Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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CHI COMANDA IL MONDO?

 

FEMMINE E LGBTI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

  

 

 

INDICE

 

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

LO STATO ETICO ED IL POLITICAMENTE CORRETTO.

GIOVANI: SESSO LIBERO?

I MORALISTI DEL TANGA. IL TANGA DEL POLVERONE E DELLA DISCORDIA.

IL FEMMINISMO TRA POLITICA, CULTURA E SCIENZA.

LE DONNE (DI IERI E DI OGGI) PIÙ IMPORTANTI E BELLE DELLA POLITICA ITALIANA.

L'ORIGINE DEL MONDO: E' FEMMINA.

QUANTE MATA HARI?

LA CASTA DELLE PAPI GIRLS E DINTORNI.

TOGLIMI LE MANI DI DOSSO...ANZI NO! DA TRUMP A WEINSTEIN A HEFNER. SI E' TUTTE CONIGLIETTE?

ACCUSE AMBIGUE E TARDIVE. ACCUSE PRETESTUOSE?

UN SALVACONDOTTO PER BERTOLUCCI.

MOLESTIE E MOLESTIE…

MOLESTIA O CALUNNIA? MOLESTIA O ESIBIZIONISMO?

MOLESTIE O PROSTITUZIONE?

MOLESTIE ED IPOCRISIA.

IL LINCIAGGIO DI WOODY E IL GIORNALISMO CORPORATIVO.

IL PRIVILEGIO DI ESSERE CARNEFICE…

DISSENSO COMUNE ED IL SISTEMA MOLESTATORE.

QUELLE MISS NESSUNO SENZA TUTELA.

IL BUSINESS DELL’INDIGNAZIONE.

LA SEMANTICA E LA DISTORSIONE DEL SENSO DELLE PAROLE.

LA GOGNA DEI TRIBUNALI IN TV E L’ONTA DELLE SENTENZE MEDIATICHE.

LA DAMNATIO MEMORIAE.

MISANTROPIA. MISANDRIA. MISOGINIA.

LOTTA ALL'UOMO ED IL TRAMONTO DEL MASCHIO.

IL GATTOMORTO.

PERCHE’ GLI UOMINI PREFERISCONO LE DONNE DELL’EST.

LA FESTA DEGLI UOMINI E LA FESTA AL PAPA'.

DONNE: COMPETENZA NON DESINENZA…

IL FEMMINILE NON E’ QUESTIONE DI GRAMMATICA MA DI POTERE.

8 MARZO: IL POTERE DELLE DONNE.

QUELLI CHE…LA PATATA BOLLENTE.

L'UTOPICA UGUAGLIANZA TRA I DIVERSI E LA FENOMENOLOGIA MEDIATICA TRA ABORTO, OMOSESSUALITA', FEMMINICIDIO ED INFANTICIDIO.

PARITA’ DI SESSI E FEMMINICIDIO. SLOGAN O SPECULAZIONE?

STUPRI, STOLKING E FEMMINICIDI. LA VIOLENZA SULLE DONNE.

LA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. ENNESIMA LITURGIA IPOCRITA.

STUPRI E FEMMINICIDI DEI CLANDESTINI: L'ASSOLUZIONE IDEOLOGICA.

IL SILENZIO SULLA VIOLENZA SUGLI UOMINI.

DEL MASCHICIDIO MEGLIO NON PARLARNE.

C'E' CHI LA TROPPO PICCOLO? O C'E' CHI L'HA TROPPO LARGA? 

FEMMINISTE, PURITANI, TALEBANI ED...OMBRELLINE.

LE NEOFEMMINISTE.

QUELLE CHE…SON FEMMINISTE.

IL FEMMINISMO E LA PROSTITUZIONE.

LE FEMMINISTE PREFERISCONO L'ISLAM.

COOPERANTI E VOLONTARIE. SE LA SONO CERCATA: “LE STRONZETTE” E LE SMANIE DI ALTRUISMO.

FEMMINE IN CARRIERA. NON MADRI.

L'UTERO E' MIO E LO GESTISCO IO!

L’EROTISMO NON E’ FEMMINISTA.

PROVE DI DIALOGO: UOMINI E DONNE POSSONO ESSERE AMICI?

GLI UOMINI, LE DONNE ED I TRADIMENTI.

I FEMMINISTI.

FIGLI EFFEMINATI E FIGLIE BULLE.

PADRI SEPARATI. LA GUERRA DEI FIGLI.

PAS ED AFFIDO: IL MONOPOLIO DELLE MADRI FEMMINISTE.

PARLIAMO DI CONFLITTI GENITORIALI.

LE PAZZIE DISPERATE DEI PADRI CHE STERMINANO LA FAMIGLIA E LA COSCIENZA SPORCA DELLE ISTITUZIONI.

PEDOFILIA FEMMINILE.

ACCUSA DI PEDOFILIA COME TRAPPOLA INFERNALE.

QUELLI CHE …ABUSANO GLI UOMINI.

GENITORIALITA' MALATA.

FILIAZIONE MALATA.

PARENTICIDI: OMICIDI FAMILIARI.

CHIAMALI LGBTI.

RIFUGIATI LGBTI.

IL POTERE GAY E LESBICO.

MEDIA. PROPAGANDA E PROSELITISMO GAY.

QUELLI…PRO GAY.

LA DIVULGAZIONE PRO-GENDER.

LA MATERNITA’ SURROGATA.

LE UNIONI IN-CIVILI.

L’ADOZIONE GAY E LESBICA.

REATO DI ANZIANITA'. ADOTTABILITA' DEI FIGLI: NEGATA AGLI ANZIANI, MA PERMESSA A GAYS E LESBICHE.

 

 

INTRODUZIONE.

Da Monica a Ruby: il sesso ne fa fuori più della politica. Bill Clinton, che ebbe una relazione con la stagista Monica Lewinsky, evitò l’impeachment di un soffio, ma il fattaccio lo costrinse a passare gli ultimi due anni del suo secondo mandato a occuparsi di gossip, scrive Paolo Delgado il 23 Agosto 2018 su "Il Dubbio".  Per i politici, e mica solo quelli italiani, il pericolo maggiore non arriva dai competitore e neppure dalla pur temibile corruzione. La rovina, spesso, è nascosta sotto il letto. Sta per saperne qualcosa Donald Trump. L’avvocato del presidente, Michael Cohen, si è confessato colpevole per otto capi d’accusa, tra cui l’aver versato dollari a una pornostar e a una coniglietta perché tacessero sulle loro avventure, appunto di letto, con l’allora soltanto plurimiliardario. Erano adulte e consenzienti, sia chiaro, ma l’America è quello che è e le corna possono costare la carriera. Su The Don si allunga così l’ombra lunga di Bill Clinton, che usò Casa Bianca per funzioni improprie e, apriti cielo, addirittura nello studio ovale insieme alla stagista Monica Lewinsky. Una storiella boccaccesca che costò al presidente parecchio. L’impeachment fu evitato di misura, ma il fattaccio lo costrinse a passare gli ultimi due anni del suo secondo mandato alle prese con le cronache dei suoi intimi rapporti con la ragazzona, seguiti con curiosità degna di assai miglior causa dall’opinione pubblica. In questi casi si suol dire che il problema non era la relazione per interposto sigaro ma la menzogna, avendo il primo cittadino inizialmente negato ogni addebito. E’ vero solo fino a un certo punto. La pruriginosità decuplica la valenza scandalosa del mendacio, eleva all’ennesima potenza l’interesse del pubblico guardone. Trasforma il fattarello in tsunami. Paragonato al campione italiano, Berlusconi Silvio, il bel Bill sem- bra uno studentello di scuola media. Il fattaccio italiano, a base di escort, registrazioni piratate nel talamo, eserciti di investigatori con l’occhio appizzato sul buco della serratura, procaci minorenni travestite da nipoti di Mubarak, è troppo noto e recente per doverlo ricapitola. Basti segnalare che se nel 2011 l’allora capo del governo italiano fu spazzato via a colpi di spread a indebolirne la posizione rendendogli la difesa impossibile erano state proprio le “cene eleganti” e i “lettoni di Putin”. Prima di Silvio il porcaccione il quadro della politica italiana sembrerebbe a prima vista somigliare a un convento. C’era stato il fattaccio Marrazzo, il governatore del Lazio la cui passione per i trans era degenerata in una storia nera alla James Ellroy sulla quale non è mai stata fatta piena luce e che comunque gli era costata la presidenza di Regione. A paragone, ad esempio, del Regno Unito, che quanto a scandali sessuo-politici è insuperabile, i politici italiani appaiono lo stesso come mirabili modelli di castità assoluta. Non che sia vero. E’ solo che da noi funziona alla grande il “si fa ma non si dice” e il peso politico delle relazioni adulterine si è sempre fatto pesare con la dovuta discrezione. Quando il temuto Mario Scelba, che dalla relazione extraconiugale con una signora romana aveva anche avuto una figlia segreta, si opponeva al centrosinistra vagheggiando addirittura una scissione della Dc, i servizi segreti dell’epoca fecero uscire su un periodico, senza didascalia, la foto del tostissimo Mario al bar con la signora. Scelba mangiò la foglia e si ritirò in buon ordine.

Lo scandalo Montesi negli anni ‘50 servì ad azzoppare una volta per tutte Attilio Piccioni, grazie al sospetto coinvolgimento del figlio, nella corsa all’eredità di De Gasperi. La relazione con la bella Sylva Koscina fu usata contro Tambroni. Le presunte e false licenziosità della signora Leone chiusero al consorte le porte del Quirinale nel 1964. La nota omosessualità sbarrò la via del Colle anche a Emilio Colombo, noto nella Dc, con Mariano Rumor e Fiorentino Sullo, come “le sorelle Bandiera”. Prima della voracità del Cavaliere, però, gli intrecci tra sesso e politica erano stati tenuti sempre nella penombra. Cose che sapevano tutti ma che non arrivavano mai alle prime pagine. Tutt’altra storia nel Regno Unito. Il primo scandalo di portata storica nel dopoguerra, fatta eccezione per il più complesso caso Montesi, scoppiò proprio lì, nel 1961. La relazione del ministro conservatore John Profumo con l’avvenente Christine Keeler non apparve solo come un caso d’adulterio. L’escort, come si direbbe oggi e non di diceva allora, era amante anche di un agente del Kgb e in tempi di guerra fredda il particolare aveva il suo peso. Profumo negò, poi ammise, alla fine lasciò la politica e travolse nel crollo anche il primo ministro McMillan. Andò malissimo, una trentina d’anni dopo, anche al ministro David Mellor, mentre l’amante, l’attricetta Antonia De Sancha, con la storiella piccante ci si fece ricca. In un’intervista dopo l’altra l’avvenente spagnola mise in piazza i gusti particolari del ministro. Il popolo venne così a sapere che per migliorare le prestazioni il promettente ministro usava indossare a letto la maglia del Chelsea e non passò inosservata la sua passione feticista per gli alluci. Mellor diventò da un giorno all’altro per il colto e per l’inclita “il succhiapollici” e la sua carriera affondò per sempre in quella melma. Qualcuno per la verità è riuscito a risalire la china: il futuro sindaco di Londra Boris Johnson. Nel 2004 la scoperta della sua tresca con una giornalista di Spector gli costò addirittura la cacciata con ignominia dal partito ma quattro anni dopo era di nuovo in pista. Non si è ripreso invece Dominique Strauss- Kahn, ex presidente dell’Fmi accusato e messo in manette nel 2011 a New York perché accusato di stupro da una cameriera dell’albergo in cui alloggiava. L’accusa si dimostrò infondata così come quella, alcuni anni dopo di aver partecipato a orge con un giro di prostituzione. Ma per Strauss- Kahn l’Eliseo era già svanito, anche perché i comportamenti estremi dell’uomo, riconosciuto responsabile di molestie già ai tempi della presidenza Fmi erano noti. La lista dei politici inciampati nel letto sarebbe lunghissima. Tanto da far ulteriormente risaltare l’eccezione: il presidente più amato d’America, JFK, la cui voracità non era seconda a quella di Strauss- Kahn o di Silvio Berlusconi e che comunque è riuscito a mantenere nel tempo l’immagine intatta in un Paese pronto a linciare o quasi un presidente come Clinton per un gioco erotico adolescenziale.

William Pezzullo e Lucia Annibali: vittime di uno stesso reato, ma per il Quirinale conta il genere, scrive Fabio Nestola su Adiantum il 01/04/2014. Nelle aule universitarie non ci hanno insegnato che la Giustizia può essere surreale. Poi abbiamo imparato che spesso lo è. L’aggressione subita da William Pezzullo, sfregiato con l’acido dalla ex fidanzata che non accettava la fine del rapporto, ne è testimone. Oggi possiamo dare un aggiornamento di questa storia tutta italiana. Già a novembre 2012 avevamo rilevato l’assordante silenzio sull’episodio: nessuna copertura nazionale da parte di stampa e tv, nessun approfondimento, oscuramento totale non solo nei TG ma anche in quei programmi pomeridiani e serali che fanno audience rimestando nel torbido dei casi di cronaca. William non interessa a nessuno, il suo dolore e il dolore della sua famiglia non trovano spazio sui media. Non solo, non trovano spazio nemmeno nella considerazione istituzionale. Il Presidente Napolitano, infatti, ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica a Lucia Annibali, anche lei sfregiata dopo aver lasciato il fidanzato. Il caso Annibali ha avuto enorme risalto mediatico, tanto all’epoca dei fatti quanto il 25 novembre e l’8 marzo in occasione dei ricevimenti al Quirinale. Attenzione istituzionale e mediatica sicuramente dovute ad ogni vittima di violenza; saltava comunque agli occhi la vistosa disparità di considerazione rispetto ad altre vittime aggredite con l’acido, in particolare il solito William dimenticato, trascurato, snobbato da tutti. ADIANTUM aderiva - insieme ad altre decine di associazioni - all’iniziativa dell’avv. Paola Tomarelli, che scriveva al Presidente la lettera che trovate allegata a margine dell'articolo. Comica, per alcuni versi, e scandalosa, per altri, la risposta della Dr.ssa Zincone, responsabile per il Quirinale dei problemi per la coesione sociale. 

"Dalla Parte di Giasone. Associazione-Onlus A Sua Eccellenza Il Presidente della Repubblica Dott. Giorgio Napolitano Palazzo del Quirinale Piazza del Quirinale 00187 Roma. Signor Presidente, abbiamo appreso dai media come Ella abbia conferito l’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana a Lucia Annibali, l’avvocatessa di Pesaro sfregiata con l’acido da due sicari assoldati dal suo ex fidanzato. È lecito chiedersi per quale motivo Presidente - ma non solo Lei, anche stampa e televisioni - non dedichi uguale attenzione ad un episodio analogo nel quale la vittima è di genere maschile. Sfigurato con l'acido: marchiato a vita dalla vendetta della ex Travagliato (BS) – il 26enne William Pezzullo ha perso entrambe le orecchie, l’occhio sinistro ed il 90% del visus al destro. La madre, Fiorella Grossi: " è meglio che non possa vedere come quella disgraziata l’ha sfigurato, altrimenti si ammazzerebbe". Gli esiti del gesto criminale sono, per William, enormemente più gravi rispetto a quelle subite da Lucia. Entrambi sono vittime di aggressione con l’acido, per entrambi si tratta di una malsana vendetta dell’ex, entrambi hanno subito un gravissimo choc ed hanno riportato danni estetici evidenti; tuttavia la differenza sostanziale per gli esiti dell’aggressione è nella perdita delle funzioni primarie, prova ne sia che la neocavaliera è autonoma, non ha bisogno di accompagnamento può continuare a svolgere normali attività quali guidare l’auto ed esercitare la professione di avvocato; il ragazzo invece ha perso la vista e l’udito, ha perso autonomia e dignità, ha avviato le pratiche per l’invalidità permanente al 100% e vivrà con un sussidio di circa 400 euro al mese. Giova ricordare che il fattore numerico non rileva ai fini della gravità di ogni singolo episodio criminoso; sarebbe aberrante dimenticare le vittime maschili perché “le vittime femminili sono di più”, esattamente come sarebbe aberrante dimenticare le vittime omosessuali perché “le vittime etero sono di più”, dimenticare i diritti dei diversamente abili perché “i normodotati sono di più”, calpestare la dignità degli immigrati perché “gli italiani sono di più”. Le chiediamo ufficialmente, Signor Presidente: - se ritiene che ogni tipo di violenza, a prescindere da genere, etnia, religione, stato sociale ed orientamento sessuale di autori e vittime, debba suscitare una dura presa di posizione da parte dell’intera cittadinanza; - se è a conoscenza della violenza subita anche da soggetti di genere maschile; - se ritiene che alla doverosa attenzione per le vittime femminili debba corrispondere una altrettanto doverosa attenzione per le vittime maschili; - se ritiene che l’onorificenza conferita a Lucia Annibali - pur se in rappresentanza di tutte le donne vittime di violenza - se confrontata con l’indifferenza nei confronti di William Pezzullo, non sia un insulto alla dignità del ragazzo e dei suoi familiari, anche quale simbolo di tutti gli uomini vittime di violenza. In attesa di un cortese riscontro cogliamo l’occasione per porgerLe i nostri distinti saluti. Roma, novembre 2013. Il Presidente Avv. Paola Tomarelli"

"Gentili avv. Tomarelli e Prof. Mastriani, Consentitemi di scrivere insieme ad entrambi, visto che le vostre missive sono molto simili. Come potete immaginare in Presidente non ha conferito onorificenze a tutte le persone vittime di partner violenti, ma a una persona che ha reagito con particolare dignità e coraggio alle conseguenze dell’aggressione dei sicari del suo ex compagno. Ovviamente in questo modo più che la singola persona ha voluto onorare un comportamento, quindi tutte le vittime che hanno tenuto un contegno civile e coraggioso. Sempre in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, lo scorso 25 novembre, il Presidente ha assegnato una targa alla campagna di sensibilizzazione NoiNo.org i cui testimonial sono uomini. Quindi non dimentica il “sesso Forte”. Il fatto è che, seppure anche i maschi siano vittima di violenza e stalking, oggetto di comportamenti persecutori e di aggressioni sono assai più spesso donne e gli aggressori assai più spesso uomini. Vogliate ricevere dal Capo dello Stato i migliori saluti, ai quali associo i miei personali Firmato Prof.ssa Giovanna Zincone.  Protocollo SGPR 18/12/2013 0132343 P".

L'avv. Tomarelli ha puntualmente replicato - non senza ironizzare sulla risposta "cumulativa" della Zincone a due perfetti sconosciuti - ma è ancora in attesa di risposta. Non è dato di sapere se la prof. Zincone si sia dimenticata di rispondere, o più semplicemente eviti di controbattere poiché non è in grado di farlo con argomenti validi, o stia aspettando altre lettere sull'argomento per risparmiare sulla carta intestata del Quirinale.

In attesa della risposta che probabilmente non arriverà mai, è arrivata la sentenza di primo grado per l’aggressione all’avvocato Annibali: 20 a Luca Varani in qualità di mandante, 14 anni agli esecutori. Riconosciuti inoltre a Lucia Annibali 800.000 € di provvisionale.

E William? La stampa non è imparziale, la tv non è imparziale, il Quirinale non è imparziale, possiamo sperare che almeno la giustizia lo sia? Nemmeno per sogno, poveri illusi! L’agguato a William Pezzullo ha avuto esiti clamorosamente diversi rispetto al caso Annibali: 10 anni a Elena Perotti e Dario Bartelli. La metà esatta. Eppure la Perotti ha diverse aggravanti rispetto a Varani: lui ha commissionato l’aggressione ma non vi ha preso parte, lei oltre ad averla organizzata l’ha anche materialmente eseguita. Varani ha - involontariamente, dice lui - causato danni estetici e psicologici gravissimi, ma almeno non ha menomato le funzioni vitali di Lucia, fortunatamente non l’ha resa invalida. La tesi difensiva sostiene che Varani abbia commissionato solamente un’azione intimidatoria, degenerata in lesioni permanenti senza una reale volontà del mandante. Ovviamente non gli ha creduto nessuno. Il Tribunale ha riconosciuto che, pur se indirettamente, Varani ha causato alla vittima danni permanenti che avrebbero anche potuto avere esiti peggiori. La pena quindi deriva dal reato contestato: nulla esclude che Lucia avrebbe anche potuto restare uccisa, pertanto il capo d’imputazione è tentato omicidio. Elena Perotti ha causato nella propria vittima danni fisici e psicologici estremamente più gravi di quelli subiti dalla vittima di Luca Varani, eppure non era imputata di tentato omicidio. Abbiamo già visto come non si sia limitata a commissionare l’aggressione: il processo ha accertato che è stata lei, mentre il complice immobilizzava la vittima, a versare l’acido sul viso e sul corpo di William. La pena dimezzata deriva dal capo di imputazione più blando rispetto al tentato omicidio. Il Tribunale - evidentemente - è certo che William non avrebbe potuto subire nulla di diverso da ciò che ha subito, è certo che non avrebbe potuto restare ucciso, è certo che Elena non aveva la volontà di uccidere. Ecco perché la Perotti è riuscita a sgusciare via dall’imputazione di tentato omicidio ed è stata condannata per lesioni. Nulla di imprevedibile, quale sarebbe stato lo sviluppo del processo si è intuito da subito. Già da tempo la madre di William aveva anticipato l’intenzione del PM di edulcorare il capo d’imputazione; alla richiesta del legale di parte di configurare il tentato omicidio aveva risposto testualmente: “...ma cosa dice, non vorremmo mica costruire un mostro?”. Guanto di velluto anche per le modalità di espiazione della pena: la madre di William ci riferisce che Elena Perotti non è in carcere, sta effettuando un percorso di recupero presso una comunità gestita da suore, insieme ad altri ospiti da recuperare psicologicamente per motivi diversi, tossicodipendenza ed altro.

Oggi William come sta? Che danni ha riportato, quali sono le conseguenza dell’agguato? La fonte è ancora Fiorella Grossi, la madre di William; è l’unico modo per avere notizie vista la perdurante indifferenza mediatica. Nel corso dell’ultima telefonata, lunedì 31 marzo, la signora Fiorella dichiarava: “William non migliora affatto, anzi sta peggiorando, siamo disperati. Un occhio era perso del tutto ma almeno con l’altro riusciva a distinguere delle ombre, dei movimenti. Ora non vede più nulla, l’hanno operato più volte ma fino ad oggi non sono riusciti a recuperarlo. Anche la plastica ricostruttiva non riesce ad ottenere risultati; lo abbiamo portato in parecchi altri ospedali, anche a Torino dove hanno provato a ricostruire muscoli e tessuti del collo, ma sta peggio di prima. William ha penato tre mesi prima di uscire dal reparto di terapia intensiva, non erano sicuri di salvargli la vita. Ora sono 16 mesi che è chiuso in casa, usciamo solo per portarlo in qualche ospedale o da qualche specialista. Il morale è a pezzi, non è autosufficiente, non lo sarà mai più, è questo l’aspetto più drammatico”. Le chiediamo se sia stato riconosciuto qualche risarcimento per i danni subiti. “...I soldi? Quali soldi? È giusto che a Lucia abbiano dato 800.000, ma al mio William fino ad oggi nemmeno un centesimo. Parlavano di una casa dal valore di 53.000 euro, ma alla fine non gli danno nemmeno quelli perché mi pare di aver capito che c’è un pignoramento e il primo creditore è la banca. Comunque di queste cose capisco poco e mi interessano ancora meno, al primo posto ci sono la dignità e la salute e l’autonomia che hanno rubato a William”.

Insomma, sotto tutti gli aspetti due pesi e due misure, ormai uno standard nei nostri tribunali. Quante volte lo abbiamo scritto sulle pagine di Adiantum? Quante volte ancora lo scriveremo, prima di poter pensare di nuovo ad una Giustizia con la G maiuscola? E' inaccettabile che due delitti sulla persona, simili sia nel movente che nell'esecuzione (ma quello in cui è stato vittima William ha avuto conseguenze fisiche ancora più gravi), vengano "interpretati" a seconda del sesso dell'autore e alle vittime venga riconosciuta, simmetricamente, differente dignità a seconda del loro genere.  E' altrettanto inaccettabile che, sempre a seconda del proprio sesso, chi commette un tentato omicidio sa di poter farla franca all'ombra di un chiostro benedetto da Dio. ADIANTUM chiede - lo farà certamente nei prossimi giorni - l'invio di ispettori dal Ministero di Giustizia e un esame del caso dal Dipartimento Pari Opportunità. Al presidente Napolitano si chiederà di riconoscere al nostro William il suo alto patrocinio, così come ha fatto con la Annibali. Che piaccia o no alla Zincone.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

La coperta corta e l’illusione della rappresentanza politica, tutelitaria degli interessi diffusi.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto i libri che parlano delle caste e delle lobbies; della politica, in generale, e dei rispettivi partiti politici, in particolare.

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. Il ricambio al vertice decisionale si ha con l’eliminazione fisica del dittatore per mano dei consanguinei in linea di successione o per complotti cruenti degli avversari politici. In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l'autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa.

La democrazia non è altro che la dittatura delle minoranze reazionarie, che, con fare ricattatorio, impongono le loro pretese ad una maggioranza moderata, assoggetta da calcoli politici.

Si definisce minoranza un gruppo sociale che, in una data società, non costituisce una realtà maggioritaria. La minoranza può essere in riferimento a: etnia (minoranza etnica), lingua (minoranza linguistica), religione (minoranza religiosa), genere (minoranza di genere), età, condizione psicofisica.

Minoranza con potere assoluto è chi eserciti una funzione pubblica legislativa, giudiziaria o amministrativa. Con grande influenza alla formazione delle leggi emanate nel loro interesse. Queste minoranze sono chiamate "Caste".

Minoranza con potere relativo è colui che sia incaricato di pubblico servizio, ai sensi della legge italiana, ed identifica chi, pur non essendo propriamente un pubblico ufficiale con le funzioni proprie di tale status (certificative, autorizzative, deliberative), svolge comunque un servizio di pubblica utilità presso organismi pubblici in genere. Queste minoranze sono chiamate "Lobbies professionali abilitate" (Avvocati, Notai, ecc.). A queste si aggiungono tutte quelle lobbies economiche o sociali rappresentative di un interesse corporativo non abilitato. Queste si distinguono per le battagliere e visibili pretese (Tassisti, sindacati, ecc.).

Le minoranze, in democrazia, hanno il potere di influenzare le scelte politiche a loro vantaggio ed esercitano, altresì, la negazione della libertà di espressione e di stampa, quando queste si manifestano a loro avverse.

Questo impedimento è l'imposizione del "Politicamente Corretto” nello scritto e nel parlato. Recentemente vi è un tentativo per limitare ancor più la libertà di parola: la cosiddetta lotta alle “Fake news”, ossia alle bufale on line. La guerra, però, è rivolta solo contro i blog e contro i forum, non contro le testate giornalistiche registrate. Questo perché, si sa, gli abilitati sono omologati al sistema.

Nel romanzo 1984 George Orwell immaginò un mondo in cui il linguaggio e il pensiero della gente erano stati soffocati da un tentacolare sistema persuasivo tecnologico, allestito dallo stato totalitario. La tirannia del “politicamente corretto”, che negli ultimi anni si è impossessata della cultura occidentale, ricorda molto il pensiero orwelliano: qualcuno dall'alto stabilisce cosa, in un determinato frangente storico, sia da ritenersi giusto e cosa sbagliato e sfruttando la cassa di risonanza della cultura di massa, induce le persone ad aderire ad una serie di dogmi laici spacciati per imperativi etici, quando in realtà sono solo strumenti al soldo di una strategia socio-politica.

Di esempi della tirannia delle minoranze la cronaca è piena. Un esempio per tutti.

Assemblea Pd, basta con questi sciacalli della minoranza, scrive Andrea Viola, Avvocato e consigliere comunale Pd, il 15 febbraio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Mentre il Paese ha bisogno di risposte, la vecchia sinistra pensa sempre e solo alle proprie poltrone: è un vecchio vizio dalemiano. Per questi democratici non importa governare l’Italia, è più importante controllare un piccolo ma proprio piccolo partito. Di queste persone e di questi politicanti siamo esausti: hanno logorato sempre il Pd e il centro-sinistra; hanno sempre e solo pensato ai loro poltronifici; si sono sempre professati più a sinistra di ogni segretario che non fosse un loro uomo. Ma ora basta. Ricapitoliamo. Renzi perde le primarie con Bersani prima delle elezioni politiche del 2013. Bersani fa le liste mettendo dentro i suoi uomini con il sistema del Porcellum (altro che capilista bloccati). Elezioni politiche che dovevano essere vinte con facilità ed invece la campagna elettorale di Bersani fu la peggiore possibile. Renzi da parte sua diede il più ampio sostegno, in maniera leale e trasparente. Il Pd di Bersani non vinse e fu costretto ad un governo Letta con Alfano e Scelta Civica. Dopo mesi di pantano, al congresso del Pd, Renzi vince e diventa il segretario a stragrande maggioranza. E poi, con l’appoggio del Giorgio Napolitano, nuovo presidente del Consiglio. Lo scopo del suo governo è fare le riforme da troppo tempo dimenticate: legge elettorale e riforma costituzionale. Tutti d’accordo. E invece ecco che Bersani, D’Alema e compagnia iniziano il lento logoramento, non per il bene comune ma per le poltrone da occupare. Si vota l’Italicum e la riforma costituzionale. Renzi fa l’errore di personalizzare il referendum ed ecco gli sciacalli della minoranza Pd che subito si fiondano. Da quel momento inizia la strategia: andare contro il segretario che cercare di riprendere in mano il partito. La prova è semplice da dimostrare: Bersani e i suoi uomini in Parlamento avevano votato a favore della riforma costituzionale. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Invece il referendum finisce 59 a 41 per il No. Matteo Renzi, in coerenza con quello detto in precedenza, si dimette da presidente del Consiglio. E francamente vedere brindare D’Alema, Speranza e compagnia all’annuncio delle dimissioni di Renzi è stato veramente vomitevole. Questa è stata la prima e vera plateale scissione: compagni di partito che brindano contro il proprio segretario, vergognoso! Bene, da quel momento, è un susseguirsi di insulti continui a Renzi, insulti che neanche il proprio nemico si era mai sognato. Renzi, a quel punto, è pronto a dimettersi subito e aprire ad un nuovo congresso. Nulla, la minoranza non vuole e minaccia la scissione perché prima ci deve essere altro tempo. Non per lavorare nell’interesse della comunità ma per le mirabolanti strategie personali di Bersani e D’Alema. Avevano detto che dopo il referendum sarebbe bastato poco per fare altra legge elettorale e altra riforma costituzionale. Niente di più falso. Unico loro tormentone, fare fuori Matteo. Renzi, allora, chiede di fare presto per andare al voto. Apriti cielo: il baffetto minaccia la scissione, non vuole il voto subito, si perde il vitalizio. Dice che ci vuole il congresso prima del voto. Bene, Renzi si dice pronto. Lunedì scorso si tiene la direzione. Tanti interventi. Si vota. La minoranza, però, vota contro la mozione dei renziani. Il risultato: 107 con Renzi, 12 contro. “Non vogliamo un partito di Renzi”, dicono. Insomma il vaso è proprio colmo. Scuse su scuse, una sola verità: siete in stragrande minoranza e volete solo demolire il Pd e Renzi. Agli italiani però non interessa e non vogliono essere vostri ostaggi. E’ chiaro a tutti che non vi interessa governare ma avere qualche poltrona assicurata. Sarà bello vedervi un giorno cercare alleanze. I ricatti sono finiti: ora inizi finalmente la vera rottamazione.

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, "non nel mio cortile") va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto, bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto – Not in my term of office, "non nel mio mandato" – e cioè quel fenomeno che svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri. Ecco quindi pareri "non vincolanti" di regioni, province e comuni diventare veri e propri niet, scrive Alessandro Beulcke su “Panorama”. Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi di euro il "costo del non fare" secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi, non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale). Ciò che colpisce è la pervicacia con la quale, di volta in volta, una parte o l’altra del nostro Paese si barrica dietro steccati culturali, rifiutando tutto ciò che al di fuori dei nostri confini è prassi comune. Le battaglie tra forze dell’ordine e manifestanti NO TAV non si sono verificate né in Francia né nel resto d’Europa, nonostante il progetto preveda l’attraversamento del continente da Lisbona fino a Kiev: è possibile che solo in Val di Susa si pensi che i benefici dell’alta velocità non siano tali da compensare l’inevitabile impatto ambientale ed i costi da sostenere? E’ plausibile che sia una convinzione tutta italica quella che vede i treni ad alta velocità dedicati al traffico commerciale non rappresentare il futuro ma, anzi, che questi siano andando incontro a un rapido processo di obsolescenza? Certo, dire sempre NO e lasciare tutto immutato rappresenta una garanzia di sicurezza, soprattutto per chi continua a beneficiare di rendite di posizione politica, ma l’Italia ha bisogno di cambiamenti decisi per diventare finalmente protagonista dell’Europa del futuro. NO?

Il Paese dei "No" a prescindere. Quando rispettare le regole è (quasi) inutile. In Italia non basta rispettare le regole per riuscire ad investire nelle grandi infrastrutture. Perché le regole non sono una garanzia in un Paese dove ogni decisione è messa in discussione dai mal di pancia fragili e umorali della piazza. E di chi la strumentalizza, scrive l’imprenditore Massimiliano Boi. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale, in definitiva, sono stati eletti. L’Osservatorio del Nimby Forum (nimbyforum.it) ha verificato che dopo i movimenti dei cittadini (40,7%) i maggiori contestatori sono gli amministratori pubblici in carica (31,4%) che sopravanzano di oltre 15 punti i rappresentanti delle opposizioni. Il sito nimbyforum.it, progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall'associazione no profit Aris, rileva alla settima edizione del progetto che in Italia ci sono 331 le infrastrutture e impianti oggetto di contestazioni (e quindi bloccati). La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. A forza di "no" a prescindere, veti politici e pesanti overdosi di burocrazia siamo riusciti (senza grandi sforzi) a far scappare anche le imprese straniere. La statistica è piuttosto deprimente: gli investimenti internazionali nella penisola valgono 337 miliardi, la metà di quelli fatti in Spagna e solo l’1,4% del pil, un terzo in meno di Francia e Germania. Un caso per tutti, raccontato da Ernesto Galli Della Loggia. L’ex magistrato Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, città assurta come zimbello mondiale della mala gestione dei rifiuti, si è insediato come politico “nuovo”, “diverso”, “portatore della rivoluzione”. Poi, dicendo “no” ai termovalorizzatori per puntare solo sulla raccolta differenziata, al molo 44 Area Est del porto partenopeo, ha benedetto l’imbarco di 3 mila tonn di immondizia cittadina sulla nave olandese “Nordstern” che, al prezzo di 112 euro per tonn, porterà i rifiuti napoletani nel termovalorizzatore di Rotterdam. Dove saranno bruciati e trasformati in energia termica ed elettrica, a vantaggio delle sagge collettività locali che il termovalorizzatore hanno voluto. Ma senza andare lontano De Magistris avrebbe potuto pensare al termovalorizzatore di Brescia, dove pare che gli abitanti non abbiano l’anello al naso. Scrive Galli Della Loggia: “Troppo spesso questo è anche il modo in cui, da tempo, una certa ideologia verde cavalca demagogicamente paure e utopie, senza offrire alcuna alternativa reale, ma facendosi bella nel proporre soluzioni che non sono tali”.

In Italia stiamo per inventare la "tirannia della minoranza". Tocqueville aveva messo in guardia contro gli eccessivi poteri del Parlamento. Con la legge elettorale sbagliata si può andare oltre...scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Nulla di più falso, afferma Ludwig von Mises, che liberalismo significhi distruzione dello Stato o che il liberale sia animato da un dissennato odio contro lo Stato. Precisa subito Mises in Liberalismo: «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un nemico dello Stato. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell'acido solforico, perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani». Il liberalismo prosegue Mises non è anarchismo: «Bisogna essere in grado di costringere con la violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare la vita, la salute, o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini. Sono questi i compiti che la dottrina liberale assegna allo Stato: la protezione della proprietà, della libertà e della pace». E per essere ancora più chiari: «Secondo la concezione liberale, la funzione dell'apparato statale consiste unicamente nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti ad essa con la violenza». Conseguentemente, il liberale considera lo Stato «una necessità imprescindibile». E questo per la precisa ragione che «sullo Stato ricadono le funzioni più importanti: protezione della proprietà privata e soprattutto della pace, giacché solo nella pace la proprietà privata può dispiegare tutti i suoi effetti». È «la pace la teoria sociale del liberalismo». Da qui la forma di Stato che la società deve abbracciare per adeguarsi all'idea liberale, forma di Stato che è quella democratica, «basata sul consenso espresso dai governati al modo in cui viene esercitata l'azione di governo». In tal modo, «se in uno Stato democratico la linea di condotta del governo non corrisponde più al volere della maggioranza della popolazione, non è affatto necessaria una guerra civile per mandare al governo quanti intendano operare secondo la volontà della maggioranza. Il meccanismo delle elezioni e il parlamentarismo sono appunto gli strumenti che permettono di cambiare pacificamente governo, senza scontri, senza violenza e spargimenti di sangue». E se è vero che, senza questi meccanismi, «dovremmo solo aspettarci una serie ininterrotta di guerre civili», e se è altrettanto vero che il primo obiettivo di ogni totalitario è l'eliminazione di quella sorgente di libertà che è la proprietà privata, a Mises sta a cuore far notare che «i governi tollerano la proprietà privata solo se vi sono costretti, ma non la riconoscono spontaneamente per il fatto che ne conoscono la necessità. È accaduto spessissimo che persino uomini politici liberali, una volta giunti al potere, abbiano più o meno abbandonato i principi liberali. La tendenza a sopprimere la proprietà privata, ad abusare del potere politico, e a disprezzare tutte le sfere libere dall'ingerenza statale, è troppo profondamente radicata nella psicologia del potere politico perché se ne possa svincolare. Un governo spontaneamente liberale è una contradictio in adjecto. I governi devono essere costretti ad essere liberali dal potere unanime dell'opinione pubblica». Insomma, aveva proprio ragione Lord Acton a dire che «il potere tende a corrompere e che il potere assoluto corrompe assolutamente». Un ammonimento, questo, che dovrebbe rendere i cittadini e soprattutto gli intellettuali ed i giornalisti più consapevoli e responsabili. Da Mises ad Hayek. In uno dei suoi lavori più noti e più importanti, e cioè Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma: «Lungi dal propugnare uno Stato minimo, riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo dovrebbe usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti o non possono esserlo in modo adeguato dal mercato». A tale categoria di servizi «appartengono non soltanto i casi ovvi come la protezione dalla violenza, dalle epidemie o dai disastri naturali quali allagamenti e valanghe, ma anche molte delle comodità che rendono tollerabile la vita nelle grandi città, come la maggior parte delle strade, la fissazione di indici di misura, e molti altri tipi di informazione che vanno dai registri catastali, mappe e statistiche, ai controlli di qualità di alcuni beni e servizi». È chiaro che l'esigere il rispetto della legge, la difesa dai nemici esterni, il campo delle relazioni internazionali, sono attività dello Stato. Ma vi è anche, fa presente Hayek, tutta un'altra classe di rischi per i quali solo recentemente è stata riconosciuta la necessità di azioni governative: «Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un'economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani, cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare». La «Grande Società» può permettersi fini umanitari perché è ricca; lo può fare «con operazioni fuori mercato e non con manovre che siano correzioni del mercato medesimo». Ma ecco la ragione per cui esso deve farlo: «Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello cui nessuno scenda quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società in cui l'individuo non può rivalersi sui membri del piccolo gruppo specifico in cui era nato». E, in realtà, ribadisce Hayek, «un sistema che invoglia a lasciare la sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto, probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente quando coloro che ne hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuti, perché non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere». Tutto ciò premesso, Hayek torna ad insistere sul pericolo insito anche nelle moderne democrazie dove si è persa la distinzione tra legge e legislazione, vale a dire tra un ordine che «si è formato per evoluzione», un ordine «endogeno» e che si «autogenera» (cosmos) da una parte e dall'altra «un ordine costruito». Un popolo sarà libero se il governo sarà un governo sotto l'imperio della legge, cioè di norme di condotta astratte frutto di un processo spontaneo, le quali non mirano ad un qualche scopo particolare, si applicano ad un numero sconosciuto di casi possibili, e formano un ordine in cui gli individui possano realizzare i loro scopi. E, senza andare troppo per le lunghe, l'istituto della proprietà intendendo con Locke per «proprietà» non solo gli oggetti materiali, ma anche «la vita, la libertà ed i possessi» di ogni individuo costituisce, secondo Hayek, «la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l'assenza di conflitti». La Grande società o Società aperta in altri termini «è resa possibile da quelle leggi fondamentali di cui parlava Hume, e cioè la stabilità del possesso, il trasferimento per consenso e l'adempimento delle promesse». Senza una chiara distinzione tra la legge posta a garanzia della libertà e la legislazione di maggioranze che si reputano onnipotenti, la democrazia è perduta. La verità, dice Hayek, è che «la sovranità della legge e la sovranità di un Parlamento illimitato sono inconciliabili». Un Parlamento onnipotente, senza limiti alla legiferazione, «significa la morte della libertà individuale». In breve: «Noi possiamo avere o un Parlamento libero o un popolo libero». Tocqueville, ai suoi tempi, aveva messo in guardia contro la tirannia della maggioranza; oggi, ai nostri giorni, in Italia, si va ben oltre, sempre più nel baratro, con la proposta di una legge elettorale dove si prefigura chiaramente una «tirannia» della minoranza. Dario Antiseri

Quelli che... è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste. A sinistra (ma pure a destra) è diffusa l'idea che ogni male della società sia frutto dell'avidità e del cinismo capitalistico. Peccato sia l'esatto contrario: l'assenza di mercato e di concorrenza produce ingiustizie e distrugge l'eco..., scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Una opinione sempre più diffusa e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali di cui soffre la nostra società scaturiscano da un'unica e facilmente identificabile causa: la concezione liberale della società. Senza mezzi termini si continua di fatto a ripetere che il liberalismo significhi «assenza di Stato», uno sregolato laissez fairelaissez passer, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati. Di fronte ad un sistema finanziario slegato dall'economia reale, a banchieri corrotti e irresponsabili che mandano sul lastrico folle di risparmiatori, quando non generano addirittura crisi per interi Stati; davanti ad una disoccupazione che avvelena la vita di larghi strati della popolazione, soprattutto giovanile; di fronte ad ingiustizie semplicemente spaventose generate da privilegi goduti da bande di cortigiani genuflessi davanti al padrone di turno; di fronte ad imprenditori che impastano affari con la malavita e ad una criminalità organizzata che manovra fiumi di (...) (...) denaro; di fronte a queste e ad altre «ferite» della società, sul banco degli imputati l'aggressore ha sempre e comunque un unico volto: quello della concezione liberale della società. E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così, oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società ingiusta, crudele e corrotta zampillano da un sistematico calpestamento dei principi liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato? Wilhelm Röpke, uno dei principali esponenti contemporanei del pensiero liberale, muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Nel ricordo di Ludwig Erhard, allora Cancelliere della Germania Occidentale: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità. I miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli influenzato la mia concezione e la mia condotta». E furono esattamente le idee della Scuola di Friburgo alla base della strabiliante rinascita della Germania Occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ancora Erhard, qualche anno prima, nel 1961: «Se esiste una teoria in grado di interpretare in modo corretto i segni del tempo e di offrire un nuovo slancio simultaneamente ad un'economia di concorrenza e a un'economia sociale, questa è la teoria proposta da coloro che vengono chiamati neoliberali o ordoliberali. Essi hanno posto con sempre maggiore intensità l'accento sugli aspetti politici e sociali della politica economica affrancandola da un approccio troppo meccanicistico e pianificatore». E tutt'altro che una assenza dello Stato caratterizza la proposta dei sostenitori dell'Economia sociale di mercato. La loro è una concezione di uno Stato forte, fortissimo, istituito a presidio di regole per la libertà: «Quel che noi cerchiamo di creare - affermano Walter Eucken e Franz Böhm nel primo numero di Ordo (1948) è un ordine economico e sociale che garantisca al medesimo tempo il buon funzionamento dell'attività economica e condizioni di vita decenti e umane. Noi siamo a favore dell'economia di concorrenza perché è essa che permette il conseguimento di questo scopo. E si può anche dire che tale scopo non può essere ottenuto che con questo mezzo». Non affatto ciechi di fronte alle minacce del potere economico privato sul funzionamento del mercato concorrenziale né sul fatto che le tendenze anticoncorrenziali sono più forti nella sfera pubblica che in quella privata, né sui torbidi maneggi tra pubblico e privato, gli «Ordoliberali» della scuola di Friburgo, distanti dalla credenza in un'armonia spontanea prodotta dalla «mano invisibile», hanno sostenuto l'idea che il sistema economico deve funzionare in conformità con una «costituzione economica» posta in essere dallo Stato. Scrive Walter Eucken nei suoi Fondamenti di economia politica (1940): «Il sistema economico deve essere pensato e deliberatamente costruito. Le questioni riguardanti la politica economica, la politica commerciale, il credito, la protezione contro i monopoli, la politica fiscale, il diritto societario o il diritto fallimentare, costituiscono i differenti aspetti di un solo grande problema, che è quello di sapere come bisogna stabilire le regole dell'economia, presa come un tutto a livello nazionale ed internazionale». Dunque, per gli Ordoliberali il ruolo dello Stato nell'economia sociale di mercato non è affatto quello di uno sregolato laissez-faire, è bensì quello di uno «Stato forte» adeguatamente attrezzato contro l'assalto dei monopolisti e dei cacciatori di rendite. Eucken: «Lo Stato deve agire sulle forme dell'economia, ma non deve essere esso stesso a dirigere i processi economici. Pertanto, sì alla pianificazione delle forme, no alla pianificazione del controllo del processo economico». «Non fa d'uopo confutare ancora una volta la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare». Questo scrive Luigi Einaudi in una delle sue Prediche inutili (dal titolo: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo). E prosegue: «Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell'assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire: superata l'idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista». Contro Croce, per il quale il liberalismo «non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo o col liberismo economico della libera concorrenza», Einaudi giudica del tutto inconsistente simile posizione in quanto una società senza economia di mercato sarebbe oppressa da «una forza unica dicasi burocrazia comunista od oligarchia capitalistica capace di sovrapporsi alle altre forze sociali», con la conseguenza «di uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini». Così Einaudi nel suo contrasto con Croce (in B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e Liberalismo, 1957). È un fatto sotto gli occhi di tutti che ipertrofia dello Stato ed i monopoli sono storicamente nemici della libertà. Monopolismo e collettivismo ambedue sono fatali alla libertà. Per questo, tra i principali compiti dello Stato liberale vi è una lotta ai monopoli, a cominciare dal monopolio dell'istruzione. Solo all'interno di precisi limiti, cioè delle regole dello Stato di diritto, economia di mercato e libera concorrenza possono funzionare da fattori di progresso. Lo Stato di diritto equivale all'«impero della legge», e l'impero della legge è condizione per l'anarchia degli spiriti. Il cittadino deve obbedienza alla legge. Legge che deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio da nessun uomo, sia esso il primo dello Stato». Uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla legge; e, dalla prospettiva sociale, uguaglianza delle opportunità sulla base del principio che «in una società sana l'uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita» un minimo che sia «non un punto di arrivo, ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini» (Lezioni di politica sociale, 1944). Netta appare, quindi, la differenza tra la concezione liberale dello Stato e la concezione socialista dello Stato, nonostante che l'una e l'altra siano animate dallo stesso ideale di elevamento materiale e morale dei cittadini. «L'uomo liberale vuole porre norme osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possano liberamente operare, laddove l'uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all'opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori suddetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell'operare economico, il socialista indica o ordina le maniere dell'operare» (Liberalismo e socialismo in Prediche inutili). E ancora: «Liberale è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d'accordo cogli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento colla forza, che lo esclude, se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferito, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi». Il liberale discute per deliberare, prende le sue decisioni dopo la più ampia discussione; ma questo non fa colui che presume di essere in possesso della verità assoluta: «Il tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via; ma la via conduce il paese al disastro». Dario Antiseri

"Liberali di tutta Italia, svegliatevi". Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore "La Nave di Teseo", un brano dal nuovo libro di Nicola Porro, "La disuguaglianza fa bene", scrive Nicola Porro, Lunedì 12/09/2016, su "Il Giornale". Nel tempo in cui viviamo, bisogna diffidare di quanti si definiscono liberali senza esserlo. I principi del liberalismo classico, nonostante sembrino accettati da tutti, non lo sono fino in fondo. Da quanto abbiamo appena detto, il liberale tende a essere conservatore quando c’è una libertà da proteggere (il diritto di proprietà, ad esempio, di chi non riesce a sfrattare un inquilino moroso), progressista quando se ne devono tutelare di nuove (si pensi alle recenti minacce alla nostra privacy da parte di banche, stati o anche motori di ricerca) e talvolta anche reazionario quando occorre recuperare diritti sepolti nel passato (ad esempio una tassazione ridotta). Il filo rosso che lega queste diverse attitudini è ciò che Dario Antiseri definisce l’«individualismo metodologico»: la storia è guidata dalle azioni degli individui e sono questi ultimi che determinano le scelte fondamentali dell’economia. La collettività non esiste in sé, è la somma di una molteplicità di individui. Come diceva Pareto, un altro grande liberale di cui parleremo: «I tempi eroici del socialismo sono passati, i ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi». Il rischio è che questi soddisfatti si spaccino per liberali e anzi finiscano per spiegare ai liberali come devono comportarsi, anche in virtù degli errori che essi stessi hanno commesso. Quanti intellettuali ex maoisti, ex comunisti, ex gruppettari, ex fiancheggiatori delle Brigate rosse e delle rivolte di piazza, oggi in posizioni di comando, decantano le virtù del mercato? Se la loro fosse una conversione ragionata, alla Mamet come leggeremo, la cosa non dovrebbe scandalizzarci. Il problema è che i soddisfatti di oggi hanno un’idea farsesca del liberalismo e lo associano al loro personale successo. Che nella gran parte dei casi è arrivato solo grazie alle loro spiccate capacità di relazione. Fermatevi un attimo, pensate agli intellettuali che contano e vedrete due caratteristiche ricorrenti: hanno praticamente tutti combattuto contro i liberali tra gli anni sessanta e settanta eppure oggi spiegano al mondo i pregi del liberalismo, che a seconda dei casi si porta dietro l’aggettivo sociale o democratico. I veri liberali, non solo di casa nostra, si devono dare una mossa. Svegliarsi da un letargo ideale, che dura da qualche lustro. Il progresso tecnologico e quello degli ordini più o meno spontanei in cui si sono trasformate le nostre istituzioni obbliga anche i liberali di ieri ad affrontare, sul piano teorico, nuove sfide. Se i principi restano i medesimi, il contesto e le minacce sono cambiate. Alcuni dei veleni tipici del mercato hanno preso forme diverse, soprattutto quando sono coinvolte istituzioni finanziarie e grandi corporation digitali. Il monopolio e la sua rendita, il ruolo del free rider (cioè di chi ottiene benefici senza pagarne il prezzo) e il peso del moral hazard (ovvero prendere rischi enormi contando sul fatto di essere poi salvati, come nel caso di alcune note banche) hanno assunto forme diverse. Non è questo certo il luogo per affrontare in modo dettagliato il problema. Qualcosa si può dire, però. Un liberale classico pretende che l’impresa con perduranti conti in rosso fallisca. Altrimenti si stravolgerebbe la regola principale del mercato e della concorrenza. Il discorso vale anche per le banche. E se vale per le banche di una nazione, dovrebbe valere per tutti, vista la globalizzazione dei mercati? La risposta, sia chiaro, non è univoca. Anche dal punto di vista strettamente liberale. Taluni ad esempio potrebbero, per la tutela suprema del mercato, continuare a pensare che in ultima analisi salvare il fallito danneggerà anche il salvatore: e dunque chiederanno il fallimento delle banche nonostante i paesi vicini le sostengano con denaro pubblico. D’altra parte è anche vero che la discussione sembra essersi spostata dai conti dell’impresa ai bilanci della politica, dagli scambi sul mercato alle trattative nei palazzi del potere. Come rispondere alle imprese che sono tutelate e protette dalle proprie leggi nazionali, nonostante abbiano i conti in disordine? Insomma è una sfida nuova al pensiero liberale tradizionale. Così come si è rinnovata la battaglia contro i monopoli. Una fissazione di Luigi Einaudi, ma non solo. Pensiamo a quando Facebook – tra poco con i suoi 1,7 miliardi di abitanti la nazione più popolata della Terra – o Google – praticamente l’unico motore di ricerca sopravvissuto – diventeranno dei rentiers, dei profittatori della posizione privilegiata che hanno conquistato, e non più degli innovatori. E qui dimentichiamo per un attimo la gigantesca questione della privacy (altro terreno inesplorato) e andiamo al centro degli affari. Grazie al loro successo questi colossi spazzeranno via dal mercato (comprandolo) ogni concorrente. È sbagliato pensare che lo stato si debba occupare di loro, ma altrettanto illogico ritenere che il set di regole pensate per l’atomo si possa adattare al mondo dei byte: siamo di fronte a un processo simile a quello che ha visto cambiare le nostre civiltà da agricole a industriali. E che oggi le vede diventare digitali. Nuove entusiasmanti sfide per i liberali, che ieri contestavano Pigou e le sue esternalità basate sull’inquinamento dell’industria nei fiumi, e oggi dovranno capire come, e se, contenere gli effetti collaterali del digitale. Facebook ha impiegato quattro anni a toccare la favolosa capitalizzazione di borsa di 350 miliardi di dollari (praticamente quanto vale l’intera borsa italiana), Google nove, Microsoft tredici, Amazon diciotto e Apple trentuno anni. La velocità con cui queste grandi multinazionali assumono dimensioni finanziarie gigantesche è aumentata vertiginosamente. Ciò può spaventare, ma d’altro canto può anche rappresentare la fragilità di questi colossi: come velocemente sono nati e cresciuti, così rapidamente si possono sgonfiare. Chi mai pensava che Yahoo sarebbe stata acquistata per pochi (si fa per dire, meno di 5) miliardi di euro da un operatore telefonico? Il dilemma di un liberale oggi resta: si deve intervenire o no nella regolazione economica? E come? Problemi di sempre, ma che oggi hanno cambiato forma. 

LO STATO ETICO ED IL POLITICAMENTE CORRETTO.

Se “frocio” lo dice la sinistra è civiltà. A tutti gli altri è vietato chiamare finocchi persino gli ortaggi, scrive Emanuele Ricucci il 17 ottobre 2018 su "Il Giornale". Non tutti i froci sono uguali. C’è il frocio della Cirinnà, quello della maglietta “Meglio frocio, che fascista”, ovvero quello di sinistra, e poi quello di tutti gli altri, “purtroppo” non al livello di Nostra Signora della libertà sessuale. Perché il frocio della Cirinnà, fatto passare per una provocazione bonaria e di lotta sulla sua pagina Facebook, fa subito convivialità, simpatia e diritti? Ancora una volta, i nostri amici compagni, vanno alla mensa Caritas con la borsa di Prada a dire ai poveri di tenere duro. Quel frocio significa molto. In nome di una battaglia si può dire di tutto, perché il fine della sinistra è sempre cervellotico, guarda caso sempre indotto dalla “bassezza” umana e culturale altrui, capace di moltiplicarsi così tanto, che si trasforma in supereroina e va a salvare gli italiani. Si può dare del fascista a qualsiasi cosa non ci aggradi, si può invertire il senso storico, si può fare di tutto. Ma tu, tu che non sei un barone della civiltà, se dici immigrato, anziché migrante, sei un malato di mente. Seppure ti esprimi correttamente in lingua italiana. Ecco perché la battaglia culturale, oggi, contro l’egemonia dei sensi e della realtà, contro il parapetto di ferro del politicamente corretto è urgente, e non periferica, come la battaglia politica. Non esiste sovranità politica, senza sovranità culturale. Non si può essere sovrani di alcun ché se prima non si ha coltivato se stessi e il proprio pensiero critico per riconoscersi liberi dall’ideologizzazione imposta di qualsiasi cosa si muova. Bei tempi in cui la sessualità era una dimensione privata e non uno strumento di guerra ideologica. E in quanto voce significativa della propria intimità, tutelata profondamente. Quando la pudicizia era “un’invincibile attrattiva”, evocando Anatole France, e favoriva l’eros, non lo uccideva, generando fascino e ignoto, continuazione e curiosità. Ma rispetto. Eros che è più ampia dimensione dell’amore e del sesso. Contribuzione dell’immagine individuale e sociale di sé. Bei tempi quando la sessualità non veniva scagliata contro il pubblico ludibrio, o il nemico numero uno, per intavolare una conversazione come premessa fondamentale, per vincere le elezioni, manifestare superiorità o rilasciare patenti di civiltà. E il dramma contemporaneo è duplice e si arrotola convulso nella vita di tutti i giorni. Un’edera infetta che appesta la lingua e l’anima. L’anima dei tortacci loro, e ne hanno tanti a sinistra, specie quello di dimenticare. Come hanno sciacquato Gramsci dalla loro coscienza di lotta, in piena decadenza alla ricerca di un modello da imitare, di un leader che li salvi, di un martire da immolare a esempio attrattivo da immolare sull’ara dei consensi (come colei che denunciò, leggiadra, il barista perché esponeva una foto di Mussolini), e ora non sapendo più che pesci pigliare te li ritrovi verdi (di rabbia), dopo essere stati rossi e tanto bianchi, specie negli ultimi tempi. Costoro forse dimenticano che l’omosessualità non è un giochino militante, una misura a chi ce l’ha più grosso, a chi deve avere più diritti, ma una vita che spesso ha popolato i loro quartieri perché aperti alla tolleranza e svincolati da ogni confine, specie geografico, da Pasolini a Sandro Penna, di cui proprio Pier Paolo Pasolini sostenne la virtù poetica, pensandolo come il più grande poeta lirico del Novecento. Quell’omosessualità che è legata comunque all’altra dimensione, quella dell’amore, è diventata carne elettorale e demagogica per troppi, incredibilmente ridotta a un presa per il culo, sminuita, brutalizzata a un’idea di partito: seguimi, votami se vuoi rivedere i tuoi diritti. Sempre a sinistra. Gli omossessuali oggi dovrebbero essere diversi, scegliendo di non avere un padre putativo nei seggi elettorali. E poi il dramma contemporaneo continua fino a scadere nell’altro grande disastro, quello della lingua. Molto semplicemente. Loro “frocio” lo possono dire, lo possono associare. Ci possono ridere sopra, addirittura. Tu, che non sei santo, barone della civiltà e privilegiato come loro, non puoi neanche chiamare “finocchi” gli ortaggi al mercato, pena la ripetizione delle Elementari e l’esilio. Ma soprattutto la negazione culturale: non ti è concesso coltivare te stesso, bruto fascista, e sviluppare un tuo proprio pensiero critico entro cui riconoscerti e riconoscere il mondo. La caccia alle streghe non vale per tutti. Ma non era stato creato un istituto, da Laura Boldrini, che controllasse la lingua e la conformasse agli standard etici “di genere”? Ma non era da incivili, razzisti e fascisti chiamare un omosessuale, “frocio”? Ora è da fascisti; poco fa era da primitivi, da indegni. Ci usano la lingua contro a scopo intimidatorio. Quando hai dubbi nell’esprimerti, rinunci a farlo. E stai zitto, sei più malleabile. Hai perso la tua breve porzione di luce e di presente, quell’attimo per infilarti, per esprimerti in questa bolgia di social network, quotidiani, talk show e opinioni. Opinioni. Opinioni, che illudono la moltitudine di partecipare al presente, ma nella virtualità delle cose, secondo cui è solo una questione di tempo: il tuo lamento libero sarà prima archiviato e poi cancellato da un computer. Si vale il tempo di un algoritmo. E dunque, stiamo perdendo miseramente la battaglia semantica, quella secondo cui il significato non è conoscenza e aderenza alla realtà, ma parcella di una visione ideologica. La via semantica all’esistenza attuale, dove il suono delle parole sono le parole stesse. Dove le parole non sono più importanti, alla Nanni Moretti, ma intercambiabili, costantemente interpretabili. La battaglia semantica, la quale, per sua natura, non è un esercizio di stile dei migliori a scuola, ma lo svilimento infame dei significati e, quindi, dei concetti, che porta ad una pericolosissima relatività da applicare a qualsiasi cosa si muova. Ridicola. Quanto ci si può sentire fuori luogo nel dire «avvocatA» o «presidentA»? O quanto dovrebbe sentircisi esibendo una maglietta con scritto “Meglio frocio che fascista”, ridendoci su, come ha fatto Monica Cirinnà? Ci spieghi culturalmente le sue battaglie per il mondo omosessuale, piuttosto. Ci racconti della carne, del sesso, della pulsione; ci parli dell’eros e della perversione, del suono della voce sussurrata nella nudità, dell’eccitazione, dell’adolescenza. Non solo di politica. Le giustifichi al mondo e non solo col sentore del SUO presente. Cerchi un’implicazione storica. E si ricordi di non avere, lei e l’altro, Zingaretti, quattordici anni. Perché frocio non è più amichevole se viene da destra o da sinistra, e che si fottano le classificazioni con cui si potrebbe, oggi, nomenclare l’archeologia degli uomini furbi. O è frocio per tutti, o per nessuno. O frocio, in ogni sua accezione, è il passato dei primitivi, o il presente degli ipocriti. Nel ricordo della strumentalizzazione suprema, evocata facilmente da Pasolini, che dovrebbe rendere chiaro questo ragionamento. «Oggi la libertà sessuale è un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Risultato: la libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità indotta e imposta…». Cerchiamo di salvare la battaglia dell’anima, almeno, ricordando i versi di Penna, icona gay: «Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune». In questa icona poetica che arriva a raccontare l’amore con la sofferenza di un travaglio, tra pulsioni sessuali e doveri morali, una gestazione continua, in cui si apre il mito e la natura, vie di fuga dagli uomini storpi dentro. Chi è comune qui? E chi è diverso? La sinistra è davvero così diversa da tutelarci tutti? Da poter fare ciò che ritiene? La sinistra è davvero così diversa dalla “brutalità salviniana”, dalla “mostruosità dei fascisti” per insegnare a tutti come coltivare se stessi e sviluppare il proprio pensiero critico? Guai a chi è diverso essendo egli comune. Così comune da dire una cosa e farne un’altra, come indossare quella stupida maglietta. Ma soprattutto, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E, hic et nunc, in questo tempo italiano, chi è davvero senza peccato? Chi può scagliare la pietra addosso a un muro qualsiasi e lasciare un graffio nel tempo per dire ciò che si deve dire e cosa deve significare?

«Siamo allo Stato etico: omosessualità, bisessualità e transessualità sono dogmi morali intoccabili», scrive "Tempi" il 19 Luglio 2016. È questo il commento di Gandolfini a un nuovo ddl che propone di punire con due anni di carcere i professionisti medici che si impegnano, anche su richiesta, a modificare l’orientamento sessuale di una persona. «La strategia contro l’umano – ma anche contro il buon senso – non si ferma. Il 14 luglio scorso è stato depositato al Senato il ddl 2402 con il titolo “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”. Primo firmatario il Sen. Sergio Lo giudice (Pd) – che ha contratto matrimonio gay ad Oslo e oggi è “padre” di un bimbo avuto con utero in affitto. Fra i firmatari anche la Sen. Monica Cirinnà (Pd)». Spiega Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore degli ultimi due Family Day. «In buona sostanza il ddl chiede la galera fino a due anni e una multa da 10mila a 50mila euro – prosegue Gandolfini – per “chiunque esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale” (art.2). Va, quindi, sanzionata “ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale, eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui delle stesso sesso, di sesso diverso o di entrambe i sessi” (Art.1, comma 1)». «Ciò significa – afferma ancora il portavoce del Family Day – che un minore che vive con disagio il suo orientamento sessuale, con l’aiuto e l’approvazione dei genitori, non può e non deve trovare alcun professionista che lo aiuti, salvo solo confermarlo nell’orientamento vissuto con sofferenza. Siamo allo Stato Etico: omosessualità, bisessualità e transessualità sono dogmi morali intoccabili a anche difronte alle valutazioni che può fare un esperto medico psichiatra. Che ne è della libertà? La libertà di scelta, la libertà di ricerca, la libertà di educazione dei genitori? Senza contare quanto instabili ed insicure sono le scelte emotivo-affettive che caratterizzano gli anni dell’adolescenza!». «La solita schizofrenia tipica delle menti che si credono illuminate e che si alimentano solo di insensate ideologie: da un lato la pretesa di libertà assoluta di scegliere l’orientamento e l’identità di genere che si vuole fin dalle scuole dell’infanzia, dall’altro la negazione di essere liberi di scegliere il percorso di assistenza psicologica che meglio si addice alla propria condizione di disagio emotivo, sempre qualora esso si manifesti. Un appello a tutte le persone di buon senso: uniamo le nostre forze per fermare, con tutti gli strumenti democratici a disposizione, questo folle treno in corsa». Conclude Gandolfini.

L'ipocrisia linguistica in generale. In regalo un libro di barzellette sui gay: bufera sul settimanale "Visto". "Giochi a nascondino? Se mi trovi mi puoi violentare". Il libro di barzellette sui gay scatena il web. "Ti va di giocare a nascondino?". "Ok, se mi trovi mi puoi violentare. Se non mi trovi... sono nell'armadio". È la copertina del libro di barzellette sui gay allegato al settimanale "Visto", scrive “Leggo” del 18 agosto 2014.  Immediata è scattata la protesta sul web che ha giudicato di cattivo gusto l'iniziativa del settimanale. Il volume è edito nel 2012 da "Edizioni & Comunicazione" nella collana "Come fare ridere". Su change.org è addirittura partita una petizione per il ritiro dalla distribuzione del libro accompagnato dalle scuse del direttore della rivista Roberto Alessi.

Commenti:

"Ma per cortesia. Si rilassino un po' gli amici gay e non, è una cosa simpatica non razzista allora i carabinieri cosa dovrebbero dire? Su su con il morale ridetene anche voi". Commento inviato il 2014-08-18 alle 15:15:38 da forza7.

"Non se ne può più...del finto "politically correct". Ha detto bene blek macigno qui sotto: allora cosa dovrebbero dire e fare i Carabinieri...?!?" Commento inviato il 2014-08-18 alle 15:13:41 da Paolino2.

"Io leggo di tutto e non mi indigno. Lo cercavo in edicola ed è esaurito. Nel periodo estivo si legge di tutto e i settimanali allegano la qualsiasi. Visto, si poteva comprare anche da solo. Io ho preso quello col cruciverba, sperando che qualcuno non si indigni! Non vedo cosa ci sia di strano. Ho quattro libri sulle barzellette dei Carabinieri e anche loro ci ridono sopra!" Commento inviato il 2014-08-18 alle 14:36:48 da blek macigno.

"Indignato !! Mi sento veramente indignato. Ho comprato un libro di barzellette sui gay e ci ho trovato Visto come allegato!" Commento inviato il 2014-08-18 alle 11:54:31 da f3rn4nd0.

"Allora io mi offendo e chiedo il ritiro di tutti i libri, libricini e riviste con le barzellette sugli etero. Ma per piacere..."Commento inviato il 2014-08-18 alle 10:29:49 da visionet.

"Il libro è una vergogna, mi dispiace per il direttore che ho sempre considerato persona simpatica, un colpo di sole?" Commento inviato il 2014-08-18 alle 09:20:47 da donna44.

"Triturazione di attributi senza fine. Insieme agli sbarchi dei clandestini si produce una moltiplicazione di razzisti e omofobi." Commento inviato il 2014-08-17 alle 21:20:02 da Royfree.

Saccenti e cattivi. Ecco a voi i sinistroidi.

I moralizzatori della rete prendono di mira Povia. Ovviamente sono quasi tutti utenti fake, scrive Riccardo Ghezzi su “Quelsi”. Giuseppe Povia come Red Ronnie. Amaro destino per artisti o personaggi pubblici che non fanno del “politicamente corretto” la loro ragione di vita. Guai a dire qualsiasi cosa che non strizzi l’occhio al pensiero unico e dominante della kultura, ossia al pensiero, se così si può chiamare, della sinistra. Anche un innocente post come “L’Italia va gestito da italiani”, in riferimento alla nomina del ministro italo-congolese Kyenge la “nera”, può scatenare una reazione turbolenta da parte degli evangelizzatori giustizieri della rete. Era già successo a Red Ronnie quando aveva osato andar contro il guru Giuliano Pisapia in piena campagna elettorale per le amministrative di Milano, ora la medesima sorte è riservata a Povia, reo di avere espresso un semplice parere su facebook. La fan page di Povia non è invasa come quella di Red Ronnie ai tempi, ma il cantante riceve quotidianamente messaggi di insulti o disprezzo, a volta dal contenuto palesemente diffamatorio, altre con minacce od inviti a “suicidarsi”. Povia, pazientemente e pacatamente, risponde a tutti. Anche agli utenti con nome e foto palesemente fittizi. Inutile dire che i leoni da tastiera si sottraggono regolarmente alla discussione, preferendo la “toccata e fuga” di insulti.

Da qui l'intervento tramite facebook di Antonio Giangrande in favore di Povia. «Sig. Povia, lei conosce Antonio Giangrande? Basta mettere il suo nome su Google e vedere le pagine web che parlano di me e poi, cliccare su libri. Li si vedranno i titoli di tutti i saggi che ho scritto, ciascuno di 800 pagine circa. Dimostro in fatti, quello che lei, traduce nei suoi testi. Libri che ho scritto dopo 20 anni di ricerche. Sono censurato, come lei, perché scomodo. Le devo dire, però, caro compagno di viaggio, orgogliosi di essere diversi, che a quelli come noi liberi e non omologati alla cultura sinistroide, non rimane che raccontare con i propri libri e con le proprie canzoni la realtà contemporanea ai posteri ed agli stranieri, perché in Italiopolitania, Italiopoli degli italioti, siamo un seme che mai attecchirà.»

«Antonio, grazie, pubblicalo sulla mia bacheca quello che hai scritto, che mi fai sentire meno solo e guardati questi video sennò non capisci bene. Ci vediamo in live Giuse.»

"Chi comanda il mondo": il web si schiera pro e contro sulla canzone di Povia, scrive di Don Ferruccio Bortolotto su “Riviera 24”. Ho deciso di condividere con i nostri lettori questo video perché non ho voglia di sonnecchiare in questo momento di estrema debolezza culturale per la nostra Europa. Domanda, denuncia vie di soluzione ed un’aggressiva quanto risanatrice profezia sono nel ritmo della canzone di Povia «Chi comanda il mondo». Ho guardato e riguardato il video, che mi è stato inviato da un amico, con la matita in mano per fermare sulla carta i frammenti della visione del cantautore, che come pugni rompono i muri di pietra degli occhi e della testa. «La musica può arrivare dove le parole non possono» - canta Povia – ed è vero: le sue percussioni e la sua voce scavano un solco che non può lasciare indifferenti. In questo caso la musica riesce a diventare un imperativo ascoltato dalla nostra volontà intorpidita e saccheggiata di dolore e di potere. Ho deciso di condividere con i nostri lettori questo video perché non ho voglia di sonnecchiare in questo momento di estrema debolezza culturale per la nostra Europa. Cerco un silenzio che non sia quello che precede ed accompagna il sonno, ma quello di chi con attenzione veglia custodendo il fuoco di un desiderio profondo che tutti abbiamo nel cuore: la voglia di sapere.  Non difendere questo desiderio è acconsentire alla tirannia.

Povia e Assotutela: botte da orbi sul web. L'artista accusato di "istigare l'odio razziale" nel suo ultimo brano "Chi comanda il mondo?", scrive Chiara Rai su “Il Tempo”. Il cantautore Giuseppe Povia e il presidente di Assotutela Michel Emi Maritato danno spettacolo su Facebook. Ad accendere la miccia non è stato l'artista: l'ultima canzone di Povia ha mandato su tutte le furie Maritato il quale non digerisce le parole contenute nell'ultimo brano dell'artista a tal punto da minacciarlo di denuncia per istigazione alla violenza e all'odio razziale. Queste accuse pesanti come macigni sorgono, secondo Maritato, da alcuni passaggi che conterrebbero messaggi subliminali che alimenterebbero l'antisemitismo. Così, sicuro della sua veste di paladino della causa, il presidente di Assotutela non risparmia commenti al vitriolo: "Ha perso un’altra occasione per stare zitto il cantautore Giuseppe Povia - esordisce Maritato - in questi giorni difficili dove il mondo è minacciato dall'Isis e le comunità ebraiche sono in tensione per il timore di eventuali attacchi, ci mancava la genialata di Povia a gettare fuoco sulla benzina. Il nuovo brano ‘Chi comanda il mondo?’ contiene anche nel clip ufficiale immagini riferimenti a personaggio e messaggi subliminali che a nostro avviso alimentano l’antisemitismo". E poi minaccia: "Nelle prossime ore, in collaborazione con i nostri legali - conclude -  stiamo valutando un esposto alla procura di Roma per istigazione alla violenza e all'odio razziale, mi meraviglio della superficialità con la quale vengano elaborati certi testi e vengono accostate alcune simbologie apparentemente contro gli Ebrei, spero vivamente non sia stata una trovata pubblicitaria di un’ormai stella cadente, ma solo un grande fraintendimento". In pratica la tesi di Assotutela è questa: dato che Povia sarebbe in decadenza, l'unica forma di promozione è lanciare un pezzo shock per alimentare le polemiche e dunque vendere più dischi. Ma la risposta del cantautore non si è fatta attendere. Povia non ci sta e le canta al presidente Maritato: "Addirittura una denuncia? Invece di valutare un esposto, valuterei il dialogo, stiamo tutti dalla stessa parte". E poi l'artista spiega meglio: "La canzone 'Chi comanda il mondo?' è chiaramente riferita alla dittatura finanziaria mondiale che sta impoverendo il mondo, punto". Povia, rivolgendosi poi direttamente ad AssoTutela commenta: "Se vi riferite alla frase "messo sulla croce in Israele" vuol dire semplicemente e simbolicamente che Gesù Cristo che doveva salvare questo mondo, è stato messo sulla croce un tempo nell'attuale Gerusalemme. Se fosse stato messo sulla croce a Carmagnola o a Sacrofano o a Santa Marinella, avrei cantato quei nomi. Se vi riferite ad un'altra frase, ditemi pure". Il cantautore infine conclude con un invito invito al dialogo: "Sono contento che invece la maggioranza abbia capito il brano. Invece di valutare una denuncia, valuterei il dialogo, stiamo tutti dalla stessa parte ma come dice la canzone: 'siamo divisi dai simboli, noi singoli' ed è quello che vogliono i grandi potenti. Ci vogliono divisi. Non cascateci". Ma la questione non sembra chiusa qui, a quanto pare le spiegazioni sembrano non essere sufficienti. Soltanto la conclusione del continuo tam tam di messaggi sul social network potranno dirci chi dei due avrà la meglio sull'altro.

Testo - Chi comanda il mondo? – Povia

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

C’è una dittatura di illusionisti finti

economisti equilibristi

terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti

che hanno forgiato altrettanti tristi arrivisti stacanovisti

gli illusionisti, che ci hanno illuso con le parole libertà e democrazia

fino a portarci all’apatia

creando nella massa, una massa grassa di armi di divisione di massa

media, oggetti, nomi, colori, simboli

la pensiamo uguale ma siamo divisi noi singoli

dormiamo bene sotto le coperte

siamo servi di queste sorridenti merde

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e www.nuovecanzoni.com disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, dice sempre che va tutto bene

La libertà e la lotta contro l’ingiustizia

non sono né di destra né di sinistra

la musica può arrivare nell’essenziale

dove non arrivano le parole da sole

gli illusionisti ci hanno incastrati firmando i trattati

da Maastricht a Lisbona

siamo tutti indignati perché questi trattati

annullano ogni costituzione

quì bisogna dare un bel colpo di scopa

e spazzare via ogni stato da quest’Europa

se ogni stato uscisse dall’Euro davvero

magari ogni debito andrebbe a zero

perché per tutti c’è un punto d’arrivo

nessuno lascerà questo mondo da vivo

vogliamo una terra sana, sana

meglio una moneta sovrana (che una moneta puttana)

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

Fate la nanna bambini volati nei cieli 

Povia e il coraggio di dire di no: meglio una moneta sovrana che puttana, scrive Gloria Sabatini su “Il Secolo d’Italia”. Chi comanda il mondo? Chi comanda il mondo? È la domanda ossessiva che dà il titolo all’ultimo album di Giuseppe Povia, che, piglio naif e linguaggio scomodo, apre uno squarcio di luce potente sull’attualità mettendo in musica il suo gigantesco no al dominio planetario della grande finanza, di «illusionisti e finti economisti». C’è una dittatura – canta Povia – un dittatura senza volto, fatta di balle e finte illusioni che vorrebbe un popolo inebetito. «Silenzio / fate la nanna bambini / verranno tempi migliori / Chi comanda il mondo? / C’è una dittatura, c’è una dittatura / Non puoi immaginare quanto fa paura / Chi comanda il mondo? / Oltre che il potere /  vuole il tuo dolore / e dovrai soffrire / e sarai costretto ad obbedire…», è l’incipit del brano che farà discutere e solleverà lo sdegno delle anime belle del progressismo planetario, quelle sempre pronte a gridare allo scandalo e al complotto. «C’è una dittatura di illusionisti finti economisti equilibristi, terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti che hanno forgiato altrettanti tristi arrivisti stacanovisti…Ci hanno illuso con le parole libertà e democrazia fino a portarci all’apatia». La dichiarazione di guerra all’eurocrazia non potrebbe essere più esplicita: «Gli illusionisti ci hanno incastrati firmando i trattati da Maastricht a Lisbona, siamo tutti indignati perché questi trattati annullano ogni costituzione». Povia conferma la sua verve provocatoria e anti-ideologica quando canta che «la libertà è la lotta contro l’ingiustizia non sono né di destra né di sinistra, la musica può arrivare nell’essenziale dove non arrivano le parole da sole». Un passo avanti a molti politologi e opinionisti. E per finire un appello contro i grand commis di oggi e di ieri: «Qui bisogna dare un bel colpo di scopa e spazzare via ogni Stato da quest’Europa. Se ogni Stato uscisse dall’euro davvero magari ogni debito andrebbe a zero. Vogliamo una terra sana sana, meglio una moneta sovrana che una moneta puttana».

Messo in croce dal web. L’autore de I bambini fanno oh e di Luca era gay non è nuovo ad attacchi e isterie online. Qualche giorno fa Michel Emi Maritato, presidente di Assotutela, ha ingaggiato un derby a distanza dalla sua bacheca Facebook accusando Povia di contenuti antisemiti e arrivando a minacciare denunce «per istigazione alla violenza e all’odio razziale». «In questi giorni difficili dove il mondo è minacciato dall’Isis e le comunità ebraiche sono in tensione per il timore di eventuali attacchi, ci mancava la genialata di Povia a gettare fuoco sulla benzina».  A dir poco squallida la tesi di Assotutela secondo la quale l’artista   avrebbe lanciato il pezzo shock per  vendere più dischi e risalire dalla “decadenza”. «Addirittura una denuncia – risponde elegantemente Povia – invece di valutare un esposto, valuterei il dialogo, stiamo tutti dalla stessa parte. La canzone Chi comanda il mondo? è chiaramente riferita alla dittatura finanziaria mondiale che sta impoverendo il mondo, punto». Dov’è lo scandalo? «Se vi riferite alla frase “messo sulla croce in Israele”, vuol dire semplicemente e simbolicamente che Gesù Cristo, che doveva salvare questo mondo, è stato messo sulla croce un tempo nell’attuale Gerusalemme. Se fosse stato messo sulla croce a Carmagnola o a Sacrofano o a Santa Marinella, avrei cantato quei nomi». Geniale.

Povia e la denuncia per Chi Comanda il Mondo?: il Dott. Maritato fa chiarezza su “New Notizie”. Da due giorni circola inarrestabile sul web la notizia secondo la quale Povia rischierebbe di essere denunciato per il suo ultimo brano Chi comanda il mondo?: a detta di diverse fonti sul web, la denuncia potrebbe partire dall’Associazione per la tutela del cittadino AssoTutela, presieduta da Michel Emi Maritato. Ma facciamo una breve cronistoria di quanto accaduto. Il 5 Marzo Povia pubblica sul proprio canale YouTube il brano Chi comanda il mondo?, brano di denuncia che tende a sottolineare le dinamiche di potere – a volte occulte – che governerebbero il mondo e costringerebbero l’umanità ad una sorta di schiavitù. Passa circa una settimana (e giungono alcune decine di migliaia di views per il video, che vi proponiamo in coda) e si diffonde la notizia secondo la quale AssoTutela sarebbe pronta a sporgere denuncia contro il cantante per le tematiche proposte (vedremo che, in realtà, non è esattamente così). Pronta, quindi, giunge la replica di Povia attraverso Facebook. Dal canto nostro, abbiamo avuto modo di sentire telefonicamente il Dottor Michel Emi Maritato che, disponibilissimo, ci ha spiegato la propria personale posizione: “Per Povia ho una grande stima e mi ritengo un suo fan. Condivido le tematiche espresse nel brano; dal canto mio sono un signoraggista, lavoro quotidianamente per combattere contro l’usura bancaria e gli abusi di Equitalia. Ciò che non condivido è un certo tipo di simbologia esoterica, presente all’interno del video. Una simbologia che sottende una lotta al potere ebraico e che rappresenta una scelta quantomeno poco felice in un momento come quello attuale, con l’incombenza della minaccia dell’Isis”. “Il messaggio poteva passare anche senza determinate immagini, in maniera più delicata”. Circa la denuncia, quindi, il Dottor Maritato ha detto: “La denuncia è al vaglio dei legali. Saremmo comunque felici se Povia accettasse un confronto e spiegasse le sue posizioni, magari attraverso i nostri mezzi di comunicazione”. Per poi concludere: “Povia è una grande arista. Un artista anticonformista che con le sue scelte rischia di essere tagliato dai circuiti mainstream. Chi ha confezionato il videoclip, d’altro canto, ha inserito dei simboli che possono incitare all’odio razziale. Ciò magari è stato fatto senza che Povia ne fosse consapevole, ma rimane il fatto che una determinata simbologia si sarebbe potuta evitare”.

AssoTutela contro Povia per il brano ''Chi comanda il mondo'', scrive “Il Mamilio”. Al centro della vicenda il brano ''Chi comanda il mondo''. “Ha perso un’altra occasione per stare zitto il cantautore Giuseppe Povia”. Lo dichiara in una nota il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato. “In questi giorni difficili dove il mondo è minacciato dall’Isis e le comunità ebraiche sono in tensione per il timore di eventuali attacchi ci manca la genialata di Giuseppe Povia benzina sul fuoco. Il nuovo brano Chi comanda il mondo contiene anche nel clip ufficiale immagini riferimenti a personaggio e messaggi subliminali che a nostro avviso alimentano l’antisemitismo. Nelle prossime ore, in collaborazione con i nostri legali, stiamo valutando un esposto alla procura di Roma per istigazione alla violenza e all’odio razziale, mi meraviglio – conclude Maritato nel comunicato – della superficialità con la quale vengano elaborati certi testi e vengono accostate alcune simbologie apparentemente contro gli Ebrei, spero vivamente non sia stata una trovata pubblicitaria di un’ormai stella cadente, ma solo un grande fraintendimento''. La reazione di Povia, direttamente dal suo profilo Facebook, non  si è fatta attendere: ''La canzone "Chi comanda il mondo" - scrive - è chiaramente riferita alla dittatura finanziaria mondiale che sta impoverendo il mondo, punto. Se vi riferite alla frase "messo sulla croce in Israele" vuol dire semplicemente e simbolicamente che Gesù Cristo che doveva salvare questo mondo, è stato messo sulla croce un tempo nell'attuale Gerusalemme''. ''Se fosse stato messo sulla croce a Carmagnola o a Sacrofano o a Santa Marinella - continua il cantante -  avrei cantato quei nomi. Se vi riferite ad un'altra frase, ditemi pure. Sono contento che invece la maggioranza abbia capito il brano. Invece di valutare una denuncia, valuterei il dialogo,  stiamo tutti dalla stessa parte ma come dice la canzone:  "Siamo divisi dai simboli, noi singoli"  ed è quello che vogliono i grandi potenti. Ci vogliono divisi. Non cascateci''.

Per la canzone mi dicono: “VENDUTO!! GUADAGNI SOLDI!!” (Leggete dai..non è possibile), scrive Povia sul suo Blog Lunedì, 09 Marzo 2015. Il video della canzone “Chi comanda il mondo” è stato visto in meno di 4 giorni da oltre 40 mila persone senza pubblicità. SONO SOLO LO VOLETE CAPIRE? SOLO! SENZA PUBBLICITA’. Solo con il vostro PASSAPAROLA e vi dico G R A Z I E! Anzi devo ringraziare anche rispettivamente i creatori di Facebook e Youtube che mi permettono di diffondere un minimo la mia musica e ciò che penso. La canzone l’ho prodotta di tasca mia e il video mi è stato concesso da Marco Carlucci, uno dei più grandi registi social-underground che ci sono nel panorama italiano. Neanche lui è un venduto, sennò non avremmo trovato intesa su certi argomenti che toccano la finanza. Lui è lo stesso che mi fece i video di “Luca era gay” e  “La Verità” realizzati soprattutto per ammirazione artistica e intellettuale nei miei confronti. Abbiamo pensato che poteva nascere un video da quest’altra canzone, punto.  Come andava andava. Senza aspettative. (Parlo di “chi comanda il mondo”). VENDUTO? IO? Dai..vi prego.. Non voglio dire parolacce o insulti perchè non servono in questo caso ma vorrei chiarire che non solo non sono un venduto e non lo sono mai stato davvero, ma non guadagno soldi su questo brano per il seguente ed elementare motivo: Non l’ho caricato sui portali a pagamento, E’ GRATIS, lo potete ascoltare e vedere quando e come volete. Lo ripeto QUANDO E COME VOLETE. Scommetto che ce lo avete già sull’I-pod in mp3 vero? E’ GRATIS. E sarei VENDUTO? E DOVE LI GUADAGNEREI I SOLDI SENTIAMO? Bene, la notizia vera però è questa: SONO IN VENDITA!!!  SONO IN VENDITA, CERTO CHE SI! Ma non ho bisogno di qualcuno che mi produca solo un disco, ho bisogno che sposi il mio pensiero, la mia spiritualità, il mio carattere la mia arte e il mio combattere questo ANTISISTEMA che sta degenerando tutte le nuove generazioni vendendo una “Libertà” fatta di troppa devastazione, troppo eccesso di droga, sesso e amore venduto come quello che si vede sui siti porno gratuiti. IO SONO IN VENDITA! MA NON SONO VENDUTO, MAI! AVREI PARTECIPATO ALL’ISOLA DEI FAMOSI, UN PROGRAMMA PER IDIOTI. Non ce l’ho con chi ci partecipa ma con chi lo guarda. Non è l’abbondanza il problema, ma chi se la beve. e si, ho detto che combatto contro L’ANTISISTEMA, avete capito bene! Il problema è proprio L’ANTISISTEMA! Quello che ci fa sentire in colpa se esprimiamo il nostro normalissimo pensiero. Insultate i vostri idoli! Insultate coloro che vi dicono ciò che volete sentirvi dire. Quelli che girano intorno al problema ma non lo centrano come si deve, perchè si cagano addosso. Quelli che rinnegano i loro testi, le loro canzoni, le loro dichiarazioni. Quelli che parlano di un'umiltà che non ha nessuno in questo mondo e che fanno i finti umili. Insultate quelli che vogliono farvi credere che non si vendono ma che invece in quest’ambiente di cani e cagnette in calore tutti messi a pecora, ci sguazzano e ci si ritrovano proprio bene. Quelli sono i veri VENDUTI e voi i loro COMPLICI PERFETTI. Io sono solo, artisticamente solo e non piango: MI CI GIOVO, ME NE VANTO, GODO! SONO LIBERO.

Povia ad Affari: "Il concerto del Primo Maggio? Non ci vado solo perché fa figo". Intervista di Giovanni Bogani Martedì, 11 aprile 2006. Il piccione di Povia? Abitava su un tetto, nel centro di Firenze. Quello che ha ispirato la canzone che ha vinto a Sanremo, quello che si accontentava delle briciole, quello che volava basso, perché il segreto è volare basso. Stava su un tetto fiorentino. “E neanche lo sopportavo”, dice lui, fiorentino per amore, da cinque anni: per amore della sua donna Teresa, che gli ha dato da poco una figlia. “Ogni mattina, a mezzogiorno, io appena sveglio, e questo piccione a tubare, ad amoreggiare e a rumoreggiare, con tutti i suoi rumorini da piccione. E io, piano piano, mi sono chiesto se non avesse ragione lui, con il suo amore così semplice, in qualche modo così assoluto. E ho cominciato a scrivere una canzone su di lui”. Povia, nelle strade medievali di Firenze, tra i vicoli intorno a Ponte Vecchio, ha vissuto anni di bohème. E in questi anni, ha maturato il suo talento. Ha coltivato i suoi sogni, tra un turno e l’altro del suo lavoro di cameriere. Lo incontriamo in un bar. E ci facciamo raccontare i suoi anni anonimi. Quando ancora il successo era un miraggio lontano, da afferrare, semmai, o forse da non raggiungere mai.

Povia, quali erano i luoghi della tua Firenze?

“Piazza Santo Spirito, dove mi ritrovavo con il mio amico Simone Cristicchi, che aveva anche lui una fidanzata a Firenze; il Porto di Mare e l’Eskimo, due locali dove si fa musica dal vivo, ai quali sono molto legato. E piazza della Passera: lì, al caffè degli Artigiani, un piccolo caffè frequentato da turisti americani, nel mezzo del cuore della Firenze antica, ho lavorato per due anni”.

Hai lavorato a lungo come cameriere?

“In tutto, diciotto anni. Di qua e di là, a Milano, a Porto azzurro all’isola d’Elba, e poi a Firenze”.

Che cosa si impara?

“La pazienza, prima di tutto. E poi si impara a riconoscere le brave persone. E anche gli altri, quelli che brave persone non sono”.

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di smettere, di mollare tutto?

“Praticamente, in continuazione. Pensavo sempre: basta, adesso smetto. In questo mondo, nessuno ti apre le porte. Stavo male, mi sentivo a mio agio solo con la mia fidanzata…”.

Quando l’hai conosciuta, Teresa?

“L’ho conosciuta in modo classico, in una discoteca all’isola d’Elba. Dodici anni fa. Teresa è di Firenze; ci siamo visti per sette anni attraversando l’Italia da una parte all’altra. Poi, cinque anni fa, sono venuto ad abitare qui”.

E ora chi sei?

“Uno che non si considera un artista, ma uno che vorrebbe scrivere canzoni per tutti. Per comunicare alla gente. Uno che vorrebbe essere semplice, e chiaro, e dare emozioni. Insomma, vorrei essere ‘pop’. E non sono né di destra né di sinistra. Ho cantato per il papa, ma non per vestirmi di una bandiera. Perché ci credo io, e basta”.

Insomma, tu non ti schieri. Ma la religione è importante per te. Da quando?

“Da quando ero depresso, praticamente disperato. Non riuscivo a sfondare con la musica, passavo da un lavoro di cameriere all’altro, non avevo neanche una città di cui potessi dire: è casa mia….E poi, nella sala di aspetto di una stazione, do un euro a un frate cappuccino che chiedeva, con molta discrezione, dei soldi. Lui mi dice: siediti. Come, siediti? Mi sono seduto, perché ho visto che aveva un volto intenso, serio, che aveva qualcosa da dire. Abbiamo parlato. E questo frate cappuccino mi ha cambiato la vita”.

Come è la tua vita adesso?

“Semplicissima. Sto con la mia donna, Teresa, con mia figlia Emma, che ha 15 mesi e comincia a ‘gattonare’. E vado a fare la spesa al supermercato, come tutti”.

E’ più bello scrivere le canzoni o cantarle?

“Per me, scriverle. Mi ci vogliono cinque minuti per avere un’idea, e mesi per finire una canzone. E nel mezzo, c’è il lavoro più bello del mondo. Dare vita a una melodia, a un’armonia, a delle parole. Creare qualcosa che prima non esisteva. A volte mi stupisco ancora, di questo miracolo che accade ogni volta”.

Una curiosità. Ma dove abitava il piccione della canzone con cui hai vinto Sanremo?

“Di fronte alla mansarda dove vivevo io, a Firenze. Mi svegliavo, e vedevo tutti i giorni questo piccione che tubava. Non lo sopportavo: io non amo i piccioni, per niente! Ma poi ho capito che aveva la sua ragione di vita, che aveva il suo diritto alla felicità, all’amore. E che, a suo modo, sui tetti di fronte a casa mia, lui  viveva l’amore in un modo assoluto”.

Quale canzone stai scrivendo?

“Una canzone sull’amicizia. Che sarà più bella di tutte quelle che ho scritto fino ad ora. Ma una canzone non si fa in cinque minuti. Ci vogliono mesi. In cinque minuti ti viene un’idea, un titolo, un ritornello. Il resto è lavoro, è fatica”.

Concerti? Farai quello del Primo Maggio?

“No. Ma non perché ho suonato per il Papa, e non faccio il Primo Maggio. Non lo faccio perché molti suonano in quel concerto per atteggiamento, e non per convinzione. Ci vanno perché fa figo”.

«Preferisco rinunciare sia a consensi, sia a compensi - spiega Povia in un video pubblicato sul suo profilo Facebook il 10 marzo 2015 - Perché tanto so che se dico di sì a uno, poi gli altri se la prendono e storcono il naso. Tanto sempre è andata così. Nel 2005 stavo partecipando con i”I Bambini fanno oh” al concerto del Primo maggio a Roma, ma poi mi dissero: se vieni da noi, poi non devi mai andare con gli altri. Allora risposi: no, grazie. E da lì il mio percorso è quello che conoscete, senza mai nessun appoggio politico o discografico e sempre pieno, pieno di critiche e di insulti che non tarderanno ad arrivare».

POVIA: SE CANTASSI "LUCA E’ TORNATO GAY" DIREBBERO CHE HO SCRITTO UNA CANZONE BELLISSIMA. Intervista di Davide Maggio. Con le sue canzoni ha fatto parlare spesso di sè negli ultimi anni. Prima “I bambini fanno oh” poi “Luca era Gay”, passando per “Vorrei avere il becco”, Giuseppe Povia è un cantautore che sa come colpire l’opinione pubblica. In occasione del suo impegno a I Migliori Anni,  abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui e ne è uscita fuori l’immagine di un cantautore con le idee chiare, che crede molto nel suo lavoro, consapevole del fatto che le critiche siano parte del gioco. L’importante, dice, è essere intellettualmente onesti.

Stai ricevendo consensi di pubblico a I Migliori Anni. Essere popolare ti lusinga o ti infastidisce perché allontana la tua immagine da quella del cantautore di nicchia?

«Quando hai qualcosa da dire devi essere popolare, perché a più persone arrivi e più puoi aiutare, altrimenti è inutile che fai arte, inutile che fai musica. Ci sono invece personaggi di nicchia che vogliono rimanere nella nicchia… ma se la raccontano. Io guardo fissa la telecamera perché la gente deve riconoscere in me uno che canta delle canzoni che possono aiutare a vivere meglio. La musica può cambiare tantissime cose. I bambini fanno oh ha aiutato dei bambini a uscire dal coma».

In Italia esistono dei cantautori di serie A e di serie B?

«Sono gli addetti ai lavori che ti accreditano o screditano. Ogni artista ha un consenso da una parte e poco consenso dall’altra. Io, per esempio, vengo attaccato da varie fazioni per le tematiche che tocco, da altre invece vengo acclamato. E’ chiaro però che mi sento cantautore a 360 gradi e non posso parlare solo d’amore. De Gregori fu attaccato dalla critica velatamente perché lo accusarono di aver offeso le persone obese con La Donna Cannone, oppure De Andrè fu criticato perché istigava alla prostituzione con Bocca di Rosa. Non mi sto paragonando a loro, dico solo che la strada che seguo nella musica è quella del cantautore. Se scrivo “Luca era gay” o “La verità”, ispirata alla storia di Eluana Englaro, ci sono dei motivi che vanno oltre la furbizia per far parlare di me. Ma poi chi non è furbo in questo ambiente? (ride) E meglio esserlo su argomenti intellettualmente onesti che per le movenze o per i vestiti»

Conosci Pierdavide Carone?

«Si, l’ho sentito a Sanremo dove ha portato un pezzo che mi piaceva con Dalla e poi ha cantato “Di Notte”, una canzone che andava su parecchie radio. So che è un autore giovane e gli autori giovani servono in Italia. E poi è uno dei pochi che scrive pure per gli altri e non solo per sé».

Il tuo rapporto con i talent, dunque?

«Non ce l’ho con i talent. Da una parte è positivo perché parla di musica e dall’altra parte è deleterio perchè  su 40 persone che partecipano non ce la possono fare tutti. Se hai una squadra di persone che ti stanno dietro e che fanno un progetto per te come è stato fatto per la Amoroso, Giusy Ferreri o Marco Mengoni può funzionare. Se fai il primo singolo che magari non va tanto bene e ti abbandonano, vai in crisi psicologica».

Sottolinei spesso l’importanza del cantautorato.

«I cantautori, dal dopoguerra in poi, hanno fatto la storia della musica italiana attraverso filosofie di pensiero e emozioni nuove. Attraverso le loro canzoni hanno parlato di satira, di politica e di tante tematiche sociali. La figura del cantautore dovrebbe tornare a essere qualificata perché negli ultimi dieci anni è stata un po’ sorpassata.  Oggi si tende più ad omologare la musica a un unico genere, a un unico suono. Io ho la sensazione di sentire sempre la stessa canzone cantata da cantanti diversi. Il suono deve essere quello, altrimenti radiofonicamente sei penalizzato. Voglio togliermi dalla testa la parola radiofonico».

Hai inaugurato anche una scuola per cantautori.

«Sì, la scuola è il CMM di Grosseto che è aperta dal 1994 e si occupa di musica a 360 gradi. Al suo interno ho aperto la sezione cantautori che non ha la presunzione di insegnare a scrivere le canzoni, perché le emozioni non si insegnano da nessuna parte. Arrivano molti ragazzi giovani che hanno del talento insegno loro quello che Giancarlo Bigazzi, che per tre anni è stato il mio maestro, ha insegnato a me».

Nel tuo inedito, Siamo Italiani, presentato a I Migliori Anni, avresti potuto essere più cattivo con la nostra descrizione. C’è una strofa che avresti voluto inserire ma poi hai preferito tagliare?

«A essere cattivi ci pensano agli altri, io sono il buonista. Dicono che “siamo italiani è populista”.  Populista è un termine nobile, a parte che finisce per ista. Dovrebbe essere populesimo che è ancora più bello. E’ un termine patriottico, popolare e poi in questo caso è un termine che parla al cuore degli italiani. “Siamo italiani” è una canzone che parla dei nostri pregi e dei difetti. Siamo uno stivale al centro del mondo e tutti ci vogliono mettere i piedi dentro, anche se ci criticano».

Una strofa della tua canzone dice: “siamo italiani, ed è ora di cambiare questa storia. ci meritiamo di vivere in un mondo che abbiamo inventato noi”.

«Gli italiani sono positivi, sono quelli che si rialzano. Non è una canzone cattiva, ma positiva. Sono tutti bravi  a fare gli oratori, ma alla fine l’ipocrisia non paga. Se uno riesce a dire le cose che pensa veramente fa più bella figura anche se ci si brucia una parte di pubblico. Quindi “siamo italiani… su le mani”».

Su le mani, perché?

«Qualcuno intende su le mani perché ci stanno puntando una pistola, invece qualcun altro intende su le mani perché possiamo conquistare pure il cielo. E questo è vero».

Già deciso per chi votare?

«Non ancora, non c’è una faccia nuova. Mi piaceva molto Renzi, l’ho conosciuto e avrà tempo per farsi strada. Non è che io sia politicamente disilluso, perché un pensiero ce l’ho, che è quello che va a favore di famiglia, di ricerca, sanità, strutture, di cultura, però alla fine dentro un partito ci sono tre leader che litigano… ti sembra una cosa un po’ una comica e la prendi a ridere. Probabilmente, credo che non andrò a votare perché non mi sento stimolato».

Luca era gay è del 2009.  A cantarla oggi le polemiche sarebbero state le stesse di allora?

«Si, certo. Se cantassi: “Luca non sta più con lei ed è tornato gay” tutti direbbero che ho scritto una canzone bellissima. Io ho cantato “Luca era gay e adesso sta con lei” e sono stato accusato di aver detto che un gay è malato. Io ho rispetto per la parola malattia che credo sia una parola con cui nessuno voglia avere a che fare: nella canzone c’è una strofa che dice “Questa è la mia storia, solo la mia storia, nessuna malattia, nessuna guarigione”. Parlavo della storia di una persona che se non si trova in una condizione può cambiare perché – al di là del fatto che la storia sia vera – è vero che si può.  Non ho cantato la parte che avrebbero voluto sentire quelli che fanno i finti paladini difensori. Ho raccontato una storia e non pensavo che succedesse tanto casino. La racconterò tutta la vita. Ad avercene di “Luca era gay”, anche perché è una canzone intellettualmente onesta».

Cosa ne pensi delle adozioni gay?

«Secondo me, un bambino dovrebbe avere una figura paterna e una materna. Questa è pedagogia. Poi da una parte ci sarà la gente che ritiene che sia meglio affidare i bambini a una coppia omosessuale che si vuole bene piuttosto che abbandonarli in un bidone o affidarli ad una casa famiglia. Secondo il mio pensiero personale, e quindi condivisibile o meno, nelle case famiglia lavorano persone preparate e che conoscono i bambini e poi ci sono tantissime coppie eterosessuali in attesa inutilmente che gli venga affidato un bambino».

A differenza che in quello della musica, nel mondo del calcio, l’omosessualità è ancora un argomento tabù.

«Si arriverà anche nel calcio a parlarne. perché il mondo sta andando in quella direzione. Bisogna riuscire ad accettare una persona nella condizione in cui sta bene. Io sono stato scambiato per quello che ce l’ha con i gay, e se fosse così  lo direi. Mi hanno dato dell’ omofobo e adesso quando faccio i concerti spiego cosa significa davvero omofobia. Io non ho paura degli omosessuali. Credo che nessuno ne abbia. Omofobia è un termine politicamente inventato negli ultimi anni. Forse il nuovo termine è “poviafobia.” A Firenze (dove vive, ndDM) non ho nessun problema a entrare in un locale gay, ma in quel momento sento di esser guardato male e allora chi è che discrimina?»

Al posto di Morgan a XFactor o al posto di Grazia Di Michele ad Amici?

«Morgan è uno che giudica e ha il suo carattere, è un cantautore e non ha mai scritto una canzone che ha scalato le classifiche. E’ molto stimato perché ha una grande cultura. Vorrei avere la cultura di Morgan e il buon senso di Grazia Di Michele».

Parliamo di televisione, qual è il programma che proprio non riesci a guardare?

«La pubblicità (ride). Non lo so, non c’è un programma. A parte il calcio, la televisione non la guardo tanto. Guardo Violetta, a cui mi ha fatto appassionare mia figlia Emma. E’ la storia di una ragazzina che canta. Quando verrà in Italia, le ho promesso che la porterò al concerto».

Vasco Rossi o Ligabue?

«Io son cresciuto con Vasco Rossi, con i suoi testi, con il suo stile di vita. Sono stato due anni in comunità perché ho fatto delle cavolate ai tempi in cui avevo venti, ventidue anni. Vasco l’ho ascoltato perché le sue canzoni mi davano la speranza di vivere in una condizione migliore. Cosa che poi è accaduta. Ligabue è molto più preciso. Ha dei testi ultimamente molto più forti..Scrive cose tipo “l’amore conta – conosci un altro modo per fregar la morte” che è una cosa che avrei volto scrivere io».

Devi scegliere un cantante con cui fare un tour. Chi sceglieresti?

«Non sopporto i duetti e queste operazioni discografiche. Forse con Baglioni, ma a cantare i suoi pezzi. Se dovessi  fargli da corista, allora sì».

Il prossimo brano che interpreterai a I Migliori Anni?

«Tanta voglia di lei dei Pooh. E’ la prima canzone che ho cantato…e non è detto che la canti bene».

Sei nella condizione di poter invitare a cena fuori una tua collega de I Migliori Anni, chi scegli?

«Alexia. Non che ci sia qualcosa, per carità (ride). E’ una ragazza intelligente, piacevole, con la quale puoi parlare di tantissime cose.  Ha un cervello, è mamma e a me piacciono le donne mature di testa».

Guarderesti Italia’s Got Talent se non fossi impegnato con I Migliori Anni?

«A me di solito piacciono i programmi di cose inedite. Gli darei un’occhiata per curiosità, ma poi non so».

Hai mai detto in un’intervista qualcosa di cui poi ti sei pentito?

«Si, ma alla fine bisogna dire quello che si pensa. Certo, un cantautore o un personaggio di spettacolo deve stare attento a pesare le parole. Qualunque cosa io dica vengo sempre catalogato in una casella politica. Non mi piace che ogni volta alcuni giornalisti facciano il gioco della collocazione politica dell’editore».

Quando uscirà il tuo disco?

«Esce il 19 novembre che è il giorno del mio compleanno e si chiamerà Cantautore. E poi nel 2014 porterò in giro per i teatri uno spettacolo. Parlerà di tutto, d’amore, di politica, di ironia, di satira, tematiche sociali. Sono 90 minuti di chitarra e voce per rilanciare il concetto del cantautore, far capire, più a me stesso che alla gente, che una canzone resta in piedi anche se è solo chitarra e voce. Una volta fatto questo si può riarrangiarla come vuoi. Oggi invece si fa un po’ il contrario».

Guarderai Sanremo?

«Si. Fazio, bisogna rendergliene merito, ha fatto un Sanremo rischioso, secondo i suoi gusti e con un cast apparentemente di nicchia Con un cast così il rischio è che anche questo Sanremo sarà costruito più sul contorno che  sulla musica. Sono curioso di sentire la canzone di Marco Mengoni che mi piace un sacco. Secondo me potrebbe vincere. E’ uno, che non so come faccia, ma canta come Freddy Mercury».

Hai un look ben distinguibile, all’apparenza sembri uno di quelli che non ci pensa tanto e invece…

«L’abito fa il monaco (ride). Non mi vesto mai in maniera distratta. Sabato scorso ai Miglior Anni ero vestito di bianco, che dà sempre l’idea di pulito… e poi bianco fuori un po’ sporco dentro. Quando mi vesto di nero, metto una collana che fa luce, mi piacciono gli accessori, i capelli lunghi e lo scegliere le scarpe intonate».

Eppure Che Guevara organizzò il primo campo di concentramento per gay, scrive Enrico Oliari su “Quelsi”. Il medico argentino che condusse la rivoluzione cubana organizzò i lager per i dissidenti e gli omosessuali. Questi ultimi furono da lui perseguitati in quanto tali: il “Che” non fu secondo nemmeno ai nazisti. Ecco un ritratto che Massimo Caprara, ex segretario di Palmiro Togliatti, ha descritto del rivoluzionario. Con la fuga del dittatore Fulgencio Batista e la vittoria di Fidel Castro, nel 1959, il Comandante militare della rivoluzione, Ernesto “Che” Guevara, ricevette l’incarico provvisorio di Procuratore militare. Suo compito è far fuori le resistenze alla rivoluzione. Lasciamo subito la parola a Massimo Caprara (*), ex segretario particolare di Palmiro Togliatti: “Le accuse nei Tribunali sommari rivolte ai controrivoluzionari vengono accuratamente selezionate e applicate con severità: ai religiosi, fra i quali l’Arcivescovo dell’Avana, agli omosessuali, perfino ad adolescenti e bambini”. Nel 1960 il procuratore militare Guevara illustra a Fidel e applica un “Piano generale del carcere”, definendone anche la specializzazione. Tra questi, ci sono quelli dedicati agli omosessuali in quanto tali, soprattutto attori, ballerini, artisti, anche se hanno partecipato alla rivoluzione. Pochi mesi dopo, ai primi di gennaio, si apre a Cuba il primo “Campo di lavoro correzionale”, ossia di lavoro forzato. È il Che che lo dispone preventivamente e lo organizza nella penisola di Guanaha. Poi, sempre quand’era ministro di Castro, approntò e riempì fino all’orlo quattro lager: oltre a Guanaha, dove trovarono la morte migliaia di avversari, quello di Arco Iris, di Nueva Vida (che spiritoso, il “Che”) e di Capitolo, nella zona di Palos, destinato ai bambini sotto ai dieci anni, figli degli oppositori a loro volta incarcerati e uccisi, per essere “rieducati” ai principi del comunismo. È sempre Guevara a decidere della vita e della morte; può graziare e condannare senza processo. “Un dettagliato regolamento elaborato puntigliosamente dal medico argentino – prosegue Caprara, sottolinenado che Guevara sarebbe legato al giuramento d’Ippocrate – fissa le punizioni corporali per i dissidenti recidivi e “pericolosi” incarcerati: salire le scale delle varie prigioni con scarpe zavorrate di piombo; tagliare l’erba con i denti; essere impiegati nudi nelle “quadrillas” di lavori agricoli; venire immersi nei pozzi neri”. Sono solo alcune delle sevizie da lui progettate, scrupolosamente applicate ai dissidenti e agli omosessuali. Il “Che” guiderà la stagione dei “terrorismo rosso” fino al 1962, quando l’incarico sarà assunto da altri, tra cui il fratello di Fidel, Raoul Castro. Sulla base del piano del carcere guevarista e delle sue indicazioni riguardo l’atroce trattamento, nacquero le Umap, Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione (vedi il dossier di Massimo Consoli in queste pagine), destinati in particolare agli omosessuali. Degli anni successivi, Caprara scrive: “Sono così organizzate le case di detenzione “Kilo 5,5″ a Pinar del Rio. Esse contengono celle disciplinari definite “tostadoras”, ossia tostapane, per il calore che emanano. La prigione “Kilo 7″ è frettolosamente fatta sorgere a Camaguey: una rissa nata dalla condizioni atroci procurerà la morte di 40 prigionieri. La prigione Boniato comprende celle con le grate chiamate “tapiades”, nelle quali il poeta Jorge Valls trascorrerà migliaia di giorni di prigione. Il carcere “Tres Racios de Oriente” include celle soffocanti larghe appena un metro, alte 1.8 e lunghe 10 metri, chiamate “gavetas”. La prigione di Santiago “Nueva Vida” ospita 500 adolescenti da rieducare. Quella “Palos”, bambini di dieci anni; quella “Nueva Carceral de la Habana del Est” ospita omosessuali dichiarati o sospettati (in base a semplici delazioni, ndr). Ne parla il film su Reinaldo Arenas “Prima che sia notte”, di Julian Schnabel uscito nel 2000″. Anni dopo alcuni dissidenti scappati negli Usa descriveranno le condizioni allucinanti riservate ai “corrigendi”, costretti a vivere in celle di 6 metri per 5 con 22 brandine sovrapposte, in tutto 42 persone in una cella. Il “Che” lavora con strategia rivolta al futuro Stato dittatoriale. Nel corso dei due anni passati come responsabile della Seguridad del Estado, della Sicurezza dello Stato, parecchie migliaia di persone hanno perduto la vita fino al 1961 nel periodo in cui Guevara era artefice massimo del sistema segregazionista dell’isola. Il “Che”, soprannominato “il macellaio del carcere-mattatoio di “La Cabana”, si opporrà sempre con forza alla proposta di sospendere le fucilazioni dei “criminali di guerra” (in realtà semplici oppositori politici) che pure veniva richiesta da diversi comunisti cubani. Fidel lo ringrazia pubblicamente con calore per la sua opera repressiva, generalizzando ancor più i metodi per cui ai propri nuovi collaboratori. Secondo Amnesty International, più di 100.000 cubani sono stati nei campi di lavoro; sono state assassinate da parte del regime circa 17.000 mila persone (accertate), più dei desaparecidos del regime cileno di Pinochet, più o meno equivalente a quelli dei militari argentini. La figura del “Che” ricorda da vicino quella del dottor Mengele, il medico nazista che seviziava i prigionieri col pretesto degli esperimenti scientifici.

Il gossip pericoloso di Bettarini e Russo nella «Casa» dei vip. Il pugile Russo già nel ciclone delle critiche per aver dato del «ricchiuncello» a un concorrente del «GF Vip» si ripete: mandarlo fuori dalla Casa aiuterebbe lui e noi, scrive Chiara Maffioletti l'1 ottobre 2016 su “Il Corriere della Sera”. Magari proveranno a far passare anche questa come una battuta. Dopo aver dato del «ricchiuncello» a un concorrente del «Grande Fratello Vip» Clemente Russo se l’e’ cavata dicendo che era uno scherzo, che lui ha tanti amici gay. C’è da scommettere che abbia anche tante amiche donne, così magari la produzione gli perdonerà anche il fatto che, a suo avviso, se trovi una donna a letto con un altro uomo la devi «lasciare lì, morta». Questo ha detto di fronte alle dichiarazioni di grande eleganza fatte da Stefano Bettarini: l’ex calciatore prima ha elencato una serie piuttosto notevole di suoi tradimenti all’epoca del suo matrimonio (facendo nomi e cognomi, la classe non è acqua), senza far perdere mai il sorriso complicione al suo interlocutore. Ma è bastato rivelare quello sarebbe stato il flirt della sua ex moglie, Simona Ventura (che si è già detta pronta a tutelarsi legalmente) perché partissero da parte del pugile epiteti poco signorili verso di lei («zoccola») e, appunto, quello che a detta sua sembrerebbe l’unico atteggiamento sensato da adottare se becchi tua moglie con un altro. Non che i due soggetti in questione siano mai stati scambiati per Gillo Dorfles quando aprono bocca, ma l’ignoranza può essere pericolosa, specie in diretta tv. Quello che si vuole liquidare come una battuta è in realtà un’idea fin troppo popolare. Accettare che possa arrivare a tutti quelli che guardano la trasmissione significa, di fatto, accettare che possa essere detta. Dettaglio: per fare queste chiacchiere da bar (senza offesa per i bar), Bettarini e Russo si sono tolti i microfoni. Forse mandarli direttamente fuori dalla Casa aiuterebbe loro e noi.

Gf Vip: Clemente Russo espulso, ma poi scatta l'apologia, scrive Claudia Casiraghi su "Vanity Fair". Quel che doveva essere è stato. Clemente Russo, protagonista triste di boutade più meste ancora, è stato espulso dalla casa del Grande Fratello Vip. «I concorrenti del programma sono consapevoli del fatto che lo show si svolge in un luogo colmo di telecamere e microfoni. Tutti i partecipanti sono pertanto responsabili delle proprie azioni ed esternazioni», ha dichiarato Ilary Blasi facendosi portavoce di Mediaset, e prendendo le distanze da quel che ha detto il pugile di Marcianise. Russo, tacciato di omofobia e misoginia, si è lasciato andare, lo scorso venerdì, a commenti poco lusinghieri. Quasi a voler confortare Stefano Bettarini, alle prese con un delirio sentimel-vendicativo, l’atleta gli ha suggerito di rallegrarsi. Ché, se avesse colto sul fatto l’ex moglie Simone Ventura, presunta adultera, sarebbe finita male. Molto male. «Io, al posto tuo, l’avrei lasciata lì, morta», ha sentenziato Russo, tirandosi addosso l’ira di tutta Italia. Super Simo è passata alle vie legali, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha chiesta venga vagliato un provvedimento disciplinare. Mediaset lo ha squalificato, Alfonso Signorini redarguito. «Non puoi essere il ragazzotto che al bar fa il gagliardo davanti ad un bicchiere di vino. Il tempo delle guasconate è finito». Eppure, non ha portato con sé alcuna saggezza. Russo, poi chiamato in studio così da tenere alta l’asticella di uno share ipocrita, si è detto sbigottito. «Siamo in un reality, ma nella vita si parla anche così», ha proferito il pugile, sinceramente basito dalle rimostranze di un pubblico che «non lo ha capito, fraintendendolo». Le scuse, chieste dell'entourage, sono arrivate. E sono state applaudite quasi che il passaggio in studio, con bella mostra di lacrime e cordoglio, potesse cancellare le offese passate. «Non è violento. Esce da un periodo difficile. Le Olimpiadi sono andate molto male, non ha avuto tempo di riprendersi», ha cercato di dire la moglie di Russo, rabberciando quel che invece è destinato a rompersi. Russo, del Grande Fratello Vip, è stato il simbolo più deteriore. Colpevole, suo malgrado, di un lassismo pericoloso che la televisione, benché trash o leggera, non può né deve permettersi di veicolare. La televisione, quella stessa che ieri ha assolto Russo perché ingenuo, dovrebbe essere mossa da buon senso. Non solo dagli ascolti in nome dei quali si sacrifica tutto: anche, e soprattutto, il buon gusto. Stefano Bettarini, pentito, ha chiesto perdono con pianti e criticismo. «Dovrebbe nominare me. Ho sbagliato. Avrei dovuto tenermi tutto dentro, ma qui è più difficile, si è sovraesposti», ha detto, sottolineando l'ovvio e implorando la grazia di tutte le donne. Pamela Prati ha chiesto di uscire. Antonella Mosetti, insieme alla figlia Asia, hanno fatto altrettanto, litigando con Elenoire Casalegno, Andrea Damante e la fidanzata di questi. Entrata nella casa per annunciare che non è incinta come si poteva pensare. Alessia Macari ha accolto la zia con pianti e abbracci, Valeria Marini ha fatto mostra di tutto quel che poteva mostrare e il Gf Vip ha chiuso i battenti lasciando aleggiare nell'aria l'impressione di una decadenza ormai inarrestabile.

GF Vip, ecco il discorso integrale di Bettarini e Clemente Russo a microfono spento. Ieri dalla casa del GF VIP è stato espulso Clemente Russo per una frase detta durante un discorso a microfono spento con Bettarini. Ecco il discorso integrale tra Bettarini e Russo che ha destato tanto scalpore e clamore, scrive il 4 Ottobre 2016 “Funweek”. La terza puntata del Grande Fratello Vip si è aperta con una presa di distanze: Ilary Blasi ha scandito quello che aveva tutta l'aria di essere un comunicato nel quale il programma si dissociava dalle affermazioni di Stefano Bettarini e Clemente Russo. Questo è stato solo il preludio per un epilogo scontato, che si era già immaginato dopo l'annullamento del televoto: l'eliminazione del pugile casertano. Cosa ha detto Clemente Russo di così grave per farsi espellere dal gioco seduta stante? Durante una chiacchierata con Stefano Bettarini, commentando un presunto tradimento dell'ex moglie di lui (Simona Ventura), l'ha prima definita una poco di buono e poi ha affermato che se l'avesse beccata a letto con l'amante l'avrebbe dovuta ammazzare. In rete circolano già da qualche giorno le trascrizioni del discorso integrale di Bettarini e Clemente Russo a microfono spento: dal momento che i due concorrenti si erano tolti i microfoni l'audio non era ottimale, ma comunque -ahimè per loro- del tutto comprensibile. Bettarini ha raccontato che ai tempi di Buona Domenica (2006) andava a letto con quattro donne, tutte ignare le une delle altre: Antonella Mosetti, Sara Varone ed altre due di cui non si capiscono bene i nomi. Sara Varone viene definita "una bella chiavata con du bocce vere", la Mosetti solo una storia di sesso ("trombamici"), di cui poi si è stufato e che ha deciso di presentare ad Aldo Montano. Gli aneddoti si sprecano: una volta Bettarini avrebbe chiesto alla Mosetti di farsi trovare nuda in una suite di un albergo romano, a cavalcioni di una sedia. Lei lo avrebbe fatto e, secondo una definizione dell'ex calciatore, "pulsava come un anguilla". La Ventura, una volta venuta a conoscenza del tradimento, avrebbe cacciato Antonella da Quelli che il calcio. Nei racconti di Bettarini anche una donna di nome Pamela "che ora c'ha un'età" e Alessia Mancini, all'epoca compagna di Ezio Greggio e velina di Striscia la Notizia: Greggio, una volta scoperta la storia, obbligò la Mancini a confessare tutto alla Ventura, pena il licenziamento da Striscia. Bettarini ha ammesso dunque di aver tradito ripetutamente Simona Ventura ma di non essere mai stato beccato, mentre lui avrebbe quasi colto sul fatto la Ventura e Giorgio Gori, all'epoca proprietario di Magnolia e marito di Cristina Parodi (oggi sindaco a Bergamo). Russo, indignato dal presunto tradimento ai danni dell'amico, ha definito la Ventura con una parola non ripetibile ed ha anche commentato che se l'avesse trovata a letto con un altro l'avrebbe dovuta ammazzare. La regia ha staccato ad un tratto dalle confidenze dei due, evidentemente non riportabili, e anche la trascrizione appena resa è edulcorata dei passaggi più sconci. Clemente Russo è stato eliminato e Bettarini è ancora nella Casa, probabilmente impegnato ad immaginare le reazioni delle donne da lui nominate per nome e cognome durante le sue confidenze....

Marina La Rosa contro il Grande Fratello Vip: da Bettarini alla Blasi, attacco senza precedenti, scrive il 5 ottobre 2016 “Libero Quotidiano”. Chi si rivede, la Gattamorta. La mitica Marina La Rosa, star del primo e glorioso Grande Fratello, interviene sulla polemica del Gf Vip con una lettera a Dagospia (peraltro scritta divinamente). Sostanzialmente stronca la trasmissione e i suoi vip, che le fanno pena, e poi entra nello specifico. "In mancanza di scoop o altre notizie (all’infuori certo della volgarità della Mosetti senior), si è pensato bene di montare un caso inesistente: protagonisti i due energumeni muscolosi che tutto sembrano tranne che due geni", scrive Marina. "E infatti, se Bettarini da un lato ha fatto la lista delle donne che avrebbe penetrato, dall’altro Clemente Russo, in maniera poco carina, avrebbe apostrofato l’ex moglie traditrice del suddetto aggiungendo che se fosse stato lui ad essere tradito avrebbe senz’altro ucciso sua moglie.  Bettarini non sarà stato di certo un gentleman, ma non ha fatto niente di diverso da ciò che fanno la maggior parte degli uomini, piuttosto trovo alquanto bizzarro che due delle donne all’interno della casa facciano parte della stessa lista". Su Clemente Russo: "Trovo più che esagerata l’accusa di istigazione al femminicidio. Quando è stato formulato il maldestro atto d’accusa dallo studio televisivo nei suoi confronti, lui – dopo aver pensato fosse uno scherzo - ha abbozzato una frase del tipo “il reality è reality”. Nulla di più vero. Il campione è stato addirittura chiamato a scusarsi pubblicamente per ossequiare il finto buonismo, che deve pur sempre regnare nel tubo catodico". Per Marina, Russo "più che assassino è solo la vittima sacrificale della puntata, da esporre sull’altare della sacra audience. Io non ci sto. Io sto con Clemente, nu brav’ uaglione". La Gattamorta apprezza la bellezza di Ilary Blasi ma definisce la sua una "chiamiamola conduzione". Per Marina Ilary non "governa magistralmente la lingua italiana", ma "io la guarderei per ore ed ore ed ore. aò è bella da morì, ammappete!".

VIVA IL PUGILE E IL CALCIATORE CHE IN TV DELIRANO SUL SESSO. Giuseppe Cruciani per “Libero Quotidiano” del 4 ottobre 2016. Scusate, ma secondo voi Stefano Bettarini e Clemente Russo di cosa dovrebbero parlare alle tre del mattino dentro la Casa del Grande Fratello (e dopo aver passato giornate intere senza fare una mazza)? Di Kant? Del referendum costituzionale? Scusa Stefano, ma secondo te ha vinto Renzi o Zagrebelsky? Ma guarda Clemente che intanto cambiano l'Italicum...No, ragazzi miei. I due signori – uno, un ex calciatore che da tempo cerca fortuna in televisione, l' altro un pugile irresistibilmente attratto dallo showbiz - parlano di figa. E di scopate. Lo scriviamo così, perché sia chiaro a tutti i neobigotti. Per intenderci: non capita solo a loro, lo fanno quotidianamente pure ministri, professori universitari, sociologi e quei giornalisti improvvisamente diventati moralisti di fronte alle parole così esplicite dei due concorrenti del reality. Tutti. Le donne, poi, non ne parliamo neppure. Magari hanno da poco terminato un consiglio di amministrazione, oppure hanno appena finito di condurre un telegiornale ed eccole al tavolo con le amiche a chiacchierare (anche) di maschi, misure, tradimenti e affini. Che immensa ipocrisia quella che sta attraversando l'Italia in queste ore. Persino un ministro, quello della giustizia Orlando, ha perso il suo tempo per vergare un comunicato di indignazione contro i due delinquenti e evidentemente considerati un pericolo pubblico. Si dice: quelle parole non dovevano essere trasmesse, sono cose troppo private e insultano le donne. Ma di cosa parliamo? La trasmissione si chiama Grande Fratello, Gran-de Fra-tel-lo, con tanto di telecamere piazzate pure nei cessi a captare pezzi di frasi, non è la nuova stagione di Piero Angela che ci spiega l'origine del mondo. A modo loro Bettarini e Russo parlano di una delle cose che fanno girare il mondo: il sesso. Sì, lo fanno in modo crudo, è vero. Mi sono fatto quella, quell' altra è una maiala mai vista, e quella poi fa delle porcate incredibili e via discorrendo. Nomi, cognomi, particolari. Ancora: ma dov' è la sorpresa? Di cosa vi scandalizzate? Cosa vi aspettavate? Che il pugile recitasse Flaubert o che l'ex della Ventura si scaldasse ricordando il primo bacino sulle labbra alla fidanzatina quindicenne? Suvvia, non prendiamoci in giro, quelli discutono amabilmente di squirting non di deficit dello Stato. E poi chi non ha raccontato almeno una volta a un amico o a un conoscente cosa faceva a letto con la ragazza del momento, scendendo nei dettagli e facendosi quattro risate. Chi non lo ha fatto? E perché dare della zoccola o della troia a qualcuno dovrebbe essere misoginia? Prendetelo per quello che è: un meraviglioso complimento a una femmina sessualmente irresistibile e senza tabù. Ora, a me personalmente delle fortune televisive del Grande Fratello Vip frega nulla. Zero. Non conosco i due soggetti sotto accusa e non voglio difendere nessuno. Non li ho mai incontrati in vita mia. Di più: l’ex moglie del Bettarini, Simona Ventura, ha tutto il diritto di andare in tribunale se si è sentita offesa. Figuriamoci. Ma cacciarli dalla trasmissione per indegnità, omofobia e altre minchiate del genere come fossero criminali di guerra sarebbe per Mediaset pura follia. Se davvero non c'è niente di concordato, se davvero quello che è uscito dalle loro bocche è tutto genuino, allora questo è il vero Grande Fratello, bellezza, e tu non puoi farci niente. PS. Il Russo viene accusato di omofobia perché ha dato del «ricchiuncello», in napoletano «friariello», ad altro concorrente della pregiata Casa. A parte che al personaggio la finezza non è richiesta, se per aver usato quel termine si viene bollati come omofobi, beh, allora meglio cambiare Paese.

E poi ci sono i due pesi e le due misure.

“L’avrei uccisa”, Mosetti come Russo? Il limite sottile tra parole e intenzioni. Dopo le parole pronunciate al 'Grande Fratello Vip', Clemente Russo si è ritrovato a essere il mostro sbattuto in prima pagina. Nelle scorse ore, Antonella Mosetti è ricorsa alla stessa frase ma rivolta a Giulia De Lellis: "Se fossimo state fuori, l'avrei uccisa". Su Rai2, intanto, Adriana Volpe assicura che in caso di tradimento taglierebbe la gola al marito. È giusto demonizzare una frase, condannando a monte un'intenzione violenta che non ha mai avuto luogo? Scrive il 5 ottobre 2016 Daniela Seclì su "Fanpage". Non si è ancora placato il ciclone mediatico abbattutosi sulla casa del ‘Grande Fratello Vip‘, dopo la frase pronunciata da Clemente Russo. Il pugile di Marcianise, che nel suo percorso di vita si è più volte speso per togliere dalla strada i ragazzi dei quartieri più difficili di Napoli, ha visto andare in frantumi la sua immagine di esempio positivo, per una frase azzardata e gravissima, ma detta d'impulso. La squalifica di Clemente Russo è stata reputata necessaria dal ‘Grande Fratello Vip', per via di alcune parole pronunciate mentre chiacchierava con Stefano Bettarini. L'ex calciatore gli ha rivelato di aver "beccato a pieno con tutte le scarpe" Simona Ventura mentre, a suo dire, lo stava tradendo. Russo, allora, ha replicato "Ma non nel letto altrimenti gliela lasciavi lì morta". In un quadro come quello italiano, dove il femminicidio è ormai tristemente all'ordine del giorno, la frase di Clemente è sicuramente da condannare. Il fatto, poi, che sia stata pronunciata in un programma seguito da milioni di italiani, ne amplifica la gravità. Prima di etichettarlo come un pericoloso assassino, però, occorre sottolineare come il suo vissuto indichi, senza ombra di dubbio, che si trattava semplicemente di una frase di uso comune a cui non sarebbe mai seguito un reale gesto violento. È giusto demonizzare una frase del genere, ma l'impatto mediatico è stato tale che Russo si è trovato a essere processato in tv, come se alle parole fosse seguita la reale intenzione di fare del male a Simona Ventura. Mosetti: "Avrei ucciso Giulia De Lellis", è da squalificare? Dopo la diretta della terza puntata del ‘Grande Fratello Vip', due concorrenti hanno usato la stessa espressione pronunciata da Clemente Russo. Elenoire Casalegno si è detta pronta a uccidere chiunque attacchi sua figlia. Antonella Mosetti, invece, ha dichiarato che se la lite con Giulia De Lellis fosse avvenuta fuori dalla casa, l'avrebbe uccisa. Ecco come è andata la conversazione. L'inviata di ‘Mistero' ha detto: "Da madre capisco, se uno mi tocca mia figlia sono pronta a uccidere, perché mia figlia è sopra ogni cosa e sopra ogni persona. Però non dovevi fare così". E Antonella Mosetti ha replicato: "L'avrei uccisa se stavamo fuori". Questa frase non è stata considerata grave quanto quella di Clemente. O almeno, allo stato attuale delle cose, non c'è notizia di un annullamento del televoto basato sull'intenzione di squalificare le Mosetti. Come mai due pesi e due misure? Probabilmente perché, per quanto non si stia offrendo uno spettacolo edificante, è talmente evidente che si tratta di un modo di dire fine a se stesso, che punire la showgirl risulterebbe ridicolo. Nonostante le parole pesanti rivolte a Giulia, una volta uscita dalla casa, è impensabile che la Mosetti si metta sulle tracce della De Lellis. Volpe: "Taglierei la gola a mio marito", fuori da I fatti vostri? Anche fuori dalla casa del ‘Grande Fratello Vip' il clima non è migliore. Nella puntata di ‘Striscia la Notizia' andata in onda il 4 ottobre, è stata evidenziata una frase detta da Adriana Volpe durante una puntata della trasmissione I fatti vostri. "Se per caso dovessi trovare del rossetto rosso sulla camicia di mio marito, credo che oltre al rossetto rosso dovrei rimuovere anche delle gocce di sangue. Lo strozzo, gli taglio la gola". Adriana Volpe dovrebbe essere cacciata dalla trasmissione? Chiaro che no. Il pubblico in studio ha accolto la battuta sorridendo e applaudendo. Le sue parole non possono certo essere considerate un incitamento a uccidere i mariti infedeli. Dunque, per quanto siano parole di una certa gravità e di pessimo gusto, occorrerebbe non demonizzarle a prescindere e soprattutto non collegarle a un'intenzione violenta che evidentemente non ha mai avuto luogo.

E poi l'apoteosi dell'ipocrisia.

Sesso anale esplicito e continuato allo spettacolo patrocinato dal Pd. Polemica a Terni per lo spettacolo con scene di sesso anale sostenuto dalla Regione Umbria e dalla Comune di Terni. La denuncia del consigliere Laffranco (Fi): "Non si può fare con soldi pubblici", scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 3/10/2016, su "Il Giornale". Uno spettacolo praticamente pornografico andato in scena a teatro al Terni Festival nei giorni scorsi. Sesso anale esplicito patrocinato dal Partito Democratico. Il sesso anale patrocinato dal Pd. Sembrerà strano, ma è successo davvero. Nel festival umbro, infatti, durante la realizzazione dello spettacolo Schonheitsabend, prodotto da enti di vari paesi, tra cui Austria, Olanda, Belgio e Germania, una delle danzatrici penetra il danzatore in un "prolungato e continuo rapporto anale". In particolare, come scrive Tommaso Chimenti, critico teatrale, nel suo blog, "nella prima delle tre parti, la danzatrice Florentina Holzingersi è apposta in vita una cintura con un fallo in lattice applicato e ha penetrato il danzatore Vincent Riebeek con un rapporto anale continuo e prolungato, con evoluzioni e svariate pose e posizioni per far ben vedere, da ogni angolazione, di che cosa stavamo parlando e dove si era infilata quell’appendice, prima esposta e sguainata come spada, poi incuneatasi e sparita, inghiottita nel corpo del performer". Insomma, un porno con sesso anale. Messo in scena grazie al patrocino del Pd, per mano dell'assessorato alla cultura della Regione Umbria e quello del Comune di Terni. Chissà se sapevano che mettere il logo delle istituzioni che rappresentano sotto la locandina di quello spettacolo sarebbe significato patrocinare una scena in cui i due ballerini, "lui cavalcando lei e successivamente lei montando lui, hanno danzato uniti per una decina di minuti in un amplesso anale esplicito e osceno". A far scattare le polemiche è stato il parlamentare di Forza Italia, Pietro Laffranco: "Ognuno acasa sua fa come gli pare - ha detto - ma con i soldi pubblici no. Annuncio un’interrogazione al ministro Franceschini sul caso". Considerato anche il fatto che non c'era nessuna indicazione su eventuali divieti ad un pubblico inferiore ai 18 anni.

Taormina condannato per aver detto “Non assumo gay”, libertà d’opinione a rischio, scrive  Riccardo Ghezzi su “Quelsi” L’avvocato Carlo Taormina è stato condannato a pagare 10.000 euro di danni per una frase pronunciata durante una trasmissione radiofonica. A comminarla è stato il giudice del lavoro di Bergamo, Monica Bertoncini. Una notizia anomala, che crea pure un precedente nebuloso. Intanto non è chiaro per quale motivo sia stato messo in mezzo un giudice del lavoro, visto che non sussiste un caso di mobbing o di licenziamento per ingiusta causa. Proprio per questo non si capisce chi sia davvero la parte lesa. Andiamo con ordine: durante la trasmissione “La Zanzara”, condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, l’avvocato Taormina aveva definito i gay insopportabili, fastidiosi e contro natura, sottolineando che non ne avrebbe mai assunto uno per farlo lavorare nel proprio studio. Attenzione però: non ha licenziato un gay solo a causa della sua omosessualità. Ha semplicemente formulato un’ipotesi, esprimendo un’opinione. Taormina quindi è stato condannato per un reato d’opinione, tipico dei paesi autoritari. Ma neppure per diffamazione, ma da un giudice del lavoro. Dovrà pagare 10.000 euro. A chi? Al gay che ha licenziato? No, perché non esiste. La parte lesa è “Avvocatura per i diritti Lgbt – Rete Lenford”, una delle tante associazioni gay-friendly che strizzano l’occhio alla sinistra, ma che forse proprio per questo si dimenticano di quelle libertà individuali che dovrebbero far parte del loro patrimonio e dei loro ideali. Associazioni che chiedono e rivendicano spesso giusti diritti, ma pretendono di farlo cancellando la libertà di opinione e mettendo bavagli. Appurato che iniziative giudiziarie di questo tipo sono utili anche a fare arricchire tali associazioni, grazie a giudici compiacenti che gli danno ragione e condannano i malcapitati querelati, proviamo ad analizzare quali sarà il reale impatto della sentenza del giudice del lavoro:

1) Taormina continuerà a non voler assumere gay, essendo questo il suo orientamento. E probabilmente non ne assumerà mai qualcuno. Semplicemente, d’ora in poi eviterà di dirlo in pubblico. Non a caso si chiamano “reati di opinione”.

2) L’omofobia vera o presunta continuerà a esistere. I gay potrebbero continuare a essere discriminati all’interno del mondo del lavoro, ma se non sono appoggiati dall’associazionismo di sinistra non ne caveranno un ragno dal buco. Mentre i gay vengono discriminati, ardite associazioni lgbt chiedono risarcimenti danni a personaggi pubblici che parlano in radio ma non è dimostrato che facciano veramente ciò che dicono. A meno che la Rete Lenford e il giudice del lavoro di Bergamo non abbiano le prove che Taormina abbia discriminato omosessuali sul posto del lavoro. 3) Si può ipotizzare che un gay che dichiari di non voler assumere eterosessuali non verrebbe mai querelato né condannato, perché certe discriminazioni vere o presunte non smuovono il magico mondo dell’associazionismo
4) Un datore di lavoro che non assume gay o li discrimina sul posto di lavoro, ma evita di dirlo in radio, continuerà a passare inosservato e ad apparire come una persona di larghe vedute.

Ci sono poi risvolti “tecnici”. Ad ipotizzarli è il sito Horsemoon Post, secondo cui Taormina potrà chiedere il risarcimento per dolo o colpa grave. Il giudice del lavoro di Bergamo non solo non ha tenuto conto dell’articolo 21 della Costituzione italiana, ma ha del tutto frainteso il concetto di discriminazione. A questo punto poco importa se Taormina abbia agito con scienza e coscienza per tendere un trappolone alla magistratura usando i gay come “cavallo di Troia”, come ipotizzato dall’Horsemoon Post, oppure se abbia espresso una sua reale opinione, discutibile e antipatica finché si vuole, e solo ora s’è accorto di poter diventare il paladino della libertà di opinione. Quello che conta è che questa sentenza potrebbe fare storia, con implicazioni pesanti anche su quella che è la responsabilità civile dei magistrati.

«Non assumo gay», Taormina condannato per discriminazione. La difesa del noto avvocato: «Esiste la libertà d’espressione, sancita dalla Costituzione», scrive “Il Corriere della Sera”. Condanna per discriminazione anche in appello per l’avvocato Carlo Taormina. La Corte d’appello di Brescia ha infatti confermato la condanna che nell’agosto scorso il tribunale di Bergamo aveva inflitto all’ex parlamentare: risarcimento di 10mila euro ad un’associazione che tutela i diritti delle persone omosessuali e pubblicazione sul Corriere della Sera della sentenza. Nell’ottobre del 2013, durante la trasmissione «La Zanzara» di Radio 24, alla domanda del conduttore Giuseppe Cruciani se avrebbe mai assunto un omosessuale nel suo studio, l’avvocato Taormina aveva risposto «sicuramente no», precisando anche che «nel mio studio faccio una cernita adeguata in modo che questo non accada». Anche nel caso si fosse presentato nel suo studio un laureato a Yale, per Taormina non avrebbe potuto lavorare nel suo studio: «Perché lo devo prendere, faccia l’avvocato se è così bravo e così, diciamo, così capace di fare l’avvocato si apra un bello studio per conto suo e si fa la professione dove meglio crede», ha detto durante la trasmissione. L’associazione «Avvocatura per i diritti Lgbti», rappresentata dagli avvocati Caterina Caput e Alberto Guariso, aveva denunciato per discriminazione Taormina e in primo grado aveva vinto. Ora la conferma della condanna in appello. Secondo i giudici bresciani l’avvocato Taormina «ha manifestato, pubblicamente, una politica di assunzione discriminatoria» e «si tratta quindi di espressioni idonee a dissuadere gli appartenenti a detta categoria di soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’appellante e quindi certamente ad ostacolarne l’accesso al lavoro ovvero a renderlo maggiormente difficoltoso». Il fatto poi che Taormina sia famoso e’ un’aggravante: «Questo non può che attribuire maggiore risonanza alle sue dichiarazioni, e quindi, parallelamente, maggiore dissuasività». Taormina nel ricorso in appello ha sostenuto che durante la trasmissione aveva solo espresso un’opinione e che la libertà di espressione è sancito dalla Costituzione. Per i giudici di Brescia, «è pure vero che l’articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero con qualsiasi mezzo di diffusione, ma è altrettanto vero che questa libertà incontra i limiti degli altri principi e diritti che godono di garanzia e tutela costituzionale. E’ quindi evidente che la libertà di manifestazione del pensiero non può spingersi sino a violare altri principi costituzionalmente tutelati». «Particolarmente contenta del risultato raggiunto». Così Maria Grazia Sangalli, Presidente dell’associazione avvocatura per i diritti lgbti, associazione difesa dagli avvocati Caterina Caput e Alberto Guariso. L’avvocato Caput ricorda come i giudici abbiano affermato che l’articolo 21 «non può spingersi a violare altri principi costituzionali che ha individuato nell’articolo 2 (tutela del singolo cittadino nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, ovvero il luogo di lavoro), 3 (principio di uguaglianza), 4 (diritto al lavoro) e 35 (tutela del lavoro). La Corte ha interpretato le norme anti-discriminatorie alla luce della stessa normativa europea e della giurisprudenza della Corte di Giustizia, mentre in Italia, caso unico in Europa, si fatica ancora ad approvare una legge che sanzioni penalmente i reati d’odio verso le persone omosessuali e transessuali e a dare riconoscimento giuridico alle coppie formate da persone dello stesso sesso».

Omofobia, l'avvocato Taormina condannato anche in appello: "Niente gay nel mio studio". La Corte d'appello di Brescia ha confermato la sentenza del giudice del lavoro di Bergamo. Il legale dell'Avvocatura per i diritti Lgbt: "Finora in Italia non avevamo registrato decisioni analoghe", scrive Ilaria Carra su “La Repubblica”. L'avvocato Carlo Taormina «Niente omosessuali nel mio studio», aveva detto l’avvocato Carlo Taormina. E anche in secondo grado i giudici lo condannano per discriminazione. La Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza con la quale, nell’agosto scorso, il giudice del lavoro di Bergamo aveva imposto all’ex parlamentare di Forza Italia un risarcimento di 10mila euro a un’associazione che tutela i diritti delle persone omosessuali. «Se la tenga lei l’omosessualità... io non ne ho alcune né in simpatia né in antipatia, non me ne frega niente, l'importante è che non mi stiano intorno (...). Mi danno fastidio. (...) Parlano diversamente, si vestono diversamente, si muovono diversamente, è una cosa assolutamente... eh... assolutamente insopportabile, guardi. È contro natura»: sono alcuni stralci delle affermazioni che Taormina aveva rilasciato il 16 ottobre 2013 rispondendo alle domande di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, conduttori della trasmissione radiofonica La Zanzara in onda su Radio24. Frasi nelle quali, secondo i giudici bresciani, manifestano «pubblicamente una politica di assunzione discriminatoria», «espressioni idonee a dissuadere gli appartenenti a detta categoria di soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’appellante e quindi certamente ad ostacolarne l’accesso al lavoro ovvero a renderlo maggiormente difficoltoso». Aggrava il fatto che Taormina sia noto al pubblico: «Questo non può che attribuire maggiore risonanza alle sue dichiarazioni e quindi, parallelamente, maggiore dissuasività». Esulta l’avvocato Alberto Guariso (Avvocatura per i diritti Lgbt): «È un bel risultato, una sentenza importante perché sancisce la tutela generalizzata delle persone che possono subire uno svantaggio anche da semplici dichiarazioni. Annunci pubblici che secondo il giudice hanno un effetto di limitare un’opportunità di lavoro, oltre che di una umiliazione personale. Sono due gradi di giudizio conformi: sentenze analoghe in Italia finora non ce n’erano». Come riporta il partale Redattore sociale, Taormina nel ricorso in appello ha

sostenuto che durante la trasmissione aveva solo espresso un'opinione e che la libertà di espressione è sancita dalla Costituzione. Per i giudici di Brescia, invece, "è pure vero che l'articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero con qualsiasi mezzo di diffusione, ma è altrettanto vero che questa libertà incontra i limiti degli altri principi e diritti che godono di garanzia e tutela costituzionale".

La reazione dei lettori de Il Giornale alla condanna di Taormina, scrive “Gay Burg”. Un tribunale ha condannato Carlo Taorima per discriminazione nei confronti dei gay, ma i lettori de Il Giornale pare non l'abbiano presa molto bene.
Ed è così che ch'è chi accusa la giustizia di voler imporre che i gay debbano piacer per forza, chi invoca la responsabilità civile dei giudici per chiedere la condanna chi ha emesso la sentenza o chi sostiene che non si sia nulla di discriminatorio nel dire che «non si assumerebbero fr*ci». Qualcuno aggiunge: «Ancora non esiste la legge contro la cosiddetta omofobia e già c'è chi la applica?», lasciando evidentemente intendere che quegli insulti dovrebbero rientrare nella tanto sventolata «libertà d'opinione». Non manca poi chi sottolinea che lo studio dell'avvocato sia privato e rivendica come «in casa sua uno possa decidere chi fare entrare». «Questi magistrati non hanno altro da fare? -scrive un altro- Mi pare che ci siano cose ben più gravi da perseguire». Già... perché perdere tempo con una causa in difesa dei gay quando la si potrebbe lasciar andare in prescrizione per occuparsi delle più meritevoli cause lanciate dai Giuristi per la Vita contro chiunque osi parlare di omosessualità? A coronare il quadro non poteva mancare chi si dice pronto a sostenere che i gay si auto-discrimino per il solo fatto di esistere: «Fino a prova contraria -dice- chi ha fatto della "discriminazione" il suo verbo sono i gay. Sono loro che si discriminano esattamente come afferma Taormina col loro modo i esprimersi, col loro vestire, con le loro pagliacciate che vanno sotto il nome di gaypride e l'elenco potrebbe continuare. L'orientamento sessuale dovrebbe essere una cosa prettamente personale e intima, lo sbandierare la propria omosessualità facendone un vanto è un insulto al buon gusto prima ancora che all'intelligenza. Ma evidentemente è di moda e sopratutto "rende", infatti ogni gay deve essere considerato come un discendente diretto di Pico della Mirandola se non si vuole essere subito tacciati di omofobia. Ormai i gay hanno ragione a prescindere e se sul lavoro sono nulli vietato dirlo e rimarcarlo». Non è bello far notare le cose, ma quest'ultimo personaggio dovrebbe forse notare come con il suo messaggio stia sbandierando la sua eterosessualità che, stando al suo ragionamento, dovrebbe essere una cosa prettamente personale e intima...Ma più di tutto è sempre interessante notare come a scrivere queste frasi inaccettabili siano le stesse persone che si dico convinte che la legge contro l'omofobia sia superflua dato che in Italia non c'è né omofobia, né discriminazione.

Difesa liberale di Taormina dal gay-correct, scrive di Corrado Ocone su “L’Intraprendente”. C’è da restare allibiti. Non ho altre parole per commentare la sentenza di condanna dell’avvocato Carlo Taormina a 10.000 euro di multa per aver affermato, nell’irriverente trasmissione radiofonica La zanzara, che nel suo studio non avrebbe mai assunto gay perché la loro è una tendenza sessuale “contro natura”. Sia beninteso, sono anche allibito del fatto che qualcuno pensi seriamente queste cose oggi, nell’anno di grazia 2014. Ma a parte il fatto che la vita è bella perché è varia, dovrebbe essere chiaro che la libertà di opinione è un valore non negoziabile, è la libertà senz’altro. Ognuno ha il diritto di pensare quello che vuole e come vuole. E, se non si è d’accordo con le idee di qualcuno, le si può sempre criticare. O, al limite, evitare di andare a cena con lui. È l’abc del liberalismo e dell’Occidente, direi. Tutto il resto è chiacchiera che lascerei alle Boldrini di turno. Ma già sento l’obiezione dei moralisti e quella dei legulei appellantesi ad una legge realmente esistente e voluta da alcuni sciagurati rappresentante di un Parlamento già da tempo delegittimato. Costoro si appelleranno alla legge contro la “discriminazione” e affermeranno che una cosa è avere un’opinione e altra cosa metterla in atto favorendo nel mercato del lavoro un determinato tipo di persone. Quasi come se il mercato del lavoro, così come ogni altro mercato, non fosse un luogo di libera contrattazione ove tutti volta a volta produciamo, acquistiamo o vendiamo prodotti o servizi in base ai nostri gusti e preferenze. Che se sono contrarie alle idee dell’avvocato Taormina possono sempre censurarle nell’unico modo possibile in un regime di libertà: non acquistando da lui i suoi servizi legali, anche se (è da dimostrare) fossero efficaci. Il fatto è che qui, in questo caso da manuale, si saldano in una miscela esplosiva tutti i vizi italici: l’odio per il privato (ognuno dovrebbe essere libero di fare quel che vuole a casa sua, in questo caso nel suo studio di avvocato); una concezione sostanzialistica della giustizia, a cui non viene semplicemente affidato il compito di far rispettare poche leggi formali e universali ma addirittura quello di cambiare il mondo e di punire per educare; una legislazione demagogica e velleitaria, volta a soddisfare ipocritamente il moralismo di un’opinione pubblica spesso immatura; il protagonismo di certi magistrati. È con l’acquiescenza stupida di un’opinione pubblica che, quando non è immatura, è sicuramente dormiente, che, poco alla volta, ci costruiamo le catene che limiteranno sempre più in futuro la nostra libertà. Sarebbe necessario fermarsi, ora che siamo ancora in tempo..

Libertà di pensiero. Anche per Carlo Taormina. Fatali le frasi contro i gay pronunciate a Radio24, scrive Alessandro Mlòn su “Il Tempo”. E' partita la caccia al Taormina. Brutto, sporco e cattivo. E pure razzista, becero e discriminante. Sarà. Forse sì. O magari no. Sta di fatto che la condanna da 10.000 euro inflitta all'Avvocato Professore, già Principe di Filettino, è ridicola e grave al tempo stesso. Ridicola, perchè Taormina ha espresso un'opinione prettamente personale, senza passare ai fatti. Grave, perchè crea un pericoloso precedente in materia di discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi e di natura sessuale. O presunti tali. Le affermazioni del Proff - pronunciate a La Zanzara il 26 ottobre 2013 (Niente omosessuali nel mio studio) - seppure condite dall'oramai consueta ed inconfondibile coloratissima irriverenza del Taormina 2.0 - non possono e non debbono in alcun modo rappresentare prova inconfutabile di reato per chicchessia cittadino del Belpaese. Incluso il Principato di Filettino. Perchè basterebbe semplicemente addurre che l'avvocato non è in alcun modo passato ai fatti per contraddire e confutare l'assoluta ipocrisia di una condanna che ha tutte le sembianze di esser stata più punitiva che legislativa. Come aver voluto dare una bella e sana lezione morale ed educativa al malvagio e disumano professor Carlo. Mentre una norma si applica a rigor di legge, in punta di codice, e attraverso il tanto acclamato e propagandato Stato di diritto. Non certamente perchè un individuo, tanto discutibile e spietato per quanto l'opinione pubblica possa dipingerlo, risulti simpatico od antipatico, buono o cattivo, liberale o conservatore, pro o contro i gay. Questo è il punto, cara giudice del lavoro di Bergamo Monica Bertoncini, che ne ha ordinato l'irrisoria e simbolica ammenda (roba che se voleva dar l'esempio almeno 100.000 dovevano essere, gli euri) e pure lei, cara Associazione per i diritti Lgbt-Rete Lenford, cui vanno i diecimila danari, oggi così trionfalista e su di giri per questa illusoria quanto controproducente vittoria anti-omofobia. Il punto è che anche il cittadino privato Carlo Taormina ha l'assoluta facoltà di esprimere la sua. Potendo in tutta libertà pronunciarsi su qualsivoglia argomento, dal calcio alla politica, dall'economia alle case chiuse, dalle lesbiche ai transessuali. E' ha tutto il fottutissimo diritto di aborrare i matrimoni gay, di schifare con tutta l'anima il Gay Pride, di ritenere gli omosessuali malati e contro natura, e pure di dichiarare al mondo intero di non voler assumere lavoratori omosex. Con buona pace del più esimio ed autorevole Ordine professionale, e anche delle infinite sigle d'associazionismo gay. Perchè Carlo Taormina è un privato cittadino, e non deve dare ne' fornire alcun esempio morale od educativo, se non nel rispetto della propria deontologia professionale. Perchè Carlo Taormina ha lo stesso potere di parola ed espressione che ha ogni altro libero cittadino italiano. Incluso quello di dire e manifestare la propria ripugnanza ed abominio, o quello che ai più viene considerato una sparata, una boiata pazzesca, una mostruosità. E, ancora, perchè Carlo Taormina ha detto semplicemente ciò che pensava, e che pensa. Senza sbatter la porta in faccia ad alcun gay. Senza pestare due uomini che si baciavano. Senza bloccare o fermare alcun carneval pride. E questo, Signori della Corte, si chiama libera manifestazione del proprio pensiero. E non può essere considerato reato. Perchè non rappresenta reato. Questa  condanna, da ascrivere in toto alla più classica ed insopportabile ipocrisia made in Italy, rischia seriamente (eufemismo) di sortire l'effetto opposto ai sensi della lotta all'omofobia che le associazioni gay si prefiggono. Primo, perchè viene fatta pubblicità gratuita alle frasi di Taormina, che ora può avvalersi di tutto lo spazio possibile per rilanciare, passando da carnefice a vittima predestinata del sistema. Secondo, perchè comunque l'avvocato potrà sempre 'respingere' le candidature gay che si presentano nel proprio studio, adducendo le più svariate e plausibilissime giustificazioni, senza che nessuno, tanto meno Grillini & co., possa venirne a conoscenza, e senza che ciò costituisca in alcun modo discriminazione alcuna. Terzo, perchè alle parole si risponde con le parole, mai con le sentenze. Ultimo, ma non per importanza, perchè tutto questo ennesimo non richiesto polverone sulle presunte questioni omofobe, non fa altro che discriminarli, i gay. Perchè la legge li considera 'hors categorie'. Perchè così appiano come una lobby, o ancora peggio come una casta. E perchè gli si toglie la loro legittima e sudatissima conquistata normalità. Etichettandoli dentro un ghetto giuridico e morale che anche loro - siamo pronti a scommetterci - rifiutano e combattono quanto noi. 

L’UBBIDIENTE DEMOCRATICO di Luigi Iannone. L’intento di questo libro è quello di misurare quanto sia marcato nelle singole vite e nei percorsi collettivi il nostro grado di assuefazione al conformismo. Viviamo un mondo in cui siamo allo stesso tempo attori e registi di una enorme sinfonia pervasa dal politicamente corretto tanto che per rintracciarne gli echi non dobbiamo fare molta fatica. Basta soffermarsi sugli accadimenti più banali, sui fatti di cronaca o di costume, sul linguaggio della politica o dei media. È sufficiente indugiare con animo libero su ognuno di essi per rendersi conto quanto sia difficile farne a meno. “Luigi Iannone, scrittore non allineato dalle frequentazioni raffinate, con questo libro ci accompagna nei sentieri poco battuti, lontani dal politicamente corretto. L’autore si propone di ricostruire un mosaico ‘differente’ tra presente, passato e futuro, per ribaltare schemi, épater le bourgeois, non facendo concessioni alla morale comune, ordinaria, canonica, maggioritaria nell’establishment e nell’immaginario collettivo progressista.” dalla prefazione di Michele De Feudis.

Alcune anticipazioni de L’ubbidiente democratico <<(…) incantatori di serpenti, teologi del buonismo e della correttezza politica sono la stragrande maggioranza e condizionano la formazione delle coscienze. Da parte loro c’è un’ossessione continua perché, in genere, il politicamente corretto si compone di fantasmi che si agitano al solo proferire delle ovvietà: provate, provate a dire che Cécile Kyenge è stata fatta ministro per il colore della sua pelle; che le quote rosa (e, in subordine, le donne capolista) sono una stupidaggine, oltre che una forma di razzismo al contrario; che al Ministero delle Pari opportunità ci va sempre una donna per fare la foglia di fico; che Rosario Crocetta fece una campagna elettorale costruita anche sul fatto che in una terra ‘arcaica’ come la Sicilia si presentava a Governatore un omosessuale, mentre delle proposte programmatiche si sapeva poco o nulla; provate a dire che i milioni gettati via per liberare ostaggi italiani in Paesi a rischio potrebbero servire per il nostro welfare e coloro i quali (o le quali) girano in zone di guerra come novelli San Francesco e pudiche Santa Chiara, potrebbero qualche volta passare anche dalle mie parti, nella zona bassa dello Stivale. Troverebbero in tante zone del Sud gli stessi problemi e tanto, ma proprio tanto, da fare per poveri e diseredati. Provate a dire io non sono Charlie Hebdo, perché per quanto rispetti la satira e mi risultino ripugnanti le azioni terroristiche e bestiali le loro idee, faccio fatica ad essere blasfemo contro qualunque Dio. Provate a dire queste e tante altre banali verità, e vi subisseranno di ingiurie. Verrete subito cacciati dal consesso civile e additati nella migliore delle ipotesi come degli intolleranti. Ma provate a dirle voi. A me manca il coraggio e non le dirò>>.

Libri. “L’Ubbidiente Democratico” di Iannone: per distinguersi dalla ridente polis dei corretti, scrive il 20 settembre 2016 Isabella Cesarini su "Barbadillo". Si spalanca con un’affermazione di Carmelo Bene, durante una puntata del Maurizio Costanzo Show – 1994, l’ultimo libro dello scrittore Luigi Iannone. Corsivo che diviene principio guida dell’opera L’Ubbidiente Democratico, nell’esergo del genio salentino: “Non me ne fotte nulla del Ruanda. E lo dico. Voi no. Non ve ne fotte ma non lo dite”. Si tratta di una dichiarazione, all’interno della quale non si trovano i caratteri di quel “corretto” che attualmente siamo tutti obbligati a indossare. Iannone si inoltra all’interno di un campo minato che pochi hanno l’ardire di calpestare. Il suo soliloquio si fa dapprima parola e poi pagina scomoda, poiché lontana da quello spazio così abusato e gremito del politicamente corretto. Una città immaginaria solo nel nome, zeppa di tante bravissime persone, altrettanti buoni propositi, tutti così realizzabili, ma solo nell’evanescenza dell’incompiuto. E guai a non pensarla come gli abitanti di questa ridente città: marchio d’infamia e foglio di via. In assenza di cotanto calore, l’apolide si ritrova rapidamente isolato, ma certamente sereno in compagnia di quelle idee ritenute così scomode. Pensieri come lampi; zampilli che attraversano anche gli autoctoni della lieta cittadella, ma restano sconvenienti e dunque la scelta ricade sulla comodità di restare distesi sul proprio personale divano del tacere. E rimanendo nel tema morbido del salotto, lo stesso scrittore confessa il suo – e non solo – incubo ricorrente. La vicenda onirica si svolge nel salotto più famoso e corretto d’Italia: la casa immacolata di Fabio Fazio. Cortese sino alla nausea, accogliente nelle ospitate degli abitanti della città ubbidiente: Fiorella Mannoia, Corrado Augias che in un altro alloggio ancor più confortevole illumina d’immenso Piergiorgio Odifreddi e Federico Rampini. Ancora un passaggio sull’agiata villa di Lilli Gruber che invita Roberto Vecchioni, Jovanotti e compagnia lealmente cantando. Un ripiegamento onirico, nello specifico meglio noto come incubo, dove i buoni e i giusti si avvicendano nelle notti turbate dello scrittore. Al risveglio, il tedio risulta meno onirico, ma ugualmente corposo. Quello di Iannone è un percorso che svela acutamente molte annose questioni e ripetuti meccanismi. Il cantante Simone Cristicchi è uno di quei casi, che da un certo punto in poi, entra di diritto nella categoria dei ripudiati dagli ubbidienti. Portando in scena lo spettacolo dal titolo Magazzino18, legato all’ostico argomento dei martiri delle foibe e il dramma degli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia, Cristicchi si fa velocemente indegno della residenza sotto la volta dei corretti. All’esterno di un tale phanteon di purezza, lo scrittore Iannone colloca una figura leggendaria che trattiene tutti i caratteri del mito: Hiroo Onoda. Non come l’icona di un eccesso idealistico, quanto la delicata e meritevole descrizione di una creatura, che da lontano, si rivolge direttamente alla nostra voce interiore. Accade in questo piccolo uomo, un’espressione dell’onore nell’aderenza a quella meravigliosa forma di amor patrio, stimato malamente come espressione desueta e oltremodo scorretta. Diverso il discorso per i nostri Presidenti della Repubblica, tutti, da un momento storico in poi, cittadini onorari della cittadella corretta. Non più latori del potere temporale, ma cavalieri senza macchia, custodi eterni del potere spirituale. Figure immacolate con vite prive di umani buchi neri: coerenza e sacralità. Dunque papi e non capi di Stato in odor di santità e non in tanfo di muffa. Iniziato dallo storico revisionista Ernst Nolte, allo spirito critico che si fa maniera di voler scomporre e sezionare anche il più ameno dei luoghi comuni, Iannone procede come un bulldozer verso le considerazioni scolastiche. Con uno sguardo nostalgico a quella che ritiene l’ultima degna del nome di riforma, nella persona di Giovanni Gentile, opera una non poco interessante distinzione tra scuola come istituzione e studio. Non necessariamente le due cose coincidono. L’autore stesso, si dichiara tanto avverso alla scuola, quanto devoto all’apprendimento e all’approfondimento. Caratteristica che si dovrebbe considerare virtù, anche in merito al fatto di essere stata patrimonio di molti nomi altisonanti. A fronte del fatto che personalità come Croce e Prezzolini non raggiunsero l’incoronazione in pianta di alloro, attualmente presunti rapper, assolvono il ruolo di oracolo. Il reietto dell’arcadica cittadella dell’ubbidiente, raggiunge l’apoteosi della sua posizione in una più che scontata affermazione: “Chi sbaglia, paga”. Un coro di indignati si leva davanti a una dichiarazione così poco chic, qualunquista e fuori da ogni apericena. E anche se il profano proclamatore, circoscrive il suo pensiero nella premessa, che alcuno deve essere trattato in maniera deprecabile, non risulta comunque socialmente accettabile. Ed è proprio in tale incrocio tra la tolleranza a oltranza e la volontà di ridurre al minimo gli effetti di ogni dramma che le due strade si confondono, sino ad annullarsi all’unisono. Al contrario, accolti con una certa deferenza sono coloro che Montanelli sintetizzava nel termine “firmatari”. Una categoria numerosa che pone la sua firma ovunque, contro o in favore, poco importa. L’atto apprezzabile prescinde la causa e premia l’atto: l’autografo. Nell’Eden degli ubbidienti, persino il tempo è differente: l’unico imperativo è nella rapidità. Elemento imprescindibile che qualifica ogni tipo di legame sentimentale, amicale o lavorativo. Ogni traccia di sequenzialità, qualsiasi tratto di gradualità, necessari alla civiltà, vengono prontamente inghiottiti dalla velocità che svilisce il naturale processo di crescita identitaria e comunitaria. L’autore ci porta, non privo di un tono amaro, finanche all’interno delle rovine di Pompei. Non vi è modo di uscire da un’impasse dove si gioca al rimbalzo di responsabilità tra ministri, soprintendenti, sotto, di lato o ad angolo, se non mediante un paradosso. Singolarità, che si dispiega nella sopravvalutazione di alcuna arte contemporanea, a scapito di meraviglie antichissime e intramontabili. Alla bellezza che naturalmente affascina, l’esempio in un’emozione provata di fronte alla grandezza di un Caravaggio, si preferisce cercare il significato ancestrale di un ortaggio steso a terra in qualche galleria d’arte nel mondo. Allora, il trionfo appartiene a quel lato deteriorabile, che si elegge a tutto, con le virgolette di occasione intorno alla parola arte. Nell’incontaminato mondo degli ubbidienti, lo scrittore ci guida altresì, nella spiegazione dell’uso di una certa tipologia di linguaggio. Il mansueto democratico adopera una lingua che si esaurisce tutta nel trionfo della premessa. Un’epifania che accoglie qualunque argomento, puntualmente preceduto da un mantra, una sorta di nenia: “premesso che non ho nulla contro…”. Un noiosissimo preambolo che scagiona preventivamente da qualsiasi accusa, eccezion fatta per quella di viltà. Poiché non vi è mai l’ardire e/o semplicemente l’onestà di dire ciò che intimamente si pensa. Troppo rischioso, eccessivamente inelegante e dannoso sino alla cacciata dal borghetto della compostezza. L’opera di Luigi Iannone figura un invito alla riflessione, all’ascolto di una voce dissenziente come arma di difesa dallo smottamento di informazioni che quotidianamente ci cade indosso. Un sovraccarico di notizie, dove difficilmente si trova la bussola per l’orientamento. Se risulta poco agevole farlo nelle strade, almeno si provi un tipo di ribellione, forse più adatta alla nostra società; insorgere verso quella diffusa e prepotente forma di conformismo che si fregia nel vezzo del mascheramento anticonformista. Lo spirito libero all’interno di una cittadina tutta edificata sulla compostezza democratica, tende ad apparire alla stessa maniera dello zio pazzo in Amarcord di Federico Fellini, nella splendida interpretazione di Ciccio Ingrassia. Iannone ci dona un sapiente parallelo cinematografico per descrivere la considerazione che abbraccia coloro che provano a non appiattirsi sulla melassa perbenista: i matti del paese. E se l’autore apre in Carmelo Bene, chi scrive si permette – solo dopo aver sollecitato la lettura di questo pungente pamphlet – di usarlo in conclusione da un estratto del Maurizio Costanzo Show – 1995: “Qualcuno ed era davvero anche lui un genio, ha detto che la democrazia è il popolo che prende a calci in culo il popolo, su mandato del popolo”.

Ecco come distruggere il politicamente corretto, scrive l'1/11/2016 “Il Giornale”. Ci voleva qualcuno che lo scrivesse e Luigi Iannone lo ha fatto: “provate a dire banali verità, e vi subisseranno di ingiurie. Verrete subito cacciati dal consesso civile e additati nella migliore delle ipotesi come degli intolleranti”. L’idea del giornalista e scrittore, frequentatore abituale del pensiero di Jünger e amico personale del defunto Ernst Nolte, è balenata a molti, ma ci voleva il suo libro per esprimerla appieno. Il titolo è L’ubbidiente democratico. Come la civiltà occidentale è diventata preda del politicamente corretto (Idrovolante Edizioni, pp. 138, Euro 13) e spiega come “incantatori di serpenti, teologi del buonismo e della correttezza politica sono la stragrande maggioranza e condizionano la formazione delle coscienze”. E via con esempi eclatanti su cose che tutti sanno ma è meglio tacere, per non rischiare gli insulti di cui sopra. Quindi, vietato dire che la Kyenge è diventata ministro grazie al colore della sua pelle, che le quote rose sono una forma di sessismo alla rovescia, un contentino da dare alle donne, un po’ come piazzare un filo di perle su un severo gessato da ministro. Guai a dire che certi delinquono, perché Caino non si tocca e se Abele se la passa male sono fatti suoi: i criminali vanno capiti. Guai a toccare il capo dello Stato, che pare il Santo Patrono del politicamente corretto. Che di questo si tratta, e basta. Di una dittatura soft, che ha messo da una parte i buoni e gli intelligenti – ossia gli ubbidienti al credo unico imposto dalla vulgata radical chic – e dall’altra i cafoni, gli ignoranti, gli imbecilli, i puzzoni. Ossia, quelli che provano ancora a ragionare con la propria testa e non si lasciano influenzare. L’importante, però, è tacere. Per non fare la fine degli abitanti di Gorino i quali, non avendo voluto gli immigrati, sono i mostri del momento. Quelli di Capalbio, che pure non li hanno voluti, invece se la sono cavata. Chissà perché… ma questa, in fondo, è tutta un’altra storia.

Questo libro è un catalogo delle opinioni vietate dal politicamente corretto. Pensate di essere liberi di esprimervi come vi pare? Provate a esporre tesi anticonformiste durante una cena, scrive Alessandro Gnocchi, Domenica 29/05/2016, su "Il Giornale". La libertà d'espressione è meravigliosa e noi tutti siamo convinti di poterla esercitare. Fino a quando scopriamo che le cose non stanno esattamente così. Infatti, per chi professa certe idee, non incendiarie ma comunque non allineate al pensiero unico, c'è la riprovazione del mondo culturale, che si esprime in due modi: il silenzio e l'insulto delegittimante. In libreria domina ormai il Saggio Unico, figlio del Pensiero Unico. È solare: su alcuni temi si può parlare in un solo modo, quello prescritto dal politicamente corretto. L'islam? È una religione di pace. Il libero mercato? Il vero responsabile di tutte le ingiustizie del mondo. L'accoglienza indiscriminata degli immigrati? Un dovere morale e una necessità per sostenere l'economia del Vecchio continente. A proposito, l'Europa? Una magnifica istituzione senza la quale saremmo ancora più poveri e perpetuamente in guerra come nel XX secolo. L'appartenenza al genere maschile o femminile? Uno stereotipo culturale da superare. Avere figli? Un diritto. L'adozione alla coppie omosessuali? Un diritto. L'eutanasia? Un diritto. Tutti abbiamo diritto a tutto. Abbiamo perfino diritto a dire che le cose elencate, o almeno alcune di esse, non ci trovano d'accordo. Ma se lo esercitiamo, ecco il nastro adesivo sulla bocca per impedirci di parlare e le accuse infamanti: ignorante, xenofobo, razzista, islamofobo, omofobo. Non se ne potrebbe almeno parlare, confrontarsi, dibattere? In teoria, sì. In pratica, no. Se non ci credete, guardate lo spazio occupato dalle idee anticonformiste nelle librerie, nei programmi televisivi, nei festival, nei convegni. È prossimo allo zero. Per questo, il libro di Camillo Langone "Pensieri del lambrusco. Contro l'invasione" (Marsilio, pagg. 180, euro 16; in libreria dal 3 giugno) è un'autentica rarità. L'autore, firma de il Giornale, mette in fila tutte le ideologie che considera rovinose per se stesso e per l'Italia. Ne esce un catalogo delle opinioni vietate dal politicamente corretto. Langone, spesso partendo dalla notizia di cronaca, a volte di cronaca culturale, colpisce senza paura proprio nei punti più controversi, e ci mostra che quando un'idea, perfino buona, viene trasformata in ideologia, produce disastri. Nel mirino ci sono i nuovi -ismi: l'ambientalismo, l'americanismo, l'animalismo, l'estinzionismo, l'esibizionismo, l'europeismo, l'immigrazionismo, l'islamismo... Pagina dopo pagina, gli intellettuali che vanno per la maggiore sono ferocemente dissacrati (vedi il teologo-non teologo Vito Mancuso alla voce ateismo). Al loro posto, autori che insegnano a pensare: Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Michel Houellebecq e altri. Cosa c'entra il lambrusco del titolo? Di fronte alla liquidazione dell'Italia, meglio rifugiarsi «nell'unico vero vino autoctono italiano» invece di ricorrere a «dozzinali vitigni alloctoni». Già, perché alla fine, il libro di Langone si e ci interroga su cosa significhi essere italiani ai nostri giorni. Per i nichilisti, nulla. Ma Langone non è un nichilista.

Dalle bandiere rosse ai dogmi del politicamente corretto, scrive Carlo Lottieri, Domenica 23/10/2016, su "Il Giornale". Quando crollò il muro di Berlino, in molti furono portati a pensare che l'età del socialismo fosse alle spalle e che il materialismo storico fosse destinato a finire nella spazzatura della storia. In parte, le cose sono andate così, se si considera che l'Unione sovietica si è dissolta velocemente, che la Cina è cambiata in profondità, che ormai gli ultimi fortini di quell'ideologia sono nelle mani di fratelli o nipoti di quelli che un tempo furono leader carismatici: da Fidel Castro a Kim Il Sung. Eppure il comunismo resta onnipresente, dato che larga parte della cultura contemporanea è pervasa da quella visione del mondo che ancora oggi esercita un potente influsso sulle categorie che utilizziamo per interpretare la realtà: sia nell'establishment di sinistra, sia nel populismo di destra. È sufficiente pensare al trionfo dello stupidario ecologista. È sicuramente vero che si farebbe fatica a trovare, nel pensiero di Karl Marx (proiettato verso il futuro e volto a esaltare il progresso industriale) una qualche legittimazione dell'ambientalismo dominante e delle nuove parole d'ordine: animalismo, coltivazione biologica oppure «chilometro zero». Eppure il legame tra il vecchio socialismo ottocentesco e questa nuova sensibilità è chiaro, poiché in entrambi i casi tutto si regge sulla condanna della società di mercato. Anche autori che oggi - a ragione - vengono considerati «di sinistra» (da John Maynard Keynes a John Rawls), definirono le proprie tesi alla ricerca di un'alternativa moderata e in qualche modo ai loro occhi «ragionevole» tra la pianificazione e il laissez-faire, tra l'egualitarismo assoluto e l'ineguale distribuzione conseguente alla lotteria naturale e allo svilupparsi degli scambi. Oggi il marxismo non ha più il peso che aveva quando Bertolt Brecht, Herbert Marcuse o Louis Althusser dominavano la scena culturale, ma le tradizioni ora egemoni si sono definite nel confronto con quelle idee e muovendo dall'esigenza di dare loro una risposta alternativa. Non c'è quindi da stupirsi se il dibattito pubblico e spesso la stessa legislazione tendono a considerare «ineguale» (e di conseguenza ingiusto) ogni rapporto contrattuale che abbia luogo tra soggetti che hanno posizioni economiche differenti. Il nostro sistema normativo - che prevede distinti diritti per i proprietari e per gli inquilini, per i datori di lavoro e per i dipendenti, per i produttori e i consumatori, ecc. - deriva il suo carattere fortemente discriminatorio dalla tesi secondo cui un dominio dell'uomo sull'uomo non si avrebbe solo quando qualcuno aggredisce o minaccia qualcun altro, ma anche quando due persone liberamente negoziano. Siamo tutti in una certa misura comunisti perché siamo tutti imbevuti dell'idea che una società dovrebbe eliminare le diversità, soddisfare ogni bisogno, innalzare i nostri gusti e allontanarci dall'egoismo, impedire che taluno guadagni miliardi e altri siano indigenti e senza lavoro. Non avremmo mai avuto alcuna legittimazione della coercizione statale, quando è strumentale a modificare l'ordine sociale emergente dalla storia e dalle interazioni sociali, senza il successo del pensiero socialista e senza un intero secolo di riflessione «scolastica» (con eresie, glosse e innesti di ogni tipo) attorno alle opere di Marx. Se il nazismo è ovunque condannato senza «se» e senza «ma», ben pochi esprimono la medesima riprovazione nei riguardi del socialismo: che pure ha causato un numero di morti innocenti perfino superiore. E questo si deve al fatto che le posizioni culturali mainstream sono in larga misura una revisione e una rilettura di temi di ascendenza socialista. S'intende certamente seguire altre strade, ma non è detto che gli obiettivi siano poi tanto diversi. Un dato da tenere ben presente è che se il marxismo è stato certamente una teoria a tutto tondo, sul piano storico-sociale esso è stato anche il catalizzatore di spinte tra loro diverse, ma accomunate dal voler esprimere un rifiuto radicale della realtà, identificata - a torto o a ragione - con la società capitalistica. Con argomenti variamente comunitaristi, egualitaristi, ecologisti, pseudocristiani e altro ancora, per molti anni gli spiriti rivoluzionari si sono ritrovati sotto le bandiere rosse essenzialmente per esprimere il più radicale rigetto delle libertà di mercato e di ogni ipotesi di un ordine economico-sociale senza una direzione prefissata. E se oggi, come sottolinea spesso Olivier Roy, circa un quarto dei terroristi islamisti francesi non ha genitori musulmani né ha radici nei Paesi arabi, questo probabilmente si deve al fatto che oggi il fondamentalismo incanala, in vari casi, un'analoga volontà nichilistica di distruggere ogni cosa. Le stesse librerie ci dicono, anche semplicemente osservando le copertine dei volumi in commercio, quanto il comunismo sia vivo e vegeto. In effetti, il successo di autori come Thomas Piketty, Naomi Klein, Thomas Pogge o Slavoj iek (solo per citare qualche nome à la page) può essere compreso unicamente a partire da un dato elementare: e cioè dal riconoscimento che l'Occidente è diviso al proprio interno da posizioni diverse, ma quasi ogni famiglia culturale si concepisce quale profondamente avversa alla proprietà, al libero scambio, all'anarchia dell'ordine spontaneo. Quando si consideri pure il «politicamente corretto», con il suo corredo di censure e proibizioni, è chiaro come si tratti in larga misura di una logica strettamente connessa a quel risentimento che ha alimentato, sin dall'inizio, l'egualitarismo socialista e la sua rivolta contro la natura. È chiaro che oggi nessuno si propone di spedire i dissidenti in Siberia e di disegnare piani quinquennali che governino dall'alto l'intera economia, ma il reticolato delle regole approvate dalle assemblee parlamentari delinea un quadro complessivo quanto mai illiberale: in cui si discrimina ogni libera scelta estranea al luogocomunismo e si pongono le basi per una società sempre più servile, assoggettata, priva di ogni capacità d'iniziativa. Carlo Lottieri

Bret Easton Ellis choc: il politicamente corretto uccide la nostra cultura. Lo scrittore americano e il critico Alex Kazami contro movimenti antirazzisti e nazi-femministe, scrivono Andrea Mancia e Simone Bressan, Martedì 4/10/2016, "Il Giornale".  "Che diavolo è successo agli MTV Music Awards? Niente di inquietante o scioccante, nessuna Miley Cyrus strafatta che insulta Nicki Minaj sul palco, nessun tipo di provocazione e dunque nessun attimo di divertimento. Tutti invece, vanno d'amore e d'accordo nel celebrare quella falsa inclusività politicamente corretta che ormai è diventata terribilmente noiosa e che, probabilmente, è la causa del vertiginoso crollo nel numero di telespettatori che ha seguito lo show". A Bret Easton Ellis, lo scrittore americano autore (tra l'altro) di Less Than Zero e American Psycho, l'edizione 2016 dei Video Music Awards, organizzata lo scorso 29 agosto da MTV al Madison Square Garden di New York, proprio non è piaciuta. E durante l'ultima puntata del suo podcast ha letto integralmente un monologo del giovanissimo scrittore (e critico-provocatore) canadese Alex Kazami che spara a zero contro gli eccessi politically correct di una cerimonia ormai diventata un gigantesco spot per «Black Lives Matter», il movimento finanziato anche da George Soros che accusa le forze di polizia statunitensi di essere intrinsecamente razziste nei confronti della comunità afro-americana. Kazami, che non incarna esattamente lo stereotipo del vecchio trombone della destra conservatrice, visto che è un millennial di 22 anni dichiaratamente gay, è ancora più feroce di Ellis. "Il Black Lives Matter Sabbath che è stato rappresentato ai Video Music Awards 2016 rappresenta la fine della cultura per come la conosciamo. L'intero show è stato un'ode alla narrativa liberal secondo la quale, visto che i bianchi sono tutti cattivi, almeno una persona su due tra quelle inquadrate dalla telecamera deve essere una donna di colore, perché siamo costantemente angosciati dalla necessità di non terrorizzare una generazione di spettatori cresciuta con una dieta di spazi di sicurezza, auto-vittimizzazione e trigger warning (l'avvertimento che segnala la possibilità che un testo possa essere offensivo per qualcuno, ndr)". Una scelta, secondo Kazami, totalmente ipocrita e dettata soltanto da strategie commerciali: "MTV non vuole esporre il suo pubblico a un immaginario pop pericoloso, per paura di offendere qualcuno, a meno che questo immaginario non ricada sotto il mantello protettivo del politicamente corretto. Ma la musica pop deve essere offensiva, non politicamente corretta". "La maschera imposta allo show continua il giovane scrittore canadese è stata un melenso tentativo di dipingere ogni artista sul palco come un campione di bontà, indulgendo continuamente in riferimenti al movimento Black Lives Matter, alla brutalità della polizia, a Martin Luther King. Questo era il copione, il dogma a cui tutti hanno obbedito. Ed era palpabile il terrore che qualcuno potesse esprimere un'opinione contraria al dogma. È proprio questo che sta uccidendo la nostra cultura: la paura di essere puniti per non aver aderito integralmente a questa ideologia collettiva del politicamente corretto". Il principale obiettivo delle critiche di Ellis e Kazami, con ogni probabilità, è stata l'interminabile performance di Beyoncé (vincitrice addirittura di otto premi), che nella sua coreografia ha esplicitamente fatto riferimento agli afro-americani uccisi dalla polizia (con i ballerini che crollavano al suolo dopo essere stati colpiti da una luce rossa) e che sul red carpet ha sfilato insieme alle madri di Mike Brown, Trayvon Martin ed Eric Garner, i tre uomini di colore che con la loro morte sono diventati il simbolo di «Black Lives Matter» (e una scusa per la guerriglia urbana scatenata dal movimento in molte città americane). Ellis, in ogni caso, non è nuovo alle polemiche sugli eccessi del politicamente corretto e dei social justice warriors. Ad agosto, sempre sul suo podcast, se l'era presa con le "femministe isteriche" e "naziste del linguaggio" che avevano attaccato il critico musicale del Los Angeles Weekly, Art Tavana, per un presunto articolo "misogino" sulla cantante (e modella) Sky Ferreira. Per Ellis, queste femministe di nuova generazione sono diventate "nonnine aggrappate alle proprie collane di perle, terrorizzate dal fatto che qualcuno possa pensare qualcosa, su un qualsiasi argomento, che non sia l'esatta replica delle loro opinioni". "Queste piagnucolose narcisiste afferma Ellis utilizzano l'altissimo tono morale tipico dei social justice warriors, sempre fuori scala rispetto alle cose per cui si offendono. E si stanno trasformando in piccole naziste del linguaggio, con le loro regole di indignazione prefabbricata, invocando la censura ogni volta che qualcuno scrive, o dice, qualcosa che non aderisce completamente alla loro visione dell'universo". "Questa sinistra liberal che si auto-proclama femminista conclude l'autore di American Psycho è diventata così iper-sensibile da essere ormai entrata in una fase culturale di autoritarismo. È qualcosa di così regressivo e lugubre da assomigliare terribilmente a un film di fantascienza distopica, ambientato in un mondo in cui è permesso un solo modo per esprimersi, in un clima di castrazione collettiva che avvolge tutta la società".

Gli estremisti delle nostre vite. Pasolini aveva ragione, scrive Francesco Boezi il 2 novembre 2016 su “Il Giornale”. “Caro Gennariello – scrisse Pasolini ad un allievo immaginario – a causa della scuola diseducatrice sei qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace di capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l’altro, ti angoscia”. Sono le poche righe da cui è scaturita l’idea di dar vita a questo blog. Parole portatrici di una struggente quanto tragica attualità “Gennariello” fu il destinatario ipotetico cui Pasolini inviò un “trattatello pedagogico” raccolto in Lettere Luterane. Un giovane di quindici anni, napoletano, borghese, amante del calcio. Il prototipo di studente potenzialmente imbevuto dal conformismo. Lo scrittore e regista romano cercò di metterlo in guardia dai professori, dai compromessi degli intellettuali, dall’immobilizzazione delle aspirazioni dentro un consesso culturale marcio ed incapace di sviluppare il libero pensiero, la libera immaginazione, la vocazione dell’intelligenza personale. Gli individui all’interno della scuola italiana, insomma, andrebbero sviluppandosi come contenitori vuoti, buoni solo ad essere riempiti con le nozioni utili al pensiero dominante, a quella cultura totalizzante cui Pier Paolo Pasolini addossava la responsabilità di voler accentrare tutto dentro la civiltà dei consumi. Chissà cosa avrebbe pensato Pasolini dell’accordo tra il Miur e Mcdonald’s per l’alternanza scuola-lavoro. Il ministero dell’istruzione, infatti, ha siglato un’intesa per cui gli studenti potranno svolgere le ore previste dalla legge 107 (Buona Scuola) all’interno dei locali del celebre fast food. Un favore niente male ad una multinazionale, mentre il Pd in piazza canta “Bella Ciao” in sostegno del Sì al referendum. Chissà cosa avrebbe scritto a Gennariello. Probabilmente le stesse medesime cose. La forza di Pasolini, d’altro canto, sta nell’essere stato un profeta. Era il 2 novembre 1975 quando l’autore di “Scritti corsari” fu assassinato all’Idroscalo di Ostia. Il poeta di Casarsa aveva già compreso che persino la scuola si sarebbe rivelata corresponsabile del proliferare dei modelli imposti, della distruzione delle differenze, dell’omologazione, di un edonismo neo-laico privato di qualunque valore umanistico, del dominio, insomma, dell’ideologia del consumo e dell’immagine. L’istituzione scolastica, alla fine della fiera, come stampella del totalitarismo della mercificazione. Gli studenti italiani lavoreranno a Mcdonald’s nelle ore di lavoro previste dalla 107. Deve essere stato questo il sogno ribelle dei sessantottini che oggi occupano le cattedre ed i banchi ministeriali d’Italia. Pasolini aveva ragione.

Viaggio tra i fondamentalisti della porta accanto: dai nazi-vegani ai dittatori del piatto, quelli che vogliono imporci le loro ideologie, scrive Domenico Ferrara, Mercoledì 02/11/2016, su "Il Giornale". Pubblichiamo un estratto del libro di Domenico Ferrara, "Gli estremisti delle nostre vite". Un viaggio attraverso i fondamentalisti della porta accanto: dai nazi-vegani ai dittatori del piatto passando per gli ecologisti estremi e altro ancora. Insomma, quelli che trasformano scelte di vita personali in ideologie da imporre a tutti. Vogliono metterci le catene. Non siamo più liberi. E non c’entra la libertà filosofica né la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Qui parliamo di arbitrio. E di estremismo. C’è una parte della società di oggi che cerca non tanto di inculcarci delle dottrine (ché sarebbe un fine legittimo che garantirebbe almeno la facoltà di non partecipare alle lezioni) quanto di imporci dei paradigmi, degli stili di vita, dei regimi alimentari. È una parte della società che mina nel profondo la nostra libertà di scelta. E, il più delle volte, lo fa con la violenza fisica o verbale, con l’allarmismo sociale o ancora con il terrorismo psicologico. Sono i talebani delle nostre vite. Gli estremisti della quotidianità. I portatori malati di un pernicioso nazismo delle idee. Quello che confina i disertori in un ghetto sociale, i cui componenti vorrebbe che diventassero una minoranza sempre meno influente. E soprattutto meno libera. Il verbo che loro diffondono è il solo possibile, quello giusto. Alla faccia del rispetto delle opinioni altrui. Si dice che la nostra libertà finisca dove inizia quella degli altri. Ma loro, gli altri, non conoscono confini. E, soprattutto, non credono nella libertà del prossimo, anzi, fanno di tutto pur di contrastarla e demolirla. In un’epoca in cui i terroristi dell’Isis condizionano le nostre esistenze, tagliando, oltre alle teste dei loro nemici, anche la nostra cartina geografica (prendete un mappamondo e fermatevi a riflettere un secondo su quali posti in questo periodo evitereste per paure di un attentato dell’Isis e vedrete che non sono pochi), c’è un altro tipo di fondamentalismo (ideologico) che si insinua nelle nostre vite. Il più delle volte non ce ne rendiamo conto, ne siamo inconsapevoli. Altre volte invece ci si presenta davanti con una virulenza inaudita. Prendete i nazivegani per esempio. Sì, proprio quelli. Ma badate bene, qui non si prendono in considerazione coloro che hanno scelto la via dell’ascetismo culinario e che il massimo del fastidio che possono procurare è la confusione dell’amico che se li trova a cena e che rimodella il menu a immagine e somiglianza degli invitati. No, quelli sono i vegani moderati, quelli che pacatamente ti spiegano le ragioni della loro scelta, che discettano di cibo industriale e che ti saprebbe- ro elencare i macchinari utilizzati per la cottura del pollo e gli elementi chimici usati per alimentare gli animali del pianeta. Scelta legittima e financo condivisibile. Perché scelta privata. Ognuno è libero, in teoria, di impiattarsi quello che più gli pare e piace. Nei limiti della legge, ovviamente. Non stiamo parlando di chi vuole farsi bistecche di panda e cucinare i gatti. Per carità. Qui si parla degli estremisti, quelli che fanno vere e proprie azioni di «guerriglia» contro i carnivori. Sono i paladini della violenza delle idee, disposti a tutto pur di convertire un infedele. Ma in realtà la conversione è un obiettivo che non si prefiggono. Loro puntano alla punizione. Lo ha spiegato perfettamente Valerio Vassallo, il leader di uno di questi movimenti vegani in un’intervista al programma Le Iene che ha fatto il giro del web. «Se vedo una persona che mangia un panino con la mortadella, se riesco ci sputo dentro. Se vedo una signora con una pelliccia, faccio di tutto per danneggiargliela. Se, per salvarsi la vita, mia madre fosse costretta a usare dei farmaci testati sugli animali, la disconoscerei». Sempre lui, insieme ai suoi compagni di ideologia, bloccò una gara di pesca alla trota sulle rive del fiume Sesia cercando di convertire un padre con queste dolci parole: «Tu stai insegnando a tuo figlio ad uccidere», innescando con lui un acceso alterco e impaurendo il bambino che scoppiò in un pianto dirotto. Colpirne uno per educarne cento. I nazivegani non guardano in faccia niente e nessuno. E riscrivono la storia, a modo loro. Nelle loro menti stanno rivivendo gli anni del nazismo: ciò che avviene negli allevamenti rappresenta - per loro - un nuovo Olocausto e gli animali sui quali si sono testate e si testano le medicine del passato, del presente e del futuro patiscono le stesse pene dell’inferno che patirono gli ebrei. Ma le fondamenta su cui si poggia questa sorta di religione ultra-ortodossa sono labili come un grissino (vegano) e non trovano alcun appiglio scientifico se non l’ancor più fragile precetto in base al quale è inutile testare i farmaci sugli animali se tanto poi sono gli uomini a doverli assumere. È l’antiscienza per eccellenza. O peggio, il disconoscimento della scienza stessa. A meno che, per salvare gli animali, non si voglia passare direttamente ai test sui bambini.

Giù le mani da Magdi Cristiano Allam, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2016 su “Il Giornale”. Chi sono davvero i razzisti? In questi giorni Magdi Cristiano Allam, intellettuale e giornalista tra i più liberi in Italia, nonché caro amico di chi scrive, è stato nominato cittadino onorario dal comune di Cascina, centro abitato di 45mila persone in provincia di Pisa. A volerlo insignire di tale carica sono stati l’assessore alla cultura, Luca Nannipieri, ed il sindaco, Susanna Ceccardi. Quello di cui stiamo parlando è il primo comune toscano ad essere governato dalla Lega Nord. “Fino a qui tutto bene; il problema non è la caduta, è l’atterraggio”, così recitava il monologo più famoso della pellicola L’odio (La Haine) film diretto e scritto, nel 1995, da Mathieu Kassovitz. L’atterraggio è rappresentato dai sedicenti appartenenti allo schieramento locale del Pd, la Cascina Democratica, che vuole ergersi ad unico detentore del potere di gestione del pensiero in città. Dai loro canali social alzano il pugno sinistro al cielo: “Restiamo convinti che l’assegnazione della cittadinanza ad Allam sia un gesto sbagliato e ci pare opportuno far conoscere la nostra opinione ai cittadini”, poi continuano “si prefigura il ritorno alla difesa del feudo, in maniera sempre più bellicosa”. Vogliono avere la prima e l’ultima parola, vogliono ergersi a liberatori delle coscienze quando sono i primi a promuovere leggi e discorsi liberticidi. La loro intenzione è quella di tappare la bocca a chi dice no, a chi si solleva contro una società corrotta e che frana insieme ai suoi valori. Anche il Psi, ma sono ancora vivi?, non ha perso tempo e ha cercato pubblicità attraverso la figura, stoica in questo caso, di Magdi. “Il Psi di Cascina non può né approvare né sottacere ad un’operazione di arruolamento forzato di Oriana Fallaci. E’ oggettivamente fuorviante associarla a culture e ad opinioni politiche, mai condivise e da cui è stata lontana tutta la vita, come si sta tentando di fare con l’iniziativa promossa presso il teatro Politeama”. Stiamo parlando di Cassandre, riferendoci a Magdi e alla Fallaci, capaci di vedere il futuro, analizzarlo, studiarlo e predirlo. Personalità che non hanno paura a caricare la loro anima, tra cultura e volontà di non cedere, per colpire il male di questi tempi. La disoccupazione ci sta mettendo in ginocchio, l’immigrazione ci sta rubando la nostra identità sacra e la politica sta spegnendo ogni sogno rivolto verso l’avvenire ed il problema è un’onorificenza? VERGOGNATEVI. I democratici, e chi altrimenti?, hanno definito il saggista “un personaggio che soffia sul fuoco del fondamentalismo”, ma non è finita qui perché viene descritto, dagli adepti renziani, come un uomo “che divide e nasconde dietro l’espressione scontro di civiltà l’idea di nuova guerra santa”. Ho dovuto rileggere certe dichiarazioni, almeno due volte, per sincerarmi che fossero vere. Come può un uomo che per 56 anni è stato musulmano, che ha raggiunto l’Italia partendo dall’Egitto, dove è nato, con un visto per lo studio in tasca essere un seminatore d’odio. Un intellettuale che ha abbracciato il Cristianesimo e che combatte ogni giorno il fondamentalismo islamico capace, solamente, di inorridire l’intero globo. Persona dotta, istruita e volenterosa la cui unica colpa è quella di dire la verità, nient’altro che la verità. “Dare del seminatore di intolleranza a me è estremamente grave. Sottintende il fatto che ho un pregiudizio nei confronti degli immigrati o dei musulmani che corrisponde ad un reato perché parliamo di razzismo. Ricordo loro che io sono stato un immigrato vero in Italia. Mi rappresentano come un terrorista ma io sono una vittima del terrorismo e di quelli che seminano intolleranza: da 14 anni vivo sotto scorta”, questo ha dichiarato, lo scrittore, sulle colonne de Il Giornale.  Eppure i veterocomunisti pisani, tanto ligi a parlare di morale, però incapaci nella loro dottrina politica di averne una, dovrebbero sapere che il comune di Cascina, nel 1998, ha consegnato la cittadinanza a Silvia Baraldini. Quest’ultima ha scontato 23 anni di galera, per associazione eversiva, tra gli Stati Uniti d’America e l’Italia. Vicina al movimento Black Panther Party è finita in manette per concorso in evasione, associazione sovversiva (nel curriculum figurano anche due tentate rapine) ed ingiuria al tribunale. Resto disgustato da questo tipo di proteste e dichiarazioni puramente ideologiche, capaci di mostrare solo l’ignoranza di chi critica per partito preso senza analizzare i contenuti. In questo caso parliamo di una persona che conosce, a memoria, il Corano e che da quando si è convertito è stato dichiarato un uomo morto dall’Islam, proprio per via della sua conversione. Ma a quanto pare i difensori di questa religione, che promuove l’odio, bramano per diventare i primi complici del fondamentalismo religioso se le nostre città si trasformeranno nella Parigi della sera del 13 novembre. Del resto ognuno si sceglie i propri modelli di civiltà, il mio l’ho scelto ed è un esempio di disciplina e di lotta per ognuno di noi: MAGDI CRISTIANO ALLAM.

Sarri e il solito coro del "Politicamente corretto" a giorni alterni, scrive "Il Piccolo D'Italia il 20 gennaio 2016. Fonte: Fabrizio Verde, Francesco Guadagni e Alessandro Bianchi per L’Antidiplomatico. In occasione della partita di calcio tra Napoli e Inter, valevole per la qualificazione alla semifinale della Coppa nazionale, è entrata in azione la solita ipocrisia e doppia morale di marca italica. Evento scatenante, un litigio tra i tecnici delle due compagini calcistiche Maurizio Sarri e Roberto Mancini. Quest’ultimo, allenatore dell’Inter, nel dopo partita ha lanciato accuse di razzismo nei confronti del tecnico toscano che allena la squadra partenopea, colpevole di averlo apostrofato con i termini ‘frocio’ e ‘finocchio’. Per Maurizio Sarri, che dichiara di non ricordare le parole esatte ma si è scusato a telecamere spente nello spogliatoio dell’Inter prima dell’accusa mediatica di Mancini, si è trattato di una caduta di stile, questo è fuor di ogni dubbio. Ma è l’intero contesto di abnorme colpevolizzazione dell’allenatore del Napoli ad essere oggettivamente fuori luogo. Innanzitutto bisogna ricordare che l’Italia è il paese dove in occasione di ogni partita di calcio vengono gridati i più beceri cori razzisti nei confronti della città di Napoli e dei suoi abitanti, nel generale disinteresse di giornalisti e addetti ai lavori, che fanno a gara nel minimizzare questi atti di razzismo, declassandoli a semplici sfottò da stadio, senza tener contro del retroterra culturale che vi è dietro a questi slogan beceri e razzisti. Si tratta degli stessi personaggi che da ieri cercano di ergersi a improbabili moralizzatori del mondo del calcio. Si tratta, si sa, del solito “politicamente corretto” creato ad arte. Che dire poi dello stesso Roberto Mancini che si è precipitato ai microfoni della Rai a denunciare indignato delle offese ricevute, dopo aver provato nello spogliatoio del Napoli a venire alle mani con il tecnico toscano? Si tratta dello stesso Mancini che nel 2000 intervenne in difesa del suo amico Sinisa Mihailovic, il quale aveva definito il centrocampista dell’Arsenal Vieira un «negro di merda», con queste testuali parole riportate dal quotidiano ‘La Repubblica’: «Nel corso di una partita l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e di grande nervosismo. Credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca lì». Lo stesso Mancini che da allenatore del Manchester City rischiò di finire alle mani con ben due suoi giocatori Adebayor e Tevez. Il primo accusato di fingere un infortunio poi rivelatosi vero, il secondo per divergenze tecnico-tattiche. Il litigio tra il tecnico di Jesi e l’attaccante argentino trovò il suo culmine quando Mancini affermò nei confronti di Tevez ‘l’elegante’ frase «go fuck your mother». Insomma, il tecnico che ieri si è tanto scandalizzato non ha nulla da invidiare alle tante teste calde che popolano il calcio mondiale. In ultima analisi è curioso notare come quegli stessi giornalisti che ieri si sono affrettati nel crocifiggere un allenatore per un insulto proferito in un momento di grande concitazione e nervosismo, siano gli stessi che da anni ignorano il più becero razzismo, le ruberie, i macroscopici brogli e quant’altro accade nel mondo del calcio. E, infine, un ultimo punto, il più importante perché non parliamo più di qualcosa attinente ad un gioco, è curioso notare come quegli stessi giornalisti che ieri si sono affrettati nel crocifiggere un allenatore per un insulto proferito in un momento di grande concitazione e nervosismo, siano gli stessi che ignorano e tollerano ogni giorno lo stupro di diritti, democrazia e della nostra Costituzione che avviene ogni giorno. Lo stato in cui versa un’Italia sempre più schiacciata della dittatura europea neoliberista dipende anche, e soprattutto, dal coro del “politicamente corretto” dei bombardatori umanitari a giorni alterni.

Mancini-Sarri, il direttore (napoletano) di Tuttosport: «Chiedo scusa per il titolo, Roberto è un ipocrita», scrive “Il Mattino” il 21 gennaio 2016. A Radio Crc nel corso di "Si Gonfia la Rete" di Raffaele Auriemma è intervenuto Paolo De Paola, direttore (napoletano) di Tuttosport che ha fatto marcia indietro rispetto al titolo del quotidiano sportivo torinese di ieri: «Chiedo scusa per il titolo su Tuttosport, ho creduto alla sua buona fede, ma invece Mancini è un ipocrita - ha detto De Paola -. Ho preso visione di una realtà che era diversa rispetto a quella che avevo prospettato e scritto su Tuttosport con quel titolo “Siamo tutti Mancini” e non ho difficoltà a dire che alla luce di quanto emerso, mi scuso perché Mancini è un ipocrita». «La denuncia del tecnico - ha spiegato il direttore - sembrava veritiera e coraggiosa, Mancini sembrava un paladino e invece era solo una cosa falsa perché lo stesso allenatore ha proferito la stessa accusa ad un giornalista quando era a Firenze e mi dispiace di aver fatto quel titolo perché Mancini è un ipocrita. L’ho seguito in buona fede, ma alla luce della verità, ripeto, Mancini è un’ipocrita. Mi piace confrontarmi con i fatti e al di là della mia buona fede, mi sembrava che quello di Mancini fosse un rincrescimento vero. Ritengo che nascondersi dietro quella frase “sono cose da campo” possa fungere da alibi per giustificare tutto, anche le combine, per cui resto convinto del fatto che ci sia comunque un muro da abbattere. Ma faccio un passo indietro perché non può esserci un moralismo facile, lo scheletro di Mancini lo abbiamo scoperto, il caso è identico e la parola giusta è ipocrisia. Mancini l’ha usata in cattiva fede portando avanti una bandiera che evidentemente non è la sua. Il problema è che poi il tecnico è ritornato sull’argomento e anche il padre lo ha fatto. Preferirei che anche la famiglia si chiudesse nel silenzio perché tutto questo gli può tornare indietro come un boomerang. La vicenda si è rivestita di un nesso sgradevole e andrebbe chiusa al più presto. Sarri ha sbagliato, ma più volte ha chiesto scusa. Quel modo di pensare non deve esistere né in campo, né fuori dal campo. Ma, ne esce bene da questa situazione perché si è scusato immediatamente ed ha mille giustificazioni a differenza di Mancini che ne esce sminuito. Su Tuttosport, sul giornale e sul sito certamente vedrete qualcosa di diverso rispetto a quanto emerso nella giornata di domenica. C’è da indignarsi e mi spiace che siamo di fronte ad un’altra pagina sgradevole».

La Gazzetta conferma: "Mancini chiamò 'frocio di merda' il nostro giornalista Da Ronch nel 2001", scrive "Tutto Napoli" il 21.01.2016 12:44. Figuraccia colossale quella rimediata da Roberto Mancini, dopo che ancora oggi ha ribadito la gravità dell'insulto di Maurizio Sarri. Da Firenze in giornata hanno ricordato che lo stesso tecnico dell'Inter chiamò 'frocio' un giornalista ai tempi della sua esperienza alla Fiorentina e la Gazzetta dello Sport ha confermato (perchè solo oggi, e non ieri?) l'accaduto specificando che si tratta del collega Alessio Da Ronch: "Fine dicembre 2001: la Gazzetta dello Sport svela un episodio relativo ad Amaral, centrocampista della Fiorentina tornato in Brasile prima delle vacanze. La versione ufficiale del club è che il giocatore è in permesso, in realtà ha avuto un alterco con Mancini che lo riteneva fuori dal progetto e ha preferito andare via. Letto l'articolo, l'allenatore viola prima di una conferenza fa chiamare il nostro giornalista dall'addetto stampa: vuole un colloquio privato per chiarire. Così Alessio lascia la sala stampa e va a parlare con Mancini che però comincia a insultare: Alessio fa per andarsene e a quel punto Mancini lo apostrofa così: "Sei un frocio di m..., vieni qui". A quel punto Alessio reagisce, soltanto verbalmente, torna indietro sui suoi passi e Mancini viene trattenuto prima che la lite degeneri. Il tutto davanti a un altro giornalista, all'addetto stampa viola e a parte della squadra che era uscita dallo spogliatoio dopo aver sentito le urla".

Il precedente del Mancio: nel 2001 apostrofò un giornalista: "Frocio di m...". Ma lui smentisce tutto, scrive Pasquale Tina il 21 gennaio 2016. La querelle tra Sarri e Mancini è infinita e si arricchisce di un nuovo capitolo, come svelato dal sito firenzeviola.it . "Mi ha dato del frocio e del finocchio", così Mancini ha accusato Sarri al termine di Napoli-Inter. Ma in serata il tecnico dell'Inter smentisce categoricamente tutto. Gli stessi epiteti di Sarri, secondo il sito, li aveva utilizzati pure il Mancio quindici anni fa contro Alessio Da Ronch, giornalista de La Gazzetta dello Sport, che ha confermato l'episodio. Era il dicembre 2001. Mancini, allora alla Fiorentina, non gradisce un articolo della rosea sulla vicenda Amaral e chiede all'autore un colloquio privato prima della conferenza stampa. I toni sono concitati, Da Ronch è sul punto di andarsene e a quel punto Mancini lo apostrofa così. "Sei un fr.... di m...., vieni qui". Solo l'intervento di altre persone - tra cui l'addetto stampa della società viola - ha evitato che la lite degenerasse. Roberto Mancini però non ci sta e mentre la notizia fa il giro del web, in serata decide di replicare. Dalle pagine del proprio sito, il tecnico dell'Inter torna ancora una volta su quanto accaduto nel finale della gara del San Paolo, ribadendo che "le esternazioni nel dopo gara di Napoli sono semplicemente in linea con la mia storia e la mia cultura calcistica. Non chiedo di condividere il mio modo di stare nel calcio, ma pretendo rispetto: in queste ore si sta montando una polemica e si stanno creando fazioni che spostano l'attenzione dal vero problema! Per questo vorrei che si mettesse un punto a questa storia che è stata oggetto di fin troppe strumentalizzazioni - chiarisce Mancini - Non ultima quella secondo cui, 15 anni fa, sarei stato perfino autore dello stesso insulto nei confronti di un giornalista, cosa non vera: non ho mai utilizzato quel termine perchè non ha mai fatto parte del mio linguaggio. Ribadisco la mia delusione, ma vorrei che la concentrazione tornasse ora sui nostri obiettivi sportivi e sulla prossima partita, fondamentale per il prosieguo della stagione dell'Inter".

Ipocrisia al potere nel caso. Sarri-Mancini: anche la sentenza è un’offesa per tutti, scrive Goffredo Buccini il 22 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Le parole, per dirla con Nanni Moretti, sono importanti: chi lo nega vi sta imbrogliando. Tra «negro» e «nero» passa la distanza tra l’America segregazionista di Rosa Parks e quella liberal di Obama. Ora, inerpicarsi sull’esegesi di Maurizio Sarri, fermo agli epiteti da angiporto contro Roberto Mancini alla fine di Napoli-Inter, potrà pure far sorridere. Ma la voglia di sorridere svanisce subito di fronte alla sentenza del giudice sportivo che condanna l’allenatore del Napoli a un buffetto sulla guancia: dare del «frocio» all’avversario costa appena due giornate di squalifica nella prossima Coppa Italia (in questa il Napoli non c’è più, le prime partite della prossima le giocherà contro squadre minori, il danno è zero). L’insulto, attenzione, è rilevato: ma, interpretando in modo a nostro avviso surreale il regolamento (articolo 11, discriminazione razziale), non sarebbe omofobo, perché Mancini non è gay, quindi non ha di che adontarsi troppo. Poco conta che quell’insulto, usato così, offenda tutti gli omosessuali e (ha ragione Mancini) tutti gli eterosessuali dotati di sensibilità e civiltà appena medie. Non dubitiamo che il giudice Tosel abbia le sue pezze d’appoggio disciplinari, le sue pandette di scorta. Ma ci permettiamo di eccepire che ha dato un ennesimo, pessimo esempio a un Paese dove da tempo il discorso pubblico è slittato nel turpiloquio, dove invoca l’omertà calcistica («cose di campo...») anche chi ha rappresentato lo Stato ai livelli più alti (Berlusconi), dove un presidente di Federazione (Tavecchio) è finito sulla graticola Uefa per i suoi vaniloqui razzisti sul «mangiabanane» Optì Poba. In questo Paese di maschi da caricatura, in cui la categoria del «politicamente corretto» viene ridotta a sinonimo di ipocrisia e la mitezza diventa «buonismo», noi, caro giudice Tosel, sommessamente, preferiamo stare dall’altra parte. O, come forse direbbe Sarri a man salva, dall’«altra sponda».

Se Mancini diventa il cattivo. È evidente che la vera colpa dell’allenatore dell’Inter è aver infranto la legge non scritta su cui si regge il calcio italiano: l’omertà. Chi mette in discussione il silenzio – sugli insulti, sullo strapotere delle curve, sulle scommesse, sulle combine – è fuori dal gioco, scrive Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera” del 22 gennaio 2016. Sono bastate 48 ore perché la parte lesa diventasse il colpevole, e il colpevole diventasse la parte lesa. Giornali che cambiano idea e fanno ammenda, giudici sportivi molto clementi – come ha ben scritto sul Corriere Goffredo Buccini -, il consueto intervento a sproposito di Berlusconi; fatto sta che Sarri ora pare la vittima, e Mancini il cattivo. È fin troppo evidente che la vera colpa dell’allenatore dell’Inter è aver infranto la legge non scritta su cui si regge il calcio italiano: l’omertà. Il fatto che poche ore prima un altro tecnico, Gian Piero Gasperini del Genoa, avesse violato l’omertà per denunciare i capi ultrà che l’hanno costretto a girare sotto scorta, agli occhi dei conservatori non fa che aggravare le eccezioni destinate a confermare la regola. Chi mette in discussione il silenzio – sugli insulti, sullo strapotere delle curve, sulle scommesse, sulle partite comprate e vendute – è fuori dal gioco. Basti pensare a quel che è successo a un altro allenatore: Cesare Prandelli. Mai, dai tempi della Corea (1966), si è visto il linciaggio mediatico di un ct come quello seguito all’eliminazione della nazionale in Brasile. E l’ostracismo nei confronti di Prandelli continua pure oggi. Poco conta che quasi tutte le sue contestatissime scelte si siano confermate inevitabili: Pepito Rossi non poteva giocare i Mondiali; il Mattia Destro visto nella Roma non meritava di farlo; Cassano resta - purtroppo da fermo - il calciatore italiano di maggior talento; Verratti quando sta bene è una certezza (resta il buco nero Balotelli). Ma la questione non è tecnica. Prandelli è stato irriso per aver tentato di avvicinare la nazionale alla nazione, per aver portato calciatori viziati e ignoranti ad Auschwitz, per averli fatti giocare nell’Emilia colpita dal terremoto e sui campi sequestrati alla camorra. Però la sua vera grande colpa, che l’ambiente non gli ha mai perdonato, è stata convocare il terzino del Gubbio, Simone Farina, che aveva denunciato una combine, una partita truccata. Ma come? Il reietto che ha infranto l’omertà viene addirittura premiato? Non lo sa Prandelli che certe cose non si fanno? Gasparini è proprio sicuro di voler denunciare i violenti? Mancini non poteva tacere le «cose da campo»? Non è meglio stare zitti? Siamo seri. La sola cosa che può fare l’opinione pubblica è, per una volta in Italia, schierarsi con chi ha subito un torto ingiusto, e non con chi l’ha causato.

Luca Telese e il "frocio" su “Libero Quotidiano" del 21 gennaio 2016: Mancini volpone, cosa c'è davvero dietro l'accusa a Sarri. È Napoli-Inter, bellezza, mica la gag di Checco Zalone sugli «uomini sessuali/ che sono gente tali e quali/ come noi normali». Fosse stata gridata in bar, forse, sarebbe potuta restare solo una gag scurrile, una battutaccia da commedia all’Italiana: «Finocchio!». Ma siccome l’insulto è volato tra due top mister in diretta tv, lo scandalo è diventato molto di più: una sfida tra cosmopolitismo e provincialismo, una decisione che sposterà equilibri di potere e classifica, un duello che segnerà il nostro costume. Sarà una squalifica che in Italia farà giurisprudenza, e che - per il senso comune - varrà di certo molto più della tormentata legge sull’omofobia. Forse loro ancora non lo sanno, ma i giudici sportivi chiamati a pronunciarsi sulla dibattutissima contesa calcistica#sarrimancini, in realtà decideranno su due grandi temi: sia sul campionato che sul costume italiano. Diciamolo subito: Roberto Mancini è un genio. Uno che ha respirato l’aria dell’Europa, che in campo ha fiutato subito la potenzialità drammatizzante dell’ingiuria politicamente scorretta, e che l’ha (legittimamente) trasformata in un’arma sportiva, e splendida, in prima persona, e rompendo il tradizionale adagio para-omertoso del nostro mondo pallonaro: «Quel che succede in campo resta in campo». Nel tempo dei labiali e delle moviole tv questa non può che essere una pia illusione. E diciamolo con altrettanta franchezza: Maurizio Sarri ha fatto un madornale errore di leggerezza e sottovalutazione: non solo quando a caldo ha dato a Mancini del «frocio» (il che già equivale ad aver perso la testa) ma anche quando dopo - a mente fredda - si è messo a minimizzare, a fare battute, e suscitare ironie in conferenza stampa: «Gli ho detto il primo insulto che mi è venuto in mente.... avrei potuto dirgli democristiano!». Troppe iperboli - Sarri, e forse con lui De Laurentiis, hanno giocato la carta dell’iperbole e della minimizzazione insieme: si può dire tutto perché nulla di tutto questo, in fondo, è grave. Errore. Gli uomini del Napoli hanno consapevolmente continuato a scommettere sull’insostenibile ombra di un gossip (magari falso, ma non per questo meno contundente nello sport più maschile per eccellenza). Oggi chi difende Sarti continua a farlo anche in sede sportiva quando per evitare una squalifica letale in campionato (almeno quattro mesi) cerca di sostenere che dare del «finocchio» a qualcuno non sarebbe un insulto, se il destinatario dell’epiteto fosse eterosessuale. Seguendo questa logica in campo si potrebbe dire tranquillamente «sporco negro» a un bianco (non sarebbe razzismo) e «figlio di puttana» a chiunque, (magari poi chiedendo l’esame del Dna dei genitori per essere scagionati in sede federale). Quello che frega Sarri - però - è la risatina con cui ha accompagnato le sue frasi, e i sorrisi che ha volutamente suscitato mentre teoricamente stava chiedendo scusa. Quello che dà forza all’affondo di Mancini - invece - è la durezza lucida che ha messo in campo. Tutti sanno che una squalifica di Sarri lo favorirebbe, ma la forza del suo primo piano quando dice «quello non dovrebbe più allenare» mette in secondo piano ogni cosa. In Italia è la prima volta che accade, ma all’estero no. Forse l’unico precedente simile nel nostro Paese sono le volgarissime corna rivolte in fotografia via Twitter da Maurito Icardi all’ex amico Maxi Lopez (ancor più dolorose, perché facevano riferimento a una moglie scippata, Wanda Nara). Ma accadeva fuori dal campo. Forse solo Mancini martedì sera aveva in mente un precedente britannico, l’incredibile scandalo esploso nell’ottobre 2012, quando durante una sfida fra Chelsea e Qpr, il capitanoJohn Terry, secondo una ricostruzione labiale, aveva gridato «Fucking Black cunt!» (letteralmente «Fottuta fica nera») contro Anton Ferdinand(un rivale mulatto del Qpr). Il cosmopolita Mancini sa che nella severissima Europa, lo sventurato Terry - che pure negava - fu costretto alle scuse, alla rinuncia al ruolo di capitano, a una squalifica e a una esosissima multa. Lo scandalo aveva travolto anche il ct della nazionale inglese dell’epoca, Fabio Capello (che cercó di difendere Terry dalla degradazione), e il suo amico Ashley Cole (appena svincolato dalla Roma) che si beccó 90mila sterline di multa e il divieto di capitanare la nazionale (solo per aver solidarizzato con l’amico Terry via Twitter!). «Sei un negro» - Sempre al Chelsea un tifoso, Stephen Fitzwater, pochi mesi prima era stato bandito a vita dallo stadio per aver insultato Didier Drogba. E solo un anno prima, nel 2011, la Federcalcio inglese non aveva avuto nessuna pietà nemmeno per Luis Suarez (all’epoca al Liverpool) accusato da Patrice Evra di insulti razzisti nei suoi confronti, durante una partita pareggiata 1-1 ad Anfield. Vicenda incredibile: una commissione indipendente comprovó che le accuse erano fondate, ed inflisse ben 8 giornate di squalifica a Suarez (costretto a pagare una multa di 40mila sterline) prima che chiunque sapesse di quale insulto si trattasse. Evra infatti - proprio come Mancini - aveva denunciato il bomber uruguagio in televisione, affermando che Suarez lo aveva apostrofato con un termine razzista per ben 10 volte. Aveva però aggiunto: «Mi rifiuto però di ripeterlo in pubblico». Il fattaccio era avvenuto il 15 ottobre 2011, durante la partita Liverpool-Manchester United. Solo dopo l’archiviazione del report della Federazione la dinamica era stata rivelata: Evra aveva chiesto spiegazioni a Suarez per un fallo duro e lui gli aveva risposto simpaticamente: «Perché tu sei un negro!». A quel punto, Evra aveva sfidato l’avversario a ripetere quel che aveva detto, e Suarez lo aveva liquidato con altrettanta sobrietà: «Io non parlo con i negri». Suarez avrebbe ripetuto sette volte in due minuti la parola «nigger», e nessuno si era messo a sottilizzare sullle sfumature di colore della pelle di Evra prima di censurarlo. Dopo le condanne esemplari, né il Liverpool né lo United avevano fatto ricorso. Non solo: i reds erano stati subissati di polemiche per non essere stati abbastanza severi. Il cosmopolita Mancini conosce benissimo queste storie, sa che la modernità arriverà anche in Italia e non si limiterà alle telecamere per accertare i goal sulla linea di porta. Ma anche l’allenatore dell’Inter ha il suo scheletro nell’armadio: nel 2000 - ha ricordato ieri Dagospia - il Mancio era il vice allenatore di Eriksson alla Lazio e la sfida di Champions tra biancocelesti e Arsenal fu caratterizzata anche dalle accuse di Vieira a Mihajlovic: il centrocampista rivelò che il serbo lo aveva chiamato «bastardo negro» e «scimmia negra di merda». E il Mancini de 2000 commentava: «L’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e grande nervosismo. Credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca lì». Nel 2007, dopo lo striscione «Napoli fogna d’Italia», esposto a San Siro, il mister aveva detto: «Era solo uno sfottò, come ce ne sono ogni domenica su tutti i campi. Non è stato bello, ma non si è trattato di una cosa così grave…». Il paradosso vuole che Mancini, che non era ancora andato ad allenare in Inghilterra, dunque, minimizzasse come il Sarri di oggi. Ma l’allenatore del Napoli, evidentemente, ha continuato a ignorare il rischio che sta correndo, soprattutto perché non è più un problema fra loro due: nel tempo dei social la notizia ha fatto il giro del mondo, e la Figc adesso ha su di sé gli occhi del pianeta. In questo caso, l’ingresso della battaglia civile nel campionato italiano più incerto e combattuto degli ultimi anni, il politicamente corretto applicato al calcio, diventa una vera arma non convenzionale. Il Mancini allenatore, con la sua denuncia, potrebbe ottenere di mettere fuori dal campionato il suo diretto concorrente Sarri per almeno quattro giornate. Anche perché il Napoli ha già vissuto (malissimo) la decapitazione del tecnico subita contro il Torino, quando - per la doppia espulsione dei mister - Sarri era stato costretto a dare indicazioni solo grazie ad un surreale balletto di massaggiatori che facevano la staffetta fra panchina e la tribuna. L’idea un po’ medievale che Mancini dovrebbe dimostrare di essere eterosessuale per non essere offeso, oppure dichiararsi gay per poter ottenere la squalifica la dice lunga su quanto il Napoli stia rischiando. Chissà come gongola Berlusconi secondo cui Sarri non aveva stile per il Milan. Chissà quanta sofferenza per tutti coloro che avevano esaltato in Sarri il figlio di operai diventato impiegato di banca, e poi - per testardaggine - mister. Con il giudizio di oggi - comunque vada - due belle favole si concluderanno senza lieto fine. Di Luca Telese.

Se anche il calcio dà lezioni di correttezza è la fine…, scrive Emanuele Riciscci il 21 gennaio 2016 su “Il Giornale”.

Va bene, forse Sarri ha un po’ esagerato con la sua visceralità, non fosse altro per la figura formale e “pubblica” che incarna. Ma da qui a prendere tutti il cazziatone dal mondo del calcio, no, non ci sto! Già è un nugolo di anime candide e di ramanzine finto-moraliste ovunque, per carità. Se anche dal calcio bisogna imparare, se anche il calcio è occasione per offrire lezioni buonine, di bon ton soft e cotillons, di savoir faire, di antirazzismo e corretta correttezza è la fine. Chiudete tutto, addio. Ne riparliamo con calma. Figurarsi se Mancini fosse gay per davvero; avrebbero squartato Sarri in mezzo al campo mentre suonava la banda dell’Aeronautica Militare. Mamma mia quante gonne lunghe, quanto candore. Quanti rientri a casa presto e quanti sessi sicuri. Sarri è uno di cuore, scravattato, diretto e genuino. Gli è scappato il frocio. Alè. Scommettiamo che se a Mancini fosse scappato un “fascista”, diretto verso Sarri, o un ricco bestemmione da bettola a microfono aperto, non sarebbe successo nulla o quasi? Niente gogna totale o, al massimo, una gognetta di nicchia. Nessun clamore mediatico generale. La giustizia sportiva, intanto, potrebbe optare per la multa o la squalifica breve, figlioccia di quella magistrale che si dà solo ai “fanculo”, sempre con la f iniziano, come finocchio e fascista, dei giocatori all’arbitro. In ogni caso il problema non sta in chi ha torto o ragione. Ormai ci si sveglia la mattina e ci si chiede quale contrapposizione sia stata montata ad arte per ammazzare la noia sociale e moltiplicare l’amarezza dell’inevitabile annichilimento. La vera tristezza è assistere all’ennesimo conato di paradossi che piovono dal cielo. Ogni volta che accade qualcosa di pubblicamente rilevante, speri, in cuor tuo, che le considerazioni successive mantengano un contegno, una certa aura di serietà, di dignità e delicatezza. E invece no! Un paradosso: nel paese dei balocchi, i balocchi funzionano, coerente effettivamente, il resto no. La giustizia sportiva funziona, quella ordinaria, no. Per un Ermes Mattielli crepato di cuore dopo essersi legittimamente difeso da due infami bastardi entratigli in casa, assisti alle squalifiche ab eternum di Platini e Blatter, per quanto non di italica paternità, scattano procure federali, giudici sportivi, avvocati, società, tutti sull’attenti; intercettazioni, volanti che irrompono in campo in piena partita, condanne, certezze della pena, Guardie di Finanze, Polizie di Stato, paladini, eroi, scudi crociati (…), Sarri è strunz, deve pagà e pagherà, come le squadre retrocesse in B, C, D e pure E, come i dirigenti indagati e radiati da ogni dove. E che paghi pure, allora. Ma insieme a lui, come diceva quel gran genio di Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo, paghino tutti, sì, proprio nel migliore dei mondi possibili, ipertollerante, multiculturale, multi vibrante, ipercorretto, ipergentile, ipereducato, con la gonna lunga, tanto candido, che rientra a casa presto e fa sesso sicuro. “Sono pronto a passare tutto il resto dei miei giorni dentro a Castel San Angelo a meditare. Santità avevo fatto un torto a un piccolo falegname giudio, ma sono riuscito corrompendo giudici, testimoni, uditori, avvocati, guardie, abati, funzionari, periti, amministratori a far condannare quel poveraccio solo perché lui è povero e giudio e io ricco e cristiano. Comunque io, Santità, mi inchino alla vostra volontà e sono disposto ad andare di buon grado in galera purché in compagnia dei monsignori Ralli, Fanta e Bellarmino, dei cardinali Fioravanti e Bucci, degli uditori di prima istanza, Ardenghi principe di Colleterzo, Soffici duca di Sezze, del conte Unte von Kaiper comandante della Guardia svizzera e dell’abbate di Santa Maria della Minerva…”. Sotto, tutti in Castel Sant’Angelo, anime candide, buonisti, fricchettoncelli, razzisti al contrario, italofobici compresi. L’altro paradosso: prendere il cazziatone dallo sport più scorretto e tribale, grezzo e rozzo che ci sia, è veramente troppo. Quello dei “non esempi” di allenatori e calciatori, quasi sempre incapaci di articolare una frase di senso compiuto a fine partita, del fairplay di plastica, dello squallore, delle simulazioni, delle risse sul prato, degli sputi e dei menischi rotti “quasi a posta”, delle bestemmie in campo, tronfio e ritronfio di episodi omofobi, razzisti, squadristi, stalinisti, nazisti, colecisti e chi più ne ha più ne metta. Impossibile farne una cernita da chiamare a testimonianza. Troppi. Da sempre. Ma il calcio e il suo mondo sono anche questo. E chiunque sia piombato in uno stadio, abbia giocato al pallone, non potrà aver fatto a meno di cadere in questa bolgia che solitamente, cominciava con gli insulti dei genitori all’arbitro, o tra loro, nei campi della “promozione”. Il teatro che ne deriva è tragicomico.

Il calcio, anche dopo questo siparietto, rimane un gioco maschio, l’Italia, invece, un gioco neutro…

Frocio! Finocchio! Uomo! Offese a bordo campo…, scrive Nino Spirlì su “Il Giornale”. Mercoledì 20 gennaio 2016 – San Sebastiano martire – Redazione SUD, Area industriale Porto di Gioia Tauro. Oggi si celebra la Grandezza di San Sebastiano, Patrono delle confraternite della Misericordia e degli Agenti, Comandanti, Ufficiali e Sottufficiali di Polizia Locale. Degli omosessuali (anche se santamadrechiesa fa finta di non sentire le preghiere dei “froci”, di cui, peraltro, è infarcita a tutti i livelli. Dai seminaristi ai papi). E proprio in questa santa giornata “ricchiona”, prendiamo atto dell’ennesimo attacco razzista su base “finocchia”. Due Mister, due Allenatori, Sarri e Mancini, due Educatori,due Maestri di Vita litigano per uno stupidissimo pallone e uno di loro, Sarri, per offendere l’altro, Mancini, gli spara alle spalle due proiettili vigliacchi “Frocio! Finocchio!” Così, d’emblée! Con il preciso intento di deriderlo. E se anche lo fosse, dico io? Dove sarebbe lo scandalo, il peccato, il reato, l’orrore? Non è lontano il giorno in cui anche io sono stato offeso pubblicamente proprio per la mia omosessualità.  Come ebbi a dire, a scrivere, in quell’occasione, l’attacco non mi ha minimamente scosso. Anzi, ci ho anche sorriso sulla scempiaggine di chi lo aveva macchinato. Ma, essendo io persona conosciuta, ho ritenuto necessario denunciare, altrettanto pubblicamente, l’accaduto, proprio per dare un segno a chi, più debole, di queste offese, spesso, ne muore. Suicida. Mi chiesi, allora, e mi chiedo, oggi, se avessi avuto il diritto di subire l’offesa in silenzio. E cosa avrebbe significato per il timido omosessuale fermo lì, in fondo alla piazza, vedere crocifiggere il temerario Nino Spirlì senza che lo stesso contrattaccasse con la sfrontatezza e il coraggio che tanto scoriandola ad ogni occasione. Dunque, lo feci. E ferii a mia volta. Giustamente. Ieri come oggi. Dalla pubblica piazza, allo stadio. Ad ogni piè sospinto, c’è un cretino che scambia l’omosessualità per menomazione. Per handicap.  Sapendo che così non è, e, probabilmente, avendone paura. Forse, terrore della possibile propria. Ieri, una sconosciuta portavoce, oggi un illustre allenatore come Sarri,mister del (o della?) Napoli, che da del frocio a Mancini, allenatore dell’Inter. E sì che di tradizione omosessuale nella Capitale del Sud ce n’è parecchia…E non solo omosessuale, fra l’altro, ma multisessuale e multiaffettiva. Che vogliamo dire, per esempio, dei femminielli? Sono celebrati per le vie di Napoli come Cristo all’altare. E, loro sì, che vanno ben oltre l’omosessualità! “Orgoglioso di essere frocio, se lui è un uomo…” è, più o meno la risposta di Mancini al suo offensore. Sarri ribatte “Cose che succedono in campo e che lì dovrebbero restare…” Alla luce dei fatti, mi chiedo cosa significhi veramente essere Uomo. Per alcuni, probabilmente, significa “ficcarsi” dentro una donna e “governarla” a suon di schiaffi o gioielli riparatori. Per altri, invece, significa rendere gloria a Dio e ringraziarlo del dono della vita. Altri ancora, senza affetti per il trascendente, vivono rispettosi della Legge e delle regole naturali. E, poi, non ultimi, ci sono coloro che vivono alla “je m’en fous”…. Un ventaglio di varie umanità e disumanità…Fra me e me, sempre più convinto che essere Uomo sia la cosa più difficile

Virus Rai 2, 21 gennaio 2016: Vittorio Sgarbi esplosivo su “Finocchio” Sarri-Mancini. Come di consueto il giovedì sera su Rai 2 va in onda il docu-talk, condotto da Nicola Porro, Virus Il contagio delle idee che vede la partecipazione straordinaria di Vittorio Sgarbi che cura una rubrica in anteprima al programma Gli Sgarbi di Virus. Vittorio Sgarbi a Virus non si è reso protagonista del suo spazio prima dell’inizio del programma ma anche nel corpo a corpo di Virus Il contagio delle idee quando l’argomento trattato è stato quello relativo alla lite fra Sarri e Mancini ed alle parole “Frocio, Finocchio” pronunciate dal tecnico del Napoli.

Il Corpo a Corpo di Virus del 21 gennaio 2016 Rai 2: argomento è stato l’insulto omofobo di Maurizio Sarri a Roberto Mancini, avvenuto durante la partita Napoli – Inter. I protagonisti del corpo a corpo, Vittorio Sgarbi e Michele Ainis. Le parole di Vittorio Sgarbi a Virus: “Dopo la partita, il più violento sembrava Mancini e il più mite era Sarri. Mancini e Sarri sembravano due froci. Dire frocio è uno sfogo come la bestemmia. La bestemmia è un modo per dire di essere incazzato. Anche la parola “finocchio” non significa più niente. Oggi è solo un ortaggio. Mancini di cosa sei offeso?”. Poi Vittorio Sgarbi prosegue: “Finocchio non è un insulto. E’ un sfogo di una persona che ha una debolezza. Non è omofobia. Al massimo è maleducazione”. Rivediamo lo sfogo in campo dell’allenatore Carlo Mazzone. Finocchio è una parola vintage, una parola che non c’è più. Se a Mancini fosse stato detto gay, non si sarebbe offeso”. Infine nuovamente Sgarbi: “Uno incazzato con se stesso si scarica con un altro. Sono sfoghi. Mancini e Sarri sono due vecchi rincoglioniti”. Vittorio Sgarbi show ieri sera a Virus: il critico d’arte, ospite fisso del talk show di Nicola Porro, ha commentato la vicenda che sta tenendo banco da una settimana, Maurizio Sarri che ha dato del “finocchio” a Roberto Mancini sul finire di Napoli – Inter, martedì sera. Com’era prevedibile Sgarbi non si è risparmiato: agli spettatori è stato chiaro che avrebbero assistito a un vero e proprio flusso di coscienza fin dalla copertina di Virus ad opera di Sgarbi stesso: Per gentile concessione mia, intorno alle undici ci troverete a dialogare in maniera molto urbana su questa materia di “finocchi, froci, gay”. Adesso parliamo d’arte. Perché tanto adesso gli insulti sono stati depenalizzati: se io vado da questo qua e gli dico stronzo e poi gli do cinquecento euro, lui mi dice: “Me lo dica ancora!”. Quanto a capra, non è un’offesa ma un riconoscimento di valore. Tanto che voglio essere pagato, visto che incontro molti giovani che mi dicono “Mi dia della capra!”, però non gratis. La puntata di Virus prosegue come di consueto: si è parlato di banche, di furbetti del cartellino e dell’attuale situazione politica e, ormai in seconda serata, arriva il “tanto atteso” momento di Sgarbi. Dopo una lunga clip in cui si fa la storia del turpiloquio nelle aule parlamentari italiane ed europee, tra un “somaro” e un “rompicoglioni”, si torna in studio per il dibattito tra Sgarbi e il costituzionalista Michele Ainis, con Alba Parietti in collegamento. Ed è proprio dall’eterno scontro con la Parietti che Sgarbi dà fuoco alle polveri: Chi attacca la Parietti è un finocchio, perché la Parietti ha solo una cosa da dare: il suo amore. È un bene divino. Chi la attacca non capisce un cazzo. E poi, entrando più nel merito della questione, tra depenalizzazione dell’ingiuria e valutazioni su cosa sia davvero un’ingiuria Sgarbi dà la stura a un ampio repertorio di espressioni colorite: Finocchio non è un insulto. È un sfogo di una persona che ha una debolezza. Non è omofobia. Al massimo è maleducazione. Finocchio è una parola vintage, una parola che non c’è più. Se a Mancini fosse stato detto gay, non si sarebbe offeso. Mancini e Sarri sono due vecchi rincoglioniti. L’atmosfera in studio si scalda, con Sgarbi che se la prende con i calzini di Nicola Porro: Guarda che calzini da finocchio che hai. Rossi con i pallini blu. Ma ti sembra il caso? Vuoi vergognarti di fare il finocchio a Rai2! È una cosa scandalosa! E conclude, evidentemente annoiato dalla discussione: Che rottura di coglioni questa puntata!

Sgarbi sta con Sarri: "Quale insulto, solo incazzatura. Un finto caso". Sembra che la polemica Sarri-Mancini sia destinata a tenere banco ancora per un po' di tempo. Argomento del momento, anche Vittorio Sgarbi, intercettato da TuttoMercatoWeb, ha voluto dire la sua a riguardo, prendendo le difese del tecnico partenopeo: "Mi sembrano discussioni senza senso, puro vaniloquio. Non se ne può più. E' ormai un modo di dire, non vedo l'elemento omofobo. Mi sembra un finto caso: anche se ci fosse del malanimo, non è un insulto, anche perchè stiamo parlando di una categoria rispettabilissima. Del resto cosa ha detto Sarri?". E sull'appellativo di "frocio" o "finocchio", il noto critico d'arte non ha alcun dubbio: "Finocchio è una parola tramontata, desueta. Se oggi dico ad un bambino finocchio non sa a cosa mi riferisco. Dire frocio ad una persona può essere una forma di 'incazzatura', ma non vedo l'insulto. Anni fa dissi ad un gruppo di ragazzi che erano dei... culattoni raccomandati ma perchè a loro avevo chiesto se avessero fatto il servizio militare e mi risposero di no. Era un modo di dire, non un insulto. E anche adesso tendo ad escludere che sia un insulto quello di Sarri a Mancini".

L'ipocrisia linguistica nello sport. Duro faccia a faccia nel finale di partita tra Napoli e Inter di Coppa Italia del 19 gennaio 2016 delle 20.45 su Rai 1. I due allenatori Roberto Mancini e Maurizio Sarri hanno avuto un duro scontro verbale, che si è concluso con l’espulsione del tecnico nerazzurro. Mancini accusa duramente il tecnico dei partenopei: “E’ un razzista. Uomini come lui non possono stare nel mondo del calcio. Ha usato parole razziste, mi sono alzato per chiedere dei cinque minuti di recupero. Ha gridato ‘fr…o’ e ‘finocchio’. Sarei orgoglioso di esserlo, se lui fosse un uomo”. “Persone così non dovrebbero stare nel calcio – lo sfogo di Mancini nel dopopartita – Ha sessanta anni, il quarto uomo ha sentito e non ha detto nulla. Siamo stati allontanati entrambi. Questo episodio cancella tutto il resto della gara, ma è una vergogna. Negli spogliatoi l’ho cercato e mi ha chiesto scusa. Ma deve vergognarsi, non parlo della partita. In Inghilterra non l’avrebbero messo nemmeno su un campo di allenamento”. La replica del tecnico partenopeo non si fa attendere: “Mi ero innervosito per l’espulsione di Mertens, non ce l’avevo assolutamente con Mancini. Ho visto che si lamentava per i minuti di recupero e mi è scappata una parola, ma sono cose da campo e dovrebbero terminare lì – ha dichiarato Sarri –. Sarebbe stato meglio se non fosse accaduto nulla, ma per me si è trattato di una litigata da campo. Mi è sfuggito un insulto, gli ho chiesto scusa e lui era contrariato, mi aspetto che ora si scusi anche lui”. “Non mi parlate di omofobia o cose del genere, è un’esagerazione – prosegue Sarri -. Ero inferocito per l’episodio, non ce l’avevo con Mancini e la mia parola non aveva nessun secondo fine. Non ricordo cosa gli ho detto. Queste cose dovrebbero rimanere in campo, perché lì c’è una tensione diversa dal solito, non come nella vita normale. Era qualcosa che doveva finire in pochissimi secondi. Io non l’avrei fatta uscire dal campo, però accetto anche che un’altra persona la pensi diversamente. E’ stata un’offesa inopportuna, ma non è normale fare uscire questi episodi dal campo. Più di chiedergli scusa non so cosa altro fare, domani glielo ripeterò se mi procuro il numero. In campo ho sentito e visto di peggio, sotto stress può succedere. Non c’è nessun tipo di discriminazione, mi è sfuggito questo termine”.

TRA IL ‘’FIGHETTO’’ MANCINI E IL ‘’CAFONE’’ SARRI, scrive Giancarlo Dotto (Rabdoman) per Dagospia. I due se le sono dette di santa ragione. Ha cominciato Maurizio Sarri. “Frocio” o “finocchio”, non s’è capito bene. Il concetto non cambia, anche se, come vedremo, si tratta di un “frocio” o “finocchio” senza concetto. Traviato dalle sue letture, Sarri. Quello sporcaccione di Charles Bukowski, da incazzato, avrebbe apostrofato il Mancio allo stesso modo, dovendo semplificare la sua avversione da uomo di tuta, viscere e pelo selvatico per un damerino col nodo sempre alla moda e il foulard che non diventa mai un nodo scorsoio. “Vecchio cazzone!”, ha replicato da par suo, il Mancio, a sua volta reo confesso del subliminale che percepisce nel tipo alla Sarri (solo cinque anni più di Mancini) un patetico parvenu, praticamente uno straccione abusivo che non ha mai pagato un lustrascarpe e puzza di rutto da osteria. Poche storie. Da che parte stai? Da quella di Sarri, ovvio, dovendo stare. Detto che “frocio” o “vecchio cazzone” (l’insulto come voluttà a offendere poggia sulla prima), dal momento in cui sono ufficialmente entrati nel dizionario degli insulti, non sono più concetto,  sfilati dall’ideologia eventualmente razzista che li sottende (ma i froci e i vecchi cazzoni sarebbero una razza?), ma solo astrazioni della bile, maniglie del subitaneo scoppio di odio, non sarebbe stato più elegante che i due se la fossero vista negli anfratti del San Paolo, magari con un manesco regolamento di conti, in cui probabile il Mancio avrebbe avuto la peggio, penalizzato oltre che dal fisico anche dal dover prestare attenzione alla piega del cappotto e alla sfregiabilità del lineamento che lo fa così putto a cinquant’anni? E, invece, Mancini, a partire dal promettente e sembrava minaccioso gesto del “ci vediamo dopo”, s’è lasciato andare al deplorevole: “Maestra, ha sentito cosa mi ha detto quel cafone di Sarri, dell’ultimo banco, la bestia in tuta?”. Aggiungendo, per aggiustare la mira da fighetto, l’odiosamente corretta accusa del “razzista”. Per dirla tutta, ho trovato assolutamente perfetto e inesorabilmente etico a suo tempo lo Zinedine Zidane che si cancella dalla partita più importante della sua vita, trasformandosi da alato fuoriclasse in Minotauro, nel momento in cui quel mediocre di Materazzi gli tocca le donne della famiglia. Un’esemplare capocciata in pieno torace, e poi zitto per la vita, altro che maestrina. E niente scuse. Scuse di che? Dettaglio non piccolo: nel corso dei cento minuti che passano dal primo all’ultimo tunnel i ragazzi del pallone, allenatori e dirigenti inclusi, se ne scambiano a tonnellate d’insulti sanguinosi, tra quelli più gettonati nel buon mercato dell’offesa all’ingrosso. E dunque? Che si fa? Imponiamo la dittatura del galateo nella gabbia del macho?

«Mi ero innervosito per la decisione su Mertens, ho visto che lui si lamentava del recupero, sono cose da campo che dovrebbero finire in campo. I vecchi mi hanno sempre detto che quello che succede in campo finisce lì, poi ci si stringe la mano e finisce tutto. Ho chiesto scusa a Mancini negli spogliatoi, lui non le ha accettate perché era contrariato, domani penso le accetterà. E mi aspetto anche io delle scuse perché, da uomini di sport, se una persona ti chiede scusa sarebbe giusto accettare». È la risposta di Maurizio Sarri alle accuse di Roberto Mancini dopo la lite nel finale di Napoli-Inter. «Cosa che gli ho detto? Non lo ricordo - continua Sarri a Rai Sport - ero inferocito e può darsi che lo abbia offeso. Insulti omofobi? Mi sembra esagerato, erano insulti di rabbia e senza secondi fini. Gli posso aver detto democristiano, gli posso avere detto qualsiasi cosa, ma non mi ricordo. Non ce l'ho con Mancini, mi è scappata una parola e ho perso lucidità dopo l'espulsione di Mertens perché per me non era simulazione. Certe litigate però non dovrebbero uscire dal campo e non è normale questo. Scuse agli omosessuali? Mi è sfuggito questo termine, ma da parte mia non c'è discriminazione di nessun tipo». ''Negli spogliatoi ho cercato Mancini e mi sono scusato. Ma lui non le ha accettate e mi ha detto: ''Sei un vecchio cazzone''. Mi sembra abbastanza razzista questa cosa''. E ora Sarri rischia 4 mesi di squalifica per le regole FGCI...

Maurizio Sarri non è nuovo a dichiarazioni sugli omosessuali. Ai tempi dell'Empoli, in Serie B, l'attuale tecnico del Napoli sbottò in conferenza stampa dopo un ko con il Varese. «Il calcio è diventato uno sport per froci - disse -. Abbiamo subìto il doppio dei falli, ma abbiamo avuto più gialli noi. E' uno sport di contatto e in Italia si fischia molto di più che in Inghilterra con interpretazione da omosessuali».

Sarri ha sbagliato, sue parole gravi e inopportune. Ma è incredibile il processo mediatico che ha subito in Rai, scrive Valerio Andalò. Dopo Milk e Andrews ecco Mancini, Nagatomo, Felipe Melo novelli paladini per i diritti della comunità LGBT. Da stasera, grazie alla denuncia di Roberto Mancini, eroe dei nostri tempi e degno erede di Martin Luther King, il mondo sarà finalmente un posto migliore. Mancano pochi minuti al fischio finale di Napoli Inter, con i nerazzurri in vantaggio. Mancini protesta, Sarri pure, la tensione è alle stelle. I due allenatori litigano, se ne dicono di cotte e di crude e alla fine vengono espulsi. A match concluso, durante le interviste di rito, ecco il j'accuse dell'allenatore nerazzurro: "Sarri è un razzista, mi ha dato del frocio. Non può stare nel mondo del calcio". Dopo questa affermazione, uno "scosso ed emozionato" Mancini si congeda dai giornalisti preferendo lasciare il San Paolo. Nel mentre la Società di Appiano Gentile imponeva il silenzio stampa ai suoi tesserati. Su mamma RAI (Zona 11 pm, trasmissione condotta da Marco Mazzocchi) inizia il processo mediatico, come se già non bastassero le agenzie di stampa, anche internazionali, e la rete. Sarri è messo sulla graticola fin dall'inizio, si chiedono punizioni esemplari e si sostiene che l'omofobia del tecnico toscano sia "reiterata". In particolare Giampiero Timossi, che si distinguerà per tutta la serata sottolineando il gesto eroico di Mancini e criticando aspramente l'allenatore toscano, attribuisce a Sarri ulteriori "esternazioni omofobe". Pronunciate in epoche passate e in campionati minori e per questo passate inosservate. Nel frattempo "il becero razzista" interviene in diretta. Visibilmente contrito e mortificato ripete più volte di aver sbagliato, sostiene di essersi scusato con Mancini, ricorda il suo passato e ritiene che certe cose potrebbero pure chiudersi al fischio finale. Apriti cielo, già messo alla berlina da tutto lo studio (Di Marzio escluso), la dose viene rincarata. Si richiedono nuovamente pene esemplari, si sottolinea per l'ennesima volta l'eroico comportamento di Mancini, neppure fosse Libero Grassi e si spera che questo spiacevole episodio possa servire a qualcosa, essere utile "affinchè qualcosa cambi nel mondo del calcio". Peppino Impastato Timossi, supportato egregiamente da Marino Bartoletti Mujica, chiedeva la scomunica di Sarri, riteneva che questa volta non si poteva stare zitti e voltarsi dall'altra parte, si vergognava per come i magazine esteri avessero trattato lo scottante caso. Il tutto condito da Marco Ponzio Mazzocchi che, tra un balbettio e una banalità, se ne lavava le mani mentre scorrevano in sovraimpressione i numerosi tweet degli ascoltatori, campioni del politically correct. Ebbene, una vera e propria fiera dell'ipocrisia. Nessuno ha ricordato le numerose interviste di Sarri, da sempre uomo colto, sensibile e progressista. Nessuno ha ricordato le frasi di Lippi e di Moggi (che crede di essere un novello Matteotti) sugli omosessuali. Nessuno ha ricordato i comportamenti dell'ex DS bianconero. Nessuno ha ricordato il coro di Mandorlini o le esternazioni di Tavecchio sui gay, le donne e gli extracomunitari (il quale tra l'altro dovrebbe esprimersi con parole non lusinghiere nei confronti di Sarri in quanto Presidente della Figc. E qui si ride di gusto). Nessuno ha ricordato le parole di Borriello a proposito di Saviano, nessuno ha ricordato le frasi Lotito o di Conte sulla magistratura. Nessuno ha ricordato i casi Sculli e Bari. Nessuno ha ricordato i canti dei tifosi dell'Hellas all'indomani della morte di Morosini e della strage nel Canale di Sicilia. Nessuno ha ricordato lo striscione pro mafia esposto a Palermo. Nessuno ha ricordato il comportamento di una parte della tifoseria della Roma dopo la morte di Ciro Esposito. Ma si potrebbe continuare all'infinito, tra tesserati e ultrà, non propriamente eredi di monsignor Della Casa. Soprattutto sono passate in secondo piano le offese che tutte le domeniche (e non solo) i napoletani devono subire in quasi tutti gli stadi (e non solo) della penisola. Ma in questo caso si tratta solo di goliardia, mica si spera davvero che il Vesuvio "si risvegli". Per il resto nessuna difesa d'ufficio spetta al tecnico toscano. Sarri ha sbagliato, ha usato parole gravi e inopportune e in certi contesti le parole hanno un peso specifico non indifferente. Ma si deve anche riconoscere che l'allenatore azzurro si è assunto le proprie responsabilità, ha affrontato i giornalisti ammettendo le sue colpe, si è dato in pasto ai media senza cercare giustificazioni puerili. Non si è dato alla macchia trincerandosi in un colpevole silenzio come avrebbero fatto alcuni suoi colleghi. Non ha negato a prescindere. Viceversa "lo sfogo pubblico" di Mancini e il successivo fuoco incrociato di alcuni giornalisti sono parsi sospetti. Man mano che passavano i minuti e la polemica montava è forse balenata nelle menti di alcuni la parola destabilizzazione? Come diceva Andreotti a pensar male a volte ci si prende.

Sarri vs Mancini, le polemiche, l’ipocrisia, le reazioni. Un tema caldo e spinoso, una polemica di tipo internazionale. Ho riassunto il mio pensiero in punti. Ora andiamo avanti, scrive il 20 gennaio 2016 Leonardo Ciccarelli su “Fan Page”. Ennesima polemica, ennesimo teatrino, ennesima sceneggiata tutta italiana. La questione è spinosa, difficile, non chiara come la stanno facendo i media italiani o i tifosi partenopei. Andiamo per gradi.

Gli insulti. Gli insulti nel calcio ci sono, nello sport stesso ci sono. E' intrinseco forse della natura umana sparare fuori cose poco piacevoli mentre si fa uno sforzo fisico o mentale per battere un diretto avversario. Possiamo definirlo naturale quasi. Vige una regola fondamentale però perché parafrasando ciò che si dice di Las Vegas: ciò che si fa in campo, resta sul campo. La manfrina indegna di Mancini davanti alle telecamere è ipocrita e fuori luogo, premeditata. Va detto altrettanto che l'insulto di Sarri apre un nervo scoperto e va condannato senza se e senza ma. Poteva/doveva rispondere in altro modo il tecnico toscano.

Razzismo-Omofobia. C'è una differenza tra queste due parole. I due tecnici hanno davvero usato a sproposito il termine "Razzismo" per indicare ciò che è successo ieri. Mancini ha aperto le danze definendo razzista l'insulto di Sarri, che è chiaramente omofobo. Sarri ha risposto in conferenza stampa dicendo che l'esclamazione "Vecchio di merda" è razzista. No signori, non ci siamo. E' un tema delicato che stiamo facendo scadere in una puntata di "Vrenzole" dei The Jackal. Il razzismo è quello che subiamo settimanalmente quando su tutti i campi ci danno il "Benvenuto in Italia", l'omofobia è ritenere insulto l'avere un orientamento sessuale diverso dal proprio.

L'ipocrisia, quella di Sarri. Il tecnico non può dire che è il primo vocabolo che gli è venuto in mente, non è la prima volta che succede perché anche ai tempi dell'Empoli in B successe un episodio simile che fu duramente condannato. Ovviamente una cosa è farlo contro il Varese, l'altra contro l'Inter.

L'ipocrisia, quella di Mancini. Il tecnico dell'Inter si è riempito la bocca con la parola "Razzismo". Un gesto ipocrita e fuori luogo da chi con l'amico Mihajlovic apostrofava con "Negro" e lo insultava tutti i calciatori con un colore di pelle diverso dal proprio. Un gesto ipocrita e fuori luogo da chi difende i tifosi dell'Inter quando si fanno vedere con le buste della spazzatura e le mascherine ogni volta che affrontano il Napoli, dicendo che sono solo sfottò.

L'ipocrisia, quella italiana. Ieri mentre il popolo dell'etere calcistico si indignava condannando Sarri, su altre reti nazionali andava di scena una prosopopea sul matrimonio gay, con più contrari che favorevoli. Un'ipocrisia tutta italiana che si indigna se Sarri dice "Frocio" ma vota per anni Berlusconi che dice "Meglio appassionato di belle ragazze che gay". Un'ipocrisia all'inverso, quella napoletana, che difende a spada tratta Sarri, che ha sbagliato. Difendere Sarri in questa situazione quando pochi mesi fa si aveva la bandiera arcobaleno per festeggiare la legge americana sui matrimoni tra coppie dello stesso sesso è ipocrisia allo stato puro. Altrettanto ipocrita è difenderlo per un insulto del genere. Pensate a parti inverse, con Mancini che dà del terrone a Sarri. Cosa sarebbe successo?

Le scuse. Offendere in un momento di rabbia e tensione è successo a tutti nella vita ed è umano, chiedere scusa, invece, succede a pochi. In questo Sarri è stato un signore, Sarri che sicuramente non è un omofobo e che ha chiesto scusa a Mancini, alla Rai, in conferenza, ovunque ci fosse stato bisogno. Mancini pare che le scuse non le abbia accettate. Indigniamoci anche per questo, rifacendoci al punto sugli insulti.

Lo shock. Siete sicuri di vivere nel terzo millennio? No perché se lo siete andate a leggere i commenti sulle pagine dei tifosi del Napoli. Rabbrividirete.

L'arcigay. "Ci tengo a precisare che non voglio puntare in nessun modo il dito contro Sarri, non servirebbe a niente. Quello che voglio far capire che questi tipi di offese avvengono sui campi di serie minori tutti i giorni senza che nessuno se ne prenda cura". Il punto focale della questione è questo e lo centra in pieno il delegato nazionale dell'Arcygay, Antonello Sannino in diretta a Club Napoli All News su Teleclubitalia. L'insulto di Sarri è grave perché è in cima alla piramide, non perché lo abbia fatto lui contro Mancini. Poteva farlo chiunque, sarebbe stato uguale.

L'estero. All'estero la polemica è stata ripresa pari pari, questo dovrebbe far pensare tifosi e colleghi. I giornalisti dell'estero non vogliono destabilizzare la squadra ma ritengono ugualmente gravi gli insulti di Sarri. Questione che a Napoli non si è colta. Ora il tecnico rischia una squalifica, perché nello sport professionistico non valgono le regole dei campetti di quartiere. Perché Suarez ha chiamato "Negro" Evrà ed è stato squalificato per 8 giornate, nonostante lo abbia fatto in campo. Il professionismo è questo. Se in tv un telespettatore chiama e dice cose contro qualcun altro, il giornalista è tenuto per legge a distaccarsi altrimenti è punibile quanto chi lo ha detto. Questo è il professionismo, questa è la differenza tra Serie A e Eccellenza.

L'inaccettabile moralismo, scrive Dario De Martino su “Tutto Napoli” - “Ho avuto amici omosessuali che sono rimasti amici per tutta la vita”. Non abbiamo dubbi sul fatto che Maurizio Sarri non sia omofobo. Così come non c’è dubbio che Maurizio Sarri abbia sbagliato, e lo diciamo a chiare lettere. L’uscita del tecnico azzurro è stata sicuramente pessima e da condannare. Il tecnico bagnolese, ascoltato a fine partita dalla procura federale, subirà le adeguate conseguenze per queste parole assolutamente fuori luogo. Ma è pure vero che la tensione del campo porta a dire tante parole che in altre circostanze mai Maurizio Sarri avrebbe detto. Se ne sentono tantissime di bestemmie e frasi irripetibili nel rettangolo di gioco. E' una giustificazione!? No, assolutamente! Ma Mancini conosce bene certe dinamiche e avrebbe dovuto chiarire faccia a faccia con Sarri la questione, senza scatenare un putiferio mediatico. Invece l'allenatore jesino ha preferito dirle in pubblico. Il sospetto è che l'abbia fatto per seminare bufera nel meraviglioso clima che si respira a Napoli. E sembra ci stia riuscendo. A leggere i primi titoli di certa stampa e le prime parole degli opinionisti del nulla, si è già capito l'andazzo delle prossime settimane: un processo infinito a Maurizio Sarri e tanta, tantissima ipocrisia. Infine, e chiudiamo qui la brutta parentesi, ricordiamo che Mancini giudicò come semplici sfottò i soliti cori contro Napoli, che pure ieri si sono sentiti dal settore ospiti. Per questo non sono accettabili da lui lezioni di moralismo. “Il moralista dice di no agli altri, l'uomo morale solo a se stesso” (Pier Paolo Pasolini).

Sarri sbaglia e chiede scusa. Le accuse incoerenti dell'"impeccabile" Mancini celano una strategia, scrive Gennaro Di Finizio il 20.01.2016 su Tutto Napoli.net..“Sarri è razzista. Uomini come lui non possono stare nel mondo del calcio. Ha usato parole razziste, mi sono alzato per chiedere dei cinque minuti di recupero. Ha gridato frocio, finocchio. Sono orgoglioso di esserlo se lui è un uomo, persone così non dovrebbero stare nel calcio”. Ha esordito così Roberto Mancini nel post partita del match vinto contro il Napoli. Accuse gravi, rivolte all'indirizzo di Maurizio Sarri per quel parapiglia venutosi a creare nel finale di partita. Il tutto da una lamentela dello stesso Mancini all'indirizzo dell'arbitro. Una lamentela, già di per se un atteggiamento che l'allenatore da buon moralizzatore dovrebbe redarguirsi. Ma Sarri non si nasconde. L'allenatore del Napoli non costruisce scuse davanti alla telecamere, se non quelle rivolte all'allenatore nerazzurro e non accettate. "Mi ero innervosito per l'espulsione di Mertens, non ce l'avevo assolutamente con Mancini. Ho visto che si lamentava per i minuti di recupero e mi è scappata una parola, ma sono cose da campo e dovrebbero terminare lì gli ho chiesto scusa e lui era contrariato”. Un battibecco che farà discutere, una polemica sollevata ad hoc da Roberto Mancini. In campo l'Inter non ha meritato in maniera netta la vittoria, bisogna dirlo, e le differenze sotto il punto di vista del gioco evidenziate nel corso del campionato, sono state chiare anche nella serata di coppa Italia, seppur il Napoli non abbia giocato la sua miglior partita. Chiaro che l'allenatore nerazzurro abbia sollevato una questione “da campo” come la definisce Sarri, probabilmente anche per andare a destabilizzare un ambiente come quello partenopeo che sta vivendo un momento di puro entusiasmo. Un attacco che viene da fuori del rettangolo verde, costruito su un episodio dal moralismo facile. Una situazione controversa, che adesso Sarri dovrà gestire nel migliore dei modi. Certo, il moralizzatore Mancini ci ha messo poco a lanciare accuse di razzismo a Sarri. Ma, forse, il moralizzatore non ricorda bene il modo in cui egli stesso ha gestito la questione dei cori razzisti, rivolti proprio dai suoi tifosi verso i napoletani (episodio verificatosi, tra l'altro, anche ieri sera). "Era solo uno sfottò, come ce ne sono ogni domenica su tutti i campi", giustificò Mancini quando gli si rivolse una domanda proprio riguardante la questione dei cori razzisti ai partenopei: “Non è stato bello leggere certe scritte, ma non si è trattato di una cosa così grave". Niente di grave, quindi. Mentre le parole di Sarri, dettate da un momento concitato dovuto all'emotività della partita, sono state definite “accuse gravi”, da persone che “non dovrebbero stare nel calcio”. Cose da campo, come quelle che successero tra lui e Balotelli ai tempi del Manchester City, quando il moralizzatore ed il suo giocatore vennero addirittura alla mani. Un comportamento riprorevole, quello. L'allenatore del Napoli ha sbagliato e chiesto scusa, e questo dovrebbe bastare, ma Mancini in TV ha raccontato quello che è successo tra lui e Sarri, accusandolo di razzismo.Adesso mi chiedo: perchè il signor Mancini non ha raccontato la sua minaccia a Sarri? ( ti aspetto fuori...)e le sue offese....(sei un vecchio coglione di...) Perchè non ha fatto la stessa cosa quando i tifosi del Napoli, giocatori e allenatore vengono bersagliati da insulti e cori razzisti ad ogni partita ? perchè non ha fatto la stessa cosa sulle esternazioni omofobe e antisemite di Tavecchio?...Questa ipocrisia last minute non va bene affatto, perchè Mancini sa da uomo navigato che sul campo e sulle panchine capita di tutto durante una partita.Quanti giocatori bestemmiano in campo? che facciamo: li accusiamo di blasfemia e li mettiamo al rogo? Mancini forse dimentica le sue dichiarazioni quando la curva dell'inter fu squalificata per cori razzisti contro il Napoli? ...(“era solo uno sfottò, come ce ne sono ogni domenica su tutti i campi”.....) Caro Mancini se è solo uno sfottò allora siamo tutti Mancini e non aggiungo altro.

Quando Mancini non vedeva…, scrive Pierangelo Consoli il 20 gennaio 2016. Lite nel dopo gara: Mancini attacca Sarri per Omofobia, divampano le polemiche. Parole molto forti del Mancio e i giornalisti rincarano la dose. Il vero problema è che quest’anno del Napoli non si riusciva a dire nulla di male e la cosa puzzava a molti. Niente droga, discoteche, prostitute e malavita. Solo lavoro, sacrificio e meritocrazia. Questi termini che non si confanno all’idea nazional popolare che si ha del capoluogo campano, non era possibile, qualcosa di storto, di becero, ci doveva essere e adesso, come sempre accade, tutti ci sguazzeranno felicemente, come maiali nel fango. Quando Sinisa Mihajlovich tesseva le lodi di Željko Ražnatović, per tutti meglio noto come Arkan la tigre. Un criminale di guerra Serbo che per tutti i ruggenti anni novanta si è macchiato di crimini di Guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e pulizia etnica. Quando Dejan Stankovich esibiva verso gli ultras Serbi con il numero 3, che sta ad indicare Dio, Patria e Zar, praticamente l’equivalente nazionalista serbo del saluto Nazista. Quando Paolo Di Canio correva verso la curva della Lazio come un esaltato, facendo proprio il saluto Nazista. Quando la curva dell’Inter venne squalificata per cori razzisti all’indirizzo dei Napoletani, a quel tempo, e in tutte le situazioni indicate precedentemente, Mancini manteneva il suo aplomb, sapeva minimizzare, volgeva ciuffo e foularino dall’altra parte. Certo è probabile che Il Mancio, conosca assai meglio la parola “Frocio” che la storia del ventesimo secolo, ma di sicuro, quando si tratta degli amici, è più facile farsi una risata, dire: “che ci vuoi fare…” o, persino, “sono cose di campo…”. Si perché questo è successo ieri, una cosa di campo. Certo Sarri ha sbagliato, usare certi termini è becero e offende la sua intelligenza, ammesso che le abbia davvero usate certe parole, perché Sarri ha avuto persino l’onestà di non smentire, ma nemmeno confermare, avrebbe potuto dire Mancini ha capito male e tutto finiva lì. Si sono usate parole assai dure, nel dopo gara, si è parlato di Omertà, di inadeguatezza a certi livelli, si è detto che è indifendibile, che le sue scuse non si possono accettare, e non si sono proferite a caldo, in preda alla trans agonistica, ma comodamente seduti in uno studio televisivo. Addirittura si sono andati a cercare i precedenti, dando vita ad un processo farsa stile Soviet. La verità è che negli sport di contatto certe cose accadono, sono sempre accadute, nel calcio, come nel rugby, come nel pugilato, solo che tutti hanno sempre avuto la decenza di soprassedere, una volta che il match era finito. Perché sono cose di campo, appunto, non si tratta di omertà, ma di osservare un codice, delle regole non scritte, ma che tutti hanno sempre osservato, che forse da fuori sembrano senza senso come osservare un dialogo tra sordo muti, ma chiare, chiarissime, a tutti quelli che appartengono ad un certo mondo. Mancini non è un eroe, è un permaloso, avrebbe potuto risolvere la cosa a quattrocchi, con il diretto interessato, invece ha fatto la figura dell’educanda, del catechista oltraggiato. E poi finiamola di dire sempre che all’estero certe cose non succedono, siamo stufi di essere offesi di provincialismo, all’estero accade tutto quello che accade anche da noi.

Sarri e l’ipocrisia del calcio, scrive Antonio Ruzzo il 20 gennaio 2016 su “Il Giornale”. Non per difendere Sarri, perchè si defende benissimo da sè e gli insulti a Mancini sono un brutto episodio. Però tutto questo casino ce lo potevamo risparmiare. Ce lo potevano risparmiare prima Sarri e poi Mancini. Gay, diritti civili, matrimoni omosessuali, adozioni sono argomenti che meritano scenari per discussioni più serie, non gazzarre da campo o da bar. E’ chiaro che all’allenatore del Napoli quella frase gli è scappata. E’ chiaro che ha detto una stupidaggine. Però poteva e forse doveva finire lì anche perchè il tecnico azzurro ha ammesso chiaramente di aver fatto una “cazzata” e ha chiesto scusa prima a Mancini e poi a tutti quelli che si sono sentiti offesi. E oggi chi chiede più scusa? Chi ha più il coraggio di andare davanti a una telecamere ad ammettere un errore? Ma il punto è un altro. Che l’antirazismo sia un valore è fuori discussione. Che la “lezioncina” venga dal calcio lascia un po’ più perplessi. Certo sono state fatte campagne pubblicitarie, le squadre se lo sono scritte sulle magliette che al razzismo si deve dire stop, le entrate in campo sono fatte tenendo pe mano bimbi di tutte le nazionalità e di tutti i colori. Bello, tutto molto bello come direbbe Bruno Pizzul. E allora che valga sempre. Che non sia una recitina ad uso e consumo proprio o di un momento o la rabbia che esplode contro un tecnico che tutti considerano un po’ un parvenu e che sta scombinando forse degli schemi acquisiti e non solo perchè va in panchina con la tuta. Perchè sinceramente così pare. Così pare in un movimento sono “morali” le scommesse anche clandestine, dove ai bambini molti allenatori insegnano a simulare, dove la mano di Maradona che inganna l’arbitro diventa la “mano de Dios”. In un mondo che dove l’omertà su scandali e molti altro è all’ordine del giorno, dove di doping e morti di Sla non se ne parla come se nulla fosse mai accaduto. Sembra la recitina di un mondo dove sugli spalti il razzismo è nei cori di tutti i giorni, negli striscioni, nelle aggressioni. Sembra una lezioncina che però arriva da un “prof” che fuma in classe. Allora viene da chiedere a Mancini, che questo polverone ha sollevato, dov’era quando il presidente Carlo Tavecchio insultava donne ed immigrati e soprattutto dov’è quando i tifosi dell’Inter (ma non solo loro) intonano i cori con “Napoli colera” o quando invitano il Vesuvio a seppellire la città?  Quando succederà ancora, perchè succederà, mister Mancini anzichè darsi una pettinata al ciuffo e girarsi dall’altra parte facendo finta di nulla, provi ad andare in mezzo al campo a gridare la sua rabbia…

Povero Sarri, scrive Paolo Di Caro, il 20 gennaio 2016 su “Quelsi”. Nel calcio fai presto ad affibbiare etichette senza senso a gente che guadagna milioni di euro l’anno, per poi andare in tilt al primo “frocio” urlato da un allenatore a un suo collega col ciuffo ribelle. Maurizio Sarri, scartato dal Berlusca per la panchina del Milan perché “comunista”, si avventurò in una intervista a tutto campo, nella quale anziché parlare di schemi, punizioni e calciatori, fu indotto da Andrea Scanzi (manco a dirlo) a raccontarci delle sue simpatie per Landini, del papà operaio, del nonno partigiano, delle sue letture impegnate a colpi di Bukowski, Fante, Vargas Llosa (i primi due li ho letti anch’io, a dimostrazione che di luoghi comuni si muore). Da ieri sera Maurizio Sarri è precipitato nell’inferno del razzismo, del sessismo, del “reazionarismo”, del pubblico ludibrio, della gogna mediatica, perché nel finale concitato di Napoli-Inter di coppa Italia, irritato da chissà cosa, avrebbe dato del “frocio e finocchio” a Roberto Mancini, subito corso in sala stampa a raccontarlo per dire che Sarri “non dovrebbe allenare più”. Scanzi e Mancini, due col ciuffo da intellettuali modaioli (parlo per invidia) che hanno dondolato a turno l’altalena di un uomo “normale”, coi suoi pregi e i suoi difetti, con “l’ignoranza” molto diffusa in un mondo che ti fa passare dall’anonimato alla ricchezza senza sottoporti a lezioni o esami di bon ton, galateo o politicamente corretto. Scanzi si affannò a farne una icona del “calcio operaio”, ossimoro postmoderno per definire uno dei pochi che non trovi nel tempo libero a sperperare i soldi “sudati” sul campo; Mancini, di contro, lo scaraventa nella melma, portandolo senza troppa fatica dalla parte sbagliata dei dibattiti contemporanei su razzismo e omofobia, quasi fosse un “maitre a penser” e non un bravo allenatore di provincia. Lui è Maurizio Sarri: mai stato Proudhon, tanto meno Jack lo Squartatore o un cacciatore di omosessuali; uno di provincia, si, con un linguaggio spesso borderline, a volte molto oltre la linea. Deve imparare a controllarsi e a non “bestemmiare” a favore di telecamera, come un Borriello qualsiasi, perché l’ipertecnologia non ti perdona nulla, anche quando la Coppa Italia la trasmette l’inguardabile e antidiluviana mamma Rai. In fondo, però, in un mondo ipocrita come quello del calcio la colpa è un po’ sua che c’è cascato: non poteva dire a Scanzi di leggere solo la Gazzetta dello Sport, riservandosi Bukowsky per una privatissima serata davanti al camino con sigaro e whisky irlandese? Adesso lapidatelo, suvvia.

Serie A Napoli, Giordano: «Sotto la tuta di Sarri c’era il fratello gemello». Il tecnico degli azzurri ha perso il controllo di se stesso, s’è lasciato andare in un linguaggio che (non solo pubblicamente) non gli appartiene, ha sfondato il muro del suono con un insulto che non può essere etichettato o classificato e s’è ritrovato al centro del villaggio globale, sopraffatto dalla comprensibile controreazione ad una frase choc che però non racchiude un uomo, che sa essere ironico e garbato, paradossale e istrionico e che comunque s’è lanciato nel vuoto, scrive Antonio Giordano il 20 gennaio 2016. L’estasi, poi la notte del tormento: il confine tra il palcoscenico e la gogna è sottilissimo, invisibile, però percettibile. È una voce (stonata) che s’alza nel san Paolo e diviene un’eco che fa il giro del Mondo, perché ormai il passaparola è un attimo, un clic, un mouse, è un universo che s’accende, si scatena, si infiamma, prende posizioni o sceglie di starsene distante, fiancheggia e sopprime per stile, per cultura, magari anche per simpatia o per fede (calcistica). È la moda del Terzo Millennio, o forse - più giustamente - è l’evoluzione del tempo, mica soltanto della tecnologia, che manipola, deforma, comunque diffonde in diretta ciò che avviene al campo o in osteria. S’è scatenata la sociologia di massa e, a scanso di qualsiasi equivoco, conviene subito sottolineare che Sarri ha perso il controllo di se stesso, s’è lasciato andare in un linguaggio che (non solo pubblicamente) non gli appartiene, ha sfondato il muro del suono con un insulto che non può essere etichettato o classificato (perché non ce ne sono di più gravi o di meno gravi: l’offesa, l’ingiuria, sono sgradevoli e basta) e s’è ritrovato al centro del villaggio globale, sopraffatto dalla comprensibile controreazione ad una frase choc che però non racchiude un uomo, che sa essere ironico e garbato, paradossale e istrionico e che comunque s’è lanciato nel vuoto. È successo tutto in una frazione di secondo, ciò che basta per staccare la lingua dal cervello, per disperdersi nell’enorme contenitore mediatico, però è stato un lampo, ahilui abbagliante e fulminante che non può incenerire una vita. E’ stata una spiacevole e dolorosa deviazione da sé che però ha prodotto un’immediata conversione, le scuse in pubblico ed il pentimento sincero per aver riprodotto una versione distorta della propria identità: sotto la tuta c’è un altro Sarri, che esce dal san Paolo sconvolto, stordito, turbato dal fratello «gemello» (direbbe Carletto Mazzone), quello che gli ha preso posto per un secondo e che è già stato scacciato via.

Sarri, l’omofobia e la gogna mediatica: la virtù (stavolta) non sta da nessuna parte, scrive Francesco Maria Romano il 20 gennaio 2016. Polemica Sarri-Mancini. Il tecnico toscano canonizzato dai media: ha sbagliato e pagherà, soprattutto per aver toccato un tasto dolente; pronti 4 mesi di stop. Il quarto di finale di Coppa Italia giocato ieri allo Stadio San Paolo, che ha visto l’Inter battere per 2-0 il Napoli, passerà agli annali non tanto per le prodezze di Jovetic e Ljajic valse ai nerazzurri il raggiungimento delle semifinali, ma piuttosto per la polemica generatasi tra i due allenatori. Nel post-gara, Roberto Mancini si è presentato visibilmente scosso ai microfoni della RAI, denunciando gravi offese ricevute dal collega (“E’ un razzista, mi ha dato del frocio; gente così nel calcio non dovrebbe starci“) e lasciando l’intervista senza parlare della partita (lo farà poi, parzialmente, ai microfoni di Inter Channel); la parola è passata poi a Sarri che interpellato sulla vicenda ha fornito la propria versione: “Ero furioso per l’espulsione di Mertens; l’insulto è figlio della rabbia, mi scuso ma sono cose che dovrebbero restare in campo“. Successivamente, il tecnico del Napoli è stato interrogato dalla Procura Federale fino a serata inoltrata (00.30), prima di lasciare lo stadio; secondo quanto riferisce oggi la Gazzetta dello Sport, rischia fino a quattro mesi di squalifica. Prevedibilmente, le parole di Mancini hanno innescato il classico tam-tam mediatico a mezzo social, spaccando l’opinione di stampa e tifo tra “colpevolisti” e “giustificazionisti” (oltre ad uno scadentissimo filone “complottista”). A tal proposito, vale la pena approfondire come e perché la gaffe di Sarri abbia dato adito ad un così vasto movimento disquisitorio, malgrado il calcio italiano sia tutt’altro che esente da episodi esecrabili. Mancini (e i giornalisti presenti in RAI) ha testualmente parlato di “razzismo” ed “omofobia”, due termini che, nella loro accezione più stretta, presuppongono discriminazione e pertanto rappresentano un’accusa ci un certo spessore nei confronti di Sarri. Di contro, la polemica ruoto attorno all’epiteto “frocio”, inteso comunemente come sinonimo di omosessuale. Tale termine, usato in senso spregiativo e diffamatorio, afferisce ad un radicato quanto bigotto segmento della cultura italiana, tendente ad additare gli omosessuali in maniera canzonatoria più che discriminatoria, conservando un fondo di volgarità ed ignoranza; insomma, in parole povere, un modo desueto e finanche puerile di “offendere”, tale solo nella percezione di chi considera l’omosessualità come patente di inferiorità. Detto questo, e al netto delle stress e della tensione che si possono accumulare durante la partita (la principale “attenuante” che si è concesso Sarri), quella del tecnico del Napoli è stata sicuramente un’uscita infelice, che non è passata inosservata presso gli organi di competenza e che avrà quasi certamente delle ripercussioni disciplinari, com’è giusto che sia. Sulla “delazione” di Mancini, che, a seconda dei punti di vista, ha “denunciato” o “fatto la spia” (la scelta dell’espressione più congrua la lasciamo ai lettori) si registrano due fronti d’opinione piuttosto compatti: “giusto denunciare” -come ha affermato Timossi in RAI- opposto ad un “sono cose che dovrebbero restare in campo” – come dichiarato da Pepe Reina nel post gara. Oggettivamente, la scelta di Mancini appare assolutamente legittima: non c’era (e non c’è) motivo per cui un episodio del genere non venga apertamente sdoganato a mezzo stampa; di contro, questo ha sovraesposto Sarri ad un’autentica inquisizione mediatica al quale il toscano ha fatto fatica a reagire lucidamente. La sosta ai microfoni della RAI è stato un autentico calvario: Gianni Di Marzio (pur appoggiando la tesi del “certe cose rimangono in campo”) ha comunque definito Sarri “indifendibile”; Timossi, senza giri di parole, ha chiesto al tecnico se avesse “dato dall’omosessuale a Mancini“. Le repliche del tecnico si sono rivelate francamente sconnesse e colpevoli di una certa fragilità, da “ho provato a scusarmi” a “ho molti amici omosessuali” fino a “queste cose dovrebbero rimanere in campo”. Stessa linea, più o meno, anche in conferenza stampa. Di fronte alle telecamere, è apparso un Sarri provato dallo stress e diplomaticamente impreparato ad arginare la vasta eco generata dalla “denuncia” del collega. A completamento della nostra analisi, val bene una riflessione sulle reazioni di tifo e stampa, in particolare quelle non strettamente relate ed influenzato dagli schieramenti di tifo. In generale, c’è stata una risposta virale e virulenta a quanto accaduto al San Paolo, che ha rapidamente trasceso i confini di Napoli-Inter. Un episodio di campo si è rapidamente esteso in un dibattito etico-sociologico, evidenziando come l’opinione pubblica del nostro paese sia piuttosto sensibile al tema dell’omosessualità, pur declinato in maniera così goffa nell’affaire Sarri-Mancini. La radicata cultura cattolica della maggior parte degli opinionisti e non, ha partorito roccaforti di opinione severe, quasi marziali, orientate al giustizialismo nei confronti di una persona in chiara difficoltà dialettica e diplomatica. L’Italia si è mostrata pertanto straordinariamente reattiva all’allarme omofobia/razzismo e di questo non possiamo che compiacerci: di contro, però, ricordiamo come esiste la diffusa tendenza a minimizzare quegli episodi che vedono la città di Napoli e la sua gente oggetto di cori e striscioni dal contenuto, a nostro avviso, non meno grave. Se da un lato, non si tratta di casi equiparabili o equivalenti, dall’altro pongono lo stesso problema di fondo, ovvero la presenza di una certa “cattiva cultura” che è più facile condannare che comprendere. A chiudere, almeno dal punto di vista disciplinare, la vicenda (tutt’altro che edificante, di per sé e nella sua evoluzione) dovrebbe arrivare la decisione del Giudice Sportivo; dopodiché spetterà a Sarri e Mancini esporsi per archiviare in maniera definitiva un capitolo di questa stagione di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Sarri offende Mancini ed il mondo del calcio scopre il razzismo! Scrive Dario Giuffrida, mercoledì 20 gennaio 2016. Il Napoli esce dalla Coppa Italia, l’Inter espugna il S.Paolo dopo lungo digiuno datato 1997 qualificandosi per la semifinale ma la vera notizia, quella che tiene banco e fa velocemente il giro del mondo, è la lite tra Sarri e Mancini, anzi, le offese di stampo razzista pronunciate dal tecnico del Napoli nei confronti del collega nerazzurro. Ripercorriamo velocemente i fatti: siamo al termine della gara di gioco  e, come da prassi, il quarto uomo indica i minuti di recupero ma , come sempre accade, se per chi sta vincendo i minuti risultano eccessivi contemporaneamente  sono troppo pochi per chi ha bisogno di recuperare il risultato; anche ieri sera , all’accensione della lavagnetta luminosa,  si è verificato il solito siparietto con Mancini accanto all’arbitro a protestare per l’eccessivo recupero e Sarri a chiedere  esattamente il contrario  solo che, diversamente (forse?) dalle altre volte, il buon tecnico del Napoli , da “toscanaccio” qual’è, ha condito le proteste con termini  poco eleganti provocando la reazione prima indignata e poi violenta del “dandy” nerazzurro che viene bloccato  fisicamente dall’ufficiale di gara e quindi espulso dal campo. Ci penserà Mancini, a fine gara, svelando nei dettagli al giornalista intervistatore e quindi ai milioni di telespettatori, i motivi per cui aveva avuto una reazione così violenta; in pratica il tecnico del Napoli aveva usato nei suoi confronti termini di forte contenuto razzista e di stampo “omofobo “!  Ma il bello doveva ancora venire perchè l’allenatore di Jesi, concludendo l’intervista, con un attacco frontale elegante nei toni ma di forte impatto mediatico, metteva in pratica nei confronti di Sarri, una vera e propria gogna mediatica: “Mi ha dato del……..  è un razzista, si dovrebbe vergognare”. Il tecnico nerazzurro, sfogandosi come un fanciullo davanti ai microfoni di mamma Rai, proseguiva così: “A 60 anni non ci si può comportare così, mi ha chiesto scusa ma dovrebbe vergognarsi, gente come lui non può stare nel calcio”. Ok Mister Mancini , Lei  ha ragione da vendere, la volgarità, la violenza di ogni tipo, anche verbale, non trova e non troverà mai una giustificazione ma, Vede, c’è qualcosa, nel Suo moralismo, che odora di eccessivo e, quindi, di falso :  probabilmente sarebbe stato più credibile se  avesse denunciato queste cose in passato  con la stessa veemenza e provato la medesima indignazione per le frasi volgari e le offese pronunciate dai suoi calciatori agli avversari di turno  oppure avesse deprecato le offese di stampo razzista (Vesuvio lavali col fuoco!) indirizzate nei confronti del popolo napoletano  puntualmente cantate anche ieri sera dai  supporters nerazzurri ma , si sa, quando si tratta  di offendere Napoli ed il suo popolo sembra tutto lecito, giustificabile, non fa testo !   La stessa considerazione valga per tutti i giornalisti che hanno cavalcato immediatamente la notizia facendo a gara nel crocifiggere un mortificato Sarri colpevole, senza appello, di aver profanato il dorato e puro mondo del calcio nonostante avesse, prontamente, chiesto scusa. E’ per questo che questa denuncia di Mancini sa di strumentale ed il suo ruolo di moralizzatore intempestivo, sarà forse perchè la sconfitta di campionato ed il titolo di campione d’inverno, scippato al fotofinish, è stata per il buon “Mancio” una pillola difficile da ingoiare e probabilmente, dulcis in fundo, in Napoli comincia a far paura?

Napoli, dopo la lite con Mancini i gay vogliono la testa di Sarri. Sono già al giudice sportivo gli atti sulle offese di Sarri a Mancini, ieri dopo Napoli-Inter, scrive Mario Valenza, Mercoledì 20/01/2016. Sono già al giudice sportivo gli atti sulle offese di Sarri a Mancini, ieri dopo Napoli-Inter. Sarà con ogni probabilità proprio Tosel, che ha già in mano il rapporto degli ispettori della Procura federale con le audizioni immediate dei 2 tecnici, a valutare l’entità delle eventuali sanzioni a Sarri. Si va da una multa o una squalifica breve, in caso le frasi vengano definite "dichiarazioni lesive" fino a una squalifica di "non meno di 4 mesi" se Tosel le riterrà "frasi discriminatorie". Resta aperta la possibilità che il giudice chieda un supplemento di indagini alla procura. Intanto le parole di Sarri hanno scatenato diverse polemichye nel mondo delle associazioni per i diritti degli omosessuali. "Sarri ci ricasca. Dopo due anni torna agli insulti omofobi, questa volta contro il tecnico dell'Inter Mancini, apostrofato come 'frocio, finocchio' al termine della partita di Coppa Italia. Come napoletano e tifoso del Napoli mi vergogno per le parole di Sarri, per cui chiediamo una sanzione esemplare. Chiediamo ad Aurelio De Laurentis e a Tavecchio di incontrarci, ci piacerebbe che il calcio lanciasse una grande campagna contro l'omofobia, uno sport così popolare non può permettersi messaggi di violenza". Così in una nota il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo.

Il coro dei cronisti napoletani: “Il vero obiettivo è il Napoli”, scrive il 20 gennaio 2016 Alberto Francesco Sanci. La polemica scoppiata nel dopopartita del match di ieri sera tra Napoli e Inter, valido per i quarti di finale di Coppa Italia, è di quelle forti e complicate. Il tema è delicato e non ci sono moltissimi precedenti che possano far prevedere gli scenari futuri. La sensazione, però, che un battibecco comunque deprecabile possa essere strumentalizzato per destabilizzare l’ambiente napoletano, mai come quest’anno sotto le luci della ribalta, è forte e diffusa. Molti dei giornalisti che seguono da vicino e con maggiore passione il Napoli hanno commentato nelle scorse ore l’accaduto, sottolineando che, da un lato gli atteggiamenti di Roberto Mancini, e dall’altro quello dei giornali e dei media che hanno cavalcato l’onda lunga della questione, tutto sembra essere mirare a rovinare il momento positivo attraversato dalla società e dall’ambiente partenopei. Carlo Alvino, telecronista Sky e giornalista di Tv Luna, ha così commentato: “Ingenui o in malafede coloro che credono che Mancini si sia sentito offeso da Sarri. Ma quale omofobia. È il Napoli il vero obiettivo!”. Raffaele Auriemma, telecronista Mediaset, ha invece usato le seguenti parole su Twitter, lasciando un hashtag di solidarietà all’allenatore azzurro: “Vergognoso attacco mediatico dopo Napoli-Inter con intenti destabilizzatori: altro che omofobia, il problema è lo scudetto. #iostoconsarri”. Ancora più dettagliato il commento di Luigi Roano, giornalista de Il Mattino, particolarmente critico con Sarri nell’estete scorsa, che amplia la questione esprimendo qualche perplessità sulla denuncia pubblica di Mancini davanti alle telecamere Rai: “Solo un vigliacco va in televisione a fare il falso moralista denunciando banalissime gergalitá. Certo poco eleganti. Ho tanti amici gay sono sicuro che loro sono i primi che se la ridono. Chi bestemmia in campo allora è anticattolico e va messo al rogo? E poi perché quando il Napoli gioca a Milano e lì si che ci sono i razzisti non dice che san siro va chiuso? La realtá é che fuori dal mondo si é messo lui. Il Napoli é forte e sarà ancora più rabbioso. Inutile che faccia giochetti. Una cosa è certa, comunque vada, tutti con SARRI! Un grande uomo e un maestro di calcio. Io chiedo scusa al mister per il becerume che c’é in tivvù e perché gli ho mosso critiche irriguardose in estate. Forza Maurizio non mollare mai”. Il fatto che gli insulti siano sempre da condannare è fuori discussione. Ma che l’episodio, purtroppo non così raro sui campi da calcio di tutte le categorie, sia stato colto come l’occasione per minare credibilità e valore del tecnico del Napoli, appare ormai evidentissimo. La sensazione si rafforza a ogni lettura, ascolto, visione delle cronache dei media mainstream.

L'incoerenza di Mancini, quando disse: "Striscioni razzisti? Siete dei falsi moralisti, non fateli vedere!". In molti contestano la decisione di Roberto Mancini di presentarsi davanti ai microfoni del post gara Napoli-Inter e rivelare lo scambio di insulti avvenuto con il tecnico del Napoli Maurizio Sarri. Lascia qualche perplessità la logica che ha spinto il tecnico dell'Inter a fare questo passo, essendo stato in passato su posizioni opposte in merito a questioni altrettanto spinose. Un esempio, andando indietro nel tempo, furono le sue dichiarazioni, datate 2007, dopo alcuni striscioni a sfondo razzista esposti a San Siro durante un Inter-Napoli. "Napoli fogna d'Italia", "partenopei tubercolosi" e "Ciao colerosi". Le sue dichiarazioni furono diametralmente opposte anche se il terreno di discussione era a sfondo razzista: "Iniziate a non farli vedere, quegli striscioni. Voi fate cronaca? E io dico la mia... Siete dei falsi moralisti".  Il giudice sportivo non seguì il suo consiglio e squalificò la curva nerazzurra proprio per razzismo territoriale. Pensieri che si incrociano a distanza di tempo e che mettono in evidenza una mancanza di incoerenza da parte del tecnico nerazzurro.

Mancini e il politically correct che tarpa le ali alla libertà d'espressione. Froci, zingari, clandestini e handicappati non esistono più. La "neolingua" impone gay, rom, migranti e diversamente abili e ora invade anche i campi di calcio, scrive Francesco Curridori, Mercoledì 20/01/2016, su "Il Giornale". “Sarri è un razzista, uomini come lui non possono stare nel calcio. Mi son alzato per chiedere al quarto uomo del recupero. Lui ha iniziato ad inveire contro di me, dicendo ‘frocio e finocchio’ Sono orgoglioso di esserlo se lui è un uomo. Persone come lui non possono stare nel calcio, se no non migliorerà mai. Ha 60 anni, si deve vergognare”. Con queste parole Roberto Mancini rischia di inguaiare Maurizio Sarri. I due allenatori hanno avuto un brutto battibecco al termine della partita di Coppa Italia e l’insulto scappato al coach del Napoli rischia di costargli caro. Secondo le norme della Figc chi ha “stop "un comportamento discriminatorio e ogni condotta che comporti offesa per motivi di sesso" ​rischia quattro mesi di squalifica che andrebbero scontati anche in campionato. Mancini ha rotto la regola aurea del calcio che può essere riassunta con la frase di un celebre film:“ciò che avviene dentro il miglio verde rimane dentro il miglio verde” e così il web si è diviso su Twitter tra chi scriveva #iostoconMancio e #iostoconsarri. Siamo all’apoteosi del politicamente corretto. Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center ha chiesto un incontro con il presidente del Napoli, Auelio De Laurentis e Carlo Tavecchio, presidente della Figc perché “uno sport così popolare non può permettersi messaggi di violenza". Siamo sicuri che molti di questi benpensanti di sinistra che si indignano per un “frocio” scappato in un campo di calcio, dove gli insulti e le bestemmie sono di casa, sono scesi in piazza a difesa della libertà d’espressione quando l’Isis ha fatto la strage di Charlie Hebdo. Fintanto che si insulta la Chiesa cattolica o qualcuno dipinge un Gesù Cristo immerso nella pipì tutto va bene ma se si dice frocio, zingaro, clandestino, cieco o handicappato allora apriti cielo. Nella neolingua dei benpensanti frocio deve chiamarsi “gay”, il clandestino “migrante”, cieco diventa "non vedente", zingaro “rom” e l’handicappato si trasforma in “diversamente abile”. Come se anche i cosiddetti “normodotati” non siano diversamente abili tra loro. Non tutti gli uomini “comuni” hanno le stesse abilità e anche chi non è in sedia a rotelle, nella maggior parte dei casi, ha abilità diverse se messo a confronto con Rocco Siffredi e Stephen Hawking. Chi vive in sedia a rotelle, chi non vede o chi non sente è, invece, portatore di uno o più handicap, ossia di svantaggi cui non si è ancora è posto il giusto rimedio con un adeguata opera di abbattimento delle barriere architettoniche. Eppure la sinistra cosa si accinge a fare? Una proposta di legge per aumentare le pensioni d’invalidità, al momento ferme a poco più di 200 euro? No, la preoccupazione di Sel è quella di cambiare la dicitura “handicappato” in “diversamente abile” dal testo di legge 104, come conferma al giornale.it da Erasmo Palazzotto, promotore della proposta di legge che arriverà in Parlamento presumibilmente a febbraio. Se si va avanti di questo passo si dovrà chiedere a Iva Zanicchi di cambiare la sua canzone da “dammi questa mano, zingara” a “dammi questa mano, rom”. Dire “frocio” fa scandalo proprio nel momento in cui il governo depenalizza il reato di ingiuria tanto che persino Vittorio Sgarbi, per protesta, ha abbandonato una trasmissione tivù senza insultare nessuno. A breve sarà impossibile anche dare del “cornuto” all’arbitro. Preparatevi al marito con una moglie “diversamente fedele”… Siamo alle comiche finali del politicamente corretto.

Mancini-Sarri, io sto con il tecnico dell’Inter: di omofobia si muore. O nel migliore dei casi si vive di merda. L'allenatore dell'Inter, denunciando in diretta tv le offese omofobe ricevute, ha infranto uno dei tabù più duri a morire, quello di un calcio machista e greve, da rutto libero e cori contro una minoranza qualsiasi. Sarri non ha giustificazioni, non ha scuse, non ha alibi. Fossimo al suo posto, prenderemmo atto di un errore clamoroso e ne trarremmo le dovute conseguenze. Fossimo Roberto Mancini, invece, oggi saremmo molto orgogliosi di noi stessi, scrive Domenico Naso il 20 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". “La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club”. Peccato, però, che non siamo in un romanzo di Chuck Palahniuk né in un film con Brad Pitt, ma su un campo di calcio, in Italia, nel 2016. E Maurizio Sarri non allena il Borgorosso Football Club ma il Napoli, leader della classifica di serie A, squadra con milioni di tifosi e dalla storia gloriosa. Ecco perché il “frocio” urlato a Roberto Mancini non può e non deve venire liquidato con un sorrisetto e una alzata di spalle. E ancora più grave è l’argomentazione di chi, per difendere l’allenatore del Napoli, comincia con la solita storiella del gioco maschio, del campo che esaspera gli animi, dell’adrenalina che ti porta a dire cose che non diresti in una situazione “normale”. No, non è così. Perché il campo di calcio, a maggior ragione se si incontrano due top club e qualche milione di persone sta guardando la partita in diretta tv, non è un non-luogo dove tutto è sospeso, dalla semplice buona educazione al rispetto per gli altri. Se così fosse, dovremmo smettere da subito di criticare duramente (e giustamente) le orde di ultras che settimana dopo settimana si producono in vergognose esibizioni di razzismo, antisemitismo e a volte addirittura di violenza fisica. Dobbiamo riflettere, una volta per tutte, su cosa rappresenta il calcio in Italia. Perché all’estero il problema è bello che risolto: fosse successo in Premier League quello che è successo ieri sera, Maurizio Sarri avrebbe già raccolto le sue cose e sarebbe stato mandato a casa a pedate. Non per buonismo o politicamente corretto, nossignore. Semplicemente perché le parole sono importanti, soprattutto se a pronunciarle è l’allenatore della squadra prima in classifica. Sono solo parole, diranno i più superficiali. Nemmeno per idea, risponderà chi ha un minimo di contezza di ciò che accade nel mondo e purtroppo anche nel nostro paese. Andate a dire che sono solo paroleal teenager gay che viene quotidianamente tormentato dai compagni di classe o non è accettato e compreso dal padre, e che al culmine di una frustrazione umiliante non trova altra soluzione se non un salto nel vuoto da quinto piano! Di omofobia si muore, caro Sarri. O, nel migliore dei casi, di omofobia si vive di merda. Anche in Italia, sissignore. Nella stessa Italia che tra pochi giorni ospiterà a Roma l’ennesima manifestazione contro il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Nella stessa Italia che è fanalino di coda in Europa sullo stesso tema e la cui classe politica in queste ore sta litigando e discutendo per partorire l’ennesimo pastrocchio, l’ennesimo compromesso al ribasso sulla pelle di milioni di cittadini di serie B. Sarri non ha giustificazioni, non ha scuse, non ha alibi. Fossimo al suo posto, prenderemmo atto di un errore clamoroso e ne trarremmo le dovute conseguenze. Fossimo Roberto Mancini, invece, oggi saremmo molto orgogliosi di noi stessi. L’allenatore dell’Inter, denunciando in diretta tv le offese omofobe ricevute, ha infranto uno dei tabù più duri a morire, quello di un calcio machista e greve, da rutto libero e cori contro una minoranza qualsiasi. Mancini ha allenato in Inghilterra e sa meglio di chiunque altro che su queste cose non può esserci margine di tolleranza. Non per buonismo, ripetiamo, ma per il rispetto dovuto a chi giorno dopo giorno deve scalare montagne impervie di pregiudizi e odio, di violenza verbale e fisica, di umiliazioni e frustrazioni. Mancini ha infranto la prima regola: ha parlato del Fight Club. E probabilmente nell’ambiente calcistico in queste ore starà raccogliendo soprattutto critiche e sguardi colmi di biasimo. La parte sana del paese, se c’è davvero e se ha una consistenza anche solo lievemente maggioritaria, dovrebbe ringraziarlo dal profondo del cuore. Perché proprio nei giorni in cui si discute in Parlamento delle briciole di dignità da concedere a milioni di paria, lui ha deciso di non far passare sotto traccia l’ennesimo sfregio del calcio al vivere civile.

Mancini-Sarri, io sto con il tecnico del Napoli: ha sbagliato. Ma l’omofobia è un’altra cosa e i perbenisti non aspettavano altro. La famosa legge per cui “quello che succede in campo finisce in campo” esiste e ha un senso. E non per una concezione machista del pallone. In fondo quindici anni fa, quando al termine di un Lazio-Arsenal di Champions League Mihajlovic fu accusato da Patrick Vieira di insulti razzisti, fu proprio l’amico Mancini a dire: “Qualche insulto in campo ci può stare, l’importante è che tutto finisca lì”, scrive Lorenzo Vendemiale il 20 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Sarri razzista, Sarri omofobo, cattivo Sarri. Ma povero Sarri. Il tecnico napoletano è il nuovo “mostro” del calcio italiano, additato pubblicamente da tutti i maestri del “politically correct” che abbondano nel nostro Paese. È colpevole di aver dato del “frocio, finocchio” a Roberto Mancini. Nessuno lo giustifica: ha fatto una pessima figura, si è dimostrato rozzo e volgare, ha macchiato la reputazione che si era costruito negli ultimi anni. Ma nelle parole di chi adesso lo condanna senza appello c’è tanto stucchevole perbenismo, o ipocrisia, a seconda dei casi. Maurizio Sarri, nato a Napoli, figlio di operai toscani, uomo sanguigno che anche in conferenza stampa (dove è apprezzato per la sua schiettezza ed ironia) non lesina concetti forti e parolacce, ha semplicemente usato il primo insulto che gli è venuto in mente per offendere il suo collega che lo aveva fatto innervosire. Quello sbagliato, certo. Ma Sarri non è omofobo. Come Carlo Tavecchio non è razzista. Cambia il contesto, ma la vicenda non è molto diversa dallo scandalo suscitato nell’estate 2014 dalle parole del presidente della Figc, che usò epiteti discriminatori per riferirsi ai giocatori di colore. Chi scrive, oggi come allora, crede che il razzismo e l’omofobia siano un’altra cosa. E che confondere un linguaggio scorretto – radicato in una cultura d’altri tempi (come può essere quella di un uomo di 70 anni, o di un meridionale verace di estrazione popolare) –,  con un’ideologia discriminatoria sia un errore, dannoso anche per la vera battaglia per il rispetto della diversità. A Sarri è sfuggita una parola di troppo in un momento di tensione fuori dal comune, in cui può capitare purtroppo di abbandonarsi ai propri istinti primordiali: ti scappa una frase in dialetto, una bestemmia. O appunto un insulto grave, che però in certi contesti culturali e geografici (specie al Sud) è una semplice offesa slegata da ogni tipo di connotazione omofoba. Questo dimostra quanto ci sia ancora da lavorare nella testa dell’italiano medio per superare i pregiudizi e capire l’importanza delle parole. Ma è un cambiamento lento, che non può essere imputato interamente a Sarri. Forse il tecnico del Napoli ha persino ragione quando ha detto che “Mancini non doveva dire quelle cose: è stata una litigata di dieci secondi e doveva finire lì”. La famosa legge per cui “quello che succede in campo finisce in campo” esiste e ha un senso. E non per una concezione machista del pallone, ma semplicemente perché chi è uomo di sport sa bene che in trance agonistica si fanno e si dicono cose che nella vita quotidiana non passerebbero neanche nell’anticamera del cervello. Ci saremmo risparmiati questo sgradevole polverone e l’ennesima figuraccia a livello internazionale. In fondo quindici anni fa, quando al termine di un Lazio-Arsenal di Champions League Mihajlovic fu accusato da Patrick Vieira di insulti razzisti, fu proprio l’amico Mancini a dire: “Qualche insulto in campo ci può stare, l’importante è che tutto finisca lì”. Evidentemente oggi ha cambiato idea. Oppure vissuto sulla propria pelle fa un effetto diverso. Mancini ieri sembrava realmente toccato dalle offese ricevute, sarebbe ingiusto mettere in dubbio la genuinità della sua denuncia (al contrario di certi commenti, titoli di giornali e prese di posizione, che appaiono molto più strumentali).  Se si è sentito offeso ha fatto bene a parlare, l’omertà non è un valore predicabile. Sarri, però, non merita di essere lapidato pubblicamente. Ha sbagliato, ha chiesto scusa e lo farà ancora. Per il suo errore pagherà tanto, in termini di sanzione e di reputazione. L’omofobia, però, per fortuna è un’altra cosa.

Sarri, il mister "rosso" ma solo di vergogna. Suona strano che il "comunista" Sarri sia scivolato sul terreno accidentato dei gay, scrive Vittorio Feltri, Giovedì 21/01/2016, su "Il Giornale". In questa Italia ipocrita e perbenista che affetta atteggiamenti politicamente corretti, ogni tanto i progressisti fanno la pipì fuori dal vaso e rivelano la loro autentica natura volgare, identica a quella dei populisti, come vengono etichettati coloro che stanno col centrodestra, magari con la Lega, plebea per antonomasia e perfino omofoba. Si dà il caso che martedì sera si sia disputata una partita di calcio quasi importante: Napoli-Inter, vinta dai milanesi, che hanno acquisito così il diritto ad accedere alla semifinale di Coppa Italia. I partenopei schierano una formazione raccogliticcia, lasciando i campioni in panchina per non usurarli in vista del girone di ritorno del campionato, quello vero. L'allenatore, Sarri, ex funzionario di banca (Monte dei Paschi), sotto di due gol e quindi già sconfitto, litiga con il collega che guida gli avversari. Non entriamo nel merito della discussione, non ne vale la pena. Segnaliamo soltanto che volano parole pesanti. Il trainer del Napoli attinge a piene mani dal linguaggio da trivio e, al culmine dell'ira, dice a Mancini: sei un finocchio, un frocio. Nello sfogo si è risparmiato il termine più in uso sotto il Vesuvio per definire gli omosessuali: orecchione. Forse si è trattato di una dimenticanza dovuta allo stato d'animo eccitato del valente e troppo focoso mister. Una bega di questo tipo avrebbe meritato di essere dimenticata. Invece, è stata alimentata dallo stesso Mancini che ha rifiutato le scuse di Sarri (resosi conto di aver ecceduto nelle intemperanze verbali) e incrementato la polemica, affermando che il vivace interlocutore non ha l'educazione idonea a calcare i campi di calcio. Insomma, per rimanere nel tema pecoreccio, è scoppiato un gran casino. Il bisticcio è diventato un affare di Stato, di cui ieri si è dibattuto da mane a sera su ogni media. Nel nostro Paese di caciaroni ciò che andrebbe silenziato, al contrario viene amplificato. Cosicché lo scazzo fra i due uomini di sport rischia ora di precipitare in politica. In effetti, suona strano che il «comunista» Sarri sia scivolato sul terreno accidentato dei gay, proprio lui che, essendo di sinistra dovrebbe sapere che è lecito tutto dalle nostre parti tranne che trasformare in insulto l'attitudine sessuale di moda. Sfottere i froci è considerato un reato. E forse è giusto così. Rimane da chiedersi perché, viceversa, è normale dare del puttaniere a uno che ha la fissa delle donne. Ma questo è un altro discorso. In conclusione, Sarri ha commesso un grave errore, ha rimediato una figuraccia. Sarebbe velleitario cercare di difenderlo. Un personaggio pubblico non dovrebbe scadere a frequentatore di bettole. L'allenatore in questione però ha avuto il coraggio di porgere le proprie scuse all'offeso, e questi avrebbe fatto bene ad accettarle anziché dare fiato alle trombe dell'indignazione. Sarebbe stato opportuno chiudere il contenzioso e archiviarlo, onde evitare strascichi grotteschi. Merita infine ricordare che la sinistra, attualmente tanto delicata nei confronti dei «froci», un tempo era talmente bacchettona da avere espulso Pier Paolo Pasolini dal partito per «indegnità morale», liquidando il poeta con questa frase poco elegante: «Un pederasta borghesuccio degenerato», solo perché amava i maschi e non aveva concubine. L'organo ufficiale del Pci, L'Unità, in proposito scrisse questo leggiadro corsivo: «Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico di Pasolini per denunciare le influenze di correnti filosofiche e ideologiche dei vari Gide, Sartre e altrettanto decantati letterati, che si vogliono spacciare quali progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese». Caro Sarri, come vede, anche se lei ha torto marcio è in buona compagnia. Togliatti sui gay aveva la sua stessa opinione. Faccia valere questa circostanza: sarà perdonato. Speriamo anche da Mancini. Vittorio Feltri.

Quattro mesi a Sarri? Scrive Gianfranco Turano su “L’Espresso" del 20 gennaio 2016. Dopo la botta di finocchio a Roberto Mancini, l'allenatore del Napoli Maurizio Sarri si gode gli aspetti meno piacevoli della notorietà mediatica. Ieri era l'allenatore intellettuale, l'uomo in tuta blu che legge John Fante e Charles Bukowski, oggi è l'orrido omofobo che va sanzionato con pugno di ferro. La condanna possibile arriva a quattro mesi. Perché non quattro anni? Perché non i lavori forzati? In un sistema di giustizia sportiva che si distingue per la sua clemenza con taroccatori di partite e scommettitori internazionali, tutti trattati con la massima umanità, Sarri potrebbe scontare il suo momento di isteria con un'inibizione che all'incirca gli costerebbe il resto della stagione. La bufera mediatica è ridicola. Per categorie spiccano le seguenti assurdità:

1/quelli che il calcio non è per signorine e a me ne dicono di ogni tutte le volte che scendo in campo, eppure faccio i tornei di pizza e fichi e pago per giocare;

2/quelli che Mancini è una carogna che ha rotto la legge dell'omertà dello spogliatoio anche se non si era affatto nello spogliatoio ma in mezzo al campo;

3/quelli che l'omofobia nel calcio va fermata con leggi draconiane perché chi è strapagato per allenare in serie A dovrebbe quanto meno avere un minimo di self-control, come se il self-control fosse proporzionale al 730;

4/quelli che l'omofobia è soprattutto nelle serie minori;

5/quelli che l'omofobia è dovunque, in cielo in terra e in ogni luogo, e bisogna dare l'esempio in modo che i finocchi e queste quattro lesbiche (copyright di un alto dirigente Figc) possano trovarsi a loro agio negli spogliatoi.

Date tre giornate a Sarri e facciamola finita. Come pena aggiuntiva in senso riabilitativo, affidiamo il mister del Ciuccio a un colloquio privato con Gareth Thomas, ex nazionale gallese di rugby (1,90mt x 115 kg). Vediamo se riesce a dare del finocchio anche a lui.

Sarri e i diritti umani da salotto, scrive Patrizio Gonnella su “L’Espresso” del 20 gennaio 2016. I diritti umani sono spesso fraintesi e ridimensionati ad argomento da salotto. E nei salotti frequentati dalle persone per bene tutti versano una lacrima per il bambino di colore che muore di fame o per Ebola in Africa. In Africa per l’appunto. Poi quando quel bambino arriva con un barcone in Italia, sempre nei salotti, capita di sentire che non abbiamo lavoro per tutti e dunque non possiamo farci carico di lui ma soprattutto dei suoi genitori (neri).  Nei salotti si storce il muso nei confronti delle esecuzioni capitali in Cina, della repressione politica in qualche paese lontano. Ma se qualcuno racconta che nelle carceri italiane i detenuti sono privati del diritto ad avere rapporti sessuali con i loro cari o anche con chi gli pare, allora nei salotti si dice che la pena deve essere anche un po’ punizione altrimenti che pena è. Nei salotti ci si indigna per parole di Maurizio Sarri definito razzista, omofobo etc.etc., ma si glissa sui diritti degli omosessuali italiani a cui è negato il diritto a fare ed essere famiglia. Sarri ha detto cose volgari che hanno un brutto retrogusto. Peggio di Sarri però ci sono i suoi censori salottieri, quelli che impediscono all’Italia di essere un Paese dove le libertà civili siano garantite a tutti, dove tutti si possano sposare, dove la tortura sia reato anche se commessa nei confronti di un terrorista o di uno straniero, dove coltivare cannabis per curarsi non sia un crimine. Dunque Sarri, che a prima vista non mi pare uomo da salotto, qualora sospeso per qualche giornata, ha una buona occasione per riflettere, sporcarsi le mani, dire parole e fare opere per le libertà civili e i diritti umani, non in un paese lontano, ma qui in Italia e ora.

Razzismo, sessismo e insulti: quando i volti del calcio diventano ultrà della parola. L’attacco di Sarri a Mancini è soltanto l’ultimo di una serie di episodi incresciosi legati al mondo del calcio: da Tavecchio all’«antisemita» Balotelli e al «razzista» Messi. E poi le Curve..., scrive Maria Strada su “Il Corriere della Sera” il 20 gennaio 2016.

1. Sarri e i «froci». La lite con Roberto Mancini ha portato il tecnico del Napoli Maurizio Sarri a dare del «frocio e finocchio» all’avversario, salvo poi scusarsi, a freddo. Ma l’allenatore toscano ha, però, a suo carico anche un altro precedente in cui il linguaggio è stato di analogo cattivo gusto: dopo un Varese-Empoli mal diretto, a suo avviso, dall’arbitro, sbottò: « Il calcio è diventato uno sport per froci».

2. Tavecchio e gli insulti per tutti. Il presidente della Federcalcio italiana, Carlo Tavecchio, ha avuto parole per tutti. Offensive, spesso. Dai «mangiabanane» agli «omosessuali», dagli «handicappati» agli «ebreacci». Una specie di record, assolutamente da non imitare. E, per chi avesse avuto ancora dubbi, va ricordata anche la gaffe contro l’attaccante della nazionale italiana Mario Balotelli dopo un infortunio. Di lui la guida della Figc disse: «È tornato al suo paese». Si giocava a Milano, la partita era Italia-Croazia.

3. «Le calciatrici? Quattro lesbiche». Felice Belloli, successore di Tavecchio alla presidenza della Lega Nazionale Dilettanti, attacca il calcio femminile. Un movimento che è sotto la sua diretta responsabilità: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche». Le 12.000 atlete del calcio italiano senza tutela assicurativa e previdenziale, senza tfr e senza contratto collettivo ringraziano.

4. Ferrero e «il filippino». Visto che l’Oriente ancora mancava, come non ricordare una gaffe del presidente della Sampdoria Massimo Ferrero? «Er Viperetta» voleva difendere l’ex presidente onorario dell’Inter, Massimo Moratti. E del numero uno nerazzurro attuale, l’indonesiano Erick Thohir, esclamò: «Avevo detto a Moratti: “caccia quel filippino”».

5. Cassano: «Froci in nazionale? Problemi loro». Euro 2012, Fantantonio scatena il caos da Cracovia: l’opinionista Cecchi Paone ha appena commentato che, sicuramente, almeno «due gay, un bisessuale e tre metrosexual» vestono la maglia azzurra. Il ct Cesare Prandelli, previdente, ha provato a mettere in guardia l’attaccante. Ma questi, in conferenza stampa, non usa mezzi termini: «Io spero che di froci non ce ne siano e comunque sono problemi loro».

6. «In campo non voglio checche». Ezio Capuano, allenatore dell’Arezzo (Lega Pro), nel novembre 2014 concesse un’intervista a Radio Giove. La squadra aveva appena perso ad Alessandria, subendo un gol allo scadere e mentre era in superiorità numerica: «Se avessero perso in maniera diversa non avrei detto nulla, però in campo le checche non vanno bene. In campo devono andare gli uomini con le palle e non le checche», chiosa il vulcanico Capuano.

7. Arrigo Sacchi e i giovani «di colore». Anche l’ex ct Arrigo Sacchi nel febbraio dello scorso anno è finito nel mirino per una frase dai toni razzisti. Lamentando il disastroso stato dei vivai, disse: «Troppi giocatori di colore nelle squadre giovanili». Poi, si difese con un’intervista al Corriere«Non posso essere razzista, io sono intelligente».

8. Mihajlovic e Vieira nel 2000. Ottobre 2000: Sinisa Mihajlovic, allora alla Lazio, con il microfono in mano chiede scusa per uno scambio di insulti avvenuto nella partita precedente, Lazio-Arsenal. Il serbo è stato accusato d’aver detto «bastardo negro» e «scimmia negra di m...» a Patrick Vieira. Ammise le sue colpe ma non si pentì, difendendosi sostenendo che il francese, ex milanista, lo aveva chiamato «zingaro».

9. Balotelli «razzista e antisemita». L’uso dei social network da parte di Mario Balotelli gli vale accuse di razzismo e antisemitismo da parte dell’opinione pubblica inglese. Un post scherzoso su Instagram, una foto dell’eroe dei videogiochi Super Mario Bros e la scritta «Non essere razzista! Sii come Mario.È un idraulico italiano, creato dal popolo giapponese, che parla inglese e sembra un messicano... Salta come un nero e afferra soldi come un ebreo», gli vale pesanti critiche e lo costringe a pubbliche scuse.

10. Messi e il «negro» Drenthe. Anche il super-Pallone d’Oro Leo Messi è stato accusato di razzismo. Nel 2010 l’olandese Royston Drenthe, del Real Madrid, si rifiutò di stringere la mano al giocatore del Barcellona. E due anni dopo spiegò: «Non faceva che ripetere “Hola negro” (Ciao, negro, ndr). Capisco che è normale in Sud America, ma non posso sopportarlo».

11. Eranio e i calciatori di colore «che non pensano». «I calciatori di colore sono forti fisicamente, ma quando c’è da pensare purtroppo spesso fanno questi errori». Per questa frase pronunciata lo scorso ottobre l’ex calciatore del Milan Stefano Eranio è stato licenziato dalla tv svizzera Rsi.

12. I tifosi e il fantoccio nero impiccato in curva. Grandi protagoniste, soprattutto quando riguarda il razzismo, sono soprattutto le Curve. Uno dei casi più clamorosi riguardò l’olandese Maickel Ferrier, olandese del Verona. I tifosi gialloblù, mascherati da membri del Ku Klux Klan, espressero il loro dissenso esibendo un manichino impiccato accompagnato da alcuni striscioni emblematici: «Il negro ve l’hanno regalato, fategli pulire lo stadio» e «Mazzi (allora presidente, ndr), Ferrier portalo al cantier». Le indagini risalirono ad alcuni esponenti del Msi.

13. I trevigiani e il caso Omolade. Il 18enne Akeem Omolade, nigeriano, nel 2000-01 giocava nel Treviso. Al momento dell’esordio fu sommerso dai fischi dei suoi tifosi, che poi abbandonarono gli spalti. La squadra di casa reagì con un celebre gesto di solidarietà e, alla partita successiva, i titolari, i giocatori della panchina e l’allenatore scesero in campo con il volto tinto di nero. Un gesto di solidarietà che non piacque al sindaco della Marca, il leghista Giancarlo Gentilini, che esplicitamente parlò di «Colore della vergogna».

14. Zoro contro i tifosi dell’Inter. Nel novembre 2005, durante Messina-Inter, l’ivoriano Marco André Zoro Kpolo dopo 65’ prende il pallone in mano e minaccia di andarsene dopo l’ennesimo «buuu» razzista ricevuto dagli spalti. Avversari (su tutti Adriano e Obafemi Martins) e compagni lo convincono a rimanere in campo.

15. Cagliari, i cori contro Balotelli ed Eto’o. Nel 2009, dopo che Mario Balotelli e Samuel Eto’o erano stati sommersi dai fischi dei tifosi del Cagliari, il presidente nerazzurro Massimo Moratti aveva parlato di necessità di sospendere la partita. L’anno dopo rischia di essere accontentato: il camerunense riceve fischi fin dall’allenamento e, dopo appena 3’, l'arbitro Tagliavento ferma il gioco, convoca i capitani in mezzo al campo e invita lo speaker dello stadio a riportare l’ordine. Proprio Eto’o segnerà il gol della vittoria dell’Inter.

16. I tifosi del Chelsea in trasferta a Parigi. L’idiozia del tifoso non è solo italiana, anzi. A febbraio 2015, in occasione di una trasferta a Parigi, i tifosi del Chelsea impedirono a un uomo, di colore, di salire sulla metropolitana. Per fugare ogni dubbio, cantano: «Siamo razzisti, siamo razzisti e così ci piace».

17. Roberto Carlos e le banane. Nel marzo 2011 il brasiliano Roberto Carlos, che giocava nell’Anzhi di Makhachkala, in Russia, si vede offrire una banana da un tifoso dello Zenit di San Pietroburgo. Il campione del mondo dichiara di non essere rimasto offeso, ma dovrà abbozzare anche qualche mese dopo quando la banana gli verrà lanciata sul campo da un ultrà del Samara. Il presidente della Federcalcio russa, oggi alla guida del comitato per Russia 2018, commenta: «Non era una forma di razzismo. In Russia “ricevere una banana” significa aver fallito qualcosa...».

18. Boateng e i tifosi della Pro Patria. Il 3 gennaio 2013 il Milan è impegnato in un’amichevole a Busto Arsizio. Kevin Prince Boateng, beccato costantemente - come gli altri giocatori di colore - dai tifosi della Pro Patria, scaglia il pallone in tribuna. Il Milan abbandona l’amichevole. I tifosi colpevoli vengono identificati: saranno condannati a 40 giorni e un risarcimento alle parti civili.

19. Insulti razzisti, Constant abbandona il campo. Nell’estate dello stesso anno Constant lascia il campo durante il Trofeo amichevole Tim.

La brava Maria Strada, però, ha dimenticato le offese ai meridionali.

Mandorlini ed il coro sui "Terroni", scrive Arianna Ravelli. Una «parodia», «una goliardata», arriva ad ammettere possa dirsi «una ripicca, però ironica, nei confronti di quello che abbiamo subìto a Salerno», ma una frase razzista, proprio no. Andrea Mandorlini risponde come uno che si aspettava la telefonata e anche le domande, senza un briciolo di pentimento. «Sì, quel coro, "Ti amo terrone"... Ho visto i filmati su youtube, ripresi dai siti dei giornali». Esatto, proprio quelli. «Se li ha visti anche lei avrà notato che quando i tifosi cominciano con "Salernitana vaff..." io li fermo e attacco l'altro coro, che poi è una canzone degli Skiantos, una cosa divertente». Martedì sera, stadio di Verona, presentazione dell'Hellas che ha appena conquistato la serie B, dopo quattro anni di campi di periferia in Lega Pro, tremila tifosi sugli spalti (non con una bella fama, visti i tanti precedenti, quelli senza dubbi, di razzismo conclamato), il sindaco leghista Andrea Tosi in prima fila che ride divertito (e che adesso dice: «Il tecnico non aveva minimamente intenzioni razziste e se al Sud cantassero "Ti amo polentone" noi non ci offenderemmo»). Mandorlini, l'osannato artefice della promozione, prende il microfono e inizia: «Bisogna rendere omaggio ai nostri avversari, leali, sportivi e anche simpatici». Palesemente ironico. «È vero, ero ironico, ma forse non sapete cos' è successo durante le finali playoff». Che è successo? «Lasciamo perdere, non voglio enfatizzare, sappiamo che su qualche campo in Italia queste cose succedono. Però io ho ricevuto minacce di morte, siamo stati praticamente aggrediti in sala stampa, dove è entrato chiunque. E poi la rissa il giorno della finale: ho rimediato una macchina fotografica in testa, siamo rimasti nello stadio, sotto assedio, fino a notte». Le cronache parlano di lancio di bottiglie e sassi, due carabinieri feriti, 10 fermati. Ma le polemiche sul fronte Verona-Salerno nascono prima. La Salernitana, infatti, o raggiunge la B o fallisce (cosa poi successa), Mandorlini insinua («Leggo che il destino della Salernitana è legato alla promozione, una nuova pretattica. Si tratta di un club al collasso da tempo: è una richiesta di aiuto che va invece dato alle società sane»), i dirigenti della Salernitana si imbufaliscono e «danno mandato agli avvocati di tutelare il club», il Verona vince la prima partita con due rigori a favore e la tensione esplode al ritorno a Salerno. Il Verona viene promosso, la Salernitana fallisce. E si arriva all' infelice coro di martedì. «Una goliardata, avevo vicino Maietta, che è calabrese, e ho coinvolto pure lui. E poi non devo neanche spiegare che il razzismo è una cosa lontana da me, che sono pieno di amici meridionali, che ho allenato in Romania, ma non ha senso dirle queste cose, dovrebbero essere scontate». Ma, scusi, allora, non era meglio evitare, vista anche la fama degli ultrà del Verona? «Secondo me è meglio evitare le minacce di morte e le aggressioni. Però, per me è tutto finito, io non ce l'ho con la Salernitana». Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca (del Pd, ma in buoni rapporti con Tosi) un po' con lui invece sì: «Caro Mandorlini, ma è proprio così difficile comportarsi in maniera civile e responsabile?». Che risponde? «Il mio era uno scherzo, però là ho rischiato la vita». Ravelli Arianna. Pagina 040/041 (21 luglio 2011) - Corriere della Sera.

Quando al nord sono ipocriti.

«Casting per razzisti e omofobi» Regione Piemonte contro «Ciao Darwin». L'affondo dell'assessore alle Pari Opportunità e all'Immigrazione Monica Cerutti contro la trasmissione di Mediaset condotta da Paolo Bonolis, scrive “Il Corriere della Sera” il 20 gennaio 2016. La regione Piemonte contro la trasmissione di Mediaset condotta da Paolo Bonolis «Ciao Darwin». La denuncia arriva da Monica Cerutti, assessore regionale alle Pari Opportunità, Diritti civili e Immigrazione. «AAA cercasi uomini o donne contrarie all'integrazione degli stranieri in Italia e contro i diritti delle unioni gay», così comincia il lungo post pubblicato in Rete. «Ciao Darwin - scrive sulla sua pagina Internet - a Torino ha cercato razzisti e omofobi per sottoporli a un casting per partecipare alla nuova edizione del programma. Il casting si è tenuto il 12 gennaio» scrive. Quindi l'affondo: «Si tratta di un vero e proprio schiaffo al rispetto delle persone e dei diritti di tutti e tutte. È inaccettabile che in un momento come questo, durante il quale l’odio nei confronti del diverso è sempre maggiore, ci siano programmi televisivi che vogliono alimentari xenofobia e omofobia. I media devono assumersi la responsabilità che hanno sulle spalle. Ci sono milioni di persone che purtroppo affidano la propria informazione e formazione esclusivamente alla televisione ed è impensabile che questa parli loro attraverso stereotipi, populismi e strumentalizzazioni» E ancora, scrive l'assessore: «Ho deciso di chiedere che il caso del casting omofobo e razzista a Torino, tenuto dalla trasmissione tv Ciao Darwin, venga segnalato all’UNAR, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Le istituzioni non possono continuare a predicare nel deserto».

"A Torino casting di Ciao Darwin per razzisti e omofobi": la denuncia dell'assessore. Monica Cerutti, responsabile regionale delle Pari opportunità, contro lo show di Bonolis: la selezione di uomini e donne "contrari a immigrati e gay" si è effettivamente svolta il 12 gennaio. "Porterò il caso in Consiglio", scrive il 20 gennaio 2016 “La Repubblica”. Cercansi uomini o donne "contrarie all'integrazione degli stranieri in Italia" e "contro i diritti delle unioni gay". Monica Cerutti, assessore all'Immigrazione e alle Pari opportunità della Regione Piemonte, attacca "Ciao Darwin", la trasmissione televisiva di Mediaset condotta da Paolo Bonolis, che, accusa Cerutti, "a Torino ha cercato razzisti e omofobi per sottoporli a un casting". Obiettivo, la partecipazione alla nuova edizione del programma che si basa su "contrapposizioni" tra due gruppi opposti, il tutto condito da belle ragazze vestite il meno possibile. Il casting, aggiunge l'assessore in un comunicato ufficiale della Regione Piemonte, si è tenuto il 12 gennaio. No comment, per ora, da Mediaset e dallo stesso Bonolis. «Si tratta di un vero e proprio schiaffo al rispetto delle persone e dei diritti di tutti e tutte - dice Cerutti - È inaccettabile che in un momento come questo, durante il quale l'odio nei confronti del diverso è sempre maggiore, ci siano programmi televisivi che vogliono alimentare xenofobia e omofobia. I media devono assumersi la responsabilità che hanno sulle spalle. Ci sono milioni di persone che purtroppo affidano la propria informazione e formazione esclusivamente alla televisione ed è impensabile che questa parli loro attraverso stereotipi, populismi e strumentalizzazioni». La Regione Piemonte, dice l'assessore, "si sta impegnando per approvare una legge contro ogni forma di discriminazione: lunedì prossimo durante la seduta della I Commissione del Consiglio regionale cominceremo a discutere gli emendamenti che sono stati presentati. Ho deciso di chiedere che il caso del casting omofobo e razzista a Torino, tenuto dalla trasmissione Ciao Darwin, venga segnalato all'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Le istituzioni - ha concuso Cerutti - non possono continuare a predicare nel deserto». Il segretario del Pd piemontese, e capogruppo nel Consiglio regionale, Davide Gariglio getta però acqua sul fuoco della polemica: "Personalmente trovo un casting per razzisti e omofobi di cattivo gusto e inopportuno, però non credo debba essere la politica a ricoprire il ruolo del censore sui contenuti di una trasmissione televisiva. Condivido il merito sollevato dall'assessora - aggiunge Gariglio - e mi preoccupa una simile deriva della proposta televisiva, ma lascerei il tema al livello culturale e non lo inserirei tra quelli della politica, che tra l'altro di problemi ne ha già parecchi".

Il Comune adesso sostiene il sabato gay. E arriva un premio per i programmi più favorevoli al mondo lgbt, scrive Daniela Uva, Giovedì 21/01/2016, su "Il Giornale". Dopo l'apertura del registro per le coppie di fatto, il riconoscimento dei matrimoni contratti all'estero da persone dello stesso sesso e i corsi di sadomaso arriva l'ennesima apertura della giunta Pisapia al mondo gay. Con il patrocinio al Diversity media awards, il premio riservato ai migliori contenuti di media, cinema, tv e pubblicità sui temi legati al mondo lgbt. Non finisce qui, perché il Comune ha ospitato nella sala stampa di Palazzo Marino la presentazione delle nomination di quelli che sono stati definiti gli Oscar contro la discriminazione. I riconoscimenti saranno consegnati a maggio dall'ideatrice Francesca Vecchioni, ma già si conosce la lista dei possibili premiati. Dalla fiction «Un posto al sole» a «È arrivata la felicità», passando per «Grey's anatomy», «Beautiful», la trasmissione condotta da Fabio Fazio «Che tempo che fa» e il reality «Pechino Express». Ci sono personaggi molto noti al grande pubblico, come Laura Pausini, Tiziano Ferro, Fedez e Mika. Non poteva mancare, fra i relatori, l'assessore comunale ai Servizi sociali nonché candidato per le primarie del Pd, Pierfrancesco Majorino. «Obiettivo dell'amministrazione comunale è estendere e promuovere i diritti - precisa -, per questo due anni fa abbiamo creato il registro delle unioni civili. E le istituzioni devono andare avanti e si devono mobilitare insieme ai cittadini». Il prossimo passo è già stato deciso: offrire il sostegno dell'amministrazione al gay day in programma sabato in piazza Scala, proprio davanti alla sede del Comune. «Iniziative come questa dimostrano che Pisapia, Majorino e tutta la maggioranza non hanno più argomentazioni - commenta il vicepresidente del Consiglio comunale, Riccardo De Corato -. Già in passato idee come quella di organizzare corsi sadomaso all'interno della Casa dei diritti, e quindi in un luogo del Comune, si sono dimostrate veri e propri autogol. Appoggiare anche questo premio è l'ennesima dimostrazione che la giunta non ha altri argomenti validi». Fra le tante iniziative a favore del mondo gay, quella che più di tutte ha fatto discutere è stata la trascrizione delle unioni fra persone dello stesso sesso contratte all'estero, e riconosciute nel capoluogo lombardo. Un provvedimento poi annullato dal Tar del Lazio. «Pisapia e il suo assessore Majorino hanno agito al di fuori delle norme della Costituzione - conclude De Corato -, in Italia non esiste una norma giuridica che permetta di dare valore legale a un matrimonio fra persone dello stesso sesso. Nonostante questo, il Comune continua a fare da sponsor a iniziative di ogni genere, che provengono da associazioni amiche. Pisapia accusa la Regione e il centrodestra di partecipare con il gonfalone al Family Day, e poi appoggia manifestazioni che nulla hanno a che fare con la nostra Costituzione e le nostre norme».

Calcio, l'allenatore Sarri su Mancini: "Avrei potuto definirlo democristiano". La Dc lo querela. Il tecnico del Napoli insulta il collega dell'Inter e poi si giustifica con la battuta sullo Scudocrociato. Ma il partito non ci sta e porta il caso in tribunale: "Lesi i valori democristiani". Denuncia del figlio del primo presidente della Regione Sicilia Giuseppe Alessi, scrive il 22 gennaio 2016 “La Repubblica”. Approda in un'aula di giustizia la polemica tra l'allenatore del Napoli, Maurizio Sarri, e quello dell'Inter, Roberto Mancini, scoppiata sul campo di calcio, dopo la partita di Coppa Italia Napoli-Inter. Ma non per gli insulti lanciati da Sarri all'indirizzo di Mancio a fine match. Ad offendersi è stata la Democrazia cristiana, che ha presentato oggi al procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, una denuncia-querela nei confronti di Maurizio Sarri, attraverso i legali Anthony De Lisi e Angela Ajello del foro di Palermo. A fare scattare la denuncia sono state le frasi pronunciate da Sarri in conferenza stampa, quando, per giustificarsi per gli insulti a Mancino, ha spiegato: "Ho detto la prima offesa che mi è venuta in mente, gli avrei potuto dire sei un democristiano". Parole che hanno fatto saltare sulla sedie i democristiani. Secondo la Balena bianca, "non vi è dubbio che il comportamento di Sarri abbia di fatto leso l'appartenenza a colori i quali si riconoscono nella Democrazia Cristiana, oltre che a tutti i cittadini che comunque ne riconoscono la valenza sociale, politica e culturale". L'esposto è a firma di Alberto Alessi, segretario nazionale della Democrazia Cristiana Nuova, ex deputato Dc, nonché figlio di Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Siciliana e tra i fondatori della Democrazia Cristiana e del suo simbolo. "La storia personale e politica dell'onorevole Giuseppe Alessi non lascia residuare dubbio alcuno sulla di lui paternità della idea sociale e politica che diede vita proprio alla Democrazia Cristiana - si legge nell'esposto - Infatti, quest'ultimo, unitamente a Sturzo e ad altri padri fondatori della Costituzione Repubblicana Italiana del dopo guerra, viene universalmente ricordato e riconosciuto quale emblema e simbolo, non solo del partito in questione, ma di un movimento Cristiano popolare che ebbe a segnare la storia del nostro Paese per oltre cinquanta anni". "Pur non volendo ulteriormente ribadire come la Democrazia Cristiana ha significato per oltre cinquanta anni l'appartenenza ad un partito di maggioranza di Italia e ad una classe dirigente che ha dato al Paese illustri Presidenti della Repubblica, Presidenti del consiglio, ministri e personalità di ogni genere di cui ancora il nostro paese ne vanta le qualità, non può farsi a meno di rassegnare che a tutt'oggi la Democrazia Cristiana, la sua storia e le sue promanazioni sono talmente radicate nel nostro paese e in numerosissimi cittadini italiani che ne avvertono ancora l'orgoglio di appartenenza", si legge nella denuncia. Ed ecco il "fattaccio": "In data 19 gennaio, in occasione della partita Napoli-Inter si è verificato uno spiacevole episodio, non solo per lo sport in genere ma anche per il disvalore sociale che ha rappresentato, tra gli allenatori delle squadre dell'Inter e del Napoli - si legge nell'esposto -L'episodio, che è stato riportato da tutti i media anche internazionali, ha avuto uno triste e offensivo seguito in danno dell'odierno denunciante sia personalmente che in rappresentanza di quei valori sin qui esplicitati. Infatti, il signor Sarri nel volersi giustificare per le parole offensive proferite in pregiudizio del collega Mancini ha rilasciato alla stampa, in occasione di una conferenza, trasmessa altresì dal telegiornale del TG1 di giorno 20.01.2016, delle dichiarazioni altamente lesive e diffamatorie". E spiega: "Infatti, il Sarri per giustificare le gravi ingiurie formulate in danno del collega Mancini ha testualmente proferito le seguenti parole: "ho detto la prima offesa che mi è venuta in mente, gli avrei potuto dire sei un democristiano". Tale gravissima diffamazione non può non essere valutata autonomamente e in relazione al contesto in cui è stata proferita. Infatti, è bene, innanzitutto, porre l'attenzione sul soggetto che ha proferito la gravissima offesa quale uomo "pubblico" e italiano per cui non può nemmeno ritenersi che lo stesso abbia proferito le precedenti parole in quanto non a conoscenza della storia del nostro Paese e quindi della valenza ed importanza che la "Democrazia Cristiana" ha avuto e continua ad avere nella cultura e nella formazione dell'essere di tanti cittadini". "In secondo luogo, non può non contestualizzarsi il comportamento posto in essere dall'odierno denunciato. Il Sarri, infatti, come ben può apprendersi dalle testate giornalistiche e non solo, ha paragonato le offese di "frocio e finocchio", che di per sè assumono un disvalore sociale, culturale e umano, con l'appartenenza alla "Democrazia Cristiana", dice il segretario della Dc Alberto Alessi attraverso i suoi legali, Anthony De Lisi e Angela Ajello. Per Alessi, "tale comportamento assume una forza lesiva pragmatica se si considera proprio il paragone reso esplicito dal Sarri. Invero, lo stesso ha posto a paragone, con evidente atteggiamento denigratorio e razzista, oltre che omofobo, l'essere omosessuale all'appartenenza alla Democrazia Cristiana. Orbene, il comportamento posto in essere dal Sarri non lascia residuare dubbio sulla portata denigratoria e offensiva di quanto proferito". "Infatti, non può non essere trascurato l'impatto che tali affermazioni hanno avuto anche sui social network i quali offrono tangibile dimensione dell'impatto diffamatorio che il comportamento del Sarri ha generato. Pertanto, non vi è dubbio alcuno che la fattispecie de qua integri appieno il delitto di diffamazione a mezzo stampa". Il querelante si è, infine, riservato di "costituirsi parte civile nel prosieguo dell'eventuale instaurando giudizio". "La decisione di querelare l'allenatore del Napoli Maurizio Sarri per le sue parole sulla Democrazia cristiana non è un fatto personale. Ma intendo difendere i valori della Democrazia cristiana e di uomini come Sturzo, De Gasperi e non ultimo mio padre - commenta Alessi - credo che i valori della Dc non siano morti - dice - Mi piace ricordare che anche il nostro attuale Presidente e il di lui fratello sono nati e formati alla luce di quei valori".

Mario Giordano su “Libero Quotidiano” il 22 gennaio 2016: "Mancini e Sarri? Ha vinto la lobby gay. Se dici finocchio..." Due giornate di squalifica vi sembrano poche? A me sembrano perfino troppe. D'altra parte l'allenatore del Napoli Maurizio Sarri la punizione l'ha già avuta: è stato lapidato pubblicamente, sottoposto a gogna, messo al bando dalla società civile per la grave colpa di aver litigato ai bordi di una campo di calcio, come avviene all’incirca ogni domenica in ogni angolo della Penisola. Come si è permesso? Le voci dell’indignazione politicamente corretta si sono subito levate a difendere la moralità offesa dei gay: «Non si fa», «Non è ammissibile», «Non è tollerabile», È indegno». È ovvio: ci si schiera sempre con il più forte. In Italia siamo campioni mondiali nel salto sulla barca che ha il vento in poppa (e poppa lo dico senza allusioni, sia chiaro, sennò vengo processato anch’io). Non c’è dubbio che i gay in questo momento sono forti, sono il pensiero dominante, stanno cambiando le leggi, possono decidere le sorti di un’azienda (chiedere informazioni a Barilla), possono stabilire perfino come e dove si possono fabbricare i bambini. Chi ha il coraggio di opporsi alla schiacciante armata arcobaleno? Nessuno, è ovvio. Infatti nessuno lo fa. Hanno tutti paura. Ho sentito amici che fino all’altro giorno si ergevano a campioni del politicamente scorretto che all’improvviso sono diventati paladini del sessualmente corretto, difensori strenui del frocismo offeso. Gente che usa il turpiloquio più del dentifricio che all’improvviso si scandalizza come una mammoletta perché un allenatore in tuta ha detto «frocio». Mamma mia, ha detto frocio. Dove andremo a finire, signora mia? L’omofobia è dilagante, il razzismo pure. Probabilmente siamo già a un passo dalle camere a gas, e non ce ne siamo accorti. Se Sarri, per dire, oltre a frocio e finocchio avesse detto anche culatone, voleva dire che il nazi-sterminio dei gay era già cominciato. «Non capisci, non capisci», mi ha urlato uno di questi amici, ex politicamente scorretto, riconvertitosi alla linea del gaysmo militante. Dice che non capisco che bisogna rispettare i tabù. In pratica: si possono insultare tutti, gli uomini, le donne, persino i bambini, figurarsi gli anziani. Ma i gay no. Non si può dire «frocio», né «finocchio», però per esempio si può dire «troia» a una donna e «tua mamma è una puttana» a un uomo. Tanto, si sa, la categoria delle puttane non conta nulla, non organizza nemmeno un Prostitute Pride. Gli omosessuali invece sì: loro organizzano le marce, organizzano i boicottaggi, decidono chi ha successo e chi non ce l’ha, che cosa è trendy e che cosa non lo è. Dunque, non si può offenderli. È un tabù. Il tabù di non offendere i più forti. Chiunque sia stato su un campo di calcio, anche solo di periferia, anche nelle categorie amatoriali, sa che mentre si gioca ci si dice di tutto. I difensori cominciano dal primo minuto a insultare gli attaccanti, i centrocampisti mettono in dubbio la verginità delle sorelle altrui, i terzini bestemmiano come turchi con i calli infiammati. Ma quello che si dice in campo finisce in campo, è sempre stata la regola. Una regola che anche Mancini conosce bene, visto che quando il suo amichetto Mihajlovic si macchiò di insulti razzisti durante una partita, correva l’anno 2000, lui lo difese dicendo: «Nel corso di una partita l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e grandi nervosismo: l’importante è che tutto finisca lì». Perché ciò che valeva allora per Mihajlovic non vale ora per Sarri? Forse perché «negro di m.» si può dire e «frocio» invece no? O perché a Mancini fa comodo così? Qualcuno ha scritto che pure l’allenatore dell’Inter chiamò «frocio» un giornalista quando era a Firenze: l’interessato ha smentito. Sinceramente, non m’interessa. Così come non m’interessa se è vero o no quel che si mormora, e che cioè la polemica sarebbe stata studiata a tavolino per destabilizzare il Napoli primo in classifica. Può essere o forse no, poco importa: questo è un fatto che riguarda solo il mondo pallonaro. Quello che ci riguarda tutti, invece, è l’insurrezione armata, l’allineamento coatto, lo schieramento dei plotoni d’esecuzione che hanno sparato fuoco ad alzo zero contro il povero Sarri, facendolo secco in un batter d’occhio. Fateci caso: nemmeno le sue scuse sono state accettate. Ovvio, no? Se uno dice «frocio» è per sempre. Se uno dice «frocio» è evidentemente inguaribile, irredimibile, marchiato a vita per la tremenda colpa di aver usato una parola sbagliata, quella parola sbagliata. Se Sarri avesse offeso Dio, la Madonna e tutti i santi del Paradiso, ecco, sarebbe andato bene a tutti, magari gli avrebbero dato pure una medaglia. Invece ha detto «frocio» e dunque deve espiare. Due giornate di squalifica? Non bastano. Ma neppure dieci. Neppure venti. Neppure tre anni. Neppure l’ergastolo. Ho l’impressione che non basterebbe un’intera vita ai lavori forzati per scontare la pena di aver detto frocio. Almeno, se prima non ci s’iscrive ai corsi di recupero dell’Arcigay, dove t’insegnano come si diventa allenatori politicamente corretti: via la tuta, metti la scarpetta rosa, via le sigarette Nazionali, avanti col lucidalabbra. Ogni mattina inginocchiati davanti alla statua di Malgioglio e recita una preghiera alla trinità Luxuria, Vendola e Platinette. E così sia, nei secoli dei secoli gay. Di Mario Giordano.

A proposito di Sarri. Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. Gli interisti sono come i comunisti: quando perdono è perchè gli altri rubano (così risuccederà con la Juve) o gridano al "razzista" per farli degradare, come succede al Napoli. Se poi i media sono in mano a giornalisti di sinistra o comunque del nord è tutto dire. I salottieri si scandalizzano del "Frocio" dato al furbo Mancini, ma si sbrodolano con la parola "terrone" data a destra ed a manca in ogni tempo e in ogni dove. E' vero che ormai il potere è gay (vedi le leggi in Parlamento) e le femministe si sono prostate all'Islam (vedi le reazioni su Colonia), ma frocio è una offesa soggettiva. Terrone è una offesa ad un intero popolo. Ma tutti tacciono, anche i meridionali coglioni. Se "Terrone" vuol dire cafone ignorante: bèh , non prendo lezioni dai veri razzisti e ignoranti. (Se qualcuno ha qualche commento fuori luogo. Gli consiglio di leggere il mio libro "L'Italia Razzista"!

Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una famosa scrittrice e giornalista italiana. Nel 2004 Oriana Fallaci pubblica Oriana Fallaci intervista sé stessa - L'Apocalisse, il terzo libro della Trilogia di Oriana. È proprio nel phamphlet che la scrittrice esprime compiutamente il suo pensiero sull'omosessualità.

La giornalista, ad esempio, critica il primo ministro socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero reo di aver consentito e sostenuto l'approvazione del matrimonio gay: «la bravata del senor Zapatero che imitando il sindaco di San Francisco, (antiamericani sì, ma non quando gli americani ti suggeriscono cattive idee), buttava alle ortiche il concetto biologico di famiglia e autorizzava il matrimonio gay. Quel che è peggio, mille volte peggio, l'adozione gay. E questo senza che nessuno gli rispondesse per le rime. Senza che nessuno gli dicesse almeno cretino: il mondo va a fuoco, l'Occidente fa acqua da tutte le parti, il terrorismo islamico non fa che tagliarci la testa, e tu perdi tempo coi matrimoni-gay e le adozioni-gay? Questo senza che la Chiesa Cattolica si ribellasse, senza che il Papa (di nuovo) si difendesse. Magari tirando in ballo la Madonna di Czestochowa a cui è tanto devoto e che certo non avrebbe gradito l'iniziativa di Zapatero. Tutti zitti. Tutti intimiditi, impauriti, incapaci di commentare la cosa in modo raziocinante lo spontaneo. Tutti ricattati dalla tirannia dei Politically Correct. Perché se dici la tua sui matrimoni-gay e l'adozione-gay, finisci al rogo come quando dici la tua sull'Islam. Ti danno di razzista, di fascista, di bigotto, di incivile, di reazionario. Come minimo ti accusano di pensarla come Hitler che gli omosessuali li gettava nei forni crematori insieme agli ebrei. Insomma ti mettono alla gogna. Be': dopo la sfuriata iniziale, anche stavolta caddi in una stanchezza profonda. Assai più profonda di quella in cui ero caduta a causa delle due Simonette. Perché sull'accettazione dell'omosessualità il senor Zapatero non ha da insegnarmi nulla.»

In un altro passo il matrimonio gay è definito come un tentativo di "sovvertire il concetto biologico di famiglia": «In qualsiasi società, in qualsiasi angolo della Terra, in qualsiasi paese esclusa la Spagna di Zapatero, il matrimonio è l'unione di un uomo e di una donna. Tale rimane anche se da quell'unione non nascono figli. Così capisco i risultati del referendum che in dodici Stati americani si è concluso con la vittoria schiacciante del No, insomma con un assordante rifiuto del suddetto matrimonio. Non capisco, invece, perché in una società dove tutti possono convivere liberamente cioè senza dar scandalo, senza essere condannati o considerati reprobi, gli omosessuali sentano l'improvviso e acuto bisogno di sposarsi davanti a un sindaco o a un prete. Magari con l'abito bianco, il mazzolino di fiori in mano, e lo spettro del divorzio che costa un mucchio di tempo e un mucchio di soldi. Spero che sia un'isteria temporanea, un capriccio alla moda, una forma di esibizionismo o di conformismo. Perché, se non lo è, si tratta d'una provocazione legata alla pretesa di adottare i bambini e sovvertire il concetto biologico di famiglia. Insomma d'una intimidazione. Non mi piacciono le provocazioni, non mi piacciono le intimidazioni. Gira e rigira, sono sempre di natura politica. E in tal caso a quei fidanzati, quelle fidanzate, dico: accontentatevi del sacrosanto diritto che il mondo civile riconosce a chiunque. Il diritto di amare chi si vuole, come si vuole.»

Ancora, Oriana Fallaci esprime "fastidio" per la cosiddetta lobby gay: «Voglio dire: l'omosessualità in sé non mi turba affatto. Non mi chiedo nemmeno da che cosa dipenda. Mi dà fastidio invece quando, come il femminismo, si trasforma in ideologia. Quindi in categoria, in partito, in lobby economico-cultural-sessuale, e grazie a ciò diventa uno strumento politico. Un'arma di ricatto, un abuso Politically and Sexually Correct. O-fai-quello-che-voglio-io-o-ti-faccio-perdere-le-elezioni.»

È negativo, ancora, sui gay pride: «Mi dà fastidio anche quando, attraverso le loro lobby, a discriminare il prossimo sono proprio gli omosessuali. E ancor più quando, attraverso l'arroganza della categoria, il prossimo lo offendono con le becere Gay Parades alle quali si presentano seminudi o travestiti e truccati da baldracche».

È negativo, ancora, il suo giudizio sulla genitorialità gay: «Un omosessuale maschio l'ovulo non ce l'ha. Il ventre di donna, l'utero per trapiantarcelo, nemmeno. E non c'è biogenetica al mondo che può risolvergli un tale problema. Clonazione inclusa. L'omosessuale femmina, sì, l'ovulo ce l'ha. Il ventre di donna necessario a fargli compiere il meraviglioso viaggio che porta una stilla di Vita a diventare un germoglio di Vita poi un'altra Vita, un altro essere umano, idem. Ma la sua partner non può fecondarla. Sicché se non si unisce a un uomo o non chiede a un uomo per-favore-dammi-qualche-spermatozoo, si trova nelle stesse condizioni dell'omosessuale maschio. E a priori, non perché è sfortunata e i suoi bambini muoiono prima di nascere, non partecipa alla continuazione della sua specie. Al dovere di perpetuare la sua specie attraverso chi viene e verrà dopo di lei. Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d'adottare un bambino? Con quale diritto pretende d'allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo e della mamma? E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d'un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un'automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità? Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!?»

In un altro brano la Fallaci aggiunge: «Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma. E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo e senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. È un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita sul nostro pianeta. Cosa più che possibile con una madre senza marito, del tutto impossibile con due "genitori" del medesimo sesso. Punto e basta».

Alla dichiarazione, fanno da contraltare due episodi personali rammentati dalla scrittrice. Nel primo la vediamo assumere posizioni di contrarietà all'omofobia: «[...] guai a chi fa del male a un omosessuale in quanto omosessuale. Chiunque egli sia, e che l'omosessuale in questione lo conosca o no. Anni fa, nel mio villaggio in Toscana, il postino mi raccontò che due omosessuali della zona erano rimasti senza casa perché il padrone di casa s'era accorto che vivevano «come-marito-e-moglie». E li aveva cacciati. Io non li conoscevo, non li avevo mai visti. Ma udire una cosa simile mi mandò il sangue al cervello. Non per pietà, bada bene. Per principio. E dissi al postino: «Voglio incontrarli. Me li porti qui». Il postino me li portò e mi trovai davanti due giovanotti molto civili, molto educati, che con gran dignità si lamentavano: «L'albergo costa troppo e non sappiamo dove andare». Così gli mostrai una graziosa casetta attigua alla mia, la casetta che tengo per gli ospiti, e: «Se vi piace, state qui». Ci stettero qualche anno. Cioè fino a quando si separarono ed entrambi lasciarono l'Italia. Cosa che mi dispiacque in quanto il nostro era diventato un rapporto quasi familiare. M'ero abituata a loro, di loro non mi dispiaceva nulla escluso il fatto che a volte tenessero il volume della radio troppo alto e che uno adorasse esser chiamato gay. Inappropriato anzi stupido termine che detesto anche perché in inglese «gay» vuoi dire «allegro», e quando scrivo in inglese non so a che santo votarmi per dire allegro. Da quel punto di vista la parola «gay» è un vero furto al vocabolario e vorrei proprio sapere chi è l'irresponsabile che la mise in giro, che la adottò».

Nel secondo l'autrice ricorderà la sua amicizia e frequentazione con Pier Paolo Pasolini: «Eravamo in un ristorante lungo la via Appia, ricordo, e seduti al tavolo aspettavamo Alekos che era molto in ritardo a causa d'uno sciopero aereo. D'un tratto Pier Paolo mi accarezzò una mano e riferendosi al mio libro Lettera a un bambino mai nato (libro che odiava) mormorò: «Quanto a infelicità, anche tu non scherzi». Credendo che si riferisse al mio libro gli chiesi da dove venisse quell' anche, il discorso scivolò immediatamente sulla sua incontrollabile omosessualità».

Oriana Fallaci: ecco il perchè della contrarietà alle adozioni gay. La compianta Oriana Fallaci ha spiegato con buon piglio ed un’ottima dose di buon senso la sua posizione lontana dall’essere omofoba, ma di totale contrarietà nei confronti dell’omosessualità che diviene ideologia e soprattutto contraria all’ipotesi di far adottare i bambini a coppie di gay.

"L’omosessualità in sé non mi turba affatto. Non mi chiedo nemmeno da che cosa dipenda. Mi dà fastidio, invece, quando (come il femminismo) si trasforma in ideologia. In categoria, in partito, in lobby economico-cultural-sessuale. E grazie a ciò diventa uno strumento politico, un’arma di ricatto, un abuso Sexually Correct. O-fai-quello-che-voglio-io-o-ti-faccio-perdere-le-elezioni. Pensi al massiccio voto con cui in America ricattarono Clinton e con cui in Spagna hanno ricattato Zapatero. Sicché il primo provvedimento che Clinton prese appena eletto fu quello di inserire gli omosessuali nell’esercito e uno dei primi presi da Zapatero è stato quello di rovesciare il concetto biologico di famiglia nonché autorizzare il matrimonio e l’adozione gay. Un essere umano nasce da due individui di sesso diverso. Un pesce, un uccello, un elefante, un insetto, lo stesso. Per essere concepiti, ci vuole un ovulo e uno spermatozoo. Che ci piaccia o no, su questo pianeta la vita funziona così. Bè, alcuni esperti di biogenetica sostengono che in futuro si potrà fare a meno dello spermatozoo. Ma dell’ovulo no. Sia che si tratti di mammiferi sia che si tratti di ovipari, l’ovulo ci vorrà sempre. L’ovulo, l’uovo, che nel caso degli esseri umani sta dentro un ventre di donna e che fecondato si trasforma in una stilla di Vita poi in un germoglio di Vita, e attraverso il meraviglioso viaggio della gravidanza diventa un’altra Vita. Un altro essere umano. Infatti sono assolutamente convinta che a guidare l’innamoramento o il trasporto dei sensi sia l’istinto di sopravvivenza cioè la necessità di continuare la specie. Vivere anche quando siamo morti, continuare attraverso chi viene e verrà dopo di noi. E sono ossessionata dal concetto di maternità. Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l’anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all’ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere). Ma essendo donna, e in più una donna ferita dalla sfortuna di non esser riuscita ad avere figli, capisco meglio il concetto di maternità………Ma qualcun altro me lo chiederà. Quindi ecco. Un omosessuale maschio l’ovulo non ce l’ha. Il ventre di donna, l’utero per trapiantarcelo, nemmeno. E non c’è biogenetica al mondo che possa risolvergli tale problema. Clonazione inclusa. L’omosessuale femmina, si, l’ovulo ce l’ha. Il ventre di donna necessario a fargli compiere il meraviglioso viaggio che porta una stilla di Vita a diventare un germoglio di Vita poi un’altra Vita, un altro essere umano, idem. Ma la sua partner non può fecondarla. Sicché se non si unisce a un uomo o non chiede a un uomo per-favore-dammi-qualche-spermatozoo, si trova nelle stesse condizioni dell’omosessuale maschio. E a priori, non perché è sfortunata e i suoi bambini muoiono prima di nascere, non partecipa alla continuazione della sua specie. Al dovere di perpetuare la sua specie attraverso chi viene e verrà dopo di lei. Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma? E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità? Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!? Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda. Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita. Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma. E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso". Oriana Fallaci

Dà della lesbica all'ex compagna. Condannato: un anno e 2 mesi. Invano il difensore dell'uomo, Marco De Giorgio, cerca di spiegare al giudice che «lesbica» non può essere un insulto omofobo, perché la omosessualità femminile non dispone di eufemismi e di oltraggi, scrive Luca Fazzo, Mercoledì 03/02/2016, su "Il Giornale". In aula al Senato la legge sulle unioni gay muove i primi, tormentati passi; negli stessi minuti, ieri mattina, cinquecento chilometri più nord, anche in un'altra aula, si parla di unioni gay. Ma questa è un'aula di tribunale, al piano terreno del palazzo di giustizia milanese: e il processo che vi si svolge racconta la distanza profonda che c'è tra il dibattito politico e un sentire comune e diffuso, soprattutto nelle fasce meno acculturate e politicamente corrette. Un mondo dove un padre trova difficile accettare che la propria compagna abbia una relazione omosessuale; e addirittura intollerabile che la propria figlia venga ospitata e coccolata dalla nuova coppia, dalle due donne divenute amanti.L'uomo reagisce male: e ieri, nell'aula dei processi per direttissima, si trova a rispondere di maltrattamenti in famiglia, articolo 572 del codice penale. Non è accusato di avere messo le mani addosso a nessuno, ma la sua ex compagna, la madre di sua figlia, lo ha denunciato per le reazioni verbali che ebbe quando seppe della relazione, e soprattutto quando le due donne iniziarono a prendere con sè la bambina, che allora aveva otto anni. «Sei una tr.. lesbica», le disse al colmo della rabbia per quegli incontri a tre che non riusciva a capire. E il giudice Mauro Gallina lo condanna: un anno e due mesi. Invano il difensore dell'uomo, Marco De Giorgio, cerca di spiegare al giudice che «lesbica» non può essere un insulto omofobo, perché la omosessualità femminile non dispone di eufemismi e di oltraggi; e che il resto si colloca nell'inevitabile scoramento prodotto dal frantumarsi di valori che l'uomo portava con sè. Certo, il mondo sta cambiando. Ma a lui non lo avevano spiegato.

“Frocio” non si dice. “Figlio di troia” sì, scrive Francesco Merlo il 26 gennaio 2016 su "La Repubblica". Dunque “frocio” non si può dire e “figlio di troia” sì? E “siciliano mafioso” non è razzismo, mentre “zingaro di merda” lo è? E se fosse ridicolo tutto questo affanno del perbenismo italiano nel compilare classifiche di legittimità dell’insulto? Non si può infatti applicare il politicamente corretto all’ingiuria, non esiste l’offesa sterile, non ci sono parolacce detergenti e anzi spesso il più turpe vaffanculo, quando è lanciato sotto stress e non quando diventa progetto politico, disinnesca il pugno. Le male parole come sfogo, come valvole liberatrici durante uno scontro sul campo di gioco, o sulla strada o persino in Parlamento, fanno muro ai ceffoni, disarmano gli istinti violenti, impediscono le botte, sono l’unico modo di darsele di santa ragione senza farsi male. E chissà se per Mandzukic è più offensiva la parola “zingaro” o la parola “merda”? Ed è più politicamente scorretto Sarri, che ha dato del finocchio a Mancini, oppure Mancini che aveva assolto se stesso quando aveva dato del “finocchio” ad un cronista? E’ infatti una giostra il mondo del politicamente corretto. Basta un piccolo cambio di scena e l’ingiuriante diventa ingiurato come nel film i Mostri dove Vittorio Gassman, pedone sulle strisce, si indigna e si ribella perché gli automobilisti, mentre gli sfiorano il sedere, gli gridano. E Gassman incede su quelle strisce a passo volutamente lento e abusa dell’asilo politico che gli offre il codice della strada: come Mancini, “ci marcia”. Ma poi quando sale sulla sua cinquecento il mostro Gassman sfreccia su quelle stesse strisce mostrando le corna ai pedoni. Più ancora della strada, lo sport è metafora di guerra, la vita combattuta con altre armi, non la politica astrusa e neppure la cultura dei privilegiati, ma il mondo dei sentimenti, materia forse non semplice ma sicuramente selvatica: il mondo del turpe eloquio. E però Konrad Lorenz tratterebbe De Rossi come uno dei suoi spinarelli e non certo come un razzista. Anche Freud sorriderebbe dinanzi alle accuse di omofobia a Sarri. Per non dire di Lévi-Strauss che si sentirebbe beato davanti a tanti selvaggi. Tanto più che, con un formidabile testa-coda, il politicamente corretto avvelena anche i selvaggi. Ieri, nelle tante trasmissioni radio, persino gli ultrà romanisti si sono impasticcati di politicamente corretto e, dando vita alla figura ossimorica dell’ultra per bene, dell’estremista formalista, per salvare il loro De Rossi hanno solennemente stabilito che non essendo Mandzukic uno zingaro non può sentirsi offeso dalla parola zingaro. Con questa logica se dici puttana a una puttana la offendi, se invece lo dici a una signora, va bene. L’importante infatti è non ledere i diritti della minoranza sfruttata (le puttane) anche a costo dell’onore della maggioranza (le signore). Insomma sei un gran maleducato, ma politicamente corretto; sei un vero facchino ma non sei un razzista. Applicando questa logica anche all’ingiuriato, solo un frocio si arrabbia se gli dicono frocio. Dunque se Mancini si arrabbia vuole dire che è frocio? La giustizia sportiva, per trovare delle attenuanti a Sarri, ha accolto questa stramba tesi degli ultrà e ne ha fatto una fonte di legge condannando l’allenatore del Napoli a solo due giorni di squalifica, e per giunta in coppa Italia, a riprova che la nostra giustizia sportiva coniuga le regole con l’humus, la legge con gli umori, in nome del popolo italiano politicamente corretto, vale a dire della curva sud che strologa di diritto, del bar sport dove il tifoso-fedele si traveste da laico. Come si vede, il politicamente corretto della plebe, che di natura è scorretta, è alla fine un pasticcio, è l’innesto del birignao nella suburra. Come se Marione Corsi, l’ex terrorista dei Nar, divo della più importante radio romanista (dice), conducesse “Che Tempo che fa” al posto di Fabio Fazio. Infine c’è la televisione che amplifica e rende caricaturale il politicamente corretto perché costringe a mentire, non conosce sfumature, insegna a parlare con la mano davanti alla bocca e dunque a occultare il corpo del reato, come ha ben spiegato ieri Spalletti, il nuovo allenatore della Roma. Alla Camera dei deputati sono stati vietati per regolamento gli zoom proprio per evitare la lettura del labiale e dunque le indiscrezioni rivelatrici, le schermate dei siti porno visitati mentre si discute della Finanziaria, l’ingrandimento del display del cellulare di Verdini terminale di traffici e commerci, le parolacce dette e scritte nei pizzini che gli onorevoli si scambiano tra loro. E certo non ci piace che sia stata oscurata la casa di vetro della democrazia. Ma una vota Dino Zoff raccontò che dovendo subire un rigore, il suo allenatore Trapattoni gli impartì un ordine in forma di consiglio: buttati a destra perché quello lì calcia i rigori sempre sulla destra. Al momento del tiro, Zoff per istinto avrebbe voluto andare a sinistra, ma prevalse l’obbedienza al Mister. Fu gol. E Zoff scomodò il cielo con una bestemmia e con un insulto secco e forte contro Trapattoni. Lo avesse ripreso la televisione, Zoff sarebbe passato alla storia del calcio come un insolente e un blasfemo, nemico di Dio e del proprio allenatore. Ecco dunque l’ultimo pasticcio del politicamente corretto: la televisione condanna alla trasparenza che però tanto più sembra fedele quanto più è infedele perché travisa mentre mostra, deforma mentre informa. E’ allora meglio nascondersi al politicamente corretto? Oppure è meglio comportarsi come profetizzava Italo Calvino? . Conosco un omosessuale che vive in un piccolo paese e che all’insulto “frocio”, che ogni tanto gli capita di subire, reagisce con orgoglio.

Insultare una fascista (incinta) non è reato, scrive Gian Marco Chiocci il 2 febbraio 2016 su “Il Tempo”. Giorgia Meloni non ha bisogno di avvocati d’ufficio, la conoscete, sa difendersi da sola. Ma quel che la fogna di internet le sta vomitando addosso dopo l'annuncio del bebè in arrivo, imporrebbe una risposta dura e bipartisan che a distanza di 48 ore ancora non s'è vista. Madri, padri, figli di, parenti prossimi o trapassati: di insulti familistici la politica si alimenta ogni giorno ma non se n'erano sentiti rivolti a un feto. I cultori della doppia morale, della superiorità intellettuale, culturale ed esistenziale, ci regalano sovente perle di ironia che a parità di sarcasmo, se rivolte a un'immigrata, una lesbica, una politica di sinistra, scatenano reazioni veementi, rimostranze parlamentare, raccolte di firme e sit-in in girotondo. Prendete la Boldrini. Impegnata com'è a far rispettare l'articolo determinativo femminile, "la" presidente della Camera ha espresso solidarietà all'ex ministro solo quando Fabio Rampelli (l'ombra lunga di Giorgia) ha evidenziato la sua partigianeria nell'esprimere solidarietà solo a chi non la pensa come la leader di An. Va detto che anche le politicanti di centrodestra si sono fatte riconoscere. Hanno tergiversato fino a quando non s'è mossa la Carfagna, dopodiché qualcuna ha preso coraggio e s'è indignata. Insomma, se la Bindi è più bella che intelligente, giustamente il mondo s'indigna con Berlusconi. Ma guai a scandalizzarsi se esponenti democratici condividono su facebook Madonna Meloni che concepisce senza peccare oppure ritwittano quel gentiluomo di sua sobrietà di Vladimir Luxuria che cinguetta sperando di tramandare la specie («auguri e figli trans»). Ti sentirai rispondere che è satira, sarcasmo, ironia. Ma sì, minimizziamo. Ridimensioniamo l’accaduto. Lo facevano anche i katanga dell’autonomia operaia quando sprangavano i missini e si difendevano così: «Uccidere un fascista non è reato».

Un orrore sul sito dell'Annunziata: giusto insultare il figlio della Meloni, scrive “Libero Quotidiano” il 3 febbraio 2016. Sull'Huffington Post di Lucia Annunziata un intervento di rara violenza contro Giorgia Meloni. A firmarlo è Deborah Dirani, che si definisce "donna, prima. Giornalista, poi". Nel mirino la leader di Fdi-An, bersagliata da insulti e sfottò dopo aver rivelato di essere incinta. E la signora Dirani, de facto, spiega che la Meloni si merita questo tipo di linciaggio. Chiarissimo l'attacco del suo articolo: "Giorgia Meloni è incinta. Giorgia Meloni è una delle responsabili della degenerazione della politica del mio Paese. Di quella politica fatta di esclusione, di negazione dei diritti, di slogan populisti e di intolleranze culturali". Dunque, la Dirani aggiunge che la Meloni "è incinta e io sono ben contenta, dico sul serio". E subito dopo riprende a manganellare: "Ma la gravidanza non fa di lei una persona migliore, non la trasforma magicamente in una donna aperta al diverso da sé. Resta esattamente quella che è e raccoglie esattamente quello che tanto si è prodigata a seminare: intolleranza". Insomma, l'intolleranza raccolta dalla Meloni in questi giorni - ricordiamolo: insulti e sfottò al nascituro, qualcosa di vergognoso che non c'entra nulla con la politica - sarebbe dovuta alla presunta intolleranza del personaggio Meloni. Quale intolleranza? Si suppone il sostenere politiche di destra, una roba che la signora Dirani non può tollerare, tanto che nello stesso, improponibile e violento, commento si spinge a scrivere: "Buona gravidanza, Giorgia Meloni e... Speriamo che sia femmina (volevo aggiungere anche comunista!)".   

Vacca: Family day non reazionario, la sinistra rischia la deriva nichilista. Il filosofo marxista ritiene giusto il sì alle unioni civili, ma sulla stepchild adoption sposa la posizione del Circo Massimo: «Come si fa a dire che avere un figlio è un diritto?» Scrive Massimo Rebotti il 2 febbraio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Giuseppe Vacca è un filosofo marxista, una vita nel Pci e nelle sue successive declinazioni, fino al Pd di cui è uno degli intellettuali più autorevoli. Nel 2012, insieme ad altre figure di riferimento della sinistra, come Mario Tronti e Pietro Barcellona, firma un documento sulla «emergenza antropologica»: si sostiene che esistono «valori non negoziabili» e si apprezza l’impegno della Chiesa, allora di Benedetto XVI, per difenderli. Ai firmatari viene affibbiata l’etichetta di «marxisti ratzingeriani». Qualche anno dopo quei temi sono al centro del dibattito sulle unioni civili; il professor Vacca ha seguito con attenzione sia il Family day che le iniziative a favore del ddl Cirinnà.

Che cosa pensa di chi dice che le piazze contro le unioni civili sono reazionarie?

«Definire il Family day reazionario è assolutamente improprio. Su come regolare le questioni della vita non si può applicare la coppia progresso-reazione. Quella folla esprime un modo di vedere la famiglia che appartiene a una vasta parte della società italiana».

Si sente equidistante?

«No. Io penso che sia un bene che la legge sulle unioni civili passi. Ma si deve risolvere il nodo della stepchild adoption: trovo fondate le osservazioni di chi dice che può essere un modo surrettizio per introdurre la maternità surrogata, l’utero in affitto».

Hanno quindi ragione i manifestanti del Family day?

«Sul punto sì, il problema c’è. Così come penso che non sia necessario declinare al plurale la famiglia, che è una. Detto questo, è necessario riconoscere le unioni civili».

C’è un clima da fronti contrapposti?

«Direi di no. Al netto delle sigle politiche che si sono aggiunte, penso che entrambe le piazze fossero dialoganti. Chiunque giochi alla contrapposizione, sbaglia».

Un passo avanti rispetto ad altri «scontri» tra laici e cattolici?

«Sì, il confronto è più maturo rispetto ai tempi dell’aborto o del divorzio. Basta guardare l’intervista, molto bella, che il cardinale Ruini ha rilasciato al Corriere quando ha detto che non c’è una sola modernità».

A proposito di modernità: lei ha parlato di una «emergenza antropologica».

«È un’epoca in cui ci sentiamo sottoposti a varie minacce, il discrimine tra il naturale e l’artificiale si mescola, non ci sono solo “magnifiche sorti e progressive”. È una deriva per cui, come diceva Margaret Thatcher, la società non esiste ma esistono solo gli individui».

C’entra con le unioni civili?

«Come si fa a dire, per esempio, che avere un figlio è un diritto? Come si può pensare di declinare tutto nella chiave della libertà individuale, come se ciò che accade prescindesse dal modo in cui si compongono le volontà e le coscienze dei gruppi umani?».

Sbaglia la sinistra a fare dei diritti individuali il fulcro della sua azione politica?

«Assolutamente sì. La sinistra subisce una deriva nichilista, in termini marxisti la definiremmo spontaneista».

Cioè?

«Non è più capace di grandi visioni sul mondo, dalle guerre ai conflitti economici. Assolve mediamente i suoi compiti nazionali, ma sui grandi scenari mostra un impoverimento culturale che genera analisi povere. Negli anni Settanta laici e cattolici hanno fatto la più bella riforma del diritto di famiglia. E dopo? Di fronte a quello che cambia su questi temi, la sinistra non ha più niente da dire? Penso al referendum sulla fecondazione assistita quando tutto è stato ridotto a uno scontro tra fede e scienza. Insomma, il professor Veronesi è un grande medico, ma non uno statista...».

La piazza cattolica le è sembrata più consapevole dei «grandi scenari»?

«Lì si è manifestato un denominatore comune, la nostra civiltà cristiana. È una grande eredità».

Del resto del calo demografico non gliene fotte niente a nessuno.

GIOVANI: SESSO LIBERO?

Ci sono testimonianze di peni eretti bene auguranti nelle grotte paleolitiche di Lascaux, nei postriboli pompeiani fino a giungere ai graffiti che deturpano le città moderne. Un tempo si facevano persino delle processioni al dio Priapo chiamate falloforie (portatori di fallo). Gli artisti di Lascaux hanno creato un mondo sotterraneo e sconvolto Picasso, lasciandoci con i misteri della loro vita e del perché hanno questa “Cappella Sistina” della preistoria, scrive Raffaele Bonadies. Nel 1940, all’uscita da una grotta in Francia, Pablo Picasso, non noto per la modestia, si lasciò quasi cogliere dallo sconforto: «Non abbiamo inventato niente» disse. Aveva appena visto l’opera dei nostri antenati, Homo sapiens di 17.300 anni fa, che crearono a Lascaux quella che è stata definita la “Cappella Sistina della preistoria”, un capolavoro di pittura rupestre. Scoperto proprio nel 1940 da quattro ragazzi (col loro cane Robot) in Dordogna, in Francia, la grotta è un labirinto di circa 235 metri di lunghezza, in lieve pendenza. Suddivisa convenzionalmente in 7 sale, dalla Sala dei Tori alla Navata al Pozzo, contiene circa 2.000 figure che possono essere classificate in tre gruppi: animali, figure umane e segni astratti. Nei primi, la parte del leone la fanno i cavalli (364) e i cervi maschi (90), anche se i veri capolavori sono le figure degli uri, i buoi selvatici che popolavano le foreste europee. Come per altre grotte in Francia e Spagna, come Chauvet o Altamura, non sono chiare le ragioni che hanno spinto gli uomini a ritrarre gli animali sulle pareti della grotta. Secondo alcuni studiosi alla base di tutto c’è la religione, e le visioni degli sciamani, grazie alle quali erano in grado di ritrarre animali visti tempo prima. Erano allucinazioni indotte da danze che portavano in uno stato di trance o da sostanze psicotrope. Poiché le specie dipinte erano le più potenti e pericolose della fauna della zona (uri, cavalli e bisonti), forse i dipinti servivano a esorcizzare il pericolo che si correva cacciando questi animali, o addirittura a insegnare ai giovani le migliori tecniche di caccia a queste prede. Ci sono in compenso molti segni astratti, punti o figure geometriche, che alcuni studiosi ritengono rappresentino costellazioni visibili dalla zona, come il Toro, le Pleiadi, e il Triangolo estivo – tre stelle molto brillanti che da giugno a ottobre si vedono dopo il tramonto. Lo scrittore francese Georges Bataille considerava Lascaux il momento della nascita dell’arte, e di conseguenza dell’essere umano vero e proprio.

Non sappiamo con certezza le cause che hanno favorito, soprattutto nell’Europa Occidentale, in Francia ed in Spagna, la realizzazione di opere che ci lasciano stupiti e che ci inducono a riflettere sulle capacità organizzative dei nostri avi, scrive Maria Antonia Ferrante. Le opere grandiose sono sempre il risultato di un’organizzazione collettiva dove ogni componente del gruppo svolge un ruolo. Capacità mentali progredite, affinamento del pensiero, maggiore ricchezza del linguaggio e della comunicazione, nuove fonti di approvvigionamento delle materie necessarie all’esecuzione dei dipinti e delle incisioni e presenza degli spazi favorevoli alla messa in opera, contribuiscono a dare spazio alla fantasia. Sono gli abitanti delle zone franco–cantabriche che in questo periodo hanno lasciato il segno indelebile del loro avanzamento nel processo evolutivo espresso nelle stupefacienti pitture parietali in grotta. La grotta di Lascaux, affrescata 18.000 anni fa, si trova in Dordogna, Francia. Si accede con facilità alla prima sala dell’antro, detta La Rotonda. Qui, si impongono alla vista dipinti di animali giganteschi; gli uri misurano 5 metri di lunghezza. Dopo la sequenza degli animali mastodontici: uri, cavalli e cervi, appare il cosiddetto unicorno con il corpo segnato da cerchi; animale fantastico non definibile. Nelle successive parti della grotta continua la sfilata delle immagini degli stessi animali: di cervi e stambecchi e di una grandissima quantità di incisioni che sembrerebbero messe a caso perché si mescolano con i profili delle figure degli animali precedenti, in un groviglio di difficile lettura. Su di una parete dello spazio detto il pozzo, appare il dipinto di una figura umana; un uomo disteso con il fallo in erezione; sembra ferito. Vicino gli sta l’immagine di un bisonte, anch’esso probabilmente ferito. Sembra una scena di caccia conclusasi male par l’uomo e per l’animale. Per la realizzazione di questo grande affresco della grotta, chiamata giustamente Cappella Sistina del Paleolitico, sicuramente è stata necessaria la collaborazione di parecchi individui. Immagino che Eva abbia dato una mano alla messa in opera dei dipinti di Lascaux. Eva, forse, ha preparato i colori: l’ocra, il carbone, il manganese, i grassi e le materie collanti. E’ stata anche lei nella grotta reggendo le torce, portando le assi di legno per preparare le impalcature e soprattutto per provvedere all’alimentazione degli artisti impegnati per ore ed ore in uno spazio ristretto, oscuro e poco ospitale. Il progetto dell’affresco, probabilmente, è il risultato di un lavoro collaborativo. Di questa opera il gruppo che l’ha eseguita ne ha parlato prima di metterla in opera, disegnandola mentalmente e riconoscendone le finalità. Quale? Archeologi, critici dell’arte, antropologi, etnologi e psicologi si sono cimentati per penetrare nell’intima struttura delle opere parietali paleolitiche. Leroi-Gourhan ha dedicato un interesse particolare ai dipinti di Lascaux. Di essi dice Le figure di Lascaux non si dispongono in pannelli di insieme, ma lungo un itinerario, legata l’una all’altra da un tema di cui ci sfugge il senso, ma il cui coinvolgimento si ripete un piano dopo l’altro fino alle figure di rinoceronti situate nel punto più profondo. Le figure possono prolungarsi per due e più chilometri con un’unica versione del tema; figura per figura, a intervalli di parecchie centinaia di metri. Si tratta di una vera e propria cosmografia? Il mito, qui, qualunque sia il substrato, si dispone in maniera lineare e ripetitiva” (Leroi-Gourhan, A., 1977).

La gogna del moralismo di Stato. Parliamo di Vilfredo Pareto e il suo "Il mito virtuista e la letteratura immorale". Mentre attendeva nell'"eremo" di Céligny alla sua opera più ponderosa e sistematica, il Trattato di sociologia generale, Pareto metteva mano al "trattatello" Le mythe vertuïste et la littérature immorale (Paris 1911), che fu tradotto con notevoli integrazioni e pubblicato in Italia nel 1914. Questa succosa e incalzante analisi condensa in modo esemplare l'anima profondamente liberale e libertaria di Pareto, e mette a nudo le tante ipocrisie che si nascondono dietro ogni moralismo proibizionista che, oggi come un secolo fa - in nome di una presunta igiene fisica e morale collettiva -, pretende di vietare irrinunciabili diritti personali dell'individuo. «Si può leggerlo in due modi, Il mito virtuista. Si può prenderlo come l'opera letteraria di un uomo singolare: logico e passionale, preciso e fantasioso, ironico e caustico, coltissimo di storia e attento alla cronaca. Senza curarsi troppo di dimostrazioni e tassonomie, gustarsi esempi e citazioni, senza voler cogliere l'architettura complessiva, seguirlo su per le scale ripide della sua indignazione e nei saloni sontuosi della sua cultura. È il suo procedimento [...] Oppure si può leggere il libro come l'applicazione ad un fatto particolare dei costrutti logici, "residui" e "derivazioni", su si basa il suo opus magnum, una sorta di intermezzo in quel ventennale impegno.»

Torna il libreria il trattatello liberale e libertario di Pareto, scrive “Il Piffero”. Un libro che nel mettere a nudo le ipocrisie dell’epoca, denuncia i rischi che si nascondono dietro ogni moralismo proibizionista che, oggi come un secolo fa, pretende di vietare irrinunciabili diritti personali dell'individuo. È una iattura il trionfo del conformismo moralista. Anzi, quando i moralisti assurgono a maître à penser di un’epoca la dittatura è dietro l’angolo, per quanto soft e mistificata da buonismo possa essere. E mentre si diffonde questa potente arma di distrazione di massa le classi dirigenti dimenticano i veri problemi del Paese. Ci hanno provato in tanti, soprattutto nella stagione del berlusconismo declinate, a dare una lettura assolutoria delle macerie contemporanee al libretto che Vilfredo Pareto scrisse nell’eremo di Célignymentre si accingeva a dare l’ultima versione alla sua opera più ponderosa e sistematica, il Trattato di sociologia generale. Ora di questo trattatello, pubblicato in Francia nel 1911 (Le mythe vertuïste et la littérature immorale) e tradotto con notevoli integrazioni in Italia nel 1914, è uscita una riedizione per iniziativa di Franco Debenedetti e dell’editore Liberilibri. Con il termine «virtuismo» Pareto intende sviluppare una critica verso i censori moderni, che si ergono a paladini della morale pubblica a detrimento delle più elementari espressioni della libertà individuale. Per alcuni può essere definito «libertario», un intellettuale consapevole della trasformazione dei valori morali, e della loro opinabilità alla stregua della religione e della politica. Un antiproibizionista ante litteram, in particolare contro le limitazioni legislative alla letteratura cosiddetta immorale di cui fu portavoce il presidente del Consiglio dell’epoca Luigi Luzzatti. Sulla scia di questo principio Pareto dà alle stampe il volume, che fu dettato dalla curiosità per i fatti contemporanei e dall’interesse che egli mostrava per la cronaca nera e giudiziaria. Anzi si può affermare che il libro nacque dall’attenzione che Pareto rivolse al romanzo Quelle signore (1904) e al processo che il suo autore Umberto Notari (1878-1950) subì per oltraggio al pudore nel 1906 e nel 1911. Le due sentenze si ritrovano nell’edizione del 1914 e sono riportate in quella del 1966, insieme alla Circolare Luzzatti sulle pubblicazioni pornografiche: «Qui riproduciamo la sentenza di uno di questi processi in cui si vedrà incriminata la riproduzione di ”due brani tolti una dalla Bibbia e uno dal Dialogo delle prostitute di Luciano”».

Il mito virtuista e la letteratura immorale. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Scritto polemico del sociologo Vilfredo Pareto sul fenomeno del virtuismo. Durante gli anni della stesura del Trattata di sociologia (1916) imperversavano in Europa rigidi atteggiamenti in difesa della virtù, della pulizia morale e del pudore e si moltiplicavano manifestazioni di intolleranza verso l'oscenità, o presunta tale. Questa ondata di moralismo venne promossa da alcuni associazioni che condannavano indistintamente il mondo pagano, le dottrine antisociali ed i concetti naturalistici, frammisti ad oscenità, della Grecia e di Roma antica. Pareto decise di intervenire sull'argomento ed invitando il governo Italiano a non perdere tempo "a pensare alle foglie di fico", quanto a preoccuparsi di denunciare i gravi problemi dell'Italia del tempo: miseria, corruzione, analfabetismo, il dominio della mafia e della camorra, le non sopite mire espansionistiche dell'Austria. Il termine "virtuista", un neologismo coniato da Pareto, sta ad indicare una persona ipocrita e bigotta, che ha dichiarato guerra alla letteratura immorale, criminale sessuale. Raccolti in associazioni, i virtuisti chiedono allo stato misure censorie sempre più restrittive, giustificandole con il pretesto dell'utilità sociale, della preservazione della pace sociale, della tutela dell'interesse dei fanciulli e con la motivazione dell'utilità della castità. Pareto rileva che il vero fine inseguito dai virtuisti è quello di imporre la loro dottrina e fa notare come l'aumento delle misure restrittive vada di pari passo con l'aumento di sentimenti anarchici e che "le leggi senza costumi non valgono niente". Inoltre, secondo Pareto, "non è un dovere dello stato quello di allontanare ogni tentazione dall'individuo". Di seguito, Pareto critica sia la famiglia "modern Style", incapace di dare una vera educazione ai propri figli ("l'educazione dei figli si fa coll'azione cumulativa di mille cose da nulla, e non con alcune proibizioni annunciate con gran fracasso") e di seguito delle Istituzioni scolastiche ("l'anarchia nell'educazione dei giovani è una causa dell'aumento della criminalità giovanile"). In conclusione, Pareto aggiunge che la forza che permette ad un popolo di elevarsi al di sopra degli altri non è dato dall'ascetismo, dalle rinunce e dalla mediocrità, ma nei sentimenti profondi e attivi che si manifestano con un ideale, una religione, un mito, una fede. "Nella vita dei popoli, niente è tanto più reale e pratico quanto l'ideale. [...] Il contenuto logico dell'ideale poco importa. Ciò che importa molto di più è lo stato psichico che rivela, di cui è sintomo".

La pubblica moralità? È questione di buon gusto, scrive Cesare Cavalleri su “Avvenire. Vilfredo Pareto (1848-1923), oltre che economista e sociologo, è anche un ottimo scrittore, il che non guasta. Appartiene alla schiera degli economisti "marginalisti" il cui capostipite è Léon Walras, al quale Pareto succedette nella cattedra di economia dell'Università di Losanna, nel 1894. Sia Pareto, sia Walras provenivano da studi d'ingegneria. Pareto fu nominato senatore da Mussolini, ma, morendo nel 1923, non fece in tempo a vedere la piega che il fascismo avrebbe preso. Nel 1910 Pareto pubblicò Il mito virtuista e la letteratura immorale, che Liberilibri (Macerata 2011, pp. 216, euro 18) oggi sottrae all'oblio, riproponendo con poche correzioni l'antica traduzione del "giovane" Nicola Trevisonno (a p. 49 è rimasto un "dai scultori"). Con neologismo paretiano, i "virtuisti" sono i bigotti intolleranti e spesso ipocriti che pretendono di imporre per legge la morale, soprattutto e quasi esclusivamente in materia di "oscenità". Non che Pareto sia favorevole all'oscenità e al libertinaggio, ma ha buon gioco nel dimostrare l'inafferrabilità di una definizione giuridica dell'ipotetico reato, e si diverte fin troppo ad antologizzare le "oscenità" di taluni passi della classicità greca e latina, che neppure l'Index post-tridentino aveva proscritto. L'invito di Pareto, oltre a proclamare la libertà di opinione a meno che non vengano violate le regole dell'ordine pubblico, è a non scambiare gli effetti con le cause. Se la famiglia e la scuola vengono meno ai loro compiti educativi, non è proibendo il commercio di cartoline licenziose che la moralità sarà salva: «È il buon gusto, la buona educazione che possono decidere in questa materia complicata, delicata e variabile, e non i Tribunali»; «La vera sicurezza voi l'avrete, anzitutto, se saprete ispirare a vostra figlia il disgusto dell'oscenità, poi se vi darete la pena di sorvegliarla». Insomma, contrariamente a quanto affermava la circolare del 16 gennaio 1910 emanata dal ministro dell'Interno Luzzatti, ripetutamente ridicolizzata nel libro, non è lo Stato «il più alto tutore della pubblica moralità». E sia lode agli antichi romani, che sapevano distinguere «tre cose molto differenti: il virtuismo, la temperanza, la dignità. I romani ignoravano la prima, tenevano in grande considerazione la seconda, ed in maggiore la terza». Le considerazioni paretiane non hanno solo un interesse storico o di curiosità: come ben scrive Franco Debenedetti nell'introduzione, oggigiorno il "virtuismo" si è metamorfizzato nel "politicamente corretto": «"Lotta continua" non guida più cortei, invece di università e fabbriche occupa le scrivanie dei direttori di giornali e Tv. Per quelli che non sprofondarono nel mondo coatto della lotta armata, è l'istituzionalizzazione delle "conquiste": le libertà diventano diritti, codificati in leggi, dettagliati in regolamenti, garantiti da magistrati, sorvegliati da autorità. E, se non basta, affermativamente imposti in "quote". Al potere, di cui si denunciava l'oppressione, ora si chiede di esercitare la protezione». E ancora: il "virtuismo" dell'epoca di Pareto «chiedeva al potere di dare la caccia all'immorale, per mantenerlo "fuori dalla scena" e impedire che si mostrasse in pubblico: il nuovo virtuismo va alla caccia dell'immorale all'interno del potere stesso, per renderlo visibile al pubblico. Così si compie l'evoluzione dall'esibizionismo al voyeurismo: quello sbraitava e gesticolava dal balcone del palazzo; questo sbircia e origlia nel corridoio del palazzo, nella stanza dell'albergo, nel salone della villa». L'allusione a fatti e persone dei giorni nostri è volutamente trasparente.

Troismo e nuovismo. Diagnosi sociale dedicata a Gustave Thibon, scrive Pietro Ferrari su “I Due Punti”. Preferisco una società più sobria nella dimensione pubblica (meno tette e culi sui media), ma meno sessuofobica in quella privata (meno guardoni nelle camere da letto altrui), più libera dal sesso che tormentata dal testosterone. Preferisco una società in cui i giornalisti, prima di bandire purghe contro la mercificazione del sesso, controllassero se nei loro giornali non vi siano all’ultima pagina le “inserzioni pubblicitarie” di prosperose donne dell’est “pronte a tutto” per “inviti piccanti”. Ogni riferimento ad eventuali rilievi di favoreggiamento della prostituzione è puramente voluto. Questa è la società della Legge Merlin, intreccio folle tra libertinaggio sfrenato e puritanesimo ipocrita, in cui prostituirsi è lecito o addirittura legittimo, ma andare a prostitute è riprovevole, in cui la donna è libera di guadagnare col suo corpo ma è immorale chi la fa guadagnare. Prostituirsi sarebbe un lavoro come un altro ma essere fruitori di quel “lavoro” sarebbe ripugnante. Laicità bigotta. Moralisti amorali da una parte contro ipocriti immorali dall’altra, uniti nella condanna per lo Stato Etico e l’Autorità Morale della Chiesa, ma bisognosi di usare la morale contro l’avversario. La morale esiste davvero? Ed è valida per tutti e sempre? Vi è una Istituzione legittimata ad interpretare e a proporre questa morale? Come si concilia tutto ciò col pluralismo culturale e la libertà occidentale negli Stati “laici”? Oppure non esiste La morale ed ognuno si fa la propria? La Morale o è una cosa seria o semplicemente non è; o è una legge o è una balla; o discrimina i comportamenti o si riduce a farsa. Basta coi difensori della famiglia (soprattutto nella dimensione “allargata”: due mogli e quattordici concubine), permissivi per sé ed intolleranti con l’altro. Basta coi farisei arrabbiati col prete che non dà la comunione ai concubini, ma pronti a scagliarsi contro il concubinaggio se il concubino ti fotte alle elezioni. Bunga-bunga no, Gay-Pride sì; Nicòle Minetti no, Vladimir Luxuria sì; donne oggetto no, libertà sessuale sì; Mara Carfagna da “gnocca senza testa” a (dopo la polemica nel PdL) “libera, forte e di grande stile”; la morale non si fa agli altri, la si vive in proprio conformandosi ad essa. Il "filosofo contadino" Gustave Thibon preferiva le peggiori realtà ai falsi ideali, intuendo come il reale sia contrario non tanto allo ideale, quanto alla menzogna. I popoli resistono alle tirannìe senza perdere equilibrio, ma davanti alle demagogìe si corrompono profondamente e per questo le élites dovrebbero essere delle nuove e vere  aristocrazie (I "migliori" in quanto tali distinti, ma non separati dal popolo), che sappiano imporre a se stesse e indurre nel popolo un clima rigoroso, non la “vita facile” o le illusioni. Oggi non abbiamo niente di simile.  Le società si ammalano a partire dalla testa e quindi guariscono a cominciare dalla testa, se è vero quello che sosteneva San Tommaso D'Aquino (il Santo tra i Dottori e il Dottore tra i Santi) che il Sovrano deve diffondere la Virtù. L’austerità però non ha nulla a che vedere con l’ipocrita seriosità, ma è diretta a risollevare ogni lembo della società dalla dissoluzione; Essa è “amore severo”, non “asettica solidarietà”, Essa è prova di auctoritas, non più complice interessata. Essa non è mai “argomento” contro l’avversario se prima non è autenticamente vissuta e proposta come stile di vita e visione del mondo. Vita individuale e vita sociale seguono medesime regole di sviluppo. La vita non è mai novità, ma rinnovamento: quanta bolsa retorica dei politicanti sul “nuovo”, sul “futuro”, sui “giovani”, quando in realtà sono sempre gli stessi, loro, affatto nuovi o giovani, più capaci di conservare i cognomi sugli scranni che i nomi dei partiti, involucri artificiali. Questo proliferare di Fondazioni che si ispirano al Futuro ("FareFuturo", "ItaliaFutura") esprimono in realtà l'esigenza di non volersi cimentare con la penosità del presente da governare. Allora viva i rivoluzionari? Sì, ma i veri rivoluzionari sono coloro che fecondano come fa la tempesta dopo la folgore, coloro che irrigano con l’entusiasmo la vera tradizione spezzando rami secchi e idoli imbalsamati, non coloro che distruggono: “Le primavere sono tenere, fragili e disarmate. Tutto ciò che nasce è prodigiosamente vulnerabile: i germogli d’aprile, gli uccelli del cielo nel loro nido. Così è delle primavere della storia umana: più le cose che nascono tra le nazioni sono grandi e pure, più sono indifese …. è normale che tutta una categoria di spiriti confonda promessa e miraggio …. Costoro si dicono ‘realisti’ ma sono soffocatori della primavera. L’utopìa si insinua nelle anime imitando i dolci colori dell’aurora e i teneri gesti d’aprile, ma non si tratta qui di una vera primavera: le utopìe sono febbri derivate dalla decadenza e che affrettano la decadenza. Che Dio ci conceda la grazia di saper discernere, nella ressa delle idee, ciò che è primavera da ciò che è menzogna e di combattere le utopìe senza soffocare le rinascite”. Per attestare la giovinezza, non sempre è attendibile il certificato anagrafico.

Il femminicidio è un dramma troppo serio perché si apra una discussione moralistica sull'uso del corpo delle donne nelle pubblicità, scrive Aurelio Mancuso su "L'huffingtonpost.it". Il rischio, dietro l'angolo, è che ancora una volta si dividano le donne per bene e per male, un errore politico e culturale così praticato in questi anni da tante associazioni femminili e femministe che non ha stoppato alcun omicidio di odio nei confronti delle donne. Si dice che solo nel nostro Paese vi sia un uso così sfrontato e inqualificabile del corpo delle donne nelle pubblicità, e questo può esser vero, ma da qui bisogna partire? Il possesso machista che si risolve contro l'autodeterminazione delle donne, dilaga nel nostro Paese, per oggettive tare culturali che non possono esser affrontate solo da un lato, ovvero dalla censura, dalla moralizzazione dei costumi, dalla sottrazione dei corpi svestiti o lascivi per fini commerciali. Perché l'altro lato è proprio il moralismo ipocrita, la madonizzazione delle donne che persiste a causa di visioni ecclesiali cattoliche ed ecclesiali laiche, prima fra tutte quella della sinistra istituzionale. Quando non si avrà più paura del sesso, della sua veicolazione come elemento essenziale della vita, dell'identità delle persone, dei generi, degli orientamenti sessuali, allora un pezzo importante della sessuofobia che porta alla castrazione sociale, nei rapporti intimi, nella rappresentazione e gestione dei poteri, sarà spazzato via. E di pubblicità non dovremo più discutere, perché il "mercato" riterrà non remunerativo ostentare corpi femminili. Parliamo di educazione sessuale obbligatoria nei programmi scolastici (meglio l'educazione alla salute e alla consapevolezza di se), di narrazione pubblica che permetta la demitizzazione della sessualità, imprigionata ancora dall'immagine classica dell'impurità del corpo, di elemento esterno alla volontà razionale, di promozione scientifica delle differenze dei generi e degli orientamenti. Insomma, fare un discorso unilaterale, comodo e anche rassicurante, che tende a eliminare i conflitti, ci riporta indietro, non aiuta l'individuazione concreta anche di strumenti di prevenzione e di tutela. E in ultimo si continua a girare intorno alla questione centrale: la violenza contro le donne è un problema degli uomini, in quanto tali, così come sono oggi pervenuti dopo i millenari vaneggiamenti antropologici sulla superiorità intellettuale e fisica. Lo scatenamento della strage delle donne, ha dentro un elemento di vittoria evidente: i maschi sono finalmente entrati in crisi, l'autonomia delle donne li fa agire come i loro antenati, perché sono i ruoli che stanno crollando. È necessario punire i reati, attrezzare di strumenti veri i centri donna, la polizia, ma anche oltre, aprire una discussione sulla necessità di come rieducare gli uomini, perché il femminicidio è la manifestazione violenta di una patologia sociale e culturale diffusa: il machismo.

L'ipocrisia e la doppia morale sessuale. Sorelle, partiamo da quando da piccole ci viene insegnato che il sesso è un peccato, scrive Chiara di Notte - Città Invisibile. E’ un fatto culturale. Anche nelle situazioni di maggiore “apertura” mentale, ai bambini e alle bambine viene fatto capire, inizialmente dalla famiglia, poi dalla scuola e soprattutto per mezzo della religione, un concetto fondamentale: la separazione netta fra i due generi, ognuno dei quali ben distinto e con la propria sessualità, determinata secondo dei parametri ben definiti. Il maschio, che dovrà fare cose da “maschio”, viene perciò educato ad avere gusti e comportamenti secondo “canoni” maschili, mentre la femmina, essendo colei che poi dovrà adeguarsi a lui, viene educata ad avere comportamenti e gusti confacenti a quelli maschili. Il tutto secondo una logica per la quale ogni discrepanza fra il “modello” prestabilito e quella che sarà poi la personalità del bambino e della bambina in età adulta, verrà etichettata come “anomalia”, se non addirittura come perversione oppure patologia. Fin da bambini i maschi sono dunque abituati a giocare con giocattoli “da maschi”: soldatini, trenini, automobiline, armi giocattolo. Mentre alle femmine vengono riservate bambole con i loro vestitini, pentoline, stoviglie, casette da arredare e tutto l’armamentario necessario per essere in futuro ben inquadrate nel loro ruolo di brave madri e donnine di casa oltrechè di amanti devote e con una decisa tendenza eterosessuale. In questo tipo di educazione viene del tutto esclusa la possibilità che la persona, da adulta, possa poi avere gusti ed aspirazioni completamente opposti. Se oggi ricordo alcuni episodi di quando ero bambina, comprendo l’enorme “violenza” psicologica che talvolta i genitori possono operare ai danni dei loro figli, pur amandoli. Di questi episodi ne ricordo in particolare uno. Mia madre, che non voleva che giocassi con i soldatini che rappresentavano il mio divertimento preferito, ma che secondo lei non erano adatti ad una bambina, mi regalò un bambolotto. Era un bambolotto di plastica di quelli che, inclinandoli, parlavano. Per me, quel bambolotto è sempre stato un’angoscia. Forse per la fissità dello sguardo oppure per l’immobilità della bocca che, quando lo inclinavo, emetteva quella voce meccanica che mi terrorizzava, io quel bambolotto proprio non lo volevo. Preferivo i miei soldatini. Ma siccome Mamma me lo imponeva ogni momento, un giorno che ne abbi l’occasione lo infilai in una tinozza piena d’acqua e lo “affogai” fino a quando quel suo mugolio fastidioso e innaturale non divenne prima un gracchiare e poi si spense. Tutte voi sapete, presumo, quel che accadde dopo. Mamma ve lo avrà sicuramente raccontato. E’ uno dei suoi argomenti preferiti. Ricordo infatti come si arrabbiò per quel mio gesto e tuttora, nonostante i bambini io li ami più di me stessa, ancora non smette di ricordarmi quell’episodio facendomi quasi vergognare. Ma cosa significava tutto ciò in termini di personalità che poi avrei sviluppato da adulta? Preludeva forse a istinti infanticidi? Scarso senso materno? Latente omosessualità? O più semplicemente era il modo che avevo di ribellarmi ad un ruolo nel quale, fin da piccola, non mi sentivo felice in quanto costretta? Quel ruolo, appunto, di chi accetta passivamente la propria condizione di femmina imposta dall’alto e non invece come conseguenza di una libera scelta? Anche se allora non lo potevo ancora capire, oggi mi è evidente come dentro di me, già a quell’età, tutto lottasse per uscire fuori dal guscio nel quale mi si voleva rinchiusa. Comunque, questo è solo un esempio di cosa significhi indottrinamento ai ruoli e di conseguenza, insegnare ai bambini a considerare “buone” certe cose e “cattive” altre secondo il loro genere di appartenenza. Poi ci sono cose considerate cattive per entrambi i generi. Una di queste è il sesso. Il sesso è cattivo. Il sesso è male. Il sesso è vietato. Il sesso è immorale. E qualcuno, a causa dell’indottrinamento ricevuto, potrebbe anche aggiungere che il sesso è schifoso. Questo è il modo in cui la stragrande maggioranza dei bambini, ancora nel nostro cosiddetto ventunesimo secolo vengono educati. E so che, quando dico maggioranza, non sto rischiando di generalizzare. Ma non solo il sesso è un peccato, se poi si mette di mezzo anche la religione, diventa addirittura il “peccato originale”, quindi il più grande, il più cattivo di tutti, almeno per chi crede a ciò che è stato scritto nei libri sacri delle tre religioni monoteiste. Non ha importanza se il sesso è l’atto attraverso quale il genere umano ha potuto esistere. Non ha importanza se è col sesso che si accresce l’amore fra due persone. Non ha importanza se è quell’impulso primario che guida ogni essere umano verso il piacere e la felicità. La morale impone di considerarlo il fondamento di ogni vizio. Forse c’è chi ha ancora bisogno di credere che Dio avrebbe inventato un altro modo meno scandaloso per l'uomo e la donna di procreare e se non si fosse messa di mezzo quella maliziosa di Eva, con la sua curiosità, la sua inguaribile voglia di sapere, la sua incosciente aspirazione a vivere la vita provando ogni esperienza, forse quest’altro modo meno vergognoso esisterebbe. Ma le cose, come sappiamo, sono andate come sono andate. E chi è la principale responsabile di quel terribile errore divino? Chi è che rappresenta la fonte di ogni tentazione che conduce l’uomo alla perdizione? Chi? La donna, naturalmente! E l’uomo in tutto questo è solo una povera vittima. Vittima della vergogna legata al sesso. Vittima per il solo fatto di sentirne il desiderio. E se il sesso è cattivo, è male, è proibito, è immorale, è schifoso, lo è molto di più se a desiderarlo è la donna. Questo ci porta direttamente al tema: l'ipocrisia e la doppia morale sessuale. Inutile dire che in un breve discorso non si possono affrontare tutte le cause e i sintomi dell’ipocrisia e della doppia morale sessuale. Ma tenterò di definire almeno tre dei fenomeni principali che tutto ciò produce.

1 - Il primo fenomeno è il persistere della misoginia, nel considerare le donne come immature, irresponsabili, non in grado di fare scelte sessuali e di vita indipendenti. Viola ha commesso il “grande reato” di essere rimasta incinta quando è stata violentata da suo fratello, ed è stata scacciata di casa perchè ha rifiutato di abortire. E’ stata abbandonata e per sopravvivere ha dovuto prostituirsi anche durante il periodo di gestazione. Ora è madre di una bellissima bambina sana e intelligente, ma cosa ne è stato di suo fratello? Ha subito forse qualche castigo per ciò che ha fatto? No. L’unico castigo lo ha subito lei e se non avesse trovato aiuto, chissà dove sarebbero adesso lei e la sua bambina. E’ questo che accade: se una donna osa opporsi ad un sistema ipocrita e maschilista semplicemente rifiutando di interrompere una gravidanza, come ha fatto Viola, deve subirne le conseguenze. Ma se un uomo violenta la sorella ed è protetto dalla famiglia, non subisce alcun castigo. Il problema è forse limitato alle zone rurali della Moldavia dalle quali Viola proviene? Dovremmo augurarcelo, ma tutte noi sappiamo che non è così. Se si parla della storia recente dell’Est Europa e dei Balcani, la violenza sessuale contro le donne è un fatto ineludibile che si è manifestato a diversi livelli e in varie forme. Sono state le donne a vivere drammatici episodi di violenza durante i conflitti che hanno sconvolto i Balcani negli anni novanta. Oltre allo stupro, usato come vero e proprio strumento di offensiva interetnica, vi sono state innumerevoli situazioni di sopruso e di sopraffazione. I casi di stupro e di violenza sono stati decine di migliaia e raramente i colpevoli, tutti uomini, sono stati condannati. Come dimostra che a sedici anni dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina, i responsabili degli stupri continuano a sottrarsi alle indagini e alla giustizia. Alcuni occupano addirittura posizioni di potere e molti vivono nelle stesse comunità delle loro vittime. Sono pochi in definitiva i colpevoli che sono stati assicurati alla giustizia attraverso i tribunali internazionali e nazionali. Amnesty International stima che anche oggi, nella sola area dei Balcani, ben 15.000 donne o ragazze o bambine subiscano ogni anno abusi sessuali di vario genere, molti dei quali da membri maschi della propria famiglia. Abusi che poi restano impuniti. Ma dicendoli così, sono solo dati statistici, freddi numeri che non riescono a dare la misura di questo orribile fenomeno, e noi tutte sappiamo quanto non sia accurata questa cifra, come la stragrande maggioranza dei casi non vengano denunciati per vergogna, passando quindi sotto silenzio. Di quelle che subiscono violenza sessuale, infatti, non si parla e spesso le vittime sono circondate da un’aura di qualcosa che sa di sporco, intoccabile, che è meglio non provocare, non sentire, non udire.

2 – Il secondo fenomeno è la celebrazione della verginità femminile. Soprattutto laddove l’influsso religioso sta tornando ad essere molto forte, ci si attende che le donne si mantengano vergini fino a quando si sposano. Per me, che sono cresciuta sotto il comunismo e che ho vissuto gli anni della mia emancipazione in una grande città, in piena indipendenza e libertà, tutto ciò pare una barzelletta di cattivo gusto. Però, purtroppo, non lo è. Questa nuova ondata di “moralismo” e di “sottovalutazione della donna” sta prendendo di nuovo vigore da quando il sistema comunista è caduto e la religione si è di nuovo incuneata nella vita delle persone sostituendosi all’antica “dottrina” di partito, soprattutto in quei luoghi lontani dalle grandi città, nelle zone rurali e più povere. Allora, dove porterà tutto questo? Alla ricostruzione dell'imene? All'utilizzo dell’imene artificiale? Le donne accetteranno questa umiliazione prestandosi a questa immonda pratica talvolta costrette proprio dalle loro stesse madri al fine di rifabbricare la menzogna? Oppure come fece una bambina tanti anni fa con un bambolotto, affogheranno l’ipocrisia nella tinozza della propria dignità?

3 - Il terzo fenomeno, ma non il meno importante, è la discriminazione di quelle donne che sono capaci di gestire liberamente la loro sessualità e che vengono immancabilmente ostracizzate per il loro stile di vita definito, nella migliore delle ipotesi, come scandaloso o audace. La donna, perciò, tranne rare eccezioni, deve accontentarsi di essere la destinataria dei desideri del maschio. Soggetto dunque passivo e non attivo della sessualità perchè a lei non dato esprimere ma, piuttosto, di essere espressa. E’ per questo motivo che quelle che sono così coraggiose da ribellarsi andando contro alle regole, che trasgrediscono nello stesso identico modo che è concesso al maschio che per gli stessi comportamenti viene considerato normale, devono sapere che nella società dell’ipocrisia e della doppia morale sessuale saranno immancabilmente etichettate nel peggiore dei modi e che avranno sempre l’indice puntato contro.

Io credo che sia giunto il momento di non essere soddisfatte solo di lamentarci, ma che tutte quante per andare avanti dobbiamo fare qualcosa al riguardo: innanzitutto essere consapevoli di noi stesse e della grande forza che ci ha dato la Natura, e poi assumerci la nostra responsabilità. E qual è la responsabilità di noi donne in tutto questo? Qual è la nostra responsabilità nei confronti di questa ipocrisia sessuale che, fin da bambine, c’impedisce di fare delle libere scelte? Si tratta, almeno a mio avviso, di rifiutare il lavaggio del cervello che da secoli ci stanno facendo coloro che vogliono tenerci a bada, e che utilizzano il sesso come un elemento di controllo su di noi. E’ renderci conto che c’è qualcosa di sbagliato negli insegnamenti che ci sono stati inculcati. E’ credere che una vita sessuale sana, libera e non condizionata dai giudizi altrui è un nostro diritto. Una vita sessuale senza gli ostacoli posti dall’ignoranza, dall'educazione patriarcale, dal sessismo, dai tabù e dagli stupidi divieti. Si tratta dunque di educare le nostre figlie e i nostri figli in un modo diverso che porti le generazioni future ad un maggiore rispetto e comprensione del proprio corpo e della sessualità.

Per riassumere:

- il sesso non è  male. Il male è solo nella doppia morale misogina che penalizza le donne;

- il sesso non fa schifo. Quel che fa schifo sono gli inutili valori basati sul sessismo;

- il sesso non è immorale. Immorale è la spaventosa ipocrisia che dilaga ogni giorno di più.

Nudo artistico o pornografia? Si chiede . Anche se la fotografia non è antica come altre forme di espressione artistica, nondimeno molte sue forme vengono legittimamente considerate arte. Ciò non significa che tutte le “buone immagini” siano automaticamente artistiche (ma questo, a nostro avviso, vale anche per molti quadri e sculture…). Pertanto non tutte le fotografie si eleveranno alla dignità di seri nudi artistici soltanto perché mostrano donne o uomini privi di abiti. Basta consultare un qualsiasi vocabolario per rendersi conto che il termine “nudo” può essere infatti sia un aggettivo (che indica la condizione di chi non è coperto da vesti, cioè la nudità), sia un sostantivo (la rappresentazione artistica di un soggetto nudo). Il primo ha sicuramente una connotazione oggettiva, quasi “clinica”, mentre il secondo suggerisce un’interpretazione che attiene al campo dell’arte. Per un fotografo questa è una distinzione fondamentale, infatti possiamo affermare che l’immagine di un corpo nudo diventa un nudo, nel senso artistico, solo quando tale corpo viene messo in posa, illuminato, modellato e descritto non a fini documentativi, clinici o informativi che dir si voglia, bensì per scopi estetici ed interpretativi. Ma non basta. Esiste un sottile confine tra “bello e brutto”, tra “morale e immorale”. Soprattutto quando si parla di fotografia di nudo. Il fotografo e il pubblico delle sue immagini devono poter stabilire se una data fotografia sia definibile un’opera d’arte o una rappresentazione oscena. Il confine tra i due i campi è quasi impossibile da fissare, sia esteticamente, sia legalmente (Potter Steward, giudice della Suprema Corte di Giustizia USA, ha affermato: “Io non so esattamente cosa sia la pornografia, né so esattamente come descriverla; però quando la vedo, la riconosco!”). In linea di principio, ritengo che un’immagine sia da definirsi pornografica quando offenda il buon gusto di chi la osserva, non solo per la presenza dell’erotismo, ma soprattutto per quella sensazione di degrado della femminilità in generale e della donna ritratta in particolare che risulta inevitabile da una sua lettura. Quando un’immagine “sfrutti”, piuttosto che esaltare, le qualità erotiche e umane di un soggetto ci troviamo di fronte ad un lampante esempio di fotografia pornografica. Sebbene la pornografia sia spesso associata alla rappresentazione visiva della figura umana, una fotografia di nudo realizzata con onestà, sensibilità ed integrità è non soltanto una delle forme di espressione artistica più impegnative e difficili da creare, ma arriva a situarsi quasi agli antipodi del concetto di osceno. Un nudo magistrale può rappresentare uno dei massimi doni offerti al soggetto ritratto, un qualcosa che con la pornografia non ha assolutamente nulla a che fare…

Arte o pornografia? Nel dubbio Facebook censura. Nuovo caso di nudo artistico bloccato dai software del social netowrk: «L'étud de nu» di Guillot online con i seni coperti, scrive Elmar Burchia su “Il Corriere della Sera”. Cos’è pornografia, cos’è arte? La domanda pare retorica, ai più. Non per Facebook. Ancora una volta il colosso di Zuckerberg non riesce a distinguere tra i due concetti. Un nudo femminile della celebre fotografa francese Laure Albin Guillot (1879-1962), pubblicato sul profilo del museo parigino Jeu de Paume per illustrare la mostra dedicata all'artista, è stato censurato e il profilo è stato temporaneamente bloccato. Certo va detto: per il museo parigino che ospita la mostra della pioniera dell'uso moderno della fotografia, Laure Albin Guillot, si tratta di un’enorme pubblicità. Ma a che prezzo? La pagina Facebook del Jeu de Paume è stata bloccata venerdì per 24 ore a causa del nudo femminile degli anni ‘40 postato sul profilo. I responsabili del museo, specializzato in fotografia contemporanea e video artistici, si sono affrettati a denunciare la vicenda parlando di «censura» da parte del colosso di Menlo Park: «Non distinguere tra un’opera d’arte e un’immagine pornografica è discutibile e soprattutto pericoloso». Laure Albin Guillot, che nel corso della sua vita si è dedicata a vari generi come il ritratto, il nudo, il paesaggio, la natura morta e il reportage, è stata anche una delle prime fotografe a lavorare in forma professionale per la stampa, l'edizione di libri, le illustrazioni e la pubblicità. Ciò nonostante, «L'étude du nu», questa l’opera finita nel mirino, infrange gli standard della comunità del social network. La foto in bianco e nero mostra una donna distesa e solo in parte nuda; le parti intime sono infatti coperte da un panno bianco. Nelle ultime ore il museo ha pubblicato la controversa foto su Facebook con una barra nera a coprire il seno e l’avviso che l'immagine è stata bloccata a causa di una violazione delle linee guida del social network (immagini di nudo non sono infatti ammesse su Facebook). Dopo i «numerosi messaggi di sostegno», la direttrice del museo, Marta Gili, ha annunciato che rifiuterà «ogni forma di censura». «La società non ha il diritto di fare una cosa simile con un’opera d’arte». Un portavoce di Facebook in Francia ha ammesso in una dichiarazione scritta che «a volte risulta difficile» riuscire a «distinguere tra arte e pornografia». Eppure non è la prima volta (e non sarà nemmeno l’ultima), che Facebook o meglio, i software automatici impiegati dal colosso californiano, censura alcuni dei profili a causa di fotografie ritenute lesive delle linee guida. L’estate scorsa, il social network rimosse l'immagine in cibachrome di Ema (nudo su una scala) del pittore tedesco Gerhard Richter dalla pagina del centro Pompidou di Parigi. Anche in quel caso, il motivo fu la nudità del soggetto. A seguito delle proteste, gli amministratori del sito si scusarono: avevano confuso il dipinto per una foto. Altro caso recente: a fine novembre scambiò un gomito - non proprio innocente, perché l'immagine venne creata apposta - per un seno femminile scoperto. Insomma, il social di Zuckerberg & Co. non va sul sottile, ma è fiero delle sue rigide politiche sulla pornografia. Con pene che vanno dalla semplice cancellazione, alla sospensione a tempo fino alla cancellazione del profilo per i recidivi.

Pinterest apre alle foto di nudo, gli artisti esultano, scrive “Il Messaggero”. Pinterest apre al nudo: la piattaforma digitale dedicata alla condivisione di fotografie, video ed immagini sta per dare ufficialmente luce verde alla pubblicazione di immagini senza veli proprio mentre Facebook e altri social network premono sul freno della diffusione di messaggi potenzialmente offensivi, violenti o sessisti. Una inversione a 'U' o quanto meno a 90 gradi decisa in seguito alle pressioni di artisti e fotografi. Finora l'etichetta di Pinterest per consentire l'affissione di foto sulla bacheca digitale era chiara: «Niente nudo, nudo parziale o pornografia». Ma «Pinterest è nata per consentire di esprimere le proprie passioni e la gente è appassionata dell'arte e l'arte include anche nudi», ha fatto sapere la società fondata nel 2010 da Ben Silbermann, Paul Sciarra e Evan Sharp al Financial Times rivelando l'intenzione di «far posto a queste richieste». Via libera dunque alla Venere di Milo e al Davide di Michelangelo mentre ieri Facebook si è impegnato a rivedere e migliorare la sua policy di moderazione online dopo che numerose aziende avevano ritirato la pubblicità per protestare contro il fatto che le loro inserzioni erano affisse accanto a messaggi violenti o misogini come quelli di gruppi che in apparenza avallavano femminicidi e stupri. Gli approcci divergenti - nota Il Financial Times - mostrano come i social network debbano fare un complicato gioco di equilibrio tra gli interessi dei loro utenti, la necessità di controllare e moderare quanto viene postato online e la pressione degli inserzionisti: Facebook guadagnerà 6,6 miliardi di dollari nel 2013, di cui 5,6 dalla pubblicità, secondo stime di eMarketer e la stessa Sheryl Sandberg, chief operating officer del colosso californiano, ha ammesso che «esiste tensione reale» tra quanto vogliono gli inserzionisti e la libera espressione. L'impegno di Facebook a far pulizia rendendo più severe le sue regole ha indotto alcune aziende, come la casa automobilistica giapponese Nissan, a tornare sul social network. Non così Nationwide, la maggiore società immobiliare del Regno Unito che ha annunciato di aver sospeso a tempo indeterminato gli spot fino a che non verranno definite «regole severe e chiare per impedire che il suo brand venga accostato a contenuti indecenti».

L'Onu e la guerra fredda del sesso. Si sorvola su regimi sanguinari e genocidi e ci si occupa del mancato riconoscimento delle coppie omosessuali, scrive Marcello Veneziani su “Il Giornale”. Ma non vi pare di stare un po' esagerando con la questione omosessuale elevata a priorità planetaria? L'Onu, che meglio sarebbe ribattezzare Omu visto che non si occupa di nazioni ma di omosex, censura Stati e religioni sul mancato riconoscimento delle coppie omosessuali, sorvolando su banali incidenti come regimi dispotici e sanguinari, genocidi su base etnica o religiosa e pena di morte a gogo in grandi Paesi come la Cina. L'Omu arriva a censurare un'istituzione bimillenaria come la Chiesa sulla questione omo e sull'aborto, con la pretesa ideologica e invasiva di dettare pure alla fede i suoi canoni paranoically correct. La retorica organizzazione umanitaria, inefficace quando si tratta di risolvere le questioni legate ai diritti elementari della vita umana e della persona violata o di tutelare i cristiani massacrati nel mondo, getta benzina sul fuoco della Guerra fredda che si è riaperta tra Usa e Russia per le Olimpiadi invernali. Stavolta gli States hanno schierato non missili e testate nucleari ma lesbiche e omosessuali nel nome dell'omolatria violata. Lascio da parte il merito della questione, che peraltro riguarda, non dimentichiamolo, una piccola minoranza all'interno della minoranza omosessuale. Ma trovo assurdo che le questioni internazionali, i rapporti tra Stati, le sanzioni, le rotture diplomatiche e le censure, vengano regolati sempre e solo da questa ideologia trans e biofoba, onnipervasiva. Per far questo non c'è bisogno dell'Onu, Ban Ki-moon e Obama, bastano le Pussy Riot.

I Sex toys valgono 15 miliardi. All’Italia resta solo il porno, scrive Wall & Street, ossia Massimo Restelli e Gian Maria De Francesco, su “Il Giornale”. Di Lady Gaga vi abbiamo già parlato in merito alla sua popolarità su Facebook, inferiore a quella della Coca Cola (a proposito su Twitter è stata di recente stracciata da Katy Perry che ha sfondato il tetto dei 50 milioni di follower). Oggi ve la proponiamo in una «luce» diversa pubblicando la foto di un gadget a lei ispirato. Si tratta di una torcia che in inglese si dice flashlight. Ma poiché l’oggetto si chiama fleshlight e il riferimento è a flesh (carne), l’utilizzo che se ne può fare è diverso. Per non perderci nei giri di parole vi diremo che si tratta di un gadget per praticare l’autoerotismo, un sex toy. Come rivelato da un’indagine promossa da My Secret Case, una piattaforma Internet specializzata nel commercio di questo tipo di articoli, nei Paesi industrializzati il 95% degli uomini e l’89% delle donne ammette di praticare l’autoerotismo. È una percentuale molto elevata che induce anche a porsi un altro tipo di domande. Ma noi non ci occupiamo di sociologia. Sono le donne, però, a essere più intraprendenti. Negli Usa il 60% di esse fa uso di giocattoli erotici, il 49% in Inghilterra e il 45% in Germania. In Italia solo il 28% delle donne ha fatto un acquisto «speciale». È anche una questione di mentalità, evidentemente. Le stime che circolano in Rete indicano che i sex toys producono un giro d’affari pari a 15 miliardi di dollari, un business che cresce del 30% all’anno. si tratta, però, di un vantaggio, soprattutto, per la Cina che produce oltre l’80% dei dispositivi. Nel Paese asiatico – dove la pornografia è illegale – negli ultimi vent’anni sono spuntati come funghi oltre 200mila sexy shop. Secondo i dati del Guangzhou Sexpo del 2012, l’industria del sesso fattura oltre due miliardi di dollari all’anno. Alibaba, l’eBay cinese, sulla sua piattaforma dà spazio a oltre 2.500 aziende che vendono sex toys. Il Rapporto Coop «Consumi & distribuzione» ha rivelato che quest’anno il nostro Paese dovrebbe registrare uno sconfortante -6,1 per cento negli acquisti del comparto non food. Per il settore del sexual entertainment (che va dal Viagra ai sex toys), la crescita sarà straordinaria: +6,4 per cento. La classifica Loveville pubblicata da Durex su dati Nielsen vede Bologna come città con maggiore propensione all’acquisto: 546mila euro in due mesi di monitoraggio. Seguono Firenze e Verona.   Circostanza confermata anche dai dati di My Secret Case: il 45% degli acquirenti risiede infatti nel Nord Est. A seguire il Centro, mentre Nord Ovest e Sud spendono meno. L’importo medio degli ordini è di tutto rispetto: 90 euro. Per il sesso non si bada a spese. P.S.: Wall & Street sono cattolici. Dopo la pubblicazione di questo post correranno subito in Chiesa a confessarsi…

Sesso insegnato ai bimbi dell'asilo: polemica e referendum in Svizzera. In diverse scuole del Cantone di Basilea i bambini ricevono un'educazione sessuale che a molti appare troppo precoce. Tra poco sul tema si terrà un referendum, scrive Luisa De Montis su “Il Giornale”. Insegnare il piacere sessuale ai bambini di quattro anni non sarà un po' troppo presto? Eppure avviene dal 2011, in decine di scuole elementari del Cantone di Basilea, in Svizzera. Nelle "sex-box" distribuite ai bimbi dai 4 ai 6 anni c'è tutto il necessario per spiegare l'anatomia del corpo umano e, soprattutto, come nascono i bambini. Con tanto di video esplicativi, pupazzi, peni e vagine finte.  Crescendo, ma di poco (tra i 6 e i 10 anni) ai bimbi vengono spiegati temi come la masturbazione, l'orientamento sessuale, i preservativi, le mestruazioni e l'eiaculazione. Salendo fino ai 13 e i 15 anni si affrontano, invece, altre tematiche sessuali. Si tratta di un percorso sperimentale di educazione sessuale, che dovrebbe diventare obbligatorio dal prossimo anno scolastico estendersi alla Svizzera tedesca, a quella francofona e al Canton Ticino. Con questo scopo: "Fornire ai giovani le conoscenze essenziali, le capacità, le competenze e i valori di cui hanno bisogno per conoscere la loro sessualità, provando piacere fisico, psichico ed emozionale". L'iniziativa ha fatto arrabbiare alcuni genitori, che si sono mobilitati promuovendo un referendum (che si terrà nei prossimi mesi) contro l'insegnamento troppo precoce del sesso, a partire dagli asili. Il referendum (che in tre anni ha raccolto 100mila firme) chiede di abolire l’educazione sessuale nelle scuole a bambini fino ai 9 anni di età, di renderla opzionale fino a 12 anni e obbligatoria per i più grandi, ma a una condizione: che sia tenuta da  insegnanti di biologia che si concentrino sulla riproduzione senza andare a toccare gli "aspetti sociali della sessualità".

Sesso coi minori? Perché no, è "accettabile", scrive “Libero Quotidiano”. Almeno così la penserebbe oltre un italiano su tre, il 38% per la precisione. E' quanto emerge da un'indagine Ipsos per Save the Children. Il 28% degli adulti ha tra i propri contatti degli adolescenti che non conosce personalmente, mentre l'81% pensa che le interazioni sessuali tra adulti ed adolescenti siano diffuse e trovino terreno fertile su internet. Inoltre un italiano su dieci attribuisce la "colpa" dell'iniziativa di contatto proprio agli adolescenti. Le cifre - Secondo il 48% degli intervistati i ragazzi di oggi sono più disinvolti degli adulti nel loro approccio, nonché (per il 61%) sessualmente più precoci. Per il 36%, però, sono impreparati a gestire una relazione matura. C'è anche un 1% che sostiene che un rapporto sessuale con un adulto può essere formativo per il minore. Comunque per il 51% del campione gli adulti che fanno sesso con gli adolescenti sono o "irresponsabili" o "emotivamente immaturi". Il campione - L'indagine è stata effettuata a gennaio su un campione di 1.001 adulti tra i 25 e i 65 anni in occasione del Safer Internet Day 2014, la giornata dedicata dalla Commissione Europea alla sensibilizzazione dei più giovani a un corretto e consapevole uso della rete. Tra i dati interessanti, anche quello che rivela che tra gli over45, il 37% del campione usa la rete (soprattutto i social network)per colmare il vuoto affettivo e conoscere persone disponibili a fare amicizia o ad intrattenere un rapporto amoroso.

L'incontro sessuale tra un minore e un adulto è ritenuto "accettabile" da quasi un pugliese su due (47%), sempre (21%) o ad alcune condizioni, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. E’ quanto emerge da una ricerca nazionale Ipsos per Save the Children su "Le interazioni sessuali adulti-minori a partire da Internet", in occasione del Safer Internet Day 2014, la giornata dedicata dalla Commissione europea alla sensibilizzazione dei più giovani ad un uso corretto e consapevole della rete. Dalla ricerca emerge che più della metà dei pugliesi si affaccia alla rete per colmare un importante vuoto relazionale e affettivo della vita reale: il 58% dei pugliesi afferma di utilizzare il web – soprattutto i social network – per conoscere persone disponibili a fare amicizia o ad intrattenere un rapporto di affetto o amore. Il 29% degli adulti pugliesi ha tra i propri contatti adolescenti che non conosce personalmente. La stragrande maggioranza (90%) pensa che le interazioni sessuali tra adulti e adolescenti siano diffuse e trovino in Internet il principale strumento per iniziare e sviluppare la relazione, che può sfociare nell’incontro fisico, mentre uno su 10 attribuisce la responsabilità dell’iniziativa di contatto esclusivamente agli adolescenti. Il dato pugliese supera le percentuali nazionali - L'incontro sessuale tra un minore e un adulto è infatti ritenuto "accettabile" da oltre un italiano su tre (38%). Il 28% degli adulti italiani ha tra i propri contatti adolescenti che non conosce personalmente e l’81% pensa che le interazioni sessuali tra adulti e adolescenti siano diffuse e trovino il loro 'input' su Internet. Un italiano su dieci attribuisce la responsabilità dell’iniziativa di contatto agli adolescenti. Dalla ricerca emerge inoltre che il 58% degli intervistati, dato più alto a livello nazionale, attribuisce agli adulti la responsabilità dell’iniziativa di contatto nell’interazione con un adolescente, ma secondo il 38% anche gli adolescenti hanno una parte attiva nell’iniziativa del contatto (per il 28% condividono questa responsabilità con gli adulti, mentre per un pugliese su 10 sono i ragazzi i principali responsabili). Il 32% degli adulti pugliesi considera infatti i ragazzi più disinvolti nell’approccio con loro, e sessualmente più precoci (50%), ma comunque impreparati nel gestire una relazione sessuale con una persona matura (40%). Di contro, per due intervistati su 100 la relazione sessuale con un adulto potrebbe addirittura essere formativa per il minore. La consapevolezza e la parziale accettazione delle relazioni di natura sessuale tra adulti e minori, tuttavia, non esclude il giudizio sugli adulti che intraprendono relazioni di natura sessuale con adolescenti, ritenuti irresponsabili dal 60% degli intervistati o emotivamente immaturi (27%).

Il portale web delle fantasie pedofile, dove anonimi autori si scambiano racconti di stupri e violenze su bambini, scrive “Libero Quotidiano”. Tutte opere di fantasia, assicurano i responsabili del sito, ma l'associazione per la lotta alla pedofilia Meter, che ha segnalato il web site alla Polizia Postale della Sicilia Orientale, non ce la vede giusta: troppo cruenti e verosimili i contenuti, come troppo duri sono i commenti. "Non chiediamo alla magistratura solo la chiusura del portale - si legge in una nota diramata dall'associazione -, ma anche di aprire un'indagine per istigazione alla pedofilia e alla sua pratica". Gli autori, anche italiani, "sono specializzati nelle storie in cui si insegna come stuprare i bambini  - si legge nel testo -. Del resto, per loro, raccontare è meglio che stuprarli realmente". Sul sito non vi sono immagini o video dal contenuto pedopornografico, ma solo testi della cui natura prettamente narrativa don Fortunato Di Noto, presidente di Meter, nutre dei dubbi: "Ma come si fa a dire che sono solo idee, immaginazione? - chiede -. Così fanno i negazionisti del razzismo, del nazismo, dei lager e dei campi di concentramento quando dicono che la soluzione finale era solo una idea. Pedofili scrittori che narrano stupri di bambini e le presentano come 'fantasie' che non fanno del male a nessuno - conclude -: ma i commenti sono tutto fuorché fantasie. Sono parole che mascherano una realtà drammatica e spesso taciuta, la realtà dell'abuso".

Che siano solo opinioni interessate da parte di un prete presidente di una associazione. Anche perchè è troppo facile parlare di pedofilia se poi....

Lui 60 anni e lei 11: per la Cassazione è amore. Annullata condanna a dipendente Comune Catanzaro. La decisione della Suprema Corte farà sicuramente discutere. I due erano stati sorpresi in flagranza in una villetta del catanzarese e l'uomo era stato condannato in processo a cinque anni per violenza sessuale su una minore. Ora la decisione di rivedere tutto riconoscendo l'attenuante della relazione sentimentale, scrive Stefania Papaleo  su “Il Quotidiano della Calabria. Lui 60 anni e lei 11 anni. Lui impiegato presso i Servizi sociali del Comune di Catanzaro, lei bimba di famiglia disagiata. La mamma l'aveva affidata alle sue cure. E lui l'aveva presa tra le sue braccia. Ma quando i poliziotti avevano fatto irruzione in quella villetta in riva al mare, le sue braccia la tenevano stretta sotto le lenzuola del lettone. Entrambi nudi. Ma anche innamorati, scrivono oggi i giudici della Corte di Cassazione, che, tra le righe di una sentenza che non mancherà di far discutere, individuano un'attenuante nell'accondiscendenza della vittima a consumare rapporti sessuali con l'imputato.  Così, annullata con rinvio la sentenza di condanna a 5 anni di reclusione per ben due volte inflitti a Pietro Lamberti, rispediscono gli atti alla Corte di appello di Catanzaro e ordinano un nuovo processo. Che ripartirà proprio da lì. Da quella villetta trasformata nell'alcova di un amore proibito. Fatto di telefonate quotidiane e incontri a tutte le ore. «Ma tu mi ami», le chiedeva romanticamente la minorenne. E lui, tentava invano di fermarla, per poi lasciarsi andare a commenti a sfondo erotico. Fino a quando il timore di una gravidanza lo avrebbe fatto desistere. E la paura si era sostituita al corteggiamento. Così come emerge da alcune delle centinaia di intercettazioni raccolte dai poliziotti. Lei gli faceva uno squillo quando si trovava da sola in casa e lui la richiamava dal cellulare, fatta eccezione per il week end. «Non chiamarmi sabato e domenica perché sono con la famiglia», la avvertiva. E lei ubbidiva. Così come avrebbe fatto quella mattina di sole del 22 giugno di tre anni fa, nel momento di indossare la gonna per poterlo “incontrare” in macchina, perché ritornare nella casa di Roccelletta sarebbe stato troppo rischioso, le avrebbe fatto notare il “suo uomo”, che da qualche tempo si sentiva addosso gli occhi della madre della undicenne, tanto da raccomandare continuamente a quest'ultima di non aprire bocca con nessuno e di non raccontare della casa di Roccelletta, «perché questo è un segreto che ci dobbiamo portare fino alla tomba». Ma il segreto alla fine fu scoperto. E Lamberto era caduto dritto nella rete dei poliziotti che, dopo avere intercettato l'incontro, lo avevano seguito e colto in flagranza.

Detto questo possono apparire bigotte puritane e moraliste certe prese di posizione.

Cassazione, assolto un 60enne: fece sesso con una bimba di 11 anni, scrive Simona Bertuzzi su “Libero Quotidiano”.La Cassazione salva l'uomo: "Era una vera storia d'amore". Lei era in affidamento. Ma se per un giudice della Cassazione un uomo di sessant’anni che si porta a letto una bambina di 11 è amore, solo amore, e una condanna a 5 anni per violenza va annullata e rimandata in Appello perché l’attenuante della relazione sentimentale non è stata presa in considerazione, a noi che resta? La notizia l’ha raccontata con dovizia di particolari  Il Quotidiano di Calabria. A Catanzaro una mamma in difficoltà affida la sua bimba di 11 anni ai servizi sociali del comune. Le dicono: siete una famiglia disagiata signora, lasci fare a noi. E lei, la mamma disagiata, decide di fidarsi. Prende la sua bimbetta adolescente, coi suoi 11 anni di giochi, codini e Winxs e  la porta negli uffici dei servizi sociali. «In fondo alla scala a destra, signora...» dove c’è quell’impiegato così gentile, con quell’aria da medicone di paese. Da quel giorno tra l’impiegato  per bene e la ragazzina in difficoltà comincia una storia allucinante, fatta di corteggiamenti, letterine, messaggi. Poi le gite al mare nella villa di famiglia che resta vuota durante l’inverno, e infine il sesso. Come una coppia di amanti qualunque, come il più banale e il più visto dei rapporti clandestini.  Il giorno dell’arresto il sessantenne viene trovato a letto nudo con la bimba, nella sua casa estiva. La piccola è svestita anche lei e lo abbraccia. La polizia che ha fatto irruzione nella casa non ha dubbi. Finisce come deve finire: l’arresto e poi la condanna a 5 anni di carcere per violenza sessuale. Fino a quando un solerte avvocato non fa notare che la ragazzina era consenziente quando faceva sesso con l’impiegato comunale e dunque non è stata considerata l’attenuante della relazione sentimentale. Di lì il ribaltamento della sentenza. Amore dicono i giudici. Non pedofilia come siamo abituati a considerare e giudicare qualunque rapporto con un  minore. E a sostegno della tesi si portano le centinaia di intercettazioni fatte dalla polizia. Dalle quali emerge che l’undicenne lo assillava quotidianamente con la domanda che fanno tutte le amanti: «Mi ami?. E lui all’inizio tentava di fermarla perché temeva un gravidanza indesiderata, ma poi sai com’è,  uno alla fine cede e si lascia andare. Sempre le intercettazioni dicono che lei lo chiamasse in continuazione quando era sola in casa, e lui le rispondesse dal cellulare, imbarazzato e durissimo: «Non cercarmi  il sabato e la domenica, lo sai che sono in famiglia». Anche quella mattina del 22 giugno di tre anni fa andò più o meno così. Lei indossava la gonnellina bella per «incontrarlo» in macchina, perché tornare nella casa di Roccelletta sarebbe stato rischioso. E lui fu più duro del solito: «Mi sento addosso gli occhi di tua madre, non devi aprire bocca con nessuno e non devi raccontare della casa di Roccelletta perché questo è un segreto che dobbiamo portarci nella tomba». Amore dicono i giudici. Anzi no scusate: una relazione sentimentale. No. Non è vero. Avvocati, giudici, fino all’ultimo praticante di tribunale avranno fatto ogni cosa a norma di legge in questa orribile vicenda. Ogni cavillo sarà stato considerato, ogni telefonata sarà stata risentita fino all’inverosimile, fino alla nausea. Ma noi no. Noi che siamo solo gli spettatori inermi dell’orrore, le mamme e i papà che tremano ogni volta che nostra figlia adolescente chatta su facebook o ha lo sguardo assente e un po’ smarrito a tavola, noi non possiamo leggere, girare il capo, e fare finta che sia tutto ok. Che non sia violenza. Che davvero sia possibile un rapporto d’amore tra un 60enne e una bimba di 11 anni.  Anche se lei scriveva sms. Anche sei lei diceva «mi ami»,  metteva il vestito «degli incontri in macchina» e aspettava che mamma uscisse  a comprare il pane per rifugiarsi nella sua cameretta e fare una telefonata al suo amore. Anche se lui, forse, pensava davvero di amare quella bimba. Qualcuno dirà che al giorno d’oggi le undicenni sembrano giovani donne fatte e finite, che vestono come le grandi e ammiccano come loro. Era dovere di quell’uomo  vedere l’orrore di quello che stava facendo. Sentire la puzza di violenza e perversione e fuggire lontano, preservando se stesso e la bambina dal più aberrante dei finali. E invece no: lui, che faceva l’impiegato per i servizi sociali e avrebbe dovuto strappare la ragazzina al disagio, sussurrava al telefono dalla sua poltroncina calda di marito e impiegato irreprensibile: «Non chiamarmi a casa...». E già te lo vedi il sabato fare la spesa, vedere gli amici e raccontare alla moglie indaffarata in cucina le ultime dal Comune come se nulla fosse. Diceva talvolta alla bimba: mi sento addosso gli occhi di tua mamma. Ma ve lo immaginate cosa deve aver provato quella mamma a sentirsi dire che l’uomo che doveva aiutare la sua bambina aveva abusato di lei? Che lei stessa aveva consegnato la figlia all’orco? Anzi, l’aveva  raccomandata?  Pensavano fosse amore i giudici. Invece era violenza e schifo e orrore.

Billy Crystal, tutta la verità sull'orgasmo di Meg Ryan. Da Orson Wells alla celebre scena del finto amplesso in "Harry ti presento Sally": in un libro tutti e 65 gli anni dell'attore, scrive Francesco Borgonovo su “Libero Quotidiano”.. E’ il 1975. Un giovane comico di nome Billy Crystal è stato ingaggiato per apparire al Tonight Show di Johnny Carson. E’ la sua prima volta nel tempio della comicità americana. In un angolo, seduto su una sedia, c’è Orson Welles – ospite fisso del programma - che sta ripassando le sue battute. “All’Università di New York”, ricorda Crystal, “Scorsese ci aveva parlato molto di Welles e del suo straordinario lavoro di attore e regista (…) e ora che me lo ritrovavo davanti avevo una certa soggezione”. Billy, preso dall’entusiasmo, gli si avvicina. “Mi scusi, signor Welles. Sono Billy Crystal, lavoro anche io nello show e volevo dirle che ho studiato i suoi…”. Welles lo interrompe bruscamente: “…film, e lei è un innovatore e un grande regista e bla bla bla. Sto lavorando, va’ a farti fottere”. Questo episodio, assieme ad altri altrettanto divertenti, è contenuto nell’autobiografia che Crystal ha scritto appena compiuti i sessantacinque anni, appena pubblicata in Italia da Sperling (Dove sono stato, dove sto andando e dove diavolo ho lasciato le chiavi?, pp. 308, euro 18). Si tratta di un memoir esilarante, che al racconto della carriera del grande comico americano unisce le sue riflessioni sull’invecchiamento, sul sesso, sull’amore (è sposato con Janice dal 1970, caso più unico che raro a Hollywood) e su mille aspetti della vita. Un altro episodio divertente è il dietro le quinte di Harry ti presento Sally, il celebre film di Rob Reiner del 1989.  E’ la mattina in cui Meg Ryan si appresta a entrare nella storia del cinema registrando la scena dell’orgasmo al ristorante. “A un tavolo vicino era seduta Estelle, la magnifica madre di Rob. Era lei la signora che dice: ‘Quello che ha preso la signorina’. Cominciammo a provare, e Meg sembrava un po’ insicura. Il primo orgasmo fu così così; in quello successivo sembrava fossimo sposati da dieci anni. Forse era un po’ nervosa perché doveva condividere il suo orgasmo con tanta gente. Rob, un po’ spazientito, la invitò a fargli posto al tavolo perché potesse mostrarle cosa voleva da lei. Così mi ritrovai seduto di fronte quest’omone barbuto e sudaticcio pronto a eccitarsi. (…) Dopodiché Rob si esibì in un orgasmo da fare invidia a King Kong. ‘Sì, Sì, Sì’ urlava, sferrando certi pugni sul tavolo che i sottaceti volavano e l’insalata di cavolo fluttuava a mezz’aria. Una volta terminato, gli artisti di contorno applaudirono e Rob mi prese da parte. ‘Ho commesso un errore’, mi confidò. ‘Non avrei dovuto farlo’. ‘Meg non se la prenderà. Non credo tu l’abbia messa in imbarazzo’, lo rassicurai. ‘Ma no, cos’hai capito?’, replicò. ‘Ho appena avuto un orgasmo davanti a mia madre’”. Il meglio di sé, come prevedibile, Crystal lo offre nei monologhi da stand up comedian. Prendiamo i brani sul sesso. “Poi c’è quella pubblicità del Cialis dove dicono che se lo prendi vai avanti per trentasei ore. Puoi fare sesso in qualsiasi momento, nell’arco di quelle trentasei ore. Ma così è troppo stressante per me. Viviamo in una società frenetica: vogliamo tutto subito, abbiamo internet e messaggi istantanei, quindi vogliamo sesso istantaneo di certo non un Cialis che fa effetto per trentasei ore. Trentasei ore è più della durata totale della mia vita sessuale! E poi il Cialis non va bene per noi ebrei. ‘Irving, prendi questa pasticca, funziona per trentasei ore’. E Irving: ‘Trentasei ore in un anno, giusto? Posso riscattare quelle che non uso? Posso scambiarle con quel servizio di piatti?’”. O ancora: “Ho sempre pensato che il segreto per avere una vita sessuale soddisfacente fosse la varietà. E’ per questo che Dio mi ha dato due mani”. A un certo punto, Crystal immagina di origliare la conversazione di una coppia. Lui e Lei avevano venticinque anni nel 1973 e nel 2013 ne hanno compiuti sessantacinque. “1973. Lui: Guardati, sei bellissima. Lei: Oh, ma dai! 2013. Lui: Mai viste due tette così! Lei: Smettila di guadarti allo specchio e vieni a letto.” “1973. Lui: Perché tieni gli occhi aperti? Lei: Perché mi piace guardarti mentre facciamo l’amore. 2013. Lui: Cosa stai guardando? Lei: Le tende, non si intonano con la parete”. “1973. Lei: Cavolo, sarà almeno venti centimetri! Lui: Aspetta di vedermi eccitato! 2013. Lei: Accidenti, è così duro. Lui: Il dottore ha detto che è benigno”.  Infine, una piccola dichiarazione d’amore per la sua città. “A Los Angeles gli inseguimenti fanno più ascolti di CSI. Sono i reality originali. C’è quest’auto che va contromano in autostrada, poi a centoquaranta in un centro abitato, dove si schianta contro una recinzione. Al che il tizio al volante scende dalla macchina e si mette a correre attraverso i cortili delle case saltando le staccionate, mentre la troupe sull’elicottero lo inquadra dall’alto con un riflettore puntato su di lui. Personalmente, credo che sia una delle migliori performance di Lindsay Lohan”.

Chi ha paura del porno in rete? Si chiede Emmanuele Jannini su “Panorama”. Il mantra ripetuto e rilanciato dai media è sempre lo stesso, acritico e pedissequo: attenzione alla pornografia e al cybersex! Internet pullula di pericoli per la salute sessuale e sociale di giovani e adulti. Ed ecco che arriva “l’esperto” dichiarante coram populo che il sesso on line genera mostri, perversioni (per gli addetti: parafilie) e subito dopo se ne alza un altro che cerca i riflettori ribattendo: no; produce invece astenia sessuale, desiderio sessuale ipoattivo, inibizione. Ma su una cosa sono entrambi d’accordo: l’inventarsi a tavolino due numeri spacciati per “ricerche” (che naturalmente non verranno mai pubblicate su un vero giornale scientifico) sulla pornoaddiction, giusto per guadagnarsi quei 15 minuti di celebrità mediatica che a nessuno si negano. Qualche mese fa il Journal of Sexual Medicine mi ha chiesto di valutare la letteratura scientifica su questo argomento. Mi è parso che ben pochi siano riusciti a sfuggire alla tentazione di un atteggiamento giudicante, più teso a cogliere i rischi che non i possibili benefici dell’espressione della sessualità on line. Così è stato per Robert Weiss, che si guadagna da vivere “curando” i sexual addicted nel suo Sexual Recovery Institute, denunciando che il 12% dei siti internet sono porno (avrei detto di più), il 25% delle parole googlate è correlato al sesso (68 milioni al giorno), il 35% dei download è porno, 40 milioni di americani sono pornofili, il 70% dei giovani visita un sito porno almeno una volta al mese (1/3 sarebbero donne) e il giorno preferito per il cybersex sarebbe la domenica e le feste comandate. Racconta questi numeri come rappresentazione dell’abisso di perdizione su cui ci sporgiamo ad ogni click, ma a Robert Weiss non viene in mente che il pianeta non è, si direbbe, popolato da zombi iper- o ipo-sessuali  contagiati dal morbo internettiano. Nonostante la diffusione di internet, la gente non si accoppia selvaggiamente sulla metropolitana e la pressione demografica anziché calare è in continuo, drammatico aumento (ho appena finito di leggere l’ultimo Dan Brown: ne è valsa la pena anche per riflettere su quest’ultimo – infernale – aspetto). La stessa orrenda piaga dei delitti sessuali si colloca molto più facilmente nell’aerea dell’ignoranza e della repressione sessuale che in quella della licenza, come il paradigma vittoriano di Jack-the-Ripper ha insegnato e la cronaca conferma di continuo. In effetti, quando si cerca una verifica empirica, galileiana, scientifica dei pericoli della pornografia e della rete, le paure artatamente evocate da chi è interessato a suscitarle sembrano venir meno. Il collega Gert Martin Hald dell’Università di Copenaghen ha scoperto che la pornografia è solo uno dei fattori, e non il più determinante, che si può correlare a comportamenti devianti o a rischio. Come sempre, non è il mezzo a creare il pericolo, come non è il chianti a creare l’alcolismo. Né i sempre esistiti terrorizzati dai tempora e dai mores riusciranno a conculcare la scopofilia (che non sta per, come sembrerebbe ai non grecisti, la passione per la copula, ma quella di chi ama guardare chi copula). Che il voyeurismo sia evidentemente innato nella nostra specie lo dimostra la lettura del godibilissimo The Prehistory of Sex: Four million years of human sexual culture di Timothy Taylor (Fourth Estate, Londra, 1996): appena l’uomo primitivo ha imparato a graffitare le sue caverne le ha riempite di immagini sessuali. D’altra parte il nostro cugino macaco è disposto a “pagare” con la sua riserva di frutta la visione (noi diremmo: pay per view) di fotografie dei genitali delle femmine top rank (noi diremmo: dive). L’ha elegantemente dimostrato Robert Deaner del Dipartimento di Neurobiologia della Duke University, North Carolina. Purtroppo sembra che nella nostra specie sia anche innato l’istinto censorio che si direbbe talvolta si alimenti di invidia. Censurando e lacerandosi le vesti, pochi si accorgono del vero pericolo della pornografia: il modello di accoppiamento è rudimentale, violento, maschilista, performante, ginnico, irreale, sostanzialmente costruito sulle grossolane proiezioni maschili. Tuttavia la stragrandissima maggioranza degli utilizzatori, anche abituali, ne trae piacere senza cercare di imitarne le imprese sintetiche e artefatte, esattamente come succede a uno spettatore delle olimpiadi che si diverte e partecipa, ma poi non si sente frustrato per non nuotare come le medaglia d’oro dei 100 metri rana né prende a cazzotti o passa a fil di spada il suo prossimo appena spento il monitor. Tutto rimane nell’ambito (sano) della fantasia. Ignoranti e ingenui possono invece pensare che non sia adeguato/a chi non abbia le dimensioni di Rocco Siffredi, chi non duri come la leggenda metropolitana disse di Sting e chi non sia una disponibilissima sacerdotessa del sesso come l’indimenticata Moana Pozzi. E poi ci sono i perversi, quelli veri: la pornografia spasmodicamente cercata non è la causa della loro malattia, che ha radici ben più remote; semmai ne è la conseguenza. Un sintomo, quindi. E un amplificatore del tratto psicopatologico che trova cure sia psicoterapeutiche sia farmacologiche. C’è un solo antidoto per questi, che sono i veri seppur rarissimi rischi del porno internettiano: la conoscenza (nam et ipsa scientia potestas est, diceva Bacone e ho suggerito queste parole quando si è trattato di trovare un motto per il mio Dipartimento universitario all’Università dell’Aquila) e l’aperta discussione. Come faccio con voi in questo blog che apre lo spazio – ovviamente internet – di  Sex Cathedra. Professore Emmanuele A. Jannini – Coordinatore del Corso di Laurea Indirizzo Psicologia della Devianza e Sessuologia – Università degli Studi dell’Aquila e di Sex Cathedra.

È fashion o porno? Scopriamo il trucco...scrive  Melissa Panarello su “L’Unità”.  “Fashion or Porn?” è il nome di un quiz che in questi giorni sta girando su Facebook. La ragazza nella foto è seminuda e bella, ci sono le parole porn e game che già di per sé costituiscono ottimi motivi per aprire la pagina e giocare a quello che si rivela essere il quiz d’intelligenza più difficile del decennio. Vengono proposti particolari di quaranta foto ed è da quei particolari che bisogna indovinare se si tratta di un’immagine pubblicitaria o di una scattata su un set porno. I creatori del test non hanno minimamente pensato di aiutare i fannulloni che decidono di giocare, così capire se si tratta di una foto porno o fashion risulta praticamente impossibile (a meno che, come me, non vi arrendete e giocate tutto il giorno così da conoscere ormai ogni foto). La discriminante, ovviamente, sono i genitali. Dove ci sono genitali ben esposti e “in azione”, si tratta di porno. Il resto è arte. Un’altra differenza la traccia lo sguardo: dove ci sono occhi languidi oppure divertiti, si tratta di porno. Se sono vuoti, senza espressione, sono occhi prestati alla moda. Anche le piante finte possono aiutare: nei set porno, per qualche misteriosa ragione, usano sempre ficus benjaminus di plastica. Quello che stupisce è quello che in realtà già sappiamo tutti, ovvero che il confine fra pornografia ed erotismo è sempre più sfocato, che l’erotismo è morto negli anni 80, quando lo spietato Patrick Bateman spiava gli hard bodies dal suo divanetto nel privé oppure quando in Italia Umberto Smaila sorrideva beato fra le ballerine di “Colpo Grosso”. Il mercato ha semplicemente capito che la pornografia frutta molti più utili dell’erotismo, dopotutto l’etimologia del nome è molto chiara: il verbo pernemi (da cui porne, meretrice) significa appunto vendere. Se vuoi vendere, dunque, devi usare lo stesso linguaggio della pornografia, ma con un’eccezione: salvare i genitali. Seguita quest’unica, semplice regola, puoi fare quel che vuoi: chiedere alla modella o all’attrice di mimare un orgasmo per vendere un pacchetto di fazzoletti, alludere a un ménage-à-trois per sponsorizzare una concessionaria di auto usate, far calpestare un uomo da un tacco 12 per mostrare l’ultima, strepitosa collezione primavera/estate. La pubblicità e il mercato devono tutto alla pornografia. La pornografia, al contrario, non ha debiti con nessuno. Lei è quel che è: sfrontata, volgare e sincera. Mentre tutti gli altri linguaggi strizzano l’occhio, la pornografia ha la capacità di guardarti con tutti gli occhi aperti, anche un po’ infantili. E’ questo che la rende irresistibile, tanto invidiata e imitata. Roman Polański dice che mentre l’erotismo usa solo una piuma, la pornografia usa il pollo intero. Le pubblicità proposte nel gioco, che sono le stesse che vediamo tutti i giorni, ovunque, usano un’ala o un petto di pollo. Questo significa che presto arriveremo tutti a mangiare il pollo intero? Che si abbandoneranno le allusioni e diventerà tutto pornografia? Non credo. Il mercato, oltre che di sesso, ha bisogno di nutrirsi di mistero. Se non alimenti il mistero anche i messaggi sessuali perdono potenza, non hanno più valore. La coscia di pollo, dunque, è il limbo cui siamo approdati e su cui rimarremo per molto, molto tempo. Sono fermamente convinta che associare il corpo al sesso non sia di per sé umiliante né tanto meno scandaloso. È anzi separandoli che si creano sempre più fratture, crisi identitarie, sessuofobia. Il corpo è anche sesso e il sesso, immagino/spero/credo, non è umiliante per nessuno. L’uso che il mercato fa del corpo e del sesso non toglie senso e bellezza ai corpi e ai desideri sessuali: se una società ha una coscienza sessuale definita, se non ha paura delle sessualità in tutte le sue forme, se non ha paura del corpo e delle infinite possibilità in esso racchiuse, come può un cartellone sull’A1 minacciare l’identità sessuale o denigrarla? Ogni cosa è spettacolo e lo spettacolo, per sua natura, si ciba di e vomita menzogna. Scoperto il trucco, siamo tutti liberi.

Nymphomaniac di Lars Von Trier: "Un film ripugnante da amare". Il chiacchierato lungometraggio che promette sesso esplicito ha debuttato in Danimarca. E spuntano le prime recensioni. Controverse, scrive Simona Santoni  su “Panorama”. Il giorno di Natale Nymphomaniac, il nuovo lavoro di Lars Von Trier che promette sesso esplicito a profusione, ha debuttato in Danimarca. E intanto cominciano a comparire le prime recensioni. Il film racconta la storia erotica di una donna che si è autodiagnosticata ninfomane, interpretata da Charlotte Gainsbourg. Dopo un certo vuoto distributivo, il lungometraggio finalmente ha trovato distribuzione in Italia grazie all'audace Good Films di Ginevra Elkann. La pellicola è diventata oggetto di attenzione ancor prima dell'inizio delle riprese perché il controverso e innovativo cineasta ha annunciato che si tratta di un porno con scene di sesso vero interpretate da attori hollywoodiani come Gainsbourg, Uma Thurman, Shia LaBeouf, Willem Defoe e Christian Slater. Secondo alcune fonti in realtà Lars Von Trier non ha detto tutta la verità: per le scene più hot, infatti, professionisti dell'hard avrebbero "prestato" i loro organi genitali ai divi.  Panorama.it ha già pubblicato i teaser trailer scandalo  (uno è stato rimosso da YouTube per i suoi contenuti ritenuti inappropriati), il trailer ufficiale  e i character poster  che rappresentano l'orgasmo. In attesa di poter vedere l'ultima provocazione del controverso regista danese anche da noi, ci affidiamo alle parole dei colleghi stranieri.  "Nymphomaniac di Lars von Trier randella il corpo e intenerisce l'anima. È sconcertante, assurdo e assolutamente affascinante", scrive Xan Brooks sul Guardian.  "Un film sul sesso che è volutamente poco sexy e una lunga storia loquace (due volumi, quattro ore) che in gran parte parla a se stessa. Quelle figure nude in movimento sono solo una distrazione". E ancora: "Personalmente l'ho trovato un'esperienza livida e faticosa ma il film è rimasto con me. È così carico di calci piazzati, così screziato di idee ossessive e voli arditi della fantasia che raggiunge una sorta di trascendenza. Nymphomaniac mi infastidisce, mi ripugna e penso che potrei amarlo. Si tratta di un rapporto violento; ho bisogno di vederlo ancora". Secondo Peter Debruge di Variety l'enfant terrible del cinema internazionale - ormai non più enfant ma sempre terrible - "consegna un denso lavoro progettato per scioccare, provocare e infine illuminare un pubblico che considera fin troppo pudico". Tra tanti riferimenti all'arte, alla musica, alla religione e alla letteratura, "in questa versione di Nymphomaniac l'unica eccitazione nell'intenzione di Von Trier è di tipo intellettuale, rendendo questa immagine filosoficamente rigorosa più adatta ai cinefili che alla folla impermeabile".  Il film infatti è pensato per essere proiettato in due versioni; quella "corta" e soft è di quattro ore ed è quella attualmente uscita nelle sale danesi, divisa in due parti. La versione più lunga e hard è della durata di 5 ore e mezza e anche questa è divisa in due parti. Di questa versione, il volume 1 avrà la sua prima mondiale al Festival di Berlino. Todd McCarthy su Hollywood Reporter ci rivela che in fin dei conti Nynphomaniac è molto meno hard "di quanto molti potrebbero aver immaginato o sperato. Eppure non è mai noioso". Nymphomaniac è uno dei rari film di Von Trier a non aver debuttato al Festival di Cannes, da cui il regista venne cacciato nel 2011 per alcune dichiarazioni sconcertanti sul nazismo. In Italia arriverà a marzo nelle due versioni (sarà distribuito così anche negli Usa da Magnolia Picture). 

Von Trier sbarca a Berlino con «Nymphomaniac» e sdogana il sesso esplicito. Nelle sale aumento le pellicole osé. E tornano alla memoria Kubrick e Bertolucci, scrive Dina Disa su “Il Tempo”. Con l’avvento di Internet il mercato dei film porno è praticamente finito, distrutto dai video relity online e dall’amatoriale. Ora il sesso esplicito è territorio del cinema d’autore. Sono passati i tempi in cui Bertolucci faceva scandalo con «Ultimo tango a Parigi» o quando Malle raccontava i suoi adolescenti perversi e la Bellucci si prestava ad una scena di sodomizzazione per ben 9 minuti diretta da un talentuoso Gaspar Noè in «Irreversible». La tendenza sta diventando quasi un obbligo anche per le star più affermate che si esibiscono in scene lesbo o full frontal d’autore. Da «Shame» di Steve McQueen, con un glorioso Michael Fassbender, che ha suscitato entusiasmo presso critica e pubblico, anche per le immagini in cui appariva nudo in fullscreen al lesbo movie «La vie d’Adele». La fantasia di Kubrick in «Eyes Wide Shut» non si può certo paragonare al trasgressivo «Shortbus», esplicito sì, ma poco raffinato e ossessionato dal contorsionismo. Nonostante due precedenti eccellenti come la fellatio metafisica di «Batalla en el cielo» del messicano Reygadas e la fellatio americana di «The Brown Bunny», di Vincent Gallo (2003), la ribalta porno d’autore parte soprattutto Oltralpe. Ne sanno qualcosa gli amatori di «Baise-moi» di Coralie Trinh Thi, interpretato da veri attori hard core che con disinvoltura offrono le proprie performance alla cinepresa. Mentre il nostro pornoattore Rocco Siffredi è apparso in «Romance» di Catherine Breillat. A parte «Caligola» di Brass, l’erotismo di Bertolucci e l’altro grande cult, «Impero dei sensi» di Oshima, il film d’autore con scene hard in Francia ha tradizione più solida. Ora tocca al danese Lars Von Trier scandalizzare, e per giunta la platea raffinata di un festival intellettuale come la Berlinale (6-16 febbraio), con il suo «Nymphomaniac». Ad interpretarlo ancora lei, la sua musa di sempre, Charlotte Gainsbourg, nei panni di una ninfomane raccolta insaguinata per strada da un professsore (Stellan Skasgard) al quale racconterà le sue estreme esperienze sessuali. Nel cast anche Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Jens Albinus e Connie Nielsen. Tra genitali finti, sesso vero con attori porno usati come controfigure, membri maschili di ogni genere e colore che riempiono il grande schermo, la versione integrale (di oltre 5 ore) sarà proposta alla Berlinale mentre l’altra sarà distribuita a marzo in Italia da Good Films. Il film è di grande livello artistico: certo, può non piacere o irritare, ma è impossibile che non colpista lo spettatore, preso per mano verso i lidi più estremi della sessualità. Certe scene di masochismo, per la Gainsbourg, «sono state umilianti», soprattutto quando si è lasciata frustare a sangue legata su un divano. Mentre il cerebrale professore trovava paralleli avventati tra le avventure erotiche della sua eroina e le realtà culturali, come la successione numerica di Fibonacci (paragonata alle infinite posizioni assunte dalla Gainsbourg) o la differenza tra sessualità libera e quella sadomaso, rapportate alla Chiesa d’Oriente e a quella più punitiva d’Occidente. L’escalation della protagonista ripercorre i déjà vu di Anais Nin, Henry Miller e del Marchese de Sade. Diverse le presenze italiane alla Berlinale (compresa Valeria Golino in giuria), ma nessun film in concorso: nella sezione Generation «Matilde», cortometraggio di Vito Palmieri e «Il sud è niente» di Fabio Mollo; nella sezione Forum «Materia oscura» documentario di Parenti e D’Anolfi (girato nel poligono del Salto di Quirra in Sardegna dove gli eserciti hanno testato per anni le nuove armi con danno all’ambiente); nella Kulinarischen Kino saranno presenti «Couscous Island», documentario di Amato e Scarafia, oltre a «Green Porno Season Two» di Isabella Rossellini e Jody Shapiro, «Slow Food Story» di Stefano Sardo e «Cavalieri della laguna 1» di Bencini. Nella sezione panorama sono infine attesi «Felice chi è diverso» di Amelio, «In grazia di Dio» di Winspeare e «La migliore offerta» di Tornatore. Tra le anteprime internazionali, oltre a «Nymphomaniac», anche «Monuments Men» di George Clooney, «Grand Budapes Hotel» di Anderson e poi, Resnais, Linklater e Bouchared.

Tira più un video hot di un carro di libri!! Questa è l’opinione di Francesco Maria del Vigo su “Il Giornale”. Per fare il verso ad un antico detto: tira più un pelo di figa che un carro di buoi. Tira più un video hot di un carro di libri? Il celebre adagio si può tradurre in un’agile regoletta sull’informazione on line. Ma solo a un’occhiata frettolosa e quanto mai accigliata. Il dibattito sulla “leggerezza” dell’informazione on line è un tema di discussione caro non solo agli addetti ai lavori. E c’è sempre chi, bacchetta moralizzatrice alla mano, intona dolorosi lamenti per la depravazione dei lettori (ma sono gli stessi che amano aggiungere una E all’inizio della parola) italiani che si riversano sopra contenuti soft porn. Prefiche di una verginità mai avuta. Seni esibiti in un autoscatto, perizomi che fanno capolino da pantaloni adamitici, capezzoli che sbucano sornioni da vestiti troppo scollati. Il basso si mescola inevitabilmente con l’alto nel cocktail dell’informazione. Alle volte se ne ricava un beverone indigeribile, altre un cicerone dalle piacevoli allucinazioni. È internet, bellezza. Al bando gli snobismi, suvvia. Non c’è niente di male. Chi dice che dietro una natica non possa nascondersi un contenuto culturale? In quale sacro testo sta scritto che lo sguardo che scivola giù per una profonda scollatura non finisca poi a leggere una poesia, per dire? Facciamo un esempio casalingo. Su queste pagine è stata pubblicata una pirotecnica intervista a Tinto Brass. Maestro dell’eros e dell’approccio carnale alla vita. Uno che, per intenderci, è stato escluso dal Festival di Venezia fino all’anno scorso, perché mostrava troppi centimetri di ignuda epidermide. Al microfono di Sylos Labini ha raccontato che “il culo è lo specchio dell’anima” e ha ricordato – ai pochi che non conoscono la sua opera – che con i suoi film procura “emozioni e non soltanto erezioni e lubrificazioni”. Ci sono voluti trent’anni perché il Lido ospitasse una retrospettiva sul regista (e non poteva che essere una retrospettiva una rassegna antologica del regista veneziano). Dopo aver sventolato la censura e sfoderato il cipiglio del bacchettonismo arriva, trent’anni dopo, la celebrazione. Per non parlare della ormai mitologica – e citatissima – intervista a Rocco Siffredi. Estrema, esagerata e più siffrediana che mai. Un colloquio senza filtri che è rimbalzato sulle pagine di decine di quotidiani. Non nascondiamoci dietro a un seno: i contenuti leggeri fanno clic e spesso sono interessanti, si fanno leggere e portano lettori. Lettori che poi si guardano attorno, perché a pochi pixel dallo scontornato di una coscia può apparire la recensione di un libro o la critica acuminata di uno spettacolo teatrale. Ed è subito contaminazione. Niente di nuovo sotto il cielo grigio della cultura italiana, un cielo pesante come il piombo, claustrofobico. Spesso le idee più scomode e urticanti trovano spazio tra le cosce della provocazione. Non per caso su Playmen, negli anni sessanta, sbarcarono intellettuali del calibro di Gian Carlo Fusco e Luciano Bianciardi e trovò spazio, persino, il pensiero osè di Julius Evola. Ieri come oggi la cultura libera non ha paura di percorrere le autostrade della comunicazione per entrare nelle zone traffico limitato del pensiero. E alla fine il bacchettone non si rende conto che è più volgare chi mangia una banana nascondendosi dietro a una mano – nel nome di chissà quale pudore – di una fellatio.

Pornografia. Universo del Corpo (2000), scrive di Piero Benassi su “Treccani”. Pornografia.
Il termine pornografia (che deriva, mediante il francese pornographie, dal greco πόρνη, "prostituta", e γραθία, "scritto") sta a indicare la trattazione oppure la rappresentazione, attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli ecc., di soggetti o immagini osceni, effettuata allo scopo precipuo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore.  sommario: 1. Relatività del concetto . 2. Diffusione attuale. 3. Pornolalia. 4. Interpretazioni. 

1. Relatività del concetto. La pornografia può essere considerata un'esibizione di organi o di atti sessuali finalizzata a provocare eccitazione. Come ogni altra espressione umana, essa risente fortemente della cultura del luogo e dei tempi in cui viene realizzata. Nel Palazzo del Tè di Mantova, edificato per le relazioni proibite dei Gonzaga, o in alcuni degli affreschi di Pompei sono raffigurate scene erotiche che nessuno interpreta come pornografiche, così come nessuno è eccitato dalla coppia a letto rappresentata nel Palazzo del Podestà di San Gimignano o di fronte ai nudi di Tiziano. Infatti, occorre distinguere fra il nudo proprio dell'arte erotica e il corpo nudo della pornografia. Inoltre, dai tempi dei Gonzaga o di Tiziano, è mutata la cultura e con essa la sensibilità. Nel Giudizio Universale della Cappella Sistina Michelangelo ha dipinto molti corpi nudi, in quanto nel Rinascimento il nudo non era considerato pornografico, come invece lo fu all'epoca della Controriforma quando, infatti, si ritenne opportuno coprire le figure michelangiolesche. I libri cinesi d'ammaestramento pedagogico per istruire alla sessualità una buona moglie sono invece considerati pornografici per l'Occidente. In Africa i missionari hanno costretto a vestirsi gli indigeni, che, invece, consideravano il nudo del tutto privo di significati erotici. L'effetto che un seno scoperto aveva fino a qualche anno fa attualmente ha perso gran parte del suo significato, se non è accompagnato da messaggi o stimolazioni più incisive, in quanto sono cambiati gli stimoli all'erotismo e di conseguenza i significati ritenuti pornografici, anche perché le nuove tecnologie mediatiche hanno determinato un rivolgimento nei gusti e nelle aspettative dei fruitori di tali messaggi. Sono tutti esempi di come il fenomeno pornografico risulti condizionato da una serie di fattori ben individuabili e siano diverse le valutazioni interpretative circa quello che viene considerato pornografico o meno. Il binomio pornografia-tabu, sostenuto da correlazioni teoriche, concetti psicodinamici e dimostrazioni storiche, inquadra i limiti del lecito rispetto a quello che i tabu rifiutano. Tra le variazioni culturali della pornografia, si possono distinguere quella erotica, che stimola l'uso 'normale' della sessualità, da una pornografia che invece si riferisce a pratiche sadomasochistiche, omosessuali, incestuose che giungono fino al feticismo, al travestitismo e al transessualismo (Andreoli 1989).

2. Diffusione attuale. Negli ultimi anni del 20° secolo i dati sul consumo dei prodotti pornografici hanno segnalato un costante aumento. Rispetto ai tradizionali prodotti stampati, hanno avuto crescente successo le videocassette che permettono l'uso privato dei film e quindi una maggiore utilizzazione rispetto ai cinema 'a luci rosse'. Meno diffusi in Italia, ma molto altrove, sono i pornoshops, i quali offrono oggetti utilizzabili per un rapporto pornografico attivo che oltrepassa la semplice percezione visiva. Un'altra innovazione è rappresentata dall'erotismo telefonico che offre il godimento di una relazione variabile a seconda delle caratteristiche richieste, impiegando mezzi vocali e verbali fortemente evocativi. Nell'attuale società si è diffusa, inoltre, l'offerta multimediale di varia sessualità via Internet, che in questo campo si pone in alternativa all'esperienza dei rapporti umani diretti e pare rispondere al carattere 'intellettuale' della sessualità contemporanea, caratterizzata da una sofisticata elaborazione immaginativa. Per la sua perfezione tecnica, l'erotismo multimediale sembra consentire stimolazioni istintive finora racchiuse nell'immaginario privato, ma che oggi possono tradursi in corpose immagini ricche di sensorialità, sostitutive o anticipatorie degli eventi reali. Questo erotismo, che può facilmente sfociare nel pornografico, diventa sempre più un voyeurismo trasgressivo, a uso del singolo, ma anche di coppia e di gruppo; in alcuni casi utilizzato in luogo della pratica sessuale, è un fenomeno di parasessualità ascrivibile a difettoso sviluppo della personalità, oppure può rappresentare un sostituto di sessualità turbata dalla paura di contagio di malattie veneree, soprattutto dell'AIDS. In una dimensione tribale o comunitaria la raffigurazione di soggetti erotici o di atti sessuali assume prevalentemente un significato rituale e finalità estetiche; nella società di massa, contraddistinta da tendenze e aspettative anche molto differenziate, il realismo o il simbolismo erotico vengono contaminati dalla trivialità e dall'insistenza compiacente su perversioni sessuali, pratiche sadomasochistiche, voyeurismi ecc. Nelle librerie è in notevole aumento la manualistica erotica; superate le pubblicazioni dei rituali sessuali induisti-buddhisti, di moda fino a pochi anni fa, i testi attuali esplorano le frontiere di un erotismo più carnale, suggeriscono aspetti sempre più ludici, consigliano l'utilizzo di nuovi afrodisiaci e di farmaci contro l'impotenza o per potenziare le capacità sessuali e sollecitano un uso di nuove tecnologie al servizio del piacere sessuale. Nel cinema, il genere pornografico, presente sin dai primordi, è in pieno sviluppo; non mancano le pellicole dove la pornografia è usata come elemento drammatico, ma in genere gli spunti narrativi si perdono in mediocrità ripetitive, non ci sono veri drammi, ma nemmeno sogni o realistiche redenzioni: in questo mondo persiste un insistente squallore nel quale ogni mistero perde i propri connotati, in quanto ogni aspetto di affettività, emotività e potere oscilla in un ventaglio di espressioni sessuali dai confini sempre più incerti. Sono numerosi gli esempi di inserimenti pornografici nell'ambito della quotidianità, dal moderno design di oggetti di uso comune a tutte le riproduzioni, le illustrazioni e i richiami, anche di stile pubblicitario. In campo letterario, si devono distinguere le opere alle quali lo spunto o la partecipazione di un erotismo ragionevolmente introdotto ed equilibrato assicurano un interesse e uno stimolo alla lettura, dal pornografico letterario vero e proprio, in cui gli autori ricorrono alla ripetizione e all'esagerazione, a situazioni esasperate, con avventure erotiche in luoghi favolistici nel corso di viaggi immaginari ecc., e che ha un tono sempre teso e drammatico, descrive esperienze eccezionali, è privo di senso dell'humour, della contemplazione, del distacco e della logica, si sviluppa in situazioni di allarme o di angoscia nelle quali le valenze sadomasochistiche, distruttive e autopunitive sono reiterate per stimolare immaginazioni e pulsioni istintive inabituali. La letteratura, il cinema e i mass media abbinano spesso l'erotismo incontrollato con la violenza, l'aggressività, gli impulsi, cioè aggiungono ingredienti idonei ad amalgamare aspetti dell'istintività che cercano soddisfazione sia tramite l'eros sia attraverso manifestazioni distruttive. Si realizza, dunque, una specie di connubio fra i due estremi, erotismo e senso di morte, in cui affetti, sentimenti, emozioni, passioni possono esplodere in forme drammatiche. Questo amalgama di pulsionalità istintiva può essere catalizzato dalla droga e dal connubio fra sesso e violenza. L'effetto droga rispecchia la ricerca, presente nella letteratura a carattere erotico-osceno ma anche in alcuni aspetti della realtà quotidiana, di piaceri assoluti e immediati, di evasioni e di fantasie liberatorie, e mette in gioco l'erotismo, più fantasticato che reale, ma anche il rischio della vita, in un sempre possibile abbinamento con la pornografia, alla ricerca di potenziamenti reciproci. Tuttavia sia la pornografia sia la droga stimolano la realizzazione di soddisfazioni istintuali che smorzano le funzioni del razionale, della conoscenza della realtà e della morale, per cui la contemplazione, la fantasia, il piacere, gli istinti tendono a sostituire l'azione, l'attività lavorativa e creativa, il dinamismo operativo. L'associarsi di queste due esperienze può suscitare fenomeni di depersonalizzazione, sia del proprio corpo sia della realtà esterna, può sottrarre alla latenza tendenze oppure impulsi sessuali prima controllati o ignorati, può infine provocare sentimenti di diffidenza, di ostilità, di odio, con possibili reazioni auto ed eteroaggressive.

3. Pornolalia. La pornolalia è ormai utilizzata a tutte le età e da tutti i ceti sociali. Tale forma di linguaggio ha infatti enormemente dilatato i propri confini, contestualmente al graduale ridursi degli eufemismi, dei tabu terminologici, delle metafore. L'uso e l'abuso delle parole a contenuto erotico, sessuale e genitale, si possono prospettare come una vera e propria mentalizzazione dell'istinto che si realizza a livello verbale per dare un rinforzo e un potenziamento di significato nel rapporto comunicativo. Pornolalia si può definire come l'espressione di un'aggressività verbale, che in passato era essenzialmente maschile, ma che ora si è sviluppata molto anche nel linguaggio femminile, quasi come mezzo di autoaffermazione e rivendicazione della parità dei due sessi. Anche il bambino prova un gran piacere nel dire le parolacce: pur se ne ignora il significato, ne coglie al volo l'effetto dirompente e dissacratorio e le reazioni che provocano attorno a lui; l'impulso più immediato è, quindi, a ripeterle (Vegetti Finzi-Battistin 1994). Inoltre, il linguaggio osceno è molto vicino al corpo e alle sue funzioni, evoca impressioni tattili, olfattive, uditive, adatte a esprimere le pulsioni infantili, specie anali e genitali, ed è composto di parole che infrangono argomenti tabu, diversi tra loro, ma ugualmente intoccabili: il sacro, il sesso e gli escrementi. Nell'adolescenza, che riattualizza le trasgressioni e le dissacrazioni, specialmente se realizzate insieme al gruppo sociale, la pornolalia fa parte del linguaggio di gruppo, rappresenta forza, coesione e convalida l'identità verbale e comportamentale. Vanno poi considerati i fattori ambientali e sociali che ritardano lo sviluppo verso la maturità della personalità e che quindi mantengono a lungo comportamenti ed espressioni anche pornolaliche che si continuano mediante un condizionamento automatizzato.

4. Interpretazioni. La letteratura psicoanalitica sui principi costitutivi del perverso sessuale ha evidenziato, in particolare, che l'erotizzazione è una delle cure primitive della paura: quando una forma di angoscia infantile riprende vigore nella vita adulta, uno dei molti modi per fronteggiare questa crisi è il rafforzamento dei sistemi di erotizzazione primitiva, cioè di una sorgente originaria delle più svariate perversioni. Le angosce più profonde possono rappresentare il nucleo propulsore delle più varie patologie sessuali che, in fase di esasperazione, si abbinano spesso a fatti violenti, quali espressione concreta d'impulsi che esplodono e si scaricano tramite forme di aggressività; la criminalità a sfondo sessuale ha spesso questa patogenesi. Inoltre, nella nostra società si vanno palesando nuove tecniche erotiche in cui oscenità e violenza, insieme, sono più accentuate che nel passato. In questo scenario, la pornografia rappresenta un aspetto di dissoluzione della sessualità che si inserisce in una costellazione di crisi profonda dei valori, di negazione violenta e anche spietata del pudore, inteso come struttura portante della storia interiore dell'individuo. Il pudore del singolo non va confuso con il cosiddetto comune senso del pudore, che spesso è chiamato in causa proprio per circoscrivere il fenomeno pornografico. In ogni caso, il pudore può essere ricondotto alla delimitazione dei confini tra il lecito e il proibito, mentre alla pornografia vanno riconosciuti una componente ossessiva, in quanto comportamento ritualizzato fondato su un desiderio irrealizzato, e un suo affondare nei fantasmi più o meno perversi, universalmente presenti nell'inconscio individuale. Analizzando gli aspetti psicologici e antropofenomenologici del pudore, questo può essere inteso come barriera di protezione nei confronti dei valori affettivi che connotano la vita individuale nei suoi vari modi di manifestarsi (De Vincentiis-Callieri 1974); l'eros pubblicizzato dimostrerebbe che gli impulsi sessuali si sono scissi da quelli affettivi. Rispetto al pudore, l'analisi antropofenomenologica valuta una serie di condizioni necessarie al suo costituirsi: il corpo, l'altro o gli altri, il guardare e l'essere guardati. La genesi del pudore è relazionale, di spazialità, di distanza, di stimoli sensitivo-sensoriali, ed è espressione esistenziale ambigua perché può essere autentica o inautentica a seconda della sua fungibilità nel mondo dei rapporti interpersonali. L'incontro, il rapporto, la mondanità possono, dunque, oscillare in un'estensione ubiquitaria, dall'ossessionante pudicizia alla più sfrenata pornografia: in questo modo oggettuale (pudico od osceno) l'orizzonte esistenziale risulta povero o comunque costellato di oggetti anodini, senza rapporti dinamici, senza storia e quindi senza valori da offrire o da rappresentare. Oltre a ciò, sono noti gli aspetti psicopatologici nell'ambito sia del pudore sia dell'eros pornografico, con una serie di fenomeni che tendono in molti casi a unificarsi nella loro patologia (v. oltre). E. Borgna (1989), richiamando i fondamenti etici dell'esistenza umana, osserva che i valori hanno una costituzione eidetica autonoma e assoluta, che non può essere infranta senza rompere quell'ideale gerarchia in cui la dignità della persona ha un'importanza assoluta; il fenomeno della condotta pornografica s'inserisce nella costellazione della profonda crisi dei valori. La persona, con il suo corpo, viene reificata e parcellizzata dalle pulsioni della libido narcisistica che mantiene la cecità, il mutismo e l'anonimato di un oggetto strumentalizzato dalla cultura di massa. Anche dal punto di vista giuridico la pornografia si pone nel quadro dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume, e in particolare contro il pudore (art. 529 c.p. riguardante la definizione legale dell'osceno, in riferimento agli atti e agli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore). Questa norma è formalmente esplicativa, in quanto individua il significato del termine osceno in riferimento all'effetto o al risultato sociale dei comportamenti e degli oggetti così qualificati, ammettendo anche la possibilità di un osceno non offensivo per il comune sentimento del pudore, di cui peraltro manca una specifica definizione, rinviata a un'interpretazione giurisprudenziale forzatamente aperta o elastica. In riferimento alla qualità dell'attuale vivere sociale, alla salute mentale e alle possibili manifestazioni di violenza collegabili a fenomeni pornografici, si può affermare che la pornografia riguarda una violenza suggestiva che permea tutta la società consumistica e cerca d'imporre al consumatore, soprattutto a quello poco in grado di difendersi dalla pressione dei mass media, beni di nessuna utilità materiale, ivi compresa una sessualità degradata. La pornografia può, quindi, nascere anche dalla frustrazione di non riuscire a ottenere i beni consumistici, come fenomeno sostitutivo e come risposta dell'individuo a un ambiente denso di stimoli egoistici. Gli pseudovalori della società consumistica costituiscono la premessa logica a un uso della pornografia come riferimento a modelli comportamentali molto attuali e sempre più valorizzati e pubblicizzati. Secondo alcuni, il comportamento sessuale illustrato dalla pornografia facilita reazioni che portano alla violenza, che può giungere fino alla criminalità sessuale (Ferracuti-Solivetti 1976). Sono tuttora numerosi i dati da verificare: in particolare se la criminalità sessuale possa essere collegata a un maggiore o a un più precoce consumo di pornografia, oppure se abbiano più importanza i fattori endogeni, riducendo quindi il ruolo della pornografia a fattore sociale capace di scatenare determinate reazioni solamente in individui diversi dagli altri per certi tratti di personalità. Questi dati non risultano ancora del tutto conosciuti, ma resta acquisito che i contenuti violenti dei materiali pornografici potenziano, nella loro combinazione, le valenze istintive pulsionali, e sono tali da contribuire al diffondersi di specifici comportamenti criminali. Altre indagini, come pure differenti orientamenti ideologici, sostengono che la pornografia, quale mezzo idoneo a liberare, a catalizzare oppure a metabolizzare tensioni o impulsi sessuali altrimenti irrisolvibili, possa produrre effetti catartici tali da contribuire alla risoluzione di problemi sessuali e da lenire problemi e angosce esistenziali con conseguente riduzione di forme di aggressività. Nel DSM-IV (Diagnostic and statistical manual of mental disorders), dell'American psychiatric association (1994), oltre alle più svariate disfunzioni sessuali, anche i disturbi d'identità in genere e in particolare tutte le perversioni sessuali (v. perversione) ‒ feticismo, 'frotteurismo', zoofilia, pedofilia, esibizionismo, voyeurismo, sadismo, masochismo, trasvestitismo ‒ sono elencati e descritti come casi clinici di disturbi psichici. È possibile che alcune di queste patologie trovino in qualche fenomeno di oscenità sessuale un compenso o un sollievo terapeuticamente valido. D'altra parte, è certo che le sollecitazioni provocate da perversioni pornografiche, eventualmente associate a violenza, a carico di soggetti già vulnerabili nei loro comportamenti sessuali, possono rappresentare fattori patogeni per la salute mentale, a maggior ragione se si tratta di soggetti con immaturità caratteriale, con difetti di sviluppo intellettivo o con disturbi o tratti abnormi della personalità.

La pornografia, o la logica culturale del nostro tempo, e scritto da Emiliano Morreale su “Le Parole e le cose”. Le immagini di sesso esplicito, per lungo tempo vendute e consumate in maniera più o meno sotterranea e illegale, nel corso del decennio hanno invaso gli schermi domestici. Dal 1988 al 2005 i titoli a luci rosse negli Usa sono passati da circa 1200 a più di 13.500 l’anno (la Hollywood “ufficiale” ne produce circa 400). Secondo i dati più attendibili, nel 2006 erano attivi almeno 4 milioni di siti porno: il 12% di tutta la distribuzione online (oggi saranno molti di più, visto che ne nascono circa 270 al giorno). Una parola su quattro inserita nei motori di ricerca, e un download su tre, sono di carattere pornografico. La vera mutazione però è qualitativa, e non riguarda i singoli prodotti, ma la struttura del sistema. Il cinema, la televisione, la moda hanno un “doppio” osceno sotterraneo e rimosso, che sempre più viene a galla al tempo di Internet. Questo mondo è interrogato dagli studiosi di rado, e con comprensibile imbarazzo. In America i cosiddetti porn studies sono nati all’inizio degli anni Novanta, da una costola della teoria femminista e dei cultural studies. Da qualche tempo, questo filone di studi è giunto anche in Italia, ad opera di una generazione di studiose e studiosi non a caso trenta-quarantenni, che in un mondo così sono cresciuti. Da un paio d’anni a Gorizia si tengono convegni internazionali sul tema (con titoli tipo “Economies, Politics, Discoursivities of Contemporary Pornographic Audiovisual”) ed è appena uscito un ponderoso volume intitolato Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media (a cura di Enrico Biasin, Giovanna Maina, Federico Zecca, Mimesis). Il libro offre i dati che abbiamo citato e ricapitola anche la vita clandestina della pornografia nel secolo scorso: dalla fase dei filmini mostrati nei bordelli o spediti per posta, all’ esplosione con titoli come Mona, the Virgin Nymph (1970) e Gola profonda (1972). Così il porno diventa un genere tra i generi, mutuando dal mainstream hollywoodiano un modo di fruizione (la sala), una forma narrativa (il lungometraggio di finzione) e uno standard tecnologico (il 35mm). Negli anni Ottanta, quando le sale (anche a luci rosse) cominceranno a chiudere, l’avvento del video moltiplicherà la produzione. Del resto, i contenuti per adulti guidano da sempre lo sviluppo dei media. Trent’ anni fa, il Vhs si affermò anche perché Sony, che sosteneva il formato Betamax, sosteneva una netta politica anti-porno. I dvd sono stati spinti dai “pornomani” perché rendevano più comodo trovare in modo rapido momenti specifici del film. E fondamentale è stato questo segmento di pubblico per avviare la tv via cavo, i servizi telefonici a pagamento o la banda larga. Oggi siamo davanti a un passo ulteriore, che non riguarda i singoli prodotti o mezzi di comunicazione. È quella che nel libro citato viene chiamata “pornificazione del mainstream“, una “invasione hardcore della cultura popolare”. La stessa che ha incuriosito scrittori come Martin Amis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk, che le hanno dedicato reportage e libri. Il porno espanso analizza il ruolo dell’ immaginario fetish nella creazione del divismo musicale, da Madonna a Lady GaGa; il porno “emerso” diventa glamour, alludendo fino a un certo punto a un universo osceno. L’ arrivo in Italia dei canali satellitari produce combinazioni di generi, nei quali anche l’ hard ha la sua parte: reality show, pseudo-inchieste, serie (ultima la francese Xanadu, una specie di Dallas sui magnati del porno), o inopinati talkshow (esiste una specie di versione inglese di Forum, con un giudice che dirime questioni sessuali tra partner). Potremmo dire che i due poli ideali dell’ “immaginazione pornografica” attuale sono la declinazione glamour e il suo opposto, la verosimiglianza bruta: il filmato domestico e amatoriale (il cosiddetto gonzo), autentico o più spesso finto, che presuppone, notano gli autori del libro, “una sorta di sovrapposizione semantica che assimila il concetto di reale a quello di privato”. Insomma il massimo del realismo, e la cosa più eccitante, è ciò che viola (o finge di violare) la privacy. Il consumo di pornografia domestico, immediato, prêt-à-voyeur potremmo dire, cambia. Si tratta forse della forma perfetta di consumismo: “Perseguire il piacere è uno dei principali modi di edificare la nostra soggettività in forme autorizzate”, sostiene il teorico inglese Mark Fisher. Il web 2.0 stimola nuove forme di voyeurismo, e anche di esibizionismo, e non solo in quelle forme che sono state definite IPorn (l’ esibizione erotica sul web). Ad esempio, di recente è sembrata rassicurante le notizia che il numero di utenti dei social network abbia superato quello dei consumatori di webpornografia: “Facebook batte il porno”. Ma tra i due consumi, nota uno degli autori di Il porno espanso, c’è una certa congruenza, dovuta alla natura vertiginosamente promiscua di queste piattaforme, che costituiscono “una innovativa forma di autoerotismo del sé”. La pornografia, insomma, non è oggi questione di contenuti: è quasi la logica culturale dei media; è il modo in cui funzionano le immagini, in cui noi spettatori/consumatori guardiamo e ci facciamo guardare.

Osceno e comune senso del pudore: Antropologia della pornografia di D. Stanzani e V. Stendardo su “Diritto”. La società attuale può essere considerata il luogo simbolico in cui avviene la continua esposizione delle merci; l'individuo si presenta ambiguo, ambivalente, contaminato, gioca con se stesso attraverso continue metamorfosi, sospeso tra marginalità e centralità, appartenenza e atomizzazione, produttività e parassitismo, consenso e conflitto, principi inappellabili del mondo tecnologico e labilissime e dolorose contingenze della vita quotidiana. Da qui, da questa identità fragile e polimorfa, le trasgressioni, le insubordinazioni, le perversioni, diventano mine per i codici simbolici esistenti e per la cultura dominante. Un aspetto inquietante di questa dimensione immaginaria dell'individuo che convive con le regole e le norme della società tutta è rappresentato da quanto di più  illusorio e mercificante possa esserci: la pornografia. Tentare di definire la pornografia non è semplice in quanto essa chiama in causa tutta una serie di elementi che sono riconducibili a coordinate psicologiche, sociologiche e culturali. Etimologicamente parlando, il termine deriva dal greco "pornè" (prostituta) e "graphos" (scrittura), starebbe quindi ad indicare tutto ciò che viene scritto intorno all'attività della prostituta. Tuttavia, questa definizione non è esaustiva del fenomeno che riguarda ben più ampi settori che sono andati modificandosi nel tempo, sia per la produzione che per i mezzi di comunicazioni. Secondo il vocabolario della lingua italiana Zingarelli, pornografia starebbe ad indicare la "descrizione e rappresentazione di cose oscene", ed il termine osceno si intende in relazione al concetto del comune senso del pudore. Nell'ambito del diritto, la pornografia è trattata in modi diversi e da diversi punti di vista, quello che noi abbiamo però voluto privilegiare riguarda due articoli del Codice Penale: l'art. 528 che individua chi crea la pornografia in colui che: "fabbrica, introduce sul territorio dello Stato, acquista, detiene, esporta, ovvero mette in circolazione scritti, disegni, immagini od altri oggetti osceni di qualsiasi specie allo scopo di farne commercio o distribuzione ovvero di esporli pubblicamente"; e l'art. 529 in cui si afferma che: "Agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore (c.p. 725, 726). Non si considera oscena l'opera d'arte o l'opera di scienza, salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerto in vendita o comunque procurato a persona minore di anni diciotto'. Dunque osceno e comune senso del pudore sono elementi contrapposti, che esistono proprio in virtù della loro contrapposizione. Il pudore, sentimento di vergogna, di disagio, di repulsione è tipico dell'individuo quando questi, contro la sua volontà, si trovi di fronte a manifestazioni sessuali  di altri o quando sia egli stesso oggetto di sguardi durante gli approcci sessuali. Il pudore diventa senso comune nel momento in cui  la società umana di appartenenza condivide la stessa sensibilità nei confronti della sessualità. L'osceno sarebbe quindi l'offesa al pudore. Ma di osceno si parla già nell'articolo 527 del c.p. allorché si afferma: "Chiunque in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni (c.p. 529) è punito con la reclusione da tre mesi  a tre anni (c.p. 726). Se il fatto avviene per colpa (c.p. 43) la pena è della multa da £ 60.000 a £ 600.000".  La grande difficoltà nel definire il comune senso del pudore risiede nel tracciare un limen tra offesa alla morale pubblica e libertà individuale. Gli articoli 528 e 529 del Codice Penale convivono e confliggono con l'articolo 21 della Costituzione Italiana che afferma: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Questo era già implicito nell'articolo 2 della Costituzione Italiana che sancisce i diritti inalienabili di ogni singolo individuo: "La Repubblica sancisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Ma la difficile gestione giuridica dell'osceno e del comune senso del pudore in realtà è la risultante di una difficile gestione culturale di questi. Inoltre non possiamo non tenere conto dell'ampio capitolo riguardante la prostituzione minorile. E' importante sottolineare come sia il concetto di osceno che quello di comune  senso del pudore non solo si modificano nel corso del tempo all'interno di una data società, ma cambiano anche da società a società. La comprensione di questi concetti rimanda alla considerazione del corpo e della sessualità. "Il corpo è un universo simbolico immediatamente disponibile e sperimentabile da parte dell'individuo. La capacità del corpo di produrre significazione è legata al suo essere centro di ogni produzione immaginifica dell'uomo, centro del desiderio e delle pulsioni, più o meno controllate dall'educazione e dalla cultura" (M.Combi, 1998). Il corpo è quindi segnato, disegnato, gestito e mostrato dalla cultura di appartenenza. In molte società non occidentali il corpo non rappresenta la finitezza anatomica, altra rispetto al mondo contingente, ma "è il centro di quell'irradiazione simbolica per cui il mondo naturale e sociale si modella sulle possibilità del corpo, e il corpo si orienta nel mondo tramite quella rete di simboli con cui distribuisce lo spazio, il tempo e l'ordine del senso. Mai quindi il corpo nella sua isolata singolarità, ma sempre un corpo comunitario per non dire cosmico, dove avviene la circolazione dei simboli e dove ogni singolo corpo trova, non tanto la sua identità, quanto il suo luogo" (U. Galimberti, 1980). Il corpo naturale inserito in un fitto intreccio di simboli diventa corpo culturale, con delle norme di riferimento e le deviazioni da tali norme con le conseguenti  punizioni. La cultura di riferimento gestisce la vita dei corpi ed ogni loro aspetto e funzionalità, anche il discorso strettamente legato alla sessualità. Questa è stata definita da B. Malinowski un bisogno primario (bisogno di base): "Termine che indica il comportamento delle condizioni nell'organismo umano e nel sistema culturale in rapporto all'ambiente, necessarie alla sopravvivenza degli individui e del gruppo sociale" (U. Fabietti, 2001). I bisogni primari vengono soddisfatti attraverso risposte culturali per cui la sessualità è regolamentata, ad esempio, dall'insieme di norme che definiscono i sistemi di parentela e il matrimonio. Chiaramente questi cambiano a seconda delle culture. La sessualità è diversamente interpretata ed utilizzata. Presso i Basuto (popolazione africana che occupa l'area vicino il fiume Zambesi) è usanza che la nuova moglie abbia rapporti sessuali con il fratello più giovane del marito. Se poi il coniuge muore, il fratello del defunto si trasferisce nella capanna della cognata. I Basuto poi praticano l'ospitalità sessuale e permettono l'unione dei loro amici fraterni con la propria moglie. Per i Dagari dell'Alto Volta, invece, le donne sposate possono avere rapporti extraconiugali con molti amanti a patto però che questi si sottopongano ad una specie di lavoro forzato per il marito della donna infedele. Presso gli Agni in Costa d'Avorio durante la festa in onore degli spiriti, le donne dopo essersi purificate nelle acque del fiume si uniscono con gli uomini e dedicando il momento più bello dell'amplesso agli spiriti che proteggono la loro fecondità. Tutto il villaggio partecipa a questo rito in cui l'uomo diventa oggetto passivo, subisce il rapporto voluto in quell'occasione, soltanto dalle donne che lo dedicano appunto agli spiriti. Ancora in alcune culture la sessualità è utilizzata per definire le identità sociali e gli status all'interno della comunità, e per rafforzare legami, definire alleanze e rapporti sociali non è inusuale "prestare" le proprie mogli ad altri. Nella cultura occidentale il corpo e la sessualità sono vissuti in maniera completamente diversa. Il corpo, involucro finito dell'individuo è rappresentazione, specchio simbolico della perfezione divina. Per proteggerlo è necessario un rigido controllo sociale e culturale anche nelle sue funzioni più naturali come la sessualità. Questo perché il corpo materia definita dell'individuo non vada a contrapporsi all'aspetto spirituale di questo. E' necessario convivere e non contrapporsi, perché questo determinerebbe confusione e commistione tra il bene e il male. Le norme che regolamentano la gestione del corpo sono rigide, il corpo occidentale infatti è un corpo chiuso all'esterno, un corpo coperto totalmente, che non può essere mostrato. La nudità è associata al peccato, Adamo si rende conto di essere nudo solo dopo aver peccato e allora si copre. Dalla perfezione, dopo la caduta nel caos, si passa con dolore alla veste. Quindi l'indumento diventa simbolicamente norma culturale che gestisce i rapporti tra il bene e il male, che segna il confine tra natura e cultura. E' chiaro che da una tal rigida considerazione non può non derivare un'idea dell'osceno estremamente ampia. Ovviamente la sessualità ha risentito moltissimo di questa concezione per cui si  è sviluppata nel corso del tempo in special modo in Italia una duplice esperienza sessuale: quella legata alla vita familiare strettamente correlata alla procreazione e la vita nei luoghi di piacere. Il primo concetto rispecchiava la cultura religiosa, per cui il sesso al di fuori del matrimonio era condannato, associato al male e alla caducità dell'anima (è superfluo poi sottolineare come questa cultura condannasse i rapporti sessuali fra individui dello stesso sesso); l'altra esperienza era invece legata alle necessità della vita degli individui.  Se quindi parlare della sessualità è difficile, lo è ancora di più per quanto riguarda la pornografia considerata come l'industria della dominazione sessuale (R. Poulin).  La pornografia è un fenomeno moderno strettamente legato agli sviluppi della tecnologia, nello specifico della fotografia, del cinema e della videoregistrazione ed è solo in tempi recenti che si definisce il confine tra ciò che può essere considerato erotico e ciò che si può considerare pornografico. "L'erotismo, questo sì intrinseco ad ogni fatto amoroso, trova alimento all'interno della fantasia, dell'immaginazione, non è direttamente funzionale al fatto sessuale come tale, ma in qualche modo lo richiama per percorsi metaforici. E i segni dell'erotismo non sono tali perché veicolati da immagini sessuali, ma, anzi, proprio perché in apparenza lontani dal mondo del sesso e ad esso raccordabili solo, appunto, grazie alla fantasia ed all'immaginazione del singolo individuo" (A. Sobrero, 1992). Quindi l'erotismo è un fatto meramente individuale e nel momento in cui diviene collettivo per non tradire la sua nobile origine (infatti il termine erotismo deriva dal greco Eros, amore), deve essere riscattato da una interpretazione non mercificante. E' infatti il divenire merce che fa del sesso o dell'erotico pornografia. Le  pubblicazioni di innumerevoli riviste, le infinite offerte di homevideo, i tantissimi pornoshop, internet come ultima frontiera, per non parlare degli spettacoli itineranti e le fiere,  non hanno nulla a che vedere con la tradizione del romanzo, se vogliamo pornografico, della fine del Settecento o con le pubblicazioni più o meno clandestine del XIX secolo. La pornografia non coglie le sottili e conturbanti sfumature dell'erotismo e quindi per molti aspetti è la negazione di questo: mortifica l'aspetto immaginifico, proibisce il senso della scoperta, esaurisce la passione che c'è nell'unicità di ogni atto sessuale. "L'universo pornografico è utopico, privo di spazialità, di temporalità, di relazioni e di emozioni, pieno però all'infinito di gesti sessuali che non possono cessare perché, altrimenti, ristabilirebbero una scansione temporale. "Non vi è quindi reale azione, ma solo una rappresentazione asimbolica di desideri, di agiti, nei quali, di conseguenza, ogni personaggio resta lo stesso, prima e dopo l'evento , e, naturalmente, con essi, il fruitore cui fanno da specchio illusorio" (R. Dalle Luche). Oggi la pornografia crea sicuramente meno scandalo, i costumi del nostro paese sono cambiati, tanto che ad esempio, in televisione, anche in fasce orarie accessibili anche ai bambini, spesso sono ospiti di talk show, note pornodive. Si parla continuamente di sesso e lo si rappresenta in continuazione, in video le danze sono sempre più conturbanti ed esplicite (ovviamente opportunamente corredate di costumi inesistenti), si fanno programmi ad hoc per soddisfare quel senso di voyeurismo e pruderie propri dell'animo umano, le pubblicità sfruttano o tentano di farlo le nuove tendenze sessuali; note drag queen conducono programmi di costume; si cerca di creare ovunque ambiguità, doppi sensi, per non parlare di internet: ogni portale ha la sua piccola icona sessuale. Quindi a questo punto c'è da domandarsi: dove è l'osceno' E dov'è il comune senso del pudore' La pornografia paradossalmente è un fenomeno di massa (è l'enorme profitto economico lo sta a testimoniare. L'industria pornografica si è adeguata più velocemente al cambiamento di costume (esasperandolo per molti versi) di quanto non abbiamo fatto altre forme di comunicazione, determinato anche da una conquista e una riscoperta della sessualità da parte delle donne, che sono diventate esse stesse fruitrici di materiale pornografico. La pornografia veicola dei messaggi che sono distorti, ma non nel senso che parla (e agisce) di sesso ( e il sesso come tale è associato al peccato, al diabolico), ma per le forme che usa e gli strumenti che utilizza: nello specifico i corpi, corpi umani. Se ci si ferma per un istante ad osservare i corpi pornografici, vediamo che, come afferma R. Poulin : "Questi si trasformano per enfatizzare i propri attributi sessuali, i seni femminili ad esempio diventano enormi e duri, sono riempiti di silicone per occupare lo spazio. I corpi sono modificati al fine di soddisfare un'idea di ciò che i corpi dovrebbero essere, sono corpi definitivamente votati alla sessualità". La sessualità vissuta dalla pornografia è irreale, la sublimazione degli organi genitali, la promiscuità dello sguardo, l'ossessione per il dettaglio fisico vogliono rendere l'idea di una realtà che non esiste. L'immagine infatti non è una rappresentazione della sessualità ma una proiezione della fantasia che paradossalmente però è povera di contenuti. I film pornografici ad esempio hanno sempre la stessa struttura, ovviamente la trama è inesistente perché non serve, non c'è un'azione in crescendo che si sviluppa lungo l'arco di due ore, ma azioni immediate, piatte, meramente meccaniche che si ripetono all'infinito, per soddisfare all'infinito le fantasie (e le voglie) dello spettatore. "La pornografia è un lavoro di rappresentazione genitalizzata della sessualità" (R. Poulin, 1999). Più che un continuum di azioni, si tratta di una serie di scene che si chiudono con la consumazione dell'amplesso. Nei film classici ad esempio, ciò che conta è l'eccitazione e il soddisfacimento del maschio che si realizza, creando l'illusione che questa sia la verità riscontrabile nella vita reale, nella continua offerta consapevole da parte delle donne del loro corpo: un corpo quindi sempre pronto (anche quando è fintamente riluttante), sempre in pose suggestive ed estremamente provocanti. Banale sottolineare come il corpo femminile venga strumentalizzato e mercificato, ma paradossalmente la virilità maschile non può essere esercitata e provata se non attraverso questi corpi. La presunta superiorità maschile passa inevitabilmente per la presunta inferiorità femminile e quindi per la sottomissione della donna. La pornografia è una galassia in continua espansione, soddisfa tutti i generi "tutte le categorie,  come tutte le merci fabbricate per un mercato segmentato" (R. Poulin, 1999), per questo è difficile anche costruire un identikit del pornoconsumatore tipo. Nell'immaginario benpensante collettivo, il pornoconsumatore è un individuo ambiguo, lascivo, che vive ai margini della società e della realtà, un individuo di cui già l'aspetto esteriore tradisce la deviata moralità. Ma non è così. Moltissimi sono i fruitori, di tutte l'età, estrazione sociale, grado di cultura e status, e come abbiamo già sottolineato, molte sono anche le donne. Inoltre grazie al repentino sviluppo delle tecnologie, si sono aperti nuovi canali, il già citato internet, che è un mondo parallelo un cui è possibile eludere le sorveglianze e creare dei contatti con i fruitori della stessa merce. Se fino a qualche anno fa le pellicole hard venivano proiettate nei cinema di paese, progressivamente con l'avvento e la diffusione dei videoregistratori si è passati alla visione casalinga dei film. In molte videoteche erano e sono tuttora presenti spazi, magari un po' nascosti, appunto per non offendere il comune senso del pudore degli avventori, interamente dedicate alla pornografia. In tempi recentissimi abbiamo internet e la possibilità di cliccare e quindi ingrandire quel particolare anatomico che più sollecita. Oltre che la compravendita di qualsiasi tipo di merce. Anche qui la Legge cerca di intervenire, il delitto rientra infatti nell'art. 528 del c.p. e c'è anche la Decisione del Consiglio dell'Unione Europea del 29 maggio 2000, relativa alla lotta contro la pornografia infantile su Internet. A volte in ambienti medici si è anche parlato della possibilità della dipendenza dalla pornografia, ma il DSM IV, Diagnostic and Statical Manual of Mental Disorder, ossia il manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali, più accreditato nel settore psichiatrico, non annovera la pornografia tra le parafilie cioè tra i disturbi dell'eccitazione sessuale, come invece la pedofilia. Ma ben sappiamo quanta pedofilia ci sia nella pornografia. Di pedofilia infatti, si parla già quando in pornografia vengono utilizzate adolescenti o giovani poco più che bambine. In questo caso si ha oltre  lo sfruttamento anche la riduzione in schiavitù, e poi c'è tutta la produzione che riguarda i bambini. In Italia è stata varata la legge n.269 del 3 agosto 1998 che reca Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù. L'articolo n.3 di tale legge, 600 ter, afferma: " Chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è punito con la reclusione dai sei ai dodici anni e con la multa da lire cinquanta milioni a cinquecento milioni". Come possiamo vedere quindi la pornografia è un fenomeno molto complesso e tentacolare. Ogni suo aspetto, anche quello più nascosto è quasi sempre la facciata di una realtà molto dolorosa e spesso crudele. Viaggiando in questa dimensione ci si rende conto come tutto sia un gioco di scatole cinesi, ogni cosa è strettamente correlata alle altre eppure ognuna di esse vive di vita propria. E' come un immenso organismo formato da tante particelle che assume forme sempre diverse e sempre uguali, perché una, fedele a se stessa è la sua natura: la dominazione. La pornografia è la dominazione del corpo sul corpo, dell'individuo sull'individuo, del potente sul debole. Vince la produzione industriale, la mercificazione delle illusioni dei consumatori che trovano piacere nell'osservare corpi smembrati e ricomposti per solleticare e appagare i loro desideri più reconditi, ma che si basano per la maggior parte delle volte sulle vite spezzate di tanti essere umani inermi.

Pornografia online, le censure Paese per Paese. Dalla Cina all'Iran, i blocchi dei governi contro l'hard 2.0. In Islanda è allo studio una nuova legge, scrive di Guido Mariani su “Lettera 43.”La pornografia online è nel mirino del governo islandese. Paese che vai porno che trovi. Il governo dell’Islanda sta lavorando a un disegno di legge che limiti l’accesso alla pornografia su internet. Non si tratta di una vera e propria censura, ma di un sistema, tutto da studiare, in grado di tutelare i minorenni dalla visione di immagini o video hard. L’iniziativa è partita dal ministro dell’interno Ogmundur Jonasson e, secondo le dichiarazioni ufficiali, non vuole essere una crociata anti-sesso, bensì contro la violenza. La legge, se approvata, renderebbe l’Islanda il primo Paese occidentale a varare una legislazione di questo tipo. Mentre in altri Stati come Cina e Corea del Sud, le misure repressive sono all'ordine del giorno. Il governo cinese dà una ricompensa ai cittadini che segnalano siti pornografici. In Cina, per esempio, il governo ha installato un sistema in grado di rilevare tutti i contenuti ritenuti non adeguati. E la pornografia viene trattata alla stregua del dissenso politico. Inoltre Pechino può contare su una serie di ostacoli tecnici che vanno dal blocco degli indirizzi Ip sino ai filtri legati a parole e immagini, che formano quella che è stata definita «la grande muraglia informatica cinese». Periodicamente, poi, le autorità diffondono notizie di arresti di persone che riescono ad aggirare i blocchi e a diffondere materiale proibito o di «cittadini esemplari» che fanno da delatori. Lo scorso marzo, 2 mila internauti hanno ricevuto un premio in denaro per aver segnalato alle autorità attività online legate alla pornografia. La repressione è altrettanto rigida nella democratica Corea del Sud dove, dal 2009, tutti i siti ritenuti osceni vengono bloccati. Nel settembre 2012, in seguito a una serie di reati a sfondo sessuale, è stata varata un’ulteriore stretta. La polizia ha denunciato più di 400 persone per possesso e distribuzione di materiale hard-core. A Seul si sta inoltre valutando l’obbligo di imporre ai gestori di servizi online l’installazione di software anti-porno. In molti però si interrogano sull’efficacia di questi provvedimenti: un’indagine ministeriale ha appurato che il 55% dei maschi che frequentano gli istituti medi e superiori visiona comunque materiale proibito sul computer o sul cellulare, e le percentuali sono in crescita. Sempre in Oriente, i Paesi a maggioranza islamica come Malaysia e Indonesia proibiscono per legge la pornografia, ma nonostante proclami e iniziative mediatiche, la Rete gode di sostanziale libertà. Il ministero della Cultura, dell’informazione e della comunicazione di Kuala Lumpur ha rinunciato nel 2009 a un piano che prevedeva l'inserimento di un filtro ai siti, ribadendo però il divieto alla diffusione di materiale osceno. La situazione è simile in Indonesia, dove la legge mette al bando il porno, e dove nel 2012 è stata istituita dal presidente Susilo Bambang Yudhoyono una task-force contro la pornografia online. Ma dopo una retata che ha portato alla chiusura di decine di siti, l’iniziativa è stata accusata solo di essere solo «fumo negli occhi», visto che non ha, di fatto, ridotto il fenomeno. Molto più seria invece la situazione in Iran dove la censura è onnipresente e la moralità pubblica è vigilata dalle milizie volontarie dei bassidjis, i gendarmi dell’Ayatollah che fungono anche da guardiani del buoncostume. Il principale obiettivo della politica repressiva è il dissenso politico e religioso. Seguono i contenuti web a sfondo sessuale. Si sta valutando di creare una Rete internet halal (lecita) e il ministero dell’Informazione ha predisposto l’installazione di telecamere negli internet cafè. Restrizioni esistono tuttavia anche in Paesi democratici. In India, la patria del Kamasutra, l’Information Technology Act ha dichiarato illegale la pornografia online. Ma il fenomeno nei fatti è raramente represso. Nel 2009 il pubblico indiano ha sperimentato la prima vera infatuazione di massa per una pornodiva. Il suo nome era Savita Bhabhi e il suo sito era diventato un fenomeno, prima di attirare l’attenzione ed essere censurato dal governo. Savita Bhabhi, una sorta di casalinga disperata in salsa hindi, era però solo un fumetto. Un’eroina cartoon che sul web si lanciava in avventure così scabrose da scandalizzare i moralisti, ma in grado di ammaliare un pubblico ormai sempre più permissivo nei confronti delle rappresentazioni esplicite del sesso. Ora è la volta dell'Islanda che potrebbe aprire a un più stretto controllo sul materiale pornografico nel resto d'Europa. Proposte di legge simili, infatti, sono già state valutate in Gran Bretagna. Per gli islandesi si tratta di difendere le fasce più deboli della popolazione. «Dobbiamo avere il coraggio di discutere sulla pornografia più violenta», ha dichiarato il ministro degli interni Jonasson. «Siamo tutti d’accordo che abbia un effetto dannoso sulle persone giovani e può avere un chiaro effetto sull’incidenza dei crimini».

Ultima follia a scuola. Entra nel programma l'ora di autoerotismo. La battaglia di una famiglia per dispensare il figlio. Nei testi elogi alle coppie gay e scherno alle mamme "casa e lavoro", scrive Giovanni Masini, Venerdì 20/03/2015, su "Il Giornale". Non è sempre facile essere genitore, per chi nutre convinzioni in contrasto con lo spirito del tempo. Soprattutto se la scuola pubblica veicola un messaggio incompatibile con le convinzioni etiche personali. È il caso dei genitori di un tredicenne piacentino, che hanno chiesto l'esonero del figlio dal percorso di «educazione alla sessualità e all'affettività» Viva l'amore promosso dalla regione Emilia-Romagna. E si sono visti negare l'esonero dalla scuola. Incontriamo Paolo e Amalia (i nomi sono di fantasia, per tutelare la privacy del ragazzo ancora minorenne) in un bar alla periferia di Piacenza, all'ora dell'uscita dagli uffici. «A ottobre ci è stato presentato un progetto di educazione sessuale - spiegano davanti a un caffè - Con l'esplicita premessa che sarebbe stato facoltativo». Il libretto distribuito alle famiglie contiene istruzioni molto esplicite, con tanto di illustrazioni, sull'uso dei contraccettivi maschili e femminili, sezioni dedicate alla masturbazione e questionari sulle trasformazioni «gradevoli o sgradevoli» della pubertà. E Viva l'amore non si limita a spiegare come evitare malattie veneree o gravidanze indesiderate: affronta anche i temi dell'identità e delle discriminazioni di genere. Ai ragazzi di terza media si chiede senza mezzi termini se condividano o meno il «modello di uomo e di donna» proposto in famiglia. L'obiettivo esplicito è quello di combattere gli «stereotipi di genere». I pensierini proposti ai giovani lettori suonano così: «Pensavo che per crescere bene servissero un padre e una madre. Invece ho amici con genitori separati, single o addirittura omosessuali! Quel che conta è volersi bene…». Oppure: «Mia madre è tutta casa e lavoro, non esce mai con le amiche. Da grande non vorrei essere così!». Amalia e Paolo non ci stanno, chiedono che il figlio sia esentato. Per la preside, però, «l'esonero non è previsto». Citando la Cassazione, scrive che «la scuola può legittimamente impartire un'istruzione non pienamente corrispondente alle convinzioni dei genitori». La famiglia, costretta ad accettare che il ragazzo partecipi, non chiede di cancellare il corso per tutti. Per chi non frequenta l'ora di religione c'è un insegnamento alternativo: perché questa disparità? Lo chiediamo alla preside della media «Italo Calvino». Dopo molte resistenze, ci riceve: il progetto, dice, è stato approvato secondo tutte le regole e si svolge «in un clima di serenità». Aggiunge però che «la scuola non può assecondare tutte le richieste dei genitori»: «Se un padre non crede all'evoluzionismo, non posso cambiare il programma di scienze». Eppure Amalia spiega che l'anno scorso era stata la stessa preside a raccontarle dell'esonero di alcune ragazze dall'ora di musica, incompatibile con la loro etica familiare. Il figlio di una famiglia agnostica può non frequentare il corso di religione, mentre l'esonero dal corso di «educazione alla sessualità» impossibile? Interpellata, la preside abbozza: «La questione è complicata», dice. Poi ammette che «esiste un vuoto» legislativo in merito agli esoneri dalle attività extracurriculari. Alla fine Andrea, con alcuni compagni, viene esentato dal corso: nelle ore dedicate a Viva l'amore si trasferisce in altre classi. Il dirigente scolastico provinciale, Luciano Rondanini, spiega che ci vuole flessibilità, «bisogna tener conto delle contrarietà delle famiglie». Per i genitori non è una vittoria in piena regola, ma è già qualcosa. Quelle lezioni Andrea non le seguirà. Resta però un interrogativo: se l'esonero era possibile, perché tentare di imporre «l'amore» del corso citando addirittura la Cassazione?

"Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)" il libro di Thérèse Hargot. Che ne abbiamo fatto della liberazione sessuale conquistata negli anni Sessanta? È la domanda che si pone Thérèse Hargot, scrittrice e terapeuta, forte di un’esperienza decennale nelle scuole a contatto con gli adolescenti. Invece di renderci più liberi – questa è la sua risposta – tale liberazione ci ha portato da un’obbedienza a un’altra: dal “non bisogna avere relazioni sessuali prima del matrimonio” al “bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile”. I giovani credono di essersi affrancati dai divieti, ma spesso si trovano più imprigionati di prima. Se un tempo l’imperativo di restare vergini fino alle nozze li deprimeva, ora a deprimerli (e confonderli) è l’imperativo opposto, ovvero quello di misurarsi fin da subito con la propria sessualità. Il facile accesso al porno, l’ansia della performance, l’ossessione dell’orientamento sessuale... Che libertà è questa, che impone di scegliere l’identità, gli amori, le pratiche come un mero prodotto di consumo? Grazie a numerose testimonianze, l’autrice – con coraggio, sfidando le polemiche che si sono puntualmente scatenate dopo la pubblicazione del libro in Francia – affronta, in modo rigorosamente laico, i problemi dei ragazzi, invitandoli a ripensare la loro vita affettiva e sessuale, per renderla davvero gioiosa.

Introduzione. «Eh, prof! Bisogna pur provare la merce in vendita!» mi butta là Théo dal fondo della classe. Le ragazze sorridono con un’aria imbarazzata. I ragazzi, da parte loro, ridacchiano occhieggiandosi come per dare riconoscimento alla bravata del compagno. «È vero, però: quando si è giovani bisogna avere delle esperienze sessuali, così il giorno in cui si trova quella buona uno ci sa fare» giustifica il suo vicino. «In fondo, uno ha soprattutto voglia di provare, è normale, no? Arriva per forza un momento in cui uno vuole sapere com’è veramente. Quello che voglio dire... quando guardi certe cose, ti chiedi come dev’essere farle.» Superfluo indagare sui suoi riferimenti cinematografici, sappiamo bene di che tipo di film parla Alexandre: «Ma li guardano tutti!» «E poi ti dici: “E io, sarò capace?”» Ecco la vera domanda. «Capace di che?» gli chiedo. «Capace di provare piacere!» esclama, prima di aggiungere a ruota, come per riprendersi: «E di darne anche, ovviamente.» Sono dei bravi ragazzi, anche gentili, veramente.

Gioventù sessualmente libera (o quasi). Il libro che fa discutere. Arriva nelle librerie "Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)", scrive Affari Italiani Mercoledì 1 febbraio 2017. Arriva in Italia, da giovedì in tutte le librerie, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), un libro coraggioso della sessuologa belga Thérèse Hargot (Sonzogno). Poco più che trentenne Hargot, laureata in filosofia e un master in scienze sociali alla Sorbona, vive a Parigi. Un argomento caldo e controverso, il libro ha suscitato un ampio dibattito in Francia, vendendo 10.000 copie nel primo mese di uscita. Dopo un’esperienza decennale nelle scuole e grazie a numerose testimonianze, l’autrice – sfidando le polemiche che si sono puntualmente scatenate dopo la pubblicazione del libro in Francia – affronta, in modo rigorosamente laico, i problemi dei ragazzi, invitandoli a ripensare la loro vita affettiva e sessuale, per renderla davvero gioiosa. Che ne abbiamo fatto della liberazione sessuale conquistata negli anni Sessanta? È la domanda che si pone Thérèse Hargot, scrittrice e terapeuta, forte di un’esperienza decennale nelle scuole a contatto con gli adolescenti. Invece di renderci più liberi – questa è la sua risposta – tale liberazione ci ha portato da un’obbedienza a un’altra: dal “non bisogna avere relazioni sessuali prima del matrimonio” al “bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile”. I giovani credono di essersi affrancati dai divieti, ma spesso si trovano più imprigionati di prima. Se un tempo l’imperativo di restare vergini fino alle nozze li deprimeva, ora a deprimerli (e confonderli) è l’imperativo opposto, ovvero quello di misurarsi fin da subito con la propria sessualità. Il facile accesso al porno, l’ansia della performance, l’ossessione dell’orientamento sessuale... Che libertà è questa, che impone di scegliere l’identità, gli amori, le pratiche come un mero prodotto di consumo?

Sesso: tutto quello che non sapete su verginità, porno, gay. La studiosa belga Thérèse Hargot affronta i luoghi comuni sulla "liberazione" del corpo, scrive Paolo Bianchi l’8 marzo 2017 su "Libero Quotidiano". Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

Sesso. Tutti ne parlano e qualcuno crede di saperla lunga, ma appena scavi un po’ trovi solo luoghi comuni. La maggior parte dei quali hanno radice nel terreno della cosiddetta Liberazione sessuale, che in realtà di libertà ce ne ha lasciata ben poca. Anzi. Uscito con grande scandalo l’anno scorso in Francia, e appena pubblicato in Italia, un pamphlet della giovane sessuologia belga Thérèse Hargot Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) (Sonzogno, pp. 176, euro 16,50, trad. di Giovanni Marcotullio) ha sollevato dispute anche violente, perché si è permesso di metterli in dubbio, quei luoghi comuni, o di evidenziarne l’intrinseca natura insensata. L’autrice ha trentatrè anni, tre figli, insegna agli adolescenti nelle scuole e fa la psicoterapeuta in proprio anche con pazienti adulti. Le sue riflessioni ruotano molto attorno alle storie che ascolta e alle domande che le vengono poste di continuo.

È tutto un dibattersi in contraddizioni. Esempio, la pubblicità si basa in misura enorme sulla provocazione delle nostre pulsioni sessuali. È un fiorire di donne oggetto (e un po’ anche di uomini oggetto). Ma il femminismo non aveva avuto ragione di questo abominio?

Altro paradosso clamoroso: quella sessuale non può essere una liberazione, se uomini e donne sono schiavi dell’ansia da prestazione e della competitività, e poi degli obblighi feroci imposti dalla pianificazione delle nascite.

La donna: scopre presto il sesso, ma le viene inculcato il terrore di restare incinta, quindi giù con gli anticoncezionali, la pillola, il preservativo, e eventualmente l’aborto. Dopodichè, sottoposta a una pressione sociale per cui deve studiare, realizzarsi nel lavoro, magari fare carriera… arriva a volere un figlio, a tutti i costi, verso i quarant’anni. Prima il terrore della maternità, poi quello della sterilità. Alla faccia degli equilibri ormonali.

L’uomo: fa sesso solo per godere, essendo anche lui dissociato dalla funzione procreativa, e poi resta tutta la vita un adolescente, ben poco propenso a figliare.

Altra incoerenza: la verginità è disprezzata, ma guai se i giovanissimi fanno figli (per quello c’è l’aborto).

Altro controsenso: la pornografia. È venduta come occasione di grande libertà dai tabù. Facilissimamente accessibile via Internet da chiunque, bambini compresi, si vuol far credere che sdrammatizzi la sessualità, la liberi da chissà quale morboso mistero. E invece impone del sesso un ritratto codificato, stereotipato, meccanico; una questione di performance. Il tutto omologato nella finzione e sempre con uno scopo preciso: vendere qualcosa. 

E poi le incoerenze relative all’omosessualità, divenuta da motivo di vergogna a ragione di enorme fierezza, mentre la sua difesa è ormai imposta a tutti, etero compresi ovviamente.

Se la questione principale è la libertà, allora la vera libertà forse sta proprio qui, nell’accettare che le tesi controcorrente della Hargot e di quelli come lei inducano i cervelli a porre qualche domanda scomoda.

Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), scrive Costanza Miriano. Biondissima bellissima occhi celestissimi e fisico mozzafiato, poco più che trentenne, tre figli, Thérèse Hargot sembra fatta apposta per spernacchiare tutti i luoghi comuni sul sesso. Questa giovane belga trapiantata a Parigi ma con lunghi trascorsi newyorkesi, infatti, da sessuologa laureata in filosofia, master alla Sorbona, si interroga sui danni della liberazione sessuale e dell’aborto, sostiene l’intelligenza e la ragionevolezza dei metodi naturali, avversa fieramente la pillola e l’eccessiva libertà sessuale dei ragazzi, e ritiene che parlare loro di sesso a scuola come si fa oggi sia estremamente dannoso. Ma fa tutto questo da super laica, non credente immagino: nel suo libro, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), il tema di Dio non appare neppure vagamente all’orizzonte. Eppure arriva alle stesse conclusioni dei cattolici (ma non diteglielo, credo sia insofferente a riguardo). Se dici “metodi naturali” in Italia, temo che la maggior parte della gente pensi a una tecnica vegana, che so, per produrre lo yogurt in casa coi fermenti. Nei cosiddetti libri di scienze che i nostri figli devono comprare per frequentare le scuole statali (gli stessi che spacciano teorie per scienza, tipo darwinismo e riscaldamento globale, che appunto essendo teorie dovrebbero poter essere abbracciate o meno, non insegnate come verità, ma lasciamo stare ora), in quei libri, dicevamo, nelle copiose pagine dedicate alla contraccezione, i metodi naturali sono poco più che una nota a pie’ di pagina, trattati alla stregua di una curiosità o di una nota di folclore. Qui da noi è solo la Chiesa che li propone, li spiega li insegna e li difende. E una esigua minoranza che li vive, o almeno ci prova. Nell’immaginario collettivo la donna che segue i metodi naturali è una povera sfigata, tendenzialmente racchia e sempre incinta, non una bionda con le physique du role da attrice che parla di sesso tutto il giorno – ai ragazzi nelle scuole, ai grandi nel suo studio privato – e ci autorizza a pensare che abbia una vita sessuale pienamente soddisfacente, e insieme stabile (è sposata con un solo uomo) e feconda (hanno tre bambini). Il suo no alla pillola, dunque, è un preziosissimo alleato del nostro no, intendo di quello di noi cattolici, che diciamo no a tutto quello che impedisce a Dio di prendere l’iniziativa sulla nostra vita. Il no della Hargot è un no che prende le mosse solo dalla ragione, dall’osservazione della realtà – ciò che facciamo anche noi credenti, vedi una per tutte Fides et ratio – senza neppure avere bisogno del passo ulteriore, quello della fede. Perché la pillola è nemica della donna, fa il gioco dell’uomo, rende il corpo femminile perennemente a disposizione dell’uomo senza che rischi di prendersi delle responsabilità. E poiché il desiderio della donna a causa della azione ormonale della pillola viene inchiodato al suo livello più basso – come quando, naturalmente, la donna è infeconda – è lei la prima a trarne svantaggi. Quella della Hargot è dunque una rivendicazione di una sessualità vissuta in pienezza e in modo soddisfacente per entrambi, non solo a favore dell’uomo. Insomma, la questione fa tutto il giro e finisce capovolta: la pillola non è una conquista femminista, ma una fregatura: “eredi di un femminismo che si ritorce oggi contro le donne stesse, perché invece di modificare la società patriarcale le si è totalmente sottomesso, incoraggiando le donne a modificare il proprio corpo al fine di adattarvisi”. Esattamente quello che succede con l’aborto e con l’essere costrette a lavorare come uomini, come se non avessimo tempi ed esigenze diverse (qualche signore ha presente cosa possa significare tornare al lavoro con un bambino di massimo quattro mesi come prevede la legge italiana, allattato esclusivamente al seno come prevede la natura, tirando il latte di giorno per coprire le assenze, alzandosi di notte per poi, la mattina dopo alle otto, fingere di essere sveglie alla scrivania o al bancone o in corsia o dovunque si lavori?). Per non parlare dei casi di morte – una ventina all’anno solo in Francia – o paralisi – riguardano 2500 francesi ogni anno – che fanno passare in secondo piano cancro al seno, tumori al fegato, infezioni vaginali, alterazioni della libido, vomito, acne ed eruzioni cutanee, variazioni di peso, dolori mammari, cefalee, asma, secrezioni dai seni, depressione, emicranie, nausee, perdita dell’udito. Per quale motivo ci condanniamo a tutto questo? E per cosa? Solo per non aprire alla possibilità di un figlio (neanche così minacciosa, io conosco più persone che fanno fatica a concepire che il contrario, purtroppo) rischiamo la pelle, o almeno la salute, e ci neghiamo il piacere di un sesso vissuto in pienezza (il calo della libido nel bugiardino della pillola è elencato come solo uno degli effetti collaterali, come se fosse una bazzecola). Il discorso sui metodi naturali, efficacissimo nella pars destruens di tutti i metodi contraccettivi artificiali, a dire il vero nel libro secondo me manca della pars construens, cioè di tutta la riflessione sulla bellezza di una sessualità consegnata, la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, ma proprio per questo è ancora più efficace, perché parla al mondo con gli argomenti del mondo. Allo stesso modo la critica all’approccio alla questione omosessuale (non esiste l’omosessuale, esiste solo una persona con delle inclinazioni), la critica alla libertà sessuale degli adolescenti e quella alla pornografia – “in sei anni, l’umanità ha guardato l’equivalente di 1,2 milioni di anni in video pornografici e ha visitato 93 miliardi di pagine porno su piattaforme gratuite. Ciò che era sulfureo è diventato all’improvviso banale” – si limita a fotografare in modo scientifico le conseguenze negative che certe condotte hanno sul desiderio, sul godimento sessuale, senza alcun giudizio morale, ciò che rende questo libro praticamente inattaccabile, e sempre sia lodato Giovanni Marcotullio che lo ha scovato e tradotto per l’Italia. Di fronte all’infelicità diffusa nella sessualità – la Hargot ha ascoltato migliaia di storie a riguardo – è ora che il mondo si faccia qualche domanda. Questa presunta liberazione ci ha lasciati senza niente in mano. Bisogna ripartire dalle basi. Prima di reclamare la libertà a fare qualsiasi cosa ci salti in mente, bisogna ricordare che “per stare insieme a qualcuno, bisogna innanzitutto essere qualcuno”. Perché la sessualità non è quella specie di ginnastica a cui l’ha ridotta il mondo oggi, ma ha a che vedere con la sfera più profonda, intima e unitaria dell’individuo, cioè la persona, e può essere molto, molto più bella di quanto ci hanno fatto credere. Fonte: La Verità.

«L’epoca dell’aborto sta passando». Intervista esclusiva di Giovanni Marcotullio con Thérèse Hargot su "La Croce Quotidiano" del 31 gennaio 2017. Mi prende una bizzarra euforia, ora che mancano due giorni all’uscita del libro di Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), che Sonzogno ha avuto il merito di voler pubblicare in italiano. È bizzarra, dico, perché la vita non mi ha negato la gioia e il piacere di veder dare alle stampe un libro mio (è del resto un piacere, questo, che oggigiorno nessuno più si nega); tuttavia non ricordo di aver mai atteso la comparsa di una mia pubblicazione con l’aspettativa di piacere e di bene che vivo negli ultimi giorni. Agli amici più benevoli, i quali mi domandavano se un simile stato d’animo non sia poi simile a quello di una donna che dà alla luce un bambino, ho dovuto rispondere che – non essendo io donna, né ponendo in alcun modo diventarlo – mi mancano le basi per dare risposte sensate. Ai meno benevoli tra i conoscenti, e a tutti gli altri, sento di dover premettere una dichiarazione d’innocenza: lo si sappia o no, i traduttori vengono pagati a cartelle e una tantum, quindi una volta che hanno ceduto a un editore i diritti sul testo tradotto il loro profitto pecuniario resta assolutamente insensibile a qualsivoglia esito del commercio librario. Mi tocca dire una cosa tanto volgare perché chiunque, – vedendomi «che mai per mio veder non arsi / più ch’i’ fo per lo suo» – si sentirà autorizzato a indagare anzitutto quale sia la sorgente della mia eccitazione. I maliziosi correranno al risvolto posteriore di copertina e poi penseranno a me, che senz’altro devo essermi innamorato degli occhioni blu della bionda autrice belga, naturalizzata francese. Sì, non nego che il suo personale abbia del petrarchesco, ma chi mi conosce bene sa che il mio cuore indugia su Petrarca solo nell’istante mediano della corsa altalenante tra Dante e Boccaccio: le bionde non mi fanno impazzire nemmeno in birreria, chiedo venia, sono altri i motivi per cui Thérèse e il suo libro mi hanno rapito. Cominciamo allora col dire che la mia trepidazione è quella del talent scout, e che già questo – intanto – conferisce all’attesa dell’esito una temperatura e un sapore diversi da quelli che si hanno da autore: un allenatore, un insegnante, un maestro, un pastore di anime, questi mi capiranno – quando uno presenta al mondo (e ogni mondo, a suo modo, è il mondo) un talento che ha scoperto, costui è tentato dal più disinteressato dei narcisismi e dal più egoistico dei doni. In aggiunta a ciò, il piacere di aver potuto partecipare alla pubblicazione con una propria traduzione è un coronamento di sensualità spirituale che avvicina il traduttore alla responsabilità morale dell’autore: non ho voluto aggiungere o togliere una parola al testo, ma in questo titanico (e sempre fallimentare) sforzo di fedeltà assoluta mi assumo il peso lieve di ogni pagina, e procedo quindi alle mie doverose dediche.

Dedico anzitutto il libro a tutti i giovani che conosco, e in particolare a quelli che negli anni hanno guardato a me chiedendomi un orientamento, un suggerimento, un’indicazione. Lo dedico specialmente a quelli che a vario titolo ho potuto considerare miei alunni, ossia cuccioli d’uomo affamati di cibo: a loro va, con tutto il cuore, da parte di questo pellegrino che vedevano decorato nella mantella da più toppe, da più macchie, da più strappi.

Lo dedico quindi a tutte le coppie, soprattutto a quelle fidanzate o sposate: ho scelto di trovare un editore per Thérèse Hargot, e di tradurne il libro, perché da nessuno come da lei ho sentito illustrare le ragioni di una vita che comprenda e integri le belle, difficili e talvolta dolorose dimensioni della sessualità. Altri sono forse altrettanto profondi, ma non ugualmente comunicativi.

Lo dedico a tutti i sacerdoti cristiani perché io, che ho dovuto studiare la Humanæ vitæ un paio di volte, prima di innamorarmi per sempre, non ho mai sentito spiegare la dottrina sessuale della Chiesa come da questa figlia di Eva, che neppure si professa credente. E aggiungerò anche che alcune delle sue critiche ai “nostri” approcci pastorali (e parlo dei migliori!) non sono prive di una loro feconda fondatezza.

Lo dedico alla mia famiglia di origine, di cui – come il fiume che verso valle si placa e lascia brillare nella sabbia le pagliuzze d’oro strappate alle rocce montane – ogni giorno riconosco la quotidiana fatica, spesa fedelmente nei decennî scorsi, per collaborare a fare di me l’uomo che sono. Ancora di più lo dedico alla famiglia che ho formato e sempre ri-formo con mia moglie: a lei, che mi accoglie con tutti i miei difetti, e a nostra figlia, che nei prossimi mesi vedrà la luce, affido in queste pagine la testimonianza di un anelito a una vita più bella e più libera.

Solo arrivando alle dediche ho già bruciato una cartella, e non posso dilungarmi ancora molto, prima di lasciarvi alla trascrizione di una conversazione avuta con l’autrice domenica scorsa, nella quale ci siamo soffermati su alcune tematiche che il libro non ha potuto o non ha voluto trattare. Ma prima quali sono quelle che ha voluto trattare? Ecco, vi dico che cosa mi ha innamorato di questo libro di Thérèse Hargot: è un libro che pone domande su una materia nella quale una gilda di ciarlatani si affanna a dare risposte. “Ciò che noi non siamo”, invece, e anche “ciò che non vogliamo”, sì: questo afflato montaliano che in Thérèse (la quale ha tra i suoi limiti il non conoscere Montale e la lingua dei nostri poeti) significa l’esame critico, filosofico, antropologico e clinico dell’eredità del Sessantotto, questo afflato è quello su cui si sbalza il progetto di una riforma sessuale personalista. Non una controrivoluzione, si badi bene, e neanche una controriforma (sono parole che hanno ciascuna un proprio peso e un proprio dazio da pagare): c’è una riforma sessuale che intende respingere con estrema e radicale fermezza le aberrazione della “liberazione sessuale” sessantottina (come il dilagare della pornografia, la rivendicazione scriteriata e ideologica del “diritto all’aborto”, soprattutto la pillola, vero avatar maschilista e fallocratico delle pie intenzioni femministe); e che d’altro canto vuole recuperare l’antico e atavico contatto con il corpo, il proprio e quello altrui, la conoscenza dei ritmi e delle stagioni della vita, dei soli delle età e delle lune dell’amore. Questa riforma intende archiviare i danni del furore sessantottino senza vergognarsi di ringraziare per i suoi lasciti, o anche solo per i suoi richiami: la stessa Chiesa cattolica incorporò nella propria Riforma alcuni spunti della Riforma luterana, e giustamente gli storici insistono col dire che non le si rende la debita giustizia col rancoroso nomignolo di “Controriforma”. Analogamente, i disastri provocati dalle femministe sessantottine – danni enormi che non sappiamo quando finiremo di pagare – non dovrebbero tuttavia farci indulgere in passatismi nostalgici, che sarebbero colpevolmente naïf e ignoranti. A quelle femministe, anzi, andrebbe dedicato e donato questo libro: anche a loro. Sì.

E dunque di cosa parla questo libro, che da come lo descrivo potrà forse sembrare magico? Di cose antiche e cose nuove, direi richiamando alcune umanissime e misteriose parole di Gesù. Parla di umanità e di società, del XX secolo e del XXI ormai avviato; parla di salute e di economia, di medicina e di erotismo; parla di coppia, di figli, del dovere di trasmettere una civiltà e del diritto a ricevere una educazione. Rivendica la libertà dei bambini di crescere senza forzature ideologiche di alcun tipo, specie sul versante dell’affettività e della sessualità, e ribadisce la necessità che gli adulti riscoprano il modo più naturale e sano di vivere la sessualità. Perché con Thérèse anch’io «torno […] al mio primo amore, la filosofia. Nella nostra società ultrasessualizzata, in cui il sesso è utilizzato tanto per far vendere uno yogurt quanto come risposta alle questioni esistenziali, questa è un’eccellente porta d’ingresso per toccare il cuore di ogni persona». Ed ecco a seguire alcuni passaggi della nostra conversazione di domenica pomeriggio.

Allora, Thérèse, ho letto sulla stampa francese che quella di una decina di giorni fa potrebbe essere l’ultima Marcia per la Vita che abbia avuto luogo in Francia. Nel tuo libro hai definito l’aborto “Servizio clienti della contraccezione”. Non pensi che Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) possa presto finire all’Indice?

«No, non ho avuto proteste particolari, per il mio capitolo sull’aborto. I media hanno parlato molto poco di questo capitolo, è passato liscio come l’olio perché non ho mai scritto “sono contro l’aborto”. Ho scelto di non pronunciarmi “pro o contro” perché ho 32 anni e sono nata con il diritto all’aborto. Nessuno mi ha chiesto se sono a favore o contro. D’altro canto bisogna dire che il diritto all’aborto ha avuto ripercussioni sul modo in cui si vede il bambino e sul modo in cui i giovani di oggi percepiscono l’aborto stesso, e per questo lo chiamo “l’assistenza clienti della contraccezione”. Se hai una gravidanza per disattenzioni nell’uso dei mezzi contraccettivi non è un problema, ti dicono: «Puoi sempre abortire». Non si può riflettere sulla questione dell’aborto senza riflettere su quella della contraccezione, vorrei far capire che sono cose intimamente connesse. Ecco perché, penso, almeno fino a questo momento i giovani hanno capito cosa voglio dire: non sono finita all’Indice perché porto molte testimonianze. C’è questo miscuglio di idee e fatti, nel libro, e contro i fatti si può obiettare poca cosa: è per questo che non vengo attaccata e il libro riscuote interesse sia sul piano mediatico sia su quello politico. Quando mi si chiede se sono contro o a favore, da parte mia dico questo: domenica scorsa non ho partecipato alla Marcia per la vita perché il mio fronte di battaglia non è sulla questione della legalizzazione dell’aborto ma si trova piuttosto a monte, dove io mi batto con tutte le mie forze per impedire che si dia la situazione in cui la questione [dell’aborto singolo, ndr] si pone. Poi certo, è anche una questione di strategia, perché il dibattito in Francia – ma penso pure in Italia – è minato, anzi completamente ostracizzato. Io invece voglio – ed è il mio obiettivo nel libro – uscire da questa impasse e prendere un altro punto di vista per nutrire la riflessione e permetterla. E lo stratagemma funziona».

Scusami, Thérèse, ma nessuno ti ha obiettato che questo sembra più che altro un modo furbo per sottrarsi alla domanda?

«Sì, mi rendo conto che possa sembrare così. Allora provo a essere più esplicita: non voglio rispondere a questa domanda. Trovo che per me, come donna (e ho tre bambini), sia molto difficile dire “sono contro l’aborto”. Nel mio essere donna ho spesso un sentimento ambivalente, riguardo alla maternità: ci sono emozioni e desiderî contraddittorî, e quest’ambivalenza è importante e credo abbia diritto di cittadinanza. Quello che, come donna, mi pare importante è l’avere un uomo, il quale non ha ambivalenza in questo desiderio, o non ce l’ha allo stesso modo della donna. Quello che voglio dire è molto tradizionale, ma io credo che l’uomo sia “il garante della legge”. Mi piace poter dire a mio marito: «Forse non la voglio, questa gravidanza», «Magari porrò fine a questa situazione»; e lui che mi dice “ti ascolto”, e poi conclude: «Però no, non si abortisce». Vedi, io voglio poter dire tutto quello che abita il mio cuore e poterlo sottomettere a mio marito, o all’uomo che condivide la mia vita, e lui – non io – è il garante della legge. Quando vado in giro per conferenze io voglio poter dire tutto quello che c’è nel cuore delle donne, voglio parlare dell’ambivalenza, la legge è affare da uomini. In fondo penso che tutto ciò sia molto tradizionale».

Ma quale legge? Quella scritta di Creonte o quella non scritta di Antigone?

«Vorrei rispondere: «Entrambe», ma penso che la legge sia di non abortire, non si può interrompere un processo vitale, in tal senso mi riferisco più precisamente alla legge morale. Oggi il problema è che la legge giuridica non è sempre morale, come poi è sempre stato nella storia, almeno in parte. Ma per me il grande problema è che oggi si è tolta voce all’ambivalenza del desiderio materno, perché appena una donna dice “non voglio questo bambino”, le rispondono: «Ok, ti portiamo ad abortire». Ma io – direbbe quella donna – non ti ho detto che voglio abortire, bensì che per me è difficile. Dico a livello emozionale, non sul piano normativo, e questa duplicità semantica fa parte dello spirito femminile».

Ma visto che in Francia è in discussione il “délit d’entrave à l’IGV” [il crimine di porre ostacoli alla decisione di abortire, ndr], il tuo libro non potrebbe comunque ricadere sotto questa mannaia?

«Ah, questo è interessantissimo, sei la prima persona che mi pone questa domanda – anche perché la legge è tuttora in discussione. Io penso che il mio libro non dovrebbe rischiare di essere proibito perché propongo una riflessione e non influenzo le donne dicendo “non fatelo”: parlo di società, di come stanno le persone. Ma tu hai ragione e può darsi che io mi sbagli: chi potrà decidere se il mio libro sarà passibile di condanna? Qualcuno potrebbe osservare che “il lavoro della Hargot va contro l’aborto”, e allora certo, con una simile legge, la questione sarebbe in mano ai giudici. E tutto sommato non mi dispiacerebbe che qualcuno si spingesse a tanto: sarebbe appassionante! Magari! Vedi, per esempio, qualche giorno fa “Alliance Vita”, che in Francia si occupa molto di questioni prolife, ha diffuso un video del ministro che ha proposto la legge, video che ho pure condiviso su Facebook e su Twitter, in cui si dice che «non si interrompe una vita quando si abortisce». Ebbene, ho condiviso quel link (che ovviamente era molto critico) e nessuno mi ha contestato, e sì che ne ho di femministe tra i follower e i contatti».

Capisco. Ascolta: senza entrare in considerazione squisitamente politiche, qual è il tuo giudizio filosofico riguardo a una certa tendenza liberticida in voga oggi nei governi? E nel caso particolare, quali possono essere secondo te le conseguenze – nel corto e nel lungo periodo – di una così violenta repressione del dibattito su aborto e contraccezione?

«Allora, tu dici che i governi e le legislazioni si irrigidiscono, e quello che vorrei anzitutto sottolineare è questo: l’irrigidimento si deve a una crescente opposizione delle nuove generazioni. Esiste un sentire diffuso, e questo sentire è per me un buon segno: pensieri contrarî alladoxa, all’opinione dominante, hanno diritto di cittadinanza, possono circolare e si diffondono, hanno l’attenzione dei media e questo li manda nel panico [i gestori della doxa, ndr]. Da un lato. Dall’altro osserviamo quello che mi pare l’ultimo colpo di coda di una generazione che ha difeso una certa ideologia e che ne vede il crollo, che assiste alla fine della propria epoca. Ci sono tutti i segni della fine di questo periodo: il “délit d’entrave” è fantastico perché mostra fino a che punto possono arrivare i sostenitori dell’aborto come “diritto umano”, dal momento che non esistono argomenti a sostegno di una simile posizione. Se credessero veramente in ciò che dicono, se si fidassero della forza dei loro sofismi (che non sono argomenti), non avrebbero bisogno di inventare certe leggi, di mettere a tacere gli altri».

Quindi pensi che l’epoca dell’aborto stia passando?

«L’epoca dell’aborto sta passando, sì, almeno per come è stato vissuto fino a questo momento: ne vediamo tutti i segni. Purtroppo l’aborto è anche il sintomo di tanti comportamenti, e per questo non si può proporre di impedire sic et simpliciter l’accesso all’aborto, oggi, perché bisognerebbe offrire in cambio altri metodi di regolazione della fertilità, alternativi a pillole e preservativi. Bisogna quindi che avvengano questi cambiamenti. Però di certo le cose stanno cambiando: lo vediamo negli Stati Uniti, ma pure nella stessa Francia».

Visto che stiamo parlando di cose proibite, perché non mi dici qualcosa sull’utero in affitto? C’è una ragione particolare per cui non ne tratti nel libro? Da una parte abbiamo molte sentenze nazionali e internazionali – l’ultima a Strasbourg la settimana scorsa –, e dall’altra un fiorente business planetario. Che pensi a riguardo?

«Sì, la prima ragione è che ho fatto una cernita tra gli argomenti che riguardano più da vicino i giovani, anche se in effetti l’argomento lo sfioro, un istante, sul finale del capitolo sull’aborto: termino quel capitolo spiegando che la questione della GPA è semplicemente una conseguenza della connessione tra il diritto all’aborto e quello alla contraccezione (e di nuovo vediamo questo legame). Niente di nuovo: questo femminismo ha dato le proprie armi, ha procurato i proprî strumenti ideologici, per rendere possibile la GPA. Per esempio, il classico slogan “Un bambino, se voglio, quando voglio”, veniva usato nel contesto delle manifestazioni per l’aborto e per la contraccezione, ma l’aborto e la contraccezione non riescono a produrre “un bambino se voglio e quando voglio”, riescono al limite a permettere di non averlo, il bambino, se non si vuole averlo: è la GPA che permette di realizzare questo slogan per la contraccezione e l’aborto. Ecco perché diverse femministe francesi sono contrarie alla GPA, almeno in Francia: pensa, che so, a Sylviane Agacinski. Quello che mi manda in bestia è che questi sono dei femminismi incoerenti, perché secondo me non si può essere coerentemente contro la GPA e a favore della contraccezione e dell’aborto. Perché? Perché il retropensiero è lo stesso: sul corpo e sul bambino. Dunque c’è una profonda incoerenza e, per tornare alla domanda, non ne ho parlato specificamente perché secondo me si tratta quasi di un non-argomento, in sé: l’argomento in sé è la contraccezione. Per me è l’origine dell’intero sistema ideologico».

Capisco cosa dici. E a proposito di sistemi e di ideologia, volevo fare una domanda alla filosofa che c’è in te: diversi anni fa scrivevi sul tuo blog che «la teologia del corpo provoca gli stessi effetti della pornografia, sulla sessualità». Che volevi dire?

«Era una provocazione, naturalmente. In realtà non è certo la Teologia del corpo ad essere problematica: è l’insegnamento della Teologia del corpo, semmai, ed è tale perché per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…»

Penso ci sia del vero in ciò che dici, ma Giovanni Paolo II non poteva avere esperienza di tutte le dimensioni della vita sessuale che tu enumeri. Che cosa manca, secondo te, alla Teologia del corpo? E a chi toccherebbe il compito di integrare quella visione sublime con ciò che ancora non ha?

«Ecco, quello di cui c’è bisogno è di avere dei bravi sessuologi in Vaticano [ride]. Lo dicevo a un incontro con dei preti, anzi due anni fa ho avuto modo di incontrare tutti i Vescovi di Francia e anche a loro ho detto: «Non cambiate il vostro insegnamento; però accompagnatevi a uomini e donne, laici, che si accompagnino a voi e che facciano dell’educazione. Di questo ha bisogno la nuova generazione». Devo dire che in Francia la Chiesa cattolica è stata molto recettiva al mio messaggio e in generale sono stata accolta benissimo: una donna giovane, che parla di sessualità senza complessi… io sono sbalordita a vedere che questa cosa è considerata straordinaria ma prendo atto della cosa. Mi dicono che questa cosa mancava e che ce n’era bisogno perché quel messaggio venga integrato. E ce n’è bisogno davvero, penso, perché davvero constato che gli esiti di certa non-educazione sono simili a quelli della pornografia: intendo disfunzioni sessuali, come problemi di erezione, difficoltà con l’orgasmo, calo del desiderio, vaginismo… sono effetti di un insegnamento teorico che non viene incarnato. E tocca ai laici completare questo passaggio: è compito loro».

I MORALISTI DEL TANGA. IL TANGA DEL POLVERONE E DELLA DISCORDIA.

«Avreste dovuto vedere com’era vestita», scrive Silvia Scalisi il 19 novembre 2018 su Eco internazionale. Di – I cieli novembrini d’Irlanda sono stati scossi in questi giorni da una pioggia di proteste. Una pioggia che ha i colori del blu, del rosso, del giallo, del rosa, colori fatti di cotone, di pizzi e di merletti. Sono i colori della lingerie (sì, esatto, avete letto bene), della biancheria intima, più nello specifico proprio delle mutandine, di ogni forma e colore, che centinaia di donne hanno mostrato in segno di protesta. Ma protesta per cosa? Facciamo un passo indietro. È di qualche settimana fa la notizia dell’assoluzione di un 27enne accusato di aver violentato una ragazzina di 17 anni in un vicolo della cittadina di Cork, affermando che il rapporto fosse stato consenziente. Fin qui, nulla di strano: sono centinaia i casi di violenze che vengono giudicati quotidianamente dai tribunali di tutto il mondo; casi molto delicati, dove il confine tra verità e menzogna a volte può apparire incerto e fumoso; casi che necessitano un’attenzione particolare e scrupolosa. Cos’è che ha scatenato, quindi, l’ondata di proteste e indignazione che dall’Irlanda sta attraversando tutta l’Europa, con la complicità dei social network che l’hanno resa virale? Cosa ha spinto le donne a sfilare in corteo verso il tribunale di Cork (ma anche a Dublino, Limerick, Waterford), brandendo la propria biancheria su cartelloni con la scritta “Questo non è un consenso”? Il nodo della questione è semplice: Elizabeth O’Connell, avvocato dell’imputato, ha utilizzato nella propria arringa difensiva un riferimento all’abbigliamento intimo della vittima (un tanga nero di pizzo), alludendo (in maniera ben poco velata) al fatto che indossare un capo intimo del genere sarebbe un chiaro messaggio di volontà di avere un rapporto, o quantomeno lascerebbe intuire l’intenzione della vittima di avere un incontro con un uomo. «Dovete guardare come era vestita: indossava un perizoma di pizzo nero. Questo non indica forse che la ragazza era attratta dall’uomo o che si aspettava di avere un incontro?», queste alcune frasi pronunciate dalla O’Connell. A quanto pare, tanto è bastato per insinuare tra i membri della giuria (formata da 8 uomini e 4 donne) il germe del dubbio che li ha spinti a optare per l’assoluzione. La questione è balzata subito all’attenzione mediatica. Il gruppo Facebook Women of Irelande l’account Twitter I believe her – Ireland hanno alimentato la protesta con l’hashtag #ThisIsNotConsent, che è arrivata alle aule del Parlamento irlandese. Infatti, qualche giorno dopo la sentenza, la deputata Ruth Coppinger durante una seduta ha tirato fuori dalla manica della giacca un tanga di pizzo blu mostrandolo a tutta l’aula: «Potrebbe sembrare imbarazzante mostrare un tanga qui; come pensate che si senta una vittima di stupro, quando in modo inappropriato viene mostrata la sua biancheria intima in tribunale?» Ecco, inappropriato è proprio l’aggettivo giusto. Sebbene la protesta abbia avuto un’eco non indifferente, Noeline Blackwell, avvocato specializzato in diritti umani e capo esecutivo del Centro di Dublino contro la violenza sulle donne, fa notare come l’utilizzo di allusioni e stereotipi in tali casi sia all’ordine del giorno. «Questi argomenti possono insinuare il dubbio nella mente di una giuria, e se si insinua un dubbio nella mente di una giuria, l’imputato verrà assolto […] Io non sto dicendo che l’assoluzione non sia stata perfettamente consona, ma che il fatto che queste storie siano introdotte nelle corti non è per nulla una sorpresa», ha dichiarato la Blackwell, auspicando una riforma del sistema giuridico sulla materia in questione. Non un caso isolato, dunque, non uno scandalo, bensì una pratica ben conosciuta, perché utilizzata troppo spesso nei tribunali. È sconcertante vedere come ancora oggi non si riesca ad abbandonare lo stereotipo, il pregiudizio, che troppe volte sposta l’attenzione sulla vittima della violenza, colpevolizzandola: per gli atteggiamenti, il modo di vestire, il modo di parlare, finanche per quello che ha bevuto. Ancora oggi c’è quella vocina che risuona nella mente, costante e insistente: “se l’è cercata”. È squallido che sia necessario utilizzare come strategia difensiva l’abbigliamento di una donna per giustificare uno stupro: davvero non ci sono altri argomenti, più consoni e validi, su cui costruire una difesa in modo meno superficiale, piuttosto che sottolineare un aspetto che dovrebbe essere assolutamente irrilevante, cioè gli indumenti della vittima? Se è vero che in certe situazioni il corpo può lanciare messaggi non verbali spesso anche espliciti – e questo vale sia per gli uomini, che per le donne, beninteso –, è innegabile che non si può strumentalizzare un capo di abbigliamento, definirlo troppo sexy, e utilizzarlo come un lasciapassare per un consenso che non c’è. Vogliamo sperare che siano stati anche altri gli elementi che hanno indotto la giuria ad assolvere l’imputato, sebbene la speranza più grande resti quella di spegnere, una volta per tutte, quell’assordante e scomodo “se l’è cercata”. Ma per questo la strada è, probabilmente, ancora lunga.

Se indossi il tanga non è stupro? La vera storia di #thisisnotconsent, scrive Giovanni Drogo il 15 novembre 2018 su nextquotidiano.it. #ThisIsNotConsent è l’hashtag con cui le donne e le femministe irlandesi stanno protestando non contro l’assoluzione di un uomo, un ventisettenne di Cork, accusato di stupro nei confronti di una ragazza di 17 anni ma contro la decisione dell’avvocato dell’imputato – Elizabeth O’Connell – che utilizzato come prova a discarico del suo cliente il fatto che la vittima quella sera indossasse un tanga.

Cosa è successo a Cork e perché ora parlano tutti di tanga. La vicenda è stata riferita dall’Irish Examiner in un articolo del sei novembre scorso dove vengono riferite le esatte parole pronunciate dalla difesa che, per mettere in dubbio la testimonianza della vittima che sosteneva di non aver mai dato il consenso al rapporto sessuale, ha fatto notare non era possibile escludere del tutto la possibilità che la querelante fosse attratta dall’imputato e che quella sera fosse «aperta alla possibilità di incontrare qualcuno» perché «indossava un tanga con un fiocchetto sul davanti». Insomma la ragazzina non se solo se la sarebbe cercata ma anzi sarebbe andata più o meno “attivamente” in cerca di qualcuno quella sera. Non solo: l’avvocato ha stabilito un’equivalenza tra una semplice (e presunta) attrazione e il consenso ad un rapporto. Le due cose però sono ben distinte. Una persona può essere attratta da un’altra ma non significa che in quel luogo e in quel momento voglia andarci a letto, e non giustifica il fatto che la controparte si senta autorizzata a fare qualsiasi cosa in virtù di questa attrazione. Non c’è però alcun indizio che la giuria (8 uomini e 4 donne) che ha stabilito all’unanimità l’innocenza dell’imputato lo abbia fatto in base a quell’unica argomentazione pronunciata durante l’arringa conclusiva. L’interno processo – come spesso accade nei casi di stupro – verteva sul fatto o meno che il rapporto fosse stato consensuale. L’imputato sosteneva di sì, l’accusa invece ha fatto notare alcuni particolari – ad esempio il fatto che ad un certo punto le abbia messo le mani alla gola – che potrebbero far pensare di no come del resto sostiene la vittima. La giuria, che ha seguito il processo per intero, ha ritenuto non ci fossero sufficienti elementi per pronunciare una sentenza di colpevolezza. Allo stesso tempo nessuno cita la sentenza e quindi è scorretto dire che l’imputato è stato assolto perché la vittima indossava un tanga come fanno invece certi titoli di giornale che – in Italia – hanno presentato la manifestazione parlando di “sentenza shock” o di assoluzione grazie al tanga.

Contro cosa stanno protestando le donne irlandesi. La protesta è stata sicuramente scatenata dall’assoluzione ma il problema è lo slut shaming e il victim blaming messo in atto dalla difesa. Come sottolinea un editoriale dell’Irish Examiner è l’avvocato difensore non è un’esperta in materia di violenza sessuale ma semplicemente assurdo che in un’aula di giustizia si sia deciso di ricorrere ad uno dei più deteriori falsi miti sugli stupri: quello dell’abbigliamento che non solo segnalerebbe una presunta “disposizione” al rapporto sessuale ma che addirittura si sostituirebbe al consenso. D’altra parte non ci si può nascondere il fatto che in un processo la difesa debba tentare di far scagionare l’imputato. Certo: è incredibile che ad usare un’argomentazione del genere sia stata una donna, ma è ancora più incredibile che qualcuno creda ancora a queste storie. Ma allora perché centinaia di persone sono scese in piazza e addirittura il caso è stato portato all’attenzione del Parlamento dalla deputata Ruth Coppinger che ha sventolato un tanga durante una della Dáil, la camera bassa del Parlamento irlandese? Un motivo è che in Irlanda è chi sporge denuncia a dover dimostrare di non aver dato il consenso, in altri paesi invece è l’imputato a dover dimostrare di averlo ottenuto. In questo modo però gli avvocati hanno buon gioco a utilizzare tutti i rape myths le balle sugli stupri come quella dell’atteggiamento provocatorio, dell’abbigliamento e del fatto che la ragazza se l’è cercata. Ma sono miti appunto, non prove tangibili.

Un titolo di giornale che descrive la realtà dei fatti. Se queste prove (non sappiamo però quali altre ne siano emerse durante il processo) sono state ritenute accettabili dalla Corte e dalla giuria allora il problema è che questi miti sono così radicati nella cultura e nel pensiero comune che vengono ritenuti ipso facto veri. A prescindere dal fatto che i giurati abbiano creduto o meno alla storiella del tanga il problema che le manifestanti vogliono portare alla luce è che l’Irlanda inoltre non ha alcuna legislazione in merito al fatto che questo genere di prove possa essere utilizzato durante un processo. In un tweet di ieri il National Women Council irlandese annunciava le proteste non contro la sentenza ma contro il linguaggio usato nelle aule di giustizia durante i dibattimenti su stupri e casi di violenza sessuale. Un linguaggio permeato appunto da stereotipi di genere, gli stessi ben documentati in Italia nel 1979 dal famoso documentario Un processo per stupro dove gli avvocati della difesa si dilettarono nello screditare la credibilità della vittima nei modi più bizzarri. Anche un altro tweet, datato 10 novembre e pubblicato dal gruppo di supporto per le vittime di violenza sessuale I Believe Her (Io le credo), invitava a manifestare contro il “wholly unacceptable comment” il commento assolutamente inaccettabile fatto da parte del difensore del presunto stupratore. Chi protesta in Irlanda ha ben chiaro il motivo per cui sta scendendo in piazza. In Italia a volte i titoli di giornale distorcono la realtà dei fatti.

Il tanga di pizzo e lo Stato di Diritto, scrive il 17 novembre 2018 stalkersaraitu.com. Quello che sta accadendo in Irlanda è davvero paradigmatico. Tutto parte da un’accusa di stupro mossa da una diciassettenne di Cork contro un uomo di ventisette anni. Questi dichiara che il rapporto era consenziente e il suo avvocato (donna) fa notare in dibattimento che la ragazzina, la sera della presunta violenza, indossava un look particolarmente seducente, incluso un tanga di pizzo. La corte, formata da otto uomini e quattro donne, manda assolto il ragazzo all’unanimità, ancora non è chiaro se per il tanga di pizzo o se per altri motivi. Non si sa di preciso perché i giornali irlandesi parlano d’altro, evitando di dare dettagli sul dibattimento e sulle prove portate dalla ragazza. La loro attenzione è sulla citazione del tanga in dibattimento, poi sventolato per protesta in Parlamento da una deputata femminista. E non solo da lei: i movimenti in difesa delle donne hanno inscenato una protesta molto ampia, buttando i loro tanga sulle scale del tribunale e diffondendo un nuovo hashtag sui social: #ThisIsNotConsent (questo non è consenso). Va detto che, come sempre, sul piano comunicativo sono audaci, geniali ed efficaci. Riescono con queste carnevalate e con gli hashtag a tirarsi dietro un esercito di media compiacenti e a influenzare l’opinione pubblica. Il tutto spesso al di là del buon senso e dei principi dello Stato di Diritto. Pare evidente infatti che il Tribunale irlandese, se ha deciso di assolvere l’uomo, è stato perché le prove portate a suo carico non erano sufficienti. Difficilmente si è basata su un tanga, seppure quello possa aver legittimamente avuto il suo peso. Vero è che c’è chi indossa roba del genere anche per fare le pulizie di casa, ma in un incontro a due un indumento del genere può avere anche chiare finalità seduttive che in qualche modo preludano al consenso. Non bastano da sole a certificare l’innocenza dell’uomo, questo è certo, così come giustamente non basta la parola dell’accusatrice per mandare in carcere qualcuno. La legge è legge e ha i suoi principi per essere applicata. Se poi i giudici sono particolarmente prudenti non credo sia colpa loro o di una mentalità maschilista. In Irlanda come nel resto del mondo credo abbiano ben presente la diffusione del fenomeno delle accuse false o inventate, spesso legate a ripensamenti post-coito inizialmente consentito. Essendo il dubbio uno strumento logico di base per chi giudica, l’abuso eccessivo della furbizia mette in difficoltà le vere vittime. Dunque, nel dubbio, i giudici assolvono. Invece che spargere mutande in giro e diffondere hashtag le femministe farebbero bene a mobilitarsi affinché le loro seguaci smettano di fare la finta e inventarsi accuse strumentali. Solo così possono tutelare le vittime di violenza e anche degli stereotipi. Ed è per questo che non lo faranno mai: senza materia di cui lamentarsi e per cui protestare, come potrebbero mai continuare ad esistere?

Lo scandalo, la punizione e l’ipocrisia, scrive Il Corriere del Veneto il 5 giugno 2010 (modifica il 11 febbraio 2015). Dal Vangelo secondo Marco: «Guai a chi dà scandalo ai bambini perché è meglio per lui che si metta una pietra al collo e si getti nel mare». E’ uno dei tanti insegnamenti attribuiti a Gesù di Nazareth. Dunque, tecnicamente, la procura di Perugia ha agito con correttezza ordinando l’arresto della «lap danceuse» Brigitta Kocsis finita in manette a Montebelluna per il reato di corruzione di minori commesso due mesi prima in una discoteca dell’Umbria. Una risoluzione ineccepibile sotto il profilo del codice penale che, però, lascia spazio a qualche ragionevole dubbio dal punto di vista del buon senso. Le notti sono piene di disinvolte artiste dell’hard le quali hanno deciso di campare spogliandosi in pubblico di fronte a maschi (ma non solo) arrapati. De gustibus disputandum non est. C’è chi si diverte a guardare, ma di questo non ha colpa la bionda soubrette di Gianni Schicchi che, in virtù di un’arte antica come il mondo, può addirittura permettersi di viaggiare in Lamborghini. Quando, però, allo spettacolo assistono e addirittura partecipano ragazzi da quattordici ai sedici anni l’evento assume connotazioni morali ben differenti anche in una società come la nostra dove il concetto di etica si è fatto sempre più flessibile. Va da sé che Brigitta meritasse una punizione, magari soltanto per eccessiva superficialità mostrata in quel suo non preoccuparsi di capire chi fosse il pubblico in sala. L’ha avuta e recepita al punto da dichiararsi traumatizzata e disponibile ad appendere il tanga al chiodo, sulla falsariga di Claudia Koll diventata suora laica dopo le esperienze cinematografiche con Tinto Brass. Piccoli miracoli laici. Sarebbe comunque auspicabile attendersi identica attenzione da parte degli investigatori su casi meno «colorati» ma ben più scandalosi. Quello della madre di due figli, napoletana e senza lavoro, che si lascia morire in ospedale dopo aver offerto anche l’ultima goccia del suo sangue in cambio di una manciata di euro con i quali poter dare da mangiare ai suoi bambini. Dietro la bara, al suo funerale, tanta gente disperata e incazzata, ma nessuna autorità o un solo magistrato dubbioso. Ancora. Nelle discoteche italiane diminuisce il consumo delle pasticche da sballo e cresce in maniera esponenziale quello delle compresse di Viagra. Lo rivela il rapporto di una società impegnata ad indagare sul sociale e in quelle pagine si sottolinea che gli utenti più assidui del farmaco «celodurista» sono minorenni. Un fenomeno che dovrebbe preoccupare le procure almeno quanto quello delle nuove Ciccioline del Terzo Millennio. Anche perché leggendo di Brigitte e delle sue performance è impossibile non tornare indietro con la memoria. Per esempio, alle superbe scene felliniane nelle quali il ragazzino Titta di Amarcod sognava di potersi perdere tra i seni dirompenti della Tabaccaia o tra le cosce della Volpina. Oppure, oltre la finzione cinematografica, ripassare i racconti dei nostri padri i quali confessavano di aver puntualmente «esordito» nei casini accompagnati dal babbo, senza che mamma ne sapesse nulla. Eppoi, deve pur esserci un motivo se a furor di popolo e di autorità locali (calviniste, parbleu!) madame Griselidis Real meglio nota come la più famosa prostituta del mondo, ha trovato sepoltura, a Ginevra, nel Cimitero del Re tra la tomba dello scrittore Borges e quella del pedagogo Piaget. Fabrizio De Andrè e la sua «bocca di rosa» insegnano che di Brigitta è pieno il nostro mondo dove, però, resistono impunite nefandezze ben peggiori.

Belen Rodriguez, il perizoma e il suocero: lo scandalo che non c’è, scrive Velvetgossip l'1 luglio 2017. Popolo bizzarro, quello italiano. Che continua a votare politici con le più svariate condanne sul groppone, che alimenta i social network a colpi di selfie sempre più hot, che accoglie con battute ironiche certe questioni che di divertente non hanno un bel niente, che assolve e idealizza personaggi appartenenti alla malavita e poi… E poi crocifigge Belen Rodriguez per un perizoma. Eh già. In vacanza a Positano con Stefano De Martino, il loro piccolo Santiago e la famiglia del giovane marito, in occasione di una gita in barca Belen ha fatto ciò che fa sempre: s’è messa un bikini ridotto ai minimi termini. Con perizoma. E s’è lasciata immortalare di spalle per poi pubblicare lo scatto su Facebook. Apriti cielo. Improvvisamente, l’opinione pubblica tricolore s’è riscoperta pudica, moralista e benpensante. Eh già, perché ha osato fare una cosa simile davanti al suocero… Come si è permessa? “Hai fatto bene a fare tutte le cose che hai fatto ma io avrei evitato, sapendo che sarebbe venuto anche mio suocero, a mettermi in perizoma. Anche per non farlo sentire in imbarazzo. Un conto è vederti sul giornale e un altro è vederti sculettare tutta la giornata”, “Ma con il sedere di fuori davanti al suocero? Che tipo”, “Stavolta ha davvero esagerato!”: i commenti di condanna si sprecano. Alimentano uno scandalo… Che non c’è. Eddai, su. Belen ha costruito il proprio successo sul proprio corpo, sulle provocazioni, sulle tempeste ormonali. Nel Bel Paese è diventata ricca e famosa per questo. Lei, dunque, è stata coerente. E scusate, ma davvero non crediamo che il suocero sia stato vittima dell’imbarazzo dinanzi a una simile scenetta. O forse si aspettava di vedere la caliente argentina con un castigato costume intero, con un pareo ben stretto in vita, con un caftano e la paglietta in testa?

Belen è Belen, nel bene e nel male. E tutto questo polverone alzato nelle ultime ore ci sembra decisamente ridicolo, scusate eh. Ma forse è vero che la reazione di certe persone deriva soltanto dall’invidia. Perché ‘sta donna è bella. Troppo bella. Talmente bella da sembrare poco umana, e non conta a questo punto quanto merito vada al chirurgo plastico e quanto a Madre Natura. Troppa bellezza dà così tanto fastidio?

Il perizoma fake di Maria Elena Boschi diventa un caso politico, scrive Alberto Sofia il 28/03/2014 su Giornalettismo. Ha fatto discutere più dell’approvazione al Senato della “sua” riforma delle province, tra polemiche incrociate e accuse di sessismo. Il fotomontaggio della ministra Maria Elena Boschi in perizoma, pubblicato da diversi quotidiani all’estero e diventato virale in rete nonostante fosse una bufala, ha scatenato la replica di dodici parlamentari democratiche: «Chi pensasse di indebolire Boschi e ciascuna di noi, impegnate a contribuire alla stagione di cambiamento avviata dal governo di Matteo Renzi con foto taroccate circolate sul web e finite persino sul quotidiano tedesco Bild, ha già perso la partita. L’ha già persa, perché lungi dall’indignarci, preferiamo farci una bella risata». Una reazione bacchettata dal Giornale, che ha definito le parlamentari dem come «finte moraliste», accusandole di essere «ossessionate dal sessismo»: «È sempre in agguato, ma non si batte con le prediche», ha replicato il Giornale, con un articolo firmato da Melissa P.

IL PERIZOMA FAKE DELLA BOSCHI E LE ACCUSE DEL GIORNALE AL PD – Il fotomontaggio che ritrae la ministra le Riforme e per i Rapporti con il Parlamento mentre, china a firmare l’incarico, lascia mostrare il perizoma, è rimbalzata anche all’estero, con diversi quotidiani che non si sono accorti di come si trattasse soltanto di una bufala. Come ha spiegato la versione francese dell’Huffington Post, la tedesca Bild, pur chiarendo ai propri lettori che si trattava di un falso, ha riportato nell’articolo frasi dal contenuto sessista. «Ci sono belle donne in Italia quest’anno c’è anche una ministra sexy, Maria Elena Boschi. È chiaro che gli gli uomini vogliano vedere un po’ di più», si legge sul quotidiano. Tanto da aver scatenato una replica da parte di diverse elette del Partito democratico. Con una nota sono state le senatrici Pd Laura Cantini, Isabella De Monte, Maria Teresa Bertuzzi, Nicoletta Favero, Valeria Fedeli, Nadia Ginetti, Manuela Granaiola, Stefania Pezzopane, Leana Pignedoli, Francesca Puglisi, Angelica Saggese a replicare: «Crediamo di essere sufficientemente ironiche da riuscire a divertirci con le parodie televisive, consapevoli di avere punti deboli, e anche, perchè no?, orgogliose di certi nostri lati positivi». Per poi aggiungere: «Chi pensasse di indebolire Boschi e noi con foto taroccate ha già perso la partita. Lungi dall’indignarci, preferiamo farci una bella risata», hanno spiegato. Una reazione condannata del Giornale, secondo cui le elette del Pd sono «cadute nei soliti luoghi comuni».

Il perizoma Pd e le finte moraliste. Le deputate dem condannano il fotomontaggio sul ministro Boschi. Cadendo nei soliti luoghi comuni, scrive Venerdì 28/03/2014, Il Giornale. Chi ha ritoccato la foto del ministro Boschi non sa che il perizoma è ormai fuori moda. Le colleghe di partito hanno ieri lanciato un comunicato sostenendo che certe battute, certe trivialità, riescono a strappar loro qualche risata, non certo a indignarle. E allora perché fare un comunicato? Vogliono forse coinvolgerci nelle loro pazze risate? Oppure fermare la pioggia di accuse di moralismo che da qualche tempo le investe? Se non sono indignate, dovrebbero spiegare perché un perizoma riesce a sollevare tanto polverone. Certo, il sessismo. Lo conosco bene. Ogni donna lo conosce, qualunque sia la sua posizione sociale, la sua età, il suo impegno. Il mostro si avventa su tutte, soprattutto quando all'intelligenza si unisce la bellezza. Sono due cose che, insieme, non possono essere sostenute da una società maschiocratica convinta che più è alto il livello di carriera di una donna, più incredibili sono state le performances erotiche. Se vivessimo in un Paese sessualmente libero, non sarebbe certo un problema essere considerata una donna vivace. D'altra parte un uomo molto attivo sessualmente non genera la stessa psicosi collettiva, anzi viene lodato, pubblicamente venerato. È un vecchio assioma, mi pare. Nulla di nuovo. Indossare un perizoma è così sconveniente? Ovviamente no. E allora perché gli uomini usano l'immagine come un'offesa e le donne la recepiscono come tale? Perché le regole sono antiche, usurate. Ognuno percepisce se stesso come contenitore di nobili virtù e non vuole essere contaminato dal sudiciume altrui. Ma questo ci fa tornare alla domanda di prima: indossare un perizoma è così sconveniente? Una donna che lo indossa è da considerarsi una poco di buono? Come dicevo, è un indumento ormai fuori moda ma estremamente democratico: dai ministri alle fornaie, tutte possono indossarlo. Forse sono troppo seria, me ne dispiaccio, ma mi chiedo cosa ci sia veramente da ridere. Alle scuole medie i maschi ridevano quando intravedevano le spalline del reggiseno delle femmine, oppure quando queste si abbassavano mostrando un lembo di mutanda oltre la cintura dei pantaloni. Quelli ridevano, volgari come una commedia di Natale. Ma eravamo ragazzi delle medie, eravamo tutti molto imbarazzati dai fatti del sesso e ci proteggevamo deridendo ciò che ci faceva paura. Quando i deputati del M5S hanno accusato le deputate Pd di essere al parlamento perché particolarmente capaci nel sesso orale, sono stata sorpresa tanto dalle accuse degli uni quanto dalle reazioni delle altre. Se i grillini avessero detto «Siete al Parlamento perché cucinate un ottimo fegato alla veneziana», nessuno si sarebbe offeso. Probabilmente le deputate di sarebbero risentite, perché trattasi di una bugia - per esempio nessuna di loro sa cucinare il fegato alla veneziana, ma sono tutte bravissime a fare i supplì. Perché quindi il sesso orale dovrebbe generare indignazione? Potevano semplicemente dire che quanto sostenuto fosse falso e che il sesso orale non rappresenta un problema per nessuno. Il nemico, si sa, si combatte così: facendogli notare che la pistola che ti ha puntato contro è una pistola ad acqua.

Le soldatesse in tanga imbarazzano Israele: le foto di Facebook, scrive il 4 giugno 2013 OGGI. Le pose sexy pose delle soldatesse israeliane imbarazzano l'esercito di Tel Aviv. Uno scherzo da caserma, è proprio il caso di dirlo. Solo che la reazione dei vertici dell’esercito di Tel Aviv non è stata molto ricca di sorrisi…Le soldatesse israeliane posano in tanga, ma armate. E postano le foto su Facebook. Provocando un mezzo terremoto nei vertici dell’esercito di Tel Aviv. Che risponde con imbarazzo e irritazione. Mentre il Paese si divide tra chi apprezza la “bravata” da caserma (è proprio il caso di dirlo) e chi si scandalizza per l’immagine del temibile esercito israeliano che viene data al mondo.

LE FOTO INCRIMINATE – Tutto nasce da una bravata da caserma. Una delle tante. Come, per esempio, quella fatta dai soldati di sua maestà la regina d’Inghilterra in solidarietà per il principino Harry e il suo festino hard di Las Vegas. Solo che questa volta sono soldatesse a provocare scalpore: alcune ragazze arruolate nel temibile tsahal, l’esercito israeliano, posano in caserma, vestite solo di tanga e delle loro armi. Le foto vengono poi postate su Facebook (GUARDA) e fanno il giro del mondo. Sollevando un polverone.

POSE SEXY – Gli scatti sono molti. Ce ne sono anche alcuni in cui le soldatesse indossano la divisa d’ordinanza. Ma con pantaloni abbassati e giacche slacciate. Immediata la reazione dei vertici dell’esercito, che annunciano punizioni esemplari. Dopo alcuni giorni di silenzio imbarazzato…

NEL SUD DEL PAESE – Secondo alcuni giornali israeliani, lo show piccante sarebbe andato in scena in una base nel Sud del Paese. Non è dato sapere di più. E c’è già qualcuno che parla di “Gaza strip”. Tra il divertito e lo scandalizzato. Già, perché l’opinione pubblica israeliana pare si sia divisa subito a metà. Tra chi sorride divertito alla bravata delle commilitone e chi si scandalizza per l’immagine poco professionale data dell’esercito di Tel Aviv in giro per il mondo. E non pensiate che nella prima categoria ci siano solo uomini e nella seconda solo donne…

Il dibattito è in mutande (o la libertà delle donne contro il femminismo moralista), scrive il 5 marzo 2012 Alessandra Di Pietro. Tornano di moda le culotte e dopo anni di dittatura del tanga (in declino vendite) il capo intimo, seppur sgambato rispetto all’originale degli anni cinquanta, pare così coprente che gli stilisti esortano: coraggio, usciteci. Sì, proprio nel senso di andarci in giro magari con un modello in tessuto rafforzato e non trasparente. Mi fido delle donne e sono sicura che la maggior parte saprà gestire l’invito dei creatori di moda con la dovuta cautela. Poi succederà – ne sono altrettanto sicura – che una quota di ragazze della più varia età anagrafica – prenderà alla lettera l’invito a far due passi in mutande senza porsi un problema di coscia, muscolo, scarpa, altezza né (figurarsi!) sobrietà. E io che sono della Bilancia soffrirò anche fisicamente per ogni violazione del mio sensibilissimo senso estetico. Eppure trovo sacrosante, utile e financo divertente che ci siano in giro donne così diverse da me e che mai vorrei ricondurre alla ragione (neanche estetica). Scrive la filosofa Valeria Ottonelli nel saggio “La libertà delle donne contro il moralismo femminista” (Il Melangolo, dal primo marzo in libreria: “Membri di tribù diverse tendono a dare sui nervi…Ma non ne farei una questione di libertà, di autonomia, di emancipazione o di politica…Si tratta di naturale antipatia tra tipi umani diversi…non è il botox che ci rovina (né le mutande a vista, mi permetto di aggiungere ndr) e che mai, ma veramente mai, il miglioramento della nostra posizione sociale, come individui, come donne può passare per la denigrazione, lo svilimento e la disumanizzazione di altri individui e altre donne”. Sto esagerando con questa citazione? Possono delle mutandine (non) indossate con poca grazia e/o nessuna ironia indurre a riflessioni filosofiche o a sdegnate posizioni politiche? Sì. Alla fine è stata proprio questa la risposta all’esibizione farfallina di Belen a Sanremo. Per un giorno intero, in rete, sui giornali e in tv, tra eccitazione, accuse, invettive, la discussione era: aveva o no le mutande, ma soprattutto ha offeso oppure no la dignità delle donne? Ormai lo sappiamo: indossava un G string, tanga minimale con l’anima in ferro che si tiene da solo senza strisce laterali. La showgirl conosce il suo pubblico e sapeva la reazione smodata che avrebbe provocato (per quanto il vero scandalo sarebbe stato la visione del pelo pubico ormai rimosso da ogni scena mediatica e in via di estinzione anche nel privato). Eppure non è certo la prima volta. La tv di stato e quella commerciale sono solite offrire siparietti con ragazze nude (e di preferenza mute) a qualunque ora e in qualunque contesto (anche tg). E però la visione pubica frontale di Belen, per quanto depilata al punto da sembrare finta, ha smosso le viscere collettive. E’ una reazione tipicamente italiana? No. Perché ogni volta che Paris Hilton, Britney Spears o anche Lady Gaga lasciano intravedere di non portare un minuscolo triangolino, le foto fanno il giro della Rete.

Riflette l’antropologa Cristina Balma-Tivola (videoculture.blogspot.com): “Nel racconto mitologico, quando la vecchia Baubo incontra Demetra disperata per la morte della figlia Persefone, si alza la gonna mostrandole i genitali, la dea inizia a ridere facendo tremare la terra che svelerà dove è Persefone e la riporterà in vita. La mostra dei genitali è (dovrebbe essere) un rivoluzionario segno di vita e non una esibizione mortifera povera di sessualità”. Belen e di Ivanka (pure lei adamitica ma Belen è sfacciata, dunque attrae più antipatia) hanno portato sul palco dell’Ariston quel glamour modelling (posare mezze nude per riviste di uomini senza sconfinare nel porno) che ispira lo stile dominante in molti media ma anche nelle discoteche, sul lungomare e persino in scuole e posti di lavoro.

In Bambole viventi (Ghena) la femminista e giornalista inglese Natasha Walter dedicate molte pagine alla tendenza glamour modeling e scrive: “Quando si parlava di empowerment non veniva in mente una ragazza in perizoma che si dimena intorno a un palo ma il tentativo delle donne di ottenere reale parità politica e economica”. Vero. Invece è successo che mostrarsi nude su riviste, canali televisivi o palchetti privati sia diventata una strada breve per arrivare al successo (per poche e effimero, o no?). Natasha Walter sostiene convinta che non vede nulla di potenzialmente nell’esibizione di nudità ma “nel contesto attuale in cui il valore del donne è così strettamente legato alla loro capacità di essere sessualmente attraenti certe scelte vengono celebrate e altre considerate marginali e questo ha un effetto determinante sul comportamento di donne e uomini”.

A Sanremo è stata celebrata (e condannata) Belen. E sono state celebrate (e ammirate) Geppi Cucciari, Emma, Noemi, Arisa, donne vincenti e carismatiche. “Chi è la più bella del reame?”. Non una, ma centomila. Per fortuna. Sui role model televisivi, Ottonelli dice: “E’ vero c’è una rappresentazione sistematica delle donne in ruoli subordinati, ma questo problema non va confuso con altre due facce delle nostra televisione: l’erotizzazione e il giovanilismo”. Tendenze scomode, devastanti, penose che riguardano uomini e donne, su cui tutti siamo chiamati ad interrogarci senza la necessità di un dito ammonitore. Aggiunge Ottonelli: “Forse pensare che il passaggio verso una società più giusta e eguale avvenga … in primis nel modo in cui la società vede le donne significa rinsaldare l’idea che la libertà femminile dipenda dagli occhi e dalla benevolenza degli altri … Le donne hanno bisogno di più libertà e di più potere, non di stima o apprezzamento da parte degli uomini stima da parte degli uomini”. E poi vale sempre la vecchia pratica yogica che se non reagisci fai perdere importanza a chi ti provoca. L’anno prossimo ci aspettiamo grandi discussioni su Sanremo condotto da Geppi Cucciari, o chi per lei, perché sia meno lungo e più ironico, meno predicatorio e meno antico, dove lo spacco sarà irrilevante, anzi inutile. E ognuna sarà libera di mettersi la culotte quando le pare.

IL FEMMINISMO TRA POLITICA, CULTURA E SCIENZA.

Pragna Patel: «Vi spiego perché il fascismo è una questione femminista». Razzismo e sessismo? «Sono interconnessi e vanno combattuti insieme». L’avanzata dell’estrema destra? «I movimenti delle donne devono contrastare ogni forma di potere reazionario». Parla la fondatrice di Southall Black Sisters, l’organizzazione inglese di femministe nere e asiatiche, scrive Natascia Ronchetti l'1 ottobre 2018. «I movimenti femminili che non riescono a riconoscere il razzismo e il fascismo come una questione femminista non possono essere definiti progressisti. Estrema destra, intolleranza, discriminazioni di genere si basano su una idea di disuguaglianza ed esclusione che toglie voce e diritti a uomini e donne. Nel nostro mondo globalizzato e interconnesso la comunità femminista deve trascendere ogni confine. Ora più che mai dobbiamo riconoscere che un femminismo inclusivo, intersettoriale e globale è cruciale per sconfiggere ogni forma di fascismo». Pragna Patel è la femminista inglese di origini indiane ai vertici di Southall Black Sisters, l’organizzazione di donne nere e asiatiche costituita nel 1979 a Londra. Movimento socialista, antirazzista, laico. Al quale si deve anche la storica sentenza con la quale la Corte d’Appello di Londra, l’anno scorso, ha condannato per discriminazione una scuola islamica di Birmingham che praticava una rigida separazione tra bambini e bambine (l’organizzazione si era costituita parte civile al processo). Considerata una delle attiviste e intellettuali più influenti del Regno Unito – già nel 2001 The Guardian l’aveva inserita nell’elenco delle 100 donne più importanti del Paese -, Patel il 26 ottobre sarà ospite a Forlì di 900Festival, la rassegna culturale promossa dalla Fondazione Alfred Lewin che quest’anno indaga sulla natura del razzismo e della xenofobia.

Signora Patel, lei considera il razzismo e le discriminazioni di genere le due facce della stessa medaglia. Perché?

Parliamo di forme di discriminazione che cercano entrambe di schiacciare verso uno status inferiore uomini e donne, per un fattore di razza o di genere. E’ un grave errore presumere che l’una sia più importante dell’altra: commetterlo significa lasciare incompiute tante battaglie per l’uguaglianza. Dobbiamo inquadrare politiche antirazziste che tengano conto delle disuguaglianze di genere e politiche femministe che tengano conto del razzismo. Questo è il vero significato del termine intersezionalità (coniato per la prima volta dalla femminista e studiosa americana Kimberlè Crenshow, ndr). Non deve esistere una gerarchia. Intolleranza razziale e sessismo sono interconnessi e sovrapposti e dobbiamo contrastarli simultaneamente. Soprattutto oggi, in una Europa dove razzismo e fascismo sono in marcia, con il cedimento alla retorica e alla violenza populista contro l'immigrazione. 

La sinistra ha quasi sempre affrontato separatamente queste due questioni…

Purtroppo si. La cosa triste è che anche molti cosiddetti movimenti progressisti antirazzisti e femministi stanno facendo lo stesso errore. Se non riconosciamo o rendiamo espliciti i collegamenti tra i diversi sistemi di potere e oppressione non saremo in grado di far avanzare la lotta per l'uguaglianza e la giustizia sociale poiché gran parte delle azioni di discriminazione rimarrà invisibile o peggiorerà. L’oppressione si palesa attraverso una pluralità di fattori.

Quindi il femminismo deve essere coinvolto nella lotta contro l’avanzata dei partiti populisti e razzisti? 

Femminismo e politiche antirazziste falliranno se non affronteranno questi temi contemporaneamente. Poiché tutto ciò che riusciranno a fare sarà rinforzare piuttosto che trasformare relazioni sbilanciate di potere derivanti dallo sfruttamento e dall'oppressione. L'ascesa di partiti populisti, ultra nazionalisti e razzisti, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti, è preoccupante. Ma la domanda che si devono porre adesso le femministe è questa: possiamo raggiungere la nostra libertà se gli altri non sono liberi? La mia risposta è che il femminismo deve inglobare tutto, deve estendere la solidarietà a tutti gli uomini e le donne che resistono a varie forme di vessazione e prevaricazione in una varietà di contesti diversi.

Lei ritiene che il fascismo abbia più facce…

Sì. Stiamo entrando in una nuova era, non solo in Europa: assistiamo a una normalizzazione di pulsioni reazionarie frammentate. Il femminismo deve cimentarsi con questo fenomeno. Ma naturalmente sarebbe un errore grossolano pensare che basti semplicemente una maggiore presenza femminile nei posti di potere.

Perché?

Storicamente c'è sempre stata una partecipazione attiva delle donne ai movimenti e ai partiti della destra. Ed esponenti di spicco come Marine Le Pen possono diventare miti pericolosi. La realtà è che anche il femminismo può avere un volto fascista. Le donne che sostengono l’estrema destra sono attratte dai valori della tradizione, della lealtà e del patriottismo. Ma attenzione, perché la partecipazione delle donne a tali movimenti conferisce al fascismo un volto femminista accettabile che maschera una politica estremamente patriarcale, razzista e antidemocratica.

Lei è convinta che anche il fondamentalismo religioso sia una forma di fascismo…

Il fondamentalismo e il fascismo sono ideologie e movimenti autoritari che traggono profitto dalla disaffezione e dallo scontento per ottenere o consolidare potere su persone e risorse. I sostenitori dei movimenti di estrema destra denunciano il multiculturalismo, gli immigrati e i musulmani, mentre i fanatici fondamentalisti denunciano i cosiddetti valori occidentali, il femminismo, le minoranze religiose e coloro che non aderiscono alla loro visione del mondo. Entrambi respingono la modernità. Ma entrambi utilizzano tecnologie molto moderne. Ed entrambi cercano un ritorno a un passato, religioso o nazionalista, basato sulla percezione di una crisi di moralità. Negano la nostra comune umanità e i valori della diversità, del pluralismo, della solidarietà, della compassione e della libertà individuale.

Cosa dovrebbe fare l’Europa per fermare l’ondata di estrema destra?

Le forze progressiste femministe, antirazziste e socialiste devono incontrarsi. Dobbiamo impegnarci per una Europa saldamente democratica e laica. La secolarizzazione è una condizione essenziale per affermare la democrazia, anche se da sola non basta a sostenerla. E la sua difesa deve andare di pari passo con la promozione dei valori dei diritti umani e con una forte sfida al razzismo, specialmente contro i migranti, a cui gran parte dell'Europa ha vergognosamente voltato le spalle. Questo compito è ora più urgente che mai. Lo dobbiamo alle generazioni prima di noi che hanno sacrificato le loro vite per l’uguaglianza e la libertà.

Il femminismo, concretamente, che contributo può dare? 

Deve costruire una politica di solidarietà per contrastare le forze reazionarie. E deve formare alleanze abbattendo ogni divisione di genere, di classe, di religione o di razza. Ciò significa adottare un'analisi intersezionale e una pratica politica che includa tutti. I tempi sono difficili, ma non vedo alternative.

La vecchia sinistra si arrende alla nuova cultura di destra, scrive Alessandro Gnocchi, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". I l dibattito sulla cultura di destra e la cultura di sinistra è un «classico» che verrebbe voglia di liquidare con le parole della dissacrante canzone di Giorgio Gaber, Destra-Sinistra. Ma la discussione qui non è teorica. È la cronaca che spinge a occuparsi del tema. Partiamo dalla Francia. A Parigi sono avanti di un decennio o forse di un ventennio sulle risposte culturali alle sfide dell'immigrazione di massa e alle censure del politicamente corretto. Ormai da tempo la stampa scrive dei neo-reazionari, etichetta inizialmente dispregiativa e oggi puramente descrittiva della realtà. Sui giornali delle scorso weekend si potevano leggere i seguenti articoli. Le Monde, quotidiano della sinistra: tre pagine sul pericolo di una egemonia della destra culturale e sulle malefatte (si fa per dire) di Éric Zemmour, fresco autore di Destin français e in passato bestsellerista «sovranista» a sorpresa. Zemmour si merita due pagine di stroncatura, due pagine di catenaccio culturale: Zemmour sbaglia nel credere che esista una identità francese, Zemmour sbaglia nell'interpretare la storia, Zemmour parla di un Paese immaginario. Zemmour, Zemmour, Zemmour: si capisce che tutto gira intorno alle tesi di Zemmour e che le critiche si limitano a buttare il pallone in tribuna perché non offrono letture alternative. Le Figaro, quotidiano della destra: intervista all'esperto di geografia umana Christophe Guilluy che spara a palle incatenate, da sinistra, sulla cecità dei partiti tradizionali (ma anche di Macron) davanti al cosiddetto populismo. Nel suo libro in uscita No Society. La fin de la classe moyenne occidentale nota come la classe media sia un pollo da spennare per i partiti «borghesi», che si concentrano sulle aree metropolitane e cosmopolite. In provincia la disoccupazione morde, i burocrati di basso rango sono economicamente nei guai. Sul Magazine del giornale francese campeggia in copertina François-Xavier Bellamy, 32 anni, indicato come «il filosofo che sta rinnovando il pensiero della destra». Candidato (perdente) dei Repubblicani, Bellamy è famoso soprattutto per il saggio I diseredati ovvero l'urgenza di trasmettere (Itaca edizioni, 2016). L'educazione è il problema dei problemi, soprattutto perché una generazione ha rinunciato a trasmettere la sua esperienza, creando una legione di figli diseredati e facile preda del pensiero unico o del nichilismo. In Italia si aprono vistose crepe nel muro del conformismo. Micromega, rivista della sinistra giacobina, licenzia un numero intitolato Contro il politicamente corretto. Una serie di bordate che abbattono i luoghi comuni sinistrorsi su linguaggio, immigrazione e multiculturalismo. I luoghi comuni ai quali il Partito democratico sembra di non poter rinunciare e sui quali ha costruito un devastante flop elettorale. Il direttore Paolo Flores D'Arcais rivendica di aver criticato questo pensiero asfissiante da trent'anni. È vero e il volume ne fornisce le prove. Ma un fuoco così serrato (236 pagine) non si era mai visto. Una redattrice di Micromega, Cinzia Sciuto, ha pubblicato di recente Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo per un editore, Feltrinelli, che in passato ha pubblicato i classici di Jürgen Habermas e Charles Taylor proprio in favore del multiculturalismo. Einaudi, altra casa editrice attenta a non superare mai i limiti imposti dal politicamente corretto, porta in libreria Fuga in Europa di Stephen Smith, un saggio che non nasconde le difficoltà epocali poste dall'immigrazione e si spinge fino a dire ciò che la destra dice da sempre: la politica delle porte spalancate porterà non solo a problemi d'identità per gli europei ma anche all'esplosione del Welfare. Fra trent'anni il Vecchio continente avrà dai 150 ai 200 milioni di europei-africani. Oggi sono 9... Diego Fusaro è un filosofo gramsciano ma piace assai alla destra (anzi, piace soltanto alla destra) perché sostiene tesi conservatrici ma da sinistra. I suoi bersagli sono il capitalismo, la finanza, la globalizzazione, la sinistra che ha tradito i lavoratori per difendere diritti inesistenti o discutibili. Fusaro ha appena pubblicato Il nuovo ordine erotico. Elogio dell'amore e della famiglia (Rizzoli). Tesi: il laissez faire liberista in economia equivale al laissez faire in campo sessuale, dove trionfano l'indistinto e l'unisex. La sensazione complessiva? La sinistra è moribonda, in tutti i sensi, culturale e politico. Nel frattempo, sabato 13 ottobre al Centro congressi Cavour di Roma, si terranno gli Stati generali della cultura di destra, evento organizzato dall'associazione Nazione Futura. Sono attesi tutti i think tank dell'enorme area culturale della destra, con tutte le sue differenze e sfumature. Una nuova generazione avanza e non ha complessi di inferiorità ma proposte per uscire dal pantano.

Il pensatore più "attuale" tra filosofi antimoderni, scrive Luigi Mascheroni, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". Scrittura equilibratissima, contenuti destabilizzanti. Leggete i suoi aforismi, perfidi in re e sublimi in modo, e poi ne riparliamo. Ogni tanto capita di riparlare - e per fortuna, è una festa - di Nicolás Gómez Dávila (1913-1994), scrittore colombiano e moralista universale, il più fresco degli antimoderni, il più avanti degli antiprogressisti. Filosofo cresciuto con l'idea che «la cultura è tutto ciò che non può insegnare l'università», si formò da autodidatta e raccolse nella biblioteca della sua casa a Bogotà più di 30mila volumi. E scrivendo, di fatto, soltanto «note a margine» (escolios, notas e anche textos) costruì una delle armi più micidiali del '900 contro la stupidità del mondo moderno. Definirlo reazionario è riduttivo, ma serve ad avvicinarsi al concetto. «Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne», disse. Del resto solo un catalogo come Adelphi, così tradizionalista (conservatore? gnostico? una «centrale reazionaria del pensiero», come lo definivano le Brigate Rosse?), poteva tenere editorialmente a battesimo in Italia un antimoderno come Nicolás Gómez Dávila. La casa editrice di Roberto Calasso nel 2001 e poi nel 2007 pubblicò, a cura di Franco Volpi, due brevi antologie (il corpus degli Escolios è ampio cinque volumi) delle provocatorie sentenze del pensatore nascosto nelle profondità dell'America latina. Poco altro uscì dalle edizioni di Ar (siamo in zona ultra destra), e nel 2016 due volumi di Notas sono apparsi dalle edizioni del Circolo Proudhon. Poi è arrivata la casa editrice Gog di Lorenzo Vitelli che ha pensato l'impensabile: pubblicare il corpus completo degli Escolios, un volume ogni sei mesi, per cinque volumi totali, ed ecco a voi l'edizione integrale del monumento filosofico di Nicolás Gómez Dávila. A dicembre scorso uscì il primo volume di Escolios a un texto implícito, ora arriva il secondo (Gog, pagg. 250, euro 15; in libreria da domani). Intanto, qui a margine, anticipiamo un pugno delle centinaia di aforismi inediti dell'apocalittico colombiano. Un pensatore che aveva una visione così estremamente elitaria dell'uomo (fra disciplina e gerarchia) da essere legittimamente annoverato tra i grandi dissacratori della filosofia contemporanea, accanto a Nietzsche e Cioran. Non a caso, due capisaldi editoriali di Adelphi.

"L'impegno civile? Roba da prostitute". Esce il secondo volume degli "Escolios" del grande reazionario Nicolás Gómez Dávila, scrive martedì 02/10/2018 "Il Giornale". 

«La più ominosa delle perversioni moderne è la vergogna di sembrare ingenui se non si civetta col male».

«Oggi l'anziano è tanto inutile come un animale vecchio. Dove non c'è un'anima che gli anni forse nobilitano, rimane solo un corpo fatalmente degradato».

«La castità, passata la gioventù, più che dell'etica fa parte del buon gusto».

«Non ho nostalgia di una natura vergine, una natura priva dell'impronta contadina che la nobilita e del palazzo che corona la collina. Però ho nostalgia di una natura salva da industrialismi plebei e manomissioni irriverenti».

«I problemi del Paese sottosviluppato sono il pretesto favorito dell'escapismo di sinistra. Carente di nuova mercanzia da offrire presso il mercato europeo, l'intellettuale di sinistra svende nel Terzo mondo i propri capi scoloriti».

«La scienza non può fare altro che l'inventario della nostra prigione».

«L'importanza di un avvenimento è inversamente proporzionale allo spazio che gli dedicano i giornali».

«Oggi non è possibile rispettare i cristiani. Per rispetto verso il cristianesimo».

«Il rispetto verso tutte le religioni è irreligioso. Chi è credente non riverisce gli idoli».

«La frustrazione è il carattere psicologico distintivo della società democratica. Dove tutti possono aspirare lecitamente alla cuspide, la piramide intera è un'accumulazione di frustrati».

«Così tanti pubblici diversi esistono oggi che qualsiasi libro, per quanto mediocre, trova illetterati da sedurre».

«Quando il grande pubblico si appassiona alle arti, l'espressione estetica si semplifica in puro impatto».

«Essere utile alla società è un'ambizione, o una scusa, da prostituta».

«Ragione, Progresso e Giustizia sono le tre virtù teologali dell'imbecille».

«Quando ci danno ragione dobbiamo tremare. Vuol dire che coincidiamo coi pregiudizi dell'uditorio».

«Essere moderni significa vedere freddamente la morte altrui e non pensare mai alla propria».

«L'etica autentica è l'arte di violare le norme con tatto».

«Più grave della morte delle arti è che una volta morte non vogliano tacere. Borborigmi di carogne».

«La percentuale di elettori che si astengono dal voto misura il grado di libertà concreta in una democrazia. Dove la libertà è fittizia o dove è minacciata, la percentuale tende a zero».

«Nelle società dove la carica sociale costituisce meramente un incarico transitorio invece di aderire alla persona, l'invidia si scatena. La carrière ouverte aux talents è l'ippodromo dell'invidia».

«La natura umana è una categoria assiologica. L'uomo è un obbligo che l'uomo suole trasgredire».

«Chi si confessa in pubblico non cerca assoluzione, ma approvazione».

«Per ammettere la grandezza di un personaggio è necessario bruciare prima la sua fotografia. L'eroe può essere rappresentato solo dall'immaginazione, nel marmo o nel mito».

«La pletora di leggi è indizio del fatto che nessuno sa più comandare con intelligenza. O del fatto che nessuno sa più obbedire con libertà».

«Caos, Gaia, Eros. Le cosmogonie scientifiche si sono dovute accontentare semplicemente di dare nomi meno pittoreschi alla trinità di Esiodo».

«Se gli uomini nascessero uguali, inventerebbero la disuguaglianza per ammazzare la noia».

«I due problemi cardinali del mondo attuale, espansione demografica e deterioramento genetico, sono oggi insolubili. I principi liberali vietano la soluzione del primo e i principi egualitari la soluzione del secondo».

«Non c'è alba più desolata di quella di un'utopia».

«Educare un giovane non consiste in familiarizzarlo con la sua epoca, ma fare in modo che la ignori il maggior tempo possibile».

«Lo specialista non sa che cosa sa».

«Il pubblico ha il misterioso potere di convertire in errore la verità che applaude».

«Il prurito d'originalità è un'affezione dovuta alla mancanza di talento».

«Dei diritti dell'uomo il liberalismo moderno ormai non difende che il diritto al consumo».

«La letteratura è diventata una gesticolazione da naufrago quando dovrebbe essere una descrizione del naufragio».

«Sociale è l'aggettivo che serve da pretesto per qualunque truffa».

«Esiste un analfabetismo dell'anima che nessun diploma può curare».

«Ormai non ci sono scrittori. Sopravvivono soltanto scribi. Amanuensi di muse defunte».

«Tutto è voluminoso in questo secolo. Niente è monumentale».

«Dobbiamo deplorare meno l'oscenità del romanziere attuale che la sua sventura. Quando l'uomo diventa insignificante, copulare e defecare diventano attività significative». 

"Uomini più bravi ma discriminati". Bufera sulla frase del fisico italiano, il Cern si scusa. Il professor Alessandro Strumia durante una presentazione nel 2013. Alessandro Strumia, professore dell'Università di Pisa, ha tenuto un intervento a un convegno su scienza e discriminazione di genere a Ginevra. Secondo il suo studio, gli uomini sono più bravi e penalizzati nello studio, nella ricerca e nelle assunzioni, scrive l'1 ottobre 2018 "La Repubblica". "LA FISICA è stata inventata dagli uomini, e non è su invito", è una delle frasi con le quali il professor Alessandro Strumia, ha "arricchito" il suo intervento durante un convegno su "Fisica e parità di genere" organizzato dal Cern e tenutosi a Ginevra dal 26 al 28 settembre. Per arrivare, mostrando statistiche di pubblicazioni, citazioni e comparandoli con le assunzioni, a dire che nell'ambito della ricerca in Fisica non esiste discriminazione legata al genere. Una "lezione", quella tenuta da Strumia, che ha sorpreso e infastidito lo stesso Cern. Tanto che il centro di studio che ospita l'acceleratore di particelle ha diffuso un comunicato in cui prende le distanze dalle affermazioni del fisico italiano. "Il Cern considera la presentazione di un invitato (senza farne il nome ndr) durante un workshop su Teoria delle alte energie e gender, come altamente offensiva - si legge sulla pagina web - E ha quindi deciso di rimuovere le slide dal proprio sito, coerentemente con un Codice di condotta che non tollera attacchi personali e insulti". Il Cern ha visto la trattazione del tema dunque come un insulto, durante un evento, inoltre, che riguardava il ruolo delle donne in ambito scientifico e vedeva proprio molte giovani ricercatrici in platea. Una di loro, Jess Wade, si è lasciata andare a un lungo sfogo su Twitter dopo aver assistito all'intervento di Strumia che ha definito, sprezzatamente, un "Damore-esque manifesto", cioè una tesi dal sapore discriminatorio. James Damore è infatti l'ingegnere di Google cacciato per aver preso posizione contro la politica di Big G che favorisce le assunzioni di donne. Vissuta, quindi, come una discriminazione al contrario.

Il complotto. E questa è anche la "teoria" sostenuta da Strumia, che non era tra i relatori ma è stato invitato a presentare i suoi risultati. Lo ha fatto, proiettando slide condite di numeri e formule per dimostrare che nella Fisica non c'è discriminazione che colpisca le donne e che, anzi, sono gli uomini a essere penalizzati. L'Università di Oxford che "allunga i tempi degli esami per le donne", in Italia porta ad esempio il decreto per favorire l'iscrizione delle donne alle facoltà STEM (acronimo inglese per scienze, tecnologia, ingegneria, matematica), per arrivare in Australia con le "quote rosa" nella scienza. Strumia, fisico dell'Università di Pisa che collabora col Cern, cita diversi studi, uno riguarda la presunta predisposizione delle donne a lavorare con le persone diversamente dagli uomini che preferiscono lavorare con le cose, differenze che si fisserebbero anche prima della nascita a causa dei livelli di testosterone. Il quadro che emerge dalle curve dei suoi grafici (le slide sono ancora consultabili a questo link) è che sono proprio gli uomini a essere discriminati, anche quando sono più bravi. La conclusione strizza l'occhio al facile complottismo: "La Fisica non è sessista nei confronti delle donne. Tuttavia la verità non conta, perché è parte di una battaglia politica che viene da fuori. Non è chiaro chi vincerà. Alle sue affermazioni il Cern ha risposto con grande durezza: "Gli organizzatori del Cern e le diverse università che hanno collaborato non erano a conoscenza del contenuto dell'intervento prima del workshop. Il Cern appoggia i molti membri della comunità che hanno espresso la loro indignazione per le inaccettabili affermazioni contenute nella presentazione". In serata Strumia ha spiegato, parlando all'Agi: "Non ho mai fatto discorsi sessisti o discriminato le donne, ho semplicemente presentato una serie di dati, elaborati da ricerche degli ultimi anni, che dimostrano che nella fisica non c'è discriminazione delle donne, nonostante in tante al seminario al Cern abbiano voluto sostenere il contrario". Anzi, secondo il professore "i numeri oggettivi dimostrano che a livello di assunzioni si richiede agli uomini parametri più elevati rispetto alle donne". Ciò che critica Strumia è "quella cultura politica, spesso non sostenuta dalle donne, che vuole sostituire la competenza e il merito con una ideologia della parità". Il fisico pisano, che oggi ha ricevuto tante telefonate "anche da colleghe che lo sostengono" è convinto che "le persone con il confronto capiranno, anche se molte sono chiuse in un errato istinto di autoconservazione". Non commenta, per contratto, la decisione del Cern di sospenderlo ma riconosce "la massima stima" per la direttrice, anche lei italiana, Fabiola Gianotti, la prima donna a guidare il Centro in cui, tra l'altro, vengono condotte le ricerche sul Bosone di Higgs. Lei si era detta "scioccata" dalle parole di Strumia. Intanto l''Istituto Nazionale di Fisica nucleare (Infn) sta valutando se adottare provvedimenti contro Strumia. "Non condivido nulla di quello che ha detto - commenta Fernando Ferroni, presidente dell'Infn - e tra l'altro offende anche una commissione di concorso del nostro istituto". Strumia infatti, per dimostrare come nel mondo della fisica vadano avanti le donne, anche se con meno meriti degli uomini, aveva portato ad esempio il fatto di non essere stato selezionato dall'Infn per una posizione per cui erano state scelte due ricercatrici con meno citazioni di lui. La vicenda, prosegue Ferroni, è stata sottoposta "al nostro collegio di disciplina e ai nostri controllori del codice etico. Una volta che ci daranno la loro valutazione - conclude - prenderemo dei provvedimenti nei riguardi di Strumia, che non è un nostro dipendente ma collabora con noi, e trasmetteremo le nostre considerazioni all'università di Pisa".

Fisica e sessismo, la posizione di Strumia non è nuova. Alle donne le scienze dure sono negate, scrive il 2 ottobre 2018 su "Il Fatto Quotidiano" Iside Gjergji, Sociologa e giurista. L’ultimo comunicato del Cern (l’organizzazione europea per la ricerca nucleare), non è uno di quelli che annuncia una scoperta scientifica; è una domanda di scuse agli utenti della rete per aver pubblicato (e in seguito cancellato) le slide presentate dal professor Alessandro Strumia, dell’Università di Pisa, al workshop dal titolo “Fisica delle alte energie e genere”. Le suddette slide, afferma il Cern, attualmente diretto da Fabiola Gianotti, sono “altamente offensive” nei confronti delle donne. Che cosa dicevano le slide del professor Strumia? Contenevano essenzialmente dati e grafici che dimostrerebbero, in breve, come la fisica sia un affare per uomini (“la fisica è stata inventata e costruita da uomini, non si entra su invito”) e che, dunque, la minore presenza di donne nel settore della fisica dipenda dalle attitudini peculiari dei generi: “gli uomini preferiscono lavorare con le cose e le donne con le persone”. Intervistato dalla BBC, il professore ha rincarato la dose affermando: “Si dice che la fisica sia sessista e razzista. Ho fatto alcuni semplici controlli e ho scoperto che non lo è, che sta diventando sessista contro gli uomini e l’ho detto”. La posizione del professor Strumia non è nuova, non sorprende, – nonostante egli abbia cercato di far apparire il suo intervento come anti-mainstream –, anzi, si può dire che sia allineata a quella di tanti altri uomini, scienziati compresi, i quali ritengono le donne inadatte alle scienze dure. Il premio Nobel per la medicina, Tim Hunt, per esempio, non più di 3 anni fa, affermò, in un convegno nella Corea del Sud, che “il problema con le donne in laboratorio è che si mettono a piangere appena le si critica”. Abbiamo da poco scoperto che l’Università di Tokyo falsificava i test di medicina per non far entrare le donne all’università, fatto questo accaduto anche in altre università negli Stati Uniti e nel resto del mondo. L’elenco di nomi e istituzioni sarebbe lunghissimo e, sinceramente, anche noioso, perciò preferisco riportare di seguito i dati di alcune importanti ricerche sociali effettuate nel corso degli ultimi decenni, al fine di rendere più facile la comprensione delle ragioni che hanno allontanato le donne dalla fisica. Partiamo da alcuni dati semplici. La prima ricerca da prendere in considerazione è senz’altro quella di Anne Megaw (1992), essendo stata la prima a raccogliere dati sulla percentuale di studentesse e accademiche in oltre 400 dipartimenti di fisica in tutto il mondo. Le sue statistiche hanno dimostrato che il numero di professoresse (universitarie) di fisica in tutto il mondo era compreso tra il 5 e il 30%. Alcuni dei paesi industriali – come il Giappone, il Canada, la Germania e la Norvegia – avevano il record del minore numero di fisiche. Esistono enormi differenze anche in Europa. Le statistiche dell’Unione Europea, risalenti ad alcuni anni fa, mostrano che la percentuale di donne laureate in fisica nei diversi paesi europei varia dal 25% in Austria, Germania e Svizzera al 45% in Italia, Portogallo e Spagna (Commissione Europea, 2006). Inoltre, le statistiche a livello nazionale rivelano che la percentuale di fisiche impiegate nell’industria, nell’università o in istituti di ricerca varia da regione a regione. I dati, quindi, confermano che le donne che studiano e lavorano nel campo della fisica sono pochissime. Le ragioni, come dimostrano innumerevoli studi, sono di carattere economico, sociale e culturale. Gli studi biografici e storici, per esempio, ci dicono come molte brillanti fisiche, siano state impiegate per lunghi anni in ruoli minori e subalterni ai loro colleghi maschi: la premio Nobel del 1963, Maria Goeppert Meyer, per fare un nome qualsiasi, tra la sua tesi di dottorato in Germania, nel 1930, e la sua nomina a professore ordinario all’Università della California, nel 1960, ha lavorato (per 30 anni) come “volontaria” mal retribuita in fisica nucleare e, paradossalmente, è durante questo periodo che ha sviluppato il suo “modello di conchiglia atomico”. Gli studi biografici, però, nonostante abbiano il merito di riportare in luce molti dettagli del contesto sociale e lavorativo delle donne scienziate, hanno il difetto di focalizzarsi su pochissimi esempi. Non ci parlano dei grandi numeri. Altri studiosi sociali hanno dato un importante contributo nella comprensione di alcuni importanti meccanismi. L’antropologa tedesca Agnes Senganata Münst (2009), ad esempio, ha analizzato l’impatto del genere nelle interazioni insegnante-studente presso una università tecnica in Germania. Utilizzando il metodo dell’osservazione partecipante, Münst ha esaminato diverse situazioni nei corsi per fisici e ingegneri, mostrando in dettaglio come piccole iniquità, seppur realizzate in un contesto di uguaglianza formale, aprano la strada a immense diseguaglianze e differenze tra studentesse e studenti di fisica. Gli studi sui media che hanno analizzato l’immagine delle fisiche nella società dimostrano come molte riviste, anche le più progressiste, non riescano ad offrire una decente descrizione del loro lavoro perché non riescono a immaginare le scienziate come ricercatrici di successo e, contemporaneamente, come donne piacenti. Hans Pettersson, del resto, l’importante fisico svedese, ha descritto la fisica come un’attività religiosa svolta all’interno di un club di sacerdoti in tutto il mondo e ha dimostrato che la cultura sacerdotale è predominante nella fisica contemporanea, ritenendo questa atmosfera una potente barriera di genere per le donne. Tonnellate di altre ricerche dimostrano il ruolo subalterno delle donne nel mercato del lavoro e nella produzione (a causa della diseguale divisione del lavoro), a conferma del carattere androcentrico del capitalismo e delle sue università. Pensare le donne soltanto come capaci di lavorare con le persone (sottinteso: prendersi cura dei maschi, fisici compresi) è roba vecchia, puzza di muffa, preistorica. Strumia non fa che ricordarci che la lotta contro il sessismo e le discriminazioni di genere, di classe e di razza è soltanto agli inizi.

"La fisica non è per donne". Prof sospeso per un'opinione. L'italiano Strumia accusato di «sessismo» dal Cern con cui collabora. «Dichiarazioni inaccettabili», scrive Valeria Braghieri, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". Essì che i fisici dovrebbero avere dimestichezza con la «reazione». E anche col fatto che non tutto ne merita una. Come, a nostro avviso, l'intervento di Alessandro Strumia (fisico dell'Università di Pisa e collaboratore del Cern di Ginevra), alla conferenza sulla discriminazione ai danni delle donne nella sua materia e, più in generale, nell'area Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Secondo il professore, «se le donne sono sottorappresentate, è semplicemente perché sono meno brave. E se sono meno brave, questo dipende dal fatto che uomini e donne sono diversi alla nascita, prima ancora che la società possa esercitare la sua influenza». Strumia ha anche usato formule matematiche per dimostrare che gli uomini si interessano di più alle cose e le donne alle persone, per questo, secondo il professore, i primi sono più rappresentati nelle professioni scientifiche e le seconde in quelle umanistiche «dove il confine vero-falso, giusto-sbagliato è più sfumato». Più o meno la stessa tesi sostenuta nel 2005 dall'allora presidente di Harvard, Lawrence Summers, che si dimise dopo aver affermato che «le donne hanno minore successo nelle carriere scientifiche per differenze innate legate al sesso, non per discriminazioni ai loro danni». L'intervento di Strumia ha suscitato talmente tanta indignazione da parte della comunità scientifica e non solo, che il Cern, che peraltro dal 2016 ha come presidente generale una donna, Fabiola Gianotti, ha tolto l'elaborato, sospeso il professore e pubblicato un intervento di scuse per gli «attacchi personali» e gli «insulti». Ma davvero, sottolineare le differenze tra uomo e donna è un insulto per le donne? E davvero è un insulto talmente offensivo da non poter essere espresso, pena la sospensione dalle proprie mansioni? A noi sembra che ormai si parta per guerre lampo, rispondendo con l'atomica a conflitti regionali. Non perché il tema della discriminazione di genere sia marginale, ma perché appunto, il problema sta nella «reazione». Il professore sospeso perché ha espresso una sua opinione, per quanto discutibile o antipatica o addirittura infrequentabile, secondo alcuni, rappresenta comunque un eccesso di «reazione». E se a tutto si reagisce a volume alto, allora alla fine non saremo più in grado di sentire nulla, figuriamoci di ascoltare. È così che si rende tutto banale, che si toglie valore a tutto: smettendo di dare il giusto peso a ogni cosa.

LE DONNE (DI IERI E DI OGGI) PIÙ IMPORTANTI E BELLE DELLA POLITICA ITALIANA.

Le otto donne (di ieri e di oggi) più importanti della politica italiana. Scrive Marco Todarello su focusjunior.it il 20 luglio 2016. Fonti: Enciclopedia Treccani e Corriere della Sera. Lo sapevi che solo 70 anni fa, nel 1946, le donne non potevano votare? Fu proprio quell'anno, che votarono per la prima volta. Purtroppo, in tema di diritti delle donne, rispetto ad altri paesi l’Italia era molto indietro, e questo è un esempio significativo. Anche per questo in politica le donne italiane hanno sempre fatto un po’ fatica a farsi strada. Ne abbiamo però selezionate otto che hanno lasciato il segno. Quali sono le donne più importanti della politica italiana? Abbiamo selezionato le più famose, quelle che hanno lasciato il segno.

Le otto donne (di ieri e di oggi) più importanti della politica italiana: 

1. Nilde Iotti (1920-1999). È stata forse la più importante donna della politica italiana. Dopo la laurea in lettere divenne insegnante, ma ben presto lasciò la professione per dedicarsi alla politica. Prese parte alla Resistenza contro il fascismo e fu molto attiva in varie battaglie per il riconoscimento dei diritti delle donne, fino a diventare presidente dell’Unione Donne Italiane. Nel 1946 entrò nella Commissione dei 75 della Camera dei deputati, il gruppo incaricato della scrittura dei testi della Costituzione. Dal 1948 al 1999 fu deputato alla Camera, e nel 1979 divenne la prima donna a ricoprire la carica di presidente della Camera e vi rimase per ben tre legislature, dal 1979 al 1992.È stata il simbolo di una generazione di donne in lotta per l’emancipazione e per la rappresentanza femminile in politica, allora dominata esclusivamente da uomini. 

2. Tina Anselmi (1927-2016). Anche lei lasciò il suo posto da insegnante di scuola elementare per dedicarsi interamente alla politica, nelle fila della Democrazia Cristiana. La sua vita, però, era cambiata per sempre già molti anni prima: a 17 anni, mentre era a scuola, i nazifascisti costrinsero lei e i suoi compagni a vedere l’impiccagione di 30 prigionieri e così decise di prendere parte alla Resistenza per combattere il fascismo. È stata deputata DC dal 1968 al 1992 e nel 1976 è diventata la prima donna ministro (del Lavoro) della storia della Repubblica. È stata anche due volte ministro della Sanità. Come politica si è occupata soprattutto dei problemi delle donne: è sua la legge sulle pari opportunità, che è servita per avvicinare le donne alla parità di diritti nel mondo del lavoro. 

3. Lina Merlin (1887-1979). È stata partigiana, attivista antifascista, sostenitrice dei diritti delle donne e anche prima senatrice italiana. Si laureò in letteratura francese ed è poi diventata maestra. Fondò i Gruppi per la difesa della donna e per l’assistenza ai volontari della libertà, che coinvolsero circa 60mila donne e che divennero l’Unione Donne Italiane. Ha partecipato ai lavori per la scrittura della Costituzione: fu lei a chiedere di introdurre all’articolo 3 la frase «senza distinzione di sesso». L’impegno politico di Lina Merlin ha portato all’abolizione della prostituzione, l’eliminazione delle disparità tra figli adottivi e figli propri e l’abolizione della “clausola di nubilato”, che nei contratti di lavoro imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano. 

4. Emma Bonino (1948). È una delle donne italiane più famose al mondo grazie al suo impegno per la pace, per i diritti umani, delle donne e per l’autodeterminazione dei popoli. Ha avuto un ruolo fondamentale in varie associazioni per il disarmo, contro la pena di morte (su questo tema è stata delegata per l'Italia all’Onu) e contro la fame nel mondo. È stata eletta deputato a soli 28 anni con il Partito Radicale ed è rimasta a lungo alla Camera nel corso degli anni ’70 e ’80. È stata commissario europeo dal 1995 al 1999, nel 2006 ministro del Commercio internazionale e delle politiche europee, e dal 2008 al 2013 vicepresidente del Senato. Nel 2013 il presidente del Consiglio Enrico Letta l’ha chiamata come ministro degli Esteri, incarico che ha ricoperto fino a febbraio 2014. Nel 2011 la rivista statunitense Newsweek l’ha inserita nell'elenco delle "150 donne che muovono il mondo”.

5. Rosy Bindi (1951). È stata a lungo ricercatrice universitaria in diritto amministrativo e attivista dell’Azione cattolica prima di entrare in politica, iscrivendosi alla Democrazia Cristiana, nel 1989. Nello stesso anno è stata eletta al parlamento europeo. Dal 1996 al 2000 è stata ministro della Sanità e dal 2006 al 2008 ministro per le Politiche della famiglia. Nel 2008 viene nominata vicepresidente della Camera dei deputati. Da sempre favorevole alla formazione di un nuovo partito unitario del centro sinistra, è tra le più convinte promotrici della nascita del Partito Democratico, del quale diviene presidente nel 2009. Il suo nome è legato al disegno di legge sui DICO, scritto con l’obiettivo di garantire diritti e doveri dai conviventi non sposati. Per questo progetto ha ricevuto molte critiche dal mondo cattolico. 

6. Maria Elena Boschi (1981). A soli 33 anni è diventata ministro delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento del governo Renzi. Di formazione cattolica, si è laureata in Giurisprudenza e ha intrapreso la professione di avvocato. Alle politiche del 2013 è stata eletta alla Camera dei deputati nella lista del PD. È sempre stata una fedelissima del presidente del Consiglio Matteo Renzi fin dall’inizio della sua carriera politica, che le ha assegnato il delicato ruolo di responsabile delle Riforme. Dal 9 dicembre 2013 è membro della segreteria del Partito democratico. Il disegno di legge che porta il suo nome propone la modifica costituzionale che abolisce il Senato e sancisce la fine del bicameralismo perfetto.

7. Laura Boldrini (1961). Quando non aveva ancora vent’anni ha cominciato a viaggiare per il mondo alternando il volontariato nei Paesi poveri allo studio in Giurisprudenza, materia in cui si è laureata prima di intraprendere la carriera di giornalista. Ha vinto un concorso all’Onu ed è stata addetta stampa alla Fao e dal 1993 al 1998 portavoce dell’Italia del Programma alimentare mondiale in vari paesi, dall’Afghanistan all’ex Jugoslavia. Dal 1998 al 2012 è stata rappresentante per il Sud Europa dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Onu (UNHCR) compiendo missioni in vari Paesi. Ha ricevuto vari premi per il suo impegno a favore dei diritti umani, in particolare a favore di migranti e rifugiati. Il 16 marzo 2013 è stata eletta presidente della Camera dei deputati. 

8. Virginia Raggi (1978). Con 770.500 voti raccolti, è il sindaco più votato della storia di Roma. Non solo: è anche il primo sindaco donna della capitale nonché membro del Movimento Cinque Stelle, il partito fondato da Beppe Grillo che non aveva ancora mai vinto le elezioni in una grande città. Nella precedente legislatura è stata consigliere comunale. Prima di laurearsi in Giurisprudenza, Raggi è stata anche baby sitter, cameriera e assistente volontaria nei canili. Ha promesso di riportare la legalità a Roma, investendo nella trasparenza dell’amministrazione, nell’efficienza del trasporto pubblico, nelle pari opportunità e nella difesa dell’ambiente.

Le donne più belle della politica italiana. Centrodestra e centrosinistra alla pari, ma la reginetta è lei: Maria Elena Boschi. Selezione (criticabile) del fascino politico nostrano, scrive su Panorama Claudia Daconto il 25 settembre 2015. Non sempre in politica essere delle “ladylike” porta fortuna alla donne. Ne sa qualcosa Alessandra Moretti, convinta che la colpa della batosta rimediata alle scorse regionali in Veneto sia stata della divisa da ferrotranviere che i guru della comunicazione elettorale l'avevano costretta a indossare. Ma è indubbio: alla dittatura della messa in piega si sono dovute arrendere alla ne anche deputate e senatrici grilline, entrate prima in Parlamento che dall'estetista. Nella top ten delle belle della politica italiana nessuna di loro ha però ancora conquistato uno straccio di posizione. Sono infatti tutte occupate dalle colleghe Pd, Fi e Ncd. Se no a qualche anno fa le parlamentari azzurre erano infatti considerate le più avvenenti dell'emiciclo, ormai anche a sinistra hanno recuperato terreno. Ecco, nelle slide che seguono, la nostra selezione:

1 - Sua maestà la principessa Maria Elena Boschi. Se le altre sono, almeno per noi, a pari merito, l'unica che svetta su tutte sui suoi tacchi 12, è solo lei, come viene malignamente soprannominata tra i corridoi del Nazareno, "sua maestà la principessa Maria Elena Boschi”. Entrata alla Camera Ormai oltre due anni fa, Maria Elena è ancora oggi la più fotografata, paparazzata, analizzata ai raggi x tra le politiche italiane. Le sue calzature leopardate hanno fatto storia. Le mollettine sono diventate un must della scorsa primavera. Sappiamo tutto del suo guardaroba, compreso ciò che vorremmo dimenticare come il chiodo indossato su leggins e minigonna. Bellezza virginale ma accattivante che sa rinunciare alle unghie pittate di rosso, la Boschi è riuscita a strappare il titolo di ministra più bella d’Italia a una concorrente di tutto rispetto.

2 - Barbara Carfagna, la più copiata Bellissima e soprattutto elegante, l'ex ministro delle Pari Opportunità del governo Berlusconi Mara Carfagna conserva però il primato di caschetto più copiato di Montecitorio. Sesta a Miss Italia nel 1997, nella sua vita precedente la Carfagna faceva la soubrette in televisione. Nel tempo è riuscita a costruirsi un look sofisticatissimo ed apprezzato ovunque. Tanto che un sito americano l’ha eletta addirittura la più avvenente al mondo tra i politici.

3 - Gabriella Giammanco. Con i suoi occhi da cerbiatta e il sico asciutto, tra le più corteggiate del Parlamento c'è anche la forzista Gabriella Giammanco. Con un passato da giornalista del Tg4, nel 2011 viene eletta direttamente da Silvio Berlusconi come la più bella della Camera. Tra i suoi colleghi maschi in tanti farebbero carte false per lei. Ma finora solo uno di loro è riuscito a conquistare il suo cuore. Sapete chi è?

4 - Rinascimentale Madia. Una bellezza quasi rinascimentale quella della ministra delle Pubblica Amministrazione Marianna Madia. Qualcuno la reputa un po' scialba. Noi diremmo “coraggiosa”: uscire di casa senza un po di trucco oggi giorno è una scelta da impavidi rivoluzionari che merita rispetto. Soprattutto quando il look generale lascia un po' a desiderare.

5 - Elvira Savino. Il nome dice poco, ma un’altra che fa parlare di sé per le sue fattezze è la deputata di Forza Italia Elvira Savino. Eletta la prima volta nel 2008, subito abbagliò il Parlamento con la sua lunga chioma castana sapientemente illuminata da qualche colpo di sole. Pure uno come il dem Roberto Giachetti, non riuscì allora a trattenere l'entusiasmo: “La più bella? Elvira Savino! Raggiunge quasi la perfezione”. Diciamo che l'intervento di rinoplastica l'ha aiutata, pensavamo noi. E invece no. Ci ha contattato l'onorevole Savino: il naso non se l'è rifatto! "Tra tutte le colleghe di Forza Italia che appaiono in questa classica, in cui io non merito di trovarmi, l'unica a non essere mai ricorsa a un intervento del genere sono io". Riconosciamo l'errore e le chiediamo scusa. Siamo state ingannate da troppa bellezza Motivo per cui la Savino merita, eccome, di apparire di diritto in questo post.

6 - Micaela Campana. Poco citata dalle altre classifiche che circolano in rete, merita invece una menzione anche la pugliese di nascita ma romana di adozione Micaela Campana, deputata dem e membro della segreteria nazionale del suo partito. Occhi da cerbiatta quelli della Giammanco, occhi di gatta quelli della Campana. Come fai a non notarla?

7 - La verace De Girolamo. Si difende, eccome, la verace Nunzia De Girolamo. Recentemente tornata in Forza Italia, dopo un paio di anni trascorsi nel Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, l'ex ministro delle politiche agricole è maestra nel saper rinnovare il suo stile sfoggiando sempre outfit raffinati. I tubini neri le stanno benissimo. E che dire di scarpe ed accessori. Top.

8 - Laura Ravetto. Viso squadrato, capelli biondi, l'altra azzurra Laura Ravetto esordì in politica sostenendo che la bellezza non era la sua caratteristica principale. Comunque l'ha aiutata a farsi notare. Oggi infatti, a qualche anno di distanza e con una carriera consolidata alle spalle, può naturalmente lasciarsi andare e dichiarare che “per essere belle fare l'amore è la miglior cura”.

9 - Lo stile Finocchiaro. Se si parla di classe e stile, impossibile non menzionar bellezza non più freschissima ma assolutamente degni in questa speciale classica. Parliamo della signora di Madama Anna Finocchiaro, politica di lunghissimo c Matteo Renzi si è ben guardato dal rottamare. Sempre elegantissima anche in giacca e pantaloni, non rinuncia mai al vezzo di un paio d'orecchini di corallo o vagamente etnici. Impossibile non restare ammaliati dalla sua voce resa leggermente roca dalle Muratti che aspira incessantemente Fascinosissima.

10 - La più giovane. Infine una scommessa. Bellissima non è ma con un buon parrucchiere e un trucco ad hoc potrà migliorare. Con soli 28 anni è la deputata più giovane, ma nel firmamento renziano brilla già come una piccola stella. Si chiama Anna Ascani e pare che le colleghe più famose siano tutte un po' invidiose dello spazio che l'ex lettiana è riuscita a conquistarsi. Un consiglio: se ripara all'errore di mettere su Fb una foto profilo in cui è talmente bella che non assomiglia per niente a com'è nelle altre, allora per lei è fatta.

L'ORIGINE DEL MONDO: E' FEMMINA.

L’origine del Mondo secondo i Greci (teogonia esiodo). Il testo più antico che narra in versi le credenze dei Greci sull’origine del Mondo e sulle genealogie divine è la teogonia di Esiodo. Per i greci in principio c’era il caos miscuglio indeterminato di tutto quello che esisteva. Dal caos come prima cosa nacque la terra che personificatasi divenne Gea la madre di ogni cosa. Tra gli altri figli del Caos c’erano anche Tartaro ed Erebo. Il Tartaro secondo Esiodo è il luogo più profondo della terra sbarrato da degli enormi cancelli di ferro, sempre secondo Esiodo è tanto lontano dall’Ade quanto la terra è lontana dal cielo. Nel Tartaro erano esiliati peccatori leggendari o divinità cacciate. Gea o Gaia, da sola, creò il cielo con le sue stelle e le sue nubi, che personificatosi divenne Urano. Sposatasi con Urano Gea partorì sei titani (Ceo, Crio, Crono, Giapeto, Iperone, Oceano), sei Titanide (Febe, Mnemosine, Rea, Tia, Temi, Teti), tre Ecatonchiri mostri dalle 100 braccia e dalle 50 teste (Cotto, Briareo, Gige) e tre ciclopi mostri con un enorme occhio sulla fronte (Bronte, Sterpe, Arge).

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. L'origine du monde. L'origine del mondo (L'origine du monde) è un dipinto a olio su tela (46x55 cm) di Gustave Courbet, realizzato nel 1866 e conservato nel Museo d'Orsay di Parigi. L'origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce (che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione delle labbra vaginali) al seno; l'inquadratura adottata da Courbet, infatti, omette il viso della modella, tagliato dai margini superiori del dipinto. I nudi femminili sono stati rivisitati numerose volte nella produzione grafica di Courbet, che già li ritrasse in opere dal sapore spiccatamente libertino; questa costante iconografica ritorna ne L'origine du monde con un'audacia e un realismo tali da caricare la tela di una forte carica seduttiva. L'erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all'adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate. Courbet, mostrandosi assai sensibile alla languida bellezza delle donne di Correggio, Tiziano e Paolo Veronese, rivisita in questo modo la rappresentazione pubica con uno sconvolgente realismo; la vulva femminile, infatti, viene presentata nella sua cruda realtà oggettuale, in maniera sincera e diretta, con una notevole presa di distanze dai convenzionalismi accademici. Nel suo realismo e nella sua semplicità iconica, inoltre, L'origine du monde irradia un messaggio allegorico assai pregnante, avallato dal titolo stesso dell'opera. Il dipinto, infatti, intende essere un inno alla potenza vivificatrice dell'eros e alla relazione che intercorre tra la fecondità, la vita, la sessualità, e la gioia di vivere.

La modella ad aver posato per L'origine du monde è con tutta probabilità Joanna Hiffernan, anche detta Jo l'Irlandese: si tratta della moglie - allora ventiquattrenne - del pittore americano James McNeill Whistler, che non ne indagò la conturbante sensualità, valorizzata invece da Courbet, bensì la folta chioma rossa e la bellezza eterea. Se, da un lato, quest'ipotesi collima con le vicende coniugali di James e la moglie - dopo il 1866, data di esecuzione de L'origine du monde, i due si separarono - dall'altro persistono alcuni dubbi dovuti alla diacronia tra il colore bruno dei peli pubici dell'effigiata e l'arancione vivo della capigliatura di Jo; ciò malgrado, questa continua ad essere la congettura più accreditata. Degno di menzione, in tal senso, il rinvenimento sul mercato antiquario, a opera di un appassionato d'arte nel 2010, di un quadro di piccole dimensioni che raffigura il volto di una donna (assai simile a Jo), leggermente reclinato all'indietro: si tratterebbe, secondo le perizie, del frammento superiore de L'origine du monde. Malgrado la trama, le tinte e le dimensioni dei due dipinti corrispondano, gli esperti del Museo d'Orsay sono stati categorici nello smentire quest'ipotesi, ritenendola non veritiera.

Il primo proprietario de L'origine du monde, realizzato nel 1866, è probabilmente lo stesso committente: si tratta di Khalil-Bey, diplomatico ottomano e grand viveur che, prima della catastrofe finanziaria dovuta all'insopprimibile passione per il gioco d'azzardo, raccolse una cospicua quantità di dipinti erotici, che comprendeva - fra gli altri - Il bagno turco di Ingres. Rovinato nel 1868 dai debiti di gioco, Khalil-Bey fu costretto a cedere l'opera all'Hotel Drouot; fu successivamente acquistata dal barone Ferenc Hatvany alla galleria Bernheim-Jeune di Parigi. Sotto la custodia di Hatvany, L'origine du monde sopravvisse sia alla rivoluzione ungherese del 1918, ma non alle razzie perpetrate durante la seconda guerra mondiale; per fortuna, il Barone riuscì a riappropriarsi del dipinto e a portarlo con sé a Parigi, dove fu venduto per 1.5 milioni di franchi allo psicoanalista Jacques Lacan. L'origine du monde entrò a far parte delle collezioni del Museo d'Orsay, dove è tutt'ora esposta, solo nel 1995: sino ad allora, «rappresenta[va] il paradosso di un'opera famosa ma poco vista».

L’origine del mondo (quadro di Courbet). L’origine del mondo è un quadro realizzato da Gustave Courbet nel 1866. Il primo proprietario fu il diplomatico Khalil-Bey, un ricco collezionista egiziano che aveva la passione per quadri che rappresentavano il corpo femminile. La collezione in seguito fu venduta e smembrata a causa dei debiti di gioco di Khalil-Bey e L’Origine del mondo, prima di essere acquistata dal museo d’Orsay nel 1995, fece parte della collezione di Jacques Lacan. Il quadro è stato dipinto nel 1866, si tratta di un olio su tela di 46 x 55 cm e attualmente è conservato presso il Museo d’Orsay. Jean Désiré Gustave Courbet è nato il 10 giugno del 1819 a Ornans in Francia ed è morto il 31 dicembre del 1877 a La Tour de Peilz in Svizzera. E’ stato uno dei più grandi pittori francesi dell’Ottocento e il capo scuola del realismo francese, benché lui disdegnasse qualsiasi etichetta e rifiutasse di essere considerato appartenente a scuole, istituzioni e chiese. Si sentiva un uomo libero e voleva dimostrare che il suo lavoro non aveva influenze culturali di alcun tipo. Ha realizzato soprattutto quadri figurativi e il suo lavoro ha avuto lo scopo, secondo lo stesso Courbet, di ricercare la verità insita nella realtà. Non fu né un romantico né un neoclassico, benché la sua tecnica ricordi i pittori di entrambe queste scuole.

L'origine del mondo. Che io sappia la Lombardia è l'unica regione d'Italia, e una delle poche nel mondo, dove il nome dell'organo femminile ha unicamente un significato positivo nel linguaggio corrente. Mona, Patacca, Fregna sono termini dispregiativi. Figa invece è, per i lombardi, un'esclamazione positiva. Si vede che i costumi migliorano; infatti negli ultimi anni in tutto il paese i termini "figa" e "figo" sono diventati positivi. E per sottolineare che qualche cosa è veramente mostruosamente gradevole si dice che è una "figata pazzesca". Ciò vuol dire che si sta piano piano facendo strada la coscienza della grandiosità della natura femminile. Per secoli disprezzata tanto che nell'antichità classica gli déi si rifiutavano di nascere da lì, preferendo essere partoriti direttamente dal cranio di Giove o, al massimo, dal fianco della madre, come Budda. Nel 1866 Gustave Coubert fece un gesto rivoluzionario dipingendo il quadro che qui riproduciamo, intitolato: "L'origine del mondo". Fu un grande scandalo, nell'Europa dove le donne non avevano diritto di voto, affermare la sacralità naturale del luogo dove tutti siamo stati concepiti. Perché dobbiamo sentirci imbarazzati nel mostrare su queste pagine le immagini dipinte di un sesso femminile? Eppure ci siamo trovati a discutere se pubblicare un sesso dischiuso disegnato in modo realistico non potesse offendere la sensibilità di qualcuno inducendolo a non continuare la lettura (visto che il nostro scopo è raggiungere il maggior numero di persone con un'informazione finalmente completa). Abbiamo deciso però che un'informazione corretta non si poteva fare senza mostrare illustrazioni dove le parti intime fossero riconoscibili. E poi ci è sembrato giusto cogliere la sfida di riuscire a raccontare ed esaltare la purezza del nostro corpo e la magnificenza della natura senza cadere nella volgarità e nella vuota pornografia.

Facebook censura foto di Sgarbi con Courbet. E lui minaccia querela. Il critico d'arte si è fatto fotografare accanto al celeberrimo quadro "L'origine du monde" di Gustave Courbet. Ha poi postato la foto su Facebook. Ma non è finita lì..., scrive Antonio Lodetti, Sabato 6/06/2015, su "Il Giornale".  Nonostante le nostre arie disinibite siamo pur sempre dei bacchettoni. Almeno qualcuno, anche in rete, anche se si chiama Facebook. Sul web circola incontrollabilmente di tutto e di più, ma è vietato postare le opere d'arte. Almeno per Vittorio Sgarbi. L'esplosivo critico è andato a Parigi, a visitare il Musée d'Orsay, e si è fatto fotografare accanto al celeberrimo quadro "L'origine du monde" di Gustave Courbet, la tela che riprende in primo piano gli organi genitali di una donna senza testa sdraiata su un letto. Il critico ha poi postato la foto sul suo profilo Facebook, raggiungendo quasi un milione di visualizzazioni. Caspita, quanti amanti dell'arte, roba da record, ma qualcuno deve averli presi per guardoni perché la foto è stata quasi subito censurata e il profilo Facebook del critico d'arte è rimasto bloccato per 24 ore, provocando un danno e impedendo l'aggiornamento dei contenuti. Ora, si è discusso a lungo sul sottile confine tra il nudo artistico e la pornografia, e il Tribunale di Chieti ha stabilito che hanno natura pornografica le immagini di persone, integralmente o parzialmente nude, «espressione di concupiscenza sessuale». Una definizione fumosa, d'accordo, ma che proprio nulla ha a che fare con l'opera di Courbet. Chi provasse stimoli sessuali davanti alla fotografia in oggetto, perdipiù con Sgarbi in primo piano, dovrebbe andare urgentemente a farsi visitare da un bravo psichiatra. Eppure qualcuno ha avuto da dire, ha denunciato il profilo di Sgarbi per «contenuti inappropriati» ed è scattato immediatamente il blocco. Il professore si è subito scatenato da par suo. «È arte, non pornografia - ha tuonato - e Facebook dovrà pagare». Così ha querelato la società, che per contratto considera il tribunale di Santa Clara, California, il luogo esclusivo di giurisdizione per tutte le richieste. Sgarbi comunque continua ad attaccare dicendo: «Come sempre la censura di Facebook introduce elementi di astratto moralismo (tra cristiano e islamico), sottoponendo la libertà dell'arte a una insopportabile censura. È l'equivoco tra contenuto e forma. I Bronzi di Riace sono nudi come Rocco Siffredi, ma appartengono all'arte, non alla pornografia! L'origine du monde di Gustave Courbet è uno dei capolavori dell'arte di tutti i tempi. Censurare una fotografia non in una camera da letto in atti intimi, ma davanti al capolavoro di Courbet al Museo d'Orsay, è un crimine contro la civiltà». Anche l'artista di Copenhagen Frode Steinicke aveva subito lo stesso trattamento quando, nel 2011, pubblicò in rete la stessa opera, e il suo profilo fu riattivato dopo aver rimosso la foto incriminata. La stessa cosa è accaduta per altri artisti, come la copertina di un disco degli Scissor Sisters, cancellata per una foto osè del fotografo Robert Mapplethorpe.

Il ritorno dell’ “origine del mondo”: l’abbiamo provata per voi. Da tanto tempo, infatti, sembra che proprio colei che un tempo veniva pudicamente indicata come "la natura", l'origine del mondo, per dirla con Gustave Courbet, sia passata di moda, scrive Michele Monina il 7 marzo 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Difficile capire cosa influenzi le mode. Del resto, così non fosse, saremmo tutti in grado di anticiparle, le mode, o magari di dettarle. Sta di fatto che spesso ci sono meccanismi, equilibri, congiunture astrali, o più semplicemente influencer che stabiliscono che oggi sia di tendenza il giallo e domani il rosso. E tutti a seguire. Le mode, è noto, non sono solo quelle legate al mondo dell’abbigliamento, del look. Si può applicare il concetto di mode e di trend a tutto, dalla musica, pensiamo ai generi che sembrano imprescindibili in un determinato periodo e quasi ci fanno vergognare anche solo qualche mese dopo, al linguaggio, il cibo, tutto. Veniamo a noi. Veniamo a oggi. Il mondo contemporaneo, quello dei social network, altra moda che sembra però non passare, ha velocizzato tutto. Il metabolismo è come impazzito, nel giro di poche ore un argomento diventa fondamentale e poi stanca, viene superato, addirittura diventa ridicolo, da denigrare. Anche troppo comodo fare l’esempio recente di petaloso, che nel giro di mezza giornata è passato dal far intenerire chiunque a rendere lo stesso chiunque una versione 2.0 di Erode, pronto a dare alle fiamme il piccolo Matteo. Un argomento che però da tempo sembra non voler abbandonare il campo mediatico sono le stepchild adoption. Come la faccenda degli uteri surrogati. Per non dire della teoria Gender, capace di allarmare i maggiormente sensibili come neanche l’Ebola. Tutti ne parlano, spesso a sproposito. Si parla di natura, di contronatura, di cosa sarebbe giusto o sbagliato, a partire da cosa è bene o cosa è male, a partire da principi etici e morali spesso frutto di discussioni da bar, più che da approfondimenti seri. Stiamo parlando del bar 2.0, quel non luogo dove chiunque ha diritto di parola, per dirla alla Eco, e dove a chiunque è possibile difendere il diritto delle coppie etero e gay di adottare i figli biologici dei propri compagni e il giorno seguente gridare alla mercificazione del corpo femminile messa in atto con l’utero in affitto. Chiacchiere da bar, appunto. E proprio il bar è stato a lungo luogo principe delle chiacchierate sulla grande assente di quest’ultimo periodo: la figa. Da tanto tempo, infatti, sembra che proprio colei che un tempo veniva pudicamente indicata come “la natura”, l’origine del mondo, per dirla con Gustave Courbet, sia passata di moda. Non se ne parla più, non sembra più essere così ambita come un tempo, e ora, direbbe qualche polemista pret a porter, è stata sostituita da un qualche scienziato in laboratorio. Anche nell’immaginario comune sembra non essere più così centrale come un tempo, se ci pensate un attimo. Se un tempo Benigni faceva sbellicare milioni e milioni di telespettatori inanellando una serie infinita e spassosa di sinonimi, oggi preferisce parlare di Costituzione o del Paradiso. Anche il porno sembra preferire dedicarsi a altro perché, come ha detto con estremo dono della sintesi la pornostar Asa Akira, “il culo è la figa del duemila”. Tutto sembrerebbe remare contro la figa, forse per sovraesposizione negli anni passati, forse per quella sorta di paura insita nell’uomo generata da una certa emancipazione femminile, con l’ascesa dell’icona della donna rampante. Ma proprio tutto questo cianciare da bar relativo a ciò che è secondo natura e contronatura, in relazione alle stepchild adoption e agli uteri surrogati, della teoria gender, potrebbe generare un revival della figa, di nuovo protagonista delle chiacchiere al pari del calcio e delle auto. Noi ve lo diciamo in anticipo sui tempi, tanto perché, per una volta, ci piace l’idea di essere fra quanti lanciano una moda, piuttosto che seguirla. Come si dice in questi casi, preparatevi al ritorno della figa, noi l’abbiamo provata per voi.

QUANTE MATA HARI?

Mata Hari. Da Wikipedia. Mata Hari, pseudonimo di Margaretha Geertruida Zelle (Leeuwarden, 7 agosto 1876 – Vincennes, 15 ottobre 1917), è stata una danzatrice e agente segreto olandese, condannata alla pena capitale per la sua attività di spionaggio durante la prima guerra mondiale. Era figlia di Adam Zelle (1840-1910) e di Antje van der Meulen (1842-1891), ed ebbe tre fratelli, il maggiore, Johannes (1878), e due fratelli gemelli, Arie Anne e Cornelius (1881-1956). Il padre aveva un negozio di cappelli, era proprietario di un mulino e di una fattoria. La sua famiglia poteva permettersi di vivere molto agiatamente in un antico e bel palazzo sulla Grote Kerkstraat, nel centro della città. Margaretha, che in gioventù frequentò una scuola prestigiosa, aveva una carnagione scura e i capelli e gli occhi neri, caratteristiche fisiche che la differenziavano notevolmente dai suoi connazionali olandesi. Nel 1889 gli affari del padre incominciarono ad andar male tanto da costringerlo a cedere la sua attività commerciale. Il dissesto economico provocò dissapori nella famiglia che portarono, il 4 settembre 1890, alla separazione dei coniugi e al trasferimento del padre ad Amsterdam. La madre morì l'anno dopo e Margaretha venne allevata nella cittadina di Sneek dal padrino, il quale scelse di farla studiare da maestra d'asilo in una scuola di Leida. Sembra che le eccessive attenzioni, se non proprio molestie, del direttore della scuola, avessero spinto il suo padrino a toglierla dalla scuola, mandandola da uno zio che viveva a L'Aia. Nel 1895 Margaretha rispose all'inserzione matrimoniale di un ufficiale, il capitano Rudolph Mac Leod (1856-1928), che viveva ad Amsterdam, in licenza di convalescenza dalle colonie d'Indonesia poiché soffriva di diabete e di reumatismi. L'11 luglio 1896, ottenuto anche il consenso paterno, Margaretha sposò il capitano Mac Leod: il padre, divenuto nel frattempo viaggiatore di commercio, partecipò alla cerimonia nuziale in municipio, ma non fu invitato al pranzo di nozze. Dopo il viaggio di nozze a Wiesbaden, la coppia si stabilì ad Amsterdam, nella casa di Louise, la sorella di Rudolph.

Il 30 gennaio 1897 nacque a Margaretha un figlio, cui fu dato il nome del nonno paterno, Norman John. In maggio la famiglia s'imbarcò per Giava, dove il capitano riprese servizio nel villaggio di Ambarawa, nel centro della grande isola. L'anno dopo si trasferirono a Teompoeng, vicino a Malang, dove il 2 maggio 1898 nacque Jeanne Louise († 1919), chiamata col vezzeggiativo Non, dal malese nonah (piccola). La vita familiare non fu serena: vi furono litigi tra i coniugi, sia per la durezza della vita in villaggi che non conoscevano gli agi delle moderne città europee dell'epoca, sia per la gelosia del marito e la sua tendenza ad abusare dell'alcol. L'anno seguente il marito fu promosso maggiore e comandante della piazza di Medan, sulla costa orientale di Sumatra. Come moglie del comandante, Margaretha ebbe il compito di fare gli onori di casa agli altri ufficiali che, con le loro famiglie, frequentavano il loro alloggio, e conobbe i notabili del luogo. Uno di questi la fece assistere per la prima volta a una danza locale, all'interno di un tempio, che l'affascinò per la novità esotica delle musiche e delle movenze, che ella provò anche a imitare. La famiglia venne sconvolta dalla tragedia della morte del piccolo Norman, che il 27 giugno 1899 morì avvelenato. La causa della morte fu una medicina somministrata dalla domestica indigena ai figli della coppia, ma non si hanno prove che costei avesse voluto uccidere i bambini; si sospetta però che ella, moglie di un subalterno del maggiore Mac Leod, fosse stata spinta dal marito a vendicarsi del superiore, che gli aveva inflitto una punizione. Rudolph, Margaretha e la piccola Non, per sottrarsi a un luogo di tristi ricordi, ottennero di trasferirsi a Banjoe Biroe, nell'isola di Giava, dove Margaretha si ammalò di tifo. Il maggiore Mac Leod, raggiunta la maturazione della pensione, il 2 ottobre 1900 diede le dimissioni dall'esercito: dopo poco più di un anno passato ancora a Giava, nel villaggio di Sindanglaja, cedendo forse alle richieste della moglie, riportò, agli inizi del 1902, la famiglia in Olanda.

Sbarcati il 2 marzo 1902, i due coniugi tornarono per breve tempo a vivere nella casa di Louise Mac Leod, poi per loro conto in un appartamento di van Breestraat 188: lasciata dal marito, che portò con sé la figlia, Margaretha chiese la separazione, che le venne accordata il 30 agosto, insieme con l'affidamento della piccola Non e il diritto agli alimenti. Dopo una successiva, breve riconciliazione, Margaretha e il marito si separarono definitivamente; questa volta fu il padre a ottenere la custodia della bambina, mentre Margaretha si stabilì dallo zio a L'Aja. Decisa a tentare l'avventura della grande città, nel marzo del 1903 Margaretha andò a Parigi, dove pure non conosceva nessuno: cercò di mantenersi facendo la modella presso un pittore e cercando scritture nei teatri ma con risultati alquanto deludenti. Forse giunse anche a prostituirsi per sopravvivere, nella vana attesa del successo. Il fallimento dei suoi tentativi la convinse a riparare in Olanda ma l'anno seguente, il 24 marzo 1904, tornò nuovamente a Parigi e prese alloggio al Grand Hotel, divenendo l'amante del barone Henri de Marguérie. Presentatasi dal signor Molier, proprietario di un'importante scuola di equitazione e di un circo, Margaretha, che in effetti aveva imparato a cavalcare a Giava, si offrì di lavorare e poiché un'amazzone può essere un'attrazione, fu accettata. Ebbe successo e una sera si esibì durante una festa in casa del Molier in una danza giavanese, o qualcosa che sembrava somigliarle: Molier rimase entusiasta di lei. La sua danza era, a suo dire, quella delle sacerdotesse del dio orientale Shiva, che mimavano un approccio amoroso verso la divinità, fino spogliarsi, un velo dopo l'altro, del tutto, o quasi. Trasferitasi in un più modesto alloggio, una pensione presso gli Champs-Élysées, sempre a spese del Marguérite, il suo vero esordio avvenne nel febbraio 1905, in casa della cantante Kiréevsky, che usava invitare i suoi ricchi amici e conoscenti a spettacoli di beneficenza. Il successo fu tale che i giornali arrivano a parlarne: lady Mac Leod, come ora si faceva chiamare, replicò il successo in altre esibizioni, ancora tenute in case private, dove più facilmente poteva togliersi i veli del suo costume, e la sua fama di «danzatrice venuta dall'Oriente» incominciò a estendersi per tutta Parigi. Notata da monsieur Guimet, industriale e collezionista di oggetti d'arte orientale, ricevette da questi la proposta di esibirsi in place de Jéna, nel museo, dove egli custodiva i suoi preziosi reperti, come un animato gioiello orientale. Fu però necessario cambiare il suo nome, troppo borghese ed europeo: così Guimet scelse il nome, d'origine malese, di Mata Hari, letteralmente «Occhio dell'Alba» e quindi "Sole". L'esibizione di Mata Hari nel museo Guimet ebbe luogo il 13 marzo. Mata Hari alternò le esibizioni, tenute nelle case esclusive di aristocratici e finanzieri, agli spettacoli nei locali prestigiosi di Parigi: il Moulin Rouge, il Trocadéro, il Café des Nations. Il successo provocò naturalmente una curiosità cui ella non poté sottrarsi e dovette far collimare l'immagine privata con quella pubblica: «Sono nata a Giava e vi ho vissuto per anni» - raccontò ai giornalisti, mescolando poche verità e molte menzogne - «sono entrata, a rischio della vita, nei templi segreti dell'India [ ... ] ho assistito alle esibizioni delle danzatrici sacre davanti ai simulacri più esclusivi di Shiva, Visnù e della dea Kalì [ ... ] persino i sacerdoti fanatici che sorvegliano l'ara d'oro, sacra al più terribile degli dei, mi hanno creduto una bajadera del tempio [ ... ] la vendetta dei sacerdoti buddisti per chi profana i riti [ ... ] è terribile [ ... ] conosco bene il Gange, Benares, ho sangue indù nelle vene».

Consacrata, il 18 agosto 1905, dopo l'esibizione al teatro dell'Olympia, come la «donna che è lei stessa danza», «artista sublime», e come colei che «riesce a dare il senso più profondo e struggente dell'anima indiana», Mata Hari si trovò a essere desiderata tanto dai maggiori teatri europei quanto, come moglie, da ricchi e nobili pretendenti. La sua tournée in Spagna, nel gennaio 1906, fu un trionfo: venendo incontro alla fantasia, ingenua e torbida, costruita su realtà di paesi del tutto sconosciuti, Mata Hari offriva agli spettatori quanto essi si attendevano dalla sua danza: il fascino proibito dell'erotismo e la purezza dell'ascesi, in un assurdo sincretismo in cui la mite saggezza di un Buddha veniva parificata ai riti sanguinari - per quanto inesistenti - di terribili dee indù.

D'altra parte, pare che ella avesse un certo talento se è vero che la sua esibizione nel balletto musicato da Jules Massenet, Le roi de Lahore, all'Opéra di Monaco ottenne, il 17 febbraio, un grande successo e lei venne salutata come «danzatrice unica e sublime» mentre il musicista francese, e anche Giacomo Puccini, si dichiararono suoi ammiratori. Il 26 aprile 1906 fu sancito ufficialmente il divorzio di Margaretha Zelle dal McLeod. Da Monaco si recò a Berlino, dove si legò a un ricco ufficiale, Hans Kiepert, che l'accompagnò a Vienna e poi a Londra e in Egitto. Furono intanto pubblicate due sue biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più che altro per esaltare sé stesso, inventandosi parentele con re e principi, e quella, di opposte intenzioni, di George Priem, avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, confermò la versione del padre: l'ex-cappellaio era un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese; quanto a lei, aveva viaggiato in tutti i continenti e aveva vissuto a lungo a Nuova Delhi, dove aveva frequentato maharaja e abbattuto tigri, come dimostra la pelliccia che indossava - in realtà acquistata in un negozio di Alessandria d'Egitto. Il successo provocò anche imitazioni ma nessuna delle sue epigoni raggiunse mai la sua fama. Il suo nome fu accostato a quello delle maggiori vedettes del passato, come Lola Montez, e del tempo, come la Bella Otero, Cléo de Mérode e Isadora Duncan. Il 7 gennaio 1910 riscosse a Montecarlo nuove acclamazioni con la sua Danse du feu che non replicò all'Olympia di Parigi solo perché le sue pretese economiche furono eccessive. Il successo fece crescere enormemente le spese necessarie a sostenere una incessante vita mondana che conobbe solo una breve tregua quando, nell'estate, si trasferì in un castello a Esvres, non lontano da Tours, che il suo nuovo amante, il banchiere Félix Rousseau, affittò e le mise a disposizione e dove rimase circa un anno, quando, a causa dei problemi finanziari della banca Rousseau, il suo Félix affittò per lei un appartamento carino, ma meno costoso, a Neuilly, uno dei sobborghi di Parigi. Alla fine del 1911 raggiunse il vertice del riconoscimento artistico partecipando, al Teatro alla Scala di Milano, prima alla rappresentazione dell'Armida di Gluck, tratta dalla Gerusalemme liberata del Tasso, recitando la parte del Piacere e poi, dal 4 gennaio 1912, dando cinque rappresentazioni del Bacco e Gambrinus, un balletto di Giovanni Pratesi musicato da Romualdo Marenco, dove interpretò il ruolo di Venere. Il direttore dell'orchestra, Tullio Serafin, dichiarò che Mata Hari « [...] è una donna eccezionale, dall'eleganza perfetta e con un senso poetico innato; inoltre, sa ciò che vuole e sa come ottenerlo. Ella così fa della propria danza una sicura opera d'arte». In realtà, il Teatro milanese stava attraversando un periodo di decadenza e i tentativi, fatti in quell'occasione da Mata Hari, di ottenere collaborazione da musicisti come Umberto Giordano e Pietro Mascagni, andarono a vuoto, come inutile fu anche il tentativo di esibirsi con i ballerini russi della compagnia di Djagilev. Mata Hari si consolò allora con le Folies Bergères dove, mettendo per un momento da parte la danza orientale, si trasformò in gitana e, nell'estate del 1913, andò in tournée in Italia, esibendosi a Roma, a Napoli e a Palermo. C'è un motivo, raccontava, per cui ella conosceva così bene i balli spagnoli: giovanissima, aveva sposato un nobile scozzese, con il quale aveva vissuto in un antico castello; dopo il fallimento del suo matrimonio, aveva viaggiato molto e a lungo in Spagna, dove un torero, innamorato di lei, si era fatto uccidere nell'arena, disperato per non essere stato corrisposto. Nel 1914 si spostò a Berlino, per preparare un nuovo spettacolo nel quale intendeva interpretare una danza egiziana: nella sua stanza dell'albergo Cumberland, scrisse lei stessa il libretto del balletto, che intitolò La chimera; nel frattempo prevedeva di esordire in settembre al Teatro Metropole in un altro spettacolo. Ma quello spettacolo non ebbe mai luogo: con l'assassinio del principe ereditario austriaco finì la Belle Epoque ed ebbe inizio la prima guerra mondiale.

Mentre l'esercito tedesco invadeva il Belgio per svolgere quell'operazione a tenaglia che, con l'accerchiamento delle forze armate francesi, avrebbe dovuto concludere rapidamente la guerra, Mata Hari era già partita per la Svizzera, da dove contava di rientrare in Francia; tuttavia, mentre i suoi bagagli proseguirono il viaggio verso la terra francese, lei venne trattenuta alla frontiera e rimandata a Berlino. Nell'albergo ove fece ritorno, senza bagaglio e denaro, un industriale olandese, tale Jon Kellermann, le offrì il denaro per il viaggio, consigliandole di andare a Francoforte e di qui, tramite il consolato, passare la frontiera olandese. Così, il 14 agosto 1914, il funzionario del consolato olandese rilasciò a Margaretha Geertuida Zelle, «alta un metro e settantacinque», di capelli, in quell'occasione, biondi, il visto per raggiungere Amsterdam. Qui divenne l'amante del banchiere van der Schalk e poi, dopo il trasferimento a L'Aja, del barone Eduard Willem van der Capellen, colonnello degli ussari, che la soccorse generosamente nelle sue non poche necessità finanziarie. Il 24 dicembre 1915 Mata Hari tornò a Parigi, per recuperare il suo bagaglio e tentare, nuovamente invano, di ottenere una scrittura da Djagilev. Ebbe appena il tempo di divenire amante del maggiore belga Fernand Beaufort che, alla scadenza del permesso di soggiorno, il 4 gennaio 1916, dovette fare ritorno in Olanda. Furono frequenti le visite nella sua casa de L'Aja del console tedesco Alfred von Kremer, che proprio in questo periodo l'avrebbe assoldata come spia al servizio della Germania, incaricandola di fornire informazioni sull'aeroporto di Contrexéville, presso Vittel, in Francia, dove ella poteva recarsi col pretesto di far visita al suo ennesimo amante, il capitano russo Vadim Masslov, ricoverato nell'ospedale di quella città. Mata Hari, divenuta agente H21, fu istruita in Germania dalla famosa spia Fräulein Doktor, che la immatricolò con il nuovo codice AF44. La ballerina era già sorvegliata dal controspionaggio inglese e francese quando, il 24 maggio 1916, partì per la Spagna e di qui, il 14 giugno, per Parigi dove, tramite un ex-amante, il tenente di cavalleria Jean Hallaure, che era anche, senza che lei lo sapesse, un agente francese, il 10 agosto si mise in contatto con il capitano Georges Ladoux, capo di una sezione del Deuxième Bureau, il controspionaggio francese, per ottenere il permesso di recarsi a Vittel. Ladoux le concesse il visto e le propose di entrare al servizio della Francia, proposta che Mata Hari accettò, chiedendo l'enorme cifra di un milione di franchi, giustificata dalle conoscenze importanti che ella vantava e che sarebbero potute tornare utili alla causa francese.

A Vittel incontrò il capitano russo, fece vita mondana con i tanti ufficiali francesi che frequentavano la stazione termale e dopo due settimane tornò a Parigi. Qui, oltre a inviare informazioni sulla sua missione agli agenti tedeschi in Olanda e in Germania, ricevette anche istruzioni dal capitano Ladoux di tornare in Olanda via Spagna. Dopo essersi trattenuta alcuni giorni a Madrid, sempre sorvegliata dai francesi e dagli inglesi, a novembre s'imbarcò da Vigo per L'Aia. Durante la sosta della nave a Falmouth, nel Regno Unito, fu arrestata perché scambiata con una ballerina di flamenco, Clara Benedix, sospetta spia tedesca. Interrogata a Londra e chiarito l'equivoco, dopo accordi presi con Ladoux, Scotland Yard la respinse in Spagna, dove sbarcò l'11 dicembre 1916. A Madrid continuò il doppio gioco, mantenendosi in contatto sia con l'addetto militare all'ambasciata tedesca, Arnold von Kalle, sia con quello dell'ambasciata francese, il colonnello Joseph Denvignes, al quale riferì di manovre dei sottomarini tedeschi al largo delle coste del Marocco. Il von Kalle comprese che Mata Hari stava facendo il doppio gioco e telegrafò a Berlino che «l'agente H21» chiedeva denaro ed era in attesa di istruzioni: la risposta fu che l'agente H21 doveva rientrare in Francia per continuare le sue missioni e ricevervi 15.000 franchi. L'ipotesi che i tedeschi avessero deciso di disfarsi di Mata Hari - rivelandola al controspionaggio francese come spia tedesca - poggia sull'utilizzo, da loro fatto in quell'occasione, di un vecchio codice di trasmissione, già abbandonato perché decifrato dai francesi, nel quale Mata Hari veniva ancora identificata con la sigla H21. In tal modo, i messaggi tedeschi furono facilmente decifrati dalla centrale parigina di ascolto radio della Tour Eiffel. Il 2 gennaio 1917 Mata Hari rientrò a Parigi e la mattina del 13 febbraio venne arrestata nella sua camera dell'albergo Elysée Palace e rinchiusa nel carcere di Saint-Lazare.

Di fronte al titolare dell'inchiesta, il capitano Pierre Bouchardon, Mata Hari adottò inizialmente la tattica di negare ogni cosa, dichiarandosi totalmente estranea a ogni vicenda di spionaggio. Fu assistita, nel primo interrogatorio, dall'avvocato Édouard Clunet, suo vecchio amante, che aveva mantenuto con lei un affettuoso rapporto e che poté essere presente, secondo regolamento, ancora solo nell'ultima deposizione. Poi, con il passare dei giorni, Mata Hari non poté evitare di giustificare le somme - considerate dall'accusa il prezzo del suo spionaggio -che il van der Capelen, suo amante, le inviava dall'Olanda, di ammettere le somme ricevute a Madrid dal von Kalle, giustificandole come semplici regali, e di rivelare anche un particolare inedito: l'offerta ricevuta in Spagna di ingaggiarsi come agente dello spionaggio russo in Austria. Riferì anche della proposta fattale dal capitano Ladoux di lavorare per la Francia, una proposta che cercò di sfruttare a suo vantaggio, come dimostrazione della propria lealtà nei confronti della Francia. L'accusa non aveva, fino a questo momento, alcuna prova concreta contro Mata Hari, la quale poteva anzi vantare di essersi messa a disposizione dello spionaggio francese. Il fatto è che il controspionaggio non aveva ancora messo a disposizione del capitano Bouchardon le trascrizioni dei messaggi tedeschi intercettati che la indicavano come l'agente tedesco H21. Quando lo fece, due mesi dopo, Mata Hari dovette ammettere di essere stata ingaggiata dai tedeschi, di aver ricevuto inchiostro simpatico per comunicare le sue informazioni, ma di non averlo mai usato - avrebbe gettato tutto in mare - e di non avere trasmesso nulla ai tedeschi, malgrado 20.000 franchi ricevuti dal console von Kramer, che ella, sostenne, considerò solo un risarcimento per i disagi patiti durante la sua permanenza in Germania nei primi giorni di guerra. Quanto al messaggio di von Kalle a Berlino, che la rivelava come spia, Mata Hari lo considerò la vendetta di un uomo respinto. I tanti ufficiali francesi dei quali fu amante, interrogati, la difesero, dichiarando di non averla mai considerata una spia. Al contrario, il capitano Georges Ladoux negò di averle mai proposto di lavorare per il servizi francesi, avendola sempre considerata una spia tedesca, mentre l'addetto militare a Madrid, l'anziano Denvignes, sostenne di essere stato corteggiato da lei allo scopo di carpirgli segreti militari; quanto alle informazioni sulle attività tedesche in Marocco, egli negò che fosse stata Mata Hari a fornirle. Entrambi gli ufficiali non seppero citare alcuna circostanza sostanziale contro Mata Hari, ma le loro testimonianze, nel processo, ebbero un peso determinante. L'inchiesta si chiuse con un colpo a effetto: l'ufficiale russo Masslov, del quale Mata Hari sarebbe stata innamorata, scrisse di aver sempre considerato la relazione con la donna soltanto un'avventura. La rivelazione non aveva nulla a che fare con la posizione giudiziaria di Mata Hari, ma certo acuì in lei la sensazione di trovarsi in un drammatico isolamento. L'inchiesta venne chiusa il 21 giugno con il rinvio a giudizio di Mata Hari. Il processo, tenuto a porte chiuse, ebbe inizio il 24 luglio: a presiedere la Corte di sei giudici militari fu il tenente colonnello Albert Ernest Somprou; a sostenere l'accusa il tenente Mornet. Nulla di nuovo emerse nei due giorni di dibattimento: dopo l'appassionata perorazione del difensore Clunet, vecchio combattente e decorato, nel 1870, nella Guerra Franco-Prussiana, i giudici si ritirarono per rispondere a 8 domande:

se nel dicembre 1915 Margaretha Zelle avesse cercato di ottenere informazioni riservate nella zona militare di Parigi a favore di una potenza nemica;

se si fosse procurata informazioni riservate al console tedesco in Olanda von Kramer;

se nel maggio 1916 avesse avuto rapporti in Olanda con il console von Kramer;

se nel giugno 1916 avesse cercato di ottenere informazioni nella zona militare di Parigi;

se avesse cercato di favorire le operazioni militari della Germania;

se nel dicembre 1916 avesse avuto contatti a Madrid con l'addetto militare tedesco von Kalle allo scopo di fornirgli informazioni riservate;

se avesse rivelato al von Kalle il nome di un agente segreto inglese e la scoperta, da parte francese, di un tipo di inchiostro simpatico tedesco;

se nel gennaio 1917 avesse avuto rapporti con il nemico nella zona militare di Parigi.

Dopo meno di un'ora venne emessa la sentenza secondo la quale l'imputata era colpevole di tutte le otto accuse mossele: «In nome del popolo francese, il Consiglio condanna all'unanimità la suddetta Zelle Marguerite Gertrude alla pena di morte [...] e la condanna inoltre al pagamento delle spese processuali» Quanto all'unanimità dei giudici, questa valeva per la sentenza ma non per ogni capo d'imputazione, per alcuni dei quali il verdetto di colpevolezza non trovò l'unanimità.

L'istanza di riesame del processo venne respinta dal Consiglio di revisione il 17 agosto e il 27 settembre anche la Corte d'Appello confermò la sentenza di condanna. L'ultima speranza era rappresentata dalla domanda di grazia che l'avvocato Clunet presentò personalmente al Presidente della Repubblica Poincaré. Il 15 ottobre, un lunedì, Mata Hari, che dopo il processo occupava una cella in comune con due altre detenute, venne svegliata all'alba dal capitano Thibaud, il quale la informò che la domanda di grazia era stata respinta e la invitò a prepararsi per l'esecuzione. Si vestì con la consueta eleganza, assistita da due suore. Poi, su sua richiesta, il pastore Arboux la battezzò; indossato un cappello di paglia di Firenze e infilati i guanti, fu accompagnata da suor Léonide e suor Marie, dal pastore, dall'avvocato Clunet, dai dottori Bizard, Socquet, Bralet, dal capitano Pierre Bouchardon e dai gendarmi nell'ufficio del direttore, dove scrisse tre lettere - che tuttavia la direzione del carcere non spedì mai - indirizzate alla figlia Jeanne Louise, al capitano Masslov e all'ambasciatore d'Olanda Cambon. Poi tre furgoni portarono il corteo al castello di Vincennes dove, scortati da dragoni a cavallo, giunsero verso le sei e trenta di una fredda e nebbiosa mattina. Al braccio di suor Marie, si avviò con molta fermezza al luogo fissato per l'esecuzione, dove venne salutata, come è previsto, da un plotone che le presentò le armi. Ricambiato più volte il saluto con cortesi cenni del capo, fu blandamente legata al palo; rifiutata la benda, poté fissare di fronte a sé i dodici fanti, reduci dal fronte, ai quali era stato assegnato il compito di giustiziarla: uno di essi, secondo regola, aveva il fucile caricato a salve. Degli undici colpi, otto andarono a vuoto - ultima galanteria dei militari di Francia - uno la colpì al ginocchio, uno al fianco e il terzo la fulminò al cuore: il maresciallo Pétey diede alla nuca un inutile colpo di grazia. Nessuno reclamò il corpo: trasportato all'Istituto di medicina legale di Parigi, sezionato, fu presto sepolto in una fossa comune. Venne conservata la testa che fu trafugata negli anni cinquanta, in circostanze mai chiarite, per servire forse come estrema e macabra reliquia.

I protagonisti della vita di Mata Hari, padre, figlia, amanti, diplomatici e agenti segreti, proseguirono così la loro vita:

Rudolph (John) Mac Leod, l'ex marito di Mata Hari, si risposò nel 1907 con Elizabeth van der Maast, dalla quale ebbe una figlia, Norma, nel 1909. La coppia si separò, la figlia venne portata via dalla madre e Mac Leod, con il quale era rimasta la figlia avuta da Margaretha, ottenuto il divorzio da Elizabeth, nel 1917 si sposò per la terza volta con la governante di Non, la venticinquenne Gietje Meijer. Ebbe dalla terza moglie una figlia nel 1921 e morì settantatreenne nel 1928.

Non Mc Leod, figlia di Margaretha e di Rudolph (John) Mac Leod, alta e slanciata e di carnagione scura, molto somigliante alla madre anche nel carattere, rimasta a vivere con il padre, morì improvvisamente alla vigilia della partenza per l'Indonesia (10 agosto 1919): aveva ventuno anni.

Il capitano francese Georges Ladoux, del Deuxième Bureau, venne arrestato quattro giorni dopo l'esecuzione di Mata Hari con la medesima accusa: spionaggio a favore della Germania. Prosciolto in un primo momento, venne nuovamente incarcerato e ci vollero quasi due anni prima che fosse prosciolto definitivamente e reintegrato nel grado, andando poi in pensione con quello di maggiore.

Il capitano francese Pierre Bouchardon, che condusse l'inchiesta per il processo, entrò nella magistratura civile e fece carriera come pubblico accusatore, morendo poi nel 1950. Fu lui a essere di nuovo in carica nel 1944 per tutti i grandi processi della "Libération" su richiesta speciale del generale Charles de Gaulle.

Il maggiore tedesco Arnold Kalle, addetto militare all'ambasciata tedesca di Madrid, rientrato in patria, rimase nell'esercito e si ritirò in pensione nel 1932.

Il barone francese Henri de Marguérie continuò la sua attività diplomatica presso il Quai d'Orsay; entrato in politica venne eletto senatore nel 1920 e morì ultranovantenne nel 1963.

Il barone olandese Eduard Willem van der Capellen lasciò l'esercito dei Paesi Bassi nel 1923 dopo essere diventato generale di divisione.

Il capitano russo Vadim Masslov sposò Olga Tardieu, figlia di un francese e di una russa; rientrato in Russia allo scoppio della rivoluzione, se ne persero le tracce.

Il tenente di cavalleria francese Jean Halaure ricevette dal facoltoso padre una cospicua somma, si trasferì a New York, ove sposò un'americana con la quale rientrò in Francia, precisamente in Bretagna, vivendoci il resto della vita con la moglie e morendovi nel 1960.

Jules Martin Cambon, ambasciatore francese in Olanda, fu delegato francese alle trattative di pace di Versailles nel 1919; morì novantenne a Vevey nel 1935.

Il console tedesco all'Aja, Alfred von Kramer, rientrato in Germania alla fine della guerra, morì nel 1938.

Cent’anni dalla fucilazione di Mata Hari. Una mostra al Fries Museum ne ricostruisce la storia, tra documenti e fotografie, scrive Fiorella Minervino il 21/10/2017 su "La Stampa". Bella, forse fin troppo per i canoni del tempo, seducente e avvolta nei veli, danzava e ammaliava le folle del mondo, collezionando amanti facoltosi, di preferenza militari e banchieri. E anche fatale, con una vita di successi e dolori; era una giovane di provincia, avida di uscire dall’anonimato e conquistare fama e ricchezza. Si era inventata tutto, esotismo, origine, professione, nome. Cent’anni fa, il 15 ottobre, veniva giustiziata per tradimento a Parigi, nel Castello di Vincennes, Margaretha Gertruids Zelle, in arte Mata Hari (in malese significa Occhio dell’Aurora cioè sole), 41 anni, accusata di essere un’agente segreta dei tedeschi. Lei, dignitosa, incoraggiò i 12 fanti che, reduci dalla guerra, erano riluttanti a spararle.  La sua città, Leeuwarden, capitale della Frisia (il prossimo anno sarà capitale europea della cultura), ora la ricorda con una mostra di foto, documenti rari, 100 oggetti e scritti che compaiono per la prima volta. Accanto, documenti militari francesi recentemente desecretati e resi pubblici, documenti legali, rapporti sulla sua attività, trascrizioni delle udienze e prove chiave, come i telegrammi intercettati di un diplomatico tedesco a Madrid, che forniscono una panoramica completa del processo.  “Mata Hari: Il mito e la donna” è il titolo della maggiore personale mai dedicata a Margaretha, appena inaugurata al Fries Museum (fino al 2 aprile 2018) di Leeuewarden, a cura di Hans Groeneweg e di Yves Rocourt. Chi era in realtà “la spia del secolo” che ha poi animato straordinarie interpretazioni al cinema di Greta Garbo, Marlene Dietrich, Jeanne Moreau e Sylvia Kristel o ispirato grandi ballerine come Carla Fracci? È entrata in pagine di libri come La spia di Paulo Coelho che la vede fra le prime femministe, e di Giuseppe Scarafia che ne indaga i giorni ultimi. Morta e risorta tante volte, come ora al Fries Museum. Era una bimba felice nella graziosa casa al centro di Leeuewarden, la si vede nelle foto esposte. Ci sono le sue poesie, il libro di preghiere e le pagelle. Il padre possedeva un negozio di cappelli, ma fallì, la famiglia si sfasciò, la madre morì quando lei aveva 15 anni; era alta 1,75 cm, ben fatta, scura di capelli, aria vagamente esotica. Senza soldi, a 18 anni risponde a un’inserzione sul giornale locale di cuori solitari di un militare di 40 anni, il capitano Rudolph John Mac Leod. Si sposano dopo 6 giorni: eccoli, sorridenti, in una foto delle nozze.  Vanno a vivere a Giava, nelle Indie Orientali Olandesi: è subito vita di colonia, balli, intrattenimenti, ma pure esistenza assai meno comoda che in Europa; lui è ubriaco, geloso, violento, malato di sifilide. Hanno due figli, ma solo la bimba Non (piccola in malese) sopravvive. Lei vuol separarsi e lui è contrario, scrive lettere ai parenti e al rientro in Olanda divorzia dal marito che le rifiuta gli alimenti e le impedisce di vedere la bimba.  Le lettere presentate nella mostra la raccontano mamma e donna, nell’incertezza e dolore di lasciare la figlia e la voglia di fuggire dalla provincia. Sceglie Parigi, fa di tutto per mantenersi, anche la modella a Montmartre per gli artisti con poca fortuna, poi rientra in Olanda. Qui comincia a ballare dapprima in teatri modesti e si inventa la danza sacra che aveva ammirato a Giava, come la scelta del nome; anche se non si sa esattamente come ballasse, dice di essere una principessa di Giava. Così cominciano gli amanti danarosi. Un impresario la stimola a continuare e il 13 marzo 1905 Mata Hari fa il suo grande debutto come danzatrice nella biblioteca del Musée Guimet: è il successo. Partendo da Parigi, Folies Bergère, Trocadero, conquista i teatri di tutta Europa, è ormai la diva: da Roma a Berlino, da Vienna a Madrid, alla Scala a Milano, presto famosa per le sue storie con amanti famosi.  Il Musée Guimet presta una statua di Shiva e 14 marionette wayang, i gioielli e il reggiseno di scena (che ha sempre indossato), tutto parte di scenografie nelle prime rappresentazioni di Mata Hari nella biblioteca del ricco industriale Emile Guimet. Foto rare, poster, recensioni, articoli (uscì in copertina di Vogue) compaiono in mostra al Fries Museum, e pure il grande ritratto a figura intera che le fece il pittore Isaac Israëls nel 1916. Troppo famosa, troppo chiacchierata, troppi innamorati di nazioni diverse, in lotta fra loro nella Belle Époque smaniosa di esotismo ed evasioni. La Grande Guerra spegne ogni cosa, anche la vorticosa carriera ormai al declino a 40 anni.  Conduce una vita costosa da star, sempre in cerca di denaro. L’amico console tedesco all’Aia, Alfred von Kremer, le offre l’equivalente di 15.000 per fare la spia e procurare notizie dei francesi. Lei accetta e sarà l’agente H21, ma altrettanto fa la Francia e ora pure l’Inghilterra pare, e perfino la Russia; in realtà non offre mai rivelazioni determinanti o utili ma il triplo o quadruplo gioco in momenti tanto drammatici la rendono una mina vagante. In realtà è una pluri-agente che tutti controllano, è pedinata per mesi, ora per ora, anche quando va dal parrucchiere, si legge nel rapporto del sedicente amico capitano Georges Ladoux del controspionaggio francese. Si è innamorata follemente del giovane ufficiale russo Vadim Masslov, 20 anni meno di lei, stessa età del figlio Norman. Sogna di sposarlo e cerca più soldi. Il 13 febbraio 1917 i servizi segreti francesi la arrestano, 8 mesi di prigione fra topi e lacrime di una diva. Scrive anche 5 lettere al giorno, è certa di cavarsela, il processo la vede incerta: dapprima nega, poi ammette qualcosa, mai di aver tradito, con testimonianze contraddittorie, forse troppo abituata a mentire o a mezze verità. Il tribunale per crimini di guerra, non unanime (c’è chi la ritiene innocente), la dichiara colpevole con condanna a morte. Viene chiesta la grazia al Presidente Poincaré, che la nega. Su un foglio giallognolo in francese si legge in grande, al centro: Mort.  All’esecuzione vuole che le tolgano la benda agli occhi. Nessuno reclamerà la salma che, dopo l’autopsia, viene gettata nella fossa comune. Non la vuole la figlia Non, e neppure Vadim che ha assicurato che per lui era stata solo un’avventura e sposa una coetanea. Lei lascia le lettere che nessuno vuole, neppure il suo giovane ufficiale russo. Ora i nuovi documenti presentati (ci sarà un’app apposita per sfogliarli) portano qualche luce sulla donna e la vicenda e inducono a credere che non fosse una vera spia, bensì una celebrità o un’avventuriera in cerca di denaro, ma anche dell’amore che forse non ricevette mai. Forse un’incallita bugiarda, forse troppo famosa, troppo amata, odiata, invidiata. Tuttavia una donna coraggiosa, fuori dagli schemi nella società allo scatto del secolo XIX. Esce dalla vita, entra nella leggenda. 

Mata Hari, cent’anni fa veniva fucilata la «spia che danzava», scrive "Il Corriere della Sera". Chi era Mata Hari? Una spia, una cortigiana, una donna che si è trovata in un gioco più alto delle suo saper giocare? Accusata di spionaggio e fucilata a 41 anni in Francia, questa è la biografia di un personaggio entrato nel mito. Margaretha Geertruida Zelle - questo il nome all’anagrafe della donna nota con il nome d’arte di Mata Hari - nasce a Leeuwarden, in Olanda, il 7 agosto 1876. Di famiglia borghese, conduce una vita agiata sino alla crisi delle attività commerciali della famiglia che provocano la separazione dei genitori. Qualche anno dopo, nel 1896, Margaretha sposa il capitano Rudolph Mac Leod, ufficiale di stanza in Indonesia provvisoriamente di ritorno in Europa per una convalescenza. Nel 1897 si trasferisce a Giava dove il marito è stato promosso al grado di maggiore. Qui Margaretha si avvicina per la prima volta alle danze rituali locali e e ne rimane affascinata. Lasciata dal marito, si trasferisce a Parigi, dove, tra molte difficoltà, inizia ad affermarsi nel mondo dello spettacolo. Dopo gli inizi come amazzone in un circo, ottiene in seguito un grande successo grazie a una danza ispirata proprio alla ritualità giavanese, durante la quale Margaretha, qui in un’immagine del 1905, si libera dei veli che la avvolgono uno dopo l’altro. Nel 1905, anno della consacrazione all'Olympia di Parigi, assume il nome d'arte di Mata Hari, riscuotendo da quel momento in poi una crescente ammirazione in tutta Europa, cosa che la porta a esibirsi nei principali teatri europei, ricercata dai maggiori musicisti dell'epoca. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale e la fine della Belle Epoque Mata Hari continua a spostarsi attraverso l’Europa intrattenendo rapporti e liaisons sentimentali con diplomatici e ufficiali francesi e tedeschi. Mata Hari viene arrestata a Parigi il 13 gennaio 1917 con l’accusa di «spionaggio, connivenza e complicità con il nemico». Durante l’interrogatorio ammette di essere l’agente H21 ingaggiata nella primavera precedente dal console tedesco di Amsterdam con 20 mila franchi ma giura di non aver mai tradito. Il 25 luglio 1916 viene condannata dalla corte militare alla pena capitale e fucilata all’alba del 15 ottobre nel Poligono di Vincennes. La figura e la vita di Mata Hari sono state oggetto di numerose trasposizioni cinematografiche: la più famosa quella diretta da George Fitzmaurice del 19 con Greta Garbo nel ruolo di Mata Hari.

È passato un secolo, ancora nessuno sa chi era Mata Hari, scrive Lanfranco Caminiti il 13 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il 15 ottobre 1917 fu fucilata per tradimento. Castello di Vincennes – 15 ottobre 1917 – dove un tempo sorgeva un forte quasi distrutto dai prussiani durante l’assedio di Parigi del 1870. Alle sei e trenta di una fredda e nebbiosa mattina, un plotone di dodici soldati zuavi reduci dal fronte di guerra aspetta il comando dell’ufficiale per scaricare la sua fucileria. Di quei dodici fucili, uno è caricato a salve, come vuole il regolamento, perché ogni soldato possa pensare di non essere stato lui a tirare il colpo mortale. L’ufficiale si avvicina alla persona condannata a morte per coprire i suoi occhi con una benda. Lei, con un elegante gesto della mano, rifiuta. Guarda negli occhi i soldati, guarda negli occhi i suoi carnefici. Non ha paura. È stata svegliata poco dopo le cinque al secondo piano di Saint- Lazare, il penitenziario femminile di Parigi, cella numero 12. Le monache le hanno già comunicato, qualche giorno prima, che la domanda di grazia presentata al presidente francese è stata respinta. Si aspetta perciò questa sveglia improvvisa all’alba. È il suo nome, d’altronde, occhio dell’alba, in lingua giavanese: Mata Hari. Almeno, era il suo nome d’arte, quando calcava le scene dei palcoscenici di tutta Europa, perché all’anagrafe è registrata come Margaretha Geertruida Zelle, nata a Leeuwarden, Olanda, il 7 agosto 1876. L’altro “nome d’arte”, quello che le è stato dato dai tedeschi per i quali ha lavorato come spia è: agente segreto H21. È l’agente segreto H21, la donna che i soldati zuavi stanno per fucilare. Anche se tutti sanno che lei è la famosa Mata Hari. Mata Hari si è vestita con calma nel carcere femminile di Saint-Lazare, indossando un lungo cappotto dai risvolti di pelliccia sul suo kimono, mettendo i guanti di pelle nera, e rassettando i capelli che ha tenuto insieme con un fermaglio, e sui quali ha poi poggiato un cappello di paglia di Firenze, legandolo al mento con un nastro perché non voli. Ha quarantun anni. Della intrigante bellezza che ha fatto impazzire ufficiali e nobili, trafficanti e coreografi, artisti e faccendieri della Belle Époque dev’essere rimasta ancora qualche traccia – e poi, arrestata a gennaio, ha vissuto con dolore e disperazione i lunghi mesi del processo iniziato a giugno, pieno di voltafaccia e colpi di scena: sa da tempo d’essere giunta al capolinea della sua lunga corsa. Ma il fascino è rimasto intatto: è una donna alta, dai capelli scuri, gli occhi di giada e la carnagione olivastra – e benché abbia avuto due gravidanze, il corpo è ancora sensuale, flessuoso e agile. Dopo il breve tragitto dal carcere fino a Vincennes, i furgoni scortati dai dragoni a cavallo, Mata Hari è stata legata blandamente al palo dell’esecuzione – di certo lei non fuggirà, di certo lei non tremerà. La leggenda dice che proprio per mostrare quanto non abbia paura, Mata Hari d’improvviso faccia scivolare il suo lungo cappotto fino ai piedi e offra ai fucili il suo petto nudo. Vero o no, l’ufficiale, il maresciallo Petey, alza la sciabola, l’abbassa: fuoco. Degli undici colpi, otto vanno fuori bersaglio – forse un’estrema galanteria dei soldati francesi. Dei tre al corpo, uno colpisce una rotula, uno un fianco, il terzo va dritto al cuore. Il maresciallo Petey si avvicina per dare il colpo di grazia, anche se del tutto inutile. Poi annuncia: Mata Hari è morta. Un soldato zuavo, uno dei fucilatori, sviene. Colpevole o meno di tradimento, il processo a Mata Hari, in piena guerra e con uno stato maggiore che non sta proprio dando gran prova di sé sul piano militare contro un nemico tedesco straordinariamente capace, serve per rinsaldare il fronte interno. E salda i conti aperti nello spionaggio francese fin dal tempo del caso Dreyfus. Come ha scritto Julie Wheelwright, autrice di The Fatal Lover: Mata Hari and the Myth of Women in Espionage, dal momento della sua esecuzione l’esotica danzatrice Margaretha “Gretha” Zelle sposata MacLeod – universalmente nota come Mata Hari – è diventata sinonimo del tradimento sessuale femminile. Giudicata da un tribunale militare francese per passare segreti al nemico durante la Prima guerra mondiale, fu condannata come la “più grande spia del secolo”, responsabile di aver mandato alla morte più di ventimila soldati alleati. Ma il suo status di straniera – era, appunto, olandese – e di donna divorziata, assolutamente non pentita di avere dormito con ufficiali di tutte le nazionalità, ne fecero un perfetto capro espiatorio nel 1917. Era nata in una famiglia più che benestante, nella capitale della Frisonia, Olanda. Il padre era proprietario di un mulino, ma le sue speculazioni in affari di petrolio lo portarono sul lastrico e, senza un soldo, partì per l’Aia. La madre morì quando Greta aveva solo quindici anni, e fu data in custodia presso degli zii. A diciott’anni rispose a un annuncio di cuori solitari su un giornale quattro mesi dopo, era sposata a Rudolph “John” MacLeod, un uomo che aveva il doppio dei suoi anni, era un forte bevitore e era militare di stanza nell’esercito in India. Da un padre volgare finì nelle mani di un marito volgare. Il matrimonio fu rovinoso fin dall’inizio. Dopo la nascita del primo figlio, Norman, nel 1897, Greta e il marito navigarono verso le Indie orientali, dove la loro vita si spese per quattro anni in guarnigioni militari. La tragedia arrivò dopo la nascita della figlia, Non, quando entrambi i bimbi furono avvelenati: la piccola sopravvisse, il piccolo morì. Quando John poté andare in pensione, la coppia tornò in Olanda e si separò. È il 1902. Eppure questa “mangiauomini”, che ballò a La Scala di Milano e all’Opera di Parigi e nei salotti privati di mezzo mondo, era disgustata dal sesso. Nuovi documenti – finora i biografi avevano avuto accesso solo alla trascrizione del processo francese e alle sue lettere in prigione – gettano un’altra luce sulla sua vita: «Mio marito mi ha dato un tale disgusto per le cose sessuali che non posso dimenticarlo mai». Dal marito aveva contratto la sifilide, nelle Indie occidentali, e per precauzione la figlia Non era stata sottoposta alle cure di mercurio. Dopo la separazione lei ebbe la custodia della figlia, ma si rifiutò di pagare una intermediazione finanziaria, e la mancanza di sostegni familiari e l’assenza di una qualche attività professionale finirono per dare la bimba al marito. Decide così di andare a Parigi. Più tardi scrisse: «Pensavo che tutte le donne che si separavano dal marito andavano a Parigi». A Parigi, cercò in ogni modo di guadagnarsi rispettabilmente da vivere, sempre con l’obiettivo di riprendersi la bambina, dando lezioni di piano, insegnando il tedesco, facendo la dama di compagnia, e come commessa in un negozio di abbigliamento. Meno rispettabile, ma più remunerativo era lavorare come modella per pittori di Montmartre. Ritorna brevemente in Olanda, come comparsa in una compagnia di teatro, ma confessa in una lettera di “dormire con uomini” per denaro. Fa la ballerina al Perroquet bleu, esibendosi in una «danza delle bayadere». E qui s’incontra la sua genialità con quella di un impresario che vede in lei l’incarnazione di un desiderio d’Oriente: Gretha s’inventa ascendenze indiane, di avere partecipato a segreti riti e d’avere imparato le movenze di danze sacre – ci sono i gesti, c’è la caduta dei veli e la nudità finale. L’occidente non vede l’ora di perdere la testa per l’oriente. Gumet mette intorno ai gesti lascivi di Gretha vasi, décor, musiche, tende, gioielli, crea una mistica. È così che nasce il mito di Mata Hari. Qualcosa che era nell’aria e che d’improvviso prende corpo in una donna, in un corpo, in una danza. Tra il 1904 e il 1906, Mata Hari calca i palcoscenici più importanti, viene contesa dagli impresari più grandi, desiderata da tutti gli uomini. E lei passa dalle braccia di un barone tedesco a quelle di un imprenditore francese, da un nobile spagnolo a un ufficiale inglese o russo. È all’apice del successo. Poi, vive di rendita. Quando i colpi di pistola di Sarajevo pongono fine alla Belle Époque e danno inizio alla Grande guerra, viene reclutata dai tedeschi. Vogliono sapere di impianti industriali, lei che è dentro quel mondo, di segreti militari – gli uomini a letto parlano, si vantano, sono tronfi. I sospetti cominciano a aleggiare su di lei: i francesi provano a tenderle una trappola, lei si offre per un doppio gioco. Spera di tornare in Olanda, e così salvarsi. L’attirano in un tranello, e forse sono gli stessi tedeschi a disfarsene perché è ormai “bruciata”, oppure commettono una grave imprudenza utilizzando un codice di trasmissione che era stato già decifrato. Insomma l’arrestano. È la fine. Eppure, inventandosi quel passato orientale, quella conoscenza di riti e di culti, fu proprio Gretha la vera creatrice di se stessa e di un proprio doppio, Mata Hari. È questa forza d’animo, questa capacità di reinventarsi ogni volta, di risollevarsi dalla disperazione, non importa quel che costi, che fa di Gretha Zelle un personaggio così straordinario, così moderno. Mata Hari era una donna forte, e questo è un giudizio che va oltre le sue azioni, reali o presunte.

LA CASTA DELLE PAPI GIRLS E DINTORNI.

Berlusconi, onda rosa su Forza Italia: non solo Carfagna, chi sono le donne che si prenderanno il partito, scrive l'11 Dicembre 2017 "Libero Quotidiano". In vista della prossima tornata elettorale, ancora una volta, Silvio Berlusconi punta sulle donne. E in queste ore sta mettendo a punto la nuova e ricca squadra di donna da far scendere in campo per le prossime elezioni. Imprenditrici, libere professioniste, blogger, giornaliste e amministratrici locali. "In questa direzione" si legge in un articolo de Il Mattino, "vanno le cene ad Arcore con tavolate di personalità espressione della società civile. Ma sempre di più si afferma il principio di rovesciare il concetto delle quote previsto per legge. Non si tratta del consenso femminile di cui il Cavaliere ha sempre goduto, ma del plusvalore dovuto alla iniezione di una forte componente di genere. Donne belle, in carriera. Altro che quote rosa del 40%, appunto: semmai le quote servono a preservare la presenza maschile nelle liste". C'è il nutrito gruppo delle ex ministre: da Mara Carfagna a Anna Maria Bernini, da Mariastella Gelmini a Stefania Prestigiacomo e Nunzia De Girolamo e Michela Vittoria Brambilla, leader del partito animalista. Ci sono poi le europarlamentari che vorrebbero tornare in Italia: Elisabetta Gardini e Lara Comi. Tra le imprenditrici spicca Emma Marcegaglia, già presidente di Confindustria, Lisa Ferrarini titolare dell'omonima impresa, vicepresidente di Confindustria per l'Europa, e la ex europarlamentare azzurra Luisa Todini. "Volti nuovi in arrivo da Comuni e Regioni" continua l'articolo, "il vero bacino nel quale il Cavaliere pescherà risorse fresche e rodate per dare corpo alle liste". E poi le new entry, le nuove leve su cui punta il Cavaliere: Anna Pettene, moglie del presidente di Erg Edoardo Garrone, la poco più che trentenne Paola Tommasi, economista che ha lavorato con Renato Brunetta e che ha anche fatto parte dello staff di Donald Trump. 

Fare sesso per fare carriera? Scrivono su "Il Fatto Quotidiano" del Lunedì 1 aprile 2015 Elisabetta Ambrosi e Lia Celi.

Più che alla morale occhio alle complicazioni di Elisabetta Ambrosi. Una bufera di critiche, di accuse di scorrettezza politica e di bieco maschilismo si è rovesciata sulla chirurga vascolare Gabrielle McMullin, rea di aver affermato che, per far carriera, le donne devono essere anche disposte anche a qualche richiesta sessuale. Ma quello che i detrattori della dottoressa australiana non hanno capito è che la sua affermazione non era un auspicio, insomma un ‘dover essere’ (‘opportuno e giusto fare sesso con i capi’) ma una constatazione di fatto: se fai sesso con i capi, fai anche più carriera. Talmente vero da apparire banale, anche se non andrebbero sottovalutati fastidiosi effetti collaterali – proprio sul lavoro – quando la relazione si interrompe. Più interessante allora sarebbe stato però esplorare un altro aspetto del dilemma: posto che una decida di scopare col superiore, scelta libera in un Paese libero, com’è meglio farlo? Con astuto cinismo, come una specie di fastidioso straordinario, o con coinvolgimento sentimentale (accade, siamo umani, oltre al fascino del potere)? Non sempre è una scelta e normalmente la versione A – distacco completo e obiettivo solo strumentale – è molto rara, perché, nonostante i moralisti la propongano come l’immagine classica della donna avida di carriera che sfrutta qualsiasi mezzo, la realtà è impastata di ambiguità: e dunque di avances affettuose, gratificazioni narcisistiche reciproche, mezzi innamoramenti, a volte persino amore: insomma più spesso il sesso in ufficio appare così. Invece di gridare allo scandalo, allora, sarebbe meglio restare lucide sulle inevitabili ricadute anche professionali, della fine della storia. Se dunque esiste una vera obiezione all’evitare il letto del capo, non è morale, ma pratica. Non fate sesso col superiore perché a volte – altro che benefici- le complicazioni successive (anche sulla carriera) sono molte di più.

A letto con il capo? L’uomo non esiterebbe di Lia Celi. Ma l’avete visto quanto è bella Gabrielle McMullin, la chirurga australiana secondo cui ogni donna è seduta sulla sua meritocrazia e non lo sa? Una splendida 60 enne tipo Julie Andrews che irradia empowerment e autorevolezza. Il discorso “se il capo ve la chiede dàtegliela, na lavada, na sugada, la par nanca duperada” (non è il motto sull’ultima felpa di Salvini ma un cinico proverbio milanese, “una lavata, un’asciugata e non pare neanche usata”) ce lo saremmo aspettate da un’Olgettina o da una Biancofiore, per chi sa cogliere la sottile differenza. La dottoressa si riferiva in particolare alle stagiste e citava il caso di una giovane specializzanda che per aver denunciato le avance del suo supervisore ha perso il posto cui aspirava. Stop alla carriera, conclamata quanto rovinosa fama di cagacazzo: vale la pena, o è meglio chiudere gli occhi e pensare al proprio futuro? La Realpolitik della passera vale ancora, e a parti ribaltate gli uomini non si farebbero scrupolo a barattare una scopata con una promozione, perché badano al sodo e non dubitano che il loro coso resti come nuovo. Ma quando mio figlio è sul tavolo operatorio non voglio dover pensare che la anestesista che gli sta iniettando qualcosa di potenzialmente letale ha ottenuto quel lavoro non perché era la più competente in anestesiologia, ma perché è andata a letto col primario. Questo non esclude che sia anche competente, ma il dubbio mi induce a diffidare automaticamente di lei e di tutte le donne in ruoli di responsabilità, specie se giovani e belle, e di volere al loro posto dei maschi, che possono far carriera senza puntare sulla libido altrui. Almeno in Australia e nell’Occidente civilizzato. In Italia gli uomini devono puntare su parentele e raccomandazioni. E se fai carriera col sesso almeno devi scopare di tuo, se la fai con gli appoggi strumentalizzi papà ministro e amici di famiglia, che è anche più sporco. Da il Fatto del Lunedì, 23 Marzo 2015

Berlusconi e il video con le olgettine: «Papi, facci lavorare in tv» e lui: «Impossibile, non conto nulla». Di Valentina Baldisserri - di Valentina Baldisserri /CorriereTV del 20 luglio 2018. «Io non sono presidente di niente a Mediaset, sono fuori da Mediaset da 18 anni». È così che Silvio Berlusconi, ripreso di nascosto col telefonino da una delle ragazze delle serate ad Arcore e seduto su un divano di villa San Martino, risponde alla pressanti richieste, definite «impossibili» dallo stesso ex premier, di alcune giovani in casa con lui che gli chiedono un lavoro in tv. Il video, di cui l’Ansa è venuta in possesso, è stato realizzato a metà del 2011, quando l’inchiesta sul caso Ruby era già scoppiata, depositato agli atti del processo Ruby ter e finora mai diffuso. «L’isola non l’ho fatta (...) il film che dovevo fare con Massimo Boldi l’hai dato a lei», dice una delle ragazze. E Berlusconi: «Non l’ho dato io». E un’altra giovane, presumibilmente Marysthell Polanco che riprende, dice: «Io un contratto e basta, papi, è quello che mi serve (...) tu sei il presidente del Consiglio d’Italia, proprietario comunque di Mediaset». E lui: «Sì hai visto cosa mi fanno? Presidente del Consiglio d’Italia...». L’allora premier, parlando con le giovani davanti a lui, come si vede nel video della durata di 27 minuti circa, di fronte al pressing incessante delle ragazze prova a tranquillizzarle, mentre loro gli fanno notare di continuo che nei vari programmi tv lavorano altre e non loro. «Per quanto riguarda Marysthell - spiega il leader di FI - va dentro `Colorado´». E Polanco: «Ma io vado a `Colorado´ e che cosa devo fare perché so che c’è la Belen che presenta (...) mettimi a Sipario (...) ma un contratto almeno di un anno valido non di due mesi». E ancora: «Non è che ti chiedo tanto papi». E lui, accasciato sul divano e all’apparenza stanco della `questua´ continua, le risponde: «Tu chiedi cose impossibili, che non posso fare, tieni presente che la televisione non è la mia». Polanco, a un certo punto, alza la voce. «Io non lavoro solo perché è successo questo casino qua», dice riferendosi all’inchiesta appena scoppiata sulle serate del “bunga-bunga” e alla loro «immagine» rovinata, perché vengono definite le «ragazze di Berlusconi». «Fai una cosa, dì a tuo figlio a Mediaset, digli `fai una carità´ anche se lui ci odia (...) se lui dice domani `io voglio quella che faccia questo programma´...». dice poi Marysthell Polanco. L’allora premier, come emerge dal filmato, cerca di spiegare alle ragazze che certamente loro sono state danneggiate, ma «io sono stato colpito più di tutti perché dopo una vita di lavoro sono distrutto come immagine nel mondo, perché sono quello del “bunga-bunga”, tutto quello che ho fatto come statista, come politico, ho evitato la guerra tra la Russia e la Georgia...». Il video è stato depositato da tempo agli atti del procedimento con al centro l’accusa di corruzione in atti giudiziari perché, secondo il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio, Berlusconi avrebbe comprato con milioni di euro il silenzio o la reticenza delle ragazze, Karima El Mahroug compresa, che hanno testimoniato nei casi Ruby e Ruby bis parlando di «cene eleganti». Il processo, rimasto al palo per tanti mesi, non è ancora di fatto iniziato e la prima vera udienza è fissata per il 24 settembre. Tre le giovani parti civili e testimoni chiave dell’accusa: Imane Fadil, Ambra Battilana e Chiara Danese. Nel filmato Berlusconi prova a spiegare alle “olgettine” che stanno reagendo in malo modo allo scandalo esploso sui media di tutto il mondo: «Non dovete affrontarla con questo spirito (...) è come si ci fosse venuta addosso un’automobile, è chiaro, non è una cosa che abbiamo voluto, nessuna di voi l’ha voluto e tanto meno l’ho voluto io». E ancora: «Dobbiamo vedere in che modo uscirne con tranquillità, io vi avevo detto `andate via in vacanza per un po´ di mesi’ (...) vi divertivate in una casa che vi ho messo a disposizione ad Antigua».

La Casta delle Papi girls. Ben pagate, poco attive e spesso assenti: ecco cosa hanno fatto e quanto hanno guadagnato le fanciulle lanciate in politica da Silvio. Dalla Giammanco alla Pascale, dalla Carfagna alla Minetti, scrive su "L'Espresso" Emiliano Fittipaldi, ha collaborato Claudio Pappaianni, il 21 settembre 2011. A Montecitorio Gabriella Giammanco è arrivata nel 2008. Giornalista al Tg4, viene imposta da Silvio Berlusconi nelle liste elettorali siciliane. Nipote del boss mafioso Michelangelo Alfano, negli ultimi tre anni (stipendio più indennità 14 mila euro al mese) ha firmato solo 11 interrogazioni parlamentari. Quasi tutte riguardano animali: il 5 marzo 2011 ha chiesto conto e ragione della morte "della cavalla Tiffany al Palio di Ronciglione", il 15 febbraio ha spiegato all'aula che "il circo Embell Riva" non riusciva "a rientrare dalla Siria". Problemi anche per il circo Bellucci rimasto bloccato in Tunisia in mezzo ai tumulti. "Le tournée all'estero dei circhi italiani si stanno confermando come dei veri e propri incubi per gli animali!", ha chiosato indignata la deputata fidanzata con Augusto Minzolini, che pure riempie di bestiole la scaletta del suo Tg1. Epperò, la giornalista lo batte: mozioni o proposte di legge che siano, la Giammanco parla sistematicamente di "fringuello, peppola, frosone, pispola e pispolone (uccelli, ndr.)" o discetta dell'affidamento degli animali in caso di separazione di una coppia. A tre anni dalle elezioni politiche e a due da quelle europee oggi è possibile tirare le somme, e fare un primo bilancio della classe dirigente femminile su cui ha puntato il Cavaliere per governare l'Italia. Tra le varie tipologie di Papi girls, sono quelle che Veronica Lario detestava di più. Le raccomandate, e le ragazze dello show-biz lanciate in politica per il "divertimento dell'Imperatore". Il premier s'è sempre difeso, sottolineando che le sue candidate erano purosangue di razza, laureate con 110 e lode, "insomma preparatissime". Eppure, dati alla mano, in Parlamento, a Strasburgo, nei consigli regionali o provinciali, negli assessorati, quasi nessuna delle favorite pagate con soldi pubblici sembra aver lasciato il segno. Partiamo dal basso. Nel senso geografico: dalla Campania. Mara Carfagna è quella che ha fatto più carriera di tutte. Oggi è ministro. Per le altre, è un mito. Anche perché ha indicato la strada giusta. Per fare politica non bisogna esagerare. Mai pretendere deleghe al Bilancio, puntare sulla Sanità o su incarichi in uffici economici, dove il lavoro è troppo complesso e noioso: le girls di Silvio preferiscono occuparsi di parità tra i sessi, di problemi delle donne, di animaletti. Come Giovanna Del Giudice, 27 anni, ex meteorina al Tg4 e billionerina di Flavio Briatore, nominata dal presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro assessore, appunto, alle Pari opportunità. Dal giorno del suo insediamento, il 7 luglio 2010, periodo in cui ha guadagnato 2.500 euro al mese circa, ha firmato solo otto delibere. Una ogni due mesi e mezzo. In un anno s'è vista a un workshop per le "relazioni con la Palestina" (l'ex velina ha addirittura le deleghe alla Cooperazione internazionale), s'è occupata del progetto "Tifare Humanum Est" e ha promosso il concorso "Mai più violenza sulle donne" di cui non s'è saputo più nulla. Il suo staff? Due dipendenti della provincia e tre collaboratrici. Emanuela Romano, 30 anni e laurea di psicologia, è famosa per essere la co-fondatrice del comitato Silvio ci manchi e perché il padre Cesare minacciò di darsi fuoco sotto Palazzo Grazioli. Nel 2010 è stata lanciata come assessore alle Politiche sociali di Castellammare di Stabia. Stipendio da 1.800 euro al mese, in sei mesi nessun atto o intervento di rilievo. Si fa notare a inizio 2011, quando abbandona la carica preferendo una poltrona al Corecom, un ente regionale che ha il compito di monitorare il sistema delle comunicazioni. Servirebbe un esperto, la Romano può sventolare il suo master in Publitalia. Lo stipendio sale, oltre 2 mila euro al mese. La ragazza è felice, ma non sa che si sta cacciando in un guaio. I pm di Napoli infatti la indagano per falso in atto pubblico. Giovanna s'è dimenticata di segnalare, presentando la candidatura al Corecom, che era ancora assessore: le cariche sono incompatibili. Anche l'amica Virna Bello, detta la "Braciulona", fotografata sull'aereo presidenziale in rullaggio verso Villa Certosa, ha una storia simile. Pochi, dimenticabili mesi come assessore all'Istruzione a Torre del Greco, poi un'assunzione nella società Campania Navigando. Contratto ottenuto senza alcun concorso: così dopo appena due mesi, quando la società viene assorbita da Italia Navigando, la "Braciulona" viene licenziata in tronco. Chi non rischia di rimanere disoccupata è invece Francesca Pascale, la preferita tra le preferite delle Papi girls campane. Da molti è indicata come la vera fidanzata di Berlusconi: l'ultima foto abbracciata con il Cavaliere risale al 12 giugno, quando i duefurono pizzicati a Villa Certosa dall'obiettivo di Antonello Zappadu. Ex valletta del programma trash "Telecafone", eletta come consigliere Pdl alla provincia di Napoli con 7.600 voti, la Pascale nel 2010 è stata assente in aula il 49 per cento delle volte (14 su 30), mentre nel 2011 le presenze si contano su una sola mano. A lei, probabilmente, dei gettoni da quattro soldi che prendono i consiglieri non frega nulla, tanto che s'è trasferita a Roma, in un elegante condominio con piscina in zona Trionfale di proprietà dell'immobiliare Dueville: società, manco a dirlo, di Silvio Berlusconi.

Saliamo un po' più su, nella capitale. Vicino alla Giammanco è seduta Mariarosaria Rossi, organizzatrice di feste al Castello di Tor Crescenza affittato dal premier, intercettata mentre parlava del bunga bunga con Emilio Fede (era di casa anche ad Arcore). In tre anni il suo carniere da deputata è quasi vuoto: una sola proposta di legge come primo firmatario (le uniche che contano: a sottoscrivere la proposta di un altro son bravi tutti), nessuna mozione, interrogazione o risoluzione. Zero di zero. Presente però quasi sempre - giusto sottolinearlo - quando bisogna votare e spingere il pulsante. Invece Elvira Savino, l'amica di Sabina Began e Gianpi Tarantini, nell'emiciclo s'è vista pochino: una volta su tre non c'era. Per problemi di salute del figlio piccolo. In oltre tre anni ha firmato appena quattro interrogazioni e quattro proposte di legge (cioè una ogni 140 giorni), ma in compenso s'è fatta notare nelle pagine di cronaca giudiziaria: prima è stata accusata di aver agevolato operazioni finanziarie sospette compiute dal un riciclatore del clan mafioso dei Parisi, poi il suo nome è finito nell'inchiesta su Tarantini: in alcune intercettazioni la deputata è stata sorpresa a parlare con Gianpi di un possibile rendez-vous tra Berlusconi e la soubrette Carolina Marconi. A Milano la Papi girl che Silvio ha voluto nel listino bloccato per le Regionali è Nicole Minetti. Su di lei s'è scritto di tutto: specializzata in igiene orale, in lap dance e travestimenti (pare che si vestisse da suora per sollazzare il Capo), al Pirellone (dove guadagna oltre 10 mila euro al mese) ha co-firmato un progetto di legge per la "valorizzazione del patrimonio storico risorgimentale in Lombardia" e 14 mozioni, tra cui quella sulle nuove norme per gli acconciatori. Una sola interrogazione scritta di suo pugno: la Minetti vuole sapere da Formigoni quali sono i risultati di un progetto pilota sul Papilloma virus iniziato un anno prima. Infine, c'è la classe dirigente mandata al Parlamento europeo. Barbara Matera, ex "letteronza" di "Mai dire gol" e annunciatrice Rai, laureata in scienze dell'educazione, secondo alcune classifiche ad hoc è una delle deputate italiane più attive a Strasburgo. Anche Laura Comi si difende bene: nessuno, anche tra i colleghi dell'opposizione, osa parlarne male. La terza Papi girl lanciata in Europa è Licia Ronzulli, una habitué delle feste di Villa Certosa. Barbara Montereale la indicò come responsabile "della logistica dei viaggi delle ragazze: è lei che decide chi arriva e chi parte. E smista nelle varie stanze". A Strasburgo non ha mai scritto una relazione (il documento più impegnativo), ma ha presentato tante interrogazioni. Nel 2011 ha chiesto informazioni "sull'utilizzo del cloro nelle piscine", sulla "tratta di cuccioli nell'Europa dell'Est", sulla "lotta all'abbronzatura artificiale selvaggia", sul "contrasto al culto eccessivo della magrezza", senza dimenticare "il monitoraggio del buco dell'ozono", "il contrasto ai disturbi del sonno", "la salvaguardia delle ostriche", e "il silenzioso sterminio dei rinoceronti in Africa australe". Stipendio netto: circa 15 mila euro al mese.

Dire «Papi-girl» non è diffamatorio. Giornalisti assolti ad Avellino, scrive il 25 settembre 2013 "Il Corriere del Mezzogiorno". Rigettata la querela presentata dall’ex politica del Pdl Emanuela Romano. L'espressione «Papi Girl» è ormai parte del lessico politico e giornalistico. E definire «Papi girl» una giovane e bella ragazza che ha fatto carriera in politica nel Pdl dopo aver frequentato feste e ville di Silvio Berlusconi non è diffamazione «ma giudizio di espressione di una critica politica». Come riporta «Il Fatto Quotidiano», in un articolo firmato da Vincenzo Iurillo, il gup di Sant’Angelo dei Lombardi, Fabrizio Ciccone, ha rigettato la querela presentata dall’ex assessore azzurra alle Politiche Sociali di Castellammare di Stabia, Emanuela Romano, co-fondatrice insieme alla partenopea Francesca Pascale - oggi fidanzata ufficiale di Berlusconi - del frizzante comitato tutto al femminile «Silvio ci manchi».

PROSCIOLTO IL DIRETTORE DI METROPOLIS - «Prosciolti perché il fatto non sussiste» il direttore del quotidiano stabiese «Metropolis», Giuseppe Del Gaudio, e il giornalista Giovanni Santaniello, autore dell’articolo «La Papi girl finisce alla sbarra», entrambi difesi dagli avvocati Vincenzo Propenso e Luca Sansone. Erano stati querelati per aver pubblicato una notizia anticipata su ilfattoquotidiano.it: il rinvio a giudizio della Romano accusata di aver attestato falsamente di non avere incarichi in giunta al momento di presentare la domanda per concorrere al Corecom, nomina poi ottenuta. La Romano si era arrabbiata soprattutto per quell’appellativo, «Papi-girl», che proprio non digeriva: i suoi avvocati avevano già inviato una diffida per un precedente articolo: “Bobbio, ecco la giunta. C’è anche una Papi girl’.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA - In otto pagine di motivazioni il giudice ricostruisce genesi e significato dell’espressione «Papi girl», inserita peraltro nel «Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica» pubblicato da Lorenzo Pregliasco per Editori Riuniti. «Il Tribunale osserva che con l’espressione giornalistica Papi-girl, di cui si duole la parte offesa, si vuole indicare quel gruppo di giovani e belle ragazze che negli ultimi anni sono balzate agli onori della cronaca per avere intessuto rapporti di amicizia e di frequentazione con l’ex presidente del Consiglio Berlusconi, e che in alcuni casi hanno rivestito importanti cariche nelle istituzioni, locali e nazionali, spesso contraddistinguendosi per una forte identificazione personale e politica nella figura del Presidente Berlusconi».

LA QUERELA - Nella querela la Romano si era lamentata del titolo e di alcune considerazioni riportate nell’articolo. «Metropolis» scrisse che la sua fortuna politica dipese «dalla presenza a Villa Certosa in compagnia dell’allora premier Berlusconi» dal quale avrebbe ricevuto «la promessa di essere inserita nella lista Pdl per le europee». E dopo il tentativo di suicidio del padre, che minacciò di darsi fuoco sotto Palazzo Grazioli per la mancata candidatura della figlia, «nel 2010 (la Romano, ndr) fu ricompensata con una poltrona nella giunta Pdl a Castellammare» anche perché «la pupilla di (nell’ordine di importanza) Berlusconi, Cosentino, Cesaro e Bobbio (all’epoca sindaco di Castellammare, ndr)». Passaggi che secondo il giudice non hanno portata diffamatoria.

IL DECLINO DELLE "PAPI-GIRL" - DECADUTE, SENZA SOLDI E LAVORO: LE RAGAZZE DELLE “CENE ELEGANTI” SE LA PASSANO MALE - L’APE REGINA BEGAN VIVE A ROMA MA NON SI SA A FARE COSA - LA POLANCO VIVE ALL’ESTERO, LE GEMELLE DE VIVO SONO TORNATE A NAPOLI, BARBARA GUERRA E’ STATA CONDANNATA PER DIFFAMAZIONE A BARBARA D’URSO - SOLO NICOLE MINETTI E RUBY SE LA PASSANO BENE…

Estratto dell’articolo di Davide Milosa per il “Fatto Quotidiano” del 25 aprile 2018

Decadute, partite, in alcuni casi senza più soldi, con una carriera da showgirl mai iniziata, a barcamenarsi tra reality sgonfi di audience, comparsate, o addirittura a fare i conti con la giustizia. Con le "cene eleganti" finite sul banco morale degli imputati, anche le olgettine o papi-girl, seguono inesorabilmente il declino del loro pagatore e anfitrione. […]

Chi ricorda Noemi Letizia, giovanissima partenopea al fianco di Silvio nel 2009? […] E invece tutto lo sciame che per anni ha abitato nel palazzo a Milano 2 in via Olgettina? Quello che una di loro, Ioana Visan, chiamò "il clan delle belle gnocche"?

La grintosa Marysthell Polanco […] si è innamorata di un campione della pallacanestro ed è volata all'estero. E poi c' è lei, Ruby. […] Andata in Messico, dopo l'addio al marito Luca Risso, una figlia e, molti sussurrano, tanti soldi, pagati chissà dove e chissà come, per tenere il silenzio. […]

E poi c'è Nicole Minetti, igienista dentale, volata in Regione nel 2010 e protagonista delle notti di Silvio. Oggi, Nicole, dopo la burrasca giudiziaria del Ruby bis, vive, senza alcun problema economico, tra l'Italia e l'estero, soprattutto a Ibiza, corteggiata dagli stilisti. […]

Sabina Began , […]soprannominata l'Ape regina, […]è una della prima ora. […] Le ultime tracce, oltre che in tribunale, la raccontano molto dimessa e a passeggio per Roma. […]

Qui troviamo le gemelle De Vivo […] senza quattrini, più volte lo hanno dichiarato e ora rientrate a Napoli. […] Barbara Faggioli ha incrociato il destino di Danilo Gallinari, campionissimo del basket nostrano ora acclamato in Nba.

[…] Roberta Bonasia la quale, per voce dei fedelissimi del Cav. era finita nelle sue grazie più di tutte. […] oggi […] tira a campare anche coi soldi dei genitori. Insomma niente più denaro, né ville né contratti.

Francesca Cipriani ci ha provato recentemente con l'Isola dei famosi. Come lei, ma al Grande fratello, Giovanna Rigato, la quale, dopo aver visto sfumare un contratto Mediaset, medita di andare all' estero.

[…] Cinzia Molena ha recitato in Centovetrine. Dopodiché non l'hanno più chiamata. Finisce in tribunale Barbara Guerra. Dalla villa di Bernareggio, altro regalino di papi, alla condanna per diffamazione nei confronti di Barbara D'Urso. La Guerra intanto sogna la moda e una linea di intimo femminile.

Le redente di Villa Certosa: le Papi-girl mettono la testa a posto, scrive su Donne di Fatto Quotidiano l'8 settembre 2013 Flavia Perina, Giornalista. Ve le ricordate? Erano le icone dell’Italia femmina scatenata e rampante, i volti dello yuppismo in short e autoreggenti, la gioventù bruciata del berlusconismo, tra il 2008 e il 2012, quando il Cav poteva governare da solo e non per interposta persona. Noemi, Sabina, Sara, Nicole e le altre, le pupe del capo, che riempivano le trasmissioni televisive con le loro spericolate interviste sulla vita, gli uomini, la politica, e ovviamente sull’indiscutibile grandezza ed eleganza di Silvio. Finita la festa, sono state adeguatamente pensionate ed è curioso leggere le interviste in cui si reinventano come educande delle Orsoline, tutte casa, marito e famiglia. Noemi, ci racconta Oggi, «sta per laurearsi e aspetta un bimbo dal suo Vittorio». È «molto diversa dal passato. Capelli naturali schiariti dagli shatush, neanche un filo di trucco, dimagrita nonostante la gravidanza». La minorenne di Casoria che coniò l’immortale nomignolo di Papi, è un po’ scocciata perché i suoceri sono diffidenti, ma passerà: non sembra poi un dramma, se confrontato con le invettive di Veronica. Incinta pure Sara Tommasi. Lo racconta il suo fidanzato, Fabrizio Chinaglia. Chiosa il settimanale che ha dato la notizia: «Alle viste un nuovo inizio per l’ex showgirl redenta». Sabina Began si reinventa come manager dei diritti sportivi, con venature femministe: «Mi impegno in quello che faccio, non vendo il mio corpo, anche se sono attratta dagli uomini nascondo questo mio lato, voglio essere apprezzata per il mio cervello». La Minetti si rimette col penultimo fidanzato, cancella il suo sito, il profilo facebook e ogni traccia di sé dal web e sparisce a Ibiza. Dice che vuole trasferirsi in America. Un nuovo inizio pure per lei. Insomma, hanno tutte messo la testa a posto, o forse si sono solo rassegnate. Chissà a cosa aspiravano, chissà cosa si immaginavano per il futuro solo un paio di anni fa: conduttrici di prima serata, parlamentari, ambasciatrici, fidanzate ufficiali dell’uomo più ricco d’Italia. E tutta quella fatica, quelle notti bianche, la chirurgia estetica, le litigate furiose con le concorrenti, l’incubo di un chilo di troppo o di una ragazza nuova, per cosa? Per finire ai giardinetti con il pupo? Dovranno farsene una ragione. Il Bunga Bunga non si porta più. È l’epoca delle larghe intese e, quindi, della civile mediazione tra il modello Marysthell Polanco e il modello Rosy Bindi. Le vecchie bandiere della guerra contro “la sinistra bacchettona e moralista” – sì, le signorine furono anche questo, magari a loro insaputa – sono stati ammainate, e pure con una certa vergogna. A nessuno fa piacere ricordare che ci fu un tempo in cui 314 parlamentari votarono su Ruby nipote di Mubarak. Noemi e le altre dovranno rassegnarsi a una second life a bassa intensità e a farsi piacere l’impensabile, le scarpe basse e magari pure il grembiule, non per lo spettacolino di burlesque ma per lavare i piatti.

La fedeltà a orologeria delle Papi girl, scrive il 27 febbraio 2011 Marco Lillo, Giornalista e scrittore, su "Il Fatto Quotidiano". C’è una domanda alla quale nessuno sa rispondere. Perché le ragazze di Silvio Berlusconi non parlano? Secondo le ultime intercettazioni sarebbero ottanta quelle che avrebbero avuto rapporti a rischio con Papi. Ognuna di loro potrebbe descrivere quello che accade davvero nei sotterranei di Arcore e invece tutte continuano a recitare il mantra delle feste eleganti anche se nelle intercettazioni svelano di avere fatto il test anti-Aids, malattia che finora nessuno sapeva si trasmettesse bevendo Coca light. Nessuna di loro ha visto Ruby nelle tante notti trascorse dalla minorenne marocchina nella villa San Martino e nessuna ha mai sentito parlare di bonifici, buste piene di banconote, appartamentini e Mini Cooper fiammanti in cambio di sesso. Tutte restano mute e quando aprono bocca è solo per spandere generosità, eleganza e bontà sul santino di Silvio. Le uniche eccezioni alla regola sono le classiche voci dal sen fuggite come quella di Sara Tommasi. Una possibile spiegazione è: le ragazze non parlano perché continuano a essere pagate. Come dimostrano i bonifici ad Alessandra Sorcinelli versati dal conto del Cavaliere proprio nei giorni in cui la ex meteorina deponeva in Questura sul Bunga Bunga. La motivazione economica però non basta a spiegare il muro del silenzio che protegge il premier. Sommando le ragazze del giro romano, quelle napoletane, le baresi di Tarantini e le milanesi, si arriva a un centinaio. Non tutte sono a libro paga di Silvio, tutte però sanno di poter chiedere all’uomo più potente d’Italia una particina in una fiction, una comparsata in uno show, un ruolo in un reality, una raccomandazione per entrare in qualche grande società o in uno studio legale associato e intanto sorridono compiacenti al Cavaliere che le potrà aiutare. Male che vada, se proprio non si trova altro, c’è la candidatura in politica. Eppure anche questa attesa di una possibile ricompensa non basta a spiegare del tutto la cupola di omertà che avvolge i festini del Cavaliere. La verità è che molte ragazze non parlano perché sentono che sarebbe, oltre che controproducente, anche ingiusto, secondo il loro codice di valori che purtroppo è condiviso da una larga fetta della società. Per capire lo scandalo Ruby non bisogna guardare solo al “Drago”, per dirla con Veronica Lario, ma anche alle “vergini”. Non c’è solo la malinconica figura di un settantenne imbolsito che mente a sé stesso dicendo: “io non ho mai pagato una donna”, c’è anche una pletora di ragazze che non si fa scrupoli a vendere corpo e dignità per soldi, benefit e soprattutto ruoli pubblici e di spettacolo. Se analizziamo tutti i personaggi del fumettone di Arcore bisogna ammettere che le protagoniste femminili non fanno una bella figura. Prendendo in prestito la catalogazione stringata ma efficace di Nicole Minetti, non si trova “una zoccola, una sudamericana che non parla italiano e viene dalle favelas. Né una po’ più seria, né una tipa via di mezzo”, che abbia la dignità di dire “ho fatto parte di questo giro del presidente del consiglio e vi dico che fa schifo”. L’unica che ha detto qualcosa di simile è stata Sara Tommasi ma lo ha fatto solo dopo essere entrata in una profonda crisi psicologica. La stessa M.T., l’amica d’infanzia di Nicole Minetti che racconta al telefono e poi a verbale ai pm di essere rimasta turbata dal Bunga Bunga, non disdegna di intascare la busta con le banconote di Papi uscendo da Arcore. Anche Patrizia D’Addario non può certo essere definita un personaggio positivo. La escort di Bari svela il giro di prostituzione intorno alle residenze del premier solo per puro istinto di vendetta e non di giustizia. Si decide a parlare con giornalisti e magistrati solo quando capisce che Silvio Berlusconi ha fatto sesso con lei e non l’ha retribuita né con una candidatura, né con lo sblocco del suo cantiere a Bari. Non c’è una sola donna che parli di Papi per seguire impulsi antichi come la dignità, la pulizia, l’onore e la verità. Nessuna, soprattutto, che abbia in minima considerazione il versante pubblico di questa triste storia: il danno che il premier fa alle istituzioni e alla vita pubblica offrendo candidature e ruoli televisivi a escort, prostitute e mantenute. L’unica eccezione in questo scenario squallido è Veronica Lario. La scelta della signora di Macherio è un’eccezione anche rispetto alle altre donne che hanno puntato il dito contro i loro uomini negli scandali della recente storia italiana. Da Laura Sala (la moglie di Mario Chiesa), passando per Stefania Ariosto, per arrivare fino alla ex del sindaco di Bologna Flavio Delbono, Cinzia Cracchi, tutte hanno parlato solo dopo essere state lasciate dal proprio uomo o fatte fuori dal suo giro. Con l’unica eccezione forse di Stefania Ariosto, le grandi accusatrici non denunciano mai il malaffare dei loro uomini per un senso di onestà, ma usano la giustizia per vendicarsi delle ferite al proprio orgoglio femminile. La molla che le fa scattare non è mai pubblica ma sempre privata. Non reagiscono come cittadine, ma solo e soltanto come donne. Se Mario Chiesa avesse accettato di spartire il bottino con la moglie concedendole il mantenimento richiesto, non sarebbe scoppiata Mani Pulite. Se il sindaco di Bologna Flavio Delbono non si fosse innamorato di un’altra, Cinzia Cracchi (che oggi sfila alla manifestazione delle donne contro Silvio Berlusconi) avrebbe continuato allegramente a viaggiare a sbafo con lui e Delbono probabilmente sarebbe ancora sindaco. Stefania Ariosto è stata forse l’unica testimone con una motivazione etica, ma anche lei probabilmente non avrebbe mai raccontato le buste di Cesare Previti ai magistrati se non fosse stata tenuta ai margini dal giro di Berlusconi. Per sapere la verità sui festini del Cavaliere probabilmente bisognerà aspettare che una donna si senta tradita dal premier nel privato. Forse Nicole Minetti è l’unica che si avvicina all’identikit. Quando la sua rabbia monterà abbastanza e magari la legislatura in Regione Lombardia volgerà al termine, potrebbe essere proprio l’ex igienista dentale a svelarci qualche particolare in più sulle feste che hanno costellato la sua strana storia d’amore con il premier.

Caso Ruby, quella minorenne in Questura. Così nacque lo scoop del Fatto, scrive il 25 giugno 2013 su "Il Fatto Quotidiano" Gianni Barbacetto, Giornalista. Quante storie girano attorno alla vita personale, imprenditoriale e politica dell’uomo più ricco d’Italia. Vicende mirabolanti e incredibili, raccontate da testimoni a volte barocchi o imprendibili. Soldi, successo, sesso, calcio, mafia: quanti ingredienti, non manca quasi nulla nelle storie sussurrate sull’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi, passate o presenti. Nell’estate 2010 alcune buone fonti avevano da raccontare storie su clamorosi festini organizzati nella villa del presidente del Consiglio ad Arcore. Cene e incontri notturni, giostra di belle ragazze, e una minorenne accolta nel giro. Era già esploso lo scandalo di Noemi Letizia, la ragazza di Casoria che aveva festeggiato il suo diciottesimo compleanno con la presenza di un ospite speciale, “Papi” Silvio, che l’aveva avuta ospite nelle sue residenze ancora minorenne. Era balzata sulle pagine di cronaca anche la storia di Patrizia D’Addario, la escort barese che aveva passato una notte con lui a Palazzo Grazioli, a Roma.    Erano emerse le foto e le feste dell’estate 2009 a Villa Certosa, in Sardegna, con la parlamentare europea Licia Ronzulli che, “per dare una mano al presidente”, smistava nelle camere del villone le ragazze che arrivavano a frotte. Un villaggio vacanze molto particolare, con feste sfrenate, balli notturni ed eruzione finale del vulcano artificiale di Silvio Berlusconi, quasi una metafora della vita reale. Un anno dopo, sulla scena si presenta, sfuocata, una minorenne. Chiacchierona, forse inattendibile, che racconta storie, forse millanta incontri ed evoca personaggi da rotocalco vip. Ormai erano in tanti a conoscere i suoi racconti e i brandelli della sua ancora sconclusionata storia. I poliziotti che l’avevano fermata il 27 maggio 2010 e portata in questura. Quelli che erano accorsi il 5 giugno a sedare la rissa scoppiata nella notte con Michelle Coincencao, la prostituta che la ospitava. Le ragazze che l’avevano conosciuta ad Arcore o in giro nei locali di Milano. Gli amici e i conoscenti che l’avevano avvicinata nei mesi del suo soggiorno milanese. Lele Mora e il suo giro di bei ragazzi e disponibilissime ragazze. Gli operatori del servizio minori del Comune di Milano e quelli della casa d’accoglienza dove era stata mandata, a Genova. E, infine, i magistrati di Milano che avevano cominciato a interrogarla, la Ruby, tra luglio e agosto, e la polizia giudiziaria che stava cercando riscontri alle sue dichiarazioni esaminando tabulati telefonici e ascoltando boccaccesche intercettazioni. Il lavoro di squadra della redazione milanese de il Fatto Quotidiano mette insieme, giorno dopo giorno, piccole tessere di un mosaico ancora informe. Emerge pian piano dai fumi delle notti milanesi una ragazza, non italiana, che racconta di aver partecipato alle feste di Arcore. È minorenne. È marocchina. Racconta storie piene di sesso e di soldi. Lunedì 25 ottobre 2010, la verifica definitiva: la ragazza esiste, la storia è vera, un’inchiesta giudiziaria è in corso. Martedì 26, il primo articolo sul caso Ruby appare su il Fatto Quotidiano, annunciato da un piccolo richiamo in prima pagina. Un secondo articolo, più ampio, mercoledì 27. Il giorno dopo, giovedì 28 ottobre, i giornali e le tv di tutto il mondo riprendono e approfondiscono la storia della ragazza del bunga-bunga. È scoppiato lo scandalo Ruby.

"Notti da incubo ad Arcore. Ecco la verità sul bunga bunga". Altre due ragazze raccontano ai pm i dettagli sulle serate nella villa di Berlusconi. Ci andarono il 22 agosto 2010, il giorno dopo essere state "provinate" da Emilio Fede. Le barzellette sconce del premier, i giochini a sfondo erotico, i balli delle giovani seminude, la lap dance della Minetti. Tutto alla presenza della presunta "fidanzata" del premier, scrivono Piero Colaprico, Giuseppe D'Avanzo, Emilio Randacio il 13 aprile 2011 su "La Repubblica". Altre due ragazze raccontano l'autentica "eleganza" delle notti di Arcore. A questo punto ci sono cinque giovanissime donne - testimoni dirette - che smentiscono la narrazione minimalista e fantasiosa di Silvio Berlusconi, il premier a giudizio per concussione e prostituzione minorile. Sono tutte e cinque estranee al giro della Dimora Olgettina, al mondo dello spettacolo e alla "scuderia" di Lele Mora. Le ultime due, in ordine di tempo, sono giovanissime. Si chiamano Ambra Battilana e Chiara Danese. Sono invitate a Villa San Martino il 22 agosto del 2010. Quel giorno, Ambra, che è nata il 15 maggio 1992, ha diciotto anni, tre mesi e sette giorni. Chiara, nata il 30 giugno 1992, ha diciott'anni, un mese e ventidue giorni. Quando le incontra, Silvio Berlusconi le chiamerà "le mie bambine". Il 4 aprile scorso Ambra e Chiara, con i loro avvocati, hanno presentato alla procura della Repubblica di Milano una "memoria" su quanto è avvenuto quella notte. Hanno confermato i loro ricordi in un interrogatorio, lunedì. Bisogna subito raccontare perché - solo ora e dopo otto mesi - Ambra e Chiara decidano di uscire allo scoperto, consapevoli "di essere finite - sono le loro parole - in fatti più grandi di noi". Ascoltiamole. Chiara: "Io non avevo alcuna intenzione di parlare. Mi sono sentita costretta dal clamore che ha assunto il caso e soprattutto dal fatto che nel mio paese, che è Gravellona, in provincia di Verbania, sono ingiustamente considerata una escort. È una denigrazione sulla bocca di tutti, sono continuamente infastidita da telefonate anonime". "È una situazione che mi fa soffrire molto e ho deciso di ribellarmi a un'immagine di me che non mi corrisponde". A scandalo scoppiato, racconta ai pubblici ministeri, Chiara prova a chiedere un consiglio a Emilio Fede: è stato lui a invitare le due giovanissime amiche a Villa San Martino. 

Chiara: "All'inizio Fede mostra di non ricordare chi fossi, quando glielo ricordo mi dice in modo sarcastico, anzi in malo modo, se volevo dei "soldini". Mi chiede se volessi insinuare che lui mi aveva toccato, io rispondo che voglio soltanto parlargli di persona, non entro nel merito. Gli dico: "Voglio dei consigli, come devo fronteggiare questa situazione?". Fede è seccato, promette di richiamarmi ma non lo farà... Un altro motivo che mi ha spinto a prendere questa decisione è la posizione che ha assunto pubblicamente il presidente del Consiglio Berlusconi. In più occasioni ha definito "cene eleganti" le sue. Beh, per quanto mi risulta avevano tutt'altra natura. Per di più ha difeso proprio quelle ragazze che, quella notte, avevano avuto gli atteggiamenti più sconvenienti, mentre non ha ritenuto di spendere una parola a favore mio e di Ambra".

Ambra: "Oggi se digito il mio nome e cognome su Google, sono associata al bunga bunga e al processo in corso, anche se, con Chiara, sono stata una sola volta ad Arcore e pensando di partecipare a una normale cena e per di più a casa del presidente del Consiglio. Ora invece vengo associata a "trentadue prostitute" pur essendomi comportata in modo del tutto corretto. Il mio agente mi ha consigliato l'avvocato Patrizia Bugnano, ho saputo solo successivamente che è anche un deputato dell'Italia dei Valori. È uno stimato professionista e per di più è donna".

Chiara: "Apprendo solo in questo interrogatorio che l'avvocato di Ambra è deputato. A dir la verità, non so esattamente che cosa significa essere deputati e non so che cosa sia l'Idv. Non c'è stata alcuna interferenza, la memoria è frutto di ciò che abbiamo visto e vissuto io e Ambra", precisano le due ragazze, rispondendo ai pubblici ministeri Pietro Forno e Antonio Sangermano. 

Ora i fatti. Sono le 23 del 22 agosto 2010. Ambra e Chiara hanno appena finito le selezioni di Miss Piemonte (Ambra è prima, Chiara è terza). Emilio Fede, che il giorno prima le ha "provinate" come meteorine, le invita nella residenza del Cavaliere. Si possono trascurare i dettagli dell'ingresso a Villa San Martino e dell'attesa del ritorno dallo stadio di San Siro del premier e del direttore del Tg 4. Il racconto può cominciare da quando Berlusconi entra in scena.

Ambra: "... Entriamo in casa e ci troviamo di fronte il presidente Silvio Berlusconi. Tiene in mano due vassoietti. Sopra ci sono degli anelli. Lui dice che sono di Tiffany, ma io mi accorgo che è semplice bigiotteria. Berlusconi li offre in dono. In quel momento arrivano tantissime ragazze. Noto Roberta Bonasia. Tutte cominciano a prendere i doni dai vassoietti, le ragazze hanno un atteggiamento molto confidenziale con il presidente. Sono elettrizzate. Il presidente si presenta a me e a Chiara e si mostra contento di vederci. Ci dice che siamo belle. Ci ricopre di complimenti. Chiede qualcosa della nostra vita personale. È evidente l'attrazione che Berlusconi ha per me e Chiara. È così evidente che Emilio Fede gli dice, infastidito: "Tu mangia nel piatto tuo che io mangio nel piatto mio". Ci è chiaro che per Fede io ero destinata a Berlusconi, Chiara a lui". 

Chiara: "La serata prosegue con la cena. Ci sediamo tutti a tavola, siamo più o meno quindici. Con Fede e Berlusconi, me e Ambra, ricordo Roberta Bonasia; Maristhell Polanco che avevo visto in televisione a "Colorado cafè"; le due gemelline napoletane (Eleonora e Imma De Vivo), che avevo visto all'Isola dei Famosi; una ragazza che si presenta con il nome di Lisa, di origine cubana, subito mostra un'attenzione omosessuale nei miei confronti; una signora bionda alta e riccia, che durante la serata canta; una signora prosperosa; una ragazza mora abbastanza alta, quella che ho poi riconosciuto essere Nicole Minetti; due ragazze nere, piuttosto volgari e abbigliate in modo indecente, quando le ho viste ho subito pensato che fossero due prostitute; un signore piuttosto alto che non ci fu presentato; un altro ragazzo che suonava una pianola e un'altra signora non giovanissima, di circa 50 anni. Ambra poi mi disse che Lisa le confidò subito di essere lesbica".

Ambra: "Marysthell mi dice che se Berlusconi mi avesse notato, mi avrebbe fatto fare una bella carriera... Emilio Fede mi spiega che le due gemelline napoletane per partecipare alla cena avrebbero ricevuto una ricompensa di tremila euro ciascuna".

Chiara: "Durante la cena Emilio Fede è seduto tra me e Ambra, di fronte a Fede c'è Berlusconi, seduto tra Roberta Bonasia e Lisa. Emilio Fede per tutto il tempo tocca le gambe a me e ad Ambra. Ero a disagio, in imbarazzo, scambiavo sguardi d'intesa con Ambra".

Ambra: "Berlusconi guarda insistentemente me e Chiara. Ci dedica canzoni che interpreta lui stesso, in francese e in italiano. Ci chiama "bimbe" e suscita il visibile risentimento di Roberta Bonasia, che gli si butta continuamente addosso baciandolo. Quella sera il presidente non mangia niente e racconta molte barzellette particolarmente sconce, così sconce che io mangio di malavoglia, tanto era irritante il contenuto. Ma tutti ridevano a crepapelle e, a un certo punto, parte la canzoncina "E meno male che Silvio c'è" e tutte le ragazze cominciano a ballare e cantare intorno al tavolo. Io e Chiara ci guardiamo imbarazzate, come per dirci: "Ma dove siamo finite?". E dire che il peggio deve ancora arrivare perché dopo quindici minuti che siamo seduti a tavola, alcune delle ragazze scoprono i seni, li offrono al bacio di Berlusconi. Toccano il presidente nelle parti intime. Si fanno toccare. Anche Roberta Bonasia tocca ripetutamente nelle parti intime Berlusconi. Mentre accade questo, le ragazze cantano ancora "meno male che Silvio c'è", chiamano il presidente "papi" e Berlusconi chiama tutte noi "le mie bambine, le mie bimbe"".

Chiara: "Dopo l'ennesima barzelletta oscena, Berlusconi fa portare una statuetta. É uno specie di guscio. Dal guscio esce un omino con un pene grosso. La statuetta ha dimensioni di una bottiglietta d'acqua da mezzo litro. Il pene è visibilmente sproporzionato. Berlusconi fa girare la statuetta tra le ragazze. E chiede loro di baciarne il pene. Le ragazze cominciano a far girare la statuetta. Ne baciano il pene e simulano un rapporto orale. O se lo avvicinano ai seni scoperti. Tutti ridono. Io e Ambra non ci prestiamo al gioco indecente. Ci sorprende che anche la Bonasia, che il presidente ha presentato a tutti come la sua fidanzata, si presti. È in quel momento che la serata prende una direzione molto diversa da come l'ho immaginata. Le ragazze, visibilmente allegre, cominciano ad avvicinarsi al presidente, si fanno baciare i seni, lo toccano. È una specie di girotondo, le ragazze si dimenano, lo toccano di nuovo, lo stesso fanno con Emilio Fede. A un certo punto il presidente, visibilmente contento, chiede: "Siete pronte per il bunga bunga?". Le ragazze in coro urlano: "Siii". Io e Ambra non sappiamo che cosa sia questo bunga bunga, anche se dopo la statuina lo intuiamo. Sono agitata, mi sento male...".

Ambra: "Chiara chiede a Emilio Fede se può avere una camomilla perché si sente male. Siamo scioccate, Fede cerca di rassicurarci. Ci invita a rimanere tranquille, mentre Berlusconi ci invita a fare un giretto nella villa. Ci mostra una sala con delle statuette di mucche colorate, mi pare in ceramica, e nella stessa sala ci sono palloncini e cartelloni inneggianti a Berlusconi, del tipo "Viva Silvio". Poi ci porta a vedere una saletta del tipo discoteca, con al centro un palo da lap-dance. Mentre camminiamo, Berlusconi, che sta dietro di noi, ci tocca i glutei, ci palpeggia il sedere. Né io né Chiara lo abbiamo invitato a desistere, anche se ci siamo irrigidite, facendogli capire che non eravamo d'accordo con quanto stava facendo. Al piano superiore Berlusconi ci mostra una spa con piscina e palestra e ci dice che, la prossima volta, avrebbe organizzato una festa in piscina, per stare più in intimità con noi e conoscerci meglio". 

Chiara: "Nella piccola discoteca con il palo al centro e i divanetti tutto intorno, e nell'angolo un dj, le ragazze iniziano a ballare in modo piuttosto volgare. Si tirano su la gonna. Mostrano il sedere. Alcune sono vestite da infermiere, come le gemelline di Napoli e la Bonasia, che tiene in mano anche un frustino. I vestitini da infermiera sono molto corti, da crocerossina, con i bordi rossi, il cappellino, i seni molto scoperti e con la biancheria intima in mostra. Anche le ragazze non travestite da infermiera tirano su i vestiti, mettono in mostra fondoschiena e seni. Ballando si avvicinano a Berlusconi, lo toccano e si fanno toccare, è il gioco che il presidente definisce bunga bunga".

Ambra: "Ricordo che anche Marysthell mostra i glutei, Emilio Fede mi dice che ha vinto una qualche gara di bellezza per il suo fondoschiena. Anche le due gemelle napoletane mostrano il seno nudo. A un certo punto Nicole Minetti si esibisce in uno spettacolo di lap-dance. Indossa uno di quei vestiti che si tolgono a strappo. Rimane completamente nuda ballando al palo, senza reggiseno e mutandine. Dopo essersi denudata, si avvicina a Berlusconi e ballando in maniera provocante avvicina il sedere al viso del presidente. Girandosi gli avvicina i seni alla bocca, il presidente le bacia i seni. Le ragazze tentano di coinvolgerci in questa danza, istigate da Fede e Berlusconi. Sento dietro di me frasi del tipo: "Ma che sono venute a fare quelle due?". Tutte le ragazze ci stanno intorno, ci toccano, ci prendono, tentano di toglierci i vestiti, ci toccano un po' dappertutto". 

Chiara: "Fede e Berlusconi incitano le ragazze a coinvolgerci nel gioco, dicono: "Dai, spogliatele... dai, spogliatele... spogliatevi... ballate...". A quel punto siamo letteralmente terrorizzate. Vogliamo soltanto andarcene, ma non sappiamo come fare. È evidente a tutti il nostro disagio. Ci facciamo coraggio, andiamo da Fede e gli diciamo: "Vogliamo assolutamente andare via". Accanto al direttore c'è il presidente Berlusconi. Sente chiaramente la richiesta di Ambra. Emilio Fede risponde: "Se volete andare via, va bene. Ma non pensate di poter fare le meteorine o miss Italia"".

Ambra: "Berlusconi, seduto accanto a Fede, annuisce senza però dire una parola. Tanto che ne ricavo l'impressione che sia perfettamente d'accordo con Fede. A quel punto usciamo dalla villa insieme con Fede, che ci accompagna con la macchina guidata dal suo autista a piazzale Loreto. Fede, che si era mostrato molto seccato nei nostri confronti, quasi anticipando la nostra protesta, ci dice in macchina, alla presenza dell'autista, che avevamo fatto benissimo a comportarci così. Che avevamo superato una prova. Che non eravamo come le altre ragazze, tutte puttane. Che eravamo le "favorite" del presidente e avremmo fatto una bella carriera. Io e Chiara rimaniamo sbigottite".

Mamme e in carriera: così sono rinate le ragazze di "Gianpi" Tarantini. Dalle "cenette" con Berlusconi alle start-up all'estero. La rabbia di Patrizia D'Addario: ho pagato soltanto io, scrivono Carlo Bonini e Giuliano Foschini il 18 ottobre 2017 su "La Repubblica". Quando passò dallo studio legale di Totò Castellaneta alle fughe di stanze e alle cene eleganti di Palazzo Grazioli, Graziana Capone da Gravina di Puglia era una ragazzina appena laureata in giurisprudenza. E ora, seduta ai tavoli di un bistrot del quartiere Prati, incinta di sei mesi, guardandosi indietro, ha l'onestà di consegnare quel tempo a una verità che, a spanne, non riguarda solo lei, ma l'intero circo che si raccoglieva intorno all'allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. "Ho fatto quel che ho fatto per ambizione. Pura e semplice. Ho varcato consapevolmente la soglia di un mondo dove non sarei mai arrivata, considerato da dove partivo. Ma almeno non ne ho mai fatto mistero. Anche perché non avevo nulla di cui vergognarmi. Non dico che fossi una santa, ma non mi sono mai prostituita. Rifarei tutto. Assolutamente. Magari mi sceglierei meglio i miei avvocati. Continuo a sentire Silvio al telefono e mi definirei ancora una berlusconiana. E poi, a distanza di anni, qualcuno mi deve ancora spiegare cosa ci fosse di male in quelle serate con le ragazze. Ci sono uomini che per rilassarsi fanno zen o yoga. E ce ne sono altri che fanno le cenette". Quelle "cenette" sono finite con condanne in primo grado a Gianpaolo Tarantini a 7 anni e 10 mesi di reclusione per sfruttamento della prostituzione (la Capone si è costituita parte lesa). Lei, la Capone, di quella compagnia di giro dice di aver perso di vista tutti. Ma in quel "mondo" è rimasta e ha trovato a modo suo una strada. "Quando scoppiò il casino lavoravo con Paolo Bonaiuti a Palazzo Chigi. E decisi di chiudere con l'Italia. Partii per Londra, per un corso di business development managing alla London School of Economics. Dopodiché, per tre anni, mi sono messa a fare la start-up di imprese italiane a Londra". Per lo più ristoratori. E tra questi, Johnny Micalusi, il Re del Pesce, il pantagruelico oste di "Assunta Madre" che di quel tempo è stato icona, prima di finire, nel luglio scorso, agli arresti domiciliari per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Start up ma anche intermediazione im- mobiliare per l'acquisto di ville alle Bahamas. O l'amicizia con l'attore americano James Heisenberg di "Superman" ("Lo conobbi a Taormina e mi disse: "Vieni a Los Angeles con me". Ma mi ci vedete a Los Angeles? Io sempre di Gravina di Puglia sono"). Fino al ritorno a Roma. L'incontro con un professore universitario che insegna alla Luiss, padre del figlio che avrà, e il suo nuovo lavoro al dipartimento relazioni internazionali della fondazione "Luigi Einaudi". "Sono entrata nell'affascinante mondo dell'Accademia. Con la possibilità di interagire con professori e intellettuali di Oxford, Harvard. Epperò, ecco, penso che non sarei arrivata qui senza quelle sere a Palazzo Grazioli. Per questo rifarei tutto e non mi vergogno di niente".

Neanche Barbara Montereale si vergogna di ciò che è stato. Ma il codice del mondo e del contesto di cui era e resta figlia l'hanno convinta a non ricordare e farsi ricordare troppo. In una notte dell'estate 2009, mentre in una striminzita canottiera bianca mostrava a Repubblica, le farfalle di bigiotteria di cui il Cavaliere omaggiava le ragazze passate per le sue stanze e le sue residenze, il suo fidanzato di allora, un ragazzo del clan Parisi, trovò il modo di dimostrarle rumorosamente che tutta quella pubblicità non era gradita. Barbara è rimasta a Bari e ha un nuovo fidanzato. Accompagna tutte le mattine a scuola sua figlia. Ha ricominciato in tv, ma non dai reality. Dagli spot pubblicitari e dalla cartellonistica stradale. "Sono l'unica che non ha sfruttato la visibilità che quella vicenda ha dato alle ragazze che erano state coinvolte. Io sono ripartita davvero daccapo, anche se quel marchio resta ed è quasi impossibile da cancellare".

Anche Patrizia D'Addario è convinta di aver pagato un prezzo. "Sono la sola ad aver avuto il coraggio di raccontare cosa accadeva in quelle cene eleganti e, per questo, ne pagherò le conseguenze per il resto della mia vita ". Che ora pendola tra Bari e Roma in un lavoro che, direbbero a Bari, "è parente" a quello che lei è stata, o perlomeno per cui è stata conosciuta. Ha un sito web, patriziadaddario.net, che la vede fotografata di tre quarti, ora leopardata, ora in guepiere, mentre scorrono le immagini di lei che canta "You like torero" di Carosone. È stata madrina di un festival del sesso in Portogallo, dell'elezione di mister Puglia in provincia di Brindisi, ha fatto campagne contro la pedofilia, gira la provincia italiana per ospitate malinconicamente annunciate da titoli di scatola dalle cronache locali.

Forse hanno ragione le ragazze. Davvero sono volati solo gli stracci. E, dopo aver divorziato per necessità, gli uomini del mondo di sopra e le donne di quello di sotto sono stati restituiti senza scossoni al loro destino. Prendiamo il sistema di relazioni pugliese di Gianpaolo Tarantini. Venne messo a nudo nella sua corruzione dallo stesso Gianpi nei suoi primi interrogatori con la procura di Bari. Medici e professori delle Asl, corrotti, compravano protesi ossee che sapevano essere "fetenti". Non hanno fatto un giorno di carcere. Hanno fatto carriera. Un esempio? Il professor Vito Galante, medico ortopedico tarantino, e Michele Mazzarano, ex Ds, ora assessore regionale Pd allo Sviluppo Economico.

"Fu Galante - mette a verbale Gianpaolo Tarantini il 17 novembre del 2009 - a chiedermi di incontrare Mazzarano. Li feci incontrare nella sede del Pd di via Piccinni un paio di volte (...) Dissi a Mazzarano di intervenire presso Colasanto, direttore generale della Asl, promettendogli una tangente di un importo pari a 50mila euro, cosa che lui fece. La gara era di 600 mila. La vinsi ma poi fu sospesa per un ricorso di un'altra ditta concorrente e non ho più pagato la tangente". Aggiunge Claudio Tarantini, fratello di Gianpi: "Mazzarano assicurò un suo intervento per una soluzione dei problemi. So che ciò avvenne in quanto dopo l'intervento, Galante ottenne un incremento delle sedute operatorie e del personale paramedico". Ebbene, Galante è stato di recente nominato primario, mentre il suo processo si avvia alla prescrizione. Mazzarano - che dopo le accuse aveva annunciato il ritiro dalla candidatura alle elezioni regionali - è diventato assessore della giunta Emiliano dopo aver incassato due prescrizioni, prima ancora che il processo cominciasse: una per l'imputazione di millantato credito e l'altra per il finanziamento illecito ai partiti.

C'è un'altra chiave, forse, oltre a quella antropologica del Paese senza memoria e della giustizia scassata, per spiegare il Grande Nulla di questi otto anni. Ed è nella profezia che l'avvocato Michele Laforgia, uno dei migliori penalisti italiani, rassegnò al collegio che giudicava Sandro Frisullo, allora vice presidente della Regione, condannato per turbativa d'asta con Tarantini. E colpevole di aver goduto, anche lui, di una delle ragazze della scuderia di Gianpi. Durante la sua arringa, aprì scenograficamente le pagine di un quotidiano che dedicava esattamente lo stesso spazio alla debolezza della carne di Silvio Berlusconi e a quella di Sandro Frisullo. Era la prova che il sistema - pezzi della magistratura e degli organi inquirenti, informazione - erano pronti a far scendere su Bari una notte in cui tutti i gatti sarebbero risultati neri. Quindi, uguali. In fondo non troppo colpevoli. O comunque destinati a non essere sommersi. Come I. T., fisiatra e imprenditrice della sanità che, ieri sera, il tribunale di Bari, in uno dei processi per gli appalti nelle Asl pugliesi, ha condannato a 2 anni per associazione a delinquere. E questo, dopo che, appena due giorni fa, la sua azienda aveva vinto un appalto per la gestione di un servizio del Centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Bari. Anche Gianpaolo Tarantini è stato condannato ieri sera (4 anni per associazione a delinquere e peculato). Ma i fatti sono del 2009. Siamo ancora in primo grado e 14 dei 21 capi di imputazione originari sono già caduti. Finché c'è prescrizione c'è speranza.

MERITOCRAZIA. Papi girls, tutte in carriera. Chi sta in Parlamento, chi fa l'assessore, chi il consigliere regionale, chi ha trovato lavoro a Palazzo Chigi, a Mediaset o in Rai. Un anno dopo, ecco che fine hanno fatto le preferite del sultano, scrivono Claudio Pappaianni ed Emiliano Fittipaldi il 25 luglio 2010 su "L'Espresso". Alcune sono diventate assessori e ministre della Repubblica. Altre hanno girato film e spot per la televisione. Poche fortunate sono finite sulle copertine dei settimanali della Mondadori, una ha dato la maturità da privatista e deve scegliere a quale università iscriversi, molte continuano a fare le escort. Tutte, al di là di cosa fanno e cosa diventeranno, resteranno nell'immaginario collettivo come le "Papi Girls", l'esercito di belle donne che per due stagioni ha ballato alle feste di Villa Certosa e frequentato le stanze di Palazzo Grazioli, la residenza romana del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. A un anno dagli scandali firmati Noemi Letizia e Patty D'Addario, il premier dice di aver cambiato vita. Con il divorzio da Veronica Lario è tornato single, anche se le battute sul gentil sesso continuano ad essere uno dei suoi cavalli di battaglia. Di liaison ufficiali nemmeno l'ombra. L'estate 2010 è appena iniziata, ed è probabile che ai vecchi bagordi sardi Silvio preferirà la quiete del castello di Tor Crescenza, la dimora dei Borghese immersa nel verde a cui fa sempre più spesso visita, location per matrimoni (organizzati dalla Relais le Jardin, società del genero di Gianni Letta) ben lontana da occhi indiscreti.

Ma che fine hanno fatto le ragazze che collezionavano ciondoli a forma di farfallina e si facevano tatuare sulla caviglia frasi tipo: "L'incontro che ha cambiato la mia vita: S.B."? L'elenco delle fanciulle che sono entrate in confidenza con Silvio e con le prime pagine di quotidiani importanti e periodici rosa è lungo.  Partiamo da Noemi Letizia , che minorenne partecipò al capodanno 2007 a Villa Certosa e che chiama ancora oggi "Papi" il Cavaliere che presenziò al suo diciottesimo compleanno. Dopo essere passata dal chirurgo plastico, punta ancora sul cinema e sogna di sfondare nel mondo dello spettacolo. Poche occasioni, finora. Quest'anno ha seguito corsi di dizione e canto, e ha studiato italiano e matematica da privatista. Da qualche giorno è ragioniere: "L'esame di maturità? La ragazza ha sfiorato il massimo dei voti", dice il padre Elio. Noemi andrà all'università, ma intanto sta lavorando per lanciare una linea di abbigliamento e profumi, "Noemi L.". L'estate la passerà in Sardegna.

Patrizia D'Addario, invece, non fa più la escort. La donna che ha registrato la voce del premier in camera da letto e che ha dato il nome a un emendamento della legge sulle intercettazioni, ha scritto due libri sulle sue avventure ("Gradisca Presidente" è uscito a novembre ma non è mai entrato in classifica, la prossima fatica - legge bavaglio permettendo - dovrebbe uscire a dicembre). Da poco Patrizia ha ottenuto la licenza edilizia per costruire il famoso residence sui terreni di famiglia. Una pratica bloccata da 40 anni, tanto che chiese aiuto (inutilmente) al Cavaliere durante l'incontro del 4 novembre 2008. 

Giampaolo Tarantini, oltre alla D'Addario, ha portato a via del Plebiscito altre ragazze e modelle che hanno guadagnato gettoni di presenza per passare una sera insieme al leader: Graziana Capone, detta l'Angiolina Jolie di Bari, da gennaio collabora con Roberto Gasparotti, l'esperto che cura l'immagine televisiva di Berlusconi. La prostituta Terry De Nicolò, famosa per essersi concessa anche all'ex assessore del Pd Sandro Frisullo, fa la ragazza immagine e di tanto in tanto appare nei salotti tv di Michele Santoro, Monica Setta e Gad Lerner. Durante l'anno si è anche dovuta difendere dalle (presunte) persecuzioni del finanziere che coordinava le inchieste sul premier, il colonnello Nicola Paglino, arrestato qualche settimana fa anche per stalking. Vanessa Di Meglio, a Palazzo Grazioli il 5 settembre 2008, è invece stata avvistata a Parigi: sembra che faccia ancora l'accompagnatrice.

Chi sta provando a trasformarsi da "Ape Regina", questo il nomignolo affibbiatole da Dagospia, in protagonista di fiction Mediaset è invece Sabina Began, la ragazza col tatuaggio che ha presentato Tarantini al Cavaliere: ancora molto vicina a Silvio, ha strappato una particina ne "Il falco e la colomba" (in conferenza stampa è scoppiata a piangere lamentandosi dei tagli in montaggio sul suo personaggio, praticamente muto) e un'altra in un horror Usa in fase di pre-produzione: si intitolerà "The reapers", regia di tal Sargon Yoseph. Niente di eccezionale, ma sempre meglio di Barbara Montereale, la girl amica di Emilio Fede che scattò le foto nei bagni di Palazzo Grazioli: nel suo carniere ha solo uno spot per una catena di negozi di gioielli, la "Giallo Oro" di Bari in compagnia di Corrado Tedeschi e Gigi di Gigi e Andrea.

Berlusconi, si sa, ama la città del Vesuvio e adora le sue abitanti. A parte Noemi da Casoria, le Papi Girls che parlano con accento del Golfo non si contano. Il Cavaliere è generoso, e nonostante i chiacchiericci e le malelingue, un anno dopo sembra averle piazzate tutte, o quasi. La stragrande maggioranza si è buttata in politica. Francesca Pascale, fondatrice del comitato "Silvio ci manchi" ed ex velina di Telecafone, nel novembre 2006 saliva sull'aereo privato di Silvio, destinazione Villa Certosa. Insieme a lei le avvenenti Emanuela Romano e Virna Bello, oltre alle gemelline De Vivo. Da allora la Pascale ha lavorato nell'ufficio stampa di Forza Italia, poi con il sottosegretario Francesco Giro. Alle ultime elezioni è stata eletta consigliere provinciale con 7500 voti (tre anni prima alle comunali ne aveva presi 83). L'agognata poltrona da assessore, però, l'ha guadagnata l'ex meteorina Giovanna Del Giudice, già ragazza immagine del Billionaire e frequentatrice del famoso corso di formazione targato Pdl nel quale si allevavano le ragazze da mandare a Bruxelles. Il presidente Luigi Cesaro, nonostante Giovanna sia arrivata penultima alle regionali, gli ha consegnato le deleghe alle Pari opportunità e alle politiche giovanili. Di recente Giovanna ha litigato in radio con Luca Telese e Giuseppe Cruciani che le chiedevano quali fossero le sue esperienze: "Non fate battute maliziose solo perché una donna ha avuto un incarico politico", ha detto salutando i conduttori. 

Emanuela Romano, dopo infinite peripezie culminate nel gesto del padre che si è dato fuoco davanti a Palazzo Grazioli è assessore al Lavoro a Castellammare. Virna Bello, l'ultima del terzetto del comitato, ex pr di Torre del Greco chiamata dagli amici "la Braciulona", è diventata assessore all'Istruzione nella sua città natale (ma la nomina le è stata revocata qualche mese fa). Le altre vip care al presidente, le sorelle Valanzano, stanno seguendo carriere diverse: Benedetta recita in "Un posto al sole" e ha ballato sotto le stelle con Milly Carlucci; l'avvocato Maria Elena, nonostante la promessa di varie candidature, è ancora a spasso. Ora potrebbe entrare a far parte dello staff del neogovernatore Stefano Caldoro. 

Nunzia De Girolamo, detta "la Carfagna del Sannio", brilla ovviamente su tutte: deputata dal 2008, era presente all'incontro ristretto di Palazzo Chigi che ha portato alle dimissioni di Nicola Cosentino. Si vocifera che possa essere proprio lei a sostituire Nick o'Americano alla testa del Pdl Campano. In ultimo, Elena Russo, una delle cinque "raccomandate" nelle telefonate Berlusconi-Saccà: in un anno ha inanellato uno spot per Napoli finanziato dal governo e due fiction Mediaset. Dopo molto tempo passato in Sicilia per accompagnare il fratello che lavora come elettricista su un set. Nel futuro un viaggio in Lituania per dieci pose per un film tv, che dovrebbe andare su Canale 5 il prossimo inverno.

A parte l'inarrivabile Mara Carfagna che brilla ormai di luce propria, sono tante le ragazze di Silvio finite sugli scranni di Montecitorio e negli uffici di Strasburgo. Licia Ronzulli, insieme a un gruppetto di avvenenti pulzelle, fu fotografata a Ferragosto 2008 sul motoscafo di Berlusconi, immagini che "L'espresso" pubblicò in esclusiva lo scorso luglio. Lei smentì di essere un habitué di Villa Certosa, ma fece un passo indietro quando la Montereale la indicò come la responsabile "della logistica dei viaggi delle ragazze: è lei che decide chi arriva e chi parte. E smista nelle varie stanze". Ex caposala dell'ospedale Galeazzi di Milano, con quasi 40mila preferenze è stata eletta europarlamentare. Di recente ha difeso la Nutella dagli attacchi dei tecnocrati ("Nessuno potrà impedirci di fare colazione con pane e Nutella"), e all'ultimo meeting di Confindustria a Parma si è seduta a tavola tra il premier ed Emma Marcegaglia. 

Anche Barbara Matera e Laura Comi, che hanno seguito il famoso corso di formazione, ce l'hanno fatta: la prima, ex letteronza della Gialappa's e annunciatrice Rai, è stata la più votata - dopo il suo mentore - nella circoscrizione Sud e sta battendo a Strasburgo tutti i record di attivismo. La seconda ha presentato un'interrogazione sui giocattoli (prima di andare a Strasburgo lavorava come brand manager per la Giochi Preziosi) e promosso, insieme all'amica Gelmini e ai ministri Frattini e Bondi, la fondazione "Liberamente". 

A colpi di tacco Elvira Savino, invece, è deputata. Celebre per essersi presentata il primo giorno a Montecitorio con un tacco 14 marchiato Gucci, è lei a far conoscere Tarantini alla Began (sua compagna di appartamento a Roma). Si è sposata un anno e mezzo fa con il napoletano Ivan Campili - testimone di nozze Berlusconi in persona - ed è finita in una brutta inchiesta della magistratura pugliese su mafia e appalti: accusata di aver aiutato una banda di malviventi a riciclare denaro sporco (nell'ordinanza ci sono anche nomi di spicco del clan Parisi), è di fatto scomparsa dalle cronache mondane e politiche dall'inizio del 2010. Ufficialmente, ha scritto in una nota, per problemi di salute del figlio piccolo. 

Chi è sempre sulla breccia è invece Gabriella Giammanco, giornalista del Tg4 che Berlusconi volle inserire a sorpresa nelle liste siciliane per le politiche del 2008: nipote del boss di Cosa Nostra Michelangelo Alfano, condannato in via definitiva per mafia e morto suicida nel 2005, la reporter nata a Bagheria oggi si batte soprattutto contro la caccia e per la difesa degli animali ("grazie a me sono state introdotte agevolazioni fiscali a favore dei circhi senza animali") e fa coppia fissa nella Dolce Vita romana con il "direttorissimo" del Tg1 Augusto Minzolini. 

Altre Papi girls si sono invece dovute accontentare. Al corso per volare a Strasburgo c'erano anche Angela Sozio, Camilla Ferranti e Eleonora Gaggioli. La rossa del Grande Fratello, fotografata da "Oggi" mano nella mano con il premier mentre passeggiavano nei vialetti della Certosa, non è mai stata candidata, nonostante le voci insistenti che venivano da via dell'Umiltà, sede del Pdl dove Frattini e Brunetta tenevano le lezioni. Da qualche tempo ha lasciato il posto come contabile della società di Antonio Flora (imprenditore del ramo sanità) e lavora, anche lei, per Mediaset. L'ultima fatica: giurato del reality "La pupa e il secchione", insieme ai giudici-colleghi Platinette, Claudio Sabelli Fioretti, Vittorio Sgarbi ed Alba Parietti. 

La compagna di banco Camilla Ferranti, ballerina e figlia di un medico del premier, vanta nel suo lungo curriculum una parte da tronista di "Uomini e donne" e una raccomandazione di Silvio Berlusconi ad Agostino Saccà intercettata dalla procura di Napoli. È tra quelle che, nell'ultimo periodo, ha lavorato di più. In questi giorni è nei cinema protagonista di "Alice", prodotto dalla Videodrome e distribuito dalla Medusa, mentre nel 2011 tornerà su Mediaset: sarà attrice in "Angeli e Diamanti", una sorta di Charlie's Angels all'italiana. 

Nemmeno la Gaggioli, anche lei finita nell'inchiesta - poi archiviata - su Saccà, può lamentarsi: dopo le lezioni non è stata candidata ("allieva sveglia e informata" raccontava "Il Foglio"), ma intanto ha recitato su Canale 5 nel tv-movie "Fratelli Benvenuti". Si prepara a sbancare il botteghino con il cinepanettone di Natale, senza dimenticare che nel 2008 ha avuto l'onore di presentare il concerto della polizia di Stato. 

Pure le altre due "raccomandate" non sono restate con le mani in mano: Antonella Troise, che il Cavaliere definiva affettuosamente una "pazza pericolosa", ha girato "Negli occhi dell'assassino" (Canale 5 in prima serata) e un cammeo in un'altra serie di quattro puntate, mentre Evelina Manna, dopo aver comprato una casa a via Giulia da 950mila euro, ha girato come protagonista il mistery "La donna velata", in arrivo sui piccoli schermi. Ovviamente Mediaset. 

Le Papi Girls sono tante, e sono ovunque. Non tutte hanno avuto lo stesso destino. Se le gemelle De Vivo sembrano in sonno e l'aristocratica Virginia Sanjust da tempo si è ritirata a vita privata, Susanna Petrone (con la Renzulli fotografata sul Magnum 70 di Berlusconi nell'estate del 2008) non ha ottenuto la candidatura alle europee ma è la conduttrice sexy di Guida al Campionato (Mediaset) e regina del gossip milanese. Siria De Fazio, conosciuta come la "lesbica" del GF9, fa ancora show come mangiafuoco, ma non ha ancora sfondato nel jet-set dello spettacolo. Nessuna notizia recente della vincitrice di "Un-Due-Tre Stalla", Imma Di Ninni, due volte ospite a Villa Certosa, né delle gemelline e meteorine Ferrera, mentre la collega del Meteo 4 Francesca Lodooggi è nota soprattutto alle riviste rosa e al pm Frank Di Maio, che la interrogò per l'inchiesta su vip e cocaina. Carolina Marconi (finita secondo i racconti di Tarantini due volte a Palazzo Grazioli) si è sposata pochi mesi fa con l'imprenditore Salvatore De Lorenzis, il re delle slot-machine del Salento, mentre l'altra attrice venezuelana Aida Yespica (che Berlusconi presentò addirittura al presidente Chavez) resta una delle show girl più note d'Italia. Anche Barbara Guerra, ex Fattoria, è ancora un personaggio in cerca d'autore: l'ultima apparizione è nella giuria di Sanremo per l'elezione del più bello d'Italia 2010, con lei Lele Mora, Alfonso Signorini e Siria De Fazio. 

Più fortunata Nicole Minetti, l'igienista dentale del Cavaliere: buttati spazzolini e filo interdentale, è stata eletta consigliere per la Regione Lombardia alle ultime elezioni. Ora passa le giornate seduta vicino a Renzo "la trota" Bossi. Insomma, quasi tutte le Papi Girls se la passano bene. Brave e capaci? "Per fare questo mestiere" ha detto al mensile di Mondadori "First" la Manna "non serve lo sculettare delle vallette tivù. Il giro dei soldi è tale che se non vali nessuno ti prende, non serve essere raccomandati". Se lo dice lei...

Tutte quelle che «Io ho amato Silvio». Tante, forse troppe, le donne attribuite a Silvio Berlusconi. Ma chi sono quelle che hanno confessato di avere avuto una storia con il Cav? Da Sabina Began a Nicole Minetti, scrive Vanity Faire il 25 luglio 2010. Olgettine, showgirl, imprenditrici e donne in carriera. In questi anni sono state tante le dame attribuite a Silvio Berlusconi. Tra quelle comparse in atti di inchieste giudiziarie, in fotografie scattate nelle sue residenze e secondo testimonianze dirette, il totale (fino a oggi) sarebbe di 130. Tra queste, solo alcune hanno raccontato di avere occupato un posto importante nel cuoredell’ex premier. Ma quali sono le donne che hanno ammesso, confessato e svelato di avere avuto una liaison con il Cavaliere?

NICOLE MINETTI - Nicole, classe 1985, ex igienista dentale ed ex consigliere regionale della Lombardia, ha dichiarato il suo “amore” nell'aula del tribunale di Milano in cui si tiene il processo Ruby bis, nel quale è imputata. «Amavo Berlusconi – ha detto - il mio era un sentimento vero». Secondo Nicole, l’incontro con l’ex premier avvenne all’interno dell’ospedale San Raffaele. «Quando Silvio Berlusconi arrivò in clinica iniziò da parte sua un discreto corteggiamento, e non nego di essere rimasta affascinata da lui. Nacque così un rapporto di amicizia e poi una relazione sentimentale che si concluse alla fine di quell'anno». Per la Minetti «era un rapporto stabile, ci confrontavamo sul mio futuro, come due normali fidanzati».

FRANCESCA PASCALE - E' lei la fidanzata ufficiale. “Franceschina”, 27enne napoletana, segue il Cavaliere da molto prima di far breccia nel suo cuore. Da quando ha iniziato la sua carriera televisiva come showgirl per Telecafone. Dopo la tv, la politica: da fondatrice del comitato “Silvio ci Manchi”, a consigliera Provinciale del Pdl a Napoli. Il suo obiettivo è sempre stato uno: diventare la nuova first lady, e pazienza se per raggiungerlo la giovane ha dovuto affrontare ore di anticamera, corsi di dizione, e una dura competizione con una folta schiera di olgettine. Attualmente risiede a Arcore nei fine settimana e non solo. È con Berlusconi anche in Sardegna. E, si dice, che lo segua ovunque anche negli impegni di lavoro. Silenziosamente, sempre un passo indietro.

SABINA BEGAN - L’ape regina. La donna che ha detto «Sono io il bunga bunga». La vita della Began è cambiata radicalmente nel 2005. Era il 29 agosto e l'attrice fu invitata in Sardegna. Sabina incontrò, così, il Cavaliere nel giardino di Villa Certosa. «Chiesi al Presidente: “Se un giorno dovessi avere un fidanzato, lei mi concederebbe una gita romantica qui, con lui?”, ma Berlusconi mi guardò fisso negli occhi, e disse: “No, a meno che non ti fidanzi con me. Ma, per farlo, mi devi prendere la mano”. Da quel momento non mi ha più lasciata», raccontava la Began a Vanity Fair nel 2011. «Mi sussurrava all’orecchio, era come se mi ipnotizzasse, Dopo un paio d’ore ero cotta. Ero innamorata. È l’unico uomo che mi abbia fatto sentire donna».  A ricordare l’importante legame che avrebbe avuto con il Cavaliere, ci sarebbe la scritta che Sabina si è fatta tatuare sul piede destro: «L'incontro che mi ha cambiato la vita. S.B.».

EVELINA MANNA - L'attrice e modella ha dichiato il suo amore per il Cavaliere nel 2012 «Ci siamo conosciuti a settembre del 2005. Lui aveva letto una mia intervista, gli era piaciuta e mi ha chiamato».  Evelina, però, non ha mai voluto essere segnalata tra le amiche del premier «Io a essere associata a questa fauna volgare non ci sto, la nostra era una relazione d’amore durata anni e puntellata da episodi di intima vicinanza, e da momenti di tensione». Come qualche scenata di gelosia: «A volte mi svegliavo e lo trovavo in bagno alle 5 del mattino a parlottare al telefono a bassa voce con qualche amica. E lui negava, come un adolescente».

DARINA PAVLOVA - L’imprenditrice bulgara.  I due, secondo il racconto della Pavlova, si conobbero a Washington nel 2004. Di lì a poco sarebbe scoccata la scintilla. «Ma quale scintilla? – ha precisato lei – Fu fuoco”.  L’imprenditrice ha sempre preso le distanze dagli altri presunti flirt del cavaliere: «Io non sono come tante donne che parlano di love story con Silvio. Il mio profilo è ben diverso, ma l’amore per me è la cosa più importante e voglio proteggerlo». Oggi l’ereditiera bulgara dice di avere con B. un rapporto «basato sulla stima, l’affetto e la fiducia».

KATARINA KNEZEVIC - L'ex Miss Montenegro. La prima volta che abbiamo sentito parlare di Katarina è stato durante il processo per il Bunga bunga, quando Imane Fadil dichiarò che era Katarina la vera fidanzata di Silvio. Era il settembre 2011 e, qualche mese, dopo la modella decise di uscire allo scoperto e raccontare la sua storia con il capo del governo.  «Ci siamo conosciuti nel 2009. Era l'inizio di maggio, io avevo 18 anni e Silvio si era appena separato dalla moglie». Dopo quell’incontro nacque l'amore. «Dove c'è lui ci sono io - raccontava anni fa la Knezevic - lo seguo ovunque. La nostra relazione non è un mistero». Katarina è tornata a parlare del Cav dopo l’ufficializzazione del rapporto tra lui e la Pascale. «Francesca Pascale ha vinto solo una battaglia, ma alla fine Silvio Berlusconi sposerà me. Sono ancora innamorata di Berlusconi come e più del primo giorno. Per un uomo così io ammazzerei e sono anche pronta a morire per lui». 

Se questo non è amore...Grazie a Berlusconi ho fatto carriera in Italia: ma non mi ha mai toccata con un dito, scrive Maria Cristina Giongo su Libero Quotidiano il 4 febbraio 2011. Ho intervistato in Olanda una fotomodella e presentatrice che ha conosciuto molto bene Silvio Berlusconi, Monique Sluyter. Il mio servizio è stato pubblicato dal quotidiano Libero. Non troverete alcun mio commento perchè lo scopo di questa intervista non è quello di difendere Berlusconi o di condannarlo. Secondo me un giornalista che sia un vero professionista non deve esprimere le SUE idee personali (sicuramente non importanti al fine dell’articolo…); deve solo raccontare i FATTI. La persona che ho intervistato è stata sincera nella sua versione e nel racconto di quanto è accaduto in passato a casa del premier. Pertanto trovo giusto di pubblicare quanto mi ha detto. La scelta del quotidiano dipende dal fatto che Libero è stato il primo che ha accettato di renderla pubblica. L’avrei data anche ad un giornale di sinistra, se avessero voluto pubblicarla. Probabilmente tempo fa, quando “Il cavaliere” non aveva ancora conosciuto il potere dei soldi e della fama (ed era sposato), si comportava in un altro modo…. Qui sotto potete leggere la versione integrale della mia intervista; con due fotografie che ci sono state gentilmente concesse da Monique.

Prima pagina del quotidiano Libero del 4 febbraio 2011. “Berlusconi mi ha sempre rispettata; mi ha aiutata a far carriera ma si è sempre comportato come un vero signore nei miei confronti”. Chi parla è la fotomodella, presentatrice olandese Monique Sluyter, 43 anni, una bellissima donna, in un’intervista per Libero.

Monique, quando ha conosciuto Silvio Berlusconi?

“Quando avevo 18 anni, negli anni 80. Lui era un talent scouts; mi fece un provino. Poi mi disse che assomigliavo molto a Marilyn Monroe, promettendomi che nel giro di tre mesi mi avrebbe trovato un lavoro. E così fu. Venni assunta per il programma sexy Colpo grosso; a cui seguì Tutti i frutti, dove ero l’assistente del conduttore Umberto Smaila. Vivevo in un bell’appartamento a Milano con altre ragazze olandesi. Tuttavia posso assicurarle che non mi fece mai nessuna proposta sconcia: nè a me nè alle mie compagne.”

Eppure in un’intervista uscita oggi sul settimanale olandese Privè, a firma di Barbara Plugge, ha dichiarato che era diventata amica di Berlusconi e che andava spesso nella sua villa di Arcore.

“Infatti. Ma io sono sempre stata una donna seria e ad Arcore ci andavo proprio e solo come amica; lui cucinava gli spaghetti. Mangiavamo e basta. Ribadisco che con me è sempre stato un gentleman. Mai una parola fuori posto, uno sguardo che potesse farmi supporre che avesse altre intenzioni. Non capisco perchè tutta questa pubblicità negativa nei suoi confronti. Qui in Olanda lo descrivono come un uomo malato di sesso. Non posso crederci, dopo averlo conosciuto! Ovviamente parlo solo per quanto riguarda la mia esperienza!”

Però… le altre ragazze, compresa la famosa Ruby, hanno raccontato ben altro! Secondo lei perchè?

“Perchè sono ragazze poco per bene. Sicuramente si sono avvicinate a lui per il fatto che è famoso e ha tanti soldi; per cui hanno cercato di sfruttarlo per guadagnare più denaro possibile.”

Pensa a dei ricatti?

“Probabilmente sì. Sono ragazze senza scrupoli. Mi sembra un po’ la storia di Michael Jackson: anche lui è stato accusato di tutte le peggiori infamie, persino di pedofilia. Ma alla fine non si sono trovate alcune prove concrete. Erano i suoi nemici a volerlo distruggere. Berlusconi è un tipico uomo italiano; un uomo sano. Se gli piacciono le donne non è una colpa, ma, ripeto, io con lui ho solo parlato e riso tanto; perchè è molto simpatico e ha un grande senso dell’umorismo. Arcore è un posto bellissimo; ricordo la piscina e una grande tenuta che si doveva percorrere in auto, tanto era vasta! Aveva anche parecchi animali e dei lama.”

Nella residenza di Arcore ha incontrato anche sua moglie Veronica Lario? 

“No. Lei non si faceva mai vedere! Ho conosciuto solo un figlio e due figlie. Tutti molto gentili. Lui mi ha creata; e di questo gli sono molto riconoscente. Il programma Tutti i frutti è stato trasmesso anche in Germania, da RTL e in seguito in ben 35 Paesi, Giappone compreso; per cui sono diventata una vera star! Ho posato 4 volte per Playboy e ho girato un film con Tarantino. In Italia ho lavorato anche per la Rai e soprattutto per Mediaset; l’ultimo programma a cui ho partecipato è stato Showgirl, dove c’era, come ospite, Anita Ekberg.

In Olanda ha condotto un programma (per l’emittente Veronica) decisamente “hot”, che all’epoca ebbe molto successo, intitolato “Erotica”…

“Sì, ma non pensi che sono una donna poco seria, glielo ripeto. Ho anche partecipato al Grande Fratello (olandese) ed i soldi che ho guadagnato sono andati alla Croce Rossa. Vivo da 14 anni con il mio compagno. Non sono una persona che si vende per far carriera o avvicina uomini potenti per sfruttarli a questo scopo. A proposito, ieri sono stata contattata dal regista Celeste Laudisio, che fu anche regista di Colpo grosso per un’eventuale mia partecipazione all’Isola dei famosi…

Secondo me il cast dell’Isola dei famosi è completo…

“Sì, ma potrei fare la riserva. Infatti una ragazza che doveva partecipare è stata buttata fuori perchè è proprio una di quelle che hanno sparlato di Berlusconi coprendolo di fango.”

I maligni si staranno chiedendo perchè Silvio Berlusconi si è dato tanto da fare per aiutarla nella sua carriera…

“Appunto; i maligni! Le ho già detto che sono stata da lui, anche a cena. Non lo nego: ma non mi ha mai chiesto di fare sesso. Nè a me nè alle mie amiche. Lui non è un tipo così…Ne sono sicura. D’altra parte non vivo a casa sua quindi non so che cosa succede adesso o che cosa è successo qualche anno fa. Mi ha aiutata per generosità. Punto e basta.”

Allora chiudiamo con un messaggio; che cosa vorrebbe dirgli in questo momento?

“Caro Silvio, io credo che tu sia un uomo positivo: allora rifiuta la negatività che ti sta distruggendo in questo momento. E ricordati che spesso si ripercuote proprio contro chi l’ha creata. Rimani forte, per condurre bene il tuo Paese; nella vita privata resta una persona buona, come lo eri quando ti ho conosciuto.”

Intervista di Maria Cristina Giongo Libero: 4 febbraio 2011 Proibita la riproduzione, anche parziale, dell’articolo e delle foto senza citare l’autore e la fonte di provenienza.

Le donne del Cavaliere? Sono ben 130. I nomi, le età, le foto, i video, gli audio, scrive il 21 settembre 2011 Marianna Aprile su Oggi. Sono 131 le ragazze attribuite al Cavaliere. Sono tante le donne attribuite al premier, stando alle intercettazioni telefoniche e agli atti dell’inchiesta di Bari. Ecco quelle che a vario titolo sono state citate

Al di là dei profili di rilevanza penale, l’inchiesta barese sul giro di escort messo in piedi da Gianpaolo Tarantini ha riportato in primo piano le dame del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma quante sono le amiche del Cavaliere che in questi anni si sono avvicendate, a vario titolo (anche solo come invitate alle cene galanti), alle sue feste?

L’ELENCO COMPLETO – Mentre la procura di Napoli si dichiara incompetente e l’inchiesta passa a Roma, (LEGGI) il settimanale «Oggi», in edicola da mercoledì, le ha contate. Tra quelle comparse in atti di inchieste giudiziarie, in fotografie scattate nelle residenze del premier e secondo testimonianze dirette il totale è, fino a oggi, di 130. Il catalogo completo, con tutti i nomi e le età? Eccolo.

1. Sabina Began, 37 anni; 2. Terry de Nicolò, 36; 3. Carolina de Freitas, 36; 4. Francesca Lana, 26; 5. Letizia Filippi, 34; 6. Barbara Montereale, 25; 7. Daniela Lungoci, np; 8. Niang Kardiatau, 32; 9. Karen m. Buchanan, 40; 10. Manuela Arcuri, 34; 11. Camille c. Charao, 27; 12. Chiara Guicciardi, 34; 13. Fadoua Sebbar, np; 14. Sara Tommasi, 30; 15. Vanessa di Meglio, 38; 16. Monia Carpentone, 26; 17. Roberta, 34; 18. Maria j. De Britos Ramos, 37; 19. Graziana Capone, 26; 20. Michaela Pribisova, 28; 21. Luciana Francioli, 40; 22. Ioana Visan, 24; 23. Marysthell Garcia Polanco, 29; 24. Michelle Conceicao, 33; 25. Cinzia Caci, 37; 26. Barbara Guerra, 33; 27. Patrizia D’Addario, 45; 28. Lucia Rossini, 27; 29. Marica, np; 30. Michela, np; 31. Milena, np; 32. Carolina Marconi, 33; 33. Francesca Lodo, 27; 34. Diana Iawkic, 22; 35. Siria De Fazio, 34; 36. Nicole Minetti, 26; 37. Barbara Faggioli, 26; 38. Barbara Matera, 29; 39. Raffaella Fico, 23; 40. Cinzia Molena, 32; 41. Iris Berardi, 19; 42. Aris Espinoza, 22; 43. Alessandra Sorcinelli, 27; 44. Valentina Costanzo, 26; 45. Imane Fadil, 24; 46. Maria Makdoum, 20; 47. Ambra Battilana, 19; 48. Chiara Danese, 19; 49. Melania Tumini, 26; 50. Natascia, 21; 51. Katarina, 24; 52. Kristina, 24; 53. Diana Gonzales, 21; 54. Elisa Toti, 22;55. Imma De Vivo, 23; 56. Eleonora De Vivo, 23; 57. Aida Yespica, 30; 58. Claudia Galanti, 30; 59. Roberta Bonasia, 27; 60. Florina Marincea, 27; 61. Nadia Macrì, 27; 62. Francesca Cipriani, 27; 63. Viviana Andreoli, 31; 64. Virna Bello, 29; 65. Francesca Pascale, 28; 66. Licia Ronzulli, 36; 67. Elisa Alloro, 35; 68. Emanuela Romano, 30; 69. Cristina Ravot, 28; 70. Lisandra Silva, 26; 71. Clarissa Campironi, np; 72. Noemi Letizia, 20; 73. Roberta Oronzo, 20; 74. Elvira Savino, 34; 75. Emiliana, np; 76. Miriam Loddo, 28; 77. Karima El Mahroug-Ruby, 18; 78. Marianna Ferrera, 27; 79. Manuela Ferrera, 27; 80. Marianna Yushkah, 24; 81 Raissa Skorkina, 29; 82. Jennifer Rodriguez, 34; 83. Linsey Barizonte, 25; 84. Maria Rosaria Rossi, 39; 85. Marisiel, np; 86. Roberta/1, np; 87. Roberta/2, np; 88. Ioana Claudia Amarghioale, 21; 89. Ludovica Leoni, 30; 90. Elena Morali, 30; 91. Giovanna Rigato, 30; 92. Ale, np; 93. Monica, np; 94. Silvia Travami, np; 95. Renata Wilson, 27; 96. Maribel Torres Munoz, 56; 97. Giada, np; 98. Imma Dininni, 32; 99. Susanna Petrone, 33; 100. Lara Comi, 28; 101. Stella Schan, np; 102. Donatella Marrazza, 37; 103. Stella Maria Novarino, 32; 104. Francesca Garasi, 26; 105. Linda Santaguida, 33; 106. Barbara Pedrotti, 38; 107. Francesca Romana Impiglia, 33; 108. Poliana Gomes, 26; 109. Belen Rodriguez, 26; 110. Dani Samvis, 26; 111. Geraldin Semeghini, 34; 112. Ania Goledzinowska, 28; 113. Elisa De Carolis, 33; 114. Angela Sozio, 38; 115. G. M. 38; 116. Michela Nasponi, 24; 117. Laura Bertocco, 30; 118. Gemma, np; 119. Eleonora, np; 120. Miriam Marcondes, np; 121. Emanuela, np; 122. Michela Chillino, 30; 123. Lionella, np; 124. Christine Del Rio, 32; 125. Licia Nunez (Del Curatolo), 33; 126. Ludovica, np; 127. Giada Di Miceli, 29; 128. Silvia, np; 129. Valeria, np; 130. Giada Culite (alias Rasa Kulyte), 24.

TOGLIMI LE MANI DI DOSSO...ANZI NO! DA TRUMP A WEINSTEIN A HEFNER. SI E' TUTTE CONIGLIETTE?

Le donne ed il loro corpo. Il Sesso come strumento di concorrenza sleale?

Toglimi le mani di dosso, “fai sesso con me e avrai una carriera da giornalista”: in un libro le umiliazioni di Olga. Il “Porco” è untuoso e avanti con l’età, ha gli “occhi acquosi” e il “mento a tre strati”. Le chiede di andare a letto con lui in cambio di un futuro professionale e, quando lei dice no, tutto si risolve in un nulla. Toglimi le mani di dosso è un libro sofferto: "Vorrei che portasse chi gestisce il potere commettendo abusi, oppure tollerandoli, a pensare che forse, prossimamente, non la passerà liscia", scrive Davide Turrini, il 30 settembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Il “Porco” è untuoso e avanti con l’età, ha gli “occhi acquosi” e il “mento a tre strati”. Le tocca sempre una spalla, la abbraccia, la invita sempre a cena, le fa balenare un futuro nel mondo del giornalismo solo se è disposta a stargli vicino, toccarlo, andare a letto con lui. Poi quando lei si lamenta, si oppone, o semplicemente si irrigidisce, lui s’incazza, e il futuro professionale promesso sparisce in un amen. La lei che subisce ogni genere di violenza fisica e mentale è Olga Ricci, nome fittizio dell’autrice di Toglimi le mani di dosso (Chiarelettere), il doloroso romanzo che riassume umiliazione e destino di una ragazza che tenta di fare la giornalista senza spinte e raccomandazioni, ma che deve subire le ripetute avances del direttore. Esperienza paradigmatica (e vera) raccontata in parte da un paio d’anni dietro al nom de plume di Olga su un seguitissimo blog, su cui sono state raccolte decine di testimonianze in forma di post di altre donne che sono state vessate sul luogo di lavoro dai propri capi in quanto donne. “In Italia c’è un silenzio assordante sul fenomeno delle molestie e della violenza sul lavoro. Me ne sono resa conto quando, per elaborare la mia ‘esperienza’ personale ho dovuto cercare materiale in inglese perché in italiano non ne trovavo. Così ho scoperto che negli Stati Uniti sono quasi quarant’anni che si occupano del problema”, spiega Olga Ricci a FQMagazine. “Catharine MacKinnon, avvocata e attivista femminista americana, autrice di Sexual Harassment of Working Women, non tradotto in italiano, ha impostato il quadro giuridico di riferimento negli Usa per il riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro come reato. Secondo l’autrice, le molestie sono un sopruso e contribuiscono a mantenere le donne in una posizione subalterna. Non devono essere interpretate come “incidenti” isolati e personali, ma come un problema sociale, che riguarda le donne in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Per questo motivo, le molestie vanno considerate addirittura oltre l’abuso, l’umiliazione e l’oppressione di ciascuna vittima: costituiscono una vera e propria discriminazione sessuale, lesiva per tutta la società”. Toglimi le mani di dosso è un libro sofferto, l’agnizione pratica dell’essere sottomessi all’autorità ottusa e alle consuetudini sessiste, un biopic che gronda desiderio di giustizia e vendetta, ma che s’infrange sempre in un singulto di rivolta continuamente rimandato. “Dopo avere studiato la MacKinnon e altre sociologhe ho capito che quello che avevo passato andava raccontato. Stare zitta avrebbe significato essere complice del sistema. Il blog mi ha fatto capire che non ero sola, come avevo creduto per molto tempo”, continua la Ricci. “C’era e c’è bisogno di fare chiarezza su temi come quello delle violenza sul lavoro, della precarietà e della discriminazione. Grazie al confronto con chi mi ha seguita e agli incoraggiamenti delle lettrici e dei lettori del blog ho trovato la forza per andare avanti, anche col lavoro, nonostante le difficoltà, per non darmi per vinta. Perché, nonostante tutto, continuo a fare la giornalista anche se fatico ad arrivare alla fine del mese”. Il romanzo della Ricci ha poi un ulteriore pregio: contestualizzare la vessazione sessista in un mondo, quello del giornalismo italiano, che sembra davvero umanamente irrecuperabile, fatto di precariato perenne, figli di papà, “lecchini” e “mummie” (quei pensionati che continuano a scrivere facendosi pagare profumatamente); “fascisti” o “benpensanti di sinistra” ai comandi nessuno fa nulla, o meglio tutti toccano, palpano, ricattano, tiranneggiano, offendono: “Nei templi della notizia le relazioni sono fatte di materiali tossici”, è scritto nel romanzo. “Secondo l’FNSI ci sono solo 5 donne a dirigere quotidiani mentre sono 113 gli uomini che li dirigono”, prosegue l’autrice. “Cinque le donne vicedirettore di quotidiani contro 99 uomini; 67 redattore-capo contro 477; 65% per cento: donne giornaliste rimaste dentro le aziende editoriali a seguito di stati di crisi di cui solo il 30% ha un contratto e tutte le altre sono precarie. Serve aggiungere altro per definire che il potere, nel giornalismo, è ancora maschile?”. Anche se il sassolino nello stagno gettato da “Olga” con blog e libro sembra come riverberarsi nel vuoto dell’indifferenza di una macchina dell’informazione, e del lavoro in genere, che corre a mille: “Secondo l’Istat il 99,3% dei ricatti sessuali sul lavoro non vengono segnalati. Le vittime non ricorrono alla legge per motivi diversi: paura, vergogna, imbarazzo, timore di essere trattate male, assenza di fiducia nelle forze dell’ordine, mancanza di prove. Per sottrarsi alla situazione di violenza, la maggior parte delle donne lascia il posto. Bisogna tenere presente che è difficile riuscire a dimostrare la violenza sul lavoro. Di solito, infatti, le molestie sessuali e i ricatti avvengono in assenza di testimoni, sono costruite nel tempo come somma di piccole azioni apparentemente “inoffensive”, non sono del tutto esplicite. Perfino in caso di ricatti chiari, una registrazione ambientale non costituisce di per sé una prova decisiva, a meno che non sia stata fatta dalle forze dell’ordine. Se è una registrazione fai da te resta un elemento che certamente può essere considerato dal giudice, ma non è risolutivo”. Come suggerisce la Ricci sempre negli Stati Uniti qualcosa è cambiato: “Per evitare problemi la multinazionale American Apparel ha di recente introdotto regole più ferree per contrastare le molestie sessuali. Nei mesi scorsi il fondatore ed ex numero uno di Apparel è stato travolto da uno scandalo per le accuse di alcune dipendenti. La società, dopo una serie di verifiche, lo ha licenziato e ha proibito ogni tipo di relazione sessuale e amorosa, inclusi gli appuntamenti fuori dal posto di lavoro, tra manager e dipendenti. È prassi che nelle società americane non siano ammesse formalmente le relazioni interpersonali private che possono portare ad abusi di potere”. “Vorrei che il libro portasse chi gestisce il potere commettendo abusi, oppure tollerandoli, a pensare che forse, prossimamente, non la passerà liscia perché ci saranno donne pronte a denunciarli – conclude l’autrice – Vorrei che chi subisce fosse pronta a dire basta. Vorrei che altre donne iniziassero a raccontare e smascherare chi commette abusi e violenze. Vorrei che si capisse che il cambiamento da mettere in atto riguarda tutta la società e non solo le donne. Questa non è una questione femminile, riguarda soprattutto gli uomini. Ma la strada per arrivare anche solo a una vaga presa di coscienza è ancora lunga. Di recente il direttore di un quotidiano nazionale ha patteggiato una condanna per molestie sessuali. Ho saputo della notizia per via traverse. Non l’ho letta su nessun giornale. Perché?”.

Fare sesso per fare carriera? Scrivono Le Fattucchiere, Elisabetta Ambrosi e Lia Celi, l'1 aprile 2015, su "Il Fatto Quotidiano".

Più che alla morale occhio alle complicazioni, scrive Elisabetta Ambrosi. Una bufera di critiche, di accuse di scorrettezza politica e di bieco maschilismo si è rovesciata sulla chirurga vascolare Gabrielle McMullin, rea di aver affermato che, per far carriera, le donne devono essere anche disposte anche a qualche richiesta sessuale. Ma quello che i detrattori della dottoressa australiana non hanno capito è che la sua affermazione non era un auspicio, insomma un dover essere (opportuno e giusto fare sesso con i capi) ma una constatazione di fatto: se fai sesso con i capi, fai anche più carriera. Talmente vero da apparire banale, anche se non andrebbero sottovalutati fastidiosi effetti collaterali – proprio sul lavoro – quando la relazione si interrompe. Più interessante allora sarebbe stato però esplorare un altro aspetto del dilemma: posto che una decida di scopare col superiore, scelta libera in un Paese libero, com’è meglio farlo? Con astuto cinismo, come una specie di fastidioso straordinario, o con coinvolgimento sentimentale (accade, siamo umani, oltre al fascino del potere)? Non sempre è una scelta e normalmente la versione A – distacco completo e obiettivo solo strumentale – è molto rara, perché, nonostante i moralisti la propongano come l’immagine classica della donna avida di carriera che sfrutta qualsiasi mezzo, la realtà è impastata di ambiguità: e dunque di avances affettuose, gratificazioni narcisistiche reciproche, mezzi innamoramenti, a volte persino amore: insomma più spesso il sesso in ufficio appare così. Invece di gridare allo scandalo, allora, sarebbe meglio restare lucide sulle inevitabili ricadute anche professionali, della fine della storia. Se dunque esiste una vera obiezione all’evitare il letto del capo, non è morale, ma pratica. Non fate sesso col superiore perché a volte – altro che benefici- le complicazioni successive (anche sulla carriera) sono molte di più.

A letto con il capo? L’uomo non esiterebbe, scrive Lia Celi.  Ma l’avete visto quanto è bella Gabrielle McMu