Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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GIUSTIZIOPOLI

 

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA DELL’INGIUSTIZIA

OSSIA, LA LEGGE DEL PIU’ FORTE,

NON LA FORZA DELLA LEGGE

DISFUNZIONI DEL SISTEMA CHE COLPISCONO IL SINGOLO

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

 

 

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli.

Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."

di Antonio Giangrande

*****

 

 

 

INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

Difficilmente si troverà nel mondo editoriale un’opera come questa: senza peli sulla lingua (anzi sulla tastiera). Nell’affrontare il tema della Giustizia non si può non parlare dei tarli che la divorano e che generano Ingiustizia e Malagiustizia.

La MALAGIUSTIZIA, oggetto della presente opera, è la disfunzione ed i disservizi dell’amministrazione della Giustizia che colpiscono la comunità: sprechi, disservizi, insofferenza che provocano sfiducia verso le istituzioni ed il sistema. Quindi si può dire che la Malagiustizia è la causa dell’Ingiustizia.

L’INGIUSTIZIA è l’effetto che la malagiustizia opera sui cittadini: ossia le pene, i sacrifici e le sofferenze patite dai singoli per colpa dell’inefficienza del Sistema sorretto e corrotto da massonerie, lobbies e caste autoreferenziali attinti da spirito di protagonismo e con delirio di onnipotenza: giudicanti, ingiudicati, insomma, CHE NON PAGHERANNO MAI PER I LORO ERRORI e per questo, sostenuti dalla loro claque in Parlamento, a loro si permette di non essere uguali, come tutti, di fronte alla legge!!! 

Della malagiustizia si parla in un’inchiesta ed in un libro a parte. Dei legulei, ossia degli operatori della giustizia, si parla dettagliatamente anche di loro in altra inchiesta ed in altro libro.

 

 

LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI ?!?!

LA GIUSTIZIA E' DI QUESTO MONDO ?!?!

"Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato. I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla."

di Antonio Giangrande

 

GIUSTIZIOPOLI

L'INGIUSTIZIA CHE COLPISCE IL SINGOLO

 

SOMMARIO PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

ONESTA’ E DISONESTA’.

OTTENERE IL RISARCIMENTO PER INGIUSTA DETENZIONE È UN’ODISSEA.

RISARCIMENTO PER I PROCESSI LUNGHI. LEGGE PINTO? NO! LEGGE TRUFFA!

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

PARLIAMO DI INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA.

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

GIUSTIZIALISTI: COME LA METTIAMO CON GLI ERRORI GIUDIZIARI?

PARLIAMO DI INTERCETTAZIONI: LECITE, AMBIGUE, SELVAGGE.

PARLIAMO DELLE OFFESE DEL PUBBLICO MINISTERO ALL’IMPUTATO.

PARLIAMO DI TORTURA E VIOLENZA DI STATO.

SCIENZA E GIUSTIZIA.

LA RETORICA COLPEVOLISTA DELLA GIUSTIZIA MEDIATICA.

ASSOLTI. PERO’…

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

TOTO' CUFFARO: "LE MIE PRIGIONI".

L'INGIUSTIZIA NON E' UNA UTOPIA: E' REALTA'.

ANTONIO GIANGRANDE, GABRIELLA NUZZI, SILVIO BERLUSCONI: LE RITORSIONI DEI MAGISTRATI.

INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

INGIUSTIZIA. PARLIAMO DI DANTE BRANCATISANO. DETENUTO SENZA COLPA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA……

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

INNOCENTE PER LEGGE, MA ‘NDRANGHETISTA PER SEMPRE.

LA TORTURA DI STATO, L'INTERVENTO DEL PAPA E L'INFERNO DEI RISARCIMENTI.

L’ERRORE GIUDIZIARIO: INNOCENTI IN CELLA, ASSOLTI ED ARCHIVIATI.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

IL SUD TARTASSATO.  

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

DETENUTO SUICIDA IN CARCERE? UNO DI MENO!!!

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: FACCIAMO CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

SPECULAZIONE E BANCHE: ECONOMIA CHE UCCIDE.

SINISTRA ED IDEOLOGIA: L'ECONOMIA CHE UCCIDE.

SINISTRA ED ISLAM: L'IDEOLOGIA CHE UCCIDE.

SINISTRA E MAGISTRATI. LA GIUSTIZIA CHE UCCIDE L'ECONOMIA.

PROCESSATE BOSSI ED I LEGHISTI.

I GRANDI PROCESSI DEL 2014 ED I GRANDI DUBBI: A PERUGIA, KERCHER; A TARANTO, SCAZZI; A TORINO, ETERNIT; A MILANO, STASI; SENZA DIMENTICARE CUCCHI A ROMA.

SLIDING DOORS A MILANO: CRISAFULLI E BARILLA'. LA VITA CAMBIATA SENZA SAPERE UN CAZZO.

CASO MARO’. ITALIANI POPOLO DI MALEDUCATI, BUGIARDI ED INCOERENTI. DICONO UNA COSA, NE FANNO UN’ALTRA.

L’AQUILA NERA E L’ARMATA BRANCALEONE.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

IN TEMA DI GIUSTIZIA E DI INFORMAZIONE CHI SBAGLIA PAGA? IL DELITTO DI PERUGIA. AMANDA E RAFFAELE COLPEVOLI DI INNOCENZA.

CARCERE. INFERNO SENZA ACQUA.

DONNE IN CARCERE. LA DISCRIMINAZIONE DIETRO LE SBARRE.

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

BREGA MASSONE: CONDANNATO IN TV.

IMPRENDITORIA CRIMINOGENA. SEQUESTRI ED AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. A CHI CONVIENE?

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

CONDANNA DEFINITIVA REVOCATA? NON E' PIU' UN TABU'.

L’ASINARA, PIANOSA ED IL FATTORE “M”.

CARCERI A SORPRESA. LE CELLE LISCE E LE ISPEZIONI SENZA PREAVVISO.

INCHIESTA. IL CARCERE, I CARCERATI, I PARENTI DEI CARCERATI ED I RADICALI…….

L’ITALIA COME LA CONCORDIA. LA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

 

SOMMARIO SECONDA PARTE

 

LA PRESCRIZIONE. LA GARANZIA PER GLI INNOCENTI CHE I GIUSTIZIALISTI NON VOGLIONO.

PRESCRIZIONE. MANLIO CERRONI ED I 14 ANNI DI SOFFERENZA DA INNOCENTE.

MAGISTRATURA SENZA VERGOGNA.

L’ITALIA DEI MORALISTI CON LA MORALE DEGLI ALTRI.

STORIE DI MAFIOSI E PARA MAFIOSI.

POTENTE UGUALE IMPUNITO.

FIDARSI DELLE ISTITUZIONI. I CITTADINI: NO GRAZIE!! CHI CONTROLLA I CONTROLLORI?

INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI? UNA BALLA. LO STRAPOTERE DEI MAGISTRATI E LA VICINANZA DEI GIUDICI AI PM, OLTRE LA CORRUTTELA.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

FINANZA E GIUSTIZIA.

RESPONSABILITA' DELLE TOGHE? LA SINISTRA: NO GRAZIE!!!

LA SINISTRA E LE TOGHE D’ASSALTO

LA VERA STORIA DI CORRADO CARNEVALE ED I MAGISTRATI POLITICIZZATI E PIGRI.

SENTIAMO KARIMA EL MAHROUG, DETTA RUBY.

SENTIAMO CESARE BATTISTI.

YARA E' SEMPRE. SBATTERE IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA.

L'ULTIMO AFFRONTO AD ENZO TORTORA.

LA REPUBBLICA DEI MAGISTRATI.

GIUSTIZIA E POLITICA MADE IN SUD.

COLPEVOLE DI ESSERE INNOCENTE.

CHE INGIUSTIZIA PERO'!!! DAI CARABINIERI ENTRI VIVO E NE ESCI MORTO O SCONTI LA PENA NELLA CELLA ZERO. 

IL CARCERE E LA GUERRA DELLE BOTTE. 

DELITTO DI STATO. FEDERICO PERNA.

POLIZIA, POLIZIA PENITENZIARIA E CARABINIERI: ABBIAMO UN PROBLEMA?

LA LEGGE NON AMMETTE IGNORANZA?

INGIUSTIZIA: IMMENSA BIBLIOGRAFIA.

LA METASTASI DELLA GIUSTIZIA. IL PROCESSO INDIZIARIO. IL PROCESSO DEL NULLA. UOMO INDIZIATO: UOMO CONDANNATO.

PARLIAMO DEL REATO DI MAFIA.

DIRITTO CERTO E UNIVERSALE. CONTRADDIZIONI DELLA CORTE DI CASSAZIONE: CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA, UN REATO CHE ESISTE; ANZI NO!!.

G8 E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLO STATO.

AMANDA KNOX, RAFFAELE SOLLECITO E GLI ALTRI. TORTURATI IMPUNEMENTE DALLA GIUSTIZIA.

BERLUSCONI E LA GUERRA PERSECUTORIA DEI MAGISTRATI.

DOPO BERLUSCONI, I RIVA. ILVA E GLI ESPROPRI PROLETARI.

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

IN ITALIA UN ERRORE GIUDIZIARIO GRAVE OGNI DUE MAGISTRATI.

QUANDO IL PM SBATTE IL VIP IN CARCERE PER ANDARE IN PRIMA PAGINA.

IL PROFESSORE DI SALUZZO, LE ALLIEVE E LA GIUSTIZIA ITALIOTA.

L'INGIUSTIZIA E LA FICTION.

LA DRAMMATICA LETTERA DI GAIA TORTORA A “IL TEMPO” SULLA GIUSTIZIA ITALIANA.

QUANDO IL PM SBATTE IL VIP IN CARCERE PER ANDARE IN PRIMA PAGINA.

GLI INNOCENTI? PARLIAMONE....

DELINQUENTE A CHI?

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

IL CSM ASSOLVE IL GIUDICE ROSSO CHE ANDAVA A CACCIA CON I BOSS.

INNOCENTI IN CARCERE: ECCONE UN ALTRO. GIOVANNI DE LUISE.

INNOCENTI IN CARCERE: ECCONE UN ALTRO. MAURIZIO BOVA.

LA SCIENZA LO DICE: I MAGISTRATI FANNO POLITICA. I ROSSI ATTACCANO. GLI AZZURRI INSABBIANO.

TRAMONTO ROSSO. I COMUNISTI E LA GIUSTIZIA.

BERLUSCONI E GLI ALTRI. I MAGISTRATI FANNO QUEL CHE “CAZZO” VOGLIONO.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

TRIBUNALI SPECIALI. QUELLO CHE SUCCEDE A SILVIO BERLUSCONI, CAPITA A TUTTI GLI ITALIOTI, CHE SUBISCONO E TACCIONO........ED I GIORNALISTI OMERTOSI: "MUTI SONO".

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

LE TOGHE IGNORANTI.

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI. DISCUTIAMO DELLA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

C’E’ UN GIUDICE A BERLINO!

IL PAESE DEL GARANTISMO IMMAGINARIO.

I GIOVANI VERGINELLI ATTRATTI DAL GIUSTIZIALISMO.

MANETTE FACILI ED OMICIDI DI STAMPA E DI STATO: I PROCESSI TRAGICOMICI.

MARIO MORI E LA MAGISTRATURA.

ED IL CITTADINO COME SI DIFENDE? CON I REFERENDUM INUTILI ED INAPPLICATI.

LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO E LA DINASTIA DEGLI ESPOSITO.

CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

IL CASO DI MARCELLO LONZI.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

MAGISTRATI: IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

IN ITALIA, VINCENZO MACCARONE E' INNOCENTE.

TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

ANTONIO ESPOSITO COME MARIANO MAFFEI.

PARLIAMO DI FERDINANDO ESPOSITO.

GIUDICE ANTONIO ESPOSITO: IMPARZIALE?

IL PDL LICENZIO' SUO FRATELLO.

PROCESSO MEDIASET. LA CONDANNA DI SILVIO BERLUSCONI.

BERLUSCONI: CONFLITTO INTERESSI; INELEGGIBILITA’; ABITUALITA’ A DELINQUERE. MA IN CHE ITALIA VIVIAMO?

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

CORRUZIONE: MANETTE A GIUDICI ED AVVOCATI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SE SCRIVI DI LORO TE LA FANNO PAGARE.

GLI ABUSI DEI GENERALI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

MAGISTRATI. CON LA DESIRE' DIGERONIMO I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA?!?

ITALIA, CULLA DEL DIRITTO NEGATO. STORIE DI FALLIMENTI.

MEZZO SECOLO DI GIUSTIZIA ITALIANA A STRASBURGO: UN’ECATOMBE.

LO STATO DELLA GIUSTIZIA VISTO DA UN MAGISTRATO.

LA MALAGIUSTIZIA E L’ODIO POLITICO. LA VICENDA DI GIULIO ANDREOTTI.

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA.

CITTADINI ROVINATI DALLA GIUSTIZIA.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SE QUESTA E’ GIUSTIZIA.

GIUSTIZIA. QUELLO CHE NON SI DICE.

SEI IN CARCERE? CREPA!

SPECULATORI DELLA SOFFERENZA. CHI CI GUADAGNA SUI DETENUTI?

ASPETTATIVA DI GIUSTIZIA. DALLA PARTE DELLE VITTIME.

E IL GIUDICE SI TOLSE LA TOGA PERCHE' NON SOPPORTAVA L'IDIOZIA DEI COLLEGHI.

PERCHE' CI FELICITIAMO DELLE DISGRAZIE ALTRUI?

SARAH SCAZZI. MEDIA ED APPROSSIMAZIONE, SE NON DISINFORMAZIONE.

ANNA MARIA FRANZONI: COLPEVOLE PERCHE' LO HA DETTO LA STAMPA.

IL DELITTO DI GIUSI POTENZA. SABRINA SANTORO E FILOMENA RITA (FLORIANA) MAGNINI. ACCUSATE INGIUSTAMENTE MA PER LA STAMPA RESTERANNO "COLPEVOLI E PUTTANE" PER SEMPRE.

MELANIA REA. OMICIDI E SETTE SATANICHE? NON SE NE DEVE PARLARE!!

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA INVESTIGATIVO. BREMBATE SOPRA: QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI. IL DELITTO DI YARA GAMBIRASIO.

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA INVESTIGATIVO. AVETRANA IL DELITTO DI SARAH SCAZZI.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. LA STRAGE DI ERBA. OLINDO ROMANO E ROSA BAZZI.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. FABRIZIO CORONA COLPEVOLE DI SFRONTATEZZA ED ARROGANZA.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. DELITTO DI MELANIA REA. SALVATORE PAROLISI CON IL MOVENTE INTERSCAMBIABILE.

GRAVINA DI PUGLIA: CICCIO E TORE PAPPALARDI. STORIA DI ORDINARIA ITALIANITA'.

PER NON DIMENTICARE. STORIE DI ORDINARIA FOLLIA. L'ESEMPLARE STORIA DI ANTONIO GIANGRANDE. PERSEGUITATO PERCHE' RACCONTA LA VERITA'.

RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO. UNA NORMA DISATTESA.

PER NON DIMENTICARE. OTTAVIA DE LUISE.

PER NON DIMENTICARE. MAURIZIO BOLOGNETTI E GIUSEPPE DI BELLO. COLPEVOLI DI ESSERE INNOCENTI.

ELISA CLAPS ED IL NIDO DI SERPI.

INSABBIAMENTI E CENSURA A POTENZA.

INSABBIAMENTI: A POTENZA UN MURO DI GOMMA.

TOGHE LUCANE. INCHIESTA CHE NON SA DA FARE.

IL MISTERO DELLA MORTE DEI FIDANZATI DI POLICORO. LUCA ORIOLI E MARIROSA ANDREOTTA.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

DELITTO DI MEREDITH KERCHER. AMANDA KNOX E RAFFAELE SOLLECITO. MA CHE GIUSTIZIA E’ QUESTA?

OMICIDI DI STATO. IL CASO BIANZINO.

OMICIDI DI STATO. GIUSEPPE UVA.

OMICIDI DI STATO. FEDERICO ALDROVANDI.

IL CASO DEL DELITTO DI SIMONETTA CESARONI. RANIERO BUSCO E PIETRINO VANACORE.

MANOLO ZIONI IN CARCERE DA INNOCENTE.

OMICIDI DI STATO. LUIGI MARINELLI.

OMICIDI DI STATO. STEFANO CUCCHI.

OMICIDI DI STATO. MICHELE FERRULLI.

CONDANNATI PREVENTIVI. LA CONDIZIONE DEGLI INNOCENTI IN CARCERE.

TARANTO FORO DELL’INGIUSTIZIA.

SOLO A TARANTO. ILVA, SARAH SCAZZI, BEN EZZEDINE SEBAI. AVVOCATI SUCCUBI DEI MAGISTRATI.

L'INGIUSTIZIA RACCONTATA DAGLI ADDETTI AI LAVORI. 

INGIUSTIZIA, OSSIA GIUSTIZIA NON UGUALE PER TUTTI.

A PROPOSITO DI GIUSTIZIA. QUELLO CHE LA STAMPA NON DICE.

CARCERE E STORIE DI ORDINARIA INGIUSTIZIA.

CARA INGIUSTIZIA.

GLI INNOCENTI IN GALERA.

IL COSTO DEGLI ERRORI GIUDIZIARI.

PARLIAMO DI GIUSTIZIA E GIUSTIZIERI. L'ITALIA IN MANO AI MAGISTRATI.

LETTERE DAL CARCERE.

INTERVISTA AL PROCURATORE CAPO.

CENTO VOLTE INGIUSTIZIA.

TROPPI ERRORI GIUDIZIARI: CHI PROTEGGE GLI INNOCENTI?

EURISPES: RAPPORTO SUL PROCESSO PENALE.

DATI MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, DIPARTIMENTO PENITENZIARIO. CARCERE: ICONA DELL'INGIUSTIZIA.

ABUSI E VIOLENZE SUI DETENUTI: UN DOSSIER INFINITO....

NIENTE RISARCIMENTO PER L'INGIUSTA IMPUTAZIONE.

(IN)GIUSTIZIA: 5 MILIONI GLI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

IL DIRITTO DI DIFESA: UGUALE PER TUTTI ???

IMPUNITOPOLI PER I MAGISTRATI. LA IRRESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.

MPUNITOPOLI PER I FUNZIONARI PUBBLICI. FUNZIONARI PUBBLICI: IMPUNITA' ED IMMUNITA'.

MAGISTRATURA: FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI ???

IL MISTERO USTICA.

IL MISTERO MATTEI.

IL MISTERO MORO.

IL MISTERO SULLA MASSONERIA.

IL MISTERO PEDOFILIA.

IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE.

IL MISTERO MOBY PRINCE.

DA MOSTRO A INNOCENTE, STORIE DI CALVARI.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.

MILANO: IL CASO RIZZOLI.

MILANO: IL CASO BERLUSCONI.

MILANO: IL CASO BARILLA’.

MILANO: I CASI MARIANI E CROSIGNANI

MILANO: IL CASO PALAU GIOVANNETTI.

CAGLIARI: IL CASO MANUELLA.

NUORO: IL CASO CONTENA.

ROMA: IL CASO ANDREOTTI.

ROMA: IL CASO LUTTAZZI.

ROMA: IL CASO SABANI.

ROMA: IL CASO DELITTO SIMONETTA CESARONI.

CASERTA: IL CASO OGARISTI.

NAPOLI: IL CASO TORTORA.

BARI: IL CASO LASTELLA.

TARANTO: IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO.

TARANTO: IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO.

LECCE: IL CASO DI NAPOLI.

COSENZA: IL CASO MASALA.

CALTANISSETTA: IL CASO TURCO.

PEDOFILIA. LA FABBRICA DEI MOSTRI.

RIGNANO FLAMINIO E LE SUGGESTIONI. IL CASO DELLA PEDOFILIA SATANICA.

MODENA E LE SUGGESTIONI. IL CASO DELLA PEDOFILIA SATANICA.

 

SOMMARIO TERZA PARTE

 

GIUSTIZIA CAROGNA.

IL DIRITTO DI CRITICA GIUDIZIARIA.

ENZO MANNINA. IN CONFRONTO ALLA GIUSTIZIA ITALIANA KAFKA ERA UN DILETTANTE.

ONESTA’ E DISONESTA’.

CULTURA. EMIL ZOLA: L’AFFAIRE DREYFUS ED I GIORNALI CHE VIVONO DI SCANDALI.

IN NOME DELLO SCANDALO I GIORNALI SBEFFEGGIANO LA VERITA’.

MARCELLO DELL’UTRI. VITTIMA SACRIFICALE.

NICOLA MANCINO. VITTIMA SACRIFICALE.

CLEMENTE MASTELLA. VITTIMA SACRIFICALE.

CULTURA E CIVILTA’ GIURIDICA. CESARE BECCARIA. DEI DELITTI E DELLE PENE.

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. IL RITO INQUISITORIO.

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. LA CRUDELTA’.

DENUNCE A PERDERE.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LE COMPATIBILITA’ ELETTIVE. IO SON IO E TU NON SEI UN CAZZO.

COME SI DICE…“CANE NON MANGIA CANE!”

PARLIAMO DI INGIUSTIZIA E MALAGIUSTIZIA.

COLPA DEI PROCESSI INDIZIARI...

ASSOLTI. PERO’…

L'INGIUSTIZIA NON E' UNA UTOPIA: E' REALTA'.

MORIRE DI CARCERE.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

ESEMPI SCOLASTICI. SONO ASSOLUTAMENTE INNOCENTI. NICOLA SACCO E BARTOLOMEO VANZETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE.

PRESUNTA COLPEVOLE. ANNA PAGLIALONGA.

PRESUNTO COLPEVOLE. OSCAR SANCHEZ.

PRESUNTO COLPEVOLE. FABRIZIO BOTTARO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANGELO CIRRI.

PRESUNTA COLPEVOLE. ANASTASIA MONTANARIELLO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANTONIO FRANCESCO DI NICOLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. CARMINE FORCELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. DINO TRAPPETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. SANDRO VECCHIARELLI.

PRESUNTO COLPEVOLE. TITO RODRIGUEZ.

PRESUNTO COLPEVOLE. EMANUELE NASSISI.

PRESUNTO COLPEVOLE. FILIPPO DI BENEDETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCESCO SPANO'.

PRESUNTO COLPEVOLE. JOSE' VINCENT PIERA RIPOLL.

PRESUNTO COLPEVOLE. BRUNO DEL MORO.

PRESUNTO COLPEVOLE. EMMANUEL ZEBAZE SOKENG.

PRESUNTA COLPEVOLE. JOY IDUGBOE.

PRESUNTO COLPEVOLE. MASSIMO MALLEGNI.

PRESUNTO COLPEVOLE. PIO RAGNI.

PRESUNTO COLPEVOLE. MAURIZIO COMINO.

PRESUNTA COLPEVOLE. MONICA BUSETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIUSEPPE LA MASTRA.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIOVANNI CAMASSA.

PRESUNTO COLPEVOLE. VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. CLAUDIO BURLANDO.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIGI SABANI.

PRESUNTA COLPEVOLE. LAURA ANTONELLI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ROBERTO RUGGIERO.

PRESUNTO COLPEVOLE. CARLO PALERMO.

PRESUNTO COLPEVOLE. SANDRO FRISULLO.

PRESUNTO COLPEVOLE. CLELIO DARIDA.

PRESUNTO COLPEVOLE. FERDINANDO PINTO

PRESUNTO COLPEVOLE. MARIO SPEZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. GIOVANNI TERZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANTONIO GAVA.

PRESUNTA COLPEVOLE. DANIELA POGGIALI.

PRESUNTO COLPEVOLE. PIER PAOLO BREGA MASSONE.

PRESUNTI COLPEVOLI. GIOVANNI SCATTONE E SALVATORE FERRARO.

PRESUNTO COLPEVOLE. RAFFAELE SOLLECITO.

PRESUNTA COLPEVOLE. AMANDA KNOX.

PRESUNTO COLPEVOLE. LUCIANO CONTE.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARIO CONTE.

PRESUNTO COLPEVOLE. BENIAMINO ZAPPIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO SAVINI.

PRESUNTO COLPEVOLE. OSCAR MILANETTO.

PRESUNTO COLPEVOLE. DIALLO A..

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO SANTESE.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCESCO FUSCO.

PRESUNTO COLPEVOLE. ANDREA MARCON.

PRESUNTA COLPEVOLE. CHIARA BARATTERI.

PRESUNTO COLPEVOLE. FRANCO MOCERI.

PRESUNTO COLPEVOLE. SALVATORE RAMELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. SALVATORE GRASSO.

PRESUNTI COLPEVOLI. VINCENZO E GIUSEPPE IAQUINTA.

PRESUNTA COLPEVOLE. BEATRICE CENCI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ARMANDO CHIARO.

PRESUNTA COLPEVOLE. EMILIA SALOMONE.

PRESUNTO COLPEVOLE. ALFONSO SABELLA.

PRESUNTO COLPEVOLE. DOMENICO ZAMBETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. AMBROGIO CRESPI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ILVO CALZIA.

PRESUNTO COLPEVOLE. OTTAVIANO DEL TURCO.

PRESUNTA COLPEVOLE. MARTA VINCENZI.

PRESUNTI COLPEVOLI. GIULIO E MARIA FRANCESCA OCCHIONERO.

PRESUNTO COLPEVOLE. FILIPPO MAGNINI.

PRESUNTO COLPEVOLE. ALEX SCHWAZER.

PRESUNTO COLPEVOLE. MARCO PANTANI.

PRESUNTE COLPEVOLI. SABRINA MISSERI E COSIMA SERRANO.

PRESUNTI COLPEVOLI. OLINDO ROMANO E ROSA BAZZI.

PRESUNTO COLPEVOLE. MASSIMO BOSSETTI.

PRESUNTO COLPEVOLE. CATENO DE LUCA.

SONO INNOCENTE.

SONO INNOCENTE. ELAINE ARAUCO DA SILVA.

SONO INNOCENTE. ENZO TORTORA.

SONO INNOCENTE. LORENA MORSELLI.

SONO INNOCENTE. DOMENICO MORRONE.

SONO INNOCENTE. STEFANO MESSORE.

SONO INNOCENTE. ALDO SCARDELLA.

SONO INNOCENTE. MARIA VITTORIA PICHI.

SONO INNOCENTE. PATRIK LUMUNBA.

SONO INNOCENTE. ALBERTO OGARISTI.

SONO INNOCENTE. SAVERIO DE SARIO.

SONO INNOCENTE. FILIPPO LA MANTIA.

SONO INNOCENTE. FULVIO PASSANANTI.

SONO INNOCENTE. VITO GAMBERALE.

SONO INNOCENTE. CARMINE BELLI.

SONO INNOCENTE. PIETRO MELIS.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE GULOTTA.

SONO INNOCENTE. MARIA ANDO’.

SONO INNOCENTE. DIEGO OLIVIERI.

SONO INNOCENTE. CORRADO DI GIOVANNI.

SONO INNOCENTE. LUCIA FIUMBERTI.

SONO INNOCENTE. FRANCESCO RAIOLA.

SONO INNOCENTE. GUIDO BERTOLASO.

SONO INNOCENTE. ANTONIO CARIDI.

SONO INNOCENTE. HASHI OMAR HASSAN.

SONO INNOCENTE. MARIA GRAZIA MODENA.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE MELZI.

SONO INNOCENTI. GIUSEPPE ORSI E BRUNO SPAGNOLINI.

SONO INNOCENTE. ANGELO MASSARO.

SONO INNOCENTE. ANNA MARIA MANNA.

SONO INNOCENTE. CLAUDIO RIBELLI.

SONO INNOCENTE. ANTONIO LATTANZI.

SONO INNOCENTE. JOAN HARDUGACI.

SONO INNOCENTE. VITTORIO LUIGI COLITTI.

SONO INNOCENTE. VITTORIO RAFFAELE GALLO.

SONO INNOCENTE. MICHELE TEDESCO.

SONO INNOCENTE. ROBERTO GIANNONI.

SONO INNOCENTE. SANDRA MALTINTI.

SONO INNOCENTE. GAETANO MURANA.

SONO INNOCENTE. GIUSEPPE SILLITTI.

SONO INNOCENTE. PIO DEL GAUDIO.

SONO INNOCENTE. ANTONIO COLAMONICO.

ALTRI CENTO, MILLE, MILIONI DI INNOCENTI.

 

  

 

 

TERZA PARTE

 

GIUSTIZIA CAROGNA.

Io che mi occupo della prassi, ben conoscendo anche la legge e la sua personalistica applicazione corporativa (dei magistrati) e lobbistica (degli avvocati), posso dire che ci sono verità indicibili. Mai si dirà in convegni giudiziari o forensi che da un lato ci sono le misure di prevenzione (inefficienti ed inique perché mai al passo con i tempi ragionevoli del processo e spesso incongruenti con le risultanze processuali di assoluzione, vedi i Cavallotti) e dall’altra le confische (conseguenti a processi dubbi, vedi Francesco Cavallari, mafioso per associazione, ma senza sodali) ed i procedimenti fallimentari con le aste truccate. L’arbitrio dei magistrati sia in fase di misure cautelari e di prevenzione, sia in fase di confisca o di gestione e vendita dei beni confiscati o sequestrati (anche in sede civilistica con i fallimenti), non sono altro che strumenti di espropriazione illegale di aziende, spesso sane, per mantenere in modo vampiresco un sistema di potere, di cui i magistrati sono solo strumento, ma non beneficiari come lo sono il monopolio associativo di una certa antimafia o il sistema di gestione che è prevalentemente forense. Questo sistema è coperto dalla disinformazione dei media genuflessi a chi, dando vita alle liturgie antimafia, usufruisce dei vantaggi politici per generare ulteriore potere di restaurazione. Se a qualcuno interessa ho scritto un libro, “la mafia dell’antimafia”, sui benefici che si producono per fare antimafia. In più ho scritto “Usuropoli e Fallimentopoli. Usura e fallimenti truccati”, che parla di usurpazione di beni privati a vantaggio di un sistema di potere insito nei palazzi di giustizia. Insomma: si toglie ai poveri per dare ai ricchi. E se qualcuno parla (come Pino Maniaci che “Muto deve stare”), scatta la ritorsione. Si badi bene: nessuno mi chiamerà per parlare di questo fenomeno, che è nazionale, in convegni organizzati nei fori giudiziari, né nessuna vittima pavida di questo fenomeno si prenderà la briga di divulgare queste verità, attraverso i miei saggi. Ecco perché si parlerà sempre di aria fritta e non ci sarà mai una rivoluzione che miri a ribaltare la prassi, più che a cambiare le norme.

Milano, scarcerato grazie a una lettera aperta dopo 13 anni. Era una condanna definitiva in un caso di violenza su minore. I giudici e le parole del compagno suicida, scrive Luigi Ferrarella l'1 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera". C’è un uomo che urla dalla tomba. E il suo grido postumo di innocenza, affidato prima di suicidarsi nel 2005 a una lettera in busta sigillata conservata a lungo in una stazione dei carabinieri e mai aperta per 13 anni, ora convince i giudici a precipitarsi a tirar fuori dal carcere un altro uomo, il suo compagno, benché questi stia scontando una condanna definitiva per concorso in violenze sessuali nel 2002 sulla nipotina di 4 anni. E così la Procura generale di Milano, competente sull’esecuzione della pena del detenuto nel carcere di Pavia, riceve dalla II Corte d’Appello di Brescia l’ordine di appunto sospendere immediatamente l’espiazione e liberare il condannato, da subito e fino a quando la Corte non avrà deciso nel merito l’istanza straordinaria presentata dal difensore Guglielmo Gulotta per un giudizio di revisione della condanna definitiva: il presidente Deantoni, la giudice relatrice Milesi e il consigliere Vacchiano, infatti, reputano «che il prudente apprezzamento» della lettera, e della proposta difensiva di nuovi test di neuroscienze oggi ancora controversi ma che 15 anni fa comunque non esistevano, «faccia apparire non infondato il rischio che il condannato protragga l’espiazione di una pena che potrebbe rivelarsi ingiusta». Andrà dunque ai (molto rari) tempi supplementari questo processo dagli esiti altalenanti, che aveva visto l’imputato assolto in primo grado con rito abbreviato a Busto Arsizio nel 2007 dall’ccusa di aver concorso (fotografandole) nelle violenze sessuali, asseritamente commesse nell’autunno 2002 dal suo compagno (poi suicida il 15 luglio 2005) sulla figlia di 4 anni della sorella. In Appello, però, nel 2009 i giudici ribaltarono l’assoluzione in condanna, a sua volta tuttavia annullata nel 2010 dalla Corte di Cassazione con rinvio a un nuovo giudizio di secondo grado. Ma nel 2014 questa Corte d’Appello bis ricondannò l’imputato, e al secondo passaggio in Cassazione nel 2016 anche gli ermellini confermarono la sentenza di colpevolezza, rendendo definitivi 4 anni di condanna (fine pena il Ferragosto 2020). Un’altalena di verdetti tutti ruotanti attorno alle differenti valutazioni dei consulenti tecnici sull’affidabilità scientifica o meno dei ricordi (sotto forma di «brutto sogno») della bimbetta, visto che per il resto la perquisizione a casa non aveva trovato alcun materiale pedopornografico, e negativo era stato anche l’esito della perizia sulla pellicola inserita nella macchina fotografica sequestrata. Ma il 6 settembre 2017 in una stazione dei carabinieri, quella dove nel 2005 erano finiti gli effetti personali del suicida, uno dei succedutisi avvocati recupera la busta chiusa che fino ad allora nessuno — né i familiari, né i legali, né gli inquirenti — aveva evidentemente voluto acquisire e aprire. Nella lettera datata 3 e 11 luglio 2005 lo zio materno della bimba, prima di uccidersi il 15 luglio, appare prostrato per «l’infamia» che da un lato scrive gli stia rovinando la vita, ma contro la quale dall’altro lato confessa di non avere più la forza di combattere: «Quello che posso dire è che non ho fatto niente di così schifoso. Sono innocente, che mi crediate o no». E prima di chiedere che «l’avvocato vada fino in fondo», l’uomo che sta per uccidersi chiede perdono al suo compagno (e coimputato) per un gesto «aberrante» che lo lascerà da solo: «Mi sento in colpa solo verso di lui, che ho tradito, solo per questo».

La malagiustizia esiste e bisogna fare i nomi, scrive Aldo Grasso il 30 marzo 2012 su "Il Corriere della Sera". La malagiustizia esiste, non c'è dubbio. Ci sono persone che, da un giorno all'altro, sono precipitate in un abisso di angoscia per qualche errore giudiziario e hanno faticato una vita per risalire; altri non ce l'hanno fatta. «Presunto colpevole», scritto da Sergio Bertolini, Paola Bulbarelli, Giuseppe Ciulla, Andrea Ruggieri, diretto da Daniele Vismara si propone di raccontare i drammi di persone che hanno ricevuto accuse infamanti loro malgrado (Raidue, mercoledì, ore 23.13). Non avevano colpa, ma qualcuno li ha incriminati. Ora si tenta di dare loro una sorta di risarcimento televisivo. Per esempio, nella terza puntata, si è parlato di un camionista, Antonio Francesco Di Nicola, coinvolto in un traffico di stupefacenti per una sbagliata interpretazione delle intercettazioni. Finito in galera per la superficialità delle indagini. O di Francesco Spanò accusato ingiustamente di associazione a delinquere di stampo mafioso e arrestato per uno scambio di persona. O di Marco Matteucci accusato dall'ex moglie d'aver abusato della sua bambina. Ha penato sette anni per essere assolto in appello. Le storie sono commentate in studio dall'attore Fabio Massimo Bonini che finge di parlare a un microfono radiofonico nello stile di Jack Folla, il prigioniero di «Alcatraz» inventato da Diego Cugia. E questa è la parte più debole del programma, quasi si volesse affidare a una Superiore Voce Etica l'anticipazione del giudizio universale. Ovviamente è giusto denunciare i casi di malagiustizia, ma forse era il caso di fare nomi e cognomi. Chi è il magistrato che ha fatto arrestare Antonio Francesco? Chi è il responsabile dell'ingiusta detenzione di Francesco? E chi ha assecondato le vendette dell'ex moglie? Nomi e cognomi, altrimenti si spara nel mucchio, si alimenta un generico malcontento contro una magistratura composta in prevalenza di «manettari» e «mozzaorecchi». Nomi e cognomi, please.

Quei 24 mila ingiustamente detenuti, scrive il 5 luglio 2016 "L'Inkiesta". Basta una intercettazione mal trascritta, uno scambio di persona, una superficialità investigativa o una disattenzione del magistrato. 24 mila i casi dal 1992, ma quando non si tratta di politici o vip il tema perde interesse. L’Italia è quel Paese in cui dal 1992 a oggi lo Stato ha pagato 630 milioni di risarcimenti per ingiusta detenzione per un totale di 24 mila casi. In maggioranza signori nessuno, eppure il più classico garantismo «a targhe alterne», a parte qualche lodevole eccezione, si solleva solo quando i nomi sono noti, per di più politici o capitani d’industria. Dedicato a quei nomi che subito si dimenticano è il progetto di due giornalisti e un avvocato che è stato prima un libro, poi un sito e infine è diventato un docufilm. I tre sono Benedetto Lattanzi, Valentino Maimone e l’avvocato Stefano Oliva che hanno lavorato a “Non voltarti indietro”, primo docufilm sugli errori giudiziari in Italia con la regia di Francesco Del Grosso. «La genesi del docufilm - spiega a Linkiesta Benedetto Lattanzi - ha origini lontane. All’inizio degli anni ’90 dopo i casi Tortora e soprattutto quello di Lanfranco Schillaci (accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia, salvo poi scoprire che si trattava di un tumore) ci siamo avvicinato al fenomeno iniziando a raccogliere storie e materiale sugli errori giudiziari». Quel materiale diventa il libro “100 volte giustizia” e sono raccolte cento storie dal 1948 al 1996. Da lì Lattanzi e il collega Maimone continuano a raccogliere storie, perché gli errori continuano a esserci. Ce ne sono tanti che i due si trovano a decidere se fare una seconda edizione di “100 volte giustizia” oppure virare su un progetto più ampio. Le storie sono diventate 675, così i due giornalisti decidono di aprire il sito errorigiudiziari.com e inserire un database. A loro si affianca l’avvocato Stefano Oliva, che tra quei 675 ha avuto diversi clienti e soprattutto si dimostra sensibile al tema. In quella “enciclopedia” dell’errore giudiziario c’è di tutto. Dal noto caso di Giuseppe Gulotta, in carcere da innocente per 22 anni e risarcito con 6,5 milioni di euro, alla vicenda di Giancarlo Noto che per uno scambio di persona di un testimone oculare passa tre giorni dietro le sbarre, salvato poi da un test del DNA, passando per Patrick Lumumba coinvolto nel caso di Meredith Kercher. Nell’archivio fa capolino anche Giuseppe Santangelo condannato ingiustamente insieme a Gulotta per la strage di Alcamo nel 1977 in cui persero la vita due Carabinieri. Gaetano Santangelo, si legge sul sito, era stato individuato come uno degli autori del duplice omicidio, insieme con Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Nella sentenza di primo grado, Gulotta, Santangelo e Ferrantelli vennero ritenuti colpevoli: il primo fu condannato all’ergastolo, gli altri due a 20 anni di reclusione. Poco prima dell’esecuzione della pena Santangelo fuggì in Brasile con Ferrantelli, dove entrambi ottennero lo status di rifugiato politico. Da lì presentarono, attraverso i propri legali, un’istanza di revisione del processo che fu accolta: la condanna fu cancellata e la Corte d’Appello di Catania stabilì un risarcimento per errore giudiziario di 1 milione e 100 mila euro a ciascuno di loro. Ma non è finita, perché i legali dei due hanno presentato un’ulteriore richiesta di 12 milioni di euro per danno patrimoniale, biologico e morale. Una richiesta analoga a quella presentata da Gulotta. In Italia dal 1992 sono stati pagati 630 milioni di risarcimenti per ingiusta detenzione su un totale di 24 mila casi. Poi c’è Fabrizio Bottaro, designer di moda romani, 40 anni, che nel 2011 attraversa un calvario lungo 10 mesi. Accusato di rapina dopo il racconto di un testimone si scoprirà poi che Bottaro sul luogo semplicemente non poteva esserci: si trovava a Marbella in vacanza. Sarebbe bastato un controllo sulle liste dell’albergo oppure alle videocamere a circuito chiuso dello stesso. Un virus quello dell’errore che si insinua soprattutto in fase di indagine, magari con la trascrizione di una intercettazione telefonica sbagliata che poi origina una interpretazione da parte della magistratura inquirente che va verso una direzione che non è quella giusta. In questo giocano dunque un ruolo fondamentale non solo i magistrati, ma anche periti e Forze dell’Ordine. Insomma, c’è materiale sufficiente perché dal sito si passi al docufilm. A fare la proposta ai due giornalisti e all’avvocato Oliva è il regista Francesco del Grosso che ha curato la realizzazione del prodotto che ha iniziato il suo giro d’Italia, da Catania a Pesaro, passando per Ischia, mentre è atteso il 9 luglio all’Ortigia Film Festival e al Salento Finibus Terrae il 25 luglio. Gli errori continuano, e spesso i magistrati italiani vengono accusati di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare, cioè dell’arresto e detenzione prima del termine del processo. Errori che mai nessuno vorrebbe attraversare, ma che in Europa non sono una eccezione, e anzi da notare come in alcuni Paesi non esistano risarcimenti per ingiusta detenzione. «La Gran Bretagna - ha detto di recente a La Stampa Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e già presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture - non prevede alcun indennizzo per ingiusta detenzione, la Bulgaria paga con grandi ritardi, mentre l’Olanda, per esempio, ha un meccanismo molto simile al nostro» e i numeri, conferma Palma, non sono granché differenti: «Penso che gli errori italiani rientrino nella fisiologia del sistema e non nella sua patologia. Mi pare anche che la riforma della responsabilità civile sia un buon compromesso, perché un giudice non può vivere sotto la spada di Damocle della causa, soprattutto in un Paese dove ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che in genere hanno avvocati molto in gamba e molto ben pagati. Certo, bisognerebbe cercare di arrestare il meno possibile e anche lavorare di più sugli automatismi che portano all’applicazione della custodia cautelare».

IL DIRITTO DI CRITICA GIUDIZIARIA.

L’assoluzione di Giuliano Ferrara, denunciato da Nino Di Matteo. Giusto criticare i magistrati. Parola di giudice, scrive Errico Novi il 13 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  Non esiste un’immunità rispetto alle critiche, per i magistrati. È questa la motivazione con cui il giudice di Milano Maria Teresa Guadagnino ha assolto Giuliano Ferrara dall’accusa di aver diffamato il pm Nino Di Matteo. Sembra niente. Sembra una normale sentenza. E in effetti all’atto di pronunciarla, lo scorso 12 dicembre, il giudice monocratico del Tribunale di Milano Maria Teresa Guadagnino non aveva fatto scalpore. Ma a leggere le motivazioni cambia tutto. La sentenza introduce, o meglio ripristina, un principio tacitamente soppresso negli ultimi anni: il «diritto di critica giudiziaria», come lo definisce la magistrata. Si tratta del processo per “diffamazione aggravata” innescato da una denuncia del pm di Palermo Nino Di Matteo nei confronti del fondatore del Foglio Giuliano Ferrara. Il quale, in un editoriale pubblicato il 22 gennaio 2014, aveva espresso valutazioni molto severe nei confronti del sostituto di Palermo. Nel suo mirino, è ovvio, la madre di tutti i processi infiniti, ovvero l’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato- mafia. Secondo Ferrara «traballante» e poco seria. Critiche certo inasprite da altri aspetti segnalati nell’articolo, come la «spaventosa messa in scena» dei colloqui tra Totò Riina e il suo compagno d’ora d’aria nel carcere di Opera, Alberto Lorusso. Di Matteo ritenne che l’invettiva scagliata da Ferrara sull’indagine fosse intollerabile. A maggior ragione in quanto connessa alle “clamorose rivelazioni” del capo dei capi, secondo il giornalista architettate da «qualche settore d’apparato dello Stato italiano» per «mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo». Ma per la giudice il fatto addebitato al fondatore del Foglio «non costituisce reato» perché, come si legge nelle motivazioni, «è assolutamente lecito che un giornalista esprima la propria opinione in merito a un processo così rilevante, anche sotto il profilo politico, criticando metodi utilizzati e/ o risultati ottenuti dai magistrati». In tal senso, secondo la magistrata milanese, «non appare censurabile il riferimento, nell’ultima parte dell’articolo, al “rito palermitano” e alla ritenuta mancanza di serietà delle inchieste giudiziarie». È il concetto di magistrato criticabile al pari del politico, che fa breccia. Anche perché negli ultimi mesi, di attacchi anche violenti, nei confronti di altri giudici, si erano pure visti: ma solo nei casi in cui avevano adottato provvedimenti garantisti. Un esempio su tutti: il gip di Reggio Emilia Giovanni Ghini, contro il quale erano state organizzate persino manifestazioni di piazza, per un’ordinanza meno restrittiva rispetto alla custodia in carcere invocata dalla Procura. Adesso, grazie alla dottoressa Guadagnino, scopriamo che si possono criticare pure i magistrati che teorizzano ignobili accordi e vergognose compromissioni. L’editoriale al centro del processo era intitolato “Riina, lo Stato come agente provocatore. Subito un’inchiesta”. Ebbene, secondo la giudice, «è evidente che la libertà, riconosciuta dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Cedu, di manifestazione del pensiero e di formulazione di critica nei confronti di chi esercita funzioni pubbliche comprenda il diritto di critica giudiziaria ossia l’espressione di dissenso, anche aspro e veemente, nei confronti dell’operato dei magistrati i quali, in quanto tali, non godono di alcuna immunità, nonché degli atti da costoro compiuti». Diritto di critica. Giudiziaria. Una categoria declassata al rango di sacrilegio. E invece, si legge nelle motivazioni depositate dalla giudice della IV sezione penale di Milano, «il giornalismo scomodo e polemico di Ferrara, certamente non privo di espressioni allusive e iperboliche e di espedienti retorici, non persegue l’obiettivo di ledere l’onore e la reputazione della persona offesa ma solo quello di disapprovare alcuni fatti e comportamenti connessi al processo che ancora si sta svolgendo davanti alla Corte d’assise di Palermo». Legittimo. Sembra niente. E invece è una mezza rivoluzione.

IN CONFRONTO ALLA GIUSTIZIA ITALIANA KAFKA ERA UN DILETTANTE.

Situazione kafkiana. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.» (Franz Kafka, Il processo, incipit). Il termine "kafkiano" è un neologismo della lingua italiana che indica una situazione paradossale, e in genere angosciante, che viene accettata come status quo, implicando l'impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico quanto su quello psicologico. Il termine deriva da Franz Kafka, la cui opera è ricca di situazioni di questo tipo; si pensi per esempio a Il processo, Il castello, o America. Un termine equivalente potrebbe essere perturbante nell'accezione freudiana: qualcosa che è estraneo e familiare ad un tempo, e risuona inquietante proprio per questa sua ineliminabile e spiazzante ambiguità. Uno degli esempi più paradigmatici di situazione "kafkiana" è forse proprio quella del Processo di Kafka, in cui l'impotenza (l'impossibilità della reazione) viene messa in relazione, tra l'altro, col tema della burocrazia giudiziaria. In quest'opera, il protagonista "Josef K." riceve inaspettatamente la notizia di essere in arresto. Un giorno, trovandosi negli uffici della banca dove lavora, apre una porta di un ripostiglio e vi trova i custodi che si erano presentati in casa sua, puniti da un aguzzino, perché Josef K. si era lamentato del loro comportamento. L'effetto kafkiano del lettore si scatena però non in questa sorpresa irreale, ma nel constatare il comportamento del protagonista: egli non reagisce al fatto di trovare dei poliziotti là dove mai avrebbe pensato ma si preoccupa che i poliziotti non facciano troppo rumore quando sono frustati. La paura di Josef K. è che i colleghi o i suoi sottoposti si presentino a vedere cosa succede e scoprano così che egli è sotto processo. La vergogna per l'indagine, a cui non ci si può opporre (Josef K. non sa neppure di preciso quale sia l'imputazione) viene così amplificata dal predominare paradossale del senso del pudore del protagonista. La scena mette bene in risalto il funzionamento dell'assurdo kafkiano. Cioè creare un contrasto che sembra irragionevole ma che in realtà rivela un aspetto profondo, sconvolgendo e spiazzando il lettore.

Situazioni kafkiane nella letteratura e nel cinema. Nel film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), di Elio Petri, il finale è riservato ad una citazione dell'opera kafkiana: "Qualunque impressione faccia su di noi, egli è servo della Legge e come tale sfugge al giudizio umano".

Enzo Mannina. Kafka era un dilettante! Scrive Piero Sansonetti il 27 Settembre 2017 su "Il Dubbio".  Storie come queste, purtroppo, non sono infrequenti. Però se ne parla poco, perché l’idea è che se uno finisce sotto processo, almeno un po’, è colpevole. E quindi è bene che paghi. La riassumo in pochissime righe: c’è un tale – un imprenditore – che viene arrestato e sbattuto in prigione. Siccome ha una azienda e dei beni, gli sequestrano l’azienda e gli confiscano i beni. Trapani insegna: Kafka era solo un dilettante… Resta in prigione per anni. Affronta svariati processi. Poi lo assolvono. Gli dicono: «Oh, scusi, ci siamo sbagliati». Lui dice: allora posso avere indietro i beni che mi avete confiscato? «Eh, no – gli rispondono – purtroppo quelli ormai sono dell’erario». Ah. E mentre ancora è stordito per questa risposta, gli arriva un conto da 3 milioni che gli viene spedito da “Riscossione Sicilia” per via di alcuni debiti con l’erario che l’azienda – che ora è tornata sua – ha accumulato durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Deve restituirli, e in fretta. Voi dite: vabbé non è possibile, manco Kafka si sarebbe immaginato una cosa del genere. Invece è proprio così Nomi e cognomi. Lui si chiama Enzo Mannina, è di Trapani, oggi ha 56 anni. La sua azienda si chiama “Mannina Vito Srl”, l’ha fondata suo padre una cinquantina d’anni fa. Ha 35 dipendenti. Che ora rischiano di restare per strada. L’ingiunzione della “Riscossione Sicilia” lascia pochi margini: pagare subito, entro 30 giorni. I 30 giorni scadono l’otto ottobre. Enzo Mannina i tre milioni non li ha, perché negli ultimi anni ha vissuto molto tempo in cella e ha guadagnato poco. E i soldi che aveva guadagnato prima, come dicevamo, glieli hanno confiscati e non glieli ridanno più. E allora che si fa? Figuratevi un po’, il poveretto – invece che dare di matto, come credo avrebbe fatto chiunque di noi – ha preso carta e penna per chiedere una rateizzazione. Perché avrebbe intenzione di riprendere in mano l’azienda, farla fruttare, e piano piano pagare i debiti e i danni apocalittici combinati dallo Stato e dalla giustizia, i quali Stato e giustizia non intendono in nessun modo assumersi le loro responsabilità. Dicono: in fondo alla fine lo abbiamo assolto, dunque ha avuto giustizia. Che vuole di più? Mannina era stato arrestato nel 2007 nell’ambito di una operazione che si chiamava “Mafia e Appalti”. Lo accusavano di far parte di Cosa Nostra e precisamente di essere il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. A quel punto erano scattati anche i sequestri preventivi, diventati poi confische, e la sua azienda era finita in amministrazione giudiziaria. Ed erano anche partite tutte le interdittive che avevano bloccato i lavori che gli erano stati commissionati da enti pubblici. Da quel momento è iniziata una serie infinita di processi, conclusi con alcune condanne e molte assoluzioni, e accompagnati da una lunga prigionia: quasi cinque anni. Poi, nel dicembre scorso, dopo un paio di rimpalli tra Appello e Cassazione, la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste. Finita l’odissea penale e carceraria è iniziata quella economica. Mannina, a 56 anni, si è trovato a dover ripartire da zero. L’avvocato del signor Mannina (Michele Guitta) ha spiegato il motivo per il quale non può riavere indietro i soldi che gli erano stati ingiustamente confiscati. Ha detto che questa situazione è il frutto della normativa vigente che prevede in caso di confisca definitiva dei beni (che nel caso di Mannina era scattata dopo la prima condanna) “l’estinzione per confusione dei crediti erariali”. Avete capito qualcosa? No, neanch’io. Però mi sono informato. Vuol dire che una volta che ti hanno confiscato i beni, e quei beni sono finito all’erario, è successo che si sono “confusi” con gli altri beni dell’erario e non è più possibile “separarli” e dunque renderteli. Restano dell’erario. Ci dispiace: stavolta è andata male…È chiaro che in questa storia di mischiano un numero incredibile di errori e di incongruenze della giustizia. Ho l’impressione però che siano tutti dovuti alla stessa idea: l’idea che la lotta alla mafia giustifica qualunque sopruso, perché comunque si tratta di soprusi a fin di bene. E questo sia al momento di immaginare e redigere le leggi, e le norme, e il meccanismo delle interdittive, sia nello svolgere le indagini e nel considerare un sospetto qualcosa di molto molto simile a una prova. E’ la cosiddetta pesca a strascico: la preoccupazione è quello di colpire, comunque e con durezza. Arrestare, confiscare, bloccare i lavori. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, nel senso che sarebbe una follia sottovalutare l’importanza della lotta alla mafia. Solo che è impossibile combattere la mafia facendo strame del diritto. E purtroppo è molto difficile far passare questa idea. La conseguenza di questa pesca a strascico è il caso Mannina. Il quale, vedrete, non appassionerà molto i giornali, i quali, di solito, a tutto sono interessati fuorché al diritto.

Frankestein ci insegna che i mostri siamo noi. Compie 200 anni il primo libro di fantascienza della storia. Fu scritto da una ragazza prodigiosa di soli 19 anni: Mary Shelley, scrive Daniele Zaccaria il 22 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Un’estate fredda e piovosa, quella del 1816, un gruppo di amici in vacanza sul lago di Ginevra. La sera bevono vino rosso, flirtano, scherzano e discutono; di poesia, di scienza, di letteratura, del futuro, il loro gioco preferito è un concorso letterario in cui ti devi inventare storie di fantasmi, racconti estemporanei costruiti sulla falsariga del romanzo gotico, genere snobbato dalla critica letteraria dell’epoca. Ci vuole immaginazione e rapidità di pensiero, la più brava di tutti è Mary, che è anche la più giovane, 19 anni e un talento mostruoso. È figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft e del romanziere e giornalista William Godwin, il gusto letterario, l’amore per le scienze, un clima di sferzante anticonformismo accompagnano tutta la sua infanzia. Con lei a Ginevra ci sono i poeti George Byron e Percy Shelley che presto diventerà suo marito, il medico e aspirante scrittore John Polidori che nel 1819 pubblicherà Il Vampiro, primo romanzo della letteratura moderna dedicato al celebre succhiasangue. Ogni tanto viene a trovarli il fisico e chimico Humphry Davy, pioniere nello studio dei fenomeni elettrici, scopritore e mentore del grande Michael Faraday, a sua volta pioniere dell’elettromagnetismo. È in quelle eccentriche notti a Villa Diodati tra fumi dell’alcol e i lampi di genio che Mary Shelley concepisce il suo Frankestein, che non è solo un libro fantasy ma il primo grande romanzo di fantascienza. Il mostro, anzi la Creatura non è il frutto di un sortilegio, non è il prodotto di oscure forze del male o di astruse stregonerie, al contrario è figlio della ricerca scientifica, nasce in laboratorio, il suo fattore è un essere umano, la scintilla della vita è un “fluido galvanico” che rianima le fibre morte di carni ricucite, come il medico italiano Galvani faceva contrarre i muscoli dei cadaveri di rana, Viktor Frankestein, professore di filosofia naturale, crea un essere umano dotato di coscienza, capace di provare sentimenti estremi come la paura e l’odio e di consumare una tremenda vendetta nei confronti del “padre”. Nella sua prefazione Mary Shelley rende omaggio alle esperienze di Galvani, ai lavori di Benjamin Franklin, alle ricerche poco note di un anatomista chiamato George von Frakenau che sosteneva la tesi della rigenerazione spontanea della materia inerte. Aderisce al meccanicismo filosofico che utilizza la metafora della macchina come schema di spiegazione dei fenomeni naturali. Studi di sapienti e accademici che legge con passione, per accrescere la sua cultura personale ma soprattutto per trarre ispirazione letteraria. Viktor Frankestein non è ancora un uomo di scienza a tutto tondo, vive in bilico tra esoterismo e ragione, cerca suggestioni anche nel mondo della magia e dell’alchimia, ha letto i libri di Cornelius Agrippa, un occultista del Rinascimento, si entusiasma per gli scritti di Paracelso e rimprovera ai suoi colleghi di condurre studi banali e privi di coraggio. Ma è anche il miglior studente di anatomia e fisiologia alla prestigiosa Università di Ingolstadt e il più innovativo ricercatore dell’epoca; ammira la magìa per la sua sfrontatezza, per le biografie “storte” dei suoi fautori, ma realizzerà il sogno di penetrare il segreto della vita seguendo il metodo scientifico. Il flusso elettrico che attraversa e anima le carni morte ha la stessa intensità dei Lumi della ragione che brillavano in Europa. Il tragico corso di eventi che nasce dal rifiuto della Creatura le cui sembianze abnormi provocano estremo ribrezzo in Viktor, non è un monito moralista rivolto alla superbia degli scienziati che osano “sostituirsi a Dio” come hanno scritto in molti. La malvagità della Creatura è la reazione a una società che non ha la forza e la maturità di accettare il diverso, il difforme, e che lo emargina rendendolo un mostro incattivito. La vendetta feroce della Creatura che uccide il fratello e la moglie del suo creatore è in fondo una reazione umanissima di un uomo odiato da tutti a causa del suo aspetto esteriore. In questo Viktor Frankestein ha avuto un successo perfetto, ha creato un essere umano con tutte le sue debolezze e imperfezioni, con il suo bisogno di amore e la sua sete di rivalsa. Eppure nel corso dei secoli l’immagine della Creatura, confusa con il nome del suo creatore, ha subito una progressiva “mostrificazione” rappresentata poi nel cinema dal colosso con la testa quadrata cosparso di cicatrici, tutto grugniti e movenze robotiche, un figuro bestiale e repellente privo di intelligenza e senso morale. Andando nei dettagli Mary Shelley non descrive la sagoma espressionista di Boris Karlov che tanta fortuna ha avuto nell’immaginario collettivo, ma un uomo affetto da gigantismo e dall’aspetto molto sgradevole, nulla di più. Una creatura intelligente, che impara a leggere e a scrivere, che capisce i sentimenti degli umani e si allontana da loro per sopravvivere fino al tragico suicidio quando si dà fuoco tra i ghiacci dell’Artico. Ma noi continuiamo a immaginarlo e a rappresentarlo come “Frankestein il mostro”, una specie di zombie formato gigante. Perche questo slittamento? I mostri in fondo ci rassicurano perché sono corpi estranei. Eccezioni alla regola, anomalie selvagge che non appartengono all’umano. Presenze minacciose, certo, ma soprattutto entità aliene e reiette dalla comunità. Le sembianze ibride e deformi fungono da segni visibili delle sventure di cui il mostro è portatore, mentre le sue mille metamorfosi seguono il corso dell’immaginario popolare in modo che ogni epoca sia in grado di partorire e di specchiarsi nei suoi peculiari mostri.

Le società hanno un bisogno disperato di fabbricarli proprio perché, strappano l’orrore dalla sua dimensione anodina e quotidiana per assegnarlo al cliché dello straordinario, le loro incursioni nel mondo reale sono tanto spaventose quanto effimere. Nominato, isolato, eliminato il mostro, tutto sembra tornare nella norma. Nell’antichità il terrore e il ribrezzo suscitati dai mostri sono spesso associati allo stupore, alla contemplazione dei portenti e delle mirabilia di cui queste creature sono capaci, dei fantasmagorici poteri che sovvertono le leggi della fisica e della natura come l’invisibilità, l’invulnerabilità o addirittura l’immortalità. Se non proprio epifanie diaboliche i mostri sono la faccia oscura del divino, una punizione inviata dal cielo per castigare le nefandezze commesse dagli uomini come scriveva lo storico romano del IV secolo Giulio Ossequiente nel celebre Libro dei prodigi, il più accurato elenco di testimonianze di fatti insoliti, miracolosi e terrificanti avvenuti nel mondo classico. I protagonisti di cataloghi infernali, di racconti immaginifici popolati da chimere, basilischi, fenici, arpie, centauri, cerberi, ciclopi e centinaia di altri esseri dalle indecifrabili fattezze, accompagnano la nostra tradizione religiosa e letteraria, dalla notte dei tempi. Danno forma e corpo a inquietudini ancestrali e a timori atavici, ma sono anche squarci meravigliosi dell’immaginazione umana, straordinarie metafore della nostra capacità di creazione. Nel suo Manuale di zoologia fantastica Borges ci offre una incredibile parata di creature soprannaturali, come il Burak, cavalcatura celeste di Maometto capace di viaggiare nel tempo, o l’Anfesibena, serpente immaginario che sgretola la linearità dello spazio perché «si muove in due direzioni allo stesso tempo, possedendo due estremità anteriori». Frankestein appartiene anch’egli al catalogo multiforme delle creature fantastiche, ma non è un mostro, non è un’allegoria, la sua esistenza appartiene al campo del possibile, almeno per quel che immaginavano gli scienziati del 19esimo secolo. Il vero mostro moderno non fa più parte dell’antico bestiario. Se il freak, lo storpio, il menomato (dalla donna- scimmia, all’uomo elefante), nella loro innocua diversità provocano un disgusto misto a sincera compassione, colui che si macchia di atti e comportamenti mostruosi (ovvero antisociali) non merita alcuna comprensione o pietà. La sua nemesi si svolge all’ombra di patiboli, torce e forconi e linciaggi: che si tratti un ammasso di cadaveri ricuciti o di un realissimo serial killer di una grande metropoli, il mostro viene sempre catturato e giustiziato. Ecco un’altra trama consolatoria che abbiamo costruito attorno all’errare dei mostri: farli diventare il capro espiatorio del nostro malessere. Ma questi individui- mostro costituiscono ancora una volta un’eccezione alla regola, le loro azioni efferate non rispecchiano la morale pubblica ma la infrangono, non esprimono un sentimento collettivo, ma rimangono a loro modo “straordinarie”. Nei suo film a episodi I Mostri (1963) il regista Dino Risi compie invece l’operazione opposta: il mostruoso viene infatti ricollocato nel cerchio della normalità, il campionario di bassezze sfoggiato dai protagonisti, il familismo amorale, la loro incapacità patologica nel diventare cittadini, membri consapevoli di una comunità, è lo specchio rovesciato del boom economico e dei suoi sentimenti puliti. Dietro l’ottimismo di una società che corre spensierata verso un avvenire virtuoso si muove un popolo cialtrone, dall’indole meschina, ipocrita e, all’occasione, anche spietata. Sono i nostri genitori, i nostri cugini, i nostri amici più stretti, i nostri vicini di casa: non più fenomeni da baraccone e terrificanti anomalie, ma viziosi quanto banali compagni di vita. Così la commedia di costume umanizza il mostro e mostrifica la società in cui esso vive. E nessuno può più dichiararsi innocente e irresponsabile rispetto alle piccole, grandi nefandezze che commettiamo ogni giorno. Proprio come ci insegna il Frankestein di Mary Shelley, perché i veri mostri siamo noi.

ONESTA’ E DISONESTA’.

1. Era una donna virtuosa, ma il caso volle che sposasse un cornuto. (Sacha Guitry)

2. L'amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è' sincero. (Marcello Marchesi)

3. Proposta: "Facciamo il governo degli onesti!". "Già, e il pluralismo?". (Manetta)

4. Il socialista più elegante?  Martelli. Il più grasso? Craxi. Il più onesto? Manca!

5. Due manager discutono di come scegliere la segretaria e uno dei due dice di avere un metodo speciale tutto suo: "Io la ricevo in ufficio e le faccio trovare per terra un biglietto da 100.000 lire; poi con una scusa mi allontano e osservo quello che succede. La loro reazione è molto istruttiva". Dopo qualche tempo si reincontrano e il primo chiede: "Allora, amico mio, come è andata la scelta della segretaria?". "Ho fatto come mi hai detto: la prima ha raccolto il biglietto e l'ha messo velocemente nella sua borsetta. La seconda l'ha raccolto e me lo ha consegnato. La terza ha fatto come se niente fosse".  "E quale hai scelto?". "Quella con le tette più grosse!".

6. La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta (Isaac Asimov).

7. Convinto dalla tangente, il cerchio accettò di trasformarsi in quadrato. L'angolo invece rifiutò: era sempre stato retto e tale voleva restare.

8. Come ci sono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero esistere benissimo anche politici onesti. (Dario Fo)

9. A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame. (Totò in "La banda degli onesti")

10. C'è un modo per scoprire se un uomo è onesto: chiedeteglielo. Se risponde di sì, è marcio. (Groucho Marx)

11. Se la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera (proverbio italiano)

12. L'onestà paga. La disonestà è pagata. (Silvia Ziche)

13. Definizione di corrotto: vezzeggiativo politico. (S. M. Tafani)

14. Il segreto della vita è l'onestà e il comportarsi giustamente. Se potete simulare ciò lo avete raggiunto. (Groucho Marx)

15. Niente assomiglia tanto a una donna onesta quanto una donna disonesta di cui ignori le colpe.

16. Se l'esperienza insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto. (H.L Mencken)

17. Nel dolore un orbo è avvantaggiato, piange con un occhio solo. (Antonio (Totò) in "La banda degli onesti")

18. L'onestà è la chiave di una relazione sentimentale. Se riuscite a far credere di essere onesti, siete a cavallo. (Richard Jeni)

19. L'onestà è lodata da tutti, ma muore di freddo. (Giovenale)

20. "Jim, dove posso trovare dieci uomini onesti?". "Cosa? Diogene si sarebbe contentato di trovarne uno". (Robert A. Heinlein, Cittadino della galassia)

21. A molti non mancano che i denari per essere onesti. (Carlo Dossi)

22. Le donne oneste non riescono a consolarsi degli errori che non hanno commesso. (SachaGuitry)

23. Un politico onesto è quello che una volta "comprato" resta comprato. (Legge di Simon Cameron)

24. Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perché sono sempre in minoranza. (Aristotele)

25. "Signora - dice la nuova cameriera - in camera sua, sotto il letto, ho trovato questo anello!". "Grazie Rosi. L'avevo messo apposta per controllare la sua onestà". "E' proprio quello che ho pensato anch'io, signora!".

26. Ero veramente un uomo troppo onesto per vivere ed essere un politico. (Socrate)

27. Un governo d'onesti è come un bordello di vergini. (Roberto Gervaso)

28. Si dice: "La disonestà dei politici non paga mai!". E' vero. Generalmente riscuote.

29. Sei onesta come le mosche d'estate, al mattatoio, che rinascono dalla loro stessa merda. (dall'Otello) (William Shakespeare)

30. A volte mi viene il sospetto che avere la fama di essere scrupolosamente onesto equivalga a un marchio di idiozia. (Isaac Asimov)

31. In tutta onestà, non credo nell'onestà.

32. Un uomo onesto può essere innamorato come un pazzo, ma non come uno sciocco. (François de La Rochefoucauld) 33. Ammetto di essere onesto. Ma se si sparge la voce, sono rovinato: nessuno si fiderà più di me. (Pino Caruso)

34. Donne oneste ce ne sono più di quelle che non si crede, ma meno di quelle che si dice. (Alessandro Dumas figlio) (in "L'amico delle donne")

35. La principale difficoltà con le donne oneste non è sedurle, è portarle in un luogo chiuso. La loro virtù è fatta di porte semiaperte. (Jean Giraudoux)

36. Una volta l'onestà, in un individuo, era il minimo che gli si richiedesse. Oggi è un optional. (Maurizio Costanzo)

37. Le anime belle, le figurine del presepe, le persone oneste... Ne ho conosciute tante, erano tutte come te. Facevano le tue domande, e con voi il mondo diventa più fantasioso, più colorato... Ma non cambia mai !! (Il ministro Nanni Moretti a Silvio Orlando in "Il portaborse")

38. Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste. (Martin Luther King)

39.  Era così onesto che quando trovò un lavoro, lo restituì.

40. Mi piace un soprabito scoperto dagli americani, il koccomero, quello che si aggancia con i calamari. (Totò in "La banda degli onesti")

41. Il tipografo Lo Turco ammira tutto l'armamentario per fabbricare banconote false: "Ma questa è filagrana!".  Toto': "Sfido io! Viene dal policlinico dello Stato!". (In "La banda degli onesti")

42. L'onestà nella compilazione della dichiarazione dei redditi viene considerata in Italia una forma blanda di demenza. (Dino Barluzzi)

43. Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta. (Benedetto Croce)

44. Ci sono fortune che gridano "imbecille" all'uomo onesto. (Edmond e Jules de Goncourt)

45. L'onestà dovrebbe essere la via migliore, ma è importante ricordare che, a rigor di logica, per eliminazione la disonestà è la seconda scelta. (George Carlin)

46. In Italia si ruba con onestà, rispettando le percentuali. (Antonio Amurri)

47. I nordici prendono il caffè lungo, noi sudici lo prendiamo corto. (Totò in "La banda degli onesti")

48. Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo. (FriedrichNietzsche)

49. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

50. Neanche la disonestà può offuscare la brillantezza dell’oro.

51. Ti ho insegnato ad essere onesto, perché intelligente non sei. (Bertold Brecht)

52. L'onestà paga, ma pare non abbastanza per certe persone. (F. M. Hubbard)

53. Nessuna persona onesta si è mai arricchita in breve tempo. (Menandro)

54. Nessuno può guadagnare un milione di dollari onestamente. (No one can earn a million dollars honestly). (William Jennings Bryan)

55. Sicuramente ci sono persone disoneste nei governi locali. Ma è anche vero che ci sono persone disoneste anche nel governo nazionale. (Richard Nixon)

56. Le persone oneste si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine. (Charles Péguy)

57. L'onestà, come tante altre virtù, dipende dalle circostanze. (Roberto Gervaso)

58. Nessun uomo può guadagnare un milione di dollari onestamente, così come è disonesto ed invidioso chi dichiara il contrario. (Antonio Giangrande)

59. Colmo per un uomo retto: innamorarsi di una donna tutta curve.

60. Una politica onesta proietta una nazione sana nel futuro. Per questo si chiama Fantascienza. (Mauroemme)

61. Per il mercante anche l'onestà è una speculazione. (Charles Baudelaire)

62. In politica l'onestà è forse la cosa più importante. Chi ce l'ha deve partire con un grosso handicap! (Bilbo Baggins)

63. Dimettersi per una multa è soprattutto un ennesimo esempio della severità del rapporto tra etica e politica in Gran Bretagna. Tranquilli, ci pensiamo noi qua a ristabilire l'equilibrio europeo. (Annalisa Vecchiarelli)

64. La massima ambizione dell'uomo? Diventare ricco. Come? In modo disonesto, se è possibile; se non è possibile, in modo onesto. (Mark Twain)

65. Era un uomo così onesto e probo, da non essere neanche capace d'ingannare il tempo... (Fabio Carapezza)

66. Se l'esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto.

67. La disperazione più grave che possa colpire una società e' il dubbio che vivere onestamente sia inutile. (Corrado Alvaro)

68. In un'epistola Orazio fustiga un doppiogiochista della morale che, ammirato da tutto il popolo, offre un bue e un porco agli dei, pregando Giove e Apollo ad alta voce. Ma subito dopo si rivolge a LAVERNA, dea protettrice dei ladri e a fior di labbra, in modo che nessun lo intenda, prega: "Laverna bella, fammi la grazia ch'io possa imbrogliar il prossimo, concedi ch'io passi per un galantuomo, un santo, e sopra i miei peccati distendi la notte, sopra gli imbrogli una nube". (Orazio)

69. Ingiuriare i mascalzoni con la Satira è cosa nobile, a ben vedere significa onorare gli onesti. (Aristofane)

70. L'onestà andrà di moda. (Beppe Grillo)

71. L'onestà è sempre la migliore scelta... ma spesso bisogna seguire la seconda scelta.

72. Odiare i mascalzoni è cosa nobile. (Quintiliano)

73. Uomini onesti si lasciano corrompere in un solo caso: ogniqualvolta si presenti l'occasione. (Gian Carlo Moglia)

74. Maresciallo: "...hanno arrestato anche il tipografo". Totò: "Lo Turco!!". Maresciallo: "No, lo svizzero". Totò: "Allora mi ha dato un nome falso!!" (Totò in "La banda degli onesti")

75. Portieri si nasce, non si diventa. (Totò in "La banda degli onesti")

76. Perchè anch'io, modestamente, nella media borghesia italiana occupo una società... condomini che vanno e che vengono, che quando è natale, pasqua mi danno la mancia, per il mio nome mi regalano lumini..." (Totò ne "La banda degli onesti")

77. Ho mandato mia moglie e i miei figli a un funerale, così si divagano un po'. (Totò' ne "La banda degli onesti")

78. Tanto Gentile il segretario pare se si dimette

e la poltrona sua saluta

e ogni lingua de li colleghi trema muta

che altrimenti vorrebber commentare.

Egli si va, sentendosi laudare,

per la rinuncia d’umiltà vestuta,

e par quasi fosse cosa non dovuta

ma invece scelta per obbligo morale.

Che il popolino l’onestà l’ammira,

e dà agli illusi una dolcezza al core,

chi se ne va senza aspettar altre prove.

Ma i peggiori non v’è modo li si muova,

né per decenza oppur spinti dall’onore,

che sol per la poltrona l’anima lor sospira. (Bilbo Baggins)

79. L'onestà non paga. Se vuoi fare l'onesto lo devi fare gratis. (Pino Caruso)

80. Ricòrdati che l'onestà paga sempre! Specialmente le tasse! (Renato R.)

81. La madre dei cretini è sempre incinta. Quella degli onesti ormai è in menopausa.

82. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

83. Sto cercando di fare di mio figlio un italiano onesto, leale, corretto, solidale, amante della giustizia... "Un disadattato, insomma". (Stefano Mazzurana)

84. Io sono onesto. Contro chi devo scagliare la prima pietra? (Renato R.)

85. Nigeriano disoccupato trova 4.350 euro e li restituisce. Bisogna dire basta a questi gesti inappropriati, se vengono nel nostro paese devono rispettare le nostre regole. Che sono venuti qua ad insegnarci l'onestà? (Barbara Zappacosta)

86. Viviamo tempi in cui se dici "onesto!" a qualcuno, rischi d'offenderlo... (Alessandro Maso)

87. Sono una persona molto onesta e corretta. Mi sento un verme anche quando, ad un incontro, inganno l'attesa. (DrZap)

88. Secondo un emendamento del decreto milleproroghe, il M5S verrà multato per aver rifiutato i rimborsi elettorali. Sancendo la nascita di un nuovo reato: ONESTARE. (Kotiomkin) (Giovy Novaro)

Il "no" di Benedetto Croce al moralismo in politica. L'edizione nazionale dell'opera del pensatore ci restituisce i testi completi sul rapporto tra l'etica e la cosa pubblica, scrive Giancristiano Desiderio, Giovedì 26/05/2016, su "Il Giornale". È curioso, ma gli italiani quando si tratta di curare malanni e malattie non chiedono un onest'uomo, sì piuttosto un buon medico, onesto o disonesto che sia, purché sappia il fatto suo e non li mandi anzitempo all'altro mondo mentre quando ci sono in ballo le cose della politica gli italiani richiedono non uomini pratici e d'azione ma onest'uomini o, almeno, così dicono. Cos'è, dunque, l'onestà politica? Se lo chiedeva in modo diretto Benedetto Croce e rispondeva in modo altrettanto diretto: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». Lo scritto intitolato proprio così - L'onestà politica - è il frammento XXXVII dei Frammenti di etica che uscì in volume nel 1922 e che nel 1931 andò a comporre, insieme con altri scritti, l'importante volume Etica e Politica. Ora la casa editrice Bibliopolis, che cura l'Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, sta per mandare in libreria a cura di A. Musci proprio Etica e Politica nella edizione completa del 1931 riproducendo il testo nell'edizione ne varietur del 1945. In questo modo il lettore che segue le uscite delle opere crociane avrà modo di avere in un unico testo i quattro libri che compongono il volume: appunto, i Frammenti di etica del 1922, gli Elementi di politica del 1925, gli Aspetti morali della vita politica del 1928 e il Contributo alla critica di me stesso che uscì per la prima volta nel 1918 in cento copie stampate da Riccardo Ricciardi, l'amico editore di Croce che il filosofo chiamava con affetto Belacqua. Gli scritti raccoglievano nella maggior parte dei casi testi già pubblicati sin dal 1915 su riviste e periodici: anzitutto La Critica, e poi La Diana di Fiorina Centi, il Giornale Critico della Filosofia Italiana di Gentile, Politica di Alfredo Rocco e Francesco Coppola, gli Atti dell'Accademia di Scienze morali e politiche della Società reale di Napoli, i Quaderni critici di Domenico Petrini e La Parola di Zino Zini. In qualche caso anticipazioni e estratti erano già comparsi su quotidiani d'ispirazione liberale e conservatrice come Il Resto del Carlino di Tomaso Monicelli o Il Giornale d'Italia di Alberto Bergamini e Vittorio Vettori. L'origine pubblicistica dei testi ci fa aprire gli occhi sulla qualità del giornalismo italiano del secolo scorso. Ma oggi questi scritti cos'hanno da dire al lettore, son vivi o son morti? Faccia così il signor lettore, non si fidi di niente e di nessuno, neanche di questa noterella, prenda in mano il testo e si faccia un'idea sua. Qui, se è possibile, do solo un consiglio, di guardar le date e notare che gli scritti di politica - gli elementi - uscirono nel 1925 quando Croce, ormai, era passato all'opposizione di Mussolini e del fascismo, quando era finita male l'amicizia con Giovanni Gentile e in quegli scritti il filosofo della libertà marcava tutta la sua differenza rispetto alle commistioni di pensiero e azione fatte da Gentile e da Mussolini e rifiutava apertamente ogni morale governativa respingendo la sbagliata e pericolosa idea hegeliana dello Stato etico: «Nonostante codeste esaltazioni e codesto dionisiaco delirio statale e governa mentale -diceva- bisogna tener fermo a considerare lo Stato per quel che esso veramente è: forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone». Il pregio della posizione liberale di Croce è proprio qua: nella distinzione tra filosofia e politica, pensiero e azione; una distinzione che non solo si basava sulla qualità del giudizio storico che ha la sua virtù proprio nella distinzione ma anche sulla grande e imperitura lezione di Machiavelli che rendendo autonoma la politica rese possibile il governo liberale e il controllo dei governanti. Il liberalismo di Croce ha in sé il realismo politico e questo gli consente di non degenerare né nell'utopia né nel giusnaturalismo e di essere oggi come allora un pensatore antitotalitario che si oppose non solo al fascismo ma anche al comunismo. Tuttavia, qui giunto, vorrei dare al lettore, se mi è concesso e se non lo infastidisco, un altro consiglio non richiesto: inizi la lettura dal Contributo alla critica di me stesso, un gioiello di pensiero, umanità e letteratura. Forse, è il modo migliore non solo di avvicinarsi a quest'opera ma anche di avvicinarsi a Croce e di entrare nel suo mondo che è tutto ispirato dalla libertà umana e improntato alla sua promozione e custodia. La lezione viva che si può ricavare da Etica e Politica è quella di non cadere nelle illusioni e nei miti della politica e della vita pratica e di conservare quella necessità che insita nella vita umana: pensare la propria esistenza per non farsi eccessivamente governare dagli altri.

La “presunta” onestà degli italiani, scrive il 2 agosto 2015 don Giorgio De Capitani. In questi ultimi tempi, anche a causa delle polemiche inerenti ai profughi che, dietro ordini delle Prefetture, vengono smistati e messi in alcuni locali dismessi dei Comuni, è uscita di colpo la “presunta” onestà dei cittadini italiani. Anche sul mio sito, ho letto frasi simili: da 50 anni pago le tasse, ho lavorato e sudato onestamente, ed ecco che arriva questa gente, per non dire “gentaglia”, che mi fa sentire cittadino di serie B o Z, quasi umiliato nei miei diritti, eccetera, eccetera. C’è un giornale online locale, Merateonline, dove, ogni giorno, magari con la soddisfazione del suo Direttore, appaiono lettere e lettere di cittadini frustrati dalla presenza di questi “loschi” individui, che non pagano le tasse, non lavorano, anzi li disturbano, non li fanno più vivere in santa pace. Se volete toccare di persona il polso della solidarietà o umanità della gente brianzola, ecco, ne potete avere una certa idea. Sì, una certa idea, perché in realtà i brianzoli sono ancor più egoisti, al di là della loro “innocenza” battesimale o del loro utile pragmatismo pastorale, con la benedizione dei parroci consenzienti. Ma… chi è onesto al cento per cento? Credo nessuno, nemmeno il papa. Chi non ha fatto fare qualche lavoretto in nero? Chi ha fatturato ogni lavoro eseguito? Chi ha sempre pagato l’iva? Chi ha dichiarato l’esatta metratura dei propri locali, per evitare di pagare più tasse sulla spazzatura? Chi lavora per raccomandazione o ha vinto un concorso truccato, chi è un falso invalido o un baby pensionato, ecc. Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Naturalmente, quando non paghiamo qualche tassa, ci giustifichiamo in nome della nostra “onestà” presunta, oppure del fatto che gli altri non pagano: “Io non sono un coglione”!  E così via…E poi, soprattutto nel campo ecclesiastico, c’è sempre una ragione “valida” per non pagare tutte le tasse: faccio il bene, mi do da fare per gli altri, sono qui tutto il giorno al servizio della comunità anche civile, e poi dovrei pagare anche le tasse? Il bene mi fa sentire in diritto di esserne esente! Ma questo è un altro discorso, anche complesso. Ma ciò che non sopporto è la “presunta” onestà degli italiani, a giustificazione del proprio egoismo di cittadini che, per il fatto di vantare la propria onestà in base a criteri del tutto personali (ognuno si è fatto il proprio Codice e la propria Costituzione), rifiutano coloro che essi ritengono “diversi”, “estranei”, “illegali”, addirittura “pericolosi”, che mettono a rischio la “presunta” onestà di cittadini italiani.

Chi scaglia la prima pietra? L’editoriale di Sebastiano Cultrera del 06.02.2016. Le incalzanti notizie di cronaca giudiziaria provocano reazioni variegate tra i cittadini della nostra isola. Sgomento, sorpresa, sdegno, compassione o incredulità si alternano nei discorsi tra i cittadini. Ma emerge, troppo spesso, una ipocrisia di fondo che è la stessa che attraversa, troppo spesso, la nostra società procidana. “La devono pagare cara!” ho sentito dire da qualche anima bella “Anche per rispetto ai procidani onesti”. E questa storia dell’ONESTA’ è una specie di ritornello al quale, anche in politica, qualcuno si appella, e di solito lo fa chi è a corto di argomenti: naturalmente declinando il concetto di “onestà” a propria convenienza e piacimento. Io sono convinto, e ho cercato di sostenerlo anche recentemente, che il popolo procidano è un popolo profondamente onesto. Forse il nostro peggior difetto è il menefreghismo, unito ad un individualismo esasperato (i procidani sono “sciuontere”, usa dirsi). Ma rispetto ad altre realtà, anche contigue alla nostra, non possiamo certo lamentarci: non prosperano qui bande criminali, né (per fortuna) si registrano un numero di crimini particolarmente allarmante. Sostanzialmente il popolo procidano (che ha una grande storia imprenditoriale, densa di integrazione culturale e di commerci internazionali) è un popolo sano, produttivo e lavoratore, con un bagaglio etico del lavoro e della famiglia di tipo tradizionale. Tuttavia l’Onestà Aà Aà (quella degli slogan) è un’altra cosa, e proprio quegli esacerbati che la proclamano ai quattro venti (o semplicemente nelle chiacchiere da bar o da aliscafo) dovrebbero, prima, almeno, farsi delle domande. Il quadro che, in effetti, emerge dalle notizie che i media ci restituiscono, rispetto alle inchieste in corso, è un quadro complesso, che lascia intendere una vastissima rete di complicità, con l’abitudine a piccoli e grandi privilegi individuali o di “categoria” che erano diventati, nel tempo, dei veri e propri abusi; magari questi episodi non rivestono sempre rilevanza penale, ma, ciò non di meno, sono egualmente molti distanti da qualunque ideale corretto di ONESTA’. E’, poi, meritevole di approfondimento (e a breve mi piacerebbe farlo) la differenza tra i concetti di ONESTA’, di ETICA e di MORALE, recentemente abusati e usati talvolta a sproposito. Faccio solo notare che essi necessitano, per concretarsi, di un quadro di VALORI condiviso, che invece non esiste più o non è sufficientemente condiviso. Giacché ciascuno si fa una morale a proprio uso e consumo e si finisce per riferirsi, volentieri, alla sola dis-ONESTA’ degli ALTRI, in un eterno gioco di specchi asimmetrico: che, come Lui ha insegnato, ci fa concentrare, colpevolmente, esclusivamente sulle pagliuzze altrui. I sepolcri imbiancati di oggi è facile riconoscerli: sono quelli che, in certi frangenti, si sbattono più di tutti, quelli che vagano stracciandosi le vesti predicando ONESTA’ a sproposito, come se fosse una confezione di dentifricio atta a pulire bocca e denti. E nulla dicono su di loro stessi e sui loro amici, sui costumi diffusi di una comunità che non si riscatta additando le colpe di altri, neanche di uno o più capri espiatori. Invece il largo stuolo di professionisti, impiegati, commercianti e cittadini che beneficiavano (o beneficiano?) di quel “sistema” o comunque si integravano in quel quadro è imponente (e non risparmia neanche molti soggetti dispensatori di slogan o in vario modo in contiguità col moralismo di maniera); essi non sono esattamente dei criminali, almeno fino a prova contraria (e nessuno lo è, quindi, fino a sentenza definitiva). Ma certo dobbiamo dire con ONESTA’ INTELLETTUALE (ahia, l’ho detto anche io!) che tra multe cancellate, impunità varie, spiate e dossier, professionalità tecniche asservite a “papocchi” amministrativi, emerge un quadro sconfortante. Se poi apriamo il focus e vediamo anche il popolo delle casse marittime facili, dei piccoli e grandi abusi e delle piccole e grandi evasioni, possiamo allora essere certi di avere toccato quasi ogni famiglia isolana. Poiché l’averla “fatta franca” non significa essere moralmente meno colpevoli, ciò NON AUTORIZZA a scagliare la PRIMA PIETRA per ferire (a colpi di ONESTA’) chi sciaguratamente è stato scoperto. Spesso, infatti, è proprio la cattiva coscienza che porta a voler concentrarsi su uno o più responsabili (presunti) del decadimento morale, anche al fine di mondare catarticamente le proprie responsabilità e quindi la coscienza stessa. Invece la strada per la “salvezza” (cioè verso una nuova consapevolezza) passa attraverso una presa di coscienza collettiva delle VIRTU’, ma anche dei VIZI di una comunità: al fine di migliorarla.

Una banda di ballisti. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 07/09/2016 su “Il Giornale”. Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, cadde su una bugia. Un suo successore, Bill Clinton, rischiò la stessa fine e si salvò in extremis solo perché si pentì e chiese scusa in tempo. Margaret Thatcher sull'argomento aveva un'idea più femminile: «Non si raccontano - ebbe a dire - bugie deliberatamente, diciamo che a volte bisogna essere evasivi». Virginia Raggi, neosindaco di Roma, Luigi Di Maio e tutta la banda dei Cinquestelle, travolti dallo scandalo della bugia sul fatto che nessuno sapeva che una loro assessora era indagata, sono quindi in buona compagnia. Del resto perché sorprendersi di un politico bugiardo? Machiavelli, già cinquecento anni fa, inseriva la menzogna tra le arti di cui un principe deve essere dotato se vuole ben governare. Il problema nasce quando sul malcapitato si accende il faro del sospetto, perché secondo gli esperti, per provare a coprire una bugia - esattamente come accade tra marito e moglie fedifraghi - è necessario raccontarne almeno altre sette. Che è esattamente quello che sta succedendo in queste ore nei piani alti del partito di Grillo, tra accuse e difese, sospetti e veleni incrociati. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo. E adesso si fa dura, perché, come dice un antico proverbio russo, con le bugie si può andare avanti ma mai tornare indietro. E quindi addio per sempre verginità, addio purezza, addio diversità, addio a tutte le fregnacce che ci siamo dovuti sorbire in questi anni. Il Cinquestelle non è il partito Bengodi, non lo è mai stato e mai lo sarà, è semplicemente una casta che sta tentando di scalzarne un'altra. Con l'aggravante dell'inesperienza e dell'incapacità che si sono dimostrate maggiori del previsto, non solo a Roma ma in tutte le città in cui sono stati messi alla prova. C'è da gioire di tutto questo? No, per niente. Milioni di italiani sono stati ingannati dal moralismo di un comico e da un gruppo di ragazzini; Virginia Raggi, se come probabile resterà in sella grazie a qualche espediente mediatico, sarà un sindaco dimezzato, bugiardo e inaffidabile. E parliamo del sindaco di Roma capitale, non so se mi spiego.

Sul web scatta la gara di sfottò: "È tutta colpa delle cavallette". Raffica di parodie su Di Maio, scrive Paolo Bracalini, Giovedì 08/09/2016, su "Il Giornale". Dopo le case pagate ad insaputa e lauree conseguite senza saperlo, la mail letta ma non capita da Di Maio entra di diritto nella classifica delle scuse più incredibili della politica nazionale, anche perché nel breve curriculum di Di Maio figura un periodo da webmaster, difficile da svolgere se si ha difficoltà con le mail. L'ironia del web, quindi, si abbatte senza pietà sul pupillo avellinese della Casaleggio Associati, che già aveva pronti nel guardaroba i completi da presidente del Consiglio. Anche se molte tweetstar che in altri casi avrebbero fatto a pezzi il protagonista della gaffe politica, con Di Maio si astengono dall'infierire, meglio non mettersi contro i follower grillini che fanno numero. Ma se una parte dei commenti in Rete è rappresentato dai fan che seguono fedelmente la linea indicata dal direttorio (cioè: è tutta una montatura dei partiti e dei media per screditare il M5S, gli scandali sono altri), la stragrande maggioranza sono sfottó e parodie per la goffa giustificazione addotta dal vicepresidente della Camera. Che rievoca a molti lettori, ricordi e memorie dai banchi di scuola: «Ma oggi c'era interrogazione? Pensavo si facesse ripasso», «Il cane mi ha mangiato i compiti!», «La difesa del ripetente: non avevo capito, non c'ero, e se c'ero dormivo» suggeriscono tre lettori di Repubblica.it, mentre un altro propone un'interpretazione linguistica: «Lui è napoletano e la Taverna parla in romanesco stretto, dovete pur capire il poverino!». Molti twittaroli suggeriscono una integrazione alla scusa di Di Maio pubblicando il celebre monologo di John Belushi in Blues Brothers, quando deve giustificarsi di fronte all'ex ragazza che lo punta con un fucile d'assalto M16 per averla abbandonata davanti all'altare («Ero rimasto senza benzina. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!»), mentre sui social network viene rimbalza una parodia evangelica: «Tutti contro Di Maio per una mail e nessuno parla dei Corinzi che non hanno mai risposto alle lettere di San Paolo. Questa è l'Italia dei poteri forti». Su Twitter esiste un account @Iddio, con 454mila follower, e anche da lì arriva l'ironia sul vicepresidente della Camera: «Nel progetto originale era previsto di fare le donne senza peli e senza cellulite, ma ho letto male l'email». Filippo Casini ha capito l'origine del complotto denunciato dai Cinque stelle: «Di Maio: Abbiamo tutti i media contro. Soprattutto Hotmail e Outlook», i provider di posta elettronica. «Ho sbagliato a leggere la mail» is the new «Mi hanno rubato l'account», twitta la Lucarelli del Fatto. Sfotte anche Pig Floyd su Twitter: «Mi è arrivata la bolletta della luce da 230. Credo che pagherò 2.30 dicendo Scusate, ho letto male». Ma poi il popolo M5S si dà la carica con Grillo a Nettuno. E anche questo ispira la presa per i fondelli sui malintesi di Di Maio: «Nettuno? Cavolo. Ma un pianeta più vicino non c'era?».

La follia di fare dell'onestà un manifesto politico. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 15/04/2016, su "Il Giornale". «Onestà, onestà», hanno intonato dirigenti e simpatizzanti grillini sul sagrato della chiesa di Santa Maria delle Grazie all'uscita della bara di Gianroberto Casaleggio. Come ultimo saluto, una preghiera laica in linea con il dogma pentastellato che al di fuori del loro club tutto è marcio e indegno. Gli unici onesti del Paese sarebbero loro, come vent'anni fa si spacciavano per tali i magistrati del pool di Mani pulite, come tre anni fa sosteneva di esserlo il candidato del Pd Marino contrapposto a Roma ai presunti ladri di destra. Come tanti altri. Io non faccio esami di onestà a nessuno, me ne guardo bene, ma per lavoro seguo la cronaca e ho preso atto di un principio ineluttabile: chi di onestà colpisce, prima o poi i conti deve farli con la sua, di onestà. Lo sa bene Di Pietro, naufragato sui pasticci immobiliari del suo partito; ne ha pagato le conseguenze Marino con i suoi scontrini taroccati; lo stesso Grillo, a distanza di anni, non ha ancora smentito le notizie sui tanti soldi in nero che incassava quando faceva il comico di professione. Cari Di Maio e compagnia, smettetela con questa scemenza del partito degli onesti che fa la morale a tutti, cosa che fra l'altro porta pure male. L'onestà non è un programma politico, è una precondizione personale per affrontare la vita in un certo modo. Io voglio comportarmi onestamente, e mi piacerebbe facessero altrettanto il mio fruttivendolo, chi mi vende l'automobile, chi si occupa della mia salute, il politico che voto. Ma da loro pretendo solo una cosa: che la frutta sia buona e sana, che l'auto funzioni come mi aspettavo, che se necessario il mio medico mi salvi la vita, che la politica sia efficiente nel risolvere i miei problemi. L'onestà che viene a mancare è un problema della loro coscienza, e giudiziario se comporta la violazione delle leggi e se danneggia la comunità. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro. Anzi, a volte, vedi casi Livorno e Quarto, fanno disastri ben peggiori. Cosi come in Parlamento la strategia grillina ha prodotto tanto fumo e zero arrosto. Sarò all'antica, ma in chiesa, ai cori sull'esclusiva dell'onestà («chi è senza peccato scagli la prima pietra», diceva il Padrone di casa) preferisco ancora una preghiera. 

"Noi siamo garantisti e lo siamo anche con il sindaco di Livorno raggiunto da avviso di garanzia non come gli esponenti del Movimento che sono garantisti con i loro e giustizialisti con gli altri": lo ha detto il ministro Boschi parlando nel bresciano a Desenzano del Garda il 7 maggio 2016. Boschi ha quindi aggiunto "Di Maio era a Lodi questa mattina, mi auguro che domani vada a Livorno a chiedere le dimissioni del suo sindaco". "Il 21% dei comuni amministrati dal Movimento 5 stelle - ha concluso - ha problemi con la giustizia, ma il loro grido onestà, onestà diventa omertà, omertà quando riguarda loro".

Caso Pizzarotti: il doppiopesismo che spaventa. L'ipocrisia dentro e fuori il M5S li mostra giustizialisti in pubblico, esoterici nelle “stanze delle tastiere”. Un pericolo per la democrazia, scrive Marco Ventura il 15 maggio 2016 su "Panorama".  Lo aveva detto con chiarezza Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prima della sospensione dal Movimento 5 Stelle tramite la mail anonima dello “staff” (che rimanda al direttorio M5S e, in definitiva, al clan Casaleggio): “Non è che tutti gli altri sono cattivi e noi tutti buoni. Per sistemare i problemi a volte è necessario sporcarsi le mani”. Ammissione importante. Quindi, non erano tutti cattivi i craxiani o i berlusconiani, così come non sono tutti buoni i magistrati o i 5 Stelle. Se c’è di mezzo l’amministrazione di una città, ci si può dover sporcare le mani. Ne consegue che se questo vale per Livorno, a maggior ragione deve valere per Roma o Milano. Ci si può sporcare le mani “a fin di bene”, forse. Per dare un’aggiustatina. Eppure, per degli integralisti come i 5 Stelle dovrebbe valere il principio che il fine non giustifica mai i mezzi, insomma le mani bisognerebbe non sporcarsele in nessun caso. Tanto meno bisognerebbe accusare gli altri di sporcarsele, per poi autoassolversi se si viene beccati con le mani dentro lo stesso barattolo di marmellata con l’etichetta “concorrenza in bancarotta fraudolenta” o “abuso d’ufficio”. Sembra invece che i grillini siano una razza a parte anche sotto questo aspetto. Se sono loro a finire nel mirino delle Procure (è successo nella maggioranza delle amministrazioni locali che controllano), si tratta di giustizia a orologeria, manganellate giustizialiste, “reati minori”. Vito Crimi, ex presidente dei senatori pentastellati, sembra considerare una medaglia al petto l’avviso di garanzia al compagno di partito nonché Sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, per 33 assunzioni in un’azienda sull’orlo del baratro. Si può mai esser colpevoli, chiede Crimi, di “aver evitato a 33 famiglie di finire in mezzo a una strada?”. Eppure, in altri tempi e riferita ad avversari, l’assunzione di 33 persone in un’azienda municipalizzata che sta per fallire sarebbe stata definita proprio dai 5 Stelle “clientelismo”. I due pesi e due misure riguardano non soltanto i nemici, ma i compagni di cordata. Pizzarotti è sempre stato un mezzo dissidente rispetto ai vertici del partito, Nogarin no. Quindi Pizzarotti viene sospeso e Nogarin salvato (e difeso). Ma il problema non riguarda solo i pentastellati. Riguarda tutti noi. I 5 Stelle un giorno potrebbero avere i numeri per governare. Si tratta di un movimento rivoluzionario, guidato senza trasparenza, molto simile a una setta (spesso i rivoluzionari sono strutturalmente settari). Ma quando la setta incrocia il potere, diventa un pericolo per la democrazia. La verità è che i rivoluzionari, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi momento storico, hanno dimostrato di essere poi bravissimi a adattarsi alle poltrone e nicchie di potere, e di essere mediamente peggiori dei predecessori che si sono trovati a gestire un consenso che calava.  I due pesi e due misure di direttorio e clan Casaleggio contraddicono in modo eclatante la supposta trasparenza delle origini (che in realtà non c’è mai stata). I terribili scontri intestini appartengono alla peggiore tradizione del variegato socialismo e comunismo sovietico. Specchio capovolto del populismo sbandierato dai parlamentari 5 Stelle. Populisti e giustizialisti in pubblico, esoterici e incontrollabili nel chiuso di “stanze delle tastiere” che hanno sostituito le “stanze dei bottoni”.  

Come il giustizialista imputato diventa garantista. L'ex comunista Cioni a Firenze. I grillini Nogarin a Livorno e Pizzarotti a Parma. Prima giacobini, poi indagati: e oggi chiedono il rispetto delle regole dello Stato di diritto, scrive il 13 maggio 2016 Maurizio Tortorella su "Panorama". "A mia figlia Giulia, la più piccola, i compagni di classe domandavano: perché tuo padre non è in prigione? Nel tritacarne mediatico i giornali ti bollano come corrotto e gli amici scompaiono". È bellissima e illuminante l'intervista di Graziano Cioni al Foglio di oggi. Cioni, 70 anni, è stato un esponente del Pci-Pds-Ds-Pd toscano, assessore alla Sicurezza e alla vivibilità di Firenze: nel novembre 2008, da candidato a sindaco della città, venne travolto politicamente e umanamente da un'inchiesta e poi da un processo per corruzione per un progetto urbanistico sull'area fiorentina di Castello. Quell'inchiesta è appena terminata in nulla, in Cassazione. Ma Cioni ha vissuto quasi otto anni d'inferno. Oggi dice ad Annalisa Chirico, che lo intervista: "Io ero un giustizialista convinto. Che puttanata. Per me la legalità era un vessillo assoluto, una bandiera. Le garanzie? la presunzione d'innocenza? Non mi ponevo il problema. Quel che un magistrato fa è giusto per definizione". Cioni ricorda il famoso discorso di Bettino Craxi: quello del luglio 1992, in piena Tangentopoli, quando in Parlamento il segretario del Psi chiamò in correità tutti i segretari di partito, dichiarando "spergiuro" chi avesse negato un finanziamento illecito. "Io ero un anticraxiano di ferro" dice oggi Cioni. "Votai per l'autorizzazione a procedere. Oggi non lo rifarei. Pensavo che Craxi avesse torto. Ho capito che avevamo torto noi". Oggi che cosa dice Cioni della giustizia? "Le carriere dei pm e dei giudici vanno separate. L'assoluzione deve essere inappellabile: io sono stato scagionato da ogni accusa in primo grado, ma il pm è ricorso in appello così mi sono ritrovato nel fuoco incrociato di una contrapposizione tra giudici. La responsabilità civile dei magistrati resta una chimera: perché chi sbaglia non paga? Si dice: questo potrebbe frenarli. Ma allora un chirurgo che dovrebbe fare?". È un uomo folgorato sulla via di un processo. Induce sincera compassione umana, Graziano Cioni. La vita con lui è stata durissima e crudele, non soltanto dal punto di vista giudiziario. Ma il suo percorso mentale da giustizialista a garantista, per quanto straordinario e paradossale, e intimamente giusto, scuote l'animo. Anche perché ormai incarna in sé gli echi di una sconcertante regolarità. Perché, esattamente come lui, proprio in questo periodo approdano alla sponda garantista tanti ex giustizialisti. Sono sempre più numerosi i giacobini che, colpiti da un avviso di garanzia ed entrati loro malgrado nel circo mediatico-giudiziario, scoprono la violenza che hanno alimentato fino al giorno prima. E a quel punto saltano loro i nervi, diventano fragili, soffrono. Capiscono i disastri del populismo giudiziario. Filippo Nogarin, sindaco grillino di Livorno, e Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, indagati a diverso titolo, oggi rivendicano la correttezza del loro operato e si ribellano: rifiutano di seguire le regole del Movimento 5 stelle cui appartengono. Non si dimettono, dopo che il mantra grillino per anni è stato: "Fuori dallo Stato ogni indagato". Attenzione: qui nessuno s'indigna. Ed è in buona misura scorretto fare quel che fanno certi esponenti del Pd, che gridano strumentalmente allo scandalo per il cambio di fronte degli avversari grillini. Non pare corretta nemmeno la rivalsa di chi, nel centrodestra, osserva tacendo: come se fosse una consolazione, perché "ora tocca a loro". No, qui non si tratta nemmeno di contestare una doppia morale, o il doppiopesismo. Chi crede di avere davvero nel sangue il rispetto delle regole dello Stato di diritto, in realtà, si stupisce soltanto che tutti costoro non lo abbiano capito prima. Che non abbiano compreso che l'errore è umano, e che anche l'errore giudiziario lo è. E pertanto che non c'è alcuna certezza, né una Verità assoluta e insindacabile. Né in una chiesa, né in un partito, né (tantomeno) in un tribunale. Il problema è che non si può attendere di subire un'esperienza giudiziaria per comprendere che la presunzione d'innocenza va davvero utilizzata come una regola superiore, stellare. Che l'arresto in carcere deve essere l'ultima istanza, davvero. Che i giornali non possono devastare l'immagine di una persona. Possono porre problemi, ma non dare certezze. Quelle le ha soltanto Dio, se esiste. Il problema è che il circuito mediatico-giudiziario, un unicum vergognoso, da Paese sottosviluppato, è un mostro che va affrontato collettivamente e contenuto, possibilmente annullato. Non lo si è fatto per troppi anni, per miope calcolo politico (con la sua intervista anche Cioni lo conferma, esplicitamente). Ma di calcoli politici si può anche soccombere.

CULTURA. EMIL ZOLA: L’AFFAIRE DREYFUS ED I GIORNALI CHE VIVONO DI SCANDALI.

Cos’è la cultura? Solo un “libretto di istruzioni”…, scrive Corrado Ocone il 26 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Antonio Genovesi, allievo di Vico, teologo, maestro dell’illuminismo napoletano, filosofo eclettico. Usò la scienza anche per studiare il commercio. Sabato a Vatolla, in provincia di Salerno, nel castello De Vargas ove soggiornò per più anni Giambattista Vico, alle ore 19, si è svolto il convegno Opportunità, pace e ricchezza. Il libero commercio dalle lezioni di economia di Antonio Genovesi ad oggi.  Sono intervenuti Corrado Ocone e Lorenzo Infantino (moderati da Antonluca Cuoco). È stata l’occasione per ricordare Genovesi, allievo di Vico e padre dell’illuminismo napoletano, pensatore di calibro europeo del tutto dimenticato. Qui un suo profilo. Una decina di anni fa la casa editrice dell’Università di Cambridge pubblicò un documentato volume (mai tradotto in italiano) di un noto storico inglese, John Robertson, in cui si stabiliva un legame, intellettuale ma anche concreto e pratico (le idee e i libri circolavano con molta rapidità nella settecentesca “repubblica delle lettere”), fra l’illuminismo scozzese e quello napoletano. Gli esponenti di entrambi, al contrario degli illuministi francesi, temperavano infatti il culto della Ragione con un istintivo senso storico e (almeno negli scozzesi) con una profonda venatura scettica. Credo che, pur con i dovuti limiti, questa tipizzazione valga anche per Antonio Genovesi, il padre dell’illuminismo napoletano. Se non proprio scettico, egli, che aveva una formazione filosofica e teologica (era lui stesso un sacerdote), anzi propriamente metafisica, era sicuramente un eclettico: possedeva una solida cultura classica, e insieme una vasta conoscenza degli autori moderni e a lui contemporanei, ma riteneva che elementi di verità fossero nel pensiero di ogni filosofo e che era saggio prendere il meglio da più parti. Quanto al senso storico, Genovesi lo aveva sicuramente appreso anche alla scuola di Giambattista Vico, che, essendosi trasferito a Napoli venticinquenne nel 1738 (era nato a Castiglione, in provincia di Salerno, il primo novembre 1713), fece in tempo a frequentare (l’autore della “Scienza nuova” sarebbe poi morto nello stesso anno in cui fu pubblicata l’edizione definitiva del suo capolavoro: il 1744). È ai primi anni Cinquanta del secolo che è databile quella “svolta” negli interessi di Genovesi (nell’Autobiografia egli parlerà di “sbalzo”) che lo porterà rapidamente a tralasciare gli studi di metafisica e teologia e ad occuparsi quasi esclusivamente di economia. Certo, si trattava della scienza del momento, legata all’intensificarsi dei commerci e allo sviluppo economico degli Stati europei, ma l’affermarsi dell’economia era il portato anche, più radicalmente, dello spirito immanentistico connesso all’età moderna (Benedetto Croce avrebbe parlato della “scoperta” settecentesca delle due “scienza mondane”, cioè l’estetica e appunto l’economia). Napoli, città di porto e cosmopolita per quanto con un retroterra arretrato e semifeudale (la vasta provincia del Regno borbonico), partecipava in pieno al moto di idee che da Parigi alla Gran Bretagna percorreva l’Europa: l’abate Ferdinando Galiani, altro esponente di spicco dell’illuminismo partenopeo, nel 1751 aveva pubblicato il trattato Della moneta che gli avrebbe presto dato fama europea. Genovesi, da parte sua, da un lato, concludeva nel 1752, con la pubblicazione dell’ultimo tomo, il suo trattato di Metafisica, che non pochi problemi gli aveva dato con la censura regia e soprattutto ecclesiastica; dall’altro, maturava delle idee del tutto nuove sullo scopo della sua attività di studioso che ne avrebbero fatto in poco tempo, come lui stesso ebbe a dire, da filosofo e metafisico un “mercatante”. In questo processo lo agevolò certamente l’essere entrato a far parte del circolo, e anzi nelle grazie, di un illuminato mercante e mecenate toscano trapiantato a Napoli, Bartolomeo Intieri. Il quale, consapevole, nello spirito dei lumi, della necessità di formare una classe dirigente su idee nuove e praticamente utili, finanziò e affidò al nostro una cattedra di “meccanica e economia” all’Università di Napoli (probabilmente la prima cattedra di economia al mondo). Il 5 novembre 1754, con grande successo, parlando a braccio, Genovesi tenne la memorabile prolusione con cui inaugurava il suo corso, le cui idee sistemò poi nel Ragionamento sul commercio in generale (1757), Le sue Lezioni di commercio o sia d’economia civile, pubblicate per la prima volta nel 1765, diventeranno un classico e saranno tradotte e discusse in mezza Europa. E’ difficile, almeno per me, giudicare la validità e forza delle idee economiche di Genovesi, né tantomeno la loro possibile “attualità”: un tema, quest’ultimo, che il senso storico mi porterebbe a consigliare di affrontare con molta cautela. Non manca però chi (ad esempio Stefano Zamagni), mutuando da Genovesi e dagli altri illuministi napoletani l’espressione “economia civile”, vede oggi nelle sue idee un’alternativa al pensiero economico puro o classico, basato sull’idea di un homo aeconomicus inteso a perseguire razionalmente il proprio interesse. In effetti, è sicuramente vero che i temi etici nel pensiero di Genovesi si intrecciano a quelli più propriamente economici e finiscono per dare ad essi il tono e la sostanza. È pur vero, tuttavia, che, stando almeno a certi passi delle sue opere, la natura non meramente altruistica dell’uomo gli era, senza moralismi di sorta, molto chiara. Tanto che lo stesso concetto di “reciprocità” che, secondo lui, è alla base dello scambio mercantile, conserva a mio avviso un che di utilitaristico che non lo discosta troppo dall’impostazione che sarà data qualche decennio dopo di lui da Adam Smith. Anche l’autore della Ricchezza delle nazioni (1776) aveva, fra l’altro, parlato della “fiducia” (“pubblica”) che è alla base del rapporto economico, occupandosene nell’opera filosofica che è da considerarsi come la premessa teorica del suo capolavoro: la Teoria dei sentimenti morali (1759). Mi sembra che ci troviamo di fronte a motivi propri dell’epoca, di un periodo in cui l’economia non aveva del tutto sviluppato quell’autonomia dalle altre scienze che è stata poi, nei secoli a seguire, il motivo del suo successo ma anche della sua crisi attuale. Tipicamente illuministico è anche il tema della “felicità”, che, sulla scia di Genovesi, gli illuministi napoletani hanno sviluppato e diffuso nel mondo (di esso se ne trovano echi evidenti, per il tramite di Gaetano Filangieri e Benjamin Franklin, nella stessa Costituzione americana). Anche in questo caso, il pensiero di Genovesi, legato in senso stretto alle virtù morali e civili, non presenta quegli aspetti utilitaristici che ritroveremo in seguito fra gli economisti. Ad ogni modo, a me sembra particolarmente interessante considerare anche la concezione della cultura e dei fini o dello scopo del lavoro intellettuale che aveva il nostro e che, anche per questa parte, lo trova completamente aderente allo spirito del suo tempo, cioè all’illuminismo. Il riferimento in questo caso è soprattutto il Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, che egli compose nell’autunno del 1753 nella casa di villeggiatura di Intieri dalle parti di Vico Equense e pubblicò l’anno dopo poco prima che iniziassero i suoi corsi di economia. In esso egli prese di mira i filosofi, e i “cento e cento altri dialettici e metafisici” che, “per sette e più secoli… fecero a gara a chi potesse essere più ferace in inutili immaginazioni ed astrazioni”. Il loro compito sarebbe stato invece quello di dare “rischiaramento e aiuto” ai popoli e soprattutto ai governanti che avrebbero dovuto guidare gli Stati secondo i dettami della pura ragione. Come si vede, qui c’è una netta presa di distanza da quegli interessi metafisici che lo avevano impegnato, quasi come per liberarsene con cognizione, nella prima fase della sua attività. Il rapporto fra scienza e prassi è stabilito in maniera netta: le scienze da preferire e studiare saranno quelle utili a migliorare e a “incivilire” il popolo umano. In effetti, la scienza scopre, da una parte, certe “verità” nella realtà e, dall’altro, le propone ai saggi legislatori del “dispotismo illuminato” che le “applicano”, anche con l’ausilio della tecnica, all’azione. Questa concezione del mondo come un libro che noi dobbiamo solo leggere e interpretare (secondo l’espressione di Galileo Galilei), della verità come “rispecchiamento” e della prassi come “applicazione” è quella che successivamente il pensiero occidentale post- illuministico metterà per lo più in discussione. Essa, infatti, tendenzialmente, lascia poco spazio alla libertà, cioè all’inventiva e imprevedibile creatività umana. Da un lato, Marx tenderà a risolvere le contraddizioni teoriche immediatamente nell’agire pratico (“non si tratta di capire il mondo ma da trasformarlo”); dall’altra, i liberali tenderanno a scindere l’attività culturale, per sua natura disinteressata, da quella pratica volta a raggiungere un fine di utilità. L’enorme fiducia nella cultura, istillata nei napoletani da Genovesi e a seguire dagli altri esponenti della cultura illuministica cittadina (lo stesso Filangieri, Francesco Maria Pagano o il suo allievo prediletto Giuseppe Maria Galanti) avrà, anche simbolicamente, il suo esito finale nel fallimento della rivoluzione napoletana del 1799. Una classe politico- intellettuale che si affida alla cultura e alla morale senza fare i conti con la maturità del popolo e con la situazione in cui deve operare, constaterà amaramente Vincenzo Cuoco (allievo di Galanti) è destinata a fallire e a rimanere nella storia come mera per quanto nobile testimonianza. Ovviamente, Genovesi non fece in tempo a vedere i fumi della Rivoluzione (era morto a Napoli il 22 settembre 1769) ma nella sua personalità si rispecchiano in maniera così tipica i pregi e le virtù del suo tempo, molto più che in altri pensatori stranieri, che, per noi italiani, è veramente assurdo non conoscerne e aver dimenticato la sua lezione.

Emile Zola: Quei giornali che vivono di scandali! Scrive Émile Zola il su “Le Figaro” il 25 novembre 1897 ripubblicato il 9 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Che dramma straziante, e quali splendidi personaggi! Di fronte a documenti di una bellezza così tragica che la vita ci mette davanti, il mio cuore di romanziere freme di appassionata ammirazione. Non so intravedere una psicologia più nobile. Non è mia intenzione parlare del caso. Se talune circostanze mi hanno permesso di studiarlo e di farmene un’opinione formale, non dimentico che un’inchiesta è in corso, che la giustizia se ne sta occupando e che per onestà è giusto attendere, senza contribuire all’ammasso di pettegolezzi volti a ostruire un caso così chiaro e così semplice. Ma i personaggi, da questo momento, appartengono a me, che sono soltanto un passante con gli occhi aperti sulla vita. E se il condannato di tre anni or sono e l’accusato d’oggi per me rimangono sacri fino a che la giustizia non avrà completato la sua opera, il terzo grande personaggio del dramma, l’accusatore, non avrà certo a soffrire se parlerò di lui con onestà e con coraggio. Ecco che cosa ho visto di Scheurer-Kestner, ecco che cosa penso e che cosa affermo. Forse un giorno, se le circostanze lo permetteranno, parlerò degli altri due. Una vita cristallina, la più nitida, la più diritta. Non una tara, mai la più piccola debolezza. Una medesima opinione, costantemente seguita, senza ambizione militante, sfociata in un’altra posizione politica dovuta unicamente alla simpatia rispettosa dei suoi pari. E non un sognatore, né un utopista. Un industriale, che ha vissuto chiuso nel suo laboratorio, dedito a ricerche particolari, senza conta- re la preoccupazione quotidiana di una grande ditta commerciale da mandare avanti. Ed anche una situazione patrimoniale invidiabile. Tutte le ricchezze, tutti gli onori, tutte le gioie, il coronamento di una bella vita interamente dedicata al lavoro e alla lealtà. Più un solo desiderio da esprimere, ossia quello di finire in modo degno, in questa felicità e nella stima generale. Eccolo, l’uomo. Lo conoscono tutti, non vedo chi mi potrebbe smentire. Ed è proprio l’uomo attorno al quale si sta per svolgere uno dei drammi più tragici e più appassionati. Un giorno, un dubbio si affaccia nel suo spirito, poiché è un dubbio che è nell’aria e che ha già rubato varie coscienze. Un tribunale militare ha condannato, per alto tradimento, un capitano che, chissà, forse è innocente. Il castigo è stato tremendo, la degradazione pubblica, l’internamento in un luogo lontano, l’esecrazione di tutto un popolo che si accanisce, infierendo sull’infelice già a terra. E, qualora fosse innocente, gran Dio! Che brivido di pietà, che orrore agghiacciante! Al pensiero che non ci sarebbe riparazione possibile. Nello spirito del signor Scheurer-Kestner, è nato il dubbio. Da quel momento, come ha spiegato lui stesso, inizia il tormento, rinasce l’ossessione man mano che le cose gli giungono all’orecchio. È un’intelligenza solida e logica quella che, a poco a poco, finisce per essere conquistata dal bisogno insaziabile della verità. Non c’è nulla di più alto, di più nobile e il travaglio che quest’uomo ha vissuto è uno spettacolo straordinario ed entusiasmante, per me, portato come sono dal mio mestiere a scrutare nelle coscienze. Il dibattito sulla verità e in nome della giustizia, non esiste lotta più eroica. In breve, alla fine Scheurer-Kestner giunge alla certezza. La verità la conosce, ora deve fare giustizia. È un momento pauroso e posso immaginare cosa debba essere stato per lui quel momento d’angoscia. Non gli erano certo ignote le tempeste che stava per sollevare, ma la verità e la giustizia sono sovrane, poiché esse soltanto assicurano la grandezza delle nazioni. Può accadere che interessi politici le oscurino per qualche istante, ma un popolo che non basi su di esse la sua unica ragione d’essere sarebbe, oggi, un popolo condannato. Fare luce sulla verità, certo; ma potremmo avere l’ambizione di farcene un vanto. Alcuni la vendono, altri vogliono almeno trarre vantaggio dall’averla detta. Il progetto di Scheurer-Kestner era di restare nell’ombra, pur compiendo la sua opera. Aveva deciso di dire al governo: «Le cose stanno così. Intervenite, abbiate voi stessi il merito d’essere giusti, riparando a un errore. Chi fa giustizia, trionfa sempre». Circostanze delle quali non voglio parlare fecero sì che non venisse ascoltato. Da quel momento in poi, ebbe inizio la sua ascesa al calvario, un’ascesa che dura da settimane. Si era sparsa la voce che egli fosse in possesso della verità, e chi detiene la verità, senza gridarla ai quattro venti, che altro può essere se non un nemico pubblico? Stoicamente, per quindici giorni interminabili, rimase fedele alla parola data di tacere, sempre nella speranza di non doversi ridurre a prendere il posto di quelli che avrebbero dovuto agire. E sappiamo bene quale marea d’invettive e di minacce si sia abbattuta su di lui durante questi quindici giorni; un vero torrente di accuse immonde, di fronte al quale è rimasto impassibile, a testa alta. Perché taceva? Perché non mostrava il suo incartamento a chiunque lo volesse vedere? Perché non faceva come gli altri che riempivano i giornali delle loro confidenze? Quanto, ah, quanto è stato grande e saggio! Taceva, perfino al di là della promessa fatta, proprio perché si sentiva responsabile nei confronti della verità. Una povera verità, nuda e tremebonda, schernita da tutti e che tutti sembravano avere interesse a soffocare, lui pensava soltanto a proteggerla contro l’ira e le passioni altrui. Aveva giurato a se stesso che non l’avrebbero fatta sparire e intendeva scegliere il momento e i mezzi adatti per assicurarle il trionfo. Che può mai esserci di più naturale, di più lodevole? Per me non esiste niente di più sovranamente bello del silenzio di Scheurer- Kestner, dopo tre settimane di ingiurie e di sospetti da parte di un intero popolo fuori di sé. Ispiratevi a lui, romanzieri! In lui sì avreste un eroe! I più benevoli hanno avanzato dubbi sul suo stato di salute mentale. Non era per caso un vegliardo indebolito, caduto nell’infantilismo senile, uno di quegli spiriti che il rimbambimento incipiente rende inclini alla credulità? Gli altri, i pazzi e i delinquenti, l’hanno accusato senza tante cerimonie d’essersi lasciato “comprare”. Semplicissimo: gli ebrei hanno sborsato un milione per acquistare tanta incoscienza. E non si è levata una risata immensa, come risposta a tanta stupidità! Scheurer- Kestner, è là, con la sua vita cristallina. Fate un confronto tra lui e gli altri, quelli che lo accusano e lo insultano, e giudicate. Bisogna scegliere tra questo e quelli. Trovatela, la ragione che lo farebbe agire, al di fuori del suo bisogno così nobile di verità e di giustizia. Coperto d’ingiurie, l’animo lacerato, sentendo vacillare il suo prestigio sotto di sé, ma pronto a sacrificare tutto pur di portare a buon esito il suo eroico compito, egli tace, aspetta. Fino a che punto si può essere grandi! L’ho detto, del caso in sé non mi voglio occupare. Tuttavia, è bene che io lo ripeta: è il più semplice, il più trasparente del mondo, per chi voglia prenderlo per quello che è. Un errore giudiziario, eventualità deplorevole, sì, ma sempre possibile. Sbagliano i magistrati, possono sbagliare i militari. Cos’ha a che fare, questo, con l’onore dell’esercito? L’unico bel gesto, qualora sia stato commesso un errore, è di porvi riparo: e la colpa nascerebbe nel momento in cui qualcuno s’intestardisse a non voler ammettere di essersi sbagliato, nemmeno di fronte a prove decisive. Non ci sono altre difficoltà, in fondo. Andrà tutto bene, purché si sia decisi a riconoscere di aver potuto commettere un errore e di avere esitato, in seguito, a convenirne, perché era imbarazzante. Quelli che sanno, mi capiranno. Quanto al temere complicazioni diplomatiche, è uno spauracchio per gli allocchi. Nessuna delle potenze vicine ha niente a che spartire con il caso e converrà dirlo forte. Ci troviamo soltanto di fronte a un’opinione pubblica esasperata, sovraffaticata da una campagna che è tra le più odiose. La stampa è una forza necessaria; sono convinto che nel complesso faccia più bene che male. Ma certi giornali, quelli che gettano lo scompiglio, quelli che seminano il panico, che vivono di scandali per triplicare le vendite, non sono certo meno colpevoli. L’antisemitismo idiota ha gettato il seme di questa demenza. La delazione è dappertutto, nemmeno i più puri e più coraggiosi osano fare il loro dovere per il timore di venire infangati. E così, eccoci in questo orribile caos, nel quale tutti i sentimenti sono falsati, in cui non è possibile volere la giustizia senza venire trattati da rimbambiti o da venduti. Le menzogne mettono radici, le storie più assurde vengono riportate con sussiego dai giornali seri, l’intera nazione sembra in preda alla follia, quando un po’ di buon senso rimetterebbe subito a posto le cose. Oh, come sarà semplice, torno a dirlo, il giorno in cui quelli che sono alla guida oseranno, nonostante la folla aizzata, comportarsi da galantuomini! Immagino che nel silenzio altero di Scheurer- Kestner, ci sia anche il desiderio di aspettare che ciascuno faccia il suo esame di coscienza prima di agire. Quando ha parlato del suo dovere che, perfino sulle rovine del suo prestigio, della sua felicità e dei suoi beni, gli ordinava, dopo averla conosciuta, di servire la verità, quest’uomo ha detto una frase ammirevole: «Non avrei più potuto vivere». Ebbene, ecco che cosa devono dirsi tutte le persone oneste immischiate in questa storia: che non potranno più vivere, se non faranno giustizia. E, qualora ragioni politiche volessero che la giustizia venisse ritardata, si tratterebbe di una notizia falsa che servirebbe soltanto a rinviare l’epilogo inevitabile, aggravandolo ulteriormente. La verità è in cammino e niente la potrà fermare. Pubblicato su “Le Figaro” il 25 novembre 1897 

«Dreyfus è innocente!» Così Zola inventò l’intellettuale moderno. Scrive Vincenzo Vitale il 7 Agosto 2018 su "Il Dubbio".  Si dice affaire Dreyfus e dovrebbe dirsi affaire Zola. Infatti, se non ci fosse stato l’intervento determinante – nei modi che vedremo – del celebre scrittore francese Emile Zola, all’epoca già molto noto e apprezzato in tutta Europa, molto probabilmente il Capitano di artiglieria Albert Dreyfus sarebbe silenziosamente deceduto alla Caienna francese, seppellito dalla infamante accusa di spionaggio a favore dei tedeschi e ignoto ai più: archiviato lui stesso come un doloroso fatto di cronaca e null’altro. Invece, come è noto, fu Zola a fare, di Dreyfus, Dreyfus; vale a dire probabilmente il più clamoroso e discusso caso giudiziario della storia europea non solo della fine dell’ottocento francese, ma anche dei secoli precedenti e successivi. Tuttavia, non si tratta, come vedremo, soltanto di un caso giudiziario, per quanto importante e significativo; si tratta di qualcosa di più e di diverso: il caso Dreyfus si fa infatti cogliere come un autentico prisma di rifrazione che permette di scorgere ed interpretare le dinamiche profonde e perfino le scansioni antropologiche del tessuto sociale europeo della fine dell’ottocento, ma anche – ed è questo un aspetto di supremo interesse, in quanto non esclusivamente storiografico – di quello contemporaneo, in tutte le sue implicazioni politiche, giuridiche, umane e sociali. Insomma: conoscere e comprendere il passato per interpretare il presente. Nulla sollecita e propizia questa ben nota operazione culturale come il caso Dreyfus che qui si presenta. Innanzitutto, i fatti. Dopo la cocente sconfitta di Sedan del 2 settembre del 1870, ove lo stesso Napoleone III era stato fatto prigioniero, dopo che, a pochi giorni dalla caduta di Parigi del 18 gennaio 1871, era stato proclamato nella sala degli specchi di Versailles l’impero tedesco, la Francia, riedificata in Terza Repubblica, si era data nel 1875 una Costituzione. Ma il quadro politico e sociale, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, è quanto mai instabile e insicuro. L’eco del boulangismo ancora vivo ( movimento politico guidato dal generale Boulanger, che si prefiggeva di abbattere la Terza Repubblica con un colpo di stato militare), l’incapacità rivelata durante la guerra franco- prussiana, gli orrori della Comune di Parigi, la rapida successione di Ministeri deboli, la spiccata e violenta faziosità dei partiti, i ricorrenti e gravi scandali finanziari ( non ultimo quello di Panama) contribuiscono a fornire anche agli osservatori stranieri un’immagine della Francia come paese agonizzante. Forse la sola istituzione che sembri ancora salvarsi dallo sfacelo è l’esercito, da poco efficacemente riorganizzato ex novo da Charles de Freycinet, ministro della guerra fra il 1889 e il 1990. È ovvio perciò come in questa Francia le tensioni sociali, lievitando ormai in modo non controllabile, né potendosi più risolvere e conciliare in un conflitto verso l’esterno, esigano, per essere placate e per consentire il ritorno ai binari della normalità, delle vittime: la prima di queste ha nome Dreyfus. Lo esige la Ragion di Stato: per questo, la sorte di Alfred Dreyfus, capitano del 14° Reggimento di artiglieria, addetto allo Stato Maggiore generale del Ministero della Guerra, comandato al primo ufficio di artiglieria, quarantotto anni, coniugato, due figli, israelita, di origine alsaziana, era segnata. Fin dall’inizio. In questo quadro generale, non è difficile individuare i profili determinanti della vicenda di Dreyfus. Accusare Dreyfus di tradimento; condurlo sul banco degli imputati sulla sola base di un bordereau, contenente rivelazioni di segreti militari a favore dei tedeschi, ma in realtà di mano altrui; condannarlo alla degradazione e alla deportazione perpetua nell’Ile du Diable, sulla scorta di un documento che ne avrebbe provato la certa colpevolezza, ma che, essendo segretissimo, non viene mostrato neppure al difensore; assolvere, dopo soli tre minuti di camera di consiglio, il comandante Walsin- Esterhazy – il vero responsabile – solo allo scopo di non sconfessare l’operato del precedente collegio giudicante, che aveva già condannato Dreyfus; imprigionare il tenente colonnello Picquart, che aveva scoperto l’imbroglio, accusandolo di falso; indurre al suicidio il Maggiore Henry, l’autore sciagurato del documento falso adoperato per condannare Dreyfus… sono questi in tratti tipici di ogni persecuzione sociale – come bene individuati da René Girard – e Dreyfus ne è il capro espiatorio. E si tratta, come spesso accade, di una persecuzione giudiziaria, vale a dire messa in opera attraverso le forme del diritto e l’operato dei giudici: quanto di meglio per dissimulare sotto le specie della legalità formale, la più perfida e sconcertante delle iniquità. Allo scopo di perfezionare lo schema della persecuzione, occorrono alcuni elementi che sono qui presenti in modo paradigmatico. Il primo è che deve trattarsi di un’accusa che abbia un contenuto universalmente repellente, non suscettibile, tendenzialmente, di suscitare eccezioni o ripensamenti: infatti, Dreyfus viene accusato di spionaggio, reato spregevole di per sé, e che, nella Francia di fine ottocento, mette a repentaglio la sola istituzione ancora meritevole di credibilità, vale a dire l’esercito. Nessuno potrebbe permettersi di revocare in dubbio la necessità di condannare in modo esemplare il colpevole di un illecito così pericoloso e antinazionalista. Il secondo elemento consiste nella circostanza che l’accusato non può mai essere uno qualunque, uno di cui sia indifferente la qualità sociale, ma, al contrario, deve essere portatore di uno stigma che lo consegni ad una classe minoritaria ma identificabile di individui: il negro, il deforme, lo straniero. Infatti, Dreyfus è ebreo e, per giunta, di origine alsaziana. Quanto di meglio per sollecitare lo spregio dell’antisemitismo e del nazionalismo militarista di coloro che vedono negli ebrei la causa di ogni male e negli alsaziani – sempre a metà fra Germania e Francia – il germe di ogni tradimento. Infine, la persecuzione va dissimulata, preferibilmente nascosta dietro le forme rassicuranti del diritto e del processo, allo scopo di non svelare il meccanismo vittimario e persecutorio. Infatti, Dreyfus viene processato ben due volte, così come Zola imputato di diffamazione, ed essi vengono sempre condannati. Ed Esterhazy, il vero colpevole, viene addirittura assolto, dopo appena tre minuti di camera di consiglio. Tanto per non smentirsi. Orbene, il solo modo di contrastare i nefandi effetti della persecuzione sta nello svelamento dei meccanismi che la fanno funzionare: una persecuzione messa a nudo come strumento di violenza, svelata come persecuzione, si sgonfia come un palloncino senza più ossigeno, depotenziandosi in modo irreversibile. Occorre tuttavia qualcuno che si incarichi di questo svelamento: Emile Zola si assume questo compito difficile, scomodo, impopolare. Egli è il rivelatore. Anche del rivelatore della persecuzione si richiedono comunque precise caratteristiche, tutte ampiamente possedute da Zola: coraggio per opporsi alla massa della opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione; sufficiente notorietà per trovare una platea di ascolto quanto più diffusa possibile; capacità soggettive di comunicazione universale. E infine, quella più importante: la passione per la verità del diritto, vale a dire per la giustizia. Così, Zola, scrivendo infuocati editoriali sulla stampa parigina in difesa dell’innocente Dreyfus e accusando i suoi carnefici, inaugura la figura dell’intellettuale in senso moderno. Si badi. Il termine “intellettuale” fino al settecento era stato sempre usato in senso aggettivale, non quale sostantivo, come oggi viene normalmente adoperato. Furono gli illuministi francesi a propiziare questo nuovo uso del termine, a partire da Diderot, il quale, nella sua celebre Lettre sur la liberté de la presse, segna probabilmente il transito dal clericus tardo medievale all’intellettuale in senso moderno.

Si badi ancora a non confondere l’intellettuale con il filosofo o con il pensatore: costoro certamente pensano in modo originale, ma non sempre rivestono il ruolo del vero intellettuale. Questi è invece caratterizzato dal collocarsi sempre all’opposizione di ogni potere che, mettendo fra parentesi le ragioni del diritto – e perciò della giustizia – voglia manifestarsi quale pura sopraffazione: il potere economico, quello politico, quello ideologico, quello comunicativo, quello giudiziario, quello della mafia e anche (come insegna Sciascia) quello dell’antimafia. L’intellettuale, identificandosi non con uno status personale, ma con un ruolo sociale, si presenta perciò come il “demistificatore delle accuse”, colui che svela pubblicamente il meccanismo persecutorio, opponendosi al potere violento che di volta in volta sia capace di attivarne i percorsi. Ecco perché Zola si colloca agli antipodi sia dall’intellettuale organico caro a Gramsci o a Lenin (l’intellettuale al servizio del potere); sia da quello che – secondo la lezione, di matrice platonica, di Fichte – indichi al potere il traguardo da raggiungere (il potere al servizio dell’intellettuale); sia da quello sdegnosamente rinchiuso, secondo la lezione di Max Weber, nella turris eburnea del suo sapere (l’intellettuale al servizio di se stesso). Zola, infatti, è al servizio esclusivamente della verità e della giustizia. In tal modo, egli si colloca all’opposizione sia dell’esercito, minacciato dalle sue rivelazioni; sia dei Consigli dei giudici militari che avevano condannato l’innocente Dreyfus e assolto il colpevole Esterhazy; sia dei ministri che tali nefandezze avevano propiziato e coperto; sia dei nazionalisti e conservatori, che lo consideravano un pericolo pubblico; sia perfino dei socialisti, perché di origine borghese; nonché della borghesia, perché egli non esita a criticarla. Insomma, dicendo la verità sul caso Dreyfus, Zola attira su di sé le veementi reazioni di tutti, al punto da essere condannato per diffamazione e dover riparare a Londra. Si attua così il tipico “spostamento mimetico” – messo in luce dall’antropologia di Girard – in forza del quale, la violenza indirizzata verso il perseguitato viene spostata verso chi, demistificando l’accusa come persecutoria, diviene a sua volta un nuovo capro espiatorio. Impegnandosi in questo compito socialmente soteriologico, teso a demistificare l’accusa, Zola si colloca così in singolare continuità con il compito che dovrebbe essere proprio del giudice in uno Stato di diritto, anch’egli impegnato a demistificare le accuse non provate, cerebrine, fumose, non previste dal codice penale (si pensi al concorso esterno in associazione mafiosa): ma oggi purtroppo, in Italia, compito di rado condotto a buon fine. In ogni caso, Zola è stato ed ancora è il paradigma dell’intellettuale moderno, oggi forse in via di estinzione. Lo fu certamente Pasolini, del quale rimane indimenticabile la posizione assunta, dopo i fatti di Valle Giulia, attraverso i celebri versi dettati a difesa delle forze dell’ordine (i figli dei braccianti del Sud), aggrediti dai sessantottini rivoluzionari (i figli della opulenta borghesia del Nord); o, ancora, quella assunta contro l’aborto come pratica legalizzata: «Se tutti gli uomini sono stati embrioni, perché non tutti gli embrioni possono diventare uomini?», si chiedeva Pasolini. Lo fu certamente Sciascia che denunciò il potere, sottratto ad ogni critica, del quale certa antimafia può impunemente usare. Grandinarono su entrambi ovviamente reprimende, accuse, censure, da stolidi e saccenti alfieri del nulla, sedicenti custodi dell’etica pubblica. Altri in Italia, nell’Italia di oggi, potrebbero e dovrebbero assumere quel ruolo. Ma, come sopra rilevato, ci vorrebbe coraggio. E, come tutti sappiamo, il coraggio chi non l’ha non se lo può dare.

Scheurer-Kestner interviene e da quel momento si accese una fiammella di verità. Sul finire del 1897, Zola non può fare a meno di constatare che il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer- Kestner, è roso dal dubbio che Dreyfus possa essere innocente, scrive Vincenzo Vitale il 9 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Nel 1894, quando ha inizio il caso Dreyfus, attraverso il casuale ritrovamento in un cestino dei rifiuti da parte di una addetta alle pulizie – che poi alcuni dissero essere membro del controspionaggio – di un bordereau contenente rivelazioni militari destinate agli odiati tedeschi, Emile Zola, scrittore già molto conosciuto e molto apprezzato in tutta Europa, si trova a Roma. Fa ritorno in Francia solo alla fine dell’anno ed è perciò naturale che non abbia avuto notizia sufficiente di quanto accaduto durante il suo soggiorno italiano. Ecco perché il primo intervento giornalistico di Zola, qui pubblicato, si colloca soltanto nel novembre del 1897, quando già le prime parti del dramma sono state abbondantemente consumate. Sulla scorta di quel documento strumentalmente attribuito a Dreyfus, questi viene arrestato nell’ottobre del 1894 e sommariamente giudicato, subendo una condanna che da tutti si esigeva esemplare: degradazione e deportazione perpetua all’Isola del diavolo, nella Caienna francese. Prove a carico: nessuna. Tuttavia, la durezza della condanna era equivalente ad una condanna a morte che lentamente avrebbe consumato l’innocente Dreyfus, con lo stesso scorrere delle ore e dei giorni e, per giunta, sostenuta dalla esecrazione generale per il colpevole di un crimine così nefando. Un vero orrore. Ecco dunque che sul finire del 1897, Zola non può fare a meno di constatare che il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer- Kestner, uomo probo e di cui tesse le lodi, è roso dal dubbio che Dreyfus possa essere innocente e che, poi, avendo egli conosciuto meglio i profili giudiziari del caso, di questa innocenza abbia raggiunto la certezza. Ragion per cui, scrive Zola: «Conosce la verità e ora deve fare giustizia». Scheurer- Kestner è un chimico, un industriale di successo, fiero oppositore di Napoleone III, di origine alsaziana, politico di razza. Ciò basta a mettere in chiaro due aspetti rilevanti. Innanzitutto, che non occorre essere giuristi professionisti per capire quando si metta in opera una persecuzione giudiziaria, destinata a sacrificare una vittima – allo scopo di garantire la minacciata coesione sociale – invece che a realizzare la giustizia. Scheurer- Kestner lo capisce semplicemente ascoltando senza pregiudizi il racconto a lui fatto dal fratello di Dreyfus, Mathieu, e dalla moglie, Lucie Hadamard: basta un po’ di normale buon senso. Inoltre, va notato che è proprio lui, in prima battuta, a subire lo spostamento mimetico proprio di ogni persecuzione. Infatti, su di lui – alsaziano come Dreyfus – cadono, in questo momento, gli strali dei benpensanti, di quelli che sono certi, certissimi della colpevolezza di Dreyfus, ma che ovviamente si rifiutano ostinatamente di pensare, ritenendo il pensiero e il suo esercizio compiti che possono bene essere affidati ad altri, incaricati di pensare per tutti. Qualche anno dopo, un altro vero intellettuale, Karl Kraus, scrivendo dal cuore profondo dell’Europa, la regale Vienna, l’avrebbe icasticamente chiarito nei suoi Detti e contraddetti: «Tutta la vita dello Stato e della società è fondata sul tacito presupposto che l’uomo non pensi. Una testa che non si offra in qualsiasi situazione come un capace spazio vuoto non avrà vita facile nel mondo». E dunque, nel bel mezzo di milioni di individui dalla testa vuota che intendono custodire la facilità della propria vita, Scheurer- Kestner preferisce avere una vita difficile, pur di pensare; e, pensando, non può evitare di dire la verità e cioè che Dreyfus è stato condannato da perfetto innocente. Zola viene attratto proprio da questo aspetto e perciò, senza ancora voler trattare esplicitamente dell’affaire, assume le difese dell’uomo politico, in vario modo sospettato, accusato dagli anti- dreyfusard di demenza senile e perfino di essersi fatto comprare dagli ebrei che avrebbero sborsato una bella somma allo scopo. Follie, assurdità, veleni contro la ragione dettati da un becero antisemitismo e da un nazionalismo cieco, grida Zola. Questi, dal canto suo, non è certo nuovo ad assumere posizioni oppositive. Basti pensare a quando, nel 1866, appena ventiseienne, ancora squattrinato, ma incaricato da parte del quotidiano L’Evénement – di proprietà del celebre Le Figaro – di seguire le mostre pittoriche del Salon parigino, stronca letteralmente la paludata giuria dell’esposizione, prigioniera di vetusti schemi accademici. Egli assume le difese criticamente fondate di coloro che saranno chiamati poi “impressionisti”: Edouard Manet – la cui Colazione sull’erba giudica un capolavoro – Claude Monet, Pisarro e Cèzanne, di cui diviene grande amico. Si attira così le ire dei benpensanti, di coloro che preferivano la pittura manieristica e odiavano le opalescenze impressionistiche come traviamenti dell’anima e della mente. Ma Zola non cede. Risultato: l’editore, travolto dalle polemiche, è costretto a sospendere la rubrica tenuta da Zola e questi resta disoccupato e senza un soldo. È appena il caso di ricordare che la storia si assumerà il compito di consacrare definitivamente gli impressionisti, difesi da Zola, seppellendo nell’oblio i suoi critici. Ecco perchè lo scrittore sa bene – quando prende le difese di Scheurer- Kestner – che dire la verità esige sempre un prezzo, a volte molto alto. Ma sa anche che – come recita la chiusa di questo articolo – «la verità è in cammino e niente la potrà fermare».

«La caccia all’ebreo traditore». Scrive Émile Zola su “Le Figaro” il primo dicembre 1897 ripubblicato il 12 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Contavo di scrivere per Le Figaro tutta una serie di articoli sul caso Dreyfus, un’intera campagna, via via che gli avvenimenti si fossero svolti. Per caso, durante una passeggiata, ne avevo incontrato il direttore, Fernand de Rodays. Ci eravamo messi a discorrere, accalorandoci, proprio in mezzo ai passanti, e da lì era nata bruscamente la mia decisione di offrirgli degli articoli, avendolo sentito d’accordo con me. Mi trovavo così impegnato, quasi senza volerlo. Aggiungo, tuttavia, che prima o poi ne avrei parlato, poiché tacere mi era impossibile. Non dimentichiamo con quale vigore Le Figaro cominciò e soprattutto finì per sposare la causa. Il concetto è noto. Ed è di una bassezza e di una stupidità semplicistica, degne di quelli che l’hanno immaginato. Il capitano Dreyfus viene condannato da un tribunale militare per alto tradimento. Da quel momento, diventa il traditore, non più un uomo ma un’astrazione, colui che incarna l’idea della patria sgozzata, venduta al nemico vincitore. Non si tratta solo di tradimento presente e futuro, rappresenta pure il tradimento passato, poiché a lui si ascrive l’antica sconfitta, nell’ostinata convinzione che solo il tradimento abbia potuto far sì che fossimo battuti. Ecco quindi l’anima nera, il personaggio abominevole, la vergogna dell’esercito, il bandito che vende i fratelli, proprio come Giuda ha venduto il suo Dio. E, trattandosi di un ebreo, è semplicissimo: gli ebrei che sono ricchi e potenti e senza patria, del resto, lavoreranno sott’acqua, con i loro milioni, per toglierlo dai guai; compreranno le coscienze e tesseranno attorno alla Francia un complotto esecrabile pur di ottenere la riabilitazione del colpevole, pronti a sostituirgli un innocente. La famiglia del condannato, anch’essa ebrea, naturalmente, entra nell’affare. Affare sì, poiché è a peso d’oro che si tenterà di disonorare la giustizia, d’imporre la menzogna, di sporcare un popolo con la più impudente delle campagne. Il tutto per salvare un ebreo dall’infamia e sostituirlo con un cristiano. Insomma, si crea quasi un consorzio finanziario. Vale a dire che alcuni banchieri si riuniscono, mettono dei fondi in comune, sfruttano la credulità pubblica. Da qualche parte, c’è una cassa che paga per tutto il fango smosso. C’è una vasta impresa tenebrosa, uomini mascherati, forti somme consegnate di notte, sotto i ponti, a degli sconosciuti, ci sono grandi personaggi da corrompere, pagandone a prezzi folli l’antica onestà. E a poco a poco questo sindacato si allarga, finisce per essere un’organizzazione potente, nell’ombra, tutta una spudorata cospirazione per glorificare il traditore e per annegare la Francia sotto una marea d’ignominia. Esaminiamolo, questo sindacato. Gli ebrei si sono arricchiti, e sono loro a pagare l’onore dei complici, profumatamente. Mio Dio, chissà quanto avranno già speso! Ma, se sono arrivati appena a una decina di milioni, capisco benissimo che li abbiamo sacrificati. Siamo di fronte a cittadini francesi, nostri uguali e nostri fratelli, che l’antisemitismo imbecille trascina quotidianamente nel fango. Si è tentato di schiacciarli per mezzo del capitano Dreyfus; del crimine di uno di loro, si è cercato di fare il crimine di un’intera razza. Tutti traditori, tutti venduti, tutti da condannare. E volete che gli stessi non protestino furiosamente, non cerchino di discolparsi, di restituire colpo su colpo in questa guerra di sterminio della quale sono oggetto? Va da sé, naturalmente, che si augurino con tutto il cuore di vedere risplendere l’innocenza del loro correligionario; e se la riabilitazione appare loro possibile, chissà con quanto ardore si staranno impegnando per ottenerla. Ciò che mi lascia perplesso è che, se esiste uno sportello dove si va a riscuotere, non ci sia nel sindacato qualche autentico briccone. Vediamo un po, voi li conoscete bene: come si spiega che il tale, o il tal altro, o il tal altro ancora, non lo siano? E’ incredibile, ma tutta la gente che si dice gli ebrei abbiano comprato gode di una solida reputazione di probità. C’è forse un fondo di civetteria? Forse, gli ebrei vogliono soltanto merce rara, essendo disposti a pagarla? Io, però, dubito molto di questo sportello, anche se sarei prontissimo a giustificare gli ebrei qualora, portati all’esasperazione, si difendessero con i loro milioni. In un massacro, ognuno si serve di quello che ha. E parlo di loro con la massima tranquillità perché non li amo e non li odio. Non ho amici ebrei particolarmente vicini al mio cuore. Per me sono uomini, e tanto basta. Ma per la famiglia del capitano Dreyfus è ben diverso, e qui se qualcuno non comprendesse, non s’inchinasse, sarebbe un cuore davvero arido. Sia ben chiaro! tutto il suo oro, tutto il suo sangue, la famiglia ha il diritto e il dovere di offrirlo, se crede innocente il suo rampollo. Quella è una soglia sacra che nessuno ha il diritto di insozzare. In quella casa che piange, dove c’è una moglie, dei fratelli, dei genitori in lutto, è d’obbligo entrare con il cappello in mano; e soltanto gli zotici si permettono di parlare ad alta voce e mostrarsi insolenti. Il fratello del traditore! è l’insulto che si getta in faccia a quel fratello. Sotto quale morale, sotto quale Dio viviamo, mi chiedo, perché ciò sia possibile, perché la colpa di uno dei componenti venga rimproverata a tutta la famiglia? Non c’è niente di più vile, di più indegno della nostra cultura e della nostra generosità. I giornali che ingiuriano il fratello del capitano Dreyfus, solo perché ha fatto il suo dovere, sono un’onta per la stampa francese. E chi mai doveva parlare, se non lui? E’ compito suo. Quando la sua voce si è levata a chiedere giustizia, nessuno più aveva il diritto d’intervenire, si sono fatti tutti da parte. Lui solo aveva la veste per sollevare la spinosa questione di un possibile errore giudiziario, della verità su cui far luce, una verità lampante. Hanno un bell’accumulare ingiurie, nessuno potrà oscurare il concetto che la difesa dell’assente l’hanno in mano quelli del suo sangue, che hanno conservato la speranza e la fede. E la prova morale più forte in favore dell’innocenza del condannato è proprio la convinzione incrollabile di un’intera e onorata famiglia, di una probità e di un patriottismo senza macchia. Poi, dopo gli ebrei fondatori, dopo la famiglia che ne è a capo, vengono i semplici membri del sindacato, quelli che si sono fatti comprare. Due tra i più anziani sono Bernard Lazare e il comandante Forzinetti. In seguito, sono venuti Scheurer- Kestner e Monod. Ultimamente, si è scoperto il colonnello Picquart, senza contare Leblois. E spero bene, dopo il mio primo articolo, di far parte pure io della banda. Del resto, appartiene al sindacato, viene tacciato d’essere un malfattore e d’essere stato pagato, chiunque, ossessionato dall’agghiacciante brivido di un possibile errore giudiziario, si permetta di volere che sia fatta la verità, in nome della giustizia. Siete stati voi a volerlo, a crearlo, questo sindacato. Voi tutti che contribuite a questo spaventoso caos, voi falsi patrioti, antisemiti sbraitanti, semplici sfruttatori della pubblica sconfitta. La prova non è forse completa, di una luminosità solare? Se ci fosse stato un sindacato, ci sarebbe stata un’intesa; e dov’è l’intesa? E’ semplicemente nato in alcune coscienze, all’indomani della condanna, un senso di malessere, un dubbio, di fronte all’infelice che grida a tutti la sua innocenza. La crisi terribile, la pubblica follia alla quale assistiamo, è sicuramente partita da lì, dal lieve brivido rimasto negli animi. Ed è il comandante Forzinetti l’uomo di quel brivido che tanti altri hanno provato, quello che ce ne ha fatto un racconto così cocente. Poi, c’è Bernard Lazare. Preso dal dubbio, lavora a far luce. La sua inchiesta solitaria si svolge però in mezzo a tenebre che gli è impossibile diradare. Pubblica un opuscolo, ne fa uscire un secondo alla vigilia delle sue rivelazioni di oggi; e la prova che lavorava da solo, che non era in relazione con nessun altro membro del sindacato, è che non ha saputo, non ha potuto dire niente della verità vera. Un sindacato proprio strano, i cui membri si ignorano! C’è poi Scheurer- Kestner, a sua volta torturato dal bisogno di verità e di giustizia, e che cerca, tenta di arrivare a una certezza, senza sapere niente dell’inchiesta ufficiale ufficiale, dico – che contemporaneamente veniva svolta dal colonnello Picquart, messo sulla buona strada dalle sue stesse funzioni presso il ministero della Guerra. C’è voluto un caso, un incontro, come si saprà in seguito, perché i due uomini che non si conoscevano, che lavoravano ognuno per conto proprio alla stessa opera, finissero all’ultimo momento per raggiungersi e procedere fianco a fianco. La storia del sindacato è tutta qui: uomini di buona volontà, di verità e di equità, partiti dai quattro punti cardinali, senza conoscersi e lavorando a leghe di distanza, ma incamminati tutti verso uno stesso fine, procedendo in silenzio, esplorando il terreno e convergendo tutti un bel mattino verso lo stesso punto d’arrivo. Com’era inevitabile, si sono trovati tutti e presi per mano a quel crocevia della verità, a quel fatale appuntamento della giustizia. Come vedete siete voi che, ora, li riunite, li costringete a serrare i ranghi per dedicarsi a un medesimo sforzo sano e onesto, questi uomini che voi coprite d’insulti, che accusate del più nero complotto, quando miravano unicamente a un’opera di suprema riparazione. Dieci, venti giornali, ai quali si mescolano le passioni e gli interessi più diversi, una stampa ignobile che non posso leggere senza che mi si spezzi il cuore per lo sdegno, non ha cessato, come dicevo, di convincere il pubblico che un sindacato di ebrei fosse impegnato nel più esecrabile dei complotti, acquistando le coscienze a peso d’oro. Lo scopo era in un primo momento quello di salvare il traditore e sostituirlo con un innocente; poi, quello di disonorare l’esercito, di vendere la Francia come nel 1870. Sorvolo sui romanzeschi par- ticolari della tenebrosa macchinazione. E questa opinione, lo riconosco, è diventata quella della grande maggioranza del pubblico. Quante persone ingenue mi hanno avvicinato in questi otto giorni, per dirmi con aria stupefatta: «Come! Dite che Scheurer- Kestner non è un bandito? e anche voi vi mettete con quella gentaglia? Ma non lo sapete che hanno venduto la Francia?». Il cuore mi si stringe per l’angoscia, perché so bene che una simile perversione dell’opinione pubblica rende molto facile imbrogliare le carte. E il peggio è che i coraggiosi sono rari, quando c’è da andare controcorrente. Quanti ti mormorano all’orecchio di essere convinti dell’innocenza del capitano Dreyfus, ma che non se la sentono di assumere un atteggiamento pericoloso, nella mischia! Dietro l’opinione pubblica, sulla quale contano naturalmente di potersi appoggiare, ci sono gli uffici del ministero della Guerra. Non voglio parlarne, oggi, perché ancora spero che giustizia sarà fatta. Ma chi non si rende conto che siamo di fronte alla cattiva volontà più cocciuta? Non si vuole riconoscere di aver commesso degli errori e, vorrei dire, delle colpe. Ci si ostina a coprire i personaggi compromessi e si è pronti a tutto, pur di evitare il tremendo repulisti. E la cosa è talmente grave, che gli stessi che hanno in mano la verità, dai quali si esige furiosamente che la dicano, esitano, aspettano a gridarla pubblicamente, nella speranza che la stessa si imponga da sé e che venga loro risparmiato il dolore di doverla dire. Ma è pur sempre una verità quella che, da oggi, io vorrei diffondere in tutta la Francia. Ossia che si è sul punto di farle commettere, a lei che è la giusta, la generosa, un autentico crimine. Non è più la Francia, dunque, perché si possa ingannarla a tal punto, aizzarla contro un infelice che, da tre anni, espia, in condizioni atroci, un crimine che non ha commesso? Sì, esiste laggiù, in un’isola sperduta, sotto un sole spietato, un essere che è stato separato dai suoi simili. E non solo il mare lo isola, ma undici guardiani lo circondano notte e giorno come una muraglia vivente. Undici uomini sono stati immobilizzati per sorvegliarne uno solo. Mai assassino, mai pazzo furioso è stato murato in modo così totale. E l’eterno silenzio e la lenta agonia sotto l’esecrazione di una nazione intera! Osereste dire, ora, che quest’uomo non è colpevole? Ebbene, è proprio quello che affermiamo, noi, gli appartenenti al sindacato. E lo diciamo alla Francia e ci auguriamo che prima o poi ci ascolti poiché sempre essa si infervora per le cause giuste e belle. Le diciamo che noi vogliamo l’onore dell’esercito, la grandezza della nazione. E’ stato commesso un errore giudiziario e, finché non sarà riparato, la Francia soffrirà, malaticcia, come per un cancro segreto che corrode a poco a poco le armi. E se, per farla ritornare sana, è necessario ricorrere al bisturi, si faccia! Un sindacato per agire sull’opinione pubblica, per guarirla dalla demenza in cui l’ha gettata certa ignobile stampa, per riportarla alla sua fierezza, alla sua secolare generosità. Un sindacato per ripetere ogni mattina che le nostre relazioni diplomatiche non sono in gioco, che l’onore dell’esercito non è affatto in causa, che solo alcune individualità possono essere compromesse. Un sindacato per dimostrare che qualsiasi errore giudiziario è riparabile, e che perseverare in un errore del genere, con il pretesto che un consiglio di guerra non può sbagliarsi, è la più mostruosa delle ostinazioni, la più spaventosa delle infallibilità. Un sindacato per condurre una campagna fino a che verità sia detta, fino a che giustizia sia resa, al di là di tutti gli ostacoli, quand’anche occorressero ancora anni di lotta. Sì, di questo sindacato faccio parte anch’io e spero tanto che voglia farne parte tutta la brava gente di Francia! Articolo Pubblicato su “Le Figaro” il primo dicembre 1897 

Io accuso quel colonnello diabolico. Il celeberrimo articolo intitolato J’Accuse nel quale Emile Zola elenca i nomi dei responsabili della macchinazione giudiziaria contro Alfred Dreyfus. Scrive Émile Zola sul quotidiano «L’Aurore» il 13 gennaio 1898 e ripubblicato il 15 Agosto 2018 su "Il Dubbio". «Monsieur le Président, permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un consiglio di guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il luogotenente colonnello del Paty di Clam, allora semplice comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il comandante del Paty di Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante del Paty di Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus. A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento. C’è il ministro della guerra, il generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il capo dello stato maggiore, il generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello stato maggiore, il generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il comandante di Paty di Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il comandante del Paty di Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i “famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. […] Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere. Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Marcire di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’inno- cenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile. Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia…accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio. Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto». Articolo pubblicato sul quotidiano «L’Aurore» il 13 gennaio 1898.

Quel giorno Zola schiaffeggiò il potere. Il coraggio dello scrittore che diventa giurista per fare il suo dovere da intellettuale: denunciare, scrive Vincenzo Vitale il 15 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Siamo così giunti all’apice della vicenda, al punto culminante dopo il quale nulla sarà più come prima. In data 11 gennaio 1898, il Consiglio di Guerra, appositamente convocato per giudicare la condotta di Esterhazy, dopo la denuncia presentata a suo carico da Mathieu Dreyfus, clamorosamente, lo assolve, con ciò implicitamente ma definitivamente confermando la colpevolezza di Alfred Dreyfus.La cosa inaccettabile e che fa subito intendere come questo verdetto sia stato dolosamente preordinato, sta nella circostanza che la camera di consiglio è durata soltanto tre minuti – dico tre minuti di orologio – e che la prova documentale della colpevolezza di Esterhazy non è stata neppure presa in considerazione. Ciò significa che questo secondo Consiglio di guerra sapeva già come decidere – cioè come non decidere – ancor prima della udienza e della camera di consiglio: era etero- diretto da coloro che avevano ordinato di assolvere Esterhazy, allo scopo di mettere una pietra tombale su Dreyfus. Zola non può allora che alzare la voce per denunciare questo scandalo, confezionando quello che è stato definito l’atto forse più rivoluzionario del secolo: il J’accuse.Ovviamente, occorre prima denunciare con forza le gravissime nefandezze commesse durante il processo a Dreyfus, anche per cercare di sollevare le coscienze di una opinione pubblica spesso distratta o, peggio, condizionata dalle voci di corridoio e da quelle della stampa popolare che, come abbiamo visto, era tutta schierata contro Dreyfus.Si può condannare un essere umano alla deportazione perpetua sulla scorta di un biglietto di origine molto incerta, tanto che, per esser considerato prova a carico, va corredato da altro documento, il quale, però, essendo segretissimo per ragioni di sicurezza nazionale, non viene mostrato a nessuno, neppure al difensore?Non solo. Ogni cosa viene imputata a Dreyfus: se conosce le lingue; se non le conosce; si turba, allora è prova del delitto; non si turba, allora è prova del suo professionismo delinquenziale… Siamo alla pura follia! Eppure è quello che accaduto.Malgrado ciò – osserva stupito Zola – i protagonisti di queste nefandezze riescono a dormire… Ma non basta. Il colonnello Picquart aveva raggiunto la prova certa della colpevolezza di Esterhazy, attraverso il reperimento di un telegramma a lui indirizzato da un agente straniero, mentre a casa dello stesso era stato reperito materiale propagandistico contro la Francia.Ma Esterhazy “doveva” essere assolto: e lo fu. Non si vuole qui sottrarre la necessaria attenzione con cui si invita illettore a meditare sul celebre scritto di Zola.La seconda parte non è che una sorta di crescendo rossiniano, col quale Zola inchioda ogni soggetto che ebbe parte in questa terribile vicenda alle proprie responsabilità.Zola opera qui, come si accennava prima, una vera e propria demistificazione dell’accusa, smascherando – e per questo è il rivelatore – la persecuzione giudiziaria alla quale era stato sottoposto l’innocente Dreyfus.Egli mostra in tal modo come ogni intellettuale – parola che va usata con parsimonia ed oculatezza– altro non sia che un vero “eretico”, in quanto capace di operare scelte personali e spesso scomode, di contro ad una opinione dominante e tendenzialmente totalizzante.Singolare e degna di nota la consonanza di significato individuabile fra questa vocazione dell’intellettuale a svolgere una funzione oppositiva del potere e la definizione – assai pregnante – che del giurista forniva qualche decennio or sono Salvatore Satta nei suoi indimenticabili Quaderni del diritto e della procedura civile.Per Satta, il giurista è colui che dice di no, colui che sa e ha il coraggio di dire di no a tutti coloro – e sono tanti – vorrebbero che invece dicesse si, collaborando o prestando acquiescenza alle persecuzioni sociali contro inermi innocenti, mistificate dall’involucro giuridico e processuale.Come dire insomma che ogni giurista, per restare fedele al suo ruolo, non può che svolgere una funzione oppositiva del potere, dedicandosi alla demistificazione delle accuse false e persecutorie, così acquisendo la veste di intellettuale; mentre, di converso, ogni intellettuale, destinato ad opporsi ereticamente al potere persecutorio, allo scopo di smascherarlo, non può non prestare attenzione alle vicende giuridiche e processuali della propria epoca, alla loro valenza profondamente umana, morale, politica.E per far questo non occorre la laurea in giurisprudenza. Basta non tenere gli occhi chiusi e farsi guidare dal normale buon senso: Dostoevski, pur studiando da ingegnere, mostrava più sensibilità giuridica e comprensione dei connessi problemi di tanti altri che avessero seguito studi di giurisprudenza, Zola non era che uno scrittore. Non era perciò un esperto di diritto, ma, per non far la fine miseranda di molti esperti di qualcosa – i quali mostrano di saper tutto, ma non capiscono nulla – si rifiutava di chiudere gli occhi.E, peccato ancor più grave, intendeva farsi guidare dal buon senso. In quella società – ma anche nella nostra – come dire di volersi suicidare.

L’odio antiebraico è il vero colpevole, scrive Vincenzo Vitale il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Questo articolo, pubblicato pochi giorni dopo che il fratello di Deyfus, Mathieu, ha formalmente denunciato Esterhazy per il delitto di spionaggio, per il quale era stato ingiustamente condannato Alfred, segna una sorta di messa a punto operata da Zola. Infatti, lo scrittore, nutrendo una qualche riposta fiducia che il nuovo processo a carico di Esterhazy possa condurre al riconoscimento della innocenza di Dreyfus, sente il bisogno qui di chiarire la situazione come si era delineata fino a quel punto. Per il resto, scrive Zola, «Un nuovo Consiglio di Guerra è al lavoro… non resta che tacere e aspettare». Questo prudente atteggiamento di attesa non esenta tuttavia dal cercare di capire cosa sia accaduto nei periodi precedenti e come possa essere che un innocente sia finito alla deportazione perpetua. Zola individua così alcuni elementi determinanti della situazione. Innanzitutto, la stampa. Da un lato lo scrittore denuncia il comportamento della maggioranza dei giornali, da subito ostili a Dreyfus, ma in modo pregiudiziale. Sono soprattutto i giornali popolari a stimolare «passioni nefaste», conducendo campagne settarie e spingendo il pubblico dei lettori non a farsi una idea propria e indipendente, ma a schierarsi necessariamente contro il capitano ebreo. Un vero inquinamento sociale organizzato a tutti i livelli e, quel che è peggio, in perfetta buona fede. Ma è noto che di buona fede son lastricate le vie dell’inferno. Invece, la grande stampa nazionale – quella delle classi colti e della grande borghesia – ha fatto forse di peggio, registrando in modo anonimo tutto e il contrario di tutto, la verità come l’errore, indifferentemente. E tutto ciò spacciato per imparzialità, men- tre si tratta in modo evidente di una condotta pericolosamente pilatesca di evitare di dire la verità, che invece andrebbe gridata forte dai tetti. In secondo luogo, un elemento determinante è senza alcun dubbio l’antisemitismo, come dice Zola, “il vero colpevole”. E qui bisogna intendersi. Tutti siamo un po’ abituati a considerare patria dell’antisemitismo la Germania e, in particolare, quella nazista, dove in effetti si toccarono vertici di efferatezza difficilmente eguagliabili. Invece, l’origine dell’antisemitismo risa a periodi precedenti e comunque trova in Francia una delle sue espressioni più compiute e strabilianti. Non per nulla Isacco Pinto, un ebreo portoghese, in un suo commento alle opere di Voltaire, ne muove a questi un cauto ma fermo rimprovero. E Voltaire, in una lettera di risposta, datata 21 luglio 1762, pur riconoscendo il torto di avere attribuito «a tutto un popolo i vizi di molti individui», fa carico agli ebrei di essere irrimediabilmente superstiziosi, «e la superstizione è il più abominevole flagello della terra». Si può discutere a lungo sulla natura dell’antisemitismo voltaireano nel considerarlo dovuto solo a una radicata avversione al misticismo ebraico, sepolcro della ragione, o piuttosto a fobie, paradossalmente irrazionali, come quando, al capitolo VIII dell’Essais sur les moeurs, definisce gli ebrei «specie d’uomini inferiori». Resta il fatto che l’odio antiebraico scorre come una linfa segreta lungo tutto il corso della storia culturale francese (ed europea, come nota Léon Poliakov). Forse, eccettuato sicuramente Rousseau, pochi altri pensatori francesi del XVIII e del XIX secolo vanno esenti dal germe maligno dell’antisemitismo: per esempio, esso vegeta il Lamartine e (in tono velato) in Balzac; in Charles Fourier e in Proudhon. Ecco perché il processo che si sta celebrando a carico di Esterhazy viene visto da Zola come un processo all’antisemitismo, che, nella temperie culturale francese di fine secolo, si sposa con il patriottismo e con il militarismo, propiziando il nascere e l’affermarsi di una miscela esplosiva che, naturalmente, alligna più fra le classi medio- basse che nelle fasce più acculturate della popolazione. Il terzo elemento preso in esame da Zola è la presenza degli spettatori di questa grande tragedia nazionale ed europea, ciascuno depositario di una parte che svolge fino in fondo. Il risultato è un pantano di interessi, di passioni, di storie insulse e spesso inventate, di vergognosi pettegolezzi, ove il semplice buon senso «viene schiaffeggiato ogni mattina». Zola spera che il processo in quel momento in corso nei confronti di Esterhazy, davanti al secondo Consiglio di Guerra, riconoscendone la colpevolezza e scagionando perciò Dreyfus, torni a far prevalere il buon senso. Non sarà così. 

Povera Francia, sei tornata alle guerre di religione! Zola ringrazia il “coraggio” di “Le Figaro” per aver pubblicato i suoi articoli e attacca la stampa che “avvelena il popolo”. Scrive Émile Zola su “Le Figaro” il 5 dicembre 1897 e ripubblicato il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Quello che leggerete è il terzo e ultimo articolo che mi fu permesso di dare a Le Figaro. Ho avuto persino qualche difficoltà a farlo passare e, come si vedrà, ritenni saggio congedarmi con lo stesso dal pubblico, intuendo che mi sarei trovato nell’impossibilità di continuare la mia campagna, che tanto turbava i lettori abituali del giornale. Riconosco perfettamente, a un giornale, la necessità di fare i conti con le abitudini e le passioni della sua clientela. Perciò, ogni volta che ho subito questo genere di battuta d’arresto, me la sono presa soltanto con me stesso, per essermi sbagliato sul terreno e sulle condizioni di lotta. Le Figaro si è dimostrato comunque coraggioso nell’accettare i miei tre articoli, e io lo ringrazio. Ah! quale spettacolo, dopo tre settimane, e quali tragici, indimenticabili giorni abbiamo attraversato! Non ne ricordo altri che abbiano suscitato in me tanta umanità, tanta angoscia e tanta generosa collera. Esasperato, ho vissuto nell’odio della stupidità e della malafede, a tal punto assetato di verità e di giustizia da riuscire a comprendere i grandi moti dell’anima che possono portare un placido borghese al martirio. In verità, si è trattato di uno spettacolo inaudito, che per brutalità, per sfrontatezza, per ammissioni ignobili andava al di là di tutto quello che di più istintivo e di più vile abbia mai confessato la belva umana. Un simile esempio di follia e di perversione da parte di una folla è raro ed è sicuramente per questo che, oltre a ribellarmi come uomo, mi sono tanto appassionato come romanziere, come drammaturgo, sconvolto dall’entusiasmo di fronte a un caso di così tremenda bellezza. Oggi, ecco, la storia entra nella fase regolare e logica, quella che abbiamo desiderato, che abbiamo incessantemente chiesto. Un tribunale militare è all’opera, il nuovo processo ha come scopo la verità, e noi ne siamo convinti. Non abbiamo mai voluto altro. Non resta, ora, che ta- cere e aspettare, perché non siamo noi a doverla dire, la verità, è il Consiglio di guerra che la deve accertare, renderla lampante. E non ci sarà un nostro nuovo intervento, a meno che essa non ne esca incompleta ed è un’ipotesi del tutto inammissibile. Ma, essendo terminata la prima fase, vero caos in piena tenebra, vero scandalo in cui tante coscienze sporche si sono messe a nudo, dev’esserne redatto il processo verbale, bisogna trarne le conclusioni. Perché, nella profonda tristezza delle constatazioni che si impongono, c’è l’ammaestramento virile, il ferro rovente con cui si cauterizzano le piaghe. Riflettiamoci: l’orrendo spettacolo che abbiamo appena dato a noi stessi deve guarirci. Per cominciare, la stampa. Abbiamo visto la stampa scadente in fregola, intenta a battere moneta con le curiosità malsane, a guastare la folla per vendere le denigrazioni dei suoi scribacchini, che non trovano più compratori da quando la nazione è calma, sana e forte. Sono soprattutto i facinorosi nella sera, i giornali di tolleranza che adescano i passanti con i loro titoli a caratteri cubitali, promettendo dissolutezza. Facevano il loro commercio abituale, ma con un’impudenza significativa. Abbiamo visto, un gradino più su, i giornali popolari, i giornali da un soldo, quelli che si rivolgono alla massa e che formano l’opinione dei più, rinfocolare passioni atroci, condurre furiosamente una campagna di settari, uccidendo nel nostro caro popolo di Francia ogni generosità, ogni desiderio di verità e di giustizia. Voglio credere alla loro buona fede. Ma quale tristezza, questi cervelli di polemisti invecchiati, di agitatori dementi, di patrioti meschini che, diventati conduttori di uomini, commettono il più nero dei crimini, quello di ottenebrarne la coscienza pubblica e di fuorviare un intero popolo! Quest’impresa è tanto più esecrabile quando è condotta, come in certi giornali, con una bassezza di mezzi, un’abitudine alla menzogna, alla diffamazione e alla delazione che rimarranno l’onta più grande della nostra epoca. Infine, abbiamo visto la grande stampa, la stampa detta seria e onesta, assistere a tutto questo con un’impassibilità, direi quasi una serenità stupefacente. Questi giornali onesti si sono accontentati di registrare tutto con cura scrupolosa, la verità come l’errore. Hanno lasciato che il fiume avvelenato scorresse, senza mettere un solo abominio. Sì, certo, questa è imparzialità. Però, a stento qua e là una timida valutazione, e non una sola voce alta e nobile, non una, capite? che si sia alzata da questa stampa onesta, per schierarsi dalla parte dell’umanità, dell’equità oltraggiata! E abbiamo visto soprattutto – poiché in mezzo a tanti orrori è sufficiente scegliere il più ripugnante – abbiamo visto la stampa, quella ignobile, continuare a difendere un ufficiale francese che aveva insultato l’esercito e sputato sulla nazione. Non basta! Abbiamo visto giornali che lo scusavano, altri che gli infliggevano il loro biasimo, sì, ma con qualche riserva. Ma come! Non c’è stato un grido unanime di rivolta e di esecrazione! Che cos’è mai accaduto perché un crimine che in un altro momento avrebbe sollevato la coscienza pubblica in un bisogno furente di immediata repressione, abbia potuto trovare delle circostanze attenuanti in quegli stessi giornali tanto suscettibili in tema di fellonia e di tradimento? L’abbiamo visto, ripeto. E ignoro cosa abbia prodotto un sintomo come questo sugli altri spettatori, visto che nessuno parla, nessuno s’indigna. So che, per quanto mi riguarda, mi ha fatto rabbrividire, poiché rivela con inaspettata violenza la malattia di cui soffriamo. La stampa ignobile ha divorato la nazione e un accesso di quella perversione, di quella corruzione in cui essa l’ha gettata, ha finito per mettere l’ulcera completamente a nudo. L’antisemitismo, ora. È il vero colpevole. Ho già detto come questa campagna barbara, che ci riporta indietro di secoli, offenda il mio bisogno di fraternità, la mia passione per la tolleranza e l’emancipazione umana. Ritornare alle guerre di religione, ricominciare le persecuzioni religiose, volere lo sterminio tra le razze, sono cose di un’assurdità tale, nel nostro secolo di affrancamento, che un simile tentativo mi sembra soprattutto imbecille. Non poteva nascere che da un cervello fumoso e squilibrato di credente, che da una grande vanità di scrittore rimasto a lungo sconosciuto e desideroso di recitare una parte a tutti i costi, sia pure odiosa. E non voglio ancora credere che un movimento del genere possa davvero prendere un’importanza decisiva in Francia, in questo paese di libero esame, di bontà fraterna e di limpida ragione. Eppure, assistiamo a misfatti terribili, devo confessare che il male è gravissimo. Il veleno è nel popolo, anche se il popolo non è tutto avvelenato. Dobbiamo all’antisemitismo la pericolosa virulenza che gli scandali di Panama hanno preso qui da noi. E questo penoso caso Dreyfus è tutta opera sua: soltanto l’antisemitismo ha reso possibile l’errore giudiziario e sconvolto oggi la folla, impedendo che quell’errore venga tranquillamente e nobilmente riconosciuto, per la nostra integrità eil nostro buon nome. Non c’era niente di più semplice e di più naturale del fare luce sulla verità, appena sorti i primi seri dubbi; come si può non capire che, perché si sia arrivati alla pazzia furiosa in cui ci troviamo, è giocoforza che ci sia un veleno nascosto che ci fa delirare tutti? Questo veleno è l’odio feroce contro gli ebrei che ogni mattina, da anni, viene versato al popolo. Sono una banda, quelli che fanno questo mestiere di avvelenatori, e il bello è che lo fanno in nome della morale, in nome di Cristo, atteggiandosi a vendicatori e a giustizieri. E chi ci dice che sul Consiglio di guerra non abbia agito l’ambiente stesso in cui esso deliberava? Un ebreo traditore che vende il suo paese, la cosa va da sé. E se anche non si trova alcuna ragione umana che spieghi il crimine, se anche l’imputato è ricco, savio, lavoratore, senza passioni e con una vita impeccabile, non basta forse il fatto che sia ebreo? Oggi, da quando cioè chiediamo che si faccia luce, l’atteggiamento dell’antisemitismo è ancora più violento, più tracotante. E’ il suo processo, quello che si sta per istruire, e che schiaffo sarebbe per gli antisemiti qualora l’innocenza di un ebreo trionfasse! Un ebreo innocente. Possibile? Crolla tutta un’impalcatura di bugie, subentra l’aria pura, la buona fede, l’equità, ed è la rovina per una setta che agisce sulla folla degli ingenui solamente in forza dei suoi eccessi ingiuriosi e dell’impudenza delle sue calunnie. Ed ecco cos’altro abbiamo visto: il furore di questi malfattori pubblici al solo pensiero che si possa fare un po di luce. E inoltre, ahimè, abbiamo visto lo smarrimento della folla che costoro hanno pervertito, e tutta questa opinione pubblica sconvolta, tutto questo caro popolo di umili e di semplici, che oggi si scaglia contro gli ebrei e che domani farebbe una rivoluzione per liberare il capitano Dreyfus, se qualche onest’uomo lo infiammasse del fuoco sacro della giustizia. Infine, gli spettatori, gli attori, voi e io, noi tutti. Quale confusione, quale pantano accresciuto di continuo! Abbiamo visto infervorarsi di giorno in giorno la mischia delle passioni e degli interessi, e poi storie insulse, pettegolezzi vergognosi, smentite di inaudita impudenza, il semplice buon senso venire preso a schiaffi ogni mattina, il vizio acclamato, la virtù zittita, insomma l’agonia di tutto quello che costituisce l’onore e la gioia di vivere. Si è finito per odiarlo, tutto questo, certo! Ma chi aveva voluto questo stato di cose, chi lo trascinava per le lunghe? I nostri capi, quelli che, avvertiti da più di un anno, non osavano far niente. Inutile supplicarli, inutile preconizzare loro, fase per fase, la tremenda tempesta che si stava addensando. L’inchiesta l’avevano già fatta; l’incartamento l’avevano tra le mani. Ma fino all’ultima ora, nonostante le suppliche, si sono intestarditi nella loro inerzia, piuttosto che prendere in mano la situazione, per limitarla, a rischio di sacrificare subito le individualità compromesse. Il fiume di fango è straripato, com’era stato loro predetto, ed è colpa loro. Abbiamo visto energumeni trionfare con l’esigere la verità da quelli che dicevano di saperla, quando questi non potevano dirla finché c’era in corso un’inchiesta. La verità è stata detta al generale incaricato dell’inchiesta, e a lui soltanto è affidata la missione di farla conoscere. La verità sarà inoltre detta al giudice istruttore, e lui soltanto ha la veste per ascoltarla e per basare sulla stessa il suo atto di giustizia. La verità! che concezione ne avete, in un’avventura come questa, che scuote tutta un’organizzazione decrepita, per credere che sia un oggetto semplice e maneggevole, da tenere nel cavo della mano e da mettere quando si vuole in mano ad altri, come se fosse un sasso o una mela? La prova, ah sì, la prova che si pretendeva, immediata, come i bambini pretendono che si mostri loro il vento che passa. Siate pazienti e la vedrete splendere, la verità; ma occorrerà in ogni caso un po d’intelligenza e di probità morale. Abbiamo visto sfruttare vilmente il patriottismo, agitare lo spettro dello straniero in una questione d’onore che riguarda unicamente la famiglia francese. I peggiori rivoluzionari hanno gridato che si insultavano l’esercito e i suoi capi, quando, com’è giusto, si chiede solo di non metterli troppo in alto, fuori della portata di chiunque. E, di fronte ai caporioni, di fronte a qualche giornale che aizzava l’opinione pubblica, ha regnato il terrore. Non un esponente delle nostre assemblee ha avuto un grido da onest’uomo, tutti sono rimasti muti, esitanti, prigionieri dei loro gruppi, tutti hanno avuto paura dell’opinione pubblica, sicuramente preoccupati, in previsione delle prossime elezioni. Né un moderato, né un radicale, né un socialista, nessuno di quelli che dovrebbero tutelare le pubbliche libertà, si è ancora alzato a parlare secondo coscienza. Come volete che il paese sappia orientarsi nella tormenta, se quegli stessi che si dicono sue guide tacciono per meschina tattica di politicanti oppure per il timore di compromettere la loro situazione personale? E lo spettacolo è stato così penoso, così crudele, così duro per la nostra fierezza, che intorno a me sento ripetere: «La Francia è proprio malata perché abbia potuto prodursi una simile crisi di aberrazione pubblica» No! è soltanto sviata, fuori di sé del suo cuore e della sua indole. Le si parli il linguaggio dell’umanità e della giustizia e si ritroverà intera, nella sua generosità leggendaria. Il primo atto è terminato, sull’orrendo caso è calato il sipario. Auguriamoci che lo spettacolo di domani ci consoli e ci ridia coraggio. Ho detto che la verità era in cammino e che niente l’avrebbe fermata. Un primo passo è fatto, un altro si farà, poi un altro, poi il passo decisivo. E’ matematico.

Per il momento, in attesa della decisione del Consiglio di guerra, la mia parte è terminata; ed è mio ardente desiderio che, fatta la verità, resa giustizia, io non debba più lottare né per l’una né per l’altra. Articolo pubblicato su “Le Figaro” il 5 dicembre 1897

La condanna di Dreyfus divenne scandalo mondiale. Dopo la pubblicazione del J’Accuse di Emile Zola l’intera opinione pubblica mondiale si divise tra dreyfusardi e antidreyfusardi, scrive Vincenzo Vitale il 21 Agosto 2018 su "Il Dubbio". La pubblicazione del J’accuse ha l’effetto di una bomba sociale. Finalmente le coscienze, assopite, sembrano risvegliarsi non solo in Francia, ma in tutta Europa. Ci si divide fra dreyfusardi e antidreyfusardi senza ritegno alcuno, ma con accanimento tanto maggiore quanto più la propria posizione fosse in vista. Si ruppero amicizie decennali, si separarono coniugi e famiglie, si litigò nei pubblici locali e nelle dimore private, ci si sfidò a duello, si minacciò da varie nazioni europee di non partecipare alla Esposizione Universale, prevista a Parigi, all’ombra della torre Eiffel, per l’anno 1900. Insomma, lo scandalo della condanna di Dreyfus divenne di portata europea e perfino mondiale, se è vero che perfino alla Casa Bianca e al Cremlino si dibatteva della sua innocenza o colpevolezza. Era inevitabile peraltro che, in forza dello spostamento mimetico tipico delle persecuzioni, una volta che il meccanismo persecutorio sia svelato, la violenza si converta a carico del rivelatore, cioè di Zola. Questi infatti viene processato per diffamazione dei vertici militari e governativi e dei giudici militari e, in seguito, dei periti calligrafi i quali, mentendo, attestarono che la grafia del bordereau spionistico che fu attribuito a Dreyfus, era effettivamente la sua. Quella che oggi si pubblica è l’autodifesa pronunciata da Zola davanti alla giuria che l’avrebbe comunque condannato a un anno di reclusione e a 3.000 franchi di multa. Lo scrittore denuncia subito una evidente forzatura, tanto inammissibile quanto antigiuridica, vale a dire che il Primo Ministro, Felix Jules Méline, ha dichiarato di aver fiducia in quei giudici popolari davanti ai quali Zola si difende e ai quali egli affida pubblicamente la difesa dell’esercito. Come dire che egli, il Primo Ministro, si attende una esemplare condanna di Zola, attraverso la quale soltanto l’esercito potrà essere ristorato del danno alla sua immagine prodotto dal J’accuse. Zola nota subito che se per un verso ciò costituisce una indebita pressione sull’organo giudicante, per altro verso è una colossale sciocchezza. Infatti, accusare alcuni componenti dell’esercito, sia pure di alto grado, ma nominativamente individuati, di aver consumato un infame delitto ai danni di Dreyfus – come appunto ha fatto Zola – non vuol dire certo denigrare l’esercito nel suo insieme; anzi, è un sicuro indice di voler operare all’interno dell’esercito un salutare repulisti, allo scopo non di diffamarlo, ma di valorizzarlo nelle sue componenti più vere e trasparenti. Come non rilevare qui una singolare coincidenza con alcuni casi italiani, soprattutto degli ultimi anni? Capita infatti che se un giornalista o un osservatore politico critichi pubblicamente – ed anche duramente – l’operato di un pubblico ministero, immediatamente salti su il Consiglio Superiore della Magistratura, lamentando che quelle critiche delegittimano l’intera Magistratura e aprendo perfino un fascicolo che vien definito “a tutela”. E non si sa davvero a tutela di cosa e di chi, se non di ruoli e posizioni che in tal modo vengono posti al di là di ogni possibile critica, collocati in una dimensione di immunità assoluta, al punto che criticare uno significa delegittimare tutti: assurdità evidente sia per la ragione giuridica che per quella comune, perché conferisce licenza di fare e disfare arbitrariamente proprio a colui che invece andrebbe controllato, in quanto se ne lamenta un qualche abuso o errore (a torto o a ragione). Come dire che se l’insegnante richiama uno scolaro che disturba in classe, allora necessariamente delegittima la classe intera: un corto circuito dell’intelletto che però alligna in Italia ormai da decenni e che alla fine delegittima soltanto l’insegnante, riducendolo al silenzio. Zola perciò sceglie di non difendersi per nulla: e coraggiosamente, perché sa bene che alte sono le probabilità di essere condannato, come poi in effetti sarà. Egli si limita a rilevare come ormai, giunte a quel punto le cose, dopo che il vero colpevole, Esterhazy è stato assolto, il caso non riguarda più soltanto Dreyfus e la sua innocenza, ma riguarda la Francia intera e l’immagine che la Francia potrà fornire di se al mondo: è ancora la Francia dei diritti dell’uomo, “quella che ha donato la libertà al mondo e che doveva donargli la giustizia”? Si noti che Zola risulta doppiamente sospetto alla opinione dei benpensanti. Da un lato, in quanto scrittore e perciò pericolosamente votato a pensare con la propria testa; dall’altro, in quanto di origine italiana, nato da padre veneziano. Ma lui se ne fa un vanto, osservando che da qualsiasi luogo provenga la sua famiglia – e proviene da Venezia, “la splendida città la cui antica gloria è cantata in tutte le memorie” – egli è un francese a tutti gli effetti, non foss’altro che per i quaranta volumi scritti in lingua francese e venduti in decine di milioni di copie in tutto il mondo. La chiusa è profeticamente vera: “Un giorno la Francia mi ringrazierà di aver contribuito a salvare il suo onore”. Non solo la Francia.

«La Francia è ancora quella dei diritti dell’uomo?» Ecco l’autodifesa dello scrittore Emile Zola, processato per diffamazione dei vertici militari e governativi e dei giudici militari. Scrive Émile Zola su «L’Aurore» il 22 febbraio 1898 e ripubblicato il 21 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Signori giurati, nella seduta del 22 gennaio alla Camera, il signor Méline, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato, tra gli applausi entusiasti della sua compiacente maggioranza, di aver fiducia nei dodici cittadini nelle cui mani rimetteva la difesa dell’esercito. Signori, parlava di voi. Come già il generale Billot aveva suggerito la sentenza al Consiglio di Guerra incaricato di assolvere il comandante Esterhazy, impartendo dall’alto della sua tribuna agli ufficiali subordinati la consegna militare di rispettare senza discuterla la cosa giudicata, così Méline ha voluto darvi l’ordine di condannarmi in nome del rispetto dell’esercito, che egli mi accusa di avere oltraggiato. Denuncio alla coscienza degli onesti questa pressione dei pubblici poteri sulla giustizia del Paese. Ci troviamo di fronte a dei costumi politici abominevoli che disonorano una nazione libera. Vedremo se obbedirete. Ma non è affatto vero che io sia qui, davanti a voi, per volontà del presidente Méline. Malgrado il suo personale turbamento, egli ha ceduto alla necessità di perseguirmi perché terrorizzato di quanto la verità in cammino avrebbe compiuto. Questa è una verità a tutti nota: se sono davanti a voi è perché l’ho voluto. Io solo ho deciso che l’oscura, la mostruosa questione fosse affidata alla vostra giurisdizione, e sono stato io solo che di mia iniziativa ho scelto voi, l’emanazione più alta e diretta della giustizia francese, affinché la Francia sappia tutto e si pronunci. Il mio atto non ha avuto altro intento e la mia persona non conta, l’ho sacrificata volentieri, unicamente soddisfatto per aver messo nelle vostre mani non solo l’onore dell’esercito, ma l’onore vacillante della nazione intera. Mi perdonerete, dunque, se nelle vostre coscienze non è ancora stata fatta piena luce. Non dipende da me. Nel volervi portare tutte le prove, nello stimarvi i soli degni e competenti, è come se stessi sognando. Hanno cominciato a togliervi con la sinistra quello che fingevano di darvi con la destra. Ostentavano di accettare la vostra giurisdizione, ma se alcuni confidavano in voi per vendicare i membri di un tribunale militare, altri ufficiali restavano intoccabili, superiori alla vostra stessa giustizia. Comprenda chi vuole e chi può. Si tratta di una assurda ipocrisia e l’evidenza lampante che ne scaturisce è che hanno avuto paura del vostro buon senso, che non hanno osato correre il pericolo di lasciarmi dire tutto e di lasciarvi giudicare tutto. Asseriscono di aver voluto limitare l o scandalo; e cosa pensate di questo scandalo, del mio atto che consiste nel mettervi al corrente del caso nella volontà che fosse il popolo incarnato in voi a fungere da giudice? Sostengono inoltre che non potevano accettare una revisione mascherata, confessando in tal modo di non avere in fondo che un solo timore, quello del vostro controllo sovrano. La legge trova in voi la sua rappresentazione totale; ed è la legge del popolo eletto quella che ho desiderato, che da buon cittadino rispetto profondamente, non già la procedura ambigua grazie alla quale hanno sperato di poter ingannare persino voi. Eccomi scusato, signori, di avervi distolto dalle vostre occupazioni, senza avere avuto la possibilità di inondarvi di quella verità intera che sognavo. La luce, la luce completa, non ho avuto che questo appassionato desiderio. E questi dibattimenti ve lo hanno dimostrato: abbiamo dovuto lottare, passo dopo passo, contro una volontà occultatrice incredibilmente ostinata. Abbiamo dovuto lottare per afferrare qualche brandello di verità; hanno discusso su tutto, ci hanno rifiutato tutto, hanno terrorizzato i nostri testimoni nella speranza di impedirci di portare delle prove. Ed è solo per voi che ci siamo battuti, affinché questa prova vi viene se sottoposta nella sua interezza, affinché poteste pronunciarvi senza rimorsi della vostra coscienza. Sono convinto che terrete nella dovuta considerazione i nostri sforzi, visto che molta chiarezza è stata fatta. Avete ascoltato i testimoni, ora ascolterete il mio difensore che vi racconterà la vera storia, la storia che fa uscire tutti di senno ma che nessuno conosce. Ed eccomi qui tranquillo; la verità è ora nelle vostre mani e procederà. Il presidente Méline ha creduto suo dovere suggerirvi la sentenza affidandovi l’onore dell’esercito. Ed è in nome dell’onore dell’esercito che, a mia volta, faccio appello alla vostra giustizia. Smentisco nella maniera più assoluta il presidente Méline, io non ho mai oltraggiato l’esercito. Al contrario ho espresso il mio affetto, il mio rispetto per la nazione in armi, per i nostri soldati, pronti a insorgere alla prima minaccia per difendere il suolo francese. Ed è altrettanto falso che io abbia attaccato i generali che li condurrebbero alla vittoria. Affermare che alcuni individui degli uffici del Ministero della Guerra hanno compromesso con la loro azione persino l’esercito equivale forse a insultare l’esercito nel suo insieme? Non significa piuttosto comportarsi da buon cittadino il liberarlo da ogni compromesso, gettare un grido d’allarme affinché gli errori che ci hanno portato alla disfatta non si ripetano e non ci conducano a nuove sconfitte? Del resto io non mi difendo, lascio alla storia il compito di giudicare il mio atto che era assolutamente necessario. Ma affermo che l’esercito disonorato quando si permette ai gendarmi di solidarizzare con il comandante Esterhazy dopo le lettere abominevoli che egli ha scritto. Affermo che questo valoroso esercito viene insultato ogni giorno da quei banditi che, con il pretesto di difenderlo, lo insozzano della loro vile complicità, trascinando nel fango tutto quello che la Francia ha ancora di buono e di grande. Affermo che sono loro a disonorare il grande esercito nazionale quando al grido di «Viva l’esercito!» mescolano quello di «A morte gli ebrei!». E hanno gridato «Viva Esterhazy!». Gran Dio! II popolo di San Luigi, di Bayard, di Condé e di Hoche, il popolo delle cento splendide vittorie, delle grandi guerre della Repubblica e dell’Impero, il popolo la cui forza, grazia e generosità hanno abbagliato l’universo, quel popolo grida «Viva Esterhazy!». Questa è una infamia da cui può lavarci soltanto il nostro sforzo di verità e di giustizia. Voi conoscete molto bene la leggenda che si è creata. Dreyfus è stato condannato giustamente e legalmente da sette ufficiali infallibili, tanto che a nessuno è permesso di sospettare l’errore senza offendere l’intero esercito. Dreyfus espia il suo orribile mi- sfatto in una tortura vendicatrice. E, poiché è ebreo, si crea un sindacato ebreo, un sindacato internazionale di senza patria, che mette a disposizione centinaia di milioni con lo scopo di salvare il traditore anche al prezzo delle più infami trame. Da quel momento questo sindacato ha operato in modo criminale comprando le coscienze e gettando la Francia in un’agitazione omicida, deciso a venderla al nemico, a mettere a fuoco l’Europa con una guerra generale piuttosto che rinunciare al suo spaventoso disegno. Come potete vedere è estremamente semplice, perfino infantile e imbecille. Ma è di questo pane avvelenato che la stampa ignobile nutre il nostro povero popolo da diversi mesi. E non c’è da meravigliarsi se assistiamo a una crisi così disastrosa, perché quando si seminano l’idiozia e la menzogna non si può che raccogliere follia. Certamente Signori, non vi farò l’affronto di credere che vi siate finora attenuti a queste favole per bambini. Vi conosco e so chi siete. Siete il cuore e la ragione di Parigi, della mia grande Parigi, dove sono nato, che amo di un affetto infinito, che studio e descrivo da quasi quarant’anni. E nel contempo so anche quello che state pensando in questo momento, perché prima di sedere qui come accusato sono stato seduto là, sul banco che ora occupate voi. Voi rappresentate l’opinione media, impersonate, tutti insieme, la saggezza e la giustizia. Tra poco il mio pensiero vi seguirà nella sala delle vostre deliberazioni e sono convinto che il vostro sforzo sarà quello di salvaguardare i vostri interessi di cittadini, che sono naturalmente gli interessi della nazione intera. Potrete sbagliarvi, ma sarà nella convinzione che, assicurando il vostro bene, assicurate il bene di tutti. Vi vedo nelle vostre famiglie, la sera, alla luce di una lampada; vi sento conversare con i vostri amici, vi accompagnano nelle vostre officine, nei vostri negozi. Siete tutti lavoratori: commercianti, industriali, alcuni di voi esercitano libere professioni. E la vostra legittima preoccupazione è lo stato deplorevole in cui sono caduti gli affari. Ovunque la crisi attuale minaccia di trasformarsi in un disastro, gli incassi diminuiscono, le transazioni si fanno sempre più difficili. A causa di ciò, il pensiero che qu i domina, che leggo sui vostri volti, è che se ne ha abbastanza, che è ora di finirla. Non siete arrivati a dire come molti: «Che importa che un innocente sia all’isola del Diavolo! L’interesse di un singolo merita il turbamento di una grande nazione?». Vi dite tuttavia che la nostra agitazione, quella di noi affamati di verità e di giustizia, viene pagata troppo a caro prezzo con tutto il male che ci si accusa di fare. E se mi condannerete, signori, non saranno che questi i motivi alla base del vostro verdetto: il desiderio di rasserenare i vostri cari, il bisogno che gli affari riprendano il loro corso, la convinzione che colpendo me metterete un freno a una campagna di rivendicazione nociva agli interessi della Francia. Ebbene, signori, vi sbagliereste nel modo più assoluto! Vogliate farmi I’onore di credere che io qui non difendo la mia libertà. Colpendomi non farete che ingigantirmi. Chi soffre per la verità e la giustizia diventa augusto e sacro. Guardatemi, signori: ho l’aria di un venduto, di un mentitore e di un traditore? Per quale motivo agirei allora? Non celo né ambizione politica né fanatismo da settario. Sono un libero scrittore che ha dedicato la vita al lavoro, che domani rientrerà nei ranghi e riprenderà il lavoro interrotto. E sono delle bestie coloro che mi chiamano italiano, a me, nato da madre francese, allevato da nonni della Beauce, contadini di quella terra generosa, a me che ho perduto il padre a sette anni, che sono andato in Italia soltanto a cinquantaquattro anni per documentare un libro. Il che non m’impedisce d’essere fiero che mio padre fosse di Venezia, la splendida città la cui antica gloria è cantata in tutte le memorie. E quand’anche non fossi francese, i quaranta volumi in lingua francese che ho seminato in milioni di esemplari nel mondo intero basterebbero, credo, a fare di me un francese, utile alla gloria della Francia! Perciò non mi difendo. Ma quale errore sarebbe il vostro qualora foste convinti che colpendo me ristabilireste l’ordine nel nostro infelice Paese! Non lo capite che il male di cui la nazione muore è proprio l’oscurità in cui ci si ostina a lasciarla, è l’equivoco in cui agonizza? Le colpe dei governanti si aggiungono al le colpe, una menzogna ne rende necessaria un’altra, finché il cumulo diventa spaventoso. È stato commesso un errore giudiziario, e da quel momento per nasconderlo è stato necessario commettere ogni giorno un nuovo attentato al buon senso e all’equità. La condanna di un innocente ha portato con sé l’assoluzione di un colpevole; ed ecco che, oggi, vi si chiede di condannarmi per avere gridato la mia angoscia nel vedere la patria avere imboccato questa terrificante strada. Condannatemi, dunque! Ma sarà un errore che si aggiungerà agli altri, un errore di cui in seguito porterete il peso nella storia. E la mia condanna, lungi dal riportare la pace che desiderate, che tutti noi desideriamo, altro non sarà che un nuovo seme di passione e di disordine. Vi avverto, la misura è colma, non fatela straripare.Come fate a non rendervi conto della crisi tremenda che il Paese sta attraversando? Ci considerano gli autori dello scandalo, affermano che sono gli amanti della verità e della giustizia a fuorviare la nazione, a spingerla alla sommossa. In verità, ciò significa ingannare il mondo intero. Il generale Billot, tanto per fare un nome, non è stato forse avvertito da ben diciotto mesi? Il colonnello Picquart non ha forse insistito affinché prendesse nelle sue mani la revisione per evitare che la tempesta scoppiasse e sconvolgesse tutto? Il senatore Scheurer- Kestner non l’ha supplicato, con le lacrime agli occhi, di pensare alla Francia, di risparmiarle una simile catastrofe? No, no! Il nostro desiderio è stato di facilitare le cose, di attutirle e, se il Paese ora soffre, la colpa è del potere che, desideroso di copri re i colpevoli, spinto da interessi politici, ha rifiutato tutto, nella speranza di essere abbastanza forte per impedire che si facesse luce. Da quel giorno ha manovrato sempre nell’ombra, in favore delle tenebre, ed è lui, lui solo, il responsabile del disperato turbamento che affligge le coscienze. L’affaire Dreyfus, signori miei, oggi è di ventato marginale, è ormai un fatto remoto e lontano, rispetto ai terrificanti problemi che ha sollevato. Non si tratta più dell’affaire Dreyfus, si tratta ormai di sapere se la Francia è ancora la Francia dei diritti dell’uomo, quella che ha donato la libertà al mondo e che doveva donargli la giustizia. Siamo ancora il popolo più nobile, il più fraterno, il più generoso? In Europa, conserveremo ancora la nostra fama di equità e di umanità? Allora, non sono queste tutte le conquiste che avevamo fatto e che erano rimesse in discussione? Aprite gli occhi e capirete che se l’anima francese è in preda a una simile confusione ciò è dovuto al fatto che è profondamente sconvolta di fronte a un terribile pericolo. Un popolo non sarebbe sconvolto a tal punto se la sua stessa vita morale non fosse in pericolo. L’ora è di una gravità eccezionale, è in gioco la salvezza della nazione.Quando avrete compreso questo, signori, avrete coscienza che esiste un solo rimedio possibile: dire la verità e renderegiustizia. Tutto ciò che ritarderà la luce, tutto ciò che aggiungerà tenebre a tenebre non farà che prolungare eaggravare la crisi. Il compito dei buoni cittadini, di quelli che sentono il bisogno imperioso di farla finita, è di esigere piena chiarezza. Siamo già in molti a pensarlo. Gli uomini di lettere, di filosofia e di scienza si levano da ogni luogo in nome dell’intelligenza e della ragione. E non vi parlo dei paesi stranieri, del brivido che si è propagato in tutta l’Europa. Lo straniero non è necessariamente sinonimo di nemico. Non parliamo dei popoli che possono essere domani nostri avversari. Ma la grande Russia, nostra alleata, la piccola e generosa Olanda, tutti i popoli amici del Nord, le terre di lingua francese, come la Svizzera e il Belgio, perché mai avrebbero il cuore grosso, traboccante di sofferenza fraterna? Sognate forse una Francia isolala dal mondo? Volete che nessuno, quando passerete la frontiera, sorrida più alla vostra leggendaria buona fama di equità e di umanità? Ahimè, signori! Come tanti altri, forse anche voi aspettale l’avvenimento imprevisto, la prova dell’innocenza di Dreyfus, che dovrebbe scendere dal cielo come la folgore. Di norma la verità non procede affatto così; essa richiede ricerca e intelligenza. La prova! Sappiamo bene dove potremmo trovarla. Ma lo pensiamo soltanto nel segreto delle nostre anime, e la nostra angoscia di patrioti è che ci si sia esposti a ricevere un giorno lo schiaffo di questa prova, dopo avere impegnato l’onore dell’esercito i n un a menzogna. Voglio inoltre dichiarare con chiarezza che, se abbiamo notificato come testimoni alcuni membri delle ambasciate, la nostra volontà formale era all’inizio d i non citarli in questa sede. Si è sorriso della nostra audacia. Non credo che ne abbiano sorriso al ministero degli Affari Esteri, dove sicuramente hanno capito. Abbiamo semplicemente voluto dire a quelli che sanno tutta la verità che anche noi la sappiamo. Quella verità corre per le ambasciate e domani sarà conosciuta da tutti. E, per i l momento, ci è impossibile andarla a cercare là dove si trova, protetta da formalità invalicabili. Il governo, che non ignora niente, che è convinto come noi dell’innocenza di Dreyfus, potrà, quando lo vorrà e senza rischio, trovare i testimoni che finalmente facciano luce.Lo giuro! Dreyfus è innocente! Impegno la mia vita e il mio onore. In questo momento così solenne, davanti a questo tribunale che rappresenta la giustizia umana, davanti a voi, signori giurati, che siete l ‘ emanazione stessa della nazione, davanti a tutta la Francia, davanti al mondo intero, io giuro che Dreyfus è innocente. Per i miei quarant’ anni di lavoro, per l’autorità che questa fatica può avermi dato, giuro che Dreyfus è innocente. E per tutto quello che ho conquistato, per il nome che mi sono fatto, per le mie opere che hanno contribuito all’espansione delle lettere francesi, giuro che Dreyfus è innocente; che tutto questo crolli, che le mie opere periscano, se Dreyfus non è innocente! Dreyfus è innocente. Tutto sembra essere contro di me, le due Camere, il potere civile, il potere militare, i giornali a grande tiratura, l’opinione pubblica da questi avvelenata. E io posseggo solamente i miei ideali di verità e di giustizia. Eppure sono tranquillissimo, vincerò. Non ho voluto che il mio Paese restasse nella menzogna e nell’ingiustizia. Oggi, qui, mi si può colpire. Un giorno la Francia mi ringrazierà di aver contribuito a salvare il suo onore. Pubblicata su «L’Aurore» il 22 febbraio 1898

“Il monumento più ripugnante dell’infamia umana”. La Corte di Rennes ancora una volta e in modo totalmente antigiuridico, condanna di nuovo Dreyfus, ma soltanto a dieci anni, “compreso il sofferto”, scrive Vincenzo Vitale il 23 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Negli oltre diciotto mesi che separano la pubblicazione di questo articolo da quella del precedente, sono accadute molte cose determinanti per le sorti della vicenda di Dreyfus. Non solo la condanna di Zola per la presunta diffamazione a carico dei giudici militari, ma anche la radiazione dai ranghi dell’esercito del colonnello Picquart, colui che aveva scoperto la colpevolezza di Esterhazy e l’innocenza di Dreyfus, ma soprattutto il fatto decisivo: il maggiore Henry confessa al Ministro Cavaignac di aver personalmente confezionato e perciò materialmente falsificato il documento sulla base del quale era stato condannato Dreyfus. Subito dopo Henry si suicida, mentre Esterhazy, comprendendo che ormai la sua posizione è indifendibile, ripara precipitosamente in Inghilterra: e Proust sapidamente commenta: “Il caso era puro Balzac, ora diventa shakespeariano”. Queste novità conducono naturalmente a riaprire il procedimento nei confronti di Dreyfus, che viene riportato in Francia per un nuovo processo da celebrare a Rennes, mentre Paty de Clam, autore primo di tutto il complotto contro Dreyfus, viene arrestato. Tuttavia, assurdamente e contro ogni lecita aspettativa, la Corte di Rennes ancora una volta e in modo totalmente antigiuridico, condanna di nuovo Dreyfus, ma soltanto a dieci anni, “compreso il sofferto”. Prevedo il quesito di ciascuno: ma potevano farlo? No. E tuttavia lo fecero. E lo fecero per una ragione che agli occhi di quei sedicenti giudici appariva tanto cogente da indurli ad andare contro il buon senso: continuare, contrariamente ad ogni attesa, a difendere l’operato dei primi giudici, alla cui corporazione (l’esercito) loro stessi appartenevano. Come dire che fra la libertà di coscienza – che doveva di filato indurre alla assoluzione di Dreyfus con la formula più ampia – e la difesa corporativa della classe di appartenenza, la Corte di Rennes preferisce questa a quella. Nulla di nuovo, per carità. Capita anche nel nostro tempo che alcuni Tribunali si facciano un po’ troppo condizionare dall’opera di una Procura, troppo sensibilizzandosi alle sue richieste ed alla sue attese. E tuttavia, sempre e in ogni caso, determinazione assurda e antigiuridica, come assurda e antigiuridica fu la condanna di Rennes, che, non a caso, ci fu, ma fu straordinariamente mite, considerata la gravità del reato contestato (spionaggio e alto tradimento), e tenendo conto che Dreyfus aveva trascorso già cinque anni in deportazione: segno che i componenti della Corte di Rennes, pur decisi a difendere la corporazione, non volevano esagerare; così, tanto per poter dormire la notte. E dormirono. Ma Zola, per queste medesime ragioni, non dormiva. Anzi. In questo articolo, pubblicato due giorni dopo la condanna di Rennes, egli non manca di fustigare letteralmente coloro che si erano resi responsabili di questo ulteriore scempio perpetrato nei confronti delle più elementari ragioni della giustizia attraverso la nuova condanna inflitta a Dreyfus, sia pure irrogatrice di una pena assai modesta e in gran parte già scontata. Inflitta, insomma, per salvare – come si dice con efficace proverbio contadino – capra e cavoli: la capra della salvaguardia dell’operato dei precedenti giudici che avevano condannato il capitano ebreo e i cavoli della propria coscienza che avrebbe potuto loro impedire, appunto, di dormire. Così, Zola non esita a denunciare il processo di Rennes come “il monumento più ripugnante dell’infamia umana”. E aggiunge icasticamente che “L’ignoranza, l’idiozia, la follia, la crudeltà, la menzogna, il crimine vi sono ostentati con una tale spudoratezza che le generazioni future ne arrossiranno di vergogna”. E ciò è tanto più vero, in quanto Zola aveva raggiunto la assoluta ed incontestabile certezza della colpevolezza di Esterhazy, il quale, tempo prima, aveva fornito documenti segreti al Colonnello Schwartzkoppen, addetto militare presso l’Ambasciata tedesca a Parigi. Ecco perché, sulla scorta di ciò, l’avvocato Labori, difensore di Dreyfus, aveva chiesto di sentire come testimoni alcuni addetti militari stranieri informati della circostanza: richiesta tuttavia puntualmente rigettata dai giudici. Come dire, chiosa Zola, che la Corte abbia affermato, a scanso di equivoci, “non vogliamo che ci venga fornita la prova, perché vogliamo condannare”. E, d’altra parte, perché meravigliarsi se l’avvocato Labori, nel corso del processo, era stato addirittura ferito da una revolverata esplosa da un sicario rimasto ignoto? Se questo era il clima in cui questo nuovo processo veniva celebrato, cosa attendersi di diverso, se non una nuova condanna per l’innocente Dreyfus?

Processo Dreyfus. Francia, vergognati! Il nuovo procedimento nei confronti di Dreyfus si conclude con una nuova condanna, anche se più lieve, scrive Émile Zola riportato il 23 Agosto 2018 da "Il Dubbio". Sono terrorizzato. E non è più la collera, l’indignazione vendicatrice, il bisogno di gridare il crimine commesso, di pretenderne il castigo in nome della verità e della giustizia; è il terrore, il sacro spavento di un uomo che vede realizzarsi l’impossibile, i fiumi risalire verso le sorgenti, la terra capovolgersi sotto il sole. E ciò che io grido è lo sconforto della nostra generosa e nobile Francia, è la paura dell’abisso in cui sta scivolando. C’eravamo illusi che il processo di Rennes fosse il quinto atto della terribile tragedia che viviamo da quasi due anni. Le pericolose peripezie sembravano ormai dissolte, credevamo di andare verso una conclusione che portasse alla pacificazione e alla concordia. Dopo la dolorosa battaglia, la vittoria del diritto si rendeva inevitabile, il dramma doveva concludersi felicemente con il classico trionfo dell’innocente. E invece ci siamo sbagliati: si annuncia una nuova peripezia, la più inattesa, la più spaventosa di tutte, che rende nuovamente cupo il dramma, che lo prolunga e lo proietta verso un finale ignoto, davanti al quale la nostra ragione rimane turbata e vacilla. Il processo di Rennes è soltanto il quarto atto. Gran Dio. Come sarà il quinto? Quali dolori e quali nuove sofferenze potrà mai generare, verso quale espiazione suprema getterà la nazione? Perché è più che certo che l’innocente non può essere condannato due volte e che una conclusione del genere spegnerebbe iI sole e solleverebbe i popoli! Ah, quel quarto atto del processo di Rennes, con quale agonia morale l’ho vissuto dal fondo della più completa solitudine in cui mi ero rifugiato, con lo scopo di scomparire dalla scena da buon cittadino, desideroso di non dare altre occasioni al fanatismo e al disordine! Con quale angoscia nel cuore aspettavo notizie, lettere, giornali, e quali ribellioni, quali sofferenze nel leggerli! Le splendide giornate di quel mese d’agosto si rabbuiavano, e mai ho avvertito l’ombra e il freddo di una soglia così agghiacciante sotto cieli tanto smaglianti. Certamente in questi due anni le sofferenze non sono mancate. Ho sentito le folle inseguirmi gridando «Amore!», ho visto passare ai miei piedi un immondo torrente di oltraggi e di minacce, ho conosciuto per ben undici mesi la disperazione dell’esilio. Inoltre ho subito due processi, spettacoli lacrimevoli di viltà e d’iniquità. Ma cosa sono i miei due processi se confrontati a quello di Rennes? Idilli, scene rinfrescanti in cui fiorisce la speranza. Abbiamo assistito a tante mostruosità: i procedimenti giudiziari conto il colonnello Picquart, l’inchiesta della Sezione Penale, la legge d’incompetenza a procedere che ne è conseguita. Ma oggi che l’inevitabile progressione ha fatto il suo corso, tutto questo sembra puerile, e il processo di Rennes sboccia nella sua enormità all’apice come un orrendo fiore da un letamaio. In esso abbiamo visto uno straordinario concentrato di attentati contro la verità e la giustizia. Una banda di testimoni dirigeva il dibattimento, ogni sera metteva a punto loschi tranelli per il giorno successivo, avanzava richieste a colpi di menzogne al posto del pubblico ministero, terrorizzava e insultava chi osava contraddirla, s’imponeva con l’insolenza dei suoi galloni e pennacchi. Un tribunale, preda di questa invasione di ufficiali, soffriva visibilmente nel vederli in veste di criminali e obbediva a una mentalità tutta particolare, che bisognerebbe lungamente smontare per poter giudicare i giudici. Un pubblico ministero grottesco ai limiti dell’imbecillità, che lasciava agli storici di domani una requisitoria nata da un animale umano non ancora classificato, la cui inconsistenza stupida e omicida, di una crudeltà talmente senile e cocciuta da apparire incosciente, sarà causa di un eterno stupore. Una difesa che da principio si tenta di assassinare, poi si mette a tacere ogni volta che diventa imbarazzante, alla quale si rifiuta di produrre la prova decisiva nel momento in cui reclama i soli testimoni che veramente sanno. Questa vergogna è durata un mese intero al cospetto dell’innocente, quel povero Dreyfus ridotto a un brandello umano che farebbe piangere anche le pietre. I suoi vecchi commilitoni sono venuti a dargli l’ennesimo calcio e i suoi vecchi superiori a schiacciarlo con i loro gradi, pur di salvare se stessi dalla galera: non c’è stato nessun grido di pietà o un fremito di generosità in quelle anime vili. La nostra dolce Francia ha offerto questo spettacolo al mondo intero. Quando verrà pubblicato in extenso, il resoconto del processo di Rennes sarà il monumento più ripugnante dell’infamia umana. Esso supera ogni cosa e mai documento più criminale sarà stato fornito alla storia. L’ignoranza, l’idiozia, la follia, la crudeltà, la menzogna, il crimine vi sono ostentati con una tale spudoratezza che le generazioni future ne arrossiranno di vergogna. In esso vi sono le prove della nostra bassezza di cui arrossirà l’umanità intera. Ed è proprio da qui che nasce il mio sgomento, perché se un simile processo si è potuto svolgere, se una nazione può offrire al mondo civile una simile dimostrazione del suo stato morale e intellettuale, bisogna che essa attraversi una crisi spaventosa. Si tratta dunque della morte prossima? E quale bagno di bontà, di purezza, di equità ci salverà dal fango velenoso in cui agonizziamo? Come scrivevo nel mio J’accuse, in seguito alla scandalosa assoluzione di Esterhazy, è impossibile che un Consiglio di Guerra cancelli ciò che un altro Consiglio di Guerra ha fatto. Ciò è contrario alla disciplina. E la sentenza del Consiglio di Guerra di Rennes che, nel suo imbarazzante gesuitismo, non ha il coraggio di pronunciare un sì o un no, è la prova eclatante che la giustizia militare è impotente ad essere giusta, perché non è libera e rifiuta l’evidenza, al punto da condannare nuovamente un innocente piuttosto che mettere in dubbio la propria infallibilità. Si è ostentata come un’arma d’esecuzione in mano agli ufficiali. A questo punto essa non saprebbe essere altro che una giustizia sommaria, da tempo di guerra. Ma in tempo di pace deve scomparire, dal momento che è incapace di equità, di semplice logica e di buon senso. Si è condannata da sé. Ma ci rendiamo conto della situazione atroce che ci viene imposta tra le nazioni civili? Un primo Consiglio di Guerra, ingannato dalla sua ignoranza delle leggi e dalla sua inettitudine nel giudicare, condanna un innocente. Un secondo Consiglio di Guerra, che a sua volta è stato forse tratto in errore dal più spudorato complotto di menzogne e di inganni, assolve un colpevole. Un terzo Consiglio di Guerra, dopo che è stata fatta luce, dopo che la più alta magistratura del Paese ha deciso di lasciargli l’onore di riparare l’errore, osa negare la chiara evidenza e condanna di nuovo l’innocente. E l’irreparabile, è stato commesso il delitto supremo. Gesù è stato condannato una sola volta. Ma crolli pure tutto, che la Francia sia preda delle fazioni, che la patria in fiamme sprofondi tra le macerie, che l’esercito stesso ci rimetta il suo onore, piuttosto che confessare che dei colleghi si sono sbagliati e che alcuni ufficiali hanno mostrato di essere dei bugiardi e dei falsari! L’idea sarà crocifissa, la sciabola deve regnare. Ed eccoci in questa magnifica situazione davanti all’Europa e al mondo intero che è convinto dell’innocenza d Dreyfus. Qualora un dubbio fosse ancora rimasto presso qualche popolo lontano, lo scandalo lampante del processo di Rennes avrebbe ottenuto l’effetto di illuminarlo. Le corti delle grandi potenze vicine sono informate, conoscono documenti, hanno la prova dell’indecenza di tre o quattro nostri generali e della paralisi vergognosa della nostra giustizia militare. La nostra Sedan morale è perduta ed è cento volte più disastrosa dell’altra, dove si è versato soltanto del sangue. Lo ripeto. Ciò che mi sgomenta è che questa disfatta del nostro onore sembra insanabile. Come annullare infatti le sentenze di tre Consigli di Guerra, dove troveremo l’eroismo di confessare la colpa per poter camminare di nuovo a fronte alta? Dov’è il governo coraggioso e di salute pubblica, dove sono le Camere che comprenderanno e agiranno prima dell’inevitabile crollo? La cosa peggiore è che siamo arrivati ormai a una fondamentale scadenza. La Francia ha voluto festeggiare il suo secolo di lavoro, di scienza, di lotte per la libertà la verità e la giustizia. Come vedremo in seguito, non è mai esistito secolo più nobile. E la Francia ha dato appuntamento presso di sé a tutti i popoli per glorificare la sua vittoria, la Libertà conquistata, la verità e la giustizia promesse al mondo. Fra qualche mese i popoli arriveranno, ma troveranno che un innocente è stato condannato due volte, la verità soffocata, la giustizia assassinata. Siamo caduti nel loro disprezzo, ed essi verranno a fare bagordi, berranno il nostro vino, abbracceranno la nostra servitù, come si usa fare nell’infima stamberga dove è consentito comportarsi da canaglie. Possiamo mai accettare che la nostra Esposizione Universale sia il luogo malfamato e disprezzato dove il mondo intero vorrà darsi ai bagordi? No! Abbiamo immediatamente bisogno del quinto atto della mostruosa tragedia, quand’anche dovessimo lasciarci ancora un po’ della nostra carne. Abbiamo bisogno del nostro onore per accogliere i popoli in una Francia guarita e rigenerata. Quel quinto atto che cerco e immagino mi ossessiona, non faccio che pensarci. Nessuno si è accorto che l’affaire Dreyfus, questo gigantesco dramma che agita l’universo, sembra messo in scena da qualche sublime drammaturgo, desideroso di farne un incomparabile capolavoro? Ricordo le straordinarie peripezie che hanno sconvolto tante coscienze. Ad ogni nuovo atto la passione è aumentata e l’orrore è esploso più intenso. In questa opera vivente, il destino è il genio che anima i personaggi e determina i fatti, sotto la tempesta che egli stesso scatena. E poiché sicuramente desidera che il capolavoro sia completo, ci prepara chissà quale sovrumano quinto atto che ricollocherà la gloriosa Francia alla testa delle nazioni. Perché, siatene convinti, è il destino che ha voluto il crimine supremo di vedere l’innocente condannato una seconda volta. Occorreva che il crimine venisse commesso per la grandezza della tragedia, per la bellezza sovrana, per l’espiazione che forse permetterà l’apoteosi. Visto che è stato toccato il fondo dell’orrore, non mi resta che aspettare il quinto atto che metterà fine al dramma, liberandoci e ridonandoci una nuova integrità e giovinezza. Oggi parlerò con franchezza del mio timore, che è sempre stato, come ho lasciato più volte intendere, che la verità, la prova decisiva e schiacciante ci venga dalla Germania. Non è più tempo di tacere su questo pericolo mortale. Diversi segnali ci dicono che conviene considerare coraggiosamente il caso in cui fosse proprio la Germania a portarci il quinto atto, come un fulmine a ciel sereno. Ecco la mia confessione. Nel gennaio 1898, prima del mio processo, io venni a sapere con certezza che Esterhazy era «il traditore», che lui aveva fornito a Schwartzkoppen un considerevole numero di documenti, molti dei quali scritti personalmente, e che la lista completa si trovava a Berlino al Ministero della Guerra. Io non faccio il patriota di mestiere, ma confesso che le rivelazioni che mi furono fatte mi sconvolsero; da quel momento la mia angoscia di buon francese non è più cessata, ho vissuto nel terrore che la Germania, forse nostra futura nemica, ci schiaffeggiasse con le prove che sono in suo possesso. Ma come! Il Consiglio di Guerra del 1894 condanna Dreyfus innocente, il Consiglio di Guerra del 1898 proscioglie Esterhazy che è colpevole, la nostra nemica detiene le prove del duplice errore commesso dalla nostra giustizia militare e tranquillamente la Francia si ostina in quell’errore, accettando lo spaventoso pericolo dal quale è minacciata! Dicono che la Germania non può servirsi di documenti ottenuti per mezzo dello spionaggio. Cosa ne sappiamo? Se domani scoppiasse la guerra, non comincerebbe forse con la perdita dell’onore del nostro esercito di fronte all’Europa, con la pubblicazione dei documenti che mostrano l’infame ingiustizia in cui certi ufficiali si sono intestarditi? È tollerabile un pensiero del genere, potrà la Francia godere di un istante di riposo fin tanto che saprà in mano allo straniero le prove del suo disonore? Lo dico con semplicità: non riuscivo più a darmi pace. Così insieme a Labori decidemmo di citare come testimoni gli addetti militari stranieri, pur sapendo benissimo che non li avremmo condotti alla sbarra, ma volendo far capire al governo che sapevamo la verità nella speranza che agisse. Hanno fatto orecchie da mercante, hanno ironizzato e lasciato l’esercito in mano alla Germania. E le cose sono rimaste ferme fino al processo di Rennes. Appena rientrato in Francia sono corso da Labori, ho insistito disperatamente perché venissero fatti passi presso il ministero per segnalare la terrificante situazione, per domandargli se non intendesse intervenire affinché, grazie alla sua mediazione, ci venissero dati i documenti. Certamente la questione era molto delicata, inoltre c’era quel povero Dreyfus da salvare, ragion per cui bisognava essere pronti a tutte le concessioni per timore di irritare l’opinione pubblica già sconvolta. D’altronde, se il Consiglio di Guerra avesse assolto Dreyfus, i documenti avrebbero perso il loro valore e l’arma, di cui la Germania si sarebbe potuta servire, si sarebbe spezzata. Dreyfus prosciolto, ecco l’errore riconosciuto e riparato. L’onore sarebbe stato salvo. E il mio tormento patriottico è ricominciato ancora più forte, non appena ho saputo che un Consiglio di Guerra stava per aggravare il pericolo condannando di nuovo l’innocente, l’uomo del quale la pubblicazione dei documenti di Berlino griderà un giorno l’innocenza. Ecco perché non ho cessato d’agire, supplicando Labori di reclamare questi documenti e di citare come testimone Schwartzkoppen, il solo che possa fare piena luce. E il giorno che Labori, l’eroe ferito da una pallottola sul campo di battaglia, approfittando di un ‘ occasione offertagli dagli accusatori, ha chiamato alla sbarra Io straniero indegno, quel giorno che si è alzato per chiedere che venisse ascoltato l’uomo che con una sola parola poteva porre fine all’affaire, quel giorno egli ha adempiuto fino in fondo al suo dovere, è stato la voce eroica che nulla potrà far tacere, la cui richiesta sopravvive al processo, e al momento opportuno dovrà fatalmente farlo ricominciare per chiuderlo con la sola soluzione possibile: l’assoluzione dell’innocente. La richiesta dei documenti è stata inoltrata, sfido a che quei documenti non siano prodotti. Vedete in quale maggiore e intollerabile pericolo ci ha messo il presidente del Consiglio di Guerra di Rennes usando il suo potere discrezionale per impedire la pubblicazione dei documenti. Niente di più brutale, mai porta è stata chiusa più intenzionalmente alla verità. «Non vogliamo che ci venga fornita la prova, perché vogliamo condannare». E un terzo Consiglio di Guerra si è aggiunto agli altri due nel cieco errore, per cui una eventuale smentita dalla Germania colpirebbe ora tre sentenze inique. Non è demenza pura, non c’è da urlare di ribellione e d’inquietudine? Il governo che i suoi funzionari hanno tradito, che ha avuto la debolezza di lasciare che bambini cresciuti, dalla mentalità ottusa, giocassero con i fiammiferi e i coltelli; il governo che ha dimenticato che governare significa prevedere deve affrettarsi ad agire se non vuole abbandonare a capriccio della Germania il quinto atto, l’epilogo che tutta Ia Francia dovrebbe temere. È lui, il governo, che ha il compito di recitare al più presto questo quinto atto, per impedire che lo facciano dall’estero. Può procurarsi i documenti, la diplomazia ha risolto difficoltà ben più grandi. Il giorno in cui saprà chiedere i documenti del bordereau, li otterrà. E questo sarà il fatto nuovo che renderà necessaria una seconda revisione davanti alla Corte di Cassazione. Questa volta spero istruita e in grado di cessare senza alcun rinvio nella pienezza della sua magistratura sovrana. Ma se il governo dovesse di nuovo tirarsi indietro, i difensori della verità e della giustizia faranno quanto è necessario. Non uno di noi diserterà il suo posto. La prova inconfutabile prima o poi finiremo per averla. Il 23 novembre saremo a Versailles. Il mio processo ricomincerà, perché si vuole farlo ricominciare in tutta la sua ampiezza. Se finora giustizia non è stata ancora fatta, daremo un nuovo contributo per ottenerla. Il mio caro e valoroso Labori, il cui onore si è nel tempo accresciuto, pronuncerà perciò a Versailles l’arringa che non ha potuto pronunciare a Rennes; è semplicissimo, niente andrà perduto. Io non lo farò certo tacere. Dovrà soltanto dire la verità, senza temere di nuocermi, poiché sono pronto a pagarla con la mia libertà e col mio sangue. Davanti alla Corte d ‘ Assise della Senna ho giurato l’innocenza di Dreyfus. La giuro davanti al mondo intero che ora la grida con me. E torno a ripeterlo: la verità è in cammino e niente potrà fermarla. A Rennes ha appena compiuto un passo da gigante. Non mi resta che lo spavento di vederla piombare a saccheggiare la patria, come una folgore scagliata dalla Nemesi vendicatrice, se non ci affrettiamo a farla risplendere noi stessi sotto il nostro vivido sole di Francia.

“Che l’innocente Dreyfus sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui”. La bellissima lettera, pubblicata su l’Aurore il 29 settembre 1899, che Emile Zola scrisse alla moglie di Alfred Dreyfus riportata il 26 Agosto 2018 da "Il Dubbio". Signora, Le rendono l’innocente, il martire. Rendono alla sua sposa, a suo figlio, a sua figlia, il marito e il padre, e il mio primo pensiero va alla famiglia finalmente riunita, consolata, felice. Quale che sia ancora il mio lutto di cittadino nonostante il dolore indignato e la ribellione in cui continuano ad angosciarsi le anime giuste, vivo con Lei questo momento meraviglioso, bagnato di lacrime benefiche, il momento in cui Lei ha stretto tra le braccia il morto risuscitato, uscito vivo e libero dalla tomba. E, malgrado tutto, questo è un grande giorno di vittoria e di festa. Immagino la prima sera alla luce della lampada, nell’intimità familiare, quando le porte sono chiuse e tutti le infamie della strada si spengono sulla soglia di casa. I due bambini sono là, accanto al padre tornato da un viaggio lungo e oscuro. Lo baciano in attesa del racconto che farà più tardi. Che pace fiduciosa e che speranza per un domani riparatore, mentre la madre si aggira con dolce premura, avendo ancora, dopo tanto eroismo, un compito grandioso da compiere, quello di rimettere in piedi con le sue cure e la sua tenerezza la salute del crocifisso, del povero essere che le hanno restituito. C’è tanta dolcezza nel chiuso della casa, una bontà infinita effonde da ogni parte nell’intimità della stanza in cui la famiglia sorride. E noi siamo là, nell’ombra, muti, ricompensati, tutti noi che abbiamo voluto ciò e che abbiamo lottato da tanti mesi per questo momento di felicità. Quanto a me, confesso che il mio impegno inizialmente non è stato altro che un’opera di solidarietà umana, di pietà e d’amore. Un innocente soffriva il più orrendo dei supplizi, non ho visto altro e ho dato inizio a una campagna unicamente per liberarlo dei suoi mali. Dal momento in cui mi venne provata la sua innocenza nacque in me una straziante ossessione: il pensiero di tutto quello che l’infelice aveva sofferto e di quello che ancora soffriva nel carcere dove agonizzava, murato da una fatalità mostruosa di cui non poteva nemmeno sciogliere l’enigma. Quale tempesta dentro di lui, e quale smaniosa attesa che si rinnovava ad ogni nuova aurora! E non ho più vissuto, il mio è stato il coraggio della pietà, e l’unico obiettivo è stato di mettere fine alla tortura, di sollevare la pietra affinché il giustiziato ritornasse alla luce del giorno e fosse restituito ai suoi che avrebbero curato le sue ferite. Una questione sentimentale, come dicono i politici con una leggera alzata di spalle. Buon Dio, sì! Ma il mio cuore era infiammato e io andavo in soccorso di un uomo in preda allo sconforto, fosse egli ebreo, cattolico o maomettano. Allora credevo che si trattasse di un semplice errore giudiziario, ignoravo l’enormità del crimine che teneva quell’uomo in catene, oppresso nel fondo di un’atroce fossa dove altri spiavano la sua agonia. Non provavo perciò nessuna collera contro i colpevoli, peraltro ancora sconosciuti. Semplice scrittore strappato al consueto lavoro dalla compassione non perseguivo alcun fine politico e non lavoravo per alcun partito. Il mio unico partito all’inizio della campagna non era altri che servire l’umanità. In seguito capii la terribile difficoltà del nostro compito. Nello svolgersi ed estendersi della battaglia, sentivo che la liberazione dell’innocente richiedeva sforzi sovrumani. Tutte le potenze sociali erano alleate contro di noi che non avevamo dalla nostra che la sola forza della verità. Dovevamo compiere un miracolo per risuscitare il sepolto. Quante volte durante quei due anni crudeli ho disperato di riaverlo, di restituirlo vivo alla sua famiglia! Era laggiù, nella sua tomba, e potevamo essere in cento, in mille o in ventimila, ma la pesante pietra di iniquità era tale che temevo di vedere le nostre braccia indebolirsi prima dell’ultimo sforzo supremo. Mai, mai più! Forse un giorno, tra molto tempo, avremmo imposto la verità e ottenuto giustizia. Ma l’infelice sarebbe morto e la sua sposa, i suoi figli, mai più avrebbero potuto dargli il bacio gioioso del ritorno. Signora, ecco che oggi abbiamo compiuto il miracolo. Due anni di lotte imponenti hanno realizzato l’impossibile; il nostro sogno si è avverato perché il giustiziato è sceso dalla croce, l’innocente è libero, suo marito Le è stato reso. Egli ha smesso di soffrire, conseguentemente è fìnita anche la sofferenza dei nostri cuori e l’intollerabile simulacro cessa di turbare i nostri sonni. Ed è per questo, lo ripeto, che oggi è un giorno di grande festa e di grande vittoria. Tutti i nostri cuori comunicano con discrezione col Suo, non c’è cuore di moglie e di madre che non si sia intenerito pensando a questa prima serata d’intimità, alla luce della lampada, nell’emozione affettuosa del mondo intero dalla cui simpatia Lei è circondata. Signora, indubbiamente questa grazia è amara. Come è possibile imporre dopo tante torture fisiche una simile tortura morale? E che senso di ribellione si prova nel dirsi che si è ottenuto per pietà quel che dovrebbe dipendere soltanto dalla giustizia! Il peggio è che tutto sembra essere stato concertato per approdare a quest’ultima iniquità. I giudici hanno voluto tornare a colpire l’innocente per salvare i colpevoli, pronti a rifugiarsi nell’ipocrisia rivoltante di un’apparente misericordia. «Tu vuoi l’onore, noi ti faremo l’elemosina della libertà, affinché il tuo disonore legale copra i crimini dei tuoi carnefici». E non c’è, nella lunga serie di infamie commesse, un attentato più abominevole contro la dignità umana. È veramente il colmo, far mentire la divina pietà, farne lo strumento della menzogna, umiliare l’innocente affinché il crimine passeggi al sole gallonato e impennacchiato! Inoltre, quale tristezza nel constatare che il governo di un grande Paese si rassegna ad essere misericordioso a causa della sua disastrosa debolezza, quando dovrebbe essere giusto! Tremare di fronte all’arroganza di una fazione, credere di poter conseguire la pacificazione con l’ingiustizia, sognare non si sa quale abbraccio menzognero e avvelenato è il colmo dell’accecamento volontario. Il governo, all’indomani stesso della scandalosa sentenza di Rennes, non avrebbe dovuto deferirla alla Corte di Cassazione, alla giurisdizione suprema di cui invece si beffa con tanta insolenza? La salvezza del Paese non era forse in quell’atto di necessaria energia che avrebbe salvato il nostro onore agli occhi del mondo e che avrebbe ristabilito il regno della legge? La pacificazione definitiva è possibile solo nella giustizia, qualsiasi viltà sarà soltanto causa di una nuova febbre, e ciò che finora ci è mancato è un governo coraggioso, che voglia compiere il suo dovere fino in fondo per riportare sul dritto cammino la nazione smarrita e disorientata dalle menzogne. Ma il nostro decadimento è tale che siamo ridotti a congratularci con il governo per essersi mostrato pietoso. Ha osato essere buono, gran Dio! Quale folle audacia, che coraggio eccezionale esporsi ai morsi delle belve, i cui branchi selvaggi sbucati dalla foresta ancestrale si aggirano tra di noi! Essere buoni quando non si può essere forti è di per sé meritorio. E del resto. Signora, la riabilitazione che doveva essere immediata per la giusta gloria del Paese stesso, suo marito può aspettarla a fronte alta, poiché non c’è innocente che sia più innocente di lui di fronte a tutti i popoli della terra. Signora, lasci che Le dica, l’ammirazione, la venerazione, il culto che proviamo per Suo marito. Ha talmente sofferto senza nessuna ragione, assalito dall’imbecillità dalla cattiveria umana, che vorremmo curare ognuna delle sue ferite con tenerezza. Sappiamo bene che la riparazione è impossibile, che mai la società potrà pagare il suo debito verso iI martire vessato con un’ostinazione così atroce, ed è per questo che nei nostri cuori gli eleviamo un altare, non potendo dargli niente di più puro, né di più prezioso di questo culto di commossa fraternità. Egli è diventato un eroe più grande degli altri perché ha più sofferto. L’ingiusto dolore lo ha reso sacro; è entrato, augusto e purificato, in quel tempio dell’avvenire in cui hanno sede gli dèi, le cui immagini toccano i cuori facendovi nascere un’eterna fioritura di bontà. Le indimenticabili lettere che Le ha scritto, Signora, resteranno come il più grande grido d’innocenza martirizzata che mai sia stato emesso da un’anima. E se finora nessun uomo è stato fulminato da un destino più tragico, non c’è neppure nessuno che sia salito più in alto di lui nel rispetto e nell’amore degli uomini. Poi, come se i suoi aguzzini avessero voluto innalzarlo ulteriormente, gli hanno imposto la tortura suprema del processo di Rennes. Davanti a quel martire schiodato dalla croce, sfinito, sostenuto soltanto dalla sua forza morale, essi hanno stilato selvaggiamente, vilmente, coprendolo di sputi, massacrandolo di coltellate, versando sulle sue piaghe fiele ed aceto. E lui, lo stoico, ha conservato un contegno ammirevole, senza un lamento, un coraggio fiero, la tranquilla certezza nella verità, che susciteranno lo stupore delle generazioni future. Lo spettacolo è stato così bello, così straziante, che l’iniqua sentenza ha sollevato i popoli da quel dibattimento mostruoso durato un mese, dove ogni udienza gridava più forte l’innocenza dell’accusato. Il destino si compiva, l’innocente diventava Dio, affinché un esempio indimenticabile venisse donato al mondo. A questo punto. Signora, arriviamo alla sommità. Non c’è gloria, non c’è lode più nobile. Verrebbe quasi da chiedersi: a che pro una riabilitazione legale attraverso la formulazione di un giudizio d’innocenza se nell’universo non troveremmo più un galantuomo che non sia già convinto di quell’innocenza? E questo innocente improvvisamente è diventato il simbolo della solidarietà umana da un capo all’altro della terra. Laddove la religione di Cristo aveva impiegato quattro secoli a formarsi e a conquistare alcune nazioni, la religione dell’innocente condannato due volte ha fatto immediatamente il giro del mondo, riunendo in una immensa umanità tutte le nazioni civili. Cerco, nel corso della storia un analogo movimento di fraternità universale, ma non lo trovo. L’innocente condannato due volte ha fatto più per la fraternità tra i popoli, per l’idea di solidarietà, di giustizia, che cento anni di discussioni filosofiche e teorie umanitarie. Per la prima volta nella storia, l’umanità intera ha emesso un grido di liberazione ribellandosi generosamente per la giustizia, come se ormai formasse un solo popolo, il popolo unico e fraterno sognato dai poeti. Egli può dormire tranquillo e fiducioso. Signora, nel dolce rifugio familiare, riscaldato dalle Sue mani pie. E Lei può contare su noi per la sua glorificazione. Siamo noi, i poeti, a concedere la gloria, e la parte che gli assegneremo sarà così bella che nessun altro uomo della nostra epoca lascerà un ricordo altrettanto commovente. Sono stati già scritti molti libri in suo onore, un’intera biblioteca si è moltiplicata per dimostrare la sua innocenza e per esaltare il suo martirio. Mentre da pane dei suoi carnefici sono rari i documenti volumi e gli opuscoli scritti, gli amanti della verità e della giustizia non hanno cessato né cesseranno di contribuire alla storia, di pubblicare gli innumerevoli documenti dell’immensa inchiesta che un giorno permetterà di stabilire definitivamente i fatti. È il verdetto di domani che si prepara e esso porterà all’assoluzione trionfale, alla clamorosa riparazione; alla memoria del glorioso torturato tutte le generazioni in ginocchio chiederanno perdono per il delitto commesso dai loro padri.E siamo sempre noi poeti, Signora, a inchiodare i colpevoli alla gogna eterna. Coloro che noi condanniamo le generazioni future li fischieranno e li disprezzeranno. Ci sono nomi di criminali che, marchiati d’infamia da noi, negli anni a venire non saranno che immondi relitti. La giustizia immanente si è riservata questo castigo, ha incaricato i poeti di legare all’esecrazione dei secoli coloro le cui malefatte sociali, i cui crimini enormi sfuggono ai tribunali ordinari. So bene che per questi animi meschini e gaudenti questo è solo un castigo lontano del quale sorridono.L’insolenza immediata li appaga. Trionfare a furia di pedate è iI successo brutale in grado di soddisfare la loro fame volgare. Quale importanza può avere l’indomani nella tomba o l’infamia, quando non si può più arrossirne! La spiegazione dello spettacolo vergognoso che ci è stato offerto è in questa bassezza d’animo: le menzogne sfrontate, le frodi provate, le spudoratezze lampanti, tutto ciò che non dovrebbe durare più di un’ora e costituire la rovina dei colpevoli. Ma questi non hanno una discendenza? Non temono che il rossore della vergogna salga un giorno sui volti dei loro figli e dei loro nipoti? Ah, poveri pazzi! Sembra che neppure Ii sfiori l’idea che questa gogna, dove noi inchioderemo i loro nomi, è stata erettaproprio da loro. Voglio credere che si trattidi cervelli ottusi, nei quali un particolare ambiente e uno spirito professionaleabbiano provocato una deformazione. Come nei giudici di Rennes checondannano nuovamenteun innocente per salvare l’onore dell’esercito: si può immaginare qualcosa di più stupido? L’esercito, già! Lo hanno servito bene, compromettendolo in questa avventura scellerata. Sempre lo scopo volgare, immediato, senza alcuna accortezza per il domani! Bisognava salvare i pochi ufficiali colpevoli, a costo di un autentico suicidio del Consiglio di Guerra, di un sospetto gettato sull’alto comando ormai solida- le. E del resto, fa sempre parte dei loro crimini l’avere disonorato l’esercito ed essere stati gli artefici di nuovi disordini e di un rinnovato risentimento, al punto che se il governo pur di pacificare un po’ gli animi ha graziato l’innocente, lo ha fatto senza dubbio cedendo all’urgente bisogno di riparare l’errore, essendovi costretto dal rifiuto di rendere giustizia.Ma bisogna dimenticare, Signora, e soprattutto disprezzare. Nella vita è un grande sostegno disprezzare le viltà e gli oltraggi. Per me è stato salutare. Sono ormai quarant’ anni che lavoro, quarant’anni che mi tengo in piedi grazie al disprezzo per le ingiurie che mi è valsa ciascuna delle mie opere. E, dopo due anni che ci battiamo per la verità e la giustizia, l’ignobile moltitudine si è talmente ingrossata attorno a noi che ne usciamo corazzati per sempre, invulnerabili alle ferite. Per quanto mi riguarda, ho radiato dalla mia vita, i giornali ignobili, questi fantocci di melma. Non esistono più, salto il loro nome quando me lo trovo sotto gli occhi, salto perfino le note che citano i loro scritti. È una semplice norma d’igiene. Ignoro quel che fanno, il disprezzo li ha cacciati dalla mia mente in attesa che la fogna li spazzi via interamente.Ciò che io consiglio all’innocente è l’oblio sprezzante di tante atroci ingiurie. Egli è un uomo a parte, posto così in alto che non deve più esserne colpito. Che possa rivivere al Suo fianco, sotto il sole limpido, lontano dalle folle sediziose, per ascoltare soltanto il concerto di simpatia universale che sale verso di lui! Pace al martirizzato che ha tanto bisogno di riposo, e che attorno a lui nel rifugio dove Lei lo amerà e lo guarirà ci sia soltanto la carezza commosa delle persone e delle cose. Quanto a noi, Signora, continueremo la lotta, ci batteremo per la giustizia con la stessa tenacia di ieri. Ci occorre la riabilitazione dell’innocente, non tanto per riabilitare la persona, che ha già tanta gloria, quanto per riabilitare la Francia, che sicuramente potrebbe morire di questi eccessi d’ingiustizia.Il nostro sforzo futuro sarà quello di riabilitare la Francia agli occhi delle nazioni il giorno in cui casserà la sentenza infame. Un grande Paese non può vivere senza giustizia, e il nostro resterà in lutto fintanto che non avrà cancellate l’onta, questo schiaffo alla sua più alta giurisdizione, questo rifiuto del diritto che colpisce ogni cittadino. Nel momento in cui viene meno la garanzia delle leggi, i l legame sociale è sciolto e tutto crolla. E in questo rifiuto del diritto c’è stato un tale castello d’insolenze, un insieme di bravate così tracotanti, che non abbiamo neppure la speranza di far scendere il silenzio sul disastro, di seppellire il cadavere in segreto per non arrossire di fronte ai nostri vicini. Il mondo intero ha visto e ha capito; è davanti al mondo intero che la riparazione deve avvenire, tonante quanto I’errore.Volere una Francia senza onore, isolata e disprezzata, un sogno criminale. Senza dubbio gli stranieri verranno alla nostra Esposizione, non ho mai dubitato che essi invaderanno Parigi la prossima estate, come si corre ai baracconi della fiera tra lo splendore dei lumi e il baccano delle musiche. Ma può bastare alla nostra fierezza? Non dobbiamo tenere tanto alla stima quanto al denaro di quei visitatori venuti da ogni parte del globo? Festeggiamo la nostra industria, le nostre scienze, le nostre arti esponiamo i nostri lavori del secolo. Oseremo esporre la nostra giustizia? E immagino la caricatura straniera, l’isola del Diavolo ricostruita e mostrata al Champ de Mars. Brucio di vergogna, non capisco come l’Esposizione possa venire inaugurata senza che la Francia abbia ripreso il suo rango di nazione giusta. Che l’innocente sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui. Concludendo, torno a ripeterlo, Signora, Lei può affidarsi ai buoni cittadini che hanno fatto restituire la libertà a Suo marito e che gli faranno restituire l’onore. Nessuno abbandonerà il combattimento perché sono coscienti che lottando per la giustizia lottano per il Paese. L’ammirevole fratello dell’innocente darà loro ancora una volta esempio di coraggio e di saggezza. E poiché non abbiamo potuto, in un colpo solo, renderLe l’amato libero e puro dall’accusa menzognera, Le chiediamo soltanto ancora un po’ di pazienza, augurandoci che i Suoi figlioli non debbano crescere ancora moltoprima che il loro nome sia legalmente lavato da ogni macchia. Oggi il mio pensiero torna inevitabilmente verso quei cari bambini, e li vedo tra le braccia del padre. So con quale premura gelosa e con quale miracolo di delicatezza Lei li ha tenuti nella completa ignoranza. Credevano il loro padre in viaggio; poi la loro intelligenza ha finito per svegliarsi, diventavano esigenti, interrogavano, volevano una spiegazione per una così lunga assenza. Che dire loro, quando il martire era ancora laggiù nella tomba infame, quando la prova della sua innocenza risiedeva soltanto in qualche raro devoto? Il Suo cuore deve essersi spezzato orribilmente. Tuttavia, in queste ultime settimane, non appena l’innocenza ha brillato per tutti di una luminosità solare, avrei voluto che Lei prendesse per mano tutti e due i Suoi bambini e li conducesse nella prigione di Rennes, affinché avessero per sempre nella memoria il padre ritrovato là, cosparso d’eroismo. Avrei voluto che avesse detto loro che cosa aveva sofferto ingiustamente, quale grandezza morale era la sua, di quale appassionata tenerezza dovevano amarlo per fargli dimenticare l’ingiustizia degli uomini. Le loro piccole anime si sarebbero temprate in quel bagno di virtù.Del resto, non è tardi. Una sera, alla luce della lampada familiare, nella pace del focolare domestico, il padre li chiamerà a sé, li farà sedere sulle sue ginocchia, e racconterà loro tutta la tragica storia. Bisogna che sappiano affinché lo rispettino e adorino come merita. Quando avrà finito di raccontare, sapranno che non c’è al mondo un eroe più acclamato, un martire la cui sofferenza abbia sconvolto più profondamente i cuori. E saranno molto fieri di lui, porteranno il suo nome gloriandosene, come il nome di un coraggioso e di uno stoico che si è purificato fino al sublime, preda del più crudele dei destini che la scelleratezza e la viltà umane abbiano mai lasciato compiersi. Un giorno saranno i figli dei boia e non quelli dell’innocente che dovranno arrossire tra l’orrore universale.Voglia gradire, Signora, l’espressione del mio più profondo rispetto.

Dreyfus doveva essere assolto e non soltanto perdonato, scrive Vincenzo Vitale il 26 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Il 29 settembre del 1899, il Presidente della Repubblica Loubet, per mettere fine allo scandalo della condanna doppia di un innocente, e del quale ormai tutto il mondo sapeva, firma la Grazia per Dreyfus, rendendolo, dopo circa sei anni di vera e propria tortura, alla moglie e ai figli. Dieci giorni dopo, Zola pubblica questa appassionata e appassionante lettera alla moglie di Dreyfus, che costituisce una sorta di sintesi della sua posizione pubblica. Innanzitutto, egli mette in chiaro, con molta onestà intellettuale, di aver creduto, sulle prime, trattarsi soltanto di un errore giudiziario – grave e spiacevole – ma sempre un errore e nulla di più. Solo poco alla volta, si era invece reso conto che si trattava di una mostruosa macchinazione difficilissima da smontare e in forza della quale “tutte le potenze sociali erano alleate contro di noi”, cioè contro coloro che difendevano Dreyfus e che invece contavano solo sulla forza della verità. Da questo punto di vista, Zola rappresenta davvero la figura del moderno intellettuale, libero da condizionamenti ideologici, capace di coltivare una idea politica – in quanto essere pensante – ma altrettanto capace di contraddirla se ce ne fosse stato bisogno. Ecco perché, per lui, che Dreyfus fosse ebreo, cattolico o maomettano non poteva che essere indifferente: bastava fosse un uomo. Ma Zola non manca di mettere il dito sulla piaga, sulla vera piaga, evidenziando che la Grazia, pur mettendo fine alle terribili sofferenze di Dreyfus, è “amara”. E perché sarebbe amara? Lo è per il semplice motivo che mentre la Grazia concessa dal sovrano – in questo caso dal Presidente – non si basa sul riconoscimento della innocenza della persona graziata, ed anzi ne presuppone la colpevolezza, per ragioni di elementare giustizia, Dreyfus doveva essere assolto nel merito da ogni imputazione, e non soltanto perdonato. Zola denuncia senza mezzi termini la pochezza di una nazione che – come la Francia – nella incapacità di rendere giustizia, cioè a ciascuno il suo, debba ricorrere alla misericordia del perdono. Ciò è null’altro che voler essere “buoni”, quando non si è capaci di essere “forti”. Ma in questo modo – c’è da aggiungere – si mistifica allo stesso tempo sia la giustizia, sia la misericordia. Infatti, la vera misericordia suppone sempre che sia stata preliminarmente soddisfatta la giustizia. Solo se la giustizia non ha più nulla da pretendere, può legittimamente entrare sul palcoscenico del mondo la misericordia, la quale, secondo il tradizionale insegnamento della scolastica, non nega mai la prima, ma anzi la porta a compimento. Se per ragioni di stretta giustizia devo pagare una somma a un mio creditore che mi concesse un prestito, non posso certo restituirgliela a titolo di misericordia: quella somma gli è dovuta, punto e basta. Se invece farò dono di una somma a un indigente per consentirgli di sfamarsi, quella sarà vera misericordia. Ebbene, graziando Dreyfus, è come se la Francia abbia preteso di concedere per la misericordia del perdono quella “elemosina della libertà” – scrive efficacemente Zola – a chi invece aveva diritto di essere riconosciuto del tutto innocente del delitto per cui era stato condannato. Insomma, una meschinità della quale vergognarsi e indegna di una nazione che accampi il merito di aver fatto da apripista nel dissodare l’aspro terreno dei diritti e della libertà. Ecco dunque l’annuncio alla destinataria dello scritto e al mondo intero: Zola non si fermerà, fin quando l’innocente Dreyfus non avrà ottenuto la piena riabilitazione. Certo, lo scrittore comprendeva bene le motivazioni empiriche che avevano indotto il Presidente Loubet a concedere la Grazia. Loubet aveva ben compreso probabilmente l’innocenza di Dreyfus, ampiamente dimostrata dalla precipitosa fuga del vero colpevole – Esterhazy – in Inghilterra; dal suicidio di Henry, l’autore del falso documento che era servito per condannare Dreyfus; dall’arresto di Paty du Clam, il vero e terribile autore della spudorata macchinazione. E perciò sperava che la Corte di Rennes avrebbe rimediato al misfatto, avendo del resto in mano gli elementi processuali per farlo. Ma non aveva fatto i conti con lo spirito corporativo di quei sedicenti giudici, tanto intenso da sfociare nella stupidità, se stupido è – secondo una nota definizione di Carlo Cipolla (autore di un sapido libretto sulle leggi fondamentali della stupidità umana) – colui che per danneggiare un altro (Dreyfus), alla fine danneggia anche se stesso (la Corte di Rennes e l’intero esercito). Di fronte a questa perdurante e in definitiva stupidissima ostinazione della Corte di Rennes, e probabilmente diffidando della stessa Cassazione alla quale si poteva pur inoltrare ricorso, al Presidente non restava che la Grazia, utile per finirla una buona volta con questa terribile storia che aveva infangato la reputazione della Francia in tutta Europa. Ma per la seconda volta, egli non aveva fatto i conti con un’altra ostinazione, ben più ragionata della prima: quella di Zola, nel richiedere a gran voce la piena riabilitazione di Dreyfus. “Che l’innocente sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui”. 

Amnistia a Dreyfus, sì, ma questa è un’amnistia sciagurata! Lettera riportata da "Il Dubbio il 29 agosto 2018 di Émile Zola a Émile Loubert, presidente della Repubblica dal 1899 al 1906 che concesse la grazia ad Alfred Dreyfus. Signor presidente, circa tre anni fa, il I 3 gennaio 1898, indirizzai al Suo predecessore Félix Faure una Lettera di cui egli non tenne sventuratamente conto per la sua buona reputazione. Ora che egli dorme il sonno eterno, la sua memoria rimane oscurata dalla mostruosa iniquità che io gli denunciavo, e della quale si è reso complice, usando tutto il potere che gli derivava dalla sua alta magistratura per coprire i colpevoli. Ed eccoLa ad occupare il suo posto, ecco che l’abominevole affaire, dopo avere macchiato tutti i governi complici o vili che si sono succeduti, si conclude sbrigativamente in un supremo diniego di giustizia, in un’amnistia che le Camere hanno appena votato con il coltello alla gola, e che porterà nella storia il nome di amnistia sciagurata. Il Suo governo precipita nell’errore insieme ai governi che l’hanno preceduto, assumendosi la più pesante delle responsabilità. Una pagina della sua vita sta per essere macchiata, la sua magistratura rischia di uniformarsi a quella precedente, a sua volta insozzata da una macchia indelebile. Mi permetta perciò, signor presidente, di esprimerle tutta la mia angoscia. Visto che la mia prima Lettera è stata una delle cause di questa amnistia, all’indomani della sua approvazione concluderò con questa nuova Lettera. Quanto meno non mi si potrà rimproverare d’essere un chiacchierone. Il 18 luglio 1898 partivo per l’Inghilterra e sono tornato soltanto il 5 giugno 1899: in quegli undici mesi ho taciuto. Ho di nuovo parlato nel settembre 1899, dopo il processo di Rennes. Poi sono ripiombato nel più completo silenzio, che ho spezzato una solta volta nel maggio scorso, per protestare davanti al Senato contro l’amnistia. Sono più di diciotto mesi che aspetto giustizia, fissata ogni tre mesi e regolarmente rinviata alla sessione successiva. Ho trovato tutto ciò tragico e comico. Oggi, al posto della giustizia, arriva quest’amnistia scellerata e oltraggiosa. Penso pertanto che il buon cittadino che sono stato, il silenzio che ho rispettato per non essere causa d’imbarazzo né di disordini, la grande pazienza che ho mostrato nel contare su una giustizia così lenta mi diano oggi il diritto e il dovere di parlare. Lo ripeto, devo concludere la mia opera. Una prima fase dell’affaire Dreyfus, che chiamerò il crimine assoluto, termina in questo momento. Prima di rientrare nuovamente nel silenzio, è necessario che spieghi il punto a cui siamo giunti, qual è stata la nostra opera e qual è la nostra certezza per domani. Non ho bisogno di risalire alle prime infamie dell’affaire, mi è sufficiente ritrarlo all’indomani della raccapricciante sentenza di Rennes, quella provocazione insolente ed iniqua che ha fatto fremere il mondo intero. È qui, signor presidente, che comincia la colpa del suo governo e conseguentemente la sua. Sono certo che un giorno ciò che è accaduto a Rennes verrà raccontato documenti alla mano: alludo al modo in cui il Suo governo si è lasciato ingannare e ha creduto quindi di doverci tradire. I ministri erano convinti dell’assoluzione di Dreyfus. Come avrebbero potuto dubitarne quando la Corte di Cassazione credeva di avere imbrigliato il Consiglio di Guerra nei termini di una sentenza così netta, in cui l’innocenza s’imponeva anche senza dibattimento? Come potevano minimamente preoccuparsi, quando i loro subordinati, intermediari, testimoni, attori perfino nel dramma, promettevano loro la maggioranza se non l’unanimità? E sorridevano dei nostri timori, lasciavano tranquillamente il tribunale in preda alla collusione, alle false testimonianze, alle manovre flagranti di pressione e d’intimidazione; spingevano la loro cieca fiducia fino a compromettere Lei, signor presidente, omettendo di avvisarla, perché voglio credere che il minimo dubbio Le avrebbe impedito di prendere, nel suo discorso di Rambouillet, l’impegno di inchinarsi di fronte alla sentenza, quale essa fosse. Governare significa forse non prevedere? Ecco un governo nominato per assicurare il buon funzionamento della giustizia e per vegliare sull’onesta esecuzione di una sentenza della Corte di Cassazione. Esso non ignora quale pericolo corra quella sentenza in mani fanatiche che ogni sorta di malvagità hanno reso poco scrupolose. E non fa niente, si compiace nel suo ottimismo, lascia che il crimine si compia alla luce del sole! Posso convenire che quei ministri volessero allora la giustizia: ma Le chiedo, che cosa avrebbero fatto qualora non l’avessero voluta? Poi esplode la condanna, una mostruosità fino ad allora inaudita di un innocente condannato due volte. A Rennes, in seguito all’inchiesta della Corte cli Cassazione, l’innocenza era evidente, non poteva lasciare adito a dubbi di sorta. Invece arriva il fulmine e l’orrore passa sulla Francia e su tutti i popoli. Come reagirà il governo, tradito, ingannato, provocato, il cui incomprensibile abbandono è sfociato in un simile disastro? Voglio ancora ammettere che il colpo che si è ripercosso così dolorosamente nell’animo di tutti i giusti abbia turbato anche i suoi ministri che avevano l’incarico di assicurare il trionfo del diritto. Ma cosa vorranno fare, quali saranno le loro decisioni all’indomani del crollo di tutte le loro certezze, una volta constatato che, lungi dall’essere stati artefici di verità e di giustizia, hanno causato con la loro inettitudine e la loro leggerezza uno sfacelo morale dal quale la Francia impiegherà molto tempo a riaversi? Ed è qui, signor presidente, che ha inizio l’errore del Suo governo e Suo personale, errore che ci ha separati da tutti voi, per una divergenza d’opinioni e di sentimenti che non ha mai cessato d’ingrandirsi. Esitare per noi era impossibile, non c’era che un mezzo per liberare la Francia dal male che la divorava, se la si voleva guarire per ridarle realmente la pace: infatti non c’è pacificazione se non nella tranquillità della coscienza, né ci sarà salvezza per noi finché sentiremo in noi il veleno dell’ingiustizia commessa. Bisognava trovare il modo di convocare nuovamente e immediatamente la Corte di Cassazione; e non mi si dica che era impossibile, il governo disponeva degli elementi necessari, anche al di fuori dell’abuso di potere. Bisognava liquidare tutti i processi in corso, lasciare che la giustizia compisse il suo corso senza che un solo colpevole le potesse sfuggire. Bisognava ripulire l’ulcera a fondo, dare al nostro popolo un’alta lezione di verità e di giustizia, restituire alla Francia il suo primato morale dinanzi al mondo. Soltanto allora si sarebbe potuto dire che la Francia era guarita e pacificata. È stato in quel momento che il suo governo ha preso l’altro partito, e cioè la risoluzione d’insabbiare una volta di più la verità, di sotterrarla, pensando che ciò fosse sufficiente perché non esistesse più. Nello sgomento in cui l’aveva gettato la seconda condanna dell’innocente, non ha saputo escogitare che il doppio provvedimento: prima la grazia dell’innocente e poi, per ottenere il silenzio, il bavaglio dell’amnistia. Le due misure sono collegate e si completano, sono la rabberciatura di un governo allo stremo che è venuto meno alla sua missione e che, per togliersi d’impaccio, non trova di meglio che rifugiarsi nella ragion di Stato. II Suo governo ha voluto coprirla, signor presidente, dal momento che aveva avuto il torto di lasciarla impegnare. Ha voluto salvarsi a sua volta, credendo forse di appigliarsi alla sola azione in grado di salvare la Repubblica minacciata. Il grande errore è stato perciò commesso quel giorno, nel momento in cui si presentava l’ultima occasione per agire e restituire alla patria la sua dignità e la sua forza. So bene che in seguito, nel corso dei mesi che si sono succeduti, la salvezza è diventata sempre più difficile. Il governo sì è lasciato schiacciare in una situazione senza uscita e quando davanti alle Camere ha affermato che non avrebbe potuto più governare qualora gli avessero rifiutato l’amnistia aveva senza dubbio ragione. Ma non è stato il governo che, disarmando la giustizia quando essa era ancora possibile, ha reso necessaria l’amnistia? Scelto per salvare tutto, ha lasciato che tutto crollasse nella peggiore delle catastrofi. E quando è intervenuto per trovare l’estrema riparazione, non ha saputo immaginare di meglio che terminare come i governi Méline e Dupuy avevano cominciato: l’insabbiamento della verità e l’assassinio della giustizia. Non è una vergogna della Francia che nessuno dei suoi uomini politici si sia sentito sufficientemente forte, intelligente e coraggioso per prendere in mano la situazione, per gridarle la verità e per essere da essa seguito? Per tre anni abbiamo visto gli uomini che si sono succeduti al potere prima vacillare e poi sprofondare nello stesso errore. E non parlo né di Méline, l’uomo nefasto che ha voluto il crimine, né di Dupuy, l’uomo ambiguo, asservito in partenza al partito dei più forti. Ma parlo di Brisson, che ha avuto il coraggio di chiedere la revisione; non è doloroso l’errore irrimediabile in cui è caduto permettendo l’arresto del colonnello Picquart all’indomani della scoperta del falso Henry? Parlo di Waldeck– Rousseau, i cui coraggiosi discorsi contro la legge di incompetenza a procedere avevano avuto così nobilitazioni le risonanza in tutte le coscienze. Non è disastroso che si sia sentito in obbligo di legare il suo nome a questa amnistia che, con brutalità anche maggiore, dichiara incompetente la giustizia? Ci chiediamo se un nemico al governo non ci sarebbe stato più utile, visto che gli amici della verità e della giustizia, quando sono al potere, non sanno trovare altri mezzi per salvare se stessi e il Paese che quello di ricorrere a loro volta alla menzogna e all’iniquità. Signor presidente, se la legge d’amnistia è stata votata dalle Camere con la morte nel cuore, è chiaro che lo scopo è di assicurare al Paese la salvezza. Nel vicolo cieco in cui si è cacciato, il suo governo ha dovuto scegliere il terreno della difesa repubblicana, di cui ha sentito la solidità. L’affaire Dreyfus ha per l’appunto indicato i pericoli che la Repubblica correva, a causa del doppio complotto del clericalismo e del militarismo che agivano in nome delle forze reazionarie del passato. E da quel momento il piano politico del governo è semplice: sbarazzarsi dell’affaire Dreyfus insabbiandolo, lasciar in tendere alla maggioranza che, se non obbedirà docilmente, non avrà le riforme promesse. Tutto ciò andrebbe bene se per salvare il Paese dal veleno clericale e militarista non lo si lasciasse immerso in un altro veleno, quello della menzogna e dell’iniquità in cui lo vediamo agonizzare da tre anni. Senza dubbio l’affaire Dreyfus è un terreno politico detestabile. O quanto meno lo è diventato a causa dell’abbandono nel quale è stato lasciato il popolo, in mano ai peggiori banditi e nel putridume della stampa ignobile. E concedo ancora una volta che nell’ attuale momento l’azione sia difficile, se non impossibile. Ma nondimeno l’idea che si possa salvare un popolo dal male che lo consuma, decretando che quel male non esiste più, è una concezione miope. L’amnistia è fatta, i processi non si faranno più e non sarà più possibile perseguire i colpevoli: ma ciò non toglie che Dreyfus, innocente, sia stato condannato due volte, e che questa orrenda ingiustizia finché non sarà riparata continuerà a far delirare la Francia in preda a incubi orribili. Voi avete ben sotterrato la verità, ma essa cammina sotto terra e un giorno riaffiorerà ovunque, esplodendo in ve- vendicatrici. E la cosa peggiore è che voi contribuite alla demoralizzazione degli umili, oscurando in loro il sentimento dì giustizia. Dal momento che non ci sono puniti, non ci sono neppure colpevoli. Come vuole che gli umili sappiano se sono in preda alle menzogne corruttrici di cui sono stati alimentati? Occorrerebbe una lezione per il popolo, mentre al contrario gli ottenebrate la coscienza e finite per il pervertirla del tutto. Il nodo è tutto qui: il governo afferma di tendere alla pacificazione con la legge d’amnistia, e noi al contrario sosteniamo che esso corre il rischio di preparare nuove catastrofi. Torno ancora una volta a ripetere che non c’è pace nell’ingiustizia. La politica vive alla giornata, crede all’eternità solo perché ha guadagnato sei mesi di silenzio. È possibile che il governo goda di un po’ di tregua, e ammetto perfino che la impiegherà utilmente. Ma la verità si risveglierà, griderà, scatenerà delle tempeste. Da dove verranno? Lo ignoro, ma verranno. E da quanta impotenza saranno colpiti gli uomini che non hanno voluto agire, con quale peso li schiaccerà questa amnistia scellerata in cui hanno gettato alla rinfusa persone oneste e delinquenti! Quando il Paese saprà, quando il Paese sollevatosi vorrà rendere giustizia, la sua collera non comincerà col cadere su coloro che non l’hanno illuminato quando potevano farlo? Il mio caro e grande amico Labori l’ha dello con la sua meravigliosa eloquenza: la legge d’amnistia è una legge dettata dalla debolezza e dalla impotenza. La viltà dei governi che si sono succeduti si è accumulata e questa legge nasce da tutti i cedimenti degli uomini che, messi di fronte a u n’ingiustizia insopportabile, non hanno avuto la forza di impedirla né di porvi rimedio. Di fronte alla necessità di dover colpire in alto, tutti si sono piegati e hanno indietreggiato. All’ultimo momento, dopo tanti crimini, non è né l’oblio né il perdono che ci viene porto, ma la paura, la debolezza, l’impotenza in cui si sono trovati i ministri a far semplicemente applicare le leggi esistenti. Dicono di volerci pacificare con concessioni reciproche: non è vero, la verità è che nessuno ha avuto il coraggio di usare la scure con la vecchia società corrotta, e per nascondere questa codardia parlano di clemenza, assolvendo Esterhazy il traditore, e Picquart, l’eroe al quale l’avvenire innalzerà monumenti. Questa è un’infamia che sarà sicuramente punita poiché non ferisce soltanto la coscienza ma corrompe la moralità nazionale. È questa una buona educazione per una Repubblica? Quali lezioni donate alla nostra democrazia quando le insegnate che ci sono ore in cui la verità e la giustizia non esistono più se l’interesse dello Stato lo esige? È la ragion di Stato rimessa sul piedistallo da uomini liberi che l’hanno condannata nella Monarchia e nella Chiesa. Bisogna veramente che la politica sia una grande pervertitrice d’anime. E dire che molti dei nostri amici che fin dal primo giorno hanno validamente combattuto, aderendo alla legge d’amnistia come a una misura politica necessaria, oggi hanno ceduto al sofisma! Mi si spezza il cuore nel vedere l’onesto e coraggioso Rane prendere le difese di Picquart contro lo stesso Picquart, mostrandosi felice del fatto che l’amnistia, che gli impedirà di difendere il suo onore, lo salverà dall’odio certo di un Consiglio di Guerra. E Jaurès, il nobile e generoso Jaurès che si è prodigato così magnificamente, sacrificando il suo seggio di deputato in questi tempi di appetiti elettorali, anche lui accetta di vederci amnistiati, Picquart ed Esterhazy, Reinach e du Paty de Clam, me e il generale Mercier, tutti nello stesso sacco! La giustizia assoluta finisce dunque là dove comincia l’interesse di un partito? Ah, quale serenità essere un solitario, non appartenere a nessuna setta, dipendere soltanto dalla propria coscienza, e che agiatezza nel procedere dritti per il proprio cammino, non amare che la verità, e volerla perfino quando potrebbe scuotere la terra e far cadere il cielo!

Signor presidente, nei giorni della speranza dell’affaire Dreyfus, avevamo fatto un bel sogno. Non avevamo tra le mani un caso unico, un crimine nel quale erano coinvolte le forze più reazionarie che sono di ostacolo al libero progresso dell’umanità? Mai si era presentata un’esperienza più decisiva e mai sarebbe stata data al popolo una lezione più nobile. In pochi mesi avremmo illuminato la sua coscienza, avremmo fatto molto di più per istruirlo e maturarlo di quanto un secolo di lotte politiche non avesse fatto. Sarebbe bastato mostrargli l’operato di tutti i poteri deleteri, complici del più esecrabile dei crimini: l’annientamento di un innocente le cui inqualificabili torture strappavano all’umanità un grido di rivolta. Confidando nella forza della verità attendevamo il trionfo. Sarebbe stata l’apoteosi della giustizia: il popolo cosciente che si levava in massa acclamando Dreyfus al suo rientro in Francia; il Paese che ritrovava la sua consapevolezza e innalzava un altare all’equità, celebrando la festa del diritto glorioso e sovrano riconquistato. E tutto sarebbe finito con un bacio universale, con i cittadini pacificati e uniti dalla comunione della solidarietà umana. Ahimè, signor presidente, sa bene ciò che è avvenuto: l’ambigua vittoria la confusione per ogni piccola parte di verità conquistata, l’idea della giustizia a lungo oscurata nella coscienza dello sventurato popolo. Sembra che la nostra idea di vittoria fosse troppo immediata e grossolana. La vita non contempla trionfi strepitosi che sollevino una nazione, che in un giorno la consacrino forte e potente. Simili evoluzioni non si realizzano in un istante ma soltanto nello sforzo e nel dolore. La lotta non finisce mai, ogni passo in avanti avviene al costo di una sofferenza e soltanto i figli potranno constatare i successi raggiunti dai padri. E se nel mio ardente amore per il popolo francese non mi consolerò mai di non aver potuto trarre per la sua educazione civica la nobile lezione che l’affaire Dreyfus comportava, sono altresì da molto tempo rassegnato nel vedere la verità penetrarlo lentamente, fino al giorno in cui sarà maturo per il suo destino di libertà e di fraternità. Non abbiamo mai pensato ad altro che al popolo, ad un tratto l’affaire Dreyfus si è dilatato diventando un caso sociale e umano. L’innocente che soffriva all’isola del Diavolo era soltanto l’accidente, tutto il popolo soffriva con lui sotto il peso schiacciante di potenze malefiche, nell’impudente disprezzo della verità e della giustizia. Salvandolo, salvavamo tutti gli oppressi e gli umiliati. Ma soprattutto, ora che Dreyfus è libero e restituito all’amore dei suoi, chi sono i furfanti e gli imbecilli che ci accusano di voler riaprire l’affaire Dreyfus? Sono coloro che, nei loro loschi maneggi politici, hanno forzato il governo ad esigere l’amnistia continuando a corrompere il Paese con le menzogne. Che Dreyfus cerchi con tutti i mezzi legali di ottenere la revisione del giudizio di Rennes è certamente giusto, e noi il giorno in cui si presenterà l’occasione lo aiuteremo con tutte le nostre forze. Immagino che perfino la Corte di Cassazione sarà felice di avere l’ultima parola per l’onore della sua suprema magistratura. Si tratta solamente di questo, di una questione giudiziaria, nessuno di noi ha mai avuto la stupida idea di ravvivare quello che è stato l’affaire Dreyfus: e oggi l’unico desiderio auspicabile e possibile è quello di trarre da questo caso le conseguenze politiche e sociali, la messe di riforme di cui esso ha mostrato l’urgenza. Sarà la nostra difesa in risposta alle accuse abominevoli che ci vengono rivolte, e soprattutto sarà la nostra vittoria definitiva. Signor presidente, un’espressione mi irrita ogni volta che la sento pronunciare, è il luogo comune secondo il quale l’affaire Dreyfus ha fatto tanto male alla Francia. L’ho sentita pronunciare e scrivere da tutti, miei amici la ripetono correntemente, e forse l’avrò usata io stesso questa espressione assolutamente falsa. E non mi riferisco all’ammirevole spettacolo che la Francia ha offerto al mondo, questa lotta gigantesca per una questione di giustizia, questo conflitto di tutte le forze attive in nome di un ideale. Così come non parlo dei risultati già ottenuti: gli uffici del Ministero della Guerra ripuliti, tutti gli attori equivoci del dramma spazzati via: poiché la giustizia, malgrado tutto, ha fatto un po’ del suo dovere. Ma il bene immenso che l’affaire Dreyfus ha fatto alla Francia non è, in realtà, l’essere stato l’accidente putrido, la piaga che appare in superficie e che rivela il marciume interiore? Bisogna ritornare all’epoca in cui il pericolo clericale faceva alzare le spalle, in cui era di moda prendere in giro Homais, volterriano ritardato e ridicolo. Le forze reazionarie avevano continuato a strisciare sotto il selciato della nostra grande Parigi inando la Repubblica, contando già d’impadronirsi della città e della Francia il giorno in cui le attuali istituzioni sarebbero crollate. Ed ecco che l’affaire Dreyfus smaschera tutto prima che l’insabbiamento sia pronto, ecco che i repubblicani finiscono per accorgersi che rischiano di vedersi confiscare la loro Repubblica se non vi riportano l’ordine. Tutto il movimento di difesa repubblicano è nato da lì, e se la Francia si salverà dal lungo complotto della reazione lo dovrà all’affaire Dreyfus. Auspico che il governo porti a buon fine il dovere di difesa repubblicana che ha appena invocato per ottenere dalle Camere il voto sulla sua legge d’amnistia. E’ il solo mezzo di cui dispone per essere finalmente coraggioso ed efficace. Ma non rinneghi l’affaire Dreyfus, lo riconosca come il bene più grande che potesse capitare alla Francia, e dichiari con noi che senza l’affaire Dreyfus oggi la Francia sarebbe di sicuro nelle mani dei reazionari. Quanto alla mia questione personale, signor presidente, io non recrimino. Sono quarant’anni che faccio il mio lavoro di scrittore, senza inquietarmi né delle condanne né delle assoluzioni pronunciate sui miei libri, lascio all’avvenire la cura di formulare il giudizio definitivo. Un processo restato a metà non può dunque turbarmi eccessivamente. È un affaire in più che la storia giudicherà. E se rimpiango la desiderabile esplosione di verità che un nuovo processo avrebbe potuto far scaturire, mi consolo pensando che la verità troverà ugualmente una via per affermarsi. Eppure Le confesso che sarei stato molto curioso di sapere cosa una nuova giuria avrebbe pensato della mia prima condanna, emessa sotto la minaccia di generali armati della clava del terribile falso Henry. E questo non vuol dire affatto che io abbia una grande fiducia nella giuria, così facile da sviare e da terrorizzare in un processo puramente politico. Ciò nonostante, sarebbe stata una interessante lezione il dibattimento che si riapriva dopo che l’inchiesta della Corte di Cassazione aveva ottenuto la prova di tutte le accuse da me mosse. Se lo immagina? Un uomo condannato sulla base di un falso che ritorna davanti ai suoi giudici dopo che il falso è stato riconosciuto e confessato! Un uomo che aveva accusato altri in base a fatti di cui un’inchiesta della Corre Suprema ha ormai accertato l’assoluta verità! In quell’aula avrei vissuto delle ore gradevoli, perché un’assoluzione mi avrebbe fatto piacere; e, nel caso ci fosse stata un’altra condanna, la vile stupidità o la passione cieca hanno per me una bellezza particolare che mi ha sempre appassionato. Ma devo essere chiaro, signor presidente. Le scrivo unicamente per mettere fine a tutta questa vicenda, ed è bene che io ripeta davanti a Lei le accuse che avevo esposto al presidente Félix Faure, per stabilire definitivamente che esse erano giuste, moderate, perfino carenti, e che la legge del suo governo ha amnistiato in me un innocente. Ho accusato il tenente colonnello du Paty de Clam «di essere stato il diabolico artefice dell’errore giudiziario, voglio sperare inconsapevolmente, e di avere in seguito difeso la sua opera nefasta per tre anni attraverso le più assurde e colpevoli macchinazioni». Per chi abbia letto il rapporto del terribile capitano Cuignet, che al contrario si spinge fino all’accusa di falso, mi sembra un’espressione discreta e cortese, non è vero? Ho accusato il generale Mercier «di essersi reso complice, quanto meno per debolezza di carattere, di una delle più grandi ingiustizie del secolo». Su questo punto faccio onorevole ammenda e ritiro la debolezza di carattere. Ma, se il generale Mercier non ha l’attenuante di una debole intelligenza, allora negli atti a lui ascritti che l’inchiesta della Corte di Cassazione ha appurato e che il Codice qualifica come criminali la sua responsabilità è totale. Ho accusato il generale Billot «di avere le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle nascoste, di essersi reso colpevole del crimine di lesa umanità e di lesa giustizia a scopo politico e per salvare lo Stato Maggiore compromesso». Tutti i documenti ad oggi conosciuti provano che il generale Billot era per forza di cose al corrente delle manovre criminali dei suoi subordinati; inoltre aggiungo che dietro suo ordine il dossier segreto su mio padre è stato consegnato ad un giornale immondo. Ho accusato i generali de Boisdeffre e Gonse «di essersi resi complici dello stesso crimine, l’uno senza dubbio per passione clericale, l’altro forse per quello spirito di corpo che fa degli uffici della Guerra l’arca santa inattaccabile». Il generale de Boisdeffre si è giudicato da sé all’indomani della scoperta del falso Henry, offrendo le sue dimissioni e uscendo dalla scena pubblica. Uscita tragica di un uomo che precipita nel nulla dopo essere stato elevato ai più alti gradi e alle più alte funzioni: quanto poi al generale Gonse, fa parte di coloro che l’amnistia salva dalle più pesanti e acclarate responsabilità. Ho accusato il generale de Pellieux e il comandante Ravary «di aver condotto un’inchiesta scellerata, intendo dire un ‘ inchiesta mostruosamente parziale, di cui abbiamo, nel rapporto del secondo, un imperituro monumento di ingenua audacia». Che si rilegga l’inchiesta della Corte di Cassazione e si vedrà che la collusione è accertata e provata dai documenti e dalle testimonianze più schiaccianti. L’istruzione dell’affaire Esterhazy non fu che un’arrogante commedia giudiziaria. Ho accusato i tre esperti calligrafi, Belhomme, Varinard e Couard, «di aver fatto dei rapporti falsi e fraudolenti, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e della mente». Dichiaravo ciò di fronte alla straordinaria affermazione dei tre esperti, i quali asserivano che il borderea non era stato scritto da Esterhazy; errore che, a mio parere, un bambino di dieci anni non avrebbe commesso. Oggi sappiamo che lo stesso Esterhazy riconosce di aver compilato il bordereau. E il presidente Ballot Beaupré nel suo rapporto ha dichiarato solennemente che a suo parere, non c’era nessuna possibilità di dubbio. Ho accusato gli uffici del Ministero della Guerra «di aver condotto una campagna stampa, in particolare su “L’Éclair” e “L’Echo d Paris”, una campagna sporca, per sviare l’opinione pubblica e coprire la loro colpa». Non insisto; penso che la prova stia in tutto ciò che è emerso in seguito e in quello che gli stessi colpevoli hanno dovuto confessare. Infine, ho accusato il primo Consiglio di Guerra «di avere violato la legge, condannando un presunto colpevole sulla base di un documento rimasto segreto», e il secondo «di avere coperto questa illegalità, per ordine dell’autorità, commettendo a sua volta il crimine giuridico di assolvere coscientemente il vero colpevole». Per il primo Consiglio di Guerra, il fatto d’avere prodotto un documento segreto è stato nettamente stabilito dall’inchiesta della Corte di Cassazione, peraltro confermata anche al processo di Rennes. Per il secondo è sempre l’inchiesta ad aver provato la collusione e il continuo intervento del generale de Pellieux, nonché l’evidente pressione con cui è stata ottenuta l’assoluzione in ossequio al desiderio dei superiori. Come vede, signor presidente, non c’è una delle mie accuse che le colpe e i crimini scoperti non abbiano confermato, e ripeto che queste accuse oggi appaiono assai tenui e modeste di fronte all’agghiacciante cumulo delle infamie commesse. Confesso che non avrei mai osato supporne una tale quantità. Allora, le chiedo, qual è il tribunale onesto, o semplicemente ragionevole, che si coprirebbe di vergogna condannandomi ancora, ora che la prova di tutte le mie accuse è così chiara ed evidente? E non sembra anche a Lei, che la legge del Suo governo che concede l’amnistia a me, innocente, insieme al branco di colpevoli che ho denunciato, sia veramente una legge scellerata?

È dunque finita, signor presidente, almeno per il momento, per questo primo periodo dell’affaire che l’amnistia ha chiuso forzatamente. Come risarcimento ci promettono la giustizia della Storia. È un po’ come il paradiso cattolico, che serve a far pazientare le vittime miserabili strangolate dalla fame su questa terra. Soffrite, amici miei, mangiate il vostro pane secco, dormite per terra, intanto che i felici di questo mondo dormono tra le piume e si cibano di prelibatezze. Allo stesso modo, lasciate che gli scellerati occupino le posizioni più alte, mentre voi, i giusti, venite spinti nel fango. E aggiungono che, quando saremo tutti morti, ci erigeranno delle statue. Da parte mia, voglio, e perfino spero, che la rivincita della Storia sia più seria delle delizie del paradiso. Comunque sia, un po’ di giustizia su questa terra mi avrebbe fatto piacere. Io non mi lamento del nostro destino perché sono convinto che siamo quasi in porto, come si suol dire. La menzogna non può durare all’infinito, mentre la verità, che è una sola, ha dalla sua parte l’eternità. Così, signor presidente, il suo governo dichiara che riporterà la pace con la legge d’amnistia, e noi dal canto nostro crediamo che prepari al contrario nuove catastrofi. Un po’ di pazienza e si vedrà chi ha ragione. Secondo me, non smetterò di ripeterlo, l’affaire Dreyfus non può finire finché la Francia non saprà e non riparerà l’ingiustizia commessa. Ho detto che il quarto atto era stato era stato recitato a Rennes, e che per forza di cose ci sarebbe stato un quinto atto. Me ne resta nel cuore l’angoscia, ci si dimentica sempre che l’Imperatore tedesco ha la verità tra le mani e che può sbattercela in faccia a suo piacimento quando lo vorrà. Sarà un quinto atto agghiacciante, che io ho sempre temuto e di cui un governo francese non dovrebbe accettarne la spaventosa eventualità neppure per un istante. Ci hanno promesso la Storia e anch’io rimando Lei al suo giudizio. Le riserverà una pagina dicendoci quello che Lei avrà fatto. Pensi a quel povero Félix Faure, a quel conciatore di pelli deificato così popolare al suo apparire, che aveva commosso perfino me con la sua bonomia democratica: per l’avvenire sarà soltanto l’uomo ingiusto e debole che ha permesso il martirio di un innocente. E veda se non le piacerebbe molto di più essere ricordato sul marmo come l’uomo della verità e della giustizia. Forse è ancora in tempo. Quanto a me, non sono che un poeta, un narratore solitario che scrive appartato la sua opera mettendoci tutto se stesso. Ritengo che un buon cittadino debba accontentarsi di offrire al suo Paese il lavoro che riesce ad assolvere nel modo meno maldestro; ed è per questo che mi chiuso nei miei libri. Ritorno dunque semplicemente ad essi, poiché la missione che mi ero assegnato è compiuta. Ho fatto la mia parte fino in fondo, quanto più onestamente mi è stato possibile, e rientro definitivamente nel silenzio. Devo però aggiungere che le mie orecchie e i miei occhi rimarranno bene aperti. Sono un po’ come suor Anna, mi preoccupo giorno e notte di quel che si profila all’orizzonte, confesso perfino di nutrire la tenace speranza di poter vedere presto tanta verità e giustizia avanzare verso di noi dai campi lontani dove l’avvenire. Voglia gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.

Perché Zola condanna gli atti di clemenza. L'articolo summa dell'affaire Dreyfus di Vincenzo Vitale del 29 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Il 14 dicembre del 1900 il Parlamento approva una apposita legge di amnistia per tutti i reati comunque collegati o collegabili al caso Dreyfus. Il 22 dello stesso mese Zola tuona ancora una volta con questo articolo che, da un certo punto vista, rappresenta una sorta di summa della sua posizione pubblica. Da questo scritto, molto articolato, è possibile estrapolare alcuni punti che meritano adeguata riflessione. Innanzitutto, Zola bolla l’amnistia come semplice ma terribile manifestazione della volontà di insabbiare il caso Dreyfus. E dunque, proprio gli organi rappresentativi del popolo francese, il parlamento e il governo, proprio loro che avrebbero dovuto trarre un importante insegnamento, hanno invece preferito chiudere entrambi gli occhi, insabbiando tutto nel dimenticatoio. Insomma, quasi peggio della Grazia già elargita a Dreyfus. In questo modo, non solo si condanna ulteriormente Dreyfus – in quanto l’amnistia presuppone che il reato sia stato commesso e lo sia stato proprio da quegli imputati – ma si deturpa la giustizia, umiliandola ancora una volta e gravemente. Si persiste nello scempio del diritto e delle istituzioni repubblicane, come nulla fosse accaduto. Questa amnistia infatti serve soltanto a coprire, senza peraltro riuscirvi, ciò che Zola definisce il “crimine assoluto”, la condanna, reiterata, di un innocente. E dopo la seconda incomprensibile e grottesca condanna di Rennes, invece di ricorrere in Cassazione – come si poteva e doveva – si preferì elargire prima la Grazia a Dreyfus e poi l’amnistia a tutti coloro che sia pure indirettamente con il caso avevano avuto qualcosa a che fare. La polvere sotto il tappeto. In secondo luogo, Zola stigmatizza quanto sia illusorio ritenere che l’amnistia possa godere di una efficacia pacificatrice delle contese asperrime nate dal caso Dreyfus. Al contrario, essa non fa che perpetuare il disordine sociale nato da quella vicenda, senza in realtà pacificare nessuno. Anzi. Dal momento che l’amnistia è dettata dal senso di impotenza e di debolezza, mai potrà condurre alla pace. Solo la giustizia feconda la pace. Non basta. Zola polemizza intensamente con chi non perde occasione per denunciare che la vicenda Dreyfus ha fatto molto male alla Francia, mettendone in luce mancanze e contraddizioni. Ragion per cui sarebbe stato meglio che esso non fosse mai accaduto. Al contrario, Zola è fermamente convinto che la vicenda di Dreyfus, per quanto dolorosa e dotata di una grande capacità divisiva, rappresenti per la Francia una sorta di benefica crisi di crescita e di affermazione repubblicana. Zola sa bene insomma che prima che il caso deflagrasse con tutta la sua forza dirompente, sotterraneamente agivano in Francia, da decenni, le forze del militarismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo; ma ciò accadeva in modo pressoché silente e perciò molto pericoloso per le istituzioni repubblicane, ancora giovani e fragili. L’esplosione del caso Dreyfus, invece, ha necessitato di portare alla luce la posizione di tutti coloro che intendevano fare di quelle ideologie una miscela venefica, capace di minare dall’interno la libertà e la forza del popolo francese. Ed è noto, grazie alle osservazioni già in precedenza fatte, che una volta che i meccanismi persecutori vengano portati alla luce, essi si depotenziano, lasciandosi valutare per quello che in effetti sono: persecuzione e non processo di diritto; ideologia e non verità; guerra sociale e non pace. Paradossalmente, nonostante il suo enorme carico di dolori e di sofferenze, il caso Dreyfus è allora servito – secondo Zola – a purificare la Francia, a rendere noto a tutti che militarismo, nazionalismo e antisemitismo non rappresentano che un ritorno al passato; un passato di cui la Francia non sente il bisogno. Questo passato non va rivissuto, neppure nel ricordo. Questo passato va seppellito definitivamente. Ne va delle sorti della Francia, per Zola. Della stessa Europa, per noi.

Affaire Dreyfus, un caso mai chiuso. Ma oggi esiste un nuovo Zola? Scrive Vincenzo Vitale l'1 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Si pubblicano oggi le lettere che Dreyfus scrisse dal carcere, alcune subito dopo il suo arresto, quando ancora nessuno poteva lontanamente immaginare quali sviluppi avrebbe fatto registrare il caso, altre dopo la inaspettata condanna. Ne emerge un essere umano serio, consapevole della propria innocenza, composto e psicologicamente molto forte. E tuttavia sempre pieno di speranza che le proprie ragioni sarebbero state prima o poi riconosciute. Speranza riposta invano se soltanto fondata sui giudici e sui militari. La vera speranza andava riposta invece in alcune dimensioni irrinunciabili di ogni democrazia: la libera stampa, la libertà dell’intellettuale, la libertà del giudizio. Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza capitale che una stampa libera da influenze e condizionamenti è in grado di evidenziare allo scopo di salvaguardare l’assetto di una democrazia. Non sono tanto idealista da non ammettere che ogni giornale e ogni giornalista possano o perfino debbano avere una propria idea di politica e di società e che, attraverso questa idea, vedranno necessariamente il mondo e ne forniranno una interpretazione. Il problema non è questo, posto che anche i giornalisti sono esseri umani pensanti, dotati di una precisa sensibilità, come tutti gli altri. Il punto è che essi devono essere lasciati liberi di formarsi una loro idea sui fatti che cadono sotto la loro osservazione e di scriverne come ritengono, interessando quella parte di opinione pubblica che ritenga sensate le loro prospettive. Questo fece l’Aurore di Parigi, dopo che Le Figaro si era attestato su più prudenti posizioni filogovernative e perciò antidreyfusarde. Ed ebbe la piena libertà di farlo. Oggi, in Italia, dopo oltre un secolo dall’Affaire, la stampa gode della medesima libertà? Non sarei così sicuro nel dare una risposta affermativa. Troppe volte accade che un ministro rimbrotti un giornalista, reo di aver pubblicato una informazione sgradita; che il potente di turno cerchi di emarginare una testata scomoda; che il Consiglio Superiore della Magistratura si metta a strillare sol perché si metta in dubbio, con adeguate motivazioni, la bontà di una qualche iniziativa di un pubblico ministero. In tutti questi casi, non mi risulta che la libertà di stampa sia stata efficacemente difesa da alcun ente o da alcuna istituzione. Semplicemente, si preferisce far finta di nulla, lasciando che le cose vadano come devono andare: ma chi ragiona in tal modo – un vero condensato di sciatteria del pensiero – non sa che gioca col fuoco. Da un secondo punto di vista, fondamentale è la libertà dell’intellettuale, cioè di colui che sia capace di svolgere una funzione di severa critica del potere, di qualunque potere: economico, politico, finanziario, criminale, mafioso e antimafioso, giudiziario, editoriale, comunicativo …. Qui, il ruolo è svolto da Zola, il quale sa bene di andare incontro allo spostamento mimetico – già segnalato – e che ne farà a sua volta un capro espiatorio. E tuttavia, egli va ugualmente avanti, perché ne va non solo del destino di Dreyfus e della Francia – come da lui più volte ricordato – ma perfino della sua propria identità. E se ne ebbe mali di ogni genere. Non solo fu condannato per diffamazione e dovette riparare a Londra; ma fu anche personalmente calunniato in quanto di origine italiana; e lo fu anche nella persona del padre, peraltro deceduto da tempo, in difesa della onorabilità del quale si impegnò a scrivere diversi articoli. E resta il giallo della sua morte. Una morte strana e su cui mai fu dissipata una qualche incertezza, per avvelenamento di una stufa accanto alla quale si era assopito. Ci sono oggi in Italia intellettuali come Zola? Non ne conosco. Latitano. E perciò non ci sono. Occorre infine che sia garantita ai giudici la necessaria libertà di giudizio, esente da pressioni di ogni genere e dall’insano desiderio di coprire gli errori altrui, commettendone di nuovi e perciò di più gravi. Oggi i giudici italiani sono garantiti nella loro libertà di giudizio? Non molto, a dire il vero. Anche perché militano in senso contrario la vicinanza politica di molte forze e soprattutto la divisione in correnti, il vero cancro della magistratura italiana. Sicché, sembra risuoni ancora il monito espresso da Salvatore Satta molti decenni fa, allorché notava (nei “Quaderni del diritto e della procedura civile”) che i giudici italiani devono guardarsi, per tutelare la loro indipendenza, proprio da quell’organo che dovrebbe tutelarla e che invece sottilmente la insidia: il Consiglio Superiore della Magistratura. Ogni popolo ha il suo Dreyfus, questa in fondo la lezione della storia. E non si creda che l’affaire sia alla fine stato pacificato nella coscienza pubblica dei francesi. Infatti, nel 1994 – appena oltre un ventennio fa – l’allora sindaco di Parigi Chirac aveva commissionato un busto bronzeo di Dreyfus – in occasione del centenario del caso – per collocarlo presso l’Ecoile Militaire. Ma i militari si opposero con fermezza, dirottando la statua ai giardini delle Tuileries. Il caso Dreyfus, per i francesi, non è ancora chiuso. E per noi?

Mia amata Lucie, urleremo la mia innocenza fino alla fine. Pubblichiamo le lettere che Alfred Dreyfus scrisse dal carcere alla moglie, scrive "Il Dubbio" l'1 Settembre 2018

DICEMBRE 1894. Mia amatissima, La tua lettera che attendevo con impazienza mi ha provocato un grande sollievo e al contempo il tuo pensiero mi ha fatto salire le lacrime agli occhi, mia amatissima. Non sono perfetto. Quale uomo può vantarsi di esserlo? Ma quello che posso garantire è che ho sempre seguito la via del dovere e dell’onore; non sono mai sceso a compromessi al riguardo con la mia coscienza. Per di più, nella mia grande sofferenza, nel più spaventoso martirio immaginabile, in questa lotta terribile sono sempre stato sostenuto dalla mia coscienza che vegliava retta e inflessibile. La mia riservatezza un po’ altezzosa, la libertà con cui dicevo la mia ed esprimevo il mio giudizio, il mio essere un po’ indulgente, tutto ciò gioca ora a mio sfavore. Non sono né flessibile, né abile, né adulatore. Noi non abbiamo mai voluto fare visite di cortesia; restavamo appartati a casa nostra, accontentandoci di essere felici. E oggi mi si accusa del crimine più mostruoso che un soldato possa commettere! Ah! Se potessi mettere le mani sul miserabile che non solamente ha tradito il suo paese, ma ha anche tentato di far ricadere la sua infamia su di me, non so quale supplizio inventerei per fargli espiare quello che mi ha fatto passare. Bisogna pertanto sperare che il colpevole venga trovato. Altrimenti, se ciò non avvenisse, bisognerebbe disperare della giustizia a questo mondo. Concentrate su questa ricerca tutti i vostri sforzi, tutto il vostro ingegno, tutta il mio patrimonio, se necessario. I soldi non sono niente, l’onore è tutto. Dì a M. che conto su di lui per questo compito. Non è al di sopra delle sue forze. Debba smuovere cielo e terra, bisogna ritrovare quel miserabile. Ti bacio mille volte quanto ti amo. Tuo devoto, ALFRED

Mathieu Dreyfus, son frère aîné. Mille baci ai bambini. Il mio affetto a tutti i nostri familiari e i miei ringraziamenti per la loro devozione alla causa di un innocente.

LUNEDÌ, 11 DICEMBRE 1894. Mia amatissima, Ho ricevuto la tua lettera di ieri, così come quella di tua sorella e di Henri. Speriamo che ben presto mi sia fatta giustizia e che possa ritrovarmi con voi. Con te e i nostri cari bambini, con voi tutti, ritroverò la calma di cui ho tanto bisogno. Il mio cuore è profondamente ferito e tu puoi facilmente comprenderlo. Aver consacrato tutta la propria vita, tutte le proprie forze, tutta la propria intelligenza al servizio del proprio paese, e vedersi accusato del crimine più mostruoso che un soldato possa commettere, è spaventoso. Al solo pensiero, tutto il mio essere si rivolta e freme d’indignazione. Mi domando ancora per quale miracolo non sia diventato folle, come la mia mente abbia potuto resistere ad uno choc così Te ne supplico, mia amata, non assistere ai dibattiti. È inutile che tu t’imponga ulteriori sofferenze, quelle che hai già sopportato, con una grandezza d’animo ed un eroismo di cui sono fiero, sono più che sufficienti. Serba la tua salute per i nostri bambini; avremo anche entrambi bisogno di prenderci cura l’un dell’altro per scordare questa terribile prova, la più terribile che le forze umane possano sopportare. Abbraccia forte i nostri amati bambini per me, fintanto che non possa farlo io stesso. Vi penso tutti affettuosamente. Ti bacio quanto ti amo. Tuo devoto, ALFRED

MARTEDÌ, 12 DICEMBRE 1894. Mia amata Lucie, Puoi farmi da portavoce presso tutti i membri delle nostre due famiglie, presso tutti quelli che si interessano di me, per dire loro quanto io sia stato toccato dalle loro lettere e dalle loro testimonianze di supporto. Io non posso rispondere loro perché cosa potrei mai raccontare? Le mie sofferenze? Possono comprenderle da soli, e io non amo lamentarmi. D’altronde la mia mente è a pezzi e le idee sono alle volte confuse. Solo il mio spirito resta vigoroso come il primo giorno, davanti all’accusa spaventosa e mostruosa che mi è stata gettata in faccia. Al pensiero tutto il mio essere si rivolta ancora. Ma la verità finisce sempre per venire alla luce, a dispetto di tutto. Non siamo più in un secolo dove la luce può essere offuscata. Bisognerà che la si renda totale ed assoluta, bisognerà che la mia voce sia sentita in tutta la nostra cara Francia, come è stato per la mia accusa. Non devo solamente difendere il mio onore ma anche l’onore di tutto il corpo degli ufficiali di cui faccio parte e di cui sono degno. Ho ricevuto i vestiti che mi hai inviato. Se ne hai l’occasione, potresti inviarmi la mantellina, la pelliccia è inutile. E’ nell’armadio nell’anticamera. Abbraccia i nostri cari per me. Ho pianto sulla bella lettera del nostro caro Pierrot; non vedo l’ora di poterlo abbracciare, così come tutti voi. Mille baci per te. Tuo devoto ALFRED

GIOVEDÌ, 14 DICEMBRE 1894. Mia amata Lucie, Ho ricevuto la tua bella lettera così come delle nuove lettere dalla famiglia. Ringrazia molto tutti da parte mia; tutte queste testimonianze di affetto e di stima mi toccano più di quanto non sappia dire. Aver dovuto ascoltare tutto quello che mi è stato detto, quando nella mia anima e nella mia coscienza so di non essere mai venuto meno al mio dovere, di non aver mai commesso nemmeno la più leggera imprudenza, è la più spaventosa delle torture morali. Dunque cercherò di vivere per te, ma ho bisogno del tuo aiuto. Qualunque cosa avvenga di me, bisogna assolutamente cercare la verità, smuovere cielo e terra per scoprirla, se necessario dilapidare nell’impresa tutti i nostri soldi, al fine di riabilitare il mio nome gettato nel fango. Bisogna lavare questa macchia immeritata a qualunque costo. Non ho il coraggio di scriverti più a lungo. Abbraccia da parte mia i tuoi cari genitori, i bambini, tutti quanti. Mille e mille baci, ALFRED

Cerca di ottenere il permesso di vedermi. Penso che non possano rifiutartelo oramai.

LUNEDÌ, 24 DICEMBRE 1894. Mia amata, Scrivo di nuovo a te, dato che sei il solo filo che mi lega alla vita. So bene che tutta la mia famiglia, che tutta la tua, mi amano e mi stimano; ma infine, qualora scomparissi, il loro dispiacere, per quanto grande, finirebbe per scomparire con gli anni. È solamente per te, mia povera cara, che ho la forza di lottare; è il tuo pensiero che mi blocca la mano. Quanto sento, in questo momento, il mio amore per te; non è mai stato così grande, così esclusivo. E poi, una fievole speranza mi sostiene ancora un po’: quella di poter un giorno riabilitare il mio nome. Ma soprattutto, credimi, se avrò davvero la forza di lottare fino alla fine contro questo calvario, sarà unicamente per te, mia povera cara, sarà per evitarti un ulteriore dispiacere da aggiungere a tutti quelli che hai sopportato fino adora. Fai tutto quello che è umanamente possibile per riuscire a vedermi. Ti bacio mille volte quanto ti amo, ALFRED

24 DICEMBRE 1894 (NOTTE TRA LUNEDÌ E MARTEDÌ). Mia cara adorata. Ho appena ricevuto la tua lettera; spero che tu abbia ricevuto le mie. Povera cara, come devi soffrire, come ti compiango! Ho pianto molte lacrime sulla tua lettera, non posso accettare il tuo sacrificio. Devi restare lì, devi vivere per i bambini. Pensa a loro prima di pensare a me; sono dei poveri piccoli che hanno assolutamente bisogno di te. I miei pensieri mi riconducono sempre verso di te. L’avvocato Demange, che è appena venuto, mi ha detto quanto tu sia stata ammirevole; mi ha fatto un tuo elogio al quale il mio cuore faceva eco. Sì, mia amata, sei impareggiabile in quanto a coraggio e devozione; vali più di me. Ti amavo già con tutto il mio cuore e tutta la mia anima; oggi faccio di più, ti ammiro. Tu sei certamente una delle donne più nobili su questa terra. La mia ammirazione per te è tale che, se riuscirò a bere l’amaro calice fino alla fine, sarà per essere degno del tuo eroismo. Ma sarà davvero terribile subire quest’umiliazione vergognosa; preferirei trovarmi di fronte ad un plotone d’esecuzione. Non temo la morte; non voglio il disprezzo. Qualunque cosa avvenga, ti prego di raccomandare a tutti di alzare la testa come io stesso faccio, di guardare il mondo in faccia senza vacillare. Non abbassate mai il viso e proclamate la mia innocenza ad alta voce. Ora, mia amata, lascerò di nuovo cadere la mia testa sul cuscino e penserò a te.Ti bacio e ti stringo al cuore. ALFRED

Abbraccia forte i piccoli per me. Potresti essere tanto buona da far depositare 200 franchi alla cancelleria della prigione?

25 DICEMBRE 1894. Mia amata, Non posso datare questa lettera perché non so neanche a quale giorno siamo. È Martedì? È mercoledì? Non lo so. Fa sempre notte. Appena il sonno abbandona le mie palpebre, mi alzo per scriverti. Alle volte mi sembra che tutto ciò non sia mai capitato, che non ti abbia mai lasciata. Durante le mie allucinazioni, tutto quello che ci è capitato mi sembra un brutto incubo; ma il risveglio è terribile. Non posso più credere a niente, se non che nel tuo amore, nell’affetto di tutti i nostri cari. Bisogna sempre cercare il vero colpevole; tutti i mezzi sono buoni. Il caso da solo non basta. Forse riuscirò a sormontare il terrore orribile che m’inspira la pena infamante che subirò. Essere un uomo d’onore e vedersi strappare, quando si è innocenti, il proprio onore, cosa c’è di più spaventoso? È il peggiore tra tutti i supplizi, peggiore anche della morte. Ah! Se arriverò fino alla fine, sarà per te, mia cara adorata, perché tu sei il solo filo che mi lega alla vita. Come ci amiamo! Oggi soprattutto mi rendo conto di tutto il posto che occupi nel mio cuore. Ma prima di tutto, prenditi cura di te, occupati della tua salute. È necessario, ad ogni costo, per i bambini, loro hanno bisogno di te. Infine, continuate le vostre ricerche a Parigi così come laggiù. Bisogna tentare di tutto, non tralasciare niente. Ci sono sicuramente delle persone che conoscono il nome del colpevole. Ti bacio, ALFREDO

17.00. Sono più calmo, la tua vista mi ha fatto bene. Il piacere di abbracciarti fisicamente e interamente mi ha fatto un bene immenso. Non potevo più attendere per questo momento. Grazie della gioia che mi hai donato. Quanto ti amo, mia amatissima! Infine speriamo che tutto ciò abbia termine. Bisogna che conservi tutte le mie energie. Ancora mille baci, mia amata, ALFRED

GIOVEDÌ, 11 DELLA SERA. Mia amata, Le notti sono lunghe; è verso di te che mi rivolgo, è dal tuo sguardo che attingo tutte le mie forze, è nel tuo amore profondo che trovo il coraggio di vivere. Non che la lotta mi faccia paura, ma la sorte è stata veramente troppo crudele con me. È possibile immaginare una situazione più spaventosa, più tragica per un innocente? È possibile immaginare un martirio più doloroso? Fortunatamente godo dell’affetto profondo di cui entrambe le nostre famiglie mi circondano e soprattutto del tuo amore, che mi ripaga di tutte le mie sofferenze. Perdonami se mi lamento delle volte; non credere affatto per questo motivo che la mia anima sia meno vigorosa, ma persino gridare mi fa del bene e a chi altro lo farei sentire se non che a te, moglie mia amata? Mille dolci baci per te e i piccoli, ALFRED

MERCOLEDÌ, ORE 5. Mia amata, Voglio ancora scriverti queste poche parole affinché tu possa trovarle domani mattina al tuo risveglio. La nostra conversazione, anche se attraverso le sbarre della prigione, mi ha fatto bene. Le mie gambe tremavano mentre scendevo, ma mi sono irrigidito per non cadere a terra dall’emozione. Persino ora la mia mano non è ancora ben ferma: il nostro incontro mi ha scosso violentemente. Se non ho insistito affinché tu restassi più a lungo, è perché ero al limite delle mie forze; avevo bisogno di andare a nascondermi per piangere un po’. Non credere per questo che la mia anima sia meno vigorosa o meno forte, ma il corpo è un po’indebolito da tre mesi di prigionia, senza aver respirato l’aria esterna. Per poter resistere a tutte queste torture è stato necessario che io avessi una robusta costituzione. Ciò che mi ha fatto maggiormente bene è stato di sentirti così coraggiosa e vigorosa, così piena d’amore per me. Continua in questo modo, moglie mia cara, imponiamo il rispetto al mondo con la nostra attitudine e il nostro coraggio. Quanto a me, avrai notato che ero deciso a tutto; voglio il mio onore e lo avrò, nessun ostacolo mi fermerà. Ringrazia molto tutti, ringrazia da parte mia l’avvocato Demange per tutto quello che ha fatto per un innocente. Riferiscigli tutta la gratitudine che provo per lui, io sono stato incapace di esprimergliela. Digli che conto su di lui in questa lotta per il mio onore. Abbraccia i piccoli per me. Mille baci, ALFRED

Il parlatorio è occupato domani Giovedì tra l’una e le quattro. Dovrai quindi venire o al mattino tra le dieci e le undici o la sera alle quattro. Ciò non avviene che di giovedì e di domenica.

IN NOME DELLO SCANDALO I GIORNALI SBEFFEGGIANO LA VERITA’.

Si può fare giornalismo sbeffeggiando la verità? Sempre più spesso i giornali offrono ai lettori non delle notizie, ma dei commenti fondati sul ribaltamento delle notizie, scrive Piero Sansonetti il 31 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  È giusto chiedere che tra il giornalismo e i fatti realmente accaduti ci sia un qualche collegamento? O è una fisima da vecchi, legata a un’idea novecentesca e sorpassata di informazione? Ieri ho dato un’occhiata ai giornali – diciamo così – populisti, quelli più vicini, cioè, alla probabile nuova maggioranza di governo, e ho avuto l’impressione di una scelta fredda e consapevole: separiamo i fatti dalle opinioni – come dicevano gli inglesi – ma separiamoli in modo definitivo: cancellando i fatti, e permettendo alle opinioni di vivere in una propria piena e assoluta autonomia dalla realtà.

Trascrivo alcuni di questi titoli, pubblicati in prima pagina a caratteri cubitali.

Libero: «Scoprono solo ora che siamo pieni di terroristi bastardi». (Sopratitolo, piccolino: “Retata di musulmani violenti”). La Verità, titolo simile: «Così importiamo terroristi». Sopratitolo: “Presi i complici di Anis Amri». Fermiamoci un momento qui. Qual è il fatto al quale ci si riferisce? La cattura, da parte delle autorità italiane, di una serie di persone di origine nordafricana sospettate di essere legate al terrorismo. Noi non sappiamo se effettivamente queste persone siano colpevoli. Ogni tanto – sapete bene vengono arrestati, o inquisiti, anche degli innocenti. E’ successo appena una settimana fa a un tunisino, che è stato linciato (dai mass media) lui e la famiglia prima che si scoprisse che non c’entrava niente. Ma ora non è questo il punto. Proviamo a capire quali sono le cose certe in questa vicenda. Che i servizi segreti italiani, o la polizia, hanno trovato dei sospetti terroristi. Che è in corso una operazione volta a sventare attentati. Che finora l’Italia è l’unico grande paese europeo che non è stato colpito da attentati. Che l’Italia è l’unico paese che ha catturato diversi sospetti terroristi. Che, tra l’altro, l’Italia è il paese che ha preso quel famoso Anis Amri (del quale parla La Verità) e cioè l’uomo accusato di una strage in Germania. E’ sfuggito alla polizia e agli 007 tedeschi ma non ai nostri. Punto.

Traduzione in lingua giornalistica dell’arresto di Amri e di alcuni suoi probabili complici? “Importiamo terroristi”. Voi penserete: li importiamo dal mondo arabo. No, dalla Germania. In Germania loro sono liberi, qui vengono fermati.

Traduzione Invece dell’azione del governo, degli 007 e della polizia per fermare il terrorismo arabo (che ci fa invidiare da tutti gli altri europei): «Scoprono solo ora che siamo pieni di bastardi islamici». C’è una barzelletta famosa, che qualche anno fa fu polemicamente raccontata ai giornalisti da Mitterrand, il presidente francese, e qualche anno dopo da Clinton (cambiando il protagonista). In mare c’è un ragazzo che sta affogando. Mitterrand lo vede e inizia a camminare sul pelo dell’acqua, arriva fino a lui ormai allo stremo, con un braccio lo tira su, se lo carica sulle spalle e lo riporta a riva. Salvandogli la vita. Tutto ciò, come avete capito, lo fa camminando sull’acqua, e non nuotando. Il giorno dopo i giornali francesi titolano: «Mitterrand non sa nuotare».

Mi pare che la barzelletta calzi bene e possa essere riferita ai titoli di Libero e della Verità Il Fatto invece non si occupa dei terroristi ma del Pd (il grado di ossessione di Libero e Verità per i terroristi, che, come è noto, negli ultimi vent’anni hanno messo a ferro e fuoco l’Italia, è simile al grado di ossessione del Fatto per il Pd). Titola: «Rivolta anti- Renzi: “Basta Aventino vogliamo giocare”». La parola giocare è usata in senso positivo: partecipare, essere attivi. La rivolta in corso sarebbe stata avviata da Franceschini e Orlando. In cosa consisterebbe? Nel chiedere un atteggiamento amichevole del Pd verso i 5 Stelle, in contrasto con Renzi che invece vuole che il Pd resti all’opposizione. Dopodiché uno legge l’articolo del direttore, cioè di Travaglio, e scopre che Orlando e Franceschini se ne stanno in realtà zitti zitti e rintanati. E per questo Travaglio li rimprovera. Cioè li rimprovera proprio per non aver dato il via ad alcuna rivolta, che invece servirebbe. E servirebbe allo scopo di bloccare l’Aventino e di spingere il Pd ad una scelta simile a quella dei socialdemocratici tedeschi, i quali hanno chiamato i loro elettori ad un referendum interno per avere il permesso di collaborare con la Merkel. Travaglio dice che il Pd deve fare la stessa cosa. Però ci sono due imprecisioni, nel ragionamento. La prima è che il Pd non ha scelto l’Aventino, ma l’opposizione. Sono due cose molto, molto diverse. L’Aventino (cioè il ritiro dei propri deputati dal Parlamento) fu scelto dai socialisti e dai liberali, dopo l’assassinio di Matteotti (segretario del Psi). Socialisti e liberali, guidati da Giovanni Amendola, decisero di disertare il parlamento per delegittimarlo e dunque delegittimare il fascismo. I comunisti (guidati da Gramsci) fecero una scelta diversa. Dissero: restiamo dentro a combattere. Cioè rifiutarono l’Aventino e scelsero l’opposizione. In realtà andò male a tutti e due: il fascismo non fu delegittimato da Amendola e Turati né fermato da Gramsci, e finì per fare arrestare sia i socialisti sia i comunisti. Ma che c’entra tutto questo con l’attuale situazione? Niente. Qualcuno forse pensa – o ha detto che il Parlamento non è legittimo, e che le elezioni non valgono, e che i vincitori non sono legittimati a governare? Hanno detto tutti l’esatto contrario.

Quanto all’alleanza tra Merkel e Spd è una alleanza che è impossibile paragonare a una possibile alleanza tra 5 Stelle e Pd. La Spd ha accettato di sostenere la Merkel esattamente con l’idea opposta a quella di Travaglio: e cioè per sbarrare la strada ai populisti. La Merkel e i socialdemocratici hanno già governato insieme e dunque non solo affatto incompatibili. Ma lasciamo stare la polemica politica, nella quale, effettivamente, è ovvio che le opinioni prevalgano su tutto. Restiamo nel campo del giornalismo. La domanda che mi tormenta è sempre la stessa: il giornalismo moderno ha bisogno dei fatti, delle notizie vere, delle verifiche, della somiglianza con la realtà, o invece si è trasformato in una specie di nuovo genere letterario, basato sulla fantasia, e volto esclusivamente a costruire polemiche politiche o culturali e ad influenzare, indirizzare, spostare l’opinione pubblica?

Naturalmente nel giornalismo c’è stata sempre questa componente e questa aspirazione: di influenzare lo spirito pubblico. In tutte le attività culturali c’è questa aspirazione. Anche nella pittura, anche nel cinema. Però, fino a qualche anno fa, il giornalismo aveva – come la fotografia – la caratteristica di essere una attività intellettuale legata strettamente alla realtà, e il cui grado di autorevolezza si misurava esclusivamente valutando la sua vicinanza alla verità. Sempre meno è così. I giornali populisti vengono confezionati con un metodo che si fonda sul disprezzo per la realtà. La loro forza è direttamente proporzionale alla lontananza dalla realtà. Gli altri giornali oscillano, tentati dai vecchi valori e dai vecchi schemi del giornalismo europeo e americano, ma alla fine rassegnati a inseguire Vittorio Feltri. In dieci anni – cifra approssimativa – il giornalismo italiano ha completamente cambiato faccia. E le possibilità per i cittadini di essere informati si è enormemente ridotta. Dobbiamo prenderne atto e basta? Cioè considerare il divorzio tra giornalismo e verità e la sua trasformazione in genere letterario fantasioso, come un’inevitabile conseguenza della modernità? Se è così però bisognerà trovare qualche altro modo per informare e informarsi. La ricerca di questo nuovo modo dovrebbe essere la preoccupazione principale dei politici e degli intellettuali. E anche dei tantissimi giornalisti che sono stati tagliati fuori da questa nuova tendenza. La preoccupazione principale: perché nessuna democrazia può sopravvivere, senza una informazione decente.

De Rita: «Dove nasce l’odio? Nasce lì, nei giornali…». Intervista di Francesco Lo Dico del 19 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". La riflessione sull’odio portata avanti dal nostro giornale, dopo l’iniziativa del Cnf per il G7 dell’avvocatura, continua con l’intervista al fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, che proprio di recente ha parlato della società del rancore. «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi conoscendola la chiama bugia, è un delinquente», amava ripetere Bertolt Brecht. Un adagio che ben si accompagna ai trombettieri delle fake news e ai mestatori in servizio permanente effettivo nelle sentine dei social. Dalla testata di Spada a Ostia alle testate che ogni giorno si abbattono, non meno spregevoli, sulla dignità di cose e persone, è stato un crescendo. L’onda anomala del disprezzo ha travolto istituzioni, ong, calciatori. Ma anche migranti, donne, star e politici stessi, al di là di ogni ragionevole dubbio, e spesso in direzione ostinata e contraria alla verità delle cose. Così che l’iniziativa lanciata a settembre dal Consiglio nazionale forense contro il linguaggio dell’odio, sembra aver assunto – di linciaggio in linciaggio – il carattere di una premonizione. Di quel clima violento segnalato tre mesi fa dal Cnf al G7 dell’avvocatura, e combattuto con vigore su queste pagine da autorevoli interlocutori, l’Italia del rancore descritta di recente dal Censis appare la cartina di tornasole. Tanto che Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Centro studi che da più di mezzo secolo racconta il Paese, tiene a riconoscere al Dubbio un impegno costante ma solitario. «È l’unico giornale italiano – sottolinea il sociologo – che combatte l’odio e la deriva giustizialista che trionfano invece sul resto dei quotidiani nazionali, a colpi di titoloni e mostri in prima pagina che durano il tempo di un giorno, servono a fare qualche spicciolo in più, ma rovinano per sempre la vita agli sfortunati protagonisti della gogna».

Presidente, perché l’Italia e i giornali che oggi ben la rappresentano, è diventata la terra del risentimento?

«Le ragioni che lo spiegano sono molteplici. Ma in primo luogo, si può ben dire che l’Italia del rancore descritta nel nostro rapporto è figlia di un incidente storicamente provato. Dopo aver garantito a milioni di persone prospettive di vita migliore negli anni 70, 80 e 90, il nostro ascensore sociale si è bloccato. Così che moltissimi italiani sono rimasti sospesi a mezza strada: non raggiungono il prestigio sociale che desiderano, non diventano qualcuno, e nonostante studi e sacrifici non hanno stipendi migliori né promozioni in vista. E questo li rende frustrati e risentiti: il rancore collettivo è il lutto per quel che non è stato».

Anche i lutti più dolorosi non durano per sempre: l’Italia può uscire dalla rabbia e dalla rassegnazione?

«Il ciclo formidabile che per cinquant’anni ha garantito al Paese un certo grado di benessere si è concluso. Di fronte alla crisi, l’eredità di quella stagione prospera ci ha consentito di resistere ma al prezzo di vedere congelata la nostra condizione. Da tempo siamo entrati in una fase transitoria, che può essere superata soltanto con un cambio di prospettiva deciso. Un nuovo paradigma in grado di rompere le molte inerzie che hanno fermato l’ascensore sociale: l’inerzia dell’economia sommersa, l’inerzia delle piccole e medie imprese, l’inerzia del ceto pubblico e dell’urbanizzazione della popolazione».

Eppure la ripresa economica, seppure di entità modesta, è stata finalmente riagganciata da un anno a questa parte. Perché ancora non riesce a tradursi in benefici concreti per la nostra società?

«È molto semplice: la nostra è una ripresa per pochi, trainata da pochi. Ne sono protagoniste alcune medie imprese manifatturiere, realtà di respiro internazionale legate alla logistica e industrie vocate all’export che hanno tirato a ritmo indiavolato anche grazie agli specifici incentivi dell’Industria 4.0. Ma in parallelo, è stato fatto molto poco per far ripartire le botteghe dietro l’angolo. Il mercato interno, decisivo per le sorti della maggioranza degli italiani, non ha ripreso slancio. Invece di prenderla di petto, la questione è stata presa di sguincio grazie ai bonus per casalinghe e dipendenti che non hanno funzionato: la maggior parte degli italiani, insomma, non è tornata a sorridere ed è perciò rimasta rancorosa».

È forse questo il limite che non ha premiato l’azione del governo Renzi. C’è un problema di errata percezione politica, dietro l’odio che alimenta la grancassa delle forze populiste?

«Il problema di questi ultimi anni è evidente. Prima di agire, chi governa dovrebbe capire quali sono le attese. Ma la politica ha fatto l’esatto contrario. Prima ha fatto gli interventi, e poi li ha comunicati nell’idea che, se venivano presentati bene, andassero incontro ai desideri della gente. Dire che hai dato tanti soldi ma che la campagna di comunicazione non ha funzionato, è un suicidio mediatico e intellettuale. Significa ammettere che dietro le misure non c’era una strategia lungimirante di rilancio, ma solo l’idea che per scatenare la ripresa dei consumi bastasse la propaganda».

E invece si è scatenata ancora di più la rabbia sociale che trova nel linguaggio dell’odio di Lega e Cinque Stelle.

«L’ascesa delle forze populiste non è recente. La forza del rancore si è accresciuta negli ultimi dieci anni, quando l’opinione pubblica ha scelto di montare sul cavallo dell’anti- casta, a prescindere da ragioni di appartenenza politica. Non si tratta più di attaccare la casta per motivazioni ideologiche come accadeva negli anni 50, o in funzione di una strategia economica come avveniva al tempo delle liberalizzazioni di Berlusconi e di Bersani. Contro la casta si è scatenato un odio cieco e totalizzante, che ha unificato i risentimenti di tutti gli indignati e ha fatto perdere di vista i veri problemi che alimentano l’insoddisfazione».

Dice quindi che chi oggi miete consensi sull’odio per gli avversari politici, per i migranti, per le riforme domani non sarà capace di placare al governo il risentimento sul quale hanno lucrato?

«Dico che fare politica in nome della semplice idea di abbattere i privilegi è inutile e illusorio: la storia insegna che abbattuta una casta, ne arriva subito un’altra. Il problema del Paese non è nella casta, ma nella classe dirigente che oggi è priva di professionalità e strategia, non ha il senso del futuro e non è all’altezza dei suoi compiti. Tolta di mezzo la casta, la classe dirigente resta quella che è. Ecco perché sostenevo poc’anzi che per uscire dalla spirale dell’odio occorre un ciclo, anche breve, di radicale rinnovamento».

E come si potrebbe, dato il generale scadimento che descrive?

«La politica non è un’arte. La politica è un mestieraccio. Ed è proprio degli odiati mestieranti che ha bisogno prima di tutto. Bisogna ridare spazio a chi ha fatto gavetta nei comuni e nelle sezioni di provincia, riaprire le porte a chi il mestiere lo conosce davvero. Ricordo ancora quello che gridava nelle stanze l’ex ministro Francesco Compagna: “Ladri li vogliamo, ma bravi!”».

È un tema che ci porta dritti a un’altra variazione sul tema dell’odio. Non è stata forse la furia giustizialista di Tangentopoli a innescare un simmetrico populismo penale che oggi dai tribunali irrompe sui giornali e sui social?

«Non sono, come è noto, un nemico dei giornali. Ma devo dire che ci sono ampie responsabilità dei giornalisti, dietro la cultura della politica poliziesca che ha scelto come agenda quotidiana il casellario giudiziario. Molti procuratori coltivano rapporti privilegiati con certa carta stampata, nella banale necessità di mostrare la sera, agli altri soci dei loro Rotary club, di aver fatto qualcosa di importante di cui sui giornali si parla in termini allarmanti. Ai giornalisti del Dubbio va tuttavia il mio attestato di stima: sono i paladini solitari di un’inversione di tendenza che richiede coraggio. Per ristabilire l’equilibrio di giudizio, occorre che i giornali si impongano di rinunciare a qualche copia, in nome di valutazioni più approfondite e intellettualmente oneste».

L’odio e la sproporzione sono dunque gli effetti collaterali di pure strategie commerciali, o c’è anche una matrice culturale dietro la deriva giustizialista?

«Quante volte leggiamo che Tizio rischia cinque anni di carcere, salvo poi svanire nel nulla il giorno dopo insieme alla storia allarmante di cui è il temibile protagonista? Il problema che affligge i nostri quotidiani è la smania del titolo, la logica pervasiva dell’evento. Lo aveva capito bene uno dei nuovi filosofi francesi, Jean Baudrillard. “L’evento – diceva – scava la fossa in cui verrà seppellito il giorno dopo”. Ed è proprio così. L’evento prende per un giorno tutto lo spazio possibile, poi il giorno dopo viene sepolto e nessuno se ne occupa più. Quella dei giornali è una catena di eventi che costruisce una storia evenemenziale, e cioè una storia fatta di eventi, che ha un’ottica parziale. La storia non è fatta solo di eventi. È fatta anche da processi lenti, commerciali, tecnologici, religiosi che nessuno sembra aver più voglia di indagare. È per questa ragione che in prima pagina non finiscono i fatti, ma le cose che hanno fatto “evento”. Per il giornalista è una tentazione, una coazione, quasi un obbligo. La necessità di “fare evento” alimenta ogni giorno nuovo risentimento: l’Italia del rancore».

L’Italia del rancore ha trovato nei social la sua più intensa e preoccupante bocca di fuoco: insulti e atti di sciacallaggio rivolti allo zimbello di turno diventano su Twitter trending topic, salvo poi scomparire nel nulla sostituiti da raffiche di mitra verso il prossimo obiettivo.

«Nel rapporto del Censis lo abbiamo scritto chiaramente: i social sono l’arena del rancore, il Colosseo del rancore, il circo equestre del rancore. Ma allo stesso tempo osservo che i tweet indignati scompaiono nel nulla dopo pochi minuti. In fondo milioni di cinguetti che spariscono ogni giorno indicano che non servono a niente e a nessuno, se non alla piattaforma che li ospita. Il problema vero non sono i social, ma la società che li popola. Che probabilmente, tweet dopo tweet comincerà a capire quali “eventi” vale davvero la pena discutere, e quali sono invece montati ad arte per fare discutere. Io credo che valga per i social la stessa parabola che ha accompagnato i talkshow: prima hanno spopolato, poi sono diventati marginali perché sono diventati noiosi. Tutti hanno capito che erano piccoli spettacoli da cui non usciva niente di utile per la società e la politica».

Spesso però escono dai palinsesti social cose false e molto dannose che arrecano danni duraturi e riescono a influenzare la politica stessa, come dimostra il caso delle ultime elezioni negli Stati Uniti. Che idea si è fatto delle fake news, che ormai convogliano molti rancori anche nella Penisola?

«È un fenomeno recente, di cui confesso di non essermi ancora fatto un’idea precisa. Sono però allo stesso tempo convinto che, da Biden a Renzi, l’argomento è stato finora trattato in modo confuso, e forse anche strumentale. Nutro per l’argomento delle bufale una certa resistenza psicologica. Ho il sospetto che, ancora una volta, quello delle fake news sia un “evento”, un argomento alla moda che come molti altri è destinato a finire nel nulla cosmico dei tweet perduti. Io credo che i social siano la patria del rancore, e che questa patria sia stata fondata dal “vaffa”. Ma credo anche che l’Italia del rancore non sia destinata a durare ancora per molto».

Nordio: «Così i magistrati hanno scalato il potere politico». Intervista di Giulia Merlo del 20 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". «A partire da Mani Pulite si è instaurato un intreccio perverso tra pm e stampa: i pm facevano filtrare notizie e in cambio ricevevano elogi. Oggi la conseguenza è che, servendosi di questo prestigio, molti sono entrati in politica». Chiaro e diretto, da sempre è considerato eretico dai suoi stessi colleghi. Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, analizza a tutto campo il cortocircuito tra poteri e non lesina stilettate a una politica «che ha ceduto le armi» a una magistratura «che si è servita della stampa per ottenere la fama ed entrare in politica».

Procuratore, il processo mediatico è una patologia di questo tempo di crisi?

«Tutt’altro. Il processo mediatico c’è sempre stato a partire dal dopoguerra: penso all’omicidio di Wilma Montesi, che è stato il primo caso di interferenza delle indagini a fini politici, perchè il processo era stato montato a bella posta per colpire l’onorevole Piccioni. Questa strumentalizzazione, tuttavia, ha assunto la forma di ordinaria patologia con Tangentopoli».

Come è fatto questo virus che ha contagiato il nostro sistema giudiziario?

«Con Mani pulite si è instaurato un intreccio perverso tra magistratura inquirente e stampa. Gli inquirenti avevano canali privilegiati con alcuni giornali, ai quali facevano filtrare le notizie più succulente per fargli fare degli scoop. In cambio, questi pm ricevevano una serie di sperticati riconoscimenti elogiativi che li rendevano a loro volta più credibili, prestigiosi e forti. Così si è generato un potenziamento reciproco: più il magistrato era forte e più si sentiva impunito se lasciava filtrare le notizie, più le lasciava filtrare e più si rafforzava perchè riceveva in cambio una legittimazione da parte della stampa. Tutto questo ha portato a un cortocircuito che non solo ha condizionato la politica, ma ha anche alterato la fisiologia della giustizia e della stampa».

Parliamo di un cortocircuito iniziato venticinque anni fa. E oggi?

«Ora ne stiamo pagando le conseguenze, la più perniciosa delle quali è che una serie di magistrati, servendosi del prestigio e della fama acquisiti attraverso gli elogi della stampa, sono entrati in politica».

L’ultimo dei quali oggi è a capo di un partito politico, il presidente del Senato, Piero Grasso.

«Di Grasso io critico la scelta fatta ormai cinque anni fa: si è candidato alle elezioni politiche poche ore dopo essere uscito dalla magistratura. Ecco, poichè non credo che una candidatura si improvvisi nel giro di poche ore, questo significa che mentre indossava la toga ha avuto dei contatti politici».

Lei ritiene che un magistrato non dovrebbe fare politica?

«Intendiamoci, è perfettamente legittimo che lo faccia, ma secondo me è un elemento di disturbo nei rapporti fisiologici tra poteri. Un magistrato che indossa la toga può avere tutte le opinioni politiche che vuole e ha il diritto di esprimerle anche sui giornali, ma non trovo opportuno che abbia contatti diretti con la politica al fine di procurarsi una candidatura».

E un magistrato che ha smesso la toga, invece?

«Nemmeno, soprattutto se quel magistrato ha condotto inchieste che hanno avuto un forte impatto politico. Se si candida, infatti, si espone al rischio che le sue inchieste siano considerate un mezzo per procurarsi una sorta di buen retiro politico. Parlo per me: ho condotto l’inchiesta sul Mose che ha demolito la classe dirigente veneta. Troverei raccapricciante il solo sospetto che si possa pensare di me che ho fatto un’inchiesta per prendere il posto di chi ho mandato in galera. Per questo un magistrato non dovrebbe candidarsi, nemmeno dopo essere andato in pensione».

Da vittima, la politica si è innamorata dei carnefici. Non si contano i magistrati candidati, sia a destra che a sinistra.

«Con la caduta delle ideologie e la fine dei partiti di massa, la classe politica ha perduto completamente la fiducia in se stessa e, davanti all’offensiva giudiziaria, si è definitivamente sgretolata. Così ha cercato rifugio in quelli che sembravano i rappresentanti più significativi del Paese, cioè i magistrati».

Lei ha fissato nella legge Biondi del 1994 il momento storico in cui la politica ha definitivamente ceduto il passo alla magistratura.

«I quattro pm di Mani pulite andarono in televisione, chiedendo il ritiro del decreto e minacciando le dimissioni. Allora un politico serio avrebbe dovuto rispondere: «Cari pm, avete diritto di critica perchè non siete giudici terzi, per questo da domani separiamo le carriere. Inoltre, manteniamo il decreto e aspettiamo le vostre dimissioni». Invece la politica ha ceduto le armi. Da quel momento è finito tutto: quando un potere lascia un vuoto così clamoroso qualcuno lo occupa e così ha fatto la magistratura».

Intravede la possibilità di una inversione di tendenza?

«Dopo tanti anni di patologica regressione di campo da parte della politica non è facile ristabilire gli equilibri. lo mostra il fatto che, ogni volta che si propone una legge che incide sui poteri dei magistrati, l’Anm insorge e il Governo fa marcia indietro. L’unica soluzione si potrebbe trovare a livello costituzionale, rivedendo il reclutamento dei magistrati e il funzionamento del Csm, ma revisione non è cosa facile».

L’ordinamento non contiene già i limiti tra poteri?

«Per ricondurre in alveo costituzionale tutti i poteri dello Stato andrebbe attuato al 100% il codice penale accusatorio, un codice garantista e anglosassone che è stato attuato solo per il 20% e poi demolito dalla stessa Corte Costituzionale».

E’ una crisi ormai fisiologica e non risolvibile, quindi?

«Guardi, l’unica speranza è il ricambio generazionale, in magistratura come in politica. Questo, mi sembra, sta già avvenendo».

Tutto di lei si può dire, meno che non sia diretto. Quanto le sono costate queste posizioni in contrasto con le idee dominanti in magistratura?

[Ride di gusto ndr] «Io non ho mai cambiato idea e ciò che dico oggi l’ho scritto in un libro del 1997. La mia eresia di allora mi costò la chiamata davanti ai probi viri di Anm: io ci risi sopra e nemmeno mi presentai».

Lei, però, rimane una mosca bianca quando parla di separazione delle carriere e di magistrati in politica.

«Le assicuro che oggi molti magistrati la pensano come me, ma non tutti hanno poi il coraggio di dirlo perchè entrerebbero in conflitto col pensiero dominante dell’Anm che, attraverso il Csm decide le sorti professionali. Eppure, oggi la separazione delle carriere non è più il tabù che era vent’anni fa e lo stesso vale per la necessità di paletti più incisivi per l’ingresso dei magistrati in politica. Del resto ormai si è deideologizzato tutto, non vedo perchè lo stesso non possa accadere anche con gli ultimi pachidermici miti dell’Anm».

Ma esiste una magistratura di destra e una di sinistra?

«Io sono convinto che la giustizia risponda a criteri di buon senso e la distinzione destra- sinistra sia estremamente ingannevole su questo piano».

Lei è in pensione da un anno, le manca la toga?

«Mi mancano le amicizie che si sono un po’ diradate, ma non il lavoro. Mi piace leggere, scrivere, andare a cavallo e ascoltare musica classica e ora ho finalmente il tempo per farlo».

Guardandosi indietro, però, sceglierebbe ancora il lavoro di magistrato?

«Io non ho mai vissuto la magistratura come una missione o un sacerdozio. Anzi, diffido molto dei magistrati che vivono così il loro ufficio, perchè il sacerdozio rischia di sconfinare nel fanatismo. Per me, però, è sempre stata una funzione centrale per la democrazia: dopo il medico che incide sulla salute c’è il magistrato che incide sulla dignità e sull’onore del cittadino. Ecco, per questo sono orgoglioso di aver indossato la toga e rifarei senza dubbio questa scelta».

«Il compito della magistratura? Sottomettere la politica», scrive Piero Sansonetti il 6 Settembre 2017 su "Il Dubbio". Ho letto con molto interesse – e qualche apprensione… – il resoconto stenografico degli interventi del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e del sostituto procuratore della Dna (Direzione nazionale antimafia) Nino Di Matteo, pronunciati qualche giorno fa alla festa del Fatto Quotidiano, in Versilia. Li ha pubblicati ieri proprio il Fatto considerandoli, giustamente, documenti di grande interesse giornalistico e politico. Potrei scrivere per molte pagine, commentandoli. Mi limito invece a pochissime critiche e soprattutto a una osservazione (alla quale, contravvenendo a tutte le regole del giornalismo, arriverò alla fine di questo articolo) che mi pare essenziale. Essenziale per capire l’Italia di oggi, per decifrare il dibattito pubblico, e per intuire a quali pericoli sia esposta la democrazia. Innanzitutto voglio subito notare che sebbene il Fatto pubblichi i due interventi, intervallando brani dell’uno e brani dell’altro, quasi fossero un unico discorso, si nota invece una differenza, almeno nei modi di esposizione, molto netta. Roberto Scarpinato dà l’impressione di avere una conoscenza approfondita dei fatti e anche della storia (italiana e internazionale) nella quale vanno inquadrati. Nino Di Matteo sembra invece soprattutto travolto da una indubbia passione civile, che però lo porta a scarsa prudenza, sia dal punto di vista formale sia nella ricostruzione storica.

La tesi di fondo dei due interventi però è un’unica tesi. La riassumo in cinque punti. Primo, la mafia nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, decise di intervenire nella politica italiana perché terrorizzata dall’idea che – finite le ideologie e i veti, e il famoso fattore K che escludeva i comunisti dal governo – potesse prendere il potere una coalizione composta da sinistra democristiana (ex zaccagniniana) ed ex Pci, all’epoca Pds. «Condannare i criminali? No, il compito della magistratura è sottomettere la politica».

Secondo punto, in questa ottica, dopo le stragi del 1993, si svolse una trattativa tra lo Stato e la mafia e questa trattativa, pare di capire, coinvolse essenzialmente elementi dell’ex sinistra dc (Mancino, Mannino, forse De Mita) e dell’ex Pci (Giorgio Napolitano).

Terzo punto, è stato proprio Giorgio Napolitano a delegittimare il processo sulla trattativa tra Stato e mafia che si sta spegnendo a Palermo tra assoluzioni e prove mancate: e la cattiva sorte di quel processo è da imputare non a una cattiva impostazione delle indagini e delle tesi di accusa, ma all’intervento dell’allora capo dello Stato.

Quarto, la mafia da allora ha cambiato pelle, ha rinunciato ad usare la violenza e l’omicidio per condurre la sua strategia, e questo la rende ancora più pericolosa, perché riesce a crescere semplicemente usando lo strumento della corruzione e addirittura, in certe occasioni, senza neppure commettere reati formali.

Il quinto punto lo accenno appena, perché ci torniamo alla fine – è il punto chiave – riguarda il compito e la missione della magistratura.

Naturalmente i primi quattro punti sono in forte contraddizione l’uno con l’altro. Ad esempio non si capisce come facesse la mafia, quando ha iniziato l’attacco allo Stato (che Scarpinato e Di Matteo datano con l’uccisione di Salvo Lima del marzo 1992), a prevedere il crollo del potere politico italiano, che allora era ancora saldamente nelle mani del pentapartito, e non certo del Pci, che viveva un nerissimo periodo di crisi. Nessun analista politico previde Tangentopoli (neppure dopo l’arresto di Mario Chiesa) che esplose clamorosamente dopo l’uccisione di Falcone, né tanto- meno le conseguenze di Tangentopoli, eppure l’attacco della mafia iniziò prima di Tangentopoli. E non si capisce molto bene neanche perché la mafia uccidesse Lima ( destra Dc), e poi Falcone ( che era legato ai socialisti di Craxi) se voleva colpire la sinistra Dc e l’ex Pci, che di Lima e Falcone erano nemici; né si capisce perché furono Napolitano e Mancino ( ex Pci e sinistra dc) ad aiutare la mafia che era terrorizzata – se capiamo bene – perché temeva che Napolitano e Mancino andassero al potere…Fin qui, diciamo con un po’ di gentilezza, è solo un bel pasticcio, che certo non si regge in piedi come atto d’accusa. Né giudiziario, né politico, né tantomeno storico. E si capisce bene perché il processo Stato- mafia stia finendo a catafascio. Scarpinato e Di Matteo da questo punto di vista hanno avuto la fortuna di parlare, in Versilia, ad una platea amica che non aveva nessuna voglia di fare obiezioni (così come, in genere, non ne ha quasi mai il giornalismo giudiziario, e non solo, italiano).

Ma il punto che mi interessa trattare è il quinto. L’idea di magistratura che – temo – va affermandosi in un pezzo di magistratura. Cito alcuni brani, testuali, di Di Matteo, che sono davvero molto istruttivi. In un crescendo. «Oggi si sta nuovamente (sottinteso, la politica, ndr) mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità, per i condannati per mafia, di godere dei benefici. Si sta cominciando a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell’applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro (….)». E più avanti: «I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenze come non sufficienti per condannare qualcuno… Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni (…) o possiamo ancora aspettarci che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia». La prima parte di questo ragionamento è solo la richiesta di poteri speciali, non nuova, tipica del pensiero reazionario (e non solo) da molti anni. In realtà i magistrati prudenti sanno benissimo che il 41 bis è carcere duro (e dunque è in contrasto aperto e clamoroso con la nostra Costituzione) ma stanno attenti a non usare mai quella definizione. Quando, intervistando qualche magistrato, ho provato a dire che il 41 bis è carcere duro, sono sempre stato contestato e rimproverato aspramente: «Non è carcere duro – mi hanno detto ogni volta – è solo una forma diversa di detenzione…». Di Matteo, lo dicevo all’inizio, è trascinato dalla sua passione civile (che poi è la sua caratteristica migliore) e non bada a queste sottigliezze, dice pane al pane, e carcere duro al carcere duro. Non so se conosce l’articolo 27 della Costituzione, probabilmente lo conosce ma non lo condivide e non lo considera vincolante. Così come non considera vincolante l’esibizione delle prove per affermare una verità, e questo, da parte di un rappresentante della magistratura, è un pochino preoccupante. Quel che però più colpisce è la seconda parte del ragionamento. E cioè le frasi che proclamano in modo inequivocabile che il compito della magistratura è mettere sotto controllo la politica (sottometterla, controllarla, dominarla, indirizzarla), cancellando la tradizionale divisione dei poteri prevista negli stati liberali, e non può ridursi invece a una semplice attività di giudizio e di punizione dei crimini. E’ probabile che siano pochi i magistrati che commettono la leggerezza di dichiarare in modo così chiaro ed esplicito la loro idea di giustizia, del tutto contraria non solo alla Costituzione ma ai principi essenziali del diritto; però è altrettanto probabile che il dottor Di Matteo non sia il solo a pensarla in questo modo. E siccome è anche probabile che esista una vasta parte del mondo politico, soprattutto tra i partiti populisti, ma anche nella sinistra, che non disdegna le idee di Di Matteo, e siccome non è affatto impossibile che questi partiti vincano le prossime elezioni, mi chiedo se esista, in Italia, il rischio di una vera e propria svolta autoritaria, e antidemocratica, come quella auspicata da Di Matteo – non so se anche da Scarpinato – o se esita invece una tale solidità delle istituzioni e dell’impianto costituzionale da metterci al sicuro da questi pericoli.

I “Due stupri due misure” di Travaglio: ma qualcuno gli ha mai spiegato il Codice Penale? Mai una sua vera inchiesta giornalistica, mai un’indagine, che abbiano fatto scaturire l’azione penale della magistratura. Solo e soltanto fotocopie e salotti televisivi alla conquista di una visibilità. Senza disdegnare le aule di giustizia per i vari processi penali e civili subiti. Dimenticando di raccontare quelli che perde…scrive Antonello de Gennaro il 12 settembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". A volte mi chiedo se Marco Travaglio abbia veramente il coraggio di credere nelle sue teorie astruse. Travaglio come ben noto ha una sua personalissima visione delle cose, che in qualcosa mi ricorda l' “affarismo” giornalistico editoriale di Vittorio Feltri, che chiede agli editori la percentuale sulle copie vendute in edicola. Questa è la seconda volta che mi tocca giornalisticamente occuparmi di lui. Il “Marchino” ha passato un’intera vita da “gregario”, ad acquisire e fotocopiare atti processuali, intercettazioni, interrogatori ecc. necessari a confezionare i suoi libri enciclopedici, firmando praticamente quasi tutti i suoi libri con il collega Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano.it.   Travaglio è diventato ben noto a tutti negli ultimi anni solo e soltanto grazie alla visibilità televisiva offertagli da Michele Santoro, che stato il vero responsabile dell' “esplosione” dell’arroganza travagliana, ma intelligentemente negli ultimi tempi Santoro ha interrotto i contatti, uscendosene persino dagli accordi societari con il Fatto raggiunti tempo addietro. Mai una sua vera inchiesta giornalistica, mai un’indagine, che abbiano fatto scaturire l’azione penale della magistratura. Solo e soltanto fotocopie per i suoi libri, e onnipresenza nei salotti televisivi alla conquista di una visibilità. Senza disdegnare le aule di giustizia per i vari processi penali e civili subiti. Dimenticando chiaramente di raccontare quelli che perde…come per esempio quello davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo. Oggi Travaglio (insieme al suo fedele “scudiero” Marco Lillo), non sa più a che santo votarsi dopo che le procure di Milano e Roma (a cui si è aggiunto anche “last minute” quella di Napoli) hanno chiuso i rubinetti delle soffiate, che nel codice penale si chiamano “atti d’indagine” che sono notoriamente coperti dal segreto istruttorio, previsto dal Codice Penale, la cui pubblicazione è un reato. Quello stesso Codice Penale che il suo compagno di spiaggia, l’ex-pm Ingroia deve avergli ha inculcato non completamente durante le loro vacanze in spiaggia sotto lo stesso ombrellone. Incredibilmente ieri mattina il “Marchino” ha avuto la sfacciataggine di sostenere questa sua personalissima impressione e cioè “che esistano due codici penali, procedurali, informativi, politici ed etici: uno per i criminali “comuni”, l’altro per i colletti bianchi. L’affare si complica – aggiunge Travaglio – quando lo stesso orrendo crimine – nel nostro caso lo stupro – sono accusati di averlo commesso persone di diverso status sociale: prima gli ultimi della graduatoria, cioè un gruppo di immigrati a Rimini; poi due carabinieri in uniforme a Firenze”. Travaglio si lamenta sul fronte giudiziario, scrivendo e sostenendo che “i quattro immigrati di Rimini finiscono in carcere, mentre i due carabinieri di Firenze restano a piede libero (nemmeno ai domiciliari)”. Eppure, per i primi come per i secondi, è arduo sostenere che ricorrano le esigenze cautelari previste dalle rigidissime leggi italiane per poterli arrestare prima del processo (leggi scritte apposta dai politici per non far arrestare nessun colletto bianco, dunque nessun criminale di qualunque specie, ceto e censo): non possono concretamente inquinare le prove (ormai affidate all’esame del Dna, a video di telecamere o Iphone, al racconto delle vittime e dei testimoni); né sono sul punto di scappare (il pericolo di fuga dev’essere concreto e dimostrabile, tipo col biglietto aereo già comprato); né, essendo indagati coram populo per stupro, è prevedibile che si dedicheranno ad altri stupri. Ma chi andrà mai a invocare il “garantismo” o a denunciare un caso di “manette facili” per quattro “stranieri”? Quindi, anche per tacitare l’opinione pubblica e i politici pronti ad aizzarla, non si va tanto per il sottile e si butta via la chiave.” Mister “simpatia” made in Piemonte, sostiene che “per i carabinieri è diverso, anche se dovrebbe essere uguale: il caso è già di per sé abbastanza imbarazzante per l’Arma e per l’Italia (le due vittime sono americane), figurarsi la scena di due paia di manette sulla divisa della Benemerita. Eppure gli immigrati di Rimini hanno ammesso più dei Carabinieri di Firenze”. Niente di più FALSO. Gli immigrati di Rimini arrestati, in realtà non hanno ammesso proprio niente!

Sarebbe il caso che qualche bravo avvocato, ma uno veramente bravo e competente, o qualche magistrato serio (e ce ne sono!) e soprattutto indipendente dalle correnti politicizzate della magistratura, gli spiegasse qualche differenza. Mi permetto di provarci io umilmente. Travaglio dimentica qualche particolare: gli immigrati hanno violentato e stuprato nel vero senso della parola una povera ragazza polacca (picchiando il suo fidanzato) ed una trans peruviana. I due Carabinieri di Firenze, non hanno picchiato e violentato nessuno. Hanno solo approfittato dello stato alcolico delle due studentesse universitarie, abusandone sessualmente, ed offeso la divisa che indossano e quindi tutti i loro colleghi che in Italia garantiscono la legalità rischiando la vita per pochi soldi. Il che sicuramente costituisce un fatto molto grave e merita la sanzione penale e disciplinare che subiranno a breve. Ma da qui a richiedere le manette per i Carabinieri di Firenze ponendoli sullo stesso livello del branco di stupratori di Rimini passa un abisso! Travaglio diventa all’improvviso “garantista” sostenendo che nessuno si sogna di definire i quattro immigrati di Rimini dei “presunti stupratori” sostenendo che “se poi, puta caso, si scopre che uno dei quattro non ha stuprato nessuno”, chi se ne frega. I due carabinieri invece, essendo italiani e usi a obbedir tacendo, hanno almeno diritto alla qualifica “presunti stupratori”. Non contento attacca il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e la ministra della difesa Roberta Pinotti, sostenendo che “usano parole durissime” e, nel dubbio, li sospendono dal servizio in via “precauzionale” ed aggiunge “Giusto: nessuno può indossare la divisa di tutore della legge col sospetto di averla così orrendamente violata. Dice Del Sette, senz’attendere la sentenza definitiva, né quella provvisoria, né il rinvio a giudizio, né la richiesta del pm, “il primo dovere di un carabiniere è quello di essere un cittadino esemplare, di agire nell’onestà morale, nella piena legalità. Se non lo fa, tradisce una scelta di servizio”. Parole sante. Ma siccome “il Marchino” non ha simpatia per questo Governo che ha osteggiato sin dal suo primo minuto di vita , sostiene che “ad adottare il provvedimento sono un governo che non sospende quattro suoi membri indagati o imputati per gravi reati; e un comandante (Del Sette, appunto), indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento agli inquisiti dello scandalo Consip, cioè per aver rovinato l’indagine sulle tangenti per truccare l’appalto più grande d’Europa, che il Governo non sospende, anzi conferma“. Probabilmente al “Marchino” non deve essere ancora andato giù il fatto che il suo giornale non riesce ad avere sottobanco assolutamente nulla dai Carabinieri, dimenticando che nel frattempo sotto indagine (ed è ben più di una) vi è un ufficiale del NOE responsabile di far girare troppe “balle” investigative e troppe carte intorno alla “compagnia di giro” del Fatto Quotidiano. Secondo Travaglio “la fondatezza delle accuse a Del Sette è pari a quella delle accuse ai due carabinieri: la parola di due testimoni (gli ex dirigenti Consip Ferrara e Marroni) contro la sua. Certo, il favoreggiamento non è lo stupro: ma si può seriamente sostenere che un appuntato e un carabiniere scelto accusati di stupro infanghino l’Arma più del comandante generale accusato di spifferare segreti agli indagati di un mega-scandalo di corruzione?”. Marchino scrive dall’alto della sua autorefenziale superbia giornalistica che se “il primo dovere di un carabiniere è quello di essere un cittadino esemplare, di agire nell’onestà morale, nella piena legalità”, questo dovrebbe valere tanto per gli ultimi anelli della catena quanto, a maggior ragione, per il primo. Che ci fa ancora Del Sette al vertice dell’Arma? Che ci fa il generale Emanuele Saltalamacchia, indagato per gli stessi reati, al comando dei Carabinieri toscani (diretto superiore dei due presunti stupratori)? E che ci fa Luca Lotti, indagato per gli stessi reati, al ministero dello Sport?. In pratica secondo Travaglio, se uno viene indagato dovrebbe essere rimosso dalla sua poltrona. Ma allora di conseguenza anche lui stesso dovrebbe lasciare quella di direttore del suo giornale. Qualcuno dei suoi giornalisti dovrebbe spiegare e raccontare al direttore del “Fatto” che nella vicenda Consip Alfredo Romeo ha vinto il suo ricorso dinnanzi al Tribunale del Riesame e persino in Cassazione, ed a suo carico non sono state trovate prove di corruzione e tangenti ed infatti sono stati costretti a restituire ad Alfredo Romeo la proprietà e gestione delle sue aziende. Così come Travaglio dovrebbe chiedere scusa alla famiglia Renzi per aver reiteratamente diffamato Matteo Renzi, suo padre ed il ministro Luca Lotti, accusandoli (senza alcuna prova concreta e tangibile) di reati che non hanno mai commesso. Anzi come i fatti hanno dimostrato, hanno solo subito!

Ma alla fine esce la vera motivazione di questo editoriale a dir poco imbarazzante. Travaglio scrive che “Sugli stupri di Rimini e Firenze, tv e giornali hanno pubblicato i verbali, fin nei minimi e più raccapriccianti dettagli, degli indagati e addirittura delle vittime (che, trattandosi di testimonianze, sono coperte dal segreto), e i pm e gli avvocati ne hanno diffusamente parlato in interviste e conferenze stampa. (Falso! n.d.a) Secondo noi, è giusto così, visto l’interesse pubblico delle notizie. Peccato che le stesse regole non valgano per i politici e i potenti in genere: noi, ad esempio, per molto meno – notizie e intercettazioni segrete su Consip che infastidivano la Renzi Family –siamo stati perquisiti dalla Procura di Napoli, mentre quella di Roma indagava il pm Woodcock e la sua compagna” (cioè Federica Sciarelli, giornalista RAI notoriamente molto “vicina” alla compagnia di giro… del Fatto Quotidiano). Peccato che il Travaglio ed il Fatto Quotidiano non si soffermino su qualcos’altro.  I pm nell’interrogatorio agli ufficiali del NOE, il colonnello Sessa ed il capitano Scafarto. Hanno chiesto chiarimenti sul filone che riguarda la fuga di notizie sull’inchiesta e che vede indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro dello sport Luca Lotti, il comandante generale dell’arma Tullio Del Sette e quello della regione Toscana Emanuele Saltalamacchia.  Il colonnello Sessa del NOE secondo i magistrati avrebbe mentito sulle date. In sostanza, Sessa avrebbe avvertito con largo anticipo gli alti ufficiali delle indagini in corso, cosa che avrebbe permesso la fuga di notizie verso il ministro Lotti e, da questi, verso Tiziano Renzi. Le conversazioni Whatsapp trovate sul cellulare del capitano Scafarto dimostrano che lui avrebbe informato il comandante del Noe, Generale Sergio Pascali, in estate, mentre lui ha deposto di averlo fatto solo dopo il 6 novembre.  I magistrati hanno interrogato il capitano (ora maggiore) Scafarto al quale hanno chiesto chiarimenti sul suo ultimo interrogatorio, durante il quale aveva chiamato in causa il sostituto procuratore di Napoli, Henry John Woodcock, anche lui titolare di un filone di inchiesta su Consip. “Fu lui a dirmi di fare un apposito capitolo sul coinvolgimento dei servizi segreti”, aveva messo a verbale Scafarto.  La “storia” dei Servizi era quindi una bufala. Ma Travaglio quando vuole dimentica (o vuole dimenticare)!

Il suo vice direttore Lillo ha raccontato questo particolare a proposito della vicenda Consip: «Il giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi ha svelato per primo oggi l’indagine per rivelazione di segreto su Woodcock per l’inchiesta Consip. Io lo conosco bene. Mi ha incontrato proprio negli uffici della Procura di Roma una ventina di minuti prima dell’uscita del suo scoop. Né lui né l’Ansa che ha ripreso e ampliato la notizia aggiungendo il particolare di Federica Sciarelli indagata hanno ritenuto utile chiedere la mia versione su questa notizia. Dopo l’uscita del pezzo sul Corriere.it ho chiamato il collega per dirgli: “Giovanni, scusa perché quando mi hai incontrato non mi hai chiesto la mia versione come avresti fatto con un indagato per fuga di notizie qualsiasi come Luca Lotti?”. La risposta è stata: “Perché non ho messo il tuo nome e tu non sei una notizia”. Gli ho detto: “Hai messo la testata e tutti sanno che sono io. E poi scusa, sono un collega. Mi conosci. Ti avrei potuto spiegare come sono andate le cosee avresti fatto un pezzo più completo per il tuo lettore”. Mi ha risposto che gli avrei potuto mentire e quindi non era interessato alla mia versione». Un comportamento corretto quello di Bianconi, che sorprende Marco Lillo ed i suoi colleghi. Perchè? Semplice. Al Fatto Quotidiano non si preoccupano di pubblicare notizie inesatte o tendenziose, ed hanno una certa “allergia” ad autorettificarsi. Il “Marchino” così conclude il suo editoriale: “Dobbiamo dedurne che le fughe di notizie sono lecite per gli stupri e proibite per le mazzette? E dove sta scritto? Nel Codice del Marchese del Grillo?”. Travaglio purtroppo però non spiega ai suoi esigui lettori, che sono crollati con il suo arrivo alla direzione del Fatto Quotidiano, al posto dell’ottimo Antonio Padellaro (rimpianto dalla stragrande maggioranza dei giornalisti “fondatori” del giornale) quali sarebbero “le fughe di notizie sugli stupri”. Quelle sulla vicenda Consip invece lui le conosce molto bene…. E conosce molto bene i responsabili che hanno violato la Legge ed il Codice Penale. Povero “Marchino” Travaglio che gli tocca fare pur di vendere qualche copia in più del giornale e dei libri editi dalla loro casa editrice per far quadrare i conti...!

Per una più ampia valutazione del lettore, segnaliamo alcuni “precedenti” giudiziari sul giornalismo … di Marco Travaglio:

• Nel 2000 è stato condannato in sede civile per una causa intentata da Cesare Previti dopo un articolo su L’Indipendente del 24 novembre 1995: 79 milioni di lire, pagati in parte attraverso la cessione del quinto dello stipendio.

•  Nel giugno 2004 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processuali) per un errore contenuto nel libro «La Repubblica delle banane» scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. Nel libro, a pagina 537, così si descrive «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Miccicché… condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli». Dettaglio: non era vero. Era un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a velocità siderale su L’Espresso, su il Venerdì di Repubblica e su La Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori Riuniti, gli altri sparpagliati nel Gruppo Editoriale L’Espresso. Nel 2009, dopo il ricorso in appello, la pena è stata ridotta a 15.000 euro.

• Nell’aprile 2005 eccoti un’altra condanna di Travaglio per causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo, allora direttore dell’Unità. Marco Travaglio aveva scritto di un coinvolgimento di Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di spese processuali. La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per querela stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di Torino ha riservato a Travaglio per l’articolo Mediaset «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato sull’Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro da pagare; né va confuso con la citata condanna a pagare 79 milioni a Cesare Previti (articolo sull’Indipendente) e neppure va confuso con la condanna riservata a Travaglio dal Tribunale di Roma (L’Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di Previti, reato – vedremo – caduto in prescrizione.

•  Nel giugno 2008 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Roma al pagamento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornalista del Tg1 Susanna Petruni come “personaggio servile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici“. «La pubblicazione», si leggeva nella sentenza, «difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio».

•  Nell’aprile 2009 è stato condannato dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L’Unità dell’11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell’allora direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce. Il processo sarebbe pendente in Cassazione.

•  Nell’ottobre 2009 è stato condannato in Cassazione (Terza sezione civile) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giudice Filippo Verde, che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro «Il manuale del perfetto inquisito», affermazioni giudicate diffamatorie dalla Corte in quanto riferite «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata».

•  Nel giugno 2010 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Torino (VII sezione civile) a risarcire 16.000 euro al Presidente del Senato Renato Schifani, avendo evocato la metafora del lombrico e della muffa a «Che tempo che fa» il 10 maggio 2008.

•  Nell’ottobre 2010 è stato condannato civilmente per diffamazione dal Tribunale di Marsala: ha dovuto pagare 15mila euro perché aveva dato del «figlioccio» di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva.

•  Quindi la condanna più significativa. Si comincia in primo grado nell’ottobre 2008: Travaglio beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Previti. L’articolo, del 2002 su l’Espresso, era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo era un classico “copia & incolla”, dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu “regista” di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo.

L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari, ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri». Il giudice condannò Travaglio ai citati otto mesi: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione». In italiano corrente e più chiaro significa che Travaglio l’aveva fatto apposta, cioè aveva diffamato ben sapendo di diffamare. La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010 e confermava la condanna, ma gli furono concesse attenuanti generiche e una riduzione della pena. La motivazione, per essere depositata, non impiegò i consueti sessanta giorni: impiegò un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione. «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito… (vi è) prova del dolo da parte del Travaglio». Il quale, ad Annozero, ha raccontato di un ricorso in Cassazione: attendiamo notizia sull’esito. Secondo voi, se sarà negativo Travaglio nè darà notizia? Abbiamo seri dubbi …

“Ciliegina sulla torta”. La Corte Europea dei Diritti Umani. I tribunali italiani non hanno violato il diritto alla libertà d’espressione di Marco Travaglio quando in primo e secondo grado, nel 2008 e 2010, l’hanno condannato per aver diffamato Cesare Previti nell’articolo ‘Patto scellerato tra mafia e Forza Italia’ pubblicato nel 2002 sull’Espresso. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani dichiarando inammissibile il ricorso presentato dal giornalista nel 2014. Secondo i giudici di Strasburgo i tribunali italiani hanno ben bilanciato i diritti delle parti in causa, da un lato quello di Travaglio alla libertà d’espressione e dall’altro quello di Cesare Previti (che nella decisione odierna è indicato solo con l’iniziale P.), al rispetto della vita privata. I togati europei hanno quindi dato ragione ai colleghi italiani che hanno condannato Travaglio per aver pubblicato solo una parte della dichiarazione del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio “generando così nel lettore – si legge nella decisione della Corte – l’impressione che il ‘signor P.’ fosse presente e coinvolto negli incontri riportati nell’articolo”. La Corte osserva “che, come stabilito dai tribunali nazionali, tale allusione era essenzialmente fuorviante e confutata dal resto della dichiarazione non inclusa dal ricorrente nell’articolo”. La Corte di Strasburgo ha quindi ribadito che uno sputtanamento è uno sputtanamento e che le post verità…si possono definire solo in un modo: menzogne. E pubblicare una storia a metà, con il metodo del “taglia e cuci”, non è un fatto alternativo: è una non verità. E per fortuna c’è un giudice a Strasburgo. Ma tutto questo “Marchino” Travaglio evidentemente non ama ricordarlo, figuriamoci scriverlo!

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero, ma non per tutti…Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e “salvarli”. Intercettazioni che ti segnalo, solo il quotidiano che dirigo, ha pubblicato “integralmente”. Hai detto qualche inesattezza. Forse qualcuna di troppo. Innanzitutto il giornalista dell’emittente Blustar TV, che hai citato e fatto passare come un “eroe-vittima”, in realtà non ha mai fatto un’inchiesta giornalistica sullo stabilimento siderurgico, bensì ha solo rivolto una domanda scomoda ad Emilio Riva al termine di un convegno, a confronto della quale,  credimi, le domande fatte ai malcapitati dagli inviati di Striscia la Notizia e Le Iene nei loro servizi,  potrebbero tranquillamente concorrere ed aspirare a vincere il “Premio Pulitzer“  E poi, caro Travaglio, quella televisione cioè Blustar TV, che sta per chiudere,  la pubblicità dall’ ILVA la incassava anche lei ! Le domande “scomode” di quel giornalista a Riva sono arrivate solo, guarda caso…quando i rubinetti della pubblicità si erano chiusi da tempo! Hai paragonato ingiustamente ed erroneamente l’attuale  Sindaco di Taranto Ippazio Stefàno ai suoi predecessori Giancarlo Cito  e Rossana Di Bello, senza sapere che a differenza dei degli altri due, l’attuale primo cittadino di Taranto, al suo secondo mandato consecutivo, è stato eletto con i voti di una sua lista civica, senza della quale il centrosinistra non avrebbe mai governato la città di Taranto, sindaco che gestisce ed amministra la città in “dissesto economico” finanziario da circa 8 anni, dopo quanto ha ricevuto in “eredità”…dal precedente sindaco di Forza Italia Di Bello. Hai ha detto erroneamente che il dissesto di Taranto ammontava a 900mila euro, dimenticando qualche “zero”. Magari fossero stati solo così pochi! In realtà il “buco” era di 900 milioni di euro!

Se ti avessero informato e documentato meglio, caro Travaglio, invece di ironizzare sulla pistola alla cinta del Sindaco, avresti appreso delle pesanti minacce ricevute dal primo cittadino di Taranto, persino nel suo studio a Palazzo di Città, ad opera di appartenenti alla criminalità organizzata, la quale grazie a dei consiglieri comunali collusi silenziosamente si era infiltrata anche all’interno dell’amministrazione comunale (mi riferisco all’ “operazione Alias” della DDA di Lecce). Paragonandolo al tuo amico ed ex pm Ingroia che se ne andava girando in lungo e largo per l’Italia con la “scorta” di Stato, almeno il sindaco di Taranto non è costato nulla al contribuente, e la sua pistola è rimasta sempre al suo posto. Caro Travaglio ti anticipo subito un possibile dubbio. Non sono un elettore, simpatizzante o apostolo, nè tantomeno amico o parente dell’attuale Sindaco di Taranto, ma sull’ onestà di Ippazio Stefàno non sono il solo a sostenerla. Ti informo che oltre al sottoscritto c’è “qualcuno” come il Procuratore capo della repubblica di Torino, Armando Spataro (tarantino) che dovresti ben conoscere, il quale essendo persona seria, coerente ed attendibile, sono sicuro sarà pronto a ripetere quello che disse al sottoscritto: “Sull’onestà di Ippazio Stefàno sono pronto a mettere la mano sul fuoco”. Non ti ho sentito dire neanche una sola parola sui tuoi “amici” “grillini”, che difendi spesso e volentieri in televisione e nei tuoi articoli. Se ti fossi informato bene, avresti scoperto che i due “cittadini” eletti in Parlamento a Taranto del M5S, sono stati i primi dopo qualche mese dalla loro elezione ad abbandonare il movimento di Grillo e Casaleggio. Rinunciare allo stipendio “pieno” da parlamentare è cosa dura ed ardua. Soprattutto per uno come Alessandro Furnari (ex disoccupato) ed una come l’ex-cittadina-pentastellata-deputata Vincenza Labriola la quale, due anni prima si era candidata alle elezioni comunali per il M5S, ricevendo dal “popolo grillino” e dai cittadini di Taranto un grande…consenso: la bellezza di 1 voto. Forse il suo! Per avere traccia della loro attività parlamentare, e conoscere il loro impegno per Taranto, credo che sia consigliabile alla nostra brava collega Federica Sciarelli conduttrice di “Chi l’ha visto”. Chissà se ci riesce …Hai raccontato di intercettazioni, avvenute realmente, fra gli uomini dell’ILVA e la stessa famiglia Riva, che si intrattenevano telefonicamente con non pochi politici pugliesi, da destra a sinistra, compreso il neo (ma già ex) deputato Ludovico Vico. Hai accusato il Pd di averlo fatto rientrare in Parlamento. Peccato che (purtroppo) gli spettasse di diritto in quanto primo dei non eletti nel collegio jonico-salentino alle ultime elezioni politiche. O forse bisognava fare una “legge ad personam” per impedirglielo?  Tutta roba vecchia, riciclata, caro Travaglio, non hai rivelato nulla di nuovo rispetto a quanto già pubblicato (con audio) dai colleghi del quotidiano La Repubblica, e che noi umili cronisti di provincia del Corriere del Giorno, abbiamo approfondito con l’ulteriore pubblicazione integrale online delle intercettazioni più salienti. Eppure tutto questo, il vostro giovane collaboratore locale Francesco Casula poteva raccontartelo….ma forse era troppo impegnato nelle sue conversazioni nell’ufficio dove lavora a Taranto,  e cioè un centro di formazione professionale riconosciuto dalla Regione Puglia (dove viene retribuito quindi con soldi pubblici) in cui il giovane collega lavora insieme alla figlia dell’ex-presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido (PD – area CISL) un politico arrestato a suo tempo anch’egli  per l’ inchiesta “Ambiente Svenduto“… Chissà !!! ??? Hai citato il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio ed i suoi magistrati, come se fossero stato loro gli artefici con una propria azione “autonoma” a far decollare l’inchiesta giudiziaria sull’ ILVA. Ed anche in questo caso… in realtà non è andata proprio così perchè l’inchiesta “Ambiente Svenduto” è nata grazie a degli esposti e denunce di associazioni ambientaliste tarantine, e proprio del sindaco Ippazio Stefàno, esposti e denunce che non potevano essere dimenticate nei cassetti, come invece accade tuttora per molti altri casi. Hai dimenticato caro Travaglio di ricordare che a Taranto un pubblico ministero è stato arrestato e condannato a 15 anni …, e ti è sfuggito che un giudice del Tribunale civile di Taranto è stato arrestato anch’egli mentre intascava una “mazzetta”. Se vuoi gli atti, te li mando tutti.  Completi. Hai dimenticato anche qualcos’altro. E cioè qualcosa che non poteva e non doveva sfuggire alla tua nota competenza in materia giudiziaria. Anche perchè il quotidiano che ora dirigi ne aveva parlato. La Procura di Taranto aveva realizzato (solo sulla carta) uno dei sequestri più grossi della storia giudiziaria italiana, nei confronti della famiglia Riva, sotto indagine per disastro ambientale nell’ambito dell’inchiesta ILVA. Un decreto di sequestro per equivalente, firmato nel maggio scorso dal gip Patrizia Todisco su richiesta appunto della procura tarantina, che imponeva di mettere i sigilli a beni per 8,1 miliardi di euro senza peraltro mai trovarli ed identificarli! Quindi un sequestro “fittizio”, rimasto solo sulla carta. E guarda caso, proprio in merito a questo “strombazzato” grande sequestro…  la Corte di Cassazione ha stabilito che i beni posti sotto sequestro della holding Riva Fire, società proprietaria di ILVA spa, su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore capo  Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani,  non andavano confiscati motivo per cui ha annullato senza rinvio il decreto di sequestro, che era stato confermato nel giugno 2014 anche dal Tribunale del riesame di Taranto. Il che vuol dire come puoi ben capire da solo, che sui Riva a Palazzo di Giustizia di Taranto, avevano “toppato” tutti! In ordine: la Procura della Republica, l’ufficio del GIP, ed il Tribunale del Riesame. Altro che complimenti! Per fortuna ci ha pensato la Procura di Milano (procedendo per reati di natura fiscale), grazie alla preziosa cooperazione che intercorre sui reati finanziari fra la Banca d’ Italia, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza che hanno scovato un rientro fittizio (cioè mai effettuato) dall’estero in Italia di capitali della famiglia Riva, operazione camuffata come “scudata” del valore di 1miliardo e 200 milioni di euro a cui stanno per aggiungersene altri 3-400 come ha annunciato in audizione al Senato il procuratore aggiunto milanese Francesco Greco, che sono in pratica i soldi che la gestione commissariale dell’ ILVA in amministrazione straordinaria ha richiesto ed ottenuto (ma non ancora sui conti bancari)  in utilizzo dal Gip del tribunale di Milano, previa tutta una serie di garanzie legali a posteriori, in quanto il contenzioso giudiziario fra Adriano Riva (il fratello e “patron” del Gruppo, Emilio è deceduto diversi mesi fa) e lo Stato non si ancora concluso, neanche in primo grado. In compenso, sei stato molto bravo a spiegare con chiarezza gli effetti reali e vergognosi (mi trovi d’accordo con te al 100%) dei vari “decreti Salva Ilva”. Permettimi di provocarti: a quando una bella inchiesta del Fatto Quotidiano su quello che accade dietro le quinte di Taranto, possibilmente coordinata dall’ottimo Marco Lillo per evitare cattive figure? Ci farebbe piacere non dover restare i soli dover scoperchiare i “tombini” di questa città, che per tua conoscenza è ILVA-dipendente a 360°. Concludendo caro Travaglio, pur riconoscendoti delle innate capacità giornalistiche e narrative, e stimandoti personalmente, questa volta te lo confesso mi hai deluso. Hai dimenticato di farti qualche domanda molto importante come questa: “Come mai al “referendum sull’ inquinamento ambientale “a Taranto hanno aderito e votato solo 20 mila tarantini?”  su circa 200mila elettori. Oppure come questa: “Ma gli altri 180mila tarantini che non sono andati a votare al referendum, dov’erano?”. Eppure sarebbe stato facile chiederglielo. Ieri sera caro Travaglio, li avevi più o meno tutti di fronte al tuo palco …. Domande serie, caro collega Travaglio, non le fotocopie di “seconda mano” che ti hanno passato.

MARCELLO DELL’UTRI. VITTIMA SACRIFICALE.

Dell’Utri, perché non lo fuciliamo? Scrive Piero Sansonetti il 6 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Ma allora perché non lo fuciliamo, come si faceva una volta con i politici in disgrazia? In Italia, è vero, da una settantina d’anni non si usa più: l’ultimo credo che fu Buffarini Guidi. Luglio 1945. Però si può fare un’eccezione, e chiedere alla commissione antimafia, magari, di scegliere il plotone di esecuzione. Sto parlando di Marcello dell’Utri, naturalmente. Ieri il caso della sua carcerazione è andato davanti al tribunale di sorveglianza. Il tribunale di sorveglianza nelle prossime ore dovrà decidere se mandarlo a curarsi in ospedale o lasciarlo in carcere ad aspettare la fine. Dell’Utri ha un tumore maligno alla prostata, il cuore in condizioni pessime, il diabete altissimo. Non può operarsi perché le sue condizioni cardiache non lo permettono. Il Procuratore generale ha chiesto a dei periti di sua fiducia di visitare Dell’Utri. Che è stato visitato anche dai periti nominati dalla difesa, che sono quelli di Antigone, e dai periti del tribunale. I periti dell’accusa hanno dato lo stesso responso dei periti della difesa: le sue condizioni non sono compatibili con il regime carcerario. E hanno proposto i nomi di cinque istituti ospedalieri, di Roma e di Milano, in grado di ricoverarlo e di curarlo. Ma il Procuratore generale, nell’udienza di ieri, ha detto di fidarsi dei periti del tribunale e non dei periti nominati da lui. E siccome i periti del tribunale dicono che può restare in carcere, il Procuratore, smentendo clamorosamente i suoi periti, in un breve intervento (circa 2 minuti, poche parole succinte e chiare) ha chiesto che dell’Utri resti in cella. Non si conoscono precedenti di una situazione di questo genere. Un procuratore che dice di non credere ai periti che lui ha nominato è una novità assoluta in giurisprudenza, e anche nella vita di tutti i giorni. Ora bisognerà aspettare la decisione dei giudici. I quali dovranno tener conto delle richieste del Procuratore e delle perizie dei periti del tribunale, ma non potranno non prendere atto anche delle perizie dei medici scelti dalla Procura. Se i giudici dovessero decidere di rispedire Dell’Utri in carcere, la sua vita sarebbe in serissimo pericolo. Riassumiamo brevemente i fatti. Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi e fondatore di Forza Italia, è stato condannato con sentenza definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Questo reato non esiste nel codice penale, e dunque la condanna confligge seriamente con l’articolo 1 del codice penale, il quale recita esattamente così: «Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite». Da tempo però i magistrati hanno stabilito che il reato di associazione esterna esiste in quanto combinazione dell’articolo 110 (concorso in reato) e dell’articolo 416 bis (associazione mafiosa). E che di conseguenza è ammissibile l’ipotesi che una persona faccia parte di una associazione pur non facendone parte, e sia interno a quell’associazione pur restandone fuori. E che le pene si decidano di volta in volta. In questo modo sono state comminate svariate condanne, anche a Dell’Utri. Nel frattempo però la Corte europea ha stabilito che si può anche ammettere che il reato ora esista, in quanto passato al vaglio dei tribunali italiani e della Cassazione, ma comunque esiste da non prima del 1994. Il problema è che Dell’Utri è accusato (ed è stato condannato) per fatti avvenuti tutti negli anni 80. Quando, dunque, il reato sicuramente non esisteva. Dell’Utri ha fatto ricorso alla Corte europea, contro la sentenza, ed è praticamente certo che la Corte gli darà ragione (visto che ha dato ragione a Bruno Contrada, ex dirigente dei servizi segreti, condannato per lo stesso reato e nelle stesse condizioni). Il problema è che la Corte europea è lenta, e probabilmente la sentenza e l’ordine di scarcerazione arriveranno quando dell’Utri avrà finito di scontare la pena, oppure sarà morto. Nel frattempo Dell’Utri si è ammalato, ha superato i 75 anni, ha scontato molto più della metà della pena. Esistono non alcune ragioni per scarcerarlo: esistono vagonate di ragioni (perché non esiste il reato, o perché è anziano, o perché è malato, o perché ha scontato più della metà della pena…). Perché nessuno muove un dito? Perché la procura generale di Roma ha smentito i suoi periti pur di non accettare che Dell’Utri sia curato come tutte le altre persone, libere o detenute? Ci sono state pressioni per impedire la scarcerazione? La verità che tutti sanno è che Dell’Utri non viene scarcerato per ragioni assolutamente, e squisitamente, e ormai del tutto palesemente politiche. Dell’Utri è Berlusconi. E questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è accusato di essere stato uno dei cervelli pensanti del berlusconismo, e questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è siciliano. E questo viene ritenuto imperdonabile. Dell’Utri è stato per molti anni un parlamentare. E questo, naturalmente, viene ritenuto più che mai imperdonabile e comunque una aggravante. Talmente imperdonabili sono queste sue colpe (assai di più di qualunque associazione esterna) che sono mosche bianche quelli che hanno il coraggio di difenderlo. Perché – mi chiedo, per esempio – non esiste neppure un parlamentare di sinistra che abbia la sensatezza di dire: «Sta male, rischia la vita, fatelo uscire»? Naturalmente speriamo che, come spesso accade, tra i giudici che alla fine sono chiamati a giudicare, prevalga il buon senso e la conoscenza della Costituzione italiana, e i principi sacri dell’umanità. Se non sarà così Dell’Utri rischia la vita. Se Dell’Utri morirà in carcere nessuno potrà considerare la sua morte una cosa diversa da un delitto politico.

NICOLA MANCINO. VITTIMA SACRIFICALE.

Massacro di un democristiano per bene, scrive Piero Sansonetti il 20 Dicembre 2017 su "Il Dubbio".  La persecuzione giudiziaria contro uno che ha fatto la storia della nostra democrazia. Mi dicono che Nicola Mancino non sta bene. Vive chiuso in casa, non vuol veder nessuno, è molto malinconico. Il modo nel quale lo hanno messo in mezzo, senza motivo, nel processo Stato- Mafia, non gli è andato giù. Sente l’ingiustizia, l’accanimento immotivato: non sa spiegarseli. Mancino ha 86 anni, li ha spesi quasi tutti per la politica. È difficile, oggi, far capire a un ragazzo cosa vuol dire questa espressione: «spesi per la politica». Ma c’è stato un periodo, nella storia d’Italia, nel quale la politica era una cosa molto seria, un mestieraccio (come diceva ieri Giuseppe De Rita su questo giornale) che richiedeva passione, intelligenza, strategia, impegno, rapporto con le masse. Noi di sinistra dicevamo così: «con le masse». Chi voleva far politica doveva “spenderci” tutte le energie che aveva. E doveva studiare, applicarsi, conoscere, parlare, stare a sentire. Ho conosciuto Nicola Mancino nei primissimi anni 80. Lui era il vice presidente dei senatori della Dc. Era già una autorità. Io un giovane cronista politico dell’Unità. Fronti opposti. Mi ricordo ancora di un articolo molto critico che scrissi su di lui (forse un po’ offensivo) e di un biglietto di protesta che mi mandò: era molto seccato ma non era aggressivo, o minaccioso, e accettava di discutere e di far polemica mettendosi sullo stesso piano di un ragazzino come me. Devo dire che oggi mi dispiace di avere scritto quell’articolo con la baldanza sfacciata e spavalda dei giovani. Credo che nella discussione avessi ragione io, ma alle volte, magari, prima di sputare addosso alla gente bisognerebbe conoscere meglio come stanno le cose. Mancino è stato un grande democristiano. Era uno dei leader del partito in Campania. E uno dei dirigenti nazionali nella sua corrente, corrente gloriosa e forte della sinistra Dc. Si chiamava La Base. L’avevano fondata Dossetti e Marcora, negli anni cinquanta, e avevano allevato una covata di giovanotti, come De Mita, Galloni, Granelli e lo stesso Mancino. Poi Dossetti lasciò la politica ma la corrente di Base andò avanti e fu un pilastro ben piantato del centrosinistra. Moro era Moro, certo, era su un altro pianeta. Ma sul piano della politica organizzata e anche della ricerca teorica, la Base fu essenziale – insieme alla corrente di Donat Cattin – nella svolta riformista che l’Italia visse negli anni sessanta e settanta. Mancino era lì. Spesso finiva nella bufera delle polemiche. Ma resisteva bene. Fu accusato tante volte soprattutto del «reato di clientelismo». Lo dico con cognizione di causa, perché noi dell’Unità eravamo tra gli accusatori più tenaci. Avevamo ragione? Un po’ sì. Un po’ però avevano ragione loro. È vero che in quegli anni il clientelismo (o l’assistenzialismo) democristiano fu uno dei motori della politica italiana. Ma il clientelismo non era un semplice fenomeno di corruzione. Era un meccanismo molto complicato che permise una grandiosa redistribuzione del lavoro, dell’assistenza, della ricchezza e dello stato sociale. L’Italia in quegli anni crebbe in tempi velocissimi, e la crescita non comportò un aumento, ma una riduzione drastica delle diseguaglianze sociali. La Dc era al centro di questo fenomeno. Luigi Pintor, grande giornalista comunista, una volta fece sul manifesto un titolo che diceva più o meno così: «Non vogliamo morire democristiani». Pintor morì nel 2003. Al governo c’era Berlusconi: chissà, magari lui in fin dei conti avrebbe preferito morire democristiano… Mancino è stato uno degli uomini forti della Democrazia Cristiana. Da parlamentare o da ministro ha accompagnato la crescita dell’Italia durante tutti gli anni della Prima Repubblica. Poi a un certo punto due giovani Pm di Palermo, che si erano convinti che tra il 1992 e il 1994 ci fu una trattativa tra Stato e Mafia, hanno deciso di puntare i loro strali contro Mancino, perché Mancino all’epoca era ministro dell’Interno e perchè alla loro costruzione accusatoria faceva comodo immaginare un ministro dell’Interno favorevole alla trattativa. Anzi, immaginare questa circostanza era indispensabile, altrimenti il castello dell’accusa andava giù. E su cosa si basava tutta l’accusa? Sul racconto del figlio di Vito Ciancimino (ex sindaco dc di Palermo, legato alla mafia), il quale figlio di Ciancimino poi fu condannato tante volte per calunnia. Non avevano nient’altro in mano i Pm. E allora sostennero che il socialista Amato, nel 92, cacciò il dc Vincenzo Scotti dal ministero dell’interno perché lo riteneva contrario alla trattativa, e mise al suo posto il morbido Mancino. E imputarono a De Mita questa scelta. il povero de Mita – che all’epoca era il segretario della Dc, spiegò ai Pm ( che conoscevano poco poco la storia d’Italia di quegli anni, forse perché erano troppo giovani) che nel 1992, esplosa Tangentopoli, la Dc aveva deciso di sancire l’incompatibilità tra ruolo di ministro e mandato parlamentare. Siccome Scotti voleva restare parlamentare, non si poteva farlo ministro. E fu indicato Mancino. Tutto qui. Del resto tutta la biografia di mancino depone per il suo impegno nella lotta alla mafia. Poi, negli anni successivi, Scotti e Martelli (all’epoca ministro della Giustizia) sollevarono molte polemiche contro Mancino, ma questo rientra nella fisiologia delle invidie e dei rancori in politica. Quello che lascia un po’ sgomenti è che su questa panna montata è stata costruita l’accusa di falsa testimonianza che tiene ancora Nicola Mancino dentro un processo senza capo né coda, dove non si sa più nemmeno chi è accusato e di che cosa, e dove i Pm svolgono requisitorie che in realtà smontano i teoremi accusatori. Si capisce bene che lui che ne soffre. Ne soffre anche la Storia, strattonata da tutte le parti, e ne soffre la sostanza della democrazia. Fa un po’ rabbia che dei Pm un tantino sprovveduti, nella loro foga di provare teoremi fantasiosi e di scoprire complotti inconfessabili, pestino l’acqua nel mortaio e buttino fango sulla vita di uno dei protagonisti della democrazia italiana.

Maroni: «Il Sisde spiava Mancino», scrive Errico Novi il 16 Dicembre 2016 su "Il Dubbio".  L’allora ministro dell’Interno: “Trovai sul mio predecessore dossier segreti da usare nella lotta politica. Dissi no alla nomina di Mori e al decreto che ostacolava le inchieste di mafia”. «Quando ero ministro dell’Interno avevo avuto modo di leggere una serie di fascicoli del Sisde che riguardavano di fatto un’attività di dossieraggio nei confronti di esponenti dei vari partiti politici tra i quali uno sul mio predecessore al Viminale». Sono le parole durissime dell’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sentito nel processo sulla trattativa Stato- mafia. Che poi continua: «Anche questa vicenda – ha proseguito – mi indusse a rimuovere Domenico Salazar che era direttore del Sisde. Da ministro dell’Interno Maroni spiazzò tutti: anziché mettere a capo del Sisde uno dei nomi graditi a Palazzo Chigi, tra i quali Mario Mori, scelse uno sconosciuto generale dei carabinieri, Gaetano Marino, che «nell’Arma si occupava di formazione». Irregolare come capo del Viminale, controcorrente come teste al processo Stato- mafia: il governatore lombardo dà ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene risposte che gran parte degli altri testimoni aveva sfumato nelle nebbie dell’irrilevanza. Non che offra all’accusa e alla Corte d’assise di Palermo seri elementi di prova: anche dopo la deposizione di ieri non sembra accresciuta la possibilità di arrivare a qualche condanna. Ma almeno Maroni dà notizie sulle vicende di quegli anni, in particolare sul ’ 94: una di queste rappresenta l’imputato Nicola Mancino addirittura come vittima di impropri dossieraggi da parte dei servizi. «Appena nominato ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi», racconta l’attuale presidente della Lombardia, «trovai una serie di dossier del Sisde su alcuni politici, persino sul mio predecessore all’Interno», Mancino appunto. Secondo l’allora direttore del servizio segreto civile Domenico Salazar «si trattava di informazioni legate a motivi di sicurezza». Ma davanti a pm e giudici palermitani Maroni obietta: «Se il dossier era sulla sua sicurezza Mancino ne doveva essere informato, se non lo era a maggior ragione pensai che non erano dossier autorizzati». Certo il caso è sconcertante: il Sisde “pedinava” per scopi incomprensibili lo stesso ministro dell’Interno. Che d’altra parte era in buona compagnia: la documentazione trovata da Maroni riguardava «diversi politici, compreso Francesco Cossiga». Nel caso dell’imputato al processo in cui depone il governatore lombardo, «capii che quei pedinamenti servivano a sapere chi incontrava e a raccogliere informazioni da usare nella battaglia politica». Lui, Maroni, prima chiuse i faldoni in una cassaforte del suo studio «per evitare che li facessero sparire», poi li portò in Senato. Si muoveva da “mina vagante”, l’allora capo del Viminale: «Ero il primo che non venisse dalla Dc». Fece fuori Salazar, scartò Mori e altri possibili successori segnalati da Parisi e preferì appunto Marino. Il cuore dell’udienza, negli auspici dei pm, riguarderebbe il decreto del 14 luglio ’ 94, a cui Maroni e la Lega si opposero fino a farlo ritirare: «Il testo arrivato in Consiglio dei ministri non era quello originario. Ne parlai col procuratore di Palermo Caselli, mi disse che quelle norme rendevano più difficile la lotta alla mafia: c’era l’obbligo di riferire all’indagato dell’inchiesta in corso. Secondo Caselli indagini complicate sarebbero diventate impossibili». In realtà nel primo “report” fatto in proposito alla Procura, durante l’interrogatorio del 4 luglio scorso, Maroni aveva detto di aver stroncato il provvedimento in un’intervista al Tg3 per le limitazioni alle misure cautelari nei confronti di indagati per corruzione e concussione. Probabile dunque che il “movente” del decreto non fosse compiacere i mafiosi. Il no della Lega bastò a farlo accantonare. Così come il no di Berlusconi non impedì a Maroni di «nominare Gianni De Gennaro vice capo della polizia: io», dice in aula il governatore, «volevo ribadire la volontà di contrastare la mafia e, soprattutto, sparigliare i vecchi schemi». Il Cavaliere non voleva un poliziotto ritenuto “di sinistra”. Il che non emerge nella deposizione di ieri, ma non è che servisse il processo Statomafia per accertarlo.

CLEMENTE MASTELLA. VITTIMA SACRIFICALE.

Mastella assolto 9 anni dopo la caduta di Prodi: ho sofferto tanto. Accusato con la moglie Sandra Lonardo, l’ex leader dell’Udeur si dimise da Guardasigilli e mandò in crisi il governo, scrive Fulvio Bufi il 12 settembre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Per quanto Berlusconi ci provò con la compravendita dei senatori, la vera causa della caduta del governo Prodi nel 2008 furono le dimissioni di Clemente Mastella da ministro della Giustizia. Scelse di farsi da parte, ma anche di ritirare l’appoggio dell’Udeur alla coalizione, quando dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere lo misero sotto inchiesta accusandolo di concussione nei confronti del governatore della Campania dell’epoca, Antonio Bassolino.

Il terremoto politico. Sono passati oltre nove anni da quell’inchiesta e ieri Mastella è stato assolto. Non impose cariche per esponenti del suo partito, non commise nessun altro tipo di reato. Assolti anche tutti gli altri imputati, tra i quali la moglie dell’attuale sindaco di Benevento, Sandra Lonardo, che all’epoca conobbe addirittura gli arresti domiciliari Nel gennaio del 2008 il Paese subì dunque un terremoto politico e una crisi di governo per nulla, si scopre oggi. E Mastella ne ricorda, però, soprattutto le conseguenze sul piano personale e familiare. «Ho sofferto tanto», commenta adesso. E aggiunge: «La mia famiglia e io abbiamo patito cose inimmaginabili. Sono contento soprattutto per la giustizia, perché questa sentenza conferma che la giustizia esiste e bisogna crederci, anche quando i tempi sono molto lunghi». Lui nel frattempo ha vissuto anni lontano dalla politica, ma non ce l’ha fatta a non tornare in gioco, anche se in qualche momento avrà pensato che era davvero fuori da tutto.

La vittoria a Benevento. Invece ora è sindaco a Benevento, e alla luce della sentenza emessa ieri dal Tribunale di Napoli, può tranquillamente restare al suo posto. In caso di condanna (il pubblico ministero Ida Frongillo aveva chiesto una pena di due anni e sei mesi) sarebbe invece in corso in quanto prevede la legge Severino e avrebbe dovuto lasciare la carica di primo cittadino. L’inchiesta nei confronti di Mastella disegnò l’Udeur come un centro di potere basato su illeciti di vario tipo. L’accusa principale rivolta al leader fu quella di aver imposto a Bassolino una importante nomina all’interno della Asl div Benevento, minacciando, in caso contrario, di ritirare la fiducia alla giunta regionale e di costringerla quindi a capitolare. Per la verità il primo a discolpare Mastella, nel corso di questi anni, è stato proprio Bassolino, che ha sempre negato di aver subito pressioni di alcun tipo. Alla fine se ne sono convinti anche i giudici.

Le indagini. Nelle indagini, oltre a Sandra Lonardo, furono coinvolti numerosi altri esponenti dell’Udeur, ma ieri tutti sono stati assolti. In alcuni casi erano maturati anche i tempi per la prescrizione (la cui applicazione è stata chiesta dal pm) ma il Tribunale ha preferito entrare nel merito e pronunciarsi per una assoluzione piena. Di quella vicenda di quasi dieci anni fa rimane — oltre a un’inchiesta finita nel nulla e a una crisi di governo — soltanto il ricordo di una surreale conferenza stampa, con il procuratore dell’epoca di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, che non si rese conto di essere ripreso da decine di telecamere e che al termine provò a pretendere che nessuna immagine venisse mandata in onda. In realtà era già stato tutto trasmesso in diretta e in diretta andò anche la sua piccatissima reazione.

Clemente Mastella assolto dall'inchiesta che nove anni fa causò la caduta del Governo Prodi. Aveva lasciato la carica di ministro della Giustizia dopo un avviso garanzia e l'arresto della moglie Sandra Lonardo, scrive Roberto Fuccillo il 12 settembre 2017 su "La Repubblica". Assoluzione per Clemente Mastella. È la sentenza di primo grado al processo nato nel 2008 a Santa Maria Capua Vetere, e che costò tra l’altro la caduta dell’allora governo Prodi. Il verdetto è stato emesso dopo oltre sei ore di camera di consiglio dalla quarta sezione del Tribunale di Napoli. "È una riparazione a dieci anni di sofferenze - commenta Mastella, attualmente sindaco di Benevento - perchè è una vicenda che ha toccato tutta la mia famiglia". E aggiunge: "Non auguriamo a nessuno quello che è successo a noi. Ricordo quello che mi disse Andreotti: a me hanno risparmiato la famiglia, a te neppure quella". L’allora Guardasigilli (siamo nel 2008) reagì dimettendosi all’arresto della moglie Sandra Lonardo, disposto proprio nell’ambito dell’indagine. Le contestazioni si riferivano a presunte pressioni per le nomine in alcuni incarichi. Fra queste anche quella ipotizzata su Antonio Bassolino, all’epoca presidente della Regione, per una nomina alla Asi di Benevento. Pressione smentita dallo stesso Bassolino, ascoltato in aula. Nella sua requisitoria, il pm Ida Frongillo aveva comunque chiesto per l'ex ministro la condanna a due anni e otto mesi, modificando l'originaria imputazione di tentata concussione in indebita induzione. Al tempo stesso aveva sollecitato invece la prescrizione per Sandra Lonardo. Ieri, a quasi dieci anni da un passaggio che fu storico anche per le istituzioni italiane, la sentenza assolve l’ex ministro, oggi sindaco di Benevento, la consorte e gli altri due coimputati, l’ex consuocero Carlo Camilleri e l’avvocato Andrea Abbamonte, anch’essi all’epoca dei fatti dirigenti dell’Udeur. Il sindaco di Benevento, che all'epoca dei fatti ricopriva la carica di ministro della Giustizia ed era leader dell'Udeur, era accusato in particolare di "induzione indebita a dare o promettere utilità". Una ipotesi per la quale il pm aveva chiesto due anni e otto mesi di reclusione. La sentenza chiude una vicenda processuale tormentata, che culminò nel gennaio 2008 - quando l'inchiesta era condotta dalla procura di Santa Maria Capua Vetere - nell'emissione dell'avviso di garanzia nei confronti del Guardasigilli. Una indagine che coinvolse anche la moglie del leader Udeur, Alessandra Lonardo, all'epoca presidente del consiglio regionale della Campania. Mastella si dimise dalla carica di ministro e pochi giorni dopo ritirò il suo appoggio al Governo Prodi, circostanza che contribuì alla caduta dell'esecutivo e alle elezioni anticipate che videro il successo della coalizione guidata da Berlusconi. Mastella e tutti i co-imputati, difesi dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Fabio Carbonelli, sono stati assolto per tutti e tre i capi di imputazione con formula piane, anche per i due capi per i quali il pm aveva chiesto la prescrizione: perché il fatto non costituisce reato e perché il fatto non sussiste. Il capo di imputazione principale si riferiva a una presunta concussione ai danni dell'allora presidente della Regione Campania Antonio Bassolino. Secondo l'iniziale impostazione accusatoria, Mastella avrebbe imposto al Governatore la nomina di una persona da lui segnalata a commissario di una Asl, minacciando in caso di rifiuto di ritirare due assessori Udeur dalla Giunta. Una circostanza negata dallo stesso Bassolino nel corso del processo: l'ex presidente della Regione affermò di non aver subito alcuna pressione. Si sarebbe trattato di normali accordi politici. Il reato di concussione era stato derubricato dalla Procura in una induzione indebita a dare o promettere utilità. Il Tribunale ha ritenuto invece che si sarebbe potuto configurare un abuso di ufficio, concludendo comunque che il fatto attribuito a Mastella non costituisce reato. Il tribunale ha assolto con formula ampia anche la moglie di Mastella, l'ex presidente del Consiglio regionale della Campania Sandra Lonardo nonché i due ex assessori regionali dell'Udeur Nicola Ferraro e Andrea Abbamonte e l'ingegnere Carlo Camilleri, consuocero dell'ex ministro della Giustizia.

Mastella, cosa significa l'assoluzione nove anni (e otto mesi) dopo. L'ex ministro ha sempre parlato di manovre dei servizi segreti, ma forse ha pagato la sua idea di riforma della giustizia, scrive Maurizio Tortorella il 13 settembre 2017 su Panorama. Non è nemmeno la prima volta che Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, viene assolto. Era già accaduto l’8 marzo 2008, nell’inchiesta “Why not” avviata dall’ex sostituto procuratore di Catanzaro (e oggi sindaco di Napoli) Luigi De Magistris: Mastella, all’epoca Guardasigilli del governo di Romano Prodi, era stato indagato nell’ottobre 2007 per abuso d’ufficio. Il giudice lo aveva prosciolto scrivendo che "non vi erano neanche gli estremi per poter iscrivere Mastella nel registro degli indagati". Certo, in quel caso erano bastati cinque mesi. In questa seconda, grande assoluzione dall’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere, iniziata il 16 gennaio 2008 con l’arresto di sua moglie, invece, di mesi ne sono occorsi 116. I giornali hanno tutti titolato stamattina sui 9 anni occorsi perché si arrivasse alla sentenza di primo grado, ma in realtà sono stati 9 anni e otto mesi. Il reato contestato dai pubblici ministeri nel 2008 era grave: tentata concussione ai danni dell’allora governatore della Campania, Antonio Bassolino, per la nomina di un commissario di Asl. Non era servito a nulla che Bassolino negasse il ricatto, parlando di “normali trattative politiche”. Trasferito poi a Napoli, il procedimento è andato avanti. Ma con clamorosa lentezza: sono trascorsi oltre sei anni dal rinvio a giudizio all’assoluzione piena di ieri. Non è un record, va detto anche questo, perché se è vero che la media nazionale dei processi di primo grado è di 6-700 giorni, ci sono comunque casi in cui le sentenze arrivano dopo sette, otto, nove anni. Oggi Mastella, da sindaco di Benevento, protesta (giustamente) per la sua carriera politica (ingiustamente) ridimensionata a livello nazionale. Protesta per le sofferenze patite da lui e da sua moglie, che dopo aver patito gli arresti domiciliari fu sottoposta anche a un raro caso di divieto di dimora nella regione Campania. L’ex ministro aggiunge di essere sempre convinto che dietro la vicenda “non ci siano i giudizi ma i servizi”, e questa è una vecchia storia: “Alcuni cronisti” racconta Mastella “ricevettero una chiavetta informatica con le mie intercettazioni da un emissario della prefettura di Napoli”. Resta un altro sospetto, forse ancora più concreto: e cioè che Mastella abbia pagato per il suo tentativo d’imporre una riforma della giustizia molto poco gradita alla categoria dei magistrati: con importanti cambiamenti nel funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e una stretta alla divulgabilità delle intercettazioni.

Mastella, sfogo a «Porta a porta»: ​«I Servizi segreti dietro la mia vicenda», scrive Mercoledì 13 Settembre 2017 ”Il Mattino di Napoli”. «Non furono i giudici ma i servizi a farmi fuori. Nessuno dei miei colleghi ministri mi mostrò solidarietà, tanti mi trattarono come un 'nipotino di Belzebù». Clemente e Sandra Mastella, all'indomani della clamorosa assoluzione a loro carico, un pò spauriti uno a fianco dell'altro nel salotto di Porta a Porta ripercorrono il racconto del loro calvario giudiziario durato nove anni. Emozionati, a tratti in lacrime, trattengono a stento la rabbia contro chi, in questi lunghi anni, li ha ignorati o denigrati, in una conversazione che alterna sensazioni umane a considerazioni politiche. «Ero un obbiettivo facile, uno piccolo e nero, meridionale della prima repubblica...», lamenta l'ex Guardasigilli con i lucciconi. Ammette il dolore profondo: «Credo che un Paese in cui uno si alza e finisce in galera non vada lontano. Ora serve una riconciliazione. No a guerre tra politica e giustizia, ma lavoriamo assieme soprattutto sui tempi del giudizio». Si leva comunque qualche sassolino dalle scarpe che gli fa male da tanti anni: «Nessun collega volle venire in tv a esprimermi solidarietà, anche quella ipocrita. Nessuno tra chi era ministro grazie a me. Solo Chiti mi fu vicino al Senato». Ma lo fa senza alcuna animosità. Solo la moglie, elegante in un completo scuro, si lascia andare all'emozione, ma con grande dignità: «Abbiamo resistito grazie alla grande unità della nostra famiglia, e non è un fatto scontato», sottolinea con la voce rotta. Ma l'ex delfino di De Mita, ministro sia con Berlusconi, sia con Prodi, non rinuncia a parlare di politica. Prima a Benevento, poi a Porta a Porta, racconta che nelle ultime ore in tanti gli hanno offerto una candidatura. «Non mi interessa, continuerò a fare il Sindaco di Benevento», chiarisce. Prodi ha evitato ogni commento. Mastella si morde il labbro, non vuole polemizzare. Ma dopo la puntata si lascia andare a un piccolo sfogo, l'unico: «Per lui è comodo dire che cadde per colpa mia. Ma se fosse sincero dovrebbe dire che ci fu una strategia per fotterlo portata avanti da Veltroni. Ma così metterebbe in crisi l'Ulivo e tutta la stagione successiva. Io ero parte lesa». Un collaboratore gli porge il cellulare. È Silvio Berlusconi che gli esprime la sua solidarietà. E lo stesso farà con la signora. Quindi chiarisce che a suo giudizio, dietro l'inchiesta giudiziaria, ci fu qualche manina oscura. «Ebbi subito la percezione che ci fossero di mezzo i servizi segreti, magari deviati. E che vi fosse la volontà di far cadere quel governo. Credo che ci fosse l'obbiettivo di colpire me, l'anello più debole, per destabilizzare l'Italia. È certo che chi compete con l'Italia - sintetizza - avesse la volontà di indebolirci». Complotto o non complotto, quello che all'ex Sindaco di Ceppaloni sta a cuore oggi è difendere l'onore suo, della sua famiglia e dei suoi elettori. «In pochi giorni venne messo in galera un intero partito. Come se l'Udeur fosse un'associazione a delinquere. Nemmeno la Dc, il Psi, il Pci dei tempi di tangentopoli ebbero quel trattamento, malgrado la presenza di tangenti. Ora che è arrivata la sentenza - sottolinea in chiusura di trasmissione - sono qui per difendere tutta quella gente comune che mi è stata sempre vicina».

Mastella: «Voglio le scuse degli Usa. Indagato, mi vietarono un viaggio». L’ex ministro, incassata l’assoluzione dopo nove anni di attesa, si toglie alcuni sassolini. Attacca il governo Usa. «La sentenza mi restituisce la dignità», scrive Cesare Zapperi il 13 settembre 2017 su “Il Corriere della Sera”. All’indomani dell’assoluzione, attesa nove anni, Clemente Mastella è andato a ringraziare la Madonna delle Grazie a Benevento cui ha dedicato un cero. «Avevo fatto un voto» ha spiegato. Poi si è dedicato alla sua tormentata vicenda giudiziaria che lo costrinse ad abbandonare il ministero di Grazia e Giustizia e il governo Prodi. L’attuale sindaco di Benevento ne ha per tutti. «Mi auguro che il Governo degli Stati Uniti mi porga le scuse perché tre anni fa mi impedirono di imbarcarmi in aeroporto a Fiumicino pur avendo il visto per gli Usa» ha detto. «Sul web circolavano notizie false o imprecise sul mio processo. È come se per gli Stati Uniti fossi stato un condannato, quando in realtà ero semplicemente indagato. E quando contattai l’ambasciata mi venne sconsigliato di partire perché non avrebbero fatto atterrare l’aereo». «Per questi motivi - ha continuato Mastella - voglio che Wikipedia cancelli quello che è scritto nella mia pagina altrimenti non esiterò a querelare chi diffonde notizie false su internet. Io sono stato assolto, questo è il dato. Sono stanco di quanti hanno diffuso fake news sulla sua vicenda giudiziaria facendomi passare come il nipote di Belzebù». «Nelle ultime ore ho ricevuto tantissime telefonate da parte di molti magistrati, politici (Bassolino, Casini, De Mita, Fassino, De Girolamo, ecc.), ma soprattutto da tantissima gente comune». Così Clemente Mastella incontrando la stampa. E alla domanda se gli avessero telefonato Prodi e Berlusconi, ha risposto con un secco «no». Quanto al suo futuro, Mastella fa sfoggio di serenità. «Continuerò a fare il sindaco di Benevento e a impegnarmi in politica, nonostante le proposte di candidatura che ho ricevuto anche durante la notte. La sentenza di ieri - ha aggiunto Mastella - mi restituisce la dignità politica, quella personale no in quanto la gente ha sempre avuto fiducia in me e nella mia famiglia». Poi si è soffermato sui temi della giustizia. «Non occorrono guerre tra schieramenti o tra magistrati e avvocati, o tra giudici e politici: tutti insieme dobbiamo lavorare per rendere la giustizia più giusta, soprattutto nei tempi». «Su questo - ha continuato Mastella - continuerò a impegnarmi su tutti i livelli perché mentre io, oggi, posso, attraverso i media, rendere pubblico il dramma che ho vissuto con la mia famiglia, oltre agli amici che mi sono stati vicini in undici anni di calvario, ci sono tanti altri cittadini che da anni attendono giustizia». E, a riguardo, Mastella rivela che «proprio questa mattina un imprenditore di Caserta, facendomi gli auguri per l’assoluzione, mi confessava che lui era ancora in attesa di una sentenza da 25 anni presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere».

Ora è lady Mastella che accusa: Bindi dovrebbe scusarsi con me. La moglie dell’ex Guardasigilli Sandra Lonardo: «Quando mi mise tra gli impresentabili svenni», scrive Simona Brandolini il 13 settembre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Al momento delle dimissioni in Aula, tra i banchi del governo, c’era solo Vannino Chiti. Oggi la solidarietà è totale e piena, o quasi. Ma non commenta Romano Prodi, uno dei pochi a non aver telefonato a Clemente Mastella. E l’ex Guardasigilli lo sottolinea: «Allora era facile colpevolizzarmi, io piccolo e nero, meridionale della Prima Repubblica. Per Prodi è comodo dire che il governo cadde per colpa di Mastella. Ma se volesse essere sincero fino in fondo dovrebbe dire che ci fu una strategia per fotterlo, portata avanti da Veltroni. Io in quella vicenda sono stato parte lesa». Clemente Mastella comincia a svelare qualche retroscena di una vicenda che dal punto di vista umano e politico ha travolto la sua famiglia e il suo partito, l’Udeur. «Credo che dietro la mia vicenda non ci siano i giudici ma i servizi: i cronisti ricevettero i file delle mie intercettazioni a Napoli da uno della prefettura. E questo la dice lunga». Il Mastella day comincia con la visita al Santuario di Ceppaloni, prosegue con una conferenza stampa a Benevento, città di cui è il sindaco, e termina a Roma, negli studi di Porta a Porta. Al suo fianco Sandra Lonardo, sua moglie, anche lei assolta.

Signora Lonardo, l’inchiesta riguardava presunte irregolarità nelle nomine della sanità. Sua era la frase riferita al manager dell’Asl di Caserta Luigi Annunziata: «Per me è un uomo morto». La ripeterebbe?

«Ho chiesto un parere all’Accademia della Crusca che mi ha dato ragione. Dire “è un uomo morto” significa “non lo voglio più vedere”. Certo che lo ripeterei. Non mi pento mai delle cose che dico».

Dopo dieci anni di processo cosa pensa di aver perso?

«Mi sono chiesta tante cose. Certo dovrei essere felice, sono più tranquilla, ma non è una bella giornata. Sono stati anni di disperazione, di dolore, è cambiato tutto. Io ero presidente del Consiglio regionale, Clemente ministro della Giustizia, un partito si è sciolto come neve al sole. Niente e nessuno potrà mai ripagarci. Ci vorrebbe una class action».

Ha detto spesso di sentirsi umiliata, l’assoluzione potrà cancellare tutto questo?

«San Filippo Neri utilizzava la metafora del pollo spennato. La maldicenza e la calunnia non si possono mai recuperare del tutto, come le penne sparse. L’80% delle persone è solidale con noi, ci stima. Ma ci sarà sempre un 20% per il quale saremo colpevoli».

All’epoca lei era in Consiglio regionale. Ma scattarono prima gli arresti domiciliari e poi il divieto di dimora in Campania. 

«Un incubo. Se non avessi avuto l’aiuto di due psicologici non l’avrei superata. Feci la campagna elettorale da Roma, con un avatar, grazie al web. Hanno scritto due tesi di laurea su quella scelta. Ora scriverò un libro, c’è tanto da raccontare».

Crede nella giustizia?

«Certo, ho creduto anche nel pm che mi ha messo sotto inchiesta. Ho sempre avuto rispetto di tutte le istituzioni. Ma serve una seria riforma della giustizia e anche la modifica di alcune leggi, cominciando dalla Severino».

Nel 2015, si ripresentò alle elezioni e finì nella lista degli impresentabili della commissione Antimafia, presieduta da Rosy Bindi.

«Senza nessuna condanna, Rosy Bindi dovrebbe dimettersi se ha una coscienza. Ma non ne ha. Ha giocato con la vita delle persone. Quantomeno dovrebbe chiedermi scusa. Svenni quando un giornalista me lo disse al telefono».

Cosa fa più male perdere, il potere o la dignità?

«Entrambe le cose quando sei in sella».

Tornerà a fare politica?

«Non so rispondere ora. Per anni mi sono occupata di altro. La cucina, il cibo. Tra un po’ lancio una mia linea di prodotti tipici».

Biografia di Clemente Mastella da Alberto Spada.

• Ceppaloni (Benevento) 5 febbraio 1947. Politico. Sindaco di Benevento dal 20 giugno 2016. Eletto alla Camera nel 1976, 1979, 1983, 1987, 1992, 1994, 1996, 2001 (Dc, Ccd, Margherita), al Senato nel 2006 (Udeur), al Parlamento Europeo nel 2009 (Pdl, ricandidato e non eletto nel 2014 con Fi). Sottosegretario alla Difesa nell’Andreotti VI e VII (1989-1992). Già ministro del Lavoro nel Berlusconi I (1994-1995), ministro della Giustizia nel Prodi II (2006-2008): le sue dimissioni portarono alla caduta del governo e alla fine della XV legislatura. «Conosce la storia del castoro? Quella citata da Gramsci? Un tempo, il castoro era molto ricercato dai cacciatori, perché dai suoi testicoli si traeva una sostanza considerata miracolosa. Quando il povero animale si vedeva circondato, si strappava i testicoli e li gettava ai cacciatori, per aver salva la vita. Ecco, quel castoro sono io. Quando mi sono visto circondato da giudici, giornalisti, servizi segreti, ho lasciato il ministero, insomma mi sono strappato i testicoli. E mi hanno risparmiato» (ad Aldo Cazzullo).

• «Da quando, nel 1976, è entrato in politica, ha fatto il deputato, il senatore e l’eurodeputato ininterrottamente. Un primato. L’uomo di Ceppaloni non colleziona soltanto seggi. Ma anche partiti: ne ha fondati una mezza dozzina; è stato nella Dc ed è in Forza Italia. Ha un debole per le poltrone di governo: due volte sottosegretario e due volte ministro. Nelle cerimonie pubbliche usa il risvolto dei pantaloni per pulirsi le scarpe. Confonde le Mura di Gerico con il Muro del pianto. Ed è persino convinto che Mosè abbia attraversato il Mar Rosso da solo» (Guido Quaranta) [Esp 2/5/2014].

• Figlio di un maestro, laureato in Filosofia («primo in una famiglia di analfabeti»), giornalista, lavorò in Rai e fu capo dell’ufficio stampa della Democrazia cristiana guidata da Ciriaco De Mita: il segretario faceva “ragionamenti” e lui «li traduceva in notizie per gli amici giornalisti. Tanti». «Cordialone con i cronisti ossequiosi e arrogante con gli altri, era soprannominato “la voce del padrone”». Al congresso della Dc del febbraio 1989 si guadagnò gli onori delle cronache e di un neologismo, le “truppe mastellate”, coniato da Giampaolo Pansa per lo zelo con cui organizzò e diresse la claque.

• Nel ’93 tentò lui stesso di fare il segretario della Dc, proponendosi come il simbolo del rinnovamento. «Più che il nuovo che avanza, è l’avanzo del vecchio», commentò il suo compagno di partito Hubert Corsi.

• «A Montecitorio dal ’76 (fino al 2008, quando non si è ricandidato, nonostante l’offerta di un posto da capolista nelle liste del Psi – ndr), si è segnalato, come legislatore, per tre idee. Ha proposto di introdurre la settimana corta nelle scuole per consentire agli studenti e ai loro genitori di godersi un lungo fine settimana. Ha suggerito di far suonare l’inno nazionale all’avvio di ogni partita di calcio non solo come antidoto alle violenze negli stadi ma anche per dare solennità agli incontri. E ha auspicato l’istituzione di un tribunale speciale per i giornalisti sfrontati con i potenti. Nessuna di queste idee è stata presa sul serio» (Guido Quaranta).

• Nel ’98 raccolse l’appello dell’ex presidente Francesco Cossiga, si staccò dal Ccd e diede vita ai Cristiano democratici per la Repubblica, presto confluiti nell’Udr (di cui diventò segretario). L’Udr diede la fiducia al governo D’Alema. Dopo circa un anno trasformò il progetto iniziale in Udeur (Unione democratici per l’Europa) lavorando al progetto di un grande centro. Quindi strinse un accordo con l’Ulivo e si presentò col centrosinistra («un centro-sinistra scritto col trattino, anzi col trattone») alle regionali del 2000. • «Incarnazione del centro del centro del centrosinistra, che però, all’occorrenza, potrebbe trasformarsi nel centro del centro del centrodestra» (Antonio Padellaro). Contrario al referendum sulla legge elettorale (che avrebbe cancellato la sua Udeur, ferma all’1,5 per cento), minacciò più volte di uscire dal governo e di costringere il Paese al voto anticipato per evitarlo. Salvo poi tornare sui suoi passi dichiarando l’intenzione di rifondare un partito cattolico di centro insieme a Casini.

• Fu l’unico ministro a non votare il disegno di legge sui Dico varato dal governo. E in una puntata di Anno zero dedicata proprio ai Dico, provocato da una vignetta di Vauro, per protesta se ne andò dallo studio in diretta tv (il conduttore Michele Santoro lo attaccò, Vauro da allora in poi lo soprannominò “madre Mastella di Calcutta”). Nel maggio 2007 fu uno dei due ministri che parteciparono al Family Day (l’altro era Beppe Fioroni).

• Sull’esperienza nel Prodi II: «L’indulto: nasce dall’accordo tra i grandi partiti, e l’hanno gettato addosso a me. Il volo di Stato (per andare al Gp di Monza del settembre 2007, ci fu anche un’inchiesta per abuso d’ufficio poi archiviata, ndr): avevo chiesto il permesso alla presidenza del Consiglio! Che fastidio dava mio figlio su un aereo che tiene cento persone! Vallettopoli: una sera mi telefona un cronista del Secolo XIX e mi chiede se sono io il politico in barca con due donne e un trans. Passi per le donne, ma il trans! Che schifo! Incontro per caso al Bolognese Lele Mora, lo saluto, e la Guardia di finanza fa irruzione al ristorante per sapere se mi ha pagato il conto! Compro la casa a Roma che affitto da 33 anni, e mi massacrano. Vado al Columbus Day, e trovo contestatori anche lì. Una manovra di avvolgimento: Santoro, Travaglio, l’Espresso, Grillo... Sono stato il loro Mamurio Veturio, il personaggio che nell’antica Roma veniva vestito di pelli e cacciato a bastonate, per purificare l’intera comunità».

• Al momento dell’approvazione dell’indulto, nel luglio 2006, Mastella manifestò comunque commozione ed esultanza, ricordando il forte appello in questa direzione di Giovanni Paolo II a Camere riunite («ci benedice dal cielo», disse). L’indulto (provvedimento di clemenza che estingue o diminuisce la pena senza cancellare il reato) fu deciso soprattutto per alleggerire la situazione insostenibile delle carceri: oltre 60 mila detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 43 mila. Passò con il consenso dei due terzi del Parlamento (indispensabili per questo tipo di legge), vale a dire anche con i voti di Forza Italia e Udc, che pretesero peraltro che fossero inclusi nel perdono i reati finanziari. Nel governo Di Pietro votò contro, e fu la prima grande frattura con il Guardasigilli. Qualche mese più tardi anche il ministro dell’Interno Amato si disse pentito. Oltre 24 mila persone risultarono beneficate, i reati registrarono un aumento, molti tornarono in carcere. Un anno dopo i detenuti erano già 47 mila.

• Nell’ottobre 2007 il pm di Catanzaro Luigi De Magistris fece sapere di aver messo Mastella sotto inchiesta, insieme al premier Prodi, per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, concorso in truffa nell’ambito di finanziamenti europei e nazionali. La decisione del procuratore capo di Catanzaro di avocare a sé il fascicolo scatenò un duro scontro con Di Pietro, che accusò Mastella di interferenza nel lavoro del magistrato (già sotto inchiesta del Csm per volere del Guardasigilli).

• Il 16 gennaio 2008 il terremoto giudiziario che coinvolge gran parte della famiglia e l’Udeur campana. Mastella è indagato per concussione, falso e concorso esterno in associazione per delinquere. La moglie Alessandrina Lonardo (Ceppaloni 9 marzo 1953), presidente del consiglio regionale della Campania, viene messa agli arresti domiciliari (venendolo a sapere dalla tv) con l’accusa di tentata concussione nei confronti del direttore generale dell’Azienda ospedaliera Sant’Anna e Sebastiano di Caserta, Luigi Annunziata. Arresti domiciliari anche per il sindaco di Benevento Fausto Pepe e due assessori e due consiglieri regionali, tutti fedelissimi di Mastella. Fra i quattro finiti in carcere c’è poi il consuocero, Carlo Camilleri. L’inchiesta è della procura di Santa Maria Capua Vetere: «Dallo scenario disegnato nell’ordinanza del gip - che parla di “un vero e proprio sistema illecito che lascia francamente basiti per i metodi sfacciatamente irregolari con cui veniva esercitato” - l’Udeur in Campania appare più che un partito politico, una lobby dedita a occupare posti di potere» (Fulvio Bufi).

• La signora Mastella sulla vicenda giudiziaria che l’ha vista protagonista (intervistata da Maria Corbi): «Io non ho mai raccomandato nessuno. Vedo messo in discussione tutto il lavoro che ho fatto in questi anni per due medici che non ho mai raccomandato. Peraltro non mi pare che la raccomandazione sia un reato e in ogni caso chi è senza peccato scagli la prima pietra». E la storia di Annunziata che per lei, da intercettazione, sarebbe “un uomo morto”? «Significava che con quella persona non voglio personalmente averci più nulla a che fare».

• «“Nella buona e nella cattiva sorte”: non poteva che andare così, la love story di Clemente & Alessandrina, sancita quando lui diede a lei il primo bacio sulla spiaggia newyorkese di Oyster Bay, Long Island. Insieme al catechismo, insieme nella gioventù cattolica, insieme all’altare, insieme nella scalata al potere, insieme nei guai giudiziari. Roba da fotoromanzi d’altri tempi. Quelli in cui lui dice a lei: “Salvati! Sono perduto!” E lei: “Mai! Piuttosto morta!”» (Gian Antonio Stella).

• Gli arresti domiciliari per la moglie, che venne a saperlo dalla tv, furono forse la goccia che fece traboccare il vaso. «Per non dimettersi da Guardasigilli, con conseguente crisi di governo, il segretario dell’Udeur aveva chiesto la solidarietà del centrosinistra al completo. Il premier Romano Prodi e il ds Max D’Alema erano dispostissimi a prestarla. Non però Antonio Di Pietro, che lo detesta. Era il pomeriggio di martedì 22 gennaio 2008. L’indomani il governo andava incontro a un altro problema: il voto sul ministro Alfonso Pecoraron Scanio che il centrodestra voleva sfiduciare. Clemente minacciò: “Se non date la solidarietà a me, l’Udeur non darà la fiducia a lui”. Come dire, se anche non mi dimetto, il governo cade lo stesso. Era un buon motivo di pressione su Di Pietro che Prodi poteva fare valere. Ci si stava lavorando, quando dal Sannio, feudo mastelliano, arriva a Clemente la drammatica telefonata dei suoi: “Cleme’ statt’ accuorte, oltre ad arrestare tua moglie e Pellegrino, il tuo consuocero, i giudici stanno intercettando i cellulari dei tuoi figli e di tua nuora”. Bianco in volto e fremente, il guardasigilli è sbottato: “È un assedio. Vogliono la nostra ecatombe. Vaffan’ tutti quanti” e si è dimesso all’istante trascinando con sé l’intero gabinetto. La magistratura e i suoi metodi avevano fatto il colpo grosso. A questo punto, indette le elezioni, Clemente aveva ancora carte da giocare. Ma le ha buttate tutte, in un crescendo di cupio dissolvi. Per salvare sé e l’Udeur, ha iniziato il giro delle sette chiese. Incontra per primo il Cav che lo accoglie con benevolenza e gli promette l’elezione di un numero di parlamentari sufficiente a fare sopravvivere il suo partito. Ma, stretto il patto tra loro, l’altro big del Pdl, Gianfranco Fini, s’impanca e lo boccia. Un provvidenziale sondaggio fa sapere che l’ingresso di Mastella procurerebbe la perdita di 10 punti al centrodestra. “Mi spiace, non posso più” gli spiega il Cav. Clemente comincia a sentirsi in braghe di tela, ma ci riprova con gli ex dc sparsi ai quattro venti. “Siamo gente di parrocchia, ci capiremo” si dà coraggio. E va da Pier Ferdinando Casini nel momento peggiore. Costui era a sua volta umiliato e offeso per essere stato accolto con condiscendenza nella Rosa bianca, il neopartito dei suoi due transfughi, Bruno Tabacci e Mario Baccini. Nervosetto assai, Pierferdy gli risponde picche. Il povero Clemente entra allora nell’idea di sciogliere l’Udeur» (Giancarlo Perna).

• Nell’aprile 2008 il Gip di Catanzaro ha archiviato la posizione di Clemente Mastella, indagato per abuso d’ufficio dal pm Luigi de Magistris nell’ambito dell’inchiesta Why not sulle presunte frodi milionarie ai danni dell’Unione europea, perché mancavano i presupposti per l’iscrizione nel registro degli indagati: «Contento? Intanto mi hanno ammazzato politicamente. Chi mi ripagherà adesso?».

• Nel marzo 2011 è stato rinviato a giudizio, assieme alla moglie Sandra Lonardo, per truffa e appropriazione indebita (per l’acquisizione di due appartamenti a Roma di proprietà dell’Udeur e della testata giornalistica Il Campanile) e per abuso d’ufficio (per l’assegnazione di incarichi da parte dell’Arpac, l’agenzia regionale di protezione ambiente).

• Nell’aprile 2014 rinviato a giudizio dalla procura di Napoli per associazione a delinquere insieme alla moglie e a 17 ex dirigenti dell’Udeur. Secondo l’accusa, l’attività dei vertici dell’Udeur in Campania era finalizzata «alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro la pubblica amministrazione, e soprattutto all’acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso per il reclutamento di personale e gare pubbliche per appalti e acquisizioni di beni e servizi bandite da Enti territoriali campani, Aziende sanitarie e Agenzie regionali, attraverso la realizzazione di numerosi reati».

• Nel 2010 ha sciolto l’Udeur e dato vita al movimento Popolari per il Sud, che «intende colmare il vuoto politico nel sud a livello locale, confermando al contempo la strategica alleanza con il Pdl».

• Un debole per le citazioni colte che gli ha causato qualche gaffe, da ultimo nel gennaio del 2008 quando, durante il discorso in parlamento con cui rassegnava le sue dimissioni da ministro, attribuì al poeta cileno Pablo Neruda versi della scrittrice brasiliana Martha Medeiros («Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine» ecc.).

• I tre figli si chiamano Elio (nel 2008 protagonista di uno scontro con la Iena Alessandro Sortino su chi fosse più raccomandato), Pellegrino (protagonista il 29 luglio 2006 di uno storico matrimonio con 600 invitati, nello stesso periodo fu tirato in ballo nell’inchiesta sulla Gea, vicenda alla quale risultò peraltro del tutto estraneo, vedi Alessandro Moggi), Sasha (bielorussa adottata quando aveva 8 anni).

GIORGIO DELL’ARTI, scheda aggiornata al 21 giugno 2016

“Siamo tutti Mastella”: di Marco Travaglio. (di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ieri, tra le varie telefonate di strani “colleghi” a caccia di un mio commento, anzi di un mio pentimento per l’assoluzione di Mastella, come se l’avessi indagato e rinviato a giudizio io, mi chiama uno dei miei avvocati. Mi racconta di un processo a mio carico per diffamazione a proposito di un mio trafiletto del lontano 2010 (una giornalista del Tg1 che aveva diffuso dati imprecisi sul numero delle intercettazioni), ancora in udienza preliminare. E mi chiede elementi per dimostrare la fondatezza di ciò che scrissi sette anni fa. Per fortuna ho un buon archivio e riesco a trovare i dati necessari a difendermi. In 34 anni di carriera ho subìto quasi 200 processi (e non so quante indagini: molte querele vengono archiviate all’insaputa del querelato) per diffamazione e, a parte una multa di mille euro (a Previti!), sono sempre stato assolto. Dunque dovrei strillare ogni giorno alla persecuzione giudiziaria, alla gogna mediatica, al giustizialismo a tutto l’armamentario del finto garantismo italiota – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 14 settembre 2017, dal titolo “Siamo tutti Mastella”. Naturalmente me ne sto zitto, mi difendo nei processi, spendo un capitale in avvocati (che devo pagarmi anche quando le querele vengono archiviate, grazie ai nostri legislatori “garantisti”) e mi faccio una cultura in diritto e procedura penali. Per esempio, ho imparato a distinguere tra fatti e reati: i processi per diffamazione non devono accertare se ho davvero scritto una certa cosa (che è lì stampata, a disposizione di chiunque voglia valutarla), ma se quella cosa sia o meno diffamatoria. E a quel punto parte il terno al lotto, a seconda del giudice, nulla essendo più aleatorio e soggettivo di concetti come la “continenza”, il diritto di satira o di critica (se fai una battuta, devi sperare che il giudice la capisca). Un’altra cosa che ho imparato è che la legittimità di un’indagine non dipende dalla sentenza: altrimenti 199 delle 200 inchieste a mio carico sarebbero state infondate solo perché seguite da altrettante assoluzioni, e io dovrei domandarmi cosa ho fatto di male per stare sulle palle a decine di Procure. Le indagini nascono da una notizia di reato: una querela, una denuncia, un’inchiesta della polizia giudiziaria, un’iniziativa del pm, un articolo di giornale, un’inchiesta tv. Quando le aprono, i pm non sanno se il reato c’è né chi l’ha commesso: indagano apposta per scoprirlo. Se poi pensano di avere trovato il reato e il colpevole, chiedono il rinvio a giudizio al gup che, se ritiene che esistano elementi sufficienti per un processo, lo dispone. Accade ogni giorno a migliaia d’italiani e nel 2008 capitò anche a Clemente Mastella e alla moglie Sandra Lonardo. Lui era ministro della Giustizia del governo Prodi, lei presidente del Consiglio regionale della Campania. La Procura di Santa Maria Capua Vetere li indagò (la signora finì pure ai domiciliari) insieme allo stato maggiore dell’Udeur campana, in base a intercettazioni e testimonianze sulla presunta gestione clientelare di cariche pubbliche (Asi e Asl) e appalti (Arpac). Mastella, furibondo col premier e la maggioranza, a suo dire non abbastanza solidali, si dimise da Guardasigilli e poi ritirò l’Udeur dal centrosinistra, tornando al centrodestra e facendo cadere il governo. L’inchiesta passò per competenza alla Procura di Napoli, che la biforcò in due filoni: uno minore (Asi e Asl: concussione e abuso d’ufficio), approdato l’altroieri all’assoluzione di tutti gli imputati; l’altro più grave (Arpac: presunti falsi, concussioni, turbative d’asta, abusi e un’associazione a delinquere prima confermata e poi bocciata dalla Cassazione), ancora in dibattimento. Dunque è presto per dire che l’inchiesta del 2008 fosse basata sul nulla. Sia perché manca la sentenza principale, sia perché il dispositivo di quella appena emessa non esclude che i fatti esistessero. Mastella era accusato di aver concusso l’allora governatore Bassolino per costringerlo a nominare un amico all’Asi di Benevento: il pm ha riformulato la concussione in induzione indebita (perché nel 2012 la legge Severino ha modificato e in parte svuotato il primo reato), che poi il Tribunale ha derubricato in abuso d’ufficio, salvo poi concludere sorprendentemente che “il fatto non costituisce reato” (ma allora perché dire che era un abuso? Lo scopriremo dalle motivazioni). La signora Mastella era accusata di tentata concussione a Luigi Annunziata, il manager dell’ospedale di Caserta (“per me è un uomo morto”) che resisteva a presunte pressioni clientelari Udeur: anche quel fatto parrebbe accertato, anche se per i giudici “non è previsto dalla legge come reato” (per la Severino o per cosa? Lo sapremo dalle motivazioni). […]

Mastella: Travaglio condannato a risarcimento da 10mila euro, scrive il 19 maggio 2014 "Editoria TV". Il Tribunale di Benevento ha condannato il giornalista Marco Travaglio ed “Il Fatto Quotidiano” al risarcimento in favore di Clemente Mastella di 10mila euro e l’editore alla pubblicazione della sentenza su tre quotidiani nazionali. I fatti risalgono al 23 novembre 2010 allorquando Travaglio su “Il Fatto Quotidiano”, scrisse un articolo dal titolo: “Salvate il soldato Mastella”, articolo che l’allora segretario nazionale dell’Udeur, ritenne riportasse notizie non veritiere e per questo lo querelò. Alla richiesta di commentare l’esito della sentenza, Mastella ha risposto con un secco “no comment” salvo poi affidare, più tardi, ad un comunicato il suo pensiero: “Poco alla volta la verità si fa strada. Dopo l’assoluzione piena di alcuni giorni fa, oggi un altro giudice mi dà ragione, riconoscendo la diffamazione nei miei confronti. Una ragione in più per guardare avanti con serenità e determinazione”.

CULTURA E CIVILTA’ GIURIDICA. CESARE BECCARIA. DEI DELITTI E DELLE PENE.

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, scrive Vincenzo Vitale il 10 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Da oggi, tutti i giorni, pubblichiamo a puntate «Dei delitti e delle pene», il capolavoro di Cesare Beccaria che cambiò la storia del diritto occidentale. Da oggi, tutti i giorni, pubblichiamo a puntate «Dei delitti e delle pene», il capolavoro di Cesare Beccaria che cambiò la storia del diritto occidentale. Cesare Bonesana Beccaria, Marchese di Gualdrasco e di Villareggio, nasce al centro di Milano, in via Brera, il 15 marzo 1738. Suddito quindi dell’impero asburgico, studia dai gesuiti e si laurea a vent’anni a Pavia in Giurisprudenza e, pur di sposare Teresa Blasco, rompe con la famiglia. Il celebre pamphlet di cui Beccaria è autore – Dei delitti e delle pene – che si presenta qui, rappresenta probabilmente il frutto più maturo di quell’illuminismo giuridico e sociale lombardo che si era raccolto attorno alla Accademia dei Pugni e alla celebre rivista Il Caffè. Accademia e rivista che ebbero vita breve di qualche anno appena, ma che comunque riuscirono a segnare in modo incisivo uno snodo fondamentale della cultura giuridica e politica europea della metà del settecento, quello che non a caso è stato definito da molti e attenti studiosi il secolo riformatore. Il celebre libello va letto e inquadrato dunque all’interno di questa cornice culturale che trasse il suo primo alimento dall’illuminismo francese, anche se bisogna sempre rifuggire dagli schematismi eccessivi e pervasivi: per esempio, come è noto, l’illuminismo europeo non fu certo soltanto di matrice francese (basti pensare a Kant, il quale peraltro nella Metafisica dei Costumi criticò aspramente Beccaria), come, del resto, il romanticismo non fu soltanto tedesco (basti pensare a Rostand). Rimane il fatto comunque che Beccaria era affascinato da Rousseau, da d’Alembert, da d’Holbach, da Diderot, al punto da mostrare nei confronti di codesti esponenti della filosofia dei lumi una sorta di timore reverenziale che si trasformò poi – quando divenuto celebre si recò a Parigi con Alessandro e Pietro Verri, da loro medesimi invitato – in una strana nevrosi, ragion per cui repentinamente fece ritorno a Milano. E tanto immotivatamente, da suscitare lo sconcerto dei suoi illustri ospiti oltre che il malumore dei Verri, i quali evidentemente immaginavano per l’illustre amico ben altri trionfi nei salotti parigini che invece non ci furono mai. Eppure, di quei trionfi ci sarebbe stata ragione in quanto la riflessione di Beccaria, pubblicata all’inizio del 1764, inaugura una nuova pagina nel diritto penale europeo: quella del contrattualismo di matrice utilitaristica che fa da argine al potere assoluto del monarca. In qualche modo rivoluzionario e pericoloso per il potere asburgico dunque il libro di Beccaria, tanto che la censura se ne accorse e ne arginò in parte gli effetti (sottovalutandoli), vietandone la pubblica vendita tranne che “per la gente dotata di giudizio”: una sorta di censura di seconda categoria, quasi inutile in punto di fatto. Si è detto contrattualismo: ed infatti la visione di Beccaria si inserisce nel solco di quelle correnti culturali (si pensi a Rousseau o a Bentham) che vedono nello Stato il risultato di un contratto sociale, stipulato fra i sudditi che cedono al Sovrano pezzi della loro libertà in cambio della sicurezza interna ed esterna. In quanto tale, il contrattualismo si oppone all’organicismo, visione tradizionale della filosofia politica, in virtù della quale lo Stato possiede una sua autonoma fisionomia che va come tale conosciuta e riconosciuta: esso è appunto organico. E si è detto anche utilitarismo, per significare che i patti che da quel contratto scaturiscono sono razionali, in quanto utili sia ai singoli, sia alla collettività ed al monarca stesso, ben più di quanto possa esserlo il potere dispoticamente esercitato dal Sovrano assoluto. Insomma, la Sovranità, per essere utile, deve essere razionale e per essere razionale deve nascere da un patto fra sudditi e Sovrano, un patto chiaro e da tutti comprensibile e soprattutto da tutti accettabile. Da qui, ovviamente, la necessaria moderazione delle pene e la contrarietà alla pena di morte, in quanto le pene estreme sono non utili perché irrazionali. Idee, come si vede, per noi ben note, anche se oggi da riscoprire perché poco praticate; e questo rende addirittura necessaria la pubblicazione di Beccaria alla quale ci si accinge. Idee nuovissime a quel tempo, tanto che Caterina II di Russia gli offrì la presidenza di una commissione per la riforma del codice penale largamente ispirata al suo pensiero, che però egli – come sempre incerto e restio ad assumere ruoli di primo piano – finì col rifiutare. Beccaria finì i suoi giorni in modo quasi oscuro, nominato burocrate presso il Supremo Consiglio di Economia. Le sue pagine invece gli sopravvissero e intrisero molte delle riforme europee del codice penale e di procedura penale, benchè pesantemente osteggiate da alcuni ecclesiastici: Padre Ferdinando Facchinei si scagliò contro violentemente, ma Padre Frisi le apprezzava e diffondeva. Oggi tuttavia vanno ricordate a coloro che sembrano averle dimenticate. E non sono pochi.

DEI DELITTI E DELLE PENE. A CHI LEGGE. Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co’ riti longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì d’oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de’ secoli i piú barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli a’ direttori della pubblica felicità con uno stile che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della verità, quella indipendenza delle opinioni volgari con cui è scritta quest’opera è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l’autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanità che ci reggono, amano le verità esposte dall’oscuro filosofo con un non fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa alla forza o alla industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti da chi ben n’esamina tutte le circostanze sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di questo secolo e de’ suoi legislatori. Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche cominci dunque dal ben comprendere lo scopo a cui è diretta quest’opera, scopo che ben lontano di diminuire la legittima autorità, servirebbe ad accrescerla se piú che la forza può negli uomini la opinione, e se la dolcezza e l’umanità la giustificano agli occhi di tutti. Le mal intese critiche pubblicate contro questo libro si fondano su confuse nozioni, e mi obbligano d’interrompere per un momento i miei ragionamenti agl’illuminati lettori, per chiudere una volta per sempre ogni adito agli errori di un timido zelo o alle calunnie della maligna invidia. Tre sono le sorgenti delle quali derivano i principii morali e politici regolatori degli uomini. La rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della società. Non vi è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa vita mortale. Il considerare i rapporti dell’ultima non è l’escludere i rapporti delle due prime; anzi siccome quelle, benché divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtú in mille modi nelle depravate menti loro alterate, cosí sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o supposte per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrappresa quella che sforza anche i piú pervicaci ed increduli a conformarsi ai principii che spingon gli uomini a vivere in società. Sonovi dunque tre distinte classi di virtú e di vizio, religiosa, naturale e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro, ma non tutte le conseguenze e i doveri che risultano dall’una risultano dalle altre. Non tutto ciò che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, né tutto ciò che esige questa lo esige la pura legge sociale: ma egli è importantissimo di separare ciò che risulta da questa convenzione, cioè dagli espressi o taciti patti degli uomini, perché tale è il limite di quella forza che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo senza una speciale missione dell’Essere supremo. Dunque l’idea della virtú politica può senza taccia chiamarsi variabile; quella della virtú naturale sarebbe sempre limpida e manifesta se l’imbecillità o le passioni degli uomini non la oscurassero; quella della virtú religiosa è sempre una costante, perché rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata. Sarebbe dunque un errore l’attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze di esse principii contrari o alla legge naturale o alla rivelazione; perché non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima dello stato di società, lo prendesse nel senso hobbesiano, cioè di nessun dovere e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto nato dalla corruzione della natura umana e dalla mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore l’imputare a delitto ad uno scrittore, che considera le emanazioni del patto sociale, di non ammetterle prima del patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perché la relazione fra due medesimi oggetti è sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione, né ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sí tosto che questi principii essenzialmente distinti vengano confusi, non v’è piú speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che riguarda l’intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i rapporti del giusto e dell’ingiusto politico, cioè dell’utile o del danno della società, spetta al pubblicista; né un oggetto può mai pregiudicare all’altro, poiché ognun vede quanto la virtú puramente politica debba cedere alla immutabile virtú emanata da Dio. Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal supporre in me principii distruttori o della virtú o della religione, mentre ho dimostrato tali non essere i miei principii, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione che sostenga gl’interessi dell’umanità; mi convinca o della inutilità o del danno politico che nascer ne potrebbe dai miei principii, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche ricevute. Ho dato un pubblico testimonio della mia religione e della sommissione al mio sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti simili a quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che si conviene a uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principii, di qualunque carattere essi siano, troverà in me non tanto un uomo che cerca di rispondere quanto un pacifico amatore della verità.

INTRODUZIONE. Gli uomini lasciano per lo piú in abbandono i piú importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l’interesse de’ quali è di opporsi alle piú provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall’altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose piú essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le piú palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, piú per tradizione che per esame. Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo piú che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni, che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità. Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d’industria la piú umana e la piú degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione cosí principale e cosí trascurata in quasi tutta l’Europa, pochissimi, rimontando ai principii generali, annientarono gli errori accumulati di piú secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severità moltiplicati per delitti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d’una prigione, aumentati dal piú crudele carnefice dei miseri, l’incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane. L’immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L’indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand’uomo, ma gli uomini pensatori, pe’ quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com’esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi della umanità!

Distinguere tra reato e peccato, scrive Vincenzo Vitale l'11 Agosto 2017, su "Il Dubbio". Probabilmente, il merito più significativo di Beccaria è quello di aver distinto in modo netto e inequivocabile fra peccato e reato, cosa che oggi sembra semplice affermare, mentre non lo era affatto due secoli e mezzo fa. L’ordine del mondo, per Beccaria, è retto da sistemi diversi – quello religioso e quello civile – che non debbono assolutamente intersecarsi l’un l’altro: il potere politico deve interessarsi soltanto dei reati, mai, per dir così, dell’anima del reo, territorio riservato alla religione. Ne viene che, quando si commettono reati, per Beccaria occorrono quelli che egli definisce in modo alquanto sibillino “motivi sensibili”, capaci di distogliere dalla commissione di illeciti penali, e che altro non sono se non “le pene stabilite contro gli infrattori delle leggi”. Beccaria spiega subito che si tratta di motivi “sensibili”, in quanto “percuotono i sensi”, vale a dire che sono percepibili in modo diretto sulla pelle di coloro che ne siano i destinatari. Seguendo Montesquieu, la pena è legittima soltanto se assolutamente necessaria: altrimenti è tirannica. Beccaria parla ovviamente di diritto di punire da parte del Sovrano, evitando di fare un passo in più, come poi avrebbe fatto Kant, il quale teorizza invece un autentico “dovere di punire” da parte dello Stato: eppure il suo discorso avrebbe condotto di filato proprio a questo esito, vale a dire a riconoscere come il potere sovrano stesso sia al servizio delle leggi, invece che esserne padrone: e se ne è al servizio, il Sovrano non tanto ha il diritto di punire, quanto il dovere. Ma Beccaria non giunge a tanto, preferendo invece sottolineare come le pene siano dovute per giustizia e come questa debba intendersi in senso formale e giuridico, quale il vincolo capace di tenere insieme tutti gli interessi particolari e mai in senso fattuale – quale semplice forza fisica – o in senso teologico – ove pene e ricompense sono dispensate da Dio. Ovviamente, l’irrogazione delle pene ha delle conseguenze importanti. La prima è quello che oggi chiamiamo il principio di legalità: le pene possono essere stabilite soltanto dalla legge, mai da altri, neppure dalla volontà del Sovrano. E’ certo difficile comprenderlo in pieno, ma affermare due secoli e mezzo fa che il Sovrano non gode del potere di stabilire le pene, doveva sembrare un atto quasi rivoluzionario. La seconda conseguenza sta nel principio di giurisdizione e di separazione dei poteri: dal momento che il Sovrano è parte stipulante del contratto sociale, non può egli medesimo giudicare gli imputati dei reati – essendo ogni cittadino, anche imputato, l’altra parte stipulante dello stesso contratto – ma occorre un soggetto terzo ed imparziale: il magistrato. La terza conseguenza è che le pene, per non tralignare in pure e semplici sopraffazioni, non debbono mai essere atroci, termine che Beccaria usa per significare una loro speciale carica afflittiva. Ma il capitolo certo più interessante è quello in cui Beccaria affronta il problema della interpretazione della legge e della sua possibile oscurità. E qui Beccaria si mostra fino in fondo figlio dell’illuminismo giuridico che egli ha tanto contribuito a diffondere e dei suoi ineliminabili limiti. Infatti, egli propone, allo scopo di esorcizzare lo spettro della pluralità delle interpretazioni possibili della legge, che apre la porta ad ogni anarchia interpretativa, il tradizionale schema sillogistico: la premessa maggiore sta nella legge; la minore nel fatto commesso; la conclusione nella condanna o nella assoluzione. Beccaria riprende qui la ben nota teoria di Montesquieu del giudice che si limita ad essere “bouche de la lois”, vale a dire semplice cinghia di trasmissione, del tutto neutra, di una volontà che è e rimane soltanto del Sovrano. E ciò – lo si ribadisce – per esorcizzare il pericolo delle molteplici interpretazioni a volte confliggenti. Ma si tratta di una costruzione irreale e perniciosa, anche se ovviamente Beccaria, immerso nella cultura giuridica del suo tempo, non poteva immaginarlo. Irreale, in quanto ogni magistrato, interpretando le formule della legge, non può certo diventare un meccanismo automatizzato, ma reca con se un tesoro di conoscenze, di esperienze, di premesse che inevitabilmente influiscono sul suo operato. Perniciosa, in quanto ignorare la realtà equivale a divenirne schiavi. Come ha invece mostrato a sufficienza tutta la lezione ermeneutica che a partire da Gadamer – ma anche oltre Gadamer: si pensi a Pareyson, a Betti, a Mathieu – si è occupata del tema, ogni interprete muove da una pre- comprensione del testo da comprendere; e il bello è che non può evitarlo, dovendo soltanto esserne consapevole.

Il problema allora non è fare del giudice ciò che egli mai potrà essere – una sorta di macchina automatica che, sfornando sentenze, si illuda e illuda di trasmettere fedelmente la volontà del legislatore – ma far si che la necessaria pre-comprensione da cui egli muove sia trasparente, conoscibile e non frutto di follia argomentativa o conoscitiva. Certo, non facile, ma unica strada realisticamente percorribile Quanto poi alla oscurità dei testi di legge e alla loro scarsa comprensibilità, meno male che Beccaria non può leggere le odierne leggi italiane, zeppe di errori di grammatica, di contorsionismi argomentativi, di litoti, di punteggiature approssimative: ne morrebbe di nuovo.

CAPITOLO PRIMO ORIGINE DELLE PENE. Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri. Vi volevano de’ motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell’antico caos le leggi della società. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite contro agl’infrattori delle leggi. Dico sensibili motivi, perché la sperienza ha fatto vedere che la moltitudine non adotta stabili principii di condotta, né si allontana da quel principio universale di dissoluzione, che nell’universo fisico e morale si osserva, se non con motivi che immediatamente percuotono i sensi e che di continuo si affacciano alla mente per contrabilanciare le forti impressioni delle passioni parziali che si oppongono al bene universale: né l’eloquenza, né le declamazioni, nemmeno le piú sublimi verità sono bastate a frenare per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti presenti.

CAPITOLO SECONDO DIRITTO DI PUNIRE. Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico. Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto piú giuste sono le pene, quanto piú sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poiché non è da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell’uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benché minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo. Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne’ romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo. La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre piú s’incrocicchiavano tra di loro, riuní i primi selvaggi. Le prime unioni formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e cosí lo stato di guerra trasportossi dall’individuo alle nazioni. Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di piú è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione piú utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbono nell’antico stato d’insociabilità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l’idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella è una semplice maniera di concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno; nemmeno intendo quell’altra sorta di giustizia che è emanata da Dio e che ha i suoi immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire.

CAPITOLO TERZO CONSEGUENZE. La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest’autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale; nessun magistrato ( che è parte di società) può con giustizia infligger pene contro ad un altro membro della società medesima. Ma una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la pena giusta piú un’altra pena; dunque non può un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino. La seconda conseguenza è che se ogni membro particolare è legato alla società, questa è parimente legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il piú grande e il piú miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l’anarchia. Il sovrano, che rappresenta la società medesima, non può formare che leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non già giudicare che uno abbia violato il contratto sociale, poiché allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l’altra dall’accusato, che la nega. Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto. Ecco la necessità di un magistrato, le di cui sentenze sieno inappellabili e consistano in mere assersioni o negative di fatti particolari. La terza conseguenza è che quando si provasse che l’atrocità delle pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d’impedire i delitti, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virtú benefiche che sono l’effetto d’una ragione illuminata che preferisce il comandare ad uomini felici piú che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua circolazione di timida crudeltà, ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto sociale medesimo.

CAPITOLO QUARTO INTERPETRAZIONE DELLE LEGGI. Quarta conseguenza. Nemmeno l’autorità d’interpetrare le leggi penali può risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d’ubbidire, ma le ricevono dalla vivente società, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell’attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni d’un antico giuramento, nullo, perché legava volontà non esistenti, iniquo, perché riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l’intestino fermento degl’interessi particolari. Quest’è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il giudice, il di cui ufficio è solo l’esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un’azione contraria alle leggi? In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore dev’essere la legge generale, la minore l’azione conforme o no alla legge, la conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza. Non v’è cosa piú pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, piú percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto piú sono complicate, tanto piú numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll’offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell’attuale fermento degli umori d’un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpetrazioni. Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non è da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell’incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la norma del giusto e dell’ingiusto, che deve dirigere le azioni sí del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto piú crudeli quanto è minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, piú fatali che quelle di un solo, perché il dispotismo di molti non è correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltà di un dispotico è proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. Cosí acquistano i cittadini quella sicurezza di loro stessi che è giusta perché è lo scopo per cui gli uomini stanno in società, che è utile perché gli mette nel caso di esattamente calcolare gl’inconvenienti di un misfatto. Egli è vero altresí che acquisteranno uno spirito d’indipendenza, ma non già scuotitore delle leggi e ricalcitrante a’ supremi magistrati, bensí a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtú la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl’inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.

CAPITOLO QUINTO OSCURITÀ DELLE LEGGI. Se l’interpetrazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l’oscurità che strascina seco necessariamente l’interpetrazione, e lo sarà grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà, o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo l’inveterato costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore sarà il numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle leggi, tanto men frequenti saranno i delitti, perché non v’ha dubbio che l’ignoranza e l’incertezza delle pene aiutino l’eloquenza delle passioni. Una conseguenza di quest’ultime riflessioni è che senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e non delle parti e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontà generale, non si corrompano passando per la folla degl’interessi privati. L’esperienza e la ragione ci hanno fatto vedere che la probabilità e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono a misura che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento del patto sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle passioni? Da ciò veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni pochi, depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di cabala e d’intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze apparentemente disprezzate e realmente temute dai seguaci di lui. Questa è la cagione, per cui veggiamo sminuita in Europa l’atrocità de’ delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i quali diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa, e la nostra, potrà vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le piú dolci virtú, l’umanità, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. Vedrà quali furono gli effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicità e buona fede: l’umanità gemente sotto l’implacabile superstizione, l’avarizia, l’ambizione di pochi tinger di sangue umano gli scrigni dell’oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile tiranno della plebe, i ministri della verità evangelica lordando di sangue le mani che ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l’opera di questo secolo illuminato, che alcuni chiamano corrotto.

Le pene sproporzionate danneggiano la società, scrive Vincenzo Vitale il 12 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Naturalmente, un principio fondamentale della razionalità giuridica, non rinunciabile, risiede nella proporzione fra la gravità del delitto commesso e la pena prevista per lo stesso. Si badi. Compatibilmente alla impostazione utilitaristica tipica di Beccaria, tale proporzione non risponde ad alcuna esigenza di carattere metafisico, nel senso della sostanza essenziale delle cose, ponendosi invece nell’ottica del tutto illuministica della necessità di opporre al peso gravitazionale del delitto, un contrappeso di segno eguale e contrario, ma in ogni caso non eccessivo rispetto al primo. Beccaria, non estraneo ad una cultura matematizzante tipica del settecento, ama infatti ricorrere ad un lessico di tipo fisicogeometrico per far meglio intendere e spiegare i propri assunti teorici: ecco dunque l’uso del paragone con la gravitazione dei corpi. Si capisce bene la prospettiva da cui muove Beccaria, considerando la chiusa del capitoletto in questione, laddove egli nota che se la medesima pena fosse comminata per delitti che siano di gravità diseguale, “gli uomini non troveranno un più forte ostacolo per commetter il maggior delitto, se con esso vi troveranno unito un maggior vantaggio”. Insomma, la eventuale sproporzione delle pene non tanto si profila come intrinsecamente ingiusta – cosa che a Beccaria importava poco – quanto si palesa come inutile, anzi perfino disutile, contraria alla compagine sociale e al suo mantenimento. Come fare allora a rendere davvero le pene proporzionate al delitto commesso? Beccaria scarta decisamente i criteri allora più diffusi fra i criminalisti. Non la semplice dignità della persona offesa può costituire misura della pena: se così fosse, si giungerebbe all’assurdo di punire con più severità, per esempio, la blasfemia, in quanto offensiva della divinità, che non l’omicidio, offensivo della vita umana. Non la gravità del peccato commesso, che è intrinseco per molti aspetti al delitto contestato: se così fosse, infatti, si appiattirebbe ogni delitto sul dato strettamente teologico che invece deve rimanere completamente escluso dalla politica penale e criminale, rispondendo ad una logica autonoma e indipendente. E neppure può esserlo l’intenzione del reo: se così fosse infatti, per un verso, sarebbe necessario disporre una legge apposita per ogni uomo, vale a dire una previsione specifica per ogni intenzione, cosa evidentemente impossibile; per altro verso, non va ignorato – si noti qui l’attento realismo del giurista milanese – che uomini con la più prava delle intenzioni finirono col giovare molto alla società, mentre uomini dotati della migliore intenzione la danneggiarono moltissimo. Unico criterio di commisurazione delle pene per Beccaria non può essere allora che il danno “fatto alla nazione”. Per nazione Beccaria intende naturalmente la compagine sociale. Va notato come Beccaria qui sia stato in grado di indicare – e forse questo è un altro dei suoi più significativi meriti – il criterio del danno prodotto quale unico criterio accettabile per mantenere la proporzione fra pene e delitti, fondando in tal modo – ed essendone l’illustre precursore – la teoria del danno e del bene giuridico protetto dalla norma, quale premessa culturale necessaria a tutta quella ricca dottrina che – sia in campo penalistico che civilistico – costituisce la lezione giuridica fondamentale della nostra epoca. Ogni giurista infatti sa bene che la giurisprudenza e la dottrina negli ultimi decenni non hanno fatto altro che affaticarsi incessantemente alla ricerca di nuove e sempre più precise configurazioni del danno risarcibile – in sede civilistica – e punibile – in sede penalistica, per la miglior tutela della parte lesa: ebbene, la genesi di tanta qualità giuridica va ritrovata fra queste pagine, fra queste idee. E’ poi ovvio che la diversa commisurazione delle pene trae seco la necessità di distinguere come logica premessa i delitti secondo la loro gravità. I più gravi, per Beccaria, sono quelli tradizionalmente chiamati di “lesa maestà”: sono quelli che attentano direttamente alla società, avendo di mira la sua totale distruzione. Pensiamo oggi alla strage, al terrorismo, all’attentato agli organi costituzionali dello Stato… Poi ci sono i delitti che ledono le sfere giuridiche dei privati, i loro beni, i loro interessi, le loro legittime aspettative. Tuttavia, l’aspetto più interessante sta nel fatto che Beccaria afferma qui senza alcuna timidezza un vero dogma del diritto penale che oggi informa di se la legislazione di ogni autentico Stato di diritto: è permesso ad ogni cittadino fare ciò che non è espressamente vietato. In atre parole, Beccaria apre qui – e lo tiene ben fermo – l’ombrello della libertà e lo apre proprio al riparo di quelle leggi di cui ha precedentemente difeso l’esistenza e la indefettibile funzione. Nulla di più esemplare come lezione di diritto: la libertà nasce e si fonda sulle leggi, non contro o senza di esse; e le leggi devono esser tali da far nascere e sviluppare la pianta della libertà: altrimenti sarebbero solo espressione di tirannia.

CAPITOLO VI PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE. Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano piú rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque piú forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene. È impossibile di prevenire tutti i disordini nell’universal combattimento delle passioni umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e dell’incrocicchiamento degl’interessi particolari che non è possibile dirigere geometricamente alla pubblica utilità. All’esattezza matematica bisogna sostituire nell’aritmetica politica il calcolo delle probabilità. Si getti uno sguardo sulle storie e si vedranno crescere i disordini coi confini degl’imperi, e, scemando nell’istessa proporzione il sentimento nazionale, la spinta verso i delitti cresce in ragione dell’interesse che ciascuno prende ai disordini medesimi: perciò la necessità di aggravare le pene si va per questo motivo sempre piú aumentando. Quella forza simile alla gravità, che ci spinge al nostro ben essere, non si trattiene che a misura degli ostacoli che gli sono opposti. Gli effetti di questa forza sono la confusa serie delle azioni umane: se queste si urtano scambievolmente e si offendono, le pene, che io chiamerei ostacoli politici, ne impediscono il cattivo effetto senza distruggere la causa impellente, che è la sensibilità medesima inseparabile dall’uomo, e il legislatore fa come l’abile architetto di cui l’officio è di opporsi alle direzioni rovinose della gravità e di far conspirare quelle che contribuiscono alla forza dell’edificio. Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano dalla opposizione medesima degl’interessi privati, trovasi una scala di disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la società, e l’ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi delitti, e tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal piú sublime al piú infimo. Se la geometria fosse adattabile alle infinite ed oscure combinazioni delle azioni umane, vi dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla piú forte alla piú debole: ma basterà al saggio legislatore di segnarne i punti principali, senza turbar l’ordine, non decretando ai delitti del primo grado le pene dell’ultimo. Se vi fosse una scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse nazioni. Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere chiamata delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel cosí chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; piú attuali legislazioni che si escludono scambievolmente; una moltitudine di leggi che espongono il piú saggio alle pene piú rigorose, e però resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtú, e però nata l’incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerà con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di vizio e di virtú, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza sempre conformi all’interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che successivamente agitarono i differenti legislatori. Vedrà bene spesso che le passioni di un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del fanatismo e dell’entusiasmo, indebolite e rose, dirò cosí, dal tempo, che riduce tutti i fenomeni fisici e morali all’equilibrio, diventano a poco a poco la prudenza del secolo e lo strumento utile in mano del forte e dell’accorto. In questo modo nacquero le oscurissime nozioni di onore e di virtú, e tali sono perché si cambiano colle rivoluzioni del tempo che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne che sono bene spesso i confini, non solo della fisica, ma della morale geografia. Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono gli uomini anche alle piú sublimi operazioni, furono destinati dall’invisibile legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella tanto meno osservata contradizione, quanto piú comune, che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere. Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un piú forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.

CAPITOLO VII ERRORI NELLA MISURA DELLE PENE. Le precedenti riflessioni mi danno il diritto di asserire che l’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione, e però errarono coloro che credettero vera misura dei delitti l’intenzione di chi gli commette. Questa dipende dalla impressione attuale degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli uomini e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto. Qualche volta gli uomini colla migliore. Lintenzione fanno il maggior male alla società; e alcune altre volte colla piú cattiva volontà ne fanno il maggior bene. Altri misurano i delitti piú dalla dignità della persona offesa che dalla loro importanza riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una irriverenza all’Essere degli esseri dovrebbe piú atrocemente punirsi che l’assassinio d’un monarca, la superiorità della natura essendo un infinito compenso alla differenza dell’offesa. Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura dei delitti. La fallacia di questa opinione risalterà agli occhi d’un indifferente esaminatore dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio. I primi sono rapporti di uguaglianza. La sola necessità ha fatto nascere dall’urto delle passioni e dalle opposizioni degl’interessi l’idea della utilità comune, che è la base della giustizia umana; i secondi sono rapporti di dipendenza da un Essere perfetto e creatore, che si è riserbato a sé solo il diritto di essere legislatore e giudice nel medesimo tempo, perché egli solo può esserlo senza inconveniente. Se ha stabilito pene eterne a chi disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarà l’insetto che oserà supplire alla divina giustizia, che vorrà vendicare l’Essere che basta a se stesso, che non può ricevere dagli oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce senza reazione? La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del cuore. Questa da esseri finiti non può senza rivelazione sapersi. Come dunque da questa si prenderà norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini punire quando Iddio perdona, e perdonare quando Iddio punisce. Se gli uomini possono essere in contradizione coll’Onnipossente nell’offenderlo, possono anche esserlo col punire.

CAPITOLO VIII DIVISIONE DEI DELITTI. Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società. Questa è una di quelle palpabili verità che, quantunque non abbian bisogno né di quadranti, né di telescopi per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun mediocre intelletto, pure per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono con decisa sicurezza conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d’ogni nazione e d’ogni secolo. Ma le opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d’autorità e di potere hanno, la maggior parte delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente impressioni sulla timida credulità degli uomini, dissipate le semplici nozioni, che forse formavano la prima filosofia delle nascenti società ed a cui la luce di questo secolo sembra che ci riconduca, con quella maggior fermezza però che può essere somministrata da un esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli medesimi. Or l’ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte di delitti e la maniera di punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze dei secoli e dei luoghi non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e noioso. Mi basterà indicare i principii piú generali e gli errori piú funesti e comuni per disingannare sí quelli che per un mal inteso amore di libertà vorrebbono introdurre l’anarchia, come coloro che amerebbero ridurre gli uomini ad una claustrale regolarità. Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell’onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perché piú dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l’ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee piú chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima pena, a’ delitti di differente natura, e rendere cosí gli uomini, come in mille altre occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benché privato, offende la società, ma ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche, hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpetrazione, che è per l’ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall’eterna verità fu con immutabili rapporti distinto. Dopo questi seguono i delitti contrari alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi alla violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene piú considerabili stabilita dalle leggi.

L’opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è contrario alle leggi senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere dall’azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebb’essere dai popoli creduto e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma, senza di cui non vi può essere legittima società, giusta ricompensa del sacrificio fatto dagli uomini di quell’azione universale su tutte le cose che è comune ad ogni essere sensibile, e limitata soltanto dalle proprie forze. Questo forma le libere anime e vigorose e le menti rischiaratrici, rende gli uomini virtuosi, ma di quella virtú che sa resistere al timore, e non di quella pieghevole prudenza, degna solo di chi può soffrire un’esistenza precaria ed incerta. Gli attentati dunque contro la sicurezza e libertà dei cittadini sono uno de’ maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinii e i furti degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati, l’influenza dei quali agisce ad una maggior distanza e con maggior vigore, distruggendo nei sudditi le idee di giustizia e di dovere, e sostituendo quella del diritto del piú forte, pericoloso del pari in chi lo esercita e in chi lo soffre.

«La pena deve essere la meno tormentosa possibile», scrive Vincenzo Vitale il 15 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Pubblichiamo a puntate il capolavoro di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle Pene”. Un’opera che propone un’idea del diritto un po’ più moderna dell’idea che prevale oggi. Il testo è preceduto da un commento di Vincenzo Vitale. È giunto il momento ormai per Beccaria di scendere più nel particolare, cercando di esaminare alcune figure particolari di comportamenti illeciti. Il primo è il caso dell’offesa recata all’onore, che oggi diremmo piuttosto reputazione, occasionando insomma quelli che potremmo chiamare, con terminologia moderna, i reati di opinione. Da tempo è noto che esiste una forte tendenza a depenalizzare i reati d’opinione in Italia, che tuttavia si è scontrata – ed è risultata fino ad oggi perdente – con l’opposta teoria che invece vuole a tutti i costi mantenerne la rilevanza penale: e da molti forse a ragione si pensa che dietro quest’ultima opinione si possa celare un qualche interesse personale sensibile ai risarcimenti a volte cospicui che ne possano derivare. Beccaria non lascia di far trapelare in modo chiaro il suo fastidio per questo genere di illecito penale ed in ciò si può forse scorgere una netta influenza della lezione di Rousseau, il cui problema capitale filosoficamente sintetizzato, come è noto, era “far riapparire l’essere al di là dell’apparire”. Beccaria denuncia ironicamente come purtroppo molti mettano questo onore – inteso come “i suffragi degli uomini” quale condizione stessa della propria esistenza. Le violazioni dell’onore danno origine ai duelli, reato fra i più odiosi, in quanto originati dalla “anarchia delle leggi” e abituali fra gli aristocratici – e non fra la plebe – in quanto son proprio costoro a guardarsi con “sospetto e gelosia”, i quali appunto esigono che l’offesa all’onore sia lavata col sangue del duello. E’ appena il caso di rilevare la per nulla scontata franchezza del giurista milanese nel denunciare i vizi della classe alla quale egli medesimo apparteneva, oltre che la fermezza nel vedere come reato un comportamento che a metà del settecento era giudicato lecito e perfino doveroso, quale il duello. Beccaria precorreva i tempi: e di molto. Dal punto di vista della filosofia della pena, Beccaria si colloca nella prospettiva che oggi chiameremmo della prevenzione speciale o anche generale, in quanto ritiene che lo scopo della stessa sia duplice: da un lato, scoraggiare il colpevole dalla commissione di altri reati; dall’altro, scoraggiare in genere la collettività dal commetterne. Da ciò discende che la pena deve essere “durevole” negli animi degli uomini e la meno “tormentosa” per il corpo. Kant avrebbe tuonato contro questa impostazione filosofica, perché contraria all’imperativo etico categorico, sfociando nel rischio che il fine preventivo possa fare del singolo colpevole un mezzo per impressionare gli altri soggetti della collettività, e non già – come invece predicava il filosofo di Konigsberg – un fine in se. Ma per Beccaria – e per noi – va bene così. Passando poi all’esame della testimonianza, transitando cioè dal codice penale a quello di procedura penale, Beccaria afferma un principio giuridico basilare, ma spesso dimenticato anche oggi, con enormi danni alla amministrazione della giustizia e a coloro che ne ricevono effetti negativi spesso irreparabili. Egli afferma infatti che se un testimone afferma e uno nega l’accusa, questa deve ritenersi non provata perché le testimonianze opposte si elidono reciprocamente e perché comunque deve prevalere la presunzione di innocenza. Molti sedicenti giuristi di oggi dovrebbero leggere e meditare queste pagine. Ancora. Esaminando le prove e la logica relativa alla loro valutazione, Beccaria dovrebbe vedere fra i propri attenti lettori anche molti giuristi della nostra epoca. Citiamo solo un esempio. Sostiene Beccaria che se le prove di un certo fatto si sostengono fra di loro, allora quanto più numerose sono codeste prove, tanto minore è la probabilità del fatto, perché le censure che si posson muovere alle precedenti colpiscono anche le seguenti; e ancora che se le prove di un certo fatto dipendono da una sola, il numero delle prove non aumenta la probabilità del fatto, perché il loro valore si risolve in quello della sola prova da cui dipendono. Insomma, un esempio perfetto di logica giudiziaria che sarebbe bene far studiare agli studenti di Giurisprudenza, troppo presi purtroppo dall’informatica – vale a dire dal mezzo di comunicazione – per preoccuparsi del diritto e della giustizia – vale a dire dei contenuti di quel mezzo, che poi son la sola cosa che davvero conti. Terribili poi le critiche da Beccaria riservate alla delazione, vale a dire alle accuse segrete e immuni da responsabilità. Esse infatti aprono la strada alla calunnia dalla quale è molto difficile difendersi proprio in quanto segreta. Ne viene che nessuna accusa – neppure la più grave – giustifica la delazione e che perciò l’accusa dovrà sempre essere pubblica, mai segreta, indipendentemente dalla forma dello Stato e della Costituzione. Infine al calunniatore dovrà irrogarsi la medesima pena che toccherebbe a colui che fu ingiustamente accusato. Come si vede, una bella e concreta lezione di civiltà giuridica, che oggi purtroppo per molti aspetti pare dimenticata.

DEI DELITTI E DELLE PENE. CAPITOLO IX DELL’ONORE. V’è una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi piú d’ogni altra cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ciò che chiamasi onore, che vi preferisce l’opinione. Questa parola onore è una di quelle che ha servito di base a lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti sieno con piú distinta cognizione presenti che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse secondo che i venti delle passioni le sospingono e l’ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà l’apparente paradosso se si consideri che come gli oggetti troppo vicini agli occhi si confondono, cosí la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della umana sensibilità. E scemerà del tutto la maraviglia nell’indifferente indagatore delle cose umane, che sospetterà non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di morale, né di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri. Quest’onore dunque è una di quelle idee complesse che sono un aggregato non solo d’idee semplici, ma d’idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla mente ora ammettono ed ora escludono alcuni de’ diversi elementi che le compongono; né conservano che alcune poche idee comuni, come piú quantità complesse algebraiche ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle varie idee che gli uomini si formano dell’onore è necessario gettar rapidamente un colpo d’occhio sulla formazione delle società. Le prime leggi e i primi magistrati nacquero dalla necessità di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo; questo fu il fine institutore della società, e questo fine primario si è sempre conservato, realmente o in apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma l’avvicinamento degli uomini e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere una infinita serie di azioni e di bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre superiori alla providenza delle leggi ed inferiori all’attuale potere di ciascuno. Da quest’epoca cominciò il dispotismo della opinione, che era l’unico mezzo di ottenere dagli altri quei beni, e di allontanarne quei mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a provvedere. E l’opinione è quella che tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in credito l’apparenza della virtú al di sopra della virtú stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato, perché vi trova il proprio interesse. Quindi i suffragi degli uomini divennero non solo utili, ma necessari, per non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l’ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimoni del proprio merito, si vede l’uomo d’onore esigerli come necessari. Quest’onore è una condizione che moltissimi uomini mettono alla propria esistenza. Nato dopo la formazione della società, non poté esser messo nel comune deposito, anzi è un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della propria persona da quelle leggi che in quel caso non difendono bastantemente un cittadino. Quindi e nell’estrema libertà politica e nella estrema dipendenza spariscono le idee dell’onore, o si confondono perfettamente con altre: perché nella prima il dispotismo delle leggi rende inutile la ricerca degli altrui suffragi; nella seconda, perché il dispotismo degli uomini, annullando l’esistenza civile, gli riduce ad una precaria e momentanea personalità. L’onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al padrone dell’antica uguaglianza.

CAPITOLO X DEI DUELLI. Da questa necessità degli altrui suffragi nacquero i duelli privati, ch’ebbero appunto la loro origine nell’anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all’antichità, forse perché gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempii, nei teatri e cogli amici; forse perché il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i gladiatori schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d’esser creduti e chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro chiunque accetta un duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo fondamento in ciò che alcuni uomini temono piú che la morte, poiché privandolo degli altrui suffragi, l’uomo d’onore si prevede esposto o a divenire un essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio degl’insulti e dell’infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena. Per qual motivo il minuto popolo non duella per lo piú come i grandi? Non solo perché è disarmato, ma perché la necessità degli altrui suffragi è meno comune nella plebe che in coloro che, essendo piú elevati, si guardano con maggior sospetto e gelosia. Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di prevenire questo delitto è di punire l’aggressore, cioè chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l’opinione, ed ha dovuto mostrare a’ suoi concittadini ch’egli teme le sole leggi e non gli uomini.

CAPITOLO XI DELLA TRANQUILLITA’ PUBBLICA. Finalmente, tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano la pubblica tranquillità e la quiete de’ cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de’ cittadini, come i fanatici sermoni, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono forza dalla frequenza degli uditori e piú dall’oscuro e misterioso entusiasmo che dalla chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d’uomini. La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite ne’ differenti quartieri della città, i semplici e morali discorsi della religione riserbati al silenzio ed alla sacra tranquillità dei tempii protetti dall’autorità pubblica, le arringhe destinate a sostenere gl’interessi privati e pubblici nelle adunanze della nazione, nei parlamenti o dove risieda la maestà del sovrano, sono tutti mezzi efficaci per prevenire il pericoloso addensamento delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della vigilanza del magistrato, che i francesi chiamano della police; ma se questo magistrato operasse con leggi arbitrarie e non istabilite da un codice che giri fralle mani di tutti i cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti i confini della libertà politica. Io non trovo eccezione alcuna a quest’assioma generale, che ogni cittadino deve sapere quando sia reo o quando sia innocente. Se i censori, e in genere i magistrati arbitrari, sono necessari in qualche governo, ciò nasce dalla debolezza della sua costituzione, e non dalla natura di governo bene organizzato. L’incertezza della propria sorte ha sacrificate piú vittime all’oscura tirannia che non la pubblica e solenne crudeltà. Essa rivolta gli animi piú che non gli avvilisce. Il vero tiranno comincia sempre dal regnare sull’opinione, che previene il coraggio, il quale solo può risplendere o nella chiara luce della verità, o nel fuoco delle passioni, o nell’ignoranza del pericolo. Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena veramente utile e necessaria p er la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura e i tormenti sono eglino giusti, e ottengon eglino il fine che si propongono le leggi? Qual è la miglior maniera di prevenire i delitti? Le medesime pene sono elleno egualmente utili in tutt’i tempi? Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato il primo all’Italia con qualche maggior evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere e cominciano a praticare, io mi stimerei fortunato; ma se sostenendo i diritti degli uomini e dell’invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell’ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini.

CAPITOLO XII FINE DELLE PENE. Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione piú efficace e piú durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.

CAPITOLO XIII DEI TESTIMONI. Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione. il determinare esattamente la credibilità dei testimoni e le prove del reato. Ogni uomo ragionevole, cioè che abbia una certa connessione nelle proprie idee e le di cui sensazioni sieno conformi a quelle degli altri uomini, può essere testimonio. La vera misura della di lui credibilità non è che l’interesse ch’egli ha di dire o non dire il vero, onde appare frivolo il motivo della debolezza nelle donne, puerile l’applicazione degli effetti della morte reale alla civile nei condannati, ed incoerente la nota d’infamia negl’infami quando non abbiano alcun interesse di mentire. La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione dell’odio, o dell’amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Piú d’un testimonio è necessario, perché fintanto che uno asserisce e l’altro nega niente v’è di certo e prevale il diritto che ciascuno ha d’essere creduto innocente. La credibilità di un testimonio diviene tanto sensibilmente minore quanto piú cresce l’atrocità di un delitto o l’inverisimiglianza delle circostanze; tali sono per esempio la magia e le azioni gratuitamente crudeli. Egli è piú probabile che piú uomini mentiscano nella prima accusa, perché è piú facile che si combini in piú uomini o l’illusione dell’ignoranza o l’odio persecutore di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato, o ha tolto ad ogni essere creato. Parimente nella seconda, perché l’uomo non è crudele che a proporzione del proprio interesse, dell’odio o del timore concepito. Non v’è propriamente alcun sentimento superfluo nell’uomo; egli è sempre proporzionale al risultato delle impressioni fatte su i sensi. Parimente la credibilità di un testimonio può essere alcuna volta sminuita, quand’egli sia membro d’alcuna società privata di cui gli usi e le massime siano o non ben conosciute o diverse dalle pubbliche. Un tal uomo ha non solo le proprie, ma le altrui passioni. Finalmente è quasi nulla la credibilità del testimonio quando si faccia delle parole un delitto, poiché il tuono, il gesto, tutto ciò che precede e ciò che siegue le differenti idee che gli uomini attaccano alle stesse parole, alterano e modificano in maniera i detti di un uomo che è quasi impossibile il ripeterle quali precisamente furon dette. Di piú, le azioni violenti e fuori dell’uso ordinario, quali sono i veri delitti, lascian traccia di sé nella moltitudine delle circostanze e negli effetti che ne derivano, ma le parole non rimangono che nella memoria per lo piú infedele e spesso sedotta degli ascoltanti. Egli è adunque di gran lunga piú facile una calunnia sulle parole che sulle azioni di un uomo, poiché di queste, quanto maggior numero di circostanze si adducono in prova, tanto maggiori mezzi si somministrano al reo per giustificarsi.

CAPITOLO XIV INDIZI, E FORME DI GIUDIZI. Vi è un teorema generale molto utile a calcolare la certezza di un fatto, per esempio la forza degl’indizi di un reato. Quando le prove di un fatto sono dipendenti l’una dall’altra, cioè quando gl’indizi non si provano che tra di loro, quanto maggiori prove si adducono tanto è minore la probabilità del fatto, perché i casi che farebbero mancare le prove antecedenti fanno mancare le susseguenti. Quando le prove di un fatto tutte dipendono egualmente da una sola, il numero delle prove non aumenta né sminuisce la probabilità del fatto, perché tutto il loro valore si risolve nel valore di quella sola da cui dipendono. Quando le prove sono indipendenti l’una dall’altra, cioè quando gli indizi si provano d’altronde che da se stessi, quanto maggiori prove si adducono, tanto piú cresce la probabilità del fatto, perché la fallacia di una prova non influisce sull’altra. Io parlo di probabilità in materia di delitti, che per meritar pena debbono esser certi. Ma svanirà il paradosso per chi considera che rigorosamente la certezza morale non è che una probabilità, ma probabilità tale che è chiamata certezza, perché ogni uomo di buon senso vi acconsente necessariamente per una consuetudine nata dalla necessità di agire, ed anteriore ad ogni speculazione; la certezza che si richiede per accertare un uomo reo è dunque quella che determina ogni uomo nelle operazioni piú importanti della vita. Possono distinguersi le prove di un reato in perfette ed in imperfette. Chiamo perfette quelle che escludono la possibilità che un tale non sia reo, chiamo imperfette quelle che non la escludono. Delle prime anche una sola è sufficiente per la condanna, delle seconde tante son necessarie quante bastino a formarne una perfetta, vale a dire che se per ciascuna di queste in particolare è possibile che uno non sia reo, per l’unione loro nel medesimo soggetto è impossibile che non lo sia. Notisi che le prove imperfette delle quali può il reo giustificarsi e non lo faccia a dovere divengono perfette. Ma questa morale certezza di prove è piú facile il sentirla che l’esattamente definirla. Perciò io credo ottima legge quella che stabilisce assessori al giudice principale presi dalla sorte, e non dalla scelta, perché in questo caso è piú sicura l’ignoranza che giudica per sentimento che la scienza che giudica per opinione. Dove le leggi siano chiare e precise l’officio di un giudice non consiste in altro che di accertare un fatto. Se nel cercare le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessario chiarezza e precisione, per giudicarne dal risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a voler trovar rei e che tutto riduce ad un sistema fattizio imprestato da’ suoi studi. Felice quella nazione dove le leggi non fossero una scienza! Ella è utilissima legge quella che ogni uomo sia giudicato dai suoi pari, perché, dove si tratta della libertà e della fortuna di un cittadino, debbono tacere quei sentimenti che inspira la disuguaglianza; e quella superiorità con cui l’uomo fortunato guarda l’infelice, e quello sdegno con cui l’inferiore guarda il superiore, non possono agire in questo giudizio. Ma quando il delitto sia un’offesa di un terzo, allora i giudici dovrebbono essere metà pari del reo, metà pari dell’offeso; cosí, essendo bilanciato ogni interesse privato che modifica anche involontariamente le apparenze degli oggetti, non parlano che le leggi e la verità. Egli è ancora conforme alla giustizia che il reo escluder possa fino ad un certo segno coloro che gli sono sospetti; e ciò concessoli senza contrasto per alcun tempo, sembrerà quasi che il reo si condanni da se stesso. Pubblici siano i giudizi, e pubbliche le prove del reato, perché l’opinione, che è forse il solo cemento delle società, imponga un freno alla forza ed alle passioni, perché il popolo dica noi non siamo schiavi e siamo difesi, sentimento che inspira coraggio e che equivale ad un tributo per un sovrano che intende i suoi veri interessi. Io non accennerò altri dettagli e cautele che richiedono simili instituzioni. Niente avrei detto, se fosse necessario dir tutto.

CAPITOLO XV ACCUSE SEGRETE. Evidenti, ma consagrati disordini, e in molte nazioni resi necessari per la debolezza della constituzione, sono le accuse segrete. Un tal costume rende gli uomini falsi e coperti. Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i propri sentimenti, e, coll’uso di nascondergli altrui, arrivano finalmente a nascondergli a loro medesimi. Infelici gli uomini quando son giunti a questo segno: senza principii chiari ed immobili che gli guidino, errano smarriti e fluttuanti nel vasto mare delle opinioni, sempre occupati a salvarsi dai mostri che gli minacciano; passano il momento presente sempre amareggiato dalla incertezza del futuro; privi dei durevoli piaceri della tranquillità e sicurezza, appena alcuni pochi di essi sparsi qua e là nella trista loro vita, con fretta e con disordine divorati, gli consolano d’esser vissuti. E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati difensori della patria o del trono? E tra questi troveremo gl’incorrotti magistrati che con libera e patriottica eloquenza sostengano e sviluppino i veri interessi del sovrano, che portino al trono coi tributi l’amore e le benedizioni di tutti i ceti d’uomini, e da questo rendano ai palagi ed alle capanne la pace, la sicurezza e l’industriosa speranza di migliorare la sorte, utile fermento e vita degli stati? Chi può difendersi dalla calunnia quand’ella è armata dal piú forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorta di governo è mai quella ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico ed è costretto per il pubblico riposo di toglierlo a ciascuno? Quali sono i motivi con cui si giustificano le accuse e le pene segrete? La salute pubblica, la sicurezza e il mantenimento della forma di governo? Ma quale strana costituzione, dove chi ha per sé la forza, e l’opinione piú efficace di essa, teme d’ogni cittadino? L’indennità dell’accusatore? Le leggi dunque non lo difendono abbastanza. E vi saranno dei sudditi piú forti del sovrano! L’infamia del delatore? Dunque si autorizza la calunnia segreta e si punisce la pubblica! La natura del delitto? Se le azioni indifferenti, se anche le utili al pubblico si chiamano delitti, le accuse e i giudizi non sono mai abbastanza segreti. Vi possono essere delitti, cioè pubbliche offese, e che nel medesimo tempo non sia interesse di tutti la pubblicità dell’esempio, cioè quella del giudizio? Io rispetto ogni governo, e non parlo di alcuno in particolare; tale è qualche volta la natura delle circostanze che può credersi l’estrema rovina il togliere un male allora quando ei sia inerente al sistema di una nazione; ma se avessi a dettar nuove leggi, in qualche angolo abbandonato dell’universo, prima di autorizzare un tale costume, la mano mi tremerebbe, e avrei tutta la posterità dinanzi agli occhi. È già stato detto dal Signor di Montesquieu che le pubbliche accuse sono piú conformi alla repubblica, dove il pubblico bene formar dovrebbe la prima passione de’ cittadini, che nella monarchia, dove questo sentimento è debolissimo per la natura medesima del governo, dove è ottimo stabilimento il destinare de’ commissari, che in nome pubblico accusino gl’infrattori delle leggi. Ma ogni governo, e repubblicano e monarchico, deve al calunniatore dare la pena che toccherebbe all’accusato.

«La tortura questo infame metodo di indagine», scrive Vincenzo Vitale il 17 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Pubblichiamo a puntate il capolavoro di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle Pene”. Un’opera che propone un’idea del diritto un po’ più moderna dell’idea che prevale oggi. Il testo è preceduto da un commento di Vincenzo Vitale. Siamo così giunti finalmente al tema più scottante e che più di ogni altro ha fatto discutere in passato i criminalisti, fino a diventare un paradigma di riferimento obbligato per saggiare il tasso di giuridicità di un ordinamento: la tortura. Beccaria si preoccupa di chiarire immediatamente con logica inoppugnabile i termini reali del problema: o il delitto è certo oppure è incerto; se è certo, la tortura è del tutto inutile in quanto la confessione del reo è superflua; se invece è incerto, la tortura è indebita, in quanto sarebbe applicata ad un innocente, quale deve essere considerato l’accusato fino alla prova definitiva e inoppugnabile della sua colpevolezza. Non so fino a che punto ci si renda conto della preziosa posizione di Beccaria in ordine alla presunzione di innocenza, difesa e razionalmente affermata oltre due secoli e mezzo or sono, quando nessuno neppure ne parlava o la ipotizzava, presunzione che oggi purtroppo a volte viene dimenticata o messa fra parentesi. Per questo, Beccaria insiste che nessuno può chiamarsi reo fino a quando la sua colpevolezza sia accertata attraverso la sentenza del giudice. Per il giurista milanese, nessuno dei motivi che vengono tradizionalmente offerti per giustificare la tortura – atterrire gli uomini, purgare l’infamia ecc. – regge ad una seria critica. A ben vedere, secondo Beccaria la tortura è equiparabile alle celebri prove legali in uso nel medioevo, quali la prova del fuoco, quella dell’acqua bollente, insomma ai cosiddetti giudizi di Dio e di questi soffre tutta la irrazionalità giuridica e la casualità...Secondo la retta ragione, la sola differenza fra le prove barbaricamente legali e la tortura risiede nel fatto che mentre nelle prime l’esito dipende da fattori estrinseci e del tutto eventuali, in questa l’esito dipende in buona parte dalla volontà dell’accusato. E’ pur vero – nota ancora il giurista – che la confessione fatta durante la tortura necessita, per essere valida, della conferma sotto giuramento fatta in un momento successivo, ma è anche vero che, assurdamente, in molti Stati se l’accusato non conferma quanto in precedenza dichiarato sotto tortura, verrà di nuovo sottoposto ai tormenti ( in certi Stati solo per tre volte, in altri a discrezione del giudice): insomma, un cane che si morde la coda, non se ne esce più. Ma la vera argomentazione che rivela la assurdità della tortura sta nel fatto che l’innocente si trova in una posizione di svantaggio rispetto al colpevole. Se infatti, viene torturato l’innocente, questi o confessa – per far cessare il tormento – ciò che non ha fatto e allora sarà condannato; oppure, non confessando, viene assolto e allora avrà patito ingiustamente una enorme sofferenza. Se invece viene torturato il colpevole, se questi stoicamente sa resistere al dolore, verrà assolto. Ne viene che mentre l’innocente avrà sempre perso qualcosa, il colpevole è messo in grado di guadagnare la propria impunità. Nell’ambito di questa cornice giudiziaria, il giudice non è più un terzo imparziale, ma diviene “nemico del reo”, afferma in modo preciso Beccaria, non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto attraverso la tortura. E qui, Beccaria alza il tono del discorso attingendo compiutamente luoghi che oggi potremmo definire propri di una teoria generale del processo penale. Infatti, egli distingue fra un processo penale offensivo, dove per essere dichiarati innocenti, bisogna prima esser detti rei, e perciò anche essere sottoposti alla tortura; e un processo penale informativo, dove invece prevale la ricerca imparziale del fatto da chiunque commesso. In Europa, a metà del settecento, il secondo era sconosciuto, mentre il primo era l’unico concretamente sperimentato: oggi, usando il linguaggio dei giuristi contemporanei, diremmo che il processo inquisitorio deve lasciar spazio a quello accusatorio. Oggi. Ma a metà del settecento era pericoloso affermare quelle che sembrano ovvie verità. Beccaria conclude questa sezione della sua opera, criticando l’uso di far giurare gli accusati – come oggi avviene ancora purtroppo in America. E ciò sia per motivi pratici, perchè mai il giuramento potrà spingere l’accusato a dichiararsi colpevole, sia che questi lo sia davvero, o anche se non lo sia; inoltre, l’uso del giuramento mescola quei due piani che per Beccaria devono restare sempre distinti, quello divino e quello umano. C’è bisogno di aggiungere altro?

CAPITOLO XVI DELLA TORTURA. Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato. Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di piú, ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un cannibale, che i Romani, barbari anch’essi per piú d’un titolo, riserbavano ai soli schiavi, vittime di una feroce e troppo lodata virtú. Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma qual giudizio dovremo noi dare delle segrete e private carnificine, che la tirannia dell’uso esercita su i rei e sugl’innocenti? Egli è importante che ogni delitto palese non sia impunito, ma è inutile che si accerti chi abbia commesso un delitto, che sta sepolto nelle tenebre. Un male già fatto, ed a cui non v’è rimedio, non può esser punito dalla società politica che quando influisce sugli altri colla lusinga dell’impunità. S’egli è vero che sia maggiore il numero degli uomini che o per timore, o per virtú, rispettano le leggi che di quelli che le infrangono, il rischio di tormentare un innocente deve valutarsi tanto di piú, quanto è maggiore la probabilità che un uomo a dati uguali le abbia piuttosto rispettate che disprezzate. Un altro ridicolo motivo della tortura è la purgazione dell’infamia, cioè un uomo giudicato infame dalle leggi deve confermare la sua deposizione collo slogamento delle sue ossa. Quest’abuso non dovrebbe esser tollerato nel decimottavo secolo. Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale. È egli forse un crociuolo? E l’infamia è forse un corpo misto impuro? Non è difficile il rimontare all’origine di questa ridicola legge, perché gli assurdi stessi che sono da una nazione intera adottati hanno sempre qualche relazione ad altre idee comuni e rispettate dalla nazione medesima. Sembra quest’uso preso dalle idee religiose e spirituali, che hanno tanta influenza su i pensieri degli uomini, su le nazioni e su i secoli. Un dogma infallibile ci assicura che le macchie contratte dall’umana debolezza e che non hanno meritata l’ira eterna del grand’Essere, debbono da un fuoco incomprensibile esser purgate; ora l’infamia è una macchia civile, e come il dolore ed il fuoco tolgono le macchie spirituali ed incorporee, perché gli spasimi della tortura non toglieranno la macchia civile che è l’infamia? Io credo che la confessione del reo, che in alcuni tribunali si esige come essenziale alla condanna, abbia una origine non dissimile, perché nel misterioso tribunale di penitenza la confessione dei peccati è parte essenziale del sagramento. Ecco come gli uomini abusano dei lumi piú sicuri della rivelazione; e siccome questi sono i soli che sussistono nei tempi d’ignoranza, cosí ad essi ricorre la docile umanità in tutte le occasioni e ne fa le piú assurde e lontane applicazioni. Ma l’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima. Dunque con questo metodo si toglierà l’infamia dando l’infamia. Il terzo motivo è la tortura che si dà ai supposti rei quando nel loro esame cadono in contradizione, quasi che il timore della pena, l’incertezza del giudizio, l’apparato e la maestà del giudice, l’ignoranza, comune a quasi tutti gli scellerati e agl’innocenti, non debbano probabilmente far cadere in contradizione e l’innocente che teme e il reo che cerca di coprirsi; quasi che le contradizioni, comuni agli uomini quando sono tranquilli, non debbano moltiplicarsi nella turbazione dell’animo tutto assorbito nel pensiero di salvarsi dall’imminente pericolo. Questo infame crociuolo della verità è un monumento ancora esistente dell’antica e selvaggia legislazione, quando erano chiamati giudizi di Dio le prove del fuoco e dell’acqua bollente e l’incerta sorte dell’armi, quasi che gli anelli dell’eterna catena, che è nel seno della prima cagione, dovessero ad ogni momento essere disordinati e sconnessi per li frivoli stabilimenti umani. La sola differenza che passa fralla tortura e le prove del fuoco e dell’acqua bollente, è che l’esito della prima sembra dipendere dalla volontà del reo, e delle seconde da un fatto puramente fisico ed estrinseco: ma questa differenza è solo apparente e non reale. È cosí poco libero il dire la verità fra gli spasimi e gli strazi, quanto lo era allora l’impedire senza frode gli effetti del fuoco e dell’acqua bollente. Ogni atto della nostra volontà è sempre proporzionato alla forza della impressione sensibile, che ne è la sorgente; e la sensibilità di ogni uomo è limitata. Dunque l’impressione del dolore può crescere a segno che, occupandola tutta, non lasci alcuna libertà al torturato che di scegliere la strada piú corta per il momento presente, onde sottrarsi di pena. Allora la risposta del reo è cosí necessaria come le impressioni del fuoco o dell’acqua. Allora l’innocente sensibile si chiamerà reo, quando egli creda con ciò di far cessare il tormento. Ogni differenza tra essi sparisce per quel mezzo medesimo, che si pretende impiegato per ritrovarla. È superfluo di raddoppiare il lume citando gl’innumerabili esempi d’innocenti che rei si confessarono per gli spasimi della tortura: non vi è nazione, non vi è età che non citi i suoi, ma né gli uomini si cangiano, né cavano conseguenze. Non vi è uomo che abbia spinto le sue idee di là dei bisogni della vita, che qualche volta non corra verso natura, che con segrete e confuse voci a sé lo chiama; l’uso, il tiranno delle menti, lo rispinge e lo spaventa. L’esito dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema: data la forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre d’un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà confessar reo di un dato delitto. L’esame di un reo è fatto per conoscere la verità, ma se questa verità difficilmente scuopresi all’aria, al gesto, alla fisonomia d’un uomo tranquillo, molto meno scuoprirassi in un uomo in cui le convulsioni del dolore alterano tutti i segni, per i quali dal volto della maggior parte degli uomini traspira qualche volta, loro malgrado, la verità. Ogni azione violenta confonde e fa sparire le minime differenze degli oggetti per cui si distingue talora il vero dal falso.

Queste verità sono state conosciute dai romani legislatori, presso i quali non trovasi usata alcuna tortura che su i soli schiavi, ai quali era tolta ogni personalità; queste dall’Inghilterra, nazione in cui la gloria delle lettere, la superiorità del commercio e delle ricchezze, e perciò della potenza, e gli esempi di virtú e di coraggio non ci lasciano dubitare della bontà delle leggi. La tortura è stata abolita nella Svezia, abolita da uno de’ piú saggi monarchi dell’Europa, che avendo portata la filosofia sul trono, legislatore amico de’ suoi sudditi, gli ha resi uguali e liberi nella dipendenza delle leggi, che è la sola uguaglianza e libertà che possono gli uomini ragionevoli esigere nelle presenti combinazioni di cose. La tortura non è creduta necessaria dalle leggi degli eserciti composti per la maggior parte della feccia delle nazioni, che sembrerebbono perciò doversene piú d’ogni altro ceto servire. Strana cosa, per chi non considera quanto sia grande la tirannia dell’uso, che le pacifiche leggi debbano apprendere dagli animi induriti alle stragi ed al sangue il piú umano metodo di giudicare. Questa verità è finalmente sentita, benché confusamente, da quei medesimi che se ne allontanano. Non vale la confessione fatta durante la tortura se non è confermata con giuramento dopo cessata quella, ma se il reo non conferma il delitto è di nuovo torturato. Alcuni dottori ed alcune nazioni non permettono questa infame petizione di principio che per tre volte; altre nazioni ed altri dottori la lasciano ad arbitrio del giudice: talché di due uomini ugualmente innocenti o ugualmente rei, il robusto ed il coraggioso sarà assoluto, il fiacco ed il timido condannato in vigore di questo esatto raziocinio: Io giudice dovea trovarvi rei di un tal delitto; tu vigoroso hai saputo resistere al dolore, e però ti assolvo; tu debole vi hai ceduto, e però ti condanno. Sento che la confessione strappatavi fra i tormenti non avrebbe alcuna forza, ma io vi tormenterò di nuovo se non confermerete ciò che avete confessato. Una strana conseguenza che necessariamente deriva dall’uso della tortura è che l’innocente è posto in peggiore condizione che il reo; perché, se ambidue sieno applicati al tormento, il primo ha tutte le combinazioni contrarie, perché o confessa il delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente, ed ha sofferto una pena indebita; ma il reo ha un caso favorevole per sé, cioè quando, resistendo alla tortura con fermezza, deve essere assoluto come innocente; ha cambiato una pena maggiore in una minore. Dunque l’innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare. La legge che comanda la tortura è una legge che dice: Uomini, resistete al dolore, e se la natura ha creato in voi uno inestinguibile amor proprio, se vi ha dato un inalienabile diritto alla vostra difesa, io creo in voi un affetto tutto contrario, cioè un eroico odio di voi stessi, e vi comando di accusare voi medesimi, dicendo la verità anche fra gli strappamenti dei muscoli e gli slogamenti delle ossa. Dassi la tortura per discuoprire se il reo lo è di altri delitti fuori di quelli di cui è accusato, il che equivale a questo raziocinio: Tu sei reo di un delitto, dunque è possibile che lo sii di cent’altri delitti; questo dubbio mi pesa, voglio accertarmene col mio criterio di verità; le leggi ti tormentano, perché sei reo, perché puoi esser reo, perché voglio che tu sii reo. Finalmente la tortura è data ad un accusato per discuoprire i complici del suo delitto; ma se è dimostrato che ella non è un mezzo opportuno per iscuoprire la verità, come potrà ella servire a svelare i complici, che è una delle verità da scuoprirsi? Quasi che l’uomo che accusa se stesso non accusi piú facilmente gli altri. È egli giusto tormentar gli uomini per l’altrui delitto? Non si scuopriranno i complici dall’esame dei testimoni, dall’esame del reo, dalle prove e dal corpo del delitto, in somma da tutti quei mezzi medesimi che debbono servire per accertare il delitto nell’accusato? I complici per lo piú fuggono immediatamente dopo la prigionia del compagno, l’incertezza della loro sorte gli condanna da sé sola all’esilio e libera la nazione dal pericolo di nuove offese, mentre la pena del reo che è nelle forze ottiene l’unico suo fine, cioè di rimuover col terrore gli altri uomini da un simil delitto.

CAPITOLO XVII DEL FISCO. Fu già un tempo nel quale quasi tutte le pene erano pecuniarie. I delitti degli uomini erano il patrimonio del principe. Gli attentati contro la pubblica sicurezza erano un oggetto di lusso. Chi era destinato a difenderla aveva interesse di vederla offesa. L’oggetto delle pene era dunque una lite tra il fisco (l’esattore di queste pene) ed il reo; un affare civile, contenzioso, privato piuttosto che pubblico, che dava al fisco altri diritti che quelli somministrati dalla pubblica difesa ed al reo altri torti che quelli in cui era caduto, per la necessità dell’esempio. Il giudice era dunque un avvocato del fisco piuttosto che un indifferente ricercatore del vero, un agente dell’erario fiscale anzi che il protettore ed il ministro delle leggi. Ma siccome in questo sistema il confessarsi delinquente era un confessarsi debitore verso il fisco, il che era lo scopo delle procedure criminali d’allora, cosí la confessione del delitto, e confessione combinata in maniera che favorisse e non facesse torto alle ragioni fiscali, divenne ed è tuttora (gli effetti continuando sempre moltissimo dopo le cagioni) il centro intorno a cui si aggirano tutti gli ordigni criminali. Senz’essa un reo convinto da prove indubitate avrà una pena minore della stabilita, senz’essa non soffrirà la tortura sopra altri delitti della medesima specie che possa aver commessi. Con questa il giudice s’impadronisce del corpo di un reo e lo strazia con metodiche formalità, per cavarne come da un fondo acquistato tutto il profitto che può. Provata l’esistenza del delitto, la confessione fa una prova convincente, e per rendere questa prova meno sospetta cogli spasimi e colla disperazione del dolore a forza si esige nel medesimo tempo che una confessione stragiudiziale tranquilla, indifferente, senza i prepotenti timori di un tormentoso giudizio, non basta alla condanna. Si escludono le ricerche e le prove che rischiarano il fatto, ma che indeboliscono le ragioni del fisco; non è in favore della miseria e della debolezza che si risparmiano qualche volta i tormenti ai rei, ma in favore delle ragioni che potrebbe perdere quest’ente ora immaginario ed inconcepibile. Il giudice diviene nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti, all’avvenire il piú terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quella infallibilità che l’uomo s’arroga in tutte le cose. Gl’indizi alla cattura sono in potere del giudice; perché uno si provi innocente deve esser prima dichiarato reo: ciò chiamasi fare un processo offensivo, e tali sono quasi in ogni luogo della illuminata Europa nel decimo ottavo secolo le procedure criminali. Il vero processo, l’informativo, cioè la ricerca indifferente del fatto, quello che la ragione comanda, che le leggi militari adoperano, usato dallo stesso asiatico dispotismo nei casi tranquilli ed indifferenti, è pochissimo in uso nei tribunali europei. Qual complicato laberinto di strani assurdi, incredibili senza dubbio alla piú felice posterità! I soli filosofi di quel tempo leggeranno nella natura dell’uomo la possibile verificazione di un tale sistema.

CAPITOLO XVIII DEI GIURAMENTI. Una contradizione fralle leggi e i sentimenti naturali all’uomo nasce dai giuramenti che si esigono dal reo, acciocché sia un uomo veridico, quando ha il massimo interesse di esser falso; quasi che l’uomo potesse giurar da dovero di contribuire alla propria distruzione, quasi che la religione non tacesse nella maggior parte degli uomini quando parla l’interesse. L’esperienza di tutt’i secoli ha fatto vedere che essi hanno piú d’ogni altra cosa abusato di questo prezioso dono del cielo. E per qual motivo gli scellerati la rispetteranno, se gli uomini stimati piú saggi l’hanno sovente violata? Troppo deboli, perché troppo remoti dai sensi, sono per il maggior numero i motivi che la religione contrappone al tumulto del timore ed all’amor della vita. Gli affari del cielo si reggono con leggi affatto dissimili da quelle che reggono gli affari umani. E perché comprometter gli uni cogli altri? E perché metter l’uomo nella terribile contradizione, o di mancare a Dio, o di concorrere alla propria rovina? talché la legge, che obbliga ad un tal giuramento, comanda o di esser cattivo cristiano o martire. Il giuramento diviene a poco a poco una semplice formalità, distruggendosi in questa maniera la forza dei sentimenti di religione, unico pegno dell’onestà della maggior parte degli uomini. Quanto sieno inutili i giuramenti lo ha fatto vedere l’esperienza, perché ciascun giudice mi può esser testimonio che nessun giuramento ha mai fatto dire la verità ad alcun reo; lo fa vedere la ragione, che dichiara inutili e per conseguenza dannose tutte le leggi che si oppongono ai naturali sentimenti dell’uomo. Accade ad esse ciò che agli argini opposti direttamente al corso di un fiume: o sono immediatamente abbattuti e soverchiati, o un vortice formato da loro stessi gli corrode e gli mina insensibilmente.

Processi rapidi, diceva Beccaria…250 anni fa, scrive Vincenzo Vitale il 18 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Commento ai capitoli 19, 20, 21, 22, 23 e 24. A questo punto Beccaria non evita di toccare un tasto dolente oggi più di ieri: la durata dei processi. Egli tiene a chiarire subito che se fra il delitto commesso e la pena irrogata attraverso la sentenza trascorre troppo tempo, allora tale pena sarà avvertita come ingiusta e il reo vi si opporrà con ogni moto dell’anima. Inoltre, la carcerazione preventiva va applicata in modo che essa duri il minor tempo possibile e che sia la meno dura possibile, proprio in quanto l’accusato va ritenuto innocente fino a sentenza definitiva. Non si può fare a meno di rilevare come tali preziosi avvertimenti siano ancor oggi assolutamente da ribadire e da tener presenti, per il semplice motivo che sembra che Beccaria non abbia mai scritto queste cose. Chiunque sa infatti che oggi la durata media di un processo penale è abnorme e che la custodia cautelare in carcere viene adoperata con eccessiva spregiudicatezza, nonostante nei convegni e nelle tavole rotonde si predichi il contrario. In certi casi sembra che senza il ricorso alla custodia cautelare non si possano fare i processi: peccato poi se, come accade in questi giorni in alcuni casi agli onori delle cronache, intervenga la Cassazione ad annullare un ordine di custodia emesso sei mesi prima. In buona sostanza, un essere umano viene arrestato preventivamente, rimane in carcere per sei mesi o più e poi la Cassazione gli dice che non potevano arrestarlo per mancanza dei presupposti di legge: e Beccaria? Un illustre sconosciuto! Questo illustre sconosciuto – che sarebbe bene oggi fosse studiato nei corsi universitari invece di perdere tempo con emerite sciocchezze – afferma ancora che i delitti commessi con violenza contro le persone vanno puniti con pene corporali, mentre quelli contro il patrimonio con sanzioni pecuniarie: evidenti ed insormontabili ragioni di simmetria formale impediscono a Beccaria di eliminare del tutto le pene corporali dal proprio orizzonte concettuale, pur limitandole a casi estremi. Molto interessante e testimone della libertà di pensiero di Beccaria è invece il fatto che egli critichi aspramente la possibilità, allora vigente, secondo cui le pene inflitte ai nobili fossero diverse – e assai meno aspre – di quelle inflitte invece al volgo. E’ noto infatti come la pena capitale inflitta ad un plebeo fosse accompagnata sempre da atroci supplizi sia precedenti, sia contestuali: la ruota, il taglio delle mani, il fuoco, ecc.; e basti in proposito por mente a quali atrocità furono sottoposti Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, condannati a morte in quanto untori, e di cui narra Manzoni nella sua celebre Storia della colonna infame. Invece l’esecuzione dei nobili era quanto mai rapida e indolore: una semplice decapitazione che nell’attimo in cui staccava la testa dal collo donava una morte celere e quasi inavvertita. Da qui evidentemente, la grande importanza attribuita alla capacità del boia che, se adeguatamente esercitato e competente, non doveva in alcun modo fallire il primo colpo di scure, perché, in caso contrario, avrebbe causato al condannato intollerabili sofferenze che invece dovevano ad ogni costo essergli evitate. Beccaria denuncia questa disparità come una inaccettabile diseguaglianza, mentre tutti, nobili e plebei, vanno considerati eguali davanti alla legge. E piace pensare – cosa del tutto probabile – che quando i giacobini ghigliottinavano i nemici della rivoluzione – venticinque anni dopo la pubblicazione dell’opera di Beccaria – indistintamente se fossero nobili o plebei, non esitando a farlo anche per il re e la regina, avessero proprio in mente la lezione di Beccaria. Del resto, è stato Hegel a notare – nelle Lezioni di Filosofia della storia – come il senso fenomenologico della ghigliottina sia proprio questo: parificare davanti alla morte tutti gli uomini, senza distinzioni di classi o di condizioni economiche. La ghigliottina insomma è la vera espressione della raggiunta democrazia giacobina. Sotto la lama affilatissima e cieca della ghigliottina non ci son più re o poveri diavoli, perchè essa non distingue nessuno e tutti tratta allo stesso modo, destinandoli ad una morte rapida e pressochè indolore. Strano che se Beccaria influenzò a tal punto i giacobini rivoluzionari, non altrettanto sia riuscito a fare con tanti sedicenti giuristi ed esperti del nostro tempo. Ma certo non è colpa sua.

O i processi sono rapidi o le pene sono ingiuste.

CAPITOLO XIX PRONTEZZA DELLA PENA. Quanto la pena sarà piú pronta e piú vicina al delitto commesso, ella sarà tanto piú giusta e tanto piú utile. Dico piú giusta, perché risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione e col sentimento della propria debolezza; piú giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia d’un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel piú breve tempo possibile. Qual piú crudele contrasto che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte e dall’altra le lagrime, lo squallore d’un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la piú efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile per chi la soffre, perché non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili. Ho detto che la prontezza delle pene è piú utile, perché quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è piú forte e piú durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena, talché insensibilmente si considerano uno come cagione e l’altra come effetto necessario immancabile. Egli è dimostrato che l’unione delle idee è il cemento che forma tutta la fabbrica dell’intelletto umano, senza di cui il piacere ed il dolore sarebbero sentimenti isolati e di nessun effetto. Quanto piú gli uomini si allontanano dalle idee generali e dai principii universali, cioè quanto piú sono volgari, tanto piú agiscono per le immediate e piú vicine associazioni, trascurando le piú remote e complicate, che non servono che agli uomini fortemente appassionati per l’oggetto a cui tendono, poiché la luce dell’attenzione rischiara un solo oggetto, lasciando gli altri oscuri. Servono parimente alle menti piú elevate, perché hanno acquistata l’abitudine di scorrere rapidamente su molti oggetti in una volta, ed hanno la facilità di far contrastare molti sentimenti parziali gli uni cogli altri, talché il risultato, che è l’azione, è meno pericoloso ed incerto. Egli è dunque di somma importanza la vicinanza del delitto e della pena, se si vuole che nelle rozze menti volgari, alla seducente pittura di un tal delitto vantaggioso, immediatamente riscuotasi l’idea associata della pena. Il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre piú disgiungere queste due idee, e quantunque faccia impressione il castigo d’un delitto, la fa meno come castigo che come spettacolo, e non la fa che dopo indebolito negli animi degli spettatori l’orrore di un tal delitto particolare, che servirebbe a rinforzare il sentimento della pena. Un altro principio serve mirabilmente a stringere sempre piú l’importante connessione tra ‘ l misfatto e la pena, cioè che questa sia conforme quanto piú si possa alla natura del delitto. Questa analogia facilita mirabilmente il contrasto che dev’essere tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena, cioè che questa allontani e conduca l’animo ad un fine opposto di quello per dove cerca d’incamminarlo la seducente idea dell’infrazione della legge.

CAPITOLO XX VIOLENZE. Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro le sostanze. I primi debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali: né il grande né il ricco debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell’industria, diventano l’alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl’incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l’apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini mettono per lo piú gli argini piú sodi all’aperta tirannia, ma non veggono l’insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto piú sicura quanto piú occulta strada al fiume inondatore.

CAPITOLO XXI PENE DEI NOBILI. Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegi dei quali formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io qui non esaminerò se questa distinzione ereditaria tra nobili e plebei sia utile in un governo o necessaria nella monarchia, se egli è vero che formi un potere intermedio, che limiti gli eccessi dei due estremi, o non piuttosto formi un ceto che, schiavo di se stesso e di altrui, racchiude ogni circolazione di credito e di speranza in uno strettissimo cerchio, simile a quelle feconde ed amene isolette che spiccano negli arenosi e vasti deserti d’Arabia, e che, quando sia vero che la disuguaglianza sia inevitabile o utile nelle società, sia vero altresí che ella debba consistere piuttosto nei ceti che negl’individui, fermarsi in una parte piuttosto che circolare per tutto il corpo politico, perpetuarsi piuttosto che nascere e distruggersi incessantemente. Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo rango, asserendo che esser debbono le medesime pel primo e per l’ultimo cittadino. Ogni distinzione sia negli onori sia nelle ricchezze perché sia legittima suppone un’anteriore uguaglianza fondata sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto: chi sarà piú industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne’ suoi successori; ma chi è piú felice o piú onorato speri di piú, ma non tema meno degli altri di violare quei patti coi quali è sopra gli altri sollevato. Egli è vero che tali decreti non emanarono in una dieta del genere umano, ma tali decreti esistono negl’immobili rapporti delle cose, non distruggono quei vantaggi che si suppongono prodotti dalla nobiltà e ne impediscono gl’inconvenienti; rendono formidabili le leggi chiudendo ogni strada all’impunità. A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo non è realmente la stessa per la diversità dell’educazione, per l’infamia che spandesi su di un’illustre famiglia, risponderei che la sensibilità del reo non è la misura delle pene, ma il pubblico danno, tanto maggiore quanto è fatto da chi è piú favorito; e che l’uguaglianza delle pene non può essere che estrinseca, essendo realmente diversa in ciascun individuo; che l’infamia di una famiglia può esser tolta dal sovrano con dimostrazioni pubbliche di benevolenza all’innocente famiglia del reo. E chi non sa che le sensibili formalità tengon luogo di ragioni al credulo ed ammiratore popolo?

CAPITOLO XXII FURTI. I furti che non hanno unito violenza dovrebbero esser puniti con pena pecuniaria. Chi cerca d’arricchirsi dell’altrui dovrebbe esser impoverito del proprio. Ma come questo non è per l’ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà ( terribile, e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza, ma come le pene pecuniarie accrescono il numero dei rei al di sopra di quello de’ delitti e che tolgono il pane agl’innocenti per toglierlo agli scellerati, la pena piú opportuna sarà quell’unica sorta di schiavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù per un tempo delle opere e della persona alla comune società, per risarcirla colla propria e perfetta dipendenza dell’ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale. Ma quando il furto sia misto di violenza, la pena dev’essere parimente un misto di corporale e di servile. Altri scrittori prima di me hanno dimostrato l’evidente disordine che nasce dal non distinguere le pene dei furti violenti da quelle dei furti dolosi facendo l’assurda equazione di una grossa somma di denaro colla vita di un uomo; ma non è mai superfluo il ripetere ciò che non è quasi mai stato eseguito. Le macchine politiche conservano piú d’ogni altra il moto concepito e sono le piú lente ad acquistarne un nuovo. Questi sono delitti di differente natura, ed è certissimo anche in politica quell’assioma di matematica, che tralle quantità eterogenee vi è l’infinito che le separa.

CAPITOLO XXIII INFAMIA. Le ingiurie personali e contrarie all’onore, cioè a quella giusta porzione di suffragi che un cittadino ha dritto di esigere dagli altri, debbono essere punite coll’infamia. Quest’infamia è un segno della pubblica disapprovazione che priva il reo de’ pubblici voti, della confidenza della patria e di quella quasi fraternità che la società inspira. Ella non è in arbitrio della legge. Bisogna dunque che l’infamia della legge sia la stessa che quella che nasce dai rapporti delle cose, la stessa che la morale universale, o la particolare dipendente dai sistemi particolari, legislatori delle volgari opinioni e di quella tal nazione che inspirano. Se l’una è differente dall’altra, o la legge perde la pubblica venerazione, o l’idee della morale e della probità svaniscono, ad onta delle declamazioni che mai non resistono agli esempi. Chi dichiara infami azioni per sé indifferenti sminuisce l’infamia delle azioni che son veramente tali. Le pene d’infamia non debbono essere né troppo frequenti né cadere sopra un gran numero di persone in una volta: non il primo, perché gli effetti reali e troppo frequenti delle cose d’opinione indeboliscono la forza della opinione medesima, non il secondo, perché l’infamia di molti si risolve nella infamia. Le pene corporali e dolorose non devono darsi a quei delitti che, fondati sull’orgoglio, traggono dal dolore istesso gloria ed alimento, ai quali convengono il ridicolo e l’infamia, pene che frenano l’orgoglio dei fanatici coll’orgoglio degli spettatori e dalla tenacità delle quali appena con lenti ed ostinati sforzi la verità stessa si libera. Cosí forze opponendo a forze ed opinioni ad opinioni il saggio legislatore rompa l’ammirazione e la sorpresa nel popolo cagionata da un falso principio, i ben dedotti conseguenti del quale sogliono velarne al volgo l’originaria Ecco la maniera di non confondere i rapporti e la natura invariabile delle cose, che non essendo limitata dal tempo ed operando incessantemente, confonde e svolge tutti i limitati regolamenti che da lei si scostano. Non sono le sole arti di gusto e di piacere che hanno per principio universale l’imitazione fedele della natura, ma la politica istessa, almeno la vera e la durevole, è soggetta a questa massima generale, poiché ella non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini.

CAPITOLO XXIV OZIOSI. Chi turba la tranquillità pubblica, chi non ubbidisce alle leggi, cioè alle condizioni con cui gli uomini si soffrono scambievolmente e si difendono, quegli dev’esser escluso dalla società, cioè dev’essere bandito. Questa è la ragione per cui i saggi governi non soffrono, nel seno del travaglio e dell’industria, quel genere di ozio politico confuso dagli austeri declamatori coll’ozio delle ricchezze accumulate dall’industria, ozio necessario ed utile a misura che la società si dilata e l’amministrazione si ristringe. Io chiamo ozio politico quello che non contribuisce alla società né col travaglio né colla ricchezza, che acquista senza giammai perdere, che, venerato dal volgo con stupida ammirazione, risguardato dal saggio con isdegnosa compassione per gli esseri che ne sono la vittima, che, essendo privo di quello stimolo della vita attiva che è la necessità di custodire o di aumentare i comodi della vita, lascia alle passioni di opinione, che non sono le meno forti, tutta la loro energia. Non è ozioso politicamente chi gode dei frutti dei vizi o delle virtú de’ propri antenati, e vende per attuali piaceri il pane e l’esistenza alla industriosa povertà, ch’esercita in pace la tacita guerra d’industria colla opulenza, in vece della incerta e sanguinosa colla forza. E però non l’austera e limitata virtú di alcuni censori, ma le leggi debbono definire qual sia l’ozio da punirsi. Sembra che il bando dovrebbe esser dato a coloro i quali, accusati di un atroce delitto, hanno una grande probabilità, ma non la certezza contro di loro, di esser rei; ma per ciò fare è necessario uno statuto il meno arbitrario e il piú preciso che sia possibile, il quale condanni al bando chi ha messo la nazione nella fatale alternativa o di temerlo o di offenderlo, lasciandogli però il sacro diritto di provare l’innocenza sua. Maggiori dovrebbon essere i motivi contro un nazionale che contro un forestiere, contro un incolpato per la prima volta che contro chi lo fu piú volte.

Una lezione per i nostri legislatori, scrive Vincenzo Vitale il 19 Agosto 2017su "Il Dubbio".  Commento ai capitoli 25, 26 e 27. Una delle pene abituali dell’epoca di Beccaria era il bando, che veniva irrogato a coloro che venivano riconosciuti colpevoli di delitti dotati di particolare disvalore sociale, e che producevano un turbamento della pubblica tranquillità. Si trattava ad una pena simile a quella dell’esilio, tradizionale negli ordinamenti europei del diritto comune e che, a sua volta, traeva ispirazione dall’antichissimo istituto dell’ostracismo, vale a dire da quel referendum al quale erano chiamati i cittadini ateniesi allo scopo, appunto, di bandire dalla città un soggetto considerato indesiderabile. Beccaria non crede alla utilità sociale del bando e, ancor meno, a ciò che inevitabilmente ne era la conseguenza giuridica forse più penalizzante: la confisca dei beni del soggetto bandito. Infatti, tale confisca gli appare inaccettabile per almeno due motivazioni. Innanzitutto, perché finisce col colpire anche soggetti diversi da quello colpito dal bando, vale a dire il coniuge, i figli e in genere i parenti o coloro che avrebbero potuto godere di diritti sui beni confiscati. In secondo luogo, perché, privando costoro dei diritti ereditari sui beni confiscati, ne causa la completa rovina, collocandoli in una situazione di tale disperazione da indurli a commettere eventuali delitti allo scopo di sopravvivere o di vendicarsi del male ricevuto, senza che loro ne avessero commesso alcuno. Insomma, il bando e ancor più la conseguente confisca appaiono a Beccaria del tutto irrazionali e perciò inutili e dannosi alla compagine sociale. Nel tentativo poi di spiegare la cornice concettuale all’interno della quale nasce la propria avversione alle due pene sopra menzionate, Beccaria opera una lunga digressione di carattere non giuridico, ma sociologico o, forse, di filosofia sociale, dagli esiti tutt’altro che disprezzabili, e che testimoniano la versatilità del suo ingegno. In sintesi, Beccaria oppone una concezione angusta e asfittica di società – quella che la vede come la somma di più famiglie – ad una invece ampia e liberante – quella che la vede come l’insieme di molti esseri umani. La differenza non è di poco conto, in quanto se si considerano quali componenti sociali in prima istanza le famiglie, ne verrà che gli individui, prima ancora di essere parte della società, saranno parte della famiglia e perciò saranno sottoposti prima al capo della famiglia e soltanto dopo al potere dello Stato: una concezione familistica della società che Beccaria condanna duramente e senza mezzi termini, quale corrosiva del legame sociale autentico e universale. Per quanto certamente Beccaria nulla potesse sapere di mafia e di simili fenomeni sociali, la sua analisi rimane valida ancor oggi soprattutto in relazione ai legami familistici che, nell’ottica della cultura mafiosa, sono destinati sempre e in ogni caso a prevalere su quelli sociali e perfino a negarli o a combatterli. Beccaria insiste poi molto su una circostanza dettata dallo spirito utilitaristico a cui è improntata tutta la sua opera: la pena produce efficacia intimidatrice maggiore non in ragione della sua crudeltà, ma della sua certezza. Si tratta di una considerazione che il legislatore del nostro tempo dimentica in modo che direi perfino studiato e sistematico. Si pensi alle numerose occasioni in cui, dopo il ripetersi di un certo delitto, il parlamento si affretta ad aumentare la pena per esso prevista dal codice penale: Beccaria ne riderebbe sconsolato. E avrebbe perfettamente ragione. Infatti, mai si è visto che un soggetto si astenga dal delinquere – se ne abbia sufficiente spinta psicologica – per il timore della gravità della pena, se ragionevolmente possa ritenere che di fatto non la sconterà mai. Al contrario, anche una pena relativamente mite è in grado di scoraggiare il futuro delinquente, se questi sia ragionevolmente certo che ne sarà effettivo destinatario. Dal punto di vista della sua gravità, la pena otterrà il suo effetto – conclude il giurista milanese – sol che “il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto”; e, fedele al suo spirito matematizzante, aggiunge che in questo eccesso di male “dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe”. Il legislatore del nostro tempo ignora completamente queste osservazioni assai calzanti e dotate di buon senso. E, forse, per indurlo a prestarvi attenzione, bisognerebbe fermasse il suo sguardo sulla conclusione finale di Beccaria il quale sagacemente annota: “Tutto il di più è dunque superfluo e perciò tirannico”. Il nostro parlamento lo ignora.

«Non è la crudeltà delle pene che frena i delitti!».

CAPITOLO XXV BANDO E CONFISCHE. Ma chi è bandito ed escluso per sempre dalla società di cui era membro, dev’egli esser privato dei suoi beni? Una tal questione è suscettibile di differenti aspetti. Il perdere i beni è una pena maggiore di quella del bando; vi debbono dunque essere alcuni casi in cui, proporzionatamente a’ delitti, vi sia la perdita di tutto o di parte dei beni, ed alcuni no. La perdita del tutto sarà quando il bando intimato dalla legge sia tale che annienti tutt’i rapporti che sono tra la società e un cittadino delinquente; allora muore il cittadino e resta l’uomo, e rispetto al corpo politico deve produrre lo stesso effetto che la morte naturale. Parrebbe dunque che i beni tolti al reo dovessero toccare ai legittimi successori piuttosto che al principe, poiché la morte ed un tal bando sono lo stesso riguardo al corpo politico. Ma non è per questa sottigliezza che oso disapprovare le confische dei beni. Se alcuni hanno sostenuto che le confische sieno state un freno alle vendette ed alle prepotenze private, non riflettono che, quantunque le pene producano un bene, non però sono sempre giuste, perché per esser tali debbono esser necessarie, ed un’utile ingiustizia non può esser tollerata da quel legislatore che vuol chiudere tutte le porte alla vigilante tirannia, che lusinga col bene momentaneo e colla felicità di alcuni illustri, sprezzando l’esterminio futuro e le lacrime d’infiniti oscuri. Le confische mettono un prezzo sulle teste dei deboli, fanno soffrire all’innocente la pena del reo e pongono gl’innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i delitti. Qual piú tristo spettacolo che una famiglia strascinata all’infamia ed alla miseria dai delitti di un capo, alla quale la sommissione ordinata dalle leggi impedirebbe il prevenirgli, quand’anche vi fossero i mezzi per farlo!

CAPITOLO XXVI DELLO SPIRITO DI FAMIGLIA. Queste funeste ed autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche piú illuminati, ed esercitate dalle repubbliche piú libere, per aver considerato piuttosto la società come un’unione di famiglie che come un’unione di uomini. Vi siano cento mila uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone, compresovi il capo che la rappresenta: se l’associazione è fatta per le famiglie, vi saranno ventimila uomini e ottanta mila schiavi; se l’associazione è di uomini, vi saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica, e ventimila piccole monarchie che la compongono; nel secondo lo spirito repubblicano non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle domestiche mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria degli uomini. Nel primo caso, come le leggi ed i costumi sono l’effetto dei sentimenti abituali dei membri della repubblica, o sia dei capi della famiglia, lo spirito monarchico s’introdurrà a poco a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati soltanto dagl’interessi opposti di ciascuno, ma non già da un sentimento spirante libertà ed uguaglianza. Lo spirito di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a’ piccoli fatti. Lo spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principii generali, vede i fatti e gli condensa nelle classi principali ed importanti al bene della maggior parte. Nella repubblica di famiglie i figli rimangono nella potestà del capo, finché vive, e sono costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente dalle sole leggi. Avezzi a piegare ed a temere nell’età piú verde e vigorosa, quando i sentimenti son meno modificati da quel timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtú nella languida e cadente età, in cui anche la disperazione di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti? Quando la repubblica è di uomini, la famiglia non è una subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli, quando l’età gli trae dalla dipendenza di natura, che è quella della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano liberi membri della città, e si assoggettano al capo di famiglia, per parteciparne i vantaggi, come gli uomini liberi nella grande società. Nel primo caso i figli, cioè la piú gran parte e la piú utile della nazione, sono alla discrezione dei padri, nel secondo non sussiste altro legame comandato che quel sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i necessari soccorsi, e quello della gratitudine per i benefici ricevuti, il quale non è tanto distrutto dalla malizia del cuore umano, quanto da una mal intesa soggezione voluta dalle leggi. Tali contradizioni fralle leggi di famiglia e le fondamentali della repubblica sono una feconda sorgente di altre contradizioni fralla morale domestica e la pubblica, e però fanno nascere un perpetuo conflitto nell’animo di ciascun uomo. La prima inspira soggezione e timore, la seconda coraggio e libertà; quella insegna a ristringere la beneficenza ad un piccol numero di persone senza spontanea scelta, questa a stenderla ad ogni classe di uomini; quella comanda un continuo sacrificio di se stesso a un idolo vano, che si chiama bene di famiglia, che spesse volte non è il bene d’alcuno che la compone; questa insegna di servire ai propri vantaggi senza offendere le leggi, o eccita ad immolarsi alla patria col premio del fanatismo, che previene l’azione. Tali contrasti fanno che gli uomini si sdegnino a seguire la virtú che trovano inviluppata e confusa, e in quella lontananza che nasce dall’oscurità degli oggetti sí fisici che morali. Quante volte un uomo, rivolgendosi alle sue azioni passate, resta attonito di trovarsi malonesto! A misura che la società si moltiplica, ciascun membro diviene piú piccola parte del tutto, e il sentimento repubblicano si sminuisce proporzionalmente, se cura non è delle leggi di rinforzarlo. Le società hanno come i corpi umani i loro limiti circonscritti, al di là de’ quali crescendo, l’economia ne è necessariamente disturbata. Sembra che la massa di uno stato debba essere in ragione inversa della sensibilità di chi lo compone, altrimenti, crescendo l’una e l’altra, le buone leggi troverebbono nel prevenire i delitti un ostacolo nel bene medesimo che hanno prodotto. Una repubblica troppo vasta non si salva dal dispotismo che col sottodividersi e unirsi in tante repubbliche federative. Ma come ottener questo? Da un dittatore dispotico che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio d’edificare quant’egli n’ebbe per distruggere. Un tal uomo, se sarà ambizioso, la gloria di tutt’i secoli lo aspetta, se sarà filosofo, le benedizioni de’ suoi cittadini lo consoleranno della perdita dell’autorità, quando pure non divenisse indifferente alla loro ingratitudine. A misura che i sentimenti che ci uniscono alla nazione s’indeboliscono, si rinforzano i sentimenti per gli oggetti che ci circondano, e però sotto il dispotismo piú forte le amicizie sono piú durevoli, e le virtú sempre mediocri di famiglia sono le piú comuni o piuttosto le sole. Da ciò può ciascuno vedere quanto fossero limitate le viste della piú parte dei legislatori.

CAPITOLO XXVII DOLCEZZA DELLE PENE. Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento del quale debbo affrettarmi. Uno dei piú gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtú, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro piú terribile, unito colla speranza dell’impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. L’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di piú per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano piú delitti, per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei piú atroci supplicii furon sempre quelli delle piú sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad anime atroci di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad immolare i tiranni per crearne dei nuovi. A misura che i supplicii diventano piú crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s’incalliscono, e la forza sempre viva delle passioni fa che, dopo cent’anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi tanto quanto prima la prigionia. Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di piú è dunque superfluo e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta azione dei mali che conoscono, e non su quelli che ignorano. Si facciano due nazioni, in una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti, la pena maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell’altra la ruota. Io dico che la prima avrà tanto timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di trasportar nella prima le pene maggiori della seconda, l’istessa ragione servirebbe per accrescere le pene di quest’ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti piú lenti e piú studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni. Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle pene, contrarie al fine medesimo di prevenire i delitti. La prima è che non è sí facile il serbare la proporzione essenziale tra il delitto e la pena, perché, quantunque un’industriosa crudeltà ne abbia variate moltissimo le specie, pure non possono oltrepassare quell’ultima forza a cui è limitata l’organizzazione e la sensibilità umana. Giunto che si sia a questo estremo, non si troverebbe a’ delitti piú dannosi e piú atroci pena maggiore corrispondente, come sarebbe d’uopo per prevenirgli. L’altra conseguenza è che la impunità stessa nasce dall’atrocità dei supplicii. Gli uomini sono racchiusi fra certi limiti, sí nel bene che nel male, ed uno spettacolo troppo atroce per l’umanità non può essere che un passeggiero furore, ma non mai un sistema costante quali debbono essere le leggi; che se veramente son crudeli, o si cangiano, o l’impunità fatale nasce dalle leggi medesime. Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d’orrore pe’ barbari ed inutili tormenti che da uomini, che si chiamavano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti? Chi può non sentirsi fremere tutta la parte la piú sensibile nel vedere migliaia d’infelici che la miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che hanno sempre favorito i pochi ed oltraggiato i molti, trasse ad un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di delitti impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d’altro che di esser fedeli ai propri principii, da uomini dotati dei medesimi sensi, e per conseguenza delle medesime passioni, con meditate formalità e con lente torture lacerati, giocondo spettacolo di una fanatica moltitudine?

Pena di morte: né utile né necessaria, scrive Vincenzo Vitale il 22 Agosto 2017 su "Il Dubbio".  Siamo così giunti al cuore dei temi affrontati da Beccaria, al punto che potrebbe affermarsi, senza tema di esagerare, che ogni altro argomento da lui espresso tendeva verso questo come scopo ultimo da trattare: la pena di morte. Gli interrogativi sulla pena di morte attraversano tutta la storia del pensiero occidentale, il quale da sempre si è preoccupato di reperire un fondamento teorico ad una pratica che per molti secoli aveva soddisfatto la gestione del potere politico. Non è certo questa la sede per censire le innumerevoli posizioni che sono state al riguardo elaborate, ma un punto fermo va comunque messo: Beccaria non propone alcun argomento teorico o filosofico contro la pena di morte, limitandosi a respingerla per motivazioni di carattere pratico e utilitaristico. Ciò non è senza rilievo per diverse ragioni. Infatti, per un verso, si tratta di argomentazioni che possono essere ritenute valide da chiunque e dovunque, fatto questo particolarmente importante se si pensa che in quel tempo non vi era Stato ove la pena di morte fosse sconosciuta: il primo ad abolirla, come è noto, fu il Granducato di Toscana, per mano di Leopoldo, molto influenzato proprio dalle idee di Beccaria, il 30 novembre 1786. Per altro verso, proporre motivi legati alla non utilità della pena di morte, espelleva in modo determinante dal dibattito ogni argomento di carattere teorico che potesse essere escogitato a favore, restringendo in modo sensibile il territorio del confronto tra i favorevoli e i contrari. Ebbene, Beccaria rigetta la pena di morte essenzialmente con due motivazioni, entrambe molto pratiche. Innanzitutto, perché l’effetto deterrente che molti sostengono essa abbia, inducendo la collettività ad astenersi dal commettere gravi delitti, si fa cogliere come inesistente. Con fine occhio di osservatore delle dinamiche sociali e psicologiche, Beccaria infatti rileva che la pena di morte “con la sua forza, non supplisce alla pronta dimenticanza”, e che essa “non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società”. Il giurista milanese sa bene che ciò che viene più difficilmente dimenticato dagli uomini non è un male grave e puntualmente individuato nel tempo – quale una esecuzione capitale, che appunto egli definisce uno “spettacolo”- ma la visione di un male, pur meno lacerante, ma duraturo nel tempo, tale da generare uno sgomento non transeunte – quale appunto una “perpetua schiavitù”, che oggi diremmo ergastolo ( il quale, non a caso, va abolito oggi proprio in quanto rappresenta una sorta di pena di morte diluita nel tempo). La pena di morte non gode allora in punto di fatto di una reale forza deterrente verso la collettività, non mostra alcuna utilità. Da un secondo punto di vista, Beccaria ritiene assurdo in chiave psicologica e sociale che le stesse leggi dello Strato che puniscono l’omicidio, ne possano poi ordinare un altro allo scopo di sanzionare il primo. Anche da questa prospettiva, la pena di morte mostra tutta la sua inconcludenza e la sua inutilità. Infatti, si palesa del tutto inutile tentare di scoraggiare i sudditi dal commettere gravi reati, utilizzando leggi che, per punirli, legalizzassero proprio il comportamento punito. Si tratta di una insanabile contraddizione che Beccaria non manca di denunciare non tanto in sede teorica, ma di pratica utilità, allo scopo di far intendere ai governanti come sia impossibile proporre un simile schema di pseudo- ragionamento, destinato a fallire in partenza appunto perché autocontraddittorio. Come si è detto, queste idee dilagarono in Europa e, poco alla volta, tutti gli Stati, anche se a volte con grande lentezza, si risolsero ad abolire la pena di morte.  Beccaria, da uomo esperto del mondo, sapeva bene quanta fatica ci sarebbe voluta per giungere a tale esito e, ricorrendo ad una immagine perfino poetica, scrive che “la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano”. Egli non si faceva illusioni e sapeva quante resistenze si sarebbero incontrate lungo la via dell’abolizione delle esecuzioni capitali.  Oggi, se essere europei espone a tante critiche e stigmatizza tante incapacità politiche, tuttavia giustifica un orgoglio: l’Europa è l’unico continente in cui tutti gli Stati – nessuno escluso – hanno abolito la pena di morte. Questa si chiama civiltà: e la dobbiamo a Beccaria.

«La pena di morte non è né utile né necessaria»

CAPITOLO XXVIII DELLA PENA DI MORTE. Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità. La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte. Quando la sperienza di tutt’i secoli, nei quali l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione. Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza. La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti. La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l’animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l’ultimo perché è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio piú fatto per essi che per il reo. Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice. Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perché un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l’orrore di quell’ultima tragedia. Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú che non lo corregge. Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perché è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi, parte che piú d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo. Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo. L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può piú che la religione medesima. Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata, in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle. La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani. Felice l’umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de’ loro popoli, cittadini coronati, l’aumento dell’autorità de’ quali forma la felicità de’ sudditi perché toglie quell’intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.

Carcerazione preventiva e il limite della discrezionalità dei giudici, scrive Vincenzo Vitale il 23 Agosto 2017 su "Il Dubbio".  Il commento ai capitoli 29, 30 e 31. Come era naturale, Beccaria non manca poi di occuparsi di aspetti rilevanti della politica criminale non solo del suoi tempo, ma di ogni tempo, compreso il nostro. Così, il primo problema che il giurista milanese si pone è quello della cattura degli accusati dei delitti. E di una cosa egli è assolutamente certo. Il magistrato non può mai e in nessun caso esser designato arbitro dei casi e delle modalità della carcerazione preventiva di un accusato, dovendo invece essere le leggi a determinare come e quando questo possa legittimamente avvenire. In altre parole, Beccaria ritiene che la discrezionalità dei giudici nell’ambito della cattura preventiva dell’accusato debba esser ridotta a zero, dovendosi invece rimettere alle leggi ogni indicazione al riguardo. Ora, abbiamo già visto prima che l’idea che il giudice possa farsi semplice cinghia di trasmissione fra la legge e il fatto da giudicare sia improponibile, anche se Beccaria la ripropone ogni volta con forza, fedele all’insegnamento illuminista del suo tempo: ciò non potrà mai accadere per il semplice motivo che il giudice è un essere umano e, come tale, portatore di una visione del mondo specifica che mai potrà essere messa nel nulla. Tuttavia, l’insistenza di Beccaria in tal senso può rivestire comunque il carattere di una preziosa indicazione utilissima per il nostro tempo, il tempo che vede purtroppo il protagonismo di diversi magistrati far aggio sulle legittime pretese della legge. Anche oggi i giudici – se leggessero le pagine di Beccaria – dovrebbero cercare di limitare al massimo la propria libertà interpretativa, che a volte sfocia nella incomprensibilità dell’arbitrio, per prestare maggiore ascolto alle indicazioni della legge, come risultano dai testi scritti in lingua italiana: insomma, anche alle interpretazioni c’è un limite e questo non va impunemente valicato. A margine – per modo di dire – Beccaria lamenta poi che nel suo tempo nonostante l’accusato possa essere stato assolto da ogni addebito, ciononostante, porti seco una nota “d’infamia”. Lezione molto utile per il nostro tempo, un tempo in cui non basta essere assolti con formula piena per vedersi restituita quella credibilità sociale di cui si era stati ingiustamente spogliati. Ne sanno qualcosa coloro – e non son pochi – che dopo anni di calvario, sono stati riconosciuti del tutto estranei ai fatti contestati, ma che non hanno potuto pubblicizzare l’esito positivo con la stessa forza e capillare diffusione con cui invece fu pubblicizzato il loro arresto o la loro messa in stato d’accusa. Altro tema oggi scottante è quello della prescrizione dei delitti, ma Beccaria lo affronta con la serenità intellettuale che ne dimostra la libertà da ogni asservimento ideologico. Egli suddividendo i delitti in due grandi categorie – quelli più gravi che attaccano la vita e la incolumità e quelli meno gravi che attaccano i beni – difende una prescrizione più lunga per i primi e una più breve per i secondi. Non gli passa neppure per la testa di eliminarla del tutto o di ridurla drasticamente, come invece oggi alcuni Soloni del diritto italiano vorrebbero. Infine, in relazione a particolari delitti considerati di difficile dimostrabilità – quali l’adulterio o l’infanticidio – Beccaria sostiene giustamente che primo onere delle leggi non è punire chi commetta reati, ma cercare di prevenirne la commissione, attraverso un’opera attenta di politica sociale. Quale politica sociale abbiamo oggi in Italia, ammesso ce ne sia una, lasciamo ai commentatori odierni delle vicende politiche individuare. Insomma, da molti versanti, Beccaria parla non soltanto ai suoi contemporanei, ma anche a noi, lanciandoci come un guanto di sfida che sta a noi raccogliere. Il fatto è che in Italia nessuno lo raccoglie, probabilmente perché chi di ragione sa che con Beccaria sarebbe una sfida perduta in partenza. E perciò finge di non sentire e di non sapere.

Chi va in prigione e poi è assolto non può essere infamato per sempre.

CAPITOLO XXIX DELLA CATTURA. Un errore non meno comune che contrario al fine sociale, che è l’opinione della propria sicurezza, è il lasciare arbitro il magistrato esecutore delle leggi d’imprigionare un cittadino, di togliere la libertà ad un nemico per frivoli pretesti, e di lasciare impunito un amico ad onta degl’indizi piú forti di reità. La prigionia è una pena che per necessità deve, a differenza d’ogn’altra, precedere la dichiarazione del delitto, ma questo carattere distintivo non le toglie l’altro essenziale, cioè che la sola legge determini i casi nei quali un uomo è degno di pena. La legge dunque accennerà gl’indizi di un delitto che meritano la custodia del reo, che lo assoggettano ad un esame e ad una pena. La pubblica fama, la fuga, la stragiudiciale confessione, quella d’un compagno del delitto, le minaccie e la costante inimicizia con l’offeso, il corpo del delitto, e simili indizi, sono prove bastanti per catturare un cittadino; ma queste prove devono stabilirsi dalla legge e non dai giudici, i decreti de’ quali sono sempre opposti alla libertà politica, quando non sieno proposizioni particolari di una massima generale esistente nel pubblico codice. A misura che le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore e la fame dalle carceri, che la compassione e l’umanità penetreranno le porte ferrate e comanderanno agl’inesorabili ed induriti ministri della giustizia, le leggi potranno contentarsi d’indizi sempre piú deboli per cattura- re. Un uomo accusato di un delitto, carcerato ed assolto non dovrebbe portar seco nota alcuna d’infamia. Quanti romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione è cosí diverso ai tempi nostri l’esito di un innocente? Perché sembra che nel presente sistema criminale, secondo l’opinione degli uomini, prevalga l’idea della forza e della prepotenza a quella della giustizia; perché si gettano confusi nella stessa caverna gli accusati e i convinti; perché la prigione è piuttosto un supplicio che una custodia del reo, e perché la forza interna tutrice delle leggi è separata dalla esterna difenditrice del trono e della nazione, quando unite dovrebbon essere. Cosí la prima sarebbe, per mezzo del comune appoggio delle leggi, combinata colla facoltà giudicativa, ma non dipendente da quella con immediata podestà, e la gloria, che accompagna la pompa, ed il fasto di un corpo militare toglierebbero l’infamia, la quale è piú attaccata al modo che alla cosa, come tutt’i popolari sentimenti; ed è provato dall’essere le prigionie militari nella comune opinione non cosí infamanti come le forensi. Durano ancora nel popolo, ne’ costumi e nelle leggi, sempre di piú di un secolo inferiori in bontà ai lumi attuali di una nazione, durano ancora le barbare impressioni e le feroci idee dei settentrionali cacciatori padri nostri. Alcuni hanno sostenuto che in qualunque luogo commettasi un delitto, cioè un’azione contraria alle leggi, possa essere punito; quasi che il carattere di suddito fosse indelebile, cioè sinonimo, anzi peggiore di quello di schiavo; quasi che uno potesse esser suddito di un dominio ed abitare in un altro, e che le di lui azioni potessero senza contradizione esser subordinate a due sovrani e a due codici sovente contradittori. Alcuni credono parimente che un’azione crudele fatta, per esempio, a Costantinopoli, possa esser punita a Parigi, per l’astratta ragione che chi offende l’umanità merita di avere tutta l’umanità inimica e l’esecrazione universale; quasiché i giudici vindici fossero della sensibilità degli uomini e non piuttosto dei patti che gli legano tra di loro. Il luogo della pena è il luogo del delitto, perché ivi solamente e non altrove gli uomini sono sforzati di offendere un privato per prevenire l’offesa pubblica. Uno scellerato, ma che non ha rotti i patti di una società di cui non era membro, può essere temuto, e però dalla forza superiore della società esiliato ed escluso, ma non punito colle formalità delle leggi vindici dei patti, non della malizia intrinseca delle azioni. Sogliono i rei di delitti piú leggieri esser puniti o nell’oscurità di una prigione, o mandati a dar esempio, con una lontana e però quasi inutile schiavitù, a nazioni che non hanno offeso. Se gli uomini non s’inducono in un momento a commettere i piú gravi delitti, la pubblica pena di un gran misfatto sarà considerata dalla maggior parte come straniera ed impossibile ad accaderle; ma la pubblica pena di delitti piú leggeri, ed a’ quali l’animo è piú vicino, farà un’impressione che, distogliendolo da questi, l’allontani viepiú da quegli. Le pene non devono solamente esser proporzionate fra loro ed ai delitti nella forza, ma anche nel modo d’infliggerle. Alcuni liberano dalla pena di un piccolo delitto quando la parte offesa lo perdoni, atto conforme alla beneficenza ed all’umanità, ma contrario al ben pubblico, quasi che un cittadino privato potesse egualmente togliere colla sua remissione la necessità dell’esempio, come può condonare il risarcimento dell’offesa. Il diritto di far punire non è di un solo, ma di tutti i cittadini o del sovrano. Egli non può che rinunziare alla sua porzione di diritto, ma non annullare quella degli altri.

CAPITOLO XXX PROCESSI E PRESCRIZIONE. Conosciute le prove e calcolata la certezza del delitto, è necessario concedere al reo il tempo e mezzi opportuni per giustificarsi; ma tempo cosí breve che non pregiudichi alla prontezza della pena, che abbiamo veduto essere uno de’ principali freni de’ delitti. Un mal inteso amore della umanità sembra contrario a questa brevità di tempo, ma svanirà ogni dubbio se si rifletta che i pericoli dell’innocenza crescono coi difetti della legislazione. Ma le leggi devono fissare un certo spazio di tempo, sí alla difesa del reo che alle prove de’ delitti, e il giudice diverrebbe legislatore se egli dovesse decidere del tempo necessario per provare un delitto. Parimente quei delitti atroci, dei quali lunga resta la memoria negli uomini, quando sieno provati, non meritano alcuna prescrizione in favore del reo che si è sottratto colla fuga; ma i delitti minori ed oscuri devono togliere colla prescrizione l’incertezza della sorte di un cittadino, perché l’oscurità in cui sono stati involti per lungo tempo i delitti toglie l’esempio della impunità, rimane intanto il potere al reo di divenir migliore. Mi basta accennar questi principii, perché non può fissarsi un limite preciso che per una data legislazione e nelle date circostanze di una società; aggiungerò solamente che, provata l’utilità delle pene moderate in una nazione, le leggi che in proporzione dei delitti scemano o accrescono il tempo della prescrizione, o il tempo delle prove, formando cosí della carcere medesima o del volontario esilio una parte di pena, somministreranno una facile divisione di poche pene dolci per un gran numero di delitti. Ma questi tempi non cresceranno nell’esatta proporzione dell’atrocità de’ delitti, poiché la probabilità dei delitti è in ragione inversa della loro atrocità. Dovrà dunque scemarsi il tempo dell’esame e crescere quello della prescrizione, il che parrebbe una contradizione di quanto dissi, cioè che possono darsi pene eguali a delitti diseguali, valutando il tempo della carcere o della prescrizione, precedenti la sentenza, come una pena. Per ispiegare al lettore la mia idea, distinguo due classi di delitti: la prima è quella dei delitti atroci, e questa comincia dall’omicidio, e comprende tutte le ulteriori sceleraggini; la seconda è quella dei delitti minori. Questa distinzione ha il suo fondamento nella natura umana. La sicurezza della propria vita è un diritto di natura, la sicurezza dei beni è un diritto di società. Il numero de’ motivi che spingon gli uomini oltre il naturale sentimento di pietà è di gran lunga minore al numero de’ motivi che per la naturale avidità di esser felici gli spingono a violare un diritto, che non trovano ne’ loro cuori ma nelle convenzioni della società. La massima differenza di probabilità di queste due classi esige che si regolino con diversi principii: nei delitti piú atroci, perché piú rari, deve sminuirsi il tempo dell’esame per l’accrescimento della probabilità dell’innocenza del reo, e deve crescere il tempo della prescrizione, perché dalla definitiva sentenza della innocenza o reità di un uomo dipende il togliere la lusinga della impunità, di cui il danno cresce coll’atrocità del delitto. Ma nei delitti minori scemandosi la probabilità dell’innocenza del reo, deve crescere il tempo dell’esame e, scemandosi il danno dell’impunità, deve diminuirsi il tempo della prescrizione. Una tal distinzione di delitti in due classi non dovrebbe ammettersi, se altrettanto scemasse il danno dell’impunità quanto cresce la probabilità del delitto. Riflettasi che un accusato, di cui non consti né l’innocenza né la reità, benché liberato per mancanza di prove, può soggiacere per il medesimo delitto a nuova cattura e a nuovi esami, se emanano nuovi indizi indicati dalla legge, finché non passi il tempo della prescrizione fissata al suo delitto. Tale è almeno il temperamento che sembrami opportuno per difendere e la sicurezza e la libertà de’ sudditi, essendo troppo facile che l’una non sia favorita a spese dell’altra, cosicché questi due beni, che formano l’inalienabile ed ugual patrimonio di ogni cittadino, non siano protetti e custoditi l’uno dall’aperto o mascherato dispotismo, l’altro dalla turbolenta popolare anarchia.

CAPITOLO XXXI DELITTI DI PROVA DIFFICILE. In vista di questi principii strano parrà, a chi non riflette che la ragione non è quasi mai stata la legislatrice delle nazioni, che i delitti o piú atroci o piú oscuri e chimerici, cioè quelli de’ quali l’improbabilità è maggiore, sieno provati dalle conghietture e dalle prove piú deboli ed equivoche; quasiché le leggi e il giudice abbiano interesse non di cercare la verità, ma di provare il delitto; quasiché di condannare un innocente non vi sia un tanto maggior pericolo quanto la probabilità dell’innocenza supera la probabilità del reato. Manca nella maggior parte degli uomini quel vigore necessario egualmente per i grandi delitti che per le grandi virtú, per cui pare che gli uni vadan sempre contemporanei colle altre in quelle nazioni che piú si sostengono per l’attività del governo e delle passioni cospiranti al pubblico bene che per la massa loro o la costante bontà delle leggi. In queste le passioni indebolite sembran piú atte a mantenere che a migliorare la forma di governo. Da ciò si cava una conseguenza importante, che non sempre in una nazione i grandi delitti provano il suo deperimento. Vi sono alcuni delitti che sono nel medesimo tempo frequenti nella società e difficili a provarsi, e in questi la difficoltà della prova tien luogo della probabilità dell’innocenza, ed il danno dell’impunità essendo tanto meno valutabile quanto la frequenza di questi delitti dipende da principii diversi dal pericolo dell’impunità, il tempo dell’esame e il tempo della prescrizione devono diminuirsi egualmente. E pure gli adulterii, la greca libidine, che sono delitti di difficile prova, sono quelli che secondo i principii ricevuti ammettono le tiranniche presunzioni, le quasi-prove, le semi-prove ( quasi che un uomo potesse essere semi innocente o semi-reo, cioè semi punibile e semi-assolvibile), dove la tortura esercita il crudele suo impero nella persona dell’accusato, nei testimoni, e persino in tutta la famiglia di un infelice, come con iniqua freddezza insegnano alcuni dottori che si danno ai giudici per norma e per legge. L’adulterio è un delitto che, considerato politicamente, ha la sua forza e la sua direzione da due cagioni: le leggi variabili degli uomini e quella fortissima attrazione che spinge l’un sesso verso l’altro; simile in molti casi alla gravità motrice dell’universo, perché come essa diminuisce colle distanze, e se l’una modifica tutt’i movimenti de’ corpi, cosí l’altra quasi tutti quelli dell’animo, finché dura il di lei periodo; dissimile in questo, che la gravità si mette in equilibrio cogli ostacoli, ma quella per lo piú prende forza e vigore col crescere degli ostacoli medesimi. Se io avessi a parlare a nazioni ancora prive della luce della religione direi che vi è ancora un’altra differenza considerabile fra questo e gli altri delitti. Egli nasce dall’abuso di un bisogno costante ed universale a tutta l’umanità, bisogno anteriore, anzi fondatore della società medesima, laddove gli altri delitti distruttori di essa hanno un’origine piú determinata da passioni momentanee che da un bisogno naturale. Un tal bisogno sembra, per chi conosce la storia e l’uomo, sempre uguale nel medesimo clima ad una quantità costante. Se ciò fosse vero, inutili, anzi perniciose sarebbero quelle leggi e quei costumi che cercassero diminuirne la somma totale, perché il loro effetto sarebbe di caricare una parte dei propri e degli altrui bisogni, ma sagge per lo contrario sarebbero quelle che, per dir cosí, seguendo la facile inclinazione del piano, ne dividessero e diramassero la somma in tante eguali e piccole porzioni, che impedissero uniformemente in ogni parte e l’aridità e l’allagamento. La fedeltà coniugale è sempre proporzionata al numero ed alla libertà de’ matrimoni. Dove gli ereditari pregiudizi gli reggono, dove la domestica potestà gli combina e gli scioglie, ivi la galanteria ne rompe secretamente i legami ad onta della morale volgare, il di cui offetti, perdonando alle cagioni. Ma non vi è bisogno di tali riflessioni per chi, vivendo nella vera religione, ha piú sublimi motivi, che correggono la forza degli effetti naturali. L’azione di un tal delitto è cosí instantanea e misteriosa, cosí coperta da quel velo medesimo che le leggi hanno posto, velo necessario, ma fragile, e che aumenta il pregio della cosa in vece di scemarlo, le occasioni cosí facili, le conseguenze cosí equivoche, che è piú in mano del legislatore il prevenirlo che correggerlo. Regola generale: in ogni delitto che, per sua natura, dev’essere il piú delle volte impunito, la pena diviene un incentivo. Ella è proprietà della nostra immaginazione che le difficoltà, se non sono insormontabili o troppo difficili rispetto alla pigrizia d’animo di ciascun uomo, eccitano piú vivamente l’immaginazione ed ingrandiscono l’oggetto, perché elleno sono quasi altrettanti ripari che impediscono la vagabonda e volubile immaginazione di sortire dall’oggetto, e costringendola a scorrere tutt’i rapporti, piú strettamente si attacca alla parte piacevole, a cui piú naturalmente l’animo nostro si avventa, che non alla dolorosa e funesta, da cui fugge e si allontana. L’attica venere cosí severamente punita dalle leggi e cosí facilmente sottoposta ai tormenti vincitori dell’innocenza, ha meno il suo fondamento su i bisogni dell’uomo isolato e libero che sulle passioni dell’uomo sociabile e schiavo. Essa prende la sua forza non tanto dalla sazietà dei piaceri, quanto da quella educazione che comincia per render gli uomini inutili a se stessi per fargli utili ad altri, in quelle case dove si condensa l’ardente gioventù, dove essendovi un argine insormontabile ad ogni altro commercio, tutto il vigore della natura che si sviluppa si consuma inutilmente per l’umanità, anzi ne anticipa la vecchiaia. L’infanticidio è parimente l’effetto di una inevitabile contradizione, in cui è posta una persona, che per debolezza o per violenza abbia ceduto. Chi trovasi tra l’infamia e la morte di un essere incapace di sentirne i mali, come non preferirà questa alla miseria infallibile a cui sarebbero esposti ella e l’infelice frutto? La miglior maniera di prevenire questo delitto sarebbe di proteggere con leggi efficaci la debolezza contro la tirannia, la quale esagera i vizi che non possono coprirsi col manto della virtú. Io non pretendo diminuire il giusto orrore che meritano questi delitti; ma, indicandone le sorgenti, mi credo in diritto di cavarne una conseguenza generale, cioè che non si può chiamare precisamente giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un delitto, finché la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile nelle date circostanze d’una nazione per prevenirlo.

Indulgente verso i suicidi e i contrabbandieri, scrive Vincenzo Vitale il 24 Agosto 2017 su "Il Dubbio". l commento ai commenti 32 e 33. Non sembri strano che Beccaria si soffermi anche sul tema del suicidio. Infatti, esso ha sempre interrogato in modo sottile e inquietante la coscienza del giurista, fino a propiziare una vera congerie di opinioni spesso in contrasto fra di loro. E ciò anche dal punto di vista sanzionatorio, cosa che può appunto apparire strana ai nostri occhi, se si pensa che Platone già proponeva che al cadavere di suicida fosse tagliata la mano e che questa fosse seppellita lontano dal corpo (tipo di sanzione simbolica). Invece, per San Tommaso, chi si toglie la vita uccide pur sempre un uomo e perciò merita una sanzione di un qualche tipo. Ovviamente, si pone un problema ulteriore per il tentato suicidio: qui, in astratto, si potrebbe sottoporre a pena il soggetto che abbia tentato di suicidarsi – senza riuscirvi – ma rimane il fatto che l’astratta comminatoria di una sanzione avrebbe l’esito di indurre il soggetto a meglio predisporre i comportamenti autolesionisti, per timore di incorrere nella sanzione in caso di insuccesso. Nessuno in realtà ha mai dubitato – nella storia dell’Occidente – che il suicidio sia un atto illecito, tranne qualche corrente della filosofia stoica o del libertarismo anglosassone; si tratta di capire se e come possa essere sanzionato. In certi casi la sanzione cadeva sui familiari sopravvissuti, attraverso sanzioni civili che incidevano sulla capacità di accedere all’eredità del suicida. Ebbene, Beccaria rigetta questa possibilità, in quanto la sanzione cadrebbe su persone diverse dal suicida e soprattutto – e qui rifulge la sua mentalità tipicamente utilitaristica perché una tale prospettiva sanzionatoria non sarebbe assolutamente in grado di fermare in tempo la mano di chi voglia usare violenza su se stesso. Da notare come anche in questo caso Beccaria metta in campo considerazioni di taglio strettamente utilitaristico, rifuggendo da ogni osservazione di tipo sostanziale, che afferisca cioè all’essenza del fenomeno. Non a caso, egli evita argomentazioni di quest’ultimo genere, dal momento che sa bene come esse in passato abbiano condotto a contrapposizioni sterili e infruttuose, tali da non condurre ad alcun esito condiviso o condivisibile. Una particolare clemenza Beccaria mostra poi per il reato di contrabbando il quale, se pur dannoso per le patrie finanze, non viene quasi mai percepito dai suoi autori nella sua reale consistenza: perciò, per il giurista milanese, le pene per costoro debbono essere diverse da quelle previste per i ladri o addirittura per i sicari. Qui Beccaria ripropone la sua netta avversione per i delitti che attentano direttamente alla incolumità personale o a quella dei beni privati, rispetto a quelli che attentano alle casse dello Stato, ma non si tratta di insensibilità per i beni pubblici: si tratta di effettiva ed immediata lesività dei comportamenti.

L’inutilità di fare dello Stato una prigione.

CAPITOLO XXXII SUICIDIO. Il suicidio è un delitto che sembra non poter ammettere una pena propriamente detta, poiché ella non può cadere che o su gl’innocenti, o su di un corpo freddo ed insensibile. Se questa non farà alcuna impressione su i viventi, come non lo farebbe lo sferzare una statua, quella è ingiusta e tirannica, perché la libertà politica degli uomini suppone necessariamente che le pene sieno meramente personali. Gli uomini amano troppo la vita, e tutto ciò che gli circonda li conferma in questo amore. La seducente immagine del piacere e la speranza, dolcissimo inganno de’ mortali, per cui trangugiano a gran sorsi il male misto di poche stille di contento, gli alletta troppo perché temer si debba che la necessaria impunità di un tal delitto abbia qualche influenza sugli uomini. Chi teme il dolore ubbidisce alle leggi; ma la morte ne estingue nel corpo tutte le sorgenti. Qual dunque sarà il motivo che tratterrà la mano disperata del suicida? Chiunque si uccide fa un minor male alla società che colui che ne esce per sempre dai confini, perché quegli vi lascia tutta la sua sostanza, ma questi trasporta se stesso con parte del suo avere. Anzi se la forza della società consiste nel numero de’ cittadini, col sottrarre se stesso e darsi ad una vicina nazione fa un doppio danno di quello che lo faccia chi semplicemente colla morte si toglie alla società. La questione dunque si riduce a sapere se sia utile o dannoso alla nazione il lasciare una perpetua libertà di assentarsi a ciascun membro di essa. Ogni legge che non sia armata, o che la natura delle circostanze renda insussistente, non deve promulgarsi; e come sugli animi regna l’opinione, che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del legislatore, che resiste alle dirette e violente, cosí le leggi inutili, disprezzate dagli uomini, comunicano il loro avvilimento alle leggi anche piú salutari, che sono risguardate piú come un ostacolo da superarsi che il deposito del pubblico bene. Anzi se, come fu detto, i nostri sentimenti sono limitati, quanta venerazione gli uomini avranno per oggetti estranei alle leggi tanto meno ne resterà alle leggi medesime. Da questo principio il saggio dispensatore della pubblica felicità può trarre alcune utili conseguenze, che, esponendole, mi allontanerebbono troppo dal mio soggetto, che è di provare l’inutilità di fare dello stato una prigione. Una tal legge è inutile perché, a meno che scogli inaccessibili o mare innavigabile non dividano un paese da tutti gli altri, come chiudere tutti i punti della circonferenza di esso e come custodire i custodi? Chi tutto trasporta non può, da che lo ha fatto, esserne punito. Un tal delitto subito che è commesso non può piú punirsi, e il punirlo prima è punire la volontà degli uomini e non le azioni; egli è un comandare all’intenzione, parte liberissima dell’uomo dall’impero delle umane leggi. Il punire l’assente nelle sostanze lasciatevi, oltre la facile ed inevitabile collusione, che senza tiranneggiare i contratti non può esser tolta, arrenerebbe ogni commercio da nazione a nazione. Il punirlo quando ritornasse il reo, sarebbe l’impedire che si ripari il male fatto alla società col rendere tutte le assenze perpetue. La proibizione stessa di sortire da un paese ne aumenta il desiderio ai nazionali di sortirne, ed è un avvertimento ai forestieri di non introdurvisi. Che dovremo pensare di un governo che non ha altro mezzo per trattenere gli uomini, naturalmente attaccati per le prime impressioni dell’infanzia alla loro patria, fuori che il timore? La piú sicura maniera di fissare i cittadini nella patria è di aumentare il ben essere relativo di ciascheduno. Come devesi fare ogni sforzo perché la bilancia del commercio sia in nostro favore, cosí è il massimo interesse del sovrano e della nazione che la somma della felicità, paragonata con quella delle nazioni circostanti, sia maggiore che altrove. I piaceri del lusso non sono i principali elementi di questa felicità, quantunque questo sia un rimedio necessario alla disuguaglianza, che cresce coi progressi di una nazione, senza di cui le ricchezze si addenserebbono in una sola mano. Dove i confini di un paese si aumentano in maggior ragione che non la popolazione di esso, ivi il lusso favorisce il dispotismo, sí perché quanto gli uomini sono piú rari tanto è minore l’industria; e quanto è minore l’industria, è tanto piú grande la dipendenza della povertà dal fasto, ed è tanto piú difficile e men temuta la riunione degli oppressi contro gli oppressori, sí perché le adorazioni, gli uffici, le distinzioni, la sommissione, che rendono piú sensibile la distanza tra il forte e il debole, si ottengono piú facilmente dai pochi che dai molti, essendo gli uomini tanto piú indipendenti quanto meno osservati, e tanto meno osservati quanto maggiore ne è il numero. Ma dove la popolazione cresce in maggior proporzione che non i confini, il lusso si oppone al dispotismo, perché anima l’industria e l’attività degli uomini, e il bisogno offre troppi piaceri e comodi al ricco perché quegli d’ostentazione, che aumentano l’opinione di dipendenza, abbiano il maggior luogo. Quindi può osservarsi che negli stati vasti e deboli e spopolati, se altre cagioni non vi mettono ostacolo, il lusso d’ostentazione prevale a quello di comodo; ma negli stati popolati piú che vasti il lusso di comodo fa sempre sminuire quello di ostentazione. Ma il commercio ed il passaggio dei piaceri del lusso ha questo inconveniente, che quantunque facciasi per il mezzo di molti, pure comincia in pochi, e termina in pochi, e solo pochissima parte ne gusta il maggior numero, talché non impedisce il sentimento della miseria, piú cagionato dal paragone che dalla realità. Ma la sicurezza e la libertà limitata dalle sole leggi sono quelle che formano la base principale di questa felicità, colle quali i piaceri del lusso favoriscono la popolazione, e senza di quelle divengono lo stromento della tirannia. Siccome le fiere piú generose e i liberissimi uccelli si allontanano nelle solitudini e nei boschi inaccessibili, ed abbandonano le fertili e ridenti campagne all’uomo insidiatore, cosí gli uomini fuggono i piaceri medesimi quando la tirannia gli distribuisce. Egli è dunque dimostrato che la legge che imprigiona i sudditi nel loro paese è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà parimente la pena del suicidio; e perciò, quantunque sia una colpa che Dio punisce, perché solo può punire anche dopo la morte, non è un delitto avanti gli uomini, perché la pena, in vece di cadere sul reo medesimo, cade sulla di lui famiglia. Se alcuno mi opponesse che una tal pena può nondimeno ritrarre un uomo determinato dall’uccidersi, io rispondo: che chi tranquillamente rinuncia al bene della vita, che odia l’esistenza quaggiù, talché vi preferisce un’infelice eternità, deve essere niente mosso dalla meno efficace e piú lontana considerazione dei figli o dei parenti.

CAPITOLO XXXIII CONTRABBANDI. Il contrabbando è un vero delitto che offende il sovrano e la nazione, ma la di lui pena non dev’essere infamante, perché commesso non produce infamia nella pubblica opinione. Chiunque dà pene infamanti a’ delitti che non sono reputati tali dagli uomini, scema il sentimento d’infamia per quelli che lo sono. Chiunque vedrà stabilita la medesima pena di morte, per esempio, a chi uccide un fagiano ed a chi assassina un uomo o falsifica uno scritto importante, non farà alcuna differenza tra questi delitti, distruggendosi in questa maniera i sentimenti morali, opera di molti secoli e di molto sangue, lentissimi e difficili a prodursi nell’animo umano, per far nascere i quali fu creduto necessario l’aiuto dei piú sublimi motivi e un tanto apparato di gravi formalità. Questo delitto nasce dalla legge medesima poiché, crescendo la gabella, cresce sempre il vantaggio, e però la tentazione di fare il contrabbando e la facilità di commetterlo cresce colla circonferenza da custodirsi e colla diminuzione del volume della merce medesima. La pena di perdere e la merce bandita e la roba che l’accompagna è giustissima, ma sarà tanto piú efficace quanto piú piccola sarà la gabella, perché gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio che l’esito felice dell’impresa produrrebbe. Ma perché mai questo delitto non cagiona infamia al di lui autore, essendo un furto fatto al principe, e per conseguenza alla nazione medesima?

Rispondo che le offese che gli uomini credono non poter essere loro fatte, non l’interessano tanto che basti a produrre la pubblica indegnazione contro di chi le commette. Tale è il contrabbando. Gli uomini su i quali le conseguenze rimote fanno debolissime impressioni, non veggono il danno che può loro accadere per il contrabbando, anzi sovente ne godono i vantaggi presenti. Essi non veggono che il danno fatto al principe; non sono dunque interessati a privare dei loro suffragi chi fa un contrabbando, quanto lo sono contro chi commette un furto privato, contro chi falsifica il carattere, ed altri mali che posson loro accadere. Principio evidente che ogni essere sensibile non s’interessa che per i mali che conosce. Ma dovrassi lasciare impunito un tal delitto contro chi non ha roba da perdere? No: vi sono dei contrabbandi che interessano talmente la natura del tributo, parte cosí essenziale e cosí difficile in una buona legislazione, che un tal delitto merita una pena considerabile fino alla prigione medesima, fino alla servitù; ma prigione e servitù conforme alla natura del delitto medesimo. Per esempio la prigionia del contrabbandiere di tabacco non dev’essere comune con quella del sicario o del ladro, e i lavori del primo, limitati al travaglio e servigio della regalia medesima che ha voluto defraudare, saranno i piú conformi alla natura delle pene.

Il pentitismo è la manifesta debolezza della legge, scrive Vincenzo Vitale il 25 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Il commento ai capitoli 34, 35, 36 e 37. Dove Beccaria si mostra davvero innovatore è nel campo dei reati che oggi chiameremmo di tipo fallimentare, derivanti cioè dall’attività commerciale di un certo soggetto. Beccaria infatti distingue fra il fallito colpevole e quello innocente, vale a dire fra quello che dolosamente abbia frodato i creditori nell’ambito della propria attività e quello che invece sia stato vittima incolpevole di circostanze avverse che ne hanno cagionato l’insolvenza. Il primo va punito in modo proporzionato alla gravità dei fatti commessi, mentre il secondo va invece perfino aiutato dallo Stato, proprio in quanto del tutto incolpevole. Oggi ci sembra la scoperta dell’acqua calda, ma se si pensa che Beccaria scriveva queste cose e diffondeva queste idee oltre due secoli e mezzo fa – quando ancora il debitore veniva incarcerato – allora non sarà difficile comprendere la portata davvero rivoluzionaria delle sue pagine. Del tutto contrario è poi Beccaria alla imposizione di taglie, che oggi stranamente tornano a far capolino di tanto in tanto per iniziativa di qualche associazione privata, allo scopo di scoprire i colpevoli di reati commessi contro un qualche socio. Il giurista milanese osserva che tale tipo di iniziativa è sommamente inutile, in quanto “in vece di prevenire un delitto, ne fa nascer cento”, poiché induce al tradimento, armando la mano dei cittadini contro altri cittadini e mentre punisce un reato, un altro ne propizia. Insomma, una prassi nefasta che produce più danni di quanti vorrebbe evitarne. E finalmente Beccaria tocca il tema della impunità che alcuni Tribunali offrono al complice di un grave delitto che farà il nome dei suoi sodali: oggi diremmo il tema del pentitismo. Ora, pur in presenza di indubitabili vantaggi (scoprire gli autori di gravi reati e prevenirne altri), Beccaria sostiene che gli svantaggi siano di gran lunga più significativi: infatti, sollecitare la delazione, pur fra scellerati, significa da un lato autorizzare il tradimento e, dall’altro, manifestare la debolezza della legge, “che implora l’aiuto di chi l’offende”. Questa posizione dovrebbe essere meditata da quanti – ed oggi non sono pochi – con eccessiva superficialità e spregiudicatezza intendono sempre e comunque far ricorso allo strumento della delazione legalizzata, come si trattasse di una innocente strategia di politica criminale. Beccaria non riesce proprio a tollerare questa impostazione, nonostante sembri quasi che faccia di tutto per autoconvincersi in senso contrario. Ecco perchè così egli conclude sul punto: “Ma invano tormento me stesso per distruggere il rimorso che sento autorizzando le sacrosante leggi, il monumento della pubblica confidenza, la base della morale umana, al tradimento e alla dissimulazione”. Beccaria si pone qui degli interrogativi che non sono esclusivamente di carattere etico, ma anche di carattere giuridico, interrogativi che invece i giuristi di oggi in Italia fingono di non conoscere neppure e per i quali non mostrano comunque alcuna sensibilità. Di fatto oggi in Italia nessuno si pone queste domande. Eppure, qualcuno dovrebbe porsele, se non altro perché esse hanno un senso compiuto. Il pentitismo viene di solito difeso con il tipico ragionamento del fine che giustifica i mezzi, di sapore machiavellico. Ora, a parte che un tale concetto non fu mai espresso dal segretario fiorentino, rimane che si tratta di un ragionamento assurdo: si sa quanto lo criticasse Hegel, il quale chiariva che il fine non giustifica mai i mezzi, ma li specifica soltanto. Si prega perciò i Soloni di casa nostra di non usare più questo argomento che è semplicemente inesistente.

Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla con le taglie.

CAPITOLO XXXIV DEI DEBITORI. La buona fede dei contratti, la sicurezza del commercio costringono il legislatore ad assicurare ai creditori le persone dei debitori falliti, ma io credo importante il distinguere il fallito doloso dal fallito innocente; il primo dovrebbe esser punito coll’istessa pena che è assegnata ai falsificatori delle monete, poiché il falsificare un pezzo di metallo coniato, che è un pegno delle obbligazioni de’ cittadini, non è maggior delitto che il falsificare le obbligazioni stesse. Ma il fallito innocente, ma colui che dopo un rigoroso esame ha provato innanzi a’ suoi giudici che o l’altrui malizia, o l’altrui disgrazia, o vicende inevitabili dalla prudenza umana lo hanno spogliato delle sue sostanze, per qual barbaro motivo dovrà essere gettato in una prigione, privo dell’unico e tristo bene che gli avanza di una nuda libertà, a provare le angosce dei colpevoli, e colla disperazione della probità oppressa a pentirsi forse di quella innocenza colla quale vivea tranquillo sotto la tutela di quelle leggi che non era in sua balìa di non offendere, leggi dettate dai potenti per avidità, e dai deboli sofferte per quella speranza che per lo piú scintilla nell’animo umano, la quale ci fa credere gli avvenimenti sfavorevoli esser per gli altri e gli avantaggiosi per noi? Gli uomini abbandonati ai loro sentimenti i piú obvii amano le leggi crudeli, quantunque, soggetti alle medesime, sarebbe dell’interesse di ciascuno che fossero moderate, perché è piú grande il timore di essere offesi che la voglia di offendere. Ritornando all’innocente fallito, dico che se inestinguibile dovrà essere la di lui obbligazione fino al totale pagamento, se non gli sia concesso di sottrarvisi senza il consenso delle parti interessate e di portar sotto altre leggi la di lui industria, la quale dovrebb’esser costretta sotto pene ad essere impiegata a rimetterlo in istato di soddisfare proporzionalmente ai progressi, qual sarà il pretesto legittimo, come la sicurezza del commercio, come la sacra proprietà dei beni, che giustifichi una privazione di libertà inutile fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù svelare i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo nella supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria che il valore degl’inconvenienti politici sia in ragione composta della diretta del danno pubblico, e della inversa della improbabilità di verificarsi.

Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave, la grave dalla leggiera, e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori, ma con privazione di libertà, riserbando all’ultima la scelta libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà di farlo, lasciandola ai creditori. Ma le distinzioni di grave e di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei limiti sono cosí necessarie nella politica come nella matematica, tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze. Proprietà dei beni, che giustifichi una privazione di libertà inutile fuori che nel caso di far coi mali della schiavitù svelare i secreti di un supposto fallito innocente, caso rarissimo nella supposizione di un rigoroso esame! Credo massima legislatoria che il valore degl’inconvenienti politici sia in ragione composta della diretta del danno pubblico, e della inversa della improbabilità di verificarsi. Potrebbesi distinguere il dolo dalla colpa grave, la grave dalla leggiera, e questa dalla perfetta innocenza, ed assegnando al primo le pene dei delitti di falsificazione, alla seconda minori, ma con privazione di libertà, riserbando all’ultima la scelta libera dei mezzi di ristabilirsi, togliere alla terza la libertà di farlo, lasciandola ai creditori. Ma le distinzioni di grave e di leggero debbon fissarsi dalla cieca ed imparzial legge, non dalla pericolosa ed arbitraria prudenza dei giudici. Le fissazioni dei limiti sono cosí necessarie nella politica come nella matematica, tanto nella misura del ben pubblico quanto nella misura delle grandezze. Con quale facilità il provido legislatore potrebbe impedire una gran parte dei fallimenti colpevoli, e rimediare alle disgrazie dell’innocente industrioso! La pubblica e manifesta registrazione di tutt’i contratti, e la libertà a tutt’i cittadini di consultarne i documenti bene ordinati, un banco pubblico formato dai saggiamente ripartiti tributi sulla felice mercatura e destinato a soccorrere colle somme opportune l’infelice ed incolpabile membro di essa, nessun reale inconveniente avrebbero ed innumerabili vantaggi possono produrre. Ma le facili, le semplici, le grandi leggi, che non aspettano che il cenno del legislatore per ispandere nel seno della nazione la dovizia e la robustezza, leggi che d’inni immortali di riconoscenza di generazione in generazione lo ricolmerebbero, sono o le men cognite o le meno volute. Uno spirito inquieto e minuto, la timida prudenza del momento presente, una guardinga rigidezza alle novità s’impadroniscono dei sentimenti di chi combina la folla delle azioni dei piccoli mortali.

CAPITOLO XXXV ASILI. Mi restano ancora due questioni da esaminare: l’una, se gli asili sieno giusti, e se il patto di rendersi fra le nazioni reciprocamente i rei sia utile o no. Dentro i confini di un paese non dev’esservi alcun luogo indipendente dalle leggi. La forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l’ombra segue il corpo. L’impunità e l’asilo non differiscono che di piú e meno, e come l’impressione della pena consiste piú nella sicurezza d’incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano piú ai delitti di quello che le pene non allontanano. Moltiplicare gli asili è il formare tante piccole sovranità, perché dove non sono leggi che comandano, ivi possono formarsene delle nuove ed opposte alle comuni, e però uno spirito opposto a quello del corpo intero della società. Tutte le istorie fanno vedere che dagli asili sortirono grandi rivoluzioni negli stati e nelle opinioni degli uomini. Ma se sia utile il rendersi reciprocamente i rei fra le nazioni, io non ardirei decidere questa questione finché le leggi piú conformi ai bisogni dell’umanità, le pene piú dolci, ed estinta la dipendenza dall’arbitrio e dall’opinione, non rendano sicura l’innocenza oppressa e la detestata virtú; finché la tirannia non venga del tutto dalla ragione universale, che sempre piú unisce gl’interessi del trono e dei sudditi, confinata nelle vaste pianure dell’Asia, quantunque la persuasione di non trovare un palmo di terra che perdoni ai veri delitti sarebbe un mezzo efficacissimo per prevenirli.

CAPITOLO XXXVI DELLA TAGLIA. L’altra questione è se sia utile il mettere a prezzo la testa di un uomo conosciuto reo ed armando il braccio di ciascun cittadino farne un carnefice. O il reo è fuori de’ confini, o al di dentro: nel primo caso il sovrano stimola i cittadini a commettere un delitto, e gli espone ad un supplicio, facendo cosí un’ingiuria ed una usurpazione d’autorità negli altrui dominii, ed autorizza in questa maniera le altre nazioni a far lo stesso con lui; nel secondo mostra la propria debolezza. Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla. Di piú, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtú, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono. Con una mano il legislatore stringe i legami di famiglia, di parentela, di amicizia, e coll’altra premia chi gli rompe e chi gli spezza; sempre contradittorio a se medesimo, ora invita alla fiducia gli animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutt’i cuori. In vece di prevenire un delitto, ne fa nascer cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte. A misura che crescono i lumi in una nazione, la buona fede e la confidenza reciproca divengono necessarie, e sempre piú tendono a confondersi colla vera politica. Gli artificii, le cabale, le strade oscure ed indirette, sono per lo piú prevedute, e la sensibilità di tutti rintuzza la sensibilità di ciascuno in particolare. I secoli d’ignoranza medesimi, nei quali la morale pubblica piega gli uomini ad ubbidire alla privata, servono d’instruzione e di sperienza ai secoli illuminati. Ma le leggi che premiano il tradimento e che eccitano una guerra clandestina spargendo il sospetto reciproco fra i cittadini, si oppongono a questa cosí necessaria riunione della morale e della politica, a cui gli uomini dovrebbero la loro felicità, le nazioni la pace, e l’universo qualche piú lungo intervallo di tranquillità e di riposo ai mali che vi passeggiano sopra.

CAPITOLO XXXVII ATTENTATI, COMPLICI, IMPUNITÀ. Perché le leggi non puniscono l’intenzione, non è però che un delitto che cominci con qualche azione che ne manifesti la volontà di eseguirlo non meriti una pena, benché minore all’esecuzione medesima del delitto. L’importanza di prevenire un attentato autorizza una pena; ma siccome tra l’attentato e l’esecuzione vi può essere un intervallo, cosí la pena maggiore riserbata al delitto consumato può dar luogo al pentimento. Lo stesso dicasi quando siano piú complici di un delitto, e non tutti esecutori immediati, ma per una diversa ragione. Quando piú uomini si uniscono in un rischio, quant’egli sarà piú grande tanto piú cercano che sia uguale per tutti; sarà dunque piú difficile trovare chi si contenti d’esserne l’esecutore, correndo un rischio maggiore degli altri complici. La sola eccezione sarebbe nel caso che all’esecutore fosse fissato un premio; avendo egli allora un compenso per il maggior rischio la pena dovrebbe esser eguale. Tali riflessioni sembreran troppo metafisiche a chi non rifletterà essere utilissimo che le leggi procurino meno motivi di accordo che sia possibile tra i compagni di un delitto. Alcuni tribunali offrono l’impunità a quel complice di grave delitto che paleserà i suoi compagni. Un tale spediente ha i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi. Gl’inconvenienti sono che la nazione autorizza il tradimento, detestabile ancora fra gli scellerati, perché sono meno fatali ad una nazione i delitti di coraggio che quegli di viltà: perché il primo non è frequente, perché non aspetta che una forza benefica e direttrice che lo faccia conspirare al ben pubblico, e la seconda è piú comune e contagiosa, e sempre piú si concentra in se stessa. Di piú, il tribunale fa vedere la propria incertezza, la debolezza della legge, che implora l’aiuto di chi l’offende. I vantaggi sono il prevenire delitti importanti, e che essendone palesi gli effetti ed occulti gli autori intimoriscono il popolo; di piú, si contribuisce a mostrare che chi manca di fede alle leggi, cioè al pubblico, è probabile che manchi al privato. Sembrerebbemi che una legge generale che promettesse la impunità al complice palesatore di qualunque delitto fosse preferibile ad una speciale dichiarazione in un caso particolare, perché cosí preverrebbe le unioni col reciproco timore che ciascun complice avrebbe di non espor che se medesimo; il tribunale non renderebbe audaci gli scellerati che veggono in un caso particolare chiesto il loro soccorso. Una tal legge però dovrebbe accompagnare l’impunità col bando del delatore… Ma invano tormento me stesso per distruggere il rimorso che sento autorizzando le sacrosante leggi, il monumento della pubblica confidenza, la base della morale umana, al tradimento ed alla dissimulazione. Qual esempio alla nazione sarebbe poi se si mancasse all’impunità promessa, e che per dotte cavillazioni si strascinasse al supplicio ad onta della fede pubblica chi ha corrisposto all’invito delle leggi! Non sono rari nelle nazioni tali esempi, e perciò rari non sono coloro che non hanno di una nazione altra idea che di una macchina complicata, di cui il piú destro e il piú potente ne muovono a lor talento gli ordigni; freddi ed insensibili a tutto ciò che forma la delizia delle anime tenere e sublimi, eccitano con imperturbabile sagacità i sentimenti piú cari e le passioni piú violente, sí tosto che le veggono utili al loro fine, tasteggiando gli animi, come i musici gli stromenti.

Il divieto di porre domande “suggestive” e l’uso della tortura, scrive Vincenzo Vitale il 26 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Commento ai capitoli 38, 39, 40 e 41. L’etimo di “suggestivo” ci dice che tale aggettivo proviene dal verbo “suggerire”: ecco perché i nostri codici di procedura proibiscono di porre al testimone delle domande suggestive, vale a dire tali da indicare implicitamente, cioè da suggerire, la risposta che si attende di ricevere. Al tempo di Beccaria valeva la medesima regola, perfino ovvia allo scopo di non influenzare le deposizioni dei testimoni in un senso o nell’altro. Sia detto fra parentesi, tale divieto non vale solo per le parti – cioè il pubblico ministero e il difensore – ma vale anche per il giudice, il quale, nel porre una domanda al teste, non può certo suggerire implicitamente la risposta che da lui si attende: la nostra giurisprudenza sul punto arranca, stentando ad ammettere questa lampante verità, quasi che il giudice, per sue misteriose virtù, possa sottrarsi alle normali leggi della razionalità giuridica, e spingersi lecitamente a suggerire al teste la risposta alla propria domanda. Ma la cosa davvero interessante è che Beccaria trae spunto da questa regola procedurale, per tornare a scagliarsi contro la tortura con un argomento ineccepibile. Infatti, egli stigmatizza un ordinamento giuridico che da un lato proibisce le domande suggestive, mentre dall’altro autorizza la tortura: cosa più “suggestivo” del dolore fisico insopportabile? Ecco la stridente contraddizione degli ordinamenti del suo tempo, che egli non manca di rilevare e di censurare. Beccaria non giunge però ad ammettere che l’accusato possa rifiutarsi di rispondere, come invece garantito nei codici di procedura penale dei moderni Stati di diritto, con l’istituzione del “diritto al silenzio” dell’imputato, limitandosi egli a rilevare che nessuna pena ulteriore va all’accusato irrogata nel caso in cui le domande postegli siano inutili, in quanto certa la sua colpevolezza. Anche qui dunque, dominante, la prospettiva utilitaristica. Tace invece, e a ragione, Beccaria su delitti che davano luogo alla pena del rogo; e ne tace perché non di delitti si trattava, ma di peccati e, come è noto, egli distingue nettamente e separa i primi dai secondi, questi ultimi dovendosi lasciare alla competenza di altra autorità. Ma siccome abbiamo visto più volte che Beccaria non tradisce la propria ispirazione utilitarista, non poteva mancare un accenno a quelle che chiama “false idee di utilità”. Tali sono le leggi che sacrificano vantaggi reali a favore di inconvenienti puramente immaginari, quelle che toglierebbero agli uomini “il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega”. Con un pizzico di umorismo che non guasta, Beccaria rende benissimo la sua idea, che forse oggi potremmo definire, forzando un po’, antiproibizionista. Così, Beccaria si dichiara contrario alle leggi che proibiscono di portare armi, in quanto esse disarmeranno soltanto coloro che non sono “inclinati” a portarle, mentre i veri delinquenti che si avvalgono delle armi come normale strumento delle loro malefatte non si lasceranno certamente scoraggiare da una legge che punisce il porto dell’arma, se questa serve per commettere i ben più gravi delitti ai quali si son già preparati. Massima e certa utilità sta dunque, per Beccaria, più che nel punire i delitti, nel prevenirli. Il modo più sicuro per il giurista milanese sta nel fare leggi “chiare e semplici”, tali da poter essere da tutti intese e seguite. Ora, a parte il limite del razionalismo illuminista, di cui anche Beccaria partecipava, in forza del quale basterebbe conoscere la verità delle cose, per seguirla (cosa che non è, perché non sempre la volontà segue la ragione: e basti citare in proposito un celebre distico di Terenzio: “video bona proboque, deteriora sequor”), rimane il fatto incontestabile che in un sistema di leggi scritte, quale il nostro, o esse sono chiare e comprensibili oppure sono inutili. Basti por mente alla situazione italiana di oggi, dove un esasperante ed intricatissimo groviglio di norme e precetti che si rincorrono, si sovrappongono, si escludono vicendevolmente, si presenta come un vero rompicapo per il giurista. E da qui naturalmente una pluralità di interpretazioni, di rimandi, di conflitti: insomma, la incertezza del diritto elevata a fisiologico canone interpretativo. Beccaria ne sarebbe inorridito, bollando buona parte delle nostre leggi vigenti con l’infamante marchio della inutilità.

Per prevenire i delitti servono leggi chiare e semplici.

CAPITOLO XXXVIII INTERROGAZIONI SUGGESTIVE, DEPOSIZIONI. Le nostre leggi proscrivono le interrogazioni che chiamansi suggestive in un processo: quelle cioè secondo i dottori, che interrogano della specie, dovendo interrogare del genere, nelle circostanze d’un delitto: quelle interrogazioni cioè che, avendo un’immediata connessione col delitto, suggeriscono al reo una immediata risposta. Le interrogazioni secondo i criminalisti devono per dir cosí inviluppare spiralmente il fatto, ma non andare giammai per diritta linea a quello. I motivi di questo metodo sono o per non suggerire al reo una risposta che lo metta al coperto dell’accusa, o forse perché sembra contro la natura stessa che un reo si accusi immediatamente da sé. Qualunque sia di questi due motivi è rimarcabile la contradizione delle leggi che unitamente a tale consuetudine autorizzano la tortura; imperocché qual interrogazione piú suggestiva del dolore? Il primo motivo si verifica nella tortura, perché il dolore suggerirà al robusto un’ostinata taciturnità onde cambiare la maggior pena colla minore, ed al debole suggerirà la confessione onde liberarsi dal tormento presente piú efficace per allora che non il dolore avvenire. Il secondo motivo è ad evidenza lo stesso, perché se una interrogazione speciale fa contro il diritto di natura confessare un reo, gli spasimi lo faranno molto piú facilmente: ma gli uomini piú dalla differenza de’ nomi si regolano che da quella delle cose. Fra gli altri abusi della grammatica i quali non hanno poco influito su gli affari umani, è notabile quello che rende nulla ed inefficace la deposizione di un reo già condannato; egli è morto civilmente, dicono gravemente i peripatetici giureconsulti, e un morto non è capace di alcuna azione. Per sostenere questa vana metafora molte vittime si sono sacrificate, e bene spesso si è disputato con seria riflessione se la verità dovesse cedere alle formule giudiciali. Purché le deposizioni di un reo condannato non arrivino ad un segno che fermino il corso della giustizia, perché non dovrassi concedere, anche dopo la condanna, e all’estrema miseria del reo e agl’interessi della verità uno spazio congruo, talché adducendo egli cose nuove, che cangino la natura del fatto, possa giustificar sé od altrui con un nuovo giudizio? Le formalità e le ceremonie sono necessarie nell’amministrazione della giustizia, sí perché niente lasciano all’arbitrio dell’amministratore, sí perché danno idea al popolo di un giudizio non tumultuario ed interessato, ma stabile e regolare, sí perché sugli uomini imitatori e schiavi dell’abitudine fanno piú efficace impressione le sensazioni che i raziocini. Ma queste senza un fatale pericolo non possono mai dalla legge fissarsi in maniera che nuocano alla verità, la quale, per essere o troppo semplice o troppo composta, ha bisogno di qualche esterna pompa che le concilii il popolo ignorante. Finalmente colui che nell’esame si ostinasse di non rispondere alle interrogazioni fattegli merita una pena fissata dalle leggi, e pena delle piú gravi che siano da quelle intimate, perché gli uomini non deludano cosí la necessità dell’esempio che devono al pubblico. Non è necessaria questa pena quando sia fuori di dubbio che un tal accusato abbia commesso un tal delitto, talché le interrogazioni siano inutili, nell’istessa maniera che è inutile la confessione del delitto quando altre prove ne giustificano la reità. Quest’ultimo caso è il piú ordinario, perché la sperienza fa vedere che nella maggior parte de’ processi i rei sono negativi.

CAPITOLO XXXIX DI UN GENERE PARTICOLARE DI DELITTI. Chiunque leggerà questo scritto accorgerassi che io ho ommesso un genere di delitti che ha coperto l’Europa di sangue umano e che ha alzate quelle funeste cataste, ove servivano di alimento alle fiamme i vivi corpi umani, quand’era giocondo spettacolo e grata armonia per la cieca moltitudine l’udire i sordi confusi gemiti dei miseri che uscivano dai vortici di nero fumo, fumo di membra umane, fra lo stridere dell’ossa incarbonite e il friggersi delle viscere ancor palpitanti. Ma gli uomini ragionevoli vedranno che il luogo, il secolo e la materia non mi permettono di esaminare la natura di un tal delitto. Troppo lungo, e fuori del mio soggetto, sarebbe il provare come debba essere necessaria una perfetta uniformità di pensieri in uno stato, contro l’esempio di molte nazioni; come opinioni, che distano tra di loro solamente per alcune sottilissime ed oscure differenze troppo lontane dalla umana capacità, pure possano sconvolgere il ben pubblico, quando una non sia autorizzata a preferenza delle altre; e come la natura delle opinioni sia composta a segno che mentre alcune col contrasto fermentando e combattendo insieme si rischiarano, e soprannotando le vere, le false si sommergono nell’oblio, altre, mal sicure per la nuda loro costanza, debbano esser vestite di autorità e di forza. Troppo lungo sarebbe il provare come, quantunque odioso sembri l’impero della forza sulle menti umane, del quale le sole conquiste sono la dissimulazione, indi l’avvilimento; quantunque sembri contrario allo spirito di mansuetudine e fraternità comandato dalla ragione e dall’autorità che piú veneriamo, pure sia necessario ed indispensabile. Tutto ciò deve credersi evidentemente provato e conforme ai veri interessi degli uomini, se v’è chi con riconosciuta autorità lo esercita. Io non parlo che dei delitti che emanano dalla natura umana e dal patto sociale, e non dei peccati, de’ quali le pene, anche temporali, debbono regolarsi con altri principii che quelli di una limitata filosofia.

CAPITOLO XL FALSE IDEE DI UTILITÀ. Una sorgente di errori e d’ingiustizie sono le false idee d’utilità che si formano i legislatori. Falsa idea d’utilità è quella che antepone gl’inconvenienti particolari all’inconveniente generale, quella che comanda ai sentimenti in vece di eccitargli, che dice alla logica: servi. Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portar le armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi piú sacre della umanità e le piú importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei?

Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiaman leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale. Falsa idea d’utilità è quella che vorrebbe dare a una moltitudine di esseri sensibili la simmetria e l’ordine che soffre la materia bruta e inanimata, che trascura i motivi presenti, che soli con costanza e con forza agiscono sulla moltitudine, per dar forza ai lontani, de’ quali brevissima e debole è l’impressione, se una forza d’immaginazione, non ordinaria nella umanità, non supplisce coll’ingrandimento alla lontananza dell’oggetto. Finalmente è falsa idea d’utilità quella che, sacrificando la cosa al nome, divide il ben pubblico dal bene di tutt’i particolari. Vi è una differenza dallo stato di società allo stato di natura, che l’uomo selvaggio non fa danno altrui che quanto basta per far bene a sé stesso, ma l’uomo sociabile è qualche volta mosso dalle male leggi a offender altri senza far bene a sé. Il dispotico getta il timore e l’abbattimento nell’animo de’ suoi schiavi, ma ripercosso ritorna con maggior forza a tormentare il di lui animo. Quanto il timore è piú solitario e domestico tanto è meno pericoloso a chi ne fa lo stromento della sua felicità; ma quanto è piú pubblico ed agita una moltitudine piú grande di uomini tanto è piú facile che vi sia o l’imprudente, o il disperato, o l’audace accorto che faccia servire gli uomini al suo fine, destando in essi sentimenti piú grati e tanto piú seducenti quanto il rischio dell’intrapresa cade sopra un maggior numero, ed il valore che gl’infelici danno alla propria esistenza si sminuisce a proporzione della miseria che soffrono. Questa è la cagione per cui le offese ne fanno nascere delle nuove, che l’odio è un sentimento tanto piú durevole dell’amore, quanto il primo prende la sua forza dalla continuazione degli atti, che indebolisce il secondo.

CAPITOLO XLI COME SI PREVENGANO I DELITTI. È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile, per parlare secondo tutt’i calcoli dei beni e dei mali della vita. Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo piú falsi ed opposti al fine proposto. Non è possibile il ridurre la turbolenta attività degli uomini ad un ordine geometrico senza irregolarità e confusione. Come le costanti e semplicissime leggi della natura non impediscono che i pianeti non si turbino nei loro movimenti cosí nelle infinite ed oppostissime attrazioni del piacere e del dolore, non possono impedirsene dalle leggi umane i turbamenti ed il disordine. Eppur questa è la chimera degli uomini limitati, quando abbiano il comando in mano. Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma egli è un crearne dei nuovi, egli è un definire a piacere la virtú ed il vizio, che ci vengono predicati eterni ed immutabili. A che saremmo ridotti, se ci dovesse essere vietato tutto ciò che può indurci a delitto? Bisognerebbe privare l’uomo dell’uso de’ suoi sensi. Per un motivo che spinge gli uomini a commettere un vero delitto, ve ne son mille che gli spingono a commetter quelle azioni indifferenti, che chiamansi delitti dalle male leggi; e se la probabilità dei delitti è proporzionata al numero dei motivi, l’ampliare la sfera dei delitti è un crescere la probabilità di commettergli. La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi. Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole. Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo. Gli uomini schiavi sono piú voluttuosi, piú libertini, piú crudeli degli uomini liberi. Questi meditano sulle scienze, meditano sugl’interessi della nazione, veggono grandi oggetti, e gl’imitano; ma quegli contenti del giorno presente cercano fra lo strepito del libertinaggio una distrazione dall’annientamento in cui si veggono; avvezzi all’incertezza dell’esito di ogni cosa, l’esito de’ loro delitti divien problematico per essi, in vantaggio della passione che gli determina. Se l’incertezza delle leggi cade su di una nazione indolente per clima, ella mantiene ed aumenta la di lei indolenza e stupidità. Se cade in una nazione voluttuosa, ma attiva, ella ne disperde l’attività in un infinito numero di piccole cabale ed intrighi, che spargono la diffidenza in ogni cuore e che fanno del tradimento e della dissimulazione la base della prudenza. Se cade su di una nazione coraggiosa e forte, l’incertezza vien tolta alla fine, formando prima molte oscillazioni dalla libertà alla schiavitù, e dalla schiavitù alla libertà.

La grandiosità e il limite di Beccaria: l’illuminismo, scrive Vincenzo Vitale il 29 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Il commento ai capitoli 42, 43, 44, 45, 46 e 47. Siamo così giunti, dopo questa veloce cavalcata, alla conclusione della fatica di Beccaria e questi ne profitta per ribadire alcuni concetti già espressi, ma che egli ritiene particolarmente rilevanti e significativi del suo pensiero.  Insiste così sulla necessità della diffusione del sapere e, sulle tracce di Rousseau, della educazione dei cittadini, certo che quando entrambi saranno consolidati, i delitti saranno quasi depennati dai comportamenti sociali. Ora, che il sapere e la educazione civica debbano essere diffusi e a tutti garantiti è cosa di cui nessuno dubita, ma, come già in precedenza accennato, possiamo esser certi che ciò non basterà affatto a debellare la commissione di delitti. Ribadisco qui che dunque Beccaria, oltre i suoi enormi meriti, incappa nel limite proprio della formazione illuministica del suo tempo, consistente in una sorta di endemico socratismo giuridico sociale, tanto più fragile quanto più autentico. Come è noto, per Socrate, la conoscenza della virtù è la strada maestra per seguirla, tutto risolvendosi appunto nella necessità di vincere l’ignoranza che affligge l’animo umano.  Non è così, come l’esperienza insegna.  In moltissimi casi, non basta conoscere la virtù – morale o sociale – per seguirne le tracce senza esitazioni. Occorre invece, dopo averla conosciuta, volerla seguire in modo deliberato e consapevole. Il razionalismo socratico – che poi è quello medesimo di Beccaria – incorre infatti proprio in questo limite insuperabile: mettere in primo piano la ragione, ma senza far i conti, come invece sembra necessario, con la volontà degli uomini. Se fosse come sostiene Beccaria, basterebbe un’opera massiccia di scolarizzazione sociale per debellare i delitti. Ebbene, in Italia, nel dopoguerra, la percentuale di analfabeti, si è pressocchè azzerata, ma non sembra che i delitti siano diminuiti in modo considerevole; anzi, negli ultimi decenni, essi sono lievitati di numero e di gravità in modo esponenziale.  In altri termini, non basta conoscere la virtù per fare il bene ed evitare il male: bisogna esercitarsi con la volontà, usando rettamente di questa nei casi specifici e concreti. Va da se che in un modello sociale come quello auspicato da Beccaria – dove al massimo sapere corrisponde la quasi scomparsa dei delitti – il potere che normalmente viene riconosciuto quale prerogativa della sovranità, quello di concedere la grazia, va debitamente escluso.  Infatti, egli definisce “felice” la nazione ove la clemenza e il perdono del sovrano divenissero non solo meno necessari, ma addirittura funesti.  Ora, in un modello ideale ciò può anche essere, a patto però che si abbia consapevolezza che appunto si tratti di un modello ideale e non reale.  Molto meno convincente è tale conclusione, se ci si pone davanti alla cruda realtà dei rapporti sociali e dei comportamenti umani. Allora, si vedrà che del potere di concedere la grazia da parte del sovrano nessun ordinamento reale potrà mai fare a meno, per il semplice motivo che mai è possibile rinunciare alla correzione del diritto e della sentenza, mai alla possibilità di rovesciare un verdetto, mai a quella di rimediare ad un errore, mai insomma a quello che Radbruch definiva come “un raggio di luce che penetra nel freddo ed oscuro mondo del diritto”. Preziosa è infine la sintesi finale con cui, prendendo congedo dai lettori, Beccaria ripropone le caratteristiche che la pena deve possedere per non essere tirannica. La pena deve dunque essere pubblica, perché tutti le possano conoscere e valutare; pronta, perchè l’eccessivo trascorrere del tempo dopo la commissione del delitto non ne vanifichi il significato e la portata; necessaria, perché essa non sembri frutto di arbitrio e di dispotismo; minima, perché tutti vedano che di essa non si abusa, ma si usa con la necessaria moderazione; proporzionata, perché, se non lo fosse, la pena medesima commetterebbe grave ingiustizia; dettata dalle leggi, perché non sembri stabilita dai singoli magistrati o dal potere sovrano, ma prevista per tutti in modo imparziale e indifferente.  Tutte dimensioni della pena che per noi oggi suonano come normali ed ovvie, al punto che se ne mancasse soltanto una, grideremmo al misfatto e alla tirannia del potere.  Non così, al tempo di Beccaria; e di questo, nell’accostarsi a queste pagine, dobbiamo sempre mantenere adeguata consapevolezza. Per questa ragione, tutti i popoli europei conserviamo verso queste pagine un enorme debito di riconoscenza, nel duplice senso del ringraziamento e della continua meditazione.  Se Beccaria non avesse illuminato la storia con queste sue coraggiose riflessioni, probabilmente oggi non potremmo esercitare la nostra libertà di cittadini come siamo soliti fare.  Tuttavia, molto del suo insegnamento va sempre riproposto, in quanto ancora non sufficientemente assimilato dal nostro sistema giuridico, come abbiamo cercato di mostrare nel corso di questo commento.  Molto, ancora e nonostante tutto, va ancora imparato e messo in pratica.  Dopo quasi tre secoli, non credo che Beccaria ne sarebbe contento.

La pena deve essere pubblica, pronta, necessaria, minima, proporzionata e dettata dalle leggi.

CAPITOLO XLII DELLE SCIENZE. Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore, che è sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. Le cognizioni facilitando i paragoni degli oggetti e moltiplicandone i punti di vista, contrappongono molti sentimenti gli uni agli altri, che si modificano vicendevolmente, tanto piú facilmente quanto si preveggono negli altri le medesime viste e le medesime resistenze. In faccia ai lumi sparsi con profusione nella nazione, tace la calunniosa ignoranza e trema l’autorità disarmata di ragioni, rimanendo immobile la vigorosa forza delle leggi; perché non v’è uomo illuminato che non ami i pubblici, chiari ed utili patti della comune sicurezza, paragonando il poco d’inutile libertà da lui sacrificata alla somma di tutte le libertà sacrificate dagli altri uomini, che senza le leggi poteano divenire conspiranti contro di lui. Chiunque ha un’anima sensibile, gettando uno sguardo su di un codice di leggi ben fatte, e trovando di non aver perduto che la funesta libertà di far male altrui, sarà costretto a benedire il trono e chi lo occupa. Non è vero che le scienze sian sempre dannose all’umanità, e quando lo furono era un male inevitabile agli uomini. La moltiplicazione dell’uman genere sulla faccia della terra introdusse la guerra, le arti piú rozze, le prime leggi, che erano patti momentanei che nascevano colla necessità e con essa perivano. Questa fu la prima filosofia degli uomini, i di cui pochi elementi erano giusti, perché la loro indolenza e poca sagacità gli preservava dall’errore. Ma i bisogni si moltiplicavano sempre piú col moltiplicarsi degli uomini. Erano dunque necessarie impressioni piú forti e piú durevoli che gli distogliessero dai replicati ritorni nel primo stato d’insociabilità, che si rendeva sempre piú funesto. Fecero dunque un gran bene all’umanità quei primi errori che popolarono la terra di false divinità (dico gran bene politico) e che crearono un universo invisibile regolatore del nostro. Furono benefattori degli uomini quegli che osarono sorprendergli e strascinarono agli altari la docile ignoranza. Presentando loro oggetti posti di là dai sensi, che loro fuggivan davanti a misura che credean raggiungerli, non mai disprezzati, perché non mai ben conosciuti, riunirono e condensarono le divise passioni in un solo oggetto, che fortemente gli occupava. Queste furono le prime vicende di tutte le nazioni che si formarono da’ popoli selvaggi, questa fu l’epoca della formazione delle grandi società, e tale ne fu il vincolo necessario e forse unico. Non parlo di quel popolo eletto da Dio, a cui i miracoli piú straordinari e le grazie piú segnalate tennero luogo della umana politica. Ma come è proprietà dell’errore di sottodividersi all’infinito, cosí le scienze che ne nacquero fecero degli uomini una fanatica moltitudine di ciechi, che in un chiuso laberinto si urtano e si scompigliano di modo che alcune anime sensibili e filosofiche regrettarono persino l’antico stato selvaggio. Ecco la prima epoca, in cui le cognizioni, o per dir meglio le opinioni, sono dannose. La seconda è nel difficile e terribil passaggio dagli errori alla verità, dall’oscurità non conosciuta alla luce. L’urto immenso degli errori utili ai pochi potenti contro le verità utili ai molti deboli, l’avvicinamento ed il fermento delle passioni, che si destano in quell’occasione, fanno infiniti mali alla misera umanità. Chiunque riflette sulle storie, le quali dopo certi intervalli di tempo si rassomigliano quanto all’epoche principali, vi troverà piú volte una generazione intera sacrificata alla felicità di quelle che le succedono nel luttuoso ma necessario passaggio dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della filosofia, e dalla tirannia alla libertà, che ne sono le conseguenze. Ma quando, calmati gli animi ed estinto l’incendio che ha purgata la nazione dai mali che l’opprimono, la verità, i di cui progressi prima son lenti e poi accelerati, siede compagna su i troni de’ monarchi ed ha culto ed ara nei parlamenti delle repubbliche, chi potrà mai asserire che la luce che illumina la moltitudine sia piú dannosa delle tenebre, e che i veri e semplici rapporti delle cose ben conosciute dagli uomini lor sien funesti? Se la cieca ignoranza è meno fatale che il mediocre e confuso sapere, poiché questi aggiunge ai mali della prima quegli dell’errore inevitabile da chi ha una vista ristretta al di qua dei confini del vero, l’uomo illuminato è il dono piú prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che lo rende depositario e custode delle sante leggi. Avvezzo a vedere la verità e a non temerla, privo della maggior parte dei bisogni dell’opinione non mai abbastanza soddisfatti, che mettono alla prova la virtú della maggior parte degli uomini, assuefatto a contemplare l’umanità dai punti di vista piú elevati, avanti a lui la propria nazione diventa una famiglia di uomini fratelli, e la distanza dei grandi al popolo gli par tanto minore quanto è maggiore la massa dell’umanità che ha avanti gli occhi. I filosofi acquistano dei bisogni e degli interessi non conosciuti dai volgari, quello principalmente di non ismentire nella pubblica luce i principii predicati nell’oscurità, ed acquistano l’abitudine di amare la verità per se stessa. Una scelta di uomini tali forma la felicità di una nazione, ma felicità momentanea se le buone leggi non ne aumentino talmente il numero che scemino la probabilità sempre grande di una cattiva elezione.

CAPITOLO XLIII MAGISTRATI. Un altro mezzo di prevenire i delitti si è d’interessare il consesso esecutore delle leggi piuttosto all’osservanza di esse che alla corruzione. Quanto maggiore è il numero che lo compone tanto è meno pericolosa l’usurpazione sulle leggi, perché la venalità è piú difficile tra membri che si osservano tra di loro, e sono tanto meno interessati ad accrescere la propria autorità, quanto minore ne è la porzione che a ciascuno ne toccherebbe, massimamente paragonata col pericolo dell’intrapresa. Se il sovrano coll’apparecchio e colla pompa, coll’austerità degli editti, col non permettere le giuste e le ingiuste querele di chi si crede oppresso, avvezzerà i sudditi a temere piú i magistrati che le leggi, essi profitteranno piú di questo timore di quello che non ne guadagni la propria e pubblica sicurezza.

CAPITOLO XLIV RICOMPENSE. Un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtú. Su di questo proposito osservo un silenzio universale nelle leggi di tutte le nazioni del dì d’oggi. Se i premi proposti dal- le accademie ai discuopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri, perché non i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbeno altresí le azioni virtuose? La moneta dell’onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore.

CAPITOLO XLV EDUCAZIONE. Finalmente il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione, oggetto troppo vasto e che eccede i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo perché non sia sempre fino ai piú remoti secoli della pubblica felicità un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggi. Un grand’uomo, che illumina l’umanità che lo perseguita, ha fatto vedere in dettaglio quali sieno le principali massime di educazione veramente utile agli uomini, cioè consistere meno in una sterile moltitudine di oggetti che nella scelta e precisione di essi, nel sostituire gli originali alle copie nei fenomeni sí morali che fisici che il caso o l’industria presenta ai novelli animi dei giovani, nello spingere alla virtú per la facile strada del sentimento, e nel deviarli dal male per la infallibile della necessità e dell’inconveniente, e non colla incerta del comando, che non ottiene che una simulata e momentanea ubbidienza.

CAPITOLO XLVI DELLE GRAZIE. Amisura che le pene divengono piú dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessari. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtú che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutt’i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione dove le pene fossero dolci ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi e dell’atrocità delle condanne. Quest’è la piú bella prerogativa del trono, questo è il piú desiderabile attributo della sovranità, e questa è la tacita disapprovazione che i benefici dispensatori della pubblica felicità danno ad un codice che con tutte le imperfezioni ha in suo favore il pregiudizio dei secoli, il voluminoso ed imponente corredo d’infiniti commentatori, il grave apparato dell’eterne formalità e l’adesione dei piú insinuanti e meno temuti semidot- ti. Ma si consideri che la clemenza è la virtú del legislatore e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizi particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti e che la pena non ne è la necessaria conseguenza è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che, potendosi perdonare, le condanne non perdonate siano piuttosto violenze della forza che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità. Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari, ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore. Saggio architetto, faccia sorgere il suo edificio sulla base dell’amor proprio, e l’interesse generale sia il risultato degl’interessi di ciascuno, e non sarà costretto con leggi parziali e con rimedi tumultuosi a separare ad ogni momento il ben pubblico dal bene de’ particolari, e ad alzare il simulacro della salute pubblica sul timore e sulla diffidenza. Profondo e sensibile filosofo, lasci che gli uomini, che i suoi fratelli, godano in pace quella piccola porzione di felicità che lo immenso sistema, stabilito dalla prima Cagione, da quello che è, fa loro godere in quest’angolo dell’universo.

CAPITOLO XLVII CONCLUSIONE. Conchiudo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Piú forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società cresce la sensibilità e, crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuol mantenersi la relazione tra l’oggetto e la sensazione. Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema generale molto utile, ma poco conforme all’uso, legislatore il piú ordinario delle nazioni, cioè: perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. IL RITO INQUISITORIO.

Franco Coppi: “Siamo ancora nel rito inquisitorio E i pm dominano”, Intervista il 22 luglio 2017 de "Il Dubbio". Il professore Franco Coppi non ha dubbi: «Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio per superare il codice Rocco e arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che il rito che è rimasto inquisitorio». Il professore Franco Coppi, 78 anni ben portati, è sicuramente uno degli avvocati penalisti più famosi d’Italia. Nato a Tripoli in Libia, da oltre 50 anni è protagonista di molti dei processi più importanti del Paese. Storico difensore di Giulio Andreotti, è stato il legale di Silvio Berlusconi nei processi Mediaset e Ruby. Attualmente assiste il ministro dello Sport Luca Lotti accusato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito dell’indagine Consip. Ma oltre ai processi “politici”, Coppi ha curato la difesa di Vittorio Emanuele di Savoia, di Francesco Totti, del direttore del Sismi Niccolò Pollari per il sequestro dell’imam Abu Omar e del governatore di Bankitalia Antonio Fazio nel processo Antonveneta. E’ stato anche il legale di Sabrina Misseri nel delitto di Avetrana. «Una tragedia che mi angoscia disse all’indomani della conferma dell’ergastolo per la cugina di Sara Scazzi – sono ossessionato dall’idea di non essere riuscito a dimostrare l’innocenza di quella sventurata». Attualmente il suo nome è in predicato per la Corte Costituzionale. Incarico prestigioso che ha, però, declinato. Come dice chi lo conosce bene, Coppi ha sempre fatto l’avvocato e non ha intenzione adesso di diventare giudice.

Professor Coppi, com’è lo stato della giustizia in Italia?

«La situazione è ormai tragica. Un disastro che riguarda sia il settore penale che quello civile».

Ci parli del penale.

«Nel 1989 abbiamo adottato il rito accusatorio. L’idea di fondo era quella di superare il codice Rocco e di arrivare ad una effettiva parità fra accusa e difesa. La realtà è che questa riforma del processo penale è stata fatta “all’italiana” e adesso abbiamo un rito che sostanzialmente è rimasto inquisitorio, solo con i tempi molto più lunghi».

Può farci un esempio?

«Certo. Nel rito inquisitorio il processo si celebrava sulla base degli elementi raccolti dal pubblico ministero. Con l’attuale rito la prova deve formarsi in dibattimento attraverso il contraddittorio fra accusa e difesa. Bene, con il meccanismo delle contestazioni, ovvero il dare lettura da parte del pm dei verbali delle dichiarazioni rese nelle fase delle indagini preliminari dalla persona che viene sentita nel corso del processo, entra nel fascicolo del dibattimento ciò che ha fatto il pm prima e a prescindere da qualsiasi attività difensiva: materiale che quindi sarà utilizzato dal giudice per la sua decisione pur se la difesa non aveva alcun ruolo in quella fase».

Le contestazioni da parte del pm possono essere fra le cause dell’allungamento dei tempi del processo?

«Le cause sono molteplici. Oggi, ad esempio, si fanno troppi processi. Però, restando alle contestazioni, se prima i processi si celebravano con una o due udienze, adesso ne servono come minimo dieci. Udienze che poi sono diventate lunghissime, proprio perché il pm è solito rileggere tutti i verbali».

Non mi sembra un bel risultato.

«Si. E sul punto è necessario un intervento drastico da parte del legislatore. Che non può pensare di risolvere il problema dello sfascio del sistema giudiziario solo allungando la prescrizione di processi che già adesso durano una vita. Il processo penale deve essere rivisto totalmente».

Normalmente viene data la colpa della lunghezza dei processi agli avvocati….

«Guardi, ho assisto una persona accusata di spaccio di sostanze stupefacenti. I fatti risalgono al 2002. La sentenza, di condanna, di primo grado è del 2009. Nel 2017 è stato fissato l’appello. I giudici, penso provando un senso di vergogna per un processo che si trascinava da 15 anni, riqualificando il fatto, hanno disposto la prescrizione “per la tenuità del fatto”. Un modo elegante per chiudere questo lungo processo».

Parliamo dei giudici e della qualità delle sentenze.

«In cinquanta anni di attività professionale non ho notato grandi differenze. Tranne sull’uso della lingua italiana. Ma quello è un problema complessivo che riguardo la scuola e l’università. Ad esempio è sparito l’uso del pronome. La società è cambiata e, conseguentemente, anche i magistrati sono figli di questo cambiamento. L’altro giorno ero in Cassazione. In un’aula c’erano dei giovani magistrati neo vincitori di concorso in tirocinio. Mentre parlava il procuratore generale, alcuni masticavano le gomme, gesticolando e confabulando fra di loro, altri poi erano completamenti distratti. Non è stato un bel vedere».

Tornado alla sentenza, il Csm sta lavorando a delle linee guida che si fondano sulla sinteticità e completezza dell’atto. Può essere d’aiuto?

«Io sul punto sono alquanto perplesso. Capisco l’esigenza di smaltire l’arretrato ma non credo sia possibile stabilire a priori un numero di pagine per la sentenza. Io ho un profondo amore per la motivazione perché permette di capire il ragionamento fatto dal giudice. Non è possibile, a priori, dare una misura della motivazione che valga per qualunque tipo di processo. Ogni caso richiede, come il sale nelle ricette, un “quanto basta” di motivazione».

La sintesi però è importante.

«Guardi, abbiamo bisogno di giudici “normali”, che focalizzino l’attenzione sul fatto e chi siano calati nelle realtà quotidiana. Contesto, poi, la relazione più volte citata che collega l’inefficienza della giustizia al previo filtro di inammissibilità. La declaratoria di inammissibilità non la migliore la risposta di giustizia per la parte. Dietro quel ricorso c’è una storia, una persona che non capirebbe perché sia stata respinta la sua istanza per un vizio di forma».

«Non rispondete al pm». E lui indaga gli avvocati, scrive Simona Musco il 22 luglio 2017 su "Il Dubbio". Indagati per aver suggerito al proprio assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere. L’incredibile storia ha come protagonisti due avvocati di Udine, che il 23 giugno hanno visto perquisire i propri studi e le abitazioni perché accusati di infedele patrocinio. Indagati per aver suggerito al proprio assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere. L’incredibile storia ha come protagonisti due avvocati di Udine, che il 23 giugno hanno visto perquisire i propri studi e le abitazioni perché accusati di infedele patrocinio. Secondo il pm che ha ottenuto la perquisizione e il sequestro, uno dei due avvocati avrebbe violato la legge suggerendo ad una cliente, accusata di favoreggiamento, di rimanere in silenzio durante un interrogatorio. Un’accusa, secondo il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Udine, «strana e incongrua», dato che quel suggerimento è un diritto previsto dal nostro ordinamento. Ma non solo: l’indagata avrebbe commesso il reato di favoreggiamento a vantaggio del marito, quando il codice penale prevede il vincolo matrimoniale «quale causa di non punibilità». L’altro legale, invece, difensore del marito, è stato tirato in ballo per un altro strano reato: la sua colpa è quella di essersi scambiato informazioni con il collega, comportamento, evidenzia il Coa, previsto dal codice deontologico. Ma ad indignare è stata anche la rilevanza data sulla stampa alla notizia, che sebbene non riportasse i nomi dei due avvocati ha provocato «pregiudizio e nocumento dell’intera categoria professionale». Rilievo che, invece, non è stato dato alla decisione del Riesame, che il 13 luglio ha annullato il provvedimento restituendo il materiale sequestrato, «non essendo ravvisabile il fumus del reato di patrocinio infedele». La linea difensiva seguita non può essere censurata, dice il Tribunale, in quanto «diritto espressamente riconosciuto». Un atto di prepotenza, dunque, anche per quanto riguarda lo scambio di informazioni tra i due avvocati. La vicenda, per il Coa, rappresenta «un concreto pregiudizio all’indipendenza del difensore» e al principio «dell’inviolabilità del diritto alla difesa». Un’interferenza nel rapporto tra difensore e difeso, motivata, forse, dal fatto che la linea della difesa non era evidentemente «suscettibile di condurre all’acquisizione di elementi di prova a sostegno della tesi accusatoria», denuncia il Coa. Che vede nell’atteggiamento della Procura una forma di condizionamento degli avvocati che, non volendo essere incriminati, cambierebbero strategia. Ma il Coa alza la voce: «non fatevi intimorire».

I giudici non siano torri d’avorio. Il diritto ha bisogno di armonia. L’importante memorandum siglato il 15 maggio scorso dalle massime cariche della giustizia, promosso dall’Associazione Italiadecide diretta da Luciano Violante, scrive Sabino Cassese il 19 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Un gruppo di lavoro promosso da Italiadecide, l’Associazione per la qualità delle politiche pubbliche diretta da Luciano Violante, ha concluso i suoi lavori ponendo le basi per un accordo tra le corti supreme italiane, la Corte di cassazione, il Consiglio di Stato e la Corte dei conti, e i procuratori generali presso la prima e la terza corte, accordo che è stato poi firmato dai presidenti e dai procuratori generali il 15 maggio scorso. Questo accordo costituisce una pietra miliare nella storia della giustizia italiana. Provo a spiegare perché. Partiamo da lontano. Lo Stato contemporaneo, quello italiano in particolare, non è solo lo Stato hobbesiano che assicura sicurezza e pace all’interno, ma è — come dicono i tedeschi — Jurisdiktionsstaat: in esso i giudici sono onnipresenti, non c’è area immune dalla giurisdizione. Basti pensare alla enorme crescita del numero di sentenze rispetto alla crescita della popolazione, e — procedendo a ritroso — alla quantità di conflitti che finiscono davanti ai giudici, conflitti dovuti anche all’aumento delle aree regolate da leggi. Con la moltiplicazione dei giudizi e delle sentenze, aumenta il pericolo che ogni giudice vada per conto suo, lasciando il cittadino senza quella sicura guida sulla interpretazione e applicazione del diritto che l’ordinamento giuridico dovrebbe garantire. Questo problema è accentuato dalla penetrazione nell’ordine giuridico nazionale di almeno altri due nuovi produttori di norme e di sentenze, l’Unione Europea con la Corte di giustizia europea e il Consiglio d’Europa con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Occorre, allora, armonizzare l’operato delle corti, specialmente quelle supreme, stabilire canali di dialogo istituzionalizzato, garantire cooperazione, specialmente tra i giudici che sono al vertice, i tre che ho menzionato all’inizio, che sono i giudici legittimati a eleggere propri componenti nella Corte costituzionale. Ecco, quindi, l’idea del «memorandum», l’accordo firmato il 15 maggio scorso, tra i vertici giudiziari. Un accordo difficile, che ha pochi precedenti. Difficile perché la tradizione culturale italiana considera ciascun giudice una turris eburnea, un polo isolato da tutti gli altri, che decide da solo, in silenzio, senza guardare ad altro che non sia il caso che ha davanti. Per questo motivo, si tratta anche di un accordo che ha pochi precedenti. In Italia, quello illustre del «concordato giurisprudenziale» del 1929, firmato da Mariano D’Amelio, presidente della Cassazione, e da Santi Romano, presidente del Consiglio di Stato, e successivamente ratificato dalle Sezioni unite della Cassazione e dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato. Ma quell’accordo aveva un unico oggetto, la stabilizzazione dei criteri del riparto della giurisdizione tra giudice civile e giudice amministrativo. L’altro precedente non è italiano, ed è l’accordo Skouris-Costa del 2011. Lo firmarono il presidente della Corte di giustizia europea e il presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, ed aveva anche esso una portata limitata (all’applicazione della Carta di Nizza e all’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). L’importanza e la novità del nuovo accordo, quello sottoscritto a maggio, stanno nel fatto che questo è il primo passo per una cooperazione stabile e che esso non ha oggetti pre-definiti, ma si estende su tutta l’area della giurisdizione. Con il nuovo accordo, avremo una attenzione maggiore all’attività delle giurisdizioni superiori che viene chiamata nomofilattica. Queste debbono assicurare l’uniforme interpretazione della legge e l’unità del diritto, garantire indirizzi interpretativi uniformi, in una parola assicurare l’unità dell’ordinamento. Si tratta di «beni» che sono divenuti rari, considerati il moltiplicarsi delle corti, il ricorso sempre più frequente dei cittadini ad esse, ma anche la confusione della nostra legislazione, l’aumento dei produttori di diritto (Unione Europea, Stato, Regioni, ma anche organismi globali), nonché il cosiddetto dualismo giurisdizionale che fa parte della tradizione italiana (come di quella francese), cioè il fatto che vi sono due giudici, uno civile, uno amministrativo. In conclusione, è un gran bene che tre presidenti illuminati e due procuratori generali aperti alle esigenze della collettività, con l’aiuto di una attiva fondazione privata, abbiano posto le premesse perché il modernoÉtat de justice non parli con troppe voci discordanti.

Errori giudiziari e orrori del sistema, scrive il 25 febbraio 2017 Mauro Mellini su "L'Opinione" Si sono succedete negli ultimi giorni le notizie di alcuni spaventosi errori giudiziari. Spaventosi per la banalità degli equivoci in base ai quali dei disgraziati erano stati dichiarati colpevoli. Spaventosi per i lunghissimi periodi di carcerazione sofferti dalle vittime di questi errori. Occorrerebbe aggiungere: spaventosi per la facilità, che tali episodi dimostrano, che la giustizia (cosiddetta) commette crimini del genere. Perché di crimini si tratta. Eppure c’è nell’aria, nella stampa che ce ne dà notizia, un non celato sentimento di “fastidio”, non per questi “incidenti”, ma per il fatto che se ne debba parlare. “L’errore giudiziario non esiste”: non è solo l’etichettatura di una pretesa idolatra di una giustizia autoreferenziale della sua infallibilità. Leggiamo i sapienti e sottili discorsi di qualche esemplare di magistrato “lottatore” e vedremo che quella non è una proposizione astratta di una fantasia letteraria. Del resto è lo stesso Codice penale a restringere i casi di “revisione” (cioè di accertamento dell’ingiustizia di una condanna definitiva) in modo tale da escluderne la possibilità quando tale ingiustizia dipende da un errore. La revisione è ammessa quando “sopravvengano nuove prove” che consentano un diverso giudizio. Ma se un poveraccio è stato condannato con una sentenza demenziale, in base alla prova di un’accusa di omicidio rappresentata dal fatto che un “testimone di giustizia” (denominazione assurda, che qualifica gli altri “di ingiustizia”) lo ha visto volare a cavallo di un asino sul luogo del delitto lanciando scariche elettriche, quella sentenza, se mai fosse “passata in giudicato”, non potrebbe essere oggetto di revisione. C’è poco da scherzare. Ho conosciuto magistrati matti capaci di sentenze del genere. C’è poi la categoria di condanne senza prove, in base a preconcetti, arzigogoli, coglionerie inconcepibili. Se non ci sono prove non ci possono essere “nuove prove”. E, poi, le condanne per reati che sono “inventati” dalla “giurisprudenza”, che è, poi, “imprudenza” nel concepire una “giustizia di lotta”. Se domani s’arrivasse a cancellare la vergogna del “reato giurisprudenziale” (tale riconosciuto e conclamato) di “concorso esterno in associazione mafiosa”, i condannati per quella “bella pensata” dei nostri magistrati non potrebbero adire la via della revisione dei loro processi. Ci sono poi delle “spie” del vizio di “disinvoltura” nel condannare: basti pensare che, quando nel Codice di procedura è stata aggiunta la frase per cui la condanna può essere emessa quando “la colpevolezza” dell’imputato “è provata al di là di ogni ragionevole dubbio”, non è successo assolutamente niente. Non è aumentato il numero delle assoluzioni, non è intervenuto nei processi ancora in grado di appello una falcidia di precedenti condanne in casi assai dubbi. Semplicemente, tutti i dubbi sulla colpevolezza sono divenuti “irragionevoli”. E tira a campà. E allora, cari amici, anche di fronte alle mostruosità emesse in questi giorni non mi pare si possa parlare di “casi” di ingiustizia, di errori, ma di assassinio morale, questo sì. È il sistema che fa dell’errore giudiziario “quello che non può esistere”. E del quale è scandaloso, quindi, lamentarsi. Un’ultima considerazione: l’“Orlando Curioso”, ministro della Giustizia, ha mandato gli ispettori a Torino per un caso di intervenuta prescrizione di un processo, tra l’altro nato male. Non mi risulta che abbia mandato ispettori a rivedere le carte dei cosiddetti “casi” di errori giudiziari. Già, dopo tanto tempo (passato in galera dalle vittime) che c’è da andare a cavillare? Sono cose che capitano. In Italia certamente sì.

W il giudice che mena la moglie, scrive Franco Bechis il 20 giugno 2012 su "Libero Quotidiano”. Cinque dicembre 2009. Lite accesa in una casa di Lecco. Volano parole grosse, qualche urla, forse c'è una colluttazione. Tre marzo 2010: al tribunale di Lecco viene presentata denuncia-querela da parte di un avvocato, Donatella Cianfa. Accusa il marito, Gian Marco Fausto De Vincenzi di violenza privata, maltrattamenti famigliari e lesioni personali dolose. I fatti raccontati sono proprio quelli del 5 dicembre. Atti giudiziari di questo tipo sono piuttosto numerosi nei tribunali italiani. Quella lite però non è da poco: la presunta vittima è un avvocato, il marito che avrebbe commesso violenza, un giudice delle indagini preliminari dello stesso tribunale di Lecco (oggi è giudice monocratico). Il procedimento viene trattato in tempo record. Il 9 marzo la moglie, l'avvocato Cianfa, ritira la denuncia- querela. Il giorno prima aveva trovato un'intesa sulla separazione dal marito e soprattutto sugli alimenti. Il procedimento è destinato a morire, e così sarà: proscioglimento da due accuse, estinzione del reato per la terza grazie alla remissione della querela. Nel frattempo però il fascicolo giudiziario è arrivato al ministero della Giustizia che ha promosso l'azione disciplinare nei confronti del De Vincenzi davanti al Csm. La procura generale della Cassazione sostiene che non c'è materia, essendo intervenuta la remissione della querela. La commissione disciplinare è di diverso avviso, perché quella violenta lite familiare è comunque esistita e può avere leso il prestigio della magistratura. Il capo di imputazione davanti al Csm è assai duro: sostiene che il Gip avrebbe "ripetutamente percosso" la consorte, e che in un'occasione l'avrebbe "sbattuta contro il muro e a terra", causandole lesioni giudicate guaribili in due settimane da un referto medico. In quella occasione per altro il De Vincenzi avrebbe impedito alla moglie di recarsi al pronto soccorso "sottraendole e distruggendole le chiavi della sua auto" e costringendola a "sedersi sul letto accanto a lui per tutta la notte mentre le tratteneva i polsi", dicendole "sei una donna inutile, fai schifo". Le accuse sono tratte dalla stessa querela poi ritirata dalla signora, ma sono approdate il 15 giugno scorso alla disciplinare del Csm. Dove il diretto interessato si è difeso quasi considerandosi vittima e negando qualsiasi impatto sulla propria funzione di magistrato, perché nessuno avrebbe conosciuto la vicenda (finita invece su molti giornali locali e nazionali). "Devo rimarcare", ha spiegato De Vincenzi, " che tutta la vicenda è personale, dolorosissima. Purtroppo sono anni ancora che -diciamo- si trascina questa cosa. Dal punto di vista professionale, di immagine, credo che assolutamente non abbia inciso minimamente non fosse altro perché assolutamente nessuno ne è venuto a conoscenza, è una cosa che è rimasta --da questo punto di vista fortunatamente- in una sfera del tutto privatissima e personale". La vera sorpresa è però venuta da chi doveva sostenere l'accusa, Vincenzo Geraci, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, che invece ha chiesto l'assoluzione con motivazioni stupefacenti: "Non mi pare che siano emersi degli altri fatti che consentano di dire che ci sia stata una lesione della immagine del magistrato. E' spiegato come il tutto si sia risolto e mantenuto all'interno di un tormentato rapporto di coppia che ha avuto queste disdicevoli manifestazioni come dire anche fisiche e contundenti...". Anche i magistrati dunque hanno diritto alla loro dose di botte familiari. Con la pubblica accusa così è quasi certa l'assoluzione. Anche se tutto è stato rinviato al 22 novembre prossimo per ascoltare un teste (l'ex capo del tribunale di Lecco) prima di sentenziare. E difatti… Csm: lesioni alla moglie, disciplinare assolve giudice.

Lecco, condannati giudice e avvocato: "Ci fu dolo intenzionale". Otto mesi di pena, ecco le motivazioni della sentenza, scrive il 30 luglio 2016 “Il Giorno". Giudice e avvocato sono stati condannati a otto mesi con sospensione della pena. Depositate le motivazioni della condanna a otto mesi di un giudice e avvocatessa lecchese. L’accusa: tentato abuso d’ufficio. I fatti risalgono al 29 settembre 2011 a Lecco e il processo - essendo coinvolto un magistrato - si è tenuto al tribunale di Brescia. Il collegio giudicante, composto da Vittorio Masia come presidente, Maria Chiara Minazzatio e Tiziana Gueli, quest’ultima nel ruolo di giudice estensore, ha condannato, senza le attenuanti generiche, Gian Marco De Vincenzi e Tatiana Balbiani perché «nello svolgimento delle loro funzioni di pubblici ufficiali non agivano con esclusivo riguardo alla cura e interessi della persona del beneficiario e senza tener conto dei suoi bisogni». Di fatto l’avvocatessa ha esercitato un ruolo di amministratrice di sostegno, assegnatole dal giudice De Vincenzi. Nella sentenza si legge: «Il giudice tutelare autorizzava in data 29 settembre 2011 l’acquisto di un immobile, operazione rispetto alla quale vi era un conflitto di interessi con l’amministrata, avente ad oggetto compravendita di un bene gravato da ipoteca». «Così compiendo atti idonei e diretti in modo non equivoco ad arrecare intenzionalmente a B.P. un danno ingiusto, rappresentato dall’eccessivo prezzo del bene e a procurare un ingiusto vantaggio»  Nelle 24 pagine del dispositivo delle sentenza sono stati ricostruiti i fatti, sentiti testimoni e nella valutazione della prova i giudici bresciani scrivono: «L’operato del dottor De Vincenzi rivela il dolo intenzionale del reato insito nel proposito di voler favorire l’amministratrice, avvocato Balbiani». Durante il processo sono emerse delle responsabilità – sulla base delle deposizioni dei testimoni chiave – e il giudice Masia ha accolto la richiesta del sostituto procuratore che chiedeva un anno di pena. Il giudice De Vincenzi e l’avvocatessa Balbiani sono stati condannati entrambi a otto mesi e interdetti dai pubblici uffici per la durata della pena sia il giudice e che l’avvocatessa. I giudici bresciani hanno deciso la sospensione condizionale della pena e «la non menzione della condanna». Dopo la sentenza di primo grado è stato preannunciato il ricorso. 

Dodici anni al 41 bis per una bufala del pentito, scrive Paolo Delgado il 23 luglio 2017 su "Il Dubbio". Poco prima della sentenza di Mafia capitale, erano state annullate le condanne per 9 persone tirate in ballo da Scarantino. Massimo Carminati è da 31 mesi in regime di carcere duro, il famoso art. 41bis al quale possono essere sottoposti non solo i condannati ma anche i sospettati di mafiosità, cioè i detenuti in attesa di giudizio. Dati i capi d’accusa era inevitabile che per il cecato scattasse quell’articolo: non si trattava infatti, secondo l’accusa, di un qualsiasi soldato di mafia ma di un boss a pieno titolo e di prima grandezza: come don Totò Riina o "Sandokan", per intendersi. La sentenza di Roma smantella quell’accusa da ogni punto di vista. Non solo, infatti, Carminati non è stato condannato ai sensi dell’art. 416 bis, quello che riguarda l’associazione mafiosa, ma non è stata riconosciuta neppure l’aggravante del ‘ metodo mafioso’. Per quanto riguarda l’imputato numero 1 del processone è un passaggio cruciale: in assenza di atti di violenza e di conclamate violenza il ‘ metodo mafioso’, nell’impianto accusatorio, era costituito dalla semplice presenza di Massimo Carminati, che comportava di per sé una ‘ riserva di violenza’ tale da giustificare la richiesta di aggravante. Infine è caduto, secondo i giudici della X Sezione del Tribunale di Roma, il nesso materiale con le mafie propriamente dette. I due imputati calabresi accusati di costituire il tramite con le ‘ndrine, Rocco Rotolo e salvatore Ruggiero, sono infatti stati assolti e già scarcerati. In sostanza la sentenza sgombra il campo da ogni accusa di mafia per quanto riguarda sia Carminati che Salvatore Buzzi, anche lui a lungo in regime di 41bis ma passato alcuni mesi alla detenzione normale. Gli avvocati di Carminati hanno già chiesto che venga eliminato il regime di carcere duro ed è probabile, che se non certo, che otterranno il passaggio alla detenzione comune. Del resto l’ex Nar ha seguito tutto da lontano, in videoconferenza. «Era convinto che sarebbe andata male. Temeva che tutte le pressioni mediatiche avrebbero portato a un responso negativo per lui. Mi ha anche detto che adesso lo devo togliere dal 41 bis, questo è il suo primo pensiero e la sua prima preoccupazione», ha spiegato l’avvocato Ippolita Naso al termine del colloquio telefonico con lui. La sentenza ha dunque certificato l’esistenza di un grande sistema corruttivo ma nulla a che vedere con la pesantezza delle accuse mosse dalla Procura. La vera domanda a questo punto è però se fosse davvero necessario tenere per 31 mesi in condizioni che il Comitato prevenzione tortura del Consiglio d’Europa assimila alla tortura un detenuto in attesa di giudizio, per il quale dovrebbe cioè valere la presunzione d’innocenza sancita dalla Costituzione. Nel caso di Carminati, essendo fuori discussione il rischio di mantenere contatti con un’organizzazione ormai sgominata così come l’eventualità di un pentimento in- dotto dal carcere duro prima del giudizio, la decisione di mantenerlo in regime di 41bis sembra dipendere essenzialmente dalla necessità di confermare quella ‘ straordinaria caratura criminale’ che era in realtà la pietra angolare dell’impianto accusatorio. Di fatto Carminati è stato tenuto per 31 mesi in un regime che il Consiglio d’Europa assimila alla tortura soprattutto per confermare che era davvero quel pericolosissimo boss mafioso di cui parlava l’accusa. Per sinistra coincidenza, pochi giorni prima, senza che se ne accorgesse nessuno salvo Adriano Sofri e pochissimi altri, il tribunale di Catania aveva annullato le condanne per nove persone già condannate all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, sulla base delle denunce del falso pentito Scarantino. Erano fuori di galera dal 2008, da quando cioè il vero pentito Spatuzza li aveva scagionati, ma solo con la formula interlocutoria della ‘ sospensione della pena’. Prima di quella data, però, avevano passato ben 12 anni nelle condizioni, allora molto più dure di quelle attuali, dettate dal 41bis. E’ opportuno ricordare che le "rivelazioni" di Scarantino, dettategli stando alle sue parole dall’allora capo ella Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi distintosi alla Diaz nella mattanza di Genova e scomparso nel 2002, erano state subito considerate fortemente dubbie, come hanno ricordato sia Ilda Boccassini che Antonio Ingroia. I casi in questione sono particolarmente vistosi, anche se il particolare del 41bis indebito quasi non è citato nei commenti sulla sentenza di Roma e lo scempio siciliano è stato di fatto dimenticato nonostante la sentenza di Catania. Ma di certo non sono casi unici. La decisione di comminare il carcere duro anche ai presunti innocenti rende inevitabili casi come quello di Massimo Carminati. L’eventualità di errori giudiziari, soprattutto in processi che dipendono in buona misura dalle parole dei pentiti, è inevitabile. Ce ne sarebbe a sufficienza per decidersi a riaprire il capitolo 41bis una volta per tutte.

"Aggredito e picchiato da quel ragazzo straniero. Ora mi licenziano pure". Il capotreno di Trenord: "Mi è sfuggita una frase razzista nella concitazione. Ma la vittima sono io", scrive Cristina Bassi, Giovedì 21/12/2017, su "Il Giornale". «Sono stato aggredito e picchiato. E adesso vengo licenziato per una frase - lo ammetto: razzista - che mi è sfuggita nella concitazione. In questa storia assurda la vittima sono io». Giordano Stagnati, capotreno cremonese di 25 anni, il 23 settembre scorso era in servizio sulla linea ferroviaria Brescia-Cremona. Ha discusso con un passeggero senza biglietto, un senegalese di 23 anni, sono volati insulti reciproci e poi le botte. In un video girato con il telefonino da un'altra viaggiatrice Stagnati apostrofa lo straniero con un «negro di m...», getta dal finestrino la sua carta prepagata senza credito. Moussa Diatta spinge a terra il capotreno, che lo morde a un braccio, e gli strappa via il palmare e il Pos aziendali. Il senegalese è stato arrestato per rapina, Stagnati licenziato da Trenord.

Se lo aspettava?

«Mi aspettavo un qualche provvedimento disciplinare, ma non una misura tanto severa. Così dice la lettera di licenziamento: ha tenuto un comportamento non consono alle mansioni proprie della sua figura professionale e della nostra Azienda che Lei comunque rappresenta mentre indossa l'uniforme aziendale ed esercita funzioni di incaricato di pubblico servizio per conto di Trenord. Inoltre avrei messo a repentaglio la mia sicurezza e quella dei viaggiatori».

Il video della rissa, in cui tra l'altro lei ha la peggio, è finito su internet e molti le hanno dato del razzista.

«Mi dispiace molto per quello che è successo. Ma mi è capitata questa brutta cosa, sono stato aggredito e mi è scappata una frase sgradevole. A bocce ferme è facile per chi non ci si è trovato chiamarmi razzista. Ora so di aver sbagliato e chiedo scusa. Però chissà gli altri al mio posto cosa avrebbero fatto».

Ci saranno strumentalizzazioni...

«Io non sono iscritto ad alcun partito politico, non uso i social e non ho mai espresso opinioni contro gli stranieri».

Aveva mai avuto problemi di questo tipo?

«No. Ho sempre avuto un comportamento educato con tutti i passeggeri. Non ho mai trasceso, neppure con quelli che alzano la voce con me. Non è vero che ho usato io le mani per primo con quel ragazzo straniero. Nel mio lavoro non ho mai gridato né tanto meno alzato le mani. Anche in questo caso stavo facendo il mio dovere e lui non ha esitato ad aggredirmi».

Si è accanito su di lui perché era straniero?

«Assolutamente no. Ho chiesto il biglietto a tutto il vagone, non era certo un fatto personale. I passeggeri sprovvisti erano solo Diatta e due ragazze, cui ho fatto pagare il biglietto con la maggiorazione prevista. Sono le stesse che poi hanno postato il video, forse perché erano arrabbiate con me, aggiungendo commenti offensivi nei miei confronti. I passeggeri senza biglietto sono spesso anche gli italiani e per i molti stranieri sprovvisti ce ne sono altrettanti con l'abbonamento».

Ha avuto paura quel giorno?

«Sì. Quel ragazzo mi ha detto razzista, bastardo, italiano di m.... Mi sono sentito in pericolo, ricordate cos'è successo al capotreno Carlo Di Napoli? (una gang di latinos gli amputò quasi un braccio con un machete, ndr). Poteva andarmi molto peggio e potevo finire con più di una contusione a un polso».

Adesso cosa farà?

«Assistito dall'avvocato Massimiliano Cortellazzi, farò ricorso contro il licenziamento. Inoltre mi costituirò parte civile nel processo per rapina contro Diatta. E ho querelato per diffamazione l'autrice del filmato».

Vorrebbe continuare a lavorare a Trenord?

«Mi trovo bene in questa azienda, mi hanno assunto a giugno di quest'anno. Vorrei tornare a lavorare. Ho superato una selezione e fatto mesi di formazione per arrivarci. Il mio è un bel lavoro, di responsabilità, anche se alcune volte è difficile».

Il caso Seregno. Il romanzo della mafia brianzola pieno di cumenda e senza l’ombra di un boss, scrive Tiziana Maiolo il 29 Settembre 2017 su "Il Dubbio". La regola è sempre la stessa: strillare su giornali e tv che i nostri territori sono invasi dalle mafie, poi diffondere un pacco di intercettazioni e una bella grande foto con al centro un personaggio politico che non c’entra niente ma che viene subito guardato con sospetto. E’ successo con Mafia Capitale, che mafia non era, come certificato dalla sentenza di primo grado. Sta capitando qualcosa di simile in Lombardia, dove un’inchiesta sulla ’ ndrangheta è stata mescolata in un minestrone velenoso con le indagini su un sindaco pressato da un imprenditore forse un po’ troppo trafficone e chiacchierone, che in qualche telefonata diceva di avere come punto di riferimento politico il senatore Mario Mantovani. Gli ingredienti ci sono tutti. Che in Brianza come un po’ in tutto il nord ci sia la ‘ ndrangheta, è fatto certo. Del resto le mafie vanno dove c’è maggiore accumulazione di capitali. E si sa anche di quali reati, oltre a quello associativo, si rendono responsabili gli uomini della criminalità organizzata: traffico di droga, estorsioni, incendi, ricatti, detenzione di armi, omicidi. Di questa parte dell’inchiesta, presentata in gran pompa nei giorni scorsi al palazzo di giustizia di Milano dalla Dda di Milano e Monza, però non si sa pressoché nulla, nessun mezzo di comunicazione ne parla. Il che è un po’ singolare, se viene lanciato un allarme (attenzione cittadini, siete invasi dai mafiosi) è bene che tutti sappiamo da chi dobbiamo difenderci. Invece niente. Evidentemente nella conferenza stampa non se ne è parlato. Oppure i nostri colleghi non lo hanno ritenuto interessante. Sappiamo invece tutto su quel che sarebbe accaduto un paio di anni fa all’interno del Comune di Seregno, pacifica (fino a ora, visto che la giunta ieri si è anche sciolta) cittadina di 45.000 abitanti nel cuore della ricca Brianza. Un centinaio di pagine di intercettazioni ambientali è dedicato a discussioni, litigi e pettegolezzi tra un gruppo di tecnici che battibeccavano sulle procedure necessarie per una variazione d’uso di un terreno su cui un imprenditore, Antonino Lugarà, intendeva costruire un supermercato. Il terreno andava forse prima bonificato, ma non tutti erano d’accordo. La delibera doveva essere di giunta o di consiglio? Di cose così si discuteva. Lugarà è stato arrestato per corruzione, perché con i voti per le elezioni del 2015 si sarebbe comprato il sindaco Edoardo Mazza (anche lui in manette), che avrebbe ricambiato con la variazione d’uso del suo territorio. E fino a qui sarà tutto nelle mani dei giudici (se si arriverà a processo) valutare se ci siano state irregolarità tecniche e anche, eventualmente, se i voti, che l’imprenditore valuta nel numero di 30, siano da considerarsi “altra utilità”, come prevede il codice per stabilire se un pubblico ufficiale, che non ha incassato mazzette, sia stato comunque corrotto. Che cosa c’entra la ‘ ndrangheta? Il fatto è che Antonino Lugarà viene descritto come un capomafia. Infatti quando viene svaligiata la casa della figlia, cui vengono rubati tutti i gioielli, l’imprenditore sparge la voce, e chiede non alla polizia ma ad “altri” se si riesce a recuperarli. Ma invano. Strano comportamento per un capomafia, che si lascia svaligiare e non è neanche in grado di recuperare la refurtiva. Va anche detto però che Lugarà è calabrese (questo è già sospetto) e magari frequenta qualche ambiente un po’ borderline. Forse, non sappiamo. Ma il vero peccato mortale di questo imprenditore che passa le giornate a stressare per il supermercato i tecnici del comune di Seregno e anche il sindaco Mazza (il quale a un certo punto si lascerà scappare al telefono «ogni promessa è debito») è la sua conoscenza con l’ex vicepresidente della Regione Lombardia, il senatore Mario Mantovani, che considera un suo punto di riferimento politico. Mantovani come ha detto nell’intervista al nostro giornale – è stato a Seregno durante la campagna elettorale del 2015, come altri dirigenti del centrodestra hanno fatto, e ha festeggiato insieme agli altri la vittoria. Ma quando, tramite Lugarà, gli viene chiesto (mentre era assessore alla sanità) di trasferire un certo primario e di promuoverne un altro, non lo fa. Il che dimostra, non solo che non c’entra con la mafia, ma neppure con eventuali intrallazzi o clientelismi a Seregno. Inoltre non c’è una sua intercettazione nell’inchiesta, ma solo conversazioni di altri su di lui. Si dice che è forte, che è potente. Gravissimo. Ma c’è quella foto in cui lui è con il sindaco presunto corrotto e con l’imprenditore presunto corruttore e anche presunto mafioso. Come negargli un’informazione di garanzia e soprattutto una bella gogna mediatica? Il ministro Poletti si è salvato da quella foto di Mafia capitale, e così sarà per Mantovani. Ma intanto…

Il teorema Seregno crolla ma la giunta (ops!) adesso non c’è più…, scrive Tiziana Maiolo il 22 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il Comune brianzolo fu azzerato da un’inchiesta ma il Riesame scarcera tutti. Il “teorema Seregno” che un mese fa, con un’azione congiunta dei magistrati monzesi e della Pm milanese Ilda Boccassini aveva portato all’arresto di 24 persone e azzerato la giunta della città brianzola di Seregno, è già a pezzi. Il tribunale del riesame non solo ha scarcerato per grave mancanza di indizi l’imprenditore Antonino Lugarà, considerato punto centrale dell’inchiesta, ma ha demolito il pilastro dell’accusa che tanto aveva ingolosito i giornalisti- trombettieri delle procure, e cioè l’infiltrazione della ‘ ndrangheta nel Comune di Seregno, con la benedizione del senatore Mario Mantovani. Intanto va chiarita una cosa, che evidentemente ai nostri colleghi di troppi quotidiani è sfuggita (si fa per dire), mentre titolavano “’ ndrangheta in Comune”. Né il sindaco di Seregno Edoardo Mazza e il consigliere comunale Stefano Gatti (ambedue ai domiciliari), né il senatore Mario Mantovani (indagato) né men che meno l’imprenditore Lugarà (arrestato) sono mai stati inquisiti per reati di mafia. Si dice solo che l’imprenditore, che è calabrese, è “sospettato”. Ma sospettato da chi? In genere i magistrati sanno bene come tradurre in provvedimenti giudiziari i propri sospetti. E sospettato di che cosa? Di aver intrattenuto rapporti. Ma non si sa bene con chi. Resta il fatto che il reato contestato a tutti è quello di corruzione, per la presunta accelerazione di una pratica di concessione edilizia di un supermercato. Proprio il fatto che oggi, con la scarcerazione di Lugarà per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, il tribunale del riesame ha distrutto. A quanto pare c’è una perizia d’ufficio sbagliata, inoltre i voti raccolti come corrispettivo per la corruzione sono forse qualche decina e i famosi “eventi conviviali” cui avrebbe partecipato Mario Mantovani si riducono a un aperitivo in un bar. Così come semplici vanterie sono considerate le spacconate del figlio di Lugarà sui suoi rapporti con l’esponente di Forza Italia.

Tutto normale? Normale dialettica processuale? Eh no, perché i risultati sono politici, e nel frattempo la Giunta Comunale si è sciolta e a Seregno è arrivato il commissario. Una volta di più l’improvvido Circo mediatico- giudiziario ha vanificato un risultato elettorale. Ha rilevanza il fatto che nel maggio- giugno 2015 gli elettori abbiano premiato a Seregno i candidati del centro- destra? Speriamo non sia così, ma che siamo di fronte soltanto all’ennesima (grave) superficialità e sciatteria di qualche magistrato. Ma nel caso di Seregno c’è qualcosa di più e qualcosa di molto più inquietante della disattenzione. Usiamo come traccia un qualunque articolo del 26 settembre di un non- qualunque grande quotidiano nazionale. La cronaca è molto ampia e molto ben costruita. Si riferisce di una conferenza stampa congiunta tra alcuni magistrati di Monza e quelli della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, con la presenza della dirigente Ilda Boccassini, che spiega quale è il succo del blitz che, dopo indagini durate 7 anni, ha portato all’arresto di 24 persone. Sintetizza bene il cronista del grande quotidiano: «“Dal traffico internazionale di droga alla corruzione, dalla Calabria alla Lombardia, fino a una cittadina della Brianza, quella di Seregno, dove nell’ultimo blitz contro le infiltrazioni della ‘ ndrangheta al nord, finisce ai domiciliari anche il sindaco di Forza Italia…». Che cosa siamo dunque indotti a pensare? Che il Comune di Seregno sia stato sciolto per mafia, che tutte le persone coinvolte appartengano alla ’ ndrangheta. E il traffico di droga con tutti gli altri reati che caratterizzano l’appartenenza alle cosche? Zero assoluto, non ci soni i reati e neanche i nomi delle persone arrestate, tranne quelli del sindaco, di un consigliere, dell’imprenditore e del senatore Mantovani. All’ex coordinatore lombardo di Forza Italia viene dedicato un bel capitolo. Viene descritto come un politico molto potente, cui molti si rivolgevano per impetrare favori e carriere. Spesso si trattava di medici che si rivolgevano all’imprenditore Lugarà perché li raccomandasse all’assessore regionale alla sanità per questioni di trasferimenti o promozioni. Che regolarmente non erano andati a buon fine. In che cosa sarebbe dunque consistita la corruzione? Lo sapremo alla data della chiusura delle indagini. Ma intanto il circo mediatico ha già provveduto a fare il suo lavoro, rovinare reputazioni, contribuire ai ricambi di governo. Non dimentichiamo il caso di un’altra cittadina lombarda, Sedriano, assalita con lo stesso copione: inchiesta di ‘ ndrangheta e corruzione, arrestato il sindaco Celeste del centrodestra. L’inchiesta è finita nei mesi scorsi: il sindaco è stato assolto. Nel frattempo, dopo il commissariamento e le fiaccolate del Pd (che si era molto adoperato per far cadere la giunta), oggi a Sedriano governa il Movimento 5 stelle.

“Equivoci” e omissis: così hanno montato il caso Seregno, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 25 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il consiglio comunale del paese lombardo è stato sciolto per “mafia” in base a delle intercettazioni trascritte in maniera «erronea». Una consulenza tecnica che «non sta né in cielo e né in terra» e alcune intercettazioni telefoniche trascritte in maniera “erronea” hanno portato il mese scorso alle dimissioni dell’intero Consiglio comunale di Seregno e alla nomina di un commissario prefettizio. Secondo il teorema accusatorio della Direzione distrettuale antimafia di Milano, il sindaco della città brianzola Edoardo Mazza (FI) e il consigliere comunale Stefano Gatti sarebbero stati corrotti da Antonio Lugarà, un imprenditore di origini calabresi che in cambio del via libera alla realizzazione di un centro commerciale avrebbe garantito ai due un appoggio alle elezioni amministrative del 2015. Oltre a loro, erano state arrestate dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano 24 persone ritenute a vario titolo responsabili di reati che andavano dallo spaccio di sostanze stupefacenti, alla detenzione abusiva di armi, all’estorsione, il tutto con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Lugarà fin dal giorno del suo arresto aveva però sostenuto la regolarità dell’iter amministrativo del progetto edilizio e la mancanza del corrispettivo della corruzione contestato nell’appoggio politico al sindaco Mazza. Gli avvocati Luca Ricci e Bruno Brucoli, difensori di Lugarà, sono riusciti a dimostrare la correttezza da parte del loro assistito, che è stato scarcerato senza l’applicazione di alcuna misura la scorsa settimana, in quanto a suo carico, secondo il Tribunale del riesame, non «sussistono i gravi indizi di colpevolezza». Come dichiarato al Dubbio dall’avvocato Ricci, «l’intera indagine si basa su una consulenza tecnica di un architetto nominato dalla Procura e sul massiccio ricorso alle intercettazioni telefoniche». Grazie ad un «corretto» ascolto delle intercettazioni telefoniche, durate anni, ed una «diversa» lettura del materiale raccolto dal consulente della procura, gli avvocati di Lugarà hanno fatto crollare il castello accusatorio. «Non esistendo intercettazioni fra Lugarà, il sindaco Mazza e i funzionari comunali in cui emergano atti contrari ai doveri d’ufficio finalizzati all’ottenimento delle autorizzazioni – afferma Ricci – gli investigatori sono ricorsi ad una intercettazione fra due assessori». Per il gip di Monza Pierangela Renda che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare richiesta dal pm Ilda Boccassini è la pistola fumante in quanto evidenzia «l’assoluta e condivisa consapevolezza della contrarietà degli atti relativi alla vicenda (del permesso per costruire richiesto da Lugarà, ndr)». «In realtà – prosegue Ricci – i due assessori discutono di un piano urbanistico in una zona diversa, denominato “Pac1” che i carabinieri, invece di trascrivere correttamente, riportano con un omissis, e cioè solo “Pa”. Sigla questa che corrisponde effettivamente alla zona interessata dall’intervento edilizio da parte di Lugarà». L’appoggio elettorale di Lugarà al sindaco, definito dagli inquirenti «un vero e proprio “porta a porta” grazie alla sua fitta rete di conoscenze», si esaurisce, sempre secondo l’avvocato Ricci, «in due telefonate». In questa vicenda è stato tirato in ballo anche il consigliere regionale ed ex vice presidente di Regione Lombardia Mario Mantovani che si era recato a Seregno per sostenere la candidatura del sindaco Mazza. Secondo gli inquirenti, Mantovani sarebbe stato il «referente» di Lugarà. «Dalla lettura dei risultati elettorali del 2015 – aggiunge Ricci – i due candidati che Lugarà avrebbe appoggiato, in un comune di 45.000 abitanti, hanno preso complessivamente 100 voti». In particolare, nel seggio dove per residenza votavano Antonino Lugarà ed i suoi famigliari, «i voti riportati da entrambi sono stati 6, vale a dire esattamente i componenti della sua famiglia». «Il peso elettorale di Lugarà, dunque, tenuto conto che qualche amico e parente che li abbia votati i candidati lo avranno pur avuto, è di poco più di una decina di voti», conclude Ricci. Il mese prossimo le motivazioni complete da parte del Tribunale del riesame.

Nessuno ha il coraggio di dire a Bindi che è razzista? Scrive Mimmo Gangemi il 22 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Per la presidente dell’Antimafia è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta, stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese. La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. le Rosy Bindi, dichiara che è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta – «che ha condizionato e continua a condizionare l’economia» – stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese. Qua e là annota punti di vista di matrice abbastanza lombrosiana, che criminalizzano molto oltre i demeriti reali, aggiungono pregiudizio al pregiudizio, alimentano la fantasia assurda che quaggiù sia il Far West e una terra irredimibile, allontanano l’idea di una patria comune, distruggono i sogni dei nostri giovani su un futuro possibile. Io non sono in grado di escludere la presenza della ’ ndrangheta – essa va dove fiuta i soldi o dove c’è, da parte di imprenditori locali, una richiesta sociale di ’ ndrangheta, delle prestazioni in cui è altamente specializzata: i subappalti da spremere, il lavoro nero, la fornitura di inerti di dubbia provenienza, lo smaltimento dei rifiuti di cantiere, di quelli tossici o peggio, l’abbattimento violento dei costi, la pace sindacale per sì o per forza, la garanzia di controlli addomesticabili, e non con il sorriso. Ma, dopo aver controllato la cronaca delittuosa, non mi pare che compaia granché o che sia incisiva da dover indurre a tali spietate esternazioni. E non mi piace che tra le righe si colga l’insinuazione che il calabrese è, in diverse misure, colpevole di ’ ndrangheta – o di calabresità, che è l’identica cosa. Alludervi è anche disprezzare il bisogno che ha spinto tanto lontano i passi della speranza e gli immani sacrifici sopportati per tirarsi su. L’emigrazione in Valle d’Aosta è stata tra le più faticose e disperate. I primi giunsero nel 1924. E giunsero per fame. Lavorarono alla Cogne, nelle miniere di magnetite. E quelli di seconda e terza generazione hanno dimenticato le origini, sono ben inseriti e valdostani fino al midollo, pochi quelli che ricompaiono per una visita a San Giorgio Morgeto, nel Reggino, da dove partirono in massa. Più che ai “nostri” tanto discriminati, forse si dovrebbe guardare alle storie di ordinaria corruzione, non calabrese e non ’ndranghetista, che nelle Procure di lì hanno fascicoli robusti. Detto questo, la on. le Bindi Rosy da Sinalunga – civile Toscana, non l’abbrutita Calabria – dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa. Chiarisco: alle ultime politiche, dopo che la sua candidatura traballò da ottavo grado della scala Richter e non ci fu regione disposta ad accoglierla, per sottrarsi alla rottamazione a costo zero ha dovuto riparare nell’abbrutita Calabria, che sarà tutta mafiosa ma sa essere anche generosa e salvatrice per chi, come lei, non intende rinunciare alla poltrona imbottita, con le molle ormai sbrindellate stante i decenni che le stuzzica poggiando il nobile deretano. È prona come si pretende da una colonia, la Calabria. In quell’occasione elettorale lo fu due volte, con la on. le Bindi e con un altro personaggio di cui l’Italia va fiera, tale Scilipoti Domenico, una bella accoppiata, entrambi eletti. La on. le fu prima con migliaia di voti nelle primarie PD del Reggino e, da capolista, ottenne l’entrata trionfale in Parlamento. Assecondando la sua ipotesi sulla Valle d’Aosta e sulla presenza ’ ndranghetista, diventa legittimo estendere a lei il suo stesso convincimento che, dove ci sono calabresi, per forza ci sono ’ ndranghetisti. Quindi, essendo la Calabria piena di calabresi – questa, una perla di saggezza alla Max Catalano, in “Quelli della notte” – logica pretende che tra le sue migliaia di voti ci siano stati quelli degli ’ndranghetisti, non si scappa. Ne tragga le conseguenze. Oppure per lei, e per le Santa Maria Goretti in circolazione, l’equazione non vale e i voti ’ndranghetisti non puzzano e non infettano? Eh no, troppo comodo. Qua da noi persino il vago sospetto d’aver preso certi voti conduce a una incriminazione per 416 bis e spesso al carcere duro del 41 bis. Questo è. Forse però si è trattato di parole in libera uscita, di un blackout momentaneo del cervello. Se così, dovrebbe battersi il petto con una mazza ferrata, chiedere scusa ai calabresi onesti, che sono la stragrande maggioranza della popolazione, e fare penitenza magari davanti alla Madonna dagli occhi incerti nel Santuario di Polsi oltraggiato come ritrovo di ’ ndrangheta e invece da decenni diventato solo luogo di preghiera e di devozione. Ora mi aspetto l’indignazione dei calabresi. Temo che non ci sarà, a parte quella di qualche spirito libero – e incosciente, vista l’aria che tira. E stavolta dovrebbero invece, di più i nostri politici che, ahinoi, tacciono sempre, mai una voce che si alzi possente e riesca ad oltrepassare il Pollino. Coraggio, uno scatto d’orgoglio, tirate fuori la rabbia e gli attributi. Se non ci riuscite, almeno il mea culpa per aver miracolato una parlamentare che ripaga con acredine la terra che l’ha eletta e a cui, nell’euforia della rielezione piovuta dal cielo, aveva promesso attenzioni amorevoli.

Il Csm: via i bambini ai mafiosi. Ma è un provvedimento giusto? Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 26 Ottobre 2017 su "Il Dubbio".  Fa discutere la proposta sulla decadenza della potestà genitoriale. I nati in una famiglia di affiliati saranno equiparati ai figli di alcolisti e tossicodipendenti. I figli nati in una famiglia mafiosa devono essere equiparati a quelli nati in famiglie dove i genitori hanno problemi di alcolismo o tossicodipendenza. Ed è pertanto necessario procedere con provvedimenti giudiziari che comportino la decadenza della patria potestà e il successivo allontanamento del minore dalla residenza familiare, con il suo affido ad una struttura che consenta di crescere in un contesto idoneo per l’età. E’ questo il contenuto della risoluzione che il Plenum del Consiglio superiore della magistratura sta discutendo su iniziativa dei consiglieri Ercole Aprile e Antonello Ardituro, in materia di “tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata”. Per prevenire e recuperare i minori è, dunque, indispensabile intervenire sulla sfera familiare e/ o sociale di provenienza, in quanto è una delle prime cause che incidono sul percorso di crescita. In particolar modo nelle regioni meridionali si riscontra un frequente coinvolgimento di minori in attività illecite legate ad associazioni criminali, spesso di tipo mafioso (attività che consistono, ad esempio, nello spaccio di stupefacenti, estorsioni, omicidi). Forse anche a causa del condizionamento mediatico esercitato da alcune recenti fiction, il fenomeno si è accentuato e la “cultura” mafiosa ha fatto presa sui giovani provenienti da contesti malavitosi. La ricerca del potere, la facile ricchezza e realizzazione di sé, prevalgono sulla pacifica convivenza e mettono le istituzioni sotto una luce negativa. La soluzione è l’adozione di provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale (fino ad arrivare alla dichiarazione di adottabilità) e di collocamento del minore in strutture esterne al territorio di provenienza, per eliminare il legame con i condizionamenti socio- ambientali. Pur costituendo l’extrema ratio, la salvaguardia del superiore interesse del minore ad un corretto sviluppo psico-fisico prevale sull’autonomia riconosciuta ai genitori nell’adempimento del dovere educativo. La famiglia di origine, come nei casi in cui i genitori siano dei tossicodipendenti o degli alcolisti, è «famiglia maltrattante» che, per le modalità con cui «educa» i figli, ne compromette lo sviluppo psicofisico. Per il Csm vanno, in primis, potenziati gli strumenti a disposizione dei giudici minorili, con un’azione sinergica da parte dei servizi minorili e dei servizi sociali, e una collaborazione, quando necessario, con gli uffici giudiziari ordinari. Fondamentale, poi, un riassetto normativo che renda più efficace ed effettiva l’applicazione di questi provvedimenti e che investa anche il diritto penale (introducendo la pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale per i reati associativi di tipo mafioso) e processuale (dove si prevede ora l’affidamento alla famiglia anche di minori che abbiano commesso gravi reati). Un discorso a parte riguarda invece i figli minori di testimoni e collaboratori di giustizia per i quali oltre ad una tutela psicologica bisogna porre in essere le condizioni per un loro inserimento nelle località protette.

Caro Csm, Impastato era figlio di un boss ma si ribellò al padre, scrive Mimmo Gangemi il 28 Ottobre 2017 su "Il Dubbio".  Non c’è nessun automatismo tra il crescere in una famiglia mafiosa e diventare mafiosi. È in discussione al Csm la proposta di togliere la patria potestà alle famiglie mafiose e di affidare i figli a strutture pubbliche. Si può disquisire a sazietà sulla questione, resta però che i piccoli allontanati dal nido diventerebbero vittime sacrificate all’inefficienza di uno Stato che non riesce a estirpare il fenomeno, che eleva a logica incontestabile – offuscando così l’idea stessa di Giustizia – l’ipotesi che chi cresce in un ambiente mafioso debba per forza sviluppare l’animo del mafioso e che si arrabatta utilizzando i più deboli, dopo aver loro impresso a caldo il marchio di mafiosi già solo decidendo che giocoforza condurranno la stessa vita delittuosa dei padri. Dovesse esserci il sì del Csm, si stabilirebbe a priori, e con l’imperizia cinica delle decisioni frettolose e arruffone, che dove c’è un padre mafioso – latitante, carcerato – non ci sia possibilità di orientarsi per un’educazione sana ai figli, di guidarli su strade di rettitudine, di stare accorti a non porli davanti al bivio dove biforcano il carcere e la morte per mano assassina, magari spinti a ciò dall’intento di non incorrere nel destino amaro del genitore, tra sangue, galera, sofferenze inflitte e patite. E si dà per scontato che la nuova situazione di bimbo o ragazzo esiliato in strutture pubbliche – ed è tristemente noto come funzionano le più – non produca i guasti che invece spesso capitano a chi è estirpato alle origini e costretto, con buona pace dell’innocenza della giovane età, a mutare la vita da così a così e a finire in quella condizione di abbandono e di solitudine, senza l’affetto, le cure e le attenzioni di cui solo le mamme sono capaci. Inoltre, viene difficile credere che l’allontanamento possa trasformarsi in un affido a famiglie di buoni sentimenti: essendo note la pericolosità e la ferocia della ’ ndrangheta, nessuno si arrischierebbe ad accoglierli, per il timore di poter impattare nelle ritorsioni. La civiltà affossi quindi la barbarie. E la proposta cada nel vuoto. Applicarla sarebbe una prepotenza da Inquisizione, e una sconfitta delle Istituzioni, costrette a estremizzare con azioni da regime totalitario l’incapacità di estirpare il cancro. Pure, sarebbe un risultato pericoloso, con altri passi acciaccati verso la deriva autoritaria della Giustizia, in atto da tempo in certe aree più a rischio del paese e che avvolge di nebbia fitta lo Stato di diritto, incrina la libertà e la democrazia. Nessuno dovrebbe pagare la colpa del cognome che porta. Di sicuro, non un minore. Ho conoscenza diretta di famiglie di ’ ndrangheta che hanno deciso e attuato un futuro diverso per i figli, tenendoli estranei, spingendoli allo studio, alle buone frequentazioni, a forgiare pensieri positivi. Ma lo Stato pare non accorgersi della loro esistenza. O non intende accettarlo, per troppa rigidità, per troppe convinzioni che hanno messo crosta fino a deciderle inconfutabili, verità assolute. Non riflette, lo Stato, che i comportamenti repressivi applicati sul mucchio a prescindere, senza alcun distinguo tra chi nella malavita s’immerge mani e piedi e chi invece tende a scansarla, parano davanti a un muro cieco, diventano istigazione a delinquere, perché lasciare ai figli della ’ ndrangheta soltanto lo sbocco ’ ndrangheta impedirà di spezzare il circolo vizioso e perpetuerà la malapianta. Penso a Peppino Impastato, figlio di un boss di Cosa Nostra. Ha scelto un percorso di onestà e di denuncia, pur vivendo in un ambiente malsano. È in nome suo, e di tanti come lui di cui non c’è memoria solo perché non si sono immolati eroi, che bisogna astenersi dal sopruso amorale che si va profilando. Anche in nome e in ricordo di Maria Rita Logiudice, la ragazza venticinquenne, bella e fresca di laurea con lode, che si è uccisa gettandosi dal balcone per non aver più sopportato la discriminazione per l’appartenenza a una potente cosca di ’ ndrangheta di Reggio. Allora registrammo le parole di dolore e di contrizione del Procuratore Cafiero De Raho: «Credo che debba toccare la coscienza di tutti… che siamo tutti responsabili di fatti come questo… Persone così possono essere il cambiamento della Calabria… Se noi perdiamo simili occasioni per recuperare la libertà, l’onestà, l’etica, se diciamo ai ragazzi cambiate vita e poi, quando la cambiano, li isoliamo, li emarginiamo, non diamo nessun sostegno, allora non abbiamo più nessuna speranza per il nostro futuro… Dobbiamo fare tutto ciò che è necessario perché tragedie di questo tipo non avvengano più». Peppino e Maria Rita – e chissà quanti altri non noti alle cronache – sono la prova che non c’è automatismo tra il crescere dentro una famiglia di mafia e il diventare mafiosi. Comunque, pure a voler ammettere che i più di quegli innocenti di oggi da adulti non condurranno vite da innocenti, valgono i pochi, è più importante che, pur di colpire il resto, non si penalizzino i Peppino e i Maria Rita.

Chi va a decidere tenga nella giusta considerazione i piccoli dal cognome scomodo che verrebbero a essere privati del diritto alla famiglia. E non trascuri le esternazioni del Procuratore su una figlia della ’ ndrangheta che inseguiva e coltivava civiltà. Non commetta l’errore di lasciare che restino parole vuote. Non trasformi le lacrime di allora in lacrime di coccodrillo.

«Lotta alla mafia? Non spetta alle toghe, loro devono far rispettare la legge». La lezione di Macaluso, scrive Davide Varì il 4 Marzo 2017 su "Il Dubbio". In un appassionante intervento alla Scuola superiore della magistratura, lo storico dirigente e intellettuale comunista illustra le trasformazione delle cosche e spiega: «Le cose sono cambiate, i mafiosi non hanno più il potere e il ruolo del passato». «Ho 92 anni suonati e nella mia vita ho visto di tutto. Eppure, parlare a dei giovani magistrati mi emoziona, mi commuove». Se qualcuno avesse detto a Emanuele Macaluso che un giorno sarebbe stato invitato dalla Scuola superiore della magistratura per tenere una lezione sulla mafia, la politica e la giustizia, lui, vecchio comunista siciliano, lo avrebbe fulminato con una “taliata”, magari facendo spallucce e voltandosi dall’altra parte. E invece è accaduto. E così il grande suggeritore di Giorgio Napolitano, si dice infatti che i suoi saggi consigli abbiano accompagnato il settennato e mezzo del presidente più “politico” degli ultimi anni, si è ritrovato, emozionato come un ragazzino alla prime armi, a dover spiegare a un nugolo di imberbi magistrati il complicatissimo rapporto tra politica e magistratura italiana. E allora conviene partire dalla fine, dalle parole con cui Macaluso ha chiuso il suo lungo e suggestivo intervento: «Eravamo all’inizio degli anni 80. Achille Occhetto era il segretario regionale del Pci siciliano e nel corso del suo intervento per l’inaugurazione dell’anno giudiziario invitò tutti, magistrati compresi, a combattere contro la mafia. Poi prese la parola il presidente della Corte d’Appello di Palermo che con grande serenità e chiarezza spiegò al giovane Occhetto e a noi tutti, che la magistratura non doveva fare nessunissima lotta, neanche contro la mafia: “La magistratura deve applicare le leggi e basta”, disse». Ma questa è solo la conclusione dell’intervento di Macaluso. Per più di un’ora il vecchio comunista ha raccontato episodi chiave della storia della Sicilia e del nostro Paese. A cominciare dal fascismo e da Mussolini che «quando presentò il Listone in Sicilia si affacciò con i mafiosi sui balconi delle piazze, salvo poi inviare il prefetto Mori che perseguitò figli, moglie e genitori dei latitanti o presunti tali». E poi la liberazione e lo sbarco alleato, che divenne il momento in cui si saldò l’alleanza tra Stato, Chiesa, latifondo e Cosa nostra. E l’avvento della Dc col ricordo di Giuseppe Alessi: «Grande avvocato antifascista e primo presidente della regione Siciliana, che rifiutò di iscrivere i mafiosi nella Dc e per questo fu “minacciato” dal vescovo in persona». Poi Alessi si dimise, o fu fatto dimettere, e arrivò Arcangelo Cammarata che con i mafiosi era decisamente più disponibile e malleabile. E quel blocco di potere tra Chiesa, Stato, latifondo e mafia si rafforzò con le grandi lotte contadine. E a quel punto Macaluso ha spiegato ai giovani magistrati chi era Placido Rizzotto: «Un combattente che io conobbi e che fu ucciso dalla mafia perché lottava al fianco dei contadini». E se è vero che Rizzotto fu ucciso dalla mafia, è soprattutto vero che a tradirlo furono gli uomini dello Stato. A cominciare da un giovane ufficiale di nome Carlo Alberto Dalla Chiesa, il futuro generale Dalla Chiesa, il quale al processo sulla morte di Rizzotto dichiarò che quel delitto non aveva nulla a che vedere con la politica e con la mafia. «Ma io capisco quella sua posizione, allora c’era un unico grande nemico: il comunismo». Ma anche i giudici ebbero un ruolo in quel sistema. Anche pezzi di magistratura fecero parte di quel blocco di potere. «Il giudice Guido Lo Schiavo teorizzò in un libro quel legame: “Dire che la mafia disprezza la polizia e la magistratura è un’inesattezza – scrisse Lo Schiavo -, la mafia ha sempre rispettato la giustizia e la magistratura, si è inchinata alle sue sentenza collaborando anche alla cattura dei banditi”». Ma qualcosa iniziava a cambiare, tanto che nel ‘ 78 la procura di Palermo fu affidata a Gaetano Costa: «Un uomo rigoroso, colto, onestissimo. Un amico che pur avendo le sue idee non si iscrisse mai a Magistratura democratica per mantenere la sua indipendenza. Ma Costa fu isolato – ha raccontato Macaluso – tanto che quando preparava mandati di arresto per i mafiosi nessun aggiunto li firmava con lui. E questa fu la sua condanna». Poi arrivò la generazione che si era laureata nel ‘ 68 e allora la magistratura cambiò davvero e quel patto osceno venne meno: «E fu proprio la fine di quell’alleanza che determinò l’inizio del terrorismo mafioso che raggiunse il culmine negli anni ‘ 90». Ma di lì in poi Cosa nostra inizia a perdere. «Io credo che la mafia siciliana abbia perso – ha infatti ribadito alla platea di giovani magistrati Macaluso-. Questo non vuol dire che la mafia non c’è più. Io ritengo che le cose siano cambiate, che i mafiosi non hanno più il potere e il ruolo che hanno avuto in passato». Poi la frase finale, il congedo da quella platea così particolare: «I giudici non fanno battaglie, i giudici devono far rispettare la legge. Non lasciate che la politica scarichi su di voi questa responsabilità». E chissà se qualcuno ascolterà le parole di un vecchio comunista.

Magistratura che deve applicare la legge e cercare di non sbagliare.

Via la toga per un errore giudiziario. Giudice reintegrato dopo 24 anni, scrive Viviana De Vita Venerdì 27 Ottobre 2017 su "Il Mattino". Fuori dalla magistratura per colpa di un errore giudiziario, sotto processo da innocente, assolto con formula piena, è stato reintegrato a distanza di quasi un quarto di secolo. Oggi ha 73 anni e, dopo aver dovuto “reinventare” una professione indossando la toga di avvocato, può finalmente, e nonostante l’età “pensionabile”, ritornare tra gli scranni dei magistrati. È una sentenza del Consiglio di Stato a sancire il diritto dell’avvocato Antonio Feleppa di essere reintegrato nella categoria dei magistrati nella quale entrò a soli 23 anni e, all’interno della quale, potrà militare per altri 19 anni quelli che, secondo il regolare iter lavorativo, lo avrebbero condotto alla pensione. La sentenza chiude un “braccio di ferro” protrattosi per anni dichiarando inammissibile l’appello dell’Avvocatura per il consiglio superiore della magistratura, che aveva impugnato la pronuncia del Tar Lazio che accolse il ricorso dell’avvocato Feleppa consentendogli di rientrare in magistratura in base a quanto sancito dalla legge che prevede il reintegro dei magistrati e dei funzionari dello Stato ingiustamente deposti. «La sentenza – afferma l’avvocato Feleppa – mi restituisce, seppure a distanza di tanti anni, il mio onore di magistrato. Se avessi avuto una carriera normale oggi, a 73 anni, sarei in pensione: sicuramente ho perso delle chances, avrei avuto altre opportunità ma, in cuor mio, non riesco ad odiare nessuno e non rimpiango nulla perché ritengo che fare l’avvocato è molto più difficile che fare il magistrato. Sono stato ingiustamente calunniato e, uno dei miei principali accusatori è stato condannato; ci sono persone che, al mio posto si sono ammalate o, addirittura, si sono suicidate: io mi sono solo adirato». Era il 1993 quando Antonio Feleppa, sostituto procuratore presso la pretura circondariale di Salerno, finì nel mirino degli inquirenti per presunti ritardi nell’ambito di un’inchiesta su abusi edilizi. Era l’epoca di “mani pulite” e un vero e proprio terremoto si abbatté sulla magistratura campana: l’allora pretore Antonio Feleppa aveva 49 anni e, davanti a sé, una carriera brillante.

Quegli assurdi processi della giustizia militare fra brioche e risse ultrà. Quarantotto giudici inutili e costosi. In aula trattano casi veri, che sembrano barzellette, scrive Nino Materi, Venerdì 20/10/2017, su "Il Giornale". Sono casi entrati nella giurisprudenza. Che Gino Bramieri avrebbe certo apprezzato. Sentenze vere, ma così comiche da sembrare barzellette.

Condannati due carabinieri che in «servizio d'ordine» allo stadio se le sono date di santa ragione perché opposti tifosi delle squadre in campo.

Denunciato un sottufficiale che aveva scritto con lo spray sul muro della caserma: «Tua moglie è una gran p...».

Alla sbarra un caporale che aveva sottratto dal bancone del bar una brioche e un commilitone che «con mossa repentina ne ha mangiata una parte»: sotto processo entrambi, il primo per furto e il secondo per ricettazione «perché traeva profitto dal furto precedente».

Tenente a giudizio perché «rientrato in camerata entrando dalla finestra», il suo permesso d'uscita non era stato autorizzato.

Sono solo alcune delle sentenze emesse dai giudici militari, il cui «stupidario» dei verdetti che sembrano barzellette risulta particolarmente ampio e variegato. Mantenere in piedi il baraccone della magistratura con le stellette è come tenere aperto un'industria di stufe nel Sahara. Scelte lecite, per carità, ma assolutamente illogiche. Le toghe militari (competenti per i reati commessi da soldati e carabinieri) rappresenta infatti una microcasta - superflua, ma tutelatissima - all'interno della maxicasta delle toghe. Tecnicamente anche i magistrati militari fanno parte di quel potere giudiziario che è, insieme a quello esecutivo e legislativo, uno dei tre capisaldi fondamentali su cui si fonda lo Stato. Ma se poi si va a comparare la magistratura ordinaria con quella militare, la differenza balza subito agli occhi: nel primo caso migliaia di processi all'anno, nel secondo a poche decine. Uno squilibrio evidente conseguenza del fatto che per gli attuali 48 giudici militari (operativi fra tre Procure di Verona, Roma e Napoli) la materia del contendere è scarsissima e spesso relativa a illeciti «bagatellari» che potrebbero essere assorbiti dai magistrati ordinari, o nei casi più irrilevanti addirittura dai giudici di pace. Del resto con l'abolizione nel 2005 del servizio di leva obbligatoria, il crollo dei contenziosi era inevitabile, ma la lobby ha tenuto duro. Riuscendo a mantenere tutte le prebende che consentono di fare, con ottimi stipendi e una vita di tutto riposo. Quasi di letargo, a rileggere oggi la coraggiosa confessione del 2007 dell'allora giudice militare Benedetto Manlio Roberti che sull'Espresso dell'8 febbraio scrisse testualmente: «Devo riconoscerlo, rubo letteralmente lo stipendio all'amministrazione (...) È ora di finirla con questa farsa. Qui non si lavora più e questa non è dignità». Coerentemente a quanto denunciato il giudice Roberti ha chiesto e ottenuto il trasferimento nella magistratura ordinaria diventando nella Procura di Padova uno dei pm più impegnati soprattutto nel settore dei reati ambientali. Altri ex giudici militari colleghi di Roberti hanno seguito il suo esempio, ma molti altri hanno preferito continuare a godersi sonni tranquilli. Nel 2008 una riforma ha dato un serio taglio all'intero comparto della magistratura militare che però ancora oggi - se pur ridimensionata - continua ad avere un suo autonomo Csm (il Cmm), una sua Anm (l'Anmm), tre Tribunali, un Tribunale di sorveglianza, un Corte di Appello e una Procura Generale presso la Corte di Cassazione. Insomma, un perfetto - quanto pletorico - duplicato del già elefantiaco apparato della magistratura ordinaria. L'attuale ministro della Difesa, Roberta Pinotti, già 9 anni fa, in un'intervista del 3 giugno al Secolo XIX andava giù duro: «Abbiamo i processi più lenti d'Europa, mancano i giudici e ci permettiamo di mantenere decine di fannulloni forzati(...) Ci sono alcuni magistrati che giudicano indecoroso stare con le mani in mano e altri no. L'accorpamento dei tribunali comporterebbe un risparmio di oltre un miliardo di euro». Oggi siamo nel 2017 e la casta dei giudici con le stellette non lascia, anzi rilancia: «La giustizia militare è storicamente uno degli orgogli del nostro Paese, nonostante la politica stia facendo di tutto per farci sparire». Magari lo facesse davvero.

"Taccia lei è di Palermo", Ordine avvocati contro un giudice di Trento, scrive il 20 settembre 2017 "Nuovo Sud". "Avvocato, lei taccia, perchè qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo". La frase sarebbe stata pronunciata nel corso di una udienza al Tribunale del Riesame di Trento dal presidente Carlo Ancona all'avvocato palermitano Stefano Giordano (nella foto), figlio di Alfonso, storico presidente del maxiprocesso. "Un fatto sicuramente gravissimo quello accaduto al collega che me lo ha riferito. Domani pomeriggio informerò il Consiglio e aprirò un fascicolo", commenta il presidente dell'ordine degli Avvocati di Palermo Francesco Greco. "E' un fatto grave, oltre al riferimento razzista ed offensivo. Ho in ogni caso prova di tutto quello che è accaduto", si limita a confermare lo stesso Stefano Giordano che è riuscito, non senza difficoltà, ad ottenere la verbalizzazione di quanto accaduto. Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Palermo precisa che, non appena ricevuta la nota da parte di Giordano, verrà trasmessa al Consiglio superiore della magistratura. Mentre il verbale di udienza - richiesto ma non ancora inviato - sarà trasmesso al procuratore generale della Corte di Cassazione.

«Siamo in un posto civile, mica a Palermo». Frase «shock» del giudice Ancona in aula durante un riesame. E l’avvocato siciliano è pronto a fare un esposto al Csm, scrive il 21 settembre 2017 "Trentino". «Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo». A pronunciare questa frase, come racconta l'avvocato Stefano Giordano, del foro di Palermo, il presidente del tribunale del riesame di Trento, Carlo Ancona, nel corso di una udienza che si è celebrata martedì mattina proprio in una delle aule del palazzo di giustizia di Trento. «È un fatto gravissimo oltre che una frase razzista - dice Giordano, che figlio del presidente del Maxiprocesso di Palermo, Alfonso Giordano, - Mi trovavo al tribunale di Trento per una udienza di rinvio al tribunale del riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso. Il presidente Carlo Ancona - spiega Stefano Giordano - nel condurre l'udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, profferendo la seguente frase: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto». Una frase che, dopo il racconto dell’avvocato, è finita su siti di informazioni e sulle agenzie di stampa avendo ampio risalto. Una frase che lo stesso giudice Ancona non rinnega. «L’avvocato - spiega il giudice - aveva aggredito, verbalmente, una pubblico ministero che neppure centrava con la causa che si stava discutendo. Un atteggiamento non tollerabile al quale ho risposto. Per altro l’avvocato aveva pacificamente ragione e non c’era molto da discutere, ma ha avuto un atteggiamento scorretto». Una frase, che avrà delle conseguenze. Con un esposto che sarà, infatti, portato all’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura, che l’organo di autogoverno della magistratura. «Purtroppo - aggiunge l’avvocato palermitano Stefano Giordano - nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del tribunale del Riesame di Trento una copia del verbale dell’udienza. Manifesto, in relazione a quanto accaduto, la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano - conclude l’avvocato Stefano Giordano - Ho già concordato con il presidente dell'Ordine di Palermo, l'avvocato Francesco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti». «Quanto accaduto, per come appreso - commenta Andrea de Bertolini, presidente dell’ordine degli avvocati di Trento - è un episodio infelice che, ritengo, possa essere stato l’esito di tensioni quali quelle che a volte le udienze penali possono generare; interessa un magistrato del quale, peraltro, il Foro ha sempre riconosciuto la grande preparazione e la dedizione al lavoro».

Csm restituisce 20 milioni di euro al bilancio dello Stato: ma i magistrati si occupano di finanza, edilizia o giustizia? A Trento nel frattempo va in scena l’ennesimo abuso del giudice di turno… La denuncia arrivata dell’avvocato Stefano Giordano, peraltro figlio del giudice Alfonso Giordano che fu il presidente del Maxiprocesso di Palermo: “Sono preoccupato per ciò che è accaduto, presenterò esposto al Csm”. I membri togati Morosini, Aprile, Ardituro, Forteleoni e Spina hanno immediatamente chiesto l’apertura di una pratica nei confronti del giudice Carlo Ancona, una “vecchia conoscenza” della commissione disciplinare. Ecco di cosa dovrebbe occuparsi il CSM…, scrive Antonello de Gennaro il 21 settembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Nella delibera del Comitato di Presidenza del CSM, approvata ieri all’unanimità dal Plenum, ed annunciata con toni trionfalistici da un comunicato stampa, si legge che secondo il vicepresidente Giovanni Legnini la decisione di restituire 20 milioni “appare la più opportuna nell’attuale contingenza economica, tanto più se la somma potrà essere destinata al sostegno degli uffici giudiziari”.  Il Consiglio Superiore della Magistratura restituisce al Bilancio dello Stato 20 milioni di euro risparmiati nel corso degli anni, con il fine di destinarli al sostegno degli uffici giudiziari che si trovano nelle aree colpite d al terremoto e che versano in un’eccezionale condizione di difficoltà. In particolare, il Consiglio Superiore propone al Ministero dell’Economia di “prevedere presso il ministero della Giustizia, l’istituzione di un apposito Fondo” i cui obiettivi dovrebbero essere gli “aiuti agli uffici giudiziari delle aree colpite da eventi sismici e di quelli che versano in un’eccezionale situazione di difficoltà“, nonchè un “sostegno all’attività dei Consigli giudiziari, anche per rafforzare gli strumenti di cooperazione tra il Csm e gli organi di governo autonomo di prossimità“. “E’ un provvedimento storico – ha detto forse con troppa enfasi il Vice Presidente Giovanni Legnini nel corso del Plenum – Per la prima volta il Consiglio restituisce una somma consistente, auspicando che venga destinata interamente per la giurisdizione”. “Mi farò carico personalmente – ha aggiunto Legnini – di fare in modo che con la prossima legge di stabilità venga istituito un Fondo sul Bilancio dello Stato, alimentato con questa somma, che abbia queste finalità”. Restituire fondi inutilizzati allo Stato non è un gesto “esemplare”, ma secondo noi giusto e corretto da parte di chi ha un senso dello Stato, e quindi verso i cittadini, e quindi non ci sarebbe bisogno neanche di comunicarlo con tutta questa enfasi. Probabilmente il Csm farebbe bene a pensare a “lottizzare” di meno le sue nomine nei vari uffici giudiziari, e soprattutto intervenire sull’operato dei giudici che indossando una toga a volte credono di essere dei “supermen”, degli “intoccabili”, che possono tutto, e guai a chi li tocca….

L’ultimo cattivo esempio dell’arroganza manifestata da alcuni magistrati, è stato quello del Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona che nel corso di una udienza che si è celebrata ieri proprio a Trento, rivolgendosi ad un avvocato ha detto “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. Lo ha reso noto l ‘avvocato Stefano Giordano, che si dice “preoccupato per l’accaduto. E’ un fatto gravissimo oltre che una frase razzista – commenta l’avv, Giordano, che peraltro è il figlio di un giudice Alfonso Giordano che è stato il Presidente del Maxiprocesso di Palermo – Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso”. “Il presidente del Tribunale del Riesame di Trento, il dottor Carlo Ancona – spiega Stefano Giordano, nel frattempo rientrato a Palermo – nel condurre l’udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, proferendo la seguente frase: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto. Purtroppo nonostante numerose richieste – aggiunge l’avvocato Giordano – non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del Tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale”. “Manifesto la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano – aggiunge ancora Stefano Giordano – Ho già concordato con il presidente dell’Ordine di Palermo, l’avvocato Francesco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti”. A questo punto c’è è da auspicare il Ministro di Giustizia Andrea Orlando mandi degli ispettori anche presso il Tribunale di Trento ad accertare i comportamenti arroganti non solo del giudice in questione ma anche della cancelleria.

La frase shock è approdata al Consiglio superiore della magistratura, dove un componente togato del Csm Piergiorio Morosini ha chiesto ieri pomeriggio l’apertura di una pratica disciplinare nei confronti del giudice Ancona La richiesta sottoscritta anche da altri componenti togati del Csm, tra i quali Antonello Ardituro, da Ercole Aprile, da Luca Forteleoni e da Saro Spina, che ritengono  “dai toni inaccettabili, di matrice razzista” la frase espressa dal Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona . Quello che è sfuggito a molti è, che già in passato il giudice Carlo Ancora è stato censurato dal Csm, insieme ai colleghi Claudia Miori e il sostituto procuratore Pasquale Profiti tutti in servizio presso gli uffici giudiziari del Tribunale di Trento.  La vicenda ebbe inizio nell’estate del 2008 quando davanti al giudice Ancona arrivò a giudizio un immigrato clandestino accusato di aver messo in atto una serie di danneggiamenti. Il giudice Ancona convalidò l’arresto e si va andò patteggiamento a otto mesi di reclusione sostituiti con l’espulsione dall’Italia per cinque anni.  A questo punto successe qualcosa di anomalo che poi portò al provvedimento disciplinare. L’immigrato, infatti, non venne scarcerato ed è il suo avvocato difensore, Filippo Fedrizzi, presentò istanza per la liberazione o, in subordine, per gli arresti domiciliari. Si andò quindi al riesame (il giudice era Claudia Miori) la quale acquisito anche il parere del pm Pasquale Profiti rigettò il ricorso. I giorni così passarono e il clandestino restò in cella in attesa dell’espulsione. Era il 14 agosto 2008 quando l’avvocato Filippo Fedrizzi, presentò un esposto a vari enti fra i quali il Ministero di Giustizia. Due giorni dopo, sia al 16 agosto, quindi a poco meno di un mese dal patteggiamento, avvenne finalmente la scarcerazione dell’immigrato. Dell’esposto se ne occupò il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici. Si arrivò quindi alla “censura”, provvedimento contro il quale presentano ricorso tutti e tre i magistrati trentini compreso il giudice Ancona protagonista dell’ultima ennesima arroganza. Il fascicolo finì davanti alla Suprema Corte Cassazione che rigettò le opposizioni dei tre magistrati di Trento e quindi confermò la censura, in quanto il clandestino non doveva restare in carcere quel mese in più.  Questo fu all’epoca dei fatti il commento dal giudice Carlo Ancona: “Siamo stati puniti solo per aver tentato di far rispettare le leggi”.

La Legge non “è uguale per tutti”, ma bensì deve essere uguale per tutti. Anche per i magistrati che la violano, calpestando l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, dimenticando che il pm deve acquisire anche le prove a favore dell’indagato.  Chissà se adesso il Csm si deciderà ad applicare dei provvedimenti ben più incisivi e rigorosi di una semplice “censura”.

La storia del giudice che decise di morire da innocente, scrive il 13 Settembre 2017 "Il Dubbio". Il procuratore di Catanzaro Pietro D’Amico fu coinvolto nell’inchiesta “Why not?” di De Magistris. Ne uscì pulito ma qualcosa si ruppe. È una storia sconcertante. Una di quelle storie che lasciano l’amaro in bocca; è la storia è quella di un giudice, il Procuratore Generale di Catanzaro Pietro D’Amico. Comincia quasi dieci anni fa, nel 2008. L’alto magistrato si trova coinvolto in un’inchiesta che a suo tempo fece scalpore: quella “Why not?”, condotta dall’allora procuratore Luigi De Magistris. Accuse che col tempo si rivelano completamente infondate. La riabilitazione è netta, chiara; solo sospetti, tutto viene archiviato; ma D’Amico esce da questa vicenda profondamente scosso: il solo fatto che si sia potuto dubitare del suo corretto agire, lo getta in uno stato di profondo sconforto. L’uomo, all’apparenza, è quello di sempre: sorridente, solare. Ma evidentemente qualcosa “dentro” si è rotto. Congiunti, amici, sanno di questo “disagio”, ma non ne sospettano la profondità, la gravità di questa ferita che non riesce a rimarginarsi. Il 27 aprile 2010 D’Amico scrive a un amico, Edoardo Anselmi: «C’è poco da capire: in una situazione come la mia, io voglio morire perché aggredito da una malattia terribile in fase avanzata e terminale». Già: perché al magistrato, nel frattempo, è stato diagnosticato un tumore. D’Amico matura la convinzione che è meglio farla finita con “la dolce morte” da praticare là dove è consentito: in Svizzera; meglio scegliere come e quando, piuttosto di una lunga, lenta, dolorosa agonia senza scopo e speranza. «Sto pensando», scrive, «a qualcosa di indicibile, e che nessuno può immaginare. Vado in Svizzera poiché là é chi provvederà nel caso come il mio». Trascorrono così quasi due anni: D’Amico sembra determinatissimo nel suo proposito. Alla fine ottiene la documentazione necessaria: certificati che affermano l’esistenza di patologie che rendono possibile, in base alla legge elvetica il cosiddetto “suicidio assistito”. Nell’aprile del 2013, a Basilea, presso il centro “Life Circle- Eternal Spirit”, la vicenda si conclude: D’Amico trova la sua pace. L’inquietante storia, invece, comincia ora. Perché la famiglia, che nulla sa dei propositi di D’Amico, viene freddamente avvertita con una telefonata dell’avvenuto decesso; cerca di capire cosa è accaduto: chiede, e ottiene, che sia effettuata l’autopsia. Colpo di scena: D’Amico non era affatto malato di tumore, come forse credeva. Depresso, sì, per le ragioni che abbiamo detto. Ma l’autopsia, e approfonditi esami di laboratorio escludono l’esistenza di quella grave e patologia dichiarata da alcuni medici italiani, e asseverata da medici svizzeri. Clamoroso errore, diagnosi errate, che spingono D’Amico, già psicologicamente provato, a convincersi che l’unico modo per chiudere con dignità la propria esistenza, è quello di ricorrere al suicidio assistito? O, peggio: i documenti sono stati falsificati ad arte, per poter appunto accedere alla clinica svizzera e suicidarsi? E’ quello che invano la famiglia di D’Amico chiede da anni di sapere. La magistratura italiana, ripetutamente investita del caso, al momento non ha intrapreso particolari iniziative per accertare i fatti; e comunque la famiglia nulla sa. Come mai? Perché? Di questa sconcertante abbiamo trattato ne “La Nuda Verità”, la trasmissione che conduco assieme a Massimiliano Coccia, ogni domenica alle 19.30 su “Radio Radicale”. A “La Nuda Verità” abbiamo ospitato Francesca, la figlia del magistrato. Ha ripercorso con noi tutte le tappe della vicenda. Ha denunciato come al padre siano state diagnosticate patologie inesistenti, redatti certificati medici falsi; e rivendica il diritto di sapere come sono andate davvero le cose: «Mi chiamarono dalla Svizzera e mi dissero che mio padre era morto. Io cadevo dalle nuvole: ero convinta che fosse un errore, una omonimia… Invece era tutto tragicamente vero». Francesca non contesta l’aspirazione alla dolce morte, dice di rispettare la scelta di suo padre. Però ne fa un problema di deontologia: «Possibile che sia arrivato in Svizzera con due documenti sulle sue condizioni di salute e che nessuno abbia fatto accertamenti per capire, confermare, accertare? Quale medico si può arrogare il diritto di disporre della vita altrui? Voglio andare fino in fondo a questa faccenda, per capire come sono andate esattamente le cose e se sono stati commessi errori». Sullo sfondo di questa inquietante vicenda, i dilemmi e gli ineludibili interrogativi di sempre che lacerano le coscienze, quelle laiche come quelle dei credenti: come e quando si ha diritto di interrompere la propria vita? La depressione, pur nel suo stato profondo, va compresa tra le patologie che possono rendere possibile la “dolce morte”? Chi può stabilire quando il cosiddetto “mal di vivere” è incurabile? Fino a che punto il volere del soggetto va assecondato, e non si deve invece cercare di offrirgli alternative? Insomma: quali i limiti, e quali i diritti; come esercitarli, e fino a che punto esercitare la propria autodeterminazione? Ecco, al di là del caso specifico che abbiamo affrontato, l’essenza delle questioni. Che non vanno negate, e che bisogna, al contrario, cercare di “governare”. * Presidente Istituto Luca Coscioni

Che resta del pool di Mani pulite? Anche Di Pietro si dissocia, scrive Valter Vecellio il 12 Settembre 2017 su "Il Dubbio". «Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee». Aggiunge: «Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze». In principio, fu Diego Marmo: il pubblico ministero del “venerdì nero della camorra”, la vicenda in cui si vollero impigliare Enzo Tortora e Franco Califano (tra gli altri, che una moltitudine di altri dimenticati furono, poi, gli assolti). Implacabile, e impagabile, quel suo «ma lo sapete che più cercavamo le prove della sua innocenza, e più emergevano quelle della sua colpevolezza?». Come poi è finita, lo sappiamo bene. Con molti anni di ritardo, intervistato da Il Garantista e ormai in pensione, Marmo riconosce il clamoroso abbaglio. Errore che non può dirsi, propriamente, un errore; per dirla con Manzoni: era un’ingiustizia che poteva essere veduta da quelli stessi che la commettevano. Senza l’intervento di Marco Pannella, dei radicali, di Leonardo Sciascia e pochissimi altri, chissà quando e come quell’errore/ orrore lo si sarebbe visto, riconosciuto. Chissà quando e come si sarebbe visto e riconosciuto lo strame che si faceva di quelle regole ammesse anche da coloro che le trasgredivano; sempre con Manzoni: «È un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può essere forzatamente vittime, ma non autori». Aveva la vista lunga, il Grande Lombardo; e quanto sono attuali I promessi sposi e La storia della colonna infame, a saperli leggere; soprattutto a volerli leggere.

È poi la volta di Gherardo Colombo, uno dei “moschettieri” del milanese pool di “Mani Pulite”. Con libri, interventi, articoli, da qualche tempo ripensa la funzione della pena, l’amministrare la giustizia, il potere che detiene chi si assume questo compito. Coltiva il benefico tarlo del dubbio. Forse il Colombo di “oggi” albergava anche “ieri”, nel Colombo che indossava la toga del magistrato: il Colombo uno e il Colombo due convivevano. Confesso che allora non ho colto questa dualità. Chissà: forse era una convivenza tormentata, tormentosa. Come nella pirandelliana “Signora Morli una e due” Colombo era scisso: autentico il primo, sincero il secondo. Solo che “ieri”, con la toga sulle spalle, il Colombo di “uno” sovrastava il Colombo “due”; ora che quella toga è dismessa, i ruoli si sono invertiti.

La popolare saggezza ricorda che non è dato il due senza il tre; puntuale ecco il terzo, più villico, ripensamento (ravvedimento sarebbe dire troppo ardito). Nientemeno che Antonio Di Pietro, il dottor “che c’azzecca? “. Si confida a L’aria che tira d’estate su La7: «Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee». Aggiunge: «Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze». Quali conseguenze magari un giorno ci verrà chiarito. Per ora basta quello che ha sillabato: «Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali». Frasi dal sen fuggite, nella foga di un intervento? No. Con Paolo Vites de Il Sussidiario, Di Pietro integra il ragionamento; dice di aver fatto il suo dovere di magistrato, «anche l’inchiesta Mani Pulite non la rinnego, rifarei oggi tutto quanto feci allora». Riconosce però che da «quell’inchiesta si è creato un vuoto, non solo un vuoto di figure politiche, ma dell’idea stessa della ricostruzione della politica. L’inchiesta era doverosa, ma chi voleva fare o restare in politica doveva costruire una idea politica. Invece si è cercato il consenso sul piano individuale, sul personalismo. Sono nati i Bossi, i Berlusconi, i Di Pietro, i Salvini, i Renzi. Persone che basano il loro consenso su chi urla più forte. Io sono stato uno di quelli. Ho peccato di personalismo, senza creare un’idea politica».

A questo punto – lo si dice per celia – verrà un giorno in cui anche un Piercamillo Davigo, un Nicola Gratteri, faranno analoghe capriole? No. Tutto fa pensare che quel giorno non verrà; almeno loro manterranno le ben note posizioni di sempre. Per tornare a Di Pietro: «Tra i tanti effetti di Mani Pulite c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. È uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato, la magistratura invece che vuole sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove». Si potrà ricavare, da queste parole, da questi riconoscimenti, motivo per dire: meglio tardi che mai; e aggiungere che il tempo si conferma galantuomo. No. Il detto in questo caso non può e non deve valere quando galantuomini finiscono impigliati, e spesso stritolati, nelle tenaglie della giustizia. Il problema, che non può essere eluso, il nodo che va sciolto, è che le persone cui viene attribuito il potere di giudicare i propri simili non possono e non devono vivere come potere questo potere. Può apparire paradossale; ma come diceva Sciascia, «la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio». La crisi in cui versa l’amministrazione della giustizia in Italia deriva «principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto a estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio». In mancanza di questo, anche il riconoscimento più sincero e sofferto, è inutile, vano. Una consolazione che nulla consola; un ripensamento che niente mette in discussione.

Dell’Utri, i Br e i bambini in carcere, scrive Piero Sansonetti il 15 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Quasi 57mila persone passano il ferragosto in carcere, la cosa non interessa molti. Giornali, intellettuali e politici son tutti presi dalla smania di buttar la chiave. Oggi è ferragosto e gli italiani sono quasi tutti in vacanza. I ricchi in luoghi di lusso, i mezzo- borghesi un po’ intruppati, i poveri a casa loro, alcuni allegri, alcuni tristi. Poi ci sono 56 mila e 766 persone che non sono in vacanza. Sono in carcere. Di loro, a parte gli addetti ai lavori e gli amici radicali ( e qualche volta il papa), non si occupa nessuno. Loro passano un ferragosto di dolore, come tutti gli altri giorni dell’anno, aggravato dalle sofferenze a volte insopportabili del caldo. Pigiati nelle celle, perché le celle sono piccole e ospitano molti detenuti, spesso molti di più di quelli che possono contenere. Tra questi quasi 57 mila nostri fratelli disgraziati, ce ne sono 730 che sono rinchiusi in regime di 41 bis. Cosa vuol dire? Semplicemente vuol dire “carcere duro”, una espressione che dopo la caduta del fascismo era stata cancellata dal nostro linguaggio, ed è tornata prepotentemente negli anni 90. Queste 730 persone, delle quali circa 100 sono in attesa di giudizio, non possono ricever visite se non una al mese e da dietro una vetrata, vivono isolati 24 ore su 24, senza tv, senza radio, non possono cucinare, non possono lavorare, non hanno l’ora d’aria con gli altri detenuti. Dell’Utri, i brigatisti, i bimbi in cella. Una cosa li unisce: sono persone…Una specie di Cajenna. E siccome sono quasi tutti accusati di essere mafiosi, è quasi impossibile immaginare che qualcuno, nel mondo per bene, abbia una parola gentile, o persino un nascosto pensiero affettuoso nei loro confronti. Eppure sono persone. Persone come tutti noi. La maggior parte di loro è colpevole di vari e talvolta efferatissimi delitti, alcuni invece – forse pochi – sono vittime di errori giudiziari, più frequenti di quel che si crede, in Italia. Tutti, però, sono persone. Tra le altre persone che passeranno in carcere il ferragosto ci sono anche 64 bambini. Per fortuna solo 64. Ma non sono pochissimi 64 bambini di meno di tre anni. In cella, con la loro mamma, qualcuno anche col fratello o con la sorellina. La maggior parte di questi bambini è straniero: 40 stranieri contro 24 italiani. Eppure, sebbene la maggioranza sia straniera, questa massa di bambini sicuramente riuscirà, più dei mafiosi, a strappare qualche buon sentimento, forse un sorriso, forse una parola di pietà, anche nel mondo perbene. Con i bambini ci sono 50 mamme. Più della metà straniere. Molte rom, o senza fissa dimora. In genere non scontano pene lunghissime, pochi anni o qualche mese. Ma sono recidive. Piccoli furti, borseggi, qualche truffa. Recidive e dunque niente scarcerazione. Ci sono anche delle persone famose in carcere. Generalmente le persone famose non suscitano nessuna simpatia. Spesso stimolano i sentimenti della rivalsa e della vendetta. “Hai avuto una vita agiata, sei stato potente? Ah ah: ora paghi, soffri maledetto”. E spesso questo senso di rivalsa e di vendetta non è nemmeno un sentimento che si nasconde, del quale ci si vergogna. Anzi lo si esterna con soddisfazione, si grida forte. Poi magari si va anche a messa, dopo.

Tra le persone famose ne ricordo tre, perché conosco bene la loro vicenda giudiziaria. Un medico, un senatore ed un ex senatore. Il medico si chiama Pier Paolo Brega Massone, è in cella da nove anni. Lo accusano di cose orribili, di avere operato pazienti che sapeva inoperabili, e di averli uccisi, per prendere qualche rimborso. Lo hanno imputato per quattro omicidi volontari e condannato all’ergastolo. Sebbene in sede civile fosse stato assolto, e dunque qualche dubbio sulla sua colpevolezza fosse evidente. La Corte d’appello, di fronte a una perizia del Pm che diceva “colpevole” e una perizia della difesa che diceva “innocente”, si è rifiutata di nominare un perito indipendente e ha creduto al Pm. Brega Massone chiedeva solo quello: un perito indipendente. Lui si è sempre dichiarato del tutto innocente, e molti medici, esperti, dicono che ha ragione. Ora la Cassazione ha stabilito che sulla base delle prove raccolte non può certo trattarsi di omicidi volontari. Sono eventualmente omicidi colposi. Niente ergastolo, bisogna ricalcolare la pena. C’è tempo, c’è tempo, hanno risposto i magistrati. E lui sta i carcere. Tra poco fa dieci anni. La moglie cerca di tirare avanti, lavoricchiando, con una bambina di 13 anni, perché il marito non produce più reddito, bisogna assisterlo in prigione, pagare gli avvocati…

Il secondo caso è quello che conoscete tutti. L’ex senatore Marcello dell’Utri. E’ in prigione da quasi tre anni. E’ accusato di un reato che non è scritto nel codice penale: concorso esterno in associazione mafiosa. Una specie di offesa al vocabolario e alla sintassi. La Corte europea ha stabilito che quel reato, seppure esiste, esiste dal 1994. I fatti imputati a dell’Utri sono degli anni 80. E’ chiaro che deve uscire. Perché non esce? La “compagnia dell’antimafia” non vuole, e talvolta i magistrati subiscono la pressione della “compagnia antimafia”. E poi dell’Utri è molto amico di Berlusconi, e se non si può mettere dentro Berlusconi si tiene in prigione, finché si può, un suo amico. Siccome non c’è il reato, tecnicamente Dell’Utri è un prigioniero politico.

Poi c’è il giovane senatore Caridi, del quale abbiamo parlato nei giorni scorsi. E accusato di associazione mafiosa. Prove? No non ce n’è. Ci sono alcune dichiarazioni dei pentiti di una decina d’anni fa. Dichiarazioni già considerate non attendibili dai giudici di allora, ma poi, si sa, i tempi cambiano. Uno di questi pentiti ha dichiarato di aver assistito a un incontro segreto tra Caridi e un certo boss mafioso nel 2007. Sarebbe la prova regina della colpa del senatore. Poi si è saputo che nel 2007 ‘ sto boss mafioso era al 41 bis. Non poteva incontrare proprio nessuno, tantomeno di nascosto. Però non è stato cancellato il pentito è stata corretta la data…

Cosa c’entra quel cuore di pietra di Dell’Utri coi bambini di tre anni? C’entra, perchè sono persone: nello stessissimo modo sono persone. E dovrebbero interessarci. Invece all’opinione pubblica sembra interessare solo che le carceri siano piene. Sempre più spesso si sente dire, anche da persone responsabili, importanti: «Buttate la chiave!» Recentemente due giornali nazionali di grande prestigio hanno protestato. Una volta perché un boss era stato portato a casa per 12 ore a vedere la mamma ammalata. E poi si è saputo che non era neanche vero. Un’altra volta, pochi giorni fa, perché Carminati (che non è più al 41 bis perché è stato assolto dal reato mafioso), adesso può spassarsela all’ora d’aria, può cucinare in cella, incontrare i parenti una volta a settimana per un’ora filata…C’è un verso famoso di una canzone di Fabrizio de André che dice così: «tante le grinte, le ghigne i musi, vagli a spiegare che è primavera… e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera». Già, proprio così. Se vengono a sapere che ora Carminati può cucinarsi un uovo sodo fremono come bestie. E siccome abbiamo citato De André torniamo agli anni d’oro di De André, tra i settanta e i novanta. In quegli anni in Italia il tasso di criminalità era molto, molto più alto di ora. C’era il terrorismo, la mafia uccideva quasi tutti i giorni. Erano di più i furti, le rapine, le aggressioni. Le città non erano molto sicure, perché la violenza era alta. Beh, sapete quanti erano i detenuti, in quegli anni? Ho dato un’occhiata agli annuari Istat. Nel 1976, che è l’anno nel quale esplode il terrorismo, i detenuti erano 53,2 ogni 100.000 abitanti. Oggi invece sono 107, 4 ogni centomila abitanti. Un po’ più del doppio. Nel 1992, dopo più di un decennio di terrorismo scatenato e mentre era in pieno svolgimento la durissima iniziativa mafiosa, e cioè l’attacco frontale allo Stato deciso dai corleonesi, i detenuti erano 35.000, più o meno a parità di popolazione. 21 mila meno di oggi. Se volete qualche altra cifra dell’Istat posso dirvi che della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado.

Qualunque manuale di sociologia ci spiega che con l’avanzare della civiltà le carceri si svuotano, piano piano. Le pene diventano sempre meno severe, crescono le misure alternative. Da noi no: è una corsa a far diventare le pene sempre più pesanti. Il numero dei carcerati è tornato quello degli anni trenta, durante il fascismo. I trattamenti si sono inferociti. Il 41 bis è un obbrobrio giuridico. Ed è un obbrobrio anche l’ergastolo ostativo, cioè la prigione a vita senza possibilità di una scarcerazione anticipata, senza un permesso premio, niente. E a me sembra un obbrobrio anche la situazione di circa 30 ex brigatisti rossi che sono stati dimenticati in carcere, chi da trentacinque chi da quarant’anni. Non usciranno mai. Serve a qualcuno?

In questi giorni stiamo pubblicando, a puntate, il trattato di Cesare Beccaria sui delitti e le pene. Nelle prime righe spiega come ogni pena non necessaria sia espressione della tirannia. Diceva proprio così, nel settecento, Beccaria: tirannia. Sono passati due secoli e mezzo, ma mica lo abbiamo capito…

Valentina Angela Stella, giornalista de "Il Dubbio": "Della attuale popolazione carceraria circa il 35 per cento è in prigione senza condanna definiva e circa il 20 per cento è in prigione senza aver ricevuto nessuna condanna, neanche di primo grado".

L’INCIVILTA’ GIURIDICA. LA CRUDELTA’.

Il Procuratore contro la gogna: «Basta foto degli arrestati», scrive il 16 gennaio 2018 "Il Dubbio".  Il commento di Edmondo Bruti Liberati contro polizia e stampa. L’articolo che segue, scritto dall’ex Procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, è tratto da “Questione giustizia”, la rivista on- line di Magistratura democratica, ed è stato pubblicato l’8 gennaio 2018. Chi avesse scorso i quotidiani del 6 gennaio 2018 avrebbe trovato due notizie, di segno molto diverso, sul tema della diffusione di foto e riprese di persone arrestate. Il quotidiano Libero in prima pagina, con grande evidenza titola: «Il comandante dei carabinieri infuriato: “Questi signori ladri tornano liberi e riprenderanno a rubare”. I volti degli otto clandestini albanesi segnalati pubblicamente dai carabinieri di Padova»; nel riquadrato le otto fotografie segnaletiche a colori. L’articolo prosegue a pagina 13 con il titolo. «L’avvertimento del comandante dell’Arma di Padova. “Occhio a questi ladri, stanno per uscire di cella”. I carabinieri segnalano otto pregiudicati albanesi. “Tenete a mente queste facce, potrebbero riprendere a rubare nelle case”». Nel testo dell’articolo si riferisce che, nel corso di una conferenza stampa, il comandante provinciale dei Carabinieri di Padova «ha mostrato le foto segnaletiche perché le telecamere delle televisioni locali riprendessero bene i volti di questi malviventi e li diffondessero nelle case della gente. Sono tutti pregiudicati, hanno precedenti specifici, sono albanesi di famiglia zingara e sono sprovvisti del permesso di soggiorno. Vivono grazie ai proventi dei loro furti. (…) Il colpo più datato è di tre mesi fa, sono stati ammanettati da poco, ma il comandante dei Carabinieri si sente in dovere di dire alla popolazione di stare attenta, di guardarsi attorno dieci volte prima di lasciare la propria casa incustodita perché questi ceffi quando a breve avranno saldato il loro conto con la legge potrebbero tornare in azione. (…) Nel corso della conferenza stampa il comandante ha anche illustrato una sorta di vademecum per difendersi dai ladri». Segue, sempre a pagina 13, un commento dal titolo: «A questo porta l’inefficienza della nostra giustizia». La notizia viene riportata anche dai quotidiani della catena La Nazione- Il Resto del Carlino- Il Giorno con toni analoghi e pubblicazione delle otto foto; segue un commento dal titolo «Onore all’Arma». Non sappiamo quanto di enfasi sia dovuto alla penna dei cronisti rispetto alle dichiarazioni effettivamente rese dal comandante provinciale dei Carabinieri, ma il dato di fatto pacifico è l’iniziativa di diffondere alla stampa le foto segnaletiche degli arrestati. Sarà interessante vedere se vi saranno reazioni da chi ricorrentemente denuncia (e giustamente) episodi di “gogna mediatica” ovvero se l’indignazione si confermi selettiva in base alla personalità dei soggetti offerti alla gogna. Il Corriere del mezzogiorno (Napoli e Campania) sempre il 6 gennaio 2018 a pagina 6 titola: «Melillo: stop alla diffusione delle foto di persone indagate oppure arrestate. Circolare del procuratore alle forze dell’ordine, ad avvocati e giornalisti: va tutelata la dignità. Soprattutto se il soggetto coinvolto sia vulnerabile, come nel caso di chi ha perso la libertà».

LA CIRCOLARE. Merita subito una segnalazione il fatto che la circolare diretta alle autorità di polizia sia, molto opportunamente, indirizzata, per conoscenza, oltre che al procuratore generale e ai magistrati dell’ufficio, anche al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e al Presidente del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti. La circolare muove dalla premessa: «La doverosa cura delle condizioni di efficace tutela della dignità delle persone sottoposte ad indagini ovvero comunque coinvolte in un procedimento penale appare, infatti, maggiormente meritevole di attenzione qualora la persona versi in condizioni di particolare vulnerabilità, come nel caso in cui sia privata della libertà personale». E prosegue: «Come costantemente rilevato dalla giurisprudenza di legittimità, il sistema normativo vigente impone il raggiungimento di un ponderato equilibrio tra valori diversi contrapposti, tutti di rilievo costituzionale, stante l’esigenza di un necessario contemperamento tra i diritti fondamentali della persona, il diritto dei cittadini all’informazione e l’esercizio della libertà di stampa». Vengono quindi richiamate le disposizioni dell’art. 25 del Codice per la protezione dei dati personali, l’art. 8 del Codice di deontologia dei giornalisti, il provvedimento n. 179 del 5 giugno 2012 dell’Autorità di garanzia dei dati personali, nonché la sentenza Cedu 11 gennaio 2005 (Sciacca contro Italia), che ha ravvisato una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nella diffusione della foto segnaletica di una persona arrestata. La circolare dopo aver rammentato che: «Del resto, tali principi sono espressamente richiamati anche nella circolare 123/ A183. B320 del 26.2.1999, con la quale il Ministero dell’Interno ha sottolineato l’esigenza che, anche nell’ipotesi di indiscutibile “necessità di giustizia e di polizia” alla diffusione di immagini, “il diritto alla riservatezza della tutela della dignità personale va sempre tenuto nella massima considerazione”» conclude disponendo: «In conformità alle precise indicazioni normative appena ricordate, pertanto, le SS. LL. vorranno assicurare – impartendo ogni opportuna disposizione agli uffici e ai comandi dipendenti – la più scrupolosa osservanza del divieto di indebita diffusione di fotografie o immagini di persone arrestate o sottoposte ad indagini nell’ambito di procedimenti la cura dei quali competa a questo Ufficio, segnalando preventivamente le specifiche istanze investigative o di polizia di prevenzione ritenute idonee a giustificare eventuali, motivate deroghe al principio sopra richiamato». La diffusione e la pubblicazione di riprese filmate e foto di persone al momento dell’arresto o della traduzione in carcere o delle foto segnaletiche, a dispetto dei principi e della normativa vigente, è purtroppo un costume diffuso. La comprensibile e pur legittima esigenza di visibilità delle autorità di polizia che hanno proceduto alle indagini può trovare uno sbocco nel modulo comunicativo che si realizza con la partecipazione alla conferenza stampa tenuta negli uffici della Procura della Repubblica. Il tema è controverso e le prassi sono difformi. Non sono mancate iniziative dirette a contrastare le prassi distorte. Nel Bilancio di Responsabilità sociale 2014/ 2015 della Procura della Repubblica di Milano, reperibile nel sito internet della procura, in un passaggio della Introduzione dedicato alla “Comunicazione della Procura” si segnala: «Per i casi di significativo interesse pubblico, è stata privilegiata la comunicazione con lo strumento del comunicato stampa emesso dal Procuratore e diffuso con la massima tempestività possibile consentita dal livello di discovery raggiunto, anche al fine di garantire parità di accesso a tutti i media. Nel periodo in esame sono stati diffusi numerosi comunicati stampa. In occasione di indagini di particolare rilievo al comunicato stampa è seguita una conferenza stampa, tenuta negli uffici della Procura della Repubblica, con la partecipazione dei responsabili della o delle forze di PG interessate. L’obiettivo è di fornire all’opinione pubblica una informazione il più possibile completa su quegli aspetti della indagine che non sono più coperti da segreto e sempre nel rispetto della presunzione di non colpevolezza. Il rispetto della dignità delle persone ha comportato, d’intesa con le forze di polizia, la adozione di precise prassi operative per evitare la ripresa fotografica o televisiva di persone al momento dell’arresto. Nel quinquennio, nonostante siano stati eseguiti numerosi arresti in tema di criminalità mafiosa, terrorismo, corruzione e criminalità economica suscettibili di grande risonanza mediatica, in nessuna occasione vi è stata la diffusione di immagini delle persone». Ma è sufficiente una rapida ricerca sul web per trovare diverse riprese filmate degli arrestati. Altrettanto frequente è la diffusione delle foto segnaletiche degli arrestati sia da parte delle autorità di polizia, sia anche nel corso di conferenze stampa tenute con la presenza del procuratore della Repubblica. Tre esempi recenti sul web: l’Operazione Gorgòni, Catania 28 novembre 2017; l’Operazione Metauros, Reggio Calabria 5 ottobre 2017; il Blitz Contatto, Lecce 5 settembre 2017. In questo contesto è tanto più apprezzabile la iniziativa del procuratore di Napoli, sia per la puntuale motivazione sia per le precise disposizioni impartite.

NORME E PRASSI. Può essere utile una rassegna della normativa per evidenziarne la inosservanza nella prassi. Con l’art. 14, comma 2 della legge 16 dicembre 1999, n. 479 è stato introdotto un nuovo comma 6 bis all’art. 114 cpp: «È vietata la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta». Per la risposta sanzionatoria rimane operante l’art. 115 cpp: «Violazione del divieto di pubblicazione. Salve le sanzioni previste dalla legge penale, la violazione del divieto di pubblicazione previsto dagli artt. 114 e 329 comma 3 lettera b) costituisce illecito disciplinare esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato. Di ogni violazione del divieto di pubblicazione commessa dalle persone indicate nel comma 1 il pubblico ministero informa l’organo titolare del potere disciplinare». Non risultano segnalazioni del pubblico ministero e tantomeno iniziative disciplinari a fronte della non infrequente pubblicazioni di foto e riprese di arrestati in manette, talora, ma non sempre, con l’ipocrita accorgimento delle manette “pixelate” e dunque paradossalmente ancor più sottolineate. Eppure vige da tempo il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (Provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 29 luglio 1998, Gazzetta Ufficiale 3 agosto 1998, n. 179) che prevede: «Art. 8. Tutela della dignità delle persone. Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine. Salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato. Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi». È interessante segnalare che in Francia la legge n. 2000- 516 del 15 giugno 2000, intitolata al rafforzamento della presunzione di innocenza e dei diritti delle vittime, all’art. 92 ha introdotto un nuovo articolo 35- ter alla legge del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa: «Salvo che sia realizzata con il consenso dell’interessato, la diffusione, con qualunque mezzo o supporto, dell’immagine di una persona identificata o identificabile soggetta ad una procedura penale, ma non ancora condannata, che la mostri sottoposta all’uso di manette ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, ovvero mentre viene posta in detenzione provvisoria, è punita con l’ammenda di 100.000 F». La stessa legge del 2000 ha modificato l’art. 803 del codice di procedura penale nei termini seguenti: «Nessuno può essere sottoposto all’uso di manette ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che sia considerato pericoloso per sé o per gli altri o suscettibile di tentare la fuga. In queste ipotesi devono esser adottate tutte le misure utili, compatibilmente con le esigenze di sicurezza, ad evitare che la persona sottoposta all’uso di manette ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, sia fotografata o soggetta a ripresa audiovisiva». Una rapida ricerca sui siti web francesi non fa emergere casi di diffusione di foto segnaletiche o di persone ammanettate; è pubblicata una ripresa video di violenze da parte della polizia in servizio di ordine pubblico nei confronti di persone arrestate e ammanettate nel corso di una manifestazione in Place de la Republique il 28 aprile 2016. Il tema è stato riproposto con particolare evidenza nel 2011 quando il Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA) ha ritenuto che non fossero pubblicabili in Francia le foto diffuse negli Stati Uniti in occasione dell’arresto di Dominique Strauss Kahn. Le foto e le riprese televisive, largamente diffuse, in Italia hanno mostrato Dominique Strauss Kahn in manette deliberatamente e ripetutamente offerto alle riprese giornalistiche dalle autorità di polizia secondo la pratica cosiddetta del “perp walk”, controversa ma largamente diffusa. Il termine “perp” è una abbreviazione di “perpetrator”, con buona pace della presunzione di innocenza, trattandosi di persona arrestata dalla polizia e messa in pasto al pubblico prima ancora di essere presentata davanti al giudice. Gli esempi di “perp walk” sono numerosi: forse il più celebre è quello in cui Jack Ruby viene ripreso in diretta dalle Tv mentre spara ed uccide Lee Harvey Oswald, arrestato come sospetto assassino di J. F. Kennedy. A partire dagli anni ‘ 80 alla pratica del “perp walk” sono stati sottoposti anche “colletti bianchi”, soprattutto per iniziativa di Rudolph Giuliani.

LA SENTENZA CEDU. Se in Italia siamo ben distanti dalla barbarie del “perp walk” americano, il confronto con la Francia mostra quanto si debba operare ancora nel nostro Paese per eliminare prassi distorte. Eppure un monito forte ci è stato offerto oltre un decennio addietro dalla sentenza Cedu dell’11 gennaio 2005 Sciacca contro Italia, opportunamente citata nella circolare del procuratore di Napoli. La Corte ha ritenuto la violazione dell’art. 8 della Convenzione nella divulgazione alla stampa da parte della autorità di polizia della foto di una persona arrestata, in quanto ingerenza non giustificata nel diritto al rispetto della vita privata, non essendo necessaria per lo sviluppo delle indagini. Vi è da augurarsi che la meritoria iniziativa del procuratore Giovanni Melillo riesca ad innescare un circolo virtuoso tra magistratura, polizia e stampa.

“Il giornalista non è nè giudice nè poliziotto. Dia le notizie senza suggestionare e non anticipi i possibili sviluppi”. “A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare la collettività”. Ma questa sentenza della Corte Cassazione deve essere rimasta ignota ad alcuni giornalisti troppo spesso al servizio effettivo del pm “protagonista” di turno. Ah quanti ne conosciamo…!!! Scrive "Il Corriere del Giorno" il 16 gennaio, 2018. “A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività”. È il monito della Corte di Cassazione, chiamata ad esaminare un caso di diffamazione. Secondo la Suprema corte, in particolare, “rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tale attività”. “È quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti (…) l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire”, perchè “in tal modo – aggiunge la Cassazione, facendo riferimento al caso in esame – egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali nè iniziate nè concluse“. Il caso su cui si è pronunciata la Quinta Sezione Penale riguardava un procedimento per diffamazione nei confronti del giornalista Peter Gomez (attuale direttore del sito ilfattoquotidiano.it ai danni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La Corte di Appello di Roma, nel 2009, pur dichiarando l’estinzione per prescrizione del reato per diffamazione aveva ritenuto fondata la tesi secondo cui il giornalista in un articolo sui presunti finanziamenti della mafia al gruppo Fininvest, oltre a riportare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia contenute nelle indagini, aveva aggiunto “ulteriori considerazioni tratte da altre dichiarazioni di altri soggetti, che apparivano dirette ad avvalorare la credibilità del collaboratore di giustizia realizzando così una funzione di riscontro» che però non può fare il giornalista ma solo l’autorità giudiziaria”. Nel ricorso in Cassazione il giornalista ha chiesto che nonostante la prescrizione venisse lo stesso riconosciuto l’esercizio del diritto di cronaca, ma i supremi giudici con sentenza 3674 hanno respinto la richiesta. Scrivono infatti i giudici che “è interesse dei cittadini essere informati su eventuali violazioni di norme penali e civili, conoscere e controllare l’andamento degli accertamenti e la reazione degli organi dello Stato davanti all’illegalità per poter effettuare valutazioni sullo stato delle istituzioni e il livello di legalità di governanti e governati“; ugualmente, “è diritto della collettività ricevere informazioni su chi sia stato coinvolto in un procedimento penale o civile, specialmente se i protagonisti abbiano posizioni di rilevo nella vita sociale, politica o giudiziaria“. Ma, precisa la Cassazione, è “in stridente contrasto con il diritto-dovere” di cronaca l’azione del giornalista che “confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire”. Nel caso specifico, “il giornalista ha integrato le dichiarazioni della fonte conoscitiva con altri dati di riscontro, realizzando la funzione investigativa e valutativa rimessa all’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria”. E l’articolo pubblicato, sostiene la Suprema Corte, “non può ritenersi un’asettica riproduzione di dichiarazioni (…) ma un articolato discorso che, comprendendo altri dati storici, tende inequivocabilmente a sostenere la verità del contenuto di queste” dichiarazioni, “a fronte di indagini in corso proprio per l’accertamento di questa verità”. “La cronaca giudiziaria è quel particolare ramo della cronaca che riguarda l’esposizione di avvenimenti criminosi e delle vicende giudiziarie ad essi conseguenti, al fine di consentire alla collettività di avere una retta opinione su vicende penalmente rilevanti, sull’operato degli organi giudiziari e, più in generale, sul sistema giudiziario e legislativo del Paese. Difatti come ricordato dalla Cassazione (Cass. pen., 1 febbraio 2011, n. 3674, Pres. Calabrese, Rel. Bevere)  nella sentenza che qui si pubblica l’esimente delle cronaca giudiziaria riguarda il “diritto di informare i cittadini sull’andamento degli andamenti giudiziaria a cario degli altri consociati”, dato che “è interesse dei cittadini essere informati su eventuali violazioni di norme penali e civili, conoscere e controllare l’andamento degli accertamenti e la reazione degli organi dello stato dinanzi all’illegalità, onde potere effettuare consapevoli valutazioni sullo stato delle istituzioni e sul livello i legalità caratterizzante governanti e governati, in un determinato momento storico”. Continua sempre la Corte osservando come il “diritto di cronaca giornalistica, giudiziaria o di altra natura, rientra nella più vasta categoria dei diritti pubblici soggettivi, relativi alla libertà di pensiero e al diritto dei cittadini di essere informati, onde poter effettuare scelte consapevoli nell’ambito della vita associata. E’ diritto della collettività ricevere informazioni su chi sia stato coinvolto in un procedimento penale o civile, specialmente se i protagonisti abbiano posizioni di rilievo nella vita sociale, politica o giudiziaria”. Ne segue che “in pendenza di indagini di polizia giudiziaria e di accertamenti giudiziari nei confronti di un cittadino, non può essere a questi riconosciuto il diritto alla tutela della propria reputazione: ove i limiti del diritto di cronaca siano rispettati, la lesione perde il suo carattere di antigiuridicità”. Ciò posto, nell’ambito della cronaca giudiziaria si ritiene che sia certamente legittima l’esposizione di fatti recanti discredito all’onore ed alla reputazione altrui, purché i “fatti in questione trovino rispondenza in quanto espresso dalle autorità inquirenti ovvero nel contenuto degli atti processuali, dovendosi altresì considerare che per il cronista giudiziario il limite della verità delle notizie si atteggia come corrispondenza della notizia al contenuto degli atti e degli accertamenti processuali compiuti dalla magistratura, con la conseguenza che il fatto da dimostrarsi vero, al fine dell’accertamento della scriminante, è unicamente la corrispondenza della notizia agli atti processuali a prescindere dalla verità dei fatti da questi desumibili” (Tribunale di. Roma, 09.05.2003, in RCP, 2005, 232). Nella narrazione di tali atti è tuttavia necessario che venga rispettato il diritto dei soggetti coinvolti in tali fatti, cosicché l’opinione del consesso dei cittadini, si formi su notizie aderenti a quelle che sono le effettive risultanze processuali a loro carico. E’ dunque di tutta evidenza che la cronaca giudiziaria può collidere con il contrapposto interesse di tutela della riservatezza del soggetto coinvolto negli accadimenti giudiziari oggetto della cronaca. Altresì (e soprattutto) la cronaca giudiziaria si colloca in potenziale conflitto anche con i principi espressi dall’art. 27 della Costituzione, ai sensi del quale sono vietate affermazioni anticipatorie della condanna o, comunque, pregiudizievoli della posizione dell’indagato e dell’imputato: la ratio della norma è volta a tutelare detti soggetti contro ogni indicazione che li accrediti come colpevoli prima di un accertamento processuale definitivo che effettivamente li riconosca come tali (cfr. Cass. pen., 21.03.1991, in RPen, 1991, 912; Trib. Roma, 06.04.1988, in DInf, 1988, p. 837). Tanto premesso, d’altro canto, è parimenti ovvio che il diritto di cronaca (e, più in generale, di manifestazione del pensiero) non può venire del tutto sacrificato neppure nei confronti del principio di presunzione di innocenza; ciò sul presupposto che a favore dell’imputato o dell’indagato non militi alcuna ragione volta a riconoscere loro una tutela della reputazione maggiore di quanto non spetti ad altri soggetti. Date queste premesse, vediamo che la cronaca giudiziaria incontra i medesimi limiti delle altre forme di cronaca (verità della notizia, pubblico interesse alla conoscenza dei fatti narrati, e continenza), sui quali però sono state svolte doverose specificazioni. E difatti, quanto al limite della verità, esso viene inteso in senso restrittivo, poiché il sacrificio della presunzione di innocenza non deve spingersi oltre quanto strettamente necessario ai fini informativi. Ciò comporta che il giornalista non deve narrare il fatto in modo da generare un convincimento su una colpevolezza non solo non ancora accertata, ma che poi potrà rivelarsi anche inesistente (cfr. App. Roma, 20.01.1989, in GPen., 1991, II, c. 519); inoltre, se la notizia viene mutuata da un provvedimento giudiziario, occorre che essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza illazioni, allusioni, alterazioni o travisamenti (cfr. Cass. pen., 10.11.2000, Scalfari, in CPen, 2001, p. 3045) e senza ricostruzioni, o ipotesi giornalistiche, autonomamente offensive (cfr. Cass. pen., 20.09.2000, in CPen, 2001, p. 3405). Altresì si richiede che non venga omessa la narrazione di aspetti idonei a scagionare l’imputato: i fatti vanno, dunque, riferiti in termini di problematicità (Trib. Roma, 5.11.1991, in DInf, 1992, p. 478), chiarendo le opposte tesi dell’accusa e della difesa (c.d. principio dell’equilibrio), dando voce in ugual misura alle parti contrapposte senza tacere aspetti salienti delle tesi difensive, al fine di inculcare nel lettore la convinzione di una inevitabile pronunzia di condanna. Inoltre, nel dare la parola agli indagati, agli imputati ed ai loro difensori, il cronista giudiziario non deve raccogliere sfoghi ed invettive, ma elementi concreti di difesa o di accusa, atti a mettere il lettore di farsi una propria opinione sui fatti, sui criteri di gestione dei processi, sul ruolo della magistratura così da consentire il controllo diretto della collettività sull’operato delle istituzioni (L. BONESCHI, Etica e deontologia del giornalista nella cronaca giudiziaria: qualche regola da rispettare, in DInf., 1999, p. 569, ss). In questo contesto la Cassazione nella sentenza qui pubblicata ha precisato che i giudizi critici manifestati su una persona coinvolta in indagini devono porsi in correlazione con l’andamento del processo, perché “rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti giudiziari e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività”. Secondo la Corte quindi è in contrasto con il “diritto / dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni «a futura memoria», l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire. In tal modo egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo garantista. Dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione”. Conclude così la Corte: “a ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare la collettività”.

Minzolini: «Ora s’indignano per Cioffi E quando un giudice del Pd mi condannò?» Scrive Paola Sacchi il 4 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". «La Repubblica che ha protestato per la presunta partecipazione di un giudice a una convention non disse nulla sulla mia situazione ben più grave». «È un elefante in un occhio». Così commenta con Il Dubbio Augusto Minzolini, ex senatore di Forza Italia ed ex direttore del Tg1, con un curriculum da maestro dei cronisti parlamentari, il diverso atteggiamento dei media, in particolare del quotidiano La Repubblica, che ha messo nel mirino la presunta partecipazione del giudice dei fratelli di Luigi Cesaro, candidato campano di Fi, a una convention azzurra; e invece, ha denunciato Minzolini in un tweet, «ha ritenuto lecito che un giudice già parlamentare e membro di governi di centrosinistra condannasse il sottoscritto».

Ex senatore Minzolini, il giudice dei Cesaro, che ha smentito la sua partecipazione all’iniziativa di Forza Italia, si è dimesso da presidente del collegio giudicante. A lei, condannato in Cassazione per peculato, che ha abbandonato il parlamento per sua scelta, nonostante un fronte trasversale abbia bocciato le sue dimissioni, è stato usato quindi una trattamento diametralmente opposto?

«Io non sto a guardare il trattamento usato nei miei confronti. Ne faccio una questione di informazione che riguarda l’atteggiamento di “La Repubblica”. Quel quotidiano ha imbastito una campagna sulla vicenda campana per la presunta partecipazione di un giudice a una convention. E’ evidente che rispetto a questo la mia vicenda diventa un elefante in un occhio».

Ci spieghi.

«C’è stato un giudice che in Cassazione ha ribaltato una sentenza di assoluzione in primo grado, che se ne è infischiato del fatto che il giudice del Lavoro mi avesse dato ragione, facendomi addirittura risarcire dalla Rai. Questo giudice non ha neppure dato tanto peso alle richieste della pubblica accusa aumentando la pena di sei mesi. Quelli però necessari a far scattare la legge Severino. Ecco, questo magistrato non è uno che aveva partecipato semplicemente a una convention del Pd, ma ha fatto il deputato, il senatore, il sottosegretario più volte con governi del centrosinistra. Per La Repubblica questo invece non ha fatto scandalo. Non ho trovato lo stesso atteggiamento critico sull’imparzialità che invece ho trovato sulla vicenda campana. Il mio processo è stato caratterizzato da personaggi che hanno avuto a che fare con la politica: il relatore in Cassazione del mio processo era anche stato capo di Gabinetto del ministero di Grazia e Giustizia del governo Prodi. Credo che qui ci sia anche un problema di sensibilità istituzionale degli stessi giudici. Nella Prima Repubblica mi ricordo che un senatore Dc si astenne, senza che nessuno glielo avesse chiesto, perché si trovò a giudicare Arnaldo Forlani, colui che era stato il suo segretario».

Due pesi e due misure?

«Piuttosto mi sembra che ci sia un grammo da un lato e una tonnellata dall’altro».

Intanto, il giudice dei Cesaro si è dimesso dal collegio giudicante.

«Ha fatto un passo indietro evidentemente per impedire che qualsiasi sua decisione venisse analizzata rispetto alla sua presunta partecipazione a un evento politico. I miei giudici, invece, a quanto pare se ne sono assolutamente infischiati. Ma quel che è peggio è che se ne è infischiato il resto del Paese. L’unica a non infischiarsene è stata proprio la politica, e lo posso dire perché non ne faccio più parte. Per la prima volta dopo cinquant’anni il parlamento ha rigettato una sentenza definitiva. Uno schieramento trasversale, in cui c’erano molti esponenti del Pd, a voto palese, ha respinto la richiesta della mia decadenza. Io di fronte a persone che hanno avuto il coraggio di queste scelte a maggior ragione ho mantenuto per coerenza il mio impegno già preso da tempo di dimettermi. Ho rinunciato al mio stipendio di 140.000 euro netti e alla pensione. Da anni i grillini invitano a rinunciare alla pensione, ecco io l’ho fatto. Sono l’unico. Inoltre, si è creata una situazione particolare a livello istituzionale».

Perché?

«Il potere legislativo, cioè il parlamento, ha individuato nella mia sentenza fumus persecutionis. Il potere esecutivo, cioè il governo, attraverso l’avvocato dello Stato, ha recepito quel giudizio, a Strasburgo rispondendo ai giudici della Grande Chambre per spiegare la differenza di trattamento tra me e Berlusconi ha ricordato che su di me c’è stato fumus persecutionis. Il potere giudiziario, i magistrati, mi hanno condannato. C’è quindi una contraddizione evidente. Ma nessuno è intervenuto, neppure chi per ruolo istituzionale dovrebbe mediare tra questi poteri. C’è quindi una strana situazione, come se esistessero tre Stati paralleli. Tanto meno se ne è occupata l’informazione, lasciando le nostre istituzioni in una situazione singolare per non dire patetica».

Tutto si può dire tranne che per lei non sia stato usato un trattamento speciale. Ora cosa fa?

«Faccio lo stringher, mettiamola così (risatina ndr), ovvero quello che passa le notizie a “Yoda” per Il Giornale e a “Keiser Soze” per Panorama».

"Scrivono male di lei". E le banche scaricano l'imprenditore modello. Finito sotto inchiesta, gli istituti azzerano tutti i crediti sulla base degli articoli di giornale, scrive Cristina Bassi, Lunedì 05/02/2018, su "Il Giornale". Trasformato da un giorno all'altro da rispettabile imprenditore brianzolo a truffatore di bassa lega. Capita - si dirà - a chi incappa in guai giudiziari. Ma la storia di Marco Castoldi, 59 anni, al di là della sua colpevolezza o meno ancora da stabilire, è l'emblema del meccanismo perverso che a volte incrocia realtà e rappresentazione mediatica. Tutti a Monza sanno chi è Marco Castoldi. È il titolare della Castoldi srl, azienda con oltre 60 anni di storia fondata dal padre, leader nella distribuzione di elettrodomestici, articoli elettronici e informatici. I suoi negozi fanno parte del network Euronics. Gli affari sono sempre andati bene, finché il presidente del Cda è finito in un'inchiesta della Guardia di finanza di Como su una rete di frodi fiscali. Ora la ditta ha chiesto e ottenuto dal Tribunale il concordato preventivo, perché banche e assicurazioni hanno chiuso i rubinetti mettendola in grave difficoltà. Il motivo? Non ciò che è scritto negli atti d'indagine né tanto meno una condanna. Bensì le «notizie di stampa». Per i creditori insomma, Castoldi è un truffatore, la sua società merita di andare a gambe all'aria e i 150 dipendenti a casa sulla base degli articoli di giornale che hanno dato conto, nel settembre scorso, degli arresti e dell'inchiesta. Anche se due settimane dopo i provvedimenti cautelari, i domiciliari a carico di Castoldi sono stati revocati. Un passo indietro. A metà settembre scatta la retata con un centinaio di finanzieri, dopo l'indagine coordinata dalla Procura di Como. Gli indagati sono 39, gli arrestati 17. Tra loro, appunto, anche Castoldi e un consigliere dell'azienda. L'accusa è che abbiano partecipato a una associazione per delinquere finalizzata a una serie di reati fiscali e tributari. Le ipotesi degli inquirenti riguardano l'organizzazione a livello internazionale di cosiddette «frodi carosello» per totali 300 milioni di euro. Si tratta in sostanza di operazioni di compravendita fittizie, con relative false fatture emesse da società create ad hoc (le «cartiere»), finalizzate a ottenere crediti Iva non dovuti. Castoldi avrebbe «consapevolmente» partecipato al traffico di merci, definite «scadenti», mettendo a disposizione la propria società come anello della catena fraudolenta. E guadagnandoci circa 3 milioni di euro di illeciti crediti Iva. «Accuse cervellotiche - dice il suo difensore, l'avvocato Ivano Chiesa -. Il mio assistito non ha nulla a che vedere con tutti gli altri indagati e non aveva idea di cosa facessero. Ha semplicemente comprato e venduto merce, come ha sempre fatto. Comunque si è dimesso dalle cariche societarie e ha fornito a garanzia 6 milioni di immobili personali, il doppio di quanto contestato». A ottobre il Tribunale del riesame di Milano ha revocato i domiciliari a Castoldi, ritenendo che non sussistano gli indizi del reato associativo. Il processo farà il proprio corso, l'udienza preliminare è fissata per il 20 febbraio davanti al gup Laura De Gregorio. Intanto però l'azienda comunica l'apertura del concordato preventivo che ha lo scopo di tutelare i dipendenti e i fornitori e di provare ad assicurarsi un futuro. La Castoldi, si legge in una nota, «negli ultimi anni non ha riscontrato criticità dal punto di vista economico, patrimoniale o finanziario, come dimostrano i suoi bilanci. A partire dal mese di ottobre 2017, la società si è trovata nell'impossibilità di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni a causa dell'irrigidimento del sistema bancario e dell'azzeramento dei fidi da parte delle società di assicurazione del credito dei fornitori, determinati dalla propagazione della notizia dell'indagine». Da qui le difficoltà ad approvvigionarsi, proprio nel periodo a ridosso del Natale, il migliore per gli affari. Nei primi nove mesi del 2017, «la società aveva registrato un fatturato di oltre 66 milioni di euro con un risultato economico positivo. Nel 2016 il fatturato era stato pari a oltre 86 milioni di euro, con un utile di circa 400mila euro».

Storia del boss Navarra e del suo sangue che oggi ricade sul nipote, scrive Salvo Toscano l'1 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Il discendente del “medico” corleonese si candida e Crocetta s’infuria. Da quando è stata resa nota la sua epurazione dalle liste del nuovo Pd renziano, Rosario Crocetta lo ripete quotidianamente, come un mantra. «Renzi ha preferito schierare il rettore Navarra, nipote del capomafia di Corleone. Quelli ormai sono i riferimenti del Pd». Con il collaudato stile dell’antimafia politica doc, l’ex governatore siciliano scaricato dal Pd non ha perso tempo per “mascariare” (imbrattare, così si dice a queste latitudini) l’avversario. Ripescando la parentela del rettore di Messina, Pietro Navarra, schierato dai dem in un posto blindato nelle liste proporzionali per la Camera. «Navarra non si è avvicinato al Pd, ma è stato avvicinato dal Pd per sostituire il potere di Genovese (ex segretario regionale Pd, poi passato a Forza Italia, condannato in primo grado per lo scandalo dei “corsi d’oro della formazione professionale, ndr). L’Università di Messina ha sempre avuto un potere enorme, lo sanno tutti». Così ancora ieri l’altro Crocetta nella sua conferenza stampa indetta in un hotel palermitano per sparare a zero su Renzi, definito «primo uomo politico medievale d’Italia». Non molti sono andati appresso al campione deposto dell’antimafia politica nel tiro al Navarra. Un po’ di post al vetriolo in giro per i social, qualche articolo sul Fatto quotidiano, poco altro. Il rettore, dal canto suo, non ha fatto attendere la sua reazione. Con tanto di minaccia di querela preventiva ai giornali: «Noto con rammarico che, addirittura prima ancora dell’inizio della campagna elettorale, personaggi protagonisti del recente passato politico hanno rilasciato dichiarazioni infamanti nei miei confronti, con riferimento alla vicenda che vide coinvolto mio zio. Affermazioni ingiuriose, rilanciate da alcuni organi di stampa – ha detto Navarra – Premetto che la mia posizione su questo argomento è ben nota da tempo: si parla di persone morte prima della mia nascita e ogni collegamento non può che rappresentare una volgare strumentalizzazione». Con un post scriptum in cui annunciava querele «nei confronti delle testate che daranno spazio a simili considerazioni». Classe 1968, il messinese Navarra diventò poco meno di sei anni fa il più giovane rettore d’Italia. Eletto ai vertici di quell’ateneo definito “verminaio” una ventina d’anni fa, per l’influenza che secondo varie inchieste avrebbero avuto al suo interno i boss della ‘ ndrangheta, ma anche per un certo nepotismo esasperato. Nella Città dello Stretto, l’Università è sempre stata uno dei capisaldi del potere. E a Navarra si guardò proprio come il possibile volto nuovo della svolta, dopo gli scandali. Ma l’intemerata, a puntate, di Crocetta guarda a fatti ben più antichi. E cioè alle vicende di don Michele Navarra, medico, zio del rettore (fratello di suo padre) e boss corleonese del dopoguerra. La sua cosca è ritenuta responsabile dell’omicidio, avvenuto nel 1948, del sindacalista Placido Rizzotto, i cui resti vennero ritrovati sessant’anni dopo, infoibati in un precipizio. Un pastorello di tredici anni, probabilmente testimone oculare di quel delitto, morì l’indomani nell’ospedale di Corleone, dove lavorava il medico- boss, dopo un’iniezione, ufficialmente per una “tossicosi” da farmaci. Michele Navarra fu ammazzato il 2 agosto del 1958, crivellato di colpi – 94 proiettili furono trovati nel corpo – mentre tor- nava al paese a bordo di una Fiat 1100 nera. Con lui rimase ucciso un giovane medico, del tutto estraneo a vicende mafiose, che gli aveva dato un passaggio. Un delitto rimasto nella storia della mafia, che segnò l’avanzata del campiere Luciano Liggio nelle gerarchie di Cosa nostra e l’ascesa della mafia dei “viddani” corleonesi che vent’anni dopo con Totò Riina avrebbero dettato legge liquidando i vecchi boss palermitani. Sessant’anni sono passati dalla morte di don Michele. Sessant’anni che in Sicilia sembrano non essere sufficienti per ritenersi al riparo degli strali di una parte dell’antimafia in una terra dove non solo le colpe dei padri, ma pure quelle degli zii si vorrebbero imputare ai consanguinei. Anche se il bersaglio delle bordate, il giovane rettore, è nato solo dieci anni dopo l’omicidio del famoso boss, percorrendo in vita una strada ben diversa, anzi del tutto lontana, da quella dello scomodo parente. Professore di Economia del Settore Pubblico nell’Università di Messina, Navarra ha maturato un lungo elenco di esperienze internazionali tra la Gran Bretagna, l’Australia e soprattutto gli Stati Uniti, tenendo lezione in molte delle più prestigiose università americane. Il rettore era da tempo considerato vicino a Matteo Renzi. Alle elezioni regionali di tre mesi fa buona parte della nomenclatura universitaria messinese sostenne la candidatura del direttore generale dell’Ateneo Francesco De Domenico, che è stato eletto nel Partito democratico con una buona messe di voti. Ora, il salto nella politica tocca a Navarra, secondo in lista dietro l’onnipresente Maria Elena Boschi, che è candidata altrove e lascerà quasi certamente spazio. Con buona pace del Crocetta furioso e delle evocazioni di spettri di sessant’anni addietro.

Restituire alla Storia i cognomi infangati dalle mafie, scrive Valentina Tatti Tonni il 3 gennaio 2018 su "Articolo 21" e 20 Gennaio 2018 su "Antimafia duemila". Un corto circuito. Parliamo di mafia come se fosse un soggetto e un linguaggio. Riprendendo il libro Io non taccio scritto a più mani da giornalisti di inchiesta, ho notato che la presenza dei nomi che associamo alle famiglie dei clan hanno nel tempo disonorato e macchiato quei nomi stessi. L’etimologia di mafia come di ‘ndrangheta, ha connotati regionali e si riferisce a balordi presuntuosi travestiti da uomini che, usando metodi illeciti, interferiscono nelle attività economiche, commerciali e sociali del luogo in cui transitano, mettendo a repentaglio senza scrupolo la vita di chiunque si metta tra loro e gli affari. E’ il caso di innocenti, giornalisti, magistrati, forze dell’ordine e loro stessi a causa di guerre per il territorio, come cani che marcano il suolo oltre ad abbaiare sparano. Il quadro italiano, secondo la mappa interattiva consultabile grazie a “Il Fatto Quotidiano” e al Parlamento Europeo, vede quattro principali organizzazioni criminali muoversi sullo stivale: abbiamo la mafia, intesa come Cosa nostra in Sicilia, la camorra prevalente nelle zone campane di Napoli e Caserta, l’ndrangheta che dalla Calabria si è spostata anche al Nord in Lombardia, la pugliese Sacra Corona Unita. Tutte queste si occupano principalmente di spaccio di droga, riciclaggio, estorsione e infiltrazioni nell’economia, soprattutto tramite appalti pubblici e nel campo dell’edilizia privata. Inoltre ad operare con i clan principali abbiamo anche criminalità nigeriana, cinese e albanese. Il fatto che siano nate in certe regioni non li esenta dal trafficare anche in altri luoghi, grazie anche al sostegno con alcuni membri della politica. Non sembra essere un caso allora se il Bel Paese sia l’unico in Europa a dotarsi di una normativa ad hoc contro l’associazione di stampo mafioso, l’articolo 416 bis.

Rendere silenti le famiglie dei clan. Torniamo al linguaggio della mafia per riabilitare quei nomi. Dal libro di cui sopra, inizio dai Barbaro, facente parte all’ndrangheta calabrese molto presente in Lombardia, Piemonte, Germania e Australia. I Barbaro ben più importanti furono però quelli dell’alta aristocrazia veneziana che dal 1390 vantavano nel loro entourage vescovi, commercianti ed esploratori, come quel Nicolò che scrisse una cronaca sull’assedio di Costantinopoli nel 1453 al pari di Giosafat che ne scrisse sull’Asia. Che dire dei Papalia, ai Barbaro collegati per ‘ndrangheta, ma ben lontani nella Storia essendo stati estratti dalla nobiltà calabrese in principio legata, sembrerebbe, al marchesato di Saluzzo in Piemonte. Andando avanti troviamo i Brandimarte di Gioia Tauro e la faida aperta con i Priolo in quel di Vittoria in Sicilia, famiglie nella storia remota ben conosciute: i primi di origine medievale furono resi famosi dalle battaglie epiche francesi della Chanson de Roland e dal nostrano Ariosto nonché più di recente simbolo dell’artigianato e dell’argento a Firenze, la seconda dei Priolo invece abitante del Rinascimento veneto trovandosi un capo, un Doge, della Repubblica. In Sicilia, nel presente, vi è anche il clan mafioso dei Carbonaro-Dominante, appartenente alla Stidda una quinta organizzazione criminale operante soprattutto nelle province di Ragusa, Caltanissetta, Enna e Agrigento. Sì, ma i Carbonaro, come suggerisce il nome potrebbero derivare sia dalla Carboneria, quale società rivoluzionaria e liberale ottocentesca nata nel Regno di Napoli, sia dal carbonaio come mestiere di trasformazione della legna in carbone vegetale, Carbonaro-Dominante legato a Ventura, come il suo boss, cognome risalente al medioevo cristiano. Li conosciamo con questi cognomi che sembrano fare la Storia, ma la nostra Storia è un’altra. Grazie a "la Spia" sappiamo che: “Stidda e Cosa Nostra si dividono gli affari locali, la ‘Ndrangheta gestisce la cocaina e la Camorra (sarebbe più giusto parlare dei Casalesi) gestiscono i trasporti”. Casalesi, un altro nome balzato alle cronache a causa dei fatti e dei misfatti ad essi collegati e a Schiavone anche, il boss, derivante dagli slavi che seguita la rotta dei longobardi arrivarono dal fiume Natisone nel Friuli Venezia Giulia. Un’altra famiglia che ha infranto i valori della società civile è senz’altro la Bottaro-Attanasio, forte della sua prima origine di “fabbricante di botti” e della seconda dell’immortale che si è illuso di dare il nome a tutta la Sicilia greca che conta - tolte le persone perbene -, quella di Siracusa. Nonché i Corleonesi, sui quali ha avuto interesse persino l’industria del cinema producendo pellicole narranti di padrini più eroi che padroni. Una cosca formata all’interno di Cosa nostra negli anni Settanta e appoggiata dalle famiglie Liggio, Riina e Provenzano, il superficiale per origine, la mancata Regina e un Provenzano Salvani di Siena che un giorno rinvenne in una casa della Contrada della Giraffa e lì, meta di pellegrinaggio, una Madonna ancora porta il suo nome. Poi ci sono gli imprenditori Cavallotti che cercano invano di minare il radicalismo del primo Felice. Ai Corleonesi alleati i Cuntrera-Caruana, di Siculiana nella provincia di Agrigento e in principio campieri, ovvero guardie private al controllo di una tenuta agricola, nel 2013 seguendo le orme della Banda della Magliana si impadronirono, insieme ai fratelli Triassi, del litorale di Ostia. Triassi, d’origine una nobile famiglia spagnola che avrebbe guidato la conquista di Mallora, secondo le ultime cronache, avrebbe una certa comunanza (di complicità e rivalità) con i Fasciani e gli Spada. E a loro volta gli Spada e i Casalesi con i Casamonica, una famiglia dall’Abruzzo da tempo operante nella zona dei Castelli Romani, castelli senza più neanche un cavaliere. Dall’ndrangheta di Morabito, Logiudice e Musitano alla Sacra Corona Unita dei Giannelli-Scarlino: sconsolata la prima e più antica famiglia latina, la seconda di magistrati, la terza di predicatori e l’ultima non piena di virtù, ormai negate da famiglie con più facile collusione alla realtà. Infine, sempre in riferimento al libro di cui sopra, da Napoli i Mazzarella e i Giuliano, i primi una casata nobile del Cilento all’interno di cui si ricordano le gesta di valorosi uomini come quel Michele che difese Malta dai Turchi nel 1565, i secondi invece dalla Spagna trapiantati in Sicilia dal Re Federico III da Baldassarre, tale la potenza che lo stemma della famiglia ritraeva un leone con due rose a dimostrar forza e delicatezza, oggi anch’essa ormai sopita. Appare mitigata la bellezza in cambio dell’omertà, ma forse no, il faro è ora acceso.

I giornalisti e la politica, scrive Augusto Bassi il 3 febbraio 2018 su "Il Giornale". Gianluigi Paragone, Tommaso Cerno, Giorgio Mulè, Emilio Carelli, Francesca Barra, Primo Di Nicola sono i più illustri giornalisti che saranno candidati alle elezione del 4 marzo prossimo, trasversalmente, fra partiti e movimenti, fra forze conservatrici e riformiste. Una presenza in quantità e di qualità che non rappresenta tuttavia una rottura con il passato, quanto piuttosto la conferma di una interscambiabilità naturale fra l’impresa giornalistica e quella politica. Prima di loro c’erano stati, fra gli altri, Eugenio Scalfari, Michele Santoro, Dietlinde Gruber, Antonio Polito. E su questo tema mi era capitato di ascoltare una tavola rotonda del Parlamento Europeo dove intervenivano Antonio Tajani, David Maria Sassoli e Silvia Costa, anch’essi autorevoli ex giornalisti in seguito protagonisti ai più alti livelli di istituzioni sovranazionali. In questi giorni ho seguito con attenzione le testimonianze degli ex colleghi pronti al governo della comunità, invitati nei salotti televisivi a raccontare le ragioni di questa scelta. Così come ho letto le opinioni dei futuri elettori, ondeggianti fra convinto supporto e accuse di servilismo premiato. Ora, premetto che non ritengo deprecabile che un giornalista scenda, o salga, in politica. L’esercizio dell’obiettività, della neutralità, dell’imparzialità… è già di per sè ideologia. Ne abbiamo avuto manifesta testimonianza nell’ultima puntata di Piazza Pulita, dove Corrado Formigli – campione di quel giornalismo che pretende di raccontare i fatti, la realtà, senza filtri – ha mostrato una volta di più faziosità subdola quanto palmare. Vittorio Sgarbi gli ha levato la pelle con nevrosi chirurgica, lasciando all’osservatore il macabro spettacolo della crudité di un filisteo. Ma se è facile togliere la maschera al sedicente super partes, più difficile è prendere coscienza dell’inevitabilità di una dichiarazione, anche nel momento in cui la si rifiuta. Il giornalista non è un aruspice che legge le interiora degli animali, ma neppure un reporter. Il suo compito, in particolare nel tempo dell’immediatezza universale, non è quello di scattare l’istantanea del reale, che è comunque irriducibilmente parziale e soggettiva anche in un reportage. Non serve impegnarsi nel vano sforzo della terzietà. Deve piuttosto essere in grado di abdurre: ovvero di osservare i fatti come qualcosa di correlato, ipotizzandone le cause al fine di prevedere altri fatti, di scommettere sulle conseguenze, di condurre chi legge da ciò che è a ciò che sarà. Di pensare in maniera non lineare e post-convenzionale allargando l’orizzonte critico. Mentre il mondo è pieno di giornalisti che dopo sapevano tutto prima. Quando si parla un poco pretenziosamente di “ricerca della verità”, si intercetta la volontà buona di chi intende abdurre solo dopo essersi ripulito da incrostazioni ideologiche, farisaiche, opportunistiche. Questo è il massimo della professionalità che ci è concesso. Da lì in avanti si procede rendendo sempre maggiormente manifesta la propria idea di buona vita, chiarendo che cosa si ritiene auspicabile e che cosa nocivo. E in quel momento si fa politica, ovvero si interviene sulla realtà nella speranza di modificarla. I lettori rappresentano gli elettori e si conquistano con la lealtà e la lucidità. Escludendo i solipsismi, ogni pubblica rivendicazione morale è un’affermazione politica. Se un editorialista racconta i mali dell’Italia, dolendosene, fa politica, perché esprime implicitamente la sua idea di come l’Italia dovrebbe essere. Se in buona fede intercetta i responsabili, fa politica, perché costringe la politica stessa a correggersi. Per questo esiste un continuum naturale fra le due funzioni, fra le due dimensioni, e un equilibrio necessario. Ciò che si evince, per converso, è la buffoneria di quei colleghi che ostentano neutralità, obiettività, quasi come se le loro opinioni cadessero direttamente dalla navicella spaziale di John Rawls, per poi ritrovarli anni dopo schierati in una lista a sventolare bandierine. Paragone ha dichiarato: «Sono sempre stato un giornalista di parte, quindi non credo di presentarmi in una veste diversa. Ero già un attore politico. Non escludo dunque neppure di tornare a fare il giornalista. Mi considero come una sorta di inviato speciale nel Palazzo…». Vero. Anche se la parte è cambiata. Ma qui è possibile osservare il percorso di ciascuno e pesarne l’integrità. Nulla vieta di rimanere delusi da un partito e trovare comunanza di vedute con un altro, magari nuovo. Cerno confessa: «Ero stanco di fischiare dalle tribune, volevo scendere in campo e provare a segnare». Poi aggiunge: «L’imparzialità nasce dal pluralismo delle voci, non da una singola voce. Mi piace la parola partito perché significa prendere parte». Tutto legittimo. Anche quando si sceglie tragicamente di prendere parte al Partito Democratico. Cionondimeno, vorrei chiarire che cosa mi ha spinto a commentare. Nella totalità di questi interventi, testimonianze, confessioni, di oggi e di ieri, da ex colleghi e possibili riferimenti istituzionali, non ho sentito una sola parola sul futuro dell’informazione. Non una riflessione sulla professione che lasciano. Sull’epocale transizione digitale, fra i media intesi come medium circoscritto e regolamentato e il riconoscimento di ogni smartphone come strumento di comunicazione di massa. Sul delirante dibattito relativo alle fake news. Su come garantire l’indipendenza dell’informazione dalla politica proprio in virtù di una così stretta affinità di inclinazioni e intenti. E dall’economia sovranazionale, verso cui la politica nazionale stessa è in posizione sempre più ancillare. Silenzio. Compito del giornalismo oggi, urgente come mai prima, è la negazione dell’automatismo. La negazione di una verità immediatamente alienata. La negazione di una verità immediatamente manipolata. La negazione di ogni superstizione ideologica e del pensiero mercantile di dominio. La negazione dell’inevitabilità del reale. Il giornalista fa politica sorvegliando la politica. Vigilando sulla politica. Pungolando la politica. Potendo avvalersi di quella distanza dal potere rivendicata da Montanelli. Ma se i migliori giornalisti abbandonano la propria funzione per diventare politici stricto sensu, quis custodiet ispos custodes?

Giornalisti contro avvocati: «Vietato criticarci», scrive Giulia Merlo il 23 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Fnsi, il sindacato dei giornalisti, attacca l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria della Camera penale di Modena che replica: «Travisamento della notizia che offende la classe forense». Accetta di definirlo un «fraintendimento». Da penalista, però, specifica che il fraintendimento da parte della Federazione Nazionale della Stampa Italiana «si colloca tra la colpa grave e il dolo eventuale». La Camera Penale di Modena, per voce del suo presidente, Guido Sola, è al centro di una polemica al vetriolo proprio con la Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti, ragione del contendere: la creazione dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria (iniziativa già in atto da due anni a livello nazionale, promossa dall’Unione Camere Penali italiane con la pubblicazione del Libro Bianco sull’informazione giudiziaria). Il “fraintendimento” è nato dopo l’annuncio della Camera Penale di Modena della costituzione dell’Osservatorio: «La cronaca giudiziaria ed i temi della giustizia hanno assunto negli ultimi tempi un interesse sempre maggiore da parte dell’opinione pubblica, tanto che da alcuni anni gli addetti ai lavori ed anche esperti di psicologia e sociologia si stanno interrogando sugli effetti distorsivi dei cosiddetti “processi mediatici”», si legge nel comunicato. E ancora, «l’informazione spesso diventa strumento dell’accusa per ottenere consensi e così inevitabilmente condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante: pensiamo ad esempio a quanto accaduto nel processo “Aemilia” allorché, pochi giorni dopo gli arresti, prima ancora delle decisioni del tribunale del riesame, è stato pubblicato e diffuso un libro che riportava fedelmente, quasi integralmente, il contenuto della misura cautelare con atti che dovevano rimanere segretati». Proprio questo passaggio ha scatenato la reazione del sindacato nazionale del giornalisti e dell’Ordine dei giornalisti nazionale e locale, che definiscono l’iniziativa dei penalisti «inquietante» e attaccano: «La Camera Penale di Modena fa esplicitamente riferimento al processo “Aemilia”, in corso da oltre un anno a Reggio Emilia, che per la prima volta ha alzato il velo sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, per decenni sottovalutate. E lo fa proprio in concomitanza con un’udienza dello stesso processo in cui un pentito ha rivelato che, tra i progetti degli ‘ ndranghetisti in Emilia, c’era anche quello di uccidere un giornalista scomodo. Notizia che pare non aver toccato in maniera altrettanto significati- va la sensibilità degli avvocati. Del resto, non è la prima volta che sindacato e Ordine dei giornalisti sono costretti a occuparsi di intimidazioni, esplicite o velate, fatte a chi si occupa di informare i cittadini sul processo “Aemilia”. Ricordiamo le minacce in aula ai cronisti reggiani, le richieste dei legali degli imputati di celebrare il processo a porte chiuse, le proteste contro i giornalisti già manifestate da alcuni difensori alle Camere Penali di competenza». Insomma, quella degli avvocati è un’iniziativa «dal sapore intimidatorio» ed è «grave e inquietante che i media debbano essere messi sotto osservazione da un organismo composto solo da avvocati». Allusioni che indignano il presidente delle Camere Penali modenesi. «Siamo davanti ad un esempio lampante di travisamento della notizia», ha commentato il presidente Sola, «che offende gravemente chi ha deciso di costituire l’Osservatorio e tutta la classe forense». Che quello tra avvocati e giornalisti sia stato o meno di un equivoco, il fatto più grave è che «alla nostra iniziativa è stata associata una difesa ideologica da noi mai espressa alla criminalità organizzata, identificando il difensore con l’imputato». Come se gli avvocati “fossero” i clienti che difendono (nel caso Aemilia, indagati per ‘ndrangheta). Al contrario, ha spiegato Sola, l’obiettivo dell’Osservatorio è di «aprire un percorso culturale a più livelli sul tema del bilanciamento del diritto di cronaca con il diritto alla difesa. In particolare, il monitoraggio sull’informazione giudiziaria e sulla politica giudiziaria verranno svolti con la finalità di organizzare un convegno e discuterne con tutte le parti in causa». Quanto al citato processo “Aemilia”, Sola ribadisce che «è stato citato come esempio di patologia, ma è scontato che l’Osservatorio non nasce certo per monitorare singoli processi, per di più ancora in corso. Aggiungo che, dal mio punto di vista, le fughe di notizie sono una patologia che non è certo da imputare ai giornalisti ma a chi permette che informazioni coperte da segreto trapelino illecitamente». La polemica non è ancora chiusa e se Sola ribadisce che «sarebbe importante avere un confronto con il mondo del giornalismo, cosa che del resto già è avvenuta proficuamente in molte sedi», la Camera Penale sottolinea come l’accaduto «rafforzi la convinzione che la decisione di costituire l’Osservatorio sia quanto mai più opportuna».<