approssimativo e ha portato a risultati contraddittori che non hanno attinenza alla realtà. Nessuna. Quel Dna che hanno sbandierato come prova a mio carico valeva meno di zero. Lo hanno tirato fuori in modo impossibile da considerare scientifico. Questo lo dicono i massimi esperti di genetica in Italia e negli Stati Uniti, non lo dico io. E poi non ci hanno mai fornito i dati grezzi. Il che è pazzesco».  

Lei definisce i quattro anni in carcere come una eterna passeggiata all’inferno.

«Il carcere è terribile, ti trattano da vegetale e alla fine lo diventi. Vivi per 22 ore al giorno in celle due metri per tre in compagnia degli scarafaggi. È un mondo assurdo e disumano. Non serve a nulla».

È un mondo surreale.

«Totalmente. Per esempio, devi farti la doccia con le mutande per non urtare la sensibilità dei detenuti musulmani. Bisogna stare attenti. Se passi molto tempo con la polizia penitenziaria diventi un infame e rischi la vita. Vige la legge del taglione. Fuori, nel mondo dei liberi, il peggiore è il pedofilo, in carcere è l’infame. È un altro mondo. Un’altra regola è quella di non offendere. Se offendi, l’altro si vendica da solo o con i suoi amici». 

E dopo tutto questo come si torna liberi?

«Sto piano piano uscendo da questa bolgia terrificante. Sto piano piano ritornando a essere me stesso. Sono un ingegnere informatico, in carcere mi sono laureato. Ho creato una società. Ho disegnato un portale che è unico nel panorama italiano. È un mio sogno che si sta avverando».

Come si chiama la società? 

«Memories». 

A pranzo, al ristorante Happy Days, chiedo a Raffaele una cosa che mi frulla in testa da quando mi ha detto che gli piacciono i motori e che spera nel giro di cinque anni di potersi permettere una Aston Martin.

L’oblio la spaventa? Rischia la sindrome di Stoccolma. È possibile che le manchino i riflettori, l’attenzione della stampa.

«Può essere, sì. Ma sono morto e rinato tante volte, in questi anni. Ho dovuto adattarmi così spesso a realtà insopportabili che mi adatterò ancora anche adesso. Anzi. Le dico un’altra cosa. Diventerò famoso per le mie idee, per il mio lavoro, questa volta». 

Raffaele Sollecito a Otto e mezzo, monta la polemica. Capelli di nuovo lunghi e avvolti dietro la nuca come un samurai, poi giacca, cravatta e volto disteso. Si è presentato così Raffaele Sollecito negli studi televisivi di La7 per la puntata di “Otto e mezzo” del 6 ottobre 2015. Un’intervista a cuore aperto, quella della giornalista Lilli Gruber a Raffaele Sollecito, nella puntata della trasmissione “Otto e mezzo” in onda martedì 6 ottobre su La 7. Sollecito, in studio insieme allo psicologo Paolo Crepet, ha raccontato la sua esperienza confrontandosi anche con l’ex magistrato Gherardo Colombo.

“Un errore che non rifarei? – dichiara – Fidarmi delle forze dell’ordine”. "Io e Amanda siamo stati gli unici a non avere un avvocato sin dai primi giorni del processo". ''Qualche volta ci siamo sentiti dopo l'ultima sentenza, comunque abbiamo rapporti saltuari - ha spiegato Sollecito - E' stata veramente una parentesi della vita che si è trasformata in un incubo". «Ci siamo sentiti dopo l’ultima sentenza», ma va compreso che «Amanda l’ho conosciuta solo 5 giorni prima del delitto, poi l’incubo». Mentre sulla sua relazione con la fidanzata attuale: «Preferisco tenere lontano dai media la mia vita privata». Alla domanda della conduttrice Lilly Gruber: «Raffaele, lei giurerebbe sull’innocenza di Amanda», lui ha risposto: «Io non giurerei per nessun altro all’infuori di me. Giurerei per i miei genitori, ma non per altri. Ma non ho dubbi sull’innocenza di Amanda».

Web indignato, criticata la scelta di invitare Raffaele Sollecito a Otto e mezzo. “In pochi Paesi del mondo - ha continuato Raffaele Sollecito a Otto e mezzo - posso muovermi senza essere riconosciuto. Ho scritto il libro per dire la mia verità”. Su Twitter, gli utenti hanno unanimamente condannato la sua presenza negli studi della trasmissione di La7: “La vittimizzazione di #Sollecito in tv la trovo davvero una cosa di cattivo gusto. #ottoemezzo”, ha scritto un utente, “con l'Italia che entra in guerra e la Costituzione violata, invitare #sollecito è un insulto. #vergogna” ha fatto notare un altro e ci sono commenti anche più pesanti nei confronti dell’ingegnere pugliese.

Raffaele Sollecito si racconta nel libro "Un passo fuori dalla notte", scrive “Libero Quotidiano”. Da presunto colpevole dell'omicidio di Meredith Kercher a scrittore. Raffaele Sollecito negli ultimi mesi è cambiato molto. Lo scorso aprile tutte le accuse contro di lui, e contro la sua presunta complice Amanda Knox, sono cadute e Sollecito ha deciso di raccontarsi in un libro. Si chiama "Un passo fuori dalla notte" ed è nelle librerie dal 6 ottobre. In 240 pagine Raffaele parla della sua infanzia, delle sue esperienze e anche di quello che successe la tragica sera dell'1 novembre 2007, quella in cui Meredith morì. In un passaggio del libro pubblicato in anteprima, si legge il racconto della mattina dopo la notte dell'omicidio. "Io e Amanda avevamo passato la notte insieme, a casa mia, e alla mattina lei - che si svegliava sempre molto presto - mi aveva annunciato che sarebbe andata a farsi la doccia nel suo appartamento: odiava la tendina della mia doccia e il modo in cui le si appiccicava addosso. Tornando, mi avrebbe anche portato uno straccio, per tentare di rimediare al disastro nella mia cucina: lo scarico del lavello, a causa di un intervento fatto con incuria da un idraulico che avevo chiamato appena la settimana prima per aggiustare il rubinetto, perdeva abbondantemente", scrive Sollecito. Amanda era la coinquilina di Meredith e viveva in una villetta di via della Pergola a Perugia, insieme ad altre due studentesse laureande in legge, Filomena Romanelli e Laura Mezzetti. Ma quando Amanda entrò in casa dopo la doccia, Sollecito notò subito qualcosa di strano in lei e le chiese cosa ci fosse che la preoccupava. "Lei scosse la testa, ma alla fine si decise a raccontarmi cosa le era successo. La porta principale della villetta era aperta. All'inizio lei aveva pensato che una delle sue coinquiline si fosse allontanata per andare a buttare la spazzatura e non ci aveva fatto particolarmente caso. Ma poi, dopo essersi fatta la doccia, aveva notato che quello non era l'unico dettaglio fuori dal normale. Nel bagnetto che condivideva con Meredith c' erano alcune piccole gocce di sangue: sangue mestruale? si era chiesta. Non sembrava nulla di grave, ma era comunque strano che non fossero state pulite. Poi si era accorta che la porta della stanza della sua coinquilina inglese era chiusa a chiave, e che nessuno rispondeva dall'interno. In più, nell'altro bagno della casa, quello di Filomena e Laura, dove era entrata per prendere il fon, aveva visto che nel water c' erano delle feci e della carta igienica. Un fatto molto insolito, dal momento che le due ragazze erano sempre molto attente alla pulizia domestica", si legge ancora nel libro. Quella mattina Sollecito voleva portare la fidanzata a fare un giro a Gubbio, ma il racconto di Amanda lo aveva turbato. "Così quando mi chiese di accompagnarla per vedere meglio cos'era successo non mi tirai indietro. Guardai un attimo la mia posta elettronica e mi diressi con lei a casa sua. Lungo il percorso la invitai a chiamare Meredith al telefono e anche le altre due inquiline. Mentre Meredith non rispondeva su entrambi i suoi cellulari, le altre due dissero che avrebbero fatto in modo di raggiungerci appena possibile. Aprimmo la porta, che lei aveva richiuso a chiave, ed entrammo". Il resto della storia, raccontata dal punto di vista di Sollecito, è scritta tra le pagine di "Un passo fuori dalla notte".

Sollecito: giustizia è fatta. C'è una lobby di forcaioli. "Giustizia è fatta nel modo più completo. Si è arrivati all’obiettivo di determinare la mia estraneità ad innocenza a questo reato, ma il problema è che sono passati otto anni per definire quello che era chiaro fin dall’inizio". Lo ha detto Raffaele Sollecito, assolto definitivamente dalla cassazione per l’omicidio di Meredith Kercher, ospite della trasmissione Otto e Mezzo su La7 del 8 ottobre 2015. Sollecito si è scagliato contro "gli inciampi del sistema giudiziario". E i media che "hanno dato man forte agli errori". "Giustizia è fatta nel modo più completo. Si è arrivati all'obiettivo di determinare la mia estraneità ad innocenza a questo reato, - ha detto -  ma il problema è che ci sono voluti otto anni per definire quello che era nelle carte sin dai primi mesi". "L'opinione pubblica non è così garantista, è influenzata dai giornali che a loro volta ne vengono influenzati: c'è una lobby di forcaioli".  Sollecito si è sfogato dicendo che ha dovuto affrontare "una battaglia giudiziaria e mediatica. Sono stato in silenzio nel dolore cercando di risparmiare energie per la battaglia giudiziaria ma ora ho sentito il dovere di parlare", ha spiegato il giovane che ha raccontato la sua storia nel libro 'Un passo fuori dalla notte', in uscita per Longanesi editore. Sollecito ha raccontato il dolore nel vedere che sui media "non si parlava delle indagini, ma della maglietta, del taglio di capelli, degli sguardi con Amanda". "In pochi Paesi del mondo - ha detto Sollecito  - posso muovermi senza essere riconosciuto. Ho scritto il libro per dire la mia verità". ​Quanto a Meredith, Sollecito ha detto che "ha avuto giustizia perché secondo me il responsabile è in carcere, è Rudy Guede". "Nella stanza - ha detto - non esistono tracce che non siano di Guede e nelle indagini ci sono svariati dettagli assolutamente sorvolati, ma d'altra parte ci sono anche delle certezze". La sentenza della Cassazione sull'ivoriano, ha ricordato il giovane, "non parla di altre persone, dice che eventualmente si dovrebbe vedere se ci sono correi. Il suo è stato un processo a parte. A lui i giudici hanno concesso il rito abbreviato, a me e Amanda no".

"Un passo fuori dalla notte". Pubblichiamo uno stralcio. "FU MIA SORELLA la prima persona a cui telefonai la mattina del 2 novembre 2007, quando mi accorsi che nella villetta di via della Pergola era successo qualcosa di strano. Era un’abitazione appena fuori le mura cittadine, che Amanda Knox – la ragazza americana che avevo cominciato a frequentare pochi giorni prima – condivideva con due studentesse italiane di legge, Filomena Romanelli e Laura Mezzetti, e con l’inglese Meredith Kercher.

Io e Amanda avevamo passato la notte insieme, a casa mia, e alla mattina lei – che si svegliava sempre molto presto – mi aveva annunciato che sarebbe andata a farsi la doccia nel suo appartamento: odiava la tendina della mia doccia e il modo in cui le si appiccicava addosso. Tornando, mi avrebbe anche portato uno straccio, per tentare di rimediare al disastro nella mia cucina: lo scarico del lavello, a causa di un intervento fatto con incuria da un idraulico che avevo chiamato appena la settimana prima per aggiustare il rubinetto, perdeva abbondantemente.

QUANDO rientrò nel mio monolocale – che distava pochi minuti a piedi da via della Pergola – io stavo portando in tavola la colazione. Mentre versavo il caffè nelle tazze, lei si mise a pulire il pavimento. Notai subito che era stranamente agitata. «Qualcosa non va?» le chiesi. Lei scosse la testa, ma alla fine si decise a raccontarmi cosa le era successo.

La porta principale della villetta era aperta. All’inizio lei aveva pensato che una delle sue coinquiline si fosse allontanata per andare a buttare la spazzatura e non ci aveva fatto particolarmente caso. Ma poi, dopo essersi fatta la doccia, aveva notato che quello non era l’unico dettaglio fuori dal normale. Nel bagnetto che condivideva con Meredith c’erano alcune piccole gocce di sangue: sangue mestruale? si era chiesta. Non sembrava nulla di grave, ma era comunque strano che non fossero state pulite.

Poi si era accorta che la porta della stanza della sua coinquilina inglese era chiusa a chiave, e che nessuno rispondeva dall’interno. In più, nell’altro bagno della casa, quello di Filomena e Laura, dove era entrata per prendere il fon, aveva visto che nel water c’erano delle feci e della carta igienica. Un fatto molto insolito, dal momento che le due ragazze erano sempre molto attente alla pulizia domestica.

Quella mattina avevo in programma di portare Amanda a fare una gita a Gubbio, e per un momento pensai di fregarmene di tutto, di prendere la macchina e partire. Ci avremmo pensato al rientro.

MA IL RACCONTO di Amanda mi aveva messo addosso una certa agitazione, così quando mi chiese di accompagnarla per vedere meglio cos’era successo non mi tirai indietro. Guardai un attimo la mia posta elettronica e mi diressi con lei a casa sua. Lungo il percorso la invitai a chiamare Meredith al telefono e anche le altre due inquiline. Mentre Meredith non rispondeva su entrambi i suoi cellulari, le altre due dissero che avrebbero fatto in modo di raggiungerci appena possibile. Aprimmo la porta, che lei aveva richiuso a chiave, ed entrammo".

Delitto Meredith, così la Cassazione: «Mancano prove oltre ogni dubbio». Le motivazioni che hanno portato all’assoluzione di Knox e Sollecito: «Frutto di clamorose defaillance o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni», scrive la Redazione online de “Il Corriere della Sera” il 7 settembre 2015. A carico di Amanda Knox e Raffaele Sollecito - accusati dell’omicidio di Meredith Kercher - manca un «insieme probatorio» contrassegnato «da evidenza oltre il ragionevole dubbio». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni dell’assoluzione dei due ex fidanzati depositate stamani dalla Quinta sezione penale della Suprema Corte. «Il processo - è scritto nelle motivazioni - ha avuto un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». È un dato «di indubbia pregnanza» a favore di Knox e Sollecito - «nel senso di escludere la loro partecipazione materiale all’omicidio, pur nell’ipotesi della loro presenza nella casa di via della Pergola» - la «assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili» nella stanza dell’omicidio o sul corpo della vittima. I Supremi giudici - nella sentenza 36080 di 52 pagine - rilevano che sul luogo del delitto e sul corpo di Meredith sono «invece state rinvenute numerose tracce riferibili al Guede», il giovane ivoriano condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio «in concorso», con il rito abbreviato. Per quanto riguarda il gancetto del reggiseno della vittima, i Supremi giudici rilevano che la «sola traccia biologica» rinvenuta su tale gancetto non offre «certezza alcuna» in ordine alla sua «riferibilità» a Raffaele Sollecito «giacché quella traccia - sottolinea la Cassazione - è insuscettibile di seconda amplificazione, stante la sua esiguità, di talché si tratta di elemento privo di valore indiziario». Ad avviso della Suprema Corte, se non ci fossero state tali defaillance investigative, e se le indagini non avessero risentito di tali «colpevoli omissioni», si sarebbe «con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità» di Knox e Sollecito rispetto all’accusa di avere ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher a Perugia il 1 novembre 2007. Nel «percorso travagliato ed intrinsecamente contraddittorio» del processo per l’omicidio Kercher c’è un «solo dato di irrefutabile certezza: la colpevolezza di Amanda Knox in ordine alle calunniose accuse nei confronti di Patrick Lumumba». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni dell’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. La sentenza rileva che la calunnia è stata confermata dalla stessa Knox in un contesto «immune da anomale pressioni psicologiche». Per questo «una eventuale pronuncia della Corte di Giustizia Europea favorevole» al ricorso nel quale la Knox ha denunciato «un poco ortodosso trattamento degli investigatori nei suoi confronti», non potrebbe «in alcun modo scalfire» il definitivo passaggio in giudicato della sentenza di colpevolezza per la calunnia, «neppure in vista di possibile revisione della sentenza, considerato che le calunniose accuse che la stessa imputata rivolse al Lumumba, per effetto delle asserite coercizioni, sono state da lei confermate anche innanzi al pm, in sede di interrogatorio, dunque in un contesto istituzionalmente immune da anomale pressioni psicologiche». Inoltre tali accuse - prosegue la Cassazione - «sono state confermate anche nel memoriale» firmato dalla Knox «in un momento in cui la stessa accusatrice era sola con se stessa e la sua coscienza, in condizioni di oggettiva tranquillità, al riparo da condizionamenti ambientali».

Meredith, la Cassazione. «Tanti errori nelle indagini», scrive Margherita Nanetti su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. L'inchiesta sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher è afflitta da "colpevoli omissioni" nelle indagini, condotte con "deprecabile pressapochismo", ed inoltre le prove genetiche – nel processo indiziario imbastito a carico della giovane americana di Seattle Amanda Knox e del suo ex fidanzato pugliese, Raffaele Sollecito - sono state "acquisite in violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali". Nulla di quanto raccolto è in grado, dunque, di provare la colpevolezza "oltre ogni ragionevole dubbio". E’ questo il giudizio severo della Cassazione sull'operato degli inquirenti che si sono occupati del delitto – che rimane un caso irrisolto – avvenuto a Perugia il primo novembre del 2007, nell’abitazione di Via della Pergola dove quattro ragazze, due italiane e due straniere, convivevano quando Metz venne uccisa da più colpi di arma da taglio, soffocata dal suo stesso sangue mentre qualcuno, rimasto senza nome e a piede libero, le tappava la bocca mentre infieriva. Ad avviso della Suprema Corte, non è possibile altra soluzione che assolvere Amanda e Raffaele, come deciso lo scorso 27 marzo, dopo una altalena di verdetti. "Sono molto sollevata e contenta", ha detto a botta calda la Knox. "Emerge chiaramente che sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario", ha dichiarato Sollecito. Vincitrice della partita è senz'altro Giulia Bongiorno, il legale di Raffaele, alla quale la Cassazione riconosce di aver fornito "analisi ben più affidabili, ancorate a dati fattuali incontrovertibili" rispetto alle "approssimazioni" degli inquirenti, ad esempio sull'orario del delitto. E’ probabile – ricostruisce la Cassazione – che Amanda fosse in casa e che abbia sentito il terribile urlo di Metz, per poi essere raggiunta da Raffaele. Ma non si può andare oltre questa ipotesi dato che non c'è nessuna loro impronta genetica sulla scena del crimine. Anche se i loro alibi sono un pò pasticciati, sarebbe inutile un ennesimo processo: le perizie non possono essere ripetute per l’insufficienza del materiale genetico e i pc sequestrati sono andati distrutti per le "improvvide manovre degli inquirenti". L'unico condannato con rito abbreviato per omicidio in concorso con ignoti, resta l’ivoriano Rudy Guede, che sta scontando sedici anni. Tra le tante pecche, la Cassazione segnala che i due oggetti di "maggiore interesse investigativo", un coltello da cucina e il gancetto del reggiseno della vittima, sono stati il primo conservato "in una comune scatola di cartone", di quelle che contengono le agende che si regalano a Natale, mentre l’altro è stato raccolto da terra dopo essere stato lasciato, dai detective, sul pavimento della stanza di Metz per 46 giorni. E il giudice del rinvio – la Corte di Assise di Appello di Firenze - è incorso in "errore" nell’assegnare, invece, "valore indiziario" a elementi raccolti e repertati in tal modo. Questo processo – rilevano gli ermellini – ha avuto "un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o amnesie investigative". Se non ci fossero state, si sarebbe "con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità" al delitto di Knox e Sollecito. Nel "percorso travagliato ed intrinsecamente contraddittorio" di questa vicenda c'è un "solo dato di irrefutabile certezza": la colpevolezza di Amanda per aver accusato del delitto, calunniosamente, Patrick Lumumba. L’ex proprietario del pub dove Amanda lavorava ha ricordato di aver avuto la vita e la salute rovinata da quella menzogna. "L'inusitato clamore mediatico" e i "riflessi internazionali" del caso non hanno "certamente giovato alla ricerca della verità" perchè hanno provocato una "improvvisa accelerazione" delle indagini "nella spasmodica ricerca" di colpevoli "da consegnare all’opinione pubblica internazionale", osserva infine l'alta Corte mettendo anche l’informazione tra gli imputati di questa debacle investigativa e della giustizia.

I «pasticci»: dai pc bruciati al dna sul coltello, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sarebbe inutile processare nuovamente Knox e, per il delitto Kercher dato che è "negativa" la risposta sulla "possibilità oggettiva" di condurre ulteriori accertamenti che "possano dipanare i profili di perplessità, offrendo risposte di certezza". Lo sottolinea la Cassazione rilevando che i pc della Knox e della vittima "che forse avrebbero potuto dare notizie utili, sono stati, incredibilmente, bruciati da improvvide manovre degli inquirenti" e le tracce biologiche sono di "esigua entità" per essere rianalizzate. Ad avviso della Cassazione "per discutibile scelta strategica dei genetisti della Polizia Scientifica" si ritenne "di privilegiare l’indagine volta all’individuazione del profilo genetico nelle tracce repertate sul coltello, piuttosto che accertarne la natura biologica, dato che l’esigua quantità dei campioni non consentiva un doppio accertamento". Questa scelta, per la Suprema Corte, è stata una "opzione assai discutibile, in quanto l'individuazione di tracce ematiche, riferibili alla Kercher, avrebbe consegnato al processo un dato di formidabile rilievo probatorio, certificando incontrovertibilmente l’utilizzo dell’arma per la consumazione dell’omicidio". Ad avviso degli Ermellini, invece, "la riscontrata imputabilità delle tracce a profili genetici della Knox si risolve in un dato non univoco ed anzi indifferente, dato che la giovane statunitense conviveva con il Sollecito, dividendosi tra la sua abitazione e quella di via della Pergola", spiega la Cassazione nelle motivazioni dell’assoluzione di Knox e Sollecito.

Omicidio di Perugia, Corte di Cassazione: "Colpevoli omissioni nelle indagini, bruciati pc di Amanda Knox e Mex", scrive “Libero Quotidiano”. Amanda Knox e Raffaele Sollecito lo scorso 27 marzo 2015 sono stati assolti dall'accusa di omicidio di Meredith Kercher perché contro di loro manca un "insieme probatorio" contrassegnato "da evidenza oltre il ragionevole dubbio". Queste le motivazioni dell'assoluzione depositate oggi, lunedì 7 settembre, dalla Corte di Cassazione, che sottolinea: "Il processo ha avuto un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine". Ma è quando la Suprema Corte entra nel dettaglio delle "colpevoli omissioni" che si scoprono particolari inquietanti. I pc di Amanda e di Meredith, "che forse avrebbero potuto dare notizie utili - recitano le motivazioni -, sono stati, incredibilmente, bruciati da improvvide manovre degli inquirenti". E se tutto si fosse svolto con rigore e puntualità che cosa sarebbe successo? La Corte rimarca le pesanti responsabilità degli inquirenti, affermando che un accurato lavoro di indagine avrebbe "con ogni probabilità, consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell'estraneità" dei due ex-imputati. Nelle 52 pagine della sentenza i Supremi giudici rilevano la "assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili" sia sul corpo della vittima sia nel luogo dell'omicidio, mentre ne sono state trovate numerose "riferibili al Guede", l'ivoriano condannato a 16 anni in via definitiva per l’omicidio "in concorso". Anche la tristemente famosa traccia sul gancetto del reggiseno della vittima non offre "certezza alcuna", poiché, "stante la sua esiguità" è un "elemento privo di valore indiziario".

Errore che rimarrà nella storia, scrive Claudio Sebastiani su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Raffaele Sollecito non ha dubbi che a coinvolgerlo nell’indagine sull'omicidio di Meredith Kercher sia stato "un clamoroso errore giudiziario che rimarrà nella storia". Lo ha detto dopo avere letto le motivazioni con le quali la Cassazione ha definitivamente assolto lui e Amanda Knox dall’accusa di avere ucciso a Perugia la studentessa inglese. Mentre dall’altra parte dell’oceano la sua ex fidanzata ha sottolineato di essere "molto contenta e sollevata". Nonostante le 52 pagine depositate dalla Cassazione siano arrivate via mail a Seattle quando nella città americana era ancora prima mattina, la Knox le ha subito lette tutte. "Grazie..." ha ripetuto ai suoi difensori, gli avvocati Carlo Dalla Vedova e Luciano Ghirga. "Sono contenta – ha aggiunto - perchè in queste motivazioni ci sono tutte le cose che abbiamo sempre sostenuto". Motivazioni che ha subito esaminato anche Sollecito. "Da quello che ho letto – le sue parole – emerge chiaramente e definitivamente che sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Le indagini sono state estremamente lacunose e piene di errori. Grazie a tutto ciò ho trascorso quattro anni in carcere più altri quattro di tormento per nulla". Per il periodo passato in cella Sollecito "sicuramente" chiederà di essere risarcito per ingiusta detenzione, come annuncia l’avvocato Luca Maori. Mentre per l’altro difensore, l'avvocato Giulia Bongiorno la Cassazione conferma "una volta di più" che il suo assistito "è stato processato per anni e tenuto in carcere da super-innocente". E lo ha fatto con una motivazione che "prende a bastonate gli errori compiuti nelle indagini". Per Claudio Pratillo Hellmann, presidente della Corte d’assise d’appello di Perugia che aveva assolto i due giovani dopo la condanna in primo grado "i giudici della Cassazione sono stati più cattivi di noi parlando del modo in cui la polizia ha condotto le indagini sul delitto". "L'unico responsabile – ha aggiunto – è Rudy Guede (definitivamente condannato a 16 anni con l’abbreviato – ndr) e se con lui c'erano altre persone non si può verificare perchè le indagini sono state condotte male". "A distanza di anni – ha sottolineato ancora Pratillo Hellmann - confermo che l’unico elemento certo in questa vicenda giudiziaria è rappresentato dalla morte di Meredith". Secondo i Supremi giudici rimane però certa anche la colpevolezza della Knox per "le calunniose accuse nei confronti di Patrick Lumumba". Che ora si chiede: "perchè lo ha fatto?". "Mi ha distrutto la vita – ha aggiunto – in tutti i modi, moralmente ed economicamente. Mi deve risarcire e mi deve chiedere scusa". Di "volontà da parte della giustizia italiana di mettere la parola fine su questa vicenda in ogni modo" ha parlato l'avvocato Francesco Maresca, parte civile nel processo per la famiglia Kercher. Che ha evidenziato "incertezze e dubbi". "Ma le sentenze – ha concluso – si rispettano. E noi rispetteremo questa sentenza tenendoci i nostri dubbi".

"L'Inchiesta Meredith fatta male". Le motivazioni della Cassazione e le dure accuse agli investigatori: "Su Amanda Knox e Raffaele Sollecito prove scarse e contraddittorie", scrive Ang. D. Pie. su “Il Tempo". Il processo contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati di aver ucciso la coinquilina di lei, Meredith Kercher, il primo novembre 2007 a Perugia, ha avuto un iter "obiettivamente ondivago". Nessuna prova, accertamenti incongrui, risultanze investigative approssimative. Inchiesta fatta male insomma. Anzi malissimo. Nessun accento intriso di diplomazia nella motivazioni che ieri mattina ha depositato la Quinta Sezione della Corte di Cassazione, quella stessa Corte che il 27 marzo scorso aveva assolto definitivamente gli ex fidanzatini dall'accusa di essere gli autori del delitto insieme all'ivoriano Rudy Guede, condannato a sedici anni di reclusione. Dopo otto anni di incertezze giudiziarie, epiloghi che si sono susseguiti smentendosi a vicenda, dopo le grasse risate che la stampa estera ha riservato ad un’Italia giuridicamente ritenuta poco autorevole, un finale che è l'equivalente di una frenata a secco. Di più: è una bacchettata a tutti, giudici e investigatori. La Cassazione non palesa incertezze: «Si può escludere la loro partecipazione materiale all’omicidio, pur nell'ipotesi della loro presenza nella casa di via della Pergola, in virtù della assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili» nella stanza dell’omicidio o sul corpo della vittima. Sconfessate le analisi sul gancetto del reggiseno della vittima e sul coltello trovato in casa di Raffaele Sollecito. La Cassazione ha smentito con cinquantadue pagine le accuse di altri cinquanta giudici che avevano invece giudicato colpevoli i due ragazzi. Che l’inchiesta abbia avuto un percorso talvolta obliquo è vero. Troppa attenzione da parte dei media e soprattutto, troppa attenzione da parte degli Stati Uniti che si è mobilitata in favore di Amanda Knox arrivando a scomodare persino Hillary Clinton, all'epoca in piena campagna presidenziale. Inchiesta lacunosa, accertamenti svolti con piglio discutibile. Poca perizia utilizzata per un caso così delicato: un delitto che dispone di un movente poco solido e di una vittima che è morta sgozzata dopo aver ricevuto 47 coltellate. Nel «percorso travagliato ed intrinsecamente contraddittorio» del processo per l'omicidio Kercher c’è un «solo dato di irrefutabile certezza: la colpevolezza di Amanda Knox in ordine alle calunniose accuse nei confronti di Patrick Lumumba». Patrick Lumumba era (è) il gestore del bar in cui lavoricchiava la Knox. Lei lo aveva accusato dell’omicidio in maniera trasversale ma efficace, subito dopo la scoperta del corpo di Meredith, sgozzata, nella camera da letto della casa presepiale in cui viveva con altre studentesse fra le quali proprio Amanda Knox. Lumumba ieri ha reiterato i suoi dubbi: «Non riesco proprio a capire per quale motivo Amanda mi abbia accusato. Questa storia mi ha rovinato professionalmente, umanamente, psicologicamente». E c'è da stare certi che i suoi legali stiano preparando una richiesta di risarcimento congrua. Le motivazioni depositate nella giornata di ieri dalla Cassazione puntano il dito contro Rudy Guede, la cui impronta intrisa di sangue fu trovata sotto il corpo della vittima. Restano sparsi qua e là i punti interrogativi e qualche dubbio sul movente ma la storia si chiude senza altra possibilità. «Sono sollevata e contenta» - ha detto la Knox dagli Stati Uniti, parole di felicità avallate dal suo avvocato che ha dichiarato: «In queste motivazioni ci sono tutte le cose che abbiamo sempre sostenuto». Il legale ha anche parlato di "bacchettata" dei giudici e di "biasimo solenne". Una volta tanto, devono aver pensato i rigorosissimi americani, anche in Italia è stato usato, sia pur verbalmente, il pugno di ferro. Raffaele Sollecito conta i danni, anche lui: «Rimarrà alla storia il fatto che io sia stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Quattro anni in prigione e quattro anni di tormenti per niente e tutto a causa di indagini lacunose e piene di errori». La famiglia Kercher vive il suo dolore, immutato, in Inghilterra. Già nel marzo scorso, il ventisette, giorno della sentenza della Corte di Cassazione, i genitori si erano dichiarati distrutti ed avevano palesato un dolore mai guarito. «Noi cerchiamo la verità, solo la verità» dissero. Quella verità è arrivata ieri in maniera definitiva, nonostante l’Italia resti mediaticamente divisa fra innocentisti e colpevolisti.

Meredith, un’inchiesta sbagliata che sconvolge tante vite. Gli errori nell’indagine hanno compromesso la possibilità di arrivare alla verità, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Sono impietosi i giudici della Corte di Cassazione nella scelta dei termini per descrivere le indagini sul delitto di Meredith Kercher e motivare l’assoluzione definitiva di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Perché arrivano a parlare di «amnesie investigative» e di «colpevoli omissioni», ma soprattutto perché chiaramente evidenziano come un’attività seria e accurata avrebbe consentito di raggiungere la verità su quanto accadde la notte del primo novembre 2007 nella villetta di via della Pergola a Perugia. E così rendere giustizia a lei e alla sua famiglia. I genitori e i fratelli di Mez non sapranno mai perché la loro ragazza bella e solare, venuta in Italia per studiare, abbia trovato la morte in una maniera tanto assurda. Quegli «errori gravi» e quelle «scelte discutibili» dei pubblici ministeri e degli investigatori hanno compromesso per sempre il loro diritto a conoscere l’identità dell’assassino e dei suoi eventuali complici. Eppure un appiglio era stato fornito proprio da Amanda, durante la famosa notte trascorsa in questura quando nulla ancora si sapeva dell’omicidio, e lei descrisse le fasi del delitto accusando ingiustamente Patrick Lumumba «in un contesto immune da anomale pressioni psicologiche», mettendolo al posto di Rudy Guede. È bene tenere a mente l’evoluzione di questo processo per comprendere che sbagli, anche apparentemente non gravi, rischiano di compromettere l’esito di un’intera inchiesta. Le moderne tecniche scientifiche possono fornire un supporto formidabile, ma deve appunto trattarsi di un supporto. Credere che tutto possa essere affidato ai risultati di test e analisi è un’illusione che può generare gravissime conseguenze. Bisogna ricordarsi che la ricerca della verità coinvolge tutti i protagonisti: parti lese, imputati, semplici testimoni. E dunque bisogna essere cauti, evitando di travolgere, spesso irreparabilmente, le loro esistenze.

Ciò, nonostante, il 27 marzo 2015, esattamente come il 3 ottobre 2011 fuori dal tribunale dopo la seconda sentenza che li aveva assolti, la città di Perugia si ribella ancora all'assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Un'attesa, per la decisione della Cassazione, che è cresciuta in città di ora in ora. Perché la ferita di quell'omicidio della giovane studentessa inglese è ancora avvertita viva nel capoluogo, e sette lunghi anni non sono riusciti a cicatrizzarla. Così, quando le agenzie e i giornali hanno iniziato a battere e condividere sui social network la notizia che i due ex fidanzati sono stati assolti, immediata è stata la reazione rabbiosa dei perugini: «E' una vergogna» è il commento lapidario e sdegnato, il sentimento più diffuso. «Che schifo». «Siamo un Paese allo sbaraglio».

E di questi scemi ne è pena l’Italia. Poveri italioti allo sbaraglio.

Il delitto Meredith e la Cassazione Amanda: mi sento come Alice fuori dal Paese delle Meraviglie. L’americana in lacrime al telefono con gli avvocati: «È tutto quello che sostenevamo» Lei e Raffaele Sollecito annunciano: pronti a chiedere i danni, scrive Fabrizio Caccia su “Il Corriere della Sera”. «Io e Colin ci siamo scambiati uno sguardo di sollievo, come Alice quando si sveglia fuori dal Paese delle Meraviglie...». È il sollievo di Amanda Knox, nel giorno in cui la Cassazione - quasi otto anni dopo - fa a pezzi l’inchiesta sul delitto di Perugia, il delitto di Mez. Amanda lo scrive sul West Seattle Herald, il giornale della sua città, poche ore dopo l’uscita delle motivazioni della Suprema Corte. Il suo articolo è pubblicato sul sito del giornale in prima pagina, perché questo è il suo giorno ed è lei è la protagonista assoluta. L’avvocato romano Carlo Dalla Vedova le ha già mandato la mail con tutti i dettagli. La ragazza non sta nella pelle, l’incubo è svanito per sempre, allora parla e piange al telefono con lui e con l’altro legale, Luciano Ghirga: «Mi sono fatta quattro anni di carcere, quattro anni precisi, anzi quattro anni meno due giorni e questi di sicuro non me li ridarà indietro più nessuno. Ma è l’unico cruccio. Per il resto oggi sono contenta, contentissima e voglio dire grazie, grazie, grazie a lei avvocato Ghirga come ho già detto grazie all’avvocato Dalla Vedova. Sì, sono felice». E allora si mette a scrivere, Amanda. Collabora col West Seattle Herald ormai da quasi un anno e il suo articolo è pieno di sensazioni. Racconta di un viaggio, sabato scorso, da Seattle a Tacoma in compagnia del suo fidanzato, Colin Sutherland, un giovane musicista (27 anni come Amanda) che suona la chitarra basso in un gruppo rock e lo chiamano per questo Rombo di tuono. Amanda parla del viaggio, ma è come se parlasse del suo processo. Colin ha vissuto vicino a lei tutto il travaglio dell’ultimo periodo, l’ansia terribile, la paura di essere estradata in Italia in caso di condanna definitiva e, invece, a marzo scorso, la liberazione. Assolta. Forse un giorno lei e Colin si sposeranno, anche se l’avvocato Dalla Vedova dice che per ora non ci sono progetti matrimoniali all’orizzonte. Col gatto Picard acciambellato in grembo, Amanda Knox si gode ora ciò che ha scritto la Cassazione. Colpi di maglio sui metodi utilizzati da chi ha fatto le indagini. «Sono molto sollevata, perché in queste motivazioni ci sono tutte le cose che abbiamo sempre sostenuto», dice all’avvocato Dalla Vedova. Naturalmente, ma ci sono 18 mesi di tempo, verrà il giorno in cui gli avvocati di Amanda chiederanno i danni allo Stato per i 4 anni di carcere ingiusto. Anche l’avvocato Giulia Bongiorno, che ha difeso l’altro grande imputato di questa storia, Raffaele Sollecito, dice che la sentenza «prende a bastonate gli errori compiuti nelle indagini» e che Sollecito «è stato processato per anni e tenuto in carcere da super-innocente». La richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione, così, è dietro l’angolo. Lo stesso Sollecito lo fa capire: «Sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario che rimarrà nella storia. Grazie a tutto ciò, ho trascorso 4 anni in carcere più altri 4 di tormento per nulla». Già, ma adesso è davvero finita: «Qui piove a dirotto - scrive Amanda da Seattle - ma io amo la pioggia». 

Raffaele Sollecito dopo le motivazioni della Corte di Cassazione: "Chiederò un risarcimento danni per ingiusta detenzione", scrive “Libero Quotidiano”. "Io vittima di un clamoroso errore giudiziario, che resterà nella storia". Così Raffaele Sollecito, dopo aver letto le motivazioni depositate dalla Corte di Cassazione, che ha assolto lui e Amanda Knox, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher, sostenendo che nel l'indagine è stata compromessa da numerose defaillance. Sollecito ha detto di aver trascorso quattro anni in carcere per colpa delle lacune nelle indagini evidenziate nella sentenza della Corte. Anche l'avvocato del ragazzo, Giulia Bongiorno, ha commentato la vicenda, affermando che le motivazioni raddoppiano la soddisfazione per l'assoluzione. Secondo la Bongiorno la sentenza "dipinge il quadro di un clamoroso errore giudiziario", a causa del quale, Sollecito è stato in carcere quattro anni da innocente. La Bongiorno ha annunciato che sarà presentata una richiesta di danni per ingiusta detenzione.

"Una sentenza netta Passerà alla storia". L’intervista a Giulia Bongiorno, l'avvocato che ha difeso Raffaele Sollecito, scrive An. D. Pie su “Il Tempo”. L’avvocato Giulia Bongiorno, che ha difeso Raffaele Sollecito aiutandolo ad attraversare questi otto anni di contraddittorietà processuali con il consueto piglio, è visibilmente soddisfatta. Di più: la sua voce tradisce appena appena una emozione profonda che non ha niente a che fare con l’orgoglio professionale. Aver stravinto, dopo aver vinto, sembra costituire un dettaglio che amplifica ma non rappresenta l’essenza di una gioia che appare tutta personale. Dal momento in cui sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha assolto al di là di ogni ragionevole dubbio gli ex fidanzatini accusati dell’omicidio dell’inglese Meredith Kercher, è stata investita da una valanga di richieste di interviste. Dall’Italia e dall’estero.

Una sentenza che è motivata con una serie di "bacchettate" contro tutti, è d’accordo?

«Questa è una sentenza che passerà alla storia per la nettezza delle sue affermazioni. Le risultanze di un processo lasciano ombre, lasciano grigiori: in questo caso la Corte di Cassazione ha utilizzato una clava nei confronti degli investigatori, tale era l’evidente innocenza di Raffaele Sollecito e Amanda Knox».

Avvocato, ha già sentito Raffaele Sollecito? Siete ancora decisi a chiedere un risarcimento allo Stato italiano?

«No, non ho ancora sentito Raffaele Sollecito. Non ne ho avuto il tempo, voi giornalisti mi avete letteralmente subissata di chiamate. Sicuramente chiederemo un risarcimento allo Stato. Non subito, almeno tra due settimane. Sollecito è stato arrestato ed ha subìto una ingiustizia enorme, era innocente e ha passato un inferno. Il carcere, i dubbi della gente, i problemi di varia natura. Anni orribili per lui e per la sua famiglia».

La Giustizia italiana esce a pezzi da questa inchiesta: la stampa estera è stata molto severa fino ad oggi riguardo agli sviluppi del caso...

«Quando l’epilogo è di questo tipo significa che il meccanismo ha funzionato, tuttavia è vero che il tema della qualità delle investigazioni va affrontato e forse giudicato severamente. Niente è stato analizzato come avrebbe dovuto: dall’ora del delitto agli accertamenti scientifici».

Ci si chiede allora perché l’accanimento contro l’americanina dagli occhi di ghiaccio e l’ex fidanzato forse a quei tempi succube della sua amica del cuore spregiudicata e indubbiamente sfrontata. Sono state due vittime, insomma?

«Accusare loro due significava rassicurare Perugia. In giro non c’era un mostro, ma il delitto era la tragica conseguenza di un gioco erotico fra ragazzi. Diciamo che i due ragazzi sono stati messi in mezzo perché erano la soluzione più facile, quella semplice in grado di chiudere il caso velocemente, con buona pace di tutti. Non ha contribuito ad aiutarli l’atteggiamento in aula di Amanda Knox, che ai media sembrava sfilare più che partecipare a un processo, le telecamere indugiavano sulle sue magliette aderenti».

Il sistema giudiziario italiano meriterebbe una riforma?

«Io sono molto critica nei confronti di questo Governo. Renzi non ha fatto proprio niente per la Giustizia, la svolta che si attendeva non c’è stata. Non dico che sia necessario eliminare i gradi di giudizio, questo no, ma sicuramente c’è bisogno di una riforma. C’è inoltre una scarsa attenzione verso l’errore giudiziario, sono necessari nuovi meccanismi per l’effettuazione di indagini più celeri».

Già. Chi lo dice ai voltagabbana dei media giustizialisti che loro fanno schifo? Ora tutti a battere la notizia clamorosa dettata dalla Cassazione. Fino a ieri, invece a stilare gocce di dubbio sull’assoluzione di Amanda e Raffaele.

Conferenza stampa di Raffaele Sollecito del 30 marzo 2015

Raffaele Sollecito: "Sette anni e cinque mesi sono un tempo infinito. La ferita sanguinerà sempre", scrive Lucia Resta su "Crime Blog". I suoi legali hanno detto che presenteranno la richiesta di danni per ingiusta detenzione solo dopo che saranno depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione.

11:50 - Raffaele Sollecito e i suoi legali si sono presentati un po' in anticipo rispetto all'orario previsto. Giulia Bongiorno spiega che l'incontro di oggi con la stampa non è su questioni "tecniche", ma un commento con i giornalisti fatto in modo che poi nei giorni prossimi lo lascino stare.

11:52 - Interviene Raffaele Sollecito che ringrazia suo padre, i suoi avvocati, i suoi famigliari e tutti coloro che lo hanno aiutato a superare questo periodo della sua vita.

11:53 - Sollecito legge degli appunti che dice di aver scritto in questi giorni: "Mi sento come un sequestrato che è tornato in libertà. Ma il mio sequestro è stato duro soprattutto perché sono stato additato come un assassino. Ho visto la mia vita e la mia famiglia fatta a pezzi per nulla. Ho letto da qualche parte che io avrei detto di essere sorpreso da questa sentenza, non è così, perché penso che è proprio così che doveva finire. Il momento più bello è stata la telefonata di mia sorella che mi ha annunciato il contenuto della sentenza. Per me è cominciata una nuova vita. Per il momento più brutto ho l'imbarazzo della scelta in 7 anni e cinque mesi, un tempo infinito quando si soffre, quando si vive una tragedia infernale, è un tempo che non finisce mai. Tra i momenti più brutti comunque c'è l'arresto: avevo dato l'allarme io, mi ero messo al servizio degli investigatori. Mi sembrava surreale il fatto di essere arrestato, ma quando ero in carcere la certezza della mia innocenza mi ha dato la forza". Tra i momenti più duri Sollecito ricorda anche l'annullamento della prima sentenza di assoluzione, quando ha capito di dover ricominciare a lottare. Inoltre, ricorda la paura provata quando ha capito, leggendo le carte, che c'era un forte e profondo disprezzo nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia, poi aggiunge: "Non sapere il perché di tanto odio è stato il momento più brutto. Dopo questa conferenza stampa non voglio più parlare di questo processo. E per quanto riguarda il mio rapporto con Amanda, era solo semplice affetto tra due ragazzi poco più che adolescenti. Auguro ad Amanda ogni bene. Forse in futuro scriverò un libro, o forse no. Questa ferita non si rimarginerà mai, perché è diventata troppo profonda nel mio cuore e nel mio animo. Ringrazio tutti i giudici che hanno creduto in me perché mi hanno ridato la dignità e mi hanno risarcito moralmente. Ma questa ferita non smetterà mai di sanguinare, non si cicatrizzerà mai. Prima di trovarmi coinvolto in questo caso non sapevo dell'esistenza di una verità processuale, per me la verità è stata sempre e solo una e ho affrontato tutto con la verità nelle mie mani e a viso aperto".

12:02 - Sollecito aggiunge: "Non sono un tecnico per potervi dire se la giustizia ha funzionato o no, guardando il risultato finale posso dire di sì, ma se guardo tutto quello che è successo in tutti questi anni no. Non accetto da questo momento in poi di essere definito un assassino o anche solo un sospettato, quindi vi prego di avere la massima cautela".

12:04 - Giulia Bongiorno dice che non le va di fare la presentatrice televisiva pur essendo lontana di Mike Bongiorno, ma deve dare la parola ai giornalisti, raccoglie le domande e poi Sollecito risponderà, ma prega la stampa di non fare più domande tecniche sul processo.

12:06 - Raffaele Sollecito risponde alle domande dei giornalisti, la prima sulla vittima: "A me dispiace molto che la famiglia di Meredith sia delusa dalla sentenza. Questa sentenza è la verità processuale che per questa volta coincide con la realtà dei fatti. Io non ho nulla a che fare con questo delitto, Meredith la conoscevo pochissimo e non avevo alcun motivo per rendermi partecipe di un motivo tanto orribile. Io spero che loro, attraverso le persone loro vicine, sappiano quello che sto dicendo". Su Guede: "Io non lo conosco, non l'ho mai conosciuto". Su Amanda: "Sì ci siamo sentiti per telefono, ci siamo fatti gli auguri per il futuro. Non ho in programma di vederla, non so se mai succederà, non c'è in me il desiderio. Il rapporto ora è solo di amicizia". Sul fatto se si senta vittima del sistema: "Sette anni e cinque mesi per arrivare a un esito fattuale che si conosceva già da anni sono troppi". Resta una patina che faccia vedere la verità fino in fondo: "La verità fino in fondo è oscurata dalle accuse inventate in questi anni, ma la verità fattuale era evidente fin da pochi mesi dopo il mio arresto".

12:11 - Giulia Bongiorno annuncia che nei prossimi giorni lei e gli altri legali valuteranno l'eventualità di chiedere i danni per ingiusta detenzione, sulla responsabilità civile dei giudici dice che non c'è alcun intento di vendetta contro di loro e aggiunge che non andranno "in giro a frustrare chi ha commesso errori, la responsabilità civile non va esercitata con spirito di vendetta".

12:13 - L'avvocato Luca Maori sottolinea come lui e i suoi colleghi con il loro lavoro abbiano dimostrato che il delitto è avvenuto in presenza di una persona che è stata condannata con una pena troppo bassa, si tratta ovviamente di Rudy Guede, che dovrebbe fare chiarezza con la famiglia di Meredith.

12:15 - Raffaele Sollecito sta rilasciando una dichiarazione in inglese per la stampa estera ripetendo quando detto in italiano.

12:16 - Si è conclusa la conferenza stampa di Raffaele Sollecito, qui di seguito tutto quello che è stato detto ai giornalisti. Il giovane pugliese ha sottolineato più volte che il suo incubo è durato sette anni e cinque mesi e che durante questo lungo arco di tempo ha avuto molti momenti brutti, ha anche detto che non accetterà più di sentirsi definire un sospettato di omicidio, lasciando intendere che agirà legalmente contro chiunque si permetterà di usare questa accezione nei suoi confronti.

Tre giorni dopo l'assoluzione da parte della Corte di Cassazione che ha sancito la fine di un incubo lungo quasi otto anni, Raffaele Sollecito indice una conferenza stampa insieme con suo padre, Francesco Sollecito, e i suoi legali Giulia Bongiorno, Luca Maori e Francesco Mastro. C'è molta curiosità e attesa per quello che Sollecito dirà alla stampa. Intanto, sia lui sia i suoi avvocati in questi giorni hanno parlato con i giornalisti commentando la decisione della Cassazione di annullare la sentenza d'appello bis sull'omicidio di Meredith Kercher che aveva condannato Sollecito 25 anni e Amanda Knox a 28. Uno degli avvocati, Francesco Mastro, ha spiegato che la richiesta dell'indennizzo per ingiusta detenzione sarà avanzata solo dopo che saranno depositate le motivazioni della Suprema Corte. Per i quattro anni che il giovane pugliese ha trascorso in carcere sarà probabilmente richiesto un risarcimento di mezzo milione di euro. Anche Amanda Knox ha fatto sapere attraverso i suoi avvocati che chiederà i danni. Giulia Bongiorno ha messo in evidenza come le indagini siano state condotte male: "Il processo è stato viziato dal voler restare attaccati a ciò che era stato deciso a quattro giorni dall'omicidio. In carcere erano in tre, Sollecito, Knox e Lumumba. E quando Lumumba ha fornito un alibi, non si è voluto ricominciare daccapo". Inoltre ha aggiunto, parlando con SkyTg24, di essersi convinta della totale innocenza di Sollecito quando durante un'udienza, vedendo entrare Rudy Guede, il ragazzo, quasi tra sé e sé ha commentato "Dai giornali mi sembrava più alto" e secondo l'avvocato questa frase è un chiaro segno che non lo aveva mai visto prima di persona e dunque non poteva aver commesso l'omicidio con lui. Ricordiamo che Guede ha patteggiato una pena di 16 anni per concorso in omicidio.

Filippo Facci su “Libero Quotidiano”: per il delitto Meredith i colpevoli certi sono i pm. No, non è una battuta dire che il processo per l'omicidio a Meredith Kercher ha prodotto dei colpevoli certi: i magistrati. Non è una battuta perché a dirlo sono altri magistrati, anzi, è il fior fiore dei magistrati riuniti in quella Corte di Cassazione che, a marzo, ha assolto gli imputati con motivazioni che da ieri sono finalmente note. E che cosa dicono, che cosa si legge nelle motivazioni? Non si apprende tanto di fisiologia giudiziaria, di confronti giurisprudenziali, insomma le solite balle di chi sostiene che a suo modo l'elefante della giustizia italiana infine funziona: si legge di «amnesie», «defaillance», addirittura «colpevoli omissioni» che hanno originato un processo che ha avuto «un iter obiettivamente ondivago». E sarà stato anche ondivago, ma la carcerazione degli imputati (innocenti) non lo è stata: Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno scontato quattro anni di carcerazione (tre per calunnia, nel caso della Knox) e ora qualcuno dovrà pagarglieli: state certi che a farlo non saranno certo dei togati. Sollecito, in particolare, fu rinchiuso in un carcere di massima sicurezza con i primi sei mesi in isolamento e le prime due settimane senza poter incontrare nessuno: neanche gli avvocati o i parenti. Il tutto a cura del Tribunale del Riesame di Perugia e del Tribunale del Riesame presso la Cassazione: respinsero ogni ricorso della difesa. È così strano - domanda - che gli avvocati parlino di risarcimento per errore giudiziario e danni morali e ingiusta detenzione, che nel caso di Sollecito corrispondono a una richiesta di 516mila euro? Quanto vale il prolungato terrore (a scacchi) di non poter avere un futuro, di non poter fare piani a lungo termine «che non superino i tre giorni», come disse lui stesso? Occorre essere giuristi - altra domanda - per valutare che Sollecito aveva semplicemente chiesto la detenzione domiciliare con ritiro del passaporto (accordato dopo la seconda condanna, quando già era in libertà da tre anni) e che i legali della Knox si siano rivolti alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo? Forse tocca ricordare che i due furono condannati in primo grado come concorrenti nell' omicidio (2009) ma poi assolti e scarcerati dalla Corte d' Assise d' appello per non avere commesso l' omicidio (2011) mentre la Knox fu soltanto condannata a tre anni per calunnia verso Patrick Lumumba (da lei accusato dell' omicidio e risultato estraneo ai fatti) ma poi ecco che la Cassazione annullò la sentenza assolutoria d' appello (2013) e rinviò gli atti alla Corte d' Assise d' Appello di Firenze in quanto la sentenza era già allora minata da «tantissime omissioni» ed «errori» e «inconsistenza delle motivazioni»: questo prima che la Corte d' Assise d' Appello di Firenze sancisse nuovamente la colpevolezza degli imputati (2014) condannando la Knox a 28 anni e Sollecito a 25, prima ancora - ci siamo - che nel marzo scorso la quinta sezione della Cassazione annullasse senza rinvio le due condanne e insomma li assolvesse per non aver commesso il fatto, facendo a pezzi l'operato di tutti i magistrati dell' accusa e mettendo la parola fine al caso giudiziario. Non stupisce che l'avvocato Giulia Bongiorno, legale di Sollecito, abbia detto che non si servirà della (nuova) normativa sulla responsabilità civile dei giudici: in parte perché lei è fatta così - sui buoni rapporti con i magistrati ha impostato una carriera - ma in parte anche perché, osserviamo noi, davvero non servirebbe a un accidente. Ci siamo arroventati per mesi in un vetusto dibattito sulla responsabilità civile dei giudici e sulla legge-topolino partorita dal governo Renzi: è cambiato qualcosa? Cambierà qualcosa? Se gli errori ci sono, e sono stra-evidenti a detta degli stessi giudici, possibile che non li abbia commessi nessuno? Potremmo chiedercelo, a questo punto, nel leggere le citate motivazioni della stessa Cassazione. Secondo la Corte, se non ci fossero state le falle dei pubblici ministeri, si sarebbe «con ogni probabilità consentito, sin da subito, di delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell'estraneità» dei due ragazzi. I giudici infatti escludono «la loro partecipazione materiale all' omicidio, pur nell' ipotesi della loro presenza nella casa» ma soprattutto «sottolineano la assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili» nella stanza dell'omicidio. Ed eccoci al punto che comprendere era alla portata di chiunque: non hanno «certamente giovato alla ricerca della verità il clamore mediatico» e i «riflessi internazionali» della faccenda, ciò che ha sicuramente provocato una «improvvisa accelerazione» delle indagini «nella spasmodica ricerca» di colpevoli. Non basta: fare un nuovo processo (l'ennesimo) non servirebbe a niente anche perché i computer degli imputati «forse avrebbero potuto dare notizie utili, ma sono stati, incredibilmente, bruciati da improvvide manovre degli inquirenti». Complimenti a tutti. Poi si stupiscono se all'estero ci fanno i film.

La colpa non è solo dei Pm. Non dimentichiamoci di quei magistrati giudicanti che li assecondano.

"È una verità difficile da digerire per la famiglia, per noi che l’abbiamo difesa e per i giudici che hanno emesso i verdetti di condanna", ha detto l’avvocato Francesco Maresca, difensore della famiglia Kercher. Perché nelle 52 pagine in cui assolvono definitivamente Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall'accusa di avere ucciso - la sera dell'1 novembre 2007 - la giovane Meredith Kercher, i giudici della Quinta sezione usano la clava verso buona parte di chi ha lavorato al caso: gli investigatori e la polizia, in primo luogo; ma anche i giudici dei processi precedenti, che hanno dato vita a un andirivieni di condanne e di assoluzioni incomprensibili all'opinione pubblica.

Riguardo l’assoluzione definitiva per Amanda Knox e Raffaele Sollecito il pg Mario Pinelli aveva chiesto però la conferma della condanna sostenendo che la sentenza di condanna dell’appello bis era “pienamente osservante delle indicazioni ricevute dalla Cassazione” e che “non vi fu alcuna colluttazione, a meno che non si voglia definire colluttazione la difesa di una vittima su cui inferiscono tre persone (Knox, Sollecito e Guede)”. Le difese dei due imputati invece avevano chiesto l’annullamento del verdetto di condanna senza rinvio. Il commento del sostituto procuratore Giancarlo Costagliola è di stupore: “Sono curioso di leggere la sentenza. Prendo atto della decisione e ho il massimo rispetto per le decisioni della Corte”. Costagliola aveva rappresentato l’accusa in appello insieme a Giuliano Mignini e Manuela Comodi.

La difesa di Amanda su “Il Fatto Quotidiano”: “In Questura confessione falsa”. In difesa di Amanda avevano parlato la scorsa udienza i difensori Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova. “La notte in cui Amanda fu portata in Questura e dopo cinque ore di interrogatorio senza interprete e senza avvocato le fu fatto firmare il verbale, qualche cosa deve essere andato storto perché non c’è né una registrazione, né un video: quella fu una falsa confessione”. 

Gli innocenti in cella per errore ci costano 35 milioni all'anno. Il caso Meredith è emblematico: Amanda e Raffaele, assolti, hanno diritto a un indennizzo da 500mila euro. E i pm che sbagliano non rischiano niente, scrive Anna Maria Greco su “Il Giornale”. Quattro anni di carcere per Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Ingiusto. Come gli altri quattro anni d'inferno che i due accusati dell'omicidio di Meredith Kercher, a Perugia nel 2007, hanno passato. Cinque gradi di giudizio, tra un processo di condanna e uno d'assoluzione e poi un altro di condanna fino alla definitiva sentenza che, a marzo scorso, ha sancito la loro innocenza. E ora che sono note le pesanti motivazioni della Cassazione è chiaro che i colpevoli, in questa vicenda, vestono la toga o la divisa. Sono magistrati e investigatori che hanno commesso, per i supremi giudici, «errori clamorosi», affetti da «amnesie investigative», responsabili di «colpevoli omissioni», costruttori di «inconsistenti motivazioni». Insomma, un'accusa senza prove e neanche indizi. L'avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, lo definisce «un errore giudiziario mostruoso». E annuncia la richiesta allo Stato del risarcimento del danno. Dagli Usa la Knox per ora tace, ma farà altrettanto. Di tempo per decidere ne ha, due anni. L'entità dell'indennizzo sarà tutta da valutare, ma il massimo stabilito è 516mila e 456,90 euro. Si parla di ingiusta detenzione, perché il ragazzo pugliese è stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, per 6 mesi in isolamento, senza incontrare avvocati e parenti nei primi 15 giorni. L'americana, altrettanto. La prima condanna è del 2009; l'assoluzione e la scarcerazione del 2011 dalla Corte d'Assise d'appello, con la Knox condannata a 3 anni solo per la calunnia verso Patrick Lumumba; nel 2013 la Cassazione annulla l'assoluzione e rinvia gli atti alla Corte d'Assise d'appello di Firenze, che di nuovo condanna nel 2014 a 28 anni la ragazza e a 25 Sollecito, fino a questa primavera quando la Suprema corte annulla senza rinvio. Punto, fine. Fine di un'odissea giudiziaria vergognosa per il nostro Paese. Che paga ogni anno milioni per riparare ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Nel 2014 c'è stato un aumento del 41,3% rispetto al 2013: 995 domande liquidate per 35 milioni 255mila euro, quando dal '92 al 2014 in tutto erano circa 581 milioni. Dal 1991 a oggi 23mila casi di ingiusta detenzione sono costati quasi 600 milioni di euro. Nel 2014 incremento record anche dei pagamenti per errore giudiziario: dai 4.640 euro del 2013 (4 casi), al milione 658mila euro lo scorso anno a 17 persone. L'Italia è fra i primi Paesi in Europa per condanne dalla Corte di Strasburgo per violazioni dello Stato ai danni dei cittadini: 71 milioni di euro in indennizzi, cifra più alta tra i 47 Paesi del Consiglio d'Europa. I dati a gennaio scorso sono stati al centro di uno scontro tra l'Ucpi e l'Anm, sulla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Dall'introduzione nel 1988 della Vassalli solo 9 condanne per le toghe, ma il sindacato dei magistrati si è opposto strenuamente alla riforma approvata a febbraio, che abolisce il filtro di ammissibilità dei ricorsi e, pur mantenendo la responsabilità indiretta, obbliga lo Stato a rifarsi in un secondo momento sul magistrato, fino a metà dello stipendio annuo. Cambierà davvero qualcosa? Diceva in aula la pm Manuela Comodi, chiedendo l'ergastolo per i due ragazzi con i colleghi Giuliano Mignini e Giancarlo Costagliola: «Il ragionevole dubbio? Per me non c'è mai stato». I magistrati di Perugia che hanno agito, per la Cassazione, «nella spasmodica ricerca» di colpevoli, distorcendo le indagini e cancellando per sempre le vere prove, pagheranno per i loro errori? Difficile. Difficile, anche che subiscano contraccolpi disciplinari sulla loro carriera, visto che manca un automatismo per trasmettere la sentenza sui risarcimenti agli organi titolari dell'azione disciplinare. Per ora l'unica cosa certa è che, anche per il vergognoso processo Meredith, a pagare sarà lo Stato.

Così le cause prosciugano Stato ed enti locali. In cinque anni i contenziosi sono costati oltre 2 miliardi, quasi quanto una manovra finanziaria. Sicilia e Basilicata le regioni più spendaccione, scrive “Il Giornale”. Dal 2010 a oggi, Stato centrale e amministrazioni locali hanno dovuto sostenere pagamenti per 2,2 miliardi di euro per sentenze di cause amministrative o civili che li hanno visti coinvolti e perdenti. È quanto emerge da una ricerca dell'Istituto Demoskopika. Una spesa enorme, che vale quasi quanto una manovra finanziaria. Cinque le regioni con le amministrazioni locali più onerose nei pagamenti con in testa Sicilia e Basilicata. Nella media Calabria e Toscana. Tra le regioni con gli enti locali più virtuosi troviamo, invece, Trentino Alto Adige, Lombardia e Piemonte. Quello sostenuto dalla amministrazioni periferiche è insomma un costo a dir poco rilevante. Che, peraltro, ha subito, nel corso del 2014, un incremento del 29% rispetto all'anno precedente, e che soltanto nei primi otto mesi del 2015 ha già generato un esborso dovuto ai contenziosi con il personale dipendente, i fornitori e i cittadini da parte pari a ben 146 milioni di euro.

Gli esborsi da contenzioso valgono in Italia ben 2.188 milioni di euro, poco più di un milione di euro al giorno. La cifra riguardante la spesa sostenuta dall'amministrazione pubblica è stata ottenuta dall'istituto Demoskopika sommando la categoria degli esborsi da contenzioso rilevabili dalla banca dati del Siope (Sistema informativo delle operazioni degli enti pubblici) dal 2010 all'agosto del 2015. In particolare, i costi sostenuti dallo Stato ammontano a 1.149 milioni di euro pari al 52,5% del costo complessivo: ben 719 milioni di euro per l'esborso da contenzioso verso cittadini, ossia di pagamenti sostenuti dallo Stato centrale per sentenze esecutive di cause amministrative o civili dove l'amministrazione è coinvolta nel ruolo di fornitore di servizi sia come amministratore pubblico sia in quanto parte di un rapporto di tipo privatistico; poco più di 179 milioni di euro, inoltre, per l'esborso da contenzioso verso personale dipendente. In questo caso si tratta, nello specifico, di pagamenti sostenuti dall'amministrazione a seguito di sentenze esecutive di cause amministrative o civili in relazione alla sua posizione di datore di lavoro. Altri 133 milioni di euro sono stati generati, dal 2010 a oggi, da esborso da contenzioso verso fornitori; pagamenti, in questo caso, sostenuti dall'Amministrazione a seguito di sentenze esecutive di cause amministrative o civili. Infine, poco meno di 118 milioni di euro da oneri derivanti da rapporti con terzi, quali a esempio pagamenti di commissioni bancarie, interessi bancari per l'impiego di fondi anche in temporanea assenza di copertura, nonché forme di penali previste contrattualmente. Per quanto riguarda i pagamenti delle amministrazioni locali, dai dati emerge che 8.177 enti locali tra Regioni, Province e Comuni hanno generato una spesa pari a 1.039 milioni di euro: 538 milioni di euro a seguito di sentenze esecutive di cause amministrative o civili che hanno visto soccombere le amministrazioni comunali (24,6%), ben 389 milioni di euro per le Regioni (17,8%) e, infine, poco meno di 112 milioni di euro per le Province (5,1%).

In un libro la versione di Sollecito. «I poliziotti felici per l’assoluzione». Raffaele: «Mi dissero che erano sempre stati dalla mia parte». La telefonata di Amanda: «Ma ormai non c’era più nulla che ci unisse», scrive Raffaele Sollecito su “Il Corriere della Sera”. Otto anni di battaglia giudiziaria, cinque processi fino all’assoluzione definitiva il 27 marzo scorso: tutto questo è raccontato nel libro «Un passo fuori dalla notte» scritto da Raffaele Sollecito ed edito da Longanese. È la storia del processo per l’omicidio di Meredith Kercher vista dagli occhi dell’imputato. «Un libro necessario. Ognuno dopo averlo letto potrà dire “questo poteva capitare a me”» dice Giuseppe Strazzeri, direttore editoriale di Longanesi. Ne riportiamo uno dei passi principali in anteprima. Al termine dell’arringa i giudici si riunirono finalmente in camera di consiglio.

Fu in quel momento che mio padre annunciò: «Torniamo a Bisceglie». Il tono era di quelli che non ammettono repliche. 

Era più saggio aspettare la sentenza tra le mura della nostra casa che ci avrebbero protetto da tutti i curiosi. 

E quindi eccolo ora correre verso casa perché preoccupato che la lettura del dispositivo avvenisse mentre eravamo ancora per strada. 

A casa, c’era la mia famiglia riunita al completo, ma anche i miei amici di sempre. 

Tutti mi rivolgevano sguardi carichi d’affetto. Tutti cercavano di darmi coraggio, di mostrarsi positivi. 

Ma la verità è che eravamo distrutti, e terrorizzati. I più piccoli della mia famiglia – mio cugino Raffaele e Simona, la figlia ventunenne della moglie di mio padre – non riuscivano a mascherare la tensione, e neanche Greta, che continuava a piangere. Come poi scoprii, mia sorella le aveva detto che secondo lei questa storia sarebbe finita nel peggiore dei modi, e che lei doveva cominciare ad arrendersi all’idea. Dopotutto potevo capire il suo pessimismo: la vita di Vanessa era uscita distrutta da questa storia. Aveva dovuto lasciare i carabinieri, e aveva perso anche ogni fiducia nel sistema di cui aveva fatto parte. Lei comunque rimase a Roma, insieme al prof. Milani al solito presente nei momenti che contano, ad aspettare che finisse la camera di consiglio. Sarebbe stata lei a darci la notizia, qualunque essa fosse. 

Quando l’avvocato Bongiorno – che, come poi mi raccontarono, era nervosissima e continuava ad andare avanti e indietro con la sigaretta in mano – mi telefonò per annunciarmi che stavano entrando per ascoltare la sentenza, tutta la finta sicurezza che i miei parenti avevano indossato per tranquillizzarmi evaporò all’istante. E si alzò il sipario sulla nostra angoscia: chi assorto sul divano, chi in un angolo a piangere – mentre io mi sentivo morire dentro. 

Era tardissimo ormai, e i minuti sembravano non passare mai. 

Poi, d’improvviso, il cellulare di mio padre cominciò a squillare: era Vanessa. 

Nella stanza il silenzio si fece ancora più totale. 

Ecco la verità. Non c’era più spazio per le illusioni. 

Ma all’urlo di mia sorella: «Innocente!», tutte le persone che si erano strette attorno a me cominciarono a gridare dalla gioia, a battere le mani. Incredulo, mi lasciai sfuggire una risatina dalla bocca dello stomaco, poi anche io urlai, forte, sempre più forte, mentre papà, Mara e Greta piangevano dalla gioia e il mio amico Francesco mi afferrava e mi stringeva al punto da farmi soffocare.

Nessuno di noi riusciva più a contenere la felicità. Non so per quanto tempo vagai da una parte all’altra della casa, ridendo e facendomi abbracciare da chiunque incontrassi sulla mia strada. 

E intanto il telefono non smetteva più di suonare, così come il citofono. C’era moltissima gente che voleva rivolgermi le sue felicitazioni, esprimermi il proprio affetto. Perfino i poliziotti che mi avevano pedinato si fecero vivi, dicendo che erano sempre stati dalla mia parte. Avevano capito che ero un bravo ragazzo, e adesso erano contenti di come erano andate a finire le cose. 

E le dimostrazioni di affetto proseguirono nei giorni successivi. Oltre a trovare la casella della posta ogni giorno piena di lettere, mi imbattevo di continuo per la strada con persone che mi fermavano, anche solo per stringermi la mano. C’era chi addirittura piangeva per la commozione. 

Ricevetti anche una telefonata da Amanda. Sapevo che aveva vissuto con angoscia l’attesa della sentenza, ma adesso era felice, almeno quanto me. 

In qualche modo, ora, la nostra storia era davvero finita. Solo noi potevamo sapere quant’era pesante il fardello che ci eravamo portati addosso per tutti quegli anni. 

Ma ci rendevamo anche conto, com’era già avvenuto dopo la prima assoluzione, che, a parte quell’esperienza, non c’era più nulla che ci unisse. 

E ci salutammo. Con lo stesso «Buona fortuna» che ci eravamo augurati il giorno della scarcerazione.

Meredith, dopo Amanda ecco il libro di Sollecito: "Un passo fuori dalla notte". Uscirà a fine ottobre 2015 il volume in cui il giovane pugliese promette di svelare «tutto quello che non avete mai immaginato di me». Dopo Amanda Knox anche Raffaele Sollecita racconta in un libro la sua esperienza di accusato, condannato e poi assolto per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Uscirà a fine ottobre per Longanesi "Un passo fuori dalla notte – Tutto quello che non avete mai immaginato di me", scrive “Umbria 24”. Anticipazione Raffaele Sollecito, dopo il verdetto della Cassazione che ha posto fine a otto anni di battaglie legali, racconta – come riporta un’anticipazione dell’editore Longanesi – della sera del 2 novembre 2007 a Perugia, quella della morte di Meredith Kercher, e dei momenti vissuti con Amanda Knox nei giorni successivi alla tragedia; ricostruisce i lunghi mesi in carcere di massima sicurezza e la follia sfiorata in cella di isolamento; condivide angosce e speranze per le sentenze. A questi ricordi si affiancano racconti più intimi e privati: la sua infanzia, i suoi sogni, l’amore di suo padre e dei suoi familiari che non hanno mai smesso di credere e lottare. «Un passo fuori dalla notte – racconta Giuseppe Strazzeri, direttore editoriale Longanesi – è un libro necessario e commovente, che rappresenta un importante lascito civile. Dopo averlo letto sarà impossibile non dirsi: tutto questo poteva capitare a me, a mio figlio, a un amico, a un’amica. Di fronte al clamore di questa vicenda abbiamo tutti pensato di conoscere Raffaele Sollecito e di poter esprimere un giudizio su di lui: con Un passo fuori dalla notte Raffaele Sollecito può finalmente far sentire la sua voce. La voce struggente e dignitosa di una persona vera».

"Guilt", la serie tv americana che rimanda all'omicidio di Meredith Kercher. Lo show, in onda su ABC Family, ricostruirà, sul piccolo schermo il delitto di Perugia. La serie è ambientata in Inghilterra e non in Italia, ma tutto rimanda alla vicenda di Amanda e Sollecito. La protagonista non si chiamerà Amanda Knox, e il titolo non sarà quello esplicito di "colpevole", ma comunque di "colpa": Guilt è la serie tv di ABC Family che ricostruirà, per l'ennesima volta nel mondo della fiction o del cinema, il delitto di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia il primo novembre 2007. Abc Family ha infatti commissionato la sceneggiatura di un vero e proprio "show" a Nichole Millard e Kathryn Price dove la protagonista è sospettata di aver ucciso la sua coinquilina. La scena è ambientata non in Italia, ma in Inghilterra. Allo stesso tempo, tutto rimanda al delitto di Meredith. Nella trama è previsto anche un ruolo importante per la sorella di questa versione immaginaria di Amanda Knox. "Guilt" viene descritto dai vertici della Abc Family come "sofisticato, sexy e pieno di suspense". Nella realtà, per il delitto di Meredith, sono stati assolti definitivamente in Cassazione sia la Knox che Raffaele Sollecito.

"Ecco perché Amanda Knox ​è sempre stata innocente". L'avvocato di Seattle e amico della famiglia Knox, Anne Bremner: "In questi anni abbiamo lavorato per smentire le falsità dette dalla stampa, soprattutto italiana", scrive Andrea Indiano su "Il Giornale". Non si placano le polemiche per l'assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito dopo che la corte di cassazione ha deliberato che i due non sono colpevoli dell'omicidio di Meredith Kercher. A una settimana della sentenza ancora si discute sul caso, in una storia poco chiara che ha coinvolto gli italiani sfociando troppo spesso nel gossip. L'avvocato di Seattle Anne Bremner ha seguito Amanda Knox sin dal 2008 ed è diventata amica della ragazza e della sua famiglia. Spesso ospite dei programma della CNN e FOX per parlare del caso di Perugia, con i parenti e gli ex compagni di classe della Knox ha fondato l'associazione Friends for Amanda che negli anni ha raccolto fondi e soprattutto informazioni per aiutare la cittadina americana nel processo. L'avvocato Bremner ha accettato di rispondere ad alcune domande sul processo Knox, svelando i momenti passati dalla ragazza in carcere e i suoi progetti per il futuro.

Da quanto conosce Amanda Knox e perchè ha deciso di aiutarla?

"Ho lavorato per Amanda dall'inizio del 2008, pochi mesi dopo l'omicidio di Meredith Kercher. Sono stata contattata da un gruppo di suoi parenti e amici di Seattle, che è la città dove lavoro. Da lì si è creato un rapporto molto stretto e sono diventata confidente di Amanda e della sua famiglia".

Qual è lo scopo di Friends for Amanda?

"In questi anni abbiamo lavorato per smentire le falsità dette dalla stampa, soprattutto italiana, su di lei. L'hanno chiamata Foxy Knoxy, accusata di essere una manipolatrice e una fumatrice di marijuana. Tutte falsità. Io e i suoi parenti, che l'hanno vista crescere come una semplice studentessa della scuola dei gesuiti Seattle Prep, non potevamo accettarle".

Perché Amanda è stata giudicata innocente e assolta alla fine?

"Perché lo è. Amanda Knox è sempre stata innocente. Non c'è un capello, una fibra o un'impronta che la possa collegare al terribile omicidio di Meredith Kercher. C'erano solo due presunti indizi incriminanti sulla scena del crimine: un ferretto di un reggiseno con il DNA di Raffaele Sollecito e un coltello con il DNA di Amanda e Meredith. Ma diversi esperti hanno confermato che questi indizi erano stati contaminati e compromessi durante le prime ricerche".

Ha sentito Amanda dopo l'assoluzione?

"Io e Amanda ci siamo sentite spesso quando lei era in carcere. Lei era più preoccupata per gli altri che per lei. Ora è felice come lo è la sua famiglia di essere libera per sempre. Il giorno della sentenza le ho scritto “Buona fortuna” in un messaggio e lei mi ha risposto “Grazie, Anne!”.

Cosa farà la Knox ora?

"Prima vuole che tutto questo trambusto intorno a lei passi. Dopo ha intenzione di sposarsi con il fidanzato Colin Sutherland e lavorare come scrittrice per il settimanale West Seattle Herald. So che Raffaele è venuta a trovarla a Seattle. L'importante è che ora sia libera. Per fortuna la giustizia non è stata messa da parte. Era solo stata rimandata".

Intanto è cominciato davanti al tribunale di Firenze un processo per calunnia ad Amanda Knox che in più dichiarazioni, anche nel processo di primo grado per l’omicidio di Meredith Kercher, affermò di esser stata forzata dagli investigatori della polizia e da un’interprete a dire che era stata nella casa del delitto insieme a Patrick Lumumba, che fu coinvolto nell’inchiesta proprio a causa delle frasi dell’americana e poi riconosciuto come estraneo alla vicenda. Sempre Knox, disse di aver subìto dagli agenti, nei giorni successivi al delitto, una forte pressione culminata, a suo dire, perfino in maltrattamenti, affinché facesse alcune affermazioni. Per queste circostanze da lei riferite, che vennero classificate come calunnie, la procura di Perugia aprì un fascicolo. Successivamente davanti al giudice monocratico di Perugia fu evidenziato che, eventualmente, tra le persone offese dalla calunnia, ci sarebbe stato anche il pm Giuliano Mignini in quanto titolare dell’indagine. A questo punto, essendo coinvolto un magistrato di Perugia, per competenza il fascicolo è stato trasferito al tribunale del capoluogo toscano. Dopo la prima udienza di smistamento, la prossima è stata fissata al 3 settembre 2015.

La nuova vita di Raffaele Sollecito: scrive un altro libro e fonda un'azienda. Dopo l'assoluzione lancia un'azienda informatica, finanziata con centomila euro dalla Regione Puglia. "Greta? Amore complicato", scrive Erika Pontini su “Il Giorno”. Raffaele a Milano per scrivere un libro, un altro. Stavolta un unico filo conduttore: la sua sofferenza. Innocente in carcere per l’omicidio di Meredith Kercher. Raffaele giovane imprenditore che ottiene quasi 100mila euro di finanziamenti dalla regione Puglia per un progetto di ingegneria informatica e l’apertura, imminente, di un sito internet. Raffaele e il brevetto per pilotare i droni. Raffaele, la sua storia «complicata» con Greta (come scrive su Facebook), la hostess di Treviso conosciuta a 10mila metri di altezza. Il «signor nessuno» – la definizione fu del suo legale, Giulia Bongiorno – si sta riprendendo la sua vita. Un passo per volta «sperando che tutto finisca». Eccolo il nuovo abito di Raffaele, non più il «Forrest Gump» travolto dagli eventi, ma un giovane aspirante manager. Ora è in Lombardia con gli editor a battere sul computer «la vicenda umana, il travaglio interiore» patito nel processo più tristemente famoso del mondo; tra Milano, Venezia e Treviso accarezza la sua storia. Mentre a Bisceglie sta ristrutturando un casale di sua proprietà, ereditato dalla mamma, per farne la sede della nuova società informatica ed è pronto per il lancio in grande stile, «lo deve presentare e pubblicizzare finalmente come Raffaele, e non come imputato». «Vorrei proprio che finisse tutto e sono ansioso di leggere le motivazioni della sentenza per sapere i giudici che idea si sono fatti», continua a ripetere a chi gli sta accanto. E invece il giallo di Mez è una storia che, nonostante l’assoluzione definitiva in Cassazione, non vuole andare in archivio. Chiudi una porta e lei fa capolino con tutti gli irrisolti e le dispute. Da quel 27 marzo 2015, quando la V Sezione di piazza Cavour ha cancellato per sempre condanne e responsabilità, Sollecito ha solcato ancora le aule di giustizia. A Firenze incassando un rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti del magistrato, Giuliano Mignini, il suo grande accusatore, per le critiche riportate nel suo «Honor Bond: andata a ritorno all’inferno con Amanda Knox». E ora ci riprova a raccontarlo questo abisso senza timore di querele. «Lo scriva pure che non mi è proprio bastato», va giù duro Francesco Sollecito, il padre-tutor del giovane Raffaele. «Sarebbe di comune buonsenso se i protagonisti di questa vicenda che ha già prodotto tanta sofferenza avessero cura di fare maggiori riflessioni», commenta. «Al di là delle polemiche rimane il fatto che c’è una sentenza di assoluzione non più impugnabile. Non si capisce perché occorre arrivare all’esasperazione». Quanto al processo fiorentino per diffamazione Sollecito si sarebbe «aspettato» che «Mignini ritirasse la querela. Mio figlio ha il sacrosanto diritto di ritenere che gli inquirenti abbiano commesso degli errori. Se non ci fossero stati tutti questi errori non sarebbe finito in carcere». Ma tra Bisceglie e Giovinazzo, la roccaforte dei Sollecito, il 27 marzo ha segnato il giorno della svolta. E a parte un viaggio all’estero Raffaele si è buttato a capofitto nei progetti da ragazzo libero. «Raffaele mi sta dando grandi soddisfazioni: l’impegno nel lavoro, la voglia di vivere la sua quotidianità, la riconquista della sua vita». Poi papà Sollecito torna indietro. Ai giorni subito dopo il verdetto finale. La gioia immensa e un piccolo segno tangibile che tutto è finito. Il passaporto da restituire. «Andai io a riprenderlo in questura – racconta – non volevo trasformare in uno show anche quel momento. Una piccola cosa che dice tanto. Raffaele è andato all’estero un mese e mezzo dopo, nessuna voglia di fuggire ma, finalmente, la possibilità di scegliere». E sulla nuova bagarre giudiziaria Mignini-Luca Maori (quest’ultimo è il legale del giovane) e le critiche del pm, contenute nella denuncia, alla decisione di piazza Cavour «imprevedibile e anomala» dai Sollecito arriva una censura: «Le sentenze vanno rispettate e i magistrati non possono non farlo».

Sollecito, imprenditore informatico. Il padre: «Finanziato dalla Regione». L’azienda in un capannone di Giovinazzo. Probabile apertura in autunno. «Assumerà anche del personale». Per Raffaele anche un nuovo libro, scrive Carmen Carbonara su "Il Corriere della Sera". Imprenditore informatico e, per la seconda volta, anche scrittore. Raffaele Sollecito, l’ingegnere informatico di Giovinazzo accusato dell’omicidio di Meredith Kercher e poi assolto in via definitiva dalla Cassazione il 27 marzo scorso, ha ripreso in mano la sua esistenza. Quella che si è bruscamente interrotta nel novembre 2007, quando insieme all’allora fidanzata americana Amanda Knox venne arrestato per il delitto della studentessa inglese, trovata morta nella casa di via della Pergola a Perugia. In attesa che la Corte di Cassazione renda note le motivazioni della sentenza di assoluzione, Raffaele – uomo libero e innocente a tutti gli effetti – ha deciso di prendersi le sue rivincite. A Giovinazzo, la sua città di origine, sta ristrutturando un locale commerciale ereditato dalla madre e che intende trasformare in un’azienda informatica. «Per poter avviare questa attività – spiega suo padre Francesco – ha ottenuto anche un finanziamento regionale di quasi 100 mila euro. Speriamo riesca a farla partire per l’autunno, dovrà anche assumere del personale. In ogni caso sono contento che abbia ripreso in mano la sua vita e, ora che è grande, che sia lui stesso a decidere di raccontarla». La laurea triennale in ingegneria informatica Raffaele l’aveva conseguita nel 2008, quando era ancora in carcere a Perugia. Ma un anno fa ha ottenuto anche quella specialistica presso l’Università di Verona con una tesi sui social network, nella quale ha esaminato i flussi sul web di innocentisti e colpevolisti relativi proprio al suo caso. Il 19 giugno scorso Raffaele Sollecito è comparso come parte offesa in un processo in corso a Trani per diffamazione nei confronti della giornalista Michaela Bohle, che nel corso della trasmissione «Top secret» di Rete 4 nel 2008 avrebbe riferito «falsità» sul conto del giovane, all’epoca detenuto. Sollecito depose anche contro Bohle e ora attende eventuali decisioni del giudice monocratico di Trani per l’udienza del 18 settembre prossimo, anche se sul processo incombe la prescrizione. È però stato anche rinviato a giudizio, il 4 giugno scorso, dal gup di Firenze per diffamazione nei confronti del pm di Perugia Giuliano Mignini, che si è occupato del suo caso. Il procedimento riguarda alcuni passaggi del libro «Honor Bound: my journey to hell and back with Amanda Knox (Patto d’onore: il mio viaggio all’inferno e ritorno con Amanda Knox)», scritto dallo stesso Sollecito e da Andrew Gumbel e uscito negli Stati Uniti, nel quale racconta le vicende giudiziarie che lo hanno visto coinvolto. Adesso Raffaele è in Lombardia per scrivere un altro libro sulla sua storia, su quello che ha vissuto negli ultimi anni.

«Diffamato da Rete 4». Sollecito in tribunale come parte offesa. L’ingegnere ha infatti denunciato 4 giornalisti per presunte falsità riferite sul suo conto nel 2008 durante la trasmissione Top Secret, scrive Carmen Carbonara su “Il Corriere della Sera”. Raffaele Sollecito, assolto dalla Cassazione nel marzo scorso per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher torna in un’aula di tribunale, ma questa volta come parte offesa. L’ingegnere informatico di Giovinazzo ha infatti denunciato, nel 2008, per diffamazione quattro giornalisti di Rete 4 per le presunte “falsità” riferite sul suo conto nel corso della trasmissione “Top secret”. Alla sbarra per diffamazione, davanti al giudice monocratico Paola Buccelli, oggi c’è solo la giornalista Michaela Bohle, “per aver offeso il decoro e la reputazione” di Sollecito. Le posizioni degli altri tre giornalisti – il conduttore della trasmissione, Claudio Brachino, nonché Remo Croci (intervenuto in qualità di ospite) e Lella Volta (che aveva realizzato un servizio) – sono state invece archiviate dal gip Rossella Volpe nel maggio 2013. Sollecito (che è assistito dall’avvocato Francesco Mastro) oggi ha deposto brevemente sui fatti contestati all’imputata, che si riferiscono al 16 luglio 2008. All’epoca il giovane era detenuto, insieme ad Amanda Knox, con l’accusa di aver ucciso a Perugia la 22enne inglese nel novembre 2007. Nel servizio della trasmissione tv, la giornalista – secondo l’accusa - divulgò “la sintesi della dichiarazione rese da Rudi Guede Ermann al pubblico ministero nel corso dell’interrogatorio del 20 giugno 2008, nel quale si affermava che lo stesso aveva dichiarato di aver riconosciuto Raffaele Sollecito all’interno dell’abitazione di Meredith Kercher, virgolettando e sottolineando le sue dichiarazioni, cosa non vera in quanto il Guede si era limitato a riferire che dopo essere uscito dal bagno, aveva visto una figura maschile vicino alla porta, che la luce era debole e che tale soggetto giratosi in maniera veloce aveva in mano un coltello ed aveva cercato di colpirlo”. Il processo è stato aggiornato al 18 settembre 2015, ma incombe la prescrizione.

Diffamazione e vilipendio, Sollecito rinviato a giudizio, continua "La Repubblica". Il processo sarà celebrato a Firenze e riguarda alcuni passaggi del libro Honor bound, il mio viaggio all’inferno e ritorno con Amanda Knox. Diffamazione del magistrato perugino Giuliano Mignini e vilipendio delle forze di polizia sono le accuse per le quali sarà processato a Firenze Raffaele Sollecito. Il gup del capoluogo toscano lo ha infatti oggi rinviato a giudizio. Il procedimento riguarda alcuni passaggi del libro Honor bound, il mio viaggio all’inferno e ritorno con Amanda Knox, scritto da Sollecito e Andrew Gumbel e pubblicato negli Stati Uniti. Sollecito, che respinge le accuse contestate, era oggi in aula al momento della decisione del gup insieme al suo difensore, l’avvocato Alfredo Brizioli. Nella stessa stanza anche Mignini, il magistrato che ha coordinato le indagini sull’omicidio di Meredith Kercher. Delitto al quale Sollecito e Amanda Knox sono stati dichiarati definitivamente estranei dalla Cassazione. L’indagine che ha portato al rinvio a giudizio di oggi è nata da una querela di Mignini. Il magistrato si è infatti ritenuto diffamato da una serie di passaggi del libro nel quale Sollecito ricostruisce la sua vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Meredith Kercher. «Con questo libro - ha detto l’avvocato Brizioli -, Raffaele ha voluto dire la sua verità. Lo scrisse dopo essere stato assolto in appello e quattro anni trascorsi ingiustamente in carcere come ha poi stabilito anche la Cassazione con un verità definitiva. A questo punto nel dibattimento dimostreremo ancora una volta l’innocenza di Raffaele Sollecito». La prima udienza del processo è stata fissata per maggio 2016.

Chi la dura la vince. La vendetta dei magistrati. Caso Meredith: Sollecito a giudizio per diffamazione e vilipendio, scrive "La Repubblica" del 4 giugno 2015. La querela è partita dal magistrato perugino Giuliano Mignini che si è ritenuto diffamato da una serie di passaggi del libro "Honor Bound: my journey to hell and back with Amanda Knox, scritto insieme ad Andrew Gumbel e pubblicato negli Stati Uniti. La prima udienza è stata fissata per maggio 2016. Diffamazione del magistrato perugino Giuliano Mignini e vilipendio delle forze di polizia sono le accuse per le quali sarà processato a Firenze Raffaele Sollecito. Il gup del capoluogo toscano lo ha infatti oggi rinviato a giudizio. Il procedimento riguarda alcuni passaggi del libro "Honor Bound: my journey to hell and back with Amanda Knox (Patto d'onore: i miei giorni all'inferno e ritorno con Amanda Knox), scritto da Sollecito e Andrew Gumbel e pubblicato negli Stati Uniti. Il libro è il racconto della vicenda giudiziaria a partire dal novembre 2007 dopo la scoperta del cadavere di Meredith Kercher nella casa di via Della Pergola 7. Inedito in Italia, è uscito negli Usa nel 2013 poco prima di quello di Amanda. Repubblica aveva anticipato un brano di Honor Bound, le pagine in cui Sollecito ricostruisce la notte in questura, il suo interrogatorio e quello di Amanda senza risparmiare pesanti accuse alla polizia. Quella notte si concluse con la confessione di Amanda che accusò del delitto Patrick Lumumba (poi scagionato da un testimone, un professore svizzero) e con l'arresto della ragazza di Seattle e di Raffaele. Sollecito oggi in aula al momento della decisione del gup insieme al suo difensore, l'avvocato Alfredo Brizioli, ha respinto le accuse contestate. Nella stessa stanza c'era anche Mignini, il magistrato che ha coordinato le indagini sull'omicidio di Meredith. Delitto al quale Sollecito e Amanda Knox sono stati dichiarati definitivamente estranei dalla Cassazione. L'indagine che ha portato al rinvio a giudizio di oggi è nata da una querela di Mignini. Il magistrato si è infatti ritenuto diffamato da una serie di passaggi del libro. "Con questo libro - ha detto l'avvocato Brizioli -, Raffaele ha voluto dire la sua verità. Lo scrisse dopo essere stato assolto in appello e quattro anni trascorsi ingiustamente in carcere come ha poi stabilito anche la Cassazione con un verità definitiva. A questo punto nel dibattimento dimostreremo ancora una volta la sua innocenza". La prima udienza del processo è stata fissata per maggio 2016.

Eppure. Omicidio Meredith, non fece parlare Sollecito con un avvocato: pm sanzionato. Subito dopo il fermo, avvenuto il 6 novembre 2007, il pubblico ministero vietò al giovane di aver colloqui con un difensore, scrive il 4 dicembre 2015 “La Nazione”. La sezione disciplinare del Csm ha inflitto la sanzione della censura al pm di Perugia Giuliano Mignini, titolare del procedimento sull'omicidio di Meredith Kercher, finito sotto procedimento con l'accusa di aver violato la legge per aver vietato, subito dopo il fermo, avvenuto il 6 novembre 2007, a Raffaele Sollecito (assolto lo scorso marzo in via definitiva, con Amanda Knox, dall'accusa di omicidio) di avere colloqui con un difensore senza emettere un provvedimento scritto e motivato. Il tribunale delle toghe, presieduto dal consigliere laico Antonio Leone, ha emesso la sua sentenza dopo l'udienza svolta a Palazzo dei Marescialli questa mattina. Mignini, secondo l'incolpazione formulata dalla Procura generale della Cassazione, aveva arrecato "ingiusto danno al fermato", emettendo "oralmente, con grave e inescusabile violazione di legge", il provvedimento di "dilazione del diritto del fermato a conferire con il proprio difensore", in "palese contrasto" con la norma contenuta nel codice di procedura penale che prescrive un "decreto motivato" e la "consegna/esibizione" agli aventi diritto. Il sostituto pg di Cassazione, Luigi Salvato, pur ritenendo "provati" i fatti descritti nel capo di incolpazione, aveva invece sollecitato in udienza l'assoluzione di Mignini, (difeso dal consigliere della Suprema Corte Piercamillo Davigo) ritenendo il fatto "di scarsa rilevanza", tenuto anche conto che venne permesso a Sollecito di parlare con il suo difensore, l'avvocato Tiziano Tedeschi, prima dell'interrogatorio di garanzia. La richiesta del pg non è stata dunque accolta dal collegio disciplinare che depositerà entro un mese le motivazioni del suo verdetto. 

E l'ex procuratore disse: "Basta con la gogna". Piero Tony, per 45 anni magistrato (e dichiaratamente di sinistra), scrive un libro che è un durissimo j’accuse contro il populismo giudiziario, scrive Maurizio Tortorella su “Panorama”. «Non ce la facevo più. Non potevo andare avanti in un mondo divenuto surreale, dove ogni giorno vedevo cose che non avrei mai voluto vedere. Così nel luglio 2014 ho preferito andarmene, a 73 anni, due in anticipo sulla pensione. E ora lancio questo tricche-tracche, un mortaretto in piccionaia». Sorride, Piero Tony. Ma non è un sorriso rassicurante. Per 45 anni magistrato, da ultimo procuratore della Repubblica a Prato, Tony ha appena pubblicato un libro, Io non posso tacere (Einaudi, 125 pagine, 16 euro) e non è affatto un mortaretto: anzi, è una bomba atomica. Che in nome di un ineccepibile garantismo devasta, spiana, annienta tutte le parole d’ordine del populismo giudiziario. È tanto più potente, la bomba, in quanto a lanciarla è un serissimo, autorevolissimo ex procuratore che per di più è stato a volte definito «uomo di sinistra estrema»: per intenderci, uno che nei primi anni Ottanta s’è iscritto a Magistratura democratica e non ne è mai uscito.

Qualche frase del libro?

«È ovvio che molti magistrati giochino spesso con i giornalisti amici per amplificare gli effetti del processo: purtroppo, quando un pm è politicizzato, può utilizzare questo strumento in maniera anomala. Funziona così, negarlo sarebbe ipocrisia».

Ancora?

«Con la Legge Severino la politica ha delegato all’autorità giudiziaria il compito, anche retroattivamente, di decidere chi è candidabile e chi no a un’elezione». Continuiamo? «L’obbligatorietà dell’azione penale è una simpatica barzelletta». Non vi basta? «Spesso si sceglie di mandare in gattabuia qualcuno, evitando altre misure cautelari, per far sì che paghi comunque e a prescindere».

Dottor Tony, lei lo sa che non gliela perdoneranno, vero?

«Il libro è intenzionalmente provocatorio. Perché vorrei sollecitare la discussione su una situazione che con tanti altri ritengo insostenibile, ma di cui si parla solo in certe paraconventicole. Nei miei 45 anni di professione ho visto una giustizia che è andata sempre più peggiorando: mi riferisco ai frequenti eccessi di custodia cautelare, ai rapporti troppo familiari tra alcuni pm e i mass media, e alla conseguente gogna, sempre più diffusa e intollerabile».

Lo sa che rischia attacchi feroci, vero?

«Amo troppo la magistratura per avere paura di rischiare. E poi  qualcuno deve pur dirlo che non è accettabile quella parte della giustizia che opera disinvoltamente rinvii di anni; che spiffera ai quattro venti le intercettazioni; che pubblica atti e carte in barba a tutti i divieti; che lancia inchieste fini a se stesse, che partono in quarta per poi sgonfiarsi; che anticipa le pene con misure cautelari «mediatizzate»».

Lei scrive che le correnti sono come partiti, e che «nel Csm si fa carriera soprattutto per meriti politici». Ma si rende conto di quel che rischia?

«Certo che me ne rendo conto, ma è così: le correnti oggi non sono lontane dalla compromissione politica. Sarebbe molto meglio che i membri togati del Csm fossero scelti per sorteggio. Qui ormai si fa carriera quasi solo con l’appartenenza, con criteri di parte. Io non riesco a criticare chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. Ed è un dramma, negarlo sarebbe follia».

Lo dice lei, per una vita iscritto a Magistratura democratica?

«Nei primi anni Ottanta, almeno lì dentro, si respirava garantismo. Ahimé durò poco: oggi non faccio fatica a dire, purtroppo, che il garantismo è estraneo anche a Md. Perché garantismo e sospetti non sono compatibili. E nemmeno Md sa rinunciare al sospetto».

Il sospetto: è il tema tipico del concorso esterno in associazione mafiosa. Lei ne scrive che è «uno degli obbrobri del nostro sistema giudiziario».

«Peggio. Non è nel nostro sistema normativo: e fino a quando non interverrà il legislatore, come auspicato da tutti, è un vero mostro giuridico. Sono sicuro che se invece che a Zara fossi nato a Napoli, dove da giovane vissi per qualche anno, avrei corso il rischio di finire in una foto con un criminale. Ma un po’ per dolo, un po’ per sciatteria, in certe Procure c’è chi si accontenta di qualche prova anche rarefatta per accusare e per avviare un processo».

La Corte di Strasburgo ha da poco stabilito che Bruno Contrada fu condannato indebitamente per concorso esterno. Che ne dice?

«Non ho letto gli atti del suo processo, ma è notorio che negli anni Cinquanta e Sessanta il capo di una Squadra mobile aveva rapporti ambigui, spesso pericolosamente diretti e negoziatori, con la criminalità: rapporti che non di rado si prestavano a essere, quantomeno formalmente, d’interesse penale. Oggi Strasburgo ci fa fare un passo avanti nella civiltà giuridica: s’invoca il principio della irretroattività, nessuno può essere condannato per fatti compiuti prima che siano considerati reato. In questo caso, visto che il reato colpevolmente non è mai stato tipizzato dal legislatore, si dice che Contrada non poteva essere condannato per fatti compiuti prima che la Cassazione avesse stabilito bene che cosa fosse il concorso esterno, nel 1994».

Passiamo alle intercettazioni?

«Temo che restrizioni della nostra privacy saranno sempre più necessarie: non se ne può fare a meno, in una società atomizzata e nel contempo globalizzata. Ma è l’applicazione mediatica delle intercettazioni che in Italia è vergognosa, così come leggere sui giornali la frase di due  intercettati che dicono, per esempio: «Il tal sottosegretario ha strane abitudini sessuali». E quello non c’entra nulla con le indagini. È ciò che io chiamo «il bignè»».

Il bignè?

«Ma sì: l’ottimo bignè con la crema, regalato da certi pm ai giornalisti. E più sono i bignè offerti, più saranno i titoli sui giornali: quindi l’inchiesta sarà apprezzata dall’opinione pubblica, il pm diventerà famoso e l’indagato, o chiunque sia coinvolto, verrà seppellito dal fango. Non si può vivere in questo modo. La dignità umana è un diritto fondamentale, forse il primo».

Ha visto che ora alcuni suoi colleghi, da Edmondo Bruti Liberati a Giuseppe Pignatone, propongono una «stretta» nell’utilizzo delle intercettazioni?

«È sempre inutile aumentare le pene, visto che si delinque con la convinzione di farla franca, e vista anche la diffusa mancanza d’effettività della pena».

Qual è la sua soluzione, allora?

«Quando arrivai a Prato, nel 2006, prescrissi, anzi pregai i miei sostituti di fare un «riassunto» delle intercettazioni per qualsiasi richiesta di provvedimento, evitando ogni inserimento testuale delle trascrizioni. È il riassunto la soluzione: così i terzi indebitamente coinvolti restano automaticamente protetti, e nessuno, per restare all’esempio, conoscerà mai le «strane abitudini sessuali» del sottosegretario. Il fatto è che così il pm dovrebbe fare più fatica. Quindi preferisce il maledetto taglia-e-incolla. A parte i miei sostituti pratesi, ovviamente… E troppo spesso il taglia-e-incolla si trasforma in un ferro incandescente».

Ma è soltanto sciatteria?

«In genere sì. Solo le mele marce lo fanno con intenti sanzionatori o per motivi loro, che nulla hanno a che fare con la Giustizia, quella con la g maiuscola».

Cambierà qualcosa con la nuova responsabilità civile dei magistrati?

«La levata di scudi della categoria contro la riforma, in febbraio, è stata penosa. Sostenere che ora tutti i magistrati avranno paura d’incorrere in decurtazioni di stipendio, e per questo non lavoreranno più come una volta, è assurdo. Paralizzante sarebbe quindi il pericolo di una riduzione dello stipendio, e non piuttosto quello di danneggiare illegalmente un indagato, per dolo o per colpa grave? Ma di che cosa parlano?»

Che cosa si aspetta, ora che il suo libro è uscito?

«Spero che se ne discuta serenamente. Temo una sola cosa: l’incatalogabilità».

Cioè?

«Purtroppo, prima di elaborare un giudizio, sempre più ci si chiede: ma è un discorso di destra o di sinistra? E quello che ho scritto sicuramente non è allineato, anzi è eretico da qualsiasi parte lo si guardi. Ecco, in molti potrebbero avere paura di dare un giudizio perché, da destra come da sinistra, non riusciranno a catalogarmi. Io mi sono sempre ritenuto, e sono sempre stato ritenuto, di sinistra; anzi, sono praticamente «certificato» come tale. Questo non m’impedisce di pensare tutto quel che ho scritto, che è poi alla base delle garanzie della persona, dell’individuo. E non sono il solo».

Resta il fatto che il «populismo giudiziario», che lei avversa, oggi stia soprattutto a sinistra. O no?

«È di destra o di sinistra pensare che nessuna ragione al mondo può giustificare il sacrificio di diritti fondamentali di una persona, se non nei limiti stabiliti dalla legge democratica? È per questo che chi crede davvero nella civiltà giuridica non può accettare le troppe disfunzioni della giustizia italiana. Ed è per questo che io non potevo più tacere».

Soro, Garante della privacy: «Stop ai processi mediatici, ne va della vita delle persone», scrive Errico Novi su “Il Garantista”. C’è una parola che Antonello Soro non si stanca di ripetere: «Dignità». A un certo punto tocca chiedergli: presidente, ma com’è possibile che non riusciamo a tenercela stretta, la dignità? Che abbiamo ridotto il processo penale a un rodeo in cui la persona è continuamente sbalzata per aria? E lui, che presiede l’Autorità garante della Privacy, può rispondere solo in un modo: siete pregati di scendere dalla giostra. La giostra del processo mediatico, s’intende. «È una degenerazione del sistema che può essere fermata in un modo: se ciascuna delle parti, stampa, magistrati, avvocati, evita di dare un’interpretazione un po’ radicale delle proprie funzioni. C’è un nuovo integralismo, attorno al processo, da cui bisogna affrancarsi. Anche perché la giustizia propriamente intesa si fonda sulla presunzione d’innocenza. Quella mediatica ha come stella polare la presunzione di colpevolezza».

Senta presidente Soro, ma non è che il processo mediatico è una droga di cui non possiamo più fare a meno, magari anche per alleviare i disagi di una condizione generale del Paese ancora non del tutto risollevata?

«Non credo che per spiegare le esasperazioni dell’incrocio tra media e giustizia sia necessario arrivare a una lettura del genere. Siamo in una fase, che ormai dura da molto, in cui prevale un nuovo integralismo, anche rispetto alla preminenza che ciascuno attribuisce al proprio ruolo. Succede in tutti gli ambiti, compreso quello giudiziario. Ciascuna delle parti si mostra poco disponibile ad affrontare le criticità del fenomeno che chiamiamo processo mediatico».

Be’, lei descrive una tendenza che brutalmente potremmo definire isteria forcaiola.

«È il risultato di atteggiamenti – che pure non rappresentano la norma – sviluppatisi tra i giornalisti e anche tra i magistrati, persino tra gli avvocati. Ciascuna di queste componenti finisce in alcuni casi per deformare la propria missione. Il tema è sicuramente complesso, io mi permetto sempre di suggerire che si lascino da parte i toni ultimativi, quando si affronta la questione. Lo sforzo che va fatto è proprio quello di trattenersi dall’esaltare la propria indispensabile funzione. Esaltare la propria si traduce fatalmente nel trascurare la funzione degli altri».

È una situazione di squilibrio in cui parecchi sembrano trovarsi a loro agio, tanto da difenderla. È il caso delle intercettazioni.

«Nessuna persona ragionevole può mettere in discussione l’utilità delle intercettazioni e il diritto dei cittadini all’informazione. Due elementi di rango differente ma ugualmente imprescindibili. Nessuno pensa di rinunciare né alle intercettazioni né all’informazione. Si tratta di valutare con il giusto spirito critico la funzione di entrambe».

E non dovrebbe volerci uno sforzo così grande, no?

«No. Però cosa abbiamo davanti? Paginate intere di intercettazioni, avvisi di garanzia anticipati ai giornali, interrogatori di indagati in stato detentivo di cui apprendiamo integralmente il contenuto, immagini di imputati in manette, processi che sembrano celebrarsi sui giornali più che nelle aule giudiziarie. E in più c’è una variabile moltiplicatrice».

Quale?

«La rete. E’ un tema tutt’altro che secondario. La diffusione in rete delle informazioni e della produzione giornalistica non è neppure specificamente disciplinata dal codice deontologico dei giornalisti, che risale al 1998, quando il peso oggi acquisito dal web non era ancora stimabile».

Qual è l’aspetto più pericoloso, da questo punto di vista?

«Basta riflettere su una differenza, quella tra archivi cartacei e risorse della rete. Su quest’ultima la notizia diviene eterna, non ha limiti temporali, ha la forza di produrre condizionamenti irreparabili nella vita delle persone».

La gogna della rete costituisce insomma un fine pena mai a prescindere da come finisce un processo.

«È uno degli aspetti che contribuiscono a rendere molto complesso il fenomeno dei processi mediatici. Tutto può essere riequilibrato, ma ora vedo scarsa attenzione per tutto quanto riguardi il bilanciamento tra i diritti fondamentali in gioco. Un bilanciamento che invece ritengo indispensabile quando riguarda la dignità delle persone».

È un principio di civiltà così elementare, presidente, che il fatto stesso di doverlo invocare fa venire i brividi. Di paura.

«Nel nostro sistema giuridico anche chi è condannato deve veder riconosciuta la propria dignità. Basterebbe recuperare questo principio. Che nella nostra Costituzione è centrale. Una comunità che rinuncia a questo presidio di civiltà ha qualche problema».

Com’è possibile che abbiamo rinunciato?

«Ripeto: stiamo dicendo per caso che dobbiamo eliminare l’uso delle tecnologie più sofisticate nelle indagini? No. Si pretende di negare il diritto all’informazione? Neppure. Si dovrebbe solo coniugare questi aspetti con la dignità delle persone, anche con riguardo alla loro vita privata. La privacy non è un lusso. Il fondamento della privacy è sempre la dignità della persona».

Se si prova a toccare le intercettazioni parte subito la retorica del bavaglio.

«Al giudice, in una prima fase, spetta la decisione sull’acquisizione delle intercettazioni rilevanti ai fini del procedimento, mentre al giornalista spetta, in seconda battuta, la scelta di quelle da pubblicare perché di interesse pubblico. Non è detto che il giornalista debba pubblicare tutti gli atti che ha raccolto compresi quelli irrilevanti ai fini del processo».

Spesso quelli irrilevanti sul piano penale sono i più succosi da servire al lettore.

«Guardi, è plausibile che alcune intercettazioni contengano elementi utili per la ricostruzione dei fatti penalmente rilevanti anche se non riguardano la persona indagata. Può avere senso che elementi del genere vengano resi pubblici. Ma altri che non hanno utilità ai fini del processo andrebbero vagliati con particolare rigore in funzione di un vero interesse pubblico. Prescinderei dai singoli episodi. Ma ricorderei due princìpi abbastanza trascurati. Da una parte, la conoscenza anche di un dettaglio della vita privata di un personaggio che riveste funzioni pubbliche può essere opportuna, se quel fatto rischia di condizionarne l’esercizio della funzione. È giusto che il cittadino conosca cose del genere».

Ad esempio, il fatto che Berlusconi ospitasse a casa sua molte giovani donne, alcune delle quali erano prostitute e lui neppure lo sapeva.

«Sì, però poi i dettagli sulle attività erotiche di un leader politico, tanto per dire, possono alimentare curiosità, ma è difficile riconoscerne il senso, in termini di diritto all’informazione. In altre parole: può essere utile sapere che quel leader, in momenti in cui esercita la propria funzione pubblica, compie atti che, ad esempio, lo espongono al ricatto; ma riportare atti giudiziari che entrano morbosamente nel dettaglio, diciamo così, va al di là di quell’informazione utile di cui sopra. A meno che non riferiscano comportamenti che costituiscono reato».

Negli ultimi anni l’inopportunità di certe divulgazioni spesso è emersa quand’era troppo tardi.

«E in proposito mi preoccupa ancor di più il dramma vissuto da privati cittadini casualmente intercettati ed esposti a una gogna molto pesante. E la gogna mediatica è una pena inappellabile, a prescindere da come finisce in tribunale. Ho segnalato più volte la situazione del cittadino Massimo Bossetti. Nel suo caso sono stati divulgati i dati genetici di tutta famiglia, i comportamenti del figlio minore e di tutti familiari, fino al filmato dell’arresto, all’ audio dell’interrogatorio e al colloquio con la moglie in carcere: tutto questo contrasta la legge sul diritto alla riservatezza. Che rappresenta una garanzia per i cittadini e che però viene travolta da una furia iconoclasta, funzionale al processo mediatico. Nel processo propriamente inteso vige la presunzione di innocenza, in quello mediatico si impone la presunzione di colpevolezza».

Come se ne esce?

«Tutti, magistrati, giornalisti, avvocati, cittadini, debbono cercare il punto di equilibrio più alto. E smetterla di pensare che qualche diritto debba essere cancellato. Anche perché oltre alla dignità delle persone è in gioco anche la terzietà del giudice».

Cosa intende?

«Chi siede in una Corte viene ‘inondato’ da una valanga di informazioni dei media che finiscono per costruire un senso comune. In un ordinamento in cui esistono anche i giudici popolari c’è il rischio che questi non formino la loro convinzione in base alla lettura degli atti ma in base al processo mediatico, che ha deciso la condanna molto tempo prima, e non nella sede dovuta. Intercettazioni, atti e immagini divulgati dai media, non solo costituiscono uno stigma perenne per la persona, ma rischiano di condizionare anche l’esercizio della giurisdizione in condizioni di terzietà».

Ma non è che i magistrati alla fine spingono il processo mediatico perché pensano di acquisire in quel modo maggiore consenso?

«Guardi, quando un singolo magistrato ricerca il consenso può casomai far calare un po’ il consenso dell’intera magistratura. E questo lo hanno affermato negli ultimi tempi autorevoli magistrati, che hanno usato parole molto eloquenti nel criticare gli abusi di singoli colleghi. Mi riferisco in particolare al procuratore capo di Torino Armando Spataro quando dice che durante Mani pulite, per esempio, alcuni magistrati sembravano più preoccupati della formazione della notizia da prima pagina che della conclusione del processo. Ecco, la legittimazione che ha il magistrato viene messa in discussione proprio da quei comportamenti impropri. La ricerca del consenso non è propria della funzione del magistrato. Chi ha da decidere della giustizia ha un compito che da solo gratifica e impegna la vita. Io ho una grandissima considerazione di questo compito e credo vada preservato».

Nordio agita i colleghi in toga: "Niente multe, via i pm scarsi". Il procuratore di Venezia critica la scelta del governo sulla responsabilità civile: "Inutile, paga l'assicurazione", scrive Anna Maria Greco su “Il Giornale”. I magistrati hanno una gran fretta: per denunciare davanti alla Consulta l'incostituzionalità della legge sulla responsabilità civile, varata solo a febbraio, non hanno aspettato che un cittadino chiedesse i danni a uno di loro. Hanno giocato d'anticipo. Per il giudice civile Massimo Vaccari del tribunale di Verona basta il timore di un giudizio di responsabilità per condizionare l'autonomia e l'indipendenza della toga, ledere i suoi diritti e privarla della necessaria serenità nel suo lavoro. Così, il 12 maggio ha inviato alla Corte costituzionale 17 pagine di ricorso, che sostengono contrasti con diversi articoli della Carta. La notizia arriva proprio mentre il Matteo Renzi ricorda su Twitter l'anniversario della morte di Enzo Tortora, sottolineando che da allora, e grazie a lui, le cose sono cambiate. «Ventisette anni dopo la morte di Tortora - scrive il premier-, abbiamo la legge sulla responsabilità civile dei giudici e una normativa diversa sulla custodia cautelare #lavoltabuona». Nella stessa giornata e proprio partendo dal tempestivo ricorso del giudice veronese, su Il Messaggero il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio firma un editoriale che certo non farà piacere ai suoi colleghi. Basta il titolo: «Il magistrato che sbaglia va rimosso più che multato». Mentre le toghe, con l'Anm in testa, protestano aspramente per la legge, minacciano lo sciopero e si organizzano perché la Consulta la faccia a pezzi, Nordio sostiene dunque che le nuove norme sono troppo deboli e non risolvono i problemi, cioè le cause degli errori giudiziari: dall'«irresponsabile potere dei pm» a quello dei giudici di «riprocessare e condannare un cittadino assolto», con una «catena di sentenze». Il magistrato accusa governo e Parlamento di aver «risposto in modo emotivo» alle richieste dell'opinione pubblica, puntando sull'«effetto intimidatorio delle sanzioni, privilegiando peraltro quelle pecuniarie». Così, per Nordio, hanno fatto «una scelta inutile, perché ci penserà l'assicurazione; e irragionevole, perché la toga inetta o ignorante non va multata, va destituita». Denunciando davanti all'Alta corte, sostiene il pm, «la parte più ambigua della legge, quella che consente, o pare consentire, di far causa allo Stato prima che la causa sia definitivamente conclusa», paralizzando i processi, se ne otterrà forse una parziale abrogazione. E «i magistrati impreparati o inetti tireranno un sospiro di sollievo». Vedremo se andrà proprio così. Intanto, il ricorso a bocce ferme del giudice veronese deve superare il giudizio di ammissibilità. Vaccari cita un precedente simile contro la legge del 1989, ma non è affatto detto che riesca nel suo intento. I magistrati, però, si sono organizzati da un pezzo per ricorsi singoli o collettivi e, se questo verrà bloccato, di certo alla Consulta ne arriveranno molti altri. L'ultima parola sarà anche stavolta dei giudici costituzionali.

Eppure, ciononostante succede questo!

Amanda e Raffaele assolti per non aver commesso il fatto. Buona Giustizia Atto uno, scrive “Massimo Prati sul suo Blog “Volando Controvento”. La Cassazione ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall'accusa di aver ucciso Meredith Kercher e tutti i media salgono sulla barca del vincitore. Solo l'opinione pubblica, che ancora non ha capito come funziona il pregiudizio mediatico e quanto siano pronti i giornalisti a cambiare rotta pur di navigare in favore di vento, ha il dente avvelenato e chiede ancora la forca per i due ragazzi. Alle casalinghe di Voghera questa assoluzione resterà in gola, perché convinte dai guaiti di quei cagnolini che si accucciano sugli zerbini della procura in attesa di notizie colpevoliste da abbaiare sui video. E pensare che bastava fare due più due per capire che tutto era sbagliato, che tutto era solo l'enorme bluff di una procura che senza attendere gli esiti delle analisi tecniche aveva appoggiato troppo presto la sua lunga mano su due studenti che cercavano di aiutarli. Dopo sette anni e mezzo finalmente si chiude in maniera seria uno dei tanti capitoli di giustizia ridicola che sta infestando il nostro Paese, dove troppi magistrati pescano un colpevole e gli costruiscono addosso una gabbia di cartone, dipinta di color ferro, e usufruendo dell'aiuto mediatico convincono il popolo che la loro logica scadente è la migliore. Ma non è così, non può essere che la verità sia illogica e questa sarà una sentenza che servirà a mettere in riga i troppi magistrati che si sentono potenti e invincibili. Da ora in avanti, dice la Cassazione con questa assoluzione, chi inventerà storielle senza avere in mano nulla di serio, pur di mandare in carcere l'imputato preferito, non verrà coperto, ma lasciato solo a gestire il dopo sentenza. In quel frangente sarebbe il caso che qualche giornalista pubblicizzasse gli errori dei magistrati, così da non permettere che possano far carriera nonostante abbiano dimostrato di sbagliare grossolanamente... perché ancora il sistema non è pronto a decidere cosa farne della sua costola che si incrina. Infatti in questo caso, se non ci saranno giornalisti a criticare, il dopo cosa prevede? Nulla di nulla. E' chiaro che Rudy Guede è l'unico plausibile assassino, anche se è stato condannato perché ha partecipato all'omicidio e non per averlo commesso. Fra pochi mesi, alla faccia di tutti, sarà ugualmente libero di girare fra noi perché nessuna giustizia potrà cambiare le carte ormai cristallizzate. I procuratori non avranno conseguenze perché, come gli oncologi, sono liberi di seguire il loro istinto investigativo e, quindi, di sbagliare a discapito della vita altrui. I tecnici che hanno periziato non contano più niente, nessuno andrà da loro a chiedere il motivo per cui hanno lavorato in maniera scadente o scritto cose poco vere. I poliziotti presenti all'interrogatorio della Knox, che hanno anche visto una sensitiva assistere agli interrogatori, non dovranno neppure giustificarsi. Hanno fatto il loro lavoro. Sono militari: qualcuno più alto in grado ordina e loro ubbidiscono senza fiatare. Questa è la regola. Chi della sentenza si lamenterà è la parte civile che, purtroppo in questo caso come in altri, invece di restare al centro o cercare di fare indagini proprie senza lasciarsi influenzare dalle carte di chi vuole arrivare a una condanna, si adagia a corpo morto alla procura che mai le fornirà notizie o informative contrarie alla propria tesi colpevolista. La procura ha detto che più persone hanno ucciso Meredith, quindi la famiglia Kercher si aspetta che più persone vengano condannate. Poco importa come e con quali motivazioni. Poco importa se per un gioco erotico o perché Guede non ha voluto pulire il bagno. La condanna è ciò che vuole l'accusa e, di conseguenza, ciò che vuole la parte civile. Che ci sia qualcosa di sbagliato nel sistema è facile da capire, che ci sia da lavorare per dividere le carriere dei magistrati e per modificare certe congiunture (parte civile-procura) che ora lavorano in coppia anche. Perché le teste se lavorano in gruppo non ragionano in maniera autonoma... e la giustizia per funzionare al meglio ha bisogno di poca amicizia fra le parti.

Sotto a chi tocca. Oggi in carcere ci sono Veronica, Sabrina, Massimo e tanti altri, ma se il sistema giustizia non cambia domani l'inferno potrebbe toccare anche a noi... Il dottor Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, durante la "stagione storica" che tutti conosciamo col nome "mani pulite" - usò lo strumento che ancora utilizzano tanti procuratori per intimorire gli indagati e ottenere confessioni: la custodia cautelare in carcere. Detto questo, però, tempo dopo fu lui uno dei magistrati che, nonostante la legge gli consenta l'uso di tale strumento di tortura, fece autocritica dicendo che non sempre quanto dallo Stato è considerato legittimo è anche necessario e opportuno. Onore a lui, anche per quanto ha dichiarato dopo la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Non ha peli sulla lingua il dottor Norbio e non si è fatto scrupolo di dire che: "Il magistrato che manda in galera un indagato contro la legge non deve pagare, dev'essere buttato fuori dalla magistratura". Fatta questa premessa, parliamo di chi ha spedito in carcere persone che si proclamano innocenti nonostante gli indizi non siano sufficienti a suffragare un sequestro di stato. Ne parliamo perché troppo spesso capita di trovare persone mandate in carcere da magistrati che sbandierano una ricostruzione ad hoc, ma poco credibile, basata su indizi e perizie che solo all'apparenza sembrano concordare. Massimo Bossetti, ad esempio, è in carcere esclusivamente per colpa di uno strano Dna che non solo non doveva trovarsi su un cadavere esposto alle intemperie nei tre mesi invernali, ma che contiene anche stranezze non propriamente spiegabili. Il resto, gli indizi a contorno che escono dalla procura e tanto vengono pubblicizzati ogni volta che la difesa cala una buona carta o ha un appuntamento con un giudice, sono fronzoli sistemati a modo e adattati in un secondo tempo. D'altronde, la nuova moda adottata da molte procure moderne consiste nell'arrestare il colpevole predestinato prima di svolgere indagini. Indagini che si portano avanti ad personam in un secondo tempo, quando è facile adattarle al predestinato di turno (ma anche a qualsiasi altra persona). E' indagando a posteriori che si può smazzare il mazzo e cambiare in corso d'opera le carte già sistemate sul tavolo. Come si è fatto con Sabrina Misseri, arrestata perché coinvolta da suo padre in un delitto colposo avvenuto in garage mentre lui dormiva sulla sdraio in cucina. Questa ricostruzione "convincente" è stata avallata da un Gip e cristallizzata dai giudici in un incidente probatorio durato dieci ore. Peccato per la giustizia con la G maiuscola che tanti mesi dopo Sabrina Misseri sia stata rinviata a giudizio e processata per un assassinio avvenuto in cucina mentre il padre, che nella nuova ricostruzione non dormiva più sulla sdraio, si trovava in garage. Ma come? E la ricostruzione convincente avvallata da tanti giudici? Chissà che fine ha fatto. E non è l'unica anomalia, visto che per confermare la ricostruzione accusatoria si è usato il sogno che chi frequentava il fiorista conosceva da ottobre 2010. Sogno che è entrato in scena - e diventato irreale realtà - solo ad aprile 2011 quando Anna Pisanò - che girava per Avetrana col registratore fornitole dai carabinieri autorizzati dalla procura - decise finalmente di firmare un verbale con tanto di nome e cognome del sognatore. In poche parole, pare che le procure abbiano imparato bene quel gioco di prestigio in cui i fazzoletti colorati entrano nel cilindro per poi uscirne trasformati in mazzi di fiori. L'ultima vittima di questa nuova procedura è senza dubbio Veronica Panarello, probabilmente arrestata e spedita in carcere perché convinti di ottenere una rapida confessione (così da chiudere in velocità un caso mediatico troppo invadente). Contro di lei non c'è un Dna degradato, ci sono una serie di filmati, alcuni degradati, che riportano orari sballati. Solo quelli, nulla di più. Eppure son bastati per convincere un procuratore a far arrestare la madre di Loris e a far scrivere ai giudici che si tratta di una assassina immonda, altamente pericolosa che potrebbe reiterare il reato, scappare dall'Italia o inquinare le indagini. Cappero che filmati esaustivi hanno in procura! Che abbiano filmato l'assassinio? Ad Avetrana nei tre mesi successivi all'arresto di Sabrina Misseri si modificarono le testimonianze della prima ora. Testimonianze concordanti. Ad esempio, si spinse sulla coppia di fidanzati che videro Sarah per strada alle 14.30 - e cronologicamente questo era un orario molto compatibile con quello da subito fornito dalla famiglia Scazzi e dalla badante rumena che avevano parlato, e firmato a verbale, di un'uscita da casa a ridosso proprio delle 14.30 - affinché cambiassero l'ora dell'avvistamento. E lo stesso trattamento si riservò ad altri. Cosicché le indagini postume all'arresto di Sabrina Misseri riuscirono nel miracolo di limare quella mezzora che impediva la ricostruzione colpevolista. Tutti sappiamo che gli aggiustamenti ci furono, perché fu proprio un testimone a dichiarare in televisione che i nuovi orari li aveva ricostruiti assieme e grazie ai procuratori. E su questa affermazione è meglio stendere un velo pietoso. A Santa Croce Camerina si sta cercando di fare la stessa cosa? Probabile, dato che un agente della municipale aveva da subito dichiarato di aver visto Veronica Pannarello e la sua auto passare a pochi metri dalla scuola sulle otto e trenta o poco più. La sua testimonianza era concordante al 100% con quanto dichiarato dalla stessa Panarello, ma già nella richiesta d'arresto i procuratori scrissero che al secondo e terzo interrogatorio la persona in questione aveva modificato la sua versione non mostrandosi più sicura come all'inizio. Però il motivo di quella insicurezza è facile da capire, dato che di certo chi l'ha interrogata le ha sbandierato in faccia una nuova verità fatta di telecamere e filmati che parevano smentirla. Ma, c'è da chiedersi, quei filmati saranno davvero sicuri o saranno sicuri come quel testimone che inizialmente alla procura di Palermo non volevano vedere neppure in fotografia e finì per essere utilizzato dalla procura di Caltanisetta? Quello che Ilda Bocassini e altri bollarono a bugiardo cronico e che invece, grazie anche al procuratore Petralia, che ora segue in prima persona il caso dell'omicidio di Loris Stival ma che al tempo lavorava a Caltanisetta, diventò la bocca della verità in grado di far condannare delle persone all'ergastolo (dopo 16 anni di carcere liberate con tante scuse nel 2011) e di depistare tutta l'indagine sulla strage di via D'Amelio? Il pentito non pentito ma pentito si chiama Vincenzo Scarantino e per tutti era un criminaletto da strapazzo a cui piaceva violentare commesse (e aveva una moglie e tre fidanzati trans) che poco ci azzeccava con la mafia. Per tutti... ma non per alcuni procuratori e per chi si occupava delle indagini. Procuratori, uno proprio Carmelo Petralia, che si avvalsero delle indagini di un pool di poliziotti che a causa del loro modo di indagare stanno subendo un processo che li vede accusati di aver costruito prove false (ancora il processo non è concluso, ma vedrete che saranno tutti assolti) e costretto il pentito non pentito (e i suoi amici) a fare dichiarazioni false. Fra questi, certamente lo ricorderete perché venticinque giorni prima della scomparsa di Yara Gambirasio divenne Questore di Bergamo e fu lui a seguire le indagini sulla scomparsa e sulla morte della ragazzina di Brembate Sopra, un giovane Vincenzo Ricciardi affiancato, al tempo, da un altrettanto giovane Mario Bo. Quest'ultimo, diventato poi dirigente della squadra mobile in quel di Gorizia, è finito a processo per "falso". Processo che in questi giorni è alle ultime battute e che ha posto fine alla sua carriera. C'è da dire che anche la carriera di Vicenzo Ricciardi poteva interrompersi pochi mesi fa, quando fu indagato e rischiò di finire a processo. Insomma, come la giri la giri siamo sempre alle solite. Sempre a chiederci a cosa e a chi dobbiamo credere. A chiederci se le indagini sono sempre genuine oppure...Dobbiamo quindi credere ad occhi chiusi a un procuratore che fa di tutto per chiudere velocemente un "caso spinoso" (d'altronde lo ha fatto anche quando si è fidato del pool investigativo di La Barbera e delle parole estorte a Vincenzo Scarantino), o dobbiamo credere a una madre a cui hanno ucciso un figlio e che nonostante i mesi trascorsi in carcere continua a proclamarsi innocente? Veronica potrebbe essere colpevole? Se qualcuno porterà prove "genuine" tutti ci crederemo. Per il momento continuiamo a chiederci il motivo per cui sia in carcere. Esiste davvero un motivo... oppure è reclusa a causa di un sistema giustizia che si avvolge e si chiude in se stesso e invece di vagliare al meglio gli indizi, a favore e contro, si protegge isolando la difesa e adeguandosi alle conclusioni di chi ha indagato e della procura? La domanda è logica, perché gli esempi che portano a questa conclusione sono tanti dato che in tanti casi i Gip e i giudici si sono appiattiti alle procure. Inseriamo la mano nel sacchetto degli errori giudiziari e prendiamone uno a caso. Parliamo del grossolano sbaglio di valutazione di uno stimato magistrato che tante importanti inchieste sta portando avanti negli ultimi anni. La dottoressa Assunta Cocomello che opera in stimate istituzioni romane. Fu lei nel 2011 a chiedere il rinvio a giudizio di Josè Alberto Cadena Ruiz per aver ucciso, nel dicembre 2008 - secondo la sua procura durante un rapporto sessuale estremo - Graciela Carbo Flores. Lo chiese nonostante José avesse un alibi. Mentre Graciela moriva lui era dall'altra parte di Roma, a trenta chilometri da lei, con tre amiche che inizialmente testimoniarono in suo favore. Poi due ebbero paura e si defilarono. Ne restò una che ribadì sempre la stessa storia...Ma, ormai s'è capito, poco importano i testimoni che forniscono alibi quando una procura ha un disegno chiaro in mente (come dimostrano le condanne di tanti testimoni della difesa). Così la sua amica da testimone a favore diventò parte attiva del crimine e fu incriminata per favoreggiamento. José era già in carcere al momento della richiesta di rinvio a giudizio, nonostante la logica non volesse un'incriminazione perché la situazione che aveva generato la morte, il rapporto sessuale estremo ipotizzato dalla procura, non esisteva proprio. Infatti gli accertamenti provarono che Graciela non aveva avuto alcun rapporto sessuale prima di morire. E questa sicurezza toglieva valore alla ricostruzione della procura e avrebbe dovuto impedire un qualsiasi arresto. Così si cambiò leggermente il movente, e si insinuò che ci fossero screzi fra José e Graciela. Ma Graciela aveva una malattia cronica che l'obbligava a recarsi spesso in ospedale, e in fondo non era difficile capire che la povera donna era morta di morte naturale a causa del complicarsi della malattia e che i leggeri segni sul collo erano riferibili al foulard che sempre indossava aderente (come testimoniato da quelli che la conoscevano). Infatti, "morte naturale" fu la diagnosi che si fece al ritrovamento del cadavere (constatata anche dalla Polizia Scientifica). Il problema nacque dopo, quando un perito incaricato dalla dottoressa, unico fra tanti, sbagliando clamorosamente scrisse che la donna era stata strangolata. Vabbé, dirà il lettore, una svista del genere sarebbe stata semplice da smontare per la difesa. Quando uno sbaglio è clamoroso è facile da smentire. Per cui, se nonostante tutte le garanzie che esistono in Italia l'imputato non fu scarcerato, significa che in fondo in fondo qualcosa di criminale aveva fatto. Che la difesa non aveva nulla (che servisse a scagionarlo) da portare a discolpa ai giudici. Nessun magistrato metterebbe in carcere una persona incensurata senza averne motivo. Ecco il ragionamento che fa la gente quando viene a sapere di un arresto. Il luogo comune vuole che chi finisce in carcere qualcosa abbia commesso di sicuro. E' un ragionamento che a priori non è sbagliato perché si fonda sul fatto che le indagini e gli accertamenti non sono in mano a una sola persona o una sola istituzione. Infatti, la giustizia pretende che a indagare siano le forze dell'ordine (polizia, carabinieri, guardia di finanza ecc...) che poi devono riferire a un procuratore  (quello di turno al momento del crimine) che ordina nuove indagini e si affida a suoi periti (anche esterni) e dopo aver trovato e vagliato prove o indizi ipotizza una ricostruzione del crimine e presenta una richiesta di arresto al Gip - che solo dopo aver a sua volta verificato la logicità del quadro accusatorio e delle prove portate dal procuratore decide se arrestare oppure no. Insomma, un indagato non va mai in carcere per colpa di un singolo. E se ad andare in carcere è un innocente, significa che c'è stato un concorso di colpa che ha coinvolto molte "persone perbene e stimate". Compreso quel giudice che alle persone stimate ha creduto a prescindere dalla logica che hanno usato nelle indagini e nelle ricostruzioni. Per questo sui media si può leggere, a fronte di un omicidio che non c'è stato, che una coppia di amanti diabolici è stata finalmente arrestata. Per tornare al povero José Alberto, anche in quell'occasione il Gip si adeguò alle conclusioni colpevoliste della procura. E a lui si adeguarono i giudici del tribunale del riesame, cui il difensore portò tutto ciò che serviva per scarcerare il proprio assistito. Tribunale del riesame che invece di scarcerare José - perché come dicevano tanti periti non c'era alcun omicidio ma si trattava di una morte naturale - si complimentò per il lavoro certosino svolto sia dalla procura che dal Gip e decise che l'imputato era un essere immondo, un assassino altamente pericoloso che avrebbe potuto sia inquinare le prove, sia reiterare il reato, sia fuggire all'estero. Solo nel 2013 - nel frattempo l'imputato aveva trascorso due anni e mezzo in carcere - un giudice si attivò per scarcerarlo in quanto, scrisse nelle motivazioni, "il fatto non sussiste dato che non ci fu alcun omicidio". E la Procura, che nel frattempo aveva cambiato i procuratori, neppure impugnò la sentenza tanto era pacifico e chiaro che José Alberto non fosse un assassino. E tutto finì così, senza neppure le scuse di chi aveva imbastito un quadro accusatorio immaginario né quelle di chi quel quadro ridicolo lo aveva accettato chiudendo un innocente in cella per due anni e mezzo. No problem José, chiedi (un rimborso milionario allo stato italiano) e ti sarà dato... tanto i sudditi del Bel Paese pagano volentieri per gli errori dei loro magistrati e dopo aver pagato continuano ad essere contenti e a sproloquiare contro chiunque venga arrestato e contro chiunque chieda siano rispettate le giuste regole. Lo fanno quando leggono i giornali, quando ascoltano gli opinionisti e gli pseudo criminologi televisivi lavorare pro' procura e di fronte a milioni di telespettatori accusare di omicidio, senza avere alcuna prova in mano, chi si dichiara innocente. In fondo José, il tuo è solo uno dei tanti errori giudiziari che capitano giornalmente in Italia a causa di "qualche persona stimabile". In fondo tu alla fin fine hai trovato un giudice capace e grazie a lui sei restato in carcere "solo" trenta mesi... tu dall'inferno ne sei fuori José, pensa a chi ci è appena entrato o a chi ci vive da anni e non sa se mai ne uscirà...

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it, mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

Per il pontefice “il clima mediatico ha le sue forme di inquinamento, i suoi veleni. La gente lo sa, se ne accorge, ma poi purtroppo si abitua a respirare dalla radio e dalla televisione un’aria sporca, che non fa bene.  C’è bisogno di far circolare aria pulita. Per me i peccati dei media più grossi sono quelli che vanno sulla strada della bugia e della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Dare attenzione a tematiche importanti per la vita delle persone, delle famiglie, della società, e trattare questi argomenti non in maniera sensazionalistica, ma responsabile, con sincera passione per il bene comune e per la verità. Spesso nelle grandi emittenti questi temi sono affrontati senza il dovuto rispetto per le persone e per i valori in causa, in modo spettacolare. Invece è essenziale che nelle vostre trasmissioni si percepisca questo rispetto, che le storie umane non vanno mai strumentalizzate”.  Infatti nessuno delle tv ed i giornali ne hanno parlato di questo intervento.

"Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione". E' l'esortazione che rivolge al mondo dell'informazione e della comunicazione Papa Francesco, cogliendo l'occasione dell'udienza del 15 dicembre 2014 in Aula Paolo VI dei dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Chiesa italiana. «Di questi tre peccati, la calunnia sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all'errore, ti porta a credere solo a una parte della verità. La disinformazione, in particolare spinge a dire la metà delle cose e questo porta a non potersi fare un giudizio preciso sulla realtà. Una comunicazione autentica non è preoccupata di colpire: l'alternanza tra allarmismo catastrofico e disimpegno consolatorio, due estremi che continuamente vediamo riproposti nella comunicazione odierna, non è un buon servizio che i media possono offrire alle persone. Occorre parlare alle persone “intere”, alla loro mente e al loro cuore, perché sappiano vedere oltre l'immediato, oltre un presente che rischia di essere smemorato e timoroso del futuro. I media cattolici hanno una missione molto impegnativa nei confronti della comunicazione sociale cercare di preservarla da tutto ciò che la stravolge e la piega ad altri fini. Spesso la comunicazione è stata sottomessa alla propaganda, alle ideologie, a fini politici o di controllo dell'economia e della tecnica. Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la “parresia”, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà. Se siamo veramente convinti di ciò che abbiamo da dire, le parole vengono. Se invece siamo preoccupati di aspetti tattici, il nostro parlare sarà artefatto e poco comunicativo, insipido. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare. Risvegliare le parole: ecco il primo compito del comunicatore. La buona comunicazione in particolare evita sia di "riempire" che di "chiudere". Si riempie  quando si tende a saturare la nostra percezione con un eccesso di slogan che, invece di mettere in moto il pensiero, lo annullano. Si chiude  quando alla via lunga della comprensione si preferisce quella breve di presentare singole persone come se fossero in grado di risolvere tutti i problemi, o al contrario come capri espiatori, su cui scaricare ogni responsabilità. Correre subito alla soluzione, senza concedersi la fatica di rappresentare la complessità della vita reale è un errore frequente dentro una comunicazione sempre più veloce e poco riflessiva. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare».

Questa sub cultura artefatta dai media crea una massa indistinta ed omologata. Un gregge di pecore. A questo punto vien meno il concetto di democrazia e prende forma l’esigenza di un uomo forte alla giuda del gregge che sappia prendersi la responsabilità del necessario cambiamento nell’afasia e nell’apatia totale. Sembra necessario il concetto che è meglio far decidere al buon e capace pastore dove far andare il gregge che far decidere alle pecore il loro destino rivolto all’inevitabile dispersione. 

Francesco di Sales, appena ordinato sacerdote, nel 1593, lo mandarono nel Chablais, che poi sarebbe il Chiablese, dato che sta nell’Alta Savoia, ma l’avevano invaso gli Svizzeri e tutti si erano convertiti al calvinismo, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Insomma, doveva essere proprio tosto predicare il cattolicesimo lì. Però, lui aveva studiato dai Gesuiti e poi si era laureato a Padova, perciò poteva con capacità d’argomentazione affrontare qualunque disputa teologica. Era uno che lavorava di fino, Francesco di Sales. Solo che tutto quello che diceva dal pulpito non sortiva grande effetto in quei cuori e quelle menti montanare, e allora per raggiungerli e scaldarli meglio con le sue parole gli venne l’idea di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti con uno stile agile e di grande efficacia, e di far infilare dei “volantini” sotto le porte.  Il risultato fu straordinario. È per questo che san Francesco di Sales è il santo patrono dei giornalisti. Per lo stile e l’efficacia, per la capacità di argomentare la verità. Almeno fino a ieri. Perché da ieri c’è un altro Francesco che ha steso le sue mani benedette sul giornalismo, ed è papa Bergoglio. «Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione». È l’esortazione che papa Francesco ha rivolto al mondo dell’informazione e della comunicazione, cogliendo l’occasione dell’udienza in Aula Paolo VI di dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Cei, conferenza episcopale italiana. In realtà, ne aveva già parlato il 22 marzo, incontrando nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, i membri dell’Associazione ”Corallo”, network di emittenti locali di ispirazione cattolica presenti in tutte le regioni italiane. Ora c’è tornato sopra, ora ci batte il chiodo. Si vede che gli sta a cuore la cosa, e come dargli torto. Evidentemente non parlava solo ai giornalisti cattolici, papa Francesco, e quindi siamo tutti chiamati in causa. «Di questi tre peccati, la calunnia – ha continuato Francesco – sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all’errore, ti porta a credere solo a una parte della verità». Era stato anche più dettagliato nell’argomentazione il 22 marzo: «La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita.  Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno».

Sono i falsari dell’informazione, i peccatori più gravi.

«E io a lui: “Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ’l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

Così Dante descrive nel Canto XXX dell’Inferno la sorte di due “falsari”, la moglie di Putifarre e Sinone. Sinone è quello che convinse i Troiani raccontando un sacco di panzane che quelli si bevvero come acqua fresca e fecero entrare il cavallo di legno, dentro cui si erano nascosti gli Achei che così presero la città. La moglie di Putifarre, ricco signore d’Egitto – così si racconta nella Genesi –, invece, s’era incapricciata del giovane schiavo Giuseppe, cercando di sedurlo. Solo che Giuseppe non ci sentiva da quell’orecchio. Offesa dal rifiuto del giovane, la donna si vendicò accusandolo di aver tentato di farle violenza. Per questa falsa accusa Giuseppe fu gettato nelle prigioni del Faraone. Eccolo, il “leppo” dantesco, che è un fumo puzzolente. E fumo puzzolente si leva dalle pagine dei giornali di disinformacija all’italiana.

Durante la Guerra fredda i russi si erano specializzati nel diffondere informazioni false e mezze verità: raccontavano un sacco di balle sui propri progressi, o magnificavano le sorti delle nazioni che erano sotto l’orbita del comunismo, e nello stesso tempo imbrogliavano le carte su quello che succedeva nell’Occidente maledettamente capitalistico. Pure gli americani avevano la loro disinformacija. Le loro porcherie diventavano battaglie di libertà e le puttanate che compivano erano gesti necessari per difendere la democrazia dall’orso russo e dai cavalli cosacchi. Fare disinformaciija non è banale, non è che ti metti a strillare le stronzate, è un lavoro sottile. Quel cervellone di Chomsky – e ne capisce della questione, visto che è un linguista – riferendosi alle falsificazioni delle prove e delle fonti l’ha definita “ingegneria storica”. Devi orientare l’opinione pubblica, mescolando verità e menzogna; devi sminuire l’importanza e l’attenzione su un evento dandogli una scarsa visibilità e, all’opposto, ingigantire gli spazi informativi su questioni di secondaria importanza; devi negare l’evidenza inducendo al dubbio e all’incredulità. Insomma, è un lavoraccio, che presuppone una vera e propria “macchina disinformativa”. Cioè, i giornali. «Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la parresia, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà», ha aggiunto papa Francesco. Ha ragione papa Francesco, ragione da vendere. Qualunque direttore di giornale, qualunque editore, qualunque comitato di redazione, qualunque corso dell’ordine dei giornalisti, ti dirà che questi, della franchezza e della libertà, sono i cardini del lavoro dell’informazione. Ma sono chiacchiere. Francesco, invece, non fa chiacchiere. E magari succede che domani troveremo in qualche piazza dei dazebao o dei volantini sotto le nostre porte con la sua firma.

Dalla prova scientifica a quella dichiarativa, passando per il legame tra magistratura e giornalismo. Il dibattito sul processo penale organizzato il 12 dicembre 2014 a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nell’auditorium della Casa della Cultura intitolata a Leonida Repaci dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati con la collaborazione del Comune e della Camera penale, è stato molto più di un semplice dibattito, andato oltre gli aspetti prettamente giuridici, scrive Viviana Minasi su “Il Garantista”. Si è infatti parlato a lungo del legame che esiste tra la magistratura e il giornalismo, quel giornalismo che molto spesso trasforma in veri e propri eventi mediatici alcuni processi penali o fatti di cronaca nera. Se ne è parlato con il direttore de Il Garantista Piero Sansonetti, il Procuratore di Palmi Emanuele Crescenti, il presidente del Tribunale di Palmi Maria Grazia Arena, l’onorevole Armando Veneto, presidente della Camera penale di Palmi e con il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Francesco Napoli. Tanti gli ospiti presenti in questa due giorni dedicata al processo penale. Al direttore Sansonetti il compito di entrare nel vivo del dibattito, puntando quindi l’attenzione su quella sorta di “alleanza” tra magistratura e giornalismo, a volte tacita. «Mi piacerebbe apportare una correzione alla locandina di questo evento, ha detto ironicamente Sansonetti – scrivendo “Giornalismo è giustizia”, invece che “Giornalismo e giustizia”. Perché? Perché molto spesso, soprattutto negli ultimi decenni, è successo che i processi li ha fatti il giornalismo, li abbiamo fatti noi insieme ai magistrati». Fatti di cronaca quali il disastro della Concordia, Cogne, andando indietro negli anni anche Tangentopoli, fino a giungere all’evento che ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali negli ultimi giorni, l’inchiesta su Mafia Capitale, sono stati portati alla ribalta dal giornalismo, magari a danno di altri eventi altrettanto importanti che però quasi cadono nell’oblio. «Ci sono eventi di cronaca che diventano spettacolo – ha proseguito il direttore Sansonetti – e questo accade quando alla stampa un fatto interessa, quando noi giornalisti fiutiamo “l’affare”». Sansonetti ha poi parlato di un principio importante tutelato dall’articolo 111 della Costituzione, l’articolo che parla del cosiddetto “giusto processo”, che in Italia sarebbe sempre meno applicato, soprattutto nella parte in cui si parla dell’informazione di reato a carico di un indagato. «Sempre più spesso accade che l’indagato scopre di essere indagato leggendo un giornale, o ascoltando un servizio in televisione, e non da un magistrato». Su Mafia Capitale, Sansonetti ha lanciato una frecciata al Procuratore capo di Roma Pignatone, definendo un «autointralcio alla giustizia» la comunicazione data in conferenza stampa, relativa a possibili altri blitz delle forze dell’ordine, a carico di altri soggetti che farebbero parte della “cupola”. Suggestivo anche l’intervento di Giuseppe Sartori, ordinario di neuropsicologia forense all’università di Padova, che ha relazionato su “tecniche di analisi scientifica del testimone”. Secondo quanto affermato da Sartori, le testimonianze nei processi, ma non solo, sono quasi sempre inattendibili. Il punto di partenza di questa affermazione è uno studio scientifico condotto su circa 1500 persone, che ha dimostrato come la testimonianza è deviata e deviabile, sia dal ricordo sia dalle domande che vengono poste al testimone. Un caso che si sarebbe evidenziato soprattutto nelle vicende che riguardano le molestie sessuali, nelle quali il ricordo è fortemente suggestionabile dal modo in cui vengono poste le domande. Il convegno era stato introdotto dall’ex sottosegretario del primo governo Prodi ed ex europarlamentare Armando Veneto, figura di primo piano della Camera penale di Palmi. L’associazione dei penalisti da anni è in prima linea per controbilanciare il “potere” (secondo gli avvocati) che la magistratura inquirente avrebbe nel distretto giudiziario di Reggio Calabria e il peso preponderante di cui la pubblica accusa godrebbe nelle aule di giustizia. Le posizione espresse da Veneto, anche all’interno della camera penale di Palmi, sono ormai state recepite da due generazioni di avvocati penalisti.

Purtroppo, però, in Italia non cambierà mai nulla.

Mamma l’italiani,  canzone del 2010 di Après La Class

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

nei secoli dei secoli girando per il mondo

nella pizzeria con il Vesuvio come sfondo

non viene dalla Cina non è neppure americano

se vedi uno spaccone è solamente un italiano

l'italiano fuori si distingue dalla massa

sporco di farina o di sangue di carcassa

passa incontrollato lui conosce tutti

fa la bella faccia fa e poi la mette in culo a tutti

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

a suon di mandolino nascondeva illegalmente

whisky e sigarette chiaramente per la mente

oggi è un po' cambiato ma è sempre lo stesso

non smercia sigarette ma giochetti per il sesso

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

l'Italia agli italiani e alla sua gente

è lo stile che fa la differenza chiaramente

genialità questa è la regola

con le idee che hanno cambiato tutto il corso della storia

l'Italia e la sua nomina e un alta carica

un eredità scomoda

oggi la visione italica è che

viaggiamo tatuati con la firma della mafia

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

vacanze di piacere per giovani settantenni

all'anagrafe italiani ma in Brasile diciottenni

pagano pesante ragazze intraprendenti

se questa compagnia viene presa con i denti

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

spara la famiglia del pentito che ha cantato

lui che viene stipendiato il 27 dallo Stato

nominato e condannato nel suo nome hanno sparato

e ricontare le sue anime non si può più

risponde la famiglia del pentito che ha cantato

difendendosi compare tutti giorni più incazzato

sarà guerra tra famiglie

sangue e rabbia tra le griglie

con la fama come foglie che ti tradirà

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

A proposito degli avvocati, si può dissertare o credere sulla irregolarità degli esami forensi, ma tutti gli avvocati sanno, ed omertosamente tacciono, in che modo, loro, si sono abilitati e ciò nonostante pongono barricate agli aspiranti della professione. Compiti uguali, con contenuto dettato dai commissari d’esame o passato tra i candidati. Compiti mai o mal corretti. Qual è la misura del merito e la differenza tra idonei e non idonei? Tra iella e buona sorte? 

Noi siamo animali. Siamo diversi dalle altre specie solo perché siamo viziosi e ciò ci aguzza l’ingegno.

La Superbia-Vanità (desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui);

L’Avarizia (scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede);

La Lussuria (desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a sé stesso);

L’Invidia (tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio);

La Gola (meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo);

L’Ira (irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito);

L’Accidia-Depressione (torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene).

Essendo viziosi ci scanneremmo l’un l’altro per raggiungere i nostri scopi. E periodicamente lo facciamo.

Vari illuminati virtuosi, chiamati profeti, ci hanno indicato invano la retta via. La via indicata sono i precetti dettati dalle religioni nate da questi insegnamenti.  Le confessioni religiose da sempre hanno cercato di porre rimedio indicando un essere superiore come castigatore dei peccati con punizioni postume ed eterne. Ecco perché i vizi sono detti Capitali.

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell'anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi (dal latino vĭtĭum = mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l'anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti "capitali" poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati "peccati", nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.

Una sommaria descrizione dei vizi capitali comparve già in Aristotele, che li definì gli "abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi deriverebbero infatti dalla ripetizione di azioni, che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione o abitudine. Ma essendo vizi, e non virtù, tali abitudini non promuovono la crescita interiore, nobile e spirituale, ma al contrario la distruggono.

In questo mondo vizioso tutto ha un prezzo e quasi tutti sono disposti a svendersi per ottenerlo e/ o a dispensare torti ai propri simili. Ciclicamente i nomi degli aguzzini cambiano, ma i peccati sono gli stessi.

In questa breve vita senza giustizia, vissuta in un periodo indefinito, vincono loro: non hanno la ragione, ma il potere. Questo, però, non impedirà di raccontare la verità contemporanea nel tempo e nello spazio, affinché ai posteri sia delegata l’ardua sentenza contro i protagonisti del tempo trattato, per gli altri ci sarà solo l’ignominia senza fama né gloria o l’anonimato eterno.

“La superficie della Terra non era ancora apparsa. V’erano solo il placido mare e la grande distesa di Cielo... tutto era buio e silenzio". Così inizia il Popol Vuh, il libro sacro dei Maya Quiché che narra degli albori dell’umanità. Il Popol Vuh descrive questi primi esseri umani come davvero speciali: "Furono dotati di intelligenza, potevano vedere lontano, riuscivano a sapere tutto quel che è nel mondo. Quando guardavano, contemplavano ora l'arco del cielo ora la rotonda faccia della Terra. Contrariamente ai loro predecessori, gli esseri umani ringraziarono sentitamente gli dei per averli creati. Ma anche stavolta i creatori si indispettirono. "Non è bene che le nostre creature sappiano tutto, e vedano e comprendano le cose piccole e le cose grandi". Gli dei tennero dunque consiglio: "Facciamo che la loro vista raggiunga solo quel che è vicino, facciamo che vedano solo una piccola parte della Terra! Non sono forse per loro natura semplici creature fatte da noi? Debbono forse anch'essi essere dei? Debbono essere uguali a noi, che possiamo vedere e sapere tutto? Ostacoliamo dunque i loro desideri... Così i creatori mutarono la natura delle loro creature. Il Cuore del Cielo soffiò nebbia nei loro occhi, e la loro vista si annebbiò, come quando si soffia su uno specchio. I loro occhi furono coperti, ed essi poterono vedere solo quello che era vicino, solo quello che ad essi appariva chiaro."

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Le vittime, vere o presunte, di soprusi, parlano solo di loro, inascoltati, pretendendo aiuto. Io da vittima non racconto di me e delle mie traversie.  Ascoltato e seguito, parlo degli altri, vittime o carnefici, che l’aiuto cercato non lo concederanno mai. “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali. Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti? Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai. Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare. Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali. “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato”. Citazione di Alessandro Manzoni.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Antonio Giangrande, perché è diverso dagli altri?

Perché lui spiega cosa è la legalità, gli altri non ne parlano, ma ne sparlano.

La legalità è un comportamento conforme alla legge ed ai regolamenti di attuazione e la sua applicazione necessaria dovrebbe avvenire secondo la comune Prassi legale di riferimento.

Legge e Prassi sono le due facce della stessa medaglia.

La Legge è votata ed emanata in nome del popolo sovrano. I Regolamenti di applicazione sono predisposti dagli alti Burocrati e già questo non va bene. La Prassi, poi, è l’applicazione della Legge negli Uffici Pubblici, nei Tribunali, ecc., da parte di un Sistema di Potere che tutela se stesso con usi e consuetudini consolidati. Sistema di Potere composto da Caste, Lobbies, Mafie e Massonerie.

Ecco perché vige il detto: La Legge si applica per i deboli e si interpreta per i forti.

La correlazione tra Legge e Prassi e come quella che c’è tra il Dire ed il Fare: c’è di mezzo il mare.

Parlare di legge, bene o male, ogni  leguleio o azzeccagarbugli o burocrate o boiardo di Stato può farlo. Più difficile per loro parlar di Prassi generale, conoscendo loro signori solo la prassi particolare che loro coltivano per i propri interessi di privilegiati. Prassi che, però, stanno attenti a non svelare.

Ed è proprio la Prassi che fotte la Legge.

La giustizia che debba essere uguale per tutti parrebbe essere un principio che oggi consideriamo irrinunciabile, anche se non sempre pienamente concretizzabile nella pratica quotidiana. Spesso assistiamo a fenomeni di corruzione, all’applicazione della legge in modo diverso secondo i soggetti coinvolti. E l’la disfunzione è insita nella predisposizione umana.

Essa vien da lontano.

E’ lo stesso Alessandro Manzoni che parla di “Azzeccagarbugli” genuflessi ai mafiosi del tempo al capitolo 3 dei “Promessi Sposi”. Ma non sarebbe stato il Manzoni a coniare l’accoppiata tra il verbo “azzeccare” e il sostantivo “garbuglio” stante che quando la parola entrò nei “Promessi Sposi”, aveva un’età superiore ai tre secoli. Il primo ad usarla fu Niccolò Machiavelli che, in un passo delle "Legazioni" (1510), scrive: “Voi sapete che i mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non azzeccagarbugli”. Questa spiegazione si trova nel Dizionario italiano ragionato e nel Dizionario etimologico di Cortelazzo-Zolli mentre gli altri vocabolari si limitano a indicare soltanto la matrice manzoniana. È giusto dare a Niccolò quello che è di Niccolò, ricordando inoltre che il Manzoni era un conoscitore dell’opera di Machiavelli ed è probabile che sia stato ispirato dal citato passo. Non si dimentichi, infatti, che nella prima stesura dei “Promessi Sposi” il personaggio si chiamava “dotor Pe’ ttola” e non Azzeccagarbugli.

La legge non era uguale per tutti anche nel Seicento, secolo di soprusi e di prepotenze da parte dei potenti. Renzo cerca giustizia recandosi da un noto avvocato del tempo, ma, allora come oggi, la giustizia non sta dalla parte degli oppressi, bensì da quella degli oppressori.

Azzecca-garbugli è un personaggio del romanzo storico ed è il soprannome di un avvocato di Lecco, chiamato, nelle prime edizioni del romanzo, dottor Pettola e dottor Duplica (nell'edizione definitiva il nome non viene mai detto, ma solo il soprannome). Il nome costituisce un'italianizzazione del termine dialettale milanese zaccagarbùj che il Cherubini traduce "attaccabrighe". Viene chiamato così dai popolani per la sua capacità di sottrarre dai guai, non del tutto onestamente, le persone. Spesso e volentieri aiuta i Bravi, poiché, come don Abbondio, preferisce stare dalla parte del più forte, per evitare una brutta fine.

Renzo Tramaglino giunge da lui, nel capitolo III, per chiedere se ci fosse una grida che avrebbe condannato don Rodrigo, ma lui sentendo nominare il potente signore, respinge Renzo perché non avrebbe potuto contrastare la sua potente autorità. Egli rappresenta quindi un uomo la cui coscienza meschina è asservita agli interessi dei potenti. Compare anche nel capitolo quinto quando fra Cristoforo va al palazzotto di don Rodrigo e lo trova fra gli invitati al banchetto che si sta tenendo a casa appunto di don Rodrigo.

Apparentemente, è un uomo di legge molto erudito, e nel suo studio è presente una notevole quantità di libri, il cui ruolo principale, però, è quello di elementi decorativi piuttosto che di materiale di studio. Il suo tavolo invece è cosparso di fogli che impressionano gli abitanti del paese che vi si recano. In realtà non consulta libri da molti anni addietro, quando andava a Milano per qualche causa d'importanza.

Il suo nome Azzeccagarbugli è dovuto dal fatto che Azzecca significa "indovinare" e garbugli "cose non giuste", quindi: Indovinare cose non giuste.

Azzeccagarbugli è la figura centrale del Capitolo 3°, è un avvocato venduto, è un miserabile e il Manzoni pur non dicendolo apertamente ce lo fa capire descrivendocelo appunto negli aspetti più negativi. Di questo personaggio emerge una grande miseria morale: ciò che preme all'avvocato è di assicurarsi il favore di don Rodrigo anche se per ottenere questo deve calpestare quella giustizia della quale dovrebbe essere servitore. Il Dottor Azzeccagarbugli è una figurina vista di scorcio, ma pur limpida e interessante. E' un leguleio da strapazzo, ma abile la sua parte a ordire garbugli per imbrogliare le cose, come lui stesso confessa a Renzo. Ci vuole la conoscenza del codice, è necessario saper interpretare le gride, ma per lui valgono sopra tutto le arti per ingarbugliare i clienti. Tale è la morale di questo tipo di trappolone addottorato, comunissimo in ogni società. Il Manzoni lo ha ricreato di una specifica individualità esteriore, nell'eloquio profuso, a volte enfatico e sentenzioso, a volte freddo e cavilloso, grave e serio nella posa di uomo di alte cure, pieno di sussiego nella sua mimica istrionica. Don Rodrigo lo ha caro, come complice connivente nei suoi delittuosi disegni, mentre il dottore accattando protezione col servilismo e l'adulazione, scrocca lauti pranzi. Alcuni osservano, e non a torto, che in questo personaggio il Manzoni abbia voluto farsi beffe dei legulei dalla coscienza facile.

"«Non facciam niente, – rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. – Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c’è rimedio anche per quelle. D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr’occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.»

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand’ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: – oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d’aver visto quella grida.

- Diavolo! – esclamò il dottore, spalancando gli occhi. – Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?

- Ma mi scusi; lei non m’ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com’è. Sappia dunque ch’io dovevo sposare oggi, – e qui la voce di Renzo si commosse, – dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest’estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s’era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse… basta, per non tediarla, io l’ho fatto parlar chiaro, com’era giusto; e lui m’ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo…

- Eh via! – interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, – eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.

- Le giuro…

- Andate, vi dico: che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti? Io non c’entro: me ne lavo le mani -. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. – Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.

- Ma senta, ma senta, – ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: – restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione."

A Parlar di azzeccagarbugli non vi pare che si parli dei nostri contemporanei legulei togati, siano essi magistrati od avvocati?

Additare i difetti altrui è cosa che tutti sanno fare, più improbabile è indicare e correggere i propri.

Non abbiamo bisogno di eroi, né, tantomeno, di mistificatori con la tonaca (toga e divisa). L’abito non fa il monaco. La legalità non va promossa solo nella forma, ma va coltivata anche nella sostanza. E’ sbagliato ergersi senza meriti dalla parte dei giusti.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. 

Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Ho vissuto una breve vita confrontandomi con una sequela di generazioni difettate condotte in un caos organizzato. Uomini e donne senza ideali e senza valori succubi del flusso culturale e politico del momento, scevri da ogni discernimento tra il bene ed il male. L’Io è elevato all’ennesima potenza. La mia Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” composta da decine di saggi, riporta ai posteri una realtà attuale storica, per tema e per territorio, sconosciuta ai contemporanei perché corrotta da verità mediatiche o giudiziarie. 

Per la Conte dei Conti è l’Italia delle truffe. È l'Italia degli sprechi e delle frodi fotografata in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti che ha messo insieme le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali. La Corte dei Conti ha scandagliato l'attività condotta da tutte le procure regionali e ha messo insieme «le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente».

A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua.

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Ognuno di noi antropologicamente ha un limite, non dovuto al sesso, od alla razza, od al credo religioso, ma bensì delimitato dall’istruzione ricevuta ed all’educazione appresa dalla famiglia e dalla società, esse stesse influenzate dall’ambiente, dalla cultura, dagli usi e dai costumi territoriali. A differenza degli animali la maggior parte degli umani non si cura del proprio limite e si avventura in atteggiamenti e giudizi non consoni al loro stato. Quando a causa dei loro limiti non arrivano ad avere ragione con il ragionamento, allora adottano la violenza (fisica o psicologica, ideologica o religiosa) e spesso con la violenza ottengono un effimero ed immeritato potere o risultato. I più intelligenti, conoscendo il proprio limite, cercano di ampliarlo per risultati più duraturi e poteri meritati. Con nuove conoscenze, con nuovi studi, con nuove esperienze arricchiscono il loro bagaglio culturale ed aprono la loro mente, affinché questa accetti nuovi concetti e nuovi orizzonti. Acquisizione impensabile in uno stato primordiale. In non omologati hanno empatia per i conformati. Mentre gli omologati sono mossi da viscerale egoismo dovuto all’istinto di sopravvivenza: voler essere ed avere più di quanto effettivamente si possa meritare di essere od avere. Loro ed i loro interessi come ombelico del mondo. Da qui la loro paura della morte e la ricerca di un dio assoluto e personale, finanche cattivo: hanno paura di perdere il niente che hanno e sono alla ricerca di un dio che dal niente che sono li elevi ad entità. L'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale, perché mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l'uomo è in continua competizione con gli altri uomini. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento  e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.

Tutti vogliono avere ragione e tutti pretendono di imporre la loro verità agli altri. Chi impone ignora, millanta o manipola la verità. L'ignoranza degli altri non può discernere la verità dalla menzogna. Il saggio aspetta che la verità venga agli altri. La sapienza riconosce la verità e spesso ciò fa ricredere e cambiare opinione. Solo gli sciocchi e gli ignoranti non cambiano mai idea, per questo sono sempre sottomessi. La Verità rende liberi, per questo è importante far di tutto per conoscerla. 

Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.).

Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti).

La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.

Non sono conformato ed omologato, per questo son fiero ed orgoglioso di essere diverso.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

Recensione di un’opera editoriale osteggiata dalla destra e dalla sinistra. Perle di saggezza destinate al porcilaio.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. Lo dice Beppe Grillo e forse ha ragione. Ma tra di loro vi sono anche eccellenze di gran valore. Questo vale per le maggiori testate progressiste (Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano), ma anche per le testate liberali (Panorama, Oggi, Il Giornale, Libero Quotidiano). In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci, questi eccelsi giornalisti, attraverso le loro coraggiose inchieste, sono fonte di prova incontestabile per raccontare l’Italia vera, ma sconosciuta. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia. Tramite loro, citando gli stessi e le loro inchieste scottanti, Antonio Giangrande ha raccolto in venti anni tutto quanto era utile per dimostrare che la mafia vien dall’alto. Pochi lupi e tante pecore. Una selezione di nomi e fatti articolati per argomento e per territorio. L’intento di Giangrande è rappresentare la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui il Giangrande è il massimo cultore. Questa è la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. 40 libri scritti da Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. In occasione delle festività ed in concomitanza con le nuove elezioni legislative sarebbe cosa buona e utile presentare ai lettori una lettura alternativa che possa rendere più consapevole l’opinione dei cittadini. Un’idea regalo gratuita o con modica spesa, sicuramente gradita da chi la riceve. Non è pubblicità gratuita che si cerca per fini economici, né tanto meno è concorrenza sleale. Si chiede solo di divulgare la conoscenza di opere che già sul web sono conosciutissime e che possono anche esser lette gratuitamente. Evento editoriale esclusivo ed aggiornato periodicamente. Di sicuro interesse generale. Fa niente se dietro non ci sono grandi o piccoli gruppi editoriali. Ciò è garanzia di libertà.

Grazie per l’adesione e la partecipazione oltre che per la solidarietà.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 50 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40%  dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

La Costituzione all’art. 104 afferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”

Ne conviene che il dettato vuol significare non equiparare la Magistratura ad altro potere, ma differenziarne l’Ordine con il Potere che spetta al popolo. Ordine costituzionalizzato, sì, non Potere.

Magistrati. Ordine, non potere, come invece il più delle volte si scrive, probabilmente ricordando Montesquieu; il quale però aggiungeva che il potere giudiziario é “per così dire invisibile e nullo”. Solo il popolo è depositario della sovranità: per questo Togliatti alla Costituente avrebbe voluto addirittura che i magistrati fossero eletti dal popolo, per questo sostenne le giurie popolari. Ordine o potere che sia, in ogni caso è chiaro che di magistrati si parla.

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

E facile dire pregiudicato. Parliamo del comportamento degli avvocati. Il caso della condanna di Sallusti. Veniamo al primo grado: l’avvocato di Libero era piuttosto noto perché non presenziava quasi mai alle udienze, preferendo mandarci sempre un sostituto sottopagato, dice Filippo Facci. E qui, il giorno della sentenza, accadde un fatto decisamente singolare. Il giudice, una donna, lesse il dispositivo che condannava Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4000 (più 30mila di risarcimento, che nel caso dei magistrati è sempre altissimo) ma nelle motivazioni della sentenza, depositate tempo dopo, lo stesso giudice si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva. Un’esagerazione? Si può pensarlo. Tant’è, ormai era andata: sia il querelante sia la Procura sia gli avvocati proposero tuttavia appello (perché in Italia si propone sempre appello, anche quando pare illogico o esagerato) e la sentenza della prima sezione giunse il 17 giugno 2011. E qui accadeva un altro fatto singolare: l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell’ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis. Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio – uno che passava di lì, letteralmente – sicché la sentenza cambiò volto: come richiesto dall’accusa, Monticone si beccò un anno con la condizionale e Sallusti si beccò un anno e due mesi senza un accidente di condizionale, e perché? Perché aveva dei precedenti per l’omesso controllo legato alla diffamazione. Il giudice d’Appello, in pratica, recuperò la detenzione che il giudice di primo grado aveva dimenticato di scrivere nel dispositivo.

Ma anche il Tribuno Marco Travaglio è stato vittima degli avvocati. Su Wikipedia si legge che nel 2000 è stato condannato in sede civile, dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti a causa di un articolo in cui Travaglio ha definito Previti «un indagato» su “L’Indipendente”. Previti era effettivamente indagato ma a causa dell'impossibilità da parte dell' avvocato del giornale di presentare le prove in difesa di Travaglio in quanto il legale non era retribuito, il giornalista fu obbligato al risarcimento del danno quantificato in 79 milioni di lire. Comunque lui stesso a “Servizio Pubblico” ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

Ma chi e quando le cose cambieranno?

Per fare politica in Italia le strade sono poche, specialmente se hai qualcosa da dire e proponi soluzioni ai problemi generali. La prima è cominciare a partecipare a movimenti studenteschi fra le aule universitarie, mettersi su le stellette di qualche occupazione e poi prendere la tessera di un partito. Se di sinistra è meglio. Poi c'è la strada della partecipazione politica con tesseramento magari sfruttando una professione che ti metta in contatto con molti probabili elettori: favoriti sono gli avvocati, i medici di base ed i giornalisti. C'è una terza via che sempre più prende piede. Fai il magistrato. Se puoi occupati di qualche inchiesta che abbia come bersaglio un soggetto politico, specie del centro destra, perché gli amici a sinistra non si toccano. Comunque non ti impegnare troppo. Va bene anche un'archiviazione. Poi togli la toga e punta al Palazzo. Quello che interessa a sinistra è registrare questo movimento arancione con attacco a tre punte: De Magistris sulla fascia, Di Pietro in regia e al centro il nuovo bomber Antonio Ingroia. Se è un partito dei magistrati e per la corporazione dei magistrati. Loro "ci stanno".

Rivoluzione Civile è una formazione improvvisata le cui figure principali di riferimento sono tre magistrati: De Magistris, Di Pietro e Ingroia. Dietro le loro spalle si rifugiano i piccoli partiti di Ferrero, Diliberto e Bonelli in cerca di presenza parlamentare. E poi, ci mancherebbe, con loro molte ottime persone di sinistra critica all’insegna della purezza. Solo che la loro severità rivolta in special modo al Partito Democratico, deve per forza accettare un’eccezione: Antonio Di Pietro. La rivelazione dei metodi disinvolti con cui venivano gestiti i fondi dell’Italia dei Valori, e dell’uso personale che l’ex giudice fece di un’eredità cospicua donata a lui non certo per godersela, lo hanno costretto a ritirarsi dalla prima fila. L’Italia dei Valori non si presenta più da sola, non per generosità ma perchè andrebbe incontro a una sconfitta certa. Il suo leader però viene ricandidato da Ingroia senza troppi interrogativi sulla sua presentabilità politica. “Il Fatto”, solitamente molto severo, non ha avuto niente da obiettare sul Di Pietro ricandidato alla chetichella. Forse perchè non era più alleato di Bersani e Vendola? Si chiede Gad Lerner.

Faceva una certa impressione nei tg ascoltare Nichi Vendola (che, secondo Marco Ventura su “Panorama”, la magistratura ha salvato dalle accuse di avere imposto un primario di sua fiducia in un concorso riaperto apposta e di essere coinvolto nel malaffare della sanità in Puglia) dire che mentre le liste del Pd-Sel hanno un certo profumo, quelle del Pdl profumano “di camorra”. E che dire di Ingroia e il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso. Il candidato Ingroia, leader rivoluzionario, da pm faceva domande e i malcapitati dovevano rispondere. Poi a rispondere, come candidato premier, tocca a lui. E lui le domande proprio non le sopporta, come ha dimostrato nella trasmissione condotta su Raitre da Lucia Annunziata. Tanto da non dimettersi dalla magistratura, da candidarsi anche dove non può essere eletto per legge (Sicilia), da sostenere i No Tav ed avere come alleato l'inventore della Tav (Di Pietro), da criticare la legge elettorale, ma utilizzarla per piazzare candidati protetti a destra e a manca. L'elenco sarebbe lungo, spiega Alessandro Sallusti. Macchè "rivoluzione" Ingroia le sue liste le fa col manuale Cencelli. L'ex pm e i partiti alleati si spartiscono i posti sicuri a Camera e Senato, in barba alle indicazioni delle assemblee territoriali. Così, in Lombardia, il primo lombardo è al nono posto. Sono tanti i siciliani che corrono alle prossime elezioni politiche in un seggio lontano dall’isola. C’è Antonio Ingroia capolista di Rivoluzione Civile un po' dappertutto. E poi ci sono molti "paracadutati" che hanno ottenuto un posto blindato lontano dalla Sicilia. Pietro Grasso, ad esempio, è capolista del Pd nel Lazio: "Non mi candido in Sicilia per una scelta di opportunità", ha detto, in polemica con Ingroia, che infatti in Sicilia non è eleggibile. In Lombardia per Sel c'è capolista Claudio Fava, giornalista catanese, e non candidato alle ultime elezioni regionali per un pasticcio fatto sulla sua residenza in Sicilia (per fortuna per le elezioni politiche non c'è bisogno di particolare documentazione....). Fabio Giambrone, braccio destro di Orlando, corre anche in Lombardia e in Piemonte. Celeste Costantino, segretaria provinciale di Sel a Palermo è stata candidata, con qualche malumore locale, nella circoscrizione Piemonte 1. Anna Finocchiaro, catanese e con il marito sotto inchiesta è capolista del Pd, in Puglia. Sarà lei in caso di vittoria del Pd la prossima presidente del Senato. Sempre in Puglia alla Camera c'è spazio per Ignazio Messina al quarto posto della lista di Rivoluzione civile. E che dire di Don Gallo che canta la canzone partigiana "Bella Ciao" sull'altare, sventolando un drappo rosso.

"Serve una legge per regolamentare e limitare la discesa in politica dei magistrati, almeno nei distretti dove hanno esercitato le loro funzioni, per evitare che nell'opinione pubblica venga meno la considerazione per i giudici". Lo afferma il presidente della Cassazione, nel suo discorso alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario 2013. Per Ernesto Lupo devono essere "gli stessi pm a darsi delle regole nel loro Codice etico". Per la terza e ultima volta - dal momento che andrà in pensione il prossimo maggio - il Primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha illustrato - alla presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche dello Stato - la «drammatica» situazione della giustizia in Italia non solo per la cronica lentezza dei processi, 128 mila dei quali si sono conclusi nel 2012 con la prescrizione, ma anche per la continua violazione dei diritti umani dei detenuti per la quale è arrivato l’ultimatum dalla Corte Ue. Sebbene abbia apprezzato le riforme del ministro Paola Severino - taglio dei “tribunalini” e riscrittura dei reati contro la pubblica amministrazione - Lupo ha tuttavia sottolineato che l’Italia continua ad essere tra i Paesi più propensi alla corruzione. Pari merito con la Bosnia, e persino dietro a nazioni del terzo mondo. Il Primo presidente ha, poi, chiamato gli stessi magistrati a darsi regole severe per chi scende in politica e a limitarsi, molto, nel ricorso alla custodia in carcere.  «È auspicabile - esorta Lupo - che nella perdurante carenza della legge, sia introdotta nel codice etico quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica e parlamentare, che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare». Per regole sulle toghe in politica, si sono espressi a favore anche il Procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani, che ha criticato i pm che flirtano con certi media cavalcando le inchieste per poi candidarsi, e il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli. Per il Primo presidente nelle celle ci sono 18.861 detenuti di troppo e bisogna dare più permessi premio. Almeno un quarto dei reclusi è in attesa di condanna definitiva e i giudici devono usare di più le misure alternative.

"Non possiamo andare avanti così - lo aveva già detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario 2009 - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria".

Questo per far capire che il problema “Giustizia” sono i magistrati. Nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". La denuncia arriva addirittura dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, sempre nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.

Ma è questa la denuncia più forte che viene dall'apertura dell'anno giudiziario 2013 nelle Corti d'Appello: «Non trovo nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche - ha detto il presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce. Ma ha aggiunto una stoccata anche ad alcuni suoi colleghi - Non mi piacciono - ha affermato - i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Parlano molto di sè e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell' imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all'acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano. I magistrati che si candidano esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini, ma Piero Calamandrei diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra».

Dove non arrivano a fare le loro leggi per tutelare prerogative e privilegi della casta, alcuni magistrati, quando non gli garba il rispetto e l’applicazione della legge, così come gli è dovuto e così come hanno giurato, disapplicano quella votata da altri. Esempio lampante è Taranto. I magistrati contestano la legge, anziché applicarla, a scapito di migliaia di lavoratori. Lo strapotere e lo straparlare dei magistrati si incarna in alcuni esempi. «Ringrazio il Presidente della Repubblica, come cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo». Sono le parole con le quali il presidente della Corte d'appello, Mario Buffa, ha aperto, riferendosi alla caduta del Governo Berlusconi, la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 nell'aula magna del palazzo di giustizia di Lecce. «Per fortuna il vento sembra essere cambiato – ha proseguito Buffa: la nuova ministra non consuma le sue energie in tentativi di delegittimare la magistratura, creando intralci alla sua azione». Ma il connubio dura poco. L’anno successivo, nel 2013, ad aprire la cerimonia di inaugurazione è stata ancora la relazione del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa. Esprimendosi sull’Ilva di Taranto ha dichiarato che “il Governo ha fatto sull’Ilva una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata in Italia negli ultimi venti anni, una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano a inquinare di notte”. Alla faccia dell’imparzialità. Giudizi senza appello e senza processo. Non serve ai magistrati candidarsi in Parlamento. La Politica, in virtù del loro strapotere, anche mediatico, la fanno anche dai banchi dei tribunali. Si vuole un esempio? "E' una cosa indegna". Veramente mi disgusta il fatto che io debba leggere sul giornale, momento per momento, 'stanno per chiamare la dottoressa Tizio, la stanno chiamando...l'hanno interrogato...la posizione si aggrava'". E ancora: "Perchè se no qua diamo per scontato che tutto viene raccontato dai giornali, che si fa il clamore mediatico, che si va a massacrare la gente prima ancora di trovare un elemento di colpevolezza". E poi ancora: "A me pare molto più grave il fatto che un cialtrone di magistrato dia indebitamente la notizia in violazione di legge...". Chi parla potrebbe essere Silvio Berlusconi, che tante volte si è lamentato di come le notizie escano dai tribunali prima sui giornali che ai diretti interessati. E invece, quelle che riporta il Corriere della Sera, sono parole pronunciate nel giugno 2010 nientemeno che del capo della polizia Antonio Manganelli, al telefono col prefetto Nicola Izzo, ex vicario della polizia. Ed allora “stronzi” chi li sta a sentire.

«L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete». «Come ha potuto Antonio Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce. Si vergogni». È il commento del procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, ai microfoni del TgLa7 condotto da Enrico Mentana contro l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ora leader di Rivoluzione civile. Non si è fatta attendere la replica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo che dagli schermi di Ballarò respinge le accuse della sua ex collega: «Probabilmente non ha letto le mie parole, s'informi meglio. Io non mi sono mai paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento» E poi. «Ho atteso finora una smentita, invano. Siccome non è arrivata dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca. Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo». «Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica». Un'ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Che sostanzialmente ha ammesso l'esistenza (per non dire l'appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: «Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico». L’ex pm ha poi affermato che «ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo. Si può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti, il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista». Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché "mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto", ha aggiunto Ingroia. Dice dunque Ingroia, neoleader dell'arancia meccanica: «Piero Grasso divenne procuratore nazionale perché scelto da Berlusconi grazie a una legge ad hoc che escludeva Gian Carlo Caselli». Come se non bastasse, Ingroia carica ancora, come in un duello nella polvere del West: «Grasso è il collega che voleva dare un premio, una medaglia al governo Berlusconi per i suoi meriti nella lotta alla mafia». Ma poi, già che c'è, Caselli regola i conti anche con Grasso: «È un fatto storico che ai tempi del concorso per nominare il successore di Vigna le regole vennero modificate in corso d'opera dall'allora maggioranza con il risultato di escludermi. Ed è un fatto che questo concorso lo vinse Grasso e che la legge che mi impedì di parteciparvi fu dichiarata incostituzionale». Dunque, la regola aurea è sempre quella. I pm dopo aver bacchettato la società tutta, ora si bacchettano fra di loro, rievocano pagine più o meno oscure, si contraddicono con metodo, si azzannano con ferocia. E così i guardiani della legalità, le lame scintillanti della legge si graffiano, si tirano i capelli e recuperano episodi sottovuoto, dissigillando giudizi rancorosi. Uno spettacolo avvilente. Ed ancora a sfatare il mito dei magistrati onnipotenti ci pensano loro stessi, ridimensionandosi a semplici uomini, quali sono, tendenti all’errore, sempre impunito però. A ciò serve la polemica tra le Procure che indagano su Mps.  «In certi uffici di procura "sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional. C'è stata una gara tra diversi uffici giudiziari, ma sembra che la new entry abbia acquisito una posizione di primato irraggiungibile». Nel suo intervento al congresso di Magistratura democratica del 2 febbraio 2013 il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha alluso criticamente, pur senza citarla direttamente, alla procura di Trani, l'ultima ad aprire, tra le tante inchieste aperte, un'indagine su Mps. «No al protagonismo di certi magistrati che si propongono come tutori del Vero e del Giusto magari con qualche strappo alle regole processuali e alle garanzie, si intende a fin di Bene». A censurare il fenomeno il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nel suo intervento al congresso di Md. Il procuratore di Milano ha puntato l'indice contro il "populismo" e la "demagogia" di certi magistrati, che peraltro - ha osservato - "non sanno resistere al fascino" dell'esposizione mediatica. Di tutto quanto lungamente ed analiticamente detto bisogna tenerne conto nel momento in cui si deve dare un giudizio su indagini, processi e condanne. Perché mai nulla è come appare ed i magistrati non sono quegli infallibili personaggi venuti dallo spazio, ma solo uomini che hanno vinto un concorso pubblico, come può essere quello italiano. E tenendo conto di ciò, il legislatore ha previsto più gradi di giudizio per il sindacato del sottoposto. 

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

La Repubblica delle manette (e degli orrori giudiziari). Augusto Minzolini, già direttore del Tg1, è stato assolto ieri dall'accusa di avere usato in modo improprio la carta di credito aziendale. Tutto bene? Per niente, risponde scrive Alessandro Sallusti. Perché quell'accusa di avere mangiato e viaggiato a sbafo (lo zelante Pm aveva chiesto due anni di carcere) gli è costata il posto di direttore oltre che un anno e mezzo di linciaggio mediatico da parte di colleghi che, pur essendo molto esperti di rimborsi spese furbetti, avevano emesso una condanna definitiva dando per buono il teorema del Pm (suggerito da Antonio Di Pietro, guarda caso). Minzolini avrà modo di rifarsi in sede civile, ma non tutti i danni sono risarcibili in euro, quando si toccano la dignità e la credibilità di un uomo. Fa rabbia che non il Pm, non la Rai, non i colleghi infangatori e infamatori sentano il bisogno di chiedere scusa. È disarmante che questo popolo di giustizialisti non debba pagare per i propri errori. Che sono tanti e si annidano anche dentro l'ondata di manette fatte scattare nelle ultime ore: il finanziere Proto, l'imprenditore Cellino, il manager del Montepaschi Baldassarri. Storie diverse e tra i malcapitati c'è anche Angelo Rizzoli, l'erede del fondatore del gruppo editoriale, anziano e molto malato anche per avere subito un calvario giudiziario che gli ha bruciato un terzo dell'esistenza: 27 anni per vedersi riconosciuta l'innocenza da accuse su vicende finanziarie degli anni Ottanta. L'uso spregiudicato della giustizia distrugge le persone, ma anche il Paese. Uno per tutti: il caso Finmeccanica, che pare creato apposta per oscurare la vicenda Montepaschi, molto scomoda alla sinistra. Solo la magistratura italiana si permette di trattare come se fosse una tangente da furbetti del quartierino il corrispettivo di una mediazione per un affare internazionale da centinaia di milioni di euro. Cosa dovrebbe fare la più importante azienda di alta tecnologia italiana (70mila dipendenti iper qualificati, i famosi cervelli) in concorrenza con colossi mondiali, grandi quanto spregiudicati? E se fra due anni, come accaduto in piccolo a Minzolini, si scopre che non c'è stato reato, chi ripagherà i miliardi in commesse persi a favore di aziende francesi e tedesche? Non c'entra «l'elogio della tangente» che ieri il solito Bersani ha messo in bocca a Berlusconi, che si è invece limitato a dire come stanno le cose nel complicato mondo dei grandi affari internazionali. Attenzione, che l'Italia delle manette non diventi l'Italia degli errori e orrori.

Un tempo era giustizialista. Ora invece ha cambiato idea. Magari si avvicinano le elezioni e Beppe Grillo comincia ad avere paura anche lui. Magari per i suoi. Le toghe quando agiscono non guardano in faccia nessuno. E così anche Beppe se la prende con i magistrati: "La legge protegge i delinquenti e manda in galera gli innocenti", afferma dal palco di Ivrea. Un duro attacco alla magistratura da parte del comico genovese, che afferma: "Questa magistratura fa paura. Io che sono un comico ho più di ottanta processi e Berlusconi da presidente del Consiglio ne ha 22 in meno, e poi va in televisione a lamentarsi". Il leader del Movimento Cinque Stelle solo qualche tempo fa chiedeva il carcere immediato per il crack Parmalat e anche oggi per lo scandalo di Mps. Garantista part-time - Beppe ora si scopre garantista. Eppure per lui la presunzione di innocenza non è mai esistita. Dai suoi palchi ha sempre emesso condanne prima che finissero le istruttorie. Ma sull'attacco alle toghe, Grillo non sembra così lontano dal Cav. Anche se in passato, il leader Cinque Stelle non ha mai perso l'occasione per criticare Berlusconi e le sue idee su una riforma della magistratura. E sul record di processi Berlusconi, ospite di Sky Tg24, ha precisato: "Grillo non è informato. Io ho un record assoluto di 2700 udienze. I procedimenti contro di me più di cento, credo nessuno possa battere un record del genere".

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Sui media prezzolati e/o ideologicizzati si parla sempre dei privilegi, degli sprechi e dei costi della casta dei rappresentanti politici dei cittadini nelle istituzioni, siano essi Parlamentari o amministratori e consiglieri degli enti locali. Molti di loro vorrebbero i barboni in Parlamento. Nessuno che pretenda che i nostri Parlamentari siano all’altezza del mandato ricevuto, per competenza, dedizione e moralità, al di là della fedina penale o delle prebende a loro destinate. Dimenticandoci che ci sono altri boiardi di Stato: i militari, i dirigenti pubblici e, soprattutto, i magistrati. Mai nessuno che si chieda: che fine fanno i nostri soldi, estorti con balzelli di ogni tipo. Se è vero, come è vero, che ci chiudono gli ospedali, ci chiudono i tribunali, non ci sono vie di comunicazione (strade e ferrovie), la pensione non è garantita e il lavoro manca. E poi sulla giustizia, argomento dove tutti tacciono, ma c’è tanto da dire. “Delegittimano la Magistratura” senti accusare gli idolatri sinistroidi in presenza di velate critiche contro le malefatte dei giudici, che in democrazia dovrebbero essere ammesse. Pur non avendo bisogno di difesa d’ufficio c’è sempre qualche manettaro che difende la Magistratura dalle critiche che essa fomenta. Non è un Potere, ma la sinistra lo fa passare per tale, ma la Magistratura, come ordine costituzionale detiene un potere smisurato. Potere ingiustificato, tenuto conto che la sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle norme. Potere delegato da un concorso pubblico come può essere quello italiano, che non garantisce meritocrazia. Criticare l’operato dei magistrati nei processi, quando la critica è fondata, significa incutere dubbi sul loro operato. E quando si sentenzia, da parte dei colleghi dei PM, adottando le tesi infondate dell’accusa, si sentenzia nonostante il ragionevole dubbio. Quindi si sentenzia in modo illegittimo che comunque è difficile vederlo affermare da una corte, quella di Cassazione, che rappresenta l’apice del potere giudiziario. Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Lasciando perdere Berlusconi, è esemplare il caso ILVA a Taranto. Tutta la magistratura locale fa quadrato: dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Buffa, al suo Procuratore Generale, Vignola, fino a tutto il Tribunale di Taranto. E questo ancora nella fase embrionale delle indagini Preliminari. Quei magistrati contro tutti, compreso il governo centrale, regionale e locale, sostenuti solo dagli ambientalisti di maniera. Per Stefano Livadiotti, autore di un libro sui magistrati, arrivano all'apice della carriera in automatico e guadagnano 7 volte più di un dipendente”, scrive Sergio Luciano su “Il Giornale”.

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Affaritaliani.it a Stefano Livadiotti realizzata da Sergio Luciano. Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati L'ultracasta, sta aggiornando il suo libro sulla base dei dati del rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa). Livadiotti è anche l'autore di un libro sugli sprechi dei sindacati, dal titolo L'altra casta.

La giustizia italiana non funziona, al netto delle polemiche politiche sui processi Berlusconi. Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa) inchioda il nostro sistema alla sua clamorosa inefficienza: 492 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni di procedimenti pendenti. E magistrati che fanno carriera senza alcuna selezione meritocratica. E senza alcun effettivo rischio di punizione nel caso in cui commettano errori o illeciti. «Nessun sistema può essere efficiente se non riconosce alcun criterio di merito», spiega Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati-L'ultracasta. «È evidente che Silvio Berlusconi ha un enorme conflitto d'interessi in materia, che ne delegittima le opinioni, ma ciò non toglie che la proposta di riforma avanzata all'epoca da Alfano, con la separazione delle carriere, la ridefinizione della disciplina e la responsabilità dei magistrati, fosse assolutamente giusta».

Dunque niente meritocrazia, niente efficienza in tribunale?

«L'attuale normativa prevede che dopo 27 anni dall'aver preso servizio, tutti i magistrati raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei circa 9.000 magistrati ordinari in servizio era appunto all'apice dell'inquadramento. E dello stipendio. E come se un quarto dei giornalisti italiani fosse direttore del Corriere della Sera o di Repubblica».

E come si spiega?

«Non si spiega. Io stesso quando ho studiato i meccanismi sulle prime non ci credevo. Eppure e così. Fanno carriera automaticamente, solo sulla base dell'anzianità di servizio. E di esami che di fatto sono una barzelletta. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008 al 31 luglio 2012 sono state fatte, dopo l'ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2.409 valutazioni, e ce ne sono state soltanto 3 negative, una delle quali riferita a un giudice già in pensione!».

Tutto questo indipendentemente dagli incarichi?

«Dagli incarichi e dalle sedi. E questa carriera automatica si riflette, ovviamente, sulla spesa per le retribuzioni. I magistrati italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell'Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio parti a 7,3 volte lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti italiani».

Quasi sempre i magistrati addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia.

«Macché, il rapporto Cepej dimostra che la macchina giudiziaria costa agli italiani, per tribunali, avvocati d'ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all'anno (dato 2010, ndr) contro una media europea di 57,4. Quindi molto di più».

Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari?

«Assolutamente no, di fatto. Il magistrato è soggetto solo alla disciplina domestica, ma sarebbe meglio dire addomesticata, del Csm. E cane non mangia cane. Alcuni dati nuovi ed esclusivi lo dimostrano».

Quali dati?

«Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa al filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di Cassazione, che stabilisce se c'è il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 - un dato che fa impressione - sugli 8.909 magistrati ordinari in servizio, sono pervenute a questa Procura 5.921 notizie di illecito: il PG ha archiviato 5.498 denunce, cioè il 92,9%; quindi solo 7,1% è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm».

Ma poi ci saranno state delle sanzioni, o no?

«Negli ultimi 5 anni, tra il 2007 e il 2011, questa sezione ha definito 680 procedimenti, in seguito ai quali i magistrati destituiti sono stati... nessuno. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, i magistrati ordinari destituiti dal Csm sono stati 4, pari allo 0,28 di quelli finiti davanti alla sezione disciplinare e allo 0,044 di quelli in servizio».

Ma c'è anche una legge sulla responsabilità civile, che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito!

«In teoria sì, è la legge 117 dell'88, scritta dal ministro Vassalli per risponde al referendum che aveva abrogato le norme che limitavano la responsabilità dei magistrati».

E com'è andata, questa legge?

«Nell'arco 23 anni, sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per responsabilità dei giudici. Di queste, 253 pari al 63% sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Ben 49, cioè 12% sono in attesa di pronuncia sull'ammissibilità, 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità, 34, ovvero l'8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di queste ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise: lo Stato ha perso solo 4 volte. In un quarto di secolo è alla fine è stato insomma accolto appena l'1 per cento delle pochissime domande di risarcimento».

Cioè non si sa quanto lavorano e guadagnano?

«Risulta che da un magistrato ci si possono attendere 1.560 ore di lavoro all'anno, che diviso per 365 vuol dire che lavora 4,2 ore al giorno. Sugli stipendi bisogna vedere caso per caso, perché ci sono molte variabili. Quel che è certo, un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, e lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, quindi 12 giorni al mese, guadagna 2.700 euro per ogni giorno di lavoro effettivo».

TRALASCIANDO L’ABILITAZIONE UNTA DAI VIZI ITALICI, A FRONTE DI TUTTO QUESTO CI RITROVIAMO CON 5 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

MAGISTRATI CHE SONO MANTENUTI DAI CITTADINI E CHE SPUTANO NEL PIATTO IN CUI MANGIANO.

Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase  processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.

Tutti hanno sentito le parole di Ilda Boccassini: "Ruby è furba di quella furbizia orientale propria della sua origine". «E' una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema. Questo obiettivo - ha proseguito la Boccassini -  ha accomunato la minore "con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi. In queste serate - afferma il pm - si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo».

Fino a prova contraria Ruby, Karima El Mahroug, è parte offesa nel processo.

La ciliegina sulla torta, alla requisitoria, è quella delle 14.10 circa del 31 maggio 2013, quando Antonio Sangermano era sul punto d'incorrere su una clamorosa gaffe che avrebbe fatto impallidire quella della Boccassini su Ruby: "Non si può considerare la Tumini un cavallo di ....", ha detto di Melania Tumini, la principale teste dell'accusa, correggendosi un attimo prima di pronunciare la fatidica parola. 

Ancora come esempio riferito ad un caso mediatico è quello riconducibile alla morte di Stefano Cucchi.

 “Vi annuncio che da oggi pomeriggio (8 aprile 2013) provvederò a inserire sulla mia pagina ufficiale di Facebook quanto ci hanno riservato i pm ed avvocati e le loro poco edificanti opinioni sul nostro conto. Buon ascolto”, ha scritto sulla pagina del social network Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. E il primo audio è dedicato proprio a quei pm con i quali la famiglia Cucchi si è trovata dall’inizio in disaccordo. «Lungi dall’essere una persona sana e sportiva, Stefano Cucchi era un tossicodipendente da 20 anni,…….oltre che essere maleducato, scorbutico, arrogante, cafone». Stavolta a parlare non è il senatore del Pdl Carlo Giovanardi – anticipa Ilaria al Fatto –, ma il pubblico ministero Francesca Loy, durante la requisitoria finale. Secondo lei mio fratello aveva cominciato a drogarsi a 11 anni…”, commenta ancora sarcastica la sorella del ragazzo morto. Requisitoria che, a suo dire, sembra in contraddizione con quella dell’altro pm, Vincenzo Barba, il quale “ammette – a differenza della collega – che Stefano potrebbe essere stato pestato. Eppure neanche lui lascia fuori dalla porta l’ombra della droga e, anzi, pare voglia lasciare intendere che i miei genitori ne avrebbero nascosto la presenza ai carabinieri durante la perquisizione, la notte dell’arresto”.

A tal riguardo è uscito un articolo su “L’Espresso”. A firma di Ermanno Forte. “Ora processano Mastrogiovanni”. Requisitoria da anni '50 nel dibattimento sull'omicidio del maestro: il pm difende gli imputati e se la prende con le 'bizzarrie' della vittima. Non c'è stato sequestro di persona perché la contenzione è un atto medico e quindi chi ha lasciato un uomo legato mani e piedi a un letto, per oltre 82 ore, ha semplicemente agito nell'esercizio di un diritto medico. Al massimo ha ecceduto nella sua condotta, ma questo non basta a considerare sussistente il reato di sequestro. E' questa la considerazione centrale della requisitoria formulata da Renato Martuscelli al processo che vede imputati medici e infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per la morte di Francesco Mastrogiovanni. Il pm ha dunque in gran parte sconfessato l'impianto accusatorio imbastito nella fase delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio da Francesco Rotondo, il magistrato che sin dall'inizio ha lavorato sul caso, disponendo l'immediato sequestro del video registrato dalle telecamere di sorveglianza del reparto psichiatrico, e che poi è stato trasferito. Nella prima parte della requisitoria - durata un paio d'ore, davanti al presidente del tribunale Elisabetta Garzo –Martuscelli si è soffermato a lungo sui verbali di carabinieri e vigili urbani relativi alle ore precedenti al ricovero (quelli dove si descrivono le reazioni di Mastrogiovanni alla cattura avvenuta sulla spiaggia di San Mauro Cilento e le presunte infrazioni al codice della strada commesse dal maestro), oltre a ripercorrere la storia sanitaria di Mastrogiovanni, già sottoposto in passato a due Tso, nel 2002 e nel 2005. "Una buona metà dell'intervento del pm è stata dedicata a spiegare al tribunale quanto fosse cattivo e strano Franco Mastrogiovanni" commenta Michele Capano, rappresentante legale del Movimento per la Giustizia Robin Hood, associazione che si è costituita parte civile al processo "sembrava quasi che l'obiettivo di questa requisitoria fosse lo stesso maestro cilentano, e non i medici di quel reparto".

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati.

“Il carcere uno stupro. Ora voglio la verità”,  dice Massimo Cellino, presidente del Cagliari calcio, ad Ivan Zazzaroni. «Voglio conoscere la vera ragione di tutto questo, i miei legali l’hanno definito “uno stupro”. Cassazione e Tar hanno stabilito che non ci sono stati abusi, dandomi ragione piena. - Ricorda: riordina. - La forestale s’è presentata a casa mia alle sette del mattino. Ho le piante secche?, ho chiesto. E loro: deve venire con noi. Forza, tirate fuori le telecamere, dove sono le telecamere? Siete di Scherzi a parte. L’inizio di un incubo dal quale non esco. Sto male, non sono più lo stesso. A Buoncammino mi hanno messo in una cella minuscola, giusto lo spazio per un letto, il vetro della finestra era rotto, la notte faceva freddo. Un detenuto mi ha regalato una giacca, un altro i pantaloni della tuta, alla fine ero coperto a strati con in testa una papalina. Mi hanno salvato il carattere e gli altri detenuti. Un ragazzo che sconta otto anni e mezzo perché non ha voluto fare il nome dello spacciatore che gli aveva consegnato la roba. Otto anni e mezzo, capisci? “Se parlo non posso più tornare a casa, ho paura per i miei genitori”, ripeteva. E poi un indiano che mi assisteva in tutto, credo l’abbiano trasferito come altri a Macomer. Mi sento in colpa per loro, solo per loro. Ringrazio le guardie carcerarie, si sono dimostrate sensibili… Mi ha tradito la Sardegna delle istituzioni. Ma adesso voglio il perché, la verità. Non si  può finire in carcere per arroganza». Una situazione di straordinario strazio per un uomo fin troppo diretto ma di un’intelligenza e una prontezza rare quale è il presidente del Cagliari. «Non odio nessuno (lo ripete più volte). Ma ho provato vergogna. Non ho fatto un cazzo di niente. Dopo la revoca dei domiciliari per un paio di giorni non ho avuto la forza di tornare a casa. Sono rimasto ad Assemini con gli avvocati, Altieri e Cocco – Cocco per me è un fratello. E le intercettazioni? Pubblicatele, nulla, non c’è nulla. Mi hanno accusato di aver trattato con gente che non ho mai incontrato, né sentito; addirittura mi è stato chiesto cosa fossero le emme-emme di cui parlavo durante una telefonata: solo un sardo può sapere cosa significhi emme-emme, una pesante volgarità (sa minchia su molente, il pene dell’asino). Da giorni mi raccontano di assessori che si dimettono, di magistrati che chiedono il trasferimento. Mi domando cosa sia diventata Cagliari, e dove sia finita l’informazione che non ha paura di scrivere o dire come stanno realmente le cose. Cosa penso oggi dei magistrati? Io sono dalla parte dei pm, lo sono sempre stato!» 

VEDETE, E’ TUTTO INUTILE. NON C’E’ NIENTE DA FARE. SE QUANTO PROVATO SULLA PROPRIA PELLE E SE QUANTO DETTO HA UN RISCONTRO E TUTTO CIO' NON BASTA A RIBELLARSI O ALMENO A RICREDERSI SULL'OPERATO DELLA MAGISTRATURA, ALLORA MAI NULLA CAMBIERA' IN QUESTA ITALIA CON QUESTI ITALIANI.

D'altronde di italiani si tratta: dicono una cosa ed un’altra ne fanno. Per esempio, rimanendo in ambito sportivo in tema di legalità, è da rimarcare come la parola di un altoatesino vale di più di quella di un napoletano. Almeno secondo Alex Schwazer, atleta nato in quel di Vipiteno il 26 dicembre 1984, trovato positivo al test antidoping prima delle Olimpiadi di Londra 2012. Era il 28 giugno 2012. Due giorni dopo, un test a sorpresa della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, avrebbe rivelato la sua positività all'assunzione dell'Epo. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito – scriveva Schwazer, il 28 giugno 2012, al medico della Fidal Pierluigi Fiorella – ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Due giorni dopo, il 30 giugno, l'atleta viene trovato positivo all'Epo. Ma l'insieme della contraddizioni (a voler essere gentili) non finisce qui. Nella sua confessione pubblica dell'8 agosto 2012, Schwazer ammise di aver assunto Epo a causa di un cedimento psicologico. Era un brutto periodo, e qualcosa bisognava pur fare. Ma le indagini dei Ros di Trento e dei Nas di Firenze contraddicono la versione dell'assunzione momentanea. I carabinieri, addirittura, parlano di “profilo ematologico personale”, un'assunzione continua e costante di sostanze dopanti per la quale non è escluso che Schwazer facesse utilizzo di Epo anche durante i giochi di Pechino 2008. Competizione, lo ricordiamo, dove l'atleta di Vipiteno, vinse l'oro alla marcia di 50 chilometri.  Infatti, questo si evince anche nel decreto di perquisizione della Procura di Bolzano. “La polizia giudiziaria giunge pertanto a ritenere che non possa escludersi che Schwazer Alex, già durante la preparazione per i Giochi Olimpici di Pechino 2008 (e forse ancor prima), sia stato sottoposto a trattamenti farmacologici o a manipolazioni fisiologiche capaci di innalzare considerevolmente i suoi valori ematici.” Insomma: Schwazer non solo offende i napoletani e di riporto tutti i meridionali, incluso me, ma poi, come un fesso, si fa cogliere pure con le mani nel sacco. E dire che, oltretutto, è la parola di un carabiniere, qual è Alex Schwazer.

L'Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, "Io ti fotto" di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell'arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l'altro - una parola più tenue non renderebbe l'idea - è un vizio che è quasi un vanto, "lo ti fotto" è una legge: di più, un comandamento.

E fottuti siamo stati dagli albori della Repubblica. L'armistizio di Cassabile in Sicilia o armistizio corto, siglato segretamente il 3 settembre 1943, è l'atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze anglo-americane (alleati) nell'ambito della seconda guerra mondiale. In realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa senza condizioni da parte dell'Italia. Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente detto dell'" 8 settembre", data in cui, alle 18.30, fu pubblicamente reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower e, poco più di un'ora dopo, alle 19.42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell' Eiar. In quei frangenti vi fu grande confusione e i gerarchi erano in fuga. L’esercito allo sbando. Metà Italia combatteva contro gli Alleati, l’altra metà a favore.

La grande ipocrisia vien da lontano. “I Vinti non dimenticano” (Rizzoli 2010), è il titolo del volume di Giampaolo Pansa. Ci si fa largo tra i morti, ogni pagina è una fossa e ci sono perfino preti che negano la benedizione ai condannati. E poi ci sono le donne, tante, tutte ridotte a carne su cui sbattere il macabro pedaggio dell’odio. È un viaggio nella memoria negata, quella della guerra civile, altrimenti celebrata nella retorica della Resistenza.. Le storie inedite di sangue e violenza che completano e concludono "Il sangue dei vinti", uscito nel 2003. Si tenga conto che da queste realtà politiche uscite vincenti dalla guerra civile è nata l'alleanza catto-comunista, che ha dato vita alla Costituzione Italiana e quantunque essa sia l'architrave delle nostre leggi, ad oggi le norme più importanti, che regolano la vita degli italiani (codice civile, codice penale, istituzione e funzionamento degli Ordini professionali, ecc.), sono ancora quelle fasciste: alla faccia dell'ipocrisia comunista, a cui quelle leggi non dispiacciono.

Esecuzioni, torture, stupri. Le crudeltà dei partigiani. La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega scrive Giampaolo Pansa. (scrittore notoriamente comunista osteggiato dai suoi compagni di partito per essere ai loro occhi delatore di verità scomode). C’è da scommettere che il libro di Giampaolo Pansa, "La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti" (Rizzoli, pagg. 446), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione “Il Giornale” pubblica un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Altra storica menzogna è stata sbugiardata da "Mai più terroni. La fine della questione meridionale" di Pino Aprile. Come abbattere i pregiudizi che rendono il meridione diverso? Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic? Con la sua solita vis polemica, Pino Aprile ci apre un mondo per mostrare quanto questo sia vero, potente e dilagante. "Ops... stanno finendo i terroni. Ma come, già? E così, da un momento all'altro?"

Terroni a chi? Tre libri sul pregiudizio antimeridionale. Come è nata e come si è sviluppata la diffidenza verso il Sud. Tre libri ne ricostruiscono le origini e provano a ipotizzarne gli scenari.

"Negli ormai centocinquant'anni di unità italiana il Mezzogiorno non ha mai mancato di creare problemi". D'accordo, la frase è netta e controversa. Sulla questione meridionale, nell'ultimo secolo e mezzo, si sono sprecati fiumi di inchiostro, tonnellate di pagine, migliaia di convegni. In gran parte dedicati all'indagine sociologica, al pregiudizio politico o alla rivendicazione identitaria. Ciò che colpisce allora di "La palla al piede" di Antonino De Francesco (Feltrinelli) è lo sguardo realistico e l'approccio empirico. De Francesco è ordinario di Storia moderna all'Università degli studi di Milano, ma definire il suo ultimo lavoro essenzialmente storico è quantomeno limitativo. In poco meno di duecento pagine, l'autore traccia l'identikit di un pregiudizio, quello antimeridionale appunto, nei suoi aspetti sociali, storici e politici. Lo fa rincorrendo a una considerevole pubblicistica per niente autoreferenziale, che non si ostina nel solito recinto storiografico. Il risultato si avvicina a una controstoria dell'identità italiana e, al tempo stesso, a un'anamnesi dei vizi e dei tic dell'Italia Unita. Ma per raccontare una storia ci si può ovviamente mettere sulle tracce di una tradizione e cercare, attraverso le sue strette maglie, di ricostruire una vicenda che ha il respiro più profondo di una semplice schermaglia localistica. E' quello che accade nel "Libro napoletano dei morti" di Francesco Palmieri (Mondadori). Racconta la Napoli eclettica e umbratile che dall’Unità d'Italia arriva fino alla Prima guerra mondiale. Per narrarla, si fa scudo della voce del poeta napoletano Ferdinando Russo ricostruendo con una certa perizia filologica e una sottile verve narrativa le luci e le smagliature di un'epopea in grado di condizionare la realtà dei giorni nostri. Ha il respiro del pamphlet provocatorio e spiazzante invece l'ultimo libro di Pino Aprile, "Mai più terroni" (Piemme), terzo volume di una trilogia di successo (Terroni e Giù al Sud i titoli degli altri due volumi). Aprile si domanda se oggi abbia ancora senso dividere la realtà sulla base di un fantomatico pregiudizio etnico e geografico che ha la pretesa di tagliare Nord e Sud. E si risponde che no, che in tempi di iperconnessioni reali (e virtuali), quelli stereotipo è irrimediabilmente finito. "Il Sud - scrive - è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta". Nelle nuove realtà virtuali, vecchie direzioni e punti cardinali non esistono più, relegati come sono a un armamentario che sa di vecchio e obsoleto.

D'altronde siamo abituati alle stronzate dette da chi in mala fede parla e le dice a chi, per ignoranza, non può contro ribattere. Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012.  Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000. 

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto.

Anche se numerosi sono gli studi che ne danno conto, di seguito brevemente tratteggiati. Riapriamo i libri di storia e cerchiamo di capire la successione dei fatti. La Germania è stata protagonista «sfortunata» di due guerre mondiali nella prima metà dello scorso secolo, entrambe perse in malo modo. Come spesso accade in questi casi, i vincitori hanno presentato il conto alle nazioni sconfitte, in primis alla Germania stessa. Un conto salato, soprattutto quello successivo alla Prima guerra mondiale, talmente tanto salato che John Maynard Keynes, nel suo Conseguenze economiche della pace, fu uno dei principali oppositori a tale decisione, sostenendo che la sua applicazione avrebbe minato in via permanente la capacità della Germania di avviare un percorso di rinascita post-bellica. Così effettivamente accadde, poiché la Germania entrò in un periodo di profonda depressione alla fine degli anni '20 (in un più ampio contesto di recessione mondiale post '29), il cui esito minò la capacità del Paese di far fronte ai propri impegni debitori internazionali. Secondo Scott Nelson, del William and Mary College, la Germania negli anni '20 giunse a essere considerata come «sinonimo di default». Arrivò così il 1932, anno del grande default tedesco. L'ammontare del debito di guerra, secondo gli studiosi, equivalente nella sua parte «realistica» al 100% del Pil tedesco del 1913 (!), una percentuale ragguardevole. Poi arrivò al potere Hitler e l'esposizione debitoria non trovò adeguata volontà di onorare puntualmente il debito (per usare un eufemismo). I marchi risparmiati furono destinati ad avviare la rinascita economica e il programma di riarmo. Si sa poi come è andata: scoppio della Seconda guerra mondiale e seconda sconfitta dei tedeschi. A questo punto i debiti pre-esistenti si cumularono ai nuovi e l'esposizione complessiva aumentò. Il 1953 rappresenta il secondo default tedesco. In quell'anno, infatti, gli Stati Uniti e gli altri creditori siglarono un accordo di ridefinizione complessiva del debito tedesco, procedendo a «rinunce volontarie» di parte dei propri crediti, accordo che consentì alla Germania di poter ripartire economicamente (avviando il proprio miracolo economico, o «wirtschaftswunder»). Il lettore non sia indotto in inganno: secondo le agenzie di rating, anche le rinegoziazioni volontaristiche configurano una situazione di default, non solo il mancato rimborso del capitale e degli interessi (la Grecia nel 2012 e l'Argentina nel 2001 insegnano in tal senso). Il risultato ottenuto dai tedeschi dalla negoziazione fu davvero notevole:

1) l'esposizione debitoria fu ridotta considerevolmente: secondo alcuni calcoli, la riduzione concessa alla Germania fu nell'ordine del 50% del debito complessivo!

2) la durata del debito fu estesa sensibilmente (peraltro in notevole parte anche su debiti che erano stati non onorati e dunque giunti a maturazione già da tempo). Il rimborso del debito fu «spalmato» su un orizzonte temporale di 30 anni;

3) le somme corrisposte annualmente ai creditori furono legate al fatto che la Germania disponesse concretamente delle risorse economiche necessarie per effettuare tali trasferimenti internazionali.

Sempre secondo gli accordi del '53, il pagamento di una parte degli interessi arretrati fu subordinata alla condizione che la Germania si riunificasse, cosa che, come noto, avvenne nell'ottobre del 1990. Non solo: al verificarsi di tale condizione l'accordo del 1953 si sarebbe dovuto rinegoziare, quantomeno in parte. Un terzo default, di fatto. Secondo Albrecht Frischl, uno storico dell'economia tedesco, in una intervista concessa a Spiegel, l'allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell'accordo. A eccezione delle compensazioni per il lavoro forzato e il pagamento degli interessi arretrati, nessun'altra riparazione è avvenuta da parte della Germania dopo il 1990. Una maggiore sobrietà da parte dei tedeschi nel commentare i problemi altrui sarebbe quanto meno consigliabile. Ancora Fritschl, precisa meglio il concetto: «Nel Ventesimo secolo, la Germania ha dato avvio a due guerre mondiali, la seconda delle quali fu una guerra di annientamento e sterminio, eppure i suoi nemici annullarono o ridussero pesantemente le legittime pretese di danni di guerra. Nessuno in Grecia ha dimenticato che la Germania deve la propria prosperità alla generosità delle altre nazioni (tra cui la Grecia, ndr)». È forse il caso di ricordare inoltre che fu proprio il legame debito-austerità-crisi che fornì linfa vitale ad Adolf Hitler e alla sua ascesa al potere, non molto tempo dopo il primo default tedesco. Tre default, secondo una contabilità allargata. Non male per un Paese che con una discreta periodicità continua a emettere giudizi moralistici sul comportamento degli altri governi. Il complesso da primo della classe ottunde la memoria e induce a mettere in soffitta i propri periodi di difficoltà. «Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio». Era un tempo la «bocca di rosa» di De André, è oggi, fra gli altri, la bocca del Commissario europeo Ottinger (e qualche tempo fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble). A suo avviso, Bruxelles «non si è ancora resa abbastanza conto di quanto sia brutta la situazione» e l'Europa invece di lottare contro la crisi economica e del debito, celebra «il buonismo» e si comporta nei confronti del resto del mondo come una maestrina, quasi un «istituto di rieducazione». Accidenti, da quale pulpito viene la predica.

Non solo. Un altro luogo comune viene sfatato ed abbattuto. La Germania di Angela Merkel è il paese che ha l'economia sommersa più grande d'Europa in termini assoluti. L'economia in nero teutonica vale 350 miliardi di euro. Sono circa otto milioni i cittadini tedeschi che vivono lavorando in nero. Secondo gli esperti il dato è figlio dell'ostilità dei tedeschi ai metodi di pagamento elettronici. I crucchi preferiscono i contanti. La grandezza dell'economia in nero della Germania è stata stimata e calcolata dal colosso delle carte di credito e dei circuiti di pagamento Visa in collaborazione con l'università di Linz. In relazione al Pil tedesco il nero sarebbe al 13 per cento, pari a un sesto della ricchezza nazionale. Quindi in termini relativi il peso del sommerso è minore, ma per volume e in termini assoluti resta la più grande d'Europa. Chi lavora in nero in Germania di solito opera nel commercio e soprattutto nell'edilizia, poi c'è il commercio al dettaglio e infine la gastronomia. Il livello del nero in Germania comunque si è stabilizzato. Il picco è arrivato dieci anni fa. Nel 2003 la Germania ha attraversato la peggiore stagnazione economica degli ultimi vent'anni e all'epoca il nero valeva 370 miliardi. Ora con l'economia in ripresa che fa da locomotiva per l'Europa, il nero è fermo al 13 per cento del Pil. 

Tornando alla repubblica delle manette ci si chiede. Come può, chi indossa una toga, sentirsi un padreterno, specie se, come è noto a tutti, quella toga non rispecchia alcun meritocrazia? D’altronde di magistrati ve ne sono più di 10 mila a regime, cosi come gli avvocati sono intorno ai 150 mila in servizio effettivo.

Eppure nella mia vita non ho mai trovato sulla mia strada una toga degna di rispetto, mentre invece, per loro il rispetto si pretende. A me basta ed avanza essere Antonio Giangrande, senza eguali per quello che scrive e dice. Pavido nell’affrontare una ciurma togata pronta a fargli la pelle, mal riuscendoci questi, però, a tacitarlo sulle verità a loro scomode. 

Si chiedeva Sant’Agostino (354-430): «Eliminata la giustizia, che cosa sono i regni se non bande di briganti? E cosa sono le bande di briganti se non piccoli regni?». Secondo il Vescovo di Ippona è la giustizia il principale, per non dire l’unico, argine contro la voracità dei potenti.

Da quando è nato l’uomo, la libertà e la giustizia sono gli unici due strumenti a disposizione della gente comune per contrastare la condizione di sudditanza in cui tendono a relegarla i detentori del potere. Anche un bambino comprende che il potere assoluto equivale a corruzione assoluta.

Certo. Oggi nessuno parlerebbe o straparlerebbe di assolutismo. I tempi del Re Sole sembrano più lontani di Marte. Ma, a differenza della scienza e delle tecnologie, l’arte del governo è l’unica disciplina in cui non si riscontrano progressi. Per dirla con lo storico Tacito (55-117 d. C.), la sete di potere è la più scandalosa delle passioni. E come si manifesta questa passione scandalosa? Con l’inflazione di spazi, compiti e competenze delle classi dirigenti. Detto in termini aggiornati: elevando il tasso di statalismo presente nella nostra società.

Friedrich Engels (1820-1895) tutto era tranne che un liberale, ma, da primo marxista della Storia, scrisse che quando la società viene assorbita dallo Stato, che a suo giudizio è l’insieme della classe dirigente, il suo destino è segnato: trasformarsi in «una macchina per tenere a freno la classe oppressa e sfruttata». Engels ragionava in termini di classe, ma nelle sue parole riecheggiava una palese insofferenza verso il protagonismo dello Stato, che lui identificava con il ceto dirigente borghese, che massacrava la società. Una società libera e giusta è meno corrotta di una società in cui lo Stato comanda in ogni pertugio del suo territorio. Sembra quasi un’ovvietà, visto che la scienza politica lo predica da tempo: lo Stato, per dirla con Sant’Agostino, tende a prevaricare come una banda di briganti. Bisogna placarne gli appetiti.

E così i giacobini e i giustizialisti indicano nel primato delle procure la vera terapia contro il malaffare tra politica ed economia, mentre gli antigiustizialisti accusano i magistrati di straripare con le loro indagini e i loro insabbiamenti fino al punto di trasformarsi essi stessi in elementi corruttivi, dato che spesso le toghe, secondo i critici, agirebbero per fini politici, se non, addirittura, fini devianti, fini massonici e fini mafiosi.

Insomma. Uno Stato efficiente e trasparente si fonda su buone istituzioni, non su buone intenzioni. Se le Istituzioni non cambiano si potranno varare le riforme più ambiziose, dalla giustizia al sistema elettorale; si potranno pure mandare in carcere o a casa tangentisti e chiacchierati, ma il risultato (in termini di maggiore onestà del sistema) sarà pari a zero. Altri corrotti si faranno avanti. La controprova? Gli Stati meno inquinati non sono quelli in cui l’ordinamento giudiziario è organizzato in un modo piuttosto che in un altro, ma quelli in cui le leggi sono poche e chiare, e i cui governanti non entrano pesantemente nelle decisioni e nelle attività che spettano a privati e società civile.

Oggi ci si scontra con una dura realtà. La magistratura di Milano? Un potere separatista. Procure e tribunali in Italia fanno quello che vogliono: basta una toga e arrivederci, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. L’equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i poteri (politici, giudiziari, burocratici, finanziari) contrattassero l’uno con l’altro e rendessero tutto interdipendente. Molti ragionano ancora come Giorgio Straquadanio sul Fatto: «Questo clima pacifico porta a Berlusconi una marea di benefici, l’aggressione giudiziaria è destinata a finire... c’è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino». Ora: a parte che solo una nazione profondamente arretrata potrebbe funzionare così, questa è la stessa mentalità che ha contribuito al crollo della Prima Repubblica, protesa com’era a trovare il volante «politico» di inchieste che viceversa avevano smesso di averne uno. In troppi, in Italia, non hanno ancora capito che non esiste più niente del genere, se non, in misura fisiologica e moderata, a livello di Quirinale-Consulta-Csm. Ma per il resto procure e tribunali fanno quello che vogliono: basta un singolo magistrato e arrivederci. L’emblema ne resta Milano, dove la separatezza tra giudici e procuratori non ci si preoccupa nemmeno di fingerla: la magistratura, più che separato, è ormai un potere separatista. 

Prodigio delle toghe: per lo stesso reato salvano il Pd e non il Pdl. A Bergamo "non luogo a procedere" per un democratico, a Milano invece continua il processo contro Podestà, scrive Matteo Pandini su “Libero Quotidiano”.

Stesso fatto (firme tarocche autenticate), stesso capo d’accusa (falso ideologico), stesso appuntamento elettorale (le Regionali lombarde), stesso anno (il 2010). Eppure a Bergamo un esponente di centrosinistra esce dal processo perché il giudice stabilisce il «non luogo a procedere», mentre a Milano altri politici di centrodestra - tra cui il presidente della Provincia Guido Podestà - restano alla sbarra. Ma andiamo con ordine. Nel febbraio 2010 fervono i preparativi in vista delle elezioni. È sfida tra Roberto Formigoni e Filippo Penati. Matteo Rossi, consigliere provinciale di Bergamo del Pd, è un pubblico ufficiale e quindi può vidimare le sottoscrizioni a sostegno delle varie liste. Ne autentica una novantina in quel di Seriate a sostegno del Partito pensionati, all’epoca alleato del centrosinistra. Peccato che tra gli autografi ne spuntino sette irregolari, tra cui due persone decedute, una nel 2009 e l’altra nel 1992. È il Comune a sollevare dubbi e il caso finisce in Procura. All’udienza preliminare l’avvocato Roberto Bruni, ex sindaco del capoluogo orobico e poi consigliere regionale della lista Ambrosoli, invoca la prescrizione. Lo fa appellandosi a una riforma legislativa e il giudice gli dà ragione. È successo che Bruni, tra i penalisti più stimati della città, ha scandagliato il testo unico delle leggi sulle elezioni. Testo che in sostanza indica in tre anni il tempo massimo per procedere ed emettere la sentenza. Parliamo di una faccenda da Azzeccagarbugli, anche perché un recente pronunciamento della Cassazione conferma sì il limite di tre anni per arrivarne a una, ma solo se la denuncia è partita dai cittadini. Mentre nel caso di Rossi tutto è scattato per un intervento del Comune di Seriate. Fatto sta che a Milano c’è un altro processo con lo stesso capo d’imputazione e che riguarda la lista Formigoni. Nessuno, finora, ha sollevato la questione della prescrizione ma in questi giorni la decisione del giudice orobico ha incuriosito non poco gli avvocati Gaetano Pecorella e Maria Battaglini, dello stesso studio dell’ex parlamentare del Pdl. Vogliono capire com’è andata la faccenda di Rossi, così da decidere eventuali strategie a difesa dei loro assistiti, tra cui spicca Podestà. Nel suo caso, le sottoscrizioni fasulle sarebbero 770, raccolte in tutta la Lombardia: nell’udienza il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e il pm Antonio D’Alessio hanno indicato come testimoni 642 persone che, sentite dai carabinieri nel corso dell’inchiesta, avevano affermato che quelle firme a sostegno del listino di Formigoni, apposte con il loro nome, erano false. Tra i testi ammessi figura anche l’allora responsabile della raccolta firme del Pdl, Clotilde Strada, che ha già patteggiato 18 mesi. A processo, oltre a Podestà, ci sono quattro ex consiglieri provinciali del Popolo della Libertà milanese: Massimo Turci, Nicolò Mardegan, Barbara Calzavara e Marco Martino. Tutti per falso ideologico, come Rossi, e tutti per firme raccolte tra gennaio e febbraio del 2010. All’ombra della Madonnina il processo era scattato per una segnalazione dei Radicali, in qualità di semplici cittadini. Non è detto che il destino del democratico Rossi coinciderà con quello degli imputati azzurri di Milano. Strano ma vero.

Certo c’è da storcere il naso nel constatare che non di democrazia si parla (POTERE DEL POPOLO) ma di magistocrazia (POTERE DEI MAGISTRATI).

Detto questo parliamo del Legittimo Impedimento. Nel diritto processuale penale italiano, il legittimo impedimento è l'istituto che permette all'imputato, in alcuni casi, di giustificare la propria assenza in aula. In questo caso l’udienza si rinvia nel rispetto del giusto processo e del diritto di difesa. In caso di assenza ingiustificata bisogna distinguere se si tratta della prima udienza o di una successiva. Nel caso di assenza in luogo della prima udienza il giudice, effettuate le operazioni riguardanti gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti (di cui al 2° comma dell'art. 420), in caso di assenza non volontaria dell'imputato se ne dichiara la condizione di contumacia e il procedimento non subisce interruzioni. Se invece l'assenza riguarda una udienza successiva alla prima ed in quella l'imputato non è stato dichiarato contumace, questi è dichiarato semplicemente assente. E ancora, se nell'udienza successiva alla prima alla quale l'imputato non ha partecipato (per causa maggiore, caso fortuito o forza maggiore) questi può essere ora dichiarato contumace.

''L'indipendenza, l'imparzialità, l'equilibrio dell'amministrazione della giustizia sono più che mai indispensabili in un contesto di persistenti tensioni e difficili equilibri sia sul piano politico che istituzionale''. Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’11 giugno 2013 al Quirinale ricevendo i neo giudici al Quirinale e, come se sentisse puzza nell’aria, invita al rispetto della Consulta. Tre ''tratti distintivi'' della magistratura, ha sottolineato il capo dello Stato, ricevendo al Quirinale i 343 magistrati ordinari in tirocinio, che rappresentano ''un costume da acquisire interiormente, quasi al pari di una seconda natura''. Napolitano ha chiesto poi rispetto verso la Consulta: serve "leale collaborazione, oltre che di riconoscimento verso il giudice delle leggi, ossia la Corte Costituzionale, chiamata ad arbitrare anche il conflitto tra poteri dello Stato''. E dopo aver fatto osservare che sarebbe ''inammissibile e scandaloso rimettere in discussione la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, per ciechi particolarismi anche politici'', Napolitano parlando del Consiglio superiore della magistratura ha detto che ''non è un organo di mera autodifesa, bensì un organo di autogoverno, che concorre alle riforme obiettivamente necessarie'' della giustizia.

D’altronde il Presidente della Repubblica in quanto capo dei giudici, non poteva dire altrimenti cosa diversa.

Eppure la corte Costituzionale non si è smentita.

Per quanto riguarda il Legittimo Impedimento attribuibile a Silvio Berlusconi, nelle funzioni di Presidente del Consiglio impegnato in una seduta dello stesso Consiglio dei Ministri, puntuale, atteso, aspettato, è piovuto il 19 giugno 2013 il "no" al legittimo impedimento. La Corte Costituzionale, nel caso Mediaset, si schiera contro Silvio Berlusconi. Per le toghe l'ex premier doveva partecipare all'udienza e non al CDM. È stato corretto l'operato dei giudici di Milano nel processo “Mediaset” quando, il primo marzo del 2010, non hanno concesso il legittimo impedimento a comparire in udienza all'allora premier e imputato di frode fiscale Silvio Berlusconi. A deciderlo, nel conflitto di attribuzioni sollevato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri in dissidio con i togati milanesi, è stata la Corte Costituzionale che ha ritenuto che l'assenza dall'udienza non sia stata supportata da alcuna giustificazione relativa alla convocazione di un Cdm fuori programma rispetto al calendario concordato in precedenza.

"Incredibile" - In una nota congiunta i ministri PDL del governo Letta,  Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin, commentano: "E' una decisione incredibile. Siamo allibiti, amareggiati e profondamente preoccupati. La decisione - aggiungono - travolge ogni principio di leale collaborazione e sancisce la subalternità della politica all'ordine giudiziario".  Uniti anche tutti i deputati azzurri, che al termine della seduta della Camera, hanno fatto sapere in un comunicato, "si sono riuniti e hanno telefonato al presidente Berlusconi per esprimere la loro profonda indignazione e preoccupazione per la vergognosa decisione della Consulta che mina gravemente la leale collaborazione tra gli organi dello Stato e il corretto svolgimento dell’esercizio democratico". Al Cavaliere, si legge, "i deputati hanno confermato che non sarà certo una sentenza giudiziaria a decretare la sua espulsione dalla vita politica ed istituzionale del nostro Paese, e gli hanno manifestato tutta la loro vicinanza e il loro affetto". "Siamo infatti all’assurdo di una Corte costituzionale che non ritiene legittimo impedimento la partecipazione di un presidente del Consiglio al Consiglio dei ministri", prosegue il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, "Dinanzi all’assurdo, che documenta la resa pressoché universale delle istituzioni davanti allo strapotere dell’ingiustizia in toga, la tentazione sarebbe quella di chiedere al popolo sovrano di esprimersi e di far giustizia con il voto". Occorre – dice – una riforma del sistema per limitare gli abusi e una nuova regolazione dei poteri dell’ordine giudiziario che non è un potere ma un ordine in quanto la magistratura non è eletta dal popolo. ''A mente fredda e senza alcuna emozione il giudizio sulla sentenza è più chiaro e netto che mai. Primo: la sentenza è un'offesa al buon senso, tanto varrebbe dichiarare l'inesistenza del legittimo impedimento a prescindere, qualora ci sia di mezzo Silvio Berlusconi. Secondo: la Consulta sancisce che la magistratura può agire in quanto potere assoluto come princeps legibus solutus. Terzo: la risposta di Berlusconi e del Pdl con lui è di netta separazione tra le proteste contro l'ingiustizia e leale sostegno al governo Letta. Quarto: non rinunceremo in nessun caso a far valere in ogni sede i diritti politici del popolo di centrodestra e del suo leader, a cui vanno da parte mia solidarietà e ammirazione. Quinto: credo che tutta la politica, di destra, di sinistra e di centro, dovrebbe manifestare preoccupazione per una sentenza che di fatto, contraddicendo la Costituzione, subordina la politica all'arbitrio di qualsiasi Tribunale''. E' quanto afferma Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl. Gli fa eco il deputato Pdl Deborah Bergamini, secondo cui "è difficile accettare il fatto che viviamo in un Paese in cui c’è un cittadino, per puro caso leader di un grande partito moderato votato da milioni di italiani, che è considerato da una parte della magistratura sempre e per forza colpevole e in malafede. Purtroppo però è così".

Nessuna preoccupazione a sinistra. "Per quanto riguarda il Pd le sentenze si applicano e si rispettano quindi non ho motivo di ritenere che possa avere effetti su un governo che è di servizio per i cittadini e il Paese in una fase molto drammatica della vita nazionale e dei cittadini", ha detto Guglielmo Epifani, "È una sentenza che era attesa da tempo. Dà ragione a una parte e torto all’altra, non vedo un rapporto tra questa sentenza e il quadro politico".

Non si aveva nessun dubbio chi fossero gli idolatri delle toghe.

LE SENTENZE DEI GIUDICI SI APPLICANO, SI RISPETTANO, MA NON ESSENDO GIUDIZI DI DIO SI POSSONO BEN CRITICARE SE VI SONO FONDATE RAGIONI.

Piero Longo e Niccolò Ghedini, legali di Silvio Berlusconi, criticano duramente la decisione della Consulta sull'ex premier. «I precedenti della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall'accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri», assicurano. Per poi aggiungere: «Evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione»."La preminenza della giurisdizione rispetto alla legittimazione di un governo a decidere tempi e modi della propria azione - continuano i due legali di Silvio Berlusconi - appare davvero al di fuori di ogni logica giuridica. Di contro la decisione, ampiamente annunciata da giorni da certa stampa politicamente orientata, non sorprende visti i precedenti della stessa Corte quando si è trattato del presidente Berlusconi e fa ben comprendere come la composizione della stessa non sia più adeguata per offrire ciò che sarebbe invece necessario per un organismo siffatto". Mentre per Franco Coppi, nuovo legale al posto di Longo, si tratta di «una decisione molto discutibile che crea un precedente pericoloso perché stabilisce che il giudice può decidere quando un Consiglio dei ministri è, o meno, indifferibile. Le mie idee sul legittimo impedimento non coincidono con quelle della Corte Costituzionale ma, purtroppo, questa decisione la dobbiamo tenere così come è perché è irrevocabile».

Ribatte l'Associazione Nazionale Magistrati: «È inaccettabile attribuire alla Consulta logiche politiche»; un'accusa che «va assolutamente rifiutata». A breve distanza dalla notizia che la Consulta ha negato il legittimo impedimento a Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Mediaset, arriva anche la reazione di Rodolfo Sabelli, presidente dell'associazione nazionale magistrati, che ribadisce alle voci critiche che si sono sollevate dal Pdl la versione delle toghe."Non si può accettare, a prescindere dalla decisione presa - dice Sabelli - l’attribuzione alla Corte Costituzionale di posizioni o logiche di natura politica". Ribadendo l'imparzialità della Corte Costituzionale "a prescindere dal merito della sentenza", chiede "una posizione di rispetto" per la Consulta e una discussione che - se si sviluppa - sia però fatta "in modo informato, conoscendo le motivazioni della sentenza, e con rigore tecnico".

La Corte costituzionale ha detto no. Respinto il ricorso di Silvio Berlusconi per il legittimo impedimento  (giudicato non assoluto, in questo caso) che non ha consentito all’allora premier  di partecipare all’udienza  del 10 marzo 2010 del processo Mediaset, per un concomitante consiglio dei ministri.  Nel dare ragione ai giudici di Milano che avevano detto no alla richiesta di legittimo impedimento di Berlusconi, la Corte Costituzionale ha osservato che «dopo che per più volte il Tribunale (di Milano), aveva rideterminato il calendario delle udienze a seguito di richieste di rinvio per legittimo impedimento, la riunione del Consiglio dei ministri, già prevista in una precedente data non coincidente con un giorno di udienza dibattimentale, è stata fissata dall'imputato Presidente del Consiglio in altra data coincidente con un giorno di udienza, senza fornire alcuna indicazione (diversamente da quanto fatto nello stesso processo in casi precedenti), nè circa la necessaria concomitanza e la non rinviabilità» dell'impegno, né circa una data alternativa per definire un nuovo calendario. "La riunione del Cdm - spiega la Consulta - non è un impedimento assoluto". Si legge nella sentenza: "Spettava all'autorità giudiziaria stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all'udienza penale del 1 marzo 2010 l'impegno dell'imputato Presidente del Consiglio dei ministri" Silvio Berlusconi "di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno", che invece "egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all'udienza".

Ma è veramente imparziale la Corte costituzionale?

Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari. Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento". Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta". La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra). Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».

Da “Il Giornale” poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”. Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina. Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili». Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro». E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili. Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.

Tanto comandano loro: le toghe! Magistrati, raddoppiati gli incarichi extragiudiziari. Le richieste per svolgere un secondo lavoro sono aumentate in 12 mesi del 100%. Sono passate da 961 a 494. Un record. Consulenze e docenze le più appetibili, scrive “Libero Quotidiano”. La doppia vita dei magistrati. Alle toghe di casa nostra non bastano mai i soldi che incassano con il loro lavoro da magistrato. Le toghe preferiscono la seconda attività. Negli ultimi sei mesi il totale degli incarichi autorizzati dal Csm alle toghe ha toccato quota 961, quasi il doppio dei 494 concessi nei sei mesi precedenti. Insomma il doppio lavoro e la doppia busta paga servono per riempire le tasche. La doppia attività è una tradizione dei nostri magistrati. E la tendenza è in crescita. Si chiamano incarichi “extragiudiziari”, in quanto relativi ad attività che non fanno riferimento alla professione giudiziaria. Gli incarichi per le toghe arrivano dalle società, dagli enti di consulenza e università private, come quella della Confindustria. I dati sull'incremento degli incarichi extragiudiziari li fornisce il Csm. Tra novembre 2012 e maggio 2013 gli incarichi sono raddoppiati. A dare l'ok alla doppia attività è proprio il Csm. Le toghe amano le cattedre e così vanno ad insegnare alla Luiss, l’ateneo confindustriale diretto da Pier Luigi Celli. Poi ci sono le consulenze legali per la Wolters Kluwer, multinazionale che si occupa di editoria e formazione professionale. Ma non finisce qua. Qualche magistrato lavora per la Altalex Consulting, altra società attiva nell’editoria e nella formazione giuridica. Le paghe sono sostanziose. Ad esempio Giovanni Fanticini, racconta Lanotiziagiornale.it,  è giudice al tribunale di Reggio Emilia. Ma ha 11 incarichi extragiudiziali.  Tra docenze, seminari e lezioni varie, è semplicemente impressionante: dalla Scuola superiore dell’economia e delle finanze (controllata al ministero di via XX Settembre) ha avuto un incarico di 7 ore con emolumento orario di 130 euro (totale 910 euro); dalla società Altalex ha avuto sei collaborazioni: 15 ore per complessivi 2.500 euro, 7 ore per 1.300, 8 ore per 1.450, 15 ore per 2.500, 5 ore per 750 e 5 ore per 700; dal Consorzio interuniversitario per l’aggiornamento professionale in campo giuridico ha ottenuto due incarichi, complessivamente 8 ore da 100 euro l’una (totale 800 euro). Insomma un buon bottino. In Confindustria poi c'è l'incarico assegnato a Domenico Carcano, consigliere della Corte di cassazione, che per 45 ore di lezioni ed esami di diritto penale ha ricevuto 6 mila euro. C’è Michela Petrini, magistrato ordinario del tribunale di Roma, che ha incassato due docenze di diritto penale dell’informatica per complessivi 4.390 euro. Ancora, Enrico Gallucci, magistrato addetto all’Ufficio amministrazione della giustizia, ha ottenuto 5.500 euro per 36 ore di lezione di diritto penale. Il doppio incarico di certo non va molto d'accordo con l'imparzialità della magistratura. Se le società dove lavorano questi magistrati dovessero avere problemi giudiziari la magistratura e i giudici quanto sarebbero equidistanti nell'amministrare giustizia? L'anomalia degli incarichi extragiudiziari va eliminata.

“VADA A BORDO, CAZZO!!”.

E’ celebre il “vada a bordo, cazzo” del comandante De Falco. L’Italia paragonata al destino ed agli eventi che hanno colpito la nave Concordia.  Il naufragio della Costa Concordia, è un sinistro marittimo "tipico" avvenuto venerdì 13 gennaio 2012 alle 21:42 alla nave da crociera al comando di Francesco Schettino e di proprietà della compagnia di navigazione genovese Costa Crociere, parte del gruppo anglo-americano Carnival Corporation & plc. All'1.46 di sabato mattina 14 gennaio  il comandante della Concordia Francesco Schettino riceve l'ennesima telefonata dalla Capitaneria di Porto. In linea c'è il comandante Gregorio Maria De Falco. La chiamata è concitata e i toni si scaldano rapidamente.

De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?

Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»

De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»

Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»

De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».

Schettino: «Comandante le dico una cosa...»

De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».

Schettino: «In questo momento la nave è inclinata...».

De Falco: «Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro? Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Parafrasando la celebre frase di De Falco mi rivolgo a tutti gli italiani: ““TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Il tema è “chi giudica chi?”. Chi lo fa, ha veramente una padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? Iniziamo con il parlare della preparazione culturale e professionale di ognuno di noi, che ci permetterebbe, in teoria, di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui vigerebbe la meritocrazia tutto ciò ci consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. Piccoli ducetti seduti in poltrona che gestiscono il loro piccolo potere incuranti dei disservizi prodotti. La massa non è li ha pretendere efficienza e dedizione al dovere, ma ad elemosinare il favore. Corruttori nati. I politici non scardinano il sistema fondato da privilegi secolari. Essi tacitano la massa con provvedimenti atti a quietarla.

Panem et circenses, letteralmente: "pane e giochi del circo", è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica. Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare, ma è da attribuirsi al poeta latino Giovenale:

« ...duas tantum res anxius optat panem et circenses».

« ...[il popolo] due sole cose ansiosamente desidera pane e i giochi circensi».

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi a coloro che erano governati (in questo caso le corse dei carri tirati da cavalli che si svolgevano nei circhi come il Circo Massimo e il Circo di Massenzio).

Perché quel “TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Perché la legge dovrebbe valere per tutti. Non applicata per i più ed interpretata per i pochi. E poi mai nessuno, in Italia, dovrebbe permettersi di alzare il dito indice ed accusare qualcun altro della sua stessa colpa. Prendiamo per esempio la cattiva abitudine di copiare per poter superare una prova, in mancanza di una adeguata preparazione. Ognuno di noi almeno un volta nella vita ha copiato. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini a base di formule trigonometriche, biografie del Manzoni e del Leopardi, storia della filosofia e traduzioni di Cicerone. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. Anche in questo caso l'inconveniente è che se ti sorprendono sono guai. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.  Pure quello difficile da gestire: solo gli artisti della copia copiarella possono.

Il consiglio è quello di studiare e non affidarsi a trucchi e trucchetti. Si rischia grosso e non tutti lo sanno. Anche perché il copiare lo si fa passare per peccato veniale. Copiare ad esami e concorsi, invece, potrebbe far andare in galera. E' quanto stabilito dalla legge n. 475/1925 e dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 32368/10. La legge recita all'art.1 :“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. A conferma della legge è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n.32368/10, che ha condannato una candidata per aver copiato interamente una sentenza del TAR in un elaborato a sua firma presentato durante un concorso pubblico. La sentenza della sezione VI penale n. 32368/10 afferma: “Risulta pertanto ineccepibile la valutazione dei giudici di merito secondo cui la (…) nel corso della prova scritta effettuò, pur senza essere in quel frangente scoperta, una pedissequa copiatura del testo della sentenza trasmessole (…). Consegue che il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l’utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”.

In particolare per gli avvocati la Riforma Forense, legge 247/2012, al CAPO II (ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO) Art. 46. (Esame di Stato) stabilisce che “….10. Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni. Per i fatti indicati nel presente comma e nel comma 9, i candidati sono denunciati al consiglio distrettuale di disciplina del distretto competente per il luogo di iscrizione al registro dei praticanti, per i provvedimenti di sua competenza.”

Ma, di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Eppure, come ogni altra cosa italiana c’è sempre l’escamotage tutto italiano. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che copiare non è reato: niente più punizione. Dichiarando tuttavia “legale” copiare a scuola, si dichiara pure legale copiare nella vita. Non viene sanzionato un comportamento che è senza dubbio scorretto. Secondo il Consiglio di Stato, il superamento dell’esame costituisce di per sè attestazione delle “competenze, conoscenze e capacità anche professionali acquisite” dall'alunna e la norma che regola l'espulsione dei candidati dai pubblici concorsi per condotta fraudolenta, non può prescindere "dal contesto valutativo dell’intera personalità e del percorso scolastico dello studente, secondo i principi che regolano il cosiddetto esame di maturità": le competenze e le conoscenze acquisite….in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo e delle basi culturali generali, nonché delle capacità critiche del candidato. A ciò il Cds ha anche aggiunto un'attenuante, cioè "uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute" della studentessa stessa, che sarebbe stato alla base del gesto. Il 12 settembre 2012 una sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar della Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva. L’esclusione della ragazza dagli esami sarà forse stata una sanzione eccessiva. Probabilmente la giovane in questione, sulla base del suo curriculum poteva esser perdonata. Gli insegnanti, conoscendola e comprendendo il suo stato d’ansia pre-esame, avrebbero potuto chiudere un occhio. Tutto vero. Ma sono valutazioni che spettavano agli insegnanti che la studente conoscono. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce invece, di fatto, un principio. E in questo caso il principio è che copiare vale. Non è probabilmente elegante, ma comunque va bene. Questo principio applicato alla scuola, luogo in cui le generazioni future si forgiano ed educano, avrà ripercussioni sulla società del futuro. Se ci viene insegnato che a non rispettar le regole, in fondo, non si rischia nulla più che una lavata di capo, come ci porremo di fronte alle regole della società una volta adulti? Ovviamente male. La scuola non è solo il luogo dove si insegnano matematica e italiano, storia e geografia. Ma è anche il luogo dove dovrebbe essere impartito insegnamento di civica educazione, dove si impara a vivere insieme, dove si impara il rispetto reciproco e quello delle regole. Dove si impara a “vivere”. Se dalla scuola, dalla base, insegniamo che la “furbizia” va bene, non stupiamoci poi se chi ci amministra si compra il Suv con i soldi delle nostre tasse. In fondo anche lui avrà avuto il suo “stato d’ansia”. Ma il punto più importante non è tanto la vicenda della ragazza sorpresa a copiare e di come sia andata la sua maturità. Il punto è la sanzionabilità o meno di un comportamento che è senza dubbio scorretto. In un paese già devastato dalla carenza di etica pubblica, dalla corruzione e dall’indulgenza programmatica di molte vulgate pedagogiche ammantate di moderno approccio relazionale, ci mancava anche la corrività del Consiglio di Stato verso chi imbroglia agli esami.

E, comunque, vallo a dire ai Consiglieri di Stato, che dovrebbero già saperlo, che nell’ordinamento giuridico nazionale esiste la gerarchia della legge. Nell'ordinamento giuridico italiano, si ha una pluralità di fonti di produzione; queste sono disposte secondo una scala gerarchica, per cui la norma di fonte inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle fonti). nel caso in cui avvenga un contrasto del genere si dichiara l'invalidità della fonte inferiore dopo un accertamento giudiziario, finché non vi è accertamento si può applicare la "fonte invalida". Al primo livello della gerarchia delle fonti si pongono la Costituzione e le leggi costituzionali (fonti superprimarie). La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, è composta da 139 articoli: essa detta i principi fondamentali dell'ordinamento (artt. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti (artt. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana viene anche definita lunga e rigida, lunga perché non si limita "a disciplinare le regole generali dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi" riguardando anche altre materie, rigida in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 cost.). Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale. Al di sotto delle leggi costituzionali si pongono i trattati internazionali e gli atti normativi comunitari, che possono presentarsi sotto forma di regolamenti o direttive. I primi hanno efficacia immediata, le seconde devono essere attuate da ogni paese facente parte dell'Unione europea in un determinato arco di tempo. A queste, si sono aggiunte poi le sentenze della Corte di Giustizia Europea "dichiarative" del Diritto Comunitario (Corte Cost. Sent. n. 170/1984). Seguono le fonti primarie, ovvero le leggi ordinarie e gli atti aventi forza di legge (decreti legge e decreti legislativi), ma anche le leggi regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Le leggi ordinarie sono emanate dal Parlamento, secondo la procedura di cui gli artt. 70 ss. Cost., le cui fasi essenziali sono così articolate: l'iniziativa di legge; l'approvazione del testo di legge è affidata alle due Camere del Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica); la promulgazione del Presidente della Repubblica; la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Al di sotto delle fonti primarie, si collocano i regolamenti governativi, seguono i regolamenti ministeriali e di altri enti pubblici e all'ultimo livello della scala gerarchica, si pone la consuetudine, prodotta dalla ripetizione costante nel tempo di una determinata condotta. Sono ammesse ovviamente solo consuetudini secundum legem e praeter legem non dunque quelle contra legem.

Pare che molte consuetudini sono contra legem e pervengono proprio da coloro che dovrebbero dettare i giusti principi.

Tutti in pensione da "presidente emerito". I giudici della Corte Costituzionale si danno una mano tra loro per dare una spinta in più alla remunerazione pensionistica a fine carriera. Gli ermellini in pratica a rotazione, anche breve, cambiano il presidente della Corte per regalargli il titolo più prestigioso prima che giunga il tramonto professionale. Nulla di strano se non fosse che il quinto comma dell'articolo 135 della Costituzione recita: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice". Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale, scrive “Libero Quotidiano”. Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servizio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un’indennità aggiuntiva in busta paga: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni. Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione", recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell'originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà". Resta ferma l'attribuzione dell'indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.  Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella "era ormai una prassi consolidata". Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora la corsa alla poltrona è per l'attuale presidente Franco Gallo, in carica dal gennaio 2013. Durerà fin dopo l'estate? Probabilmente no.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Per esempio nei processi, anche i testimoni della difesa.  

Tornando alla parafrasi del “TUTTI DENTRO, CAZZO!!” si deve rimarcare una cosa. Gli italiani sono:  “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. Così è scritto sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma. Manca: “d’ingenui”. Ingenui al tempo di Mussolini, gli italiani, ingenui ancora oggi. Ma no, un popolo d’ingenui non va bene. Sul Palazzo della Civiltà aggiungerei: “Un popolo d’allocchi”, anzi “Un popolo di Coglioni”. Perché siamo anche un popolo che quando non sa un “cazzo” di quello che dice, parla. E parla sempre. Parla..…parla. Specialmente sulle cose di Giustizia: siamo tutti legulei.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

Nel formulare la richiesta la Boccassini nel processo Ruby ha fatto una gaffe dicendo: "Lo condanno", per poi correggersi: "Chiedo la condanna" riferita a Berlusconi.

Esemplare anche è il caso di Napoli. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». 

Il paradosso, però, sono le profezie cinematografiche adattate ai processi: «... e lo condanna ad anni sette di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e all'interdizione legale per la durata della pena». Non è una frase registrata Lunedì 24 giugno 2013 al Tribunale di Milano, ma una battuta presa dagli ultimi minuti del film «Il caimano» di Nanni Moretti. La condanna inflitta al protagonista (interpretato dallo stesso regista) è incredibilmente identica a quella decisa dai giudici milanesi per Silvio Berlusconi. Il Caimano Moretti, dopo la sentenza, parla di «casta dei magistrati» che «vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori».

Sul degrado morale dell’Italia berlusconiana (e in generale di tutti quelli che hanno votato Berlusconi nonostante sia, per dirla con Gad Lerner, un “puttaniere”) è stato detto di tutto, di più. Ma poco, anzi meno, è stato detto a mio parere sul degrado moralista della sinistra anti-berlusconiana (e in generale di molti che hanno votato “contro” il Cavaliere e che hanno brindato a champagne, festeggiato a casa o in ufficio, tirato un sospiro di sollievo come al risveglio da un incubo di vent’anni). Quella sinistra che, zerbino dei magistrati, ha messo il potere del popolo nelle mani di un ordine professionale, il cui profilo psico-fisico-attitudinale dei suoi membri non è mai valutato e la loro idoneità professionale incute dei dubbi.

Condanna a sette anni di carcere per concussione per costrizione (e non semplice induzione indebita) e prostituzione minorile, con interdizione perpetua dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi: il processo Ruby a Milano finisce come tutti, Cavaliere in testa, avevano pronosticato. Dopo una camera di consiglio-fiume iniziata alle 10 di mattina e conclusa sette ore abbondanti dopo, le tre giudici della quarta sezione penale Giulia Turri, Orsola De Cristofaro e Carmen D'Elia hanno accolto in pieno, e anzi aumentato, le richieste di 6 anni dell'accusa, rappresentata dai pm Ilda Boccassini (in ferie e quindi non in aula, sostituita dal procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, fatto mai avvenuto quello che il procuratore capo presenzi in dibattimento) e Antonio Sangermano. I giudici hanno anche trasmesso alla Procura, per le opportune valutazioni, gli atti relativi alla testimonianza, tra gli altri, di Giorgia Iafrate, la poliziotta che affidò Ruby a Nicole Minetti. Inoltre, sono stati trasmessi anche i verbali relativi alle deposizioni di diverse olgettine, di Mariano Apicella e di Valentino Valentini. Il tribunale di Milano ha disposto anche la confisca dei beni sequestrati a Ruby, Karima El Mahroug e al compagno Luca Risso, ai sensi dell'articolo 240 del codice penale, secondo cui il giudice "può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto".

I paradossi irrisolti della sentenza sono che colpiscono anche la “vittima” Ruby e non solo il “carnefice” Berlusconi. L’ex minorenne, Karima El Mahroug, «per un astratta tutela della condizione di minorenne», viene dichiarata prima “prostituta” e poi i suoi beni le vengono confiscati: «Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati». Ruby «è doppiamente lesa dai magistrati», spiega Sgarbi, «nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato».

«Non chiamiamola sentenza. Non chiamiamolo processo. Soprattutto, non chiamiamola giustizia». Comincia così, con queste amarissime parole, la nota di Marina Berlusconi in difesa di suo padre. «Quello cui abbiamo dovuto assistere è uno spettacolo assurdo che con la giustizia nulla ha a che vedere, uno spettacolo che la giustizia non si merita. La condanna - scrive Marina - era scritta fin dall'inizio, nel copione messo in scena dalla Procura di Milano. Mio padre non poteva non essere condannato. Ma se possibile il Tribunale è andato ancora più in là, superando le richieste dell'accusa e additando come spergiuri tutti i testi in contrasto con il suo teorema». Nonostante la "paccata" di testimoni portati in tribunale dalla difesa di Silvio Berlusconi, il presidente della Corte Giulia Turri e i giudici Orsolina De Cristofano e Carmen D'Elia hanno preferito inseguire il teorema costruito ad arte dal pm Ilda Boccassini e tacciare di falsa testimonianza tutte le persone che, con le proprie parole, hanno scagionato il Cavaliere. Insomma, se la "verità" non coincide con quella professata dalla magistratura milanese, allora diventa automaticamente bugia. Non importa che non ci sia alcuna prova a dimostrarlo.

L'accusa dei giudici milanesi è sin troppo chiara, spiega Andrea Indini su "Il Giornale": le trentadue persone che si sono alternate sul banco dei testimoni per rendere dichiarazioni favorevoli a Berlusconi hanno detto il falso. Solo le motivazioni, previste tra novanta giorni, potranno chiarire le ragioni per cui il collegio abbia deciso di trasmettere alla procura i verbali di testimoni che vanno dall’amico storico dell’ex premier Mariano Apicella all’ex massaggiatore del Milan Giorgio Puricelli, dall’europarlamentare Licia Ronzulli alla deputata Maria Rosaria Rossi. Da questo invio di atti potrebbe nascere, a breve, un maxi procedimento per falsa testimonianza. A finir nei guai per essersi opposta al teorema della Boccassini c'è anche il commissario Giorgia Iafrate che era in servizio in Questura la notte del rilascio di Ruby. La funzionaria aveva, infatti, assicurato di aver agito "nell’ambito dei miei poteri di pubblico ufficiale". "Di fronte alla scelta se lasciare la ragazza in Questura in condizioni non sicure o affidarla ad un consigliere regionale - aveva spiegato - ho ritenuto di seguire quest’ultima possibilità". Proprio la Boccassini, però, nella requisitoria aveva definito "avvilenti le dichiarazioni della Iafrate che afferma che il pm minorile Fiorillo le aveva dato il suo consenso". Alla procura finiscono poi i verbali di una ventina di ragazze. Si va da Barbara Faggioli a Ioana Visan, da Lisa Barizonte alle gemelle De Vivo, fino a Roberta Bonasia. Davanti ai giudici avevano descritto le serate di Arcore come "cene eleganti", con qualche travestimento sexy al massimo, e avevano sostenuto che Ruby si era presentata come una 24enne. "I giudici hanno dato per scontato che siamo sul libro paga di Berlusconi - ha tuonato Giovanna Rigato, ex del Grande Fratello - io tra l’altro al residence non ho mai abitato, sono una che ha sempre lavorato, l’ho detto in mille modi che in quelle serata ad Arcore non ho mai visto nulla di scabroso ma tanto...". Anche Marysthelle Polanco è scioccata dalla sentenza: "Non mi hanno creduto, non ci hanno creduto, io ho detto la verità e se mi chiamano di nuovo ripeterò quello che ho sempre raccontato". Sebbene si siano lasciate scivolare addosso insulti ben più pesanti, le ragazze che hanno partecipato alle feste di Arcore non sono disposte ad accettare l’idea di passare per false e bugiarde. Da Puricelli a Rossella, fino al pianista Mariani e ad Apicella, è stato tratteggiato in Aula un quadro di feste fatto di chiacchiere, balli e nessun toccamento.

Nel tritacarne giudiziario finisce anche la Ronzulli, "rea" di aver fornito una versione diversa da quella resa da Ambra e Chiara nel processo "gemello" e di aver negato di aver visto una simulazione di sesso orale con l’ormai famosa statuetta di Priapo. Stesso destino anche per l’ex consigliere per le relazioni internazionali Valentino Valentini che aveva svelato di esser stato lui a far contattare la Questura di Milano per "capire cosa stesse accadendo". Ed era stato sempre lui a parlare di una conversazione tra Berlusconi e l'ex raìs Hosni Mubarak sulla parentela con Ruby. Anche il viceministro Bruno Archi, all’epoca diplomatico, ai giudici aveva descritto quel pranzo istituzionale nel quale si sarebbe parlato di Karima. E ancora: sono stati trasmessi ai pm anche i verbali di Giuseppe Estorelli, il capo scorta di Berlusconi, e del cameriere di Arcore Lorenzo Brunamonti, "reo" di aver regalato al Cavaliere, di ritorno da un viaggio, la statuetta di Priapo. Tutti bugiardi, tutti nella tritarcarne del tribunale milanese. La loro colpa? Aver detto la verità. Una verità che non piace ai giudici che volevano far fuori a tutti i costi Berlusconi.

C'era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby, spiega Alessandro Sallusti su "Il Giornale": fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse. E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l'unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l'uscita di scena di Berlusconi. Tra questa giustizia e la finzione non c'è confine. Siamo oltre l'accanimento, la sentenza è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l'entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore - sostenevano i giudici gerarchi - mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te. Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Omicidi, tentati omicidi, sequestro di persona, occultamenti di cadavere. Per la giustizia italiana questi reati non sono poi così diversi da quello di concussione, scrive Nadia Francalacci su "Panorama". La condanna inflitta a Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere, uno in più rispetto alla pena chiesta dai pubblici ministeri, e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di prostituzione minorile e concussione, non differisce che di poche settimane da quella inflitta a Michele Misseri il contadino di Avetrana che ha occultato il cadavere della nipotina Sara Scazzi in un pozzo delle campagne pugliesi. Non solo. La condanna all’ex premier è addirittura ancor più pesante rispetto a quella inflitta a due studenti di Giurisprudenza, Scattone e Ferraro, che “ quasi per gioco” hanno mirato alla testa di una studentessa, Marta Russo, uccidendola nel cortile interno della facoltà. Quasi per gioco. Così in pochi istanti hanno ucciso, tolto la vita, ad una ragazza che aveva tanti sogni da realizzare. Marta Russo così come Sara Scazzi oppure un Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso nell’area di servizio dopo dei tafferugli con i tifosi juventini. Il poliziotto che ha premuto il grilletto colpendolo alla nuca, è stato condannato a 9 anni e 4 mesi. A soli 28 mesi in più di carcere rispetto a Silvio Berlusconi.

Analizzando casi noti e quelli meno conosciuti dall’opinione pubblica, non è possibile non notare una “sproporzione” di condanna tra il caso Ruby e una vicenda quale il caso Scazzi o Russo. Ecco alcuni dei casi e delle sentenze di condanna.

Caso Sandri: 9 anni e 4 mesi. Per la Cassazione è omicidio volontario. Per l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, la sentenza è diventata definitiva con la pronuncia della Cassazione. La condanna è  di nove anni e quattro mesi di reclusione per  aver ucciso il tifoso della Lazio Gabriele Sandri dopo un tafferuglio con tifosi juventini nell'area di servizio aretina di Badia al Pino sulla A1. Sandri era sulla Renault che doveva portarlo a Milano, la mattina dell'11 novembre 2007, per vedere Inter-Lazio insieme ad altri quattro amici.  Spaccarotella  era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo, determinato da colpa cosciente. In secondo grado i fatti erano stati qualificati come omicidio volontario per dolo eventuale e la pena era stata elevata a nove anni e quattro mesi di reclusione.

Caso Scazzi: per Michele Misseri, 8 anni. Ergastolo per Sabrina. Ergastolo per sua madre Cosima Serrano. Otto anni per Michele Misseri, che ora rischia anche un procedimento per autocalunnia. Questo è il verdetto di primo grado sulla tragedia di Avetrana. il contadino  è accusato di soppressione di cadavere insieme al fratello e al nipote.

Caso Marta Russo. L’omicidio quasi per gioco di Marta Russo è stato punito con la condanna di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, rispettivamente puniti con 5 anni e quattro mesi il primo e 4 anni e due mesi il secondo; Marta Russo, 22 anni, studentessa di giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma, fu uccisa all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997, da un colpo di pistola alla testa.

Caso Jucker. Ruggero Jucker, reo di aver assassinato la propria fidanzata sotto l’effetto di stupefacenti, è stato condannato, con un patteggiamento in appello a 16 anni di reclusione salvo poi essere stato liberato dopo 10 anni.

Casi minori e meno conosciuti dall’opinione pubblica.

Bari. 8 anni di carcere ad un politico che uccise un rapinatore. 5 giugno 2013. La Corte d’appello di Bari, ha chiesto la condanna a otto anni di reclusione per Enrico Balducci, l’ex consigliere regionale pugliese, gestore del distributore di carburante di Palo del Colle,  accusato di omicidio volontario e lesioni personali, per aver ucciso il 23enne Giacomo Buonamico e ferito il 25enne Donato Cassano durante un tentativo di rapina subito il 5 giugno 2010. In primo grado, Balducci era stato condannato con rito abbreviato alla pena di 10 anni di reclusione. Dinanzi ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bari l’accusa ha chiesto una riduzione di pena ritenendo sussistente l’attenuante della provocazione, così come era stato chiesto anche dal pm in primo grado ma non era stato riconosciuto dal gup. Chiesta una condanna a quattro anni di reclusione per Cassano (condannato in primo grado a 5 anni) per i reati di rapina e tentativo di rapina. Prima di recarsi in moto al distributore di carburante gestito da Balducci, infatti, i due avrebbero compiuto un’altra rapina al vicino supermercato. Balducci, questa la ricostruzione dell’accusa, vedendosi minacciato, non sarebbe riuscito a controllare la sua ira, e consapevole di poter uccidere, avrebbe fatto fuoco ferendo Cassano e uccidendo Buonamico.

Sequestro Spinelli (ragioniere di Berlusconi): 8 anni e 8 mesi di carcere al capobanda Leone. Condannati anche i tre complici albanesi. Ma le pene  sono state dimezzate rispetto alle richieste dell'accusa. Il pm Paolo Storari ha chiesto la condanna a 16 anni di carcere per Francesco Leone, ritenuto il capo banda, e pene tra gli 8 e i 10 anni per gli altri tre imputati. I quattro furono arrestati nel novembre dell'anno scorso assieme ad altri due italiani, Pier Luigi Tranquilli e Alessandro Maier, per i quali invece è stata chiesta l'archiviazione. Il gup di Milano Chiara Valori ha condannato con il rito abbreviato a 8 anni e 8 mesi Francesco Leone, riqualificando il reato in sequestro semplice. Sono arrivate due condanne a 4 anni e 8 mesi, e una a 6 anni e 8 mesi, per gli altri tre imputati. La vicenda è quella del sequestro lampo di Giuseppe Spinelli e della moglie.

Pesaro. Picchiò e gettò la ex dal cavalcavia: condannato a 10 anni di carcere. Il 22 giugno scorso, Saimo Luchetti è stato condannato ieri a 10 anni di reclusione per sequestro di persona, stalking, violenza privata e tentato omicidio. Dovrà versare anche una provvisionale immediata di 60mila euro per la ragazza, 40mila per la madre e 15 per la sorella. Luchetti, 23 anni, calciatore dilettante, la notte del 18 marzo 2012 aveva malmenato e rapito sotto casa l’ex fidanzata Andrea Toccaceli di 18 anni, gettandola poi da un viadotto di Fossombrone alto 15 metri. Lui si gettò giù subito dopo. Sono sopravvissuti entrambi, ristabilendosi completamente. Luchetti è in carcere ad Ancona e dove dovrà rimanerci altri nove anni.

Caso Mancuso: condannato per tentato omicidio a 5 anni di carcere. Il diciannovenne Luigi Mancuso è stato condannato a 5 anni di reclusione per il tentato omicidio di Ion Sorin Sheau, un cittadino romeno aggredito e abbandonato in strada a San Gregorio d'Ippona. Assieme a Mancuso, figlio di Giuseppe Manuso, boss della 'ndrangheta, è stato condannato anche Danilo Pannace, 18 anni, che dovrà scontare la pena di 4 anni e 8 mesi sempre per tentato omicidio. I due imputati, giudicati col rito abbreviato, sono stati ritenuti responsabili del tentato omicidio del romeno Ion Sorin Sheau, aggredito e lasciato in strada con il cranio sfondato ed in un lago di sangue il 10 agosto del 2011 a San Gregorio d’Ippona, in provincia di Vibo. Mancuso è stato ritenuto responsabile anche del reato di atti persecutori  nei confronti della comunità romena di San Gregorio.

All’estero. In Argentina l’ex-presidente Carlos Menem è stato condannato a 8 anni di carcere per traffico d'armi internazionale. Sono otto gli anni di carcere che l’ex presidente, ora senatore al parlamento di Buenos Aires, dovrà scontare insieme a Óscar Camilión, ministro della difesa durante il suo governo, con l’accusa di contrabbando aggravato d’armi a Croazia ed Ecuador. Tra il 1991 e il 1995, l’Argentina esportò 6.500 tonnellate di armamenti destinati ufficialmente a Panama e Venezuela. Questi raggiunsero però la Croazia nel pieno del conflitto jugoslavo, e l’Ecuador che nel ‘95, combatteva con il Perú.

Parlare, però, di Berlusconi è come sminuire il problema. I Pasdaran della forca a buon mercato storcerebbero il naso: Bene, parliamo d’altro.

«In questo processo chiunque ha detto cose in contrasto con la tesi accusatoria è stato tacciato di falso, mentre ben altri testi non hanno detto la verità e sono passati per super testimoni» ha detto Franco De Jaco difensore di Cosima Serrano. E’ così è stato, perché sotto processo non c’è solo Sabrina Misseri, Michele Misseri, Cosima Serrano Misseri, Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Giuseppe Nigro, Cosima Prudenzano Antonio Colazzo, Vito Junior Russo, ma c’è tutta Avetrana e tutti coloro che non si conformano alla verità mediatica-giudiziaria. Ed ancora Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono anche loro condannate per falsa testimonianza. Così funziona a Taranto. Vai contro la tesi accusatoria; tutti condannati per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’Assise d’Appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

Taranto, Milano, l’Italia.

“Egregi signori, forse qualcuno di voi, componente delle più disparate commissioni di esame di avvocato di tutta Italia, da Lecce a Bari, da Venezia a Torino, da Palermo a Messina o Catania, pensa di intimorirmi con la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Sicuramente il più influente tra di voi, bocciandomi o (per costrizione e non per induzione) facendomi bocciare annualmente senza scrupoli all’esame di avvocato dal lontano 1998, (da quando ho promosso interrogazioni parlamentari e inoltrato denunce penali, che hanno ottenuto dei risultati eclatanti, come l’esclusione dei consiglieri dell’ordine degli avvocati dalle commissioni d’esame e ciononostante uno di loro è diventato presidente nazionale), pensa che possa rompermi le reni ed impedirmi di proseguire la mia lotta contro questo concorso forense e tutti i concorsi pubblici che provo nei miei libri essere truccati. E sempre su quei libri provo il vostro sistema giudiziario essere, per gli effetti, fondato sull’ingiustizia. Mi conoscete tutti bene da vent’anni, come mi conoscono bene, prima di giudicarmi, i magistrati che critico. Per chi non fa parte del sistema e non MI conosce e non VI conosce bene, al di là dell’immagine patinata che vi rendono i media genuflessi, pensa che in Italia vige la meritocrazia e quindi chi esamina e giudica e chi supera gli esami, vale. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. Avete la forza del potere, non la ragione della legge. Forse qualcuno di voi, sicuramente il più influente, perseguendomi artatamente anche per diffamazione a mezzo stampa, senza mai riuscire a condannarmi, pur con le sentenze già scritte prima del dibattimento, pensa di tagliarmi la lingua affinchè non possa denunciare le vostre malefatte. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. E non per me, ma per tutti coloro che, codardi, non hanno il coraggio di ribellarsi. Anche perché se lo fate a me, lo fate anche agli altri. Fino a che ci saranno centinaia di migliaia di giovani vittime che mi daranno ragione, voi sarete sempre dalla parte del torto. Avete un potere immeritato, non la ragione. Un ordine che dileggia il Potere del popolo sovrano. In Italia succede anche questo. Potete farmi passare per mitomane o pazzo. E’ nell’ordine delle cose: potrebbe andarmi peggio, come marcire in galera o peggio ancora. Potete, finché morte non ci separi, impedirmi di diventare avvocato. Farò vita eremitica e grama. Comunque, cari miei, vi piaccia o no, di magistrati ce ne sono più di dieci mila, criticati e non sono certo apprezzati; di avvocati più di 250 mila e questi, sì, disprezzati. Alla fine per tutti voi arriva comunque la Livella e l’oblio. Di Antonio Giangrande c’è uno solo. Si ama o si odia, ma fatevene un ragione: sarò per sempre una spina nel vostro fianco e sopravviverò a voi. Più mi colpite, più mi rendete altrettanto forte. Eliminarmi ora? E’ troppo tardi. Il virus della verità si diffonde. E ringraziate Dio che non ci sia io tra quei 945 parlamentari che vi vogliono molto, ma molto bene, che a parlar di voi si cagano addosso. Solo in Italia chi subisce un’ingiustizia non ha nessuno a cui rivolgersi, siano essi validi bocciati ai concorsi pubblici o innocenti in galera, che si chiamino Berlusconi o Sallusti o Mulè o Riva (e tutti questi li chiamano “persone influenti e potenti”). I nostri parlamentari non sanno nemmeno di cosa tu stia parlando, quando ti prestano attenzione. Ed è raro che ciò succeda. In fede Antonio Giangrande”.

Una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e diffamazione contro la Commissione d’esame di avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato.

«A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri. 

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

I commissari dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza.

Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo).

Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso.

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

Io che ho denunciato e dimostrato che gli esami ed i concorsi pubblici sono truccati. Forse per questo per le mie denunce sono stato fatto passare per mitomane o pazzo ed ora anche per falsario.

Denigrare la credibilità delle vittime e farle passare per carnefici. Vergogna, gentaglia.

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

INDIZIONE DEL CONCORSO: spesso si indice un concorso quando i tempi sono maturi per soddisfare da parte dei prescelti i requisiti stabiliti (acquisizione di anzianità, titoli di studio, ecc.). A volte chi indice il concorso lo fa a sua immagine e somiglianza (perché vi partecipa personalmente come candidato). Spesso si indice il concorso quando non vi sono candidati (per volontà o per induzione), salvo il prescelto. Queste anomalie sono state riscontrate nei concorsi pubblici tenuti presso le Università e gli enti pubblici locali. Spesso, come è successo per la polizia ed i carabinieri, i vincitori rimangono casa.

COMMISSIONE D’ESAME: spesso a presiedere la commissione d’esame di avvocato sono personalità che hanno una palese incompatibilità. Per esempio nella Commissione d’esame centrale presso il Ministero della Giustizia del concorso di avvocato 2010 è stato nominato presidente colui il quale non poteva, addirittura, presiedere la commissione locale di Corte d’Appello di Lecce. Cacciato in virtù della riforma (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180). La legge prevede che i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere Commissari d’esame (e per conseguenza i nominati dal Consiglio locale per il Consiglio Nazionale Forense, che tra i suoi membri nomina il presidente di Commissione centrale). La riforma ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame di avvocato sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Essenziale nelle commissioni a cinque è la figura del magistrato, dell’avvocato, del professore universitario: se una manca, la commissione è nulla. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari.

I CONCORSI FARSA: spesso i concorsi vengono indetti per sanare delle mansioni già in essere, come il concorso truffa a 1.940 posti presso l’INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l’Ente.

LE TRACCE: le tracce sono composte da personalità ministeriali scollegate alla realtà dei fatti. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Altre volte si son riportate tracce con massime vecchissime e non corrispondenti con le riforme legislative successive. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.

LE PROVE D’ESAME: spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati (con denuncia del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce), dei dirigenti scolastici, o per l’accesso alle Università a numero chiuso (medicina), ovvero, come succede all’esame con più sedi (per esempio all’esame forense o per l’Agenzia delle Entrate, le tracce sono conosciute tramite cellulari o palmari in virtù del tardivo inizio delle prove in una sede rispetto ad altre. Si parla di ore di ritardo tra una sede ed un’altra). A volte le tracce sono già state elaborate in precedenza in appositi corsi, così come è successo all’esame di notaio. A volte le prove sono impossibili, come è successo al concorsone pubblico per insegnanti all’estero: 40 quesiti a risposta multipla dopo averli cercati, uno ad uno, in un volume di oltre 4mila che i partecipanti alla selezione hanno visto per la prima volta, leggere quattro testi in lingua straniera e rispondere alle relative domande. Il tutto nel tempo record di 45 minuti, comprese parti di testo da tradurre. Quasi 1 minuto a quesito.

MATERIALE CONSULTABILE: c’è da dire che intorno al materiale d’esame c’è grande speculazione e un grande salasso per le famiglie dei candidati, che sono rinnovati anno per anno in caso di reiterazione dell’esame a causa di bocciatura. Centinaia di euro per codici e materiale vario. Spesso, come al concorso di magistrato o di avvocato dello Stato ed in tutti gli altri concorsi, ad alcuni è permessa la consultazione di materiale vietato (codici commentati, fogliettini, fin anche compiti elaborati dagli stessi commissari) fino a che non scoppia la bagarre. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010. Al concorso di avvocato, invece, è permesso consultare codici commentati con la giurisprudenza. Spesso, come succede al concorso di avvocato, sono proprio i commissari a dettare il parere da scrivere sull’elaborato, tale da rendere le prove dei candidati uniformi e nonostante ciò discriminati in sede di correzione. Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Ecco perché i commissari d’esame, con coscienza e magnanimità, aiutano i candidati. Altrimenti nessuno passerebbe l’esame. I commissari dovrebbero sapere quali sono le fonti di consultazioni permesse e quali no. Per esempio all’esame di avvocato può capitare che il magistrato commissario d’esame, avendo fatto il suo esame senza codici commentati, non sappia che per gli avvocati ciò è permesso. I commissari d’esame dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza. Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo). Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso. Impuniti, invece sono coloro che veramente copiano integralmente i compiti. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.

IL MATERIALE CONSEGNATO: il compito dovrebbe essere inserito in una busta da sigillare contenente un’altra busta chiusa con inserito il nome del candidato. Non ci dovrebbero essere segni di riconoscimento. Non è così come insegna il concorso di notaio. Oltre ai segni di riconoscimento posti all’interno (nastri), i commissari firmano in modo diverso i lembi di chiusura della busta grande consegnata.

LA CORREZIONE DEGLI ELABORATI. Quanto già indicato sono i trucchi che i candidati possono vedere ed eventualmente denunciare. Quanto avviene in sede di correzione è lì la madre di tutte le manomissioni. Proprio perchè nessuno vede. La norma prevede che la commissione d’esame (tutti i componenti) partecipi alle fasi di:

• apertura della busta grande contenente gli elaborati;

• lettura del tema da parte del relatore ed audizione degli altri membri;

• correzione degli errori di ortografia, sintassi e grammatica;

• richiesta di chiarimenti, valutazione dell’elaborato affinchè le prove d’esame del ricorrente evidenzino un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico, anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico, e che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzino un corretto approccio a problematiche complesse;

• consultazione collettiva, interpello e giudizio dei singoli commissari, giudizio numerico complessivo, motivazione, sottoscrizione;

• apertura della busta piccola contenete il nome del candidato da abbinare agli elaborati corretti;

• redazione del verbale.

Queste sono solo fandonie normative. Di fatto si apre prima la busta piccola, si legge il nome, se è un prescelto si dà agli elaborati un giudizio positivo, senza nemmeno leggerli. Quando i prescelti sono pochi rispetto al numero limite di idonei stabilito illegalmente, nonostante il numero aperto, si aggiungono altri idonei diventati tali “a fortuna”.

La riforma del 2003 ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari. Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni abbiamo messo in relazione l’età di iscrizione all’albo degli avvocati con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell’albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. In media, il cognome di un avvocato appare nell’albo 50 volte di più che nella popolazione. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. Infine vi sono commissioni che, quando il concorso è a numero aperto, hanno tutto l’interesse a limitare il numero di idonei per limitare la concorrenza: a detta dell’economista Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall’entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Paola Severino incoraggia gli studenti e racconta: “Anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato”. Raccontare una propria disavventura per infondere coraggio alle nuove generazioni. Questa è la tecnica adottata dal Ministro della Giustizia Paola Severino con i ragazzi della «Summer School» promossa dalla Fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri. “Cari ragazzi, non dovete scoraggiarvi perché anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato… Quella volta ero con il mio futuro marito: lui fu promosso e io non ce la feci… Ma eccoci ancora qua. Siamo sposati da tanti anni” ha raccontato di fronte ai futuri avvocati puntando tutto sulla love story e omettendo che, nonostante quella bocciatura, sarà titolare fino a novembre di uno degli studi legali più importanti d’Italia (con cifre che si aggirano intorno ai 7 milioni di euro). Una piccola consolazione non solo per i laureati in legge, ma anche per tutte le future matricole che sosterranno i test di ammissione. In fondo anche Albert Einstein venne bocciato. E a quanto pare anche la Severino. Bisognerebbe, però, chiedere al ministro: gli amorosi l’aiuto se lo son dato vicendevolmente ed i compiti sicuramente erano simili, quindi perché un diverso giudizio?

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero