Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

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FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

GIUSTIZIOPOLI

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

L’ITALIA DELL’INGIUSTIZIA

OSSIA, LA LEGGE DEL PIU’ FORTE,

NON LA FORZA DELLA LEGGE

DISFUNZIONI DEL SISTEMA CHE COLPISCONO IL SINGOLO

 

 

 

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

 

 

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli.

Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."

di Antonio Giangrande

*****

 

INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

La MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

Della malagiustizia si parla in un’inchiesta ed in un libro a parte. Dei legulei, ossia degli operatori della giustizia, si parla dettagliatamente anche di loro in altra inchiesta ed in altro libro.

 

 

LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."

di Antonio Giangrande

GIUSTIZIOPOLI

L'INGIUSTIZIA CHE COLPISCE IL SINGOLO

 

SOMMARIO PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

ONESTA’ E DISONESTA’.

OTTENERE IL RISARCIMENTO PER INGIUSTA DETENZIONE È UN’ODISSEA.

RISARCIMENTO PER I PROCESSI LUNGHI. LEGGE PINTO? NO! LEGGE TRUFFA!

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

PARLIAMO DI INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA.

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

GIUSTIZIALISTI: COME LA METTIAMO CON GLI ERRORI GIUDIZIARI?

PARLIAMO DI INTERCETTAZIONI: LECITE, AMBIGUE, SELVAGGE.

PARLIAMO DELLE OFFESE DEL PUBBLICO MINISTERO ALL’IMPUTATO.

PARLIAMO DI TORTURA E VIOLENZA DI STATO.

SCIENZA E GIUSTIZIA.

LA RETORICA COLPEVOLISTA DELLA GIUSTIZIA MEDIATICA.

ASSOLTI. PERO’…

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

TOTO' CUFFARO: "LE MIE PRIGIONI".

L'INGIUSTIZIA NON E' UNA UTOPIA: E' REALTA'.

ANTONIO GIANGRANDE, GABRIELLA NUZZI, SILVIO BERLUSCONI: LE RITORSIONI DEI MAGISTRATI.

INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

INGIUSTIZIA. PARLIAMO DI DANTE BRANCATISANO. DETENUTO SENZA COLPA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA……

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

INNOCENTE PER LEGGE, MA ‘NDRANGHETISTA PER SEMPRE.

LA TORTURA DI STATO, L'INTERVENTO DEL PAPA E L'INFERNO DEI RISARCIMENTI.

L’ERRORE GIUDIZIARIO: INNOCENTI IN CELLA, ASSOLTI ED ARCHIVIATI.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

IL SUD TARTASSATO.  

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

DETENUTO SUICIDA IN CARCERE? UNO DI MENO!!!

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: FACCIAMO CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

SPECULAZIONE E BANCHE: ECONOMIA CHE UCCIDE.

SINISTRA ED IDEOLOGIA: L'ECONOMIA CHE UCCIDE.

SINISTRA ED ISLAM: L'IDEOLOGIA CHE UCCIDE.

SINISTRA E MAGISTRATI. LA GIUSTIZIA CHE UCCIDE L'ECONOMIA.

PROCESSATE BOSSI ED I LEGHISTI.

I GRANDI PROCESSI DEL 2014 ED I GRANDI DUBBI: A PERUGIA, KERCHER; A TARANTO, SCAZZI; A TORINO, ETERNIT; A MILANO, STASI; SENZA DIMENTICARE CUCCHI A ROMA.

SLIDING DOORS A MILANO: CRISAFULLI E BARILLA'. LA VITA CAMBIATA SENZA SAPERE UN CAZZO.

CASO MARO’. ITALIANI POPOLO DI MALEDUCATI, BUGIARDI ED INCOERENTI. DICONO UNA COSA, NE FANNO UN’ALTRA.

L’AQUILA NERA E L’ARMATA BRANCALEONE.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

IN TEMA DI GIUSTIZIA E DI INFORMAZIONE CHI SBAGLIA PAGA? IL DELITTO DI PERUGIA. AMANDA E RAFFAELE COLPEVOLI DI INNOCENZA.

CARCERE. INFERNO SENZA ACQUA.

DONNE IN CARCERE. LA DISCRIMINAZIONE DIETRO LE SBARRE.

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

BREGA MASSONE: CONDANNATO IN TV.

IMPRENDITORIA CRIMINOGENA. SEQUESTRI ED AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. A CHI CONVIENE?

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

CONDANNA DEFINITIVA REVOCATA? NON E' PIU' UN TABU'.

L’ASINARA, PIANOSA ED IL FATTORE “M”.

CARCERI A SORPRESA. LE CELLE LISCE E LE ISPEZIONI SENZA PREAVVISO.

INCHIESTA. IL CARCERE, I CARCERATI, I PARENTI DEI CARCERATI ED I RADICALI…….

L’ITALIA COME LA CONCORDIA. LA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

 

SOMMARIO SECONDA PARTE

 

LA PRESCRIZIONE. LA GARANZIA PER GLI INNOCENTI CHE I GIUSTIZIALISTI NON VOGLIONO.

PRESCRIZIONE. MANLIO CERRONI ED I 14 ANNI DI SOFFERENZA DA INNOCENTE.

MAGISTRATURA SENZA VERGOGNA.

L’ITALIA DEI MORALISTI CON LA MORALE DEGLI ALTRI.

STORIE DI MAFIOSI E PARA MAFIOSI.

POTENTE UGUALE IMPUNITO.

FIDARSI DELLE ISTITUZIONI. I CITTADINI: NO GRAZIE!! CHI CONTROLLA I CONTROLLORI?

INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI? UNA BALLA. LO STRAPOTERE DEI MAGISTRATI E LA VICINANZA DEI GIUDICI AI PM, OLTRE LA CORRUTTELA.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

FINANZA E GIUSTIZIA.

RESPONSABILITA' DELLE TOGHE? LA SINISTRA: NO GRAZIE!!!

LA SINISTRA E LE TOGHE D’ASSALTO

LA VERA STORIA DI CORRADO CARNEVALE ED I MAGISTRATI POLITICIZZATI E PIGRI.

SENTIAMO KARIMA EL MAHROUG, DETTA RUBY.

SENTIAMO CESARE BATTISTI.

YARA E' SEMPRE. SBATTERE IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA.

L'ULTIMO AFFRONTO AD ENZO TORTORA.

LA REPUBBLICA DEI MAGISTRATI.

GIUSTIZIA E POLITICA MADE IN SUD.

COLPEVOLE DI ESSERE INNOCENTE.

CHE INGIUSTIZIA PERO'!!! DAI CARABINIERI ENTRI VIVO E NE ESCI MORTO O SCONTI LA PENA NELLA CELLA ZERO. 

IL CARCERE E LA GUERRA DELLE BOTTE. 

DELITTO DI STATO. FEDERICO PERNA.

POLIZIA, POLIZIA PENITENZIARIA E CARABINIERI: ABBIAMO UN PROBLEMA?

LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA?

INGIUSTIZIA: IMMENSA BIBLIOGRAFIA.

LA METASTASI DELLA GIUSTIZIA. IL PROCESSO INDIZIARIO. IL PROCESSO DEL NULLA. UOMO INDIZIATO: UOMO CONDANNATO.

PARLIAMO DEL REATO DI MAFIA.

DIRITTO CERTO E UNIVERSALE. CONTRADDIZIONI DELLA CORTE DI CASSAZIONE: CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA, UN REATO CHE ESISTE; ANZI NO!!.

G8 E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLO STATO.

AMANDA KNOX, RAFFAELE SOLLECITO E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLA GIUSTIZIA.

BERLUSCONI E LA GUERRA PERSECUTORIA DEI MAGISTRATI.

DOPO BERLUSCONI, I RIVA. ILVA E GLI ESPROPRI PROLETARI.

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

IN ITALIA UN ERRORE GIUDIZIARIO GRAVE OGNI DUE MAGISTRATI.

QUANDO IL PM SBATTE IL VIP IN CARCERE PER ANDARE IN PRIMA PAGINA.

IL PROFESSORE DI SALUZZO, LE ALLIEVE E LA GIUSTIZIA ITALIOTA.

L'INGIUSTIZIA E LA FICTION.

LA DRAMMATICA LETTERA DI GAIA TORTORA A “IL TEMPO” SULLA GIUSTIZIA ITALIANA.

QUANDO IL PM SBATTE IL VIP IN CARCERE PER ANDARE IN PRIMA PAGINA.

GLI INNOCENTI? PARLIAMONE....

DELINQUENTE A CHI?

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

IL CSM ASSOLVE IL GIUDICE ROSSO CHE ANDAVA A CACCIA CON I BOSS.

INNOCENTI IN CARCERE: ECCONE UN ALTRO. GIOVANNI DE LUISE.

INNOCENTI IN CARCERE: ECCONE UN ALTRO. MAURIZIO BOVA.

LA SCIENZA LO DICE: I MAGISTRATI FANNO POLITICA. I ROSSI ATTACCANO. GLI AZZURRI INSABBIANO.

TRAMONTO ROSSO. I COMUNISTI E LA GIUSTIZIA.

BERLUSCONI E GLI ALTRI. I MAGISTRATI FANNO QUEL CHE “CAZZO” VOGLIONO.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

TRIBUNALI SPECIALI. QUELLO CHE SUCCEDE A SILVIO BERLUSCONI, CAPITA A TUTTI GLI ITALIOTI, CHE SUBISCONO E TACCIONO........ED I GIORNALISTI OMERTOSI: "MUTI SONO".

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

LE TOGHE IGNORANTI.

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI. DISCUTIAMO DELLA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MANETTE FACILI ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

MARIO MORI E LA MAGISTRATURA.

ED IL CITTADINO COME SI DIFENDE? CON I REFERENDUM INUTILI ED INAPPLICATI.

LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO E LA DINASTIA DEGLI ESPOSITO.

CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

IL CASO DI MARCELLO LONZI.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

MAGISTRATI: IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

IN ITALIA, VINCENZO MACCARONE E' INNOCENTE.

TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

ANTONIO ESPOSITO COME MARIANO MAFFEI.

PARLIAMO DI FERDINANDO ESPOSITO.

GIUDICE ANTONIO ESPOSITO: IMPARZIALE?

IL PDL LICENZIO' SUO FRATELLO.

PROCESSO MEDIASET. LA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

BERLUSCONI: CONFLITTO INTERESSI; INELEGGIBILITA’; ABITUALITA’ A DELINQUERE. MA IN CHE ITALIA VIVIAMO?

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

CORRUZIONE: MANETTE A GIUDICI ED AVVOCATI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SE SCRIVI DI LORO TE LA FANNO PAGARE.

GLI ABUSI DEI GENERALI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

ITALIA, CULLA DEL DIRITTO NEGATO. STORIE DI FALLIMENTI.

MEZZO SECOLO DI GIUSTIZIA ITALIANA A STRASBURGO: UN’ECATOMBE.

LO STATO DELLA GIUSTIZIA VISTO DA UN MAGISTRATO.

LA MALAGIUSTIZIA E L’ODIO POLITICO. LA VICENDA DI GIULIO ANDREOTTI.

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA.

CITTADINI ROVINATI DALLA GIUSTIZIA.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SE QUESTA E’ GIUSTIZIA.

GIUSTIZIA. QUELLO CHE NON SI DICE.

SEI IN CARCERE? CREPA!

SPECULATORI DELLA SOFFERENZA. CHI CI GUADAGNA SUI DETENUTI?

ASPETTATIVA DI GIUSTIZIA. DALLA PARTE DELLE VITTIME.

E IL GIUDICE SI TOLSE LA TOGA PERCHE' NON SOPPORTAVA L'IDIOZIA DEI COLLEGHI.

PERCHE' CI FELICITIAMO DELLE DISGRAZIE ALTRUI?

SARAH SCAZZI. MEDIA ED APPROSSIMAZIONE, SE NON DISINFORMAZIONE.

ANNA MARIA FRANZONI: COLPEVOLE PERCHE' LO HA DETTO LA STAMPA.

IL DELITTO DI GIUSI POTENZA. SABRINA SANTORO E FILOMENA RITA (FLORIANA) MAGNINI. ACCUSATE INGIUSTAMENTE MA PER LA STAMPA RESTERANNO "COLPEVOLI E PUTTANE" PER SEMPRE.

MELANIA REA. OMICIDI E SETTE SATANICHE? NON SE NE DEVE PARLARE!!

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA INVESTIGATIVO. BREMBATE SOPRA: QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI. IL DELITTO DI YARA GAMBIRASIO.

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA INVESTIGATIVO. AVETRANA IL DELITTO DI SARAH SCAZZI.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. LA STRAGE DI ERBA. OLINDO ROMANO E ROSA BAZZI.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. FABRIZIO CORONA COLPEVOLE DI SFRONTATEZZA ED ARROGANZA.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. DELITTO DI MELANIA REA. SALVATORE PAROLISI CON IL MOVENTE INTERSCAMBIABILE.

GRAVINA DI PUGLIA: CICCIO E TORE PAPPALARDI. STORIA DI ORDINARIA ITALIANITA'.

PER NON DIMENTICARE. STORIE DI ORDINARIA FOLLIA. L'ESEMPLARE STORIA DI ANTONIO GIANGRANDE. PERSEGUITATO PERCHE' RACCONTA LA VERITA'.

RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO. UNA NORMA DISATTESA.

PER NON DIMENTICARE. OTTAVIA DE LUISE.

PER NON DIMENTICARE. MAURIZIO BOLOGNETTI E GIUSEPPE DI BELLO. COLPEVOLI DI ESSERE INNOCENTI.

ELISA CLAPS ED IL NIDO DI SERPI.

INSABBIAMENTI E CENSURA A POTENZA.

INSABBIAMENTI: A POTENZA UN MURO DI GOMMA.

TOGHE LUCANE. INCHIESTA CHE NON SA DA FARE.

IL MISTERO DELLA MORTE DEI FIDANZATI DI POLICORO. LUCA ORIOLI E MARIROSA ANDREOTTA.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

DELITTO DI MEREDITH KERCHER. AMANDA KNOX E RAFFAELE SOLLECITO. MA CHE GIUSTIZIA E’ QUESTA?

OMICIDI DI STATO. IL CASO BIANZINO.

OMICIDI DI STATO. GIUSEPPE UVA.

OMICIDI DI STATO. FEDERICO ALDROVANDI.

IL CASO DEL DELITTO DI SIMONETTA CESARONI. RANIERO BUSCO E PIETRINO VANACORE.

MANOLO ZIONI IN CARCERE DA INNOCENTE.

OMICIDI DI STATO. LUIGI MARINELLI.

OMICIDI DI STATO. STEFANO CUCCHI.

OMICIDI DI STATO. MICHELE FERRULLI.

CONDANNATI PREVENTIVI. LA CONDIZIONE DEGLI INNOCENTI IN CARCERE.

TARANTO FORO DELL’INGIUSTIZIA.

SOLO A TARANTO. ILVA, SARAH SCAZZI, BEN EZZEDINE SEBAI. AVVOCATI SUCCUBI DEI MAGISTRATI.

L'INGIUSTIZIA RACCONTATA DAGLI ADDETTI AI LAVORI. 

INGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

A PROPOSITO DI GIUSTIZIA. QUELLO CHE LA STAMPA NON DICE.

CARCERE E STORIE DI ORDINARIA INGIUSTIZIA.

CARA INGIUSTIZIA.

GLI INNOCENTI IN GALERA.

IL COSTO DEGLI ERRORI GIUDIZIARI.

PARLIAMO DI GIUSTIZIA E GIUSTIZIERI. L'ITALIA IN MANO AI MAGISTRATI.

LETTERE DAL CARCERE.

INTERVISTA AL PROCURATORE CAPO.

CENTO VOLTE INGIUSTIZIA.

TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI?

EURISPES: RAPPORTO SUL PROCESSO PENALE.

DATI MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, DIPARTIMENTO PENITENZIARIO. CARCERE: ICONA DELL'INGIUSTIZIA.

ABUSI E VIOLENZE SUI DETENUTI: UN DOSSIER INFINITO....

NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE.

(IN)GIUSTIZIA: 5 MILIONI GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

IL DIRITTO DI DIFESA: UGUALE PER TUTTI ???

IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.

MPUNITOPOLI PER I FUNZIONARI PUBBLICI. FUNZIONARI PUBBLICI: IMPUNITA' ED IMMUNITA'.

MAGISTRATURA: FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI ???

IL MISTERO USTICA.

IL MISTERO MATTEI.

IL MISTERO MORO.

IL MISTERO SULLA MASSONERIA.

IL MISTERO PEDOFILIA.

IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE.

IL MISTERO MOBY PRINCE.

DA MOSTRO A INNOCENTE, STORIE DI CALVARI.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.

MILANO: IL CASO RIZZOLI.

MILANO: IL CASO BERLUSCONI.

MILANO: IL CASO BARILLA’.

MILANO: I CASI MARIANI E CROSIGNANI

MILANO: IL CASO PALAU GIOVANNETTI.

CAGLIARI: IL CASO MANUELLA.

NUORO: IL CASO CONTENA.

ROMA: IL CASO ANDREOTTI.

ROMA: IL CASO LUTTAZZI.

ROMA: IL CASO SABANI.

ROMA: IL CASO DELITTO SIMONETTA CESARONI.

CASERTA: IL CASO OGARISTI.

NAPOLI: IL CASO TORTORA.

BARI: IL CASO LASTELLA.

TARANTO: IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO.

TARANTO: IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO.

LECCE: IL CASO DI NAPOLI.

COSENZA: IL CASO MASALA.

CALTANISSETTA: IL CASO TURCO.

PEDOFILIA. LA FABBRICA DEI MOSTRI.

RIGNANO FLAMINIO E LE SUGGESTIONI. IL CASO DELLA PEDOFILIA SATANICA.

MODENA E LE SUGGESTIONI. IL CASO DELLA PEDOFILIA SATANICA.

 

SOMMARIO TERZA PARTE

 

GIUSTIZIA CAROGNA.

IL DIRITTO DI CRITICA GIUDIZIARIA.

ENZO MANNINA. IN CONFRONTO ALLA GIUSTIZIA ITALIANA KAFKA ERA UN DILETTANTE.

ONESTA’ E DISONESTA’.

CULTURA. EMIL ZOLA: L’AFFAIRE DREYFUS ED I GIORNALI CHE VIVONO DI SCANDALI.

IN NOME DELLO SCANDALO I GIORNALI SBEFFEGGIANO LA VERITA’.

MARCELLO DELL’UTRI. VITTIMA SACRIFICALE.

NICOLA MANCINO. VITTIMA SACRIFICALE.

CLEMENTE MASTELLA. VITTIMA SACRIFICALE.

CULTURA E CIVILTA’ GIURIDICA. CESARE BECCARIA. DEI DELITTI E DELLE PENE.

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. IL RITO INQUISITORIO.

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. LA CRUDELTA’.

DENUNCE A PERDERE.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LE COMPATIBILITA’ ELETTIVE. IO SON IO E TU NON SEI UN CAZZO.

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

PARLIAMO DI INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA.

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

ASSOLTI. PERO’…

L'INGIUSTIZIA NON E' UNA UTOPIA: E' REALTA'.

MORIRE DI CARCERE.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

ESEMPI SCOLASTICI. SONO ASSOLUTAMENTE INNOCENTI. NICOLA SACCO E BARTOLOMEO VANZETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE.

PRESUNTA COLPEVOLE. ANNA PAGLIALONGA.

PRESUNTO COLPEVOLE. OSCAR SANCHEZ.

PRESUNTO COLPEVOLE. FABRIZIO BOTTARO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANGELO CIRRI.

PRESUNTA COLPEVOLE. ANASTASIA MONTANARIELLO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANTONIO FRANCESCO DI NICOLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. CARMINE FORCELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. DINO TRAPPETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. SANDRO VECCHIARELLI.

PRESUNTO COLPEVOLE. TITO RODRIGUEZ.

PRESUNTO COLPEVOLE. EMANUELE NASSISI.

PRESUNTO COLPEVOLE. FILIPPO DI BENEDETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCESCO SPANO'.

PRESUNTO COLPEVOLE. JOSE' VINCENT PIERA RIPOLL.

PRESUNTO COLPEVOLE. BRUNO DEL MORO.

PRESUNTO COLPEVOLE. EMMANUEL ZEBAZE SOKENG.

PRESUNTA COLPEVOLE. JOY IDUGBOE.

PRESUNTO COLPEVOLE. MASSIMO MALLEGNI.

PRESUNTO COLPEVOLE. PIO RAGNI.

PRESUNTO COLPEVOLE. MAURIZIO COMINO.

PRESUNTA COLPEVOLE. MONICA BUSETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIUSEPPE LA MASTRA.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIOVANNI CAMASSA.

PRESUNTO COLPEVOLE. VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. CLAUDIO BURLANDO.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIGI SABANI.

PRESUNTA COLPEVOLE. LAURA ANTONELLI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ROBERTO RUGGIERO.

PRESUNTO COLPEVOLE. CARLO PALERMO.

PRESUNTO COLPEVOLE. SANDRO FRISULLO.

PRESUNTO COLPEVOLE. CLELIO DARIDA.

PRESUNTO COLPEVOLE. FERDINANDO PINTO

PRESUNTO COLPEVOLE. MARIO SPEZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIOVANNI TERZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANTONIO GAVA.

PRESUNTA COLPEVOLE. DANIELA POGGIALI.

PRESUNTO COLPEVOLE. PIER PAOLO BREGA MASSONE.

PRESUNTI COLPEVOLI. GIOVANNI SCATTONE E SALVATORE FERRARO.

PRESUNTO COLPEVOLE. RAFFAELE SOLLECITO.

PRESUNTA COLPEVOLE. AMANDA KNOX.

PRESUNTO COLPEVOLE. LUCIANO CONTE.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARIO CONTE.

PRESUNTO COLPEVOLE. BENIAMINO ZAPPIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO SAVINI.

PRESUNTO COLPEVOLE. OSCAR MILANETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. DIALLO A..

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO SANTESE.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCESCO FUSCO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANDREA MARCON.

PRESUNTA COLPEVOLE. CHIARA BARATTERI.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCO MOCERI.

PRESUNTO COLPEVOLE. SALVATORE RAMELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. SALVATORE GRASSO.

PRESUNTI COLPEVOLI. VINCENZO E GIUSEPPE IAQUINTA.

PRESUNTA COLPEVOLE. BEATRICE CENCI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ARMANDO CHIARO.

PRESUNTA COLPEVOLE. EMILIA SALOMONE.

PRESUNTO COLPEVOLE. ALFONSO SABELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. DOMENICO ZAMBETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. AMBROGIO CRESPI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ILVO CALZIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. OTTAVIANO DEL TURCO.

PRESUNTA COLPEVOLE. MARTA VINCENZI.

PRESUNTI COLPEVOLI. GIULIO E MARIA FRANCESCA OCCHIONERO.

PRESUNTO COLPEVOLE. FILIPPO MAGNINI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ALEX SCHWAZER.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO PANTANI.

PRESUNTE COLPEVOLI. SABRINA MISSERI E COSIMA SERRANO.

PRESUNTI COLPEVOLI. OLINDO ROMANO E ROSA BAZZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. MASSIMO BOSSETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. CATENO DE LUCA.

SONO INNOCENTE.

SONO INNOCENTE. ELAINE ARAUCO DA SILVA.

SONO INNOCENTE. ENZO TORTORA.

SONO INNOCENTE. LORENA MORSELLI.

SONO INNOCENTE. DOMENICO MORRONE.

SONO INNOCENTE. STEFANO MESSORE.

SONO INNOCENTE. ALDO SCARDELLA.

SONO INNOCENTE. MARIA VITTORIA PICHI.

SONO INNOCENTE. PATRIK LUMUNBA.

SONO INNOCENTE. ALBERTO OGARISTI.

SONO INNOCENTE. SAVERIO DE SARIO.

SONO INNOCENTE. FILIPPO LA MANTIA.

SONO INNOCENTE. FULVIO PASSANANTI.

SONO INNOCENTE. VITO GAMBERALE.

SONO INNOCENTE. CARMINE BELLI.

SONO INNOCENTE. PIETRO MELIS.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE GULOTTA.

SONO INNOCENTE. MARIA ANDO’.

SONO INNOCENTE. DIEGO OLIVIERI.

SONO INNOCENTE. CORRADO DI GIOVANNI.

SONO INNOCENTE. LUCIA FIUMBERTI.

SONO INNOCENTE. FRANCESCO RAIOLA.

SONO INNOCENTE. GUIDO BERTOLASO.

SONO INNOCENTE. ANTONIO CARIDI.

SONO INNOCENTE. HASHI OMAR HASSAN.

SONO INNOCENTE. MARIA GRAZIA MODENA.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE MELZI.

SONO INNOCENTI. GIUSEPPE ORSI E BRUNO SPAGNOLINI.

SONO INNOCENTE. ANGELO MASSARO.

SONO INNOCENTE. ANNA MARIA MANNA.

SONO INNOCENTE. CLAUDIO RIBELLI.

SONO INNOCENTE. ANTONIO LATTANZI.

SONO INNOCENTE. JOAN HARDUGACI.

SONO INNOCENTE. VITTORIO LUIGI COLITTI.

SONO INNOCENTE. VITTORIO RAFFAELE GALLO.

SONO INNOCENTE. MICHELE TEDESCO.

SONO INNOCENTE. ROBERTO GIANNONI.

SONO INNOCENTE. SANDRA MALTINTI.

SONO INNOCENTE. GAETANO MURANA.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE SILLITTI.

SONO INNOCENTE. PIO DEL GAUDIO.

SONO INNOCENTE. ANTONIO COLAMONICO.

ALTRI CENTO, MILLE, MILIONI DI INNOCENTI.

 

 

 

 

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

*****

 

 

 

 

 

 

INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

LA MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? 

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto. 
21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

ONESTA’ E DISONESTA’.

1. Era una donna virtuosa, ma il caso volle che sposasse un cornuto. (Sacha Guitry)

2. L'amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è' sincero. (Marcello Marchesi)

3. Proposta: "Facciamo il governo degli onesti!". "Già, e il pluralismo?". (Manetta)

4. Il socialista più elegante?  Martelli. Il più grasso? Craxi. Il più onesto? Manca!

5. Due manager discutono di come scegliere la segretaria e uno dei due dice di avere un metodo speciale tutto suo: "Io la ricevo in ufficio e le faccio trovare per terra un biglietto da 100.000 lire; poi con una scusa mi allontano e osservo quello che succede. La loro reazione è molto istruttiva". Dopo qualche tempo si reincontrano e il primo chiede: "Allora, amico mio, come è andata la scelta della segretaria?". "Ho fatto come mi hai detto: la prima ha raccolto il biglietto e l'ha messo velocemente nella sua borsetta. La seconda l'ha raccolto e me lo ha consegnato. La terza ha fatto come se niente fosse".  "E quale hai scelto?". "Quella con le tette più grosse!".

6. La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta (Isaac Asimov).

7. Convinto dalla tangente, il cerchio accettò di trasformarsi in quadrato. L'angolo invece rifiutò: era sempre stato retto e tale voleva restare.

8. Come ci sono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero esistere benissimo anche politici onesti. (Dario Fo)

9. A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame. (Totò in "La banda degli onesti")

10. C'è un modo per scoprire se un uomo è onesto: chiedeteglielo. Se risponde di sì, è marcio. (Groucho Marx)

11. Se la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera (proverbio italiano)

12. L'onestà paga. La disonestà è pagata. (Silvia Ziche)

13. Definizione di corrotto: vezzeggiativo politico. (S. M. Tafani)

14. Il segreto della vita è l'onestà e il comportarsi giustamente. Se potete simulare ciò lo avete raggiunto. (Groucho Marx)

15. Niente assomiglia tanto a una donna onesta quanto una donna disonesta di cui ignori le colpe.

16. Se l'esperienza insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto. (H.L Mencken)

17. Nel dolore un orbo è avvantaggiato, piange con un occhio solo. (Antonio (Totò) in "La banda degli onesti")

18. L'onestà è la chiave di una relazione sentimentale. Se riuscite a far credere di essere onesti, siete a cavallo. (Richard Jeni)

19. L'onestà è lodata da tutti, ma muore di freddo. (Giovenale)

20. "Jim, dove posso trovare dieci uomini onesti?". "Cosa? Diogene si sarebbe contentato di trovarne uno". (Robert A. Heinlein, Cittadino della galassia)

21. A molti non mancano che i denari per essere onesti. (Carlo Dossi)

22. Le donne oneste non riescono a consolarsi degli errori che non hanno commesso. (SachaGuitry)

23. Un politico onesto è quello che una volta "comprato" resta comprato. (Legge di Simon Cameron)

24. Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perché sono sempre in minoranza. (Aristotele)

25. "Signora - dice la nuova cameriera - in camera sua, sotto il letto, ho trovato questo anello!". "Grazie Rosi. L'avevo messo apposta per controllare la sua onestà". "E' proprio quello che ho pensato anch'io, signora!".

26. Ero veramente un uomo troppo onesto per vivere ed essere un politico. (Socrate)

27. Un governo d'onesti è come un bordello di vergini. (Roberto Gervaso)

28. Si dice: "La disonestà dei politici non paga mai!". E' vero. Generalmente riscuote.

29. Sei onesta come le mosche d'estate, al mattatoio, che rinascono dalla loro stessa merda. (dall'Otello) (William Shakespeare)

30. A volte mi viene il sospetto che avere la fama di essere scrupolosamente onesto equivalga a un marchio di idiozia. (Isaac Asimov)

31. In tutta onestà, non credo nell'onestà.

32. Un uomo onesto può essere innamorato come un pazzo, ma non come uno sciocco. (François de La Rochefoucauld) 33. Ammetto di essere onesto. Ma se si sparge la voce, sono rovinato: nessuno si fiderà più di me. (Pino Caruso)

34. Donne oneste ce ne sono più di quelle che non si crede, ma meno di quelle che si dice. (Alessandro Dumas figlio) (in "L'amico delle donne")

35. La principale difficoltà con le donne oneste non è sedurle, è portarle in un luogo chiuso. La loro virtù è fatta di porte semiaperte. (Jean Giraudoux)

36. Una volta l'onestà, in un individuo, era il minimo che gli si richiedesse. Oggi è un optional. (Maurizio Costanzo)

37. Le anime belle, le figurine del presepe, le persone oneste... Ne ho conosciute tante, erano tutte come te. Facevano le tue domande, e con voi il mondo diventa più fantasioso, più colorato... Ma non cambia mai !! (Il ministro Nanni Moretti a Silvio Orlando in "Il portaborse")

38. Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste. (Martin Luther King)

39.  Era così onesto che quando trovò un lavoro, lo restituì.

40. Mi piace un soprabito scoperto dagli americani, il koccomero, quello che si aggancia con i calamari. (Totò in "La banda degli onesti")

41. Il tipografo Lo Turco ammira tutto l'armamentario per fabbricare banconote false: "Ma questa è filagrana!".  Toto': "Sfido io! Viene dal policlinico dello Stato!". (In "La banda degli onesti")

42. L'onestà nella compilazione della dichiarazione dei redditi viene considerata in Italia una forma blanda di demenza. (Dino Barluzzi)

43. Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta. (Benedetto Croce)

44. Ci sono fortune che gridano "imbecille" all'uomo onesto. (Edmond e Jules de Goncourt)

45. L'onestà dovrebbe essere la via migliore, ma è importante ricordare che, a rigor di logica, per eliminazione la disonestà è la seconda scelta. (George Carlin)

46. In Italia si ruba con onestà, rispettando le percentuali. (Antonio Amurri)

47. I nordici prendono il caffè lungo, noi sudici lo prendiamo corto. (Totò in "La banda degli onesti")

48. Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo. (FriedrichNietzsche)

49. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

50. Neanche la disonestà può offuscare la brillantezza dell’oro.

51. Ti ho insegnato ad essere onesto, perché intelligente non sei. (Bertold Brecht)

52. L'onestà paga, ma pare non abbastanza per certe persone. (F. M. Hubbard)

53. Nessuna persona onesta si è mai arricchita in breve tempo. (Menandro)

54. Nessuno può guadagnare un milione di dollari onestamente. (No one can earn a million dollars honestly). (William Jennings Bryan)

55. Sicuramente ci sono persone disoneste nei governi locali. Ma è anche vero che ci sono persone disoneste anche nel governo nazionale. (Richard Nixon)

56. Le persone oneste si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine. (Charles Péguy)

57. L'onestà, come tante altre virtù, dipende dalle circostanze. (Roberto Gervaso)

58. Nessun uomo può guadagnare un milione di dollari onestamente, così come è disonesto ed invidioso chi dichiara il contrario. (Antonio Giangrande)

59. Colmo per un uomo retto: innamorarsi di una donna tutta curve.

60. Una politica onesta proietta una nazione sana nel futuro. Per questo si chiama Fantascienza. (Mauroemme)

61. Per il mercante anche l'onestà è una speculazione. (Charles Baudelaire)

62. In politica l'onestà è forse la cosa più importante. Chi ce l'ha deve partire con un grosso handicap! (Bilbo Baggins)

63. Dimettersi per una multa è soprattutto un ennesimo esempio della severità del rapporto tra etica e politica in Gran Bretagna. Tranquilli, ci pensiamo noi qua a ristabilire l'equilibrio europeo. (Annalisa Vecchiarelli)

64. La massima ambizione dell'uomo? Diventare ricco. Come? In modo disonesto, se è possibile; se non è possibile, in modo onesto. (Mark Twain)

65. Era un uomo così onesto e probo, da non essere neanche capace d'ingannare il tempo... (Fabio Carapezza)

66. Se l'esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto.

67. La disperazione più grave che possa colpire una società e' il dubbio che vivere onestamente sia inutile. (Corrado Alvaro)

68. In un'epistola Orazio fustiga un doppiogiochista della morale che, ammirato da tutto il popolo, offre un bue e un porco agli dei, pregando Giove e Apollo ad alta voce. Ma subito dopo si rivolge a LAVERNA, dea protettrice dei ladri e a fior di labbra, in modo che nessun lo intenda, prega: "Laverna bella, fammi la grazia ch'io possa imbrogliar il prossimo, concedi ch'io passi per un galantuomo, un santo, e sopra i miei peccati distendi la notte, sopra gli imbrogli una nube". (Orazio)

69. Ingiuriare i mascalzoni con la Satira è cosa nobile, a ben vedere significa onorare gli onesti. (Aristofane)

70. L'onestà andrà di moda. (Beppe Grillo)

71. L'onestà è sempre la migliore scelta... ma spesso bisogna seguire la seconda scelta.

72. Odiare i mascalzoni è cosa nobile. (Quintiliano)

73. Uomini onesti si lasciano corrompere in un solo caso: ogniqualvolta si presenti l'occasione. (Gian Carlo Moglia)

74. Maresciallo: "...hanno arrestato anche il tipografo". Totò: "Lo Turco!!". Maresciallo: "No, lo svizzero". Totò: "Allora mi ha dato un nome falso!!" (Totò in "La banda degli onesti")

75. Portieri si nasce, non si diventa. (Totò in "La banda degli onesti")

76. Perchè anch'io, modestamente, nella media borghesia italiana occupo una società... condomini che vanno e che vengono, che quando è natale, pasqua mi danno la mancia, per il mio nome mi regalano lumini..." (Totò ne "La banda degli onesti")

77. Ho mandato mia moglie e i miei figli a un funerale, così si divagano un po'. (Totò' ne "La banda degli onesti")

78. Tanto Gentile il segretario pare se si dimette

e la poltrona sua saluta

e ogni lingua de li colleghi trema muta

che altrimenti vorrebber commentare.

Egli si va, sentendosi laudare,

per la rinuncia d’umiltà vestuta,

e par quasi fosse cosa non dovuta

ma invece scelta per obbligo morale.

Che il popolino l’onestà l’ammira,

e dà agli illusi una dolcezza al core,

chi se ne va senza aspettar altre prove.

Ma i peggiori non v’è modo li si muova,

né per decenza oppur spinti dall’onore,

che sol per la poltrona l’anima lor sospira. (Bilbo Baggins)

79. L'onestà non paga. Se vuoi fare l'onesto lo devi fare gratis. (Pino Caruso)

80. Ricòrdati che l'onestà paga sempre! Specialmente le tasse! (Renato R.)

81. La madre dei cretini è sempre incinta. Quella degli onesti ormai è in menopausa.

82. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

83. Sto cercando di fare di mio figlio un italiano onesto, leale, corretto, solidale, amante della giustizia... "Un disadattato, insomma". (Stefano Mazzurana)

84. Io sono onesto. Contro chi devo scagliare la prima pietra? (Renato R.)

85. Nigeriano disoccupato trova 4.350 euro e li restituisce. Bisogna dire basta a questi gesti inappropriati, se vengono nel nostro paese devono rispettare le nostre regole. Che sono venuti qua ad insegnarci l'onestà? (Barbara Zappacosta)

86. Viviamo tempi in cui se dici "onesto!" a qualcuno, rischi d'offenderlo... (Alessandro Maso)

87. Sono una persona molto onesta e corretta. Mi sento un verme anche quando, ad un incontro, inganno l'attesa. (DrZap)

88. Secondo un emendamento del decreto milleproroghe, il M5S verrà multato per aver rifiutato i rimborsi elettorali. Sancendo la nascita di un nuovo reato: ONESTARE. (Kotiomkin) (Giovy Novaro)

Il "no" di Benedetto Croce al moralismo in politica. L'edizione nazionale dell'opera del pensatore ci restituisce i testi completi sul rapporto tra l'etica e la cosa pubblica, scrive Giancristiano Desiderio, Giovedì 26/05/2016, su "Il Giornale". È curioso, ma gli italiani quando si tratta di curare malanni e malattie non chiedono un onest'uomo, sì piuttosto un buon medico, onesto o disonesto che sia, purché sappia il fatto suo e non li mandi anzitempo all'altro mondo mentre quando ci sono in ballo le cose della politica gli italiani richiedono non uomini pratici e d'azione ma onest'uomini o, almeno, così dicono. Cos'è, dunque, l'onestà politica? Se lo chiedeva in modo diretto Benedetto Croce e rispondeva in modo altrettanto diretto: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». Lo scritto intitolato proprio così - L'onestà politica - è il frammento XXXVII dei Frammenti di etica che uscì in volume nel 1922 e che nel 1931 andò a comporre, insieme con altri scritti, l'importante volume Etica e Politica. Ora la casa editrice Bibliopolis, che cura l'Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, sta per mandare in libreria a cura di A. Musci proprio Etica e Politica nella edizione completa del 1931 riproducendo il testo nell'edizione ne varietur del 1945. In questo modo il lettore che segue le uscite delle opere crociane avrà modo di avere in un unico testo i quattro libri che compongono il volume: appunto, i Frammenti di etica del 1922, gli Elementi di politica del 1925, gli Aspetti morali della vita politica del 1928 e il Contributo alla critica di me stesso che uscì per la prima volta nel 1918 in cento copie stampate da Riccardo Ricciardi, l'amico editore di Croce che il filosofo chiamava con affetto Belacqua. Gli scritti raccoglievano nella maggior parte dei casi testi già pubblicati sin dal 1915 su riviste e periodici: anzitutto La Critica, e poi La Diana di Fiorina Centi, il Giornale Critico della Filosofia Italiana di Gentile, Politica di Alfredo Rocco e Francesco Coppola, gli Atti dell'Accademia di Scienze morali e politiche della Società reale di Napoli, i Quaderni critici di Domenico Petrini e La Parola di Zino Zini. In qualche caso anticipazioni e estratti erano già comparsi su quotidiani d'ispirazione liberale e conservatrice come Il Resto del Carlino di Tomaso Monicelli o Il Giornale d'Italia di Alberto Bergamini e Vittorio Vettori. L'origine pubblicistica dei testi ci fa aprire gli occhi sulla qualità del giornalismo italiano del secolo scorso. Ma oggi questi scritti cos'hanno da dire al lettore, son vivi o son morti? Faccia così il signor lettore, non si fidi di niente e di nessuno, neanche di questa noterella, prenda in mano il testo e si faccia un'idea sua. Qui, se è possibile, do solo un consiglio, di guardar le date e notare che gli scritti di politica - gli elementi - uscirono nel 1925 quando Croce, ormai, era passato all'opposizione di Mussolini e del fascismo, quando era finita male l'amicizia con Giovanni Gentile e in quegli scritti il filosofo della libertà marcava tutta la sua differenza rispetto alle commistioni di pensiero e azione fatte da Gentile e da Mussolini e rifiutava apertamente ogni morale governativa respingendo la sbagliata e pericolosa idea hegeliana dello Stato etico: «Nonostante codeste esaltazioni e codesto dionisiaco delirio statale e governa mentale -diceva- bisogna tener fermo a considerare lo Stato per quel che esso veramente è: forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone». Il pregio della posizione liberale di Croce è proprio qua: nella distinzione tra filosofia e politica, pensiero e azione; una distinzione che non solo si basava sulla qualità del giudizio storico che ha la sua virtù proprio nella distinzione ma anche sulla grande e imperitura lezione di Machiavelli che rendendo autonoma la politica rese possibile il governo liberale e il controllo dei governanti. Il liberalismo di Croce ha in sé il realismo politico e questo gli consente di non degenerare né nell'utopia né nel giusnaturalismo e di essere oggi come allora un pensatore antitotalitario che si oppose non solo al fascismo ma anche al comunismo. Tuttavia, qui giunto, vorrei dare al lettore, se mi è concesso e se non lo infastidisco, un altro consiglio non richiesto: inizi la lettura dal Contributo alla critica di me stesso, un gioiello di pensiero, umanità e letteratura. Forse, è il modo migliore non solo di avvicinarsi a quest'opera ma anche di avvicinarsi a Croce e di entrare nel suo mondo che è tutto ispirato dalla libertà umana e improntato alla sua promozione e custodia. La lezione viva che si può ricavare da Etica e Politica è quella di non cadere nelle illusioni e nei miti della politica e della vita pratica e di conservare quella necessità che insita nella vita umana: pensare la propria esistenza per non farsi eccessivamente governare dagli altri.

La “presunta” onestà degli italiani, scrive il 2 agosto 2015 don Giorgio De Capitani. In questi ultimi tempi, anche a causa delle polemiche inerenti ai profughi che, dietro ordini delle Prefetture, vengono smistati e messi in alcuni locali dismessi dei Comuni, è uscita di colpo la “presunta” onestà dei cittadini italiani. Anche sul mio sito, ho letto frasi simili: da 50 anni pago le tasse, ho lavorato e sudato onestamente, ed ecco che arriva questa gente, per non dire “gentaglia”, che mi fa sentire cittadino di serie B o Z, quasi umiliato nei miei diritti, eccetera, eccetera. C’è un giornale online locale, Merateonline, dove, ogni giorno, magari con la soddisfazione del suo Direttore, appaiono lettere e lettere di cittadini frustrati dalla presenza di questi “loschi” individui, che non pagano le tasse, non lavorano, anzi li disturbano, non li fanno più vivere in santa pace. Se volete toccare di persona il polso della solidarietà o umanità della gente brianzola, ecco, ne potete avere una certa idea. Sì, una certa idea, perché in realtà i brianzoli sono ancor più egoisti, al di là della loro “innocenza” battesimale o del loro utile pragmatismo pastorale, con la benedizione dei parroci consenzienti. Ma… chi è onesto al cento per cento? Credo nessuno, nemmeno il papa. Chi non ha fatto fare qualche lavoretto in nero? Chi ha fatturato ogni lavoro eseguito? Chi ha sempre pagato l’iva? Chi ha dichiarato l’esatta metratura dei propri locali, per evitare di pagare più tasse sulla spazzatura? Chi lavora per raccomandazione o ha vinto un concorso truccato, chi è un falso invalido o un baby pensionato, ecc. Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Naturalmente, quando non paghiamo qualche tassa, ci giustifichiamo in nome della nostra “onestà” presunta, oppure del fatto che gli altri non pagano: “Io non sono un coglione”!  E così via…E poi, soprattutto nel campo ecclesiastico, c’è sempre una ragione “valida” per non pagare tutte le tasse: faccio il bene, mi do da fare per gli altri, sono qui tutto il giorno al servizio della comunità anche civile, e poi dovrei pagare anche le tasse? Il bene mi fa sentire in diritto di esserne esente! Ma questo è un altro discorso, anche complesso. Ma ciò che non sopporto è la “presunta” onestà degli italiani, a giustificazione del proprio egoismo di cittadini che, per il fatto di vantare la propria onestà in base a criteri del tutto personali (ognuno si è fatto il proprio Codice e la propria Costituzione), rifiutano coloro che essi ritengono “diversi”, “estranei”, “illegali”, addirittura “pericolosi”, che mettono a rischio la “presunta” onestà di cittadini italiani.

Chi scaglia la prima pietra? L’editoriale di Sebastiano Cultrera del 06.02.2016. Le incalzanti notizie di cronaca giudiziaria provocano reazioni variegate tra i cittadini della nostra isola. Sgomento, sorpresa, sdegno, compassione o incredulità si alternano nei discorsi tra i cittadini. Ma emerge, troppo spesso, una ipocrisia di fondo che è la stessa che attraversa, troppo spesso, la nostra società procidana. “La devono pagare cara!” ho sentito dire da qualche anima bella “Anche per rispetto ai procidani onesti”. E questa storia dell’ONESTA’ è una specie di ritornello al quale, anche in politica, qualcuno si appella, e di solito lo fa chi è a corto di argomenti: naturalmente declinando il concetto di “onestà” a propria convenienza e piacimento. Io sono convinto, e ho cercato di sostenerlo anche recentemente, che il popolo procidano è un popolo profondamente onesto. Forse il nostro peggior difetto è il menefreghismo, unito ad un individualismo esasperato (i procidani sono “sciuontere”, usa dirsi). Ma rispetto ad altre realtà, anche contigue alla nostra, non possiamo certo lamentarci: non prosperano qui bande criminali, né (per fortuna) si registrano un numero di crimini particolarmente allarmante. Sostanzialmente il popolo procidano (che ha una grande storia imprenditoriale, densa di integrazione culturale e di commerci internazionali) è un popolo sano, produttivo e lavoratore, con un bagaglio etico del lavoro e della famiglia di tipo tradizionale. Tuttavia l’Onestà Aà Aà (quella degli slogan) è un’altra cosa, e proprio quegli esacerbati che la proclamano ai quattro venti (o semplicemente nelle chiacchiere da bar o da aliscafo) dovrebbero, prima, almeno, farsi delle domande. Il quadro che, in effetti, emerge dalle notizie che i media ci restituiscono, rispetto alle inchieste in corso, è un quadro complesso, che lascia intendere una vastissima rete di complicità, con l’abitudine a piccoli e grandi privilegi individuali o di “categoria” che erano diventati, nel tempo, dei veri e propri abusi; magari questi episodi non rivestono sempre rilevanza penale, ma, ciò non di meno, sono egualmente molti distanti da qualunque ideale corretto di ONESTA’. E’, poi, meritevole di approfondimento (e a breve mi piacerebbe farlo) la differenza tra i concetti di ONESTA’, di ETICA e di MORALE, recentemente abusati e usati talvolta a sproposito. Faccio solo notare che essi necessitano, per concretarsi, di un quadro di VALORI condiviso, che invece non esiste più o non è sufficientemente condiviso. Giacché ciascuno si fa una morale a proprio uso e consumo e si finisce per riferirsi, volentieri, alla sola dis-ONESTA’ degli ALTRI, in un eterno gioco di specchi asimmetrico: che, come Lui ha insegnato, ci fa concentrare, colpevolmente, esclusivamente sulle pagliuzze altrui. I sepolcri imbiancati di oggi è facile riconoscerli: sono quelli che, in certi frangenti, si sbattono più di tutti, quelli che vagano stracciandosi le vesti predicando ONESTA’ a sproposito, come se fosse una confezione di dentifricio atta a pulire bocca e denti. E nulla dicono su di loro stessi e sui loro amici, sui costumi diffusi di una comunità che non si riscatta additando le colpe di altri, neanche di uno o più capri espiatori. Invece il largo stuolo di professionisti, impiegati, commercianti e cittadini che beneficiavano (o beneficiano?) di quel “sistema” o comunque si integravano in quel quadro è imponente (e non risparmia neanche molti soggetti dispensatori di slogan o in vario modo in contiguità col moralismo di maniera); essi non sono esattamente dei criminali, almeno fino a prova contraria (e nessuno lo è, quindi, fino a sentenza definitiva). Ma certo dobbiamo dire con ONESTA’ INTELLETTUALE (ahia, l’ho detto anche io!) che tra multe cancellate, impunità varie, spiate e dossier, professionalità tecniche asservite a “papocchi” amministrativi, emerge un quadro sconfortante. Se poi apriamo il focus e vediamo anche il popolo delle casse marittime facili, dei piccoli e grandi abusi e delle piccole e grandi evasioni, possiamo allora essere certi di avere toccato quasi ogni famiglia isolana. Poiché l’averla “fatta franca” non significa essere moralmente meno colpevoli, ciò NON AUTORIZZA a scagliare la PRIMA PIETRA per ferire (a colpi di ONESTA’) chi sciaguratamente è stato scoperto. Spesso, infatti, è proprio la cattiva coscienza che porta a voler concentrarsi su uno o più responsabili (presunti) del decadimento morale, anche al fine di mondare catarticamente le proprie responsabilità e quindi la coscienza stessa. Invece la strada per la “salvezza” (cioè verso una nuova consapevolezza) passa attraverso una presa di coscienza collettiva delle VIRTU’, ma anche dei VIZI di una comunità: al fine di migliorarla.

Una banda di ballisti. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 07/09/2016 su “Il Giornale”. Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, cadde su una bugia. Un suo successore, Bill Clinton, rischiò la stessa fine e si salvò in extremis solo perché si pentì e chiese scusa in tempo. Margaret Thatcher sull'argomento aveva un'idea più femminile: «Non si raccontano - ebbe a dire - bugie deliberatamente, diciamo che a volte bisogna essere evasivi». Virginia Raggi, neosindaco di Roma, Luigi Di Maio e tutta la banda dei Cinquestelle, travolti dallo scandalo della bugia sul fatto che nessuno sapeva che una loro assessora era indagata, sono quindi in buona compagnia. Del resto perché sorprendersi di un politico bugiardo? Machiavelli, già cinquecento anni fa, inseriva la menzogna tra le arti di cui un principe deve essere dotato se vuole ben governare. Il problema nasce quando sul malcapitato si accende il faro del sospetto, perché secondo gli esperti, per provare a coprire una bugia - esattamente come accade tra marito e moglie fedifraghi - è necessario raccontarne almeno altre sette. Che è esattamente quello che sta succedendo in queste ore nei piani alti del partito di Grillo, tra accuse e difese, sospetti e veleni incrociati. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo. E adesso si fa dura, perché, come dice un antico proverbio russo, con le bugie si può andare avanti ma mai tornare indietro. E quindi addio per sempre verginità, addio purezza, addio diversità, addio a tutte le fregnacce che ci siamo dovuti sorbire in questi anni. Il Cinquestelle non è il partito Bengodi, non lo è mai stato e mai lo sarà, è semplicemente una casta che sta tentando di scalzarne un'altra. Con l'aggravante dell'inesperienza e dell'incapacità che si sono dimostrate maggiori del previsto, non solo a Roma ma in tutte le città in cui sono stati messi alla prova. C'è da gioire di tutto questo? No, per niente. Milioni di italiani sono stati ingannati dal moralismo di un comico e da un gruppo di ragazzini; Virginia Raggi, se come probabile resterà in sella grazie a qualche espediente mediatico, sarà un sindaco dimezzato, bugiardo e inaffidabile. E parliamo del sindaco di Roma capitale, non so se mi spiego.

Sul web scatta la gara di sfottò: "È tutta colpa delle cavallette". Raffica di parodie su Di Maio, scrive Paolo Bracalini, Giovedì 08/09/2016, su "Il Giornale". Dopo le case pagate ad insaputa e lauree conseguite senza saperlo, la mail letta ma non capita da Di Maio entra di diritto nella classifica delle scuse più incredibili della politica nazionale, anche perché nel breve curriculum di Di Maio figura un periodo da webmaster, difficile da svolgere se si ha difficoltà con le mail. L'ironia del web, quindi, si abbatte senza pietà sul pupillo avellinese della Casaleggio Associati, che già aveva pronti nel guardaroba i completi da presidente del Consiglio. Anche se molte tweetstar che in altri casi avrebbero fatto a pezzi il protagonista della gaffe politica, con Di Maio si astengono dall'infierire, meglio non mettersi contro i follower grillini che fanno numero. Ma se una parte dei commenti in Rete è rappresentato dai fan che seguono fedelmente la linea indicata dal direttorio (cioè: è tutta una montatura dei partiti e dei media per screditare il M5S, gli scandali sono altri), la stragrande maggioranza sono sfottó e parodie per la goffa giustificazione addotta dal vicepresidente della Camera. Che rievoca a molti lettori, ricordi e memorie dai banchi di scuola: «Ma oggi c'era interrogazione? Pensavo si facesse ripasso», «Il cane mi ha mangiato i compiti!», «La difesa del ripetente: non avevo capito, non c'ero, e se c'ero dormivo» suggeriscono tre lettori di Repubblica.it, mentre un altro propone un'interpretazione linguistica: «Lui è napoletano e la Taverna parla in romanesco stretto, dovete pur capire il poverino!». Molti twittaroli suggeriscono una integrazione alla scusa di Di Maio pubblicando il celebre monologo di John Belushi in Blues Brothers, quando deve giustificarsi di fronte all'ex ragazza che lo punta con un fucile d'assalto M16 per averla abbandonata davanti all'altare («Ero rimasto senza benzina. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!»), mentre sui social network viene rimbalza una parodia evangelica: «Tutti contro Di Maio per una mail e nessuno parla dei Corinzi che non hanno mai risposto alle lettere di San Paolo. Questa è l'Italia dei poteri forti». Su Twitter esiste un account @Iddio, con 454mila follower, e anche da lì arriva l'ironia sul vicepresidente della Camera: «Nel progetto originale era previsto di fare le donne senza peli e senza cellulite, ma ho letto male l'email». Filippo Casini ha capito l'origine del complotto denunciato dai Cinque stelle: «Di Maio: Abbiamo tutti i media contro. Soprattutto Hotmail e Outlook», i provider di posta elettronica. «Ho sbagliato a leggere la mail» is the new «Mi hanno rubato l'account», twitta la Lucarelli del Fatto. Sfotte anche Pig Floyd su Twitter: «Mi è arrivata la bolletta della luce da 230. Credo che pagherò 2.30 dicendo Scusate, ho letto male». Ma poi il popolo M5S si dà la carica con Grillo a Nettuno. E anche questo ispira la presa per i fondelli sui malintesi di Di Maio: «Nettuno? Cavolo. Ma un pianeta più vicino non c'era?».

La follia di fare dell'onestà un manifesto politico. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 15/04/2016, su "Il Giornale". «Onestà, onestà», hanno intonato dirigenti e simpatizzanti grillini sul sagrato della chiesa di Santa Maria delle Grazie all'uscita della bara di Gianroberto Casaleggio. Come ultimo saluto, una preghiera laica in linea con il dogma pentastellato che al di fuori del loro club tutto è marcio e indegno. Gli unici onesti del Paese sarebbero loro, come vent'anni fa si spacciavano per tali i magistrati del pool di Mani pulite, come tre anni fa sosteneva di esserlo il candidato del Pd Marino contrapposto a Roma ai presunti ladri di destra. Come tanti altri. Io non faccio esami di onestà a nessuno, me ne guardo bene, ma per lavoro seguo la cronaca e ho preso atto di un principio ineluttabile: chi di onestà colpisce, prima o poi i conti deve farli con la sua, di onestà. Lo sa bene Di Pietro, naufragato sui pasticci immobiliari del suo partito; ne ha pagato le conseguenze Marino con i suoi scontrini taroccati; lo stesso Grillo, a distanza di anni, non ha ancora smentito le notizie sui tanti soldi in nero che incassava quando faceva il comico di professione. Cari Di Maio e compagnia, smettetela con questa scemenza del partito degli onesti che fa la morale a tutti, cosa che fra l'altro porta pure male. L'onestà non è un programma politico, è una precondizione personale per affrontare la vita in un certo modo. Io voglio comportarmi onestamente, e mi piacerebbe facessero altrettanto il mio fruttivendolo, chi mi vende l'automobile, chi si occupa della mia salute, il politico che voto. Ma da loro pretendo solo una cosa: che la frutta sia buona e sana, che l'auto funzioni come mi aspettavo, che se necessario il mio medico mi salvi la vita, che la politica sia efficiente nel risolvere i miei problemi. L'onestà che viene a mancare è un problema della loro coscienza, e giudiziario se comporta la violazione delle leggi e se danneggia la comunità. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro. Anzi, a volte, vedi casi Livorno e Quarto, fanno disastri ben peggiori. Cosi come in Parlamento la strategia grillina ha prodotto tanto fumo e zero arrosto. Sarò all'antica, ma in chiesa, ai cori sull'esclusiva dell'onestà («chi è senza peccato scagli la prima pietra», diceva il Padrone di casa) preferisco ancora una preghiera. 

"Noi siamo garantisti e lo siamo anche con il sindaco di Livorno raggiunto da avviso di garanzia non come gli esponenti del Movimento che sono garantisti con i loro e giustizialisti con gli altri": lo ha detto il ministro Boschi parlando nel bresciano a Desenzano del Garda il 7 maggio 2016. Boschi ha quindi aggiunto "Di Maio era a Lodi questa mattina, mi auguro che domani vada a Livorno a chiedere le dimissioni del suo sindaco". "Il 21% dei comuni amministrati dal Movimento 5 stelle - ha concluso - ha problemi con la giustizia, ma il loro grido onestà, onestà diventa omertà, omertà quando riguarda loro".

Caso Pizzarotti: il doppiopesismo che spaventa. L'ipocrisia dentro e fuori il M5S li mostra giustizialisti in pubblico, esoterici nelle “stanze delle tastiere”. Un pericolo per la democrazia, scrive Marco Ventura il 15 maggio 2016 su "Panorama".  Lo aveva detto con chiarezza Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prima della sospensione dal Movimento 5 Stelle tramite la mail anonima dello “staff” (che rimanda al direttorio M5S e, in definitiva, al clan Casaleggio): “Non è che tutti gli altri sono cattivi e noi tutti buoni. Per sistemare i problemi a volte è necessario sporcarsi le mani”. Ammissione importante. Quindi, non erano tutti cattivi i craxiani o i berlusconiani, così come non sono tutti buoni i magistrati o i 5 Stelle. Se c’è di mezzo l’amministrazione di una città, ci si può dover sporcare le mani. Ne consegue che se questo vale per Livorno, a maggior ragione deve valere per Roma o Milano. Ci si può sporcare le mani “a fin di bene”, forse. Per dare un’aggiustatina. Eppure, per degli integralisti come i 5 Stelle dovrebbe valere il principio che il fine non giustifica mai i mezzi, insomma le mani bisognerebbe non sporcarsele in nessun caso. Tanto meno bisognerebbe accusare gli altri di sporcarsele, per poi autoassolversi se si viene beccati con le mani dentro lo stesso barattolo di marmellata con l’etichetta “concorrenza in bancarotta fraudolenta” o “abuso d’ufficio”. Sembra invece che i grillini siano una razza a parte anche sotto questo aspetto. Se sono loro a finire nel mirino delle Procure (è successo nella maggioranza delle amministrazioni locali che controllano), si tratta di giustizia a orologeria, manganellate giustizialiste, “reati minori”. Vito Crimi, ex presidente dei senatori pentastellati, sembra considerare una medaglia al petto l’avviso di garanzia al compagno di partito nonché Sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, per 33 assunzioni in un’azienda sull’orlo del baratro. Si può mai esser colpevoli, chiede Crimi, di “aver evitato a 33 famiglie di finire in mezzo a una strada?”. Eppure, in altri tempi e riferita ad avversari, l’assunzione di 33 persone in un’azienda municipalizzata che sta per fallire sarebbe stata definita proprio dai 5 Stelle “clientelismo”. I due pesi e due misure riguardano non soltanto i nemici, ma i compagni di cordata. Pizzarotti è sempre stato un mezzo dissidente rispetto ai vertici del partito, Nogarin no. Quindi Pizzarotti viene sospeso e Nogarin salvato (e difeso). Ma il problema non riguarda solo i pentastellati. Riguarda tutti noi. I 5 Stelle un giorno potrebbero avere i numeri per governare. Si tratta di un movimento rivoluzionario, guidato senza trasparenza, molto simile a una setta (spesso i rivoluzionari sono strutturalmente settari). Ma quando la setta incrocia il potere, diventa un pericolo per la democrazia. La verità è che i rivoluzionari, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi momento storico, hanno dimostrato di essere poi bravissimi a adattarsi alle poltrone e nicchie di potere, e di essere mediamente peggiori dei predecessori che si sono trovati a gestire un consenso che calava.  I due pesi e due misure di direttorio e clan Casaleggio contraddicono in modo eclatante la supposta trasparenza delle origini (che in realtà non c’è mai stata). I terribili scontri intestini appartengono alla peggiore tradizione del variegato socialismo e comunismo sovietico. Specchio capovolto del populismo sbandierato dai parlamentari 5 Stelle. Populisti e giustizialisti in pubblico, esoterici e incontrollabili nel chiuso di “stanze delle tastiere” che hanno sostituito le “stanze dei bottoni”.  

Come il giustizialista imputato diventa garantista. L'ex comunista Cioni a Firenze. I grillini Nogarin a Livorno e Pizzarotti a Parma. Prima giacobini, poi indagati: e oggi chiedono il rispetto delle regole dello Stato di diritto, scrive il 13 maggio 2016 Maurizio Tortorella su "Panorama". "A mia figlia Giulia, la più piccola, i compagni di classe domandavano: perché tuo padre non è in prigione? Nel tritacarne mediatico i giornali ti bollano come corrotto e gli amici scompaiono". È bellissima e illuminante l'intervista di Graziano Cioni al Foglio di oggi. Cioni, 70 anni, è stato un esponente del Pci-Pds-Ds-Pd toscano, assessore alla Sicurezza e alla vivibilità di Firenze: nel novembre 2008, da candidato a sindaco della città, venne travolto politicamente e umanamente da un'inchiesta e poi da un processo per corruzione per un progetto urbanistico sull'area fiorentina di Castello. Quell'inchiesta è appena terminata in nulla, in Cassazione. Ma Cioni ha vissuto quasi otto anni d'inferno. Oggi dice ad Annalisa Chirico, che lo intervista: "Io ero un giustizialista convinto. Che puttanata. Per me la legalità era un vessillo assoluto, una bandiera. Le garanzie? la presunzione d'innocenza? Non mi ponevo il problema. Quel che un magistrato fa è giusto per definizione". Cioni ricorda il famoso discorso di Bettino Craxi: quello del luglio 1992, in piena Tangentopoli, quando in Parlamento il segretario del Psi chiamò in correità tutti i segretari di partito, dichiarando "spergiuro" chi avesse negato un finanziamento illecito. "Io ero un anticraxiano di ferro" dice oggi Cioni. "Votai per l'autorizzazione a procedere. Oggi non lo rifarei. Pensavo che Craxi avesse torto. Ho capito che avevamo torto noi". Oggi che cosa dice Cioni della giustizia? "Le carriere dei pm e dei giudici vanno separate. L'assoluzione deve essere inappellabile: io sono stato scagionato da ogni accusa in primo grado, ma il pm è ricorso in appello così mi sono ritrovato nel fuoco incrociato di una contrapposizione tra giudici. La responsabilità civile dei magistrati resta una chimera: perché chi sbaglia non paga? Si dice: questo potrebbe frenarli. Ma allora un chirurgo che dovrebbe fare?". È un uomo folgorato sulla via di un processo. Induce sincera compassione umana, Graziano Cioni. La vita con lui è stata durissima e crudele, non soltanto dal punto di vista giudiziario. Ma il suo percorso mentale da giustizialista a garantista, per quanto straordinario e paradossale, e intimamente giusto, scuote l'animo. Anche perché ormai incarna in sé gli echi di una sconcertante regolarità. Perché, esattamente come lui, proprio in questo periodo approdano alla sponda garantista tanti ex giustizialisti. Sono sempre più numerosi i giacobini che, colpiti da un avviso di garanzia ed entrati loro malgrado nel circo mediatico-giudiziario, scoprono la violenza che hanno alimentato fino al giorno prima. E a quel punto saltano loro i nervi, diventano fragili, soffrono. Capiscono i disastri del populismo giudiziario. Filippo Nogarin, sindaco grillino di Livorno, e Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, indagati a diverso titolo, oggi rivendicano la correttezza del loro operato e si ribellano: rifiutano di seguire le regole del Movimento 5 stelle cui appartengono. Non si dimettono, dopo che il mantra grillino per anni è stato: "Fuori dallo Stato ogni indagato". Attenzione: qui nessuno s'indigna. Ed è in buona misura scorretto fare quel che fanno certi esponenti del Pd, che gridano strumentalmente allo scandalo per il cambio di fronte degli avversari grillini. Non pare corretta nemmeno la rivalsa di chi, nel centrodestra, osserva tacendo: come se fosse una consolazione, perché "ora tocca a loro". No, qui non si tratta nemmeno di contestare una doppia morale, o il doppiopesismo. Chi crede di avere davvero nel sangue il rispetto delle regole dello Stato di diritto, in realtà, si stupisce soltanto che tutti costoro non lo abbiano capito prima. Che non abbiano compreso che l'errore è umano, e che anche l'errore giudiziario lo è. E pertanto che non c'è alcuna certezza, né una Verità assoluta e insindacabile. Né in una chiesa, né in un partito, né (tantomeno) in un tribunale. Il problema è che non si può attendere di subire un'esperienza giudiziaria per comprendere che la presunzione d'innocenza va davvero utilizzata come una regola superiore, stellare. Che l'arresto in carcere deve essere l'ultima istanza, davvero. Che i giornali non possono devastare l'immagine di una persona. Possono porre problemi, ma non dare certezze. Quelle le ha soltanto Dio, se esiste. Il problema è che il circuito mediatico-giudiziario, un unicum vergognoso, da Paese sottosviluppato, è un mostro che va affrontato collettivamente e contenuto, possibilmente annullato. Non lo si è fatto per troppi anni, per miope calcolo politico (con la sua intervista anche Cioni lo conferma, esplicitamente). Ma di calcoli politici si può anche soccombere.

OTTENERE IL RISARCIMENTO PER INGIUSTA DETENZIONE È UN’ODISSEA.

Arrivano in casa alle 5 di mattina e ti buttano in carcere, scrive Roberto Paciucci su “Fino a Prova Contraria” il 18 giugno 2016. L’opinione pubblica pensa: qualcosa di losco avrà fatto altrimenti non gli capitava. Anni dopo sei innocente. Nessuno ti chiede scusa e resta il pregiudizio dei problemi con la giustizia. Con chi te la pigli? In Italia con nessuno. Si dirà che è prevista la riparazione per l’ingiusta detenzione. Vero.  Ma quanto devi tribolare? Per ottenere una equa riparazione il Malcapitato dovrà provvedere ad una serie di procedure e formalismi bizantini buoni solo ad ostacolare l’esercizio di un diritto al punto che alcuni uffici giudiziari (ad esempio la Corte di Appello di Roma) hanno elaborato delle vere e proprie avvertenze sulle modalità di presentazione e sui documenti da allegare.

La domanda deve essere proposta per iscritto, a pena di ammissibilità, entro due anni dalla decisione definitiva e l’entità della riparazione non può eccedere € 516.456,90.

La domanda deve essere depositata in cancelleria personalmente o a mezzo di procuratore speciale.

La domanda deve essere sottoscritta personalmente dall’interessato con eventuale procura speciale e delega per la presentazione nonché espressa richiesta di svolgimento in camera di consiglio o udienza pubblica.

Il presentatore della domanda deve essere identificato dal cancelliere.

Nell’istanza devono essere indicate le date di inizio e fine di ciascuna misura cautelare sofferta e la specie di essa (detenzione, arresti domiciliari).

All’istanza devono essere allegati una miriade di atti e documenti (formando due distinti fascicoli con indice, il primo dei quali dovrà contenere alcuni atti in copia autentica, il secondo gli stessi atti (compresa l’istanza) ma tutti in copia semplice) nonché altre tre copie della sola istanza:

Decreto di archiviazione e relativa richiesta del PM o sentenza di assoluzione in forma autentica completa di timbri di collegamento tra i fogli e data di attestazione del passaggio in giudicato;

Copia delle sentenze di merito emanate nello stesso procedimento e che riguardano l’istante;

Copia dell’eventuale verbale di fermo e ordinanza di convalida;

Copia del verbale di arresto e ordinanza di convalida;

Copia della richiesta del PM di applicazione della custodia cautelare;

Copia dell’ordinanza applicativa della custodia cautelare in forma autentica; provvedimento di eventuale concessione degli arresti domiciliari; provvedimento di modifica del luogo degli arresti domiciliari; provvedimento di rimessione in libertà;

Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà in cui l’istante attesta la pendenza di procedimenti penali (da indicare con i rispettivi numeri di registro e le relative imputazioni) in circoscrizioni diverse da quella di residenza con firma autenticata dal difensore o da un pubblico ufficiale oppure dichiarazione sostitutiva di certificazione ove l’istante dichiara di non essere a conoscenza di procedimenti penali pendenti in circoscrizioni diverse da quelle di residenza;

Copia degli interrogatori resi prima della carcerazione e in ogni fase del processo;

Copia dell’ordinanza di rinvio a giudizio nonché copia della requisitoria del PM ove trattasi di procedimenti con vecchio rito;

Certificato dei carichi pendenti della Procura del luogo di residenza;

L’istante deve indicare i luoghi in cui sono stati trascorsi gli arresti domiciliari.

Poi la domanda dovrà essere valutata nel merito in quanto l’equa riparazione non spetta al soggetto sottoposto a custodia cautelare qualora, così recita la legge, “vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave”. È facile imbattersi in sentenze secondo cui la condotta dell’indagato è causa ostativa all’indennizzo qualora si sia avvalso della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio come suo diritto difensivo oppure “sia anteriormente che successivamente al momento restrittivo della libertà personale abbia agito con leggerezza o macroscopica trascuratezza”. Insomma a perdere la libertà è un attimo, per prendere i soldi un’odissea.

La colpa è sempre degli altri. Se i pm hanno deciso per la condanna, perché svolgere i processi: pena immediata in carcere, senza difesa, e buttiamo via la chiave. "I processi durano un'infinità perché ce ne sono troppi. Nella mia esperienza di 38 anni di servizio fin da subito sono stato contrario a questo codice di procedura penale perché irragionevole. Già nel 1988 sollevavo le mie perplessità sulla durata dei processi". Così Piercamillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione e presidente dell'Associazione nazionale magistrati, interviene alla giornata di studio promossa a Roma da Unitelma Sapienza il 17 giugno 2016. "Mi si rispondeva allora che si sarebbero fatti i riti alternativi. Ma in questo paese se uno chiede un patteggiamento, invece di aspettare un indulto o una amnistia, ci si chiede se ci sia un problema di mente. In Usa - ha ricordato - il 90% degli imputati si dichiara colpevole. Vuol dire che lì il processo è avvertito come qualcosa di serio e la condanna come inesorabile. Da noi le aule di giustizia assomigliano a un suk arabo, mentre nel processo anglosassone c'è un religioso silenzio. Tra prescrizione, abolitio criminis, e vicende assortite si ha sempre la speranza di non scontare la pena. Continuiamo ad avere un numero sterminato di processi con il risultato che il processo non può avere l'immediatezza. Scriveranno che Davigo dice che l'oralità segna il ritorno al neolitico. Sì lo dico. In larga parte il nostro processo è già diventato scritto. La prova orale è la più debole, in anni di lavoro mi sono convinto che la parte più pericolosa è la prova fornita dai testimoni oculari. E' la prova debole, quindi il processo è basato su prove scritte, come le intercettazioni telefoniche che sono peraltro trascritte".

E se poi si arriva a sentenza, nonostante, anche, per il lassismo di certi magistrati? Il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini che incontrando i giornalisti a Napoli il 17 giugno 2017 dopo un incontro con i responsabili degli uffici giudiziari sulla carenza di personale amministrativo, ha detto che "nel Distretto di Napoli restano ineseguite attualmente 50mila sentenze definitive, 30mila delle quali di condanna e 20mila di assoluzione".  “Dodicimila delle 50mila sentenze definitive non eseguite - hanno precisato fonti del Csm - riguardano persone da arrestare.” “Ai provvedimenti restrittivi si uniscono - ha sottolineato il procuratore generale di Napoli Luigi Riello - i mancati sequestri di beni.”

E se finisci giudicato da uno così? Un danno per la magistratura, scrive Piero Sansonetti il 22 aprile 2016 su “Il Dubbio”. L'intervista rilasciata da Piercamillo Davigo al “Corriere della Sera” apre due problemi. Uno molto pratico e l’altro di tipo ideale. Il problema pratico è questo: se a un cittadino qualunque capita - e capiterà - di aspettare una sentenza della Corte di Cassazione che deve essere emessa da una sezione della quale fa parte Piercamillo Davigo, come si sentirà questo povero cittadino? Potrà ricusare Davigo, o invece dovrà accettare di essere giudicato da un magistrato il quale afferma e ribadisce che “non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti”? E se per caso questo cittadino fosse uno che fa o ha fatto politica, come si sentirà a farsi giudicare da un magistrato il quale sostiene che i politici - tout court - rubano? Non è un problema “virtuale” è un problema concretissimo. E porta con se un secondo problema: è evidente che Davigo non rappresenta tutta la magistratura italiana, e che anzi la maggior parte dei magistrati hanno idee ed esprimono posizioni del tutto diverse e non in contrasto con la Costituzione Repubblicana, come sono le idee di Davigo. Però è pur vero che Davigo è stato di recente eletto a capo dell’associazione nazionale magistrati, e questo può farci immaginare che esista comunque un numero significativo di magistrati che la pensano come lui. Qualunque cittadino che dovesse finire sotto processo è autorizzato a temere che il magistrato che lo giudicherà la pensi come Davigo. Vedete, il danno che il presidente dell’Anm ha creato alla giustizia italiana con questa intervista è grande. Perché finisce col minare la credibilità non tanto di un singolo giudice, ma di tutta l’istituzione. Del resto che questo pericolo sia molto serio lo ha immediatamente avvertito il dottor Luca Palamara, che oggi fa parte del Csm e qualche anno fa ricoprì l’incarico di presidente dell’Anm. Palamara ieri mattina, appena letta la pagina del Corriere, è immediatamente intervenuto per tentare di limitare i danni. Ha fatto benissimo. Ma l’impresa è complicata, perché ormai l’intervista è stampata. E lo sfregio che ha recato all’immagine della magistratura e di tanti valorosi magistrati è irreversibile. Il secondo problema è quello dei rapporti tra giustizia e politica. Davigo non è certo uno sprovveduto. E’ un giurista molto colto, ha studiato, è sapiente. Il suo unico difetto è quello di avere una visione della giustizia e del diritto un po’ precedente all’esplosione, in Europa - nel settecento - dell’illuminismo. E dunque di essere, nelle sue idee, molto lontano dalla Costituzione Repubblicana (dal suo spirito e dalla sua lettera). La domanda è questa: se i rapporti tra politica e giustizia sono nelle mani di un leader dei magistrati che ha le idee di Davigo, come si può pensare che questi rapporti si risolvano in qualcosa diversa da una guerra? Mi pare che questa prospettiva sia temuta anche dal dottor Palamara, ma non credo che possa essere cambiata se non scendono in campo quei pezzi di magistratura, moderni e filo-Costituzione, che ci sono, sono molto grandi, ma anche, francamente, piuttosto silenziosi.

Ogni anno in Italia 7 mila persone arrestate e poi giudicate innocenti. Il garante dei detenuti: ridurre le misure di custodia cautelare. Gli avvocati: separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. 630 milioni. La cifra pagata dal 1992 dal ministero del Tesoro per indennizzi da ingiusta detenzione. L’anno scorso sono stati 36 milioni, scrive il 24 aprile 2016 Andrea Malaguti su “La Stampa”. «Credevano che fossi il Padrino e non un uomo perbene. Così in attesa dei processi ho fatto 23 giorni di galera e un anno e mezzo ai domiciliari. Dopo di che mi hanno assolto con formula piena in primo grado, in appello e in cassazione. Eppure non è finita». Secondo la Procura di Palermo, Francesco Lena, ottantenne imprenditore di San Giuseppe Jato, titolare dello spettacolare relais Abbazia di Sant’Anastasia nel parco delle Madonie, era un prestanome di Bernardo Provenzano. Così cinque anni e mezzo fa, all’alba, le forze dell’ordine hanno bussato alla sua porta: «Venga con noi». «È per il permesso di soggiorno del ragazzo che sto assumendo?». «No, mafia». La moglie è sbiancata, lui si è sentito mancare e il suo mondo è andato in pezzi. Che cosa è successo da quel momento in avanti? «Mi hanno massacrato, trattandomi come il colletto bianco della cosca dell’Uditore e io l’Uditore non so neanche dove sia». Gogna mediatica e custodia cautelare in attesa di tre gradi di giudizio che avrebbero stabilito la sua innocenza, un destino paradossalmente non insolito. «Ogni anno settemila italiani vengono incarcerati o costretti ai domiciliari e poi assolti. Una parte di questi si rivale contro lo Stato, che mediamente riconosce l’indennizzo a una vittima su quattro», spiega l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’associazione nazionale vittime degli errori giudiziari «Articolo643». Lo Stato sbaglia, dunque. E sbaglia tanto. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016. E se la politica - come ha fatto il presidente del Consiglio Matteo Renzi - non rilanciasse il tema ambiguo dei «25 anni di barbarie giustizialiste» (parla alle procure, ai media, ai suoi colleghi o a tutti e tre?) e la magistratura non sostenesse - come ha fatto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo - che «la presunzione di innocenza è un fatto interno al processo e non c’entra nulla con i rapporti sociali e politici» e che «i politici rubano più di prima solo che adesso non si vergognano più», sarebbe più facile capire se questi numeri siano la fotografia di una debolezza fisiologica del sistema o una sua imperdonabile patologia. Ma perché Francesco Lena sostiene che la sua vita è ancora sospesa? L’imprenditore siciliano precipita in fondo al suo pozzo giudiziario perché un gruppo di mafiosi parla di lui al telefono - «Di me e mai “con” me», chiarisce - ma nei suoi confronti non c’è nient’altro, perciò i processi finiscono in nulla. Eppure la sua proprietà viene sequestrata nel 2011 dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo guidata dall’ormai ex presidente Silvana Saguto, accusata oggi di corruzione e sospesa dalle funzioni e dallo stipendio. Il sequestro avviene pochi mesi prima che la Cassazione scagioni Lena in via definitiva. A danno si aggiunge danno. «Della magistratura ho una altissima stima. Ci sono persone di grande valore, ma anche uomini e donne capaci di distruggere una comunità o una persona. Io vivo di fianco all’Abbazia e quando vedo come l’hanno trattata mi si crepa il cuore. Su 60 ettari di vigne, 30 sono stati abbandonati. Non l’hanno ancora distrutta, ma prima era un’altra cosa. Sono vittima dell’antimafia e delle gelosie, però resisto, pensando che a Enzo Tortora è andata peggio di così», spiega Lena e dal fondo della gola gli esce un suono a metà tra il sospiro e il gemito.  Il 26 di maggio una sentenza dovrebbe restituirgli ciò che è suo. Nel caso di Lena è possibile dire che le misure cautelari non abbiano inciso sulla sua vita sociale? E allo stesso tempo è possibile non pensare che nelle regioni in cui comanda la criminalità organizzata il lavoro dei magistrati sia più duro e complesso e il rischio di errore più alto? Come l’avvocato Magno, anche l’avvocato Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle Camere penali, è convinto non solo che i magistrati facciano un ricorso eccessivo alla custodia cautelare, ma anche che il problema resterà irrisolto fino a quando non saranno previste la separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici e la rinuncia alla obbligatorietà dell’azione penale, «correttivi che esistono in ogni Paese regolato dal sistema accusatorio, ma in Italia no». Per questo Migliucci, sostenuto dal suo ordine, ha pronta una raccolta di firme per presentare una legge di iniziativa popolare in ottobre. «Bisognerebbe ricordarsi della presunzione di innocenza, che non è un fatto interno al processo come ritiene Davigo e dunque l’associazione nazionale magistrati. Volere sostenere tale idea significa prescindere da un precetto oggettivo ripreso dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per introdurre valutazioni etiche e moralistiche che sono proprie di logiche autoritarie». È evidente che siamo alla vigilia di un nuovo scontro frontale. Eppure un punto di equilibrio tra la posizione di Migliucci e quella dell’Anm, che propone operazioni sotto copertura con poliziotti che offrono denaro a politici ed amministratori pubblici per vedere come reagiscono al tentativo di corruzione o l’introduzione di una norma che aumenti automaticamente la pena a chi ricorre in Appello e perde, presumibilmente esiste. «La separazione delle carriere, che non mi scandalizzerebbe, di fatto già esiste. Ma ritenere che le mie sentenze possano essere condizionate dal fatto che prendo il caffè con un pm è ridicolo. Io decido solo secondo scienza e coscienza, come ho fatto nel caso della Commissione Grandi Rischi, quando, qui a L’Aquila, ho mandato assolti sei scienziati che in primo grado erano stati condannati per omicidio colposo e lesioni. Sentenza, la mia, confermata dalla Cassazione». Fabrizia Francabandera è la presidente della sezione penale della Corte d’Appello dell’Aquila, tribunale che lo scorso anno ha indennizzato 44 persone per ingiusta detenzione. È una donna pratica, figlia di un magistrato, che considera il ricorso alla custodia cautelare la risorsa estrema a disposizione dei giudici. «Io penso che meno si arresta e meglio è. Alcuni colleghi usano malamente la custodia cautelare, non come se fosse una misura specifica, ma come una misura di prevenzione generale. Anche perché, in Italia, per i reati sotto i quattro anni non va in galera nessuno». Lo sbilanciamento del sistema è tale per cui si rischia di restare in carcere prima del processo e di non andarci dopo in presenza di una condanna. «Ma anche sulla ingiusta detenzione non bisogna immaginare errori macroscopici. Il dolo non esiste quasi mai e la colpa grave è rara. Il sistema complessivamente funziona, ma ha delle lacune, in un senso e nell’altro». In questi giorni a Francabandera è capitato di indennizzare un uomo arrestato in una discoteca con un sacchetto pieno di palline di ecstasy. Che fosse uno spacciatore era fuori discussione. Eppure, a una analisi successiva, è risultato che le palline non erano ecstasy ma zucchero. Questo perché lo spacciatore era stato truffato. Morale: rispedito a casa e indennizzato per ingiusta detenzione. «Naturalmente gli ho liquidato una cifra bassa, perché con il suo comportamento aveva causato il comportamento degli inquirenti». Il complicato e infinito balletto tra guardie e ladri, che non riguarda solo noi, ma l’Europa. Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e già presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture, è appena tornato da Strasburgo dove si è confrontato con colleghi olandesi, inglesi, bulgari e francesi. «La Gran Bretagna non prevede alcun indennizzo per ingiusta detenzione, la Bulgaria paga con grandi ritardi, mentre l’Olanda, per esempio, ha un meccanismo molto simile al nostro». Anche i numeri sono simili? «Non molto differenti. Per questo penso che gli errori italiani rientrino nella fisiologia del sistema e non nella sua patologia. Mi pare anche che la riforma della responsabilità civile sia un buon compromesso, perché un giudice non può vivere sotto la spada di Damocle della causa, soprattutto in un Paese dove ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che in genere hanno avvocati molto in gamba e molto ben pagati. Certo, bisognerebbe cercare di arrestare il meno possibile e anche lavorare di più sugli automatismi che portano all’applicazione della custodia cautelare». Niente barbarie giustizialista come dice il premier, quindi? «Se dietro queste parole c’è l’idea che la politica ha delegato troppo alla magistratura, come è successo per esempio di recente con le stepchild adoption, sono completamente d’accordo. Se intendeva dire, e non penso, che esiste un disegno delle Procure e dei magistrati, allora è una stupidaggine». Barbarie magari no, ma incomprensibile accanimento qualche volta sì. È il caso di Antonio Lattanzi, ex assessore di Martinsicuro, in provincia di Teramo, arrestato quattro volte nel giro di quattro mesi con l’accusa di tentata concussione e abuso di ufficio a seguito della chiamata in correità di un architetto che lo stesso Lattanzi aveva denunciato qualche anno prima. La Procura si intestardisce in un dinamismo irritante caratterizzato dall’incapacità di vedere le cose da un punto di vista diverso dal proprio. «Sono stato assolto in ogni grado di giudizio con formula piena. Ma ho fatto 83 giorni di prigione. Non ho capito perché abbiano usato questa durezza nei miei confronti. Dopo il primo arresto i miei avvocati hanno impugnato il provvedimento e sono stato rimandato a casa. Ma passati pochi giorni i carabinieri sono tornati a prendermi. Stavolta davanti ai miei figli. In carcere l’idea del suicidio mi ha accompagnato ogni giorno e se non fosse stato per mia moglie non so che cosa sarebbe successo. Comunque abbiamo impugnato anche il secondo provvedimento e anche questa volta mi hanno rimandato a casa». Quando sono andati a prenderlo per la terza volta racconta di avere avuto l’impressione che l’anima avesse lasciato il corpo strappato. Anche il terzo provvedimento è stato impugnato, ma il giorno prima che il tribunale per il riesame lo annullasse il giudice per le indagini preliminari ne ha emesso un quarto. «Una follia. Ma ho combattuto e vinto». Ha anche ricevuto un indennizzo, che non è bastato a pagare la metà delle spese legate al processo. «Non importa. Volevo che la mia innocenza fosse riconosciuta a tutto tondo. La prima notte in carcere è un disastro. Io però dormivo con i pantaloni e con la maglietta. Mai con il pigiama. Era il modo per dirmi: non mi piegherò mai a questo stato di cose, sono un uomo libero». Ogni anno in Italia ci sono 7000 casi Lattanzi - «tutti fratelli che vorrei abbracciare» - fisiologia o patologia del sistema giudiziario? 

Carceri "Negli ultimi 50 anni incarcerati 5 milioni di innocenti". Decine di innocenti rinchiusi per anni. Errori giudiziari che segnano le vite di migliaia di persone e costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali, scrive Romina Rosolia il 29 settembre 2015 su "La Repubblica". False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona. E' così che decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse - ingiustamente - dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali italiane. Quanto spende l'Italia per gli errori dei giudici? La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con formula piena. Solo nel 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3% dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012, lo Stato ha dovuto spendere 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente detenuti negli ultimi 15 anni. In pole position nel 2014, tra le città con un maggior numero di risarcimenti, c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi). Errori in buona fede che però non diminuiscono. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sarebbero 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Sui casi di mala giustizia c'è un osservatorio on line, che da conto degli errori giudiziari. Mentre sulla pagina del Ministero dell'Economia e delle Finanze si trovano tutte le procedure per la chiesta di indennizzo da ingiusta detenzione. Gli errori più eclatanti. Il caso Tortora è l'emblema degli errori giudiziari italiani. Fino ai condannati per la strage di via D'Amelio: sette uomini ritenuti tra gli autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta il 19 luglio 1992. Queste stesse persone sono state liberate dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi in regime di 41 bis. Il 13 febbraio scorso, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. Altri casi paradossali. Nel 2005, Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini, venne condannata con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Tra gli ultimi casi, la carcerazione e la successiva liberazione, nel caso Yara Gambirasio, del cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l'omicidio della ragazza. Sono fin troppo frequenti i casi in cui si accusa un innocente? Perché la verità viene fuori così tardi? Perché non viene creduto chi è innocente? A volte si ritiene valida - con ostinazione - un'unica pista, oppure la verità viene messa troppe volte in dubbio. Forse, ampliare lo spettro d'indagine potrebbe rilevare e far emergere molto altro.

«Quattro volte in carcere in tre mesi, ma ero innocente». Ha ottenuto 55 mila euro di risarcimento per ingiusta detenzione. La sua vicenda è diventata un docufilm, presentato oggi al Doc Fest di Pesaro, scrive Franco Insardà il 23 giugno 2016 su "Il Dubbio". Il suo incubo ora è sul grande schermo. “Non voltarti indietro”, docufilm di Alessandro Del Grosso, racconta cinque gravi errori giudiziari tra i quali quello subito da Antonio Lattanzi: è finalista del Pesaro Doc Fest – Hai Visto Mai?, concorso internazionale di documentari provenienti da tutto il mondo su temi sociali, con la direzione artistica di Luca Zingaretti, che inizia oggi. A dispetto del titolo, Antonio Lattanzi, però, si volta indietro e rilegge tutta la sua storia con lucidità e amarezza. Una delle cose che lo hanno colpito di più è la frase pronunciata dall’avvocato dello Stato nel processo in Corte d’Appello, nel quale si discuteva della richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione: «È vero, ci sono stati degli errori, ma il fatto di non essere stato condannato ha riparato a questi errori». Antonio Lattanzi proprio non riesce a mandare giù queste parole e sbotta: «È assurdo. Sono stato arrestato quattro volte, sono stato in cella 83 giorni e per dieci anni sono stato imputato. Finalmente vengo assolto, chiedo il risarcimento e mi sento dire che l’assoluzione mi dovrebbe ripagare per questo calvario». È un fiume in piena quando racconta la sua incredibile vicenda. Ricorda perfettamente date, processi, pm, gip e giudici che lo hanno accompagnato per dieci anni.

Un incubo iniziato quando?

«Il 21 gennaio del 2002. Alle quattro di mattina i carabinieri sono venuti a casa e mi hanno notificato il mandato di arresto. Sono caduto dalle nuvole. All’epoca avevo due figli di 4 e 2 anni ed essere portato via sotto i loro occhi è stato bruttissimo. Non riuscivo a guardarli in faccia, mi sentivo addosso il loro sguardo indagatore e quello di mia moglie. Era incredula, non riusciva a capire quello che stava succedendo».

Di che cosa era accusato e da chi?

«Di concorso in tentata concussione e abuso di ufficio. All’epoca ero assessore ai Lavori pubblici del comune di Martinsicuro. Il tutto era partito dalle dichiarazioni di Pierluigi Lunghi, l’architetto responsabile del settore tecnico del comune, arrestato in flagranza di reato nel luglio del 2001. Raccontò di aver chiesto dei soldi ad alcuni imprenditori, e, a un certo punto, mi tirò in ballo dicendo che il tramite sarei stato io. Lunghi nel 1996 fu indagato, dopo una mia denuncia, per un reato di falso in atto pubblico e condannato a 14 mesi. Fu arrestato in flagranza di reato il 26 luglio 2001 e di nuovo il 22 agosto 2001».

Come si conclusero le indagini?

«Il pm, Bruno Auriemma, chiese l’archiviazione, ma poi Elena Tomassini, alla quale era passato il fascicolo del primo procedimento, chiese l’emissione dell’ordinanza di arresto al gip Giovanni Cirillo. E così quel 21 gennaio si aprirono per me le porte del carcere di Teramo».

Quanti giorni ci rimase?

«Ventidue giorni, perché il Tribunale del Riesame annullò l’ordinanza di custodia cautelare, ritenendo che non vi fossero i gravi indizi di colpevolezza e non ricorressero le esigenze cautelari. E così il 12 febbraio potei tornare a riabbracciare i miei figli».

A quel punto pensò che l’incubo fosse finito?

«Sì. Ma quella sensazione durò pochissimo: solo otto giorni. Il 20 febbraio i carabinieri vennero di nuovo per portarmi in carcere. L’accusa era la stessa, stavolta per un nuovo episodio di tentata concussione. Un altro pm Domenico Castellani chiese sempre allo stesso gip Cirillo una nuova ordinanza di arresto. Anche questa volta il Tribunale del Riesame, l’11 marzo, annullò l’ordinanza di custodia cautelare».

Di nuovo libero.

«Questa volta solo per tre giorni. Era il 14 marzo 2002. L’accusa, tanto per cambiare, era di tentata concussione in concorso con l’architetto Lunghi. Il Tribunale del Riesame, il 29 marzo 2002, annullò l’ennesima misura cautelare».

Finalmente libero.

«Non mi hanno neanche fatto uscire dal carcere di Teramo. Il giorno prima, il 28 marzo, mi hanno notificato una nuova ordinanza di custodia cautelare per un quarto tentativo di concussione. Stesso pm e stesso gip. E, tanto per cambiare il Tribunale del Riesame ordinò la scarcerazione. Era il 22 aprile del 2002».

Quale spiegazione si dà per questo accanimento?

«Penso che alcuni magistrati non vogliano ammettere di aver sbagliato in una valutazione e cercano ossessivamente gli elementi per sostenere la loro tesi accusatoria. Nella mia vicenda c’è stato il combinato disposto tra il mio accusatore, che voleva vendicarsi, e i magistrati che gli hanno creduto e sono voluti andare caparbiamente avanti, senza valutare serenamente i fatti. Se lo avessero fatto non sarei stato arrestato quattro volte, non avrei fatto 83 giorni di carcere e i processi».

Infatti nel 2003 sono iniziati i processi.

«Il 14 gennaio del 2006 sono stato assolto in primo grado, ma il pm fece ricorso per Cassazione, perché all’epoca era in vigore la “legge Pecorella”. Nel 2012 il procuratore generale nel processo di Appello all’Aquila chiese di non procedere per sopravvenuta prescrizione. Ma io e i miei legali chiedemmo di procedere. Volevo avere una sentenza. Eravamo sicuri e abbiamo avuto ragione. Sono stato pienamente assolto».

Quando è entrato per la prima volta in carcere che cosa ha pensato?

«Sono cresciuto con un insegnamento chiaro: se non si fa nulla non bisogna avere paura. Purtroppo oggi devo dire che non è vero. Sono stato sbattuto in carcere senza che avessi fatto niente. Quando sono stato arrestato è stato disposto il divieto di incontrare gli avvocati prima dell’interrogatorio di garanzia. Sono passati otto giorni prima che mi facessero vedere mia moglie. Neanche fossi il peggiore assassino».

Parliamo di sua moglie.

«È una donna straordinaria. Senza di lei non sarei riuscito a venire fuori da questo incubo. Mi è stata vicina sin dal primo momento, mi ha sostenuto sempre. A ogni arresto e a ogni scarcerazione. Quel 22 aprile 2002, il giorno della mia libertà, le chiesi di venire con il nostro fuoristrada perché dalla finestrella della cella potevo intravederne il tettuccio, e quindi quella mattina sono stato a guardare fuori. Sembravo un leone in gabbia, ma mi calmai solo quando vidi spuntare la macchina».

Prima raccontava dello sguardo dei suoi figli quando sono venuti ad arrestarlo. E poi?

«All’epoca avevo due figli, di 4 e 2 anni, che grazie a mia moglie sono cresciuti tranquilli. La più grande ha un carattere forte. Durante la carcerazione con mia moglie decidemmo che ci saremmo fatti un regalo: un altro figlio. Nel 2005 è nata Francesca. La nostra famiglia oggi è ancora più unita. Io volevo cambiare paese, ma mia moglie mi ha convinto a rimanere».

E i suoi amici?

«Martinsicuro si è diviso. I veri amici hanno creduto in me e mi sono stati ancora più vicini, altri mi hanno deluso e si sono allontanati. Va bene così».

Chi è Antonio Lattanzi?

«Sono un ottico professionista, ho 55 anni, sono nato a Giulianova e vivo con la mia famiglia a Martinsicuro, in provincia di Teramo, e sin da ragazzo ho sempre voluto impegnarmi in politica. Nel 1993 sono stato eletto consigliere comunale ed ero all’opposizione. Nel 1997 sono stato rieletto e nominato assessore ai Lavori pubblici. Poi quel 21 gennaio 2002…»

L’assessorato ai Lavori pubblici è una poltrona che scotta. Che cosa ha realizzato?

«Su tutto l’avvio dei lavori per la sistemazione del lungomare e la realizzazione del porticciolo. Opere ferme da quel 2002. Quella poltrona per me non scottava, forse ho dato fastidio a qualcuno che si è voluto vendicare».

Dopo questa esperienza ha chiuso con la politica?

«Assolutamente no. Mi chiedono di candidarmi a sindaco. I cittadini di Martinsicuro vogliono che metta a disposizione del paese la mia esperienza amministrativa e la mia determinazione. Questa vicenda mi ha rafforzato».

Come sono stati questi 83 giorni in cella?

«Sono stato trattato bene dai miei compagni di sventura e dagli agenti penitenziari. Ho visto da vicino un mondo che non immaginavo e un sistema che va senza alcun dubbio migliorato, nel rispetto del dettato costituzionale».

È stato risarcito per quella detenzione?

«Risarcito è una parola grossa. Mi sono stati riconosciuti 55mila euro, ma tenga presente che ho speso circa 200mila euro per difendermi. Senza contare tutto quello che è significata questa storia dal punto di vista psicologico per me e per la mia famiglia. Ora sento di dover davvero chiudere il capitolo. Senza voltarmi indietro».

Pelaggi, l’avvocato innocente scagionato solo dopo tre anni. La Procura della Cassazione avvia un’indagine disciplinare sui magistrati. Luigi Pelaggi, una carriera brillante prima in Confindustria e poi come capo della segreteria tecnica del Ministero dell’Ambiente con Stefania Prestigiacomo, scrive Paolo Colonnello l'11 giugno 2016 su "La Stampa”. Ci sono voluti tre anni, 32 mila pagine da leggere, cinque mesi di prigione, un figlio piccolo da ingannare («Dov’è papà?» «All’estero…») e una moglie da consolare, prima che un tribunale, questa volta di Roma, iniziasse a rendere giustizia a Luigi Pelaggi, avvocato granitico, una carriera brillantissima prima in Confindustria e poi come capo della segreteria tecnica del Ministero dell’Ambiente con Stefania Prestigiacomo, stroncata una fredda mattina del gennaio 2014 da un ordine di cattura richiesto dalla Procura di Milano per un’accusa di corruzione rivelatasi completamente inesistente. E i cui estremi d’insussistenza erano già contenuti nelle stesse carte dell’inchiesta, un gigantesco faldone composto appunto da 32 mila pagine, all’interno del quale campeggiava una relazione della Guardia di finanza di “appena” 800 pagine dove era chiarissimo che i 700 mila euro di corruzione di cui veniva accusato Pelaggi non erano mai finiti a lui ma erano semplicemente il frutto di una manovra finanziaria infragruppo tra privati. Pelaggi aveva avuto la disgrazia di finire in un’intercettazione nella quale il suo nome veniva incautamente accostato ad una cifra: «700». Ora la Procura generale della Cassazione sul caso ha aperto un procedimento. Si vuole capire come mai, pur agli atti, la relazione della Gdf che proscioglieva Pelaggi, non sia mai stata presa in considerazione dai magistrati e dai giudici che si sono succeduti nella trattazione del caso: dai 4 pm milanesi che hanno svolto l’inchiesta, ovvero l’allora aggiunto Robledo e i sostituti Basiloni, Filippini e Pirrotta, ai gip che hanno emesso il provvedimento restrittivo e lo hanno convalidato (respingendo ben tre richieste di scarcerazione) ai giudici del tribunale del Riesame. Eppure al pm romano Paolo Ielo, che alla fine lo ha prosciolto chiedendone l’archiviazione confermata un anno fa dal gip, non c’è voluto molto: gli è bastato ascoltare le ragioni di questo avvocato, leggere la relazione che gli veniva segnalata e procedere. Avrebbero potuto fare così anche i pm di Milano ai quali Pelaggi, prima di essere arrestato, aveva chiesto (inutilmente) per ben 5 volte di essere ascoltato. In tutto sono 9 i magistrati che hanno ritenuto evidentemente più pregnante una intercettazione nella quale i responsabili di una società incaricata della bonifica del sito a Pioltello dell’ex area Sisas, la Daneco, parlavano di 700 mila euro e poi di Pelaggi: «I 700 poi sai dove vanno?». «Lo so, lo so…questo commissario è fantastico». Chiacchierata suggestiva ma, si è poi dimostrato, priva di sostanza, dato che i “700” cui facevano riferimento non erano affatto destinati a Pelaggi. Ma chi è Pelaggi? L’avvocato venne nominato Commissario Straordinario del sito di Pioltello con l’incarico di portare a termine la bonifica di un’area di oltre 300 mila metri quadri, con la rimozione e lo smaltimento di 300 mila tonnellate di rifiuti speciali, sospesa dopo l’arresto di uno dei vincitori dell’appalto originario (Giuseppe Grossi). Un’operazione che il Commissario portò a termine in un anno (maggio 2010-giugno 2011) riuscendo così ad ottenere l’archiviazione della condanna dello Stato italiano da parte della commissione europea ad una molta per oltre 670 milioni di euro. Vicenda per la quale, paradosso nel paradosso, ora Pelaggi è accusato di truffa nei confronti dello Stato. Ma il legale si sente sicuro e tranquillo di poter dimostrare anche questa assurdità. Intanto ha perso 5 mesi di vita, si è visto rovinare una notevole carriera e ha avuto seri problemi famigliari. Ora sarebbe bello che qualcuno gli restituisse un po’ di giustizia. 

RISARCIMENTO PER I PROCESSI LUNGHI. LEGGE PINTO? NO! LEGGE TRUFFA!

Mini trattato del dr Antonio Giangrande, scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Le accuse di Renzi ai magistrati lucani. Il premier alla direzione Pd del 4 aprile 2016: «Non arrivano mai a sentenza. Se è reato sbloccare le opere lo sto commettendo. Vedo che i giornalisti dicono che ho attaccato la magistratura. Ma non li sto attaccando, dico solo che non ci vogliono otto anni per andare a sentenza. Se è reato sbloccare le opere pubbliche, io sono quello che sta commettendo reato. Ma se si decide che un’opera va fatta nel 1989, c’era ancora il muro di Berlino, 27 anni dopo, lo scandalo non è che l’emendamento venga approvato ma che si siano buttate delle occasioni». E ancora: «Io chiedo alla magistratura non solo di indagare ma di arrivare a sentenza: perché ci sono state indagini sul petrolio in Basilicata con la stessa cadenza delle Olimpiadi, 2000-2004-2008, ci sono stati anche arrestati, ma non si è giunto mai a sentenza». All'indomani delle parole del Presidente del Consiglio Matteo Renzi arriva, dura, la replica del presidente della sezione della Basilicata dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), Salvatore Colella: «Le dichiarazioni di Renzi sono inopportune nei tempi ed inconsistenti nei fatti. Inopportune perché arrivano in un momento molto delicato dell'inchiesta, con un intervento “a gamba tesa” e le sue insinuazioni sono quantomeno viziate da un interesse di parte, inconsistenti perché smentite, solo poche ore dopo, da un pesante verdetto di condanna contro i vertici della Total nel processo “Totalgate” (dopo 8 anni, con inchiesta nata nel 2008 per mani di Woodcock). Se è vero che in un paese civile, come dice il Presidente Renzi, “i processi arrivano a sentenza”, e noi abbiamo dimostrato di saperlo fare - ha continuato l'Anm lucana - è anche vero che in un Paese civile “il governo rispetta i lavoro dei magistrati”, sempre, anche quando toccano la propria parte politica. Ci saremmo aspettati la stessa intransigenza e fermezza di condanna annunciata dal Presidente in occasione di altre inchieste di rilievo nazionale». Renzi sceglie Facebook per rispondere alle critiche sulle sue affermazioni sulla Procura di Potenza: «Oggi leggo che Renzi accusa i magistrati, noi stiamo incoraggiando i magistrati a fare il più veloce possibile. Non accuso i magistrati, accuso un sistema che non funziona, voglio mettere in galera i ladri, per questo incalzo i magistrati perché siano veloci», ha detto Matteo Renzi in diretta da Palazzo Chigi utilizzando Facebook Mentions.

Ma a prescindere dalla diatriba farsesca, tra parti che si coprono a vicenda, parliamo dei danni inflitti alla comunità dalle lungaggini processuali ed a cui nessuno vuol porre rimedio per non inimicarsi “le sacre toghe”.

Per porre rimedio alle condanne inflitte dalla CEDU il legislatore italiano ha inventato la Legge Pinto, ossia la legge che, man mano annacquata da riforme restrittive, è a tutti gli effetti una legge truffa.

Chi è stato coinvolto in un processo – civile, penale, amministrativo, pensionistico, militare, in una procedura fallimentare o concorsuale ovvero, a certe condizioni, tributario, ecc. – per un periodo di tempo considerato «irragionevole», cioè troppo lungo, può richiedere, in base alle disposizioni della legge 24 marzo 2001, n. 89, meglio conosciuta come “legge Pinto”, una equa riparazione, cioè un risarcimento del danno allo Stato italiano, nella misura determinata dalla legge stessa in ragione degli anni o frazione eccedenti la durata ragionevole.

Secondo l’art. 2-bis, si considera rispettato il termine ragionevole per la durata del giudizio «se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità».

La legge Pinto è stata modificata col D.L.8 aprile 2013, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 6 giugno 2013, n. 64 e col D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134. È stata poi modificata dalla legge di stabilità 2016. L’ammontare effettivo del risarcimento concesso dipende dalla materia del procedimento e dalla sede territoriale della Corte: di solito vengono liquidati risarcimenti più alti per questioni in materia di famiglia o status della persona, per procedimenti penali o pensionistici, meno per altre questioni; inoltre le corti d’appello che si trovano al Nord sono, solitamente, più di manica larga rispetto a quelle del meridione, parallelamente alla differenza del costo della vita, almeno tendenzialmente. In materia, valgono inoltre le regole poste dall’art. 2 bis della legge Pinto. Il risarcimento può essere chiesto anche se il giudizio è terminato con una transazione e cioè mediante un accordo tra le parti (Cass. 8716/06, Cass. 11.03.05 n. 5398). Il risarcimento va chiesto con ricorso alla Corte d’Appello territorialmente competente e viene deciso dalla corte con un decreto che poi va notificato al ministero, con una procedura simile a quella prevista per l’ingiunzione di pagamento.

La legge 24 marzo 2001, n. 89 - nota come legge Pinto - (dal nome del suo estensore, Michele Pinto) è una legge della Repubblica Italiana. Essa prevede e disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subìto per l'irragionevole durata di un processo. La norma nacque come ricorso straordinario in appello qualora un procedimento giudiziario ecceda i termine di durata ragionevole di un processo secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU), in base all'art. 13 della Convenzione che prevede il diritto ad un ricorso effettivo contro ogni possibile violazione della Convenzione. In tal modo, si introduce un nuovo ricorso interno, che i ricorrenti devono avviare prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo. Tuttavia le Corti d'Appello inizialmente non hanno applicato i parametri della CEDU per la definizione dell'irragionevole durata del processo, ma hanno chiesto ai ricorrenti la dimostrazione dell'aver subito un danno (cosa che, secondo l'art.6 CEDU, è incluso nel fatto stesso). Tali casi sono stati quindi ri-appellati alla Corte CEDU di Strasburgo per scorretta applicazione della Legge Pinto. Nel 2004 la Corte di Cassazione ha stabilito che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel decidere in casi relativi alla legge Pinto, senza poter richiedere la prova del danno subito dal ricorrente. La sentenza Brusco della CEDU ha infine statuito che tutti i casi pendenti a Strasburgo dal 2001 (sui quali non sia ancora stato dato un giudizio di ricevibilità da parte della Corte) debbano tornare in Italia per l'appello interno secondo la legge Pinto. La sentenza Brusco è stata criticata per gli alti costi processuali presenti nella procedura interna italiana, ed inesistenti a Strasburgo. L'art. 55 del Dl. 22 giugno 2012 n. 83, contenente "misure urgenti per la crescita del paese" (c.d. decreto sviluppo del governo Monti), ha apportato importanti modifiche alla legge, volte a porre un freno alle richieste di risarcimento. Infatti, la riforma introdotta dal c.d. DL Sviluppo 2012 è stato profondamente mutato il procedimento delineato dalla Legge Pinto per permettere un più agevole ed efficace accesso al giudizio di equa riparazione ed ottenere in tempi più rapidi (che non siano a loro volta “irragionevoli”) il giusto risarcimento.

1) Non è più investita della decisione la Corte d'Appello in composizione collegiale. A decidere sarà un giudice monocratico di Corte d'appello con una procedura modellata su quella del decreto ingiuntivo e quindi, senza inutili appesantimenti procedurali (a titolo di esempio basti pensare che per la fissazione dell'udienza, specie avanti le Corti di appello più oberate, occorrono mesi o anni di attesa).

2) Viene fissato un preciso tetto oltre il quale la lunghezza del processo diventa “irragionevole” facendo così sorgere il diritto all'equa riparazione. Il processo non è svolto in termini ragionevoli quando supera i sei anni (tre anni in primo grado, due in secondo e uno nel giudizio di legittimità).

3) Sono stati puntualmente fissati gli importi per gli indennizzi commisurati in 1.500 euro per ogni anno o frazione di anno superiore a sei mesi che eccedente rispetto al termine di ragionevole durata.

4) In ogni caso la domanda può essere proposta a pena di decadenza entro sei mesi dalla sentenza definitiva che definisce il giudizio durato oltre il termine “ragionevole”.

La Legge, 28/12/2015 n° 208, G.U. 30/12/2015, detta "Legge di Stabilità 2016", introduce rilevanti modifiche alla cosiddetta Legge Pinto (L. n° 89 del 2001) regolamentando alcuni aspetti ma, fondamentalmente, riducendo ancor di più la possibilità di ottenere l'indennizzo e riducendo, altresì, la quantificazione dell'indennizzo stesso. Contenimento degli effetti della Legge Pinto pare essere il leit motiv che, a partire dal corposo intervento sull'articolato operato dal Governo Monti, contraddistingue ogni intervento sulla materia.

SCHEMA ESEMPLIFICATIVO.

IL DANNO

Danno da lungaggine del processo per la Cedu: patrimoniale o non patrimoniale.

Danno da lungaggine del processo per lo Stato Italiano: Forfettario. Prima, da 500 euro a 1500 euro, dopo, da 400 euro a 800 euro.

IL DIRITTO

Diritto al risarcimento per la CEDU: è incluso nel fatto stesso (onere della prova a carico dello Stato, an e quantum) senza valutazione ed interpretazione.

Diritto al risarcimento per lo Stato Italiano: ai ricorrenti tocca la dimostrazione dell'aver subito un danno (onere della prova a carico dei ricorrenti, an e quantum) e valutazione data dai magistrati responsabili essi stessi del danno. Il giudice infatti, nell’accertare l’entità della violazione valuta: la complessità del caso, l’oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice collega durante il procedimento, nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione.

DURATA

Durata ragionevole del processo per la Cedu: ragionevole inteso in senso oggettivo europeo.

Durata ragionevole del processo per lo Stato Italiano: 3 anni per il primo grado; due anni per il secondo grado; un anno per il terzo grado. Precisando che il processo si considera iniziato, nell’ambito dei procedimenti civili, con il deposito del ricorso o con la notifica dell’atto di citazione; penali, con l’assunzione della qualità di imputato e non di indagato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero, quando l’indagato ha legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari.

ITER

Iter risarcitorio per la Cedu: procedimento amministrativo semplificato, veloce e gratuito.

Iter risarcitorio per lo Stato Italiano: procedimento giudiziario di competenza dell’ordine professionale foriero del danno attivato. Prima presso la Corte di Appello competente ex art. 11 c.p.p., poi, presso la Corte di Appello foriera del danno in composizione monocratica ed inaudita altera parte. Le nuove norme assicurano senz’altro una più equilibrata ed efficiente distribuzione dei carichi di lavoro (condizione indispensabile per evitare il moltiplicarsi di procedimenti c.d. “Pinto bis”o, perfino, “Pinto ter”!), ma determinano anche un grave vulnus ai principi costituzionali di terzietà ed imparzialità della magistratura, che, per accrescere la fiducia dei consociati nel sistema giustizia, richiedono di essere perseguiti e realizzati anche semplicemente sul piano dell’apparenza.

ATTIVAZIONE

Attivazione dell’iter per la Cedu: semplice domanda.

Attivazione per lo Stato Italiano: Prima semplice ricorso giudiziario, dopo una domanda modellata sulla forma del ricorso per ingiunzione di pagamento.

GRAVOSITA' DELL'ONERE DELLA PROVA

Onere della prova per la Cedu: Fascicolo acquisito d’ufficio.

Onere della prova per lo Stato Italiano: copie fascicolo conformi all’originale con oneri di bollo e diritti.

DIFFICOLTA' ARTEFATTE

Intoppi ed ostacoli per la Cedu: nessuno.

Intoppi ed ostacoli per lo Stato Italiano: La novità più rilevante consiste nella introduzione del concetto di "rimedio preventivo"; la parte deve dimostrare fattivamente di avere intrapreso le strade più brevi per l'ottenimento della sentenza, attraverso istanze di accelerazione, (insomma, solo se ha chiesto al giudice di accelerare in ogni modo la causa, come se fosse colpa sua e non del sistema che scricchiola), istanze di prelievo, riunione delle cause, utilizzo di riti sommari, trattazione orale ex art. 281-sexies, ecc. Gli esperti sostengono che sul versante civile questa clausola potrebbe portare ad una situazione drammatica: la rinuncia al rito ordinario e la decisione allo stato degli atti, questa la dizione tecnica, col rischio di perdere la causa. Fondamentale la regola introdotta dal prima comma dell'art. 2 secondo la quale "È inammissibile la domanda di equa riparazione proposta dal soggetto che non ha esperito i rimedi preventivi all’irragionevole durata del processo di cui all’articolo 1-ter".

TERMINE DELLA DOMANDA

Termine della domanda per la Cedu: ragionevole.

Termine della domanda per lo Stato Italiano: In ogni caso la domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro sei mesi dalla sentenza definitiva che definisce il giudizio durato oltre il termine “ragionevole”.

PAGAMENTO

Pagamento per la Cedu: immediato e semplice.

Pagamento per lo Stato Italiano: gli indennizzi potranno essere erogati entro il limite delle risorse disponibili di un apposito capitolo del ministero della Giustizia. Per fortuna sarà possibile un‘anticipazione di tesoreria, ma solo nel caso venga attivata l’esecuzione forzata. In quel caso sarà Banca d’Italia a provvedere registrando il pagamento in "conto sospeso" in attesa che il ministero regolarizzi la partita contabile non appena abbia le risorse per farlo. Con l'introduzione del nuovo art. 5-sexies viene completamente regolamentata a nuovo la fase del pagamento. Vi è ora la necessità di formulare ripetutamente una istanza che potremo chiamare di precisazione del credito con la quale si ricorda allo Stato che non ha ancora pagato.

TERMINI DEL PAGAMENTO

Termini ragionevoli di adempimento per la Cedu: due anni.

Termini ragionevoli di adempimento per lo Stato Italiano (Pinto su Pinto): prima 4 mesi, dopo, 6 anni ordinari, dopo le pronunzie giurisprudenziali, 2 anni e tre anni. 2 anni. La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con sentenza n. 8283/2012, è intervenuta, limitando a due anni la durata massima, fra appello e Cassazione, entro cui deve concludersi il processo ex lege Pinto, istaurato al fine di ottenere l’equo ristoro per i danni subiti da un “processo lumaca”. Superato tale limite la vittima ha diritto a ottenere un secondo e differente ristoro. Infine 2 anni, primo grado, 1 anno, legittimità. I giudizi risarcitori per irragionevole durata del processo devono essere molto più che "di ragionevole durata". E' quanto si ricava dalla sentenza n. 36 del 19 febbraio 2016, con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata in merito alla cd. "legge Pinto" (legge n. 89/2001). Tuttavia, con impeto chiaramente burocratico, teso a creare un percorso ad ostacoli, si prescrive che "nel caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione o della documentazione di cui ai commi precedenti, l’ordine di pagamento non può essere emesso". L'amministrazione provvede al pagamento nel termine di sei mesi. In questo periodo "... i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento".

SANZIONI 

Sanzioni per la Cedu: nessuna, se non la pronuncia di rigetto della domanda.

Sanzioni per lo Stato Italiano: qualora infatti la domanda sia, agli occhi del giudicante, inammissibile o manifestamente infondata, il ricorrente potrà essere condannato al pagamento di una somma non inferiore a 1000 euro e non superiore a 10.000 euro in favore della Cassa delle Ammende! Tutto “merito” del legislatore italiano, che – con un decreto legge! - è riuscito a trasformare un diritto tutelato dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo in un nuovo eventuale introito per le Casse dello Stato!!

Per le lungaggini processuali il nostro Paese è ancora ai primissimi posti nella classifica delle violazioni dei diritti umani. Assieme a disoccupati, debito pubblico e corruzione, l'Italia detiene un altro primato internazionale: il numero di ricorsi presentati da nostri concittadini alla Corte europea dei diritti dell'uomo, scrive su Elisabetta Burba il 29 gennaio 2015 su “Panorama”. A inizio ottobre 2014, l'Italia era in cima alla graduatoria dei paesi con maggior numero di ricorsi per violazioni della Convenzione europea dei diritti umani, soprattutto per lungaggini processuali e sovraffollamento delle carceri. Tanto che nel 2013 è stata condannata a versare indennizzi per oltre 71 milioni di euro. Pur avendo quasi dimezzato l'importo rispetto al 2012 (quando aveva raggiunto la cifra record di 120 milioni di euro), anche nel 2013 il nostro paese è stato quello condannato a versare la cifra più alta fra tutti i 47 paesi membri del Consiglio d'Europa. Lo Stato ha accumulato uno stock di debito di oltre 455 milioni di euro a titolo di risarcimento per i procedimenti non definiti entro il termine massimo di 6 anni. Ogni anno vengono presentate circa 12 mila istanze relative a richieste per cause definite con ritardi fino a 3 anni (sono il 25%), per indennizzi tra 3 e 7 anni (55% circa 6.600 casi). Ma ci sono anche richieste di risarcimento per ritardi che definire esorbitanti è riduttivo: in 2.400 casi oltre 7 anni rispetto al termine di legge. Le cifre che ogni anno le casse dello Stato liquidano per questi procedimenti è di circa 45 milioni. Con 17.300 procedimenti aperti, nell'ottobre 2014 l'Italia si è aggiudicata il primo inglorioso posto nella classifica dei ricorsi, davanti a paesi non esattamente garantisti come Russia, Turchia e Ucraina. Negli ultimi mesi il numero dei ricorsi è calato agli attuali 12mila, ma la situazione resta critica. «Come numeri assoluti purtroppo siamo ancora molto in alto: al secondo posto dopo l'Ucraina e prima della Russia, anche se fortunatamente non occupiamo più la prima posizione» dice a Panorama Guido Raimondi, il giudice italiano nonché vicepresidente della Corte. Il tribunale ha sede a Strasburgo in uno stravagante palazzo del 1995 che si ispira all'allegoria della dea Giustizia: la hall centrale di vetro simboleggia l'accessibilità della Corte e le due torri d'acciaio laterali con tetto inclinato i piatti della bilancia. Ed è proprio la "denegata giustizia" l'oggetto del contendere fra la Corte e l'Italia. Al primo posto, un annoso problema dei tribunali italiani: le lungaggini processuali (seguito a ruota dal sovraffollamento carcerario). «Il nostro contenzioso riguarda in gran parte l'eccessiva lunghezza delle procedure giudiziarie- spiega Raimondi - L'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che gli Stati membri sono tenuti ad applicare, dice che ogni persona ha "diritto a un equo processo". E quando la Corte rileva la violazione di un diritto segnala allo Stato che nel suo sistema c'è un problema: spetta allo Stato risolverlo. Nel caso dei processi interminabili, un fenomeno esploso negli anni Ottanta, la soluzione trovata nel 2001 era stata la legge Pinto. Quello che in gergo è detto un "rimedio interno" prevedeva un sistema risarcitorio in ambito nazionale secondo un ammontare previsto dalla Corte. Una volta promulgata la legge, che prevedeva il diritto di risarcimento in caso d'irragionevole durata di un processo, la Corte aveva ritenuto chiuso il caso. Peccato però che a Roma mancassero gli stanziamenti necessari per applicarla...». «Non solo - commenta Manuel Jacoangeli, l'attivissimo ambasciatore italiano a Strasburgo, che riceve Panorama nella prestigiosa sede del governo italiano, una villa art nouveau del 1899. - In tutti questi anni, Roma non ha saputo risolvere il problema attraverso una complessiva riforma della giustizia. Risultato: in breve tempo i ricorsi a Strasburgo per lungaggini processuali erano ripresi, gonfiandosi a dismisura, fino a coprire circa i due terzi del totale». «Il numero dei ricorsi individuali contro l'Italia, in comparazione con quello di altri paesi, è solo relativamente un indicatore dello stato dei diritti umani - spiega Vladimiro Zagrebelsky, che è stato giudice della Corte europea dal 2001 al 2010. - In Italia è facile organizzare una valanga di ricorsi seriali, facendone esplodere il totale. In altri paesi è meno frequente, anche in presenza di massicce violazioni. La questione dei numeri va quindi relativizzata, anche in relazione al tipo dì violazioni denunziate. Ciò che invece è grave -  continua Zagrebelsky - sono le violazioni endemiche e strutturali da molto tempo senza soluzione. L'irragionevole durata dei procedimenti giudiziari ne è il maggiore esempio». Conclude Raimondi: «Per il nostro contenzioso non sì intravede una soluzione soddisfacente a breve termine».

Stop alle affollate udienze in camera di consiglio e ai rinvii per mancanza degli atti del processo presupposto: le richieste di equa riparazione per le lungaggini dei processi continuano a essere avanzate alla corte d’appello, ma i ricorsi depositati dall’11 settembre 2013 sono decisi da un giudice monocratico, e cioè il presidente della corte d’appello oppure un magistrato dello stesso ufficio a tal fine designato. Sono gli effetti delle modifiche alla legge Pinto (legge 89/2001) introdotte dal decreto legge sviluppo (Dl 83/2012, convertito dalla legge 134). La domanda di equa riparazione si propone con un ricorso che deve avere il contenuto dell’articolo 125 del Codice di procedura civile: indicazione dell’ufficio giudiziario adìto, delle parti, dell’oggetto, delle ragioni della domanda e delle conclusioni. E mentre la precedente versione della “Pinto” attribuiva alle parti la facoltà di chiedere alla corte di acquisire gli atti e i documenti del procedimento presupposto, adesso il comma 3 del nuovo articolo 3 dispone che, unitamente all’atto introduttivo del giudizio, devono essere depositati in copia autentica gli atti più significativi di quel procedimento, e precisamente: la citazione, il ricorso, le comparse e le memorie; i verbali di causa e i provvedimenti del giudice (si tratta, evidentemente, di quelli interlocutori pronunciati in corso di giudizio); infine, il provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili. Adempimenti che gravano in modo non indifferente l’attività propositiva, minandone la convenienza, pur rimanendo l’esenzione dei diritti statali. Lo stesso articolo 3 individua pure la legittimazione passiva: il ricorso va proposto nei confronti del ministro della Giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del ministro della Difesa in ipotesi di procedimenti del giudice militare, del ministro dell’Economia in tutti gli altri casi. Entro trenta giorni dal deposito del ricorso, il giudice pronuncia un decreto motivato. L’istanza è rigettata nelle ipotesi previste dall’articolo 640 del Codice di procedura civile, espressamente richiamato dal nuovo articolo 3 della Pinto, e cioè quando non sia accoglibile oppure quando la parte non abbia risposto all’invito del giudice di provvedere alla prova nei casi di domanda non sufficientemente giustificata. In caso di rigetto della richiesta, non solo il ricorso non può essere riproposto (salva l’opposizione), ma la parte rischia pure la condanna al pagamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma compresa tra mille e 10mila euro. Nei casi, invece, di accoglimento, il giudice ingiunge all’amministrazione di pagare senza dilazione la somma liquidata a titolo di equa riparazione, autorizzando in mancanza la provvisoria esecuzione. Nel decreto il giudice liquida pure le spese del procedimento e ne ingiunge il pagamento. Il nuovo rito ricalca dunque lo schema del giudizio monitorio e introduce alcuni elementi di chiarezza, mutuati dalla giurisprudenza della convenzione dei diritti dell’uomo (Cedu) e della Cassazione, che dovrebbero condurre a decisioni tendenzialmente standardizzate. Per un verso, infatti, si è proceduto all’esatta individuazione del termine di durata ragionevole del processo: tre anni per il primo grado, due anni per il secondo, un anno per il giudizio di legittimità, con l’ulteriore precisazione che si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni. Sotto il profilo dell’importo dovuto a titolo di equa riparazione, poi, si stabilisce che il giudice liquidi una somma tra 500 e 1.500 euro per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo. Un’altra importante novità riguarda i tempi. L’articolo 4 della precedente versione della Pinto ammetteva la proposizione della domanda di equa riparazione già durante la pendenza del procedimento, mentre le recenti modifiche consentono l’istanza solo entro sei mesi dal momento in cui la decisione è divenuta definitiva.

Quello che non traspare è la truffa perpetrata. Il Dl Sviluppo cambia la Legge Pinto: procedure più snelle, parametri fissi ma eccessiva discrezionalità decisoria del giudice ed altri raggiri contro il cittadino. Viene ribadito il termine decadenziale della domanda: il ricorso può essere proposto esclusivamente entro sei mesi dal provvedimento giudiziale definitivo che conclude il procedimento, e non sarà più possibile invocare l’equa riparazione in pendenza di giudizio. Da un’altra angolazione però, le modifiche normative apportate dilatano oltremodo la discrezionalità decisoria del Collegio rispetto alla verifica sulla esistenza stessa del danno. Il giudice infatti, nell’accertare la violazione il giudice valuta:

- la complessità del caso,

- l’oggetto del procedimento,

- il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione.

Peraltro, il decreto tipizza i casi in cui non è possibile chiedere e ottenere alcun indennizzo, ossia:

- in favore della parte soccombente condannata a norma dell’art. 96 c.p.c. per lite temeraria,

- nel caso in cui la domanda del ricorrente sia stata accolta in misura non superiore alla proposta conciliativa,

- nel caso in cui il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde interamente al contenuto della proposta conciliativa,

- nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte; o quando l’imputato non abbia depositato istanza di accelerazione del processo penale nei 30 giorni successivi al superamento dei limiti di durata considerati ragionevoli dall’art 2 bis della legge in discorso;

- e, in via residuale, ogniqualvolta sia constatabile un abuso dei poteri processuali che abbia procrastinato ingiustificatamente i tempi del procedimento.

E, dulcis in fundo, al comma 5 quater, si manifesta la beffa: qualora infatti la domanda sia, agli occhi del giudicante, inammissibile o manifestamente infondata, il ricorrente potrà essere condannato al pagamento di una somma non inferiore a 1000 euro e non superiore a 10.000 euro in favore della Cassa delle Ammende! Tutto “merito” del legislatore italiano, che – con un decreto legge! - è riuscito a trasformare un diritto tutelato dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo in un nuovo eventuale introito per le Casse dello Stato!!

Non basta vi è anche la “Pinto sulla Pinto”! La Cassazione sui Processi lumaca. La Cassazione interviene sulle lungaggini processuali, fissando la durata delle cause promosse ex lege Pinto, nel termine massimo di due anni, superati i quali la vittima si aggiudica il diritto ad altro e diverso ristoro. La Corte Costituzionale li dilata a 3 anni. Come si suol dire: cornuto e mazziato!

Sono le vittime del paradosso della giustizia italiana che oltre all’inganno di processi interminabili subiscono la beffa di ottenere con eccessivi ritardi processuali il ristoro dovuto! La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con sentenza n. 8283/2012, è intervenuta, limitando a due anni la durata massima, fra appello e Cassazione, entro cui deve concludersi il processo ex lege Pinto, istaurato al fine di ottenere l’equo ristoro per i danni subiti da un “processo lumaca”. Superato tale limite la vittima ha diritto a ottenere un secondo e differente ristoro. Il Collegio, discostandosi da un precedente orientamento, riconosce, dunque, la ragionevolezza del termine di due anni, ritenendolo “pienamente compatibile con le indicazioni…della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo”, e considerando il fatto che un giudizio in Cassazione “non è suscettibile di compressione oltre il limite più volte ritenuto ragionevole di un anno”. Quanto al termine di quattro mesi, previsto dalla legge 89/2001, c.d. Legge Pinto, la Cassazione precisa la natura meramente sollecitatoria, e dunque non perentoria, dello stesso, essendo impensabile che un giudizio volto ad ottenere equa riparazione possa chiudersi in così breve tempo. Anche in questo caso, dunque, il Ministero della giustizia dovrà pagare! I giudizi risarcitori per irragionevole durata del processo devono essere molto più che "di ragionevole durata" quindi 2 anni, primo grado, 1 anno, legittimità. E' quanto si ricava dalla sentenza n. 36 del 19 febbraio 2016, con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata in merito alla cd. "legge Pinto" (legge n. 89/2001).

Dopo tutta la traversata nel deserto e dopo averti messo contro l’intera casta dei magistrati locali finalmente si può ottenere l’equo ristoro con la pignorabilità dei beni statali, tenuto conto che il Ministero non è propenso a pagare? La finanziaria 2007 al comma 1351, così come nel 2006 era avvenuto per i beni del Ministero della Salute, ha stabilito la impignorabilità dei fondi destinati alla giustizia: “non sono soggetti ad esecuzione forzata i fondi destinati al pagamento delle spese per servizi di forniture aventi finalità giudiziaria e penitenziaria, nonchè gli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale amministrato dal Ministero della giustizia e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accreditati mediante aperture di credito in favore di funzionari delegati degli ufficio centrali e periferici del Ministero della Giustizia, degli uffici giudiziari e della Direzione nazionale antimafia e della Presidenza del Consiglio dei Ministri”. E’ come se lo Stato adottasse per sè il principio secondo cui “chi non ha nulla, non ha niente da perdere” e cioè il nullatenente non sarà mai aggredibile forzatamente dal debitore in quanto non ha alcun bene su cui potersi soddisfare! Lo Stato rendendo i propri beni impignorabili, in buona sostanza, diviene come un soggetto che non ha beni da aggredire. La legge sopra menzionata si aggiunge a tutta una serie di norme speciali che rallentano ed ostacolano le azioni esecutive nei confronti della PA. Si pensi, ad esempio, che per proporre azione esecutiva nei confronti della PA occorrono 120 gg. a fronte della immediatezza di tale azione nel caso di cittadini. Se poi i 120 giorni cadono durante le ferie processuali questi diventano 170. Eppure tali leggi dovrebbero di per sè essere incostituzionali in quanto si preclude la pignorabilità e quindi la tutela costituzionale del credito. Con la finanziaria del 2007 i creditori si sono trovati impossibilitati ad ottenere il loro avere e lo stesso blocco lo hanno trovato i creditori in base alla Legge Pinto. Come se ciò non bastasse è intervenuta la legge 181/2008 che all’art. 1 ter ha esteso l’applicazione della impignorabilità sulle contabilità speciali delle prefetture, direzioni di amministrazione delle Forze armate e della Guardia di Finanza, alla contabilità ordinaria del Ministero di Giustizia e degli uffici giudiziari. Pertanto non sono più soggetti a pignoramento: gli emolumenti di qualsiasi tipo dovuti al personale amministrativo dal Ministero di Giustizia, accreditati mediante aperture di credito in favore dei funzionari del Ministero della Giustizia e degli uffici giudiziari.

La Legge, 28/12/2015 n° 208, G.U. 30/12/2015, detta la Legge di Stabilità 2016, introduce rilevanti modifiche alla cosiddetta Legge Pinto (L. n° 89 del 2001) regolamentando alcuni aspetti ma, fondamentalmente, riducendo la possibilità di ottenere l'indennizzo e riducendo, altresì, la quantificazione dell'indennizzo stesso. Contenimento degli effetti della Legge Pinto pare essere il leit motiv che, a partire dal corposo intervento sull'articolato operato dal Governo Monti, contraddistingue ogni intervento sulla materia.

Misura dell'indennizzo. L'indennizzo viene ridimensionato ed è ora previsto (art. 2-bis) in una misura che va da un minimo di euro 400 ad un massimo di euro 800 (mentre prima il massimo era previsto in euro 1.500).

Rimedi preventivi. La novità più rilevante consiste nella introduzione del concetto di "rimedio preventivo"; la parte deve dimostrare fattivamente di avere intrapreso le strade più brevi per l'ottenimento della sentenza, attraverso istanze di accelerazione, istanze di prelievo, riunione delle cause, utilizzo di riti sommari, trattazione orale ex art. 281-sexies, ecc. Fondamentale la regola introdotta dal prima comma dell'art. 2 secondo la quale "È inammissibile la domanda di equa riparazione proposta dal soggetto che non ha esperito i rimedi preventivi all’irragionevole durata del processo di cui all’articolo 1-ter".

Casi di non riconoscimento dell'indennizzo. All'art. 2 vengono inoltre aggiunti casi nei quali "Non è riconosciuto alcun indennizzo" e ulteriori casi nei quali "si presume insussistente il pregiudizio da irragionevole durata del processo", come ad esempio nel caso di contumacia (a dispetto di recenti pronunce della Corte di Cassazione) o di dichiarazione di intervenuta prescrizione del reato. L'indennizzo non è riconosciuto, invece, ad esempio, in "caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento" o quando la parte "ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese". A questo punto il ricorso per l'equo indennizzo sottopone il processo svoltosi in ritardo ad una valutazione, talvolta altamente discrezionale, da parte della Corte d'Appello.

Modalità di pagamento. Con l'introduzione del nuovo art. 5-sexies viene completamente regolamentata a nuovo la fase del pagamento. Vi è ora la necessità di formulare ripetutamente una istanza che potremo chiamare di precisazione del credito con la quale si ricorda allo Stato che non ha ancora pagato. Tuttavia, con impeto chiaramente burocratico, teso a creare un percorso ad ostacoli, si prescrive che "nel caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione o della documentazione di cui ai commi precedenti, l’ordine di pagamento non può essere emesso". L'amministrazione provvede al pagamento nel termine di sei mesi. In questo periodo "... i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento".

Legge Pinto: la modifica della competenza per territorio e le nuove “modalità di pagamento”, scrive Finocchiaro Giuseppe - Professore associato di diritto processuale civile nell'Università degli Studi di Brescia. Ultime due rilevanti novità nella profonda metamorfosi di fine anno della legge Pinto sono costituite: da un lato, dalla modifica della competenza per territorio; dall’altro lato, dall’introduzione di una serie di complesse norme in tema di “modalità di pagamento”.

La modifica della competenza per territorio. Nel procedimento per il riconoscimento dell’equo indennizzo la Corte d’appello (competente per materia in unico grado), dovendo valutare la violazione della ragionevole durata del processo presupposto, è chiamata non soltanto a verificare anche la condotta dei magistrati cui era stata affidata la direzione del medesimo processo presupposto, ma anche a pronunciare un provvedimento potenzialmente generatore della loro responsabilità erariale, come indicato dall’art. 5, comma 4, legge Pinto. A ragione di ciò, al fine, pienamente condivisibile, di assicurare le più complete terzietà ed imparzialità del giudice chiamato a valutare sulla violazione della ragionevole durata del processo presupposto, il legislatore, fin nella versione originaria del 2001, aveva stabilito l’applicabilità del criterio di competenza territoriale previsto dall’art. 11 c.p.p. per i procedimenti penali riguardanti i magistrati. In forza di questa norma, come ben noto, si verificava uno spostamento della competenza dall’ufficio giudiziario che sarebbe stato ordinariamente competente, sicché la domanda andava proposta alla “corte d'appello del distretto in cui ha sede il giudice competente ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati nel cui distretto è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata”. Questa scelta, confermata nelle precedenti riforme degli anni 2007 e 2012, dava luogo ad un inconveniente di non poco conto: faceva sì che sulle Corti d’appello limitrofe a quelle di grandi dimensioni e, conseguentemente (anche soltanto per ragioni statistiche), con un gran numero di ritardi giudiziari, si riversasse una mole di ricorsi ex legge Pinto spesso sproporzionata rispetto all’organico ridotto dell’ufficio giudiziario competente: il caso sicuramente più eclatante è quello relativo alle domande dei procedimenti celebrati nella Capitale (sede altresì delle magistrature superiori, presso cui confluiscono in sede d’impugnazione pressoché tutti i procedimenti giurisdizionali) che venivano interamente devolute alla Corte d’appello di Perugia. Per rimediare a questa inefficienza del sistema, la legge di stabilità 2016 ha sostituito l’art. 3, comma 1, prevedendo che la domanda di equa riparazione debba essere proposta alla “corte d’appello del distretto in cui ha sede il giudice innanzi al quale si è svolto il primo grado del processo presupposto” ed ha contestualmente aggiunto al comma 4 la precisazione secondo cui “Non può essere designato [per la trattazione del procedimento] il giudice del processo presupposto”. Le nuove norme assicurano senz’altro una più equilibrata ed efficiente distribuzione dei carichi di lavoro (condizione indispensabile per evitare il moltiplicarsi di procedimenti c.d. “Pinto bis” o, perfino, “Pinto ter”!), ma determinano anche un grave vulnus ai principi costituzionali di terzietà ed imparzialità della magistratura, che, per accrescere la fiducia dei consociati nel sistema giustizia, richiedono di essere perseguiti e realizzati anche semplicemente sul piano dell’apparenza.

“Modalità di pagamento”. E’ la rubrica del nuovo art. 5-sexies, che dimostra quanto sia vero il detto secondo cui “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”: anche dopo la liquidazione della somma a titolo di equo ristoro per l’irragionevole durata del processo presupposto, la parte deve attendere per ottenere effettiva soddisfazione del proprio diritto all’indennizzo (cioè, essere concretamente pagata). Per cercare di porre rimedio a questa situazione, nella primavera scorsa era stato siglato tra il Ministero della Giustizia e la Banca d’Italia (“anche quale esercente la Tesoreria dello Stato”) un accordo in virtù del quale questa “presta collaborazione temporanea” a quello “nelle attività preparatorie del pagamento delle somme riconosciute agli aventi diritto dalle competenti corti d’appello a titolo di indennizzo previsto dalla legge n. 89 del 2001 e delle relative spese processuali” (le parti tra virgolette sono estrapolate dal testo dell’accordo del 18 maggio 2015. Il nucleo dell’accordo consiste nella predisposizione da parte della Banca d’Italia dei mandati di pagamento grazie alla creazione di un database da aggiornarsi settimanalmente. Il nuovo art. 5-sexies, comma 1, impone ora sul creditore i concorrenti oneri, da un lato, di rilasciare un’autocertificazione “attestante la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l’esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l’ammontare degli importi che l’amministrazione è ancora tenuta a corrispondere, le modalità di riscossione prescelta … [accreditamento su conto corrente intestato al creditore medesimo o, per importi non superiori a 1.000 euro, per cassa o per vaglia cambiario non trasferibile]”, e, dall’altro lato, di trasmettere, all’amministrazione debitrice, della “documentazione”, che verrà precisamente individuata con decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Ministero della Giustizia da emanarsi entro il 30 ottobre 2016 (anteriormente all’adozione dei decreti ricordati, pertanto, deve ritenersi che la disposizione de qua non sia applicabile). Ai sensi del successivo comma 4, la mancata, incompleta o irregolare trasmissione, vuoi della dichiarazione, vuoi della documentazione, costituisce legittima causa per il mancato pagamento dell’ordine di pagamento entro il termine di 6 mesi dalla ricezione. Questa articolata e complessa serie di norme, di stampo spiccatamente amministrativo-burocratico, non soltanto ha rilievo interno alle amministrazioni debitrici, ma incide anche sul diritto costituzionale di azione giurisdizionale: l’art. 5-sexies, comma 7, infatti, stabilisce che prima che sia decorso il ricordato termine semestrale per lo spontaneo adempimento “i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento” [di condanna].

Le nuove norme ricordate non possono non essere criticate, considerato che:

- innanzi tutto, appaiono profondamente inopportune ed inique, atteso che impongono alle parti private (risultate vincitrici all’esito di un processo giurisdizionale) di rendere delle autodichiarazioni (penalmente rilevanti) di fatti e di produrre della documentazione, i quali sono gli uni e l’altra già, rispettivamente, noti e nella disponibilità delle pubbliche amministrazioni debitrici;

- in secondo luogo, pongono dubbi di conformità con gli art. 3 e 24 Cost., posto che condizionano l’accesso alla tutela giurisdizionale, indicata a più riprese dal giudice delle leggi come diritto essenziale e fondamentale del sistema giuridico costituzionale, a formalità volte esclusivamente a rimediare alle inefficienze delle pubbliche amministrazioni debitrici, che si dimostrano incapaci di gestire in modo ordinato i pagamenti dovuti;

- da ultimo, sono potenzialmente foriere di una notevole crescita del carico di lavoro giudiziario: non pare, infatti, infondato il timore che la principale e reale conseguenza applicativa delle nuove norme sarà di creare contenzioso circa le regolare e completa trasmissione della dichiarazione e della documentazione richieste.

COPIA CONFORME DEGLI ATTI. Prima della riforma del processo ex lege Pinto, scrive Concetta Pennisi, il ricorrente non aveva eccessivi oneri di allegazione; infatti era data facoltà alla parte di richiedere che la Corte disponesse l'acquisizione in tutto o in parte gli atti e i documenti del procedimento in cui si assumeva verificata la violazione della durata del procedimento, le parti avevano diritto, unitamente ai loro difensori, di essere sentite in camera di consiglio se comparivano. Inoltre, erano ammessi il deposito di memorie e la produzione di documenti sino a cinque giorni prima della data in cui era fissata la camera di consiglio. La norma è stata sostituita dall’art. 55 del DL 83/2012 convertito in l. 134/2012 che prevede l’onere per il ricorrente di depositare unitamente al ricorso la copia autentica di tutti gli atti della causa ( l’atto di citazione, il ricorso, le comparse e le memorie relativi al procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata); di tutti i verbali di causa e i provvedimenti del giudice; nonché del provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili. Si tratta di formalismi non giustificati da effettive e concrete garanzie difensive. Anzitutto la conformità comporta un onere economico gravoso per la parte. Presentare l’intero fascicolo in copia conforme della causa presupposta comporta il pagamento di svariate centinaia di euro in bolli: si pensi che i fascicoli di gran parte delle cause sono composte da migliaia di pagine. Orbene, se lo scopo della legge doveva essere quello di dotare l’ordinamento nazionale di un meccanismo riparatorio capace di riprodurre sul piano interno le condizioni assicurate sul piano internazionale dalla CEDU, tenuto conto che non esistono tali oneri nel procedimento dinanzi alla Corte di Strasburgo, la loro introduzione determina una vessazione tributaria che scoraggia il cittadino dal ricorrere alla giustizia interna per ottenere un’equa riparazione. Si può affermare che l’introduzione dei costi elevati per ricorrere alla giustizia e gli adempimenti formali richiesti, di fatto ha creato ulteriori ostacoli all’accessibilità dell’azione da parte del cittadino e quindi pregiudica l’effettività del ricorso interno. Le parti non possono essere gravate di oneri eccedenti la normale diligenza, tali da rendere difficoltoso o da pregiudicare il proprio diritto. Ne consegue che l’onere di cui è gravato il ricorrente ostacola di fatto l’effettivo esercizio dell’azione a tutela del proprio diritto in aperta violazione dell’art. 24 Cost. e dell’art. 34 della Convenzione che sancisce che le Alte Parti contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’effettivo esercizio efficace di tale diritto. Per cui anche tale articolo è suscettibile della sanzione di incostituzionalità ai sensi degli artt. 117 e 24 Cost.

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

Risarcire Morlacchi o Di Matteo, scrive Piero Sansonetti il 14 ago 2016 su "Il Dubbio". L'editoriale del Direttore sulle sproporzioni. Piero Ostellino, recentemente, è stato condannato a risarcire con 150 mila euro due delle tre magistrate che nel giugno del 2013 condannarono Berlusconi per il caso Ruby. Ostellino criticò aspramente quella sentenza. I giudici dell'appello e della Cassazione, successivamente, diedero retta ad Ostellino e torto alle due magistrate: bocciarono la sentenza e assolsero Berlusconi. Le due magistrate però si sono sentite offese da Ostellino e gli hanno fatto causa. Hanno vinto. Criticare un magistrato - sembra - è proibito. Manolo Morlacchi - cittadino come un altro - è stato accusato qualche anno fa di aver rifondato le Brigate Rosse. Cinque mesi in cella. Rischio ergastolo. L'accusa era falsa: assolto in primo e secondo grado. Assolto in Cassazione. Lo hanno risarcito con 15 mila euro. C'è proporzione tra i 15 mila euro per cinque mesi di galera ingiusta, e 150 mila euro per una critica (giusta o ingiusta che fosse)? Le due magistrate hanno fatto causa anche a me (forse per questo sono particolarmente sensibile). A me addirittura hanno fatto due cause: una per un'intervista e una per una dichiarazione in Tv: in tutto altri 150 mila euro. Intanto mi ha fatto causa anche un altro magistrato. Il famoso Pm di Palermo Di Matteo. Altri centomila euro, vuole, perché ho scritto che lui è stato maleducato nell'interrogatorio di De Mita nel famoso processo Stato-Mafia. Ho così appreso che dire a un magistrato che è stato maleducato è dieci volte più grave che prendere un povero cristo e sequestrarlo in cella per cinque mesi. Tra i 150 mila euro alle due milanesi e i 100 mila a Di Matteo, mi tocca impegnare l'intero mio reddito futuro, se va bene, per sette o otto anni. Ho pensato che l'alternativa è quella di farmi arrestare ingiustamente e poi farmi risarcire per ingiusta detenzione. Però, per arrivare a 250 mila euro (Morlacchi docet) mi ci vorranno sempre sette o otto anni.

Le carriere con l'air bag di certi pm: sbagliano e vengono pure promossi. Il privilegio speciale delle toghe: da Esposito e Robledo a Woodcock, quando la punizione diventa un premio, scrive Enrico Lagattolla, Martedì 24/02/2015 su "Il Giornale".  Ammettiamolo: è il sogno di tutti. Una carriera con l'air bag, una vita con la rete di protezione, pochi rischi e tanto onore, l'invidiabile privilegio di cadere sempre in piedi e la lunare dispensa dai contraccolpi di uno sciagurato sfondone. Anzi, a volte pure l'insensato beneficio di un avanzamento per demeriti. È il sogno di tutti e per qualcuno è realtà. Prendete il giudice di Torino che - pochi giorni fa - è stato trasferito a Milano perché strapagava le consulenze all'amante. Non a Canicattì. A Milano, l'ufficio più prestigioso del Paese. Promoveatur ut amoveatur. A essere trombati in questo modo, c'è da metterci la firma. Vincenzo Toscano - il magistrato del capoluogo piemontese - ha affidato «incarichi remunerati» a una consulente a «cui era legato da vincoli sentimentali». La Cassazione, che lunedì ne ha confermato il cambio di sede, spiega che dava lavoro alla compagna, liquidava «compensi molto superiori alla media degli altri consulenti», e si lavorava il collegio giudicante «per ottenere una decisione favorevole» alla donna. Cosa sarebbe accaduto in qualunque azienda privata? Ma la giustizia segue altre regole. Quindi, l'insopportabile sanzione è stata la perdita di un anno di anzianità - e capirai - e il trasferimento nel palazzaccio più in vista d'Italia. Diciamola tutta: promosso. Ma per uno che da Torino viene a Milano, due fanno il tragitto opposto. L'estenuante disputa tra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo ex vice Alfredo Robledo si è conclusa con il trasloco di quest'ultimo in Piemonte. Che onta. Oddio, diciamo un alone. I fatti: secondo il Csm, Robledo è culo e camicia con l'avvocato della Lega Domenico Aiello. Gli «soffia» notizie riservate su un fascicolo che coinvolge alcuni politici del Carroccio. Vero o falso che sia, il punto è un altro: l'organo di autogoverno dei magistrati gli attribuisce un «provato rapporto di contiguità con l'avvocato Aiello», «improntato allo scambio di favori», così come è «inequivoca» la «propalazione» al legale dei lumbard «di atti coperti dal segreto». Sembra grave. Perciò via, Robledo lasci Milano e dismetta i panni da pm. E cosa va a fare? Il giudice. Un gradino più in alto nella scala evolutiva dell'homo togatus. Ma a Torino è andato anche un giovane pubblico ministero milanese, anche lui silurato con tutte le cautele. È una storia di leggerezze e bella vita, quella di Ferdinando Esposito, di amicizie bislacche e di un'improvvida visita ad Arcore che gli ha attirato gli strali di Ilda Boccassini. Che l'ha indagato, l'ha fatto pedinare e intercettare, e poi ha mandato gli atti a Brescia, dove un fascicolo è stato aperto senza che finora abbia portato ad alcunché. Anche su Esposito si è pronunciata la disciplinare del Csm: non può più fare il pm a Milano, sarà gip a Torino. A parte l'incomodo della breve trasferta, la carriera del magistrato prosegue spedita. Sono solo tre storie, le più recenti. Ma sono storie che si ripetono. Henry John Woodcock - quello dei disastri Vip Gate e Savoia Gate - da Potenza finisce a Napoli (qualche dubbio su quale sia la sede più rilevante?). Per le disfatte giudiziarie Why not e Toghe lucane, Luigi De Magistris se la cava con censura, trasferimento e cambio di casacca: da pm a giudice. Ma per non sbagliare, Giggino Masaniello sceglie la terza via: la politica. Ai magistrati di sorveglianza che concedono la semilibertà ad Angelo Izzo, e grazie alla quale il «mostro del Circeo» torna a uccidere, il Csm riserva un ammonimento. L'ex magistrato antimafia di Napoli che va a caccia con i boss viene assolto dal Consiglio. E il sottobosco degli sconosciuti è pieno di miracolati. Vero che ultimamente le condanne nei procedimenti disciplinari sono aumentate, ma si tratta perlopiù di sanzioni minime. Di gente cacciata dalla magistratura, negli ultimi vent'anni, se ne conta sulle dita di una mano. Quanto alla responsabilità civile, peggio che andar di notte: in un quarto di secolo i ricorsi accolti sono stati quattro su 400. È un tratto tristemente sbagliato in questa nobile categoria, semidei del diritto con la tendenza all'autoassoluzione. Avete mai visto la deferenza con cui un avvocato bussa all'ufficio di un pm? Credete davvero che in un'aula di giustizia accusa e difesa godano sempre di pari dignità? Ci dev'essere qualcosa che, strada facendo, scolla alcuni magistrati dal mondo reale. Non si spiega altrimenti, sennò, la meravigliosa ingenuità con cui il fu presidente del tribunale di sorveglianza di Milano Francesco Castellano si rivolse al Csm. Accusato di aver brigato per parare il didietro all'indagato Giovanni Consorte, Castellano propose alla disciplinare del Consiglio la sua soluzione. Facciamo così: io lascio Milano, voi mandatemi in Cassazione. Non si sa se a qualcuno scappò da ridere, ma almeno in quel caso sembrò troppo persino ai suoi pari.

Libri: "Quattro anni a Palazzo dei Marescialli", se la lottizzazione diventa magistratura. Recensione di Antonio Bevere su Il Manifesto, 15 luglio 2015. Aniello Nappi racconta in un libro i suoi quattro anni all'interno di Palazzo dei Marescialli. E si misura con i 200 "fuori ruolo", ma anche con alcune pratiche di valutazione da parte del Csm. "Soprattutto a Roma c'è contiguità fra amministrazione della giustizia e politica". Per fronteggiare la crescente espropriazione di potere giuridico ed economico, attuata da organizzazioni mafiose e da ceti finanziari e imprenditoriali, gli attuali vertici dello Stato sono ricorsi al rimedio costituito da un'anomala collocazione di pubblici ministeri in torri di controllo (Autorità Nazionale Anticorruzione, assessorato comunale delle legalità e simili) nel territorio dell'illegalità dominante. Questi avamposti delle guardie togate nelle terre dei ladri creano perplessità sotto due aspetti: da un lato, aggravano il fenomeno di magistrati distolti dal lavoro giudiziario ed inseriti nella gestione di incarichi dell'amministrazione centrale e periferica, con palese violazione del principio della separazione dei poteri prevista dalla Costituzione; dall'altro, i singoli magistrati si espongono al rischio di essere coinvolti, quanto meno per scarsa capacità di vigilanza e di prevenzione, nelle inevitabili indagini dei colleghi togati, con paradossali risvolti negativi nell'accertamento delle responsabilità penali e contabili. È di tutta evidenza che la presenza delle avanguardie giudiziarie non potrà non costituire un argomento difensivo di ottimo spessore per dimostrare la buona fede del politico e dell'imprenditore che hanno trasgredito le regole, ma sotto il vigile occhio del fuori ruolo giudiziario in missione per conto dello Stato. Né va sottovalutato che il fenomeno delle carriere parallele di alcuni magistrati, che si sviluppa frequentemente con la decisione del Consiglio superiore della magistratura di concedere collocamenti "fuori ruolo" con la destinazione a funzioni non giudiziarie presso pubbliche amministrazioni, è stato fortemente criticato dal consigliere di Cassazione Aniello Nappi, reduce dall'esperienza di componente dell'organo di autogoverno. Questa anomalia riguarda circa duecento posti, ma coinvolge una popolazione di postulanti ben più numerosa. "E questo crea le basi per un rapporto inquinante della magistratura, soprattutto a Roma, dove c'è la contiguità tra amministrazione della giustizia e politica. Qui la questione dei fuori ruolo si pone come questione morale fondamentale" (Quattro anni a Palazzo dei Marescialli, Aracne, 2014, p. 45). La lettura di questo libro - ricco di un'impressionate casistica di deroghe alla legge e alle regole interne - fa sorgere il quesito se la magistratura-impegnata in maniera generalmente encomiabile nella tutela della legalità tra i comuni cittadini e tra i cittadini eccellenti - sia capace di autogovernarsi correttamente attraverso l'organo assembleare previsto dall'art. 104 della Costituzione. È noto che il Csm è un'istituzione democratica nel senso che i suoi componenti vengono eletti da tutti i magistrati e dal Parlamento in seduta comune e nel senso che nei dibattiti in commissione e nel plenum è garantita la piena libertà di espressione, con conseguente immunità, al pari dei parlamentari. I singoli consiglieri non hanno vincolo di mandato nei confronti degli elettori e dei gruppi che ne hanno proposto la candidatura. Nel quotidiano svolgimento della valutazione della capacità professionale dei singoli, della assegnazione dei ruoli dirigenziali, il consigliere Nappi ha dovuto fare i conti con la consolidata regola pragmatica, secondo cui le determinazioni e le scelte espresse con il voto devono essere soggette al principio di maggioranza, nel senso devono essere assunte non secondo coscienza, ma secondo l'indicazione della maggioranza del gruppo di appartenenza. È stato facile rilevare che il voto per vincolo di maggioranza, alias per disciplina di gruppo, risponde alla logica, alla teorizzazione, alla pratica del voto di scambio: io voto uno dei tuoi se tu voti uno dei miei, come la riconosciuta esigenza di risarcire il contraente nei confronti del quale si è rimasti inadempienti...È vero che all'interno dei gruppi il principio di maggioranza viene applicato con qualche elasticità. Ma è proprio questa elasticità a farne lo strumento fondamentale dei baratti, che sono di per sé occasionali. È appunto l'accettazione del principio di maggioranza a rendere possibili occasionali accordi, ora con l'uno ora con l'altro gruppo, tanto più vantaggiosi quanto maggiori sono i pacchetti di voti disponibili. In questo contesto è nato un goffo e spiacevole episodio che ha avuto inopinata diffusione, nella totale indifferenza delle istituzioni: da una corrispondenza riservata di un componente dell'organo di autogoverno inavvertitamente è volata in rete, il 23.11.2012, una missiva in cui il mittente - pur riconoscendo "più opportuno politicamente piazzare una giovane collega napoletana di Area ad un posto direttivo, sia pure di rilievo minore", auspicava che non si facesse "tuttavia una ingiustizia troppo grossa". Nappi osserva che, pur essendo l'opportunità politica collegata a più criteri (età, territorio, appartenenza ad una corrente), è documentabile che "il criterio dell'appartenenza è accettato e riconosciuto all'interno dei gruppi consiliari". Che non si sia trattato di un caso eccezionale è dimostrato dal silenzio e dall'indifferenza della corporazione: mercoledì 8 maggio 2014 il medesimo consigliere, in qualità di Presidente della Quarta Commissione del Csm (competente per materia nelle progressioni in carriera), ha partecipato, nella sessione della Scuola superiore della magistratura dedicata all'ordinamento giudiziario, a un confronto a due voci sul tema Standard di rendimento e carichi esigibili). Talvolta gli scambi falliscono per una sopravvenuta modifica tattica delle alleanze e più raramente per l'imprevista dissociazione dal gruppo di appartenenza, con reazioni sanzionatorie, come è accaduto proprio a Nappi, la cui espulsione "venne giustificata anche con la dissociazione nel voto per un incarico semi direttivo". La lottizzazione guidata dai vertici delle tre correnti - osserva l'autore - è giustificata con l'esigenza di garantire il pluralismo culturale negli uffici e nell'organo di autogoverno, ostentando di ignorare una realtà ben visibile in magistratura e in tutte le istituzioni: "La pratica della lottizzazione, spacciata per pluralismo, ha impoverito il nostro Paese, privandolo di una classe dirigente adeguata". In conclusione, poiché è impossibile presumere che la bussola del criterio di appartenenza, impiegato per selezionare e premiare con pratiche spartitorie e preordinate, conduca infallibilmente a beneficiare i migliori, è indubbio il danno degli "indipendenti n.n." e il pregiudizio dei cittadini cui è sottratta la possibilità di avvalersi adeguatamente della capacità professionale di questi ultimi.

Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Pubblichiamo, a cura dell’Unione delle Camere Penali, fra gli editoriali, il testo integrale dell’intervento del Presidente dott. Aniello Nappi al convegno tenutosi a Camerino il 19 novembre 2015 a margine della presentazione dell’omonimo libro, nel quale l’autore racconta la sua esperienza al CSM. Il volume contiene una lucida e spietata disamina sul declino dell’organo di autogoverno della magistratura, le cui cause vengono individuate proprio nella sindacalizzazione delle correnti dell'Anm, che ha determinato inesorabilmente la trasformazione del Consiglio stesso “in una sorta di condominio sindacale”. La gestione correntizia delle carriere dei magistrati, recentemente evidenziata dalla Commissione Scotti istituita dal governo, coincide con l’allarme, come si legge nel libro, sulla degenerazione del Csm che, afferma l’autore, “rischia di mettere in discussione l’essenza stessa dell’attività giurisdizionale, che è nella sua indipendenza e nella sua terzietà”. La sindacalizzazione della componente togata del consiglio, sostiene sempre l’autore, comporta moltissime conseguenze negative, perché “i sindacalisti tutelano il lavoratore, non il giudice; e non sempre le due posizioni si sovrappongono”.

Camerino, 19 novembre 2015. Intervento del Dott. Aniello Nappi. "Quando si tenne alla Luiss di Roma la presentazione del mio libro sul CSM (Quattro anni a Palazzo dei marescialli – Idee eretiche sul Consiglio superiore della magistratura), il Vicepresidente Legnini esordì in funzione difensiva del Consiglio, domandando: “Ma chi ha mai parlato bene del Consiglio?”; e qualcuno gli fece eco, rilevando che in effetti il CSM non ha mai goduto di buona stampa. Sicché ci si domanda dov’è l’eresia, se del CSM si è sempre parlato male. Sennonché non mi sarei di certo scomodato, non avrei dedicato un’estate a mettere giù queste memorie, solo per parlar male del Consiglio. Ho invece inteso proporre una ben precisa diagnosi di un problema, che definisco come crisi di credibilità, come declino del Consiglio, individuandone la causa nella sindacalizzazione delle correnti dell'Anm, con la trasformazione del Consiglio in una sorta di condominio sindacale. Considero questa una degenerazione, non perché ce l’abbia con i sindacati, ma per una ragione molto semplice e banale. Il Consiglio Superiore della Magistratura è un particolare ufficio del personale: gestisce la carriera, la mobilità, la valutazione di professionalità dei magistrati. Occorrerebbe domandarsi allora perché per questa attività di gestione del personale, che in altri uffici pubblici o nelle aziende private è svolta dall’amministrazione, da un consiglio di amministrazione, si scomoda il Presidente della Repubblica e si mette su un organo di rilevanza costituzionale. E la risposta è evidente: perché è chiaro che nel momento in cui si decide del destino professionale di un magistrato, del suo trasferimento piuttosto che della sua valutazione di professionalità, c’è il rischio di condizionarne l’attività giurisdizionale. Si rischia dunque di mettere in discussione l’essenza stessa dell’attività giurisdizionale, che è nella sua indipendenza e nella sua terzietà. È questo che giustifica l’esistenza del Consiglio Superiore della Magistratura. Tuttavia se le componenti togate del CSM, che sono elette sulla base delle indicazioni dell’Associazione nazionale magistrati, sono formate di sindacalisti, viene fuori un palese conflitto di interesse. Tutti comprendono che il sindacalista non può essere l’amministratore del personale, perché avrebbe due parti in commedia: quella della tutela del lavoratore e quella della gestione del lavoratore. Questo determina una situazione insostenibile. Ed è qui la mia denuncia, fondata su una diagnosi precisa. Non parlo genericamente di degenerazione, perché la degenerazione delle istituzioni pubbliche, non solo nel nostro Paese, è un fenomeno al quale purtroppo ci siamo abituati. E parlare genericamente di degenerazione non avrebbe giustificato che si scrivesse un libro sul CSM. Il problema del Consiglio è dunque nella sindacalizzazione della sua componente togata. E questo comporta moltissime conseguenze negative, perché la missione del Consiglio sarebbe quella di tutelare il giudice come istituzione. I sindacalisti tutelano invece il lavoratore, non il giudice; e non sempre le due posizioni si sovrappongono. Molto spesso la tutela del lavoratore contraddice gli interessi e la funzionalità dell’istituzione. Si determina inoltre una burocratizzazione dei magistrati. La sindacalizzazione nella gestione del personale ne comporta la burocratizzazione, perché si privilegia il rispetto delle garanzie destinate a tutelare il lavoratore anziché le garanzie dell'istituzione giudiziaria. Il giudice, ciascun giudice, è un’istituzione, di cui va garantita l’indipendenza e l’autonomia, oltre a essere un lavoratore, cui vanno riconosciute tutele economiche e “contrattuali”. Al Consiglio superiore della magistratura non è demandata però la tutela economica e contrattuale del magistrato lavoratore, bensì la ricerca di un equilibrio tra garanzie individuali dei magistrati ed efficienza dell’istituzione giudiziaria. Le garanzie individuali dei magistrati, che attengono all’ambito del loro ruolo istituzionale, vengono invece sempre più interpretate all’interno del CSM in termini di garanzie sindacali del lavoratore magistrato. Tutto questo accade per di più in un momento in cui il ruolo del giudice va sempre più enfatizzandosi. Una volta il giudice doveva essere solo il mediatore tra il caso concreto e la norma di diritto, espressa di regola in una legge. La situazione è oggi radicalmente mutata. Viviamo oggi una moltiplicazione degli ordinamenti, dalla Convenzione europea diritti dell’uomo al diritto dell’Unione Europea; e una moltiplicazione delle corti, dalla Corte europea di giustizia alla Corte europea dei diritti dell’uomo alla Corte costituzionale. Si pensi solo alla recente sentenza europea sul caso Contrada, quale esempio di riconoscimento della funzione normativa della giurisprudenza, a proposito della punibilità del concorso esterno in associazione mafiosa. Sicché oggi il diritto lo fanno sempre di più i giudici. Cresce perciò l’esigenza di un approccio sempre meno burocratico alla funzione giudiziaria, nel momento stesso in cui si burocratizza invece sempre di più la posizione del giudice. È come lo spostamento della crosta terrestre, la deriva dei continenti nella teoria della tettonica delle placche. Le nostre istituzioni giudiziarie sono sollecitate da due spinte opposte: da una parte la burocratizzazione, provocata dalla gestione sindacalizzata del Consiglio, dall’altra la spinta di tutto il sistema, anche sovranazionale, verso un’assunzione sempre maggiore di responsabilità del giudice come produttore di norme. Temo che ne possa venir fuori un sommovimento istituzionale, che metterà a rischio le tradizionali garanzie del nostro sistema giudiziario. Quando in questo Paese la politica avrà finalmente conquistato il suo primato, non accetterà più che il piccolo sindacato di una corporazione burocratizzata rivendichi un ruolo di autonomo interlocutore istituzionale senza assumersene anche le responsabilità. Così sarà a rischio non solo il destino di qualche magistrato, ma sarà a rischio la tenuta dello stesso sistema democratico. Per far fronte a questo rischio, occorre che la magistratura associata recuperi al più presto l'orizzonte culturale di un tempo. E’ opportuno a questo punto domandarsi in che senso il Consiglio tutela il magistrato come lavoratore piuttosto che come giudice, come istituzione. Gli esempi sono tanti. Prendiamo il caso dell’incompatibilità parentale tra magistrati e avvocati. La legge prevede tre criteri per definirla: la natura delle materie (penale, civile o lavoro), la dimensione dell’ufficio e l’importanza, l’intensità del lavoro dell’avvocato. Questi sono i tre criteri che detta la legge, per stabilire quando un magistrato non può svolgere le sue funzioni nella stessa sede in cui opera un suo congiunto esercente la professione forense. Questa legge viene interpretata nel senso che basta che risulti favorevole uno soltanto di questi criteri per escludere l’incompatibilità. Insomma, se il magistrato è coniuge dell’avvocato più importante del piccolo tribunale, purché l’uno si occupi di diritto civile e l’altro di diritto penale, si esclude l’incompatibilità. Se fosse invece richiesto l’esito favorevole di tutti e tre i criteri, non solo la differenza delle materie, ma anche le dimensioni dell’ufficio e l’intensità dell’attività lavorativa, dovrebbe in un caso del genere riconoscersi l’incompatibilità. Contrariamente a quanto sarebbe stato ragionevole attendersi, invece, è stata respinta la proposta di considerare necessariamente concorrenti i tre criteri. E’ questa una tipica applicazione sindacale di una norma, perché tende a tutelare l’interesse del lavoratore anziché dell'istituzione. Tende a tutelare gli interessi di chi fa il magistrato nel luogo dove è nato, dove abita. Ed è comprensibile che, se arriva un congiunto a fare l’avvocato, è duro dover cambiare sede. Sennonché la logica sindacale è incompatibile con la logica istituzionale. Non perché i sindacati siano cattivi. Ma perché i sindacati debbono essere l’interlocutore dell’istituzione, non possono sostituire l’istituzione. Le delibere del Consiglio sono pubbliche. E secondo la legge sulla privacy, quando si tratta di un pubblico funzionario, di chiunque eserciti funzioni pubbliche, tutto deve essere controllabile e deve essere conoscibile, tutto ciò che attiene alla carriera e all’attività di chi svolge funzioni pubbliche. Benché tanto preveda la legge, non è stato possibile ottenerlo. Si è detto che soltanto la delibera è pubblica, ma i documenti sui quali la delibera si fonda non sono pubblici. Mentre è evidente che, se non si può accedere ai documenti, non si può controllare criticamente la delibera. In realtà il Consiglio si dà regole molto rigide per le sue decisioni, detta criteri di decisione molto rigorosi, che agevolano le risposte negative. Una decisione che può determinare scontento risulta così giustificabile come inevitabile. Quando però la domanda alla quale bisogna dare risposta viene da chi è vicino agli apparati sindacali, allora il consiglio si riconosce esplicitamente il potere di derogare all’eccessiva rigidità dei suoi stessi criteri. Ed è chiaro che, se si riconoscesse il controllo dei documenti oltre che della delibera, risulterebbe palese la singolarità della deroga. Veniamo così ad un altro aspetto, perché poi tutto si tiene. Ci sono circa 450 magistrati, tra i 400 e i 500 magistrati, che hanno esoneri dal lavoro, totali o parziali. Ad esempio gode giustamente di un parziale esonero dal lavoro chi fa parte del Consiglio giudiziario. Ma un parziale esonero dal lavoro è riconosciuto anche ai cosiddetti RID, referenti informatici distrettuali, ai formatori decentrati, e via elencando. Questi incarichi, che hanno il vantaggio di ridurre l’impegno nel lavoro giudiziario, sono distribuiti su indicazione delle correnti dell’ANM. È uno dei mezzi per creare un piccolo ceto dei sindacalisti, con la conseguenza di una separazione sempre più netta da tutta la magistratura reale, dai tanti magistrati di prim’ordine, di grandissimo valore, che in questo contesto non contano assolutamente nulla. Negli anni in cui le correnti dell’associazione avevano un contenuto progettuale, programmatico, c’erano idee diverse sul ruolo del magistrato, sulla funzione dell’interpretazione della legge, E fu questa diversità di orientamenti culturali a determinare la nascita delle correnti dell’Associazione. La sindacalizzazione ha oggi portato all’omogeneizzazione su quasi tutte le questioni di principio. Si è discusso ad esempio di quali conseguenze debba avere la mancata osservanza del calendario del processo, uno strumento di efficienza dell’istituzione giudiziaria. E tutti i gruppi sono stati d’accordo nel dire che non debba avere conseguenze disciplinari, indipendentemente dalla considerazione delle conseguenze sulla funzionalità del sistema, perché del funzionamento del processo al sindacalista non interessa molto. Al sindacalista interessa tutelare il magistrato lavoratore che, se non ha rispettato il calendario, non deve andare incontro a una responsabilità disciplinare. Sulla questione della partecipazione dei magistrati alle commissioni d’esame degli avvocati, necessaria per favorire una comune cultura forense, si è detto che non può essere considerata obbligatoria, perché ancora una volta prevale l'interesse del lavoratore sull'interesse dell'istituzione. E così sul problema dell’incompatibilità parentale tra magistrati (si ammette che due coniugi svolgono le proprie funzioni all’interno della stessa Procura della Repubblica, anche se di piccole dimensioni); sul problema del rapporto tra condanna disciplinare e valutazione di professionalità (si esclude che il giudicato disciplinare possa in qualche misura vincolare la valutazione di professionalità); sul livello massimo di “carichi esigibili” di lavoro (si tende a fissarlo in misura eguale per tutti, con un livellamento verso il basso della professionalità dei magistrati, perché la logica sindacale non ammette che si diano occasioni per distinzioni e comparazioni di merito). In questo senso si può dunque affermare che la sindacalizzazione determina un conflitto d’interessi, perché la gestione del personale non può essere affidata a chi il personale lo tutela come lavoratore. È infatti questa logica individualistica e sindacale che ha portato anche a una degenerazione del rapporto con il giudice amministrativo, soprattutto, ma non solo, nel conferimento degli incarichi direttivi. In realtà dovrebbe essere scontato che l’incarico direttivo non è previsto per permettere ai magistrati di fare carriera; è previsto per far funzionare gli uffici. E tra l’altro comporta tali e tanti impegni di lavoro, aggiuntivo è diverso, che richiederebbe una notevole dose di altruismo. Se nella scelta dei magistrati ai quali affidare gli incarichi direttivi si segue una logica individualistica, intesa a soddisfare le aspirazioni del lavoratore piuttosto che le esigenze dell’istituzione, è evidente che il giudice amministrativo, abituato appunto a tutelare gli interessi individuali nei confronti della Pubblica Amministrazione, non potrà non riconoscere ai magistrati una sorta di diritto alla carriera. Solo se il CSM fosse in grado di esprimersi secondo una logica istituzionale, anche il giudice amministrativo avrebbe dei problemi a garantire i singoli piuttosto che la istituzione. Invece il giudice amministrativo è giunto ad affermare che, se il presidente di un tribunale trasferiva alla sede centrale una grande quantità di cause di una sezione distaccata, ledeva illegittimamente gli interessi dell’ufficio periferico. Mentre sarebbe stato più plausibile garantire gli interessi della funzionalità dell’ufficio, anziché del gruppo locale di avvocati che protestava contro quel provvedimento. Da questo sistema, da questo cambiamento della logica della partecipazione e della selezione dei componenti del Consiglio, deriva poi tutto il resto; deriva anche l’inefficienza degli uffici, perché tutto è destinato a tutelare i singoli piuttosto che le istituzioni. Si sono avute in particolare conseguenze estremamente negative e preoccupanti nell’interpretazione della disciplina dell’organizzazione degli uffici di Procura. Benché la legge dica chiaramente che il procuratore della Repubblica può revocare l’incarico a un sostituto anche per un mero dissenso sulla conduzione e conclusione delle indagini, si sostiene che il procuratore della Repubblica, nel momento in cui ha assegnato il procedimento, ha consumato il suo potere. I sostituti rivendicano, senza alcun fondamento, le stesse garanzie di precostituzione e tendenziale immutabilità che la Costituzione prevede per il giudice. E il CSM tende, almeno nelle proclamazioni di principio, ad assecondare questa rivendicazione, rinunciando così a ricercare un equilibrio ragionevole tra le garanzie individuali dei magistrati e le esigenze di funzionalità degli uffici. Certo, è necessario un controllo del CSM sugli interventi del procuratore della Repubblica, ma non è ammissibile una così palese elusione del testo legislativo. I rimedi a questa situazione di crisi vanno ricercati soprattutto sul piano culturale. Ma interventi normativi sono comunque auspicabili. Le soluzioni sono necessarie innanzitutto con riferimento al sistema elettorale dei togati e ai criteri di scelta dei laici. In realtà nella selezione della componente laica si tende a predeterminare la nomina del Vicepresidente. I partiti politici vogliono decidere preventivamente chi dovrà essere il Vicepresidente, benché ne sia prevista l’elezione da parte dell’Assemblea, dopo l’insediamento del consiglio. E’ certamente opportuno che il compito del Vicepresidente sia affidato a un politico, perché si tratta di un ruolo appunto politico, che richiede una specifica professionalità. Ma la pretesa di predeterminare la scelta del Vicepresidente comporta che i segretari dei partiti coinvolti prendano contatto con i responsabili delle correnti, con evidenti problemi per l'autonomia dei singoli consiglieri. E poiché gli accordi preliminari non sono abbastanza garantiti, si sceglie come predestinato alla vicepresidenza un personaggio che abbia una certa levatura politica, avendo cura di fare in modo che tutti gli altri siano ben al di sotto di questa levatura. Altrimenti c’è il rischio che si vada in Assemblea e venga eletto un personaggio diverso quello che era stato predeterminato. Dunque, poiché si deve fare in modo che quello che sarà eletto Vicepresidente sarà proprio colui che hanno scelto i gruppi parlamentari prima che il Consiglio si costituisca, si deve creare un gap notevole di spessore politico tra chi è destinato a fare il Vicepresidente e gli altri. Per quanto riguarda i professori il margine è più elastico, si può eccedere in bravura per qualcuno; ma per quanto riguarda i politici, deve essere netta la distinzione, la differenza di peso politico. E tutti gli altri vengono preventivamente informati che non debbono candidarsi alla vicepresidenza. Per quanto riguarda il sistema elettorale dei magistrati, l’obbiettivo dovrebbe essere quello di evitare che ciascuna corrente limiti il numero dei propri candidati al numero dei seggi che ritiene di poter ottenere, perché così si predetermina il risultato delle elezioni. Occorre costringere ad aumentare il numero di candidati, per evitare queste distorsioni del sistema istituzionale. Quanto alla sezione disciplinare l’esigenza principale, in una prospettiva di riforma, è quella della specializzazione dei suoi componenti. Si è detto: «chi giudica non amministra e chi amministra non giudica». A me sembra ragionevole. Ai componenti della sezione disciplinare dovrebbero essere affidati solo compiti giurisdizionali e compiti di controllo. C'è una commissione di controllo sul bilancio, una commissione che si occupa del regolamento interno e che vigila sul regolamento.  Affidiamo a questa commissione tutti i compiti di controllo e giurisdizionali e non quelli di amministrazione: non perché questa commistione sia di per sé ostativa a una corretta amministrazione della giustizia o a una corretta amministrazione dei magistrati; ma perché comporta una scarsa professionalità, non si riesce a ottenere una giurisprudenza coerente e uniforme. Ci sono poi l’ufficio studi e i magistrati segretari, che sono uffici importantissimi, perché il consigliere appena eletto e per almeno un anno o due è in genere inesperto; mentre i magistrati segretari, cioè coloro che li assistono, sono già del luogo, hanno competenza specifica in materia di ordinamento giudiziario. C'è una marea di circolari, delibere, risoluzioni del CSM, di cui è difficile impadronirsi senza il sostegno di chi è già del posto ed è esperto. Ma sono le correnti dell’Anm a scegliere chi mandare all'ufficio studi o alla segreteria, con una rigida lottizzazione. Per gli incarichi direttivi c’è una competizione per i posti; e gli accordi sono occasionali, ora con una corrente ora con un'altra. Non c’è una spartizione lottizzatoria, tranne quando si debbono assegnare tanti posti insieme, come avviene ad esempio per la Cassazione. Per i magistrati segretari c’è invece una proporzione rigorosa tra il peso elettorale di ciascun gruppo e il numero di magistrati segretari e di componenti dell’ufficio studi. Nel 1990 era stata approvata una legge che escludeva i magistrati dalla segreteria e dall’ufficio studi, prevedendo l’affidamento di questi ruoli a funzionari assunti per concorso. Con una delibera di legittimità almeno dubbia si è detto che questa legge è stata implicitamente abrogata. Sarebbe comunque necessario che questi posti fossero sottratti alla lottizzazione, che esclude chi non ha una tessera, esclude chi non ha appartenenza. Ma non si è voluto nemmeno che i magistrati vengano scelti per concorso: si è preteso che siano scelti col bilancino delle correnti, perché ciascuna corrente deve avere un numero di magistrati segretari e di componenti dell’ufficio studi proporzionale al suo peso elettorale. Il fondo della questione è tuttavia nell’involuzione dell’ANM. Negli anni ‘60 e ‘70 la Magistratura ha rappresentato in questo Paese una forza di emancipazione, contribuendo, ad esempio, all’attuazione della Costituzione e alla diffusione di una sensibilità ecologica. Questa funzione propulsiva è stata conservata certo dai giudici; ma è ormai del tutto estranea all’impegno delle correnti dell’ANM. Le correnti si distinguono solo come apparati, come apparati che cercano di giustificare la propria esistenza. Non c’è più differenza progettuale. Tant’è che per quasi tutte le questioni di fondo, tutte le correnti finiscono per convergere su un’impostazione sindacale. In una situazione disastrosa, qual è quella del sistema giudiziario italiano, si è arrivati a proporre l’allungamento dei termini di deposito delle sentenze civili monocratiche. La crisi della giustizia è certamente una crisi da eccesso di input: c’è un eccesso di domanda. E questo eccesso di input è responsabilità della politica, una politica abnormemente interventista. Sul codice di procedura penale siamo ad oltre centodieci leggi di modifica. Non c’è stabilità dei criteri di giudizio. Tuttavia se non c’è un’assunzione di responsabilità da parte della magistratura, per favorire una efficiente organizzazione degli uffici e una ragionevole prevedibilità delle proprie decisioni; se i magistrati non si riappropriano del proprio ruolo progettuale, nelle scelte anche politiche relative all’organizzazione del proprio lavoro, risulterà inutile qualsiasi riforma. Purtroppo il CSM, cui queste scelte organizzative sono in misura notevole affidate, manca di capacità progettuale. In consiglio c’è solo un sindacato che pensa prevalentemente agli interessi dei lavoratori, molto poco a quelli dell’istituzione". 

Interpellata dal Dubbio, il 2 agosto 2016, la portavoce del Comitato Altra Proposta, il giudice presso il Tribunale di Pisa Milena Balsamo, fa subito una premessa: «Noi vogliamo ricondurre le correnti, patrimonio storico-culturale dell’Anm, al loro originario ruolo: quello di essere centri di elaborazione culturale indispensabili alla democratica affermazione dell’indipendenza interna e dell’autonomia che rappresentano le prerogative fondamentali della magistratura». E per tale ragione, aggiunge la giudice Balsamo, «siamo per il sorteggio come sistema di selezione dei candidati al Csm».

Le correnti sono il problema principale della magistratura?

«Per capire a che punto siamo arrivati, suggerisco la lettura del libro scritto dall’ex togato Aniello Nappi Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Idee eretiche sul Consiglio Superiore della Magistratura, dove sono descritti il sistematico abuso d’ufficio, la violazione delle regole e i favoritismi per gli amici».

Lei ritiene che la magistratura abbia perso di credibilità a causa della cosiddetta deriva correntizia?

«Si, e questo perché le correnti si sono trasformate in centri di potere che condizionano, secondo strettissime logiche di appartenenza, ogni scelta di autogoverno della magistratura, a cominciare dalla selezione dei magistrati dirigenti».

Riccardo Magherini, un’altra "sentenzina" per omicidio colposo, scrive Susanna Marietti, coordinatrice associazione Antigone, il 13 luglio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Un altro omicidio colposo. Di nuovo c’è stata negligenza, imprudenza o imperizia in quelle manette messe dietro la schiena e quella faccia buttata sul terreno per circa mezz’ora in una posizione che impediva a Riccardo Magherini di respirare. “Aiuto, aiuto, sto morendo”, sono state le ultime parole pronunciate da Riccardo in quella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze, registrate dal cellulare di un uomo affacciato a una finestra lì vicino. Arriva ora la sentenza di primo grado nella quale tre carabinieri vengono condannati per omicidio colposo, uno di loro a otto mesi di carcere e gli altri due a sette. Per il primo era stato chiesto ben un mese di più. Sapete perché? Perché mentre Magherini era a terra ammanettato e soffocante lui lo ha preso a calci. Ma il giudice non ha voluto procedere per l’accusa di percosse. Un altro omicidio colposo, come quello di Federico Aldrovandi, pericolosissimo ragazzino di diciotto anni, persino un po’ mingherlino, che tornava dalla discoteca a Ferrara una notte del settembre 2005 ed è stato picchiato a morte da quattro poliziotti. Lui urlava “basta, aiutatemi, sto morendo” e loro lo prendevano a manganellate e a calci. Cosa c’è di colposo nella condotta tenuta dai poliziotti? Lo stesso pubblico ministero affermò al processo: “Chiedeva aiuto, diceva basta, rantolava, e i quattro imputati non potevano non accorgersi che stava morendo, eppure non lo aiutarono ma lo picchiarono”. Un evidente omicidio preterintenzionale, punito con il carcere dai dieci ai diciotto anni, per come viene descritto in queste parole. Eppure è lo stesso pm a chiedere una condanna a tre anni e otto mesi, con il crimine derubricato a omicidio colposo (scusate, non l’ho fatto apposta…). E all’indomani della sentenza dicevamo tutti che finalmente Federico aveva avuto giustizia, che ora si sapeva chi erano i suoi assassini. Il papà di Federico affermava: “Sono fiero che in Italia ancora esistano magistrati così”. Oggi accade lo stesso per il processo relativo alla morte di Riccardo Magherini. Il fratello è contento della “sentenzina”, sa che di più non può aspettarsi per rendere giustizia a Riccardo. Tutti noi lo sappiamo. Diamo per scontato che quando di mezzo ci sono le forze dell’ordine la scelta sia tra impunità completa o “sentenzine” esemplari. Ci hanno abituato che in Italia è così. Eppure i crimini compiuti da funzionari dello Stato sono tra i più odiosi che si possano immaginare. Quei poliziotti e quei carabinieri erano lì a nome di tutti noi. Il loro non è un crimine privato.

Toghe innominabili, scrive Filippo Facci il 12 luglio 2016 su “Libero Quotidiano”. Piercamillo Davigo non è più lui. Da presidente dell'Anm è stato investito da così tante bufere che ogni sua uscita pubblica ora suona imbarocchita da distinguo e premesse: sabato ha parlato a un convegno dei Cattolici democratici (sarà questo: era pieno di democristiani) e ogni volta premetteva che «non penso che tutti i politici rubano, rubano in molti... Non credo siano tutti mascalzoni, ma...». Ce l'hanno rovinato. Fortuna che non manca di che obiettargli. Ha parlato di «politici che non si vergognano più» e verrebbe da chiedergli quando mai si siano vergognati i magistrati colti in castagna: anche perché fare i loro nomi è proibito. Già. Dovete sapere che la sezione disciplinare del Csm ogni anno sanziona blandamente con ammonimenti, censure e perdite di anzianità una serie di magistrati che, per esempio, non hanno pagato il conto al ristorante, hanno dimenticato innocenti in carcere, hanno perso fascicoli e anni di lavoro altrui, o semplicemente non lavorano, o sono mezzi pazzi (uno l'hanno visto chiedere l'elemosina per strada, un altro ha spalmato l'ufficio di nutella, un altro ha urlato «ti spacco il culo» a un avvocato) e però i loro nomi non sono divulgabili. Il Csm ha invocato la legge sulla privacy e la protezione dei dati personali, come d'obbligo solo per i minori e le vittime di violenze sessuali: eppure parliamo di gente che giudica della vita altrui. Ecco, dottor Davigo: secondo lei è giusto?

Subisci e taci ti intima il sistema gognatico medio-giudiziario.

Un buon libro ricorda le perversioni italiane del sistema “gognatico” giudiziario, scrive Giulia De Matteo il 4 Agosto 2011 su "Il Foglio". La perp walk italiana comincia con un avviso di garanzia e interminabili chilometri di carta in cui ci si sbizzarrisce a interpretare ogni parola strappata alle intercettazioni, in cui si costruiscono teoremi fatti di parole d’ordine (“cricca”, “la rete di relazioni”, “appaltopoli”, “l’affare”) da cui si ricavano accuse vaghe ma efficaci a relegare l’indagato nell’angolo dei cattivi. Il cammino è destinato a concludersi nella dimenticanza generale, a luci spente, tra l’indifferenza dei quotidiani e delle televisioni, animatori inferociti alla partenza. Maurizio Tortorella ha raccolto le storie più eclatanti di questa dinamica nel libro “La Gogna” (Boroli Editori), in cui smonta fase per fase la catena di montaggio della diffamazione che prelude i processi ai personaggi pubblici, attraverso un’analisi a freddo delle storie su cui ormai si sono spenti i bollori mediatici e si è fatta strada la verità processuale. C’è per esempio la vicenda di Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile, raggiunto dall’accusa di corruzione negli appalti sui lavori straordinari per il G8 sull’isola della Maddalena (poi spostato a L’Aquila) il 10 febbraio 2010. Tortorella racconta i giorni seguenti l’apertura delle indagini attraverso i titoli dei giornali e le ricostruzioni della vicenda. Così tra le intercettazioni pubblicate sui giornali quella in cui Bertolaso racconta il piacere suscitato da un certo massaggio fattogli da una tal Francesca diventa l’indizio che alimenta il sospetto del coinvolgimento di Bertolaso in un giro di escort usate a mo’ di tangente nel giro di favori fra i potenti dei grandi appalti. Quando si scopre che Francesca è una fisioterapista professionista di quarantadue anni è troppo tardi. Soprattutto non interessa più: gli untori degli scandali hanno già impresso il loro sigillo (quello che conta per l’opinione pubblica). Il 5 aprile 2010 si è aperto il procedimento che tratta degli abusi edilizi e da allora non una riga è stata più scritta. Difficile dire quando questo selvaggio rito giudiziario sia iniziato in Italia, sicuramente la sua massima celebrazione è stata Tangentopoli: l’età della presunzione di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Dalla caduta della Prima Repubblica, è sorta la Seconda e i nuovi decisori, scampati al tritacarne giustizialista, hanno riscritto l’articolo 111 della Costituzione, ispirandosi ai principi di tutela dell’indagato e dell’imputato delle carte europee, adeguato il codice penale ai principi del giusto processo e adottato il modello accusatorio. Ma poco di questa mano di vernice garantista è riuscita a incidere sulla mentalità comune. Soprattutto non ha impregnato il sistema mediatico che ha continuato a riversare, con il sostegno dei gestori dei processi, il solito appannaggio culturale collaudato durante Mani pulite. L’apertura di un’indagine, a cui segue in automatico la carcerazione preventiva, giustificata da un uso pervertito dell’articolo 56 del codice di procedure penale, è il vero fulcro della vicenda processuale. I dati citati da Tortorella parlano di 37.591 condannati definitivi su un totale di 67.000 detenuti in carcere: 43 detenuti su 100 sono in cella senza che sia stata ancora pronunciata una sentenza di condanna definitiva. E’ questa fase che dà il via a fiumi di inchiostro, ad approfondimenti televisivi in cui si alimenta lo scandalo con gli indizi raccolti nella indagini. La ricerca della verità è secondaria rispetto alla foga di emettere un verdetto di popolo. Tutto questo dura fino al rinvio a giudizio. Poi i riflettori si spengono e la farraginosa, lenta e poco accessibile ai non addetti ai lavori macchina processuale comincia. “La Gogna” come un occhio di bue ha seguito alcuni figuranti del circuito mediatico-giudiziario prima e dopo il rinvio a giudizio, ricostruendo le vicende giudiziarie di Alfredo Romeo, Ottaviano Del Turco, Calogero Mannino, Silvio Scaglia, Antonio Saladino (al centro dell’operazione “Why Not”). Leggete le loro storie e capirete meglio in che senso Tortorella usa la parola gogna.

Ed eccola l'orda dei gognatori. Il tipico esempio di disinformazione.

Mafia capitale, la minaccia in aula contro il cronista. L'avvocato difensore di Massimo Carminati, Bruno Naso, aggredisce in aula con frasi ingiuriose e pesanti insinuazioni il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate, da anni sotto scorta per le minacce subite dopo aver rivelato gli affari di mafia e crimine a Roma, scrive Attilio Bolzoni il 30 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Puntare il dito contro un giornalista - sempre lo stesso - è come indicare un bersaglio, prendere la mira. Ma c'è un avvocato, qui a Roma, che forse non ha capito che Lirio Abbate non è solo. Una Mafia Capitale sotto processo si agita e si dimena nelle gabbie cercando disperatamente alibi e vie di fuga, i suoi difensori intanto sono a caccia di capri espiatori e di cronisti "colpevoli " per avere raccontato un potere criminale tollerato per troppo tempo. Chi parla (o chi scrive) sta diventando giorno dopo giorno e udienza dopo udienza obiettivo di insinuazioni e di attacchi spericolati, sta diventando un'ossessione che non annuncia niente di buono ma che al contrario comincia a preoccupare tutti noi giornalisti. Potremmo chiamarlo il "caso Abbate", ci sembra però più opportuno presentarlo come il "caso Naso". L'avvocato Bruno Naso, difensore del nero Massimo Carminati e di alcuni imputati del dibattimento contro i boss Fasciani, il penalista che all'apertura del processo su Mafia Capitale l'ha battezzato "un processetto". È da settimane, da mesi, che questo legale non perde occasione in pubblico dibattimento di aggredire - con frasi ingiuriose e pesanti allusioni - il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate, il primo che nel dicembre del 2012 ha svelato i misteri e le contiguità della mafia della capitale italiana citando i "quattro re di Roma ", Massimo Carminati, Michele Senese, Carmine Fasciani, Giuseppe Casamonica. L'ultima imboscata dell'avvocato Naso contro Abbate è di ieri mattina, in un'aula di Piazzale Clodio di Roma, al processo d'appello contro i Fasciani, padrini e padroni di Ostia, malacarne di incerta nobiltà mafiosa ma con entrature nel crimine che conta e nelle amministrazioni locali. L'avvocato Naso nella sua arringa finale prima si augura che i giudici "emetteranno una sentenza politicamente scorretta", poi parla della "regia inequivoca" del procuratore Pignatone "che è venuto a Roma pensando che Roma fosse una grande Reggio Calabria ", poi ancora riserva le sue azioni offensive - davanti agli imputati, particolare non insignificante - a "De-lirio" Abbate, il giornalista che prima ancora che i mafiosi di Roma fossero catturati aveva descritto come si muovevano da Sacrofano al Campidoglio, dalle miserabili periferie fino alle stanze della spartizione degli appalti. L'avvocato Naso si chiede perché "non hanno dato a De-Lirio il premio Pulitzer", fa credere che non sia un giornalista ma che agisca praticamente in combutta con investigatori e magistrati: "Abbate, che è casualmente di Palermo, che casualmente ha lavorato a Palermo quando c'era Pignatone, che casualmente frequenta ambienti frequentati da Pignatone…il cerchio si chiude". Su un altro palcoscenico, quello di Mafia Capitale a Rebibbia, il 4 gennaio scorso, lo stesso Naso aveva più volte citato "De-Lirio" (interrotto dal pm Cascini e tra le risatine di alcuni suoi colleghi) giustificando i suoi insulti al giornalista "perché se li meritava". E non era neanche quella, la prima volta che gli dedicava la sua attenzione. L'avvocato Naso ha naturalmente il diritto di difendere i suoi clienti - Carminati, gli amici dei Fasciani, gli ex Nar che ha sempre assistito - con ogni mezzo che la legge gli consente. Quello che non può fare - e non solo in un'aula di giustizia ma anche fuori - è additare un giornalista come "organizzatore" di un complotto, come protagonista di una trama ordita insieme a carabinieri e a pubblici ministeri, come un supporter operativo della procura della Repubblica. Abbate ha fatto semplicemente quello che sa fare: il giornalista. Trasformarlo in altro, come sta provando l'avvocato Naso fin da prima del dibattimento di Mafia Capitale - è estremamente pericoloso. Lirio Abbate vive sotto scorta dal 2007, negli ultimi anni il livello di protezione intorno a lui si è elevato, nel dicembre del 2013 è stato anche oggetto di una scorribanda (un'auto che ha speronato quella della polizia dove era a bordo) mai chiarita, intercettazioni ambientali e telefoniche ci svelano che Carminati ha più volte manifestato la volontà di fargliela pagare. L'avvocato Naso tenga debitamente in conto tutto questo. Ogni sua parola può venire facilmente fraintesa. Anche da chi sta dentro le gabbie.

Ed ecco, invece, l'altra verità.

"Pignatone vive nel far west di Reggio". L'avvocato Naso accusa: "Regia politico giudiziaria". "Avvocati pedinati e intercettati, violato il principio di legalità e indagini fatte con lo stampino per cercare reati e non ipotesi". Al processo al clan Fasciani l'avvocato Naso difensore anche di Carminati si scaglia contro il Procuratore di Roma e dice ai giudici..., scrive Venerdì, 29 gennaio 2016, Valentina Renzopaoli su “Affari Italiani”. Pignatone “giudice del far west”, abituato a utilizzare metodi istruttori che “violano il principio di legalità”, capace di tessere una regia di “politica giudiziaria” che travalica i confini del Tribunale. E' un attacco durissimo e senza precedenti: le parole dell'avvocato Giosuè Bruno Naso impietriscono i giudici della II sezione della Corte d'Appello del Tribunale di Roma, dove si sta svolgendo il processo di secondo grado per Carmine Fasciani e altri diciassette imputati. Nell'arringa finale, per la difesa del suo cliente Riccardo Sibio, considerato dall'ipotesi accusatoria come uno degli organizzatori dell'associazione a delinquere di stampo mafioso, Naso si lancia in uno scontro frontale. “Questo processo fa parte di una certa operazione di politica giudiziaria, spiegata da una ragione inequivocabile, che porta il nome del nuovo procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, che è venuto a Roma pensando che Roma fosse una grande Reggio Calabria per applicare metodi investigativi e processuali da far west”, ha tuonato l'avvocato nell'incipit del suo discorso. Parole di fuoco che, senza lasciare molto spazio alla fantasia, demoliscono l'azione del super procuratore, “padre” di Mafia Capitale, raccontando di “processi fatti con lo stampino” e basati su una massa di intercettazioni “sparate” in ogni direzione, “non per ricercare la prova di un reato ipotizzato ma per ricercare il reato”. “Il meccanismo istruttorio è sempre lo stesso, mediante intercettazioni a catena: si individua un soggetto che può incarnare sospetti, gli si viviseziona l'esistenza e si comincia a intercettare “a strascico” tutti quelli che gli girano intorno, alla ricerca di un reato ad ogni costo” ha spiegato. “La contestazione avviene sotto il profilo della contestazione di stampo mafioso, scattano le misure di natura patrimoniale per neutralizzare le possibilità di difesa e non ci si ferma nemmeno di fronte all'attività defensionale”. A questo punto, si è voltato verso i colleghi avvocati: “Guardate che ciascuno di voi è sottoposto ad un controllo massiccio e invasivo, attraverso i vostri telefoni personali e di studio”. E urlando: “Mia figlia, avvocato di Carminati, è stata pedinata dalle 8 del mattino alle 19 di sera, un pedinamento che non poteva che nascere da un'intercettazione. Questo procuratore pensa che il crimine si debba combattere come nel far west”. Con una conclusione degna dell'intera arringa, alla Corte esterrefatta il legale esclama: “Qui si vedrà se avete la cultura della giurisdizione in forza della quale il crimine non si combatte con metodi criminali, o se pensate che siamo tornati nel “far west” per fare giustizia ad ogni costo. Il vero tema è: ve la sentite di fare una sentenza politicamente scorretta?”. Il messaggio finale è ancora per Pignatone: “Chi sta coltivando ambizioni non può servirsi della vostra libertà di coscienza. Questo è un momento difficile e abbiamo bisogno che il principio di legalità siano salvaguardato”.

L'Ordine degli avvocati di Roma pronto a studiare il caso Naso - Abbate - Pignatone, scrive Roberto Galullo l'1 febbraio 2016 Fino a questa mattina il telefono dell'avvocato Mauro Vaglio, presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma non aveva squillato. Nessuno, tra i suoi colleghi, in questi ultimi giorni, aveva sollevato la necessità di prendere posizione su quanto accaduto in un aula di Tribunale di Roma la scorsa settimana. Nel corso di un'udienza del processo di appello contro i Fasciani di Ostia, l'avvocato Giosuè Naso, difensore di Massimo Carminati, si era scagliato contro Lirio Abbate, inviato dell'Espresso (definendolo “de-lirio” Abbate e rivendicando l'uso legittimo dell'ironia nella sua requisitoria), che per primo descrisse la cupola criminale che ruotava intorno al “cecato” e alla sua banda di allegri compari. Sorte analoga aveva avuto il capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone, descritto come sodale di Abbate. Non vale quasi la pena ricordare che Abbate vive blindato da nove anni per le continue minacce di morte. Vaglio, però, nel fine settimana ha studiato la situazione ed è stato pronto a rispondere con la massima trasparenza all'unica chiamata giunta: quella del Sole 24 Ore.

Presidente Vaglio, l'Ordine degli avvocati di Roma viene chiamato in causa su quanto accaduto. Prego, esprima il suo giudizio.

«Tecnicamente la situazione è questa: l'Ordine è ente pubblico non economico, e dunque è fuori luogo la forzatura di chi cerca di suggerirci un comportamento pubblico da sbandierare ai giornali».

Nulla quaestio, come direste voi legali, sulla natura giuridica dell'Ordine ma insistiamo: i termini per un vostro intervento ci sono o non ci sono?

«Effettivamente c'è stato un riferimento al giornalista oltre che al procuratore e a questo punto il consiglio dell'ordine ha due possibilità: ritenere che questa notizia possa avere risvolti disciplinari oppure ritenere che non ci siano. La valutazione non è discrezionale, di solito il consiglio dell'ordine dovrebbe trasmettere la richiesta al consiglio di disciplina».

Bene. E a chi spetta fare il primo passo?

«Posso farlo anche io come presidente dell'ordine, sentiti gli altri consiglieri. E' l'ufficio nella sua coralità, comunque, che svolge questa funzione. Normalmente c'è la comunicazione al consiglio di disciplina e contemporaneamente si dà un termine di 20 giorni all'avvocato investito della questione, per le sue deduzioni».

Ritentiamo la domanda: l'Ordine di Roma si attiverà o no?

«Abbiamo un ufficio apposito che ogni giorno analizza i giornali e quanto accade nelle aule dei Tribunali in tutta Italia. E' molto probabile che il consiglio di disciplina analizzi il caso».

Lei si sarebbe mai comportato come il suo collega Naso?

«Non può pormi questa domanda. Veramente sì. Sarebbe come chiedere a un giudice di esprimere un concetto sul processo che si sta svolgendo».

Ma lei non deve intervenire su un processo in corso.

«Non posso rispondere. Non mi sembra corretto criticare pubblicamente un collega prima di aver analizzato gli atti e le eventuali controdeduzioni».

Aggiriamo l'ostacolo: si è mai trovato nella sua professione o nella sua vita associativa di fronte ad atteggiamenti simili?

«Capita molto spesso di avere questo tipo di atteggiamento in ambito civile, con termini forti nei confronti del collega o dell'avvocato controparte».

E cosa succede in quei casi?

«La procedura descritta sopra. Ricordo che le sanzioni partono da un avvertimento, che è la sanzione minima, una sorta di rimprovero e arrivano fino alla sospensione o alla radiazione. Se ci dovesse essere un'azione penale da parte del giornalista o del magistrato anche l'eventuale condanna costituisce un'azione disciplinare».

Solidarietà dell’AIGA all’Avv. Giosuè Bruno Naso espressa l’8 febbraio 2016. L’Associazione Italiana Giovani Avvocati esprime piena e incondizionata solidarietà all’Avvocato Giosuè Bruno Naso, fatto oggetto di pesanti attacchi mediatici per aver, nel corso di un’arringa difensiva, stigmatizzato il contenuto di alcune inchieste giornalistiche del dott. Lirio Abbate e contestato la sistematica violazione della segretezza delle indagini preliminari. La libertà di stampa, presidio di garanzia di uno Stato democratico, non sarà mai messa in discussione dall’avvocatura, che storicamente ha vigilato per il rispetto dell’art. 21 della nostra Costituzione. È amaro constatare che, viceversa, un valore di rango straordinariamente più elevato, quello della libertà personale e conseguentemente il diritto di difesa, sia oggi messo in discussione, in modo così becero e violento, da quello stesso mondo che vive in funzione della libertà di manifestazione del pensiero. Proprio per tutelare al massimo la sacralità del diritto di difesa, la Costituzione e il codice di procedura penale pongono quale unico limite quello della continenza verbale, che è stato considerato rispettato dall’unico soggetto legittimato a contestarlo (il giudice procedente). Senza entrare nel merito dei fatti affermati dal Collega, della cui fondatezza non spetta ad altri che al Tribunale compiere valutazioni, l’arringa “incriminata”, lungi dal costituire, come pure gratuitamente lasciato intendere, una sorta di “minaccia” al giornalista da parte di un “portavoce” di un presunto criminale, rappresenta, viceversa, un luminoso esempio di richiamo ai valori della Giurisdizione, della presunzione di innocenza, del rispetto delle regole processuali, soprattutto da parte di chi rappresenta lo Stato ed esercita la pretesa punitiva, e della libertà dell’avvocato nella difesa dei propri assistiti. Senza scomodare l’esempio dell’Avvocato Otto Stahmer, protagonista al processo di Norimberga della difesa di imputati poi riconosciuti responsabili di crimini contro l’umanità, la Giovane Avvocatura tiene a sottolineare come la difesa degli imputati, quanto più impopolare (e quindi difficile), tanto più è nobile. L’AIGA auspica che tutte le Istituzioni Forensi prendano immediatamente una rigida posizione a tutela dell’Avvocato Giosuè Bruno Naso e, tramite esso, di tutta l’Avvocatura.

La Camera Penale di Trapani ha deciso di far sentire su questo caso la propria voce, anche se in fin dei conti le vicende romane sono lontane da questa città. In sostanza la Camera Penale di Trapani, con un documento mandato al ministro della Giustizia Orlando, per sottolineare il rango di diritto inviolabile che la Costituzione riconosce alla difesa, prendendosela a male con i giornalisti che hanno stigmatizzato il comportamento dell’avvocato Naso, ha deliberato che ad apertura di tutte le udienze penali che si svolgeranno dal 22 al 26 febbraio 2016, gli avvocati chiederanno che si metta a verbale la seguente dichiarazione: “l’avvocato difende la libertà con la libertà di difendere”.

A Naso è tutto un De-Lirio, scrive “Il Fango Quotidiano” il 31 gennaio 2016. A noi, piace fare la voce fuori dal coro, non in modo pretestuoso, ma per cercare di offrire una visione, un punto di vista meno fazioso e schierato con la massa. Non prendiamo parti, non siamo amici di nessuno e si può dire non (su)sopportiamo nessuno: dai politici ai criminali, fino ai giornalisti e agli sbirri (non usiamo il termine in senso dispregiativo ma storico). Il caso, tutto giornalistico, che tiene banco in questi giorni è quello della battuta fatta dall’avvocato Giosuè Naso difensore di Massimo Carminati nel processo che vede quest’ultimo come imputato e accusato di essere il capo della cosiddetta “mafia capitale”. In particolare 2 sono le affermazioni che hanno indignato la stampa italiana: lo storpiamente del nome del Giornalista Lirio Abbate in De-Lirio Abbate e quella in cui l’avvocato parla di un complotto tutto politico che vedrebbe Lirio Abbate come collaboratore e referente della procura, in particolare con il procuratore Giuseppe Pignatone. Sono stupidaggini? Sicuramente, ma rientrano nelle facoltà, e nelle possibilità lecite che ogni avvocato ha il diritto di utilizzare. Come previsto dalla legge anche i serial killer o appunto i capimafia hanno diritto a una difesa e naturalmente un avvocato non si può limitare a dire “il mio cliente è innocente” o “sono tutte falsità” deve riuscire a trovare il modo di replicare e smontare e dimostrare l’infondatezza delle accuse. Inoltre Volendo essere precisi un avvocato difensore non deve trovare le prove. Quelle le deve trovare chi accusa perchè secondo la legge si è innocenti fino a prova contraria e non viceversa.  Non avendo strumenti efficaci è quindi comprensibile che l’avvocato cerchi di delegittimare coloro che hanno avviato l’inchiesta e coloro che l’hanno ispirata/anticipata (in questo caso il giornalista Lirio Abbate). Il giornalista Peter Gomez Lancia il suo editto via twitter (i giornalisti possono devono usarlo, solo i politici ci fanno brutta figura…) "Gli avvocati italiani tolgano il saluto all'avvocato Naso. Sanzionare socialmente le sue parole contro Lirio Abbate". 22:23 - 30 Gen 2016. Anche il suo collega Marco Lillo segue a ruota. "Non basta abbracciare il mio amico @LirioAbbate. Tutti quelli che incontrano l'avv Naso in tribunale gli tolgano il saluto. O di qua o di là". 21:56 - 30 Gen 2016. Eh qui non capiamo. Naso è il difensore di Carminati per forza di cose sta di là… Forse Lillo e Gomez pensano che il dovere di un avvocato con la schiena dritta sia di non difendere i criminali e quelli d’ufficio dovrebbero fare solo finta di difendere il loro assistito. Per carità, sono punti di vista. Roberto Saviano che non perde certo occasione scrive (sempre su twitter) "Solidarietà a Giuseppe Pignatone e @LirioAbbate per le violente parole dell'avvocato del boss Carminati contro di loro". 21:01 - 30 Gen 2016. Ora, premesse le ovvietà sulla solidarietà, sul giornalismo, sulla mafia che è una montagna di merda e bla bla (no perchè se no Lillo pensa che stiamo di là). Noi vorremmo provare a fare alcune riflessioni (sempre che ciò ci sia concesso). Prima che montasse la vicenda soprannominata “mafia capitale” nessun magistrato, processo o condanna aveva mai sancito o ipotizzato che la criminalità romana fosse ascrivibile alla mafia (una leggera svista…). L’oggi super boss Carminati, prima di sentire le intercettazioni di Buzzi che diceva che con gli Immigrati si facevano più soldi che con la droga e che si imbastisse l’inchiesta girava tranquillamente per la città e non aveva alcuna pendenza o reati da scontare. Era un uomo libero e nessuno ne parlava (a parte Lirio Abbate). Durante il “sindacato” targato Alemanno nessuno mai si era sognato di parlare di cooperative, di minacce, pollici spezzati, mazzette ecc. Poi quando bisognava fare fuori Marino che aveva “brutte intenzioni” ecco che hanno scoperchiato il vaso di pandora. Massimo Carminati il 7 dicembre parla con una persona (non si sa chi sia…) con tono “furioso”: “FINCHÉ MI DICONO CHE SONO IL RE DI ROMA MI STA PURE BENE, COME L’IMPERATORE ADRIANO.  PERÒ SUGLI STUPEFACENTI NON TRANSIGO, LUNEDÌ VOGLIO ANDARE A PARLARE COL PROCURATORE CAPO E DIRGLI: SE SONO IL CAPO DEGLI STUPEFACENTI A ROMA MI DEVI ARRESTARE IMMEDIATAMENTE. NON SO CHI C… È QUESTO ABBATE, QUESTO INFAME PEZZO DI M… FINCHÉ MI ACCUSANO DI OMICIDI … MA LA DROGA NO… COME TROVO IL GIORNALISTA GLI FRATTURO LA FACCIA… TANTO SARÀ SCORTATO, COSÌ GLI AUMENTANO PURE LA SCORTA”. Carminati si incazza dopo aver letto l’articolo di Lirio Abbate su L’Espresso. Ora, bisogna comprendere che Carminati è uno di quei criminali che tengono alla loro reputazione, che ha un sistema di valori e principi tutto suo. Ma quello che però lo rende credibile è che difficilmente un criminale farebbe di tutto per smentire solo l’accusa meno grave nei suoi confronti. Carminati non sa di essere intercettato e non ha motivo di mentire. A lui non frega nulla delle accuse di omicidio, di mafia o dell’appellativo “Re di Roma” (quelle lo lusingano) a lui dà fastidio la più insignificante, lo spaccio di droga. L’articolo di Lirio Abbate, con tutto il rispetto per la causa, l’impegno e le conseguenze che il giornalista ha subito e sta ancora affrontando, non ci sembra un gran lavoro. Se dobbiamo essere sinceri è scritto davvero maluccio. Un giornalista quando fa della accuse dovrebbe in un certo senso dimostrarle, fornire fonti (non rivelarne l’identità ovviamente) fornire argomentazioni, testimonianze. Abbate fa solo una lunga lista di quelle che a noi sembrano più che altro sue convinzioni riportate con lo stile del romanziere. Ci sarebbero dovute essere delle “prove” (non di livello processuale naturalmente) ma almeno argomentazioni in grado di supportare le tesi espresse. Se provassimo a metterci nei panni di uno dei mafiosi di qui parla l’articolo non ci saremmo preoccupati più di tanto perchè non c’è nulla nell’articolo che possa costituire un reale problema: non ci sono date, fatti, non si smaschera nulla. Si dice solo, quello controlla la zona ovest, quell’altro la est, spacciano droga (ma non dove e come). Insomma nulla che un avvocato appena laureato non possa risolvere (stiamo ragionando dal punto di vista criminale ovviamente). Il giornalismo d’inchiesta per noi è un’altra cosa. Anche la magistratura e ci fa un po’ sorridere perchè, come detto nessuno aveva mai parlato di mafia, ma dopo che il giornali e i media hanno sdoganato il termine ecco che tutti si sono precipitati nei soliti “io l’avevo detto”, “eh, era evidente” ecc. Inoltre quando oramai tutti parlavano di mafia ecco che arriva la relazione del prefetto Gabrielli che invece dice che non si tratta di mafia. Ma insomma, è mafia o non è mafia? mmm e chi lo sa… Quello che è certo è che in tutta questa storia non ci sono morti ( e meno a male ), non si zittiscono persone, non ci sono faide per la conquista di posizioni vacanti tutte cose tipiche di un contesto mafioso,  e non è vero come scrive Abbate che è perchè la mafia è cambiata, basta vedere quello che accada Napoli in questi giorni…Oggi, come detto, sono tutti lì a indignarsi e a schifarsi delle parole dello squallido avvocato Naso a cui va tolto il saluto (se che se ne importa Naso, con quello che prende…) però ad essere sinceri a noi sono anche altre le cose che ci fanno schifo. Forse siamo folli, ma a noi fa schifo:

Che gli agenti dei servizi o altro corpo dello stato, come emerso dalle intercettazioni, avvertivano e tenevano costantemente informato Carminati, non risparmiando encomi, elogi e ammirazione.

Che era impossibile che finanza e carabinieri non sapessero o non vedessero cose che per la loro evidenza (questi facevano tutto alla luce del sole, nei bar, per strada, parlavano al cell) era davvero difficile non vedere.

Che dopo l’esplosione del caso sono partiti i consueti depistaggi (furti misteriosi e inquinamenti vari).

Che politici di ogni schieramento sapevano ma nessuno di loro parlava.

Che tanto alla fine pagheranno i capri espiatori (che se lo meritano, sia chiaro) da dare in pasto all’opinione pubblica, ma forze dell’ordine colluse, servizi deviati e politici la faranno franca come avviene sempre.

Che come evocato dall’avvocato Naso ci sono cose che a confronto mafia capitale sembra una fiaba per bambini. Come quella della brutta storia del generale Ganzer e del suo gruppo di gruppo di ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri del ROS (ci sono omicidi, spaccio di droga ‘ndrangheta e chi più ne ha ne metta) che ha è finita a tarallucci e vino con una bella prescrizione (noi del fango ne parleremo a breve in un articolo dedicato al caso).

Che giornalisti o sedicenti tali partecipano a fabbricazioni di false intercettazioni (vedi caso Crocetta/Tutino) o manipolano le trascrizioni. Per non parlare di quando vengono in possesso illecitamente e dietro compenso o altra utilità di informazioni, documenti fascicoli segretati che una volta resi pubblici, non solo rischiano di vanificare anni di lavoro di delicate indagini, ma anche di far organizzare e allertare indagati e sospetti ringraziando si prodigano per eliminare possibili tracce e prove.

Potremmo andare avanti a lungo.  Ma ci sta venendo da vomitare. L’avvocato Naso è stato offensivo ma il giornalista/conduttore Massimo Giannini che ha parlato di rapporti incestuosi fra il ministro Maria Elena Boschi e il padre no, lui lo difendiamo, perchè “è uno di noi” bisogna tutelare la categoria… E poi si sa che la Boschi, Boldrini, e le renzioidi possono/devono essere offese screditate e delegittimate. La Boldrini era la stronza sotto scorta, Abbate l’eroe della carta stampa minacciato dal perfido cecato. Il mondo va così due pesi e due misure, anzi a Naso si potrebbe dire che è tutto un De-lirio.

Criminale con diritto alla difesa. Non ha mai negato rapine e eversione nera e banditismo. Ma Carminati odia droga e mafia. Al Cecato è negata una tutela giudiziaria decente. Icona mediatica, non sta al gioco. Le ragioni del 416 bis secondo i legali, scrive Annalisa Chirico il 30 Dicembre 2014 su “Il Foglio”. Anche i criminali hanno diritto alla difesa. Quella che leggete è una difesa di Massimo Carminati. Il giornalista collettivo, per definizione, è megafono della requisitoria e censore dell’arringa. Qui si contraddice la pubblica accusa. Non è lesa maestà ma tributo alla giurisdizione. Ci hanno raccontato che Carminati è un fascio cecato, dominus di una romanissima cupola mafiosa, trafficante e pluriomicida. Di sicuro c’è un fatto: “Er Cecato” è cecato veramente. Orbo di un occhio. Nell’epopea mitica del “re di Roma” propalata dalla grancassa massmediatica, l’occhio lo avrebbe perso in uno “scontro a fuoco” con la polizia. Prima bufala. L’unica arma che Carminati indossa quel 20 aprile del 1981 è un passaporto falso. Al valico di Gaggiolo, in provincia di Varese, Carminati è a bordo di una Renault 5 con due sodali in fuga dalla retata anti Nar della magistratura romana. Quando l’auto si ferma e i tre tentano di scappare, gli agenti della Digos sparano. Carminati è salvo per un pelo: il bulbo oculare sinistro è spappolato, un frammento del proiettile gli rimane conficcato nella testa. Il giovane, nato 23 anni prima da una famiglia borghese ben insediata nella capitale, maturità classica e qualche esame alla facoltà di Medicina, non è un neofita del crimine. Infiammato dall’ideologia eversiva, estremista, dei Nuclei armati rivoluzionari, nel ’79 insieme a quattro camerati mette a segno la rapina della Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi a Roma. Da allora il certificato penale di Carminati s’ingrossa tra rapine, eversione, banda della Magliana, fino all’ultima clamorosa impresa: il furto nel caveau della banca interna del Palazzo di giustizia a Roma. “Massimo ha un’alta considerazione di sé”, sorride sornione l’avvocato Giosué Bruno Naso che lo difende da trent’anni. La reputazione conta. Per questo, quando nel dicembre 2012 l’Espresso pubblica un articolo a firma di Lirio Abbate che svela in anticipo l’inchiesta detta Mafia Capitale e attribuisce al Nero condanne per droga e omicidi, Carminati s’infuria: “Finché mi dicono che sono il re di Roma mi sta pure bene, come l’imperatore Adriano. Però sugli stupefacenti non transigo. Lunedì voglio andare a parlare col procuratore capo e dirgli: se sono il capo degli stupefacenti a Roma mi devi arrestare immediatamente”. Assistito dall’avvocato Ippolita Naso, figlia di Giosué Bruno, cita per danni editore e giornalista. L’articolo di “De-Lirio Abbate”, come lo ribattezza Naso pater, alimenta l’ego di Carminati definito “arbitro di vita e di morte”, “unica autorità in grado di guardare dall’alto quello che accade nella capitale”. Ma poi l’articolista si spinge oltre e lo tira in ballo nel “business della cocaina”. Il che, per il Carminati pensiero, equivale alla peggiore delle infamie. E’ cresciuto nel mito volontaristico che non ammette dipendenze. L’uomo vero è un soggetto nel pieno controllo di sé. La droga è robaccia per il “Mondo di sotto”. Il casellario giudiziario di Carminati conferma la sua impostazione: zero condanne per droga. Quanto al profilo del pluriomicida, in entrambi i processi per l’assassinio del giornalista Carmine Pecorelli (presunto mandante l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti) Carminati è assolto. Il nome del Nero rimbalza in “Romanzo Criminale”, nonché in diverse inchieste su servizi segreti deviati e depistaggi di stragi. Sconta pure il carcere inseguito da accuse poi falcidiate a colpi di archiviazioni e assoluzioni. “E’ la solita mania tutta italiana di riscrivere la storia del paese in chiave giudiziaria – commenta il legale Naso pater – Massimo non è un frate trappista ma con la mafia non c’entra niente. Hanno tentato di coinvolgerlo nelle trame dei cosiddetti ‘misteri italiani’ privi di alcun esito giudiziario. Se non quello di rinverdire il mito carismatico del Nero”. Una vita tra fiction e realtà. Fino all’ultimo colpo di scena: Mafia Capitale. L’annuncio dell’“imminente scoperta” avviene nel corso di un convegno del Partito democratico a opera del procuratore capo Giuseppe Pignatone, magistrato stimatissimo che lo scorso sabato ha rilasciato una corposa intervista al Sole 24 Ore per dettagliare sullo sviluppo dell’inchiesta. Pignatone contesta il 416 bis perché è convinto che esista una mafia autoctona, romanissima, dotata degli “indici rivelatori” della tipica struttura associativa mafiosa. Pignatone vuole riuscire laddove gli inquirenti fallirono nei confronti della banda della Magliana (per la quale l’aggravante mafiosa fu esclusa dal giudice). “A quel punto – insinua maliziosamente Naso pater – chi potrà negargli il posto di procuratore nazionale antimafia?”. L’avvocato Naso filia ha coniato l’espressione “mafia parlata”: “Non ci sono morti né feriti.  Pullulano invece gli episodi di corruzione, estorsione… ma che senso ha contestare il 416 bis?” L’imputazione mafiosa estende la gamma dei mezzi investigativi disponibili, abbassa la soglia di gravità indiziaria, consente una gestione dei detenuti più favorevole alla procura. Il ministero di via Arenula ha disposto il 41 bis per l’indagato Carminati (non è ancora neanche imputato), il che significa 23 ore in cella e una sola visita al mese per i familiari. Chi lo conosce dubita che il “carcere duro” possa fiaccarlo nello spirito ribaldo. Ma di certo una misura cautelare così rigida rende assai ardua l’articolazione di una strategia difensiva. “Il 41 bis c’è anche a Rebibbia e a Civitavecchia. Perché trasferirlo prima a Tolmezzo, in provincia di Udine, e poi a Parma? Hanno sequestrato i conti suoi e dei familiari. Come farà a coprire almeno le spese della difesa? – si domanda Naso pater – Non siamo messi nelle condizioni materiali per difenderlo. Ma lo sa che hanno pedinato e intercettato me e mia figlia per mesi? Persino durante i colloqui con il mio assistito, cosa che è espressamente vietata dalla legge”. All’indomani dell’arresto avvenuto il 2 dicembre scorso, si consuma la prima “colossale buffonata”: un interrogatorio di garanzia in cui Carminati dovrebbe rendere conto delle risultanze d’indagini durate quattro anni e racchiuse in 80 mila pagine. Mentre i giornali ricamano sulla scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere, manco fosse un’implicita ammissione di colpa, gli avvocati che hanno ricevuto il malloppone appena 12 ore prima dell’incontro con il gip, si tormentano: “Come facciamo a consigliare al nostro assistito di rispondere se non abbiamo avuto il tempo di vagliare le carte?”. L’ordinanza d’arresto di oltre 1.200 pagine, un compendio d’intercettazioni telefoniche e ambientali, replica quasi testualmente l’istanza dei pm “i quali, a loro volta, ricalcano l’ultima informativa dei carabinieri. Il che vuol dire che non c’è più un controllo giurisdizionale sull’operato degli investigatori”, sostiene Naso pater. Davanti al collegio del tribunale del Riesame che potrebbe scarcerare Carminati ma non lo fa, Naso filia si scaglia contro “i metodi di un’indagine ossessiva, quotidiana, mostruosa” e contro un’imputazione, il 416 bis, che è “un calderone senza confini definiti in cui rientra ogni tipo di condotta, secondo il pericoloso e subdolo schema dell’argomentazione assiomatica”. Come un dogma. In effetti, le intercettazioni andrebbero ascoltate oltre che lette. “Il tono conta – prosegue la giovane e agguerrita Ippolita – E’ una manifestazione di spacconeria romana, un autentico cazzeggio che sconfina nel turpiloquio. Come si può pensare che un mafioso impartisca ordini imprecando seduto su una panchina con la gente che si volta a guardarlo?”. L’ormai famigerata pompa di benzina è un palcoscenico a cielo aperto. Di quale omertà parliamo? Carminati sa da tempo di essere pedinato e intercettato. Con le telecamere installate presso il benzinaio di corso Francia improvvisa siparietti da smargiasso rivolgendosi direttamente ai carabinieri: “Che ne dite, oggi facciamo un’estorsione o un’usura?”. Quando telefona a Naso filia, esordisce così: “Buongiorno, avvocato, sono il re di Roma”. Sembra una barzelletta. Stando all’ipotesi accusatoria, mentre a Roma scorrono miliardi di euro tra metropolitane e cantieri infiniti, Mafia Capitale si avventerebbe sul bottino delle corruzioni municipali con funzionari disposti a vendersi per 400 euro… “Fateci delinquenti ma non cojoni”, confida un risentito Carminati all’avvocato di una vita, Naso pater, all’indomani dell’episodio di intimidazione denunciato da Lirio Abbate. “Ma davvero credono che per mettere paura a un giornalista già scortato prendiamo un ventenne inesperto e lo mettiamo a bordo di una Clio per speronare un’auto blindata?”. La reputazione prima di tutto. “Forse ci siamo dimenticati che cos’è la mafia vera, come agisce – commenta Naso pater – C’è indubbiamente un malcostume diffuso che riguarda molte amministrazioni comunali. Ma è roba per “Striscia la Notizia” più che per la procura di Roma”. Si spieghi meglio, avvocato. “Se volete c’è una cultura mafiosa ma nessun metodo mafioso. E quella cultura mafiosa, se mi permette, permea la realtà italiana a molti livelli: negli appalti, nell’università, nella magistratura”. Attenzione che la incriminano. “Dico, e ripeto, che quando alcuni incarichi direttivi in magistratura restano vacanti per mesi e anni perché i capicorrente non si mettono d’accordo sulla spartizione dei posti, anche lì si appalesa una logica spartitoria di stampo mafioso”. I legali sono pronti a dare battaglia. Nessun giudizio abbreviato ma un processo vero, udienza per udienza. Naso pater non esita a definire Carminati un “Robin Hood del XX secolo”: se poteva aiutare qualcuno, non si risparmiava. Se occorreva sbloccare in Campidoglio una pratica, che riguardasse gli affari suoi o di persone a lui vicine, Carminati sapeva chi contattare. “Avete ridotto a questo stato la politica per la quale tanti di noi sono morti? E adesso io vi uso”, era l’atteggiamento sprezzante che il Nero riservava al mondo dei colletti bianchi e dei politicanti all’ombra del Cupolone. Per il resto, conduceva una vita morigerata e rigorosa con la sua compagna nella villetta di Sacrofano, una smart e pochissime uscite, una grande passione per National Geographic, “Quark” e SkyTg24. Banditi alcol e droghe. “Sa quante volte ha pagato le visite mediche private a ex camerati e ai loro familiari?”, evidenzia Naso pater. E allora uno si chiede come potesse mantenere un figlio ventenne a Londra e fare pure beneficenza con le sole entrate del negozio della compagna. “Ricordiamoci che del bottino del caveau è stata rinvenuta soltanto una minima parte”, si lascia scappare l’avvocato. Il Nero le rapine non le ha rinnegate, se l’è appuntate al petto come una medaglia al valore. Adesso che a 56 anni si ritrova per la prima volta nella sua vita al 41 bis, sussurra impaziente al suo legale: “Fateci fascisti ma non mafiosi”. Carminati invoca giustizia.

Per altri avvocati come i Naso, però, non è finita bene.

Ora si racconta un fatto: un avvocato ha chiesto il trasferimento del dibattimento per legittimo sospetto. Quando si parla di “legittimo sospetto” ci si riferisce ad un presupposto applicativo dell’istituto giuridico della rimessione dei processi. Quest’ultimo, attualmente contemplato dall’art. 45 c.p.p., concretando una deroga a previsioni ordinarie in materia di competenza, comporta, come noto, il trasferimento del processo da una ad altra sede giudiziaria. Ratio ispiratrice del rimedio è la necessità di assicurare l’imparzialità della decisione finale rispetto a fattori di turbativa ambientale, capaci di incidere, dall’esterno, sulla regolarità processuale, intaccando così la genuinità del verdetto definitivo. Di fatto l'istituto non è stato mai applicato.

Anche perchè i magistrati, con l'ausilio della stampa, sanno come far impedire la richiesta travisandone gli effetti.

Camorra, lesse proclama contro Cantone e Cafiero de Raho: l’avvocato dei boss condannato a 5 anni e mezzo. I giudici hanno assolto con la formula "per non aver commesso il fatto" Francesco Bidognetti e l’altro esponente del clan di Casal di Principe, Antonio Iovine. Come era già avvenuto nell'altro processo per diffamazione nei confronti di Rosaria Capacchione e Roberto Saviano, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'11 luglio 2016. “Un camorrista in toga”. Così il pm della dda di Napoli Sandro D’Alessio definì Michele Santonastaso, ex difensore dei boss dei Casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, definì l’avvocato che il 13 marzo 2018 nell’aula del processo d’Appello Spartacus, il 13 marzo del lesse una lettera-istanza per legittimo impedimento in cui venivano messi nel mirino due giornalisti e due magistrati: Rosaria Capacchione e Roberto Saviano, Raffaele Cantone (nella foto) e Federico Cafiero de Raho. Per la diffamazione della giornalista de Il Mattino e ora senatrice Pd e per lo scrittore Santonastaso è stato già condannato a un anno l’11 dicembre 2014, oggi – a distanza di quasi un anno dalla requisitoria è arrivata la condanna per diffamazione e calunnia nei confronti dell’attuale presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione e del procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. Il Tribunale di Roma lo ha condannato a 5 anni e sei mesi. I giudici hanno assolto con la formula “per non aver commesso il fatto” lo stesso Bidognetti e l’altro esponente del clan di Casal di Principe, Antonio Iovine. Come era già avvenuto nell’altro processo. A Santonastaso i reati contestati sono aggravati dal metodo mafioso. Il procedimento nato a Napoli è giunto a Roma per competenza perché sia Cantone sia De Raho erano in servizio alla Dda di Napoli all’epoca dei fatti. L’accusa aveva chiesto per tutti gli imputati sei anni di reclusione. Il legale lesse a nome dei due boss (non presenti in aula) una memoria in cui veniva messa in dubbio la serietà dell’inchiesta chiedendo, quindi, il trasferimento del dibattimento per legittimo sospetto. La lettera diffamatoria nei confronti dei magistrati conteneva espressioni minacciose e accusava i pm “di essere in cerca di pubblicità”. Nel documento venivano citati anche lo scrittore Saviano e Capacchione. A Santonastaso inoltre un anno fa furono confiscati beni mobili e immobili per 8 milioni di euro dai Carabinieri di Caserta e dagli agenti della Dia di Napoli che notificarono anche una misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di dimora nel comune di residenza della durata di 4 anni. L’avvocato era stato arrestato due volte, nel settembre del 2010 e nel gennaio del 2011, per avere commesso una serie di reati finalizzati ad agevolare la fazione Bidognetti del clan dei Casalesi, il clan Cimmino e il clan La Torre. Fu nell’udienza per chiedere la confisca dei beni – che l’11 dicembre 2014 – il pubblico ministero definì Santonastaso “camorrista in toga la cui attività, iniziata negli anni ’90, ha avuto un’escalation culminata con la lettura nell’aula del processo d’Appello Spartacus, il 13 marzo del 2008, dell’istanza per legittimo impedimento in cui vengono messi nel mirino due giornalisti e due magistrati, l’estremo tentativo dei Casalesi di ricompattarsi come aveva fatto Cosa Nostra dopo l’omicidio di Salvo Lima”.

Le maldicenze dicono che i giornalisti sono le veline dei magistrati. Allora, per una volta, facciamo parlare gli imputati.

Tribunale di Potenza. All’udienza tenuta dal giudice Lucio Setola finalmente si arriva a sentenza. Si decide la sorte del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, conosciutissimo sul web. Ma noto, anche, agli ambienti giudiziari tarantini per le critiche mosse al Foro per i molti casi di ingiustizia trattati nei suoi saggi, anche con interrogazioni Parlamentari, tra cui il caso di Sarah Scazzi e del caso Sebai, e per le sue denunce contro l’abilitazione nazionale truccata all’avvocatura ed alla magistratura. Il tutto condito da notizie non iscritte nel registro dei reati o da grappoli di archiviazioni (anche da Potenza), spesso non notificate per impedirne l’opposizione. Fin anche un’autoarchiviazione, ossia l’archiviazione della denuncia presentata contro un magistrato. Lo stesso che, anziché inviarla a Potenza, l’ha archiviata. Biasimi espressi con perizia ed esperienza per aver esercitato la professione forense, fin che lo hanno permesso. Proprio per questo non visto di buon occhio dalle toghe tarantine pubbliche e private. Sempre a Potenza, in altro procedimento per tali critiche, un Pubblico Ministero già di Taranto, poi trasferito a Lecce, dopo 9 anni, ha rimesso la querela in modo incondizionato.

Processato a Potenza per diffamazione e calunnia per aver esercitato il suo diritto di difesa per impedire tre condanne ritenute scontate su reati riferiti ad opinioni attinenti le commistioni magistrati-avvocati in riferimento all’abilitazione truccata, ai sinistri truffa ed alle perizie giudiziarie false. Alcuni giudizi contestati, oltretutto, non espressi dall’imputato, ma a lui falsamente addebitati. Fatto che ha indotto il Giangrande per dipiù a presentare una istanza di rimessione del processo ad altro Foro per legittimo sospetto (di persecuzione) ed a rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Rigettata dalla Corte di Cassazione e dalla Cedu, così come fan per tutti.

Per dire: una norma scomoda inapplicata.

Processato a Potenza, secondo l’atto d’accusa, per aver presentato una richiesta di ricusazione nei confronti del giudice di Taranto Rita Romano in tre distinti processi. Motivandola, allegando la denuncia penale già presentata contro lo stesso giudice anzi tempo. Denuncia sostenuta dalle prove della grave inimicizia, contenute nelle motivazioni delle sentenze emesse in diversi processi precedenti, in cui si riteneva Antonio Giangrande una persona inattendibile. Atto di Ricusazione che ha portato nel proseguo dei tre processi ricusati all’assoluzione con giudici diversi: il fatto non sussiste. Questione rinvenibile necessariamente durante le indagini preliminari, ma debitamente ignorata.

Ma tanto è bastato all’imputato, nell’esercitare il diritto di difesa ed a non rassegnarsi all’atroce destino del “subisci e taci”, per essere processato a Potenza. Un andirivieni continuo da Avetrana di ben oltre 400 chilometri. Ed è già una pena anticipata.

L’avvocato della difesa ha rilevato nell’atto di ricusazione la mancanza di lesione dell’onore e della reputazione del giudice Rita Romano ed ha sollevato la scriminante del diritto di critica e la convinzione della colpevolezza del giudice da parte dell’imputato di calunnia. La difesa, preliminarmente, ha evidenziato motivi di improcedibilità per decadenza e prescrizione. Questioni Pregiudiziali non accolte. L’accusa ha ravvisato la continuazione del reato, pur essendo sempre un unico ed identico atto: sia di ricusazione, sia di denuncia di vecchia data ad esso allegata.

Il giudice Rita Romano, costituita parte civile, chiede all’imputato decine di migliaia di euro di danno. Imputato già di per sé relegato all’indigenza per impedimento allo svolgimento della professione.

Staremo a vedere se vale la forza della legge o la legge del più forte, al quale non si possono muovere critiche. Che Potenza arrivi a quella condanna, dove Taranto dopo tanti tentativi non è riuscita?

E anche stavolta, come decine di volte ancora prima con accuse montate ad arte, non ci sono riusciti a condannare il dr Antonio Giangrande. Il Dr Lucio Setola del tribunale di Potenza assolve il dr Antonio Giangrande il 19 maggio 2016, alle ore 17, dopo un’estenuante attesa dalla mattina da parte dell’imputato e dei sui difensori l’avv. Pietrantonio De Nuzzo e l’avv. Mirko Giangrande.

La stessa cosa si ripete a Taranto dove l’avv. Nadia Cavallo ha ripresentato una querela per diffamazione, per un fatto già giudicato e da cui è scaturita assoluzione. La nuova querela della Cavallo aveva prodotto un decreto penale di condanna emesso dal Gip Giuseppe Tommasino senza contradditorio. La doverosa opposizione del difensore, l’avv. Mirko Giangrande, per “ne bis in idem”, ossia non processato è condannato per lo stesso fatto, portava al Giudizio Immediato presso il Tribunale di Taranto da cui il 3 ottobre 2016 scaturiva ennesima sentenza di assoluzione.  

Come si dice..."Cane non mangia cane!". Toga non tocca toga e alla fine perdono sempre i cittadini. Perché la vera casta pericolosa non è quella della politica, è quella che non caccia i tanti Scavo che ha in seno, scrive Alessandro Sallusti (la destra politica), Sabato 14/05/2016, su "Il Giornale". A riprova che i magistrati non sono esseri superiori, esenti dai limiti e vizi di noi comuni mortali, un importante pubblico ministero di Roma, Francesco Scavo, titolare dell'inchiesta sui marò e di quella sull'omicidio di Luca Varani, è stato processato dal Csm per molestie sessuali nei confronti di alcune avvocatesse: apprezzamenti imbarazzanti a sfondo sessuale, avance e «repentini palpeggiamenti». Dopo aver accertato i fatti, che sanzione ha deliberato il Csm? Censura e trasferimento d'ufficio, come giudice, al tribunale di Viterbo. Ora, qui non parliamo di un manager sporcaccione o di un impiegato esuberante, ma di un magistrato. Cioè di un professionista che avendo in mano le vite e i destini di altri uomini dovrebbe dimostrare doti di equilibrio al di sopra di ogni sospetto. Doti evidentemente incompatibili con il profilo psicologico di un molestatore seriale. Che continuerà invece ad operare, non più come accusatore ma, peggio mi sento, come giudice. Non voglio ironizzare in base a quali giudizi Francesco Scavo emetterà le sue sentenze a carico di imputati magari difesi da giovani avvocatesse. Ma dico che è come se un pilota trovato positivo al test antidroga, invece che messo a terra venisse spostato a pilotare un aereo solo un po' più piccolo. Come se un chirurgo alcolizzato fosse trasferito dal grande ospedale a uno di provincia. Volereste su quell'aereo? Vi fareste curare in quell'ospedale? Penso di no. E allora mi chiedo perché i cittadini di Viterbo debbano finire nelle mani di un giudice poco equilibrato. E la risposta è una sola: la magistratura italiana usa due pesi e due misure, a seconda che si tratti di noi o di loro, e chissà quante volte accade perché il caso Scavo non è certo una eccezione. Se Piercamillo Davigo, neo presidente dell'Associazione nazionale magistrati, invece di dare dei ladri a tutti i politici e di considerare imprenditori e cittadini colpevoli fino a prova contraria, facesse un bel po' di pulizia in casa sua, il Paese ne avrebbe certamente maggiori benefici. Ma è come chiedere al tacchino di anticipare il Natale. Perché la vera casta pericolosa non è quella della politica, è quella che non caccia i tanti Scavo che ha in seno.

Storia di magistrati, di malagiustizia e del popolo che paga sempre…Come un magistrato viene beccato dalla polizia nei cessi di un cinema che fa un pompino a un ragazzino ed esce dalla vicenda con una promozione che farà lievitare anche gli stipendi dei suoi colleghi. Un costo da 70 milioni di euro all’anno…Il “pompino” più caro della storia, scrive Stefano Livadiotti (la sinistra politica), giornalista del settimanale L’ ESPRESSO (tratto dal libro “MAGISTRATI L’ULTRACASTA”). Un magistrato viene sorpreso in un cinema di periferia, dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Scattano le manette e la sospensione dal lavoro. Poi, però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Consiglio superiore della magistratura lo riabilita. Con una sentenza grottesca che fa impennare gli stipendi di migliaia di suoi colleghi. Ecco i verbali segreti di tutta la storia. Sono le 18 di un freddo pomeriggio di dicembre quando L.V., rispettabile magistrato di corte d’appello con funzioni di giudice del Tribunale di Milano, fa il suo ingresso nella sala dell’Ariel, un piccolo cinema all’estrema periferia occidentale di Roma. Sullo schermo proiettano il film western La stella di latta. Ma ad attirare Vostro Onore nel locale non sono certo le gesta di John Wayne nei panni dello sceriffo burbero. No, a L.V., che ha ormai 41 anni suonati, dei cow-boy non frega proprio un fico secco. Se si è spinto tanto fuori mano è perché è in cerca di tutt’altro. Così, dopo aver scrutato a lungo nel buio della platea, individua il suo obiettivo. E, quatto quatto, scivola sulla poltroncina accanto a quella occupata dal quattordicenne I.M. Quello che succede in seguito lo ricostruisce il verbale della pattuglia del commissariato di Polizia di Monteverde che alle 19.15 raggiunge il locale su richiesta della direzione. “Sul posto c’era l’appuntato di polizia G.P., in libera uscita e perciò casualmente spettatore nel cinema, che consegnava ai colleghi sopravvenuti due persone, un adulto e un minore, e indicava in una terza persona colui che aveva trovato i due in una toilette del cinema. L’adulto veniva poi identificato per il dottor L.V. e il minorenne per tale I.M. Il teste denunciante era tale F.Z”.L’appuntato G.P. riferiva che verso le 19, mentre assisteva in sala alla proiezione del film, aveva sentito gridare dalla zona toilette: “zozzone, zozzone, entra in direzione!”. Accorso, aveva trovato il teste Z. che, indicandogli i due, affermava di averli poco prima sorpresi all’interno di uno dei box dei gabinetti, intenti in atti di libidine. Precisava, poi, lo Z. che, entrato nel vestibolo della toilette, aveva scorto i due che si infilavano nel box assieme, richiudendovisi. Aveva allora bussato ripetutamente, invitandoli a uscire, ma senza esito. Soltanto alla minaccia di far intervenire la Polizia l’uomo aveva aperto, tentando di nascondere il ragazzo dietro la porta.” “Il minorenne, a sua volta, raccontava che verso le 18 era seduto nella platea del cinema intento a seguire il film quando un individuo si era collocato sulla sedia vicina: poco dopo questi aveva allungato un mano toccandogli dall’esterno i genitali. Egli aveva immediatamente allontanato quella mano e l’uomo se n’era andato. Ma dopo dieci minuti era ritornato, rinnovando la sua manovra. Questa volta egli aveva lasciato fare e allora l’uomo gli aveva sussurrato all’orecchio la proposta di recarsi con lui alla toilette, promettendogli del denaro. Egli s’era alzato senz’altro, dirigendosi alla toilette, seguito dall’uomo. Entrati nel box, l’uomo gli aveva sbottonato i calzoni, ed estratto il pene lo aveva preso in bocca.” Adescare un ragazzino in un cinema è un fatto che si commenta da solo. Che a farlo sia poi un uomo di legge, o che tale dovrebbe essere, appare inqualificabile. Ma non è solo questo il punto. Se i fatti si fermassero qui, non potrebbero essere materia di questo libro. Invece, come vedremo, la storia che comincia nella sala dell’Ariel giovedì 13 dicembre del 1973, per concludersi ingloriosamente 8 anni dopo, va ben oltre lo squallido episodio di cronaca. Per diventare emblematica della logica imperante almeno in una parte del mondo della magistratura ordinaria (di cui esclusivamente ci occuperemo, senza prendere in considerazione quelle contabile, amministrativa e militare). Cioè, in una casta potentissima e sicura dell’impunità. Dove lo spirito di appartenenza e l’interesse economico possono portare a superare l’imbarazzo di coprire qualunque indecenza. Dove il vantaggio per la categoria finisce a volte per prevalere su tutto il resto e l’omertà è la regola. Dove in certi casi giusto la gravità dei comportamenti riesce a offuscare la loro dimensione ridicola. Quel giorno, e non potrebbe essere altrimenti, V. viene dunque arrestato. Vostro Onore cerca disperatamente di negare l’evidenza. S’arrampica sugli specchi, raccontando di aver pensato che il ragazzino si sentisse male e di averlo quindi seguito nel bagno proprio per assisterlo. Ma non c’è niente da fare: l’istruttoria conferma la versione della polizia. Così, il Tribunale di Grosseto rinvia a giudizio V. per “atti osceni e corruzione di minore”. E, il 28 dicembre del 1973, si muove anche la sezione disciplinare del Csm, l’organo di governo della magistratura, che lo sospende dalle funzioni. V. sembra davvero un uomo finito. Ma non è così. Il 21 gennaio del 1976, il verdetto offre la prima sorpresa. Con il loro collega, i giudici toscani si dimostrano più che comprensivi. Il tribunale della ridente cittadina dell’alta Maremma ritiene infatti che, “atteso lo stato del costume”, l’atto compiuto da V. nella sala del cinema vada considerato soltanto come contrario alla pubblica decenza. Come, “atteso lo stato del costume”? Cosa succedeva all’epoca nei cinema di Grosseto: erano un luogo di perdizione e nessuno lo sapeva? Boh. Andiamo avanti: “Conseguentemente, mutata la rubrica nell’ipotesi contravvenzionale di cui all’articolo 726 del codice penale, lo condanna alla pena di un mese di arresto […] Per quanto poi riguarda la seconda parte dell’episodio, esclusa la procedibilità ex officio, essendo ormai il fatto connesso con una contravvenzione, proscioglie il V. per mancanza di querela dal delitto di corruzione”. Ma il procuratore generale non è d’accordo, e questa è una buona notizia per tutto il paese. E V., che pure dovrebbe fregarsi le mani, neanche. Entrambi presentano ricorso. Si arriva così all’8 marzo del 1977, quando a pronunciarsi è la corte d’appello di Firenze, che ribalta il precedente giudizio. Ma lo fa a modo suo. Per i giudici di secondo grado, quelli di V. sono atti osceni. Evviva. Però, siccome il primo approccio con il ragazzino è avvenuto nella penombra e l’atto sessuale si è poi consumato nel chiuso del gabinetto, il fatto non costituisce reato. V. se la cava quindi con una condanna a 4 mesi, con la condizionale, per la sola corruzione di minori. E di nuovo, non contento, ricorre, con ciò stesso dimostrando la sua incrollabile fiducia nella giustizia. Assolutamente ben riposta, come dimostra il terzo atto della vicenda, che va in scena due anni dopo, il 30 marzo del 1979: “La corte suprema, infine […] annulla senza rinvio limitatamente al delitto di corruzione di minorenne, a seguito dell’estinzione del reato in virtù di sopravvenuta amnistia”. Amen. V. era definitivamente sputtanato davanti a tutti i colleghi. Ma senza più conti in sospeso con la legge. E tanto bastava al Consiglio superiore della magistratura (d’ora in avanti Csm), che il successivo 29 giugno revocava la sua sospensione, rigettando una richiesta in senso contrario del procuratore generale della cassazione, perché “le circostanze non giustificavano l’ulteriore mantenimento […] di una sospensione durata cinque anni e mezzo”. A V. restava da superare solo un ultimo scoglio: il verdetto della sezione disciplinare. Ed è proprio in quella sede che la storia assumerà i toni più grotteschi. La sceneggiata finale, come racconta nel dettaglio la sentenza finora inedita, scritta a macchina e lunga 12 pagine, si svolge il 15 maggio del 1981, quando si riunirono i magnifici 9 della giuria che deve esaminare il dossier n. 294. Molti di loro faranno una carriera coi fiocchi. C’è l’allora vicepresidente del Csm, che è addirittura Giovanni Conso, futuro numero uno della consulta e ministro della giustizia, prima con Amato e poi con Ciampi. C’è Ettore Gallo, che all’inizio degli anni novanta s’accomoderà anche lui sul seggiolone di presidente della corte costituzionale. C’è Giacomo Caliendo, che siederà poi nel governo di Silvio Berlusconi, con l’incarico di sottosegretario alla giustizia. C’è Michele Coiro, che sarà procuratore generale del Tribunale di Roma e poi direttore generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E ancora: i togati Luigi Di Oreste, Guido Cucco, Francesco Marzachì e Francesco Pintor, e il laico Vincenzo Summa. Chi pensa che in un simile consesso le parole siano misurate con il bilancino è completamente fuori strada. Vista dall’esterno, la sede del Csm ha perfino un che di lugubre, ma quando si riunisce la sezione disciplinare l’atmosfera è più quella del Bagaglino. La sentenza offre un campionario di spunti dalla comicità irresistibile. Come quello offerto dal medico di V., che lascia subito intendere quale incredibile piega potrà prendere la vicenda. “Veniva anche sentito il medico curante, dottor G., che testimoniò di aver sottoposto il V. a intense terapie nell’anno 1970 a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto del capo contro l’architrave metallico di una bassa porta. Si trattava di ferita trasversale da taglio all’alta regione frontale, che il medico suturò previa disinfezione. Vostro Onore, insomma, aveva dato una craniata. E allora? “Benché fosse rimasto per dieci giorni nell’assoluto prescritto riposo, il paziente accusò per vari mesi preoccupanti disturbi, quali cefalee intense, sindromi vertiginose, instabilità dell’umore, turbe mnemoniche. Le ulteriori terapie praticate diedero temporaneo sollievo, ma vi furono frequenti ricadute, soprattutto di carattere depressivo, che si protrassero fino al 1972 […] È emerso che la madre dell’incolpato è stata ricoverata per 25 anni in clinica neurologica a causa di gravi disturbi.” Che c’entra?”, direte voi. Tempo al tempo. Dopo quella del luminare, la seconda chicca è la testimonianza dell’amico notaio. “All’odierno dibattimento sono stati escussi sette testimoni, dai quali è rimasta confermata l’irreprensibilità della vita dell’incolpato, prima e dopo il grave episodio, e soprattutto la serietà dei suoi studi e del suo impegno professionale. In particolare, il notaio dottor M. ha ricordato il fidanzamento del dottor V.con la sorella, assolutamente ineccepibile sul piano morale per i quattro-cinque anni durante i quali egli ha frequentato la famiglia. Il matrimonio non è seguito per ragioni diverse dai rapporti tra i fidanzati, che sono anzi rimasti buoni amici.” Par di capire, tra le righe, che V. non molestasse sessualmente la fidanzata. La credibilità della qual cosa, alla luce della sua successiva performance con il ragazzino, appare, questa sì, davvero solida. Nonostante le strampalate deposizioni, gli illustri giurati sembrano decisi a fare sul serio. E subito escludono in maniera categorica di poter credere alla versione che il collega V., a dispetto di tutto, si ostina a sostenere. “I fatti,” tagliano corto, “vanno assunti così come ritenuti dai magistrati di merito dei due gradi del giudizio penale”. Poi, però, cominciano a tessere la loro tela. “E tuttavia ciò che colpisce e stupisce, in tutta la dolorosa e squallida vicenda, è la constatazione che l’episodio si staglia assolutamente isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intera esistenza, fatta di disciplina morale, di studi severi e di impegno professionale.” Come diavolo abbiano fatto a stabilire che “l’episodio si staglia assolutamente isolato”, i giurati lo sanno davvero solo loro. Ma andiamo avanti. La prosa è zoppicante, però vale la fatica: “Tutto questo non può essere senza significato e non può essere spiegato se non avanzando due diverse ipotesi. O l’episodio ha avuto carattere di improvvisa e anormale insorgenza, quasi di raptus, la cui eziologia va ricercata e messa in luce; oppure se, al di sotto delle apparenze, sussiste effettivamente una natura sessuale deviata o almeno ambigua, è doveroso stabilire perché mai essa si sia rivelata soltanto e unicamente in quell’occasione, durante tutto il corso di un’intera esistenza”. L’alto consesso propende, ça va sans dire, per la prima delle due ipotesi. “Già […] i giudici penali avevano adombrato suggestivamente, in presenza dei referti clinici, della deposizione del curante e di quella del maresciallo S. che eseguì l’arresto, che la capacità di intendere e di volere del V., al momento del fatto, doveva essere scemata a tal punto da doversi ritenere ‘ridotta in misura rilevante’, e ciò – secondo i giudici – “per una sorta di psicastenia, di una forma di malattia propria, tale da alterare specialmente l’efficienza dei suoi freni inibitori contro i suoi aberranti impulsi erotici’“. Poste le premesse, i giudici dei giudici preparano il gran finale, citando il parere pro veritate di due professori, scelti naturalmente dalla difesa di V. “Secondo gli psichiatri […] l’episodio in esame, non soltanto costituisce l’unico del genere, ma esso, anzi, ponendosi in netto contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici che, iniziatisi nel 1970, si trovavano in piena produttività nel 1973, all’epoca del fatto. Durante il quale, pur conservandosi sufficientemente la consapevolezza dell’agire, restò invece completamente sconvolta la ‘coscienza riflettente’, cioè la rappresentazione preliminare degli aspetti etico-giuridici della condotta da tenere e delle sue conseguenze. Il che ha reso inerte la volontà di inibire quelle spinte pulsionali su cui il soggetto non riusciva più a esprimere un giudizio di valore.” Tutta colpa, dunque, della “coscienza riflettente”, che era andata in tilt. Ma come mai? Chiaro: “Su tutta questa complessa situazione il trauma riportato nel 1970 ha svolto un ruolo – secondo i clinici – di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità, fino all’organizzazione della sindrome esplosa nell’episodio de quo”. Vostro Onore, dunque, dopo la zuccata è diventato scemo? Neanche per sogno. Lo è stato, ma solo per un po’. “D’altra parte, poi, proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi a seguito del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco dai fattori contingenti e condizionanti, hanno favorito il completo recupero della personalità all’ambito della norma, come è testimoniato dai successivi otto anni di rinnovata irreprensibilità.” Adesso insomma Vostro Onore è guarito e può senz’altro rimettersi la toga. “Il che comporta essersi trattato di un episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza tuttavia lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità.” Conclusione, in nome del popolo italiano: “Il proscioglimento, pertanto, si impone”. Addirittura. “La sezione assolve il dottor V. perché non punibile avendo agito in istato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto”. Il procuratore se n’è fatta una ragione e non propone l’impugnazione. Il futuro ministro non ha nulla da eccepire. Il collega che siederà sullo scranno di presidente della consulta se ne sta muto come un pesce. E, diligentemente, i giurati mettono la firma sotto una simile sentenza. Dove si racconta la storiella di uno che ha sbattuto la testa e tre anni dopo è diventato scemo e ora però non lo è più. A parte il fatto che una zuccata prima o poi l’abbiamo presa tutti, magari pure Conso e Gallo, e qualcuno di noi da piccolo è perfino caduto dalla bicicletta: ma non è che poi ci siamo messi proprio tutti a dare la caccia ai ragazzini nei cinema di periferia. Il fatto che la sezione disciplinare del Csm non sia esattamente un tribunale islamico non è certo una notizia. Nel capitolo 3, intitolato Gli impuniti, ne racconteremo davvero di tutti i colori. Ma il caso di V.è al di là di ogni limite. Anche perché la sua storia non è rimasta sotto traccia come molte altre. Al contrario, nel mondo della magistratura è diventata molto, ma proprio molto popolare. Per un motivo semplicissimo, raccontato, nell’ottobre del 1994, dall’avvocato ed ex parlamentare radicale Mauro Mellini, in Il golpe dei giudici. Mellini sa bene quel che dice. Il libro lo ha infatti scritto quando aveva appena lasciato il Csm, di cui era consigliere: “A conclusione della vicenda V. non solo aveva ripreso servizio, ma era stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di cassazione, conseguendo però tale qualifica con un ritardo di molti anni. E, avendo cumulato nel frattempo molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, si trovò per il principio del trascinamento a portarsi dietro, nella nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto grazie a tali scatti e a essere quindi pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali. Questi ultimi, allora, grazie all’istituto del galleggiamento, ottennero un adeguamento della loro retribuzione al livello goduto dal nostro magistrato”. Come consigliere, Mellini aveva modo di accedere agli archivi segreti del Csm. E così si era tolto la curiosità di fare due conti. “Pare che tale marchingegno abbia comportato per lo stato un onere di oltre 70 miliardi.” Tanto è costato ai cittadini italiani il caldo pomeriggio del pedofilo in toga. Trasformato d’un colpo da reprobo a benefattore dell’intera categoria. La domanda è inevitabile. Quando hanno deciso di prosciogliere il collega, Lor Signori del Csm non avevano a portata di mano un pallottoliere per fare due conti? O, al contrario, hanno prosciolto V. proprio perché i conti li avevano fatti, eccome? La risposta è arrivata nel 1993: il 29 settembre V. si è visto negare l’ultimo passaggio di carriera, quello alle funzioni direttive superiori della Cassazione. Eppure, i fatti sulla base dei quali è stato giudicato erano gli stessi di prima. Sarà perché nel frattempo era stato abolito il galleggiamento? E quindi nessuno avrebbe beneficiato di una sua ulteriore promozione?

PARLIAMO DI INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA.

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

Ancora oggi l’etimologia di lex è incerta; i più ricollegano effettivamente lex a legere, ma un’altra teoria la riconduce alla radice indoeuropea legh- (il cui significato è quello di “porre”), dalla quale proviene l’anglosassone lagu e, da qui, l’inglese law.

Nella Grecia antica le leggi sono il simbolo della sovranità popolare. Il loro rispetto è presupposto e garanzia di libertà per il cittadino. Ma la legge greca non è basata, come quella ebraica, su un ordine trascendente; essa è frutto di un patto fra gli uomini, di consuetudini e convenzioni. Per questo è fatta oggetto di una ininterrotta riflessione che si sviluppa dai presocratici ad Aristotele e che culmina nella crisi del V secolo: se la legge non si fonda sulla natura, ma sulla consuetudine, non è assoluta ma relativa come i costumi da cui deriva; dunque non ha valore normativo, e il diritto cede il campo all'arbitrio e alla forza. La relazione che intercorre tra il concetto di legge e il concetto di luogo è insito nell’etimologia del termine greco nomos, che significa pascolo e che, progressivamente, dietro alla necessaria consuetudine di legittimare la spartizione del “pascolo”, ha finito per assumere questo secondo significato: legge. Ma nemein significa anche abitare e nomas è il pastore, colui che abita la legge, oltre che il pascolo; la conosce e la sa abitare. E nemesis è la divinità che si accanisce inevitabilmente su coloro che non sanno abitare la legge.

Da qui il detto antico “qui la legge sono io”. Conflittuale se travalica i confini di detto pascolo. Legge e luogo sono intrinsecamente connessi. Infatti, la nemesi della legge è proprio quella libertà commerciale che esige un’economia globale, che travalica tutti i confini, che considera la terra come un unico grande spazio. Insieme ai paletti di delimitazione degli stati sradica così anche la legge che li abita.

I greci, con Platone, avevano teorizzato l’origine divina del nomos. Obbedire alle leggi della polis significava implicitamente riconoscere il dio (nomizein theos) che si nasconde dietro l’ethos originario.

La conclusione di entrambi i percorsi - quello lungo e quello breve - dovrebbe condurre a definire la politica come scienza anthroponomikè o scienza di amministrare gli esseri umani. Nómos in greco significa "norma", "legge", "convenzione"; vuol dire "pascolo" e nomeus vuol dire "pastore": il procedimento dicotomico sembra condurre lontano dal nómos nel suo primo senso, a far intendere l'antroponomia come l'arte di pascolare gli uomini.

Cicerone adotta l’etimologia di lex da legere, non perché la si legge in quanto scritta, bensì perché deriva dal verbo legere nel significato di “scegliere”.

“Dicitur enim lex a ligando, quia obligat agendum”, Questa etimologia di “legge” si trova all’inizio della celebre esposizione di Tommaso d’Aquino sulla natura della legge, presente nella Summa theologiae.

Da qui il concetto di legge: “la legge è una regola o misura nell’agire, attraverso la quale qualcuno è indotto ad agire o vi è distolto. Legge, infatti, deriva da legare, poiché obbliga ad agire.”

Il termine italiano legge deriva da legem, accusativo del latino lex.

Lex significava originariamente norma, regola di pertinenza religiosa.

Queste regole furono a lungo tramandate a memoria, ma la tradizione orale - che implicava il rischio di travisamenti - fu poi sostituita da quella scritta.

Sono così giunte fino a noi testimonianze preziose come le Tavole Eugubine, una raccolta di disposizioni che riguardavano sacrifici ed altre pratiche di culto dell’antico popolo italico di Iguvium, l’attuale Gubbio.

A Roma, in età repubblicana, vennero promulgate ed esposte pubblicamente le Leggi delle Dodici Tavole, che si riferivano non più solamente a questioni religiose: il termine lex assunse così il valore di norma giuridica che regola la vita e i comportamenti sociali di un popolo.

Sul finire dell’età antica l’imperatore Giustiniano fece raccogliere tutta la tradizione legislativa e giuridica romana nel monumentale Corpus Iuris, la raccolta del diritto, che ha costituito la base della civiltà giuridica occidentale.

Dalla riscoperta del Corpus Iuris sono state costituite circa mille anni fa le Facoltà di Legge - cioè di Giurisprudenza e di Diritto - delle grandi università europee, nelle quali si sono formati i giuristi, ovvero gli uomini di legge di tutta l’Europa medievale e moderna.

La parola legge è divenuta sinonimo di diritto, con il valore di complesso degli ordinamenti giuridici e legislativi di un paese.

In questo senso oggi la Costituzione italiana sancisce che la legge è uguale per tutti, e afferma la necessità per ogni persona di una educazione al rispetto della legalità: una società civile deve fondarsi sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini che trovano nelle leggi le loro regole.

Per millenni, tuttavia, il concetto di legge è stato collegato esclusivamente ad ambiti religiosi o sacrali, e per alcuni popoli ancora oggi all’origine delle leggi vi è l’intervento divino.

Pensiamo agli ebrei, per i quali la Legge - la Thorà nella lingua ebraica - è senz’altro la legge divina, non soltanto in riferimento ai Comandamenti consegnati dal Signore a Mosè sul monte Sinai - la legge mosaica - ma in generale a tutta la Bibbia, considerata come manifestazione della volontà divina che regola i comportamenti degli uomini.

Anche i Musulmani osservano una legge - la legge coranica - contenuta in un testo sacro, il Corano, dettato da Dio, Allah, al suo profeta Maometto.

Una legalità fondata sulla giustizia è dunque l’unico possibile fondamento di una ordinata società civile, e anche una delle condizioni fondamentali perché ci sia una reale difesa della libertà dei cittadini di ogni nazione.

Dura lex, sed lex: la frase, tradotta dal latino letteralmente, significa dura legge, ma legge. Più propriamente in italiano: "La legge è dura, ma è (sempre) legge" (e quindi va rispettata comunque).

Chi vive ai margini della legge, o diventa fuorilegge, si pone al di fuori della convivenza civile e va sottoposto ai rigori della legge, cioè a una giusta punizione: in nome della legge è proprio la formula con cui i tutori dell’ordine intimano ai cittadini di obbedire agli ordini dell’autorità, emanati secondo giustizia.

Il giusnaturalismo (dal latino ius naturale, "diritto di natura") è il termine generale che racchiude quelle dottrine filosofico-giuridiche che affermano l'esistenza di un diritto, cioè di un insieme di norme di comportamento dedotte dalla "natura" e conoscibili dall'essere umano.

Il giusnaturalismo si contrappone al cosiddetto positivismo giuridico basato sul diritto positivo, inteso quest'ultimo come corpus legislativo creato da una comunità umana nel corso della sua evoluzione storica. Questa contrapposizione è stata efficacemente definita "dualismo".

Secondo la formulazione di Grozio e dei teorici detti razionalisti del giusnaturalismo, che ripresero il pensiero di Tommaso d’Aquino, attualizzandolo, ogni essere umano (definibile oggi anche come ogni entità biologica in cui il patrimonio genetico non sia quello di alcun altro animale se non di quello detto appartenente alla specie umana), pur in presenza dello stato e del diritto positivo ovvero civile, resta titolare di diritti naturali, quali il diritto alla vita, ecc. , diritti inalienabili che non possono essere modificati dalle leggi. Questi diritti naturali sono tali perché ‘razionalmente giusti’, ma non sono istituiti per diritto divino; anzi, dato Dio come esistente, Dio li riconosce come diritti proprio in quanto corrispondenti alla “ragione” connessa al libero arbitrio da Dio stesso donato.

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INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

LA MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

Troppi giudici impreparati? Serve un intervento legislativo per riformare l'accesso alla magistratura. Sono diventati forse troppi gli errori giudiziari per non porsi il problema di una riforma dei criteri di accesso all'esame da magistrato, scrive Annamaria Villafrate su “Studio Castaldi”. Concorso in magistratura: desiderio di molti alla portata di pochi? Probabilmente no. Dato che vi può partecipare anche chi si è laureato a fatica e dopo una serie infinita di 18. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Da diversi anni fanno notizia anche sui media errori grossolani delle prove scritte degli aspiranti giudici, una professione complessa che richiederebbe molto studio e impegno. In Italia avvocati, giuristi e cittadini denunciano la gravissima situazione di incertezza del diritto. Soggetti condannati per il reato di omicidio in primo grado, magicamente assolti in appello. Sentenze con motivazioni e dispositivi spesso frutto di un veloce copia e incolla. La giustizia italiana è affidata tal volta a magistrati degni di grande rispetto, altre volte però a decidere delle sorti di un giudizio vi sono magistrati che farebbero bene a rimettere mano allo studio di manuali e codici di procedura. Che vi sia una grossa fetta di magistrati dalla scarsa preparazione oramai è sotto gli occhi di tutti ed è anche attestata dal quotidiano ribaltamento di sentenze di merito da parte della Corte di Cassazione che fin troppo spesso è costretta a intervenire per correggere errori talvolta "imbarazzanti". Proviamo soltanto ad accedere al CED della Cassazione nella pagina in cui è possibile visualizzare le sentenze per esteso (italgiure.giustizia.it/sncass/) e a digitare le parole virgolettate "cassa la sentenza impugnata": rimarremo sorpresi di quante sentenze vengono quotidianamente bocciate dalla Suprema Corte a conferma del fatto che i giudizi di merito sono spesso, anzi troppo spesso, decisi in modo inaffidabile. Cosa dire poi dei continui e destabilizzanti contrasti giurisprudenziali? Identiche questioni giuridiche risolte con sentenze diametralmente opposte in diversi ambiti territoriali e che costringono la Corte di legittimità a un surplus di lavoro per fare chiarezza. Senza parlare del problema che si crea alla "certezza del diritto" che sta sempre più somigliando a un miraggio. Il ruolo del magistrato è senza dubbio molto delicato. Le sue decisioni possono incidere profondamente sulla vita delle persone. Una sentenza penale errata o basata su un'analisi superficiale dei fatti può privare un individuo della propria libertà. Mentre una sentenza civile può incidere sugli equilibri privati di una coppia o portare alla rovina economica un intero nucleo familiare, un'azienda o un'impresa. Come possiamo dunque accettare che si commettano così tanti errori e che ci sia così tanta incertezza? Un problema di questa portata si potrebbe anche risolvere con due interventi da mettere in campo:

1) Redigere testi di legge più chiari e non soggetti ad interpretazione. Il linguaggio giuridico è ancora troppo complesso e solleva troppi dubbi interpretativi. E a peggiorare la comprensibilità delle norme è poi la copiosa presenza di continui rinvii ad altri testi di legge e l'assenza d'interpretazioni autentiche da parte del legislatore. Non è infrequente che dopo l'emanazione di una nuova legge, decreto o regolamento, gli addetti ai lavori manifestino dubbi in merito alla concreta applicabilità delle nuove disposizioni alle fattispecie concrete.

2) Garantire un maggiore livello di preparazione dei magistrati. Un simile risultato è conseguibile anche introducendo, per legge, un filtro efficace per fare accedere al concorso solo i più meritevoli. Possiamo davvero permetterci di consentire l'accesso all'esame anche studenti che non abbiano un curriculum scolastico di tutto rispetto? Non è troppo delicato il compito affidato a chi diventerà poi magistrato? Una maggiore competenza della magistratura si può ottenere solo attraverso una preventiva severa selezione.

Tutto questo nella speranza che si possa tornare a ciò che accadeva in passato, quando, come scriveva Calamandrei, un avvocato non doveva preoccuparsi di "insegnare ai giudici quel diritto, di cui la buona creanza impone di considerarli maestri".

Quei 44 ergastolani ostaggio dell'antimafia populista, scrive Giuseppe Rossodivita il 5 settembre 2016 su "Il Dubbio". "Boss e stragisti al Congresso dei Radicali? Provocazione spudorata". Così il titolo di un articolo su Il Fatto Quotidiano di qualche giorno fa che, come rivendicato successivamente dalle colonne dello stesso giornale, ha bloccato il trasferimento da parte del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), di 44 ergastolani presso il carcere di Rebibbia per consentirgli di partecipare al 40° Congresso (da qualche ignorante chiamato raduno) del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. Bene, l'Italia è salva, viva Il Fatto Quotidiano. Purtroppo, al di là delle autocelebrazioni del giornale di Travaglio, non è così. La vicenda è invece paradigmatica di una sottocultura che ha condizionato negativamente la crescita di un paese che sul punto da anni non compie altro che passi indietro. Sulla spinta di questa sottocultura populista e che fonda il proprio successo sull'ignoranza, madre e padre delle paure di chi in questa condizione viene mantenuto, l'Italia non solo non è salva, ma sta messa decisamente male. Allora cerchiamo di fare un po' di informazione, quella che, come da prassi in questi casi, è stata fatta scientificamente mancare. Il trasferimento dei detenuti ergastolani, diversi ex 41 bis, era stato richiesto nell'ambito di un progetto cui questi detenuti hanno aderito denominato "Spes contra Spem", che si potrebbe tradurre con la frase per cui non basta avere speranza ma occorre essere speranza, farsi speranza in prima persona, con il proprio agire quotidiano, come ripetuto quasi ossessivamente negli ultimi anni da Marco Pannella. Con tutti questi detenuti si sono tenuti diversi incontri, ai quali anche chi scrive ha partecipato, quale Segretario del Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei che affianca Nessuno Tocchi Caino nella battaglia volta a far accertare l'incostituzionalità dell'ergastolo cosiddetto "ostativo". Cos'è l'ergastolo ostativo? È quell'ergastolo che esiste, ma che per finalità ora editoriali, ora elettorali, viene negato che esista. Se chiedete ad un passante per strada com'è l'ergastolo in Italia, vi risponderà che in Italia l'ergastolo non c'è, perché tanto prima o poi tutti escono di galera. Ovviamente non è così, ma far credere il contrario alimenta paure che poi determinano vendite di giornali e consensi elettorali per chi si propone come salvatore della patria, essendone invece il boia. L'ergastolo ostativo è quell'ergastolo che viene comminato per aver commesso particolari tipi di delitti di mafia, che impediscono di godere di qualsiasi beneficio penitenziario legato ad un percorso di rieducazione e reinserimento. L'ergastolo ostativo è quell'ergastolo che porterà queste persone, un migliaio circa, ad uscire di galera, come si usa dire con cruda espressione, solamente "con i piedi in avanti". È la morte per pena, molto simile alla pena di morte. A meno che non barattino la loro vita con quella di qualcun'altro: potrebbero uscire vivi, gli ergastolani ostativi, solo se "collaborando" facciano chiamate di reità nei confronti di altri. Solo a quel punto le porte del carcere si potrebbero aprire. Ma "collaborare" nell'unico modo oggi preso in considerazione dallo Stato, facendo cioè incarcerare altri, non sempre è possibile, magari anche volendolo, per mille diverse ragioni, basti pensare alle ritorsioni nei confronti di figli e familiari tipici della criminalità organizzata. Senza contare che una "collaborazione" determinata da motivi egoistici non morire in carcere non necessariamente risulta sincera o veritiera, potendo rivelarsi calunniosa e non necessariamente restituisce alla società una persona migliore: ma questo ai Travaglio d'Italia non interessa, interessando loro solo la certezza della virile vendetta dello Stato, anche se contraria alla Costituzione. Il punto però è che il problema di questi detenuti è un problema del nostro Paese. Con il sistema attuale le mafie prosperano. È un dato di fatto. La storia e la cronaca testimoniano che le mafie non si sconfiggono solo a colpi di sentenze: per ogni mafioso condannato altre giovani leve sono pronte a prenderne il posto, essendo cresciute nel loro mito. Ciò che alimenta le mafie è una vera e propria sottocultura, che trae la sua forza dalle deteriori condizioni economiche, sociali e culturali in cui larghe fette di Paese vengono mantenute, anzitutto dalle mafie stesse, anche quando indossano il "vestito buono" della politica politicante. I 44 detenuti iscritti al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito sono stati assassini e stragisti, ciascuno almeno venti se non trenta anni fa. Ora sono altro, lo sono divenuti giorno dopo giorno, nei venti o trent'anni di reclusione che hanno subito e vorrebbero poter esser testimoni e testimonial di una dissociazione come quella che portò alla sconfitta del terrorismo che lo Stato invece sino ad ora si ostina a non prendere in alcuna considerazione. Per lo Stato o collabori o muori in carcere: questo è il modello fallimentare con cui combattere i fenomeni mafiosi. Il messaggio culturale che questi 44 detenuti potrebbero invece lanciare  e avrebbero potuto lanciare dal Congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito - è dirompente, soprattutto nei loro territori di provenienza, soprattutto per quelle giovani leve che oggi li considerano come esempi in quanto boss, killer o stragisti: la cultura mafiosa è sbagliata, è sottocultura, c'è un altro modo per poter vivere da uomini e donne in Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia ed è un modo che ripudia quella sottocultura mafiosa e sposa la legalità su cui solo si può fondare la pacifica e civile convivenza, quella legalità che solo lo Stato può garantire. Firmato ex boss ed ex assassini di mafia. Così, ancora una volta, la sottocultura dell'antimafia populista e di facciata si è contrapposta ad un'altra sottocultura, quella mafiosa. È il Paese, e non certo i Radicali o i 44 detenuti, ad aver perso un'occasione. Per ora. Perché essere speranza di lotta alla mafia - come hanno voluto essere con il coraggio civile maturato in decenni di detenzione questi 44 detenuti - significa non stare lì ad aspettare che qualcun'altro combatta la mafia per loro o per noi, magari solo con quegli strumenti messi in campo sino ad oggi e che hanno garantito alle mafie, come alle antimafie di facciata, lunga vita e prosperità.

Giustizia digitale, chiusa per ferie, scrive Guido Scorza il 22 luglio 2016 su “L’Espresso”. “A far data dal 21 luglio e sino al 7 settembre 2016 sarà consentito il solo deposito in maniera cartacea degli atti urgenti con esclusione del deposito telematico stante l’impossibilità a riceverli da parte del personale amm.vo e del magistrato titolare in quanto assenti per ferie”. Recita letteralmente così un avviso, firmato dal Presidente della Sezione Fallimentare del Tribunale di Napoli e rivolto a tutti i curatori delle procedure fallimentari. A leggerlo verrebbe da ridere se il funzionamento della Giustizia non fosse così importante sul piano economico e su quello democratico. Una manciata di righe piene zeppe di contraddizioni che sembrano, per davvero, lo scherzo di un burlone che ha rigirato il senso di una comunicazione con la quale si intendeva dire l’opposto ovvero che, in estate, per consentire a personale amministrativo ed a magistrati di prendere visione degli atti, anche se fuori dall’ufficio, il loro deposito deve necessariamente avvenire solo per via telematica. Eppure è tutto drammaticamente vero. Il Presidente di una Sezione di un Tribunale importante come quello di Napoli è costretto – perché è difficile credere che se non costretto, qualcuno sarebbe riuscito a concepire una regola tanto apparentemente illogica – a mettere nero su bianco che il tanto decantato processo civile telematico è chiuso per ferie e che durante i mesi estivi si ritorna alla sana e vecchia carta. Ma più che il divieto di procedere al deposito per via telematica, ciò che lascia davvero senza parole è la sua motivazione: “stante l’impossibilità a riceverli da parte del personale amm.vo e del magistrato titolare in quanto assenti per ferie”. Impossibile resistere alla tentazione di leggere e rileggere questa motivazione nella convinzione – o, almeno, nella speranza – di aver capito male e che il senso sia esattamente l’opposto. Può essere difficile – e, forse, persino impossibile - ricevere un atto depositato in forma cartacea ma come fa a considerarsi impossibile, nel 2016, ricevere un atto trasmesso per via telematica? Sarebbe intellettualmente disonesto però puntare l’indice contro il Presidente della Sezione fallimentare del Tribunale di Napoli – che, per inciso, non è certamente né il primo, né l’unico ad aver dovuto stabilire certe regole – dimenticando che, evidentemente, se si arriva a certi tragicomici epiloghi è perché, ad oltre tre lustri dall’entrata in vigore della prima disciplina sul processo civile telematico, sistemi ed interfacce continuano ad essere disegnati, progettati ed implementati in modo tale da complicare la vita agli utenti del sistema giustizia anziché semplificarla. Che la giustizia digitale debba chiudere per ferie prima e più di quella cartacea è, veramente, una barzelletta dal retrogusto amaro. [Grazie a Matteo G.P. Flora per la segnalazione]

La diseguaglianza della giustizia, scrive Michele Ainis il 22 luglio 2016 su "La Repubblica". La Giustizia è un treno a vapore. Ma non tutte le tratte ferroviarie sono lente, non tutti i convogli procedono a passo di lumaca. Dipende dai macchinisti, dipende inoltre dai binari: come mostra l'analisi dei dati pubblicata oggi su questo giornale, la velocità dei tribunali cambia notevolmente da un angolo all'altro del nostro territorio. E alle deficienze s'accompagnano, talvolta, le eccellenze. Solo che gli italiani non lo sanno, non conoscono le performance dei diversi uffici giudiziari. È un paradosso, giacché nella società online siamo tutti nudi come pesci. Un clic in Rete e puoi scoprire usi e costumi del tuo vicino di casa, del collega d'ufficio, del compagno di banco. Sono nude anche le amministrazioni pubbliche, da quando un profluvio di decreti ha reso obbligatoria l'"Amministrazione trasparente": quanto guadagna il Capo di gabinetto e dov'è situato il gabinetto, nulla più sfugge ai controlli occhiuti dell'utente. Anzi: il "decreto Trasparenza" del ministro Madia ha appena introdotto l'istituto dell'accesso civico, permettendo a ciascun cittadino d'accedere - senza alcun onere di motivazione - ai dati in possesso delle amministrazioni locali e nazionali, dal comune di Roccacannuccia alla presidenza del Consiglio. Sennonché troppe informazioni equivalgono di fatto a nessuna informazione. Dal pieno nasce il vuoto, come mostra la condizione del diritto nella patria del diritto: migliaia di leggi, migliaia di regole che si contraddicono a vicenda, sicché in ultimo ciascuno fa come gli pare. Anche l'eccesso di notizie offusca le notizie, le sommerge in una colata lavica. E spesso ci impedisce di trovare l'essenziale, l'informazione di cui abbiamo bisogno per davvero. Quando c'è, naturalmente. Perché talvolta manca proprio l'essenziale. Un esempio? La giustizia, per l'appunto. Grande malata delle nostre istituzioni, su cui s'addensa - di nuovo - un fiume di libri, analisi, commenti. Per lo più autoreferenziali, come i temi su cui discetta la politica: di qua la separazione delle carriere fra giudici e pm, oppure i tempi della prescrizione; di là un estenuante contenzioso sulla legge elettorale. Ma è davvero questo che interessa ai cittadini? Un bel saggio appena pubblicato dal Mulino (Daniela Piana, Uguale per tutti?, 226 pagg., 20 euro) rovescia l'usuale prospettiva. L'eguaglianza davanti alla legge - osserva infatti la sua autrice - è il caposaldo dello Stato di diritto. Ne discende, a mo' di corollario, che l'applicazione delle leggi sia sempre impersonale, dunque garantita da giudici obiettivi e indipendenti, senza oscillazioni, senza asimmetrie fra i tribunali. Ma non è così, non è questa la norma. Perché, di fatto, in Italia vige una forte diseguaglianza nell'accesso alla giustizia, nelle opportunità di tutela dei diritti. Dipende dalla discontinuità del nostro territorio, dalla forbice socio-economica che divide Mezzogiorno e Settentrione. Dipende da storture organizzative ma altresì comunicative, psicologiche. Insomma, non basta misurare l'universo normativo per misurare la giustizia. Conta piuttosto la percezione dei cittadini, che a sua volta deriva da fattori extragiuridici, esterni alla dimensione del diritto. Quanto sia complicato, per esempio, raggiungere i tribunali, orientarsi al loro interno, prelevarne documenti. Come tradurli nella lingua che parliamo tutti i giorni. Il costo d'ogni causa. La percentuale di successo dei diversi avvocati che operano nello stesso territorio. Quando verrà fissata l'udienza per una procedura di divorzio o per il recupero d'un credito. Quale sia la probabilità di soccombere in una controversia civile, rispetto alle statistiche di quel particolare ufficio giudiziario. I tempi dei processi del lavoro, delle liti condominiali, delle cause di sfratto. Sono queste le informazioni essenziali, è questo che interessa al cittadino prima di bussare al portone della legge. Se non so come funziona il tribunale della mia città, non potrò avvalermene per tutelare i miei diritti. Oppure dovrò farlo al buio, tirando in aria i dadi. Da qui una richiesta, anzi un'ingiunzione in carta bollata: fateci sapere. Scrivete tutti questi dati sui siti web dei tribunali, cancellando il sovrappiù che genera soltanto confusione. O lo fate già? Magari ci siamo un po' distratti, meglio controllare. Con un'indagine a campione fra tre tribunali di provincia, al Sud, al Centro, al Nord. Messina: che bello, qui c'è un link su "Amministrazione trasparente". Ci guardi dentro, però trovi soltanto l'indice di tempestività dei pagamenti ai fornitori. Meglio che niente, ma per te che non sai ancora se intentare causa è niente. Rieti: l'immagine d'un edificio anonimo, qualche sommaria informazione. In compenso tutti i dettagli sulla festività del Santo Patrono. Parma: niente anche qui, tranne una carrellata d'udienze rinviate. E un servizio indispensabile: il Servizio di anticamera del Presidente del Tribunale. A questo punto blocchi il mouse, però prima d'arrenderti non rinunci a visitare il sito del palazzo di giustizia più famoso: Milano. Più che un tribunale, un tempio, dove la seconda Repubblica (con Tangentopoli) ricevette il suo battesimo. Strano, proprio lì manca una foto del palazzo, che resta perciò invisibile ai fedeli. Tuttavia c'è una lieta sorpresa: il link con tutte le tabelle sugli arretrati del tribunale milanese, nonché sulle politiche intraprese per smaltirli. Peccato che i dati siano fermi al 2010, quando al governo c'era ancora Berlusconi, quando il papa si chiamava Benedetto XVI. Ma dopotutto si tratta d'un esercizio di coerenza: nella giustizia italiana è in arretrato pure l'arretrato.

I giudici arroccati nelle loro “garanzie” rendono la legge diseguale per tutti. Orlando sulla prescrizione e un libro della politologa Piana, scrive Marco Valerio Lo Prete il 28 Giugno 2016 su "Il Foglio”. Ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in visita ad alcuni uffici giudiziari siciliani, ha detto che “non esiste un nord e un sud nell’ambito della giustizia”. E quella che a una prima lettura potrebbe apparire come una carezza buonista a tutto il sistema, contiene in realtà un messaggio critico che gli addetti ai lavori hanno carpito. “Dalle performance legate alle prescrizioni, emerge che nello stesso paese, con le stesse leggi e spesso anche con le stesse condizioni materiali, ci sono uffici che hanno, rispetto ai procedimenti sottoposti, il 30-40 per cento di prescrizioni e altri che stanno sotto il 2 o l’1 per cento. E anche in questo caso non sono le solite Trento e Bolzano, che vengono sempre citate come realtà virtuose: sono spesso, invece, uffici del Mezzogiorno, uffici di frontiera che però sono in grado di dare una risposta perché nel corso del tempo hanno prodotto elementi di innovazione organizzativa”, ha detto Orlando. In altre parole: cari magistrati, rimboccatevi le maniche, perché tante delle attuali disfunzioni del pianeta giustizia non sono colpa del governo ladro ma dipendono da voi. E’ questa una delle riflessioni al centro dell’ultimo libro della politologa Daniela Piana, pubblicato dal Mulino e intitolato “Uguale per tutti? Giustizia e cittadini in Italia”. Con linguaggio scientifico, quasi asettico, la studiosa dell’Università di Bologna mette in dubbio che l’uguaglianza di fronte alla legge sia oggi garantita a tutto tondo nel nostro paese. Con indagini sul campo e dati alla mano, l’autrice sottolinea infatti che “il diritto garantisce” ma “la funzione rende reale ed effettiva tale garanzia. Fra il diritto e la funzione (rendere giustizia) intervengono diversi fattori”, che a loro volta influenzano “quelle variabili che rendono diseguale o potenzialmente diseguale l’accesso alla giustizia resa al cittadino e alla collettività”. Un procedimento di diritto del lavoro viene definito nel distretto di Milano in 280 giorni in media (meno di 10 mesi), contro i 1.371 giorni di media (quasi quattro anni) nel distretto di Bari; allo stesso tempo, all’interno del distretto di Milano, una causa di diritto della famiglia si chiude in 142 giorni a Busto Arsizio e 258 giorni a Milano, poi – nel distretto di Bari – in 447 giorni a Foggia e in 536 giorni a Trani. Per la politologa Piana “non trova riscontro nella realtà dei fatti” l’ipotesi che “maggiore è il numero dei magistrati che lavorano in un tribunale, maggiore la performance e minore il numero di giorni per definire i procedimenti”. Infatti “ad Ancona la scopertura dell’organico togato è del 17 per cento, mentre a Belluno del 18 per cento. I tempi medi del primo ufficio sono di 224 giorni, mentre nel secondo 326. Palermo ha una scopertura dell’organico togato dell’11 per cento, mentre Milano del 16 per cento. I tempi medi di Palermo sono 436, quelli di Milano 229”. Piuttosto sembra incidere di più, secondo Piana, il personale amministrativo presente nei tribunali. Anche qui, però, non è questione di “quantità”: “Il rapporto Cepej (del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato nel 2014 rileva che solo il 2,5 per cento del personale non togato (cioè del personale non appartenente al corpo dei magistrati) è specializzato in management”. Nel resto d’Europa va diversamente: il tentativo di offrire una risposta in termini di professionalità ed efficienza ha spinto gli uffici giudiziari di altri paesi, come l’Olanda, ad avvalersi sistematicamente di figure professionali specializzate in management e accounting. D’altronde mentre il budget allocato complessivamente per il comparto nel nostro paese è in linea con gli standard europei – l’1,5 per cento del pil, come in Germania, il doppio del Belgio (0,7), poco meno di Francia (1,9) e Paesi Bassi (2) –, noi ci caratterizziamo per una ripartizione delle stesse risorse particolarmente generosa verso il solo sistema giudiziario (i tribunali) e sparagnina invece nei confronti degli utenti (vedi per esempio il patrocinio a spese dello stato). “I dati del Cepej mostrano che nel 2008 l’Italia spende 1,9 euro per cittadino per l’accesso alla giustizia contro una media europea di 7,2”. Così non c’è da meravigliarsi se sui media hanno trovato eco negli ultimi anni le proteste per l’eliminazione di tutte le sezioni distaccate dei tribunali, come anche la cancellazione di 31 tribunali e di 31 procure, avviate dal governo Monti, mentre è passato quasi sotto silenzio il fatto che “le recenti analisi dell’Osservatorio per il monitoraggio degli effetti sull’economia delle riforme della giustizia istituito dal ministro della Giustizia Orlando (…) hanno mostrato che la revisione della geografia giudiziaria ha comportato un miglioramento generale dei tempi con cui vengono definiti i procedimenti”. E’ l’organizzazione, bellezza! La politologa Piana lo ripete e lo dimostra, senza addossare croci in maniera preconcetta, rilevando che anche la politica preferisce annunciare il cambiamento senza poi seguire da vicino “il governo del cambiamento”. La sorte della riforma Mastella docet: solo nel 2015, a otto anni dall’entrata in vigore di quella legge, il Consiglio superiore della magistratura ha stilato incentivi e meccanismi di valutazione previsti dal testo per gli incarichi diretti e semidirettivi. Ecco spiegato perché “l’Italia è un paese che si è lungamente qualificato per un alto grado di garanzie ordinamentali e processuali e al contempo per un basso rendimento nella risposta resa al cittadino”. Siamo il paese con le norme e le garanzie per i giudici “più belle del mondo” ma allo stesso tempo il paese più condannato dalle corti europee per la lunghezza dei processi e quello in cui sono peggiori gli indicatori oggettivi e soggettivi sullo stato di diritto.

Una giustizia giusta, fino a prova contraria, scrive Silvia Dalpane il 20 luglio 2016 su “Il Dubbio”. Presentato il movimento fondato da Annalisa Chirico. Significativa la testimonianza dell'infermiera di Piombino, vittima di un vero e proprio processo mediatico. Fino a prova contraria. Un principio giuridico, un auspicio, che dà il nome al nuovo movimento presieduto dalla giornalista Annalisa Chirico: «Siamo stanchi di una giustizia ostaggio delle schermaglie politiche, che pregiudica anche la qualità della democrazia». Alla presentazione in Piazza Colonna la testimonianza più forte è stata quella di Fausta Bonino, l'infermeria di Piombino vittima di un processo mediatico che l'ha trasformata in mostro. Dopo 21 giorni in carcere con l'accusa, tremenda, di aver ucciso 13 pazienti in corsia, è stata scarcerata dal Tribunale del Riesame di Firenze, che ha sconfessato l'indagine della procura di Livorno: «Sono qui perchè spero che cambi qualcosa. Sono stata sbattuta in galera con grande clamore. Non lo auguro a nessuno, la mia vita è cambiata per sempre. Sono giunta peraltro all'amara constatazione che se non si hanno soldi o supporto non se ne esce fuori, perché non avrei potuto consultare i periti che sono stati fondamentali». Eloquenti i dati raccolti dai promotori del movimento: in Italia ci vogliono in media 600 giorni per arrivare al giudizio di primo grado nelle cause civili. Soltanto Malta fa peggio di noi; in Francia ne bastano 300, in Germania 200. A Foggia, Salerno e Latina il 40% dei processi si protrae da oltre tre anni. In video-collegamento il presidente dell'Autorità nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, che ha rimarcato quanto questa lentezza incida in termini di competitività. L'Italia infatti è soltanto l'ottavo paese dell'Unione Europea per investimenti provenienti dagli Usa, mentre logica vorrebbe che fosse almeno sul podio: «Le classifiche internazionali vengono utilizzate per scegliere se portare o meno i capitali in alcuni paesi. Gli imprenditori vogliono certezze sulla durata delle controversie e prevederne gli esiti». Il giudice costituzionale Giuliano Amato ha indicato dei possibili correttivi: «Ero ragazzo quando ho sentito parlare per la prima volta di riforma della giustizia. Bisognerebbe rafforzare i filtri che in campo penale precedono l'intervento dell'inquirente e del giudicante. Qualunque illecito amministrativo diventa automaticamente penale, anche perché i pm italiani hanno la capacità di individuare potenziali irregolarità e fattispecie di reato che altrove non esistono. Negli uffici arrivi di tutto, senza prima essere setacciato». L'ex presidente del consiglio indica negli Usa l'esempio da seguire: «Siamo molto più lenti di loro, che hanno soltanto due gradi di giudizio invece di tre. Puntano a chiudere in fretta le controversie, mentre noi inseguiamo per anni la chimera della verità assoluta. Spesso l'appello è più lungo del primo grado: un'inciviltà difficile da comprendere e accettare». Dall'ex ministro è arrivato anche un riferimento, forte, all'attualità: «Il caso Cucchi urla vendetta, quelle immagini fanno male. Evidentemente all'interno di alcune categorie c'è ancora oggi dell'omertà». Il confronto con il modello statunitense è stato approfondito grazie all'intervento dell'ambasciatore americano a Roma, John R. Phillips: «Gli investitori spesso non sbarcano in Italia per via di un sistema legale ritenuto inaffidabile. Negli Usa e in molti altri paesi europei i procedimenti viaggiano molto più spediti. Da noi è stata determinante la quantificazione di un limite alla produzione degli incartamenti da parte degli avvocati, che può essere derogato soltanto in casi eccezionali. Anche la digitalizzazione ha rappresentato un evidente passo avanti rispetto al cartaceo». Smaltimento degli arretrati e esaustività delle pronunce di primo grado gli altri capisaldi di un modello al quale l'Italia è chiamata a ispirarsi: «Negli Usa ci sono metodi alternativi per risolvere le dispute. Le parti raggiungono un compromesso in tempi brevi e addirittura il 90% dei casi viene archiviato senza processo. Rispetto all'Italia si arriva al grado successivo di giudizio soltanto quando possono essere contestate questioni di diritto e non di fatto. Mediamente la Corte Suprema è chiamata a pronunciarsi soltanto 80 volte l'anno». Non è mancato un riferimento all'indagine della Procura di Trani, che denunciò possibili interessi speculativi da parte di una nota agenzia di rating: «Alcuni dirigenti di Standard & Poor's sono stati accusati dopo avere declassato i conti italiani. La criminalizzazione dei comportamenti negligenti ha rappresentato un grande deterrente per imprenditori e amministratori delegati. Ecco perché si allontanano: in Italia i rischi sono troppo alti». Per l'ex ministro della Giustizia Paola Severino l'Italia deve compiere tanti progressi anche dal punto di vista culturale: «La corruzione emerge a tanti livelli. Ancora oggi chi paga le tangenti viene considerato più furbo degli altri, mentre sta commettendo un grave delitto. A Hong Kong hanno insegnato ai bambini dell'asilo che corrompere è reato e hanno sgominato il fenomeno. Da bambina mia madre mi fece restituire una mela e mi disse che si vergognava di me, che l'avevo rubata. Tante famiglie dovrebbero imitarla. La prevenzione e l'applicazione delle regole vengono prima della repressione». Il presidente dell'Unione delle camere penali Beniamino Migliucci condivide i principi ispiratori di Fino a prova contraria: «Bisogna recuperare alcuni valori del processo liberale democratico: la presunzione d'innocenza, la separazione delle carriere e il ragionevole dubbio. Troppo spesso si dà importanza ai risultati delle indagini o alle sentenze di primo grado. Il giustizialismo invece non è proficuo. L'opinione pubblica è influenzata molto dai media e va formata in modo differente. È come con le malattie: quando riguardano gli altri non ci si rende conto di cosa rappresentino nè come vadano affrontate». Un punto ribadito da Giovanni Fiandaca, docente di diritto penale all'università di Palermo: «Parte del sistema mediatico è molto appiattita sull'attività giudiziaria. Alcuni giornalisti hanno un rapporto privilegiato con i magistrati e quindi non possono essere sufficientemente critici. Prese di posizione oggettivamente discutibili non vengono approfondite sul serio, con un approccio intellettuale autonomo». Vi sono comunque esempi virtuosi. I 22 tribunali delle imprese hanno risolto il 70% dei casi a loro sottoposti in meno di un anno. «Rappresentano un'esperienza felicissima e hanno accorciato moltissimo i tempi del diritto civile. Andrebbero estesi all'ambito penale», ha aggiunto la Severino. Torino, grazie all'impegno del magistrato Mario Barbuto, ha smaltito il 26% di arretrati, imponendosi come modello di organizzazione: «Prima della legge Pinto alcuni processi si erano dilungati per 15 o addirittura 30 anni e avevamo subito ben quindici condanne della Corte Europea. La vergogna mi ha imposto un differente programma di gestione, improntato su una statistica comparata di 24 parametri. L'Osservatorio ci ha consentito di studiare le performances di 140 tribunali italiani e non sono mancate le sorprese». Smentiti tanti luoghi comuni: «Non è vero che la giustizia è in crisi dappertutto. 28 uffici giudiziari superano le medie europee. Il pieno organico non è sinonimo di maggiore efficienza e neppure gli indici di litigiosità o criminalità incidono in modo determinante. Non vi è una questione meridionale: Marsala è il secondo tribunale in Italia per velocità dei processi. E i carichi esigibili non sono affatto una soluzione. D'altronde è come se gli ospedali esponessero un cartello per annunciare che i medici cureranno soltanto i primi 150 pazienti e che tutti gli altri dovranno arrangiarsi...».

Chirico: «Il mio corpo è uno strumento di lotta...» Intervista di Errico Novi del 15 luglio 2016 su "Il Dubbio". «Marco è stato un grande maestro e mi ha insegnato a essere sfacciata come le persone che hanno idee forti. Il privato è anche politico, non concepisco l’ipocrisia della separazione tra le due vite». Bisogna essere sfacciati per mettersi a parlare di giustizia dalla parte degli indagati, per sfidare il mainstream forcaiolo. E ad Annalisa Chirico il coraggio non manca, l’entusiasmo neppure né una splendida indole pannelliana che «mi porta a considerare il mio corpo uno strumento di lotta: l’ho imparato da quel gigante che è Marco Pannella, certo». E adesso questa giornalista che con un’intervista a un togato del Csm è capace di far scoppiare un caso istituzionale da restare nella storia di Palazzo dei Marescialli, presiede un movimento che «intende promuovere una vera riforma del sistema giudiziario italiano». Si chiama “Fino a prova contraria”, è una specie di bandiera con su impresso l’articolo 27 della Costituzione e ha in programma un incontro per martedì prossimo a Palazzo Wedekind intitolato “Cambiamo la giustizia per cambiare l’Italia”, con il giudice costituzionale Giuliano Amato, il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, il professor Giovanni Fiandaca, il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin e il numero uno delle Camere penali Beniamino Migliucci, oltre ai giuristi, imprenditori e magistrati che Annalisa ha coinvolto nella sua associazione.

Di questi tempi si rischia, a mettersi contro il mainstream giustizialista.

«Be’ ci sono polemiche persino per il fatto che alla presentazione interverrà Fausta Bonino, l’infermiera di Piombino che i pm continuano a inseguire armati di manette fino in Cassazione, e l’ex ergastolano Giuseppe Gulotta che si è fatto 22 anni di carcere prima di vedersi dichiarato innocente. Noi comunque non ci proponiamo come un’associazione di vittime della giustizia ma per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla patologia del processo mediatico, un caso tutto italiano che si regge sulla commistione incestuosa tra giornalisti e magistrati».

Andate controvento.

«Sono contenta del riscontro che abbiamo trovato già dal giorno del battesimo a Villa Taverna con l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, mi pare che siamo già riusciti a conquistare una certa autorevolezza. Già ci riconoscono come movimento che si batte per una giustizia più efficiente in funzione di un Paese più competitivo. Sono soprattutto gli stranieri che hanno bisogno di essere rassicurati sul funzionamento del processo, in Italia. Gli americani sono rimasti choccati dal caso Amanda Knox. La grandissima parte dell’opinione pubblica Usa è rimasta incredula nello scoprire che con il sistema processuale italiano si può essere dichiarati innocenti dopo quattro anni di carcere. Ci sono altre vicende in cui il collegamento con il sistema economico è ancora più netto».

Ad esempio?

«Il caso Ilva, in cui un polo siderurgico di livello mondiale è già stato oggetto di sequestri di beni alle persone nonostante, dopo diversi anni, si sia ancora alle battute iniziali del processo».

Fai esempi che difficilmente possono intenerire l’opinione pubblica assetata di condanne.

«E invece io credo che già ora qualcosa tenda a cambiare. Ci sono episodi che segnano un passaggio, lo fu il cosiddetto referendum Tortora che raccolse un consenso fortissimo. Credo che oggi la battaglia in difesa delle garanzie per le persone indagate, degli imputati, possa far breccia nell’opinione pubblica. Anche grazie al fatto che il re, cioè la magistratura, è nudo».

A cosa ti riferisci.

«Agli episodi che hanno spezzato l’incantesimo del magistrato infallibile: penso a quando si è scoperto il valore degli immobili di Di Pietro, al capitombolo elettorale di Ingroia, alla giudice Silvana Saguto coinvolta nello scandalo di Palermo sui beni confiscati, a un caso come quello di Morosini che racconta in un’intervista come la corrente Md intenda impegnarsi contro il governo sul referendum costituzionale».

Quell’intervista c’è stata o no?

«Mi attengo alla prima smentita di Morosini, in cui parlò di colloquio informale che lui riteneva non avrebbe dovuto essere inteso come intervista».

Tu perché l’hai inteso come intervista?

«Perché a un certo punto ho cominciato a prendere appunti sul taccuino, e davo per scontato che lui avesse compreso la mia intenzione di riportare le sue parole. D’altronde mi era parso che lui potesse essere interessato a rendere pubbliche quelle considerazioni per giochi interni alla sua corrente».

E invece?

«E invece lui pensava che prendessi appunti chissà perché. Dopo il comunicato dell’Anm e l’intervento del guardasigilli ha pronunciato una smentita completa, per mettersi in salvo. Io a quel punto, per la simpatia che ho nei suoi confronti, sono rimasta silente».

Vi siete più sentiti?

«Come no. Siamo rimasti in buoni rapporti».

Davvero? Non ti ha sbranato al telefono?

«No. Sa che non ho infierito, né lo ha fatto il mio giornale, il Foglio».

I togati del Csm sono impreparati all’esposizione mediatica?

«I magistrati in generale usano la comunicazione benissimo. E ci riescono grazie al fatto che quasi tutti, a cominciare dai giornaloni, ben si guardano dal far loro le pulci come fanno con i politici».

Sei stata provocatoria con il libro Siamo tutte puttane, continui a esporti in modo temerario: esagero se dico che in questo sei un po’ pannelliana?

«Io mi considero pannelliana, considero il mio corpo uno strumento di lotta, l’ho imparato dai radicali, anche grazie al lavoro fatto all’Strasburgo quando Marco era deputato europeo. Lui è stato un grande maestro e mi ha insegnato a essere sfacciata come le persone che hanno idee forti. Il privato è anche politico, non concepisco l’ipocrisia della separazione tra le due vite. Le cose che scrivo e che porto avanti costituiscono un unico habitat umano con il modo in cui vivo e le persone che conosco».

Ecco, ma prima o poi il Fatto ti toglierà la pelle di dosso.

«Il Fatto si è già occupato di me e dei miei fidanzati veri o presunti in varie occasioni. Ho molta simpatia per Marco Travaglio, un uomo eccentrico e incline allo spettacolo».

A proposito di simpatie: con Chicco Testa vi siete lasciati così male?

«Lasciati? Ma che dici?»

Lo hai scritto tu sul Giornale di Sallusti.

«Macché. È qui vicino a me mentre parlo al telefono. Quell’articolo aveva un tono letterario, parla di Becoming, il memoir della Williams su come si risorge dopo una separazione».

E se d’improvviso sparissi e ti limitassi a scrivere senza apparire mai?

«Non potrei mai scrivere semplicemente degli articoli. Porto avanti delle battaglie proprio perché scrivo quello che Annalisa pensa».

Carceri "Negli ultimi 50 anni incarcerati 4 milioni di innocenti". Decine di innocenti rinchiusi per anni. Errori giudiziari che segnano le vite di migliaia di persone e costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali, scrive Romina Rosolia il 29 settembre 2015 su "La Repubblica". False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona. E' così che decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse - ingiustamente - dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali italiane. Quanto spende l'Italia per gli errori dei giudici? La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con formula piena. Solo nel 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3% dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012, lo Stato ha dovuto spendere 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente detenuti negli ultimi 15 anni. In pole position nel 2014, tra le città con un maggior numero di risarcimenti, c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi). Errori in buona fede che però non diminuiscono. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sarebbero 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Sui casi di mala giustizia c'è un osservatorio on line, che da conto degli errori giudiziari. Mentre sulla pagina del Ministero dell'Economia e delle Finanze si trovano tutte le procedure per la chiesta di indennizzo da ingiusta detenzione. Gli errori più eclatanti. Il caso Tortora è l'emblema degli errori giudiziari italiani. Fino ai condannati per la strage di via D'Amelio: sette uomini ritenuti tra gli autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta il 19 luglio 1992. Queste stesse persone sono state liberate dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi in regime di 41 bis. Il 13 febbraio scorso, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. Altri casi paradossali. Nel 2005, Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini, venne condannata con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Tra gli ultimi casi, la carcerazione e la successiva liberazione, nel caso Yara Gambirasio, del cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l'omicidio della ragazza. Sono fin troppo frequenti i casi in cui si accusa un innocente? Perché la verità viene fuori così tardi? Perché non viene creduto chi è innocente? A volte si ritiene valida - con ostinazione - un'unica pista, oppure la verità viene messa troppe volte in dubbio. Forse, ampliare lo spettro d'indagine potrebbe rilevare e far emergere molto altro.

ASSOLTI. PERO’…

Assolti? C’è sempre un però, scrive Michele Ainis su “Il Corriere della Sera” l’11 novembre 2015. E go te absolvo, sussurra il prete dietro la grata del confessionale. Ma se lo dice il giudice allora no, non vale. In Italia ogni assoluzione è un’opinione, per definizione opinabile o fallace; e d’altronde ogni processo è già una pena, talvolta più lunga d’un ergastolo. Ultimo caso: Calogero Mannino. L’ex ministro democristiano arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa, prosciolto 25 anni più tardi dalla Cassazione, dopo una giostra d’appelli e contrappelli, dopo 22 mesi di detenzione, dopo la gogna e la vergogna. E adesso assolto di nuovo in primo grado nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Reazioni: sì, però... C’è sempre un però, c’è sempre una virgola della sentenza d’assoluzione che si lascia interpretare come mezza condanna (in questo caso l’insufficienza delle prove), o magari c’è una dichiarazione troppo esultante del prosciolto, un suo tratto somatico tal quale la smorfia di Riina, una corrente d’antipatia che nessun verdetto giudiziario riuscirà mai a sedare. Mannino sarà anche innocente, però non esageri, ha detto l’ex pm Antonio Ingroia in un’intervista a Libero. Lui invece esagera, come fanno per mestiere i romanzieri; e infatti ci ha promesso in dono un romanzo col quale svelerà le intercettazioni di Napolitano. Peccato che pure stavolta ci sia di mezzo una sentenza, oltretutto firmata dal giudice più alto. Giacché nel 2013 la Corte costituzionale - per tutelare la riservatezza del capo dello Stato - impose l’immediata distruzione dei nastri registrati, e dunque i nastri sono stati inceneriti, anche se nessuno può incenerire la memoria di chi li ascoltò a suo tempo. Come Ingroia, per l’appunto. Risultato: la Consulta ha sancito l’innocenza «istituzionale» dell’ex presidente, l’ex magistrato ne dichiara la colpa. Risultato bis: anche in questo caso non conta il giudizio, conta il pregiudizio. Potremmo aggiungere molte altre figurine a quest’album processuale. Potremmo rievocare le maestre di Rignano: nel 2006 imputate di violenza sessuale sui bambini, assolte per due volte in tribunale, però sempre colpevoli secondo i genitori, tanto che hanno smesso d’insegnare. O altrimenti potremmo citare il caso di Raffaele Sollecito: assolto anche lui per il delitto di Perugia, dopo un ping pong giudiziario di 8 anni; qualche giorno fa vince un bando della Regione Puglia per creare una start up, e s’alzano in coro gli indignati. Insomma, alle nostre latitudini l’unica prova certa è quella che ti spedisce in galera, non la prova d’innocenza. E allora la domanda è una soltanto: perché? Quale virus intestinale ci brucia nello stomaco, trasformandoci in un popolo incredulo e inclemente? Chissà, forse siamo colpevolisti perché abbiamo perso l’innocenza: la nostra, non la loro. Perché siamo vecchi e sfiduciati, dunque non crediamo più nei giudici come nei partiti, come nei sindacati, come nelle chiese. Perché la giustizia ci ha deluso, e in effetti la storia è costellata d’errori giudiziari. Però sono più i dannati dei salvati: Dreyfus (Francia, 1894), Sacco e Vanzetti (Usa, 1927), Girolimoni (sempre nel 1927, ma in Italia), Valpreda (1969), Tortora (1983). Altrettante vittime innocenti d’uno strabismo processuale, nonostante il doppio grado di giudizio, nonostante il riesame in Cassazione. Domanda: ma se una sentenza può sbagliare, perché a un certo punto diventa inappellabile? Risposta: perché la verità assoluta non è di questo mondo, perché dobbiamo contentarci di verità parziali, convenzionali. E perché il diritto tende alla certezza, non alla comprensione filosofica. Quando ci rifiutiamo di prenderlo sul serio, quando respingiamo i suoi verdetti, la nostra insicurezza diventa ancora più acuta. 

Errori giudiziari: una nuova vergogna. Nella Legge di stabilità 2016 il governo ha dimezzato i risarcimenti della legge Pinto per i processi troppo lenti. Rendendoli ancora più difficili, scrive Maurizio Tortorella il 15 gennaio 2016 su "Panorama". I radicali, grazie alla testa e alla penna di Deborah Cianfanelli, avvocato spezzino da tempo impegnato nella difesa dei diritti civili, hanno appena pubblicato uno studio che (come troppo spesso accade ai radicali) è passato in assoluto silenzio. Ed è un peccato, perché lo studio descrive come processi lenti e errori giudiziari in Italia siano ormai divenuti parte della nostra bancarotta economica. Cianfanelli ha analizzato i risultati della cosiddetta legge Pinto, la n. 89 del 2001, varata dal governo del premier Giuliano Amato. La norma stabilisce una "corretta durata dei processi" individuandola in tre anni per il primo grado, in due anni per il secondo grado, in un anno per la Cassazione. Quando fu varata, 14 anni fa, la norma cercava di fare argine a migliaia di richieste di risarcimento per la lentezza dei processi penali e civili approdati presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. I radicali stimano che il costo provocato dalla Legge Pinto sui conti pubblici sia di circa un miliardo di euro l’anno, quasi il doppio di quanto calcola oggi il governo. Alla cifra vanno poi aggiunti200 milioni circa per i risarcimenti da ingiusta detenzione, originati all’incirca da altri 2 mila procedimenti l’anno. Il numero di cause basate sulla legge Pinto è in continuo aumento: i ricorsi erano 3.580 nel 2003, saliti a 49.730 nel 2010, a 53.320 nel 2011, a 52.481 nel 2012, a 45.159 nel 2013, l’ultimo anno con dati ufficiali. Se si tiene conto che la media del rimborso liquidato è di ottomila euro, si arriva velocemente a cifre stellari. Bene. Che cosa ha deciso di fare, il governo, di fronte a questo disastro giudiziario ed economico? Forse intervenire per accelerare in qualche modo i tempi medi del processo? Macché. I radicali denunciano che anzi la Legge di stabilità 2016 (all’articolo 56 del titolo nono) ha introdotto silenziosamente alcuni importanti modifiche alla legge Pinto, al solo scopo di "renderne molto difficile se non meramente eccezionale la possibilità d’accesso". Il problema è stato brutalmente risolto alla fonte, insomma: se la legge Pinto costa troppo, rendiamo più difficili gli indennizzi. I trucchi adottati sono molto insidiosi: per avere diritto a presentare ricorso, l’imputato di un processo penale deve presentare l’istanza di accelerazione delle udienze "almeno sei mesi prima del decorso del termine ragionevole di durata". Quando il suo giudizio arriva in Cassazione, l’imputato deve fare istanza "due mesi prima dello spirare del termine di ragionevole durata". La legge stabilisce poi che è "insussistente" il pregiudizio da irragionevole durata del processo nel caso d’intervenuta prescrizione del reato. "Ancora una volta" scrive Cianfanelli "anziché cercare di porre in essere rimedi strutturali in grado di riportare il sistema giustizia sui binari della legalità, si cerca di aggirare l’ostacolo rendendo inaccessibile la strada al risarcimento del danno". Parole sante. Anche perché, non contento, il legislatore ha praticamente dimezzato i valori dei risarcimenti. L’ultima Legge di stabilità stabilisce infatti che il giudice dovrà liquidare "una somma non inferiore a euro 400 euro e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo". Per fare un confronto, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che non è certo il giudice di prima istanza in materia, individua oggi il parametro dell’indennizzo in mille-millecinquecento euro per ogni anno di processo Giustizia italiana, mala e pidocchiosa.

Incubo carcere preventivo: quattro milioni di innocenti. In 50 anni troppe vittime hanno subìto l'abuso della detenzione. E i pm insistono nonostante le nuove regole. Il caso di Mantovani, scrive Andrea Camaiora Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. La carcerazione preventiva recentemente inflitta all'ormai ex vicepresidente di Regione Lombardia Mario Mantovani offre tristemente un nuovo spunto per affrontare l'annosa questione della carcerazione preventiva. Qual è la situazione nel nostro Paese? Nel 2009, il numero dei detenuti in custodia cautelare era di 29.809, pari al 46% del totale della popolazione carceraria; il dato di oggi è di 18.622, il 34,5%. Questi dati rivelano come troppe volte l'applicazione della custodia cautelare non costituisca l'extrema ratio, così come previsto dalla nuova disciplina in merito voluta dal Guardasigilli, Andrea Orlando, ma assuma connotati diversi, come quelli di un'anticipazione della pena. In molte occasioni i destinatari di misure cautelari personali vengono, dopo anni, assolti: i numeri parlano chiaro, dal 1991, lo Stato ha pagato quasi 600 milioni di euro a più di 20 mila persone per riparazione per ingiusta detenzione, anche per effetto di sentenze definitive che hanno assolto persone che erano state arrestate. Negli ultimi 50 anni, 4 milioni, ebbene sì, 4 milioni di cittadini sono stati prima dichiarati colpevoli, quindi arrestati e infine rilasciati perché innocenti. Dal 1991 al 2012 lo Stato ha dovuto spendere 600 milioni di euro per risarcire chi è stato indebitamente arrestato. E il dato ulteriormente negativo è che questa dinamica non accenna a diminuire, anzi aumenta. Nel 2014 le somme spese dallo Stato per le riparazioni per ingiusta detenzione sono aumentate del 41% rispetto al 2013. La nuova normativa è più che limpida sull'imposizione o meno della detenzione carceraria. Per giustificare il carcere, il pericolo di fuga o di reiterazione del reato non deve essere soltanto concreto ma anche «attuale». Il giudice non può più desumere il pericolo solo dalla semplice gravità e modalità del delitto. Per privare della libertà una persona l'accertamento dovrà coinvolgere elementi ulteriori, quali i precedenti, i comportamenti, la personalità dell'imputato. Anche gli obblighi di motivazione si sono intensificati. Il giudice che decide per il carcere non potrà infatti più limitarsi a richiamare gli atti del pm, ma dovrà dare conto con autonoma motivazione delle ragioni per cui anche gli argomenti della difesa sono stati disattesi. Sono aumentati da 2 a 12 mesi i termini di durata delle misure interdittive (sospensione dell'esercizio della potestà dei genitori, sospensione dell'esercizio di pubblico ufficio o servizio, divieto di esercitare attività professionali o imprenditoriali) per consentirne un effettivo utilizzo quale alternativa alla custodia cautelare in carcere. È cambiata anche la disciplina del Riesame. Il tribunale della Libertà ha tempi perentori per decidere e depositare le motivazioni, pena la perdita di efficacia della misura cautelare. Che, salvo eccezionali esigenze, non può più essere rinnovata. Il collegio del Riesame deve inoltre annullare l'ordinanza liberando l'accusato quando il giudice non abbia motivato il provvedimento cautelare o non abbia valutato autonomamente tutti gli elementi. Tempi più certi anche in sede di appello cautelare e in caso di annullamento con rinvio da parte della Cassazione. Con questo quadro di riferimento, colpisce assai non una voce critica rispetto al provvedimento subito da Mantovani: molte e autorevoli sono state infatti le prese di posizione. Semmai ciò che si sente sempre più forte è il silenzio, l'assenza di autocritica dei cantori della manetta facile, della condanna in piazza e anche di coloro che, siamo in tanti, credono nel rigore e nella serietà della magistratura. Il tutto perché c'è chi sta leggendo questo articolo e chi - come Mantovani, ma non solo lui - si trova sottoposto a carcere preventivo da circa un mese.

Giustizia: le mille balle sulla prescrizione. Cresce in modo inarrestabile. Per colpa della ex Cirielli, varata da Berlusconi nel 2005. E della melina degli avvocati. Tutto falso: ecco perché, scrive il 15 febbraio 2016 Maurizio Tortorella su "Panorama". A partire dalle litanie dell'ultima inaugurazione dell'anno giudiziario, e cioè dalla fine di gennaio, siamo inondati di continui, alti lamenti sulla prescrizione, l'istituto che brucia "inutilmente e vergognosamente" troppi processi penali. Sui giornali si legge che le prescrizioni sono in continuo aumento: formano ormai un'ondata inarrestabile, che anno dopo anno uccide un numero crescente di procedimenti, sottraendo gli autori di reati alla giustizia. Per questo, si legge nei commenti e nelle interviste, il Parlamento dovrebbe approvare al più presto una proposta di legge che riduce grandemente la prescrizione. La riforma prevede allungamenti, sospensive dopo la condanna in 1° e 2° grado. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, si è perfino detto d’accordo con il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, per raddoppiare la prescrizione nei reati corruttivi. Secondo la propaganda che picchia sui tamburi in questo febbraio, la colpa di questa situazione disastrosa è tutta da attribuire (e come dubitarne?) alla famosa, malfamata legge Cirielli, varata nel dicembre 2005 sotto il governo Berlusconi: una norma così vergognosa che perfino il suo autore, il deputato Edmondo Cirielli, la rinnegò (e infatti viene rubricata come "ex Cirielli"). Ovviamente, la responsabilità dell'ondata di prescrizioni ricade anche sugli avvocati penalisti e sulle tattiche dilatorie che usano in tribunale. Secondo i cantori del populismo giudiziario, i difensori, complici di chi non vuole giustizia, usano la prescrizione come primo strumento in loro possesso per “salvare" i clienti, ovviamente sempre colpevoli, e per arrivare così al risultato di eludere la giustizia. Tutto vero? Al contrario, è tutto falso (tranne qualche caso, che innegabilmente e probabilmente magari esisterà). E a dimostrarlo sono i dati ufficiali del ministero della Giustizia. Basta andare a cercarli e metterli in fila. Partiamo dalla legge ex Cirielli. Non ha alcuna colpa. In realtà, i procedimenti finiti in prescrizione dal 2005 al 2012 sono andati diminuendo. La legge è andata in vigore alla fine del 2005, e quell'anno si è chiuso con 183.224 reati prescritti. Nel 2012 la cifra era calata a 123.078. È vero che poi nel 2013 e 2014 il dato è tornato ad aumentare (per l'esattezza a 123.078 e a 132.296). Però è clamorosamente falso che da dieci anni a questa parte ci sia un costante aumento delle prescrizioni. Perché rispetto al 2005 siamo ancora sotto di oltre 50 mila reati. Passiamo allora agli avvocati: sono loro i colpevoli? Nemmeno per idea. Sommando tutte le prescrizioni intervenute dal 2005 al 2014, il totale è di 1.454.926 reati e procedimenti prescritti. Sapete in quale fase processuale è andato in prescrizione il reato? Nel 70,7% dei casi, durante le indagini preliminari: per l'esattezza, in1.028.685 casi. Insomma, è accaduto quando gli avvocati non possono praticamente agire, quando tutto o quasi è nelle mani del pubblico ministero. Questa percentuale, semmai, dovrebbe far pensare quanti difendono come intoccabile il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale. Se oltre 1 milione di processi è abortito in dieci anni già prima del rinvio a giudizio dell'imputato, un motivo ci sarà. I motivi sono fondamentalmente due. O sono i pubblici ministeri che si accorgono troppo tardi dei reati. O sono i pubblici ministeri che lavorano male, lasciando nei cassetti i processi che importano poco loro. 

L'eredità di Ermes ai rom che lo avevano derubato. Il suo "patrimonio" consiste unicamente in una casupola e un magazzino sgarrupato del valore di poche migliaia di euro, scrivono Nino Materi e Giuseppe De Lorenzo, Sabato 07/11/2015, su “Il Giornale”. Assegnata ai due rom-ladri l'eredità di Ermes Mattielli. Cioè l'uomo che era stato derubato (da quegli stessi due rom-ladri) per ben 20 volte. Diventa ancora più tragicamente paradossale la storia del 63enne robivecchi vicentino, morto due sere fa di infarto. Un malore provocato anche dallo stress per una vicenda giudiziaria assurda. Lui condannato a 5 anni per essersi difeso da una coppia di nomadi entrata in casa la sera del 13 giugno 2006 nella sua abitazione nel paese di Arsiero (Vicenza). Mattielli spara, li ferisce. Viene incriminato per tentato omicidio, mentre i due zingari se la cavano con una condanna a 4 mesi. Entrambi restano liberi. Liberi di continuare a rubare. Ma ora, forse - e questa sarebbe l'ennesima beffa - liberi addirittura di andare ad abitare nella catapecchia di Ermes: la stessa baracca che loro - i rom manolesta - andavano periodicamente a «ripulire» dei miseri averi di Mattielli. Ermes, oltre ai 5 anni di galera, si è beccato infatti pure una condanna pecuniaria non indifferente: 135 mila euro di risarcimento. Risarcimento a beneficio di chi? Ma dei nomadi che lo andavano sempre a derubare, ovviamente. Ora Ermes è - speriamo per lui - passato a miglior vita. Il suo «patrimonio» consiste unicamente in una casupola e un magazzino sgarrupato del valore di poche migliaia di euro. I familiari di Ermes hanno deciso di rinunciare a cotanti «beni». E così, come prevede la legge, gli immobili passeranno allo Stato che poi provvederà a «girarli» ai nomadi «danneggiati» da Mattielli, i quali potranno usarli come meglio credono: venderli o andarci ad abitare. E giudicate voi se questo non è scandaloso. «Non ci sono genitori, moglie, figli né fratelli o sorelle - spiega l'avvocato di fiducia di Mattielli, Maurizio Zuccollo - credo abbia solo qualche cugino. Ma questi potranno rifiutarsi di ricevere l'eredità, viste le modeste proprietà del rigattiere e quel risarcimento da 135mila euro. Così, in assenza di eredi, lo Stato diventerà proprietario dei beni di Ermes, adoperandosi per il pagamento del dovuto ai rom». «L'art. 596 del codice civile - spiega al Giornale l'avvocato Marco Tomassoni - enuncia che, in mancanza di altri successibili, l'eredità è devoluta allo Stato italiano: l'acquisto avviene di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinunzia». Il secondo comma dell'art. 586 prevede inoltre che lo Stato risponda dei debiti del defunto intra vires (ovvero nei limiti di ciò che ha ricevuto dal defunto stesso) e che «provveda alla liquidazione dell'eredità nell'interesse di tutti i creditori e legatari» che abbiano presentato dichiarazione di credito. Ovvero i due rom, che potranno quindi andare dal notaio per togliere da morto quello che non erano riusciti a rubare a Mattielli in vita. E spostando sullo Stato l'onere del risarcimento. Alla luce di tutto questo bene ha fatto due sere fa Nicola Porro ad aprire la sua trasmissione (Virus, Rai2) con la gigantografia di Ermes Mattielli. Un uomo che in vita ha vissuto da «invisibile», ma la cui «presenza», ora, da morto, pesa sulla coscienza di tutti. L'ultima intervista Ermes l'aveva rilasciata ad Alessandro Mognon del Giornale di Vicenza, diretto da Ario Gervasutti. Parole che, lette oggi, alla luce di questi ultimi sviluppi, appaiono ancora più amare: «Ho una gamba di legno, ma neppure l'invalidità minima. Vivo con l'orto, le galline. Mi hanno messo alla carità. Andavo in giro con l'Ape a raccogliere rottami, sbarcavo il lunario. Adesso devo pagare 135 mila euro. Ma chi li ha mai visti 135 mila euro? Io soldi non ne ho, l'ho detto anche all'avvocato che non posso pagarlo. Vivo con poco più di 100 euro, me li faccio bastare. Oggi ho mangiato quattro patate e du ovi». Racconta Mattielli che per mesi aveva trovato davanti al cancello del magazzino lavatrici e frigoriferi abbandonati: «Pensavo: “guarda 'sti cretini, mi tocca portare tutto all'ecocentro”. Solo dopo ho capito che li mettevano i ladri per salirci sopra e saltare la rete...». Fa vedere dove è successo tutto: «Ecco, li ho trovati qui». Perché non ha sparato un colpo in aria per farli scappare? «Ho visto una luce, ho sparato contro quella. Poi sono sbucati dal buio, erano a due metri da me, ho preso paura. In dieci anni sono venuti 20 volte a rubare. Vengono qui a rubare, da me che ho una gamba di legno. Cosa dovevo fare? Datemi uno stipendio e io lascio spalancate porte e finestre. Dovevano stare a casa loro, quei due. E non sarebbe successo nulla. Ma erano padroni loro, i ladri. A me giudici e avvocati hanno chiesto di patteggiare, ho detto: “neanche morto”. Lo Stato ha pagato il legale ai nomadi che mi hanno derubato, ai ladri». Ladri che ora, forse, vivranno anche nella sua casa. Dopo averla derubata. Per anni. Benvenuti in Italia.

Dopo la morte di Ermes sarà lo Stato a risarcire i due ladri rom. Secondo la legge i rom si approprieranno della casa di Ermes. Intanto l'avvocato di Ermes attacca: "Era preoccupato dal pignoramento", continua Giuseppe De Lorenzo.  Ermes Mattielli è morto d'infarto dopo il calvario giudiziario che lo aveva condannato a 5 anni e 4 mesi di galera. Gli unici ad uscire indenni (e più ricchi) da questa vicenda sono i due ladri rom, che proprio dall'ex rigattiere attendevano i 135mila euro di risarcimento che il giudice ha disposto. Li riceveranno dallo Stato. Sul futuro dell’eredità, quello che è certo è che Ermes non aveva parenti stretti: “Non ci sono genitori, moglie, figli né fratelli o sorelle - spiga l’avvocato di fiducia di Mattielli, Maurizio Zuccollo - credo abbia solo qualche cugino”. Ma questi potranno rifiutarsi di ricevere l’eredità, viste le modeste proprietà del rigattiere e quel risarcimento da 135mila euro. Così, in assenza di eredi, lo Stato diventerà proprietario dei beni di Ermes, adoperandosi per il pagamento del dovuto ai rom. “L’art. 596 del codice civile - spiega a il Giornale l’avvocato Marco Tomassoni - enuncia che, in mancanza di altri successibili, l’eredità è devoluta allo Stato italiano: l’acquisto avviene di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinunzia”. Il secondo comma dell’art. 586 prevede inoltre che lo Stato risponda dei debiti del defunto intra vires (ovvero nei limiti di ciò che ha ricevuto dal defunto stesso) e che “provveda alla liquidazione dell'eredità nell'interesse di tutti i creditori e legatari” che abbiano presentato dichiarazione di credito. Ovvero i due rom, che potranno andare dal notaio per togliere da morto quello che non erano riusciti a rubare a Mattielli in vita. E spostando sullo Stato l’onere del risarcimento. Secondo l'avvocato del pensionato di Arsiero, Maurizio Zuccolo, l'infarto di Ermes si inserisce in un momento di grossa preoccupazione per il rischio che la sua casa - l'unica cosa di cui disponeva - gli venisse tolta per risarcire i rom. "Era preoccupato per il futuro, aveva paura gli pignorassero la casa per pagare i 135mila euro: era preoccupato come può esserlo chiunque si trovi in quella situazione". Si può comprendere. Resta l'amarezza di una vicenda nata nel segno di due rom delinquenti (ed ora più ricchi) e finita con la morte di un onesto cittadino. Non può non indignare.

Una cosa è certa, però. Per i poveri cristi vale “Colpevole fino a prova contraria”. Per gli intoccabili vale "Innocente fino a prova contraria o fino all’archiviazione o alla prescrizione".

Nel "palazzo dello scandalo". Un giorno con i giudici indagati, scrive Riccardo Lo Verso Mercoledì 23 Settembre 2015 su “Live Sicilia”. Da Silvana Saguto a Tommaso Virga, passando per Lorenzo Chiaromonte e Dario Scaletta. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani che attenderanno il giudizio del CSM sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Tommaso Virga è nella sua stanza al primo piano del nuovo Palazzo di giustizia di Palermo. Due rampe di scale lo separano dalla sezione Misure di prevenzione finita sotto inchiesta. Siede alla scrivania dopo avere appeso la toga e tolto la pettorina, il bavaglino bianco che un regio decreto del 1865 impone di indossare ai giudici in udienza. Questioni di forma e decoro. Virga parla con i cancellieri e prepara il calendario delle udienze della quarta sezione penale. Fa tutto ciò che deve fare un presidente che si è appena insediato. Archiviata l'esperienza di consigliere togato al Consiglio superiore della magistratura aspettava che si liberasse una sezione a Palermo. Un incrocio, quanto meno insolito, ha fatto sì che andasse a prendere il posto di Mario Fontana, chiamato a sostituire Silvana Saguto, l'ex presidente delle Misure di prevenzione travolta dall'indagine in cui è coinvolto lo stesso Virga. Che si mostra disponibile con il cronista che bussa alla sua porta. “Nel rispetto del ruolo che ricopro non ho mai fatto dichiarazioni”, dice il presidente chiarendo subito la sua intenzione di non cambiare idea proprio adesso. Inutile chiedergli dell'indagine che lo coinvolge, della credibilità della magistratura che vacilla, della perplessità legittima di chi si chiede se questa storia possa intaccare la serenità necessaria per chi deve amministrare la giustizia al di là di ogni ragionevole dubbio, dell'opportunità di continuare a fare il giudice a Palermo. Perché tutti i magistrati coinvolti nell'indagine sono e resteranno a Palermo. Alcuni hanno cambiato incarico, altri hanno rinunciato a parte dei loro compiti, ma è negli uffici giudiziari palermitani, nei luoghi dello scandalo, che attenderanno il giudizio del Csm sulla loro eventuale incompatibilità ambientale. Virga è tanto garbato quanto ermetico. Si limita a fare registrare un dato incontrovertibile: “Sono al mio posto, a lavorare”. I suoi gesti e il tono della voce sembrano rispondere alla domanda sulla serenità. Qualcuno degli addetti alla cancelleria si spinge oltre le impressioni con una frase asciutta: “L'autorevolezza del presidente Virga è fuori discussione”. Già, l'autorevolezza, al centro delle discussioni che impegnano gli addetti ai lavori nell'apparente normalità di una mattinata al Palazzo di giustizia. Apparente perché è profondo il solco tracciato dalla domanda che anima ogni capannello che si forma nei corridoi o davanti alle aule: può essere credibile una magistratura segnata da un'indagine, fastidiosa oltre che grave visti i reati ipotizzati? Nello scandalo dei beni confiscati sono coinvolti quattro magistrati. Uno è Tommaso Virga, gli altri sono Silvana Saguto e Lorenzo Chiaramonte (vecchi componenti della sezione Misure di prevenzione, azzerata con l'arrivo di Fontana) e il pubblico ministero Dario Scaletta. Hanno ruoli diversi nella vicenda. Per tutti vale il principio della presunzione di non colpevolezza su cui si basa il nostro stato di diritto. La Saguto sarebbe il vertice del presunto sistema affaristico - i pubblici ministeri di Caltanissetta ipotizzano i reati di corruzione, induzione alla concussione e abuso d'ufficio - creato attorno alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Un sistema che avrebbe finito per favorire alcuni amministratori giudiziari piuttosto di altri. Fra i “favoriti” ci sarebbero Gaetano Cappellano Seminara, il principe degli amministratori, e il giovane Walter Virga, figlio del Tommaso di cui sopra. A detta dei pm nisseni, il primo sarebbe stato nominato in cambio di consulenze assegnate al marito della Saguto e il secondo per "ringraziare" Virga padre che, quando era consigliere del Csm, avrebbe calmato le acque che si agitavano sull'operato della Saguto. Un aiuto smentito nei giorni scorsi da Virga, tramite il suo legale, l'avvocato Enrico Sorgi: “Durante il proprio mandato al Csm non risultano essere stati avviati procedimenti disciplinari a carico della Saguto. I fatti che formano oggetto della notizia diffusa sono del tutto privi di potenziale fondamento”. Chiaramonte, invece, è indagato per abuso d'ufficio perché non si sarebbe astenuto quando ha firmato l'incarico di amministratrice giudiziaria a una persona di sua conoscenza. Infine c'è Dario Scaletta, pm della Direzione distrettuale antimafia e rappresentante dell'accusa nei processi in fase di misure di prevenzione. Scaletta avrebbe fatto sapere alla Saguto che era stata trasferita da Palermo a Caltanissetta l'inchiesta su Walter Virga e cioè il fascicolo da cui è partito il terremoto giudiziario. Il pubblico ministero ha chiesto di non occuparsi più di indagini su Cosa nostra e di misure di prevenzione. Tutti i magistrati, coinvolti nell'indagine a vario titolo e con profili diversi, restano a Palermo. Silvana Saguto, appena avrà recuperato da un infortunio fisico, andrà a presiedere la terza sezione della Corte d'assise. Chiaramonte, ultimate le ferie, prenderà servizio all'ufficio del Giudice per le indagini preliminari. Sarà il Csm a decidere se e quando trasferirli. Sul caso è stato aperto un fascicolo, di cui si occuperà la Prima Commissione, competente sui trasferimenti per incompatibilità ambientale e funzionale dei giudici. Il Consiglio superiore della magistratura per tradizione non spicca in velocità. In una giustizia spesso lumaca non fa eccezione il procedimento davanti all'organismo di autogoverno della magistratura che somiglia molto, nel suo svolgimento, ad un processo ordinario. A meno che non venga preso un provvedimento cautelare urgente ci vorrà tempo prima di conoscere il destino dei magistrati, forse più di quanto ne servirà ai pubblici ministeri di Caltanissetta per chiudere le indagini o agli stessi indagati per chiarire la loro posizione. Il “forse” è dovuto al fatto che le indagini affidate ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo sembrano essere appena all'inizio e i pm non hanno alcuna intenzione, al momento, di sentire i magistrati che avevano chiesto di essere interrogati. Oggi, però, son arrivate le parole del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante il plenum. "Oggi parlerò con il presidente della Repubblica", ha detto ribadendo la volontà di "procedere con la massima tempestività e rigore".

Gli errori fatti dai giudici? Ecco quanto ci sono già costati, scrive Franco Bechis, su “Libero Quotidiano”. È una piccola città, composta da 22.689 cittadini italiani censiti al 24 settembre 2014. E in questo momento assai vicina alle 24 mila persone. Sono i perseguitati dalla giustizia italiana, cittadini mandati dietro alle sbarre senza motivo dal 1992 ad oggi. Errori dei pubblici ministeri, che hanno fatto scattare le manette ai loro polsi prendendo un abbaglio. Non un errore casuale: una città. Probabilmente le vittime della giustizia sono ancora di più, perché il tristissimo elenco numerico è compilato dal ministero dell’Economia: i ventiquattromila sono quelli che dopo avere subito l’ingiusta detenzione non si sono limitati ad accettare le scuse, ma hanno avuto la possibilità di pagarsi un avvocato, fare ricorso e ottenere un risarcimento. Per questo il loro elenco è conservato da Pier Carlo Padoan e non dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando: le casse dello Stato hanno dovuto pagare loro, per l’errore e spesso la sciatteria dei magistrati, la bellezza di 567 milioni di euro dal 1992 ad oggi. Ogni anno c’è un migliaio di casi così, qualche volta anche il doppio. E il Tesoro è costretto a sborsare 20, 30, 40 perfino 55 milioni di euro l’anno per mettere una toppa ai guai combinati da magistrati faciloni: è diventato un problema di finanza pubblica. Questo conto è assai salato perché lo è il risarcimento a chi è stato in carcere ingiustamente anche solo in custodia cautelare. Ma sale per le casse dello Stato accompagnato dai risarcimenti per la legge Pinto sulla ingiusta durata dei processi, dalle condanne continuamente ricevute dall’Unione europea per lo stesso motivo e per l’incredibile ritardo con cui vengono pagati anche quei risarcimenti alle vittime della mala giustizia. Oltre a quella piccola città - evidenziata nella tabella qui in pagina - c’è anche un’altra cifra che fa tremare le vene ai polsi: 30,6 milioni di euro che lo Stato ha dovuto pagare negli stessi anni a 100 vittime di errori giudiziari: casi in cui non solo hanno sbagliato pm, gip, tribunali del riesame, ma anche le corti di primo e secondo grado e perfino la Cassazione. Sentenze divenute definitive, e poi un nuovo evento, magari una confessione improvvisa, svelano che il colpevole era invece innocente. I risarcimenti dipendono dai mesi o anni di carcere ingiusto patito, ma queste come le altre cifre sono la vera vergogna della giustizia italiana. Casi che sembravano negli anni scorsi per lo meno ridursi, e che invece nell’ultimo biennio sono tornati a lievitare. In tutto il 2013 erano 24,9 milioni i risarcimenti pagati per ingiusta detenzione. In otto mesi e mezzo dell’anno successivo si era già a 22,2 milioni di euro, e probabilmente l’anno si è chiuso sopra i 29 milioni di euro. Da fonti ufficiose abbiamo appreso che la stessa voce al 30 luglio 2015 era già arrivata a 20,9 milioni di euro di risarcimenti pagati. Con quel trend quest’anno si chiuderà intorno ai 35 milioni di euro. Al ministero custodiscono gelosamente la divisione per uffici giudiziari di questi casi. Ma da fonti attendibili abbiamo saputo che ai vertici della classifica si trovavano procure ben note alle cronache giudiziarie. I risarcimenti avvengono normalmente 4-5 anni dopo gli errori, e fino al 2013 ai primi posti di questa classifica del disonore c’erano gli uffici giudiziari di Potenza, poi soppiantati nel 2014 e soprattutto nel 2015 dagli uffici giudiziari di Napoli. Chissà se è l’effetto del passaggio da una procura all’altra di un pm protagonista di indagini che hanno fatto molto discutere (e portato a scarsi risultati processuali) come John Henry Woodcock. Ma il dato numerico è proprio quello. Nella tabella del ministero esiste una voce in uscita, ma non una in entrata. Chi ha compiuto quegli errori giudiziari non paga un centesimo di quello che lo Stato deve versare. Spesso non paga nemmeno sotto il profilo disciplinare, nonostante la legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Il fatto è che quasi sempre questi incredibili casi vengono trattati nascondendo la polvere sotto classico tappeto di casa. I magistrati sbagliano, ma non pagano. A settembre proprio questo sarà uno dei temi principali da affrontare sulla giustizia. Il Nuovo Centrodestra ha depositato alcuni emendamenti a un disegno di legge governativo che rendono obbligatoria l’azione disciplinare nei confronti di qualsiasi magistrato abbia causato un risarcimento per ingiusta detenzione o un errore giudiziario. Il Pd sta facendo resistenza, a difesa della corporazione dei magistrati e fregandosene di quella città di vittime della giustizia. Ma la battaglia è all’inizio.

Fbi, il grande inganno degli esami truccati per incastrare gli imputati. Bufera sugli investigatori americani. I controlli sospetti hanno ingiustamente mandato a morte 32 persone, scrive Vittorio Zucconi su “La Repubblica”. Morire per un capello, nell'illusione della pseudoscienza investigativa piegata agli imperativi della politica e di indagini che devono produrre un colpevole a tutti i costi e persino ucciderlo: è la morale raggelante della scoperta che l'Fbi ha sopravvalutato, male interpretato o addirittura truccato per anni migliaia di "prove" costruite sull'esame dei capelli. Prima che la genetica smentisse, con gli esami del Dna, decine di sentenze rivelando l'innocenza dei condannati, il Federal Bureau of Investigation aveva individuato nei capelli trovati sui luoghi del delitto, più attendibili delle controverse impronte digitali, una della direttissime per identificare i responsabili. Ma dopo un riesame minuzioso condotto dalla Associazione Nazionale degli Avvocati Difensori, la Nacdl, e dal "Progetto Innocenza", emerge che l'Fbi ha barato quasi sempre a favore dell'accusa utilizzando l'esame microscopico dei capelli. Trentadue imputati furono condannati a morte e quattordici di loro giustiziati, sulla base di queste presunte prove truccate. L'espressione che l'inchiesta condotta sui processi prima del 2000 e pubblicata ieri dai media americani come il Washington Post è volutamente cauta, per non creare l'impressione che la massima agenzia investigativa del governo federale e la sola nazionale bari al gioco terribile della verità giudiziaria: l'Fbi ha overstated, si dice, ha esagerato, ha sopravvalutato le evidenze probatorie cercate con il microscopio nei capelli e nei peli sui luoghi del delitto, offrendo agli investigatori, all'accusa, alle giurie popolari certezze che certezze non erano. Ma le parole non possono cambiare i numeri che sono raggelanti. Nei 268 casi nei quali i capelli sono stati usati contro l'imputato l'Fbi ha portato in dibattimento prove che non erano prove, elementi fasulli. Nel 95 per cento dei casi studiati, l'errore è andato a favore dell'accusa, contribuendo alla sentenza di colpevolezza. Soltanto raramente l'errore, che sempre e comunque è possibile, ha portato all'assoluzione. Sono dati, comunque parziali perché ancora le polizie e le procure della repubblica rifiutano di aprire gli archivi su 1200 processi, che tendono a confermare il classico sospetto di ogni avvocato difensore e di ogni imputato, che la macchina investigativa, l'apparato della Giustizia siano costruiti intenzionalmente non per portare alla determinazione della colpevolezza o della non colpevolezza, ma per raggiungere a ogni costo una sentenza di condanna. L'Fbi, che dopo i decenni della implicita, autocratica certezza di infallibilità che il suo creatore e zar, J. Edgar Hoover aveva creato con instancabile propaganda, ha risposto, insieme con il Ministero della Giustizia, che il Bureau, come tutti i magistrati inquirenti e i tribunali "sono fortemente impegnati a perfezionare e rendere ancora più accurate le analisi dei capelli, così come l'applicazione di tutte le scienze forensi ". Mentre tutti i condannati in processi basati sull'esame dei capelli saranno informati dei possibili errori giudiziari. Un impegno che sarà di poco conforto per i quattordici uomini già passati attraverso le camere della morte nei penitenziari. La rivelazione, che si aggiunge alle vicende di detenuti, alcuni addirittura da anni nei bracci della morte, scagionati completamente dai nuovi test sul Dna, non certifica la fallibilità dei test sui capelli, ma fa di peggio: insinua il dubbio che l'Fbi, come le Procure, le polizie, la pubblica accusa giochino a carte truccate pur di ottenere prima l'incriminazione e poi la condanna dell'accusato. E così giustificare davanti a elettori che chiedono "giustizia" indagini e celebrazioni di processi, valutate positivamente soltanto se portano a una condanna. I prosecutor, i magistrati dell'accusa, sono misurati in funzione delle sentenze di colpevolezza che riescono a ottenere. Il principio del dubbio pro reo, che deve valere nelle aule di giustizia quando il procedimento è pubblico, non vige nei laboratori delle analisi scientifiche dove, se questi dati sono concreti, sembra funzionare l'esatto opposto: nel dubbio, si va contro il presunto reo. Un dubbio che apre un altro, amarissimo capitolo nell'amministrazione della Giustizia anche nelle nazioni apparentemente più garantiste e rispettose dei diritti dell'accusato e dell'imputato. Che siano i soldi e non la scienza ha determinare l'esito di un procedimento. Nel sospetto che anche le prove e gli indizi qualificati con la solennità della scienza siano piegati alla soggettività di chi investiga e conduce l'accusa "nel nome del popolo", la difesa deve ricorrere a controanalisi e controperizie capaci di confutare, o almeno di mettere in discussione le conclusioni degli accusatori. Un diritto che ha un enorme e ovvio limite nei costi: non tutti gli imputati possono permettersi le batterie di contro analisi forensi e quelli che non possono si devono affidare al lavoro di agenzie governativa teoricamente al di sopra delle parti. Una semplice, quanto evidente spiegazione del perché sia molto più facile mandare in carcere o al patibolo i poveri e sia più facile scampare, per i ricchi. Eppure anche i meno ricchi pagano le tasse che finanziano il lavoro dei funzionari governativi che li trascinano in carcere tirandoli per i capelli.

Ed in Italia?

C'è l'Italia a 5 stelle. Casaleggio vuole processi infiniti per tutti. Casaleggio: le prime tre cose che faremo al governo. «Via prescrizione» Grillo: «Come? Ho 40 processi aperti». Botta e risposta (a distanza) tra il guru e il comico. Tra i primi punti: “Per la pubblica amministrazione sceglieremo sulla base della fedina penale", scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 18 ottobre 2015. Inizia con Casaleggio che fa un giro per gli stand della piazza grillina di Imola. Pochissime parole, circondato da un servizio d’ordine severissimo, il guru del Movimento ha aggiunto qualche elemento in più rispetto a quanto detto dal palco di sabato sera, quando ha spiegato che la squadra di governo dei 5 stelle sarà scelta dagli iscritti. «Tra i primi punti del nostro programma (che sarà anch’esso votato dalla base come annunciato sabato sera, ndr), c’è eliminare la corruzione con gli onesti». Un refrain del Movimento dunque. Ma poi Casaleggio, dopo aver dribblato le domande sull’abolizione del nome di Grillo dal logo, va oltre con un annuncio più sostanzioso «Metteremo mano alla giustizia abolendo la prescrizione», dice a voce bassissima. Una notizia che però non piace troppo a Grillo. Ai microfoni di CorriereTv, il comico (anzi, l’Elevato come ha chiesto di essere chiamato ieri) sbotta: «Come abolire la prescrizione? Io c’ho 40 processi». Poi scherza e, a un cronista che gli chiede delle unioni civili, dice: «1,2,3 al mio tre ti dimenticherai le domanda». Il tutto mentre una signora tenta di baciarlo e la sicurezza la respinge in malo modo. È ancora Casaleggio a dare le risposte più politiche, ossia «mettere persone oneste nelle amministrazioni». E Il primo criterio sarà «la fedina penale», i sospettabili non sarà possibile sceglierli. A scegliere persone e proposte, ancora una volta saranno gli attivisti, attraverso la piattaforma «che è in grado di accogliere i contenuti, che possono essere tanti e diversi». Il problema sarà piuttosto fare una sintesi, è l’ammissione del guru che annuncia anche dei miglioramenti sulla piattaforma. Sui tempi Casaleggio non si sbottona. Ma assicura che lo stesso sistema sarà applicato anche per scegliere i candidati sindaco. Insomma, si preannuncia vivace la seconda e ultima giornata della kermesse grillina. E c’è anche una piccola contestazione, «chiedetegli ai grillini quanto hanno pagato per l’affitto dell’autodromo!», dice un ragazzo in rollerblade e poi scappa via. Mentre la piazza aspetta il gran finale di stasera con Alessandro Di Battista. All’ora di pranzo, Grillo torna sul palco e grida: «Non siamo un movimento siamo una finanziaria della Madonna». E poi ripete: «Siamo l’arca di Noè, siamo la salvezza. E pensate quando la moglie di Noè gli diceva che cazzo stai facendo?», scherza. Poi cita Bob Kennedy (il Pil non è indicatore di benessere). Ma anche Willy il Coyote (“che corre anche quando non c’ha il terreno sotto i piedi”) ma anche le amebe osservate da uno studioso giapponese che ad un certo punto hanno iniziato a muoversi («Sono come me e Casaleggio»). E il filo rosso della kermesse di Imola rimane l’utopia: «Non abbiamo bisogno di leader e di guru. E nemmeno di Elevati. Abbiamo bisogno di un paese in cui i nostri figli vogliano rimanere».

 M5S, Casaleggio: "Se andiamo al governo eliminiamo la prescrizione", scrive “Libero Quotidiano”. "La prima cosa da fare è eliminare la corruzione con l'onestà, mettere mano alla giustizia ed eliminare la prescrizione". Lo ha detto Gianroberto Casaleggio rispondendo dalla festa dei 5 Stelle a Imola ai giornalisti che gli chiedevano le prime tre cose da fare se il Movimento 5 Stelle andasse al governo. Poi, ha proseguito Casaleggio, "bisogna mettere persone oneste nelle amministrazioni scelte in base alla fedina penale. I sospettabili - ha sottolineato - non sarà possibile sceglierli". "Casaleggio? Pura follia" - "La proposta di Casaleggio è pura follia. Con la lentezza dei processi in Italia e con l'uso politico che si fa della giustizia nel nostro Paese, eliminare la prescrizione vorrebbe dire tenere ogni singolo cittadino in ostaggio per tutta la vita", è il commento di Elvira Savino, deputata di Forza Italia. "Le parole dello stratega della comunicazione di Grillo - aggiunge Savino - dimostrano tutta la pericolosità del Movimento 5 stelle, profondamente illiberale e fondato sul giustizialismo. Il grillismo è un riadattamento ai tempi moderni di quel dipietrismo che è già fallito e che tanti danni ha prodotto al nostro Paese". «I grillini confermano la loro imbarazzante inclinazione al becero giustizialismo» aggiunge la collega di partito Gabriella Giammanco.

Il fatto che qualcuno additi qualcun altro di essere ladro è storia vecchia.

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

Colpa dei processi indiziari. Colpa dei processi indiziari (se c'è chi sbaglia a indagare, a periziare, a sentenziare... e troppi innocenti vengono spediti in carcere e uccisi psicologicamente sui media). Gli sbagli della giustizia moderna denunciati dal dottor Imposimato già sei anni fa...Colpa dei processi indiziari. Di Ferdinando Imposimato su “Albatros Volando Controvento” del 28 dicembre 2015. Bisogna anzitutto partire da un dato. Nella realtà processuale, nell’esame dei diversi casi giudiziari, esistono due verità antitetiche: una verità reale e una processuale. Queste due verità non coincidono quasi mai. L’obiettivo fondamentale del giudice consiste nel fare emergere la verità storica, affinché tra questa e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. Questo risultato, tuttavia, difficilmente viene raggiunto per una serie di ragioni sia di ordine processuale che professionale. L’aspetto drammatico del processo è che il giudice, nel conflitto tra le due verità, è tenuto a seguire soltanto e semplicemente quella processuale. Questa contraddizione può manifestarsi in due modi: il giudice può avere la convinzione morale della colpevolezza della persona imputata nei confronti della quale però manchino le prove o queste non siano sufficienti. In questo caso il giudizio non può che essere di assoluzione. Nel secondo caso, il giudice può avere l’intima convinzione dell’innocenza di una persona, ma le prove processuali – testimonianze, riconoscimenti, perizie – depongono contro l’imputato. La conseguenza è drammatica: la condanna di un imputato è “giusta” sul piano processuale ma ingiusta su quello sostanziale. E’ la tragedia dell’Enrico VIII di Shakespeare, nella quale il duca di Buckingham, condannato a morte per le accuse calunniose dei suoi servi, non impreca contro i giudici ma ne accetta il verdetto: “Non nutro rancore contro la legge per la mia morte: alla stregua del processo essa doveveva infliggermela, ma desidero che coloro che mi hanno accusato divengano più cristiani…”. Il giudice deve decidere solo in base alle emergenze processuali. Anche se intuisce la verità reale, egli ha l’obbligo di applicare la legge, quindi di tener conto delle risultanze processuali che molto spesso, portano lontano dalla verità reale. Rispetto a quest’ultima, le deviazioni sono dipendenti da diversi fattori: da errori dei testimoni nella percezione della verità (si confonde una persona con un’altra), degli investigatori nella ricerca delle prove, dei periti nella ricostruzione di un fatto storico, del giudice nell’esercizio del metodo deduttivo con il quale si risale da un fatto certo ad un altro fatto. Una deviazione assai frequente della verità storica è quella che nasce da perizie medico legali e psichiatriche errate. Nel caso di un delitto con autore ignoto e con molti sospettati, l’affermazione da parte del perito medico legale che si tratta dell’opera di un sadico, di un maniaco sessuale che ha certe caratteristiche fisiche e psichiche (si presume in alcuni casi di definire l’altezza e la corporatura dell’ignoto autore!!), unita alla conclusione del perito psichiatrico che la persona soprattutto è un soggetto che ha quelle caratteristiche descritte dal medico legale, producono come conseguenza pericolosa l’errore del giudice. Nella mia non breve esperienza, non è stato infrequente l’errore dei periti psichiatrici d’ufficio (cioè nominati dal giudice) nell’accertamento della “capacità di intendere e/o di volere di un soggetto”. Sovente essi hanno affermato che il soggetto rientrava in una certa categoria che era proprio quella nella quale il pubblico ministero aveva collocato l’autore del delitto. Ma non è stato raro il caso del privato che ha assecondato l’orientamento sbagliato della pubblica opinione. I periti, insomma, compiono spesso il loro lavoro sotto la spinta di fattori emotivi, di elementi extrascientifici che li conducono a conclusioni lontane dalla verità. E questa è una delle cause più frequenti dell’errore giudiziario. Non mi riferisco soltanto ai periti psichiatrici, ma anche a quelli balistici, grafici, ai medici legali in genere. Le perizie, specialmente nei grandi processi, sono un dato costante della ricerca della verità. Molto spesso allontanano dalla verità perché compiute da persone che non sono in grado di far bene il proprio lavoro – anche se solo raramente si tratta di persone in malafede. Esempio classico: nell’esame ordinato per l’omicidio del giudice Emilio Alessandrini ci fu un perito che affermò, con certezza assoluta, che l’arma che aveva sparato il proiettile mortale contro il giudice era una certa pistola. Siccome questa pistola proveniva da un certo terrorista, che era un uomo che aveva commesso un altro omicidio, il giudice disse: “Questo è l’uomo che ha ucciso Alessandrini”. Senonché, a distanza di quattro o cinque anni, venne fuori il vero assassino che confessò, aggiungendo di aver sparato con un’altra pistola. Altri periti, in seguito, confermarono che il primo aveva sbagliato. Da allora mi resi conto che quell’uomo avrebbe potuto subire un ergastolo per via di una perizia sbagliata, e che se non fosse venuto fuori il vero autore dell’omicidio, quell’errore non sarebbe mai stato scoperto. Ma il problema è che non sempre vengono fuori i veri autori di un crimine. Molto spesso, poi, il giudice non è in grado – un po’ per incapacità, un po’ per superbia, un po’ per gli errori altrui – di cogliere l’errore. Di qui le tragedie che si verificano: il numero degli errori giudiziari è molto superiore a quello che viene normalmente percepito nella realtà. Un’altra causa molto frequente di errore è costituita dai riconoscimenti personali: è molto facile che siano sbagliati. Nell’istruire il caso Moro, ricordo di aver ascoltato personalmente cinque o sei testimoni che affermavano con assoluta certezza di aver visto in via Fani un terrorista la cui descrizione corrispondeva a Corrado Alunni. Quest’ultimo, inevitabilmente, ricevette un mandato di cattura per concorso nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro. Senonché, per sua fortuna, presto vennero fuori i veri autori della strage di via Fani, che esclusero categoricamente che Alunni fosse presente; in secondo luogo, non fu difficile appurare che egli, il giorno del sequestro, era detenuto. Ecco, questa vicenda rappresenta il classico esempio di errore compiuto dal giudice, ma provocato dall’errore altrui: il giudice è infatti obbligato a tener conto delle testimonianze di persone della società civile, disinteressate e che non conoscendosi tra loro facciano il medesimo riconoscimento personale nel rispetto delle garanzie stabilite dalla legge, quando per giunta affermano qualcosa “con assoluta certezza”. Un altro caso, legato all’omicidio di Girolamo Tartaglione: una ragazza confessò di essere responsabile dell’assassinio, chiamando in correità altre due persone. Nel leggere il testo della confessione di questa ragazza – molto precisa e dettagliata – mi resi conto che si trattava di un falso, per un paio di particolari rivelatori. Non volli accettare quella “verità” processuale, condivisa invece dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dal pubblico ministero. Non volli assecondare la tesi della stampa che parlava di brillante soluzione del caso Tartaglione. Ero convinto, sulla base di due dati oggettivi, che la verità processuale emersa fino a quel momento non fosse corretta. Riuscii, col tempo, a convincere la donna a ritrattare e ad affermare che aveva confessato il falso. Per fortuna, perché poco tempo dopo vennero fuori i veri autori dell’omicidio (Valerio Morucci e Adriana Faranda). Ebbene, questo esempio serve a dimostrare ciò che vado da sempre ripetendo: la confessione non è “la madre di tutte le prove”, perché può accadere che anch’essa sia fonte di errore. Che cosa può consentire di capire quando qualcuno dica il vero e quando il falso? La professionalità di un giudice o di un investigatore, indipendentemente dall’esistenza di altri elementi che possano smentirlo. Uno dei più gravi fattori capaci di provocare l’errore giudiziario è poi la presenza, nel nostro ordinamento, del principio del libero convincimento del giudice (sancito dall’art.192 del codice di procedura penale). L’esistenza di un fatto può essere desunta non soltanto dalla prova, ma anche dagli indizi, purché siano gravi, precisi e concordanti. In realtà, l’art.192 afferma una regola – il fatto non può essere provato se non attraverso la prova legale – che prevede una sola eccezione: la presenza di indizi che abbiano le tre caratteristiche sopra accennate. Ma la realtà del nostro ordinamento è purtroppo diversa: l’eccezione è diventata una regola. I procedimenti sono ormai quasi tutti indiziari. Che cos’è un indizio? Un fatto desunto dall’esistenza di un altro fatto. In pratica, il risultato di una deduzione logica. E qui veniamo all’errore, perché troppo spesso l’indizio non è altro che un sospetto che si è trasformato in un indizio, prima di trasformarsi ulteriormente in prova. Questo è un grave vizio dell’ordinamento giudiziario del nostro paese, capace di portare alle situazioni processuali assurde e inaccettabili così frequenti nei tribunali italiani. Per molti casi clamorosi – piazza Fontana, strage di Bologna, omicidio Chinnici, comunque per il 60-70 per cento di fatti di straordinaria gravità – si sono avute decisioni contraddittorie a livello di giudici di merito: non dunque in Cassazione, ma tra il primo e il secondo grado di giudizio. Sentenze di condanna rovesciate in pronunciamenti assolutori, sulla base degli stessi elementi in punto di fatto. Molto spesso, un medesimo quadro probatorio è giudicato in maniera differente: sugli stessi elementi si pronunciano in maniera opposta i giudici di primo e quelli del secondo grado. Ma questo non può essere, perché gli elementi di prova devono essere valutati in modo uniforme da tutti i giudici. In caso contrario, si potrebbe parlare di un fatto arbitrario. Certo, in presenza di ulteriori elementi che completino, migliorino, rettifichino un certo quadro, d’accordo; ma quando questo quadro è esattamente lo stesso, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va. Un qualcosa rappresentato proprio dal principio del libero convincimento del giudice, in virtù del quale alcuni giudici considerano certi indizi né gravi, né precisi, né concordanti; altri giudici, invece, si pronunciano in senso opposto. A questo punto, una serie spaventosa di errori giudiziari diventa inevitabile. Per quel che mi riguarda, credo purtroppo di aver quanto meno contribuito a commettere errori giudiziari, nella mia veste di giudice istruttore, organo monocratico che – secondo il vecchio rito penale – doveva ricostruire la verità nel corso della fase più difficile, quella della verifica delle prove raccolte dalla polizia o offerte dal pubblico ministero. Ma, potendo contare su una fortissima personalità, non mi è mai capitato di venire influenzato dalla polizia o dal pm. Molto spesso, anzi, mi è capitato di ricostruire un fatto in maniera decisamente diversa da quella seguita dal pubblico ministero. Perché sono convinto che anche quelle che sembrano verità elementari e pacifiche debbano sempre essere verificate. Esistono rimedi concreti al problema dell’errore giudiziario? A mio avviso, il vizio è ineliminabile. Al massimo lo si potrà ridurre, puntando verso due distinte direzioni. Da un lato, la professionalità del giudice, vale a dire la formazione del magistrato, la valutazione delle sue capacità, che non consistono soltanto nella conoscenza tecnica del diritto, ma anche nel saper ricostruire la verità attraverso la valutazione critica di tutte le prove. Una maggiore professionalità che va però richiesta anche ai periti, per evitare valutazioni errate capaci di pregiudicare il corretto andamento processuale e di generare errori giudiziari. Dall’altro lato, il libero convincimento del giudice: un principio da rivedere, prendendo spunto da altri sistemi (per esempio, quello anglosassone) nei quali la deduzione logica non ha valore probatorio, che è riservato invece esclusivamente a un elenco tassativo, sancito dalla legge. Senza essere esterofili – perché anche gli ordinamenti degli altri paesi sono caratterizzati da vizi di diverso tipo – ritengo che la possibilità di trasformare in prova un semplice indizio – il più delle volte privo di qualsiasi rilevanza probatoria – rappresenti un nodo che deve essere risolto prima possibile. Il rischio che una persona possa essere arrestata sulla base di elementi labili, che poi possono essere valutati o svalutati secondo l’umore del giudice di turno, è una delle circostanze maggiormente deprecabili del nostro sistema. Un dato che contribuisce ad affievolire la certezza del diritto. Ma l’errore ha anche altre radici, delle quali si discute molto negli ultimi anni. La più importante è l’interpretazione della legge contro l’intenzione del legislatore, come conseguenza della violazione stessa del principio dell’imparzialità del giudice. L’attività politica del giudice all’inevitabile scontrarsi delle ideologie a scapito della verità e dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. L’opinione di Cesare Beccaria circa l’arbitrio lasciato ai giudici, dal principio del libero convincimento, di orientarsi nell’interpretazione delle leggi recando le loro filosofie sociali e politiche illuminate: “Il sovrano sarà il legittimo interprete delle leggi, perché è il depositario delle libertà di tutti, non il giudice il cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto, o non, un’azione contraria alle leggi. Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari più percosse da un picciol disordine presente che dalla funeste ma remote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata”. E poi Beccaria traccia il quadro delle storture che derivano da un’interpretazione legata alle opinioni soggettive dei giudici: Le nostre congnizioni e le nostre idee hanno una reciproca connessione: quanto più sono complicate, tanto più numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha uno diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forse che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino (colpevole o innocente, nda) cangiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere vittime dei falsi raziocinii, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice, che prende per legittima interpretazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpretazioni”. (C. Beccaria: “Dei delitti e delle pene”). Ludovico Antonio Muratori espresse un giudizio analogo e ancora più pessimistico sulla giustizia affermando che “misera è la condizione di chi deve litigare, egli si crede di andare a picchiare alle porte della giustizia, né si accorge che va a mettere il suo alla ventura di un lotto”. E questa condizione si ripete in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Il nostro compito è quello di combatterle essendo sempre pronti a riconoscere l’errore. Prima di concludere mi viene alla mente l’immagine del giovane arrestato dalla magistratura come “mostro di Merano”. Il suo volto muto e disperato deve indurre alla riflessione. Luca Nobile era stritolato nella macchina della giustizia e non aveva voce per gridare la sua innocenza. Solo la ripetizione degli omicidi da parte del vero assassino ha salvato l’innocente da una probabile condanna all’ergastolo. La sua unica colpa fu quella di essere somigliante all’autore dei delitti.

I limiti strutturali del processo indiziario, scrive Luca Cheli. La natura del processo indiziario nel diritto penale italiano ha origine nella distinzione tra “prova diretta o storica” e “indizio” in quanto elementi di prova. Cercando di non complicare troppo le definizioni, a cui sono stati dedicati interi libri, la prova diretta o storica è la rappresentazione diretta del fatto da provare (tramite fotografia o testimonianza, per esempio), mentre l’indizio e un fatto (certo nella sua esistenza, almeno in teoria) dal quale può essere inferenzialmente dedotto il fatto da provare. Anche la prova diretta non è automaticamente “verità sicura”, perché le testimonianze devono essere valutate nella loro credibilità e le fotografie (per esempio) nella loro autenticità. Tuttavia, se tre persone vedono da pochi metri di distanza Tizio sparare a Caio e una delle tre persone riprende pure l’atto con il proprio smartphone, si può dire, una volta verificato che i testimoni non hanno motivo di mentire o di coalizzarsi contro Tizio e che il filmato ripreso non è stato alterato in qualche modo, che la colpevolezza di Tizio è provata oltre ogni ragionevole dubbio. Se invece il teste Uno riferisce di dissapori tra Tizio e Caio, il teste Due di aver visto, poco prima del fatto, Tizio vicino alla zona dove Caio è stato ucciso ed il teste Tre di aver sentito una volta Tizio parlare di una vecchia pistola che suo nonno aveva sottratto ai tedeschi in ritirata durante la Seconda Guerra Mondiale, allora siamo in presenza di indizi. Questo perché nessuna delle tre testimonianze è diretta rappresentazione del fatto da provare (che Tizio abbia sparato a Caio), ma ognuna riporta un fatto noto e certo (ma su questo torneremo), dal quale si potrebbe dedurre che Tizio abbia effettivamente sparato a Caio: perché ne aveva il movente (dissapori), il mezzo (pistola del nonno) e l’opportunità (è stato visto nelle vicinanze della zona del delitto poco prima che questo avvenisse). In questo secondo caso il processo a Tizio per l’omicidio di Caio sarebbe un processo indiziario. Ho volutamente presentato un caso di processo indiziario molto “semplice” che probabilmente farà propendere la maggioranza dei lettori per la “probabile” colpevolezza di Tizio. Ma persino così le cose non sono affatto “semplici”. In effetti, cosa lega i tre fatti noti (forniti dai tre testimoni) al fatto ignoto da provare (Tizio ha o non ha sparato a Caio)? Essenzialmente la nostra (del lettore o del giudice fa poca differenza) logica, ovvero il modo in cui la nostra mente ritiene che da certi fatti ne debbano, con maggior o minore probabilità, derivare degli altri. Insomma molti di noi penseranno che se Tizio ce l’aveva con Caio, se aveva una pistola ed era pure stato visto vicino alla scena del crimine poco prima che lo stesso avvenisse... deve essere con ogni probabilità colpevole. Il ragionamento costitutivo alla base del processo indiziario presenta una certa analogia con la formula che permette, nella geometria euclidea, di ottenere il valore di uno dei tre angoli interni di un triangolo conoscendo l’ampiezza degli altri due. In questa analogia si potrebbe dire che la prova diretta è costituita dalla misurazione diretta dell’angolo di cui vogliamo conoscere l’ampiezza, mentre gli indizi sono costituiti dal valore dell’ampiezza degli altri due angoli interni del triangolo. Ora, nella geometria euclidea i due modi di ottenere il valore di uno degli angoli interni sono equivalenti perché la somma dei tre vale sempre 180 gradi. Abbiamo cioè una regola certa, sicura ed invariante. Ma la realtà delle cose, degli eventi, della vita non fornisce mai la rassicurante certezza delle formule di Euclide. E allora cosa succede? Parlando con un linguaggio diverso e meno aulico rispetto a quello dei tomi di giurisprudenza, dirò che alla fine dei conti si va per “probabilità”, ma una probabilità non quantificata e ben difficilmente quantificabile: un “mi pare”, “mi sembra”, “credo”. Ovviamente nelle motivazioni i giudici togati usano altre espressioni, ma chi ha letto qualche sentenza si ricorderà di espressioni quali “è ragionevole ritenere”, “risulta credibile”, “questo Giudice ritiene” e così via, che sostanzialmente sono la rappresentazione in termini “giuridicamente corretti” (e presentabili) delle valutazioni a spanna di cui sopra. Perché, sia chiaro, i giudici professionisti conoscono senz’altro la procedura e gli aspetti tecnici del diritto meglio di un dilettante, quale l’autore del presente articolo, tuttavia, quando si tratta di applicare la “logica” in un processo indiziario alla fondamentale domanda “colpevole o innocente”, essi non hanno più strumenti del cittadino medio. E d’altronde di cittadini medi è formata la maggioranza (6 su 8) dei membri delle Corti di Assise e di quelle di Appello del nostro Paese. Non per caso, infatti, di “libero convincimento” del giudice parla il nostro ordinamento: per quanto possano essere nobili le origini storiche di quell’espressione, di fatto si parla sempre, in ultima analisi, di una convinzione soggettiva e individuale. Infatti, cosa lega la pistola del nonno di Tizio, la presenza del medesimo nelle vicinanze della zona del crimine e i suoi dissidi con Caio all’omicidio di quest’ultimo? Non c’è nessuna regola dei centottanta gradi, nessuna formula matematica: ci sono solo le nostre considerazioni su cosa riteniamo più o meno probabile o ragionevole. La pistola del nonno potrebbe essere un ferrovecchio arrugginito ed inutilizzabile che Tizio non sa nemmeno più dove sia o che può aver buttato per inutilità dopo averne parlato al teste Tre svariati mesi (o anni) prima del delitto, la presenza di Tizio in prossimità del luogo del crimine una mera coincidenza e i dissapori con Caio la rappresentazione amplificata post omicidio di piccole beghe che ognuno di noi può avere. Una certa linea di pensiero, molto sfortunatamente spesso in Italia fatta propria anche dalla Cassazione, sostiene che gli indizi vanno considerati globalmente, con l’implicito corollario che se anche ognuno di essi può essere spiegato diversamente, quando vengono considerati collettivamente allora assumono un valore probatorio non solo superiore ma addirittura determinante (in una delle peggiori sentenze recenti della Cassazione, questo processo è stato definito “valutazione osmotica”). Con buona pace dei Soloni più o meno variamente togati ed imparruccati di questo mondo, per quanto la presenza di più indizi certamente rafforzi un possibile quadro accusatorio rispetto ad un numero inferiore dei medesimi, ciò che essi vanno a formare è una possibile rappresentazione degli eventi, mai l’unica e spesso neppure la più probabile. Sì, certo, se a casa di Tizio dovesse essere trovata una Luger P08 la cui rigatura della canna coincide con i segni sulle pallottole estratte dal corpo di Caio, e magari pure un diario scritto di proprio pugno da Tizio in cui questi esprime il proprio odio per Caio e lo minaccia ripetutamente di morte, allora direi che la probabilità che Tizio sia colpevole è alta. Ma quanto, in percentuale? Ottanta, ottantacinque, novanta, novantacinque, novantanove per cento? Come potrei quantificarla? E se anche potessi quantificarla, quale sarebbe la “soglia” probabilistica oltre la quale sarebbe giusto condannare? E se, come spesso succede con le perizie, quelle rigature sono solo compatibili con quelle sui proiettili? E se Tizio avesse scritto frasi simili sul suo diario anni prima nei confronti di Sempronio e Calpurnia, senza mai aver poi fatto loro alcun male? Quanto cambierebbero le mie probabilità? Il punto fondamentale, alla fine di tutto, è che non abbiamo alcuna regola certa e matematica; pensiamo di avere una logica, ma anche questa, in ultima analisi, quanto si distingue dalle nostre sensazioni ed impressioni? Un’ultima parola la riservo alle famigerate prove scientifiche, che dovrebbero quantomeno portare qualche saldo elemento numerico-quantitativo nella nebbia probabilistica (ma sarebbe meglio dire “possibilistica”, visto che si parla di probabilità non propriamente quantificabili). Purtroppo, nella realtà delle perizie e consulenze tecniche come esse oggi sono in Italia, la prevalenza di espressioni qualitative quali “compatibilità”, “non incompatibilità”, nonché spesso “opinioni d’esperto” non suffragate da studi quantitativi, non fa che aggiungere altra foschia al già indistinguibile paesaggio della verità fattuale. Gianrico Carofiglio, nella sua opera “L’arte del dubbio” definisce il risultato di un processo come “individuazione di verità accettabili nella prospettiva dell’adozione di decisioni preferibili”. Verità accettabili, decisioni preferibili. E’ un linguaggio che mi suona tremendamente “politico”. Se dovessi decidere di condannare qualcuno a pene detentive, io vorrei avere verità certe e decisioni giuste, altrimenti non me la sentirei mai. Ma certo capisco che se uno ragiona in termini di mantenimento dell’ordine nella società (e questo è un ragionamento politico), allora si può ambire a verità credibili per la società stessa e a decisioni preferibili per l’effetto che esse hanno sulla stabilità della società medesima. Però sia chiaro che stiamo parlando di stabilità e controllo della società, non di giustizia per la vittima, per i famigliari, eccetera, eccetera. Abbandoniamo quindi una certa retorica facile a sentirsi sui giornali e in TV e chiediamoci semplicemente se in realtà non abbiamo bisogno del processo indiziario per scopi di ordine sociale e quindi, in ultima analisi, di stabilità dello Stato. Possiamo anche rispondere positivamente, ma a quel punto non stiamo più facendo giustizia, ma solo politica.

L'INGIUSTIZIA NON E' UNA UTOPIA: E' REALTA'.

GIUSTIZIA INGIUSTA. Boom di innocenti in cella anche nel 2015. La top ten degli errori giudiziari dell’anno. Quattro milioni arrestati ingiustamente In compenso dal ’98 al 2014 gli inquirenti riconosciuti colpevoli sono solo quattro, scrive Luca Rocca il 30 dicembre 2015 su “Il Tempo”. Milioni di persone incarcerate ingiustamente, migliaia le vittime di errori giudiziari, centinaia di milioni di euro per risarcire chi, da innocente, ha subìto i soprusi di una giustizia letteralmente allo sfascio. I numeri che descrivono il penoso stato del nostro sistema giudiziario non lasciano scampo e immortalano uno scenario disastroso a cui nessun governo è riuscito, finora, a porre rimedio. Il sito errorigiudiziari.com, curato da Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi, ha messo in rete i 25 casi più eclatanti del 2015 di cittadini innocenti precipitati nella inestricabile ragnatela della malagiustizia italiana. Casi che contribuiscono a rendere il panorama del nostro impianto giudiziario, come certificano più fonti (Unione Camere Penali, Eurispes, Ristretti Orizzonti, ministero della Giustizia), più fosco di quanto si pensi.

INNOCENTI IN CARCERE. Se dall’inizio degli anni ’90 gli italiani finiti ingiustamente dietro le sbarre sono stati circa 50mila, negli ultimi 50 anni nelle nostre carceri sono passati 4 milioni di innocenti. E se nell’arco di tempo che va dal 1992 al 2014 ben 23.226 cittadini hanno subìto lo stesso destino, per un ammontare complessivo delle riparazioni che raggiunge i 580 milioni 715mila 939 euro, i dati più recenti attestano che la situazione non accenna a migliorare. Come comunicato dal viceministro della Giustizia Enrico Costa, infatti, dal 1992, anno delle prime liquidazioni, al luglio del 2015 «è stata sfondata la soglia dei 600 milioni di euro» di pagamenti. Per la precisione: 601.607.542,51. Nello stesso arco di tempo, i cittadini indennizzati per ingiusta privazione della libertà sono stati 23.998. Nei primi sette mesi del 2015, inoltre, le riparazioni effettuate sono state 772, per un totale di 20 milioni 891mila 603 euro. Nei 12 mesi del 2014, invece, erano state accolte 995 domande di risarcimento, per una spesa di 35,2 milioni di euro. Numeri che avevano fatto registrare un incremento dei pagamenti del 41,3 per cento rispetto al 2013, anno in cui le domande accettate furono 757, per un totale di 24 milioni 949mila euro. In media lo Stato versa circa 30 milioni di euro all’anno per indennizzi. I numeri a livello distrettuale riferiti ai risarcimenti per ingiusta detenzione collocano al primo posto Catanzaro con 6 milioni 260mila euro andati a 146 persone. Seguono Napoli (143 domande liquidate pari a 4 milioni 249mila euro), Palermo (4 milioni 477mila euro per 66 casi), e Roma (90 procedimenti per 3 milioni 201mila euro).

ERRORI GIUDIZIARI. Nel 2014 è stato registrato un boom di pagamenti anche per quanto riguarda gli errori giudiziari per ingiusta condanna. Dai 4.640 euro del 2013, che fanno riferimento a quattro casi, si è passati a 1 milione 658mila euro dell’anno appena trascorso, con 17 casi registrati. La liquidazione, infatti, è stata disposta per più di 1 milione di euro per un singolo procedimento verificatosi a Catania, e poi per altre 12 persone a Brescia, due a Perugia, una a Milano e l’ultima a Catanzaro. Dal 1992 al 2014 gli errori giudiziari sono costati allo Stato, dunque al contribuente italiano, 31 milioni 895mila 353 euro. Ma il ministero della Giustizia, aggiornando i dati, ha certificato che fino al luglio del 2015 il contribuente ha sborsato 32 milioni 611mila e 202 euro.

MAGISTRATI «IRRESPONSABILI». La legge sulla responsabilità civile dei magistrati è stata varata la prima volta nel 1988 e modificata, per manifesta inefficacia, solo nel febbraio di quest’anno. I dati ufficiali accertano che dal 1988 al 2014 i magistrati riconosciuti civilmente responsabili dei loro sbagli, con sentenza definitiva, sono stati solo quattro. Secondo l’Associazione nazionale vittime errori giudiziari, ogni anno vengono riconosciute dai tribunali 2.500 ingiuste detenzioni, ma solo un terzo vengono risarcite. Stefano Livadiotti, nel libro «Magistrati, l’ultracasta», scrive che le toghe «hanno solo 2,1 probabilità su 100 di incappare in una sanzione» e che «nell’arco di otto anni quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,065 per cento».

Piangono e strillano. Così i magistrati hanno ottenuto il massimo. Hanno ottenuto il massimo che potevano dopo 28 anni di tradimento del voto popolare espresso a grandissima maggioranza nel referendum promosso dai radicali e dopo che, nel 2011, scrive Rita Bernardini su “Il Tempo” il 27 febbraio 2015. "Il pianto frutta": nessuno meglio dei magistrati italiani sa mettere in pratica questo antico modo di dire della saggezza popolare. Frignano per poi piangere fino a singhiozzare perché con la legge appena approvata sulla responsabilità civile, le toghe nostrane ritengono di non essere più indipendenti, di essere sottoposte a continui ricatti e costrette ad autocontenersi per il timore di essere chiamate in causa. La verità è che hanno ottenuto il massimo che potevano dopo 28 anni di tradimento del voto popolare espresso a grandissima maggioranza nel referendum promosso dai radicali e dopo che, nel 2011, la Corte di Giustizia Europea aveva condannato l’Italia per i limiti posti alla responsabilità civile dei giudici nell'applicazione del diritto europeo. Oggi al Governo e in Parlamento sono tutti protesi a rassicurare i magistrati che strillano e battono i piedi minacciando sfracelli. Da una parte il Parlamento è arrivato ad appiccicare alla legge una relazione d’accompagnamento in cui si spiega che per "negligenza inescusabile" si intende un travisamento "macroscopico ed evidente" dei fatti; dall’altra il Governo che, con il ministro della Giustizia, s’inventa il "tagliando", affermando di essere pronto a cambiare la legge entro sei mesi se ci saranno abusi. Ma quali abusi si possono temere se saranno giudici a giudicare altri giudici? In realtà, già quando fu promosso quel referendum, insieme al compianto Enzo Tortora, i radicali avevano ammonito che occorreva urgentemente affrontare le questioni della separazione delle carriere, degli incarichi extragiudiziari, dei distacchi dei magistrati nell’amministrazione pubblica, dell’automaticità delle carriere, del principio (falso perché impossibile da attuare) dell’obbligatorietà dell’azione penale, della correntocrazia nel Csm, insomma, una riforma organica della Giustizia che affermasse concretamente la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Oggi, con oltre cento magistrati distaccati presso gli uffici legislativi dei ministeri, c’è poco da stare tranquilli: c’è sempre una manina pronta a pinzare alle leggi l’interpretazione autentica, oppure un’intimidazione per la quale l’esecutivo si ritiene costretto a promettere revisioni nel caso in cui gli effetti delle leggi non assicurino, come è stato fino ad oggi, l’impunità delle toghe, i loro privilegi, le loro carriere. Grande assente da questo film – e ho motivo di dubitare che entrerà in scena – è l’illegalità palese dell’amministrazione della Giustizia che colpisce, come denunciava il Commissario per i diritti umani Alvaro Gil-Robles 10 anni fa, il 30 per cento della popolazione italiana per tempi irragionevoli trascorsi in attesa di una decisione giudiziaria, in violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; Convenzione che, secondo il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa viene sistematicamente violata dall’Italia fin dal 1980. Noi che la lotta per la responsabilità civile dei magistrati l’abbiamo per anni fatta-vissuta-vinta assieme ad Enzo Tortora con il calvario che quest’uomo perbene ha dovuto subire, siamo raggiunti da un’infinita tristezza quando vediamo che Renzi twitta esultante la foto di Tortora e tutti i media lo ritwittano raggianti. Quando nell’83 abbiamo sposato la causa di Tortora l’abbiamo fatto contro tutto e tutti perché era unanime il coro che definiva Enzo un camorrista, "cinico mercante di morte£. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se oggi – pressoché isolati – Marco Pannella e i radicali fanno proprio, nell’impegno politico quotidiano, il messaggio che il Presidente Emerito Napolitano ha inviato al Parlamento nell’ottobre del 2013 sulle infami carceri e sulla débâcle della giustizia italiana: non siamo bizzarri oggi, così come non lo eravamo più trent’anni fa al fianco di Enzo Tortora. Mi auguro che questa volta ci si aiuti ad aiutare il Paese e coloro che abitano il nostro territorio a non subire per troppo tempo ancora le conseguenze di una democrazia perennemente tradita nei suoi connotati costituzionali.

Da Enzo Tortora alla hostess ecco tutti gli sbagli delle toghe. C’è Manolo Zioni, rimasto un anno in cella per colpa di un tatuaggio. Il vero rapinatore confessò ma non venne creduto. Ignazio Manca in carcere oltre un anno per non aver fatto niente, scrive Mau. Gal. su “Il Tempo il 26 febbraio 2015. I "padre" di tutti gli errori giudiziari fu il processo a Enzo Tortora. Un errore che segnerà per sempre la vita del presentatore televisivo e, per alcuni, ne decretò anche la prematura scomparsa. L’elenco dei volti noti finiti nelle maglie dell’ingiustizia all’italiana è lungo. Si va da Gigi Sabbani a Serena Grandi. Se Tortora venne arrestato nell’83, in favore di telecamere nel giugno del ’70 fu la volta di Lelio Luttazzi, ammanettato con Walter Chiari per droga. E l’8 aprile 1994 toccò a Leonardo Vecchiet, medico della Nazionale. Ma ci sono anche tanti sconosciuti, nomi anonimi, che hanno subito il danno nell’indifferenza generale. Il record spetta a Giuseppe Gulotta, che ha scontato 22 anni per un duplice omicidio mai commesso. Anche i casi e le storie più recenti (tutti sono denunciati quotidianamente dal sito specializzato "Errorigiudiziari.com") sono numerosi. E, spesso, fanno venire i brividi. C’è Manolo Zioni, rimasto un anno in cella per colpa di un tatuaggio. Il vero rapinatore confessò quasi subito, ma non venne creduto. Il giovane romano venne, per sua fortuna, scagionato da una perizia su una macchia sulla pelle. Assolto, otterrà un risarcimento di circa 80 mila euro per i suoi 351 giorni dietro le sbarre. Marin H., invece, aveva già scontato un anno per il reato di sfruttamento della prostituzione. Ma questa volta non era recidivo. Lui non c’entrava, anche se le "ragazze" lo accusavano. Alla fine, ha ottenuto 51 mila euro. E che dire dell’ex vicesindaco di Montesilvano Marco Savini, che ha impiegato ben otto anni per vedere riconosciuta la sua estraneità ai fatti. Travolto (è proprio il caso di dirlo) dall’inchiesta "Ciclone" nel 2007, con le pesanti accuse di associazione per delinquere, truffa e corruzione, ha fatto 98 giorni in cella e ora attende un rimborso. La vita di Luigi Vittorio Colitti è stata distrutta quando aveva solo diciotto anni. Fu accusato di aver aiutato il nonno ad uccidere il vicino di casa, un consigliere comunale e provinciale dell’Italia dei Valori. Ci sono voluti due processi e quattordici mesi di prigione prima che venisse giudicato innocente. Ora chiede mezzo milione di euro. Ignazio Manca ha trascorso in carcere oltre un anno. E non aveva fatto niente. Era accusato di riciclaggio e ricettazione e venne condannato in primo grado a quattro anni di reclusione. Il fatto che il fratello si fosse assunto ogni responsabilità, così scagionandolo, non ha sfiorato la mente di chi lo stava giudicando, facendogli sorgere un "ragionevole dubbio". All’epoca dei fatti si trovava in ospedale e solo per questo fu assolto in appello: avrà 150 mila euro. Uno dei casi più eclatanti e strazianti fu quello della hostess Elena Romani, ritenuta l’assassina della figlia Matilda. Una bambina. Mentre la piccola moriva, però, lei non era neanche in casa. Ciò non ha impedito che dovesse affrontare tre gradi di giudizio prima di dimostrare la sua innocenza. Adesso vuole 80 mila euro. Ma il procuratore generale della Corte d’appello non è d’accordo: sostiene che con il suo comportamento abbia giustificato i sospetti su di lei. Pasquale Capriati, accusato di tentata rapina e tentato omicidio, ha dovuto attendere quasi un quarto di secolo: solo dopo 23 anni (6 mesi in cella e due ai domiciliari) si è capito che si trattava di uno sbaglio. Prosciolto, ha chiesto allo Stato 516 mila euro per ingiusta detenzione. E l’avvocato barese Sergio Mannerucci ha dovuto subire una settimana in prigione e due anni di odissea giudiziaria per far capure che non c’entrava niente con la truffa all’Inps di cui era stato accusato. Errori pagati con la privazione della libertà dagli indagati. E con i soldi da noi contribuenti.

Dodici casi di ordinaria ingiustizia. Accuse senza prove, perizie sbagliate, rapine mai fatte, così si può finire in carcere da innocenti, scrive Andrea Ossino su “Il Tempo” il 30 dicembre 2015.

Cinque anni per droga Ma il colpevole non era lui. Per 5 anni hanno creduto fosse un narcotrafficante internazionale. W.U., quarantenne residente a Frosinone, ha visto crescere le sue due gemelline da dietro le sbarre. Non è riuscito a stare vicino alla sua famiglia nei momenti di difficoltà. Tutto questo perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era stato arrestato nel 2010, mentre era all'aeroporto di Capodichino, a Napoli. La Dda partenopea lo aveva fermato insieme ad altre 30 persone perché risultava aver avuto contatti con la fidanzata di un uomo che faceva parte di un'organizzazione criminale dedita al narcotraffico. Il legale dell'uomo, Francesco Galella, è riuscito però a dimostrare che quelle telefonate che provavano come tale «Biggy» cedesse e ricevesse stupefacenti, non erano riconducibili al suo assistito. W.U. è quindi stato assolto e adesso chiede allo stato 500 mila euro. Una cifra che non gli potrà mai risarcire gli anni persi, ma almeno gli consentirà di rifarsi una vita dignitosa.

Accusati senza prove di una truffa milionaria. Accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, Pio Maria Deiana, Carlos Luis Delanoe e Carmelo Conte, sono stati assolti dal tribunale di Terni perché il fatto non sussiste. Era il 2005 quando i tre indagati cercarono di acquistare una squadra di calcio, la Ternana, e Villa Palma, un luogo dove poter avviare una fondazione. L'affare non andò in porto perché vennero arrestati prima che la filiale di una banca concedesse loro un prestito di 100 milioni di euro sulla base di una fidejussione di 400 milioni di dollari di una banca brasiliana. Proprio la fidejussione li fece finire sul banco degli imputati, dal quale dovettero assistere alla sfilata dei testimoni eccellenti: dall’ex presidente del Coni di Terni, Massimo Carignani fino all'ex sindaco di Terni, Paolo Raffaelli. Grazie ai teste e alle perizie capaci di dimostrare la veridicità della fidejussione e la limpidezza dell'operazione finanziaria, la corte di Terni li assolse sottolineando che i 3 erano stati reclusi ingiustamente per 6 mesi. Adesso chiedono di essere risarciti.

In cella a 16 anni per una perizia sbagliata. Una perizia sbagliata lo aveva condotto in cella quando aveva 16 anni. Sulla sua testa una pesante accusa: aver ucciso il padre. Per questo motivo Luca Agostino aveva trascorso 113 giorni in carcere. Il padre, Cosimo, era stato ucciso con tre colpi di arma da fuoco il 24 febbraio del 2010. Luca era stato arrestato insieme al fratello maggiore, Vincenzo. La perizia non lasciava spazio a dubbi: sulle mani del ragazzo era presente polvere da sparo. Neanche la testimonianza del fratello reoconfesso, grazie al quale era stata trovata anche l'arma del delitto, aveva convinto gli inquirenti milanesi. Poi i consulenti del giudice e quelli della procura arrivano a una conclusione unanime: «i risultati delle operazioni peritali appaiono compatibili con le dichiarazioni rese dai tre soggetti presenti al momento dell’omicidio». A scagionarlo definitivamente una conversazione in carcere con il fratello: «Vincenzo esprime sorpresa e rabbia verso il fratello quando apprende che Luca potrebbe aver toccato la pistola e risultare perciò positivo alla prova dello Stub». Adesso Luca è stato risarcito: 24mila e 300 euro.

Medico condannato Ma salvò un detenuto. Ha chiesto un milione di euro per ingiusta detenzione. Una cifra a sei zeri che comunque non potrà mai ripagarlo del torto subito. Alfonso Sestito, cardiologo del Policlinico Agostino Gemelli di Roma è stato assolto con formula piena. Secondo gli inquirenti avrebbe scritto una falsa perizia. Un documento che avrebbe consentito la liberazione di un detenuto e che sarebbe stato «richiesto» dall'avvocato Marco Cavaliere, condannato a tre anni di carcere. Così il medico aveva dovuto trascorrere quindici giorni agli arresti domiciliari e, dal febbraio del 2013, era stato costretto a non allontanarsi dalla Capitale. Nel corso del processo, il legale del dottore è riuscito a dimostrare che grazie a quella perizia, l'imputato avrebbe salvato la vita al paziente, il detenuto Carmine Buongiorno. Così l'uomo è stato assolto dall'accusa di falso. Adesso Alfonso Sestito, dopo aver chiesto di essere risarcito, è in attesa del pronunciamento del giudice.

Sei mesi in cella per una rapina mai fatta. Per un anno è stato detenuto ingiustamente, trascorrendo anche 6 mesi all'interno di un penitenziario. Claudio Ribelli, secondo l'accusa, avrebbe rapinato una donna puntando un coltello alla gola del figlio. Magro il bottino ottenuto: 100 euro e una piccola collana d'oro. Il ventottenne sardo era finito nel carcere di Buoncammino, a Cagliari, perché la vittima affermava di averlo riconosciuto. Erano in due i complici che nel 2010 avevano rapinato la donna. Il primo, Pierpaolo Atzeni, è stato condannato a scontare 5 anni e 4 mesi di reclusione. Il presunto complice, Claudio Ribelli, è invece stato assolto e la Corte d'appello di Cagliari ha stabilito che lo Stato gli corrisponda 91.082 euro come riparazione per ingiusta detenzione. Del resto le telecamere di una stazione di servizio che avevano immortalato la scena del crimine avevano ripreso il complice scagionando Ribelli. Adesso l'operaio sardo cerca di rifarsi una vita nonostante abbia trascorso 6 mesi in una cella di 4 metri per 4 priva di acqua calda, riscaldamento e pavimento, insieme ad altri 5 detenuti.

Tentato omicidio. Ma il marito aveva mentito. Anche in Sicilia, nel 2015, è stato riconosciuta una riparazione per ingiusta detenzione. Ad Elena Khalzanova infatti sono stati dati 38mila euro. Era stata assolta due anni fa, nel luglio del 2013, dopo essere stata accusata di aver tentato di uccidere il marito. Ma secondo la corte di Catania, i 18 giorni di galera e i 286 giorni di arresti domiciliari affrontati da Elena, ingegnere russo di 59 anni ed ex direttore di una fabbrica della marina militare sovietica, non valgono neanche 40 mila euro. Elena era stata accusata di voler uccidere il marito – avrebbe tentato di soffocarlo con un cuscino – per impossessarsi dell'eredità. Ma l'unico testimone che la accusava era proprio la vittima. Durante il processo le sue testimonianze sono però state ritenute «incoerenti e contraddittorie e come tali non meritevoli di credito». A causa di presunte violazioni anche il Consolato generale della Federazione russa a Palermo aveva seguito il caso.

Accusato di corruzione Prosciolto dopo 6 anni. Dante Galli al momento del suo arresto lavorava come dirigente dell'ufficio urbanistica di Pietrasanta, in provincia di Lucca. Il 31 gennaio del 2006 però aveva perso tutto. Era stato arrestato insieme al sindaco Massimo Mallegni e a numerosi politici, funzionari e imprenditori. Sulla sua testa pesava un'accusa importante: corruzione. Dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari ha dovuto affrontare un maxi processo nel corso del quale fortunatamente era tornato a piede libero. Il suo incubo è terminato dopo sei anni. Il 2 aprile del 2012. Il tribunale di Firenze non ha avuto dubbi: Galli è stato prosciolto da ogni accusa e deve essere risarcito per tutte quelle settimane trascorse tra il carcere e gli arresti domiciliari. Adesso pronuncia parole felici, si dichiara sereno, ma nessuno potrà mai cancellare l'esperienza vissuta, la perdita della libertà e della dignità professionale. Adesso all'uomo è stato riconosciuta l'ingiusta detenzione. Il politico però non ha fatto sapere a quanto ammonta.

Per i pm era un boss. Scagionato a 70 anni. Il suo nome gli è costato 3 anni e 11 mesi da scontare agli arresti domiciliari. Ma Beniamino Zappia non era il boss della mafia italo-canadese e adesso deve essere risarcito. Una vicenda che inizia il 22 ottobre del 2007, quando la Dia di Roma arresta l'uomo accusandolo di associazione a delinquere di stampo mafioso. Gli inquirenti pensano infatti sia il tramite tra le cosche agrigentine e quelle canadesi legate ai fratelli Rizzuto di Montreal, credano che i boss si siano serviti di lui per infiltrarsi negli affari d'oro relativi alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Così lo arrestano insieme ad altre 18 persone. Complice il suo nome e la sua fedina penale non proprio immacolata, Zappia viene recluso a San Vittore, poi a Roma e ancora a Benevento e Secondigliano. Nel 2008, ormai 70enne, viene trasferito in regime di carcere duro. Poi i dubbi, la concessione degli arresti domiciliari nel maggio del 2010 e infine la sentenza. Il 23 novembre del 2012 viene assolto perché il fatto non sussiste.

Un anno di detenzione. Ma i testimoni lo salvano. Una detenzione durata ben 351 giorni e un indennizzo di 100 mila euro, pari a 235 euro al giorno. Manolo Zioni, romano, quando aveva 22 anni era stato accusato di aver messo a segno 3 rapine, tutte compiute tra l'agosto e il settembre del 2010, in zona Pineta Sacchetti, nella Capitale. Nonostante Alessandro Rossi, un rapinatore già in stato di detenzione, avesse ammesso di aver compiuto anche i colpi contestati a Zioni, i giudici non gli credono. Nessun testimone lo riconosce e allora viene disposta una perizia sulle immagini riprese dalle telecamere. Il rapinatore, quello vero, aveva un diamante tatuato sul collo. Manolo Zioni invece solo una macchia sulla pelle. Così il ragazzo viene rimesso in libertà e dopo 20 giorni viene assolto per non aver commesso il fatto. L'imputato viene risarcito, ma non è di certo un santo. Così lo scorso giugno è stato fermato nuovamente. In zona Primavalle avrebbe gambizzato un uomo, un personal trainer di 35 anni con cui aveva un debito in sospeso.

58 euro per ogni giorno incolpato ingiustamente. Lo stato gli ha dato 23 mila euro. Ogni giorno che ha trascorso in carcere vale appena 58 euro. E in cella Alberto Vitulo ha trascorso ben 13 mesi. Spaccio di sostanze stupefacenti. Questa l'accusa sostenuta dagli inquirenti di Cavarzere, in provincia di Venezia. L'uomo, 53 anni, era stato arrestato il 28 ottobre del 2008. L'operazione dei carabinieri aveva sgominato una banda di neofascisti accusati di trafficare stupefacenti. In pratica l'associazione avrebbe portato la cocaina dal Sudamerica per poi rivenderla nelle piazze di spaccio del Veneto. Alberto Vitulo, secondo l'accusa, avrebbe gestito il traffico nell’area del rodigino. Alla fine l'uomo è stato assolto. Misero il risarcimento ottenuto e sentenziato dalla Corte d'appello di Venezia. Ma i giudici hanno motivato l'ingiusta detenzione in carcere spiegando anche che Vitulo, originario di Cavarzere, avrebbe contribuito colposamente all’emissione e al prolungamento della misura cautelare a suo carico, omettendo di fornire agli inquirenti alcun chiarimento in merito al comportamento che gli veniva contestato.

Vicesindaco «truffatore». Ma era una menzogna. Un calvario giudiziario durato ben 8 anni. L'avvocato Marco Salvini, quando aveva solo 32 anni, aveva dovuto trascorrere anche 98 giorni in regime di arresti domiciliari. La vicenda che risale al 2007 lo ha visto accusato di associazione per delinquere, truffa e corruzione. Adesso chiede un risarcimento per il torto subito, per la libertà privata, per la reputazione persa in un paese, Montesilvano (provincia di Pescara), dove le voci corrono velocemente, specialmente se un processo dura più di 8 anni, soprattutto se l'avvocato Marco Salvini, al momento dell'arresto, era anche il vicesindaco di Montesilvano. La sua vita è cambiata radicalmente prima di essere assolto, prima di uscire a testa alta dall'inchiesta Ciclone, quella che nel 2007 lo ha condotto in braccio alla giustizia. Ora crede ancora nel sistema giudiziario. Un sistema capace anche di assolvere e di risarcire per il danno subito. Adesso l'uomo attende le motivazioni della sentenza e si appresta a chiedere un corposo risarcimento.

In galera 156 giorni per un errore di calcolo. Quella lunga fedina penale non gli è stata certo d'aiuto. Luigi Aiello in ogni caso è stato detenuto 156 giorni di troppo, per un errore di calcolo. Adesso è stato risarcito. Dall'errore commesso dai giudici ne era scaturito anche un secondo, questa volta commesso da Aiello. L'uomo infatti aveva una complessa vicenda giudiziaria che grazie alle leggi, e ai numerosi soggiorni in carcere, lo aveva costretto a scontare gli ultimi 5 anni e 8 mesi agli arresti domiciliari. Lui però, durante l'ultimo periodo, era andato in Spagna. Quando era tornato, dopo alcuni mesi, era dunque stato arrestato e condannato a un ulteriore anno di reclusione. Mentre stava scontando i suoi giorni in galera i suoi legali si erano accorti dell'errore. Conti alla mano, la Corte d'appello di Trento aveva accolto la sua richiesta di ingiusta detenzione: 40mila euro. Adesso l'uomo sta affrontando gli altri processi a suo carico e presto saprà se gli verrà riconosciuta una seconda ingiusta detenzione.   

Dal 2000 l'Associazione Culturale "ARTICOLO 643" tutela le vittime di "errori giudiziari, ingiusta detenzione e lungaggini processuali". Sono un gruppo di professionisti (avvocati, docenti universitari, etc.) che si dedicano assiduamente alle delicate tematiche della Giustizia. Da anni mettiamo a disposizione dei cittadini competenze specifiche nei delicati istituti della revisione processuale e della riparazione per ingiusta detenzione. Il loro portale è divenuto un efficace veicolo di informazione per gli addetti ai lavori e un punto di riferimento per le centinaia di persone che ogni anno sono vittime di errore giudiziario o di ingiusta detenzione.

Altro esempio di spendita di passione a favore delle vittime dell’ingiustizia terrena è il lavoro di due giornalisti validi e coraggiosi che gestiscono il sito web ErroriGiudiziari.com che al 26 ottobre 2015 contava su 658 casi presenti nel loro archivio. Questo sito nasce dall’idea di due giornalisti che da anni si occupano di errori giudiziari e ingiusta detenzione. Nel 1996, dopo aver realizzato il capitolo “Giustizia-Ingiustizia” per il Rapporto Italia Eurispes, pubblicano il libro “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette”, una raccolta di errori giudiziari dal Dopoguerra ai giorni nostri. Da allora hanno continuato a raccogliere e archiviare casi e storie di vittime di errori della giustizia, che ora danno vita a Errorigiudiziari.com, il primo archivio italiano sugli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni.

Benedetto Lattanzi (Roma, 1966), giornalista, lavora per un’agenzia di stampa nazionale.

Valentino Maimone (Roma, 1966), giornalista, scrive di attualità e salute per diversi periodici nazionali e per il web.

Legge Pinto, stretta sui risarcimenti. Rischiano anche quelli per ingiusta detenzione? Scrivono il 16 settembre 2015: Giudici, la carriera prima di tutto. Il direttore del quotidiano romano “Il Tempo”, Gian Marco Chiocci, interviene con un editoriale sul tema della riforma della giustizia, degli errori giudiziari, dell’ingiusta detenzione e della responsabilità dei magistrati. A poca distanza dalla pubblicazione di dati aggiornati sugli innocenti in carcere nel nostro Paese, le sue parole non sono affatto tenere: il sottosegretario alla Giustizia, Enrico Costa, sta facendo un’opera meritoria di trasparenza nel tentativo di cambiare le cose. Ma le prospettive, stando al ragionamento di Chiocci, non sono affatto rosee: le riforme possibili, viste le resistenze della categoria dei magistrati, sono in realtà decisamente improbabili. Esattamente due anni fa “Il Tempo” mandò in stampa un’inchiesta devastante sulle ingiuste detenzioni, argomento tornato oggi di moda per il tentativo del governo di farla pagare a chi sbaglia, cioè ai magistrati eventualmente colpevoli d’aver mandato in galera un innocente. A scanso di equivoci e pie illusioni diciamo subito che nonostante Enzo Tortora, il referendum dei radicali, i mille tentativi di provare a regolamentare un’anomalia solo italiana, quest’ultimo esperimento, lodevole nelle intenzioni e rivoluzionario sulla carta, certamente non vedrà la luce. Il sottosegretario alla giustizia Costa, nel rendere noti i dati della vergogna (tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni in 22mila sono stati risarciti, oltre 600 i milioni di euro che lo Stato ha tirato fuori come indennizzo) ha sollecitato l’applicazione della «responsabilità dei magistrati» attraverso l’avvio, in automatico, ai titolari dell’azione disciplinare, dell’ordinanza che accoglie l’istanza di riparazione per il carcere ingiusto. In altre parole, nelle intenzioni del sottosegretario, a differenza del passato ove non vi era alcun obbligo di trasmissione, una volta ottenuto l’indennizzo, il fascicolo verrà preso, impacchettato e girato ai titolari dell’azione disciplinare che valuteranno se e come comportarsi con il magistrato che ha trattato il caso in questione. Fino ad oggi su 22 mila errori giudiziari accertati, hanno pagato solo 8 giudici. Con questo sistema in tanti potrebbero rischiare inciampi di carriera. Ecco perché la rivoluzione sognata da Costa non si farà mai.

Tra i centinaia di casi, ne raccontiamo qualcuno....

Addio a Mario Conte, magistrato vittima della malagiustizia. Gli errori giudiziari sono qualcosa che può capitare a tutti. Finire in carcere da innocenti, vivere un periodo più o meno lungo di ingiusta detenzione, è molto meno raro di quello che si possa pensare. Un fenomeno che in Italia è decisamente sottovalutato perché – numeri alla mano – costituisce in realtà una vera emergenza sociale: come altro definireste i circa mille casi di riparazione per ingiusta detenzione che ogni anno in media si verificano nel nostro Paese, da più di vent’anni a questa parte? La storia del magistrato Mario Conte, una precocissima esperienza a Palermo in prima linea nell’antimafia seguita da una carriera come pm a Bergamo, sotto questo aspetto è illuminante. Finì trascinato in un’accusa infamante, per un giudice dalla condotta cristallina come lui, per opera di un pentito. Travolto da capi di imputazione pesantissimi. Sottoposto a un’odissea giudiziaria a cui, nel tempo, si aggiunse un macigno ancora più colossale: una malattia terribile come il mieloma multiplo. Difficile dire se provocata, magari indirettamente, dal calvario personale cui già era stato sottoposto dal momento dell’incriminazione infondata. Ma destinata comunque a cambiargli la vita per sempre. Mario Conte ha impiegato 18 anni per dimostrare la sua totale estraneità a ogni accusa. Ha vinto contro la malagiustizia, ma ha dovuto cedere a qualcosa contro cui, purtroppo, non poteva che soccombere. Di lui ci resta un libro testamento dal titolo chiaro ed efficace come pochi altri. Perfetto per ricordare a tutti che finire nelle maglie dell’errore giudiziario può accadere a chiunque: a prescindere dalla condizione sociale, dalla provenienza, dalla collocazione geografica. E quando la giustizia sbaglia, sono dolori veri. Raccontare la sua storia in giro per l’Italia sarebbe stato, per quanto possibile, un piccolissimo risarcimento alle vicende nelle quali è stato suo malgrado coinvolto. Ma Mario Conte non ce l’ha fatta: è spirato pochi giorni prima che il suo libro «E se fossi tu l’imputato? Storia di un magistrato in attesa di giustizia» (Guerini e Associati Editore) potesse essere presentato nel paese che aveva dato le origini alla sua famiglia, Villanova del Battista, al quale era molto legato. Quello che ha riguardato Conte può essere catalogato come mero errore giudiziario, uno di quelli che in Italia, purtroppo, non sono così rari? Napoletano di nascita, ma irpino di Villanova per origini familiari, Conte era entrato in magistratura a soli 27 anni: da allora, a Bergamo per anni da pubblico ministero presso la Procura della Repubblica. «E se fossi tu l’imputato?» è il suo libro-testamento che invita a fuggire, a rigettare il concetto di giustizia come mero e vuoto esercizio del potere. Un titolo che è una domanda secca a chi legge, per far intendere che l’errore può colpire chiunque: anche magistrati come lui. Perché gli ultimi 18 anni della vita di Conte sono un vero e proprio calvario. Prima, nel 1997, viene accusato da un pentito di essere a capo di una serie di presunte operazioni illecitamente gestite dai militari del Ros di Bergamo e di Roma, che avrebbero costituito una struttura deviata per strumentalizzare le norme sulla consegna controllata di stupefacenti, al fine di conseguire brillanti operazioni. Nel 2003, Conte riceve il primo avviso di garanzia. Le accuse, gravissime, gli piombano addosso come un macigno: associazione a delinquere, traffico di stupefacenti, falso, peculato. «Io sono un pm, non un narcos», reagisce d’istinto. Normale, per chi aveva trascorso quattro anni, dal 1992 al 1996, da applicato presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Là dove la mafia la si combatte giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Al dramma giudiziario si aggiunge quello strettamente personale, che alcuni neurochirurghi ritengono legato al primo a filo doppio: nel 2006 gli viene diagnosticato un mieloma multiplo. Conte non si arrende e alla battaglia per la sua innocenza affianca quella per la guarigione. Battaglie che terminano nello stesso periodo, seppur con esiti drammaticamente opposti: dopo aver rinunciato alla prescrizione, nel luglio 2014 viene assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Milano. Il 2 ottobre scorso, invece, deve arrendersi al male che in 9 anni lo ha divorato. Dopo i funerali, tenuti a Bergamo, oggi, con una celebrazione alle 17 presso la Chiesa di Santa Maria Assunta, lo ricorderà anche Villanova del Battista. Oltre all’insegnamento di una vita integerrima, Mario Conte lascia un libro che è anche un testamento, una visione del tanto discusso e discutibile sistema giuridico italiano maturata attraverso la propria professione e la vicenda che lo ha coinvolto. Un sistema che egli conosce benissimo ma del quale rimane vittima. Eppure, basterebbero «piccoli accorgimenti: bisogna recuperare – scrive Conte – le distinzioni dei ruoli e la cultura della prova, oggi spesso soppiantata da una visione della giustizia non già come servizio nei confronti del cittadino, ma come esercizio di un potere che funge da ammortizzatore sociale, scadendo così in un’attività di supplenza di altri poteri dello Stato incapaci di esprimere il proprio ruolo». (fonte: Domenico Bonaventura, Il Mattino, 10 ottobre 2015)

Storia di Mario Conte, magistrato rovinato dalla “giustizia”. Un processo all’ingiusto processo, scrive il 28 Maggio Francesco Amicone su “Tempi”. Messo alla sbarra per vent’anni secondo le accuse (inattendibili) di un criminale senza scrupoli, uscito assolto ma distrutto da due gradi di giudizio, l’ex pm ha deciso di scrivere un libro per legittima difesa. A partire da oggi, giovedì 28 maggio, sarà nelle librerie “E se fossi tu l’imputato?” (Guerini e Associati, 143 pagine, 15,50 euro), il libro in cui l’ex pm di Bergamo Mario Conte “processa” l’ingiusto processo subìto per vent’anni dopo essere stato coinvolto nella rumorosa indagine sul generale del Ros Giampaolo Ganzer. Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola che racconta la sua storia. L’Italia non sarebbe abbonata alle sentenze europee per violazione dei diritti umani e la giustizia avrebbe risolto gran parte dei suoi problemi, se fosse svelta come lo era Biagio Rotondo a uscire di prigione. Rotondo era un criminale soprannominato “il Rosso”. Entrava in prigione con accuse che avrebbero sistemato chiunque per anni e riusciva ottenere gli arresti domiciliari dopo qualche mese. Spaccio, rapine, furti. La sua fedina penale era costellata di crimini, anche violenti, ma riusciva a cavarsela con le parole. Mandava a chiamare il pm di turno e in cambio di informazioni per lui si aprivano le porte del carcere. Per i suoi accusati, invece, ad aprirsi era una lunga stagione di guai. Dalle parole di Rotondo nasce l’inchiesta che dal 1997 ha coinvolto alcuni carabinieri della sezione anticrimine di Bergamo, i vertici dei carabinieri e un magistrato, per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Rotondo non c’è più, si è impiccato in carcere nel 2007, ma il processo per alcuni imputati, in particolare l’ex comandante del Ros Giampaolo Ganzer, è ancora in corso. La durata quasi ventennale del processo è solo un particolare dell’esperienza da imputato vissuta da Mario Conte. Per trent’anni pm a Bergamo e oggi scrittore per legittima difesa, dal 1997 al 2014 Conte ha calcato aule di tribunali e studi di avvocati replicando alle accuse di Rotondo, della procura di Brescia e di Milano, dalle quali è stato completamente scagionato lo scorso anno. Dichiarato due volte innocente, ha preso la penna e ripercorso la sua vicenda giudiziaria raccontando nel dettaglio gli errori, le discrasie del sistema e alcune sviste dei pm che hanno condotto l’inchiesta. E se fossi tu l’imputato? è il titolo del libro di Conte, editato da Guerini. La vicenda ha inizio nel 1997. A giugno di quell’anno, Rotondo viene arrestato per tentato omicidio, rapina, illecita detenzione e porto di armi dalla questura di Brescia. Le porte del carcere si sarebbero chiuse per almeno un decennio se non avesse aperto bocca. Non bastava il mea culpa, c’era bisogno di una storia. Il Rosso l’aveva e la offrì alla procura di Brescia. Il pm Fabio Salamone decise di ascoltarla. Rotondo parlò della sua collaborazione con i carabinieri di Bergamo, due anni come informatore fra il 1992 e il 1994, soffermandosi su alcune irregolarità compiute dai militari e spiegando, dichiarazione dopo dichiarazione, in cosa consistesse il suo lavoro. Il compito affidatogli da “il Biondo”, “il Ciccio” e altri militari del Ros infiltrati nelle organizzazioni del narcotraffico, sarebbe stato quello di trovare criminali e istigarli ad acquistare la droga da loro importata tramite alcune fonti. In Italia, la legge sulle attività sotto copertura vieta la provocazione, ma stando a Rotondo, era proprio quello che facevano lui e gli altri militari coinvolti: avrebbero imbastito un traffico di stupefacenti internazionale con la protezione di un magistrato di Bergamo, Mario Conte, che firmava gli atti di indagine per ottenere successo, pubblicità e fare carriera. Il “sistema” sarà poi definito dai magistrati e dai giornalisti “metodo Ganzer”, generale dei carabinieri allora in ascesa e oggi in pensione, con una sentenza della Cassazione ancora pendente. Salamone, colpito dalle confessioni di Rotondo, fece parlare il pregiudicato per altri due anni. L’inchiesta, per quanto delicata, approdò davanti a un giudice soltanto nel 2003, a Milano. Nel frattempo Rotondo non smise di delinquere e fu nuovamente arrestato nel 2007, dopo aver violato più volte il programma di protezione testimoni che aveva conquistato con le sue dichiarazioni sul Ros. Sulla base delle parole di Rotondo è stato costruito un processo in cui Conte viene accusato di essere a capo del “sistema” con cui gli agenti del Ros, sotto la sua regia, avrebbero violato la legge sulle “consegne controllate” di droga, usando come burattini il Rosso e narcotrafficanti del calibro di Otoya Tobon, soprannominato “El drago” (un colombiano ai vertici del cartello di Calì e in seguito collaboratore della Dea americana). Il problema, afferma l’ex pm di Bergamo, non è avere cercato riscontro alle parole del pentito, ma il metodo seguito per verificarle. Le dichiarazioni di Rotondo difficilmente potevano essere ritenute attendibili, nel suo caso. Esaminato dalla difesa o dalla accusa, Rotondo più volte aveva cambiato versione dei fatti. Ai giudici che hanno assolto Conte è parso evidente dalle stesse dichiarazioni del pentito, il quale nel 1997 affermava «io non so se il dottor Conte sapesse come le operazioni venivano gestite», per poi cambiare parere dopo quattro anni di collaborazione: «Il dottor Conte certamente sapeva che lo stupefacente era nelle mani del Ros e che io cercavo acquirenti». Ma non si fermano qui le perplessità sulle dichiarazioni di Rotondo, perché il consulente di Conte, analizzando i nastri delle registrazioni del 1997 e del 1998, vi riscontrò molte anomalie. Ad esempio numerose interruzioni – in alcuni casi ogni sei minuti, in un caso addirittura ogni cinquanta secondi – e a volte sovra-incisioni che avrebbero dovuto rendere quelle registrazioni inutilizzabili. Il metodo operativo che avrebbe seguito Conte, usare le fonti dei carabinieri come Rotondo o “El drago” per imbastire traffici di droga direttamente dagli uffici della procura, sarebbe poi stato confermato da un appunto (senza data e non protocollato) di un maresciallo dei carabinieri. Si tratta di un resoconto di una riunione del 1991 fra il pm Conte e sottufficiali del Ros e del Road. In quell’occasione, stando all’appunto inoltrato da un maresciallo (del Road) ai superiori di stanza a Roma, Conte avrebbe teorizzato come infrangere la legge per incastrare alcuni narcotrafficanti. Nella riunione si era parlato di un’operazione sotto copertura nel quadro dell’allora nuova legge sugli agenti “undercovered”. L’appunto del carabiniere (deceduto prima di testimoniare), stando all’accusa confermava le parole di Rotondo. Secondo i giudici, però, non poteva considerarsi fedele a quanto detto da Conte. Ciò è avvalorato dal fatto che nessun altro ufficiale di polizia giudiziaria aveva pensato di informare i superiori di quel “metodo” di condurre le operazioni anti-droga. Ma ciò che ha stupito Conte è il fatto che sia stato proprio lui a dovere chiamare a testimoniare i presenti alla riunione per dimostrare che quell’appunto non poteva corrispondere a un suo discorso. Anche in questo caso, secondo il magistrato di Bergamo, si è disatteso un principio cardine del sistema processuale italiano. Il pm, infatti, non è un avvocato dell’accusa che si limita a cercare conferme alla sua teoria. Deve applicare la legge senza ignorare gli indizi a favore dell’imputato. Un modo di procedere diverso porta alla «inversione dell’onere della prova», dove è un presunto colpevole a dovere dimostrare la falsità o la verità di una teoria, quando questo compito spetterebbe ai pm. Nel processo Conte ci sono stati 43 depositi di atti relativi a indagini integrative in un arco temporale che va dal 2005 al 2012, con una media di un deposito di migliaia di pagine ogni due mesi. Il fascicolo del solo dibattimento è composto da circa 95 mila file. Migliaia di pagine, decine di faldoni da studiare, e tempi che si allungano portano inoltre a errori e confusioni negli stessi addetti ai lavori. È quasi inevitabile. Quando il procuratore generale fece appello contro la sentenza di primo grado che aveva assolto Conte, avrebbe dovuto aver studiato tutti gli atti nei quarantacinque giorni a disposizione per legge. Il che avrebbe implicato una velocità di lettura media di circa 2 mila pagine al giorno e un impegno giornaliero di circa 17 ore lavorative. 24 ore su 24, se si conta anche la redazione dei motivi di appello, una volta letti gli atti. Umanamente impossibile. Nella doppia veste di ex imputato e magistrato (favorevole alla responsabilità civile), Conte si chiede come può funzionare una giustizia che non risponde dei propri errori. Gli abbagli che sono spesso favoriti da una proliferazione di atti, mettono in difficoltà sia l’accusa sia la difesa. Conte, a riguardo, cita un esempio lampante. Nei suoi capi d’accusa era stata inserita un’operazione della procura di Bologna, condotta da un altro magistrato. L’errore all’apparenza banale fu fatto presente al pm che gestiva l’inchiesta nella seconda fase (udienza preliminare) e sembrò essere accolto. Ma fu dimenticato nella richiesta di rinvio a giudizio. Questo sbaglio, spiega l’ex pm Conte, ha comportato una evitabile perdita di tempo. Si è dovuto chiamare il magistrato di Bologna e farlo venire a testimoniare a Milano per provare che quell’operazione non aveva nulla a che fare con l’imputato. Nelle requisitorie dei pm si assiste, racconta Conte, a una replica delle inesattezze presenti negli atti. Dalle date alle interpretazioni, ovunque può nascondersi una svista. Emergono anche aspetti non chiari sul modo di seguire le regole da parte della stessa autorità giudiziaria. Riguardo all’uso delle intercettazioni, ad esempio. Conte spiega come nel suo processo dovessero essere acquisite alcune conversazioni registrate dalla procura di Roma ma che ciò fu impossibile. Il pm, nel dibattimento, informò le parti dell’impossibilità di acquisirle per «motivi tecnici». Si trattava, disse l’accusa, di «conversazioni registrate dalla Guardia di Finanza su delle cassette purtroppo oggi irrecuperabili». Conte volle controllare e scoprì un’altra verità. I finanzieri avevano scritto al pm milanese: «È d’obbligo precisare che l’operazione di registrazione venne effettuata per soli scopi operativi. Non essendoci alcuna autorizzazione formale dell’autorità giudiziaria». «Come già specificato, la registrazione non era stata oggetto di alcuna autorizzazione del pm (di Roma, ndr), il quale, verbalmente, al momento del coordinamento con gli operanti circa le attività da esperire, aveva con gli stessi convenuto di effettuare tale registrazione». Stando alle parole dei finanzieri, quindi, era stata eseguita un’intercettazione abusiva. Ecco perché non potevano essere acquisite. Si conclude con una seconda assoluzione in appello, senza strette di mano o risarcimenti, la vicenda di Conte. La carriera dell’ex pm, oggi giudice civile, è ancora bloccata dal Consiglio superiore della magistratura, che a un anno dall’assoluzione chiede a Conte di rispondere della richiesta di rinvio a giudizio di dieci anni fa, incurante dell’innocenza stabilita dai tribunali. E se fossi tu l’imputato? è un “processo” a un processo. Un libro che dimostra nel dettaglio come la malagiustizia può nascere quando chi dovrebbe applicare le leggi si dimentica dei princìpi che stanno alla base del giusto processo, dalla presunzione d’innocenza all’onere della prova.

E se fossi tu l’imputato? Il caso del magistrato Mario Conte, scrive l'11 Giugno 2015 Luigi Amicone su "Tempi". La lettera del direttore di Tempi al Foglio a proposito del libro del «pm indagato, triturato e assolto dopo vent’anni». Sul Foglio di oggi appare una lettera del direttore di Tempi Luigi Amicone e relativa risposta di Claudio Cerasa. Le riproponiamo di seguito. Al direttore – C’è un volumetto appena uscito in libreria per i tipi della Guerini&Associati (E se fossi tu l’imputato?) che ben si potrebbe definire una esemplificazione della testimonianza di Piero Tony, con esposizione fin troppo minuziosa, tecnica e dettagliata di come si costruisce un “mostro” attraverso un lavorìo perfettamente rispettoso di tutte le regole del circo mediatico-giudiziario ma anche totalmente avulso dai dati, prove, riscontri fattuali. Il caso del magistrato (anch’egli appartenente a Md) Mario Conte è interessante. Dimostra che quando l’accusa si trasforma in epopea narrata dalla grancassa mediatico-scandalistica, solo un pm può avere gli strumenti per difendersi da altri pm. Oggi, dopo vent’anni di processi e il manifestarsi di un cancro come quello che uccise Tortora, Mario Conte è un magistrato a cui è stato restituito l’onore umano e professionale, completamente prosciolto dall’accusa di essere stato il regista di una organizzazione criminale strutturata in cellula deviata dei Ros che avrebbe trafficato e spacciato per “brillanti operazioni di polizia” il puro e semplice traffico e spaccio di stupefacenti in tutta Italia. Ma in tutta Italia però – ci conferma l’esperienza di questo magistrato democratico – un pm che rispetti le leggi dello scandalismo mediatico può violare le leggi, farla franca e uccidere per via giudiziaria anche un collega, se necessario. Come? Cito ad esempio un episodio riferito nel libro. «Dagli atti risulta che il Goa (Gruppo operativo antidroga della Guardia di Finanza ndr) aveva inviato il 19 maggio 2004 al pm di Milano, in risposta alla sua richiesta di acquisizione dei nastri delle registrazioni, una nota18 nella quale c’era scritto qualcosa di ben diverso da quanto dichiarato dalla pubblica accusa: “È d’obbligo precisare – si legge – che l’operazione di registrazione venne effettuata per soli scopi operativi. Non essendoci alcuna autorizzazione formale dell’A.G. … Come già specificato, la registrazione non era stata oggetto di alcuna autorizzazione del pm [di Roma], il quale, verbalmente, al momento del coordinamento con gli operanti circa le attività da esperire, aveva con gli stessi convenuto di effettuare tale registrazione”. Non vi era alcun provvedimento di autorizzazione per quelle intercettazioni. Era stata eseguita un’intercettazione abusiva! Fa, poi, quasi sorridere, se come al solito non si giocasse con il destino delle persone, il fatto che la Guardia di Finanza parli di intercettazioni “per soli scopi operativi”, categoria che sicuramente mi manca non trovando un riscontro normativo. Il pm di Milano, in conclusione, apprende di un’intercettazione abusiva, ma non prende nessuna iniziativa a riguardo».

Il problema definitivo è che nessun cittadino italiano può mettersi al posto di Conte. Pm indagato, triturato e assolto dopo vent’anni. Perché nessun cittadino italiano può permettersi collegi di difesa come quelli di Andreotti o di Berlusconi. Oppure, in alternativa, difendersi come si è difeso il pm Conte, sapendo letteralmente dove “mettere le mani” (munito per altro di un programmino informatico capace di vivisezionare e individuare gli elementi cruciali nella montagna di atti processuali, nel caso: 100 mila file). Perciò, per rispondere all’interrogativo del libro, se fossi stato tu l’imputato Mario, ma Laqualunque e non un Conte pm, avresti potuto semplicemente rassegnarti. Cominciare a scrivere le tue memorie dal carcere e imparare a morire di cancro. Luigi Amicone. Grazie della lettera. Sul tema garantismo e sulla lotta dura e pura e senza paura alla repubblica delle manette le confesso però che la partita più appassionante in questi giorni si gioca fuori da Roma. Si gioca a Venezia, secondo me. Dove vincerà l’ex magistrato Felice Casson, tanti auguri sinceri, ma se per una qualsiasi ragione dovesse vincere il suo rivale, Luigi Brugnaro, siamo pronti a farci un bel selfie con una buona bottiglia di champagne. Cin cin.

Beniamino Zappia. Tre anni di ingiusta detenzione per mafia. Ma era solo un’omonimia. Per essere un esponente di spicco della mafia può attendersi, gli era anche andata bene: 3 anni di carcere più 11 mesi agli arresti domiciliari. Il fatto è, però, che Beniamino Zappia non era affatto quello che gli inquirenti pensavano che fosse: non era un boss della mafia italo-canadese. I giudici se ne sono accorti in ritardo, assolvendolo con formula piena. E il suo legale, l’avvocato Luis Eduardo Vaghi, ha subito pensato di presentare un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. Ma procediamo per gradi. Come e quando comincia questa storia? Tutto inizia il 22 ottobre 2007, con il blitz della Dia di Roma ribattezzato “Orso Bruno”. Beniamino Gioiello Zappia – questo il nome del protagonista della vicenda – viene arrestato con un’accusa pesantissima: associazione a delinquere di stampo mafioso. I magistrati della Capitale lo indicano come l’uomo di collegamento, a Milano, tra le cosche agrigentine e quelle italo-canadesi legate al clan dei fratelli Rizzuto di Montreal. Nel capo di imputazione, lo descrivono come “personaggio storicamente legato all’associazione mafiosa Rizzuto”, di cui “è da sempre suo referente in Italia e in particolare a Milano ed in Svizzera”. Un uomo, insomma, “dedito alle più disparate attività delinquenziali” di cui, sempre stando all’ipotesi accusatoria, i Rizzuto si sarebbero serviti per infiltrarsi negli appalti milionari per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Insieme a lui, che ha ammesso davanti ai magistrati di conoscere alcuni membri della famiglia Rizzuto solo “per nome”, finiscono dietro le sbarre altri 18 presunti esponenti del clan italo-canadese dei Rizzuto. Diciamolo subito: Beniamino Zappia non è uno stinco di santo, la sua fedina penale non è immacolata. Ma di qui ad accusarlo di essere un boss ce ne corre. Il giorno del suo arresto viene portato nel carcere milanese di San Vittore. Poi viene trasferito a Roma e quindi spostato ancora, prima a Benevento e poi a Secondigliano. Poco più di un anno dopo essere stato arrestato, Zappia vive il suo periodo più difficile. Da fine novembre 2008, a 70 anni compiuti (Zappia è del 1938) scatta per lui la sorveglianza speciale: è il cosiddetto regime di “carcere duro”, previsto dal 41 bis per i mafiosi. Un incubo che finisce il 25 maggio 2010, con la concessione degli arresti domiciliari. La fine del calvario giudiziario arriva il 23 novembre 2012, a 5 anni, un mese e un giorno dall’operazione che lo aveva portato in carcere. La sentenza di assoluzione è di totale proscioglimento: “perché il fatto non sussiste”. Una volta tornato libero il suo assistito, l’avvocato Vaghi decide di andare a fondo: è convinto che gli inquirenti romani abbiano fatto un errore macroscopico: uno scambio di persona dovuto a un’omonimia. Ha studiato con la massima cura tutte le carte processuali. Nel capo di imputazione dell’operazione “Orso Bruno”, si legge che “Robert Papalia (presunto boss delle cosche di Montereal) ha coadiuvato Giuseppe Zappia nell’attività finalizzata all’aggiudicazione dell’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina”. Si parla di Giuseppe, non Beniamino, Zappia. Ma le anomalie non finiscono qui. Un’altra anomalia emerge dalle motivazioni della sentenza dove è citata la testimonianza del vicequestore Alessandro Mosca, ufficiale della Dia di Roma che ha coordinato l’inchiesta Orso Bruno. Nel corso del dibattimento, il funzionario ha dichiarato che “l’indagine è nata nel 2003 presso la procura della Repubblica di Roma a seguito di una segnalazione pervenuta alla Dia della Polizia Canadese, nella quale si segnalava la presenza in Roma di un personaggio, Giuseppe Zappia, soprannominato in Canada il ‘Commendatore’, che veniva indicato come fortemente legato ad un’organizzazione criminale che operava a Montreal, denominata famiglia Rizzuto”. Sempre in quel’occasione, si legge nel provvedimento, “il vice questore Mosca ha chiarito che Giuseppe Zappia è persona diversa dall’imputato medesimo, né suo parente”. La stessa tesi viene sostenuta nel corso del processo da Lorie Mcdougall, un ufficiale della polizia canadese. È lo stesso investigatore che ha seguito le indagini sulla famiglia di Vito Rizzuto dal settembre 2002 e che ha affermato di essere consapevole che l’imputato era persona diversa da tale Giuseppe Zappia, soggetto questo coinvolto nei traffici e nei rapporti con il Rizzuto in particolare nella procedura per l’appalto per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Per l’avvocato Vaghi non ci sono dubbi: Beniamino Zappia è stato vittima di “un caso di mera omonimia”. Quel che è peggio, secondo il legale, è che la difesa ha tentato in ogni modo di portare alla luce l’equivoco, ma tutti gli elementi raccolti “sono stati sistematicamente ignorati, sia in sede di indagine che in sede di udienza preliminare”. Lo dimostra proprio l’esame dell’ufficiale Mcdougall, citato come testimone dalla Procura, che durante la fase dibattimentale “rammostrava al giudicante l’errore in cui era corsa la pubblica accusa. E a questa stessa conclusione si poteva arrivare con maggiore tempestività”. (fonte: Askanews, 7 marzo 2015).

Marco Savini, otto anni per dimostrare di essere innocente. “Assolto perché il fatto non sussiste”: una formula di cui l’avvocato Marco Savini conosce perfettamente il valore e non soltanto per via della sua professione. È grazie a questa frase, pronunciata per tutti i capi di imputazione, infatti, che l’ex vicesindaco di Montesilvano (in provincia di Pescara) è uscito a testa alta dall’inchiesta Ciclone, che a luglio 2007 cambiò per sempre la sua vita costringendolo, all’età di 32 anni, a 98 giorni di arresti domiciliari. Un’avventura giudiziaria lunga otto anni che Savini ora ha deciso di portare fino in fondo attraverso una richiesta di un risarcimento danni in grado, se non di cancellare la sofferenza di essere stato accusato ingiustamente di una lunga serie di reati che vanno dall’associazione a delinquere, al falso, dalla truffa alla corruzione, almeno di poter dimostrare che la giustizia ha compiuto correttamente tutto il suo percorso. “Ho sempre avuto fiducia nel sistema giudiziario”, rivela Savini, “e pur ritenendomi una persona assolutamente estranea a tutti i capi di imputazione, in maniera rispettosa e silente, mi sono fatto i miei processi e mi sono difeso. Ma proprio perché credo molto nel sistema, adesso il sistema prevede che chi come me ha subito ingiuste detenzioni o, come nel mio caso, un danno alla propria immagine, possa ottenere un risarcimento. Non voglio gridare al complotto e non lo faccio in un’ottica di rivincita, ma è solo un modo per compensare le opportunità personali perse e che credo siano state perdute anche dalla città. E non perché Marco Savini era il più bravo di tutti”, chiarisce l’ex vicesindaco, “ma perché erano stati attivati dei processi amministrativi che poi sono stati tranciati e messi nel tritacarne”. A detta di Savini, l’inchiesta Ciclone ha creato dei grandi danni soprattutto alla città. “In questi anni, non si è lavorato per l’affermazione di un nuovo progetto”, prosegue, “ma soltanto per differenziarsi da un passato con il quale non si è mai fatto il conto. L’inchiesta ha rappresentato un alibi per molti, un’opportunità per altri, ma il dato oggettivo è che Montesilvano in 8 anni ha perso tante occasioni e soprattutto la reputazione. Mi auguro che la politica montesilvanese di centrosinistra recuperi il tempo perso”. Per Savini è importante, però, non commettere gli stessi errori del passato. “L’errore finora è stato consentire agli interessi privati di entrare nelle istituzioni”, prosegue, «sia ben chiaro in maniera legittima attraverso le elezioni. Ma dobbiamo fare in modo che i partiti fungano da filtro. I cittadini devono poter scegliere tra persone lontane da interessi economici”. L’ex vicesindaco, già assessore nella giunta Gallerati, torna a quel 2007 e alla domanda se «rifarebbe quanto fatto finora» non ha dubbi: «È facile con il senno di poi dire non rifarei il vicesindaco, ma forse non è neanche vero questo. Dopotutto, senza questa esperienza non sarei quello che sono oggi ed è stata utile anche per la mia professione di avvocato, perché ha confermato la mia fiducia nei confronti della giustizia. Certo ho commesso degli errori, ma non mi sono mai nacchiato di reati, e questo è un dato oggettivo”. Sull’importo della richiesta di risarcimento danni, attualmente al vaglio dei suoi colleghi avvocati, spiega: “La richiesta non è stata ancora quantificata, aspettiamo prima le motivazioni della sentenza”. (fonte: Antonella Luccitti, il Centro, 2 gennaio 2015)

Oscar Milanetto, niente scommesse: la sua fu ingiusta detenzione. Coinvolto in una brutta storia legata al calcioscommesse, ne è uscito fuori completamente scagionato. Ma sull’ingiusta detenzione subita, ben 17 giorni in carcere da innocente con la pesante accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva, Omar Milanetto (ex calciatore e oggi dirigente del Genoa) non vuole passarci sopra come se nulla fosse accaduto. E, acclarata con sentenza definitiva la sua innocenza, ha dato mandato ai suoi avvocati di richiedere ciò che la legge prevede espressamente nei casi come il suo: una riparazione per l’ingiusta detenzione subita, quei giorni in custodia cautelare che gli hanno distrutto la reputazione e portato via la serenità. Ci sono voluti quattro anni e mezzo per escludere ogni coinvolgimento di Milanetto in una presunta – ma mai accaduta – combine della partita Genoa-Lazio del 2011. E oggi l’ex centrocampista vuole andare fino in fondo. Dopo aver rifiutato assieme al suo Genoa patteggiamenti in ambito sportivo e subito quattro anni e mezzo di persecuzione giudiziaria culminata con 17 giorni di ingiusta detenzione, Omar Milanetto e con lui (moralmente) tanti genoani che l’hanno sempre difeso, è passato al contrattacco. Il dirigente RossoBlu ha atteso la fine della vicenda innanzi alla Caf(di cui abbiamo dato conto) con la definitiva conclusione dell’affaire Lazio-Genoa, per chiedere un cospicuo risarcimento danni allo Stato. In più circostanze ci siamo occupati di vicende carcerarie, di innocenti in galera e di ‘piccoli’ Enzo Tortora o nomi noti prima adorati e poi gettati nella polvere con tanto di tv, siti e giornali non bramanti di meglio, che ogni tanto fanno capolino nelle cronache giudiziarie. Quella di Milanetto, infatti, è ormai questione di civiltà e non più sportiva. Ma ricordiamo brevemente i fatti: il 28 maggio 2012 Milanetto, all’epoca centrocampista del Padova, fu tirato giù dal letto in piena notte, trascinato in carcere davanti ai figli attoniti e caricato di accuse pesanti come l’associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva. Tutto ciò per le dichiarazioni false di improbabili collaboratori come Ilievsky o per le intercettazioni mal trascritte o interpretate in modo errato. Su tutte, quella in cui il calciatore spiegava di volersi recare ad Albaro per degli acquisti, trascritta come se Milanetto avesse detto di voler andare ‘dal baro’ per truccare qualche partita. 17 giorni di ingiusta carcerazione preventiva per accuse sgretolatesi fino all’assoluzione finale, che porrebbero sul banco degli imputati in un paese progredito a livello giuridico il Pm cremonese (e sampdoriano) Roberto Di Martino che si è intestardito nel portare avanti iniziative (fra cui questa) fondate sul nulla e quei giudici che di volta in volta permettono arresti in stile tangentopoli, ovvero finalizzati a ottenere confessioni o nomi. La testardaggine con cui Milanetto (e con lui il Genoa) ha fatto emergere dopo quattro anni e mezzo la sua innocenza per la presunta ma inesistente combine con Lazio nel 2011,vedrà ora un’ulteriore coda dopo l’annuncio dato a Primo Canale dall’avvocato dell’ex calciatore, Maurizio Mascia. Come già preannunciato alcuni mesi fa, a luglio, ora è giunta la conferma che l’azione legale contro lo Stato sarà intrapresa e la cifra richiesta sarà di 516.546 euro, ovvero l’equivalente di un miliardo di lire. Somma che forse non ripaga della gogna, della sofferenza, dell’umiliazione e dell’ingiusta detenzione subite ma che può – se riconosciutagli – servire a ribadire ancora una volta quanto costino sulla pelle dei cittadini e sulle finanze pubbliche certi errori giudiziari pagati da tutti i cittadini, in assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati in Italia. (fonte: Fabrizio Ferrante, Blastingnews, 11 ottobre 2015)

Diallo, 2 mesi in carcere per un “disguido d’ufficio”. La burocrazia è uno dei problemi fondamentali della giustizia italiana. E, nel caso che vi stiamo per raccontare, anche la causa prima di un’ingiusta detenzione, se non di un vero e proprio errore giudiziario. Proprio così: in Italia può accadere che, per quello che in burocratese viene ridotto a un banale “disguido d’ufficio”, un uomo sia costretto a passare in carcere senza motivo più di due mesi. E’ l’ennesima storia di malagiustizia: per colpa di un incredibile intreccio di coincidenze, unito a un pasticcio di competenze tra commissariato e questura, una comunicazione importantissima – perché certificherebbe che un condannato sta effettivamente rispettando l’obbligo di firma che gli è stato comminato – si perde nei meandri della burocrazia. Con il pessimo risultato di far risultare il protagonista di questa vicenda (Diallo A., un ventottenne immigrato regolare, originario della Guinea) responsabile di un reato che in realtà non ha mai commesso: “renitente all’obbligo di firma”, per usare l’arido linguaggio della polizia. Un errore, dunque. Non proprio un errore giudiziario nel significato che il codice penale dà a questa locuzione, ma uno sbaglio che causa un danno non da poco a chi invece, avendo già sbagliato di suo e volendo regolare i propri conti con la giustizia, si ritrova invece a vestire un ruolo che non vorrebbe: quello di chi ricasca nell’errore di commettere un reato. Nell’articolo del quotidiano milanese “Il Giorno” che riportiamo, viene ricostruita nei dettagli questa vicenda paradossale e per certi versi sintomatica dello stato della giustizia italiana. Tutta colpa di una firma, e di dove la metti. Se in questura o se in un commissariato di zona. E, nel secondo caso, c’è il rischio che quella firma si perda, si vanifichi e vanifichi anche il suo effetto. E il firmatario torni spedito a San Vittore. Per due mesi e un tot, dove è tuttora: per un «disguido d’ufficio». Un errore. Non suo. Il suo, quello di spacciare piccole dosi, lo ha pagato con un patteggiamento a un anno di reclusione: per cui la pena di Diallo A. – 28enne della Guinea, lingua francese e poco italiano – l’1 luglio è stata commutata dal giudice Micaela Curami in obbligo di firma trisettimanale. Ma un «disguido d’ufficio» – come viene definito dal dirigente della Divisione anticrimine della questura, Maurizio Azzolina, in una nota di chiarimenti a Procura, direttissime, e legale che Diallo è riuscito finalmente a nominare, Antonio Nebuloni – lo ha rinfilato a San Vittore, dal 30 luglio fino a tuttora. E il tuttora comprende un pasticcio di competenze su chi ha titolo, allo stato degli atti, sul detenuto, per cui la sua posizione potrebbe rimbalzare tra giudice del procedimento (nel frattempo divenuto definitivo), ufficio esecuzione della Procura e Tribunale di sorveglianza. A tutti i quali saranno destinate carte per la scarcerazione del ragazzo, che poi sarà in grado di valutare con il legale una causa per ingiusta detenzione. La prima colpa di Diallo – regolare sul territorio italiano – è il piccolo spaccio, la seconda è di non avere una dimora certa. Questo sarebbe, stando alla ricostruzione imbarazzata fatta dalla questura, il motivo dell’equivoco. Lui infatti, arrestato in flagranza il 24 maggio, condannato l’1 luglio a un anno e 1.200 euro di multa, ottiene la commutazione della pena in obbligo di firma, lunedì mercoledì e venerdì presso uffici della polizia giudiziaria. Dove regolarmente si presenta dall’1 al 6 luglio: nel commissariato di Porta Genova ma a insaputa degli uffici centrali. Così su Diallo, già il 6 luglio piomba la segnalazione della divisione anticrimine come renitente all’obbligo. Ragione per cui il tribunale il 10 luglio ripristina la custodia in carcere, e il 30 luglio – nel corso di un controllo – Diallo torna a San Vittore. Il giovane africano impiega oltre due mesi a capire e a trovare un legale che lo capisca. Quando l’avvocato Nebuloni ricostruisce che Diallo si è «presentato alla firma presso il commissariato Milano Porta Genova dall’1.7 al 30.7» e che «non ha mai saltato neppure un giorno del suo obbligo», la questura avvia una verifica interna. Da cui: «Effettivamente il Diallo in data 1.7.2015 si presentava» al commissariato Porta Genova; mentre «non risulta che si sia mai presentato negli uffici della questura dove era stato invitato…». La trasgressione delle prescrizioni è segnalata «in quanto dalla interrogazione allo Sdi non risultava essere stato sottoposto agli obblighi di nessun ufficio di polizia…». E, non avendo il ragazzo eletto alcun domicilio certo, «l’ufficio» era nell’«impossibilità di avere uno specifico commissariato come riferimento», così unico strumento utile all’accertamento restava la banca dati che lo aveva invece obliato. Solo «dalla successiva consultazione degli atti dell’Archivio generale è stata rinvenuta la nota del commissariato di Porta Genova, diretta anche alla Divisione anticrimine per conoscenza». Ma «la citata nota per un mero disguido d’ufficio sfuggiva all’attenzione degli operatori e quindi veniva trattata alla stregua di tutta la corrispondenza che perviene per conoscenza all’ufficio arrestati ai soli fini dell’archiviazione». E fu così che Diallo – Guinea – fu archiviato a San Vittore. (fonte: Marinella Rossi, Il Giorno, 9 ottobre 2015). Altro che errori giudiziari. Giustizia in Italia, dove tutto può accadere. Gli orrori e le ingiustizie del nostro sistema, scrive Valter Vecellio su “L’Indro”. Molti lo ricordano certamente Un giorno in pretura: il film di Steno con un grande Alberto Sordi, un altrettanto bravo Peppino De Filippo; e Sophia LorenSilvana PampaniniWalter ChiariLeopoldo Trieste; ambientato nella seconda sezione della pretura di Roma, davanti al giudice Salomone Lo Russo, si presentano gli imputati di diversi, piccoli reati. Un film che parla, in chiave leggera, ma al tempo stesso serissima, della giustizia cosiddetta minore: quella chiamata a confrontarsi quotidianamente con le vicende umane più comuni e disparate. Qui mancano De Filippo, Sordi, Chiari; ma sono comunque episodi che possono far parte di quella galleria, una sorta di Un giorno in pretura due; e rivelano più di qualsiasi convegno o trattato giuridico, lo stato della giustizia in Italia. Per esempio: un detenutoriconosciuto innocente, e nonostante ciò in carcere. Non per un giorno, una settimana, che può capitare, anche se non dovrebbe. In carcere per ben 72 giorni: oltre due mesi. Non tanto per il classico ‘errore giudiziario’; perché non c’è giudice competente sul suo caso. Incredibile? Bene, vediamola, la storia di Diallo A., 28 anni, originario della Guinea, piccolo spacciatore. Per questo viene condannato; patteggia, e si vede commutata in obbligo di firma. A questo punto viene – si fa per dire – il bello. Diallo è in carcere; per svista amministrativa, per burocrazia inerte, per quel che si vuole, resta in cella, non viene liberato. Finalmente si accorgono che non dovrebbe starci; a questo punto i portoni del carcere si aprono? Proprio no. Nessuno firma l’ordine di scarcerazione, e Diallo continua a stare in quella cella dove, per ‘disguido’ (giustificazione della questura) è stato rinchiuso. L’avvocato difensore si rivolge al giudice, per ottenere lo sblocco della situazione; il giudice, pur comprensivo, risponde con un non luogo a provvedere: ha ammesso il patteggiamento, commutato la pena in obbligo di firma tri-settimanale; lui a questo punto esce di scena. L’inghippo sta nel fatto che a causa di quel disguido, gli atti sono stati trasmessi alla Procura. Il Pubblico Ministero competente, qui entra in campo Franz Kafka, dovrebbe concedere la sospensione dell’esecuzione della penama il provvedimento si applica a chi è in libertà, proprio per evitargli la galera. Ma in questo caso, Diallo in galera già c’è… Potrebbe intervenire il Giudice di sorveglianzaperò la cosa non è ancora nella fase delle sue competenze, la sentenza definitiva non è a sua disposizione; solo dopo quella, il difensore può proporre istanza di misure alternative. Ora tutta questa labirintica e tortuosa situazione ci si augura di averla raccontata come si è verificata; non si esclude di aver commesso qualche imprecisione; come si può immaginare, capire, e spiegare, come sia potuto accadere quello che è accaduto, è complicato. Prima o poi la vicenda si risolverà, se già in queste ore non si è risolta. Non è questo il problema; il problema è che è potuto accadere. Un caso interessante è quello del Tribunale di Prato. Un caso che diventa un caso perché c’è un giudice gran lavoratore, colpevole appunto di lavorare troppo. Di udienza in udienza, riesce a smaltire una quantità di procedimenti: questo singolare magistrato, una donna, spiega che “proprio non riesco a fare rinvii su certe questioni, mi sento come un medico o un’infermiera che stanno soccorrendo un moribondo e non se ne vanno se suona la campanella di fine lavoro”. Vallo a dire a cancellieri e al personale del tribunale che lavora oltre l’orario previsto senza essere retribuito… In Tribunale raccontano che la pianta organica è sotto-dimensionata, che il personale è stato ridotto del 35 per cento. A Prato, raccontano, convivono 127 etnie, la falsificazione dei marchi è ormai un qualcosa di cronico e storico; e una quantità enorme di micro, ma anche macro reati. “Dovremmo essere almeno un centinaio come a Lucca o Pisa invece siamo una quarantina”, dice Sergio Arpaia, cancelliere e sindacalista dell’Unsa. Non ha torto, beninteso. Lo riconosce anche il magistrato iper-attivo, il potenziamento del personale è necessario. Al tempo stesso, ragiona, “qui decidiamo della vita delle persone e non si può ascoltare la campanella di fine lavoro”… Della serie: c’è sempre qualcuno che sta peggio di quanto si sta noi. La disegnatrice e attivista iraniana Atena Farghadani, 29 anni, è detenuta nel famigerato carcere di Evin a Teheran, condannata a 12 anni e nove mesi per oltraggio; ma anche per attentato alla sicurezza nazionale e diffusione di propaganda a ostile alle istituzioni; in realtà è colpevole di pensare come non pensano gli ayatollah, e di aver disegnato alcune vignette che hanno preso di mira esponenti del regime, perfino e la guida suprema, Alì Khamenei. Prelevata in casa nell’agosto 2014 dai pasdaran della Guardia rivoluzionaria, Atena viene malmenata e trascinata in carcere. Rilasciata a novembre, è di nuovo arrestata, dopo aver denunciato in un video i maltrattamenti in cella. Nuovo rilascio, quindi l’ultima incarcerazione a gennaio; altre denunce di percosse, uno sciopero della fame di protesta, il peggioramento delle condizioni di salute. Un giorno incontra l’avvocato difensore; alla fine del colloquio, si congeda con una stretta di mano. L’avvocato, Mohammad Moghimi, per questa stretta di mano arrestato: il gesto viene bollato come ‘al limite dell’adulterio’; lo liberano dopo tre giorni, paga una cauzione di 60.000 dollari, resta comunque sotto accusa. Atena, è accusata di condotta indecente e relazione sessuale inappropriata; deve perfino a subire un test di verginità e gravidanza nel carcere in cui è rinchiusa.

Luciano Conte, 54 giorni in carcere per un latitante in casa ma a sua insaputa. C’era una volta la casa a sua insaputa, e persino la tangente a sua insaputa. Ma il latitante a sua insaputa è un brivido che, in casa propria, ha sperimentato solo un barista: che ne avrebbe volentieri fatto a meno, visto che l’equivoco da incubo gli è costato 54 giorni per sbaglio a San Vittore e altri 86 giorni per errore agli arresti domiciliari. Custodia cautelare prima di essere scagionato dall’accusa di aver nascosto a casa il latitante Gioacchino Matranga, fuggito il 26 ottobre 2009 dalla prospettiva di 30 anni per traffico di droga. La serrata caccia datagli dal pm Paolo Storari aveva riacciuffato Matranga il 31 dicembre e individuato anche la casa in cui era stato a Natale: casa del barista Luciano Conte, dunque arrestato dal gip Giulia Turri insieme al cognato di cui il latitante parlava intercettato con la moglie. Inutilmente il barista si sgolò dalla cella: mai conosciuto Matranga, non sapevo stesse nel mio appartamento e non me ne sono accorto, è mio ma ci vado poco perché vivo a casa della mia compagna, ed ecco le foto che provano che dal 24 al 28 dicembre non ero a Milano ma in vacanza con lei in Svizzera. Tutto inutile. Fin quando in Tribunale la verità riflessa si impone alla giudice Marina Zelante che assolve Conte per non aver commesso il fatto: è stato il cognato, a sua insaputa, a dare per 4.000 euro a un basista del latitante le chiavi di casa prese alla moglie (sorella del barista) che ogni tanto andava a farvi le pulizie. E ora, «per la “beffa” di essere assolto sulla base degli stessi elementi indicati sin dall’inizio», con l’avvocato Francesca Galli il barista chiede allo Stato 70.000 euro di risarcimento per ingiusta detenzione. (Fonte: Luigi Ferrrarella, Corriere della sera, 3 aprile 2013)

Marco Santese.Gli nascondono polvere bianca nell’auto, parrucchiere passa 26 giorni in carcere. Trascorse ventisei lunghi giorni fra carcere e arresti domiciliari con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di cocaina, erano invece poco più di 23 grammi di zucchero. Dopo un lungo anno di indagini, gli investigatori hanno scovato i presunti registi della messinscena ordita ai danni del parrucchiere brindisino Marco Santese, 30 anni. Secondo l’accusa del pm Giuseppe De Nozza, che ha chiesto per entrambi il rinvio a giudizio per calunnia aggravata in concorso, si tratta della ex moglie Monica Biasi, 25 anni e Antonio Sanasi, 40 anni, il nuovo compagno di lei. Il movente? Pare che Sanasi temesse un ritorno di fiamma fra i due ex e che, con la complicità di un confidente storico dei carabinieri, avesse soffiato la calunnia nelle orecchie dei militari. Il prologo di questa incredibile vicenda risale a poco più di un anno fa. Il parrucchiere brindisino, incensurato, viene arrestato dai carabinieri il 29 marzo scorso. Quella mattina stessa una telefonata avverte i militari che sotto il copri cerchio della sua auto l’artigiano nasconde lo stupefacente. Alle 7,30 scatta il blitz, in sei piombano nella bottega del rione Santa Chiara, e la perquisizione conferma le informazioni dello spione. Non è tutto. Ancora più incredibile è il fatto che, da lì a poco, il narcotest sulla sostanza conferma che si tratta di cocaina. L’uomo viene arrestato di fronte ai clienti increduli e al datore di lavoro, allibito. Il legale difensore, Gianvito Lillo, non si arrende e ostinatamente chiede una seconda perizia che viene infine disposta dal pubblico ministero. I risultati confermarono l’innocenza proclamata per ventisei lunghi giorni dalla vittima: è zucchero, comune disaccaride saccarosio in polvere. Il gip Alcide Maritati dispose l’immediata scarcerazione dell’artigiano mentre l’avvocato Lillo sporse per conto del proprio assistito denuncia contro ignoti. Gli investigatori si misero immediatamente a caccia dei calunniatori. La coppia è stata stanata dagli stessi militari della compagnia francavillese, indagini coordinate dal maresciallo Antonino Farrugia, impianto accusatorio corroborato da un massiccio carico di intercettazioni.  E’ lo stesso Marco Santese, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, a suggerire la pista agli inquirenti, sa bene che non sono molte le persone che possono nutrire motivi di rancore nei suoi confronti. La traccia si rivela assai puntuale e i carabinieri, con una motivazione in più del solito, arrivano presto e bene al punto, i registi della storia sono la ex moglie e il nuovo compagno. Il movente? Un insano desiderio di vendetta. A ordire il piano contro il parrucchiere, suggerendo il nascondiglio dello stupefacente posticcio a un confidente dei carabinieri, fu Santese, il nuovo compagno della ex moglie, con l’obiettivo di eliminare il rivale dalla circolazione. Letteralmente. Le intercettazioni confermano le prime intuizioni degli investigatori, tanto che la prima ipotesi di reato a carico dei due, ossia falso per induzione, muta in calunnia aggravata in concorso per aver fatto ingiustamente rischiare all’artigiano una pena da otto a venti anni di carcere. Fissata per il 28 maggio l’udienza preliminare che deciderà per il rinvio a giudizio o l’archiviazione del caso, mentre pende di fronte alla Corte d’appello di Lecce la richiesta risarcitoria per ingiusta detenzione. (Fonte: Sonia Gioia, Brindisi Report, 10 aprile 2011)

Francesco Fusco. “I pm mi hanno rovinato la vita in cambio di 8 mila euro”. “Signor Presidente, faccia qualcosa per gli italiani, eviti che finiscano nelle mani di persone che possono rovinare la loro vita come hanno fatto con me, eviti che la magistratura abbia a spargere tanta sofferenza”: con queste parole, il 13 luglio del 2008, Francesco Fusco, ex dirigente dell’Agusta – arrestato due volte e processato tre per reati mai commessi, prosciolto da ogni accusa, ma solo dopo dieci anni di persecuzione giudiziaria – concludeva una lettera al Presidente Napolitano, destinata a non ricevere risposte. L’aveva scritta con la sola mano destra, dal letto dell’istituto Redaelli di Milano, dove l’aveva inchiodato un ictus paralizzandogli il lato sinistro e lo tormentava un cancro alle ghiandole salivari. Fusco è morto a Milano l’altro giorno, e questa mattina – venerdì 27 luglio – avrà le sue esequie. Vittima di una giustizia approssimativa e occasionale, sbadata quanto spietata nei suoi carsici accanimenti. Una storia da Giobbe, la sua, la storia di un giovane benestante, apolitico, che dopo una bella carriera da giornalista, a 53 anni, nell’89, viene assunto all’Agusta dall’allora presidente Roberto D’Alessandro, craxiano, come direttore delle relazioni esterne. Nel settembre del ’92 i pm Antonio Vinci e Francesco Misiani lo arrestano (il primo morirà d’infarto nel ’98 mentre era agli arresti domiciliari per corruzione; e il secondo sarà incriminato nel ’96 per favoreggiamento e assolto solo dopo essersi dimesso dalla magistratura: un sinistro contrappasso). I pm pensano che Fusco sappia tutto delle tangenti intermediate da D’Alessandro, che invece faceva da sé. Lo sbattono in prigione senza neanche interrogarlo: vogliono nomi. Lui non ne sa, alla fine il gip lo scarcera. Riprende a lavorare, nel privato, ma nel ’94 lo riarrestano negli Usa per “corruzione di persone ancora da identificare”. Stessa trafila, altri tre mesi bruciati tra carcere e domiciliari, un altro lavoro perduto, e poi una trafila estenuante fino al 2001 – 2 milioni di euro per difendersi e mantenere e curare se stesso e la famiglia – quando arriva l’assoluzione definitiva. Nel frattempo un’altra incriminazione, a Milano, che in tre anni evapora, con lo stesso pm Gherardo Colombo che ne propone il proscioglimento per l’evidente estraneità ai fatti. Fusco chiede l’indennizzo per l’ingiusta detenzione: lo stato valuta la sua via crucis 8 mila euro. Vale la pena ricordare tutto questo nel giorno del suo ultimo viaggio. Perché i giornali di solito raccontano le inchieste e le condanne: molto più raramente gli errori giudiziari e il calvario di chi ne subisce le devastanti conseguenze. (fonte: Sergio Luciano, Italia Oggi, 27 luglio 2012).

Andrea Marcon, ingiusto il suo arresto. La vita distrutta di un maresciallo dei carabinieri. «L’arresto? Uno choc. Io arrestavo i delinquenti, non sarebbe dovuto succedere il contrario». Il maresciallo maggiore Andrea Marcon viene catturato nell’ottobre 2005 in caserma, mentre comanda ad interim la stazione dei carabinieri di Montecchio Maggiore. «Fu terribile», ricorda. Dieci giorni di detenzione e poi la sospensione dal servizio. «Quasi trent’anni di carriera cancellati, perché la maggior parte di colleghi e superiori mi voltarono le spalle, come fossi appestato, eppure ero sicuro di non avere violato la legge», aggiunge angosciato e sconsolato. Il tempo non ha lenito la ferita che dice durerà per il resto della sua esistenza. Poi il rientro in servizio e il trasferimento al battaglione di Bologna in attesa del processo. «Sono ripartito da capo, poi la seconda tegola, perché col rinvio a giudizio ci fu la seconda sospensione, mi sentivo finito perché con lo stipendio ridotto a 700 euro non potevo più mantenere la famiglia», rammenta la pagina più umiliante della sua vita. Quindi due processi conclusisi allo stesso modo: la pubblica accusa che chiede la condanna, i giudici che lo assolvono con formula piena. Un arresto del tutto ingiusto. La Corte d’Appello menziona poche volte il suo nome nelle 42 pagine della sentenza con la quale sono stati invece condannati a 5 anni di reclusione gli ex colleghi Francesco Menolascina e Ignazio Mirigliani. L’inchiesta è quella nota delle operazioni antidroga dei carabinieri di Valdagno, tra il 2004 e 2005, giudicate in secondo grado illegali nell’utilizzo degli agenti provocatori. Per Marcon una vicenda anche straziante, perché nelle stesse ore in cui veniva assolto a Venezia definitivamente – la procura generale non ha presentato ricorso in Cassazione – il padre moriva a Torri di Quartesolo. Intanto, una decisione il maresciallo l’aveva presa. «Sono andato in pensione, nonostante avessi 52 anni, e in teoria pensassi di avere davanti a me ancora una decina d’anni di carriera. Ma con 700 euro al mese non si può vivere, avendo famiglia». Già, la famiglia. Con l’arresto è andata a pezzi. Tanto che nei momenti più bui, quando «la depressione ti assale e pensi perché un servizio fatto come mille altre volte stavolta è giudicato illegale, per giunta arrestando spacciatori», Marcon ha pensato «di farla finita». «Non mi vergogno a dire di essere andato a comprare la gomma per attaccarla al gas di scarico della macchina – insiste senza alcun velo d’infingimento – e se mi sono fermato all’ultimo è stato per mio figlio. Perché se sei innocente, come poi i giudici hanno per due volte stabilito, non te ne fai una ragione di essere invischiato in una storia allucinante». Marcon racconta di quando per andare a compiere le operazione antidroga usava la propria macchina, per non gravare sullo Stato. «Avevo sempre lavorato così e io non c’entravo davvero nulla con gli eventuali illeciti commessi – dice -, perché io comandavo il radiomobile, le indagini erano imbastite dai colleghi del nucleo e io intervenivo nella fase conclusiva, a supporto. Invece, sono stato preso in mezzo». Il maresciallo in pensione sottolinea con amarezza che non tutti sono uguali. «Io senza essere mai condannato – osserva – sono stato sospeso due volte dal servizio e in pratica costretto ad andarmene dall’Arma nonostante il mio stato di servizio fosse ineccepibile, mentre il generale dei carabinieri Ganzer, per indagini antidroga di ben altra dimensione e gravità, è stato condannato a 14 anni di carcere e non è mai stato sospeso. Io constato il trattamento diverso. Ci sono militari di seria A e serie B». La «grande famiglia» dell’Arma quando Marcon venne arrestato nei fatti «mi espulse». «Sono stato abbandonato da tutti – conclude – in particolare dall’Arma, nonostante una vita spesa a correre dietro ai banditi. Ne sono uscito a pezzi, perché a costo di sembrare retorico, io gli alamari li avevo cuciti sulla pelle. Adesso chiederò i danni allo Stato per l’ingiusta detenzione e per le spese che ho dovuto sostenere di avvocato, Lucio Zarantonello, che ringrazio perché mi ha sostenuto come un fratello. Ma per il resto…». (Fonte: Ivano Tolettini, Il Giornale di Vicenza, 5 febbraio 2012).

Chiara Baratteri. Era al bar a lavorare, altro che rubare: con quella banda di truffatori non c’entra. E’ notte fonda a Niella Tanaro, in provincia di Cuneo. A casa Baratteri, Chiara, la madre, dorme nella sua camera, nell’altra stanza c’è Jodie, il figlio adolescente, che è andato a letto presto perché domani c’è la scuola. Il silenzio ovattato viene interrotto dal campanello della porta: “Aprite, Carabinieri!”. Chiara, senza rendersene conto, si ritrova con le manette ai polsi, circondata da uomini dell’Arma, davanti al figlio che trema di paura. La donna crede di sognare, di trovarsi in un orrendo incubo. E’ invece è tutto vero. Chiara viene fatta salire sulla gazzella con il lampeggiante acceso e condotta prima nella stazione dei Carabinieri di Mondovì, poi nel carcere di Cuneo. Solo all’arrivo nel penitenziario piemontese viene messa al corrente dell’accusa di far parte di una banda di nomadi Sinti responsabile di una sessantina di truffe e raggiri ai danni di anziani della zona. E’ l’11 ottobre del 2007. Cinque giorni e cinque notti in una cella prima di dimostrare che lei, con quei due episodi, tentato furto e furto, commessi il 26 ottobre e il 24 novembre 2006, in due case di anziani di Carcare, non c’entrava nulla. Chiara, come sempre, era al lavoro dietro il bancone del bar “Caffè Le Olle”, lungo la statale 28 tra San Michele Mondovì e Vicoforte. “Sono stata arrestata sulla base di un riconoscimento fotografico, ma nei giorni in cui avrei tentato la truffa e il raggiro a Carcare, in provincia di Savona, ero a lavorare al bar, a Niella Tanaro, come ho dimostrato dai registri del locale. E’ stata un’esperienza allucinante che non auguro a nessuno”, ha spiegato la signora, 35 anni, assistita dall’avvocato Mario Almondo di Torino, che ne ha ottenuto la scarcerazione dopo l’interrogatorio di garanzia, “vista l’infondatezza delle notizie di reato”, come affermato dal Gip di Savona Emilio Fois. “Durante l’interrogatorio è emerso in maniera incontrovertibile che lei non aveva nulla a che fare con quei fatti. E anche le fattezze fisiche della mia assistita sono ben diverse da quelle riconosciute dall’anziana”, ha sottolineato il legale. Dopo due anni la posizione di Chiara Baratteri è stata archiviata e la donna, assistita dall’avvocato Gabriella Turco, del foro di Mondovì, ha chiesto un indennizzo per l’ingiusta detenzione. “Per il coinvolgimento in questa vicenda, la mia assistita ha subito danni all’integrità psico-fisica, patrimoniali, di immagine e morali, non soltanto per la privazione della libertà, ma anche per il discredito su di lei gettato dalle notizie di cronaca che la dipingevano come una persona costantemente dedita a reati odiosi, tanto più odiosi quanto deboli ed indifese sono le vittime”, ha precisato l’avvocato. Il 1 marzo 2012 la terza sezione penale d’Appello di Genova, presidente Paolo Galizia, relatore Vincenzo Papillo, consigliere Maurizio De Matteis, ha accolto la domanda di risarcimento riconoscendo alla Baratteri la somma di 6.180 euro, oltre agli interessi e alle spese legali.

Franco Moceri. Altro che trafficante di droga, doveva solo costruire un muro. Era rimasto coinvolto nell’operazione antidroga “El Dorado” nel 2008. Rimasto in carcere sei mesi, era stato poi rilasciato e prosciolto da ogni accusa. Un imprenditore di Mazara, Franco Moceri, rimasto coinvolto nell’operazione antidroga “El Dorado” del 2008 ha ottenuto, da parte della Corte di appello di Palermo, un risarcimento di 41 mila euro per l’ingiusta detenzione. Moceri, dopo avere subito una lunga detenzione cautelare, nel corso della quale si era sempre proclamato innocente, era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione, con l’accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. E questo nonostante “anche gli altri imputati, durante gli interrogatori, abbiano più volte ricordato che l’operaio era una persona estranea ai fatti”, spiega il suo avvocato, Giuseppe Pinella. Ma in appello il verdetto della corte d’assise si è capovolto: Franco Moceri fu assolto per non aver commesso il fatto e riconosciuto come “un semplice operaio a cui era stato dato l’incarico di costruire un muro proprio nel luogo in cui, mesi dopo, sarebbero state sequestrate le piantagioni-bunker di cannabis”, dice ancora l’avvocato Pinella. Che immediatamente aveva presentato una richiesta di risarcimento danni collegata all’ingiusta detenzione (6 mesi in carcere) subita dal suo assistito. Ora, a risarcimento ottenuto, l’avvocato Pinella attacca: “Questo risarcimento è comunque inadeguato, pur essendo un ristoro per la carcerazione subita ingiustamente, perché certamente non potrà elidere il pregiudizio che si è formato a carico di Moceri, il quale da quella data non ha quasi più lavorato a causa del grave pregiudizio che la notizia del suo arresto e della lunga detenzione gli ha causato”. L’operazione “El Dorado” risale al febbraio 2008, quando i carabinieri di Trapani insieme alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, arrestarono dodici persone con l’accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L’organizzazione criminale, operante tra Mazara, Campobello, Marsala e Petrosino, avrebbe goduto del sostegno di indiziati mafiosi imparentanti con boss di Cosa Nostra. Gli affiliati avevano inizialmente aperto dei canali di traffico di cocaina con la Spagna e il Marocco e, in seguito, avevano avviato la produzione di due piantagioni di cannabis, nelle campagne di Mazara del Vallo, per un totale di oltre 2 mila piante destinate a produrre più di 120 milioni di dosi. L’operazione portò alla condanna di 112 anni di carcere per nove persone. (fonte: il Giornale di Sicilia, 26 gennaio 2013).

Salvatore Ramella. Una vita devastata. E i giudici aumentano il risarcimento. Quanto valgono nove giorni in carcere da innocente? Quale risarcimento per ingiusta detenzione potrà mai soddisfare la vittima di un errore giudiziario grossolano, che sconvolge una vita in tutti i suoi aspetti: lavorativi, personali, privati? Stando ai parametri ufficiali previsti dalla legge, poco più di duemila euro dovrebbero rappresentare il giusto indennizzo per un dramma così grande come quello di finire in prigione senza colpa per più di una settimana. Ma talvolta anche i giudici capiscono che è il caso di andare oltre le fredde tabelle che impongono i parametri di calcolo della riparazione per ingiusta detenzione. E si rendono conto che è il caso di aumentare l’importo, perché pur nella consapevolezza che nessuna somma potrà mai risarcire una tragedia come questa, c’è un limite a tutto. E’ quello che è accaduto a Salvatore Ramella, funzionario di banca coinvolto in una storia di riciclaggio con cui non aveva nulla a che fare. In questo articolo, la sua storia. Il puro calcolo matematico per i nove giorni passati in carcere ingiustamente porterebbe a liquidare come indennizzo per l’ingiusta detenzione 2.122 euro, più 38 centesimi. Ma i giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria chiamati a pronunciarsi sull’istanza di risarcimento presentata dal funzionario di banca Salvatore Ramella, prima indagato e poi pienamente scagionato nell’ambito dell’inchiesta “Gioco d’azzardo”, nei giorni scorsi hanno deciso di innalzare l’entità del risarcimento a 15 mila euro. Ramella, che in questa vicenda è stato assistito dall’avvocato Bonaventura Candido, all’epoca quando scattò il blitz – siamo nel maggio del 2005 –, era direttore di una filiale della banca Unicredit e per nove giorni fu ristretto in carcere; successivamente lo stesso gip dispose la misura meno afflittiva dell’obbligo di dimora, e pochi giorni dopo il Tribunale del Riesame ne dispose la liberazione totale con annullamento dell’ordinanza di custodia in quanto «non sorrette le accuse di riciclaggio dal requisito della gravità indiziaria». E si arrivò fino all’ottobre del 2007 con l’archiviazione dell’inchiesta disposta dal gip di Reggio Calabria. Eppure, dopo l’arresto, il funzionario di banca, fino a quel momento con un posto di alta responsabilità nell’ambito del suo istituto di credito, fu sospeso cautelativamente dal datore di lavoro dal 12 maggio al 5 settembre del 2005, successivamente fu trasferito in una sede bancaria a Roma presso il Servizio crediti della Direzione regionale Centro Sud. I giudici d’appello nell’argomentare la decisione con cui hanno stabilito di concedere un indennizzo molto più alto rispetto al “freddo” calcolo matematico da effettuare in questi casi, scrivono che «…nella liquidazione dell’indennizzo, il giudice deve procedere in via equitativa, essendogli riconosciuta – entro i confini della ragionevolezza e coerenza –, ampia libertà di apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, avendo riguardo non solo alla durata della custodia cautelare ma anche e non marginalmente alle concrete conseguenze sociali, personali e familiari scaturite dalla privazione della libertà».

E i giudici della Corte d’appello hanno riconosciuto che la vita di Ramella fu letteralmente “devastata” da questa vicenda. (fonte: Enrico Di Giacomo, Stampalibera.it, 14 gennaio 2011).

Salvatore Grasso. Undici anni in carcere per omicidio. Ma quel giorno lui era a centinaia di chilometri. Undici anni passati in carcere da innocente, fino all’arrivo di una lettera che lo scagiona da un omicidio mai compiuto. Ora Salvatore Grasso, 53 anni, è tornato a Giarre, il paese in provincia di Catania dove vive l’anziana madre. Ma nel frattempo ha perduto tutto: due figli, il lavoro, tutti i suoi progetti, i soldi che aveva messo da parte come agente immobiliare. “Ti chiedo scusa per non aver parlato prima ma tu e Iuculano siete innocenti ed io ora sono pronto a dirlo ai giudici”. Poche righe scritte di pugno da Agatino Di Bella, detenuto nel carcere di Porto Azzurro e reo confesso dell’omicidio di Salvatore Calì, siciliano emigrato in Germania, sono state decisive per la scarcerazione di Salvatore Grasso. “Quella busta è arrivata come un fulmine a ciel sereno – racconta l’uomo – ed è stata decisiva per la fine del mio incubo”. E’ un uomo provato Salvatore Grasso, dai problemi di salute, dall’ingiusta detenzione e dal travagliato iter giudiziario che va avanti dall’agosto dell’86, quando Salvatore Calì, un siciliano emigrato come lui in Germania viene misteriosamente ucciso in un boschetto alla porte di Haltberg. Dell’omicidio viene accusato, oltre a Grasso, un altro suo amico, Francesco Iuculano Cunga, anche lui condannato per omicidio dalla corte d’assise di Catania. Grasso, che si costituisce una prima volta in Francia, inutilmente cerca di dimostrare la sua innocenza. Così trascorre tre anni in carcere, fino al ’90 quando viene prosciolto in appello e torna in libertà. Un anno dopo però la corte di Cassazione annulla con rinvio la sentenza ed il nuovo verdetto, che lo condanna a 26 anni, gli fa crollare il mondo addosso. Per 5 anni Salvatore Grasso vive da latitante. “Certo – dice – avrei potuto restare dov’ero, probabilmente non avrei avuto problemi, ma non mi davo per vinto e poi, come si fa a difendersi se si è lontani?”. Nel giro di qualche mese Grasso perde i due figli, uno dei quali scompare in circostanze tragiche. “Nessuno potrà mai cancellare il sospetto terribile che su quella morte – ricorda con un filo di voce l’uomo – non pesi anche la mia tragedia personale, una vicenda che i miei figli vivevano come una macchia terribile che non si è fatto in tempo a cancellare…”. L’ emozione più grande, tanto intensa da essersi tradotta in un malore, è arrivata l’altro ieri quando Salvatore Grasso è stato convocato dal direttore del carcere di Brucoli. “Mi ha chiesto come mi sentissi – racconta Grasso – e poi mi ha dato un foglio su cui c’era scritto “Provvisoria sospensione dell’esecuzione della pena in attesa della revisione del processo”. Ho avuto bisogno di sedermi, poi mi sono sentito male e sono stato portato in infermeria”. E’ stata la corte d’assise d’appello di Messina, che a fine mese pronuncerà la sentenza al processo di revisione chiesto da Grasso, a disporre la sua scarcerazione. Oltre alla lettera inviata dal vero assassino, agli atti del processo c’è ora anche la testimonianza di un uomo che aveva telefonato a Grasso poco prima che venisse ucciso Salvatore Calì e che afferma che Grasso si trovava a centinaia di chilometri di distanza dal luogo dell’omicidio. (fonte: Michela Giuffrida, la Repubblica, 3 febbraio 2005).

Quindici anni di morti e suicidi nelle nostre carceri, scrive Barbara Alessandrini su “L’Opinione” del 21 ottobre 2015. Mancano solo due mesi al termine degli Stati Generali dell’esecuzione penale, il semestre di lavoro e confronto tra operatori penitenziari, magistrati, avvocati, docenti, esperti, rappresentanti della cultura e dell’associazionismo civile inaugurato a maggio per volontà del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. È ovviamente presto per verificare se i 18 tavoli tematici impegnati in un’imponente mole di lavoro approderanno alla definizione di un nuovo e organico modello di esecuzione della pena individuando soluzioni materialmente utili al reinserimento, della tutela della dignità e del recupero dei detenuti e ad abbattere il muro culturale e politico contro cui regolarmente si schianta il disegno ed il senso che la Costituzione ha assegnato alla detenzione. Intanto, però, gli istituti di pena italiani seguitano ad inghiottirsi vite umane: 2459 decessi di cui 877 suicidi dal 2000 al 5 ottobre 2015. Sono i dati aggiornati contenuti nel dossier “Morire di carcere, dossier 2000-2015. Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose” curato dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, di cui pubblichiamo i dati, indegni per un paese civile. Numeri che dovrebbe dare la misura della prova cui sono chiamati gli Stati Generali delle carceri e delle ciclopiche dimensioni della sfida cui sono chiamati: riuscire a dare un decisiva spinta a capovolgere le tendenze attuali della politica nei confronti della pena detentiva e ricondurre l’esecuzione penale entro l’alveo dei principi sanciti dal dettato costituzionale e della giurisprudenza europea, di restituirle quel fine rieducativo e quella funzione risocializzante e di ricostruzione e proiezione del detenuto verso il reinserimento, insomma quel rispetto della dignità umana che i passati decenni pervasi di giustizialismo e di pulsioni punitive nei confronti di indagati e detenuti tanto hanno contribuito ad erodere. Non ci si deve stancare di ripetere che si tratta di un traguardo operativo e culturale insieme, che sarà raggiunto soltanto quando l’opinione pubblica si avvicinerà al mondo della detenzione e comprenderà che la certezza della pena significa innanzitutto riconoscerle le finalità rieducative ed eliminare dalla sua dimensione quello che già Platone nel “Protagora” definiva con efficacia il “desiderio di vendicarsi come una belva”. Tanto più alla luce delle ‘utilitaristiche’ ricadute virtuose che una pena volta al rispetto della dignità ed al reinserimento comporta in termini di sicurezza collettiva e calo delle recidive (il 68 per cento dei ristretti in condizioni meramente afflittive commette nuovi reati una volta fuori dal carcere mentre solo il 19% di chi ha avuto accesso a percorsi riabilitativi e formativi torna a delinquere). Solo quando gli elementari principi costituzionali e della civiltà giuridica, quindi della civiltà, faranno parte del bagaglio comune e verrà ritrovato e riconosciuto il senso reale dell’esecuzione penale la prospettiva dell’appuntamento elettorale cesserà progressivamente di premiare politiche intrise di quel populismo penale responsabile di irrigidimenti sanzionatori e di una visione della pena tiranneggiata dal carattere meramente afflittivo, punitivo e retributivo. Gli Stati Generali rappresentano dunque il primo faro acceso da decenni sulle storture del nostro sistema penitenziario per portare all’attenzione del dibattito pubblico e politico in modo maturo lo stato di illegalità in cui versa il nostro sistema carcerario e le condizioni disumane e degradanti a cui sono costretti i detenuti. “Sei mesi di ampio e approfondito confronto - spiega da mesi Orlando - che dovrà portare certamente a definire un nuovo modello di esecuzione penale e una migliore fisionomia del carcere, più dignitosa per chi vi lavora e per chi vi è ristretto”. Che riescano ad aprire una breccia nell’imperante cultura e non si risolvano in una sfilata ad effetto che ha tenuto impegnati molti addetti ai lavori per una manciata di mesi, grossomodo gli stessi che è durato quell’Expò situato proprio accanto al carcere di Opera dove gli Stati Generali sono stati inaugurati, questo rimane, per adesso, soltanto un auspicio. L’immagine e la realtà del nostro sistema carcerario rimane, nel frattempo, spettrale e sebbene la minaccia delle sanzioni della Cedu abbia agito da propulsore per la presa in carico di un’emergenza che non era più differibile, i metodi con cui la si è fronteggiata hanno molto il segno dell’improvvisazione e della disumanità. Alcune misure come l’aver dato attuazione alla legge 67/2014 che regola la depenalizzazione e le pene detentive non carcerarie favoriscono senz’altro lo sfollamento degli istituti di pena. Ma ricordiamo che il contributo decisivo alla deflazione del sovraffollamento carcerario è stato dato dalla sentenza di incostituzionalità da parte della Consulta sulla Legge Fini- Giovanardi che ha decriminalizzato le droghe leggere e di conseguenza dato il via allo sfoltimento progressivo (le pene non superano i sei anni di detenzione) delle carceri di una buona parte di quel 40% di detenuti accalcati per anni per detenzione di sostanze stupefacenti leggere. Quel che si è invece fatto per affrontare l’emergenza illegalità/sovraffollamento delle nostre carceri, sempre sotto i riflettori della Cedu, è stato ricorrere ad inumani trasferimenti forzati, con la “deterritorializzazione” di molti detenuti dal loro istituto carcerario al fine di ottenere per ciascun ristretto lo spazio individuale minimo (3mq al netto degli arredi) stabilito dagli standard della Cedu: Una mera redistribuzione contabile lungo le carceri dello stivale realizzata a costo di amputare dignità, relazioni affettive e percorsi riabilitativi avviati nell’istituto di pena di origine. Sono solo alcune delle criticità che investono ancora il nostro sistema detentivo ed è di tutta evidenza che l’emergenza, che pone sul tavolo la razionalizzazione degli spazi detentivi, l’accesso ad attività lavorative, l’effettivo diritto alla salute, il disagio psichico, il miglioramento delle condizioni degli operatori penitenziari, le donne ed i minori con le loro esigenze di psicologiche e pedagogiche, il processo di reinserimento del condannato, è tutt’altro che superata. La pena rimarrà sempre, come è giusto che sia, l’aspetto più rigido e duro della giustizia, ma non le si deve permettere di uscire dal dettato costituzionale mortificando i diritti del singolo fino a spingerlo al suicidio o portandolo a morire in carcere nell’indifferenza politica, come accade invece nel nostro sistema penitenziario. I dati sullo stillicidio di morti e di suicidi all’interno degli istituti di pena dal 2000 ad oggi sono l’eloquente prova che al momento lo Stato merita soltanto un’inappellabile condanna.

Anno 2000, Suicidi 61, Totale morti 165;

Anno 2001, Suicidi 69, Totale morti 177;

Anno 2002, Suicidi 52, Totale morti 160;

Anno 2003, Suicidi 56, Totale morti 157;

Anno 2004, Suicidi 52, Totale morti 156;

Anno 2005, Suicidi 57, Totale morti 172;

Anno 2006, Suicidi 50, Totale morti 134;

Anno 2007, Suicidi 45, Totale morti 123;

Anno 2008, Suicidi 46, Totale morti 142;

Anno 2009, Suicidi 72, Totale morti 177;

Anno 2010, Suicidi 66, Totale morti 184;

Anno 2011, Suicidi 66, Totale morti 186;

Anno 2012, Suicidi 60, Totale morti 154;

Anno 2013, Suicidi 49, Totale morti 153;

Anno 2014, Suicidi 44, Totale morti 132;

Anno 2015 (*), Suicidi 34, Totale morti 88; Per un totale di 877 suicidi e 2.459 morti

(*) Aggiornamento al 5 ottobre 2015

Dossier “Morire di Carcere” 2015 (Aggiornamento al 5 ottobre 2015) 

Non li uccise la morte ma due guardie bigotte. Aldrovandi, Bianzino, Sandri, Uva, Cucchi...scrive di Davide Falcioni venerdì 22 giugno 2012. "Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte mi cercarono l'anima a forza di botte". Fabrizio De André - Un Blasfemo (dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato) Non al denaro, non all'amore né al cielo (1971). Per cercare l'anima a Federico Aldrovandi ci si misero in 4. Luca Pollastri, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Monica Segatto. Quattro poliziotti. C'era chi teneva e chi picchiava. Chi picchiava lo fece talmente forte che due manganelli si spezzarono sul corpo di Federico, che ostinatamente resisteva a quelle sferzate e tentava di ribellarsi, finché non venne immobilizzato. Morì verso l'alba per asfissia da posizione, con il torace schiacciato sull'asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. Successivamente i quattro poliziotti descrissero Federico come un "invasato violento in evidente stato di agitazione". Da ieri quello che per anni è stato chiamato "Caso Aldrovandi" potrà essere chiamato "omicidio Aldrovandi". La Corte di Cassazione di Roma ha confermato le condanne a 3 anni e 6 mesi di reclusione a Pollastri, Pontani, Forlani e Segatto, responsabili di omicidio colposo per aver ecceduto nell'uso della forza. La vita di un ragazzo di 18 anni vale 3 anni e 6 mesi di reclusione. Comprensibilmente in molti hanno giudicato la pena troppo tenera, ma va considerata anche la verità storica che finalmente è stata definita. Una sentenza stabilisce che un ragazzo è stato ammazzato da alcuni poliziotti. Per un paese come l'Italia, dove queste cose vengono spesso occultate, è un fatto importante. Ma il caso di Federico Aldrovandi non è isolato. Come documentato dall'Osservatorio Repressione dal 1945 sono decine i cittadini uccisi per mano delle forze dell'ordine, che spesso hanno represso nel sangue manifestazioni di protesta. Senza considerare la repressione giudiziaria: oltre 15mila sono i denunciati dai fatti del G8 di Genova ad oggi: un tentativo, evidentemente, di trasformare lotte politiche in fatti di comune delinquenza. Per ragioni di spazio ci concentreremo sugli uomini morti a seguito di un fermo di polizia. Se siano stati uccisi, o se la morte sia sopraggiunta per altre ragioni, a noi non è dato saperlo con certezza. Nel caso di Aldrovandi possiamo, sentenza alla mano, parlare di omicidio: la stessa cosa non si può dire (almeno, non con rigore giornalistico) per altre situazioni che però destano preoccupazione, tra tentativi di depistaggio e insabbiamenti. Sempre per ragioni di sintesi, partiremo da Genova 2001, dai giorni torridi del luglio di 11 anni fa che videro la morte del giovane Carlo Giuliani. Carlo aveva 23 anni. Manifestava, insieme a migliaia di compagni, all'assemblea del G8 di Genova, in una città blindata e ferita da disordini e scontri continui. Carlo morì a Piazza Alimonda, ucciso da un colpo sparato dal carabiniere Mario Placanica, che si trovava all'interno di un Land Rover di servizio. Carlo venne colpito subito dopo aver afferrato da terra un estintore. Una ricostruzione affidabile della vicenda, con immagini da punti di vista differenti, è stata effettuata da Lucarelli nella trasmissione Blu Notte. Dopo aver esploso il colpo, diretto allo zigomi di Giuliani, il mezzo dei Carabinieri passò ben due volte sul corpo del ragazzo. Il carabiniere Placanica è stato prosciolto dall'accusa di omicidio colposo: avrebbe sparato, secondo i giudici, per legittima difesa. L'11 luglio del 2003 all'interno del carcere Le Sugheri di Livorno venne ritrovato il corpo di Marcello Lonzi, 29 anni, in un lago di sangue. Secondo la giustizia italiana il ragazzo sarebbe morto per cause naturali (il caso è stato archiviato) ma le foto del carcere e all'obitorio mostrerebbero chiarissimi segni di pestaggio. La madre di Marcello, Maria Ciuffi, ha condotto per anni una battaglia per la verità sulla morte del figlio. Riccardo Rasman morì il 27 ottobre del 2006 a Trieste. Nella sua casa di via Grego fecero irruzione le forze dell'ordine. Il ragazzo, affetto da sindrome schizofrenica paranoide, dovuta a episodi di nonnismo subìti durante il servizio militare, era in uno stato di particolare felicità: il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare come operatore ecologico. Ascoltava musica ad alto volume, lanciando un paio di petardi dal balcone. Qualcuno chiamò il 113 denunciando il baccano, arrivarono due volanti, gli agenti entrarono a casa dell'uomo, lo immobilizzarono e ammanettarono a seguito di una colluttazione. Come per Aldrovandi, Riccardo Rasman sarebbe morto per asfissia: benché fosse ancora ammanettato i poliziotti continuarono a schiacchiargli la schiena impedendogli la respirazione. Il 14 ottobre del 2007 fu la volta di Aldo Bianzino, falegname, in una cella del carcere di Perugia. Venne arrestato due giorni prima insieme alla compagna per coltivazione e detenzione di piantine di canapa indiana. Aldo era in buona salute: morì, ufficialmente, per cause naturali (a seguito di una malattia cardiaca). Una perizia medico legale effettuata dal dottor Lalli e richiesta dalla famiglia rivelerà, invece, la presenza di 4 ematomi cerebrali, fegato e milza rotte, 2 costole fratturate. Ne seguì un processo conclusosi con l'archiviazione ma, grazie all'insistenza di amici e familiari e all'apertura di un blog, negli ultimi mesi si sta tentando di riaprire le indagini. Neanche un mese dopo, l'11 ottobre 2007, nell'autogrill di Badia al Pino verrà ucciso Gabriele Sandri, tifoso della Lazio. Ad ammazzarlo un colpo di pistola esploso dall'agente di polizia Luigi Spaccarotella, che in quel momento si trovava dall'altra parte della carreggiata. Il poliziotto verrà condannato in tutti e tre i gradi di giudizio per omicidio volontario. Giuseppe Uva morirà il 15 giugno del 2008. Venne fermato dai Carabinieri insieme ad un amico, che raccontò: “Avevamo bevuto. Mettemmo le transenne in mezzo alla strada. Una bravata”. Li portarono via, li misero in due stanze diverse. L'amico sente le grida di Giuseppe nell’altra stanza. Chiama il 118. Chiede aiuto. Poi sono gli stessi carabinieri a chiamare i sanitari e richiedono il trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Giuseppe muore in ospedale dopo essere rimasto oltre tre ore in caserma. Sotto processo è un medico accusato di avergli somministrato un farmaco che avrebbe fatto reazione con l’alcool che aveva in corpo. La sorella Lucia disse: "Era pieno di lividi. Aveva bruciature di sigaretta dietro il collo e i testicoli tumefatti”. “Mi hanno spiegato che Pino ha dato in escandescenze, che è andato a sbattere contro i muri, ma quelle ferite non si spiegano così”. “Giuseppe – rivela la sorella – aveva anche sangue nell’ano”. Venne violentato? Il 24 giugno del 2008 Niki Aprile Gatti, 26 anni, muore nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano (Firenze). Era stato arrestato a seguito di un'indagine su una società di San Marino responsabile di una truffa informatica. Venne trovato impiccato a un laccio nel bagno del carcere. Tutto avrebbe fatto pensare a un suicidio, ma la mamma di Niki non ci sta e, ancora una volta, scrive su un blog: "L’utilizzo di un solo laccio è di per sé idoneo a causare la morte per strangolamento di una persona. Ma certamente non idoneo a sorreggere il corpo di Niki, del peso di 92 chili. Inoltre non si comprende come possa essere stata consumata l’impiccagione quando nel bagno non vi era sufficiente altezza tra i jeans e il piano di calpestio del pavimento". Il 25 luglio del 2008 muore nel carcere Marassi di Genova Manuel Eliantonio, 22 anni. Era stato in discoteca e, a seguito di un controllo di Polizia, gli rilevarono tracce di alcol e stupefacenti. Per questo venne fermano, tentò la fuga ma venne acciuffato e incarcerato. Dopo sette mesi de detenzione per resistenza a pubblico ufficiale e a meno di un mese dal rilascio muore. L'autopsia parla di intossicazione da butano ma non spiega i lividi sul suo corpo. Carmelo Castro è morto in carcere il 28 marzo del 2009, a soli 19 anni. Era stato arrestato per aver fatto il palo in una rapina. Tre giorni dopo aver varcato il portone del carcere di Piazza Lanza si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda. Così è stato scritto nella relazione di servizio e questo ha confermato anche il gip Alfredo Gari che ha già respinto una prima richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla famiglia del ragazzo. Ma la madre Grazia La Venia non ci sta: "Mio figlio non può essersi suicidato, non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe da solo, figuriamoci attaccare un lenzuolo alla branda e impiccarsi". Al suo fianco ora si schiera l’associazione Antigone, che ha denunciato: "Nel corso delle indagini preliminari non è stato disposto il sequestro della cella, né del lenzuolo con il quale Castro si sarebbe impiccato a questo, si aggiunga che non è stato sentito nessuno del personale di polizia penitenziaria intervenuto, né il detenuto che avrebbe portato il pranzo a Castro e che sarebbe l’ultima persona ad averlo visto ancora da vivo". Il 21 luglio del 2009, Stefano Frapporti, operaio di 48 anni, sta tornando da lavoro in sella alla sua bicicletta quando viene fermato da due carabinieri in borghese per un'infrazione stradale. Portato in carcere perché sospettato di spaccio non uscirà mai vivo dalla cella. Ufficialmente morirà suicida, ma tra gli amici da anni è in vigore una battaglia per chiedere chiarezza. Il 58enne Franco Mastrogiovanni morirà il 4 agosto del 2009 dopo 4 giorni di trattamento sanitario obbligatorio e dopo essere rimasto legato più di 80 ore a un lettino, alimentato solo di flebo e sedato con farmaci antipsicotici. Il video della sua agonia fece il giro del mondo. Tutti conoscono la storia di Stefano Cucchi, geometra di 31 anni morto nel reparto carcerario dell'Ospedale Pertini di Roma il 22 ottobre 2009. Stefano era accusato di detenzione di stupefacenti. Morì di edema polmonare dopo 8 giorni di agonia, nei quali perse 7 chili. Sul suo corpo, le cui foto sconvolsero l'Italia, venne rilevata una vertebra fratturata, la rottura del coccige, sangue nello stomaco e altri traumi sparsi ovunque. Gli agenti di polizia penitenziaria che lo ebbero in custodia sono tuttora indagati per lesioni e percosse (è caduta l'accusa di omicidio colposo), mentre i medici sono indagati per abbandono di incapace. E la lista potrebbe essere ancora lunga, se contenesse anche i nomi dei detenuti che si sono tolti la vita negli ultimi anni, spesso a causa delle condizioni disumane in cui versano le carceri. La soluzione del caso Aldrovandi dovrebbe indurre a far chiarezza anche su tutti gli altri. Verso i quali, come abbiamo visto, troppo spesso è prevalsa la superficialità di giudizio quando non un assurdo spirito cameratesco. Si ringrazia l'Osservatorio sulla Repressione.

Botte dietro le sbarre, i troppi casi Uva nelle carceri italiane. Da Lucera a Siracusa, da Pordenone a Ivrea. Molti i casi controversi di morte o lesioni in carcere. Un detenuto: «La mia faccia era trasformata, gonfia come un pallone, era un viso irriconoscibile», scrive Carmine Gazzanni il 20 Aprile 2016 su “L’Inchiesta”. Due assoluzioni per una brutta faccenda che ancora non risulta affatto chiara. Lucia Uva, sorella di Giuseppe, assolta dall'accusa di aver diffamato poliziotti e carabinieri che lo avevano in custodia. Questi ultimi a loro volta assolti venerdì 15 aprile dall'accusa di aver seviziato l'operaio 40 enne. Rimane un enorme cono d’ombra: gli ematomi e le tumefazioni sul corpo di Giuseppe Uva rimangono, almeno per ora, senza una concreta spiegazione. «Non si può che pensare tutto il male del mondo sulla vicenda Uva. Non siamo ciechi: è evidente che la verità sia un’altra. Ne vanno di mezzo anche le istituzioni, che perdono la credibilità» dice a Linkiesta Giuseppe Rotundo, uno che ha rischiato di finire esattamente come Uva, Stefano Cucchi e tanti altri che sono morti dietro le sbarre. «Sono un miracolato. Io quella notte dovevo morire», ricorda ancora. È il 2011 e Giuseppe è detenuto al carcere di Lucera, in provincia di Foggia. Quel giorno ha un diverbio con alcuni agenti della polizia penitenziaria. «Sapevo – racconta a Linkiesta – che sarei andato incontro ad un rapporto disciplinare. Mai però avrei immaginato che mi avrebbero pestato». Il giorno dopo due dottoresse con le quali aveva fissato da tempo una visita medica, addirittura non lo riconosceranno. «La faccia era trasformata, gonfia come un pallone, era un viso irriconoscibile» dirà una delle due dottoresse al pm che ha indagato e ottenuto il rinvio a giudizio degli agenti, grazie alla sua tempestività di inviare subito in carcere qualcuno che fotografasse Rotundo. Foto inequivocabili: lividi su braccia, gambe e schiena, tagli sulla faccia, piede gonfio, occhio sanguinante. Ora il processo è in fase dibattimentale e tutti, sia guardie che detenuto, sono imputati e persone offese. Ma gli agenti non sono a giudizio per tortura. Impossibile, dato che in Italia non esiste una legge che punisca questa tipologia di reato. Meno “fortunato” è stato Alfredo Liotta, sulla cui storia pure aleggiano pesanti ombre che purtroppo, visti i tempi giudiziari e la prescrizione che si avvicina per gli imputati, rischiano di non essere mai più diradate. È il 26 luglio 2012 quando il suo corpo viene ritrovato ormai senza vita in una cella del carcere di Siracusa. All’inizio si dirà che Alfredo è morto per un presunto sciopero della fame. Peccato però che di tale sciopero non ci sia alcuna traccia nel diario clinico. Tanto che il legale di Antigone, l’associazione che si occupa della tutela dei diritti umani in carcere, presenta un esposto. Più di qualcosa infatti non torna. Perché, ad esempio, di fronte al grave dimagrimento di Alfredo, che già da un mese prima «non riusciva più a stare in posizione eretta», non sono stati disposti neanche quei minimi accertamenti come la misurazione del peso o il monitoraggio dei parametri vitali? Arriviamo così a novembre 2013: la Procura di Siracusa iscrive ben dieci persone nel registro degli indagati tra direttrice del carcere, medici, infermieri e perito nominato dallo stesso tribunale. Sono passati quasi quattro anni dalla morte di Liotta, ma la Procura non ha ancora provveduto alla chiusura delle indagini. Indagini che, invece, forse verranno presto archiviate per Stefano Borriello, un caso di cui Linkiesta si è già occupata. Una morte improvvisa, senza alcuna ragione. Tanto che, anche qui, la Procura di Pordenone ha deciso di aprire un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo. Aveva dunque nominato un perito medico per accertare le «cause della morte» e «eventuali lesioni interne o esterne» riportate dal giovane. Dopo un silenzio durato ben otto mesi, il consulente del pm ha reso noto che Stefano sarebbe morto per una banale polmonite batterica e che, a fronte di questa patologia, in modo inspiegabile, nessuna cura poteva essere apprestata. Ma è possibile – si chiedono da Antigone – che un ragazzo muoia in carcere per una semplice polmonite batterica e che dinanzi a questo evento non si decida di individuarne i responsabili? Anche perché, ovviamente, la polmonite non nasce dal nulla: ha sintomi ben precisi, ha un decorso di diversi giorni e, soprattutto, se correttamente diagnosticata ci sono terapie risolutive. Non è un caso allora che per un fatto analogo, ci dicono ancora da Antigone, lo scorso mese di marzo a Roma è stata chiesta la condanna per omicidio colposo per il medico del carcere ritenuto responsabile della morte di un giovane, avvenuta nel carcere romano di Rebibbia proprio per polmonite: «una diagnosi tempestiva gli avrebbe salvato la vita». Ma non è finita qui. Perché accanto a episodi più noti saliti alla ribalta delle cronache, ci sono casi di violenza dietro le sbarre di cui spesso poco o nulla si sa. È gennaio quando alla sede del Difensore civico del Piemonte arriva una lettera a firma «R.A.» in cui viene denunciato un episodio di violenza che si sarebbe verificato presso la Casa circondariale di Ivrea e di cui l’autore della missiva sarebbe stato teste oculare. «Il giorno sabato 7 novembre scorso – si legge nella lettera – ho assistito al maltrattamento di un giovane detenuto, probabilmente nordafricano di cui non conosco il nome. Verso le ore 20.15 sono stato attratto da urla di dolore e di richieste di aiuto e sono uscito dalla mia cella nel corridoio che consente di vedere la “rotonda” del piano terra. Ho visto tre agenti picchiare con schiaffi e pugni il giovane che continuava a gridare chiedendo aiuto e cercava di proteggersi senza reagire. Alla scena assistevano altri agenti e un operatore sanitario che restavano passivi ad osservare. Il giovane veniva trascinato verso i locali dell’infermeria mentre continuava a gridare». R.A., a questo punto, segnala il fatto al magistrato di sorveglianza di Vercelli e alla direttrice della Casa circondariale. Una denuncia importante, quella di R.A., cui è seguito un esposto presentato dallo stesso Difensore civico, e un procedimento aperto alla Procura di Ivrea. Per ora contro ignoti. Ignoti che, si spera, un giorno abbiano un volto, un nome e un cognome.

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

Giustizia, 13 anni per arrivare in appello. Ex procuratore capo, cancelliere e altri 9 imputati prescritti. Gli imputati erano accusati del saccheggio del Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata: 20 milioni di euro depredati, attraverso un gioco di falsi mandati di pagamento di rimborsi e consulenze di giustizia, orchestrato da un cancelliere con la responsabilità del procuratore capo, Alfredo Ormani, scrive Vincenzo Iurillo il 6 maggio 2016 su “Il Fatto Quotidiano”. Ci volevano 13 anni per far estinguere i reati di cui erano accusati i principali imputati del saccheggio del Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata: 20 milioni di euro depredati, secondo l’accusa, attraverso un gioco di falsi mandati di pagamento di rimborsi e consulenze di giustizia, orchestrato da un cancelliere con la responsabilità del procuratore capo. Ci volevano 13 anni eppure è successo: il colpo di spugna della prescrizione ha cancellato in appello le condanne a sei e cinque anni in primo grado dell’ex capo della Procura di Torre Annunziata Alfredo Ormanni e dell’ex supercancelliere Domenico Vernola. Entrambi erano alla sbarra a Roma – competente quando è implicato un magistrato del napoletano – in un processo con 21 imputati per reati che spaziavano dall’associazione a delinquere al peculato, falso e riciclaggio. La Corte d’Appello ha sentenziato 11 prescrizioni, 8 condanne per riciclaggio e 2 assoluzioni nel merito. Colpa dei tempi biblici di un processo di primo grado durante il quale il collegio giudicante è cambiato dieci volte. Spiega un avvocato: “Anche le accuse di riciclaggio aggravato dovrebbero prescriversi tra un mese, non faranno nemmeno in tempo a depositare le motivazioni: i giudici si sono presi 90 giorni di tempo per redigerle”. Basterà presentare un ricorso in Cassazione, e la prescrizione scatterà anche per molti dei condannati in appello. E così tanti saluti alle responsabilità penali di uno dei più colossali scandali della provincia napoletana del decennio scorso. Esplose violentissimo nel 2004, al termine di una ispezione ministeriale, che contestò a Vernola un giro fraudolento di rimborsi per spese di giustizia. Il cancelliere fu sospeso e allontanato, si aprì una indagine che coinvolse il procuratore Ormanni, firmatario di centinaia di mandati di pagamenti ritenuti fasulli, e i parenti di Vernola, sospettati di essersi fatti girare i soldi raccolti dal cancelliere tramite finti ‘mandati a se stesso’ per trasformarli in auto, case e beni di lusso. Nel mirino le spese di giustizia di alcune importanti indagini di Torre Annunziata: così finiscono sotto inchiesta a Roma anche alcuni esponenti delle forze di polizia giudiziaria che materialmente le condussero, presentando note spese ritenute anch’esse finte o gonfiate. Il Gup decreta il rinvio a giudizio il 25 maggio 2006. Ma il processo parte al rallentatore perché il collegio giudicante cambia in continuazione. Ed ogni volta si riparte da capo. Udienze celebrate solo per fissare rinvii. Senza istruttorie. Senza testimonianze. Un processo fermo. Partito in pratica solo nel 2012, quando finalmente il collegio si stabilizza. Quindi due anni di udienze per la sentenza di primo grado. E due per la fissazione dell’appello. Tempi normali, sui quali però ha pesato il lungo stop iniziale. Allora si stagliano come due eroi gli unici imputati che hanno rinunciato alla prescrizione per ottenere un’assoluzione piena. Si chiamano Emilia Salomone e Sergio Profeta, rispettivamente cancelliere a Torre Annunziata ed ispettore di polizia del commissariato di Sorrento. Assistiti dagli avvocati Francesco Matrone e Giuseppe Ferraro, il cancelliere e il poliziotto erano stati condannati in primo grado e licenziati in tronco. Ora avranno diritto al reintegro e alle spettanze perse. Gli anni smarriti nel lungo tunnel della giustizia, quelli no: sono persi per sempre.

Appello contro i Giustizialisti Giacobini (e invito alla sollevazione contro il Klan delle tre G). Come si sa, i Giustizialisti Giacobini dormono, la notte, adagiati fra le teste mozzate dei nemici uccisi. Di essi hanno bevuto il sangue. Delle loro carni si sono saziati. Non c’è nulla di più detestabile di un Giustizialista Giacobino. In lui infatti convergono, tautologicamente, due orribili vizi: l’essere giustizialista, e l’essere giacobino. E’, come si sa, una combinazione devastante ed esiziale. Da essa proviene ogni male della terra. Si pensa che anche Eva, quella di Adamo, fosse malata di questa malattia. Non parliamo di Giuda. Si nutrono cauti sospetti anche su Robespierre. Data la gravità dei loro crimini, siamo tutti in grado di riconoscere i Giustizialisti Giacobini, tutti conosciamo le loro malefatte. Appare dunque superfluo definirli. Si sa quello che sono. Nomina sunt consequentia rerum. Dunque parliamo di fatti e bando alle ciance:

1) Il Giustizialista Giacobino è colui che non evoca la giustizia come risoluzione di alcuni problemi giudiziari, ma vorrebbe perversamente che essa li risolvesse tutti. Tutti ovviamente vogliamo la giustizia e tutti, socraticamente, sappiamo che la “giustizia è giusta”. Quello che è ingiusto ovviamente è l’uso giacobino e giustizialista della giustizia. Tale uso si caratterizza per la pretesa, assolutamente ignobile, di processare coloro che sono indiziati, e di condannare coloro che sono risultati colpevoli dagli atti processuali, quando quei reati ci riguardano e riguardano i nostri interessi. I Giudici Giustizialisti e Giacobini (l’orribile Klan delle Tre G) se ne fregano della micro o macro criminalità quotidiana e di strada. Come se un criminale abituale e seriale, ad esempio il ladruncolo di strada extra comunitario, fosse ladro tanto quanto (forse meno!) di finanzieri e politici corrotti e corruttori, di falsificatori di bilanci e dispensatori di mazzette, di evasori fiscali. Come se il gioielliere che spara al ladro che l’ha privato di tutti i suoi averi, fosse colpevole come il ladro stesso!

2) Si dirà che tale idea della differenziazione della giustizia ha un che di antiquato, di classista, distingue ricchi da poveri, privilegiati e non, potenti e miserabili. Ma questa, ovviamente, è la tipica obiezione del Giustizialista Giacobino. Questa ignobile creatura sa infatti molto bene, ma finge di non sapere, che se la giustizia è sempre giusta non sempre lo sono i giudici. Essi si dividono in Giudici Giustizialisti Giacobini e Giudici Non Giustizialisti e Non Giacobini. I primi condannano per scopi politici, per rancori personali, per invidia sociale. I secondi sono animati da giustizia, saggezza e santità. Per riconoscere una sentenza come Giustizialista basta individuare chi è stato colpito da essa. Se è qualcuno che ha sparato a zero sul Giustizialismo Giacobino, potete stare certi che la sentenza sarà il prodotto del medesimo. E’ un circolo da cui non si sfugge.  Ne consegue che, chi denuncia il Giustizialismo Giacobino, verrà preferibilmente condannato dai Giudici Giustizialisti. La denuncia del Giustizialismo causa la vendetta dei Giustizialisti. Qualcuno forse obietterà che spesso i giudici vengono definiti Giustizialisti Giacobini a sentenza di condanna avvenuta. Ma a questo è facile rispondere che, fino ad allora, l’imputato ingiustamente condannato non si era reso conto di quando il suo giudice fosse Giustizialista e Giacobino. Certo i cittadini sono troppo onesti e hanno un troppo elevato senso della giustizia per concepire che un giudice possa essere così perverso. E quando lo scoprono sulla loro pelle, perché vengono condannati, sentono il dovere morale di denunciarlo.

3) Altra cosa del Giustizialismo Giacobino è invocare una giustizia rapida, inflessibile, con inasprimento delle pene e accelerazione dell’iter processuale, incarcerazione preventiva prolungata e cancellazione delle attenuanti e dell’habeas corpus per i reati commessi dai nemici giurati della comunità civica e dunque della giustizia giusta. Neri, maghrebini, rumeni ed albanesi, frange estremiste e disperate, vagabondi che insozzano le nostre strade, devastatori e disturbatori dell’ordine pubblico di qualsiasi etnia, debbono patire la giustizia giusta, severa e spietata, e questo ovviamente non è Giustizialismo. Il Giustizialismo Giacobino è infatti l’uso politico, ingiusto ed abusivo della giustizia. In questo caso si tratta invece di eque pene (anche troppo morbide, diciamola tutta) che dimostrano che lo Stato ha forte e coerente il senso della giustizia giusta.

Riassumiamo dunque. La giustizia è sempre giusta, ma i giudici possono essere giusti ed ingiusti. I giudici ingiusti sono i Giustizialisti Giacobini, che condannano animati da sete di vendetta politica. Il cittadino che denuncia un giudice come Giustizialista Giacobino lo fa perché capisce, presto o tardi e sulla sua pelle, che tale giudice lo odia e vuole condannarlo. Su di lui piove crudele la vendetta dei Giustizialisti. Pertanto, alla fine della sua giornata, il Giudice Giustizialista può aver condannato anche moltissimi innocenti. E’ dunque opportuno costituire un Partito degli Innocenti (P.d.I.) che ribatta colpo su colpo all’offensiva dei Giudici Giustizialisti e Giacobini. Il Klan delle tre Gdeve essere colpito e affondato. Trattiamo finalmente da esuli i latitanti e da innocenti i colpevoli. Distinguiamo fra colpevoli-colpevoli, innocenti-innocenti, innocenti-colpevoli e colpevoli-innocenti. Rendiamo un utile servizio all’umanità e al nostro paese. Diciamo basta al Giustizialismo Giacobino e ai giudici che perversamente lo praticano! Viva la libertà! Viva la giustizia giusta! Abbasso la giustizia ingiusta! Prescrizione per tutti!

Glossario (nel caso ci fosse ancora qualcuno che non sappia del Klan delle Tre G)

Giudici: Strane creature, in genere provenienti dai reparti neuropsichiatrici, la cui sindrome si manifesta attraverso la pretesa di giudicare altri esseri umani, in genere mentalmente molto più stabili di loro, mediante uno strano sistema di norme, astratte e sconclusionate, chiamate leggi. Si tratta di un comportamento evidentemente insolito, assurdo, e chiaramente inficiato da delirio paranoico e di onnipotenza. Si guardassero a casa loro e nel loro orto, invece di cercare la trave del vicino nel primo cammello che capita a tiro (forse non è così, non mi ricordo bene...). Questo non vuol dire che alcuni di questi strani individui non si comportino egregiamente e tendano ad assolvere le persone che noi vogliamo che assolvano (compresi noi stessi). Ma gli altri sono inguaribili strafottenti, che esercitano la giustizia come se brandissero una clava.

Giustizialismo: Il temine in sé è neutrale e vorrebbe indicare, immaginiamo, l’esercizio della giustizia tramite la condanna dei colpevoli. In realtà il termine tende ad evidenziare il comportamento della maggior parte dei giudici, che condannano tutti quelli che ritengono colpevoli e non solo quelli che noi onesti cittadini vorremmo che fossero giudicati tali. Il Giustizialismo è quindi definibile come l’attitudine ad esercitare la giustizia in modo abusivo. Questo ovviamente comporta il problema di chi possa giudicare i giudici riguardo a tali abusi. La risposta è quanto mai ovvia e scontata: coloro che si oppongono al giustizialismo!

Giacobini: Esseri dalle apparenti sembianze umane (o che assumono ingannevoli sembianze umane), ma probabilmente provenienti da altri pianeti e comunque non dalle comunità occidentali progredite del nostro pianeta. Coloro i quali affermano che i giacobini nascano in Occidente, e affondino le loro radici culturali nella tradizione occidentale, sono probabilmente giacobini essi stessi. I giacobini sono esseri talmente crudeli che spesso si divorano tra di loro. Sono dotati di una doppia fila di zanne e secernono liquidi urticanti dai pori delle loro pelle squamosa. Quando sorridono, si vede che non lo sanno fare. Né si divertono mai, perché passano il loro tempo a tramare contro l’umanità. Si riuniscono in luoghi oscuri e fangosi dove praticano l’accoppiamento fra coppie non sposate (e spesso dello stesso sesso) e il sacrificio umano (bambini soprattutto). Quando si travestono da uomini e popolano le nostre città, vivono spesso anche nei quartieri alti. In tal caso si riuniscono in salotti bene e firmano petizioni allo scopo di epurare l’umanità dai suoi elementi migliori. Tendono naturalmente a diventare giudici (per natura e per attitudine, data la loro devastata biologia e la loro perversione innata) o a influenzare i giudici, probabilmente per mezzo di facoltà telepatiche e di controllo della mente.

“I grillini confermano la loro imbarazzante inclinazione al becero giustizialismo e nel presentare il loro programma di governo si affrettano a sottolineare che tra i primi punti ci sarebbe l’abolizione della prescrizione. Prescrizione che, tra l’altro, è stata allungata nei tempi dal Governo Renzi. Anziché voler lavorare per una giustizia vera e per garantire tempi certi nei processi ai cittadini, così come sancito dalla nostra Costituzione, i grillini optano per procedimenti giudiziari infiniti che paralizzerebbero la vita delle persone, anche di quelle innocenti. Se malauguratamente diventassero forza di governo ci sarebbe davvero di che preoccuparsi”. Così Gabriella Giammanco, parlamentare di Forza Italia. 18 ottobre 2015.

Quali saranno i primi punti di un governo a 5 Stelle? “La prima cosa da fare è eliminare la corruzione con l’onesta, mettere mano alla giustizia, eliminare la prescrizione, mettere persone oneste nelle amministrazioni”. Lo sostiene Gianroberto Casaleggio, che ha risposto così ai giornalisti che, a Italia 5 Stelle, gli chiedevano i primi punti del programma.  Il primo criterio sarà “la fedina penale”, i sospettabili non sarà possibile sceglierli. La piattaforma è in grado di accogliere i contenuti, che possono essere tanti e diversi, il problema sarà fare una sintesi. “Fra i primi punti del programma dell’ipotetico governo del Movimento 5 stelle c’è l’abolizione della prescrizione, il che vuol dire la possibilità di tenere sotto processo un innocente per tutta la vita. I grillini si dimostrano sempre più funzionali alla retorica giustizialista che tanti danni ha provocato in questi anni, non avendo mai nascosto del resto la loro avversione verso il Parlamento e le Istituzioni rappresentative”. Lo afferma Deborah Bergamini, responsabile Comunicazione di Forza Italia.  18 ottobre 2015

LA PRESCRIZIONE. Dissertazione di Giovanni Ciri, sabato 18 maggio 2013. "Detesto il fanatismo, la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero". La Prescizione. E' l'istituto più odiato dai giustizialisti, sto parlando della prescrizione del reato. Vorrebbero tempi di prescrizione lunghissimi, praticamente infiniti. Non conta quando hai commesso un reato, dicono, conta se lo hai commesso, e se lo hai commesso devi essere punito, punto e basta. E non va loro giù che la prescrizione intervenga dopo che il processo ha avuto inizio. Citano addirittura gli Stati Uniti d'America, dove i termini di prescrizione si interrompono appena è stata emessa la sentenza di rinvio a giudizio. Si, è proprio così, negli Usa la prescrizione si interrompe dal momento in cui il sospettato è rinviato a giudizio, ma, quali sono i termini di prescrizione negli Stati uniti d'America? Un delitto che comporta la pena dell'ergastolo è sempre perseguibile. Ogni altro delitto grave (rapine, furti, stupri, sequestri di persona) è perseguibile entro CINQUE ANNI. I delitti meno gravi sono perseguibili entro DUE ANNI, quelli minimi entro UN ANNO. Esclusi i delitti gravissimi, sempre perseguibili, negli Usa ogni crimine deve essere perseguito entro termini temporali abbastanza ristretti. Nel momento in cui inizia il processo però i termini di prescrizione si interrompono, e si evitano in questo modo eventuali manovre dilatorie. Questo non fa sì che l'imputato debba passare lunghi periodi nella “zona di nessuno” in cui necessariamente vive chi è sottoposto a procedimento penale. Negli Usa infatti i processi sono piuttosto rapidi. Le udienze sono quotidiane, i giurati vivono praticamente da reclusi, impossibilitati addirittura a leggere i giornali o a guardare la TV, questo perché chi è chiamato a giudicare della vita di un essere umano deve formarsi la propria convinzione in base a ciò che emerge dal dibattimento, non dai talk show televisivi o dai predicozzi di giornalisti alla Travaglio. La differenza con quanto avviene in Italia è lampante. Un giudice popolare italiano ascolta oggi un teste, fra due mesi un altro, fra sei mesi la requisitoria del PM e fra otto l'arringa del difensore. Se tutto va bene fra un anno entrerà in camera di consiglio (fanno eccezione i processi a carico di Berlusconi che sono di solito rapidissimi). E' difficile pensare che in questo modo il giudice popolare italiano possa maturare una convinzione ponderata sulla base di quanto emerge dal dibattimento. Si aggiunga che negli Usa il pubblico accusatore non è, come in Italia, un collega del giudice, che la difesa contribuisce alla selezione della corte giudicante, che i giurati devono decidere alla unanimità e ci si renderà conto che in quel paese il processo penale, anche se esclude i tre gradi di giudizio automatici, è molto più garantista che nel nostro. E' interessante mettere in evidenza una cosa: se nel nostro paese fosse in vigore la normativa americana molti procedimenti a carico di Berlusconi non avrebbero neppure potuto iniziare. Come hanno agito infatti i magistrati col cavaliere? Non appena è entrato in politica hanno iniziato inchieste riguardanti vecchie storie sulle quali sino a quel momento nessuno aveva indagato o, se indagini c'erano state le loro risultanze giacevano da tempo sotto montagne di pratiche inevase. Nel processo All Iberian il cavaliere è stato rinviato a giudizio nel 1996 per finanziamento illecito ai partiti, reato che è avvenuto (se è avvenuto) fra il 1991 ed il 1992, e di certo non è un reato grave (negli Usa non è neppure previsto come reato). La prima inchiesta a carico di Berlusconi, quella per le famose tangenti alla guardia di finanza, riguarda diverse tangenti, corrisposte a diversi soggetti, la prima della quali risalente al 1989, l'ultima al 1994. Il rinvio a giudizio è del 1995, quanto meno le prime tangenti non avrebbero quindi dovuto rientrare nel procedimento che, come si sa, si concluse con la piena assoluzione dell'imputato. Una indagine a carico di Berlusconi per traffico di droga si è conclusa nel 1991 con una archiviazione, i fatti risalgono al 1983. Non voglio continuare perché non sono e non mi interessa essere uno specialista in Belusconismo giudiziario (ho preso i dati dalla rete). Mi va solo di sottolineare che i termini americani di perseguibilità avrebbero reso assai più difficile il lavoro di magistrati assolutamente imparziali e privi di pregiudizi come Antonio Di Pietro o Ilda Boccassini. Ma, a parte ogni tecnicismo, quale è la filosofia che sta dietro l'istituto della prescrizione, che i forcaioli di ogni tipo odiano? La risposta è semplicissima, la si può riassumere in una sola parola: garantismo. Garantismo che vale a tre livelli. In primo luogo, una persona non può essere indagata a vita. Se sei indagato vivi in una situazione di estrema provvisorietà. Se cerchi lavoro tutto diventa più difficile se è in corso un procedimento giudiziario a tuo carico, se il lavoro lo hai già le prospettive di carriera si complicano terribilmente. Chi è indagato ha diritto che in tempi ragionevolmente brevi il suo caso si chiuda. Ha diritto a questo anche chi è stato offeso dall'eventuale azione criminosa dell'indagato. Insomma, una giustizia rapida è nell'interesse di tutti, meno che dei criminali e dei calunniatori di professione. In secondo luogo, a meno che non si tratti di reati gravissimi, nessuno può essere chiamato a rispondere di cose avvenute molto tempo prima, con tutte le difficoltà di ricordare eventi, nomi, situazioni. Infine, ed è la cosa più importante di tutte, i termini di perseguibilità tendono ad impedire che qualche solerte magistrato possa perseguitare un cittadino andando a spulciare nella sua vita passata in cerca di qualche reato. Questa in particolare è la filosofia che sta dietro alla normativa americana. Tizio può essere indagato solo se esiste una specifica ipotesi di reato a suo carico e se c'è il ragionevole sospetto che possa essere implicato in quel reato. I magistrati insomma devono indagare su reati accertati, non andare alla ricerca di reati, meno che mai lo devono fare concentrandosi su una persona, ancora meno andando a spulciare tutta la sua esistenza per appurare se per caso ci sia in essa qualcosa di poco regolare. L'istituto della prescrizione è inoltre collegato teoricamente con il principio della presunzione di innocenza. Non è vero che la assoluzione per prescrizione equivale ad una condanna. I termini di prescrizione fissano dei limiti alla azione del magistrato: questi deve riuscire a far condannare il sospettato da lui ritenuto colpevole entro quei limiti, se non ci riesce il sospettato è innocente perché nei paesi civili la innocenza è presunta. Da quanto si è detto emerge che non è affatto un caso che i giustizialisti forcaioli di tutte le risme abbiano profondamente in odio la prescrizione. Il loro ideale è una società in cui tutti si sia indagati, tutti si viva sempre sotto sorveglianza. Un “magistrato” come Ingroia è arrivato addirittura a proporre, in campagna elettorale, la inversione dell'onere della prova nei processi per reati finanziari: se Tizio è sospettato di evasione gli si confischino i beni, ha detto, poi lui avrà sei mesi di tempo per dimostrare la sua innocenza... magnifico! A Tizio sono concessi sei mesi per provare la sua innocenza, ma dieci anni per prescrivere un reato sono pochi, per il dottor Ingroia! E ora questo signore è di nuovo magistrato, non invidio valdostani. La cosa grave è che simili idee forcaiole sono molto diffuse nel paese. Molta, troppa gente è convinta che il garantismo sia quasi un lusso, che tutto sia lecito pur di mettere dentro un presunto corrotto. Non si capisce che ogni arbitrio è possibile se vengono meno le fondamentali garanzie a tutela della libertà dei singoli, ogni arbitrio ed anche ogni corruzione.

Se La Repubblica vuole ancora più processi, scrive Giovanni Torelli su “L’Intraprendente” il 15 febbraio 2016. No, alla sinistra non basta la quantità abnorme di processi penali che si celebrano ogni anno in Italia e di quelli ancora pendenti (sono circa 3 milioni e mezzo). Ne vuole ancora di più, perché desidera un sacco alimentare sia la macchina della Burocrazia che quella del Giustizialismo. E così, in un dossier pubblicato lo scorso sabato, la Repubblica lamenta il fatto che, per colpa della prescrizione troppo breve voluta dalla legge ex Cirielli del 2005, nel nostro Paese vengano cancellati ogni anno circa 130mila reati. E che quindi altrettanti presunti colpevoli restino inevitabilmente impuniti…Insomma, alla macchina già ingolfata della giustizia italiana (la cui inefficacia non è certo colpa della prescrizione troppo breve, semmai della lentezza di certi magistrati) la Repubblica vorrebbe aggiungere un ulteriore carico, appoggiando l’ipotesi di riforma voluta dal ministro della Giustizia Orlando, che intende allungare di tre anni per tutti i processi penali i tempi della prescrizione. Il sovraccarico potrebbe essere facilmente calcolabile: “riabilitando” 130mila processi annui è verosimile che in un decennio i processi ancora pendenti in Italia diventino circa 5 milioni. Che dire, un’ideona…E vabbè, uno dirà, non è giusto che 80mila fascicoli non arrivino neppure in sede di dibattimento ma vengano bloccati dalla scure della prescrizione già in fase di indagini preliminari; ed è ingiusto che la giustizia non faccia il suo pieno corso, “costringendo” oltre 23mila processi a fermarsi in primo grado per raggiunti limiti di tempo e altri 24mila a bloccarsi in Appello per la stessa ragione. La giustizia piena vuole che siano affrontati tutti i tre gradi di giudizio, dicono loro. È una forma di garanzia verso l’imputato ma anche di sicurezza che il colpevole ottenga la giusta pena, dicono loro. Il punto vero però è che molte di quelle indagini preliminari muoiono ancor prima di addivenire a giudizio perché vengono aperte in ritardo rispetto al reato, sono fondate su prove inconsistenti, non hanno riscontri concreti e tergiversano fino a concludersi in un nulla di fatto: altroché prescrizione, molte di quelle indagini non dovevano neppure essere aperte. Se poi in fase di dibattimento quei processi si arenano fino a interrompersi, la colpa spesso è oltre che dell’oggettiva lentezza della giustizia italiana (che ha scambiato il garantismo con una dilazione immotivata di tutti i passaggi processuali) anche di una mancata operosità di chi dovrebbe invece favorire l’accelerazione di quei processi. Il fardello pendente dei processi mai portati a compimento, per capirci, grava non solo sulle spalle dell’imputato, ma soprattutto sulle coscienze di dipendenti (non sempre efficienti) dello Stato che si chiamano magistrati. E non vorremmo che la riforma della prescrizione voluta da Orlando e difesa da la Repubblica diventi una scusa per prolungare ulteriormente i tempi di lavoro dei giudici. Avranno pure le ferie più corte, adesso, ma hanno anche tre anni in più per trastullarsi con le carte di un processo…

"Troppo potere mediatico ai pm. La giustizia italiana è una follia". Piero Sansonetti, direttore del nuovo quotidiano "il Dubbio", in edicola da martedì: "Le toghe fanno politica, riforma necessaria", scrive Anna Maria Greco, Giovedì 07/04/2016, su "Il Giornale". Si chiama il Dubbio, esce in edicola martedì e per 5 giorni la settimana, ha 16 pagine, full color, una redazione di 13 professionisti: è il nuovo quotidiano diretto da Piero Sansonetti. Che ha come editore la Fondazione del Consiglio nazionale forense.

Insomma, sarà il giornale degli avvocati. Con quale obiettivo?

«La linea politico-editoriale sarà quella dell'avvocatura, che si riassume così: i diritti avanti a tutto. Si propone di spezzare il predominio di un pezzo della magistratura sul mondo dell'informazione italiana e così anche la supremazia del potere giudiziario su quello politico».

E questo nome, Il dubbio?

«Fa riferimento al ragionevole dubbio verso ogni accusato. Ai diritti della difesa, che sono il fondamento dello stato di diritto. Da noi gran parte della stampa è giustizialista, amplifica le accuse, gli avvisi di garanzia, gli arresti e quando poi gran parte dei processi finisce con l'assoluzione, si scrive che è stata negata la giustizia e non c'è un colpevole. Se si sostengono le ragioni della difesa si passa per complici, così spesso vengono considerati gli avvocati di un accusato. Questa etica della colpevolezza va contrastata».

Sarà un nuovo Garantista?

«Sarà un quotidiano apertissimo, in cui parleranno tutti. Non sarà né con il governo né con l'opposizione, né di destra né di sinistra, né con Renzi né con Berlusconi. Aperto al dialogo, su tutto e con tutti».

Però, diciamolo, sarà un giornale contro le toghe.

«No, perché ce ne sono di ottime e noi vogliamo fare un giornalismo senza risse e insulti, beneducato. Contro il giustizialismo, sì. Contro quella parte forcaiola dei magistrati e della stampa, sì. Contro quel potere politico in ginocchio davanti alla magistratura, sì».

Che ne dici dell'uscita critica di Renzi sulle lentezze dei magistrati, dopo il caso Guidi, cui ha replicato l'Anm Basilicata?

«Un'uscita coraggiosa, perché è raro che un politico osi sfidare le toghe. È vero che si comincia con le accuse e non si arriva mai ai processi. Non hanno interesse a celebrarli i magistrati stessi. Altro che accuse agli avvocati sulla prescrizione: nel 70 per cento dei casi interviene in fase di indagini preliminari, quando la difesa non ha certo potuto ritardare l'iter. I guai dipendono dai tempi lunghi della giustizia. Ma quando Renzi l'ha detto, immediatamente l'Anm ha reagito. Perché è una forza politica, polemizza col governo, interviene sulle leggi da fare e come, mette in discussione continuamente l'equilibrio tra i poteri. È impressionante. In questo scambio di battute c'è il riassunto della follia che è oggi la giustizia».

Serve la famosa riforma.

«Non la fa nessuno. Non l'ha fatta Berlusconi, non la fa Renzi. E l'opinione pubblica viene spinta dal sistema dell'informazione sempre dalla parte della pena e della forca. Così, anche i diritti alla privacy scompaiono».

In prima pagina ci sono Panama papers e intercettazioni dello scandalo petrolio.

«E qualcuno si chiede se la fuga di notizie sui conti off-shore sia legale? Nessuno. O se lo siano le intercettazioni della Guidi (che ha fatto benissimo a dimettersi, beninteso) e degli altri? Nessuno. Chi si pone la questione che in Italia ci siano mille volte più intercettazioni che in Gran Bretagna? Il rispetto delle regole, il diritto alla difesa, non interessa nessuno».

Piero Sansonetti lancia "Il Dubbio": "Non è un giornale contro i magistrati ma contro il giustizialismo e per i diritti", scrive Laura Eduati su L'Huffington Post il 07/04/2016. Un giornale garantista e battagliero in difesa dei diritti, senza padroni politici. Piero Sansonetti lancia "Il Dubbio", il quotidiano che ha come editrice unica la Fondazione dell'Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense e che sarà in edicola e online dal 12 aprile. "Saremo la testata di riferimento per coloro che vorranno comprendere le ragioni della difesa e non soltanto quelle dell'accusa, ma non per questo saremo ossessionati dalla perfidia dei magistrati. Tanto è vero che ho invitato all'inaugurazione anche il procuratore Pignatone", spiega un po' scherzosamente l'ex cronista politico dell'Unità, già direttore di Liberazione, di Calabria Ora e del Garantista con la parentesi del settimanale Gli Altri. La squadra dei giornalisti è pronta. Le firme del politico e della cronaca giudiziaria comprendono l'ex notista storico del Messaggero Carlo Fusi, Davide Varì (ex vicedirettore di Calabria Ora) ed Enrico Novi (Indipendente, Liberal). Per il momento non esiste un vicedirettore, il ruolo di caporedattore centrale è affidato ad Angela Azzaro che dai tempi di Liberazione fa parte dei cronisti di fiducia di Sansonetti. Sono già 45mila gli abbonamenti attivati dagli avvocati in tutta Italia. Dodici le città dove sarà possibile trovare la versione cartacea: Roma, Milano, Torino, Genova, Padova, Venezia, Bologna, Bari, Napoli, Firenze, Pescara, Ancona. Un progetto ambizioso: 16 pagine a colori e un contenuto generalista che troverà nella politica e nella giustizia l'osso da mordere. L'obiettivo, spiega Sansonetti, non è tanto criticare l'operato della magistratura quanto "mettere in discussione la mentalità di un'Italia giustizialista che ritiene l'indagato immediatamente colpevole, trova giusta la pubblicazione delle intercettazioni private di Federica Guidi e scende in piazza per manifestare contro i giudici che hanno assolto i geologi processati per il terremoto dell'Aquila". "Perché agli italiani piacciono i processi di piazza", argomenta, "ma dimenticano che dei 4500 politici indagati per Tangentopoli ne sono stati condannati 800: moltissimi, anzi, troppi. Dobbiamo ricordare però che gli altri 3700 sono innocenti". C'è un altro esempio che Sansonetti ama citare per spiegare il clima contro il quale vorrebbe scrivere e fare cultura: il processo Cucchi. Gli agenti della polizia penitenziaria assolti in Cassazione eppure per anni additati come colpevoli: "Ora sono sotto inchiesta dei carabinieri per pestaggio. E' evidente che qualcuno dovrebbe chiedere scusa ai poliziotti". "La colpa di questa mentalità è più dei giornali che dei pubblici ministeri", osserva Sansonetti. "Il numero delle assoluzioni in realtà è altissimo e sono sicuro che molti magistrati la pensano come noi". A proposito della percezione che in realtà la macchina della giustizia sia lenta e non vi sia la certezza della pena, il direttore del "Dubbio" si trova quasi d'accordo ma con una precisazione statistica che rovescia in parte la credenza popolare: "Spesso si dice che per colpa della prescrizione i colpevoli non sono condannati. La verità è che il 70% delle prescrizioni avviene durante le indagini preliminari perciò non possiamo addossare la colpa della mancanza di giustizia agli avvocati, come se facessero di tutto per allungare i tempi". Da anni la battaglia di Sansonetti si concentra sulle storture dei processi. Non a caso il suo nuovo quotidiano prende il nome dall'articolo del codice penale secondo il quale il giudice deve condannare se ritiene l'imputato colpevole "oltre ogni ragionevole dubbio". Purtroppo, osserva, le condanne arrivano anche quando questo dubbio esiste ed è fondato: "Prendiamo Alberto Stasi. Il fatto che fosse stato assolto due volte doveva scalfire la certezza della sua colpevolezza. E invece si trova in prigione dopo l'ultimo passo alla Cassazione". Perché il pallino è la riforma della giustizia: "Sarei per eliminare l'appello se in primo grado ti assolvono. E naturalmente per la riforma delle carriere e in generale uno sveltimento dei procedimenti giudiziari per evitare di celebrare un processo anche otto anni dopo il fatto". Ma il governo è "timoroso": "Purtroppo nessuno è riuscito a far passare questa riforma e penso che nemmeno Andrea Orlando ce la farà, il potere della magistratura è ancora troppo forte. Matteo Renzi è un garantista timoroso. Ricordiamoci che è probabilmente il primo premier a non godere dell'immunità parlamentare, ciò significa che potrebbero arrestarlo senza passare dal Parlamento". Dopo la politica e la giustizia, "Il Dubbio" avrà una seconda missione: i diritti. "La nostra idea è che i diritti sociali e civili non possono essere influenzati dal mercato". A chi pensa che Sansonetti stia tornando al suo alveo politico originario (il Pci), arriva immediata la precisazione: "Il Dubbio non sarà un quotidiano anti-mercato, così come nemmeno io lo sono. Ma il mercato non può governare la società, a meno che non si vogliano schiacciare i diritti fondamentali e quelli acquisiti negli ultimi decenni in Occidente".

Poi ci sono i media giustizialisti che i garantisti non li possono sopportare ed ogni occasione è buona per infangare la loro reputazione.

Il Garantista, giornale di Sansonetti già in crisi. “Da cinque mesi non paga stipendi”. In un comunicato l'assemblea dei giornalisti e il comitato di redazione hanno annunciato lo sciopero delle firme, scattato il primo aprile contro la “Società Cooperativa Giornalisti Indipendenti”, rappresentata dall'imprenditore Andrea Cuzzocrea, che edita il quotidiano nato appena nove mesi fa, scrive Lucio Musolino il 6 aprile 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Neanche un anno ed è già crisi per il quotidiano calabrese Cronache del Garantista. Da alcuni giorni è sciopero delle firme per i giornalisti assunti che lamentano 5 mesi di stipendio arretrato. Mentre i collaboratori esterni non vengono pagati da novembre, quando hanno ricevuto l’unico compenso dal giorno in cui il Garantista è in edicola. La protesta è scattata il primo aprile quando l’assemblea dei giornalisti e il comitato di redazione hanno fatto pubblicare un comunicato sindacale contro chi amministra la “Società Cooperativa Giornalisti Indipendenti” che edita il giornale diretto da Piero Sansonetti, ex direttore di Calabria Ora, il quotidiano fallito dopo la “storia dei cinghiali” e le pressioni subite da direttore Luciano Regolo, ma soprattutto dopo una bancarotta fraudolenta per la quale l’editore Piero Citrigno sarà presto processato davanti al tribunale di Cosenza. Giornali che falliscono, editori che non pagano e giornalisti costretti a prostituire la loro firma per miseri stipendi che poi non riescono a recuperare neanche se si rivolgono ai giudici del lavoro. È la storia della stampa calabrese che, da quasi 10 anni a questa parte, fa i conti con giornali in crisi che ricorrono ad ammortizzatori sociali, che licenziano senza preavviso o che costringono i loro giornalisti a firmare contratti capestri puntualmente denunciati dal sindacato Fnsi. Ritornando al Garantista, che ha debuttato lo scorso 18 giugno, i giornalisti assunti dopo essersi visti congelare le spettanze di novembre, dicembre, tredicesima mensilità e gennaio, per mancanza di liquidità, avrebbero dovuto ricevere quelle di febbraio e marzo grazie alla sottoscrizione del contratto di solidarietà difensiva nella misura del 40 per cento della riduzione dell’orario di lavoro. In questo modo sarebbe stato scongiurato il licenziamento collettivo di 23 lavoratori dichiarati in esubero su un organico di 57. Così non è stato. La Cooperativa, rappresentata dall’imprenditore Andrea Cuzzocrea (che è anche presidente di Confindustria Reggio Calabria) non ha pagato gli stipendi. D’altronde, il segretario regionale del sindacato Fnsi Carlo Parisi, prima dell’uscita del Garantista aveva espresso le sue perplessità sul progetto editoriale. Parisi, infatti, si dice “fortemente preoccupato dal precipitare degli eventi in una realtà editoriale nei confronti della quale, purtroppo, ancor prima del debutto, il sindacato dei giornalisti è stato facile profeta esprimendo serie riserve in materia di sostenibilità dell’impresa”. Anche il contratto di solidarietà non sta salvando il giornale di Sansonetti. “L’applicazione dell’ammortizzatore sociale – spiega ancora il segretario del sindacato – si è rivelata insufficiente a fronteggiare la crisi del giornale che, il 16 gennaio, aveva indotto la cooperativa ad avviare la procedura di licenziamento collettivo per riduzione di personale per 19 giornalisti dei 49 assunti con contratto nazionale Fnsi-Fieg e 4 poligrafici su 8. Dopo un mese di incontri e trattative la vertenza sembrava chiusa. Ma i giornalisti del “Garantista” hanno dovuto amaramente constatare che nulla è cambiato”. Da mesi circolano voci di nuovi soci in grado di mettere soldi freschi per scongiurare il blocco del giornale. Soci che non ci sono mentre quelli vecchi non intendono ricapitalizzare la cooperativa. Per descrivere il Garantista, infine, il sindacato ricorda le parole utilizzate dallo stesso Sansonetti in occasione della presentazione avvenuta a Roma, sul Tevere, a bordo del Barcone della Romana Nuoto: “Un’impresa folle e temeraria”. Il senso però è diverso per Parisi. Se da una parte in Calabria, per quanto riguarda le vendite, ilGarantista è riuscito ad avere “apprezzabili risconti con le circa 3500 copie in edicola, non è riuscito a raggiungere gli obiettivi anche minimi, di vendita e distribuzione, soprattutto a livello nazionale”. Già, perché il Garantista è un giornale nazionale, ma fuori dalla Calabria il quotidiano diretto da Sansonetti non supera qualche centinaio di copie pur avendo una redazione a Roma con costi esorbitanti che oggi rischiano di fare affondare il progetto editoriale.

Piero Sansonetti, nuovo giornale edito da fondazione Avvocatura. Ma i legali si spaccano e scrivono a Orlando. E' battaglia nella categoria sul nuovo quotidiano. Edito da una srl della Fai, la fondazione dell'Avvocatura. E avversato dall'Associazione nazionale forense. Che contesta opportunità e legittimità della pubblicazione. Scrivendo anche al ministro Orlando: "Faccia rispettare la legge", scrive Ilaria Proietti l'11 aprile 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Se si farà largo nelle edicole è presto per dirlo. Sicuramente si è già fatto strada tra i membri autorevoli dell’avvocatura italiana e in particolare dell’Anf, l’associazione guidata da Luigi Pansini, tra le più rappresentative degli avvocati. I quali, presi dal dubbio, il nome del nuovo quotidiano che il Consiglio nazionale forense (Cnf) sta tenendo a battesimo e da domani in edicola, si sono rivolti (vedere immagini in basso), con grande preoccupazione, prima al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. E, poi, direttamente all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom). Chiedendo di essere ascoltati con urgenza e stoppare l’iniziativa. A creare così tanti problemi agli avvocati dell’Anf, è l’uscita della nuova testata ‘Il Dubbio’, diretta da Piero Sansonetti e patrocinata come editore dalla srl Edizioni Diritto e Ragione (Edr), società partecipata al 100 per cento dalla Fondazione dell’Avvocatura Italiana (Fai), ente costituito dal Cnf per la “promozione” e “l’aggiornamento della cultura giuridica e forense”, la “valorizzazione dell’avvocatura” e la “divulgazione dei diritti di difesa della persona”. Ma non solo. Può anche “pubblicare, diffondere e commercializzare articoli, riviste, giornali e dispense”. Ma non certo, almeno questa è la linea degli avvocati che sono sul piede di guerra, “un giornale di informazione, di discussione e di cultura”, “capace di informare su tutti gli argomenti di politica, di esteri, di cronaca, di spettacoli e di cultura”. E con l’ambizione di essere “competitivo su questi terreni con gli altri quotidiani” nelle “edicole delle principali città italiane”, come è stato spiegato dal presidente del Cnf Andrea Mascherin, che è anche presidente di Fai. Insomma un quotidiano generalista, ma soprattutto, fanno capire gli interessati, un giornale a carico delle casse degli stessi avvocati. Un’iniziativa ad alto rischio, che non solo non sarebbe in linea con i compiti che spettano al Fai per conto del Cnf, ma che starebbe già provocando guasti nel bilancio della categoria. Con un disavanzo preventivato per il2016 di quasi 1,6 milioni di euro. Da qui l’accorato grido di allarme che potrebbe stroncare sul nascere le ambizione del direttore designato Sansonetti. Rivolto dapprima il 10 febbraio scorso all’indirizzo del ministro Orlando, nella sua qualità “di soggetto preposto alla vigilanza sul Consiglio nazionale forense e sugli ordini circondariali”. E nel quale si sottolinea la necessità di “riflettere sull’opportunità e forse anche sulla legittimità dell’iniziativa editoriale del Consiglio nazionale forense”. Chiedendo poi “al ministro vigilante se un ente istituzionale, per di più con funzioni giurisdizionali e con sede presso il ministero della Giustizia, possa assumere, sia pure tramite una delle tante fondazioni facente capo al Cnf, l’iniziativa editoriale annunciata”. E auspicando da parte del Guardasigilli un “Suo intervento diretto al richiamo del rispetto della legge e delle funzioni istituzionali da parte del Cnf”, nonché a “ristabilire compiti e ruoli alla stregua della legge ordinamentale forense”.  Da Orlando nessuna risposta. Almeno sinora. E da qui l’ulteriore iniziativa dell’Anf rivolta all’Agcom. Di cui si chiede l’intervento. All’Autorità Pansini chiede di essere ascoltato al più presto. E che soprattutto l’Agcom si attivi immediatamente affinchè “al fine della vigilanza sul settore, sia verificata l’effettiva idoneità dell’assetto proprietario e di controllo, all’esercizio dell’impresa editoriale, allo scopo di condizionarne l’effettivo svolgimento al pieno rispetto delle norme di legge”. Insomma, una stroncatura. E senza alcun dubbio.

Così il "metodo Travaglio" diventa un corso a pagamento. In cattedra un gip che spiega come trasformare un verbale in un articolo, scrive Felice Manti, Giovedì 21/04/2016, su “Il Giornale”. La parabola si è compiuta. Il «metodo Travaglio» diventa materia di studio (a pagamento), i magistrati salgono in cattedra e diventano docenti di giornalismo. Sabato 30 aprile nella redazione del Fatto Quotidiano alla modica cifra di 85 euro ci si potrà finalmente abbeverare alla fonte di quella barbarie giustizialista di cui (finalmente) si sono accorti il premier Matteo Renzi e l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo che le procure hanno dichiarato guerra a Palazzo Chigi. C'è bisogno di nuovi adepti, e la missione apostolare tocca ai giornalisti del quotidiano diretto da Marco Travaglio. Sei un giornalista di giudiziaria e hai tra le mani delle intercettazioni scottanti (anche se penalmente irrilevanti) ma non sai come scrivere il pezzo? Beh, succede anche nei migliori quotidiani. Ma non ti preoccupare. Te lo spiega un giudice come fare. Al corso di giornalismo interverrà anche Stefano Aprile, Gip del Tribunale di Roma, che dalle 10 alle 11 terrà il modulo «Come usare le intercettazioni», subito dopo la lezione «Avvocati, magistrati, investigatori: i rapporti con le fonti». Aprile, dice il sito del Fatto sul corso a pagamento, si è occupato di importanti indagini. Quelle riportate sul sito, curiosamente, sono tutte contro il centrodestra. Come quella su Franco Fiorito detto Batman, ex capogruppo Pdl condannato per peculato, o quella sull'ex sindaco di Roma Gianni Alemanni e la «contestata tangente da 500 mila euro pagata per una commessa di 45 filobus», per finire alle indagini che portarono alla chiusura del sito Stormfront, quello dei cattivoni neofascisti. La lectio magistralis tocca invece alla cronista di giudiziaria del Fatto Valeria Pacelli, dal croccante titolo «Dai tribunali agli studi degli avvocati agli incontri con poliziotti e finanzieri: costruire e mantenere i rapporti giusti». Ma la teoria non basta, ci vuole esercizio. E dunque, compresa nel prezzo, c'è anche l'esercitazione pratica «Come trasformare un verbale in una notizia». È l'ultima metamorfosi del giornalismo giudiziario: non bastava aver trasformato i giornali in ciclostile delle Procure, adesso a scrivere gli articoli ci pensano direttamente i magistrati...

Renzi è tornato a parlare al Senato prima del voto di sfiducia del 19 aprile 2016. A parlato della magistratura e delle inchieste di Potenza che non sono mai arrivate a sentenza: «Io sono per la giustizia, ma non giustizialista. Per i tribunali, non per i tribuni. Io rispetto le sentenze dei giudici, non le veline che rompono il segreto istruttorio. Quando auspico che si arrivi a sentenza, non attacco la magistratura ma rispetto la Costituzione: un avviso di garanzia è stato per oltre 20 anni come una condanna definitiva. Vite di persone perbene sono state distrutte, ma un avviso di garanzia non è mai una condanna ed è per questo che non chiederemo le dimissioni del consigliere del Movimento 5 Stelle di Livorno, perché crediamo nella presunzione di innocenza. Questo paese ha conosciuto figure di giudici eroi che hanno perso la vita ma anche, negli ultimi 25 anni, pagine di autentica barbarie legata al giustizialismo dove l’avviso di garanzia è stata una sentenza mediatica definitiva. Io sono per la giustizia - è il distinguo del capo del governo - e non per i giustizialisti. L’avviso di garanzia in passato è stata una sentenza mediatica definitiva, vite di persone perbene sono state distrutte mentre i delinquenti avevano il loro guadagno nell’atteggiamento populista di chi faceva di tutta un’erba un fascio. L’avviso garanzia non è mai condanna».

Lo spettro di nuove inchieste dietro l'attacco di Renzi ai pm. L'affondo del premier in Senato è frutto di una strategia chiara: quando sente il fiato sul collo assume un atteggiamento di sfida. Quei presagi di un'estate calda, scrive Fabrizio De Feo, Giovedì 21/04/2016, su “Il Giornale”. Il giorno dopo il sonante «no alla barbarie giustizialista» conosciuta dal Paese negli ultimi venti anni, frase che di certo ha scosso le coscienze e fatto arricciare il naso a tanta parte della sinistra allevata a pane a manette, gli interrogativi sull'affondo pronunciato da Matteo Renzi nel suo discorso al Senato non mancano. E si muovono su un filo sottile che oscilla tra motivazioni politiche, sospetti di timori giudiziari e aspetti caratteriali e psicologici legati al personaggio. Sui social network si assiste alla prevedibile spaccatura tra difese d'ufficio della magistratura, applausi renziani e ironie sul neo-garantismo di convenienza. «Bravi a denunciare la barbarie giustizialista quando sono loro a farne le spese. Prima, dal '92 compreso, silenzio. Meglio tardi che mai», scrive su Twitter Pierluigi Battista. Contrapposizioni prevedibili in un Paese che sulla rivendicazione giustizialista ha visto fiorire prima formazioni minori come La Rete e l'Italia dei Valori, poi il Movimento 5 Stelle, capace di raccogliere un quarto dei consensi dell'elettorato. Nei palazzi, invece, ci si interroga sulla genesi di un attacco che come ha giustamente scritto su La Stampa, Fabio Martini, non è figlio di un accesso di ira o una frase dal sen fuggita, ma di una precisa volontà di pronunciare quelle parole.

Renzi e la tecnica del tergicristallo tra garantismo e giustizialismo, scrive il 21 aprile 2016 Emanuele Boffi su “Tempi”. Dice di credere «nelle sentenze, non nelle veline che violano il segreto istruttorio». Ma mica sempre, dipende. Dipende da cosa gli conviene in quel momento. «Questo paese ha conosciuto anche negli ultimi venti, venticinque anni, pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo». Come non essere d’accordo con le parole pronunciate martedì 19 aprile da Matteo Renzi? Respingendo la mozione di sfiducia in Senato, il presidente del Consiglio ha dato prova di autentico garantismo: «Un avviso di garanzia è stato per oltre vent’anni una sentenza mediatica definitiva (…). Io sono per la giustizia sempre, non per i giustizialisti. Credo nei tribunali, non nei tribuni. Credo nelle sentenze, non nelle veline che violano il segreto istruttorio». Come non essere d’accordo? D’altronde Renzi si è sempre proclamato un garantista ed è questo uno degli aspetti che meno piace ai suoi avversari, come si poteva facilmente constatare ieri dando uno sguardo alla prima pagina del Fatto quotidiano: “Renzi come B.”, dove B. da quelle parti sta per Berlusconi, l’apogeo dell’insulto. E, giusto per ribadire la linea, sempre in prima pagina compariva una lunga e dura intervista del direttore Marco Travaglio a Piercamillo Davigo, uno degli eroi di Mani Pulite, fresco presidente dell’Anm, a certificare la continuità tra i governi precedenti e l’attuale: «Qualche differenza di linguaggio, ma niente più: nella sostanza, una certa allergia al controllo di legalità accomuna un po’ tutti». Ma la verità è che Renzi è un garantista a targhe alterne. Ha sempre ondeggiato tra gli opposti come un tergicristallo: giustizialista quando gli faceva comodo, innocentista quando desiderava tirare l’applauso senza pagarne il fio. Non che sia l’unico, per carità. A parte qualche raro caso, è un doppiopesismo che caratterizza l’intera classe politica italiana. Il lettore ricorderà facilmente gli ultimi casi. Col ministro Federica Guidi, Renzi ha adottato una tattica simile a quella usata con Maurizio Lupi. Nessuna pressione ufficiale per le dimissioni, ma nemmeno una pubblica parola in loro difesa. Gli è stato sufficiente “non dire” per ottenere, pilatescamente, il doppio risultato di non contrariare la piazza né apparire un despota giacobino. Diverso è il caso se si tratta del ministro Maria Elena Boschi, e non occorre aggiungere altro. Quando non gli costa nulla, al garantista Renzi piace fare la ruota come un pavone. Alla Leopolda del 2013 disse che «la storia di Silvio ci dimostra in modo chiaro che dobbiamo fare la riforma della giustizia». Si riferiva a Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, ingiustamente accusato e finito in carcere; certamente, come scandì Renzi, un caso che dimostrava che «la riforma della giustizia è i-ne-lu-di-bi-le». Non che prima di Scaglia non ci fossero stati episodi che dimostrassero la medesima urgenza, il problema è che riguardavano “l’altro Silvio”. E, soprattutto, non è che quando Scaglia era nel mezzo della bufera mediatica e giudiziaria, Renzi si fosse speso in un’eroica battaglia a difesa delle garanzie a tutela dell’indagato. Facile essere garantisti dopo la sentenza d’assoluzione, il problema è esserlo prima. E su questo Renzi traccheggia a seconda della convenienze. In modo clamoroso lo si notò sul caso del ministro degli Interni del governo Letta, Annamaria Cancellieri, sbrigativamente invitata da Renzi a togliere il disturbo in base a un’intercettazione. E, caso forse di cui si è persa memoria, accade anche col suo predecessore a Palazzo Vecchio a Firenze, Leonardo Domenici. Vittima di un uso “disinvolto” (eufemismo) del materiale d’inchiesta da parte di magistrati e giornalisti, fu additato dall’Espresso come esempio di connubio (a sinistra) tra affari e politica. Domenici arrivò a incatenarsi davanti alla sede del giornale per denunciare il trattamento riservatogli. Era il 2008, il primo cittadino era a fine mandato e un certo Matteo Renzi sedeva sulla poltrona di presidente della Provincia. Non si ricordano sue battaglie garantiste in favore del compagno di partito, anzi. Quel che sappiamo è che Renzi diventò sindaco della città nel 2009 e segretario del Pd nel dicembre 2013, giusto un mese dopo che erano state rese note le motivazioni della sentenza d’assoluzione di Domenici.

Ecco la "barbarie giustizialista" che non ha indignato Re Giorgio. Napolitano oggi denuncia la malagiustizia, ma quante indagini flop sono passate sotto il suo silenzio, scrive Stefano Zurlo, Giovedì 21/04/2016, su “Il Giornale”. Il suo cruccio si chiama Loris D'Ambrosio. «Non posso dimenticare», ha scandito Giorgio Napolitano in Senato. Non si può archiviare la tragedia di un magistrato colto e preparato, morto di crepacuore dopo la pubblicazione delle sue conversazioni. Ora re Giorgio punta il dito accusatore. «C'è chi ha pagato prezzi altissimi al giustizialismo, grazie anche alla pubblicazione di intercettazioni manipolate. Come è successo al mio consigliere D'Ambrosio che ci ha rimesso la pelle». Oggi è tutto chiaro. Senza ombre e silenzi. Ma ieri non era così. Napolitano, Renzi e tanti altri tacevano, assecondavano, nascondevano dubbi e timori. Anzi, partecipavano, puntata dopo puntata, alla grande fiction giudiziaria e al rotolare di tante teste e dignità. Sì, meglio ricordare. Ecco Vittorio Emanuele. Le sue frasi, non proprio regali, hanno fatto il giro d'Italia. E così la storia gloriosa dei Savoia è diventata cronaca sporca, in un diluvio di intercettazioni. Per giorni e giorni le gesta del principe si sono trasformate in un penoso fumetto popolare, con un capitolo sui sardi e un altro sulle prostitute. L'opinione pubblica si è rimpinzata di dialoghi imbarazzanti, ma alla fine, nel frastuono generale, anche le accuse sono evaporate. Via i reati gravissimi, via le contestazioni e le tangenti, via l'associazione a delinquere e tante scuse per gli arresti. È il malcostume tricolore: sempre uguale da anni e anni. Arresti fra squilli di tromba, frasi a effetto atterrate al momento giusto sui giornali, capi d'imputazione chilometrici. Poi, col tempo, le nebbie della giustizia si diradano lasciando un paesaggio di rovine. Un copione che si rinnova maledettamente uguale. Roberto Salmoiraghi, sindaco forzista di Campione d'Italia, finisce nella rete stesa dall'allora pm di Potenza Henry John Woodcock intorno all'onnipresente Vittorio Emanuele. E segue la stessa umiliante trafila: le manette per, nientemeno, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo sfruttamento della prostituzione. Intanto, mentre lo portano a Potenza ascolta i giornali radio che ripetono il suo nome in una litania di presunti traditori del bene pubblico. Nessuno prova a ricordare che la presunzione di innocenza «non è un velo d'ipocrisia, ma un richiamo forte alla realtà concreta». E la realtà reclama la sua innocenza. Addirittura non deve nemmeno passare in aula per il processo perché il dibattimento si affloscia ancora prima di cominciare. Salmoiraghi si dimette da sindaco, il tempo gli restituisce l'onore. Del resto, in Italia hanno gettato la spugna primi cittadini e ministri, sgambettati da insidiosi avvisi di garanzia, vocaboli velenosi usciti da qualche faldone, contestazioni imponenti svanite nel nulla. Nel silenzio assordante dei tanti garantisti di oggi. Sempre pronti per troppi anni a battere le mani ad ogni stormire della magistratura, sempre alieni da critiche, sempre rapidi nel giustificare qualunque ricamo sulle vite degli indagati. Del resto il 16 gennaio 2008 lascia la sua scrivania di Guardasigilli Clemente Mastella, assediato dalle indagini, dai sospetti, dai pregiudizi. La moglie Sandra Lonardo va ai domiciliari, lui scappa da via Arenula e una settimana dopo è il governo Prodi a saltare: il già gracile esecutivo viene travolto: il solito partito trasversale mette al primo posto la questione morale. Non c'è spazio per altre considerazioni: l'indagato è colpevole a priori, anche se poi risulterà estraneo, e il marito condanna, con la sua vicinanza, la moglie e viceversa. Non c'è scampo e i vertici dello Stato dirigono il traffico senza se e senza ma. Oggi di quel groviglio di accuse non è rimasto nulla, ma ormai è andata così. I conti si fanno alla fine, ma le carriere vengono stroncate prima, ora il pm chiede l'assoluzione per il governatore Vincenzo De Luca, inquisito per l'indagine sul Sea Park di Salerno. Solo ieri De Luca era esposto ala gogna dell'Antimafia e passava per impresentabile. Dal Quirinale, e non solo, nemmeno l'accenno di un'obiezione.

GIUSTIZIALISTI: COME LA METTIAMO CON GLI ERRORI GIUDIZIARI?

Spiato più di Riina. Storia di un'inchiesta fondata sul nulla, scrive Errico Novi il 24 settembre 2016 su "Il Dubbio". Un milione di euro per intercettare il nostro Jacobazzi. Dopo 7 anni di stillicidio, l'udienza svela l'inconsistenza delle accuse. Con un retroscena kafkiano: se il collegio lo riconosce, è la pm che rischia di finire a giudizio. Guardo Giovanni e mi chiedo: ma come fa? Da quasi 7 anni un procedimento penale gli tiene sequestrata la vita eppure ne parla col sorriso. Penso: è stato un servitore dello Stato, un militare dell'Arma, ha fiducia cieca nella giustizia. Però 6 anni sono tanti, uno stillicidio, iniziato con 40 giorni di carcere. Ascolto i suoi racconti e capisco che solo la fede aiuta a credere anche nel diritto. Almeno quando l'attesa di vedersi riconosciuti innocenti dura tanto da spezzarti il respiro. Giovanni Maria Jacobazzi è una delle più importanti firme di questo giornale, fino al 24 giugno 2011 è stato il comandante della polizia municipale di Parma. Quel giorno lo arrestano sulla base di accuse che a leggerle sembra di trovarsi davanti al caso del secolo: corruzione, tentata concussione, peculato, abuso d'ufficio. Ieri dopo sette anni, Giovanni per la prima volta parla in udienza davanti al giudice, ancora al primo grado del processo. E per la prima volta si scoprono le carte delle accuse a suo carico: e il gelo cala ancora più pesante. Perché a un orecchio appena addestrato si capisce che la consistenza degli addebiti è invisibile. È chiaro dall'esame del teste chiave, il generale della Guardia di Finanza Guido Geremia. Incalzato dalle domande di un difensore del calibro di Roberto Lassini, il generale ammette che i suoi uomini neppure verificarono se sui conti correnti risultava l'assegno con cui Giovanni aveva regolarmente pagato dei lavori edili segnalati dall'accusa come contropartita di una presunta corruttela. Nonostante si tratti dell'investigatore che aveva coordinato le indagini, al controesame viene pronunciata una quantità impressionante di "non ricordo". Emerge che secondo i capi d'imputazione Giovanni da capo dei vigili avrebbe indotto un presunto correo a una sovrafatturazione, ma che in realtà non poteva essere lui a stabilire l'importo della commessa. Al pm Lucia Russo, Geremia dichiara che le sue verifiche avrebbero accertato come l'indagato avesse annullato alcune multe a proprio carico nonostante l'auto privata in questione fosse sicuramente utilizzata al di fuori delle funzioni d'ufficio. Ma quando l'avvocato Lassini gli chiede se in quel periodo Giovanni fosse già intercettato, viene fuori che no, che il telefono sarebbe stato messo sotto controllo solo un anno dopo, e che dunque «non siamo in grado di dire dove fosse l'auto in questione al momento delle contravvenzioni». A proposito di intercettazioni, i telefoni del nostro giornalista sono stati sotto controllo per oltre dieci mesi ininterrotti, per l'astronomico costo di un milione di euro, già notificato in fattura all'imputato. Sette anni di vita, un milione di euro, un arresto in diretta e la perdita dell'incarico, per questo, per accuse che alla prova del dibattimento evaporano in un istante. In un clima non surreale, ma kafkiano. Perché nel retropalco di questa storia c'è una pm, Paola Dal Monte, che secondo la Procura di Ancona avrebbe dovuto astenersi dall'inchiesta, e che potrebbe essere chiamata addirittura a rispondere di abuso di ufficio. Il marito della inquirente, Alberto Cigliano, dirigente di polizia, è esaminato e bocciato da Giovanni a fine 2009, a un concorso per assumere un ruolo semidirigenziale all'interno dell'ufficio di Parma da lui guidato. Pochi giorni dopo Dal Monte indaga Giovanni. E, nel giugno successivo, Cigliano fa domanda per il posto ancora occupato da Jacobazzi. Il quale guarda caso due settimane dopo è in manette. Secondo i magistrati di Ancona, il fascicolo per abuso a carico della pm Dal Monte potrebbe riaprirsi, se le accuse a Jacobazzi si rivelassero inconsistenti. Lei ha lasciato l'indagine, ma i pm che le sono subentrati e lo stesso collegio giudicante sanno che se Giovanni esce assolto la loro collega rischia il processo. Uno stillicidio, appunto. Che solo la fede, non quella nella giustizia, può aiutarti a reggere.

Condannato all'ergastolo senza una prova storica, scrive Giuseppe Scuderi su "Il Dubbio" il 16 settembre 2016. "Il mio alibi si basa sul registro penitenziario di Val Militello, ma non si trova. Egregio direttore, sono il condannato all'ergastolo Scuderi Giuseppe, attualmente ristretto presso la Casa Circondariale del Nuovo Complesso maschile di Rebibbia e con la presente intendo portare a Sua conoscenza che sono stato condannato per omicidio volontario aggravato soltanto sulla base di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e senza alcuna prova storica di reità. Ho proposto due richieste di revisione che sono state rigettate e ritenute infondate dalla Corte di Appello di Messina e dalla Procura Generale di Catania. Nel mese di marzo di quest'anno ho dato incarico ai miei difensori di fiducia di formulare al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria-Provveditorato Regionale per la Sicilia una richiesta per l'acquisizione della copia del registro Penitenziario della casa mandamentale di Val Militello di Catania del 1989 riguarda l'entrata e l'uscita dei detenuti sottoposti al regime di semilibertà, in quanto era tale la mia condizione di condannato per reati bagatellari. Intendevo acquisire il sopra citato documento per ripresentare una nuova istanza di revisione del giudicato di condanna, ed in tal senso, ho dato mandato ai miei legali di avanzare tale richiesta per provare l'alibi in quanto nel giorno e nell'ora del fatto 16.02.1989 stavo rientrando con la mia autovettura da Catania alla Casa mandamentale di Val Militello e, quindi, non potevo compartecipare all'esecuzione dell'omicidio. Dopo pochi giorni il Dap per la Sicilia comunicava che non vi era traccia dei registri di entrata e di uscita dei detenuti, probabilmente a seguito del trasloco dal vecchio al nuovo istituto penitenziario. e per questa carenza mi trovo nella impossibilità oggettiva di formulare la nuova istanza di revisione. Le sembra legittimo che in uno Stato Costituzionale di diritto un condannato innocente non possa comprovare il suo alibi a causa di un "non ritrovamento" di un importante Registro che doveva essere custodito dall'istituzione stessa e che è fondamentale per dimostrare l'innocenza di un uomo? Conoscendo le sue battaglie sui problemi della giustizia in Italia ed anche la sensibilità etico-culturale del quotidiano da Lei diretto La prego di voler pubblicare questa missiva che dimostra ancora di più come le contraddizioni dell'apparato amministrativo dello Stato non mettano in grado un condannato innocente di poter esercitare il diritto costituzionalmente garantito dalla revisione della sentenza penale di condanna, e quindi di permanere nello stato infernale della pena perpetua dell'ergastolo ostativo del "fine pena mai". 

Accadde nel 600. Ma sembrano le cronache di oggi, scrive Piero Sansonetti il 10 ago 2016 su “Il Dubbio”. Ecco perchè sul giornale pubblichiamo la "Storia della Colonna infame" di Alessandro Manzoni. Iniziamo la pubblicazione a puntate di una delle principali opere letterarie di Alessandro Manzoni: "Storia della Colonna Infame", pubblicata come appendice nell'ultima edizione, quella definitiva, dei Promessi Sposi. E' il racconto, commentato, di un avvenimento vero, accaduto nel 1630 ma - purtroppo - mai realmente concluso. Sette capitoli, più un'introduzione. Perché dico: mai realmente conclusa? Perché assomiglia maledettamente a tante storie di malagiustizia di oggi. La trama, riassunta in due righe, è questa: alcuni testimoni accusano un signore di avere sparso sui muri degli unguenti che diffondevano la peste. Questo signore viene arrestato e torturato e infine indotto ad accusare un secondo signore, un barbiere. I due vengono condannati a morte e prima al supplizio. Naturalmente sono innocenti, anche perché gli untori (cioè dei presunti mascalzoni che diffondevano la peste ungendo i muri) non esistono, non sono esistiti mai. Le testimonianze che hanno inchiodato i due poveretti, assomigliano tremendamente alle deposizioni dei pentiti moderni. O alle famose intercettazioni per sentito dire. La tortura, usata per estorcere confessioni assurde, assomiglia invece al carcere preventivo e all'uso che se ne fa oggi come strumento di indagine. La smania dei giudici del seicento di assecondare le credenze popolari sembra uguale alle smanie che oggi hanno i giudici di soddisfare lo spettacolo di massa. E Alessandro Manzoni, quando scriveva la sua furia per queste ignominie, era isolato e sbeffeggiato dalle classi dominanti dell'epoca, come succede oggi a chiunque voglia esprimere un punto di vista garantista. Untori, roba del seicento? E allora - chiedo - il processo agli scienziati che non seppero prevedere il terremoto dell'Aquila? E quello alla scienziata - Ilaria Capua - accusata di aver diffuso il morbo dell'aviaria per arricchirsi? "Storia della Colonna infame", ci è sembrato - più che una vecchia opera di letteratura - una riflessione, pacata e attualissima, sulla giustizia di oggi. Per questo vi consigliamo di leggerla.

Quando gli eredi di Don Camillo misero in carcere Guareschi. Fu recluso per 409 giorni nel carcere di Parma per aver pubblicato due lettere, attribuite a De Gasperi. La sua difesa presentò una perizia calligrafica, ma non fu ammessa. Condannato per diffamazione a 12 mesi rifiutò di fare ricorso: «Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume», scrive Luciano Lanna il 26 ago 2016 su “Il Dubbio”. Quando nel 1967 Luciano Secchi, più noto col nom de plume di Max Bunker e come creatore di Alan Ford, fonda la rivista Eureka ha l'idea di arruolare nello staff Giovannino Guareschi, uno scrittore e un vignettista che nei decenni precedenti aveva fatto epoca. Era stato una delle firme e delle matite del Bertoldo, aveva fondato e diretto Candido, i suoi romanzi su Don Camillo e Peppone erano stati tradotti in quasi tutte le lingue. Guareschi, prima di morire, nel 1968, pubblica infatti in esclusiva su Eureka - la rivista che lanciò in Italia Andy Capp e le Sturmtruppen - il suo bel racconto "Gerda". Tanto che Secchi, successivamente, ebbe modo di esprimere tutta la sua riconoscenza: «Guareschi non era di sinistra. Ma la sua colpa agli occhi di tanti intellettuali di elezione, e questa è una colpa anche maggiore e imperdonabile agli occhi dell'élite della jet-society della letteratura è quella di aver venduto parecchie migliaia e migliaia di copie dei suoi Don Camillo, tradotti praticamente in tutte le lingue politicamente occidentali ma anche in quelle che non rientrano in tale definizione. Uno scrittore lo si valuta per quello che ha dato e conveniamo - concludeva Secchi - che parte della critica si è invece lasciata deviare dalla sua obiettività proprio per una questione politica?». Una cosa è certa: Guareschi è stato uno degli scrittori italiani del '900 più venduti nel mondo: oltre 20 milioni di copie, nonché lo scrittore italiano più tradotto in assoluto in tutte le parti del globo. Certo, quando Giovannino morì d'infarto a soli 60 anni, in una mattina di luglio del '68, l'indomani L'Unità titolò: "È morto lo scrittore che non era mai sorto". Si trattava, senza tema di dubbio, dell'uomo che con le sue vignette anticomuniste sul Candido era stato determinante - sul piano propagandistico - per il risultato del '48. Eppure, paradossalmente, Guareschi dovette scontare tredici mesi di carcere per un eccesso di polemica antidemocristiana: «Giovannino - ha rievocato Carlo della Corte - si lasciò impegolare, nel trasporto polemico verso la Dc, persino nella persona di Alcide De Gasperi, in una vicenda di lettere apocrife, che egli pubblicò, attribuendo a De Gasperi varie colpe: tra cui quella di avere invocato sull'Italia i bombardamenti alleati per disfarsi di Mussolini». Insomma, in questo caso i comunisti non c'entrano proprio nulla. Fu infatti per via dei democristiani che Guareschi è stato l'unico giornalista nella storia dell'Italia repubblicana a finire in galera per avere attaccato il potere politico. Mai, infatti, si è arrivati da parte di un direttore di giornale agli oltre 400 giorni di carcere che l'autore di Don Camillo dovette scontare all'apice del successo. Giovannino entra nel carcere San Francesco di Parma il 26 maggio '54 per uscirne solo il 4 luglio dell'anno successivo, dopo ben 409 trascorsi sotto la più stretta sorveglianza. Cosa era successo? Sul Candido il 24 e il 31 gennaio '54 Guareschi aveva fatto pubblicare due lettere risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda guerra mondiale, e che risultavano firmate da De Gasperi, il quale ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano. Si trattava di due missive dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, "per infrangere l'ultima resistenza morale del popolo romano" nei confronti di fascisti e tedeschi. Il 15 aprile il processo arrivò alla sentenza, davvero a tempo di record e con un'intensa attività diplomatica parallela di cui solo recentemente abbiamo appreso. Al termine, Guareschi, a cui non fu concesso di mettere agli atti la perizia prodotta da quella che all'epoca era un'autorità della grafologia, Umberto Focaccia, venne dichiarato colpevole di diffamazione. Il giornalista rifiutò di fare ricorso o di chiedere la grazia: «No, niente appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente». Molti dei risvolti di quella vicenda restano ancora misteriosi, a partire dall'origine delle lettere che appartenevano a uno strano faldone nascosto in Svizzera da un ex tenente della Rsi, Enrico De Toma, legato ad ambienti dei servizi segreti, così come recentemente è stato raccontato dallo storico Mimmo Franzinelli in Bombardate Roma! Indagine su un giallo della Prima Repubblica (Mondadori). Indro Montanelli, grande amico di Guareschi, era scettico su quelle lettere: «Io sapevo - ha raccontato - che non erano vere, e mi buttai in ginocchio da lui, e a un certo punto commisi anche una scorrettezza per cercare di impedirne la pubblicazione di cui prevedevo gli effetti nefasti. Andai da Rizzoli, che era il suo editore, ma anche l'editore dei miei libri, e glielo spiegai». Ma Rizzoli non si frappose: «Il direttore del giornale è lui, se lui lo ha deciso, pubblichi». E al riferimento delle conseguenze, aggiunse: «Pagheremo le conseguenze!». D'altra parte, Montanelli confermava la totale buona fede di Guareschi: «Lui era convinto dell'autenticità di quelle lettere. Ci voleva credere perché lui non poteva perdonare alla Dc l'ingratitudine. Guareschi era infatti un uomo assolutamente disinteressato, ma almeno un ringraziamento lo avrebbe meritato per la campagna del '48, gli spettava perché la vittoria si doveva in gran parte a lui?». Franzinelli ha spiegato alcuni retroscena di tutta quell'operazione: «Per De Gasperi la questione era fondamentale, di fronte ad un attacco del genere non aveva altra via che la querela. Appunti e riflessioni coeve al processo dimostrano che sul tema ci fu una sua intima sofferenza». E Franzinelli non ha dubbi sull'esistenza di manovratori occulti che misero la "polpetta avvelenata" nelle mani di Guareschi: «I servizi non erano un corpo omogeneo, c'erano cordate concorrenziali. Una di queste usò Guareschi per colpire De Gasperi». I due documenti, che il leader democristiano dichiarò falsi, facevano infatti parte di un voluminoso corpus di carteggi che comprendeva il famoso epistolario tra il Duce e Churchill. Fatto sta che gli inizi del febbraio '54 De Gasperi sporge querela. Istituito il processo, il 13 e il 14 aprile ebbero luogo la seconda e la terza udienza e il 15 giunse la condanna a 12 mesi di carcere per diffamazione. Invano, nelle quattro udienze del processo, il direttore di Candido presenta una perizia calligrafica che dichiara autentiche le lettere, e chiede al tribunale di ordinarne pure un'altra d'ufficio. I giudici rispondono che non c'è n'è bisogno. «Mi hanno negato - protesterà lo scrittore - ogni prova che potesse servire a dimostrare che non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato». Perché in tribunale, la perizia calligrafica avanzata dalla difesa sulle due lettere non venne mai ammessa. Le lettere saranno dichiarate ufficialmente false solo nel 1959, al termine di un altro processo contro alcuni ex ufficiali della Rsi. Il 15 aprile '54 comunque Guareschi viene condannato a dodici mesi di carcere ma si trova costretto a doverne scontare venti per l'aggiunta di un'altra diffamazione che ci riporta indietro di altri quattro anni. Sul numero 25 di Candido del '50 era infatti apparsa una vignetta che ritraeva il presidente della Repubblica Luigi Einaudi mentre sfila tra due ali di corazzieri molto particolari: sono bottiglie di vino che recano un'etichetta con scritto "Nebiolo - Poderi del Senatore Luigi Einaudi". Si procedette per vilipendio del Presidente della Repubblica contro Carletto Manzoni, autore della vignetta, e Guareschi, direttore responsabile della testata. I due erano stati assolti in primo grado ma poi condannati in appello a otto mesi con la condizionale, che veniva annullata dalla nuova sentenza. Cominciano, certo, le pressioni perché Guareschi vada in appello, dove la faccenda si potrebbe forse accomodare. Lui però è un uomo che non scende a compromessi e risponde sul Candido: "No, niente appello". Il 26 maggio 1954 prepara lo zaino, lo stesso che aveva nel lager tedesco in cui era stato deportato ed entra nel carcere di Parma. Ne uscirà il 4 luglio '55 con una carta precettiva che gli impone di non allontanarsi per altri sei mesi dai comuni di Busseto, San Secondo, Soragna, Polesine Parmense, Zibello e Roccabianca. Guareschi vittima in buona fede di una manovra ordita da altri? Molti ne sono convinti. Anche se Guareschi restò persuaso fino alla fine che le lettere erano autentiche. Di certo pagò un prezzo altissimo. «Il Guareschi, uscito dalla galera - ammetterà Montanelli - non era più lui. Il suo fisico era già minato dal lungo campo di concentramento subito in Germania. In prigione era popolarissimo, gli offrivano qualche alleggerimento di pena. Ma lui no, non ne volle nessuno, volle essere trattato come il peggiore dei delinquenti rinchiusi lì dentro. Andò così, lui non fu più lo stesso dopo?». Tutti lo abbandonarono, solo su La Notte di Nino Nutrizio e sul Borghese di Leo Longanesi riuscì a scrivere qualche articolo. D'altra parte, come apprendiamo dai documenti desecretati e studiati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella in Colonia Italia (Chiarelettere, 2015), De Gasperi dovette rivolgersi direttamente a Churchill per ottenere la certificazione dell'inautenticità di quelle lettere in un momento assai critico della sua parabola politica. Il 16 febbraio 1954, infatti, un suo emissario, il funzionario della Farnesina Paolo Canali, raggiunge subito la capitale britannica. Ma gli inglesi temporeggiano e fanno perdere tempo: «La loro tattica - si legge in Colonia Italia - è chiara: non potendo sbattere la porta in faccia al leader del maggior partito italiano, cercano di tenerlo sulla corda il più a lungo possibile. Forse sperano che si logori, nell'attesa che a Roma maturino le condizioni per una sua definitiva uscita di scena". A Londra Canali aspetta e aspetta. Solo a fine febbraio potrà rientrare a Roma con la documentazione che consentirà all'ex premier italiano De Gasperi di affrontare serenamente il processo contro Guareschi. Prima, però, Churchill ha convocato Canali al numero 10 di Downing Street, all'improvviso, a quattrocchi, lontano da occhi indiscreti: «Ma cosa? Alla data, gli archivi di Kew Gardens non conservano traccia alcuna sui contenuti di quel misterioso colloquio tra l'ottantenne Sir Winston e il giovane diplomatico della Farnesina. Sappiamo invece che qualche giorno dopo, il 3 marzo '54, da piazza del Gesù, De Gasperi invia una calorosa lettera di ringraziamento a Churchill». L'affaire si avvia comunque a conclusione solo dopo questi incontri: il 15 aprile, come abbiamo visto, a Milano, Guareschi viene condannato e l'onore del leader democristiano è salvo. «Ma la sua definitiva uscita di scena - è la conclusione del capitolo sul "processo Guareschi" di Colonia Italia - è ormai imminente. Prima dalla politica: sconfitto in giugno al Congresso della Dc, a Napoli, deve lasciare ad Amintore Fanfani la segreteria del partito. Poi dalla vita: in agosto muore per un attacco d'asma, malattia insorta qualche tempo prima. De Gasperi se ne va il 19 agosto, lo stesso giorno in cui, un anno prima, era stato deposto Mossadeq a Teheran».

Laura Antonelli. Il boom dell'erotismo, poi la caduta..., scrive Lanfranco Caminiti il 2 set 2016 su “Il Dubbio”. Con il film "Malizia" diventa il simbolo della libertà sessuale, del desiderio, della rivoluzione dei costumi. Nel 1991 l'arresto per detenzione e spaccio di cocaina. Assolta dopo nove anni, chiede e ottiene un risarcimento mai incassato. Muore nel 2015. Il 26 aprile 1991, nella sua casa di Cerveteri, Laura Antonelli viene arrestata. L'accusa: detenzione e spaccio di cocaina. Carcere femminile di Rebibbia, isolamento. Versione ufficiale: «La nota attrice Laura Antonelli è stata tratta in arresto dai militi della Legione Roma dell'Arma, nel corso di una più complessa operazione ancora in via di svolgimento e su cui nulla può esser detto». Come di prammatica, si mostrano le prove del crimine: su un tavolo, due sacchettini. Quanto pesano? Versione ufficiale: «Fate un po' voi». Presto, della "complessa operazione" si perdono le tracce: l'Antonelli era stata arrestata a casa sua, da sola, da un uomo che aveva accolto come amico e si era rivelato un carabiniere - Altolà. Fermi tutti. La cocaina era in una ciotola del salotto, l'ora tarda, l'Antonelli aveva accennato a qualche passo di danza, insomma una cosa privata. Macché: tre giorni di Rebibbia, poi gli arresti domiciliari. Passano cinque anni per arrivare al processo di primo grado, il 9 maggio 1996: condanna a tre anni e mezzo di carcere per illecita detenzione di stupefacenti e 24 milioni di lire di multa. Un milione per ogni grammo di cocaina, che alla fine questo era il peso del sacchetto a casa Antonelli. «Sono bassina, tondetta e con le gambe un po' corte. Chissà perché piaccio?» - chiedeva civettuola la Laura nazionale, quando sfolgorava. E come piaceva. «Per concludere: se qualcuno avesse da fare, qui a Milano, una rivoluzione, io ho un'idea da proporgli... Mi occorrono mille uomini spregiudicati, decisi, ben addestrati... Mille uomini disposti a scendere dal tram in corsa, a passare col rosso, a cantare nei giorni feriali, a far capannello nelle vie del centro. Disposti ad attraversare via Manzoni in canottiera, a entrare in ditta con mezzora di ritardo, a uscire dopo l'orario... Mille uomini, dico, disposti a far all'amore la notte del lunedì, verso l'alba... Datemi questi mille spericolati, e vi prometto che in mezza giornata la città sarà nostra: bloccata, congelata, esterrefatta, intasata, allibita, come se dagli spazi celesti fossero calati i marziani». È un articolo di Luciano Bianciardi, del 1956, per l'Unità. E si intitola Rivoluzione a Milano. Bianciardi, anarchico spericolato, straordinario intellettuale e scrittore, non aveva ancora pubblicato La vita agra, che è del 1962, in cui si scagliava contro l'oppressione sociale di una vita regolata dalla dedizione e dall'ossessione del lavoro. Ma tutte le sue idee stanno già in quest'articolo. Anche quelle sul sesso, come via della liberazione - ne scriverà anche nella Vita agra. «Mille uomini, dico, disposti a far all'amore la notte del lunedì, verso l'alba...». Nell'articolo, per tornare sulla questione, citava - una delle sue paradossali invenzioni del momento, dette come fossero cose provate: «So di una giovane signora che al marito troppo espansivo un mercoledì sera, ebbe a dire: Ehilà, giovanotto, impazzisci? Siamo appena a mercoledì e domattina ho la nota di cassa!». Se si è schiavi del lavoro si uccide la vitalità, e la sessualità che la rappresenta, in nome della produttività economica. Lo stretto rapporto tra sessualità e rivolta venne sviluppato anche in Aprire il fuoco, che è il suo ultimo romanzo, in cui rivisita l'insurrezione antiaustriaca delle Cinque giornate di Milano, situandola però nel marzo 1959, e mescolando realtà e finzione, passato e presente. Per dire: «Pare che vi fossero pubblici accoppiamenti nei giardini e nei parchi, verso mezzogiorno, ma questo non è del tutto sicuro, può anche essere che il Bianciardi abbia raccontato qualche balla». Per dire: «Secondo le statistiche del comune di Milano, approssimative per difetto, i casi di gravidanza salirono in quei giorni del settantadue per cento». Perché vi parlo di Luciano Bianciardi? Perché Il merlo maschio, film di Pasquale Festa Campanile, in cui Laura Antonelli appare per la prima volta nella sua sfolgorante bellezza, è tratto da un suo racconto, Il complesso di Loth. Siamo a Verona, e c'è un violoncellista, Niccolò Vivaldi, che si sente frustrato. Inizia a fotografare la moglie in pose sempre più audaci. Ne prova piacere. Mostra le foto della moglie ai colleghi. Lei ne è partecipe. Finché, in un'esibizione all'Arena, lei non appare sul palco, nuda, a suonare il violoncello. Vennero giù i cinema. La Antonelli era meravigliosa. Bianciardi volle fare una piccola particina nel film, e Lando Buzzanca - che era il protagonista maschile - lo ricorda sempre ubriaco e ossessionato dalle giovani fanciulle. Fedele alla linea. È vedendo Il merlo maschio che Samperi decide di affidare all'Antonelli - e alle sue generose forme - la parte della serva di casa in Malizia. Erano due anni che andava in giro con il copione pronto, ma non c'erano produttori convinti. Poi, uno decide di accettare ma vuole la Melato. Samperi non molla: Angela La Barbera - la serva che arriva il giorno del funerale della signora, e fa perdere la testa a tutti i maschi di casa, il padre e i due figli, e diventa, lei, "la signora" - è l'Antonelli. Samperi veniva da una buona e ricca famiglia, ma aveva incontrato il '68 e il movimento studentesco. Molla tutto e fa il regista. E il suo primo film è Grazie zia, con Lou Castel e Lisa Gastoni. Uno scandalo. Il film è del '68 e va a Cannes. Ma scoppia il maggio francese e il festival viene annullato. Magari avrebbe vinto la Palma d'oro, chissà. La famiglia, le sue ipocrisie, le sue viltà, i suoi rancori, i suoi tabù, sono al centro dei racconti di Samperi. Lo aveva già fatto con Grazie zia, lo ripete con Malizia. Sono al centro della vita di quegli anni. Sesso, famiglia, rivolta. È un'Italia ipocrita e piccola quella di quegli anni. Gli anni del boom e del miracolo economico, anni di lavatrici e di frigoriferi, di migrazioni e di vita agra, sono immediatamente alle spalle. Siamo diventati ricchi, col duro lavoro, con le miniere e non si affitta ai meridionali. Ma la testa è meschina. Forse è tempo di riposare. Forse è tempo di svariare. Forse è tempo di riprendersi la vita. E per magia tutte queste cose si incarnano in un volto e in un corpo: Laura Antonelli. È l'oggetto del desiderio degli italiani. Malizia si svolge nella Catania degli anni Cinquanta - la Milano del sud - ma potrebbe essere un posto qualunque della provincia italiana, un posto qualunque d'Italia. Non solo i siciliani sono affamati di sesso. Non solo i siciliani sono affamati di trasgressione. Non solo i siciliani sono affamati di rivolta - è da Avola che partì tutto. «È una prospera cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, al centro di una ricchissima zona di orti e di agrumeti. Fino a ieri era noto come il "posto delle mandorle", le buone, dolcissime, tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza». Inizia così Volevano solo trecento lire in più, il pezzo di Mauro De Mauro - il giornalista che scomparirà a Palermo nel 1970 inaugurando la stagione dei misteri mai risolti - sui "fatti di Avola". C'era stato uno sciopero dei braccianti contro le gabbie salariali. Solo che non protestavano contro il fatto che ci fosse una differenza di salario tra Milano e Siracusa, ma contro il fatto che a Avola venissero pagati meno che a Lentini. C'era una Zona A e una Zona B. Avola era Zona B. E allora, sciopero. I grandi latifondisti non ne vogliono sapere di incontrare i rappresentanti dei braccianti. Lo sciopero continua. Si fanno i blocchi stradali. I latifondisti chiamano la polizia. La polizia arriva da Catania con le camionette. Hanno i candelotti fumogeni, hanno i mitra. Lunedì 2 dicembre, tutta Avola è bloccata. La strada statale è bloccata. Ci sono le motociclette e le biciclette dei braccianti. C'è un mucchio di pietre. I braccianti lanciano pietre contro la Celere. I poliziotti sparano i candelotti. Solo che il vento è contrario. E i fumogeni vanno verso la polizia. Non vedono nulla. Le pietre arrivano dal cielo. I poliziotti sparano. Due morti, quasi cinquanta feriti. Due chili di bossoli - qualcuno li raccolse e li pesò. È così che comincia il 1968. In Sicilia. In Sicilia, a Acireale, Samperi gira il suo Malizia. Chissà se lo ha fatto perché era a uno sputo da Avola. La Antonelli - un'istriana, nata a Pola, di cognome era Antonaz - recita in siciliano. Chi ci faceva caso? La sua parabola di vita - il desiderio collettivo, l'immaginazione accesa, l'erotismo come forma di democrazia popolare, e poi il lento declino, i disastri, i guai, il ritiro, il silenzio - sembra un po' la parabola di quegli anni e dell'Italia tutta. Era bella l'Italia tra la fine degli Sessanta e l'inizio dei Settanta. Era bella e desiderabile. Mai volgare. Bella e desiderabile come non lo è stata mai più. Mai volgare come è diventata poi. Nove anni dopo quella notte dell'arresto, il 16 marzo 2000 la Corte d'appello di Roma assolve l'attrice perché il fatto non era più previsto come reato. Niente spaccio, consumo privato - non ci voleva Sherlock Holmes per capirlo, ma. Gli avvocati allora chiedono un risarcimento: la vita della loro assistita era stata stravolta, la sua carriera professionale non ne parliamo. Certo, non era più l'attrice desiderata da tutti, ma ancora lavorava, faceva qualche particina. La Corte d'Appello di Perugia, nel 2006, considera effettivamente un po' troppini nove anni (dall'arresto del 1991 alla sentenza definitiva del 2000) perché la matassa si sbrogliasse. Le riconoscono un risarcimento di diecimila euro. Gli avvocati non ci stanno, ricorrono ancora. La Corte di Cassazione di Roma riconosce, nel 2007, che c'era stato un rapporto di causa/effetto tra l'arresto e il piano inclinato di vita e lavoro della Antonelli: nel 2003 era stata ordinata una perizia psichiatrica per stabilire se lo stato dell'attrice, all'epoca alle prese con deliri mistici e voci nella testa, fosse dovuto all'assunzione di cocaina nel periodo culminato con il suo arresto o se fosse configurabile un nesso di causalità con la durata del processo penale. Lo psichiatra dichiarò che la lunghezza della vicenda giudiziaria aveva «senz'altro influito in modo determinante sulla destabilizzazione psichica dell'Antonelli». La Cassazione stabilisce una nuova cifra: centomila euro. «Sono contenta, non me l'aspettavo», commentò l'Antonelli. E i suoi legali mostravano soddisfazione per la sentenza che stabiliva un importante precedente alla luce della cronica lunghezza dei procedimenti giudiziari italiani. Qualche anno dopo, nel 2010, l'amico Lino Banfi si fece avanti per chiedere per l'Antonelli la legge Bacchelli, che riconosce un vitalizio a artisti italiani in stato di necessità. Banfi accennò pure al risarcimento stabilito dalla Cassazione: non s'era visto nulla.

Serena Grandi: «Pensavo di stare su Scherzi a parte e mi hanno rovinata», scrive Franco Insardà il 23 agosto 2016 su "Il Dubbio". «Roma non la reggevo più. Non sopportavo più il cinismo, il traffico, gli odori. Sono tornata a Rimini dopo aver girato il film di Sorrentino, che sono orgogliosa d'aver fatto, mi ha reso consapevole di tanta inutilità». «E' un'ex soubrette televisiva in completo disfacimento psicofisico». «E che cosa fa ora?». «Niente, che deve fare». Quante attrici avrebbero accettato un ruolo simile? Serena Grandi, invece l'ha interpretata alla "grande", come ha fatto con tutti i ruoli che le sono stati proposti nella sua carriera. «È stato un modo per liberarmi dai fantasmi della mia vita - ha dichiarato recentemente -. Ho voluto esorcizzare quella vicenda. E ci sono riuscita». Era il 2003 quando finì ai domiciliari per una storia di cocaina. Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza la dipinge in modo impietoso: è la festa di compleanno del personaggio di Toni Servillo, Jepp Gambardella, e lei, Serena Grandi-Lorena, esce da una torta di due metri, vestita con un mini abito di pietre preziose. Sui seni ha scritto 6 e 5, gli anni del protagonista, il re della mondanità perso in tristi baldorie. Quell'immagine decadente della Roma mondana extracafonal dalla quale Serena Grandi si è voluta allontanare per ritrovare se stessa e i suoi affetti più cari: su tutti suo figlio Edoardo («Il mio successo più bello. È il mio Oscar», ripete a ogni intervista). Si è ritirata, lei di Bologna ma romagnola nel modo di essere, a Rimini, dove ha gestito per qualche anno un ristorante "La Locanda di Miranda". Quel personaggio che Brass le ha costruito addosso le è rimasto incollato per sempre e per tutti lei è rimasta la generosa sensuale e ironica locandiera. Così spiega la sua fuga da Roma: «Roma non la reggevo più. Non sopportavo più il cinismo, il traffico, gli odori. Sono tornata a Rimini dopo aver girato il film di Sorrentino, che sono orgogliosa d'aver fatto, mi ha reso consapevole di tanta inutilità». Dalla Miranda di Tinto Brass alla Lorena di Paolo Sorrentino. E in mezzo tanti film, un amore tormentato, un figlio e quasi dieci anni di "Cleopatra". Purtroppo per lei non si tratta della messa in scena della storia della famosa regina egiziana, resa famosa dall'interpretazione di Liz Taylor, ma è solo il nome fantasioso che gli investigatori romani, coordinati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, diedero all'inchiesta, con 19 ordini di custodia cautelare e 35 perquisizioni tra cinema, politica, imprenditoria. Tra loro anche lei, Serena Faggioli all'anagrafe, accusata di spaccio di droga. In manette finì anche un'altra scoperta di Tinto Brass: Lyudmila Derkach, ex Miss Ucraina, 26 anni, che avrebbe organizzato numerosi festini a base di sesso e cocaina. In quell'inchiesta "Cleopatra", ci finirono pure due finanzieri, Rocco Russillo e Stefano Donno, in servizio di scorta al senatore a vita Emilio Colombo. E altri due politici, Giuseppe Galati, Udc, sottosegretario alle Attività produttive e Bruno Petrella, An, vicepresidente del consiglio provinciale di Roma, vennero sfiorati, ma i due, così come Emilio Colombo, furono considerati solo consumatori di cocaina e non vennero accusati di alcun reato. L'elenco degli indagati si arricchì di altri nomi molto noti nei salotti romani: Alberto Quinzi 51 anni, contitolare di uno dei templi della gastronomia romana, il ristorante "Quinzi e Gabrieli", Armando De Bonis, direttore di divisione del ministero delle Attività produttive, l'avvocato Maurizio Tiberi, gli imprenditori Stefano Barbis, (edilizia), Francesco Ippolito (moda) e Maurizio Bigelli (opere pubbliche). Le accuse erano, a vario titolo, spaccio e favoreggiamento della prostituzione. In un attimo Serena Grandi venne trascinata in una storia che non le apparteneva. «Appena ho avuto modo di leggere il provvedimento mi resi subito che contro di lei non c'era nulla di penalmente rilevante», racconta a Il Dubbio l'avvocato Valerio Spigarelli, difensore dell'attrice. Serena Grandi qualche anno dopo raccontò: «Quando arrivò la polizia a casa mia, alle 5 del mattino, pensai di essere su Scherzi a parte. Ero innocente, mi sono ritrovata al centro di una congiura incredibile». Purtroppo non si trattava di uno scherzo: rimase 157 giorni agli arresti domiciliari. «L'hanno tenuta per circa sei mesi reclusa in casa - continua l'avvocato Spigarelli - sulla base di intercettazioni dalle quali non emergeva nulla. Colloqui tra amici per organizzare una colletta, con 50 euro a testa, per comprare della cocaina per uso personale. Cose che succedono spesso ancora oggi e a ogni livello: i famosi consumatori del sabato. Intanto la Grandi fu sbattuta in prima pagina, con tanto di foto segnaletiche. Presentammo varie istanze alle procura di Roma per la scarcerazione, anche il Riesame rigettò le nostre richieste. Fu necessaria la Cassazione per ottenere un provvedimento che era nelle carte, di fronte al quale il Riesame non potette fare altro che prendere atto. Non solo non c'era alcun bisogno della misura restrittiva, ma non esisteva alcun reato attribuibile alla mia assistita. Ci fu negata persino l'istanza per una visita ginecologica, come se si trattasse di una pericolosissima criminale». L'attrice più volte dichiarò: «Se non fossi Serena Grandi, ma Maria Rossi tutto questo non sarebbe successo». Ma l'avvocato Spigarelli, sempre in prima linea per la difesa dei diritti di tutti, amaramente commenta: «Purtroppo queste vicende non sono così rare e le tante Maria Rossi restano in carcere per mesi, con accuse che si basano sul nulla, senza che qualcuno si prenda la briga di valutare serenamente gli atti. Nella vicenda di Serena Grandi fummo noi a presentare un'istanza alla procura per farci ascoltare, dal momento che era così evidente l'insussistenza delle accuse». Finalmente gli stessi pm, Giancarlo Capaldo e Carlo Lasperanza, si convinsero delle ragioni esposte dall'avvocato Spigarelli e chiesero al gip l'archiviazione della posizione della Grandi. Non si arrivò mai a processo, ma ci vollero circa otto anni. Poi, ad aprile di quest'anno, dopo dodici anni e cinque mesi, il tribunale di Roma ha emesso la sentenza per gli altri indagati: tutti assolti per non aver commesso il fatto, ad eccezione di Giuseppe Martello, condannato a 5 anni di reclusione per spaccio di sostanze stupefacenti, e di Lyudmyla Derkach, 4 anni e 6 mesi per sfruttamento della prostituzione. La famosa inchiesta "Cleopatra", quindi, è crollata, lasciando però un danno di immagine incalcolabile alle persone coinvolte. Serena Grandi nel 2011 è stata risarcita per ingiusta detenzione con 60mila euro. L'avvocato Valerio Spigarelli nella sua istanza aveva richiesto un risarcimento di 500 mila euro per le conseguenze patite dalla sua assistita. I giudici hanno condiviso l'argomentazione del legale nella parte in cui evidenziava che la «detenzione ai domiciliari ha prodotto nell'attrice danni morali e materiali ingenti» e tra questi «danni psicofisici costituiti da uno scompenso ormonale di rilevante gravità e da uno stato di depressione acuta» oltre a danni conseguenti alla «lesione dell'immagine e della rispettabilità sociale nonché professionale, con riferimento particolare al mancato perfezionamento di numerose trattative, tra cui quella relativa alla partecipazione all'Isola dei famos». Secondo i giudici della quarta Sezione penale della Corte d'appello di Roma appaiono «rilevanti i danni morali conseguenti all'ingiusta detenzione, avuto soprattutto riguardo all'assoluta incensuratezza di Serena Grandi e alla gravità delle accuse», così come sono «altrettanto rilevanti i danni conseguiti alla lesione dell'immagine, anche per la notorietà acquisita dalla vicenda finita sugli organi di informazione». Sempre per i giudici «le intercettazioni telefoniche, su cui unicamente si fondavano le accuse a carico di Serena Grandi, hanno un contenuto inidoneo a supportare quel quadro indiziario necessario per l'emissione della misura cautelare». Peccato che la quantificazione del danno abbia differito di molto rispetto a quanto chiesto dal legale di Serena Grandi per quei 157 giorni di arresto. Un momento davvero difficile dopo una carriera piena di successi, prime pagine da protagonista delle feste e dei salotti romani, il matrimonio con il playboy e antiquario Beppe Ercole (ancora oggi, il 19 agosto, Serena Grandi lo definisce sulla pagina Facebook «un grande uomo il più simpatico di tutti...spero che faccia ridere tutti come hai sempre fatto nella tua vita»). Una storia finita, dopo una decina di anni, con il tombeur de femmes che conquista Corinne Clery, l'indimenticabile interprete di Historie d'O peraltro amica di Serena.  Se fino ad allora tutto sembrava aver girato per il verso giusto, ecco che il mondo sembra esploderle intorno. Quel mondo che l'aveva consacrata negli anni 80 come una icona della bellezza italica: sensuale e affascinante. Nata a Bologna, classe 1958, Serena ha sempre desiderato recitare e così, appena le è stato possibile, si è trasferita a Roma. L'inizio della sua carriera è fatta di piccole parti (Tranquille donne di campagna, La compagna di viaggio, Teste di quoio), poi comincia a farsi conoscere e arrivano altri film (Pierino colpisce ancora, Pierino la peste alla riscossa), nei quali è già tra i protagonisti (Sturmtruppen 2 - Tutti al fronte, Acapulco, prima spiaggia... a sinistra e nell'episodio L'imbiancone della serie tv Sogni e bisogni di Sergio Citti in onda su Rai 2 in cui recita con Carlo Verdone).  E ancora "Le avventure dell'incredibile Ercole" di Luigi Cozzi con Lou Ferrigno e l'horror Antropophagus di Joe D'Amato, divenuto un cult del genere horror. Serena Grandi con il suo fisico prorompente non passa inosservata e arriva in tv su Rai2 (Il cappello sulle ventitré), dove con i suoi striptease diventa il sogno proibito di tanti italiani. È ormai al top e, come ha raccontato, a lei si interessano in molti fino a ricevere le attenzioni e le telefonate di Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi. Arrivano i film di qualità, Tu mi turbi dove interpreta una cameriera e recita accanto a Benigni, e Malamore, dove diretta da Eriprando Visconti ha il piccolo ruolo di una prostituta di alto bordo. Ma è l'incontro con Tinto Brass nel 1985 a consacrala definitivamente. In Miranda è la locandiera che fa sognare gli italiani. Dino Risi vuole che sia Teresa, con l'esordiente Luca Barbareschi. Sergio Corbucci le scrive addosso Roba da ricchi e Rimini Rimini, in cui Serena è affiancata da Paolo Villaggio, e mostra la sua capacità di far sorridere e di essere perfetta per ruoli brillanti nelle commedie.  Ma anche quando Lamberto Bava la fa recitare in un thriller, Le foto di Gioia, il suo personaggio lascia il segno. Luigi Magni le affida una parte accanto ad Alberto Sordi, nel film In nome del popolo sovrano. Cinema e tv la consacrano come una delle donne più ammirate degli anni 80, piace ed è simpatica anche alle donne che scoprono la sua genuina sensualità. E così sul piccolo schermo inanella una serie di successi: Donna d'Onore, per la quale vince pure un Telegatto, Piazza di Spagna, Il Prezzo della Vita, Pazza Famiglia, Anni '50, Ladri si nasce e Le ragazze di Piazza di Spagna. Nel 1998 Tinto Brass la richiama nel suo nuovo film Monella e Luciano Ligabue le fa interpretare la madre di Stefano Accoprsi in Radiofreccia. Purtroppo la parabola del successo subisce lo stop della vicenda "Cleopatra" Serena Grandi non è più l'attrice che i registi cercano e le sue curve sono diventate più abbondanti. «Sono stata risarcita dallo Stato - dichiara qualche anno dopo - ma era impossibile quantificare la mia disperazione, ho fatto una donazione. Dopo Miranda, non volevo cadere nel viale del tramonto, avevo paura di diventare la Laura Antonelli di turno. Non è facile volersi bene. Mi punivo mangiando. Ingrassavo, non mi curavo». Sulla sua strada, per fortuna, incontra un altro maestro del cinema italiano, Pupi Avati, bolognese come lei, che riesce a tirare fuori un lato dell'attrice poco conosciuto: la sua umanità. Ed eccola ne Il papà di Giovanna, e con esso arriva anche la scrittura nel cast della produzione televisiva Una madre per Rai1. Poi, due anni dopo, nel 2010, torna sul grande schermo con Una sconfinata giovinezza, sempre di Pupi Avati.  Non è più l'icona sexy, ironica e sensuale che Tinto Brass le aveva cucito addosso, ma dopo tutto quello che le è accaduto, Serena ci ha fatto scoprire un lato artistico nuovo, quello della caratterista che ce l'ha riportata alla grande bellezza del cinema. Delle sua traversie giudiziarie, pagate a caro prezzo, Serena preferisce non parlare, abbiamo provato a contattarla, ma ha preferito chiudersi nel riserbo. E in fondo è giusto così. Lei, una delle poche sopravvissute tra le stelle a processo che vi abbiamo raccontato, è riuscita ad andare avanti lo stesso. A testimonianza di un grande carattere, e di uno spirito, nonostante tutto, ancora indomito.

Il cardiochirurgo Marcelletti: le accuse, il suicidio e un romanzo che lo riscatta, scrive Angela Azzaro il 30 ago 2016 su “Il Dubbio”. Per la serie estiva "Processo alle stelle" il caso del celebre medico dei bambini che accusato di pedofilia si toglie la vita La sua storia gloriosa e controversa finisce a Roma un 6 maggio qualsiasi del 2009 all'ospedale San Carlo di Nancy. La diagnosi iniziale è pacifica: morto per un malore al cuore. Ma a poco a poco emerge la verità. Una tristissima verità. Il più famoso cardiochirurgo italiano per l'infanzia, uno dei più famosi al mondo, si è tolto la vita ingerendo farmaci per il cuore in dose massiccia. Carlo Marcelletti si è suicidato dopo mesi di profonda depressione. Un anno prima era stato arrestato con l'accusa di truffa, peculato e concussione, ma soprattutto con l'accusa ancora più infamante di pedopornografia. Il Tribunale del Riesame gli permette di uscire di prigione e di tornare la lavoro, ma per lui è finita. Fino a quel giorno del 2008, quando su di lui si abbatté la mannaia mediatico-giudiziaria, era stata una sfilza di successi. Cardiochirurgo pediatra, aveva dalla sua numeri impressionanti: 25 mila bambini curati, 10 mila operati. È il 1986, quando in Italia, grazie a lui, si effettua il primo trapianto su un bambino. Le sue mani d'oro, assicurate per tre miliardi quando ancora c'erano le lire, erano il frutto di studio, fatica, coraggio che lo avevano portato a frequentare le più importanti università e i migliori ospedali del mondo. Lui era uno dei migliori, forse il migliore. Fino a quel maledetto giorno in cui, di fronte ad accuse così infamanti, non riuscì ad affrontare la vita con lo stesso coraggio. La forza che aveva messo in gioco per gli altri, non la trovò per se stesso. Lui, che aveva affrontato polemiche e liti, si chiuse nel suo mondo. Quando si uccise, erano lontani i giorni in cui senza tentennamenti difendeva la decisione di operare due gemelline siamesi per tentare di separarle. Sapeva che non sarebbero sopravvissute entrambe, ma almeno una la voleva salvare. Dopo qualche mese morirono tutte e due. Ma lui ci credeva, lo faceva per amore della medicina e della vita. Di quell'amore a maggio del 2009 non restava più niente. Era accusato dalla procura di Palermo di farsi dare i soldi per favorire i genitori dei bambini che dovevano essere operati. In cambio di denaro, secondo l'accusa, garantiva una corsia privilegiata. In tutto gli venivano contestati 5000 euro. Sommati con quelli che rientravano nel capitolo truffa, si arrivava a ventimila euro. Difficile credere che un uomo brillante e pieno di successo potesse rovinarsi la vita per questa cifra, ma il processo - che ragionevolmente lo avrebbe scagionato - non si tenne mai. L'arresto per molti era sufficiente a decretare che era colpevole. L'accusa peggiore era quella di pedofilia. Il cardiochirurgo, che all'epoca aveva 64 anni, ammise di aver avuto uno scambio di messaggi hard con la figlia tredicenne di una sua amante, ma sosteneva di non avere avuto con lei altro tipo di rapporti. Ma la macchina del fango era ormai scattata, la sentenza era stata emessa. E Marcelletti dimagrì 40 chili in pochi mesi. La storia però non finisce il 6 maggio del 2009. Questa volta no. Il fango non insabbia tutto, la gogna mediatica non cancella ogni traccia. Al posto di un giornalista si trova uno scrittore, uno dei migliori che c'è in circolazione. E la discesa agli inferi del cardiochirurgo, l'infamia che lo colpisce e che gli rovina la vita fino a spingerlo al suicidio, viene presa come spunto per pubblicare nel 2010 un grande romanzo dal titolo che non lascia scampo: Persecuzione, prima parte del dittico Fuoco amico dei ricordi. Lo scrive Alessandro Piperno che due anni dopo, con la seconda parte Inseparabili, vince meritatamente il Premio Strega. Persecuzione è la storia di Leo Pontecorvo, oncologo pediatra di successo che viene accusato di pedofilia. Per fuggire alla gogna mediatica e al giudizio dei famigliari - la moglie non gli parla più - si rifugia nella parte inferiore della casa. Non lo vedrà più nessuno. Gli lasciano il cibo là dove lui può andarlo a prendere senza essere avvistato e senza dare disturbo. Pur non avendo fatto niente, se non aver ceduto per un momento alle lusinghe di una ragazza molto giovane, si sente in colpa. Anche per Marcelletti è stato così. Oppresso dal senso di colpa, devastato dal giudizio che tutti ormai avevano su di lui, diceva: «Non trovo né giustificazioni, né attenuanti verso me stesso. Vorrei farmi perdonare dalle persone che ho deluso, prima di tutto dai bimbi che adesso non potrò più curare». Ma né lui, né il suo doppio letterario saranno perdonati. Pontecorvo uscirà dal sottosuolo della sua casa, solo quando a causa di un malore smetterà di vivere. Piperno con Persecuzione fa una cosa rarissima nella letteratura contemporanea italiana: prova a raccontare il presente. E lo racconta nel punto più dolente: il bivio che ogni giorno ci troviamo davanti tra civiltà e barbarie. La civiltà è lo Stato di diritto. La barbarie è il giustizialismo: quel combinato di gogna mediatica e giudizio anticipato che da anni sta minacciando il tessuto sociale e politico del Paese. Piperno lo racconta e fa anche un passaggio in più: lo fa diventare letteratura, grande letteratura. Quasi un classico, in un'epoca dove niente sembra poter assurgere a questa definizione. Persecuzione sì: è un romanzo che mette le mani in pasta nella storia dei nostri giorni facendola diventare lingua, immaginario, simbolico. Marcelletti forse non troverà mai il riscatto che merita. Non basterà un libro a salvare la sua memoria. Ma noi leggendo Persecuzione ci ricordiamo di lui, ci ricordiamo di noi: del tempo così complesso che stiamo attraversando spesso privi di guide e strumenti che ci conducano in salvo. Piperno per dare forza alla sua costruzione letteraria ha una trovata geniale: la discesa nella parte bassa della casa, trasforma Pontecorvo in Gregor Samsa, il protagonista de Le metamorfosi. Nel racconto di Franz Kafka la trasformazione è da umano a scarafaggio. Gregor è un grigio commesso viaggiatore che persa la sua identità, il desiderio di vivere, perde anche la sua umanità. Solo da insetto, quando tutti hanno paura di lui e si augurano la sua morte, capisce di essere importante, recupera se stesso. Pontecorvo si trasforma sotto i colpi dell'ingiustizia subìta. Perde la sua umanità per le mazzate di coloro che hanno decretato la sua condanna. Striscia, si nutre recuperando di nascosto il cibo che gli viene lasciato quando la porta è chiusa. Pontecorvo è Gregor Samsa, è Marcelletti. E' chi, perdendo tutto, ci racconta quanto ingiustamente possa soffrire un essere umano. Nel passaggio dalla cronaca alla letteratura, chi ci resta in mezzo è il lavoro dei giornalisti. Sono i primi che spesso non hanno pietà, sono i primi che scagliano la prima pietra contro chi viene accusato, più o meno ingiustamente, di qualcosa. Sono i primi che pretendono di sostituirsi ai giudici e che non consentono appelli o cassazioni. La letteratura, almeno una certa letteratura che ancora per fortuna sopravvive, conserva la pietà. Usa la lingua non per condannare, ma per capire. Usa la narrazione non per mettere alla gogna, ma per farci identificare con chi sbaglia, impedendoci di sentirci perfetti o migliori. Ma oggi la buona letteratura la leggono in pochi. 

Arrestato, umiliato e messo al bando: l'infarto fu casuale? Scrive Franco Insardà il 10 ago 2016 su “Il Dubbio”. Le accuse per Gigi Sabani furono archiviate, ma lo scandalo distrusse la sua carriera. Tra la sua ex e il pm Chionna, che lo indagava, scoppiò il classico colpo di fulmine e lui commentò: "Beffa nella beffa. Sono proprio una bella coppia e Anita ha saputo scegliere bene: è passata dall'accusato all'accusatore". «Che mi hanno combinato! Così mi diceva Gigi da quella finestra, in quella casa dove era ai domiciliari, quando mi vedeva passare in strada. Io cercavo di rincuorarlo dicendogli di stare tranquillo, che presto sarebbe finito tutto. Tredici giorni in casa che, per uno come lui abituato a stare sempre in mezzo alla gente, sono stati una vera sofferenza». Edy, gestore dal 1990 con la moglie Francesca di un bar in largo Tassoni, ricorda bene quei giorni che hanno segnato per sempre la vita del suo amico Gigi Sabani, che viveva nell'appartamento a pochi passi dalla sua attività in via dei Banchi Nuovi. Alla cassa del bar fa bella mostra di sé una foto con Gigi sorridente come al solito, che lo abbraccia, più piccoli altri due scatti: uno sempre con Sabani e un altro che ritrae un arzillo vecchietto. «È Aristide, aveva un'osteria qui a fianco. Quando chiudeva veniva qui e cantava stornelli e canzoni romanesche e Gigi si divertiva tanto», ricorda Edy. Quando furono revocati gli arresti domiciliari per il quartiere fu una festa. «Tutti si riunirono qui in piazza Tassoni, ognuno portava una bottiglia per brindare, per Gigi fu un'iniezione di vita. Io cercavo di stemperare l'entusiasmo, anche nei giorni successivi, ma lui mi diceva: lasciali fare». Aveva bisogno dell'affetto del suo pubblico per riprendersi da quella brutta avventura. La sua era una carriera che fino a quel momento non aveva conosciuto stop: tanti spettacoli, programmi televisivi anche da conduttore, premi. Una vita sulla cresta dell'onda che viene bruscamente interrotta con un danno di immagine incalcolabile. In poche ore Sabani si ritrovò nella polvere, travolto da un'accusa falsa e infamante. La prima Vallettopoli - la seconda è legata al pm di Napoli, all'epoca a Potenza, Henry John Woodcock - era partita da Biella con l'inchiesta sulla scuola per modelle "Celebrità", che avrebbe ospitato incontri privati fra le ragazze e uomini di spettacolo con l'obiettivo di ottenere contratti al cinema o in tv. L'accusa per Gigi Sabani fu di truffa a fini sessuali e induzione alla prostituzione e per questo il 18 giugno del 1996 fu arrestato. A metterlo nei guai furono le dichiarazioni dell'allora minorenne Katia Duso, aspirante showgirl, che raccontò al pm Alessandro Chionna di approcci sessuali con Sabani, a Roma, nell'estate 1995, in cambio della promessa di un aiuto per lavorare nello spettacolo. Edy ricorda bene quel giorno: «Gigi stava sempre qui da noi. Mi disse di far mangiare una ragazza che avrebbe dovuto accompagnare a fare un provino. Era andata a prenderla alla stazione Beppe Pagano (ex factotum e autista di Sabani per anni, diventato uno degli accusatori) la portò al bar, poi arrivò Gigi e insieme andarono all'Hilton per i provini. In serata mi telefonò e mi disse che stava facendo fare un giro in macchina alla ragazza, prima di accompagnarla a prendere il treno. Tutto qui». In quella vicenda insieme a Sabani furono coinvolti anche Valerio Merola e Raffaella Zardo. Il primo diventato per tutti il "Merolone", perché la difesa dell'avvocato si basò anche sulle presunte "grandi dimensioni" del pene del suo assistito che non avrebbero potuto rendere possibile la violenza di cui era accusato (induzione alla prostituzione, atti di libidine violenta e violenza carnale) fu rinchiuso per dieci giorni nel carcere a Regina Coeli. La Zardo fu indagata e messa agli arresti domiciliari durante le indagini, con l'accusa di aver indotto tre ragazze alla prostituzione. L'indagine del pm Chionna si allargò anche a Gianni Boncompagni, al quale venne notificato un avviso di garanzia con la contestazione da parte del pm biellese dell'accusa di induzione alla prostituzione. Per tutta l'estate i pm Chionna e Serianni interrogarono decine di ragazze che in quegli anni avevano avuto un ruolo nella trasmissione Non è la Rai, poi chiesero l'archiviazione per l'inventore di Alto gradimento e di tante altre trasmissioni di successo. Gigi Sabani, difeso dall'avvocato Vincenzo Siniscalchi, venne scarcerato il 1 luglio e presentò una denuncia per abuso d'ufficio nei confronti di Chionna. L'inchiesta fu trasferita a Roma per "incompetenza territoriale" del foro di Biella e il 13 febbraio 1997 arrivò la richiesta di archiviazione del pm Pasquale Lapadura, accolta dal gip il 18 febbraio 1997. Per l'ingiusta detenzione Sabani ottenne il risarcimento di 24 milioni di lire. La quarta sezione della Corte di appello di Roma sentenziò: «Posto che la detenzione si riferisce al giugno sembra che il calo degli introiti netti del '97 (154 milioni di lire rispetto ai 400 dell'anno precedente) non sia ad essa correlata direttamente e che dipenda da altre ragioni: esistenza del procedimento penale a carico, che non è produttiva di diritti alla riparazione; e diffusione, tramite i mezzi di comunicazione, delle notizie circa la posizione di Sabani con riferimento a suoi interrogatori». «Il discredito sociale riparabile - hanno rilevato i giudici - è solo quello dipendente dalla detenzione e non dalla imputazione», e «la detenzione si svolse tutta agli arresti domiciliari, regime meno afflittivo di quello della custodia cautelare in carcere». Ma Sabani più volte commentò amaramente: «I giudici sono gli unici che non pagano mai anche se sbagliano». Vittorio Sgarbi, un personaggio che non le manda a dire, sulla figura di Sabani tombeur de femmes espresse all'epoca un'opinione molto precisa: «È un'accusa ridicola. Si tratta del tipico non trombatore. Sabani che molesta? Andiamo. Lo incontravo sempre al ristorante Matriciano, verso l'una di notte, circondato da un codazzo di semi gorilla e altri personaggi... ». Un ruolo confermato anche dall'amico del cuore di Gigi: «Dopo la separazione dalla moglie comprò l'appartamento di via dei Banchi Nuovi da Amy Stewart e, se non era in giro per fare spettacoli, stava sempre qui al bar. Eravamo la sua famiglia. Quando aveva qualche lieve malanno mia moglie gli preparava una semplice minestrina, ma per lui era una cosa eccezionale. Spesso veniva suo figlio Simone che è diventato amico di mio figlio: un rapporto che continua anche oggi». Quello di Gigi e le donne è un capitolo particolare perché dalle cronache e dai racconti emerge il ritratto di un uomo semplice, al quale piaceva stare in mezzo alla gente, farsi fotografare con i suoi fan, ma che è stato nella sua vita spesso solo. Dopo la separazione dalla moglie, Rita Imperi, dalla quale ha avuto il figlio Simone, Gigi ha avuto altre donne che, ognuna a suo modo, hanno segnato la sua vita. Anita Ceccariglia, sua fidanzata per quattro anni, ex di Non è la Rai, fu convocata alla procura di Biella come testimone dal pm Chionna, all'epoca 29enne. Quell'incontro fu galeotto. Tra la ragazza e il pm, appassionato anche di motori tanto da disputare gare del Campionato italiano velocità turismo, scoccò la scintilla. Il dottor Chionna lasciò l'inchiesta, ma Gigi Sabani chiosò: «Beffa nella beffa. Sono proprio una bella coppia e Anita ha saputo scegliere bene: è passata dall'accusato all'accusatore». E Valerio Merola aggiunse amaramente: «Se i primi incontri fra i due si fossero svolti mentre l'inchiesta era ancora nelle mani di Chionna, ci sarebbe da meditare». Alla fine della vicenda biellese Gigi si fidanzò con Fabiana Savi e decise di andare via dall'appartamento di via dei Banchi Nuovi. «Per me e per tutti noi che gli siamo stati vicini in questi anni - racconta oggi Edy - è stato quasi un tradimento. Gigi mi diede tutte le targhe e i Telegatto che aveva vinto nella sua carriera: "Tienili tu mi disse, so che ti fa piacere". E io li conservo come fossero reliquie del mio amico. Queste sono le chiavi dell'appartamento di via dei Banchi Nuovi e questi i doppioni di una delle sue macchine, una Mercedes decappottabile. Dopo il trasferimento è venuto sempre qui al bar, ma spesso era triste, soprattutto per quel marchio che si portava addosso, nonostante fosse tutto finito». Dopo sei anni anche quella storia giunse all'epilogo. Poi ci fu l'ultimo amore della sua vita, scoppiato un anno prima della morte. È Gabriella Ponzo, un'attrice che dopo un inizio nel cinema (Il corpo dell'anima e Quartetto di Salvatore Piscicelli, un piccolo ruolo in Gangs of New York di Martin Scorsese, protagonista con Tinto Brass in Fallo), ha continuato la sua carriera anche in teatro. Qualche giorno dopo la morte di Gigi, Gabriella Ponzo ha scoperto di aspettare un bambino: il 19 maggio 2008 nacque Gabriele Sabani. Gigi Sabani non amava ricordare quella vicenda che gli aveva sconvolto la vita e per la quale tanti che riteneva amici lo avevano tradito o gli avevano girato le spalle. Nel libro di Antonello Sarno Al cuor non si comanda - Vallettopoli 1 si sfogò: «Come morire a occhi aperti. Vedi quello che ti succede e non puoi farci niente. Anzi, una cosa la puoi fare: conti i buoni, pochissimi. La famiglia, poi Lino Banfi, Gianni Morandi, Arbore, Celentano, Cutugno e Maurizio, sì Costanzo, più degli altri. Poi i cattivi, cioè quasi tutti. Perché l'ambiente è una merda». Poi una sera, dopo dieci anni da quella brutta storia, Gigi è casa della sorella Isabella, nel quartiere Prenestino dove è cresciuto. Ha bisogno di stare un po' in famiglia, ha ritrovato l'amore di una donna, non ha mai perso l'affetto del suo pubblico, ma stenta a rientrare nel giro grosso della tv. Addirittura alcune trasmissioni ideate e nate per lui vengono affidate ad altri che neanche lo invitano. Quella sera, il 4 settembre 2007, verso le 20 non si sente bene, chiamano il medico di famiglia che lo visita ed esclude complicazioni. Ma dopo qualche ora di dura lotta, purtroppo, il suo cuore non ce la fa. Ai suoi funerali ci sono tante persone semplici che lo hanno conosciuto e gli amici e i colleghi più cari. Merola, l'amico coinvolto insieme a lui nell'inchiesta ha parole durissime: «Questa morte ha una firma. Le ingiustizie alla fine danno questi risultati». Maurizio Costanzo ribadisce: «Il mio ricordo va a quando, con il Maurizio Costanzo Show, cercai di ridargli forza perché fu travolto da uno scandalo finto, che non lo riguardava». Un altro che lo conosceva bene, Pippo Baudo, di Sabani disse: «Ha avuto un grande, meritato successo. Era un buono e ha sofferto tantissimo quando è stato accusato ingiustamente. Quella cosa lo ha ferito, non se lo era mai dimenticato». Un giudizio simile lo diede anche Giancarlo Magalli: «La vicenda lo aveva danneggiato umanamente e artisticamente. Aveva un forte senso dell'amicizia, vide molti sparire e ci rimase male, io gli restai vicino, ma chi fa questo lavoro vive anche dell'amore e della fiducia del pubblico. Chissà se quello che è successo non sia la conseguenza di tante angosce che si è tenuto dentro». 

Tortora, storia di un perseguitato senza pace. Trent'anni fa veniva scarcerato Tortora. Ma il suo incubo prosegue ancora oggi. Tra giudici che rifiutano di pentirsi e mascalzoni che si paragonano a lui, scrive Massimo Del Papa il 15 Settembre 2016 su "Lettera 43". Enzo Tortora, stella di prima grandezza del giornalismo e dell'intrattenimento televisivo, diventa di colpo un criminale mafioso per la giustizia e per l'opinione pubblica: la sua storia impossibile (guarda le foto) diventerà un modo di dire, usurpato da fior di mascalzoni che, appena inchiodati, puntualmente proclamano: «Sono come Tortora, il mio è un nuovo caso Tortora». Non è quello che avrebbe voluto la vittima del «più grande esempio di macelleria giudiziaria all'ingrosso del nostro Paese», come lo definì uno dei suoi rari sostenitori, Giorgio Bocca. Poche grandi firme – lo stesso Bocca, Biagi, Montanelli pur tra qualche caduta di stile - proveranno a non perdere la testa di fronte ai furori di una opinione pubblica che invoca il crucifige, col solo Partito radicale di Marco Pannella coinvolto in una durissima battaglia per opporsi alla marea montante di una magistratura i cui protagonisti, lungi dal pagare in alcun modo, faranno tutti clamorosi balzi in carriera, fino a conquistare i massimi ermellini oppure nella pubblica amministrazione. Dal canto loro, i pentiti menzogneri avranno sorte altrettanto benevola, uno addirittura insignito del “premio della libertà”. Era una buona compagnia: dare addosso a Tortora è facile, la stampa si scatena, moltissimi opinionisti, come la radical chic Camilla Cederna, dimostreranno carognesca superficialità: «Se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto». E sono gli stessi che non credono per princìpio alla magistratura e alle istituzioni, che firmano appelli contro lo Stato e i suoi 'commissari torturatori'. È difficile, in quella temperie, considerare Tortora innocente, e scriverlo. Si rischia di venire contagiati dalle accuse che lo travolgono. Il calvario: 1.768 giorni dall'arresto alla morte. Il conduttore ha due avvocati di prestigio, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall'Ora, che nel difenderlo si identificano nel dramma del loro assistito oltre i limiti del mandato professionale: quando Tortora verrà riabilitato, saranno visti piangere come lui, insieme a lui. Il calvario di Enzo Tortora dura 1.768 giorni, dal quello dell'arresto (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all'Hotel Plaza di Roma) alla fine della sua vita (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8). Gli italiani scopriranno che possono venire svegliati in qualsiasi momento da un battere alla porta in piena notte, come nei regimi di polizia e portati via, in un incubo senza fondo dove le spirali della vergogna e dell'impotenza sembrano non avere mai fine. Alla vigilia dell'arresto di Tortora, circola tra i cronisti di nera la voce di una retata imminente, con tanto di nome forte, uno della televisione. Uno grosso. Chi? «Uno che sta nelle ultime lettere dell'alfabeto». Quella giusta è la “T”. Rintracciano “mister T.”, lo avvertono: lui ironizza, ci ride sopra, attacca e non ci pensa più. Lo andranno a prendere poche ore dopo. È tutto predisposto, giornalisti e fotografi sono stati avvertiti. Gli mettono le manette, ad effetto; ma ne fa di più la sua faccia stupefatta e sfatta. Fioccano i “pentiti” che lo azzannano in un delirio di accuse folli: ha rubato i soldi raccolti per il terremoto dell'Irpinia, ha uno yacht comprato con i guadagni dello spaccio, si incontra con Turatello, Pazienza e Calvi scambiando valigette di droga e dollari. Titola il Messaggero: «Tortora ha confessato». Quando, dove? L'accusa: una partita di droga che il presentatore si sarebbe intascato. Nessuno difende Tortora, specie a sinistra: è considerato un reazionario, un rompicoglioni moralista. Un antipatico. Più avanti si sarebbe detto: un nazionapopolare, col suo Portobello strappalacrime e stracciapalle. Scriveva su la Nazione del petroliere Attilio Monti in odor di fascismo, ce n'è abbastanza per scordarsi il garantismo, che con gli amici si osserva, coi nemici si cancella. Quando la madre Silvia si reca in chiesa, trova sempre lo stesso bigliettino, grondante carità cristiana: «Tuo figlio spaccia la droga». E dire che tutto nasce da una meschinità infantile, come si racconta nel bel libro di Vittorio Pizzuto Applausi e sputi. Un detenuto del carcere di Porto Azzurro, Domenico Barbaro, spedisce alcuni centrini alla redazione di Portobello nella speranza di venderli. Non li vede mai e allora comincia a perseguitare il presentatore con letteracce scritte dal killer Pandico, perché lui è analfabeta. Un bel giorno Tortora si scoccia: «Se lei continua ad insistere», risponde, «passerò la faccenda all'ufficio legale della Rai». I centrini non si trovano, il detenuto riceve dalla Rai un assegno di 800 mila lire più per pietà che per altro. Barbaro e Pandico si “sdebiteranno” raccontando ai giudici, per bocca del secondo, che i centrini erano un nome in codice per indicare una partita di coca da 80 milioni che il presentatore si sarebbe intascato imbrogliando i compari. Sarebbe la prima prova d'accusa: i legali a difesa producono le lettere minatorie del galeotto, ma per i magistrati «a scrivere è un altro Barbaro», un omonimo. Altra prova considerata definitiva: si trova il nome di Tortora nell'agendina di Giuseppe Puca, detto "o Giappone", sicario tra i preferiti di Cutolo. Ma l'agendina è della donna di Puca, il nome, scarabocchiato a mano è "Tortosa" non "Tortora", e corrisponde al proprietario di un deposito di bibite di Caserta, amico della signora. Il prefisso è 0823, «Provate a chiamà, dottore...». Cinque mesi ci mettono, i giudici, a "provare". Gli accusatori: da un serial killer all'altro. Chi sono gli accusatori di Tortora? Il principale è il citato Giovanni Pandico, killer di professione, segretario di Cutolo, il capo della camorra: ha ucciso due impiegati comunali perché tardavano a dargli un certificato, ha tentato senza successo di annientare i parenti: padre, madre e fidanzata. «Schizoide e paranoico» per i medici, bocca della verità per i giudici. È il primo, il più meschino, quello che eccita e contagia altri degni compari. Dal 2012 torna libero cittadino. Non migliore è Pasquale Barra, detto 'o "animale", serial killer delle galere, 67 omicidi in carriera tra cui lo squartamento di Francis Turatello al quale mangia pezzi di cuore: è morto in carcere, sotto regime privilegiato, con uno speciale programma di protezione. Il più appariscente però è Gianni Melluso, detto "il bello" o "cha cha cha", aspetto di cialtronesca, volgare ricercatezza, da cantante da crociera. Già libero, è tornato in galera qualche anno fa per sfruttamento della prostituzione. Da accusatore di Tortora, in carcere viveva come un pascià, amava quando voleva la fidanzata, puntualmente messa incinta e sposata con due giornalisti come testimoni e un meraviglioso completo sartoriale di Valentino. Dirà Melluso, ma solo nel 2010, in una intervista all'Espresso: «Lui non c'entrava nulla, di nulla, di nulla, l'ho distrutto a malincuore, dicendo che gli passavo pacchetti di droga, ma era l'unica via per salvarmi la pelle. Ora mi inginocchio davanti alle figlie». Replicherà Gaia, la terzogenita: «Resti pure in piedi». Un altro che lo accusa di spacciare negli studi di Antenna 3 Lombardia è il pittore fallito Giuseppe Margutti: anche lui, a giochi fatti, ammetterà di essersi inventato tutto per mitomania finalizzata a raccogliere qualche soldo. Il primo grado: condanna a 10 anni e 50 milioni di multa. Tortora passa per sodale del boss dei boss Raffaele Cutolo. Accusa risibile, che infatti suscita ironia allo stesso supercriminale: nel carcere dell'Asinara, dove sconta l'ergastolo, don Rafaé incontra il presunto colpevole Tortora, nel frattempo diventato europarlamentare. Il breve dialogo che ne consegue, è surreale: «Dunque, io sarei il suo luogotenente». Poi porge la destra: «Sono onorato di stringere la mano a un innocente». La cosa non turba i magistrati, che non si scomodano a disporre alcun controllo, verifica, riscontro bancario (cosa che Tortora li invita espressamente a fare), appostamento, pedinamento, intercettazione (non sono ancora di moda), e, inchiodati alle versioni dei pentiti, tutte tra l'altro discordanti fra loro, costruiscono il loro castello accusatorio. I sostituti procuratori titolari delle indagini a Napoli sono Lucio Di Pietro, definito il Maradona del diritto, e Felice Di Persia. Ottengono dal giudice istruttore Giorgio Fontana 857 ordini di cattura, con 216 errori di persona, tanto che i rinviati a giudizio alla fine saranno solo 640, di cui 120 assolti già in primo grado (in appello, le assoluzioni saranno 114 su 191). Il processo di primo grado, sempre a Napoli, si apre nel febbraio 1985, un anno e otto mesi dopo l'arresto di Tortora, e si conclude il 17 settembre 1985 con il conduttore condannato a 10 anni e 50 milioni di multa, ma nel frattempo divenuto deputato radicale al Parlamento europeo. Il presidente Luigi Sansone scrive una omerica sentenza di 2 mila pagine, in sei tomi, uno dei quali appositamente su Tortora, per il quale ribalta ogni logica di diritto: «L'imputato non ha saputo spiegarci il perché di una congiura contro di lui», quanto a dire l'inversione dell'onere della prova. Da parte sua, il pubblico ministero Diego Marmo definisce Tortora «un uomo della notte, ben diverso da come appariva a Portobello»; poi insinua che sia stato votato dai camorristi. Ma ammette: «Lo sappiamo tutti, purtroppo, che se cade la posizione di Enzo Tortora si scredita tutta l'istruttoria». L'appello: la Corte di Napoli smonta il castello accusatorio. Non sia mai: Tortora riceve una condanna inevitabile. Già eletto a Strasburgo per i Radicali, prontamente si dimette da eurodeputato, rinuncia all'immunità e torna in Italia per farsi arrestare. Nel frattempo è cambiato, ha maturato una consapevolezza nuova, l'impegno totale in favore dei carcerati: «Ero liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito». Passa ai domiciliari, ricorre in appello, non smette di combattere, fino alla fine. «Io sono innocente», dice ai giudici. «Spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi». Gli credono, finalmente. Il 15 settembre 1986 la Corte d'Appello di Napoli sfascia mattone per mattone il castello accusatorio del primo grado, ma lui è già minato. Torna davanti agli italiani venerdì 20 febbraio 1987, con quelle pochissime, memorabili parole, «Dove eravamo rimasti?». Ma non è più lui, la voce è incrinata, il volto segnato, le lacrime sempre in agguato: salgono dagli incubi che, la notte, lo scaricano ancora in cella. Lo hanno spezzato. Racconterà la figlia Silvia: «Ricordo che Manganelli, il capo della Polizia, incontrandomi mi disse: quella di tuo padre è stata la merda più gigantesca della storia. Hanno fatto una commissione parlamentare su tutto, persino su Mitrokhin: su Tortora no». I giudici coinvolti: «Ma di cosa ci dovremmo vergognare?» Già malato terminale, Tortora aveva presentato una citazione per danni: 100 miliardi di lire. Il Csm archivia. Archiviato anche il referendum del 1987, nato sulle ceneri del caso Tortora, sulla responsabilità civile dei magistrati: vota il 65%, i sì sono l'80%, arriva la legge Vassalli e lo disinnesca. Nel frattempo la Cassazione ha confermato l'assoluzione in appello, il 13 giugno 1987, quattro anni dopo la notte delle manette. L'ultima intervista, al programma Il Testimone di Giuliano Ferrara (che poi rimedierà una querela da tre giudici), è atroce. Tortora, rantolando, ansimando, rinfaccia al magistrato Alessandro Olivares la condotta processuale: «Mi disse allora: "Ma sììì, facciamo sei anni. Da dieci facciamone sei...". E io dissi: 'Guardi che non siamo al mobilificio Aiazzone. Lei ha una mentalità da barcaiolo giuridico veramente ripugnante. Lei ha una mentalità da barcaiolo...'». Poi non riesce più a parlare, stava già morendo. «Ma di che cosa ci dovremmo scusare, noi?», ha ringhiato ancora di recente uno dei giudici coinvolti - e premiati - in questo splatter giudiziario. «CHE NON SIA UN'ILLUSIONE». Restano le lettere di Tortora, strazianti, alla compagna Francesca Scopelliti, che recentemente le ha raccolte in un libro di cui si è stati molto attenti a non parlare. Resta l'impegno di Tortora per i detenuti, per condizioni carcerarie umane, impegno che non è sopravvissuto né a lui, né al suo più grande sostegno, Pannella. Se volete andare a trovare Tortora, sta al cimitero Monumentale di Milano, dentro una colonna di marmo. Qualcuno ha infilato l'immaginetta di un Cristo in croce con la scritta: «Uno che ti chiede scusa». Sotto l'urna, che dietro il vetro sembra ricordare a tutti un uomo ridotto in cenere prima ancora di morire, una frase urla la sua muta disperazione: «Che non sia un'illusione».

Tortora dalla prigione: «L'uomo qui è niente, ricordatevelo», scrive Valter Vecellio il 14 set 2016 su "Il Dubbio". Il presentatore viene arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri. Lo fanno uscire solo quando si era ben sicuri della presenza di tv e giornali. Muore il 18 maggio del 1988, stroncato da un tumore. Dopo sette mesi di ingiusto carcere e arresti domiciliari Enzo Tortora viene definitivamente assolto dalle accuse di associazione di stampo camorristico e traffico di stupefacenti. È il 15 settembre di trent'anni fa. Un calvario che lo segna in modo indelebile. Il 18 maggio del 1988 muore, stroncato da un tumore, conseguenza - non è arbitrario sostenerlo - anche del lungo e ingiusto calvario patito. Chi scrive fu tra i primi a denunciare che in quell'operazione che aveva portato Enzo in carcere assieme a centinaia di altre persone, c'era molto che non andava; e fin dalle prime ore. Tortora viene arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata. Lo fanno uscire solo quando si era ben sicuri che televisioni e giornalisti fossero accorsi per poterlo mostrare in manette. Sarebbe interessante sapere chi dà quell'ordine che porta alla prima di una infinita serie di mascalzonate. Rileggo ancora con emozione, indignazione, sgomento le lettere che Enzo mi invia dal carcere; e ancora corre un brivido lungo la schiena. Credo sia utile, necessarie, rileggerle, in giorni in cui tanti, mostrano di aver smarrito la memoria di quello che è stato.

16 settembre 1983 «Da tempo volevo dirti grazie? Hai "scommesso" su di me, subito: con una purezza e un entusiasmo civile che mi commossero immensamente. Vincerai, naturalmente, la tua "puntata". Ma a prezzo di mie sofferenze inutili e infinite. Io sono stato il primo a dire che il "caso Tortora è il caso Italia". Non intendo avere trattamenti di favore, o fruire di scorciatoie non "onorevoli"? Se dal mio male può venire un po' di bene per la muta, dolente popolazione dei 40mila sepolti vivi nei lager della democrazia, e va bene, mi consolerà questo».

2 maggio 1984 «Che si faccia strame della libertà di un uomo, della sua salute, della sua vita, come può esser sentito come offesa alla libertà, alla vita, alla salute di tutti in un Paese che non ha assolutamente il senso sacro, della propria dignità e delle libertà civili? Non è vero che l'Italia "ha abolito la pena di morte". Abbiamo un boia in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in "attesa" di un giudizio che non arriva mai. L'uomo qui è niente, ricordatevelo. L'uomo qui può, anzi deve attendere. L'uomo qui è una "pratica" che va "evasa" con i tempi, ignobili, della crudeltà nazionale?».

15 luglio 1985 «In questa gara, tra chi pianta più in fretta i chiodi, come al luna park dell'obbrobrio giudiziario, e i pochi che si ribellano, sta tutta la mostruosa partita. Vedere a che lurido livello s'è ridotta la dignità di questo Paese è cosa che mi annienta più d'ogni altra. So che sei coi pochi. Da sempre. Te ne ringrazio, fraternamente».

7 ottobre 1985 «Sono stato condannato e processato dalla Ngo, Nuova giustizia organizzata. Io spero che questa fogna, che ormai nessun tombino può contenere, trabocchi e travolga chi lo merita?».

2 aprile 1986 «Diffamatori è poco: sapevano quel che facevano. Ma per pura voluttà scandalistica, per pura, stolida ferocia, qui si getta fango sino all'estremo. Ho paura di questi cannibali. Ho soprattutto vergogna di essere italiano?».

17 agosto 1987 «Siamo molti? Ma troppo pochi per spezzare la crosta di ottusa indifferenza che copre e fascia la rendita di alcuni farabutti mascherati da Magistrati. Tanto più importante e notevole il vostro impegno. Tenteremo, sul caso Melluso, quel che si potrà. Ho inviato al ministro Vassalli l'incredibile servizio, gli ho anche detto che i responsabili hanno nome e cognome: Felice Di Persia, Lucio Di Pietro, Giorgio Fontana, Achille Farina, Carlo Spirito? Sono ancora lì, al loro posto? Staremo a vedere?».

Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: perché? Alla ricerca di una soddisfacente risposta, si affonda in uno dei periodi più oscuri e melmosi dell'Italia di questi anni: il rapimento dell'assessore all'urbanistica della Regione Campania, il democristiano Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo.

Il cuore della vicenda è qui. Sono le 21.45 del 27 aprile 1981 quando le Brigate Rosse sequestrano Cirillo. Segue una frenetica, spasmodica trattativa condotta da esponenti politici della Dc, Cutolo, uomini dei servizi segreti per "riscattarlo". Viene chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova. Durante la strada parte è "stornato", non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c'è chi si prende la "stecca". A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c'è un "ritorno". Il "ritorno" si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta era costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo: sono tutti morti ammazzati, da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice che ebbe un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, «mai più ritrovato». Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli qui i termini di una questione che ancora "brucia". Cominciamo col dire che: Tortora era un uomo perbene, vittima di un mostruoso errore giudiziario. Che il suo arresto costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. «Cinico mercante di morte», lo definisce il Pubblico Ministero Diego Marmo; e aggiunge: «Più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza». Le "prove" erano la parola di Giovanni Pandico, un camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un camorrista. Pasquale Barra detto 'o nimale: in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia l'intestino? Con le loro dichiarazioni, Pandico e Barra danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti "pentiti": curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Arriviamo ora al nostro "perché? " e al "contesto". A legare il riscatto per Cirillo raccolto ai costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, fatta anni fa, della Direzione antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati "pentiti a orologeria"; per distogliere l'attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale. E' in questo contesto che nasce "il venerdì nero della camorra", che in realtà si rivelerà il "venerdì nero della giustizia": 850 mandati di cattura, e tra loro decine di arrestati colpevoli di omonimia, gli errori di persona. Nel solo processo di primo grado gli assolti sono ben 104? Documenti ufficiali, non congetture. Candidato al Parlamento europeo nelle liste radicali, eletto, chiede sia concessa l'autorizzazione a procedere, che invece all'unanimità viene negata. A questo punto, Tortora si dimette e si consegna all'autorità, finendo agli arresti domiciliari. Diventa presidente del Partito Radicale e i temi della giustizia e del carcere diventano la "sua" ossessione. Nessuno dei "pentiti" che lo accusa è chiamato a rispondere delle sue calunnie. I magistrati dell'inchiesta fanno tutti carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Un errore, ed insieme un orrore, l'affaire Tortora. Un orrore per quello che è stato, che implica, fa intuire; e definirlo un errore è forse troppo semplice, perfino assolutorio; che quella patita da Tortora è stata un'ingiustizia che, manzonianamente, poteva essere veduta da quelli stessi che la commettevano, «un trasgredir le regole ammesso anche da loro». E si torna al punto di partenza: perché è accaduto, perché si è voluto accadesse. Né si possono assolvere dicendo che non sapevano quello che facevano: se davvero non sapevano è perché decisero consapevolmente, di non sapere. Insomma, una colpa, se possibile, ancora più grave. Ora tutti riconoscono che l'intero castello accusatorio era più fragile di un castello di sabbia; e che Tortora era una persona perbene. Enzo diceva sempre che non era, il "suo" il "caso Tortora", ma "il caso Italia"; che resta, rimane, a cominciare dalla situazione delle carceri, e dall'irragionevole durata dei processi. Lo avevano ben compreso Marco Pannella, suo amico di sempre, che per lui si batte come un leone; e Leonardo Sciascia, che fin da subito si dichiara certo della sua innocenza? Sarà per questo che assistiamo a tante celebrazioni post mortem e alla memoria, molte certo in buona fede (altre se ne però lecitamente dubitare), senza che i radicali vengano mai invitati, tacitati, esclusi?

Enzo Tortora, trentatré anni fa l’arresto a “orologeria”, scrive Valter Vecellio il 16 giugno 2016 su “Il Dubbio”. Ventotto anni fa, stroncato da un tumore che forse ci sarebbe stato ugualmente, ma che certamente è esploso per via del calvario patito, Enzo Tortora ci lasciava. Tortora lo incrocio a Bologna, quando ancora pasticcio di giornalismo, e divido il mio tempo tra esami di legge e in quello che ancora oggi credo sia chiamato angòl di cretén o cantàn d’inbezéll a raccogliere firme per referendum radicali che i bolognesi sottoscrivono a migliaia, in barba al Pci di allora che li boicotta. Tra i giornali, allora come ora, Il Resto del Carlino e per un po’ Il Foglio, che non è quello di Giuliano Ferrara, ma lo sfortunato tentativo editoriale di Luigi Pedrazzi ed Ermanno Gorrieri, per rompere appunto il monopolio del Carlino; e contemporaneamente nasce Il Nuovo Quotidiano, anch’esso effimero; e diretto appunto da Tortora. Un periodo di schermaglie e polemiche, perché Il Nuovo Quotidiano è addirittura più conservatore del Carlino. Poi altre storie ed esperienze, fino al giorno dell’arresto, con quelle accuse infamanti: affiliazione alla camorra, spaccio di cocaina. Di quell’“affaire” mi sono occupato fin dal primo momento; e fin dal primo momento, senza dubbi ed esitazioni, innocentista, con pochissimi altri: Piero Angela, Giacomo Ascheri, Massimo Fini… “Affaire Tortora”, ma non solo: che in realtà si tratta di centinaia di persone arrestate (il “venerdì nero della camorra”, siamo nel giugno del 1983), per poi scoprire che sono finite in carcere per omonimia o altro tipo di “errore” facilmente rilevabile prima di commetterlo; ma no: si è voluto dare credito, senza cercare alcun tipo di riscontro, a personaggi come Giovanni Pandico, Pasquale Barra ‘o animale, Gianni Melluso. Ho visto decine e decine di volte le immagini di quel maxi-processo, per “montare” i miei servizi per il Tg2, e decine e decine di volte quella convinta requisitoria del Pubblico Ministero che a un certo punto pone una retorica domanda: «…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?». E quali gli elementi di colpevolezza che emergevano durante il paziente lavoro di ricerca delle prove di innocenza? N-E-S-S-U-N-O. E per capirci: nessuno significa nessuno. Che fosse qualcosa di simile allo scespiriano regno di Danimarca lo si capisce fin dalle prime ore: lo arrestano nel cuore della notte, lo trattengono nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata, lo fanno uscire solo quando sono ben sicuri che televisioni e giornalisti sono accorsi per poterlo mostrare in manette. Già quel modo di fare è sufficiente per insinuare qualche dubbio, qualche perplessità. Ancora oggi non sappiamo chi diede quell’ordine che porta alla prima di una infinita serie di mascalzonate.  E veniamo al perché tutto ciò è accaduto, si è voluto accadesse. Forse una possibile risposta sono riuscito a trovarla, e a suo tempo, sempre per il Tg2, riuscii a realizzare dei servizi che non sono mai stati smentiti, e ci riportano a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo. Per la vita di Cirillo viene chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte viene trattenuta non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c’è chi si prende la “stecca”. A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un “ritorno”. Il “ritorno” si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta è costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo, sono tutti morti ammazzati: da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo, a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice, che ha un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e, tra gli altri, Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, mai più ritrovato. Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli. Che l’arresto di Tortora costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. Lo si sia fatto in buona o meno buona fede, cambia poco. Le “prove”, per esempio, erano la parola di Giovanni Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo interrogano diciotto volte, solo al quinto si ricorda che Tortora è un cumpariello; e Pasquale Barra: un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia per sfregio l’intestino. Con le loro dichiarazioni danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. C’è poi un numero di telefono trovato in un’agendina di una convivente di un capo clan. Sotto la T, leggono Tortora; in realtà quel nome corrisponde a Tortona, riscontrarlo è facile, basta comporre il numero. Non lo fa nessuno. C’è poi un documento importante che rivela come vennero fatte le indagini, ed è nelle parole di Silvia Tortora, la figlia. Le chiedo di rispondere con un sì o con un no alle mie domande. Quando suo padre viene arrestato oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra c’era altro? «No». Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? «No, mai». Intercettazioni telefoniche? «Nessuna». Ispezioni patrimoniali, bancarie? «Nessuna». Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? «Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri». Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? «Nessuna». Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia, con che prove? «Nessuna». Chi lo ha scritto è stato poi condannato? Qualcuno ha chiesto scusa per quello che è accaduto? «No». A legare il riscatto raccolto per Cirillo, i costruttori, compensati poi con gli appalti, e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, anni fa, della direzione antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria”; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale. È in questo contesto che nasce “il venerdì nero della camorra”, che in realtà si rivelerà il “venerdì nero della giustizia”. Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Anni dopo il pubblico ministero accusatore di Tortora dice di aver agito in buona fede e chiede scusa. Diamo pure credito alla “buona fede”, anche se subito viene in mente quella terrificante figura di magistrato magistralmente descritta da Leonardo Sciascia in Una storia semplice; forse, quel pubblico ministero è ferrato in italiano come il magistrato di Sciascia. La questione, comunque, va ben al di là della buona fede di un singolo. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Sta a noi fare in modo che non lo sia.

Pezzuto: «Enzo, la condanna e quel giorno nero che non è mai finito», scrive Errico Novi il 16 set 2016 su "Il Dubbio". Parla il biografo di Tortora: «Il 17 settembre 1985 il Tribunale pronunciò la sentenza di primo grado: dieci anni di carcere. Da allora altri 25mila italiani innocenti sono finiti in galera. E a pagare sono stati, in tutto, 7 magistrati» «Quel 17 settembre nero della giustizia non finisce mai». Quel giorno di 31 anni fa il Tribunale di Napoli condannò Enzo Tortora in primo grado a dieci anni di carcere. È una data che fa parte di una tragica cronologia cabalistica ricostruita dal giornalista Vittorio Pezzuto nel suo Applausi e sputi, per diversi anni l'unico libro ad aver esplorato la mostruosa vicenda giudiziaria che travolse il presentatore».

Pezzuto, perché l'ingiustizia di quel giorno non è mai finita?

«Dal '92 a oggi si sono contati altri 25mila casi Tortora: è il numero dei cittadini innocenti sbattuti in carcere, per i quali hanno pagato solo sette magistrati, quelli per i quali si sono chiuse azioni di responsabilità civile. Vicende come quella di Tortora si verificano ancora e nel frattempo si è ridotta di molto la cultura garantista».

Davvero quel processo non ha cambiato nulla nella giustizia italiana?

«Se qualcosa è cambiato, rispetto all'idea di giustizia prevalente nel Paese, è cambiato in peggio. Davvero possiamo dire che la maggioranza degli italiani crede nella presunzione di non colpevolezza? Non scherziamo. Oggi l'opinione pubblica che finge di commuoversi per la vicenda Tortora considera sicuro colpevole chi ha ricevuto un avviso di garanzia. Ed è evidente come riflessi di questo atteggiamento si irradino anche sulle scelte normative».

A cosa si riferisce?

«Al fatto che chi mormora 'ah, povero Tortora' spesso poi approva l'ipotesi di allungare i tempi della prescrizione. Senza rendersi conto che così facendo si condannerebbero decine di migliaia di imputati a una sorta di limbo giudiziario in cui dopo un eventuale condanna in primo grado devi aspettare anni prima di una sentenza definitiva».

Probabilmente nemmeno all'epoca delle deliranti tesi accusatorie contro Tortora c'era il furore giustizialista di oggi.

«Tortora condannato in primo grado per associazione mafiosa e spaccio di droga oggi sarebbe massacrato sul web con decine di migliaia di insulti e con decine di articoli che istigherebbero a insultare ancora».

Perché i pentiti scelsero Tortora?

«A dare l'innesco è una scintilla di follia. I primi due camorristi a fare il nome di Tortora sono Pasquale Barra e Giovanni Pandico, entrambi noti per gli impressionanti risultati delle perizie psichiatriche effettuate a loro carico. Il primo aveva addentato le viscere ancora calde del boss milanese Francis Turatello dopo averlo ucciso, il secondo aveva ammazzato tre impiegati del comune di Nola perché tardavano a rilasciargli un certificato. Entrambi fanno il nome di Tortora come affiliato alla Nuova camorra, ma collocandolo nelle retrovie».

Da lì l'ordine di arresto.

«Quella è la parte della mostruosa vicenda che ancora può essere rubricata come clamoroso errore professionale e non, come è invece doveroso per le fasi successive, sotto la voce dolo e colpa grave. Il punto di svolta è nella cosiddetta prova, il numero telefonico di Tortora trovato nell'agendina di un camorrista ucciso, Salvatore Puca. Si scopre che era di un certo Enzo Tortona. È lì che Tortora commenta: non sono vittima di un errore giudiziario, sono un refuso».

Sarebbe dovuta finire lì.

«Il presidente del Tribunale prova a non arrendersi all'evidenza. A questo Tortona, che è in Aula, dice: 'E dov'è la prova che il numero appartiene proprio a lei? '. E quello risponde: 'Facite 'o nummero... '. Gli inquirenti nemmeno avevano verificato con una semplice telefonata se davvero quell'utenza fosse di Tortora».

Da lì si scivola nel dolo.

«Da lì inizia il il tiro a Tortora, agevolato da alcuni, diciamo così, accorgimenti. Diversi camorristi si rendono conto che chiamare in causa il presentatore significa essere trasferiti dal carcere alla caserma Pastrengo di Napoli, dove si può avere vitto migliore, donnine compiacenti, e la sera ci si può riunire per meglio concordare le dichiarazioni da rendere al processo».

Che si chiude appunto con una sentenza di condanna pronunciata il 17 settembre 1985.

«La tesi accusatoria accolta dal Tribunale ha un carattere quantitativo: ci si richiama non alla consistenza delle accuse ma al numero di persone da cui le accuse provengono. Che è appunto elevatissimo. Quella data, quel numero non irrilevante nella smorfia napoletana, il 17, non risuonò solo alla condanna di primo grado».

A cosa si riferisce?

«Il 17 è la data che ha segnato le tappe più importanti di quella che in Applausi e sputi definisco la seconda vita di Enzo Tortora. Il 17 giugno 1983 c'è l'arresto. Il 17 gennaio 1984 la concessione molto faticosa e a lungo ostacolata degli arresti domiciliari. Il 17 giugno 1984 l'elezione al Parlamento europeo con il Partito radicale. Il 17 luglio 1984 il deposito dell'ordinanza di rinvio a giudizio. Fino appunto alla condanna in primo grado, emessa alle ore 17 del 17 settembre 1985».

Perché i giudici non si fermarono?

«Perché Tortora era diventato il simbolo del maxiblitz contro la Nco, e il sacco delle accuse che ogni volta veniva svuotato dai suoi avvocati doveva essere necessariamente riempito con nuove incredibili altre accuse. Se cadeva l'imputazione contro Tortora crollava tutta l'impalcatura processuale».

E perché la sua posizione divenne così determinante?

«Nello stesso giorno in cui arrestarono Tortora finirono in manette 856 persone. Di queste, 117 finirono dentro per omonimia. L'impalcatura scricchiolava fin dall'inizio, tanto che alla fine dei tre gradi di giudizio gran parte degli imputati venne riconosciuta innocente. I magistrati si resero conto presto che l'unica era puntare tutto sul clamore assicurato dalle accuse a Tortora».

Pensa ci sia chi crede in quelle accuse ancora oggi?

«No. Il caso Tortora serve oggi ad alcuni come pretesto per dire che quella vicenda è stata unica e irripetibile. E per negare così la verità: ovvero che continua a esserci strage di giustizia e ancora nuovi Enzo Tortora».

E l’accusatore di Tortora disse: anche il Califfo è un camorrista, scrive Valter Vecellio il 2 agosto 2016 su "Il Duggio”. Una villetta a Primavalle a Roma, lui in giardino passeggia e gesticola. Parla a un telefono cellulare, con la mano fa cenno di entrare… Con qualcuno parla di canzoni, di un disco da fare, di come farlo; e intanto fa cenno di entrare in casa. C’è un salone, divani immacolati, poltrone, su un lungo tavolo riviste, giornali; alle pareti quadri astratti, dischi d’oro incorniciati, fotografie in abbondanza, piante ben curate. «Scusate, ma era una telefonata di lavoro, bisogna pur campare, non si vive d’aria…». Indica il cellulare, e ride: «Pensa che coglioni. Sono agli arresti domiciliari, e va bene; non posso uscire, al massimo passeggio in giardino, e va bene; una volta al giorno passa la polizia per un controllo, sempre alla stessa ora. Mi hanno disattivato il telefono, perché non devo avere contatti con l’esterno, vai a capire che pericolo pensano sia, e va bene anche questo. E poi mi lasciano il cellulare? ». Eccolo, Franco Califano. Fino a qualche mese fa, solo un cantante e a volte un attore con qualche disavventura giudiziaria, anche il carcere, per uscirne comunque sempre assolto, pulito. Alla radio ascolti le sue canzoni, sui giornali dei suoi tanti amori… Poi arriva uno che dice di essere un pentito di camorra, che lo accusa di essere un “cumpariello”. Lo arrestano, un filone della stessa mega-inchiesta napoletana definita “il venerdì nero della camorra”, che ha già portato in carcere Enzo Tortora, e con lui centinaia di altre persone (tantissime poi dichiarate innocenti, arrestati per omonimia o assolti per non aver commesso il fatto imputato). Quando è in carcere, prima a Poggioreale a Napoli, poi a Rebibbia a Roma, gli scrivo per capire meglio in che pasticcio si è venuto a trovare. In quelle lettere si sfoga con amara ironia; a volte inveisce, e puntiglioso spiega che sì, in passato ha consumato cocaina, non l’ha mai nascosto; non ha neppure ha mai nascosto la sua amicizia con il gangster milanese Francis Turatello, ma che con la camorra non ha niente a che fare… «Vuoi bere qualcosa? ». Coca Cola. «Astemio?». Birra e pochissimo vino, balbetto. «E allora meglio la birra; che poi la Coca Cola non ce l’ho neppure…Io mi faccio un caffè, stanotte voglio lavorare sui testi di alcune canzoni». Lo osservo mentre traffica in cucina con la moka, spiega che è sua madre ad avergli insegnato come farlo. La madre che lo ha fatto nascere per caso a Tripoli di Libia: incinta, era partita da Johannesburg per Roma, «ma le acque si sono rotte prima, atterraggio d’emergenza, così nasco a Tripoli. Ma a me della Libia non me ne importa nulla». Mi blocco: stavo per dirgli che anch’io faccio parte dei “tripolini”. Parla come se ci si conosca da sempre; al contrario, è la prima volta che ci si vede: «Sai, non sono tanti ad aver avuto il coraggio di difendermi, non sono cose che si dimenticano…». Ti sei fatta un’idea di come sei finito in questo tritacarne? «Secondo me hanno fatto una specie di cambio: hanno cominciato con Tortora, però più andavano avanti, più si infognavano, si rendevano conto che il teorema non reggeva, e allora mettono in mezzo me. Come colpevole sono molto più credibile. Altrimenti non si spiega perché vengo arrestato dopo un anno dall’apertura dell’istruttoria. Ma ti pare che questi pentiti si ricordano di me dopo un anno? Ahò, non sono mica Mario Rossi… Franco Califano camorrista te lo ricordi dopo un anno, e non lo dici subito? Dopo un anno mi hanno tirato in ballo…». Mentre parla, penso che c’è una logica: il Tortora alle vette del suo successo professionale, ascolti record con il suo Portobello, è l’immagine dell’Italia “buona” e “per bene”, “l’insospettabile”; e c’è chi comincia a chiedersi con troppa insistenza che Tortora non sia il “mostro” che si dice sia. In tanti cominciano a domandarsi perplessi: «E se fosse innocente?». Così entra in scena “il Califfo”: lui ha quella che si dice la faccia del colpevole; lui sì, in quel giro di “cumparielli” ci può stare; Califano insomma può rendere credibile il teorema che comincia a traballare. Fantasie da inguaribile sospettoso che non si fida neppure della sua ombra e ogni volta che un magistrato o un poliziotto ti fa un “favore” si chiede: qual è il suo guadagno? Chissà. Restiamo ai fatti…L’imputazione è grave: associazione per delinquere di stampo camorristico, traffico di droga; già che ci sono ci mettono anche detenzione di armi. Ride amaro: «Mi trovo dichiarato camorrista da un giorno all’altro. Una follia. Non conosco nessuno dei miei coimputati o accusatori. Ho fatto spettacoli ovunque, non posso escludere di averne fatto uno anche per dei camorristi. Vai a capire con quali prestanome, magari in qualche locale di proprietà di camorristi, ma come pensi che lo possa sapere? Io bado soltanto ai contratti, ai soldi, e canto». Che mi dici delle accuse di Gianni Melluso che dopo aver calunniato Tortora racconta di vostri mirabolanti incontri… «Questo Melluso che mi accusa l’ho visto per la prima volta quando hanno organizzato un confronto. Io lo guardo e dico: “Ma chi è questo, che vuole?”, e lui: “Franchino, dì la verità, che è meglio…”. Franchino a me… Dice di avermi consegnato non so quanti chili di “roba” a casa mia, a corso Francia, nel sottoscala del numero 84. Io a corso Francia non ci ho mai abitato, e all’84 non esiste alcun sottoscala. Ma vuoi fare una verifica, prima di mettere uno in galera? Vuoi vedere le carte? Tre pagine di istruttoria, che non stanno né in cielo né in terra. Almeno a Tortora hanno riservato centocinquanta pagine…». Non avertene a male, l’hai detto anche tu: come colpevole di queste cose ci stai tutto: amico di Turatello…la droga che non hai mai negato di aver usato, i precedenti arresti… «I precedenti arresti si sono conclusi con proscioglimenti. La cocaina l’ho usata. Ma farsi di cocaina non significa spacciarla, significa che parte dei miei soldi li ho buttati via in quel modo lì, come tanti altri li ho usato per beneficenza; chiedi alla gente di questa borgata, che mi vuole bene e te lo può raccontare. Di Turatello e della nostra amicizia si sa tutto da sempre, sai certo che suo figlio l’ho messo nella copertina di un mio disco, “Tutto il resto è noia”». Come nasce questa tua amicizia con Turatello? «A Milano. Ero stato in carcere, mi ero comportato da uomo, senza rompe li cojoni, non mi lamentavo. Mi stimava per questo, diventiamo amici. Voleva aprire una società di produzione cinematografica intestata proprio al figlio e a me, ma poi morì e nun se ne fece nulla. Lo sai, vero, chi ha ucciso Turatello in carcere?». Pasquale Barra, detto ‘o animale. Per sfregio gli ha addentato le viscere… «Quello era un camorrista. E ti pare che io posso essere affiliato personaggi come quella bestia?». Dillo ai magistrati, non a me… «Uno schifo di paese, quello in cui ti puoi trovare in queste macellerie… Davvero è incredibile che possano aver creduto a uno come Melluso». E in carcere? «Se non dai fastidio, ti lasciano in pace. Vivi e lascia vivere. Poi certo, io sono sempre “il Califfo”…». C’è chi ne è uscito schiantato: Lelio Luttazzi, hai voglia a dirgli dopo che ci si è sbagliati, intanto il mondo ti crolla addosso… «Ognuno reagisce a modo suo. Io la mia rabbia e la mia amarezza l’ho trasferita in alcune canzoni per un nuovo disco, si intitola “Impronte digitali”». Prende la chitarra, la voce è quella roca di sempre, impasto di whisky e mille sigarette fumate; canta e strimpella: «Impronte digitali sulla stessa carta. / E il cuore ricucito un po’ così così, trapasso quella porta. / M’hanno stracciato i pensieri. / Non certo uomini seri. / Sono solo da tempo e la mia vita mi costa tanto. / Ma non rallento il passo, continuo la salita. /Vedo innocenze ferite con le lacrime agli occhi. / Che tristezza la vita. /Io cerco amore da sempre, vendo solo canzoni. / Non spaccio altro e in ciò che vendo non trovi che emozioni / difficile spiegare che sei uno pulito / quelli che non sanno bene come hai sempre vissuto / se la legano al dito. / Il cuore mio sta pagando chi l’ha colpito nell’ombra. / Vorrei portarlo più in alto / e certe leggi sbagliate scavalcare in un salto. / Io volto pagina e cammino. / E anche se alle volte sono andato contromano. / Non ho ferito mai nessuno. / Voglio anch’io una donna che mi sappia amare / e con i miei amici andare a farmi un avvenire. / Io volto pagina e cammino. / Cosa devo fare non vedere più nessuno / andare sempre più lontano. / Sono ancora solo con il mio destino / vado sempre dritto / ma questo sembra sia un delitto. / Impronte digitali, foto contro il muro. / Un numero sul petto ed i colori addio, diventa tutto nero. / Quando comincia è finita, si paga tutta la vita. / Sei in alto mare e non hai niente nemmeno un salvagente. / Io volto pagina e cammino / e anche se alle volte sono andato contromano / non ho ferito mai nessuno. / Voglio anch’io una donna che mi sappia amare / e con i miei amici andare a farmi un avvenire. / Io volto pagina e cammino. / Cosa devo fare non vedere più nessuno / Andare sempre più lontano / sono ancora solo con il mio destino. / Vado sempre dritto / Ma questo sembra sia un delitto…». Quando finalmente si celebra il processo, come Tortora, come tanti altri, anche Califano viene assolto: si riconosce che è assolutamente estraneo ai fatti che gli sono stati addebitati. Esce a testa alta dal carcere, è vero. Il problema è che ci entri a testa bassa, e passano settimane, mesi, prima che riconoscano di essersi sbagliati… E dopo averlo fatto, come il magistrato di Detenuto in attesa di giudizio, il vecchio film di Nanni Loy con Alberto Sordi, ti guardano aspettandosi che gli dici «grazie». Grazie per aver riconosciuto che si sono sbagliati…Finora mi sono limitato a trascrivere “in bella” frettolosi appunti presi su taccuini ingialliti dal tempo. Il ricordo però è ben vivo. Fummo davvero in pochi, all’epoca, a osservare che anche per quel che riguardava “il Califfo” i conti non tornavano. Il primo è Gino Paoli: scrive un accorato appello al presidente della Repubblica, per richiamare l’attenzione su Califano, detenuto da mesi, e malato. Scrivo i primi articoli nei quali esprimo qualche dubbio, qualche perplessità; convinco un deputato del Partito Radicale ad accompagnarmi nel carcere di Rebibbia in visita. La consegna, ferrea, è guardare, ma non parlare con nessuno. L’unica cosa che si può fare è lasciare un recapito per chi eventualmente ci vuole scrivere. Qualche giorno dopo arriva una lettera di Califano: «Sono frastornato e distrutto, perché un uomo non è un diamante, non ha il dovere di essere infrangibile… Ho in testa brutte cose…venitemi a salvare, sono innocente, e non è giusto che muoia, che mi spenga così…». Califano racconta che le accuse vengono soprattutto da due “pentiti”, Pasquale D’Amico e Melluso. D’Amico poi ritratta. Melluso rincara le accuse. Una fantasia galoppante: Califano, in compagnia di camorristi avrebbe effettuato un viaggio da Castellammare fino al casello di Napoli, a bordo di una Citroen, ma forse era una Maserati, comunque era di sua proprietà. Peccato che Califano in vita sua non abbia mai avuto una Citroen, e neppure una Maserati. Per accertarlo non bisogna essere Sherlock Holmes o Hercule Poirot, ma nessuno si prende la briga di farlo. Queste le indagini; per come state condotte non poteva che finire in una assoluzione piena: per Tortora, per Califano, per tanti altri. Ma a prezzo di sofferenze indicibili e irrisarcibili. Furono pochi a vedere per tempo quello che poteva essere visto da tutti; magra consolazione aver fatto parte di quei “pochi”.

Il Pm accusatore di Tortora perseguita un altro innocente, scrive Errico Novi il 5 ago 2016 su “Il Dubbio”. È il 25 febbraio dell'anno scorso. «Sono innocente signor giudice, sono finito in un incubo da quattro anni, mi accusano di spaccio di droga ma io non ho mai commesso un reato, tutto per l'assurda interpretazione data ad alcune cose che ho detto al telefono». Francesco Raiola quel giorno ha 34 anni. È nel tunnel dal 21 settembre 2011, giorno dell'arresto per spaccio di droga. Parla con passione, si difende davanti al gup di Nocera Inferiore senza che i suoi avvocati aprano bocca. Dice una cosa forse decisiva nell'indurre il magistrato a credergli: «Finalmente ho l'onore di parlare con un giudice che abbia effettiva competenza sul mio caso». Fino a quel momento coincidenze, carambole e difetti di giurisdizione lo hanno trascinato in una gimkana di sostituti e interrogatori a vuoto. Alla fine dell'esame in udienza Francesco legge negli occhi del gup e dei cancellieri «il rammarico di chi crede alla mia innocenza e vede la tortura che ho passato». L'avvocato Andrea Castaldo lo guarda e gli dice: «Come hai fatto a non piangere?». Non lo sa nemmeno lui. Verrà prosciolto a poco più di un mese di distanza «perché il fatto non sussiste». «Le mie parole hanno suscitato l'attenzione del giudice, quel mio incipit gli ha spalancato gli occhi». Peccato non sia avvenuto lo stesso quattro anni prima, con la Procura di Torre Annunziata. Da lì è partita l'indagine, operazione su un traffico di stupefacenti denominata "Alieno". Al vertice dell'ufficio inquirente di Torre Annunziata non c'è un magistrato qualsiasi: il procuratore della Repubblica è Diego Marmo. Sì, proprio lui, l'accusatore di Tortora. La toga che diede a Enzo del «cinico mercante di morte». E che trent'anni dopo si sarebbe cosparso il capo di cenere in un'intervista a Francesco Lo Dico sul Garantista: «Chiedo scusa ai familiari di Tortora», disse. Tre anni prima di quell'ammissione Marmo non si era accorto del caso di Francesco Raiola. Da capo della Procura di Torre Annunziata non si era reso conto che nelle maglie dell'indagine affidata ai suoi sostituti era finito anche questo caporal maggiore dell'esercito, allora 30enne, originario di Scafati, provincia di Salerno, e di stanza a Barletta. Una ragazzo di valore: due missioni in Kossovo, una in Afghanistan con l'82esimo reggimento fanteria. Pilota di mezzi corazzati e, quando ancora non aveva ottenuto l'arruolamento definitivo nelle forze armate, già esperto nella guida dei carrarmati di ultima generazione. Prima della folle vicenda giudiziaria Francesco seguiva la specializzazione per i Vbm, i mezzi per i quali la Difesa aveva speso decine di milioni di euro e che si era deciso di sperimentare proprio nell'area di crisi afghana. Un uomo forte, integro, con la passione per la vita militare, accusato - forse giustamente in questo caso - dalla moglie di «aver sacrificato troppo per le forze armate», tanto da rinviare tre volte la data delle nozze pur di rispondere alla chiamata per le missioni. Tutto precipita per una telefonata in cui Francesco parla di televisioni. «Allora non preoccuparti, te la porto io in caserma, la prendo dalle mie parti». Si tratta di una tv full hd che Filippo, l'interlocutore, commilitone della stessa caserma a Barletta, non troverebbe dalle sue parti. Non a un prezzo competitivo: ad Altamura non ci sono grossi centri commerciali. A Scafati sì e si risparmia. Ma invece che di hi-tech, i carabinieri incaricati dalla Procura di Torre pensano che Francesco parli di carichi di droga. E che faccia da intermediario con i trafficanti campani finiti nell'inchiesta per portare grosse quantità di stupefacenti in Puglia, dove svolge l'attività di militare. In una delle conversazioni il caporal maggiore parla di una «partita». È quella che l'amico vorrebbe vedere su uno schermo piatto con inserimento diretto della scheda pay tv. I carabinieri che trascrivono i brogliacci pensano che la «partita» sia una partita di droga: cocaina e marijuana. Ci sarebbe da ridere se non fosse una tragedia. Arriva l'alba del 21 settembre, l'arresto per spaccio. Francesco viene prelevato a Barletta, direttamente in caserma. Tre settimane in carcere a Santa Maria Capua Vetere, in isolamento, poi gli arresti domiciliari, revocati dal gip di Napoli oltre quattro mesi dopo. L'avvocato Guido Sciacca comincia ad andare in processione periodica dal pm di Torre a cui Marmo ha chiesto di condurre le indagini. L'errore è chiaro. Le certezze del magistrato trascolorano in dubbi. Ma né lui né il suo capo, Diego Marmo, hanno il coraggio di confutare il teorema dei carabinieri. Ci vorrà un'istanza per incompetenza territoriale e il passaggio del procedimento al Tribunale di Nocera Inferiore. C'è un'altra Procura, un altro gup. In mezzo anche molti rinvii, perché l'inchiesta è grossa, 73 indagati, una sessantina di misure cautelari, e la Dia di Salerno chiede gli atti. Francesco è - parole sue - «in un tritacarne che non finisce mai». Fino a quella mattina davanti al giudice per l'udienza preliminare di Nocera, «allo sfogo in cui ho tirato fuori tutto, anni di sofferenze». Pochi giorni dopo l'udienza e prima della sentenza di proscioglimento, al militare di Scafati viene diagnosticato un melanoma. Operazione d'urgenza al Pascale, mesi con l'incubo delle metastasi. Che per fortuna non ci sono, ma intanto Francesco neppure pensa più alla fine dell'incubo giudiziario, non si scrolla di dosso l'angoscia per la malattia. La moglie, i due figli piccoli, il padre in questi mesi riescono a scuoterlo. A spingerlo ad occuparsi delle istanze per essere reintegrato nell'esercito, che avranno esito forse in autunno. «Sono stati più di cinque anni, cominciati prima dell'arresto, con appostamenti, perquisizioni improvvise, che nemmeno capivo da dove venissero: andavo a comprare giubbotti al mercatino di via Irno, a Salerno, e le gazzelle mi fermavano armi in pugno, con i carabinieri convinti che dentro la borsa nascondessi chili di droga». Verifiche andate tutte a vuoto: neppure questo ha scalfito l'atarassia dei pm e del loro capo Marmo, contagiati da un'ostinazione che ricorda purtroppo quella terribile sfoderata dallo stesso magistrato trent'anni prima contro Enzo Tortora. Il Tribunale di Nocera ha riconosciuto 41mila euro d'indennizzo per errore giudiziario, «ma io ne ho spesi 32mila per gli avvocati e il resto». Il vicepresidente del Copasir Peppe Esposito, senatore campano di lungo corso, ha presentato un'interrogazione ai ministri della Giustizia e della Difesa, oltre che a Renzi. Francesco Raiola, soldato, marito, padre, e uomo ancora in piedi dopo il calvario dice di credere ancora nella giustizia: «Perché ho trovato magistrati che mi hanno ascoltato, creduto e si sono messi a cercare nelle carte riscontri della mia innocenza che io non avevo tirato fuori. Agli innocenti come me dico di non mollare». Altri magistrati sono distratti. Qualcuno che se ne accorge, corregge e fa giustizia, prima o poi arriva.

"Io, messo in croce dai pm che si sentono come Dio". Il francescano condannato ingiustamente per lo stupro di una suora: "Dopo 10 anni di incubo la Cassazione mi ha assolto. Ma ora chi pagherà?", scrive Nino Materi, Lunedì 8/08/2016 su "Il Giornale".  Il suo è l'assessorato col nome più lungo nella storia degli assessorati italiani: Contrasto alle povertà, al disagio, alla miseria umana e materiale, al pregiudizio razziale e religioso, alla discriminazione sociale degli invisibili e degli ultimi. In sintesi: assessorato alla povertà. Per ricoprire la pauperistica carica nella nuova Giunta comunale di Cosenza il sindaco Mario Occhiuto (lungimirante primo cittadino del capoluogo calabrese), ha scelto padre Fedele Bisceglia. L'anno prossimo il frate compirà 80 anni, gli ultimi dieci li ha trascorsi difendendosi da un'accusa infamante: aver violentato una suora. Accusa infondata, considerato che due mesi fa la Cassazione ha sancito la piena innocenza di padre Fedele. Ma prima di arrivare al lieto fine, fra' Bisceglia ne ha passate di tutte i colori: prima il carcere, poi gli arresti domiciliari in uno sperduto monastero. Per lui un curriculum giudiziario movimentatissimo: condanna in primo grado a 9 anni, confermata in appello; verdetto annullato dalla Suprema corte che dispone un appello bis; assolto nel nuovo processo d'appello, ma questa volta a ricorrere in Cassazione è la Procura di Cosenza, cui gli ermellini danno definitivamente torto. Sentenza passata in giudicato: assolto per non aver commesso il fatto.

Padre Fedele, ci sono voluti 10 anni. Ma oggi la sua innocenza è stata accertata. È più felice o amareggiato?

"Avrei preferito morire con un colpo di lupara piuttosto che essere vittima di una tortura psicologica durata dal 2006 al 2016. Un vero martirio, considerato che la mia estraneità ai fatti poteva - e doveva - emergere fin dall'inizio".

E perché questo non è avvenuto?

"Me lo sono chiesto ogni giorno per dieci anni. Ma senza trovare risposta".

Un'idea, però, se la sarà fatta.

"Quella povera suora che mi ha accusato era sicuramente manovrata da qualcuno".

Da chi?

"Dalla chiesa. Dai giudici. E da chissà chi altro".

E perché la chiesa dovrebbe avercela con lei?

"Chi come me intende il sacerdozio come missione al servizio dei poveri, non sempre è visto di buon occhio".

Tanto da organizzare un complotto contro di lei, accusandola di aver stuprato una suora?

"Non ho prove per sostenerlo".

E le prove del complotto dei giudici, ce le ha?

"No".

Definisce la sua accusatrice "povera suora". Quindi non le serba rancore?

"L'ho perdonata. Ma spero che anche lei chieda perdono alla Madonna per quanto ha fatto. Per le sofferenze che mi ha inflitto senza motivo".

Ha perdonato anche i giudici?

"No, loro non li perdono. Dovevano scagionarmi subito. Contro di me non c'era nulla. Ma i giudici si sentivano Dio. Ora chi pagherà per i loro sbagli?".

Nel 2006 mass media e opinione pubblica si schierarono contro di lei dopo la diffusione di intercettazioni con varie donne. Se lo ricorda, vero?

"Eccome se me lo ricordo. Fu uno sbaglio parlare al telefono in quel modo. Mi pentii subito. Ma quelle frasi non c'entravano nulla con le accuse assurde che mi furono poi rivolte e per le quali ho pagato un prezzo indicibile".

Cosa l'ha aiutata a superare i momenti più difficili?

"Il ricordo di mia madre. L'ho persa quando avevo poco più di 5 anni e lei appena 33. Era una donna molto religiosa".

Con lei ha imparato le prime preghiere?

"Mi baciava sulla guancia e mi diceva che così avrei sentito l'alito dell'amore di Gesù".

Cosa l'ha fatta più soffrire nella sua odissea giudiziaria?

"Tante cose. Ma la pugnalata più sanguinosa l'ha inferta il tribunale della chiesa, proibendomi di dire messa e di impartire i sacramenti. Ho scritto anche al Papa, per supplicarlo di restituirmi la gioia di celebrare l'eucarestia".

È stato costretto ad appendere il saio al chiodo.

"No. Il saio è la mia pelle. Non potranno togliermelo neppure quando sarò morto".

Continua la sua battaglia per essere riaccolto in quella "sacra famiglia" che seguita a considerarla un reprobo.

"È una sensazione terribile. Mi sento come un pesce che boccheggia in riva al mare".

Un pesce che boccheggia, ma che intanto è stato promosso "assessore".

"Macché assessore. Resto solo padre Fedele. Non mi sono mai montato la testa io".

Neppure quando era un habitué dei salotti televisivi?

"Ogni strumento è buono, se il fine è aiutare il prossimo".

Da oggi dovrà occuparsi, "istituzionalmente", dell'assessorato alla povertà.

"Ma sono 60 anni che io mi occupo dei poveri. La mia vita non cambia dopo questa nomina".

Una nomina che si aspettava?

"No, non me l'aspettavo. Si figuri che il sindaco è di centrodestra, mentre io alle ultime amministrative ho votato per la sinistra".

E, nonostante questo, il sindaco l'ha voluta in giunta?

"Sì, una scelta che ha sorpreso anche me".

Quali sono le sue priorità "politiche"?

"Non voglio più vedere gente che rovista tra i rifiuti per cercare qualcosa da mangiare. E tutti devono avere un letto al coperto, nessuno deve dormire sotto i ponti. Io l'ho fatto per mesi e so cosa si prova".

Ha dormito sotto i ponti?

"Sì, insieme ai barboni. Ero il loro confessore. Mi consideravano un amico".

Quanto guadagnerà da assessore?

"Neanche un euro. Se mi daranno qualcosa la devolverò ai poveri. Anche loro hanno diritto a un reddito minimo di cittadinanza".

Che fa, copia i Cinque stelle?

"I Cinque che?".

I Cinque stelle, il partito di Grillo.

"Io di stelle conosco solo quelle che compongono la corona della Madonna".

È ancora capo ultrà dei tifosi del Cosenza Calcio?

"Certo. La fede calcistica fa parte della mia vita. Inoltre tanti giovani conosciuti nelle curve degli stadi si sono trasformati in meravigliosi assistenti che mi accompagnano e mi sostengono nelle mie missioni in varie parti del mondo".

Ultrà che usano le mani non per picchiare i tifosi avversari, ma per soccorrere i più bisognosi. Praticamente un miracolo.

"È la conferma che i miracoli si compiono davvero. In Africa con questi ragazzi ci siamo ammalati insieme di malaria. Insieme siamo guariti e insieme abbiamo alleviato le sofferenze dei più bisognosi. Ma sa qual è il mio orgoglio più grande?".

Quale?

"Sapere che quei ragazzi che sono venuti con me in Africa, oggi continuano a fare volontariato a fianco degli ultimi, dei diseredati. Giovani che non hanno paura di sacrificarsi e che continuano ad andare nel Terzo mondo anche senza di me".

Lei è riuscito a redimere perfino la pornostar Luana Borgia.

"Se è per quello ho frequentato anche i festival erotici per raccogliere fondi per i bambini africani".

Pornostar e festival erotici. Non proprio ambienti adeguati a un sant'uomo.

"Gli ambienti raffinati non fanno per me. Preferisco le prostitute per salvarle dalla strada; i black bloc per convincerli a non essere violenti; i drogati per aiutarli a uscire dalla schiavitù del buco. Da medico (padre Fedele è laureato, oltre che in Teologia, anche in Medicina, ndr) sono rimasto a fianco delle donne che volevano abortire, cercando di far capire loro che avevano in grembo il più grande dono di Dio. Quanto poi al sant'uomo...".

Ora a quale progetto sta lavorando?

"Alla costruzione di un piccolo ospedale pediatrico in Madagascar. Chiunque voglia darmi una mano può fare un versamento, anche di pochi euro, sul conto corrente postale 87615076 intestato a Il paradiso dei poveri".

Quando l'ospedale sarà terminato ci mandi una fotografia.

"Promesso. Parola di collega".

In che senso "collega"?

"Anch'io sono giornalista. E i giornalisti sono missionari".

"Missionari" di cosa?

"Missionari della verità".

E lei la verità l'ha detta sempre?

"Quasi sempre".

Luttazzi, la vita distrutta per una telefonata sbagliata, scrive Valter Vecellio il 27 luglio 2016 su “Il Dubbio”. È un caldo giorno di giugno di quarantasei anni fa; un poliedrico artista di successo, attore, cantante, direttore di orchestra, musicista, regista, scrittore, showman, conduttore televisivo e radiofonico senza sapere neppure perché si trova ammanettato e gettato in galera. Quell’artista si chiama Lelio Luttazzi; viene arrestato assieme a un altro attore all’apice del suo successo, Walter Chiari. Le accuse parlano di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Poi si saprà che tutto si regge su un qualcosa di incredibile: un giorno, non si ricorda neppure quando, si è limitato a “girare” a uno sconosciuto, che poi si scopre essere uno spacciatore, un messaggio che gli ha affidato l’amico Walter Chiari. Non ha fatto altro: qualcosa tipo: «Walter dice che…». Per quel “messaggio” trascorre trentatré giorni in carcere; poi, finalmente lo rilasciano: la sua posizione chiarita. Si rendono conto che è innocente, colpevole di nulla, estraneo a tutto. Insomma, un clamoroso errore giudiziario; nel frattempo qualcosa “dentro” si rompe, nulla più è come prima. Luttazzi si ritira: quello che patisce non si sana, è irrisarcibile, quello che si è incrinato, è incrinato per sempre. Ne deve passare del tempo, prima che riesca a trovare la forza e la voglia per apparire in qualche rara trasmissione televisiva, di incidere qualche cd con musiche come l’amato swing. Perché ricordare questa vicenda? Intanto perché è sempre serbarne la memoria, il nostro è un paese dal facile crucifige, dove spesso colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, poi si rivelano innocenti. Quei trentatré giorni di prigione, quel macroscopico errore giudiziario, per concludere che le accuse sono senza fondamento per Luttazzi sono una ferita irrimarginabile, la vita cambia e nulla è più come prima. «Pesa. Ci faccio i conti in continuazione», racconta. Parte di quel trauma è raccontato in un libro, Operazione Montecristo (Mursia editore). Lo definisce «uno sfogo e un modo per sopravvivere. Stavo in galera, chiuso in una celletta d’isolamento piccolissima, bugliolo, secchio. Come le bestie. Avevo ottenuto dei quaderni e delle matite. Uno sfogo e un passatempo». Uno sfogo e un passatempo… Il tempo, si dice, placa e attutisce. Luttazzi conferma e insieme smentisce: «Il rancore si è stemperato negli anni. Però per l’ingiustizia subita ho ancora parecchio fastidio. Proprio io che sono sempre stato contrario alle droghe, mai una prova che l’avessi presa perché non l’ho mai presa in vita mia. E poi, Walter. Tutti lo dicevano, ma io lo difendevo, non l’ho mai visto fare queste cose. E stavamo sempre insieme. Certo era sfrenato, sempre sopra le righe anche in casa, avrei dovuto capire…». Il pensiero poi corre a Enzo Tortora: «Poveraccio, l’hanno assassinato. Andai a trovarlo in ospedale, e ho pianto. Ecco se con qualcuno devo ancora avercela, è con i giudici che neanche nel caso Tortora capirono…». Capirono… Più propriamente non vollero capire: perché capire si poteva e doveva subito; e in particolare avrebbero dovuto e potuto capire proprio i magistrati. Una vita cambiata, stravolta: «Per tanto tempo mi sono portato dentro una rabbia senza fine contro il Pubblico Ministero che mi aveva interrogato, e non mi aveva creduto». Luttazzi non viene creduto. Irrilevante ci siano o no delle prove, lo si sbatte in carcere perché, “semplicemente”, non viene creduto…Uscito dal carcere. Luttazzi si ritira. La tempra del tenace triestino gli consente di resistere, in qualche modo aiuta; e infatti, ogni tanto, lo si ritrova: una serie di concerti jazz di cui è grande appassionato; uno, al Teatro all’aperto a Villa Margherita, è memorabile, gli viene conferito il premio “Una vita per il Jazz”. Dopo un lungo silenzio, nel 2005 esce il cd “Lelio Luttazzi and Rai Orchestra 1954”: sono le registrazioni storiche della radio degli anni ‘50, trasmesse dalla radio appunto nel 1954; sono brani suoi, ma anche interpretazioni di Parlami d’amore Mariù, di Vittorio De Sica, un omaggio a Cole Porter, e un duetto con Gorni Kramer. Poi, eccolo ospite d’onore, nell’ottobre 2006, di Fiorello Viva Radio2, che in quell’occasione va in onda contemporaneamente alla radio e in televisione. Due anni dopo va da Fabio Fazio, a Che tempo che fa; e il 19 febbraio del 2009 partecipa al Festival di Sanremo condotto da Paolo Bonolis; in quell’occasione accompagna al pianoforte Arisa, che canta Sincerità. Da un anno è tornato a vivere, definitivamente, a Trieste assieme alla moglie Rossana. Per l’occasione Pupi Avati gira un film-documentario, Rai5 lo manda in onda il 30 ottobre 2011. Luttazzi, “El can de Trieste”, è già morto. Una lunga malattia, l’8 luglio 2010, lo stronca. Ha 87 anni. Stile impeccabile, colto, elegante e scanzonato conduttore di una storica trasmissione radio, Hit Parade, ma anche tantissime altre cose… Per dire: è lui che scrive le colonne sonore di alcuni film che sono “classici”, come Totò, Peppino e la Malafemmina; e forse non tutti sanno che ha avuto anche esperienze di attore. Per esempio ne L’Ombrellone di Dino Risi; ma anche L’avventura di Michelangelo Antonioni; Oggi, domani, dopodomani di Marco Ferreri, Luciano Salce, Eduardo De Filippo; L’illazione che anche dirige. E l’impegno politico? C’è stato anche questo. Rigorosamente laico con venature anticlericali, gli si accredita una fama di craxiano. «Tutto cominciò - spiega - perché portavo un garofano all’occhiello come Cole Porter, e allora mi avvicinai a quel partito». Certo non di destra, “senza fanatismi”; e diffidente d’istinto quando sente parlare di “patria”: «Io mi sono fatto tutto il fascismo, con quella parola usata come scusa per uccidere la libertà». Si iscrive anche al Partito Radicale. Marco Pannella lancia la campagna: “Diecimila iscritti entro il 31 dicembre del 1986”, pena lo scioglimento. In quell’occasione, per restare ai soli personaggi dello spettacolo, si iscrivono, “perché il Partito Radicale viva”, Dario Argento e Liliana Cavani, Damiano Damiani e Giorgio Albertazzi; Pino Caruso e Carlo Giuffré, Enrico Maria Salerno e Mario Scaccia, Ugo Tognazzi Roberto Herlitza, Domenico Modugno, Claudio Villa, Rita Pavone e Teddy Reno… e tra loro, appunto, Luttazzi.

Errori giudiziari, in 24 anni 24 mila innocenti in cella. Costa: «Numeri patologici». Docufilm dall’idea di due giornalisti e un avvocato. Cifre sconcertanti: dal 1992 lo Stato ha pagato 630 milioni per ingiusta detenzione. A Napoli record-indennizzi: 144 casi nel 2015. A Torino «solo» 26. Le disavventure di gente famosa e cittadini sconosciuti, scrive Alessandro Fulloni il 30 giugno 2016 su "Il Corriere della Sera". Nomi e cognomi. Condanne. Poi il dietrofront: ci siamo sbagliati, siete liberi. In Italia è successo 24 mila volte a partire dal 1992, quando venne introdotto l’istituto per la riparazione per ingiusta detenzione. In cella tanti sconosciuti: Fabrizio Bottaro, designer di moda, accusato di rapina, un mese in carcere, 9 ai domiciliari: assolto perché il fatto non sussiste. Daniela Candeloro, commercialista, 4 mesi e mezzo in carcere, 7 e mezzo ai domiciliari per bancarotta fraudolenta: assolta con formula piena dopo un processo di 6 anni. Lucia Fiumberti, dipendente provinciale, arrestata per falso in atto pubblico, 22 giorni di custodia cautelare: assolta per non aver commesso il fatto. Vittorio Raffaele Gallo, dipendente delle Poste, 5 mesi di carcere, 7 ai domiciliari per rapina: assolto per non aver commesso il fatto dopo 13 anni. Antonio Lattanzi, assessore comunale, arrestato per tentata concussione e abuso d’ufficio 4 volte nel giro di due mesi, 83 giorni di carcere: sempre assolto. Non mancano volti noti, se non celeberrimi: Enzo Tortora, Lelio Luttazzi, le attrici Serena Grandi e Gioia Scola. Bisogna partire da questo sconfinato elenco per inquadrare «Non voltarti indietro», un docufilm presentato ai festival di Pesaro e di Ischia, incentrato sulle storie di 5 vittime di errori giudiziari, scelte fra le centinaia e centinaia di casi che ogni anno si verificano in Italia. «Numeri patologici» li definisce il ministro agli Affari Regionali Enrico Costa che li ha resi noti annualmente, sin da quando era vice ministro alla Giustizia sempre nel governo Renzi. I loro nomi e le accuse compaiono alla fine, prima dei titoli di coda. Perché in fondo la sostanza di quelle accuse è falsa, non esiste. Esiste, invece, il viaggio materiale, psicologico e umano che una persona che sa di essere innocente compie quando è privata della libertà. Un’esperienza che chiede di non voltarsi indietro, appunto, anche se certi segni - l’ansia per gli spazi chiusi, alla vista di un furgone della penitenziaria o del lampeggiante di una sirena - non si possono cancellare. Storie che sono tratte dal sito errorigiudiziari.com curato da due giornalisti, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, e un avvocato, Stefano Oliva. Tutte e tre romani. Tutti e tre sulla cinquantina. E tutti liceali negli stessi anni nello stesso classico, il Giulio Cesare di Roma: amici che si appassionarono al caso che vide ingiustamente arrestato per la violenza nei confronti della figlia, una bimbetta di anni, un professore di matematica, Lanfranco Schillaci. Era il 23 aprile 1989. Si scoprì poi che quei lividi sul corpicino della piccola erano dovuti a una patologia tumorale che ne causò la morte tempo dopo. E non ad abusi. Una vicenda di cui si parlò nelle case di tutta Italia. Prima per il delitto commesso dal presunto mostro. Poi per le conseguenze del clamoroso abbaglio giudiziario. Lattanzi e Maimone successivamente raccolsero le storie in un saggio edito da Mursia - «Cento volte ingiustizia» - poi «aggiornato» nel sito, divenuto un imponente e aggiornatissimo database che non ha eguali in Europa. Ma prima del film ci sono i numeri. Sconcertanti. Il dato complessivo lascia senza parole. Il risarcimento complessivo versato alle vittime della «mala-giustizia» ammonta a 630 milioni di euro. Indennizzi previsti dall’istituto della riparazione per ingiusta detenzione, introdotto con il codice di procedura penale del 1988, ma i primi pagamenti – spiegano dal Ministero – sono avvenuti solo nel 1991 e contabilizzati l’anno successivo: in 24 anni, dunque, circa 24 mila persone sono state vittima di errore giudiziario o di ingiusta detenzione. L’errore giudiziario vero e proprio è il caso in cui un presunto colpevole, magari condannato in giudicato, viene finalmente scagionato dalle accuse perché viene identificato il vero autore del reato. Situazioni che sono circa il 10 per cento del totale. Il resto è alla voce di chi in carcere non dovrebbe starci: custodie cautelari oltre i termini, per accuse che magari decadono davanti al Gip o al Riesame. In questo caso sono previsti indennizzi, richiesti «automaticamente» - usiamo questo termine perché la prassi è divenuta inevitabile - dagli avvocati che si accorgono dell’ingiusta detenzione. Il Guardasigilli ha fissato una tabella, per questi risarcimenti: 270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in gattabuia e 135 ai domiciliari. Indennizzi comunque in calo: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47. Mentre nel 2004 furono 56. Ridimensionamento - in linea con una sorta di «spendig review» - che viene dall’orientamento della Cassazione che applica in maniera restrittiva un codicillo per cui se l’imputato ha in qualche modo concorso all’esito della sentenza a lui sfavorevole - poniamo facendo scena muta all’interrogatorio - non viene rimborsato. In termini assoluti e relativi, gli errori giudiziari si concentrano soprattutto a Napoli: 144 casi nel 2015 con 3,7 milioni di euro di indennizzi. A Roma 106 casi (2 milioni). Bari: 105 casi (3,4 milioni). Palermo: 80 casi (2,4 milioni). La situazione pare migliorare al Nord: per Torino e Milano rispettivamente 26 e 52 casi per 500 mila e 995 mila euro di indennizzi. Alla detenzione si accompagna il processo, che può durare anni. Quando l’errore subito viene accertato, la vita ormai è cambiata per sempre. C’è chi riesce a rialzarsi, magari realizzando un obiettivo rimasto per tanto tempo inespresso. E chi resta imbrigliato nell’abbandono dei familiari, nella perdita del lavoro, nella necessità di tirare a campare con la pensione. Il docufilm, attraverso le storie dei protagonisti, racconta tutte e due le facce della medaglia. Dove non arrivano le immagini 8girate da Francesco Del Grosso che ha diretto il docufilm) nelle carceri e le interviste, scelte e montate con ritmo narrativo e supportate dalle musiche originali di Emanuele Arnone, sono i disegni di Luca Esposito a ricostruire le vicende di malagiustizia.

Gli errori giudiziari, da Enzo Tortora a Giuseppe Gulotta.

Giuseppe Gulotta. Il più clamoroso errore giudiziario della storia repubblicana: 22 anni in carcere da innocente con l’accusa di aver ucciso due carabinieri ad Alcamo Marina, nel 1976. Aveva confessato sotto tortura. E’ stato risarcito con 6,5 milioni ad aprile di quest’anno. Ma i suoi avvocati, Pardo Cellini e Baldassarre Lauria, hanno fatto ricorso perché i giudici non hanno calcolato i danni morali ed esistenziali: chiedono 56 milioni di euro.

Daniele Barillà. Scambiato nel ’92 per un trafficante internazionale di droga per il semplice fatto che aveva un’auto e una targa molto simili a quelle di un narcotrafficante pedinato dai carabinieri. Sette anni e mezzo in carcere. Risarcito con 4,6 milioni di euro.

Domenico Morrone. Accusato nel 1991 dell’omicidio di due minorenni, in realtà uccisi dal figlio di una donna che i ragazzi avevano scippato pochi giorni prima. Sconta 15 anni di ingiusta detenzione (di cui 11 e mezzo in carcere e il resto in regime di semilibertà). Risarcito con 4,5 milioni di euro.

Melchiorre Contena. Passa quasi trent’anni in carcere con l’accusa di sequestro di persona e omicidio del rapito che risale al 1977. Incastrato da un presunto testimone (con 30 denunce per falsa testimonianza, furto e simulazione), in realtà è innocente. Ma sconterà tutta la pena, prima di essere prosciolto dopo un processo di revisione nel 2008.

Giancarlo Noto. Un testimone oculare giura di averlo riconosciuto come autore di una rapina ai danni di un’anziana. Ma il test del Dna su indumenti e passamontagna lasciati dai banditi sul luogo del reato lo scagiona completamente. Dopo aver passato un anno e tre giorni in carcere da innocente, viene risarcito nel 2014 con 85 mila euro.

Claudio Ribelli. Accusato di essere stato il complice di una rapina nel 2010 da una donna che prima lo scagiona e poi ci ripensa. Assolto grazie a una telecamera di sorveglianza: aveva solo incontrato il bandito la mattina al bar. Risarcito con 91 mila euro.

Serena Grandi. Nel 2003 è costretta agli arresti domiciliari per quasi sei mesi, coinvolta in un’inchiesta su un giro di droga e prostituzione. «Mi hanno rovinato la vita, annientato la carriera. Ho passato mesi a letto», dirà in seguito. Nel 2009 la sua posizione viene archiviata. Ha avuto 60 mila euro per ingiusta detenzione.

Gigi Sabani. Accusato di induzione alla prostituzione nei confronti di due aspiranti soubrette, nel 1996 viene messo agli arresti domiciliari per 13 giorni. Sette mesi dopo, viene disposta l’archiviazione nei suoi confronti. Ottiene 24 milioni di lire come riparazione per ingiusta detenzione. Dieci anni dopo morirà per un infarto.

Gioia Scola. «Mi arrestarono sulla base dei racconti di un pentito il 7 giugno ’95. Mi contestavano di essere la mente di un traffico internazionale di stupefacenti fra il Brasile e l’Italia». Lei era davvero stata a Rio de Janeiro, nel ’92, per un intervento di chirurgia estetica nella celeberrima clinica di Ivo Pitanguy, e lì aveva avuto un fugace flirt con Vincenzo Buondonno, poi ammanettato perché trafficante. Nient’altro. Per dimostrarlo ci sono voluti 12 anni. Ha avuto 62 mila euro per ingiusta detenzione.

Lelio Luttazzi. Nel giugno del ’70, all’apice del successo, viene arrestato con Walter Chiari per spaccio di droga. Tutto per colpa dell’intercettazione di una telefonata in cui si era limitato a girare a uno sconosciuto, che si rivelò poi uno spacciatore, un messaggio di Chiari. Dopo 27 giorni in cella viene rilasciato, la sua posizione processuale stralciata.

Enzo Tortora. Errore giudiziario epocale. Fu accusato di gravi reati, ai quali in seguito risultò totalmente estraneo, sulla base di accuse formulate da soggetti provenienti da contesti criminali; fu per questo arrestato e imputato di associazione camorristica e traffico di droga. Dopo 7 mesi di reclusione la sua innocenza fu dimostrata e riconosciuta e venne infine definitivamente assolto. Durante questo periodo, Tortora fu eletto eurodeputato per il Partito Radicale, di cui divenne anche presidente. Tortora morì poco dopo la sentenza che metteva fine al suo calvario.

Lo sfregio dell'ex pm Grasso: negato il Senato per Tortora. Il presidente vieta l'incontro: fuori da fini istituzionali Poi tira fuori la par condicio: la compagna di Tortora è candidata, scrive Patricia Tagliaferri, Sabato, 18/06/2016, su "Il Giornale". La vicenda del protagonista di uno degli errori giudiziari più clamorosi della nostra storia, di un uomo che ha saputo trasformare la sua sofferenza di innocente stritolato da una giustizia ferma al Medioevo e dall'assenza di diritto in una battaglia per una giustizia giusta, «non è collegata alle finalità istituzionali del Senato». Almeno non è lo per chi, da quando non è più magistrato, il Senato lo presiede, Pietro Grasso, il quale non ha concesso alla compagna di Tortora, Francesca Scopelliti, una delle sale di Palazzo Madama per presentare «Lettere a Francesca», il libro che raccoglie una selezione delle struggenti missive scritte in carcere dal conduttore Tv ammanettato nel giugno del 1983 e divenute ora testimonianza della battaglia politica che Tortora ha combattuto fino all'ultimo insieme al partito Radicale per l'affermazione della responsabilità civile dei magistrati, della terzietà del giudice e della separazione delle carriere. A 33 anni dal suo arresto sulla base di false accuse per associazione camorristica e spaccio di droga, Tortora fa ancora discutere. La polemica la solleva la stessa Scopelliti presentando il libro insieme al presidente dell'Unione delle Camere penali, Beniamino Migliucci. Presentazione che dopo l'illustre «sfratto» è avvenuta al Tempio di Adriano, con Emma Bonino e Giuliano Ferrara. È lei a raccontare che l'incontro si sarebbe dovuto tenere nel Palazzo della Minerva, nella biblioteca del Senato, sede che aveva chiesto come ex senatrice e che le era stata concessa, tanto che erano già partiti i primi inviti con quell'indicazione. Mancava solo il sigillo della presidenza. Ma gli uffici di Grasso hanno detto no, anche se ora corrono ai ripari ponendo una questione di par condicio: per il portavoce del presidente la sala è stata negata perché la Scopelliti è candidata al consiglio comunale di Milano e l'evento di ieri era troppo a ridosso del ballottaggio. È del 7 giugno la lettera in cui la coordinatrice della segreteria del presidente Grasso scrive che «la presentazione del libro non è collegata alle finalità istituzionali del Senato». La Scopelliti legge e non riesce a credere che esuli dalle finalità del Senato il racconto di un uomo che ha trasformato l'infamia subita in una battaglia non tanto per dimostrare la sua innocenza ma per parlare del «caso Italia». Un paese dove, come scriveva Tortora, «solo i bimbi, i pazzi e i magistrati non rispondono dei loro crimini» e dove un uomo onesto può diventare «bersaglio» della «miserabile vanità di due Autorevoli che non possono per definizione sbagliare». La risposta della Scopelliti arriva il 16 giugno. In essa elenca i motivi per i quali le lettere avrebbero dovuto avere la giusta attenzione del Senato. «Il libro - spiega a Grasso - parla di un uomo perbene, accusato da alcuni magistrati per male che nonostante questo hanno fatto carriera, denuncia il nostro sistema penale che abbisogna di una riforma non più rinviabile proprio perché non ci siano più innocenti in carcere e il nostro sistema carcerario più volte denunc