Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità
tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con
professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di
mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha
voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale, sul
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Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
FRODI AGRO-ALIMENTARI
OSSIA, IL FURBO E’ SEMPRE QUELLO CHE TI SAZIA

L'AGRO - ALIMENTARE E' GENUINO ???
"La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui mangiano. Da ciò si può dedurre il trattamento delle sue risorse agro alimentari. L’Italia dove, addirittura, quelo che mangiamo non è quello che appare ed è insito di dubbi sulla sua genuinità e provenienza. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".
di Antonio Giangrande
LA MAFIA AGRO-ALIMENTARE.
Ci fregano pure con il falso bio di Paolo Biondani su “L’Espresso”. Grano, orzo, soia, semi di girasole. Coltivati con i fitofarmaci, i pesticidi eccetera. Ma venduti dai grossisti come se fossero naturali ed ecologici. Per farli pagare di più ai dettaglianti e quindi ai consumatori. La Finanza ha scoperto la truffa. Ma si teme non sia l'unica. La grande truffa del falso bio era una macchina da soldi capace di superare tutti i controlli affidati per legge al ministero dell'Agricoltura. Con buona pace dei consumatori che sognano un'Italia più verde. E dei tanti produttori onesti di sano e vero cibo senza chimica.
Il classico sassolino che fa inceppare un ingranaggio in grado di truccare il 10 per cento di questo mercato made in Italy è una verifica fiscale, che di per sé mira a scovare evasori, non frodi alimentari. Nell'estate 2010 la Guardia di Finanza ispeziona una ditta veneta di commercio all'ingrosso di farine e mangimi. Nonostante la crisi il fatturato è in crescita esponenziale: da 9 a 49 milioni di euro. L'impresa dichiara, tra l'altro, di aver comprato in Italia e rivenduto in Austria e Germania circa 400 tonnellate di soia certificata. Mettendo in fila quelle prime fatture, i militari notano che i carichi con il marchio bio sono al centro di una carovana di trasporti sospetti. La merce non si limita a passare dall'agricoltore al grossista, prima di varcare la frontiera e finire nei supermercati mitteleuropei. Sulla carta, la soia fa lunghi viaggi che sembrano inutili triangolazioni. La Finanza sente puzza di fatture false. Allarga i controlli ai trasportatori. E scopre camion che non avevano pagato l'autostrada. O che risultavano fermi nei depositi. Dopo i primi interrogatori in caserma, a cedere è proprio il fronte dei Tir. Il primo camionista dice di non ricordare. Il secondo giura che gli si era rotto il cronotachigrafo, per cui non può ricostruire il percorso. Ma gli altri ammettono: mai fatto quei trasporti, la soia in realtà non si era mai mossa dai magazzini. Un reato fiscale che fa partire la caccia al movente: perché un grossista fornito della preziosa certificazione bio ha bisogno d'inventare viaggi inesistenti? La risposta arriva il 6 dicembre, quando la Finanza chiude la prima fase dell'inchiesta con sette arresti non solo per i reati tributari, ma anche per la sottostante maxi-frode commerciale: 704 mila tonnellate di normali prodotti agricoli smerciati con un marchio bio in realtà ingiustificato, per un valore all'ingrosso di oltre 210 milioni di euro. A conti fatti, la truffa riguarda un decimo dell'intero volume di spesa per il biologico italiano. Mettendo in fila i carichi incriminati, si otterrebbe una colonna di camion lunga decine di chilometri. Le fatture considerate false chiamano in causa, per ora, 22 aziende italiane e 16 straniere: le nuove indagini, avviate anche in altri Paesi europei, dovranno accertate quali fossero complici o soltanto vittime di raggiri altrui. Gli indagati sono già 14. Ma con le prime confessioni degli arrestati lo scandalo promette di allargarsi a macchia d'olio. Di certo la Bioagri sas, la ditta da cui era partita la verifica sui Tir, non è la società più grossa né la più compromessa. Infatti la titolare, un'imprenditrice veronese di 46 anni, è inquisita solo per i reati fiscali. Per gli altri è scattata l'associazione per delinquere, che presuppone una catena sistematica di frodi, durata almeno quattro anni. "Dalle indagini non risulta che sia mai stata messa in pericolo la salute dei cittadini", tiene a precisare il colonnello Bruno Biagi, comandante della Guardia di Finanza a Verona: "Le frodi consentivano di vendere con il marchio bio, a prezzi maggiorati, prodotti agricoli che si sarebbe potuto comunque commercializzare, ma come alimenti convenzionali e quindi a tariffe ridotte fino a un terzo". La frode riguarda 16 colture di base falsamente presentate come biologiche. Il grosso della torta da 220 milioni è costituito da cereali: nell'ordine, soia, grano tenero, mais, semi di girasole e orzo. Trasformati in farine, garantivano un'etichetta verde anche a decine di prodotti a valle, confezionati dall'industria alimentare. Ma non mancano ortaggi e frutta, soprattutto mele, o mangimi per allevamenti, che producevano carni o salumi biologici solo sulla carta. I grossisti arrestati compravano a prezzi normali, cioè bassissimi, da contadini sparsi tra Puglia, Marche, Emilia, Veneto e Romania. Appiccicavano il marchio bio. E poi rivendevano a tariffe gonfiate soprattutto in Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Ungheria e Romania. L'Italia è prima in Europa per produzione ed esportazione di cibo verde: ora il rischio è che lo scandalo danneggi migliaia di agricoltori onesti. I trucchi svelati dall'inchiesta sono ingegnosi. Luigi Marinucci, grossista veneto di cereali e legumi, titolare tra l'altro della Sunny Land spa, utilizzava una catena di "cartiere" create dal suo direttore commerciale: società-fantasma, che producevano solo documenti. Il segreto era fingere di scambiare prodotti normali con cibo bio, compensando entrate e uscite. Angela Siena, imprenditrice pugliese con nove aziende agroalimentari fra Foggia, Termoli, Roma e la Svizzera (tra cui la Bioecoitalia srl e la Centro Cereali srl), nonostante i precedenti per falso e truffa, riusciva a far passare cereali romeni per biologico italiano. E perfino a raddoppiare o triplicare le certificazioni verdi per lo stesso carico. A farle da sponda erano società estere create dal marito, Adriano Montagano, annegato l'anno scorso dopo un improvviso malore in motoscafo alle Tremiti. Cruciale il ruolo di due privati investiti di funzioni pubbliche: Michele Grossi, direttore di Suolo e Salute, l'organismo di certificazione biologica delle Marche, e un suo consulente di fiducia, entrambi arrestati. Erano loro, secondo l'accusa, a clonare i permessi e coprire i falsari. E qui si apre una questione generale: chi controlla il biologico? Primo problema: le verifiche sono affidate a organismi privati, scelti e pagati dai produttori, che vengono accreditati dal ministero. Solo dal gennaio 2010 l'accreditamento statale è affidato a un ente centrale, chiamato Accredia. I controlli sul campo restano però delegati ai privati accreditati, che non hanno limiti di territorio né di quantità: un coltivatore siciliano, ad esempio, può scegliersi un controllore campano o magari farsi certificare più volte lo stesso carico. E così il direttore arrestato, dalla sede marchigiana, risultava verificare circa un quarto di tutte le colture biologiche italiane. Ma se l'inchiesta già documenta la falsità di un decimo del fatturato bio, ci si può fidare del restante 90 per cento? "Ci sono tantissimi piccoli produttori seri, preparati, onesti, addirittura idealisti, soprattutto tra i pionieri del biologico, ma il boom dei prezzi deve mettere in guardia i cittadini", spiega Franca Braga, responsabile dei controlli alimentari di Altroconsumo. "Il marchio unico europeo è una prima importante garanzia. E per ridurre il rischio di etichettature fraudolente, le regole di fondo sono quelle di sempre: meglio comprare frutta e verdura di stagione, magari da produttori della zona, e tener conto che ha poco senso pagare a caro prezzo un marchio bio quando viene applicato a prodotti confezionati con decine di ingredienti industriali".
Nel Brunello c'è il tranello di Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. Il celebre vino fatto con altre uve. Il Chianti allungato con rosso d'Abruzzo. Il Passito sotto processo. L'olio tunisino spacciato per italiano. E l'aceto di Modena che nasce a Napoli. Così viene distrutta la credibilità dei prodotti più prestigiosi. Brunello che non è Brunello, Chianti Classico allungato con Montepulciano d'Abruzzo, olio d'oliva extravergine italiano fatto con olive tunisine, Passito di Pantelleria taroccato, aceto balsamico di Modena prodotto ad Afragola, paesone a metà strada tra Napoli e Caserta.
La grande truffa dei marchi made in Italy non riguarda solo le devastanti sofisticazioni che danneggiano la salute, ma anche la presunta qualità dei brand più prestigiosi del nostro mercato agroalimentare. Che dietro le etichette blasonate nasconde spesso e volentieri calici amari. Negli ultimi mesi alcuni dei migliori prodotti nostrani sono finiti nel mirino di procure, dei carabinieri, degli esperti della Forestale e della Guardia di finanza, che hanno aperto inchieste a catena che fanno traballare l'immagine (e le vendite) del food&wine tricolore, proprio durante un appuntamento fondamentale come il Vinitaly di Verona. Gli ultimi dati del ministero delle Politiche agricole sono sconfortanti: l'8,5 per cento dei campioni analizzati in vari settori sono 'irregolari', frutto cioè di alterazioni e sofisticazioni di ogni genere. Il picco negativo è nell'ortofrutta: un prodotto su tre viola la legge.
Brunello di Montalcino. Partiamo dal Brunello di Montalcino, tra i vini Docg più celebri del mondo. Prime indiscrezioni sulle indagini della Procura di Siena sono già trapelate su qualche giornale, ma secondo quanto appreso da 'L'espresso' il lavoro degli investigatori sta disegnando una frode in commercio colossale, per cui il 30-40 per cento del carissimo vino prodotto nel 2003 (ma sotto la lente ci sono anche le annate dal 2004 al 2007) rischia di non poter fregiarsi né del marchio di Denominazione d'origine controllata e garantita né del nome 'Brunello'. I pm hanno guardato dentro al bicchiere, e nel fondo hanno scovato il marcio. Allo stato le aziende coinvolte sono cinque, gli indagati più di 20. L'accusa dei magistrati è, per i cultori, una vera bestemmia: aver mischiato all'uva di qualità Sangiovese, l'unica ammessa dalle rigide regole del disciplinare, altre qualità di origine francese: dal Merlot al Cabernet Sauvignon, dal Petit Verdot al Syrah. Vitigni usati per produrre dal 10 al 20 per cento del prodotto finale. I motivi del taroccamento sono due: le quantità del Sangiovese disponibile, in primis, sono insufficienti a coprire la domanda crescente di mercato. Inoltre il miscelamento sarebbe legato a una mera questione di palato: il consumatore, soprattutto quello americano, preferisce al gusto forte del Brunello Doc una variante morbida, più dolce e 'transalpina'. Molti negano, qualcuno rettifica, Montalcino è sgomenta, ma le prove sembrano schiaccianti: le Fiamme gialle hanno trovato nelle cantine le ricette con cui gli enologi preparavano lo shake di vini, conservati in vasche differenziate prima del cocktail da imbottigliare. Appunti riservati grazie a cui gli esperti confezionavano, dosando con cura le proporzioni, il falso Brunello. Le posizioni degli indagati sono diverse, ma quattro imprese che esportano in mezzo mondo, come Antinori, Banfi, Frescobaldi e Argiano, hanno migliaia di bottiglie bloccate ed ettari di vitigni sotto sequestro. A gennaio (l'inchiesta è iniziata a novembre) ci sono state perquisizioni anche nelle botti di Biondi Santi, Val di Cava e Casanova dei Neri. Nelle prime due gli inquirenti e gli esperti dell'Ispettorato per il controllo della qualità non hanno riscontrato irregolarità, mentre Casanova resta sotto osservazione. Altre tenute potrebbero finire sotto la lente dei magistrati, che stanno studiando le foto aeree scattate dalla Gdf per individuare i vitigni clandestini.
Chianti d'Abruzzo. Se l'alterazione rischia di demolire l'immagine del Brunello, sul piano penale sono molti i capi d'accusa che potrebbero sporcare la fedina degli indagati. Oltre al declassamento del vino e la frode in commercio aggravata dalla norma che tutela i prodotti doc, i pm ipotizzano reati come la falsificazione dei registri di cantina, falso ideologico, la ratifica di documenti truccati. Anche chi doveva vigilare e ha chiuso un occhio rischia grosso: pare che ci siano indagati anche tra i responsabili del Consorzio del Brunello (quasi 250 aziende affiliate) che per legge deve tutelare il disciplinare di produzione. "Chi ha sbagliato la pagherà cara, verrà cacciato dall'associazione, il vino verrà declassato a Igt da tavola", sbotta laconico il presidente Francesco Marone Cinzano. Di certo le aziende tremano, perché sanno che i giudici in Toscana non fanno sconti. La frode sul Brunello è, infatti, simile a quella messa in piedi sul Chianti classico. L'inchiesta, segretissima, investe alcune grandi aziende che producono - come si legge in vecchi comunicati stampa - 'i rossi italiani più amati dagli americani'.Peccato che il Chianti finito in milioni di bottiglie, in realtà, fosse mescolato con il Montepulciano d'Abruzzo. La truffa è stata smascherata dagli uomini della Guardia di finanza, coordinati dai pm senesi: in controlli di routine hanno scoperto che alcune ditte toscane compravano quantità industriali di Montepulciano dalla Cantina sociale di Tolla, in Abruzzo. False fatture, falsi documenti di trasporto, truffa: i responsabili della leggendaria Ruffino, di proprietà della famiglia Folonari, hanno già patteggiato due anni. Una tranche dell'inchiesta è ancora aperta, e investe un'altra cantina prestigiosa del Chiantishire. Il ministro Paolo De Castro spiega che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, e che anche nel settore vitinicolo il rispetto delle regole verrà affidato presto a controlli terzi. "Abbiamo aumentato le verifiche", ragiona, "bisogna puntare sulla qualità e sulla difesa della salute. C'è da dire, a difesa dei produttori, che le norme europee si moltiplicano a velocità impressionante, non è facile stargli dietro. Ma sulla legalità non si transige". I crimini, però, non si contano. I magistrati stanno indagando anche un altro must del nostro agroalimentare, l'olio d'oliva. In Puglia, che produce il 40 per cento del totale nazionale, voci e rumors su taroccamenti di massa si rincorrono da lustri. Dal 2000 nelle bottiglie i Nas e le Fiamme gialle hanno trovato di tutto: olio di semi, clorofilla, coloranti, miscele spurie. Ma in piccole aziende e frantoi di provincia. Ora il pm di Trani Michele Ruggiero ha aperto il vaso di Pandora, alzando il velo sulla più grande truffa all'olio mai fatta in Italia. Tra il 2006 e il 2007 tre milioni 278 mila bottiglie da un litro sono state spacciate come olio 'italiano', 'biologico' ed 'extravergine', anche se in realtà erano riempite con liquido di bassa qualità che arrivava da Spagna, Grecia e Tunisia. Prodotti etichettati con marchi di nicchia come quello dei Frantoi Oleari Umbri, dall'azienda Buonamici (di proprietà di Cesara, la giornalista del Tg5, e dei suoi fratelli), ma anche venduti negli scaffali dei supermercati con il logo della Coop e della Conad. Secondo gli uomini della Gdf gli acquirenti erano però ignari del raggiro architettato da Giacomo Basile, titolare dell'omonima ditta di Andria, in provincia di Bari, uno dei più grossi distributori nazionali. L'olio tunisino e greco è stato comprato in tutto da 20 aziende della Penisola, che lo hanno imbottigliato, marchiato e spedito nei negozi e nelle grandi catene di distribuzione. Scoperta la truffa, gli uomini del comandante provinciale della Finanza di Bari Fabrizio Carrarini hanno inseguito le bottiglie pirata nei supermercati di tutta Italia: a oggi sono state recuperate circa due milioni di tonnellate delle tre immesse sul mercato. Gran parte del prodotto è finito anche all'estero, difficilmente si riuscirà a rintracciarlo. Inutile piangere sull'olio versato.
Onorevole Passito. "E' alla vetta di quanto mi sia dato di assaggiare nel settore", commentava estasiato Bruno Vespa degustando il Passito dell'Abraxas, l'azienda dell'ex ministro dell'Agricoltura Calogero Mannino. Non poteva sapere, il giornalista, che il contenuto di molte bottiglie poco aveva a che spartire con il vero Passito di Pantelleria: secondo la Procura di Marsala il vino era stato infatti adulterato, tanto che l'ex senatore Udc, che nel 1988 firmò il decreto che istituiva il marchio Doc, ora è imputato per associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, sofisticazione e appropriazione indebita. In effetti Mannino, insieme a sodali e cantinieri, avrebbe anche rubato 115 ettolitri di Passito doc di una azienda (la Bonsulton srl), sostituendolo con vino adulterato. Se le intercettazioni telefoniche raccontano che l'ex ministro si accordava con il suo enologo per imbottigliare il prodotto 2004 fuori da Pantelleria (in sprezzo del disciplinare), ci sarebbero le prove di una sofisticazione di ben 300 mila bottiglie nel periodo 2002-2006. Tra i presunti truffatori, oltre a Mannino c'è anche Salvatore Murana, già condannato con sentenza definitiva per i medesimi reati: i due producono circa il 20 per cento del Passito (falso) che invade le enoteche del pianeta. Nessuno sembra però preoccuparsi più di tanto del destino dei consumatori: la commercializzazione delle bottiglie non è stata infatti bloccata. Dulcis in fundo, recentemente in Parlamento è persino passata (grazie a Maurizio Ronconi dell'Udc) una norma che depenalizza la sofisticazione dei vini: Mannino non rischia più un anno di reclusione, ma al massimo una multa da 15 mila euro.
I supertarocchi del Chianti, il finto Passito e l'olio fasullo trasformano in una storia di colore una vicenda che è nota, agli addetti ai lavori, come la "guerra dell'aceto balsamico di Modena". Dura da vent'anni, e vede confrontarsi due eserciti agguerriti a colpi di carte bollate. Nord contro Sud: da un lato i produttori modenesi, dall'altro la ditta De Nigris. Che di emiliano non ha nulla: l'aceto è 'di Modena' solo nell'etichetta, perché produzione e imbottigliamento vengono effettuate ad Afragola, Napoli. Il fatto è che De Nigris non è un pesce piccolo: il suo aceto pesa sul 27 per cento delle esportazioni totali, e dal 1989 ha vinto ricorsi e sentenze al Consiglio di Stato, al Tar del Lazio e alla Cassazione. "L'aceto 'di Modena' si può fare a Modena e Afragola. E in nessun altro luogo", chiosa l'amministratore. "Come mai? Noi abbiamo i requisiti. Il marchio è legato alla qualità del prodotto e all'ingegno umano, non certo ai vitigni che si coltivano nella provincia modenese: anche i miei concorrenti usano a man bassa mosti provenienti da tutta Italia". Peccato che al ristorante, nei supermarket e dal salumiere, quando aprono il borsellino per regalarsi un piccolo lusso di gola, la stragrande maggioranza degli italiani (e degli ingenui stranieri) crede davvero che l'aceto sia fatto a Modena, il Passito a Pantelleria, l'olio italiano in Italia, il Chianti nel Chianti.
LA MAFIA DELL'OLIO. Inchiesta di “La Repubblica”. Sulle etichette c'è scritto "olio extravergine di oliva" e "made in Italy". In realtà è il risultato di disinvolte miscele di oli che vengono da Tunisia, Spagna, Grecia. Oli spesso difettosi ma soprattutto straordinariamente convenienti per i signori di questa "agromafia". Ma ora una maxi-inchiesta che Repubblica è in grado di rivelare sta per smascherare la filiera taroccata. Un business alimentare da cinque miliardi di euro. I dati del mercato dell'olio contraffatto: su 700mila tonnellate di olio consumate, 470mila provengono da Paesi stranieri come Spagna, Grecia e Tunisia. Con un rincaro che supera il 1000%.
5 miliardi il giro d'affari (annuo) dei "signori dell'olio".
10 le aziende italiane (tra cui alcuni marchi famosi) su cui stanno indagando l'agenzia delle Dogane e il Corpo forestale dello Stato.
700mila le tonnellate di olio consumate in Italia.
470mila le tonnellate di olio importato (Spagna, Grecia, Tunisia).
250mila le tonnellate esportate dall'Italia.
0,23€ il costo di un chilo d'olio in Tunisia.
3-4€ euro il costo di un chilo rivenduto in Italia.
80% la percentuale di bottiglie di extravergine italiano ottenuto da olive straniere di cui impossibile leggere l'etichetta di provenienza delle olive.
Ecco come i "furbetti del frantoio". Ci rifilano il bluff dell'oro liquido. E' una raffinata frode commerciale che vede coinvolti una decina di marchi - un paio molto noti - e che fa finire sulle nostre tavole "olio extravergine di olive italiane" che in realtà viene da lontano. Vi raccontiamo - sulla base di un'inchiesta che sta per chiudersi - come funziona questo business illegale, con quali guadagni per chi lo controlla e a quali prezzi per noi consumatori. I signori dell’olio si sono inventati una secondogenitura. Non spremono più: trasformano. A modo loro. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia, e poi via, di nuovo fuori. Se la tirano da gran produttori del Made in Italy, da fuoriclasse dell’oro giallo più buono al mondo. E intanto ci rifilano il pacco, e noi lo beviamo. Olio extravergine d’oliva? E come no: però spagnolo, tunisino, greco, marocchino. Un flusso ininterrotto di miscele di oli "comunitari" e "non comunitari" viaggia ogni giorno verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna, lungo le rotte dei furbetti del frantoio. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di oli low cost prodotti nel bacino del Mediterraneo, roba che viene reimbottigliata nelle nostre aziende, dove acquista una nuova, falsa identità. Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). Anzi, i marchi. Nelle tasche dei padroni dell’olio entrano cinque miliardi di euro l’anno. Sulle nostre tavole, un bluff.
Chi sono i nuovi ràs delle olive taroccate? Come funziona il loro business? Ci sono una decina di etichette — una paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello: un blocco di imprese — produttori e distributori — alleate nel nome della speculazione fondata su una raffinata frode commerciale, sull’inganno subdolo del consumatore, su un modo di operare che è diventato “sistema” e che sta accumulando profitti patrimoniali enormi. Sono attive per lo più tra Centro e Sud Italia. Importano enormi quantità di olio dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Tunisia. In alcuni casi lo acquistano da società alle quali risultano collegate: stesso gruppo, stesso padrone, un’unica famiglia. Se comprano uno o se comprano cento, il prezzo è sempre lo stesso. Controllano i prezzi, controllano il mercato. Un tempo in queste rinomate aziende italiane si spremevano olive: oggi ci sono solo dei sylos. Cisterne che attraverso le idrovore mungono olio dai tir che lo trasportano fin qui dagli uliveti dell’Andalusia, o dalle sconfinate coltivazioni tunisine. E poi? Una bella etichetta italiana e via: l’extravergine italiano taroccato atterra sugli scaffali dei supermercati.
A rivelarlo è un’indagine, ancora in corso — ma che Repubblica è in grado di anticipare — condotta dall’Agenzia delle Dogane, dai detective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza, in collaborazione con Coldiretti. Non è la classica attività investigativa che porta alla scoperta di prodotti malconservati o scaduti. E’ un’esplorazione più tecnica, portata avanti con l’analisi incrociata di banche dati europee e accertamenti fiscali da una parte, e controlli sul territorio dall’altra. Una lente di ingrandimento posata sulla filiera dell’olio “mascherato”. Permette di capire parecchie cose: per esempio perché quattro bottiglie di olio extravergine su cinque battono ufficialmente bandiera italiana ma contengono prodotti stranieri (provenienti soprattutto da Spagna e Grecia). Prodotti, oltretutto, nascosti dietro etichette praticamente illeggibili. O perché quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa (studio Unaprol, Coldiretti e Symbola). E ancora: come mai, a fronte delle 250mila tonnellate di olio che esportiamo, ne importiamo 470mila (nel 2010 sono state 100mila in più). Dove vanno? Come vengono miscelate? A quanto le rivendono? Nella giungla dell'extravergine. Prodotti low cost, etichette invisibili. I boss internazionali dell'olio fanno incetta di miscele straniere a meno di 25 centesimi al chilo. Poi le trattano, le mescolano, le deodorano e le mettono sul mercato a prezzi ribassati, due/quattro euro al chilo, ma sempre con ricarichi importanti e con informazioni al cliente sostanzialmente false. "E’ qui che i signori dell’olio giocano la loro partita sleale — spiega Stefano Masini, responsabile consumi della Coldiretti —. C’è un gruppo di potere agroalimentare che sull’importazione e sull’assenza di tracciabilità delle “miscele” sta facendo fortune illegali. Così come per i rifiuti si parla di ecomafia, è arrivato il momento, anche per l’olio, di parlare di agromafia. Bisogna iniziare a aggredire i patrimoni". I capoccia dell’olio si sono evoluti. Non solo hanno individuato nuovi canali di approvvigionamento per la materia prima (che poi è anche l’ultima). Hanno pure capito come farla rendere al massimo. Nella relazione delle Dogane si ricostruisce, tonnellata per tonnellata, un sofisticato sistema di import export: una ragnatela europea fatta di incastri societari e ordinazioni milionarie, "flussi in entrata" e "flussi in uscita", importazioni "definitive" e "temporanee". Il tutto condito da anomalie fiscali, fatture gonfiate, proficui scambi intra e extra comunitari. Repubblica, per non pregiudicare l’esito delle indagini, per ora tiene coperti i nomi delle aziende finite nel mirino degli investigatori. Raccontiamo come funziona il meccanismo.
C’è questa parolina magica — "trasformazione" — di cui si è esteso il significato. In modo strumentale. Un tempo per trasformazione si intendeva la frangitura, la molitura: insomma il passaggio dall’oliva al suo nettare. Oggi se i boss internazionali dell’olio dicono che trasformano, può significare che ce la stanno facendo sotto il naso. Fanno incetta di olio spagnolo e tunisino. Lo pagano meno di 25 centesimi al chilo. In Italia lo miscelano, anzi, lo "trasformano", che è un termine più igienico, anche rassicurante. A volte la trasformazione è semplicemente l’imbottigliamento. In altri casi prevede degli innesti. Magari minimi. O il processo di deodorazione: si interviene con il vapore per eliminare i difetti (morchia, rancido, muffa, riscaldo, lubrificanti).
Chiamiamoli pure trucchi. In apparenza non lasciano traccia. C’è un motivo. In base al regolamento comunitario 182 del 6 marzo 2009, indicare la provenienza delle miscele ("di diversa origine") impiegate sarebbe obbligatorio. In realtà, in nove bottiglie su dieci le scritte che dovrebbero essere riportate — "miscele di oli di oliva comunitari", "miscele di oli d’oliva non comunitari", "miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari" — sono illeggibili. I caratteri sono talmente piccoli, e stampati in posizioni quasi nascoste, che per scorgerli bisognerebbe avere la lente d'ingrandimento. E’ uno dei paraventi dietro cui si nascondono i trafficoni. "L’ex ministro delle politiche agricole Saverio Romano quattro mesi fa aveva annunciato con grande enfasi un decreto che fissando delle dimensioni minime rendesse più leggibili queste etichette — ragiona Sergio Marini, presidente di Coldiretti —. Che fine ha fatto il decreto? Si è perso?". Una volta etichettato l’olio straniero, i furbi distributori italiani lo piazzano a prezzi ribassati: nei discount, negli autogrill con le superofferte turistiche, nella grande distribuzione. Un euro e ottanta, due euro. Tre, quattro, al massimo. Un bel ricarico se si considerano i 23 o 25 centesimi del prezzo di acquisto. Fumo negli occhi del consumatore se si pensa che sull’etichetta spicca sempre, quella sì, bene in vista, la scritta olio extravergine d’oliva. Italiano.
"L’olio, rispetto ad altre produzioni agroalimentari, per esempio il vino, è un prodotto straordinariamente semplice — dice Amedeo De Franceschi, vice comandante dei Nafs della Forestale —. Vent’anni fa l’attività dei produttori era regolata da una legge europea che diceva: l’extravergine d’oliva è un prodotto ottenuto solo dalla spremitura meccanica delle olive. Oggi è cambiato tutto. L’olio d’oliva è sparito. E l’extravergine è diventato una giungla. Risultato: le aziende non spremono più niente: mettono in cascina olio che viene da fuori, da lontano, coi tir. La gente lo compra e non sa che è un inganno. Perché dall’etichetta non si riesce a capire che cosa c’è nella bottiglia".
Che cosa c’è nell’olio che compriamo? Quali fregature ci propinano i maneggioni degli ulivi? Prendiamo l’olio made in Spagna spacciato per extravergine italiano. Al supermercato il primo prezzo è 3 euro. Ma dietro la convenienza, ecco la sorpresina. Non solo non è extravergine, ma è anche di pessima qualità. "C’è pieno di oli di oliva difettati venduti come extravergini — dice Massimo Gargano, presidente di Unaprol —. Sono oli che meritano di essere declassati, altro che made in Italy". La prima indagine nazionale sulla qualità dell’olio d’oliva in vendita nei supermercati italiani ha dato esiti disastrosi. Su dodici campioni (delle marche più vendute) prelevati dagli scaffali e analizzati in laboratorio, quasi la metà sapeva di muffa. Le analisi organolettiche hanno evidenziato difetti gravi come il rancido e il riscaldo. "Un olio per poter essere considerato extravergine deve essere privo di difetti organolettici". Figuriamoci. Così il Made in Italy nasconde un fiume di oli stranieri miscelati. La gran parte delle importazioni finisce in aziende olivicole della Liguria, della Toscana o del Pavese. E non va dimenticato il "laboratorio Puglia", terra di oliveti straordinari ma anche centro di grandi truffe internazionali, portate alla luce da indagini di qualche anno fa. Dove vengono prodotte le miscele straniere imbottigliate dagli imprenditori italiani dell’olio? Perché queste terre, sfruttate da importatori scaltri, hanno dopato il mercato? C’erano una volta la Puglia, la Calabria, la Sicilia, la Campania. Le prime due insieme producono il 66% del nostro olio. La Toscana solo il 3%. Per capire come mai, geograficamente, e nel core business degli imprenditori, le regioni italiane sono state soppiantate da terre lontane, bisogna allungarsi nel Sud della Spagna: il primo paese europeo produttore di olio (nel 2010 ce ne ha dato 426milioni di chili). Jaén è una cittadina dell’Andalusia. A nord di Granada, confina con la Castiglia-La Mancha. La sua provincia è un’oliva gigantesca. Se si scende a Sud fino a Malaga e si sale a Nord fino a Madrid si possono vedere 400 chilometri di uliveto ininterrotto. Coltivazioni intensive. Un chilo d’olio — ottima qualità — costa 50 centesimi. Gli importatori italiani lo rivendono a cinque volte tanto. Ora andiamo in Tunisia. Stiamo parlando del primo produttore di olio d’oliva di tutta l’Africa, e del secondo paese del mondo per superficie coltivata. Per produrre un chilo di olio qui bastano 10 centesimi. In Italia, a seconda dei frantoi (seimila), ci vogliono 4-5 euro. (7 al Centro-Nord, 3.53 in Puglia, 3.64 in Calabria).
Sul mercato africano all’importatore l’olio costa dai 20 ai 23 centesimi. Le navi in partenza per i porti di Gioia Tauro, di Livorno, di Genova, non aspettano altro che riempirne le cisterne e portarlo da noi. La stessa cosa accade sull’Adriatico, con i cargo boat che salpano dalla Grecia diretti a Ancona carichi di derrate.
Dove finisce l’olio che arriva dal bacino del Mediterraneo e dal Peloponneso? E in che percentuali arriva? Secondo il rapporto 2010 Coldiretti/Eurispes sulle agromafie, il 93,1% del vergine e dell’extravergine importato dai paesi extracomunitari viene dalla Tunisia. Quando entra in Italia inonda la provincia di Pavia (33,3%), di Lucca (19,1%) e di Genova (10,1%). Tra Toscana e Liguria c’è un alta concentrazione di aziende olivicole (a Firenze due dirigenti e un funzionario della Carapelli sono sotto inchiesta della procura per una sospetta frode alimentare). Idem nel Pavese. Poi si scende: Perugia, Roma, Firenze. Fino in Puglia: Bari, Lecce, Taranto. Un mese fa proprio nella città dei due mari la Guardia di Finanza ha arrestato due imprenditori baresi: stavano spedendo in Giappone e a Taiwan 50mila litri di olio taroccato nelle loro aziende. L’etichetta sugli imballaggi e sulle bottiglie — orgogliosamente italian sounding — copriva in realtà un fiume di oli stranieri miscelati.
Laboratorio Puglia. La terra degli ulivi. Olio straordinario, unico. Ma anche terra di imbrogli. Fu scoperta qui, nel 2008, una delle truffe più grosse degli ultimi anni. Duemilatrecento tonnellate di olio proveniente dall’estero sequestrate. Controlli su 250 operatori. Venti aziende coinvolte in tutta Italia. La cabina di regia del finto olio extravergine italiano al cento per cento — con interi scatoloni di documenti falsi — era una azienda di Andria (la “Basile snc”). L’olio arrivava dai soliti serbatoi: Spagna, Grecia, Tunisia. Acquistato come extravergine, miscelato con olio locale, e infine rivenduto come "prodotto italiano al cento per cento" non solo in Italia ma anche all’estero. In parte veniva spacciato anche come "biologico". "E’ ora che il governo colpisca l’agromafia con nuovi strumenti — conclude Stefano Masini di Coldiretti —. Bisogna indagare come si fa con il 416 bis. Queste non sono semplici frodi in commercio, sono organizzazioni criminali strutturate che controllano i prezzi e tengono in mano un’intera filiera. E’ la mafia dell’olio".
IL BLUFF DEL PESCE. Inchiesta di “La Repubblica”. Oggi in Italia il mercato ittico è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall'estero. In particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. La denuncia di Coldiretti: "Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è taroccato". Ma a rimetterci è la salute di chi mangia. Se il gambero di Mazara è del Mozambico. Il pesce due volte su tre è "taroccato".
Secondo l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura, nel 2010 in Italia sono state commercializzate 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Di queste solo 231mia sono state pescate nel "nostro" mare. Tutto il resto arriva dall'estero. Ma la qualità è scarsa e il prodotto non è tracciato. Un bel gambero rosso comprato su una bancarella di pesce nel porto di Mazara del Vallo. Un polpo imperdibile seduti ai tavoli della sagra più famosa d'Italia nel suo genere, quella di Mola di Bari. Oppure un filetto di cernia indimenticabile a Gallipoli. Nelle guide turistiche raccontano che ci sia soltanto una cosa migliore di un bagno nel mare italiano. Mangiarlo.
Evidentemente però in questi anni deve essere cambiato qualcosa se è vero, com'è vero, che il pesce venduto da Palermo a Milano tutto è tranne che un prodotto nostrano. Il gambero di Mazara arriva infatti dal Mozambico. Il polpo di Mola dal Vietnam. Il filetto di cernia di Gallipoli (che in realtà era pangasio) dal Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Laos. E non si tratta di casi isolati.
Oggi in Italia la pesca è uno dei settori più aggrediti dalle importazioni selvagge dall'estero, in particolare dai paesi asiatici. E soprattutto dalla sofisticazione alimentare. "Due terzi del pesce servito sulle tavole italiane è finto, taroccato" denuncia la Coldiretti. "Il 30 aprile l'Italia ha mangiato l'ultimo pesce del Mediterraneo" denunciano Nef e Ocean2012, organismi internazionali del settore. "Dal primo maggio tutto quello che arriva sulle tavole italiane non è prodotto nostrano". Ma davvero è così? Che pesce compreremo ai mercati e mangeremo al ristorante quest'estate? Da dove arriva? Chi lo pesca? E soprattutto: fa male alla nostra salute?
Per capire l'entità del fenomeno forse è bene cominciare dai numeri. Lo scorso anno in Italia sono state commercializzate dice l'Irepa - l'Istituto di ricerche economiche per la pesca e l'acquacoltura - circa 900mila tonnellate di pesce per un ricavo di circa 1.167 milioni di euro. Bene: di tutto il pesce messo in commercio, soltanto 231.109 tonnellate erano state pescate nel mare italiano. Un terzo, appunto. Tutto il resto arriva dall'estero.
Il problema è che molto spesso, anzi quasi sempre denunciano le associazioni di categoria e confermano le forze di polizia che da Milano a Palermo continuano con sequestri e ad aprire inchieste, il pesce che arriva dall'estero non è di buona qualità. Spesso è pericoloso perché non tracciato e non tracciabile. E soprattutto viene venduto per quello che non è. E' finto.
Non potevano credere ai loro occhi gli uomini della Capitaneria di porto di Mazara quando, sulle bancarelle della marina più grande d'Italia, hanno trovato i gamberetti rossi che arrivavano direttamente dal Mozambico. E nonostante questo spacciati dai pescatori per italianissimi. A Gallipoli, invece, la Finanza in mezzo al mercato del pesce all'interno del porto - meta di pellegrinaggi di turisti da tutta Italia per il folclore e la poesia dei pescatori che rientrano in porto dopo una giornata in mare e vendono il prodotto appena tirato su con le reti - ha sequestrato una bancarella che vendeva esclusivamente pesce taroccato: di fresco aveva soltanto alici e sarde fresche, i prodotti cioè che costano di meno.
Tra i falsi più diffusi c'è poi il pangasio, un pesce pescato nel Mekong, un fiume che si trova tra la Thailandia e il Laos, che viene abitualmente venduto come fosse un filetto di cernia. Oppure nelle fritture servite nei ristoranti di casa nostra, il polpo non è polpo. O meglio, non è del Mediterraneo ma arriva direttamente dal Vietnam. Era asiatico per esempio anche il polpo venduto lo scorso anno nella sagra di Mola, in provincia di Bari, che per rendere l'idea è come comprare il tartufo di Avellino ad Alba. Frequente anche il caso del merluzzo fresco, o del presunto tale: dicono i sequestri dei Nas che spesso si tratta di pollak stagionato.
Tra i pesci più "copiati" c'è poi il pesce spada che invece altro non è che trancio di squalo smeriglio. Poi c'è anche il caso di baccalà, in realtà filetto di brosme oppure del pagro fresco venduto come dentice rosa. E ancora il pesce serra al posto delle spigole, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, la verdesca al posto del pecespada, l'halibut atlantico al posto delle sogliole. Infine, gli spaghetti con le vongole: 75 per cento di possibilità che sono state pescate in Turchia. I padroni del mare, il business degli importatori. Secondo le indagini della procura di Lecce e di Palermo 'comandano' vecchi armatori che tentano di riciclarsi in qualche modo. Non sono immuni da infiltrazioni criminali che approfittano dei prezzi convenienti: il pesce non italiano costa fino a otto volte meno dell'originale. E nei ristoranti tre volte su quattro quello che si ordina viene dall'estero.
Perché questa invasione? Chi ci guadagna? "Sicuramente non noi" spiega Mauro Manca, presidente dell'Associazione Acquacoltori, la costola che si occupa di pesca della Coldiretti. "Basti ricordare che nel giro di due anni il settore ha perso il 12 per cento della produzione e l'11 per cento dei ricavi e che nei primi mesi dell'anno la quota di importazione continua a salire in maniera importante". Numeri che vanno a braccetto automaticamente anche con il crollo dei pescatori. Secondo il Centro Studi Lega Pesca sono rimasti solo 28.542 pescatori, il 61,4 per cento concentrato nelle regioni meridionali e insulari. L'età media generale oscilla tra i 41 e 43 anni solo grazie all'ingresso di giovani immigrati, che per esempio hanno ormai l'esclusiva a Mazara così come a Manfredonia.
Tornando al business, gli affari sono unicamente nelle mani degli importatori, i veri padroni della pesca in questo momento in Italia. Si tratta di vecchi armatori riciclati e, come stanno provando a raccontare due indagini della procura di Lecce e di Palermo, in alcuni casi anche con infiltrazioni della criminalità organizzata che come al solito ha messo gli occhi su un business importante. Per comprendere quanto conviene importare il pesce dall'estero è bene guardare ancora una volta un po' di numeri. Come ha ricostruito la Guardia di Finanza in un'inchiesta a Bari, il costo del pesce taroccato è sino a otto volte inferiore rispetto all'originale.
Il caso più eclatante è probabilmente quello dello squalo smeriglio, il cui prezzo di acquisto in fattura era di 2,50 euro al chilogrammo (e che comunque difficilmente viene commerciato in quanto poco richiesto dal consumatore). E che invece veniva venduto come pesce spada fresco a 19 euro. "In questo tipo di business un ruolo di particolare importanza - continua Manca - è quello della ristorazione che, forte di un dato statistico che attesta nel 75 per cento circa il consumo extra domestico di prodotti ittici, deve garantire anch'essa un livello accettabile di trasparenza nei confronti del consumatore, in modo da favorire ancora una volta la scelta consapevole di un prodotto italiano, rispetto ad uno di provenienza estera, elemento a oggi non garantito nella maggioranza dei casi".
"Con tre piatti di pesce su quattro che vengono dall'estero all'insaputa dei consumatori occorre mettere in campo delle iniziative capaci di riportare sulle tavole il prodotto Made in Italy che è sicuramente più sano e gustoso degli ormai onnipresenti gamberetti asiatici o del famigerato pangasio" spiega Tonino Giardini, imprenditore marchigiano e presidente di Impresa Pesca Coldiretti. Non è un caso che nel 17 per cento dei casi infatti l'etichettatura obbligatoria sul pesce servito nei ristoranti è assente, nel 38 per cento dei casi è incompleta. Ma fa male soltanto all'economia l'importazione del pesce straniero? Pieni di additivi e di sostanze ignote. E a rimetterci è la salute di chi mangia. L'Agenzia di sicurezza alimentare dell'Ue ha segnalato la presenza di batteri in molluschi italiani, di cadmio in calamari congelati spagnoli, di salmonella nei gamberi congelati del Bangladesh ma confezionati in Italia. Ma la lista è molto lunga: il pescato diventa un rischio perché tossico.
L'importazione del pesce straniero non fa male soltanto all'economia. Il quadro che proprio nelle scorse settimane ha tracciato il Rasff (Rapid alert system for Food and Feed), l'agenzia di sicurezza alimentare dell'Unione Europea, non è affatto tranquillizzante. Nella relazione viene segnalato come fossero stati trovati batteri in molluschi italiani, cadmio in calamari congelati che arrivavano dalla Spagna, salmonella brunei in cocktail di gamberi congelato proveniente dal Bangladesh e confezionato in Italia, infestazione da larve di nematodi in nasello congelato dalla Spagna, mercurio in filetti congelati di squalo blu e pesce spada sotto vuoto dalla Spagna. Insomma un elenco infinito di porcherie che arriva come pesce prelibato sulle tavole di tutti gli italiani.
A preoccupare gli esperti c'è poi in particolare il pesce che arriva dal Vietnam, dove peraltro è permesso un trattamento per il pesce con antibiotici che in Europa è vietatissimo in quanto pericoloso per la salute. Ma il rischio non è soltanto quello dell'importazione. Uno dei problemi arriva dall'utilizzo massiccio di alcuni additivi chimici che i pescatori usano per "rinfrescare" il pesce: in sostanza viene passato per dare più lucentezza al prodotto non fresco. Le conseguenze sono incredibili. Ecco per esempio cose è accaduto al professor Gagliano Candela, tossicologo, docente universitario e consulente di decine di procure italiane. "Avevo comprato il tonno, come prodotto freschissimo, in una pescheria. Per caso ho spento la luce in cucina e il mio tonno è diventato fluorescente. L'effetto è dovuto - spiega - a un additivo che viene utilizzato per sbiancare il pesce e renderlo brillante. Il principio è lo stesso utilizzato per i detersivi delle camice, quelli che restituiscono brillantezza ai colori". Uno degli additivi più utilizzati, nonostante sia vietato in Italia, è il cafodos. I carabinieri del Nas lo sequestrano in continuazione in tutta Italia. Non si tratta di per sé non è molto tossico. Ma può provocare danni di un certo rilievo a chi lo mangia.
"Il pesce - spiega il professor Alberto Mantovani, tossicologo del dipartimento di Sanità alimentare e animale dell'Istituto superiore di sanità - e in particolare alcune specie come il pesce azzurro o il tonno, rilascia istamina in quantità sempre maggiori con il tempo. Mangiando quindi pesce vecchio si ingeriscono alte quantità di istamina che possono provocare un avvelenamento acuto. I rischi sono quelli di un'allergia violenta - continua - o di problemi più gravi per un certo tipo di pazienti, come per esempio i cardiopatici". Proprio a Bari, sono finite in ospedale una decina di persone dopo aver mangiato alici al cafodos. E un'altra inchiesta è partita in seguito alla denuncia di un allergico che ha avuto una crisi per colpa di pesce azzurro ormai vecchio. Ma l'importazione selvaggia sta facendo soffrire il nostro mare? Sì, a credere agli esperti. La colpa è ancora una volta dei grossisti che oltre a far arrivare il pesce dalla Cina, il Vietnam o l'Indonesia, hanno cominciato ad allevarlo. Le guardie costiere hanno per esempio lanciato l'allarme per il granchio cinese, considerato forte e aggressivo, in grado di impedire la crescita degli altri crostacei e di altre varietà nell'habitat in cui si riproduce. In sostanza sta distruggendo tutte le altre specialità. Esiste poi un paradosso che sta conoscendo il popolo del Mediterraneo.
Un terzo del pesce che viene pescato viene ucciso e ributtato in mare perché la sua commercializzazione non è considerata conveniente. "Il fenomeno è sempre più frequente" spiega Angelo Cau, docente di biologia marina all'università di Cagliari. "Pescando a 400 metri di profondità si butta in mare il 60 per cento del pescato. Pescando a 200 metri di profondità si può arrivare a buttare in mare anche più del 90 per cento del pescato. In media si spreca un terzo di tutto ciò che finisce nelle reti e quattro specie su dieci non vengono commercializzate pur avendo le carte in regole per essere vendute. "I nostri pescatori il pesce lo porterebbero volentieri a terra" osserva Ettore Ianì, presidente di Legapesca. "Ma il problema è che nessuno lo compra: costa troppo, ha dimensioni ridotte. Insomma non è concorrenziale con il prodotto importato dall'estero". In fondo, non è poi così lontano il Mozambico.
Sì alle sardine, no ai gamberi. Da portare in tavola: tonnetti, sgombri, cavalla e lampughe. Da evitare: anguille, merluzzi, sogliole e orate. Ecco la guida per scegliere i pesci non avvelenati da mercurio o antibiotici.
Ecco un esperimento facile facile: provate a chiedere, alle bancarelle del mercato rionale, un filetto di pesce serra, tre etti di zerro e una cavalla. Nella migliore delle ipotesi vi rideranno dietro. Perché nelle cassette di polistirolo in bella vista sui banchi del pesce troverete infinite spigole e orate di dimensioni standard (la misura di una monoporzione), tanti filetti di pangasio, il pesce gatto allevato nelle acque del Sud-est asiatico, dove la regolamentazione su prodotti chimici e antibiotici è assai più lasca che dalle nostre parti, e montagne di gamberi del Golfo del Messico dove è stata appena riaperta la pesca dopo i disastri della fuoriuscita di greggio dalla piattaforma Bp un anno fa e molti sono preoccupati degli effetti sulla popolazione ittica dei solventi chimici impiegati per dissolvere la marea nera. Sebbene infatti nel mar Mediterraneo vivano almeno 500 specie di pesce commestibile, sulle nostre tavole ne arrivano, a essere generosi, una decina, mentre consumiamo in abbondanza prodotti che vengono dagli oceani.
"Gli italiani amano il pesce-bistecca: senza spine, veloce da pulire e facile da cucinare", dice Silvio Greco, biologo marino e docente di Produzioni animali all'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo. E il problema non è solo italiano. Sono tutti i cittadini europei a consumare pesce sbagliato, e più di quanto i mari del Vecchio continente siano in grado di produrre, tanto da diventare sempre più dipendenti dalle importazioni: se tutti i paesi dell'Unione dovessero consumare solo prodotti ittici nazionali, le scorte finirebbero il 2 luglio prossimo, come denuncia il dossier "Fish dependance day", appena presentato dalla New Economics Foundation e da Ocean 2012. Le riserve ittiche dei nostri mari sono insomma al lumicino, e l'80 per cento di tutte le specie presenti nelle acque europee è sfruttato oltre i limiti della sostenibilità. Il fatto è che il Mediterraneo è un mare al collasso: racchiude appena il 7 per cento delle acque del pianeta, e ospita il 30 per cento di tutto il traffico di petroliere. "Nel Mare nostrum abbiamo rilevato una quantità di catrame pelagico galleggiante 60 volte superiore a quella presente nell'Oceano indiano", continua Greco. E i pochi studi condotti sino a oggi dicono che dei 37 stock ittici condivisi dai paesi rivieraschi, almeno 30 sono sovrasfruttati: la continua e indiscriminata cattura di pesci impedisce alle specie di riprodursi e ripopolare le acque. Così siamo costretti a importarne il 37 per cento in più rispetto a un ventennio fa.
Pigri e conservatori, anziché sfruttare l'infinita varietà delle acque nazionali, gli italiani si accaniscono sulle specie in pericolo. Come il tonno rosso del Mediterraneo, a rischio non soltanto per la sovrappesca, ma anche per la contaminazione da mercurio e policlorobiofenili (diossina e simili), il pesce spada o il salmone. Errore blu, secondo Greco: "I pesci di grandi dimensioni e dal ciclo vitale lungo hanno più tempo per accumulare nelle loro carni tutti gli inquinanti del mare, come i metalli pesanti (primo tra tutti il mercurio) e gli idrocarburi policiclici aromatici. Meglio sarebbe nutrirsi di pesci di taglia media o piccola anche da adulti".
Gli italiani amano spigole e orate, ma consumano quelle da acquacoltura, cresciute a forza di mangimi, se è vero che nella classifica dei consumi ai primi cinque posti troviamo quattro specie prevalentemente o esclusivamente allevate (orate, cozze, spigole e trote salmonate). Ma anche in questo caso, finiamo col consumare sempre le stesse cose: "Le specie allevate sono pochissime, circa dieci di pesce, tre di crostacei e sei di molluschi", continua Greco. Con l'incongruo che normalmente gli esemplari da allevamento sono nutriti con farine di altri pesci selvatici. E' sostenibile catturare 20 chili di pesce per ottenere un chilo di prodotto da allevamento? Non solo: le farine sono ottenute per lo più da pesci di piccola taglia interi, comprese le viscere, ma anche dagli scarti industriali della lavorazione di prodotti ittici per omogeneizzati per bambini e per la gastronomia. Il risultato è che queste farine contengono il 60 per cento di proteine e il resto di grassi. Non solo: gli animali da allevamento sono trattati con montagne di antibiotici per impedire il diffondersi delle infezioni nelle vasche. Ovvio che, nella gestione dell'economia domestica, si possa finire col mettere nel carrello del pesce d'allevamento. Allora, vale la pena di leggersi "Quelli che non abboccano", la guida di Slow Food con le cose da sapere prima di acquistare pesci, molluschi e crostacei d'allevamento. Dunque meglio rivolgersi alle specie nostrane, più economiche e sostenibili ma non meno interessanti dal punto di vista gastronomico: la lampuga dalle carni sode e gustose, la palamita (o tonnetto) e lo sgombro, le cui carni bianche, grasse e saporite sono ricche di sali minerali, vitamine e grassi omega. E sono buone anche crude. "Si può ben fare il sushi mediterraneo", spiega Luca Collami, chef del Ristorante Baldin di Genova-Sestri: "I pesci poveri come il sugarello, la buga o la cavalla hanno un sapore meno piatto del branzino, dell'orata o del sanpietro, che hanno carni più delicate ma meno carisma".
Lo sanno bene quelli di Slow Food, che da almeno un decennio si spendono per invitare i cittadini al consumo responsabile, anche in campo ittico. Quest'anno la quinta edizione di Slow Fish (alla Fiera di Genova dal 27 al 30 maggio) vede tra i protagonisti, oltre ai pescatori, anche tutti coloro che cercano di restituire al pesce dei nostri mari il posto che gli spetta: in tavola, ma anche nella filiera produttiva. Tra questi c'è Massimo Bernacchini, responsabile del Presidio della Bottarga di Orbetello. L'area maremmana, spiega, stava attraversando un periodo di crisi economica che sembrava irreversibile: l'aggressività della concorrenza e i cronici problemi ambientali della Laguna stavano mettendo in ginocchio l'intero comparto. "L'unico modo per uscirne", dice Bernacchini, "era puntare sulla qualità delle nostre competenze. Quando si parla di bottarga viene in mente la Sardegna, ma pochi sanno che la lavorazione delle uova di pesce è tipica anche della nostra Laguna". Oggi i pescatori sono oltre 60, riuniti in cooperativa. Lavorano le uova di cefalo, una delle cinque specie presenti nelle acque salmastre, e producono filetti affumicati di anguilla. E qualcuno di loro si è spinto anche in Mauritania, per insegnare alle donne Imraguen come lavorare le uova di cefali dorati e ombrine, e trovare strade di commercializzazione alternative.
A rivalorizzare il territorio puntando sulla sostenibilità ci hanno provato anche in Puglia: a Torre Guaceto, riserva naturale sulla costa adriatica dell'Alto Salento, è attivo da anni un progetto di co-gestione della piccola pesca che è diventato un modello per molti pescatori europei e non solo. "Dal 2001 al 2005 è stato imposto il divieto assoluto di gettare le reti in tutta l'area marina, anche nella zona C, dove in genere è consentita l'attività umana", spiega Marcello Longo, tra i promotori dell'iniziativa: "All'inizio ci sono stati momenti di tensione con i pescatori ma, con il tempo e con i risultati, le cose sono cambiate. Le risorse ittiche sono aumentate del 400 per cento e si è evitata la scomparsa degli sparidi, come i saraghi, e poi di scorfani e triglie, dei polpi e delle seppie; ora, a ogni uscita in mare si realizzano guadagni più alti". Le imbarcazioni pescano una sola volta a settimana e utilizzano reti più corte (1 km) e più larghe, per evitare di produrre danni ai fondali, di catturare pesci giovani o specie ecologicamente importanti. Risultato: sono aumentate le taglie di molte specie commerciali, come la triglia di scoglio, e i rendimenti sono almeno il doppio rispetto a prima del 2005 e a quelli ottenuti al di fuori dell'area marina protetta.
La gestione sostenibile della pesca è l'obiettivo anche di un altro progetto, avviato quest'anno dal Cnr nello Stretto di Sicilia e nell'Adriatico Meridionale. Si tratta di aree importanti per l'economia ittica: nello stretto si pescano 6-8 mila tonnellate di gambero rosa, circa il 50 per cento di tutto il pescato del Mediterraneo. "Il nostro compito è raccogliere informazioni sull'abbondanza, la demografia e la distribuzione delle risorse, e monitorare anche le dinamiche ambientali che possono influenzare la capacità riproduttiva degli stock", spiega Fabio Fiorentino, ricercatore presso l'Iamc di Mazara del Vallo e responsabile del progetto: "Lo scopo è sviluppare strumenti e tecnologie dell'Information and Communication Technology per trasmettere a bordo dei pescherecci e alla capitanerie di porto tutta una serie di informazioni utili sull'ambiente marino in tempo reale, sull'abbondanza del pesce e sulle aree critiche". Il tutto per ottimizzare i processi di pesca, riducendo gli impatti negativi sull'ambiente e migliorando il rendimento economico.