Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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CONTRO

TUTTE LE MAFIE

PRIMA PARTE

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio non è un opuscolo opinabile polemico contro l’Italia, ma una constatazione di fatto di quello che è. Un sunto su quanto si è scritto in modo temporale, pluritematico e pluriterritoriale. Gli argomenti ed i territori trattati in questo pamphlet sono aggiornati, completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale attendibile e credibile. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

A COME MAFIA DELL’ABUSO SUI PIU’ DEBOLI.

A COME MAFIA DELL’AFFIDO CONDIVISO.

A COME MAFIA DELL’ABUSIVISMO EDILIZIO ED EVENTI NATURALI.

A COME MAFIA DELL’AGROALIMENTARE.

A COME MAFIA DELL’AMBIENTE.

A COME MAFIA DELL’ABUSO SUGLI ANIMALI.

A COME MAFIA DELL'ANTIFASCISMO DEI CRETINI.

C COME MAFIA DEI CAPORALI.

C COME MAFIA DEI CONCORSI PUBBLICI.

C COME MAFIA DEI CONDONI.

C COME MAFIA DEI COLLETTI BIANCHI.

C COME MAFIA DEL CONTRABBANDO.

C COME MAFIA DELLA BUROCRAZIA E DELLA CORRUZIONE.

C COME MAFIA DELLA CULTURA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

E COME MAFIA DELL’ESTORSIONE E DELL’USURA DI STATO.

E COME MAFIA DELL’ESTORSIONE E DELL’USURA BANCARIA.

E COME MAFIA DELL’ESTORSIONE E DELL’USURA ASSICURATIVA (RCA).

G COME MAFIA DEL GIUSTIZIALISMO E DELL’IMPUNITA’.

G COME MAFIA DELLA GIUSTIZIA.

M COME MAFIA DELLE MAFIE E DELLE ANTIMAFIE.

M COME MAFIA DELLE MALEFATTE DELL’ANTIMAFIA.

M COME MAFIA DELLA MASSONERIA.

M COME MAFIA DEI MEDIA.

M COME MAFIA DEI MISTERI DI STATO.

P COME MAFIA DELLA POLITICA E DEI DISSERVIZI E DELLA SOCIETA’.

P COME MAFIA DELLA PRESCRIZIONE E DELLA MALAFEDE DI POLITICI E GIORNALISTI.

R COME MAFIA DELLA RITORSIONE SU CHI DENUNCIA. (SPIONI O ONESTI?). WHISTLEBLOWING: PIU’ DEL MOBBING O DELLO STALKING.  

S COME MAFIA DELLO SCIACALLAGGIO A DANNO DEI TERREMOTATI E DELL’OMERTA’.

S COME MAFIA DELLA SANITA’ E DELLA SCIENZA.

S COME MAFIA DELLA SCUOLA.

S COME MAFIA DELLO SPORT E DELLO SPETTACOLO.

T COME MAFIA DEI TRADITORI.

V COME MAFIA DELLA VIOLENZA E DEGLI OMICIDI DI STATO.

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA

(di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

       ma quest’Italia mica mi piace tanto.  

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012

 

 

 

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE.

La mafia esiste. Eccome! Scrive Venerdì, 31 agosto 2018 da San Giuseppe d’Arimatea, Casa Spirlì, in Calabria, Nino Spirlì su "Il Giornale". Esiste, esiste… La mafia è nata e non è mai morta. In realtà, non è stata mai neanche ferita. Al limite, è stata disturbata, scossa; a volte, sgualcita. Shakerata, diciamo. Ma niente di più. La mafia è immortale, purtroppo. Perché ha vita in tante vite. Troppe. Palesi, prevedibili, semiimmaginabili, impensabili, impossibili ed oltre ogni codificazione lessicale e mentale.

La mafia è nell’aria e, viva, al di là dell’aria. È nella carne e nei 21 grammi dell’anima. Nei gesti. Nel sudore freddo del sicario e nel silenzio paziente del boss. Nei paroloni reboanti dei comizi. Nella volgare arroganza condominiale. Nelle aquile di marmo fisse sui pilastri dei cancelli e negli aerei privati che scorrazzano strafottenti nei cieli di tutti. Nei contratti paraculi delle mezzecalzette e nelle bave dei leccaculo. La mafia è nei vescovi che coprono i porci in tonaca e nei maestri asserviti che promuovono i somari. Nel pane messo da parte per chi non viene mai a ritirarlo. Nei negri a 20 euro. Nei macchinoni dei familiari a carico. Nel parrucchiere tutti i giorni. Nei vecchi che setacciano, morti di fame, i bidoni del mercato.

La mafia è nelle stragi e nelle carte. Nei documenti spariti e nelle piste abbandonate. Nelle mignotte di Stato e nelle liste per le urne. La mafia è nel pesce marcio cotto comunque. Nei panini di muffa grattugiati e venduti nelle cotolette precotte. La mafia è nel posto riservato. Nell’acqua privatizzata. Nell’antimafia da bigliettino da visita. Nell’ombra di una sovvenzione immeritata. Nel tu paramichevole ad un lei istituzionale.

La mafia è nel cemento impoverito dei ponti e dei palazzi. Nei rifiuti tossici seminati come grano. Nei banchetti cafoni. Negli ospedali assassini. Nei medici ignoranti. Negli anziani abbandonati. Nei disabili picchiati. Nelle adozioni pagate. Nei monumenti funebri spocchiosi.

La mafia è nelle sconfitte dei buoni. Nei ghigni dei cretini. Nelle vittorie dei malfattori. Nei treni pisciati dai violenti.

La mafia è in una donna ammazzata. In un figlio abbandonato. In un animale seviziato.

La mafia è lo scoppio di una bomba al destinatario. La mafia è lo scoppio di una bomba al mittente.

La mafia è la menzogna, il raggiro, la truffa.

È tante cose, la mafia. Tante altre cose…

Esiste, sì, esiste, la mafia. Dai poli all’equatore. Parla le lingue. O tace. La capisci lo stesso. La senti quando c’è. E quando sembra che non ci sia. Ne avverti il fetore. Che, spesso, sa di colonia.

Perché la mafia si pettina, si lava, si lucida e si agghinda. Si imbelletta e tenta la copertura. Tenta.

La mafia sono LORO e siamo anche noi che non riempiamo le piazze. Non diciamo NO. Non urliamo Basta!

La mafia è una matita copiativa che si vende per un favore da niente. O una speranza.

La mafia è la nostra mano nel segreto di quella cabina poco segreta.

Esiste. La mafia esiste. Vero?

La definizione di mafie del dr Antonio Giangrande è: «Sono sodalizi mafiosi tutte le organizzazioni formate da più di due persone specializzati nella produzione di beni e servizi illeciti e nel commercio di tali beni. Sono altresì mafiosi i gruppi di più di due persone che aspirano a governare territori e mercati e che, facendo leva sulla reputazione e sulla violenza, conservano e proteggono il loro status quo».

In questo modo si combattono le mafie nere (manovalanza), le mafie bianche (colletti bianchi, lobbies e caste), le mafie neutre (massonerie e consorterie deviate).

Come definire (giuridicamente) tutte le mafie? Scrive il 10 settembre 2018 su "La Repubblica" Lorenzo Picarella - Università di Pisa, Dipartimento Scienze Politiche, direttore del Master professore Alberto Vannucci.  (Con integrazione dell’autore dr Antonio Giangrande).

La criminalità organizzata è un fenomeno che riguarda tutte le aree geografiche del mondo, diventando un attore globale assieme agli Stati, le imprese, le istituzioni internazionali. Le conseguenze della sua presenza su uno o più territori possono comportare gravi problemi non solo di ordine pubblico, ma anche di tipo economico. A tal fine, sia a livello internazionale che di UE, si è cercato di elaborare definizioni giuridiche di criminalità organizzata nella Convenzione ONU di Palermo del 2000 e nella Decisione quadro 2008/841/GAI. Queste nozioni, tuttavia, risultano troppo vaghe e generiche. Esse, infatti, individuano la condotta illecita nella partecipazione ad un'organizzazione, i cui requisiti sono formulati in negativo (si dice ciò che organizzazione non è), composta da più di due persone e finalizzata alla commissione di reati che prevedono pene non inferiori a quattro anni (selezione quantitativa dei reati-scopo).  Inoltre, si incentiva a introdurre, cumulativamente o alternativamente, negli ordinamenti degli Stati membri la fattispecie di conspiracy, tipica dei paesi di common law, che presenta una ancora maggiore genericità. Si tratta, infatti, di un illecito penale consistente in un mero accordo tra almeno due persone per commettere un reato. All'interno di nozioni così ampie, dunque, possono rientrare i più vari fenomeni di delinquenza associata, andando incontro a un rischio di over criminalisation. Siamo in presenza di definizioni che non definiscono. Come superare l'impasse? La questione si presenta complessa. Si devono tener conto e contemperare sia le esperienze e tradizioni giuridiche dei vari ordinamenti che gli studi delle scienze sociali indispensabili ai fini definitori. In sociologia ci si scontra col problema dell'assenza di una nozione largamente condivisa. Tuttavia, a fini normativi, non è necessario trovare la definizione che all'unanimità meglio rappresenti il fenomeno, ma serve sceglierne una capace di inquadrarlo adeguatamente e che sia agevole da tradurre in fattispecie penale. Una classificazione dei gruppi criminali operata, di recente, da Varese e Campana, criminologi italiani che insegnano in Inghilterra, sembra andare in questa direzione. Le organizzazioni criminali vengono suddivise in base al tipo di attività che compiono: sodalizi specializzati nella produzione di beni (e servizi, n.d.a.) illeciti, nel commercio di tali beni e le mafie, gruppi che aspirano a governare territori e mercati. Rimarrebbero escluse le attività cosiddette predatorie (furti, frodi…) che, però, potrebbero formare una quarta categoria. Il minimo comune denominatore di questi gruppi è la presenza di una struttura organizzativa, senza specificare se gerarchica o a rete, idonea al perseguimento delle finalità associative. Introdurre questa classificazione nel contesto giuridico e istituzionale ha una serie di vantaggi e implicazioni potenzialmente fondamentali. Innanzitutto, il concetto di mafia da loro utilizzato riprende la teoria di Gambetta della mafia come industria della protezione che ha avuto applicazioni in vari Paesi del mondo, anche in quelli a non tradizionale presenza mafiosa come l'Inghilterra. Si utilizzerebbe, dunque, una definizione che già in passato è stata capace di individuare gruppi mafiosi, simili a quelli italiani, in altri territori. Uno strumento utile, dunque, per vincere la ritrosia di molti paesi a riconoscere il fenomeno e per dissipare la confusione che si crea attorno alla parola “mafia”. La divisione dei gruppi criminali secondo le attività svolte, poi, si dimostrerebbe utile per due ordini di ragioni. In primo luogo, perché la varietà delle strutture organizzative e la difficoltà nel descriverle, sotto il profilo normativo, rende necessario tenere questo elemento generico. Inoltre, il trend degli ultimi anni mostra una tendenza verso una maggiore flessibilità e fluidità di tali strutture. È, quindi, sul piano delle finalità che va effettuata la differenziazione e, di conseguenza, la qualificazione dei vari tipi di criminalità organizzata. In secondo luogo, perché suggerisce una selezione qualitativa dei reati-scopo, cioè in base al tipo di reato e non all'entità della pena, che è una modalità di incriminazione piuttosto comune tra i paesi UE e utilizzata nel RICO americano, la normativa più evoluta di contrasto al crimine organizzato tra gli ordinamenti di common law, di cui potrebbe diventare il modello di riferimento. Diverso è il discorso per i gruppi mafiosi per i quali è più congeniale basarsi sul metodo che sui reati-scopo. La categoria di mafia come fornitrice di protezione, che fa leva sulla reputazione e sulla violenza, sembra avvicinarsi al metodo mafioso del 416-bis italiano nel quale si fa riferimento alla forza di intimidazione del vincolo associativo. Apportando qualche modifica per andare incontro alle sensibilità giuridiche di altri ordinamenti, tale fattispecie, dunque, potrebbe costituire un esempio da imitare. L'utilizzo di tale classificazione non solo raggiungerebbe l'obiettivo di meglio definire normativamente la criminalità organizzata, ma, cosa ancora più importante, contribuirebbe a uniformare e chiarire l'interpretazione del fenomeno nei contesti istituzionali. Diventerebbe più semplice riconoscere la presenza del crimine organizzato sul proprio territorio, consapevolezza che storicamente spinge i paesi a contrastarlo con maggiore efficacia, e la cooperazione ne trarrebbe beneficio così come la conoscenza del fenomeno e il dibattito pubblico.

La definizione di mafie del dr Antonio Giangrande è: «Sono sodalizi mafiosi tutte le organizzazioni formate da più di due persone specializzati nella produzione di beni e servizi illeciti e nel commercio di tali beni. Sono altresì mafiosi i gruppi di più di due persone che aspirano a governare territori e mercati e che, facendo leva sulla reputazione e sulla violenza, conservano e proteggono il loro status quo».

In questo modo si combattono le mafie nere (manovalanza), le mafie bianche (colletti bianchi, lobbies e caste), le mafie neutre (massonerie e consorterie deviate).

Il ruolo del Pubblico ministero fra mafie e potere, scrive il 9 settembre 2018 su "La Repubblica" Elisa Prestianni - Link Campus University, relatrice professoressa Daniela Mainenti. Tra i principi costituzionalmente garantiti che vincolano il legislatore nella disciplina delle funzioni del P.M. emerge quello dell’obbligatorietà dell’azione penale sancito dall’art. 112 della Costituzione il quale garantisce due ulteriori principi, ossia l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’indipendenza del Pubblico Ministero. Nonostante abbia costituito una delle conquiste più qualificanti della nostra Carta costituzionale, oggi esso è oggetto di una ineffettività concreta tale da portare ad interrogarsi sulla possibilità di mantenerlo, oppure di abbandonarlo scorrendo verso forme di discrezionalità controllata. L’inefficacia di tale principio ha da sempre costituito una delle molteplici cause che ha giustificato proposte volte a separare le carriere tra Magistrati giudicanti e requirenti. A partire dalla metà degli anni Novanta, gli eccessi nell’attivismo politico di alcuni magistrati requirenti nel perseguire le infiltrazioni mafiose ed il sistema tangentizio radicati nella pubblica amministrazione, favorirono il diffondersi della convinzione che era necessario introdurre forme di controllo dell’attività del Pubblico Ministero da parte degli organi di indirizzo politico. Inoltre la facilità di passaggio dalla funzione di accusa a quella giudicante, la progressiva accentuazione dell’autonomia del singolo magistrato, il c.d. protagonismo giudiziario hanno spinto di recente l’Unione delle Camere Penali Italiane, al fine di garantire la terzietà del Giudice e più in generale il principio del giusto processo, a presentare una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare volta a separare le carriere di Giudici e di Pubblici Ministeri, prevedendo due distinti organi di autogoverno della Magistratura, la selezione dei magistrati attraverso concorsi separati, e infine la modifica dell’art. 112 della Costituzione, con la previsione di esercizio dell’azione penale «nei casi e secondo i modi previsti dalla legge». Diversa è la posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati, a parere della quale la proposta di riforma introduce delle modifiche che stravolgono l’impianto costituzionale e incidono sui presidi posti a tutela della indipendenza e della autonomia della Magistratura e per la quale separare le carriere equivale ad assoggettare il Pubblico Ministero al potere politico. Vi è di più. La prima fase del procedimento penale è quella delle indagini preliminari nella quale l’Autorità giudiziaria dispone direttamente della Polizia Giudiziaria. Considerando che il Pubblico Ministero oggi è indipendente dal potere politico, mentre l’ufficiale o l’agente di Polizia giudiziaria appartiene alle forze di Polizia militarmente organizzate e inserite all’interno di una gerarchia al cui vertice vi è il Ministro a cui rispondono e da cui ricevono gli ordini, conformandosi di conseguenza alle scelte politiche del Governo, ci si chiede: lo “status militis” della Polizia Giudiziaria è compatibile con l’obbligatorietà dell’azione penale? Oppure l’esecutivo potrebbe ottenere il controllo della stessa? Inoltre, si assiste ad un ampliamento degli spazi di autonomia investigativa della Polizia Giudiziaria, cui corrisponde il restringimento della sua dipendenza funzionale dall’organo requirente: allora è ancora corretto considerare il Pubblico Ministero come “dominus” delle investigazioni? Tra i principi che regolano il nostro sistema penale vi è il principio del contraddittorio per il quale, di regola, la prova deve formarsi in dibattimento, oralmente e nella parità delle parti processuali. Esso, quale cardine del modello accusatorio, convive nel nostro ordinamento con il principio di “non dispersione della prova”. Tuttavia troppo spesso si assiste ad una anticipazione della prova, anche mediante l’istituto dell’incidente probatorio, e ad uno “svuotamento” di significato di tale principio. Gli elementi raccolti durante le indagini preliminari tendono a trasformarsi in prove, acquistando una grande forza propulsiva rispetto invece alla prova orale che, sempre più spesso non supera il vaglio del tempo.  Ci si chiede in questo contesto quale sia il vero ruolo del principio del contraddittorio: istruttorio o accusatorio? Altro aspetto “controverso” è quello attinente al rapporto tra il Pubblico Ministero e il Giudice per le indagini preliminari (G.I.P.) in merito al rigetto della richiesta di archiviazione e quindi alla delimitazione dei poteri di controllo attribuiti a quest’ultimo sull’operato del Pubblico Ministero. Il rischio è che il sistema prospettato dal codice di rito possa consentire al G.I.P. di travalicare i confini del lavoro investigativo del Pubblico Ministero con conseguente violazione del principio della obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale di cui all’art. 112 Cost. e che possa essere condizionata in qualche modo la terzietà della funzione giurisdizionale. Tuttavia se si limitasse il potere del G.I.P. al solo petitum del Pubblico Ministero, impedendo al Giudice di richiedere lo svolgimento di ulteriori indagini su una prospettiva diversa da quella individuata dall'ufficio di Procura, «si delegherebbe all'arbitrio dell'organo assoggettato a controllo, il potere di ritagliare la quantità e la qualità dell'intervento del controllore».

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci.

Oltre all’Ndrangheta adesso l’Italia sta diventando la base logistica delle mafie straniere, scrive Andrea Pasini il 19 dicembre 2018 su "Il Giornale". Ad Oggi in Italia non ci sono solo gli affari della 'Ndrangheta, della camorra, di Cosa Nostra, perché il nostro paese si è trasformato in un importatore di associazioni criminali straniere. A raccontalo è l’ultima relazione della Direzione distrettuale Antimafia dove si spiega con dati alla mano che ogni 4 indagati per 416 bis 1 è straniero. Le gang cinesi a Nord, i nigeriani e i russi nel Centro-Sud e la mafia albanese che coprono tutta la penisola. Gestiscono il narcotraffico, la tratta degli esseri umani, la prostituzione e infettano l’economia con il riciclaggio di danaro sporco. E nel frattempo si associano ai calabresi, siglano patti di non belligeranza con i siciliani, lavorano insieme ai pugliesi e fanno da manovalanza ai camorristi. Non ci sono solo i tentacoli delle mafie italiane a fare il bello e il cattivo tempo in tutta Italia isole comprese ma adesso si sono aggiunte le mafie estere. Non ci sono solo gli affari della ‘ndrangheta e di cosa nostra ad imperversare dalla Lombardia alla Sicilia. Al contrario, invece, dal 2017 fino ad oggi l’Italia si è trasformata in importatrice di associazioni criminali straniere. A raccontarci tutto questo è l’ultima relazione della Direzione Nazionale AntiMafia. Si racconta di come la ‘Ndrangheta sia ormai stabilmente presente in tutti i settori nevralgici del nostro paese, aggiungerei per nostra sfortuna. Ma quello che desta maggiore sconforto è proprio il fatto che nella relazione gli investigatori analizzano nel dettaglio gli affari sul suolo italiano delle mafie straniere in continua crescita. Già negli anni precedenti, per la verità, gli analisti della Dna avevano dedicato alcuni paragrafi delle relazioni alle mafie extra italiane. Questa volta, però, le pagine utilizzate per raccontare gli affari delle mafie estere sono molto più numerose. Il motivo sono i numeri: i quali ci dicono che praticamente ogni quattro persone che le procure antimafia della Penisola hanno indagato per 416 bis, ce n’é almeno una non italiana. Una proporzione in continua crescita che confermano come le associazioni criminali straniere siano ormai la quarta magia d’Italia. Abbiamo gli albanesi che ormai fanno sinergia criminale con i calabresi. La mafia albanese ha di fatto acquisito il totale controllo della rotta balcanica per trasportare armi e droga. Ma non solo. Perché da qualche tempo gli investigatori si sono accorti di una novità: gli albanesi hanno conquistato i due estremi dell’Atlantico dal Sudamerica, da dove partono i carichi da centinaia di chili di cocaina colombiana, ai porti del Vecchio Continente, dove il prodotto viene distribuito ai compratori. In particolare spiegano gli analisti della Dna nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tali gruppi criminali sono riusciti a stabilire propri referenti di fiducia in Spagna, nei Paesi del nord Europa e del Sud America, riuscendo ad assicurarsi un ruolo da protagonisti nella gestione di tali traffici delittuosi, secondo una specifica strategia che gli consente di gestire agevolmente l’acquisto, il trasferimento, la custodia e la vendita di notevoli quantitativi di cocaina proveniente direttamente dai predetti Paesi. Un’attività quella della gestione logistica della traffico di cocaina su scala mondiale in cui Tirana ha ormai sostituito i calabresi. Poi abbiamo i russi. L’allargamento dei confini dell’Ue ha accresciuto gli appetiti delle mafie russe.

Tale scenario annota la Dna ha rappresentato per le organizzazioni criminali russe un’occasione per espandere le proprie attività criminali lungo due direttrici: da una parte le attività illegali, quali il traffico di stupefacenti e di armi, il contrabbando di tabacchi e i reati predatori; dall’altra le infiltrazioni nelle attività imprenditoriali legali, attraverso il riciclaggio degli ingenti profitti delittuosi anche in Italia, attraverso appunto investimenti immobiliari, strutture commerciali e nei più famosi centri cittadini, a cominciare dalle località balneari. In pratica, stanno infiltrando l’economia italiana riciclando il proprio denaro. Poi ci sono i mafiosi cinesi. Il vero settore in cui si muovono i cinesi, però, è ovviamente quello finanziario: un ambito al quale si dedicano i colletti bianchi dei clan dagli occhi a mandorla, ormai completamente inseriti nel tessuto italiano. Recenti acquisizioni info investigative si legge sempre nella relazione sembrano confermare l’operatività, in tale ambito, della cosiddetta terza generazione, cui appartengono liberi professionisti ed imprenditori di origine cinese, nati in Italia, dediti a reati di natura economico-finanziaria. Attraverso tali figure professionali, la comunità cinese si conferma capace di operare anche nel reimpiego di capitali illeciti per finanziare attività illegali e speculazioni lecite, quali l’acquisto di immobili, di esercizi commerciali e di imprese in stato di dissesto, risanate con l’utilizzo di forza lavoro clandestina a bassissimo costo. Un’infiltrazione continua dell’economia italiana, un enorme giro di denaro che alla fine torna in madre patria. Gli investigatori, però, hanno documentato come i cinesi utilizzino sempre meno i circuiti tracciabili per movimentare i propri capitali. Poi passiamo alla mafia Nigeriana una della mafie meno conosciuta ma sempre più forte e feroce. Questa mafia si sta sviluppando con sempre maggiore forza nel centro- sud Italia. Questi clan africani stanno stringendo legami con la camorra e con L’Ndrangheta.

A dettare legge tra i clan africani ci sono proprio i nigeriani di Blak Axe, l’ascia nera, nata negli anni ’70 all’università di Benin City come una confraternita di studenti. All’inizio era una gang a metà tra un’associazione religiosa e una banda criminale, che stabiliva riti d’iniziazione e imponeva ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Adesso si è trasformata in una vera e propria piovra, con i suoi capi, i suoi affari e i suoi traffici protetti dalla più invulnerabili delle leggi: l’omertà. Quanto ai sodalizi nigeriani confermano gli analisti si tratta di gruppi fortemente caratterizzati dalla comune provenienza etnico-tribale dei suoi membri. Tali elementi garantiscono a ciascun sodalizio un’elevata compattezza interna che ne consente un’efficace operatività nonostante la ricorrente suddivisone in cellule, attive in diverse aree territoriali nonché il riconoscimento dei caratteri dell’associazione mafiosa in diversi procedimenti penali. Tali prerogative hanno consentito alla consorteria criminale di affrancarsi dall’assoggettamento ad altri gruppi criminali e di raggiungere una certa autonomia nei traffici perpetrati, nonché di intrattenere proficui rapporti anche con la criminalità organizzata autoctona, come dimostrano alcuni recenti sequestri di hashish proveniente dal Marocco e destinato alle cosche ‘ndranghetiste e ai clan camorristici. Ed in fine abbiamo i sudamericani. Le mini gang studiano da narcos. Questi sono formate da piccoli clan composti quasi sempre da giovanissimi. Gang queste nate per emulare le gesta delle bande ispano-americane. Proliferano nelle periferie delle grosse città del Nord, dettano legge in intere zone dei quartieri in cui vivono, finiscono sempre più spesso sulle pagine dei giornali per episodi cruenti. La presenza di soggetti provenienti dal Sudamerica si spiega nella relazione della Direzione AntiMafia è finalizzata principalmente all’approvvigionamento del narcotico, in particolare cocaina, a prezzi maggiormente competitivi, grazie ai contatti diretti con i fornitori nei Paesi d’origine. Le gang di periferia, insomma, hanno già iniziato a smerciare droga e dai quartieri più lontani puntano al centro delle città. I baby criminali, in pratica, sono pronti a trasformarsi nei narcos del futuro. Solo che non siamo a Medellin e nemmeno in Colombia, e questa non è una serie di Netflix: sono le periferie italiane dove alle mafie autoctone si sono ormai affiancate quelle di mezzo mondo. Il risultato è un cocktail esplosivo, un’internalizzazione del crimine che parla mille lingue e non sembra conoscere argini. E questo continuo dilagare di gruppi criminali nel nostro paese va immediatamente arginato con decisione, con forza e con intelligenza. Non possiamo permettere che nessun tipo di mafia possa minimamente intaccare il nostro tessuto sociale più di quanto già non stia già facendo nel nostro Paese. Lo Stato deve con forza e determinazione combattere tutti i giorni mettendo in campo una seria e concreta strategia per contrastare tutti i tipi di associazioni criminali e proprio su questo dovrebbe prendere spunto dalle idee che il Procuratore AntiMafia Nicolo Gretteri ha poi e poi volte lanciato alla politica che di contro non ha mai forse voluto prendere in considerazione e che invece avrebbe dovuto prendere visto la grande esperienza che ha maturato suo campo il Procuratore AntiMafia più famoso d’Europa. Anche noi cittadini onesti dobbiamo quotidianamente lottare per dare un aiuto concreto alle forze dell’ordine, alla Magistratura ed allo Stato in questa ardua lotta contro Ndrangheta e tutti i tipi di mafia. Io Andrea Pasini che risiedo in un quadrilatero molto difficile in periferia di Milano tra i comuni di Corsico, Buccinasco, Trezzano Sul Naviglio, Cesano Boscone e Rozzano ci metto la faccia con nome e cognome perché, appunto, vivendo in un territorio difficile dove da tempo sono presenti organizzazioni criminali come mafia, Ndrangheta e le organizzazioni criminali extracomunitarie più variegate di qualsiasi nazionalità vi dico che bisogna avere il coraggio di lottare Senza paura al fianco di chi tutti i giorni combatte queste organizzazioni come le forze dell’ordine e la magistratura perché solo dimostrando a questi criminali che la gente per bene non si fa sottomettere e che non ha paura si potrà estirpare questo cancro e vivere da uomini liberi a casa propria.

Oltre alle nostre mafie c'è di più. Dalla Yakuza alla mafia russa, passando per le spietate organizzazioni criminali di Messico e Colombia.

Con mafia ci si riferisce tradizionalmente a gruppi criminali emersi in Sicilia intorno alla metà del XIX° secolo, associazioni volte a controllare il territorio locale in modo organizzato e secondo precise regole di condotta. Oggi, si utilizza in modo generico e canonico il termine "mafia" per indicare associazioni criminali aventi lo scopo di controllare, gestire e preservare i profitti derivanti da traffici illeciti. Lo scrittore e sociologo storico Antonio Giangrande ingloba nel termine mafia, altresì, gli apparati corporativi leciti come le Caste, le Lobbies e le massonerie deviate. Strutture che usano l'affiliazione ed il potere pubblico di cui sono portatori, o ad essi riconosciuto, per abusarne al fine di soddisfare gli interessi personali e collettivi. E' un sistema parallelo che provoca nei cittadini soggezione ed omertà. Spesso e volentieri troviamo la commistione tra i due sistemi (mafia bianca e mafia nera). Ciò è convalidato dal fatto che spesso sono proprio i membri delle istituzioni a far parte dei sodalizi criminali direttamente o indirettamente (appoggio o concorso esterno mafioso). I traffici della mafia vanno dalle armi alla droga, dalle estorsioni al traffico di esseri umani. Niente è tabù per le mafie di tutto il mondo, e le associazioni di crimine organizzato definite in questo modo sono note per la spietatezza nel gestire le loro attività più lucrose. La multinazionale della mafia ha migliaia di sedi in tutto il pianeta. Nessun Paese al mondo può vantare di non essere afflitto dalla piaga della criminalità, organizzata in clan e "famiglie". Si va da quelle storiche asiatiche, la Yakuza e le Triadi cinesi, alla nostrana mafia siciliana, che ha ben attecchito negli Stati Uniti. E poi, i terribili mafiosi messicani e la potente mafia dell'Est, capeggiata dai boss russi che si distinguono per acume e cattiveria. Molti i tratti distintivi dei mafiosi, che prediligono soprattutto i tatuaggi, mentre qualcuno (come in Giappone) per dimostrare l'appartenenza totale al clan Yakuza si amputa le falangi dei mignoli.

Le Mafie italiane. La ’ndrangheta di origine calabrese in Italia è ormai più potente e pericolosa di Mafia (Cosa Nostra e Stidda) di origine siciliana e Camorra di origine campana. Sicuramente dalle 'ndrine calabresi hanno avuto la genesi la Sacra Corona Unita in Puglia (Salento) ed il sodalizio dei Basilischi in Basilicata. Poi ci sono le mafie autoctone: la mafia foggiana, la mafia romana (Spada e Casamonica), la mafia veneta (del Brenta), ecc È radicata e diffusa nel territorio, dalla Calabria alla Lombardia. Gode della fiducia della criminalità di altri Paesi. Ha costruito il suo impero con i sequestri, si procura il cash con l’usura, investe cifre enormi nel commercio della droga. Fa ormai così parte del tessuto sociale che sembra impossibile sconfiggerla. Oggi la 'Ndrangheta è considerata la più pericolosa organizzazione criminale in Italia, ma è anche una delle più potenti al mondo, con una diffusione della presenza anche all'estero (dal Canada ad altri paesi europei meta dell'emigrazione calabrese). Secondo il rapporto Eurispes 2008 ha un giro d'affari di 44 miliardi di euro. La versione americana di Cosa Nostra è relativamente recente: inizia nella metà del secolo scorso, e si caratterizza subito per la sua abilità di progettare attività criminali ad ampio respiro, senza tuttavia lasciare tracce del suo coinvolgimento. Le sue attività vanno dal racket della protezione al traffico di droga e di armi, fino alla mediazione del business criminale di diverse organizzazioni mafiose. Gli appartenenti a questa mafia sono pochi se paragonati ad altre associazioni criminali, ma sono estremamente selezionati e fedeli al clan, e devono seguire severamente la "regola del silenzio". Chiunque sia "affiliato esterno" non sa mai cosa passi per la testa dei boss o degli affiliati più stretti. "La Cosa nostra" (Lcn) continua a essere la più potente, diffusa e temibile organizzazione criminale negli Usa, al primo posto per fatturato nella classifica mondiale delle mafie. Ha collegamenti stabili con altre organizzazioni criminali e con Cosa nostra siciliana, di cui conserva la struttura: un boss, il suo vice, il gruppo di consiglieri, le truppe. È insediata in almeno 19 stati della Confederazione con le famiglie storiche dei Gambino, Colombo, Bonanno, Genovese, Lucchese, e le più recenti De Cavalcante, Patriarca e Scarfo. I suoi interessi primari sono narcotraffico e riciclaggio, ma anche estorsione, gioco d’azzardo, frodi, usura. Condiziona inoltre i settori economici del trasporto su gomma, delle costruzioni, della raccolta dei rifiuti (tossici, in particolare), ristoranti, distribuzione alimentare, carburanti, abbigliamento, corse dei cavalli, pompe funebri. Controlla diversi sindacati dei lavoratori delle costruzioni, del porto e degli aeroporti di New York.

La Mafia Russa. Nata durante l'Unione Sovietica, ha contatti in tutto il mondo, con un'influenza che non ha pari a livello globale. Gli affiliati vanno dai 100.000 ai 500.000, a livello planetario. Le sue attività sono principalmente traffico di droga e di armi, attività terroristiche, pornografia, frodi telematiche e traffico di organi. La regola primaria è "non collaborare mai con la polizia". Se uno dei membri della mafia russa viene catturato, è facile che venga ucciso non appena rilasciato, visto il potenziale pericolo che rappresenta per l'organizzazione. In Russia, tra i diversi gruppi mafiosi, dominano quelli di: Solntsevskaja Bratva, alla periferia di Mosca (traffico di droghe, estorsioni, riciclaggio, contrabbando); Tambovskaja-Malysevkaja, a San Pietroburgo (droghe, riciclaggio e frode); Izmajlovskaja-Dolgoprudnenskaja, presente anche a New York, Los Angeles, Miami, San Francisco (riciclaggio, estorsioni, furti, traffico di droga e omicidi su commissione); Uralmashkaja, attiva anche in Italia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Cina (materie prime, metalli preziosi, droghe e armi). Il gruppo Tambovskaja è quello più influente nella regione nord-occidentale, dispone di una propria rete bancaria, di industrie legali e istituti di vigilanza privata; controlla l’industria dei combustibili e dell’energia, la produzione alimentare, il mercato immobiliare e dell’intrattenimento. Merita un cenno anche la mafia caucasica, strutturata in gruppi su base etnico-religiosa, tra cui spiccano i ceceni. Questi, a Mosca, nei primi anni Novanta, si dedicavano al traffico di autovetture rubate, poi hanno esteso la loro influenza nelle principali città russe, soprattutto nel settore finanziario. Ogni gruppo ha le sue ‘specializzazioni’: i georgiani, sequestri di persona e furti con scasso; gli azeri, il mercato nero dell’ortofrutta; i daghestani e gli armeni, il racket sui piccoli commercianti; gli osseti, rapine e violenze sessuali.

La Mafia Cinese. E' di sicuro la mafia più potente d'Oriente, con sedi in Cina, Malesia, Singapore, Hong Kong, Taiwan, e via dicendo. Molto attiva anche negli U.S.A., è generalmente coinvolta in furti, omicidi a pagamento, traffico di droga, pirateria ed estorsioni. L'organizzazione mafiosa cinese ha inizio nel XVIII° secolo con il nome di Tian Di Hui, che significa "Società del Cielo e della Terra". Tutto nasce dall'occupazione britannica, che favorisce le attività criminali delle società segrete cinese, che vennero definite "triadi". La mafia cinese, con le Triadi (i tre elementi originari confuciani: il cielo, la terra e l’uomo), ha quasi monopolizzato (oltre 4 milioni di membri), in importanti aree mondiali, la tratta delle persone, oltre a narcotraffico, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo, estorsione, contraffazione di marchi, riciclaggio. In passato, in Italia era stata definita una mafia ‘Wuton Wutei’ (draghi senza testa e senza coda), per il basso profilo criminale. Ha struttura stratificata, con a capo il Grande fratello (Testa del Dragone) affiancato da un comitato ristretto. Per questa organizzazione – a differenza della mafia italiana – l’uso della forza per il controllo territoriale continua ad essere solo una conseguenza della ricerca del profitto nelle attività commerciali.

Così la mafia cinese colpisce l'Italia. Omicidi, attentati: da Napoli a Prato, le centrali della criminalità cinese crescono a ritmi sempre più veloci, scrive Giorgio Sturlese Tosi l'11 dicembre 2018 su "Panorama". È l’una di notte quando, nel cuore del distretto tessile di San Giuseppe Vesuviano, 30 chilometri da Napoli, un commando di killer armati di pistole e machete entra nell’albergo-ristorante cinese Villa Paradiso. Gli uomini, urlando, si scagliano su tre persone sedute a un tavolo. Vittime e aggressori sono cinesi. Il sangue schizza fin sugli improbabili affreschi di paesaggi asiatici. Una mattanza. Su Zhi Jian, 28 anni, colpito da trentatré coltellate, muore poco dopo in ospedale.

Questo accadeva una notte di maggio del 2006. Undici anni dopo, è il giugno 2017, nella zona industriale dell’Osmannoro vicino a Firenze due pachistani dipendenti di una ditta di trasporti vengono circondati da un gruppo di cinesi mentre caricano un camion. Vengono feriti gravemente, uno a revolverate e l’altro con martellate al petto. La scia di sangue che lega questi due episodi, avvenuti a centinaia di chilometri di distanza, è quella della mafia cinese in Italia (e con mille diramazioni in molte città europee).

Chi è Zhang Naizhong, l’Uomo nero. Per anni, squadra mobile di Prato e Servizio centrale operativo della polizia hanno pedinato, intercettato, ricostruito gli affari di colui che per i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze è il capo dei capi di una potente e feroce organizzazione criminale, con radici nelle regioni cinesi dello Zhejiang e del Fujian e, appunto, «terminazioni» nelle chinatown italiane ed europee: il suo nome è Zhang Naizhong, soprannominato l’Uomo nero. È un imprenditore di successo nel trasporto merci su gomma. Nel nostro Paese si sposta sempre su auto di lusso con autista. Uomo scaltro e spietato, secondo le accuse ha iniziato la sua carriera criminale da clandestino in Francia, a Parigi: qui, negli anni Novanta faceva lo «spallone» nel traffico dei wu ming, i «senza nome» arrivati in Occidente privi di permesso di soggiorno e impiegati poi come manodopera nei laboratori tessili di mezz’Italia. La prima volta Zhang Naizhong è stato arrestato, alla fine degli anni Novanta, nel corso di un’indagine del tribunale di Roma sull’immigrazione clandestina. Scarcerato in breve tempo, ha fondato la società di trasporti Euro Anda, sempre mantenendo i contatti con importanti malviventi in Cina. Parallelamente, ha investito in vari locali notturni della Capitale, in cui è stato accertato lo sfruttamento della prostituzione, anche minorile, e lo spaccio di droghe pericolose come la ketamina. Zhang ci ha saputo fare e, secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti fiorentini, abbinando fiuto per gli affari e violenze contro rivali e clienti, ha raggiunto alla fine il monopolio italiano nel trasporto merci. Illuminante una frase detta ai suoi (e intercettata): «Prima non sapevo come gestire gli affari perché sapevo solo fare il mafioso...». Il tribunale di Napoli lo ha condannato in primo grado per favoreggiamento proprio per la mattanza nell’hotel ristorante Villa Paradiso di San Giuseppe Vesuviano. Ma è stato poi assolto in appello e ha continuato a ingrandirsi lungo le rotte della logistica nel nostro Paese. Stava puntando così a scalare il mercato europeo quando gli agenti del Servizio centrale operativo della polizia e della Mobile di Prato, nel gennaio scorso, lo hanno scalzato dal trono con l’operazione «China Truck», con 53 indagati. A incastrarlo, oltre agli elementi raccolti negli anni dagli inquirenti, un supertestimone: Deshun Weng, alla testa della Eurotransport, una società di logistica rivale di Naizhong. Anche lui è stato coinvolto negli scontri con gli uomini della Euro Anda, ma è soprattutto un insider che conosce i retroscena di molti episodi di violenza, il Tommaso Buscetta di questa inchiesta.

Il business cinese in Europa. Weng ha confermato le tesi investigative e ha raccontato di sparatorie, attentati incendiari, sequestri e omicidi dietro cui ci sarebbe sempre l’Uomo nero. Sullo sfondo, in uno scenario più vasto, una guerra senza esclusione di colpi per aggiudicarsi le tratte su cui viaggiano le merci provenienti dalla Cina. Un business smisurato e un movente più che concreto: nel 2017, l’Agenzia delle dogane ha registrato più di sei milioni di tonnellate di merci cinesi in ingresso in Italia, per un valore di oltre 25 miliardi di euro. Si tratta di milioni di container che sbarcano nei maggiori porti italiani ed europei: il Pireo in Grecia, Napoli, Amburgo in Germania e Bilbao e Valencia in Spagna. Da questi terminali, ogni giorno, muovono migliaia di tir diretti ai depositi di stoccaggio. E da qui viene alimentata in tutt’Europa la rete del commercio al minuto attraverso una flotta infinita di furgoni...È un business destinato a moltiplicarsi con la «Belt and road iniziative», il piano di investimenti da 100 miliardi di dollari che il presidente Xi Jinping vuol destinare a infrastrutture marittime e viarie, inclusi gli scali italiani, per espandere i commerci cinesi in Occidente. Proprio ricostruendo questi percorsi, le inchieste della gendarmeria francese, della guardia civil spagnola, della bundeskriminalamt tedesca hanno trovato punti di contatto con le indagini della Dda napoletana e fiorentina. Dal canto loro, ogni volta che investigatori e magistrati italiani hanno provato a tracciare le linee commerciali su cui si muovono i mezzi della Euro Anda, con sede a Roma in via del Maggiolino, e filiali a Prato, Parigi, Madrid e Neuss, in Germania, si sono imbattuti in un cadavere.

L'operazione "China Truck" e le altre inchieste. In gennaio, luogotenenti e sicari dell’organizzazione di Zhang Naizhong andranno alla sbarra a Firenze. Tra le accuse: spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo, ma anche usura, estorsione e gli immancabili favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e contraffazione di marchi di moda. Tutti reati che, secondo il sostituto procuratore antimafia fiorentino Eligio Paolini, sono serviti a mantenere il potere e a finanziare le attività di trasporti che tale potere hanno alimentato. Il giudice delle indagini preliminari di Firenze ha contestato anche l’aggravante mafiosa: l’assoggettamento degli affiliati, l’intimidazione delle vittime, l’omertà della comunità cinese richiama secondo il gip ruoli e modalità della mafia siciliana degli anni Ottanta, sia pure in modo ancora rozzo e sanguinario. Il tribunale del riesame e la Cassazione hanno tuttavia negato che si tratti di mafia, scarcerando gran parte degli indagati e mettendone altri, come il presunto «capo dei capi», ai domiciliari con il braccialetto elettronico. La complessa partita giudiziaria tuttavia è in corso. «China truck» non è comunque l’unica indagine che ipotizza traffici criminali cinesi in tutto l’Occidente. Altre inchieste svelano punti di contatto inquietanti con l’organizzazione di Zhang Naizhong. In Spagna si sta svolgendo un processo-monstre contro un’associazione a delinquere cinese con interessi nella tratta di clandestini, trasferimenti illegali di miliardi di euro, spaccio di merce contraffatta. A guidarla, secondo l’inchiesta che rischia di coinvolgere personalità di spicco anche istituzionale, ci sarebbe Gao Ping, mecenate d’arte, proprietario di squadre di calcio e amico dei reali di Spagna. Le merci clandestine che ha nascosto a Fuenlabrada, l’enclave commerciale cinese vicino a Madrid, avrebbero viaggiato su camion di criminali cinesi che facevano consegne anche nei depositi di Zhang Naizhong. Ancora: un’inchiesta della guardia di finanza italiana, partita nel 2012 contro 227 imputati e rimasta ferma nel tribunale di Firenze fino alla prescrizione arrivata la scorsa estate, aveva ricostruito il flusso sotterraneo del denaro frutto di attività lecite e illecite, dall’Italia alla Repubblica popolare cinese. Ogni anno, da Prato, attraverso i «money transfer» e la compiacenza di Bank of China, veniva spedito in Oriente oltre mezzo miliardo di euro. Gli inquirenti hanno seguito uno dei corrieri incaricati di inviare il denaro all’estero, il suo nome è Ye Zhekay. In varie tranch ha depositato un milione e 300 mila euro in un’agenzia pratese di trasferimento valuta. Ye Zhekay era il referente di Zhang Naizhong in Francia.

Prato, il fulcro della malavita cinese. In dicembre saranno infine rinviati a giudizio i 92 cinesi indagati per traffico illecito di rifiuti pericolosi dai Carabinieri forestali della Toscana. Hanno scoperto come alcuni trasportatori cinesi di Prato siano stati «collettore» per tonnellate di scarti tessili e plastici. I rifiuti (con la complicità della camorra) venivano raccolti in aziende del Nord e spediti a Shangai come materie prime destinate a nuove produzioni. Oggetti in plastica fuorilegge che la malavita orientale importava clandestinamente, come i 25 milioni di giocattoli pronti per finire sotto gli alberi di Natale e sequestrati lo scorso 26 novembre dalla Finanza in un capannone vicino a Napoli. Intanto a Prato, fulcro della malavita cinese, si continua a sparare. A luglio, in mezzo ai bambini che giocavano in un parco cittadino, due gruppi di cinesi si sono affrontati a colpi di pistola. Poi d’improvviso, alle soglie dei processi che si stanno per celebrare contro le organizzazioni criminali, è cominciata una strana quiete. O, più probabilmente, è un’ennesima e fragile pax mafiosa. 

La storia del capo della mafia cinese in Italia e Europa. Zhang Naizhong, arrestato il 18 gennaio scorso e ora ai domiciliari, solo due mesi prima aveva accompagnato un sottosegretario del governo di Pechino in visita di stato a Roma, per un giro nella capitale. Le intercettazioni svelano le relazioni pericolose, scrive Carmelo Abbate il 16 aprile 2018 su "Panorama". Una stretta di mano nella sede del governo italiano e un messaggio di benvenuto a favore di fotografi e telecamere. Sono le quattro del pomeriggio di lunedì 11 dicembre 2017. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni accoglie la delegazione della Repubblica Popolare Cinese in visita ufficiale di Stato composta da alcuni ministri, diversi sottosegretari e guidata dal vice premier Ma Kai: "È un grande piacere riceverla qui a Palazzo Chigi e darle il benvenuto nella sede del governo. La sua visita, signor Primo ministro, si inserisce in un quadro di relazioni continue e sempre più forti tra Italia e Cina". Nelle stesse ore, sempre sull'asse Italia-Cina si registrano una serie di telefonate che vengono intercettate dalla polizia italiana. La prima è delle 10 circa del mattino. Da Pechino, Lin Gouchun, detto Laolin, chiama Zhang Naizhong a Roma. Gli dice che un amico, un personaggio importante di Pechino, si trova nella capitale e gli chiede di portarlo a visitare la città e di invitarlo a mangiare. Laolin spiega che un amico in Cina gli ha raccomandato di fare questo, e appena chiuderanno la telefonata gli girerà il contatto su Wechat. Per gli investigatori italiani, Laolin è il capo del ramo malavitoso italiano ed europeo proveniente dalla regione cinese del Fujian, il numero due nella piramide gerarchica dell'organizzazione mafiosa cinese che ha la sua base a Prato. In Cina, Laolin ha comprato diverse miniere di carbone, gli affari italiani li ha lasciati sotto la gestione diretta di un suo fidato luogotenente. Pochi minuti dopo la prima telefonata, sempre Laolin richiama Zhang Naizhong e gli dice che deve mettersi in contatto personalmente con quella persona, perché lui è un "capo di Pechino". Naizhong risponde che lui non sta bene, ha mal di schiena, ma chiederà ad Ashang di portarlo al Colosseo e in Vaticano, poi la sera gli farà trovare un ristorante prenotato. Laolin approva e gli dice di mettersi in contatto direttamente con il "capo di Pechino". Sempre per gli investigatori italiani, Zhang Naizhong è il vertice ultimo della piramide, il numero uno, il padrone indiscusso della mafia cinese in Italia ed Europa. La polizia gli sta alle calcagna da anni, lo considera l'uomo nero, il padrino, il capo dei capi. Dopo le dieci e mezza, Naizhong chiama la segretaria Amei e le ordina di far uscire Ashang con la Mercedes. Il presunto leader di Pechino ha due-tre ore di tempo, deve portarlo in giro e poi riaccompagnarlo dove vuole lui. Poco prima delle 11, Ashang telefona a Naizhong, gli conferma che ha sentito il "capo di Pechino" e si vedranno fuori dall'albergo. Due ore più tardi Naizhong richiama Ashang, il quale riferisce che ha preso la persona, gli ha già fatto vedere il Vaticano e sono diretti verso il Colosseo. Naizhong chiede se lo ha fatto mangiare, Ashang risponde che non c'è tempo, alle 15 e 30 lo deve riaccompagnare in albergo perché ha un incontro con dei "leader" italiani. Nel programma ufficiale della visita di Stato in Italia, alle 16 è fissato il ricevimento del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. Ashang dice che il "capo di Pechino" gli ha dato appuntamento per le 17 e che dopo vuole andare a vedere la partita della Lazio. Naizhong conferma che ceneranno insieme in un ristorante vicino allo stadio Olimpico, saranno in sei, ci sono anche due amici del "capo di Pechino". Ashang dovrà aspettarli e riportarli in albergo al termine della partita. Nei giorni successivi, ricevute le traduzioni delle trascrizioni delle intercettazioni, la polizia effettua tutti i riscontri e ricostruisce l'identità del "capo di Pechino": un sottosegretario del governo cinese che partecipa a tutti gli incontri ufficiali, anche a quello del 12 dicembre con il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Ma è troppo tardi per fermare quello che, con la conoscenza di poi, è andato in scena per le strade di Roma il giorno 11 dicembre 2017: un cortocircuito diplomatico istituzionale, per cui un esponente del governo cinese si muove in proprio con auto e autista messi a disposizione da colui che è ritenuto dagli investigatori italiani il capo della mafia cinese, e viene scortato dalle macchine della polizia italiana. Pure quando il sottosegretario, a bordo dell'auto del padrino, va a cena con il padrino in persona: Zhang Naizhong. Panorama ha contattato la Farnesina e ha chiesto inutilmente i nomi dei componenti la delegazione cinese in visita ufficiale di Stato in Italia. La domanda alla quale cercavamo una risposta è semplice: davvero un sottosegretario del governo cinese si è accompagnato con l'uomo che dalle nostre forze di polizia viene ritenuto il capo della mafia cinese in Italia e in Europa? Se c'è stato un contatto "proibito", era inconsapevole? Certo, la "presa in carico" per un giro a Roma del sottosegretario cinese non è avvenuta in maniera casuale, ma su precisa richiesta arrivata da Pechino da parte di un uomo, Laolin, che per la polizia italiana avrebbe entrature molto forti grazie al business delle miniere di carbone. Uomo che viene considerato il braccio destro dello stesso capo dei capi, Naizhong. Nell'analisi degli elementi per trovare una risposta alla domanda di partenza, gli inquirenti italiani mettono sul tavolo anche un fatto avvenuto ai primi di dicembre dello scorso anno, poco prima della visita ufficiale in Italia. Succede che il figlio del padrino, Zhang Di, viene arrestato in Cina. Il contatto telefonico con persone in stato di fermo dovrebbe essere vietato, anche a Pechino, ma Naizhong alza il telefono dall'Italia e parla direttamente con il figlio. In videochiamata, come spiega successivamente alla nuora, la moglie di Zhang Di, il quale verrà comunque rilasciato pochi giorni dopo. Nel frattempo, il cerchio della polizia italiana partito dal duplice omicidio di due giovani cinesi, uccisi a Prato nel 2010, sta per stringersi. Il 17 gennaio Zhang Naizhong arriva a Prato in compagnia del figlio. Durante il giro delle sue aziende cambia continuamente auto, i poliziotti che gli sono alle costole alla fine ne conteranno otto. Al ristorante durante il pranzo le persone fanno la fila per essere ricevute. Si avvicinano, lo salutano, si inchinano. La notte, in albergo, dorme sul letto con un uomo che lo protegge a vista dal divano. Al mattino, Zhang Naizhong viene arrestato dalla polizia su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, che spicca un mandato di cattura per 33 persone, tra le quali c'è Laolin e pure il figlio di Naizhong. Altri 54 sono indagati a piede libero. L'accusa per tutti è di associazione per delinquere di stampo mafioso. Il capo dei capi viene portato in questura, si toglie dal polso l'orologio da 25 mila euro, si sfila anche l'anello con un diamante grosso quanto una nocciola, e si chiude nel silenzio. Rimane per molte ore da solo in una stanza della questura, quando i poliziotti lo accompagnano al fotosegnalamento, tutti gli altri arrestati seduti sulle sedie in corridoio, al suo passaggio abbassano la testa in segno di deferenza. Secondo i magistrati, siamo in presenza di una organizzazione mafiosa che gestisce attività illecite come usura, estorsione, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione, spaccio di sostanze stupefacenti, importazioni illegali, commercio di merci contraffatte. Una struttura potente che agisce con discrezione, non si pone mai in aperto antagonismo con lo Stato, e che grazie alla gigantesca quantità di denaro contante ricavato dalle attività illecite è riuscita ad acquisire di fatto il controllo assoluto nel settore dei trasporti delle merci su strada. Tutto ciò, secondo gli investigatori, facendo ricorso ad azioni intimidatorie e violente. A questo riguardo, gli uomini della polizia che hanno condotto l'inchiesta sono anche andati a rileggere diversi omicidi di cittadini cinesi avvenuti in Italia negli anni scorsi, e grazie ai nuovi elementi emersi durante le ultime intercettazioni sono arrivati ad alcuni punti fermi: gli autori degli omicidi erano tutti uomini del giro di Zhang Naizhong, e le vittime erano per la maggior parte concorrenti commerciali nel settore cruciale dei trasporti. In un caso specifico, l'assassinio di Su Zhi Jian, per il quale Naizhong era stato condannato per favoreggiamento in primo grado e assolto in appello, le nuove risultanze investigative della polizia vengono ritenute valide al punto da ipotizzare che Naizhong sia il "mandante" di quell'omicidio. Fin qui le certezze degli inquirenti. Ma il tribunale del Riesame di Firenze l'8 febbraio scorso ha provveduto a raffreddare gli animi. Scarcerazione di quasi tutti gli arrestati, la metà dei quali, compreso Naizhong, spediti ai domiciliari con braccialetto elettronico, e riformulazione dei singoli reati che non sarebbero legati da associazione mafiosa. Un duro colpo quello inferto dai giudici alla Procura, che ha già presentato ricorso in Cassazione e che però negli ultimi giorni ha portato a casa un punto importante a favore dell'inchiesta. Chiamato in causa dai legali degli indagati che chiedevano il dissequestro delle 13 società, due delle quali in Francia e tre in Spagna, otto auto di grossa cilindrata, due immobili e 61 fra conti correnti e deposito titoli, lo stesso tribunale del Riesame di Firenze ha infatti respinto la richiesta e mantenuto il sequestro preventivo sulla base di queste motivazioni: "Le società risultano comunque riferibili a Zhang Naizhong", ed è stata provata l'evidenza di come "il capo dell'organizzazione criminale, Zhang Naizhong, poteva disporre di ingenti quantità di denaro che rappresentano i proventi delle attività illecite poste in essere dal gruppo criminale in questione, quali per esempio la contraffazione, il gioco d'azzardo, l'usura, le estorsioni, lo spaccio delle sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione". Una conferma evidente che il sodalizio criminale di cui parla la procura esiste e ha al suo vertice il padrino, l'uomo nero, il capo dei capi: Zhang Naizhong.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 17 di Panorama in edicola da giovedì 12 aprile 2018 con il titolo originale "Il boss di scorta".

Il segreto degli ombrelli Made in Cina. Come fanno gli ambulanti a vendere migliaia di ombrelli in tutta Italia? Questione di organizzazione, scrive Giorgio Sturlese Tosi il 28 novembre 2018 su "Panorama". Sono migliaia in tutta Italia, spuntano quando piove e si raccolgono fuori dalle stazioni ferroviarie o nelle piazze più affollate. Sono i venditori abusivi di ombrelli. Noi camminiamo frettolosamente, scansando le pozzanghere, e li percepiamo appena; a volte sono provvidenziali e allunghiamo loro 5 euro in cambio di un ombrello, che spesso durerà giusto il tempo di un acquazzone. Nessuno sa che con quei 5 euro alimentiamo un mercato clandestino che ne vale milioni, e che parte e finisce in Cina: un mercato che è controllato dalle triadi orientali, le organizzazioni mafiose che dalla Repubblica popolare controllano i traffici in tutto il mondo. Da là infatti partono quegli ombrelli, tutti uguali, che bengalesi e senegalesi vendono nelle nostre città, stipati in centinaia di container spediti via mare o ferrovia. Container che vengono poi scaricati nei porti di Napoli, del Pireo, ma anche di Amburgo, dove ormai transita l’80 per cento di tutte le merci cinesi destinate all’Europa. L’organizzazione per la distribuzione della merce è davvero eccezionale, quasi militare. Aggirati i controlli doganali, i parapioggia (che non hanno né certificazione né etichetta) vengono caricati su camion. E qui entrano in gioco le triadi cinesi. Molte inchieste condotte dalla magistratura spagnola, tedesca e francese, e un’indagine recente della Direzione distrettuale antimafia di Firenze (denominata per l’appunto «China Truck», cioè «camion cinese»), hanno scoperto che il trasporto su gomma di merci cinesi è un monopolio delle organizzazioni criminali di Pechino e Shanghai, disposte a contendersi ogni tratta con la violenza. Il risultato è una lunga scia di sangue, che segue i tragitti dei furgoni con morti e feriti a Duisburg, Parigi, Madrid, ma anche a Prato, Roma e Napoli. Il contrasto è difficile. Eppure ricostruire la filiera di questi oggetti di pessima qualità non lo è affatto. A Milano, per esempio, basta seguire le indicazioni degli ambulanti senegalesi che bazzicano vicino alla stazione centrale o nel cuore della Chinatown cittadina, nelle strade e stradine della zona occidentale attorno a via Paolo Sarpi, dove i negozi sono quasi tutti orientali. Il cronista di Panorama finge di voler acquistare 500 parapioggia. Il prezzo che gli viene chiesto è di 1 euro per quelli piccoli e di 2 euro per quelli grandi. In stazione i bengalesi li rivendono rispettivamente a 5 e 10 euro. Ci fanno scendere in grandi magazzini sotterranei dove sono stipati centinaia di scatoloni pieni di pezzi. Fuori piove, e nei magazzini c’è fermento. Chiediamo di vedere la merce, ma i venditori cinesi sono sbrigativi: altri clienti sono già in coda. Il pagamento avviene solo in contanti, e in nero. Fuori, intanto, ha smesso di piovere, ma il venditore che ci ha preso in carico non si preoccupa. Gli ombrelli invenduti, infatti, vengono tutti nascosti nelle edicole gestite dai bengalesi o nei cespugli delle piazze del centro. Gli ambulanti andranno poi a recuperarli al prossimo acquazzone; e gli ombrelli torneranno ad aprirsi, a migliaia. L’Agenzia delle dogane, nel 2017, ha scoperto e sanzionato 444 tonnellate di merce introdotta in Italia dalla Repubblica popolare aggirando le normative fiscali e doganali, per un valore che supera i 13 milioni di euro: la cifra è piccola, e va considerata come indicativa, perché è vero che deriva da controlli sempre più sofisticati, condotti soprattutto sui container nei porti, ma sono pur sempre fatti «a campione» e quindi casuali. Si stima in realtà che per ogni container pieno di merce illegale colpito dalle verifiche dei nostri doganieri, o della Guardia di finanza, ne passino indenni almeno altri 20. In quei container, è ovvio, ci sono anche gli ombrelli che piovono nelle nostre città. Una volta a destinazione, i parapioggia vengono scaricati nelle Chinatown italiane. Sempre a Milano, la Polizia locale ha creato una squadra proprio per contrastare l’abusivismo commerciale, e dall’inizio dell’anno ha sequestrato oltre cinquemila ombrelli e fatto 520 contravvenzioni. La squadra si mette in azione appena comincia a piovere, anche perché gli ombrelli violano tutte le norme di sicurezza: soprattutto quelli più piccoli hanno parti malcostruite, che spesso si rompono e possono ferire. Gli ombrelli cinesi, però, non sono ancora entrati nella «black list» degli oggetti pericolosi la cui vendita è proibita in Europa. Così chi li mette in commercio, se non ha violato norme fiscali o commerciali, non rischia nulla. È difficile dire se il business della pioggia abbia qualcosa a che fare con la vecchia teoria della farfalla, secondo cui se in oriente un insetto sbatte le ali in occidente può scatenarsi un uragano. Una cosa, però, è certa: se a Milano inizia a cadere qualche goccia, a Hong Kong un mafioso sorride.

#REPORTAGE. La quinta mafia italiana: criminalità cinese tra droga, prostituzione e usura. Roberti: “Non abbasseremo l’attenzione su queste organizzazioni”, scrive il 23 novembre 2016 in Difesa e Sicurezza Nazionale Mary Tagliazucchi su "Ofcs.report". Lazio, Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna e Sicilia. Queste regioni italiane hanno un comune denominatore: la mafia cinese.  Secondo i rapporti della Dia (Direzione investigativa antimafia, e della Scico (Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata) che l’ha definita la “quinta mafia” italiana, è particolarmente radicata a Roma, Napoli, Firenze, Prato, Milano e Padova. Questo nonostante in Italia sia luogo comune pensare che la mafia sia un “business” esclusivo della camorra siciliana, campana e della n’drangheta calabrese. Ma ad allungare i suoi lunghi tentacoli da tempo ormai c’è anche la “Triade”, che ha come simbolo la testa di un dragone e che nel nostro paese ha trovato un vero e proprio paradiso di loschi investimenti fatto di strategiche alleanze e business milionari con le mafie nostrane. Simile alla mafia siciliana, anche la struttura delle famiglie mafiose cinesi hanno riti d’iniziazione e giuramenti. Per entrarne a far parte sembrerebbe sia richiesto un giuramento di rito, a cui segue l’obbligo di bere una bevanda di infuso di riso in cui sono state versate anche alcune gocce del proprio sangue. Molto spiccato il senso dell’onore e il concetto del perdere la faccia o della vendetta. A questo proposito se qualcuno riceve un gladiolo rosso è il segno della condanna a morte, e chiunque della comunità è legittimato ad ucciderlo.

Green Dragon, Black Society e Red Sun, secondo i report dell’Interpol sono fra le gang criminali cinesi più organizzate. Dopo aver messo “gli artigli” su Milano, sono riuscite infatti ad espandersi anche oltre i confini italiani come in Francia, Svizzera e Austria.

Transcrime, il centro di ricerca di criminologia dell’Università Cattolica di Milano, invece, in un rapporto pubblicato nel 2013, evidenziava come in Italia la mafia cinese investa nel commercio, nel tessile, nella ristorazione e nei numerosi punti di money service. Attività (non tutte ovviamente) che vengono sovvenzionate da soldi sporchi, provenienti dalla gestione illegale dei flussi migratori, dal traffico e spaccio di droga, dallo sfruttamento del lavoro e della prostituzione e nell’usura a danno degli stessi connazionali.  Non solo, fra i vari “affari” della mafia cinese c’è anche il traffico illecito di rifiuti e a seguire il riciclaggio di denaro, la contraffazione e il contrabbando di merci.

I nuovi adepti, come scoperto dalla Polizia di Frontiera, partono principalmente da Hong Kong, definita la “base operativa” della mafia “made in china”. Una volta arrivati in Italia cominciano da subito a seguire gli “affari di famiglia”. E non viaggiano via mare o via terra, stipati in qualche camion o barcone. Partono muniti di un visto turistico, tranquillamente in aereo e facendo scalo negli aeroporti internazionali di Fiumicino o Malpensa.  Poi di loro non si sa più nulla.

La Direzione nazionale antimafia sostiene, sempre nella sua relazione, come le città di Firenze e Prato siano state quelle prese d’assalto dalla criminalità cinese. Riscontrando peraltro maggiori difficoltà a livello investigativo rispetto alle indagini sulle altre cosche mafiose. Questo perché i traduttori e interpreti di lingua cinese, sono insufficienti a ricoprire l’importante e delicato compito delle intercettazioni modus operandi principale nelle indagini di questo genere. Nonostante le evidenti difficoltà a Firenze, tempo fa è stato scoperto un trasferimento di denaro verso la Cina, pari a oltre 4 miliardi di euro, naturalmente eseguito in uno dei loro negozi “money trasfer”.

Anche a Roma, dove riuscire ad indagare ed entrare nella criminalità romana cinese è complicato, si è arrivati però a capire come operano questi clan stranieri.  Infatti, se inizialmente la mafia cinese è arrivata in Italia per gestire l’immigrazione clandestina e le estorsioni all’interno delle loro comunità, in seguito grazie all’apertura di numerosi esercizi commerciali è avvenuta una vera e propria colonizzazione.

Nella capitale fra i quartieri più invasi dai cinesi c’è quello di Torpignattara, zona periferica fra la Casilina e Prenestina, piazza Vittorio, Esquilino e Tuscolana. Tra le “chinatown della capitale”, Torpignattara e piazza Vittorio, hanno visto sorgere, a ritmi inarrestabili, molteplici esercizi commerciali. Questo grazie alla facilità di denaro contante di cui dispongono i clan. Tutto a beffa e danno dei commercianti italiani che, non disponendo di cifre simili, non riescono a competere con loro sull’acquisto o affitto di locali da adibire ad attività commerciale. Ogni cosa viene decisa e preventivata a tavolino da queste organizzazioni che si occupano di tutto: rilevamento dell’attività, la zona giusta, i contatti necessari per l’acquisto, l’arredamento e, cosa fondamentale, la scelta del nucleo familiare (cinese) che andrà a gestire questa nuova attività commerciale. Ma non si tratta di un atto di generosità, tutt’altro. Oltre ad essere sfruttata, la famiglia in questione si vedrà richiedere, a tassi maggiorati, i soldi anticipati. E se qualcosa va storto, le conseguenze possono essere terribili. Perché, un altro dato non da trascurare, è la riconoscibilità di queste persone. I tratti somatici dei cinesi inducono molte volte a confonderli l’uno con un altro. Come scambiare un coreano per un giapponese e viceversa. Questa difficoltà per gli italiani e per le forze dell’ordine stesse, è sfruttata a dovere da questi clan, soprattutto quando all’improvviso un loro connazionale “sparisce”. All’interno della comunità criminale cinese, infatti, gli omicidi sarebbero all’ordine del giorno, ma per gli inquirenti è molto difficile venirne a conoscenza proprio per i motivi suddetti. Al momento della scomparsa del malcapitato, è uso che i suoi documenti vengano presi da un suo connazionale, certi che nessuno se ne accorgerà. Alla famiglia della vittima non resterà che continuare a lavorare per i clan nella speranza di estinguere il debito. Queste persone sono, il più delle volte, immigrati clandestini. Fra i tanti business cinesi il traffico di immigrati clandestini costituisce, di fatto, un traffico di schiavi, con una vera e propria attività di compravendita di esseri umani a fini di brutale profitto. Il clandestino che giunge in Italia rimane strettamente assoggettato al vincolo del debito da estinguere con chi ha pagato il prezzo della sua liberazione, o meglio, del suo riscatto: ciò avviene attraverso il lavoro nelle aziende, tessili e di pelletteria, di proprietà di connazionali, con la costrizione a subire orari di lavoro interminabili, con una retribuzione certamente inadeguata e non proporzionata alle prestazioni. Rapine, furti ed estorsioni sono reati interni alla comunità, consumati da cinesi a danno degli stessi connazionali.

Nel quartiere romano di Torpignattara, i residenti ormai non ci fanno più caso, parliamo di quelli più giovani che vivono la multi etnicità di questa zona fin dalla nascita. Ma chi, invece, molti anni prima ha deciso di vivere qui, non riesce ancora ad accettare questo cambiamento. Il quartiere, infatti, assomiglia sempre di più a una delle tante banlieu francesi. Qui la presenza d’immigrati stranieri raddoppia di gran lunga la percentuale di residenti italiani. Abbiamo cercato di testare gli animi dei residenti.  Una signora, proprietaria di un bar, racconta di come lei stessa sia stata avvicinata da questi clan e di come abbia resistito al loro assalto: “Una mattina, mi sono vista entrare tre uomini, di nazionalità cinese. Parlavano italiano stentato, ma hanno fatto capire subito cosa volevano.  Mi hanno proposto una cifra superiore al valore della mia attività e tutto in contanti”. Una proposta allettante visto i tempi. “Certo – aggiunge la donna – ma questo bar appartiene da tre generazioni alla famiglia di mio padre e seppur con difficoltà ho detto, no. Sono tornati altre tre volte, ma la risposta è rimasta quella”. E se a Torpignattara il business dei clan con gli occhi a mandorla sono gli esercizi commerciali, è piazza Vittorio Emanuele la vera China Town di Roma.  Qui intere strade sono piene di negozi appartenenti ai clan criminali dagli occhi a mandorla, ma la maggior parte di questi (non tutti ovviamente) sono solo delle facciate che nascondono retrobottega dove si svolgono attività legate al gioco d’azzardo e riciclaggio di soldi provenienti da prostituzione e traffico di droga. La prostituzione, in particolare, avviene in appartamenti preventivamente acquistati o presi in affitto sempre dai clan cinesi. Secondo gli inquirenti ogni singola prostituta garantisce alla mafia made in china almeno un migliaio di euro al giorno. I clienti vengono adescati sui vari siti internet o su semplici annunci di giornale. Sembra ci siano addirittura dei centralini adibiti appositamente per smistare le richieste dei clienti. Questo accade non solo a Roma, ma anche a Firenze, Pescara, Milano, Avellino, Palermo, Cesena e Prato.  Proprio qui, un anno fa gli agenti della squadra mobile hanno posto sotto sequestro un locale e hanno eseguito dieci misure cautelari nei confronti di 9 persone di origine cinese.  Il blitz era avvenuto in quello che ufficialmente doveva essere un circolo socio culturale e, invece, in realtà era un vero e proprio night club dove i clienti potevano trovare prostitute cinesi e sostanze stupefacenti come cocaina, ketamina ed ectasy.

E proprio a Milano, nell’ambito dell’attività di contrasto delle bande giovanili cinesi, nell’ottobre scorso sono state arrestate 68 persone di nazionalità cinese. Sequestrati, per un valore di vendita al dettaglio pari a circa 2 milioni di euro, circa 3,5 chili di shaboo, la potente metanfetamina conosciuta come la droga più potente e pericolosa al mondo capace di annientare le coscienze di chi ne fa uso. Il traffico avveniva tra le province di Milano, Monza e Brianza, Cagliari, Cremona, Como, Parma, Pavia, Prato, Rovigo, Treviso e addirittura contestualmente anche in Austria, Polonia, Romania e Spagna e Gran Bretagna. Ma nonostante questo, da parte della polizia, ogni volta risulta difficilissimo arrestarli. Questo perché la Triade fa in modo di usare, in Italia e all’estero, appartamenti a rotazione fra prostitute, spacciatori e normali famiglie cinesi. Tutto, naturalmente, al fine di mandare in confusione le indagini delle forze dell’ordine. Sull’andamento di queste organizzazioni criminali abbiamo interpellato il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che ha affermato: “Ad oggi, seppur i tentacoli di questa mafia si sono allungati su diverse delle nostre regioni italiane e non solo, stando ai dati dell’ultimo rapporto del 2015 della relazione della Direzione nazionale antimafia, sembra che non vi siano stati ulteriori incrementi di questo fenomeno. Di certo non abbasseremo l’attenzione su queste organizzazioni criminali”.

Blitz della polizia contro la mafia cinese: 33 arresti. L'operazione in diverse città italiane e in Europa ha permesso di scoprire dinamiche, ruoli e alleanze di una vasta organizzazione e il monopolio del traffico su strada di merci di origine cinese, scrive Laura Montanari il 18 gennaio 2018 su "La Repubblica". Avevano quasi il monopolio del traffico su strada delle merci di origine cinese in Italia, Francia, Spagna, Germania e altri paesi. Un giro di centinaia milioni di euro, un calcolo esatto è impossibile al momento farlo. Ma i numeri sono enormi, dicono le accuse. Del resto l’organizzazione scoperta dall’indagine cominciata dalla squadra mobile di Prato ed emersa dall’inchiesta della Dda di Firenze, racconta di un’organizzazione mafiosa cinese che controllava non soltanto la logistica di quello che viene prodotto nelle fabbriche delle varie Chinatown e poi diffuso sui mercati, ma anche bische clandestine a Roma e a Prato, locali notturni, prostituzione, spaccio di droga, estorsione. Trentatré misure di custodia cautelare per cittadini cinesi accusati è far parte di un’organizzazione mafiosa di un gruppo criminale proveniente dal Fujiang, 54 persone indagate. Due anni di indagini per l'operazione chiamata 2China Truck". L’inchiesta parte dal controllo di un'azienda, con sede a Prato che era il cuore dell'attività criminale. Partendo da lì, le indagini si sono ramificate e hanno scoperto una geografia criminale che ha conquistato quasi il monopolio del traffico su strada grazie a un clima di terrore: ricatti, estorsioni, aggressioni all'interno della comunità cinese. Quello che colpisce è l'estensione e di come questa mafia sia cresciuta all'interno dell'Italia e diversi paesi europei inquinando direttamente o indirettamente commerci e imprese. In cima all'organizzazione, secondo le accuse, c’è Zhang Naizhong, 57 anni, residente a Roma e il suo braccio operativo pratese, Lin, ufficialmente residente in Cina nella regione del Fujiang, in realtà il riferimento della mafia per l’area Pratese. Zhang che dai suoi veniva chiamato "l'uomo nero", è stato seguito ieri sera dai poliziotti in borghese della squadra mobile agli ordini di Francesco Nannuncci: era nell’area industriale del Macrolotto di Prato, ha visitato diverse aziende di connazionali e ogni volta che usciva, seguito da uno stuolo di guardie del corpo, cambiava auto. Ha cenato in un ristorante e lì ha ricevuto la visita di altre persone che si inchinavano con deferenza al suo cospetto. Fra le persone arrestate c'è anche una giovane donna, Chen Xiaomian detta Amei, 41 anni, abitante a Prato, segretaria, manager dei capitali leciti e illeciti dell'organizzazione e compagna del boss: nella sua abitazione sono stati sequestrati 30mila euro in contanti. Zhang ha scalato il vertice della mafia cinese in Italia imponendo la 'pace' a Prato dopo una sanguinosa guerra fra bande, costata, come hanno spiegato gli investigatori, numerosi morti in città nel corso degli anni 2000. La sua organizzazione ha potuto così dedicarsi a promuovere infiltrazioni nell'economia legale e a controllare attività criminali compreso usura e raket: "Prima non sapevo come fare gli affari perché sapevo solo fare il mafioso..." dice il boss a uno dei suoi.

Il duplice omicidio del 2010. "L'inchiesta è partita da un duplice omicidio di due giovani cinesi uccisi a Prato nel 2010. Era in corso un guerra fra bande orientali - ha spiegato il paco della mobile di Prato, Francesco Nannucci -, c'erano stati diversi omicidi ogni anno per la conquista dell'economia criminale. Poi questa sequenza di morte si interruppe, per altri anni fino ad ora. Ci fu un ordine a smettere con le violenze. Per noi era impossibile non pensare a un intervento della mafia cinese che impose una sua pace per dedicarsi con tranquillità ai suoi affari senza attirare la nostra attenzione". Il duplice omicidio avvenne in un ristorante e le vittime furono aggredite col machete. Da allora nella città toscana la polizia ha ravvisato una recrudescenza nei rapporti interni alla comunità cinese a Prato in una sparatoria del marzo 2017 in cui non ci furono feriti o vittime, ma danni voluti ad auto: era una spedizione punitiva.

L'inchiesta, coordinata dalla Dda di Firenze, ha previsto misure cautelari scattate oltre che in Italia anche in Francia e Spagna, grazie alla collaborazione delle rispettive polizie. 

 Una lunga indagine, iniziata nel 2011, ha permesso di far luce sulle dinamiche della mafia cinese in Europa e su ruoli e alleanze all'interno dell'organizzazione: la polizia ha evidenziato, in particolare, il quasi monopolio in Francia, Spagna e in altri paesi del traffico su strada di merci di origine cinese, un'egemonia nel campo della logistica, imposta attraverso il metodo mafioso ed alimentata dagli introiti provenienti dalle attività criminali tipiche della mafia cinese.  "Riuscire a individuare una complessa organizzazione mafiosa cinese non è ordinario ma eccezionale - ha detto il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho nel corso della conferenza stampa che si è tenuta in procura a Firenze - . Eccezionale identificare la sua composizione e operatività. Riconoscere i caratteri mafiosi è un fatto quasi incredibile. E' importante tenere alto il livello quando queste associazioni inquinano la nostra economia. Qui si infiltravano nell'economia pulita legale".

Nel blitz che ha portato agli arresti di questa mattina sono stati impegnati gli uomini del Servizio centrale operativo (Sco), delle squadre mobili di Prato, Roma, Firenze, Milano, Padova e Pisa, dei reparti prevenzione crimine oltre a quelli dei reparti volo e cinofili.

L'associazione era composta da soggetti originari di due regioni della Cina, lo Zhejiang e il Fujian, e operava oltre che in Italia anche a Parigi, Neuss, in Germania e a Madrid. I 33 destinatari della misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Firenze Alessandro Moneti hanno l'accusa di 416 bis (associazione mafiosa) e altri reati, 21 sono gli indagati a piede libero, di cui 10 sempre per associazione a delinquere di stampo mafioso e 11 per altri reati. La maggior parte dei provvedimenti sono scattati a Prato: 25 indagati, di cui 16 arrestati e 9 denunciati a piede libero mentre sono otto gli arrestati a Roma (dove sono 10 gli indagati). A Milano e Padova sono state arrestate due persone mentre tra Firenze e Pisa gli indagati a piede libero sono 7. Altre 4 persone si trovavano invece già in carcere per altri motivi e due sono i soggetti di origine cinese arrestati in Francia (dove ci sono anche altri due indagati). Infine, due destinatari del provvedimento si trovano attualmente in Cina.

Nell'ambito dell'indagine è anche stato disposto il sequestro di 8 società, 8 veicoli, due immobili e una sessantina tra conti correnti e deposito titoli per un valore di diversi milioni.

Le reazioni. "Sono grato alle donne e agli uomini della Polizia di Stato che hanno lavorato in stretta sinergia con la Magistratura - ha detto il ministro dell'Interno Marco Minniti - andando a colpire al cuore una pericolosa organizzazione, che aveva imposto una vera e propria egemonia nel controllo del trasporto merci su strada, finanziata con gli introiti delle proprie attività criminali". E il procuratore antimafia Cafiero ha aggiunto: "è un risultato, questa indagine, che dà anche contezza di quanto il nostro territorio sia inquinato dalle mafie, non soltanto dalle mafie autoctone ma anche da quelle straniere. La presenza della mafia cinese a Prato si è sempre sospettata, ma oggi abbiamo conferma".

Come funzionava il clan della mafia cinese sgominato a Prato. Una struttura piramidale, ma a rotazione. Dove tutti potevano guadagnare tanto, a turno. E un capo dei capi che comprava corni di rinoceronte, e pretendeva l'inchino, scrive il 18 gennaio 2018 "L'Agi".

Una piramide con un meccanismo circolare, che consentiva a ogni partecipante, a rotazione, di trovarsi all'apice e quindi beneficiare di una certa somma di denaro, o all'ultimo posto, in veste di finanziatore. Questo quanto scoperto dalle indagini sul racket della mafia cinese con l'operazione della Squadra mobile di Prato che su mandato della Dda di Firenze ha arrestato 33 persone per associazione a delinquere di stampo mafioso. Altre 54 sono indagate (La Repubblica).

Il meccanismo piramidale, a rotazione. Il meccanismo 'rotatorio' funzionava in questo modo: a turno si metteva a disposizione dei componenti la gang una somma di circa centomila euro, "da destinare al primo affiliato della lista". Soldi che a utilizzava "per i propri affari". Subito dopo, però "il beneficiario scorreva in fondo alla lista, e il mese successivo concorreva alla dazione" per quello che diventava "il primo". Questo meccanismo interno al clan cinese permetteva, secondo il gip che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare in carcere, di raggiungere "diversi scopi". "Si ricicla denaro all'interno di una cerchia ristretta di persone, si garantisce anonimato esterno, non si ricorre a interessi di banche (o di usurai), si può impiegare il denaro (frutto di attività illecite o, quanto meno di evasione fiscale) in maniera del tutto svincolata da ogni contabilità e, quindi, anche per portare avanti altre attività illecite", sottolinea il giudice.

E poi un capo. Il capo dei capi, a Roma. Negozi in centri commerciali italiani, ma anche costosi status symbol particolarmente richiesti in Cina come i corni di rinoceronte e addirittura la prospettiva di una quota in una miniera di carbone in Cina. Erano questi gli investimenti del boss Zhang Naizhong, arrestato oggi nel blitz della polizia contro la mafia cinese. In qualità di capo dell'organizzazione criminale, scrive il giudice nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, il 57enne dispone di "ingenti quantità di denaro che rappresentano i proventi delle attività illecite poste in essere dal gruppo criminale in argomento, quali ad esempio la contraffazione, il gioco d'azzardo, l'usura, le estorsioni, lo spaccio di sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione" (Corriere della Sera).

Il gip lo ha definito il capo dei capi; lui stesso nelle intercettazioni ambientali si definisce il 'boss' e per lui, residente a Roma ma con numerosi interessi a Prato, gli 'affiliati' lo riverivano con inchini al suo arrivo. Zhang Nai Zhong è ritenuto l'elemento a capo dell'organizzazione. Alla scena degli inchini hanno assistito gli investigatori della squadra mobile di Prato: Zhang era appena arrivato in Toscana, stava pranzando in un ristorante quando gli investigatori hanno assistito a una vera e propria processione di cinesi, arrivati apposta nel locale per salutarlo con un inchino (Il Messaggero). 

Mafia cinese, matrimonio all'Hilton di Roma in stile Casamonica, scrive Giovedì 18 Gennaio 2018 “Il Messaggero". Un matrimonio da favola all'hotel Hilton di Roma con vista sull'intera città, gli invitati fatti arrivare a bordo di Ferrari e Lamborghini, un conto da 80mila euro saldato in contanti. A certificare il ruolo e il carisma di Naizhong Zhang, quello che per gli investigatori è il 'capo dei capì della mafia cinese in Italia e anche in Europa, è la cerimonia di nozze del figlio, Di Zhang, celebrata a Roma il 6 febbraio del 2013. Al matrimonio partecipano circa 500 invitati provenienti da varie parti d'Italia ma anche dalla Francia e dalla Cina. Il boss si è personalmente occupato di non far mancare nulla ai suoi ospiti: alloggio a sue spese, il noleggio di Ferrari e Lamborghini con autista per portare gli invitati all'hotel, il noleggio di due pullman per far arrivare i quasi novanta invitati provenienti da Prato, tra i quali ovviamente i personaggi più influenti della comunità di origine fujianese con la quale, prima dell'accordo che ha siglato la pace, era in contrapposizione. E proprio intercettando le telefonate in cui gli indagati parlavano dell'organizzazione del matrimonio, gli investigatori hanno avuto l'ulteriore conferma che Naizhong fosse da tutti riconosciuto come il capo dell'organizzazione. In una di queste, a gennaio 2013 e dunque un mese prima del matrimonio, il boss parla al telefono con il fratello che si trovava in Francia. Quest'ultimo teme che, poiché i suoi amici «sono mafiosi», che possa scatenarsi una rissa tra loro, magari dopo aver bevuto. Ma Naizhong esclude categoricamente questa possibilità in quanto è sicuro che nessuno gli mancherà di rispetto: «Se vengono qui da me sanno come comportarsi - dice - ...noi non dobbiamo pensare troppo, sono cose che non ci riguardano...Normalmente non può succedere una cosa del genere, anzi non esiste proprio. Chi è che ha il coraggio di litigare a tavola al matrimonio di mio figlio solo perché è ubriaco? Non esiste. Se qualcuno lo farà è evidente che ce l'ha con me! A me non importa se mi dirà che ce l'ha con qualcun altro, per me ce l'ha con me, perché io sto facendo la festa. Quindi non può accadere una cosa di questo genere».

Inchini e riverenze, il matrimonio di lusso in Ferrari e Lamborghini; in manette il capo dei capi della mafia cinese. Arrestato dalla Polizia, nel corso di un’indagine condotta in tutta Europa, Zhang Nai Zhong, il padrino della mafia cinese in Italia. Fermate altre 32 persone, anche in Francia e Spagna, scrive il 18 gennaio 2018 Alessandro Fulloni su "Il Corriere della Sera".

Riverito con l’inchino. Riverito non con il baciamano. Ma con gli inchini. Sembrano scene e intercettazioni riguardanti la mafia siciliana: sfarzo, lusso, violenza, tanti soldi riciclati in attività lecite e illecite. Però in manette è finito il «capo dei capi» della mafia cinese in Italia. Ovvero Zhang Nai Zhong, 48 anni, ammanettato ieri assieme ad altre 32 persone nel corso di un’inchiesta condotta in tutta Europa ma partita da Prato, dove il «mammasantissima» aveva la sua base operativa anche se viveva a Roma, in un appartamento a viale Marconi. «D’altro canto chi comanda la mafia cinese nella cittadina toscana comanda le organizzazioni criminali cinesi in tutta Europa». Lo hanno sottolineato gli inquirenti della Dda di Firenze che hanno coordinato l’operazione China Truck partita dalle indagini sulle guerre fra bande in Toscana. Al proposito, come esempio, il capo della squadra mobile di Prato Francesco Nannucci ha ricordato un episodio significativo emerso dalle indagini: «Zhang Naizhong, che si faceva chiamare il “capo dei capi” e come tale è riconosciuto dai suoi connazionali, andò a Parigi per risolvere controversie fra gang cinesi. A chi lo accompagnava disse di chiamarlo “capo” davanti a tutti i capi cinesi in Francia. Così fu e nella sua opera di mediazione criminale Oltralpe ebbe successo acquisendo ulteriore potere e prestigio in Europa». Il business dell’organizzazione mafiosa? Attraverso intimidazioni e vere e proprie violenze il gruppo criminale si è impossessato, passo dopo passo, di tutto il sistema di trasporti delle merci prodotte in Cina, infiltrandosi, più con le cattive che con le buone, in attività apparentemente regolari in Italia e in Europa. Ma con i capitali illeciti derivati da contraffazione, gioco d’azzardo, droga, usura, estorsioni, prostituzione Zhang Naizhong, dava ordini da Prato per fare investimenti in attività redditizie: in Cina puntava a miniere di carbone e a oggetti particolarmente costosi, addirittura corna di rinoceronte; in Italia mirava a rilevare attività redditizie legali come un centro commerciale a Firenze, o illegali, come bische per il gioco d’azzardo.

Un matrimonio da favola. Un matrimonio da favola all’hotel Hilton di Roma con vista sull’intera città, gli invitati fatti arrivare a bordo di Ferrari e Lamborghini, un conto da 80mila euro saldato in contanti. A certificare il ruolo e il carisma di Naizhong Zhang, è la cerimonia di nozze del figlio, Di Zhang, celebrata a Roma il 6 febbraio del 2013. Al matrimonio partecipano circa 500 invitati provenienti da varie parti d’Italia ma anche dalla Francia e dalla Cina. Il boss si è personalmente occupato di non far mancare nulla ai suoi ospiti: alloggio a sue spese, il noleggio di Ferrari e Lamborghini con autista per portare gli invitati all’hotel, il noleggio di due pullman per far arrivare i quasi novanta invitati provenienti da Prato, tra i quali ovviamente i personaggi più influenti della comunità di origine fujianese con la quale, prima dell’accordo che ha siglato la «pace», era in contrapposizione. E proprio intercettando...... le telefonate in cui gli indagati parlavano dell’organizzazione del matrimonio, gli investigatori hanno avuto l’ulteriore conferma che Naizhong fosse da tutti riconosciuto come il capo dell’organizzazione. In una di queste, a gennaio 2013 e dunque un mese prima del matrimonio, il boss parla al telefono con il fratello che si trovava in Francia. Quest’ultimo teme che, poiché i suoi amici «sono mafiosi», che possa scatenarsi una rissa tra loro, magari dopo aver bevuto. Ma Naizhong esclude categoricamente questa possibilità in quanto è sicuro che nessuno gli mancherà di rispetto: «Se vengono qui da me sanno come comportarsi - dice - ...noi non dobbiamo pensare troppo, sono cose che non ci riguardano...Normalmente non può succedere una cosa del genere, anzi non esiste proprio. Chi è che ha il coraggio di litigare a tavola al matrimonio di mio figlio solo perché è ubriaco? Non esiste. Se qualcuno lo farà è evidente che ce l’ha con me! A me non importa se mi dirà che ce l’ha con qualcun altro, per me ce l’ha con me, perché io sto facendo la festa. Quindi non può accadere una cosa di questo genere».

Le attività fuorilegge. Le attività di per sé lecite (trasporto di merci, gestione di locali notturni) sono «svolte con modalità tali — scrive il gip Moneti nell’ordinanza — da schiacciare la concorrenza, altre del tutto illecite, quali l’estorsione, lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, il gioco d’azzardo, la contraffazione di marchi, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». «Non è casuale che le indagini abbiano rivelato un passato criminale realizzato in Cina per alcuni degli indagati: Wu Guojun», uno dei 54 indagati, «risulta ricercato per omicidio, reato per il quale stava operando in modo che, attraverso propri parenti, potesse corrompere funzionari di polizia cinese e farsi togliere la foto dai terminali e sostituirla con altra».

Firenze, arrestato boss mafia cinese. Zhang: "Sono il più potente in Europa". Sono state arrestate 33 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso, scrive Giovedì 18 Gennaio 2018 Francesco Bongiovanni su "La Presse". "Io sono il più potente in Europa, non mi sto vantando di me stesso, puoi chiederlo a chiunque". Così Zhang Naizhong, 58 anni, considerato il 'capo dei capi' della mafia cinese in Italia, arrestato oggi a casa sua a Roma nell'ambito dell'inchiesta China Truck, intercettato al telefono, parlava di sé con un connazionale.

Il blitz, scattato all'alba, condotto dalla polizia e coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, ha portato all'arresto di 33 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Altre 21 persone sono indagate a piede libero, di cui 10 sempre per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cuore dell'attività criminale sarebbe un'azienda di autotrasporti di Prato. Partendo da lì nel 2011, le indagini si sono ramificate e hanno alzato il velo su un'organizzazione che gestiva bische clandestine, prostituzione, droga, locali notturni e, infine, il monopolio del commercio e del trasporto delle merci contraffatte. Secondo gli investigatori, la mafia cinese di Prato, dove Zhang detta legge e ha i suoi principali interessi economici, comanda in Europa. La sua fama, nell'ambito delle organizzazioni criminali cinesi, è elevata anche perché, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Zhang si è affermato riportando la pace tra le due bande che si contendevano gli affari illeciti a Prato, con una scia di omicidi. Un'operazione analoga l'avrebbe portata a termine anche in Francia. E il boss dispensava lezioni di 'mafiosità' agli accoliti. "Nella mafia ci sono le regole della mafia, se una persona non rispetta le regole come fa a continuare a camminare nella strada della mafia?", diceva Zhang Naizhong in un'altra telefonata intercettata, esaltando anche la propria carriera di imprenditore dei trasporti e la sua gestione dei rapporti con i connazionali. "Prima - spiegava al telefono - non sapevo come fare gli affari perché sapevo fare solo il mafioso, ora invece non faccio più il mafioso. Non solo capo mafia. Sono cambiato, ci saranno sei mesi di perdita, ho già previsto anche quanto andrà a perdere e ho previsto anche quando migliorerà l'attività". Zhang Naizhong distingueva, in ordine di importanza, le persone fidate in 'fratelli' e 'amici'. Le persone fidate sono quelle più strettamente legate a lui. I fratelli sono gli associati. Gli amici sono quelli legati, ma non affiliati al gruppo. In altre intercettazioni spiegava a un altro interlocutore, parlando di un affiliato al clan: "Ora piano piano sta accettando questa realtà di stare con noi perché nella mafia ci vuole la strategia per andare avanti, hai capito? Alla mafia di oggi non serve più l'arroganza e la violenza, ci vuole la strategia. La persona che ha la strategia migliore vince, le persone che hanno la strategia peggiore perdono". In un'altra lezione telefonica Zhang diceva: "Specialmente un uomo deve avere un carattere forte. Solo così le persone ti rispettano e ti ammirano. A questo punto i fratelli mi rispettano perché sono il capo e quindi il capo può decidere qualsiasi cosa". Strategia per stabilire alleanze e condurre gli affari, ma anche violenza e terrore. E in una telefonata, infine, il boss riassume la sua filosofia mafiosa: "Io non parlo tanto con le persone, io dico solo due frasi alle persone: se lui è mio fratello oppure mio amico, e basta. E se non è amico è un nemico, se sei un nemico allora sei finito".

"Così la mafia cinese di Prato inquinava l’economia legale". Parla il procuratore antimafia Cafiero De Raho, scrive Andrea Sparaciari il 18 gennaio 2017 su "it.businessinsider.com". «Riuscire a individuare una complessa organizzazione mafiosa cinese non è ordinario, ma eccezionale. Eccezionale identificare la sua composizione e operatività. Riconoscere i caratteri mafiosi è un fatto quasi incredibile». Così il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, ha commentato l’operazione che giovedì 18 gennaio a Prato ha sgominato la più importante associazione a delinquere di stampo mafioso “made in Cina” mai scoperta in Italia. Una piovra, nata nelle lontane regioni cinesi dello Zhejiang e del Fujian, che dalla città toscana allungava i suoi tentacoli sull’Italia (Roma, Milano, Padova) e sull’Europa (Francia, Germania e Spagna). Complessivamente sono 54 gli indagati: 33 gli arrestati con l’accusa di 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso) e altri reati, 21 gli indagati a piede libero. Sequestrate anche otto aziende a Prato, Roma, Milano, Parigi e in Germania, oltre a immobili, veicoli e 61 tra conti correnti e deposito titoli per un valore di diversi milioni. Il business principale del clan era nei trasporti, ma l’organizzazione gestiva anche bische, ristoranti, locali notturni e money transfer. È la seconda volta che nella storia giudiziaria italiana viene contestata l’associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti di organizzazioni cinesi. Per il gip, Alessandro Moneti, la banda aveva in sé tutti gli elementi tipici della mafia: assoggettamento, omertà, intimidazione e accaparramento di attività anche lecite. Il fulcro era l’azienda “Anda”, specializzata nel settore della logistica e dei trasporti e che di fatto controllava tutto il settore dell’autotrasporto cinese, un giro d’affari stimato in diverse centinaia di milioni l’anno. Ma era solo una parte delle attività illecite. «L’operatività di questa organizzazione mafiosa sconvolge, da un lato controlla locali notturni, prostituzione, spaccio, usura ed estorsioni, dall’altro con i metodi della violenza, si accaparra aziende nei trasporti infiltrando l’economia pulita legale», ha spiegato Cafiero De Raho, «conseguendo un regime di monopolio in un segmento dell’economia», come quello della logistica, grazie ai «metodi dell’intimidazione e della violenza tipici delle mafie tradizionali italiane». A tirare le fila dell’organizzazione, il 58enne Zhang Naizhong, il Capo dei Capi per gli investigatori, quello che ripeteva ossessivamente: «Il capo sono io. Prima sapevo fare solo il mafioso, ora faccio anche e soprattutto gli affari». E li faceva bene. Per capire quanto fosse potente, era riuscito a imporre la fine della guerra tra bande rivali – sempre cinesi – che tra il 2000 e il 2010 aveva lasciato a Prato oltre sessanta morti, e quella molto simile che aveva insanguinato Parigi. Perché, come la ‘Ndrangheta insegna, gli affari prosperano nel silenzio. Zhang, come i boss di Cosa Nostra, amministrava la “giustizia” mediando tra imprenditori in lite o dirimendo questioni inerenti agli affitti dei capannoni. Il giorno prima di essere arrestato, si era recato in un ristorante dove gli imprenditori locali gli avevano reso omaggio, mettendosi in fila e inchinandosi uno dopo l’altro davanti a lui in segno di sottomissione. Un’azione che per il capo della Mobile di Prato, Francesco Nannucci, «ci racconta l’importanza di questa persona e il peso di questa organizzazione in città. Essere forti a Prato significa essere forti in tutta Europa».

L’operazione di Prato conferma – e per certi versi supera – quanto riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia circa la mafia cinese nella sua Relazione semestrale del 2016. Per la Dia, «I network criminali cinesi avrebbero nel tempo raggiunto livelli di assoluto rilievo, risultando in grado di gestire, in autonomia, traffici illeciti di portata transnazionale. Tra questi, si segnalano la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento della manodopera clandestina e della prostituzione, il traffico di sostanze stupefacenti, la contraffazione e il contrabbando, cui si affiancano l’usura e la gestione di bische clandestine». A tutto ciò, si deve poi aggiungere la pesante evasione fiscale «realizzata con l’utilizzo di partite iva intestate a prestanome irreperibili», come ha dimostrato l’operazione “Colletti Bianchi” del 16 novembre 2016, che sempre a Prato ha portato a 15 arresti e a 83 indagati, tutti sospettato di appartenere a “un sistema finalizzato alla completa elusione della normativa fiscale, contributiva e alle disposizioni disciplinanti l’immigrazione”.

Per gli investigatori, i proventi, soprattutto quelli derivanti da droga e prostituzione, vengono reimpiegati nell’acquisto di attività commerciali lecite e di immobili. Naturalmente, si deve poi ricordare la ricca attività di produzione di capi di abbigliamento contraffatti: «Contraffazione e riciclaggio rappresentano un ulteriore terreno d’incontro tra le organizzazioni cinesi e le mafie italiane, in primis la Camorra» sostiene la Dia. Le strutture create dalle organizzazioni cinesi per la produzione di massa di beni alterati col tempo avrebbero assunto le stesse caratteristiche delle catene di produzione delle imprese legali, adottando anche sofisticate tecnologie per la precisa riproduzione dei beni. «I profitti così generati verrebbero poi dirottati su canali alternativi al sistema bancario ufficiale, per essere riciclati o per finanziare concittadini», scrivono gli investigatori, «in proposito, sono stati rilevati casi in cui il denaro contante prodotto in nero veniva inviato dall’area fiorentino-pratese verso la Cina, mediante agenzie di money transfer o, da Milano, fatto triangolare su istituti di credito britannici» e da quei conti esteri poi i soldi venivano trasferiti in Cina. Alla luce di tutto ciò, ha perfettamente ragione il dottor Cafiero De Raho quando sostiene preoccupato che: «è importante tenere alto il livello perché queste associazioni inquinano la nostra economia».

La Mafia Giapponese. La mafia giapponese ha nella Yakuza (dal punteggio perdente 8-9-3 = ya-ku-za nel gioco di carte dell’Hanafuda), la massima espressione criminale. È riconducibile sostanzialmente a due modelli: lo Yamaguchi-gumi (a struttura piramidale con l’oyabun – ‘padre’ – capo assoluto) e il Sumiyoshi-rengo (federazione di famiglie con l’oyabun primus inter pares). Ha stretto carattere etnico, in quanto riservata soltanto ai giapponesi, e tipico legame di fedeltà e obbedienza degli affiliati al capo. Da ultimo è nata, per scissione interna, anche una terza organizzazione criminale, chiamata Ichiwa-kai. È presente anche negli Usa, Australia, Filippine, America del Sud; opera soprattutto nel traffico di amfetamine, sfruttamento della prostituzione e della pornografia, gioco d’azzardo, usura, estorsione e traffico di persone; controlla interi comparti dell’edilizia, della speculazione immobiliare e finanziaria, dello smaltimento dei rifiuti. La Yakuza è una delle mafie più sanguinarie ed antiche del mondo. Iniziata come organizzazione per il controllo del gioco d'azzardo nel Giappone del XVII° secolo, i suoi membri sono spesso caratterizzati da imponenti tatuaggi che ricoprono buona parte del corpo. Un altro segno distintivo è una falange mancante dal dito mignolo, spesso offerta al boss del clan di appartenenza come segno di rispetto o gesto di scuse. Ha circa 110.000 affiliati, appartenenti a 2.500 famiglie che gestiscono il traffico di prodotti illegali, pornografia, prostituzione ed immigrazione illegale. La mafia? In Giappone è peggio, scrive Pio D'Emilia su “L’Espresso”. La Yakuza controlla un terzo dei parlamentari, è organizzatissima e quasi onnipotente: anche perché le intercettazioni non esistono e i pentiti neppure. Viaggio nell'incredibile malavita organizzata del Sol Levante. Shinjuku è uno dei quartieri non-stop di Tokyo. Il più vivace, il più rappresentativo della metropoli più cara, più efficiente, più sicura, ma anche più corrotta del mondo. Milioni di banconote passano di mano, spesso avvolte in pudichi foulard multicolori (i famosi furoshiki) a titolo di pizzo, commissioni, tangenti mentre milioni di persone escono ed entrano, di giorno, dalle varie stazioni della metropolitana. Di notte poi molti a Shinjuku ci restano, o ci vengono apposta, per alimentare lo spumeggiante e variopinto mercato della "salute", cioè il mondo della prostituzione, e del bakuto, l'impero del gioco e delle scommesse clandestine. Due voci importanti, non certo le uniche, nel megafatturato (tra 2 e 5 mila miliardi di dollari, a seconda delle stime e dei settori che si includono) della mafia più ricca, potente e "trasparente" del mondo: la yakuza. Un impero nell'impero. Dove tutto bolle, si agita e si assesta lontano da sguardi indiscreti e quando emerge in superficie appare immobile nella sua - apparente - armonia. Paese che vai mafia che trovi. In Giappone, dove le cosche sono regolarmente registrate e i boss hanno un bigliettino da visita e viaggiano in treno, è facile incontrarla. Un po' meno combatterla. La yakuza in Giappone è onnipresente: dal Parlamento, dove secondo il mafiologo Kenji Ino almeno un terzo dei deputati viene eletto o ha comunque rapporti stretti con le cosche, al mondo dell'entertainment, degli appalti pubblici, del commercio e, più recentemente, dell'alta finanza. Per non parlare dei "settori" più tradizionali: estorsioni, strozzinaggio, recupero crediti, prostituzione, mondo delle scommesse legali e, ovviamente, illegali. «La yakuza fa parte della nostra storia», sostiene Manabu Miyazaki, figlio di un boss ritiratosi a vita privata e autore di una illuminante autobiografia, "Toppamono" (Fuorilegge). «Proprio come la mafia per voi italiani», prosegue, «e infatti abbiamo gli stessi problemi». All'ultimo piano di un edificio di Kabukicho, la zona più "vispa" di Shinjuku, c'è un ristorante cinese. Alle pareti ritratti di Mao, di Deng e dei nuovi leader, da Hu Jintao e Xi Jinping, che l'ha appena sostituito. Ma anche di Wuer Kaixi, uno dei leader della rivolta di Tienanmen, ricercato numero uno delle autorità cinesi, oggi esiliato a Taiwan e di cui il proprietario si dichiara amico personale. In una saletta interna, protetta solo da una tendina di stoffa, un cameriere chiede a due clienti di spostarsi. Serve l'intera stanza. Una decina di persone, dal look e accento inequivocabile, entrano nel locale e occupano la stanza. Cominciano a mangiare, bere, e parlare ad alta voce. Cosa che i giapponesi non fanno mai. E infatti sono "chairen", mafiosi cinesi "locali", nati e cresciuti in Giappone. Ma che conservano buoni contatti con la madrepatria e che ormai qui, per almeno tre secoli territorio intoccabile della yakuza, la fanno da padrone. Il tutto senza fare "rumore": qualche rissa ogni tanto, ma neanche un morto. Nel giro di una decina d'anni, hanno mutato la struttura del crimine più organizzato e ordinato del pianeta. Il proprietario del locale è uno di loro. Si fa chiamare Li ed è nel suo locale che, 8 anni fa, è stato siglato uno storico patto tra la Sumiyoshi-kai, seconda "cosca" del Paese, pressoché egemone a Tokyo, e le chairen, prime, improvvisate, "avanguardie" cinesi del crimine. Gruppi di vandali in moto che si divertivano a far casino e spaventare commercianti e residenti. I commercianti, ma non tutti, chiamarono la yakuza per proteggerli. Ma gli altri non ne volevano sapere. A qualcuno (il proprietario del locale dove siamo ospiti) venne l'idea di tentare un accordo. Che funzionò. Gli yakuza aggiornavano i cinesi sugli esercizi che si adeguavano e quelli invece "renitenti" al pizzo, e quelli ci andavano giù sempre più pesanti. Ma solo danneggiamenti, mai violenza sulle persone. Nel giro di un paio di anni il pizzo hanno finito per pagarlo tutti e nel quartiere tutti vivono in pace e tranquillità. Alla "pax mafiosa" partecipano anche i coreani, padroni incontrastati dell'enorme business del pachinko, sorta di flipper verticale che vomita - e ingurgita -migliaia di piccole sfere di piombo, che in caso di rara vincita possono essere convertite in contanti (oltre 20 mila esercizi in tutto il Paese, fatturato ufficiale di 300 miliardi di dollari, quattro volte l'intero export di autovetture) e la polizia, senza la cui benevolenza per non dire complicità non potrebbe funzionare. «Ci siamo capiti subito», spiega Li senza tanti problemi, «proprio mentre i nostri rispettivi governi si guardano in cagnesco, noi ci siamo messi d'accordo: la guerra non piace a nessuno e non fa fare quattrini. Meglio dividersi i compiti, cooperare e prosperare assieme». Il ragionamento non fa una piega: Kabukicho ha il più alto tasso di bordelli, koroshi-bako (bische clandestine dove si spennano i ricconi sprovveduti) e spacciatori per metro quadrato al mondo. La sua popolarità, anche in tempi di crisi, resiste perché tutto è organizzato, "oliato" e sicuro. Una pax mafiosa che oltre a giapponesi, cinesi e coreani, unisce e fa prosperare anche altre e meno organizzate minoranze: israeliani, brasiliani, nigeriani, iraniani. La pax mafiosa, che abbraccia cosche, istituzioni, alta finanza e "utilizzatori finali" è garantita, attualmente, da una "cupola" trasparente al cui centro c'è Tsukasa Shinobu, sesto oyabun (padrino) della Yamaguchi-gumi, la cosca più potente del paese, con oltre 7 mila dipendenti "fissi" e 20 mila "precari" che entrano ed escono a seconda del "mercato", uscito due anni fa dal carcere dove ha scontato sei anni per - incredibile ma vero - porto d'armi abusivo altrui. Già, perché tra le varie leggi adottate negli anni '90 dal governo, e che hanno solo lievemente scalfito il potere della Yakuza, ce n'è una che stabilisce non solo la responsabilità civile del boss di una cosca (che in Giappone sono legali: la polizia ne indica nel suo libro bianco 22 di serie A e 51 di serie B) per i danni causati dai suoi "dipendenti" (i mafiosi in Giappone sono regolarmente assunti) ma anche quella penale. Il tutto in un Paese dove non esiste il reato di associazione a delinquere e tanto meno di "stampo mafioso", le intercettazioni non sono consentite che in casi straordinari e dove non esiste un programma di immunità e protezione per eventuali "pentiti". Se in più si aggiunge il fatto che in Giappone vige la discrezionalità dell'azione penale si capisce perché, nonostante l'immagine di efficienza (il 98 per cento dei processi penali termina con una condanna), la lotta contro il crimine organizzato è più formale che sostanziale. Nel 2012, su 22 mila arresti, solo il 67 per cento degli indiziati è stato poi rinviato a giudizio (vent'anni fa era l'88 per cento) e per reati minori: disturbo della quiete pubblica, lesioni personali, guida in stato d'ebbrezza. Di qui la condanna di Tsukasa, che all'epoca, ammise non solo di aver acquistato due pistole (Beretta, che in Giappone sono le più richieste e sul mercato valgono oltre diecimila euro l'una) ma anche di averle date in dotazione ai suoi tirapiedi. Un vero samurai. Accolto come un eroe, all'uscita dal carcere. Ma molto umile: niente elicotteri, auto blindate, scorte vistose e violente: per tornare a casa, dal carcere, ha voluto prendere il treno, come la gente comune, salutando e inchinandosi, tra lo sconcerto delle guardie del corpo e delle autorità. Del resto le beghe delle cosche in Giappone non creano allarme sociale. Anzi. Un meeting della "cupola" - che si riunisce ogni mese a Kobe - affronta e risolve le questioni sul tappeto con grande efficacia. Le statistiche nazionali, del resto, parlano chiaro. La mafia giapponese ha provocato, negli ultimi 10 anni, appena 32 morti.

La Mafia Messicana. E' una sorta di manovalanza mafiosa. Iniziata negli anni '50 all'interno delle carceri con lo scopo di proteggere gli affiliati, è uscita dalle prigioni per riversarsi nelle strade degli Stati Uniti, dove controlla in parte il traffico di droga. Negli U.S.A. ha circa 300.000 affiliati, spesso tatuati per riconoscersi tra le diverse gang di appartenenza. In Messico le mafie dei narcotrafficanti (11 organizzazioni nel 2011, tra cui il cartello del Golfo, di Sinaloa, della Familia Michoacana, dei Los Zetas, di Juárez, dei Los Arellano, dei Beltran Leyva) hanno diversificato i ‘servizi’ offerti: non più solo commercio di droghe, ma sequestri di persona, estorsioni, protezioni ai commercianti, omicidi su commissione, tratta dei migranti. Con strutture dinamiche e mutevoli, disinvolte nelle strategie e nelle alleanze, così come nell’esercizio di una violenza efferata (oltre 34.000 omicidi tra il 2006 e il 2010), questi gruppi esercitano un penetrante condizionamento sulle istituzioni locali e nazionali, mettendo a serio rischio la democrazia, tanto da far parlare di narco-Stato.

La Mafia Colombiana. Il modello messicano ricorda i ben noti cartelli colombiani di Medellín, di Cali, di Pereira, della Costa e di Norte del Valle, oggi frantumati in decine di strutture di piccole-medie dimensioni (cartelitos) e in diverse formazioni paramilitari: Los Rastrojos, Los Macacos, la Oficina de Envigado, Los Paisas, Los Urabeños, Los Cuchillos e altre, specializzate soprattutto nel commercio delle droghe. Robuste le collusioni mafia-politica: dal 2008 al 2010 sono stati ben 77 i parlamentari incriminati perché collusi con narcos e paramilitari. Negli stessi anni, sono stati sequestrati ben 72 submarinos, i semisommergibili costruiti nella giungla per navigare lungo la costa del Pacifico e trasportare la cocaina negli Usa con l’intermediazione delle mafie messicane. Definito anche "Cartello della droga colombiano", è noto al mondo per il monopolio che detiene, da quasi un secolo ormai, sul traffico di droga, in particolare della cocaina, che trasportano in mezzo mondo attraverso i metodi più disparati, anche sommergibili. Opera in tutto il mondo, grazie anche a profonde infiltrazioni nella politica di alcuni Paesi corrotti. I tre cartelli più importanti della mafia colombiana sono il Cartello di Cali, il Cartello di Medellin (paese natale di Pablo Escobar) e quello di Norte del Valle. I cartelli mafiosi colombiani non si occupano solo di droga: sono stati anche coinvolti in rapimenti ed atti di terrorismo.

La Mafia Israeliana. Per quanto poco conosciuta rispetto alle altre mafie, la mafia israeliana ha il controllo del traffico di droga e della prostituzione in molti Paesi. E' nota per la sua spietatezza, non ci pensa due volte ad uccidere chiunque tenti di ostacolarla. Aiutata dalla mafia russa, quella israeliana è penetrata profondamente all'interno del tessuto politico americano, tanto che si fatica a sradicarla.

La Mafia Serba. Diffusa anch'essa in Europa e Stati Uniti, la mafia serba è coinvolta in diverse attività illecite quali traffico di droga, omicidi a pagamento, racket, gioco d'azzardo e rapine. All'interno delle organizzazioni criminali che compongono la mafia serba ci sono tre clan più potenti: Vozdovac, Surcin e Zemun, sotto i quali si trovano organizzazioni più piccole, per un totale di circa 30-40 associazioni mafiose. La mafia serba è stata particolarmente attiva durante le guerre yugoslave, durante le quali ottenne l'appoggio governativo grazie ad una vasta campagna di corruzione. Leader nel traffico internazionale di cocaina, la mafia serba, talvolta associata a quella montenegrina, ha "agenzie" negli Usa, in Sudafrica e nell’Europa occidentale. Si contano una trentina di gruppi nati dalla ‘frantumazione’ dei due nuclei originari guidati dai capi storici Surcin e Zemun. I serbi, grazie all’alleanza consolidata con i colombiani, sono diventati i principali fornitori della cocaina in Italia, Germania, Austria, Spagna e Regno Unito. Si dedicano anche al traffico di armi, di clandestini, di sigarette e alla falsificazione di denaro. Ciascun gruppo (una decina di persone) ha una rigida gerarchia ed è capace di spostarsi rapidamente, alla bisogna, in altra città o paese. Particolarmente violenta, la mafia rumena, in contatto con italiani, albanesi, ucraini e moldavi, si occupa di tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione, traffico di stupefacenti, rapine e furti, in particolare con clonazione di carte elettroniche.

La Mafia Albanese. La mafia albanese è un insieme di organizzazioni criminali con sede in Albania, attive in Europa e negli Stati Uniti soprattutto nel commercio sessuale e nel traffico di droga. Sono tra le mafie più violente in assoluto, soprattutto se motivati da vendetta. Non sempre questi gruppi criminali sono organizzati tra di loro, anzi, molto spesso tendono a farsi concorrenza, o a scatenare vere e proprie guerre interne. Si sa davvero poco sulle organizzazioni criminali albanesi, data la difficoltà nel riuscire a penetrarvi. Si sa per certo, però, che molti dei traffici illeciti che provengono dell'Est europeo passano per l'Albania, e sono diretti dalla mafia albanese o serba. In Albania, la "Mafia delle Aquile" domina l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione e il traffico degli stupefacenti, utilizzando basi consolidate in Montenegro, Croazia, Slovenia, Serbia e Kosovo. Ha rapporti con omologhi sodalizi attivi nei paesi europei più ricchi. L’appartenenza dei componenti allo stesso nucleo familiare e territoriale, con un unico capo supremo, regole rigide e il ricorso all’omicidio a scopo punitivo, la rendono simile alla ’ndrangheta.

La Mafia Giamaicana. Gli Yardies, immigrati giamaicani giunti nel Regno Unito negli anni '50 nella speranza di migliorare le loro condizioni di vita, sono un'associazione mafiosa che generalmente si riunisce in bande violente che generano profitti tramite il traffico di droga o omicidi su commissione. Non hanno mai provato ad infiltrarsi all'interno di organizzazioni di polizia, e dato che commettono frequentemente crimini che vedono coinvolte armi da fuoco sono spesso rintracciabili e perseguibili, vista la severità con cui vengono trattati i crimini violenti in Gran Bretagna.

La Mafia nigeriana. Anch’essa considerata tra le meno violente, è tuttavia una delle più potenti ed estese, con varie comunità sparse nel mondo, grazie alla sua struttura reticolare, favorita da vincoli tribali e omertosi. Spesso usa come copertura "innocue" associazioni culturali di immigrati o confraternite universitarie, note come "gruppi cultisti", di etnia Bini o Igbo, organizzate dai giovani dell’élite dirigenziale nigeriana, responsabili di omicidi e reati predatori. A partire dal suo radicamento nel paese d’origine, afflitto dagli scontri tra gruppi integralisti islamici e cristiani, tra militari e criminali nella regione petrolifera del Delta, la mafia nigeriana costituisce un’ulteriore minaccia per l’intera regione africana.

QUELLA MAFIA CHE SI FA FINTA DI NON VEDERE. LA MAFIA NIGERIANA.

Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia, scrive Andrea Sparaciari il 16/8/2017 su "it.businessinsider.com". Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016. Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza. “Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella relazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”. L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano “importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche. A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nella regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”. Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer. Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande). Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete. Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo. Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc. In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti. Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà. E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster. Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.  A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi. Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium. Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento. Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali. Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano. L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”. Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”. Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita. Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia. Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

Meluzzi: la mafia nigeriana ha assunto il controllo militare del territorio, scrive giovedì 15 novembre 2018 "Imola Oggi". Le cifre pazzesche sui reati compiuti dagli immigrati, Meluzzi: “Basta negazionismo”. “Gli immigrati delinquono di più rispetto al resto della popolazione, sei volte di più. Sette volte di più nei reati sessuali. Incredibile la mafia nigeriana”. Alessandro Meluzzi riporta i dati sulla delinquenza in Italia riferita agli stranieri: “Sono un pericolo enorme e non ci deve essere negazionismo e nessun velo di omertà”. Lo aveva già detto anche il governatore della Campania.

Pd, De Luca: “bande di nigeriani hanno occupato militarmente i territori”, scrive martedì 11 settembre 2018 "Imola Oggi". Vincenzo De Luca contro il suo stesso partito: “C’è un problema di cui il Pd non parla mai. Ci sono zone del paese dove bande di nigeriani hanno occupato militarmente i territori”. Finalmente qualcuno a sinistra inizia a svegliarsi?

La mafia nigeriana in Italia: eroina gialla, prostituzione ed elemosina. Li chiamano «cult», dominano il racket da Torino a Palermo. I legami con i clan di Ballarò. La sottovalutazione di un fenomeno preoccupante e diffuso sul territorio, scrive Goffredo Buccini il 21 ottobre 2018 su "Il Corriere della Sera". Non sarà ancora controllo del territorio. Ma l’agguato dello scorso settembre ai giardini Alimonda di Torino contro due poliziotti antidroga circondati e pestati da una trentina di spacciatori africani ci va molto vicino. Siamo tra Aurora e Barriera di Milano, accanto a quel corso Giulio Cesare così multietnico che gli ultimi bottegai locali espongono in vetrina il cartello «negozio italiano». La mafia nigeriana comanda qui: e non solo qui.

Cult. «Ho fatto tre informative a tre procure diverse, Roma, Bologna e Palermo, interessate al fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio in tutta Italia e tutta Europa», ha detto alla Commissione parlamentare sulle periferie il commissario della municipale Fabrizio Lotito, che ha lavorato con la procura torinese. Gerarchia, riti d’iniziazione, cosche chiamate «cult»: «Torino è la città con il maggior numero di immigrati nigeriani, a ruota segue l’Emilia Romagna. Le nostre indagini su questo fenomeno mafioso vedono come attori principali i “cult” nigeriani, nati nelle università nigeriane degli anni Sessanta, poi evolutisi fuori e giunti anche in Italia: hanno struttura verticistica e dalle indagini abbiamo potuto ascrivere il 416 bis, l’associazione mafiosa».

Le vittime. Black Axe, Maphite, Supreme Eiye Confraternity, Ayee sono nomi di «cult» che riempiono ormai da anni le nostre cronache; collegandoli come puntini su un foglio mostrerebbero forse un disegno più ampio, imbarazzante per un malinteso senso di correttezza politica: dibattere pubblicamente sui mafiosi nigeriani offre argomenti ai razzisti nostrani? È vero il contrario, perché le prime vittime dei «don» (i capi cultisti) sono ragazze nigeriane vendute come schiave sulla Domiziana e giovani nigeriani (i «baseball cap») ridotti a elemosinare davanti ai bar di Roma o di Milano per ripagare debiti di famiglia contratti in Nigeria.

Traffici milionari. Da Nord a Sud d’Italia s’avanza così la quinta mafia (dopo Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona pugliese) con i suoi traffici milionari di cocaina dalla Colombia al Canada, la nuova eroina «gialla» spacciata nel nostro Nord-Est e i capi dei capi da sempre insediati a Benin City, che resta la casa madre e sta ai «cult» come San Luca sta alle ‘ndrine. Tecnici e puristi diranno che le mafie da noi sono troppe per farne una classifica, dalla russa all’albanese, dalla cinese alla multiforme mafia romana. Proprio il commissario Lotito lamenta inoltre che la mafia nigeriana sia vista «più come un problema di ordine pubblico». Un errore di valutazione, perché nessuna nuova mafia ha la sua pervasività: mille affiliati stimati in Italia (su circa 93 mila nigeriani immigrati), almeno venti città (Torino e Bologna in testa) e dieci regioni coinvolte nella sua rete che conta in giro per il mondo trentamila affiliati in quaranta Stati.

Da Benin City a Palermo. In Italia i mafiosi nigeriani hanno imparato a muoversi strategicamente. Famosa è un’intercettazione in carcere tra due mafiosi del clan Di Giacomo sui boss di Ballarò, centro di Palermo. «Lì ci sono i turchi» (intendendo persone di colore). «Quali?». «I nigeriani... ma sono rispettosi e poi...immagazzinano» (frase che per gli investigatori avrebbe un senso preciso: i «rispettosi» nigeriani di Black Axe detengono grandi partite di droga in accordo con Cosa Nostra). Al Sud dove le mafie autoctone mantengono il controllo militare, la mafia venuta da Benin City cerca patti, come a Ballarò. Al Nord picchia duro: nel 2017, su 12.387 reati firmati dalla criminalità nigeriana (un quinto di quelli commessi da tutti gli stranieri da noi), 8.594 avvengono al Nord, 1.675 al Centro, 1.434 al Sud, 684 nelle Isole.

«Non hanno rispetto per la vita». Torino è teatro dell’operazione Athenaeum dei carabinieri che fotografa il legame tra Maphite e Eiye. Giovanni Falconieri sul Corriere di Torino ha raccontato di un pentito che descrive i Maphite in termini sconvolgenti: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». Il tema degli sbarchi inquinati dalla mafia di Benin City ormai emerge. Il giudice torinese Stefano Sala, in quasi 700 pagine di ordinanza, motiva le sentenze su 21 membri di Eiye e Maphite, e accende un faro: «I moduli operativi delle associazioni criminali nigeriane sono stati trasferiti in Italia in coincidenza con i flussi migratori massivi cui assistiamo in questi anni» (...), «tra gli immigrati appena sbarcati vengono reclutati i corrieri che ingoiano cocaina».

Lo stipendio dei capi. Un «don», il capo della struttura locale, può ricevere uno stipendio di 35 mila euro ogni tre mesi. L’entità territoriale minore è la «zona», crescendo si sale al «temple» fino al «murder temple» di Benin City dove si elabora la strategia politica. Sembrano i primi verbali di Buscetta risciacquati nella globalizzazione. Se Torino è la nostra città più permeata dalla migrazione nigeriana, Bologna è considerata «la capitale» del cultismo, lo spaccio nella centrale Bolognina e nelle periferie è da anni in mano ai Black Axe. Ma le ordinanze che si moltiplicano, con le operazioni di carabinieri e polizia, descrivono un’onda assai più lunga: Black Axe, a Palermo, 2016, sul gruppo di Ballarò; Aquile Nere, Caserta, stesso anno. Cults, a Roma, 2014. Niger, Torino 2005. Ancora Black Axe, Castello di Cisterna, Napoli, 2011.

Le schiave. «Noi siamo nate morte», raccontano le schiave nigeriane della Domiziana al sociologo Leonardo Palmisano in un libro prossimo all’uscita, «Ascia Nera». Sono «asce nere», «black axe», i mafiosi che promettono la morte a Palmisano, troppo ostinato nell’indagarne i traffici. I ragazzi venuti da Benin City si sentono ormai abbastanza forti per quest’ultimo, minaccioso passo. Molta acqua è passata da questo allarme del 2011: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete... riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». Non il delirio di un balordo xenofobo ma l’informativa dell’ambasciatore nigeriano a Roma.

Mafia nigeriana, iniziazione segreta e violenza: a Palermo parla il “Buscetta nero”. Su FqMillenniuM in edicola. Il mensile in edicola da sabato 10 novembre pubblica in esclusiva le confessioni di Austine Johnbull, già membro del Black Axe, il più potente fra i “culti” criminali nigeriani, che ha svelato ai pm di Palermo riti di affiliazione, guerre fra gang e affari illeciti: "In Italia tregua tra i clan per evitare le indagini", scrive Giuseppe Pipitone il 9 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Sette candele a terra, per disegnare una bara. Un tempio con al centro un’ascia e una coppa colma di liquido – una bevanda a base di droghe come erba, noce di cola, foglia di zobo, pepe di alligatore, panadol – che sarà bevuto, al cospetto del Priest, dai cosiddetti ignoranti. “Sono quelli che aspirano a essere affiliati. Vengono picchiati da quattro saggi che li frustano con il keboko, mentre percorrono in ginocchio un tragitto chiamato Slave Trade”, la tratta degli schiavi. Non è l’iniziazione a una loggia massonica. È il rito di affiliazione della mafia nigeriana. Un rituale antico ma che si ripete continuamente, in gran segreto. E non solo in Africa. A raccontare questo, come tanto altro, è Austine Johnbull: ed è il primo pentito della mafia nigeriana, in Italia. Ha iniziato a collaborare con il pm di Palermo Gaspare Spedale alla fine del 2016: da allora ha riempito centinaia di pagine di verbali, che il nuovo Fq MillenniuM pubblica in esclusiva. Ha fatto nomi e cognomi. Ha indicato gli infami. Ha detto chi sono i capi e i sottocapi. Ha ricostruito riti d’affiliazione quasi mistici e più concreti affari di droga. Ha confessato di aver giurato sul suo stesso sangue, quello delle mani, che gli hanno inciso da palmo a palmo. “Se qualcuno nega le mie affermazioni, io posso guardargli le mani: se ha una linea, come la mia, sta mentendo”. “Non voglio più essere contro lo Stato ed è meglio collaborare”: sono le prime parole pronunciate da quello che è diventato a tutti gli effetti il Tommaso Buscetta nero. Per spiegare l’importanza delle sue dichiarazioni – che hanno portato alle prime condanne emesse a Palermo per una mafia straniera – i giudici citano la descrizione che Giovanni Falcone fece del boss dei due mondi: “Un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti”. Buscetta ha confermato l’esistenza di Cosa nostra, la sua composizione e il suo coinvolgimento dietro a mattanze e omicidi eccellenti. Johnbull ha spiegato che pestaggi e assassinii tra i suoi connazionali sono qualcosa di diverso da semplici risse finite male. Ha svelato che dalla Nigeria si sta espandendo in tutto il mondo una nuova mafia. Anzi più di una: c’è l’odiata Supreme Eiye , l’organizzazione più antica e più numerosa. Ci sono i Vikings. E poi c’è quella a cui apparteneva Johnbull: Black Axe, l’ascia nera, la più potente e pericolosa. “Per ognuno dei nostri che ammazzano, ci vendichiamo uccidendone 10-15 degli altri. Se ne assassinano uno in Nigeria, poi, è guerra totale”. Per gli investigatori, si tratta di un’organizzazione “di tipo massonico e anche mafioso”, strutturata come “uno Stato confederato con ramificazioni in tutto il mondo”. Se agli inizi del Novecento Cosa Nostra e ’ndranghetasono sbarcate negli Stati Uniti seguendo l’espansione di siciliani e calabresi, oggi anche la mafia nigeriana ha esteso i suoi tentacoli negli altri continenti parallelamente ai flussi migratori. In Italia la Black Axe è presente da prima che Johnbull – nome in codice Ewosa, 34 anni – arrivasse da Benin City nel 2009. Ma in quegli anni dalla Nigeria era arrivato l’ordine di mettere “in sonno” l’organizzazione. Dopo le prime condanne emesse nel capoluogo piemontese a seguito di una serie di regolamenti di conti tra Black Axe ed Eye, “il presidente internazionale di Black Axe ha detto – racconta Johnbull – che quello che è successo al Nord, a Torino, a Padova, negli anni 2005-2006, non deve più esistere”. Questo almeno fino al 2010, quando entra in scena Sixco, nome di battaglia di Osalumaghal Uwagboe. Per Johnbull è lui il “Capo dei capi” della mafia nigeriana. Ed è lui che riorganizza Black Axe in Italia. È il 7 luglio 2013: a Verona, Sixco convoca la festa nazionale dell’organizzazione. “Lì c’era gente che arrivava da tutte le città”, dice il pentito. E a quel punto inizia la liturgia. Gli aspiranti Black Axe vengono picchiati, feriti, umiliati con uno sputo in faccia prima di presentarsi al cospetto del “Capo dei capi”. Ora non sono più uomini come gli altri: sono mafiosi, mafiosi nigeriani. Nel Paese inventore delle mafie.

Mafia nigeriana, “in patria protetta dal governo. E i politici la usano per battere gli avversari alle elezioni”. Il racconto del reporter Eric Dumo, autore di diverse inchieste sui "culti" che dal Paese africano stanno diventando protagonisti del crimine globale. L'Italia fra gli snodi più importanti: su Fq Millennium ora in edicola, in esclusiva i verbali resi ai pm di Palermo dal primo pentito dei Black Axe, uno dei gruppi più potenti e sanguinari, scrive Mario Portanova il 17 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". La mafia nigeriana si espande in Italia, come racconta ai pm di Palermo il pentito Austine Johnbull, i cui verbali sono pubblicati in esclusiva su Fq Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez, attualmente in edicola. Ma come operano le gang, detti “culti” dalle loro origini nelle università della Nigeria negli anni Settanta, in patria e nel resto del mondo, dove secondo l’Fbi sono presenti in ottanta paesi e stanno diventando sempre più centrali, specie nel traffico di droga? Lo abbiamo chiesto a Eric Dumo, pluripremiato reporter di The Punch, uno dei più importanti quotidiani della Nigeria, e autore di diverse inchieste sul tema.

In Nigeria tutti i culti sono coinvolti in attività criminali?

«Nei tempi più recenti, molti di loro sì. Per esempio, ci sono politici che li ingaggiano per attaccare gli avversari, specialmente in occasione delle elezioni per le cariche più importanti, locali e federali. Oggi queste gang operano in quasi ogni angolo delle più importanti città nigeriane, dove reclutano ragazzi e ragazze con intimidazioni e minacce».

Per fare cosa?

«Oltre a spaccio di droga, prostituzione e frodi finanziarie di ogni genere, molte di queste gang si dedicano alle rapine a mano armata, per accumulare denaro per finanziare le loro attività illecite e il loro stile di vita. Negli ultimi tempi si registrano coinvolgimenti nel land grabbing e nei sequestri di persona.

La cosiddetta mafia nigeriana è originaria di qualche area specifica del Paese?

«In passato, i culti operavano principalmente nei campus universitari, ma negli ultimi anni si sono rovesciati sulle strade, inquinando comunità un tempo serene e pacifiche. Oggi i culti sono ovunque in Nigeria, anche se con grado di diffusione e modalità operative diverse».

Quali sono i più importanti?

«A parte i Black Axe e gli Eiye (due culti presenti in Italia e già colpiti da condanne per associazione mafiosa, ndr), a livello nazionale ci sono i Buccaneers e i Pirate. Poi esistono dozzine di gang regionali e locali in tutto il Paese. Nel Delta del Niger, per esempio, ci sono culti come Dey Bam, Dey Well, Highlanders e una moltitudine di gruppi pericolosi e spietati».

Che cosa ci può dire di Black Axe e Eiye? Dove sono presenti, in Nigeria e all’estero? Si conoscono i nomi dei loro boss? E quali sono le loro principali attività criminali?

«I Black Axe sono noti per le rapine a mano armata mentre gli Eiye sono più coinvolti in estorsioni e nella criminalità politica. I primi hanno una maggiore diffusione nazionale, mentre gli Eiye hanno la loro roccaforte nel Sudovest della Nigeria, l’area di Lagos, Ogun, Ondo, Oyo, Ekiti e Osun. In ogni comunità, questi gruppi hanno leader altrettanto spietati dei loro “coordinatiori” a livello statale e federale. E’ difficile citare nomi specifici di questi leader, perché cambiano nel tempo».

Queste gang si combattono o cooperano, in Nigeria e all’estero?

«Per lo più si comportano da rivali e si massacrano a vicenda per ogni minima provocazione, ma in certe occasioni collaborano per raggiungere obiettivi comuni. Per esempio, i politici ingaggiano più culti in determinate comunità per manipolare e vincere le elezioni. Offrono loro enormi somme di denaro per essere sicuri che siano tutti sufficientemente soddisfatti per raggiungere l’obiettivo. A parte queste e altre rare occasioni, per lo più i culti non collaborano fra loro».

L’Fbi dice che i culti sono presenti in 80 Paesi del mondo. Secondo i risultati delle sue inchieste, dove sono più forti, e in quali business criminali?

«Penso che fuori dalla Nigeria la loro presenza sia particolarmente forte in Malaysia, Sudafrica, Italia, Spagna, Regno Unito, India e Brasile. In tutti questi Paesi sono attivi nello spaccio di droga e nel traffico di esseri umani. Sono divenuti così spietati che persino la criminalità locale in questi Paesi ha paura di loro. Ormai sono quasi ovunque e terrorizzano cittadini innocenti, in particolare i connazionali nigeriani emigrati che rifiutano di sottomettersi».

Che ruolo hanno i culti nel traffico internazionali di droga? Collaborano con altre grandi organizzazioni criminali?

«Le indagini di Interpol e Fbi hanno dimostrato che non agiscono da sole, ma hanno più alleati in altre parti del mondo, con cui collaborano».

Pensa che la diffusione globale di Culti sia collegato alle ondate migratorie dei nigeriani – naturalmente per la massima parte incolpevoli – come è accaduto in passato per le mafie italiane, per esempio Cosa nostra negli Stati Uniti?

«Sì, il vasto movimento di nigeriani verso altri Paesi del mondo, risultato del sottosviluppo in patria, ha contribuito in modo significativo alla crescita di queste gang nel mondo. Nel disperato tentativo di sfuggire alla povertà, ma anche per espandere il loro raggio d’azione, i membri delle gang si aiutano l’un l’altro a emigrare in Paesi come l’Italia, la Spagna, il Brasile, la Malaysia e altri, per aprire una nuova pagina delle loro carriere criminali. La promessa di una vita migliore e di una ricchezza facile in Europa e in America continua a spingere questo tipo di flussi, che aggiungono problemi a problemi».

I culti sono adeguatamente perseguiti in Nigeria, o godono di appoggi?

«Possono contare su alti personaggi a livello di governo, che li sostengono sistematicamente. Grazie a questo supporto, riescono a sfuggire alle indagini e a evitare le pene più severe in caso di arresto. Possono contare su sostegni anche nella diaspora, il che rende più difficile per le autorità locali contrastare la reale minaccia che rappresentano».

Per quanto ne sa, i culti nigeriani si dedicano anche ad attività lecite? Che cosa si sa su come ripuliscono il denaro sporco?

«Di fatto, solo pochi membri delle gang hanno trovato modi di avviare attività economiche lecite  e di ottenere mezzi di sopravvivenza ufficiali, comunque nella maggior parte dei casi le risorse impiegate provenivano da denaro sporco. Molti creano piuttosto semplici attività di copertura mentre continuano a guadagnare da rapimenti, spaccio, frodi e criminalità politica, per sopravvivere e per mantenere il loro sontuoso stile di vita».

"La mia Castel Volturno preda della mafia nera Lo Stato non esiste più". Il sindaco: «Paese in balìa di Casalesi e nigeriani. Arriva Minniti, mi appello a lui», scrive Nino Materi, Domenica 18/02/2018, su "Il Giornale". Dimitri Russo, 47 anni, sindaco di Castel Volturno (Caserta), ha la faccia simpatica di un dj. La sua «musica» però ha il ritmo della passione politica, quella disinteressata dell'impegno sociale. Merce rara, soprattutto in un territorio dove lo Stato sembra aver deposto non solo le armi, ma anche la bandiera bianca con cui pare essersi arreso al dominio della mafia «bianca» dei clan dei casalesi e a quella «nera» della mafia nigeriana; «sembra» e «pare», verbi che lasciano però un filo di speranza. Del resto, il futuro, a Castel Volturno, non può essere peggio del passato. O del presente.

Sindaco Russo, martedì arriverà il ministro dell'Interno, Marco Minniti. Cosa gli dirà?

«Che a Castel Volturno non si può più andare avanti così».

«Così» come?

«Con una percentuale di migranti che supera qualsiasi livello di tolleranza».

Quanti sono?

«Circa 15mila. Su una popolazione residente di poco superiore ai 25mila».

Irregolari?

«La maggior parte».

Problemi di ordine pubblico?

«Criminalità record».

La storia di Castel Volturno in passato è stata macchiata da clamorosi fatti di sangue, da stragi, da scontri di mafie tra casalesi e africani».

«La violenza è sempre pronta a esplodere».

Lei ne sa qualcosa, di recente è stato schiaffeggiato con l'accusa di essere il «sindaco dei neri».

«Io sono solo il sindaco delle persone oneste».

Ma di «onestà» nel suo paese ce n'è poca.

«Invece ce n'è tanta».

Però stenta a venir fuori.

«Perché c'è paura».

Paura della mafia?

«La nostra e la loro».

La «loro», di chi?

«Dei nigeriani. Che si sono impossessati delle centinaia di villette abbandonate lungo il litorale domizio».

Come hanno fatto a occupare centinaia di case?

«Hanno sfondato le porte e sono entrati. Poi le hanno depredate sistematicamente. Ora fanno da basi operative del mercato di droga e prostituzione».

Castel Volturno è ostaggio di questa gente?

«In piazza si vedono pochissime persone di colore. Il Comune è come se fosse diviso in due: in paese gli italiani, in periferia gli africani».

Ghetti fuori dal controllo dello Stato?

«Lì c'è uno Stato parallelo. Fatto di degrado e illegalità».

«È la bomba sociale evocata di recente da Berlusconi.

«Tutto mi separa da Berlusconi, ma su questo aspetto ha ragione. E magari si trattasse solo di bomba sociale...».

Perché, c'è di peggio?

«Sì, esiste il rischio anche di una bomba sanitaria».

Motivo?

«Tra i migranti si registrano molti casi di tubercolosi, malaria e Aids. Ma nella comunità africana ci si cura con metodi tribali. Lungo il litorale non esistono fogne e l'inquinamento ambientale è un incubo».

Ci vorrebbero ingenti opere infrastrutturali.

«Il governo ha proposto investimenti. Al ministro Minniti chiederò che gli impegni vengano rispettati».

C'è bisogno di sicurezza.

«Più forze dell'ordine e maggiore prevenzione».

Senza dimenticare i finanziamenti.

«Le casse del Comune sono a secco. Da settimane abbiamo in ospedale un feto partorito e abbandonato da una mamma africana. Vorremmo garantirgli una onorevole sepoltura. Ma non abbiamo neppure i soldi per il funerale».

È terribile.

«Lo so».

Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia, scrive Andrea Sparaciari il 16/8/2017 su "it.businessinsider.com". Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016. Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza. “Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella relazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”. L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano “importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche. A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nella regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”. Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer. Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande). Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete. Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo. Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc. In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti. Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà. E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster. Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.  A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi. Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium. Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento. Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali. Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano. L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”. Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”. Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita. Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia. Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

Hawala, ecco come fanno lavoratori stranieri, scafisti e terroristi a trasferire soldi senza lasciare tracce, scrivono Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero su "IRPI" riportato il 22 dicembre 2017 su "it.businessinsider.com". Firenze, via Palazzuolo 172 rosso. La Cattedrale di Santa Maria del Fiore dista 15 minuti a piedi. La Stazione di Santa Maria Novella cinque. Il civico corrisponde ad un palazzo anonimo, incastonato tra le case ammassate l’una sull’altra in questa stretta via del centro fiorentino. Su Google, chi cerca “via Palazzuolo 172” trova un nome, Abdalla Osman Hassan, e un negozio, Ilays Money Service. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Firenze, era una banca clandestina che tra il primo gennaio e il 3 ottobre 2017 ha mosso oltre 400 mila euro. Soldi fuori da ogni radar della Banca d’Italia, che si muovono senza lasciare traccia, come fossero contanti. Ilays Money Service appariva come un semplice money transfer, ma dietro questa facciata nascondeva un sistema di passaggio di denaro parallelo. Il cosiddetto hawala. Hawala in arabo significa “trasferimento” o più spesso “fiducia”, che poi è anche la traduzione di “trust”, che da dizionario economico Treccani è un’ “istituto giuridico caratteristico del diritto anglosassone che consente di dar vita a un fondo con patrimonio autonomo, amministrato da un fiduciario”. In soldoni, rappresenta lo strumento previsto dalla legge che scherma le ricchezze offshore di tutto il mondo. Gli hawala, invece, sono quelli illegali per chi non ha santi nei paradisi fiscali. Strumenti finanziari che hanno una storia millenaria, con i quali si fa riciclaggio ed evasione spesso di piccolo cabotaggio, ma che complessivamente raggiungono cifre difficili persino da immaginare. Hawala è diventato, negli anni, il nome con cui si definiscono tutti i “circuiti informali” attraverso cui soprattutto le comunità straniere portano i propri soldi fuori dall’Italia. Rimesse che dalle autorità italiane non vengono né tassate, né controllate: passano di mano in mano in una lunga catena che si basa proprio sulla fiducia. Il tasso di cambio e la commissione vengono pattuiti tra il “banchiere”, l’hawaladar, e il cliente. Il sistema ha tanti altri nomi con cui viene definito, a seconda delle aree geografiche: chiti o hundi nel subcontinente indiano, Stash-House nelle Americhe, Chop Shop in Cina. In pratica, gli hawala “sono una cambiale, un pagherò, un assegno”, spiega Giovambattista Palumbo, presidente di Eurispes e grande esperto del sistema. “I ‘banchieri’ hawala, che si occupano di raccogliere e trasferire all’estero le risorse finanziarie, esercitano spesso attività commerciali legali (cambia-valute, negozianti, commercianti, agenti di viaggio, orefici) e godono di molta fiducia e rispetto nell’ambito delle rispettive comunità”, aggiunge Palumbo. “La loro attività consiste nel garantire il trasferimento delle somme di denaro derivanti dai profitti, leciti ed illeciti (spesso derivanti da lavoro nero o evasione fiscale), ottenuti dai membri della comunità”. Gli hawaladar sono bottegai della finanza, “broker” da strada la cui attività è prevista anche negli ahadith, libri che interpretano i versi del Corano. Esistono varie sfumature di hawala: il sistema può essere davvero l’unico modo per spedire denaro alla propria famiglia in Paesi dove lo Stato non esiste, oppure un perfetto sistema di riciclaggio ed evasione per milioni di euro, sfruttato anche da organizzazioni terroristiche e criminali. Il passaggio di denaro via hawala appare identico a quello di un money transfer. Quest’ultimo funziona così: un cliente va allo sportello e deposita la cifra di denaro da inviare in un altro Paese. L’operatore consegna al cliente un codice, che a sua volta lo manderà al destinatario finale. Quest’ultimo andrà nel giro di 48 ore in un’agenzia della stessa catena di money transfer con in mano il codice e ritirerà la somma di denaro. La differenza per gli hawala sta tutta in chi muove i soldi e nella commissione applicata. L’hawala è decisamente più conveniente. Gli hawaladar, i banchieri, sono persone con tanto denaro a disposizione sulle quali trasferire il proprio debito. Sono loro che anticipano e che fanno circolare soldi. Anticipano il denaro per conto di altri: i debiti e i crediti tra hawaladar, quello dal Paese di partenza del denaro e quello di arrivo, verranno saldati in un secondo tempo, a seguito di centinaia di operazioni. La fiducia, come sempre, è la base millenaria su cui si poggia questo sistema. L’inchiesta fiorentina è arrivata all’esercizio commerciale di Abdalla Osman Hassan da un vecchio camion militare. Il mezzo era stato spedito dalla Toscana alla Somalia aggirando l’embargo che impedisce la vendita di materiale militare nel Paese. Camion simili vengono riempiti di esplosivo e usati come autobombe: l’ultima del 14 ottobre ha ucciso circa 230 persone a Mogadiscio. Il sistema è noto all’Europol come fonte di approvvigionamento di gruppi terroristici almeno dai tempi della prima Al Qaeda guidata da Osama Bin Laden. Più di recente, Chérif Kouachi, attentatore che insieme al fratello ha compiuto la strage alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio 2015, ha ammesso di aver ricevuto attraverso questo sistema 20mila euro dal gruppo di Al Qaeda nello Yemen. L’hawala è poi il sistema usato dai trafficanti di esseri umani per farsi pagare dai migranti che attraversano l’Africa, si imbarcano verso l’Italia e dalla nostra penisola si spostano in tutta Europa. A maggio un’importante operazione della Squadra mobile di Bari ha colpito la rete criminale intorno a Hussein Ismail Olahye, somalo classe 1984 che aveva costruito a partire dal suo money transfer Juba Express un’organizzazione che comprava permessi di soggiorno e titoli di viaggio falsi, pagava trafficanti di uomini, corrompeva ufficiali dell’anagrafe e poliziotti alla frontiera, gestiva spostamenti e pernottamenti tra Somalia, Italia, Germania, Svizzera e Svezia. La sua rete era il punto di riferimento per i somali che desideravano arrivare illegalmente in Italia o da qui spostarsi verso un altro paese europeo. In due anni e mezzo, gli inquirenti hanno individuato spostamenti di denaro per 9 milioni di euro. L’organizzazione aveva anche aiutato, nel luglio 2016, due estremisti siriani entrati in Italia via Malta, già condannati per associazione finalizzata al terrorismo in primo grado dal Tribunale di Brescia. Dal 2007 al 2010, secondo le operazioni Cian Liù, Cian Ba 2011 e Cian Ba 2012 condotte tra Prato e Firenze dalla Guardia di finanza fiorentina sono stati mossi attraverso gli hawala cinesi oltre 4,5 miliardi di euro dall’Italia alla Cina. Spesso frutto di lavoro nero. Le operazioni hanno prodotto 24 arresti e 581 denunce. A febbraio 2017, la filiale di Milano della Bank of China ha patteggiato 600 mila euro di multa: la banca era finita sotto inchiesta per riciclaggio. Nel periodo in esame, aveva ricevuto da un money transfer illegale 2,2 miliardi di euro, per i quali aveva ricevuto 758 mila euro in commissioni. Trasferimenti arrivati poi in Cina, senza che fosse possibile stabilire la reale provenienza. Quattro erano i dirigenti sotto inchiesta, accusati di aver omesso il controllo e frazionato le tranche in pagamenti da 1.999 euro, uno sotto alla soglia massima consentita dalla legge. Mai, fino ad oggi, era stato toccato un patrimonio tanto vasto mosso attraverso gli hawala.

La Mafia turca. Essa controlla gran parte del traffico di eroina (e di persone) che giunge in Europa dall’Afghanistan. Si tratta di una miriade di gruppi relativamente ridotti e autonomi, non verticistici, per lo più con membri appartenenti a un’unica struttura familiare. Infatti, si parla di "famiglie" (o "clan"), alcune delle quali sono curde e, a volte, perseguono finalità terroristiche.

Lo Stato nemico dei briganti e amico dei mafiosi, scrive il 20 giugno 2018 su "La Repubblica" Enzo Ciconte, Storico. Perché il Regno d’Italia, nato a seguito dell’impresa di Garibaldi e dei suoi Mille, sin dall’inizio sceglie il quieto vivere, la convivenza, la coabitazione con camorra e mafia – che altro non sono che gruppi di uomini che si organizzano e decidono di agire contro le leggi usando la violenza per ottenere potere e ricchezza – mentre invece combatte i briganti fino alla loro sconfitta finale? È una scelta precisa: lo Stato combatte i briganti fino alla loro distruzione mentre per il fenomeno mafioso imbocca la strada opposta della tolleranza e della convivenza i cui effetti si prolungheranno fino ai nostri giorni. La scelta è fatta per assecondare i desideri della grande proprietà terriera meridionale che non accetta di venire incontro alle richieste dei contadini di avere almeno uno spicchio di terra delle immense distese di terreni demaniali usurpati con l’inganno dai galantuomini. Queste erano le terre richieste, mentre non c’erano rivendicazioni su quelle dell’aristocrazia il cui possesso legittimo non era posto in discussione. Ma la grande paura avvinse gli uni e gli altri preoccupati del fatto che, intaccate le proprietà degli usurpatori, si finisse col prendere di mira anche le altre proprietà. La conseguenza fu che tutte le richieste contadine furono respinte. E ciò alimentò il grande brigantaggio sociale che spinse alla macchia gran parte dei contadini che avendo occupato le terre temevano di finire in prigione. Nel fenomeno del brigantaggio, oltre ai criminali, ci furono anche coloro che sognavano il ritorno al potere della dinastia dei Borbone. Ma il brigantaggio di marca borbonica e clericale è durato un paio d’anni; s’è spento ben presto nell’illusione di far risorgere due regni – quello dei Borbone e quello del papa – che non sarebbero più tornati. Persino il generale Govone, uno degli ufficiali più noti di quel periodo, ha colto la radice sociale del fenomeno scrivendo che il brigantaggio era “una vendetta sociale la quale talora si applica con qualche giustizia”. I proprietari si sentirono minacciati dai briganti e protetti dai militari mentre i mafiosi erano visti, dagli stessi proprietari, come persone con le quali si poteva trattare e raggiungere un accordo. La lotta al brigantaggio è affidata con ampia delega ai militari che mostrano la loro inadeguatezza ad affrontare un nemico che usa i metodi della guerriglia invece che quelli insegnati nelle accademie militari più prestigiose e moderne. La carica in terreno aperto era un sogno irrealizzabile e le bande brigantesche erano favorite perché conoscevano i posti, i boschi e gli anfratti delle montagne. Il potere affidato ai militari ha determinato nei fatti la supremazia sulle autorità civili, prefetti e magistratura compresa. Hanno origine ben presto conflitti tra apparati dello Stato che si manifestano nei primi anni del nuovo Regno e che prelude ad altri, più impegnativi, conflitti. Durante il primo decennio della destra storica si sospendono le garanzie costituzionali per ragioni d’ordine pubblico. Non tutti erano d’accordo, ci furono discussioni e fondati dubbi sulla legalità dei provvedimenti che non vengono bloccati perché riguardano il Mezzogiorno; circostanza, questa, che rese la prima sperimentazione, che è una soluzione di forza, accettabile, o quasi. Eppure, nonostante un dispiegamento impressionante di militari, gli stati d’assedio e l’adozione di leggi eccezionali come la legge Pica, cresce e si rafforza la convinzione nei vertici militari – con l’avallo tacito o esplicito dei ministri e di qualche presidente del Consiglio – che per sconfiggere i briganti ci sia bisogno del terrore e di oltrepassare la stretta legalità adottando misure non consentite dalle leggi ordinarie. Nasce da questa convinzione l’idea che occorra dare mano libera ai militari che fucilano un numero enorme di persone, molte delle quali catturate senza armi in mano, arrestano i parenti dei briganti senza consegnarli alla magistratura, oppure uccidono i briganti mentre sono portati da un luogo ad un altro. Ci sono, inoltre, stragi e incendi dei paesi da parte delle truppe. S’introduce nella cultura dei militari – gran parte dei quali sono i parlamentari del nuovo Regno d’Italia – l’idea che i predecessori francesi e borbonici avevano messo in pratica: bisogna dare l’esempio e terrorizzare le popolazioni, fare stragi, bruciare paesi o case, arrestare tutti i parenti dei briganti per il solo fatto di essere parenti. Emergono una concezione e una cultura che s’impadroniscono della concreta azione dei militari, i quali non trovano ostacoli nel governo se non quando non se ne può proprio fare a meno. Questa è la ragione che spiega il fatto che nessuno degli ufficiali superiori, responsabili di stragi, di assassinii, di violazioni della legalità verrà mai punito. I vertici militari e i vertici governativi copriranno sempre chi ha commesso le violazioni. Dunque, nella lotta ai cafoni meridionali emergono i tratti illiberali e la mentalità coloniale di gruppi dirigenti che si definiscono liberali e che nella pratica sconfessano questa loro appartenenza. Un fatto è certo: la lotta, anzi la guerra vera e propria, intrapresa dai poteri costituiti contro banditi e briganti ha riguardato quasi sempre le classi subalterne, infime come vengono definite in alcuni documenti, i contadini affamati e senza terra, i poveri e i poverissimi, i braccianti senza lavoro, i soggetti più deboli. Per queste ragioni ci furono più guerre oltre a quella militare: una guerra civile che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud, una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre. Il brigantaggio è stato un fenomeno sociale e di classe che fu trasformato in un problema criminale. È stato un errore tragico che ha segnato la stessa formazione delle classi dirigenti meridionali ed italiane. In quegli anni di sfiducia profonda e di disprezzo verso i meridionali, sentimenti che aveva una parte della classe dirigente nazionale, si inviarono nel Mezzogiorno, oltre ai quadri dell’esercito e dei carabinieri, anche prefetti, questori, magistrati, personale amministrativo d’origine settentrionale perché solo loro avrebbero potuto risolvere i problemi della realtà meridionale, peraltro del tutto sconosciuta ai nuovi arrivati. Ma fu un’illusione che si rivelò sbagliata e dannosa. Il libro: “La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio”, Laterza

Le origini lontane della mafia. Da "Il Corriere della Sera del 5 ottobre 2000.

Caro Montanelli, I suoi libri di storia m'accompagnano da anni anche qui nel mio esilio in Spagna. Ora, però, debbo chiederle un aiuto, perché sono stanco di sentirmi sempre dire perfino dagli abitanti di questo Paese che, come italiano, sono un mafioso. Al contrario, io ricordo di avere letto alcuni suoi interventi sulle origini spagnole della mafia, ma non sono riuscito a risalirvi. Ha la pazienza (e il tempo) di aiutarmi? Giuseppe Garifo

Caro Garifo, No, ricorda male: io non posso aver scritto che le origini della mafia sono spagnole perché non lo penso. Su queste origini sono state scritte intere biblioteche. Secondo il mio amico Virgilio Titone, uno storico siciliano che, come spesso i siciliani, era un impasto di genialità e di follia, quelle origini sono piuttosto saracene e risalgono al 1200, quando l'esercito del grande imperatore Federico II - lo stupor mundi come veniva con ammirazione chiamato - ch’era appunto composto in stragrande maggioranza di saraceni, si dissolse nell’isola, e un po' per autodifesa, un po' per conservarvi qualche posizione di potere, vi costituì una società di mutuo soccorso: la mafia, appunto. È possibile, ma non ci giurerei. Come non giuro, intendiamoci, su nessuna delle altre innumerevoli teorie che sono state escogitate - ognuna con le sue brave «pezze d'appoggio» - da storici, sociologi, etnologi che a quest'argomento hanno dedicato i loro studi e la loro vita, e fra i quali non le consiglio di arruolarsi. Contentiamoci dunque di riassumere gli ultimi sviluppi della mafia, quelli che le hanno dato i caratteri attuali. Per secoli, i siciliani hanno lamentato l'assenza o l'inefficienza dei poteri centrali - arabi, normanni, spagnoli, francesi e, dall'Ottocento in poi, italiani - che si sono avvicendati sull’isola e che sempre hanno finito per lasciarli in balia dei signori feudali locali che monopolizzavano le ricchezze dell'isola, una ricchezza fatta soprattutto, anzi esclusivamente di terre. La mafia infatti (questo è accertato) ha origini agrarie, e trova i suoi fondatori in quel ceto medio, che sta fra il grande proprietario (il «barone») e il «servo» qual è considerato il contadino. Quest'elemento intermedio, che nell'Italia continentale si chiama «fattore», o «amministratore», è il «massaro», cioè il servo che, più evoluto e scaltro degli altri, diventa il «rappresentante» del barone, che alla vita di «fattoria» - come la si chiama in Toscana - preferisce quella di palazzo in città e vi consuma tutte le sue sostanze, mentre il «massaro» arrotonda le sue derubando il barone e rendendo ancor più esoso lo sfruttamento del servo. I massari sono certamente molto più efficienti dei vecchi signori e capiscono che per poterne ereditare i privilegi debbono avere dalla loro i poteri centrali, cioè quelli del governo: Giustizia, polizia, carabinieri, enti locali eccetera. Ecco la mafia «storica» quale io l'ho conosciuta una cinquantina di anni orsono nel suo ultimo grande capo, Don Calogero Vizzini (nei miei «Incontri» c'è di lui un mio ritratto che credo molto somigliante), ex massaro. La sua mafia, più che ai soldi, teneva al potere e aveva imparato a esercitarlo ricorrendo il meno possibile al sangue (non volle, per esempio, aver a che fare col bandito Salvatore Giuliano, e fu essa ad eliminarlo). A questo punto però avvenne qualcosa di traumatico. Fin allora, quando un mafioso s'inguaiava con la Giustizia, la mafia lo «esportava» in America, la cui mafia non era che una succursale o spurgo di quella siciliana. Dovendo però adattarsi a una società metropolitana, industrializzata e violenta, s'era trasformata in gangsterismo. Nel ’43, per prepararvi il loro sbarco, gli americani mandarono in Sicilia gli ex mafiosi siciliani. I quali non erano più i figli o i nipoti del «massaro», ma i figli e i nipoti del «padrino» di Puzo, col mitra in pugno e i miliardi in banca. È stata questa nuova mafia a fare piazza pulita di quella vecchia dei massari, che comunque, anche senza l'avvento dei «padrini» americani, avrebbe finito per prevalere in una società siciliana che sempre meno si basa sul desolato e giallastro latifondo baronale e sempre più somiglia a quella di una Las Vegas senza freni di tribunale e di pena di morte. Don Calogero fece appena in tempo a morire nel suo letto. Altrimenti ci avrebbero pensato i «corleonesi» di Totò Riina.

Il saggio. Esce in libreria il 6 dicembre il saggio di Salvatore Lupo «La mafia. Cento-sessant’anni di storia», edito da Donzelli (pagine XVI-416, euro 30). Nato a Siena nel 1951, lo storico Salvatore Lupo insegna nell’Università di Palermo.

Mafia, la storia delle origini. Salvatore Lupo (Donzelli) scrive sulle vicende di Cosa nostra dal XIX secolo e smentisce che le cosche siano state favorite dagli americani. Forti riserve sulle teorie complottiste, scrive Paolo Mieli il 26 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Il capomafia Michele Greco (1924- 2008), detto «il papa» per la sua autorevolezza all’interno di Cosa nostra (Ansa). Qui il boss è ritratto a Messina nel novembre 1986 durante il processo d’appello per l’omicidio del magistrato Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 a Palermo da un’autobomba con due uomini della scorta.

La mafia nacque a metà Ottocento da una costola in un certo senso della «rivoluzione» siciliana. Questa in sintesi la tesi del libro — La mafia. Centosessant’anni di storia tra Sicilia e America — di un grande studioso di questa materia, Salvatore Lupo. Il libro tira le somme di una serie di precedenti lavori e sta per essere pubblicato da Donzelli. Qualche lontana origine del fenomeno — sostiene Lupo — può essere rinvenuta nel partito democratico del proprietario terriero Francesco Bentivegna il quale nel 1848 a Palermo guidò un manipolo di uomini per sostenere l’insurrezione antiborbonica e successivamente si collegò con i circoli radicali che — dopo la sua morte — avrebbero ispirato la sfortunata impresa di Carlo Pisacane a Sapri; lui nel frattempo aveva mobilitato una «squadra popolare» per «sollevare» nuovamente Palermo, ma era stato catturato e fucilato dai soldati borbonici. I suoi seguaci nel 1860 si schierarono con la corrente radicale garibaldina. Suo fratello, Giuseppe Bentivegna, nel 1862 sarebbe stato a fianco di Garibaldi sull’Aspromonte. Identiche considerazioni valgono per Giovanni Corrao, anche lui rivoluzionario del 1848, finito poi in prigione e in esilio. Mazziniano «spinto», Corrao fu con Garibaldi al tempo dei «Mille» e lo seguì fino alla battaglia finale sul fiume Volturno. Cospiratori antiborbonici erano stati anche due amici di Corrao, Giuseppe Badia e Francesco Bonafede. «È possibile che i Corrao e i Bentivegna», scrive Lupo con le dovute cautele, «si siano rapportati, lungo il loro percorso, anche ad elementi definibili come proto-mafiosi». Quanto a coloro, prosegue Lupo, che furono qualificati come capimafia in tempi successivi, vale a dire in età postunitaria, «troviamo nella loro biografia non pochi punti di contatto con l’esperienza rivoluzionaria». In questo senso Lupo crede «si possa dire che la mafia rappresentò il frutto tossico di una stabilizzazione post-rivoluzionaria».

Come ciò avvenne lo si può capire da un opuscolo pubblicato nel 1864 dal senatore della sinistra «moderata» Nicolò Turrisi: Cenni sullo stato della sicurezza pubblica in Sicilia. Turrisi racconta come sia nel 1848, sia nel 1860 nell’isola «era in armi tutta la vecchia setta dei ladri, tutta la gioventù che viveva col mestiere di guardiani rurali, e la numerosa classe dei contrabbandieri dell’agro palermitano». Poi, dopo l’impresa garibaldina, era mancato un governo in grado di restaurare l’ordine, sicché a quella setta di «tristi» si affiliarono altri personaggi della stessa risma. Turrisi, nota Lupo, non usa il termine «mafia», ma ricorre ad altre parole chiave: «setta» appunto, e poi «camorra», «infamia», «umiltà». In che senso «umiltà»? Spiega Turrisi: «umiltà comporta rispetto e devozione alla setta ed obbligo di guardarsi da qualunque atto che può nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati». Due anni dopo lo stesso Turrisi chiamerà la setta con il suo nuovo nome, mafia, testimoniando davanti alla Commissione parlamentare sulla rivolta del 1866. Dirà: questi uomini armati «si fanno o si impongono guardiani della proprietà; proteggono le proprietà e ne sono protetti; ma restano malandrini; la Mafia fu protetta da’ signori che se ne valsero nel ’48». E il cerchio si chiude.

La prima volta che il termine «maffia» (con due effe) compare in un documento governativo è in una relazione del prefetto di Palermo Filippo Gualterio (nel 1865). Il funzionario spiegava che la mafia era una specie di «camorra», un’«associazione malandrinesca» in rapporto con i «potenti», a suo tempo guidata dal già citato Corrao e ora capeggiata dal suo sodale Badia. In altre parole «la faceva coincidere col partito repubblicano, col chiaro intento di delegittimarlo», osserva Lupo. L’operazione politica di Gualterio consisteva nel «mettere insieme promiscuamente l’aspetto politico e quello criminale». Il primo giuramento di mafia registrato in un rapporto di polizia è del 29 febbraio 1876. Il rito, scrive Lupo, ci rinvia non solo al futuro della mafia, ma anche al passato della rivoluzione, in particolare alle «vendite» carbonare e a quei patti «giurati» (di cui dicono le fonti sul 1848), in forza dei quali il popolo prometteva di seguire le classi superiori nella lotta contro il dispotismo borbonico, ma impegnandosi a non mettere in discussione l’ordine sociale». Dopodiché la mafia non solo trasse originariamente suggestioni o modelli dalla massoneria, ma condivise con la stessa massoneria «alcuni caratteri di fondo». Qui Lupo afferma — pur senza «voler criminalizzare la tradizione massonica», mette in chiaro — che «le cosche mafiose e le logge massoniche sono società di confratelli che si basano sull’idea del mutuo sostegno, usano rituali barocchi per l’ammissione dei neofiti, puntano sul mantenimento del segreto». E in questo sono assai simili tra loro. Nel 1874 l’ultimo governo della Destra storica, guidato da Marco Minghetti, propose una legge per l’ordine pubblico, una legge «straordinaria» e specifica per la Sicilia. Minghetti citò la statistica sugli omicidi del 1873 che vedeva l’isola in testa tra le regioni d’Italia, con un omicidio ogni 3.194 persone, laddove la Lombardia era in coda, con un ucciso ogni 44.674 abitanti. Il prefetto di Palermo, Giovacchino Rasponi, protestò per il varo della «legge straordinaria» e si dimise. Quello di Caltanissetta, Guido Fortuzzi, si disse, invece, entusiasta e volle specificare che l’idea di governare i siciliani «con leggi e ordinamenti all’inglese o alla belga, che suppongono un popolo colto e morale come colà o come almeno nella parte superiore della penisola», implica «un azzardoso e terribile esperimento». Destinato a fallire. Successivamente i sospetti di collusione si spostarono sulla destra per iniziativa del procuratore generale del re Diego Tajani, che ebbe uno scontro con il questore di Palermo Giuseppe Albanese, da lui accusato di essere il mandante di una catena di omicidi. Nel giugno del 1875 il caso arriva in Parlamento, dove il deputato della Sinistra Francesco Cordova puntò l’indice contro i banchi governativi: «Signori del governo», urlò, «il centro della maffia è nelle fila della vostra forza pubblica, i manutengoli siete voi». E quando Leopoldo Franchetti con Sidney Sonnino andò a trovare Tajani prima di «scendere» — tra il marzo e il maggio del 1876 — a studiare il «caso siciliano», l’uomo del re rivelò loro che la degenerazione del governo della Destra in Sicilia era cominciata, a suo avviso, nel 1866-67 essendo prefetto Antonio Starabba, marchese Rudinì. Il quale Rudinì, disse Tajani, «principiò a impiegare assassini contro assassini, per modo che per un assassino che distruggeva ne creava quattro». E l’uso della forza per combattere la mafia? Negli anni iniziali della storia d’Italia, quando il Paese fu governato dalla Destra storica (1861-76), «ancora non era ben consolidato il sistema delle garanzie liberali e si era appena avviato il tormentato percorso verso la democrazia politica». La prima battaglia di quell’epoca contro la mafia fu combattuta sotto il segno di un sistema di governo centralistico, autoritario, che non disdegnava di far ricorso allo stato d’assedio e di affidarsi ai militari. Accadeva che «per difendere la propria rozza idea di legalità, indulgesse ad ogni genere di sostanziale illegalismo». In alcuni periodi storici, almeno due, «la lotta alla mafia — sostiene Lupo — confinò con la negazione di valori, che per noi sono irrinunciabili, di rispetto dei diritti individuali e collettivi, insomma di libertà». La mafia, è vero, rappresenta una patologia delle relazioni sociali e dei sistemi rappresentativi. Ma, afferma Lupo, alcune delle soluzioni che storicamente sono state proposte possono ai nostri occhi essere considerate peggiori del male.Dopodiché vanno annotate anche le due stagioni, quella tardo ottocentesca della Sinistra storica e quella della prima età repubblicana, che Lupo definisce del «lungo armistizio». Ne parlò per primo, subito dopo la Grande guerra, il giurista Santi Romano, il quale notò come ai suoi tempi l’«ordinamento giuridico maggiore» (lo Stato) si mostrasse tollerante verso quelli «minori» (le associazioni) reagendo solo contro quelle che ne minacciavano il potere (le organizzazioni rivoluzionarie). La mafia poteva agevolmente essere collocata in questo schema. Sotto la minaccia delle leggi statuali, scriveva Santi Romano, «vivono spesso, nell’ombra, associazioni, la cui organizzazione si direbbe quasi analoga, in piccolo, a quella dello Stato: hanno autorità legislative ed esecutive, tribunali che dirimono controversie e puniscono, agenti che eseguono inesorabilmente le punizioni, statuti elaborati e precisi come le leggi statuali». Esse dunque, proseguiva Santi Romano, «realizzano un proprio ordine, come lo Stato e le istituzioni statualmente lecite». Lo Stato italiano (liberale-monarchico, fascista e repubblicano) ha oscillato tra fasi di tolleranza e fasi di repressione. Ma le prime sono state assai più lunghe delle seconde. Lo storico propone un paragone tra la lotta alla mafia di Cesare Mori (1926-1929) e quella degli anni Ottanta, rilevandone le differenze a partire da quelle concettuali. Il fascismo «aborriva l’idea di una spinta dal basso nonché di un’autonoma partecipazione della società civile» e «sosteneva l’incompatibilità tra logiche liberal-democratiche da un lato e legalità dall’altro». Sul piano pratico la repressione fascista fu pesante, «spesso indiscriminata» e «si accompagnò ad ogni genere di abuso». Però dai processi di quell’epoca la grande maggioranza degli imputati «uscì bene»: molte delle condanne furono di «modesta entità» e seguì un’amnistia. Niente a che vedere, sottolinea l’autore, con le pesantissime pene inflitte ai mafiosi dai tribunali della Repubblica a partire dal 1985-86. Lupo non crede alla «leggenda» («priva di qualsiasi base documentaria») stando alla quale lo sbarco in Sicilia del luglio 1943 sarebbe stato «il frutto di un complotto tra mafiosi e servizi segreti statunitensi». E anche a proposito della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) non gli sembra «sia venuto qualcosa di serio dai vari tentativi di dimostrare che gli americani abbiano avuto in essa qualche responsabilità», mentre «è vero», concede, «che, in generale, intorno alla vicenda del bandito Salvatore Giuliano si intrecciarono complotti a ogni livello». Molti sono stati quelli che (in Italia e altrove) hanno ricondotto i successi della mafia nel secondo Novecento alle «trame del governo statunitense o delle sue agenzie di sicurezza, nell’ambito di strategie della tensione destinate ad inquinare in permanenza la vita democratica della nostra Repubblica». Si tratta, per Lupo, di una tesi «che ha avuto fortuna nella cultura di sinistra, sinistra che è stata a lungo antiamericana per definizione». Ma questa tesi ha spopolato anche «su altri versanti che antiamericani non lo sono stati mai». Ora, secondo l’autore, «può darsi che, nei giochi complicati dei servizi segreti, qualche spezzone di qualche agenzia statunitense abbia tramato con qualche banda mafiosa americana o siciliana». Però in sostanza l’unica cosa «provata» è questa: «Più volte il governo statunitense intervenne, anche su sollecitazione dell’agenzia federale antidroga (il Narcotic Bureau) perché le autorità italiane facessero qualcosa contro la mafia, ottenendo scarso successo». Nient’altro. Lupo si dice consapevole che solo parzialmente la ricerca può illuminare gli spazi torbidi oscuri in cui si sviluppa questo fenomeno, la rete di intrighi che «costituisce la storia della mafia». Ritiene però che «la storiografia possa fare la sua parte, dal punto di vista conoscitivo e anche da quello civile, evitando di accreditare le mitologie del Super-complotto». Sottraendosi cioè alla tentazione di «seguire la china della discussione pubblica, che troppo spesso si ubriaca dell’immagine della mafia come invincibile super-potere: finendo per risolversi, quali che siano le sue intenzioni, in una sottile apologia». Un’apologia che rischia di provocare un danno non lieve, che va ad aggiungersi a quelli provocati dalla mafia in sé.

La mafia sono più organizzazioni malavitose, con una struttura univoca e piramidale (Cosa Nostra) o nucleare autonoma estesa e tentacolare (Camorra e 'Ndrangheta), che affondano i loro tentacoli in tutti gli aspetti politici ed economici del paese. E' importante la definizione della mafia data da Franchetti e Sonnino nella relazione finale della Commissione d'inchiesta, istituita nel 1875/76, dove si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male».

Del termine mafia sono state individuate diverse possibili origini etimologiche. Alcuni sostengono che mafia derivi dalla parola araba Ma Hias, "spacconeria", che sta in relazione con la spavalderia mostrata dagli appartenenti a tale organizzazione.

Altra derivazione possibile sarebbe sempre dalla lingua araba dalla parola mu'afak, che significa “protezione dei deboli".

Ancora altri fanno la fanno derivare da maha, "cava di pietra"; dove si rifugiavano fautori dell'unità d'Italia e le squadre rurali occulte in appoggio a Garibaldi, che poi sarebbero stati ribattezzati mafiosi.

Un'altra ricostruzione è quella fatta nel 1897 dallo storico William Heckethorn che considera il termine mafia come acronimo di Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti. Tale appello sarebbe stato rivolto alle organizzazioni segrete che nascevano sull'isola.

Infine, un’altra ricostruzione abbastanza leggendaria narra che un soldato francese chiamato Droetto violentò una giovane e che la madre terrorizzata per quanto accaduto alla figlia corse per le strade, urlando «Ma – ffia! Ma - ffia!» ovvero «mia figlia! mia figlia!» . Il grido della madre, ripetuto da altri, da Palermo si diffuse in tutta la Sicilia. Il termine mafia diventò così parola d'ordine del movimento di resistenza ed ebbe quindi genesi dalla lotta dei siciliani.

L'espressione mafia diviene un termine corrente a partire dal 1863, con il dramma “I mafiusi de la Vicaria” di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il territorio nazionale.

Il documento ufficiale nel quale appare per la prima volta il termine mafia fu il rapporto del prefetto di Palermo Filippo Gualterio dell'aprile 1865, con riferimento a un'"associazione malandrinesca" ritenuta "dipendente dai partiti" e in particolare collegata con gli oppositori, dai borbonici ai garibaldini, ed era stato indicato tra i capi il generale garibaldino Corrao, ucciso nell'agosto del 1863. 

Le origini. Sul  periodo storico entro il quale collocare la data di nascita della mafia non vi è univocità di opinioni tra gli studiosi che si sono occupati del fenomeno. La diversità di opinioni nasce dal fatto che questa organizzazione, essendo segreta, non ha lasciato documenti scritti della sua costituzione, elenchi dei partecipanti, norme di comportamento, o regolamenti. Alcuni fanno risalire l'origine della mafia ai primi dell’ottocento  a seguito della progressiva scomparsa del mondo feudale e della nascita del processo di privatizzazione delle terre.

Il processo che porta alla stretta connessione tra brigantaggio e mafia è un percorso lungo e radicato nella tradizione sociale meridionale che incomincia a proporsi come problema ufficiale soltanto con l’unificazione d’Italia nel 1861, perché la fusione delle due “Italie”, la realtà settentrionale e quella meridionale, costringe all’inevitabile scontro di sistemi di vita che fino ad allora si erano ignorati reciprocamente. La noncuranza verso il prossimo, il rifiuto d’interesse riguardo ai problemi del Sud da parte del settentrione, però, ha accentuato l’ormai evidente inadeguatezza del meridione nella questione risorgimentale all’interno della quale nessun cittadino appartenente all’ex-regno borbonico avrebbe mai riconosciuto quegli ideali o quegli interessi come propri. Questo perché l’unificazione dello Stato italiano si è presentata fin dall’inizio come una “piemontesizzazione” degli Stati, lasciando così pochissimo o inesistente spazio decisionale alla realtà del Mezzogiorno. Chiaramente, nonostante quest’ufficiosa estromissione del Sud dalla realtà italiana, il problema della coesione tra dimensioni sociali differenti incomincia a farsi sentire con più insistenza rispetto ai secoli precedenti.  L’indubitabile necessità di riforme sociali, di cambiamenti nel settore economico-finanziario, amministrativo e politico sono manifestazioni di una propensione all’unificazione non solo fisica tra Nord e Sud. 

L’annientamento del feudalesimo, la subordinazione economica e sociale del contadino al latifondista, manifestatasi sempre come una sorta di vassallaggio tra bracciante e proprietario, l’eliminazione dei sistemi clientelari, l’emancipazione delle masse dal punto di vista culturale sono stati fin dall’inizio i concreti programmi d’ammodernamento di cui il Mezzogiorno ha avuto un netto bisogno. Ad essi si opponevano le teorie tardo-illuministiche dell’epoca che inquadravano la terra del Sud come il luogo ideale per incoraggiare la rivoluzione, poiché per l’arretratezza del sistema e l’insufficienza d’informazione i contadini non avrebbero fatto resistenza a qualsiasi cambiamento. Ovviamente gli intellettuali del Nord, progressisti e aggiornati, non erano di certo informati sulla chiusura del Sud e le loro illusioni non tenevano conto della realtà. 

Esempio n’è la spedizione di Pisacane, socialista radicale, che nel 1857 vede sconfitta l’illusione di una cooperazione attiva da parte dei contadini a causa della diseducazione politica e della demotivazione delle masse. La sfiducia del popolo meridionale nei confronti delle organizzazioni e delle rappresentazioni democratiche, il binomio “nuovo governo - nuovo padrone”, l’analfabetismo, il distacco dalle questioni politiche, la lontananza dagli ideali e dalle parole d’ordine del tempo, i sistemi d’amministrazione paralleli (quali il clientelismo politico e la protezione criminale), costituiscono un quadro generale di una società che, fin dai primi tempi, si prospetta come un mondo circoscritto alle proprie ristrettezze economiche e alle proprie tradizioni;  una terra sulla quale tutti hanno, però, sempre teso le mani: un’ipotetica “isola del tesoro” in cui fioriscono aranci e limoni, dove la pesca e l’allevamento sono redditizi, dove la terra è pervasa da una sorta di humus alchemico che, unito all’abbondanza d’acque, converge a creare un’economia florida, ma mal sfruttata.

Le prime origini della mafia risalgono alla seconda metà del XIX secolo quando, nonostante le apparenti novità portate dall’unificazione italiana, continuò a mantenersi in Sicilia il sistema feudale che vedeva le grandi proprietà terriere nelle mani di pochi baroni, ai quali si andava a poco a poco sostituendo la nuova classe emergente dei “ burgisi ”. Come gli antichi baroni, anche i nuovi proprietari non coltivavano direttamente i loro feudi, ma ne affidavano la gestione ad un intermediario, “ il gabelloto “, grande affittuario del feudo che dava quote a piccoli coltivatori a compartecipazione. Al servizio del gabelloto c’era il campiere, sorta di guardia armata, cui si affidava il compito di assicurare l’ordine costituito nella campagna. Alle origini e fino alla metà del secolo XX, la mafia fu soprattutto “mafia del feudo” articolata in gruppi di potere ( le cosiddette cosche ) che agivano su territori ben delineati e si arrogavano il diritto di dirimere controversie, ricorrendo anche all’uso della forza. E già fin dai primi anni del regno, si determinò la tendenza del trasferimento, il così detto “sistema mafioso”, al campo dell’attività politica e amministrativa. Fin dalle sue origini, quindi, la mafia si rivelò un elemento determinante della competizione politica come garante del poter costituito. Tale funzione di garante della conservazione fu assolta soprattutto tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo in opposizione al movimento contadino che, dopo la fase protestatoria dei Fasci dei lavoratori, si organizzò in leghe e cooperative per la tutela dei braccianti e per la gestione diretta della terra. Furono quelli gli anni della repressione di ogni forma di rivendicazione: si pensi ai gravi episodi del 1904 contro le cooperative agricole, alla soppressione degli organizzatori dell’occupazione di terre incolte del primo dopoguerra e alle sanguinose rappresaglie di sindacalisti verificatesi tra il 1946 e il 1955.

Cronologia Caduti nella lotta alle mafie e per la democrazia e vittime innocenti (da legalitaegiustizia.it):

1861

3 marzo. A Santa Margherita Belice (Agrigento) viene ucciso il medico Giuseppe Montalbano che guidava i contadini che rivendicavano le terre usurpate da Giovanna Filangeri, nonna dello scrittore Tomasi di Lampedusa.

17 maggio. A Palermo viene ucciso Pietro Sampolo, docente di diritto. Sono rimasti ignoti mandanti ed esecutori, ma si è ipotizzata la pista mafiosa.

1863

3 agosto. A Palermo viene ucciso Giovanni Corrao, generale garibaldino: un delitto “politico-mafioso” teso ad eliminare un protagonista della vita politica, scomodo per le sue doti e per il seguito popolare di cui godeva.

1872

26 novembre. A S. Mauro Castelverde (Palermo) ucciso dalla banda Rocca-Rinaldi il sindaco trentenne Giuseppe Pace Torrisi, che si adoperava per la cattura dei banditi.

1876

15 giugno. A Bagheria (Palermo) viene ucciso il caporale delle guardie campestri Giuseppe Aguglia che si opponeva apertamente alla mafia della zona.

1878

10 marzo. A Palermo scompare la diciassettenne Anna Nocera, ad opera del mafioso Leonardo Amoroso che dopo averla sedotta voleva disfarsi di lei.

1889

25 febbraio. A Castelbuono (Palermo) si suicida il delegato di Pubblica sicurezza Stanislao Rampolla. Aveva denunciato le compromissioni del sindaco di Marineo (Palermo) con la mafia. Il sindaco era rimasto al suo posto e il funzionario era stato trasferito.

1893

20 gennaio. A Caltavuturo (Palermo) l’esercito spara sui contadini che avevano occupato le terre che avrebbero dovuto essere divise per compensare l’abolizione degli usi civici e che erano state usurpate da alcuni borghesi: 13 morti e molti feriti.

1 febbraio. Sul treno tra Trabia e Palermo, viene ucciso Emanuele Notarbartolo, sindaco di Palermo dal 1873 al 1875 e direttore del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890. Avveduto amministratore e incorruttibile moralizzatore si era opposto alle manovre speculative per il controllo del Banco.

25 dicembre. Natale di sangue a Lercara Friddi (Palermo). Durante una manifestazione contro le tasse i soldati sparano sui dimostranti. 7 morti: Antonino Di Gregorio,Antonina Greco, Paolo Lo Monaco, Gaspare Mavaro, Francesco Piazza, Teresa Seminerio, Stefano Vicari, e vari feriti. Il “tumulto” di?Lercara si spiega con le ambiguità del Fascio locale e la contrapposizione tra due famiglie rivali. Nel processo ai dirigenti dei Fasci siciliani sarà incriminato e condannato Bernardino Verro.

1894

1 gennaio. A Pietraperzia, attualmente in provincia di Enna, durante una manifestazione contro le tasse comunali, i soldati sparano sulla folla: 8 morti, tra cui una bambina, e 15 feriti. È uno degli ultimi episodi della vicenda dei Fasci siciliani, privi di direzione in seguito all’arresto dei dirigenti, assimilabili alle tradizionali rivolte contadine represse nel sangue dalle forze dell’ordine.

2 gennaio. A Gibellina (Trapani) manifestazione contro le tasse comunali. Alcune guardie campestri e i soldati aprono il fuoco (i militari senza squilli di tromba): 14 morti tra i manifestanti. Il pretore Tommaso Casapinta, che erroneamente si credeva che avesse ordinato il fuoco, viene ucciso a sassate e bastonate.

Lo stesso giorno a Belmonte Mezzagno (Palermo) scontro tra soldati e manifestanti. Due morti: il soldato Francesco Sculli e il contadino Stefano Monte.

3 gennaio. Viene decretato lo stato d’assedio in Sicilia, i Fasci dei lavoratori sono sciolti e i dirigenti vengono arrestati e processati. A Marineo (Palermo) durante una manifestazione contro le tasse le forze dell’ordine sparano sui dimostranti. Rimasero uccisi: Filippo Barbaccia (anni 65), Giorgio Dragotta (26), Antonino Francaviglia(43), Giovanni Greco (24), Concetta Lombardo (o Barcia) (40), Matteo Maneri (36), Ciro (o Andrea) Raineri (42), Michele Russo (25), Filippo Triolo (43). Morirono successivamente: Giuseppe Daidone (40), Santo Lo Pinto (mesi 9), Antonino Mansello (o Manzello) (32), Anna Oliveri (anni 1), Cira Russo (mesi 9),Antonino Salerno (anni 2), Maria Spinella (2), Giuseppe Taormina (46).

5 gennaio. A Santa Caterina Villarmosa (Caltanissetta) manifestazione contro le tasse. L’esercito spara sulla folla: 14 morti e molti feriti.

1896

27 dicembre 1896. A Palermo viene uccisa Emanuela Sansone, figlia diciassettenne della bettoliera Giuseppa Di Sano. I mafiosi sospettavano che la madre li avesse denunciati per fabbricazione di banconote false.

1904

13 settembre. A Castelluzzo, borgata di Monte San Giuliano (l’attuale Erice, in provincia di Trapani), i carabinieri sparano sui contadini soci di una cooperativa, riunitisi per svolgere delle pratiche per prendere in affittanza collettiva dei terreni: 2 morti, Vito Lombardo e Giuseppe Poma, e 8 feriti, tra cui una donna.

1905

14 ottobre. A Corleone (Palermo) viene ucciso Luciano Nicoletti, bracciante, impegnato nelle lotte dei Fasci siciliani e per le affittanze collettive.

1906

12 gennaio. A Corleone uccisione del medico Andrea Orlando che aveva sostenuto le lotte dei contadini per le affittanze collettive e per il rinnovo dell’amministrazione comunale.

1909

12 marzo. A Palermo, in Piazza Marina, uccisione del tenente di polizia degli Stati Uniti Joe Petrosino, in Sicilia per indagare sull’emigrazione clandestina. Indiziato dell’omicidio è il capomafia Vito Cascio Ferro ma il delitto rimane impunito.

1911

16 maggio. A Santo Stefano Quisquina (Agrigento) uccisione di Lorenzo Panepinto, dirigente del movimento contadino e del Partito socialista. Sospettato dell’omicidio è il gabelloto Giuseppe Anzalone, figlioccio del Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile. Il processo svoltosi a Catania vide l’abbandono degli avvocati di parte civile e si concluse con l’assoluzione dell’imputato.

1914

20 maggio. A Piana dei Greci (Palermo) viene assassinato il dirigente socialista Mariano Barbato, cugino di Nicola Barbato, uno dei dirigenti più prestigiosi del movimento contadino, assieme al cognato Giorgio Pecoraro.

1915

3 novembre. A Corleone (Palermo) uccisione di Bernardino Verro, uno dei principali organizzatori del movimento contadino fin dai tempi dei Fasci siciliani, dirigente del Partito socialista, sindaco del paese.

1916

Febbraio. A Palermo, nella borgata di Ciaculli, ucciso il sacerdote Giorgio Gennaro, che aveva denunciato il ruolo dei mafiosi nell’amministrazione delle rendite ecclesiastiche.

1919

29 gennaio. A Corleone (Palermo) uccisione di Giovanni Zangara, dirigente del movimento contadino e assessore comunale della giunta socialista.

6 luglio. A Resuttano (Caltanissetta) muore l’arciprete Costantino Stella. Era stato accoltellato, il 29 giugno sulla porta di casa, da un sicario rimasto sconosciuto. Don Stella era un “prete sociale” impegnato in varie attività e aveva fondato la Cassa rurale e artigiana.

22 settembre. A Prizzi (Palermo) ucciso Giuseppe Rumore, segretario della Lega contadina.

9 ottobre. A Terranova (l’attuale Gela) uccisi durante una manifestazione i contadini socialisti Vincenzo Catutti e Giuseppe Iozza. Il procedimento contro rappresentanti delle forze dell’ordine si concluse con il proscioglimento.

10 dicembre. A Gangi (Palermo) ucciso dal brigante Nicolò Andaloro il maresciallo dei carabinieri Francesco Tralongo.

13 dicembre. A Barrafranca (Enna) uccisione del presidente della Lega per il miglioramento agricolo Alfonso Canzio. Organizzava le lotte contadine per l’esproprio dei latifondi.

1920

29 febbraio. A Prizzi (Palermo) uccisione di Nicolò Alongi, dirigente del movimento contadino. La dirigente socialista Maria Giudice e il segretario del sindacato dei metalmeccanici di Palermo Giovanni Orcel indicano come mandante il capomafia di Prizzi Silvestro Gristina, indicato dallo stesso Alongi come responsabile del suo previsto assassinio, ma il delitto rimarrà impunito.

30 settembre. Nel corso del mese di settembre, nella frazione Raffo di Petralia Soprana (Palermo), sono uccisi Paolo Li Puma e Croce Di Gangi, consiglieri comunali socialisti.

3 ottobre. A Noto (Siracusa) uccisione del sindacalista socialista Paolo Mirmina. Anche in Sicilia orientale negli anni che precedono l’avvento del fascismo è in atto un’offensiva condotta da agrari, mafiosi, dove ci sono, e nazionalisti che attaccano le giunte comunali di sinistra e colpiscono dirigenti e militanti impegnati nelle occupazioni delle terre e nella difesa della democrazia.

14 ottobre. A Palermo, in corso Vittorio Emanuele, con un colpo di pugnale viene assassinato Giovanni Orcel. Segretario della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, direttore del foglio “La Dittatura proletaria”, aveva organizzato l’occupazione del Cantiere navale con l’autogestione operaia e assieme a Nicolò Alongi aveva avviato forme di lotta unitaria con il movimento contadino.

17 ottobre. A Trapani ucciso il socialista Pietro Grammatico.

27 ottobre. A Vita (Trapani) viene ucciso il capolega Giuseppe Monticciuolo. Il prefetto di Trapani scriveva: “La sua fine fu decisa perché Presidente dell’Associazione pel miglioramento dei contadini ed esponente maggiore dell’agitazione agraria in Vita”.

6 novembre. A Monte San Giuliano (l’attuale Erice) ucciso il socialista Giovanni Augugliaro.

27 novembre. A Gibellina (Trapani) viene ucciso l’arciprete Stefano Caronia, organizzatore della sezione locale del Partito popolare, che aveva contrastato la mafia chiedendo di controllare personalmente l’esazione dei censi enfiteutici ecclesiastici.

26 dicembre. A Casteltermini (Agrigento) quattro mafiosi lanciano una bomba nella sezione socialista uccidendo 5 persone: Giuseppe Zaffuto segretario della sezione,Calogero Faldetta, Gaetano Circo, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Secondo gli inquirenti responsabili furono mafiosi della Valle del Platani.

1921

29 gennaio. A Vittoria (Ragusa) combattenti di orientamento nazionalista, fascisti e il gruppo mafioso locale devastano il circolo socialista e sparano sui lavoratori, provocando la morte di Giuseppe Compagna, consigliere comunale socialista.

19 febbraio. Nelle campagne di Salemi (Trapani) ucciso il contadino socialista Pietro Ponzo. Impegnato nelle lotte contadine fin dai Fasci siciliani, presidente della Cooperativa Agricola di Salemi. Negli anni 1919-1920 partecipa alle manifestazioni e alle occupazioni delle terre per l’assegnazione dei latifondi.

28 aprile. A Piana dei Greci, dal 1941 degli Albanesi (Palermo), assassinio del presidente della Lega dei contadini Vito Stassi, detto Carusci. Consigliere comunale socialista nel 1907 e nel 1914, era un protagonista delle lotte contadine per l’assegnazione delle terre incolte.

4 maggio. A Piana dei Greci (Palermo) uccisione dei militanti socialisti Vito e Giuseppe Cassarà.

1922

16 gennaio. A Paceco (Trapani) vengono uccisi Domenico Spatola, militante comunista, Mario e Pietro Paolo Spatola, figli del dirigente comunista Giacomo, protagonista delle lotte contadine fin dai Fasci siciliani.

23 gennaio. A Castelvetrano (Trapani), ferito in un agguato Tommaso Mangiapanello, organizzatore delle lotte agrarie e assessore comunale socialista. Muore il giorno dopo.

16 febbraio. A Dattilo-Paceco (Trapani) viene ucciso Antonino Scuderi, consigliere comunale socialista e segretario della locale Società Agricola Cooperativa.

10 giugno. Sulla strada provinciale per Monte San Giuliano (l’attuale Erice, Trapani) viene ucciso Sebastiano Bonfiglio, sindaco socialista del paese. Membro della direzione del Partito socialista, era uno dei più significativi organizzatori delle lotte contadine e della resistenza al fascismo.

1943

2 settembre. Nei pressi di San Giuseppe Jato (Palermo) il ventunenne Salvatore Giuliano uccide il carabiniere Antonio Mancino, di 24 anni, che voleva sequestrargli dei sacchi di grano trasportati in contravvenzione alle norme sul contrabbando. Giuliano si dà alla latitanza e comincia così la sua carriera di bandito che durerà fino al 5 luglio 1950.

1944

29 marzo. A Partinico (Palermo), durante una dimostrazione contro il carovita, rimane ucciso per un colpo d’arma da fuoco il ragazzo Lorenzo Pupillo. Il maresciallo Benedetto Scaglione, ritenuto responsabile dell’uccisione del ragazzo, viene ferito da una bomba a mano e muore dissanguato.

27 maggio. A Regalbuto (Enna), nel corso di disordini in occasione di un raduno separatista, viene ucciso Santi Milisenna, segretario della federazione comunista di Enna.

6 agosto. A Casteldaccia (Palermo) omicidio di Andrea Raia, militante comunista e componente del comitato di controllo sui granai del popolo. “La Voce comunista” del 12 agosto scrive: “Le modalità dell’assassinio sono tali da fare sicuramente ritenere che gli esecutori materiali siano da ricercare tra i maffiosi locali”.

19 ottobre. A Palermo durante una manifestazione contro il carovita davanti alla Prefettura, l’esercito spara sui manifestanti. Secondo le dichiarazioni ufficiali i morti furono 19 e 108 i feriti. Secondo il Comitato di Liberazione i morti furono 30 e i feriti 150. Tra le vittime molti ragazzi. Nel cinquantesimo anniversario della strage a Palazzo Comitini, prima sede della Prefettura ed ora della Provincia, è stata scoperta una lapide che riporta i nomi di 24 caduti: Giuseppe Balistreri di anni 16, Vincenzo Buccio di anni 22, Vincenzo Cacciatore di anni 38, Domenico Cordone di anni 16, Rosario Corsaro di anni 30, Michele Damiano di anni 12, Natale D’Atria di anni 28,Giuseppe Ferrante di anni 18, Vincenzo Galatà di anni 19, Carmelo Gandolfo di anni 25, Francesco Giannotta di anni 22, Salvatore Grifati di anni 9, Eugenio Lanzarone di anni 20, Gioacchino La Spisa di anni 17, Rosario Lo Verde di anni 17, Giuseppe Maligno di anni 22, Erasmo Midolo di anni 19, Andrea Oliveri di anni 15, Salvatore Orlando di anni 17, Cristina Parrinello di anni 68, Anna Pecoraro di anni 37, Vincenzo Puccio di anni 22, Giacomo Venturelli di anni 70, Aldo Volpesdi anni 23.

1945

28 marzo. A Corleone (Palermo) uccisione della guardia campestre Calogero Comajanni. Aveva denunciato un furto commesso da Luciano Liggio.

20 giugno. A San Giuseppe Jato (Palermo) la banda Giuliano uccide il maresciallo dei carabinieri Filippo Scimone.

11 settembre. A Ficarazzi (Palermo) uccisione di Agostino D’Alessandria, guardiano di pozzi e segretario della Camera del lavoro, che aveva avviato una lotta contro il controllo mafioso dell’acqua per l’irrigazione dei giardini.

18 settembre. A Palma di Montechiaro (Agrigento) in un conflitto a fuoco con dei banditi muoiono i carabinieri Calogero Cicero e Fedele De Francisca.

16 ottobre. Nei pressi di Niscemi (Caltanissetta) in un conflitto a fuoco con i banditi cadono tre carabinieri: Michele Di Miceli, Mario Paoletti, Rosario Pagano.

18 novembre. A Cattolica Eraclea (Agrigento) ucciso il segretario della Camera del Lavoro Giuseppe Scalia. In un conflitto a fuoco con i mafiosi viene colpito a morte Scalia e rimane ferito il vicesindaco socialista Aurelio Bentivegna.

4 dicembre. A Ventimiglia (Palermo) viene assassinato Giuseppe Puntarello, segretario della locale sezione del Partito comunista, impegnato nel movimento contadino.

1946

8 gennaio. A Partinico (Palermo) banditi della banda Giuliano uccidono il carabiniere Vincenzo Miserendino.

18 gennaio. Nei pressi di Montelepre (Palermo) in un’imboscata tesa dalla banda Giuliano muoiono 4 militari: Vitangelo Cinquepalmi, Vittorio Epifani, Angelo Lombardi, Imerio Piccini.

28 gennaio. In territorio di Gela (Caltanissetta) agguato della banda dei “niscemesi”. Uccisi i carabinieri Vincenzo Amenduni, Fiorentino Bonfiglio, Mario Boscone,Emanuele Greco, Giovanni La Brocca, Vittorio Levico, Pietro Loria, Mario Spampinato. I corpi, gettati in una miniera, saranno ritrovati il 25 maggio del ’46.

7 marzo. A Burgio (Agrigento) ucciso il segretario della Camera del lavoro Antonino Guarisco. Rimane uccisa anche la passante Marina Spinelli.

25 marzo. Nelle campagne di Pioppo, frazione di Monreale (Palermo), trovato il corpo del carabiniere Francesco Sassano. Accanto un foglio con la scritta: “Questa è la fine delle spie. Giuliano”.

25 aprile. A San Cipirello (Palermo) nella notte tra il 25 e il 26 aprile banditi della banda Giuliano uccidono i fratelli Giuseppe e Mario Misuraca, feriscono l’altro fratello Salvatore e il cognato Salvatore Cappello. È un’esecuzione in piena regola, come punizione per aver abbandonato la banda e avere cominciato a collaborare con la giustizia.

16 maggio. A Favara (Agrigento) viene ucciso il sindaco socialista Gaetano Guarino. Farmacista, nelle elezioni comunali del marzo precedente si era candidato nella lista del Blocco del popolo che aveva ottenuto un gran numero di voti.

28 giugno. Uccisione del sindaco socialista di Naro (Agrigento) e dirigente contadino Pino Camilleri. Colpito con fucile caricato a lupara mentre si recava a cavallo a Riesi (Caltanissetta), al feudo Deliella, oggetto di contesa tra gabelloti mafiosi e contadini.

22 settembre. Ad Alia (Palermo) una bomba lanciata all’interno della casa del segretario della Camera del lavoro, dove si svolgeva una riunione di contadini, uccide Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia e ferisce 13 persone. I contadini stavano preparando l’occupazione dei feudi gestiti da gabelloti mafiosi.

6 ottobre. A Castronovo (Palermo) durante un comizio per le elezioni comunali, una bomba viene lanciata tra la folla: 3 morti e 17 feriti.

22 ottobre. A Santa Ninfa (Trapani) viene ucciso Giuseppe Biondo, mezzadro iscritto alla Federterra, che lottava per l’applicazione della legge sulla divisione del prodotto al 60% per il mezzadro e al 40% per il proprietario. Era stato sfrattato illegalmente dal proprietario del terreno ma era tornato a lavorarvi.

2 novembre. Nelle campagne di Belmonte Mezzagno (Palermo) vengono uccisi i fratelli Giovanni, Vincenzo e Giuseppe Santangelo, contadini. Con loro erano due ragazzi, fatti allontanare da tredici banditi che sparano ai contadini alla nuca come se si trattasse di un’esecuzione. È rimasto oscuro il movente ma è evidente l’intento di terrorizzare i contadini della zona.

25 novembre. A Joppolo (Agrigento) viene ucciso Giovanni Severino, segretario della Camera del lavoro.

28 novembre. A Calabricata (Crotone) un campiere uccide Giuditta Levato, di 31 anni, madre di due figli e incinta, protagonista delle lotte contadine di Calabria.

21 dicembre. A Baucina (Palermo) attentato a Nicolò Azoti, segretario della Camera del lavoro. Otto giorni prima era stato avvicinato con toni minacciosi dal gabelloto del feudo Traversa che i contadini chiedevano in concessione. Muore il 23 dicembre.

1947

4 gennaio. A Sciacca (Agrigento) uccisione di Accursio Miraglia, segretario della Camera del lavoro e dirigente comunista. Il delitto, come del resto tutti gli omicidi di dirigenti e militanti del movimento contadino, è rimasto impunito.

17 gennaio. A Ficarazzi (Palermo) viene ucciso Pietro Macchiarella, militante del Partito comunista, impegnato nelle lotte contadine.

13 febbraio. A Villabate (Palermo) ucciso il sindacalista Nunzio Sansone.

7 marzo. A Messina, durante una manifestazione contro il carovita, i carabinieri al grido di “Avanti Savoia” (c’era già la Repubblica) sparano sulla folla. Uccisi i manifestantiBiagio Pellegrino e Giuseppe Maiorana. 15 feriti.

13 aprile. A Petilia Policastro (Catanzaro), nel corso di una manifestazione di contadini, la polizia spara uccidendo Francesco Mascaro e Isabella Carvelli e ferendo molti altri manifestanti.

29 aprile. A Potenza, durante una manifestazione per il lavoro, sono uccisi dalle forze dell’ordine Antonio Bastiano e Pietro Rosa.

1 maggio. Strage di Portella della Ginestra (Palermo). Nel pianoro tra Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, dove fin dai tempi dei Fasci siciliani si manifestava per il primo maggio, quell’anno i contadini erano affluiti in gran numero per la festa del lavoro e per festeggiare la vittoria delle sinistre raccolte nel Blocco del popolo alle prime elezioni regionali del 20 aprile. Improvvisamente dalla montagne circostanti si comincia a sparare sulla folla. Secondo le fonti ufficiali ci furono 11 morti e 27 feriti. In realtà i morti furono di più (alcuni morirono successivamente per le ferite riportate) e il numero dei feriti varia da 33 a 65.

Morirono sul colpo: Margherita Clesceri, madre di sei figli e incinta, Giorgio Cusenza, Castrense Intravaia di 18 anni, Vincenzina La Fata di 8 anni, Serafino Lascaridi 15 anni, Giovanni Megna, Francesco Vicari. Morivano pochi giorni dopo: Vito Allotta di 19 anni, Giuseppe Di Maggio di 13 anni, Filippo Di Salvo, Giovanni Grifòdi 12 anni. Morivano successivamente: Provvidenza Greco, Vincenza Spina. Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bambina di 9 anni ferita a Portella (un esame radiografico del 1997 ha rilevato nel suo corpo la presenza di un frammento metallico, probabilmente una scheggia di granata), con la figlia sulle spalle si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dalla fatica. Tra i morti del primo maggio c’è anche il campiere Emanuele Busellini, ucciso dai banditi della banda Giuliano che l’avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della strage.

9 maggio. Nelle campagne di Partinico (Palermo) ritrovato il corpo del contadino Michelangelo Salvia, ucciso con colpi di arma da fuoco, probabilmente ad opera di mafiosi del luogo.

22 giugno. In provincia di Palermo attacchi con armi da fuoco e bombe a mano alle sezioni del Partito comunista di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi delle Camere del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione del Partito socialista di Monreale. A Partinico vengono colpiti a morte Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono. Sul posto viene trovato un volantino firmato dal bandito Giuliano che invita i siciliani a lottare “contro la canea dei rossi” e annuncia la costituzione di un quartiere generale di lotta contro il bolscevismo, promettendo sussidi a quanti si sarebbero presentati alla sede della formazione militare, il feudo Sagana nelle vicinanze.

22 ottobre. A Terrasini (Palermo) uccisione di Giuseppe Maniaci, segretario della Confederterra e militante del Pci. Si era politicizzato nel carcere di Porto Longone, dove era detenuto per reati comuni e aveva conosciuto i dirigenti comunisti Scoccimarro e Terracini.

3 novembre. A San Giuseppe Jato (Palermo) viene ucciso Calogero Caiola. Doveva testimoniare per la strage di Portella.

8 novembre. A Marsala (Trapani) uccisione di Vito Pipitone, segretario della Confederterra, impegnato nelle lotte contadine.

19 novembre. A Gravina (Bari), durante uno sciopero agricolo, negli scontri con le forze dell’ordine muore Ignazio Labadessa.

20 novembre. A Campi Salentini (Lecce), negli scontri con le forze dell’ordine durante una manifestazione contadina, muoiono Antonio Augusti e Santo Niccoli.

21 novembre. A Partinico (Palermo) viene ferito dai banditi il tenente colonnello Luigi Geronazzo, che muore successivamente.

25 novembre. A Bisignano (Cosenza), durante una manifestazione, viene ucciso dalle forze dell’ordine l’operaio Rosmundo Mari.

5 dicembre. A Roma, durante uno sciopero a rovescio degli edili, negli scontri con le forze dell’ordine muore Giuseppe Tanas.

21 dicembre. A Canicattì (Agrigento), durante una manifestazione di disoccupati, un carabiniere spara sulla folla. Segue un conflitto in cui cadono i manifestanti Domenico Amato, Angelo Laura e Salvatore Lupo e viene ferito il carabiniere Giuseppe Iannolino che morirà dopo quattro giorni.

A Campobello di Licata (Agrigento), negli scontri con le forze dell’ordine durante una manifestazione, muore il bracciante Francesco D’Antone.

1948

4 gennaio. La banda Giuliano uccide nelle campagne tra Palermo e Trapani il confidente Carlo Gulino e il nipotino Francesco di 3 anni.

8 febbraio. A San Ferdinando di Puglia (Foggia) militanti di destra e guardie campestri sparano sui partecipanti a una manifestazione del Fronte democratico popolare uccidendo Vincenzo Dionisi, Giuseppe Di Troia e Giuseppe De Michele e ferendo 25 persone. Seguono attacchi alle sedi dei partiti di sinistra, della Camera del lavoro e dell’Anpi con l’uccisione del socialista Nicola Francone e del bambino di 7 anni Raffaele Riondino.

2 marzo. Nella campagne di Petralia Soprana (Palermo) ucciso Epifanio Li Puma, socialista, dirigente del movimento contadino per l’occupazione delle terre incolte. Si era opposto all’ingresso dei mafiosi nella cooperativa “La madre terra”.

10 marzo. A Corleone (Palermo) scompare Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del lavoro, dirigente delle lotte contadine. Il bambino Giuseppe Letizia, in stato di shock per avere assistito all’esecuzione del delitto, muore in seguito alle “cure” prestate dal medico capomafia Michele Navarra e dal dottor Ignazio Dell’Aira.

1 aprile. A Camporeale (Palermo) assassinio del segretario della Confederterra ed esponente socialista Calogero Cangelosi e ferimento dei militanti del movimento contadino Vito Di Salvo e Vincenzo Liotta. Il delitto era stato preceduto da intimidazioni e nel paese, dominato dal capomafia Vanni Sacco, si erano registrati fatti allarmanti: attentati a dirigenti del movimento contadino, incendio della sezione socialista. Il delitto rimane impunito.

13 aprile. Ad Andria (Bari) la polizia spara sui contadini che manifestano per l’assegnazione delle terre. Cade ucciso il bracciante Riccardo Suriano.

20 maggio. A Trecenta (Rovigo), durante uno scipero di braccianti, l’intervento delle forze dell’ordine causa la morte di Evelino Tosarello.

3 giugno. A Spino d’Adda (Cremona) le forze dell’ordine sparano durante una manifestazione di braccianti uccidendo Luigi Venturini.

11 giugno. A Partinico i banditi della banda Giuliano uccidono il possidente Marcantonio Giacalone e il figlio Antonio: si erano rifiutati di sborsare una somma di denaro.

30 giugno. A S. Martino in Rio (Reggio Emilia) l’intervento delle forze dell’ordine durante uno sciopero agricolo causa la morte di Sante Mussini.

3 settembre. A Partinico (Palermo) la banda Giuliano uccide il capitano dei carabinieri Antonino Di Salvo, il maresciallo Nicola Messina e il commissario di Pubblica Sicurezza Celestino Zapponi.

22 settembre. A Pianello (Piacenza) in un’imboscata viene ucciso il segretario della Camera del lavoro Artemio Repetti.

16 dicembre. In un agguato della banda Giuliano cade ucciso il brigadiere di PS Giovanni Tasquier e vengono feriti tre agenti.

1949

4 aprile. A Mazara del Vallo (Trapani) il bracciante Francesco La Rosa muore durante un interrogatorio nella caserma dei carabinieri.

17 maggio. A Molinella (Bologna), durante uno sciopero, il carabiniere Francesco Galati uccide Maria Margotti, 34 anni, mondina, vedova di guerra e madre di due bambine, mentre tornava a casa con un gruppo di compagni, dopo avere ottenuto l’astensione dal lavoro dei “crumiri”, ingaggiati dagli agrari. Il carabiniere fu condannato a sei mesi.

20 maggio. A Mediglia (Milano) un proprietario terriero uccide il diciottenne Pasquale Lombardi che invitava i braccianti allo sciopero.

3 giugno. A Forlì durante uno sciopero la polizia intervenie e uccide l’operaia Iolanda Bertaccini.

11 giugno. A Gambara (Brescia) durante uno sciopero bracciantile le forze dell’ordine uccidono Marziano Girelli.

12 giugno. A San Giovanni in Persiceto (Bologna), mentre un gruppo di braccianti cercava di convincere altri lavoratori a lasciare il lavoro e partecipare allo sciopero, un fattore spara contro i braccianti e uccide il giovane Loredano Bizzarri, militante del sindacato e del Pci. Viene ferito Amedeo Benuzzi. L’autore dell’omicidio, Guido Cenacchi, ex squadrista fascista, venne assolto per “legittima difesa”. Alcuni braccianti che avevano testimoniato al processo vennero condannati con diverse motivazioni.

17 giugno. A Minervino Murge (Bari) durante una manifestazione le forze dell’ordine uccidono il bracciante Felice Magginelli.

2 luglio. A Portella della Paglia (Palermo) in un agguato teso dalla banda Giuliano cadono gli agenti di Pubblica sicurezza Carmelo Agnone, Candeloro Catanese,Carmelo Lentini, Michele Marinaro, Quinto Reda.

19 agosto. Strage di Bellolampo (Palermo). La banda Giuliano fa saltare un automezzo militare: 7 carabinieri morti: Giovan Battista Aloe, Armando Loddo, Sergio Mancini, Pasquale Marcone, Antonio Pabusa, Gabriele Palandrani, Ilario Russo e 11 feriti.

21 agosto. A Sancipirello (Palermo) la banda Giuliano uccide i carabinieri Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza.

28 ottobre. A Isola Capo Rizzuto (Catanzaro) la polizia uccide l’anziano contadino Matteo Aceto, tra i promotori delle lotte per l’espropriazione delle terre.

29 ottobre. A Melissa (Catanzaro) un reparto della Celere, la polizia creata dal ministro Scelba, spara sui contadini che occupano il feudo di Fragalà. 3 morti, Francesco Nigro di 29 anni, Giovanni Zito di 15 anni, Angelina Mauro, e 15 feriti, tutti colpiti alle spalle.

28 novembre. A Bagheria (Palermo), in uno scontro a fuoco con dei latitanti, uccisi il maresciallo dei carabinieri Salvatore Messina e l’appuntato Francesco Butifar.

29 novembre. A Torremaggiore (Foggia) la polizia spara sui contadini in lotta per la gestione democratica del collocamento e la riforma agraria e uccide il bracciante Antonio La Vacca e lo stradino comunale Giuseppe Lamedica, militanti del Partito comunista.

14 dicembre. A Montescaglioso (Matera) la polizia spara sui contadini in lotta per la riforma agraria. Cadono colpiti a morte i braccianti Michele Oliva e Giuseppe Novello.

1950

9 gennaio. A Modena, durante uno sciopero, la polizia spara sulla folla uccidendo sei operai, Arturo Chiappelli, Angelo Appiani, Roberto Rovatti, Ennio Garagnani,Renzo Bersani, Arturo Malagoli, e ferendone circa 200.

28 gennaio. A Salice (Lecce) ucciso in agguato il segretario della Camera del lavoro Donato Leuzzi.

14 febbraio. A Seclà (Lecce) durante una manifestazione di braccianti l’intervento delle forze dell’ordine causa la morte di Antonio Micali.

21 marzo. A Lentella (Chieti), durante uno sciopero a rovescio dei braccianti, le forze dell’ordine colpiscono a morte Nicola Mattia e Cosimo Maciocco.

22 marzo. Durante lo sciopero generale indetto dalla Cgil, scontri con la polizia a Parma, in provincia dell’Aquila e di Foggia con 4 morti: Attila Alberti, Luciano Filippelli,Francesco Laboni, Michele Di Nunzio.

30 aprile. A Celano (L’Aquila) fascisti e carabinieri sparano sui contadini del Fucino in lotta contro il principe Torlonia. Muoiono i braccianti Antonio Berardicuti eAgostino Parvis e il comunista Antonio D’Alessandro.

17 maggio. A Porto Mantovano, nel corso di uno sciopero bracciantile, viene ucciso il bracciante e sindacalista Vittorio Veronesi.

1951

17-18 gennaio. Durante manifestazioni per la pace le forze dell’ordine colpiscono a morte a Piana degli Albanesi (Palermo) il militante comunista Damiano Lo Greco, ad Adrano (Catania) il sindacalista Cisl Girolamo Rosano e Grazia Buscemi, a Comacchio (Ravenna) Antonio Fantinoli.

30 agosto. A Delianuova (Reggio Calabria) il maresciallo Antonio Sanginiti viene ucciso da Angelo Macrì, fratello di Giovanni che era rimasto ucciso durante un conflitto a fuoco con i carabinieri, e di Rocco e Giuseppe che il maresciallo aveva fatto arrestare. Nello stesso giorno, nei pressi del santuario della Madonan di Polsi, Angelo Macrì uccide il pastore Francesco Papalia, ritenendolo un confidente del maresciallo Sanginiti.

3 ottobre. A San Martino di Taurianova (Reggio Calabria) muore la bambina di tre anni Domenica Zucco, colpita durante un agguato contro il padre.

1952

19 marzo. A Villa Literno (Caserta), durante una manifestazione per l’assegnazione delle terre, le forze dell’ordine colpiscono a morte il bracciante Luigi Noviello.

7 agosto. Nelle campagne di Caccamo (Palermo) viene ucciso a colpi d’accetta il contadino Filippo Intile: voleva dividere il prodotto dei campi che aveva a mezzadria al 60% per il mezzadro e il 40% per il proprietario, in base a un decreto del ministro Fausto Gullo dell’ottobre 1944. A molti anni dal decreto agrari e mafiosi pretendevano di dividere ancora al 50%.

1954

16 febbraio. A Mussomeli (Caltanissetta), durante una manifestazione di protesta per la mancanza d’acqua, le forze dell’ordine lanciano bombe lacrimogene contro la folla. Nella ressa restano uccisi: Giuseppina Valenza di 72 anni, Onofria Pellicceri madre di otto figli, Vincenza Messina di 25 anni, madre di tre figli e incinta, Giuseppe Cappalonga di 16 anni.

A Milano, nel corso di una manifestazione di lavoratori dell’Om, le forze dell’ordine aprono il fuoco uccidendo l’operaio Ernesto Leoni.

1955

16 maggio. A Sciara (Palermo) assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale, impegnato nelle lotte contadine e operaie della zona. La madre Francesca Serio accusa i mafiosi come responsabili del delitto e si costituisce parte civile. Al suo fianco, per l’esposto, Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica. Difensore degli imputati in Cassazione Giovanni Leone, che sarà anche lui presidente della Repubblica. I mafiosi incriminati sono condannati in primo grado e assolti in appello.

19 maggio. A Cattolica Eraclea (Agrigento), in un conflitto a fuoco tra una pattuglia di carabinieri e due pregiudicati latitanti ucciso il carabiniere Domenico Barranco.

13 agosto. Uccisione di Giuseppe Spagnolo, dirigente del movimento contadino e sindaco comunista di Cattolica Eraclea (Agrigento).

1956

13 gennaio. A Venosa (Potenza) durante una manifestazione per il lavoro le forze dell’ordine colpiscono a morte il giovane bracciante Rocco Girasole e feriscono 14 persone.

14 marzo. A Barletta (Bari) la polizia spara sulla folla durante un corteo di donne e braccianti. Muoiono Giuseppe Spadaro, Giuseppe Di Corato e Giuseppe Lo Iodice.

1957

25 marzo. A Camporeale (Palermo) viene ucciso Pasquale Almerico e ferito il fratello. Muore il passante Antonino Pollari. Almerico, sindaco democristiano, si opponeva all’ingresso di mafiosi nel partito e si era rivolto al segretario provinciale Giovanni Gioia, senza avere risposta. Il capomafia Vanni Sacco, indiziato del delitto, venne assolto per insufficienza di prove.

9 settembre. A San Donaci (Brindisi), durante una manifestazione di contadini la polizia spara sulla folla. Muoiono Mario Calò, Luciano Valentini e una donna, Antonia Calignano, uscita per mettere al sicuro i suoi bambini.

1958

18 marzo. A Licata (Agrigento) ucciso Vincenzo Di Salvo, dirigente della Lega degli edili. Da una settimana era alla testa dello sciopero dei dipendenti della ditta Jacona, presso cui lavorava, che da più di un mese non ricevevano la paga. Accusato del delitto il capomafia del paese Salvatore Puzzo, che sfugge alla giustizia rifugiandosi in America.

1959

26 giugno. A Palermo uccisa Anna Prestigiacomo, di 15 anni, forse per vendetta nei confronti del padre ritenuto confidente dei carabinieri.

8 settembre. Nei pressi di Corleone (Palermo) ucciso in un conflitto a fuoco con dei banditi il carabiniere Clemente Bovi.

18 settembre. A Palermo durante una sparatoria tra mafiosi cade uccisa la tredicenne Giuseppina Savoca.

26 ottobre. A Godrano (Palermo), in un conflitto tra le cosche mafiose della zona, vengono uccisi il bambino Antonino Pecoraro di 10 anni e il fratellino Vincenzo.

1960

30 marzo. Ad Agrigento, assieme al commissario Cataldo Tandoj viene ucciso un giovane passante, Antonio Damanti. Per la Commissione parlamentare antimafia, l’omicidio di Tandoj va inserito “nel contesto delle relazioni tra il commissario e l’organizzazione mafiosa di Raffadali (Agrigento)”. I mafiosi temevano che il commissario, in procinto di trasferirsi a Roma, potesse rivelare segreti riguardanti delitti e attività della mafia.

5 maggio. Nei pressi di Termini Imerese (Palermo) sui binari della ferrovia viene trovato il corpo senza vita di Cosimo Cristina che aveva fondato un foglio locale ed era corrispondente del giornale “L’Ora” di Palermo. Si era occupato di varie inchieste e in particolare della vicenda dei frati di Mazzarino, processati e condannati per i loro rapporti con mafiosi.

5-8 luglio. Durante le manifestazioni contro il governo di destra presieduto da Tambroni la polizia spara sui manifestanti. Muoiono: il 5 luglio a Licata (Agrigento), Vincenzo Napoli; il 7 luglio a Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli; l’8 luglio a Palermo, Andrea Gangitano, Rosa La Barbera, Giuseppe Malleo, Francesco Vella; a Catania, Salvatore Novembre.

27 settembre. A Lucca Sicula (Agrigento) uccisione di Paolo Bongiorno, dirigente del movimento contadino, operante nell’Agrigentino fin da tempi dei Fasci siciliani.

1961

18 gennaio. A Tommaso Natale, borgata di Palermo, nel corso della faida mafiosa tra le famiglie Cracolici e Riccobono, viene ucciso il tredicenne Paolino Riccobono.

1962

28 maggio. A Ceccano (Frosinone) le forze dell’ordine aprono il fuoco durante una manifestazione operaia. Cade ucciso l’operaio Luigi Mastrogiacomo.

2 luglio. A Bagheria (Palermo) ucciso il bracciante Giacinto Puleo.

27 ottobre. A Bascapè (Pavia) cade l’aereo personale e muore il presidente dell’Eni (Ente nazionale idrocarburi) Enrico Mattei. Anche se le inchieste giudiziarie non hanno dato risultati definitivi, è probabile un ruolo della mafia nella preparazione dell’”incidente” che ha determinato la scomparsa di Mattei, impegnato in una politica energetica concorrenziale con quella delle grandi società petrolifere.

1963

30 giugno. Nella mattinata a Villabate (Palermo) una giulietta imbottita di tritolo scoppia davanti al garage del capomafia Giovanni Di Peri, uccidendo assieme al guardiano del garage Pietro Cannizzaro il fornaio Giuseppe Tesauro che passava nel momento dell’esplosione.

Nel pomeriggio strage di Ciaculli (borgata di Palermo), regno della famiglia mafiosa dei Greco. Era in corso una sanguinosa guerra di mafia tra i Greco e i fratelli La Barbera. Una giulietta al tritolo, destinata ad esplodere vicino all’abitazione di mafiosi della zona, scoppia uccidendo 7 rappresentanti delle forze dell’ordine accorsi sul posto, in seguito a una chiamata telefonica. Muoiono il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli dei carabinieri Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, il maresciallo dell’esercitoPasquale Nuccio, i carabinieri Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il soldato Giorgio Ciacci. Dopo la strage comincia a operare la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia in Sicilia, richiesta fin dal 1948 e costituita nel 1961.

1966

24 marzo. A Tusa (Messina) uccisione del sindacalista Carmelo Battaglia. Assessore comunale socialista, faceva parte della cooperativa di pascolo “Risveglio alesino”.

1967

2 febbraio. A Campobasso ucciso in una sparatoria con un pregiudicato l’appuntato dei carabinieri Nicola Mignogna.

29 dicembre. A Torre del Greco (Napoli) uccisione dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Piani.

1968

2 dicembre. Ad Avola (Siracusa), durante uno sciopero di braccianti le forze dell’ordine sparano sui manifestanti: due morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia e 48 feriti.

1969

9 aprile. A Battipaglia (Salerno), durante una manifestazione per la chiusura di due stabilimenti che davano lavoro a 800 operai, la folla assalta il municipio. Reparti di polizia sparano sui manifestanti. Due morti: Teresa Ricciardi, che si era affacciata al balcone, e Carmine Citro, che era per strada, e 200 feriti. Le aziende saranno riaperte. I sindacati organizzano uno sciopero nazionale che darà l’avvio alle lotte alla Fiat.

27 aprile. Nelle campagne di Altavilla Milicia (Palermo), nel corso di un’operazione per la cattura degli autori di un’estorsione, viene ucciso il carabiniere Orazio Costantino.

10 dicembre. A Palermo strage negli uffici di un’impresa di costruzioni in viale Lazio, ad opera dei “corleonesi”, durante la quale viene ucciso anche il custode Giovanni Domè, riconosciuto vittima innocente.

1970

16 settembre. A Palermo scompare il giornalista Mauro De Mauro, del giornale “L’Ora”. Il delitto è stato messo in relazione con un’inchiesta che De Mauro si accingeva a svolgere sulla morte del Presidente dell’Eni Enrico Mattei e con il fallito golpe Borghese del 1970.

1971

2 febbraio. A Foggia, nel corso di scontri tra scioperanti e forze dell’ordine, muore il bracciante agricolo Domenico Centola.

4 febbraio. A Catanzaro vengono lanciate bombe contro un corteo antifascista. Muore Giuseppe Malacaria e ci sono 14 feriti.

4 aprile. A Caulonia Marina (Reggio Calabria) ucciso il carpentiere Vincenzo Scuteri. Non accettava le forniture della ‘ndrangheta.

5 maggio. A Palermo uccisione del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione e dell’autista Antonino Lo Russo. Scaglione era stato chiamato in causa per le vicende relative alla sparizione di Luciano Liggio, ma con sentenza passata in giudicato, dopo la conferma della Cassazione, è stato riconosciuto che si era “attivamente adoperato per l’arresto del Liggio” e aveva preso “numerose iniziative” a carico dello stesso capomafia.

21 maggio. A Delianuova (Reggio Calabria) Domenico Ietto ferito gravemente durante un tentativo di sequestro morirà qualche mese dopo.

1972

16 aprile. A Polistena (Reggio Calabria) ucciso per errore Domenico Cannata. Nel 2005 è stato riconosciuto vittima innocente della ‘ndrangheta.

5 maggio. A Pisa, durante una manifestazione antifascista, negli scontri con la polizia rimane ferito lo studente Franco Serantini. Incarcerato e privo di assistenza morirà due giorni dopo.

27 ottobre. A Ragusa viene ucciso il cronista del giornale “L’Ora” Giovanni Spampinato, di 27 anni. Il delitto è opera del giovane Roberto Cambria, figlio del presidente del tribunale, ed è frutto dei rapporti conflittuali tra neofascisti, servizi segreti e ambienti criminali, su cui Spampinato indagava.

27 dicembre. A Cittanova (Reggio Calabria) ucciso da un proiettile vagante il consigliere comunale del PCI Giovanni Ventra, durante un’imboscata a un uomo del clan Facchineri.

1973

23 gennaio. A Milano, nel corso di scontri tra manifestanti del Movimento studentesco e forze dell’ordine, viene ucciso lo studente Roberto Franceschi.

26 luglio. A Crotone durante una sparatoria viene colpita a morte l’anziana Maria Giovanna Elia.

1974

10 gennaio. Nella borgata palermitana di San Lorenzo ucciso il maresciallo di polizia in pensione Angelo Sorino che collaborava con un collega in servizio a un’inchiesta sulla mafia della zona.

6 febbraio. A Bari ucciso Nicola Ruffo, un macchinista delle ferrovie dello Stato mentre cercava di difendere la titolare di una tabaccheria nel corso di una rapina.

14 ottobre. A Varese, rapito dal clan Zagari, Emanuele Riboli, e ucciso con il veleno dopo che i rapitori avevano scoperto che nella valigetta con il denaro del riscatto c’era una ricetrasmittente.

15 ottobre. A Olginate (Lecco) rapito Giovanni Stucchi, che muore durante il sequestro.

1975

13 febbraio. A Comerio (Varese) rapimento dell’imprenditore Tullio De Micheli, che verrà ucciso.

13 aprile. A Cittanova (Reggio Calabria) in una faida uccisi Michele, di 12 anni, e Domenico Facchineri, di 9 anni, figli di Giuseppe anche lui ucciso. Domenico in ginocchio aveva scongiurato i suoi assassini di non sparare.

17 aprile. A Milano, durante una manifestazione per l’uccisione dello studente Claudio Varalli, avvenuta il giorno prima ad opera di neofascisti, i carabinieri caricano i manifestanti e uccidono Giannino Zibecchi. A Torino, per un colpo di pistola sparato da una guardia giurata, durante una manifestazione per Varalli, muore l’operaioTonino Miccichè di 25 anni.

18 giugno. A Roccamena (Palermo) ucciso Calogero Morreale, segretario socialista e dirigente dell’Alleanza coltivatori. Era stato uno dei principali artefici della vittoria delle sinistre alle elezioni comunali del 15 giugno. Ai funerali partecipano duemila persone e accanto alla vedova è la madre di Salvatore Carnevale, Francesca Serio. Il padre di Morreale, Pietro, accusa come responsabili del delitto i mafiosi della zona, ma le indagini ben presto si arenano e il delitto rimane impunito.

1 luglio. A Eupidio (Como) viene sequestrata Cristina Mazzotti. Il suo corpo verrà trovato due mesi dopo in una discarica.

2 luglio. A Palermo, durante il sequestro dell’imprenditore Angelo Randazzo, viene ucciso l’agente di polizia Gaetano Cappiello.

3 luglio. A Nicastro (Catanzaro) uccisione dell’avvocato generale dello Stato presso la Corte d’appello Francesco Ferlaino. Era stato presidente del Tribunale che aveva processato numerosi mafiosi. Il delitto è rimasto impunito.

1976

5 gennaio. Ad Afragola (Napoli) uccisione del maresciallo dei carabinieri Gerardo D’Arminio.

27 gennaio. Ad Alcamo Marina (Trapani) uccisi i carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. Non si è riusciti a individuare il movente. Sono stati condannati: all’ergastolo Giuseppe Gulotta, a 22 anni Gaetano Santangelo e a 14 anni Vincenzo Ferrantelli, gli ultimi due latitanti in Brasile. Era stato incriminato anche Giuseppe Vesco, suicidatosi nel carcere di Trapani nell’ottobre del 1977. I condannati non risultano legati a gruppi mafiosi o a formazioni terroristiche.

4 marzo. A Mezzojuso (Palermo) assassinio del dirigente dell’Alleanza coltivatori Giuseppe Muscarella. Aveva promosso una campagna per l’acquisto collettivo di fertilizzanti rompendo il monopolio delle cosche e aveva proposto la costituzione di una cooperativa.

4 maggio. A Melicuccà (Reggio Calabria) muoiono durante un tentativo di rapimento il 73enne avvocato e possidente Alberto Capua (ex sindaco di Melicuccà) e il suo autista Vincenzo Ranieri.

23 maggio. A Torino sequestrato Mario Ceretto. Il suo corpo fu trovato qualche tempo dopo nelle campagne vicino a Orbassano.

7 luglio. A Catania scompaiono quattro ragazzi, Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro. Avevano scippato la madre di Nitto Santapaola. Verranno uccisi e gettati in un pozzo.

19 settembre. A Ottaviano (Napoli) uccisione di Pasquale Cappuccio, avvocato e segretario della sezione comunista.

29 settembre. A Taurianova (Reggio Calabria) ucciso il piccolo Rocco Corica, di sette anni, nella faida tra famiglie della ‘ndrangheta.

7 ottobre. A Grotteria (Reggio Calabria) rapimento del farmacista Vincenzo Macrì, che verrà ucciso.

15 ottobre. A Torino viene rapito l’imprenditore Adriano Ruscalla. Muore durante il sequestro.

25 ottobre. A Milano viene rapito l’imprenditore Mario Ceschina, che muore durante il sequestro.

10 dicembre. Nelle campagne di Gioia Tauro (Reggio Calabria) viene ucciso per sbaglio nel corso della faida tra clan rivali il giovane Francesco Vinci, militante comunista impegnato in attività antimafia.

31 dicembre. Ad Africo (Reggio Calabria) ucciso dalla ‘ndrangheta il ventisettenne anarchico Salvatore Barbagallo.

1977

11 marzo. A Bologna negli scontri tra forze dell’ordine e studenti di sinista è ucciso lo studente Francesco Lorusso.

12 marzo. A Giojosa Jonica (Reggio Calabria) ucciso Rocco Gatto, mugnaio, militante comunista impegnato nella lotta contro la ‘ndrangheta. Avevano tentato di estorcergli del denaro e aveva ricevuto minacce.

1 aprile. A Razzà di Taurianova (Reggio Calabria), durante un conflitto a fuoco davanti a una casa nella quale si stava svolgendo un summit di mafia, vengono uccisi l’appuntato dei carabinieri Stefano Condello e il carabiniere Vincenzo Caruso.

12 maggio. A Roma, durante una manifestazione di piazza, intervengono le forze dell’ordine. Cade uccisa la diciottenne Giorgiana Masi.

28 agosto. In Calabria, dove si trovava in vacanza con la famiglia, rapita Mariangela Passiatore, che non è stata più ritrovata.

15 luglio. Ucciso a Sidney Donald Mackay, agente della squadra antidroga che aveva arrestato quattro persone di origini italiane.

20 agosto. Nella piazza del borgo di Ficuzza, nei pressi di Corleone (Palermo), uccisi l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e l’insegnante Filippo Costa che lo accompagnava. L’omicidio è stato collegato con le indagini del colonnello Russo sul sequestro dell’esattore Corleo e con altre indagini.

30 settembre. A Roma ucciso da un gruppo di neofascisti, alla presenza di un blindato della polizia, il giovane comunista Walter Rossi, mentre effettuava un volantinaggio di protesta per le aggressioni subite nei giorni precedenti da alcuni militanti e simpatizzanti della sinistra.

30 novembre. A Palermo uccisione del maresciallo degli agenti di custodia del carcere Ucciardone Attilio Bonincontro. Un commando di killer lo ha assassinato sotto casa, nei pressi del carcere.

1978

26 gennaio. A Corleone (Palermo) viene ucciso l’avvocato Ugo Triolo, vicepretore onorario di Prizzi. In precedenza aveva ricevuto intimidazioni.

7 febbraio. A Torino viene rapito l’imprenditore Francesco Stola, che morirà durante il sequestro.

18 marzo. A Milano, i giovani Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Iaio) vengono uccisi da killer rimasti ignoti. Il giornalista Mauro Brutto, che si era occupato del delitto, muore il 25 novembre dello stesso anno in un incidente stradale sospetto. Fausto e Iaio avevano collaborato alla redazione di un dossier sulla droga.

9 maggio. Sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, nei pressi di Cinisi (Palermo), vengono trovati i resti del corpo di Giuseppe Impastato, dilaniato da un’esplosione. Proveniente da una famiglia mafiosa, giovanissimo aveva rotto con il padre e la parentela e avviato un’attività antimafia, impegnandosi nei gruppi di Nuova Sinistra e conducendo campagne di denunzia e mobilitazione, assieme a un’intensa attività culturale, negli ultimi anni attraverso i microfoni di Radio Aut. Era candidato alle elezioni comunali in una lista di Democrazia proletaria.

22 maggio. A Palermo, assieme al capomafia Giuseppe Sirchia, viene uccisa la moglie, Giacoma Gambino. Sirchia, sapendosi in pericolo, era solito farsi accompagnare dalla moglie perché pensava che i mafiosi non avrebbero ucciso una donna.

21 agosto. A Platì (Reggio Calabria) ucciso il commerciante Fortunato Furore, probabilmente perché non aveva pagato il pizzo.

29 agosto. A Pagani (Salerno) uccisione di Antonio Esposito Ferraioli, di 23 anni. Delegato sindacale della Cgil presso la Fatme, denunciava la pessima qualità delle carni fornite alla mensa aziendale, provenienti dalla macellazione clandestina.

26 settembre. A Bolognetta (Palermo) uccisione del vigile urbano Salvatore Castelbuono. Aveva collaborato con le Forze dell’ordine nella ricerca di latitanti.

9 novembre. A Meda (Milano) rapito e ucciso lo studente Paolo Giorgetti, 16 anni, figlio di un mobiliere.

1979

5 gennaio. A Rizziconi (Reggio Calabria) uccisi Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini, operai della Montresor e Morselli di Verona. Avevano acquistato agrumi dai produttori di Gioia Tauro turbando il mercato controllato dalla ‘ndrangheta.

11 gennaio. A Palermo uccisione del sottufficiale di PS Filadelfo Aparo, impegnato in indagini di mafia.

26 gennaio. A Palermo uccisione di Mario Francese, cronista del “Giornale di Sicilia”. Si era interessato di speculazioni mafiose nei lavori della costruzione della diga Garcia e aveva documentato l’ascesa del gruppo dei “corleonesi”. Il figlio di Mario, Giuseppe, che si era prodigato per ottenere l’accertamento della verità, ci ha lasciato il 3 settembre 2002.

9 febbraio. A Reggio Calabria vengono uccisi Antonino Tripodo e Rocco Giuseppe Barillà, per avere dato un passaggio in auto al sorvegliato speciale Rocco D’Agostino.

9 marzo. A Palermo uccisione del segretario provinciale democristiano Michele Reina. Anche se non risulta una presa di posizione contro la mafia, il delitto potrebbe essere messo in relazione con i tentativi dell’uomo politico di intrecciare rapporti con l’opposizione. Reina aveva appena partecipato a un congresso del Partito comunista.

26 aprile. A Palermo, durante una rapina alla Cassa di Risparmio, viene ucciso il metronotte Alfonso Sgroi. Facevano parte della banda di rapinatori i mafiosi Pino Greco, detto “scarpuzzedda”, e Pietro Marchese.

4 giugno. In provincia di Agrigento ucciso ad un posto di blocco il carabiniere Baldassare Nastasi.

11 luglio. A Milano uccisione dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Il killer è il mafioso William Aricò, che il 21 febbraio del 1984, durante un processo, cadrà dal nono piano del Memorial Correctional Center di New York. Condannato all’ergastolo come mandante il banchiere Sindona, successivamente morto di veleno in carcere.

21 luglio. A Palermo uccisione del vicequestore Boris Giuliano, particolarmente impegnato nelle inchieste sul traffico internazionale di droga.

31 luglio. A Limbadi (Vibo Valentia) ucciso Orlando Legname, militante del Pci che si occupava dell’azienda agricola della famiglia. Si opponeva alle richieste del clan Mancuso.

28 agosto. A Palermo scompare il vicecomandante delle guardie del carcere Ucciardone Calogero Di Bona. Aveva redatto un rapporto di denuncia sul pestaggio di un agente di custodia avvenuto nel carcere: potrebbe essere stato il movente del delitto. Nel 2011 la Procura di Palermo riapre le indagini su richiesta dei familiari. Nel dicembre del 2012 viene chiesto il rinvio a giudizio per il boss Salvatore Lo Piccolo e per Salvatore Liga, già in carcere per altri reati. Secondo alcune dichiarazioni dei pentiti, dopo essere stato rapito, il maresciallo fu sottoposto a un interrogatorio, su mandato del capomafia Rosario Riccobono: i boss volevano sapere i nomi degli agenti di custodia che avevano spedito una lettera ai giornali, per denunciare la situazione del carcere dell’Ucciardone, dove la nona sezione era stata trasformata dai capi di Cosa nostra in un club esclusivo, che aveva anche come succursale il reparto infermeria. Solo dopo la scomparsa del maresciallo, il ministero della Giustizia mandò un’ispezione.

25 settembre. A Palermo uccisione del magistrato Cesare Terranova e della guardia del corpo e collaboratore maresciallo Lenin Mancuso. Nel corso degli anni ’60 Terranova aveva istruito i principali processi di mafia, sostenendo la tesi dell’esistenza dell’associazione criminale e del coordinamento tra le varie cosche. Successivamente era stato eletto al Parlamento come indipendente nelle liste del Pci e aveva fatto parte della Commissione antimafia, collaborando alla relazione di minoranza del Partito comunista. Tornato a Palermo si accingeva a ricoprire l’incarico di Consigliere istruttore. Del delitto viene incriminato Luciano Liggio, assolto. Successivamente sono stati condannati come mandanti i capi della cupola.

10 novembre. Al casello autostradale di San Gregorio, nei pressi di Catania, durante il trasferimento del detenuto Angelo Pavone, in un agguato vengono uccisi il vicebrigadiere Giovanni Bellissima e gli appuntati Salvatore Bologna e Domenico Marrara. Il triplice omicidio viene consumato durante la visita del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Pavone viene sequestrato e ucciso.

14 novembre. A Milano viene rapito Cesare Pedesini, titolare di un’azienda, che morirà durante il sequestro.

1980

6 gennaio. A Palermo, in via Libertà, uccisione del presidente della Regione e dirigente democristiano Piersanti Mattarella. Si era impegnato in un’azione di moralizzazione della vita pubblica, bloccando alcuni appalti a cui erano interessati imprenditori mafiosi e si adoperava per un rinnovamento del quadro politico aperto al coinvolgimento del Partito comunista.

4 maggio. A Monreale (Palermo) la sera dei festeggiamenti del Santo patrono viene ucciso il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Aveva in braccio la figlia di pochi anni. Si era impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari.

11 giugno. A Rosarno (Reggio Calabria) uccisione di Giuseppe Valarioti, giovane dirigente comunista, impegnato nella lotta contro la ‘ndrangheta.

21 giugno. A Cetraro (Cosenza) ucciso Giovanni Losardo, assessore comunale ai Lavori pubblici che si opponeva agli interessi della ‘ndrangheta collegati con gli appalti e i subappalti di opere pubbliche.

13 luglio. A Palermo ucciso l’agente di polizia penitenziaria Pietro Cerulli.

6 agosto. A Palermo, in via Cavour, ucciso il procuratore capo Gaetano Costa. Aveva firmato da solo, poiché i sostituti procuratori si erano rifiutati di farlo, dei mandati di cattura contro vari mafiosi, tra cui gli Inzerillo, implicati nel traffico di droga. Il delitto è rimasto impunito.

28 agosto. Nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi (Palermo) uccisione dell’albergatore Carmelo Iannì. La sua collaborazione con le forze dell’ordine aveva portato all’arresto di mafiosi e del chimico francese André Busquet che raffinava eroina e alloggiava nell’albergo che, dopo la morte del titolare, resterà chiuso per anni.

11 ottobre. A San Giovanni a Teduccio (Napoli). ucciso da un proiettile vagante in una sparatoria tra clan rivali il giovane operaio Ciro Rossetti.

17 ottobre. A Siderno (Reggio Calabria) viene rapito Antonino Colista, procuratore dell’Ufficio delle imposte di Stignano, che muore durante il sequestro.

7 novembre. A Ottaviano (Napoli) ucciso il segretario della sezione comunista e consigliere comunale Domenico Beneventano. Medico chirurgo, si era impegnato nell’attività politica ed era stato eletto consigliere nelle liste del Pci nel 1975 e riconfermato nel 1980. Si era opposto decisamente alle connivenze tra gruppi camorristici e politici locali.

11 dicembre. A Pagani (Salerno) ucciso l’avvocato e sindaco democristiano Marcello Torre, che si opponeva alle infiltrazioni camorristiche negli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto nell’Irpinia.

1981

9 febbraio. Ad Alessandria della Rocca (Agrigento) uccisi per sbaglio Domenico Francavilla, Mariano Virone e il dodicenne Vincenzo Mulè in un agguato contro il capomafia del paese.

27 marzo. A Salermo ucciso nel suo studio l’avvocato Leopoldo Gassani per non aver voluto rinunciare alla difesa di un componente di una banda di sequestratori che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Con lui è stato ucciso il suo segretario Giuseppe Grimaldi.

14 aprile. A Napoli ucciso dagli uomini di Cutolo il direttore di Poggioreale Giuseppe Salvia.

3 luglio. A Torino viene rapito il costruttore Lorenzo Crosetto, che morirà durante la prigionia.

10 settembre. A Palermo uccisione del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella. Indagava sul contrabbando di sigarette e sul traffico di droga.

29 settembre. A Castronovo di Sicilia (Palermo) uccisi Vincenzo Romano e Michele Ciminnisi in un bar, durante una sparatoria per uccidere il capomafia Calogero Pizzuto.

6 novembre. A Palermo uccisione del chirurgo Sebastiano Bosio. Secondo le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia, Bosio sarebbe stato ucciso perché secondo i mafiosi aveva curato male Pietro Fascella, che era rimasto ferito dalla polizia, in un blitz durante un summit di mafia.

11 novembre. A Fasano (Brindisi), viene trovata ustionata e agonizzante a casa sua Palmina Martinelli, di 14 anni, che morirà, dopo atroci sofferenze, non senza essere riuscita a parlare e a dire che l’avevano cosparsa di alcol e dato fuoco perché rifiutava di prostituirsi.

25 dicembre. A Bagheria (Palermo) ucciso in una sparatoria tra mafiosi il pensionato Onofrio Valvola.

1982

8 gennaio. A Torre Annunziata (Napoli) ucciso il maresciallo dei carabinieri Luigi D’Alessio, da camorristi che aveva fermato per un controllo. Nella sparatoria è stata uccisa la sedicenne Rosa Visone.

13 gennaio. A Cutro (Catanzaro), durante un attentato al boss Antonio Dragone, rimane ucciso il maresciallo dei carabinieri Francesco Borrelli.

26 gennaio. A Isola delle Femmine (Palermo) uccisione del carabiniere in pensione Nicolò Piombino. Stava collaborando per la ricostruzione di alcuni delitti avvenuti nella zona.

Aprile. A Torre Annunziata (Napoli) ucciso Luigi Cafiero. Secondo la dichiarazione di un collaboratore di giustizia, avvenuta undici anni dopo, sarebbe stato scambiato per un camorrista.

30 aprile. A Palermo uccisione del segretario regionale comunista Pio La Torre e dell’autista e collaboratore Rosario Di Salvo. La Torre, dirigente delle lotte contadine, deputato all’Assemblea regionale siciliana e al Parlamento, dirigente nazionale del partito, era tornato in Sicilia ed era impegnato nella lotta contro la mafia e nella mobilitazione contro l’installazione dei missili a testata nucleare a Comiso. Aveva elaborato il disegno di legge che poi sarà recepito nella legge antimafia del settembre 1982. Condannati per il duplice delitto i capimafia della cupola.

3 maggio. A Reggio Calabria ucciso con un’autobomba l’ingegnere Gennaro Musella. Proprietario di una cava forniva materiali per costruzione. Il delitto è maturato all’interno dei contrasti d’interesse per la costruzione del porto di Bagnara Calabra. La gara d’appalto era stata vinta da un’associazione d’imprese con in testa i “cavalieri” di Catania (gli imprenditori Costanzo, Finocchiaro, Graci e Rendo) e l’ingegnere Musella aveva presentato esposti contro il Genio civile che avrebbe favorito le imprese vincitrici. L’inchiesta è stata archiviata e il delitto è rimasto opera di ignoti.

8 maggio. A Porto Empedocle (Agrigento) uccisi sul loro posto di lavoro Giuseppe Lala, Antonio Valenti e Domenico Vecchio. Sono stati riconosciuti vittime innocenti di un delitto mafioso.

24 maggio. A Palermo nella camera della morte, in Corso dei Mille, vengono strangolati i giovani Rodolfo Buscemi e Matteo Rizzuto. Buscemi indagava sull’omicidio del fratello Salvatore e Rizzuto si trovava solo casualmente in sua compagnia. La sorella Michela si è costituita parte civile nel maxiprocesso contro la cupola mafiosa e i responsabili di una serie di omicidi.

29 maggio. A Cava dei Tirreni viene uccisa Simonetta Lamberti, di 10 anni, da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre di Simonetta, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina, con il quale stava rincasando.

6 giugno. A Palermo ucciso Antonino Peri, autotrasportatore. Come hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia, aveva inseguito una macchina che aveva tamponato la sua autovettura; a bordo erano due mafiosi che facevano da scorta a un’altra auto nel cui bagagliaio c’era il corpo di un uomo appena ucciso. I mafiosi l’hanno scambiato per un poliziotto.

16 giugno. A Palermo, sulla circonvallazione, un commando mafioso uccide assieme al capomafia Alfio Ferlito, in contrasto con Nitto Santapaola, i carabinieri Luigi Di Barca, Silvano Franzolin, Salvatore Raiti e l’autista Giuseppe Di Lavore.

29 giugno. A Termini Imerese (Palermo) ucciso l’agente penitenziario Antonino Burrafato. Si era rifiutato di fare incontrare Leoluca Bagarella con la madre e la sorella.

2 luglio. A Marano (Napoli) uccisione del carabiniere ventenne Salvatore Nuvoletta ad opera di camorristi su mandato di Francesco Schiavone, detto Sandokan.

11 agosto. Al Policlinico di Palermo uccisione del docente universitario e medico legale Paolo Giaccone. Non aveva voluto modificare una perizia che incolpava Giuseppe Marchese, nipote del capomafia Filippo, degli omicidi avvenuti a Bagheria nel Natale 1981.

30 agosto. A Palermo ucciso il giovane commerciante Vincenzo Spinelli. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Onorato, aveva fatto arrestare l’autore di una rapina avvenuta nel suo negozio, un giovane parente dei capimafia Giuseppe Savoca e Masino Spadaro.

3 settembre. A Palermo, in via Carini, uccisione del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Dalla Chiesa era stato nominato prefetto di Palermo dopo l’omicidio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo.

Nello stesso giorno a Frattaminore (Napoli) ucciso in un agguato il maresciallo della Squadra mobile Andrea Mormile.

14 settembre. A Napoli ucciso dalla camorra il brigadiere Antimo Graziano, che prestava servizio presso la Casa circondariale di Poggioreale.

7 ottobre. Ad Avellino ucciso il carabiniere Elio Di Mella, durante la traduzione dal carcere di Campobasso a quello di Avellino di un detenuto, boss della Nuova camorra organizzata. Alcuni camorristi hanno assaltato il furgone, ucciso Di?Mella cha aveva tentato di reagire e prelevato il detenuto.

15 ottobre. A Cesa (Caserta) viene ucciso l’agente di polizia penitenziaria di Poggioreale (Napoli) Gennaro De Angelis.

9 novembre. A Caraffa del Bianco (Reggio Calabria) ucciso il tredicenne Giovanni Canturi, in un agguato allo zio Rosario Zerilli ucciso per vendetta.

A Castrovillari (Cosenza) viene rapito Eduardo Annichiarico, studente, figlio di un gioielliere. Muore durante il sequestro.

14 novembre. A Palermo, in via Notarbartolo, uccisione dell’agente Calogero Zucchetto, impegnato nella ricerca di mafiosi latitanti.

24 novembre. A San Cataldo (Caltanissetta) ucciso Carmelo Cerruto, probabilmente perché indagava sulla morte del figlio, il giovane Emanuele Cerruto, ucciso il 27 settembre 1981.

10 dicembre. A Locri (Reggio Calabria) ucciso il professore presso il Liceo scientifico Francesco Panzera. Si era attivamente occupato del problema della tossicodipendenza.

1983

2 gennaio. A Vibo Valentia scompare il tredicenne Francesco Pugliese.

25 gennaio. A Valderice (Trapani) viene ucciso il sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto, impegnato in indagini di mafia nel Trapanese.

31 gennaio. A Napoli ucciso, dopo numerose minacce ricevute, Nicandro Izzo, agente in servizio presso l’istituto penitenziario di Poggioreale.

5 marzo. A Santa Maria Capua Vetere (Cosenza) ucciso Pasquale Mandato, maresciallo degli agenti di custodia del carcere.

11 marzo. A Palermo, uccisione del costruttore edile Salvatore Pollara. Aveva collaborato con la giustizia per fare processare i responsabili dell’omicidio del fratello Giovanni, scomparso nel 1979.

27 aprile. A Palermo ucciso l’appuntato dei carabinieri in pensione Gioacchino Crisafulli. Secondo i collaboratori di giustizia, aveva denunciato due ladri.

28 aprile. Sulla Circonvallazione esterna di Napoli ucciso in un agguato il brigadiere dei carabinieri Domenico Celiento.

13 giugno. A Palermo in via Scobar uccisi il capitano dei carabinieri di Monreale Mario D’Aleo e i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. Il capitano D’Aleo aveva sostituito il capitano Basile e aveva continuato le indagini sulle attività della mafia del Monrealese.

26 giugno. A Torino uccisione del procuratore capo Bruno Caccia. Indagava sul “clan dei calabresi” e sui mafiosi catanesi operanti nel Nord Italia.

30 giugno. A Figline Vegliaturo (Cosenza) scompare Attilio Aceti, ristoratore; forse un sequestro per vendetta.

29 luglio. A Palermo, in via Pipitone Federico, un’autobomba uccide il consigliere istruttore Rocco Chinnici, gli uomini di scorta Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Chinnici aveva avviato il pool antimafia e aveva avuto un ruolo decisivo nella strategia giudiziaria fondata sul coordinamento dei magistrati impegnati in inchieste sulla mafia, considerata come un fenomeno unitario. Solo nel 2000 sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i capi della cupola e condannati a 18 anni come esecutori Giovanni Brusca, Calogero Ganci, Giovan Battista Ferrante e Francesco Paolo Anzelmo, nel frattempo diventati collaboratori di giustizia. Nel 2003 la Cassazione ha confermato le condanne. La strage sarebbe stata voluta da Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori di Salemi su cui Chinnici indagava.

11 ottobre. A Maddaloni (Caserta) ucciso Franco Imposimato, fratello del magistrato Ferdinando che indagava sui rapporti tra la banda della Magliana e Cosa nostra. Una vendetta trasversale compiuta da camorristi su mandato del capomafia Pippo Calò.

Lo stesso giorno, sempre in provincia di Caserta, viene ucciso l’agente penitenziario Ignazio De Florio.

12 ottobre. A Lamezia Terme (Catanzaro) viene rapito Giuseppe Bertolami, florovivaista, che muore durante il sequestro. Due anni dopo il sequestro la famiglia Bertolami denuncia le inerzie degli investigatori.

4 novembre. A San Ferdinando (Reggio Calabria) uccisi i ragazzi Domenico Cannatà, di undici anni, e Serafino Trifarò, di quattordici anni, durante un agguato contro il padre di Domenico.

29 novembre. A Prizzi (Palermo) scompare il piccolo imprenditore Sebastiano Alongi. La moglie, Anna Pecoraro, costituitasi parte civile nel procedimento contro ignoti, ha denunciato i favoritismi e gli interessi mafiosi nella concessione degli appalti, che avrebbero portato all’isolamento e all’uccisione del marito.

2 dicembre. Ucciso, mentre tornava da Poggioreale (Napoli), assieme a un collega rimasto ferito, Antonio Cristiano, agente presso la Casa circondariale.

15 dicembre. A Napoli ucciso Luigi Cangiano, di 10 anni, durante una sparatoria tra polizia e spacciatori.

1984

5 gennaio. A Catania viene ucciso il giornalista e scrittore Giuseppe Fava, autore di inchieste, romanzi e opere teatrali. Aveva diretto il quotidiano “Giornale del Sud” e aveva fondato il mensile “I Siciliani”. Per primo aveva denunziato, in pieno isolamento, la presenza della mafia a Catania e i suoi collegamenti con imprenditori e politici. Dopo una serie di depistaggi, l’impegno dei familiari è riuscito a ottenere giustizia con la condanna dei mafiosi del clan Santapaola.

31 marzo. A Nardò (Lecce) uccisione dell’assessore comunale Renata Fonte, riconosciuta vittima della criminalità organizzata perché si opponeva alla speculazione edilizia.

1 maggio. A Giffone (Reggio Calabria) viene rapito Alfredo Sorbara, che lavorava nell’azienda familiare di movimentazione terra. Muore durante il sequestro.

10 giugno. A Marano (Napoli), durante uno scontro tra i clan Nuvoletta e Bardellino, rimane ucciso il passante sedicenne Salvatore Squillace.

2 dicembre. A Palermo attentato contro Leonardo Vitale. Nel 1973, per motivi religiosi, si era autoaccusato e aveva accusato altri mafiosi di alcuni delitti compiuti nel suo quartiere, Altarello, e aveva denunciato i collegamenti con alcuni uomini politici. Era stato creduto e condannato per i delitti commessi, ma non si era prestato fede alle altre rivelazioni, considerate frutto di disturbi mentali. Era stato rinchiuso nel manicomio criminale e poi inviato al confino. Rientrato a Palermo non aveva nessuna protezione. Muore il 7 dicembre.

7 dicembre. A Bagheria (Palermo) uccisione di Pietro Busetta, cognato di Tommaso Buscetta. Una vendetta trasversale per colpire il collaboratore di giustizia.

23 dicembre. Strage sul rapido 904 Napoli-Milano, nei pressi di San Benedetto in Val di Sambro (Bologna). 15 morti: Giovanbattista Altobelli, Anna Maria Brandi,Angela Calvanese, Susanna Cavalli, Lucia Cerrato, Anna De Simone, Giovanni De Simone, Nicola De Simone, Pier Francesco Leoni, Luisella Matarazzo,Carmine Moccia, Valeria Moratello, Maria Luigia Morini, Federica Taglialatela, Abramo Vastarella; più di 200 feriti, tra cui Giovanni Calabrò e Gioacchino Taglialatela, morti successivamente per i traumi riportati. La Corte d’assise d’appello di Bologna il 14 marzo del 1992 ha condannato i mafiosi Pippo Calò, Guido Cercola, Franco D’Agostino e il neofascista tedesco Friedrich Schaudinn.

1985

6 febbraio. A San Luca (Reggio Calabria) ucciso in un agguato Carmine Tripodi, brigadiere comandante della stazione dei carabinieri.

23 febbraio. A Palermo vengono uccisi l’imprenditore Roberto Parisi e l’autista Giuseppe Mangano. Da recenti dichiarazioni di collaboratori di giustizia risulta che Parisi si sarebbe opposto alle richieste della mafia.

27 febbraio. A Palermo omicidio dell’imprenditore Pietro Patti, titolare di uno stabilimento per la lavorazione della frutta secca nella zona industriale di Brancaccio. Si era rifiutato di pagare il pizzo.

28 febbraio. A Reggio Calabria ucciso il vigile urbano Giuseppe Macheda, impegnato in una squadra per la repressione dell’abusivismo edilizio.

13 marzo. A Palermo uccisione dell’imprenditore Giovanni Carbone: probabilmente aveva resistito a tentativi di estorsione.

Lo stesso giorno, a Cosenza ucciso da uomini della ‘ndrangheta il direttore del carcere Sergio Cosmai, che faceva rispettare le regole, abitualmente trasgredite per favorire i boss imprigionati.

27 marzo. A Platì (Reggio Calabria) ucciso il sindaco Domenico De Maio. Platì è un centro dell’Aspromonte sede di una delle ‘ndrine (così si chiamano i gruppi della ‘ndrangheta) più antica e radicata, ma presente pure in altri Paesi, come, per esempio, in Australia.

2 aprile. A Pizzolungo (Trapani) attentato al magistrato Carlo Palermo. Salta in aria la macchina che passa in quell’istante e fa da scudo: muoiono la signora Barbara Rizzo Asta e i gemellini Giuseppe e Salvatore Asta di sei anni. Carlo Palermo aveva condotto a Trento un’inchiesta sul traffico internazionale di droga e di armi e aveva chiesto il trasferimento a Trapani per continuare le sue indagini.

28 luglio. A Porticello, a pochi chilometri da Palermo, ucciso il commissario di polizia Beppe Montana, impegnato nella ricerca dei latitanti.

6 agosto. A Palermo, in via Croce Rossa, cadono in un agguato il capo della Squadra mobile Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Scampa all’attentato l’agente Natale Mondo, che sarà ucciso successivamente. Ninni Cassarà era in prima linea nella lotta alla mafia e Roberto Antiochia pur essendo in ferie aveva chiesto di stare al suo fianco.

23 settembre. A Napoli viene ucciso il giornalista Giancarlo Siani. Aveva condotto delle inchieste sui legami tra camorristi e uomini politici nelle speculazioni dopo il terremoto dell’Irpinia.

25 novembre. A Palermo, in via Libertà, un’auto dei carabinieri di scorta ai magistrati Borsellino e Guarnotta sbanda e piomba su un gruppo di studenti in attesa dell’autobus. Muore sul colpo Biagio Siciliano di 14 anni e il primo dicembre muore Giuditta Milella di 17 anni. Molti ragazzi rimangono feriti. Successivamente, il 22 dicembre 2000, morirà Pierluigi Lo Monaco.

29 novembre. A Isola delle Femmine (Palermo) ucciso il brigadiere Enrico Monteleone, nel tentativo di sventare una rapina in atto all’ufficio postale.

12 dicembre. A Villafranca Tirrena (Messina) viene uccisa Graziella Campagna di 17 anni. Lavorava in una lavanderia e aveva trovato in un abito un’agendina del capomafia latitante Gerlando Alberti junior. La ragazza viene sequestrata e uccisa nel timore che possa rivelare l’identità del capomafia.

1986

21 gennaio. A Palermo omicidio dell’imprenditore Paolo Bottone, titolare assieme al padre dell’ISAVIA, una ditta di manutenzioni industriali. Probabilmente il delitto è dovuto al rifiuto di pagare il pizzo.

7 febbraio. A Cosenza ucciso in un agguato Filippo Salsone, maresciallo degli agenti di custodia del carcere, un anno dopo l’uccisione del direttore Sergio Cosmai.

11 febbraio. A Platì (Reggio Calabria) uccisi Francesco Prestia, che era stato più volte sindaco del paese, e la moglie Domenica De Girolamo, nella loro tabaccheria forse durante un tentativo di rapina.

6 aprile. A Napoli ucciso l’agente scelto di polizia Antonio Pianese.

3 maggio. A Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria) uccisi gli studenti Pietro e Fortunata Pezzimenti per una vendetta trasversale.

4 luglio. A Torre Annunziata (Napoli) ucciso Luigi Staiano, un imprenditore edile che si era ribellato al racket.

7 luglio. A Napoli uccisione dell’agente scelto di polizia Vittorio Esposito.

30 luglio. A Salerno ucciso l’agricoltore Antonio Sabia, in un agguato contro Vincenzo Marandino nella guerra di camorra tra gli uomini della Nco di Raffaele Cutolo e i membri della Nuova Famiglia.

26 agosto. Ucciso a Palermo Salvatore Benigno, cassiere presso un cinema, che vide dare alle fiamme un’auto da due mafiosi che avevano commesso un omicidio.

21 settembre. A Porto Empedocle (Agrigento), durante un agguato contro mafiosi rimangono uccisi Filippo Gebbia, mentre passeggiava con la fidanzata, e Antonio Morreale, seduto in un bar con la moglie.

7 ottobre. A Palermo, nel quartiere San Lorenzo, viene ucciso il ragazzo di 11 anni Claudio Domino. Autori del delitto sarebbero stati alcuni spacciatori di droga, uccisi qualche tempo dopo. Claudio potrebbe averli visti mentre spacciavano nel quartiere.

5 novembre. A Licola Mare (Napoli) ucciso Mario Ferillo, impresario teatrale, scambiato per un noto camorrista locale.

17 novembre. A Monreale (Palermo) ucciso il carabiniere ausiliario Rosario Pietro Giaccone.

1987

9 gennaio. In provincia di Catania ucciso Cosimo Aleo, ragazzo di sedici anni, che è stato strangolato e poi finito a colpi di pietre da sicari di Scuto perché aveva rubato in casa di un mafioso.

17 gennaio. A Reggio Calabria ucciso Antonio Scirtò, nel corso di una sparatoria tra le cosche Rosmini e Lo Giudice.

4 marzo. A Polistena (Reggio Calabria) ucciso da un proiettile vagante Giuseppe Richichi, vicepreside dell’istituto magistrale, in un agguato contro Vincenzo Luddeni, direttore della Banca popolare di Polistena, rimasto illeso.

10 aprile. A Cittanova (Reggio Calabria) uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Rosario Iozzia.

15 giugno. A Vibo Valentia ucciso il carabiniere Antonino Civinini.

27 agosto. A Niscemi (Caltanissetta) durante una sparatoria tra due gruppi mafiosi, vengono colpiti a morte i bambini Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto, che giocavano per strada.

4 dicembre. A Castel Morrone (Caserta) uccisione dei carabinieri Carmelo Ganci e Luciano Pignatelli. I carabinieri erano liberi dal servizio ma, appresa la notizia di una rapina, andavano alla ricerca dei rapinatori, inseguendoli con la loro auto. I malviventi aprivano il fuoco e uccidevano i due carabinieri.

20 dicembre. A Napoli, in un mobilificio, ucciso Aniello Giordano da una banda di estorsori.

1988

5 gennaio. A Laureana di Borrello (Reggio Calabria) ucciso il professore Nicola Pititto, forse per vicende legate alle estorsioni.

12 gennaio. A Palermo, in pieno centro, viene ucciso Giuseppe Insalaco, ex sindaco democristiano. Aveva denunziato alla Commissione parlamentare antimafia i collegamenti tra mafia e amministrazione comunale. Insalaco prima viene osteggiato e isolato politicamente, poi è eliminato anche fisicamente.

14 gennaio. A Palermo, nel quartiere Acquasanta, uccisione dell’agente Natale Mondo, scampato all’agguato del 6 agosto 1985 in cui erano morti il capo della Squadra mobile Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Aveva proseguito l’attività investigativa. Si è pensato anche a una vendetta per la morte nei locali della questura di Salvatore Marino, indiziato per l’omicidio del commissario di polizia Beppe Montana.

2 marzo. A Palermo uccisione dell’ingegnere Donato Boscia, direttore del cantiere dell’impresa romana Ferrocementi. Aveva denunciato alla Commissione antimafia i collegamenti tra mafia e amministrazione comunale.

9 luglio. A Gioia Tauro (Reggio Calabria) ucciso in un agguato il carabiniere Pietro Ragno, che aveva preso parte a diverse operazioni antimafia.

31 agosto. A Sant’Ilario sullo Ionio (Reggio Calabria) ucciso il pensionato Francesco Capogreco, probabilmente perché aveva assistito a un delitto.

2 settembre. A Lamezia Terme (Catanzaro) uccisa la guardia giurata Antonio Talarico.

9 settembre. A Gioia Tauro (Reggio Calabria) ucciso per errore il marocchino Abed Manyami.

14 settembre. A Pietretagliate (Trapani) uccisione del giudice in pensione Alberto Giacomelli. Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, il delitto è stato compiuto perché il magistrato aveva firmato il provvedimento di confisca dei beni del fratello di Riina.

25 settembre. Nei pressi di Canicattì (Agrigento) vengono uccisi il giudice del Tribunale di Palermo Antonino Saetta e il figlio Stefano. È il primo magistrato giudicante ad essere assassinato. Aveva presieduto la Corte d’appello per la strage Chinnici del 29 luglio 1983 e per il delitto Basile del 4 maggio 1980. Era candidato a presiedere la Corte d’appello per il primo maxiprocesso.

26 settembre. Nei pressi di Valderice (Trapani) ucciso Mauro Rostagno. Ex leader del movimento studentesco, poi dirigente di Lotta continua, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.

23 ottobre. A Locri (Reggio Calabria) ucciso il primario di chirurgia Girolamo Marino, perché ritenuto responsabile, dal padre e dallo zio di Caterina Giampaolo, 4 anni, della sua morte dopo un intervento di appendicite. I Giampaolo fanno parte di un clan in lotta con gli Strangio.

10 novembre. A Siracusa ucciso il ragazzo Carmelo Zaccarello, figlio del titolare di un bar: i killer hanno sparato tra la folla per uccidere un mafioso.

12 novembre. A Melfi (Potenza) uccisione di Lucia Montagna, di 14 anni. Responsabili del delitto Maria, Filomena e Rosa Russo, sorelle di Santo Russo, ucciso il 4 ottobre 1988, del cui omicidio è stato accusato il cognato Angelo Montagna, fratello di Lucia. Difficile stabilire se si tratti di criminalità comune o organizzata.

18 novembre. A Camporeale (Palermo) ucciso il medico Giuseppe Montalbano. Con sentenza del 25 luglio 1997 è stato accertato che l’omicidio è stato compiuto da Giovanni Brusca e Santino Di Matteo perché il mafioso Biagio Montalbano sospettava che il medico fosse un confidente dei carabinieri.

15 dicembre. A Palermo uccisione dell’imprenditore Luigi Ranieri, titolare della Sageco, un’impresa edilizia che gestiva grossi appalti. Si sarebbe opposto alla spartizione degli appalti imposta dalle famiglie mafiose.

1989

8 gennaio. A Bianco (Reggio Calabria) scompare il sedicenne Rosario Bevilacqua, successivamente assassinato.

10 gennaio. A Deakin (Australia) ucciso, da un appartenente alla ‘ndrangheta, Colin Winchester, ufficiale di polizia maggiore dell’Australia.

29 gennaio. A Taurianova (Reggio Calabria) viene assassinato il bracciante agricolo Giuseppe Caruso.

14 febbraio. A Niscemi (Caltanissetta) ucciso Francesco Pepi, titolare di un’industria conserviera. Probabilmente il delitto è causato dal rifiuto di pagare il pizzo. In quegli anni a Niscemi c’era uno scontro tra cosche rivali con molti omicidi.

17 febbraio. A Tradate (Varese) viene rapito Andrea Cortellezzi, figlio di un industriale. Muore durante il sequestro.

23 febbraio. A Laureana di Borrello (Reggio Calabria), durante una sparatoria, viene uccisa Marcella Tassone, di 10 anni.

11 marzo. A Scordia (Catania) uccisione dell’imprenditore Nicola D’Antrassi. Intitolata al suo nome l’ASAES (Associazione antiracket e antiestorsioni) di Scordia.

16 marzo. A Palermo, nel borgo di Ciaculli, uccisione di Antonio D’Onufrio ritenuto informatore della polizia.

20 marzo. A Locri (Reggio Calabria) ucciso Vincenzo Grasso, gestore di una concessonaria di auto, che si rifiutava di pagare il pizzo.

9 giugno. A Vittoria (Ragusa) ucciso Salvatore Incardona, imprenditore agricolo, commissionario presso il mercato ortofrutticolo. Si sarebbe opposto alla richiesta di pagare il pizzo al clan Carbonaro-Dominante.

11 luglio. A Camporeale (Palermo) ucciso Paolo Vinci, un giovane di 17 anni, testimone di un agguato in cui è stato ucciso il suo datore di lavoro.

5 agosto. A Villagrazia di Carini (Palermo) uccisione dell’agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castellucci, incinta. Il delitto è stato messo in relazione con il fallito attentato al giudice Falcone all’Addaura del 29 giugno del 1989.

24 agosto. Ad Agropoli (Salerno) uccisa Carmela Pannone, 5 anni, in un agguato contro suo zio Giuseppe Pannone, camorrista di Afragola.

25 agosto. A Melicucco (Reggio Calabria) ucciso Carmelo Curinga, probabilmente perché aveva assistito a un delitto.

A Villa Literno (Caserta) assassinato da una banda di criminali il rifugiato sudafricano Jerry Essan Masslo. Successivamente si svolgono a Villa Literno uno sciopero degli immigrati contro il capolarato e a Roma la prima manifestazione nazionale antirazzista. La mobilitazione porterà alla legge n. 39 del 1990 sulla condizione dello straniero in Italia.

12 settembre. A Gela, durante una sparatoria tra mafiosi appartenenti a gruppi rivali rimane uccisa la casalinga Grazia Scimè.

2 ottobre. A Taranto ucciso il capo della vigilanza all’Italsider, Giovanbattista Tedesco, dalla Sacra corona unita perché aveva denunciato i traffici all’interno dell’acciaieria.

20 ottobre A Statte (Taranto) ucciso Domenico Calviello, 14 anni.

23 ottobre. A Bovalino (Reggio Calabria) ucciso il bancario Giuseppe Tizian, probabilmente perché si rifiutava di riciclare il denaro sporco.

23 novembre. Uccise a Bagheria (Palermo), Leonarda Costantino, Lucia Costantino e Vincenza Marino Mannoia, rispettivamente madre, zia e sorella di Francesco Marino Mannoia, di cui si diceva che forse stava per collaborare con la giustizia.

21 dicembre. A Bianco (Reggio Calabria) viene rapito Vincenzo Medici, imprenditore agricolo, che muore durante il sequestro.

1990

23 gennaio. Ucciso a Monreale (Palermo) l’ingegnere Vincenzo Miceli. Si è autoaccusato come mandante dell’omicidio Giovanni Brusca che ha definito Miceli: “Un onesto lavoratore. Uno che non voleva pagare il pizzo e che faceva delle denunce”.

7 febbraio. A Villa San Giovanni (Reggio Calabria) ucciso dalla ‘ndrangheta il vicesindaco Giovanni Trecroci.

23 febbraio. A Curinga (Catanzaro) scompare Saverio Purita, 11 anni, che viene soffocato e poi bruciato.

16 marzo. A Palermo scompare il giovane Emanuele Piazza, vicino ai servizi segreti. Il 30 dello stesso mese scompare il vigile del fuoco Gaetano Genova, amico di Piazza. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, in seguito a informazioni fornite da Piazza e Genova, sarebbero stati arrestati alcuni mafiosi. La scomparsa e l’uccisione di Piazza e di Genova sono state messe in relazione con il fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, del 21 giugno 1989.

18 marzo. A Rosarno (Reggio Calabria) rapito e ucciso (il cadavere è stato trovato dopo 7 anni) il ragazzo Michele Arcangelo Tripodi, per vendetta verso il padre legato al clan dei La Malfa.

21 marzo. A Niscemi (Caltanissetta) ucciso il commerciante Nicola Gioitta. Gli assassini sfregiano l’ucciso tagliandogli la gola.

11 aprile. A Milano ucciso Umberto Mormile, educatore nel carcere di Opera. Condannato come mandante dell’omicidio il boss Mico Papalia. La compagna di Mormile, Armida Miserere, che era stata vice direttrice di Opera, si è suicidata il 19 aprile 2003 nella sua abitazione presso il carcere di Sulmona di cui era diventata direttrice.

9 maggio. A Palermo uccisione di Giovanni Bonsignore, funzionario della Regione siciliana, noto per il suo rigore morale. Per il delitto è stato condannato il funzionario regionale Antonino Velio Sprio. Negli anni ’80 Bonsignore aveva condotto un’inchiesta amministrativa su un finanziamento irregolare ad una cooperativa agricola, di cui Sprio era vicepresidente, legata ai mafiosi di Palma di Montechiaro.

18 maggio. Ucciso a Napoli Nunzio Pandolfi, di due anni, nell’agguato in cui è stato ucciso il padre Gennaro.

24 giugno. A Villa San Giovanni (Reggio Calabria) ucciso l’imprenditore Franco Salsone. I fratelli Domenico e Paolo Condello, latitanti, avevano nascosto delle armi nella sua villa durante il periodo invernale in cui era chiusa.

5 luglio. A Strongoli (Catanzaro) viene assassinato per errore il sedicenne Arturo Caputo.

11 luglio. A Mondragone (Caserta) ucciso il vicesindaco Antonio Nugnes.

12 luglio. A Siderno (Reggio Calabria) viene uccisa durante un tentativo di sequestro l’insegnante Raffaella Scordo.

18 luglio. A San Leone (Agrigento) ucciso il funzionario di banca Giuseppe Tragna da killer del clan Grassonelli.

21 agosto. A Rosarno (Reggio Calabria) ucciso Francesco Tassone, forse testimone involontario di un delitto.

1 settembre. Ucciso a Reggio Calabria con diversi colpi di pistola il sedicenne Domenico Catalano. Forse Catalano e un altro ragazzo rimasto ferito sono stati colpiti per aver assistito involontariamente a qualche fatto delittuoso.

7 settembre. A Palermiti (Catanzaro) uccise Maria Marcella e sua figlia Elisabetta Gagliardi, moglie e figlia rispettivamente di Mario Gagliardi, pluripregiudicato per rapina.

8 settembre. A Bovalino superiore (Reggio Calabria) ucciso il brigadiere dei carabinieri Antonio Marino, che per tre anni aveva comandato la stazione di Platì (Reggio Calabria).

11 settembre. A Villa San Giovanni (Reggio Calabria) ucciso da sicari della ‘ndrangheta l’imprenditore edile Pietro Laface, incensurato. Le indagini seguono la pista degli appalti.

21 settembre. Sullo stradale fra Canicattì e Agrigento viene ucciso il magistrato Rosario Livatino che indagava sui mafiosi dell’Agrigentino. Il rappresentante di commercio Piero Nava, che passava con la sua macchina, ha testimoniato contro gli esecutori del delitto ed è stato costretto a cambiare nome e a risiedere in località segreta. Condannati come esecutori Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro, come mandanti Salvatore Calafato, Antonio Gallea, Giuseppe Montanti e Salvatore Parla, capi della Stidda.

8 ottobre. Ucciso a Commenda di Rende (Cosenza) l’imprenditore edile Pino Chiappetta, che aveva tentato di aggiudicarsi un subappalto.

31 ottobre. A Catania duplice omicidio alle Acciaierie Megara. Vengono uccisi l’amministratore delegato Alessandro Rovetta e il capo del personale Francesco Vecchio. Probabilmente si erano opposti alle imposizioni mafiose.

1991

9 gennaio. A Taranto uccisa Valentina Guarino, di 6 mesi, che si trovava in braccio al padre bersaglio dell’agguato.

In Puglia parecchi minori sono rimasti, intenzionalmente o casualmente, vittime della criminalità.

Marzo. A Casarano (Lecce) scomparsa e uccisa assieme alla madre, per ordine della moglie tradita di un boss Angelica Portoli, di 2 anni.

11 marzo. A Locri (Reggio Calabria) ucciso Antonio Valente, impiegato di una ditta che veniva taglieggiata.

30 marzo. Ucciso a Napoli Salvatore D’Addario, agente della Polizia di Stato, mentre tentava di fermare uno scontro a fuoco tra camorristi tra la folla.

2 aprile. Ad Altofonte (Palermo) ucciso il direttore della Cassa artigiana di Altofonte Francesco Pipitone, perché aveva tentato di opporsi a dei mafiosi che stavano compiendo una rapina.

18 aprile. A Villa Literno (Caserta), durante una sparatoria tra gruppi di camorristi, rimangono uccisi il dodicenne Salvatore Richiello, il padre Michele e il loro amicoPellegrino De Micco, estranei alla faida.

A Briatico (Vibo Valentia) viene rapito il medico Giancarlo Conocchiella, che muore durante il sequestro. Durante il processo la quindicenne Mariangela Vavalà collabora con la giustizia contribuendo alla incriminazione del padre Carlo, condannato per il delitto con sentenza definitiva. Successivamente Vavalà collaborerà con la giustizia e farà ritrovare il corpo di Conocchiella.

24 maggio. A Lamezia Terme (Catanzaro) uccisi, forse per un’azione contro il Comune, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, operatori ecologici impegnati nella raccolta di rifiuti urbani, in una zona abitata dal clan Sambiase.

13 giugno. A Catania ucciso Vincenzo Leonardi. Lavorava al mercato ortofrutticolo ed era titolare di un’impresa di trasporti.

A Grotteria (Reggio Calabria) ucciso il piccolo imprenditore edile Nicodemo Panetta, assieme all’imprenditore Nicodemo Raschillà. Panetta con le sue denunce aveva fatto arrestare una cinquantina di ‘ndranghetisti vicini alla cosca Ursini.

19 giugno. A Capaci (Palermo) assassinati gli imprenditori Giuseppe e Salvatore Sceusa. Secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino sarebbero stati uccisi perché non si attenevano alle imposizioni della mafia relative agli appalti e non si accordavano per il pizzo.

27 giugno. Sulla strada tra Agrigento e Favara ucciso il metronotte Vincenzo Salvatori, durante un tentativo di rapina a un furgone porta valori.

10 luglio. A Reggio Calabria ucciso il proprietario terriero Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della ‘ndrangheta.

21 luglio. A San Cipriano d’Aversa (Caserta) durante una sparatoria rimane ucciso il passante Angelo Riccardo.

21 luglio. A Napoli ucciso il bambino Fabio De Pandi, di 10 anni.

24 luglio. Nei pressi di Francolise (Caserta) ucciso il commerciante Alberto Varone. I camorristi volevano rilevare la sua attività.

26 luglio. A Palermo, viene ucciso il bambino di 4 anni Andrea Savoca, assieme al padre, appartenente a famiglia mafiosa.

9 agosto. A Campo Calabro (Reggio Calabria) assassinio del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti. Si doveva occupare del maxiprocesso di Palermo. L’assassinio viene eseguito dalla cosca dei De Stefano, su indicazione della mafia siciliana.

20 agosto. A Soverato (Catanzaro) vengono uccisi i carabinieri Renato Lio e Giuseppe Leone, dagli occupanti di un auto a cui si erano avvicinati per una perquisizione.

25 agosto. A Condofuri (Reggio Calabria) ucciso Domenico Mafrici, allevatore di bestiame, probabilmente perché si era rifiutato di pagare l’estorsione. Era fratello di Bruno, rapito nel 1986 e rilasciato dopo il pagamento di un riscatto.

29 agosto. A Palermo uccisione dell’imprenditore Libero Grassi, titolare dell’azienda tessile Sigma. Si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva denunciato pubblicamente gli estorsori. Aveva suscitato l’interesse dei mezzi d’informazione, scarsa solidarietà (a un’assemblea per sostenere la sua azione avevano partecipato trenta persone) ed era stato isolato dagli altri imprenditori e dalle Associazioni imprenditoriali. I familiari ogni anno sul luogo del delitto appendono un cartello in cui denunciano l’isolamento in cui è stato lasciato Libero Grassi. La vecchia Sigma ha chiuso i battenti e il figlio Davide gestisce l’impresa Sigma Nuova. Condannati i mafiosi della famiglia Madonia.

28 settembre. A Reggio Calabria uccisi Demetrio Quattrone, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro che aveva svolto alcune perizie per la Procura di Palmi, e Nicola Soverino, medico omeopata che si trovava assieme a Quattrone.

1 ottobre. A Careri (Reggio Calabria) viene ucciso il pastore Giuseppe Rocca, forse perché aveva assistito a un delitto.

7 ottobre. A Grotteria (Reggio Calabria) viene rapito l’anziano medico radiologo Pasquale Malgeri, che muore durante il sequestro.

12 ottobre. A Palermo ucciso da Salvatore Grigoli, con il metodo della lupara bianca, l’ex agente della polizia Serafino Ogliastro, sospettato dai mafiosi di essere venuto a conoscenza degli autori di un omicidio.

30 ottobre. A Lauro (Avellino) ucciso Nunziante Scibelli, mentre stava attraversando il paese alla guida di un’auto dello stesso modello dei veri bersagli dei killer.

16 dicembre. A Bronte (Catania) uccisa Giuseppa Cozzumbo, titolare di un bar. Probabilmente si era rifiutata di pagare il pizzo.

29 dicembre. A Taranto uccisa Sandra Stranieri, di 14 anni, da una pallottola vagante durante una sparatoria.

31 dicembre. A Palma di Montechiaro (Agrigento), durante una sparatoria all’interno di un bar per uccidere il mafioso Felice Allegro, rimane ucciso il trentenne Giuseppe Aliotto e vengono feriti un bambino e sei persone.

1992

4 gennaio. A Lamezia Terme (Catanzaro) uccisi il sovrintendente di polizia Salvatore Aversa, impegnato da anni in indagini sulla ‘ndrangheta, e la moglie Lucia Precenzano.

22 gennaio. A Randazzo (Catania) uccisi il pastore Antonino Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore. Si erano rifiutati di pagare una tangente. Le loro tombe saranno più volte profanate.

11 febbraio. Nei pressi di Rosarno (Reggio Calabria) uccisi gli algerini Abid Abdelgani e Sari Mabini da giovani della ‘ndrangheta che li avevano attirati in un tranello offrendogli un lavoro. Per i rampolli della ‘ndrangheta uccidere gli extracomunitari sarebbe una sorta di rito di iniziazione.

12 febbraio. A Pontecagnano (Salerno), durante un controllo ad un posto di blocco, vengono uccisi i carabinieri Fortunato Arena e Claudio Pezzuto.

22 febbraio. A Bagheria (Palermo) ucciso il commerciante Salvatore Mineo, perché si sarebbe ribellato al racket.

18 marzo. A Catania uccisione del maresciallo dei carabinieri Alfredo Agosta, impegnato in indagini sulla mafia.

21 aprile. A Lucca Sicula (Agrigento) ucciso l’imprenditore Paolo Borsellino. Gestiva un’impresa di movimento terra e con il padre Giuseppe aveva fondato una piccola impresa di calcestruzzi. Si era opposto alla richiesta di mafiosi della zona di cessione di quote aziendali.

23 maggio. Sull’autostrada Palermo-Punta Raisi, nei pressi di Capaci (Palermo), una carica di esplosivo uccide il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani. Falcone, dopo essere stato giudice a Trapani e giudice istruttore e procuratore aggiunto a Palermo, imponendosi come uno dei magistrati più impegnati e competenti nelle indagini antimafia, impossibilitato a continuare il suo lavoro dopo lo smantellamento del pool antimafia, si era trasferito a Roma con l’incarico di Direttore generale degli Affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia ed era candidato alla carica di Procuratore nazionale antimafia. Sono stati condannati come mandanti alcuni capimafia facenti parte della cupola. Rimane irrisolto il problema dei mandanti esterni.

12 luglio. A Villa di Briano (Caserta) vengono uccisi in una sparatoria tra la folla in un agguato contro un camorrista, Egidio Campaniello e Luigi Sapio.

19 luglio. A Palermo, in via D’Amelio, un’autobomba uccide il magistrato Paolo Borsellino, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi,Vincenzo Li Muli, Claudio Traina. Borsellino aveva fatto parte del pool antimafia, era stato procuratore presso il Tribunale di Marsala, aveva denunciato lo smantellamento del pool antimafia ed era tornato a lavorare presso il Tribunale di Palermo. Dopo la morte di Falcone era stato fatto il suo nome per la carica di Procuratore nazionale antimafia. Condannati come esecutori e come mandanti uomini e capi di Cosa nostra; resta il problema, comune alle altre stragi, dell’individuazione dei mandanti esterni.

26 luglio. A Roma suicidio di Rita Atria, una ragazza di 17 anni, figlia di un capomafia di Partanna (Trapani). Dopo l’uccisione del padre e del fratello, Rita aveva collaborato con la giustizia, assieme alla cognata Piera Aiello, rompendo con la madre. Si era rivolta a Paolo Borsellino, con cui aveva stabilito un rapporto filiale. L’assassinio del magistrato, nell’isolamento del regime di protezione, la getta nello sconforto che la induce al suicidio.

27 luglio. A Catania uccisione dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio. Responsabili del delitto i mafiosi della famiglia Santapaola.

6 agosto. A Villa Literno (Caserta) uccisi, da killer che hanno sparato dentro un’officina per uccidere il titolare imparentato con un camorrista, il contadino Antonio Di Bona, che attendeva la riparazione del proprio trattore, e il meccanico Nicola Palumbo.

28 settembre. A Castellammare del Golfo (Trapani) ucciso il capitano di marina in pensione Paolo Ficalora. Aveva ospitato nel suo residence, senza conoscerne l’identità, l’ex collaboratore di giustizia Salvatore Contorno.

14 ottobre. Ucciso a Porto Empedocle (Agrigento) il sovrintendente di polizia penitenziaria Pasquale Di Lorenzo. Si è accusato dell’omicidio il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone. Mandante sarebbe stato Totò Riina che voleva dare un “segnale” contro il carcere duro e avrebbe ordinato di uccidere un agente di custodia per provincia.

6 novembre. A Foggia ucciso l’imprenditore edile Giovanni Panunzio. Si era opposto al racket e aveva fatto arrestare gli estorsori.

10 novembre. A Gela (Caltanissetta) uccisione del commerciante Gaetano Giordano. Viene ferito il figlio Massimo. Giordano si era opposto alle richieste estorsive.

17 dicembre. A Lucca Sicula (Agrigento) ucciso Giuseppe Borsellino, padre dell’imprenditore Paolo, ucciso il 21 aprile. Aveva rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’assassinio del figlio e aveva ricostruito gli intrecci tra mafia, affari e politica nell’Agrigentino.

1993

8 gennaio. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) viene ucciso il corrispondente del quotidiano “La Sicilia” Beppe Alfano. Aveva dedicato vari servizi alle attività della mafia della zona e ultimamente aveva denunziato le speculazioni dell’Aias di Milazzo a danno degli handicappati.

8 febbraio. A Poggioreale ucciso Pasquale Campanello, sovrintendente della polizia penitenziaria.

20 marzo. A Locri (Reggio Calabria) viene ucciso il chirurgo Nicolò Pandolfo, probabilmente su mandato della famiglia Cordì per un intervento non riuscito su una bambina con un tumore al cervello.

21 aprile. Sulla strada da Porto Empedocle (Agrigento) ucciso, assieme al pescivendolo Angelo Carlisi, Calogero Zaffuto, vittima innocente.

14 maggio. A Vibo Valentia uccisione del commerciante Nicola Remondino.

17 maggio. A Napoli ucciso Maurizio Estate, di 22 anni: aveva sventato uno scippo e il rapinatore è tornato indietro per ucciderlo.

27 maggio. A Firenze in via dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi, un’autobomba provoca la morte di cinque persone: la custode dell’Accademia dei Georgofili Angela Fiume, il marito Fabrizio Nencioni, le figlie Elisabetta di 8 anni e Caterina di un mese e mezzo, lo studente universitario Dino Capolicchio. Danni agli edifici circostanti e alla Galleria. L’inchiesta è stata unificata con quella della successiva strage di Milano. Sono stati condannati i capimafia della cupola. Restano da individuare i mandanti esterni.

5 luglio. A Gela ucciso, da un pregiudicato del clan Madonia, l’ elettricista Andrea Castelli, 24 anni, che era intervenuto per difendere alcune ragazze.

22 luglio. A Bovalino viene sequestrato dalla ‘ndrangheta Adolfo Cartisano. Il suo corpo è stato ritrovato nel 2003.

27 luglio. A Milano un’autobomba esplode in via Palestro. 5 vittime: i pompieri Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto, il vigile urbano Alessandro Ferrari e l’immigrato marocchino Dris Moussafir. Gravi danni al Padiglione d’arte contemporanea. Lo stesso giorno a Roma esplodono due ordigni, uno davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, l’altro davanti alla chiesa di San Giorgio in Velabro, gravemente danneggiata. Gli attentati di Roma, Firenze e Milano mirano non solo a spostare l’attenzione fuori dalla Sicilia ma soprattutto a imporre alle istituzioni una politica di concessioni all’organizzazione mafiosa Cosa nostra: l’abolizione dell’ergastolo e del carcere duro, l’attenuazione della legislazione antimafia e la revisione dei processi.

15 settembre. A Palermo, nel quartiere Brancaccio, ucciso il parroco Giuseppe Puglisi. Era impegnato in un’opera di educazione dei giovani del quartiere e di miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti. Condannati come mandanti i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e come esecutore Salvatore Grigoli, successivamente collaboratore di giustizia.

7 novembre. A Cittanova (Reggio Calabria) assassinato in un agguato mafioso Giovanni Mileto, caposquadra cantonieri, sacrificatosi per salvare un’altra persona.

23 novembre. Ad Altofonte (Palermo) scompare il bambino Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santo. Verrà tenuto in ostaggio fino al gennaio del 1996, strangolato e il corpo sarà sciolto nell’acido. Responsabili del delitto Giovanni Brusca, reo confesso, e altri mafiosi.

1994

18 gennaio. Sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, nei pressi dello svincolo di Scilla, uccisi in agguato della ‘ndrangheta i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava.

18 febbraio. Nelle campagne di Rosarno (Reggio Calabria) agguato contro migranti africani che dormono in un casolare. Rimane ucciso l’ivoriano Mourou Kouakau Sinan.

2 marzo. In Australia ucciso George Bowen, detective impegnato in indagini sulla ‘ndrangheta. Doveva testimoniare al processo contro Domenic Perre un boss delle cosche italo-australiane.

19 marzo. A Casal di Principe (Caserta) viene ucciso don Giuseppe Diana, parroco della chiesa di San Nicola. Aveva cominciato il suo impegno contro la camorra nel 1983 quando dopo una strage aveva organizzato assieme a pochi altri una manifestazione. Nel 1989 aveva rifiutato i soldi messi a disposizione dai camorristi per la festa parrocchiale e lavorato con i giovani e gli extracomunitari. Nel dicembre del 1991 aveva preparato il documento “Per amore del mio popolo non tacerò” e in occasione delle elezioni comunali del 1993 aveva invitato gli elettori a fare delle scelte oculate e i camorristi a farsi da parte. Venne ucciso il giorno del suo onomastico, in chiesa, mentre si accingeva a celebrare la messa. Dopo una serie di depistaggi, nel 2003 sono stati condannati i camorristi responsabili del delitto.

20 marzo. A Mogadiscio, in Somalia, uccisione della giornalista della Rai Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin. La Alpi indagava su traffici internazionali di armi e di rifiuti tossici.

24 marzo. A Gravina di Catania ucciso l’agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza.

Lo stesso giorno, a Bronte (Catania) viene ucciso Enrico Incognito, appartenente a un clan mafioso, che aveva deciso di collaborare con la giustizia. L’omicida è il fratello Marcello, con la complicità dei genitori. Una telecamera, che registrava le rivelazioni di Enrico, ha ripreso la scena del delitto. Incognito, in seguito al suo pentimento, era stato abbandonato dalla moglie.

26 marzo. A Secondigliano, quartiere di Napoli, uccisa Anna Dell’Orme, madre di Domenico Amura, morto per overdose. Lei e l’altro figlio, Carmine, avevano denunciato i trafficanti che avevano venduto al figlio Domenico la droga. Ucciso anche Carmine Amura.

27 marzo. A Locri (Reggio Calabria) uccisa Maria Teresa Pugliese, moglie dell’ex sindaco e impegnata nell’associazionismo. Un figlio era stato coinvolto in fatti di droga. Forse era sulle tracce delle compagnie del figlio.

5 aprile. A San Cipirello (Palermo) ucciso, per una questione di gelosia, il giovane Cosimo Fabio Mazzola, dai mafiosi Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo.

8 aprile. Nei pressi di Napoli uccisa Maria Grazia Cuomo, 56 anni, cognata di Francesco Alfieri, lontano parente del boss della camorra Carmine Alfieri, collaboratore di giustizia. I killer forse volevano uccidere il figlio di Carmine, sono entrati nel casolare dove si era rifugiato e non avendolo trovato hanno ucciso la donna.

30 maggio. A Bivona (Agrigento) uccisione dell’imprenditore Ignazio Panepinto. Gestiva una cava e un impianto per la frantumazione delle pietre. Probabilmente si era rifiutato di sottostare alle richieste della mafia che imponeva un monopolio delle forniture per i lavori nella zona.

25 giugno. A Licata (Agrigento) ucciso l’imprenditore edile Salvatore Bennici, che si opponeva alle richieste della mafia della zona in cui operava. Aveva subito due attentati: l’incendio di un escavatore e un tentato incendio a casa sua.

10 luglio. A Catania uccise Liliana Caruso e Agata Zucchero, moglie e madre del collaboratore di giustizia Riccardo Messina.

16 settembre A Pizzo Calabro (Reggio Calabria) scompare il giovane Francesco Aloi, forse perché si era messo con una donna di una famiglia della ‘ndrangheta.

19 settembre. A Bivona (Agrigento) uccisi l’imprenditore Calogero Panepinto, fratello di Ignazio assassinato il 30 maggio dello stesso anno, e l’operaio Francesco Maniscalco. Dopo l’assassinio del fratello, Panepinto aveva ripreso il lavoro nella cava. Un figlio di Ignazio, Luigi, decide di riprendere i lavori per la produzione di calcestruzzi, ma si presentano solo 6 operai su 25. Gli viene assegnata una scorta che sarà revocata poco tempo dopo. Nel luglio 2008 i giornali riportano la notizia dell’arresto dei fratelli Luigi, Maurizio e Marcello Panepinto. Luigi viene indicato come il capomandamento della zona.

Nello stesso giorno, a Carovigno (Brindisi) ucciso Leonardo Santoro, mentre stava aprendo il cancello dell’abitazione per i giudici della Corte d’assise.

29 settembre. A Mileto (Catanzaro) durante una rapina rimane ucciso il bambino americano Nicholas Green. Nel 1998 è stato condannato all’ergastolo Michele Iannello, già affiliato alla ‘ndrangheta.

12 dicembre. A Napoli uccisa per caso Palmina Scamardella, in un agguato di camorra.

1995

19 gennaio. A Teverola (Caserta) ucciso il giovane Genovese Pagliuca che si era ribellato alle violenze subite dalla fidanzata, che aveva rifiutato una relazione lesbica con Angela Barra, amante di Francesco Bidognetti.

4 febbraio. A Milano ucciso il fioraio ambulante Pietro Sanua, “sindacalista dei fioristi” che per primo denunciò il racket degli ambulanti a Milano.

17 febbraio. A Belmonte Mezzagno (Palermo), in un agguato in una macelleria contro uno dei proprietari, Simone Benigno, rimasto illeso, viene ucciso un cliente, Giovanni Salamone, e sono feriti altri due.

26 febbraio. Nelle vicinanze di Terrasini (Palermo) ritrovato il corpo di Francesco Brugnano, titolare di una cantina vinicola di Partinico, confidente del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo. In seguito, il 4 marzo, suicidio del maresciallo Lombardo, che aveva incontrato Gaetano Badalamenti negli Stati Uniti, probabilmente per convincerlo a collaborare con la giustizia.

6 marzo. A Palermo ucciso Domenico Buscetta, nipote di Tommaso. Una vendetta trasversale per colpire Buscetta.

31 marzo. A Foggia ucciso Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del Registro immobiliare. Il delitto è da collegare con la sua attività di pubblico amministratore e con gli interessi legati al Piano regolatore.

20 aprile. Ad Alessandria della Rocca (Agrigento) ucciso, con il pregiudicato Emanuele Seidita, il manovale incensurato Giovanni Carbone.

25 giugno. A Reggio Calabria ucciso dal racket dei parcheggi Peter Iwule Onjedeke, extracomunitario con regolare permesso di soggiorno, che arrotondava lo stipendio di operaio facendo il posteggiatore abusivo.

30 agosto. A Nicolosi (Catania) uccisione del commerciante Antonino Longo.

3 settembre. A Niscemi (Caltanissetta) scompare il giovane Pierantonio Sandri. I resti verranno trovati nel 2009 in seguito a dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno parlato di omicidio mafioso. Probabilmente aveva assistito al compimento di un delitto.

1 novembre. A Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) ucciso il commerciante Luigi Colucci. I suoi familiari avevano ricevuto intimidazioni, tra cui l’incendio di una paninoteca.

9 novembre. A Catania uccisione dell’avvocato Serafino Famà, legale di alcuni mafiosi. Si parla di contrasti con i suoi difesi, ma non si esclude che l’omicidio possa essere un avvertimento rivolto agli avvocati perché assumano un atteggiamento più “attivo” nella difesa degli imputati mafiosi.

15 novembre. A Somma Vesuviana (Napoli) durante una sparatoria rimane ucciso il bambino Gioacchino Costanzo, di 2 anni.

22 novembre. A Locri (Reggio Calabria) ucciso Fortunato Correale, testimone di giustizia. Gli imputati sono stati condannati in primo grado e assolti in appello.

29 novembre. Ad Avola (Siracusa) ucciso l’imprenditore Antonino Buscemi, titolare di un’impresa edile. Probabilmente si era rifiutato di sottostare al racket o era riuscito ad aggiudicarsi lavori voluti da altri.

23 dicembre. Ucciso a Pietretagliate (Trapani) Giuseppe Montalto, agente di custodia in servizio alle carceri del’Ucciardone di Palermo, nell’ala riservata ai detenuti per mafia. Erano con lui nell’auto la moglie e la figlia di sei mesi. Montalto sarebbe stato ucciso perché si sarebbe rifiutato di favorire qualche capomafia o per ritorsione contro i provvedimenti restrittivi introdotti con il 41 bis.

1996.

1 marzo. A Vinosa (Taranto) muore la bracciante Annamaria Torno, di 18 anni, vittima del caporalato, in un incidente stradale mentre era su un pulmino, che avrebbe dovuto trasportare 9 persone, mentre le lavoratrici erano 14. Il caporalato è un fenomeno diffuso soprattutto in Puglia, legato al reclutamento e sfruttamento della manodopera.

27 aprile. A Lucca Sicula (Agrigento), ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.

17 giugno. A Santa Eufemia D’ Aspromonte (Reggio Calabria), in un agguato della ‘ndrangheta, ucciso il maresciallo Pasquale Azzolina e ferito il brigadiere Salvatore Coltello.

10 luglio. A Potenza, ucciso l’agente Francesco Tammone da un pregiudicato che stava inseguendo.

20 luglio. A Napoli ucciso il giovane Davide Sannino, da due ragazzi che hanno rubato un motorino e sono tornati indietro a sparargli forse perché li aveva visti.

27 agosto. Nel cimitero di Catania uccisi Santa Puglisi, 22 anni, figlia del boss Nino, e Salvatore Botta, di 13 anni, nipote di Santa. La donna si recava ogni giorno al cimitero sulla tomba del marito, Matteo Romeo, ucciso il 23 novembre dell’anno precedente.

30 settembre. A Varapodio (Reggio Calabria) ucciso l’imprenditore edile Antonino Polifroni che si rifiutava di pagare il pizzo e di acquistare i materiali forniti dalla ‘ndrangheta. I figli hanno rilevato l’azienda e hanno istituito un premio biennale per la pace e la legalità destinato ai ragazzi delle scuole.

16 ottobre. Uccisi a Niscemi (Caltanissetta) il gioielliere Salvatore Frazzetto e il figlio Giacomo. La moglie, Agata Azzolina, aveva riconosciuto i killer che in precedenza avevano tentato di estorcere il gioielliere. Il 23 marzo del 1997 Agata Azzolina muore suicida, dopo aver subìto tentativi di estorsione ed essere stata minacciata di morte assieme alla figlia, nonostante la vigilanza di due militari alla porta di casa.

18 novembre. A Trapani in uno scontro con l’auto del magistrato di Sciacca Bernardo Petralia muoiono Maria Antonietta Savona e il figlio di un mese Riccardo Salerno.

23 novembre. A Torre Annunziata (Napoli) ucciso Raffaele Pastore, un piccolo commerciante che aveva denunciato i camorristi.

29 novembre. A Palizzi (Reggio Calabria) uccisi lo studente Celestino Fava e il giovane contadino Antonino Moio, entrambi incensurati.

20 dicembre. A Gela (Caltanissetta) ucciso il commerciante Rosario Ministeri, secondo gli inquirenti senza legami con la mafia.

1997

4 gennaio. A Partinico (Palermo) viene ucciso il bancario in pensione Giuseppe La Franca. I mafiosi volevano impadronirsi di alcuni terreni di sua proprietà.

26 gennaio. A Ercolano (Napoli) ucciso il sedicenne Ciro Zirpoli, figlio del collaboratore di giustizia Leonardo.

12 febbraio. Al villaggio Mosè di Agrigento ferito alla testa con colpi di arma da fuoco Giulio Castellino, dirigente del Servizio d’igiene pubblica presso la Usl di Agrigento e per oltre un decennio ufficiale sanitario a Palma di Montechiaro. Spirerà il 25 febbraio.

10 giugno. A Taranto, in un agguato contro il padre, pregiudicato per spaccio di droga, rimane uccisa Raffaella Lupoli, di 11 anni.

11 giugno. Uccisa a Napoli da killer che hanno sparato tra la folla Silvia Ruotolo, che stava tornando a casa con il figlio di cinque anni. Morto un pregiudicato, ferito uno studente.

19 giugno. A Palermo ucciso il costruttore Angelo Bruno. Si pensa che avesse avuto richieste estorsive. I familiari dicono che è morto come Libero Grassi, ma l’imprenditore non aveva mai parlato di estorsioni neppure con loro.

30 agosto. Ucciso nelle campagne di Napoli Giovanni Arpa, zio di Rosario Privato, il pentito che ha permesso di arrestare i responsabili della sparatoria in cui è rimasta uccisa Silvia Ruotolo, tra cui il capoclan Giovanni Alfano.

12 settembre. Ad Alcamo (Trapani) si suicida il commerciante Gaspare Stellino. Doveva testimoniare contro gli estorsori.

1998

3 gennaio. A Cinquefrondi (Reggio Calabria), all’uscita da una sala giochi, uccisi da killer che sparano da una macchina, Saverio Ieraci, di 13 anni, e Davide Ladini, di 17 anni.

18 febbraio. A Napoli ucciso Giovanni Gargiulo, di 14 anni, per vendetta della camorra per uno sgarro compiuto dal fratello.

10 aprile. Nei pressi di Catania trovato il corpo di Annalisa Isaia, una ragazza figlia del mafioso Paolo, ucciso nel 1993. Ha confessato il delitto lo zio di Annalisa, Luciano Daniele Trovato, che voleva impedirle di frequentare ragazzi di un clan rivale.

24 aprile. A Cerignola (Bari) muoiono per un incidente stradale Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, braccianti agricole che viaggiavano su un furgone dei “caporali” stipato di lavoratori.

8 maggio. A Oppido Mamertina (Reggio Calabria), uccisi Mariangela Anzalone, di 8 anni, e suo nonno Giuseppe Biccheri, e feriti la madre della bambina, Francesca Biccheri, e un altro figlio di 7 anni, da killer che hanno sparato all’impazzata per coprire la loro fuga dopo che avevano ucciso due ‘ndranghetisti.

23 maggio. A Gela ucciso durante un tentativo di rapina il commerciante Orazia Sciascio.

4 luglio. A Catania muore suicida Enrico Chiarenza di 18 anni. Il giovane era figlio di Clemente ucciso nel 1995 in un agguato mafioso e nipote di un ex collaboratore di giustizia.

5 luglio. Ad Acerra (Napoli) ucciso per sbaglio il giovane Antonio Ferrara.

20 luglio. A Pomigliano D’Arco (Napoli) uccisi gli operai di un pastificio Salvatore Di Falco, Rosario Flaminio e Alberto Vallefuoco. A Vallefuoco nel dicembre del 2007 è stato intitolato la stadio di Mugnano, comune in cui viveva, come vittima innocente della violenza camorristica.

3 settembre. A Scisciano (Napoli) durante una sparatoria rimane uccisa la passante Giuseppina Guerriero.

25 settembre. A Gioia Tauro (Reggio Calabria) ucciso il medico Luigi Ioculano. Presidente di un’associazione e fondatore di un periodico locale, aveva preso posizione contro il nuovo piano regolatore e gli interessi della ‘ndrangheta.

8 ottobre. A Caccamo (Palermo) ucciso il sindacalista dell’Uil ed ex consigliere provinciale Domenico Geraci. Aveva denunciato gli interessi della mafia della zona e sarebbe stato candidato a sindaco per l’Ulivo nelle imminenti elezioni comunali.

17 novembre. A Palma di Montechiaro (Agrigento) ucciso l’agente penitenziario Antonio Condello. Aveva prestato servizio nel padiglione del carcere di Agrigento in cui sono rinchiusi mafiosi sottoposti al regime del carcere duro (41 bis).

24 dicembre. A Orgosolo (Nuoro) ucciso il viceparroco Graziano Muntoni. Prima insegnante e consigliere comunale democristiano, poi sacerdote, era impegnato soprattutto in attività con i giovani.

1999

2 gennaio. Strage mafiosa a Vittoria (Ragusa) con cinque morti. Tra essi gli incensurati Rosario Salerno e Salvatore Ottone. La strage si inserisce in un conflitto tra cosche mafiose per il controllo delle attività economiche, in gran parte legate al mercato ortofrutticolo, uno dei più grandi della Sicilia.

20 marzo. A Castel Volturno (Caserta) ucciso Francesco Salvo, cameriere in un bar, bruciato vivo in un raid punitivo contro il titolare che aveva tolti i videogiochi del clan.

22 aprile. A Favara (Agrigento) ucciso in un agguato mafioso il dodicenne Stefano Pompeo che si trovava su un’auto di proprietà di Carmelo Cusimano, fratello di Giuseppe indicato come vicino alla famiglia mafiosa di Favara, e guidata dall’incensurato Enzo Quaranta.

Estate. Nelle campagne pugliesi ucciso il migrante albanese Hiso Telaray, vittima della violenza dei caporali che ne sfruttavano il lavoro nei campi.

5 luglio. A Palermo ucciso il funzionario regionale Filippo Basile. Reo confesso del delitto l’esecutore Ignazio Giliberti, che accusa come mandante il funzionario Antonino Velio Sprio. Basile, capo del personale dell’Assessorato dell’Agricoltura, aveva istruito la pratica di licenziamento di Sprio, condannato per associazione a delinquere e per tentato omicidio.

21 luglio. A Gela, durante una sparatoria contro un mafioso, all’interno di una sala di barbiere, viene ucciso anche il giovane Salvatore Sultano, estraneo alla malavita.

25 agosto. Sull’autostrada Bari-Napoli uccisi Ennio Petrosino e Rosa Zaza: una macchina di contrabbandieri ha invertito il senso di marcia a fari spenti e ha travolto la loro auto.

21 settembre. A Foggia ucciso il pensionato Matteo Di Candia da killer che sparavano contro un pregiudicato rimasto ferito.

12 ottobre. A Fasano (Brindisi) travolta e uccisa Anna Pace, da un furgone di trafficanti di sigarette mentre viaggiava sull’auto guidata dal marito.

6 dicembre. Sulla provinciale tra San Donato di Lecce e Copertino durante una rapina a un furgone portavalori uccise tre guardie giurate, Luigi Pulli, Rodolfo Patera eRaffaele Arnesano. La rapina sarebbe opera di elementi della Sacra corona unita.

2000

7 gennaio. Sull’autostrada Milano-Venezia durante un inseguimento per un’operazione antidroga rimane ucciso il sovrintendente di polizia Antonio Lippiello.

5 febbraio. A Sant’Angelo Muxaro (Agrigento) ucciso il piccolo imprenditore e consigliere comunale di Alleanza Nazionale Salvatore Vaccaro Notte. Il 3 novembre del ’99 era stato ucciso il fratello Vincenzo. I fratelli tornati dalla Germania avevano aperto un’agenzia di pompe funebri. Secondo gli inquirenti non si sono piegati alla richiesta di chiudere l’attività, da parte di mafiosi interessati alla gestione di un’altra agenzia.

24 febbraio. A Brindisi uccisi i finanzieri Alberto De Falco e Antonio Sottile e feriti gravemente i colleghi Edoardo Roscica e Sandro Marras. I militari erano a bordo di un’auto speronata da una Rover blindata di contrabbandieri.

26 febbraio. A Strongoli (Crotone) in un agguato contro pregiudicati rimane ucciso il pensionato Ferdinando Chiarotti ed è gravemente ferito il pensionato Giuseppe Marasco.

2 marzo. A Isola Capo Rizzuto (Crotone) durante una sparatoria rimane ucciso assieme al pregiudicato Francesco Arena il giovane Francesco Scerbo, impegnato nel volontariato.

5 marzo. A Giugliano (Napoli) ucciso a colpi di pistola il giovane Ferdinando Liguori. A sparare sono stati alcuni giovani del quartiere Secondigliano con cui Liguori e altri amici avevano litigato in una discoteca.

11 marzo. A Bari ucciso per errore, da killer che hanno sparato nei locali di un circolo, l’incensurato Giuseppe Grandolfo.

2 aprile. Ad Anagni (Frosinone) in un incidente provocato da un’auto occupata probabilmente da trafficanti di droga, che sono fuggiti, rimane ucciso il brigadiere della Guardia di finanza Domenico Stanisci e viene ferito un collega.

13 aprile. A Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) ucciso con un esplosivo posto sotto la sua auto l’imprenditore Domenico Gullaci, contitolare di una ditta di materiali per l’edilizia. Nel 1997 era stato ucciso a Siderno un cognato di Gullaci, il commerciante Francesco Marzano. I Gullaci hanno interessi in Sicilia e gli investigatori sospettano che il delitto sia stato eseguito dalla ‘ndrangheta su richiesta della mafia.

7 giugno. A Bari durante una sparatoria tra due gruppi mafiosi, un proiettile vagante uccide la signora Maria Colangiuli.

14 luglio. A Francavilla Fontana (Brindisi) ucciso il maresciallo dei carabinieri Giovanni Di Mitri, colpito alle spalle dai complici di due rapinatori che aveva tentato di bloccare all’uscita da una banca. Il delitto è compiuto in un contesto in cui è diventato sempre più difficile tracciare un confine netto tra criminalità comune e crimine organizzato.

21 luglio. A Bovalino (Reggio Calabria) ucciso a colpi di fucile il commerciante Saverio Cataldo, ferita gravemente la moglie. L’ucciso aveva resistito alle richieste della ‘ndrangheta di cedere il negozio.

24 luglio. Nel canale di Otranto (Lecce) morti i finanzieri Salvatore De Rosa e Daniele Zoccola, sbalzati in acqua nello scontro tra motoscafi provocato da albanesi che poco prima avevano costretto alcuni emigranti clandestini a gettarsi in mare.

28 luglio. A Torre del Greco (Napoli) ucciso l’imprenditore Giuseppe Falanga da due killer entrati a viso scoperto nel suo cantiere. Gli investigatori ritengono che si tratti di un’azione della camorra, anche se non risulta che l’imprenditore avesse ricevuto richieste di estorsione.

10 agosto. A Napoli uccisi i giovani incensurati Pietro Castaldi e Luigi Sequino, scambiati per dei guardaspalla del capocamorra Rosario Marra.

25 agosto. Ucciso a Mesoraca (Crotone), in un agguato il cui bersaglio era il pregiudicato Armando Ferrazzo rimasto leggermente ferito, il giovane Giuseppe Manfreda che stava transitando in macchina assieme alla moglie, rimasta ferita, e due figlioletti di due mesi, di cui uno è stato ferito ad una spalla.

27 ottobre. A San Giovanni in Fiore (Cosenza) ucciso il quindicenne Giovanni Madia, da killer che hanno sparato contro l’auto per uccidere suo nonno.

12 novembre. A Pollena Trocchia (Napoli) uccisa durante una sparatoria la bambina di due anni Valentina Terracciano, figlia di un trafficante di droga.

2001

12 luglio. A Bari ucciso il sedicenne Michele Fazio, venutosi a trovare in mezzo a una sparatoria. Gli inquirenti sospettano che sia stato usato come scudo da un capo della Sacra corona unita bersaglio dell’agguato.

20 luglio. A Genova, durante le manifestazioni contro il vertice G8, viene ucciso dalle forze dell’ordine il giovane Carlo Giuliani.

6 dicembre. A Calatabiano (Catania) ucciso il commerciante in pensione Carmelo Benvegna. Aveva denunciato e fatto arrestare alcuni estorsori ed era scampato a un agguato.

2002

18 febbraio. A Casal di Principe (Caserta) viene ucciso Federico Del Prete, segretario regionale del sindacato autonomo degli ambulanti, da lui fondato, che aveva denunciato casi di intimidazione della camorra. Avrebbe dovuto testimoniare al processo, nato dalle sue denunce, contro Mattia Sorrentino, un vigile urbano di Maddaloni rinviato a giudizio con l’accusa di estorsione nei riguardi di esercenti dei mercatini per conto del clan La Torre. Il delitto è rimasto impunito.

17 maggio. A Francica (Vibo Valentia) scompare il quattordicenne Luca Cristello. Trasferitosi a Torino lavorava in nero come manovale nell’edilizia e aveva minacciato di denunciare l’impresa.

2003

4 gennaio. A Grumo Nevano (Napoli) ucciso Domenico Pacilio, che nei primi anni ’90 aveva denunciato una banda di estorsori provocando l’arresto e la condanna di uno di loro.

10 marzo. A Lamezia Terme (Catanzaro) ucciso l’imprenditore Antonio Perri che non avrebbe pagato il pizzo.

5 aprile. A San Sebastiano al Vesuvio (Napoli) il diciottenne Paolino Avella muore all’uscita dalla scuola per difendere il motorino dai rapinatori.

29 settembre. A Villa Literno (Caserta) ucciso per sbaglio il giovane Giuseppe Rovescio, in una sparatoria contro un camorrista.

2 ottobre. A Bari ucciso il ragazzo di 16 anni Gaetano Marchitelli, colpito durante una sparatoria davanti alla pizzeria in cui lavorava.

23 ottobre. A Caltanissetta ucciso il commerciante Michele Amico. Si pensa che possa avere respinto una richiesta di estorsione.

9 dicembre. A Napoli ucciso durante una rapina il giovane Claudio Taglialatela.

2004

12 febbraio. A Viterbo viene trovato morto il medico urologo Attilio Manca. Si parla di suicidio, ma la sua morte viene messa in relazione con l’assistenza medica che avrebbe prestato a Bernardo Provenzano, ricoverato con falso nome presso una clinica nei pressi di Marsiglia.

15 febbraio. A Napoli ucciso il giovane Francesco Estatico, forse per un’occhiata di troppo a una ragazza.

1 marzo. A Burgos (Sassari) ucciso, con un ordigno posto davanti casa, Bonifacio Tilocca, padre del sindaco di centrosinistra, fatto segno di numerosi attentati.

26 marzo. A Torre Annunziata (Napoli) uccisa Matilde Sorrentino, che aveva denunciato anni prima un’organizzazione di pedofili.

27 marzo. Uccisa a Napoli, nel quartiere Forcella, in un agguato contro Salvatore Giuliano, la quattordicenne Annalisa Durante.

20 aprile. A Reggio Emilia rimane ucciso il poliziotto Stefano Biondi, travolto da un’auto che fuggiva a un controllo di polizia.

17 maggio. Ucciso a Chiaiano, periferia di Napoli, l’ex imprenditore edile Biagio Avolio. Nei primi anni Novanta era stato accusato di associazione camorristica e estorsione e dopo l’arresto aveva fatto i nomi dei camorristi. Gli uccisori sarebbero coinvolti nei processi nati dalle sue rivelazioni.

11 giugno. A San Paolo Belsito (Napoli) uccisi Antonio Graziano e il nipote Francesco, incensurati, che gestivano dei supermercati in provincia di Avellino. Sarebbero estranei al mondo criminale e sarebbero stati uccisi per il loro cognome, all’interno della faida tra i Graziano e i Cava.

21 luglio. A Paola (Cosenza) ucciso l’operaio forestale Antonio Maiorano, incensurato e senza alcun tipo di legame con la criminalità. Gli inquirenti ipotizzano che gli assassini lo abbiano scambiato per qualcun altro.

24 settembre. A Locri (Reggio Calabria) muore il trentenne Massimiliano Carbone, incensurato e titolare di una cooperativa di servizi che dava lavoro anche a giovani disabili. Era stato ferito il 17 settembre.

2 novembre. A Bruzzano Zeffirio, nella Locride, uccisi l’agricoltore Pasquale Rodà, con piccoli precedenti penali, e il figlio Paolo, di 13 anni.

6 novembre. A Napoli, nel quartiere Scampia, ucciso il giovane disabile Antonio Landieri mentre giocava a bigliardino con degli amici. I camorristi hanno scambiato i ragazzi per un gruppo di spacciatori.

20 novembre. A Migliano (Napoli) ucciso l’incensurato Biagio Migliaccio, cugino di un affiliato al clan Di Lauro di Secondigliano.

Qualche ora dopo, a Napoli, viene ucciso Gennaro Emolo, padre di un giovane vicino al clan che si oppone ai Di Lauro.

21 novembre. A Melito (Napoli) uccisi, dentro una tabaccheria, il titolare Domenico Riccio e il pregiudicato Salvatore Gagliardi, probabile obiettivo dei killer.

22 novembre. A Napoli, nel quartiere Secondigliano, torturata, uccisa e bruciata all’interno di un’auto data alle fiamme, Gelsomina Verde, di 22 anni. I killer probabilmente volevano sapere dove si nascondeva il suo amico, Gennaro Notturno, appartenente al clan contrario ai Di Lauro.

6 dicembre. A Bagnoli, rione di Napoli, trovato il cadavere dell’incensurato Dario Scherillo, con nessun legame con la camorra. Probabilmente è stato ucciso per errore.

28 dicembre. A Sant’Anastasia (Napoli) rimane ferito e morirà successivamente il cinquantenne Francesco Rossi, colpito per errore in un agguato contro dei camorristi.

2005

24 gennaio. A Napoli ucciso nel negozio dove lavorava il giovane incensurato Attilio Romanò, forse scambiato per il titolare, parente di un capo del clan rivale dei Di Lauro.

31 gennaio. Ucciso a Napoli Vittorio Bevilacqua, padre di Massimo, appartenente al clan degli “scissionisti”. Sembra che si tratti di una vendetta trasversale.

24 maggio. A Siderno (Reggio Calabria) viene ucciso il giovane imprenditore Gianluca Congiusta. Nel 2007 verrà arrestato Tommaso Costa, indicato come capo dell’omonima cosca di Siderno e accusato dell’omicidio di Congiusta, che sarebbe stato ucciso per aver cercato di impedire un’estorsione.

26 giugno. A Bovalino (Reggio Calabria), durante il mercato domenicale, ucciso l’artigiano Pepe Laykovac Tunevic. I killer sono rimasti ignoti.

13 agosto. A Bovalino (Reggio Calabria) scompare Renato Vettrice, operaio di un’azienda vivaistica.

16 ottobre. Ucciso a Locri (RC) il vice presidente del Consiglio della Regione Calabria, Francesco Fortugno, da un killer che è entrato nel palazzo dove si svolgevano le primarie del centro-sinistra per le elezioni nazionali e poi si è allontanato indisturbato. L’omicidio di Fortugno, un medico eletto nelle liste della Margherita, viene dopo una serie di intimidazioni e minacce della ‘ndrangheta contro esponenti delle istituzioni, come la busta contenente un proiettile e la scritta “condannato a morte” inviata al presidente della Regione, Agazio Loiero, anch’egli esponente della Margherita. Subito dopo l’omicidio i giovani di Locri manifestano con uno striscione bianco. Ai funerali, che si terranno il 19 ottobre, altri striscioni con le scritte: “E adesso ammazzateci tutti” e “La mafia uccide, il silenzio pure” (quest’ultima richiama le manifestazioni dopo il delitto Impastato).

17 dicembre. A Napoli. ucciso Giuseppe Riccio, di 26 anni, sposato con un figlio, dipendente in una pizzeria dove sono entrati dei giovani con spranghe e pistole, per una spedizione punitiva contro i titolari.

2006

11 giugno. Trovato sulla spiaggia di Briatico (Vibo Valentia) il corpo carbonizzato dell’imprenditore agricolo Fedele Scarcella, dentro la sua auto data alle fiamme. Scarcella, che prima di essere bruciato è stato ucciso con due colpi di pistola, era conosciuto per le sue battaglie antiracket. Nel ’98 aveva denunciato gli uomini del clan Piromalli-Molè che gli avevano chiesto il pizzo.

22 agosto. A Palermo ucciso per errore il pensionato Giuseppe D’Angelo, scambiato per un capomafia. Responsabili del delitto i capimafia Lo Piccolo.

6 settembre. A Pescopagano (Potenza) ucciso, e bruciato nella macchina di servizio, Michele Landa, metronotte a guardia del ripetitore.

30 novembre. A Giugliano (Napoli) ucciso da rapinatori il tabaccaio Antonio Palumbo.

2007

1 agosto. A Reggio Calabria uccisa la guardia giurata Luigi Rende, in un assalto a un furgome porta valori.

27 novembre. A San Giorgio a Cremano (Napoli) ucciso Umberto Improta durante una sparatoria tra due gruppi di giovani.

29 dicembre. A Orgosolo ucciso l’ottantaduenne poeta, sindacalista e militante di sinistra Peppino Marotto. Si occupava in particolare degli anziani del paese ma anche dei problemi dei giovani. Si pensa che nella sua attività sociale possa avere toccato interessi di cui non doveva sapere o che avrebbe potuto mettere in pericolo.

2008

26 marzo. Sulla strada tra Catanzaro e Lamezia Terme viene ucciso l’imprenditore Antonio Longo, parte lesa in un processo in corso a Cosenza per racket.

16 maggio. Ucciso a Castelvortuno (Caserta) Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola. Nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione ai suoi danni da parte del clan camorristico capeggiato da Francesco Bidognetti.

1 giugno. A Casal di Principe (Caserta) ucciso l’imprenditore Michele Orsi, coinvolto assieme al fratello Sergio nell’inchiesta sul consorzio Eco 4, attivo nello smaltimento dei rifiuti nei comuni del Casertano e che aveva cominciato a collaborare con la giustizia. Il delitto sarebbe stato compiuto dal gruppo dei Casalesi, legato a Francesco Bidognetti

6 giugno. A Pagani.(Salerno), ucciso durante una rapina il sottotenente dei carabinieri Marco Pittoni.

16 giugno. A Marano di Napoli, ferito, in un assalto a un portavalori, la guardia giurata Gennaro Cortumaccio, che morirà due mesi dopo.

11 luglio. A Marina di Varcaturo (Napoli) ucciso, nello stabilimento balneare di cui era gestore, Raffaele Granata che si era rifiutato di pagare il pizzo. Alcuni anni fa aveva denunciato e fatto arrestare i taglieggiatori.

8 settembre. A Pozzuoli (Napoli), ucciso, durante un tentativo di rapina in una pizzeria, la guardia giurata Giuseppe Minopoli.

18 settembre. Uccisi a Castelvolturno (Caserta) 6 extracomunitari: Abada El Hadji, Cristopher Adams, Francis Kwame Antwi Julius, Samuel Kwako, Alex Jeemes,Eric Yeboah Affum, da un commando che ha sparato centinaia di colpi. Gli uccisi sarebbero operai non legati all’ambiente dello spaccio. Il 14 gennaio 2009 verrà arrestato il capocamorra latitante Giuseppe Setola, considerato il mandante della strage e di altri omicidi.

26 settembre. A Casapesenna (Caserta), muoiono gli agenti Francesco Alighieri e Gabriele Rossi, durante l’inseguimento a un auto che non si è fermata al posto di blocco.

2 ottobre. A Giugliano (Napoli) ucciso Lorenzo Riccio, ragioniere di una ditta di pompe funebri, il cui titolare, probabile obiettivo dell’agguato, aveva testimoniato contro il camorrista Francesco Bidognetti.

3 ottobre. Si suicida gettandosi da un viadotto dell’autostrada Messina-Palermo Adolfo Parmaliana. Docente universitario, aveva denunciato le malefatte degli amministratori di Terme Vigliatore e di altri Comuni del Messinese. Le sue denunce erano cadute nel vuoto e ultimamente era stato chiamato in giudizio per calunnia per suoi attacchi ai politici della zona.

5 ottobre. A Casal di Principe (Caserta), all’interno di un circolo ricreativo per anziani, ucciso Stanislao Cantelli, zio del collaboratore di giustizia Luigi Diana.

1 dicembre. A Napoli ucciso durante una rapina il farmacista Raffaele Manna.

2009

10 aprile. A Villaricca, nella periferia di Napoli, si suicida il ragazzo tredicenne Vittorio Maglione, figlio di un boss della camorra. Lascia un biglietto al padre: “Adesso sei contento. Non ti rompo più”. Nel 2005 il fratello era stato ucciso da altri camorristi.

26 maggio. A Napoli, durante una sparatoria tra camorristi, viene colpito il musicista romeno Petru Birlandeanu. Muore dissanguato tra l’indifferenza dei passanti.

25 giugno. A Crotone, durante una partita di calcetto, un killer spara dalla recinzione uccidendo un camorrista e ferendo sei ragazzi, tra cui Domenico Gabriele, di 11 anni, che morirà il 20 settembre dopo tre mesi di coma. Nell’aprile 2010 saranno incriminati i giovani Andrea Tornicchio, come mandante e esecutore, e Vincenzo Dattolo, appartenenti al clan ‘dranghetista Tornicchio e già detenuti assieme ad altri del clan per altri reati.

11 ottobre. A Serra San Bruno (Vibo Valentia) scompare il ragazzo Pasquale Andreacchi. I resti sono stati trovati successivamente.

24 novembre. Scompare la testimone di giustizia di Petilia Policastro (Catanzaro), Lea Garofalo. Verrà torturata, uccisa e sciolta nell’acido.

5 dicembre. A Taurianova (Reggio Calabria) ucciso il diciottenne Francesco Maria Inzitari, figlio di Pasquale esponente dell’Udc e imputato per concorso esterno. Dopo l’omicidio manifestazione dei giovani del territorio.

2010

5 settembre. A Pollica (Salerno) ucciso dalla camorra il sindaco Angelo Vassallo per la sua azione a tutela dell’ambiente e per le sue denunce contro gli spacciatori.

2011

13 gennaio. A Napoli ucciso da un proiettile vagante il meccanico Vincenzo Liguori: stava lavorando nella sua officina dove ha tentato di ripararsi un pregiudicato inseguito e ucciso da due killer.

Paolo Mieli: “La trattativa Stato-mafia comincia con l’Unità d’Italia”, scrive Antonella Sferrazza il 3 novembre 2016 su "I nuovi Vespri". Nel nuovo libro dello storico, nonché ex direttore del Corriere e della Stampa, due capitoli dedicati ai fatti risorgimentali e al Sud Italia. Un tentativo di ripulire la storia da mistificazioni e pregiudizi perché “ad ogni stagione, la politica cerca di tirare la storia dalla sua parte”. “Chi studia il passato e cerca una conferma a quello che pensava prima è una persona intellettualmente disonesta”. “La prima trattativa tra Stato e mafia è di centocinquant’anni fa. Anzi di più. A dicembre del 1861, pochi mesi dopo la morte di Cavour, parlando alla Camera de Deputati, il parlamentare Angelo Brofferio sostiene che «la maggior parte dei disordini che succedono in Italia è da attribuire a forze della pubblica sicurezza in combutta con bande illegali»… “Pezzi di Stato che «non hanno rossore di trattare con i malviventi»”. Comincia così il secondo capitolo del nuovo libro di Paolo Mieli intitolato In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli, euro20) che in 280 pagine ripercorre eventi storici -non solo italiani -con l’obiettivo di ripulirli da mistificazioni, pregiudizi e strumentalizzazioni. L’ex direttore del Corriere e de la Stampa che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla divulgazione della storia, spiega così il senso del suo ultimo lavoro: “Per vincere le guerre del presente e del futuro dobbiamo prima regolare un conto bellico con il passato. Dobbiamo eliminare molte menzogne. Ad ogni stagione la politica cerca di tirare la storia dalla sua parte. Ogni storico deve muoversi a smentire la versione che ha già in testa, non deve cercare conferme. Chi studia il passato e cerca una conferma a quello che pensava prima è una persona intellettualmente disonesta”. Insomma, come sempre, Paolo Mieli (tra i pochissimi intellettuali italiani, ricordiamo, a parlare con onestà dei danni prodotti al Sud dal Risrgimento, sotto un video in proposito), si tiene ben lontano dalla palude degli storici ‘salariati’ senza temere “sorprese e delusioni”. “Se vogliamo essere in pace con il passato – dice Mieli- dobbiamo essere disposti a rivedere qualcosa di importante, anche pezzi della memoria collettiva cui siamo legati”. Nel volume si passano al setaccio eventi quali la Rivoluzione francese, la storia di Israele, personaggi come Stalin e Hitler, ma anche i falsi martiri della fede, Cicerone, Lincoln, D’Annunzio, i primi scandali dell’Unità d’Italia per un totale di 27 piccoli saggi. Tornando al secondo capitolo intitolato “La vera trattativa tra Stato e mafia”, Mieli, oltre alle dichiarazioni del parlamentare Brofferio, cita anche La mala setta di Francesco Benigno che descrive come “Destra e Sinistra storica (e quest’ultima forse ancora di più della prima) intrattennero rapporti con la malavita organizzata fin dalla fondazione del nostro Stato Unitario. Anzi, Destra e Sinistra quasi incoraggiarono mafia e camorra a trasformarsi in quello che sarebbero diventate un secolo dopo”. La storiografia non ha mai voluto approfondire questi nessi, “una reticenza che dai testi dell’epoca è transitata nelle pagine degli storici”. Mieli aggiunge che di camorristi e mafiosi si parlava già prima del 1861, “si trattava però di malavitosi di infimo rango al servizio di più padroni, la cui attività era confinata nelle carceri e nei quartieri più malfamati delle città meridionali. Nella Palermo liberata da Garibaldi qualche contatto improprio venne addebitato a Giuseppe La Farina, emissario di Cavour”. Lo stesso avvenne a Napoli con Silvio Spaventa: “Questi, che pure aveva avviato una campagna di disinfestazione dai camorristi promossi e legittimati da Garibaldi, a un certo punto venne accusato dalla stampa democratica di usare metodi illegali non troppo diversi da quelli usati dalla famigerata polizia borbonica”. Ma l’uomo simbolo di questa stagione resta Liborio Romano che “garantì il passaggio dal regime borbonico a quello garibaldino garantendo l’ordine pubblico grazie ad un esplicito accordo con i principali boss della malavita organizzata”. E, ancora, il fenomeno del brigantaggio e “l’intento propagandistico di inquadrare in quella categoria tutto ciò che che accadde nel Sud Italia dal 1861 al 1865”. Particolarmente interessanti le parole di Diego Tajani, Procuratore del re a Palermo, secondo il quale, come si legge nel volume, “la mafia è temibile non tanto perché pericolosa in sé ma in quanto strumento di governo e perciò fonte di una rete invisibile di protezione”. Interessantissimo anche il capitolo dedicato alla corruzione – intesa come latrocini- dei nuovi politici dello Stato unitario e della stampa al loro servizio. Così come i successivi che offrono una lettura della storia come non l’abbiamo mai letta e che non esita a fare scendere dal piedistallo personaggi celebratissimi (lo stesso Cicerone pare abbia un tantino ‘abusato’ della storia del proconsole Verre in Sicilia “che era un politico in fase di declino”). Va da sé che il volume è un raggio di sole tra le nebbie che avvolgono in particolar modo la vera storia del Sud Italia e del Risorgimento.

La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra, scrive Ignazio Coppola il 7 gennaio 2017 su "I Nuovi Vespri". Senza l’appoggio dei picciotti della mafia, Garibaldi e i Mille, una volta sbarcati a Marsala, avrebbero trovato grandi difficoltà. Invece, grazie ai mafiosi, trovano la strada in ‘discesa’. Idem a Napoli, dove i camorristi giravano con la coccarda tricolore. La testimonianza del boss, Joseph Bonanno. Le tesi di Rocco Chinnici. La lunga stagione dei delitti ‘eccellenti’. Fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio, dove perdono la vita, rispettivamente, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e gli uomini e le donne delle rispettive scorte). Con quest’ultimo, ammazzato perché si opponeva alla trattativa tra mafia e Stato. Quando oggi parliamo di trattativa “Stato-mafia”, non possiamo non andare indietro nel tempo e riferire questo vituperato ed aborrito binomio alle origini del nostro Paese inteso nella sua accezione unitaria. In parole povere, questo sodale rapporto tra la mafia e lo Stato nasce con l’unità d’Italia o, peggio ancora, con la mala unità d’Italia che, sin dai tempi dell’invasione garibaldina in Sicilia, si servì per le sue discusse e dubbie vittorie del contributo determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli. In Sicilia in quel lontano maggio del 1860, infatti, accorsero, con i loro “famosi picciotti”, in soccorso di Garibaldi, i più autorevoli capi-mafia dell’epoca come Giuseppe Coppola di Erice i fratelli Sant’Anna di Alcamo, i Miceli di Monreale, il famigerato Santo Mele, così bene descritto  da Cesare Abba, Giovanni Corrao, referente delle consorterie mafiose che operavano a Palermo nel quartiere del Borgo vecchio e che poi, addirittura, diverrà generale garibaldino e verrà ucciso tre anni dopo, nell’agosto del 1863, nelle campagne di Brancaccio in un misterioso ed enigmatico agguato a fosche tinte mafiose. Un apporto determinante degli “uomini d’onore” di allora che farà dire allo storico Giuseppe Carlo Marino, nel suo libro Storia della mafia, che Garibaldi senza l’aiuto determinante dei mafiosi in Sicilia non avrebbe potuto assolutamente fare molta strada. Come, del resto, lo stesso Garibaldi sarebbe incorso in grandi difficoltà logistiche se, quando giunto Napoli, nel settembre del 1860, non avesse avuto l’aiuto determinante dei camorristi in divisa e la coccarda tricolore che, schierandosi apertamente al suo fianco, gli assicurarono il mantenimento dell’ordine pubblico con i loro capi bastone Tore De Crescenzo, Michele “o chiazziere”, Nicola Jossa, Ferdinando Mele, Nicola Capuano e tanti altri. Aiuti determinanti e fondamentali che, a ragion veduta, piaccia o n, a Giorgio Napolitano in testa e ai risorgimentalisti di maniera, ci autorizzerebbero a dire che la mafia e la camorra diedero, per loro convenienze, il proprio peculiare e determinante contributo all’unità d’Italia. Un vergognoso e riprovevole contributo puntualmente e volutamente ignorato, per amor di patria, dai libri di scuola e dalla storiografia ufficiale. Che la mafia ebbe convenienza a schierarsi con Garibaldi ce ne dà significativa ed ampia testimonianza il mafioso italo-americano originario di Castellammare del Golfo, Joseph Bonanno, meglio conosciuto in gergo come Joe Bananas, che nel suo libro autobiografico Uomo d’onore, a cura di Sergio Lalli, a proposito della storia della sua famiglia, a pagina 35 del libro in questione così testualmente descrive l’apporto dato dalla mafia all’impresa garibaldina: “Mi raccontava mio nonno che quando Garibaldi venne in Sicilia gli uomini della nostra tradizione (= mafia) si schierarono con le camicie rosse perché erano funzionali ai nostri obbiettivi e ai nostri interessi”. Più esplicito di così, a proposito dell’aiuto determinante dato dalla mafia a Garibaldi, il vecchio boss non poteva essere. Con l’unità d’Italia e con il determinante contributo dato all’impresa dei Mille la mafia esce dall’anonimato e dallo stato embrionale cui era stata relegata nella Sicilia dell’Italia pre-unitaria e si legittima a tutti gli effetti, effettuando un notevole salto di qualità. Da quel momento diverrà, di fatto, una macchia nera indelebile e un cancro inestirpabile nella travagliata storia della Sicilia e del nostro Paese. Di questa metamorfosi della mafia, dall’Italia pre-unitaria a quella unitaria, ne era profondamente convinto, il giudice Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia presso il Palazzo di Giustizia di Palermo, una delle più alte e prestigiose figure della magistratura siciliana ucciso il 29 luglio 1983 davanti la sua abitazione in un sanguinoso attentato in via Pipitone Federico a Palermo. Rocco Chinnici, oltre che valente magistrato, in qualità di capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo ed ideatore come anzidetto del pool antimafia – di cui allora fecero parte tra gli altri giovani magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello – fu anche un profondo studioso e conoscitore del fenomeno mafioso e delle sue criminali dinamiche storiche. Da studioso fu relatore e partecipò a numerosi convegni organizzati in materia di mafia. In uno di questi, promosso a Grottaferrata, il 3 luglio 1978 dal Consiglio Superiore della Magistratura così, a proposito dell’evolversi della mafia in Sicilia, ebbe testualmente a pronunciarsi: “Riprendendo le fila del nostro discorso prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, non era mai esistita in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa in Sicilia – affermò Chinnici in quell’occasione a conforto da quanto da noi sostenuto – non prima, ma subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. Ed ancora, in una successiva intervista rilasciata ad alcuni organi di stampa a proposito della mafia legittimatasi con la venuta e con l’aiuto determinante dato a Garibaldi e successivamente con l’Unità d’Italia, Rocco Chinnici ebbe a dire: “La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione di risorse con la sua tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, un’alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere”. Ed è questo “patto scellerato” tra mafia, potere politico e istituzioni, tenuto a battesimo prima dall’impresa garibaldina e poi, come sosteneva Rocco Chinnici, dall’unità d’Italia che dura, tra trattative, connivenze e papelli di ogni genere, senza soluzione di continuità sino ai nostri giorni. Una lunga sequela di tragici avvenimenti che, sin dagli albori dell’unità d’Italia hanno insanguinato la nostra terra per iniziare con la stessa uccisione del generale Giovanni Corrao a Brancaccio, poi i tragici e misteriosi avvenimenti de ‘I pugnalatori’ di Palermo, il delitto Notarbartolo e il caso Palizzolo, la sanguinosa repressione dei Fasci Siciliani in cui la mafia recitò il proprio ruolo, la strage di Portella della Ginestra, le stragi di Ciaculli e di Via Lazio, le uccisioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tanti servitori dello Stato e di tanti magistrati che, della lotta alla mafia, ne hanno fatto una ragione di vita e purtroppo anche di estremo sacrificio, sino alla morte. Per arrivare alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quello stesso Paolo Borsellino che, da quanto, in questi ultimi tempi e alla luce di nuove risultanze processuali che hanno fatto giustizia di ignobili e criminali depistaggi, ci è stato dato da apprendere si era opposto con tutte le sue forze ad ogni ipotesi di trattativa tra “Stato e mafia” e per questo ha pagato – per le connivenze tra mafia, servizi segreti deviati e omertà di Stato – con la vita il suo atto di coraggio. Una lunga scia di sangue e di turpitudini che ha visto da sempre protagonisti, in una sconvolgete continuità storica, un mix di soggetti: Stato, mafia, banditismo (nel caso di Salvatore Giuliano), potere politico, servizi segreti, massoneria deviata e quant’altro che hanno ammorbato e continuano ad ammorbare – da 156 anni a questa parte, in un percorso caratterizzato, troppo spesso, da una criminale politica eversiva – la vita dei siciliani onesti. Quando ce ne potremo liberare? Con l’aria che tira sarà difficile.

Trattativa Stato-Mafia: per sconfiggere il male è giusto trattare. Combattere un Antistato obbliga a infiltrarsi, a promettere e compromettersi. L'Antimafia si basa invece su assurde pretese di purezza. A Palermo i giurati erano indifesi su questo fronte delicatissimo. Ne è uscita una sentenza grillina, scrive Giuliano Ferrara il 2 maggio 2018 su "Panorama". La mafia è un'organizzazione criminale che fa politica, una rete collegata di gruppi territoriali e familiari che combina politica e crimine in mezzo a fumisterie iniziatiche e intimidenti lealtà sostenute dalla violenza. La mafia è grandi reati, piccoli reati, un Antistato medio di insubordinazione e di conformismo ideologico insieme, ruralità e urbanesimo spinti, è annidamento di quartiere, struttura per cosche, cupola dei capi.

Il contrasto è affidato alla legge, la legge è affidata in prima e decisiva battuta agli investigatori specializzati, ai magistrati e all'esecutivo, il governo e gli apparati della forza. Sapevano i giurati di Palermo, che vorrebbero mandare in carcere per sentenza politica i protagonisti del contrasto alla mafia, la consistenza di questi dettagli decisivi? No. Questo è il punto.

L'Italia irriconoscente contro il carabiniere che arrestò Riina. L'Italia unita fece morire Giuseppe Mazzini in clandestinità a Pisa, alla vigilia di un arresto, a Roma già liberata, nel 1872, dopo anni di esilio, elezioni cancellate a norma di legge, galera per il martire e profeta nel carcere militare di Gaeta. E Garibaldi morì nell'esilio autoimposto di Caprera. È un Paese che sa essere irriconoscente, che sa esercitare una sua spavalda ferocia verso i figli maggiori. Non è così strano, per quanto inaudito, che ora voglia tenere in galera per il resto della sua vita il carabiniere che arrestò Riina. Ma per quali ragioni? Purtroppo è tutto molto semplice. Combattere un Antistato vuol dire applicare regole di indagine, a partire dalla raccolta delle informazioni e dalla capacità di infiltrazione e scompaginamento del suo esercito, che discendono dalla cultura politica, gli eterni arcani del machiavellismo. Devi entrare nel male, se necessitato. Per sapere, devi promettere. Per promettere, devi comprometterti. Compromettendoti, in base a un disegno di destabilizzazione e divisione del nemico, sfiori la collusione. Puoi agire quanto vuoi e quanto puoi con i guanti del codice, con le regole della legge e le sue caratteristiche speciali, ma alla fine i risultati importanti si ottengono solo con la decisione politica, delegata al personale militare e della magistratura penale, quelli che poi arrestano il capo dei capi e decapitano la struttura delle cosche.

Per combattere la mafia si deve entrare nel male. Ecco. Il punto è che, se questi sono i termini della lotta titanica tra lo Stato e i suoi nemici, l'Antimafia si basa invece da sempre su un codice moralistico, sulla pretesa che il patto col diavolo, sebbene stipulato entro i confini dello Stato di diritto e del senso comune, sia espressione di purezza, di incorruttibilità di principio, di estraneità reciproca assoluta degli eserciti in guerra. Una pretesa assurda, che apre la via alla calunnia, alla maldicenza, allo spirito critico che tutto nega, e che nel suo travestimento moralistico è una diavoleria, la vera diavoleria. Tutti hanno parlato con i mafiosi, tra coloro che li dovevano combattere per nostro conto, su nostra delega, in nome dello Stato. Lo hanno fatto i Caselli, come i Mori, lo hanno fatto con mafiosi pentiti, con mafiosi interi, dovevano esaminare i margini, che sono sempre un argomento pericoloso, per scompaginare il fronte avversario, dovevano entrare nel male, nei confini di una "trattativa", per far cessare le guerre a suon di bombe, l'assassinio degli alti magistrati, l'eliminazione degli eroi. Avevano alle spalle non già il fantasma evocato per bassa propaganda politica di Berlusconi o Dell'Utri, avevano alle spalle personalità specchiate come Giovanni Conso, Carlo Azeglio Ciampi, e altri investigatori che hanno fatto la storia del contrasto alla mafia, come Gianni De Gennaro, che infatti è in cima alla lista dei calunniati dalla famosa "icona dell'antimafia" e del sistema dei media, quel Massimo Ciancimino alle origini di questo processo e di questa incredibile sentenza. Non potevano fare diversamente, se volevano dare un senso al loro dovere civile. Ma se in una prospettiva moralistica hanno "trattato" con la mafia, in una visione seria, responsabile, giuridica e politica nel senso più alto ed efficace del termine, hanno sconfitto la mafia nella sua stagione culminante, quella delle stragi. E con coraggio, intelligenza, lucidità. Altro che storie.

Una sentenza grillina colpevolista. Al centro di tutto stanno i media, che possono essere la scuola della virtù o il teatro della calunnia, il fomite del venticello che tutto travolge. I giurati di Palermo erano indifesi su questo fronte delicatissimo e decisivo. Dovevano funzionare come imparzialità della legge e del diritto, hanno funzionato come una branca dell'opinione pubblica, e di quella più disinformata, di quella indotta, carezzata e coccolata dalle leggende metropolitane e dai facilismi antimafiosi. Dieci anni di processo e un percorso dibattimentale segnato dalle "lotte", che sono il contrario della azione civile e militare di contrasto alla vera mafia, hanno portato alla formazione di un partito colpevolista che ha interagito con la politica, perfino con le elezioni, con il momentum, il segnacolo o bandiera dei tempi che corrono. Ne è uscita una sentenza grillina, che ha la stessa impronta del mandato d'arresto per Mazzini rifugiato clandestino nella casa di John Brown a Pisa e del bando al generale Garibaldi. Un inaudito pasticcio che solo in anni di dolore repubblicano verrà alfine sanato. Ma tardi. 

(Articolo pubblicato sul n° 19 di Panorama in edicola dal 26 aprile 2018 con il titolo "Se per sconfiggere la mafia devo trattare, trattativa sia")

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

I conoscenti si incontrano.  I compagni ed i parenti si impongono e si subiscono. I coniugi si tollerano. I figli si accettano. Gli amici si scelgono. Io non ho amici per il sol fatto che da loro voglio la perfezione. E, in questo mondo, nessuno è perfetto. (Compreso me).

A molti individui, istituzioni ed intellettuali compresi, si dà una certa importanza, spesso e volentieri mal riposta. Questi, se li si conosce bene, ti portano a ravvisare la loro infimità.

Per questo eliminerò dalla lista tutti coloro che usano FB come strumento di lotta politica, senza costrutto. Si semina odio e non ci si prodiga alla proposta. Terrò tutti coloro che segnalano fatti che arricchiscano il sapere ed allargano gli orizzonti. In politica, per vincere basta essere migliori, forti delle proprie ragioni, e non succubi dei mediocri, senza necessità di eliminare il nemico.

I governanti sono esclusivamente economisti. Loro valutano il costo delle loro decisioni in termini economici, non misurano l’indispensabilità, quindi l’utilità delle loro scelte. Il popolo vuole pane e divertimento. La libertà, per la gleba, può andarsi a fare fottere. Ecco perché i governi scelgono di non far niente. E quel niente è importante che sia più utile che giusto. In questo modo cristallizzano lo status quo.

I Governi sono in balia degli umori del popolo.

I capitalisti non vogliono dare niente, i comunisti vogliono solo avere tutto.

I Governi, dettata l’agenda economica, non avendone la perizia, delegano l’aspetto pratico del governare agli apparati burocratici. I burocrati ed i magistrati legiferano e decretano a loro vantaggio, ammantando il loro potere fossilizzato da abuso ed impunità decennale.

Il popolo tapino subisce e tace, senza scrupolo di coscienza, perché chi non vuol dare, non dà; chi vuole avere, ha!

La liturgia della politica nel nome della democrazia, in fondo, è tutta una presa per il culo….

Perché non esiste politica; non esiste democrazia. Esiste solo l’economia e la finanza. L'utile ed il dilettevole.

I soldi governano il mondo. Non la democrazia o la dittatura, né tanto meno la fede.

Poveri stolti. “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Matteo 6:19-20).

Vangelo di Matteo, 7, 1: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.”

Col giudizio con cui giudichi sarai giudicato… ma non da Dio – e difatti Gesù non dice minimamente una cosa del genere – ma da te stesso, perché tu sei il tuo unico giudice. La misura la decidi tu, e anche questo Gesù lo dice molto chiaramente, in un modo indubitabile per chiunque non abbia dei paraocchi davanti agli occhi.

Giudica, e sarai giudicato. Perdona, e sarai perdonato. Dai, e ti sarà dato. E sarai sempre tu a giudicarti, a perdonarti e a darti qualcosa, perché sei tu l’unico padrone delle tue energie interiori.

Matteo 7:

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 

2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 

3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 

5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 

8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 

9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 

10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 

11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!

12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.

13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 

14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 

16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 

17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 

18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 

19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 

20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 

22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 

23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.

24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 

25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 

26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 

27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: 

29 egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Io, Antonio Giangrande, sono orgoglioso di essere diverso.

Faccio quello che si sento di fare e credo in quello che mi sento di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Da una parte, l’ideologia comunista si è adoperata con la corruzione culturale:

attraverso la televisione di Stato e similari;

con la propaganda ideologica continua dei giornalisti militanti di regime;

con insegnamenti ed indottrinamenti ideologici scolastici ed universitari frutto di una egemonia culturale.

Dall’altra parte, la depravazione culturale messa in opera dalle televisioni commerciali di Berlusconi, anticomuniste ed antimeridionaliste.

Infine con la perversione delle religioni, miranti ad avere il predominio delle masse per il proprio sostentamento.

Insomma. Lavaggio del cervello: dalla culla alla tomba.

Governare e legiferare secondo l’ideologia fascio/comunista? No!

Governare e legiferare secondo i dettati propri di una cattiva fede? No!

Essere liberali vuol dire, in poche parole, che basta agire correttamente ed in buona fede e comportarsi come un buon padre di famiglia.

Agire e comportarsi come un buon padre di famiglia: cosa significa?

In cosa consiste la diligenza del buon padre di famiglia nell’ambito delle obbligazioni del diritto civile: l’obbligo di adempiere alla prestazione in buona fede e in modo corretto.

Adempimento delle obbligazioni: correttezza e buona fede. Il codice civile stabilisce che sia il debitore sia il creditore devono comportarsi correttamente nell’adempimento delle relative obbligazioni, sempre secondo buona fede. La seconda regola imposta dal codice civile in materia di esecuzione del contratto riguarda la diligenza del buon padre di famiglia. Cosa significa e cosa si intende con tale termine? Sicuramente anche in questa ipotesi la legge ha preferito usare un termine generale e astratto. Ma il suo significato è facilmente individuabile. Il “buon padre di famiglia” è colui che “ci tiene” e che è premuroso, colui cioè che fa di tutto pur di realizzare l’interesse dei figli. Il che significa che egli assume l’impegno a conseguire, quanto più possibile, il risultato promesso.

Il codice civile richiama il concetto di buon padre di famiglia in una serie di norme. Eccole qui di seguito elencate:

Art. 382 Codice civile – Responsabilità del tutore e del protutore: «Il tutore deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli risponde verso il minore di ogni danno a lui cagionato violando i propri doveri».

Art. 1001 Codice civile – Obbligo di restituzione. Misura della diligenza: «L’usufruttuario deve restituire le cose che formano oggetto del suo diritto, al termine dell’usufrutto, salvo quanto è disposto dall’art. 995».

Art. 1176 Codice civile – Diligenza nell’adempimento: «Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1227 Codice civile – Concorso del fatto colposo del creditore: «Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate».

Art. 1587 Codice civile – Obbligazioni principali del conduttore: «Il conduttore deve prendere in consegna la cosa e osservare la diligenza del buon padre di famiglia nel servirsene per l’uso determinato nel contratto o per l’uso che può altrimenti presumersi dalle circostanze (…)».

Art. 1710 Codice civile – Diligenza del mandatario: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia; ma se il mandato è gratuito, la responsabilità per colpa è valutata con minor rigore».

Art. 1768 Codice civile – Diligenza nella custodia: «Il depositario deve usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1804 Codice civile – Obbligazioni del comodatario: «Il comodatario è tenuto a custodire e a conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli non può servirsene che per l’uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa».

Art. 1838 Codice civile – Deposito di titoli in amministrazione: «La banca che assume il deposito di titoli in amministrazione deve custodire i titoli, esigerne gli interessi o i dividendi, verificare i sorteggi per l’attribuzione di premi o per il rimborso di capitale, curare le riscossioni per conto del depositante, e in generale provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli. Le somme riscosse devono essere accreditate al depositante (…). E’ nullo il patto col quale si esonera la banca dall’osservare, nell’amministrazione dei titoli, l’ordinaria diligenza».

Art. 1957 Codice civile – Scadenza dell’obbligazione principale: «Il fideiussore rimane obbligato anche dopo la scadenza dell’obbligazione principale purchè il creditore entro sei mesi abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate».

Art. 2104 Codice civile – Diligenza del prestatore di lavoro: «Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale».

Art. 2148 Codice civile – Obblighi di residenza e di custodia: «Il mezzadro ha l’obbligo di risiedere stabilmente nel podere con la famiglia colonica».

Art. 2158 Codice civile – Morte di una delle parti [in tema di mezzadria]: « (….) In tutti i casi, se il podere non è coltivato con la dovuta diligenza il concedente può fare eseguire a sue spese i lavori necessari, salvo rivalsa mediante prelevamento sui prodotti e sugli utili».

Art. 2167 Codice civile – Obblighi del colono: «Il colono deve prestare il lavoro proprio secondo le direttive del concedente e le necessità della coltivazione. Egli deve custodire il fondo e mantenerlo in normale stato di produttività; deve altresì custodire e conservare le altre cose affidategli dal concedente con la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 2174 Codice civile – Obblighi del soccidario: «Il soccidario deve prestare, secondo le direttive del soccidante, il lavoro occorrente per la custodia e l’allevamento del bestiame affidatogli, per la lavorazione dei prodotti e per il trasporto sino ai luoghi di ordinario deposito. Il soccidario deve usare la diligenza del buon allevatore».

Nessuno tocchi il “buon padre di famiglia”. E nessuno tocchi i termini “padre” e “madre”, scrive Silvano Moffa venerdì 24 gennaio 2014 su "Il Secolo D’Italia". Dopo il demenziale scardinamento del valore dei termini padre e madre, sostituibili da quelli di genitore 1 e genitore 2, l’idea francese di cancellare il “buon padre di famiglia” fa drizzare i capelli.  L’emendamento approvato dal Parlamento parigino a un progetto di legge sulla pari opportunità tra generi, che elimina dal codice una formula del linguaggio giuridico corrente, non ha senso. Tutto, ovviamente, avviene nel nome di un sessismo e di una presunta modernità nei rapporti relazionali tra le persone, che travalica finanche il senso antico che la locuzione aveva assunto, sopravvivendo al tempo e ai cambiamenti sociali. La questione non è di poco conto, e non va sottovaluta. Non fosse altro che per il fatto che la “diligenza del buon padre di famiglia”, come assioma concettuale e formula di rito nel campo del diritto, è stata abbandonata in Germania in favore di altra considerata più moderna, mentre è sopravvissuta in Italia e, finora, in Francia. La formula compare nelle fonti del diritto romano a partire dal periodo classico. Furono i giuristi dell’epoca a forgiarne il senso, individuando nel bonus, prudens et diligens pater familias il soggetto capace di amministrare accuratamente i propri affari, più o meno come avveniva per il capo dell’azienda agraria domestica, sui cui si basava la civiltà romana dell’epoca. In seguito, con l’introduzione dei codici giustinianei, la nozione si è allargata, fino ad assumere la portata di un criterio generale per individuare i canoni corretti della prestazione, e il comportamento che deve tenere il debitore diligente. Con l’evoluzione dei tempi e della società, la “diligenza del buon padre di famiglia” è arrivata fino ai giorni nostri, scandendo un comportamento medio come sinonimo di saggezza, di legalità, di etica comportamentale. Un criterio applicato in maniera più vasta e diffusa nel corpo legislativo e negli stessi esiti giurisdizionali. Ora, non c’è dubbio che per comprendere la portata di una tale locuzione bisogna risalire alle origini. Come è chiaro che, per il fatto stesso che il concetto sia diventato più diffuso nella sfera del linguaggio giuridico, comporta che le ragioni che ne spiegano l’uso ricorrente e la portata siano fra loro molto differenti.  Ma da qui a decretarne l’abolizione per uno scopo di pari opportunità di genere ne corre.  Pietro de Francisci, uno dei maggiori storici del diritto romano, spiega nei suoi studi come la struttura della società romana primitiva (comunità di patres) fosse l’architrave su cui poggiava tutto il sistema dell’epoca: lo ius Quiritium. Fino alla fine del V secolo, il pater familias viene visto come un dominus, un soggetto dotato di un potere (potestas) che ha natura originaria, pre-politica e pre-statuale. È un sovrano del gruppo, del quale è reggitore e sacerdote, custode dei sacra e degli auspicia, giudice dei filii familias, con diritto di punire, fino a giungere alla possibilità di infliggere la pena di morte. E’ evidente la forza implicita in una tale figura nell’epoca antica, ai primordi del diritto romano. Ed è del pari evidente, come appare persino ovvio, quanto sia superata, anacronistica, lontana  al giorno d’oggi una simile idea di famiglia. Il problema però è un altro. Intanto, la formula, come abbiamo visto, ha assunto un significato del tutto diverso nel tempo, anche all’interno dello stesso diritto romano. In secondo luogo, la diligenza del buon padre di famiglia è un criterio difficilmente sostituibile con una locuzione che possa avere lo stesso effetto e la stessa forza immaginifica. Prendiamo ad esempio una prestazione, nella sua configurazione ordinaria.  Attenti giuristi hanno spiegato come nelle moderne codificazioni che regolano i rapporti dei traffici giuridici e commerciali, sia ormai superato il dualismo tra colpa in astratto e colpa in concreto, cui si ricorreva nel determinare la responsabilità della mancata prestazione. Il modello preferito è ormai quello strettamente oggettivo. Insomma, dire che il debitore è tenuto alla diligenza del buon padre di famiglia vuol dire sottolineare che egli è tenuto ad un grado di diligenza media, in quanto il criterio cui ci si ispira è improntato al buon senso, ad un canone di normalità, ad un comportamento usuale e corretto nello stabilire il livello dei rapporti, e nel parametrare il modo in cui non si può non operare nella generalità dei casi. Nel bonus pater familias residuano, insomma, un nucleo di saggezza, oltre che una storia e una cultura giuridica di cui dovremmo menar vanto. Che c’entra con tutto questo il tema delle pari opportunità tra i sessi, è davvero difficile da comprendere. Altro che modernità. Siamo al cospetto di una colossale stupidità.

Solo i comunisti potevano pensare una Costituzione, il cui principio portante fosse il Lavoro e non la Libertà. Libertà che la Carta pone solo come obbiettivo per poter esercitare alcuni diritti dalla stessa Costituzione elencati. Libertà come strumento e non come principio. Libertà meno importante addirittura dell’Uguaglianza. Questa ultima inserita, addirittura, come principio meno importante del Lavoro e della Solidarietà. Già. Per i comunisti “IL LAVORO RENDE LIBERI”. ARBEIT MACHT FREI (dal tedesco: “Il lavoro rende liberi”) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento. Una reminiscenza tratta da una ideologia totalitaria che proprio dal socialismo trae origine: il Nazismo.

Cosa vorrei? Vorrei una Costituzione, architrave di poche leggi essenziali, civili e penali, che come fondamento costitutivo avesse il principio assoluto ed imprescindibile della Libertà e come obiettivo per i suoi cittadini avesse il raggiungimento di felicità e contentezza. Vivere come in una favola: liberi, felici e contenti. Insomma, permettere ai propri cittadini di fare quel che cazzo gli pare sulla propria persona e sulla propria proprietà, senza, però, dare fastidio agli altri, di cui si risponderebbe con pene certe. E per il bene comune vorrei da cittadino poter nominare direttamente governanti, amministratori e giudici, i quali, per il loro operato, rispondano per se stessi e per i propri collaboratori, da loro stessi nominati. Niente più concorsi truccati…, insomma, ma merito! E per il bene comune sarei contento di contribuire con prelievo diretto dal mio conto, secondo quanto stabilito in modo proporzionale dal mio reddito conosciuto al Fisco e da questi rendicontatomi il suo impiego.

Invece...

L'influsso (negativo) di chi vuole dominare l'altro. Ci sono persone che sembrano dare energia. Altre, invece, sembra che la tolgano, scrive Francesco Alberoni, Domenica 01/07/2018, su "Il Giornale".

Ci sono persone che sembrano darti energia, che ti arricchiscono.

Altre, invece, sembra che te la prendano, te la succhino come dei vampiri. Dopo un colloquio con loro ti senti svuotato, affaticato, insoddisfatto. Che cosa fanno per produrre su di noi un tale effetto? Alcune ci parlano dei loro malanni, dei loro bisogni e lo fanno in modo tale che tu ti senti ingiustamente privilegiato ed è come se avessi un debito verso di loro.

C'è un secondo tipo di persone che ti sfibra, perché trasforma ogni incontro in un duello. Non appena aprite bocca sostengono la tesi contraria, vi sfidano, vi provocano. Lo fanno perché vogliono mostrare la loro capacità dialettica ma soprattutto per mettersi in evidenza davanti agli altri. Se gli date retta, vi logorano discutendo su cose che non vi interessano.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per farvi sentire ignoranti. Qualunque tesi voi sosteniate, anche l'idea più brillante e ragionevole ecco costoro che arrivano citando una ricerca americana che dice il contrario. Magari qualcosa che hanno letto in un rotocalco, ma tanto basta per rovinare il vostro discorso. Ricordo invece il caso di un mio collega che, per abitudine, nella conversazione, faceva solo domande. All'inizio gli raccontavo le mie ricerche, gli fornivo i dati, gli mostravo i grafici, le tabelle, mi sgolavo e lui, dopo avere ascoltato, faceva subito un'altra domanda su un particolare secondario. E io giù a spiegare di nuovo e lui, alla fine, un'altra domanda...

Abbiamo poi quelli che, quando vi incontrano, vi riferiscono sempre qualche cosa di spiacevole che la gente ha detto su di voi: mai un elogio, mai un apprezzamento, solo critiche, solo pettegolezzi negativi. E, infine, i pessimisti che quando esponete loro un progetto a cui tenete molto, vi mostrano i punti deboli, vi fanno ogni sorta di obiezioni, vi fanno capire che sarà un fallimento. Voi lo difendete ma loro insistono e, alla fine, restate sempre con dei dubbi. Un istante prima eravate pieno di slancio, ottimista, entusiasta e ora siete come un cane bastonato. Cosa hanno in comune tutti questi tipi umani? La volontà di competere, di affermarsi, di dominare, di opprimere.

L’invidioso cerca di svalutare l’altro agli occhi del maggior numero possibile di persone, soprattutto di quelle che contano. Appena conoscono qualcuno gli trovano da subito dei difetti: il loro sguardo corre a cercare i limiti, le debolezze e sentono l’esigenza di metterli subito in evidenza, di renderli noti e di provocare il commento negativo degli altri. Solitamente gli invidiosi entrano in azione quando il personaggio da svalutare non è presente, mettendo in moto le “chiacchere da cortile”. (Antonio Giangrande, aforisticamente.com/2018/03/26/frasi-citazioni-aforismi-su-svalutare)

Si stava meglio quando si stava peggio.

I miei nonni paterni Giuseppa Caprino e Leonardo Giangrande, democristiani, contadini beneficiari delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista e genitori di 8 figli, dicevano che con i democristiani nessuno rimaneva indietro e tutti avevano la possibilità di migliorare il loro stato, se ne avevano la voglia (lavorare e non sprecare). Nonostante gli sprechi a vantaggio di alcuni figli a danno di altri e nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, loro hanno migliorato il loro stato ed hanno avuto la pensione.

Mio nonno materno Gaetano Santo, comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 8 figli cresciuti con l’illusione della loro utilità al suo benessere ed alla sua vecchiaia, tra un bicchiere di vino e l’altro affermava che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Luigi Malorgio, il nonno materno di mia moglie, prigioniero di guerra e comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 4 figli, tra uno spreco e l’altro affermava, con il solito mantra comunista, che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Altro mantra dei comunisti era ed è: gli altri vincono perché, essendo ladri, comprano i voti.

E come dire a detta degli interisti e dei napoletani: la Juventus vince perché ruba e quindi ridistribuiamo i suoi scudetti. L’Inter ed il Napoli son morti, comunque, perdenti.

Dopo tanti anni ho constatato che oggi rispetto al tempo dei nonni, nonostante il progresso tecnologico e culturale, non è più possibile migliorarsi ed arricchirsi. Inoltre oggi se si diventa ricchi per frutto della propria capacità e lavoro, non si è più tacciati di ladrocinio, ma di mafiosità. E se prima non c’era, oggi c’è l’espropriazione proletaria antimafiosa, ma non a favore dei poveri, ma solo a vantaggio dell’antimafia di sinistra, sia essa apparato burocratico di Stato, sia essa apparato associativo comunista, sia esso regime culturale rosso.

Dopo tanti anni ho constatato che, nonostante la magistratura politicizzata che collude ed i media partigiani che tacciono, i moralizzatori solidali erano e sono ladri come tutti gli altri, erano e sono mafiosi come, è più degli altri.

Ergo: ad oggi noi moriremo tutti poveri…e probabilmente senza pensione, accontentandoci di un misero reddito di cittadinanza che prima (indennità di disoccupazione) era privilegio solo dei lavoratori sindacalizzati disoccupati.

Di fatto, nel nome di un ridicolo ambientalismo, ci impediscono di farci una casa, ma ci spingono a comprarci un’auto. 

Questo non è progressismo politico, ma una retrograda deriva culturale che ti porta a dire che:

è meglio non fare niente, perché si fotte tutto lo Stato con il Fisco;

è meglio non avere niente, perché si fotte tutto lo Stato con l’Antimafia.

Quindi, si stava meglio quando si stava peggio.

Ma lasciate che sia il solo a dirlo, così sanno con chi prendersela ed è facile per loro vincere tutti contro uno. Senza una lapide di rimembranza.

Il Belpaese è diventato brutto. Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale, scrive Ernesto Galli della Loggia il 8 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere. Fu su questo terreno che nel corso del primo mezzo secolo di vita della Repubblica ebbero modo di mettere radici e di consolidarsi una non disprezzabile educazione civica e politica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione. Contò naturalmente l’innalzamento del reddito e delle condizioni di vita, ma una parte decisiva ebbero altri fattori. Innanzitutto l’esistenza di una politica fondata sulle grandi organizzazioni di massa — i partiti e i sindacati con le loro scuole, come quella del Partito comunista alle Frattocchie, dove poté svolgersi l’esperienza su vasta scala di una socialità discorsiva bene o male fondata sull’argomentazione razionale e sulla conoscenza dei problemi e delle possibili soluzioni — ; ma contò moltissimo la presenza nel Paese di quattro fondamentali agenzie di socializzazione: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati a uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolse la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto a esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autorità. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della competenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del Paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu: in un modo che oggi fa sorridere ma lo fu. Divulgò la lingua nazionale, diffuse un’informazione sapientemente calibrata, cercò d’ispirarsi per tutto il resto alla buona cultura, al «sano» divertimento, ai «buoni» sentimenti, a una morale cautamente in equilibrio tra vecchio e nuovo. Il tutto all’insegna della compostezza e delle buone maniere: perfino i conduttori dei telequiz si rivolgevano alla «signora Longari» chiamandola per l’appunto signora. Intendiamoci, non è che l’Italia d’allora fosse una specie di idilliaco piccolo mondo antico: tutt’altro. Ma fino agli anni 80 la nostra rimase comunque una società strutturata intorno a istituzioni formative consistenti: ciascuna animata a suo modo dalla consapevolezza di avere un compito da svolgere e decisa a svolgerlo. Un compito — questo mi sembra oggi molto importante — svincolato nel suo perseguimento e per i suoi obiettivi sia dal mercato sia dai desiderata del pubblico. In questo senso, infatti, né la Chiesa, né la scuola, né l’esercito, né la televisione di Bernabei potevano certo dirsi istituzioni democratiche: tanto meno del resto pensavano di doverlo essere. Ma proprio perciò esse assolvevano un compito prezioso per la democrazia liberale. La quale, per l’appunto, sopravvive solo se esistono degli ambiti della società che non obbediscono alle sue regole. Se esistono degli ambiti, delle istituzioni, dove non vigono né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza. Solo a queste condizioni, infatti, possono aversi due conseguenze decisive: da un lato la produzione di un sapere realmente libero, — fatto cioè di analisi, di idee e valori condizionati solo dalla personale ricerca della verità — e dall’altra la formazione di vere élite del merito. Solo a queste condizioni si crea un ambiente sociale e un’atmosfera psicologica dove di regola l’ultima parola non l’abbiano, da soli o coalizzati, chi alza più la voce, chi possiede più ricchezze o chi ha dalla sua il maggior numero. Un ambiente sociale e un’atmosfera dove al potere della politica e dell’economia (o della demagogia e della corruzione che sono i loro frequenti sottoprodotti) siano in grado di contrapporsi gerarchie diverse. Dove al potere della politica e della ricchezza fanno da contrappeso il condizionamento della formazione culturale, i vincoli dell’etica, il giudizio dell’opinione pubblica informata. Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

I bei tempi andati? Non esistono. Erano violenti, sessisti e sporchi. Un libro di Michel Serres smonta i luoghi comuni degli anti-moderni, scrive Massimiliano Parente, Martedì 21/08/2018, su "Il Giornale". Ogni giorno in Italia qualcuno dice: «Si stava meglio quando si stava peggio». Ma davvero si stava meglio? E quando? C'è chi elogia il passato, in genere i vecchi che rimpiangono la propria giovinezza, o gli anni Sessanta, o gli anni Cinquanta, e chi addirittura i tempi in cui non era nato: «Mi sarebbe piaciuto vivere negli anni Trenta!». In realtà sono sempre errori della nostra percezione, della nostalgia senile, e spesso anche della nostra scarsa conoscenza del passato. Anni fa uscì un bellissimo saggio dello storico Piero Melograni, La modernità e i suoi nemici (Mondadori), che passava al setaccio tutte le ideologie antimoderne e le visioni idealizzate del passato. Lo scienziato Steven Pinker nel frattempo ha pubblicato un lungo studio, Il declino della violenza (Mondadori), per dimostrare come, al contrario di quanto credano molte persone, la violenza sia diminuita progressivamente nella Storia (ma basta leggere anche il diario di Giacomo Leopardi, che in visita a Roma notava come non fosse possibile uscire di notte senza rischiare di essere uccisi). In questi giorni esce per Bollati Boringhieri un pamphlet intitolato Contro i bei tempi andati dell'epistemologo Michel Serres. L'autore ha ottant'anni, ma non rimpiange niente del suo passato, né del passato in generale. Anzi, in ogni pagina, tra autobiografia e dati storici, ci tiene a mostrare che più andiamo indietro, più il passato fa schifo. A cominciare dalle due guerre mondiali, che hanno insanguinato l'Europa (e erano nate, fra l'altro, da movimenti antimoderni e anticapitalisti come fascismo e comunismo). Viceversa stiamo vivendo da settant'anni il più lungo periodo di pace mai visto nel mondo, «cosa mai accaduta, almeno nell'Europa occidentale, dai tempi dell'Iliade o della Pax Romana». Abbiamo sconfitto epidemie mortali, considerando che «le statistiche dicono che, in tempi più antichi, il numero dei morti per malattie infettive superava di gran lunga quello delle vittime di guerra». Serres elogia le conquiste delle vaccinazioni (malgrado oggi in Italia si torni indietro, abolendo l'obbligo di vaccinarsi). Oggi si parla di razzismo al minimo episodio di cronaca, dimenticando che una volta, poco più di un secolo fa, si pretendeva di dimostrare scientificamente come i negri fossero delle scimmie non evolute, e ai tempi di Mussolini e di Hitler si pubblicavano tranquillamente riviste razziste e antisemite. E l'inquinamento? L'aria dell'Ottocento era molto più inquinata di quella di oggi, e ai tempi di Serres «senza alcuna restrizione le fabbriche spargevano le loro immondizie nell'atmosfera o nel mare, nella Senna, nel Reno, nel Rodano, e le petroliere ripulivano le cisterne in mare aperto». Quanto alla medicina, non esistevano gli antibiotici, si moriva di sifilide e tubercolosi, «come capitò a tutti i grandi uomini illustri del XIX secolo, Schubert, Maupassant o Nietzsche», e non esisteva la sanità pubblica, i poveri soffrivano e morivano senza cure, e i ricchi non se la passavano meglio. Serres, nato nel 1930, ricorda di nuovo come l'assenza di vaccinazioni «lasciò molti dei miei amici segnati dalla poliomelite», e di come l'OMS sia riuscita a eradicare il vaiolo a livello mondiale. Sentiamo molte persone dire che la vita moderna fa male, che i cibi moderni sono cancerogeni, che la vita di una volta era più sana, e spopola l'ideologia del bio e del ritorno all'alimentazione «genuina» di un tempo. Talmente genuina che ci si lasciava la pelle. Serres ricorda come il latte non pastorizzato, munto direttamente dal contadino, spesso portasse malattie e febbri terribili (di cui si ammalò anche lui), mentre oggi i cibi industriali sono molto più controllati (non per altro i casi di botulismo avvengono sempre con il «fatto in casa»). E di come la durata della vita media alla nascita nel corso di un secolo sia quadruplicata. «Da quando sono nato a oggi, in Francia la speranza di vita ha più di ottant'anni, mentre poco prima quanti figli bisognava mettere al mondo per conservarne due o tre?».

Non parliamo dell'igiene, non ci si lavava mai. Neppure le ostetriche si lavavano le mani e le madri morivano di febbre puerperale. Le lenzuola si cambiavano due volte all'anno, le camicie si portavano finché non diventavano nere, e «lo sciacquone del gabinetto venne inventato a Londra, alla fine del XIX secolo e si diffuse cinquant'anni dopo; una volta si pisciava dove si poteva, si cacava dappertutto, un po' come oggi in India si pratica la open defacation». Quanto alle donne, credono di essere discriminate oggi, e accusano di molestie sessuali perfino chi le guarda, mentre prima non solo le donne non avevano diritto di voto, ma se una donna veniva stuprata era colpa sua, altro che #metoo. «Le cifre riguardanti gli abusi sessuali sulle adolescenti all'interno della famiglia sono state rese pubbliche solo di recente, e da poco abbiamo scoperto che ogni due giorni una donna moriva a causa delle sevizie del marito, e che due bambini ogni settimana spiravano per mano dei genitori». Speriamo che chi invoca ogni giorno la famiglia tradizionale non si riferisca a questa, perché questa è stata la famiglia umana dall'antichità a meno di un secolo fa. E dunque, si stava meglio quando si stava peggio? No, quando si stava peggio si stava peggio e basta. E pensare che al governo c'è un movimento fondato sulla filosofia della «decrescita felice» e sulla Piattaforma Rousseau. Sì, Jean-Jacques Rousseau, quello del mito del Buon Selvaggio. Io vorrei come minimo una Piattaforma Steve Jobs.

Ultimi della classe (dirigente). Non ci sono in Italia istituzioni politiche, scientifiche o formative unificanti, scrive Francesco Alberoni, Domenica 08/07/2018, su "Il Giornale". Una classe dirigente, ci insegna il grande sociologo Vilfredo Pareto, è formata da tutti coloro che eccellono nella loro attività. Quindi i politici più abili, i giudici più saggi, i giornalisti più ascoltati, i presentatori più seguiti, ma anche gli imprenditori, gli economisti, gli artisti, i registi, gli scrittori, i filosofi, gli scienziati, i professionisti più eminenti. E ha le sue radici nel passato. Il Paese che più di ogni altro ci ha fornito il modello di una grande classe dirigente è stata l'Inghilterra dove c'è stato sempre l'irrompere del nuovo ma anche la sopravvivenza dei poteri tradizionali e il permanere delle grandi istituzioni unificanti. L'Inghilterra è il Paese che innalzava colonne all'eroe Orazio Nelson mentre lasciava morire di fame Lady Hamilton, che glorificava Winston Churchill mentre lo mandava a casa nelle elezioni. Ma anche un Paese che da secoli ha istituzioni scientifico-culturali come la Royal Society, le università di Oxford e di Cambridge e il collegio di Eton dove si è formata la classe dirigente inglese. Non esiste nulla di simile in Italia dove storicamente si sono succeduti gruppi politico ideologici diversi: prima i liberali, poi i fascisti a cui seguono nel dopoguerra i comunisti e i cattolici. Poi la crisi di Mani pulite che ha fatto emergere il potere della magistratura. In seguito, si formano o movimenti o raggruppamenti attorno a un capo come Berlusconi, Prodi, Renzi, Grillo e ora Salvini. Sono gruppi ristretti, formati da amici, conoscenti, simpatizzanti e «clienti» che egemonizzano il potere e creano istituzioni per loro stessi da cui escludono gli altri. Non ci sono in Italia istituzioni politiche o scientifiche o formative unificanti, non c'è una vera, unica classe dirigente. E sembra che a livello popolare non se ne senta neppure l'esigenza. Il politico non viene eletto per ciò che ha dimostrato di sapere fare e non gli si chiede di avere una formazione culturale adeguata. Grillo arriva a sostenere che i parlamentari dovrebbero essere estratti a sorte tra i cittadini. Questa divisione delle élite lascia il potere in mano alla burocrazia che non ha valori, non ha mete, ostacola la creazione e tende solo a crescere su se stessa.

I bulli che umiliano la cultura. Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione così elevata, sia inutile studiare, scrive Francesco Alberoni Domenica 06/05/2018, su "Il Giornale". Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione giovanile così elevata, sia inutile studiare, inutile imparare, inutile prendere bei voti perché tanto, si dice, nella vita si affermano i forti, i corrotti, i violenti, quelli che sanno dominare gli altri, imporre il loro volere. È questo il pensiero che sta dietro il diffondersi del bullismo in tutte le sue forme. Dal piccolo gruppo di studenti che domina sugli altri, deride e si beffa dei più deboli, li mette a tacere, fino ai gruppi più aggressivi che offendono ed insultano anche i professori in modo che perdano agli occhi dei loro allievi l'ultima autorità loro rimasta. E così denigrano la cultura, il sapere, l'unica forza che nel mondo moderno fa avanzare tanto gli individui che i popoli. Gli individui, perché emergono solo coloro che fanno le scuole e le università migliori e i popoli perché solo alcuni hanno i centri di ricerca più avanzati, gli studiosi più apprezzati e una ferrea organizzazione del lavoro. E questo modo di pensare disastroso si afferma anche in politica col principio anarchico che «uno vale uno» quindi chiunque, anche il più fannullone e ignorante, può dirigere un Paese moderno e affrontare le bufere geopolitiche di oggi. Bisogna riporre in primo piano l'idea che lo strumento fondamentale con cui gli esseri umani lottano, si affermano, si rendono utili agli altri, è il sapere, la cultura. In tutte le forme: scientifica, artistica musicale, linguistica, come capacità di scrivere e di parlare, di calcolare e di prevedere. Ma voi provate a domandare alla gente che cosa desidera. Vi risponderà che desidera viaggiare, fare crociere, una nuova macchina, una barca, un nuovo televisore. Nessuno vi risponde che desidera imparare la matematica, il diritto, le lingue, l'economia, la biologia o l'informatica. Le spese per svago e per divertimenti superano paurosamente le spese culturali. Ci sono ancora persone che leggono libri? Solo una minoranza, quella che studia con fermezza e costituirà la futura élite internazionale. E gli altri? Gli altri saranno tutti dei disoccupati e dei sottoproletari. Basta, cambiate direzione, datevi da fare. Siete ancora in tempo, per poco.

Vuoi scrivere un libro? Leggine cento, scrive il 16 aprile 2018 Paolo Gambi su “Il Giornale”.

“Se scrivo la mia storia vinco il Nobel per la letteratura”.

“Ti racconto il libro che ho in testa, tu lo scrivi e dividiamo gli utili”.

“La mia vita è così incredibile che voglio farne un romanzo da un milione di copie”.

Da quando faccio lo scrittore più o meno ogni giorno vengo approcciato da qualcuno con una frase del genere. La qual cosa mi lusinga molto: ciascuno di noi è un intreccio di parole che si sono fatte carne e pensare di metterle per iscritto, e di chiedere il mio aiuto per farlo, è per me fonte di soddisfazione ed autostima. E contando che ho scritto libri molto diversi che partono dai romanzi e arrivano a biografie di personaggi molto disparati – dal Cardinal Tonini a Raoul Casadei – non trovo strano che ci sia chi mi interpella. Infatti da qualche tempo a questa parte ho deciso di iniziare a costruire una risposta a chi mi pone queste domande. Solo che se poi alle stesse persone che vogliono scrivere un libro chiedo: “qual è l’ultimo libro che hai letto?”, la risposta di solito è qualcosa come:

“Non mi ricordo, alla sera guardo la televisione”.

“È da quando ero alle superiori che non leggo più”.

“Dai valà, non posso mica perdere il mio tempo così”.

Che è un po’ come se qualcuno volesse vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi per i 100 metri stile libero ma si rifiutasse di andare in piscina ad allenarsi. I dati sulla lettura in Italia continuano ad essere impietosi. Sei italiani su dieci, nel 2016, non hanno letto neppure un libro in un anno. Tutti vogliono scrivere. Pochissimi vogliono leggere. Allora, è meraviglioso sognare di diventare la nuova Rowling o scrivere delle nuove sfumature di grigio (possibilmente meno disgustose) impastate con la propria storia. Però se vuoi scrivere un libro inizia a leggerne almeno cento.

Saviano a Salvini: “Ministro della malavita”. La propaganda fa proseliti e voti. Sei ricco? Sei mafioso! Il condizionamento psicologico mediatico-culturale lava il cervello e diventa ideologico, erigendo il sistema di potere comunista. Cosa scriverebbero gli scrittori comunisti senza la loro Mafia e cosa direbbero in giro per le scuole a far proselitismo comunista? Quale film girerebbero i registi comunisti antimafiosi? Come potrebbero essere santificati gli eroi intellettuali antimafiosi? Quali argomenti affronterebbero i talk show comunisti e di cosa parlerebbero i giornalisti comunisti nei TG? Cosa scriverebbero e vomiterebbero i giornalisti comunisti contro gli avversari senza la loro Mafia? Cosa comizierebbero i politici comunisti senza la loro Mafia? Quali processi si istruirebbero dai magistrati eroi antimafiosi senza la loro mafia? Cosa farebbero i comunisti senza la loro Mafia ed i beni della loro Mafia? Di cosa camperebbero le associazioni antimafiose comuniste? Cosa esproprierebbero i comunisti senza l'alibi della mafiosità? La Mafia è la fortuna degli antimafiosi. Se non c'è la si inventa e si infanga un territorio. Mafia ed Antimafia sono la iattura del Sud Italia dove l’ideologia del povero contro il ricco attecchisce di più. Sciagura antimafiosa che comincia ad espandersi al Nord Italia per colpa della crisi economica creata da antimafia e burocrazia. Più povertà per tutti, dicono i comunisti.

Saviano è il vero intoccabile. Vietato fare satira su di lui. Chi ha provato a scherzare sullo scrittore, da Zalone ai comici Luca e Paolo, è stato subito messo a tacere, scrive Nino Materi, Lunedì 25/06/2018, su "Il Giornale". Scherza con i santi, ma lascia stare Saviano. Giù le mani da Roberto. E poco importa se la mano è quella - innocua - che potresti mettere davanti alla bocca, magari solo per soffocare un inizio di risata. Perché in Italia si può fare ironia su tutti (compresi Papa e presidente della Repubblica), eccetto che sullo scrittore di Gomorra. Chi si è cimentato con la sua parodia, ha subito avvertito la stessa piacevole sensazione di mettere le dita in una presa di corrente. Insomma, Saviano come i fili dell'alta tensione. E una bella scossa, nel corso degli anni, se la sono presa i pochi coraggiosi che hanno tentato di imitarlo comicamente. Niente di pesante, per carità: appena una bonaria presa in giro del suo eloquio da santone in perenne trance sciamanica; del suo incedere messianico sulle acque procellose dell'antimafia; delle sue pause meditative da salvatore della patria in servizio h24; del suo grattarsi la pelata come se pensieri e preoccupazioni fossero solo una sua esclusiva; del suo sapiente gesticolare ostentando più anelli di J-Ax e Fedez messi insieme. Un minimo sindacale satirico che, tuttavia, si è rivelato più che sufficiente per far scendere il «guitto» di turno a più miti consigli. Lo sa bene il grande Checco Zalone che, in uno show televisivo, vestì i panni di uno sfigatissimo Saviano cui tutte le ragazze davano il due di picche «perché la camorra ha il monopolio della f...». Saviano (personaggio che notoriamente non brilla per autoironia), invece di riderci su, si risentì. E con lui si attapirarono tutti i suoi fan secondo i quali «ironizzare su Saviano equivale a fare un favore ai camorristi». Risultato: Checco Zalone, da quella volta, non si «permise» mai più di imitare lo scrittore più scortato del mondo. Stessa parabola censoria anche per il duo comico Luca e Paolo che, addirittura dal palco del Festival di Sanremo, si azzardarono a punzecchiare Roberto, ricordandogli come alcune delle sue denunce equivalessero un po' alla scoperta dell'acqua calda. Apriti cielo. I due artisti furono immediatamente redarguiti dal rigoroso «funzionario Rai» che suggerì loro di «occuparsi d'altro». Meno clamorosa, ma altrettanto deciso il consiglio a «non insistere sull'argomento» indirizzato al cabarettista Sergio Friscia, «reo» di animare un Saviano un po' troppo bozzettistico. La stessa «colpa» attribuita pure ad altri due colleghi di Friscia: Cristian Calabrese, autore di uno sketch dal titolo dissacratorio, Zero Zero Zero ed Enzo Costanza protagonisti di una serie di video esilaranti, ma ritenuti non propriamente savianolly correct. In questi casi non risulta un intervento diretto del giornalista finalizzato a zittire i suoi epigoni parodistici, ma alcune sue dichiarazioni esprimono bene il concetto che Saviano ha rispetto alla creatività umoristica: «La creatività fa, non commenta. E i The Jackal ne sono un esempio». Ma perché mai ai comici dovrebbe essere precluso il diritto al «commento»? e, poi, chi sono «The Jackal»? Al primo quesito Saviano non ha mai risposto; facile invece la risposta al secondo: si tratta di un gruppo di brillanti filmaker che devono il successo a video-parodie cliccatissime su youtube, la più celebre delle quali è: Gli effetti di Gomorra sulla gente. In questo caso, per non correre rischi, Saviano ha voluto prendere parte direttamente ad alcuni ciak. Motivo? I maligni dicono: «Per accertarsi di non essere preso in giro». Intanto lui, un giorno sì e l'altro pure, dà del «buffone», «razzista» e «codardo» al ministro dell'Interno. A offese invertite, Salvini sarebbe già stato costretto alle dimissioni.

LA RAI, YOUTUBE E LA CENSURA.

Può la Rai, servizio pubblico di un’azienda di Stato, finanziata con il canone e le tasse dei cittadini, vantare diritti esclusivi di diritto d'autore su fatti di cronaca ed impedire la divulgazione di notizie di interesse pubblico e violare le norme internazionali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright?

Tutto inizia e finisce con una E-mail.

Venerdì 18/05/2018 19:40 da YouTube <accounts-noreply@youtube.com> ad ANTONIO GIANGRANDE <presidente@ingiustizia.info>: [Avviso di rimozione per violazione del copyright] Il tuo account YouTube verrà disattivato tra 7 giorni.

Salve ANTONIO GIANGRANDE, In seguito a una richiesta di rimozione per violazione del copyright siamo stati costretti a rimuovere il tuo video da YouTube: Titolo del video: Sarah Scazzi. Il processo. 1ª parte. La scomparsa.

Rimozione richiesta da: RAI. Questo significa che non sarà più possibile riprodurre il video su YouTube.  Hai ricevuto un avvertimento sul copyright. Al momento hai 3 avvertimenti sul copyright. Per questo motivo, è prevista la disattivazione del tuo account tra 7 giorni. Il tuo canale rimarrà pubblicato per i prossimi 7 giorni per consentirti di cercare una soluzione e mantenerlo attivo. Se ritieni di non essere in torto in uno o più casi sopra descritti, puoi fare ricorso inviando una contronotifica. Durante l'elaborazione della contronotifica, il tuo account non verrà disattivato. Tieni presente che l'invio di una contronotifica con informazioni false può comportare gravi conseguenze legali. Puoi inoltre contattare l'utente che ha rimosso il tuo video e chiedergli di ritirare la richiesta di rimozione. Durante questo periodo, non potrai caricare nuovi video e gli avvertimenti sul tuo account non scadranno.

Risposta: Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. Infatti sono autore del libro che racconta della vicenda. A tal fine posso assemblarle o per fare una rassegna stampa. In ogni caso le immagini sono di utilizzo pubblico così come stabilito dal tribunale di Taranto in virtù del decreto dell’autorizzazione esclusiva alle telecamere di “Un Giorno in Pretura” con obbligo di condividere i filmati con gli altri media. Su questo filmato altre rivendicazioni analoghe sono state ritirate in seguito alla stessa contestazione. E comunque, stante che il filmato è già stato rimosso da youtube, si chiede alla signoria vostra di ritirare l’avvertimento, affinchè l’intero canale “Antonio Giangrande” con 387 video di Pubblico Interesse non venga disattivato.

Insomma non si presenta la contronotifica, per minaccia di azioni legali del colosso Rai e si genuflette per un diritto.

Ma Youtube non si ferma qua. Già, sul portale di informazione ed approfondimento in oggetto, pagava solo 1 decimo di tutti i video di cui si era chiesto la monetizzazione. E non solo a quel portale.

YouTube: perché (quasi) nessuno ci guadagna davvero? Scrivono Milena Gabanelli e Andrea Marinelli il 25 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera". Un luogo comune dell’era digitale vuole che basti un po’ di ingegno per fare soldi su YouTube. Guardando i dati però, la realtà è un’altra: il 97 per cento degli YouTuber non riesce a superare i 10.000 euro all’anno. In Gran Bretagna, però, un minorenne su tre sogna di diventare una star del servizio video di Google — addirittura il triplo rispetto a chi sogna di fare il dottore — e di imitare DanTdm, un gamer ventiseienne che lo scorso anno ha incassato 16,5 milioni di dollari giocando ai videogiochi, oppure Zoella, che ha 28 anni e guadagna circa 50 mila sterline al mese pubblicando video su come si veste e si trucca. Tutti pensano che questi soldi li facciano con la pubblicità, ma è vero solo in parte.

Il 97% degli YouTuber non batte chiodo. Google non rivela i numeri esatti, ma secondo le stime i canali YouTube al mondo sono all’incirca 1 miliardo. Di questi, stando a uno studio dell’Università di Offenburg, in Germania, il 97 per cento non batte un chiodo. Il 2 per cento riceve almeno 1,4 milioni di visite al mese e galleggia invece attorno alla soglia di povertà, incassando all’incirca 16.800 dollari all’anno. A guadagnarci davvero è il restante 1 per cento, che ottiene fra i 2 e i 42 milioni di visualizzazioni ogni mese. Secondo l’autore della ricerca Mathias Bartl, professore di Scienze Applicate e fra i primi a esaminare i dati di YouTube, «avere successo nella nuova Hollywood è difficile quanto in quella vecchia». E il risultato è che puoi avere mezzo milione di follower su YouTube, ma essere costretto a lavorare da McDonald’s per mantenerti.

Un milione di visualizzazioni vale 1.000 dollari. La pubblicità su YouTube, infatti, porta all’incirca 1 dollaro ogni 1.000 visualizzazioni (a volte 50 centesimi, altre 5 dollari: dipende dai casi e i dati non sono pubblici). Un milione di visualizzazioni si trasforma dunque in appena 1.000 dollari al mese. Questo però se la pubblicità viene guardata: siccome molti installano programmi che la bloccano e altri la saltano appena parte, la società di marketing britannica Penna Powers calcola che alla fine soltanto il 15% la vedono realmente. E così un milione di visualizzazioni si trasforma in 150.000, e 1.000 dollari diventano appena 150.

Come fare i soldi su internet. In sostanza, Internet è un ottimo palcoscenico per avere visibilità, ma poi bisogna saper approdare alle sponsorizzazioni, ai libri o alle trasmissioni televisive da cui ricevere un cachet: è da lì che arrivano i soldi veri di star come Sofia Viscardi — dal cui libro Succede è appena stato tratto un film omonimo, uscito in Italia a inizio aprile — o Favij, che ha raggiunto il primo posto nella classifica della narrativa italiana con il romanzo fantasy The Cage – Uno di noi mente, pubblicato da Mondadori Electa. Il discorso vale anche per Instagram, che è di proprietà di Facebook: il grosso dei corposi incassi di Chiara Ferragni o Mariano Di Vaio, gli influencer italiani con più follower su Instagram, arriva proprio da sponsorizzazioni e accordi commerciali. Per guadagnarci, quindi, bisogna essere bravi imprenditori.

YouTube ha cambiato l’algoritmo. Non è un caso che la stessa società di streaming voglia aiutare i creatori di contenuti a guadagnare di più, ma anche loro vogliono farlo tramite sponsorizzazioni o programmi di commenti a pagamento: più paghi, più in evidenza saranno le tue parole. A questa situazione contribuisce anche l’algoritmo di YouTube: nel 2006 il 3% dei canali più seguiti totalizzava il 64% delle visualizzazioni totali del sito. Dieci anni più tardi raggiunge il 90%. In pratica, YouTube ha cambiato l’algoritmo per far circolare di più i video migliori, penalizzando tutti gli altri. Recentemente, ha anche stabilito che per poter guadagnare con la pubblicità è necessario avere almeno 1.000 follower e 4.000 ore di visualizzazioni nell’ultimo anno, complicando ulteriormente la strada verso il successo.

Uno su mille ce la fa. Insomma, ce la fanno in pochi, chi ce la fa sempre invece è YouTube, che vuol dire Google, che vuol dire un fatturato globale da 100 miliardi di dollari nel 2017, e 60 miliardi parcheggiati nei paradisi fiscali offshore. In Italia incassa in pubblicità circa 1,5 miliardi di euro all’anno, ma le tasse le paga in Irlanda, al 12,5 per cento. Alla fine anche da noi il colosso californiano è stato costretto a lasciare qualcosa: 306 milioni. Ma solo dopo l’intervento dell’Agenzia delle Entrate e della Procura di Milano.

California, a sparare una youtuber: «Era arrabbiata perché la società le aveva sospeso i pagamenti». Il padre della donna che ha aperto il fuoco, Nasim Aghdam: «Odiava la società». Aghdam, 39 anni scriveva: «Non c'è libertà di parola», scrive Marta Serafini il 4 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera". Era arrabbiata perché «YouTube aveva smesso di pagarla per i video che pubblicava sulla piattaforma». Gli investigatori scavano nel passato di Nasim Aghdam, 39 anni, attivista vegana e animalista residente a San Diego, che ha fatto fuoco nel campus di San Bruno ferendo tre persone per poi togliersi la vita. A confermare l’ipotesi che la donna fosse furibonda con YouTube, il padre Ismail Aghdam che in un’intervista ad un giornale locale ha spiegato come la figlia fosse sparita lunedì e non rispondesse al telefono da due giorni. «Era arrabbiata perché YouTube aveva sospeso tutto, li odiava», ha dichiarato l’uomo. L’ipotesi è la società avesse sospeso i pagamenti o a causa dei contenuti inappropriati dei filmati postati dalla donna o a causa di un calo dei follower. Secondo la Nbc un suo filmato era stato censurato da YouTube e secondo il New York Times tutti i suoi canali erano stati rimossi martedì notte. Il 20 febbraio YouTube ha stabilito nuove regole che escludono dalla monetizzazione i canali con meno di 10.000 abbonati e meno di 4.000 ore di visualizzazione e probabilmente i filmati di Aghdam sono rientrati in questo giro di vite.

Cos'è accaduto e chi era la donna. Aghdam, di origini iraniane, aveva una presenza sul web «rilevante», un sito internete postava video dal 2011 con il nickname di Nasim Wonderl e sul suo sito. Il contenuto variava: dalle ricette vegane, passando per le parodie musicali, fino ai commenti contro la violenza sugli animali e gli esercizi di bodybuilding. «Tutti i miei video sono autoprodotti senza l'aiuto di nessuno», scriveva orgogliosa. Aghdam si sarebbe lamentata più volte pubblicamente perché alcuni suoi post erano stati vietati ai minori, un trattamento che la stessa youtuber aveva denunciato non essere applicato a filmati dai contenuti più espliciti come i video clip di Miley Cyrus. «Non c’è libertà di parola nel mondo e verrai perseguitata per aver detto la verità», scriveva. Su Instagram il 18 marzo si lamentava di nuovo della censura di YouTube. La donna era anche un’attivista della Peta e manifestava a favore dei diritti degli animali. «Per me gli animali devono avere gli stessi diritti degli esseri umani», diceva a Los Angeles Times nel 2009.

YouTube sta rendendo più restrittive le regole che consentono agli iscritti di inserire pubblicità nei propri video e di guadagnare soldi. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello garantire agli inserzionisti che i propri spot non finiscano all’interno di contenuti inappropriati o con immagini disturbanti, come avvenuto in passato.

La novità è stata annunciata dalla stessa azienda con un post sul blog “YouTube creators”: a partire da ieri, per iscriversi al “Programma partner” sono necessari almeno 1000 iscritti al proprio canale e 4000 ore di visualizzazione nell’arco degli ultimi 12 mesi.

“Le nuove regole ci permetteranno di migliorare in maniera significativa la nostra capacità di individuare i canali che contribuiscono positivamente alla nostra community e ci aiuteranno a generare maggiori entrate pubblicitarie per loro (e a tenerci lontano dai "cattivi attori"). Questi standard più elevati ci aiuteranno anche a evitare che i video potenzialmente inappropriati possano monetizzare, danneggiando i ricavi per tutti”, hanno spiegato Neal Mohan, chief product officer e Robert Kyncl, chief business officer. In precedenza, il requisito minimo per accedere al programma era quello delle 10mila visualizzazioni complessive. La differenza sembra sostanziale: a pagarne le conseguenze saranno sicuramente i canali più piccoli, che non attraggono un pubblico vasto ma che fino due giorni fa potevano guadagnare e perlomeno sostenere la realizzazione dei propri video. Prima di diventare famosi e raggiungere i requisiti richiesti, adesso gli aspiranti Youtuber dovranno trovare delle strade alternative per finanziare i propri progetti. YouTube pensa ovviamente ai propri interessi: un paio di mesi fa, aveva perso milioni di dollari di ricavi, in seguito alla decisione di alcuni inserzionisti – tra i quali Adidas, Mars, Deutsche Bank – di lasciare la piattaforma dopo essersi ritrovati la propria pubblicità sui dei video disseminati di commenti pedofili.

Come sottolinea il sito d’informazione The Next Web, l’approccio sembra contraddittorio: i nuovi criteri rendono la vita più difficile ai canali con pochi iscritti e visualizzazioni, lasciando tuttavia uno spiraglio ai trasgressori che distribuiscono contenuti inappropriati, ma che hanno successo. YouTube pensa di risolvere la questione affidandosi non solo alla metrica quantitativa, ma anche alle segnalazioni che arrivano dalla community e a metodologie di rilevazione di spam o altri abusi più efficaci.

L’annuncio arriva a distanza di una settimana della vicenda che ha coinvolto Logan Paul: il famoso Youtuber, apprezzatissimo tra i teenager, aveva condiviso il video di un suicidio avvenuto in Giappone. A rimuovere il contenuto però non era stato YouTube, bensì il suo stesso creatore. Con le identiche modalità era scomparso il video caricato qualche mese fa da PewPewDie – che con i suoi 12 milioni di dollari è tra le 10 star più pagate del Tubo nel 2017 – nel quale comparivano due uomini a petto nudo che avevano in mano un cartello con la scritta “Death to All Jews”. I due episodi, in particolare, hanno spinto YouTube a modificare anche le regole di Google Preferred, la soluzione di advertising dedicata ai canali più popolari (circa il 5% del totale): tutti i contenuti del programma saranno valutati da un moderatore e approvati manualmente. Se da un lato le mosse appaiono logiche e sensate, soprattutto per non perdere la fiducia degli inserzionisti e milioni di ricavi dalla pubblicità, dall’altro non si può fare a meno di notare che che la nuova policy, rischia di stroncare sul nascere i sogni di migliaia aspiranti youtuber e di rendere esclusiva una piattaforma che ha fatto invece dell’inclusività uno dei fattori chiave del suo successo.

Le migliori alternative a YouTube, scrive "1and1". YouTube è il campione indiscusso tra i portali video e può tranquillamente essere definito come il leader del settore. Con oltre un miliardo di utenti, secondo i dati forniti dalla compagnia stessa, quasi un terzo di tutta l’utenza Internet naviga su YouTube. È indubbio che la piattaforma da tempo sia stata riconosciuta anche come un efficace strumento di marketing. I video sono caricabili con pochi click e tramite la generazione automatica di un codice HTML sono facilmente postabili su siti web esterni. Inoltre, dal 2010, quando YouTube e SIAE hanno firmato un accordo riguardo ai video musicali e ai proventi generati dalle visualizzazioni di questi, è diventato ancora più difficile per la concorrenza. Dunque è lecito porsi la seguente domanda: quali alternative ci sono a YouTube?

Le alternative attive a YouTube presentate in questo articolo sono cinque e sono Vimeo, Dailymotion, Veoh, Vevo e Flickr. Questi quattro servizi offrono agli utenti privati ed a coloro che li utilizzano per lavoro molte possibilità diverse, come guardare e mettere a disposizione contenuti eccezionali.

Dailymotion è un portale video di origine francese, che rappresenta una delle migliori alternative a YouTube in termine di numero utenti, soprattutto nel suo paese di origine. Nel 2015 il servizio ha registrato una utenza attiva del 23%. Comparando a livello internazionale, nessun altro servizio raggiunge un valore simile. In Francia infatti Dailymotion si trova secondo solo a YouTube, che ha una utenza attiva del 57%. Ad ogni modo, anche in altri paesi Dailymotion si trova al secondo posto dietro a YouTube. La compagnia calcola i suoi utenti in giro per il globo attorno ai 300 milioni. Mensilmente vengono visualizzati 3,5 miliardi di video su Dailymotion. In Italia Dailymotion riceve 6 milioni di unique viewers al mese, registrando un totale di circa 65 milioni di visualizzazioni tra tutti i tipi di dispositivi. Dailymotion punta principalmente sulle specifiche di upload: con file video fino a 2GB e 60 minuti di durata. Vengono supportati numerosi formati video e audio, così che è possibile scegliere tra file con estensione .mov, .mpeg4, .mp4, .avi e .wmv. Come codec video e audio vengono consigliati rispettivamente H.264 e AAC con un frame rate di 25FPS. La risoluzione massima possibile è 1080p (Full HD). In questo modo il portale si confà anche agli uploader più esigenti; i file di grandi dimensioni sono ben accetti tanto quanto lo è una qualità convincente dell’immagine. Il layout, di colore blu e bianco, è semplice e comodo da utilizzare. L’ordine degli elementi è decisamente orientato a quello di YouTube, che ha il vantaggio, che anche i principianti riescono a raccapezzarci qualcosa sin da subito. Anche l’integrazione e la condivisione dei video su piattaforme esterne è semplice; con un click il codice HTML corretto viene automaticamente generato. Ci sono inoltre ulteriori funzioni per i cosiddetti partner, i quali hanno la possibilità di guadagnare soldi con Dailymotion esattamente come su YouTube. Anche con Dailymotion si può monetizzare con i video, personalizzare il player e controllare i proventi attraverso il tool di analisi. Perciò Dailymotion è una delle migliori alternative a YouTube particolarmente per i blogger, che vogliono mettere i propri contenuti a disposizione solo a pagamento o che vogliono offrire dei contenuti premium separati. Chi ad esempio vuole usufruire della monetizzazione offerta da Dailymotion per un sito web, può sia attivare il proprio sito sia incorporare un dispositivo speciale del provider. Alcuni partner rinomati hanno già preso parte a questo programma, e tra questi vi sono ad esempio la CNN, la Süddeutsche Zeitung e la Deutsche Welle. Anche la vasta scelta di App di Dailymotion risulta piacevole. L’alternativa a YouTube è presente con apposite App su molte Smart TV, set-top box o sulla Playstation 4 della Sony, e può essere guardata comodamente dal divano di casa. Il servizio può essere utilizzato anche da dispositivo mobile con applicazioni iOS, Android o Windows.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

Dr Antonio Giangrande

Immigrazione/emigrazione. Dimmi dove vai, ti dirò chi sei.

L'immigrato/emigrato italiano o straniero è colui il quale si è trasferito, per costrizione o per convenienza, per vivere in un altro luogo diverso da quello natio.

Soggetti: L’immigrato arriva, l’emigrato parte. La definizione del trasferito la dà colui che vive nel luogo di arriva o di partenza. Chi resta è geloso della sua terra, cultura, usi e costumi. Chi arriva o parte è invidioso degli altri simili. Al ritorno estemporaneo al paese di origine gli emigrati, per propria vanteria, per spirito di rivalsa e per denigrare i conterranei di origine, tesseranno le lodi della nuova cultura, con la litania “si vive meglio là, là è diverso”, senza, però, riproporla al paese di origine, ma riprendendo, invece, le loro vecchie e cattive abitudini. Questi disperati non difendono o propagandano la loro cultura originaria, o gli usi e costumi della terra natia, per il semplice motivo che da ignoranti non li conoscono. Dovrebbero conoscere almeno il sole, il mare, il vento della loro terra natia, ma pare (per soldi) preferiscano i monti, il freddo e la nebbia della terra che li ospita. 

Tempo: il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Se permanente le nuove generazioni dei partenti si sentiranno appartenere al paese natio ospitante.

Luoghi di arrivo: città, regioni, nazioni diverse da quelle di origine.

Motivo del trasferimento: economiche (lavoro, alimentari, climatiche ed eventi naturali); religiose; ideologiche; sentimentali; istruzione; devianza.

Economiche: Lavoro (assente o sottopagato), alimentari, climatiche ed eventi naturali (mancanza di cibo dovute a siccità o a disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);

Religiose: impossibilità di praticare il credo religioso (vitto ed alloggio decente garantito);

Ideologiche: impossibilità di praticare il proprio credo politico (vitto ed alloggio decente garantito);

Sentimentali: ricongiungimento con il proprio partner (vitto ed alloggio decente garantito);

Istruzione: frequentare scuole o università o stage per elevare il proprio grado culturale (vitto ed alloggio decente garantito);

Devianza: per sfuggire alla giustizia del paese di origine o per ampliare i propri affari criminali nei paesi di destinazione (vitto ed alloggio decente garantito).

Il trasferimento per lavoro garantito: individuo vincitore di concorso pubblico (dirigente/impiegato pubblico); trasfertista (assegnazione temporanea fuori sede d’impresa); corrispondente (destinazione fuori sede di giornalisti o altri professionisti). Chi si trasferisce con lavoro garantito ha il rispetto della gente locale indotto dal timore e rispetto del ruolo che gli compete, fatta salva ogni sorta di ipocrisia dei locali che maschera il dissenso all’invasione dell’estraneo. Inoltre il lavoro garantito assicura decoroso vitto e alloggio (nonostante il caro vita) e civile atteggiamento dell’immigrato, già adottato nel luogo d’origine e dovuto al grado di scolarizzazione e cultura posseduto.

Il trasferimento per lavoro da cercare in loco di destinazione: individuo nullafacente ed incompetente. Chi si trasferisce per lavoro da cercare in loco di destinazione appartiene ai ceti più infimi della popolazione del paese d’origine, ignari di solidarietà e dignità. Costui non ha niente da perdere e niente da guadagnare nel luogo di origine. Un volta partiva con la valigia di cartone. Non riesce ad inserirsi come tutti gli altri, per mancanza di rapporti adeguati amicali o familistici, nel circuito di conoscenze che danno modo di lavorare. Disperati senza scolarizzazione e competenza lavorativa specifica. Nel luogo di destinazione faranno quello che i locali non vorrebbero più fare (dedicarsi agli anziani, fare i minatori o i manovali, lavorare i campi ed accudire gli animali, fare i lavapiatti nei ristoranti dei conterranei, lavare le scale dei condomini, fare i metronotte o i vigilanti, ecc.). Questo tipo di manovalanza assicura un vergognoso livello di retribuzione e, di conseguenza, un livello sconcio di vitto ed alloggio (quanto guadagnano a stento basta per sostenere le spese), oltre l’assoggettamento agli strali più vili e razzisti della popolazione ospitante, che darà sfogo alla sua vera indole. Anche da parte di chi li usa a scopo politico o ideologico. Questi disperati subiranno tacenti le angherie e saranno costretti ad omologarsi al nuovo stile di vita. Lo faranno per costrizione a timore di essere rispediti al luogo di origine, anche se qualcuno tenta di stabilire la propria discultura in terra straniera anche con la violenza.

Ecco allora è meglio dire: Dimmi come vai, ti dirò chi sei.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Editoriale del Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, che sul tema ha scritto alcuni saggi di approfondimento come "Uguaglianziopoli. L'Italia delle disuguaglianze" e "Caporalato. Ipocrisia e speculazione".

Il primo maggio è la festa di quel che resta dei lavoratori e da un po’ di anni, a Taranto, si festeggiano i lavoratori nel senso più nefasto della parola. Vogliono mandare a casa migliaia di veri lavoratori, lasciando sul lastrico le loro famiglie. Il Governatore della Puglia Michele Emiliano, i No Tap, i No Tav, il comitato “Liberi e Pensanti”, un coacervo di stampo grillino, insomma, non chiedono il risanamento dell’Ilva, nel rispetto del diritto alla salute, ma chiedono la totale chiusura dell’Ilva a dispregio del diritto al lavoro, che da queste parti è un privilegio assai raro.

Vediamo un po’ perché li si definisce nullafacenti festaioli?

Secondo l’Istat gli occupati in Italia sono 23.130.000. Ma a spulciare i numeri qualcosa non torna.

Prendiamo come spunto il programma "Quelli che... dopo il TG" su Rai 2. Un diverso punto di vista, uno sguardo comico e dissacrante sulle notizie appena date dal telegiornale e anche su ciò che il TG non ha detto. Conduttori Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Mia Ceran. Il programma andato in onda il primo maggio 2018 alle ore 21,05, dopo, appunto, il Tg2.

«Primo maggio festa dei lavoratori. Noi abbiamo pensato una cosa: tutti questi lavoratori che festeggiano, vediamo tutte ste feste. Allora noi ci siamo chiesti: Quanti sono quelli che lavorano in Italia. Perchè saranno ben tanti no?

Siamo 60.905.976 (al 21 ottobre 2016). Però facciamo così.

Togliamo quelli sotto i sei anni: 3.305.574 = 57.600.402 che lavorano;

Togliamo quelli sopra gli ottant’anni: 4.264.308 = 53.336.094 che lavorano;

Togliamo gli scolari, gli studenti e gli universitari: 10.592. 685 = 42.743.409 che lavorano;

Togliamo i pensionati e gli invalidi: 19.374.168 = 23.369.241 che lavorano;

Togliamo anche artisti, sportivi ed animatori: 3.835.674 = 19.533.567 che lavorano;

Togliamo ancora assenteisti, furbetti del cartellino, forestali siciliani, detenuti e falsi invalidi: 9.487.331 = 10.046.236 che lavorano;

Togliamo blogger, influencer e social media menager: 2.234.985 = 7.811.251 che lavorano;

Togliamo spacciatori, prostitute, giornalisti, avvocati, (omettono magistrati, notai, maestri e professori), commercialisti, preti, suore e frati: 5.654.320 = 2.156.931 che lavorano;

Ultimo taglietto, nobili decaduti, neo borbonici, mantenuti, direttori e dirigenti Rai: 1.727.771 = 429.160 che lavorano».

Questo il conto tenuto da Luca e Paolo con numeri verosimili alle fonti ufficiali, facilmente verificabili. In verità a loro risulta che a rimanere a lavorare sono solo loro due, ma tant’è.

Per non parlare dei disoccupati veri e propri che a far data aprile 2018 si contano così a 2.835.000.

In aggiunta togliamo i 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione dei reparti sicurezza e difesa. Quelli che per il pronto intervento li chiami ed arrivano quando più non servono.

Togliamo ancora malati, degenti e medici (con numero da precisare) come gli operatori del reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale di Manduria “Giannuzzi”. In quel reparto i ricoverati, più che degenti, sono detenuti in attesa di giudizio, in quanto per giorni attendono quell’intervento, che prima o poi arriverà, sempre che la natura non faccia il suo corso facendo saldare naturalmente le ossa rotte.

A proposito di saldare. A questo punto non solo non ci sono più lavoratori, ma bisogna aspettare quelli futuri per saldare il conto.

Al primo maggio, sembra, quindi, che a conti fatti, i nullafacenti vogliono festeggiare a modo loro i pochi veri lavoratori rimasti, condannandoli alla disoccupazione. Ultimi lavoratori rimasti, che, bontà loro, non fanno più parte nemmeno della numerica ufficiale.

Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono poveri da aiutare, io vedo degli incapaci o degli sfaticati, ma, in specialmodo, vedo persone a cui è impedita la possibilità di emergere dall’indigenza per ragioni ideologiche o di casta o di lobby. 

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

Se questa è democrazia… 

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti.

I liberali sono una parte politica atea e senza ideologia. Credono solo nella libertà, il loro principio fondante ed unico, che vieta il necessario e permette tutto a tutti, consentendo ai poveri, se capaci, di diventare ricchi. Io sono un liberale ed i liberali, sin dall’avvento del socialismo, sono mal tollerati perché contro lobbies e caste di incapaci. Con loro si avrebbe la meritocrazia, ma sono osteggiati dai giornalisti che ne inibiscono la visibilità.

I popolari (o populisti) sono la maggiore forza politica fondata sull’ipocrisia e sulle confessioni religiose. Vietano tutto, ma, allo stesso tempo, perdonano tutto, permettendo, di fatto, tutto a tutti. Sono l’emblema del gattopardismo. Con loro non cambia mai niente. Loro sono l’emblema del familismo, della raccomandazione e della corruzione, forte merce di scambio alle elezioni. Si infiltrano spesso in altre fazioni politiche impedendone le loro peculiari politiche ed agevolano il voltagabbanesimo.

I socialisti (fascisti e derivati; comunisti e derivati) sono una forza politica ideologica e confessionale di natura scissionista e frammentista e falsamente moralista, a carattere demagogico ed ipocrita. Cattivi, invidiosi e vendicativi. La loro confessione, più che ideologia, si fonda sul lavoro, sulle tasse e sul fisco. Rappresenterebbe la classe sociale meno abbiente. Illude i poveri di volerli aiutare, carpendone i voti fiduciari, ma, di fatto, impedisce loro la scalata sociale, livellando in basso la società civile, verso un progressivo decadimento, in quanto vieta tutto a tutti, condanna tutto e tutti, tranne a se stessi. Si caratterizzano dalla abnorme produzione normativa di divieti e sanzioni, allargando in modo spropositato il tema della legalità, e dal monopolio culturale. Con loro cambierebbe in peggio, in quanto inibiscono ogni iniziativa economica e culturale, perché, senza volerlo si vivrebbe nell’illegalità, ignorando, senza colpa, un loro dettato legislativo, incorrendo in inevitabili sanzioni, poste a sostentare il parassitismo statale con la prolificazione di enti e organi di controllo e con l’allargamento dell’apparato amministrativo pubblico. L’idea socialista ha infestato le politiche comunitarie europee.

Per il poltronificio l’ortodossia ideologica ha ceduto alla promiscuità ed ha partorito un sistema spurio e depravato, producendo immobilismo, oppressione fiscale, corruzione e raccomandazione, giustizialismo ed odio/razzismo territoriale.

La gente non va a votare perché il giornalismo prezzolato e raccomandato propaganda i vecchi tromboni e la vecchia politica, impedendo la visibilità alle nuove idee progressiste. La Stampa e la tv nasconde l’odio della gente verso questi politici. Propagandano come democratica l’elezione di un Parlamento votato dalla metà degli elettori Ed un terzo di questo Parlamento è formato da un movimento di protesta. Quindi avremo un Governo di amministratori (e non di governanti) che rappresenta solo la promiscuità, e la loro riconoscente parte amicale, ed estremamente minoritaria. 

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. In relazione alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

A chi votare?

Nell’era contemporanea non si vota per convinzione. Le ideologie sono morte e non ha senso rivangare le guerre puniche o la carboneria o la partigianeria.

Chi sa, a chi deve votare (per riconoscenza), ci dice che comunque bisogna votare e votare il meno peggio (che implicitamente è sottinteso: il suo candidato!).

A costui si deve rispondere:

Votare a chi non ci rappresenta? Votare a chi ci prende per il culo?

I disonesti parlano di onestà; gli incapaci parlano di capacità; i fannulloni parlano di lavoro; i carnefici parlano di diritti.

Nessuno parla di libertà. Libertà di scegliersi il futuro che si merita. Libertà di essere liberi, se innocenti.

La vergogna è che nessuno parla dei nostri figli a cui hanno tolto ogni speranza di onestà, capacità, lavoro e diritti.

Fanno partecipare i nostri figli forzosamente ed onerosamente a concorsi pubblici ed a Esami di Stato (con il trucco) per il sogno di un lavoro. Concorsi od esami inani o che mai supereranno. Partecipazione a concorsi pubblici al fine di diventare piccoli “Fantozzi” sottopagati ed alle dipendenze di un numero immenso di famelici incapaci cooptati dal potere e sostenuti dalle tasse dei pochi sopravvissuti lavoratori.

Ai nostri figli inibiscono l’esercizio di libere professioni per ingordigia delle lobbies.

Ai nostri figli impediscono l’esercizio delle libere imprese per colpa di una burocrazia ottusa e famelica. Ove ci riuscissero li troncherebbero con l’accusa di mafiosità.

Ai nostri figli impediscono di godere della vita, impedendo la realizzazione dei loro sogni o spezzando le loro visioni, infranti contro un’accusa ingiusta di reato.

E’ innegabile che le nostre scuole e le nostre carceri sono pieni, come sono strapieni i nostri uffici pubblici e giudiziari, che si sostengono sulle disgrazie, mentre sono vuoti i nostri campi e le nostre fabbriche che ci sostentano.

L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. E non sarei mai votato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Si deve tener presente che il voto nullo, bianco o di protesta è conteggiato come voto dato.

Quindi io non voto.

Non voto perché un popolo di coglioni votanti sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Informato da chi mette in onda le proprie opinioni, confrontandole esclusivamente con i propri amici o con i propri nemici. Ignorata rimane ogni voce fuori dal coro.

Se nessuno votasse?

In democrazia, se la maggioranza non vota, ai governanti oppressori ed incapaci sarebbe imposto di chiedersi il perché! Allora sì che si inizierebbe a parlare di libertà. Ne andrebbe della loro testa…

Se questa è democrazia. Questo non lo dico io…Giorgio Gaber: In un tempo senza ideali nè utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...Testo Destra-Sinistra - 1995/1996

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

quasi tutte le canzoni son di destra

se annoiano son di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po’ di destra

ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate

è da scemi più che di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po’ di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La patata per natura è di sinistra

spappolata nel purè è di destra

la pisciata in compagnia é di sinistra

il cesso é sempre in fondo a destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po’ di destra

mentre i fiumi tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione l’ossessione della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera é di destra

la nutella é ancora di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La tangente per natura è di destra

col consenso di chi sta a sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po’ degli anni '20 un po’ romano

è da stronzi oltre che di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia 

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c’è

se c'é chissà dov'è se c'é chissà dov'é.

Canticchiar con la chitarra è di sinistra

con il karaoke è di destra

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze é più che mai di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

Son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è a destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po’ più di destra

ma un figone resta sempre un’attrazione

che va bene per sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa é nostra

é evidente che la gente é poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra 

Destra sinistra

Basta!

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero.

E comunque non siamo i soli a dirlo…Rino Gaetano Nuntereggae più, 1978.

Nuntereggae più

Abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè con le canzoni

senza fatti e soluzioni

la castità (NUNTEREGGAEPIU')

la verginità (NUNTEREGGAEPIU')

la sposa in bianco, il maschio forte

i ministri puliti, i buffoni di corte

ladri di polli

super pensioni (NUNTEREGGAEPIU')

ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori

diete politicizzate

evasori legalizzati (NUNTEREGGAEPIU')

auto blu

sangue blu

cieli blu

amore blu

rock and blues

NUNTEREGGAEPIU'

Eja alalà (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi (NUNTEREGGAEPIU')

dc dc (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi pli pri

dc dc dc dc

Cazzaniga (NUNTEREGGAEPIU')

Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli

Susanna Agnelli, Monti, Pirelli

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli (NUNTEREGGAEPIU')

Gianni Brera (NUNTEREGGAEPIU')

Bearzot (NUNTEREGGAEPIU')

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno

Villaggio, Raffa, Guccini

onorevole eccellenza, cavaliere senatore

nobildonna, eminenza, monsignore

vossia, cherie, mon amour

NUNTEREGGAEPIU'

Immunità parlamentare (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè

il numero 5 sta in panchina

s'è alzato male stamattina

mi sia consentito dire (NUNTEREGGAEPIU')

il nostro è un partito serio

disponibile al confronto

nella misura in cui

alternativo

aliena ogni compromess

ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

ci sarà la ress

se quest'estate andremo al mare

solo i soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia

dove sei tu? non m'ami più?

dove sei tu? io voglio tu

soltanto tu dove sei tu?

NUNTEREGGAEPIU'

Uè paisà (NUNTEREGGAEPIU')

il bricolage (NUNTEREGGAEPIU')

il quindici-diciotto

il prosciutto cotto

il quarantotto

il sessantotto

le pitrentotto

sulla spiaggia di Capocotta

(Cartier Cardin Gucci)

Portobello e illusioni

lotteria trecento milioni

mentre il popolo si gratta

a dama c'è chi fa la patta

a settemezzo c'ho la matta

mentre vedo tanta gente

che non c'ha l'acqua corrente

non c'ha niente

ma chi me sente

ma chi me sente

e allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

ci giurerei

sei meglio tu

che bella sei

che bella sei

NUNTEREGGAEPIU'

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

L'ITALIA ED IL DNA DEGLI ITALIANI.

La bella Italia di Aban feat. Marracash & Gue Pequeno

Ehi, è la mia nazione, niente cambia qua,

Marra, Guè Pequeno, vi porto a fare un giro nella Bella Italia

E dovrei leggere il giornale e guardare il tg, in tv,

per accorgermi che stato e mafia sono intimi,

Dogo Gang, lo sanno già tutti,

Southfam, lo sanno già tutti,

il peggio è che lo sanno già tutti.

Vengo al mondo con il piombo nel '79

con il cielo rosso sangue sopra la nazione

l'anno prima della bomba dentro la stazione

il Paese inginocchiato ai piedi del terrore

l'ambientazione non cambia quando passiamo agli '80

quando è lo stato assassino, sai non esiste condanna

basta una botta di pala per insabbiare la trama

e tutti morti ammazzati dentro le stragi in Italia

poi la nuova alleanza tra politica e mala

la faccia buona e pulita, la mano armata e insanguinata

i pilastri di cemento con i cristiani dentro

l'acido e le vasche, e il primo pentimento

sono gli anni dei maxi processi, la verità viene a galla

lo stato primo assassino, strinse la mano alla mala,

e se volevi lavorare dovevi pagare

l'impiegato, il sindaco, l'appalto comunale.

I nuovi clan del 90 sotto il nome d'azienda

i soldi sporchi riciclati dalle banche di Berna

la politica assassina che soffoca i cittadini

e ruba dallo stipendio per finanziare i partiti

i loro vizi esauditi col sangue degli operai

e i soldi delle pensioni che non bastano mai

12 teste al mese per ogni parlamentare

e 8000 euro all'anno per la fascia popolare

l'onorevole a puttane, l'ha detto il telegiornale

bamba pura di Colombia per l'alto parlamentare

tra i banchi di tribunale c'è chi ha rubato per fame

una vita di lavoro e 5 bocche da sfamare

ma la legge della Bella Italia valuta il prefisso

che davanti al nome è presidente o ministro

e non conta il reato, il verdetto è fisso,

non va dentro Barabba, sconta il povero Cristo.

Non c'è il diavolo contro l'angelo che consiglia

L'alternativa per me è il diavolo o la scimmia

in testa ho merda, fogli in fretta, potere, droga e tette

come in Quirinale, il criminale che non si dimette

ho l'oro bianco al collo frà, ed è gelido come il mio cuore

devo inventarmi soldi, voi vi inventate storie

l'uomo di successo qui è il balordo legalizzato

(???) ci ha promesso che lui non si è mai drogato

la mafia e la politica frà andranno sempre insieme,

come al cesso mano nella mano le due amiche sceme

ed è per questo che molta della mia gente, no, non vota

nella merda frà ci nuota, mentre in tele svolta un altro idiota

questa è la Bella Italia, tira una bella raglia

faccia da galera del magnaccia sul Carrera

scorda i problemi, sogna il montepremi

il frà sul lastrico progetta fuga nel Sud-Est Asiatico.

In Italia di Fabri Fibra feat. Gianna Nannini.

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

Pistole in macchine in Italia

Machiavelli e Foscolo in Italia

I campioni del mondo sono in Italia

Benvenuto in Italia

Fatti una vacanza al mare in Italia

Meglio non farsi operare in Italia

Non andare all'ospedale in Italia

La bella vita in Italia

Le grandi serate e i gala in Italia

Fai affari con la mala in Italia

Il vicino che ti spara in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

I veri mafiosi sono in Italia

I più pericolosi sono in Italia

Le ragazze nella strada in Italia

Mangi pasta fatta in casa in Italia

Poi ti entrano i ladri in casa in Italia

Non trovi un lavoro fisso in Italia

Ma baci il crocifisso in Italia

I monumenti in Italia

Le chiese con i dipinti in Italia

Gente con dei sentimenti in Italia

La campagna e i rapimenti in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

Le ragazze corteggiate in Italia

Le donne fotografate in Italia

Le modelle ricattate in Italia

Impara l'arte in Italia

Gente che legge le carte in Italia

Assassini mai scoperti in Italia

Volti persi e voti certi in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi…

Dove fuggi...

La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese

Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi;

tanta voglia di ricominciare abusiva.

Appalti truccati, trapianti truccati, motorini truccati che scippano donne truccate;

il visagista delle dive è truccatissimo.

Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto:

Italia sì Italia no Italia bum, la strage impunita.

Puoi dir di sì puoi dir di no, ma questa è la vita.

Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè:

c'è un commando che ci aspetta per assassinarci un po'.

Commando sì commando no, commando omicida.

Commando pam commando papapapapam, ma se c'è la partita

il commando non ci sta e allo stadio se ne va,

sventolando il bandierone non più sangue scorrerà;

infetto sì? Infetto no? Quintali di plasma.

Primario sì primario dai, primario fantasma,

io fantasma non sarò e al tuo plasma dico no.

Se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò

"fi fi fi fi fi fi fi fi ti devo una pinza, fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l'ho nella panza".

Viva il crogiuolo di pinze. Viva il crogiuolo di panze.

Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande così.

Italia sì Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi.

Italia sob Italia prot, la terra dei cachi.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo; un totale di due pizze e l'Italia è questa qua.

Fufafifì' fufafifì' Italia evviva.

Italia perfetta, perepepè' nanananai.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo:

in totale molto pizzo, ma l ' Italia non ci sta.

Italia sì Italia no, Italia sì

uè, Italia no, uè uè uè uè uè.

Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi. No

L'italiano medio degli Articolo 31

Io mi ricordo collette di Natale

Campi di grano ai lati della provinciale

Il tragico Fantozzi, la satira sociale

Oggi cerco Luttazzi e

Non lo trovo sul canale

Comunque sono un bravo cittadino

Ho aggiornato suonerie del telefonino

E un bicchiere di vino con un panino

Provo felicità se Costanzo fa il trenino

Ho un santino in salotto

Lo prego così vinco all'enalotto

Ho Gerry Scotti col risotto ma è scotto

Che mi fa diventare milionario come Silvio

Col giornale di Paolo e tanta fede in Emilio

Quest'anno ho avuto fame ma per due settimane

Ho fatto il ricco a Porto Cervo. Che bello!

Però ricordo collette di Natale

Campi di grano ora il grano è da buttare

M'importa poco oggi io vado al centro commerciale

E il mio problema è solo dove parcheggiare

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

E datemi Fiorello e Panariello alla tv

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu

Io sono un bravo cittadino onesto

Bevo al mattino un bel caffè corretto

Dopo cena il limoncello in vacanza la tequila

La Gazzetta d'inverno e d'estate novella 2000

Che bella la vita di una stella

marina o Martina o quella della velina

La mora o la bionda è buona e rotonda

Finchè la barca va finchè la barca affonda

E intanto sto perdendo sulla patente il punto

E un auto blu mi sfreccia accanto

Che incanto

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

Non togliermi il pallone e non ti disturbo più

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di bluuuuu

Ohoo

Ma spero che un sogno così non ritorni mai più

Mi voglio svegliare, mai più

Ti voglio fare vedere

Che sono proprio un bravo cittadino

Ho il portafoglio di Valentino

E l'importante è quello che ci metto dentro

Vado con il vento a sinistra a destra

Sabato in centro fino a consumare le suole

Ballo canzoni spagnole così non mi sforzo

A seguire le parole e penso a fare l'amore

Alla villa di Briatore alla nonna senza

Ascensore alla donna del calciatore

A qual è il male minore, l'onore, sua eccellenza

Monsignore ancora baciamo la mano

Che del miracolo italiano

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

E datemi Fiorello e Panariello alla tv

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

Non togliermi il pallone e non ti disturbo più

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di bluuuuu

Ohoo

C'era una volta

E non solo una

Un re che amava così tanto i vestiti nuovi

che spendeva in essi tutto quello che aveva

Possedeva un abito diverso per ogni ora della giornata

Niente importava per lui

Eccetto i suoi vestiti

Eppure non trovava soddisfazione

Il sarto era sull'orlo della disperazione

Disse al re di avere inventato un nuovo tessuto

Che cambiava colore e forma ad ogni momento

Ma rivelava anche coloro che erano stolti, ignoranti e stupidi

A loro il tessuto sarebbe stato invisibile

E pensate, e pensate

Quelli Che Benpensano di Frankie HI-NRG MC

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi

A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo

Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile

La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere

E non far partecipare nessun altro

Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro

Niente scrupoli o rispetto verso I propri simili

Perché gli ultimi saranno gli ultimi se I primi sono irraggiungibili

Sono tanti, arroganti coi più deboli,

zerbini coi potenti, sono replicanti,

Sono tutti identici, guardali,

stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere.

Come lucertole s'arrampicano,

e se poi perdon la coda la ricomprano.

Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno

spendono, spandono e sono quel che hanno

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

e come le supposte abitano in blisters full-optional,

Con cani oltre I 120 decibel e nani manco fosse Disneyland,

Vivono col timore di poter sembrare poveri

Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano,

In costante escalation col vicino costruiscono

Parton dal pratino e vanno fino in cielo,

han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo..

Sono quelli che di sabato lavano automobili

che alla sera sfrecciano tra l'asfalto e I pargoli,

Medi come I ceti cui appartengono,

terra-terra come I missili cui assomigliano.

Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano

e poi s'impastano su un albero

Nasi bianchi come Fruit of the Loom

che diventano più rossi d'un livello di Doom

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra I banchi delle chiese alla domenica

mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano

Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano

Mani che poi firman petizioni per lo sgombero,

Mani lisce come olio di ricino,

Mani che brandisco Manganelli, che Farciscono Gioielli,

che si alzano alle spalle dei Fratelli.

Quelli che la notte non si può girare più,

quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan La TV,

Che fanno I boss, che compra Class,

che son sofisticati da chiamare I NAS, incubi di Plastica

Che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara

Ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera,

Quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sabbie Mobili di Marracash

Non agitarti

Resta immobile

Non agitarti

Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che

Affonda Nelle sabbie mobili

Si perde Nelle sabbie mobili

Penso spesso che potrei farlo

Andare via di punto in bianco

Così altra città. Altro Stato

Potrei se avessi il coraggio

Ho un orizzonte limitato

E' follia stare qua nel miraggio

Che basti essere capaci

Quanti ne ho visti scavalcarmi

Rampolli Rapaci. Raccomandati

Quanti ne ho visti fare viaggi

E dopo non tornare

Restare. Spaccare. Affermarsi

Qui non c'è il mito di chi si è fatto da solo

Perché chi si è fatto da solo di solito è corrotto

Se sei un ragazzo ambizioso

In un sistema corrotto

Non puoi fare il botto

E non uscirne più sporco

Nessuno lascia le poltrone

Niente si muove

Nessuno osa e nessuno dà un occasione

Impantanati in queste sabbie mobili

Si muore comodi

Lo Stato spreca i migliori uomini

Non agitarti. Resta immobile.

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che Affonda

Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Parto dal principio

Io della scuola ricordo un ficus

Cioè la pianta che aveva il preside in ufficio

Vale più un mio testo letto in diretta da Linus

Il paese ha un virus

Una paralisi da ictus

Come prima più di prima

Madonna potrebbe essere mia nonna

A 50 anni è ancora a pecorina

E' il nulla

Come la storia infinita

Come la mummia

Che si sveglia e torna in vita

Puzza di muffa

The beautiful people

The beautiful people

La bella gente pratica il cannibalismo

Sa di già visto

Come un film di cui capisci la fine

Già dall'inizio

I vecchi stanno al potere

Non vanno all'ospizio

E se MTV sta per music television

Vorremmo più video e meno reality e fiction

Sono pesante apposta come chi fa sumo

Tu fai musica che piace a tanti

E non fa impazzire nessuno

Non agitarti. Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che

Affonda. Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Niente di nuovo. Niente di che

Quel rapper che ti piace

Non dice niente di sé

Solo cliché

Attacca il premier

Come se quando cadrà il premier

Vincerà il bene

Se non ci fosse di che parlerebbe

Chi comanda è lì da sempre

E non si elegge con il voto

E prende decisioni senza cuore e senza quorum

E se tornassi indietro io lo rifarei

Il mio incubo era fare la vita dei miei

Sì quella vita strizzata in otto ore

Compressa. La sera sei stanco e c'hai mal di testa

Compressa. Fuori onda il direttore dice che ho ragione

Ma non ci crede

Come chi brinda

Ma poi non beve

Non prendere la bufala

Che tanto non è bufala

E' una bufala

Hai una chance di andartene frà. Usala

Se riesci sei un genio

Se fallisci sei uno zero

Se fai quello che fanno gli altri

Rischi di meno

Quindi. Non agitarti. Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare il paese che

Affonda. Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Io Non Mi Sento Italiano di Giorgio Gaber

Parlato: Io G. G. sono nato e vivo a Milano.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Non è per colpa mia

Ma questa nostra Patria

Non so che cosa sia.

Può darsi che mi sbagli

Che sia una bella idea

Ma temo che diventi

Una brutta poesia.

Mi scusi Presidente

Non sento un gran bisogno

Dell'inno nazionale

Di cui un po' mi vergogno.

In quanto ai calciatori

Non voglio giudicare

I nostri non lo sanno

O hanno più pudore.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Se arrivo all'impudenza

Di dire che non sento

Alcuna appartenenza.

E tranne Garibaldi

E altri eroi gloriosi

Non vedo alcun motivo

Per essere orgogliosi.

Mi scusi Presidente

Ma ho in mente il fanatismo

Delle camicie nere

Al tempo del fascismo.

Da cui un bel giorno nacque

Questa democrazia

Che a farle i complimenti

Ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

Pieno di poesia

Ha tante pretese

Ma nel nostro mondo occidentale

È la periferia.

Mi scusi Presidente

Ma questo nostro Stato

Che voi rappresentate

Mi sembra un po' sfasciato.

E' anche troppo chiaro

Agli occhi della gente

Che tutto è calcolato

E non funziona niente.

Sarà che gli italiani

Per lunga tradizione

Son troppo appassionati

Di ogni discussione.

Persino in parlamento

C'è un'aria incandescente

Si scannano su tutto

E poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Dovete convenire

Che i limiti che abbiamo

Ce li dobbiamo dire.

Ma a parte il disfattismo

Noi siamo quel che siamo

E abbiamo anche un passato

Che non dimentichiamo.

Mi scusi Presidente

Ma forse noi italiani

Per gli altri siamo solo

Spaghetti e mandolini.

Allora qui mi incazzo

Son fiero e me ne vanto

Gli sbatto sulla faccia

Cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

Forse è poco saggio

Ha le idee confuse

Ma se fossi nato in altri luoghi

Poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente

Ormai ne ho dette tante

C'è un'altra osservazione

Che credo sia importante.

Rispetto agli stranieri

Noi ci crediamo meno

Ma forse abbiam capito

Che il mondo è un teatrino.

Mi scusi Presidente

Lo so che non gioite

Se il grido "Italia, Italia"

C'è solo alle partite.

Ma un po' per non morire

O forse un po' per celia

Abbiam fatto l'Europa

Facciamo anche l'Italia.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo

Per fortuna o purtroppo

Per fortuna. Per fortuna lo sono.

Mamma L'Italiani di Après La Classe

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

nei secoli dei secoli girando per il mondo

nella pizzeria con il Vesuvio come sfondo

non viene dalla Cina non è neppure americano

se vedi uno spaccone è solamente un italiano

l'italiano fuori si distingue dalla massa

sporco di farina o di sangue di carcassa

passa incontrollato lui conosce tutti

fa la bella faccia fa e poi la mette in culo a tutti

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

a suon di mandolino nascondeva illegalmente

whisky e sigarette chiaramente per la mente

oggi è un po' cambiato ma è sempre lo stesso

non smercia sigarette ma giochetti per il sesso

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

l'Italia agli italiani e alla sua gente

è lo stile che fa la differenza chiaramente

genialità questa è la regola

con le idee che hanno cambiato tutto il corso della storia

l'Italia e la sua nomina e un alta carica

un eredità scomoda

oggi la visione italica è che

viaggiamo tatuati con la firma della mafia

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

vacanze di piacere per giovani settantenni

all'anagrafe italiani ma in Brasile diciottenni

pagano pesante ragazze intraprendenti

se questa compagnia viene presa con i denti

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

spara la famiglia del pentito che ha cantato

lui che viene stipendiato il 27 dallo stato

nominato e condannato nel suo nome hanno sparato

e ricontare le sue anime non si può più

risponde la famiglia del pentito che ha cantato

difendendosi compare tutti giorni più incazzato

sarà guerra tra famiglie

sangue e rabbia tra le griglie

con la fama come foglie che ti tradirà

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Rivoluzione di Renato Zero

Protesterai

ogni tregua è finita oramai

dalla sabbia la testa alzerai

dritto al cuore colpirai.

Libererai

quello che soffocavi in te

la tua voce è più forte se vuoi

del silenzio e l'omertà

C'è una guerra giusta e devi farla tu

è la tua risposta a chi non chiede più

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

su la testa adesso tocca te

Ti accorgerai

che il nemico è nascosto tra noi

che il futuro non viene da sé

e ogni brivido ha un suo perché

E sentirai

che resistere è pura follia

ci sarà poi chi ride di te

ma è soltanto paura la sua

Perché niente al mondo viene come vuoi

Perché tutto al mondo ha un prezzo d'ora in poi

Rivoluzione è la promessa che mi fai

di calci e sputi non avere mai paura

Non posso andare sempre avanti io

ho già dato e adesso tocca te

Politica assente famiglia vacante

quaggiù si congeda anche Dio

Se la corda si spezza s'incendia la piazza

E ritorno a lottare con te!

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

fuori il cuore adesso tocca te

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

fuori il cuore adesso tocca te

Rivoluzione! Rivoluzione.

Rivoluzione di Frankie hi-nrg mc

In Italia c'è lavoro in qualche punto nero – capita:

ogni volo che finisce sotto a un telo irrita, noi che

qui pure Peppone sa il Vangelo e lo agita, un po' si

esagita, dopo un po' si sventola: senti un po' che

caldo fa… Afa tutto l'anno – più brevemente

“affanno” – non sanno a quale conclusione non

Approderanno. Noi l'Italia siamo e non la stiam

Rappresentando: ciurma! Ai posti di comando!

Mettiamo al bando i vertici politici con tutti i loro

Complici, amici degli amici di chi ha svuotato i

Conti: incassano tangenti celandosi le fonti e han

Cappucci e cornetti sulle fronti.

Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,

sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione.

Troppi furbetti nel nostro quartierino e tutti ci

intercettano con il telefonino, ci piazzano vallette

nude sopra allo zerbino e paparazzi sui terrazzi del

vicino: ragazzi che casino! Senza via di

scampo, chiusi dentro al plastico di quel villino ci è

venuto un crampo, siamo titolari confinati a bordo

campo, ci fan pagare l'acqua più salata dello

shampoo. Boh? Magari mi sbaglio, ma vedo tutti

quanti allo sbaraglio, meglio darci un taglio… Figli

mai usciti dal travaglio: qui da masticare non ci

resta che il bavaglio.

Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,

sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione.

L'Italia, non lo sai, ha problemi araldici: i baroni

sono pochi e han troppi conti per dei medici. Poi

ha problemi etici, politici, geografici, geologici, ma

i peggio restan quelli genealogici… Visto che la

base del sistema è la clientela e siamo separati

da 6 gradi sì, ma di parentela, maglie di una

ragnatela a forma di stivale, tutti collegati in linea

collaterale come un'unica famiglia in un immenso

psicodramma: sta bravo che altrimenti piange

mamma. Cambio di programma: annulliamo la

rivolta. Abbiamo una famiglia e non dev'essere

coinvolta…

Non si fa la rivoluzione, l'hanno detto in

Televisione… chi c'è andato che delusione! Era

chiuso anche il portone.

"Chi comanda il mondo?" di Povia

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

C’è una dittatura di illusionisti finti

economisti equilibristi

terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti

che hanno forgiato altrettanti tristi arrivisti stacanovisti

gli illusionisti, che ci hanno illuso con le parole libertà e democrazia

fino a portarci all’apatia

creando nella massa, una massa grassa di armi di divisione di massa

media, oggetti, nomi, colori, simboli

la pensiamo uguale ma siamo divisi noi singoli

dormiamo bene sotto le coperte

siamo servi di queste sorridenti merde

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, dice sempre che va tutto bene

La libertà e la lotta contro l’ingiustizia

non sono né di destra né di sinistra

la musica può arrivare nell’essenziale

dove non arrivano le parole da sole

gli illusionisti ci hanno incastrati firmando i trattati

da Maastricht a Lisbona

siamo tutti indignati perché questi trattati

annullano ogni costituzione

quì bisogna dare un bel colpo di scopa

e spazzare via ogni stato da quest’Europa

se ogni stato uscisse dall’Euro davvero

magari ogni debito andrebbe a zero

perché per tutti c’è un punto d’arrivo

nessuno lascerà questo mondo da vivo

vogliamo una terra sana, sana

meglio una moneta sovrana (che una moneta puttana)

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma, scrive Oscar di Montigny il 5 giugno 2018 su "Panorama".

"Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire". George Orwell

Al giorno d'oggi siamo impegnati a comunicare senza sosta ma di rado capita di domandarci: sto dicendo veramente quello che voglio dire? Non siamo di certo i primi: da sempre nella storia anche i più grandi e rivoluzionari pensatori hanno dovuto fare i conti con il contesto storico, le pressioni sociali, le censure. Non a caso lo scrittore e giornalista George Orwell ha scritto la frase premessa a queste righe. Oggi, però, comunichiamo di continuo eppure è raro che diciamo esattamente quello che ci sentiremmo di dire. Vogliamo sempre fare la battuta più brillante su Twitter, corriamo a esprimere la nostra opinione sul fatto del giorno, magari senza esserci informati opportunamente, ma abbiamo consapevolezza di ciò che stiamo sacrificando sull'altare di questa gara?

L'era della post-verità. Ecco che le nostre parole vengono distorte, perdono di sincerità, spontaneità ma soprattutto di connessione col reale. Siamo d'altronde in quella che è stata definita era della post-verità. Gli "alternative facts" di cui si è parlato ultimamente negli Stati Uniti di Donald Trump sono un bell'esempio di come anche il linguaggio possa essere piegato a originare contraddizioni fino a poco tempo fa impensabili: i fatti erano fatti, senza alternative. I giornalisti incorruttibili, i profeti scomodi, i difensori del libero arbitrio sembrano martiri degni solo di vecchi film di Hollywood. Le bolle in cui ci immergono i social o i mezzi digitali funzionano invece in un modo autoreferenziale e al contempo pericoloso: ci piacciono perché ci permettono di scegliere con chi relazionarci e scegliamo di farlo sempre con coloro che hanno opinioni che corrispondono al nostro modo di vedere, leggiamo solo cose che ci compiacciono, ma che ci tagliano anche fuori da una parte di società che la pensa diversamente da noi. È questo il terreno in cui proliferano le fake news, piaga apicale del nostro tempo, difficili da smontare senza esporsi ad altre fonti di informazione. È così che evitiamo di andare a fondo nelle cose, a recuperare un senso della dimensione reale. Il politicamente corretto, la paura di offendere, un'isteria legata a quel che va detto e cosa no, limitano la libertà di espressione in un'epoca in cui essa è virtualmente al suo massimo.

Il coraggio di dire quello che si pensa. D'altronde è più comodo così: "Per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa", diceva Martin Luther King. Se persone come lui si sono sacrificate in nome della libertà forse vuol dire che questi principî non riguardano solo l'opportunità personale, sono invece veri e propri valori culturali. Al contrario stiamo perdendo l'attaccamento alla realtà fattuale delle cose e anche l'inclinazione ad accettare la verità, anche quando è scomoda. Mentre è sempre più facile cadere nelle trappole della propaganda o della disinformazione, sarebbe opportuno correre dei rischi. Non esprimerci solo in modo da ottenere qualche "like" in più o con mille cautele per non disturbare poteri forti o prepotenti di turno. In una recente intervista lo scrittore Eric Emmanuel Schmitt scriveva che siamo in "un'epoca vittimistica, in cui non facciamo altro che definirci vittime di qualcosa o qualcuno". Essere meno vittime forse passa proprio dalla forza che mettiamo nell'intonare la nostra voce su un accordo autonomo rispetto alla babele collettiva.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad arrivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Caso Bellomo, le forti parole di Filippo Facci dopo le testimonianze delle allieve, scrive robertogp il 28/12/2017 su "NewNotizie.it". Come redazione di ‘NewNotizie.it‘ abbiamo preferito non parlare della pietosa vicenda riguardante il consigliere di Stato Francesco Bellomo, il quale si trova adesso indagato dalla procura di Bari, Milano e Piacenza per estorsione, atti persecutori e lesioni gravi. In breve, Francesco Bellomo, consigliere di Stato nonché magistrato, conduceva dei corsi volti ad affrontare al meglio l’esame di accesso alla magistratura; l’accusa rivoltagli negli ultimi giorni si precisa in diverse testimonianze di allieve o ex allieve che accusano l’uomo di alcune clausole molto particolari presenti nel contratto d’iscrizione ai suoi corsi. Veniva ad esempio richiesto alle studentesse di recarsi al corso truccate, con tacchi alti, minigonna e altre peculiarità espresse nel dettaglio all’interno del contratto. Altre bizzarre clausole erano presenti nel foglio da firmare, quali ad esempio che il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo o addirittura la revoca della borsa di studio in caso di matrimonio. Filippo Facci, giornalista di ‘Libero Quotidiano‘ ha espresso il suo parere riguardo la vicenda sostenendo che le allieve che hanno sporto denuncia abbiano “una fisiologica propensione a essere zoccole (auguri per qualsiasi carriera) oppure siano troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato”. Seppur i toni siano decisamente sopra le righe, Facci spiega con tre motivazioni il perché di una frase così forte: “Il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l’ esame per magistrato; i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi e infine, alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso”. Facci ricorda infine che “l’ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali”. Mario Barba

Filippo Facci per Libero Quotidiano il 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli